Terremoti, sassolini, gattopardi e tanto lavoro. Di "50&50" (*)


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(216)

(D1)

(*): “50&50” è la sigla dietro la quale si nascondono Daniele Mattioli (con Alessandra Corubolo) e @piedea.bsky.social. I post, quando indicato, sono da attribuire ad entrambi.

Da due, tre giorni si parla di terremoto nel centro destra. I pezzi che crollano uno dopo l'altro, anche quelli non direttamente collegati con la debacle referendaria, l'incapacità di mettere subito in sicurezza le strutture, tamponando, puntellando, sostituendo rapidamente i pilastri venuti a mancare: tutto questo rende bene l'idea di un evento inatteso, violento, distruttivo.

Un terremoto appunto.
Eppure di questo sisma ancora non conosciamo esattamente l'epicentro: è sicuramente nelle vicinanze del “No” uscito vincitore dalle urne, ma sfiora, fino a non si sa che punto, le fondamenta di un sistema di governo che ha funzionato fino a che non è dovuto ricorrere al giudizio dei cittadini.
Non conosciamo nemmeno l'entità della scossa: la andiamo scoprendo giorno per giorno, accorgendoci delle nuvole di polvere provocate dai crolli di bastioni evidentemente danneggiati, ma non mappati. E diversi crolli non sono dovuti a moti sussultori o ondulatori, ma a precise richieste di chi “da oggi non copre più nessuno” (semi cit.)

Ed è anche il tremare della tanto sbandierata solidità istituzionale, quella che dovrebbe cambiare la storia d’Italia.
Non è solo un fatto temporale, di giorni di governo che fanno curriculum.
E’ un’idea che passa ed è quella che, in fondo, spesso erano solo chiacchiere. Uno strano modo di affrontare un moto tellurico da parte di chi dovrebbe coordinare i soccorsi e strano modo di subirlo da parte di chi è crollato, responsabile o meno della scossa.
Poi ci sono quelli che scappano, non importa chiederglielo. Loro scappano, da sempre. Scappavano dai vascelli in procinto di affondare, scappavano vestiti da caporali tedeschi, scappano per paura che un terremoto, irrispettoso del loro ruolo di capogruppo, possa seppellirli. Figure marginali che verranno sostituite da altre altrettanto insignificanti.

Ed è uno strano il modo con cui si affronta: in fondo, se non previsto, poteva essere preso in considerazione, i punti deboli potevano essere rinforzati o sostituiti ben prima del referendum che lo ha provocato.

(D2)

Si potrebbe avere l'impressione di essere di fronte a un “redde rationem”, se non fosse strano pure questo, visto che non riguarda solo i responsabili. Anzi ci si dimentica dei principali, dal guarda sigilli alla PdC che mai avrà la dignità di fare un passo indietro. Smentirebbe se stessa e la sua narrazione, lasciando un vuoto negli impavidi cuori di coloro che la considerano davvero una politica di fango.
Quindi, è anche un problema di propaganda.

Il tutto assomiglia, invece, a un ben più prosaico riequilibrio di potere, un levarsi sassolini di varie dimensioni dalle scarpe, volendo dare al tempo stesso un'impressione di repulisti e di impegno democratico: un gattopardesco e vendicativo cambiare tutto per non cambiare nulla.

Fra tutte queste macerie, pugnalate alle spalle ed esercizi di potere più o meno leciti, sbocciano le illusioni delle opposizioni, convinte di tramutare in voti la percentuale vittoriosa dei dati referendari. Non sarà così, non lo sarà se i partiti minori non decideranno una volta per tutte da che parte stare.

Come dovranno fare anche i riformisti che hanno fatto campagna contro il proprio schieramento. E non lo sarà se non verranno velocemente chiariti e mantenuti pochi punti guida del patto contro la destra in generale ed il governo in particolare e se non si chiariranno i rapporti di forza, senza prevaricazioni.

Dovrebbe essere fatto senza indecisioni, dando dimostrazione di efficienza e coesione, magari formando un governo ombra che non solo ribatta colpo su colpo le storture di un esecutivo incompetente, ma si dimostri capace di proposte serie e attrattive.

E curando la comunicazione.
Reimparare a comunicare, spiegare, martellare. L'augurio è che il prossimo sia un vero sisma, forte, distruttivo, per ricostruire un paese libero da spinte reazionarie e di bassa politica, rispettando i progetti della Costituzione ed ampliandoli per un vero bene comune.

