Skip to main content


Il prezzo della libertà in Iran.


(193)

(I1)

In #Iran è in corso la più ampia ondata di proteste degli ultimi decenni, una sfida che assomiglia a una rivoluzione in divenire ma che non ha ancora prodotto la caduta del regime. Il potere degli ayatollah resta appeso alla forza degli apparati repressivi, che finora sono riusciti a contenere le piazze al prezzo di un’ulteriore frattura con la società.​

Le manifestazioni esplose tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 non sono più soltanto la risposta a un’economia in rovina, ma il rifiuto complessivo di un sistema politico–religioso percepito come irriformabile.

Dalle periferie povere alle grandi città, gli slogan chiedono apertamente la fine della Repubblica islamica e chiamano in causa la “Guida Suprema”, rompendo tabù che per decenni avevano tenuto insieme paura e rassegnazione.

L’elemento generazionale e femminile è centrale: giovani cresciuti nell’era digitale e donne stanche di un codice patriarcale imposto con la violenza, che non accettano più di tornare nell’invisibilità.​

La risposta del regime è stata brutale: centinaia di morti, migliaia di arresti, blackout di internet e un dispositivo repressivo che prova a spezzare non solo le proteste, ma i legami di fiducia che le alimentano. Ogni funerale trasformato in corteo, ogni video che trapela oltre i filtri della censura diventa il frammento di un racconto collettivo che sfugge al controllo del potere e alimenta un sentimento di appartenenza tra chi protesta in Iran e chi osserva da lontano nella diaspora.​

Dal punto di vista del potere, il sistema tiene ancora: le “Guardie Rivoluzionarie” restano compatte, i “Basij” sono operativi, non emergono rotture visibili nel vertice politico–religioso. Nelle dinamiche rivoluzionarie, il momento decisivo è quasi sempre la frattura dell’apparato coercitivo, e in Iran questa crepa non si è ancora aperta.

Per questo il Paese appare sospeso: troppo delegittimato per tornare a una stabilità di facciata, troppo strutturato militarmente perché la sola esplosione delle piazze basti a rovesciarlo nel breve periodo.​

(I2)

Su questo sfondo, gli Stati Uniti svolgono un doppio ruolo, interno ed esterno. Il presidente #Trump ha espresso sostegno ai manifestanti, parlando di un Iran che guarda alla libertà come mai prima e avvertendo #Teheran che un massacro non resterà senza conseguenze, messaggi amplificati dai leader dell’opposizione in esilio.

Allo stesso tempo, Washington calibra ogni parola, consapevole che un coinvolgimento troppo marcato rafforzerebbe la narrativa del “complotto straniero” con cui il regime cerca di delegittimare la protesta.​ Israele, a sua volta, osserva gli eventi da una posizione esistenziale: l’Iran è il cuore dell’“asse della resistenza” che alimenta #Hezbollah, le milizie sciite in Iraq, le forze filo–iraniane in Siria, parte delle dinamiche in #Gaza e il protagonismo degli Houthi nel Mar Rosso.

Teheran ha già minacciato che, in caso di azione militare americana, Israele e le basi statunitensi nella regione diventerebbero obiettivi legittimi, spingendo Tel Aviv ad alzare la soglia di allerta.

Per #Israele, la possibile trasformazione interna dell’Iran è insieme una promessa (l’indebolimento o il collasso del principale sponsor dei suoi nemici) e una fonte di rischio, nel caso il regime scelga la fuga in avanti militare per sopravvivere.​

Le conseguenze geopolitiche potenziali sono profonde. Un Iran post–teocratico ridisegnerebbe la mappa delle alleanze, indebolendo la rete degli sciiti, alterando gli equilibri in Libano, Siria, Iraq e Yemen e costringendo le monarchie del Golfo, Israele e le potenze globali a ripensare la sicurezza energetica e l’architettura di difesa regionale.

Al contrario, un regime che sopravvive, ma esce più isolato e violento potrebbe reagire con un’accelerazione del programma nucleare e un aumento dell’aggressività tramite milizie e attori non statali, trasformando la propria crisi interna in instabilità cronica sullo scacchiere mediorientale.​

Dietro questi scenari, però, c’è un livello più vivo, umano, che dà senso alla parola “rivoluzione” ancor prima che alle analisi strategiche.

