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Catania, dal sogno di Meloni al disastro Trantino


Catania avrebbe dovuto essere il fiore all’occhiello di Giorgia Meloni: l’unica grande città guidata da un sindaco di Fratelli d’Italia, Enrico Trantino. Il 2025 doveva essere l’anno della consacrazione. Si sta rivelando, invece, un calvario.

Città fuori controllo

L’anno era iniziato con i fuochi d’artificio: il concertone di Capodanno in diretta su Mediaset proiettava la città […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/09/02/cata…

#ComuneDiCatania #EnricoTrantino

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BJJ Italia – National Teams No-gi Adults & Kids agli europei IBJJF di Roma e Berlino


I National Teams No-Gi Adult e Kids parteciperanno, spesati da BJJ ITALIA, agli Europei No-Gi IBJJF.Il National Team Adult No-Gi, che parteciperà all’Europeo No-Gi Adult a Roma dal 29 ottobre al 2 novembre, sarà composto dai seguenti Atleti, primi classif
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I National Teams No-Gi Adult e Kids parteciperanno, spesati da BJJ ITALIA, agli Europei No-Gi IBJJF.
Il National Team Adult No-Gi, che parteciperà all’Europeo No-Gi Adult a Roma dal 29 ottobre al 2 novembre, sarà composto dai seguenti Atleti, primi classificati nei Ranking ( Ranking lists – Smoothcomp ):
NERE: Alessandro Ardini (Luta Livre Italia) e Francesco Bartolotta (Luta Livre Italia).
MARRONI: Matteo Xavier Pandolfi (Gracie Barra) e Raluca Bianca Rosca (Luta Livre Italia/Vanguard Martial Arts).
VIOLA: Leonardo La Francesca (Flow) e Antonella Bianchi (Jiu Jitsu Magenta).
BLU: Damiano Grillo (Aeterna jiu jitsu) e Silvia Miglionico (Asd Wcra).
DTN: Andrea Lavaggi.
Il National Team Kids No-Gi, che parteciperà all’Europeo No-Gi Kids a Dublino il 9 novembre, sarà composto dai seguenti Atleti, primi classificati del Ranking ( NO-GI – Ranking Kids – Cinture Colorate – Smoothcomp ):

  • Priscilla Cardano (Rilion Gracie Novara)
  • Matteo Montinaro (Matside jiu jitsu)
  • Lorenzo Bugni (Greca Team)
  • Dario Formento (Carlson Gracie Alessandria)
  • Julia Corvino (MMA Academy Frosinone)
  • Giuseppe Girone (Wcra)
  • Sophia Luca (Athlon Savona)
  • Rachele Casagrande (Rilion Gracie Novara)
  • DTN: Luca Cardano.
  • Vincono la divisa del National Team:
  • Giovanni Basano Neto (Waza)
  • Francesco De Maio (Luta Livre Italia)
  • Melissa Martone (Rilion Gracie Novara)
  • Maria Berruti (Waza)

Un ringraziamento particolare a ERWIN che fornirà il materiale ai nostri atleti.
Alle prossime gare nazionali – https://bjjitalia.it/calendario-gare/ -, verranno selezionati i National Teams ADULT e KIDS (Gi e No-Gi), che parteciperanno, spesati da BJJ ITALIA, agli Europei IBJJF.
BJJ ITALIA è una organizzazione non profit che reinveste interamente i propri utili nello sport ed è l’unica organizzazione italiana che spesa Rappresentative Nazionali complete che partecipano alle gare internazionali dell’IBJJF.

Questa voce è stata modificata (9 mesi fa)
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Sean O’Malley, Snoop Dogg e l’arte di riconoscere chi ti porta più in alto


C’è un dettaglio che separa i fighter che restano meteore da quelli che diventano icone: la capacità di capire che nessuno fa il salto da solo. Sean O’Malley lo sa benissimo. Al contrario di un Dillon Danis che si prende ogni merito, si autoincensa e cos
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C’è un dettaglio che separa i fighter che restano meteore da quelli che diventano icone: la capacità di capire che nessuno fa il salto da solo.

Sean O’Malley lo sa benissimo. Al contrario di un Dillon Danis che si prende ogni merito, si autoincensa e costruisce un personaggio basato solo sull’ego, O’Malley ha sempre avuto un’intelligenza sociale superiore. Riconoscere chi ti ha dato una mano non ti toglie nulla: ti aggiunge carisma.

Il colpo che ha acceso la miccia


Era il 2017. Dana White aveva appena lanciato il Tuesday Night Contender Series, vetrina per i giovani con il sogno UFC. Sean O’Malley, allora un ragazzino con la chioma sparata e l’aria da outsider, mise KO Alfred Khashakyan con una precisione spietata nel primo round.

Il colpo era già materiale da highlight. Ma la storia non sarebbe esplosa così senza un elemento imprevisto: la voce di Snoop Dogg.

Durante quella stagione inaugurale la UFC aveva affiancato una telecronaca alternativa — la SnoopCast — con il rapper al microfono accanto a Urijah Faber. La reazione di Snoop a quel KO fu pura benzina sul fuoco: urla, hype, e soprattutto la potenza di un profilo social da milioni di follower che condivise il video back-to-back.

O’Malley stesso lo ammette:

“Il knockout sarebbe diventato virale comunque. Ma con Snoop è stato assolutamente folle. Mi ha postato due volte di fila, e tutto è esploso.”


Il clip oggi ha oltre un milione di visualizzazioni su YouTube, senza contare le onde d’urto su Instagram e Twitter.

Riconoscere chi ti apre la porta


Quello fu l’inizio della sua ascesa. O’Malley entrò nel roster UFC, costruì un seguito tra i più fedeli del panorama, arrivò a prendersi la cintura bantamweight prima di perderla contro Merab Dvalishvili. Ma quando guarda indietro, non cancella mai quel momento: ringrazia.

Ed è qui che si nota la differenza.
Danis si racconta come l’unico artefice del proprio successo, come se fosse nato già pronto. O’Malley invece sa che il talento va amplificato, e che servono voci, contesti, alleati.

Non è solo un fatto di umiltà. È strategia di lungo periodo: chi riconosce gli altri, crea reti più forti. Chi si prende tutto il merito, brucia i ponti.

Visione e realtà che si incontrano


Per O’Malley, quel momento con Snoop Dogg non fu solo una clip virale: fu la conferma che la sua “visione” aveva preso forma. Quello che sentiva dentro — posso diventare una star — si stava materializzando sotto i suoi occhi.

E il paradosso è che a far esplodere quella visione fu la voce di un rapper, non di un telecronista ufficiale. Segno che spesso i salti di qualità arrivano da direzioni impreviste, da legami laterali che non puoi pianificare.

Una lezione che resta


Oggi, mentre O’Malley continua a muoversi tra luci e ombre del suo percorso, la lezione resta chiara: il carisma non nasce solo dal talento o dalle vittorie. Nasce dalla capacità di riconoscere chi ti ha spinto in avanti.

E questo divide le star che restano simpatiche, anche quando perdono, dai personaggi che finiscono per isolarsi nel rumore del proprio ego.


Dillon Danis vuole la corsia preferenziale verso la UFC


Dillon Danis vuole la UFC. Non è un mistero, non lo è mai stato. Ma sa bene che la strada standard – quella dei preliminari, del Contender Series, dei match di costruzione lenta – non fa per lui. Danis è convinto di dover trovare una corsia preferenziale. E ci sta provando.

Sabato scorso, a Misfits Boxing 22, ha centrato la terza vittoria da professionista in MMA sottomettendo Warren Spencer in 15 secondi netti. Spencer era al debutto, il divario tecnico era imbarazzante: un pugno, un clinch, una ghigliottina, fine. Un incontro da highlight più che da curriculum.

Eppure per Danis il punto non era il livello dell’avversario. Il punto era dimostrare che lui vende. Che quando entra in gabbia, lo show funziona.

“Appena l’ho colpito sapevo che stava andando giù. Ha provato a stringere e da lì non importa se è collo o braccio: quando mi agganci, sei finito.”


Il setup e il messaggio


Per molti, questo era un setup fight. Un match da imbastire, consumare e dimenticare. Ma per Danis era un segnale: non gli interessa accumulare record, gli interessa convincere i matchmaker della UFC a dargli la scorciatoia.

Non vuole il Contender Series, non vuole le selezioni. Vuole saltare la fila, entrare nel roster principale e generare rumore. In un certo senso, sta usando lo stesso approccio che ha portato influencer e YouTuber sul ring: bypassare il merito tecnico e puntare tutto sull’attenzione.

E qui c’è la sua scommessa.

L’intrattenitore travestito da fighter


Negli ultimi anni Danis ha fatto più rumore fuori dalla gabbia che dentro. Una sola apparizione, ma una pioggia di tweet velenosi, provocazioni, risse verbali e incursioni nel circo dell’influencer boxing.

La narrativa che cerca di costruire è chiara: “La UFC è noiosa, sta morendo. Io posso portare intrattenimento, pacchetto completo.”

Non è un caso che citi Kevin Holland, Leon Edwards, Michael Page: non come rivali tecnici, ma come pedine per dimostrare che lui vende più di loro. La qualità del grappling è innegabile – background da élite mondiale – ma Danis vuole far passare un altro messaggio: il suo ingresso non è un affare sportivo, è un affare mediatico.

La corsia preferenziale


Danis non cerca di costruire una carriera, cerca di forzare una porta. Sa che il percorso lineare non gli spetta, che in UFC ci sono decine di fighter più solidi, più costanti, più meritevoli. Ma lui scommette sullo shortcut: farsi notare, creare hype, diventare “il nome” che non puoi ignorare.

È un gioco rischioso, ma coerente col personaggio. Nel frattempo, cavalca anche l’opzione Misfits: lo stesso evento ha visto Tony Ferguson battere Salt Papi, e Danis sogna già un duello con lui – un classico “fight-spettacolo” che allinea guadagni e storyline.

“Tony ha vinto, sono contento. Ci siamo parlati, ci siamo detti: andiamo a prenderci i soldi. Io ho detto no a GFL, meglio Misfits. Ma so che lui ci pensa ancora.”


La domanda vera


Non è se Danis possa stare in UFC sul piano tecnico – il grappling ce l’ha, e questo è indiscutibile. La domanda è se la UFC ha ancora bisogno di personaggi come lui, di schegge mediatiche che cercano l’ingresso laterale.

In un’epoca in cui la promotion spinge su star globali e mercati nuovi, Danis cerca di posizionarsi come “quello che accende le luci”. Se riuscirà a convincere Dana e i matchmaker, non sarà per i 15 secondi di Las Vegas. Sarà perché avrà reso impossibile ignorarlo.


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E dalla Mostra del cinema di Venezia, come stronzi, restarono a guardare


Dalla maggioranza degli attori e registi presenti alla Mostra del cinema di Venezia si è levata un'aria di vergognosa indifferenza nei confronti del genocidio palestinese in corso a Gaza.
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L’indifferenza e la pochezza culturale che avvolgono il nostro presente fanno capolino anche in quella che si dovrebbe definire come cultura cinematografica: basta leggere le dichiarazioni di alcuni registi e attori italiani presenti a Venezia per la Mostra del cinema che definiscono come stronzate, inutili e scadenti gli appelli per Gaza. Qualcuno di loro ha distrattamente firmato una petizione, probabilmente più per conformismo con la categoria che per altro, salvo poi pentirsene o accorgersi che questa, strada facendo, ha avuto l’ardire di chiedere di starsene a casa a chi pubblicamente ha sostenuto e sostiene la deportazione e lo sterminio per armi e per fame del popolo palestinese. Un vero e proprio atto di “censura”, per carità! Non sia mai.

Altri sono al Lido per passeggiare sul tappeto rosso e per farsi vedere a qualche patetico ricevimento sponsorizzato indossando il vestito buono sulla barba di tre giorni e i capelli un po’ spettinati – che fa sempre tanto “gente di cinema” – per promuovere il loro nuovo filmettino senza nemmeno preoccuparsi che esca nelle sale, confidando al massimo, quando sarà il momento, in qualche autoreferenziale Donatello di consolazione per soddisfare l’ego artistico. Ma in cosa si sta trasformando la Mostra del Cinema? In un sovraffollato centro commerciale di una domenica di fine estate, in cui le opere in concorso sono trattate alla stregua di oggetti di consumo, di merci esposte pronte per essere apprezzate dal primo ricco acquirente, mentre ai confini d’Europa si sta consumando un terribile genocidio? Ma sì, certo, cosa importa ai ricchi e colti ‘artisti’ bianchi europei e italiani dello sterminio del popolo palestinese? Il menefreghismo e l’indifferenza hanno una parte considerevole nel nuovo assetto colonialista, fatto di un intangibile e violento dominio culturale e ideologico nell’epoca dei social.

Poi ci sono quelli che il problema è sempre “più complesso” e che manco si sporcano le mani per firmare petizioni che poi li costringono a confrontarsi con una marmaglia di colleghi invidiosi, incagabili, presuntuosi, incapaci e concorrenti. Registi e attori non sono gente che può compatirsi di annacquarsi nel mucchio indistinto del mondo del cinema – potrebbero perfino esserci comparse, tecnici e attrezzisti, perdio –, figurarsi poi mescolarsi con emeriti sconosciuti in una manifestazione pubblica ove potrebbe esserci davvero di tutto. La massa indistinta va bene soltanto sotto forma di pubblico in sala o sul divano di casa. Il genio creativo deve essere libero di correre in solitaria. Altri ancora, in preda ad irrisolti sdoppiamenti di personalità, si barcamenano nel distinguere ciò che possono affermare da privati cittadini da quanto sentono di poter dire da personaggi pubblici.

Certo, molti di questi signori ci tengono a chiarire che sono ben consapevoli che in Palestina è in atto un genocidio e che è davvero una “cosaccia”, ma tutto ciò non ha nulla a che fare con l’arte cinematografica, con la libertà di espressione, con i tappeti rossi e le cene eleganti del Lido (non di Arcore, per carità: il cinema italiano è signorile per davvero, mica cose da nani e ballerine!). Ci teniamo qui a ricordare quanto ha scritto il grande regista Andrej Tarkovskij nel suo saggio Scolpire il tempo (1985): “Una qualsiasi arte nasce sempre grazie a un’esigenza spirituale e gioca un ruolo speciale nell’impostazione dei profondi problemi che le sorgono dinanzi nella propria epoca” (A. Tarkovskij, Scolpire il tempo. Riflessioni sul cinema, Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij, Firenze, 2015, p. 79) ribadendo che “il cinematografo si è presentato come lo strumento del nostro secolo tecnologico necessario all’umanità per un’ulteriore conoscenza della realtà” (ibid.). Ma l’atteggiamento prevalente alla Mostra del cinema sembra quello di nascondere la testa sotto la sabbia dinanzi ai “profondi problemi” della nostra epoca, se si può chiamare “problema” il genocidio di un popolo. E quale “realtà” mai ambiranno a conoscere, questi cinematografari, oltre a quella delle patinate manifestazioni ufficiali?

Poi ci sono i giornalisti accreditati, rigorosamente distinti in caste dai pass che danno diritto a questa o quella proiezione e l’accesso a questo o quel rinfreschino, costretti a guardarsi qualche film tra un evento mondano e l’altro. Se persino i loro colleghi che si occupano del mondo fuori dallo schermo riescono a ridurre i meeting internazionali inerenti le carneficine belliche in corso a disquisizioni sul dress code e sulle posture in favore di telecamera dei protagonisti, ci sta che quella che si fregia di essere la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica venga trattata come il festival sanremese, dunque che si guardi più all’eleganza della mise delle attrici che alla “mise en scène” delle opere proiettate. E per buttar giù due righe sui film bastano e avanzano i patinati pressbook in cui i nostri accreditati trovano anche le rispostine preconfezionate alle domandine di circostanza che farebbero a registi e attori.

È questa l’intellighenzia cinematografica italiana? Una torre d’avorio che pensa solo a realizzare i suoi filmetti, al successo, al red carpet? E alcuni di questi registi avrebbero la pretesa di farsi chiamare intellettuali? Intellettuali dell’indifferenza e del “che ce frega”. Viene da domandarsi cosa differenzi la spocchia e l’ignavia di questi signori dalla meschinità di chi ha definito “gondolieri di Hamas” quanti hanno manifestato a Venezia contro un genocidio in corso.

Da queste vergognose, più ancora che imbarazzanti, dichiarazioni emerge un fatto: l’indifferenza propugnata dall’alto, da una fascistizzazione generalizzata della cultura che sta avvenendo in questo Paese che si estende ben oltre il governo di destra e che si palesa anche nel mondo del cinema. Nessuno aveva chiesto film sul genocidio palestinese, nessuno pretendeva chissà quale presa di posizione militante. Non ci si attendeva quello che nei fatti la Mostra veneziana non poteva essere, non ci si aspettava di certo il Sessantotto in Laguna, ma un minimo di dignità sì.

Il mondo del cinema veneziano avrebbe potuto sfruttare i riflettori per lanciare qualche messaggio significativo per “smuovere le coscienze”, sarebbe potuto uscire dalla sempre più patetica torre d’avorio delle sale festivaliere e manifestare lo sdegno per ciò che sta accadendo in Palestina. Ed invece si è assistito a un grottesco gioco ai distinguo, al “non è questa la sede”, alla pretesa autonomia dell’arte cinematografica dalla rude realtà. Un universo che si fregia di “fare arte e cultura” che si mostra del tutto simile al mondo dello sport, altrettanto silente, altrettanto ipocrita.

L’asfalto del disimpegno degli anni Ottanta e Novanta ha colpito duro. Se questi sono i registi e gli attori che ci ritroviamo, cosa possiamo attenderci dal loro cinema, dai loro film che magari pretendendo pure di irridere il vuoto patinato dei nostri tempi, salvo poi crogiolarsi in un vuoto estetismo, o che magari, intendendo denunciare le miserie di una sinistra che si è persa per strada, non si accorgono nemmeno che stanno in realtà parlando di sé stessi. Meglio allora sfruttare i personaggi che si sono costruiti per realizzare spot televisivi o trascinarsi nella finta autoironia di qualche serie autoreferenziale sulle piattaforme sul piccolo schermo.