#Blog #50&50 #Politica #GovernoMeloni #Dimissioni #Italia #Opinioni


noblogo.org/transit/terremoti-…


Terremoti, sassolini, gattopardi e tanto lavoro. Di "50&50" (*)


(216)

(D1)

(*): “50&50” è la sigla dietro la quale si nascondono Daniele Mattioli (con Alessandra Corubolo) e @[url=did:plc:l3vm6ay6u3rpcvzld3ilsag4]Piede Amaro[/url]. I post, quando indicato, sono da attribuire ad entrambi.

Da due, tre giorni si parla di terremoto nel centro destra. I pezzi che crollano uno dopo l'altro, anche quelli non direttamente collegati con la debacle referendaria, l'incapacità di mettere subito in sicurezza le strutture, tamponando, puntellando, sostituendo rapidamente i pilastri venuti a mancare: tutto questo rende bene l'idea di un evento inatteso, violento, distruttivo.

Un terremoto appunto.
Eppure di questo sisma ancora non conosciamo esattamente l'epicentro: è sicuramente nelle vicinanze del “No” uscito vincitore dalle urne, ma sfiora, fino a non si sa che punto, le fondamenta di un sistema di governo che ha funzionato fino a che non è dovuto ricorrere al giudizio dei cittadini.
Non conosciamo nemmeno l'entità della scossa: la andiamo scoprendo giorno per giorno, accorgendoci delle nuvole di polvere provocate dai crolli di bastioni evidentemente danneggiati, ma non mappati. E diversi crolli non sono dovuti a moti sussultori o ondulatori, ma a precise richieste di chi “da oggi non copre più nessuno” (semi cit.)

Ed è anche il tremare della tanto sbandierata solidità istituzionale, quella che dovrebbe cambiare la storia d’Italia.
Non è solo un fatto temporale, di giorni di governo che fanno curriculum.
E’ un’idea che passa ed è quella che, in fondo, spesso erano solo chiacchiere. Uno strano modo di affrontare un moto tellurico da parte di chi dovrebbe coordinare i soccorsi e strano modo di subirlo da parte di chi è crollato, responsabile o meno della scossa.
Poi ci sono quelli che scappano, non importa chiederglielo. Loro scappano, da sempre. Scappavano dai vascelli in procinto di affondare, scappavano vestiti da caporali tedeschi, scappano per paura che un terremoto, irrispettoso del loro ruolo di capogruppo, possa seppellirli. Figure marginali che verranno sostituite da altre altrettanto insignificanti.

Ed è uno strana modalità quella con cui lo si affronta: in fondo, se non previsto, poteva essere preso in considerazione, i punti deboli potevano essere rinforzati o sostituiti ben prima del referendum che lo ha provocato.

(D2)

Si potrebbe avere l'impressione di essere di fronte a un “redde rationem”, se non fosse strano pure questo, visto che non riguarda solo i responsabili. Anzi ci si dimentica dei principali, dal guarda sigilli alla PdC che mai avrà la dignità di fare un passo indietro. Smentirebbe se stessa e la sua narrazione, lasciando un vuoto negli impavidi cuori di coloro che la considerano davvero una politica di rango.
Quindi, è anche un problema di propaganda.

Il tutto assomiglia, invece, a un ben più prosaico riequilibrio di potere, un levarsi sassolini di varie dimensioni dalle scarpe, volendo dare al tempo stesso un'impressione di repulisti e di impegno democratico: un gattopardesco e vendicativo cambiare tutto per non cambiare nulla.

Fra tutte queste macerie, pugnalate alle spalle ed esercizi di potere più o meno leciti, sbocciano le illusioni delle opposizioni, convinte di tramutare in voti la percentuale vittoriosa dei dati referendari. Non sarà così, non lo sarà se i partiti minori non decideranno una volta per tutte da che parte stare.

Come dovranno fare anche i riformisti che hanno fatto campagna contro il proprio schieramento. E non lo sarà se non verranno velocemente chiariti e mantenuti pochi punti guida del patto contro la destra in generale ed il governo in particolare e se non si chiariranno i rapporti di forza, senza prevaricazioni.

Dovrebbe essere fatto senza indecisioni, dando dimostrazione di efficienza e coesione, magari formando un governo ombra che non solo ribatta colpo su colpo le storture di un esecutivo incompetente, ma si dimostri capace di proposte serie e attrattive.

E curando la comunicazione.
Reimparare a comunicare, spiegare, martellare. L'augurio è che il prossimo sia un vero sisma, forte, distruttivo, per ricostruire un paese libero da spinte reazionarie e di bassa politica, rispettando i progetti della Costituzione ed ampliandoli per un vero bene comune.