Il regime iraniano è da anni uno dei più violenti al mondo nel disciplinare il corpo e la vita delle persone, e in particolare delle donne: dal velo imposto per legge alle punizioni fisiche e morali, dalla polizia morale alle carceri dove la violenza sessuale diventa strumento di intimidazione politica.

La rivolta che oggi attraversa le strade iraniane nasce anche da qui, dal rifiuto radicale di un sistema che pretende di controllare gesti, abiti, amori, opinioni, e che non esita a spezzare corpi e biografie per mantenere la propria presa sul Paese.​Quando ragazze giovanissime si tolgono l’hijab in pubblico, quando madri che hanno perso un figlio in piazza continuano a scendere a protestare, quando studenti e lavoratori rischiano il carcere pur sapendo che il prezzo potrebbe essere la vita, ciò che si consuma non è soltanto uno scontro tra Stato e cittadini, ma una rottura etica profonda tra società e potere.

È in questo abisso che la crisi iraniana diventa universale: al di là delle frontiere, parla di libertà di disporre del proprio corpo, di dignità, di rifiuto della violenza come linguaggio politico. Che il regime riesca o meno a salvarsi, il fatto che un’intera generazione abbia guardato in faccia la paura e abbia comunque scelto di scendere in strada indica che qualcosa, nel rapporto tra gli iraniani e il loro Stato, si è spezzato in modo irreversibile.​

E proprio da questo piano umano e sociale dipende il vero significato di ciò che sta accadendo: se domani la repressione avrà la meglio, resterà comunque nella memoria collettiva la prova che il monopolio della violenza non basta più a garantire la certezza del consenso; se invece, nel tempo, questa energia troverà una forma politica capace di sostenerla, allora le giornate di sangue di oggi saranno ricordate come l’atto fondativo di un nuovo Iran.​

#Iran #Medioriente #Geopolitica #Opinioni


noblogo.org/transit/il-prezzo-…


Il prezzo della libertà in Iran.


(193)

(I1)

In #Iran è in corso la più ampia ondata di proteste degli ultimi decenni, una sfida che assomiglia a una rivoluzione in divenire ma che non ha ancora prodotto la caduta del regime. Il potere degli ayatollah resta appeso alla forza degli apparati repressivi, che finora sono riusciti a contenere le piazze al prezzo di un’ulteriore frattura con la società.​

Le manifestazioni esplose tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 non sono più soltanto la risposta a un’economia in rovina, ma il rifiuto complessivo di un sistema politico–religioso percepito come irriformabile.

Dalle periferie povere alle grandi città, gli slogan chiedono apertamente la fine della Repubblica islamica e chiamano in causa la “Guida Suprema”, rompendo tabù che per decenni avevano tenuto insieme paura e rassegnazione.

L’elemento generazionale e femminile è centrale: giovani cresciuti nell’era digitale e donne stanche di un codice patriarcale imposto con la violenza, che non accettano più di tornare nell’invisibilità.​

La risposta del regime è stata brutale: centinaia di morti, migliaia di arresti, blackout di internet e un dispositivo repressivo che prova a spezzare non solo le proteste, ma i legami di fiducia che le alimentano. Ogni funerale trasformato in corteo, ogni video che trapela oltre i filtri della censura diventa il frammento di un racconto collettivo che sfugge al controllo del potere e alimenta un sentimento di appartenenza tra chi protesta in Iran e chi osserva da lontano nella diaspora.​

Dal punto di vista del potere, il sistema tiene ancora: le “Guardie Rivoluzionarie” restano compatte, i “Basij” sono operativi, non emergono rotture visibili nel vertice politico–religioso. Nelle dinamiche rivoluzionarie, il momento decisivo è quasi sempre la frattura dell’apparato coercitivo, e in Iran questa crepa non si è ancora aperta.

Per questo il Paese appare sospeso: troppo delegittimato per tornare a una stabilità di facciata, troppo strutturato militarmente perché la sola esplosione delle piazze basti a rovesciarlo nel breve periodo.​

(I2)

Su questo sfondo, gli Stati Uniti svolgono un doppio ruolo, interno ed esterno. Il presidente #Trump ha espresso sostegno ai manifestanti, parlando di un Iran che guarda alla libertà come mai prima e avvertendo #Teheran che un massacro non resterà senza conseguenze, messaggi amplificati dai leader dell’opposizione in esilio.

