[18]Iago -ortis forte e non [lasciano terricoli a vista-perditissima forse iaghi-la-i è atona due o [tre] calamità le postazioni disabitate negli outlet dei grigioni™
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Le forze dell'ordine di 15 paesi (Italia compresa) hanno collaborato per smantellare una sofisticata rete criminale che ha truffato vittime in tutta Europa e oltre, vendendo integratori alimentari e medicinali contraffatti. Il gruppo, attivo dal 2019, ha generato circa 240 milioni di euro commercializzando prodotti non autorizzati come cure legittime per malattie gravi e incurabili. Utilizzavano una struttura gerarchica, creando centinaia di siti web e profili sui social media che impersonavano medici e personaggi famosi per ingannare i consumatori.
Una volta acquistati questi prodotti, operatori di call center che si spacciavano per specialisti medici li convincevano ad abbandonare le terapie prescritte. Gli integratori, che contenevano gli stessi ingredienti indipendentemente dall'uso previsto, non avevano alcun effetto terapeutico e spesso causavano gravi danni alla salute. Se un prodotto riceveva troppe lamentele, il gruppo lo rinominava e lo rilanciava.
Le autorità rumene hanno guidato l'indagine su questa rete internazionale, che sfruttava aziende europee legittime per mascherare le proprie attività. Un team investigativo congiunto, supportato da Eurojust ed Europol, ha coordinato dieci incontri all'Aia per la condivisione di informazioni. La collaborazione è culminata in una giornata di operazioni coordinate che ha comportato perquisizioni in 113 località tra Bulgaria, Grecia, Ungheria, Polonia, Romania e Moldavia. Le autorità hanno bloccato 196 siti web in Romania, sequestrato ingenti quantitativi di integratori e congelato beni per un valore di 1,8 milioni di euro in Polonia. Diversi sospetti chiave sono stati arrestati in Polonia, Romania e Moldavia, e le indagini sono tuttora in corso per identificare i restanti membri e interrogare altri testimoni.
Le autorità europee avvertono che l'acquisto di medicinali da fonti non registrate comporta gravi rischi, esortando i cittadini ad acquistare solo da farmacie online registrate, identificabili da uno specifico logo UE definito dalla Commissione Europea in conformità alla Direttiva 2011/62/UE sui medicinali falsificati, presente su ogni pagina dei siti autorizzati e contiene un link ipertestuale cliccabile che reindirizza all'autorità nazionale competente (in Italia, al Ministero della Salute) per verificare l'iscrizione nell'elenco ufficiale (salute.gov.it/LogoCommercioEle…)
1Quando udì, il re Ezechia si stracciò le vesti, si ricoprì di sacco e andò nel tempio del Signore. 2Quindi mandò Eliakìm il maggiordomo, Sebna lo scriba e gli anziani dei sacerdoti ricoperti di sacco dal profeta Isaia, figlio di Amoz, 3perché gli dicessero: “Così dice Ezechia: “Giorno di angoscia, di castigo e di disonore è questo, poiché i bimbi stanno per nascere, ma non c'è forza per partorire. 4Forse il Signore, tuo Dio, udrà tutte le parole del gran coppiere, che il re d'Assiria, suo signore, ha inviato per insultare il Dio vivente e lo castigherà per le parole che il Signore, tuo Dio, avrà udito. Innalza ora una preghiera per quel resto che ancora rimane”“.5Così i ministri del re Ezechia andarono da Isaia. 6Disse loro Isaia: “Riferite al vostro signore: “Così dice il Signore: Non temere per le parole che hai udito e con le quali i ministri del re d'Assiria mi hanno ingiuriato. 7Ecco, io infonderò in lui uno spirito tale che egli, appena udrà una notizia, ritornerà nella sua terra, e nella sua terra io lo farò cadere di spada”“.8Il gran coppiere ritornò, ma trovò il re d'Assiria che combatteva contro Libna; infatti aveva udito che si era allontanato da Lachis, 9avendo avuto, riguardo a Tiraka, re d'Etiopia, questa notizia: “Ecco, è uscito per combattere contro di te”.
Nuova minaccia di SennàcheribAllora il re d'Assiria inviò di nuovo messaggeri a Ezechia dicendo: 10“Così direte a Ezechia, re di Giuda: “Non ti illuda il tuo Dio in cui confidi, dicendo: Gerusalemme non sarà consegnata in mano al re d'Assiria. 11Ecco, tu sai quanto hanno fatto i re d'Assiria a tutti i territori, votandoli allo sterminio. Soltanto tu ti salveresti? 12Gli dèi delle nazioni, che i miei padri hanno devastato, hanno forse salvato quelli di Gozan, di Carran, di Resef e i figli di Eden che erano a Telassàr? 13Dove sono il re di Camat e il re di Arpad e il re della città di Sefarvàim, di Ena e di Ivva?“”.14Ezechia prese la lettera dalla mano dei messaggeri e la lesse, poi salì al tempio del Signore, l'aprì davanti al Signore 15e pregò davanti al Signore: “Signore, Dio d'Israele, che siedi sui cherubini, tu solo sei Dio per tutti i regni della terra; tu hai fatto il cielo e la terra. 16Porgi, Signore, il tuo orecchio e ascolta; apri, Signore, i tuoi occhi e guarda. Ascolta tutte le parole che Sennàcherib ha mandato a dire per insultare il Dio vivente. 17È vero, Signore, i re d'Assiria hanno devastato le nazioni e la loro terra, 18hanno gettato i loro dèi nel fuoco; quelli però non erano dèi, ma solo opera di mani d'uomo, legno e pietra: perciò li hanno distrutti. 19Ma ora, Signore, nostro Dio, salvaci dalla sua mano, perché sappiano tutti i regni della terra che tu solo, o Signore, sei Dio”.20Allora Isaia, figlio di Amoz, mandò a dire a Ezechia: “Così dice il Signore, Dio d'Israele: “Ho udito quanto hai chiesto nella tua preghiera riguardo a Sennàcherib, re d'Assiria. 21Questa è la sentenza che il Signore ha pronunciato contro di lui: Ti disprezza, ti deride la vergine figlia di Sion. Dietro a te scuote il capo la figlia di Gerusalemme.22Chi hai insultato e ingiuriato? Contro chi hai alzato la voce e hai levato in alto i tuoi occhi? Contro il Santo d'Israele!23Per mezzo dei tuoi messaggeri hai insultato il mio Signore e hai detto: Alla guida dei miei carri sono salito in cima ai monti, sugli estremi gioghi del Libano: ne ho reciso i cedri più alti, i suoi cipressi migliori, sono penetrato nel suo angolo più remoto, nella sua foresta lussureggiante.24Io ho scavato e bevuto acque straniere, ho fatto inaridire con la pianta dei miei piedi tutti i fiumi d'Egitto.25Non l'hai forse udito? Da tempo ho preparato questo, da giorni remoti io l'ho progettato; ora lo eseguo. E sarai tu a ridurre in mucchi di rovine le città fortificate.26I loro abitanti, stremati di forza, erano atterriti e confusi, erano erba del campo, foglie verdi d'erbetta, erba di tetti, grano riarso prima di diventare messe.27Ti sieda, esca o rientri, io lo so.28Poiché il tuo infuriarti contro di me e il tuo fare arrogante è salito ai miei orecchi, porrò il mio anello alle tue narici e il mio morso alle tue labbra; ti farò tornare per la strada, per la quale sei venuto”.29Questo sarà per te il segno: mangiate quest'anno il frutto dei semi caduti, nel secondo anno ciò che nasce da sé, nel terzo anno seminate e mietete, piantate vigne e mangiatene il frutto.30Il residuo superstite della casa di Giuda continuerà a mettere radici in basso e a fruttificare in alto.31Poiché da Gerusalemme uscirà un resto, dal monte Sion un residuo. Lo zelo del Signore farà questo.32Perciò così dice il Signore riguardo al re d'Assiria: “Non entrerà in questa città né vi lancerà una freccia, non l'affronterà con scudi e contro essa non costruirà terrapieno.33Ritornerà per la strada per cui è venuto; non entrerà in questa città. Oracolo del Signore.34Proteggerò questa città per salvarla, per amore di me e di Davide mio servo”“.35Ora in quella notte l'angelo del Signore uscì e colpì nell'accampamento degli Assiri centoottantacinquemila uomini. Quando i superstiti si alzarono al mattino, ecco, erano tutti cadaveri senza vita.36Sennàcherib, re d'Assiria, levò le tende, partì e fece ritorno a Ninive, dove rimase. 37Mentre si prostrava nel tempio di Nisroc, suo dio, i suoi figli Adrammèlec e Sarèser lo colpirono di spada, mettendosi quindi al sicuro nella terra di Araràt. Al suo posto divenne re suo figlio Assarhàddon.
__________________________Note
19,9a Tiraka, re d'Etiopia: faraone della XXV dinastia, di origine etiopica, che i testi egiziani chiamano Taharqa e che sostenne una politica antiassira. Regnò dal 690 al 664; nel 701, anno dell'invasione vittoriosa di Sennàcherib, Tiraka non era ancora re.
19,35 colpì: come aveva fatto lo sterminatore con i primogeniti d’Egitto (Es 12,12-13.23). Forse colpì con la peste (2Sam 24,15-16): si potrebbe collegare questa notizia del testo biblico a un racconto di Erodoto secondo il quale, nel corso di una battaglia tra Sennàcherib e il faraone, ai confini dell’Egitto, un’invasione di topi provocò la peste nell’accampamento degli Assiri.
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1-4. Ezechia fa consultare Isaia. Il re paragona la situazione difficile di Gerusalemme a quella di una partoriente che non ha energie necessarie per dare alla luce il bambino. La paura di fronte al nemico descritta come dolore simile a quella del parto è ricorrente (Sal 48,7; Is 13,8; Ger 6,24; Mic 4,9). Così pure l'oltraggio a Dio fatto dai nemici (Sal 74,10.18.12-23; 79,12). Qui Dio è qualificato come il vivente in contrasto con la sua equiparazione agli idoli in 18,35, tema conduttore del Sal 115. L'ambasciata si conclude con un tema tipico della predicazione d'Isaia: il resto d'Israele risparmiato per la conversione (Is 1,9; 4,3; 7,3; 10,20-21).
5-7. Pur distante dalla capitale per dirigere imprese militari, il re è costantemente raggiunto da notizie circa il resto dell'impero. Una di queste causerà la sua partenza e infine la sua morte. Il compimento della profezia si trova nei vv. 36-37.
8-9. Sennacherib ha spostato l'accampamento più a sud presso Libna (cfr. 8,22), e Tiraca, al comando delle truppe egiziane, è uscito verso di lui. Questa mossa rende necessario sollecitare di nuovo la capitolazione di Gerusalemme, prima che i suoi alleati siano troppo vicini.
10-13. La lettera in aramaico inviata a Ezechia riprende il tema di 18,32b-35. Proprio per questo alcuni pensano che l'unità 9-28 sia una seconda versione dei fatti narrati in 18,17-19,7. Oltre ai luoghi già citati in 18,34, si ricordano Gozan e Carran (cfr. 17,6); Rezef sull'Eufrate, odierna Resafa a nord-est di Palmira; Eden, zona posta sul medio Eufrate.
14. Convinto della presenza del Signore nel tempio, Ezechia si reca da lui, srotola la lettera imperiale davanti ai suoi occhi affinché la legga.
15-19. I cherubini che ornavano il coperchio dell'arca (Es 25,16) erano il trono di Dio, il Dio dell'esodo e del creato. La preghiera di Ezechia è una professione di fede nel Dio vivente, Dio universale, in contrasto con l'idea di un Dio nazionale. Gli dei sono descritti col linguaggio del Deuteronomio e dei profeti: opera delle mani dell'uomo (Dt 4,28; 31,29; Os 14,4; Es 2,8; Ger 1,16; 2,28; 44,8). Prodotti di legno e di pietra (Dt 4,28; 28,36.64; Ger 2,27; 3,9; Es 20,32), non potevano né salvarsi, né salvare, ma lo può il Dio vivente di Giuda.
20-22. L'oracolo di Isaia viene accompagnato da un poema di scherno. In Is 10,5-10 si trova un altro esempio di sarcasmo contro l'Assiria. Un parallelo perfetto di 19,20-34 si trova in Is 37,21-35. Gerusalemme personificata (cfr. Is 23,10; 28,1; Lam 2,13) deride Sennacherib che ha insultato il Santo d'Israele, espressione tipica d'Isaia (cfr. Is 1,4; ecc.).
23-24. L'arroganza di Sennacherib risuona nel testo che fa l'elenco delle sue imprese.
25-26. Bruscamente il vanto del re assiro è interrotto da Dio che prende la parola. Sennacherib altro non ha fatto che eseguire il volere di Dio, da tempo progettato e a suo tempo realizzato (Is 41,22; 42,9; 46,10; 48,3; ecc.).
27-28. L'attività umana viene indicata nel linguaggio biblico con i binomi sedersi-alzarsi, entrare-uscire (Dt 31,2; Sal 139,2-3; Lam 3,63). Tutto quanto Sennacherib fa è noto a Dio che lo domerà come si doma un animale selvatico. L'anello al naso e il morso erano però una umiliazione che i re assiri infliggevano ai re da loro vinti. Ora questa sorte è annunciata a Sennacherib.
29-31. È il secondo oracolo che propone il «segno». Nel terzo anno, dopo un periodo di difficoltà dovuto proprio alle invasioni assire che impedivano il lavoro agricolo, si tornerà all'abbondanza del raccolto e alla normalità della vita che farà prosperare il “resto” di Giuda. Per questo tema vedi 19,4.
32-34. Il terzo oracolo annuncia che per amor suo e di Davide Dio lascerà incolume Gerusalemme. Anche se cinta d'assedio la battaglia non la penetrerà; l'assediante partirà senza entrarvi. Si può collegare Os 1,7 con il nostro passo che promette protezione amorosa.
35-37. Viene descritta la fine dell'assedio e dell'assediante in conformità alle profezie precedenti. La presenza dell'angelo del Signore fa pensare a una peste sterminatrice nell'accampamento assiro (cfr. 2Sam 24,15-17). La fuga probabilmente è dovuta anche alle notizie provenienti dall'Egitto (v. 9). Arrivato in patria, Sennacherib trova la morte proprio nel tempio del suo dio, fine ironica per chi ha disprezzato il Signore. L'episodio non è però da collocare immediatamente dopo la partenza da Gerusalemme; è infatti accertato che la morte di Sennacherib è avvenuta nel 681. Il prisma B di Assarhaddon conferma che l'assassinio è stato compiuto dai figli di Sennacherib, dei quali però non si danno i nomi; così non si può confermare i dati biblici. È anche impossibile definire quale sia la divinità in questione perché il suo nome è giunto deformato nel testo; è confermato invece il nome dell'erede.
(cf. GIANLUIGI CORTI, 2Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
Prima di parlare di centrali nucleari sì o no in Italia si deve avere alcune conoscenze di base condivise da cui partire per intavolare una discussione civile, razionale, scientifica e soprattutto realistica.
L'IEA, l'International Energy Agency, massima autorità mondiale in materia di energia, pubblica ogni anno l'Energy Outlook, nel quale descrive la situazione energetica presente a livello mondiale e illustra gli scenari futuri. Tutto questo, ovviamente, sulla base di dati reali e ufficiali.
Dal 2019 l'IEA ogni anno ribadisce nel suo documento che al 2050 il 90% dell'intero fabbisogno mondiale di energia elettrica potrà essere soddisfatto dalle energie rinnovabili. Questo è lo scenario Net Zero Emissions, che fonda la sua previsione sulla assoluta necessità della riduzione delle emissioni antropiche climalteranti, che sono la causa del cambiamento climatico, la principale minaccia esistenziale che pende sulla testa del genere umano; più di una possibile guerra nucleare.