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Mastodon: @alda7069@mastodon.unoTelegram: t.me/transitblogFriendica: @danmatt@poliverso.orgBlue Sky: bsky.app/profile/mattiolidanie…Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): bio.site/danielemattioli

Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” (qui)

Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com


Guerra all’Iran: l’Italia sociale lasciata in ostaggio


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(212)

(IM1)

L’Italia è nel mezzo di una crisi sociale silenziosa, e il governo #Meloni sceglie deliberatamente di voltarsi dall’altra parte, ripetendo slogan identitari mentre lascia marcire salari, bollette e povertà, oggi aggravati da una nuova stagione di guerra che ha l’ #Iran come sfondo.

I numeri sono chiari: secondo l’Ocse, nel primo trimestre 2024 i salari reali italiani sono ancora circa il 6,9% sotto il livello pre‑pandemico, il calo peggiore tra le principali economie avanzate, mentre altri Paesi hanno già recuperato almeno in parte il potere d’acquisto. Non si tratta di “percezioni”, ma del fatto che milioni di lavoratori si ritrovano ogni mese con uno stipendio che, al netto dell’inflazione, vale molto meno di cinque anni fa, a fronte di profitti aziendali che hanno retto decisamente meglio l’urto delle crisi.

Di fronte a questo, il governo continua a opporsi a un salario minimo legale e a qualsiasi forma strutturale di indicizzazione dei salari, preferendo bonus una tantum, tagli temporanei al cuneo e propaganda sul “lavoro ritrovato”, come se un contratto precario e sottopagato bastasse a cancellare il problema di chi vive stabilmente in trincea tra affitto e spesa.

Sul fronte delle bollette, dopo l’esplosione dei prezzi legata alla guerra in #Ucraina, l’Autorità “Arera” certifica un calo dell’energia elettrica di circa il 10,8% nel primo trimestre 2024, con una spesa annua tipo di 684 euro, la metà rispetto ai dodici mesi precedenti, ma ancora circa 150 euro in più rispetto al 2020, prima della crisi. In altre parole, le famiglie continuano a pagare un “sovrapprezzo strutturale” per luce e gas, mentre il governo smantella il rafforzamento dei bonus sociali e lascia che la fine del mercato tutelato diventi un’altra occasione di rendita per i grandi operatori, non certo un sollievo per chi fatica a tenere accesi i termosifoni.

Intanto l’Istat ci dice che nel 2023 oltre 2,2 milioni di famiglie, quasi 5,7 milioni di persone, vivono in povertà assoluta, con un’incidenza vicina al 10% della popolazione e punte drammatiche tra minori e famiglie straniere. È il dato che più smentisce la narrazione della “nazione risollevata”: dietro il patriottismo da palco ci sono bambini che saltano pasti proteici, anziani che rinunciano alle cure, giovani adulti che rimandano qualsiasi progetto di vita autonoma.

(IM2)

In questo quadro, l’ennesima escalation militare in Medio Oriente e la prospettiva di un conflitto allargato che coinvolga direttamente l’Iran non sono una questione astratta di diplomazia: significano nuove tensioni sui prezzi dell’energia, altro carburante per l’inflazione, altro margine per scaricare costi sui più fragili mentre ci si rifugia dietro la parola d’ordine della “sicurezza”.

Il governo Meloni si presenta come il paladino dell’Occidente assediato, ma sul fronte interno pratica un rigoroso immobilismo sociale: nessuna riforma coraggiosa su salari, nessun piano serio contro la povertà, nessuna strategia per disinnescare l’effetto combinato di guerra e caro‑vita sulle famiglie a basso reddito.

Invece di mettere in discussione un modello che produce lavoratori poveri e cittadini cronicamente indebitati con le utenze, l’esecutivo preferisce distribuire colpe verso l’esterno: l’Europa, i migranti, le Ong, ora i nemici di turno in Medio Oriente.

La verità è che, mentre il governo agita la bandiera dell’ordine e della forza, è proprio sull’unica sicurezza che dovrebbe contare. quella di potersi permettere un salario dignitoso, una bolletta pagabile, una vita fuori dalla miseria, che continua a non muovere un dito.