Allo stesso tempo, Washington calibra ogni parola, consapevole che un coinvolgimento troppo marcato rafforzerebbe la narrativa del “complotto straniero” con cui il regime cerca di delegittimare la protesta.​ Israele, a sua volta, osserva gli eventi da una posizione esistenziale: l’Iran è il cuore dell’“asse della resistenza” che alimenta #Hezbollah, le milizie sciite in Iraq, le forze filo–iraniane in Siria, parte delle dinamiche in #Gaza e il protagonismo degli Houthi nel Mar Rosso.

Teheran ha già minacciato che, in caso di azione militare americana, Israele e le basi statunitensi nella regione diventerebbero obiettivi legittimi, spingendo Tel Aviv ad alzare la soglia di allerta.

Per #Israele, la possibile trasformazione interna dell’Iran è insieme una promessa (l’indebolimento o il collasso del principale sponsor dei suoi nemici) e una fonte di rischio, nel caso il regime scelga la fuga in avanti militare per sopravvivere.​

Le conseguenze geopolitiche potenziali sono profonde. Un Iran post–teocratico ridisegnerebbe la mappa delle alleanze, indebolendo la rete degli sciiti, alterando gli equilibri in Libano, Siria, Iraq e Yemen e costringendo le monarchie del Golfo, Israele e le potenze globali a ripensare la sicurezza energetica e l’architettura di difesa regionale.

Al contrario, un regime che sopravvive, ma esce più isolato e violento potrebbe reagire con un’accelerazione del programma nucleare e un aumento dell’aggressività tramite milizie e attori non statali, trasformando la propria crisi interna in instabilità cronica sullo scacchiere mediorientale.​

Dietro questi scenari, però, c’è un livello più vivo, umano, che dà senso alla parola “rivoluzione” ancor prima che alle analisi strategiche.

Il regime iraniano è da anni uno dei più violenti al mondo nel disciplinare il corpo e la vita delle persone, e in particolare delle donne: dal velo imposto per legge alle punizioni fisiche e morali, dalla polizia morale alle carceri dove la violenza sessuale diventa strumento di intimidazione politica.

La rivolta che oggi attraversa le strade iraniane nasce anche da qui, dal rifiuto radicale di un sistema che pretende di controllare gesti, abiti, amori, opinioni, e che non esita a spezzare corpi e biografie per mantenere la propria presa sul Paese.​Quando ragazze giovanissime si tolgono l’hijab in pubblico, quando madri che hanno perso un figlio in piazza continuano a scendere a protestare, quando studenti e lavoratori rischiano il carcere pur sapendo che il prezzo potrebbe essere la vita, ciò che si consuma non è soltanto uno scontro tra Stato e cittadini, ma una rottura etica profonda tra società e potere.

È in questo abisso che la crisi iraniana diventa universale: al di là delle frontiere, parla di libertà di disporre del proprio corpo, di dignità, di rifiuto della violenza come linguaggio politico. Che il regime riesca o meno a salvarsi, il fatto che un’intera generazione abbia guardato in faccia la paura e abbia comunque scelto di scendere in strada indica che qualcosa, nel rapporto tra gli iraniani e il loro Stato, si è spezzato in modo irreversibile.​

E proprio da questo piano umano e sociale dipende il vero significato di ciò che sta accadendo: se domani la repressione avrà la meglio, resterà comunque nella memoria collettiva la prova che il monopolio della violenza non basta più a garantire la certezza del consenso; se invece, nel tempo, questa energia troverà una forma politica capace di sostenerla, allora le giornate di sangue di oggi saranno ricordate come l’atto fondativo di un nuovo Iran.​

#Iran #Medioriente #Geopolitica #Opinioni

Mastodon: @alda7069@mastodon.unoTelegram: t.me/transitblogFriendica: @danmatt@poliverso.orgBlue Sky: bsky.app/profile/mattiolidanie…Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): bio.site/danielemattioli

Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” (qui)

Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com




Buon anno?