Di certo spendere qualche parola di denuncia a proposito del genocidio mediorientale sotto i riflettori della Mostra non avrebbe redento il mondo del cinema italiano dalla pochezza culturale che lo contraddistingue, ma almeno avrebbe permesso a qualche suo protagonista di mostrarsi meno indifferente di quel che è. Magari, un giorno, folgorati sulla via di Damasco, alcuni di loro si chiederanno se di fronte a un genocidio avrebbero potuto almeno dire qualcosa sfruttando la loro notorietà e si vergogneranno per non averlo fatto. Vorrà dire che faranno i conti con la loro coscienza, ma sappiano sin da ora che nessun ravvedimento cancellerà la codardia di cui hanno dato prova.

Nel frattempo continuino pure con i loro film furbini, scadenti, inutili e ipocriti. A noi viene alla mente un efficace titolo di un film di alcuni anni fa diretto e interpretato da Pif: E noi come stronzi rimanemmo a guardare. Già, i protagonisti del cinema italiano – con qualche lodevole eccezione di cui non ci dimenticheremo –, di fronte a un genocidio, come stronzi sono restati a guardare. Anche di questo ci ricorderemo.

Per Codice Rosso, Max Renn e Guy van Stratten

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Dillon Danis vuole la corsia preferenziale verso la UFC


Dillon Danis vuole la UFC. Non è un mistero, non lo è mai stato. Ma sa bene che la strada standard – quella dei preliminari, del Contender Series, dei match di costruzione lenta – non fa per lui. Danis è convinto di dover trovare una corsia preferenziale.
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Dillon Danis vuole la UFC. Non è un mistero, non lo è mai stato. Ma sa bene che la strada standard – quella dei preliminari, del Contender Series, dei match di costruzione lenta – non fa per lui. Danis è convinto di dover trovare una corsia preferenziale. E ci sta provando.

Sabato scorso, a Misfits Boxing 22, ha centrato la terza vittoria da professionista in MMA sottomettendo Warren Spencer in 15 secondi netti. Spencer era al debutto, il divario tecnico era imbarazzante: un pugno, un clinch, una ghigliottina, fine. Un incontro da highlight più che da curriculum.

Eppure per Danis il punto non era il livello dell’avversario. Il punto era dimostrare che lui vende. Che quando entra in gabbia, lo show funziona.

“Appena l’ho colpito sapevo che stava andando giù. Ha provato a stringere e da lì non importa se è collo o braccio: quando mi agganci, sei finito.”


Il setup e il messaggio


Per molti, questo era un setup fight. Un match da imbastire, consumare e dimenticare. Ma per Danis era un segnale: non gli interessa accumulare record, gli interessa convincere i matchmaker della UFC a dargli la scorciatoia.

Non vuole il Contender Series, non vuole le selezioni. Vuole saltare la fila, entrare nel roster principale e generare rumore. In un certo senso, sta usando lo stesso approccio che ha portato influencer e YouTuber sul ring: bypassare il merito tecnico e puntare tutto sull’attenzione.

E qui c’è la sua scommessa.

L’intrattenitore travestito da fighter


Negli ultimi anni Danis ha fatto più rumore fuori dalla gabbia che dentro. Una sola apparizione, ma una pioggia di tweet velenosi, provocazioni, risse verbali e incursioni nel circo dell’influencer boxing.

La narrativa che cerca di costruire è chiara: “La UFC è noiosa, sta morendo. Io posso portare intrattenimento, pacchetto completo.”

Non è un caso che citi Kevin Holland, Leon Edwards, Michael Page: non come rivali tecnici, ma come pedine per dimostrare che lui vende più di loro. La qualità del grappling è innegabile – background da élite mondiale – ma Danis vuole far passare un altro messaggio: il suo ingresso non è un affare sportivo, è un affare mediatico.

La corsia preferenziale


Danis non cerca di costruire una carriera, cerca di forzare una porta. Sa che il percorso lineare non gli spetta, che in UFC ci sono decine di fighter più solidi, più costanti, più meritevoli. Ma lui scommette sullo shortcut: farsi notare, creare hype, diventare “il nome” che non puoi ignorare.

È un gioco rischioso, ma coerente col personaggio. Nel frattempo, cavalca anche l’opzione Misfits: lo stesso evento ha visto Tony Ferguson battere Salt Papi, e Danis sogna già un duello con lui – un classico “fight-spettacolo” che allinea guadagni e storyline.

“Tony ha vinto, sono contento. Ci siamo parlati, ci siamo detti: andiamo a prenderci i soldi. Io ho detto no a GFL, meglio Misfits. Ma so che lui ci pensa ancora.”


La domanda vera


Non è se Danis possa stare in UFC sul piano tecnico – il grappling ce l’ha, e questo è indiscutibile. La domanda è se la UFC ha ancora bisogno di personaggi come lui, di schegge mediatiche che cercano l’ingresso laterale.

In un’epoca in cui la promotion spinge su star globali e mercati nuovi, Danis cerca di posizionarsi come “quello che accende le luci”. Se riuscirà a convincere Dana e i matchmaker, non sarà per i 15 secondi di Las Vegas. Sarà perché avrà reso impossibile ignorarlo.

Questa voce è stata modificata (9 mesi fa)
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l’incontro di esiste la ricerca anche su mobilizon (e fb)

ESISTE LA RICERCA


5-6-7 settembre, Studio Campo Boario,
viale del Campo Boario 4/a, Roma

Evento su Mobilizon:
mobilizon.it/events/cd4c6dab-6…


Evento fb:
facebook.com/events/1527943968…

#ELR #ELREsisteLaRicerca #EsisteLaRicerca #eventi #evento #FB #incontro #Mobilizon #reading #StudioCampoBoario

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C’era poi una terza corrente che faceva riferimento al pensatore Julius Evola


Non è possibile utilizzare la categoria di destra nell’Italia del secondo dopoguerra senza fare i conti con «“l’invasione” del concetto di destra da parte del fascismo» <1. È quella che è stata più volte rilevata come l’anomalia della destra italiana: antiliberale, antisistema e antimoderna, tanto che essa stessa è arrivata a rifiutare l’etichetta di destra, che dall’evento fondativo della modernità – la rivoluzione francese – aveva tratto origine <2. L’accostamento di destra e (neo) fascismo ha avuto l’effetto di rimuovere la destra dal circuito della legittimità politica. Una riprova in questo senso è la mancata separazione di destra ed estrema destra ❤. Condannati nel ghetto dell’illegittimità, missini e monarchici stentavano a sopravvivere agli albori dell’Italia repubblicana e antifascista. La condanna, però, lungi dall’essere meramente imposta dal sistema, era paradossalmente cercata. Il rapporto tra identità e legittimità costituisce un’utile cartina di tornasole per comprendere le ragioni degli esclusi. È stata la stessa identità a generare illegittimità, che a sua volta li ha relegati ai margini della competizione politica. Tale marginalità ha rilanciato l’orgoglio della diversità e ha alimentato la spirale dell’identità illegittima <4.
Nel 1948 le urne non avevano dato grandi soddisfazioni ai partiti di destra, se si esclude l’effimero successo dell’Uomo Qualunque <5. Tuttavia, alla trascurabile rappresentanza parlamentare non corrispondeva la medesima diffusione nella società. Solo in parte, infatti, la presenza della destra in parlamento rendeva ragione dell’ampiezza della destra nella società e nel mondo imprenditoriale e culturale in senso lato.
Alla luce di queste considerazioni, la riduzione della categoria di destra a neofascismo non è esaustiva. Sia perché il neofascismo aveva ancoraggi culturali e ideologici anche a sinistra e sia, soprattutto, perché non permette di capire l’Italia degli anni Cinquanta, periodo privilegiato per indagare la consistenza e il seguito della destra – sia in Parlamento che nella società – nel nostro Paese.
È necessario, a questo proposito, non cedere alla tentazione di identificare la destra con il fascismo né con il neofascismo. E allargare l’orizzonte a quella che è stata felicemente definita destra “impolitica” o “carsica”. Una destra, cioè, che non solo non si identificava coi due terminali partitici all’estremità dello schieramento politico – Pnm e Msi – ma era anzi assai critica nei loro confronti. Distanziandosi dalla “iper-politicità” delle due formazioni, presentava non di rado spiccate venature di antipolitica e di scetticismo nei confronti del sistema parlamentare in quanto tale. Ciò premesso, il riferimento al fascismo di questa seconda declinazione della destra si presentava piuttosto sfumato. La nostalgia dei “bei tempi andati”, siano essi identificati col Duce o con la Corona, rimaneva nell’alveo di un generico conservatorismo, piuttosto distante da Salò e da contenuti programmatici aggressivi. Era un fronte sociale eterogeneo «sempre pronto a palpitare per generiche cause nobili ma restio a mobilitarsi davvero nell’agone politico» <6. Alla critica per certi versi acuta e formidabile nei confronti del sistema politico non seguiva mai un programma organico e credibile. Tanto era profonda la distanza dai missini, quanto era generica l’attesa delle “forze sane” che avrebbero dovuto soppiantare il tanto vituperato “ciellenismo”. Si trattava di un’attesa che univa industriali di vari settori a intellettuali come Indro Montanelli. Accomunati dal rifiuto del nascente sistema partitocratrico, avevano individuato distorsioni che si sarebbero approfondite nel tempo. Con ogni probabilità, le più preoccupanti erano l’eccessivo potere dei partiti e lo sconvolgimento di credenze consolidate. Ma erano uniti più contro qualcosa che per un progetto comune, eccezion fatta per l’esperienza di Edgardo Sogno. In altri termini, il collante delle varie famiglie e personalità della destra nell’Italia degli anni Cinquanta era l’avversione al comunismo <7. Oltre a dover sopportare, a volte giustamente e altre meno, il fardello del fascismo, l’altro dato strutturale delle destre era, appunto, l’anticomunismo.
È utile passare in rassegna più nel dettaglio le destre in Italia all’indomani del conflitto mondiale, tenendo ben presente anche il contesto internazionale. Fin dalla fondazione, nel dicembre ’46, vari furono i problemi che dovette affrontare il Movimento sociale italiano. Il partito riunì numerosi gruppi e associazioni che erano sorti spontaneamente dopo la guerra. Già durante il conflitto, stando all’attento lavoro di Parlato, si erano poste le basi, con la collaborazione dell’Oss (Office of strategic services) e di alcuni settori del Vaticano <8, per la nascita di un soggetto politico del genere. Dopo la guerra, e in particolare in occasione del referendum del ’46, anche Pci e Dc, con interessi e finalità diverse, si impegnarono a trattare col neofascismo <9. Inoltre, i missini cavalcarono le proteste sorte in seguito alle condizioni di pace e si presentarono come gli unici veri interpreti della nazione italiana <10.
Risolto il problema della sopravvivenza, anche grazie all’amnistia <11, l’altra battaglia era quella della scelta legalitaria rispetto alla clandestinità. Tale scelta, tutt’altro che unanime, suscitò i malumori dei giovani e dei reduci che avevano attivamente partecipato alla Rsi. Era, in termini più generali, la spia della presenza di due anime: una di “sinistra”, repubblicana, antioccidentale e terzaforzista che intendeva combattere il regime ciellenista traditore dello spirito di Salò, e l’altra, più pragmatica, nazional-conservatrice in campo sociale e religioso, filomonarchica e filoatlantica, che voleva inserirsi nel sistema politico parlamentare <12. Principali interpreti della tendenza legalitaria erano Romualdi e Michelini. Per estendere l’area di influenza del partito e far fronte alla sfida comunista, puntavano a trasformare il neofascismo «da fenomeno di conventicole perdenti in forza politica in grado di parlare a molti, se non a tutti» <13. Tuttavia, la strategia del “Senato” missino era destinata a rimanere sulla carta e ad essere soppiantata dall’attivismo di Almirante. Da gennaio ’47 alla vigilia delle elezioni politiche del ’48, la struttura del Msi venne modificata sia a causa di una serie di eventi – arresti, uccisioni e allontanamenti – che misero fuori gioco esponenti del “partito di Romualdi”, sia per la strategia almirantiana. L’approccio di Almirante comportava un radicamento sul territorio prima sconosciuto. Dai comizi nelle piazze al “giornale parlato”, il Msi acquisiva un metodo e una visibilità completamente nuovi <14.
Alla decisiva scadenza elettorale del 18 aprile 1948 il partito si presentava con un programma comprendente la critica serrata alla Costituzione, il rilancio di alcuni nodi irrisolti della politica estera, la socializzazione del lavoro e la valorizzazione della necessaria opposizione nazionale al governo e ai socialcomunisti <15. Il Msi, sulla base di un programma decisamente “sociale”, raccolse però voti soprattutto tra i notabili e i grandi proprietari terrieri del Sud. Eleggendo sei deputati e un senatore, tutti nelle circoscrizioni meridionali, il partito della Fiamma concludeva la fase della clandestinità ma non poteva evitare di fare i conti con l’inattesa geografia dei consensi e con la difformità tra elettori potenziali ed effettivi. Si trattava della forbice tra dirigenti e militanti da una parte ed elettori dall’altra. Una forbice la cui presenza era fisiologica in ogni partito, ma che nel Msi assurgeva a vero e proprio carattere distintivo a causa della grande distanza – nello stesso tempo geografica, storica e ideale – tra attivisti ed elettori. Tale aspetto, ampiamente rilevato dalla storiografia, ha obbligato i dirigenti a retrocedere dalle «originarie velleità barricadiere e ribellistiche» <16, pena la scomparsa del partito stesso. Come ha efficacemente sottolineato Tarchi, «per il Mezzogiorno il fascismo aveva rappresentato un fenomeno di promozione e di accelerazione della mobilità sociale verso l’alto, che non aveva avuto riscontro nella parte più sviluppata del Paese» <17.
Non era certo sufficiente la rappresentanza parlamentare a garantire il crisma della legittimità. Da parte sua, il Msi continuava ad agire in maniera quasi schizofrenica: da un lato riaffermava la propria identità di partito di nicchia, dall’altro si poneva come partito-nazione e «accreditandosi come titolare di una investitura quasi sacrale» <18 si contrapponeva agli altri partiti. In cima all’agenda politica dei missini c’erano battaglie <19. Dal punto di vista interno costituivano una priorità la collocazione del partito nello spazio politico e la conseguente strategia di alleanze, la battaglia contro l’epurazione, i diritti dei combattenti della Rsi e la politica sociale. Da quello internazionale l’adesione al Patto Atlantico, il ruolo dell’Italia come potenza coloniale e la questione di Trieste erano gli argomenti principali.
Questi temi furono oggetto di discussione al secondo congresso, che ebbe luogo a Roma nel 1949 e vide consolidarsi la presenza delle due anime antitetiche su pressoché tutte le questioni sollevate. C’era poi una terza corrente, più culturale e meno politica, che faceva riferimento al pensatore Julius Evola, tradizionalista, antililiberale, antimoderno, anticristiano e fautore di un “razzismo spirituale”. <20 Tale confronto, con diverse sfumature, incontri e scontri più o meno decisivi, ha scandito tutte le fasi della storia del Movimento sociale italiano. <21

