aldikatu ii / eduardo chillida. 1972
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Il cielo in tasca: le migliori app per osservare le stelle
edu.inaf.it/rubriche/altro-cie…
Trasformare il telefono in un vero planetario tascabile: da Stellarium Mobile a SkySafari, ecco panoramica utile per chi vuole imparare, insegnare o semplicemente emozionarsi sotto il cielo notturno.
#app #osservareIlCielo #smartphone #Stellarium #stelle
Da Stellarium a ISS Detector: quattro app per famiglie, docenti e appassionati di astronomia per osservare il cielo.Federica Duras (EduINAF)
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oggi, mercoledì 27 agosto 2025, ore 18:30
Ex lavatoio di San Giacomo
via San Giacomo in Monte 9, Trieste
Gianluca Paciucci
presenterà il libro di Ugo Pierri
non mancheranno i Bachibaflax nè Andrea Neami
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open.spotify.com/show/4iIZ0Vbc…
#AntonioFrancescoPerozzi #AntonioSyxty #dialogo #DimitriMilleri #materiaSentimentale #MicheleZaffarano #ndn #NienteDiNuovo #podcast
Podcast · Syxty · Niente di nuovo è un progetto di Dialoghi sulla scrittura realizzato in formato podcast audio.Spotify
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in attesa della nuova stagione 2025-2026 in partenza a ottobre
tutti i video-corsi realizzati e le pubblicazioni ECS in sconto del 20% fino al 31 agosto 2025
42 corsi, +500 ore di lezione, +80 docenti, 5 seminari, 8 pubblicazioni
Lezioni fruibili in ogni momento e senza alcun limite
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“estatepoesia2025”
#CentroScritture #CentroScritture #centroscrittureIt #corsi #corsiDiStoriaDelleScritture #letteratura #proozione #sconti #sconto #scritturaItalianaContemporanea
Primo centro culturale interamente dedicato a tutti coloro che leggono, scrivono o vogliono orientarsi nelle scritture poetiche contemporanee.CentroScritture
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Prima (cioè, l’altro ieri, ormai si sa come va la roba qui) ho voluto estrarre gli asset da un giochino che ho sul telefono (forse il più gustoso che ho lì, a dire il vero), Hatsune Miku Logic Paint… cioè la fusione delle mie due più grandi passioni — almeno, dopo il rotting, l’avere segreti, ed un’altra che non dirò. Difatti, il Picross con Miku è alquanto sfizioso, ma prenderne i file per altri usi lo è ancora di più, e nel farlo si scoprono svariate cose. 🤗
Innanzitutto, il gioco è fatto in Unity; chi mai lo avrebbe potuto immaginare? È buono però, perché è bastato dare in pasto ad AssetRipper la cartella estratta dall’APK per ottenere tutti i bei PNG, la musica, e… tutte le griglie dei puzzle in formato TXT (con 0 per indicare caselle vuote, 1 quelle piene, e virgole per fare da padding), evviva!!! (Oltre ad altri metadati in CSV, come i nomi dei puzzle e stringhe varie.) Questi torneranno sicuramente utili per fare una cosa che per motivi octosi non voglio spoilerare (e che per motivi legali non potrei fare, ma dalle cose octose non deriva mai lucro, quindi me ne sbatto il mikuleek). 🤪
Poi, però, ho visto una cosa meno divertente… tutti, e dico tutti, gli asset grafici, proprio gli elementi UI, sono rovinati dalla compressione, almeno in qualche misura! Ci sono ovunque piccoli artefatti di compressione che, a dire il vero, giocando sul telefono non si notano, ma che sono così evidenti anche solo ficcando il naso tra i file, senza zommare chissà quanto per alcuni, che sono pronta a scommettere che giocando sul mio tablet da 10 pollici li vedrei. (Attenzione, sono pronta a scommettere ma non a provare, mi secco ampiamente.) La cosa bella è che sono tutti PNG, non JPEG o WEBP o VFFNCL, quindi… a meno che non sia AssetRipper ad averli forzati in PNG, chi ha lavorato al gioco non è proprio del mestiere. Persino in una manciata di file che nel nome hanno “Uncompressed” (come questo) trovo artefatti, anche se non di tipo JPEG classico. 😪
Insomma, lo hanno fatto un pochino sciatto questo coso… e a dire il vero forse torna tutto, vedendo le altre sviste di design che ci sono, come la musica che si ripete ad appena qualche secondo, cosa che da alquanto sui nervi, o che completando i picross si sbloccano delle immaginine dei vocaloid (con nessun tasto per condividere o boh, impostare come sfondo) anch’esse molto compresse (e per queste si, lo si nota anche dal telefono). Lato codice francamente penso sia ben fatto, perché bug non ne ho trovati e la UX è ben rifinita… anche se una svista pure lì c’è, e cioè che lo stato in corso di un livello non è salvato se non premendo indietro; in altre parole, se blocco lo schermo del telefono per qualche minuto, e quindi la MIUI di merda uccide la app, quando vado per continuare devo puntualmente ricominciare da capo, perché ho scordato di chiudere per bene. 😶
Boh, veramente boh, però comunque è un giochino okei. Ha 25 puzzle 5×5, 25 10×10, 100 15×15, e 4 compositi di 25 puzzle 25×25, quindi per chi ha 2,79€ in punti premio Google da spendere (“oggi offre Alphabet“) consiglio di provarlo… altrimenti, per i pirati c’è l’APK… o, ancora altrimenti, per gli octosi c’è—NO SPOILER! (E per chi vuole semplicemente frugare tra gli asset, come si nota in foto li ho caricati su Pignio, su pignio.octt.eu.org/item/mikulo…… e si, dovrei sia aggiungere un tasto per scaricare un’intera cartella come ZIP, che in generale migliorare la vista delle cartelle supportando le sottocartelle, ma per ora godetevi il miscuglio disordinato e pace.) 👾
#assets #game #HatsuneMikuLogicPaint #MikuLogi #mobile #picross #puzzle
AssetRipper, a tool for extracting assets from Unity serialized files and asset bundles and converting them into the native Unity engine format: + https://assetripper.github.io/AssetRipper/ + https://github.Memos
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Un frammento da Petronio. Su Pod al popolo. Podcast irregolare ed ennesimo fail again fail better dell’occidente postremo. Buon ascolto
fonte: Universitätsbibliothek Heidelberg, Cod. Pal. germ. 438, 1455–58
#audio #PAP #pap076 #pap076 #Petronio #podAlPopolo #podcast #Satyricon
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È uscito un nuovo numero di “Autografo” dedicato ad Alfredo Giuliani e curato da Federico Francucci e Federico Milone.
«M’è sempre successo di spostarmi, in tutti questi anni, da una forma di poesia a un’altra» – ha detto una volta Giuliani – «probabilmente non per seguire una poetica, ma per carattere, per impulso di carattere. Non riuscirei mai a scrivere un intero libro di sonetti o un poema epico. Le variazioni della stessa forma, dello stesso tema, mi stancano e anzi in certi casi mi annoiano veramente a morte». Questo fascicolo di “Autografo” è un tentativo a più voci di mappatura delle attività molteplici dell’autore, nel suo zigzagare tra letteratura, teatro, radiofonia, collaborazioni con artisti visivi, traduzione, critica e saggistica. Con saggi e contributi di Luigi Ballerini, Emiliano Ceresi, Andrea Cristiani, Federico Francucci, Sara Gregori, Caterina Miracle Bragantini, Giovanna Lo Monaco, Samuele Maffei, Giacomo Micheletti, Federico Milone, Noemi Nagy, Ugo Perolino, Chiara Portesine, Luca Stefanelli.
