[36]un³ Tempesta -a [penna] a inchiostro o sospensioni in un fluido un]² assortimento assorbe un]¹ dulcimer cordofoni semplici i conti dormienti [tutti] la stagione svolge in superfibra fanno] per velocità sconti e massimali a] pasquetta i [turnover terratetto bruciati -i contatti il tasso di [turnover si ottiene dividendo il numero di dipendenti che hanno lasciato l'azienda per il numero medio dei lavoratori moltiplicando poi per 100


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Piano Magic – Closure (2017)


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Glen Johnson ha deciso: “Closure” sarà l’ultimo album dei suoi Piano Magic. Se sarà così o, come di moda ultimamente, un “break” di poco tempo per una reunion futura non ci è dato da sapere. Certo è che la riconosciuta serietà del musicista inglese tenderebbe a farci credere per una “chiusura” del progetto definitiva. Comunque vent’anni son passati da quel primo album “Popular Mechanics” in cui c’era ben poco della band odierna. I Piano Magic da molto tempo ormai hanno declinato il loro sound su versanti emozionalmente “umbratili”. Una attitudine “dark” rivolta a ballate inquiete e sofferenti... artesuono.blogspot.com/2017/01…


Ascolta: album.link/i/1221474815



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Piano Magic – Closure (2017)


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Glen Johnson ha deciso: “Closure” sarà l’ultimo album dei suoi Piano Magic. Se sarà così o, come di moda ultimamente, un “break” di poco tempo per una reunion futura non ci è dato da sapere. Certo è che la riconosciuta serietà del musicista inglese tenderebbe a farci credere per una “chiusura” del progetto definitiva. Comunque vent’anni son passati da quel primo album “Popular Mechanics” in cui c’era ben poco della band odierna. I Piano Magic da molto tempo ormai hanno declinato il loro sound su versanti emozionalmente “umbratili”. Una attitudine “dark” rivolta a ballate inquiete e sofferenti... artesuono.blogspot.com/2017/01…


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OASI DI VERDE

sul lato opposto un po' d'ombra il solito giro poi la panchina il libro oasi di verde da respirare vaghezza di nuvole a riflettersi sulla pagina e i gridi dalla vicina scuola di chi anela alla libertà degli uccelli e la ragazza a fare footing tempo quattro minuti tondi e ecco da dietro l'isolato laggiù ti rispunta la maglietta rossa

Analisi


Il testo crea un quadro quotidiano e sensoriale: un piccolo parco urbano diventa rifugio, luogo di lettura e osservazione. La voce poetica alterna dettagli concreti (panchina, maglietta rossa, scuola) a immagini più sfumate (vaghezza di nuvole, oasi di verde), ottenendo un contrasto tra il familiare e il lieve stupore.


Punti di forza


  • Immagini concrete: la panchina, il libro, la maglietta rossa funzionano come ancore visive che guidano il lettore.
  • Atmosfera intima: il ritmo frammentato e le pause suggerite dalle linee creano un respiro calmo, adatto a un’osservazione lenta.
  • Contrasti sonori e visivi: i gridi della scuola e il footing della ragazza introducono movimento e suono in un quadro altrimenti placido.

Suggerimenti di revisione


  • Coesione ritmica: se vuoi accentuare il flusso, prova a uniformare la lunghezza dei versi o a usare ripetizioni minime (es.: ripetere “oasi di verde” come ritornello).
  • Punteggiatura selettiva: inserire qualche virgola o punto può modulare il respiro e chiarire le cesure intenzionali.
  • Sviluppo dell’immagine finale: la comparsa della maglietta rossa è un ottimo colpo di scena; potresti ampliare la reazione del narratore (sguardo, ricordo, sorriso) per chiudere con maggiore intensità.

Versione alternativa breve


sul lato opposto, un’ombra
il solito giro: la panchina, il libro
oasi di verde da respirare
nuvole vaghe si specchiano sulla pagina
i gridi dalla scuola — chi anela alla libertà degli uccelli
la ragazza in footing, quattro minuti tondi
e da dietro l’isolato, laggiù, rispunta la maglietta rossa


Versione più ritmica


sul lato opposto, un’ombra che respira
il solito giro: la panchina, il libro, il respiro
oasi di verde da prendere a pieni polmoni
nuvole vaghe che si specchiano sulla pagina

i gridi della scuola: piccoli colpi d’aria
chi anela alla libertà degli uccelli, chi impara a volare
la ragazza corre — quattro minuti tondi, passo dopo passo
il ritmo che batte, il cuore che risponde

e da dietro l’isolato, come un battito rosso,
rispunta la maglietta: breve lampo, ritorno, segnale.


Versione in una strofa unica


sul lato opposto un’ombra che respira, il solito giro: la panchina e il libro;
oasi di verde da prendere a pieni polmoni, nuvole vaghe che si specchiano sulla pagina;
i gridi della scuola come piccoli colpi d’aria che anelano alla libertà degli uccelli,
la ragazza corre — quattro minuti tondi, passo dopo passo, il ritmo che batte;
e da dietro l’isolato, laggiù, rispunta la maglietta rossa, un lampo che ritorna.

Versione in endecasillabi


Sul lato opposto l'ombra respira,
il solito giro: panchina, libro;
oasi di verde, respiro profondo,
nuvole vaghe specchiano la pagina;
gridi di scuola anelano al volo,
la ragazza corre, quattro minuti,
e da dietro l'isolato rispunta il rosso.

Sonetto endecasillabo


Sul lato opposto l'ombra respira
Il solito giro: panchina, libro
Oasi di verde da respirare
Nuvole vaghe specchiano la carta
I gridi della scuola come colpi
a chi anela al volo d'uccelli
La ragazza corre, quattro minuti
tondi, passo dopo passo, respiro
Da dietro l'isolato lì rispunta
la maglietta rossa come un lampo
Sembra segnale che rompe il verde
Mi volto e sorrido, senza sapere
Forse un ricordo, forse un segno
che resta piccolo dentro il giro


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1CR - Capitolo 10


REGNO DI DAVIDE (10,1-29,30)

Fine di Saul1I Filistei attaccarono Israele, ma gli uomini d'Israele fuggirono davanti ai Filistei e caddero trafitti da loro sul monte Gèlboe. 2I Filistei inseguirono molto da vicino Saul e i suoi figli, e colpirono a morte Giònata, Abinadàb e Malchisùa, figli di Saul. 3La battaglia si concentrò intorno a Saul: gli arcieri lo presero di mira con gli archi ed egli fu ferito gravemente dagli arcieri. 4Allora Saul disse al suo scudiero: “Sfodera la spada e trafiggimi, prima che vengano quegli incirconcisi a schernirmi”. Ma lo scudiero non volle, perché era troppo spaventato. Allora Saul prese la spada e vi si gettò sopra. 5Quando lo scudiero vide che Saul era morto, si gettò anche lui sulla spada e morì. 6Così morì Saul con i suoi tre figli; tutta la sua famiglia morì insieme. 7Quando tutti gli Israeliti della valle videro che i loro erano in fuga e che erano morti Saul e i suoi figli, abbandonarono le loro città e fuggirono. Vennero i Filistei e vi si stabilirono. 8Il giorno dopo, i Filistei vennero a spogliare i cadaveri e trovarono Saul e i suoi figli caduti sul monte Gèlboe. 9Lo spogliarono, presero la testa e le armi e mandarono a dare il felice annuncio in giro nella terra dei Filistei, ai loro idoli e al popolo. 10Deposero le sue armi nel tempio del loro dio e appesero il suo teschio nel tempio di Dagon. 11Tutti gli abitanti di Iabes di Gàlaad vennero a sapere tutto quello che i Filistei avevano fatto a Saul. 12Tutti i loro guerrieri andarono a prendere il corpo di Saul e i corpi dei suoi figli e li portarono a Iabes; seppellirono le loro ossa sotto la quercia a Iabes e fecero digiuno per sette giorni.13Così Saul morì a causa della sua infedeltà al Signore, perché non ne aveva ascoltato la parola e perché aveva evocato uno spirito per consultarlo. 14Non aveva consultato il Signore; per questo il Signore lo fece morire e trasferì il regno a Davide, figlio di Iesse.

__________________________Note

10,1 La sezione dedicata al re Davide costituisce la parte preponderante dei libri delle Cronache; l’opera di Salomone sarà solo un’esecuzione dei progetti di Davide. Questi è il re ideale, colui che favorì il culto: perciò vengono tralasciati gli episodi poco edificanti della sua vita, riportati nei libri di Samuele. Rispetto al racconto di 1Sam 31,1-13, la descrizione della morte di Saul è in parte diversa: la gloria di Davide emerge dal confronto con la fine ingloriosa di un re indegno.

10,2 Filistei inseguirono: riguardo alle vicende di Saul, vedi 1Sam 9-31.

10,14 trasferì il regno a Davide: per le vicende di Davide vedi 1Sam 16–1Re 2.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


10,1-29,30. Dei complessivi 65 capitoli che costituiscono i due libri delle Cronache, 20 sono dedicati a tracciare il quadro ideale di Israele sotto il regno di Davide. Sono la parte centrale dell'opera. Per il Cronista il periodo trascorso da Israele sotto Davide è e resta l'età aurea del popolo di JHWH, l'epoca ideale di Israele, e in quanto tale criterio di misura della realtà presente e futura del popolo eletto. È l'epoca nella quale le promesse fatte da JHWH ai padri hanno visto la realizzazione piena e l'attesa messianica è giunta a compimento. Per questo Davide è la figura centrale di tutta l'opera. Egli è considerato termine di confronto di tutti gli altri re. La sezione (1Cr 10-29) può essere suddivisa nel seguente modo:

*a una introduzione sulla successione di Davide a Saul, deceduto per le sue colpe, c. 10, * segue la presentazione di Davide re in Gerusalemme su tutto Israele, finalmente unificato e convocato in assemblea attorno a lui, cc. 11-12. * Si ha quindi il racconto del trasferimento dell'arca nella città di Davide, cc. 13-16, * cui segue l'importante vaticinio di Natan, c. 17, * e un ragguaglio sulle imprese militari davidiche condotte per consolidare il regno, cc. 18-20. * I cc. 22-29 sono dedicati più specificamente all'attività di Davide, presentato come fondatore delle istituzioni cultuali d'Israele e organizzatore del personale liturgico-militare della nazione. * Si parla dell'acquisto dell'area per la costruzione del tempio, c. 21, * e quindi dei preparativi per il tempio stesso e dell'organizzazione religiosa, militare e civile d'Israele, cc. 22-27. * Infine, si ha la descrizione dell'ultima solenne assemblea convocata da Davide in Gerusalemme, con la presentazione del successore, Salomone, la consegna del progetto del tempio, il ringraziamento di Davide e l'intronizzazione di suo figlio, 23,1-29,25. * Chiude la sezione un breve sguardo retrospettivo sul regno davidico, 29,26-30.

Ne risulta un mosaico non del tutto omogeneo, ma di ampio respiro e che non manca di ispirazione. Il Cronista fa appello a tutte le sue capacità di scrittore e di teologo per proporre l'immagine di una comunità perfetta, la comunità dell'Israele davidico. Questo obiettivo sospinge l'autore a ridisegnare il profilo del re Davide e a tracciare le linee della regalità davidica sul modello della stessa regalità divina. Come JHWH è re dei cieli e delle loro armate ben disposte, del mondo e di quanto esso contiene, come egli esercita la sua regalità ordinando e separando (cfr. Gn 1), così Davide è re del popolo di Dio, fondatore e ordinatore delle classi in Israele, creatore e iniziatore del culto divino. L'accostamento è ardito e semplificatore, ma niente affatto nuovo sul piano della storia delle grandi religioni (si pensi alla figura del faraone nella religione egizia), ed è pienamente rispondente alla visione teocratica del Cronista, una visione schematica, lineare, e a suo modo – come s'è detto – ispirata e grandiosa.

1-14. Davide succede a Saul Di questo re vengono menzionati esclusivamente i misfatti e la tragica fine, dovuta all'inosservanza della parola di JHWH, v. 13, cfr. 1Sam 13,8; 15,19, e al fatto di aver consultato la negromante, 1Sam 28,9, anziché lo stesso JHWH. Dio lo na colpito, v. 14, servendosi, per eseguire il suo giudizio, della mano stessa di Saul, come racconta 1Sam 31,4. In tal modo è stata aperta la via a Davide, il vero destinatario del trono regale, 5,2. La fine di Saul è raccontata in termini sostanzialmente corrispondenti a 1Sam 31,1-13.

1. L'inizio è brusco. L'autore non risale alle cause della guerra mossa dai Filistei agli Israeliti, perché le considera note o non importanti per il progetto generale della sua opera.

6-7. Sottolineano la fine della casa di Saul, che non avrà più alcuna importanza, cfr. 9,40-44. Non si parla dell'esposizione del cadavere decapitato, inscenata dai nemici, né della sua cremazione ad opera degli amici, 1Sam 31,10ss., considerata un castigo riservato a criminali e adulteri (Lv 20,14; 21,9 ecc.). Al tempo del Cronista l'incinerazione era soprattutto un uso funerario pagano. Da questo passo il Cronista riprende il nome di un dio, Dagon, ma non della dea Astarte, che era un simbolo sessuale. Di fatto, non tutti i discendenti di Saul sono stati eliminati. Sono rimasti in vita Is-Baal e Merib-Baal, senza però prospettive di salire al trono.

13-14. I versetti non hanno rispondenza nel testo parallelo di Samuele, ma l'idea si ritrova in 1Sam 28,16-18. La morte di Saul è vista in chiave meramente teologica, come giudizio di Dio, meritato per i peccati di disubbidienza e di negromanzia. Gli agenti umani, i Filistei o l'arciere, sono del tutto ignorati.

(cf. VINCENZO GATTI, 1Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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A Tainted Decarbonization


Given my interest and investment in solarpunk (both as a literary genre and as a political ideology), I’m very passionate about speculating how our future is going to look, and as decarbonization picks up pace, it’s tempting to take the win and ride the projections for 2040 and 2050.

However, for better or for worse, we’re “living in interesting times”, in which the postwar order is being… dismantled? Undermined? Self-sabotaged? The nuance can change depending how optimistic or doomerist you feel on the day, because the key feature of these current “interesting times” is that they escape predictions: the complexity and speed of changes and chains of events is far beyond what every single one of us can manage to parse, interpret and sometimes even just keep up with. Fascist Russia invading Ukraine to restore the Soviet area of influence, 80-years-long genocides suddenly on everyone’s screens, USA blockading a blockade, that sort of thing. The Roaring 2020s, call ‘em that.

So calibrating which events are favourable for us, what is “a win” and how will 2040 look like is by no means easy. And since we live in capitalism, I can’t help being suspicious (terribly so) of decarbonization; could it be just another ace up the capitalists’ sleeve?

Allow me then to take a short historical detour first, and then I’ll add decarbonization to the mix. Pinky promise.

Histories of Imperial Collapse


The one go-to place we have to look at the future in these whirlpools of chaos is… the past. We have extensive records of multiple empires and civilizations collapsing and the comparisons are in fact compelling: from the Mongolian to the British, from Ancient Rome to the Dutch and the Shogunate. Indeed, I’ve seen many solarpunks in my circles rejoice and welcome the tragicomical spiral of self-inflicted defeats the US is collecting (I see at least one “American Century of Humiliation” gif per day), but I’d like to say a few words to keep each other grounded.

Yes, the American Empire is crumbling. But the capitalist one isn’t.

The US will likely not keep its position at the top of the global capital chain of command (although it’s still possible, given that the majority of international trades is still denominated in dollars). But capital, we all know by now, goes beyond single countries: despite changes in geography or nationality, the fundamental structure of how it operates remains the same. So if the most popular imagery of collapsing polity on the internet is that of the Roman Empire (as an Italian, I hate it), I’d argue that a more accurate one would be the seat of power moving eastwards: not a sudden, tragic crash but an uneven, uncomfortable and unpredictable rollercoaster of changes. We’ll still live in a capitalist world for decades (hopefully not many!), but it will be a world whose contingent rules will be shaped by different actors.

As my fellow anarchist writer Hex suggests, capital is like the demon in the movie “Fallen” (1998, not the Twilight copycat): it uses economically powerful countries as hosts, and when the current one becomes impoverished and socially fractured, it jumps to another, healthier one with more resources to extract or more power to wield. This happened once already: during the postwar period, the British Empire began to sunset (pun intended) and the American one took the lead. The seat of capitalist power moved from London to Washington (quite literally). The UK is still collapsing to this day, by the way! And before you ask: no, I haven’t watched Fallen myself.

But since I’m already hearing furious historians growling at my door because of sloppy historical comparisons, let’s end the tangent and keep this focused on what I actually want to talk about: decarbonization, and is it a good thing?

Cui Prodest?


Let’s start from the obvious: yes, decarbonization is good, and indeed even ecologically required if we want to retain a livable planet that can support complex societies. I’m not arguing we should keep using fossils. However, from a social and political point of view, it depends who undertakes it and for what reasons.

This has been a hot topic (pun intended) for the better part of forty years, in which activists, scientists and environmentalists have tried to make the world aware of how important it was to decarbonize our societies, how slow it was being undertaken and how fast it should’ve been ramped up in order to avoid the worst disasters imaginable. They (we?) have manifestly failed (think of how little impact the Kyoto Protocol, the Paris Agreement and every yearly COP have had on global emissions)... and yet decarbonization is finally happening at breakneck speed.

How is that possible?

Nowadays (unlike ten years ago) we know that decarbonization was going to happen sooner or later; we’ve know for a few years already (see Pakistan’s flash-fast solarization from below, India leapfrogging oil altogether or the slow death of coal as a fuel in high-income countries). It was just a matter of how fast, for what reasons and, inevitably, to the benefit of whom.

I’d argue that decarbonization has picked up pace only now because scientists and activists failed. We could’ve, as a society, decarbonized on scientific grounds (the science on this is extensive and unmistakably clear) or on moral grounds (solidarity, regards for future generations, etc), and yet we once again marched to the beat of economy and capital. Decarbonization is happening the way we’re currently witnessing because it is convenient to the capitalists. Once it cleared the way from threatening, un-economic alternatives (such as not extracting more oil, or reducing total energy consumption), it started plowing through and racking up state funding and quarterly revenues. Hence the hectares covered in solar panels and tax breaks to battery companies.

Capital has once again had the upper hand in determining which energy sources become viable and which become stranded assets.

When capital was steered by the British Empire, it was powered by muscles (as in, horses and slaves), rivers and then coal; those were the energy sources used in productive industries. When it was steered by the US, it was oil and gas. Whoever comes next (and I’m not taking for granted that it will be China), will have to marshal solar panels and batteries (in terms of resources: silicates and rare earths) in order to channel the flow of money and power (and, to an extent, electricity to the citizen for basic appliances).

