L' Eden visto dall'altra parte
Nel principio non ci fu una caduta ma una scelta, e questa è la prima eresia dell’Eden capovolto. Eva non tese la mano per fame o inganno, ma per una necessità più profonda: la libertà. Il frutto non brillava come una trappola, ma come una domanda inevasa sospesa nell’aria immobile del giardino. Fino a quel momento l’Eden era perfezione senza attrito, eternità senza storia, pace senza coscienza. Eva comprese che un paradiso senza scelta è solo una prigione ben illuminata. Mangiare significava sapere, e sapere significava diventare responsabili. In quell’istante il mondo iniziò. Il serpente non fu il male assoluto, ma la voce critica che rompe l’ipnosi dell’ordine perfetto. Non impose nulla, suggerì soltanto che l’obbedienza non è sinonimo di verità. Eva non disobbedì, decise. E decidendo smise di essere creatura e divenne soggetto. L’Eden tremò non per il peccato, ma per la nascita della coscienza. Adamo osservava. Adamo esitava. Non era cieco, né ingenuo, né vittima. Era umano prima ancora che l’umanità esistesse. Vide Eva cambiare e comprese che il cambiamento non si annulla ignorandolo. Mangiare per lui non fu un atto rivoluzionario, ma relazionale. Non volle restare fuori dalla storia mentre la storia iniziava. Scelse di condividere il peso invece di restare puro nella solitudine. In quel gesto Adamo inaugurò la responsabilità condivisa. Eva aprì la porta, Adamo accettò di attraversarla. La cacciata dall’Eden non fu una punizione ma una conseguenza naturale. Non si torna nell’infanzia dopo aver imparato a pensare. Fuori dal giardino c’erano il tempo, la fatica, l’errore. Ma c’erano anche il linguaggio, l’arte, la memoria. Eva divenne madre non della colpa, ma della libertà. Adamo divenne padre non della sottomissione, ma della costruzione. Lei accese il fuoco. Lui imparò a usarne le ceneri. Insieme inaugurarono il mondo imperfetto, e proprio per questo reale. Il lavoro non fu una maledizione, ma il prezzo dell’autonomia. La sofferenza non fu voluta, ma accettata come rischio dell’esistenza. L’Eden rimase alle spalle come un ricordo statico. Davanti a loro si aprì la storia, sporca e magnifica. Eva camminava con lo sguardo alto, consapevole della perdita. Adamo guardava le mani, già pronte a costruire. Nessuno dei due chiese perdono. Nessuno dei due tornò indietro. Il vero scandalo non fu la mela, ma la libertà che ne scaturì. Un Dio che crea esseri liberi accetta di essere messo in discussione. Un’umanità che sceglie accetta di non essere innocente. L’Eden capovolto non è un luogo, è una condizione. È il momento in cui smettiamo di obbedire per iniziare a capire. È il prezzo di ogni civiltà, di ogni pensiero, di ogni parola scritta. Senza Eva non ci sarebbe la domanda. Senza Adamo non ci sarebbe il mondo che tenta di rispondervi. Non furono colpevoli, furono necessari. Non caddero, avanzarono. E da quel passo imperfetto nacque tutto ciò che siamo.
[vortex]l'area piccola Manzoni con l'] accento la prima lascia] un sottile sul foglio lagrange è] un'area trasmessa della fonderia mandano [fuori i gracchi o graculi i] crucchi
Preghiera per chiedere la benedizione del Signore su "Parrocchie"
Signore Gesù, che ci hai lasciato il comandamento dell'Amore, che ci hai detto di amarci gli uni gli altri, che ci hai insegnato strade nuove, che sei stato un rivoluzionario, portando lo scompiglio nella tua epoca e nelle nostre coscienze, per introdurci alla vera essenza della fraternità universale, guida i nostri passi e benedici questo nostro progetto di comunione e condivisione.
Fa' che sia uno strumento di concordia, unione ed amicizia. Fà che serva ad aprire i nostri occhi verso il prossimo, ad accoglierlo, a conoscerlo, ad aiutarlo.
Aiutaci a non smarrire mai la strada indicata dalla tua Parola, per andare dietro a false illusioni.
Fa' che non ci tolga il tempo per le nostre attività di tutti i giorni, per lo studio, il lavoro, i nostri doveri quotidiani.
Signore Gesù, desideriamo mettere la nostra comunità sotto la protezione della Beata Chiara “Luce” Badano. Con il suo grande amore per Te, è stata di esempio per tutti quelli che l'hanno conosciuta e per quelli che hanno ascoltato o letto la sua storia. Chiara non è morta, Chiara è viva ed è sempre in mezzo a noi, e ci porta il Tuo messaggio di fede e di amore.
INNO PER LA BEATA CHIARA LUCE BADANO
Il tuo ricordo è sempre qui ma no, non è un ricordo perché tu, tu sei una presenza, un angelo che vive insieme a noi. Vorrei descrivere chi sei, ma poi non ho parole, perché tu, tu sei sempre più grande di quello che potrei dire di te. Ma proverò a descriverti guardando la tua immagine scolpita eternamente dentro me.
Chiara Luce, chiara alba tra le cime. Chiara Luce, alba limpida e serena. Donna forte, sempre viva nell’Amore, donna vera, doni tanta pace al cuore.
Dio mi ama, dicevi tu, abbandonata a Lui. Dio mi ama, diciamo noi con te, Chiara.
Un coro d’angeli era lì attorno al capezzale dove tu scioglievi le tue vele nel mare azzurro dell’eternità. S’illuminava il viso tuo: accolta dalla schiera di Maria. Con ogni tuo sorriso hai dato il paradiso che era in te. E tu, sei dentro l’invisibile, eternamente giovane. Sei nostra “Luce” e sempre lo sarai.
PREGHIERA PER LA PACE
Oh! Signore, fa di me uno strumento della tua pace:
dove è odio, fa ch'io porti amore, dove è offesa, ch'io porti il perdono, dov'è discordia ch'io porti l'Unione,
dov'è dubbio fa' ch'io porti la Fede, dove è l'errore, ch'io porti la Verità, dove è la disperazione, ch'io porti la speranza.
Dove è tristezza, ch'io porti la gioia, dove sono le tenebre, ch'io porti la luce.
Oh! Maestro, fa che io non cerchi tanto. Ad essere compreso, quanto a comprendere. Ad essere amato, quanto ad amare Poiché:
Se è Dando, che si riceve. Perdonando che si è perdonati; Morendo che si risuscita a Vita Eterna. Amen.
Benedizione di fra Stefano Bordignon
Carissimo Luigi Ti ricordo nella preghiera, Dio ti illumini nel tuo progetto affinché tu possa fare del bene e favorire una comunicazione autentica nella verità e nella carità. Dio ti benedica Un abbraccio fraterno Pace e bene ☩ 𝒻𝓇𝒶 𝒮𝓉𝑒𝒻𝒶𝓃𝑜
PADRE NOSTRO
Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Amen.
AVE MARIA
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
GLORIA AL PADRE
Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo com'era nel principio, ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.
ORAZIONESignore Gesù, Ti chiediamo, ora, la benedizione sulle persone presenti, su quelle che si uniranno a noi, e su quelle che contribuiranno in qualsiasi modo per portare questo progetto e la Tua Parola in ogni parrocchia e in ogni comunità cristiana.
Confidando nella Tua benedizione, preghiamo per la pace in ogni angolo del mondo.
Per Cristo nostro Signore
Amen
Gesù confido in te.
Pixies – Head Carrier (2016)
In un vecchio numero de “Il Mucchio Selvaggio” in versione settimanale, copertina coi Warrior Soul, primi anni Duemila, appariva un’intervista a Frank Black. Al tempo era ormai affermato autore solista, lontano dall’esperienza Pixies e impegnato nella promozione di Dog In The Sand, terza fatica assieme ai Pistoleros. In quella chiacchierata (e l’intervistatore mi perdonerà se non riesco a ricordare chi fosse: se un Guglielmi, un Vignola, un Cilìa o un Testani – sto andando a memoria) il buon Charles Michael Kittridge Thompson IV, alla domanda su quali fossero le cose belle e brutte del periodo con Kim Deal, Joey Santiago e David Lovering, rispondeva più o meno che aveva apprezzato i concerti pieni e i dischi ben recensiti, sottolineando però che per quegli anni provava un leggero rammarico per la mancanza di auto-editing... artesuono.blogspot.com/2016/10…
Ascolta il disco: album.link/s/5F9YYEKDxenkRpyuo…
Angelo
angelo icona della volta che mi vedevi da lassù la testa all’ indietro a contemplare i lineamenti perfetti
nei tuoi occhi vedevo palpitare il cuore della Bellezza e m’ incantavo
poi per paura del male del mondo la sera mi rifugiavo nel sogno di te e toccavo il cielo
quando dopo la mia accorata preghiera venivi a visitarmi
. Questo componimento, “Angelo”, affascina per la sua fusione di immagini celestiali e sentimenti umani profondi, in un dialogo intimo tra il desiderio di bellezza eterna e il bisogno di rifugio nei momenti di oscurità.
La figura celestiale come simbolo di perfezione
Fin dall'inizio, l'angelo viene presentato non solo come un'entità osservatrice (“che mi vedevi da lassù”) ma come un'icona, una presenza quasi archetipica capace di contemplare i “lineamenti perfetti”. Questa immagine evoca l’idea di una bellezza ideale e intoccabile, posizionata al di sopra delle inquietudini terrene. La descrizione, con “la testa all’ indietro a contemplare”, richiama a un gesto di meraviglia e rispetto, un'immagine che trasforma l’angelo in un simbolo di eternità e perfezione.
Il potere consolatorio dello sguardo e del sogno
Nel verso “nei tuoi occhi vedevo palpitare il cuore della Bellezza e m’ incantavo”, il poeta non si limita a descrivere un’apparenza, ma trasmette un’esperienza emozionale intensa. L’angelo diventa per l’io narrante lo specchio in cui si riflette la bellezza e la speranza; i suoi occhi, simboli di vita e passione, offrono uno sguardo capace di risvegliare sentimenti profondi. Qui la contemplazione si trasforma in un atto che infonde vita e incidere nella memoria dei momenti di incanto.
La fuga dal male e il rifugio nel divino
La seconda parte del componimento rivela una tensione emotiva: “poi per paura / del male del mondo / la sera mi rifugiavo nel sogno di te e toccavo il cielo”. Di fronte alle inquietudini e alla crudeltà della realtà, il poeta sceglie il sogno – e, per estensione, la figura dell’angelo – come rifugio. L’atto di “toccare il cielo” è un'immagine fortemente evocativa, un gesto che trascende il quotidiano e abbraccia il desiderio di elevarsi oltre il dolore terreno. La preghiera finale e la successiva visita dell’ angelo suggeriscono che, nella sincerità di un cuore in cerca di consolazione, il divino non resta distante, ma si fa presente per lenire le ferite dell’anima.
Interpretazioni e spunti di riflessione
Il componimento può essere interpretato come una meditazione sulla dualità tra la bellezza ideale e la realtà imperfetta: da un lato si ammira quella perfezione quasi divina, dall’altro ci si reca in essa per trovare un rifugio contro la negatività del mondo. L’angelo diventa così un ponte tra il mondo spirituale e quello terreno, un custode della speranza che, attraverso un gesto di presenza “dopo la mia accorata preghiera”, consegna al poeta un momento di sollievo e rinnovata fiducia.
Questo testo ci invita a riflettere su come i simboli di bellezza e spiritualità possano fungere da ancore nei momenti di crisi, ricordandoci che nella ricerca del divino – sia esso estetico o emotivo –si può trovare un rifugio temporaneo dalle intemperanze della vita.
GIOSUE - Capitolo 24
Solenne alleanza di Sichem1 Giosuè radunò tutte le tribù d'Israele a Sichem e convocò gli anziani d'Israele, i capi, i giudici e gli scribi, ed essi si presentarono davanti a Dio. 2Giosuè disse a tutto il popolo: “Così dice il Signore, Dio d'Israele: “Nei tempi antichi i vostri padri, tra cui Terach, padre di Abramo e padre di Nacor, abitavano oltre il Fiume. Essi servivano altri dèi. 3Io presi Abramo, vostro padre, da oltre il Fiume e gli feci percorrere tutta la terra di Canaan. Moltiplicai la sua discendenza e gli diedi Isacco. 4A Isacco diedi Giacobbe ed Esaù; assegnai a Esaù il possesso della zona montuosa di Seir, mentre Giacobbe e i suoi figli scesero in Egitto. 5In seguito mandai Mosè e Aronne e colpii l'Egitto con le mie azioni in mezzo a esso, e poi vi feci uscire. 6Feci uscire dall'Egitto i vostri padri e voi arrivaste al mare. Gli Egiziani inseguirono i vostri padri con carri e cavalieri fino al Mar Rosso, 7ma essi gridarono al Signore, che pose fitte tenebre fra voi e gli Egiziani; sospinsi sopra di loro il mare, che li sommerse: i vostri occhi hanno visto quanto feci in Egitto. Poi dimoraste lungo tempo nel deserto. 8Vi feci entrare nella terra degli Amorrei, che abitavano ad occidente del Giordano. Vi attaccarono, ma io li consegnai in mano vostra; voi prendeste possesso della loro terra e io li distrussi dinanzi a voi. 9In seguito Balak, figlio di Sippor, re di Moab, si levò e attaccò Israele. Mandò a chiamare Balaam, figlio di Beor, perché vi maledicesse. 10Ma io non volli ascoltare Balaam ed egli dovette benedirvi. Così vi liberai dalle sue mani. 11Attraversaste il Giordano e arrivaste a Gerico. Vi attaccarono i signori di Gerico, gli Amorrei, i Perizziti, i Cananei, gli Ittiti, i Gergesei, gli Evei e i Gebusei, ma io li consegnai in mano vostra. 12Mandai i calabroni davanti a voi, per sgominare i due re amorrei non con la tua spada né con il tuo arco. 13Vi diedi una terra che non avevate lavorato, abitate in città che non avete costruito e mangiate i frutti di vigne e oliveti che non avete piantato”. 14Ora, dunque, temete il Signore e servitelo con integrità e fedeltà. Eliminate gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume e in Egitto e servite il Signore. 15Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrei, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore”. 16Il popolo rispose: “Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! 17Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i padri nostri dalla terra d'Egitto, dalla condizione servile; egli ha compiuto quei grandi segni dinanzi ai nostri occhi e ci ha custodito per tutto il cammino che abbiamo percorso e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati. 18Il Signore ha scacciato dinanzi a noi tutti questi popoli e gli Amorrei che abitavano la terra. Perciò anche noi serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio”. 19Giosuè disse al popolo: “Voi non potete servire il Signore, perché è un Dio santo, è un Dio geloso; egli non perdonerà le vostre trasgressioni e i vostri peccati. 20Se abbandonerete il Signore e servirete dèi stranieri, egli vi si volterà contro e, dopo avervi fatto tanto bene, vi farà del male e vi annienterà”. 21Il popolo rispose a Giosuè: “No! Noi serviremo il Signore”. 22Giosuè disse allora al popolo: “Voi siete testimoni contro voi stessi, che vi siete scelti il Signore per servirlo!”. Risposero: “Siamo testimoni!”. 23”Eliminate allora gli dèi degli stranieri, che sono in mezzo a voi, e rivolgete il vostro cuore al Signore, Dio d'Israele!“. 24Il popolo rispose a Giosuè: “Noi serviremo il Signore, nostro Dio, e ascolteremo la sua voce!”. 25Giosuè in quel giorno concluse un'alleanza per il popolo e gli diede uno statuto e una legge a Sichem. 26Scrisse queste parole nel libro della legge di Dio. Prese una grande pietra e la rizzò là, sotto la quercia che era nel santuario del Signore. 27Infine, Giosuè disse a tutto il popolo: “Ecco: questa pietra sarà una testimonianza per noi, perché essa ha udito tutte le parole che il Signore ci ha detto; essa servirà quindi da testimonianza per voi, perché non rinneghiate il vostro Dio”. 28Poi Giosuè congedò il popolo, ciascuno alla sua eredità.
Morte di Giosuè e di Eleàzaro29Dopo questi fatti, Giosuè figlio di Nun, servo del Signore, morì a centodieci anni 30e lo seppellirono nel territorio della sua eredità, a Timnat-Serach, sulle montagne di Èfraim, a settentrione del monte Gaas. 31Israele servì il Signore in tutti i giorni di Giosuè e degli anziani che sopravvissero a Giosuè e che conoscevano tutte le opere che il Signore aveva compiuto per Israele. 32Gli Israeliti seppellirono le ossa di Giuseppe, che avevano portato dall'Egitto, a Sichem, in una parte della campagna che Giacobbe aveva acquistato dai figli di Camor, padre di Sichem, per cento pezzi d'argento e che i figli di Giuseppe avevano ricevuto in eredità. 33Morì anche Eleàzaro, figlio di Aronne. Lo seppellirono a Gàbaa, che apparteneva a Fineès, suo figlio, in quanto era stata assegnata a lui, nella zona montuosa di Èfraim.
__________________________Note
24,1-28 Questo capitolo non si riallaccia al precedente, ma va collocato accanto a Gs 8,30-35, dove si era già parlato di un rinnovamento dell’alleanza. Giosuè radunò tutte le tribù: il raduno si svolge a Sichem, luogo centrale della terra di Canaan, caro per le memorie di Abramo (Gen 12,6-7) e di Giacobbe (Gen 33,18-20).
24,14 temete il Signore e servitelo: l’unità etnica di tutte le tribù, motivata dai comuni antenati provenienti da oltre il Fiume (v. 15), cioè da oltre l’Eufrate, si accompagna ora a quella religiosa, mediante il culto al Signore unico Dio.
24,26 Scrisse queste parole: l’alleanza viene scritta nel libro della legge di Dio, o forse viene incisa su una stele, a perenne testimonianza (vv. 26-27).