Interlinea, 2025
interlinea.com/scheda-fascicol…
#AlfredoGiuliani #AndreaCristiani #CaterinaMiracleBragantini #ChiaraPortesine #EmilianoCeresi #FedericoFrancucci #FedericoMilone #GiacomoMicheletti #GiovannaLoMonaco #Interlinea #letteratura #LucaStefanelli #LuigiBallerini #materialiVerbovisivi #NoemiNagy #poesie #radio #SamueleMaffei #SaraGregori #scritturaDiRicerca #scritturaSperimentale #scrittureDiRicerca #scrittureSperimentali #teatro #UgoPerolino
Compra Fascicolo carta Le scritture imprevedibili di Alfredo Giuliani di autori-vari edito da Interlinea nella collana su Interlinea srl edizioniwww.interlinea.com
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Mezzo milione di persone hanno lasciato la Sicilia tra il 2001 e il 2021, più della metà aveva tra i 18 e i 35 anni. Un esodo giovanile che non si ferma e che impoverisce la regione privandola di importanti risorse umane che potrebbero contribuire al suo sviluppo. Ci sono, però, anche dei giovani che decidono di non andar via.
Della scelta deliberata di rimanere, che ha preso il nome di […]
Leggi il resto: argocatania.it/2025/08/26/ques…
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#cinema #diLàDalFiume2025 #dirittiUmani #eventi #festival #gratis #incontri #ingressoLibero #LorenzoCiccarelli #programma #schema #Teatroinscatola
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AstroCampania con l’Osservatorio Astronomico Salvatore di Giacomo e il comune di Agerola organizzano:
La notte della Luna Rossa, Eclissi totale di Luna – 7 settembre 2025 , nell’ambito del Festival dell’Alta Costiera Amalfitana.
Una serata pubblica indimenticabile sotto il cielo stellato, per vivere insieme lo spettacolo dell’Eclissi Totale di Luna nel Piazzale del Parco della Colonia Montana ( nelle vicinanze dell’Osservatorio Astronomico Salvatore Di Giacomo ) a S.Lazzaro di Agerola (Na). […]
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Per Aristofane (come leggiamo nella sua celebre commedia intitolata Le nuvole, del 423 a.C.) le nuvole rappresentavano le nuove correnti del pensiero filosofico, ritenuto per lo più vacuo e inconsistente; per De André, nel suo album che si intitola sempre Le nuvole (ma che poco ha in comune con la commedia aristofanea), del 1990, esse simboleggiano invece “i potenti della finanza, della politica e dell’industria, gli intellettuali di regime, i boss dello Stato-mafia, tutti quei personaggi ingombranti che impediscono al popolo di vedere la luce del sole, cioè la verità!” (Amico fragile. Fabrizio De André si racconta a Cesare G. Romana, Sperling e Kupfer, 1991, pp. 146-147). L’immagine delle nuvole che incontriamo nel recente bel romanzo di Nicola Polizzi, Qualche volta le nuvole sembrano isole, edito da Readaction, si avvicina assai di più a quella espressa da Pasolini nel suo cortometraggio Che cosa sono le nuvole? (1967), nel quale rappresentano – come afferma il personaggio di Totò-Iago – la “straziante, meravigliosa bellezza del creato”.
Una bellezza che assume indubbie connotazioni utopistiche e da sogno, da fantasticheria che avvolge il personaggio di Elisa di uno schiacciante desiderio di andarsene e di fuggire lontano. L’azione narrativa si svolge a Marilia, una cittadina toscana fittizia sviluppatasi attorno alla SIDMAR, un’acciaieria che, “al tempo del suo massimo splendore” – come leggiamo nel romanzo, “riforniva mezzo mondo”. Una fabbrica che, come è successo da molte parti in Italia, è decaduta ed è stata ridimensionata a causa della delocalizzazione industriale lasciando – come scrive Polizzi – “disoccupazione e miseria”. Certo, nel libro vi è probabilmente un riferimento alle acciaierie di Piombino che hanno subito la stessa sorte della fittizia SIDMAR (e allora si può leggere Acciaio – 2010 – di Silvia Avallone ma anche il bello e terribile Amianto. Una storia operaia, del 2014, primo volume di una trilogia working class di Alberto Prunetti), una fabbrica siderurgica – come ci racconta l’autore – attorno alla quale si era sviluppato un processo di urbanizzazione che “aveva finito per cementificare quasi tutto il verde delle colline in modo selvaggio, creando un quartiere di casermoni di edilizia popolare che qualche assessore all’urbanistica dotato di humor inglese aveva chiamato Le Serre” (p. 31).
Elisa è un’adolescente che vive a Marilia assieme alla madre Marta (il padre Ugo, operaio delle acciaierie, è morto da diverso tempo a causa di un incidente sul lavoro, una piaga terribile che attanaglia anche la realtà), in uno spazio ‘disumanizzato’ fatto di edifici di cemento di periferia che, in una sorta di scenario distopico, hanno devastato gli spazi naturali delle colline (vengono in mente allora le colline che circondano una devastata Genova del futuro, deturpate da altissimi palazzi, raccontate da Paolo Zanotti in Bambini bonsai, 2010). In questo scenario gli individui si muovono come automi ‘zombificati’, come reliquie di una società del lavoro decaduta e imbarbarita, quando quello stesso lavoro in nome del quale sono stati realizzati quegli scempi paesaggistici, improvvisamente, viene a mancare. Restano solo disoccupazione e miseria, come bene sottolinea l’autore, e persone ridotte a non-persone, perdute in storie di solitudine e di emarginazione, come la stessa Marta, come l’ex detenuto Roberto, come il poliziotto Antonio o il giovane ‘bullo’ Jacopo. A questa spazialità disumanizzante, a questo universo “a una dimensione” (per utilizzare un’espressione di Herbert Marcuse) si contrappone l’immagine dell’isola che potrebbe apparire all’orizzonte che, come già notato, assume connotazioni utopistiche.
