IL CARDELLINO IMITATORE
Tutti conosciamo il cardellino, vero? Non tanto per il suo splendido piumaggio, quanto più per il suo canto melodioso e armonioso che, non appena senti, ti riempie l’animo di vita e serenità. Ogni creatura possiede un’essenza diversa e quella del cardellino risiede nella sua voce, proprio come quella del pavone nella sua coda e quella del ragno nella sua tela: ecco cosa contraddistingue le specie le une dalle altre. Ma cosa accadrebbe se si nascesse privati di tale unicità? Questa sventura toccò a Senza Nota, un piccolo cardellino che non era in grado di cantare e che, a causa di questo, venne soprannominato in quel modo. I suoi genitori erano conosciuti per essere i migliori cantanti del mondo insieme a tre cuculi, cinque usignoli, un merlo, due pettirossi e un’aquila, e insieme si trovavano spesso per tenere dei concerti. Insomma, da due genitori del genere tutti si aspettavano una prole di grande talento, e così fu… almeno per quattro dei cinque figli. Tutti uscirono dal nido lanciando i tipici strilli dei pulcini appena nati, ma uno di loro emetteva versi alquanto insoliti e, a detta di chiunque l’avesse sentito, orribilmente striduli e stonati. I genitori ne rimasero molto sorpresi, ma erano buoni come il pane e trattarono tutti e cinque i piccoli in egual modo, senza mai screditare o far sentire inferiore il povero cardellino privo di talento; già, perché questo problema si rivelò costante anche nel corso del tempo, non ci fu nemmeno un briciolo di miglioramento nel canto dell’ormai soprannominato “Senza Nota” e purtroppo le voci si sparsero in fretta: non c’era un solo animale che non sapesse di lui, e se ne continuò a parlare anche mesi dopo la sua schiusa. sentì dire da una giovane lepre un giorno, mentre faceva un volo nei pressi del suo albero gracidò un maschio di rara con un sospiro. continuò la lepre mostrandosi dispiaciuta; poi scosse la testa prendendo un tono più altezzoso e velatamente sprezzante . Senza Nota tornò in fretta al nido, non volendo sentire altro; non c’era nessuno in quel momento, i suoi familiari erano certamente in giro Meglio così pensò lui, appollaiandosi nel nido e ruotando poi la testa sotto un’ala. Si sentiva infinitamente triste e demoralizzato. Era vero che non si mostrava molto, in effetti non si era mai allontanato per più di cinque metri dal suo albero; aveva paura di udire altri commenti taglienti sulla sua mancata unicità, e ogni volta che aveva provato a fare amicizia con qualcuno, negli occhi di quest’ultimo aveva visto solamente pena e sdegno. Mentre i brutti pensieri gli invadevano la mente, sentì improvvisamente un corpo caldo vicino al suo e un becco lisciargli le penne. biascicò sollevando appena la testa. cinguettò lei con voce gentile. chiese tremante alzando lo sguardo sulla madre, la quale smise di pulirgli le penne sollevò un’ala e la portò sul dorso del figlioletto . Spostò l’ala dal giovane cardellino e fece un ampio gesto verso il bosco circostante fece un cinguettio affettuoso e poi, spiegate le ali, si alzò in volo. Senza Nota la guardò sparire tra gli alberi. Non aveva compreso a pieno le sue parole, ma l’idea di esplorare lo terrorizzava ed eccitava al tempo stesso si disse. E così, preso coraggio, spiccò il volo e per la prima volta superò i suoi cinque metri dal nido. Durante il suo volo sentì diversi commenti su di lui, ma si costrinse ad ignorarli e andò avanti, concentrandosi invece sul memorizzare la strada e gli alberi che vedeva. Non sapeva bene da quanto stava volando, forse sette minuti o dieci, quando all’improvviso gli alberi del bosco s’interruppero lasciando posto ad un paesaggio di prati e basse costruzioni, alcune con recinzioni tutt’intorno: era giunto a un paese di umani. Ne aveva solo sentito parlare da suo padre, il quale gli raccontava sempre che le persone amavano ascoltare i loro concerti e molte volte li guardavano da lontano; diceva che non si avvicinavano mai troppo. Il giovane cardellino si ritrovò a volare tra quelle casette graziose, la maggior parte aveva dei fiori in vaso sui balconi; di tanto in tanto riusciva anche a scorgere i nidi delle rondini costruiti tra il tetto e il muro di quelle abitazioni. Quel luogo lo affascinava moltissimo, non solo per il paese in sé, ma anche per i suoi abitanti: vedeva le persone uscire ed entrare dai negozi, mangiare fuori intorno a dei tavoli vicino ai quali si radunavano molti passerotti nell’attesa di ricevere qualche briciola di cibo; inoltre, gli umani parlavano con strani accenti, ma privi di qualunque suono musicale tipico degli uccelli, non avevano neanche i ronzii di certi insetti e nemmeno il cupo brontolio degli orsi. Senza Nota stava giusto pensando a questo quando colse un suono, una melodia mai sentita prima che non poteva certamente appartenere ad un uccello, provenire da qualche parte lì vicino; incuriosito, si alzò di quota per avere più facilità ad individuare la provenienza di quella melodia. Si accorse ben presto di un gruppo di persone radunate davanti a un albero in un parco… e la musica arrivava proprio da lì! Il piccolo uccellino scese rapido e silenzioso fino ad andare a posarsi su uno dei rami di quell’albero, nascosto dal fogliame Questa musica è veramente bellissima, ed è proprio sotto di me! pensò emozionato guardando in basso, gli occhi fissi su un uomo che stava lì in piedi tenendo qualcosa nelle mani… ma non era immobile, eseguiva dei leggeri movimenti dolci, continuando a muovere un’asta sopra un oggetto di legno dalla forma particolare. La sorpresa di Senza Nota aumentò quando realizzò che era quell’oggetto a produrre la melodia, anche se non aveva idea di cosa fosse. Le ore trascorsero, il cardellino era rimasto tutto il tempo ad ascoltare l’uomo, che alternava i brani con delle brevi pause, e aveva anche notato che alcuni passanti si fermavano e poi lasciavano qualcosa in una custodia nera posta di fronte all’uomo; poi arrivò il momento di andare a casa Devo assolutamente scoprire dove abita questo signore. Così, dopo pochi minuti di volo sopra di lui, lo vide entrare nel giardino di una casa; il cardellino si appostò velocemente tra i rami di un arbusto nel giardino, dal quale poté vedere l’uomo venire raggiunto di corsa da una bambina, che era appena uscita di casa. esclamò la piccola umana nel pieno dell’euforia. Il padre le sorrise con tenerezza detto ciò, Viola corse in casa. Anche lei sa produrre la musica? Senza Nota sentì di nuovo la tristezza farsi avanti dentro di lui. Ecco un padre musicista con una figlia futura musicista e, chissà, forse anche la madre era musicista! Il cardellino scosse la testa per scacciare quei pensieri e decise di osservare la bambina; si alzò in volo e andò a posarsi sul davanzale di una finestra aperta al piano terra. Ma dentro vide solo una donna adulta girare qua e là a fare chissà che cosa; si sporse un po’ per guardare meglio, quando udì un suono provenire dall’alto: un’altra musica, ma diversa da quella prodotta dal signore. Senza Nota raggiunse il davanzale di una finestra al piano superiore, aperta con un solo spiraglio, e guardò dentro, rimanendo nuovamente affascinato: la bambina era seduta davanti a un grandissimo “mobile” nero, e sembrava premere qualcosa che dava vita alla musica. Passò molti minuti accovacciato lì a godersi la melodia, arrivando anche sul punto di addormentarsi, e fu per questo che non si accorse subito che la bambina si era fermata per guardarlo; ci fece caso solo dopo pochi secondi, rendendosi conto che non udiva più alcun dolce suono, ma ormai la piccola umana era davanti alla finestra. la sentì esclamare. Ci mancò poco che il cardellino cadesse di sotto per lo spavento, agitando le ali. riprese lei abbassando la voce e aprendo completamente la finestra pigolò lui riprendendosi a poco a poco, ma facendosi comunque più piccolo. . Senza Nota annuì e volse lo sguardo al grande strumento nero. la bambina incrociò le braccia sul davanzale e ci appoggiò il mento sopra, sorridendo si rimise dritta con un saltello allegro e camminò verso il suo strumento. L’uccellino esitò, poi volò dentro la camera e andò a posarsi su un lato del pianoforte, dal quale poteva vedere i tasti. lo invitò Viola con allegria, sedendosi al proprio posto. Senza Nota la guardò sorpreso, poi osservò i tasti; scese sul primo con un saltino e sbatté le ali sorpreso quando questo produsse una nota bassissima. Viola rise . Il cardellino si spostò dall’altra parte e atterrò su un altro tasto, che questa volta intonò un bel suono alto e piacevole. La cosa cominciò a piacere molto al piccolo uccellino, che prese a spostarsi di qua e di là suonando quell’enorme strumento. Gli venne un’improvvisa voglia di cantare, ma si bloccò Non farti riconoscere pure dagli umani si spostò dai tasti tornando a posarsi sul lato, abbassando la testa. lo applaudì la bambina quella frase lo fece anche stare peggio <… Io non canto> ora Viola lo guardava con stupore ripeté Viola sbattendo gli enormi occhi . Il cardellino girò la testa afflosciando le ali esclamò lei sconvolta Senza Nota volle assecondarla, solo per non prolungare ulteriormente quella tortura. E così aprì il becco lasciando uscire i suoni di un cinguettio stonato che era troppo basso o troppo acuto. Viola di tappò le orecchie per riflesso, ma ascoltò comunque . Il piccoletto la guardò senza capire e schiacciò un Mi della scala centrale. Senza Nota cinguettò sopra, senza nemmeno sapere perché lo stesse facendo… Ma il suono che uscì non era un vero e proprio cinguettio, ma l’imitazione precisa del suono del pianoforte! Viola ne suonò un’altra e Senza Nota la imitò perfettamente. E andarono avanti così per qualche minuto, poi la bambina passò a suonare un vero e proprio brano e il cardellino intonò i suoni di altri tasti che si adattavano alla melodia. disse Viola correndo fuori dalla camera. So cantare! Anzi, imito il pianoforte! Era incredibile per lui, come se avesse appena scoperto un mondo nuovo. Viola tornò dopo pochi secondi in compagnia di suo padre, che aveva in spalla la custodia del violino stava dicendo lei con entusiasmo. L’uomo si avvicinò al pianoforte e si abbassò per guardare bene il cardellino sorrise togliendosi la custodia dalla spalla . Senza Nota annuì poco sicuro mentre lo osservava tirare fuori il violino. disse l’uomo e suonò un La prolungato, molto acuto, che il cardellino replicò subito; il procedimento fu uguale a quello usato per il pianoforte, quindi prima note singole e poi un brano completo. Anche questa volta, Senza Nota si dimostrò all’altezza. gli disse il padre di Viola balbettò l’uccellino con gli occhi spalancati. intervenne Viola . Violin, al culmine della felicità, volò a casa con la promessa di tornare da loro il giorno dopo. Arrivato al nido non perse tempo per raccontare alla sua famiglia dell’incredibile scoperta sul suo talento nascosto, e chiese loro di andare con lui in paese il giorno seguente; poté così farli assistere a quello che per lui era stato un miracolo. Si scoprì che replicava perfettamente anche l’arpa, suonata dalla madre di Viola, e qualunque altro strumento musicale disponibile in una scuola di musica lì in paese. La sua fama crebbe velocemente tra gli uomini e ci furono sempre più visitatori che volevano assistere ai concerti tenuti dalle persone insieme a Violin; anche tra gli animali si sparse in fretta la voce del suo talento e ben presto “Senza Nota” venne sostituito da “l’incredibile Violin”. Un giorno, prima di un concerto molto importante per la festa di Natale con la partecipazione di Violin, la sua famiglia e il gruppo di canto dei genitori, la madre del cardellino lo affiancò dandogli un colpetto sulla testa col becco . Era vero. L’uccellino era nato senza la tipica dote della sua specie, ma aveva trovato ben altro, qualcosa di altrettanto meraviglioso che potesse riempire tutti i cuori di gioia, felicità, meraviglia, amore… Violin aveva compreso che la vita sa essere imprevedibile, e che non bisogna abbattersi alle prime difficoltà e lasciare che queste ti facciamo cadere in un baratro di tristezza. Invece, bisogna andare avanti perché solo così si avrà modo di scoprire la magia che si cela dentro di te, solo così potrà uscire allo scoperto e unirsi alla danza dei talenti del mondo.
Nota dell'autrice: scrissi questo questo breve racconto circa un anno fa, conservandolo in attesa di trovare una piattaforma sicura dove poterlo condividere; è pensato principalmente come storiella per i piccini, ma al tempo stesso racchiude un insegnamento e una narrazione che spero possano essere graditi anche dai più grandi. Mi farebbe piacere avere dei pareri, positivi o negativi, purché siano sempre costruttivi e rispettosi. Grazie a chiunque leggerà questa storia.
Andy Shauf - The Party (2016)
Da sempre le canzoni di Andy Shauf hanno il raro potere di trasportare l'ascoltatore nelle storie che raccontano, o, in questo caso, anche solo nelle brevi epifanie quasi oniriche con cui si potrebbe descrivere questa “festa”, il classico house party americano: la ragazza che balla, sola, sotto gli occhi di tutti (“Eyes of Them All”), la coppia sempre sull'orlo del litigio (“The Worst in You”), il corteggiamento fuori luogo (“Quite Like You”)... artesuono.blogspot.com/2016/06…
Ascolta il disco: album.link/s/35FWLG8Ysjj1BF3sx…
Pirateria audiovisiva. L'Italia guida un'operazione internazionale che punta allo “switch-off”
Si è conclusa in questi giorni una indagine internazionale denominata “Switch off” per il contrasto al cybercrime e alla pirateria audiovisiva, diretta dalla Procura della Repubblica di Catania e svolta con il coordinamento di #Eurojust con le autorità giudiziarie dei singoli Paesi coinvolti, con il coinvolgimento e la collaborazione di #Europol ed #Interpol.
L’attività si è svolta con il coordinamento operativo del Servizio polizia postale e per la sicurezza cibernetica italiano, nonché il supporto della rete @On (Operation network), che è finanziata dalla Commissione europea con la guida dalla Direzione investigativa antimafia (DIA).
L’indagine ha consentito di acquisire indizi di colpevolezza nei confronti dei 31 componenti di un gruppo criminale organizzato a carattere transnazionale, accusati della diffusione di palinsesti televisivi ad accesso condizionato, accesso abusivo a un sistema informatico, frode informatica, intestazione fittizia di beni e riciclaggio.
L’attività ha permesso di smantellare una infrastruttura informatica che serviva illegalmente milioni di utenti finali, in ambito nazionale e internazionale. Con un sofisticato sistema informatico, quello delle Iptv illegali, venivano fraudolentemente captati e rivenduti i palinsesti live e i contenuti on demand protetti da diritti televisivi, di proprietà delle piattaforme televisive nazionali ed internazionali, quali Sky, Dazn, Mediaset, Amazon Prime, Netflix, Paramount, Disney+.
Oltre cento operatori della Polizia postale hanno effettuato perquisizioni nei confronti di 31 indagati in 11 città in Italia e 14 obiettivi situati all’estero, in collaborazione con le Forze di polizia di Regno Unito, Spagna, Romania, Kosovo. Eseguiti provvedimenti anche in Canada, India, Corea del Sud ed Emirati Arabi uniti, grazie alla cooperazione della autorità locali.
L’indagine è stata avviata un anno fa grazie agli spunti investigativi ottenuti da una precedente operazione internazionale, convenzionalmente denominata “Taken down”.
Gli investigatori hanno analizzato i numerosi dati acquisiti dai sequestri dei dispositivi e delle apparecchiature, dal monitoraggio della rete e analisi dei flussi, nonché delle informazioni da fonti aperte e dai sistemi di messaggistica oltre al tracciamento delle transazioni finanziarie, soprattutto in criptovalute.
Gli indagati hanno adottato strategie avanzate di anonimizzazione che si sono concretizzate in una serie di operazioni, quali l’investimento in criptovalute, l’intestazione fittizia di beni e la costituzione di società fittizie, in modo da ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa dei proventi e si sono resi responsabili di frode fiscale attraverso il regime nelle transazioni intracomunitarie.
Tali attività illecite hanno permesso all’organizzazione criminale di realizzare un giro di affari di milioni di euro mensili, provocando notevoli danni economici ai broadcaster, case cinematografiche e leghe sportive.
L'operazione ha bloccato l'attività di un migliaio di rivenditori italiani con oscuramento di oltre 100mila utenti finali in Italia e milioni a livello mondiale.
In Italia sono state sequestrate tre piattaforme Iptv illegali, con apposizione di pannelli di sequestro ai siti vetrina e gruppi Telegram utilizzati per la vendita.
In Romania è stata individuata una rilevante Iptv mondiale che distribuiva contenuti attraverso sei server, cinque ubicati in Romania e in uno Stato africano.
