«Chi soffre davanti a Gaza dimostra di conservare una relazione con il reale; la patologia sta tutta in una società capace di fare di una bambina mutilata un materiale da scorrere fra una pubblicità e una ricetta.
Riceviamo una quantità smisurata di informazioni e questo accade dopo la distruzione dei luoghi in cui quell’informazione poteva diventare decisione o elaborazione condivisa. Siamo monadi isolate con uno smartphone in mano. Il cittadino medio in qualche modo sa e qualche volta si indigna, forse firma qualcosa. Subito dopo torna solo, mentre le decisioni essenziali passano altrove. Scendere in piazza diventa sempre più pericoloso, tra manganellate, denunce e multe.
La democrazia rappresentativa conserva i propri riti e perde progressivamente la capacità di tradurre la volontà popolare in limite per il potere. Facciamo un esempio concreto: milioni di europei chiedono la fine del massacro palestinese o almeno la fine della complicità dei propri governi con Israele, e i governi che fanno? Continuano a fornire armi insieme alla copertura diplomatica. La maggioranza degli italiani rifiuta l’idea della guerra, mentre l’Italia entra materialmente nei suoi circuiti logistici e affida alla mera semantica il compitino (a cui nessuno o quasi crede) di mantenersi innocente. Nel frattempo il voto viene celebrato come la forma adulta della partecipazione proprio mentre i partiti si rendono impermeabili a chi li vota. L’impotenza nasce anche dall’esperienza ripetuta di parlare senza mai essere ascoltati. Quali sono le scelte? Si sceglie fra alternative che hanno già accettato le medesime necessità e una richiesta collettiva diventa carta morta. Se si alza il tono della richiesta si viene massacrati e definiti (noi, sic!) “teppisti”, “terroristi”, e anche, una parola che mi ha sempre divertito, “facinorosi”.
La devastazione psichica che produce un’esposizione illimitata alle atrocità non è solidarietà. Si finisce, e lo dico per esperienza personale, per diventare spettatori distrutti senza togliere una sola arma agli eserciti. Guardare tutto non salva nessuno. Dall’altro lato, però, distogliere sempre lo sguardo consegna le vittime alla versione di chi le ha colpite. Fra questi due fallimenti dobbiamo cercare, ognuno a modo suo, una misura personale e mutevole, capace di proteggere la facoltà di sentire affinché resti disponibile all’azione.
Il potere ci educa a concepire l’azione secondo due sole possibilità: o cambiamo tutto oppure abbiamo fallito. Accettata questa misura, quasi qualsiasi gesto umano appare ridicolo. Un articolo ovviamente non ferma un missile, magari lo facesse, e una manifestazione non abbatte certo un governo, rivoluzioni all’orizzonte non ne vedo. La conclusione è già pronta. Tanto vale occuparsi di sé. Eppure, chiunque abbia aperto un libro di storia, sa bene che nessun dominio storico è crollato per il gesto onnipotente di un individuo. I domini e gli imperi hanno ceduto quando azioni limitate hanno smesso di restare separate e il rifiuto di una persona ha trovato quello di un’altra. Sta nella durata la forza di cambiare le cose.
Assieme a chi posso aumentare la “nostra” capacità di intervenire? La preposizione cambia la politica. Un corpo isolato può soltanto esprimere un’opinione. Corpi che si coordinano possono interrompere una produzione oppure sostenere chi documenta un crimine. Possono sottrarre denaro a un’impresa complice. La forza compare nella relazione e richiede tempo; soprattutto richiede organizzazione. Vogliamo organizzarci?
Ernesto De Martino studiò i momenti in cui una comunità sente vacillare la propria capacità di esserci nel mondo. Chiamò questa esperienza crisi della presenza. La presenza non coincide con il semplice fatto biologico di essere vivi; esige la possibilità di dare forma alla situazione e di riconoscersi nei propri atti. Il nostro scoramento assomiglia spesso a quella crisi. Gli eventi sembrano già decisi e il futuro arriva come una calamità emanata da un potere impersonale e così le parole perdono presa. De Martino trovava nella cultura condivisa il lavoro attraverso cui una comunità recupera la propria presenza. Oggi, più che mai, quel lavoro è politico. Occorre ricostruire luoghi nei quali l’esperienza privata del male possa diventare giudizio comune e capacità organizzata.
Questa ricostruzione comincia anche dal modo in cui trattiamo la nostra stanchezza. Il senso di colpa per il pranzo consumato mentre altri hanno fame, o per la giornata serena trascorsa mentre una città viene bombardata, non migliora la vita di chi soffre. Consuma inutilmente le nostre energie che potrebbero servire a mantenere un impegno. La gioia stessa può appartenere alla resistenza, (gioia e rivoluzione diceva un tizio). Ricordiamo sempre che un potere fondato sulla paura desidera soggetti esausti, incapaci di fidarsi e di creare legami durevoli. Proteggere una parte della propria vita dalla devastazione significa anche e soprattutto conservare risorse per il conflitto. Si continua a lottare anche cucinando e amando, o leggendo un bellissimo romanzo, una silloge poetica, una passeggiata nella natura, una vacanza.
Il mondo è troppo grande per una persona sola. Questa constatazione può diventare una condanna oppure il principio elementare della politica.
So che dobbiamo riuscire a riconoscerci e a organizzare il nostro rifiuto».
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Tarnport
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