(190)

(Ba1)

Il 2026 si annuncia come l’ennesimo “anno di transizione”: crescita anemica, guerre ibernate, ma non sepolte, e un’ #Italia che fluttua sopra lo zero mentre sotto si ammucchia la solita zavorra di poveri, lavoratori malpagati e slogan governativi che invecchiano male. È il “Si va avanti” di chi non sa dove, ma finge sicurezza nei grafici da proiettare nelle convention.​

L’economia mondiale crescerà quel tanto che basta a non crollare (intorno al 3%) e troppo poco per curare le ferite di pandemie, inflazione e dazi trumpiani. Il commercio si frantuma in blocchi ostili, sanzioni e protezionismi, mentre il multilateralismo è ridotto a un cerimoniale per diplomatici annoiati. Banche centrali come ultima diga, governi come giocolieri di emergenze e benvenuti nella normalità post-eroica.​

In #Ucraina sarà logoramento puro. Guerra a lume di candela, fronti che strisciano di un chilometro alla volta, mentre Mosca celebra “avanzate storiche.” La Russia pompa un’economia di guerra che non implode, ma divora futuro, riversando acciaio e uomini in un tritacarne senza sbocco, aggrappata a petrolio scontato per #Pechino e #Delhi. Sul campo un congelamento che fissa confini illegali, o guerra eterna che avvelena l’Europa, gonfiando sovranisti e svuotando il portafoglio #Ue.​

(Ba2)

A #Gaza c’è un “cessate il fuoco” da teatro dell’assurdo. Pausa tra un raid e l’altro, non pace. L’accordo 2025 ha domato i picchi di mattanza, ma la Striscia è un pantano di tensioni, con #Hamas in bilico, ostaggi come pedine e mediatori (USA, Qatar, Egitto) che cuciono stracci su governi ballerini. Israele tergiversa sulla fase due, la “sicurezza” è come un jolly eterno, mentre l’Europa versa aiuti umanitari e zero politica seria (campioni di bon ton, ma un nulla di influenza.) Risultato: radicalismo arabo che ribolle, #ONU irrilevante e un Medio Oriente che ride di noi.​

In #Italia la crescita sarà all’1% sulla carta, abbastanza per scansare “recessione”, zero per sfamare i poveri. Domanda interna come una stampella sghemba, export zavorrato da un mondo fiacco; debito al soffitto, politica che danza sul filo tra Bruxelles e balconi di palazzo. Bonus a getto continuo, riforme come miraggi: il circo del #GovernoMeloni, dove “stabilità” significa rinviare il conto alle prossime generazioni.​ 5,7 milioni di poveri, altri milioni sul baratro. Sud e giovani come vittime predestinate, working poor a dimostrare che sudare non paga più.

I numeri del lavoro sono in verde (occupazione su, disoccupazione giù), la realtà in rosso. Salari da fame, precarietà endemica, donne relegate a “ruolo familiare” mentre il paese perde metà motore. Una polarizzazione da caricatura: élite export-oriented contro massa di camerieri e rider.​ La demografia che implode, produttività da Paleolitico, la “Pubblica amministrazione” che ingoia il PNRR come un buco nero. Giovani che emigrano, vecchi che comprano bonus pensionistici: roba da barzelletta europea. I vincoli Ue da una parte, rabbia popolare dall’altra.

Si promette la luna (meno tasse, più tutto), si consegna la polvere (tagli mimetizzati, like su “TikTok”.) Riforme annunciate 72 o più, eseguite zero.​

In un mondo di guerre “gestite” e economie zoppicanti, il 2026 per l’Italia è al sequel dal titolo prevedibile: “Ce la caveremo anche stavolta”. Peccato che milioni di cittadini, inchiodati nella “povertà assoluta” che è mera sopravvivenza, non ridano più della trama.

#Blog #Mondo #Economia #Politica #Italia #Opinioni


noblogo.org/transit/buon-anno


Buon anno?


