La nuova legge elettorale: manuale per blindare il potere.
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La proposta di riforma della legge elettorale della maggioranza #Meloni introduce un proporzionale “truccato” da un premio di maggioranza molto ampio, costruito per blindare l’attuale blocco di governo e mettere fuori gioco ogni alternanza reale. Cosa prevede, in sostanza, questo impianto? Innanzitutto il superamento del “Rosatellum” e dei collegi uninominali: il sistema diventa formalmente proporzionale, con liste bloccate e senza un vero ritorno alle preferenze, salvo qualche eccezione per le minoranze linguistiche. A questo si aggiunge un premio di maggioranza nazionale: chi supera il 40% dei voti ottiene un “pacchetto” aggiuntivo di seggi, stimato intorno a decine di deputati e senatori, che porta la coalizione vincente a sfiorare il 60% dei seggi parlamentari.
Restano soglie di sbarramento elevate (intorno al 3% per i singoli partiti e al 10% per le coalizioni), con un evidente incentivo a costruire cartelli elettorali ampi e subalterni al partito egemone. È previsto inoltre un eventuale ballottaggio: se le prime due coalizioni si collocano in una fascia intermedia di consenso, si va al secondo turno, che ha un’unica funzione reale, cioè assegnare comunque il premio a qualcuno e garantire una maggioranza “artificiale” anche quando il paese è diviso. Infine viene introdotto il “premier in scheda”: l’obbligo di indicare il candidato presidente del Consiglio al momento della presentazione delle liste, legandosi politicamente alla riforma sul premierato e creando un meccanismo di investitura personale, pur fingendo di non toccare formalmente le prerogative del Capo dello Stato.
La narrazione ufficiale giura che tutto questo serve alla “stabilità”, come se il problema dell’Italia fosse l’ingovernabilità e non, semmai, l’abuso di maggioranze già iper-compatte. In realtà il disegno è trasparente: questa riforma serve a mettere in cassaforte la futura maggioranza del centrodestra, riducendo al minimo il rischio che un’opposizione unita, con numeri simili, possa vincere o quantomeno impedire l’egemonia assoluta nei due rami del Parlamento.
Il premio scatta esattamente nella fascia in cui i sondaggi collocano stabilmente l’area che sostiene Meloni, e la dimensione del premio è tale da deformare in modo pesante il rapporto tra voti e seggi, trasformando un 40 e rotti per cento dei consensi in quasi il 60% delle poltrone.
L’eliminazione degli uninominali, che nel 2022 avevano già favorito il centrodestra, non è una generosa apertura alla rappresentanza, ma un ulteriore passo verso un modello controllabile dal vertice: con le liste bloccate, i candidati “sicuri” vengono scelti dal capo, garantendo un esercito di fedelissimi in aula.
Sul piano politico più ampio, questa legge elettorale è il tassello perfetto di un mosaico: premierato, referendum sulla giustizia, riscrittura selettiva delle regole del gioco in modo da neutralizzare qualunque contrappeso e trasformare una maggioranza relativa di oggi in dominio strutturale sulle istituzioni domani, inclusa la possibilità di eleggere da sola il Presidente della Repubblica e incidere pesantemente sugli organi di garanzia.
Non mancano, in tutto questo, profili di evidente incostituzionalità o quantomeno di violazione dello spirito della Costituzione. La Corte costituzionale aveva già messo dei paletti, accettando, con molte cautele, l’idea di un premio che dal 40% dei voti porti al 55% dei seggi, non oltre.
Qui si spinge l’asticella verso soglie vicine al 60%, con un rischio concreto di calpestare il principio di rappresentanza e l’eguaglianza del voto, svuotando la proporzionale dal suo significato. Il combinato disposto di premio “secco”, liste bloccate e soglie di sbarramento selettive crea una distorsione che va ben oltre la fisiologica “correzione maggioritaria” e somiglia piuttosto a un’espropriazione del voto di milioni di cittadini che non si riconoscono nella coalizione vincente.
A questo si aggiunge la forzatura del “premier in scheda”, introdotto mentre si discute di premierato: sulla carta il Presidente della Repubblica resta libero di nominare chi vuole, ma nei fatti viene schiacciato dalla pretesa di una legittimazione diretta del capo politico, costruita per via ordinaria senza modificare esplicitamente l’articolo 92.
È un corto circuito istituzionale: si cambia la forma di governo per legge ordinaria, mascherandola da semplice tecnica elettorale. In questo quadro, le parole “stabilità” e “governabilità” suonano come l’ennesima foglia di fico.