Inconvenient Convenience


The counterargument is that if capital could, like an RPG player at the beginning of a videogame, create its perfect host, it would make one with plentiful resources, a large population, a powerful army to impose its will on other players and, most importantly, global control of a key energy source every other player needs. As you can see, decarbonization fits none of these characteristics; it is undesirable and cumbersome, since so many of the items around us are downstream of oil: controlling oil means controlling the production AND the prices of those items. That can’t be replicated by control on renewables, so in principle capital would do away with decarbonization altogether, as it has notably attempted to for the better part of this century.

The catch is that now it no longer can.

Indeed, decarbonization isn’t convenient to the capitalists in absolute terms; had it been, they’d have embarked on this project a hundred years ago, or as soon it was found that carbon dioxide is greenhouse gas. It’s convenient in comparative terms, which means that it’s a B-plan for when control on oil can no longer be secured. It’s convenient because it’s the required adaption it must undertake in order to keep being the dominant economic system. In other words: from the point of view of capital, it has become impractical to avoid decarbonizing.

The US won’t survive this adaption. It has built its own society and political relationships with other societies so deeply around fossil fuels that it would require a miracle of statecraft to disentangle itself, and their current ruling class does not appear to be suited for the challenge (this includes the Democrats). This kind of shift to different energy sources is also not a reversible process, since once a complex system finds a new equilibrium, it almost never goes back to the former one; history rarely moves backwards. Russia and the Saudis are ten times as fucked, although, unlike USA, they’ve known for a while and tried to plan around it. It’s not been working quite well for them, which shows how hard it is to redesign whole polities that depend on a single resource.

Uneconomical Thoughts


Whatever world is created in the next twenty years will still be shaped by capital needs, and will still leave other concerns on the side. Generational questions like elder care, ecological stewardship and how to maintain an open internet are just three examples of discussions we should have by not taking only the economic axis into account, or capital will always win. It will inevitably win because it can steer the whole economic apparatus to suit its own needs, while we cannot. What it cannot steer as easily (although it definitely tries, and sometimes succeeds) is science and public opinion.

Worse: even if we were suddenly put in charge of designing policies instead of our capital-addled governments, I’m not sure we’d prioritize non-economic factors either (though at least they would be loaded in our favour). Indeed, part of why decarbonization is happening “from below” in some places is because solar is terribly cheaper than oil; it’s a choice that swathes of people are making not on moral or scientific grounds, but economic ones. And “from below” is in inverted commas here because that cheapness is defined by production costs, which are downstream of resource control and capital investment, so not entirely a “power to the people” scenario. Better than refineries and pipelines, though.

Here you might point out that it’s not very solarpunk of me to admit that our agency in determining our energy choices is so tiny. You would be right: as a former activist and scientist, it does piss me off to make this concession. I don’t have any “buts”; science, morals and history are a less effective policy framing than economics in our century, and until this societal hyperfocus on profit and growth becomes outdated (I refuse to think that humans will be forever haunted by chasing wealth, given that it was not the case until two hundred years ago), we’ll be fighting global banking institutions and overly armed police forces with cardboard signs and social media posts.

The most defeatists among us are right in that we can’t directly impact negotiations between state interests or which sector gets zero-interests loans for a decade and then bailouts, but we can start building systems in which we can make decisions that are non-economic and therefore more resistant to capital cooptation.

Eventually, a win is a win, and a decarbonized world in which we get to have a livable planet is by all means better than a scorched, waterless one. But I can’t shake off the thought that it’s a win we did not score ourselves; it’s one scored by capital on the basis of its own sheer convenience (and a historical own goal by the US, which accelerated their own imperial collapse due to pure incompetence). In the same way, it’s convenient for capital to burn trillions on machines that consume energy like entire countries to blend the digital commons and dump their waste directly in our brains. So maybe you’ll understand why I’m not that eager to cherish that capital’s uneasy convenience got us a win, and that we might have to rely on similar dynamics when other chemical cycles are thrown off balance (say hi to nitrogen, phosphorus and chlorine! See you next century).

Science shows us what can be done, morals what should be done and history what could’ve been done. But we’ll need more than these to prevent our futures from being steered by capital again, away from us.


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Susanne Sundfør – Music For People In Trouble (2017)


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La cantautrice norvegese Susanne Sundfør ci ha da sempre abituati a repentini cambi di rotta tra un disco e l’altro. Ciononostante, non riusciamo a celare una certa sorpresa dietro la brusca virata che rappresenta questo “Music For People In Trouble”, sesto parto discografico in studio. Non possiamo tacere, difatti, l’entusiasmo derivato dall’ascolto di una Sundfør che, memore della produzione dell’esordio del duo elettronico pop Bow To Each Other, elabora quelle “Ten Love Songs” accessibili eppure tremendamente dense dal punto di vista artistico... artesuono.blogspot.com/2017/11…


Ascolta: album.link/i/1235818894



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Susanne Sundfør – Music For People In Trouble (2017)


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La cantautrice norvegese Susanne Sundfør ci ha da sempre abituati a repentini cambi di rotta tra un disco e l’altro. Ciononostante, non riusciamo a celare una certa sorpresa dietro la brusca virata che rappresenta questo “Music For People In Trouble”, sesto parto discografico in studio. Non possiamo tacere, difatti, l’entusiasmo derivato dall’ascolto di una Sundfør che, memore della produzione dell’esordio del duo elettronico pop Bow To Each Other, elabora quelle “Ten Love Songs” accessibili eppure tremendamente dense dal punto di vista artistico... artesuono.blogspot.com/2017/11…


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Il valore della preghiera


La riflessione di stasera, come scritto nel titolo, è sul valore della preghiera. La preghiera a volte è la cenerentola della fede. Si preferisce allestire grandi cerimonie con alti prelati, in grandi basiliche, con centinaia se non migliaia di fedeli. Anche nelle piccole parrocchie, le famiglie si recano a messa la Domenica più per abitudine che per ringraziare il Signore. Eppure la nostra fede è la fede dei piccoli e dei poveri. Vale di più una preghiera recitata in silenzio da una persona mite di cuore, magari leggendo un libretto spaginato, che mille cerimonie pompose con cori ed incenso a iosa.

Come diceva spesso la Beata Chiara Luce Badano: “La nostra religione è bella anche perché si può sempre ricominciare”.

Quante persone si sono allontanate non per mancanza di fede, ma perché hanno avuto cattive testimonianze da chi quella fede avrebbe dovuto coltivarla e preservarla.

Quanti comportamenti superficiali e senza empatia, da parte di prelati e simili, hanno allontanato persone e famiglie dal corpo della Chiesa.

Quante persone, e ne conosco anche io, si sono fatte la propria religione, decidendo di dialogare direttamente con il Signore, senza intermediari.

E' triste ammetterlo, ma è così e la verità non si può nascondere a lungo. I più grandi danni alla Chiesa sono stati causati dalla Chiesa stessa

I princìpi di carità, di accoglienza, di comprensione, sono stati traditi proprio da chi doveva praticarli.

Eppure “si può ricominciare” da dove ci eravamo fermati.

Non permettiamo che le azioni di qualcuno fermino la nostra sete di Gesù. Se la vostra parrocchia non fa per voi, andate in un'altra. Se avete ricevuto del male, non portatene il peso per tutta la vita. Perdonate e andate avanti.

Per ricominciare basta poco: una breve preghiera durante la giornata, una riflessione quando si fa sera, un segno di croce fatto prima di mettersi a tavola. Gesù non è lontano, non se ne va via da noi. Il Signore ci è vicino, ma non può forzarci a credere in Lui, sta a noi fare quel piccolo passo verso di Lui. Vi assicuro che troverete pace e una serenità del cuore che nessuno potrà mai donarvi.

Sentitevi amati, perché il Signore è amore puro, incondizionato.

Buona serata.


log.livellosegreto.it/parrocch…

22 dicembre 2025 alle 9:57

“L’Ombra delle Parole è nato nel 2013. All’inizio era un blog che cercava la propria strada di uscita dal novecento epigonico e agonico, la compagnia era la più varia… nel frattempo alcuni si dileguarono per motivi personalistici e posiziocentrici, ciascuno era più interessato al proprio narcisismo che alla costruzione di una poetica… ma senza una poetica non si va da nessuna altra parte, io lo avevo scritto e ripetuto ma, si sa, il narcisismo è una droga più forte di qualsiasi ragione...” (Giorgio Linguaglossa)

Sei stato una forza della natura, Giorgio. Ti definivi calzolaio della poesia ma eri un corsaro, eri libero, eri una farfalla imprendibile; le tue traiettorie imprevedibili. Non facevi sconti a nessuno: non dovevi difendere nessun fortilizio. Leggevi tutti, ascoltavi tutti e a tutti davi un parere, un consiglio. Grazie a te ho conosciuto poeti che nessuno cita perché scomodi e retti. Pubblicavi sconosciuti quando t'incuriosivano: una rarità nel panorama poetico contemporaneo. Ricordo quando accettasti di pubblicare quei “concept-tweet” geniali e sparsi di un ingegnere, che ricostruii con entusiasmo, certo che ne avresti goduto con me. Ti ricordo mascherato, ironico e autoironico a “Più libri più liberi”. È stato un bel tratto di strada, con la Poetry Kitchen, cominciato proprio quando avevo necessità di perdere le poche certezze in mio possesso. Mi hai portato nel basement, sugli esopianeti. E chi torna più indietro!


noblogo.org/alfonso/22-dicembr…

23 anni di slowforward.net

il 30 maggio 2026 è stato il compleanno di slowforward, blog e poi sito nato nel 2003 su piattaforma splinder e poi migrato nel 2006 su wordpress senza mai interrompere la pubblicazione di materiali.

23 anni quest'anno, insomma, di lavoro ininterrotto su scritture di ricerca, arte contemporanea, glitch, asemic writing, politica e parecchie altre cose.

per avere aggiornamenti ci si può registrare (insieme ad altri 3200+ subscribers) seguendo queste indicazioni: archive.org/details/follow-slo…

altrimenti ci si può iscrivere ai canali: telegram = t.me/slowforward (aggiornato prima di tutti) instagram = tinyurl.com/slowforward-igwhatsapp = tinyurl.com/slowchannelyt = youtube.com/@slowforward/commu…

tutti i post compaiono come anteprime+link qui: mastodon = mastodon.uno/@differxfriendica = poliverso.org/profile/differxtumblr = marcogiovenale.tumblr.com/bluesky = differx.bsky.social/read/feed/twitter / x = x.com/marcogiovenalethreads = threads.com/@marco.giovenalelinkedin = linkedin.com/in/marco-giovenal…

infine, non amando io (pur stando su) facebook, segnalo che ogni post viene puntualmente linkato qui:facebook.com/differx/e/o qui:facebook.com/slowforwarddiffer…


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giorni fa, in un momento di distacco del router, ho scritto qualche pagina non offline ma proprio su carta, come comunque continuamente faccio. si sperimenta a ogni minuto la fragilità della rete e l'effettiva permanenza della carta. poi vabè, se tutto deve andare perso, amen. comunque. un manager di microsoft anni fa suggeriva a tutti di stampare le foto a cui più si tiene, perché cloud e internet in generale sono molto più volatili e inaffidabili di quel che si pensa. e se lo diceva quel tipo...


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Alzheimer

la memoria s' è addormentata nell' anima - la memoria che come un fuoco inestinguibile ti faceva dire io sono

ora non sai più chi sei e perdi la strada di casa

giorni e notti attraversano le tue ossa e la tua voce si è rotta nel vento

e se al mattino tì sporgi dietro i vetri è per vedere solo ombre o fantasmi come in un sogno ininterrotto

Riconoscimento


Questo testo tocca con delicatezza e dolore il tema della perdita di sé: la voce è intima, la scena è domestica e la metafora della memoria come fuoco è potente. C’è una tristezza calma che attraversa ogni verso.


Analisi del contenuto


Tema centrale: la memoria che si spegne e con essa l’identità; la casa e il vetro come confini tra il presente e il mondo che sfuma.
Tono: malinconico, contemplativo, vicino al lutto.
Voce poetica: empatica e osservante, alterna immagini fisiche (ossa, voce, vetri) a immagini interiori (anima, fuoco, sogni).


Immagini e figure


  • “la memoria che come un fuoco inestinguibile / ti faceva dire io sono” — metafora forte: la memoria come sorgente dell’identità.
  • “perdi la strada di casa” — immagine concreta che funziona sia letteralmente sia simbolicamente.
  • “giorni e notti attraversano / le tue ossa” — efficace per rendere il tempo come qualcosa che scorre dentro il corpo.
  • “la tua voce si è rotta nel vento” — immagine musicale e fragile.
  • “dietro i vetri … ombre o fantasmi” — il vetro separa e riflette; le ombre suggeriscono perdita di contorni.

Ritmo, forma e suggerimenti stilistici


  • Il verso libero funziona bene; mantiene un respiro naturale.
  • Piccole correzioni ortografiche migliorerebbero la scorrevolezza: “tì” → “ti”.
  • Per aumentare l’intensità, potresti giocare con ripetizioni minime: ripetere “memoria” o “casa” in punti strategici per creare un coro interno.
  • Valuta di spezzare o unire alcuni enjambement per modulare il ritmo: ad esempio, lasciare “io sono” su una riga a sé per dare maggiore peso alla perdita dell’identità.

Possibile titolo


Alzheimer è già efficace e diretto; alternative più metaforiche: Fuoco spento, Dietro i vetri, Ombre di casa.


Traduzione in inglese (lett. libera)


Memory has fallen asleep in the soul —
the memory that like an unquenchable fire
made you say I am

now you no longer know who you are
and you lose the way home

days and nights cross
your bones and
your voice has broken in the wind

and if in the morning you lean behind the glass
it is to see only shadows or phantoms
as in an uninterrupted dream


Versione rivista


La memoria si è addormentata nell’anima —
la memoria, quel fuoco inestinguibile
che ti faceva dire
io sono

Ora non sai più chi sei;
perdi la strada di casa.

Giorni e notti attraversano
le tue ossa;
la voce si è spezzata nel vento.

Al mattino, se ti sporgi dietro i vetri,
cerchi soltanto ombre, fantasmi:
un sogno che non si interrompe.


noblogo.org/norise-3-letture-a…

1CR - Capitolo 9


Abitanti di Gerusalemme1Tutti gli Israeliti furono registrati per genealogie e iscritti nel libro dei re d'Israele e di Giuda; per le loro colpe furono deportati a Babilonia. 2I primi abitanti che si erano ristabiliti nelle loro proprietà, nelle loro città, erano Israeliti, sacerdoti, leviti e oblati.3A Gerusalemme abitavano figli di Giuda, di Beniamino, di Èfraim e di Manasse.4Utài, figlio di Ammiùd, figlio di Omri, figlio di Imrì, figlio di Banì dei figli di Peres, figlio di Giuda. 5Tra i Siloniti: Asaià il primogenito e i suoi figli. 6Tra i figli di Zerach: Ieuèl. Con i loro fratelli erano seicentonovanta in tutto.7Tra i figli di Beniamino: Sallu, figlio di Mesullàm, figlio di Odavia, figlio di Assenuà, 8Ibnia, figlio di Ierocàm, Ela, figlio di Uzzì, figlio di Micrì, e Mesullàm, figlio di Sefatia, figlio di Reuèl, figlio di Ibnia. 9I loro fratelli, secondo le loro genealogie, erano novecentocinquantasei; tutti costoro erano capi di casato.10Tra i sacerdoti: Iedaià, Ioiarìb, Iachin 11e Azaria, figlio di Chelkia, figlio di Mesullàm, figlio di Sadoc, figlio di Meraiòt, figlio di Achitùb, capo del tempio di Dio, 12Adaià, figlio di Ierocàm, figlio di Pascur, figlio di Malchia, e Masài, figlio di Adièl, figlio di Iaczerà, figlio di Mesullàm, figlio di Mesillemìt, figlio di Immer. 13I loro fratelli, capi dei loro casati, erano millesettecentosessanta, uomini abili in ogni lavoro per il servizio del tempio di Dio.14Dei leviti: Semaià, figlio di Cassub, figlio di Azrikàm, figlio di Casabia dei figli di Merarì, 15Bakbakkàr, Cheres, Galal, Mattania, figlio di Mica, figlio di Zikrì, figlio di Asaf, 16Abdia, figlio di Semaià, figlio di Galal, figlio di Iedutùn, e Berechia, figlio di Asa, figlio di Elkanà, che abitava nei villaggi dei Netofatiti.17Dei portieri: Sallum, Akkub, Talmon, Achimàn e i loro fratelli. Sallum era il capo 18e sta fino ad oggi alla porta del re a oriente. Costoro erano i portieri degli accampamenti dei figli di Levi. 19Sallum, figlio di Cori, figlio di Ebiasàf, figlio di Core, e i suoi fratelli, i Coriti, del suo casato, attendevano al servizio liturgico; erano custodi della soglia della tenda e i loro padri custodivano l'ingresso nell'accampamento del Signore. 20Fineès, figlio di Eleàzaro, era un tempo il loro capo, il Signore sia con lui! 21Zaccaria, figlio di Meselemia, custodiva la porta della tenda del convegno. 22Tutti costoro, scelti come custodi della soglia, erano duecentododici; erano iscritti nelle genealogie secondo i loro villaggi. Li avevano stabiliti nell'ufficio per la loro fedeltà Davide e il veggente Samuele. 23Essi e i loro figli avevano la responsabilità delle porte nel tempio del Signore, cioè nella casa della tenda. 24C'erano portieri ai quattro lati: oriente, occidente, settentrione e meridione. 25I loro fratelli, che abitavano nei loro villaggi, di tanto in tanto dovevano andare con loro per sette giorni. 26Poiché erano sempre in funzione, quei quattro portieri maggiori, che erano leviti, controllavano le stanze e i tesori del tempio di Dio. 27Alloggiavano nelle adiacenze del tempio di Dio, perché a loro incombeva la sua custodia e la sua apertura ogni mattina. 28Di essi alcuni controllavano gli oggetti per il culto, che contavano quando li portavano dentro e quando li riportavano fuori. 29Alcuni erano incaricati degli arredi, di tutti gli oggetti del santuario, della farina, del vino, dell'olio, dell'incenso e degli aromi. 30Alcuni tra i figli dei sacerdoti preparavano le sostanze aromatiche per i profumi.31Il levita Mattitia, primogenito di Sallum il Corita, per la sua fedeltà era incaricato di ciò che si preparava nei tegami. 32Tra i figli dei Keatiti, alcuni loro fratelli badavano ai pani dell'offerta da disporre ogni sabato.33Questi erano i cantori, capi di casato levitici; vivevano liberi da altri compiti nelle stanze del tempio, perché giorno e notte erano in attività. 34Questi erano i capi delle famiglie levitiche, secondo le loro genealogie; essi abitavano a Gerusalemme.