(190)

(Ba1)

Il 2026 si annuncia come l’ennesimo “anno di transizione”: crescita anemica, guerre ibernate, ma non sepolte, e un’ #Italia che fluttua sopra lo zero mentre sotto si ammucchia la solita zavorra di poveri, lavoratori malpagati e slogan governativi che invecchiano male. È il “Si va avanti” di chi non sa dove, ma finge sicurezza nei grafici da proiettare nelle convention.​

L’economia mondiale crescerà quel tanto che basta a non crollare (intorno al 3%) e troppo poco per curare le ferite di pandemie, inflazione e dazi trumpiani. Il commercio si frantuma in blocchi ostili, sanzioni e protezionismi, mentre il multilateralismo è ridotto a un cerimoniale per diplomatici annoiati. Banche centrali come ultima diga, governi come giocolieri di emergenze e benvenuti nella normalità post-eroica.​

In #Ucraina sarà logoramento puro. Guerra a lume di candela, fronti che strisciano di un chilometro alla volta, mentre Mosca celebra “avanzate storiche.” La Russia pompa un’economia di guerra che non implode, ma divora futuro, riversando acciaio e uomini in un tritacarne senza sbocco, aggrappata a petrolio scontato per #Pechino e #Delhi. Sul campo un congelamento che fissa confini illegali, o guerra eterna che avvelena l’Europa, gonfiando sovranisti e svuotando il portafoglio #Ue.​

(Ba2)

A #Gaza c’è un “cessate il fuoco” da teatro dell’assurdo. Pausa tra un raid e l’altro, non pace. L’accordo 2025 ha domato i picchi di mattanza, ma la Striscia è un pantano di tensioni, con #Hamas in bilico, ostaggi come pedine e mediatori (USA, Qatar, Egitto) che cuciono stracci su governi ballerini. Israele tergiversa sulla fase due, la “sicurezza” è come un jolly eterno, mentre l’Europa versa aiuti umanitari e zero politica seria (campioni di bon ton, ma un nulla di influenza.) Risultato: radicalismo arabo che ribolle, #ONU irrilevante e un Medio Oriente che ride di noi.​

In #Italia la crescita sarà all’1% sulla carta, abbastanza per scansare “recessione”, zero per sfamare i poveri. Domanda interna come una stampella sghemba, export zavorrato da un mondo fiacco; debito al soffitto, politica che danza sul filo tra Bruxelles e balconi di palazzo. Bonus a getto continuo, riforme come miraggi: il circo del #GovernoMeloni, dove “stabilità” significa rinviare il conto alle prossime generazioni.​ 5,7 milioni di poveri, altri milioni sul baratro. Sud e giovani come vittime predestinate, working poor a dimostrare che sudare non paga più.

I numeri del lavoro sono in verde (occupazione su, disoccupazione giù), la realtà in rosso. Salari da fame, precarietà endemica, donne relegate a “ruolo familiare” mentre il paese perde metà motore. Una polarizzazione da caricatura: élite export-oriented contro massa di camerieri e rider.​ La demografia che implode, produttività da Paleolitico, la “Pubblica amministrazione” che ingoia il PNRR come un buco nero. Giovani che emigrano, vecchi che comprano bonus pensionistici: roba da barzelletta europea. I vincoli Ue da una parte, rabbia popolare dall’altra.

Si promette la luna (meno tasse, più tutto), si consegna la polvere (tagli mimetizzati, like su “TikTok”.) Riforme annunciate 72 o più, eseguite zero.​

In un mondo di guerre “gestite” e economie zoppicanti, il 2026 per l’Italia è al sequel dal titolo prevedibile: “Ce la caveremo anche stavolta”. Peccato che milioni di cittadini, inchiodati nella “povertà assoluta” che è mera sopravvivenza, non ridano più della trama.

#Blog #Mondo #Economia #Politica #Italia #Opinioni

Mastodon: @alda7069@mastodon.unoTelegram: t.me/transitblogFriendica: @danmatt@poliverso.orgBlue Sky: bsky.app/profile/mattiolidanie…Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): bio.site/danielemattioli

Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” (qui)

Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com




Dietro le lodi servili: il flop di Trump svelato.


(188)

(t1)

Il discorso alla nazione di #DonaldTrump del 17 dicembre 2025, trasmesso in prima serata dalla Diplomatic Room (con decorazioni natalizie perlomeno incongruenti), è durato meno di 20 minuti, ma ha condensato un tono visibilmente frustrato, aggressivo e autocelebrativo. Trump ha puntato il dito contro i democratici e Joe Biden con frasi ripetute come “Ho ereditato un disastro totale” e “È tutta colpa loro”, apparendo “arrabbiato e sulla difensiva” secondo le cronache dei media.