Non si tratta però di un’isola reale ma di una massa indistinta di nuvole che sta spuntando all’orizzonte e che assume la forma di una specie di immaginifica Atlantide: “Elisa contemplava il mare. Stava arrivando una perturbazione dalla Corsica e delle nuvole nere spuntavano all’orizzonte. Per un attimo le dettero l’impressione che un’isola emergesse davanti a Marilia da chissà quali abissi. Sorrise sognante” (p. 62). Davanti a Marilia, all’incasellamento imprigionante di palazzoni di periferia, sta emergendo l’isola del sogno e dell’utopia, della possibilità di una via di fuga, di una vita diversa; ed è soprattutto il personaggio di Elisa a saper cogliere i segnali di una intravista possibilità di cambiamento che fa capolino all’orizzonte. D’altra parte, l’immagine dell’isola, fin dalla letteratura antica, ha sempre assunto connotazioni fantastiche e utopistiche, dall’Odissea e dai romanzi greci fino ai Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift e al Robinson Crusoe di Defoe. Come scrive Thierry Paquot, nella letteratura del Cinquecento e del Seicento l’utopia è sempre stata considerata una specie di Paese di Cuccagna, dove si vive allegramente e in ozio, da Rabelais alla Tempesta di Shakespeare. Appare però una diversa concezione nella celebre opera di Thomas More, L’utopia (1516), in cui “il lavoro è obbligatorio e l’ozio è considerato come parassitario” (T. Paquot, L’utopia ovvero un ideale equivoco, Mimesis, Milano, 2002, p. 27). Dalla società basata sul lavoro dell’utopia di More al falansterio (una struttura autosufficiente dove gli individui vivono e lavorano) di Charles Fourier, agli inizi del XIX secolo, come ribadisce Paquot, poi, il passo è breve; ed è breve anche il passaggio ai grandi complessi industriali della seconda metà del Novecento che fanno nascere attorno a sé tanti quartieri-dormitorio periferici come quello che ci racconta Polizzi: la vita delle persone, anche nel tempo libero, deve essere inesorabilmente scandita dal lavoro il cui nucleo – la fabbrica – diviene un po’ il centro pulsante del quartiere.
Ma quando questo nucleo decade e va in rovina, sottoposto alle inesorabili leggi del cambiamento delle strutture lavorative e sociali operato dal capitalismo, allora restano vuoti scheletri e simulacri: edifici industriali dismessi, mostri metallici abbandonati che si ergono come fantasmi nella campagna devastata (nella realtà basta prendere il treno locale da Campiglia Marittima a Piombino Porto per rendersene conto), edifici periferici un tempo destinati agli operai ormai in stato di abbandono, vuoti spettri di cemento che ruotano attorno a degradazione e miseria. La Marilia del romanzo è una piccola cittadina, vicina a Siena e a Grosseto (ci viene da pensare allora ai tratti di costa industrializzati e degradati fra Toscana e Lazio che vediamo nel bel lungometraggio La chimera di Alice Rohrwacher, ambientato negli anni Ottanta) ma potrebbe far venire in mente i quartieri periferici delle grandi città, sorti intorno a importanti poli industriali, poi abbandonati al degrado e alla malavita. Gli abitanti, vittime della crudele società basata sul capitale che sempre cerca nuovi approvvigionamenti e nuove vie di sopravvivenza sulla pelle delle persone, si muovono come zombie nella ripetitiva routine di una vita sempre uguale a sé stessa. Ma alcuni personaggi del romanzo, e soprattutto la giovane Elisa (lo ribadiamo, ma non vogliamo dire di più per non rovinare ai lettori il piacere della scoperta) sapranno salvarsi, scoprire un’utopia che non sarà soltanto tale, un territorio all’orizzonte che non sarà fatto solo di nuvole.
La bella scrittura di Polizzi, già rodata dalla sua opera prima Sradicati, apre diverse finestre narrative su uno spaccato sociale contemporaneo: ogni capitolo, infatti, in una sorta di montaggio alternato, segue diverse vicende e diversi personaggi in una trama che sapientemente li intreccia e li fa convergere verso il finale. L’isola sognata fatta di nuvole e il quartiere operaio frutto di una devastante utopia postmoderna poi decaduta sapranno probabilmente intrecciarsi e la prima, allora, potrà forse permettere il dischiudersi di nuove possibilità di una vita diversa, più libera e più umana.
gvs
Nicola Polizzi, Qualche volta le nuvole sembrano isole, Readaction, Roma, 2025, pp. 254, euro 22,00
Recensione di "Sradicati" di Nicola PolizziGuy Van Stratten (Codice Rosso)
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ilcucchiaionellorecchio.it/202…
#IlCucchiaioNellOrecchio #prosa #prosaBreve #ProsaInProsa #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #testiDiMgInRete #testiDiMgOnline
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grazie a Fabio Cifariello Ciardi per il dialogo, l’attenzione e il grande spazio accordato al mio libro e a ‘La scuola delle cose’
#cambioDiParadigma #déclic #dialogo #FabioCifarielloCiardi #LaScuolaDelleCose #lettura #letture #Lyceum #LyceumMudima #MarcoGiovenale #MG #MonicaDOnofrio #Mudima #presentazione #PrimaDellOggetto #prosa #ProsaInProsa #radio #Radio3Suite #RadioTreSuite #reading #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca
Volume "Prima dell'oggetto" (déclic edizioni) | intervista a Ivo Nilsson - Radio3 Suite - Magazine - Conduce Fabio Cifariello Ciardi: con l'autore Marco Giovenale per il volume "Prima dell'oggetto" (déclic edizioni) | intervista a Ivo NilssonRaiPlaySound
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Il maggiore Temple e Enrico Martini (Mauri). Fonte: Casa della Memoria di Vinchio cit. infra
Nell’estate del 1944 le Langhe sono, di fatto, controllate dai partigiani: Mauri forma due divisioni autonome, la prima comandata da Mario Bogliolo e la seconda da Poli, mentre Nanni organizza i suoi uomini nella VI divisione Garibaldi.
Attorno a Canelli agisce la 78° brigata Garibaldi di Primo Rocca e nell’acquese opera la 79° brigata garibaldina di Pietro Minetti Mancini.
È la grande stagione della Resistenza, quando l’avanzata alleata dal Sud e la crescente forza dei partigiani diffondo l’illusione che la guerra possa vittoriosamente finire prima dell’inverno.
Mentre i garibaldini danno vita a esperienze di autogoverno democratico locale in molti centri delle Langhe, Mauri progetta e realizza l’occupazione di Alba, che avviene il 10 ottobre. […] La prima missione alleata che giunge nelle Langhe è quella comandata dal Maggiore Neville Lawrence Darewski detto Temple.
Nato a Londra il 21 maggio 1914, figlio del compositore di origine polacca Herman Darewski e dell’attrice Madge Temple, ufficiale del Royal Army Ordnance Corps dal marzo 1940, il Maggiore è il responsabile del nucleo SOE destinato al Piemonte. Paracadutato ad Igliano, nell’Alta Langa il 7 agosto 1944, Temple incontra a Torino i vertici della Resistenza piemontese e compie ricognizioni operative nelle valli cuneesi.
Al suo ritorno nelle Langhe si attiva con Piero Balbo Poli per costruire un piccolo aeroporto partigiano a Vesime.
Nella tarda estate del 1944, il Maggiore Darewski [Temple] venne paracadutato tra i partigiani, in quel momento organizzati in due formazioni, una comandata da Mauri (Autonomi) e una comandata da Nanni (Garibaldini) […].
Tra i vari compiti svolti, […] il Maggiore organizzò i partigiani, pianificò aiuti aerei e lanci e costruì una pista di atterraggio per i Lysander a Vesime a Val Bormida di Millesio.
Casa della Memoria della Resistenza e della Deportazione di Vinchio
Una volta in Langa, Mauri non tardò a riavere in pugno la situazione. Già il 6 agosto accolse la Missione paracadutata del maggiore inglese “Temple” (che si spostò poi al Pino di Baracco e sulla Tura, dove avvennero numerosi aviolanci di materiali raccolti e smistati dal distaccamento di Beppe Milano, un tenente fariglianese esperto e volitivo, reduce di Russia e allora capo di un gruppo di bravi ragazzi di Mondovì e dintorni, fra i quali saliva spesso don Beppe Bruno).