[NOTE]1 G. Parlato, La cultura internazionale della destra tra isolamento e atlantismo (1946-1954), in G. Petracchi (a cura di), Uomini e nazioni. Cultura e politica estera nell’Italia del Novecento, Gaspari editore, Udine, 2005, p. 134. Si vedano anche: E. Galli della Loggia, Intervista sulla destra, Laterza, Roma-Bari, 1994, pp. 134-135; R. Chiarini, La destra italiana. Il paradosso di una identità illegittima, «Italia contemporanea», n. 185, dicembre 1991, p. 585.
2 M. Revelli, La destra nazionale. Un manuale per capire, un saggio per riflettere, Il Saggiatore, Milano, 1996, p. 63.
3 A titolo di esempio, Ginsborg ha scritto che «le perdite democristiane del 1953 erano andate a vantaggio dell’estrema destra», P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino, 2006, p. 192. Tra gli altri autori che associano la destra all’estremismo si segnalano F. Ferraresi (a cura di), La destra radicale, Feltrinelli, Milano, 1984, p. 13 e P. Di Loreto, La difficile transizione. Dalla fine del centrismo al centrosinistra 1953-1960, Il Mulino, Bologna, 1993, p. 55 n. Anche Bobbio ha espresso le sue perplessità su una distinzione semantica che non è secondaria. Distinguendo «una destra eversiva da una destra moderata, cui dall’altra parte corrisponderebbero una sinistra moderata e una eversiva, si otterrebbe il duplice vantaggio di non forzare il linguaggio e di non usare un criterio di distinzione sbilanciato», N. Bobbio, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, Roma, 1994, p. 63.
4 R. Chiarini, Destra italiana. Dall’Unità d’Italia a Alleanza Nazionale, Marsilio, Venezia, 1995, p. 12.
5 Sull’Uomo Qualunque si vedano: S. Setta, L’Uomo Qualunque 1944-1948, Laterza, Roma-Bari, 1975; S. Setta, La Destra nell’Italia del dopoguerra, Laterza, Roma-Bari, 1995, pp. 13-18; G. Parlato, La nazione qualunque. Riformismo amministrativo ed europeismo in Guglielmo Giannini, «Storia contemporanea», a. XXV, n. 6, dicembre 1994.
6 R. Chiarini, Destra italiana, cit., pp. 64-65 e 76-77.
7 Si veda soprattutto D. Cofrancesco, Destra e sinistra. Per un uso critico di due termini chiave, Bertani, Verona, 1984, p. 47.
8 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia, 1943-1948, Il Mulino, Bologna, 2006. Il ruolo della Chiesa cattolica non va però esagerato. Parlato ritiene infatti (p. 304) «sbrigativa – e, soprattutto, indimostrata – l’affermazione di Murgia secondo la quale “il Movimento Sociale Italiano nasce con la benedizione del Vaticano”», si veda P.G. Murgia, Il vento del Nord, Storia e cronaca del fascismo dopo la Resistenza (1945-1950), Sugarco, Milano, 1975, p. 295.
9 Si vedano P. Buchignani, Fascisti rossi. Da Salò al Pci, la storia sconosciuta di una migrazione politica 1943-1953, Mondadori, Milano, 2007; P. Ignazi, Il polo escluso. Profilo del Movimento Sociale Italiano, Il Mulino, Bologna, 1989,
p. 24.
10 Utile in proposito la riflessione di Neglie: «La Nazione diventò così il terreno eletto per giocare la partita della propria sopravvivenza politica, in un paese ancora preda di fremiti rivoluzionari, di desideri di vendetta, bisognoso di chiarezza e unità di intenti», P. Neglie, Il Movimento Sociale Italiano tra terzaforzismo e atlantismo, «Storia contemporanea», a. XXV, n. 6, dicembre 1994, p. 1170. Si vedano anche M. Revelli, La destra nazionale, cit., pp. 70-71; P. Rosenbaum, Il nuovo fascismo. Da Salò ad Almirante. Storia del Msi, Feltrinelli, Milano, 1975, p. 39.
11 Si veda M. Franzinelli, L’amnistia Togliatti. 22 giugno 1946. Colpo di spugna sui crimini fascisti, Mondadori, Milano, 2006.
12 Si vedano S. Finotti, Difesa occidentale e Patto Atlantico: la scelta internazionale del Msi (1948-1952), «Storia delle relazioni internazionali», a. VI, n. 1, 1988, p. 88; M. Tarchi, Cinquant’anni di nostalgia. La destra italiana dopo il fascismo, Intervista di A. Carioti, Rizzoli, Milano, 1995, p. 32; P.G. Murgia, Ritorneremo! Storia e cronaca del fascismo dopo la Resistenza (1950-1953), Sugarco, Milano, 1976, p. 98. Per una dettagliata analisi dei vari movimenti, tra cui i Far, e personaggi che rifiutarono l’opzione moderata si veda G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 255-269.
13 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 250.
14 Sulla nuova strategia missina si veda G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 269-280; P.G. Murgia, Ritorneremo!, cit., p. 88-92.
15 Sul programma del ’48 si vedano M. Revelli, La destra nazionale, cit., p. 23; G. Roberti, L’opposizione di destra in Italia 1946-1979, Gallina, Napoli, 1988, p. 40. Ignazi lo ha definito un «programma orientato a sinistra», P. Ignazi, Il polo escluso, cit., p. 46.
16 M. Tarchi, Cinquant’anni di nostalgia, cit., p. 32. Si veda anche P. Neglie, Il Movimento Sociale Italiano tra terzaforzismo e atlantismo, cit., p. 1174.
17 M. Tarchi, ibidem, p. 33.
18 R. Chiarini, «Sacro egoismo» e «missione civilizzatrice». La politica estera del Msi dalla fondazione alla metà degli anni Cinquanta, «Storia contemporanea», a. XXI, n. 3, giugno 1990, p. 457.
19 Per un’analisi delle sfide che deve fronteggiare il Msi dal 1949 si veda P. Ignazi, Il polo escluso, cit., pp. 54-59; M. Tarchi, Cinquant’anni di nostalgia, cit., pp. 48-50; P. Rosenbaum, Il nuovo fascismo, cit., p. 197. Sulla situazione dei giovani missini si veda A. Carioti, Gli orfani di Salò. Il “sessantotto nero” dei giovani neofascisti nel dopoguerra 1945-1951, Mursia, Milano, 2008, cap. 4, pp. 118-150.
20 M. Revelli, La destra nazionale, cit., p. 20. Si veda anche D. Lembo, Fascisti dopo la liberazione. Storia del fascismo e dei fascisti nel dopoguerra, dalla Repubblica Sociale al Movimento Sociale Italiano 1945-1956, MA.RO. Editrice,
Copiano (Pv), 2007, pp. 113-116, e A. Jellamo, J. Evola, il pensatore della tradizione, in F. Ferraresi, (a cura di), La destra radicale, cit., pp. 215-252.
21 Si veda P. Ignazi, Il polo escluso, cit., p. 59.
Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010

#1947 #1948 #1949 #amnistia #anticomunismo #antipolitica #Congresso #destra #elezioni #FedericoRobbe #GiorgioAlmirante #JuliusEvola #legalitaria #Meridione #MSI #neofascismo #OSS #Sociale #StatiUniti #tendenza #Vaticano

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schifezze della mi band nascoste creano il marcio


Questa voce fa parte 8 di 8 nella serie Mi Band 9

Probabilmente, forse, anche se non so in che modo, dovrei prendere l’abitudine di pulire il cinturino di gomma della Mi Band (e il retro della band stessa, che forse sotto sotto è pure peggio a guardare), perché tempo una manciata di settimane che non lo si fa ed ecco che questo diventa ricoperto di questa tale assurda monnezza dappertutto, nelle parti un minimo a contatto con la pelle… 👻
Retro della mi band, sporco come descritto, e anche un po' di più forse per via di diversi microstrati di schifo
…Una monnezza che, però, ha un certo stile. Innanzitutto, è indubbiamente un po’ misteriosa: di che tipo di sostanza sarà fatto, questo tale schifo? È questo marrone beige che facilmente si sfalda, e forse sotto sotto anche gnammy (ma NON lo assaggerò, stavolta), però è alquanto criptico… penserei sia sudore inmerdato, ma boh. Poi, come si fa ad incrostare, oltre che sulla parte liscia grande, anche dentro i buchini dell’aggancio, veramente non capisco, perché ci finisce (e poi esce) veramente molta materia relativamente a quanto poca (quasi niente) sembra che ce ne sia ad occhio. 🤭
Il retro del cinturino come descritto con i buchi da cui esce lo schifo spingendo
Vabbé, fa schifo, ma queste sono le mie assolutissime vibe. Ogni tanto è bene raccontare anche queste cose intriganti molto piccole sulla mia vita e il mio destino, così evitiamo preventivamente che boh, eventuali bavosi che si annidano su Internet si fissino in maniera sconveniente su di me. Questo è lo spirito del girlrotting e… in effetti, questa è una delle applicazioni pratiche non troppo dannose di esso: non potrò permettermi di farmi crescere la muffa sugli arti, ma un pochino di essi in spirito viene comunque via e diventa schifo, in un miscuglio di pelle morta, acqua sporca e sali minerali… ❤️
Il retro del cinturino visto in largo, si notano chiazze di sporco sui bordi e leggero sporco nei buchini
#MiBand #schifo #sporco #wristband

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per ‘la finestra di antonio syxty’, incontro su “moscografie”, di anna papa e silvia tebaldi


open.spotify.com/embed/episode…

il libro: biblionedizioni.it/prodotto/mo…

#AnnaPapa #AntonioSyxty #audio #Biblion #BiblionZacinto #intervista #LaFinestraDiAntonioSyxty #letteratura #mosche #Moscografie #podcast #poesia #presentazione #prosa #SilviaTebaldi #Zacinto

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L’anglocrazia e gli anglicismi (che schiavi degli Usa zio Sam ci creò)


Di Antonio Zoppetti

“Agosto, lingua mia non ti conosco”, si potrebbe concludere dopo il delirium anglicus con cui i mezzi di informazione ci hanno lavato il cervello. In latino non maccheronico si direbbe delirium anglicum, al neutro, ma chissenefrega, tanto il latino è stato dismesso da decenni come modello formativo e ormai c’è solo l’inglese. Il fenomeno non è però balneare, ma ormai strutturale: dopo la sciacquatura dei cenci in Arno per modernizzare la lingua ottocentesca, con buona pace del Manzoni nel nuovo millennio i nuovi ceti colti lavano i panni nell’Hudson River più che nel Tamigi.

Tra i titoli in itanglese puro della rassegna stampa che ho raccolto, mi ha colpito: “Malpensa, 26enne appicca il fuoco vicino al check in e prende a martellate i desk: evacuato il Terminal 1″.

Non poteva poi che impazzare l’overtourism, neanche a dirlo, visto che i giornalisti sembrano incapaci di esprimersi in italiano attraverso parole come sovraffollamento o sovraturismo.

Tra le chicche dell’estate, segnalo un pezzo che introduce il modernissimo, internazionalissimo e intraducibilissimo concetto di superager: “Ecco perché il cervello di alcuni ottantenni funziona come quello dei cinquantenni”, ma allo stesso tempo: ecco come il cervello di alcuni giornalisti italiani funziona come quello degli angloamericani di cui sono i collaborazionisti e la cassa di risonanza.

Che schiavi degli Usa zio Sam ci creò

L’anglocrazia, di cui il nostro apparato mediatico coloniale è l’espressione, non si limita a diffondere pappagallescamente in inglese – invece che in italiano – i concetti che si rubano dalla cultura superiore; si spinge a introdurre nella nostra società persino i neologismi introdotti dai dizionari inglesi, come quello di Cambridge che ha registrato una parola come “skibidi”, una scelta davanti alla quale – invece di reagire con un bel chissenefrega come avviene per i neologismi dei vocabolari francesi, spagnoli o tedeschi – i giornali la trasformano in una notizia eclatante da introdurre anche nel nostro lessico. Come se fossimo una provincia dell’anglosfera in cui ci si deve adeguare alle direttive della casa madre, in un ponderato progetto di anglificazione culturale dove gli anglicismi sono introdotti e diffusi per educarci alla lingua dei padroni e dello zio Sam.

E così nel Bresciano il cambiamento climatico (forse climate change sarebbe più appropriato, ma nessuno è perfetto) si combatte con il breeding, mentre il mais nano diviene smart corn che fa pendant (mi si perdoni il francesismo) con il popcorn (in cui forse si trasformerà una volta raccolto e lavorato), ma anche con lo smart working dell’era di smart city, smart card, smartphone, smart tv, smartwatch, smartglass… (ad libitum sfumando e sfogliando i dizionari dell’”italiano” moderno). Intanto i tour operator introducono il glamping accanto alle vacanze pet friendly, mentre sticker dopo aver soppiantato la parola adesivo si trasforma in cerottino “anti-brufoli” (da notare che il titolista mette le virgolette su anti-brufoli, mica su sticker).

Passando dalle idiozie che servono a riempire le pagine dei quotidiani in periodo di ombrelloni alle cose serie e alle notizie vere, spicca il fatto che ormai si parli solo di Gaza City, invece che di Gaza o della città di Gaza, come fosse una tipica denominazione araba. Sembra insomma che non basti radere al suolo la città con tank e raid (parole che fanno apparire tutto in modo più soft rispetto a carro-armati e bombardamenti), né sterminare la popolazione composta prevalentemente da minori in un ponderato progetto politico che però non si deve certo chiamare “genocidio”, perché le parole sono importanti (ma solo quando fa comodo)! E infatti – mentre anche la Cisgiordania rischia di diventare la West Bank occupata dagli israeliani in modo sempre più ufficiale – in attesa di trasformare la Striscia in un villaggio turistico pieno di resort per ricchi tycoon ripulito dagli abitanti-terroristi sopravvissuti alle bombe e alla carestia provocata da criminali con il distintivo, sarà bene cominciare almeno ad anglicizzare la toponomastica, sovrapponendo le denominazioni in inglese a quelle italiane (e anche a quelle autoctone arabe, ci mancherebbe altro!).

L’anglocrazia, che la Treccani definisce la “posizione di predominio della lingua inglese in ambito internazionale”, a dire il vero da noi si ripercuote anche sul piano interno, e si vede anche da questi piccoli particolari linguistici, che non sempre sono consapevoli, perché in un contesto anglomane sempre più prepotente diventano degli automatismi istintivi. Le conseguenze dell’anglocrazia tutta italiana sono pesanti: se i giornali parlano solo di Gaza city in modo ossessivo e martellante che cosa possono fare i cittadini se non ripetere questa espressione che diventa una soluzione terminologica ufficiale?

Dalle italianizzazioni forzate del fascismo alla dittatura dell’inglese

Davanti alla decisione di Google Maps di affiancare la storica denominazione di Golfo del Messico a quella di Golfo d’America per compiacere i capricci trumpiani, torna in mente la politica del fascismo per italianizzare La Thuile in porta Littoria o Sauze d’Oulx in Salice d’Ulzio. Eppure gli intellettuali che con la bava alla bocca ridicolizzano la politica linguistica del fascismo facendola coincidere solo con la guerra i barbarismi (in una revisione della storia), davanti all’anglicizzazione di Gaza City e West Bank tacciono. A nessuno o quasi viene in mente di denunciare la dittatura dell’inglese, anzi, la nuova egemonia culturale sta anglicizzando ogni aspetto della nostra società in modo decisamente più ampio e profondo rispetto alle italianizzazioni di regime.

E così l’anglocrazia regna dalla Sicilia, che ha inaugurato la campagna di promozione turistica denominata See Sicily (tra i See Sicily Voucher e i Discover Messina), alla Lombardia dove a Milano i nuovi quartieri – divenuti district – sono denominati in inglese (da City Life al Nolo: North of Loreto). E il nostro presidente del Consiglio, che prima di esserlo firmava le proposte di legge contro gli anglicismi, non appena eletto si è presentato come un underdogche ha immediatamente creato il Ministero del Made in Italy, mica del prodotto italiano, ma allo stesso tempo ha scelto di definirsi “il” presidente, con il maschile inclusivo, il che è tutto lecito, ma aiuta a riflettere sul ruolo della politica e delle istituzioni nel dare un’impronta alla lingua, visto che in Italia circola leggenda che sia un processo spontaneo e ingovernabile.

L’italianizzazione forzata ai tempi del fascismo a suon di tasse e divieti fa ridere rispetto all’attuale anglicizzazione imposta dall’alto a partire dalle istituzioni, dai mezzi di informazione, dal gergo lavorativo, tecnico, scientifico e culturale e dalla nostra intelligentissima egemonia culturale che insegue la cultura e la terminologia che viaggia insieme all’espansione delle multinazionali d’oltreoceano. Se i sostitutivi della Reale Accademia d’Italia riguardavano meno di 2.000 parole (perlopiù francesi), gli attuali sostitutivi in inglese registrati nei dizionari sono almeno il doppio, e quelli non ufficiali che circolano sulla stampa sono di un ordine grandezza superiore.

Certo, anglicismi governativi come stepchild adoption, ticket, caregiver, jobs act, cashback e tutti gli altri sono presentati come “scelte” libere degli italiani, ma l’ipocrisia celata sotto questa insopportabile tiritera è quella di far credere che l’evoluzione della lingua sia un processo “democratico” che arriva dal basso. Si tratta di una balla insostenibile da acchiappagonzi, visto che basta studiare un po’ di storia (non solo della lingua) per rendersi conto che al contrario deriva dall’alto, dalle classi dirigenti che vengono prese poi come modello che si propaga nelle masse. E questa lingua classista ha poco a che vedere con la democrazia e con il modo di esprimersi del popolo.

Lo avevano capito e spiegato perfettamente intellettuali come Gramsci o Pasolini, che forse proprio perché non erano linguisti in senso stretto riuscivano a vedere un po’ più in là di una categoria che pensa con arroganza di possedere l’esclusiva sull’argomento senza riuscire a produrre riflessioni in grado di spiccare e incidere sulla società, a parte casi sporadici. Anche un non linguista come George Orwell aveva perfettamente compreso che l’affermazione di una lingua non è affatto un processo democratico, ma avviene “grazie all’azione consapevole di una minoranza”. Nel suo 1984, immaginava proprio come il Grande Fratello cercasse di imporre la Novalingua sulla Veterolingua, perché la lingua è potere, e il suo controllo è strategico.

Se ai tempi del purismo e poi del fascismo circolava il motto di Machiavelli “a ognuno puzza questo barbaro dominio”, oggi pare che sia l’italiano a emanare un certo afrore tra la classe dirigente anglomane. Dunque, se negli anni Venti del secolo scorso la mobilitazione dell’intellighenzia e dei linguisti di regime in nome dell’italianità riuscì a creare un certo consenso nelle masse, negli anni Venti del nuovo millennio i nuovi intellettuali del nuovo regime anglocratico hanno gli occhi puntati solo sull’anglosfera. E la loro newlingua orwelliana finisce per instaurare un analogo (benché antitetico) clima culturale totalitario dove tutto ciò che è nuovo si esprime in inglese.

In questo compiaciuto suicidio linguistico, a proposito di governance sul sito della Crusca si legge che se una parola di origine straniera è ormai divenuta italiana non si pone il problema del suo uso istituzionale, e tra gli esempi di questo “italiano” spicca anche quello di computer, come se l’italianità di simili voci dipendesse dalla loro diffusione e accettazione e non dalla loro pronuncia e della loro ortografia che è fuori dall’italiano (dove la “u” non si legge “iu” e “nans” non si scrive “nance”). Un simile giudizio – che fa accapponare la pelle – si basa sulle frequenze d’uso, non certo sul fatto che vocaboli del genere siano compatibili con il nostro sistema linguistico. Una volta ho letto persino la riflessione di un bizzarro personaggio che si chiedeva dopo quanto tempo una parola inglese diventasse “italiana”, come se il punto non fosse la sua pronuncia, il suo suono o l’adattamento al sistema linguistico in cui viene inserita, bensì una sorta di traguardo che si ottiene mettendosi in lista di attesa, come per le case popolari.

Forse certi linguisti dovrebbero ripassare la lezione settecentesca di Alessandro Verri che, nella sua Rinunzia al Vocabolario della Crusca dalle pagine del Caffè, si rivolgeva contro l’arcaicità e lo strapotere dell’Accademia gridando a squarciagola che avrebbe utilizzato persino le parole arabe, turche o sclavone se “italianizzandole” avessero portato nuovi e utili contributi.
Ma oggi, i discendenti dei puristi di cui un tempo la Crusca rappresentava il baluardo, si sono modernizzati, e chissà, forse darebbero del purista anche a Verri, visto nell’articolo succitato sulla governance la possibilità di italianizzare con governanza è respinta come una soluzione antiquata, invece di essere auspicata. Dunque si legittima la forma straniera in un’imbarazzante confusione tra italiano e inglese, come fossero la stessa cosa, facendo appunto di tutta l’erba un fascio.

Questo descrittivismo estremizzato, nel proclamare “italiane” le voci angloamericane, non può che trasformarsi in un anarchismo metodologico dove tutto va bene (anything goes, per gli anglomani che faticano a praticare la lingua di Dante). Seguendo questa prospettiva, se un giorno finiremo per parlare direttamente in inglese come hanno deciso di fare in certi atenei universitari, per usare l’italiano come fosse un dialetto nei contesti informali, si potrà sempre dire che in realtà parleremo ancora in italiano, se “italiano” è ciò che sgorga dalle bocche e dalle penne di chi abita nello Stivale indipendentemente da tutto il resto.

