9 anni di "carcere preventivo": Giuliano Naria
post su fb di Maurizio Frare
Giuliano Naria, 29 anni di Genova, ex operaio licenziato dall'Ansaldo nonché ex-membro della segreteria genovese di Lotta Continua, viene arrestato il 27 luglio 1976 a Gaby (Val d'Aosta), dove si trova con la sua compagna Rosella Simone. A suo carico un mandato di cattura emesso il 9 giugno 1976 per il sequestro lampo del 23 ottobre 1975 ad opera delle BR del capo personale Ansaldo Vincenzo Casabona, responsabile del suo licenziamento. Anche se da questo fatto Naria verrà presto prosciolto in istruttoria, ha inizio da qui la sua incredibile odissea che lo porterà a scontare oltre 9 anni di carcere preventivo nei più duri penitenziari speciali dell’epoca e dai quali uscirà talmente debilitato da contrarre in seguito un tumore che lo condurrà alla morte a soli 50 anni, il 27 giugno 1997.
Ripercorriamo questa agghiacciante vicenda degli “anni della emergenza”. Il 10 giugno 1976, due giorni dopo l’omicidio del Giudice Coco e della sua scorta, il "Corriere Mercantile" di Genova era uscito con un titolo a nove colonne: "Ecco il volto della belva che ha compiuto il massacro" sotto al quale compariva una foto di Giuliano Naria. Come mai ? Due presunti testimoni, si scoprirà dopo, avevano rilasciato dichiarazioni alquanto contraddittorie alla polizia e riadattato i primi identikit alla foto di Giuliano Naria mostrata loro. Il primo è un certo "Tony lo slavo", vero nome Grbelja Zoran sospettato di sfruttamento della prostituzione all'Angiporto e privo di documenti e permesso di soggiorno, il quale avrebbe riferito che al momento dell’attentato si sarebbe trovato in un bar nelle vicinanze, dal quale tuttavia (secondo quanto successivamente dichiarato dal proprietario e da altri avventori) non era possibile vedere proprio nulla, ma ciò nonostante riconosce nella foto di Naria l'uomo che avrebbe freddato l’agente Deiana. L'altro teste è tale Leonardi, noto contrabbandiere, già ricercato per furto, che sostiene di essere passato in autobus vicino al luogo dell'agguato ed anche lui riconosce la foto di Naria, ma non già come di quello che avrebbe sparato a Deiana, bensì di quello che “gli copriva le spalle”. Una terza testimone oculare, l'adolescente Teresa Maggio invece non riconosce Naria e così viene portata a Torino e sottoposta a sfibranti interrogatori, al termine dei quali si dichiara testimone inattendibile perché svenuta durante l'attentato. Il 6 ottobre 1976 a carico di Naria viene emesso ulteriore mandato di cattura per l'omicidio di Coco. Frattanto Giuliano Naria trascorre più di ottanta giorni di isolamento totale (prima a Milano, poi a Genova).A settembre, Giuliano Naria scrive al Soccorso Rosso: ”da più di un mese vengo sequestrato nel più assoluto isolamento e sottoposto a "grande sorveglianza". Non entro nei particolari di ciò che questo significa perché penso lo sappiate bene anche voi. Non solo: sono stato ripetutamente minacciato di morte specialmente durante un trasferimento per il famoso confronto con i testimoni. La pattuglia dei carabinieri che mi ha gentilmente accompagnato era comandata da un maresciallo che dopo aver dichiarato di essere intimo amico della guardia del corpo di Coco, tra un plauso e l'altro a Mussolini e al fascismo, ha cominciato a pronunciare frasi di questo genere: "Sarebbe meglio ucciderli tutti", "se questo tenta la fuga, il problema sarebbe risolto" e altre amenità del genere. Questi sono i nostri democratici tutori dell'ordine! Vi ho parlato di questo perché in perfetto stato di salute dichiaro di non aver nessuna intenzione di suicidarmi. Anzi, anche dietro le mura del carcere, proseguirò la lotta insieme a tutti gli altri compagni. Saluti comunisti, Giuliano Naria.” Il 5 ottobre 1976 Naria viene tolto dall'isolamento, ma poco tempo dopo, a seguito di una ennesima provocazione delle guardie presso il carcere di Marassi cui ad un certo punto partecipa anche il Giudice Sossi, la Procura di Genova emette un terzo mandato di cattura contro Naria per minacce e insulti