Una pista d’atterraggio e decollo per altre missioni alleate e per l’invio di feriti in ospedali in zone dell’Italia già liberata fu realizzata nel cuore della Langa, a Vesime. Dalla val Ellero partirono [n.d.r.: con uno dei tre gruppi in cui si divise, per rientrare facendo un’ultima tappa a Pigna in provincia di Imperia nelle linee alleate, la Missione Flap] , a fine settembre, il professore villanovese Giovanni Bessone e l’avv. Augusto Astengo per riferire, dopo un viaggio molto avventuroso, al Governo legittimo la situazione del sud Piemonte.Trovarono parecchie diffidenze; ma Bessone riuscì a infilarci, di suo, un sollecito al principe Umberto perché si trasferisse al Nord.
Redazione, Mondovì e il Monregalese in lotta per la libertà, Unione Monregalese, 21 aprile 2015
Nell’agosto ’44 erano attive ben 4 missioni italiane, con 13 agenti italiani; 9 missioni britanniche con 16 agenti britannici; 13 italiani in missioni britanniche. In Piemonte, le comandava il maggiore “Temple”, missione “Flap”. Cfr. M. BERRETTINI, op. cit., p. 38. “Temple” (Neville Darewsky), classe 1914, ufficiale dell’esercito inglese, morì il 15 novembre 1944 in un incidente a Marsaglia (CN). Era stato paracadutato tra le formazioni di Mauri il 6-7 agosto 1944. Ebbe importanti incontri con il Cmrp; a lui si deve l’idea della costruzione dell’aeroporto di Vesime (AT); qui giunsero Stevens e Ballard, gli ufficiali dello Soe che lo sostituirono.
Marilena Vittone, “Neve” e gli altri. Missioni inglesi e Organizzazione Franchi a Crescentino, in “l’impegno”, n. 2, dicembre 2016, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia
Il 20 ottobre 1944 il comandante Nino Siccardi “Curto” con la scorta di 5 partigiani tornò momentaneamente ad Upega per procedere alla messa in salvo anche dei patrioti feriti che là erano rimasti.
[…] Nei primi giorni di permanenza a Fontane avvenne l’incontro tra “Curto” ed il maggiore inglese Temple (Darewski): “Curto” chiese un consistente aiuto militare per le sue formazioni: la riunione si concluse, tuttavia, con un nulla di fatto.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945) – Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999
Ho conosciuto il maggiore Temple, capo della missione delle Special Forces presso le formazioni autonome Mauri; era sceso il 7 agosto 1944 in paracadute sul campo di Igliano nelle Langhe. L’ho visto, per la prima volta, poco dopo il suo arrivo, nel castello di Ciglié dove si era sistemato con la sua missione e dove io avevo la mia base quando mi recavo presso le formazioni Mauri.
Già nel gennaio precedente avevo avuto modo di apprezzare l’efficenza della collaborazione tra gli Alleati e le formazioni partigiane italiane; è di quell’epoca il mio ansioso ascolto di radio Londra che doveva preannunciare, con la frase convenuta: «Arrivano i capitani», il lancio di materiale alla formazione autonoma del capitano Cosa nell’alta valle Pesio a quota 1800 metri; avevo visto i famosi Sten e l’esplosivo plastico che dalla valle portavo a Cuneo, distante una ventina di chilometri, con i relativi detonatori e micce, per essere destinato ai gruppi di sabotatori a Torino.
Ma l’arrivo del maggiore Temple rappresentava qualcosa di più: era arrivato tra noi un ambasciatore e un addetto militare del governo inglese e degli Alleati, era il riconoscimento ufficiale e tangibile della legittimità della nostra lotta; con lui diventavamo cobelligeranti.
Il maggiore Temple sentì profondamente – e ce ne fece sentire partecipi – questa nostra legittimazione: tutta la sua, purtroppo breve, presenza tra di noi fu improntata dalla consapevolezza di trovarsi tra amici, di essere un soldato tra soldati e un uomo tra uomini.
Io lo ricordo così a Ciglié: robusto ma agile, bruno di capelli e abbronzato, sotto i grossi occhiali gli occhi brillanti ed espressivi, di temperamento cordiale e comunicativo, sempre allegro. Ha già conosciuto, nel corso di diverse sue missioni, i partigiani di altre nazioni e sa come farsi voler bene. Non parla perfettamente l’italiano ma si fa capire e capisce e intuisce tutto. A Ciglié, nel momenti liberi, simpatizza con tutti, inventa il “toto-Liberazione”, lanciando una moneta per aria e scommettendo al gioco di testa e croce. A me consegna metà biglietto da dieci lire (che conservo ancora) quale eventuale mezzo di riconoscimento nei messaggi. Amava guidare le automobili, anche l’autoblinda che il tenente Ippolito aveva catturato ai tedeschi. Con Mauri raggiunse, dopo una settimana dal suo arrivo, le formazioni della valle Pesio e da lì le formazioni Giustizia e libertà in valle Stura e nelle valli Grana e Gesso; a Demonte e a Valdieri conosce e si fa conoscere dai comandanti e dai rappresentanti politici.
Ha grande considerazione per il CLN piemontese; ciò lo induce ad affrontare un avventuroso viaggio a Torino, dove conosce, tra il 28 ottobre e il 4 novembre 1944, tutti gli esponenti dei partiti e delle formazioni militari della Resistenza, nonché importanti esponenti della industria torinese.
In breve tempo ha conquistato la stima, l’ammirazione, la simpatia di tutti, compresi gli esponenti delle formazioni Garibaldi.
Ma arrivano momenti tristi e dolorosi.
Alla sera del 12 novembre 1944 i nazifascisti iniziano un attacco – grande per vastità e territorio e per mezzi impiegati – nelle Langhe dove, in pieno giorno, era stato paracadutato ai partigiani molto materiale bellico, ma purtroppo non i cannoni che Temple aveva chiesto. Il giorno 15 Ciglié rischia l’accerchiamento e la missione inglese al completo sale su un camioncino, di quelli che hanno il cassone scoperto; in cabina l’autista e l’interprete; io, Temple e gli inglesi, tutti in divisa, seduti sul materiale nel cassone scoperto.
Ci dirigiamo a Marsaglia, sentiamo scoppiare le bombe da mortaio sempre più vicine: i nemici avevano sfondato le nostre linee di difesa in più punti. A Marsaglia Temple aveva alcune cose da sbrigare; salta giù dal camion e va al magazzino della prima divisione Langhe. Quando esce viene trattenuto a lungo da un comandante partigiano; noi sul camion l’aspettiamo, ansiosi di ripartire; attorno non c’era più nessuno.
Erano circa le dieci del mattino. Il nostro camion era fermo all’angolo di uno spiazzo, sulla nostra sinistra un muro a secco, poco più avanti iniziava una stretta stradina che, in discesa, curvava per uscire dal paese. Lo richiamiamo parecchie volte, siamo impazienti a causa delle esplosioni sempre più vicine. Il camion inizia a muoversi lentamente e Temple, che era atletico e agile pur nella sua robustezza, correndo raggiunge la fiancata sinistra del cassone. Si aggrappa con le mani al bordo e cerca di spiccare un salto verso l’interno.