I linguisti da barzelletta – o da nuovo regime – che bollano come “purista” o “fascista” chi pone la questione della salvaguardia dell’italiano schiacciato dall’inglese come fosse una questione di principio, invece che di numeri e di dati oggettivi, non sono solo tendenziosi e scorretti, ma soprattutto miopi.

Davanti all’attuale dittatura dell’inglese, non resta che prendere atto che siamo in un nuovo regime dove l’inglese e l’itanglese rappresentano la nuova lingua di classe che viene imposta al popolo. Rispetto al fascismo, l’attuale anglocrazia dominante in epoca di democrazie a dire il vero sempre più traballanti è in fondo molto più subdola, perché non è esplicitata e dichiarata a viso aperto, ma di fatto impone a tutti espressioni come Gaza city, overtourism, lockdown e tutte le altre cancellazioni dell’italiano non più con le multe e i divieti, ma sposando un’anglomania compulsiva che punta alla sostituzione del lessico italiano con un inglese venduto come qualcosa di volta in volta più moderno, solenne o internazionale.

Legittimare e accettare questo sistema, invece di denunciarlo e stigmatizzarlo, non rende certi linguisti “descrittivi” o neutrali, ma complici e collaborazionisti di un nuovo colonialismo linguistico planetario che rischia di fare tabula rasa di ogni altra cultura in nome del pensiero e della lingua unica dei popoli dominanti.

#accademiaDellaCrusca #anglicismiNellItaliano #fascismo #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa


Dall’unificazione dell’italiano al suo sfaldamento: l’itanglese e le sue cause


Di Antonio Zoppetti

Alla proclamazione dell’unità d’Italia, nel 1861, stando ai dati dei censimenti gli analfabeti rappresentavano il 78% della popolazione ed erano distribuiti in modo poco uniforme: fuori dai centri urbani, in alcune zone rurali del mezzogiorno toccavano il 90% della popolazione, e sfioravano il 100% nel caso delle donne. Queste masse si esprimevano quasi solo nel proprio dialetto. L’italiano era una lingua letteraria che si utilizzava da secoli nella scrittura, ma persino i ceti colti erano dialettofoni e non lo utilizzavano come lingua naturale delle conversazioni.

Come era già avvenuto ben prima nelle grandi monarchie dell’Europa, anche nel nostro Paese l’unità politica ha portato all’unificazione linguistica. Il linguaggio dell’amministrazione, delle leggi e soprattutto i programmi di scolarizzazione, inizialmente piuttosto scalcinati, in breve hanno cominciato a dare i primi frutti: nel 1901 la percentuale degli analfabeti era calata dal 78% al 56%, per scendere al 35,8% nel 1921 e al 20,9% nel 1931. Il che significa che ogni nuova generazione compiva un grande salto rispetto alla precedente nell’imparare a leggere e a scrivere, ma anche nell’italianizzarsi.

Gli anni Trenta

Mentre la scolarizzazione si diffondeva generazione dopo generazione, l’avvento del sonoro ha contribuito ad affermare la lingua unitaria con un’intensità di ordini di grandezza superiori rispetto alla letteratura o alla pubblicistica che si propagavano per via scritta. Radio, cinema e poi televisione hanno avuto un effetto “pedagogico” enorme nel fare la lingua, difondendo la sua comprensione in modo in un primo tempo passivo ma poi sempre più attivo. Ma ancora agli inizi degli anni Trenta del Novecento questo modello di italiano apparteneva solo alle cerchie ristrette: “Tra la classe colta e il popolo c’è una grande distanza” scriveva Gramsci dalla cella del carcere dove il regime l’aveva rinchiuso. “La lingua del popolo è ancora il dialetto, col sussidio di un gergo italianizzante che è in gran parte il dialetto tradotto meccanicamente.”

Gramsci aveva perfettamente compreso che la lingua non arriva dal basso – questo era “uno sproposito madornale” – perché una lingua comune prende forma grazie ai “focolai di irradiazione” che portano all’unificazione linguistica in un territorio, e cioè la scuola, i giornali, gli scrittori, il teatro, il cinema, la radio, le riunioni pubbliche civili, politiche o religiose… Una lingua unitaria prende forma in questi ambienti per poi irradiarsi nel popolo solo perché esiste un ceto dirigente che la impiega facendola diventare un modello riconosciuto e seguito. Dunque, ogni volta che riaffiora la questione della lingua è perché è in atto una riorganizzazione dell’egemonia culturale, dove emerge un ricambio della classe dirigente che si porta con sé anche un modello linguistico da far prevalere: ogni “grammatica normativa scritta è quindi sempre una ‘scelta’, un indirizzo culturale, e cioè sempre un atto di politica culturale-nazionale.”

Gli anni Sessanta

Trent’anni dopo – dunque nell’arco di una sola generazione (teniamolo a mente) – la situazione era completamente cambiata. Se negli anni Trenta Gramsci lamentava la mancanza di una lingua unitaria e l’enorme frattura tra la lingua del popolo legata al dialetto e quella aulica degli intellettuali, in un articolo su Rinascita del 1964 Pasolini – “con qualche titubanza, e non senza emozione” – riconosceva finalmente l’avvento dell’italiano come lingua nazionale di tutti.

Il fenomeno era recente, si era manifestato con “la completa industrializzazione dell’Italia del Nord” che aveva dato vita a una nuova classe dirigente “realmente egemonica, e come tale realmente unificatrice della nostra società” anche dal punto di vista linguistico. Dopo secoli e secoli di controversie letterarie su una questione della lingua che apparteneva solo ai gruppi ristretti dei ceti colti e dei letterati, negli anni Sessanta si era realizzata una convergenza di tutte le parti sociali e geografiche che tendeva a uno stesso idioma non solo nella scrittura, ma anche nel parlare. E se tutti, da Palermo a Milano, parlavano di “frigorifero” era perché il nuovo italiano esprimeva il linguaggio della nuova classe egemone figlia dell’industrializzazione. Questa “borghesia capitalista” esercitava da noi la stessa influenza unificatrice che in passato le monarchie aristocratiche avevano portato alla formazione delle grandi lingue europee.
L’avvento del nuovo italiano unitario si configurava però in modo diverso dal canone letterario toscaneggiante del passato, accoglieva gli influssi soprattutto del modo di parlare del nord, che era diventato il nuovo principale centro di irradiazione della lingua.
I nuovi “centri creatori, elaboratori e unificatori del linguaggio” non erano più gli scrittori né le università, ma le aziende, in un mondo dove al centro della nuova lingua c’erano i prodotti di consumo e tecnologici. Il centro più vivo e innovativo dell’italiano contemporaneo si era spostato nelle zone industriali del settentrione, dove si era formata una nuova lingua tecnologica, industriale e capitalista, invece che umanista. Erano ormai gli imprenditori, gli scienziati e i giornalisti (nella loro accezione anche televisiva) coloro che avevano sempre più il potere di decidere della sorte della nostra lingua:

“È il Nord industriale che possiede quel patrimonio linguistico che tende a sostituire i dialetti, ossia quei linguaggi tecnici che abbiamo visto omologare e strumentalizzare l’italiano come nuovo spirito unitario e nazionale.”

In quegli anni sono spuntate le prime generazioni italofone di nascita anche fuori dalle regioni centrali, dove da sempre la lingua naturale delle conversazioni era molto vicina alla lingua della scrittura. Questo emergere di un italiano finalmente unitario ha finito per far decadere ancor di più l’uso del dialetto, che in molte aree del Paese è in via di estinzione, anche se in altre resiste come lingua domestica accanto a quella nazionale. Ma nel frattempo i nuovi centri di irradiazione della lingua si sono spostati fuori dall’Italia, e mentre la nostra società si è americanizzata sempre di più dal punto di vista politico, economico, sociale e culturale, è iniziata la nostra anglicizzazione anche linguistica.

Gli anni Novanta

Nell’arco di una sola generazione, nell’epoca della globalizzazione e dell’avvento di internet, l’italiano ha cessato di confrontarsi con i dialetti, ormai decaduti a codici marginali, per misurarsi con l’espansione del l’inglese planetario, il globalese o globish. I nuovi modelli linguistici anglicizzati arrivavano nella lingua di tutti non più solo attraverso il cinema o la musica come fino agli anni Sessanta, ma anche attraverso la televisione che negli anni Ottanta è diventata una vetrina soprattutto dei prodotti d’oltreoceano che esportano la propria lingua, la propria visione e la propria cultura. L’espansione delle multinazionali e dell’angloamericano globalizzato si è imposto come lingua prevalente nella scienza, nel lavoro e in sempre più settori, inclusa l’Ue che lo diffonde nonostante non esista alcuna carta che ne sancisca l’ufficialità. E il ruolo dominante di questa lingua ha cominciato a riverbarsi con intensità mai vista nei linguaggi specialistici, dove gli anglicismi hanno colonizzato la terminologia dell’informatica, della tecnologia o dell’economia al punto che le parole italiane per esprimere questi domini non ci sono più.

Gli anni Venti del Duemila

Oggi l’inglese è compreso e parlato da meno del 20% dell’umanità, da una minoranza degli europei e anche da una minoranza degli italiani. Non è dunque la lingua delle masse, ma – come sempre nella storia – quella delle nuove élite. E nel disegno politico delle nuove classi dirigenti c’è proprio l’idea di formare in tutta Europa le nuove generazioni bilingui a base inglese, per cui si è introdotto l’inglese nelle scuole a partire dalle elementari per renderlo un requisito culturale obbligatorio e non una scelta culturale. E sempre più atenei puntano ad abbandonare l’insegnamento in italiano per farlo direttamente in inglese. Ancora una volta, l’imposizione della lingua avviene dall’alto seguendo precisi modelli politici, non certo in modo “democratico”.

Sembra quasi che di fronte all’unità linguistica che si è realizzata con tanta fatica solo dopo un secolo dalla proclamazione dell’Italia, la nuova classe dirigente punti sull’inglese proprio per elevarsi rispetto alle masse, inseguendo e ripristinando l’antica e storica diglossia italiana: se tra il Trecento e il Cinquecento il volgare toscaneggiante si è imposto sugli altri volgari che sono regrediti alla status di dialetti – lingue di rango inferiore, senza la loro università e il loro esercito – prima di allora era il latino a essere la lingua superiore della cultura, contro quella del popolino. Nella nuova diglossia che vede l’inglese come l’idioma superiore, l’italiano unitario regredisce e si avvia verso una strada che rischia di trasformare le lingue nazionali nei dialetti di un’Europa e di un “occidente” che si fa coincidere con l’anglosfera. L’inglese è la nuova lingua dei padroni, e la nostra intellighenzia lo ha preso come modello.

Gli anglicismi come effetto collaterale del globalese

L’angloamericano viene oggi vissuto dalle nuove classi dirigenti come lingua “internazionale”, anche se non è affatto l’esperanto – una lingua artificiale pensata proprio per essere lingua della comunicazione internazionale – è la lingua naturale dei popoli dominanti che la esportano a tutti gli altri.

In un articolo di qualche settimana fa, il giornalista Rampini piangeva disperato davanti alla decisione della Cina di rompere con l’inglese. E invece di comprendere che ai cinesi – che sono numericamente ben di più degli anglofoni – non conviene affatto investire sull’inglese, si strappava i capelli perché in questo modo si verrebbe a spezzare la lingua comune internazionale in via di espansione, a suo dire, come se l’unica soluzione per risolvere i problemi della comunicazione tra i popoli sia quella di americanizzarsi.

La nuova classe dirigente italiana, insomma, è l’espressione di una mentalità figlia di un imperialismo americano che ha ormai interiorizzato e dà per scontato in modo acritico. E anche se la denuncia di questo imperialismo non è più di moda – dopo l’epoca della guerra fredda e la logica dei due blocchi – il fenomeno non è scomparso, si è al contrario accentuato nel silenzio della nostra classe politica. E in questi giorni sta emergendo nei recenti e pericolosi vaniloqui di Trump che vorrebbe annettere il Canada, la Groenlandia e il canale di Panama in una cancellazione del Golfo del Messico che dovrebbe diventare il Golfo d’America.

Se la lingua di questo impero diventa quella internazionale inseguita dai nuovi ceti dirigenti, dunque lingua alta, inevitabilmente l’italiano cesserà di essere una lingua di cultura, e allo stesso tempo sempre più anglicismi si diffonderanno nelle lingue locali come gli effetti collaterali di questo fenomeno.

Nell’attuale riorganizzazione dell’egemonia culturale e nel nuovo ricambio della classe dirigente è perciò l’inglese a costituire il nuovo modello linguistico che fa regredire l’italiano.

Perché un titolo di giornale parla di “bird stike” per indicare l’impatto degli uccelli che causa incidenti aerei?

Perché la lingua dell’aviazione è l’inglese, e il giornalista – esponente della nuova oligarchia culturale – si compiace nel riprendere il tecnicismo in inglese invece di usare l’italiano, perché gli pare più solenne e moderno e dunque lo dà in pasto al pubblico e lo impone, per educare tutti alla newlingua, che è quella che ha in mente lui e quelli come lui, non certo gli italiani intesi come le masse.

E così escono pezzi che parlano del burnout natalizio delle mamme, in un’anglicizzazione compulsiva in parte derivata dall’espansione delle multinazionali che si riverbera in articoli che parlano per esempio degli Amazon echo con speaker wireless e display smart, in un abbandono dell’italiano per diffondere la terminologia in inglese. E sul fronte interno le amministrazioni che regolano gli affitti brevi si occupano di keybox e di check-in

Sempre più spesso questo inglese viene diffuso dal linguaggio istituzionale, che un tempo – come i mezzi di informazione – ha invece spinto a unificare la nostra lingua. E più i generale tutti i nuovi centri di irradiazione della lingua diffondono ormai il modello dell’itanglese, non solo quelli storici individuati da Gramsci, ma anche quelli nuovi che includono le pubblicità, la lingua del web o quella dei cosiddetti “influencer”. Rispetto all’epoca di Pasolini la lingua tecnologica non arriva più dal nord, ma direttamente dall’anglosfera senza più traduzione.

La questione, dunque, più che linguistica è politica e culturale, oltre che sociale. E dovremmo chiederci quale sarà l’italiano della prossima generazione, vista la velocità dell’espansione del fenomeno. L’italiano che va per questa strada è destinato a sfaldarsi, se non si cambia rotta, perché non segue più l’ortografia e la pronuncia che hanno caratterizzato l’italiano storico per secoli, ma si sta trasformando in una lingua ibrida che si può ormai definire itanglese. Siamo di fronte a un cambio di paradigma e a una discontinuità che fa dell’itanglese un nuovo modello linguistico di prestigio. Ma questo modello appare ormai come nuova lingua invece che un’evoluzione dell’italiano storico per come lo abbiamo conosciuto.

Per chi è interessato, domenica 12 gennaio, ne parlerò brevemente con Paolo di Paolo a La lingua batte(su radio3 Rai, dalle 10,45) nel dodicesimo compleanno della trasmissione.

#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa


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Risultati CJI 2 – Giorno 2 — Semifinali, Finali e Superfight (31 agosto 2025)


Ecco i risultati del Giorno 2 del CJI 2.
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Team Semifinals

New Wave vs. Atos


• Kaynan Duarte vs. Vagner Rocha — pareggio
• Lucas Barbosa vs. Mica Galvao — pareggio
• Luke Griffith finalizza Diego Pato (rear naked choke)
• Felipe Pena finalizza Luke Griffith (armbar)
• Felipe Pena vs. Dorian Olivarez — pareggio
• Giancarlo Bodoni finalizza Ronaldo Junior (armbar)

Risultato finale: New Wave vince su Atos

B Team vs. Team Australasia


• Chris Wojcik vs. Lucas Kanard — pareggio
• Nick Rodriguez vs. Kenta Iwamoto — pareggio
• Ethan Crelinsten vs. Declan Moody — pareggio
• Victor Hugo finalizza Fabricio Andrey (arm triangle choke / katagatame)
• Victor Hugo finalizza Belal Etiabari (arm triangle choke / katagatame)

Risultato finale: B Team vince su Team Australasia

Finale torneo a squadre

B Team vs. New Wave


• Chris Wojcik vs. Mica Galvao — pareggio
• Victor Hugo vs. Vagner Rocha — pareggio
• Ethan Crelinsten vs. Dorian Olivarez — pareggio
• Jozef Chen vs. Giancarlo Bodoni — pareggio
• Nick Rodriguez vs. Luke Griffith — pareggio

Risultato finale: pareggio 47 47 su tutte le board;

B Team vince per criterio di spareggio (Rodriguez def. Griffith) per 10 8 nell’ultimo match <- risultato che fa discutere.