GIUDICI - Capitolo 13
Sansone (13,1-16,31)1Gli Israeliti tornarono a fare quello che è male agli occhi del Signore e il Signore li consegnò nelle mani dei Filistei per quarant'anni. 2C'era allora un uomo di Sorea, della tribù dei Daniti, chiamato Manòach; sua moglie era sterile e non aveva avuto figli. 3L'angelo del Signore apparve a questa donna e le disse: “Ecco, tu sei sterile e non hai avuto figli, ma concepirai e partorirai un figlio. 4Ora guàrdati dal bere vino o bevanda inebriante e non mangiare nulla d'impuro. 5Poiché, ecco, tu concepirai e partorirai un figlio sulla cui testa non passerà rasoio, perché il fanciullo sarà un nazireo di Dio fin dal seno materno; egli comincerà a salvare Israele dalle mani dei Filistei”. 6La donna andò a dire al marito: “Un uomo di Dio è venuto da me; aveva l'aspetto di un angelo di Dio, un aspetto maestoso. Io non gli ho domandato da dove veniva ed egli non mi ha rivelato il suo nome, 7ma mi ha detto: “Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio; ora non bere vino né bevanda inebriante e non mangiare nulla d'impuro, perché il fanciullo sarà un nazireo di Dio dal seno materno fino al giorno della sua morte”“.8Allora Manòach pregò il Signore e disse: “Perdona, mio Signore, l'uomo di Dio mandato da te venga di nuovo da noi e c'insegni quello che dobbiamo fare per il nascituro”. 9Dio ascoltò la preghiera di Manòach e l'angelo di Dio tornò ancora dalla donna, mentre stava nel campo; ma Manòach, suo marito, non era con lei. 10La donna corse in fretta a informare il marito e gli disse: “Ecco, mi è apparso quell'uomo che venne da me l'altro giorno”. 11Manòach si alzò, seguì la moglie e, giunto da quell'uomo, gli disse: “Sei tu l'uomo che ha parlato a questa donna?”. Quegli rispose: “Sono io”. 12Manòach gli disse: “Quando la tua parola si sarà avverata, quale sarà la norma da seguire per il bambino e che cosa dovrà fare?”. 13L'angelo del Signore rispose a Manòach: “Si astenga la donna da quanto le ho detto: 14non mangi nessun prodotto della vigna, né beva vino o bevanda inebriante e non mangi nulla d'impuro; osservi quanto le ho comandato”. 15Manòach disse all'angelo del Signore: “Permettici di trattenerti e di prepararti un capretto!”. 16L'angelo del Signore rispose a Manòach: “Anche se tu mi trattenessi, non mangerei il tuo cibo; ma se vuoi fare un olocausto, offrilo al Signore”. Manòach non sapeva che quello era l'angelo del Signore. 17Manòach disse all'angelo del Signore: “Come ti chiami, perché ti rendiamo onore quando si sarà avverata la tua parola?”. 18L'angelo del Signore gli rispose: “Perché mi chiedi il mio nome? Esso è misterioso”. 19Manòach prese il capretto e l'offerta e sulla pietra li offrì in olocausto al Signore che opera cose misteriose. Manòach e la moglie stavano guardando: 20mentre la fiamma saliva dall'altare al cielo, l'angelo del Signore salì con la fiamma dell'altare. Manòach e la moglie, che stavano guardando, si gettarono allora con la faccia a terra 21e l'angelo del Signore non apparve più né a Manòach né alla moglie. Allora Manòach comprese che quello era l'angelo del Signore. 22Manòach disse alla moglie: “Moriremo certamente, perché abbiamo visto Dio”. 23Ma sua moglie gli disse: “Se il Signore avesse voluto farci morire, non avrebbe accettato dalle nostre mani l'olocausto e l'offerta, non ci avrebbe mostrato tutte queste cose né ci avrebbe fatto udire proprio ora cose come queste”.24E la donna partorì un figlio che chiamò Sansone. Il bambino crebbe e il Signore lo benedisse. 25Lo spirito del Signore cominciò ad agire su di lui quando era nell'Accampamento di Dan, fra Sorea ed Estaòl.
__________________________Note
13,1-16,31 Il ciclo di Sansone comprende i seguenti momenti: annuncio della nascita (13,1-25); matrimonio (14,1-20); vendetta contro i Filistei (15,1-8); episodio della mascella d’asino (15,9-20); episodio delle porte di Gaza (16,1-3); Dalila e la cattura di Sansone (16,4-21); ultima vendetta e morte (16,22-31).
13,2 Sorea: circa 25 chilometri a ovest di Gerusalemme, fa parte, insieme alle vicine Timna e Estaòl, del territorio di Dan. I fatti si collocano dopo la migrazione di gran parte di questa tribù verso il nord.
13,5 nazireo: persona consacrata a Dio in modo particolare (Nm 6). Come segno esterno di questa sua consacrazione, Sansone non taglierà mai i capelli.
=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=
Approfondimenti
13,1-16,31. Con Sansone, della tribù di Dan, lo scenario geografico muta. Non più la Transgiordania, o la catena montuosa centrale, ma la Sefela (= zona bassa), fa da sfondo alle imprese di questo personaggio, il più strano tra le pur sorprendenti figure incontrate sinora, e tra i più familiari nell'immaginario religioso comune. La Sefela è una catena di colline che si distende tra i monti di Giuda a est e la pianura costiera a ovest, ed è abitata dai Filistei. La zona è singolare. È una regione fertile, coltivata oggi a frumento, viti e olivi, mentre nell'antichità era folta di boschi. È sempre stata densamente abitata. Le colline hanno una configurazione peculiare: sono coniche e si elevano ad altezze tra i 100 e i 450 metri. Nella divisione di Canaan questa zona era toccata alla tribù di Dan. Ma i Daniti, pressati continuamente dai Filistei, emigrarono (verso la fine del sec. XII) nell'estremità settentrionale del territorio ebraico (cfr. Gs 19,27; gli episodi descritti in Gdc 17-18 avvengono durante questa migrazione).
I Filistei sono il popolo che ha dato il nome alla Palestina. La Filistea è la pianura costiera tra il mare e la Sefela, che raggiunge una larghezza massima di 25 chilometri all'altezza di Gaza. I Filistei erano di origine egeo-asiatica, e secondo la Bibbia provenivano da Caftor, o Creta, Di razza indoeuropea, avevano una cultura mediterranea avanzata. Fecero parte di quei “popoli del mare” che nel sec. XII crearono grande scompiglio nel vicino Oriente mediterraneo. I Filistei furono il popolo più importante e pericoloso con il quale gli Ebrei ebbero a che fare. Solo Davide riuscì ad assoggettarli. Stanziatisi in Palestina, si mescolarono ben presto ai Cananei locali e si organizzarono politicamente in una specie di pentapoli. Le loro cinque città principali erano i porti di Gaza e Ascalon e le fortezze di Asdod, Gat ed Ekron.
I cc. 13-16, il cosiddetto “ciclo di Sansone”, ci presentano un “giudice” e “salvatore” d'Israele che, forse più di ogni altro, manca dei tratti che il nostro libro vorrebbe attribuire a tali figure. Più che in ogni altro caso, le sue vicende con i Filistei sembrano riguardare la sua tribù, o meglio, la sua persona e la sua vita privata. D'altra parte, più che in ogni altro caso si mette in luce la dimensione religiosa del personaggio: la sua nascita miracolosa, preceduta da un annuncio, occupa un intero capitolo. Sansone è un consacrato a JHWH (nāzîr, «fin dal seno materno», «fino al giorno della sua morte», che «non beve vino né bevanda» e sulla cui testa «non passa rasoio» (cfr. Gdc 13,5.7; 16,17, vedi 1Sam 1,11; il termine ricorre con particolare frequenza in Nm 6), sebbene ai doveri della consacrazione sembri preferire la legge dell'arbitrio, della forza, dell'astuzia e della passione. Anche di lui si afferma che è mosso dallo spirito di Dio (cfr. 3,7-11), ma – pure in questo caso – si direbbe che a spingerlo siano più le sue passioni di contadino gigante, dotato di una straordinaria forza fisica, amante delle donne e del cibo, e deciso a portare avanti la propria vendetta personale contro gli odiati Filistei. Neanche lo schema teologico della vittoria del debole, eletto di JHWH, contro i potenti, può essere applicato nel caso di Sansone. Piuttosto, le sue gesta sono abbellite e amplificate, fino ad apparire mirabolanti. La sua figura è esaltata, al di là di ogni componente religiosa, con senso d'orgoglio da parte di una tribù costretta a subire per generazioni la legge del più forte. Come “giudice” e “salvatore”, d'Israele Sansone è troppo individualista, passionale, avventuriero, troppo furbo e arrogante. Da un'ottica teologica egli è, se mai, un peccatore, che paga le proprie colpe con una fine tragica, la quale peraltro contribuisce a farne un eroe, più che uno strumento nelle mani di JHWH per salvare Israele. Letterariamente, il ciclo di Sansone è composto di saghe e racconti popolari, il cui realismo e la cui vivacità sono indizio di una relativa vicinanza al tempo e al luogo in cui avvennero i fatti, anche se le imprese del protagonista sono già enormemente dilatate dalla tradizione orale e dalla fantasia popolare. Il “ciclo di Sansone” presenta la nascita miracolosa dell'eroe (c. 13), il suo matrimonio e l'uccisione del leone (c. 14), la perdita della moglie e la vendetta delle volpi (15,1-8), l'episodio della mascella d'asino (15,9-20), l'agguato alle porte di Gaza (16,1-3), la storia della cattura e dell'ultima prodezza, cui è legata la morte (16,4-31).
13,1-25. Tra i racconti biblici di annunciazione, questo – insieme a Lc 1,5-25 – è il più sviluppato. Alcuni motivi sono analoghi a quelli di 6,11-23, ma qui risultano notevolmente amplificati. Si tratta della figura del messaggero divino (vedi 2,1-5) e del suo messaggio, dell'offerta di cibo che diventa olocausto, del motivo del timore e di quello della rassicurazione. Altri elementi tipici del genere letterario “annunciazione”, qui presenti, sono il concepimento dell'eletto da parte di una donna sterile, l'astinenza del bambino e della madre (il verbo nzr significa propriamente consacrazione mediante astinenza) e il destino futuro del neonato. Qui manca l'indicazione del nome e la sua spiegazione, mentre si riscontra uno sviluppo abnorme del motivo dell'astinenza, applicato anche alla madre. Il racconto ha una sua struttura letteraria complessa e rigorosa. Ai vv. 2-3 (la donna sterile e senza figli) corrisponde il v. 24 (la donna che partorisce un figlio). All'interno di questa cornice, si possono individuare tre sezioni della narrazione.
- Vv. 3-10, l'apparizione dell'angelo alla donna. La sezione è segnata da una inclusione (v. 3, «l'angelo apparve», v. 10: «Ecco mi è apparso quell'uomo»).
- Vv. 11-18, il discorso in cui Manoach fa quattro domande al messaggero (v. 11; vv. 12-14; vv. 15-16; vv. 17-18), ricevendone quattro risposte.
- Vv. 19-23, in cui è rivelata l'identità del messaggero divi-no. La sezione è incorniciata dai riferimenti a Manoach che «prende» (lqḥ) il capretto e l'offerta (v. 19) e a JHWH che «accetta» (lqḥ) l'offerta dell'uomo. La radice r’h, oltre che fare da inclusione nella prima sezione, funge da termine chiave di tutto il brano. Le domande sollevate da Manoach nella sezione centrale sono tra una sezione che tratta della apparizione (r’h) del messaggero divino e una sezione che sottolinea il «guardare» (r’h, v. 19 «stavano guardando») la teofania da parte di Manoach e la moglie.
Dei cinque personaggi coinvolti nell'azione, in primo piano sono la donna, Manoach e soprattutto l'angelo di JHWH, mentre il bambino è l'occasione del racconto e JHWH la forza che sta dietro agli eventi.
Alla fine peraltro il brano si concentra su Sansone, su cui si posa la benedizione di JHWH (v. 24), che lo fa crescere, e lo «spirito» di JHWH, che lo sottrae gradualmente alla sfera familiare.
1. Riappare la formula solita, segno indubbio dell'intervento del redattore deuteronomista (cfr. 3,12; 4,1; 10,6).
2. Zorea si trovava circa 25 chilometri a ovest di Gerusalemme.
17-18. La richiesta del nome, nel tentativo di identificare l'essere misterioso e soprannaturale, fa pensare alle visioni di Giacobbe (Gn 32) e di Mosè (Es 3).
19-21. Come Abramo (Gn 18), così Manoach intende assolvere ai propri doveri di ospite nei confronti del visitatore.
25. Lo spirito di JHWH è conferito a Sansone come forza carismatica, per sé intesa a spingere l'eletto a compiere la sua missione (vedi 3,7).
(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
[esclusioni]gli istituti sono nello schermo li] accendono provocate cautele bis di formati-frau non tutti] gli istituti sono registrati alcuni] per effetto delle vite scientifiche settanta gli schedari
L'essenziale nelle onde
Impressioni di un neurodivergente ... forse
Una giornata di vento, il mare agitato. C'è un momento in cui il rumore del mondo diventa un muro bianco, come schiuma di mare. Forse è la mia coscienza irrequieta e neurodivergente, in perenne sovraccarico. E non è un difetto di fabbrica, ma una frequenza diversa: un segnale che viaggia su onde più alte, più veloci, più feroci ... come onde del mare spumeggianti, che si accavallano, irrompono sulla spiaggia, travolgono e si sciolgono in un nulla. Forse c'è un richiamo più profondo, non è spettinare i pensieri, ma spazzarli per fare spazio. Il bisogno di un reset totale. Non è una fuga: è necessità sistemica: riformattare ogni percezione, spegnere il rumore, riformulare il dolore e le sovrastrutture per tornare all'essenziale. Ricominciare da capo. Come quest'acqua: capace di distruggersi per poi ricomporsi, sempre diversa, sempre nuova. Ricominciare, non dal nulla, ma da se stessi.
Le parole: piccole bombe a orologeria del pensiero
Nasce, oggi più che mai, l’esigenza di dare senso alle parole, alle cose, ai rapporti umani, alla politica — intesa nel suo significato più nobile, quello dell’agire collettivo consapevole. Le parole, ormai, sembrano stanche, logore, a volte persino annoiate di noi. Le abbiamo usate così tanto, così male e così spesso, che si sono svuotate di significato come una vecchia batteria del telefono che non regge più la carica. Le nostre parole non sono più strumenti di comunicazione, ma spesso rumore di fondo. Per tornare a raccontare davvero, dobbiamo imparare a rigenerarle, a farle respirare di nuovo. E per farlo serve un atto coraggioso e quasi chirurgico: fare a pezzi le parole per ricostruirle. Questo processo si chiama manomissione — termine dal doppio volto. Da un lato significa alterazione, gesto “violativo” nei confronti del linguaggio. Dall’altro, dal latino manumissio, indica la liberazione di uno schiavo. E forse è proprio questo il punto: dobbiamo liberare le parole da ciò che le imprigiona, da significati abusati, da slogan vuoti e dal chiacchiericcio sterile dei social. Siamo legati a parole che spesso non corrispondono a ciò che vorremmo davvero dire. Ci autocensuriamo per paura dell’indifferenza o per quella fastidiosa insicurezza che ci spinge a cercare parole “giuste” anziché parole vere. Ma una parola, anche la più semplice, esprime un pensiero, un mondo interiore, un punto di vista. Se cambio la parola, cambio il pensiero. E se cambio il pensiero, inevitabilmente, cambia anche la mia percezione del mondo. Ecco perché il linguaggio non è mai neutro. È un atto di potere, un atto di creazione. Le parole costruiscono o distruggono, uniscono o separano, fanno nascere sogni o scavano abissi. Non c’è bisogno di essere poeti per capirlo: basta una discussione di coppia o un commento affrettato in riunione per rendersi conto che una sola parola può scatenare l’apocalisse o salvare la giornata. Il linguaggio, quindi, ha un impatto profondo sulla vita quotidiana. È necessario intervenire sul modo in cui lo usiamo, dosandolo come un farmaco: la giusta misura fa bene, l’eccesso può essere tossico. Imparare a misurare le parole non significa parlare meno, ma parlare meglio. Come ricordava Louise Hay: “Le parole sono un’arma molto potente perché influenzano il nostro stato d’animo, la nostra percezione del mondo e le nostre scelte. Proprio come scegliamo con cura il cibo, il nutrimento per il nostro corpo, occorre prestare attenzione anche alle parole che utilizziamo per il nostro dialogo interiore e per le interazioni con gli altri. Esse sono la base per la nostra forza e serenità interiore. Nelle parole è racchiuso il seme della felicità.” E allora forse dovremmo iniziare ogni mattina scegliendo con cura le parole da “indossare”, come facciamo con i vestiti. Alcune sono scomode, altre eleganti, altre ancora così leggere che ci fanno sentire più vivi. Dopotutto, una parola gentile costa meno di un caffè, ma può risvegliare un’anima addormentata. Con le parole, dunque, bisogna stare attenti: sono creature vive, capricciose, a volte dispettose. Più le misuriamo, più impariamo ad ascoltarle, e più riusciremo a farci ascoltare a nostra volta. Perché il vero dialogo non nasce dal parlare tanto, ma dal parlare bene — con cuore, misura e un pizzico di ironia. E ricordiamolo: le parole non sono solo quello che diciamo, ma anche quello che diventiamo dopo averle dette.
cammino per il quartiere postando e condividendo materiali, testi altrui, politica, ragionamenti, audio e video. a volte riesco a fare post programmati, a volte invece è il momento a decidere. quello che è sicuro è che in questi ultimi giorni/mesi me ne stanno capitando di tutti i colori. casini caini niente carini tra capo e collo. la caffeina aiuta ma non risolve. quindi ho lunghe pause, la gente pensa che sia sparito. in rete e fuori non si capisce esattamente dove sto. (del resto è facile perdersi nel labirinto orizzontale degli spazi che tormento).