24,32 Per la tradizione riguardante le ossa di Giuseppe, vedi Gen 50,24-25; Es 13,19.
=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=
Approfondimenti
Anche qui viene creato un parallelo chiaro tra la figura di Mosè e quella di Giosuè. Secondo Dt 29ss., Mosè prima di morire aveva celebrato il rinnovamento dell'alleanza a Moab. Giosuè fa ora la medesima cosa, non più al di là del Giordano, bensì a Sichem. Di un rinnovo dell'alleanza a Sichem si era già parlato in Gs 8,30-35. Il nostro capitolo va letto tenendo presente quel brano complementare. Dopo la convocazione dell'assemblea (v. 1), Giosuè introduce il cerimoniale del rinnovamento del patto con una panoramica storica (vv. 2-13), nella quale passa in rassegna gli avvenimenti principali, da Abramo, attraverso l'esodo, fino al passaggio del Giordano e al dono della terra. Quindi (vv. 14-15) propone ad Israele di operare una scelta decisa tra JHWH e le divinità straniere. L'assemblea risponde (vv. 16-18) con una professione di fedeltà nel Dio dell'esodo e della terra: «Noi vogliamo servire JHWH, perché egli è il nostro Dio». Il dialogo liturgico prosegue. Giosuè (vv. 19-20) mette in guardia Israele da defezioni, ricordando l'estrema serietà dell'impegno assunto dinanzi al Dio santo e geloso. Il dialogo s'infittisce (vv. 21-24), in un susseguirsi di domande e risposte intense e drammatiche. È il momento centrale della celebrazione, in cui Israele ribadisce formalmente e ufficialmente la volontà di accettare l'alleanza e di “servire” solo JHWH. Al dialogo segue il rito che sigilla il patto, con la stesura per iscritto del suo testo, il quale viene deposto nel santuario (vV. 25-27). Quindi Giosuè scioglie l'assemblea (v. 28). Mancano le benedizioni e le maledizioni, presenti invece nel brano integrativo di 8,30-35.
1. Su Sichem si veda il commento a 8,30ss.
2-13. Il riepilogo storico di grande respiro, che fa da prologo al rinnovamento del patto, si articola in tre momenti:
- gli inizi, con “i padri” (vv. 2-4);
- l'Egitto e l'esodo (vv. 5-7);
- le vicende in Transgiordania e, dopo la morte di Mosè, l'ingresso nella terra (vv. 8-13).
Al racconto storico, apparentemente disorganico, è sotteso uno schema letterario e teologico accurato, impiegato per esprimere la realtà della salvezza, incentrata attorno al binomio “uscire-entrare, se il soggetto è l'uomo, “far uscire-far entrare” quando il soggetto è JHWH. Lo schema binario è integrato qui da un terzo elemento, costituito dalla tappa intermedia, la peregrinazione attraverso il deserto (con l'uso dei verbi “camminare”, in riferimento a Israele, e “condurre”, in rapporto a JHWH). Risulta determinante anche la ripetizione insistente del verbo «dare» (ntn, uno dei verbi più attestati nell'Antico Testamento, anche con valenza teologica in quanto è rapportato spessissimo a JHWH donatore) e di verbi similari, riferiti all'azione di JHWH, a indicare tutta una serie di doni divini che culmineranno nella terra promessa.
14-15. La proposta di Giosuê insiste sul «servire JHWH» non come «i padri che servirono altri dei». Il verbo «servire» (‘bd), che costituisce il leitmotiv di tutto il nostro capitolo (16 volte in tutto), in questi versetti ricorre per ben sette volte e sarà ripreso come verbo centrale nel dialogo che segue (vv. 16-24). È tipico del Deuteronomio e, insieme al sostantivo ‘ebed (Mosè è il “servo di JHWH” per eccellenza), riferito a JHWH designa anzitutto il rapporto personale con JHWH inteso come Signore (’ādôn). Se il verbo riferito al servizio tra uomini può essere ambivalente, in rapporto a JHWH è sempre positivo e indica una relazione ampia e intensa con lui. L'alternativa a “servire JHWH” è “servire altri dei” in un servizio che, comunque, impegna sempre l'intera esistenza. Se in taluni contesti “servire JHWH” indica la celebrazione del sacrificio e il culto in genere (un significato sopravvissuto nel linguaggio ecclesiastico e sinagogale), in Gs 24 è particolarmente chiara l'accezione nel senso di scelta decisiva di JHWH come signore d'Israele, una opzione che comporta un servizio permanente, una decisione in favore di JHWH ribadita ogni giorno nella vita. Tale servizio manifestato nella propria esistenza è il medesimo servizio esistenziale che Dt esprime con la formula «servire JHWH con tutto il cuore e con tutta l'anima» (ad es. Dt 10,12; vedi anche Dt 4,29).
16-24. Le espressioni del dialogo sono di grande incisività. «Servire JHWH» ha come parallelo «scegliere JHWH», «rivolgere il cuore verso JHWH» (v. 23), «obbedire alla sua voce» (v. 24), «eliminare gli dei dello straniero» (v. 23). Espressioni opposte sono: «abbandonare JHWH» (vv. 16.20), «servire altri dei» (vv. 16.20). Di JHWH si dice che è «santo e geloso». Egli «non perdona» (v. 19), «si volterà contro» Israele e lo «consumerà» (v. 20).
22. In analoghi trattati hittiti, stipulati fra il sovrano e i re vassalli, come testimoni sono invocate le divinità delle due parti in causa. Qui testimone è lo stesso Israele.
25. «concluse un'alleanza», in ebraico è «tagliò un'alleanza», il che allude forse al sacrificio che di solito faceva parte del rito.
26. Mosè aveva inciso la legge su tavole di pietra. Giosuè – si dice qui – scrive il testo dell'alleanza «nel libro della legge di Dio». Si tratta di un'espressione tardiva, tipica di Ne e 1-2 Cr. Di fatto Giosuè deve aver fatto incidere il testo su una stele, che poi eresse come memoriale (v. 27).
29-33. I vv. 29-31 figurano anche, in ordine inverso, in Gdc 2,8-9. Qui fanno da conclusione a tutto il libro di Giosuè. Per completare il ciclo che era iniziato con la discesa di Giuseppe in Egitto, il v. 32 informa sulla sepoltura a Sichem delle sue ossa. Un'aggiunta del codice sacerdotale, interessata al destino del sommo sacerdote Eleazaro, dà notizia della sua morte e sepoltura.
29. Giosuè è detto anch'egli, al pari di Mosè, «servo di JHWH». Con l'annotazione che la sua morte è avvenuta a 110 anni di età, forse si vuol creare un parallelo con la figura di Giuseppe (nel senso che questi aveva introdotto Israele in Egitto, Giosuè aveva introdotto Israele nella terra promessa), morto anch'egli all'età di 110 anni (Gn 50,26).
30. Per Timnat-Serach cfr. 19,50.
32. Secondo Gn 50,24s. Giuseppe, prima di morire, s'era fatto promettere dai «figli d'Israele» che non avrebbero abbandonato le sue ossa in Egitto. Mosè, secondo Es 13,19, prese con sé i resti mortali di Giuseppe al momento dell'esodo. La sepoltura ha luogo a Sichem, nel terreno comprato a suo tempo da Giacobbe (Gn 33,19).
33. Dopo Mosè ed Aronne, anche Giosuè ed Eleazaro scompaiono dalla scena. A differenza però dei loro due grandi predecessori, morti prima di attraversare il Giordano, ad essi è dato di morire ed essere sepolti nella terra promessa.
(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
Nel DNA c'è la verità
Non siamo nati dal peccato, né siamo il risultato accidentale di una mutazione fortunata persa nel caos dell’evoluzione. Questa è una delle più grandi semplificazioni mai raccontate all’essere umano, una narrazione comoda, rassicurante per il sistema e profondamente limitante per chi la accetta senza domande. La storia dell’umanità, come ogni storia, è stata scritta dai vincitori, da chi ha avuto il potere di stabilire cosa fosse vero, cosa fosse eretico e cosa fosse semplicemente impensabile. Ma esiste un archivio che non mente, che non ha religione né ideologia, che non si lascia intimidire dai dogmi: il nostro DNA. In esso non troviamo la firma del peccato originale né il marchio del caso cieco, ma una complessità strutturata, una precisione che assomiglia più a un progetto che a un incidente. Le civiltà più antiche parlavano di esseri scesi dal cielo, non come metafora poetica, ma come presenza concreta, insegnanti, organizzatori, ingegneri della vita. Gli Annunaki, così li chiamavano in Mesopotamia, non erano dèi nel senso moderno del termine, ma entità avanzate, portatrici di conoscenza, capaci di intervenire sulla materia biologica. Non creatori dal nulla, ma assemblatori, raffinatori di un potenziale già esistente. L’essere umano, in questa prospettiva, non nasce come schiavo del peccato, ma come ibrido, come ponte tra due mondi, tra la Terra e qualcosa che la precede e la supera. Ninmah, la cosiddetta Grande Madre, non rappresenta la colpa, ma la gestazione, la sperimentazione, il tentativo di dare forma a una creatura capace di contenere coscienza. Enki non è il tentatore, ma l’architetto della conoscenza, colui che introduce il pensiero critico, la capacità di comprendere, di scegliere. Nei racconti più antichi non esiste la vergogna di essere nati, esiste la responsabilità di essere consapevoli. È solo con il passare dei secoli, con la necessità di controllare masse sempre più ampie, che questa origine viene distorta. La Madre diventa pericolosa, il sapere diventa peccato, la conoscenza viene associata alla caduta. Non è un complotto nel senso cinematografico del termine, ma una dinamica storica ben documentata: chi governa riscrive i simboli, e i simboli, nel tempo, diventano verità interiorizzate. Far dimenticare all’essere umano la propria origine è il modo più efficace per renderlo docile. Non serve cancellare la memoria genetica, basta sovrascriverne il significato. Nasce così l’idea di colpa, di indegnità, di inferiorità ontologica. Eppure il nostro DNA racconta un’altra storia: un cervello iperplastico, un linguaggio simbolico complesso, una coscienza riflessiva capace di interrogare se stessa e l’universo. Queste non sono semplici strategie di sopravvivenza, sono architetture cognitive avanzate. Agli scettici non viene chiesto di credere ciecamente agli Annunaki come a una nuova religione, ma di considerarli come ipotesi culturale e storica capace di spiegare un’anomalia: l’accelerazione improvvisa dell’essere umano rispetto al resto del regno animale. La scienza stessa parla di salti evolutivi, di discontinuità difficili da spiegare con la sola gradualità darwiniana. Qui si aggiunge una domanda, non una risposta definitiva: e se il salto fosse stato assistito? Negare a priori non è metodo scientifico, accettare senza critica non lo è altrettanto. Il vero atto rivoluzionario è sospendere il giudizio e osservare. Se esiste una Madre originaria, simbolica o reale, non chiede culto né sottomissione, ma memoria. Se esiste un Architetto della conoscenza, non impone obbedienza, ma comprensione. Un’eredità aliena, biologica o culturale, non ci rende superiori, ci rende responsabili. Responsabili di come utilizziamo la coscienza, di come trattiamo il pianeta che ci ospita, di come gestiamo il potere che deriva dal sapere. Ricordare non significa credere, significa smettere di vergognarsi di fare domande. Significa uscire dalla narrativa del peccato e del caso cieco per entrare in una visione più ampia, più adulta, più onesta dell’essere umano. Forse non sapremo mai con certezza chi ci ha assemblati, ma una cosa è evidente: non siamo errori, non siamo sbagli, non siamo nati per strisciare. Siamo una storia complessa che qualcuno ha tentato di semplificare. E il nostro DNA, silenzioso e ostinato, continua a custodire la versione originale.
Parole, parole, parole
Non canticchiate la canzone di Mina, se no mi tocca pagarle i diritti! Ma, soprattutto, questo post ha parecchio a che fare le parole ma pressoché nulla con la musica. Le parole contano. Hanno un loro esatto significato, un peso specifico, possono essere lievi come piume o pesanti come pietre, dolci come zucchero o acide come succo di limone e, non cercate di negarlo, mentre leggevate il vostro cervello ha evocato esattamente queste immagini. Funzioniamo così. La parola è probabilmente la prima abilità sociale che abbiamo sviluppato, trasformando suoni gutturali, mugugni e strida del branco in suoni articolati indicanti un oggetto, prima, e via via concetti sempre più complessi. E il nostro cervello si è evoluto così, passo a passo insieme alle parole. Ogni parola ha una sua storia, una sua evoluzione, un suo significato, un suo peso. Per questo dovrebbe impensierirci il fatto che il nostro vocabolario stia diventando sempre più povero e forse faremmo bene a preoccuparci notando che svariate parole stiano subendo un'inversione di significato. Basti pensare a positivo, che, complice il Covid, ha perso il suo significato originale ed è diventato motivo di preoccupazione, ansia, esclusione e solitudine per milioni di persone. E speranza, che scritto con la maiuscola coincideva con colui che annunciava restrizioni, obblighi e divieti che avevano ricadute sull'intera popolazione italiana e che, al solo sentirla nominare, scatenava ondate di palpatine apotropaiche, perché nella lingua parlata non si sa se una lettera sia maiuscola o no e, nel dubbio, un testicula tacta male non fa. Al di fuori di quel periodo nefasto, altro esempio è virale, che ha avuto il percorso inverso, passando da temuto a desiderabile, perché se un'influenza virale è una jattura un post virale può renderti influencer. E la sensazione di essere sulla soglia dell'orwelliano 1984 col suo ribaltamento di significati non cessa nemmeno davanti al Ministero della difesa, al cui attivo si annoverano oggi una quarantina di missioni all'estero con buona pace del significato di de-fendere: tenere lontano chi dovesse premere sui sacri confini (circa la sacralità dei confini oggi, con un mondo divenuto tanto piccolo da consentire di fare colazione a Tokio e cenare a New York, si potrebbe scrivere per ore, ma soprassediamo – almeno per il momento). E, no, la mia non è una critica all'attuale governo, dal momento che, ad esempio, militari italiani sono impegnati in missioni nel Sahara occidentale dal 1991 (governo Andreotti), in Kosovo dal 1999 (governo D'Alema), in Bosnia ed Erzegovina dal 2004 (governo Berlusconi), in Libano dal 2006 (governo Prodi), in Niger e Libia dal 2018 (governo Conte), tanto per citarne alcune, ovviamente tutte ben lontane dai nostri confini e tutte etichettate come missioni di pace.
Oltre al ribaltamento dei significati, altra questione cruciale è il progressivo impoverimento della lingua italiana, in larga misura consentito e accelerato dall'utilizzo dei social e dalla loro rapidità. Nel 2019 lo Zingarelli ha portato nelle piazze italiane i vocaboli a rischio estinzione, ma non pensiate che si tratti di parole particolarmente strane: delizia e inaudito, prestante ed enfasi, ad esempio. Sono parole che aggiungono sfumature al nostro parlare, e proprio per questo stanno scomparendo. Perché il linguaggio odierno predilige l'immediatezza, il sì o no, il bianco o nero, e passa come un rullo compressore sopra tutto ciò che è gradazione, tonalità, chiaroscuro; annulla le discrepanze, le eventualità, le possibilità. Ed è facile intuire come questo non sia un problema solo di lessico, perché se perdiamo la capacità di indicare le mezze misure anche il nostro cervello arriverà a ragionare per assoluti: dentro o fuori, amico o nemico, spianando la strada ai totalitarismi. Ciò che possiamo e che dovremmo fare è riappropriarci del nostro lessico, spingerci oltre quel piccolo patrimonio di circa 7000 parole che tutti noi adulti madrelingua italiani possediamo e ricercare il piacere e l'utilità di vocaboli ormai desueti, ma che conservano tutta la potenza e il fascino di sfumature che non vogliamo cadano nell'oblio.
La violenza che minaccia le midterm di Novembre.
(195)
Negli ultimi mesi le violenze e gli abusi legati a #ICE sono esplosi da questione “di nicchia” per attivisti dei diritti umani a crisi politica nazionale, con morti in detenzione e sulle strade, pestaggi, uso di armi “meno letali” contro chi protesta e un crescendo di denunce da parte di ONG e media.
Questa escalation, nel pieno del secondo mandato #Trump, rischia di trasformarsi non solo in un tema centrale delle prossime elezioni di #midterm di novembre 2026, ma anche in un banco di prova per la tenuta stessa delle libertà civili negli Stati Uniti e altrove.
Dagli ultimi report di “Human Rights Watch” e di altre organizzazioni emergono quadri di detenzione sovraffollata, condizioni sanitarie degradate, pestaggi, uso di gas e granate stordenti contro chi protesta per cibo, acqua o cure mediche, fino a casi di morte evitabile in custodia. Non parliamo solo di “mele marce”: in strutture come Fort Bliss in Texas o i centri in Florida, gli abusi appaiono sistemici, con intimidazioni, violenze fisiche e sessuali e pressioni perché le persone accettino la deportazione “volontaria”.
Parallelamente, i dati mostrano che la grande maggioranza delle persone detenute non ha condanne per reati violenti, smentendo la narrazione di un’operazione mirata a “criminali pericolosi” e confermando piuttosto una logica di repressione di massa a fini politici. L’uso mirato di ICE come strumento di terrore amministrativo verso migranti, comunità e attivisti finisce così per normalizzare uno stato d’eccezione permanente.
Le proteste, in città come #Minneapolis, Boston o New York dopo l’uccisione da parte di agenti ICE di #ReneeNicoleGood, hanno riportato al centro la questione del controllo federale sulla sicurezza e sull’ordine pubblico. La risposta del governo (con la retorica di “legge e ordine”, invio della Guardia Nazionale e teorizzazione di ICE intorno ai seggi “per controllare i non cittadini”) mostra quanto la frontiera tra repressione migratoria e intimidazione politica sia ormai sottile.