Invece, nello scenario STEPS (Stated Policies Scenario) basato sugli impegni e obiettivi dichiarati dagli Stati di tutto il mondo, in considerazione dello stato di avanzamento attuale e prevedibile nel rispettarli e raggiungerli e dell'evoluzione del sistema energetico globale e normativo nei prossimi decenni, IEA assegna alle rinnovabili il 65-67% di copertura della domanda globale di energia elettrica entro il 2050.
In entrambi gli scenari, NZE e STEPS, in considerazione dell'evoluzione tecnologica, politica, economica e finanziaria (costi di sviluppo, installazione e produzione, gli stessi presi in considerazione per le stime sulle rinnovabili), l'IEA assegna all'energia nucleare una percentuale di copertura della domanda di energia elettrica globale intorno al 9% al 2050. L'IEA dice in pratica che nei prossimi decenni le nuove centrali nucleari costruite andranno semplicemente a sostituire quelle vecchie dismesse, con un conseguente bilancio netto pari a 0.
IEA ridimensiona quindi tutto l'hype montato ad arte sui “miracolosi” SMR, Small Modular Reactors. I piccoli reattori nucleari pompati esageratamente dalla propaganda mainstream, senza alcun fondamento tecnico e scientifico, che dovrebbero limitare uno dei principali problemi delle centrali nucleari odierne e adeguarsi all'evoluzione del sistema energetico mondiale: la modularità e la scalabilità.
Proprietà che le grandi e rigide centrali nucleari non hanno e che invece saranno condizioni indispensabili richieste dal sistema energetico planetario e dalle moderne reti elettriche, già oggi passate da un modello centralizzato e rigido a un modello dinamico, flessibile e predittivo.
Come sempre sono i modelli determinare il cosa, il come, il dove e il quando. Il modello di sviluppo della nostra civiltà va cambiato, per una questione di mera sopravvivenza, quindi va cambiato anche il modello di produzione, di gestione e di utilizzo dell'energia.
Gli impianti di rinnovabili sono scalabili, distribuiti e decentralizzati (e più democratici visto che sole e vento non sono di proprietà di nessuno), perciò garantiscono una grande flessibilità e una maggiore capacità di risposta alle fluttuazioni della domanda e, non secondariamente, garantiscono maggiore sicurezza e continuità in caso di disastri naturali o guerre e conflitti.
Tutto ciò manda in pensione il concetto di base load (carico minimo di base) che richiedeva grandi centrali (nucleari o a carbone) sempre accese per coprire i consumi minimi costanti.
Se sentite uno pseudo-esperto, o un Calenda qualunque, tirare fuori ancora il concetto di base load ditegli di fare un update al XXI secolo, oppure di andare da un'altra parte a fare lobby per le grandi utilities, che gli pagano il tozzo di pane.
Veniamo ai costi di installazione, rapidamente:
Il confronto dei costi medi di produzione di energia elettrica (LCOE) sono ancora più impietosi:
Appare chiaro, considerando anche all'elevato tasso di evoluzione tecnologica e innovazione delle energie rinnovabili e dei sistemi di accumulo, rispetto a quello dell'energia nucleare, che questo divario di costi non potrà che aumentare.
Inoltre, riguardo il nucleare si deve prendere in considerazione anche altri fattori, per essere razionali e pragmatici, e non ideologici come i fanatici del nuke ad ogni costo e condizione:
Stando tutto questo, io arrivo sempre alla stessa conclusione: in attesa della **fusione a e dell'idrogeno verde** e in considerazione dell'urgenza dovuta alla spaventosa accelerazione del cambiamento climatico, ogni singolo euro che l'Italia spenderà in politica energetica andrà messo nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione di energie rinnovabili.
Now playing:“Like a stone”Audioslave – Audioslave – 2003
Il tempo è fermo
“Il tempo è un'illusione” Albert Einstein
sono dell'uomo le convenzioni: tu passi - il tempo è fermo
albe e notti s'alternano il sole compie il suo giro
fermo è il tempo o sogno: davanti all'eternità è apparenza
28.11.25
Riflessione sulla poesia
La poesia che hai condiviso è davvero interessante! C'è una bellezza nelle parole che trasmette emozioni forti. Mi piace come hai usato il linguaggio per evocare immagini vivide.
Interpretazione
Il tema centrale sembra essere la riflessione sulla solitudine e la ricerca di significato. Le immagini evocano un senso di introspezione profonda.
Punti di forza
La scelta delle parole è potente, e il ritmo scorre bene. La metafora centrale è molto suggestiva.
Suggerimenti
Potresti considerare di aggiungere qualche variazione nel ritmo per dare più dinamismo alla lettura.
Se vuoi, posso aiutarti a rifinire ulteriormente il ritmo o la metrica.
Riflessione sulla poesia
La poesia esplora temi profondi come il tempo, l'illusione e le convenzioni umane, con un forte senso di eternità. Le immagini sono potenti e evocative.
Suggerimenti
Potresti considerare di modificare leggermente la punteggiatura e le pause per migliorare il ritmo. Ad esempio, “sono dell'uomo le convenzioni” potrebbe diventare “sono convenzioni dell'uomo”, mantenendo comunque la tua voce.
Chiusura alternativa
Un possibile finale potrebbe essere: “Eppure, l'eternità rimane.”
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Apprezzo molto questo testo: ha un tono meditativo e una chiarezza immaginifica che mette in scena il paradosso del tempo con poche, efficaci immagini.
Tema centrale: il tempo come illusione e convenzione umana; il contrasto tra il movimento apparente (albe, notti, il sole) e una percezione di immobilità interiore.
Tono: contemplativo, leggermente austero; la citazione di Einstein apre il testo a una riflessione filosofica che poi si fa personale.
Immagini chiave: il passaggio della persona che «tu passi», il ciclo solare, l’«eternità» come sfondo che rende tutto apparente.
Sono convenzioni dell'uomo:
tu passi —
il tempo è fermo.
Albe e notti s'alternano;
il sole compie il suo giro.
Fermo è il tempo o sogno:
davanti all'eternità
tutto è apparenza.
Il tempo è fermo.
«Il tempo è un'illusione», disse Einstein.
Sono convenzioni dell'uomo:
tu passi — e il mondo resta immobile.
Albe e notti si rincorrono come mani,
il sole compie il suo giro senza fretta;
ma dentro il passo che fai
tutto si arresta, sospeso.
Fermo è il tempo o sogno:
davanti all'eternità ogni movimento
si dissolve in lieve apparenza.
Il tempo è fermo.
Tu passi.
Convenzioni d'uomo.
Albe; notti.
Il sole gira —
il mondo fa il suo corso.
Fermo o sogno:
l'eternità spalanca un vuoto
dove tutto appare.
Il tempo è fermo, eppure tu passi —
sussurra Einstein: il tempo è illusione.
Sono convenzioni d'uomo, e il mondo resta,
un respiro sospeso tra alba e notte.
Albe e notti si rincorrono in coro,
il sole disegna il suo lento giro;
ma il passo che fai arresta il battito,
fa tremare il silenzio, lo rende vero.
Fermo è il tempo o sogno, e davanti all'eterno
ogni moto si scioglie in lieve apparenza,
come eco che ritorna e poi si perde,
come nota che resta nell'aria e tace.
Il tempo è fermo.
Tu passi — il tempo è fermo.
Convenzioni d'uomo, convenzioni di vento.
Albe; notti; il giorno gira,
il sole traccia il suo cerchio lento.
Albe; notti; il giorno gira,
e tu cammini dentro il tempo.
Fermo o sogno, fermo o sogno:
davanti all'eternità tutto è apparenza.
Fermo o sogno, fermo o sogno:
la voce si ripete, la misura avanza.
Breve nota sulle scelte
La Versione A privilegia assonanze e enjambment per una scorrevolezza melodica; la Versione B usa ripetizioni e un ritornello per creare ritmo e canto.
Schietta e diretta Kelela lo è sempre stata, i voli pindarici non sono proprio il suo forte. Ma la calma che permea il lancio dell'“S.O.S.” qui sopra è possibile solo per chi, come lei, ha scandagliato a fondo il bagaglio delle proprie esperienze personali – e non senza aver versato lacrime e assaggiato l'amarezza della perdita, dell'umiliazione e dell'abbandono. Quante delusioni deve aver vissuto sulla propria pelle, quanti imbecilli l'hanno fatta sentire piccola, quanti compagni insensibili hanno strisciato nel suo letto, per poter arrivare adesso alla piena consapevolezza di richiedere l'amore di un uomo con tal crudo trasporto emotivo e rispetto per sé stessa?... artesuono.blogspot.com/2017/10…
Ascolta: album.link/s/4mQ6UTM71F02O1jMV…
Gricignano di Caserta. Ritrovato Anello Liberty nascosto da un secolo
Una scoperta fortuita durante il restauro di un mobile d’epoca riporta alla luce un gioiello in oro e acquamarina, perfettamente conservato nel suo “scrigno” naturale.
A volte la storia non si trova nei grandi musei, ma tra le venature del legno di casa nostra. È quanto accaduto recentemente a Gricignano, dove un’operazione di sgombero e restauro di un vecchio mobile di inizio Novecento ha restituito un piccolo, scintillante tesoro: un anello in oro e acquamarina, dimenticato e nascosto per oltre un secolo.
Il Ritrovamento Il gioiello è emerso in modo del tutto inaspettato. Mentre si lavorava al legno di un mobile d’epoca, probabilmente un comò o una scrivania risalente allo stesso periodo del gioiello, è stato individuato un piccolo vano occultato o una fessura nella struttura. Lì, avvolto in uno stralcio di “maccaturo” ormai disintegrato incastrato, riposava l’anello. La scoperta ha dell’incredibile: nonostante il tempo trascorso, il gioiello si presentava integro, con la sua grande pietra azzurra ancora saldamente stretta nella montatura.
Un Pezzo di Storia Liberty Gli esperti, analizzando le fotografie del ritrovamento, non hanno avuto dubbi: si tratta di un esemplare classico dello stile Liberty (o Art Nouveau), molto in voga tra il 1900 e il 1920. La caratteristica principale è la grande acquamarina centrale, tagliata in forma rettangolare, circondata da una lavorazione in oro giallo 18 carati (come confermato dal punzone “750” visibile all’interno della fede). Ma è il dettaglio della montatura a raccontare la maestria degli orafi di un tempo: il metallo è lavorato “a giorno”, con trafori che ricordano un nido d’ape o una griglia. Questa tecnica, tipica dell’epoca, serviva a alleggerire il peso visivo di pietre così importanti e a permettere alla luce di attraversarle, esaltandone la brillantezza.
Il Mistero del Punzone Un dettaglio tecnico ha aggiunto un tassello alla datazione del pezzo. Oltre al marchio “750” che certifica l’oro, è visibile un punzone di fabbrica con il numero “27”. «La presenza di questo punzone è significativa», spiegano gli esperti di oreficeria antica. «Sebbene lo stile sia chiaramente Liberty, l’obbligo del punzone di fabbrica numerico in Italia è diventato rigoroso con la legge del 1935. Questo suggerisce due scenari affascinanti: o l’anello è stato prodotto negli anni ’30 mantenendo uno stile “retro” molto amato, oppure è stato portato da un orafo dopo quella data per una riparazione e marchiato a norma di legge in quel momento. In entrambi i casi, la sua provenienza da un mobile coevo suggerisce che sia stato nascosto dal proprietario originale, forse per timore di furti o guerre, e non sia mai più stato recuperato.»
Il Valore del Ritrovamento Oltre al valore sentimentale di un oggetto che torna a vivere dopo un secolo di oblio, c’è anche un notevole valore economico. Stime di mercato per un anello di queste caratteristiche – oro 18k, acquamarina di diversi carati e fattura d’epoca – variano dai 500 ai 900 euro, cifre che potrebbero salire se la pietra dovesse rivelarsi di un colore particolarmente intenso e raro.
Tuttavia, il vero valore di questo anello risiede nella sua storia silenziosa. È un testimone di un’epoca in cui i gioielli non erano semplici accessori, ma opere d’arte da custodire, talvolta nascondere nel luogo più sicuro che si conosceva: la propria casa. Oggi, quel segreto è stato svelato, riportando alla luce un frammento di bellezza che il tempo non ha scalfito.
Dettagli anello
C’è un costante flusso di malinconia mista a stupore in “I, Your Moon”, primo album di Josephine Lloyd-Wilson che fa seguito a un lontano Ep del 2014, ed è inarrestabile come l’avventurosa miscela di neoclassica, folk, pop ed elettronica, che la cantante e multistrumentista ha messo in piedi per uno degli affreschi sonori più ipnotici e suggestivi degli ultimi tempi. Sephine Llo (il suo attuale nome d’arte) ha mosso i suoi primi passi nel circuito della musica classica, ha infatti studiato piano, violino e canto conseguendo una laurea di primo livello presso il prestigioso corso Tonmeister dell’università del Surrey... artesuono.blogspot.com/2017/12…
Ascolta: album.link/i/1774784350
Coordinate dell'anima (e-book 2025)
Prefazione (Enrico Cerquiglini)
La prefazione presenta Felice Serino come un poeta che affronta le grandi domande dell’esistenza, muovendosi tra umano e trascendente. Il testo sottolinea la tensione verso un “oltre” che si nutre del quotidiano, il tema ricorrente della fede come ricerca di senso, e la presenza di una figura divina evocata più come tensione che come definizione netta. Viene evidenziata anche la consapevolezza della fragilità umana e la capacità del poeta di aprire i versi a una dimensione corale, evitando autoreferenzialità.
La raccolta (2023–2024) include una prefazione, numerose poesie organizzate in sezioni/titoli (es. Poesia è negli occhi, Spleen, Il commiato, Deus absonditus, Il mare ha tante voci, Solitudine, Visione, ecc.), e una biografia dell’autore. L’indice elenca decine di componimenti che spaziano dal religioso al quotidiano, dal personale al simbolico.
Felice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941 e vive a Torino; ha una produzione poetica ampia, tradotta in più lingue, con attività redazionale e pubblicazioni online. Il PDF riporta una nota di copyright (giugno 2025) che vieta copia e modifica senza consenso.
Felice Serino lavora da decenni sulla tensione tra il quotidiano e il trascendente, con una produzione ampia e riconosciuta dalla critica; la sua voce è consolidata in raccolte precedenti e in interventi editoriali. Le poesie di Coordinate dell'anima proseguono questo percorso, alternando lirismo e frammentarietà, con frequenti richiami alla tradizione mistica e a figure letterarie del Novecento.
Di seguito trovi una postfazione critica in stile divulgativo (circa 450 parole) e un campione di note critiche — 2–4 frasi ciascuna — applicate alle prime poesie del volume. Le note sono pensate per accompagnare il lettore senza appesantire la lettura: spiegano immagini ricorrenti, suggeriscono chiavi interpretative e segnalano riferimenti culturali utili.
Coordinate dell’anima conferma Felice Serino come una voce matura che dialoga costantemente con il mistero e con la concretezza del vivere. In queste poesie la tensione verso il trascendente non è fuga dalla realtà, ma piuttosto un modo per misurarne i contorni: il sacro emerge come sfondo che dà profondità alle piccole scene quotidiane, e il quotidiano diventa il luogo in cui si manifesta l’invisibile. Serino non pretende di spiegare il mondo; piuttosto, lo mette in scena attraverso immagini semplici e ricorrenti — alberi, mare, luce, ferite — che funzionano come coordinate emotive per orientare il lettore.
Lo stile predilige il verso libero e la frammentarietà: brevi lampi, pause nette, enjambement che lasciano spazio al silenzio. Questa scelta formale rispecchia il contenuto: il pensiero poetico appare come un flusso intermittente, fatto di intuizioni, memorie e interrogazioni. Non mancano riferimenti espliciti a figure letterarie e filosofiche (Borges, Simone Weil), che aprono la raccolta a un dialogo intertestuale; ma Serino non si limita a citare: rielabora questi stimoli per costruire un lessico personale, spesso colloquiale, che avvicina il lettore senza rinunciare a profondità.