Superfight


• Craig Jones finalizza Chael Sonnen via buggy choke (seconda finale ripetuta)

Finale torneo femminile openweight


• Helena Crevar finalizza Sarah Galvao con un straight ankle lock al Round

Craig Jones Invitational 2 in numeri

Bonus serata


• Finalizzazioni premiate con 50 000 $: Victor Hugo (due submission), Craig Jones (doppia finalizzazione), Helena Crevar
Premio complessivo
• Torneo a squadre: B Team (1 milione $)
• Torneo femminile: Helena Crevar (100 000 $)

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La prima formazione partigiana a essere colpita è quella di Nicoletta


L’operazione Habicht si inserisce in un contesto più ampio di rastrellamento sull’intera regione montana dell’Italia nord-occidentale. L’operazione, condotta dal generale delle SS Tensfeld, <55 intende distruggere i nuclei del partigianato particolarmente attivi nelle vallate torinesi. La Val Sangone, interessata dall’operazione, viene coinvolta dai primi giorni di maggio 1944.
I partigiani valsangonesi hanno la soffiata dell’ufficiale Ernst von Pappenheim, in servizio a Rivoli, relativa a un’operazione di rastrellamento che dovrebbe aver luogo di lì a tre giorni, mettendo nelle condizioni i partigiani di potersi preparare strategicamente all’arrivo dei tedeschi. <56
Le avanguardie tedesche arrivano da Orbassano e Avigliana ma anche dalle montagne valsusine e valchisonesi, <57 circostanza che lascia impreparati i reparti partigiani, accerchiati e annientati.
Le prime bande partigiane a subire l’attacco sono le brigate Nino-Carlo, la ‘Sergio’ comandata da Sergio De Vitis, e la banda Giulio, comandata da Giulio Nicoletta.
La prima formazione a essere colpita è quella di Nicoletta, stanziata alla Maddalena, da un numero di attaccanti non superiore alle 2000 unità.
La banda di Nicoletta, accerchiata, riesce a contenere le perdite ma lascia al nemico le poche riserve di armi a sua disposizione. <58
Alla ‘De Vitis’ va peggio poiché lasciano sguarnito il versante montano dello schieramento; dallo stesso versante parte l’attacco delle formazioni naziste (con anche un battaglione russo) che decima la formazione, rimasta appena orfana del vicecomandante Sandro Magnone. Vi sono numerosi dispersi, morti e feriti, tra cui Giuseppe Falzone e Pietro Curzel, futuri comandanti della brigata ‘Magnone’.
La banda ‘Nicoletta’ viene attaccata sempre alle prime ore del mattino del 10 maggio. Il primo a cadere è la sentinella siciliana ventiduenne Liborio Ilardi, poi i partigiani si chiudono a Villa Sertorio nell’attesa della fine dell’attacco, con munizioni esigue ma utili a far desistere i tedeschi dal proseguire l’assedio <59.
Dall’attacco non viene risparmiata nemmeno la banda ‘Genio’, comandata da Eugenio Fassino, che opera al confine tra Val Susa e Val Sangone e che strutturalmente consta di 300 uomini suddivisi in 12 plotoni da 25 <60: la manovra di sganciamento dall’assedio risulta loro più facile, stante la capacità di respingimento dei primi attacchi tedeschi sferrati all’alba.
Successivamente, vista la sproporzione di forze in campo, la ‘Genio’ si disperde. <61
L’unica banda che non partecipa agli scontri con i tedeschi è la ‘Campana’ di Felice Cordero di Pamparato: così ricorda Carlo Pollone, rivaltese, militante nella formazione appena citata: “Arriva il 10 maggio il rastrellamento e la Val Sangone è una vallata che si arriva da tutte le parti, è pericolosissima e poi non eravamo mica in tanti, saremo stati quattro o cinquecento. Campana mi dice: ‘Vai fino al Col del Bes a vedere se vengono su di là’, perché non ci avevano ancora attaccati, eravamo più spostati. Allora io parto con 2 o 3 uomini e gli altri, Remo Ruscello e Ugo Giai Merlera sono andati ad attaccarli nella zona di Ponte Pietra. Si sono messi lì sulla montagna e sparavano ai camion che andavano su fermandoli.” <62
La tesi secondo cui la ‘Campana’ non subisce sostanziali perdite è confermata da Oliva dal momento che gli uomini sono rifugiati in una posizione in cui, i rastrellatori, non riescono a raggiungerne le postazioni poiché non visibili sia dalla pianura che dalla montagna. <63
La giornata del 10 maggio si conclude con un forte tributo di sangue da parte dei partigiani, aggravata dalle numerose stragi a danno dei prigionieri catturati nel rastrellamento.

[NOTE]55 Oliva G., La Grande Storia Della Resistenza: 1943-1948. UTET; 2018. p 307
56 Biffi R, Bruno E, Canale E, Grandis Vigiani C. Testimonianze Sulla Resistenza in Rivoli : Fatti Degli Anni 1943-45 Narrati Dai Protagonisti. Consiglio regione Piemonte; 1985. p 119
57 Adduci N, Torino, Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea. Torino 1938-45 : Una Guida Per La Memoria. Città di Torino; 2010 fascicolo Val Sangone p 8
58 Sonzini M., Abbracciati Per Sempre: Il rastrellamento del Maggio ’44 in Val Sangone e L’eccidio Della Fossa Comune Di Forno Di Coazze. Gribaudo; 2004. p 34
59 Ibid.
60 Fornello M., La Resistenza in Val Sangone. Tesi datt. Università degli studi; 1962. p 65
61 Sonzini M. Abbracciati Per Sempre, cit p 47
62 Testimonianza di Carlo Pollone contenuta in Antoniello D,. Rivalta Partigiana. Comune di Rivalta di Torino, 2001. p 22
63 Oliva G, Quazza G., La Resistenza, cit p 198
Alessandro Busetta, La resistenza in Val Sangone e la divisione Campana, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno accademico 2022-2023

#10 #1944 #AlessandroBusetta #Campana #CarloPollone #divisione #fascisti #Habicht #maggio #operazione #partigiani #Piemonte #provincia #Resistenza #Sangone #tedeschi #Torino #Valle

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fondazione baruchello: “terra”, 2025-2026


La Fondazione Baruchello, insieme alla presidente Carla Subrizi, ha festeggiato l’anniversario della nascita di Gianfranco Baruchello (Livorno, 29 agosto 1924 – Roma, 14 gennaio 2023).
Siamo lieti di annunciare in quest’occasione che la programmazione della stagione 2025–2026 sarà dedicata al tema della “terra” attraverso un percorso annuale di ricerca, studio, sperimentazione artistica e mostre. La “terra” è considerata come terreno, materia e madre, coltivazione e cultura, elemento, fango, suolo e sottosuolo, stratificazione, habitat sociale e politico, lavoro e trasformazione, paesaggio, territorio, confine e attraversamento, scoperta, spazio, topos e utopia, spazio del possibile, terra di nessuno.
A inaugurare le attività espositive e di ricerca sarà la proiezione di quattro film di Gianfranco Baruchello, venerdì 3 ottobre 2025 dalle ore 18:00 in Via del Vascello 35: Il grado zero del paesaggio (1963), Ballade (1996), Le lieu (2010), Simulacrum (2011). Il ciclo di proiezioni si concluderà alla fine di dicembre.

Terra - iniziative alla Fondazione Baruchello
Gianfranco Baruchello, “Mud Sling Equipment”, 2017 (detail), Fondazione Baruchello

Fondazione Baruchello, together with its president Carla Subrizi, celebrated the anniversary of the birth of Gianfranco Baruchello (Livorno, 29 August 1924 – Rome, 14 January 2023).
We are pleased to announce on this occasion that the 2025–2026 season will be dedicated to the “earth” theme through a year-long program of study, research, artistic experimentation and exhibitions. “Earth” will be considered as land, matter and mother, cultivation and culture, element, mud, soil and subsoil, stratification, social and political habitat, work and transformation, landscape, territory, border and crossing, discovery, space, topos and utopia, possibility’s space, no man’s land.
Inaugurating the exhibition and research activities will be the screening of four films by Gianfranco Baruchello on Friday, October 3, 2025 from 6 p.m. at Via del Vascello 35: Il grado zero del paesaggio (1963), Ballade (1996), Le lieu (2010), Simulacrum (2011. The screening cycle will conclude at the end of December.

#announcement #art #arte #CarlaSubrizi #exhibits #film #FondazioneBaruchello #GianfrancoBaruchello #mostre #ricerca #sperimentazioneArtistica #studio #video

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No Ponte Awards, anche Argo tra i premiati


In un clima allegro nonostante il tema sia molto serio, mercoledì 27 agosto, a Torre Faro, là dove dovrebbe essere costruito il pilone siciliano del Ponte sullo Stretto, si è svolta la terza edizione dei No Ponte Awards, organizzata dal Comitato No Ponte Capo Peloro.

Sono stati assegnati premi e menzioni speciali a chi si è distinto a sostegno della causa No Ponte, ma anche […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/09/01/no-p…

#NoPonte #PonteDiMessina #ponteSulloStretto #ReteNoPonte

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l’astratto del segno / differx. 2025


youtube.com/shorts/r5PjjdQPaq8

#abstract #abstrasemic #asemic #astratto #differx #lAstratto #scritturaAsemica #segno

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CANZONE ITALIANA – Speciale Questione Meridionale 1971-1982


Flavio Scutti https://www.istitutografico.com/articoli/articoli/CANZONE_ITALIANA_-_Speciale_Questione_Meridionale_1971-1982 La Questione Meridionale è l'argomento politico su cui forse si è discusso di più dall'Unità d'Italia, ha generato emigrazione, lot

Flavio Scutti

istitutografico.com/articoli/a…

La Questione Meridionale è l’argomento politico su cui forse si è discusso di più dall’Unità d’Italia, ha generato emigrazione, lotte sociali e un sentimento radicato di appartenenza che è diventato anche espressione artistica. In questa selezione proviamo a descrivere cosa ha prodotto in musica, con quindici brani di incredibile bellezza che raccontano la storia del Paese

#canzoneitaliana #questionemeridionale

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VIAGGIO ANALOGICO


Martina Vernile https://www.istitutografico.com/articoli/articoli/VIAGGIO_ANALOGICO Per Martina la fotografia analogica è una fotografia lenta e meditativa. Si avvicina alle tecniche più antiche, allo sviluppo e alla stampa all'argento, a calotipia e cian

Martina Vernile

istitutografico.com/articoli/a…

Per Martina la fotografia analogica è una fotografia lenta e meditativa.

Si avvicina alle tecniche più antiche, allo sviluppo e alla stampa all’argento, a calotipia e cianotipia sperimentando un linguaggio molto personale.

Nell’articolo trovate un racconto del suo lavoro e una selezione dei lavori più belli

#fotografia #fotografiaanalogica #calotype #calotipia #stampaaisalidargento #martinavernile #avezzano #fucino #marsica #abruzzo #istitutografico

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Archivio Come Eravamo


La fotografia di Gianfranco Torossi

istitutografico.com/articoli/a…

Fotografie inedite di un’Italia tra gli anni ’40 e ’70 che descrivono magistralmente il Paese. Qui in una selezione di Gianfilippo De Rossi che ci racconta il suo lavoro di valorizzazione dell’archivio

#fotografia #fotografiaanalogica #pellicola #ferrania #kodak #adox #roma

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IL GUERRIERO DI CAPESTRANO


Metodologia della ricerca archeologica Andrea Di Giovanni https://www.istitutografico.com/articoli/articoli/IL_GUERRIERO_DI_CAPESTRANO L'articolo pone una riflessione sul ruolo dell'archeologia nella società, sempre più interessata alla fanta-archeologia

Metodologia della ricerca archeologica

Andrea Di Giovanni

istitutografico.com/articoli/a…

L’articolo pone una riflessione sul ruolo dell’archeologia nella società, sempre più interessata alla fanta-archeologia che alla storia delle civiltà.

Con una piccola storia della scoperta, del restauro e l’esposizione museale del guerriero, per far comprendere il valore e la bellezza di questa incredibile scultura italica

#archeologia #sociologia #abruzzo #sculturaitalica

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PEMMADORE


Romina Felicioni

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Romina fa un racconto fotografico della preparazione delle conserve di pomodoro

#istitutografico #cucinaitaliana #conservedipomodoro #spinetoli #ascolipiceno #tradizione #antropologia #fotografia

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FAGLIA SS4


Earthquake view Daniele Capriotti https://www.istitutografico.com/articoli/articoli/FAGLIA_SS4 Il lavoro nasce da un’indagine sulla memoria e sulla stratificazione dei luoghi interessati dal sisma dell'Appennino Centrale, cercando su Street View eventuali

Earthquake view

Daniele Capriotti

istitutografico.com/articoli/a…

Il lavoro nasce da un’indagine sulla memoria e sulla stratificazione dei luoghi interessati dal sisma dell’Appennino Centrale, cercando su Street View eventuali tracce del bar dove Daniele trascorreva le vacanze estive da bambino.

#terremoto #pretare #pescaradeltronto #piedilama #arquatadeltronto #amatrice #castellucciodinorcia #accumoli #istitutografico #danielecapriotti

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TERREMOTATI


Loïc Sutter [url=https://mastodon.social/@loicsutter]@loicsutter[/url] [url=https://pixelfed.social/loicsutter]@loicsutter[/url] https://www.istitutografico.com/articoli/articoli/TERREMOTATI Loïc Sutter, artista svizzero, nel 2024 intraprende un viaggio

Loïc Sutter

@loicsutter

@loicsutter

istitutografico.com/articoli/a…

Loïc Sutter, artista svizzero, nel 2024 intraprende un viaggio nell’Appennino centrale, un po’ come i numerosi del Grand Tour, e documenta attraverso la fotografia come le comunità cerchino di attuare la ricostruzione dei loro paesi terremotati, ma principalmente il paesaggio a cui normalmente ci si è abituati negli anni, fatto di cantieri e recinzioni

#appennino #appenninocentrale #terremotati #fotografia

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CANZONE ITALIANA – Speciale Universo Femminile 1976-1985


Flavio Scutti [url=https://livellosegreto.it/@flavioscutti]@flavioscutti[/url] https://www.istitutografico.com/articoli/articoli/CANZONE_ITALIANA_-_Speciale_Universo_Femminile_1976-1985 Il consolidarsi dei movimenti femministi ha apportato delle innovazio

Flavio Scutti

@flavioscutti

istitutografico.com/articoli/a…

Il consolidarsi dei movimenti femministi ha apportato delle innovazioni importanti nel panorama musicale italiano tra gli anni ’70 e ’80. In questa raccolta troviamo una selezione di canzoni di eccezionale bellezza realizzate da autrici e artiste che hanno descritto un nuovo ruolo della Donna nella società

#canzoneitaliana #musicaitaliana #femminismo #canzonierefemminista

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“LOCANZA”: VALORE IDENTITARIO DEL LUOGO


Anna Landi https://www.istitutografico.com/articoli/articoli/LOCANZA C’è una piccola grande Italia nascosta, borghi sparsi da Nord a Sud. Territori dove è sempre più difficile incontrare bambini che giocano e giovani che passeggiano. Il cuore dell’Italia

Anna Landi

istitutografico.com/articoli/a…

C’è una piccola grande Italia nascosta, borghi sparsi da Nord a Sud. Territori dove è sempre più difficile incontrare bambini che giocano e giovani che passeggiano. Il cuore dell’Italia che ha un battito sempre più lento e affaticato, ma dal temperamento determinato e tenace, con tanta voglia di riscatto. Quando si parla di codesti luoghi, lo si fa con la nostalgia del passato, ma è doveroso raccontarli con la complessità del presente e la necessità del futuro. Si potrebbe coniare un termine ricco di significato che ben sintetizzare l’essenza dei piccoli territori: “locanza”.

#istitutografico #locanza #annalandi #luogo #conoscenza #idee #valorizzazionedelterritorio #ripopolamento #areeinterne #paesi #paesologia #meridione #svilupposostenibile #valoreidentitario #tradizioni #innovazione

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MANUALE DEI RITORNANTI


Guida pratica per gli indecisi nel ritorno al Meridione Vittoria Elena Simone [url=https://livellosegreto.it/@vittoriaelenasimone]@vittoriaelenasimone[/url] https://www.istitutografico.com/articoli/articoli/MANUALE_DEI_RITORNANTI Ho provato a stilare un m

Guida pratica per gli indecisi nel ritorno al Meridione

Vittoria Elena Simone

@vittoriaelenasimone

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Ho provato a stilare un mini manuale di cose da tenere presente per farlo nella maniera più pacifica possibile, considerando quelli che sono stati i problemi che ho affrontato in prima persona essendo tornata a più riprese prima di decidere di voler davvero vivere dove mi trovo

#meridione #questionemeridionale #paesologia #italia #ritornanti

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TOSCANA ISOLAZIONISTA


https://www.istitutografico.com/articoli/articoli/TOSCANA_ISOLAZIONISTA Devid Ciampalini, con la sua Ambient Noise Session, dà forma ad una raccolta musicale molto interessante. Nel dicembre 2023 inizia a lavorare sul vasto panorama sperimentale toscano,

istitutografico.com/articoli/a…

Devid Ciampalini, con la sua Ambient Noise Session, dà forma ad una raccolta musicale molto interessante. Nel dicembre 2023 inizia a lavorare sul vasto panorama sperimentale toscano, che prende forma e si suddivide tra piccole province e paesi, molti dei quali isolati da ogni tipo di scena o movimento culturale. Diventando una specie di antropologo mette insieme ventitré progetti musicali, alcuni dei quali conosciuti, altri sconosciuti e difficilmente reperibili

#istitutografico #toscanaisolazionista #musicasperimentale #musicaelettronica #ricerchesonore #toscana #DevidCiampalini #ambientnoisesession

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ETICHETTE ITALIANE


Un viaggio nella Musica Sperimentale https://www.istitutografico.com/articoli/articoli/Etichette_Italiane Se siete curiosi di scoprire la variegata complessità della musica sperimentale italiana, vi invitiamo ad esplorare i cataloghi delle etichette indip

Un viaggio nella Musica Sperimentale

istitutografico.com/articoli/a…

Se siete curiosi di scoprire la variegata complessità della musica sperimentale italiana, vi invitiamo ad esplorare i cataloghi delle etichette indipendenti di cui abbiamo parlato in questo articolo.

In un mondo musicale spesso omologato è un invito ad andare oltre i preconcetti e ad aprirsi a nuove sonorità, potreste trovare vere e proprie gemme nascoste, artisti talentuosi e generi musicali che vi sorprenderanno e vi appassioneranno

#musicaitaliana #musicasperimentale #etichetteitaliane #etichetteindipendenti #diy #autoproduzione

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domani, lunedì 1 settembre, nel podcast ‘la finestra di antonio syxty’: “moscografie”, di anna papa e silvia tebaldi


lunedì moscografie anna papa silvia tebaldi
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#AnnaPapa #LaFinestraDiAntonioSyxty #podcast #presentazione #scritturaDiRicerca #SilviaTebaldi

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2 settembre 2025, h. 14, radio onda rossa: mahmoud darwish, “stato d’assedio” – lettura di lino musella


L’attore Lino Musella presenta la lettura di
STATO D’ASSEDIO
di Mahmoud Darwish
in streaming su Radio Onda Rossa 87.9 fm,
martedì 22 settembre 2025, ore 14:00
ondarossa.info/player-ror.html

Palestina sotto attacco

un’intervista all’attore (a cura di Federico Raponi) qui:
youtu.be/jfrbzCtxUbs

#lettura #LinoMusella #MahmoudDarwish #Palestina #RadioOndaRossa #ROR #RORRadioOndaRossa

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Ringraziamenti di Mehmet Çakas dopo che la sua deportazione in Turchia è stata sospesa


Una mobilitazione per la giustizia
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Ai primi d’agosto come Giuristi Democratici ci siamo uniti all’appello per mobilitarsi contro la deportazione di Mehmet Çakas in Turchia dalla Germania.