Elettoralmente, il tema è a doppio taglio. Da un lato galvanizza la base trumpiana, che vede nella durezza contro migranti e manifestanti un segno di forza; dall’altro, rischia di mobilitare un elettorato urbano, giovane, latino e afroamericano che ha già dimostrato di reagire alle violenze di polizia trasformando la rabbia in voto.
Per i #Democratici, restare prudenti significa perdere credibilità; schierarsi apertamente contro ICE e la militarizzazione può però costare consensi in stati chiave dove la paura è diventata l’argomento centrale della destra.
Sul piano giuridico, l’uso di #ICE come braccio armato interno alimenta un clima da emergenza, ma non offre un appiglio legale reale per rinviare o annullare le elezioni di midterm di novembre 2026. La data delle midterm è fissata dal Congresso, l’amministrazione è in mano agli stati e non esiste oggi alcun potere presidenziale diretto per sospenderle o cancellarle, come ricordano costituzionalisti e fact-check indipendenti che hanno demolito le allusioni a “Big Beautiful Bill” o a stati d’emergenza estesi.
Il pericolo non è tanto l’annullamento formale del voto, quanto il suo svuotamento materiale: intimidazione ai seggi, presenze minacciose di agenti, gestione caotica delle proteste, nuove restrizioni sul diritto di manifestare e sorveglianza capillare possono ridurre l’affluenza e selezionare chi ha realmente la forza, o il coraggio, di recarsi alle urne. È, in altre parole, una strategia di erosione lenta e progressiva della democrazia, che mira a rendere “normale” ciò che fino a ieri sarebbe stato impensabile.
Quello che accade con ICE negli Stati Uniti non resta mai confinato entro i confini nazionali. Quando la prima potenza mondiale legittima campi di detenzione disumani, uso sproporzionato della forza e repressione violenta delle proteste, manda un messaggio potente a tutti i governi tentati dall’inasprire le proprie politiche di sicurezza: se lo fanno loro, lo possiamo fare anche noi.
È così che, lentamente, il linguaggio dei diritti umani viene sostituito da quello del controllo; il migrante, il manifestante, il giornalista scomodo diventano variazioni di un’unica figura da neutralizzare. Per questo la battaglia contro la violenza di ICE non riguarda solo chi rischia di finire su un pullman per il confine, ma chiunque tenga ancora a uno spazio pubblico in cui dissentire non sia considerato un reato, ma un diritto.
#ICE #USA #Midterm #Politica #DirittiCivili #DirittiUmani #Opinioni
il discorso asemico può essere condotto sia attraverso una scrittura nitida, glifi o calligrafia, sia attraverso sovrapposizioni. o almeno questo è il tipo di lavoro – o il doppio fronte di lavoro – che particolarmente mi interessa. per le sovrapposizioni, ecco un esempio recente (che mi piace ascrivere anche a quel buffo tag – #punkasemic – che ho inventato qualche anno fa): differx.tumblr.com/post/805898…
#asemic #asemicwriting #scritturaasemica
Lungopò
noi due mi dici siamo della stessa pasta -quanto a me non so dire i difetti la trave nel mio occhio
le anatre abboccano le nostre briciole tra dorati riflessi e giochi d’acqua
tu ti mantieni bella e gli anni non sciupano questa luminosità del viso
mi chiedo quanti inverni ancora nelle ossa che gemono nelle giunture
. Questo componimento, “Lungopò”, si presenta come un'intima riflessione sulla dualità tra l'autocritica e l'ammirazione per l'altro, il tutto immerso in un paesaggio di immagini naturali e sensazioni tattili.
Un rapporto di somiglianze e differenze:I versi iniziali “noi due mi dici / siamo della stessa pasta” sottolineano un senso di affinità, come se i due interlocutori fossero fatti della stessa sostanza vitale. Tuttavia, mentre il poeta ammette di possedere una sorta di “trave nel mio occhio” – richiamando in maniera sottile il tema biblico dell'ipocrisia o dell'incapacità di vedere i propri difetti – l'altro viene celebrato per la sua bellezza, intatta nonostante il tempo. Questa contrapposizione crea un dialogo interiore ed esteriore, dove il riconoscimento delle proprie mancanze viene messo a confronto con l'apparente perfezione dell'altro.
Le immagini naturali e il passare del tempo:Il richiamo alle “anatre” che abboccano le “nostre briciole” evoca una natura che osserva e, in modo quasi simbolico, raccoglie i resti di un'esistenza condivisa. I “dorati riflessi e giochi d’acqua” creano un'atmosfera quasi magica, suggerendo che nei piccoli momenti quotidiani – come le briciole di pane osservate nel riflesso del sole – si nasconda una bellezza effimera e preziosa. Questi elementi naturali fungono da specchio del ciclo della vita, dove l'invecchiamento è lento e inesorabile, ma carico di una luce propria.
Il tempo e l’eternità dell’essere:Nel passaggio successivo, il poeta si sofferma sull'incanto di una bellezza che sfida il tempo: “tu / ti mantieni bella e gli anni non sciupano / questa luminosità del viso”. Qui si evince un'ammirazione sincera e una sorta di invidia positiva che, invece di essere soltanto nostalgica, si trasforma in un apprezzamento della continuità e del valore intrinseco dell'essere. La domanda finale, “mi chiedo quanti inverni / ancora nelle ossa / che gemono nelle giunture”, apre invece una riflessione sulla fragilità umana, il peso degli anni che si accumula come inverni interiori, un sentimento quasi malinconico che esprime la consapevolezza della nostra mortalità.
Riflessioni aggiuntive:Questo testo si presta a molteplici letture. Si potrebbe interpretare come un dialogo interiore, in cui il poeta mette in conversazione la propria imperfezione con la grazia dell'altro; oppure come un invito a riconoscere che, nonostante le menzogne dell'apparenza, è nei piccoli dettagli – le briciole, i riflessi d'acqua – che si nasconde la verità della vita. L'uso di immagini semplici, ma fortemente evocative, richiama la natura ciclica dell'esistenza: la giovinezza e la bellezza che, pur resistendo al trascorrere degli anni, convivono sempre con la consapevolezza della caducità dell’esserci.
Michael Kiwanuka - Love & Hate (2016)
Sono passati ben quattro anni da Home Again, debut album di Michael Kiwanuka. Io quell’album lo divorai come pochi. Voi ve lo ricordate? Una vera sorpresa cosi’ distante dalle mode del momento, che andava a riprendere fedelmente le sonorità Soul a me care, dove ogni pezzo ti stendeva al primo colpo. Home Again è stato per me (e tanti altri, credo) uno scrollone emozionale non indifferente e davvero provvidenziale in difficoltosi tempi di incertezze che stavo vivendo, ed ha permesso in una scala globale all’ascesa del movimento definito “nu-soul” di cui fanno parte giovani speranze dalle voci portentose e strabordanti d’anima come Leon Bridges, Sampha, Kwabs e Llanne La Havas. Un exploit devastante, poi quel timido ragazzo portentoso è sparito, un po’ à la Jamie Woon: per fortuna ora siamo qua a raccontare del suo secondo attesissimo lavoro... artesuono.blogspot.com/2016/08…
Ascolta il disco: album.link/s/0qxsfpy2VU0i4eDR9…
Declino controllato o sarà collasso incontrollato
Il cambiamento climatico è lo scenario planetario di fondo sul quale si stanno dipanando tutte le crisi a cui assistiamo; è il loro più formidabile acceleratore e spesso ne è la causa scatenante.
Difficile pensarlo per noi piccoli e insignificanti umani, con una capacità di ragionamento limitata al brevissimo tempo e all'orticello di casa nostra: pensare sistemico non è prerogativa del nostro intelletto. Il riduzionismo scientifico è stato un enorme passo avanti per l'umanità ma è diventato tragicamente anche il nostro unico modo di studiare, analizzare e capire il mondo. La forsennata ricerca di vantaggi facili e immediati, unita al totale disinteresse per le conseguenze delle nostre azioni, sono e saranno la nostra condanna.
Sono decenni che la scienza planetaria ci avverte che dallo sconvolgimento del sistema Terra, il sistema di sostentamento da cui dipende la nostra esistenza, sarà la causa delle peggiori crisi, problemi e catastrofi dei prossimi decenni e dei prossimi secoli. E invece di ascoltare la scienza, ascoltiamo la pseudo-scienza dell'economia, e i suoi apprendisti stregoni: gli economisti. Ad oggi si contano sulle dita di una mano gli economisti che mettono al centro dei loro studi e delle loro ricerche gli ecosistemi e la sostenibilità ambientale, in una parola: l'ecologia.
Il cambiamento climatico è la più grave crisi esistenziale che l'umanità si sia mai trovata a dovere affrontare. Ma non la stiamo affrontando, la stiamo ignorando. Continuiamo imperterriti a segare il ramo su cui siamo seduti. Abbiamo un piede abbondantemente già al di là dell'orlo del baratro.
La classe dirigente globale, fatta di 50-60-70enni, sta condannando inesorabilmente le prossime generazioni ad un'esistenza di inimmaginabili sofferenze, privazioni e catastrofi. I primi effetti della scellerata condotta della mia generazione, quella più colpevole perché ha scientemente deciso di ignorare la verità continuando a distruggere il sistema che ci mantiene in vita, li subiranno già i nostri figli. Per i nostri nipoti il futuro è tetro.
L'economia non può e non deve avere la precedenza sulla difesa dell'ecosistema che ci sostenta, semplicemente perché la prima dipende in tutto e per tutto dal secondo. Sconvolgere i sistemi planetari significa distruggere le basi di qualsiasi attività economica e sociale. Le conseguenze sono già sotto gli occhi di tutti.
La nuda e cruda verità è che l'umanità deve tirare subito il freno a mano (doveva farlo già 30 anni fa), costi quel che costi, senza indugi e senza ripensamenti. Le conseguenze saranno durissime certo, tanti resteranno indietro, alcuni perderanno gran parte di ciò che hanno. Ma tutto questo non è niente paragonato a ciò che ci aspetta se proseguiamo ottusamente in questa corsa verso l'autodistruzione.
Lo grida da decenni la scienza planetaria unanime (il 98% degli scienziati del mondo è concorde, certificato da svariati metastudi). Eppure, ai propalatori prezzolati di bufale anti-scientifiche, finanziati dalle lobby petrolifere e dalla finanza predatoria, vengono concessi una visibilità e un diritto di parola inaccettabili in qualsiasi Stato guidato dalla scienza e dalla verità, non dalle fake, dalle superstizioni o dalla religione.
Un celebre studio scientifico del 2022 ha cercato di analizzare i possibili scenari globali estremi a cui il cambiamento climatico potrebbe metterci di fronte.“Climate Endgame: Exploring catastrophic climate change scenarios.” – Kemp, Chi Xu, Rockström et al.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2108…
Questo diagramma, che chiude l'articolo, li riassume e illustra quanto il riscaldamento globale legato al cambiamento climatico sia il fattore che determinerà drammaticamente gli scenari globali futuri sotto ogni punto di vista.
In conclusione, il genere umano si trova di fronte ad un bivio esistenziale: un declino controllato o un collasso incontrollato. Che piaccia o no, le cose stanno così. E da idioti fare finta di niente, non accettare questa triste verità. La cosa tragica è che la specie umana, la più stupida e distruttiva che abiti questo pianeta, corre ai 100 km/h verso il collasso incontrollato.
Chi prende le decisioni per noi è interessato solo ai profitti e ai dividendi. Questa gente sta accumulando immani ricchezze firmando cambiali in bianco che stiamo già pagando in parte noi, ma il cui peso sarà soprattutto sulle spalle delle generazioni future: a partire dai nostri figli e dai nostri nipoti.
Siamo genitori scellerati, irresponsabili, stupidi e ignoranti. Dovrebbe esserci tolta la patria potestà, a tutti. Lasciare che siano soltanto i giovani a decidere sul loro futuro. I giovani sono di gran lunga migliori di noi. Sono molto più consapevoli di noi, più intelligenti e istruiti. E sono giustamente desiderosi di metterci da parte e prendere in mano le redini del loro futuro, perché la partita per loro sarà quella per la vita e sarà estremamente difficile.
Now playing:“A muso duro”A muso duro – Pierangelo Bertoli – 1979
GIOSUE - Capitolo 23
Discorso d’addio di Giosuè1 Molto tempo dopo che il Signore aveva dato tregua a Israele da tutti i nemici che lo circondavano, Giosuè, ormai vecchio e molto avanti negli anni, 2convocò tutto Israele, gli anziani, i capi, i giudici e gli scribi e disse loro: “Io sono vecchio, molto avanti negli anni. 3Voi avete visto quanto il Signore, vostro Dio, ha fatto a tutte queste nazioni, scacciandole dinanzi a voi. Il Signore stesso, vostro Dio, ha combattuto per voi. 4Guardate: ho ripartito tra voi a sorte, come eredità per le vostre tribù, queste nazioni rimanenti – oltre a tutte quelle che ho sterminato – dal Giordano fino al Mare Grande, a occidente. 5Il Signore, vostro Dio, le disperderà egli stesso dinanzi a voi e le scaccerà dinanzi a voi, e voi prenderete possesso dei loro territori, come il Signore, vostro Dio, vi ha promesso.6Siate forti nell'osservare e mettere in pratica quanto è scritto nel libro della legge di Mosè, senza deviare da esso né a destra né a sinistra, 7senza mescolarvi con queste nazioni che rimangono fra voi. Non invocate i loro dèi. Non giurate su di loro. Non serviteli e non prostratevi davanti a loro. 8Restate invece fedeli al Signore, vostro Dio, come avete fatto fino ad oggi. 9Il Signore ha scacciato dinanzi a voi nazioni grandi e potenti; nessuno ha potuto resistere a voi fino ad oggi. 10Uno solo di voi ne inseguiva mille, perché il Signore, vostro Dio, ha combattuto per voi, come vi aveva promesso. 11Abbiate gran cura, per la vostra vita, di amare il Signore, vostro Dio. 12Perché, se vi volgete indietro e vi unite al resto di queste nazioni che sono rimaste fra voi e vi imparentate con loro e vi mescolate con esse ed esse con voi, 13sappiate bene che il Signore, vostro Dio, non scaccerà più queste nazioni dinanzi a voi. Esse diventeranno per voi una rete e una trappola, flagello ai vostri fianchi e spine nei vostri occhi, finché non sarete spazzati via da questo terreno buono, che il Signore, vostro Dio, vi ha dato. 14Ecco, io oggi me ne vado per la via di ogni abitante della terra; riconoscete con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra anima che non è caduta neppure una parola di tutte le promesse che il Signore, vostro Dio, aveva fatto per voi. Tutte si sono compiute per voi: neppure una parola è caduta. 15Ma, come è giunta a compimento per voi ogni promessa che il Signore, vostro Dio, vi aveva fatto, così il Signore porterà a compimento contro di voi tutte le minacce, finché vi abbia eliminato da questo terreno buono che il Signore, vostro Dio, vi ha dato. 16Se trasgredirete l'alleanza che il Signore, vostro Dio, vi ha imposto, andando a servire altri dèi e prostrandovi davanti a loro, l'ira del Signore si accenderà contro di voi e voi sarete spazzati via dalla terra buona che egli vi ha dato”.
__________________________Note
23,1-16 Ormai vecchio, Giosuè rivolge le sue ultime raccomandazioni, come altri personaggi dell’AT (vedi i discorsi di congedo di Mosè in Dt 32,1-43 e di Samuele in 1Sam 12).
=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=
Approfondimenti
Nelle pagine storiografiche dell'Antico Testamento – e nelle culture antiche in genere – i discorsi messi in bocca ai protagonisti prima della loro morte sono particolarmente densi di contenuto. In essi l'autore non solo riprende, in uno sguardo d'insieme, i punti principali dell'attività del personaggio, ma ne fornisce anche un'interpretazione complessiva. Questi discorsi di congedo diventano pertanto il momento privilegiato per far emergere con puntualità e linearità la concezione storica e teologica del redattore o della redazione finale di un'opera. (Ciò peraltro vale anche per alcuni libri del Nuovo Testamento. Si pensi, ad esempio, al discorso del Paolo lucano a Mileto, At 20, o del Gesù giovanneo in Gv 13-18). È stato questo il caso dei discorsi di Mosè nel Deuteronomio – che possono essere intesi come un commento omiletico e attualizzante dell'alleanza celebrata a Sichem (Gs 24) –, ed è questo il caso anche del discorso di congedo tenuto da Giosuè. Esso ruota attorno ai seguenti motivi: Dio ha combattuto per Israele, disperdendo i popoli nemici e permettendo agli Ebrei di prendere possesso di Canaan (cfr. Gs 1-12). Egli inoltre ha suddiviso equamente il paese fra tutte le tribù (cfr. Gs 13-21). Con queste due imprese, condotte a termine tramite Giosuè, JHWH ha portato a compimento le promesse fatte ai padri. Ora chiede che Israele si mostri fedele, lo riconosca come Dio unico ed esclusivo, ne osservi la legge data mediante Mosè. I motivi dominanti del discorso sono dunque quelli tipici della teologia deuteronomistica. E deuteronomistica è pure la prospettiva nascosta del brano. Non è Giosuè che parla all'Israele del passato, ma l'autore che si sta rivolgendo ai suoi contemporanei. Questo spiega un altro elemento del discorso, la minaccia di scomparire dal «buon paese» (v. 16, vedi Dt 11,10-17), per infedeltà, una minaccia che al tempo della redazione di questa pagina era o stava per diventare realtà amara, con la catastrofe del 587 e con l'esilio.