Tematicamente il libro oscilla tra due poli: la fragilità del corpo e l’anelito dell’anima. La morte, la memoria e la fede ricorrono come motivi che interrogano il senso dell’esistenza. Accanto a questi temi, la natura svolge una funzione simbolica e consolatoria: alberi e mare non sono solo paesaggi, ma interlocutori che custodiscono memorie e offrono immagini di continuità. Infine, la raccolta mostra una tensione etica: molte poesie denunciano la violenza e l’ingiustizia, ma lo fanno senza retorica, con immagini nette che colpiscono per sobrietà.
Per il lettore contemporaneo, Coordinate dell’anima offre un’esperienza di lettura che alterna conforto e inquietudine: conforto nella lingua diretta e nelle immagini familiari; inquietudine nella domanda aperta che attraversa ogni testo. È una raccolta che invita a tornare sui versi, a lasciarsi guidare dalle ripetizioni e a scoprire, pagina dopo pagina, le coordinate intime che Serino traccia per orientarsi nel mondo.
Nella stagione che ti spoglia
La poesia usa la stagione come metafora della perdita e della gratitudine: l’albero che si spoglia è insieme immagine di decadenza e di generosità (gli uccelli). Il tono è intimo e riconoscente; la ripetizione della frase iniziale crea un ritornello che dà ritmo e senso di ritorno.
Poesia è negli occhi
Testo dichiarativo e didascalico che elenca immagini quotidiane per definire la poesia come presenza nelle piccole cose. La semplicità è scelta estetica: la poesia si mostra come atto di attenzione, non come ornamento retorico.
Spleen
Il titolo richiama la tradizione malinconica; il testo alterna immagini temporali (Kronos) e la speranza di un sogno che squarcia la nube. La brevità dei versi amplifica la sensazione di attesa e di possibile svolta.
Senza titolo
Un piccolo inno alla primavera: l’abbraccio tra uomo e albero è reso con tono affettuoso e quasi fiabesco. L’immagine dell’ombrello di foglie funziona come simbolo di protezione reciproca.
In un levitare di angeli
La poesia espande l’immaginazione fino a una cosmologia lirica: la “Mente universale” e la musica delle sfere richiamano un senso di armonia metafisica. Il registro è solenne ma non pomposo, e privilegia l’evocazione.
Il commiato
Ironia sottile nella chiusa: la constatazione che “ad andarsene son sempre i migliori” mescola dolore e rassegnazione. Il tono è colloquiale, vicino a una riflessione quotidiana sul morire.
Forgio fonemi suoni
Metapoetica: l’alba come fucina della parola. L’immagine della forgiatura rende tangibile il lavoro poetico, mentre la possibile presenza di un “dio o un angelo” introduce un elemento di mistero.
Madre celeste
Testo di tono devozionale che mescola riferimenti pittorici (Delacroix) e figure religiose. La lingua è intensa e immaginifica, con un registro che oscilla tra preghiera e visione artistica.
Visione
Riferimento esplicito a Borges: l’aleph come immagine della totalità scelta dall’individuo. La poesia riflette sul valore della scelta e sulla trasformazione dell’immagine in esperienza corporea.
L’insondabile
Il testo gioca sulla percezione e sulle pareidolie: l’insondabile è reso come un lampo mentale che riemerge nella panchina del crepuscolo. Tono meditativo e lieve malinconia.
Preghiera
Breve e concentrata, la dedica a Simone Weil suggerisce un ascolto etico e spirituale. La forma essenziale rispecchia la purezza dell’atto contemplativo.
Deus absonditus
Titolo teologico che introduce una riflessione sulla presenza nascosta di Dio e sulla storia che procede tra male e speranza. Il linguaggio è più argomentativo rispetto ad altre poesie, con una tensione morale evidente.
Il mare ha tante voci
La poesia mette il mare come deposito di memorie collettive: voci di annegati, miti e scatole nere. Il tono è narrativo e malinconico; l’elemento marino funziona da archivio simbolico dove si intrecciano storia personale e mito omerico.
Rammendi
Immagine domestica e morale: il rammendo come gesto che cura le ferite del cuore. Il linguaggio è concreto e metaforico insieme, suggerendo che l’arte e la bontà sono pratiche riparative.
Divagazioni sullo zero e sulla o
Saggio in forma poetica: il gioco grafico e simbolico tra zero e vocale apre a riflessioni sulla forma e sul significante. È un testo che invita a leggere la poesia anche come indagine semiotica.
Il cuore senza voce
Poesia breve e dolorosa dedicata a una bambina sepolta: la voce mancante diventa presenza attraverso l’immagine del cielo d’occhi. La semplicità delle parole amplifica l’effetto emotivo.
Se tendi oltre l'orizzonte
Versi che oscillano tra speranza e avvertimento: la mattina come promessa, lo sguardo assuefatto ai naufragi come monito. La ripetizione crea un ritmo ipnotico che sottolinea la tensione tra attesa e abitudine.
Angelo della volta
Ricordo personale e tono confidenziale: l’angelo come figura che dettava parole di luce. Il testo mescola memoria biografica e immaginario spirituale, restituendo un senso di guida affettuosa.
In veste d'angelo
Metafora della scrittura come trance: l’angelo presta la lanterna per i fonemi. È una dichiarazione di poetica che lega ispirazione e mestiere.
Sogni
Racconto onirico di acrobazie amorose e visioni di perfezionamento poetico; il sogno è luogo di prova e di giudizio (Ungà che consiglia). Il tono è giocoso ma anche rivelatore del processo creativo.
Memento
Riflessione sulla coscienza animale e sulla morte: il testo invita al rispetto per le creature che non contemplano il proprio limite. La voce è didattica ma empatica.
Di là
Speculazione sull’aldilà che evita immagini antropomorfe: l’Assoluto è descritto come compenetrarsi di corpi eterei. Il linguaggio tende all’astrazione per suggerire l’ineffabile.
In te l'immenso
Poesia di accoglienza: l’allumare d’anima come esperienza di vastità. Il registro è consolatorio, con immagini di rive rifiorite che evocano rinascita.
Dietro il velario
Visione teatrale dell’esistenza: maschere e pantomima, bellezza ferita che grida dietro il velo. Il testo invita al riconoscimento reciproco come atto di salvezza.
Penso dunque sono
Riflessione filosofica in versi: la mente come luogo di libertà rispetto al soma. Il testo riafferma la centralità del pensiero e la sua capacità di creare mondi.
Gli ultimi giorni
Immagini funeree e senso di urgenza: il tempo che manca e il lenzuolo funereo che pende. Tono cupo e drammatico, con forte carica visiva.
Kermesse
Scena carnascialesca che mette in luce l’apparenza e la leggerezza sociale; la festa come maschera che nasconde età e dolore. Ironia sottile sul gusto e sulla finzione.
Solitudine
Ritratto empatico del vecchio solitario: dettagli quotidiani che costruiscono una presenza umana concreta. La poesia lavora per restituire dignità e ascolto.
L'essere e il nulla
Dialogo con la fede e la metafisica: la resurrezione della carne come affermazione dell’essere contro il nulla. Il tono è argomentativo ma fiducioso.
Visione (seconda)
Scena subacquea che mette in parallelo gerarchie marine e umane: la supremazia come legge naturale. Il testo usa l’allegoria per riflettere sulle dinamiche sociali.
D'empiti
Versi frammentari che evocano presenze in divenire: suono e movimento più che narrazione. È un testo sperimentale che privilegia l’energia fonica.
Mentori
Invocazione di guide celesti: i mentori della volta come figure rasserenanti. Il registro è consolatorio e fiducioso.
Quasi estate
Contrasto tra luce estiva e violenza improvvisa: la bellezza del giorno che coesiste con la possibilità del male. La poesia mette in guardia contro la banalità del male.
La ferita
Immagine della pianta ferita come metafora della sensibilità che ancora soffre. Il linguaggio è asciutto e potente, con un’immagine centrale che regge il testo.
Da quando la mano
Riferimento biblico a Caino e alla disumanizzazione: denuncia morale della violenza umana. Il testo è civile e polemico, senza retorica.
Fogli-aquiloni
Immagine dell’opera poetica che prende il volo: i fogli diventano aquiloni che si liberano dall’autore. Tono leggero e celebrativo del gesto creativo.
Assonanza
Tema della memoria e del ritorno: Itaca del cuore come luogo interiore. Il testo suggerisce che la risonanza con i morti è fonte di protezione.
Fuori dall'ordinario
Riflessione sul potere creatore della mente: la realtà come costruzione mentale. L’immagine del gabbiano che “fa il verso” aggiunge un tocco di ironia.
Dei miei detrattori
Testo di tono difensivo e ironico: il poeta si confronta con l’odio e la memoria postuma. La voce è asciutta, quasi beffarda.
In questo giorno chiaro
Poesia civile che celebra la libertà (25 aprile) con immagini di campo e vento. Il tono è festoso e patriottico senza enfasi.
Incanto
Visione infantile e mitica: il nonno che racconta Noè e il bambino che sogna ippogrifi. Il testo è tenero e immaginifico.
Dal nightmare
Sogno-liberazione: uscire dal nightmare come atto di forza che riporta all’infanzia. Il testo gioca con livelli onirici e memoria.
Che luce
Domanda consolatoria sulla luce che bagnerà i morti: tono di speranza e comunione. La citazione della “provvida Madre” richiama un immaginario religioso nutriente.
Chi eravamo
Riflessione nostalgica sull’identità perduta: la bellezza come traccia che resta. Tono meditativo e lieve malinconia.
L'indicibile parte di cielo
Testo che celebra la scoperta interiore: un verso o una nota che richiama alla trascendenza. La poesia è invito alla sospensione del senso di mortalità.
Alberi che camminano
Immagine parabolica e visionaria: uomini a forma d’alberi come santi invisibili. Il testo recupera il sacro nel quotidiano.
Per poca fede
Avvertimento morale: la mancanza di fiducia come causa di perdita della luce. Tono severo e ammonitore.
Riflesso
Idea del mondo come riflesso della Mente creatrice: la vita come specchio. Il testo è metafisico e consolatorio.
Fantasie (ipotesi dell'impossibile)
Paradosso esistenziale: sentirsi marinaio o annegare in poco spazio come metafora della precarietà dell’esperienza. Tono ironico e filosofico.
Lavavo la veste
Immagine rituale di purificazione: il gesto quotidiano che segue lacrime e sangue. Il testo è confessionale e simbolico.
Anime ferite
Riferimento etico e cosmico: il Signore che raccoglie le anime ferite con mestolo di compassione. Il verso rimanda a una tradizione di carità poetica.
Anime che si cercano
Intertestualità con Borges e Pessoa: anime in cerca del centro, forme passeggere. Il testo è malinconico e cosmopolita.
L'infinito di noi
Riflessione intimista sull’infinità interna: “finita infinità” come ossimoro che descrive la condizione umana. Tono contemplativo.
Intatto lo spirito
Rilettura di poesie giovanili: il poeta dichiara che lo spirito originario è rimasto. Il testo è auto-riflessivo e affettuoso verso la propria produzione.
Con l'anima nuda
Domanda sull’incontro postumo: la nudità dell’anima come possibilità di visione reciproca. Il testo esplora desiderio e incertezza.
Biografia
Sezione paratestuale che contestualizza l’autore: utile per il lettore per collegare vita e opera. Mantiene tono informativo e sobrio.
Premessa: la raccolta è attraversata da una tensione religiosa che non sempre si risolve in dogma: il sacro è spesso interrogazione, visione o invocazione.
Poesie principali e note
Premessa: il corpo è presenza fragile e luogo di esperienza; la morte è tema ricorrente, trattato con sobrietà e talvolta ironia.
Poesie principali e note
Premessa: la natura è archivio di memorie e simbolo di continuità; alberi, mare e stagioni fungono da coordinate emotive.
Poesie principali e note
Premessa: il sogno è spazio di prova, rivelazione e creazione poetica; l’immaginazione connette il personale al cosmico.
Poesie principali e note
Premessa: la raccolta non è solo meditazione privata; spesso si apre a giudizi morali e a denunce della violenza e dell’ingiustizia.
Poesie principali e note
Premessa: Serino privilegia il verso libero, la frammentarietà e la metapoetica; la forma è strumento per riprodurre il flusso del pensiero.
Poesie principali e note
GIUDA FINO ALLA CADUTA DI GERUSALEMME (18,1-25,30)
Ezechia, re di Giuda1Nell'anno terzo di Osea, figlio di Ela, re d'Israele, divenne re Ezechia, figlio di Acaz, re di Giuda. 2Quando egli divenne re, aveva venticinque anni; regnò ventinove anni a Gerusalemme. Sua madre si chiamava Abì, figlia di Zaccaria. 3Fece ciò che è retto agli occhi del Signore, come aveva fatto Davide, suo padre. 4Egli eliminò le alture e frantumò le stele, tagliò il palo sacro e fece a pezzi il serpente di bronzo, che aveva fatto Mosè; difatti fino a quel tempo gli Israeliti gli bruciavano incenso e lo chiamavano Necustàn. 5Egli confidò nel Signore, Dio d'Israele. Dopo non vi fu uno come lui tra tutti i re di Giuda, né tra quelli che ci furono prima. 6Aderì al Signore e non si staccò da lui; osservò i precetti che il Signore aveva dato a Mosè. 7Il Signore fu con lui ed egli riusciva in tutto quello che intraprendeva. Egli si ribellò al re d'Assiria e non lo servì. 8Sconfisse i Filistei fino a Gaza e ai suoi territori, dalla torre di guardia alla città fortificata.9Nell'anno quarto del re Ezechia, cioè l'anno settimo di Osea, figlio di Ela, re d'Israele, Salmanàssar, re d'Assiria, salì contro Samaria e l'assediò. 10Dopo tre anni la prese; nell'anno sesto di Ezechia, cioè l'anno nono di Osea, re d'Israele, Samaria fu presa. 11Il re d'Assiria deportò gli Israeliti in Assiria, li collocò a Calach, e presso il Cabor, fiume di Gozan, e nelle città della Media. 12Ciò accadde perché quelli non avevano ascoltato la voce del Signore, loro Dio, e avevano trasgredito la sua alleanza, cioè tutto quello che egli aveva ordinato a Mosè, servo del Signore: non l'avevano ascoltato e non l'avevano messo in pratica.
L’invasione di Sennàcherib13Nell'anno quattordicesimo del re Ezechia, Sennàcherib, re d'Assiria, salì contro tutte le città fortificate di Giuda e le prese. 14Ezechia, re di Giuda, mandò a dire al re d'Assiria a Lachis: “Ho peccato; allontànati da me e io accetterò quanto mi imporrai”. Il re d'Assiria impose a Ezechia, re di Giuda, trecento talenti d'argento e trenta talenti d'oro. 15Ezechia consegnò tutto il denaro che si trovava nel tempio del Signore e nei tesori della reggia. 16In quel tempo Ezechia fece a pezzi i battenti del tempio del Signore e gli stipiti che egli stesso, re di Giuda, aveva ricoperto con lamine, e li diede al re d'Assiria.