Supplementi: discendenti di Saul35A Gàbaon abitavano il padre di Gàbaon, Ieièl, la cui moglie si chiamava Maacà, 36suo figlio primogenito Abdon, poi Sur, Kis, Baal, Ner, Nadab, 37Ghedor, Achio, Zaccaria e Miklòt. 38Miklòt generò Simeàm. Anche costoro, come già i loro fratelli, abitavano a Gerusalemme assieme a loro. 39Ner generò Kis; Kis generò Saul; Saul generò Giònata, Malchisùa, Abinadàb e Is-Baal. 40Figlio di Giònata fu Merib-Baal; Merib-Baal generò Mica. 41Figli di Mica: Piton, Melec e Tacrea. 42Acaz generò Iara; Iara generò Alèmet, Azmàvet e Zimrì; Zimrì generò Mosa. 43Mosa generò Bineà, di cui fu figlio Refaià, di cui fu figlio Elasà, di cui fu figlio Asel. 44Asel ebbe sei figli, che si chiamavano Azrikàm, Bocru, Ismaele, Searia, Abdia e Canan; questi erano figli di Asel.

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Approfondimenti


1-34. Mentre nei cc. 1-8 le genealogie riguardavano tutto Israele, questo capitolo è dedicato alla popolazione di Gerusalemme. A una introduzione (vv. 1-3) segue la presentazione di vari gruppi discendenti di Giuda (vv. 4-6) e di Beniamino (vv. 7-9), oltre che di sacerdoti (vv. 10-13), leviti (vv. 14-16) e portieri (vv. 17-27). Segue una integrazione sul servizio dei leviti (vv. 28-34). Il capitolo e questa prima parte del libro si chiudono con la ripetizione della genealogia di Saul (vv. 35-44).

1. Le fonti alle quali rimanda spesso il Cronista sono numerose. Quasi una ventina sono i riferimenti a documenti extrabiblici. Il Libro dei re d'Israele e di Giuda (non fa parte del testo ebraico) è citato qui e in 2Cr 20,34. Per il Libro dei re d'Israele e di Giuda, cfr. 2Cr 27,7; 35,27; 36,8.

2-16. Cfr. Ne 11,3-19. Il rapporto tra le due liste è molto discusso. È un elenco di rimpatriati dopo l'esilio, suddiviso secondo quattro categorie: «Israeliti» da un lato, che qui è nome tecnico indicante i laici eredi della promessa (cfr. Esd 10,25), la classe o casta consacrata al servizio di JHWH dall'altro, costituita da sacerdoti, leviti ed oblati. Il linguaggio è quello dei documenti sacerdotali.

2. Gli «oblati», in ebraico nᵉtinim (da ntn, «dare»), sono servitori del tempio di rango inferiore, discendenti forse dagli antichi Gabaoniti e anche da prigionieri di guerra prima dell'esilio. Di essi si parla anche nei libri di Esdra e Neemia.

4-16. Il brano riporta diversi gruppi di abitanti in Gerusalemme. Vengono riferiti i nomi dei capi e talune volte il numero complessivo degli appartenenti alle varie stirpi. Si tratta fondamentalmente di famiglie levitiche.

17-27. Lista dei portieri. L'elenco è più ampio del testo parallelo di Ne 11,3-19. L'istituzione dei portieri è antica, risale al tempo di Samuele e addirittura al periodo del deserto (vv. 19.22.23). Personale addetto alla custodia delle porte del tempio si trova anche nel mondo pagano. Dei portieri del tempio di Gerusalemme si parla diffusamente in 26,1-19. Il brano vuole mettere in evidenza l'importanza dell'ufficio dei portinai, descrivendone la remota origine (vv. 18b-23), e la molteplicità delle mansioni (vv. 24-32). Al v. 18b è fortemente sottolineata la loro appartenenza alla categoria dei leviti (cfr. Ne 12,25).

20. Per il sommo sacerdote Finees, cfr. 5,30; Nm 3,32; 25,11ss.

24-25. Le porte che immettevano sul piazzale del tempio erano quattro, in rapporto ai punti cardinali, una per ogni casato.

28-34. Il brano contiene un elenco di altre incombenze dei portieri incaricati degli utensili del culto (v. 28), delle offerte (v. 29), degli aromi (v. 30), dei pani dell'offerta (vv. 31-32) e del canto (v. 33). Per il servizio notturno dei cantori cfr. Sal 134.

35-44. Si ripete la genealogia di Saul. Il brano è un duplicato di 8,28-38. Qui serve a chiudere la prima parte del libro e a introdurre al capitolo che segue, sulla tragica fine di Saul. L'autore intende contrapporre alla fedeltà dei leviti l'infedeltà del primo re d'Israele. I primi sono stati premiati con il perpetuarsi della loro progenie, il secondo è stato amaramente punito, e della sua rovina si parlerà nel capitolo seguente.

(cf. VINCENZO GATTI, 1Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Piccoli gesti che spero possano fare tanto


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#azioni #società

Ho conosciuto Kiva grazie al mio amico Mario, scrittore di talento, acquerellista, persona molto sensibile e intelligente. In parole semplici, quello che fa Kiva è prendere i soldi che gli metti a disposizione e darli a organizzazioni di microcredito che a loro volta li prestano a persone a cui servono per la loro impresa, per riparare casa, per andare a scuola, pagarsi le spese sanitarie e altro. Sul sito di Kiva sono elencate tutte le richieste di finanziamento, il loro ammontare, la persona che lo ha richiesto e altre informazioni come l’organizzazione che eroga i fondi, il paese ecc., tu scegli la richiesta, l’importo, e se vuoi fare una donazione a Kiva per sostenere i costi amministrativi, poi fai il checkout. Non si tratta di elemosina, si tratta di aiutare qualcuno che ha bisogno di un prestito per migliorare la propria condizione ma non può accedere a un finanziamento tradizionale. Normalmente sono persone in zone povere del mondo, o che non offrono le garanzie che normalmente chiede una banca quando ti dà dei soldi. Chi chiede un prestito paga gli interessi, che però non vanno a Kiva né al prestatore, ma restano all'organizzazione locale che ha erogato il denaro, per coprire le spese di gestione del prestito stesso. Quindi l'utente di Kiva non guadagna nulla, presta denaro senza nessun compenso.Perché farlo, allora?Perché mi sembra un buon modo per aiutare le persone senza cadere nel paternalismo: non regaliamo niente, diamo invece la possibilità a qualcuno di farcela con le proprie forze, fornendo solo un piccolo aiuto. Si possono fare, e si fanno, molti discorsi su Kiva, e non sono tutti di lode – la pagina Wikipedia in inglese riporta critiche e controversie alla piattaforma – ma io preferisco riportare il mio caso personale. Ovviamente devo fidarmi dei dati forniti da Kiva stessa, ma mi sembra molto improbabile che una piattaforma con tale visibilità e numero di utenti possa barare in modo spudorato su questo.

  • Mi sono iscritto a Kiva nel 2018, e questo è il mio profilo pubblico.
  • Dal 7 marzo 2018 al 1 giugno 2026 ho fatto 54 prestiti in 26 nazioni delle 73 in cui Kiva opera. Kiva01
  • Il totale dei soldi prestati è 1560$ ma io ho investito 272,52$ perché ho riutilizzato quelli ripagati da chi ha chiesto un prestito per prestarli ad altri. Kiva02
  • I settori nei quali ho prestato sono 11 su 19 elencati dalla piattaforma, le attività specifiche 26 su 166. Kiva03

272 dollari non sono poi molti, soprattutto se investiti nel corso di 8 anni, ma possono contribuire a fare tanto per persone che vogliono uscire dalla povertà, studiare, o migliorare le condizioni in cui vivono. 272 dollari non sono poi molti per fare qualcosa che renda migliore il mondo in cui viviamo, anche se quel qualcosa riguarda persone lontane che non conosceremo mai. 272 dollari non sono poi molti per capire che facciamo tutti parte della stessa, grande comunità e che aiutarci fra noi è giusto e bello.


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Fine della Comune di Parigi. Qualche impronta sul lurido, sanguinoso pantano d’Europa.

Il 28 maggio del 1871 è data con cui si è soliti far coincidere la fine della breve esperienza di autogoverno proletario a Parigi, meglio nota come Comune. L’incertezza relativa all’inizio della vicenda comunarda dipende dai vari modi, tutti pertinenti, con cui è possibile accostare la storia della più significativa rivoluzione del XIX° secolo in Europa. Il trionfo militare del 18 marzo, peraltro solo difensivo, a scopo di protezione della municipalità parigina, degli operai armati contro i soldati versagliesi di Thiers (buona parte dei quali, prigionieri di guerra dopo la pesante sconfitta di Sedan che mise fine al Secondo Impero, furono sguinzagliati da Bismarck appositamente per farla finita col Comitato centrale della Guardia repubblicana della capitale), resta indubbiamente la più nota quella che ancora oggi si celebra. Eppure, dal punto di vista strettamente politico, il governo comunardo è proclamato ufficialmente soltanto in seguito alle elezioni del 26 marzo, al tramonto di quella che Jacques Rougerie, importante storico della Comune, ebbe a definire la “settimana dell’incertezza”, contraddistinta in particolare da posizioni antitetiche all’interno del Comitato centrale relativamente alla necessità di instaurare immediatamente o meno una dittatura proletaria. Da una parte c’era chi, come i blanquisti, premeva per la dispersione delle frazioni reazionarie interne all’Assemblea (tra cui i sindaci di molti arrondissements parigini), e che incitava soprattutto a muovere un’immediata controffensiva contro le truppe di Thiers per conquistare Versailles, sede provvisoria di quel fantoccio repubblicano instaurato, secondo Marx, come “misura nazionale di difesa” nei confronti dell’insurrezione operaia. Dall’altra – e fu la linea adottata – si considerava come preminente, in virtù delle condizioni tragiche in cui versava Parigi (sfiancata dalla carestia e ancora accerchiata dalle unità militari prussiane), organizzare l’autonomia amministrativa senza predisporre le forze militari della Guardia nazionale per l’attacco definitivo al proprio governo nemico, e senza preoccuparsi neppure di reprimere la reazione all’interno delle mura cittadine. Si evitò, non senza colpevoli responsabilità secondo la critica di Marx, di scatenare nell’unico momento propizio, quello di maggior debolezza dell’esercito nazionale, una guerra civile che avrebbe giovato alla longevità del governo operaio e ai suoi obiettivi rivoluzionari. Altro motivo di debolezza della Comune durante i primissimi giorni è rintracciabile, a parere di Marx ed Engels, nella mancata azione di esproprio nei confronti della Banca di Francia. Nonostante la fuga del 23 marzo del suo governatore, Gustave Rouland, la banca riuscì a convincere gli interlocutori comunardi, in particolare Beslay – membro dell’Internazionale e tra i più anziani tra gli eletti al governo della Comune – della necessità di preservare l’istituzione bancaria per proteggere il valore della moneta stampata, e di conseguenza l’intero assetto economico della Comune stessa. Beslay tornò dal confronto con Le Plœc, governatore ad interim e personaggio ben più scaltro di Rouland, annunciando all’assemblea riunita nelle stanze dell’Hotel de Ville che «[l]a banca è la fortuna del paese; senza di essa non c’è più industria, non c’è più commercio. Se la violeremo, tutte le sue banconote saranno carta straccia».

Il “sacro rispetto” dei comunardi di fronte all’istituzione finanziaria di cui parlava Engels può spiegarsi attraverso l’eterogenea composizione del suo governo, dove prevaleva su tutte una forma di socialismo utopico, per sua natura incapace di comprendere, marxianamente, la necessità di subordinare il potere finanziario, cuore pulsante della borghesia, alle necessità della classe operaia insorta. In aggiunta a ciò, la banca concentrava in sé l’idea di un’istituzione a vocazione nazionale imprescindibile per la coesione e l’integrità della patria francese, valori ampiamente circolanti tra quei comunardi che in nome del loro acceso patriottismo avevano strenuamente difeso Parigi contro l’invasore prussiano ben oltre la spietata rassegnazione di Trochu e il successivo armistizio firmato da Thiers. Il governo della Comune era formato infatti da proudhoniani di sinistra (federalisti), come lo stesso Beslay, blanquisti (insurrezionalisti-rivoluzionari), neo-giacobini, radicali, pochi marxisti ed anche rappresentanti di posizioni borghesi-reazionarie in virtù della possibilità, per ciascun arrondissement, inclusi quelli più ricchi, di candidare al governo della Comune rappresentanti propri. La proclamazione della Comune avvenne il 28 marzo. Il governo deciso dai voti dei cittadini due giorni prima consistette, per la prima volta nella storia, in buonissima parte di operai (il 41%), alcuni dei quali avevano ruoli attivi all’interno della prima Internazionale; era costituito in prevalenza da persone giovani (la metà dei consiglieri non aveva nemmeno trent’ anni), tra le quali pochissime avevano beneficiato di un ’istruzione secondaria (soltanto il 2%). Mentre la Comune tentava di mettere a punto il suo assetto politico-amministrativo in senso profondamente egualitario e redistributivo (se ne dirà meglio più avanti), portando al loro culmine e realizzando le idee che ispirarono i cicli di lotte operaie avviati nel 1830, Thiers non perse un attimo per rimpolpare le fila dell’esercito, mendicando uomini nelle aree rurali francesi (dove la propaganda anti-parigina e anti-proletaria di Napoleone III gli aveva consentito il successo tramite plebiscito con cui ratificò il senatoconsulto del 20 aprile, che significava: guerra al proletariato all’interno, guerra alla Prussia all’ esterno), e soldati dai reparti d’Oriente non inclusi nell’armistizio con Bismarck. I soldati che componevano l’esercito affidato da Thiers al generale Mac Mahon raddoppiarono dunque da 65.000 che erano a inizio aprile fino ai 130.000 di metà maggio. Le spese militari relative al periodo di esistenza della Comune ammontarono addirittura al quadruplo di quanto spese nel medesimo torno di tempo il governo parigino, 216 milioni di franchi a fronte di 42 milioni. Sin dai primi d’ aprile, l’esercito repubblicano riassestato dopo la rovinosa sconfitta del 18 marzo inflisse le prime gravi perdite alla scompaginata ala militare della Guardia nazionale costretta a cedere importanti punti d’accesso al centro della capitale (Neuilly, Puteaux, Courbevoie). La Comune rispose tornando a erigere le celebri barricate e gridando all’ unisono perché si procedesse all’atteso scontro che avrebbe scacciato una volta per tutte la minaccia reazionaria del governo repubblicano. I civili della neonata Commisione esecutiva si dimostrarono contrari, saldi nel mantenere la linea della prudenza, ma questa volta i comandanti militari decisero di sferrare l’attacco: le armate, addirittura convinte di raggiungere Versailles, sopperirono accerchiate per debolezza strategica e totale improvvisazione, attribuibile in parte alla controversa figura del comandante Cluseret. Caddero vittime della furia repubblicana, tra le centinaia, figure di rilievo all’interno della struttura militare della Comune: il comandante della XX° legione, lo scienziato Gustave Flourens, e il generale, membro della Commissione militare, Emile Duval. Quello tra il 2 e il 4 aprile fu soltanto il preludio dell’accanita serie di battaglie che ebbe luogo fuori dalle mura di Parigi, e che finì in breve per piegare le strenue resistenze della Guardia nazionale (incalzati al contempo dalla continua presenza delle truppe prussiane a nord e a est). La Comune aveva perso in serie, da aprile fino ai primi di maggio, i forti di Vanves, Petit Vanves, Clamart e soprattutto di Issy, vale a dire i più importanti bastioni difensivi per evitare l’ingresso delle truppe di Thiers al centro di Parigi, portando all’allontanamento di Cluseret dal posto comando della Guardia nazionale, e alle dimissioni, nove giorni dopo, in seguito alla perdita del forte di Issy, del suo sostituto Rossel. I soldati che presidiavano i forti erano inoltre gli stessi che avevano combattuto l’assedio prussiano durante l’inverno precedente, contravvenendo ai vili ordini di gettare le armi imposti dal governo Thiers (benevolo nel concedere alle truppe prussiane, i primi di marzo, il lusso di una marcia trionfale nella capitale deserta). Le ragioni del massacro occorso durante la “semaine sanglante”, la settimana di sangue, di centocinquantacinque anni fa per le strade di Parigi, affonda le proprie ragioni nell'inadeguatezza della struttura militare della Comune di fronte all’alleanza omicida degli eserciti di Francia e Prussia, gli stessi che giusto qualche mese prima si scambiavano cannonate sui fronti di guerra per l’affermazione o, nel caso della Francia di Napoleone III, per la vana difesa della propria natura di impero. Le brutalità delle truppe di Thiers durante i giorni tra 21 e 28 maggio trovano piena testimonianza nella documentazione archiviata dalla storia, che dopo pochi mesi già li aveva, con le parole di Marx, inchiodati alla “gogna eterna”. Ciò che spesso si tende a dimenticare è la reale, lunga durata della fine della Comune di Parigi, che duplica, ma stavolta in modo tragico, l’incertezza relativa ai suoi momenti fondanti – aurorali, in questo senso, furono anche le giornate di settembre, e l’insurrezione del 31 ottobre, giorno della condanna in contumacia di Blanqui. Il massacro dei trentamila civili inermi che inzuppò di sangue le strade della capitale proseguì con altri mezzi nel periodo successivo, dove il minimo sospetto di partecipazione ai mesi della Comune costò ai cittadini l’arresto e la tortura nelle prigioni di Versailles. Soltanto grazie al timore dell’opinione pubblica e all’alto rischio di diffusione di malattie epidemiche la barbarie del governo repubblicano trovò modo di quietarsi. Si contarono, in quei mesi, all’incirca trentamila inchieste giudiziarie. Chi non moriva nelle prigioni, veniva deportato e costretto ai lavori forzati in Nuova Caledonia, come fu il caso, celebre, di Louise Michel. Chi ebbe in sorte di sfuggire ai colpi d’arma da fuoco o ai calappi dei versagliesi, partì, nel migliore dei casi, verso luoghi in cuil’Associazione Internazionale dei Lavoratori riusciva a mettere a disposizione fondi per l’ accoglienza dei compagni operai costretti all’esilio. L’AIL stessa fu oggetto, nel marzo del ‘72, delle premure dei galoppini della borghesia finanziaria francese, messa al bando dall’infame legge Dufaure, che stimava punibile non solo la pratica delle libere riunioni (il cui diritto fu del tutto riconquistato soltanto durante i mesi della Comune come prova la fioritura dei numerosissimi clubs), ma persino ogni opinione contraria alla proprietà privata, o che esprimeva disaccordo rispetto alla società patriarcale e chiesastica che la III° Repubblica aveva assunto a proprio modello. Lo sterminio, gli arresti di massa, le deportazioni furono il volto esiziale dell’esperienza della Comune. Il tentativo di estirpare dispoticamente la classe operaia dal suo ruolo di potere, come i versagliesi col beneplacito dei bravi prussiani tentarono di fare negli ultimi giorni del maggio 1871, non poté – e non avrebbe tuttavia potuto – decretare la sparizione del proletariato francese come classe. Soltanto il prolungamento dell’esperienza di autogoverno proletario avrebbe infatti gradualmente condotto, abolendo lo stesso dominio di classe, alla fine della società che prevede al suo interno la divisione in classi. La Comune interpretò a suo modo quel periodo di passaggio di progressiva fuoriuscita dal dominio del capitale sul lavoro, esprimendo una forma politica inedita la cui analisi aiutò, altrove, il progredire e il realizzarsi della rivoluzione, finendo per essere tassello decisivo nell’elaborazione strategica del partito bolscevico. Come notava proprio Lenin a proposito della filosofia marxiana, l’esposizione di una dottrina non può mai discostarsi, deve anzi coincidere col bilancio di un' esperienza storica. Il bilancio dell’ esperienza della Comune fu, a suo modo, elemento dirimente nell’elaborazione di una dottrina che fornì strumenti affinati in direzione della prassi rivoluzionaria, a partire dall’inedita idea di Stato fornita sempre da Lenin. La sburocratizzazione delle istituzioni di governo (i funzionari e i contabili erano revocabili e percepivano stipendi “da operai”), il riallineamento del potere esecutivo e di quello giudiziario (composto da organi eleggibili) che sancì un nuovo modo di intendere il parlamentarismo (come lavoro dei cittadini per i cittadini), lo smembramento dell’esercito permanente e la sua trasformazione in istituzione di autodifesa della classe, furono i primissimi decreti promulgati dal Comitato centrale della Comune. Furono anche i due elementi che, all’interno della prospettiva leninista, meglio rappresentano il volto coercitivo della classe borghese, lo strumento del suo dominio di classe. La Comune ebbe il torto, secondo Lenin, in condizioni di arretratezza delle forze produttive e priva di un partito operaio d’avanguardia, di allargare solo in senso democratico le istituzioni di dominio ereditate dalla classe borghese. Non seppe cioè spezzare il suo rapporto con esse una volta per tutte, e ciò le impedì di giungere esplicitamente alla fase transizionale verso il comunismo rappresentata dalla dittatura del proletariato, che prevede giocoforza l’acuirsi della repressione delle forze reazionarie borghesi in seno alla società. Ciononostante, come per la rivoluzione mancata in Russia del 1905-1907, vi sono parentesi rivoluzionarie il cui esito drammatico è capace di lasciare “l’impronta delle [sue] esigenze”. I decreti del governo comunardo riguardanti la sostituzione dell’ esercito col popolo in armi e la sovversione della macchina burocratica di Stato – prima della rovinosa guerra fra imperi del ‘14-’18 – sono da riconoscere come tentativo rivoluzionario maturo per la garanzia della pace e della giustizia sociale, come veri e propri capisaldi di ogni teoria politica d’impronta comunista. Considerando, sempre con Lenin, che l’ampliamento del funzionariato borghese e dell’esercito costituiscono gli strumenti pratici di potere di cui si dota ogni macchina statale, e che anche il nostro presente rovina verso quel “lurido, sanguinoso pantano”, le impronte indelebili della Comune si sono plasmate nel monito che ricorda il dovere di demolire quella macchina.