6. I moniti che seguono nei vv. 7ss. acquistano grande attualità e intensità se letti nella prospettiva dell'esilio imminente o già in atto. Cfr. Dt 7,3, che parla dei matrimoni misti, e tutto quanto il c. 7, che costituisce la fonte principale di questi versetti.
(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
Il potere che non ama i riflettori
Parliamo di élite. Una parola semplice, apparentemente neutra, eppure carica come una stanza chiusa a chiave. Evoca immediatamente un’idea scomoda: non tutti decidono, e soprattutto non tutti contano allo stesso modo. E no, non stiamo entrando nel territorio del complottismo urlato, quello dei burattinai con il mantello. Qui restiamo coi piedi ben piantati nella realtà documentata, studiata, analizzata da sociologi, economisti e politologi spesso molto lontani da qualsiasi deriva “cospirazionista”. Cos'è in fondo un élite? Un élite è una minoranza che concentra risorse decisive: capitali finanziari, accesso alle informazioni, potere decisionale e influenza mediatica. Non è un giudizio morale, è una descrizione strutturale. Ogni società complessa genera élite. Il punto non è se esistano, ma quanto siano visibili, controllabili e responsabili. Le élite non vivono in una stanza segreta (spoiler: niente candele nere). Vivono in reti. Consigli di amministrazione, fondi di investimento, think tank, lobby, organismi sovranazionali, grandi studi legali e finanziari. Luoghi dove le decisioni vengono preparate, molto prima di essere annunciate. Qui è utile fare nomi, senza demonizzarli: World Economic Forum, BlackRock, Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea. Queste entità non governano direttamente, ma influenzano il perimetro delle scelte possibili. È una differenza sottile, ma fondamentale. La politica “di superficie” decide dentro cornici già tracciate. Pensare che politica, economia e finanza siano mondi separati è una favola rassicurante. In realtà: la finanza decide cos'è sostenibile, l'industria decise cos'è realizzabile e la politica il piu' delle volte decide solo come raccontarlo. Il potere moderno non ha bisogno di imposizioni violente. Funziona per vincoli, incentivi, dipendenze strutturali. Non ti obbliga. Ti convince che non ci siano alternative. Ma allora chi vota? Chi conta? Domanda legittima. E qui arriva il punto che mette in crisi anche gli scettici onesti. Il voto conta, ma non decide tutto. Le grandi scelte — modello economico, assetti produttivi, flussi finanziari, politiche energetiche — precedono spesso il dibattito pubblico. La democrazia resta, ma si muove in uno spazio sempre più stretto. Non è una dittatura. È qualcosa di più elegante e più difficile da contestare: una governance tecnocratica globale. Perché parlarne non è complottismo. Il complottismo semplifica tutto in “loro cattivi, noi buoni”. Qui invece parliamo di: studi accademici, concentrazione del capitale, revolving doors tra politica e finanza e dati pubblici su partecipazioni incrociate. Negare l’esistenza delle élite oggi è come negare la gravità perché non la vedi. Crederci ciecamente come a un mito oscuro è ingenuo. Capirle è un atto di maturità civica. Le élite esisteranno sempre. Il nodo vero è questo: chi le controlla? Chi le bilancia? Chi le rende trasparenti? Quando il potere è troppo concentrato e troppo opaco, la società si sbilancia. E quando una società si sbilancia troppo… la storia ci insegna che prima o poi si spezza. Non serve credere a oscure cabale. Basta guardare i meccanismi, seguire i flussi, osservare chi siede dove e per quanto tempo. L’élite non è un mostro. È una struttura di potere. Ignorarla è comodo. Capirla è scomodo. Ma è l’unico modo per non esserne semplicemente oggetto.
We are the robots
La robotica contemporanea sta vivendo una fase di profonda trasformazione, spinta da un’accelerazione senza precedenti delle tecnologie informatiche e dall’integrazione sempre più matura dell’intelligenza artificiale, elementi che stanno rendendo i robot non solo più efficienti, ma anche adattivi, autonomi e capaci di apprendere dal contesto in cui operano. Uno degli sviluppi più significativi riguarda l’adozione di architetture software modulari e distribuite, che consentono ai sistemi robotici di separare il controllo hardware dai livelli decisionali superiori, rendendo più semplice l’aggiornamento delle funzioni e l’integrazione di nuovi algoritmi senza riprogettare l’intera macchina. In questo scenario il ruolo dell’IA è centrale, soprattutto grazie al machine learning e al deep learning, che permettono ai robot di riconoscere oggetti, interpretare immagini e segnali sensoriali, prevedere comportamenti e ottimizzare le proprie azioni nel tempo, passando da semplici esecutori a veri sistemi cognitivi. La visione artificiale è una delle applicazioni informatiche più avanzate in robotica: reti neurali convoluzionali consentono ai robot di “vedere” l’ambiente in modo simile all’essere umano, distinguendo forme, profondità e movimenti, con applicazioni che vanno dall’industria manifatturiera alla chirurgia assistita. Accanto alla visione, la sensoristica intelligente integra dati provenienti da lidar, radar, sensori tattili e inerziali, che vengono fusi tramite algoritmi di sensor fusion per creare una rappresentazione coerente e affidabile dell’ambiente circostante. Un altro ambito in forte crescita è quello dei robot collaborativi, o cobot, progettati per lavorare fianco a fianco con l’uomo, grazie a sistemi di controllo sicuri, algoritmi predittivi e modelli di interazione uomo-macchina che riducono i rischi e aumentano la produttività. Questi robot utilizzano software di pianificazione avanzata che calcolano traiettorie dinamiche in tempo reale, adattandosi ai movimenti umani e alle variazioni dell’ambiente di lavoro. La robotica autonoma, impiegata in droni e veicoli mobili, sfrutta tecniche di localizzazione e mappatura simultanea, note come SLAM, che permettono ai robot di orientarsi in ambienti sconosciuti senza infrastrutture esterne. Dal punto di vista informatico, l’uso del cloud e dell'Edge computing consente di distribuire l’elaborazione, affidando ai nodi locali le decisioni critiche in tempo reale e al cloud l’analisi dei dati su larga scala e l’addestramento dei modelli di IA. Le tecnologie robotiche più avanzate includono anche l’apprendimento per rinforzo, grazie al quale un robot può migliorare le proprie prestazioni attraverso tentativi ed errori, simulando milioni di scenari in ambienti virtuali prima di operare nel mondo reale. In ambito industriale, aziende come Boston Dynamics dimostrano come l’integrazione tra meccanica avanzata, software intelligente e intelligenza artificiale possa portare a robot capaci di muoversi in ambienti complessi con un livello di autonomia impensabile fino a pochi anni fa. Non meno rilevanti sono le applicazioni nel settore sanitario, dove la robotica assistiva e riabilitativa utilizza modelli computazionali per adattarsi alle condizioni del paziente, migliorando precisione e personalizzazione delle cure. La direzione futura della robotica punta verso sistemi sempre più generalisti, in grado di trasferire conoscenze da un compito all’altro, grazie a modelli di IA multimodali che combinano linguaggio, visione e azione. In sintesi, la robotica moderna non è più solo una questione di ingranaggi e motori, ma un ecosistema complesso in cui informatica, intelligenza artificiale e ingegneria convergono per creare macchine intelligenti, capaci di apprendere, collaborare e operare in modo sempre più vicino alle capacità cognitive umane.
Importante operazione di polizia contro una banda criminale internazionale chiamata Black Axe (Ascia Nera)
L'Operazione
La polizia spagnola, in collaborazione con le autorità tedesche e l' #Europol (l'agenzia europea di coordinamento delle forze di polizia), ha arrestato 34 persone collegate a questa organizzazione criminale. La maggior parte degli arresti è avvenuta a Siviglia, in Spagna.
Cos'è Black Axe?
Black Axe è un vasto gruppo criminale organizzato nato in Nigeria ma ora attivo in tutto il mondo. Immaginatela come una società criminale con: – gerarchia rigida (come una struttura aziendale con capi e dipendenti); – circa 30.000 membri registrati in tutto il mondo; – divisa in “zone” come sedi di franchising (60 in Nigeria, 35 a livello internazionale); – circa 200 membri per zona.
Le loro attività criminali
Il gruppo guadagna denaro attraverso varie operazioni illegali: – frodi informatiche (truffe online e reati finanziari); – traffico di droga (vendita di droghe illegali); – tratta di esseri umani e prostituzione; – altri reati come rapimenti e rapine a mano armata.
Guadagnano miliardi di euro all'anno attraverso molte piccole truffe che si sommano.
Money Mules
La rete operava principalmente tramite truffe Man-in-the-Middle (MITM), in particolare con il metodo Business Email Compromise (BEC), intercettando le comunicazioni tra aziende per modificare i dati bancari e dirottare pagamenti di importo elevato. Una parte fondamentale della loro attività consiste nel reclutare “money mules”, ovvero persone povere e disoccupate (per lo più spagnole in questo caso) che vengono ingannate o costrette ad aiutare a spostare il denaro rubato attraverso i loro conti bancari. Questi individui vulnerabili spesso non si rendono conto di aiutare i criminali. Attività aggiuntive: oltre alle truffe, sono accusati di riciclaggio di denaro, traffico illecito di veicoli (tramite società fittizie e prestanome) e ricorso a minacce e intimidazioni durante la riscossione dei pagamenti.
Risultati
La polizia ha congelato/sequestrato circa 185.000 € e ritiene che questa rete abbia causato danni per frode per oltre 5,93 milioni di €.
Non ho letto bene Madame Bovary (forse)
Attenzione, spoiler sulla trama
Di recente ho letto il famosissimo, scandaloso romanzo di Gustave Flaubert e, alla fine, come faccio spesso, sono andata a leggermi le note critiche; fatto, questo, che mi ha portata a pensare che forse non avevo letto bene l’intera opera. Ho perciò approfondito la ricerca, leggendo altre note critiche. Essendo Madame Bovary un classico della letteratura, che ai tempi della sua prima pubblicazione costò un processo per immoralità al suo autore, testi di questo genere non mancano di certo, ma l’approfondimento non ha dissipato i miei dubbi. Sostanzialmente la maggioranza dei critici – o, almeno, di quelli di cui ho letto le recensioni – asserisce che Emma Bovary è un’eroina moderna, una donna dai grandi sogni ma impossibili da realizzarsi nel suo tempo, una creatura imprigionata in un mondo provinciale e misogino e il testo una spietata critica all’ipocrita borghesia del XIX secolo.
Il punto è che la mia visione d’insieme non si discosta un po’ da questa lettura: ne è quasi agli antipodi! Da qui il dubbio che io non abbia letto bene Madame Bovary. Secondo me Emma è una ragazzina viziata e con il cervello imbottito da letture fantastiche (questa cosa della lettura, in tutta onestà, viene evidenziata anche da svariati recensori e critici), perennemente insoddisfatta e sempre alla ricerca della felicità facile. Ha una famiglia amorevole e una discreta posizione sociale, ma sogna il matrimonio e la fuga dalla casa paterna. Ha un marito che la venera, un brav’uomo un po’ sempliciotto e certamente non un luminare della medicina, ma che ha una posizione come medico della piccola cittadina in cui vivono, è benvoluto, la ama e la tratta con rispetto; eppure lei non lo sopporta, lo trova sciatto e inetto, lo spinge a operazioni superiori alle sue capacità (con esito disastroso), lo tradisce ripetutamente. Ha una bella e dignitosa casetta in un villaggio che però trova banale e provinciale. Ha un amante ricco, un signorotto locale, che si stanca di lei non appena l’ha ottenuta, come un bambino capriccioso farebbe con un giocattolo nuovo, eppure Emma dice di amarlo e vuole spingerlo a una fuga di coppia; la fuga fallisce, perché lui chiaramente nemmeno ci pensa a prendersi sto accollo, ma se fosse andata a buon fine è facile intuire che Emma si sarebbe stancata dell’amante in quattro e quattr’otto, come in effetti avviene col successivo. Ha una figlia, ma la mette a balia e sostanzialmente se ne disinteressa nel modo più completo, salvo sporadici eccessi di affetto dettati dal suo cervello bacato.
Dal mio punto di vista, Emma non è un’eroina, è una bambina viziata mai cresciuta. La sua non è una critica – che lei concretizza con la sua intera esistenza terrena – alla società bigotta e misogina dell’Ottocento, è un incessante susseguirsi di capricci privi di senso. Se avesse voluto cambiare davvero, cambiare in meglio, avrebbe potuto dare un senso ai suoi giorni, mettendo impegno e amore nel suo agire, anziché sognare in grande limitandosi però a sognare e, peggio ancora, cambiando sogno ogni volta che la sua completa, assoluta inettitudine le faceva sbattere il nasino contro la dura realtà. Dunque è possibile che io abbia letto male Madame Bovary, perché le mie conclusioni sono parecchio distanti da quelle della critica. Ma forse il bello della lettura sta proprio nel fatto che ciascuno può trarre conclusioni e insegnamenti del tutto personali e soggettive. Anche in contrasto con quelle della critica. Anche da un classico.
[provetecniche]come] -dire le appongono con un breve giro di coprimanica un perduto] doppio senso brodi concentrati e gli orientamenti si trovano a pulire [gli sfasamenti delle grigissime il] cemento a stampo le allerte delle] biologiche
Emilio Villa allucinatorio.
nei giorni passati, per una lezione da preparare, ho lavorato molto sulle opere di Emilio Villa. studiate, ristudiate, rilette. ho attraversato numerosi materiali, dagli anni Trenta fino alle ultime cose. questo passaggio, indugiante ma anche – tentativamente – “a volo radente” (pessimo cliché per dire che ho scorso un po' tutto quasi scansionando), è stato come sorvolare un forteto-foresta-fortino paradossalmente più esteso del territorio che lo ospita(va). “i confini del parco sono all'interno del parco” (nessuna frase migliore di questa di Tarkos, per descrivere EV).
non si esce mai completamente dal lavoro (e dalle premesse/conseguenze del lavoro) di Villa. è un allucinogeno dagli effetti permanenti.
rietrare, di forza, dopo tutte queste letture, nel contesto squallidissimo della (chiamiamola così:) poesia contemporanea italiana è un vero disastro percettivo. pessimo risveglio. non trovo nemmeno paragoni, disgusto però tantissimo.
Eric Bachmann - Eric Bachmann (2016)
Messo in soffitta il suo alter ego musicale, la creatura Crooked Fingers, pseudonimo sotto il quale si celava l'identità di un autore piuttosto che il percorso vero e proprio di una band, Eric Bachmann torna ad esporsi in prima persona, attraverso il suo terzo disco solista. L'omonimo titolo sembra sottolineare una sorta di ripartenza, facendo tabula rasa del passato. Non è esattamente così, ma resta evidente la distanza dal primo lavoro, Short Careers, che non era altro che una colonna sonora a carattere strumentale, e altrettanto da quel To the Races, in buona parte acustico e folkie nell'animo... artesuono.blogspot.com/2016/04…
Ascolta il disco: album.link/s/3EVJvaFZejZ6JYWN2…
FORSE UN ANGELO
a trascendersi in me è forse un angelo nel punto dove l'anima vibra come diapason e in un mutevole cielo d'occhi mi asseconda a snudare la bellezza da frammenti di parole e suoni
qui nel mio sangue ecco si leva il fiore che non so dire
. Il componimento “FORSE UN ANGELO” si presenta come un intimo viaggio interiore, un invito a scoprire e accogliere quella presenza eterea che trascende l'ordinario. Il verso iniziale, “a trascendersi in me / è forse un angelo,” suggerisce una trasformazione che prende forma dall'interno, come se un'entità sottile emergesse proprio dal nucleo della propria esistenza, pronta a risvegliare sentimenti e percezioni altrimenti dormienti.
L'immagine “nel punto dove l'anima vibra / come diapason” evoca il concetto di una vibrazione che armonizza il profondo dell'essere. Proprio come un diapason che emana una frequenza pura, la nostra anima può entrare in sintonia con le forze creative che risiedono in noi, capacità che spesso restano inespresse sino a quando non le lasciamo fluire liberamente.
Il “mutevole cielo d'occhi” che “mi asseconda” aggiunge una dimensione interconnessa: la presenza dell'angelo non è isolata, ma si fonde con un mondo di sguardi e di percezioni. Questi occhi possono essere simbolo di una collettività di esperienze, o addirittura del dialogo tra il nostro mondo interno ed esterno, capace di sostenere la ricerca della bellezza nascosta nei “frammenti di parole e suoni”. L'atto di “snudare la bellezza” diventa così un delicato sforzo di rivelazione, una disvelazione dell'ineffabile arte che albergava dentro di noi.
Infine, la chiusa “qui nel mio sangue / ecco si leva il fiore / che non so dire” richiama un'immagine intensa: dalla linfa vitale del proprio essere, come da un seme germinante, sboccia qualcosa di magnifico e indescrivibile. Il fiore, simbolo universale di rinascita e bellezza, sottolinea l'idea che l'arte e l'emozione non sono solo il risultato di un atto creativo, ma anche l'inevitabile manifestazione di un'esistenza che ha toccato il sublime.
Questo componimento, con la sua fusione di immagini sensoriali e sensazioni spirituali, invita a riflettere sul potere trasformativo dell'interiorità. In che modo ritrovi in te la consapevolezza di quell' angelo interiore? Ti risuona l'idea che dalla vibrante sinfonia del proprio essere possa nascere una bellezza che, pur sfuggendo alle parole, si svela in ogni gesto, ogni sguardo?
Forse potremmo approfondire come la metafora del diapason si intrecci con la ricerca della propria frequenza interiore oppure esplorare ulteriormente il simbolismo del fiore che, sebbene “non so dire” racconta una storia universale di trasformazione e rinascita.