A meno di un mese di distanza grazie alle pressioni e alle azioni intraprese la decisione sulla deportazione è stata sospesa.

Mehmet con una breve lettera trova le parole giuste per ringraziare chi si è impegnato nella mobilitazione perchè un’ulteriore violazione dei diritti umani non fosse compiuta contro i curdi.

Cari amici e compagni italiani,
come è noto, il 28 agosto avrei dovuto essere consegnato dalle autorità tedesche allo Stato turco.

Tuttavia, grazie a una lotta senza precedenti per i diritti e la giustizia, questa decisione è stata sospesa. In questa lotta per la giustizia, il contributo degli amici e compagni italiani occupa un posto prezioso e di grande importanza. In primo luogo, l’onorevole Marco Grimaldi, Domenico Lucano, Ilaria Salis, i Giuristi Democratici, il giornale Il Manifesto e tutti i sostenitori della libertà, gli amici e il popolo curdo meritano un profondo ringraziamento. Se non fosse stato per la loro voce alta e determinata, questo risultato non sarebbe stato raggiunto.

C’è un detto delle nostre antenate curde: «Oltre alle nostre montagne, non abbiamo amici». Ma ora sappiamo e vediamo chiaramente che, grazie alla lotta dei seguaci della libertà e alla forza delle lotte del socialismo democratico, anche al di là delle nostre montagne abbiamo amici, numerosi e forti.

Saluto ancora una volta con tutto il cuore questi amici e compagni e auguro loro ogni bene.

Auguro loro successo nella lotta per i diritti e la giustizia.

Mehmet Çakas
28 agosto 2025
Prigione di Uelzen


Appello alla mobilitazione contro l’estradizione in Turchia di Mehmet Çakas


Grave decisione del Tribunale Federale tedesco che ha stabilito l’estradizione in Turchia di Mehmet Cakas, militante curdo, esule e richiedente asilo in Italia nelle more dell’attesa di essere esaminato dalla Commissione.

In dicembre 2024 l’Italia lo ha consegnato in vincoli alla Germania, che ne ha richiesto l’estradizione per la Turchia, dove è ricercato perchè militante curdo e accusato di “terrorismo”.
L’estradizione avverrà il 28 agosto 2025.
Evitiamo questa ingiustizia.

Facciamo appello alla societa’ civile, agli operatori del diritto, impegnati nella difesa dei diritti civili e sociali, al fine di riconoscere a Mehmet Cakas, detenuto nel carcere di Uelzen il diritto alla Protezione Internazionale richiesta nel nostro paese per la quale non e’ stato ancora deciso l’esito.

  • Notizie sulla vicenda dalla Turchia.

Mehmet Çakas, estradato dall’Italia alla Germania nel dicembre 2022 e condannato a 2 anni e 10 mesi di carcere ai sensi dell’articolo 129b del codice penale tedesco dall’Alta Corte Regionale di Celle nell’aprile 2024 è ora ricercato per essere estradato in Turchia.

Mentre si prevedeva che l’attivista curdo Mehmet Çakas, detenuto nel carcere di Uelzen in Bassa Sassonia, venisse rilasciato nell’ottobre 2025, l’Ufficio tedesco per l’asilo si prepara con una decisione scandalosa a estradarlo in Turchia il 28 agosto 2025.

  • La parlamentare Cansu Özdemir, il rappresentante di AZADÎ e V. Arno-Jarmine Laffin e la famiglia Çakas hanno reagito con forza alla decisione dell’Ufficio federale tedesco per l’asilo (BAMF). Di seguito le loro prese di posizione.

ARNO-JARMINE LAFFIN: I CURDI E LA SOCIETÀ CIVILE DEVONO FARE PRESSIONE

Arno-Jarmine Laffin, rappresentante di AZADÎ e. V, che fornisce supporto legale ai prigionieri in Germania, ha invitato la comunità curda e le organizzazioni della società civile a fare pressione sulle autorità tedesche contro l’estradizione di Mehmet Çakas.

Laffin ha dichiarato alla nostra agenzia: “Mehmet Çakas è attualmente in tribunale per difendersi dall’espulsione. Le autorità competenti per l’immigrazione devono attendere l’esito di questo caso prima di prendere ulteriori decisioni”.

Ora il compito della società civile e della comunità curda è quello di fare pressione sull’ufficio stranieri, sul Ministero degli Interni della Bassa Sassonia e sui tribunali affinché prendano sul serio i pericoli che Mehmet Çakas corre in Turchia.

Mehmet Çakas è stato condannato per appartenenza al PKK da un tribunale tedesco ed è attualmente detenuto in Germania. Se la Germania lo deporterà in Turchia dopo la sua condanna, la pressione in Turchia continuerà e Çakas dovrà affrontare processi iniqui, detenzioni illegali e torture. Dobbiamo impedirlo.

CANSU ÖZDEMİR: LE PROCEDURE DI DEPORTAZIONE DEVONO ESSERE INTERROTTE IMMEDIATAMENTE

La deputata di Die Linke, Cansu Özdemir, ha reagito all’estradizione di Çakas nel Parlamento federale. Özdemir ha dichiarato: “Mehmet Çakas rischia l’arresto politico in Turchia. Il rimpatrio di persone perseguitate politicamente nel loro paese d’origine viola i diritti umani. L’espulsione deve essere immediatamente interrotta e deve essere avviata una procedura di asilo equa.

APPELLO ALL’AZIONE DELLA FAMIGLIA CAKAS

Consideriamo questa situazione una questione politica, non individuale. Il tentativo della Germania di estradare Çakas in Turchia aprirebbe la strada all’estradizione di altri prigionieri politici curdi e costituirebbe una violazione della legge tedesca.
Non accettiamo questa situazione. Poiché Mehmet è stato estradato dall’Italia alla Germania, la reazione del nostro popolo e dei nostri amici in Italia è cruciale. Se l’Italia si opponesse al processo di estradizione in Turchia, questo potrebbe essere bloccato.
Pertanto, invitiamo il nostro popolo, i nostri amici, le istituzioni, i movimenti giovanili e femminili in Italia e Germania a intraprendere azioni democratiche contro l’estradizione di Çakas.


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10-14 settembre, roma: falastin festival, alla città dell’altra economia (testaccio)


Falastin Festival (locandina) - 10-14 set 2025
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#Cisgiordania #controIlGenocidio #FabioSebastiani #FalastinFestival #festa #festival #Gaza #GerusalemmeEst #IlariaGiovinazzo #Palestina

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marini agostini lasciati bloccati, pioggia forzata e vacanza vietata! (la miseria del meteo terribile di agosto)


Questo #agostopareva partito bene, ma lentamente (o forse nemmeno troppo…) è caduto inesorabilmente agli inferi. E oggi, che è l’ultimo giorno di questo mese, è quindi arrivato il momento di fare il resoconto, perché altrimenti vorrei quasi solo piangere. (E anche perché devo finire un altro post, prima ancora di poter fare un altro post qui, ma lascerò stare i miei disastri personali per questa fottutissima volta, visto che ora c’è piuttosto da prendersela solo coi piani alti.) 🏜️

Sorprendentemente, la profezia per cui dal primo di agosto avrebbe iniziato a fare maltempo tutti i giorni, data la precondizione che per mia madre iniziavano le ferie, non si è avverata; e anzi, soprattutto, la settimanina di vacanza fuori non è stata rovinata dal meteo! Certamente bello, ma in egual misura assurdo… e quindi, avendo i potery forty perso l’occasione buona di rovinarci le ferie in un bel colpo singolo ben piazzato, avrei quasi dovuto prevedere che nei giorni a seguire ci sarebbe stata la grande (ma terribilmente diluita) beffa che ci avrebbe impedito di enjoyare per bene il resto del nostro time. 😫

È infatti in quel momento, a vacanze finite ma ferie ancora in corso, che è partita una tendenza meteorologica ampiamente sfavorevole per dire poco — che, curiosamente, per metà replica quasi perfettamente un agosto di svariati anni fa ugualmente disperante. Con mia madre avente ancora le ferie, ha iniziato a piovere letteralmente tutti i pomeriggi (o quasi, ma io ricordo tutti… incluso ferragosto, per chi se lo è perso!)… ma vabbé che non era proprio la fine del mondo, perché in genere la mattina riuscivamo comunque ad andare al mare. Ecco, la vera maledizione si è piuttosto abbattuta questi due ultimi fini settimana, con il caldo assolato tutti i giorni mentre mia madre lavorava… fino a venerdì pomeriggio/sera, in cui puntualmente ha piovuto… ma mai tanto puntualissimamente quanto sabato mattina e pomeriggio, e quindi non si esce. E #mannaggia al carciofo acquatico!!! 🥦

Ma è assurda, spaventosa, la precisione con cui tutto questo mese è venuto a piovere oppure ha evitato; e loro mi vogliono far credere che non esista alcun complotto??? Possiamo solo ringraziare il cielo (letteralmente, visto che da lì altrimenti cadono le gocce) che, almeno la domenica mattina, stranamente non abbia fatto piovere, e infatti anche stavolta sono sulla spiaggia. Sporca di tutta la roba che il mare agitato avrà portato nella notte di tempesta, ma almeno è qualcosa. Il #mare in sé, però, è parecchio agitato… e io non ho più l’età per fare il roleplay di Goku che provoca le onde, quindi resto fuori. Insomma, grandi troiai da questo lato, e dall’altro (cioè domani) inizia settembre, quindi: se Lvi (il meteo) vuole, forse ci spunta fuori qualche altra mattina, ma il grosso è già fuori dalla finestra (e, se parliamo di pioggia, un po’ anche dentro, se ci si dimentica di chiudere i balconi). 🎻
Foto del mare agitato e la spiaggia sporca un pochino sottoMarini agostini, rimarrai senza spiaggini! Con la faccia tosta di chi odia le ferie, la furia del mare si abbatte sulle nostre vite. Splash! L’acqua sbatte e si lancia per aria. La pace interrotta con greve periodo non è neanche l’inizio. Whoosh! Le gocce ascendono al cielo preparando la definitiva scarica mortale. Milioni non sono pronti ad accettare le conseguenze antispassose. Plic! Il demonio liquefatto così inizia a sperdersi, e non— PLOC! Precisamente militarmente i proiettili sono sparati giù sopra agli esseri condannati. Risulta impossibile godersi il destino. 💔
#agosto #estate #ferie #maltempo #Mannaggia #mare #meteo


recensione alberghiaca con sorprese megapazzurde e stasi ottimalizzata!


A grandissimissima richiesta (…di ben 1 persona), quasi urgeva una recensione dell’albergo dove sono stata per poco più di metà della settimana scorsa… utile a non si sa chi o cosa, data la solita mia necessaria precauzionale omissione di dettagli altrimenti fondamentali, ma il piacere della storiella (o, come dice il caro Piero Angela, il piacere della scop..ta) è sempre altamente importante e necessario a non sprofondare ogni giorno sempre di più in quello stato dell’essere che ci (mi) vede... vabbè, scusate, basta cazzate. 🙁

Vediamo prima le cose strane, così togliamo il dente bizzarro e via il dolore causato dalla morbosa curiosità. A parte il non proprio spassoso incidente dell’ultima sera, che fa testo a sé, di cose curiose ce n’erano un bel po’ in questo hotel; queste altre, per fortuna, non avvilenti. La cosa che forse più colpiva, complessivamente e continuamente, è che… proprio all’ingresso, affianco alla reception, aveva un bar… che operava da normale bar, essendo in centro. In 4 giorni non ho visto nessuno andarci, però oh: per chi ha interesse, ci sta il bar. Anzi, ci sono due bar: c’era una sala interrata, che fungeva da sala colazione (e solo colazione, il resto del tempo era chiusa), e aveva un altro bancone/postazione bar. Addirittura, le pareti di questa erano affrescate con un tema apposta per l’hotel… ma non ho fotine mie ora, quindi ops. 👻

Passando alla camera… Altre cose strane sono che il rubinetto del lavandino si chiamava Cristina(e si, le marche delle robe idrauliche sono sempre stranamente assurde, maCristina non l’avevo mai vista)… mentre, la marca dell’area lavandino proprio, è un altro nome mai sentito, TECHNOVA, ma la cosa che mi ha lasciata confusa è che il font sembra uscito tipo da un anime… queste lettere un po’ rotonde con la O che è una stellina, insomma… E poi ancora, nell’armadio appendiabiti (non in bagno ovviamente), c’era il quadro elettrico della stanza, con un cartello che diceva tipo di non aprire se non autorizzati… ma la porticina di plastica era di suo mezza aperta, quindi il cartello nel contesto sembra una presa in giro. Boh, roba proprio strana si trova, mi sa, andando in giro con l’occhio clinico ben aperto. 👁️
Lavandino e rubinetto come descritti, con le frecce ad indicare bene
Temo di non essere proprio bbona a fare le recensioni dei posti, però, perché i tratti positivi di forte impatto che riesco a dire solo solo 2… però oh, son roba tosta. Come già detto, con la stanza solo per me le faville sono state sensibili: anzitutto perché il letto era a due posti, ma c’ero appunto soltanto io, quindi ho dormito alla grande, senza sentire i rumori molesti dei miei genitori — altrimenti succede puntualmente che loro fanno il roleplay della Russia (russano e invadono il mio sonno) e io quindi dell’Ucraina (sigh) — e perdendomi ampiamente in questo letto, gigante per i miei standard (0.5 posti più grande del mio solito, wow), stabilendo insomma per bene anche in trasferta il mio stato da principessa femcel marcia… ma poi, perché avevo il bagno solo per me… 😈

E il bagno, anche se era più piccolo di quello dei miei genitori — che, al contrario, avevano la parte principale della stanza più piccola di me, opsera stellare… da gaming, oserei dire. E il gaming è infatti avvenuto alla grande, la sera che avevo un po’ di tempo (si, proprio quella dell’incidente) e ho quindi deciso di provare la doccia che c’era. Il design era molto strano a prima vista, e certamente mi aspettavo qualcosa di insolito nel suo uso… ma non immaginavo che avesse letteralmente i LED blu (primo colore del gaming!!!) e dei display numerici per indicare la temperatura corrente dell’acqua e il tempo trascorso con essa accesa!!! In confronto alla roba normalissima che posso permettermi io a casa, questa doccia è stata super premium… tanto che, trasportata dal gaming, ho deciso di farmi anche lo shampoo, nonostante inizialmente volessi solo sciacquarmi. (Poi vabbè, lo shampoo ha causato altri problemi, ma quella è una condanna mia personale.) 😻

Ecco, del bagno in realtà non mi è assolutamente piaciuto che il sapone per le mani fosse in un dispenser automatico (non solo da me, anche dai miei era così)… A parte che si mimetizzava col muro, quindi inizialmente non lo notavo e mi chiedevo dove straminchia fosse il sapone per le mani, non essendoci saponette in giro, ma solo il flaconcino per la doccia… è semplicemente terribile il fatto che si attivi con un sensore di prossimità: se si appoggia qualcosa lì sotto per sbaglio, ecco che questa verrà sburrata immediatamente dal macchinario, senza se e senza ma… e anche banalmente per prendere il sapone, è scomodo, non si capisce mai come bisogna mettere e togliere la mano, e quindi ogni tanto va a cadere, sporcando la superficie attorno al lavandino. 😭

Però… in un certo senso, questo contrasto tra elementi di lusso e oggetti che vanno bene solo in un bagno pubblico ha una sua personalità… E quindi, comunque, tutto sommato, nice albergo da 3 stelle in provincia di Roma; non costato troppissimissimo, considerato che il totale con le due stanze è stato 800€ per 4 notti. Ci sarebbero ora foto da salvare riguardo il viaggio, ma, tra questo blog, il sito delle foto, Pixelfed, la BBS, ora anche Sharkey, oltre pure al semplice Pignio, non so manco dove mettere cosa, e allora zzz, circolare, non c’è null’altro da vedere qui… 🥴

#albergo #curiosità #hotel #recensione #stranezze #vacanza


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Il 1976 si rivela essere un anno cruciale per il PCI