log.livellosegreto.it/colletti…

FORSE UN ANGELO

a trascendersi in me è forse un angelo nel punto dove l'anima vibra come diapason e in un mutevole cielo d'occhi mi asseconda a snudare la bellezza da frammenti di parole e suoni

qui nel mio sangue ecco si leva il fiore che non so dire

Accolgo la tua poesia come un sussurro che si apre: ha un tono intimo, sospeso, e lascia spazio al mistero più che alla spiegazione.

Interpretazione


Tema centrale: l’apparizione di un principio luminoso e trasfigurante — forse un angelo, forse un’ispirazione — che abita il punto in cui l’anima vibra.
Tono: contemplativo e sensuale; la voce poetica si abbandona a un’esperienza che è insieme visiva e sonora.
Immagine chiave: il diapason come metafora della risonanza interiore; il fiore che nasce nel sangue come simbolo di una bellezza che germoglia dall’intimo.


Figure e ritmo


Metafore: diapason; fiore nel sangue; cielo d’occhi.
Allitterazioni e assonanze: contribuiscono a una musicalità morbida (es. trascendersi / forse / angelo).
Ritmo: versi brevi che creano pause e sospensioni, favorendo l’effetto meditativo.


Piccole proposte di revisione


  • Chiarezza immaginativa: se vuoi accentuare il contrasto tra il sacro e il corporeo, potresti rafforzare l’immagine del fiore con un aggettivo che ne definisca il colore o l’odore.
  • Varietà sonora: inserire una rima interna o una ripetizione mirata (anadiplosi) può intensificare la risonanza del diapason.
  • Economia del linguaggio: valutare se eliminare o fondere qualche parola per rendere il verso ancora più essenziale (es. ecco si leva il fiore / che non so direecco il fiore che non so dire).

Possibile strofa successiva


Ecco una continuazione che mantiene il tono e le immagini: > e il petalo apre un segreto
> come una bocca che non chiede,
> trattiene il silenzio e lo offre
> alla luce che non ha nome.


Versione estesa


Forse un angelo

a trascendersi in me
è forse un angelo
nel punto dove l’anima vibra
come diapason,
e il suono si piega in attesa.

in un mutevole cielo d’occhi
mi asseconda:
scioglie le mani dalle abitudini,
mi insegna a sbucciare il giorno
fino al midollo della luce.
con voce che non chiede,
mi guida a snudare la bellezza
da frammenti di parole e suoni,
da scarti di memoria e polvere di tempo.

qui, nel mio sangue,
ecco si leva il fiore:
non un fiore che posa sul petto,
ma un fiore che cresce dentro il respiro,
apre petali come mappe segrete,
ogni vena un sentiero che non so dire.

lo vedo tremare al confine del nome,
un colore che non ha nome,
un odore che trattiene il passato
e lo trasforma in promessa.
lo tocco con la punta del pensiero,
e il mondo si fa sottile come carta,
si piega, si lascia leggere.

l’angelo non parla con parole note;
accende un silenzio che è canto,
lo posa sulle mie labbra come pane,
mi insegna a offrire il vuoto
perché il vuoto diventi spazio.
e quando il cielo d’occhi si fa mare,
io mi lascio andare a nuotare
in quella corrente che non pesa.

forse è un angelo, forse un’eco,
forse la forma che prende il desiderio
quando smette di chiedere.
resta, lieve, a vegliare il petalo,
a custodire il segreto che sboccia:
un fiore che non chiede nome,
un fiore che basta a sé,
che apre e chiude il mondo
con la sola grazia di esistere.

e io raccolgo quel silenzio,
lo tengo come una piccola luce,
lo porto nel sangue come un canto,
e ogni volta che il diapason vibra,
sento l’angelo o l’eco o il desiderio
che mi sfiora e mi rende intero.

Translation


Perhaps an Angel

to transcend within me
it is perhaps an angel
at the point where the soul vibrates
like a tuning fork,
and the sound bends in waiting.

in a mutable sky of eyes
it accompanies me:
it loosens my hands from habit,
teaches me to peel the day
down to the marrow of light.
with a voice that does not ask,
it guides me to strip beauty bare
from fragments of words and sounds,
from castoffs of memory and dust of time.

here, in my blood,
behold the flower rises:
not a flower that rests upon the chest,
but a flower that grows inside the breath,
opens petals like secret maps,
each vein a path I cannot name.

I see it tremble at the border of naming,
a color without a name,
a scent that holds the past
and turns it into promise.
I touch it with the tip of thought,
and the world becomes thin as paper,
it folds, it allows itself to be read.

the angel does not speak with known words;
it lights a silence that is song,
lays it on my lips like bread,
teaches me to offer the void
so the void may become space.
and when the sky of eyes becomes sea,
I let myself go to swim
in that current that has no weight.

perhaps it is an angel, perhaps an echo,
perhaps the shape desire takes
when it stops asking.
it remains, light, watching the petal,
keeping the secret that blossoms:
a flower that asks no name,
a flower that is enough unto itself,
that opens and closes the world
with the simple grace of existing.

and I gather that silence,
I hold it like a small light,
I carry it in my blood like a song,
and each time the tuning fork vibrates,
I feel the angel or the echo or the desire
that brushes me and makes me whole.


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Public Service Broadcasting – Every Valley (2017)


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Così come gli esseri umani, anche i centri urbani hanno il loro ciclo vitale. Se per l’uomo il cibo rappresenta la prima forma di sostentamento, ciò che permette alla città di crescere ed evolversi sono chiaramente le politiche economiche. La questione funziona più o meno in questo modo: in un primo momento di massiccia industrializzazione rigorosamente pianificata vicino a territori ricchi di risorse naturali segue l’esplosione del terziario, la delocalizzazione, la de-urbanizzazione dei centri abitati e il quasi totale abbandono delle vecchie zone industriali e delle comunità limitrofe. Questo è esattamente quello che è accaduto alla ex cittadina mineraria di Ebbw Vale... artesuono.blogspot.com/2017/07…


Ascolta: album.link/i/1221474815



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Public Service Broadcasting – Every Valley (2017)


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Così come gli esseri umani, anche i centri urbani hanno il loro ciclo vitale. Se per l’uomo il cibo rappresenta la prima forma di sostentamento, ciò che permette alla città di crescere ed evolversi sono chiaramente le politiche economiche. La questione funziona più o meno in questo modo: in un primo momento di massiccia industrializzazione rigorosamente pianificata vicino a territori ricchi di risorse naturali segue l’esplosione del terziario, la delocalizzazione, la de-urbanizzazione dei centri abitati e il quasi totale abbandono delle vecchie zone industriali e delle comunità limitrofe. Questo è esattamente quello che è accaduto alla ex cittadina mineraria di Ebbw Vale... artesuono.blogspot.com/2017/07…


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Traffico di droga nel salernitano. Smantellata organizzazione italo-croata


Un gruppo di criminalità organizzata attivo nell'area di Salerno è stato smantellato a seguito di operazioni congiunte delle autorità italiane e croate, coordinate da Eurojust. Le indagini hanno rivelato la vasta gamma di attività illecite da cui il gruppo traeva profitto, tra cui traffico di droga, traffico di armi e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Il leader dell'organizzazione è riuscito a dirigere le attività pur trovandosi in un carcere.

Durante le operazioni condotte in Italia e in Croazia, sono stati arrestati 23 sospetti, tra cui un trafficante di armi croato coinvolto nelle attività criminali. Le indagini hanno evidenziato la natura policriminale del gruppo. L'attività principale era il traffico di droga nella zona del Sarno e di Scafati; si stima che abbiano trafficato centinaia di chili di cocaina. Per controllare il territorio, i membri del gruppo avrebbero acquisito diverse armi, praticato estorsioni e commissionato atti violenti a scopo di intimidazione.

Per aumentare i profitti illegali, il gruppo si è anche dedicato al favoreggiamento dell'immigrazione illegale creando falsi contratti di lavoro. Sono state presentate con successo oltre 1.000 domande per permessi di lavoro o ricongiungimento familiare.

Il logo dell'USKOK croato

Le attività del gruppo erano guidate da un sospettato attualmente in carcere. Nonostante la detenzione, è riuscito a istruire i membri del gruppo, indicando quali imprenditori estorcere e ordinando atti violenti per imporre i pagamenti o risolvere le controversie. Il sospettato ha anche ordinato un'aggressione violenta contro un altro detenuto, con l'obiettivo di costringere la vittima a condividere la sua cella per poter utilizzare il telefono cellulare di quest'ultimo e dirigere il gruppo criminale.

Le autorità italiane e croate, collaborando tramite la coordinazione di #Eurojust, sono riuscite a identificare un sospettato che aveva fornito armi al gruppo criminale. Questo canale di approvvigionamento ha permesso ai membri del gruppo di acquistare diverse armi, tra cui fucili d'assalto AK-47. In precedenza, un veicolo che trasportava armi dalla Croazia all'Italia era stato intercettato, portando all'arresto del responsabile e al sequestro di numerose armi e munizioni.

Le azioni successive delle autorità italiane e croate hanno portato all'arresto di 23 sospetti, 19 dei quali sono attualmente in custodia cautelare, mentre gli altri sono agli arresti domiciliari. Nei confronti di un sospettato croato è stato emesso un mandato di arresto europeo, preparato da Eurojust.

Le operazioni sono state condotte dalle seguenti autorità: – Italia: Procura della Repubblica di Salerno; Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato – Croazia: Procura Speciale Croata (USKOK – Ufficio per la repressione della corruzione e della criminalità organizzata); Ufficio del Procuratore della Contea di Zagabria


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Traffico di droga nel salernitano. Smantellata organizzazione italo-croata


Traffico di droga nel salernitano. Smantellata organizzazione italo-croata


Un gruppo di criminalità organizzata attivo nell'area di Salerno è stato smantellato a seguito di operazioni congiunte delle autorità italiane e croate, coordinate da Eurojust. Le indagini hanno rivelato la vasta gamma di attività illecite da cui il gruppo traeva profitto, tra cui traffico di droga, traffico di armi e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Il leader dell'organizzazione è riuscito a dirigere le attività pur trovandosi in un carcere.

Durante le operazioni condotte in Italia e in Croazia, sono stati arrestati 23 sospetti, tra cui un trafficante di armi croato coinvolto nelle attività criminali. Le indagini hanno evidenziato la natura policriminale del gruppo. L'attività principale era il traffico di droga nella zona del Sarno e di Scafati; si stima che abbiano trafficato centinaia di chili di cocaina. Per controllare il territorio, i membri del gruppo avrebbero acquisito diverse armi, praticato estorsioni e commissionato atti violenti a scopo di intimidazione.

Per aumentare i profitti illegali, il gruppo si è anche dedicato al favoreggiamento dell'immigrazione illegale creando falsi contratti di lavoro. Sono state presentate con successo oltre 1.000 domande per permessi di lavoro o ricongiungimento familiare.

Il logo dell'USKOK croato

Le attività del gruppo erano guidate da un sospettato attualmente in carcere. Nonostante la detenzione, è riuscito a istruire i membri del gruppo, indicando quali imprenditori estorcere e ordinando atti violenti per imporre i pagamenti o risolvere le controversie. Il sospettato ha anche ordinato un'aggressione violenta contro un altro detenuto, con l'obiettivo di costringere la vittima a condividere la sua cella per poter utilizzare il telefono cellulare di quest'ultimo e dirigere il gruppo criminale.

Le autorità italiane e croate, collaborando tramite la coordinazione di #Eurojust, sono riuscite a identificare un sospettato che aveva fornito armi al gruppo criminale. Questo canale di approvvigionamento ha permesso ai membri del gruppo di acquistare diverse armi, tra cui fucili d'assalto AK-47. In precedenza, un veicolo che trasportava armi dalla Croazia all'Italia era stato intercettato, portando all'arresto del responsabile e al sequestro di numerose armi e munizioni.

Le azioni successive delle autorità italiane e croate hanno portato all'arresto di 23 sospetti, 19 dei quali sono attualmente in custodia cautelare, mentre gli altri sono agli arresti domiciliari. Nei confronti di un sospettato croato è stato emesso un mandato di arresto europeo, preparato da Eurojust.

Le operazioni sono state condotte dalle seguenti autorità: – Italia: Procura della Repubblica di Salerno; Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato – Croazia: Procura Speciale Croata (USKOK – Ufficio per la repressione della corruzione e della criminalità organizzata); Ufficio del Procuratore della Contea di Zagabria


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1CR - Capitolo 8


Supplementi: i Beniaminiti1Beniamino generò Bela suo primogenito, Asbel secondo, Achiràm terzo, 2Noca quarto e Rafa quinto. 3Bela ebbe come figli Addar, Ghera, padre di Ecud, 4Abisùa, Naamàn, Acòach, 5Ghera, Sepufàn e Curam.6Questi furono i figli di Ecud, che erano capi di casato fra gli abitanti di Gheba e che furono deportati a Manàcat: 7Naamàn, Achia e Ghera, che li deportò e generò Uzzà e Achicùd.8Sacaràim ebbe figli nel territorio di Moab, dopo aver ripudiato le mogli Cusìm e Baarà. 9Da Codes, sua moglie, generò Iobab, Sibìa, Mesa, Malcam, 10Ieus, Sachìa e Mirma. Questi furono i suoi figli, capi di casato.11Da Cusìm generò Abitùb ed Elpàal. 12Figli di Elpàal: Eber, Misam e Semed, che costruì Ono e Lod con le sue dipendenze.13Berià e Sema, che furono capi di casato fra gli abitanti di Àialon, misero in fuga gli abitanti di Gat. 14Loro fratelli: Sasak e Ieremòt.15Zebadia, Arad, Eder, 16Michele, Ispa e Ioca erano figli di Berià. 17Zebadia, Mesullàm, Chizkì, Cheber, 18Ismerài, Izlia e Iobab erano figli di Elpàal. 19Iakim, Zikrì, Zabdì, 20Elienài, Silletài, Elièl, 21Adaià, Beraià e Simrat erano figli di Simei. 22Ispan, Eber, Elièl, 23Abdon, Zikrì, Canan, 24Anania, Elam, Antotia, 25Ifdia e Penuèl erano figli di Sasak. 26Samserài, Secaria, Atalia, 27Iaaresia, Elia e Zikrì erano figli di Ierocàm. 28Questi erano capi di casato, secondo le loro genealogie; essi abitavano a Gerusalemme.

Discendenti di Saul29A Gàbaon abitava il padre di Gàbaon, la cui moglie si chiamava Maacà. 30Suo figlio primogenito era Abdon, poi Sur, Kis, Baal, Ner, Nadab, 31Ghedor, Achio, Zeker e Miklòt. 32Miklòt generò Simeà. Anche costoro, come già i loro fratelli, abitavano a Gerusalemme assieme a loro. 33Ner generò Kis; Kis generò Saul; Saul generò Giònata, Malchisùa, Abinadàb e Is-Baal. 34Figlio di Giònata fu Merib-Baal; Merib-Baal generò Mica. 35Figli di Mica: Piton, Melec, Tarea e Acaz. 36Acaz generò Ioaddà; Ioaddà generò Alèmet, Azmàvet e Zimrì; Zimrì generò Mosa. 37Mosa generò Bineà, di cui fu figlio Rafa, di cui fu figlio Elasà, di cui fu figlio Asel. 38Asel ebbe sei figli, che si chiamavano Azrikàm, Bocru, Ismaele, Searia, Abdia e Canan; tutti questi erano figli di Asel. 39Figli di Esek, suo fratello: Ulam suo primogenito, Ieus secondo, Elifèlet terzo. 40I figli di Ulam erano uomini valorosi e tiratori di arco. Ebbero numerosi figli e nipoti: centocinquanta. Tutti questi erano discendenti di Beniamino.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


1-32. Questa prima parte del c. 8, oltre a fornire genealogie su diversi gruppi di Beniaminiti (vv. 1-5), ne indica anche le residenze: Gheba (vv. 6-7), Moab (vv. 8-10), Ono e Lidda (vv. 11-12), Aialon e Gat (vv. 13-14), Gerusalemme (vv. 15-28) e Gabaon (vv. 29-32). Il brano presenta non poche difficoltà nei confronti della precedente sezione 7,6-11 e di Gn 46,21 e Nm 26,38-41. Il testo è anche frammentario. Il Cronista sembra riprendere le liste beniaminite non più in funzione del quadro delle tribù d'Israele, ma in funzione di Gerusalemme che appartiene originariamente a Beniamino (Gs 18,28) e nella quale Davide preparerà l'edificazione del tempio di JHWH, centro della nuova Gerusalemme secondo Ez 40.