a magistrato, da cui nuovi titoli a tutta pagina sulla stampa: “Giuliano Naria, in carcere per aver ucciso Coco, aggredisce un altro giudice”. Il 20 dicembre 1976 Giuliano Naria viene trasferito a Torino al carcere delle Nuove (che in realtà è fatiscente e invaso dai topi), dove viene messo in un'ala abbandonata, completamente solo. L'indomani gli altri detenuti lo vengono a sapere, e pretendono che sia sistemato in una cella normale. La sua cella viene regolarmente perquisita e messa a soqquadro, le guardie spaccano le sue bottiglie d'acqua e rovesciano i posacenere sul suo letto, il suo compagno di cella viene picchiato, e chiunque parli con lui viene minacciato. Nonostante il clima pesantissimo, Naria forma un gruppo di studio sul marxismo, ma nel marzo 1977 viene tradotto a Saluzzo (CN) senza preavviso, alle cinque del mattino, trascinato via dal letto seminudo, nonostante il freddo. Alla sua scorta non vengono consegnati né gli effetti personali, né i soldi, né la cartella medica. Ai genitori arrivati a Torino per il colloquio, verrà detto semplicemente che Giuliano è stato trasferito. Lo stesso avviene al notaio giunto per sbrigare le pratiche di matrimonio. A Saluzzo Naria viene subito rinchiuso in cella di segregazione, una specie di loculo senza finestre né piani di appoggio, nonché senza possibilità di spegnere l'abbagliante luce al neon. Per tenerlo ermeticamente isolato dagli altri detenuti gli impediscono persino di andare alle docce. Il 6 marzo 1977 scoppia una rivolta dei detenuti contro le bestiali condizioni di vita. Una delle prime richieste è quella di togliere dalle celle di segregazione i detenuti che vi sono rinchiusi. Alle celle c'è un solo detenuto: Giuliano Naria. Nonostante tutti i tentativi di tenerlo nascosto, gli altri prigionieri hanno scoperto che Giuliano Naria è a Saluzzo, e stanno cercando di salvargli la vita. La protesta è relativamente pacifica. Non fidandosi del direttore del carcere Ortoleva, i detenuti chiedono di parlare con il presidente della Regione. All'alba del giorno dopo, al posto del direttore arrivano i carabinieri di Dalla Chiesa, che irrompono nel carcere e danno inizio a un massacro: un detenuto perde un occhio, sangue dappertutto, non si contano le ossa fratturate. La stampa nemmeno ne parla. Nessun dottore visita i feriti, che vengono chiusi tutti insieme in un'unica sezione, senza ricambio d'aria, per tre interminabili giorni. Giuliano Naria riceve i propri effetti personali da Torino. Qualche guardia gli ha rubato la radio e la scacchiera. I genitori riescono a ottenere il permesso di visita. Sono scortati dentro il carcere da molte guardie, e i due anziani devono percorrere un corridoio di secondini schierati, e il colloquio avviene alla presenza di altre guardie. Il 15 marzo 1977 un altro notaio si reca in carcere per le pratiche del matrimonio ma, ancora una volta, Giuliano è stato trasferito il giorno prima e "parcheggiato" a Genova, in attesa di essere tradotto a Porto Azzurro, sull'Isola d'Elba. Il giorno di pasqua arrivano i genitori e il solito notaio ma per l'ennesima volta, Naria è appena stato tradotto e così il 10 aprile 1977 arriva all'Elba dove dieci giorni dopo un notaio riesce finalmente a visitarlo e viene "celebrato" il matrimonio, seppure a distanza. Durante l'estate viene approntato il circuito delle carceri speciali e Naria viene trasferito a Fossombrone, ma il 9 ottobre 1977 Naria viene trasferito all'Asinara con un elicottero con mani e piedi incatenati al pavimento. Per i parenti raggiungere l'Asinara è quasi impossibile, sia per i costi sia perché le condizioni del mare sono un ottimo pretesto per impedire le visite: per ben due volte la moglie Rosella impiega soldi e tre giorni di viaggio per attraccare all'Asinara senza che il direttore del carcere dott. Cardullo la lasci scendere per vedere suo marito. Il 2 ottobre 1979 scoppia la rivolta contro i citofoni e i colloqui col vetro antiproiettile, contro le crescenti restrizioni della socialità interna e soprattutto contro l'annientamento e