Questa riforma non nasce per dare più voce ai cittadini, non amplia la rappresentanza, non restituisce potere agli elettori nella scelta dei parlamentari: al contrario, concentra il controllo nelle mani dei vertici di coalizione, garantisce un premio abnorme a chi è già maggioranza e comprime ogni spazio di alternanza, conflitto politico e pluralismo reale. È l’ennesima legge elettorale-calcio di rigore: la squadra al governo sposta la porta, sceglie il portiere avversario, decide l’arbitro e poi pretende pure gli applausi in nome della “modernizzazione” del gioco democratico.
#Blog #Italia #RiformaElettorale #GovernoMeloni #Politica #Società #Opinioni
Lo scudo della divisa e il referendum che ci condanna.
(207)
La vicenda di #Rogoredo è una di quelle storie che dovrebbero togliere il sonno a chiunque creda ancora nello stato di diritto, ma che in questo paese finiscono regolarmente nel tritacarne della retorica securitaria e della memoria corta. Il 26 gennaio, l’assistente capo Carmelo #Cinturrino ha ucciso con un colpo alla testa il ventottenne Abderrahim Mansouri, detto “Zack”, ed è ora accusato di omicidio volontario insieme a colleghi indagati per averlo coperto e per i ritardi nei soccorsi. Secondo gli inquirenti, sarebbe stata messa in scena una finta minaccia con una pistola giocattolo accanto al corpo, a coronamento di un sistema di estorsioni e dominio sul territorio che trasforma il “servitore dello Stato” in signorotto armato.
Questo non è um giallo morboso di fine inverno, è una radiografia dell’Italia che si sta costruendo a colpi di decreti sicurezza e campagne mediatiche sul “pugno duro”. Il recente decreto legge sulla sicurezza, varato a febbraio, è il perfetto sfondo normativo di questa deriva: tra fermi preventivi alle manifestazioni, nuove fattispecie di reato simboliche e strette sulle periferie “degradate”, spunta lo scudo penale, cioè l’idea che chi agisce invocando legittima difesa o adempimento del dovere possa restare fuori dal registro degli indagati, almeno in una prima fase.
Che poi il #Quirinale abbia imposto di estendere la norma a tutti i cittadini è quasi un dettaglio di stile: il messaggio politico, culturale e simbolico resta cucito addosso alle forze dell’ordine, come un invito implicito a sentirsi ancora più intoccabili. Il rischio è chiarissimo: se trasformi il controllo giudiziario in fastidio burocratico e se costruisci una narrazione in cui la polizia è sempre e comunque nel giusto “per definizione”, allora casi come Rogoredo non sono aberrazioni, ma incidenti di percorso in un sistema che accetta la violenza di Stato come normale rumore di fondo.
Ed è qui che la coincidenza con il referendum sulla separazione delle carriere di marzo smette di essere casuale e diventa un pezzo dello stesso puzzle. Si racconta al paese che separare le carriere tra giudici e pm sia una misura di civiltà, una riforma neutra di ingegneria istituzionale, mentre in realtà si sta limando, passo dopo passo, l’autonomia e la forza di chi deve indagare, anche e soprattutto, su polizia, carabinieri, apparati di sicurezza.
In un quadro nel quale si vuole una magistratura requirente più docile, più controllabile dall’esecutivo, meno libera di infastidire il potere, la storia di un agente che spara alla testa a un ragazzo e di colleghi che inquinano la scena del crimine diventa quasi imbarazzante: è l’eccezione che rischia di svelare la regola.
Separare le carriere senza rafforzare davvero le garanzie di indipendenza del pubblico ministero significa, in concreto, consegnare l’azione penale a un circuito più permeabile alle pressioni politiche. E se chi deve indagare sui #Cinturrino di oggi e di domani sa di giocarsi la carriera ogni volta che tocca un nervo scoperto del potere, il risultato è scontato: meno inchieste scomode, più omertà istituzionale, più zona grigia.
Il combinato disposto tra scudo penale, retorica del “poliziotto eroe” e separazione delle carriere è un progetto di società: una società dove il cittadino, soprattutto se povero, straniero o marginale, è nudo davanti allo Stato armato, e dove l’unico vero reato è disturbare l’ordine costituito. In questo contesto, questa vicenda non è una deviazione, è un’anticipazione.
Andare a votare al #referendum fingendo che sia solo una questione tecnica di organizzazione degli uffici giudiziari è un lusso che non possiamo più permetterci. Si tratta di decidere se vogliamo vivere in uno Stato in cui chi porta la pistola per conto dello Stato sa di poter rispondere delle proprie azioni, oppure in un paese in cui la divisa è il nuovo scudo, non solo simbolico, dell’impunità.