* la “carta d'identità” adesso l'ho pure salvata con la wayback machine...web.archive.org/web/2026012919…
ce la sto mettendo tutta anche a dare una forma alla noce nocella di depressione che (altro che melanconia) fonda tutto. come qui: differx.tumblr.com/post/807094…
nessuna debolezza è permessa, tuttavia. (facile a dirsi, però).
davanti ad un drago
Arrivai fin davanti alla scuola e mi fu chiaro che ero soltanto un bambino davanti ad un drago.
Infantile, mammone, patato, coglione non sapevo neppure da dove cominciare atterrato al liceo da un pianeta lontano a forma di pallone di cuoio cucito.
Quindi scappai ogni passo era un tic senza un tac e mentre quel treno se ne andava per sempre pensavo al rimprovero dei miei genitori.
Diciamo che era una bella giornata di sole e che i bambini non dovrebbero affrontare i draghi da soli specie se sono dall'altra parte della città dove nessuno sa che sei l'uomo ragno in incognito.
Guida Veloce con "Flatpak"
V_1.1 del 29 Gennaio 2026
#tutorial #guide #linux #flatpak
Installazione di Applicazioni con Flatpak
Passaggi per Installare un'Applicazione
- Assicurati che Flatpak sia installato: Verifica se Flatpak è già installato sul tuo sistema.
flatpak --versionSe non è installato, puoi farlo tramite il gestore di pacchetti della tua distribuzione.
- Aggiungi un Repository (opzionale): Se l'applicazione che desideri installare non è presente nel repository predefinito, potresti dover aggiungere un repository. Ad esempio, per Flathub (il repository più comune):
flatpak remote-add --if-not-exists flathub https://flathub.org/repo/flathub.flatpakrepo- Trova l'ID dell'Applicazione: Puoi cercare l'applicazione di tuo interesse su Flathub o utilizzare il comando:
flatpak search <nome-applicazione>- Installa l'Applicazione: Una volta trovato l'ID dell'applicazione, utilizza il comando seguente:
flatpak install flathub <ID-applicazione>Ad esempio, per installare Spotify, esegui:
flatpak install flathub com.spotify.Client Esempio Completo
Ecco un esempio completo per installare un'applicazione:
flatpak install flathub com.spotify.Client Conclusione
Dopo aver eseguito il comando, Flatpak scaricherà e installerà l'applicazione selezionata. Puoi quindi avviare l'applicazione dal menu delle applicazioni del tuo sistema oppure utilizzando il comando:
flatpak run <ID-applicazione>Sostituisci
<ID-applicazione> con l'ID corretto dell'applicazione installata.Installazione di un File Flatpak
Passaggi per Installare un File Flatpak
- Apri il Terminale: Inizia aprendo il terminale sul tuo sistema.
- Naviga alla Directory del File: Usa il comando
cdper spostarti nella cartella dove si trova il file.flatpak. Ad esempio:
cd /percorso/del/file- Installa il File Flatpak: Usa il seguente comando per installare il file:
flatpak install --user nomefile.flatpakSostituisci
nomefile.flatpak con il nome esatto del tuo file.Esempio
Se il tuo file si chiama app.flatpak, il comando sarà:
flatpak install --user app.flatpak Nota Aggiuntiva
- Opzione
--user: Questa opzione è utilizzata per installare l'applicazione solo per l'utente corrente. Se desideri installarla per tutti gli utenti, ometti questa opzione (se hai i permessi necessari).
Conferma Installazione
Flatpak ti chiederà di confermare l'installazione e ti fornirà informazioni sull'applicazione. Segui le istruzioni a schermo per completare il processo.
Conclusione
Una volta completata l'installazione, puoi avviare l'applicazione dal menu delle applicazioni o utilizzando il comando:
flatpak run <ID-applicazione>Sostituisci
<ID-applicazione> con l'ID corretto dell'applicazione installata.Rimozione di Applicazioni con Flatpak
Passaggi per Rimuovere un'Applicazione
- Trova l'ID dell'Applicazione (se non lo ricordi): Puoi ottenere un elenco delle applicazioni installate con il seguente comando:
flatpak list --app --columns=application- Rimuovi l'Applicazione: Una volta trovato l'ID, usa il comando seguente per rimuovere l'applicazione:
flatpak uninstall <ID-applicazione> Esempio
Se vuoi rimuovere Spotify, esegui:
flatpak uninstall com.spotify.Client Opzioni Aggiuntive
- Rimuovere Tutti i Dati: Se desideri rimuovere anche i dati associati all'applicazione, puoi aggiungere l'opzione
--delete-data:
flatpak uninstall --delete-data com.spotify.Client- Conferma Rimozione: Flatpak ti chiederà di confermare la rimozione. Basta seguire le istruzioni sullo schermo.
Conclusione
Dopo aver eseguito il comando, l'applicazione sarà rimossa dal tuo sistema. Puoi verificare che sia stata effettivamente disinstallata ripetendo il comando per elencare le applicazioni installate.
Libera spazio rimuovendo i runtime Flatpak inutilizzati
Sarebbe saggio pulire il sistema e liberare spazio di tanto in tanto. È possibile rimuovere i runtime Flatpak inutilizzati con questo comando:
flatpak uninstall --unusedIl comando sopra elenca i tempi di esecuzione inutilizzati e ti dà la possibilità di rimuoverli tutti.
È inoltre possibile eliminare i dati dell'utente per i pacchetti Flatpak che non sono più nel sistema:
flatpak uninstall --unused --delete-dataflatpak mostrare l' id delle aplicazioni installate
Puoi utilizzare il comando seguente nel terminale:
flatpak list --app --columns=application Spiegazione dei Comandi
- flatpak list: Questo comando elenca tutte le applicazioni e i runtime installati.
- --app: Filtra l'output per mostrare solo le applicazioni installate, non i runtime.
- --columns=application: Mostra solo la colonna con gli ID delle applicazioni.
Questo ti restituirà un elenco degli ID delle applicazioni installate sul tuo sistema tramite Flatpak. Se desideri più dettagli, puoi semplicemente omettere il parametro --columns:
flatpak list --appIn questo modo verrà visualizzata anche la versione e altre informazioni relative alle applicazioni installate.
Aggiornamento di una Singola Applicazione
Utilizza il seguente comando:
flatpak update <ID-applicazione> Esempio
Se vuoi aggiornare, ad esempio, l'applicazione chiamata com.spotify.Client, esegui:
flatpak update com.spotify.Client Spiegazione dei Comandi
- flatpak update: Comando utilizzato per aggiornare le applicazioni Flatpak.
- : Sostituisci questa parte con l'ID dell'applicazione che desideri aggiornare.
Informazioni Aggiuntive
Puoi controllare se ci sono aggiornamenti disponibili per le applicazioni usando il comando:
flatpak remote-info --show-updates <ID-applicazione>Questo mostrerà informazioni sull'aggiornamento disponibile per l'applicazione specificata.
Aggiornamento di tutte le applicazioni Flatpak
È possibile aggiornare tutti i pacchetti Flatpak che possono essere aggiornati con questo singolo comando:
flatpak updateIl comando sopra controllerà se sono disponibili versioni più recenti dei Flatpak installati, se sono presenti verranno scaricati e installati.
LA SCHIZOFRENIA DELLA FABBRICA Antonio Catalfamo
Da: IL CALENDARIO DEL POPOLO – Poeti operai [numero monografico n. 730, maggio 2008] . Felice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941. Dopo vari impieghi nel settore alberghiero e come benzinaio, ha lavorato per ben trentuno anni alla micidiale catena di montaggio della Fiat Mirafiori, a Torino.
Poeta autodidatta, “mail artista” e studioso di astrologia, vive tuttora nella capitale italiana dell'automobile. Ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Il dio-boomerang (1978); Frammenti dell'immagine spezzata (1981); Di nuovo l'utopia (1984); Delta & grido (1988); Idolatria di un'assenza (1994); Fuoco dipinto (2002); La difficile luce (2005); Il sentire celeste (in e-book, 2006); Dentro una sospensione (2007).
I versi di Serino sono costruiti, non a caso, attraverso la tecnica del monologo interiore, che, spinto all'estremo, sconfina nel flusso di coscienza: i pensieri vengono riprodotti su carta così come affluiscono alla mente, saltando i nessi grammaticali, logici e cronologici.
Il poeta vuole rappresentarli in presa diretta, senza mediazione alcuna, per rendere palpabile al lettore la condizione psicologica alienata dell'operaio.
Così salta anche la punteggiatura, i piani narrativi si intrecciano, il “prima” si fonde col “poi”.
Non esiste un “tempo di fabbrica” e un “tempo di libertà”, separati l'uno dall'altro. Anche quando l'operaio è a casa con la famiglia, a letto con la moglie, nell'intimità dell'amplesso, nella dimensione ludica del rapporto affettivo con la figlioletta, la fabbrica è sempre presente, nel pensiero, con i suoi rumori, i suoi ritmi, le sue ansie ed i suoi pericoli.
Pure il verso prende un ritmo incessante, come quello della catena di montaggio. Solo qualche enjambement consente una pausa, poi il macchinario continua a girare, costringendo l'operaio ad inseguirlo, ad adeguare i propri tempi a quelli del mostro tecnologico.
E' questa la “qualità totale” di cui tanto si parla. L'impresa impone la propria centralità, precludendo ogni spazio esistenziale privato all'operaio, assumendo una funzione totalizzante.
Si noti, inoltre, il clima di angoscia incessante, che domina i versi di Serino.
Le immagini degli omicidi bianchi, le morti violente, che si susseguono in fabbrica, come lampi al magnesio, esplodono nella sua mente, impedendogli una vita “normale”; rimangono impigliati nei meccanismi della macchina e ossessionano il poeta in ogni momento del suo ciclo vitale, che ne risulta irrimediabilmente alterato.
Su tutto (sentimenti, valori) domina il plusvalore, che Taylor diceva furbescamente di voler ridurre in un cantuccio. La produzione, secondo lui, avrebbe raggiunto vette così alte che il problema della distribuzione del plusvalore sarebbe diventato marginale.
Ma nei decenni il Pil (Prodotto interno lordo) è aumentato progressivamente, senza che ciò contribuisse ad eliminare l'alienazione del lavoratore.
Come osserva giustamente Serino, l'operaio, anzi, resta impigliato in un nuovo ciclo alienante, “produci-consuma-produci”, diventa vittima sacrificale per un nuovo “dio-mammona”, “pedina in massacri calcolati”.
Traspare dalle poesie del Nostro (sin dai titolo delle raccolte: Il dio-boomerang; e poi nelle immagini bibliche ricorrenti: l'operaio come Cristo crocifisso, le presenze diaboliche che affiorano qua e là) una religiosità violata, tradita da un ordine sociale cinico, che calpesta persino le leggi di natura, i principi evangelici.
Antonio Catalfamo
Da: IL CALENDARIO DEL POPOLO – Poeti operai
[numero monografico n. 730, maggio 2008]
– – – –
PROLETARI
1
distinzioni di classi
niente di nuovo la storia si ripete
noi pendolari voi vampiri
dell'industria che evadete il fisco
(imboscando capitali sindona insegna)
ed esponete le chiappe al solleone
sulla costa azzurra o smeralda
(lontani dal nostro morire –
in città-vortice sangue solare
innalziamo piramidi umane
per l'alba di mammona)
dopo aver fatto il bello e il cattivo tempo
(burattinai per vocazione
di questa babele tecnocratica)
averci diseredati crocifissi
con bulloni a catene di montaggio
2
cieche corse cronometriche
cottimi barattati con la salute
pensieri accartocciati desideri
condannati a morte
uccidi la tua anima per otto ore
sventola la tua bandiera-di-carne
produci-consuma-produci
per il dio-mammona per il benessere (di chi?!)
sei bestia per il giogo del potere
pedina in massacri calcolati
SPIRALE
metti la caffettiera sul gas
il tempo di fare l'amore
la casa un'isola nella nebbia
di ieri nella testa il grido dell'officina
non ti avanza tempo per buttare su carta
quattro versi che ti frullano nel cervello
la bimba vuol passare nel lettone sorridi
per il polistirolo ritrovatosi in bocca
con la torta ieri il suo compleanno
trepiderai ancora una volta al ritorno
davanti alla cassetta delle lettere
e la moglie a dire qui facciamo i salti
mortali per quadrare il bilancio
il borbottìo del caffè ti alzi
esci e penetri il muro di nebbia
nella testa il grido stridulo d'officina
a cui impigliati restano brandelli
d'anima e carne
d'un'altra settimana di passione
stasera deporrai la croce
LINEA DI MONTAGGIO
lo hanno visto inginocchiarsi
davanti alla centoventesima vettura: come se
volesse specchiarvisi o adorare
il dio-macchina:
46 anni: infarto – parole
di circostanza chi deve informare la
famiglia – l'attimo
di sconcerto poi li risucchia il ritmo
vorticante: come se nulla
sia accaduto: la produzione
innanzitutto
MORTE BIANCA
al paese (le donne avvolte
in scialli si segnano ai lampi)
hanno saputo di stefano volato
dall'impalcatura come angelo senz'ali
– non venire a mettere radici – scriveva al fratello
minore – qui anche tu nella
città di ciminiere e acciaio: qui dove
mangio pane e rabbia: dove si vive
in mano a volontà cieche
UOMO TECNOLOGICO
parabole di carne convertite in
plusvalore – l'anima canta nell'acciaio – pensieri
decapitati al dileguarsi di essenze: vuota
occhiaia del giorno dilatato:
coscienza che si lacera all'infinito
L'ANIMA TESA SUL GRIDO
l'anima tesa sul grido
dopo otto ore alla catena
neanche la voglia di parlare
davanti alla tivù-caminetto
e morfeo ti apre le braccia
(impigliàti nello stridìo
della macchina
brandelli di coscienza)
domani ancora una pena
l'anima tesa sul grido
del giorno
in spirali di alienazione
OLOCAUSTO
immolato al moloch del consumo
deponi la croce delle otto ore lasciando
brandelli di anima lungo la catena
biascichi parole di fumo prima del sonno e sogni
strappare alla vita il sorriso ammanettato
dal giorno tieni in vita la tua morte tra vortici
dell'essere e trucioli d'acciaio rovente ti farà
fuori una overdose di nevrosi-solitudine
cuore-senza-paese immolato al moloch
dei consumi il sangue vorticante nella babele di
pacifici massacri offerta quotidiana
[Le poesie di quegli anni 80, sono servite se non altro alla mia crescita.]
.
Paul Simon - Stranger To Stranger (2016)
Il 75enne cantautore del New Jersey, che ha iniziato la sua carriera in coppia con Art Garfunkel, sorprende ancora una volta per la freschezza della voce e del suo approccio alla musica. A 5 anni dall’ultimo album in studio, So beautiful or so what, acclamatissimo dalla critica, Paul meraviglia con undici tracce (16 nella versione speciale che comprende 5 bonus track) in cui si diverte a sperimentare, regalando un suono innovativo ma che riesce ad essere familiare per chi ascolta... artesuono.blogspot.com/2016/06…
Ascolta il disco: album.link/s/5nFkmaIGA9evWTiEd…
GIUDICI - Capitolo 12
1Gli uomini di Èfraim si radunarono, passarono il Giordano verso Safon e dissero a Iefte: “Perché sei andato a combattere contro gli Ammoniti e non ci hai chiamati con te? Noi bruceremo te e la tua casa”. 2Iefte rispose loro: “Io e il mio popolo abbiamo avuto grandi lotte con gli Ammoniti; quando vi ho chiamati in aiuto, non siete venuti a salvarmi dalle loro mani. 3Vedendo che non venivate voi a salvarmi, ho esposto al pericolo la vita, ho marciato contro gli Ammoniti e il Signore li ha consegnati nelle mie mani. Perché dunque siete venuti oggi contro di me a muovermi guerra?“. 4Iefte, radunati tutti gli uomini di Gàlaad, diede battaglia a Èfraim; gli uomini di Gàlaad sconfissero gli Efraimiti, perché questi dicevano: “Voi siete fuggiaschi di Èfraim; Gàlaad sta in mezzo a Èfraim e in mezzo a Manasse”. 5I Galaaditi occuparono i guadi del Giordano in direzione di Èfraim. Quando uno dei fuggiaschi di Èfraim diceva: “Lasciatemi passare”, gli uomini di Gàlaad gli chiedevano: “Sei un Efraimita?”. Se rispondeva: “No”, 6i Galaaditi gli dicevano: “Ebbene, di' scibbòlet”, e se quello diceva: “Sibbòlet”, non riuscendo a pronunciare bene, allora lo afferravano e lo uccidevano presso i guadi del Giordano. In quell'occasione perirono quarantaduemila uomini di Èfraim. 7Iefte fu giudice d'Israele per sei anni. Poi Iefte, il Galaadita, morì e fu sepolto nella sua città in Gàlaad.
