Sulla paura di rischiare
Tempo fa, qualcuno ha lasciato lungo la strada una serie di sacchetti di carta chiusi con sopra la scritta “Aprimi se hai il coraggio”, chiaramente un'operazione promozionale. Andando in stazione, mi sono fermato e ho fatto quello che per me era ovvio: ho aperto il sacchetto.Il contenuto non è importante, quello che mi ha colpito è che, subito dopo, una ragazza, diciamo di circa quindici anni, si è avvicinata e mi ha chiesto cosa ci fosse dentro. Alla mia risposta, si è girata e l'ha comunicata alle sue amiche che aspettavano osservandola dall'altro lato della strada. Sacchetti uguali a quello che ho aperto ce n'erano in abbondanza lungo la strada ed era chiaro che si trattasse di una pubblicità, c'era perfino un adesivo col logo del negozio che li teneva chiusi, perciò era ovvio che si trattasse di oggetti del tutto inoffensivi.Non ho fatto foto del sacchetto quindi l'ho generato con l'AI, perdonatemi
Però quelle ragazze hanno avuto paura di aprirne uno. Pur curiose di vederne il contenuto, hanno aspettato che qualcuno aprisse il sacchetto per chiedere cosa ci fosse all'interno. Perché hanno avuto paura? Perché hanno aspettato che lo facessi io per soddisfare la loro curiosità? Non voglio cadere nell'errore metodologico di estrapolare un comportamento generale da un unico caso, ma questo episodio mi ha suscitato un dubbio:non è che stiamo perdendo la capacità di rischiare?Noi vecchi (ormai devo giungere a patti col fatto di far parte della categoria) perché scottati da troppe fregature. Le generazioni più giovani perché sono cresciute con mille paure che abbiamo inculcato loro, a cui si aggiungono quelle dovute allo schifo di mondo che stiamo loro lasciando. Non è che a forza di voler proteggere figlie e figli da tutti i pericoli, veri o presunti, che percepiamo, abbiamo instillato nelle loro menti un livello di paranoia tale che li rende incapaci di correre il minimo rischio? Abbiamo barattato il senso di sicurezza per l'immobilismo? > cold comfort for change direbbero i Pink Floyd. Senza rischiare non si progredisce. Non ci si fa male, certo, ma non si ha nemmeno l'occasione di fare esperienze interessanti, scoprire nuove cose, migliorare. E senza farsi male, senza cadere, non si scopre che ci si può anche rialzare. Parafrasando un altro gruppo che piace ai vecchi ribelli che una volta erano giovani ribelli: > comodo ma come dire poca soddisfazione. Altra storia: mio figlio è un bambino – ragazzo, mannaggia a lui che ha già 12 anni – curioso, che quando si appassiona di qualcosa cerca tutti i dettagli e le informazioni possibili sull'argomento. Ma non esce dalla sua comfort zone. Cerca solo cosa che sa già gli piaceranno, siano film, anime, manga, video su YouTube... è difficilissimo convincerlo a esplorare qualcosa di radicalmente diverso da quello che già conosce. D'altra parte questo comportamento lo abbiamo creato noi: l'industria dell'intrattenimento funziona così, si replicano gli stessi modelli, gli stessi personaggi, gli stessi prodotti che sicuramente avranno successo; perciò via di sequel, prequel, reboot, spinoff; via di effetto nostalgia e ripresa di cose che in passato piacevano. Il franchise dà sicurezza, a chi lo crea, che non rischia denaro, e a chi ne fruisce, che sa già cosa trova.Tutto molto bello, se a voi piace così.Ma, e lo ripeto, senza rischiare, senza affrontare l'ignoto, la nostra mente rimarrà piccola e ottusa, non miglioreremo mai né individualmente né come società. E non scopriremo mai cose più belle di quelle che già conosciamo. Imboccheremo strade sbagliate e vicoli ciechi, certo, ma impareremo come tornare indietro e come uscirne; esplorando, sbagliando, osando cresceremo e andremo avanti. La scienza funziona così. Tutto dovrebbe funzionare così. Altrimenti saremo sempre più meschini, generazione dopo generazione.