#Blog #Italia #Economia #GovernoMeloni #Salari #Bollette #Povertà #Opinioni


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Guerra all’Iran: l’Italia sociale lasciata in ostaggio


(212)

(IM1)

L’Italia è nel mezzo di una crisi sociale silenziosa, e il governo #Meloni sceglie deliberatamente di voltarsi dall’altra parte, ripetendo slogan identitari mentre lascia marcire salari, bollette e povertà, oggi aggravati da una nuova stagione di guerra che ha l’ #Iran come sfondo.

I numeri sono chiari: secondo l’Ocse, nel primo trimestre 2024 i salari reali italiani sono ancora circa il 6,9% sotto il livello pre‑pandemico, il calo peggiore tra le principali economie avanzate, mentre altri Paesi hanno già recuperato almeno in parte il potere d’acquisto. Non si tratta di “percezioni”, ma del fatto che milioni di lavoratori si ritrovano ogni mese con uno stipendio che, al netto dell’inflazione, vale molto meno di cinque anni fa, a fronte di profitti aziendali che hanno retto decisamente meglio l’urto delle crisi.

Di fronte a questo, il governo continua a opporsi a un salario minimo legale e a qualsiasi forma strutturale di indicizzazione dei salari, preferendo bonus una tantum, tagli temporanei al cuneo e propaganda sul “lavoro ritrovato”, come se un contratto precario e sottopagato bastasse a cancellare il problema di chi vive stabilmente in trincea tra affitto e spesa.

Sul fronte delle bollette, dopo l’esplosione dei prezzi legata alla guerra in #Ucraina, l’Autorità “Arera” certifica un calo dell’energia elettrica di circa il 10,8% nel primo trimestre 2024, con una spesa annua tipo di 684 euro, la metà rispetto ai dodici mesi precedenti, ma ancora circa 150 euro in più rispetto al 2020, prima della crisi. In altre parole, le famiglie continuano a pagare un “sovrapprezzo strutturale” per luce e gas, mentre il governo smantella il rafforzamento dei bonus sociali e lascia che la fine del mercato tutelato diventi un’altra occasione di rendita per i grandi operatori, non certo un sollievo per chi fatica a tenere accesi i termosifoni.

Intanto l’Istat ci dice che oltre 2,2 milioni di famiglie, quasi 5,7 milioni di persone, vivono in povertà assoluta, con un’incidenza vicina al 10% della popolazione e punte drammatiche tra minori e famiglie straniere. È il dato che più smentisce la narrazione della “nazione risollevata”: dietro il patriottismo da palco ci sono bambini che saltano pasti proteici, anziani che rinunciano alle cure, giovani adulti che rimandano qualsiasi progetto di vita autonoma.

(IM2)

In questo quadro, l’ennesima escalation militare in Medio Oriente e la prospettiva di un conflitto allargato che coinvolga direttamente l’Iran non sono una questione astratta di diplomazia: significano nuove tensioni sui prezzi dell’energia, altro carburante per l’inflazione, altro margine per scaricare costi sui più fragili mentre ci si rifugia dietro la parola d’ordine della “sicurezza”.

Il governo Meloni si presenta come il paladino dell’Occidente assediato, ma sul fronte interno pratica un rigoroso immobilismo sociale: nessuna riforma coraggiosa su salari, nessun piano serio contro la povertà, nessuna strategia per disinnescare l’effetto combinato di guerra e caro‑vita sulle famiglie a basso reddito.

Invece di mettere in discussione un modello che produce lavoratori poveri e cittadini cronicamente indebitati con le utenze, l’esecutivo preferisce distribuire colpe verso l’esterno: l’Europa, i migranti, le Ong, ora i nemici di turno in Medio Oriente.

La verità è che, mentre il governo agita la bandiera dell’ordine e della forza, è proprio sull’unica sicurezza che dovrebbe contare. quella di potersi permettere un salario dignitoso, una bolletta pagabile, una vita fuori dalla miseria, che continua a non muovere un dito.

#Blog #Italia #Economia #GovernoMeloni #Salari #Bollette #Povertà #Opinioni

Mastodon: @alda7069@mastodon.unoTelegram: t.me/transitblogFriendica: @danmatt@poliverso.orgBlue Sky: bsky.app/profile/mattiolidanie…Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): bio.site/danielemattioli

Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” (qui)

Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com


Un decreto contro l’odio che colpisce il dissenso.


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(211)

(DLA1)

Dopo il voto di oggi al Senato, il decreto legge «antisemitismo» entra nella sua seconda fase: il testo passa ora alla Camera, dove la maggioranza punta a confermarne l’impianto senza modifiche sostanziali, blindando in via definitiva la nuova cornice giuridica su antisemitismo e critica a Israele.