Restò appeso a mezz’aria davanti alla ruota posteriore e non poté più muoversi.
L’autista era stato costretto a spostarsi a sinistra, verso il muro a secco, poiché dalla parte opposta stava sopraggiungendo dalla curva contromano un carro trainato da buoi con un carico di paglia.
Temple rimane schiacciato tra il muro e la fiancata del camion, fece due giri su se stesso e cadde a terra.
Nel mio ricordo, rivedo i suoi occhi sbarrati dal dolore.
Lo portammo a Murazzano; l’ospedale e l’intero paese erano nel caos, stavano evacuando i feriti. Temple chiede notizie sulla battaglia in corso a Mauri, il quale ci offre un’automobile per proseguire per l’ospedale di Cortemilia, località decentrata e più sicura.
Temple stava male, era grave; «Lussia – così mi chiamava – ho sete» erano le sue uniche parole; ogni tanto ci fermavamo a riempire la bottiglia di acqua.
All’ospedale di Cortemilia fecero di tutto per salvarlo, ma nonostante le cure, alle ore 14 dello stesso giorno 15 novembre 1944 cessò di vivere per emorragia interna.
La sua salma fu trasferita al Sud con lo stesso aereo, sceso al campo di Vesime (che lui aveva ideato e voluto). L’aereo aveva trasportato tra di noi la nuova missione inglese del colonnello Stevens e del maggiore Ballard, che parteciparono alla liberazione del Piemonte.
Lucia Boetto Testori, La missione Temple nelle Langhe in AA.VV., No. 1 Special Force nella Resistenza italiana. Vol. I, Atti del convegno di studio tenutosi a Bologna, 28-30 aprile 1987, sotto gli auspici dell’Università di Bologna, nell’ambito delle celebrazioni per il IX centenario, FIAP – Editrice Clueb Bologna, 1990
#12 #1944 #agosto #alleati #autonomi #badogliani #EnricoMartini #fascisti #Flap #Graibaldi #Langhe #LuciaBoettoTestori #maggiore #MarilenaVittone #MarsagliaCN_ #Mauri #missione #NevilleLawrenceDarewski #novembre #ottobre #partigiani #Piemonte #PignaIM_ #Resistenza #RoccoFava #SOE #SpecialForces #tedeschi #Temple #VesimeAT_
Bruino (TO) - Fonte: Wikipedia Anche in Val Sangone nel Settembre del ’43, sotto la guida del Maggiore degli Alpini Luigi Milano, il 9, si raccolgono instoriaminuta (Storia minuta)
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L’altra sera non ho scritto niente a riguardo, ma quello che è accaduto è che ho rapinato un Amazon Locker… inserendo il codice eh, niente danneggiamenti. Ok, sto scherzando; in verità, con la mano diretta di mio padre (che ha banalmente piazzato il suo ordine) ho piuttosto rapinato lo Stato italiano, ordinando circa 100 euroni di libri, per consumare i punti del bonus docenti che rimanevano e a giorni sarebbero scaduti. E però ora sono state, e a breve saranno, rogne, un pochino, perché sono veramente un botto di tavolette di carta. 🤯
Ho consumato il braccio la sera per andare a ritirare questa roba, perché, e vai a capire il motivo, da un lato gli articoli sono stati divisi in due diversi pacchi, uno gigante da 1,28 kg (e maremma bilancia…) e uno più piccolo con solo 2 volumi dentro… e, giustamente, nella busta che mi sono portata per trasportare i pacchi non c’è stato verso di farli entrare tutti e due, quindi un braccio non ha portato quasi niente e l’altro si è tirato al punto da rimanermi moscio per tutta la sera (e ancora adesso lo sento strano, ma forse avrò solo dormito stort). Tutto divertente fino a qui… e in effetti le rogne vere arrivano adesso. 💥
Per circa 60€ sono arrivati tutti e 12 i volumi di Pretty Guardian Sailor Moon, che è oggettivamente una serie da avere in libreria per ogni ragazza magica che si rispetti; nonché da leggere, immagino, motivo per cui ho già iniziato il primo volume senza preoccuparmi troppo. Poi ho preso un tomone di Zerocalcare, perché essendo lui e i suoi fumetti gnam allora immagino che anche i suoi libri lo siano, e infine qualche altro tomino per arrivare alla cifra da spendere. Poca roba… o almeno sembra, per chi digerisce interi libri su base giornaliera… e invece io, mo’, come minchia me ne esco??? 😱
Io tutto sommato leggo anche tanto, relativamente alla media comune dei (decadutissimi) giorni odierni… però leggo comunque solo quando l’alternativa sarebbe fare puro rotting (a qualsiasi dei livelli del niente); quindi, se raramente magari finisco un intero volume di un manga in 1 o 2 giorni, più spesso un tomino di quelli mi dura di più… talmente di più che ho ancora un paio di cosini da parte comprati con il bonus cultura (il mio, quello) l’anno scorso che ancora non ho recuperato. Ma non è tutta colpa mia, perché nel frattempo sono arrivate altre robe, anche libri non-fumetti, e quindi ops. 😳
Vabbene però, dai, guardiamo il lato positivo: avere tutte queste letture arretrate è buono dal punto di vista che devo necessariamente posticipare il giorno in cui andrò per keepare myself safe… Almeno, questo perché i libri sono arrivati fortunatamente intatti, e quasi tutti perfetti ad un’occhiata veloce; tranne 1 volume della bella ragazza guerriera con la copertina leggermente piegata, ma si è sistemato impilandoci altri libri sopra. Quindi, stavolta sono calma, ma altrimenti per davvero mi incazzavo!!! 😈
P.S: un (1) bacino a tutti i cittadini i-ta-lia-ni! che, pagando le tasse, pagano alla ragazza magica quest’anno i manga, e due anni fa il server che regolarmente serve i frutti del mio lavoro di sviluppo magico per tutti… 🥰
#AmazonHaul #haul #libri #manga #pacchi
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open.spotify.com/embed/episode…
open.spotify.com/episode/25Xmn…
dialogo tra Massimiliano Manganelli, Luigi Magno e Marco Giovenale; coordinamento di Antonio Syxty
maggiori informazioni: slowforward.net/2025/06/11/un-…
#AntonioSyxty #audio #LaFinestraDiAntonioSyxty #LaScuolaDelleCose #LuigiMagno #Lyceum #LyceumMudima #MarcoGiovenale #MassimilianoManganelli #MicheleZaffarano #Mudima #podcast #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca
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23 Agosto 2025
Comunicato stampa ASGI
In seguito a ricorsi presentati da socie e soci ASGI, il Tribunale di Roma ha ordinato alle autorità italiane di garantire l’ingresso in Italia per motivi umanitari e familiari ad alcuni nuclei familiari e persone di Gaza. Nonostante ciò, le autorità competenti non hanno ancora agito. Data la grave e crescente situazione a Gaza, ASGI chiede con forza un immediato intervento del Ministro degli Affari Esteri per l’evacuazione e il rilascio dei visti.
A seguito di alcuni ricorsi presentati in via d’urgenza per la richiesta di visto d’ingresso a favore di alcuni nuclei familiari di Gaza, alcuni dei quali familiari di cittadini italiani, il Tribunale di Roma ha impartito cinque differenti ordini giudiziali di autorizzazione all’ingresso, il primo dei quali ormai 15 giorni fa.