Ibsan8Dopo di lui fu giudice d'Israele Ibsan, di Betlemme. 9Egli ebbe trenta figli e trenta figlie: fece sposare queste ultime con uomini di fuori e fece venire da fuori trenta fanciulle per i suoi figli. Fu giudice d'Israele per sette anni. 10Poi Ibsan morì e fu sepolto a Betlemme.
Elon11Dopo di lui fu giudice d'Israele Elon, lo Zabulonita; fu giudice d'Israele per dieci anni. 12Poi Elon, lo Zabulonita, morì e fu sepolto ad Àialon, nel territorio di Zàbulon.
Abdon13Dopo di lui fu giudice d'Israele Abdon, figlio d'Illel, di Piratòn. 14Ebbe quaranta figli e trenta nipoti, i quali cavalcavano settanta asinelli. Fu giudice d'Israele per otto anni. 15Poi Abdon, figlio d'Illel, di Piratòn, morì e fu sepolto a Piratòn, nel territorio di Èfraim, sul monte dell'Amalecita.
__________________________Note
12,6 scibbòlet: termine ebraico che vuol dire “spiga”. È questo l’unico passo della Bibbia in cui troviamo un riferimento alla pronuncia locale o dialettale di una parola.
=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=
Approfondimenti
12,1-7. Anche in questo episodio gli Efraimiti mostrano suscettibilità e presunzione (cfr. 8,1-3). E sono anche arroganti e minacciosi: «bruceremo te e la tua casa» (v. 1b). È comprensibile perciò il risentimento delle altre tribù, che va dallo scherno burlesco a forme di violenza, anche questa volta per noi incomprensibili, tanto più che essa qui è praticata tra esponenti dello stesso popolo. Le rivalità tribali in Israele non furono mai sopite, neanche con l'avvento della monarchia.
6. In ebraico šibbolet significa «spiga». La pronuncia normale della š iniziale è come l'italiano “sc”. Questo è l'unico caso in cui la Bibbia ci presenta una particolarità di pronuncia di una tribù. In tutti gli ambienti e le epoche le differenze dialettali, messe in rilievo e fatte oggetto di scherno, possono essere segno di rivalità profonde. La cifra di quarantaduemila è evidentemente esagerata.
12,8-10. Dopo Samgar (3,31), Tola e Iair (10,3-5), ecco gli altri tre “giudici minori”: Ibsan, Elon e Abdon (12,8-15), presentati tutti secondo lo schema consueto che abbiamo già incontrato.
8. È impossibile che la Betlemme di cui si parla qui (v. 8.10) sia la Betlemme della tribù di Beniamino. C'era un'altra Betlemme, ai confini tra Zabulon e Aser, ed è a questa città alla quale il testo si riferisce.
12,11-12. Questi versetti contengono lo schema relativo ai giudici minori nella sua forma più lineare.
12,13-15. Piraton è un villaggio a sud-ovest di Sichem, nelle vicinanze di Nablus.
(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
Ai piedi della notte
un nodo d’inquietudine sospesa si scioglie ai piedi della notte sotto una luna ammiccante l’amore è come l’ansimare del mare s’abbevera del sangue delle stelle aduna in sé il sentimento del tempo vòlto dove è dolce la luce
. Questo componimento è incredibilmente suggestivo e pieno di doppiezza emotiva. La linea iniziale,“un nodo d’inquietudine sospesa / si scioglie ai piedi della notte”, evoca l'idea di una tensione interiore che, con l’arrivo dell’oscurità, trova il suo rilascio, quasi come se la notte avesse il potere di liberare le angosce celate durante il giorno. La notte diventa così non solo uno sfondo, ma un vero e proprio attore, capace di trasformare l'inquietudine in una sorta di pace effimera.
Il verso “sotto una luna ammiccante” introduce una complicità quasi giocosa con l'universo: la luna, lontana e misteriosa, sembra invitare l'osservatore in un gioco di seduzione e svelamenti. Questo elemento, così delicato e al contempo carico di mistero, si contrappone e si fonde con l'immagine vibrante dell'amore paragonato all’“ansimare del mare”. Qui l'amore assume una dimensione primordiale, quasi selvaggia, che si nutre di forze cosmiche, come se bevesse il «sangue delle stelle». Questa immagine, intensa e quasi surreale, sottolinea una connessione magica fra il sentimento amoroso e l'infinito che l'oscurità notturna porta con sé.
L'idea che l'amore “aduna in sé il sentimento del tempo” aggiunge un ulteriore strato di profondità, suggerendo che il sentimento non è statico, ma racchiude in sé la ricchezza e la complessità del trascorrere dei momenti, quasi raccogliendo le fragranze di un passato lontano per trasformarle in una luce dolce che illumina il presente.
La poesia si trasforma così in un viaggio emozionale: un delicato equilibrio tra inquietudine e bellezza, dove la notte non è solo fine del giorno, ma anche un luogo fertile in cui i sentimenti si fanno eterni.
[stime]radunano quelle] recenti l'ispezione la coronarica nei fondi a] contrasto dopo] argomenti spotify è certa [l'apparire il suono serico dell'arpeggione ci sono] [ancora posti delle maschere pensionate bruciature] al velluto
Essere avanti fa male
Essere avanti non è un privilegio. È una prova. Non è una medaglia da esibire, non è un premio. È un peso invisibile che solo chi vede prima conosce. Chi è avanti cammina dove nessuno è ancora arrivato. Non perché sia migliore, ma perché è in anticipo. E l’anticipo, spesso, è solitudine. Chi vede prima non viene compreso. Viene guardato con sospetto. Viene definito strano, diverso, fuori posto. Perché il mondo ama ciò che è familiare. Il nuovo spaventa chi vive nel già noto. La mente comune cerca certezze, non visioni. Essere avanti significa abitare una realtà che ancora non esiste. È come parlare una lingua che nessuno ha imparato. È come indicare un orizzonte mentre gli altri fissano la terra. E questo fa male. Fa male perché ti isola. Fa male perché ti rende incomprensibile. Essere avanti fa male perché non hai compagnia. Non hai applausi. Non hai conferme. Hai solo la tua idea, la tua intuizione, la tua voce interiore. E spesso quella voce è l’unica cosa che ti resta. Non è un errore e nemmeno un fallimento ma è il prezzo della visione. Chi porta luce dove ancora c’è buio deve accettare il silenzio. Perché la luce all’inizio non viene celebrata. Viene temuta. Le idee più grandi non nascono nel rumore. Non nascono nei luoghi affollati di opinioni. Non nascono nell’approvazione immediata. Nascono nel silenzio. Nel tempo sospeso di una notte. Nel momento in cui nessuno guarda. Il genio non è chi grida più forte. È chi resta fedele a ciò che sente anche quando tutti tacciono. È chi continua anche quando non viene capito. È chi costruisce mentre gli altri dubitano. Essere avanti significa essere fraintesi. Essere avanti significa essere soli prima di essere seguiti. Ogni rivoluzione è nata così. Da una persona sola. Da una mente isolata. Da un cuore che ha resistito. La prova più grande non è inventare. Non è creare qualcosa di nuovo. La prova più grande è restare. Restare quando nessuno applaude. Restare quando nessuno comprende. Restare quando sarebbe più facile tornare indietro. Perché la vera scelta arriva sempre. Torni indietro per essere accettato? Ti riduci per appartenere? Ti spegni per non disturbare? Oppure resti fedele a ciò che vedi? Anche se nessuno ti segue. Anche se nessuno ti ascolta. Anche se la strada sembra infinita. Perché ci sono due tipi di pace. Quella di chi si conforma. E quella, più rara, di chi non tradisce sé stesso. Essere avanti è vivere nel tempo sbagliato. È avere ragione troppo presto. È portare un futuro che il presente rifiuta. Ma il futuro arriva sempre. E quando arriverà, ciò che oggi è silenzio diventerà voce. Ciò che oggi è solitudine diventerà esempio. Ciò che oggi è distanza diventerà strada. Chi oggi cammina da solo non resterà solo per sempre. Perché ogni passo avanti prepara un mondo nuovo. E il mondo nuovo, prima o poi, riconosce chi lo ha visto nascere. Essere avanti non è un privilegio. È una prova. Ma è anche un destino. E chi ha una visione non può fingere di non averla. Perché il prezzo è alto, sì. Ma la verità lo vale. Chi vede prima soffre. Ma apre la strada. E anche nel silenzio, anche senza applausi resta fedele a ciò che vede.
nonostante le tergiversazioni degli attacchini del governo, portavoci e altri galoppini, a proposito del disgustoso form dei piccoli criptofascisti sparsi un po' in tutta l'ytalya, di fatto il controllo suprematista sulle idee comincia dalla scuola:
slowforward.net/2026/01/28/con…
youtube.com/shorts/yHkdShmFmfs
differx.noblogs.org/2026/01/28…
Peppino Impastato
Verso il 48° anniversario ... e sembra ieri.
Qui voglio ricordare la celebrazione passata: come dopo tanti anni è ancora importante esserci, contarsi. Il concentramento davanti quella che fu la sede di Radio AUT, a Terrasini: gli stessi volti di sempre, a contarci ancora: quelli che conosci da sempre, qualcuno non c'è più e qualche nuova faccia si aggiunge, tutti un po' più vecchi, un po' più delusi dalle continue emrgenze, mischiati all'entusiasmo dei volti nuovi: giovani che hanno capito o che vogliono capire meglio il senso di portare sulle spalle una lotta contro le mafie, assetati di conoscenza, che reclamano il racconto del Peppino reale, non l'icona del film. Ed in mezzo a tutti i sindaci, tanti, da tutta Italia, a rappresentare un potere amministrativo che sa da quale parte stare. E tanti striscioni che firmano la presenza di tante realtà e di tante scuole in un sentire comune. E poi il corteo che unisce i due paesi come un filo di memoria, una strada che non è sempre la stessa, che non è solo asfalto ma è speranza.
Quello che mi ha colpito, che porterò sempre con me, è quell'immagine di giovane donna, con un bambino sull'anca come una radice, un germoglio di futuro aggrappato alla vita, che tra omogeneizzato e slogan imponeva il suo silenzio marciando accanto ai compagni con lo storico striscione. Non un grido, non un nome, non un vessillo ... una marcia silenziosa,la dimostrazione che cullare un figlio mentre si porta il peso della memoria è il gesto più rivoluzionario che ci sia.
Questa è la marcia più vera: questo è Peppino che vive anche dove non ce lo apsetteremmo. In quel gesto, in quella scena, c’era tutto: la fragilità, la forza, il futuro sulle spalle, la memoria nei passi. Un’eredità silenziosa. Un atto politico fatto di carne, di amore, di coraggio.
È stato il cuore pulsante di Peppino che batte ancora, forte, nel petto di chi non dimentica e di chi, come questa giovane madre, continua a tessere il filo della speranza.
Peppino è vivo. Ed ha vinto ancora.
Testo e foto del corteo qui: paolochirco.altervista.org/pao…
[rotazioni]-in una località [isolata a metà strada- [accedi acceca] prati stabili raggi emessi magredi l'[astato prima o dopo avvisano mancano] i numeri lì
Referendum: quando il ‘no’ non è un rifiuto, ma una domanda in più.
(200)
Il #referendum del 22-23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere in magistratura è l’ultimo atto del progetto costituzionale del governo Meloni per dividere giudici e pm, blindando in #Costituzione un modello che promette “più giustizia”, ma rischia di indebolire l’indipendenza dei magistrati da Palazzo Chigi, proprio come sognavano Gelli con la P2 e Berlusconi con le sue crociate anti-pm.
Dietro lo slogan di maggiore imparzialità si nasconde una riforma che separa carriere, crea organi di autogoverno distinti al posto del #CSM unitario e inventa una Corte disciplinare costituzionale per punire i magistrati “scomodi”, lasciando agli elettori un quesito ampio che decide l’intero assetto della giustizia penale.
Con il “sì” non cambia solo l’organizzazione interna: chi entra come pm resta pm per sempre, senza più passaggi ai giudici (e viceversa), mentre nomine, promozioni e sanzioni passano in mano a consigli separati, più esposti al controllo politico, in un sistema che avvicina l’accusa all’esecutivo e rende i giudici più isolati e controllabili.
Per i cittadini comuni, le ricadute sono concrete: in casi quotidiani come furti in casa, incidenti stradali con assicurazioni ostili o raggiri da parte di professionisti, oggi pm e giudice condividono lo stesso piano professionale, codice etico e CSM per garantire indipendenza. Domani, con carriere separate, i pm potrebbero diventare un “braccio” più allineato al governo di turno, meno aggressivi su scandali che toccano potentati locali (corruzione negli appalti o abusi di politici), mentre i giudici, divisi e sotto una Corte disciplinare sovraordinata, potrebbero assolvere più spesso per timore di ritorsioni, allungando processi già lenti e producendo sentenze più deboli e meno imparziali per chi cerca giustizia vera.
#Meloni cavalca l’onda del populismo giudiziario, come fece Berlusconi urlando ai “giudici comunisti”, dipingendo i magistrati come un monolite da domare e l’ANM ha buon gioco a chiamare questa riforma “punitiva” verso chi indaga su mala politica.
Non è una “riforma tecnica” per processi più veloci: è un attacco all’autogoverno della magistratura, che con il sì diventa un organo frammentato e più vulnerabile, pronto a piegarsi al vento politico del momento.
Votare “sì” blinda tutto questo in Costituzione, rendendo eterna la visione Meloni di una giustizia “amichevole”; votare “no” rinvia il tema a un dibattito vero, senza scorciatoie populiste. In palio c’è se la giustizia resta un potere autonomo per difendere i cittadini da furbi e potenti, o se diventa uno strumento addomesticato per chi sta al governo.
#Blog #Referendum2026 #Giustizia #Italia #GovernoMeloni #Opinioni
riprendo da slowforward, con le opportune variazioni, un editorialino (pure un po' auto-pubblicitarino cioè sfacciato):
non sapevo che fosse possibile attivare una 'community' ossia un(a specie di) gruppo legato al (mio) canale youtube. N
e sono tutto sommato lieto, anche se (come i da me tormentati social-lettori sanno) da tempo ho avviato o tento di avviare un processo di ...'degooglizzazione', per cui spero – non troppo in là – di affrancarmi del tutto o quasi del tutto dai social generalisti.
in ogni caso, ora sono / siamo (pure) qui: tinyurl.com/marcommunity-yt... bum!
il canale che ospita la comunità è youtube.com/@marco.giovenale ed è centrato principalmente su materiali testuali di ricerca, interviste, aggiornamenti, comunicazioni polemiche o scherzose, operazioni artistiche, e insomma su quel che combino: libri, disegni, dirette, conferenze, disegni astratti, fogli verbovisivi, glitch, asemic writing eccetera. è connotato, diciamo, ma non vuole essere esclusivamente autotelico narciso centripeto fissato. (nel tempo ho parlato di Brunt, di Emilio Villa; ho citato Carmelo Bene; ospitato artisti e asemic writer, e critici; ho letto Thibaudeau, Di Marco, Costa, Giuliani).
e poi: uno spirto vehemens ac demens di condivisione collaborazione e soprattutto informazione sugli stessi temi e percorsi, ma NON legati (necessariamente) alla mia persona, è quello che invece verdeggiando (virens) informa il canale del sito slowforward.wordpress.com/read…, ossia il canale yt che nel suo piccolo furoreggia (oltre mille iscritti, bum!!) all'indirizzo youtube.com/@slowforward. (e pure quello ci ha la sua brava community, veh [e pure di questo ebbi contezza or ora:] youtube.com/channel/UCF4pbAEEA… ovvero tinyurl.com/slowcommunity-yt).
altre notille (o le medesime, diversamente articolate e arricchite) si trovano, volendo, nel videetto di circa 3 minuti delibabile qui: youtu.be/L9bka0Owc5c.