1-7. I versetti intendono porre in evidenza la genealogia di Eud, il giudice che liberò Beniamino dalla schiavitù di Moab (cfr. Gdc 3,15-30). Il dramma di Gheba (Gabaa) è ampiamente descritto in Gdc 19-21.

8-12. Beniaminiti in Moab, Ono e Lidda. Ono e Lidda furono popolate dopo l'esilio da Beniaminiti, cfr. Ne 6,7.35; 11,35; Esd 2,33.

13-28. Beniaminiti ad Aialon, Gat e Gerusalemme. Gerusalemme come città di confine tra Giuda e Beniamino è stata sempre proprietà di entrambe le tribù.

29-32. Beniaminiti a Gabaon e a Gerusalemme. Gabaon sarà menzionata spesso dal Cronista: 1Cr 9,35; 14,6; 16,39; 21,29; 2Cr 1,3.13; Ne 3,7; 7,25. La città fu sede della confederazione evea al tempo dell'occupazione della Palestina, Gs 9,3.17, ecc. Il Cronista intende sottolineare forse il legame tra le due città sacre: Gabaon, dove risiedette la Dimora prima di Davide, 21,29, e Gerusalemme, dove fu trasferita insieme all'altare.

33-40. Cfr. 1Sam 9,1; 14,49-51 = 1Cr 9,39-43. Così come sono, i testi non vanno d'accordo tra loro. La genealogia di Saul, comprendente una dozzina di nomi, è messa in risalto perché Saul è precursore di Davide, ma mentre le relazioni di Davide sono riportate al primo posto, quelle di Saul sono relegate all'ultimo. La genealogia è ripetuta con varianti minime in 9,39-44.

(cf. VINCENZO GATTI, 1Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Oddfellow’s Casino – Oh, Sealand (2017)


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Quando negli anni 70 l’intellighenzia rock si appropriò del linguaggio della musica folk, era evidente che a ridosso delle band più audaci e intelligentemente ruffiane come Jethro Tull, Steeleye Span e Lindisfarne, vi fosse uno scenario più ricco e variegato e spesso misconosciuto. In quel giardino dell’Eden del folk inglese, dove ai fucili si sostituivano le chitarre e alle bombe il calore del sole, non c’era solo l’immaginario bucolico che Ralph McTell aveva portato al successo con “Street Of London”, in quell’universo lirico, poetico, letterario e culturale vi era una fonte inesauribile di idee per tutte le generazioni a venire... artesuono.blogspot.com/2017/09…


Ascolta: album.link/s/18rsinlgYDUquZMfE…



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Oddfellow’s Casino – Oh, Sealand (2017)


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Quando negli anni 70 l’intellighenzia rock si appropriò del linguaggio della musica folk, era evidente che a ridosso delle band più audaci e intelligentemente ruffiane come Jethro Tull, Steeleye Span e Lindisfarne, vi fosse uno scenario più ricco e variegato e spesso misconosciuto. In quel giardino dell’Eden del folk inglese, dove ai fucili si sostituivano le chitarre e alle bombe il calore del sole, non c’era solo l’immaginario bucolico che Ralph McTell aveva portato al successo con “Street Of London”, in quell’universo lirico, poetico, letterario e culturale vi era una fonte inesauribile di idee per tutte le generazioni a venire... artesuono.blogspot.com/2017/09…


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Milano, novembre 1975 (prima parte)

La nebbia del novembre 1975 era una miscela di piombo, fumo delle fabbriche di Sesto San Giovanni e gas di scarico delle Fiat 124 che galleggiava sui Navigli come un veleno lento. Milano puzzava di piastra d’officina, sigarette Nazionali ed eroina che cominciava a mangiarsi i marciapiedi di piazza Vetra. Per il commissario capo Corrado d’Anselmi, cinquant'anni e una Beretta d'ordinanza che pesava ogni giorno di più sotto l’impermeabile scuro, quella città non era più la capitale del miracolo economico. Era una polveriera. Piazza Fontana era un fantasma ancora troppo fresco e l’eco delle sprangate tra rossi e neri nei cortili della Statale rimbalzava sul pavé ogni maledetto pomeriggio. La chiamata della questura di via Fatebenefratelli lo aveva buttato giù dal letto alle tre del mattino. Non una rapina della banda Vallanzasca, non il solito regolamento di conti tra i palazzinari del Corvetto. Stavolta la faccenda scottava fino a bruciare le dita di chiunque si fosse avvicinato. L' Alfetta del commissario frenò davanti ai cancelli di un cantiere della metropolitana in costruzione vicino a via Fatebenefratelli, a due passi dal Quadrilatero della moda. Il custode, un calabrese cianotico dal terrore, aspettava stringendosi in una sciarpa di lana. D’Anselmi scese, calpestando i manifesti bagnati di Lotta Continua incollati sui pannelli di legno. La scena del crimine non era un vicolo di periferia, ma lo scavo profondo dodici metri, dove i binari futuri della linea verde avrebbero dovuto correre sotto i piedi della Milano bene. Scese le scalette di ferro mentre le fotoelettriche della scientifica tagliavano il buio con una luce bianca, spettrale. Sul fondo dello scavo, adagiato sopra una catasta di traversine di legno e sacchi di cemento ancora asciutti, c’era il cadavere di Ludovico Borromeo-Sforza, rampollo di una delle dinastie industriali più antiche e potenti della Lombardia, l'uomo che sussurrava alle orecchie dei ministri a Roma e finanziava le campagne elettorali della Democrazia Cristiana meneghina. Era vestito con un cappotto di vigogna pettinata grigia, la camicia bianca di sartoria inzuppata di un liquido scuro. Il commissario si chinò, ignorando la fitta alla schiena e l'odore di calce e ferro che gli riempiva i polmoni. I dettagli della scena erano precisi come un manifesto politico. La vittima non era stata rapinata: al polso brillava un Patek Philippe d'oro e il portafoglio gonfio di biglietti da diecimila lire era intatto nella tasca interna. L'assassino aveva agito con spietata freddezza. Due colpi di calibro 7.65 alla schiena, ravvicinati, che avevano trapassato i polmoni. Ma il vero messaggio era sul volto dell'industriale. Qualcuno gli aveva infilato in bocca, forzando la mascella fino a spaccargli gli incisivi, una copia ripiegata del Corriere della Sera del giorno prima, proprio sulla pagina dei titoli che annunciavano i nuovi accordi sindacali per il rinnovo dei contratti metalmeccanici. «Un'esecuzione politica, commissario. Sono stati i terroristi, le Brigate Rosse, o i Nap». Sentenziò l'appuntato Marini, con la voce che gli tremava mentre registrava i rilievi sul taccuino di fogli ingialliti. D’Anselmi non rispose subito. Raccolse da terra un bossolo usando la punta di una matita. Lo rigirò controluce. «Niente sigle sui muri, niente volantini di rivendicazione lasciati sul corpo, Marini. I rossi firmano sempre i loro lavori prima ancora che il sangue si sia raffreddato. Qui c'è troppa pulizia. Questo è un lavoro su commissione, mascherato da delitto politico per farci guardare nella direzione sbagliata». Il commissario si rizzò in piedi, lo sguardo rivolto verso l'alto, dove i palazzi della Milano che contava profilavano le loro sagome nere contro il cielo color lavagna. Sapeva benissimo cosa significasse quel morto. Borromeo-Sforza stava trattando la vendita di una mastodontica area industriale dismessa alla periferia est, un affare da miliardi di lire che faceva gola a molti: palazzinari senza scrupoli, banche d'affari legate alla massoneria e correnti di partito che avevano bisogno di denaro fresco per le imminenti elezioni. Prima che la scientifica potesse finire i rilievi, i fari di una berlina nera squarciarono la nebbia in superficie. Portiere che sbatterono, passi veloci sui gradini di ferro. Giù nello scavo scese il dottor Fulvio Lamberti, capo della Procura e uomo notoriamente vicino ai vertici del Pirellone. Aveva il viso tirato e un cappello di feltro bagnato calato sugli occhi. «D’Anselmi, questa indagine non deve uscire da queste mura.>> Esordì Lamberti senza nemmeno guardare il cadavere, la voce bassa, affilata come un rasoio. «La città è una polveriera. Se si sparge la voce che la sovversione ha colpito la famiglia Borromeo-Sforza, domani abbiamo gli scioperi generali e l'esercito in piazza Duomo. Lei scriva che si è trattato di un tentativo di rapina finito male da parte di delinquenza comune. Fate sparire quel giornale dalla bocca della vittima». D’Anselmi fissò il magistrato. Sentiva il sapore amaro del fumo e dell'ingiustizia salirgli in gola. «C'è un giornale infilato in gola a un uomo che fattura miliardi, dottore. I rapinatori di viale Padova non usano le 7.65 col silenziatore e non scelgono i cantieri della metropolitana per rapinare i miliardari a notte fonda. Questa è un'esecuzione d'élite». «Non mi interessa quello che pensa lei, commissario!» Ringhiò Lamberti, facendosi vicino, tanto che d’Anselmi poté sentire l'odore del liquore costoso che l'uomo aveva bevuto per darsi coraggio prima di uscire. «Ci sono equilibri politici che lei non può nemmeno immaginare. La stabilità di questa città dipende da come chiudiamo questa storia. Lei trovi un pregiudicato, un tossico, uno qualunque, e gli cuce addosso questa camicia. È un ordine che arriva dall'alto. Molto dall'alto». Il magistrato girò i tacchi e risalì le scale, lasciando d’Anselmi solo con la vittima e il silenzio complice della notte milanese. Il commissario si passò una mano sul viso stanco. Guardò di nuovo il corpo di Ludovico Borromeo-Sforza. La Milano degli anni '70 era questa: una città dove la verità valeva meno del prezzo di un trafiletto sul giornale, dove i potenti si sbranavano tra loro nei salotti di corso Venezia e poi chiedevano alla Polizia di ripulire il sangue dai pavimenti. Ma d’Anselmi non aveva mai accettato i compromessi. Se la politica voleva un colpevole di comodo, lui avrebbe cercato l'assassino vero, anche a costo di scavare sotto il fango che copriva la parte più marcia della città. «Marini.>> Disse d’Anselmi, la voce che tornava dura come il ferro degli scavi. «Porta il corpo all'obitorio di via Mangiagalli. E dì al patologo di fare l'autopsia subito, prima che arrivi un contrordine da Roma. Noi andiamo a fare un giro al Giamaica, a Brera. C'è un informatore che deve dirmi chi ha comprato una 7.65 nuova questa settimana». Salì le scale del cantiere, lasciandosi alle spalle il cadavere dell'industriale. Sapeva che da quel momento in poi avrebbe avuto contro tutti: i magistrati, la questura, i giornali e il potere che governava Milano dall'alto dei grattacieli di piazza della Repubblica. Ma finché avesse avuto un distintivo in tasca e una cartuccia in canna, la legge in quella città di nebbia e sangue l'avrebbe scritta ancora lui.


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I RICORDI DEL CUORE

quel po' di stordimento dopo un bicchiere di troppo è la vita che scorre al contrario la brezza marina la mente a vagare resuscitando fantasmi ti risalgono dal profondo abbozzando la smorfia del pianto il loro grido a confondersi con quello dei gabbiani bianche creature danzanti sulle onde crestate che a beccate ti sembrano
straziare i ricordi del cuore

Analisi del testo


Temi e immagini
Il testo esplora memoria, dolore e il confine tra presente e passato: l’ubriachezza lieve apre la porta ai ricordi che emergono come «fantasmi» dal profondo. La scena marina e i gabbiani amplificano il senso di malinconia e di violenza sottile dei ricordi, che «beccano» e «straziano» il cuore.

Tono e atmosfera
C’è una dolcezza malinconica: il linguaggio è semplice ma efficace, con immagini concrete (brezza, gabbiani, onde) che rendono palpabile l’emozione. Il contrasto tra la leggerezza delle «creature danzanti» e la violenza percepita nei loro beccate è particolarmente potente.


Suono e ritmo


Musicalità
Il verso libero funziona; alcune ripetizioni (ricordi, cuore) danno coesione. Alcuni versi potrebbero guadagnare da una scansione più regolare o da enjambement calibrati per aumentare la tensione (per esempio spezzare «resuscitando fantasmi / ti risalgono dal profondo» in modo da far crescere l’attesa).

Consigli metrico-sonori
– Alternare versi più lunghi e versi brevi per creare onde ritmiche che richiamino il mare.
– Usare allitterazioni o assonanze mirate (es. suoni in /r/ o /s/) per intensificare la sensazione di dolore che ritorna.


Suggerimenti stilistici


  • Precisione verbale: sostituire qualche verbo generico con immagini più specifiche (es. «ti risalgono» → «ti risalgono come sale»).
  • Varietà lessicale: evitare ripetizioni troppo ravvicinate se non volute come effetto; mantenere «ricordi del cuore» come ritornello funziona bene.
  • Punteggiatura: valutare l’uso di virgole o punti per modulare il respiro e il ritmo emotivo.

Versione alternativa (leggera revisione)


quel po’ di stordimento
dopo un bicchiere di troppo:
la vita scorre al contrario.
La brezza marina manda la mente a vagare,
resuscita fantasmi;
dal profondo risalgono, abbozzando
la smorfia del pianto.
Il loro grido si confonde
con quello dei gabbiani,
bianche creature danzanti
sulle onde crestate,
che a beccate sembrano straziare
i ricordi del cuore.


Traduzione in inglese (lett. libera)


A little daze
after one drink too many:
life runs backward.
The sea breeze sets the mind adrift,
reviving ghosts;
they rise from the depths, sketching
the grimace of weeping.
Their cry blends
with the gulls’—
white creatures dancing
on crested waves,
whose pecks seem to tear
the memories of the heart.


Versione ritmica per melodia


quel po’ di stordimento
dopo un bicchiere di troppo,
la vita scorre al contrario,
e il respiro fa un passo indietro.

la brezza marina spinge la mente,
resuscita i fantasmi che conosci,
dal profondo risalgono piano,
abbozzano la smorfia del pianto.

Ritornello
e il loro grido si confonde
con il canto dei gabbiani,
bianche ali che danzano,
a beccate sul cuore —
i ricordi del cuore.

sulle onde crestate si specchiano,
creature leggere, crudeli,
ogni becco è un lampo che trafigge,
ogni onda riporta il tuo nome.

Ritornello
e il loro grido si confonde
con il canto dei gabbiani,
bianche ali che danzano,
a beccate sul cuore —
i ricordi del cuore.



noblogo.org/norise-3-letture-a…

1CR - Capitolo 7


Discendenza della tribù di Ìssacar1Figli di Ìssacar: Tola, Pua, Iasub, Simron: quattro. 2Figli di Tola: Uzzì, Refaià, Ierièl, Iacmài, Ibsam, Samuele, capi dei casati di Tola, uomini valorosi nelle loro genealogie; al tempo di Davide il loro numero era di ventiduemilaseicento. 3Figli di Uzzì: Izrachia. Figli di Izrachia: Michele, Abdia, Gioele, Issia: in tutto cinque capi. 4Suddivisi secondo le loro genealogie e i loro casati, avevano trentaseimila uomini nelle loro schiere armate per la guerra, poiché abbondavano di mogli e di figli. 5I loro fratelli, appartenenti a tutte le famiglie di Ìssacar, uomini valorosi, secondo il loro censimento erano ottantasettemila in tutto.

Discendenza della tribù di Beniamino6Figli di Beniamino: Bela, Becher e Iediaèl, tre. 7Figli di Bela: Esbon, Uzzì, Uzzièl, Ierimòt, Irì, cinque capi dei loro casati, uomini valorosi; secondo il loro censimento erano ventiduemilatrentaquattro. 8Figli di Becher: Zemirà, Ioas, Elièzer, Elioenài, Omri, Ieremòt, Abia, Anatòt e Alèmet; tutti costoro erano figli di Becher. 9Il loro censimento, eseguito secondo le loro genealogie in base ai capi dei loro casati, indicò ventimiladuecento uomini valorosi. 10Figli di Iediaèl: Bilan. Figli di Bilan: Ieus, Beniamino, Eud, Chenaanà, Zetan, Tarsis e Achisacàr. 11Tutti questi erano figli di Iediaèl, capi dei loro casati, uomini valorosi, in numero di diciassettemiladuecento, pronti per una spedizione militare e per combattere.12Suppìm e Cuppìm, figli di Ir; Cusìm, figlio di Acher.

Discendenza della tribù di Nèftali13Figli di Nèftali: Iacasièl, Gunì, Ieser e Sallum, figli di Bila.

Discendenza della tribù di Manasse14Figli di Manasse: Asrièl, partorito dalla concubina aramea che partorì anche Machir, padre di Gàlaad. 15Machir prese una moglie per Cuppìm e Suppìm; sua sorella si chiamava Maacà. Il secondo figlio si chiamava Selofcàd; Selofcàd aveva solo figlie. 16Maacà, moglie di Machir, partorì un figlio che chiamò Peres, mentre suo fratello si chiamava Seres; suoi figli erano Ulam e Rekem. 17Figlio di Ulam: Bedan. Questi furono i figli di Gàlaad, figlio di Machir, figlio di Manasse. 18La sua sorella Ammolèket partorì Isod, Abièzer e Macla. 19Figli di Semidà furono Achiàn, Sichem, Lichì e Aniàm.

Discendenza della tribù di Èfraim20Figli di Èfraim: Sutèlach, di cui fu figlio Bered, di cui fu figlio Tacat, di cui fu figlio Eladà, di cui fu figlio Tacat, 21di cui fu figlio Zabad, di cui furono figli Sutèlach, Ezer ed Elad, uccisi dagli uomini di Gat, indigeni della regione, perché erano scesi a razziarne il bestiame. 22Il loro padre Èfraim li pianse per molti giorni e i suoi fratelli vennero per consolarlo. 23Quindi si unì alla moglie, che rimase incinta e partorì un figlio che il padre chiamò Berià, perché nato con la sventura in casa. 24Figlia di Èfraim fu Seerà, la quale edificò Bet-Oron inferiore e superiore, e Uzzen-Seerà. 25Suo figlio fu anche Refach, di cui fu figlio Resef, di cui fu figlio Telach, di cui fu figlio Tacan, 26di cui fu figlio Ladan, di cui fu figlio Ammiùd, di cui fu figlio Elisamà, 27di cui fu figlio Nun, di cui fu figlio Giosuè. 28Loro proprietà e loro residenza furono Betel con le sue dipendenze, a oriente Naaràn, a occidente Ghezer con le sue dipendenze, Sichem con le sue dipendenze fino ad Aià con le sue dipendenze. 29Appartenevano ai figli di Manasse: Bet-Sean con le sue dipendenze, Taanac con le sue dipendenze, Meghiddo con le sue dipendenze, Dor con le sue dipendenze. In queste località abitavano i figli di Giuseppe, figlio d'Israele.