GIOSUE - Capitolo 22
EPISODI CONCLUSIVI (22,1-24,33)
Ritorno delle tribù a est del Giordano1In quel tempo Giosuè convocò quelli di Ruben e di Gad e la metà della tribù di Manasse 2e disse loro: “Voi avete adempiuto quanto Mosè, servo del Signore, vi aveva ordinato e avete ascoltato la mia voce, in tutto quello che io vi ho comandato. 3Non avete abbandonato i vostri fratelli durante questo lungo tempo fino ad oggi e avete osservato scrupolosamente il comandamento del Signore, vostro Dio. 4Ora che il Signore, vostro Dio, ha dato tranquillità ai vostri fratelli, come aveva loro promesso, tornate e andatevene alle vostre tende, nella terra di vostra proprietà, che Mosè, servo del Signore, vi ha assegnato a oriente del Giordano. 5Tuttavia abbiate gran cura di eseguire il comandamento e la legge che Mosè, servo del Signore, vi ha dato: amare il Signore, vostro Dio, camminare in tutte le sue vie, osservare i suoi comandamenti, aderire a lui e servirlo con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra anima”. 6Poi Giosuè li benedisse e li congedò ed essi tornarono alle loro tende. 7Mosè aveva dato a metà della tribù di Manasse un possesso in Basan e Giosuè diede all'altra metà un possesso tra i loro fratelli, al di qua del Giordano, a occidente. Anche costoro Giosuè rimandò alle loro tende e li benedisse. 8Disse loro: “Tornate alle vostre tende con grandi ricchezze, con bestiame molto numeroso, con argento, oro, bronzo, ferro e una grande quantità di vesti; dividete con i vostri fratelli il bottino, tolto ai vostri nemici”.9I figli di Ruben e di Gad e la metà della tribù di Manasse tornarono. Lasciarono gli Israeliti a Silo, nella terra di Canaan, per andare nel territorio di Gàlaad, la terra di loro proprietà, che avevano ricevuto in possesso, secondo il comando del Signore, per mezzo di Mosè.10Giunti a Ghelilòt del Giordano, nella terra di Canaan, i Rubeniti e i Gaditi e la metà della tribù di Manasse vi costruirono un altare, presso il Giordano: un altare grande, ben visibile. 11Gli Israeliti udirono che si diceva: “Ecco, Rubeniti, Gaditi e metà della tribù di Manasse hanno costruito un altare di fronte alla terra di Canaan, a Ghelilòt del Giordano, dalla parte degli Israeliti”. 12Quando gli Israeliti vennero a saperlo, riunirono tutta la loro comunità a Silo per muover loro guerra.13Gli Israeliti inviarono Fineès, figlio del sacerdote Eleàzaro, nel territorio di Gàlaad, ai Rubeniti, ai Gaditi e alla metà della tribù di Manasse, 14e con lui dieci capi, un capo per ciascun casato di tutte le tribù d'Israele: tutti erano capi di un casato fra i gruppi di migliaia d'Israele. 15Quando giunsero da quelli di Ruben, di Gad e di metà della tribù di Manasse nel territorio di Gàlaad, dissero loro: 16“Così dice tutta la comunità del Signore: “Che cos'è questa infedeltà che avete commesso contro il Dio d'Israele, smettendo oggi di seguire il Signore, con la costruzione di un altare per ribellarvi oggi al Signore? 17Non ci basta forse la colpa di Peor, dalla quale non ci siamo ancora purificati oggi e che ha attirato quel flagello sulla comunità del Signore? 18Voi oggi avete smesso di seguire il Signore! Poiché oggi vi siete ribellati al Signore, domani egli si adirerà contro tutta la comunità d'Israele. 19Se la terra del vostro possesso è impura, ebbene, passate pure nella terra che è possesso del Signore, dove sta la Dimora del Signore, e stabilitevi in mezzo a noi; ma non ribellatevi al Signore e non rendeteci complici di ribellione, costruendovi un altare oltre l'altare del Signore nostro Dio. 20Quando Acan figlio di Zerach commise un'infrazione contro lo sterminio, l'ira del Signore non venne forse su tutta la comunità d'Israele, sebbene fosse un individuo solo? Non morì forse per la sua colpa?“”.21Allora quelli di Ruben, di Gad e la metà della tribù di Manasse risposero così ai capi delle migliaia d'Israele: 22“Dio degli dèi è il Signore! Dio degli dèi è il Signore! Egli lo sa, ma lo sappia anche Israele. Se abbiamo agito con ribellione o con infedeltà verso il Signore, egli non ci salvi oggi stesso! 23Se abbiamo costruito un altare per smettere di seguire il Signore, per offrirvi olocausti od oblazioni e per farvi sacrifici di comunione, il Signore stesso ce ne chieda conto! 24Non è così! L'abbiamo fatto perché siamo preoccupati che in avvenire i vostri figli potrebbero dire ai nostri: “Che avete in comune voi con il Signore, Dio d'Israele? 25Il Signore ha posto il Giordano come confine tra noi e voi, figli di Ruben e di Gad; voi non avete parte alcuna con il Signore!“. Così i vostri figli farebbero desistere i nostri figli dal temere il Signore. 26Perciò ci siamo detti: Costruiamo questo altare, non per olocausti o per sacrifici, 27ma perché sia testimonianza fra noi e voi e fra i nostri discendenti dopo di noi, che vogliamo compiere il nostro servizio al Signore davanti a lui, con i nostri olocausti, con le nostre vittime e con i nostri sacrifici di comunione. Così i vostri figli non potranno un domani dire ai nostri: “Voi non avete parte con il Signore”. 28Ci siamo detti: Se in avvenire essi diranno questo a noi o ai nostri discendenti, risponderemo: “Guardate la forma dell'altare del Signore, che i nostri padri hanno costruito, non per olocausti o per sacrifici, ma perché fosse testimonianza fra noi e voi”. 29Lontano da noi l'idea di ribellarci al Signore e di smettere oggi di seguirlo, costruendo un altare per olocausti, offerte e sacrifici, oltre l'altare del Signore, nostro Dio, che è davanti alla sua Dimora!“.30Quando il sacerdote Fineès, i capi della comunità e i comandanti delle migliaia d'Israele che l'accompagnavano, udirono le parole degli uomini di Ruben, di Gad e di Manasse, esse parvero buone ai loro occhi. 31Fineès, figlio del sacerdote Eleàzaro, disse a quelli di Ruben, di Gad e di Manasse: “Oggi sappiamo che il Signore è in mezzo a noi, poiché non avete commesso questa infedeltà verso il Signore. Avete così liberato gli Israeliti dalla mano del Signore”.32Fineès, figlio del sacerdote Eleàzaro, e i capi lasciarono quelli di Ruben e di Gad e tornarono dal territorio di Gàlaad alla terra di Canaan presso gli Israeliti, ai quali riferirono l'accaduto. 33La cosa parve buona agli occhi degli Israeliti, i quali benedissero Dio e non parlarono più di muover guerra contro quelli di Ruben e di Gad, per devastare il territorio che essi abitavano. 34Quelli di Ruben e di Gad chiamarono quell'altare Testimonianza, perché dissero: “È una testimonianza fra noi che il Signore è Dio”.
__________________________Note
22,1-34 Il ritorno delle tribù situate a est del Giordano alle sedi originarie conclude la collaborazione che – secondo il redattore deuteronomista – esse avevano dato fin dall’inizio per la conquista di Canaan (vedi 1,12-18). Il contrasto sorto per il fatto che esse avevano costruito un altare grande, ben visibile (v. 10), alle sponde del Giordano, forse suppone malintesi di natura cultuale fra tribù orientali e occidentali.
22,19 Se la terra del vostro possesso è impura: il motivo di fondo del contendere è se la terra a est del Giordano faccia veramente parte della terra santa (Zc 2,16).
=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=
Approfondimenti
22,1-24,33. Questi ultimi capitoli rappresentano una specie di appendice all'attività di Giosuè, analogamente a quanto avviene nei capitoli finali del Deuteronomio in riferimento a a Mosè. Qui peraltro la mano del redattore Deuteronomista è molto più presente che nei capitoli precedenti. Dopo aver licenziato le tribù di Ruben, Gad e metà Manasse, che tornano nei loro territori in Transgiordania (c. 22), Giosuè – sull'esempio di Mosè – pronuncia un suo discorso di congedo, il suo testamento per i figli d'Israele, contenente le ultime raccomandazioni e direttive (c. 23). Infine, a Sichem raduna per l'ultima volta tutte le tribù per il rinnovamento solenne dell'alleanza (24,1-28). I vv. 29-33 contengono informazioni sulla morte e sepoltura di Giosuè, e anche – in una tipica aggiunta del codice sacerdotale – sulla morte e sepoltura di Eleazaro.
Al di là del fatto raccontato, il tema del capitolo 22 riguarda un argomento ricorrente e di grande importanza nella storia d'Israele (tuttora di attualità): il Giordano come confine politico e teologico della terra promessa. I cc. 1-3 lo toccavano implicitamente, mettendo in rilievo l'attraversamento del fiume come momento centrale nella vicenda d'Israele dall'esodo alla terra, la fase di ingresso e penetrazione nel paese. Esso riemerse all'atto della ripartizione della Palestina fra le dodici tribù. Qui è ripreso in forma quasi tematica. In che senso il Giordano è confine sacro della terra promessa? Che dire delle tribù abitanti al di là del fiume? La risposta, messa sulla bocca di Giosuè, riafferma che l'assegnazione alle due tribù e mezza di territori transgiordanici è stata fatta da Mosè in persona, per ordine di JHWH. Essa quindi conserva tutto il suo valore giuridico e teologico. Anche i figli di Ruben, i figli di Gad e i figli di metà Manasse vivono in territorio consacrato, godono della “tranquillità” garantita dal Signore al suo popolo e devono sentirsi obbligati, come tutte le altre tribù, all'osservanza delle leggi emanate da Mosè. Dopo le parole di congedo di Giosuè (v. 1-6), le due tribù e mezza prendono la via del ritorno (vv. 9-11), e in prossimità del Giordano costruiscono un altare che è visto come segno di apostasia dalle altre tribù, le quali reagiscono vivacemente. Attorno a questo incidente è sviluppato il tema della sacralità o meno del territorio transgiordanico e quindi dell'appartenenza a Israele di Ruben, Gad e metà Manasse (vv. 12-34).
1-5. Il brano è intriso di espressioni deuteronomiche e deuteronomistiche. Si noti l'insistenza sulla «osservanza» del «comando» o dei «comandi» e della «legge», sulla «ubbidienza» alla «voce» di JHWH. Si noti anche la menzione dell'«oggi», della «fedeltà», del dovere di «amare» JHWH «camminando per le sue vie». Il tema della «tranquillità» (v. 4) si riferisce al possesso pacifico della terra, come abbiamo detto (cfr. commento a Gs 21,40-45).
7-9. Questi versetti riprendono Nm 31-32.
10-11. Sulla base del testo non è possibile precisare se questo altare fu costruito in Cisgiordania o in Transgiordania. La nostra traduzione interpreta: «di fronte al paese di Canaan», ossia dall'altra parte del Giordano. Ciò che importa del resto è che qui si presuppone il fatto che Silo rivendicava di essere l'unico centro di culto per tutte le tribù, con una specie di anticipazione del motivo della centralizzazione del culto voluta più tardi da Giosia (cfr. Dt 12,1ss.; 13,12s.). Perciò la costruzione dell'altare è considerata un gesto di ribellione, di infedeltà e di apostasia. Ma dietro all'episodio, come s'è detto, c'è la questione teologica più ampia, dell'appartenenza alla comunità d'Israele, un'appartenenza concepita in termini fortemente sacrali: si tratta dell'appartenenza alla comunità destinataria della salvezza (esodo), dell'alleanza (Sinai), del possesso della terra (il problema del Giordano). Sono visibili qui i primi tratti di una semplificazione geografica e storica in funzione teologica, che saranno sviluppati non solo nell'Antico Testamento, ma anche in alcuni autori del Nuovo.
12. Prima di entrare in guerra, le altre tribù d'Israele decidono saggiamente di discutere la questione, inviando ai gruppi transgiordanici una commissione composta dai capifamiglia e presieduta dal sacerdote Finees, figlio di Eleazaro e nipote di Aronne. Tutto questo dà modo all'autore di impostare dialogicamente il problema che gli preme.
16-20. Il discorso degli inviati si sviluppa in tre momenti. All'accusa iniziale di infedeltà sottolineata col ricorso all'esempio di Peor (vv. 16-18), segue un'esortazione esplicita a non ribellarsi a JHWH (v. 19). Il breve discorso si chiude con il richiamo all'esempio di Acan (Gs 7). L'idea centrale è la solidarietà che lega tra loro tutte le tribù d'Israele nel bene e nel male. Gli interrogativi ricorrenti danno incisività alle argomentazioni degli ambasciatori. Dominano le voci «infedeltà», «iniquità», «ribellione», «colpa, «ira del Signore».
21-29. Replicando, gli interpellati si dilungano a controbattere l'accusa di ribellione e infedeltà. L'altare non vuole essere un segno di distacco o una alternativa a Silo. Intende essere simbolo di unione ed espressione di fedeltà a JHWH. La ripetizione insistente del nome di JHWH intende sottolineare le buone intenzioni delle tribù accusate.
30-34. La reazione dei delegati è sintetizzata nella frase di Finees: «fra di noi JHWH è Dio». Nessun peccato di infedeltà è stato commesso. Esso avrebbe reso colpevole l'intera comunità d'Israele ed avrebbe avuto come conseguenza l'allontanamento della presenza e della protezione di JHWH.
(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
Milano misteriosa (parte II)
Milano non nasconde i suoi misteri: li ingloba. Li ingloba nei palazzi del potere, nei castelli, sotto le strade percorse ogni giorno da chi pensa di conoscere la città. Ma Milano non si conosce mai del tutto. Si attraversa, e lei decide cosa mostrarti. Il Castello Sforzesco è l’emblema del potere milanese: militare, politico, simbolico. Ma dietro le mura imponenti si nasconde una rete di passaggi sotterranei reali, studiati e in parte documentati dagli storici. Alcuni di questi cunicoli collegavano il Castello ad altri punti strategici della città, permettendo fughe, spostamenti rapidi, comunicazioni segrete. Non fantasia: architettura difensiva rinascimentale. Qui lavorò anche Leonardo da Vinci, chiamato da Ludovico il Moro non solo come artista, ma come ingegnere militare. I suoi disegni di fortificazioni e sistemi idraulici non erano esercizi teorici, ma soluzioni concrete per una città che viveva in perenne equilibrio tra assedio e splendore. Consiglio pratico: visita il Castello in orari serali o nei mesi meno turistici. Le sale semivuote restituiscono l’eco del potere… e delle sue paure. La Basilica di Sant’Ambrogio è uno dei luoghi spiritualmente più densi di Milano. Ma anche uno dei più enigmatici. All'esterno si trova la famosa Colonna del Diavolo, con due fori ben visibili. La tradizione popolare racconta che siano stati provocati dalle corna di Satana durante uno scontro con Sant’Ambrogio. Leggenda, certo. Ma la colonna è romana, riutilizzata, e il riuso di elementi pagani in contesti cristiani è un fatto storico. Un dettaglio reale e spesso ignorato: nei pressi della colonna si avverte un odore particolare dovuto alle correnti d’aria provenienti dal sottosuolo. Da qui nasce l’idea del “respiro infernale”. Fisica e suggestione che si incontrano. Ancora una volta. I Navigli sono romantici oggi. Ma per secoli sono stati vie commerciali, industriali e… funerarie. Le acque trasportavano merci, sì, ma anche corpi, rifiuti, segreti. Il Naviglio Grande era una arteria vitale, progettata e migliorata anche grazie agli studi di Leonardo. Ma l’acqua stagnante, le nebbie e le attività notturne hanno alimentato una lunga tradizione di storie nere, molte delle quali legate a fatti di cronaca ottocentesca realmente documentati. Non a caso, molti scrittori noir ambientano qui delitti e sparizioni. Non per moda, ma perché il luogo conserva memoria. Consiglio pratico: percorri il Naviglio in inverno, di sera. La Milano più vera emerge quando il folklore tace. Il Cimitero Monumentale non è solo un luogo di sepoltura: è un archivio sociale. Qui riposano industriali, artisti, politici, famiglie che hanno costruito Milano nel bene e nel male. Le sculture non sono casuali: simboli massonici, allegorie del tempo, della morte, del lavoro. Tutto parla di ascesa, caduta e memoria. Consiglio pratico: visita guidata tematica o esplorazione autonoma con mappa storica. È una lezione di storia urbana a cielo aperto. Milano non crea misteri per intrattenere. Li genera perché è una città di potere, trasformazione e stratificazione. Ogni epoca ha lasciato un segno, e nessuno ha cancellato davvero quello precedente. Chi visita Milano cercando solo aperitivi vede una superficie. Chi la percorre con curiosità, rispetto e lentezza scopre una città che osserva mentre viene osservata. E forse è questo il suo segreto più grande.
⬡ Prossimi appuntamenti
Nella foto: Chiesa di San Luca Evangelista con la futura immagine della Divina Misericordia
12 APRILE 2026: Festa della Divina Misericordia
Il 12 Aprile 2026 si avrà la presenza nel Tempio di San Luca Evangelista di una donna del mondo del cinema, della televisione, scrittrice di numerosi libri legati alla sua profonda conversione spirituale, ai suoi progetti come l'associazione “Le opere del Padre” per la diffusione della D.M. e varie pubblicazioni sulla D.M. tra cui “Qualcosa di me” e “Non di solo pane vive l'uomo”. Credo che tutti abbiano capito che si parla di Claudia Koll che nel corso dell'evento ci darà delle sue testimonianze.
Il progetto prevede la costituzione di un grande gruppo di preghiera che sarà il fulcro principale, il motore per l'avvio di tutta la parte spirituale della D.M.
Inizialmente il gruppo si incaricherà di recitare, il martedì e il venerdì alle ore 17:30, la coroncina, il rosario e le litanie alla D.M. alla presenza del Santissimo Sacramento esposto dal sacerdote.