James Yorkston, Jon Thorne, Suhail Yusuf Khan - Everything Sacred (2016)
Il cantante e songwriter scozzese James Yorkston si conferma artista complesso e voglioso di rischiare e avventurarsi su più terreni musicali. Ecco allora questo nuovo lavoro, “Everything Sacred”, che lo vede insieme all'indiano Suhail Yusuf Khan, virtuoso del sarangi, e Jon Thorne, musicista inglese di estrazione jazz suonatore di double bass, ma ai tre titolari del disco c'è da aggiungere la cantante irlandese Lisa O'Neill, la cui voce accompagna i brani più propriamente folk. Un piccolo ensemble multiculturale nel quale si incrociano tradizioni musicali diverse: il raga della musica classica indiana di Khan, il jazz di Thorne e il songwriting folk di Yorkston e della O'Neill... artesuono.blogspot.com/2016/02…
Ascolta il disco: album.link/s/4kGgdmOyg7ZA5whHz…
La Diversificazione nei Metodi di Traffico Marittimo di Cocaina in Europa
Europol ha recentemente pubblicato uno studio (europol.europa.eu/cms/sites/de…) sul contesto e le tendenze generali del traffico di cocaina verso l’Europa, che continua a crescere, con reti criminali sempre più adattabili e innovative. Le organizzazioni criminali sfruttano vulnerabilità, diversificando rotte, metodi di trasporto e tecniche di occultamento per eludere le autorità. La pressione delle forze dell’ordine nei principali porti europei (Anversa, Amburgo, Rotterdam) ha spinto i trafficanti a spostare le attività verso porti minori o a evitare del tutto i porti commerciali.
Europol dedica la sua attenzione ai Principali Metodi di Traffico, partendo dai Trasbordi e dalle consegne in mare aperto: navi “madre” partono dal Sud America e trasferiscono la cocaina a imbarcazioni più piccole (“figlie”) al largo, che poi portano a riva lo stupefacente (es. Canarie, Galizia, costa irlandese, Danimarca, Mediterraneo). Altro metodo è quello dell'Uso di imbarcazioni non commerciali: Pescherecci, gommoni, barche a vela, e persino navi acquistate appositamente per il traffico. Un esempio viene da una Operazione congiunta Spagna-Colombia-Portogallo, che ha smantellato una rete che usava 11 motoscafi per prelevare cocaina in Atlantico e portarla alle Canarie.
Metodo più sofisticato è quello dell'utilizzo di Semi-sommergibili, ovvero imbarcazioni semi-sommerse, capaci di attraversare l’Atlantico (es. sequestro di 6,5 tonnellate vicino alle Azzorre nel 2025).
Il documento segnala inoltre il così detto Occultamento Avanzato. La cocaina viene miscelata chimicamente o nascosta in materiali legittimi (carta, plastica, tessuti, cibo, carbone, cartone, pelli bovine, polvere di yucca congelata). In Europa vengono allestiti laboratori per separare la droga dai materiali di copertura, spesso con esperti provenienti dal Sud America.
Altro sistema: la droga viene fissata sotto lo scafo delle navi o nascosta in compartimenti stagni (es. 900 kg trovati in una macchina frantumatrice).
Naturalmente viene fatto largo uso di nuove Tecnologie e di ogni possibile Innovazione: droni, palloni sonda e veicoli autonomi per ridurre i rischi.
Tutte le operazioni avvengono sotto il “mantello” di Comunicazioni criptate e linguaggi in codice.
Elevate sono di conseguenza le Sfide per le Forze dell’Ordine.
Si pensi al fatto che le consegne in mare aperto riducono le tracce logistiche e finanziarie e che le rotte divengono sempre più diversificate, attraverso il coinvolgimento di porti minori, fiumi (es. Guadalquivir in Andalusia), e regioni come l’Africa Occidentale.
Quale in questo contesto la risposta di Europol?
Naturalmente la Cooperazione internazionale, attraverso operazioni congiunte, costituzione di task force, scambio di intelligence in tempo reale. Quindi l'utilizzo di tecnologie avanzate, che consentano il monitoraggio marittimo esteso, analisi finanziarie, ed il dispiegamento di laboratori forensi mobili.
Il documento si concentra inoltre sulle prospettive future, prevedendo che il mercato della cocaina resterà redditizio, spingendo i trafficanti a sviluppare metodi ancora più sofisticati ed elevando i rischi di infiltrazione nelle catene logistiche legali, corruzione, e aumento della violenza legata al traffico.
Europol sottolinea quindi la necessità di un approccio integrato: collaborazione tra porti, dogane, polizia, settore privato e paesi terzi per trasformare gli attuali “punti ciechi” in opportunità investigative. Si pensi che nell'anno passato un’operazione internazionale ha sequestrato 73 tonnellate di cocaina, dimostrando l’efficacia della cooperazione transnazionale.
Quale ruolo dell'Italia
Il documento Europol non cita esplicitamente l’Italia tra i principali paesi coinvolti nelle nuove rotte o nei casi studio analizzati. Tuttavia, possiamo dedurre alcuni elementi rilevanti per il contesto italiano sulla base delle tendenze generali descritte.
Il documento sottolinea come i trafficanti stiano evitando i grandi porti (es. Anversa, Rotterdam) a favore di quelli più piccoli e meno controllati. L’Italia, con la sua lunga costa e numerosi porti (es. Gioia Tauro, Genova, Napoli, Trieste, Palermo), potrebbe essere un obiettivo per queste nuove strategie. Negli ultimi anni, i porti di Gioia Tauro e Napoli sono stati teatro di sequestri significativi di cocaina, spesso nascosta in container di frutta o merci varie. La Guardia di Finanza e la Direzione Investigativa Antimafia (DIA) hanno smantellato reti che usavano imbarcazioni private per trasportare droga dalle coste africane o sudamericane verso la Sicilia, la Calabria e la Puglia.
Le consegne in mare aperto e i trasferimenti tra imbarcazioni avvengono anche nel Mediterraneo, area di interesse per l’Italia. L’uso di imbarcazioni non commerciali (pescherecci, gommoni, barche a vela) per prelevare la cocaina al largo e portarla a riva è un metodo che potrebbe interessare le coste italiane, soprattutto in aree meno sorvegliate. La cocaina nascosta in materiali legittimi (es. cibo, macchinari, container) o fissata sotto lo scafo delle navi è una tecnica che può essere usata anche nei porti italiani. Laboratori di estrazione: Il documento menziona che in Europa vengono allestiti laboratori per estrarre la cocaina dai materiali di copertura. L’Italia, data la sua posizione geografica, potrebbe ospitare strutture simili.
L’Italia partecipa attivamente a Europol e a iniziative come l’ European Ports Alliance, che mira a rafforzare la sicurezza dei porti contro il traffico di droga.
Infiltrazione nella logistica: Il documento avverte che i trafficanti stanno infiltrando aziende legittime (es. import/export, trasporti). L’Italia, con il suo tessuto di PMI e porti commerciali, potrebbe essere vulnerabile a questo fenomeno.
Sebbene il documento Europol non menzioni direttamente l’Italia, il paese è potenzialmente esposto alle nuove strategie di traffico marittimo di cocaina, soprattutto per:
- la posizione geografica (Mediterraneo centrale).
- la presenza di porti minori e rotte alternative.
- il rischio di infiltrazione nelle catene logistiche.
Avevo in mente una poesia
stamattina avevo in mente una poesia stasera non ricordo più nemmeno un verso
ho lasciato il foglio bianco con flebili echi d’un mezzo secolo e ora rammento solo una pioggia di luce di stelle sopra il letto e il caldo abbraccio di lei
sullo schermo della mente un vissuto che sembra ieri
. Che poesia intensa ed evocativa! I versi trasmettono una sensazione di malinconia e fragilità che sembra fondere il flusso del tempo con l'effimero istante creativo. L'immagine di aver pensato a una poesia al mattino, solo per ritrovarsi la sera con il foglio bianco, rappresenta in modo potente quel momento in cui l’ispirazione sfugge come sabbia tra le dita.
Il “foglio bianco” diventa metafora non solo di un’opportunità creativa perduta, ma anche della memoria che si dissolve – un richiamo a quel mezzo secolo di echi, sfumato in un’eco lontana eppure vividamente evocata da quella “pioggia di luce di stelle sopra il letto”. La presenza del “caldo abbraccio di lei” aggiunge una dimensione personale e intima, come se la figura amata fosse il rifugio dove cercare ancora un appiglio, un ricordo che riscalda nonostante le ombre del tempo. Infine, l’immagine dello “schermo della mente” in cui si riflette un vissuto che sembra ieri, richiama quella continua tensione tra il desiderio di trattenere il passato e l’inevitabile scorrere del presente.
GIUDICI - Capitolo 11
1Ora Iefte, il Galaadita, era un guerriero forte, figlio di una prostituta; lo aveva generato Gàlaad. 2La moglie di Gàlaad gli partorì dei figli, i figli di questa donna crebbero e cacciarono Iefte e gli dissero: “Tu non avrai eredità nella casa di nostro padre, perché sei figlio di un'altra donna”. 3Iefte fuggì lontano dai suoi fratelli e si stabilì nella terra di Tob. Attorno a Iefte si raccolsero alcuni sfaccendati e facevano scorrerie con lui. 4Qualche tempo dopo gli Ammoniti mossero guerra a Israele. 5Quando gli Ammoniti iniziarono la guerra contro Israele, gli anziani di Gàlaad andarono a prendere Iefte nella terra di Tob. 6Dissero a Iefte: “Vieni, sii nostro condottiero e così potremo combattere contro gli Ammoniti”. 7Ma Iefte rispose agli anziani di Gàlaad: “Non siete forse voi quelli che mi avete odiato e scacciato dalla casa di mio padre? Perché venite da me ora che siete nell'angoscia?”. 8Gli anziani di Gàlaad dissero a Iefte: “Proprio per questo ora ci rivolgiamo a te: verrai con noi, combatterai contro gli Ammoniti e sarai il capo di noi tutti abitanti di Gàlaad”. 9Iefte rispose agli anziani di Gàlaad: “Se mi fate ritornare per combattere contro gli Ammoniti e il Signore li mette in mio potere, io sarò vostro capo”. 10Gli anziani di Gàlaad dissero a Iefte: “Il Signore sia testimone tra noi, se non faremo come hai detto”. 11Iefte dunque andò con gli anziani di Gàlaad; il popolo lo costituì suo capo e condottiero, e Iefte ripeté tutte le sue parole davanti al Signore a Mispa.
12Poi Iefte inviò messaggeri al re degli Ammoniti per dirgli: “Che cosa c'è tra me e te, perché tu venga contro di me a muover guerra nella mia terra?”. 13Il re degli Ammoniti rispose ai messaggeri di Iefte: “Perché Israele, quando salì dall'Egitto, si impossessò del mio territorio, dall'Arnon fino allo Iabbok e al Giordano; restituiscilo pacificamente”. 14Iefte inviò di nuovo messaggeri al re degli Ammoniti per dirgli: 15“Dice Iefte: Israele non si impossessò della terra di Moab, né di quella degli Ammoniti. 16Quando salì dall'Egitto, Israele attraversò il deserto fino al Mar Rosso e giunse a Kades, 17e mandò messaggeri al re di Edom per dirgli: “Lasciami passare per la tua terra”. Ma il re di Edom non acconsentì. Ne mandò anche al re di Moab, ma anch'egli rifiutò e Israele rimase a Kades. 18Poi camminò per il deserto, fece il giro della terra di Edom e di quella di Moab, giunse a oriente della terra di Moab e si accampò oltre l'Arnon senza entrare nei territori di Moab, perché l'Arnon segna il confine di Moab. 19Allora Israele mandò messaggeri a Sicon, re degli Amorrei, re di Chesbon, e gli disse: “Lasciaci passare dalla tua terra, per arrivare alla nostra meta”. 20Ma Sicon non si fidò a lasciar passare Israele per i suoi territori; anzi radunò tutta la sua gente, si accampò a Iaas e combatté contro Israele. 21Il Signore, Dio d'Israele, mise Sicon e tutta la sua gente nelle mani d'Israele, che li sconfisse; così Israele conquistò tutta la terra degli Amorrei che abitavano quel territorio: 22conquistò tutti i territori degli Amorrei, dall'Arnon allo Iabbok e dal deserto al Giordano. 23Ora il Signore, Dio d'Israele, ha scacciato gli Amorrei davanti a Israele, suo popolo, e tu vorresti scacciarlo? 24Non possiedi tu quello che Camos, tuo dio, ti ha fatto possedere? Così anche noi possederemo la terra di quelli che il Signore ha scacciato davanti a noi. 25Sei tu forse più di Balak, figlio di Sippor, re di Moab? Litigò forse con Israele o gli fece guerra? 26Da trecento anni Israele abita a Chesbon e nelle sue dipendenze, ad Aroèr e nelle sue dipendenze e in tutte le città lungo l'Arnon; perché non gliele avete tolte durante questo tempo? 27Io non ti ho fatto torto, e tu agisci male verso di me, muovendomi guerra; il Signore, che è giudice, giudichi oggi tra gli Israeliti e gli Ammoniti!“. 28Ma il re degli Ammoniti non ascoltò le parole che Iefte gli aveva mandato a dire.
29Allora lo spirito del Signore venne su Iefte ed egli attraversò Gàlaad e Manasse, passò a Mispa di Gàlaad e da Mispa di Gàlaad raggiunse gli Ammoniti. 30Iefte fece voto al Signore e disse: “Se tu consegni nelle mie mani gli Ammoniti, 31chiunque uscirà per primo dalle porte di casa mia per venirmi incontro, quando tornerò vittorioso dagli Ammoniti, sarà per il Signore e io lo offrirò in olocausto”. 32Quindi Iefte raggiunse gli Ammoniti per combatterli e il Signore li consegnò nelle sue mani. 33Egli li sconfisse da Aroèr fin verso Minnit, prendendo loro venti città, e fino ad Abel-Cheramìm. Così gli Ammoniti furono umiliati davanti agli Israeliti. 34Poi Iefte tornò a Mispa, a casa sua; ed ecco uscirgli incontro la figlia, con tamburelli e danze. Era l'unica figlia: non aveva altri figli né altre figlie. 35Appena la vide, si stracciò le vesti e disse: “Figlia mia, tu mi hai rovinato! Anche tu sei con quelli che mi hanno reso infelice! Io ho dato la mia parola al Signore e non posso ritirarmi”. 36Ella gli disse: “Padre mio, se hai dato la tua parola al Signore, fa' di me secondo quanto è uscito dalla tua bocca, perché il Signore ti ha concesso vendetta sugli Ammoniti, tuoi nemici”. 37Poi disse al padre: “Mi sia concesso questo: lasciami libera per due mesi, perché io vada errando per i monti a piangere la mia verginità con le mie compagne”. 38Egli le rispose: “Va'!”, e la lasciò andare per due mesi. Ella se ne andò con le compagne e pianse sui monti la sua verginità. 39Alla fine dei due mesi tornò dal padre ed egli compì su di lei il voto che aveva fatto. Ella non aveva conosciuto uomo; di qui venne in Israele questa usanza: 40le fanciulle d'Israele vanno a piangere la figlia di Iefte il Galaadita, per quattro giorni ogni anno.
__________________________Note
11,1 lo aveva generato Gàlaad: Gàlaad viene presentato come nome di persona; altrove (11,8) come nome geografico. La regione di Gàlaad corrisponde al territorio occupato dalla tribù di Gad (Nm 32).
11,29 lo spirito del Signore venne su Iefte: la venuta dello spirito ha il compito di far riportare a Iefte la vittoria sugli Ammoniti (11,32-33).
11,30 Iefte fece voto al Signore: il voto era conosciuto dal tempo antico e il popolo vi ricorreva spesso; in molti testi la Bibbia dice che il voto fatto a Dio deve essere mantenuto. Ma, nello stesso tempo, la Bibbia ha un costante orrore per i sacrifici umani, che ripetutamente condanna (Lv 18,21; 20,2-3); inoltre, in alcuni testi, si attenua il rigore del voto (vedi Lv 27).
=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=
Approfondimenti
11,1-11. Iefte è figlio di un ebreo e di una prostituta, verosimilmente non ebrea. E detto «Galaadita», il che si riferisce al fatto che abitava nella regione di Galaad. È detto anche figlio di Galaad, nel qual caso Galaad non è più nome geografico, ma di persona. Galaad è il nome del figlio di Machir, un clan di Manasse che si era stabilito nella zona settentrionale della regione (vedi 5,14-18). Il testo non ci dice di quale tribù fosse lefte. Forse apparteneva alla tribù di Manasse, o forse alla tribù di Gad, considerato che è detto abitante della città gadita di Mizpa (11,34). C'è anche la possibilità che il nome vero del padre sia caduto, sostituito da quello della regione.
3. Il «paese di Tob», verso il deserto, nell'estremo nord, al di là dei pascoli eccellenti che erano caratteristici del territorio più a sud.