All’inizio di questo post voglio essere chiaro su un punto essenziale: criticare lo Stato di Israele per la sua condotta a #Gaza e in #Cisgiordania non significa, in alcun modo, essere antisemiti. L’antisemitismo è un odio antico e pericoloso che va combattuto con la massima determinazione, ma proprio per questo non può essere usato come scusa per zittire chi denuncia bombardamenti su civili, occupazione militare, annessione di territori e violazioni sistematiche del diritto internazionale.

Il decreto «antisemitismo» non è più solo una minaccia: oggi il Senato lo ha approvato, confermando in aula l’impianto liberticida già emerso nei lavori della “Commissione Affari costituzionali” e facendo un passo decisivo verso la trasformazione della critica a Israele in sospetto di odio razziale. Il testo adotta la definizione di antisemitismo dell’IHRA, già al centro di durissime critiche perché, in concreto, tende a far passare come “antisemita” ogni critica radicale al sionismo e alle politiche del governo israeliano, compresa la denuncia di apartheid, annessione della Cisgiordania e pulizia etnica a Gaza.

(DLA2)

Nonostante gli appelli di giuristi, associazioni per i diritti umani e pezzi importanti della società civile, la maggioranza ha tirato dritto, respingendo gli emendamenti delle opposizioni che provavano almeno a limitare i danni di una norma che confonde deliberatamente dissenso politico e razzismo.

Rispetto alla versione iniziale, alcune delle disposizioni più sfacciatamente repressive sono state limate per evitare una bocciatura immediata davanti alla Corte costituzionale, in particolare quelle che prevedevano in modo esplicito il divieto di manifestazioni pubbliche anti ebree e l’inasprimento delle sanzioni contro personale scolastico e universitario critico verso Israele.

Ma il cuore del problema è rimasto intatto: l’adozione piena della definizione #IHRA e l’inquadramento dell’antisemitismo in una logica securitaria che consente di trattare le manifestazioni contro la politica israeliana come minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale.

“Amnesty International”, tra gli altri, ha avvertito che così si soffocano il dibattito pubblico, l’accademia, la libertà di associazione e di protesta, perché chi denuncia crimini di guerra, apartheid e genocidio rischia di essere equiparato per legge a chi diffonde odio antiebraico.

Considero l’antisemitismo uno dei veleni più persistenti della storia europea, da combattere con decisione nella scuola, nella cultura, nei media, nella vita quotidiana. Proprio per questo trovo gravissimo che la memoria della “Shoah” e la sacrosanta lotta all’antisemitismo vengano piegate a diventare scudo di uno Stato che oggi bombarda, assedia, occupa, annette, e che pretende immunità morale e politica in nome delle proprie vittime passate.

Difendere gli ebrei dall’odio non significa blindare il governo #Netanyahu dalle sue responsabilità, né trasformare in reato di opinione chi usa parole dure (come genocidio, apartheid, pulizia etnica) per descrivere ciò che accade sul terreno in #Palestina.

In uno Stato che voglia dirsi democratico, criticare Israele per la sua condotta deve essere non solo possibile, ma necessario, esattamente come si critica qualsiasi altro governo quando calpesta il diritto internazionale e i diritti umani.

Con il voto di oggi, il governo Meloni mostra ancora una volta il suo vero volto: non quello del presunto baluardo di libertà, ma quello di un potere che piega le leggi alla ragion di Stato filo-israeliana, subordina i diritti costituzionali alla fedeltà a un alleato e considera il dissenso un problema di ordine pubblico da neutralizzare.

Il testo ora proseguirà il suo iter alla Camera, dove la stessa maggioranza che l’ha imposto al Senato punta a blindarlo in tempi rapidi, respingendo le richieste di cambiamento di chi chiede almeno di separare chiaramente antisemitismo e critica legittima a Israele.

Ma qualunque sarà la forma finale, una cosa è già chiara: oggi Palazzo Madama ha votato non solo un disegno di legge, ha votato un messaggio politico preciso (in Italia si può dire “mai più” solo se non disturba gli equilibri geopolitici) e la libertà di parola finisce dove comincia l’interesse del governo a non irritare Tel Aviv e Washington.

#Blog #GovernoMeloni #DLAntisemitismo #Politica #Italia #Opinioni


noblogo.org/transit/un-decreto…


Un decreto contro l’odio che colpisce il dissenso.