Discendenza della tribù di Aser30Figli di Aser: Imna, Isva, Isvì, Berià e la loro sorella Serach. 31Figli di Berià: Cheber e Malchièl, padre di Birzàit. 32Cheber generò Iaflet, Semer, Cotam e Suà loro sorella. 33Figli di Iaflet: Pasac, Bimal e Asvat; questi furono i figli di Iaflet. 34Figli di Semer, suo fratello: Roga, Cubba e Aram. 35Figli di Elem, suo fratello: Sofach, Imna, Seles e Amal. 36Figli di Sofach: Suach, Carnefer, Sual, Berì, Imra, 37Beser, Od, Sammà, Silsa, Itran e Beerà. 38Figli di Ieter: Iefunnè, Pispa e Ara. 39Figli di Ullà: Arach, Cannièl e Risià. 40Tutti costoro furono figli di Aser, capi di casato, uomini scelti e valorosi, capi tra i prìncipi. Nel loro censimento, eseguito in base alla capacità militare, risultò il numero ventiseimila.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


1-40. Dopo Giuda, Simeone e le tribù della Transgiordania Ruben, Gad e metà Manasse, dopo Levi, posta al centro fra le tribù transgiordaniche e quelle della Palestina, quasi a indicare il suo carattere particolare, il Cronista in questo capitolo presenta le genealogie delle tribù del Nord: Issacar (v. 1-5), Beniamino (vv. 6-11), Dan (v. 12), Neftali (v. 13), Manasse (vv. 14-19), Efraim-Giosuè (vv. 20-29), Aser (vv. 30-40). Manca la genealogia della tribù di Zabulon. Le notizie contenute nel capitolo sono frammentarie e piuttosto sommarie. I dati utilizzati qui dal Cronista sono presi ancora da Gn e Nm, ma anche da fonti ignote. Per giunta, il testo è talune volte lacunoso e corrotto.

1-5. Per il v. 1 cfr. Nm 26,23-25 = Gn 46,13. Le cifre presentano una forma di aumento proporzionale.

6-12a. Qui si ci aspetterebbe la genealogia di Zabulon. Questa lista differisce notevolmente dalle indicazioni di Gn 46,21 e Nm 26,38. Il versetto 12b sembra essere un frammento della genealogia di Dan. Cusim è collegato a Dan in Gn 46,23. Di fatto il territorio della tribù di Dan confinava con Beniamino, prima che una parte della tribù emigrasse verso il nord (cfr. Gdc 18).

13. Cfr. Gn 46,24; Nm 26,48-50.

14-19. Cfr. Nm 26,29-31; Gs 17,2. Secondo Nm 26,31, Asriel è pronipote di Manasse: Manasse, Machir, Galaad, Asriel.

20-29. La genealogia è interrotta dalle notizie storiche dei vv. 21b-24. I sette nomi della prima parte, vv. 20-21a, ricorrono anche in Nm 26,35s. e in Gn 46,20 (LXX). L'impresa sventurata dei due fratelli di Sutelach, Ezer e Elead (v. 21), fu occasione per la nascita di un altro figlio, Beria, (v. 23), la cui figlia Seera edificò Bet-Oron superiore e inferiore.

28-29. Si tratta di un breve elenco delle città abitate dai discendenti di Giuseppe, Efraim e Manasse occidentale. È più completo Gs 16,1-8; 17,1-11.

30-40. La genealogia segue Gn 46,17. Per il v. 40, cfr. Nm 1,41; 26,47.

(cf. VINCENZO GATTI, 1Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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[32]è] fatta salva e basta e avanza un altro eccone dove arriva dove non è] possibile utilizzare il formato per dimenticanza di più fanno [dove non c'è nulla di cui non si può parlare di tempo mezzetinte di mezzi di lavoro ad accensione promiscua dimezzata la stanza due] braccia per due le cose il generico di altre] [cose il terzo la classe energetica lo strato in modo da poter procedere per la] [scarica la nuova versione per il prossimo anno in pollici o prossimo in un momento di estremo facsimile per [l'altra sottile e non assimilabili e] [rifanno senza -se avanza


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Serendipità calcarea


Chi mi ha letto nell'ultimo anno avrà intuito che sono giusto un po' affezionato all'opera di Michele “Zerocalcare” Rech il fumettista... ma tipo che iniziai a leggerlo negli ultimi mesi della 5a superiore perché ne parlavano bene tutti, entro il diploma mi ero sciroppato tutta la produzione dei suoi primi 4 anni, e da allora ho seguito assiduamente ogni suo nuovo lavoro come per nessun altr* artista vivente, tranne forse Filomena “Filo” Sottile da qualche tempo a questa parte.

Che posso dire, Michele Rech piombò nella mia vita solitaria di nerd di periferia un po' destronzo come la biblica folgorazione sulla via di Damasco, e grazie ai suoi disegnetti, piano piano, ho fatto miei tanti pezzettini dell'uomo che sono adesso, a partire da quel primo timido approccio al punk comico dei 666 che mi ha portato, un decennio dopo, a girare in jeans e bretelle con le spillette dell'orgoglio finocchio sulla camicia a quadri e Gli Ultimi nelle orecchie, fino alla scoperta del confederalismo democratico curdo che mi ha indicato il Nord magnetico su cui orientare la mia bussola politica, facendo di me quell'assurdo eretico che riesce a tenere assieme con pari curiosità ecologia antispecista, spiritualità antagonista, pedagogie libertarie, il gioco come vettore di comunità, e tutte le altre robe picchiatelle che piacciono a noi umanistu svitatu... per tacere delle svolte in positivo nelle relazioni coi miei genitori, rese possibili anche dagli spunti che ho tratto dai fumetti autobiografici di Rech sulle sue svolte positive coi genitori. E poi, ovviamente, ci fu il firmacopie di Macerie Prime. Parte prima fino a notte fonda cui andai assieme al mio ragazzo dell'uni per farmi fare un ritratto, e in cui Michele mi raccontò che da pischello aveva flirtato con una tizia nata nella mia stessa zona; il mio Erasmus in Belgio allietato dalle note di “Ipocondria” di Giancane animata da Michele (e in tale sede scoprii anche il loro amico Rancore), presciente dei suoi successivi corti di commento diretto alla pandemia di Covid-19; il mio trasloco in una Milano tappezzata dai poster zerocalcarei per il ventennale dell'omicidio del compagno Davide “Dax” Cesare; la rete di solidarietà che ci ha tenuti assieme nel tirar fuori la comune amica Ilaria Salis dalle galere ungheresi (ok Ila non è direttamente amica mia ma è amica di amici e io una minuscola mano la ho data, non mi rompete)... la prosa stessa che adotto nei miei scritti, la quale mi rendo perfettamente conto che ricalchi il Michele Rech sceneggiatore (anche se spero ci sia anche altro, e che quell'altro sia genuinamente mio).

Ebbene, in questi giorni succede che Michele pubblica con Netflix la terza e ultima delle tre miniserie animate interconnesse fra loro e col suo universo narrativo fumettistico, e al contempo ha un po' diradato la sua produzione cartacea: la narrativa autobiografica sulla vita a Rebibbia, il Calcareverso propriamente detto, è di fatto “ferma” a Scheletri e si è mossa su una piccola scala con Quando muori resta a me (che resta un signorissimo lavoro!), mentre prosegue di gran carriera il reportage militante per la rete Free All Antifas con Nel nido dei serpenti (che invero devo ancora recuperare). E a pensare che Michele è da sempre una penna della Sinistra extraparlamentare, e sono 15 anni che è un artista affermato in senso nazionalpopolare, mi viene un po' di capogiro: di fatto ho trascorso metà della mia vita accompagnato e addirittura educato dall'opera di quest'uomo, prima o poi lo vedrò pensionarsi, e avrò l'onere morale di riconoscere nella generazione successiva la voce o le voci che risulteranno altrettanto iconiche, sì da non perdere un linguaggio condiviso con lu compagnu che verranno dopo di noi.

Senti cretinodicrescenzago, ma perché tutto questo pippone retrospettivo t'è partito proprio oggidì?


Serendipità, Amicu Lettoru. Serendipità, come il film che piace a mia madre.

Nei giorni scorsi in classe non avevamo una fava da fare e ho convinto le bestiole a guardarsi la prima delle tre miniserie di Michele (sì voglio farmi la ri-visione completa), e ci siamo fermatu all'episodio 3, quando lo Zerocalcare personaggio ricapitola la scoperta della distanza professionale fra studente e docente (quella che la merdosa scuola pubblica italiana azzera con il suo armamentario di pratiche pedagogiche infantilizzanti ora paternaliste ora maternaliste), nonché le gioie e i dolori, le grandi speranze e i sonori fallimenti delle ripetizioni con cui Zero campava da giovine.
Io per campare faccio l'insegnante (sì questo blog deve restare anonimo proprio perché non voglio farmi calciorotare in culo dai miei capi al Ministero), a giorni saprò se e dove mi spostano di scuola, e ho la mente intenta a macinare tutto ciò che ho imparato in quest'ultimo paio d'anni di gavetta in situazioni di sbando completo, e tutti i miei propositi per insegnare con rigore e deontologia tecnica ma preservando i giusti spazi personali, per cui inevitabilmente mi ha toccato tanto rivedere quella scena sul rapporto docente-studente, guardata per la prima volta quando ancora ero un supplentino fresco di laurea.

E però, quello stesso pomeriggio, ho pure rivisto il mio Discepolo di ripetizioni che seguo ormai da un anno, cioè da quando mi sono trasferito ufficialmente qui ad Affori, in questo quartiere nell'estrema periferia di Milano che ancora sembra un paesotto un po' campagnolo, ove osavano vendere un appartamentino da scapolo a portata delle mie tasche. Un anno quasi che piano piano imparo a conoscere questo ragazzo, che nel quartiere ci è nato e cresciuto, un anno quasi che ricompongo i pezzi della sua vitaccia da ragazzino sottoproletario di periferia, cavandogli fuori i patemi di bocca mentre tento di fargli imparare a memoria la trama dei Promessi sposi (l'ho già detto che la scuola pubblica italiana è un disastro?). Un anno di stress, telefonate troppo lunghe a genitori troppo assenti, demoralizzazione mia e sua, e piccoli risultati confortanti, fino al momento di abbattimento ed esaurimento che abbiamo affrontato pochi giorni fa... ma poi, due giorni dopo, il ragazzo mi racconta che ha iniziato a tenere un diario per mettere in ordine i suoi casini ed effettivamente lo fa stare meglio (lui che odia scrivere i temi), e che vuole tirarsi fuori dalla vitaccia che ha dovuto sopportare supinamente sino ad ora.

Circa un anno dopo il firmacopie in cui Zerocalcare mi ritrasse, io e il mio ragazzo dell'università stavamo guardando assieme Your Name e io scoppiai a piangere perché da adolescente non ero riuscito a vivere “avventure da adolescente” con i miei pari, ma non ero ancora abbastanza grande da diventare l'adulto positivo in una storia di crescita, e quindi non potermi identificare in nessun personaggio entro un racconto di formazione era davvero doloroso. Otto anni dopo, a quanto pare, sono diventato un adulto positivo che offre degli appigli a chi è più giovane di me, così da tirarlu fuori dalla melma piano piano ma con tenacia. Oltreché una persona benvoluta nel suo quartiere, dove ormai sono di casa in osteria, in libreria, all'alimentari, dal sarto, al baretto, in pizzeria, al ristorante cinese, alla trattoria egiziana, al centro culturale finocchio, (ovviamente) al circolino ARCI (dove ho sulle spalle l'impresa del ricambio generazionale) ed entro l'estate spero pure dal gelataio, quando io e il mio amicone di Bruzzano (il quartiere adiacente, alias Bronxano) inizieremo a “pijà er gelato” assieme.

Sono passati dodici anni da quando ho scoperto Zerocalcare, e il suo lavoro mi ha indicato, vignetta dopo vignetta, il percorso di vita che sentivo mio, il sogno da realizzare per potermi tirar fuori dal pantano della provincia sonnolenta e bigotta. Dopo dodici anni, eccomi qui, con il frigorifero tappezzato di adesivi dei vari centri sociali ancora operativi a Milano, la testa piena di idee su come costruire ponti fra varie realtà cittadine grandi e piccole che porcoddue devono parlarsi di più e lanciare progetti a lungo termine assieme, altrimenti non ci salviamo... e un ragazzino che vuole prendere la sua vita in mano ed è disposto a fidarsi di me per capire da che parte andare, uno che si è stufato di andare in oratorio (non chiedetemi perché, cavolacci suoi) e potrebbe essere disposto a fare un salto esplorativo in qualche spazio aggregativo bazzicato da noi zecche finocchie.

Non so se dopo aver concluso la trilogia Strappare lungo i bordiQuesto mondo non mi renderà cattivoDue spicci Michele Rech appenderà la matita al chiodo, reputando che il suo tempo sia passato e che sia ora di un ricambio generazionale entro il fumetto komunista, ma so che il compagno Michele mi ha lasciato tantissimo, più di tanti insegnanti, e spero di poter seminare altrettanto qui nel quartiere che mi ha adottato e che ho deciso di amare, questo posto che, ok, non si chiama “Rebibbia Regna” ma intanto è “Affori Azione-Anti-Fascista” (controllate il nostro CAP, se non ci credete)... e scusate se è poco. Questo quartiere dove, chissà, lu ragazzinu allo sbando di oggi, se solo trovassimo il tempo e le energie per parlarci davvero, potranno unirsi a noi nel mettere assieme qualcosa di bello domani, e poi prenderci tutto per tuttu dopodomani, perché non è vero che certe idee e certe attitudini le hanno uccise e sepolte.

Quando Davide Dax venne ammazzato, cantammo

16 di Marzo, bandiere rosse al vento uccidono un compagno, ne nascono altri cento.


però io ci tengo molto, a precisare,

[che] il redskin mica si fa solo a Marzo nei giorni di Dax.


E io, il mio, credo di starlo facendo. Non ho ancora fatto una cresta, ho pochi tatuaggi, non sono riuscito a diventare straight edge, ma l'attitudine del punk ormai è cosa mia, e spero sì, di passarla ad altru compagnu grandi e piccolu, e di farne nascere altru cento.

Grazie, Michele; grazie della tua educazione sentimentale ad amare il Movimento. Ci vediamo presto in piazzetta.


log.livellosegreto.it/cretinod…

Meditazioni fantascientifiche dopo la lettura di "Piranesi"


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#storie #riflessioni #libri

Attenzione: in questo post ci sono spoiler sul libro Piranesi di Susanna Clarke


Ho letto Piranesi. All'inizio non mi prendeva, sembrava la brutta copia della Biblioteca di Babele di Borges, poi però ha cambiato registro ed è diventato un “thriller tra i mondi” molto più appassionante. Anche se, e me ne accorgo mentre sto scrivendo ora, forse gli ho dato un voto troppo alto su Story Graph perché, pur essendo una bella storia credo che i personaggi, al di là del protagonista, avrebbero meritato una maggiore introspezione psicologica.Piranesi Al di là della storia, quello che mi ha colpito, però, è il concetto di mondi effluenti introdotto dall'autrice. Secondo Laurence Arne-Sayles, il mad scientist o mad wizard del romanzo, un mondo effluente viene generato dalle energie creative e magiche che, costrette ad abbandonare un mondo devono sfogare da qualce parte e perciò ne creano uno nuovo. L'idea di Arne-Sayles è che nell'antichità gli esseri umani avessero grandi poteri, fossero plamatori di forme [^cosa curiosa]. Potevano trasformarsi, volare, comandare il mare; potevano farsi trasportare dai fiumi parlare con loro, ottenendo risposta [^altra cosa curiosa]. Poi, con il progresso, queste abilità animistiche, la forza creatrice, la capacità di plasmare le forme sono andate perse. Solo che l'energia non si può distruggere e quindi tutta quella che gli umani hanno smesso di usare non sfruttando le loro capacità ha dovuto sfogarsi in qualche modo, andare da un'altra parte. Come l'acqua che filtra in un pertugio nel terreno e lentamente scava una caverna, così l'energia è filtrata in un pertugio tra i mondi e ha creato un mondo nuovo, una sorta di dimensione parallela ch eporta con sé il ricordo dal mondo da cui proviene.

Questo è ovviamente un artificio letterario, che nel romanzo poi è solo enunciato senza spiegazioni particolarmente dettagliate, ma lo spunto è interessante. Pensare a un ateoria fisica basata sull'idea dei mondi effluenti, una forma nuova dell'interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica, in cui gli universi che si creano dopo ogni misurazione non sono artifici matematici ma sono reali e in contatto, e in cui il principio di conservazione dell'energia abbia una formulazione più generale, considerando anche scambi energetici tra mondi paralleli, proprio come nei mondi effluenti di Susanna Clarke. Secondo questa teoria, quindi, l'energia oscura potrebbe non essere altro che un flusso di energia che proviene da un mondo efflenete e che sta creando il nostro universo, e magari in questa interpretazione anche la massa dell'universo potrebbe continuare ad aumenteare, come nelle vecchie teori di universo stazionario, con l'energia oscura che fluendo nel nostro universo, si trasforma in galassie, stelle, pianeti...

Questa è ovviamente una pura speculazione senza nessuna pretesa di veridicità e senza nessuna base scientifica, ma mi è sembrata un'idea divertente che volevo condividere. E magari così posso dire di essere il primo ad averci pesnato, nel caso salti fuori che non è del tutto strampalata.