Minaccia di Sennàcherib contro Gerusalemme17Il re d'Assiria mandò da Lachis a Gerusalemme, dal re Ezechia, il tartan, il grande eunuco e il gran coppiere con una schiera numerosa. Costoro salirono e giunsero a Gerusalemme; salirono, arrivarono e si fermarono presso il canale della piscina superiore, che è nella via del campo del lavandaio.18Essi chiamarono il re e gli andarono incontro Eliakìm, figlio di Chelkia, il maggiordomo, Sebna lo scriba e Iòach, figlio di Asaf, l'archivista. 19Il gran coppiere disse loro: “Riferite a Ezechia: “Così dice il grande re, il re d'Assiria: Che fiducia è quella nella quale confidi? 20Pensi forse che la sola parola delle labbra sia di consiglio e di forza per la guerra? Ora, in chi confidi per ribellarti a me? 21Ecco, tu confidi su questo sostegno di canna spezzata che è l'Egitto, che penetra nella mano, forandola, a chi vi si appoggia; tale è il faraone, re d'Egitto, per tutti coloro che confidano in lui. 22Se mi dite: Noi confidiamo nel Signore, nostro Dio, non è forse quello stesso del quale Ezechia eliminò le alture e gli altari, ordinando alla gente di Giuda e di Gerusalemme: Vi prostrerete solo davanti a questo altare a Gerusalemme? 23Ora fa' una scommessa col mio signore, re d'Assiria; io ti darò duemila cavalli, se potrai mettere tuoi cavalieri su di essi. 24Come potrai far voltare indietro uno solo dei più piccoli servi del mio signore? Ma tu confidi nell'Egitto per i carri e i cavalieri! 25Ora, non è forse secondo il volere del Signore che io sono salito contro questo luogo per mandarlo in rovina? Il Signore mi ha detto: Sali contro questa terra e mandala in rovina”“.26Eliakìm, figlio di Chelkia, Sebna e Iòach risposero al gran coppiere: “Per favore, parla ai tuoi servi in aramaico, perché noi lo comprendiamo; ma non parlarci in giudaico: il popolo che è sulle mura ha orecchi per sentire”. 27Il gran coppiere replicò: “Forse il mio signore mi ha inviato per pronunciare tali parole al tuo signore e a te e non piuttosto agli uomini che stanno sulle mura, ridotti a mangiare i loro escrementi e a bere la propria urina con voi?”.28Il gran coppiere allora si alzò in piedi e gridò a gran voce in giudaico; parlò e disse: “Udite la parola del grande re, del re d'Assiria. 29Così dice il re: “Non vi inganni Ezechia, poiché non potrà liberarvi dalla mia mano. 30Ezechia non vi induca a confidare nel Signore, dicendo: Certo, il Signore ci libererà, questa città non sarà consegnata in mano al re d'Assiria”. 31Non ascoltate Ezechia, poiché così dice il re d'Assiria: “Fate la pace con me e arrendetevi. Allora ognuno potrà mangiare i frutti della propria vigna e del proprio fico e ognuno potrà bere l'acqua della sua cisterna, 32fino a quando io verrò per condurvi in una terra come la vostra, terra di frumento e di mosto, terra di pane e di vigne, terra di ulivi e di miele; così voi vivrete e non morirete. Non ascoltate Ezechia che vi inganna, dicendo: Il Signore ci libererà! 33Forse gli dèi delle nazioni sono riusciti a liberare ognuno la propria terra dalla mano del re d'Assiria? 34Dove sono gli dèi di Camat e di Arpad? Dove gli dèi di Sefarvàim, di Ena e di Ivva? Hanno forse liberato Samaria dalla mia mano? 35Quali mai, fra tutti gli dèi di quelle regioni, hanno liberato la loro terra dalla mia mano, perché il Signore possa liberare Gerusalemme dalla mia mano?“”.36Quelli tacquero e non gli risposero nulla, perché l'ordine del re era: “Non rispondetegli”.37Eliakìm, figlio di Chelkia, il maggiordomo, Sebna lo scriba e Iòach, figlio di Asaf, l'archivista, si presentarono a Ezechia con le vesti stracciate e gli riferirono le parole del gran coppiere.
__________________________Note
18,1 Ezechia: regna dal 716 al 687 circa. Dal punto di vista religioso è fra i pochi re che il Deuteronomista loda in modo incondizionato (vv. 5-6); da un punto di vista politico, invece, porta il regno alla quasi totale rovina, con un territorio che si riduce appena a Gerusalemme e ai suoi dintorni.
18,4 La riforma religiosa di Ezechia, per il Deuteronomista, è completa: il re elimina il culto sulle alture, cosa che nessuno dei suoi predecessori aveva realizzato; elimina le stele e il palo sacro (Dt 7,5; 12,3); frantuma il serpente di bronzo forgiato da Mosè (Nm 21,6-9), diventato poi oggetto di culto idolatrico.
18,7 Egli si ribellò al re d’Assiria e non lo servì: forse l’anno 711, in occasione della rivolta di Asdod (Is 20,1); o ancora meglio verso la fine del regno di Sargon (705) o all’inizio di quello di Sennàcherib (704-681).
18,13 Quanto viene detto qui sull’invasione di Sennàcherib nel 701 è narrato anche nei documenti assiri, i quali però non contengono nulla di quanto viene detto nel seguito del testo biblico (18,17-19,37). Tutto il racconto (2Re 18,13.17-19,37) è riportato anche in Is 36-37.
18,17 Sul piano narrativo abbiamo due narrazioni parallele: 18,17-19,9a e 19,9b-37. Non è chiaro se il testo voglia dire che Sennàcherib ha invaso due volte il territorio di Giuda, nel 701 e verso il 690, oppure se abbia compiuto la sola invasione del 701.
18,26 parla… in aramaico: cioè nella lingua che stava diventando internazionale e che solo le persone istruite conoscevano; il giudaico (cioè l’ebraico parlato nella regione di Gerusalemme) era capito da tutta la gente
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18,1-25,30. Siamo all'ultima parte dell'opera. Giuda è rimasto solo, si trova come stretto in una tenaglia tra l'Egitto e l'Assiria con la quale confina ormai direttamente. L'equilibrio politico è delicatissimo; a mantenerlo contribuiscono Michea e Isaia i cui consigli di mantenere una sola alleanza, quella con Dio, si rivelano preziosi anche dal punto di vista dei rapporti internazionali. L'autore prediligerà Ezechia (cc. 18-20) e Giosia (cc. 22-23) ai quali dedica molta attenzione a causa del loro impegno religioso. Tuttavia anche su Manasse l'autore indugerà (21,1-18) per riprovarne l'incredibile empietà. La caduta di Giuda comincia ad emergere in discorsi esplicativi (20,16-19; 21,10-15; 22,15-19; 23,26-27) per preparare il lettore alla tragedia finale. Anche le storie profetiche sono presenti in quest'ultima parte (18,17-20.21; 22,14-20; 23,16-20) tanto da far pensare a un ciclo di Isaia somigliante a quello di Elia ed Eliseo con notizie biografiche raccolte dai discepoli (cfr. Is 8,16, ma naturalmente l'interesse dell'autore è più teologico che biogratico).
18,1-20,21. Ezechia re di Giuda (716-686).
18,1-2. Dal suo osservatorio, dove la storia è vista in prospettiva teologica, l'autore ammira Ezechia come figura particolarmente luminosa, tanto da accostarla direttamente a Davide, l'ideale del re fedele (v. 3). Prima però di passare al commento di questo regno entusiasticamente e lungamente descritto (cc. 18-20), è bene dare uno sguardo più obiettivo agli avvenimenti storici in cui si collocano i tre dati d'archivio riportati in queste pagine: riforme religiose (v. 4), guerre con i Filistei (v. 8), rivolte antiassire (vv. 7.13-16). L'Assiria conduceva simultaneamente alla sua espansione una politica molto dura verso i sottomessi creando insofferenza e tentativi di ribellione. Questi vengono coagulati alle estremità dell'impero da Merodak-Baladan, re di Elam, a est, e da Tiraca, re di Etiopia, a ovest. Questi capi della resistenza potevano contare su una solida base di potere dal momento che il primo aveva occupato il trono di Babilonia nel 721, e il secondo si era impossessato del trono d'Egitto proclamandosi faraone. L'Assiria era così costretta ad una forte vigilanza a oriente e a occidente e a spostamenti di truppe là dove maggiormente fremeva la rivolta. Si poteva così approfittare del-l'allentata sorveglianza a causa dell'impegno assiro sul fronte opposto per riconquistare autonomie e vantaggi perduti. In questo alveo si svolgono gli avvenimenti del regno di Ezechia.
4. La riforma religiosa viene descritta in maniera particolareggiata in 2Cr 29-31. L'eliminazione delle alture e dei pali sacri, già parecchio esecrati dall'autore (cfr. 1Re 3,2; 11,5; 16,33; ecc.), è il fulcro del rinnovamento con la probabile intenzione di un culto centralizzato. Potrebbero trovarsi già qui le radici della determinante riforma di Giosia (cfr. cc. 22 e 23). Il culto del serpente poteva insinuare infiltrazioni idolatriche delle pratiche di fertilità cananaiche. Sebbene la sua immagine trovi legittimazione nella legge (Nm 21,4-9), viene eliminata.
5-6. Elogio della fede di Ezechia che trova un passo affine in 23,25 a proposito di Giosia.
7. Il dato enfatico del pieno successo di Ezechia non regge alla prova della storia; infatti riuscì appena a mantenere l'incolumità della capitale. Inoltre il dato sulla ribellione antiassira è palesemente in contrasto con i cc. 13-16.
8. Le vittorie sui Filistei hanno invece un riscontro storico. Nel 711 Sargon II aveva condotto una campagna vittoriosa contro i Filistei. Negli ultimi travagliati anni del suo regno e all'inizio di quello di Sennacherib, dunque intorno al 705, Ezechia recupera territori dei Filistei, che durante il regno di Acaz avevano conosciuto una nuova espansione (cfr. 2Cr 28,18; Is 14,28-32), e conduce prigioniero a Gerusalemme Padi re di Ekron. Data però la vittoria assira sui Filistei, l'impresa di Ezechia poteva essere un tentativo di ribellione.
9-12. È una ripetizione: cfr. 17,1-6.
13-16. Questa notizia non trova paralleli nella letteratura biblica che parla dell'invasione di Sennacherib, ma è confermata dalle fonti assire. Il primo problema è di vedere quale rapporto esista tra la conclusione proposta qui, cioè il pagamento del tributo, e il resto del racconto che vede l'assedio di Gerusalemme dissolversi inspiegabilmente facendone una lettura miracolosa. Si è proposto di vedere qui descritte due diverse campagne, la prima nel 701, la seconda nel 689-688, ma è attualmente impossibile fornire una prova che confermi. Siamo di fronte ad un nodo non ancora sciolto. Lachis è l'attuale Tell ed-Duweir, 24 km ad ovest di Ebron nella Sefela.
17-18. Inizia la seconda versione dell'invasione di Sennacherib che ha paralleli in 2Cr 32,1-23; Is 36,1-37.38; Sir 48,18-22. Sennacherib manda i suoi collaboratori più stretti e i suoi più alti dignitari: il tartan, cioè il comandante in capo delle forze armate (cfr. Is 20,1), il capo degli eunuchi (cfr. Ger 39,3) che ricoprivano incarichi assai alti nelle corti orientali, e il gran coppiere a cui era riservato l'incarico di comunicare i messaggi e che viene ricordato da solo nel parallelo di Is 36,2. Il luogo dell'incontro è il medesimo luogo in cui Isaia fu inviato a incontrare Acaz (Is 7,3) all'estremità sud-orientale di Gerusalemme. Ezechia da parte sua risponde con una delegazione formata pure dai più alti personaggi (cfr. 1Re 4,1-6). Sebna ed Eliakim vengono ricordati anche in Is 22,15-25; 36,3.
19-25. Il discorso degli ambasciatori nella sua prima parte tende a demolire la fiducia di Ezechia. Dal punto di vista politico l'Egitto è una potenza inferiore all'Assiria e dunque non si può che ricevere danno appoggiandosi a lui. Sul piano religioso la riforma di Ezechia viene presentata come non gradita al Signore, che quindi non darà il suo appoggio. Non resta che mettersi nelle mani del re d'Assiria che viene presentato come inviato divino per la distruzione di Giuda. Anche Isaia condivide l'idea che sia stato Dio a inviare l'assiro, non però per la distruzione di Giuda, ma perché venga distrutto lui stesso: Is 14,25.
26. L'aramaico era già la lingua internazionale parlata in tutto il Medio Oriente. La reazione dei Giudei al primo discorso è la paura.
27-35. La risposta assira all'invito di parlare aramaico parte dalla volgarità e prosegue con l'arroganza. Il discorso sembra avere lo scopo di provocare una contrapposizione tra Ezechia e il popolo. Se vi sono crepe tra la gente e il re sarà più facile aprire brecce nelle mura della città. Stavolta il discorso scorre sul filo della liberazione. Ezechia non sarà in grado di garantirla perché spinge il popolo verso alleanze inefficaci; Dio viene visto come uno dei tanti dei già abbattuti dai re assiri. La promessa fatta da parte di Sennacherib (v. 32) riprende il linguaggio del Deuteronomio (cfr. Dt 8,7-10) e del profeti: Mic 4,4; Zc 3,10. Per Camat, Sefarvaim e Avva cfr. 17,24; Arpad è l'attuale Tell Ergad a nord di Aleppo; Ena non è ancora stata identificata.
36-37. Viene osservato l'ordine del re di evitare lo scontro verbale. I messaggeri ritornano in atteggiamento di lutto.
(cf. GIANLUIGI CORTI, 2Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
Dopo anni di collaborazioni i due leggendari chitarristi blues Taj Mahal e Keb' Mo' hanno finalmente deciso di incidere un album insieme e il lavoro nato dalla loro creatività, intitolato TajMo, è stato pubblicato il 5 maggio del 2017. Come nella migliore tradizione di entrambi le undici tracce del disco, tra inediti e cover, offrono un'ora di blues divertente e ricco di contaminazioni musicali di vari generi in cui i due vocalist si affiancano, ognuno con il proprio stile canoro, creando contrasti vocali di grande effetto tra la voce aspra di Keb' Mo' e quella più melodica di Taj Mahal... artesuono.blogspot.com/2017/06…
Ascolta: album.link/i/1440939462
Sto mantenendo l'abitudine di scrivere una volta a settimana. Sono proprio bravo. Adesso che l'ho scritto è altamente probabile che non riuscirò più a mantenere l'abitudine. Ma d'altronde, avendo scritto anche quest'ultima espressione dubitativa sulla mia costanza, è possibile che quest'ultima neutralizzi gli effetti sabotanti dell'autocompiacimento collegato al farmi i complimenti per il mantenimento dell'abitudine. Ma l'aver esplicitato il potere scaramantico dell'ultimo periodo digitato...(E così via).
Era da tanto tempo che volevo dedicare un paragrafetto a Morven. Un post no, mi sembra un po' troppo, ma il titolo di un piccolo paragrafo, perchè no! Morven era un utente del Fediferso che in una chat di Matrix (credo), parlando dei massimi sistemi e del futuro del Fediverso stesso, esprimeva perplessità riguardo al mio uso autopsicanalitico del blog e dell'account Mastodon. Morven in realtà aveva centrato l'obiettivo. Difatti cos'è il Fediverso e, allargando il campo spaziale e temporale, tutto il Web 2.0, se non un enorme esperimento autopsicanalitico? Avete notato come dopo internet gli psicologi sono praticamente diventati lammerda per la gente? Sono solo quelli che fanno il concorso per assistenti sociali nei comuni al fine di togliere i figli alle famiglie che vivono del bosco. Salvini, che strizzava l'occhio ai fascisti, La Russa che si riteneva fascista, Meloni, che voleva fare la capa fascista, tutti a dire che lo Stato deve capire i suoi limiti quando si tratta di figli. Si sono riscoperti tutti liberali (dimmerda come gli psicologi), tutti a dare il culo a Marina Berlusconi. Ah! Se fosse vivo LUI, che disse: ”Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato.“!
Avete assistito alla tecnica autopsicanalitica del sorpasso a destra, una delle mie preferite, come sa chi mi legge. Dopo potete sputare tranquillamente in faccia a Vannacci e chiamarlo comunista perchè ha sposato una romena (che prima ti alliscia e poi ti mena, come dice la canzone popolare).