(211)

(DLA1)

Dopo il voto di oggi al Senato, il decreto legge «antisemitismo» entra nella sua seconda fase: il testo passa ora alla Camera, dove la maggioranza punta a confermarne l’impianto senza modifiche sostanziali, blindando in via definitiva la nuova cornice giuridica su antisemitismo e critica a Israele.

All’inizio di questo post voglio essere chiaro su un punto essenziale: criticare lo Stato di Israele per la sua condotta a #Gaza e in #Cisgiordania non significa, in alcun modo, essere antisemiti. L’antisemitismo è un odio antico e pericoloso che va combattuto con la massima determinazione, ma proprio per questo non può essere usato come scusa per zittire chi denuncia bombardamenti su civili, occupazione militare, annessione di territori e violazioni sistematiche del diritto internazionale.

Il decreto «antisemitismo» non è più solo una minaccia: oggi il Senato lo ha approvato, confermando in aula l’impianto liberticida già emerso nei lavori della “Commissione Affari costituzionali” e facendo un passo decisivo verso la trasformazione della critica a Israele in sospetto di odio razziale. Il testo adotta la definizione di antisemitismo dell’IHRA, già al centro di durissime critiche perché, in concreto, tende a far passare come “antisemita” ogni critica radicale al sionismo e alle politiche del governo israeliano, compresa la denuncia di apartheid, annessione della Cisgiordania e pulizia etnica a Gaza.

(DLA2)

Nonostante gli appelli di giuristi, associazioni per i diritti umani e pezzi importanti della società civile, la maggioranza ha tirato dritto, respingendo gli emendamenti delle opposizioni che provavano almeno a limitare i danni di una norma che confonde deliberatamente dissenso politico e razzismo.

Rispetto alla versione iniziale, alcune delle disposizioni più sfacciatamente repressive sono state limate per evitare una bocciatura immediata davanti alla Corte costituzionale, in particolare quelle che prevedevano in modo esplicito il divieto di manifestazioni pubbliche anti ebree e l’inasprimento delle sanzioni contro personale scolastico e universitario critico verso Israele.

Ma il cuore del problema è rimasto intatto: l’adozione piena della definizione #IHRA e l’inquadramento dell’antisemitismo in una logica securitaria che consente di trattare le manifestazioni contro la politica israeliana come minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale.

“Amnesty International”, tra gli altri, ha avvertito che così si soffocano il dibattito pubblico, l’accademia, la libertà di associazione e di protesta, perché chi denuncia crimini di guerra, apartheid e genocidio rischia di essere equiparato per legge a chi diffonde odio antiebraico.

Considero l’antisemitismo uno dei veleni più persistenti della storia europea, da combattere con decisione nella scuola, nella cultura, nei media, nella vita quotidiana. Proprio per questo trovo gravissimo che la memoria della “Shoah” e la sacrosanta lotta all’antisemitismo vengano piegate a diventare scudo di uno Stato che oggi bombarda, assedia, occupa, annette, e che pretende immunità morale e politica in nome delle proprie vittime passate.

Difendere gli ebrei dall’odio non significa blindare il governo #Netanyahu dalle sue responsabilità, né trasformare in reato di opinione chi usa parole dure (come genocidio, apartheid, pulizia etnica) per descrivere ciò che accade sul terreno in #Palestina.

In uno Stato che voglia dirsi democratico, criticare Israele per la sua condotta deve essere non solo possibile, ma necessario, esattamente come si critica qualsiasi altro governo quando calpesta il diritto internazionale e i diritti umani.

Con il voto di oggi, il governo Meloni mostra ancora una volta il suo vero volto: non quello del presunto baluardo di libertà, ma quello di un potere che piega le leggi alla ragion di Stato filo-israeliana, subordina i diritti costituzionali alla fedeltà a un alleato e considera il dissenso un problema di ordine pubblico da neutralizzare.

Il testo ora proseguirà il suo iter alla Camera, dove la stessa maggioranza che l’ha imposto al Senato punta a blindarlo in tempi rapidi, respingendo le richieste di cambiamento di chi chiede almeno di separare chiaramente antisemitismo e critica legittima a Israele.

Ma qualunque sarà la forma finale, una cosa è già chiara: oggi Palazzo Madama ha votato non solo un disegno di legge, ha votato un messaggio politico preciso (in Italia si può dire “mai più” solo se non disturba gli equilibri geopolitici) e la libertà di parola finisce dove comincia l’interesse del governo a non irritare Tel Aviv e Washington.

#Blog #GovernoMeloni #DLAntisemitismo #Politica #Italia #Opinioni

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