#Blog #Italia #Cronaca #Referendum #ScudoPenale #GovernoMeloni #DecretoSicurezza
Facciamoci curare dagli alpini
Leggo che il decreto Milleproroghe – in discussione alla Camera – vuole prolungare anche nel 2026 la possibilità di far lavorare i medici fino a 72 anni, anche richiamandoli dalla pensione.
Leggo anche di un disegno di legge interessante: Secondo un documento visto da Reuters, il piano allo studio porterebbe Esercito, Marina e Aeronautica da circa 170.000 a 275.000 unità entro il 2044
Insomma mancano i medici, sostituiamoli con i militari.
Giuro che la prossima volta che sento qualcuno lamentarsi della sanità, dei tempi di attesa per un esame medico, della congestione dei pronto soccorso...chiedo cortesemente cosa ha votato negli ultimi vent'anni e se ha votato a destra gli urlo in faccia tutto il mio disappunto, senza risparmiare parolacce, bestemmie ed insulti ai suoi avi e alla sua progenie culminando in “chi è causa del suo mal pianga se stesso”. Se invece ha votato a sinistra gli farò notare che la sinistra non ha mai fatto nulla per salvare la sanità dal percorso di privatizzazione, non si è mai opposta alla trasformazione degli ospedali in aziende (anzi) e che quindi in definitiva “chi è causa del suo mal pianga se stesso”.
#sanità #italia #politica #malasanità #esercito #guerra
In ginocchio da te
Ho visto da poco e per la prima volta “In ginocchio da te”, film del 1964 con Gianni Morandi.
Il padre della protagonista è un maresciallo dell'esercito che consegna alle nuove reclute delle divise troppo grandi suggerendo loro di portarle ad aggiustare in una sartoria vicina alla caserma gestita dalla moglie e dalla figlia. Siamo negli anni '60, gli anni del boom economico, ancora qualche anno e tensioni e conflitti sociali esploderanno in Italia come in altre parti del mondo. Il regista porta il pubblico a simpatizzare per il maresciallo perché se è vero che all'inizio cerca di contrastare l'amore della figlia per la recluta-cantante alla fine cede alle doti canore del futuro genero a quanto pare sinceramente innamorato: l'ufficiale è un uomo attaccato alla famiglia, simpatico ed in definitiva una figura positiva. Il messaggio è chiaro e lampante: la corruzione non è un reato così grave, siamo italiani, dobbiamo arrangiarci, ci siamo ripresi dalla secondo guerra mondiale ed insomma...cosa sarà mai. Da lì a tangentopoli è un attimo... è fare germogliare una società dove è lecito cercare di arrotondare, ammesso che si tratti di arrotondamento e non di raddoppiare o triplicare lo stipendio visto il giro di affari della sartoria. Se i trapper di adesso sono tutti soldi, droga e bitches forse per un pezzetto è anche merito di Gianni Morandi, perché alla fine quello conta: i soldi.
Veniamo adesso alla storia d'amore: la recluta-cantante Gianni si innamora di Carla e sono tanto teneri...fino ad una sera in cui lui va a cantare ad una festa di persone che definiremo “benestanti”. La padrona di casa vuole farsi un giro con questo giovanotto dalla bella voce e lui ci casca: dopo 4 giorni alle isole Eolie mantenuto da lei le chiede di sposarla. Ma la ricca e viziata signorina non è ovviamente minimamente interessata...e cosa fa lui? Torna con la coda tra le gambe, aka in ginocchio da te, chiedendo perdono a Carla... ma dico... 2 minuti prima volevi sposare un'altra donna e adesso canti una canzone alla radio e nasce il vero amore perché quello di prima era finto? Ma sono queste le basi per l'educazione sentimentale della generazione di adolescenti cresciuta negli anni '60? Volendo essere realistici il futuro sposo cantante quanto ci metterà a tradire la povera Carla che nel frattempo avrà messo al mondo due bambini? Uno così sarebbe meglio perderlo che trovarlo ma vabbé, canta così bene, dopo la corruzione sdoganiamo anche le relazioni tossiche.
#cinema #corruzione #società #italia
Referendum: quando il ‘no’ non è un rifiuto, ma una domanda in più.
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Il #referendum del 22-23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere in magistratura è l’ultimo atto del progetto costituzionale del governo Meloni per dividere giudici e pm, blindando in #Costituzione un modello che promette “più giustizia”, ma rischia di indebolire l’indipendenza dei magistrati da Palazzo Chigi, proprio come sognavano Gelli con la P2 e Berlusconi con le sue crociate anti-pm.