In particolare, il Tribunale di Roma ha ordinato alle autorità italiane di attivarsi nell’immediatezza per garantire l’uscita delle persone e l’arrivo in Italia per motivi umanitari e familiari. Le Autorità competenti sono state messe a conoscenza dei provvedimenti giudiziali immediatamente e contattate per rappresentare la gravità delle singole situazioni. Tutti coloro che hanno richiesto il visto per raggiungere l’Italia, sono in una condizione di estremo pericolo e rischio. Sono nuclei familiari con bambini, anche piccolissimi, che necessitano di immediata evacuazione e protezione.
ASGI evidenzia che le Amministrazioni competenti sono state più volte sollecitate ad ottemperare gli ordini giudiziali del Tribunale di Roma, con tutti gli aggiornamenti di aggravamento delle condizioni a Gaza pervenute dalle famiglie interessate.
La situazione a Gaza si aggrava di ora in ora, l’operazione di terra da parte dell’esercito israeliano in alcune zone di Gaza e gli ordini di evacuazione senza alcuna garanzia di spostamento in sicurezza, si aggiungono ai continui bombardamenti e all’impossibilità di reperire il cibo necessario alla sopravvivenza.
Chiediamo con forza che il Ministro per gli affari esteri e la cooperazione internazionale intervenga, in ottemperanza ai provvedimenti giudiziali, per la protezione della vita delle persone interessate, così come quella di tutte e tutti i cittadini palestinesi che intendono lasciare Gaza.
Riteniamo che, di fronte alla drammaticità della situazione e dell’obbligo di tutti gli Stati -fra cui l’Italia- di agire per prevenire e impedire il genocidio a Gaza, non possa essere giustificabile alcun ulteriore ritardo nel rilascio di visti e lasciapassare per l’ingresso in Italia per coloro ai quali è stato già riconosciuto questo diritto.
Sollecitiamo pertanto, anche pubblicamente, un immediato intervento per la fuoriuscita delle persone dalla Striscia di Gaza e l’immediata soluzione positiva per la tutela dei diritti fondamentali.
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Sono passati quasi due anni dall’invasione israeliana della striscia di Gaza. Ormai è chiaro a tutti che si tratta di un genocidio, del tentativo di espellere dal loro territorio oltre due milioni di cittadini palestinesi. Per raggiungere questo obiettivo, Israele sta utilizzando anche l’arma della fame, impedendo che gli aiuti umanitari arrivino nella Striscia. Se prima Gaza era una prigione […]
Leggi il resto: argocatania.it/2025/08/24/da-4…
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sullo sgombero del Leoncavallo, è vero che il sindaco Sala non ha responsabilità diretta di quanto è accaduto (cfr. il suo comunicato del 21 agosto: differx.noblogs.org/2025/08/24…), ma allo stesso tempo è altrettanto vera questa osservazione di Michela Becchis:
facebook.com/michela.becchis/p…
[…] i vari sindaci di centrosinistra possono giurare e spergiurare che non vengono mai avvisati degli sgomberi, ma da Milano a Roma a Napoli generano colpevolmente l’ambiente, la possibilità che consente alla destra (ma Minniti e il suo “decoro” l’abbiamo dimenticato?) di agire in modo repressivo e fascista . Città finanziarizzate dove ogni spazio è assurdamente e terribilmente monetizzato, dove chi vive la difficoltà di abitare, lavorare, studiare, ricrearsi e fare cultura e fare conflitto, sì quel conflitto che non piace neanche a voi, viene piano piano compresso in un altrove che città non è più.
Cari sindaci di una sinistra liberale, potete chiamarli coworking, hub, stakeholder e con tutte le parole che sempre della finanza sono, ma siete colpevoli di non difendere mai la libertà della vita di una comunità dalla monetizzazione che sempre repressione è.
(La frase è di Sandrone Dazieri)”
#BeppeSala #centrosinistra #ComitatoPerLOrdineELaSicurezza #comunicato #CSA #csoa #Leoncavallo #LeoncavalloSpazioPubblicoAutogestito #MichelaBecchis #monetizzazione #neofascismo #repressione #SandroneDazieri #sgomberi #sgombero #sgomberoDelLeoncavallo #sindaci #sindaco #sinistra #spaziAutogestiti
Perché i vari sindaci di centro sinistra possono giurare e spergiurare che non vengono mai avvisati degli sgombri, ma da Milano a Roma a Napoli generano colpevolmente l’ambiente, la possibilità che...www.facebook.com
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Giù le mani dalla città!
Sabato 6 settembre CORTEO nazionale
Contro lo sgombero del Leoncavallo, contro il fascismo di governo, la gentrificazione ed espropriazione dei patrimoni pubblici e autogestiti.
Difendiamo gli spazi sociali, la cultura libera, l’arte sovversiva e i movimenti dal basso.
Vogliamo un’altra Milano!
#AbbaVive #antagonismo #antifascismo #autogestione #controLoSgombero #controLoSgomberoDelLeoncavallo #corteo #corteoNazionale #csoa #decolonialismo #democraziaDalBasso #gentrificazione #Leoncavallo #manifestazione #manifestazioneNazionale #ParcoSempione #spaziAutogestiti #spaziSociali
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facebook.com/share/v/1B1AGks4x…
: a ogni immagine o video come questo, e alle migliaia e migliaia di testimonianze simili e rapporti sul #genocidio che abbiamo visto e registrato in questi ultimi due anni e nei 75 precedenti, la domanda è sempre la stessa: #israele , che giustificazione, che diritto hai di esistere, se il tuo esistere è QUESTO?
#Gaza #Cisgiordania #Palestina #criminidiguerra #apartheid #puliziaetnica
#apartheid #Cisgiordania #criminiDiGuerra #criminidiguerra #Gaza #genocidio #Israele #Palestina #puliziaEtnica #puliziaetnica
A Qalqilya, in Cisgiordania, le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione lanciando un’ondata di gas lacrimogeni. Un uomo palestinese con bisogni speciali è caduto a terra in preda a...www.facebook.com
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per qualche motivo, substack ha (non so con quale diritto) …creato un account a mio nome (certi social fanno di queste cose, evidentemente)… e di conseguenza mi sono fatto tentare e ho settato un po’ di cose. ovviamente per gioco. ora l’ho cancellato e per adesso non se ne parla.
mi manca giusto substack, oltre tutta questa roba: linktr.ee/differx
Lives in Rome. Writer, (asemic) artist, editor. See https://slowforward.net/bioLinktree
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Un episodio lungo e pieno di spunti: Demetrious “Mighty Mouse” Johnson intervista Craig Jones, tra storie personali, polemiche e discussioni sul futuro del BJJ.
Qui i momenti più interessanti, ordinati con titolo, descrizione estesa e timestamp.
Dopo mesi di tentativi, Demetrious Johnson riesce finalmente a portare Craig Jones come ospite. Craig è collegato da Las Vegas, dove si prepara al CJI 2. I due scherzano sull’attesa e ricordano quando DJ visitò il B Team per allenarsi con Nikki Rod senza però incontrare Craig, sempre in viaggio tra Russia e USA. L’atmosfera è subito amichevole ma pungente: il tono è da fan di lungo corso che finalmente incontra un personaggio discusso e polarizzante del grappling.