Questo stile, lontano da un sobrio aggiornamento sullo stato dell'Unione, sembrava mirare a placare i malumori crescenti tra gli elettori per il carovita persistente e le delusioni economiche, invitando gli americani alla “pazienza” in attesa di un futuro “boom senza precedenti”. Ha chiuso con un appello patriottico, esaltando l'“America prima di tutto”, ma il suo cipiglio tradiva insicurezze sul consenso interno in calo.​Il discorso è stato un autentico tripudio di superlativi e iperboli, tipico del repertorio trumpiano.

Ha descritto il confine meridionale come “il più sicuro della storia americana”, l'economia “tornata più forte che mai”, con “prezzi che calano a velocità record”, “salari che crescono più dell'inflazione per la prima volta in anni” e un “boom economico senza precedenti” realizzato in soli 11 mesi di mandato. Trump ha vantato 18.000 miliardi di dollari di investimenti privati attratti grazie ai dazi (definita la sua “parola preferita”, come se non si fosse capito) e ha rivendicato di aver “risolto otto guerre calde nel mondo”, inclusa una presunta pace stabile a #Gaza, portando “pace duratura in Medio Oriente per la prima volta nella storia”.

Non sono mancati annunci come il “warrior dividend” di 1.776 dollari (un numero simbolico per l'anno della dichiarazione d'indipendenza) per ogni militare, con assegni “già spediti per Natale”, esaltando un'America che “fa invidia al mondo intero” e che “tornerà grande come mai prima”.Queste affermazioni, pronunciate con enfasi teatrale, ignorano del tutto le complessità reali.​

(t2)

Il tycoon ha scaricato sistematicamente ogni problema economico e sociale sul predecessore #Biden, dipingendolo come responsabile di un'“invasione barbarica” alle frontiere, un “caos economico totale”, con un’inflazione “alle stelle come mai vista” e “mayhem” nei quartieri urbani.Ha deriso il suo predecessore per aver implorato al Congresso aiuti sul confine, sostenendo che bastava “un nuovo leader forte come me” per chiuderlo ermeticamente in soli sette mesi, riducendo i flussi di droga del 94% e fermando “milioni di criminali”.

Queste narrazioni distorcono i fatti storici: l'inflazione era già stabilizzata al 3% annuo all'insediamento di Trump a gennaio 2025, ereditata dal post-pandemia e dalle politiche globali, non un “disastro esclusivo” di Biden. Similmente, i flussi migratori erano in calo pre-Trump grazie a accordi messicani, e le accuse di “invasione” si basano su numeri gonfiati, come confermato da fact-check indipendenti.​

Un capitolo a parte merita l'incapacità cronica di Trump nel gestire le relazioni internazionali, nonostante le millanterie. Ha vantato di aver “risolto otto guerre” e portato “pace duratura in Medio Oriente”, con #Gaza come “trionfo personale” grazie a presunte mediazioni USA. In realtà, il conflitto in #Ucraina persiste senza tregue stabili, con aiuti militari USA in stallo; a Gaza, le escalation israeliane continuano con centinaia di vittime civili, mentre i raid USA in Yemen hanno solo intensificato le tensioni con gli Houthi anziché risolverle.

Le sue “storiche paci” con nazioni arabe del primo mandato sono rimaste fragili e unilaterali, senza affrontare il nodo palestinese. Intanto, le elazioni con #Cina e alleati #NATO si sono deteriorate per dazi protezionistici e minacce di ritiri, lasciando gli USA più isolati diplomaticamente e con costi militari in aumento del 15% per operazioni “unilaterali”.

Questa politica erratica ha alimentato instabilità globale, contraddicendo le promesse di “pace attraverso la forza”.​ Contrariamente alle iperboli, i numeri del primo anno di Trump deludono clamorosamente le attese. Il PIL ha contratto dello 0,3% nel primo trimestre 2025 a causa dell'afflusso massiccio di import pre-dazi, con rischi di recessione che hanno portato a una crescita anemica del 3%, ma solo grazie a import in calo e non a investimenti strutturali. L'inflazione resta ferma al 3% annuo a settembre (lontana dal “prezzi in calo” promesso). La disoccupazione è salita al 4,6% a novembre, ai massimi dal 2021, con un mercato del lavoro in indebolimento, licenziamenti nel settore tech e consumi al palo.