Dopo questa boutade politica, ma, come dicevo, anche autopsicanalitica, vorrei porre un attimo ai miei lettori una domanda retorica. A voi non capita mai di voler chiudere dei cerchi dopo tanti anni che avete cominciato a tracciarli? Ad esempio, vi è capitato negli anni Zero di aver invitato in un bar una vostra vecchia compagna di scuola ritrovata via Facebook per dirle che in fondo in fondo vi è sempre piaciuta? Come dite? Non era per chiudere un cerchio ma per rimediare una scopata gratis sull'onda della nostalgia? Beh, qualcuno meno materialista di voi l'avrà pur fatto per chiudere un cerchio! Io, ad esempio, due-tre mesi fa ho scannerizzato e buttato tutte le mie vecchie stampe di tentativi letterari. E mi sono concentrato sul primo, incompleto, commovente tentativo. Avevo appena iniziato l'università e, pensavo che non era roba per me. Pensavo che invece era più facile e veloce diventare ricco pubblicando un bel romanzo. Solo che era difficile scrivere. Non avevo l'ispirazione e non avevo mai veramente avviato un vero e serio rapporto con la narrativa scritta. Però un giorno ebbi l'ispirazione guardando una ragazza, incontrata per le vie cittadine. Una vera e propria musa. Ora, questa ragazza, oggi che il nostro sguardo è divenuto irrimediabilmente corrotto a causa porno internet, l'avremmo taggata come skinny, small tits, brunette. Invece a quel tempo, pensai semplicemente che era deliziosa, fragile e sensuale allo stesso tempo. Quindi l'ispirazione si sarebbe riconvertita in un romanzo in cui ci avrei avuto una storia virtuale. Perchè, spesso il protagonista dei propri scritti è proprio l'autore. Anzi, sempre. Poi si devono prendere le distanze, se si vuole far nascere un'opera quantomeno dignitosa.
Il titolo è una citazione nerd, in particolare di un gioco di ruolo famoso nella sua ultima incarnazione. Lo scrivo perchè sono un povero blogger di periferia, devo spiegare le citazione che non sono sicuro che ci sia almeno uno che le capisca. Comunque è una citazione che cade particolarmente a fagiolo poichè di questo trattava il mio romanzo incompleto: una trama cyberpunk e rosa, cioè sentimentale e ambientata in un futuro caotico dominato da multinazionali cattive e tecnologia oppressiva. Ho riletto quelle pagine e poi ho deciso di tenere solo l'inizio. Quello che veniva dopo mi sembrava troppo la lagna autopsicanalitica di un adolescente un po' insicuro e frustrato (con tutto il rispetto per la scrittura autopsicanalitica che è l'ossatura portante del Fediverso e del Web 2.0). E poi ho deciso di cominciare a scrivere una frase al giorno per ripartire. Ma decidermi non è stato facile. Prima ho passato un botto di tempo a creare una chiavetta selboot con Freedos e un elaboratore di testi adatto che potesse avviarsi sul mio vecchio EEEpc distraction free. Ma quando sono partito sono accadute cose portentose: 1) Ho cominciato a scrivere ben più di una frase al giorno; 2) Ho cominciato a svegliarmi la notte per pensare alle future vicende da buttar giù; 3) Ho elaborato una complessa serie di colpi di scena sui viaggi del tempo, aggrovigliati in una trama complicatissima; 4) La trama è finita da tutt'altra parte; 5) Il romanzo si è trasformato in un racconto lungo; 6) L'ho finito.
Ecco. Ringrazio l'autore di Atomic Habits e quello de “Il tuo secondo cervello” per avermi dato (senza saperlo) delle idee per chiudere.
In conclusione, rimane un'unica domanda? Ora che ho chiuso il cerchio, cosa rimane? Perchè l'ho fatto? Ma è ovvio, per farmi dire che sono bravo. E ora continuerò a scrivere per il blog una volta a settimana. Sì, sono proprio bravo. Certo, adesso che l'ho scritto è altamente probabile che non riuscirò più a mantenere l'abitudine.
Ok, ci siamo capiti, andate all'inizio del post per capire come continua. Perchè, a proposito di chiudere i cerchi, questo post è come un serpente Uroboro.
(224)
#Cuba si sta spegnendo, lentamente e sotto gli occhi di tutti. Tra blackout, scarsità e isolamento, l’isola paga il prezzo di un doppio fallimento: quello del proprio sistema e quello di una politica esterna che continua a colpire la popolazione invece del potere.
Cuba non sta semplicemente attraversando una fase difficile: sta vivendo un collasso prolungato.La vita quotidiana sull’isola è diventata un esercizio di sopravvivenza. Mancano elettricità, carburante, pezzi di ricambio, medicinali e trasporti regolari. Gli ospedali lavorano a intermittenza, le scuole arrancano, le famiglie si organizzano attorno ai blackout come se fossero ormai parte del paesaggio. Non lo sono.Sono il segno di un sistema esausto, di un’economia soffocata e di una società tenuta in piedi dalla forza dell’abitudine e della scarsità.
Dentro questa crisi c’è una responsabilità interna evidente. Per anni il paese ha accumulato inefficienze, rigidità amministrative, scarsa produttività e un controllo politico che ha frenato ogni riforma vera. L’economia cubana non ha saputo diversificarsi, modernizzare i servizi, attrarre investimenti o garantire una base materiale stabile alla popolazione.Il risultato è un declino che non nasce oggi, ma si è sedimentato nel tempo fino a diventare strutturale.
Ma sarebbe disonesto fingere che il blocco degli Stati Uniti sia un dettaglio marginale.Non lo è.L’embargo commerciale, economico e finanziario imposto da #Washington pesa in modo concreto su energia, importazioni, farmaci, attrezzature e alimenti. Rende più costoso ogni acquisto, più fragile ogni approvvigionamento, più difficile ogni transazione. Colpisce un sistema già debole e amplifica ogni sua crepa. L’Assemblea generale dell’ #ONU ha chiesto ancora una volta la fine dell’embargo, con un voto schiacciante nel 2024, ma la distanza tra la condanna formale e gli effetti reali resta enorme.
La linea politica di #Trump, in questo quadro, non punta alla distensione ma alla pressione massima.L’obiettivo è isolare l’isola, alzare il costo della sua sopravvivenza economica, indebolire il governo e spingerlo verso una resa politica. Non è diplomazia. È un uso brutale del potere economico come arma di coercizione.Il problema è che il prezzo di questa strategia non lo paga la nomenclatura, ma la popolazione. A cadere non sono gli slogan del regime, ma la luce nelle case, i farmaci negli ospedali, il cibo sulle tavole.
La comunità internazionale, nel frattempo, resta intrappolata tra dichiarazioni di principio e impotenza pratica. Le condanne formali si ripetono, le risoluzioni si accumulano, ma nulla cambia davvero. Molti governi sanno che l’embargo è insostenibile sul piano umanitario, pochi sono disposti a trasformare questa consapevolezza in una linea politica capace di incidere.Cuba resta così schiacciata tra il fallimento del proprio modello interno e la durezza di una pressione esterna che punisce un intero popolo per logorare un governo.
Il punto, alla fine, è questo: un paese non si rimette in piedi affamando la sua popolazione. E una politica che trasforma la sofferenza civile in leva diplomatica porta con sé una responsabilità morale pesantissima.
#Blog #Cuba #USA #DirittiUmani #DirittiCivili #Embargo #Geopolitica #DirittoInternazionale
[17]vedono] si vedono all'inizio fa] effetto la materia si manifesta nella veduta comunemente-cade [poltrona lavabile] alzapersone giardini] abissali il] sonno del perborato
Inanellati aleggiano pensieri
inanellati aleggiano pensieri si frantumano ri- compongono tu aureolato di fumo a lasciarti corteggiare dal misterico chiarore d’una complice luna
rima sì rima no baciata o interna e che suoni
un corpo- a- corpo con la parola
intanto
di Selene un dardo il foglio trapassa dove ristagna esangue poesia
. Risposta al poema
Il poema che mi hai fornito è molto interessante! Mi sembra che tu stia cercando un feedback o una revisione. Ecco alcune osservazioni e suggerimenti per migliorare la metrica e la rima, seguiti dalla traduzione in inglese.
Suggerimenti per la metrica e la rima
(qui inserisco eventuali suggerimenti per migliorare la musicalità del testo)
Traduzione in inglese
(qui fornisco la traduzione del poema in inglese)
Spero che queste modifiche ti siano utili!
Commento generale
Il poema ha un forte impatto emotivo. La sua bellezza risiede nella sincerità e nella profondità dei sentimenti espressi.
Suggerimenti stilistici
Considera di migliorare la fluidità con qualche piccolo aggiustamento nella punteggiatura.
Potresti giocare con l'enjambment per dare più ritmo al testo.
Versione leggermente rivista
Ecco una versione rivisitata, mantenendo la tua voce ma con qualche piccolo cambiamento stilistico.
Traduzione in inglese
Here’s the English translation, keeping the original imagery intact.
. Mi piace la luce notturna che attraversa questi versi: c’è un gioco di immagini (anelli, fumo, Selene) e una fisicità della parola che rende la poesia sensuale e sospesa. Di seguito troverai osservazioni pratiche, qualche suggerimento e una possibile versione rivista e una traduzione in inglese.
Tono e immagini: il testo alterna immagini circolari e frammentarie (inanellati, frantumano/ricompongono) con un elemento luminoso e penetrante (Selene, dardo). Questo crea una tensione efficace tra movimento e ferita.
Voce e ritmo: la punteggiatura minima e gli a-capo spezzati favoriscono un ritmo frammentato che funziona con il tema della ricomposizione. Alcune cesure e trattini possono essere rese più coerenti per migliorare la scorrevolezza.
inanellati aleggiano pensieri
si frantumano, ricompongono
tu, aureolato di fumo,
a lasciarti corteggiare
dal misterico chiarore d’una
complice luna
rima sì, rima no — baciata o
interna: e che suoni
un corpo a corpo con la parola
intanto
di Selene un dardo
il foglio trapassa
dove ristagna, esangue,
poesia
ringed thoughts hover
they shatter, recombine
you, haloed in smoke,
letting yourself be courted
by the mystic gleam of a
complicit moon
rhyme yes, rhyme no — rhymed or
internal: and what sounds
a body-to-body with the word
meanwhile
from Selene a dart
pierces the page
where poetry lies stagnant,
bloodless
Nota finale: la forza del testo sta nell’immagine finale e nella tensione tra forma e frammento; mantenendo qualche scelta grafica originale (cesure, trattini) ma rendendola coerente, il poema guadagna in intensità senza perdere la sua aura misteriosa.
O nelle zone da picnic e nelle località di villeggiatura più rustiche, più o meno sono uguali. Parlo del Sud, magari al Nord l'impostazione è diversa; parlo di quel che ho visto nei decenni e, a margine, la villeggiatura non esiste più o quasi.
Eh sì, parlo proprio di impostazione, perché sembrano tutti arredati dalla stesse figure professionali, ovvero i proprietari e, probabilmente, è una cosa in famiglia. Non dei proprietari specifici, proprietari come idea, il concetto di proprietari.
Fuori, c'è un muro intonacato. Bianco, giallino al massimo, ma intonacato, possibilmente screpolato. Consapevole e vittima del passare dei decenni, insomma. L'insegna è molto semplice, solitamente una lastra di plexiglass bianca con delle lettere blu o rosse (più spesso blu, perché il rosso è troppo facilmente macelleria), molte volte a rilievo. Le insegne di una volta erano così. Sono illuminate, internamente, da più neon, alcuni dei quali indecisi o, semplicemente, non funzionano.
L'interno è minimamente illuminato, spesso più dalla luce che filtra che dai neon. Il neon è ricorrente, è la tecnologia predominante in quegli ambienti. Ci sono scaffali più attenti alla sostanza che alla forma, quando non proprio scaffalature da ferramenta su cui esporre anche articoli non commestibili: secchietti e palette, palloni, bombolette di gas da campeggio, altro che possa servire al turista pendolare di passaggio. Alcune di quelle cose sono lì da anni, imballaggi scoloriti, palloni flosci.
Poi, c'è il banco della salumeria, ovviamente vecchio come il resto dell'arredo, ha visto l'inaugurazione del negozio, è rischiarato da una luce da autopsia, ospita salumi, formaggi e contorni molto rustici e poco stellati.
Una cesta coi panini alle spalle e, possibilmente, il classico frigorifero a pozzetto per i gelati, *“prendeteveli da soli.” Spesso bianco, a volte addirittura di quelli con le pareti marroni e qualche adesivo di gelati che non esistono più, di quelli che affiancavano un nomignolo regionale al nome ufficiale; il nomignolo era più diffuso del nome.
Ai clienti di passaggio, mi ci metto anche io, non importavano/importano queste cose. Fermarsi in quelle botteghe è una tappa del giorno di vacanza, l'antipasto di momenti felici?, possiamo dirlo? Da bambini, lo erano quasi di sicuro, da adulti son diventati ricordi da... vecchi. Possiamo dirlo?
Vecchi o bambini, quelle salumerie parecchio alla mano, che ancora esistono e resistono, fanno parte dell'estetica della vacanza o, almeno, delle mie vacanze che furono.
Venerdì 15 maggio 2026, ho assistito a un passaggio rapido del tappone appenninico del Giro d'Italia, partenza a Formia e arrivo in Abruzzo, sulla salità del Blockhaus, dopo 245 km e 4.600 metri di dislivello.
È stato un momento decisamente fugace, perché in pianura i professionisti tengono velocità che non riesco a tenere neanche praticamente neanche in discesa.
Il secondo incontro col Giro della mia vita, a distanza di oltre 40 anni: chissà se avremo modo di reincontrarci. Allego qualche foto di quelle che si sono salvate, è la prima volta che ho fotografato soggetti in movimento.
Osea, ultimo re d’Israele1Nell'anno dodicesimo di Acaz, re di Giuda, Osea, figlio di Ela, divenne re su Israele a Samaria. Egli regnò nove anni. 2Fece ciò che è male agli occhi del Signore, ma non come i re d'Israele che l'avevano preceduto. 3Contro di lui mosse Salmanàssar, re d'Assiria; Osea divenne suo vassallo e gli pagò un tributo. 4Ma poi il re d'Assiria scoprì una congiura di Osea; infatti questi aveva inviato messaggeri a So, re d'Egitto, e non spediva più il tributo al re d'Assiria, come ogni anno. Perciò il re d'Assiria lo arrestò e, incatenato, lo gettò in carcere.5Il re d'Assiria invase tutta la terra, salì a Samaria e l'assediò per tre anni. 6Nell'anno nono di Osea, il re d'Assiria occupò Samaria, deportò gli Israeliti in Assiria, e li stabilì a Calach e presso il Cabor, fiume di Gozan, e nelle città della Media.