Dietro lo slogan di maggiore imparzialità si nasconde una riforma che separa carriere, crea organi di autogoverno distinti al posto del #CSM unitario e inventa una Corte disciplinare costituzionale per punire i magistrati “scomodi”, lasciando agli elettori un quesito ampio che decide l’intero assetto della giustizia penale.
Con il “sì” non cambia solo l’organizzazione interna: chi entra come pm resta pm per sempre, senza più passaggi ai giudici (e viceversa), mentre nomine, promozioni e sanzioni passano in mano a consigli separati, più esposti al controllo politico, in un sistema che avvicina l’accusa all’esecutivo e rende i giudici più isolati e controllabili.
Per i cittadini comuni, le ricadute sono concrete: in casi quotidiani come furti in casa, incidenti stradali con assicurazioni ostili o raggiri da parte di professionisti, oggi pm e giudice condividono lo stesso piano professionale, codice etico e CSM per garantire indipendenza. Domani, con carriere separate, i pm potrebbero diventare un “braccio” più allineato al governo di turno, meno aggressivi su scandali che toccano potentati locali (corruzione negli appalti o abusi di politici), mentre i giudici, divisi e sotto una Corte disciplinare sovraordinata, potrebbero assolvere più spesso per timore di ritorsioni, allungando processi già lenti e producendo sentenze più deboli e meno imparziali per chi cerca giustizia vera.
#Meloni cavalca l’onda del populismo giudiziario, come fece Berlusconi urlando ai “giudici comunisti”, dipingendo i magistrati come un monolite da domare e l’ANM ha buon gioco a chiamare questa riforma “punitiva” verso chi indaga su mala politica.
Non è una “riforma tecnica” per processi più veloci: è un attacco all’autogoverno della magistratura, che con il sì diventa un organo frammentato e più vulnerabile, pronto a piegarsi al vento politico del momento.
Votare “sì” blinda tutto questo in Costituzione, rendendo eterna la visione Meloni di una giustizia “amichevole”; votare “no” rinvia il tema a un dibattito vero, senza scorciatoie populiste. In palio c’è se la giustizia resta un potere autonomo per difendere i cittadini da furbi e potenti, o se diventa uno strumento addomesticato per chi sta al governo.
#Blog #Referendum2026 #Giustizia #Italia #GovernoMeloni #Opinioni
La vera posta in gioco del referendum di Marzo.
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Il prossimo 22 e 23 marzo, saremo chiamati a votare sul referendum confermativo della legge costituzionale sulla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente.
Attenzione: non si vota “sulla giustizia”, come vorrebbe far credere la propaganda governativa, ma su una riscrittura di equilibri fondamentali nel sistema democratico italiano.
E, come spesso accade, chi spinge per un “sì” vuole farlo nel silenzio generale. Il governo #Meloni ha fissato la data in modo da soffocare ogni discussione pubblica: poche settimane per comprendere, ancora meno per mobilitarsi, e praticamente zero tempo per un vero dibattito politico e culturale.
Non è casualità, ma strategia. La stessa logica autoritaria e paternalista che da tempo accompagna la retorica della “riforma necessaria”: si decide in alto, poi si chiede al popolo di ratificare in fretta, e possibilmente distratto.
Dietro la parola d’ordine “modernizzare la giustizia” si nasconde un intento tutt’altro che neutro. Separare le carriere significa indebolire il pubblico ministero, togliergli indipendenza, e spingerlo verso una subordinazione più diretta al potere politico.
Una magistratura spaccata in due diventa più controllabile, più docile, più allineata ai desideri del governo di turno. È un vecchio sogno che torna ciclicamente: quello di poter “telefonare” ai giudici senza trovare dall’altra parte un muro di autonomia.
Niente campagne istituzionali di approfondimento, niente confronto pluralista. Solo qualche dichiarazione autoreferenziale dei leader di governo e una valanga di slogan.
Il risultato? Gli italiani rischiano di presentarsi alle urne senza capire davvero cosa stiano votando.Ed è proprio così che si mina una democrazia: non cancellandola in un colpo solo, ma svuotandola di pensiero critico e partecipazione consapevole. Non lasciamoci confondere dal lessico tecnico o dalla propaganda “modernizzatrice”.
Questo referendum non migliora la giustizia, ma la imbriglia, la amputa, la rende più vulnerabile al potere. Chi crede ancora in una Repubblica delle garanzie e non delle sudditanze, deve dirlo con forza e chiarezza. Il 22 e 23 marzo votiamo NO, per difendere il diritto di tutti a una giustizia davvero libera, non di governo.
#Blog #ReferendumSeparazioneCarriere #Italia #Giustizia #Opinioni