[^cosa curiosa]: sto leggendo Sandman e uno degli epiteti di Sogno è proprio Plasmatore di Forme. [^altra cosa curiosa]: ieri ho ascoltato per caso la Canzone del Piave, in cui il fiume è personificato.


noblogo.org/yattaman/meditazio…

Grandaddy – Last Place (2017)


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Mi costa davvero molto ammetterlo, e vorrei non fosse mai successo, ma c’è stato un periodo della mia vita in cui anche io ho guardato “Tre metri sopra il cielo”. E quale ragazza in piena fase adolescenziale negli anni 2000, non ricorda la scena in cui i protagonisti si baciano per la prima volta in quella stanza dai muri spogli, con la luce soffusa, al riparo dalla musica techno del resto del locale, mentre in sottofondo suona He’s Simple, He’s Dumb, He’s the Pilot? Sicuramente la scelta del film è opinabile, per usare un eufemismo, ma la canzone dei Grandaddy era perfetta per quella scena e soprattutto per far sognare a tutte un bacio del genere... artesuono.blogspot.com/2017/02…


Ascolta: album.link/i/1719830818



noblogo.org/available/grandadd…


Grandaddy – Last Place (2017)


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Mi costa davvero molto ammetterlo, e vorrei non fosse mai successo, ma c’è stato un periodo della mia vita in cui anche io ho guardato “Tre metri sopra il cielo”. E quale ragazza in piena fase adolescenziale negli anni 2000, non ricorda la scena in cui i protagonisti si baciano per la prima volta in quella stanza dai muri spogli, con la luce soffusa, al riparo dalla musica techno del resto del locale, mentre in sottofondo suona He’s Simple, He’s Dumb, He’s the Pilot? Sicuramente la scelta del film è opinabile, per usare un eufemismo, ma la canzone dei Grandaddy era perfetta per quella scena e soprattutto per far sognare a tutte un bacio del genere... artesuono.blogspot.com/2017/02…


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1CR - Capitolo 6


1Figli di Levi: Ghersom, Keat e Merarì. 2Questi sono i nomi dei figli di Ghersom: Libnì e Simei. 3Figli di Keat: Amram, Isar, Ebron e Uzzièl. 4Figli di Merarì: Maclì e Musì. Queste sono le famiglie di Levi secondo i loro casati.5Ghersom ebbe per figlio Libnì, di cui fu figlio Iacat, di cui fu figlio Zimmà, 6di cui fu figlio Iòach, di cui fu figlio Iddo, di cui fu figlio Zerach, di cui fu figlio Ieotrài.7Figli di Keat: Amminadàb, di cui fu figlio Core, di cui fu figlio Assir, 8di cui fu figlio Elkanà, di cui fu figlio Abiasàf, di cui fu figlio Assir, 9di cui fu figlio Tacat, di cui fu figlio Urièl, di cui fu figlio Ozia, di cui fu figlio Saul. 10Figli di Elkanà: Amasài e Achimòt, 11di cui fu figlio Elkanà, di cui fu figlio Sufài, di cui fu figlio Nacat, 12di cui fu figlio Eliàb, di cui fu figlio Ierocàm, di cui fu figlio Elkanà. 13Figli di Samuele: Gioele primogenito e Abia secondo.14Figli di Merarì: Maclì, di cui fu figlio Libnì, di cui fu figlio Simei, di cui fu figlio Uzzà, 15di cui fu figlio Simeà, di cui fu figlio Agghia, di cui fu figlio Asaià.

Supplementi: i cantori16Ecco coloro ai quali Davide affidò la direzione del canto nel tempio del Signore, dopo che vi ebbe sede l'arca. 17Essi esercitarono l'ufficio di cantori davanti alla Dimora della tenda del convegno, finché Salomone non costruì il tempio del Signore a Gerusalemme. Nel servizio si attenevano alla regola fissata per loro.18Questi furono gli incaricati e questi i loro figli. Tra i Keatiti: Eman il cantore, figlio di Gioele, figlio di Samuele, 19figlio di Elkanà, figlio di Ierocàm, figlio di Elièl, figlio di Tòach, 20figlio di Suf, figlio di Elkanà, figlio di Macat, figlio di Amasài, 21figlio di Elkanà, figlio di Gioele, figlio di Azaria, figlio di Sofonia, 22figlio di Tacat, figlio di Assir, figlio di Abiasàf, figlio di Core, 23figlio di Isar, figlio di Keat, figlio di Levi, figlio d'Israele.24Suo fratello era Asaf, che stava alla sua destra: Asaf, figlio di Berechia, figlio di Simeà, 25figlio di Michele, figlio di Baasea, figlio di Malchia, 26figlio di Etnì, figlio di Zerach, figlio di Adaià, 27figlio di Etan, figlio di Zimmà, figlio di Simei, 28figlio di Iacat, figlio di Ghersom, figlio di Levi.29I figli di Merarì, loro fratelli, che stavano alla sinistra, erano Etan, figlio di Kisì, figlio di Abdì, figlio di Malluc, 30figlio di Casabia, figlio di Amasia, figlio di Chelkia, 31figlio di Amsì, figlio di Banì, figlio di Semer, 32figlio di Maclì, figlio di Musì, figlio di Merarì, figlio di Levi.

Supplementi: i leviti e le loro città33I loro fratelli leviti erano addetti a ogni servizio della Dimora nel tempio di Dio. 34Aronne e i suoi figli bruciavano le offerte sull'altare dell'olocausto e sull'altare dell'incenso, curavano tutto il servizio nel Santo dei Santi e compivano il rito espiatorio per Israele, secondo quanto aveva comandato Mosè, servo di Dio.35Questi sono i figli di Aronne: Eleàzaro, di cui fu figlio Fineès, di cui fu figlio Abisùa, 36di cui fu figlio Bukkì, di cui fu figlio Uzzì, di cui fu figlio Zerachia, 37di cui fu figlio Meraiòt, di cui fu figlio Amaria, di cui fu figlio Achitùb, 38di cui fu figlio Sadoc, di cui fu figlio Achimàas.39Queste sono le loro residenze, secondo i loro attendamenti nei rispettivi territori. Ai figli di Aronne della famiglia dei Keatiti, che furono sorteggiati per primi, 40fu assegnata Ebron, nel territorio di Giuda, con i suoi pascoli vicini, 41ma i terreni della città e i suoi villaggi furono assegnati a Caleb, figlio di Iefunnè. 42Ai figli di Aronne furono assegnate come città di asilo Ebron, Libna con i suoi pascoli, Iattir, Estemòa con i suoi pascoli, 43Chilez con i suoi pascoli, Debir con i suoi pascoli, 44Asan con i suoi pascoli, Bet-Semes con i suoi pascoli 45e, nella tribù di Beniamino, Gheba con i suoi pascoli, Alèmet con i suoi pascoli, Anatòt con i suoi pascoli. Totale: tredici città con i loro pascoli.46Agli altri figli di Keat, secondo le loro famiglie, furono assegnate in sorte dieci città prese dalla tribù di Èfraim, dalla tribù di Dan e dalla metà della tribù di Manasse. 47Ai figli di Ghersom, secondo le loro famiglie, furono assegnate tredici città prese dalla tribù di Ìssacar, dalla tribù di Aser, dalla tribù di Nèftali e dalla tribù di Manasse in Basan. 48Ai figli di Merarì, secondo le loro famiglie, furono assegnate in sorte dodici città prese dalla tribù di Ruben, dalla tribù di Gad e dalla tribù di Zàbulon.49Gli Israeliti assegnarono ai leviti queste città con i loro pascoli. 50Queste città prese dalle tribù dei figli di Giuda, dei figli di Simeone e dei figli di Beniamino, le assegnarono in sorte dando loro il relativo nome.51Alle famiglie dei figli di Keat furono assegnate in sorte città appartenenti alla tribù di Èfraim. 52Assegnarono loro come città di asilo Sichem con i suoi pascoli, sulle montagne di Èfraim, Ghezer con i suoi pascoli, 53Iokmeàm con i suoi pascoli, Bet-Oron con i suoi pascoli, 54Àialon con i suoi pascoli, Gat-Rimmon con i suoi pascoli 55e, dalla metà della tribù di Manasse, Aner con i suoi pascoli, Bileàm con i suoi pascoli. Queste città erano per la famiglia degli altri figli di Keat.56Ai figli di Ghersom, secondo le loro famiglie, assegnarono in sorte dalla metà della tribù di Manasse: Golan in Basan con i suoi pascoli e Astaròt con i suoi pascoli; 57dalla tribù di Ìssacar: Kedes con i suoi pascoli, Daberàt con i suoi pascoli, 58Ramot con i suoi pascoli e Anem con i suoi pascoli; 59dalla tribù di Aser: Masal con i suoi pascoli, Abdon con i suoi pascoli, 60Cukok con i suoi pascoli e Recob con i suoi pascoli; 61dalla tribù di Nèftali: Kedes di Galilea con i suoi pascoli, Cammon con i suoi pascoli e Kiriatàim con i suoi pascoli.62Agli altri figli di Merarì dalla tribù di Zàbulon furono assegnate: Rimmon con i suoi pascoli e Tabor con i suoi pascoli; 63oltre il Giordano di Gerico, a oriente del Giordano, dalla tribù di Ruben: Beser nel deserto con i suoi pascoli, Iaas con i suoi pascoli, 64Kedemòt con i suoi pascoli, Mefàat con i suoi pascoli; 65dalla tribù di Gad: Ramot in Gàlaad con i suoi pascoli, Macanàim con i suoi pascoli, 66Chesbon con i suoi pascoli e Iazer con i suoi pascoli.

__________________________Note

6,16 L’istituzione dei cantori è fatta risalire a Davide. Tre di loro compaiono anche nel titolo di alcuni salmi: Eman (v. 18), Asaf (v. 24), Etan (v. 29).

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


1-15. Tutti i leviti vengono ricondotti ai tre figli di Levi: Gherson, Keat e Merari. Per questa genealogia il Cronista abbandona Nm 26, che non serve allo scopo, per seguire Nm 3,17-29, combinando con esso i dati di Es 6,16ss. e utilizzando altre fonti a noi sconosciute.

10-12. Lista degli antenati di Samuele discendenti da Keat attraverso l'Elkana del v. 8 (cfr. 1Sam 1,1), con alcune varianti.

16-32. Tra i ministri del tempio di sangue levitico non vi sono solo i sacerdoti e i leviti, ma anche i cantori. Il canto sacro ricopre un ruolo di grande importanza nella mente del Cronista. Esso è espressione collettiva delle disposizioni del cuore umano alla preghiera e alla confessione di lode.

16-17. L'istituzione è fatta risalire a Davide ed è considerata elemento importante del culto della comunità.

18-23. La linea di Eman riprende in forma ascendente gli anelli della catena elencati in 6,7-3, con una costruzione mnemonica che solo in parte rispecchia la realtà storica.

24-28. Anche questa lista ha carattere sistematico. Corrisponde in parte a quella della discendenza di Gherson attraverso Libni (vv. 5s.). Asaf è autore di dodici salmi, secondo i loro antichi titoli.

29-32. Genealogia di Etan, inferiore per dignità agli altri due.

33-38. In questi versetti sono fornite precisazioni sul ruolo ricoperto dai leviti e dai sacerdoti. Inoltre si ripete la successione dei sacerdoti da Aronne a Davide, cfr. 5,30-34.

33-34. Nota storica sull'attività dei leviti in genere e dei sacerdoti in particolare, che intende introdurre la lista dei figli di Aronne. Erano addetti al tempio per svolgere i servizi più umili anche coloro di cui parla Esd 2,43-54; Ne 7,46-56. L'attività dei sacerdoti consisteva nell'offerta dei sacrifici e nel servizio nel Santo dei Santi, che riguardava non solo le funzioni che si svolgevano nella cella del tempio (Nm 4, 19), bensì tutto ciò che aveva un qualche rapporto con gli oggetti del culto. Per il sacrificio espiatorio cfr. Lv 9,7; 16,6; Ez 45,17, ecc. Nel “grande giorno dell'espiazione” (Lv 16) officiava esclusivamente il sommo sacerdote, (cfr. Lv 4,16-20; 9,15ss.).

35-38. La lista dei sommi sacerdoti corrisponde a quella di 5,30ss.

39-66. La sezione corrisponde sostanzialmente a Gs 21,5-39. Nella suddivisione della terra promessa, com'è noto alla tribù di Levi non fu riservata alcuna zona geografica specifica, essendo lo stesso JHWH l'eredità di questa tribù. I sacerdoti e i leviti vivevano dispersi fra gli altri Israeliti. Ma nella visione teologica di Ezechiele (Ez 45,5) il profeta prevede un territorio anche per i leviti. Per le città rifugio e i pascoli, cfr. Nm 35,14s.

(cf. VINCENZO GATTI, 1Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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"16+18 quanto fa?


“16+18 quanto fa?!? COGLIONE!!!” Riflessioni sul SSN tramite il mio piccolo aneddoto.

Vorrei partire da questa citazione-meme per raccontare un aneddoto per passare passare a una o due riflessioni sull'italia in generale che a pensarci ora che mi sono appena svegliato (ok è mezzogiorno ma è sabato, ci sta dai, poi non lavoro nemmeno) mi fanno riflettere e pensare e allo stesso tempo a pensare alla tragicomicità del popolo italiano stile Fantozzi (che sono io).

Praticamente: Parto un anno fa scoprendo l'enorme somiglianza dei miei problemi di salute fisica e mentale con i miei parenti, in particolar modo con mia sorella che abbiamo solo meno di due anni di differenza. A lei sono venuti problemi di tiroide e ai denti abbastanza gravi proprio in sti anni e avendo avuto di recente problemi ai denti subito dopo lei faccio i dovuti controlli pure alla tiroide e spoiler ce li ho pure io seppur in forma molto più ridotta. Il tema sono gli esami della tiroide, avviciniamoci al raccontastorie perché ci sarà da ridere (o da piangere) ma ricordatevi che questo non è davvero nulla in confronto a tutto il sistema della psichatria che li c'è davvero da spaccarsi le cervella contro un muro, letteralmente...ma vabbé, per quei racconti magari ne parlerò un altra volta. Allora:

Praticamente vado dal medico di base dopo appuntamento richiesto e aspettato con dovuta calma (il primo dei tanti. contiamoli! 1) e gli propongo una visita per la tiroide. Avendo l'invalidità alta non pago nessuna visita nella mia regione (e nemmeno qualsiasi museo e cinema, ma non li uso mai questi ultimi bonus comunque...solo la sanità mi serve davvero e lo sfrutto perché sennò cui non avrei i soldi per permettermela) allora diciamo “sfrutto il sistema” e prenoto l'appuntamento per gli esami del sangue (2) per il medico che non ricordo mai come si chiama per la tiroide ovvero l'endocrinologo e ci vado (3), mi dice nulla di che, non c'è quasi nulla e speravo che si chiudeva li visto che è già evidente che non avevo quasi nulla invece mi vuole far fare pure l'ecografia della tiroide e altri esami del sangue che, guarda caso, devo farmi riprescrivere dal medico di base visto che lui non può. Quindi ritorno dal medico di base con appuntamento (4...) e prenoto entrambe che dovrò fare dopo 3 mesi e dopo tre mesi ritorno dall'endocrinologo per l'ecografia (5) perché scopro nel frattempo dal medico di base che non si possono far vedere gli esami del sangue all'endocrinologo dedicato per l'ecografia ma deve vederli a parte con gli esami del sangue e l'ecografia perché seppur fisicamente la stessa persona e nella stessa stanza lui non può...assurdo. Quindi vado a fare di nuovo sti esami del sangue (6) rifacendoli con il medico di base (7) (perché li volevo completi al posto di prima che non lo erano, mea culpa) e comunque dovevo riprendere la ricetta per tornare dall'endocrinologo e di fatti dovrò davvero riandarci perché gli esami del sangue sulla tiroide sembrano un po' più sballati e ci andrò (8).

Otto, OTTO, stracazzo di appuntamenti del SSN per sapere una singola cosa e per una cosa che probabilmente come mi hanno già detto “non avrai nulla di sicuro” ma che mi hanno anche detto “ma si, fallo un controllo”.

Tutta questa piccola citazione per dire che penso che l'italia non è “pizza, mafia e mandolino” ma piuttosto “ignoranza, stupidità e arretratezza” costanti anche se non mi sono espresso su tutto ciò che penso.

Ciao!


noblogo.org/diventivento/16-18…

NELL'ARCO DEGLI OCCHI

andare come su cocci la pelle dell'anima tesa come tenda oltre le stanze viola della mente vedere infine quel male oscuro uscire dal tuo specchio e il fiore della grazia aprirsi a ventaglio nell'arco degli occhi

Analisi del testo


Impressione generale
Il testo è concentrato, intenso, e costruisce un percorso dalla tensione interiore alla rivelazione di grazia. La lingua è essenziale; le immagini si susseguono come lampi, creando un movimento che va dall’attrito e dalla frattura verso un’apertura luminosa.


Immagini e simboli


Cocci
Rappresentano frammentazione, ferita o qualcosa di rotto su cui si cammina: camminare “su cocci” evoca rischio e vulnerabilità.

Pelle dell’anima tesa come tenda
Metafora potente che unisce corpo e interiorità; la tenda suggerisce protezione ma anche precarietà e possibilità di essere dischiusa.

Stanze viola della mente
Il viola richiama mistero, sogno, forse dolore trasformato; le stanze suggeriscono compartimenti interiori, memoria o riflessione.

Specchio e male oscuro
Lo specchio come luogo di confronto: il “male oscuro” che esce indica una purificazione o una messa a nudo, un esorcismo interiore.

Fiore della grazia che si apre a ventaglio nell’arco degli occhi
Immagine finale di grande delicatezza: la grazia come fiore che si apre nello sguardo, trasformando la visione stessa. L’“arco degli occhi” è un’immagine originale che unisce anatomia e forma poetica.


Suono e ritmo


Il verso è libero, con enjambement che accelera la lettura e crea tensione. Le parole brevi e i versi spezzati aumentano l’effetto di frammentazione iniziale; la chiusa rallenta e apre, offrendo sollievo ritmico. Potresti giocare con punteggiatura o pause per modulare ulteriormente il ritmo.


Suggerimenti per revisione


  • Chiarezza vs. mistero: se vuoi accentuare il mistero, mantieni l’economia lessicale; se preferisci guidare il lettore, aggiungi un verso che colleghi più esplicitamente il “male oscuro” alla trasformazione.
  • Immagini coerenti: il passaggio da “cocci” a “fiore” funziona bene; valuta se introdurre un elemento di transizione (es. una mano, un respiro) per rendere il movimento più organico.
  • Suono: prova a ripetere una consonante o una vocale chiave per creare un motivo sonoro (allitterazione o assonanza) che leghi i versi.