Craig racconta il suo stile di vita tra eccessi e competizioni. Dice apertamente che a volte entra in gara dopo serate di alcol e “nose beers”, usando questo come arma psicologica: se vinci contro un avversario dichiaratamente fuori forma, sembri scarso. Ricorda anche l’esperimento fallito in Messico, dove pensava che la coca potesse aiutarlo con l’altitudine… e invece lo ha solo stremato. Spiega che questo atteggiamento è anche una forma di “big brother syndrome”: se batti sempre qualcuno, il gap mentale resta, anche se l’altro è più preparato. Un mix di ironia e realtà scomoda sul lato nascosto del grappling professionale.
Demetrious spiega come, dopo aver lasciato l’MMA, abbia iniziato a praticare gi jiu-jitsu. Il suo maestro gli parlò subito di Craig Jones, definendolo non solo un grappler di livello ma anche un personaggio unico. I suoi sketch comici e la provocazione “jiu-jitsu is gay” avevano già reso Craig una figura virale, nota anche a chi non seguiva il grappling da vicino. DJ racconta che da lì in poi il nome di Craig era impossibile da ignorare.
Craig ripercorre la sua storia: a 15 anni inizia ad allenarsi ad Adelaide grazie al cugino. All’inizio si concentra sul gi, 2-3 volte a settimana per anni. Il vero salto arriva a Melbourne, sotto la guida di Lachlan Giles, che lo spinge a studiare gli heel hook. Vince un Open a San Francisco e capisce che può tentare la carriera. Con Giles impara il valore delle leg locks, poi arriva il trasferimento in America con Danaher, “il lato oscuro” come lo definisce Craig. Qui trova il contesto perfetto: centinaia di praticanti no-gi ogni mattina, un ambiente unico all’epoca. Il resto è storia: l’heel hook come marchio di fabbrica e il definitivo abbandono del gi.
DJ chiede a Craig un confronto con l’MMA. Jones spiega che il BJJ è popolato da personaggi eccentrici ma più “rilassati” rispetto all’MMA, dove c’è sempre più in palio. Nelle arti marziali miste gli atleti competono per sponsor e ranking, quindi spesso regna l’ostilità. Nel BJJ invece la maggioranza è composta da hobbyist e appassionati, anche se nei seminari non mancano quelli che cercano di metterti alla prova. La differenza è chiara: meno soldi in ballo, più clima da “famiglia allargata” — anche se le rivalità restano.
Craig racconta senza filtri che il CJI nasce da rabbia e pettiness contro ADCC: borse ferme a 10.000$, organizzatori poco trasparenti e zero opportunità per chi perde al primo turno. L’idea iniziale era pagare i “day one losers” più dei semifinalisti ADCC, solo per far vedere l’assurdo. Con l’aiuto di un finanziatore anonimo e un sacco di contanti esibito anche da Joe Rogan, nasce il CJI con un montepremi di un milione. Craig ammette che non era solo filantropia: “se non puoi vincere ADCC, lo destabilizzi e ti inventi qualcosa di nuovo”. Un evento nato da ripicca, che però ha cambiato gli standard economici del BJJ.
Craig illustra la novità: non più singoli, ma team. Cinque contro cinque, stile quintet, con eliminazioni a staffetta. Una squadra può essere spazzata via da un solo atleta in forma eccezionale. I coach scelgono chi mandare, creando strategie da “Royal Rumble”. Heel hook ammessi, niente reset a bordo materasso: la buca (“pit”) diventa elemento tecnico per evitare stalli. L’obiettivo: più spettacolo, più ritmo e match sempre pericolosi.
Demetrious racconta di aver visto troppi compagni rovinarsi le ginocchia con gli heel hook e sostiene che dovrebbero essere vietati. Craig ribatte che sono l’arma perfetta per i grappler più piccoli contro avversari enormi. Cita l’esempio di Lachlan Giles che al mondiale ADCC finalizzò atleti di peso superiore solo con gli heel hook. Per Jones, bandirli significa togliere una delle poche armi realmente “democratiche” del grappling. Dibattito aperto: sicurezza o spettacolarità?
Craig annuncia che dopo il secondo Invitational sparirà dalla scena. Non vuole finire intrappolato in un loop di eventi “meno spettacolari del precedente”. Spiega che organizzare e promuovere un torneo è uno stress enorme: convincere team, fare marketing, allenarsi e allo stesso tempo affrontare avversari come Gable Steveson. Per ora sente di aver già “dato il format definitivo” al grappling e preferisce prendersi una pausa piuttosto che rischiare un flop.
DJ provoca: “perché non c’è denaro nel BJJ?”. Craig risponde che non basta vincere: serve una narrativa. Gordon Ryan vende arroganza e vittorie, Mikey Musumeci vende disciplina e la sua storia personale, lui vende ironia e caos. I titoli da soli non bastano: servono personaggi. Jones critica ADCC e IBJJF per i premi ridicoli, spiegando che senza storytelling il BJJ resta invisibile al grande pubblico. Una riflessione amara: “legacy non paga le bollette”.
DJ solleva la questione: Mikey vince, ma il suo gioco è divertente per il pubblico? Craig non ha dubbi: serve spettacolo, non solo efficacia. Il dibattito anticipa il confronto diretto tra i due, con Craig che non risparmia critiche e ironie sul rivale.
Secondo Craig, l’ingresso dell’UFC nel grappling è un’arma a doppio taglio. Da un lato porta soldi e visibilità, dall’altro rischia di cambiare il DNA del BJJ, piegandolo alle logiche dello show business. Il confronto rimane aperto: crescita o snaturamento?
Annuncio ufficiale: Craig e Mikey si sfideranno in un dibattito pubblico. Non sarà un match tecnico, ma uno scontro di visioni sul grappling e sul futuro del BJJ.
Craig dice chiaramente di non voler solo provocare: il dibattito con Mikey sarà un’occasione per smontare narrazioni tossiche e far riflettere sullo stato del BJJ.
Craig non usa mezzi termini: accusa Mikey di essersi venduto e di rappresentare la versione “corporate” del grappling. Una provocazione calcolata per alzare l’hype del confronto.
Dice anche non è un problema vendersi, ma bisogna esserne consapevoli e prendersene la responsabilità.
Oltre al dibattito, Craig rilancia: vuole un confronto che unisca grappling e soldi, provocando sia Musumeci che Moneyberg. Mikey porta MoneyBerg, Jones porta una sua cintura Blu.
Jones spiega come sostenere la sua fondazione, nata per aiutare atleti in difficoltà e finanziare progetti benefici legati al BJJ. Non solo spettacolo, ma anche impegno sociale.
Momento ironico: DJ scherza sull’idea di affrontare Gabi Garcia al CJI 2. La battuta strappa risate, ma mostra quanto i freak match restino parte integrante dell’immaginario grappling.