La seconda metà degli anni ’70 ha acuito le difficoltà che l’Italia stava affrontando già dal decennio precedente: proprio per questo, l’ingresso del PCI nell’area di governo appare in modo più realistico come una necessità. Dal 1968 il PCI aveva cominciato a crescere a un ritmo importante nelle elezioni, e nel 1975 ottiene un ulteriore successo nelle elezioni amministrative. In particolare, con un grande aumento nelle regioni del Nord, il PCI salì dal 27,9% al 33,4% e la DC scese al 35,3%: con soli due punti di differenza, tuttavia, il PCI non avanzò richieste di governo poiché la situazione internazionale e la distensione erano ancora a rischio. <68
Berlinguer e il suo partito cercano quindi di incrementare le relazioni positive con gli altri partiti democratici nazionali ed europei, in particolare con le socialdemocrazie. Ormai, la questione comunista in Europa coincideva con il comunismo in Italia, al quale il mondo guardava con attenzione crescente. È chiaro che una responsabilità di governo in capo a un Partito comunista in un Paese NATO avrebbe significato un enorme cambiamento sul piano distensivo, e le due superpotenze avrebbero dovuto prendere in considerazione una modifica della strategia dei due blocchi contrapposti, che avrebbe anche potuto significare una dissoluzione degli stessi. <69 Stando al parere dei comunisti italiani, e in particolare del più stretto collaboratore di Berlinguer Antonio Tatò, un’apertura governativa al PCI avrebbe potuto guidare i Paesi del “socialismo reale” verso una spinta riformista e una maggiore accettazione dei valori di libertà. In realtà, anche all’interno del Partito comunista italiano si delineavano due diverse tendenze: da una parte, i realisti concepivano gli orientamenti nazionali internazionali come svincolati da principi diversi da quello dell’interesse di partito; la tendenza che invece difendeva l’identità poneva maggiore enfasi sulla missione egemonica del comunismo che puntava al rinnovamento della politica. <70 Berlinguer, tra queste due, teneva una posizione “centrista”, senza lasciare indietro l’identità del partito ma rivolta al realismo politico, infatti il percorso che stava tracciando con la collaborazione nel governo lasciava intravedere una maggiore garanzia dei rapporti con l’alleanza occidentale.
Una prima possibilità di cambiamento nella politica italiana si apre quando, nel 1976, viene eletto il democratico Jimmy Carter alla Presidenza degli Stati Uniti. In realtà, a livello nazionale il cambiamento era già in corso con il governo Moro-La Malfa che, sostenuto da DC, PRI, PSI e PSDI, collaborava volentieri con il PCI perseguendo insieme la strada delle riforme, mentre l’incapacità della destra di allontanarsi dalla tradizione fascista la escluse a priori dalle responsabilità di governo. Tra questi, il partito che più di tutti faticava ad accettare il coinvolgimento dei comunisti era il PSI di De Martino, che aprì il 1976 dando le proprie dimissioni e creando, quindi, una crisi di governo. De Martino aveva difficoltà nel fare parte di un governo che dialogava più volentieri con il PCI piuttosto che con il PSI, e con il quale erano state introdotte importanti novità come il voto ai diciottenni e la riforma carceraria, su spinta proprio del PCI. Il PSI stava perdendo il ruolo di “cerniera” che lo aveva caratterizzato nel mantenere un dialogo tra la sinistra extra governativa e i partiti di governo. <71
Il ’76 si rivela essere un anno cruciale per il PCI, che proseguì sulla strada dell’istituzionalizzazione con l’assegnazione della Presidenza della Camera dei deputati al comunista Pietro Ingrao. Oltre a ruoli istituzionali, alle elezioni politiche del 1976 il PCI raggiunse il 34,4% dei voti, percentuale che segnerà il suo massimo storico. Il successo elettorale coincise con la crescita del credito assicurato da una buona parte della classe politica italiana: Berlinguer aveva, in certo senso, “occidentalizzato” il partito e creato una base di fiducia con gli altri partiti democratici della Repubblica. <72 Sull’organo di stampa comunista “L’Unità”, il giorno 30 luglio 1976, la prima pagina è dedicata alla nuova formazione del monocolore di Giulio Andreotti. Secondo il giornalista Claudio Petruccioli la DC stava prendendo atto della fine del suo “monopolio” in seguito ai risultati elettorali del giugno precedente. La DC aveva riconosciuto che: «Non esiste allo stato nel Parlamento italiano una maggioranza politica su cui fondare un governo con preminente responsabilità democristiana.» Grazie a questo riconoscimento, la DC non propone una maggioranza precostituita ma il programma e la struttura di un monocolore. Lo sviluppo positivo a cui l’articolo dava atto era la fine della discriminazione del Partito comunista, che ora invece presiedeva la Camera dei deputati e diverse commissioni permanenti. Anche gli altri partiti dell’arco costituzionale avevano rifiutato una maggioranza con la DC, e prendevano così parte alla formula delle astensioni. <73
Convocati quindi i sei partiti dell’arco costituzionale, La Malfa e Berlinguer discutono e trovano accordo sulla partecipazione comunista, che trova un prevedibile ostacolo nell’amministrazione americana di Ford <74 e in quella tedesca del cancelliere Schimdt. Così, matura la decisione del PCI di tenersi in disparte e nel mese di agosto del ‘76 viene formato un governo Andreotti, al quale il PCI prende parte con la particolare formula dell’astensione: con la garanzia di un coinvolgimento nelle decisioni, il PCI rimane nuovamente fuori dal governo dando inizio alla stagione della “solidarietà nazionale”. <75 Con la formula dell’astensione il PCI in un certo senso delude le aspettative del suo elettorato, proprio nel momento in cui questo gli aveva dato maggiore fiducia: prende piede in questo periodo un movimento di “dissenso” che aveva una matrice molto diversa da quella del ’68 e che protestava invece contro il PCI e lo stesso Berlinguer, e che ottenne come conseguenze l’avvicinamento di molti giovani a posizioni più estreme, come quelle delle Brigate Rosse, perché non si identificavano più nelle speranze riformiste del PCI, che venivano continuamente rimandate.76 La formula della solidarietà aprì una contraddizione interna al PCI, che si posizionò come partito in difesa dello Stato nell’emergenza terrorismo e che si affermò quindi come una parte della democrazia repubblicana, dando vita a una contraddizione identitaria. <77

[NOTE]68 Barbagallo F., 2006, Enrico Berlinguer, Roma, Carrocci, p.231
69 Pons S., 2006, Berlinguer e la fine del comunismo, Torino, Einaudi, pp.79-80
70 Pons S., 2006, Berlinguer e la fine del comunismo, Torino, Einaudi, p.83
71 Barbagallo F., 2006, Enrico Berlinguer, Roma, Carrocci, pp.249-250
72 Guerra A., 2009, La solitudine di Berlinguer. Governo, etica, politica. Dal “no” a Mosca alla “questione morale”, Roma, Ediesse, p.184
73 Petruccioli C., 30 luglio 1976, Fine di un monopolio, in «L’Unità», n.206
74 L’elezione del democratico Jimmy Carter si svolgerà alla fine dell’anno 1976
75 Pons S., 2006, Berlinguer e la fine del comunismo, Torino, Einaudi, p.90
76 Almagisti M., 2016, Una democrazia possibile: politica e territorio nell’Italia contemporanea, Roma, Carrocci, p.162-163
77 Pons S., 2006, Berlinguer e la fine del comunismo, Torino, Einaudi, p.157
Serena Nardo, Il ruolo del Partito comunista italiano nella Guerra Fredda: lotta per l’autonomia dalle superpotenze, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2021-2022

#1976 #autonomia #crisi #DC #elezioni #EnricoBerlinguer #PCI #politiche #PRI #PSI #SerenaNardo #StatiUniti

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oggi, 31 agosto, a pescara, fondazione la rocca: “conversazioni sulle parole”


conversazione sulle parole_ Garrera su Fato
cliccare per ingrandire

Conversazioni sulle parole
Talk con Gianni e Giuseppe Garrera, Matteo Fato, Simone Ciglia.
Ultimo appuntamento del Public Program nell’ambito della mostra Il difficile è dimenticare ciò che si è visto per casa. (Ritratto di Pescara per caso)
domenica 31 agosto – ore 18:30
Fondazione La Rocca
Via Raffaele Paolucci, 71

Ore 18.00 passaggio della paranza in navigazione in collaborazione con Mario Campione: Lungofiume Pescara, di fronte alla fondazione

Ingresso libero, posti limitati
Prenotazione obbligatoria
segreteria@larocca.foundation


Gianni Garrera, filologo e Giuseppe Garrera, storico dell’arte e collezionista, si confrontano in un dialogo sulle parole e sulle molteplici letture possibili dell’opera di Matteo Fato.
Gianni Garrera accompagna il lavoro di Fato dal 2010, partecipando con contributi teorici nella forma di assunti.

🔸Giuseppe Garrera è storico dell’arte e collezionista. È coordinatore scientifico del Master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali della 24ORE Business School di Roma e di Milano, dove insegna “Strategie e modalità del collezionismo”. Per il centenario di Pasolini ha curato insieme a Clara Tosi Pamphili e Cesare Pietroiusti la grande mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma, dal titolo “Tutto è santo. Il corpo poetico”. Recenti sono le uscite di un saggio, Pasolini il femminile, per le edizioni Cambiaunavirgola; e del catalogo Pasolini e Maria Callas.

🔸Gianni Garrera, filologo musicale, traduttore e drammaturgo, è il curatore del Diario del seduttore e del Don Giovanni di Kierkegaard per i ‘Classici del Pensiero’ BUR e, per Morcelliana, della nuova edizione dei Diari di Kierkegaard.
Tra i suoi lavori: Indagini sulla musica dei cani e dei topi; Musicalità dell’Intelligenza
demoniaca; Saggio sulla musica della fine del mondo; Anacoresi animale e circense; Esercizi di spiritualità demoniaca; Il male musicale; Maledizione armonica; Finismundi ars musica; Antigrammatica; Ortografie del nome di Dio; Esplorazione del canto degli angeli; Rivelazione divina e genialità; Sacramenti per animali.

#art #arte #FondazioneLaRocca #GianniGarrera #GiuseppeGarrera #MarioCampione #MatteoFato #PublicProgram #SimoneCiglia #talk

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Inaugurata la mostra Autunno in Inchiostro – 水墨清秋展覽開幕


L'esposizione rimarrà aperta fino al 10 settembre 2025.

Inaugurata la Mostra “Autunno in Inchiostro” dell’Associazione di Pittura a Inchiostro di Kinmen


La mattina del 30 agosto 2025 si è tenuta la cerimonia di apertura della Mostra “Autunno in Inchiostro” – organizzata dall’Associazione di Pittura a Inchiostro della Contea di Kinmen presso la Galleria dell’Ufficio Culturale della Contea. La cerimonia ha visto la partecipazione di illustri ospiti, tra cui il direttore dell’Ufficio Culturale Chen Rongchang, il direttore del Centro Culturale Lu Genzhen e il consigliere della contea Cai Qiyong, insieme a numerosi amici del mondo artistico e culturale.

La mostra, che rimarrà aperta fino al 10 settembre, presenta una ricca collezione di opere che incarnano lo spirito dell’autunno attraverso la tradizionale tecnica dell’inchiostro cinese. Durante la cerimonia, gli ospiti hanno espresso grande apprezzamento per gli sforzi dell’Associazione nella promozione delle attività artistiche e nella formazione di talenti locali.

Il direttore Chen Rongchang ha sottolineato l’importanza della pittura a inchiostro come forma d’arte fondamentale della cultura cinese, portatrice di una profonda eredità storica e saggezza filosofica. La mostra non solo permette ai visitatori di ammirare la bellezza delle opere, ma anche di percepire la riflessione degli artisti sulla vita e sulla natura.

Le opere in mostra abbracciano sia lo stile meticoloso (gongbi) che quello spontaneo (xieyi), offrendo una panoramica completa delle tecniche della pittura a inchiostro. Particolare attenzione è stata posta all’uso dello spazio vuoto (liubai), elemento caratteristico che crea respiro nelle composizioni e stimola l’immaginazione degli osservatori.

L’Associazione di Pittura a Inchiostro di Kinmen ha dimostrato negli ultimi anni un’intensa attività creativa, organizzando regolarmente mostre dei membri e scambi culturali con artisti di Taiwan, della Cina continentale e di Hong Kong. Il successo delle recenti mostre, inclusa quella di scambio di febbraio e la personale del maestro Xu Xinfu in aprile, testimonia la solidità e il potenziale dell’arte dell’inchiostro a Kinmen.

L’Associazione invita cordialmente il pubblico a visitare la mostra presso la Galleria dell’Ufficio Culturale, per un dialogo personale con l’arte e per scoprire le proprie risonanze con queste opere che rappresentano non solo una forma artistica, ma anche un’espressione dello spirito e delle emozioni.

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Piccolo requiem per Alessandro


In una città in cui le frange sociali più deboli sono sempre più abbandonate a se stesse e in cui l’arrivo di nuove sostanze molto pericolose altera i vecchi equilibri nel mercato locale delle droghe, cresce l’insicurezza e aumentano i fatti di sangue. C’è bisogno di un grande lavoro di analisi e confronto, a cui cercheremo di contribuire con un approccio che non dimentichi i principi di […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/08/31/picc…

#parcheggiatoriAbusivi #spaccioDiDroga

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Se si intende sottovalutare il golpe Borghese


Quando si vuole a tutti i costi sminuire i rischi corsi dalla democrazia italiana con il progetto di golpe di Junio Valerio Borghese ci si arrampica sugli specchi come fa in questa parte della sua tesi Filippo Augusto Albarin, del resto in buona compagnia con Pansa, il quale sembrava proprio anticipare nell’intervista con il Principe Nero, dallo studente ampiamente menzionata, lo spregiudicato e qualunquistico revisionismo storico, che caratterizzò i suoi ultimi anni.
Sul tentativo di colpo di stato di Borghese è sufficiente una elementare considerazione per denunciarne la pericolosità: l’indubbio coinvolgimento di Licio Gelli, che nell’occasione fece quantomeno una prova generale dei suoi ben noti piani eversivi.
Nota del redattore

Il periodo degli “anni di piombo” in Italia è stato caratterizzato da una crescente tensione politica e sociale, con conflitti tra gruppi estremisti di destra e sinistra, oltre a interferenze da parte di servizi segreti e organizzazioni criminali. Questo contesto ha generato una diffusa paura nella popolazione, inclusa quella di poter trovare carri armati per strada al risveglio.
Durante questo periodo, si assistette a un confronto violento tra estremisti di destra, che miravano a instaurare un regime autoritario ispirato a modelli sudamericani come quelli del Cile e dell’Argentina, e forze di sinistra, che lottavano per una trasformazione sociale e politica radicale, inclusa la presa del potere attraverso una rivoluzione operaia.
Le attività di gruppi estremisti, organizzazioni criminali e interferenze dei servizi segreti crearono un clima di instabilità e diffidenza all’interno della società italiana, con la minaccia costante di violenza politica e azioni terroristiche. Questo periodo oscuro della storia italiana è stato caratterizzato da una serie di attacchi, omicidi politici e violenze che hanno avuto un impatto duraturo sul tessuto sociale e politico del paese.
E nella cronaca che seguiva questi eventi abbiamo visto che il modus operandi era sempre lo stesso: compiere un atto e accusare la parte opposta; ed è per questo che è fortemente credibile che anche l’evento in analisi, il presunto tentativo di golpe [Borghese], possa essere frutto di un invenzione, o meglio di una retorica di voluta esagerazione, messa in atto dalle forze di sinistra.
Per dovere di cronaca, ma anche per un’oggettiva convinzione che la storia che abbiamo raccontato fino ad adesso sia influenzata da una retorica fortemente complottista e di parte, presenteremo i punti in favore della teoria che vede questa storia come una grossa montatura.
Un primo esempio di quanto appena detto risiede in un’intervista che il Principe ha rilasciato il 5 dicembre [1970], quindi poco più di 24h prima del presunto golpe, a Gianluca Pansa; se riletta, questa intervista, conoscendo le accuse che sono state successivamente rivolte a Borghese, queste dichiarazioni hanno del paradossale. Vengono trattati temi che, se effettivamente fosse accaduto tutto quello raccontato da lì a poche ore, non avrebbe avuto senso trattare in un’intervista; in particolare, ritengo opportuno riportare uno stralcio dell’intervista, la parte in cui Pansa chiede al Principe la sua visione su un eventuale colpo di Stato:
P: Come vi comportereste di fronte ad un colpo di Stato? Cioè il vostro giudizio su un eventuale colpo di Stato?
B: Se il colpo di Stato dovesse partire da della gente che noi riteniamo nociva alle sorti del paese, il nostro atteggiamento sarebbe del tutto negativo. Se il colpo di Stato partisse da qualche organizzazione politica e noi lo ritenessimo soddisfacente per le finalità che ci proponiamo, potremmo anche considerarlo come un avvenimento positivo.
Poi l’intervento del fedelissimo Carlo Guadagni: “E sarebbe sempre, però, l’attuazione di quel secondo articolo del nostro Statuto che parla del ripristino dei massimi valori della civiltà italica.
B: sì, non ci interessa il colpo di Stato come colpo di Stato: non ci fermiamo di fronte alla drammaticità del fenomeno, che del resto non vedo come potrebbe svolgersi perché la nostra finalità non è quella del colpo di Stato: la nostra finalità è quella della creazione di uno Stato, cioè il nostro deve essere un apporto positivo e non negativo alla nazione.
P: Ma che giudizio da di un colpo di Stato tipo quello greco?
B: In Italia un colpo di Stato come quello greco mi sembra molto difficile.
[…]
P: Ma se oggi, per esempio, un gruppo di militari facesse in Italia un colpo di Stato e mettesse al governo, non per forza un generale, ma un governo “tecnico”?
B: Se questo dovesse essere un fenomeno a breve termine e inteso per il ristabilimento dell’ordine, che oggi manca totalmente in Italia, o per impedire l’avvento dei comunisti al governo, poteremmo giustificarlo. Non lo giustificheremmo in linea politica perché un governo siffatto si presenta fin d’ora con le caratteristiche di un governo conservatore e noi non siamo conservatori, siamo dei progressisti.
<54
Sarebbe una mossa sensata pronunciare queste parole a poche ore da un tentativo di colpo di Stato? Bisogna effettuare anche altre considerazioni su questa ipotesi; è di fondamentale importanza il contesto nazionale, che appariva molto deteriorato, almeno agli occhi della parte conservatrice del paese: scioperi, violenza, senso di insicurezza, insoddisfazione con il sistema politico (i governi in quel periodo spesso non duravano più di pochi mesi). Si aveva inoltre l’impressione che le sinistre, guidate dal PCI controllato da Mosca, volessero sovvertire con le loro manifestazioni l’ordine democratico.
L’idea che “qualcuno facesse qualcosa” non era quindi lontana da molti cuori. Quanto allo specifico del Golpe Borghese – che indubbiamente fu pianificato, con vari contatti cercati nei militari e in altri soggetti – vi sono diverse osservazioni sull’efficacia della sua pianificazione, per tacere della “realizzazione”. In particolare: – Numero limitato dei partecipanti; livello dei vertici (Borghese a parte) non particolarmente significativo; esiguità delle forze in campo (200 guardie forestali…); – Localizzazione geografica delle azioni molto limitata (Roma, qualcosa in Centro Italia, quasi niente al Nord, alleanze con la Mafia solo presunte al Sud: non proprio un’organizzazione capillare); – Non possibile realizzare il golpe (voleva essere un “golpe bianco”, ossia guidato dalle istituzioni, o no?) senza il coinvolgimento effettivo di almeno un corpo militare diffuso in tutto lo Stato: di fatto, si legge che “reparti” dell’esercito o dei Carabinieri avrebbero partecipato; di fatto, il referente dei Carabinieri sparì al momento dell’azione, segno evidente che l’Arma non era disponibile; – Colpisce l’improvvisazione del piano, in particolare per il “dopo”: anche ammettendo che i leader di sinistra e sindacali fossero catturati e deportati (li avrebbero trovati tutti? Il PCI sapeva…), cosa sarebbe successo in caso di manifestazioni di piazza? Spari sulla folla? Borghese disse
chiaramente che non voleva spargimenti di sangue… – Come si poteva pensare che PCI, PSI e sindacati, in grado in quegli anni di mobilitare grandi folle, non avrebbero reagito? – L’impressione è che gli USA (che in quegli anni non disdegnavano di rovesciare governi a loro nemici, ma non era il caso dell’Italia, anche aperta a sinistra) giocassero attraverso la CIA ad un gioco di “wait and see”, ma non fossero convinti della fattibilità del piano, e avessero comunque informato il Governo italiano; – Andreotti, il cui nome incontrava comunque l’ostilità di Israele, e quindi all’atto pratico probabilmente anche degli USA, probabilmente sapeva, e ha “dato corda” ai congiurati, per vedere
fin dove sarebbero arrivati. Non appare credibile l’ipotesi del rapimento del Capo dello Stato, a meno che i corazzieri non fossero parte del piano; – Non va poi dimenticato che fu proprio Andreotti (insieme a Moro) il fautore dell’apertura a sinistra, con il coinvolgimento sempre maggiore del PCI nei governi locali (per un coinvolgimento diretto dei comunisti a livello di appoggio al Governo, bisognerà aspettare ancora qualche anno); senza dimenticare la posizione assolutamente apicale ricoperta da Andreotti stessi in quegli anni nella politica Italia, quindi perché avrebbe dovuto cambiare una situazione in una difficilmente più vantaggiosa? – Appaiono poi totalmente trascurati gli aspetti economico-finanziari del Golpe: chi avrebbe remunerato i partecipanti? Soprattutto, se fossero emerse rivolte successive, con una evidente divisione e lotta tra diversi poteri dello Stato, con quali mezzi sarebbe stata finanziata la continuazione dell’esperienza golpista? Non si sa. Anche questo aspetto fa parte della pianificazione un po’ improvvisata, basata più sui “contatti” con i potenziali partecipanti che sugli aspetti pratici; – Da ultimo, non si può dimenticare che la Corte di Cassazione stabilì nel 1986 che un vero e proprio golpe non fu in effetti realizzato.
Insomma, per concludere, ci sono diversi punti interrogativi su questa vicenda, a cui difficilmente riusciremo a rispondere in questa sede; quella che ripetiamo essere solo la nostra opinione è semplice: qualcosa c’è stato, ma non nei termini quasi fantascientifici di molti degli autori che hanno trattato il tema.