Traduzione in inglese (versione poetica)


walking as on shards
the skin of the soul
stretched like a tent
beyond the violet rooms of the mind
to see
at last that dark ache
leave your mirror and
the flower of grace
fan open
in the arc of the eyes


Versione estesa


andare come su cocci
la pelle dell'anima
tesa come tenda
che vibra al vento di stanze chiuse.

cammini a passi di vetro, attento
a non svegliare i ricordi che dormono
nelle pieghe viola della mente;
ogni porta è una costola, ogni corridoio un respiro.

oltre le stanze viola della mente
c’è un corridoio di luce smarrita,
un filo sottile che tira la tenda indietro;
vedere diventa un atto di coraggio, un’apertura.

vedere
infine quel male oscuro
che si annidava come polvere sotto il tappeto,
che si specchiava nei tuoi gesti e rideva piano.

esce dal tuo specchio, lento come un animale stanco,
si stacca dalla pelle riflessa e cade a terra,
lasciando un’impronta di silenzio e di sale.

una mano — forse la tua, forse una mano che non sapevi di avere —
si china, raccoglie i cocci, li dispone come semi;
il fiore della grazia germoglia tra le fessure,
apre i petali a ventaglio come una promessa.

nell’arco degli occhi si forma un giardino:
lume che non brucia, parola che non ferisce,
una mappa nuova per camminare senza paura.

la pelle dell’anima si rilassa, tenda che diventa vela;
il passo non è più su cocci ma su luce raccolta,
e il mondo, per un istante, si piega a guardare con te.

il fiore della grazia resta aperto, fragile e ostinato,
a ricordare che anche il vetro rotto può diventare finestra,
e che nell’arco degli occhi si può imparare a vedere la grazia.



noblogo.org/norise-3-letture-a…

spesso e abbondantemente si parla di sperimentazione letteraria (scritture di ricerca) e sperimentazione artistica (di asemic writing, per esempio). un'occasione in cui i due versanti si parlano è questa, il 4 giugno nella galleria Bianco contemporaneo (via Reno 18a, Roma): slowforward.net/2026/05/29/4-g…

mi piacerebbe che fossero molti gli amici, quel giorno, in dialogo. l'invito è aperto


noblogo.org/differx/spesso-e-a…


4 giugno, roma, galleria bianco contemporaneo: “nz” di antonio syxty e “asemics” di marco giovenale


A Roma, giovedì 4 giugno 2026, alle ore 18:00
presso la galleria Bianco Contemporaneo
(via Reno 18/a)
nel contesto della mostra IDENTIKIT, di Pignotti + Hogre

presentazione dei due libri

NZ, di Antonio SyxtyNZ, di Antonio Syxty
ikonaLíber, 2025

NZ, o Nuova Zelanda, lavora sull’immaginazione del lettore come una mappa che invece di orientarlo debba felicemente e sensatamente indurlo a perdersi nei frammenti. Del resto già l’incipit del libro dichiara che siamo di fronte a «una collezione (anche catalogo) di frammenti di scrittura (con immagini, illustrazioni, disegni)», dei quali ha fatto nel tempo raccolta “Antonio Syxty”. Le virgolette qui usate sottolineano la natura di azione/esperimento artistico della stessa identità in gioco: parte di una ongoing performance avviata molti anni fa, che prevede che l’autore e artista si presenti cosí pur non essendo quello il suo vero nome.
Ma perché poi “Nuova Zelanda”? Perché rappresenta, rispetto all’Italia, un luogo perfettamente agli antipodi; e, letterariamente, un antidoto forte al mainstream.it contemporaneo.

e

ASEMICS. Senso senza significato, di Marco Giovenale (testo sulla scrittura asemica)Asemics. Senso senza significato, di Marco Giovenale
ikonaLíber, 2023

Questa sequenza di note e ricostruzioni storiche, fuori da ogni ipotesi di esaustività, propone un possibile itinerario attraverso la vicenda delle espressioni “scrittura asemica” (o “asemantica” o “desemantizzata”) e “asemic writing”; e offre inoltre alcuni elementi di teoria che configurano l’identità di questa pratica artistica come «macchina di disorganizzazione e disintegrazione del significato a opera del senso stesso».

§


I due artisti che espongono presso Bianco contemporaneo, Lamberto Pignotti e Hogre, operano entrambi su un fronte che va a sfocare/disseminare e mettere in crisi il concetto stesso di identità, di possibile connessione solida & adamantina tra Moi lacaniano (il famoso “Io”) e linguaggio / opera / mondo. Su piani non diversi lavora il libro NZ, di Antonio Syxty, con il dislocarsi del panorama italiano in una remotissima Nuova Zelanda (NZ appunto) e conseguente evaporazione dell’identità autoriale. Si può dire che analoghi obiettivi muovano poi Asemics, di Marco Giovenale, libro che ha proprio a che fare con scritture che non sono sé stesse, ossia non sono propriamente scritture, in quanto la decodificabilità dei loro glifi e corsivi è del tutto in dubbio anzi revocata.

Gli autori si confronteranno in un dialogo su questi paradossi e linguaggi (se tali sono): della e nella contemporaneità.

​*

l’incontro su mobilizon:
mobilizon.it/events/29ada9e0-4…

evento facebook:
facebook.com/events/2095941497…

​ikonaLíber:
ikona.net/category/edizioni-ik…

la galleria
biancocontemporaneo.it/

*


​Bianco Contemporaneo è una galleria d’arte di sperimentazione – investigazione dell’ambiente artistico volta a scenari sia storici che contemporanei ed è attiva con propri progetti su tutto il territorio nazionale​

#AntonioSyxty #art #arte #asemic #asemicWriting #asemics #ASEMICSSensoSenzaSignificato #BiancoContemporaneo #Cambiaunavirgola #ClaudiaDamiani #collanaSyn #conversazione #dialogo #EdizioniIkonaLíber #FabrizioMRossi #FabrizioRossi #frammenti #frammento #galleriaBiancoContemporaneo #Hogre #identità #IkonaLíber #ikonaLíberSynScrittureDiRicerca #IkonaLíberEdizioni #LambertoPignotti #LeFormeDelLinguaggio #lettura #MarcoGiovenale #materialiVerbovisivi #NuovaZelanda #NZ #Pignotti #reading #scritturaAsemantica #scritturaAsemica #scritturaDesemantizzata #SYN #SynScrittureDiRicerca #SYNScrittureDiRicerca #vispo


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L'Intelligenza Artificiale (AI) contro i crimini ambientali. Una analisi del GI-TOC


La Global Initiative (GI-TOC) è un'organizzazione indipendente della società civile, con sede a Ginevra, Svizzera, con un segretariato distribuito in tutto il mondo e un comitato consultivo di alto livello. I membri della sua rete includono eminenti professionisti delle forze dell’ordine, della governance e dello sviluppo che si dedicano alla ricerca di strategie e risposte nuove e innovative alla criminalità organizzata.

Nella sua ultima analisi affronta il tema dell'intelligenza artificiale e di come possa essere utilizzata nella lotta ai crimini ambientali. Il documento è scaricabile qu: globalinitiative.net/wp-conten…

L'intelligenza artificiale (#AI) si sta affermando come strumento fondamentale per combattere crimini ambientali complessi e transnazionali come il disboscamento illegale, l'attività mineraria e il traffico di specie selvatiche, ambiti in cui le forze dell'ordine si trovano spesso ad affrontare risorse limitate e vaste aree di monitoraggio. Tuttavia, i principali ostacoli a un'efficace implementazione dell'AI sono di natura strutturale piuttosto che tecnica, e includono infrastrutture dati inadeguate, una governance frammentata, incertezza giuridica e capacità istituzionali limitate.

Il successo dipende meno dalla sofisticazione tecnologica e più dall'allineamento delle applicazioni di AI con le realtà operative, garantendo solide basi di dati e mantenendo la supervisione umana per interpretare il contesto locale e le sfumature legali. Studi di caso indicano che l'AI funziona al meglio quando potenzia (anziché sostituire), il giudizio umano; affronta problemi specifici all'interno dei flussi di lavoro esistenti e tratta dati e strumenti come beni pubblici per evitare di rafforzare le disuguaglianze o di trascurare complesse reti criminali. In definitiva, per realizzare il potenziale dell'AI è necessario investire nei sistemi sottostanti, promuovere la collaborazione transfrontaliera e istituire solidi quadri di governance per garantire che questi strumenti producano un impatto duraturo laddove sono più necessari.

#criminiambientali #GITOC


noblogo.org/cooperazione-inter…


L'Intelligenza Artificiale (AI) contro i crimini ambientali.


L'Intelligenza Artificiale (AI) contro i crimini ambientali. Una analisi del GI-TOC


La Global Initiative (GI-TOC) è un'organizzazione indipendente della società civile, con sede a Ginevra, Svizzera, con un segretariato distribuito in tutto il mondo e un comitato consultivo di alto livello. I membri della sua rete includono eminenti professionisti delle forze dell’ordine, della governance e dello sviluppo che si dedicano alla ricerca di strategie e risposte nuove e innovative alla criminalità organizzata.

Nella sua ultima analisi affronta il tema dell'intelligenza artificiale e di come possa essere utilizzata nella lotta ai crimini ambientali. Il documento è scaricabile qu: globalinitiative.net/wp-conten…

L'intelligenza artificiale (#AI) si sta affermando come strumento fondamentale per combattere crimini ambientali complessi e transnazionali come il disboscamento illegale, l'attività mineraria e il traffico di specie selvatiche, ambiti in cui le forze dell'ordine si trovano spesso ad affrontare risorse limitate e vaste aree di monitoraggio. Tuttavia, i principali ostacoli a un'efficace implementazione dell'AI sono di natura strutturale piuttosto che tecnica, e includono infrastrutture dati inadeguate, una governance frammentata, incertezza giuridica e capacità istituzionali limitate.

Il successo dipende meno dalla sofisticazione tecnologica e più dall'allineamento delle applicazioni di AI con le realtà operative, garantendo solide basi di dati e mantenendo la supervisione umana per interpretare il contesto locale e le sfumature legali. Studi di caso indicano che l'AI funziona al meglio quando potenzia (anziché sostituire), il giudizio umano; affronta problemi specifici all'interno dei flussi di lavoro esistenti e tratta dati e strumenti come beni pubblici per evitare di rafforzare le disuguaglianze o di trascurare complesse reti criminali. In definitiva, per realizzare il potenziale dell'AI è necessario investire nei sistemi sottostanti, promuovere la collaborazione transfrontaliera e istituire solidi quadri di governance per garantire che questi strumenti producano un impatto duraturo laddove sono più necessari.

#criminiambientali #GITOC


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Ho assistito all'unico modo che ha l'Italia di non scomparire



Poche chiacchiere: non è un articolone slop e non contiene ricette o suggerimenti: solo constatazioni.
In questa vita estremamente parca di soddisfazioni, qualche giorno fa ho vissuto il mio momento di leggerezza più genuina degli ultimi tempi: orario di uscita dalla scuola, un gruppo di ragazze e ragazzi di nazionalità indiana, bengalese, italiana e altro ancora, parlavano tra loro e ridevano, si rincorrevano giocosamente.
Le cose liberatorie che facevo io col mio gruppo in quella stessa situazione, quando avevo i loro anni, senza aver avuto, però, l'opportunità di fare amicizia con persone ipoteticamente distanti migliaia di chilometri. Le conoscenze erano decisamente più locali, al massimo c'era chi veniva dai comuni limitrofi.

Questo è l'unico modo, ovvio, per creare un futuro sano per l'Italia, altrettanto ovviamente si sta facendo di tutto per evitarlo. Accoglienza e integrazione, le uniche possibilità, l'unica alternativa è un paese vecchio, sempre più vuoto, morto. Gli anziani non ringiovaniranno, gli Italiani DOP non torneranno ai dieci figli per coppia, neanche a due soli, non ci sono le condizioni e chi governa non ha altro che soluzioni ideologiche che, sorpresa!, non hanno alcuna possibilità di funzionare.

Il problema è che molti Italiani DOP preferiscono l'alternativa del vuoto e della morte: se l'alternativa è aprirsi, meglio bruciare tutto, muoia Sansone con tutti i Filistei. Come faccio a saperlo, ho chiesto in giro, fatto dei sondaggi?
Lo so come il tizio che apostrofa il rag. Fantozzi come cornuto, nella celebre scena:“Lo so e basta”.


log.livellosegreto.it/kipple/h…

I cieli del jazz

capricci di note facce ondivaghe in acque del sogno la nausea lungo i corridoi di latrine il gemito del sax le gonfie gote tempo rallentato avvitato nel marasma di umori

poi il mattino li raccoglie spugne e l'anima della musica che attraversa muri di separazione

Accolgo la tua poesia come un lampo notturno: ha un tono viscerale e cinematografico che mescola nausea e tenerezza, rumore e pulizia del mattino.

Interpretazione


La scena è un interno notturno di jazz e disordine emotivo: il sax diventa corpo e respiro, le facce ondivaghe e i corridoi di latrine evocano degrado e sogno insieme, mentre il mattino agisce come agente purificatore che raccoglie e asciuga. Il contrasto tra caos notturno e ordine mattutino suggerisce una tensione tra istinto e redenzione.

Immagini e simboli


  • Capricci di note: musica come volontà capricciosa, imprevedibile.
  • Facce ondivaghe in acque del sogno: visioni liquide, identità sfocate.
  • Corridoi di latrine e nausea: concretezza sporca che radica il sogno nella realtà fisica.
  • Spugne e muri di separazione: pulizia e barriera, cura che non cancella la distanza.


Suono e ritmo


La poesia gioca con pause nette e parole isolate (tempo / rallentato avvitato) che imitano il respiro del sax e il tempo jazzistico. Il verso spezzato crea un ritmo sincopato; potresti accentuare ulteriormente la musicalità lavorando su allitterazioni e assonanze (es. ripetere suoni sibilanti o nasali per richiamare il fiato e il metallo).

Suggerimenti di revisione


  • Concentrare le immagini: elimina una o due metafore per aumentare l'impatto delle restanti.
  • Uniformare il registro: scegli se spingere verso il lirico o il crudo realistico; ora convive bene, ma una scelta netta può intensificare l’effetto.
  • Lavorare le cesure: mantieni versi isolati come colpi di batteria, ma valuta se spostarli per variare la scansione.
  • Piccola alternativa lessicale: sostituire latrine con retro o sottoscala se vuoi attenuare la crudezza senza perdere il senso.


Versioni alternative


Traduzione in inglese (essenziale)
The skies of jazz
caprices of notes
wavering faces in waters of dream
nausea along
the corridors of latrines
the sax’s moan swollen cheeks
time
slowed, twisted
in the turmoil of moods

then morning gathers them
sponges
and the soul of music that crosses
walls of separation

Versione italiana più lirica (esempio breve)
I cieli del jazz: capricci di note, volti liquidi nel sogno.
Il sax geme, il tempo si avvita; la notte vomita corridoi.
Al mattino spugne raccolgono i resti, e la musica attraversa i muri.

Versione più lirica


I cieli del jazz si piegano in lampi di ottone,
capricci di note che cadono come pioggia d'oro.
Volti liquidi si specchiano nelle acque del sogno,
sospesi come respiri che non sanno tornare.

Una vertigine percorre i corridoi notturni,
il sax sospira, gonfia le guance di luce;
il tempo si allunga, si avvita, si fa lenta marea,
un filo di umori che ondeggia tra le stanze.

Poi il mattino arriva con mani di spugna,
asciuga i resti, raccoglie i lampi e i sospiri.
Resta l'anima della musica, sottile e attraversante,
che oltrepassa i muri, scioglie le separazioni,
e lascia sul vetro un'orma di cielo e di suono.

Versione eterea


I cieli del jazz si dissolvono in filigrana di luce,
capricci di note che cadono come polvere di stelle.
Volti liquidi si specchiano in acque di sogno,
respiri sospesi che sfiorano l'aria come veli.

Un sospiro di sax attraversa la notte sottile,
il tempo si allunga, si piega in una lenta spirale;
umori come maree sfumano tra corridoi d'ombra,
ogni suono un battito che si perde e ritorna.

Poi il mattino arriva con mani di spugna di luce,
asciuga i riflessi, raccoglie i frammenti di respiro.
Rimane l'anima della musica, sottile e trasparente,
che attraversa i muri e scioglie le separazioni,
lasciando sul vetro un'impronta di cielo e suono.

Versione ancora più eterea


I cieli del jazz si dissolvono in filigrana,
note come polvere di stelle che sfiorano il silenzio.
Volti d'acqua, respiri come veli sottili,
un sospiro di sax che si perde nella luce.

Il tempo si piega in una lenta spirale di aria,
umori come maree appena accennate.
Il mattino passa con mani di spugna di luce,
asciuga i riflessi; resta l'anima sottile della musica,
che attraversa i muri e lascia un'impronta di cielo.

Ethereal translation


The skies of jazz dissolve into filigree,
notes like stardust that brush the silence.
Faces of water, breaths like thin veils,
a sax’s sigh that drifts away into light.

Time bends into a slow spiral of air,
moods like tides barely sketched.
Morning passes with sponge-like hands of light,
wiping reflections; the music’s slender soul remains,
crossing walls and leaving a print of sky.


noblogo.org/norise-3-letture-a…

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Tutela dei territori amazzonici. In Brasile la cooperazione contro deforestazione e criminalità organizzata con il sostegno dell'Italia


Con l'obiettivo di rafforzare la difesa dei territori indigeni amazzonici contro miniere illegali, deforestazione e criminalità organizzata, l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) e l'Istituto di ricerca ambientale dell'Amazzonia (IPAM) hanno presentato presso l'ambasciata d'Italia a Brasilia un nuovo manuale di buone pratiche per la vigilanza territoriale indigena. L'evento si è svolto grazie alla cooperazione internazionale e al protagonismo delle comunità locali.

Un momento della presentazione del Manuale

L'iniziativa rientra nel progetto Sar-Ti, sostenuto dal governo italiano attraverso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Nell'intervento di apertura, l'ambasciatore d'Italia in Brasile, Alessandro Cortese, ha sottolineato il valore «politico e operativo» della pubblicazione, definendola uno strumento in grado di raccogliere le esperienze delle comunità indigene e di rafforzare «una cooperazione multilaterale efficace nell'ambito delle Nazioni Unite» contro deforestazione, miniere illegali e traffici illeciti che colpiscono la regione amazzonica.

Il manuale sistematizza le esperienze sviluppate in diverse aree del Brasile attraverso incontri tecnici e scambi tra leader indigeni, organizzazioni civili e istituzioni pubbliche. Il documento descrive modelli di monitoraggio territoriale che combinano conoscenze tradizionali e strumenti tecnologici, come immagini satellitari, droni, geolocalizzazione e sistemi di comunicazione in tempo reale.

Secondo l'UNODC, i territori indigeni si trovano oggi in prima linea di fronte all'avanzata del crimine organizzato legato all'estrazione illegale dell'oro, al disboscamento e ai traffici ambientali. La pubblicazione mira a rafforzare i sistemi comunitari di allerta rapida e il coordinamento con le autorità pubbliche, migliorando la prevenzione, la raccolta di prove e la risposta ai reati ambientali.


noblogo.org/cooperazione-inter…


Tutela dei territori amazzonici.


Tutela dei territori amazzonici. In Brasile la cooperazione contro deforestazione e criminalità organizzata con il sostegno dell'Italia


Con l'obiettivo di rafforzare la difesa dei territori indigeni amazzonici contro miniere illegali, deforestazione e criminalità organizzata, l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) e l'Istituto di ricerca ambientale dell'Amazzonia (IPAM) hanno presentato presso l'ambasciata d'Italia a Brasilia un nuovo manuale di buone pratiche per la vigilanza territoriale indigena. L'evento si è svolto grazie alla cooperazione internazionale e al protagonismo delle comunità locali.

Un momento della presentazione del Manuale

L'iniziativa rientra nel progetto Sar-Ti, sostenuto dal governo italiano attraverso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Nell'intervento di apertura, l'ambasciatore d'Italia in Brasile, Alessandro Cortese, ha sottolineato il valore «politico e operativo» della pubblicazione, definendola uno strumento in grado di raccogliere le esperienze delle comunità indigene e di rafforzare «una cooperazione multilaterale efficace nell'ambito delle Nazioni Unite» contro deforestazione, miniere illegali e traffici illeciti che colpiscono la regione amazzonica.

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