Gli investimenti vantati sono gonfiati: annunci non vincolanti, stimati realisticamente al massimo 7-9 trilioni, non i 18 promessi, mentre i salari crescono ma non compensano i rincari energetici. I fact-check confermano: l'economia arranca tra tariffe, incertezze e debiti pubblici alle stelle.​

Questo sproloquio riflette la narrazione trumpiana classica: trionfalistica, divisiva e smentita dai fatti. Trump vanta lodi dall'estero da leader come #GiorgiaMeloni, che lo esaltano pubblicamente per interessi economici (evitare dazi punitivi su export di auto Fiat, vino e macchinari) e strategici, come il supporto #NATO contro la Russia, ma si tratta di puro servilismo opportunistico. Meloni ha scritto su “X” “...Trump ha reso l'America forte di nuovo”, ignorando come le politiche protezioniste USA stiano causando rincari energetici in Europa e tensioni nel Mediterraneo, danneggiando Roma con bollette alle stelle e instabilità migratoria. Simili elogi da Orban o Netanyahu mascherano calcoli cinici, non ammirazione genuina. Gli americani, intanto, pagano costi elevati, crescita fiacca, caos internazionale e un'amministrazione isolata, con l'opinione pubblica in calo al 42%.

È ora di distinguere retorica da realtà. E sarebbe sempre il momento di imparare a fare da soli, che è meglio che essere accompagnati da un ballista dilettante.

#Blog #USA #Trump #Politica #Economia #Esteri #Opinioni


noblogo.org/transit/dietro-le-…


Dietro le lodi servili: il flop di Trump svelato.


(188)

(t1)

Il discorso alla nazione di #DonaldTrump del 17 dicembre 2025, trasmesso in prima serata dalla Diplomatic Room (con decorazioni natalizie perlomeno incongruenti), è durato meno di 20 minuti, ma ha condensato un tono visibilmente frustrato, aggressivo e autocelebrativo. Trump ha puntato il dito contro i democratici e Joe Biden con frasi ripetute come “Ho ereditato un disastro totale” e “È tutta colpa loro”, apparendo “arrabbiato e sulla difensiva” secondo le cronache dei media.

Questo stile, lontano da un sobrio aggiornamento sullo stato dell'Unione, sembrava mirare a placare i malumori crescenti tra gli elettori per il carovita persistente e le delusioni economiche, invitando gli americani alla “pazienza” in attesa di un futuro “boom senza precedenti”. Ha chiuso con un appello patriottico, esaltando l'“America prima di tutto”, ma il suo cipiglio tradiva insicurezze sul consenso interno in calo.​Il discorso è stato un autentico tripudio di superlativi e iperboli, tipico del repertorio trumpiano.

Ha descritto il confine meridionale come “il più sicuro della storia americana”, l'economia “tornata più forte che mai”, con “prezzi che calano a velocità record”, “salari che crescono più dell'inflazione per la prima volta in anni” e un “boom economico senza precedenti” realizzato in soli 11 mesi di mandato. Trump ha vantato 18.000 miliardi di dollari di investimenti privati attratti grazie ai dazi (definita la sua “parola preferita”, come se non si fosse capito) e ha rivendicato di aver “risolto otto guerre calde nel mondo”, inclusa una presunta pace stabile a #Gaza, portando “pace duratura in Medio Oriente per la prima volta nella storia”.

Non sono mancati annunci come il “warrior dividend” di 1.776 dollari (un numero simbolico per l'anno della dichiarazione d'indipendenza) per ogni militare, con assegni “già spediti per Natale”, esaltando un'America che “fa invidia al mondo intero” e che “tornerà grande come mai prima”.Queste affermazioni, pronunciate con enfasi teatrale, ignorano del tutto le complessità reali.​

(t2)

Il tycoon ha scaricato sistematicamente ogni problema economico e sociale sul predecessore #Biden, dipingendolo come responsabile di un'“invasione barbarica” alle frontiere, un “caos economico totale”, con un’inflazione “alle stelle come mai vista” e “mayhem” nei quartieri urbani.Ha deriso il suo predecessore per aver implorato al Congresso aiuti sul confine, sostenendo che bastava “un nuovo leader forte come me” per chiuderlo ermeticamente in soli sette mesi, riducendo i flussi di droga del 94% e fermando “milioni di criminali”.