siccome Giuliano Naria è tra gli insorti questo gli costerà l'ennesimo mandato di cattura con capi d'accusa pesantissimi (danneggiamento aggravato, detenzione illecita di esplosivo e punteruoli, tentato omicidio di cinque guardie). Frattanto nel febbraio 1978 erano stati depositati per la prima volta gli atti istruttori e Naria viene rinviato a giudizio giusto dieci giorni prima della decorrenza dei termini di carcerazione preventiva con ordinanza del 19 luglio 1978. Il processo si aprirà a Torino solo il 18 marzo 1980, quasi quattro anni dopo l'arresto, e i due super-testi non si presentano: pare che Tony lo slavo sia in carcere a Marsiglia, mentre Leonardi è irreperibile. A quel punto “spunta” Patrizio Peci, il primo "pentito" delle Br, che presso la caserma di Cambiano aveva riferito nell’aprile del 1980 di avere saputo dal suo ex-compagno di colonna torinese Raffaele Fiore che il commando che aveva ucciso Coco sarebbe stato composto da militanti a lui noti e "forse" da altri tra cui anche Giuliano Naria. Fiore scrive una immediata lettera di smentita e chiede inutilmente un confronto con Peci ma il processo viene rinviato e Naria rimane in carcere. Per avere fatto da telefonista durante la rivolta al supercarcere di Trani del dicembre 1980 nell’ottobre 1984 viene condannato a 17 anni e a quel punto, dopo oltre 8 anni di carcere speciale senza che sia intervenuta una sentenza definitiva di condanna, inizia lo sciopero della fame e si ammala di anoressia. La sua situazione “smuove” la pubblica presa di posizione di molte persone, tra cui anche Stefano Rodotà ed Enzo Tortora, finchè nell’agosto 1985, ormai ridotto quasi ad uno scheletro che pesa meno di 30 kg ottiene gli arresti domiciliari per motivi di salute dopo 9 anni e 16 giorni di carcere preventivo. Nel novembre 1985 viene assolto in appello per la rivolta di Trani, nel gennaio 1986 ottiene la libertà provvisoria per scadenza termini massimi custodiali e quello stesso anno viene assolto anche dalla accusa di avere ucciso il Giudice Coco. Nel febbraio 1991 infine viene assolto anche dalla accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato, per cui in tutto, a fronte di una condanna a 5 anni per partecipazione a banda armata, risulta avere scontato quasi il doppio di carcerazione. Nel 1995 gli viene diagnosticato un tumore alla bocca ed il 27 giugno 1997 Giuliano Naria muore a 50 anni all'Istituto dei Tumori di Milano curato dalla sua nuova moglie che aveva sposato solo qualche mese prima. Sul Manifesto del 1 luglio Ovidio Bompressi così commenterà la morte di Giuliano Naria: "Naria ha pagato come pochi altri il prezzo delle leggi speciali anti-terrorismo, e per giunta da perfetto innocente: la sua morte, se non è bastata la sua lunga agonia, dovrebbe fare tremare molte buone coscienze". Nel 2014 la casa editrice Milieu ha ristampato “La casa del nulla” ai tempi scritto con Rossella Simone che lo ha recentemente presentato anche alla Libreria Calusca di Milano, mentre sul sito polvere da sparo di Valentina Baruda Perniciaro compaiono alcune poesie da lui scritte in carcere, la prima delle quali si intitola “Contro i mangiatori di doni” (da Trani) e che comincia coi seguenti versi: “Disprezzare ciò che è lento è già un donare. Essere nei gesti delle parole è ricevere doni da te. Soltanto quando il cielo sbucherà dai soffitti potrai vedere i miei doni per te. Non compatisco i mangiatori di doni perché non sanno ricevere. E non potranno fare a meno di ricevere quello che meno vogliono. E dovranno accettare doni che non sono fatti per loro. E non saranno doni d’amore quelli che dovranno ricevere. Superare il tempo in velocità è il mio primo dono d’amore per te. Vedere nel futuro questo presente è il mio secondo dono per te. Conficcare nell’immagine non l’immaginazione soltanto ma le parole e i gesti e i gesti delle parole e poi palpare e palparne gli occhi di sole, con il sole negli occhi, addentando il prossimo quanto il remoto, è il mio ottavo dono per te”.
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