Per la crescita spirituale, ogni 15 gg., da stabilire il giorno della settimana, il gruppo si riunirà in chiesa per delle catechesi programmate tenute dai sacerdoti, riguardanti i più svariati argomenti (attualità, crisi di coppie, matrimonio, violenza sulle donne, ...).
Ogni sei mesi si organizzeranno pullman per Santo Spirito in Sassia a Roma, chiesa di divulgazione in Italia del culto alla D.M. per chi intende consacrarsi alla D.M. Notizie sui pochi obblighi per la consacrazione saranno trattati dopo la formazione del gruppo.
Il programma della festa della D.M. sarà distribuito e pubblicizzato anche in rete prima delle festività pasquali.
Casapulla, 10 gennaio 2026
La comunità del Tempio San Luca Ev.
Conferma la partecipazione all'evento del 12 AprileCon la conferma, riceverai tutti gli aggiornamenti sull'evento. E' facile, basta registrarsi indicando solo la propria email.Per procedere, cliccare QUI
Milano misteriosa (parte I)
Milano è una città che corre. Corre verso il futuro, verso il lavoro, verso la prossima scadenza. Eppure, sotto questa superficie iper-razionale, pulsa una Milano antica, esoterica, simbolica, che non ama farsi notare. Non urla, sussurra. Per chi sa ascoltare, Milano è un libro aperto scritto in pietra, ossa, simboli e silenzi. Questo non è un elenco di leggende metropolitane ma un itinerario reale, basato su luoghi esistenti, documentati, visitabili. Luoghi che raccontano paure, fede, morte, potere e conoscenza, temi che l’uomo non ha mai smesso di interrogare. Cominciamo dal cuore: il Duomo. Il Duomo di Milano non è solo una cattedrale: è un manuale di simbolismo scolpito nel marmo. Costruito a partire dal 1386 e modificato per secoli, porta addosso stratificazioni storiche e culturali che vanno ben oltre il cattolicesimo ufficiale. Passeggiando lungo le sue facciate laterali, lo sguardo attento noterà figure inquietanti: draghi, animali mostruosi, volti deformi. Non sono decorazioni casuali. Nel Medioevo queste sculture avevano una funzione precisa: tenere lontano il male e, allo stesso tempo, ricordare al fedele che il caos è sempre in agguato. Un dettaglio poco noto ma reale: sul Duomo è presente una meridiana solare (XVIII secolo), utilizzata per regolare l’ora ufficiale della città. Un tempio che non solo guarda al cielo, ma misura il tempo. Spiritualità e astronomia. Fede e scienza. Milano, già allora, non sceglieva ma integrava tutto questo. A pochi minuti a piedi dal Duomo esiste uno dei luoghi più disturbanti – e autentici – di Milano: San Bernardino alle Ossa. Qui non c’è leggenda. C’è realtà storica. L’ossario nasce nel XIII secolo per contenere i resti umani provenienti dal vicino ospedale e dal cimitero ormai saturo. Nel Seicento, le ossa diventano elemento architettonico e decorativo: teschi, tibie, femori disposti in nicchie e motivi ornamentali. Non è macabro per provocazione. È una teologia della morte: ricordare che ogni corpo è temporaneo, che la fine rende tutti uguali. Un potente memento mori in una città oggi ossessionata dall’apparenza. Curiosità documentata: una leggenda popolare parla di una bambina scheletrica che di notte raccoglie le ossa cadute. Suggestione, certo. Ma il silenzio del luogo, soprattutto in orari poco affollati, rende facile capire perché certe storie nascano. Oggi Brera è sinonimo di movida elegante. Ma storicamente è stato un quartiere di ribelli, artisti, pensatori e spiriti inquieti. Qui sorgeva il Collegio dei Gesuiti, centro di sapere, controllo e disciplina. Ma Brera è sempre stata anche il luogo dove il pensiero ufficiale veniva messo in discussione. Artisti, incisori, intellettuali: menti abituate a guardare oltre il visibile. Non è un caso che molte simbologie presenti nei palazzi storici di Brera richiamino l’alchimia: trasformazione, conoscenza, passaggio da uno stato all’altro. Milano non ha mai amato la magia urlata. Preferisce quella che si nasconde nei dettagli. Questa prima parte ci mostra una verità semplice: Milano non è misteriosa perché vuole spaventare, ma perché vuole essere capita. I suoi luoghi non sono attrazioni da checklist, ma capitoli di un racconto urbano che parla di potere, fede, morte, conoscenza e trasformazione. Nella Parte II entreremo ancora più a fondo: castelli, sotterranei, acque oscure, simboli militari e segreti che si annidano nei luoghi del comando e del controllo. Milano, come certi romanzi noir, non si rivela tutta al primo sguardo. E forse è proprio per questo che continua ad affascinare.
La guerra a colpi di byte
La sicurezza informatica, un tempo relegata agli specialisti di settore e agli ingegneri dei sistemi, è oggi divenuta uno dei pilastri della geopolitica globale, un campo di battaglia silenzioso ma potentissimo dove si combattono guerre senza armi convenzionali, dove l’invisibile influenza il visibile, dove una stringa di codice può avere la stessa forza distruttiva di un missile e dove le informazioni valgono più dell’oro. Gli ultimi conflitti internazionali ce lo dimostrano senza lasciare spazio a dubbi: la guerra tra Russia e Ucraina ha svelato quanto l’aspetto cibernetico sia parte integrante delle strategie militari, gli attacchi hacker contro le infrastrutture critiche ucraine non solo hanno anticipato le offensive terrestri, ma hanno minato la fiducia del popolo, creando disservizi, blackout e una diffusa insicurezza nella popolazione, rendendo chiaro al mondo che la prima linea non è sempre visibile. Lo scenario mediorientale, con l’acuirsi delle tensioni tra Israele, Palestina e Iran, non è da meno, qui la guerra digitale si sviluppa su più piani: il sabotaggio dei sistemi di difesa aerei, il furto di dati sensibili dalle agenzie di intelligence, la diffusione di disinformazione per destabilizzare l’opinione pubblica e, soprattutto, una costante attività di spionaggio condotta tramite sofisticati software di intrusione che penetrano come lame affilate nei server governativi e nei dispositivi personali dei più alti funzionari. Nulla è lasciato al caso, ogni click può diventare una porta aperta, ogni file un cavallo di Troia. I servizi segreti moderni, infatti, hanno spostato il loro baricentro operativo verso il cyberspazio, dove agenti invisibili lavorano instancabilmente per carpire informazioni vitali per la sicurezza nazionale e per costruire vantaggi strategici. La potenza di un Paese non si misura più soltanto in carri armati o in risorse energetiche, ma nella sua capacità di proteggere i propri dati e di penetrare quelli altrui. In questo contesto, l’Italia si trova in una posizione delicata: pur possedendo eccellenze nel campo della sicurezza informatica, come il Centro Nazionale per la Cybersecurity e alcune unità specializzate della Polizia Postale, il nostro Paese appare ancora troppo vulnerabile di fronte a minacce sempre più sofisticate e persistenti. Le infrastrutture critiche italiane, come quelle energetiche, sanitarie, dei trasporti e delle telecomunicazioni, sono state già oggetto di numerosi tentativi di intrusione e attacchi ransomware, talvolta andati a segno, lasciando dietro di sé danni economici significativi e, soprattutto, dimostrando la fragilità di un sistema che non ha ancora pienamente interiorizzato la cultura della prevenzione digitale. La scarsa consapevolezza diffusa tra cittadini, aziende e persino enti pubblici rende il terreno fertile per le operazioni malevole di hacker ostili, che sfruttano vulnerabilità banali, spesso legate a password deboli, aggiornamenti trascurati o errori umani evitabili. L’Italia è un Paese culturalmente ancora in ritardo rispetto alla comprensione della sicurezza informatica come elemento imprescindibile della vita quotidiana e della difesa nazionale. Eppure, in questa complessità globale dove ogni dato può diventare un’arma e ogni sistema può trasformarsi in un obiettivo, il nostro presente ci sta offrendo un’opportunità irripetibile: quella di diventare consapevoli e resilienti. È necessario che la sicurezza informatica venga percepita come una priorità assoluta, non solo per le grandi istituzioni ma per ogni singolo individuo, perché in questa nuova era interconnessa anche il più piccolo anello della catena può determinare la forza o la debolezza di un intero sistema. L’Italia ha le competenze per rispondere, ha i talenti per innovare, ha le strutture per migliorare, ma tutto dipende dalla volontà collettiva di investire seriamente, di formare, di aggiornare, di proteggere. Non si tratta più di difendersi da ipotetiche minacce future: il campo di battaglia è già qui, nel presente, e siamo già tutti parte di questa guerra invisibile che si combatte nei cavi, nei server, nei dispositivi e nelle onde radio. E solo chi saprà vedere oltre la superficie, solo chi comprenderà che la sicurezza informatica non è una semplice questione tecnica ma una strategia di sopravvivenza e di successo per intere nazioni, potrà emergere vincitore da questo scenario sempre più complesso, dove ogni frammento di informazione è una chiave e ogni barriera una porta da difendere con lucidità, costanza e visione.
Il giallo, il rosso e il nero
La lettura dei libri gialli e thriller continua ad affascinare milioni di persone in tutto il mondo. Non è soltanto una questione di intrattenimento, ma un vero e proprio esercizio della mente, una palestra dove l’immaginazione incontra la logica. Il lettore si trova immerso in trame fitte di indizi, false piste e rivelazioni improvvise, diventando a tutti gli effetti un investigatore invisibile. In questo genere di libri ogni parola può essere una chiave, ogni dettaglio apparentemente insignificante può nascondere la soluzione di un enigma più grande. La forza del giallo e del thriller non sta soltanto nella costruzione della trama, ma anche nella capacità di generare suspense. Il cuore batte più forte, la curiosità cresce pagina dopo pagina, e il lettore si scopre incapace di abbandonare il libro prima di aver raggiunto la conclusione. Questa tensione costante, abilmente orchestrata dagli autori, è il segreto che tiene viva l’attenzione e crea quel sottile legame di complicità tra chi scrive e chi legge. Ogni storia gialla diventa così una sfida mentale. L’autore dissemina indizi con la precisione di un illusionista, mentre il lettore cerca di ricomporre il puzzle prima che l’investigatore di turno sveli la verità. In questo gioco di specchi, non conta soltanto scoprire chi è l’assassino, ma comprendere i meccanismi che regolano il crimine, le motivazioni, le psicologie dei personaggi. È come osservare la realtà da un punto di vista privilegiato, con la lente d’ingrandimento della narrativa. Il thriller, rispetto al giallo classico, aggiunge un elemento ulteriore: l’adrenalina. Non si limita a raccontare un mistero, ma lo trasforma in un’esperienza emotiva intensa, dove il pericolo sembra pulsare tra le righe. In questo senso il rosso del sangue e il nero della paura si intrecciano con il giallo dell’enigma, creando un mix che difficilmente lascia indifferenti. Leggere un thriller significa accettare di vivere, almeno per qualche ora, in bilico tra razionalità e istinto. C’è qualcosa di profondamente moderno nella fascinazione per questi libri. Nel mondo iperconnesso e apparentemente trasparente in cui viviamo, i gialli e i thriller continuano a ricordarci che il mistero non è mai del tutto scomparso. La verità si nasconde spesso sotto più strati, le apparenze possono ingannare, e persino le tecnologie più avanzate non bastano a risolvere ogni enigma umano. Il fascino dell’ombra resiste, e forse è proprio questo a renderli così attuali. Molti lettori trovano in queste pagine una forma di evasione, ma anche un modo per allenare la mente. La logica, la capacità di osservazione e il pensiero critico diventano strumenti indispensabili. Non a caso, leggere gialli e thriller è come partecipare a un dialogo silenzioso con l’autore: lui lancia la sfida, il lettore risponde cercando di arrivare prima alla soluzione. È un rapporto dinamico che rende l’esperienza di lettura più viva e coinvolgente. Il commissario astuto, il detective tormentato, la vittima misteriosa, l’assassino insospettabile: figure archetipiche che cambiano volto a seconda del tempo e del contesto, ma che non smettono mai di parlare al nostro immaginario. Oggi, nel 2025, il genere continua a reinventarsi con ambientazioni contemporanee, investigatori digitali e scenari globali. Ma il cuore resta lo stesso: l’eterna sfida tra luce e ombra, tra verità e menzogna. Un altro elemento che rende irresistibile il genere è la sua capacità di rispecchiare le paure della società. I gialli dell’Ottocento raccontavano misteri familiari e borghesi, quelli del Novecento si sono confrontati con guerre, mafia e corruzione, mentre oggi i thriller affrontano i temi della tecnologia, del potere occulto e dei segreti nascosti nella rete. La narrativa segue i cambiamenti della società e, in un certo senso, li anticipa. Leggere gialli e thriller, quindi, non significa soltanto divertirsi, ma anche esplorare le ombre del nostro tempo. Ciò che temiamo, ciò che non comprendiamo, ciò che si nasconde dietro la facciata della normalità: tutto trova spazio tra le pagine di un buon romanzo. È come se la narrativa ci offrisse uno specchio oscuro, capace di riflettere non solo i delitti immaginari, ma anche le inquietudini reali. Infine, c’è il piacere puro e semplice della narrazione. La scrittura di un grande autore di thriller non si limita a tessere una trama complessa, ma costruisce atmosfere, scava nelle emozioni, ci fa vivere nei panni dei protagonisti. La forza di un libro giallo non è soltanto nell’enigma, ma anche nella capacità di evocare luoghi, volti e silenzi che restano nella memoria. Alcuni romanzi lasciano un’impronta duratura, perché ci insegnano a guardare il mondo con occhi diversi. Ecco allora che il giallo, il rosso e il nero diventano i colori di una passione senza tempo. Il giallo rappresenta l’enigma, la sfida intellettuale. Il rosso richiama il sangue, la violenza, la passione che si nasconde dietro ogni delitto. Il nero è l’ombra, la paura, ma anche l’eleganza che contraddistingue questo genere letterario. Tre colori che insieme compongono un linguaggio universale, capace di parlare a lettori di ogni età e cultura. In un’epoca in cui tutto sembra correre veloce e superficiale, dedicarsi a un buon giallo o a un thriller di qualità è un atto di resistenza. Significa concedersi il tempo di osservare, riflettere, decifrare. È un invito a rallentare per ascoltare i dettagli, a diffidare delle apparenze, a non fermarsi mai alla prima spiegazione. Forse è proprio questo il messaggio più profondo: la verità non è mai immediata, va cercata con pazienza e con coraggio. Chi legge gialli e thriller (come chi vi scrive) lo sa bene: non si tratta solo di storie di crimine, ma di racconti sull’essere umano e le sue contraddizioni. Dentro ogni assassino c’è una storia, dentro ogni vittima un segreto, dentro ogni investigatore una fragilità. È questa dimensione universale che rende il genere sempre vivo, sempre attuale, sempre in grado di sorprenderci. Ed è per questo che, ancora oggi, milioni di lettori si lasciano catturare dal fascino dell’enigma. Perché in fondo, dietro ogni pagina girata, si nasconde la speranza di trovare non solo la soluzione di un mistero narrativo, ma anche un piccolo frammento di verità sulla vita stessa.
Nothing - Tired of Tomorrow (2016)
A prima vista, l’impatto col nuovo full length dei Nothing, ‘Tired Of Tomorrow’, restituisce un violento nichilismo ed un “no future” decisamente punk. Il punto di forza della band di Philadelphia sta proprio nel proporre tematiche quali la negatività della condizione umana, nonché la misantropia, usando però uno stile formale ben lontano dalla rabbia urlata nel microfono unita a chitarre usate come grattugie, muovendosi invece fra territori rock in cui domina il tocco delicato... artesuono.blogspot.com/2016/05…
Ascolta il disco: album.link/s/2655MXRi7PSJTtYqd…
GIOSUE - Capitolo 21
Le città levitiche1I capifamiglia dei leviti si presentarono al sacerdote Eleàzaro, a Giosuè figlio di Nun e ai capifamiglia delle tribù degli Israeliti 2e dissero loro a Silo, nella terra di Canaan: “Il Signore ha comandato, per mezzo di Mosè, che ci fossero date città da abitare, con i loro pascoli per il nostro bestiame”. 3Allora gli Israeliti, secondo il comando del Signore, diedero ai leviti le seguenti città, con i loro pascoli, prendendole dalla loro eredità.
4Si tirò a sorte per i casati dei Keatiti. Ai leviti, figli del sacerdote Aronne, toccarono in sorte tredici città della tribù di Giuda, della tribù di Simeone e della tribù di Beniamino. 5Al resto dei Keatiti toccarono in sorte dieci città dei casati della tribù di Èfraim, della tribù di Dan e di metà della tribù di Manasse. 6Ai figli di Gherson toccarono in sorte tredici città dei casati della tribù di Ìssacar, della tribù di Aser, della tribù di Nèftali e di metà della tribù di Manasse in Basan. 7Ai figli di Merarì, secondo i loro casati, toccarono dodici città della tribù di Ruben, della tribù di Gad e della tribù di Zàbulon.8Gli Israeliti dunque assegnarono per sorteggio ai leviti queste città, con i loro pascoli, come il Signore aveva comandato per mezzo di Mosè.9Della tribù dei figli di Giuda e della tribù dei figli di Simeone assegnarono le città qui nominate.