[NOTA]54 G. Pansa, op. cit., pp. 114-115
Filippo Augusto Albarin, Il Golpe Borghese, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2023-2024

Il tentativo di golpe, conosciuto successivamente come golpe Borghese, dal nome del principe Junio Valerio Borghese <54, è l’esempio forse più lampante di quella collusione tra poteri istituzionali, para-istituzionali ed illegali che formavano il doppio Stato. Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, notte dell’Immacolata, avvenne il più volte rimandato <55 tentativo di colpo di stato. Durante la notte ci furono movimenti sospetti di reparti militari attorno alla capitale e alcuni neofascisti, guidati dal leader di AN Stefano Delle Chiaie, entrarono al ministero degli Interni per prelevare più di duecento mitragliette mentre uomini di Cosa Nostra e della ‘Ndrangheta attendevano un ordine per intervenire nelle rispettive regioni. Vennero inoltre interrotte le comunicazioni in alcuni centralini di diversi ministeri. In questo quadro Licio Gelli, Gran Maestro della Loggia massonica P2, era incaricato di arrestare il Presidente della Repubblica Saragat ma al golpe venne dato l’alt all’ultimo momento dal generale Borghese per ignote ragioni mai chiarite.
Anche in questo caso la lunga ombra atlantica della P2 ci mette lo zampino con Licio Gelli che riuscì ancora una volta a intrecciare e a far convergere gli interessi di più “istituzioni” (mafiosa/’ndranghetista – politica – militare) nel “gioco grande”, come usava chiamare la collusione tra gruppi criminali e istituzioni il giudice Giovanni Falcone.

[NOTE]54 Junio Valerio Borghese, ex-comandante della X Flottiglia MAS e sottocapo di stato Maggiore della Marina Nazionale Repubblicana della RSI. Fonda nel 1968, un anno prima di uscire dal MSI, il Fronte Popolare; movimento politico di estrema destra che avrà contatti strettissimi con Avanguardia Nazionale e un ruolo di primo piano nei fatti di Reggio Calabria del ’70.
55 Camillo Arcuri, 2004, Colpo di Stato, Milano: BUR FuturoPassato
Giulia Fiordelli, Dalla Konterguerilla ad Ergenekon. Evoluzioni del Derin Devlet, tra mito e realtà nella Turchia contemporanea: analogia con la stay-behind italiana, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno Accademico 2012-2013

Inoltre, anche dal punto di vista terroristico, c’è da rilevare che, nel marzo 1971, se c’era una minaccia in tal senso, essa proveniva da destra: poco più di un anno prima la strage di Piazza Fontana aveva inaugurato la stagione delle bombe, nel luglio 1970 c’era stata la rivolta di Reggio Calabria e l’attentato alla “Freccia del Sud”, solo due mesi prima era scoppiato il caso dei campeggi paramilitari fascisti <32, senza contare che l’8 dicembre precedente era scattata l’operazione Tora-Tora ❤❤.

[NOTE]32 Aldo Giannuli, op. cit., p. 18.
33 Il tentativo di Borghese fu reso noto dal ministro degli Interni Restivo il 18 marzo 1971 (tredici giorni dopo la riunione dei piduisti), ma, come si vedrà meglio in seguito, è assai probabile che Gelli fosse già al corrente di tutto. Si aggiunga, a quanto detto nel testo, che otto soli giorni dopo la famosa riunione, a Milano si tenne una manifestazione della “Maggioranza silenziosa” e a Roma, il giorno successivo, se ne tenne una degli “Amici delle FF.AA.”: entrambe le organizzazioni, nei piani di un altro piduista, il conte Edgardo Sogno, avrebbero dovuto essere collaterali ai suoi Comitati di Resistenza Democratica (Allegato all’appunto SID, 25 marzo 1974, in Commissione P2, Allegati, serie II, vol. III, t. XI, p. 466).
Alberto Gemelli, La loggia P2 e il sistema politico italiano, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno Accademico 1994-1995

Per capire come anche gli americani sapessero tutto da tempo e probabilmente seguivano con attenzione lo svilupparsi della vicenda per poi confermare un possibile appoggio al golpe [Borghese], è importante ricordare le parole di Tommaso Buscetta di fronte ai giudici Falcone e Borsellino. Il pentito dichiarerà infatti che una volta tornato negli States dopo il meeting in Sicilia viene arrestato dall’FBI, e a sorpresa la prima domanda che gli viene posta è: “Allora lo fate questo golpe?” e alla sua prudente risposta, “Quale golpe?”, specificano “Quello con Borghese!”.
Il fallimento del golpe venne così spiegato sempre da Buscetta, il quale aggiunge che “In quei giorni c’era la flotta russa nel Mediterraneo, e agli americani non piaceva questa coincidenza…”.
Giulia Fiordelli, Op. cit.

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Mucche matte


Le mucche di alta quota impazziscono improvvisamente: per quale motivo?
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Mi ero recato per qualche giorno, per rinfrancare lo spirito, nelle montagne del Südtirol. Il mio amico Peter, abilissimo scultore e intagliatore del legno, mi aveva trovato un alloggio vicino alla sua casetta-laboratorio. Mentre Peter lavorava ai suoi straordinari manufatti, facevo lunghe passeggiate per i sentieri e per i boschi. Giunsi persino in un luogo di una bellezza eccezionale, a quasi duemila metri di altezza, dove si trovavano alcuni “uomini di pietra”, dei blocchi di massi posti uno sopra l’altro dall’aspetto di umanoidi che, secondo una leggenda, in alcune particolari notti dell’anno, si animerebbero vagando per le montagne. Peter mi aveva anche fatto conoscere un anziano artigiano, intagliatore di legno e di metallo, l’ultimo costruttore nella vallata di una particolare pipa, tipica del luogo. Restai estasiato dalla bellezza dell’oggetto, una delle ultime testimonianze di un’arte che stava sparendo, inghiottita dalla produzione industriale e seriale.

Un paio di giorni dopo il mio arrivo, Peter mi disse che in un pascolo di alta quota, vicino al sito degli “uomini di pietra”, le mucche si erano messe di traverso sul sentiero e non volevano più far passare nessuno. Addirittura, inseguivano gli escursionisti che cercavano di passare e i buoi minacciavano di prenderli a cornate. Mi recai anch’io fin lassù e verificai di persona: veramente, non c’era proprio verso di passare, le mucche sembravano impazzite, muggivano in continuazione e inseguivano i camminatori. Non si poteva fare altro che ridiscendere a valle: era come se quegli animali avessero avuto improvvisamente coscienza che quel territorio era il loro e l’uomo veniva sentito come un elemento estraneo, un inquinatore e un devastatore. Beh, non avevano proprio tutti i torti: mentre camminavo alla volta degli “uomini di pietra”, in alta montagna, avevo visto diverse cartacce sul sentiero, fazzoletti, perfino cicche di sigarette. Me ne tornai giù, in paese e mi recai in un bar tavola calda. Il menù era pieno di errori di italiano: “prezzelmolo”, “cotoleta alla millanese” (così era inopinatamente tradotta la parola “Wienerschnitzel, come se si trattasse della stessa cosa) e via di seguito. Possibile che siano sviste? D’altra parte sono così precisi in Südtirol! Forse era un rifiuto della lingua italiana tout court….

Insomma, arrivò Peter e mi fece improvvisamente uscire dai miei futili pensieri: mi disse infatti che le mucche erano vittime di un virus che proveniva dalla pianura, un’aria malsana che le rendeva matte e folli e che giungeva dagli allevamenti intensivi e dai campi coltivati con diserbanti chimici. Se in montagna, infatti, le mucche e gli altri animali erano liberi, bastava scendere giù per trovare pollai e allevamenti in cui galline, maiali e mucche erano ammassati in modo crudele e selvaggio. Tutti quei poveri animali andavano a far incentivare il consumo di carne anche qui in alta montagna, quelle “cotolete alla millanese” che avevo visto sui menu. Soffrivano ed erano folli quelle povere mucche, soffrivano sentendo la sofferenza delle altre loro simili destinate al macello.

“Caro Peter” – dissi – penso che allora sarà un problema irrisolvibile perché non si possono eliminare da un giorno all’altro gli allevamenti intensivi e le coltivazioni tossiche, tanto più che laggiù in pianura stanno ancora distruggendo boschi e prati selvatici per costruire nuovi siti di allevamenti e nuovi resort: ho visto le ruspe lavorare incessantemente mentre venivo su da te. “Sta’ tranqvillo, caro Guy” – rispose Peter – “in poko tempo i nostri feterinari skoprirano faccino per mukke! Il virus di Mukka Matta sarà skonfito!” Cavolo! Avevano già dato il nome a questo fantomatico virus, “Mucca Matta” (sulla falsariga, forse, della famigerata “Mucca Pazza”) e stavano già preparando un vaccino! Però, nei giorni successivi, la situazione non era migliorata e i veterinari brancolavano nel buio. Il problema, però, a mio avviso, andava risolto a monte o, meglio, a valle: eliminare gli allevamenti tossici e la distruzione dell’ecosistema che stava andando avanti incessantemente. Anche se le mucche staranno meglio, in poco tempo la situazione potrebbe peggiorare di nuovo e saremo punto e daccapo.

Però, come si suol dire, le leggende hanno un fondo di verità e così, per questa volta, la situazione venne salvata proprio dalla leggenda. Certo, quella degli umanoidi di pietra, vi ricordate? Si diceva che in alcune notti dell’anno essi prendessero vita e se ne andassero in giro per le montagne. Beh, quella doveva essere la volta buona, quando le esalazioni dello sviluppo selvaggio che si consumava in pianura giunsero fino alle mucche e ai pascoli di montagna. Quell’aria marcia di pianura stava facendo marcire anche l’aria pulita delle alte vette. E giunse anche agli “uomini di pietra”. Che si incazzarono alla grande. Una notte si mossero quindi dal loro sito e si diressero verso gli allevamenti intensivi e verso i cantieri di pianura. Con le loro mani e braccia di pietra colpirono le ruspe e le distrussero; abbatterono i recinti dei pollai e degli allevamenti e portarono con sé, in alta montagna, tutti quei poveri animali che vi erano rinchiusi. Come i magici “benandanti” friulani raccontati da Carlo Ginzburg, una specie di stregoni che secondo le dicerie popolari lottavano con il demonio, così gli “uomini di pietra” südtirolesi lottarono contro il demoniaco capitalismo delle nocività e delle deforestazioni. Per ogni albero abbattuto, per ogni animale ammassato, un colpo di pietra.

Ci sono alcuni malgari che raccontano di averla vista, quella processione notturna: gli “uomini di pietra” davanti e tutti gli animali dietro. Che si dispersero per i monti e trovarono una vita migliore. Per quella volta non ci fu bisogno né di veterinari né di vaccini. Però le devastazioni dell’ecosistema sono sempre in agguato e i signori delle ruspe e delle nocività ci avrebbero messo poco per riprendersi. Coraggio, umanoidi di pietra, ci sarà ancora bisogno di voi e della vostra leggenda.

gvs

(nel testo vi è un riferimento a C. Ginzburg, I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Einaudi, Torino, 1966).

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Craig Jones Invitational 2 — Risultati della prima serata (30 agosto 2025)


Craig Jones Invitational?2 è un evento di grappling organizzato da Craig Jones il 30 agosto?2025 presso il Thomas & Mack Center di Las Vegas, Nevada, Stati Uniti. Si tratta della seconda edizione del torneo, adotta un formato a squadre ispirato a Quintet,
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Craig Jones Invitational?2 è un evento di grappling organizzato da Craig Jones il 30 agosto?2025 presso il Thomas & Mack Center di Las Vegas, Nevada, Stati Uniti. Si tratta della seconda edizione del torneo, adotta un formato a squadre ispirato a Quintet, con otto team composti ciascuno da cinque lottatori di pesi differenti in gara per un montepremi complessivo di 1?milione di dollari. In contemporanea, si tiene un torneo femminile openweight con montepremi di 100?000?$.

Il video della prima giornata


Ho scoperto che la live sarà in chiaro e poi ci sarà un paywall (abbonamento a FloGrappling)

youtube.com/watch?v=62hdEjhpgF…

Main Card (primo turno torneo a squadre)
New Wave vs Team Americas


  • Pat Downey vs. Luke Griffith — pareggio
  • Elijah Dorsey vs. Vagner Rocha — pareggio
  • Giancarlo Bodoni finalizza Gavin Corbe (rear-naked choke)
  • Taylor Pearman finalizza Giancarlo Bodoni (heel hook)
  • Taylor Pearman vs. Dorian Olivarez — pareggio
  • Deandre Corbe vs. Mica Galvao — pareggio

New Wave vince su Team Americas per decisione unanime (40–36, 39–37, 39–36)

Bodono fa un “brazilian tap” sulla gamba di Taylor Pearman. Dopo un attimo di controversia l’incontro viene comunque interrotto e la vittoria assegnata. A fine match si becca anche una barcata di fischi.

Notevole anche il match di Deandre Corbe vs Mica Galvao


Atos vs Team Europe


  • Pawel Jaworski vs. Lucas Barbosa — pareggio
  • Charles Negromonte vs. Ronaldo Junior — pareggio
  • Owen Jones vs. Kaynan Duarte — pareggio
  • Marcin Maciulewicz vs. Felipe Pena — pareggio
  • Paul Ardila vs. Diego Pato — pareggio

Atos vince su Team Europe per decisione unanime (49–46, 49–46, 49–46)


10th Planet vs Team Australasia


  • Lucas Kanard vs. PJ Barch — pareggio
  • Declan Moody vs. Ryan Aitken — pareggio
  • Fabricio Andrey vs. Alan Sanchez — pareggio
  • Belal Etiabari finalizza Geo Martinez (ankle lock)
  • Kyle Boehm finalizza Belal Etiabari (heel hook)
  • Kyle Boehm vs. Kenta Iwamoto — pareggio

Team Australasia vince su 10th Planet per decisione unanime (40–36, 40–36, 40–36)

Un altro caso di Brazilian Tap, Geo Martinez batte leggermente sul ginocchio di Belal.


B-Team vs Daisy Fresh


  • Max Hanson (Daisy Fresh) vs. Jozef Chen (B-Team) – pareggio
  • Nick Rodriguez (B-Team) finalizza Brandon Reed (Daisy Fresh) – submission (rear-naked choke)
  • Nick Rodriguez (B-Team) vs. Michael Pixley (Daisy Fresh) – pareggio
  • Jacob Couch (Daisy Fresh) vs. Chris Wojcik (B-Team) – Pareggio
  • Victor Hugo (B-Team) vs. Dante Leon (Daisy Fresh) – draw

B-Team vince su Daisy Fresh

Torneo femminile — Semifinali


  • Helena Crevar vince su Adele Fornarino via unanimous decision (30-27, 29-28, 29-28)
  • Sarah Galvao vince su Ana Carolina Vieira per decisione unanima (29-28, 29-27, 29-27)

Contesto aggiuntivo


  • La finale del torneo a squadre, le finali del torneo femminile e il superfight tra Craig Jones e Chael Sonnen sono programmati per il giorno successivo, 31 agosto?2025
  • Il superfight originario contro Gable Steveson è stato annullato a causa di un infortunio al piede (turf toe) di Steveson, sostituito all’ultimo minuto da Chael Sonnen

Riepilogo rapido
DivisioneRisultati principali
Torneo a squadreNew Wave, Atos, Australasia avanzano; risultato B?Team vs Daisy Fresh ignoto
Torneo femminileSemifinali disputate; vincitrici non ancora note
SuperfightCraig Jones vs Chael Sonnen confermato per il 31 agosto
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