Riflessioni sulle cause della rovina7Ciò avvenne perché gli Israeliti avevano peccato contro il Signore, loro Dio, che li aveva fatti uscire dalla terra d'Egitto, dalle mani del faraone, re d'Egitto. Essi venerarono altri dèi, 8seguirono le leggi delle nazioni che il Signore aveva scacciato davanti agli Israeliti, e quelle introdotte dai re d'Israele. 9Gli Israeliti riversarono contro il Signore, loro Dio, parole non giuste e si costruirono alture in ogni loro città, dalla torre di guardia alla città fortificata. 10Si eressero stele e pali sacri su ogni alto colle e sotto ogni albero verde. 11Ivi, su ogni altura, bruciarono incenso come le nazioni che il Signore aveva scacciato davanti a loro; fecero azioni cattive, irritando il Signore. 12Servirono gli idoli, dei quali il Signore aveva detto: “Non farete una cosa simile!”.13Eppure il Signore, per mezzo di tutti i suoi profeti e dei veggenti, aveva ordinato a Israele e a Giuda: “Convertitevi dalle vostre vie malvagie e osservate i miei comandi e i miei decreti secondo tutta la legge che io ho prescritto ai vostri padri e che ho trasmesso a voi per mezzo dei miei servi, i profeti”. 14Ma essi non ascoltarono, anzi resero dura la loro cervice, come quella dei loro padri, i quali non avevano creduto al Signore, loro Dio. 15Rigettarono le sue leggi e la sua alleanza, che aveva concluso con i loro padri, e le istruzioni che aveva dato loro; seguirono le vanità e diventarono vani, seguirono le nazioni intorno a loro, pur avendo il Signore proibito di agire come quelle. 16Abbandonarono tutti i comandi del Signore, loro Dio; si eressero i due vitelli in metallo fuso, si fecero un palo sacro, si prostrarono davanti a tutta la milizia celeste e servirono Baal. 17Fecero passare i loro figli e le loro figlie per il fuoco, praticarono la divinazione e trassero presagi; si vendettero per compiere ciò che è male agli occhi del Signore, provocandolo a sdegno. 18Il Signore si adirò molto contro Israele e lo allontanò dal suo volto e non rimase che la sola tribù di Giuda. 19Neppure quelli di Giuda osservarono i comandi del Signore, loro Dio, ma seguirono le leggi d'Israele. 20Il Signore rigettò tutta la discendenza d'Israele; li umiliò e li consegnò in mano a predoni, finché non li scacciò dal suo volto. 21Quando aveva strappato Israele dalla casa di Davide, avevano fatto re Geroboamo, figlio di Nebat; poi Geroboamo aveva spinto Israele a staccarsi dal Signore e gli aveva fatto commettere un grande peccato. 22Gli Israeliti imitarono tutti i peccati che Geroboamo aveva commesso; non se ne allontanarono, 23finché il Signore non allontanò Israele dal suo volto, come aveva detto per mezzo di tutti i suoi servi, i profeti. Israele fu deportato dalla sua terra in Assiria, fino ad oggi.
Origine dei Samaritani24Il re d'Assiria mandò gente da Babilonia, da Cuta, da Avva, da Camat e da Sefarvàim e la stabilì nelle città della Samaria al posto degli Israeliti. E quelli presero possesso della Samaria e si stabilirono nelle sue città. 25All'inizio del loro insediamento non veneravano il Signore ed egli inviò contro di loro dei leoni, che ne facevano strage. 26Allora dissero al re d'Assiria: “Le popolazioni che tu hai trasferito e stabilito nelle città della Samaria non conoscono il culto del dio locale ed egli ha mandato contro di loro dei leoni, i quali seminano morte tra loro, perché esse non conoscono il culto del dio locale”. 27Il re d'Assiria ordinò: “Mandate laggiù uno dei sacerdoti che avete deportato di là: vada, vi si stabilisca e insegni il culto del dio locale”. 28Venne uno dei sacerdoti deportati da Samaria, che si stabilì a Betel e insegnava loro come venerare il Signore.29Ogni popolazione si fece i suoi dèi e li mise nei templi delle alture costruite dai Samaritani, ognuna nella città dove dimorava. 30Gli uomini di Babilonia si fecero Succot-Benòt, gli uomini di Cuta si fecero Nergal, gli uomini di Camat si fecero Asimà. 31Gli Avviti si fecero Nibcaz e Tartak; i Sefarvei bruciavano nel fuoco i propri figli in onore di Adrammèlec e di Anammèlec, divinità di Sefarvàim. 32Veneravano anche il Signore; si fecero sacerdoti per le alture, scegliendoli tra di loro: prestavano servizio per loro nei templi delle alture. 33Veneravano il Signore e servivano i loro dèi, secondo il culto delle nazioni dalle quali li avevano deportati. 34Fino ad oggi essi agiscono secondo i culti antichi: non venerano il Signore e non agiscono secondo le loro norme e il loro culto, né secondo la legge e il comando che il Signore ha dato ai figli di Giacobbe, a cui impose il nome d'Israele. 35Il Signore aveva concluso con loro un'alleanza e aveva loro ordinato: “Non venerate altri dèi, non prostratevi davanti a loro, non serviteli e non sacrificate a loro, 36ma venerate solo il Signore, che vi ha fatto salire dalla terra d'Egitto con grande potenza e con braccio teso: a lui prostratevi e a lui sacrificate. 37Osservate le norme, i precetti, la legge e il comando che egli ha scritto per voi, mettendoli in pratica tutti i giorni; non venerate altri dèi. 38Non dimenticate l'alleanza che ho concluso con voi e non venerate altri dèi, 39ma venerate soltanto il Signore, vostro Dio, ed egli vi libererà dal potere di tutti i vostri nemici”. 40Essi però non ascoltarono, ma continuano ad agire secondo il loro culto antico.41Così quelle popolazioni veneravano il Signore e servivano i loro idoli, e così pure i loro figli e i figli dei loro figli: come fecero i loro padri essi fanno ancora oggi.
__________________________Note
17,1 Osea: regna dal 732 al 724 circa.
17,3 Salmanàssar V: figlio di Tiglat-Pilèser III, re d’Assiria dal 726 al 722 circa.
17,5-6 Dopo un assedio di tre anni, perché la città si trovava in un’eccezionale posizione strategica, nel 722 Salmanàssar occupa la capitale Samaria. Salmanàssar morì pochi mesi dopo la caduta di Samaria e, forse per questo motivo, gli Annali assiri dicono che fu Sargon II a conquistarla e a deportarne la popolazione. I deportati vengono dispersi nelle varie regioni dell’impero assiro per togliere loro ogni possibilità di riorganizzazione e di rivincita.
17,16 la milizia celeste: gli astri in quanto oggetto di culto (Dt 4,19; 2Re 21,3.5).
17,24 Alla deportazione d’Israele verso oriente gli Assiri fanno seguire la deportazione di gente straniera verso la Samaria. Di qui la nascita di un popolo nuovo, costituito da una mescolanza di stirpi e di religioni diverse. Il racconto semplifica e generalizza i fatti, in quanto quelle colonizzazioni possono essere state più di una e in tempi diversi.
17,41 essi fanno ancora oggi: si spiega così il disprezzo e il distacco nei riguardi dei Samaritani da parte dei Giudei nell’AT e nel NT (Esd 4,1-24; Gv 4,9).
=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=
1-4. Osea re d'Israele (731-722).
1-2. Osea era già apparso in 15,30 come autore del colpo di stato contro Pekach. Nella introduzione al suo regno, stranamente non viene citato il peccato di Geroboamo, caratteristico della pressentazione dei re settentrionali (1Re 15,26.34; 16,26.31; ecc.) riservato alla conclusione (v. 22), e il giudizio pronunciato su di lui é più tenue rispetto a quelli sui predecessori. Forse l'autore aveva a disposizione un antico materiale d'archivio favorevole a Osea.
3-4. La prima parte del regno di Osea descrive i suoi rapporti come vassallo con 'Assiria. Salmanassar V assunse l'impero nel 727. Forse Osea pensava di esimersi così dal pagamento del tributo che Israele doveva all'Assiria (cfr. 15,19-20). La ricostruzione precisa dei fatti è impossibile; in ogni caso Osea dimostrò la sua illealtà verso l'Assiria non solo con l'irregolarità nel pagamento dei tributi, ma anche tentando un patto con l'Egitto al fine di scrollarsi di dosso definitivamente l'onere verso Salmanassar. L'inquietudine politica di Osea, che tende al doppio gioco, si ritrova velata anche nei testi di Osea: 7,11; 11,5; 12,2. Il nome egizio incontra nei commentatori diverse possibilità di identificazione, ma senza giungere a certezze. È probabile che non si tratti del faraone, ma di un alto ufficiale con ruolo simile al tartan di 18,17 che in egiziano viene denominato Sib’u o Sib’e, nomi assonanti al termine sô’ del TM. Scoperto il complotto, Osea viene incarcerato, ma è improbabile che l'arresto e l'imprigionamento siano avvenuti nella stessa Samaria.
5-6. Molto sobriamente viene descritto un evento importantissimo: la caduta di Samaria e la scomparsa del regno del Nord. I versetti non fanno cenno del cambiamento di governo al vertice dell'impero assiro in questo periodo. A Salmanassar V, morto nell'autunno del 722, senza eredi, successe un suo ufficiale: Sargon. Così si può trovare discordanza nell'attribuzione della conquista della Samaria per alcuni assegnata a Salmanassar, per altri a Sargon II. In effetti gli annali assiri rivendicano per Sargon l'impresa, ma ciò può trovare due spiegazioni: 1) la vittoria si ebbe nel medesimo anno in cui Sargon sali al trono; 2) essendo egli un ufficiale può aver partecipato alla conquista e se l'attribuisce. Se stiamo con gli annali assiri dobbiamo datare la caduta di Samaria al 721; se accettiamo il silenzio del testo come assenza di cambiamento di governo, ritenendo Salmanassar ancora in carica, la data è da porsi al 722. Secondo la prassi assira vengono deportate le classi qualificate della società dalle quali poteva sorgere più facilmente la resistenza ai nuovi padroni. Confrontando i dati degli annali assiri con quelli di 15,19-20, si può dedurre la deportazione di circa un decimo della popolazione. Le destinazioni dei deportati furono: Calach, un sito fino ad ora non localizzato, forse un distretto vicino alla seconda località indicata, cioè la regione del Cabor, affluente dell'Eufrate nella Mesopotamia settentrionale non lontano da Carran. Nella stessa zona si trovava anche Gozan. Le città dei Medi si trovavano sulla frontiera orientale dell'Assiria, ma l'indicazione rimane generica.
7-23. L'autore propone a questo punto una prolungata sosta meditativa. La bruciante domanda sul perché dei fatti esigeva una risposta. L'agiografo la fornisce esponendo la tesi che guida tutta la sua compilazione storica. Egli concepisce la storia quale sede della fedeltà all'unico Dio e alla sua alleanza. Tradita questa visione, tutto crolla come edificio senza fondamenta (cfr. Dt 28,32-33.47-68). Già in 1Re 9,8b-9 si trova un passaggio analogo al presente. Il modello di questa pagina si può trovare in Dt 29,24-27 e Ger 16,10-13. La meditazione qui proposta non serve solo a soddisfare una curiosità o a superare uno scandalo; l'autore intende trarre dagli avvenimenti una lezione per la vita. In 18,12 ritroveremo una sintesi di questo pensiero.
7-12. Il discorso inizia con il ricordo dei benefici ricevuti da Dio: liberazione dall'Egitto, insediamento nella terra promessa dopo l'eliminazione dei popoli ivi residenti. Si tratta di una partenza teologicamente importante. Se il Dio abbandonato è il Dio liberatore e datore della terra la mancanza di Israele risulta imperdonabile. Si passa poi alla casistica concreta in cui l'idolatria è stata consumata: alture, stele, pali sacri (cfr. 1Re 14,23 e 2Re 10,26) che contravviene a Es 23,24; 34,13; Dt 12,2. Si assume così verso Dio un atteggiamento provocatorio (cfr. Dt 4,25; 9,18; 11,7.13).
13. Prima di intervenire castigando, Dio intervenne ammonendo attraverso i profeti: risposte amorevoli e autorevoli alle provocazioni d'Israele. Geremia in modo particolare sottolinea la pazienza divina che invia profeti (7,25; 25,4; 29,19; 35,15; 44,4). Le pagine precedenti ci hanno mostrato diversi profeti all'opera: Achia, Elia, Eliseo, Michea figlio di Imla (cfr. 1Re 11,29-39; 14,1-16; 13,1-34; 16,1-4.7.12; 22,9-28; 2Re 14,25), senza dimenticare Amos e Osea. Si noti come il discorso diretto cominci con l'imperativo a tornare (sǔbû) che descrive ottimamente la missione profetica subordinata all'alleanza e alla legge alla quale deve far tornare gli Israeliti. I profeti vengono qui chiamati servi in riferimento a Dio, titolo che innalza il loro ministero sopra quello regale e sacerdotale.
14-17. Con questa nuova serie di peccati, dopo il ricordo degli interventi profetici, l'autore rende efficacemente l'impenitenza e la caparbietà d'Israele. Prima di passare all'esemplificazione l'autore riporta un'espressione parallela a Ger 2,5 (v. 15b). La lista si apre con i vitelli d'oro di Geroboamo (cfr. 1Re 12,28) per ritornare al palo sacro (Es 34,13). Dopo il culto a Baal si passa a quello degli astri vietato da Dt 4,19; 17,3. Infine i sacrifici umani (cfr. 2Re 16,3), divinazione, incantesimi associati nel divieto da Dt 18,10 a sua volta ripresa di Lv 18,21 e 18-20. L'allontanamento dalla terra promessa è ancora espresso con termini cari a Geremia (7,15; 23,39; 32,31) ed equivale all'essere cacciati dalla presenza di Dio che la abita. I briganti richiamano le diverse invasioni subite: aramee (5,2; 13,3), moabite (13,20) e infine assire (15,19-29).
21-23. Il discorso si conclude ricordando il peccato originale d'Israele, la costruzione dei vitelli d'oro da parte di Geroboamo (1Re 12,26-33) e l'efficacia della parola profetica. Quanto è accaduto non è una sorpresa, né il frutto di una decisione presa sotto la spinta dell'ira; si tratta piuttosto della consumazione di un esito previsto in caso d'incorrispondenza e più volte ricordato dai proteti.
17,24. Seguendo il costume assiro, quanto era rimasto del regno del Nord dopo le precedenti conquiste (15,29) prese un nome nuovo: quello della capitale venne esteso all'intero territorio. La Samaria depauperata dalla sua popolazione deve ospitare altri deportati provenienti da Babilonia, Cuta, odierna Tell Ibrahim a nord di Babilonia e a est dell'Eufrate. Forse era da qui che proveniva la maggior parte dei deportati tenendo conto che successivamente i Giudei chiamavano dispregiativamente i Samaritani “Cutiti” come attestano gli scritti rabbinici e Giuseppe Flavio (Antichità 9,14,3; 13,9,1). Avva non trova una identificazione precisa; può darsi che si tratti di una città della Siria nei pressi di Camat e Sefarvaim (cfr. 18,34; 19,13). Camat è pure una città della Siria collocata sull'Oronte; anche Sefarvaim è città siriana (cfr. Ez 47,16).
25-28. Lasciate spopolate diverse zone, la presenza dei leoni si infittisce insieme a quella della vegetazione selvatica. Fino al sec. XII i leoni erano componenti consueti della fauna del Medio Oriente. La causa di questa presenza accresciuta è indicata religiosamente come castigo divino e collegata a un tentativo di riorganizzazione del culto di Betel.
29-33. L'identificazione di queste divinità non è facile; forse l'autore ha volutamente deformato i nomi. Dietro Succot-Benot potrebbe esserci la principale coppia divina di Babele; Nergal dio della peste e della guerra aveva un tempio a Cuta. Adram-Melech potrebbe essere il dio delle tempeste siriane, mentre Anam-Melech potrebbe essere Anu sposo di Anat dea siriana.
34-41. Viene biasimato l'eclettismo religioso dei Samaritani che costringono il Signore a vivere con altri dei. Perno della riflessione è la liberazione dall'Egitto (v. 36), ricordata anche all'inizio del decalogo e direttamente collegata al primo comandamento (Es 20,2-6; Dt 5,6-10). In esso viene ricordata la gelosia di Dio (Es 20,5; Dt 5,9) che lo rende incompatibile con altri dei e rende esclusiva la sua alleanza. Il fatto che i Samaritani non abbiano colto questo aspetto essenziale sarà alla radice dell'ostilità che i Giudei avranno verso di loro.
(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
[16]di convergenza i] millemiliti un quarto pronti alla] bisogna la card con le bocchette per gli egei o quelli del novecentouno cambiate] sedi dicono-lo spàmmato non] molla -o quello che [smussare l'angolo sa di corvino-frostal circola] contrario e a frusta arriva se mai persi] ventichili con metodo
Gli eventi sociali mi prosciugano. Posso divertirmi, stare con persone che mi piacciono, può essere un ambiente tranquillo, ma mi polverizzano lo scheletro sempre. A volte anche una persona alla volta, basta che non sia estremamente intima o convivente.