10Esse toccarono ai leviti, figli d'Aronne, dei casati dei Keatiti, perché il primo sorteggio fu per loro. 11Furono dunque date loro Kiriat-Arbà, padre di Anak, ossia Ebron, sulle montagne di Giuda, con i suoi pascoli tutt'intorno; 12ma diedero in possesso a Caleb, figlio di Iefunnè, i campi di questa città e i villaggi circostanti. 13Diedero dunque ai figli del sacerdote Aronne Ebron, città di asilo per l'omicida, con i suoi pascoli, Libna e i suoi pascoli, 14Iattir e i suoi pascoli, Estemòa e i suoi pascoli, 15Colon e i suoi pascoli, Debir e i suoi pascoli, 16Ain e i suoi pascoli, Iutta e i suoi pascoli, Bet-Semes e i suoi pascoli: nove città di queste tribù.17Della tribù di Beniamino, Gàbaon e i suoi pascoli, Gheba e i suoi pascoli, 18Anatòt e i suoi pascoli, Almon e i suoi pascoli: quattro città.19Totale delle città dei sacerdoti figli d'Aronne: tredici città e i loro pascoli.
20Ai casati dei Keatiti, cioè al resto dei leviti, figli di Keat, toccarono città della tribù di Èfraim. 21Fu loro data, come città di asilo per l'omicida, Sichem e i suoi pascoli sulle montagne di Èfraim; poi Ghezer e i suoi pascoli, 22Kibsàim e i suoi pascoli, Bet-Oron e i suoi pascoli: quattro città. 23Della tribù di Dan: Eltekè e i suoi pascoli, Ghibbetòn e i suoi pascoli, 24Àialon e i suoi pascoli, Gat-Rimmon e i suoi pascoli: quattro città. 25Di metà della tribù di Manasse: Taanac e i suoi pascoli, Ibleàm e i suoi pascoli: due città. 26Totale: dieci città con i loro pascoli, che toccarono ai casati degli altri figli di Keat.
27Ai figli di Gherson, che erano tra i casati dei leviti, furono date, di metà della tribù di Manasse, come città di asilo per l'omicida, Golan in Basan e i suoi pascoli, Astaròt con i suoi pascoli: due città; 28della tribù d'Ìssacar, Kisiòn e i suoi pascoli, Daberàt e i suoi pascoli, 29Iarmut e i suoi pascoli, En-Gannìm e i suoi pascoli: quattro città; 30della tribù di Aser, Misal e i suoi pascoli, Abdon e i suoi pascoli, 31Chelkat e i suoi pascoli, Recob e i suoi pascoli: quattro città; 32della tribù di Nèftali, come città di asilo per l'omicida, Kedes in Galilea e i suoi pascoli, Cammòt-Dor e i suoi pascoli, Kartan con i suoi pascoli: tre città. 33Totale delle città dei Ghersoniti, secondo i loro casati: tredici città e i loro pascoli.
34Ai casati dei figli di Merarì, cioè al resto dei leviti, furono date, della tribù di Zàbulon, Iokneàm e i suoi pascoli, Karta e i suoi pascoli, 35Dimna e i suoi pascoli, Naalàl e i suoi pascoli: quattro città; 36della tribù di Ruben, come città di asilo per l'omicida, Beser e i suoi pascoli, Iaas e i suoi pascoli, 37Kedemòt e i suoi pascoli, Mefàat e i suoi pascoli: quattro città; 38della tribù di Gad, come città di asilo per l'omicida, Ramot in Gàlaad e i suoi pascoli, Macanàim e i suoi pascoli, 39Chesbon e i suoi pascoli, Iazer e i suoi pascoli: in tutto quattro città. 40Totale delle città date in sorte ai figli di Merarì, secondo i loro casati, cioè il resto dei casati dei leviti: dodici città.
41Totale delle città dei leviti in mezzo ai possessi degli Israeliti: quarantotto città e i loro pascoli. 42Ciascuna di queste città comprendeva la città e il suo pascolo intorno: così di tutte queste città.43Il Signore assegnò dunque a Israele tutta la terra che aveva giurato ai padri di dar loro, e gli Israeliti ne presero possesso e vi si stabilirono. 44Il Signore diede loro tranquillità all'intorno, come aveva giurato ai loro padri; nessuno tra tutti i loro nemici poté resistere loro: il Signore consegnò nelle loro mani tutti quei nemici. 45Non una parola cadde di tutte le promesse che il Signore aveva fatto alla casa d'Israele: tutto si è compiuto.
__________________________Note
21,43 Il Signore assegnò dunque: troviamo qui la conclusione generale dei cc. 13-21 e anche il tema teologico di tutto il libro, già preannunciato in 1,6. La conquista della terra è compimento delle promesse che Dio aveva fatte ai padri; essa è legata al raggiungimento della tranquillità di Israele. E tuttavia, nell’esperienza storica dell’Israele biblico, questa tranquillità sarà un bene più atteso che goduto, sempre invocato nella preghiera a Dio (Nm 6,24-26; Sal 122,6-9).
=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=
Approfondimenti
L'elenco delle città assegnate alle famiglie della tribù di Levi sembra basarsi su un documento antico, senz'altro preesilico, sebbene risultino evidenti gli indizi di rifacimenti seriori, verosimilmente postesilici. Il quadro della situazione concernente i leviti è in ogni caso piuttosto ideale, poiché di fatto dopo la centralizzazione del culto l'attività dei leviti fuori Gerusalemme era molto ridotta.
Il capitolo presenta la messa in atto di quanto era stato detto in Nm 35,1-8. Ivi JHWH aveva disposto che ai leviti, privi di un territorio proprio, fossero assegnate città fra le altre tribù. Qui si parla dell'assegnazione alla tribù di Levi di 48 città, quattro per ciascuna tribù, di modo che essa sia presente in tutto il territorio d'Israele. Come s'è detto, si tratta di una distribuzione più simbolica che reale. Ma ancor più irreale e schematizzato risulta il quadro relativo ai leviti e alla loro posizione all'interno di Israele in Ez 48, dove il profeta, dopo aver descritto il nuovo tempio, delinea i tratti della nuova terra restaurata, sacrificando ancor più la realtà alla sua limpida geometria e teologia. In questa nostra pagina si può intravvedere l'inizio di tale costruzione simbolica. Sul piano storico, resta vero che i leviti sono stati per secoli custodi dei santuari sparsi in tutto il territorio d'Israele. Nell'elenco del nostro capitolo mancano peraltro nomi di santuari di grande rilevanza, come Silo, Nod, Rama, Kiriat-Iearim.
Il capitolo è articolato nel seguente modo:
- dopo una introduzione, che si riaggancia a Nm 35, 1ss. (vv. 1-3),
- vengono presentati i tre clan che prendevano il nome dai tre figli di Levi, Keat, Gherson, Merari (vv. 4-9).
- Seguono le liste delle città (e dei pascoli intorno) assegnate rispettivamente:
- ai figli di Keat discendenti di Aronne (vv. 10-19),
- ai Keatiti non discendenti di Aronne (vv. 20-26),
- ai Ghersoniti (vv. 27-33)
- e ai discendenti di Merari (vv. 34-40).
- I vv. 41-45 fanno da conclusione.
10-19. Mosè e Aronne erano discendenti di Keat. Ai discendenti di Aronne toccarono tredici città. Agli altri discendenti di Keat furono assegnate dieci città. Il clan dei Keatiti dunque, essendo il più numeroso, ebbe in tutto ventitré città, sparse per lo più nei territori di Giuda (Simeone) e Beniamino.
27-33. Le tredici città dei figli di Gherson erano sparse nelle zone di Manasse, Issacar, Aser e Neftali.
34-40. La maggior parte delle dodici città assegnate ai figli di Merari si trovava in Transgiordania. Alcune delle città qui menzionate figuravano già nelle liste precedenti.
41-45. La conclusione è palesemente teologica. Da un lato si sottolinea (vv. 41-42) la presenza dei leviti fra tutte le tribù d'Israele, in maniera uniforme. Si conclude così questo capitolo. Dall'altro, a conclusione di tutta l'attività di conquista e spartizione del paese, svolta sotto Mosè e Giosuè (vv. 43-45), si afferma che la conquista della terra e la distribuzione di essa corrispondono a un preciso progetto di JHWH e alle promesse da lui fatte ai padri, che trovano ora il loro compimento. A posteriori, e dal punto di vista dell'estensore, si tratta in sostanza di legittimare la situazione effettiva in cui venne a trovarsi Israele nel periodo monarchico.
I vv. 43-45 meritano una particolare attenzione, nella loro densità teologica e vivacità di espressione. Essi sottolineano da un lato la fedeltà di JHWH alla sua parola (la cui potenza risuona anche nel ricorrente “tutto”, “tutti”: «Di tutte le belle promesse che JHWH aveva fatto alla casa d'Israele, non una andò a vuoto: tutto giunse a compimento»). Dall'altro mettono bene in risalto gli effetti di questa parola, che – donando la terra e distribuendola equamente tra le tribù d'Israele – concede «tranquillità», ossia riposo e pace. Il verbo usato qui è nwḥ, «riposare». Nella forma hifil esso signitica «procurare riposo», «procurare pace», ed in questa forma è usato in modo tipico, oltre che nel nostro brano, in altri numerosi passi di marcata impronta deuteronomistica, là dove, sempre parlando della conquista della terra promessa, si afferma che JHWH, concedendo la terra, ha «procurato pace» a Israele (cfr., ad esempio, Dt 3,20; 12,10; 25,19; Gs 1,13.15; 22,4; 23,1). Questo include in un primo momento la vittoria sui nemici. Dopo che la terra è diventata possesso d'Israele, questo secondo aspetto balza in primo piano nella formulazione teologica deuteronomistica (cfr. 2Sam 7,1.11; 1Re 5,18, ecc.). Il fatto che JHWH procuri tranquillità di fronte ai nemici implica non soltanto una situazione salvifica in senso politico e sociale, ma anche una condizione di felicità completa, tale da abbracciare tutta la vita. L'idea sarà usata quindi anche con valenza escatologica (cfr. Is 14,3), nel senso di «prosperità» e «riposo indisturbato».
(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
[provetecniche]dirotta -rame di Bar di] un tratto [o serramanico ad hoc orientabili dista un doppio [bilancio] una collezione di ipoteche piatto] doccia toccano si] e si accerta del diluvio del [granulometro difficile] pronuncia open [call] crollato
Oltre l’algoritmo: l’intelligenza artificiale come specchio dell’uomo
L’intelligenza artificiale non è più una promessa futuristica né un concetto relegato ai laboratori di ricerca o alla fantascienza: è una presenza quotidiana, silenziosa e pervasiva, che abita i nostri smartphone, i motori di ricerca, le piattaforme di streaming, i sistemi di navigazione e persino le decisioni che influenzano lavoro, credito, informazione e sanità. Parlare oggi di IA significa quindi affrontare non solo una tecnologia, ma un cambiamento strutturale nel modo in cui la conoscenza viene prodotta, interpretata e utilizzata. La prima grande domanda che accompagna l’IA, fin dalle sue origini, è tanto semplice quanto destabilizzante: le macchine possono pensare? È un interrogativo che non riguarda soltanto l’ingegneria informatica, ma chiama in causa la filosofia, la psicologia e persino l’antropologia. In realtà, ciò che oggi chiamiamo “pensiero artificiale” non coincide con la coscienza o con l’esperienza soggettiva tipicamente umana. I sistemi di intelligenza artificiale non comprendono il mondo nel senso umano del termine, non provano emozioni, non hanno intenzionalità. Funzionano attraverso modelli matematici che elaborano enormi quantità di dati, individuano pattern ricorrenti e producono risposte statisticamente plausibili. Il loro comportamento può apparire intelligente, ma si tratta di un’intelligenza funzionale, non fenomenologica. Dal punto di vista tecnico, l’IA è un insieme di metodologie che permettono a una macchina di svolgere compiti complessi come riconoscere immagini, comprendere testi, tradurre lingue, fare previsioni o prendere decisioni. Il cuore di questi sistemi è il machine learning, ovvero l’apprendimento automatico, che consente agli algoritmi di migliorare le proprie prestazioni grazie all’esperienza rappresentata dai dati. Una sua evoluzione è il deep learning, basato su reti neurali artificiali composte da numerosi strati, ispirate in modo molto astratto al funzionamento del cervello umano. A queste tecniche si affiancano la rappresentazione della conoscenza, la pianificazione automatica e i sistemi decisionali, che permettono di organizzare informazioni complesse e agire in modo coerente rispetto a determinati obiettivi. Il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale ha generato nella società una miscela di entusiasmo e inquietudine. Da un lato c’è lo stupore per risultati che fino a pochi anni fa sembravano impossibili: macchine che scrivono testi, creano immagini, dialogano con gli esseri umani e supportano attività creative e scientifiche. Dall’altro lato emergono timori legati all’automazione del lavoro, alla perdita di controllo, alla concentrazione del potere tecnologico e all’uso distorto dei dati personali. Questa ambivalenza è comprensibile, perché l’IA non è un semplice strumento neutro: amplifica le intenzioni umane, nel bene e nel male. Se addestrata su dati distorti, può riprodurre e rafforzare pregiudizi; se utilizzata senza regole, può minacciare diritti fondamentali come la privacy e l’equità. Per questo motivo, accanto allo sviluppo tecnologico, è diventato indispensabile un quadro normativo e culturale capace di governare l’innovazione. L’Unione Europea, ad esempio, ha intrapreso la strada di una regolamentazione basata sul rischio, distinguendo tra applicazioni accettabili, ad alto rischio o inaccettabili, con l’obiettivo di proteggere i cittadini senza soffocare il progresso. Ma le leggi da sole non bastano. Serve una consapevolezza diffusa, una alfabetizzazione digitale che permetta alle persone di comprendere cosa fa davvero un sistema di intelligenza artificiale e cosa, invece, non può fare. Il futuro dell’IA non dovrebbe essere immaginato come uno scenario di sostituzione totale dell’uomo, ma come una collaborazione sempre più stretta tra capacità umane e capacità computazionali. L’intelligenza artificiale può diventare un potente alleato nella ricerca scientifica, accelerando scoperte che richiederebbero decenni, può migliorare l’efficienza di sistemi complessi come la sanità o la logistica, può personalizzare l’apprendimento e supportare decisioni complesse. Tuttavia, il suo valore reale dipenderà dal modo in cui sceglieremo di utilizzarla. L’IA non è un destino inevitabile, ma una costruzione culturale e tecnologica plasmata dalle nostre scelte. Le grandi domande che oggi ci poniamo non riguardano solo le macchine, ma noi stessi: che tipo di società vogliamo costruire, quale ruolo attribuiamo al lavoro umano, quale equilibrio cerchiamo tra automazione e responsabilità. In questo senso, l’intelligenza artificiale è uno specchio sofisticato che riflette le nostre ambizioni, le nostre paure e la nostra capacità di governare il cambiamento. Comprenderla non significa solo saperla usare, ma saperla pensare.
La vera posta in gioco del referendum di Marzo.
(194)
Il prossimo 22 e 23 marzo, saremo chiamati a votare sul referendum confermativo della legge costituzionale sulla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente.
Attenzione: non si vota “sulla giustizia”, come vorrebbe far credere la propaganda governativa, ma su una riscrittura di equilibri fondamentali nel sistema democratico italiano.
E, come spesso accade, chi spinge per un “sì” vuole farlo nel silenzio generale. Il governo #Meloni ha fissato la data in modo da soffocare ogni discussione pubblica: poche settimane per comprendere, ancora meno per mobilitarsi, e praticamente zero tempo per un vero dibattito politico e culturale.
Non è casualità, ma strategia. La stessa logica autoritaria e paternalista che da tempo accompagna la retorica della “riforma necessaria”: si decide in alto, poi si chiede al popolo di ratificare in fretta, e possibilmente distratto.
Dietro la parola d’ordine “modernizzare la giustizia” si nasconde un intento tutt’altro che neutro. Separare le carriere significa indebolire il pubblico ministero, togliergli indipendenza, e spingerlo verso una subordinazione più diretta al potere politico.
Una magistratura spaccata in due diventa più controllabile, più docile, più allineata ai desideri del governo di turno. È un vecchio sogno che torna ciclicamente: quello di poter “telefonare” ai giudici senza trovare dall’altra parte un muro di autonomia.
Niente campagne istituzionali di approfondimento, niente confronto pluralista. Solo qualche dichiarazione autoreferenziale dei leader di governo e una valanga di slogan.
Il risultato? Gli italiani rischiano di presentarsi alle urne senza capire davvero cosa stiano votando.Ed è proprio così che si mina una democrazia: non cancellandola in un colpo solo, ma svuotandola di pensiero critico e partecipazione consapevole. Non lasciamoci confondere dal lessico tecnico o dalla propaganda “modernizzatrice”.
Questo referendum non migliora la giustizia, ma la imbriglia, la amputa, la rende più vulnerabile al potere. Chi crede ancora in una Repubblica delle garanzie e non delle sudditanze, deve dirlo con forza e chiarezza. Il 22 e 23 marzo votiamo NO, per difendere il diritto di tutti a una giustizia davvero libera, non di governo.