4. Iefte oltre che bastardo (v. 1), respinto dalla famiglia e diseredato (v. 2), è fuggiasco in zone desertiche, circondato da “sfaccendati” dediti a colpi di mano ai danni delle carovane di passaggio. Il motivo teologico di JHWH che sceglie le persone deboli e insignificanti per fare grandi cose e salvare il suo popolo trova qui variazioni singolari.
11. Dopo i negoziati con gli “anziani” (i rappresentanti del popolo), Iefte è nominato capo a Mizpa, dove JHWH ha il suo santuario. Il termine ro’š può indicare un capo tribù (Dt 1,15; 5,23), ma può essere usato anche per indicare funzioni militari e giudiziarie (cfr. Dt 1,15) o anche il re stesso (Os 2,2; Is 7,8s.).
12-28. A differenza di Abimelech, deciso nell'azione quanto estraneo alle vie diplomatiche, Iefte si comporta come vero capo politico e cerca di intavolare trattative con il re degli Ammoniti.
15-28. I fatti menzionati dagli ambasciatori di Iefte si riferiscono a Nm 2-21 e Dt 2,22-37. La seconda ambasciata di Iefte (vv. 14-27) sostiene in concreto, rifacendo la storia di ben tre contratti precedenti, che gli Israeliti consideravano loro proprietà quel territorio, per averlo conquistato combattendo contro Sicon, re degli Amorrei, che JHWH «ha scacciato davanti a Israele» (v. 23). Il territorio spettante agli Ammoniti, precisano, si trova più a oriente, là dove cessano i pascoli e iniziano le steppe e il deserto.
29-40. Ecco un'altra pagina a dir poco sconcertante, di questo libro pieno di orrori. Provoca sgomento l'episodio in sé, del padre guerriero che sacrifica la figlia unica. Aumenta lo sconcerto il fatto che l'elezione carismatica di lefte (v. 29: «lo spirito di JHWH venne su di lui») sembri direttamente rapportata alla vittoria sugli Ammoniti e al voto. Il sacrificio umano, non insolito in molte religioni, anche nell'ambiente in cui visse l'Israele antico, era esplicitamente proibito agli Ebrei (cfr. Lv 18,21; Dt 12,31). La plasticità della scena (vv. 34-39), la sua linearità e coerenza artistica, i contrasti di grande effetto che l'autore crea con tocchi semplici (la figlia che esce danzando e cantando incontro al padre di ritorno dalla guerra; la ragazza errante per i monti, che piange con le amiche la sua verginità) in questo caso non fanno che aumentare il senso di brivido e di orrore. È inevitabile chiedersi – nonostante Eb 11,32, che esalta la fede di Iefte, insieme a quella di altri personaggi dell'Antico Testamento – quale idea di divinità si nasconda dietro a questa pagina. La teologia del sacrificio nella tradizione occidentale denuncia allarmanti ambiguità nella concezione di Dio in rapporto alle “vittime” a lui “sacrificate”. È una pagina comunque istruttiva, come riflesso di tempi oscuri e che devono restare lontani, e come monito contro l'assunzione di motivi sacrificali pagani nella concezione del Dio di Gesù Cristo.
37. La ragazza chiede una dilazione di due mesi «per piangere la sua verginità», perché destinata a morire senza essere stata né sposa né madre, due motivi di vergogna, di disonore e di disperazione per la donna ebrea (cfr. Is 54,16).
39. Come nel caso di Isacco (Gn 22), la vittima prima di essere immolata è distesa su una catasta di legna, perché l'olocausto comporta la cremazione.
(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
LETIZIA BATTAGLIA
la Luce e il Sangue, le Bambine e il Riscatto.
Il ricordo di unincontro a Palermo e la forza di uno sguardo che ha usato la fotografia come arma di legittima difesa.
Credo fosse il 2014 quando andai a trovare Letizia Battaglia nella sua casa di Palermo. In quegli anni stavo completando una videostoria, allora quasi inedita, dedicata al gruppo femminile/femminista che operava a Cinisi mentre Peppino Impastato era ancora in vita. Il suo interesse per il mio lavoro sul gruppo femminista di Cinisi non era casuale: Letizia capiva profondamente il valore di quelle donne che, insieme a Peppino, cercavano di scardinare i codici patriarcali e mafiosi. Fu un’intervista breve, ma intensa: l’occasione per catturare un ritratto e scambiare pensieri su una storia comune.
Non era la prima volta che le nostre strade si incrociavano. Ci eravamo ritrovati a fotografare negli stessi luoghi, durante le stesse ore collettive: dai funerali di Piersanti Mattarella ai cortei di Cinisi, fino alle feste religiose in Sicilia. Percorreva le stesse strade, con Lei, anche Franco Zecchin. A volte li accompagnava anche una figura silenziosa, Josef Koudelka. Lei era già la professionista affermata, la “maestra” riconosciuta; io, poco più che un hobbista della domenica, la guardavo muoversi sul campo con rispetto e ammirazione.
Oltre la cronaca nera
Oggi, a distanza di anni, sento che non bisogna chiamarla solo “la fotografa della mafia”. Sarebbe un errore imperdonabile, come definire l’immensità del mare basandosi solo sui suoi naufragi. Letizia Battaglia è stata, prima di tutto, un atto di disobbedienza vivente.
In una Palermo che negli “anni di piombo” cercava rifugio dietro persiane sprangate e silenzi di cemento, lei sceglieva di uscire contromano. Con la sua sigaretta perennemente accesa e quella macchina fotografica stretta tra le mani, ha trasformato l’obiettivo in un’arma di legittima difesa contro la barbarie e l’indifferenza.
paolochirco.altervista.org/let…
CALENDARIO DEGLI INCONTRI
Quadro della Divina Misericordia
Ogni Venerdì alle 19:00, presso il Tempio di San Luca Evangelista, recitiamo la Coroncina della Divina Misericordia
Statua della Madonna di Medjugorje
Ogni ultimo Venerdì del mese, alle ore 19:00, dopo la Coroncina, leggiamo il messaggio del 25 del mese, della Madonna di Medjugorje.
Ti aspettiamo.
Gente Che Porca Puttana (part deux)
Ed eccomi a riprendere in mano la rubrica che un anno fa avevo inaugurato presentandovi la figura di Joe Carstairs, cosa che ha suscitato in me una certa sorpresa in quanto pochissimi la conoscevano di nome facendomi sentire bene per aver fatto una cosa buona. Perché come dicevo non è giusto che certe figure incredibili non ricevano il giusto riconoscimento, venendo eclissate da altre più comode (politicamente, socialmente, vedete voi) fino a diventare una nota a pié di pagina sui libri di Storia. Se va bene.
Visto che oggi è anche il Giorno della Memoria (si, sono dalla parte dei palestinesi ma non vuol dire che non debba ricordare questo giorno comunque) vi porto un personaggio che mi sono accorto non essere conosciuto e riconosciuto abbastanza.
WITOLD PILECKI
Il nostro Witold nacque nella Repubblica di Carelia nel 1901 lasciando stupìti i medici del tempo. Il nostro eroe, nato da esponenti della nobiltà polacca, era nato con una malformazione che avrebbe reso difficile la mobilità delle gambe: presentava infatti il più imponente paio di coglioni mai visto, ma crescendo non diede loro peso (lol) e camminò comunque bene senza problemi per tutta la vita. Si perché non stiamo parlando di una persona pronta a tirarsi indietro alla prima difficoltà: i problemi li puntava e li prendeva di petto convinto di vincere. Aveva un talento nel trovarsi in mezzo alle situazioni e farle sue.
Nel 1910 viveva con la madre e i fratelli a Vilnius e si appassionò allo scoutismo (Związek Harcerstwa Polskiego o “ZHP”), all'epoca associazione illegale in quanto paramilitare. Proprio non capiva perché dovesse essere bandita una cosa che gli piaceva tanto, al punto da fondare una sezione tutta sua poco tempo dopo PERCHÉ SI. Finita la Grande Guerra, che non lo vide partecipe perché la mamma lo tenne lontano dai conflitti ben sapendo con chi aveva a che fare, entrò come ufficiale nel 1918 nella Cavalleria Polacca e subito venne chiamato in battaglia: i russi, freschi di Rivoluzione, puntavano su Vilnius e allora andò a fare una improvvisata ai suoi vecchi amici del ZHP. Ne tirò fuori una formazione armata di tutto punto (rubando le armi a una colonna di crucchi che stava tornando a casa) e combatté i russi, perdendo. Ma lo diceva sempre lui, “mai perdersi d'animo”, e fondò una formazione di partigiani specializzata nella guerriglia dietro le linee nemiche, sabotaggio e quanto altro. Appena saputo che dalle parti di Białystok si stava riformando un esercito polacco regolare ci portò i suoi compagni in armi e combatté sotto il comando del Colonnello Dąbrowski (non il bonapartista naturalmente) fino alla fine del conflitto.
Fino al 1938 se ne resta tranquillo pur restando un militare di carriera, scoprendo anche la pittura e la poesia. Un uomo di ritrovata pace potremmo dire, che coltiva le sue passioni e
SECONDA GUERRA MONDIALE
Quando la Wehrmacht invade la Polonia il nostro Witold viene richiamato di corsa a comandare la 19ª divisione di cavalleria sotto l'Armata Prusy, poi quasi del tutto spazzata via dai tedeschi invasori. Confluì nella 41ª Armata che stava fuggendo verso la Romania, ma a un certo punto disse “EH NO CAZZO” e tornò all'attacco con quello che restava della sua cavalleria. Lui e i suoi uomini distrussero sette carri armati tedeschi, abbatterono un aereo e ne distrussero altri due a terra. Purtroppo poco dopo bussarono i sovietici dal confine est, il governo polacco andò in esilio in Inghilterra a fumare sigari e l'esercito era completamente sfatto e fuggito all'estero, incorporato in quegli eserciti che volevano o potevano dare rifiugio ai polacchi in quel periodo. Gli dissero “vieni con noi” e lui rispose “NON ESISTE”, rimanendo nel paese e fondando l'Esercito Segreto Polacco (Tajna Armia Polska o “TAP”), una delle prime formazioni clandestine capaci effettivamente di dare qualche calcio nelle balle ai tedeschi occupanti. Fino al 1940 inoltrato tenne un basso profilo come magazziniere per una ditta di cosmetici a Varsavia, mettendosi a litigare con le altre formazioni partigiane e non sul come mandare avanti le cose.
Poi sentì parlare di quello che stava accadendo in un piccolo paesino fuori Cracovia chiamato Oświęcim, ma che sarà conosciuto dal mondo come Auschwitz. Ma voleva vedere di persona, non affidarsi alle dicerie.
Si fece arrestare dai tedeschi usando il nome falso di Tomasz Serafiński, numero di matricola del campo 4859, formando da subito l'Unione di Organizzazione Militare (Związek Organizacji Wojskowej o “ZOW”) perché a lui piacevano le sigle e soprattutto dare un senso alle cose. La ZOW doveva raccogliere informazioni, procurare tutto il procurabile per tenere vive le persone e tenere su l'umore perché “mai perdersi d'animo”, anche se intorno a lui c'era letteralmente la morte. Riuscirono persino a costruire una radio con pezzi di fortuna per comunicare con il governo in esilio, raccontando cosa accadeva nel campo e mandando rapporti puntuali su eventuali cambiamenti. La stazione radio funzionò per 7 mesi fino a che non venne smantellata dalla ZOW perché la Gestapo (guidata da quello stronzo di Maximilian Grabner) aveva mangiato la foglia e per tutto quel periodo Witold e i suoi chiesero al governo e agli Alleati, sempre senza mai ricevere risposta, armi paracadutabili per montare una rivolta e fare fuori più carcerieri possibile. Capendo che tirava una brutta aria disse “BEH VADO A DIRNE QUATTRO AL GOVERNO” e semplicemente fuggì dal campo (tagliando nel frattempo la linea telefonica, mettendo fuori gioco un paio di SS, rubando documentazione e altre cose facili per tutti). E stiamo sempre parlando di Auschwitz, non di un villaggio turistico al mare. Arrivato al comando della resistenza locale e rimessosi in sesto si mise a scrivere quello che divenne noto come “Rapporto Pilecki”. L'intento di Witold, scrivendolo, era quello di convincere chi di dovere a liberare i prigionieri del campo ma il governo polacco e gli inglesi non credettero veritiero il rapporto, secondo loro non era verosimile che i nazisti facessero tutte quelle cose, aggiungendo che anche se l'attacco iniziale avesse avuto successo non avrebbero potuto salvare nessuno. Il rapporto raggiunse anche l'Armata Rossa sovietica che non mostrò alcun interesse in uno sforzo congiunto con l'esercito clandestino e lo ZOW per liberarlo.
Allo scoppio della rivolta di Varsavia il 1° Agosto 1944 Witold si rese immediatamente disponibile sotto falso nome e come soldato semplice, ma uno dei graduati lo riconobbe e, nemmeno il tempo di dire “KURWA”, si ritrovò addosso l'uniforme da ufficiale al comando della 1ª Compagnia “Warszawianka” addetta a difendere il centro della città. Quando questa cadde portando al termine della rivolta venne catturato dal nemico e posto in un campo di prigionia bavarese MOLTO sorvegliato creato apposta per i più famosi e problematici dell'esercito polacco fino alla fine della guerra, che per lui terminò con la liberazione da parte degli americani il 29 Aprile del '45.
Finita finalmente la guerra qualunque persona si sarebbe detta “bene il mio l'ho fatto” mettendosi in babbucce per il resto dell'esistenza, ma lui no. Lui aveva ancora più di un conto aperto con i russi e proprio non ci stava che il suo Paese, la Polonia, per la quale aveva combatutto tutta la vita fosse ora di loro proprietà.
Montò una nuova organizzazione reclutando ex membri dello ZOW e del TAP, sempre raccogliendo informazioni questa volta in funzione antisovietica, cambiando spesso nome e lavoro per non essere catturato. Un bel giorno i suoi corrispondenti gli dissero che la sua copertura era saltata e di andare in esilio perché ormai aveva finito, o lo avrebbero catturato. Lui naturalmente rispose “STICAZZI” e restò in Polonia fino a che non venne arrestato l'8 maggio 1947 dai sovietici. Pestato e torturato non rivelò mai i nomi dei suoi collaboratori o cosa aveva scoperto sui russi fino a quel momento.
Il processo farsa che venne organizzato fece clamore sia in Polonia che in Russia, perché per ogni accusa o diceria mossa contro di lui arrivava anche una lettera da parte di un sopravvissuto di Auschwitz o un commilitone da lui salvato. In molti si mossero per aiutarlo ma venne comunque condannato a morte e ucciso nel carcere di Varsavia il 25 maggio 1948 dal “Macellaio di Mokotow” (Piotr Śmietański) con un colpo di pistola alla testa. Non si scoprì mai il reale luogo di sepoltura, se mai ne abbia avuto uno. Il suo Rapporto venne pubblicato solo nel 2000 e la sua storia venne rivelata al mondo intero cosicché da quel momento strade, monumenti, libri e film documentaristici (per ora solo in Polonia) gli sono stati dedicati. Io invece vorrei un bel film hollywoodiano che ne onori le gesta, che scambierei volentieri con quella cagata di Operazione Valchiria con Tom Cruise dove si presenta Stauffenberg come un eroe.
Vorrei scrivere un appunto ora, molto personale, per chiudere il tutto. È da tempo che vedo l'internet e i suoi abitanti, ma anche gente che conosco personalmente, prendersi metaforicamente “a manate” per avere una più ragione dell'altro su quanto è successo negli ultimi 100 anni e perché.
Improvvisamente il Giorno della Memoria ad esempio, per via di quello che sta ancora succedendo in Palestina, è diventato un tabù tale che non viene più veramente ricordato. Se ne parla come una cosa ormai vecchia e stantìa, strumentalizzata da alzate di scudi o attacchi, partigianesimi o meme e chi più ne ha più ne metta. Se ricordi questo giorno automaticamente sei dalla parte di quel criminale di Netanyahu e solo perché bisogna sempre mettere tutto sotto uno stretto cono di luce con connotazione politica. Del resto non si vedono più i cortei contro la guerra in Palestina (a cui ho partecipato con entusiasmo) e solo perché qualche burocrate magicamente ha detto che c'è la pace adesso... anche se la gente laggiù continua a crepare. E sono convinto, anche qui, che buona parte dei partecipanti a quei cortei (e li vedevo, con la bandiera del partito) fosse mossa solo da ragioni politiche e da automatismi e non da un vero senso di umanità e dignità che dovrebbe muoverci ogni giorno in automatico. Le strade se le sono riprese le automobili. Abbiamo talmente fallito al punto che c'è ancora chi conta in maniera certosina i caduti, pronto a dirci se è valido o no il termine “genocidio” a seconda del numero come in una di quelle trasmissioni in tv che commentano le partite di calcio e i loro giocatori grazie alla moviola. Sud Sudan o altri posti invece sono semplicemente solo altri campionati sportivi che non ci competono.