Queste narrazioni distorcono i fatti storici: l'inflazione era già stabilizzata al 3% annuo all'insediamento di Trump a gennaio 2025, ereditata dal post-pandemia e dalle politiche globali, non un “disastro esclusivo” di Biden. Similmente, i flussi migratori erano in calo pre-Trump grazie a accordi messicani, e le accuse di “invasione” si basano su numeri gonfiati, come confermato da fact-check indipendenti.​

Un capitolo a parte merita l'incapacità cronica di Trump nel gestire le relazioni internazionali, nonostante le millanterie. Ha vantato di aver “risolto otto guerre” e portato “pace duratura in Medio Oriente”, con #Gaza come “trionfo personale” grazie a presunte mediazioni USA. In realtà, il conflitto in #Ucraina persiste senza tregue stabili, con aiuti militari USA in stallo; a Gaza, le escalation israeliane continuano con centinaia di vittime civili, mentre i raid USA in Yemen hanno solo intensificato le tensioni con gli Houthi anziché risolverle.

Le sue “storiche paci” con nazioni arabe del primo mandato sono rimaste fragili e unilaterali, senza affrontare il nodo palestinese. Intanto, le elazioni con #Cina e alleati #NATO si sono deteriorate per dazi protezionistici e minacce di ritiri, lasciando gli USA più isolati diplomaticamente e con costi militari in aumento del 15% per operazioni “unilaterali”.

Questa politica erratica ha alimentato instabilità globale, contraddicendo le promesse di “pace attraverso la forza”.​ Contrariamente alle iperboli, i numeri del primo anno di Trump deludono clamorosamente le attese. Il PIL ha contratto dello 0,3% nel primo trimestre 2025 a causa dell'afflusso massiccio di import pre-dazi, con rischi di recessione che hanno portato a una crescita anemica del 3%, ma solo grazie a import in calo e non a investimenti strutturali. L'inflazione resta ferma al 3% annuo a settembre (lontana dal “prezzi in calo” promesso). La disoccupazione è salita al 4,6% a novembre, ai massimi dal 2021, con un mercato del lavoro in indebolimento, licenziamenti nel settore tech e consumi al palo.

Gli investimenti vantati sono gonfiati: annunci non vincolanti, stimati realisticamente al massimo 7-9 trilioni, non i 18 promessi, mentre i salari crescono ma non compensano i rincari energetici. I fact-check confermano: l'economia arranca tra tariffe, incertezze e debiti pubblici alle stelle.​

Questo sproloquio riflette la narrazione trumpiana classica: trionfalistica, divisiva e smentita dai fatti. Trump vanta lodi dall'estero da leader come #GiorgiaMeloni, che lo esaltano pubblicamente per interessi economici (evitare dazi punitivi su export di auto Fiat, vino e macchinari) e strategici, come il supporto #NATO contro la Russia, ma si tratta di puro servilismo opportunistico. Meloni ha scritto su “X” “...Trump ha reso l'America forte di nuovo”, ignorando come le politiche protezioniste USA stiano causando rincari energetici in Europa e tensioni nel Mediterraneo, danneggiando Roma con bollette alle stelle e instabilità migratoria. Simili elogi da Orban o Netanyahu mascherano calcoli cinici, non ammirazione genuina. Gli americani, intanto, pagano costi elevati, crescita fiacca, caos internazionale e un'amministrazione isolata, con l'opinione pubblica in calo al 42%.

È ora di distinguere retorica da realtà. E sarebbe sempre il momento di imparare a fare da soli, che è meglio che essere accompagnati da un ballista dilettante.

#Blog #USA #Trump #Politica #Economia #Esteri #Opinioni

Mastodon: @alda7069@mastodon.unoTelegram: t.me/transitblogFriendica: @danmatt@poliverso.orgBlue Sky: bsky.app/profile/mattiolidanie…Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): bio.site/danielemattioli

Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” (qui)

Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com