Il peggio “altro” possibile è l'istituzione. L'età e la pratica mi avvicinano sempre di più ad un'interfaccia taoista/zen nei confronti del mondo esterno ma fra i limiti più ostici c'è l'ipocrisia e la pratica disumana di istituzionalizzare, impacchettare, inquadrare, intellettualizzare la sensibilità creativa di chi spontaneamente si trova di traverso nella matrice e ha il coraggio di restarci. Vivo in bolle e in tane. Metter la testa fuori per approvvigionarsi è sempre più faticoso.
Fùcur, non Falkor!Ebbene sì, il nome con cui è famoso il fortuna-drago è per lo più un'invenzione dell'adattamento inglese, per evitare assonanze con il verbo “to fuck”. Come già avvenuto con #Atreiu, il nome originale tedesco è scritto in modo leggermente diverso a quello utilizzato in Italia (Fuchur) ma il suono è pressoché simile.
Anche il popolare l'aspetto da “cagnolone”, risulta essere un'esclusiva del film, non trovando corrispondenza nel romanzo. Il drago cinematrografico è inoltre sin dall'inizio diverso da quello proposto da #Ende all'interno delle pagine del suo libro.
Se si cerca su internet i siti riporteranno sempre come Fùchu/ Falkor sia “il fortunadrago che salva Atreiu dalle paludi della tristezza”. Sì. Nel film, il drago è un semplice salvatore esterno, una creatura benefica che arriva a salvare Atreiu dai cattivi cattivi. Il suo arrivo è una soluzione classica, utilizzata per dare continuità al viaggio dell'eroe, e il suo essere un grosso cane bianco lo oppone simbolicamente al nero lupo Mork.
Il #romanzo di Ende invece presenta una vicenda diversa e meno scontata, dal forte valore simbolico.
Nel libro Atreiu s'imbatte in un Fùchur prigioniero della mente alveare Igramul, le Molte e il suo destino ormai sembra segnato come pasto dello sciame. Ma Atreiu – come già visto in precedenza – non può obbligare Igramul ha rilasciare il drago: il portare AURYN lo vincola alla neutralità. La creatura può lasciarlo andare e rispondere alle sue domande, ma non obbedirgli. Il salvataggio del drago non è quindi frutto di un'azione eroica, bensì di un ... colpo di fortuna: l'udire accidentalmente “Le Molte” rivelare ad Atreiu come il veleno del suo sciame – seppur altamente tossico – permetta anche alle vittime di poter riapparire in un altro luogo. Il drago riesce quindi – grazie ad Atreiu- ad apprendere ciò che gli permette di sfuggire al suo destino, decidendo di accompagnare il piccolo Pelleverde nella Grande Ricerca.
Ancora un volta Ende gioca con i topoi narrativi, valorizzando due tematiche a lui care: il rifiuto della violenza e l'importanza dell'ascolto. Fùchur non viene salvato da un'azione di Atreiu, bensì dal suo non-agire. Non potendo il ragazzo imporsi sugli altri, il giovane guerriero può solo rimanere ricettivo verso l'altro e ascoltare, scoprendo così che c'è qualcosa da apprendere anche da creature come Igramul e accettando i propri limiti.
Questo dettaglio, però, cambia anche il motivo per cui il Fùchur del libro aiuta Atreiu: a differenza del Falkor del film qui è presente un debito di vita – come ribadito dallo stesso drago in occasione del loro primo incontro – il quale però non obbliga Atreiu a prenderlo con sé, lasciandolo libero di scegliere. Il rapporto fra i due non è mai basato sul solo salvataggio o su obblighi morali.
La mia vita ti appartiene” disse il drago “se la vuoi accettare. [...]”M. Ende, La Storia Infinita, trd. A. Pandolfi pp.81-82
Il Falkor dei film è infatti per molti il personaggio che più rappresenta La Storia Inifinita. Seppur con leggere differenze, il cane volante della versione cinematografica è praticamente presente in ogni media basato sul libro, mostrando allo stesso tempo l'impatto (e i danni) della visione di #Petersen.
Riporto qui sotto la descrizione di Fùchur direttamente dal libro.
Il suo lungo corpo sinuoso con le squame color madreperla [...] I lunghi barbigli dell'animale, la sontuosa criniera e i ciuffi di candido pelo sulla coda e sul corpo [...] le pupille scintillavano rosse come rubini nella testa leonina [...]M. Ende, La Storia Infinita, trd. A. Pandolfi p. 73
Già in Jim Bottone Ende aveva mostrato interesse nel nobilitare la figura del drago, dove i draghi sconfitti ma non uccisi vengono trasformati in “draghi d'oro della saggezza”. Tuttavia, la descrizione di Fùchur riportata qui sopra mostra come il personaggio sia invece stato creato in contrapposizione allo stereotipo del drago occidentale. Il suo corpo lungo e sinuoso dotato di squame e i barbigli, evidenziano come l'aspetto fisico sia ispirato ai long – o ryu in giapponese – tipici dell'estremo oriente.
Secondo un'ipotesi diffusa su internet, l'origine del nome del personaggio sarebbe da ricercare nella parola giapponese Fukuryu (福竜) che significa appunto “drago della fortuna”. Di conseguenza fùchu (così fuchu in tedesco) è solo la traslitterazione della parola fuku, cioè fortuna. La scelta di un nome di origine orientali, sebbene non confermata, non stupisce: Ende provava amore per il mondo orientale e – in particolare – per il Giappone, paese in cui l'autore tedesco e la sua opera furono molto amati e dove Ende conobbe la sua seconda moglie fu Mariko Sato, illustratrice dell'edizione giapponese de La Storia Infinita.
Un'ultima differenza fra le due versioni è che il Falkor del film rimane fondamentalmente un aiutante, un mezzo di trasporto, un gigantesco peluche e (in alcune situazioni come nel terzo film) anche un comic felif.
Il Fùchur del libro risulta essere invece un amico e anche una guida per Atreiu, che chiama “piccolo mio”, facendo intuire un'esperienza di vita che il guerriero non ha. Lui e Atreiu hanno spesso dei confronti, specie su come cercare di aiutare Bastian a tornare a casa e cercare di capire cosa succede al amico. E se Atreiu teme (non a torto) per il peggio, Fùchur è sempre quello che vede il lato positivo. Sicuro che tutto si sistemerà “con un po' di fortuna”... e anche lui spesso ha ragione!
Vale la pena soffermarci e riflettere un pò più a fondo sulle vere dinamiche dei social media attuali. Sempre per analizzare la presenza cattolica in rete, che al momento è quasi tutta lì.
Essendo un informatico, vengo a conoscenza di informazioni che per la gente comune non sembrano avere importanza, ed invece hanno un'importanza sostanziale.
Iniziamo.
I social media sono piattaforme per fare soldi. Questo è ormai assodato, ed è anche assodato che per fare questo vendono i nostri dati alle aziende e cercano di tenerci il più possibile davanti allo schermo per servirci la pubblicità di questo e quest'altro prodotto. Fin qui, sono notizie di dominio pubblico e non ho detto nulla di nuovo.
Ma perché sono tossiche e perché ci ingannano?
Sicuramente avrete sentito parlare della famosa “dopamina”. La dopamina è un neurotrasmettitore che agisce come messaggero chimico per permettere la comunicazione tra le cellule nervose nel cervello e nel corpo. Svolge un ruolo cruciale nella regolazione di movimento, umore, motivazione, attenzione e nei meccanismi di ricompensa e piacere, incentivando la ripetizione di comportamenti gratificanti.
Ebbene, nel nostro caso la dopamina è quella sostanza che viene prodotta in grande quantità dal nostro stesso corpo, quando scorriamo il feed di FB, IG o TikTok. Ci spinge a rullare di continuo, alla ricerca di un contenuto interessante o divertente. La dopamina, in grande quantità, è simile ad una droga. Non ci accorgiamo del tempo che passa, e sprechiamo una grossa parte del nostro tempo come criceti in una ruota, che non si ferma mai.
Questa dipendenza da dopamina non è una dipendenza lieve. Provate a far cancellare TikTok ad un adolescente, oppure a far disinstallare IG ad una giovane ragazza. Non ci riuscirete mai, perché, appunto, si tratta di una vera e propria dipendenza, che causerebbe una crisi di astinenza abbastanza pesante.
La tossicità ha ormai raggiunto livelli inaccettabili. La sovraesposizione alla dopamina causa, dopo diverso tempo, uno stato quasi catatonico, di disinteresse per tutto ciò che è al di fuori del proprio smartphone.
Passiamo ora al grande inganno, costruito dagli algoritmi. Faccio un esempio: condivido un video dove costruisco un galeone e ricevo dei like. Questi segnali di apprezzamento, non sono tutti spontanei. E' l'algoritmo che spinge il mio contenuto nel feed di chi è appassionato di velieri o di barche in genere. La mia convinzione che la costruzione di modellini attrae tante persone, in realtà è completamente sbagliata. Non è il mio contenuto che attrae, ma è l'algoritmo che spinge altri utenti a vedere il mio video. La differenza è sostanziale, perché se il mio video diventa “virale” (e non per merito mio), tutto il movimento attorno ad esso viene sfruttato per vendere più pubblicità. Risultato: la piattaforma ha guadagnato dei bei soldini su di me, facendomi credere di essere un mago del modellismo. Non finisce qui. Magari avrò anche tante persone che mi seguono, e crederò di essere diventato un “influencer”. Nella realtà, un altro algoritmo sfrutta questa mia convinzione per spingere a condividere più contenuti, e sempre più spesso, fino a quando impegnerò tutto il mio tempo libero (e oltre) per girare video nuovi. In pratica, sono diventato “schiavo” del sistema.
Come se ne esce?
E' molto difficile uscirne. Occorre molta consapevolezza e molta forza di volontà. Il sistema ha plasmato i nostri pensieri a tal punto che solo a pensare di uscire già stiamo male. E troviamo mille scuse. Ci convinciamo che uscire significherebbe mettersi in disparte, non fare più parte della società. Ma adesso, con la testa sempre bassa sullo smartphone, di quale società facciamo parte? della società degli “zombie”, degli schiavi di un sistema in mano a pochi multimiliardari, che ha un solo obiettivo: fare più soldi.
Il discorso è molto ampio, e magari ne riparleremo più in là. Occorre prima di tutto una consapevolezza informatica, sapere cosa stiamo usando e gli effetti che può avere su di noi.
Buona serata. Namasté
#Alessandro “Gifter”, content writer del progetto PlusBrothers il mondo positivo parla del cantautore Alessandro Bono: come negli anni sia passato dall'odio alla stima. Sono Alex e racconto la storia del mio passato da odiatore quando Internet ancora non era alla portata di ogni casa. Anni 90: quanto eravamo cretini anche se non era evidente al grande pubblico! Giovani, spensierati, e ridevamo dei fallimenti altrui. Anche di un cantautore morto giovanissimo, Alessandro Bono. Chissà se riuscirà a perdonarci?
Chi conosce già il progetto “PlusBrothers” ci ha sempre visti appaiati senza farsi troppe domande se fosse “Elettrona” o “gifter” a scrivere; adesso però è il caso di spiegare che sono principalmente io -Gifter- a occuparmi del mondo positivo. Sono omosessuale felicemente sposato, appassionato di canto e musica, positivo all’HIV dal 2013 ma non siamo qui per parlare di me perché questo spazio è dedicato ad Alessandro Bono – che non sono io.
Nessuno tra me e mio marito si definisce “la sposa”, sto parlando di un libro che ho letto e che mi ha ricordato un momento particolare di quando avevo 19 anni. La sposa, Mauro Covacich reperibile per chi volesse anche in formato digitale. Non nascondo di essere in pieno disaccordo con molte riflessioni condivise in questo libro ma un racconto in particolare mi ha riportato indietro a quando ero uno stronzo odiatore anch’io forse anche peggio di quelli on line. Correva l’anno 1994 e alla soglia dei miei 19 anni già iniziavo a lamentarmi di come il Festival di Sanremo stesse cadendo in basso con la vittoria di Aleandro Baldi e Andrea Bocelli. “Sono mediocri e hanno vinto perché sono ciechi”, dicevo. Avevo l’autostima sotto i piedi per cui mi gratificava pigliarmela con chi ritenevo più debole di me. A scuola ero “il secchione” che studiava al conservatorio, mi ero convinto di dover morire “sano e vergine” per la paura dell’AIDS che all’epoca non lasciava scampo e se prendere di mira Baldi o Bocelli non era abbastanza, mi comportai ancora più da stronzo con un’altra esibizione: quella di Alessandro Bono, citato da Mauro Covacich in un racconto del suo libro.
Mi chiamo Alessandro e mi dicono che sono Bono quindi fidatevi. No, seriamente, Alessandro Bono è un cantautore che ho imparato, troppo tardi, ad apprezzare non prima di averlo insultato a raffica quando si presentò a Sanremo con la gomma in bocca e portandosi a casa un’esibizione, diciamo così, non delle migliori. “Ma questi sono i cantanti di oggi”, dicevo. “Alessandro dove vuoi andare, così? Fuma meno e smetti con la droga per carità.” ” L’avevo visto un paio d’anni prima nel 1992 insieme ad Andrea Mingardi senza dare troppo ascolto al suo pezzo “con un amico vicino” arrivato terzo fra le nuove proposte e alla fine quel nome era sparito come tanti altri. Se già l’esibizione 1992 tutto sommato era mediocre, due anni dopo è solo peggiorato: “chissà che sparisca”, la mia mentalità di bullo irrispettoso non perdonava. Per questo il libro “la sposa”, menzionato dalla collega Elettrona proprio mentre discutevamo di Alessandro Bono, mi ha incuriosito e ho voluto leggerlo inconsapevole che mi avrebbe sbattuto in faccia quanto a 19 anni io fossi un vero bastardo. Covacich racconta di quel lontano 1994 mentre insieme a fidanzata e amici guardava Sanremo:
[…] “Riuscirà a cantarla tutta?” dice, leggendomi nel pensiero, il padrone di casa. L’intero salotto scoppia in una risata.
Già all’inizio l’esibizione dava l’idea di un annunciato fallimento – concordavo in pieno con l’autore del libro e i suoi amici.
[…] è soprattutto la voce che non funziona, sembra quella di uno sprovveduto. Se è davvero un campione, dovrebbe sapere che non si improvvisa niente. Avrebbe dovuto lavorarci a lungo, diaframma, corde vocali, presenza scenica. Non è solo una questione di stecche, avrebbe dovuto esercitarsi […] Tutti sanno cantare sotto la doccia, ma esibirsi a teatro durante una diretta televisiva è un’altra storia. Bacchettare questo ragazzo mi fa sentire bene…
Diaframma! Corde vocali! Esercitarsi! Proprio così, pur avendo smesso di studiare musica gli esercizi mi accompagnano quotidianamente. Cantare mi piace e se non voglio sfigurare devo tenermi allenato pur non avendo alcuna intenzione di esibirmi in pubblico, cantare per gli altri mi porterebbe solo via tempo che desidero concentrare su attività diverse oltre a mettermi alla mercé degli odiatori on e off line, e Covacich spiega alla perfezione il fenomeno. “Bacchettare questo ragazzo mi fa sentire bene”, afferma lui; ecco il punto, è questa la realtà: punire con parole ostili una persona che riteniamo inferiore, ci dà la sensazione di nascondere per un attimo quelli che sono i nostri fallimenti e quando sei adolescente spesso e volentieri ti comporti così. A posteriori cerco di perdonare me stesso, e Covacich probabilmente aveva la mia stessa età. Effettivamente anche lui si rimprovera di non aver capito cosa Alessandro Bono volesse comunicare al pubblico:
“Verrà il giorno in cui sarai / col sedere grosso come una balena / io come adesso ti amerò / che hai un fisico da sirena… / Oppure no! Io questo non lo so!” Annaspava, mandava giù saliva in continuazione. “Oddio, guardate, il chewing gum!” ha urlato il padrone di casa. “Canta col chewing gum!” E tutti giù a ridere. Che bella serata a sbellicarsi per quell’imbranato. Ha davvero la gomma in bocca, mi dispiace non essermene accorto io, passavo già allora per un ragazzo molto vigile, uno che notava la più piccola delle inezie. Eppure laggiù, nell’altra era geologica, sono troppo preso dalla fulgida iridescenza del suo fallimento per cogliere un simile dettaglio. Mi pare tutto così istruttivo. Vedo l’apologo, non vedo lo sguardo sperduto. I suoi occhi si aggirano tra le prime file in cerca di un amico o di un parente, ma io non vedo cosa vedono. È facile, basterebbe osservarli con un minimo di attenzione, eppure non ne sono capace. Lo sto incalzando: come puoi non sapere se l’amerai o non l’amerai per sempre? Come puoi non sapere se verrà o non verrà quel giorno? Non senti la fiducia nel futuro irrorarti il cervello?