Il nostro Witold Pilecki era un fervente anticomunista, non faceva volutamente distinzione fra tedeschi e russi e nemmeno gli ebrei gli piacevano. Di destra (oggi diremmo addirittura estrema) e super cattolico ha comunque salvato un sacco di gente perché andava fatto, senza il paraocchi dell'ideologia dietro cui tanti giustificano le azioni di altri personaggi storici e attuali. Lui, come Giorgio Perlasca o il fratello di Göring ed altri comunemente associati alla “parte che ha perso” (e per fortuna) erano tutti molto lontani da quegli eroi senza macchia, vincenti, che ci piace solitamente ricordare per una morale più alta o perché più semplicemente hanno vinto. Questi signori mi sembra abbiano fatto di tutto per riuscire a salvare anche solo una manciata di persone in più mentre il mondo restava a guardare, senza dare ascolto all'ideologia o alla linea di un partito, eppure non diamo loro la considerazione che meriterebbero. Vuoi vedere che a noi piace ricordare determinate cose e persone solo se danno un senso al nostro sistema di credenze e bias di conferma? Possibile.
Resta il fatto che, come dico sempre, solo chi è libero non è complice.
[vortex]se ne vanno durante] i lavori della linea vanno] [via offrono] glumelle all'expertize [le gru] i macchinari in [una fabbrica] oppure l'espressione cristallizza l'opera con il variare un'altra usina minimo si] [espandono inverte il clima calchi e copie taglia i fogli al Besozzo
✍️Ieri mi sono presentata all'INPS dove mi hanno convocata per la visita relativa all'invalidità che mi è stata riconosciuta un anno fa , avendo io subito una quadrantectomia, avendo fatto la radioterapia e in più le altre terapie ormonali, come da protocollo! La chiamano revisione, magari con l'intento di revocarla in quanto ormai fuori pericolo, guarita e felice e contenta di condurre una vita normale? Non è così, e a costo di sembrare negativa, ripetitiva, fuori luogo, secondo alcuni non nell'ambiente adatto per affrontare certe tematiche delicate e riservate, volevo semplicemente riportare la mia esperienza! Sono una donna, madre, moglie, figlia, zia , sorella cinquantenne che ha dovuto semplicemente fare i conti con un carcinoma maligno, a pochi giorni dal suo compleanno, nell'agosto del 2024.... E dopo più di un anno, ieri le domande che mi sono state poste, l'atteggiamento nei confronti di una malata oncologica, come sono definita e catalogata, mi hanno fatto quasi vergognare, in primis di essere donna, in secondo di essere malata e di percepire un qualcosa, che in teoria ci spetta a noi malati oncologici...che ogni giorno dobbiamo combattere, prendere farmaci, visite e controlli, che per i tempi lunghi delle ASL , spesso dobbiamo fare a pagamento, farci strada, accettare, mascherare, tutto ciò che la malattia ci ha lasciato e con cui dovremo probabilmente convivere a vita! Non parlo della mia cicatrice, ben visibile, ancora dolorante, non parlo dei cambiamenti che ci sono stati in seguito alla radioterapia, e nn parlo neppure di quelli che comportano le varie terapie ormonali, aumento di peso, sbalzi d'umore, problemi alle articolazioni, ecc, potrei andare avanti, ma nn vorrei essere troppo pesante e urtare nuovamente la sensibilità di chi non gradisce magari certi argomenti! Eppure sono reali, non possiamo pensare di parlare condividere, solo di politica Trump, social, ecc, magari nella vita c'è altro, e ci sono altri come me che semplicemente parlano della propria vita, delle esperienze personali, senza voler assolutamente sminuire altre tematiche ecc... Probabilmente è sbagliato l'approccio, il modo di pormi, si scrivere , di esprimere, ma io donna , ogni giorno ricevo sempre più dimostrazioni di mancato rispetto ed empatia proprio da altre donne! La dottoressa ieri mi ha trattata da incapace, da ingenua, ha usato un tono offensivo e di rimprovero per alcuni documenti che secondo lei non avevo presentato, li ho trovati e lei quasi infastidita, voleva che stessi a distanza, che rispondessi alle sue domande, senza aggiungere altro! Non ha voluto visitarmi ha chiesto a me come vedevo la mia cicatrice, ha voluto solo che le facessi vedere che ero in grado di sollevare il braccio destro, come se bastasse quello per dimostrare che sto bene e posso fare tutto, (perché il braccio destro ? Oltre alla quadrantectomia, viene anche prelevato e analizzato un linfonodo sentinella, il che non permette un recupero totale di tutti i movimenti.) di più come prima, e quando mi ha liquidata si è ricordata di domandarmi se lavorassi ed io le ho risposto di no e sono andata via, delusa affranta, triste per essermi sentita malata, fragile, come se oltre al corpo, ormai diverso, cambiato in cui spesso non mi riconosco, noi malati oncologici non meritiamo attenzione, anche per quello che sentiamo, proviamo, per i cambiamenti, le emozioni, i timori e quella paura che si ripresenta ad ogni esame, ogni controllo e che ci fa inevitabilmente sprofondare in quella solitudine, in quella diversità, insicurezza, dove io donna mi sono sentita umiliata, derisa e fortemente colpevolizzata non solo per essere malata, ma combattiva, ma per quella invalidità che ci viene riconosciuta, ma che dobbiamo dimostrare ogni giorno, ogni momento, come se avessimo scelto noi questo male e non viceversa!FB-IMG-1769446219459.jpg
Basia Bulat - Good Advice (2016)
Arrivederci timidezza! La vittoria sfiorata con “Tall Tall Shadow” al Polaris Prize e ai Juno Awards, i più importanti riconoscimenti canadesi in ambito musicale, deve aver rappresentato una bella scossa per Basia Bulat. Un sussulto che il nuovo “Good Advice” riflette fino in fondo. Ancora una volta la copertina racconta già molto dell’atmosfera di un suo disco: colorata, accurata, persino maliziosa dietro quel primo, inatteso, tocco di eyeliner, Basia sembra aver dato retta all’implicito “buon consiglio” di chi le imputava la sola pecca di un eccesso di prudenza e mostra di essersi disfatta di una riservatezza che tendeva ormai al proverbiale. Si prenda l’abbrivio di “La La Lie”... artesuono.blogspot.com/2016/03…
Ascolta il disco: album.link/s/5QuF7XeWSCeSkPA70…
Cavalli di nuvole
i primi smarrimenti: quando ti sembrava dovesse cascare il mondo- disegnavi angosce o voli pindarici nell’aria da una feritoia ti guardava un pezzo di cielo- tu ragazzino -ricordi- rifugiato in una baracca a smaltire l’ “onta” di una derisione non sapendola costellata di prove la tua stella
intanto cavalli di nuvole a sequenza dicevano la vita leggera
. Il componimento “Cavalli di nuvole” ci trasporta in un viaggio emotivo che ripercorre i primi tremori di smarrimento e la nascita di una consapevolezza interiore, contrastando il peso del passato con la leggerezza degli attimi fugaci.
I primi smarrimenti e il ricordo dell’angoscia giovanile
I versi iniziali rievocano quei momenti in cui, da ragazzino, sembrava che il mondo potesse crollare sotto il peso dei propri tormenti. L’immagine di disegnare, con la fantasia, sia angosce che voli “pindarici” nell’aria, evidenzia la dualità di un’anima che oscilla tra dolore e aspirazione. Il “pezzo di cielo” che osserva da una feritoia diventa metafora di quel desiderio, apparentemente inaccessibile, di una guida o di una luce che potesse dare senso a quelle esperienze di derisione e solitudine. Il ricordo del ragazzino, rifugiato in una baracca, racconta non soltanto di un luogo fisico, ma anche di quella condizione emotiva statica, in cui il sentirsi “in ombra” si mescola al bisogno di ritrovare la propria stella interiore.
Il volo liberatorio dei “cavalli di nuvole”
La seconda parte del testo cambia tonalità, passando da un'intensa introspezione a una celebrazione della leggerezza. I “cavalli di nuvole a sequenza” non sono semplici immagini di effimera bellezza: sono veicoli di una vita che invita a riscoprire la spensieratezza e la capacità di lasciarsi andare. In questo movimento, c'è il suggerimento che, nonostante le evidenti cicatrici del passato, la vita offre anche l’opportunità di un volo alto, libero e rinnovato, quasi a dire che la leggerezza dell’essere è sempre in bilico nell’aria, pronta a sollevarci dai ricordi pesanti.
Un invito a riflettere sul proprio percorso
Questo componimento diventa un specchio per chi ha vissuto quei primi smarrimenti, quei momenti in cui la derisione e l' “onta” sembravano oscurare ogni speranza. Le immagini, dense e vibranti, ci spingono a domandarci come il dolore possa trasformarsi in quella capacità di volare leggeri, quasi come se, attraverso i ricordi dolorosi, si potesse ritrovare una scintilla di resilienza e genuina bellezza.
Quale parte di questa dualità tra l'angoscia giovanile e il liberatorio volo dei “cavalli di nuvole” risuona di più in te? Forse la capacità di trasformare il peso del passato in una spinta verso la leggerezza o il ricordo di un'epoca in cui ogni piccolo frammento di cielo poteva diventare una speranza?
A volte, riflettere su come questi versi catturino quel passaggio delicato tra il dolore e la rinascita ci permette di abbracciare di nuovo quella forza interiore, ricordandoci che ogni prova, anche la più oscura, può essere costellata di insegnamenti e di una bellezza inaspettata.
GIUDICI - Capitolo 10
Tola1Dopo Abimèlec, sorse a salvare Israele Tola, figlio di Pua, figlio di Dodo, uomo di Ìssacar. Dimorava a Samir, sulle montagne di Èfraim; 2fu giudice d'Israele per ventitré anni, poi morì e fu sepolto a Samir.
Iair3Dopo di lui sorse Iair, il Galaadita, che fu giudice d'Israele per ventidue anni; 4ebbe trenta figli che cavalcavano trenta asinelli e avevano trenta città, che si chiamano anche oggi villaggi di Iair e sono nella terra di Gàlaad. 5Poi Iair morì e fu sepolto a Kamon.
Iefte (10,6-12,7)6Gli Israeliti continuarono a fare ciò che è male agli occhi del Signore e servirono i Baal, le Astarti, gli dèi di Aram, gli dèi di Sidone, gli dèi di Moab, gli dèi degli Ammoniti e quelli dei Filistei; abbandonarono il Signore e non lo servirono più. 7L'ira del Signore si accese contro Israele e li consegnò nelle mani dei Filistei e nelle mani degli Ammoniti. 8Questi afflissero e oppressero per diciotto anni gli Israeliti, tutti i figli d'Israele che erano oltre il Giordano, nella terra degli Amorrei in Gàlaad. 9Poi gli Ammoniti passarono il Giordano per combattere anche contro Giuda, contro Beniamino e contro la casa di Èfraim, e Israele fu in grande angoscia.10Allora gli Israeliti gridarono al Signore: “Abbiamo peccato contro di te, perché abbiamo abbandonato il nostro Dio e abbiamo servito i Baal”. 11Il Signore disse agli Israeliti: “Non vi ho forse liberati dagli Egiziani, dagli Amorrei, dagli Ammoniti e dai Filistei? 12Quando quelli di Sidone, gli Amaleciti e i Madianiti vi opprimevano e voi gridavate a me, non vi ho forse salvati dalle loro mani? 13Eppure, mi avete abbandonato e avete servito altri dèi; perciò io non vi salverò più. 14Andate a gridare agli dèi che avete scelto: vi salvino loro nel tempo della vostra angoscia!“. 15Gli Israeliti dissero al Signore: “Abbiamo peccato! Fa' di noi ciò che sembra bene ai tuoi occhi; soltanto, liberaci in questo giorno”. 16Eliminarono gli dèi stranieri e servirono il Signore, il quale non tollerò più la tribolazione d'Israele. 17Gli Ammoniti si radunarono e si accamparono in Gàlaad e anche gli Israeliti si adunarono e si accamparono a Mispa. 18La gente, i prìncipi di Gàlaad, si dissero l'un l'altro: “Chi sarà l'uomo che comincerà a combattere contro gli Ammoniti? Egli sarà il capo di tutti gli abitanti di Gàlaad”.
__________________________Note
10,6-12,7 Gli oppressori sono gli Ammoniti; ma il Deuteronomista amplia di molto il quadro sul piano religioso e politico, tanto da far pensare ai tempi di Saul. La narrazione contiene i quattro momenti tipici delle biografie dei giudici maggiori.
10,8 tutti i figli d’Israele che erano oltre il Giordano: cioè le tribù di Ruben, Gad e metà di Manasse, che si erano installate a est del Giordano.
=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=
Approfondimenti
10,1-2. Tola, della tribù di Issacar, è il primo dei sei “giudici minori”. Anch'egli, afferma il testo, «sorse a salvare (lᵉ hošîa‘) Israele» (lo stesso si dice di Samgar, Gedeone e Sansone, cfr. Gdc 3,31; 6,14s.31.36s.; 13,5). Il redattore cerca di legare questo personaggio alle figure precedenti (v. 1: «Dopo [la morte di] Abimelech»), presentandolo poi secondo uno schema identico a quello usato per tutti gli altri giudici minori. Ma anziché delle loro iniziative di “liberatori”, nel caso dei giudici minori si parla specificamente della loro attività di giudici, e si indica la durata del loro ufficio. Tale autorità e ufficio si estendeva ai clan, alle famiglie o al massimo alla tribù; non certo a tutto Israele, come afferma il testo (v. 2), con la solita tendenza a dare valenza nazionale ai personaggi (vedi anche 4,1-13).
10,3-5. Iair è il nome di un clan della tribù di Manasse. Siamo ora al di là del Giordano, nel territorio di Galaad (cfr. Nm 32,41; Dt 3,4). Le «città» di cui si parla, dette anche «i Villaggi di Iair» (v. 4), sono tendopoli di nomadi e abitazione di diversi clan. Anche in questo caso l'estensione dell'ufficio di Iair a tutto Israele è inverosimile.
10,6-12,7. La storia di Iefte è introdotta da un brano (10,6-16) che contiene il linguaggio e i tratti teologici tipici della redazione deuteronomistica e richiama l'introduzione di 2,6-3,6 (cfr. anche 6,7-10). Entrano in campo nuovi popoli nemici, dopo i Moabiti (Eud), i Cananei (Debora e Barak), i Madianiti e gli Amaleciti (Gedeone). Si tratta degli Ammoniti, nomadi d'origine aramaica stanziatisi già nel sec. XII nella zona più povera della Transgiordania, a est di Galaad, lungo le rive dello Iabbok superiore, che segnava i confini tra i clan israelitici di Galaad, insediati nella zona più fertile e quindi esposti alle scorrerie e ai tentativi ripetuti di penetrazione da parte di gruppi nomadici. Il personaggio Iefte per la sua origine e per come ha iniziato l'attività, richiama la figura di Abimelech. Il testo ci presenta la sua nomina a capo del clan di Galaad (11,1-11); l'ambasceria agli Ammoniti (11,12-28); il suo tragico voto – legato alla vittoria militare contro costoro – che lo costringe a uccidere la figlia (11,29-39); la rivalità con Efraim (12,1-6). Il versetto conclusivo (12,7) utilizza il formulario tipico dei giudici minori.
10,6-18. Il brano menziona, con gli Ammoniti, anche i Filistei (v. 6.7.11), i quali però entreranno in questione più avanti, con Sansone (cc. 13-16), oltre che con Samuele (1Sam 1-12). Ciò induce a pensare che questa nostra pagina risulti dalla fusione di due tradizioni, una riferita a Iefte, con la menzione degli Ammoniti (vv. 6s.9.12), l'altra di introduzione a Sansone e a Samuele. La regione interessata è quella di Galaad, abitata dalla metà transgiordanica della tribù di Manasse, nonché dalle tribù di Ruben e di Gad. Il suo estremo confine meridionale è costituito dall'Arnon, mentre a nord confina con la regione di Basan. Questa introduzione a Iefte contiene i quattro momenti tipici dello schema deuteronomistico, ma con variazioni: peccato d'Israele (v. 6), punizione (vv. 7-9), pentimento (vv. 10-15). Il quarto momento è accennato al v. 16 ed è costituito globalmente dalla storia di Iefte, che segue.
6. L'elenco dei popoli e delle rispettive divinità con cui gli Israeliti avrebbero avuto contatti sincretistici è esagerato e dilata enfaticamente la formula solita che segnala il primo momento dello schema storico-salvifico di Gdc. Di fatto, dal v. 9 in poi si parlerà solo degli Ammoniti, l'unica popolazione che entra in questione qui.
10-16. La fase del pentimento è esposta in forma dialogica, tipica della liturgia penitenziale (cfr. 2,1-5; 6,7-10), che qui però inizia con la confessione d'Israele (v. 10), invece che con l'accusa da parte di JHWH (vv. 11-14). La confessione del peccato peraltro è ripetuta (v. 15).
(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
Ridateci le virgole!