#Blog #ReferendumSeparazioneCarriere #Italia #Giustizia #Opinioni
Dylan LeBlanc - Cautionary Tale (2016)
Chiaramente, Dylan LeBlanc non è quell’artista a cui si guarda quando si cerca l’estro, la scintilla. Però un Americana interpretata in modo sentito, suonato e prodotto come si deve, sì, e questo “Cautionary Tale”, con il suo spirito più scarno e suggestivo, lo pone in una luce ancora migliore sotto questo aspetto, diluendo quell’immagine da drama queen del cantautorato che avvolgeva la sua prima, giovane carriera... artesuono.blogspot.com/2016/02…
Ascolta il disco: album.link/s/6KPVsHAHibAlnZ2NH…
GIOSUE - Capitolo 20
Le città di rifugio1Il Signore disse a Giosuè: 2“Di' agli Israeliti: Sceglietevi le città di asilo, come vi avevo ordinato per mezzo di Mosè, 3perché l'omicida che avrà ucciso qualcuno per errore o per inavvertenza, vi si possa rifugiare. Vi serviranno di rifugio contro il vendicatore del sangue. 4Se qualcuno cerca asilo in una di queste città, fermatosi all'ingresso della porta della città, esporrà il suo caso agli anziani di quella città. Se costoro lo accoglieranno presso di sé dentro la città, gli assegneranno una dimora ed egli si stabilirà in mezzo a loro. 5Se il vendicatore del sangue lo insegue, essi non abbandoneranno nelle sue mani l'omicida, perché ha ucciso il prossimo per inavvertenza e senza averlo prima odiato. 6L'omicida abiterà in quella città finché comparirà in giudizio davanti alla comunità. Alla morte del sommo sacerdote in carica in quel tempo, l'omicida potrà tornarsene e rientrare nella sua città e nella sua casa, nella città da dove era fuggito”.7Allora consacrarono Kedes in Galilea sulle montagne di Nèftali, Sichem sulle montagne di Èfraim e Kiriat-Arbà, ossia Ebron, sulle montagne di Giuda. 8Oltre il Giordano, a oriente di Gerico, stabilirono Beser, sull'altopiano desertico, nella tribù di Ruben, Ramot in Gàlaad, nella tribù di Gad, e Golan in Basan, nella tribù di Manasse. 9Queste furono le città stabilite per tutti gli Israeliti e per lo straniero dimorante in mezzo a loro, perché chiunque avesse ucciso qualcuno per errore potesse rifugiarvisi e non morisse per mano del vendicatore del sangue, prima d'essere comparso davanti alla comunità.
=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=
Approfondimenti
La parte più antica del materiale contenuto in questo capitolo (vv. 7-9) ha i suoi paralleli in Dt 19,1-13; Nm 35,9-34. L'istituzione di luoghi di asilo era comune a molti popoli antichi. Qui tre delle città menzionate (Kades, Sichem ed Ebron) sono in rapporto con santuari. Il diritto di asilo in questi luoghi mirava a regolare casi di omicidio involontario, prima della creazione dei tribunali locali competenti in materia. L'omicida era esposto alla vendetta del “vindice di sangue” (gō’ēl, vedi Rt 2,20), il parente più prossimo dell'ucciso. Ma se l'omicidio era involontario, all'uccisore era data la possibilità di trovare scampo in questi luoghi, dove poteva continuare a vivere, senza che il vendicatore potesse raggiungerlo. Il giudizio sulla colpevolezza o innocenza spettava al consiglio degli anziani della città rifugio. Il diritto e dovere della vendetta del sangue era considerato sacrosanto, come lo è ancor oggi in alcune tribù arabe.
(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
NUOVA POESIA
non dirmi che questa in grafia minuta è “inconsistente” come la mia “collezione di farfalle”
cielo grigio si riflette negli occhi
-unforgettable
piove l'immagine di te attraverso il vetro mentre
il marciapiede si allontana
ho da dare i miei occhi a quel che passa
. La poesia “NUOVA POESIA” si presenta come un atto di liberazione e autenticità, in cui la delicatezza e la fragilità diventano ricchezza piuttosto che difetto. L'apertura – “non dirmi che questa in grafia minuta è 'inconsistente' come la mia 'collezione di farfalle'” – sfida chi giudica l’espressione artistica con stereotipi di perfezione, sostenendo che ciò che può apparire sottile o effimero nasconde in realtà un mondo di significati intensi. Qui, la “grafia minuta” e la “collezione di farfalle” sono immagini che celebrano l'unicità, la leggiadria e la fuggevolezza, elementi che, anziché essere visti come debolezze, sono rivelazioni di una sensibilità profonda.
Nel verso “cielo grigio si riflette negli occhi”, l'autore evoca l'atmosfera di una malinconia luminosa, dove il grigio – tipico dello stato d'animo introspectivo – diventa lo specchio di una visione interiore profonda. L’inserto “– unforgettable” eleva questa immagine, rendendola indelebile nonostante l'apparente tristezza, un ricordo che, pur sfumato nei toni, lascia un'impronta duratura.
Il passaggio “piove l'immagine di te attraverso il vetro mentre il marciapiede si allontana” gioca con il movimento e la trasparenza dei ricordi. La pioggia trasforma l'immagine in qualcosa di quasi liquido e instabile, mentre il vetro agisce come un filtro che distorce e allo stesso tempo preserva la memoria. Il marciapiede, in movimento, diventa simbolo della fuga del tempo e della vita che, incessantemente, si trasforma e si allontana, lasciando dietro di sé ricordi sbiaditi ma intensamente vissuti.
Infine, “ho da dare i miei occhi a quel che passa” raccoglie una sfida e una sorta di resa: è un invito a lasciarsi catturare dal fluire costante degli eventi, a vedere la bellezza nei gesti effimeri e nelle immagini che scorrono nel quotidiano. Dare i propri occhi a ciò che passa implica un'apertura totale all’esperienza, un atto di fiducia verso la vita e la sua capacità di stupire, nonostante la consapevolezza della sua fuggevolezza.
Questo componimento ti parla di un percorso personale, in cui il rifiuto del giudizio superficiale si intreccia con la celebrazione dell’effimero, trasformando ogni piccolo dettaglio in un frammento di eternità. La poesia diventa così un invito a ripensare il valore delle cose che scorrono e, spesso, a riconoscere che anche la più lieve traccia può contenere un universo di emozioni.
AL PARCO
(fuori da un periodo depressivo)
vade retro male di vivere nuova luce di orizzonti leggo nello sguardo dell'anziano sottobraccio nella macchia di sole a farci isola ora che nuovi m'appaiono i semplici gesti un sorriso una parola forse questo il senso mi dico Lui ben sa “utilizzarmi” al meglio va-de re-tro mal du vivre ti riconosco dal tuo odore acre ti ricaccio nel buio fondo
. Il componimento “AL PARCO” trasuda la consapevolezza di un nuovo inizio, un atto di ribellione contro le ombre del passato. Dalla prima riga, con il deciso “vade retro male di vivere”, l'io poetico esprime una disapprovazione per quel modo di esistere che lo aveva intrappolato, scacciando via quell'energia negativa con la forza di un rituale di rinnovamento.
La “nuova luce” e l'immagine degli orizzonti che si leggono nello sguardo dell'anziano racchiudono un significato profondo. Qui, la figura dell'anziano – possibile simbolo di saggezza e della continuità del tempo – diventa un faro che guida l'individuo verso una riconsiderazione del valore dei gesti semplici. In un ambiente naturale come il parco, dove ogni frammento di luce e ogni semplice parola si rivelano ora carichi di significato, si delinea la consapevolezza che la vita si rinnova proprio nelle piccole cose: in un sorriso, in un gesto, in una parola gentile.
Il verso “forse questo il senso mi dico” segna il momento in cui il poeta riconosce che, dopo il turbamento, è proprio nella quotidianità che si risiede il senso della vita. La presenza di una figura – espressa con “Lui ben sa 'utilizzarmi' al meglio” – suggerisce che esista una forza (che può essere interpretata come il destino, un'entità superiore o la stessa rinascita interiore) in grado di canalizzare quella nuova energia in un percorso di crescita.
Infine, il richiamo al “mal du vivre” (cioè a quella sofferenza esistenziale) diventa uno specchio contro cui il poeta si confronta, riconoscendone la presenza (“ti riconosco dal tuo odore acre”) per poi rimandarlo, in maniera quasi rituale, nel “buio fondo”. Questo gesto di espulsione simboleggia la vittoria sul dolore e la determinazione nel riscoprire la luce.
Il componimento si configura così come un vero e proprio manifesto di trasformazione personale, in cui la natura e la quotidianità diventano strumenti di salvaguardia e riscoperta del senso della vita. Ciò invita a riflettere: in che modo anche, nella tua esperienza, i semplici momenti e il contatto con il mondo naturale hanno contribuito a una rinascita interiore? Esplorare ulteriormente la simbologia del parco come microcosmo della vita potrebbe ampliare questo dialogo su come la bellezza reside negli attimi apparentemente ordinari, trasformandosi in un faro di speranza e resilienza.
Una ferita che non smette mai di sanguinare
Il 12 dicembre 1969, Milano è una città che corre. Corre verso il futuro industriale, corre tra fabbriche e uffici, corre ignara verso un pomeriggio che avrebbe cambiato per sempre la storia italiana. Alle 16:37, una bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura, in Piazza Fontana. Diciassette morti, ottantotto feriti. Numeri che sembrano freddi, ma che in realtà sono nomi, volti, famiglie spezzate. Da quel momento, nulla sarà più come prima. La strage di Piazza Fontana non è soltanto un atto terroristico: è una frattura nella coscienza collettiva. Segna l’inizio ufficiale di quella che verrà chiamata “strategia della tensione”, un periodo in cui la paura diventa strumento, l’incertezza metodo, il sospetto una regola quotidiana. Milano, fino a quel giorno simbolo di efficienza e razionalità produttiva, scopre improvvisamente il volto dell’instabilità. La fiducia nello Stato, nelle istituzioni, perfino nella verità, comincia a incrinarsi. Nelle ore successive all’attentato, l’urgenza di trovare un colpevole si trasforma in una corsa confusa. Le prime piste puntano sull’area anarchica. Tra le figure coinvolte c’è Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, che muore precipitando da una finestra della questura di Milano durante un interrogatorio. La sua morte diventa subito simbolo di un’Italia che non sa – o non vuole – spiegarsi. A indagare c’è il commissario Luigi Calabresi, uomo destinato a diventare a sua volta vittima di un clima avvelenato, fatto di accuse, delegittimazioni e odio ideologico. La sua uccisione, anni dopo, dimostrerà quanto profonda fosse la spirale di violenza innescata da quel dicembre del ’69. Le inchieste giudiziarie si trascinano per decenni. Spostamenti di competenza, sentenze ribaltate, assoluzioni, prescrizioni. Emergono legami con ambienti neofascisti come Ordine Nuovo e i nomi di Franco Freda e Giovanni Ventura entrano negli atti giudiziari. Eppure, nonostante montagne di carte e anni di tribunali, la sensazione diffusa è che la verità completa non sia mai stata consegnata ai cittadini. Qui non si tratta di schierarsi politicamente, ma di constatare un fatto: Piazza Fontana rappresenta uno dei più grandi fallimenti della giustizia nel dare risposte chiare, definitive, condivise. Perché parlare oggi di Piazza Fontana? Perché quella strage non appartiene solo ai libri di storia. Vive ogni volta che il dubbio supera la trasparenza, ogni volta che la paura viene usata come leva, ogni volta che la verità si frantuma in versioni contrapposte. È attuale perché ci ricorda quanto sia fragile la democrazia quando viene data per scontata. È attuale perché insegna che la memoria non è un esercizio retorico, ma una forma di vigilanza civile. È attuale perché mostra quanto sia pericoloso delegare il pensiero critico, qualunque sia il colore delle bandiere. Ricordare Piazza Fontana non significa riscrivere la storia secondo convenienza. Significa tenere aperte le domande, anche quelle scomode. Significa onorare le vittime senza trasformarle in simboli da utilizzare, ma in persone da rispettare. La strage di Piazza Fontana è una ferita aperta perché non è mai stata completamente medicata con la verità. E forse è proprio questo il suo insegnamento più duro: una società cresce solo quando ha il coraggio di guardare dentro le proprie zone d’ombra. Cinquant’anni dopo, Milano continua a vivere, a produrre, a reinventarsi. Ma sotto il rumore del presente, Piazza Fontana resta lì, silenziosa e ostinata, a ricordarci che la libertà non è mai un punto di arrivo, ma un equilibrio fragile da difendere ogni giorno.
Quando le macchine pensavano
L’Intelligenza Artificiale non nasce da un colpo di genio improvviso né da un laboratorio segreto illuminato da luci al neon. Nasce, come spesso accade, da una domanda semplice e pericolosa: e se una macchina potesse pensare? La prima scintilla risale agli anni ’40 e ’50, quando l’informatica non era ancora una comodità quotidiana ma un’ossessione per pochi visionari. Nel 1950 Alan Turing pubblica un articolo destinato a cambiare tutto: Computing Machinery and Intelligence. In quelle pagine compare una domanda che ancora oggi ci perseguita: “Can machines think?” Turing non prova a rispondere direttamente. Preferisce aggirare il problema, come ogni buon matematico, inventando quello che oggi chiamiamo Test di Turing. Se una macchina riesce a sembrare umana in una conversazione, allora forse — forse — possiamo concederle il beneficio del dubbio. Il termine “Artificial Intelligence” viene coniato ufficialmente nel 1956 durante la conferenza di Dartmouth, organizzata da John McCarthy. L’idea è ambiziosa, quasi arrogante: descrivere ogni aspetto dell’intelligenza umana in modo così preciso da poterlo replicare in una macchina. Spoiler: ci vorranno decenni. E non è ancora finita. Negli anni ’60 e ’70 l’AI vive il suo primo periodo di entusiasmo. Nascono i sistemi esperti, programmi in grado di simulare il ragionamento umano in ambiti specifici come la medicina o la chimica. Funzionano, ma solo entro confini molto stretti. Quando ci si rende conto che le macchine non capiscono davvero ciò che fanno, arriva la prima AI Winter: meno fondi, meno hype, più silenzio. Poi succede qualcosa di molto umano: non ci arrendiamo. Con l’aumento della potenza di calcolo, la disponibilità di grandi quantità di dati e nuovi algoritmi, l’AI rinasce. Dagli anni 2000 in poi il Machine Learning e, soprattutto, il Deep Learning cambiano le regole del gioco. Le reti neurali profonde iniziano a riconoscere immagini, comprendere il linguaggio, tradurre testi, guidare veicoli. Non perché “pensano”, ma perché apprendono schemi da quantità di dati che un essere umano non potrebbe analizzare in mille vite. Un dato basta a chiarire la portata del fenomeno: secondo stime consolidate, oltre il 70% delle applicazioni digitali moderne utilizza oggi qualche forma di Intelligenza Artificiale, spesso invisibile. Non la vedi, ma decide cosa leggi, cosa compri, che strada fai, chi ti viene mostrato e chi no. Ed eccoci al punto chiave: perché è nata l’AI? Non per sostituire l’uomo. Almeno non all’inizio. È nata per automatizzare, ottimizzare, velocizzare. Per fare meglio ciò che l’essere umano fa lentamente o male. Il problema — e qui arriva il sorriso amaro — è che abbiamo affidato alle macchine anche decisioni che non sono solo tecniche, ma profondamente umane. L’Intelligenza Artificiale non è cosciente, non è neutrale, non è oggettiva. È lo specchio matematico dei dati che le forniamo. E se i dati sono imperfetti, distorti o ingiusti, l’AI non corregge: amplifica. Oggi parliamo di AI generativa, modelli linguistici, creatività artificiale. Le macchine scrivono, disegnano, compongono musica. Non capiscono ciò che producono, ma lo fanno abbastanza bene da metterci a disagio. Ed è proprio questo disagio il segnale che stiamo toccando qualcosa di profondo. L’Intelligenza Artificiale non è il futuro. È il presente che non abbiamo ancora imparato a guardare con lucidità. E forse il vero problema non è che le macchine stiano diventando più intelligenti. Ma che noi, davanti a loro, abbiamo smesso di fare le domande giuste. Benvenuti nell’era dell’AI. Non è magica. Non è cattiva. È soltanto — tremendamente — umana.
Il Manuale Del Futuro Imperfetto
Viviamo in un’epoca che corre più veloce della nostra capacità di comprenderla. Ogni giorno una nuova tecnologia promette di cambiarci la vita, ogni settimana un algoritmo sembra sapere qualcosa di noi prima ancora che ce ne rendiamo conto. Il futuro viene venduto come inevitabile, perfetto, già scritto. Eppure, basta fermarsi un attimo per accorgersi di una verità scomoda: il futuro è tutt’altro che lineare. Ed è profondamente imperfetto. Il Manuale del Futuro Imperfetto nasce per raccontare proprio questo. Non l’utopia patinata delle brochure tecnologiche, ma il mondo reale fatto di computer, codice, intelligenze artificiali, errori di sistema, scelte umane e conseguenze impreviste. Qui si parla di informatica, certo. Ma anche di storia dei computer, di come siamo arrivati fin qui, di chi ha scritto le prime righe di codice senza immaginare che un giorno avrebbero governato economie, relazioni, perfino identità. Si parla di Intelligenza Artificiale senza mitizzarla né demonizzarla, ma osservandola per ciò che è: uno strumento potente, affascinante, e pericoloso quanto l’uso che ne facciamo. Questo non è un blog che ti dirà cosa comprare domani. È un luogo dove capire perché le cose funzionano, come si sono evolute e dove potrebbero portarci. Un manuale, sì, ma senza istruzioni definitive. Perché il futuro non ha un libretto d’uso. Imperfetto, perché nasce da esseri umani imperfetti. Imperfetto come gli algoritmi addestrati su dati sbagliati. Imperfetto come le promesse di una tecnologia che spesso corre più veloce dell’etica che dovrebbe guidarla. Tra queste pagine troverai analisi, riflessioni, racconti tecnologici, incursioni nel passato e sguardi disincantati sul domani. Troverai il fascino delle macchine, ma anche il rumore di fondo delle loro contraddizioni. Troverai domande più che risposte, perché sono le domande a tenere acceso il pensiero critico. Il Manuale del Futuro Imperfetto non celebra il progresso. Lo osserva. Non lo rifiuta, ma non gli si inginocchia davanti. È uno spazio per chi ama la tecnologia ma rifiuta la narrazione ingenua del “tutto andrà bene”. Se il futuro sarà davvero intelligente, dipenderà ancora da noi. E questo manuale non promette di spiegartelo. Promette qualcosa di più raro: aiutarti a capirlo. Benvenuto nel futuro. Non è perfetto. Ed è proprio per questo che vale la pena raccontarlo.