“I suoi occhi cercano un parente o un amico in prima fila”, Alessandro temeva di non potercela fare e anch’io adesso se riguardo l’esibizione in oggetto su YouTube mi rivedo quando da ragazzo suonavo il piano o cantavo per qualcuno specie in contesto d’esame. Avevo sempre bisogno di uno sguardo affermativo anche senza eccessive ragioni di temere che qualcosa andasse storto. Cos’avrà voluto dirci Alessandro Bono con quel testo? Sedicesimo posto su 20, per carità io gli avrei dato proprio l’ultimo; Covacich l’ha definito “un bel fiasco” io sono stato molto meno indulgente di lui ritenendo che per me, Bono, a Sanremo non doveva proprio andare.
In effetti anche qualcuno di molto più autorevole gli consigliò di non partecipare al festival: i medici! Questa però fu un’informazione che tutti imparammo due mesi dopo Sanremo: Alessandro Bono è morto il 15 maggio 1994 a Milano ancora prima di compiere 30 anni. AIDS. Ancora lei! Quella malattia che mi faceva tanta paura impedendomi di avvicinarmi alle esperienze sessuali. Quale cantante stonato, quale fallimento, Alessandro stava morendo e con quel brano cercava di farcelo capire. Anzi, a posteriori credo che Bono sia stato migliore di me perché se lui con l’AIDS conclamato ha avuto il coraggio di presenziare a Sanremo vada come vada, io sono stato per anni a precludermi le esperienze per paura e quando vent’anni dopo l’HIV è toccato a me per colpa di una relazione sbagliata, mi sono chiuso in me stesso fino a quando ho trovato qualcuno più testardo di me e alla fine a forza di dai e dai me lo sono anche sposato. “La risposta amore mio, è nascosta nel tempo”. Avevi ragione tu, Bono; e per fortuna all’epoca non c’erano i social network se no ti avrebbero massacrato ancora più di quanto abbiamo fatto noi imbecilli adolescenti che ci credevamo la perfezione. “Finiscila con la droga”, ti dicevo e tu avevi già smesso da un pezzo concentrandoti sulla musica. Troppo tardi, e troppo presto perché se il tuo virus ti lasciava positivo senza farti ammalare saresti ancora qui. Ho anche provato a cantare “Oppure no” con la mia voce sai, ho cercatola base musicale non l’ho registrata per cui solo mio marito, Elettrona e il mio HIV possono dire se ci sono riuscito bene OPPURE NO. Mi sembra già di sentire il tuo virus che fa eco al mio: “io questo non lo so!” Alessandro io, Alessandro tu, HIV positivi entrambi e provare un tuo brano mi ha fatto sentire come se tu mi avessi consegnato personalmente il microfono e spero di esserne stato degno. In ogni caso perdonami di non aver capito, di essere stato uno fra i tuoi odiatori più incalliti fino a quando anni dopo che hai lasciato questo mondo ho avuto occasione di sentire le tue canzoni e comprenderle meglio.
Alessandro Bono era nato nel 1964 e morto nel 1994. La casa discografica Sony Music ha pubblicato un album celebrativo chiamato “dentro l’anima” a maggio 2024, in occasione dei 30 anni dalla sua morte; finalmente dopo anni in cui le sue canzoni sembravano sparite dalla circolazione, qualcuno ha deciso di ripubblicare i suoi più grandi successi in formato digitale e fisico. Altri suoi brani sono disponibili nell’archivioSoundCloud Alessandro Bono.
La misura del sogno
avevi l'occhio lungo tu nel dire che la vita ricalca le orme dei passi
altro sangue i destini che ci unirono
sai: nelle acque della memoria oggi di te non cerco che la misura del sogno
nell'ondivaga luce degli occhi trasparenze .
Analizzando la poesia
La poesia che hai condiviso ha un tono profondo e riflessivo. Mi sembra che tu stia esplorando temi di emozioni complesse, forse legate alla natura o alla condizione umana.
Analisi del testo
L'immaginario evocato è ricco e suggestivo. Le immagini sono potenti, ma potrebbero essere arricchite con qualche dettaglio in più per intensificare l'impatto emotivo.
Punti di forza
La scelta delle parole è molto evocativa, creando un'atmosfera unica.
Suggerimenti per revisione
Potresti considerare di variare il ritmo per dare maggiore fluidità al testo.
Possibile continuazione
“Nel silenzio della notte, il vento sussurra...”
Analisi del testo
La poesia ha un tono delicato e riflessivo, con immagini che evocano emozioni profonde. La scelta delle parole è interessante, ma potrebbe essere arricchita con qualche dettaglio in più per dare maggiore intensità.
Punti di forza
Le immagini sono potenti e creano un'atmosfera unica. La struttura del testo è ben equilibrata.
Suggerimenti per revisione
Potresti considerare di variare il ritmo per dare maggiore fluidità al testo.
Possibile continuazione
“Nel silenzio della sera, il cielo si fa scuro, le stelle sussurrano segreti al vento, mentre il cuore batte forte, in cerca di pace, tra le ombre che danzano sotto la luna.”
Il testo ha un tono intimo e sospeso: parla di memoria, distanza e di un desiderio misurato, non invadente. La lingua è essenziale e le immagini funzionano come lampi che illuminano un ricordo senza consumarlo.
nell'ombra che resta misuro il tuo passo lieve come si pesa un respiro sul filo sottile del giorno . . The Measure of the Dream
you had a far‑seeing eye when you said life retraces the tracks of our steps
other blood the destinies that joined us
you know: in the waters of memory today I seek from you nothing but the measure of the dream
in the wavering light of the eyes transparencies
Nicholas Edward Cave classe ’58 Australiano di Melbourne a 32 anni incide il suo sesto album solista “The Good Son”.
I generi del rock sono sempre stati una categorizzazione utile soprattutto a chi deve scrivere di musica e spiegare un disco a parole, e forse alle case discografiche per fare corretti calcoli di “product placement”. Nel 2017 però ormai ha poco senso tirarli in ballo, vuoi perché il mercato discografico è talmente confuso che è sempre più impossibile identificare “scene” o “correnti”, vuoi anche perché i vecchi rocker che resistono sono soprattutto artisti incatalogabili se non alla la voce “sé stessi”. Come Robyn Hitchcock... artesuono.blogspot.com/2017/05…
Ascolta: album.link/i/1702552592
Acaz, re di Giuda1Nell'anno diciassettesimo di Pekach, figlio di Romelia, divenne re Acaz, figlio di Iotam, re di Giuda. 2Quando Acaz divenne re, aveva vent'anni; regnò sedici anni a Gerusalemme. Non fece ciò che è retto agli occhi del Signore, suo Dio, come Davide, suo padre. 3Seguì la via dei re d'Israele; fece perfino passare per il fuoco suo figlio, secondo gli abomini delle nazioni che il Signore aveva scacciato davanti agli Israeliti. 4Sacrificava e bruciava incenso sulle alture, sui colli e sotto ogni albero verde.5Allora Resin, re di Aram, e Pekach, figlio di Romelia, re d'Israele, salirono per combattere contro Gerusalemme; strinsero d'assedio Acaz, ma non poterono attaccare battaglia. 6In quel tempo Resin, re di Aram, recuperò Elat ad Aram ed espulse i Giudei da Elat; poi gli Edomiti entrarono in Elat e vi si sono stabiliti fino ad oggi.7Acaz mandò messaggeri a Tiglat-Pilèser, re d'Assiria, per dirgli: “Io sono tuo servo e tuo figlio; sali e salvami dalla mano del re di Aram e dalla mano del re d'Israele, che sono insorti contro di me”. 8Acaz, preso l'argento e l'oro che si trovava nel tempio del Signore e nei tesori della reggia, lo mandò in dono al re d'Assiria. 9Il re d'Assiria lo ascoltò e salì a Damasco e la prese, ne deportò la popolazione a Kir e fece morire Resin.10Il re Acaz andò incontro a Tiglat-Pilèser, re d'Assiria, a Damasco e, visto l'altare che si trovava a Damasco, il re Acaz mandò al sacerdote Uria il disegno dell'altare e il suo modello con tutta la sua lavorazione. 11Il sacerdote Uria costruì l'altare, conformemente a tutte le indicazioni che il re aveva inviato da Damasco; il sacerdote Uria fece così, prima che tornasse Acaz da Damasco. 12Arrivato da Damasco, il re si avvicinò all'altare e vi salì, 13bruciò sull'altare il suo olocausto e la sua offerta, versò la sua libagione e sparse il sangue dei sacrifici di comunione a lui spettanti. 14Spostò l'altare di bronzo, che era di fronte al Signore, dalla facciata del tempio, dal luogo tra l'altare e il tempio del Signore, e lo pose al fianco dell'altare verso settentrione. 15Il re Acaz ordinò al sacerdote Uria: “Sull'altare grande brucerai l'olocausto del mattino, l'offerta della sera, l'olocausto del re e la sua offerta, l'olocausto di tutto il popolo della terra, la sua offerta e le sue libagioni; su di esso spargerai tutto il sangue degli olocausti e tutto il sangue dei sacrifici. Dell'altare di bronzo mi occuperò io”. 16Il sacerdote Uria fece quanto aveva ordinato il re Acaz.17Il re Acaz tagliò a pezzi le traverse dei carrelli e tolse da esse i bacini. Fece scendere il Mare dai buoi di bronzo che lo sostenevano e lo collocò sul pavimento di pietre. 18A causa del re d'Assiria egli rimosse dal tempio del Signore il portico del sabato, che era stato costruito nel tempio, e l'ingresso esterno del re.19Le altre gesta che compì Acaz non sono forse descritte nel libro delle Cronache dei re di Giuda? 20Acaz si addormentò con i suoi padri, fu sepolto con i suoi padri nella Città di Davide e al suo posto divenne re suo figlio Ezechia.
__________________________Note
16,1 Acaz: regna negli anni 736-716. Terrorizzato per la guerra che la Siria e Israele gli stanno muovendo, Acaz si rivolge all’Assiria; è in questa situazione storica che Isaia pronuncia l’oracolo dell’Emmanuele (Is 7,1-25).
16,3 fece perfino passare per il fuoco suo figlio: lo bruciò vivo in sacrificio. Un gesto del genere, il primo ad essere compiuto da un re ebraico, viene condannato severamente dal Deuteronomio (cfr. Dt 12,31), dalla legge di santità (cfr. Lv 18,21), dai profeti (cfr. Ger 7,31).
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16,1-20. Acaz re di Giuda (736-716). Parallelo in 2Cr 28.
1-2. Dalla Bibbia il nome di questo re ci è noto solo in forma abbreviata; lo troviamo per intero in una fonte assira che lo registra come Ioacaz (cfr. 13,1). Probabilmente il composto teoforo è stato tralasciato dall'autore a causa dell'apostasia di Acaz. Eccezionalmente manca da questa introduzione a un regno di Giuda il nome della madre del re.
3-4. La condotta religiosa di Acaz viene descritta a partire dalla gravissima mancanza del sacrificio del figlio, pratica largamente condannata dalla legge: Lv 18,21; 20.2-5; dai profeti: Mic 6,7; Ger 7,31; 19,6; 32,35; Ez 16,20-21; 20,25-26; 23,29; e dalla normativa deuteronomista: Dt 12,31; 18,10. Purtroppo questa doveva essere una prassi non rara sia al Nord (17,17) che al Sud (16,3; 21,6; 23,10). La pratica del culto sincretista da parte di Acaz è riferita col linguaggio tipico della tradizione deuteronomista (Dt 12,2) e di Geremia (Ger 2,20; 3,6.13; 17,2).
5. Per quanto riguarda i motivi politici di questa invasione e assedio di Gerusalemme vedi il commento a 15,37. Si tenga presente però che qui ad essere in gioco è la stessa dinastia di Davide. Is 7,6 riferisce l'identità del candidato al trono designato da Rezin e Pekach si tratta del figlio di Tabeel. Is 7,1 costituisce un ottimo parallelo di questo versetto e tutto il capitolo, come anche quello successivo, possono essere letti come completamento storico e teologico di questa notizia. Anche 2Cr 28,5-8 dà con un po' d'enfasi un parallelo.
6. Il vassallo meridionale di Giuda, Edom, appena riconquistato (cfr. 14,22), approfitta della situazione per affrancarsi; 2Cr 28,17 lo presenta addirittura come alleato di Israele e Damasco contro Giuda.
7-9. I versetti riportano la sostanza della missiva diplomatica inviata da Acaz a Tiglat-Pilezer. L'iniziativa è decisamente in contrasto con i consigli di Isaia che proprio in questa circostanza pronuncia l'oracolo dell'Emmanuele (Is 7,10-17). La lettera è accompagnata da un ricchissimo dono, primo gesto di un richiesto vassallaggio. Il pagamento di questo tributo è ricordato negli annali di Tiglat-Pilezer. Nella complessità della politica internazionale anche l'iniziativa di Acaz fu determinante per la caduta di Damasco (732), il cui regno venne smembrato in quattro province assire. Secondo il costume dei vincitori, gli Aramei vinti vennero deportati. Sulla scorta di Am 9,7, Kir è da collocarsi nella bassa Caldea tra il Tigri e l'altipiano elamitico.
10-13. Forse per partecipare alle cerimonie di tronto e certamente per ossequiare il nuovo “alleato”, Acaz compie il suo viaggio a Damasco. È difficile stabilire se l'altare visto là sia quello di Adad-Rimmon (cfr. 5,18) o se sia uno nuovo costruito dai conquistatori per onorare i loro dei vittoriosi e imporli ai sottomessi. Se valesse questa seconda ipotesi, vien quasi da pensare ad un gemellaggio religioso insieme al patto politico, mentre vediamo Acaz ordinare la riproduzione di un simile altare nel tempio di Gerusalemme, comando tempestivamente eseguito.
14-16. Il vecchio altare degli olocausti (1Re 8,64) viene spostato, ma non abbandonato. La normativa cultuale è quasi completamente conforme a quella prevista dalla legge: Lv 1-9.
17. Lo smantellamento di questi arredi cultuali (cfr. 1Re 7,27-37 e 23-26) probabilmente doveva servire a procurare nuovi preziosi per il pagamento dei tributi.
18. Seguendo il TM dobbiamo mantenere l'espressione «portico del sabato», ma non si sa bene cosa sia. Invece con i LXX leggeremmo «il palco del trono», da identificarsi, secondo 1Cr 9,18 e Ez 46,1-3, con una entrata al tempio particolare, riservata al re. La chiusura di questo accesso significa così la perdita della sovranità di Acaz nel tempio, perché è riconosciuta quella del re d'Assiria.
(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)