Titolo provocatorio e un po’ acchiappa clic, lo ammetto, ma così l’amigdala fa quello che le riesce meglio: va in panico. Si mette in allarme, percepisce il senso di perdita – peché se chiediamo che ci vengano ridate le virgole significa che prima le avevamo e ora non le abbiamo più – e la nostra attenzione schizza alle stelle, bella pimpante e adrenalinica, in circa un ottavo di secondo. Nel frattempo voi avrete letto queste righe, attività che richiede ben più di un ottavo di secondo, e la vostra corteccia prefrontale avrà già riportato la calma, in assenza di una minaccia reale. Adrenalina e cortisolo hanno fatto il loro dovere, vi hanno portati qui belli svegli e attenti, ora possono tornare a livelli ottimali e noi possiamo dedicarci alla punteggiatura, alla sua storia e all’importanza delle virgole.
La punteggiatura non è nata nello stesso momento della scrittura né men che meno quando i primi esseri umano hanno iniziato a sperimentare il linguaggio è nata molto dopo e tra poco vedremo nel dettaglio la sua genesi e la sua evoluzione ma se avete letto fino a questo punto senza prendere fiato e sostanzialmente senza aver capito un fico secco di quello che avete letto avete già compreso perché è tanto importante. Riproviamo. La punteggiatura non è nata nello stesso momento della scrittura, né men che meno quando i primi esseri umani hanno iniziato a sperimentare il linguaggio; è nata molto dopo e tra poco vedremo nel dettaglio la sua genesi e la sua evoluzione. Ma se avete letto fino a questo punto senza prendere fiato – no, stavolta avete preso fiato – e sostanzialmente senza aver capito un fico secco di quello che avete letto – no, stavolta avete capito eccome –, avete già compreso perché è tanto importante.
Cos’è cambiato tra la prima e la seconda lettura? Di sicuro, la respirazione. Probabile che abbiate trattenuto il fiato, leggendo parola dopo parola, cercando di fare il più in fretta possibile perché, ehi, questo è un post, non una prova d’apnea. Oppure avete iperventilato. Il cervello era impegnato a gestire il poco ossigeno disponibile e quella era la priorità, fanculo il senso del testo (questo l’ha detto il rettile, non è roba mia). Altra sensazione che avete sperimentato, un senso di fastidio e di irritazione: se siete qui, con buona probabilità avete terminato le scuole medie da un bel pezzo, sapete leggere da quanto?, qualche decina di anni? E allora come è possibile che non abbiate capito il senso di quanto avete letto? Questo è frustrante! E, indovinate un po’ qual è l’ormone che scatena il senso d’inadeguatezza? Il cortisolo. Lo stesso che, in piccole dosi, ingaggia l’attenzione, è quello che, fuori controllo, genera stress e ansia. E che, non a caso, si può ridurre con una corretta e controllata respirazione. Quindi adesso fate qualche bel respiro profondo, sorridete, lasciate che le endorfine facciano il loro dovere e riprendiamo il nostro percorso.
Come ho scritto negli esempi qui sopra, la punteggiatura non è nata con la scrittura: in Occidente, Greci e Romani erano soliti parlare nelle assemblee pubbliche facendo affidamento su arte oratoria e retorica e, anche quando i discorsi erano stati scritti preventivamente, la scriptio continua – cioè la scrittura continua, senza interpunzione – imponeva all’oratore di leggere il testo in anticipo, così da conoscerne il contenuto e poter porre l’enfasi sui punti di maggior importanza. Tradizionalmente si fa risalire ad Aristofane di Bisanzio, nel II secolo prima di Cristo, l’invenzione della punteggiatura. Egli introdusse il punto, che andava inserito in tre posizioni diverse della riga in base all’intonazione che si desiderava dare alla lettura: abbiamo così il punto in alto (comma), nel medio (colon) e basso (periodus). Caduta poi in disuso, la punteggiatura venne riscoperta e ampliata dagli scribi e dai copisti medievali, interessati a conservare e tramandare il significato originale del testo copiato: era necessario che le parole fossero distanziate, che la lettura avesse un ritmo e un senso comprensibile. È a San Isidoro di Siviglia che si deve non soltanto la ripresa del sistema di Aristofane, ma anche l’introduzione di segni aggiuntivi, destinati a indicare la durata della pausa: più in alto era posto, più lunga sarebbe stata la pausa. Il punto in alto è diventato così, per durata, il nostro punto fermo, quello medio il punto e virgola o il due punti (a seconda delle necessità), quello basso la virgola. Nel frattempo, tra il settimo e l’ottavo secolo, gli scribi irlandesi e anglosassoni, le cui lingue originarie non discendevano dal latino, sempre per rendere più facilmente leggibili e comprensibili i testi, hanno avuto la brillante idea di separare le parole e di inserire le minuscole. Dio gliene renda merito! Attorno al dodicesimo secolo a questi tre punti si erano aggiunti graficamente il punctus elevatus, che non è un punto snob bensì il punto e virgola, reso con un punto basso e una virgola capovolta in alto, il cui codino volgeva verso sinistra (in pratica, sottosopra rispetto a oggi) e il punctus interrogativus, che come si intuisce dal nome è il punto interrogativo, il quale però appariva nei modi più vari nei manoscritti, da una specie di lampo a un ghirigoro a una sorta di n con una lunga gambetta tesa verso l’alto con un punto in basso. Per secoli la punteggiatura era stata in balia dei gusti estetici dei copisti e delle disponibilità di spazio sulle pergamene; la virgola, ad esempio, poteva venir segnata sia con il punto in basso, sia con la virgola come la conosciamo oggi, sia con una barra diagonale (/). Fu solo grazie a due italiani, il linguista Pietro Bembo e l’editore veneziano Aldo Manuzio, che nel Cinquecento la punteggiatura iniziò ad assumere caratteri standardizzati.
Dunque, perché usare la punteggiatura? Già il preservare una storia millenaria, che ha consentito alle lingue occidentali di evolversi e guadagnare in comprensibilità, direi che è una buona ragione. Ma se non vi basta, per autodifesa: fate in modo che nessun ladro di virgole vi forzi il respiro e manipoli il cortisolo, causandovi ansia e stress. Siate consapevoli, tenete il punto.
*Se desiderate approfondire: “Pause and Effect”, Malcolm B. Parkes; ”Ars maior”, Aelius Donatus
✍️Pensieri, delusioni, aspettative, e poi portare il peso di cose, persone che nn hanno bisogno invece di questa mia empatia, oggi ho imparato un nuovo termine, ghosting, che significa sparire improvvisamente ed è ciò di cui sto soffrendo io ultimamente! Non voglio dare colpe a nessuno, nn voglio essere pesante come sempre, ma vorrei tornare ad essere me stessa, quella me, che dice ciò che pensa e sente, che non si pone limiti alle emozioni, che reagisce , combatte, soprattutto per sé stessa e per ciò e per coloro nei quali crede! Invece ? Nulla di tutto ciò! Aspettative deluse, pensieri che continuano ad accumularsi ad appesantire la mia mente e il mio cuore? Bè, sicuramente credo stia per implodere, perchè non riesco più ad esplodere, a farlo con chi dovrei, a cercare ciò che ho perso, a ritrovare quella determinazione che in fondo era mia! Prima che mi ammalassi? Non so se posso e devo dare colpe al mio tumore, alle terapie che mi sconvolgono, che mi rendono insopportabile e che fanno si che io allontani tutto e tutti! Ma è possibile, che dipenda tutto da me? In fondo ho sempre sofferto delle stesse mancanze, stessi allontanamenti, incomprensioni, esigenze o forse continuo ancora a soffrire di questo incolmabile bisogno di avere un amico, quella persona cui poter dire tutto, cui affidare anche quella parte di me che non trova conforto, che non riesce a darsi pace, e che inevitabilmente spera, aspetta, che arrivi, che sia presente come sempre!? Io oltre ad essere innamorata della mia luna, averle quasi dato un volto, quasi un ruolo, ho fatto si che diventasse la mia più cara amica, io a lei mi affido, in lei confido e di lei ho scritto tanto..Poi arriva quel momento in cui quella luna diventa reale, diventa una presenza costante, con cui ridere, scherzare, parlare di tutto, confidarsi, con cui realizzare qualcosa, tessere sottili fili, di un rapporto, delicato, particolare, importante , vero eppure quando sembra tutto perfetto, succede qualcosa, sembrano che i fili siano in tensione, pronti a spezzarsi ed io sempre in ansia, sempre in affanno per creare, cercare di coltivare, di rinnovare, di mantenere vivo, un rapporto, emozioni, progetti, cui ho fato tanto, cui mi sono affidata e fidata senza pensarci senza difese, ma sempre con la mia paura, quella sottile sensazione di malessere, di insoddisfazione, di preoccupazione di non essere all'altezza, di non essere pronta, di non essere quella che credevo di essere e quindi poi il tempo passa, e mi ritrovo a scrivere, a condividere a cercare in immagini, in frasi, risposte, motivi, quel qualcosa che mi faccia riconquistare ciò che avevo raggiunto, trovato, guadagnato e che ora mi sembra di aver perso! Tendo la mano, chiedo aiuto, ma non c'è nessuno ad affarerrarla, sono in balia di una tempesta e non c'è quel faro, e così continuo a perdermi, anche in queste mancanze, anche in paure, mai superate o affrontate, che spengono emozioni, speranze. Non è facile per me, è un periodo delicato, so che lo è anche per la luna, non sempre rischiara la notte, a volte sembra sparire ed essere inghiottita dal buio, da nuvole nere e spaventose ed io sono come quella luna, dai due volti, forte, combattiva, luminosa e sorridente e poi c'è quella parte non visibile, che pochi possono vedere, che a pochi è permesso di osservare, a volte faccio finta di mostrare, ma spesso a parlare sono i silenzi, attimi, immagini, sensazioni e piccoli vuoti, che si possono colmare con poco, con un tramonto, un'alba,un sorriso, un abbraccio o semplicemente con un po' di amore e speranza...DSCN4865-1.jpg
Quando fu ucciso Aldo Moro io avevo otto anni e i videogiochi non esistevano. Sarebbero arrivati bucando il cielo scendendo come insetti verso il mio paesino, implacabili, ma nel 1978 ancora non esistevano i case di Pac-Man, di Centipede, di Moon Cresta. Sembra incredibile pensare un mondo privo dei videogiochi, in cui non era possibile immaginarli, ma così era. Avevo otto anni e i videogiochi ancora non potevano farmi diventare una persona violenta, nel frattempo Aldo Moro era stato scannato, come nella macelleria dove andavo con gli altri ragazzi, e ad ucciderlo erano stati tutti. Era stata la comunità.
Avevo otto anni, ne avrei avuti nove, poi dieci, dodici, avrei conosciuto i videogiochi, avrei visto il mondo vecchio di Moro ammazzato e quello nuovo elettrico, senza nome, con colori e suoni impossibili: la sporcizia della memoria di quegli anni si ammucchiava, stavo creando, dentro di me, una specie di linea temporale spuria in cui sovrapponevo eventi, cose che non comprendevo, immagini che si incagliavano dentro di me, prendevano spazio nella carne e lì restavano e lì sono ancora.
Così, nella mia memoria, come livelli di un programma di grafica, i livelli storici si sono sovrapposti e c'è questa realtà alternativa nella quale quando è stato ammazzato Aldo Moro io avevo tredici anni e stavo giocando a un livello abbastanza avanzato di Centipede.
La cosa che mi affascinava di più di Centipede erano i colori, aveva questi colori così sgargianti con questi accostamenti rivoluzionari, la storia di Centipede era che tu impersonavi una specie di navicella testa-di-serpentello che stava a fondo schermo e tutto lo schermo era pieno di funghi e dall'alto iniziava a scendere un Centipede e tu da sotto sparavi e colpivi il Centipede il quale si spezzava in centipedi più piccoli che continuavano a scendere, e ogni volta che arrivavano a fondo schermo o che toccavano un fungo scendevano sempre più in basso e tu dovevi ammazzarli tutti prima che arrivassero a terra, con la difficoltà dei funghi che ti bloccavano i colpi, e ogni volta che ammazzavi tutti i centipedini, cambiavano i colori dei funghi e ne arrivava giù un altro, e più avanzavi nei livelli, più i colori erano pazzeschi, tipo viola+giallo, più il Centipede era veloce e bastardo, e ogni volta che beccavi un Centipede, il pezzo che beccavi si trasformava in fungo, anche i funghi potevano essere distrutti ma necessitavano di molti colpi, il segreto era di lasciarsi libera la parte bassa in modo da poter permettere alla testa-di-serpentello di muoversi senza essere bloccato e poi se non c'erano funghi si rallentava la discesa del serpente che era costretto ad andare fino a fine schermo prima di poter scendere di una riga verso di te.
[da 'PÈCMÉN, Blonk Editore]
[esclusioni]già clienti¹ ²a soffitto caricabile] sui conduttori varie]³ aggiunte lo [escludono o] hanno messo del pubblico au hasard a] vuoto³ generico per] estensione merci da un-secondo la [normativa [nevischio tipo newcastle è] per area distinguono in giallo intermedio non [tessuto douze études
Da Good a Pretti: l’ICE ha perso Minneapolis.
(199)
#Minneapolis è diventata un’altra ferita aperta negli Stati Uniti, non solo per la politica immigratoria, ma per la natura stessa del potere federale e della violenza che questo può esercitare contro i cittadini. Quello che doveva essere un controllo migratorio si è trasformato in un’operazione di punizione di massa, con agenti federali che piombano in città, sparano a cittadini americani disarmati e poi si comportano come se non fosse successo nulla.
Il risultato è una città in rivolta, con serrande abbassate, proteste dure, e una mobilitazione che rischia di bloccare il governo: la piazza e la protesta sono diventate l’unica vera forza sociale che ancora conti. Da #Washington, il messaggio è stato chiaro fin dall’inizio: bisogna usare la forza, “spingere” l’immigrazione fuori dalle città, far paura, e mostrare che il governo non ha pietà.
L’ #ICE è stata lanciata come una milizia pronta a colpire senza porsi troppi problemi di legalità, con operazioni che somigliano più a retate di guerra che a controlli di polizia. Ma quando quei colpi sono arrivati addosso a due cittadini americani,Renée Good e Alex Pretti, qualcosa si è spezzato.
Il sentimento di ribellione è diventato così forte che è arrivato a minacciare l’intero bilancio federale: nessun voto per finanziare lo stato federale, si è detto, finché quello stesso stato continua a inviare a Minneapolis agenti che sparano a chi vive lì.
Proprio su questo fronte si è imposto all’attenzione mediatica il colpo di scena: la promessa di ritirare l’ICE. Non perché ci sia stato un ripensamento morale, né per un’improvvisa riscoperta dei diritti civili, ma per pura convenienza.
L’escalation è stata tale che minaccia di paralizzare il governo e di far pagare un prezzo politico troppo alto. Così, mentre si annuncia che i “muscoli” stanno per lasciare la città, si promette di lasciare una task force per contrastare le frodi ai servizi sociali, come se fosse un problema di frodi e non di violenza di stato. È un modo per arretrare senza sembrare in fuga, per cambiare faccia alla repressione senza rinunciare a esercitarla.
Intanto, la politica interna si trasforma in una sequenza di ritocchi tattici: fondi separati per il #Pentagono e la sanità, proposte per colpire le città che non collaborano con le deportazioni, qualche mea culpa strozzato, molta retorica sulla legge e sull’ordine. La sostanza resta la stessa: la violenza è diventata strumento abituale, uno strumento che non si discute, ma si giustifica. E quando si uccide un cittadino americano, si parla di “errore” o di armi nascoste, si riscrive la storia per trasformare la vittima in minaccia, in modo che si possa continuare a credere di essere nel giusto.
L’ICE, in questo quadro, appare per quello che è: una milizia fascistoide all’interno dello stato, una forza che agisce con impunità, furgoni anonimi, arresti lampo, violenza indiscriminata.
Uccide in città che non hanno chiesto la sua presenza, invade comunità con una logica di guerra, e quando uccide due cittadini americani in un mese, viene difesa e coperta, non perseguita.
Il presidente che la esalta, la chiama “fenomenale”, e non si assume la responsabilità di quei colpi di pistola, mostra che la sua America è un luogo dove la forza precede il diritto, dove la pelle, la lingua e il permesso di soggiorno definiscono chi merita di vivere e chi no.
#Blog #USA #ICE #Minneapolis #Politica #DirittiCivili #DirittiUmani #Opinioni
Animal Collective - Painting With (2016)
Li avevamo lasciati in mezzo al sudore lisergico e alle torride allucinazioni di “Centipede Hz”, album che con i suoi pregi e difetti segnò un deciso spartiacque per la loro ormai sempre più longeva parabola artistica. Tre anni e mezzo dopo gli Animal Collective tornano con “Painting With”, l'undicesimo album (l’ennesimo con la formazione a tre senza Deakin) per una band decisamente oltre l'ordinario... artesuono.blogspot.com/2016/02…
Ascolta il disco: album.link/s/04EajKw866bzJn3EW…