DJ riassume i punti principali dell’intervista: la nascita del CJI, il futuro del grappling, le polemiche con Mikey e l’idea di Craig di lasciare l’America. Una puntata piena di contenuti, tra ironia, polemica e riflessioni sul BJJ moderno.
youtube.com/watch?v=0tIBktUamb…
Profitez des vidéos et de la musique que vous aimez, mettez en ligne des contenus originaux, et partagez-les avec vos amis, vos proches et le monde entier.www.youtube.com
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Prima dell’oggetto (déclic, 2025)
a Radio3 Suite
OGGI, domenica 24 agosto
alle ore 23:00 circa
MG in dialogo con Fabio Cifariello Ciardi
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evento facebook: facebook.com/events/1981922402…
il libro: declicedizioni.it/prodotto/pri…
link e materiali vari: slowforward.net/2025/05/16/lin…
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#cambioDiParadigma #déclic #dialogo #FabioCifarielloCiardi #lettura #letture #MarcoGiovenale #MG #MonicaDOnofrio #presentazione #PrimaDellOggetto #prosa #ProsaInProsa #radio #Radio3Suite #RadioTreSuite #reading #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca
Protagonisti la musica, la cultura e lo spettacolo. Dal lunedì al venerdì il programma inizia con un panorama dei più interessanti appuntamenti della serata italiana con incursioni nei camerini di attori e musicisti che stanno per esibirsi.RaiPlaySound
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È semplicemente da non credere che sono ormai anni e anni (e ho perso il conto di quanti) che su YouTube c’è il problema degli spammer e, anziché migliorare peggiora sempre di più! #YouTube è un’impresa che si regge interamente su un datamining inquantificabilmente grosso — per i video consigliati, per controllare che i video caricati non violino i ToS, per servire le pubblicità figuriamoci… — ma quegli scemi che ci lavorano non saranno capaci di contrastare commenti di spam che si vede lontano un miglio sono spam! (E poi, intanto, i commenti legittimi vengono rimossi per errore; Louis Rossman si lamenta continuamente di ciò, e vorrei ben vedere altrimenti.) 😵💫
La cosa peggiore è che ormai, negli ultimi mesi, questi clanker sono diventati persino aggressivi! Mazonna ragassi, prima l’approccio di questi affari era solo o completamente distaccato dal video, facendo off-topic totale per veicolare il proprio messaggio, o falsamente positivo, quando profili con la foto di un culo di fuori (e qualche volta anche altro, in una maniera che sarebbe violazione delle norme della community se fotogrammi del genere fossero all’interno di video, ma le regole sono scritte a cazzo e quindi per le foto profilo non vale) scrivono (in un italiano rotto e palesemente tradotto a macchina da un’altra lingua) semplicemente complimentando il video in modo irrealistico… Adesso, invece, puntano sull’offendere il creatore del video preso di mira o i suoi fan, insinuando che i propri video sarebbero meglio, cosa che dimostra (negli umani marci che li hanno programmati e/o ordinati) una estrema mancanza di rispetto e un ego largo quanto una fottuta mongolfiera… 💔Ma dove cazzo andremo a finire??? Questo l’ho beccato addirittura sotto un video di Kurzgesagt ieri (ora sembra essere sparito), e ha il coraggio di dire “I video che posto sono molto meglio di quelli di Kurzgesagt, Kurzgesagt non può essere comparato a me [e lo dice immediatamente dopo aver fatto esso stesso un paragone; porca puttana, impara a usare la lingua umana oppure taci!], io sono molto meglio“… E potrei capire critiche politiche a Kurzgesagt, ce ne sarebbero molte da fare riguardo il conflitto di interessi, ma sminuirne la qualità è completamente disonesto intellettualmente e non trova alcun riscontro nella realtà! 🥴
Di questo esempio qui (ma ce ne sarebbero tanti altri), già la foto profilo palesemente generata con IA dice tutto, ma aprendo il canale la situazione peggiora. Si vede innanzitutto un video interamente generato dall’intelligenza artificiale (lo si nota dalla copertina, e dal guardare i primi 2 secondi; non di più, altrimenti verrebbe contata la visualizzazione), che da contesto + titolo si deduce chiaramente essere privo di senso (quale valore intrinseco può mai avere un video “primo video sul canale!!!” creato da un’IA generativa, cioè un video dal senso unicamente personale creato da qualcosa che non è una persona?)… ma c’è di mezzo pure un trucchetto tecnico che ha colto persino me alla sprovvista. Il canale che ha caricato il video, che in qualche modo ha pure superato i 20mila iscritti (poveri noi…), non è lo stesso che ha spammato con il commento, che è invece palesemente usa e getta… il video è fissato sul profilo, altrimenti vuoto, usando una playlist dal nome cortissimo, che non si nota. 🤯
Ormai siamo a livelli esagerati: sfruttando il fatto che i coglioni che gestiscono questa piattaforma hanno ormai da anni eliminato tutta la moderazione umana, ritenendo erroneamente che si possa delegare tutto all’intelligenza artificiale, questi spammer mettono in atto trucchetti così beceri come separare il canale effettivo da uno usato per spammare; così, se quest’ultimo viene fatto fuori (non si sa come, visto che il tasto segnala per i commenti è a tutti gli effetti finto; se l’intelligenza artificiale deve bloccare un commento lo fa solo al momento in cui questo viene inviato), i malintenzionati non hanno perso in realtà niente. Ah, per giunta, ho come il presentimento che il canale su cui stanno i video di merda (che sono una manciata, e partono da quasi un an anno fa) sia in realtà rubato, perché esiste almeno da 3 anni prima… e pubblicava video di cucina… in arabo. 😶E ancora, sui video merdosi i commenti sono disattivati, perché il rischio che arrivi gente a scrivere la verità è tosto… mentre sui video vecchi, originali, la gente ovviamente ride (ma ci sarebbe da piangere). E questo senza neanche parlare dello schifo che fa per aver caricato un video “I am sick with cancer, pray for me 😭😭“, essendo, appunto, un ammasso di sola ferraglia e non materiale biologico…
Non molti anni fa si diceva “Susan porco**io“ (in inglese “Susan I swear to god“) per inveire contro colei che all’epoca era la CEO di YouTube. Poi lei è morta, e al suo posto arrivò un tizio dal nome evidentemente meno memorabile (non in quest’ordine), e adesso questa cosa non si dice più, ma il problema dello spam continua ad esistere come lo ha sempre fatto e, per l’appunto, forse anche peggio di prima. A onor del vero, quelli che cercavano di truffare includendo numeri di telefono scritti in caratteri unicode nel nome non ne vedo più da un po’… ma, ammesso siano stati davvero bloccati, e non che siano spariti semplicemente perché la tecnica di spam è diventata vecchia, è solo un’ammaccatura al problema e non una soluzione. Quanto stracazzo ODIO Alphabet Inc.!!! 😫
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A Roma dal 24 agosto al 10 settembre 2025
ingresso gratuito
11 eventi in 8 spazi della città
Festival ideato e totalmente prodotto dall’associazione culturale Teatroinscatola: teatro, cinema, installazioni e visite guidate.
“In questo murale (Tuttomondo)
ho disegnato tutto quello che riguarda l’umanità
è fatto di simboli delle differenti attività umane,
è una sintesi delle problematiche della vita di oggi.
Non mi sono dedicato unicamente alla vita degli uomini
ma anche alla vita degli animali,
ecco perché vedete delfini, scimmie e altro.
È un affresco della Vita in generale”
Grazie alla collaborazione con Francesco Cordio, regista e direttore di Human Rights International Film Festival (Festival Internazionale del Cinema dei Diritti Umani che si tiene in Umbria) e con Testaccio Estate è stato possibile inserire all’interno dell’ottava edizione del festival anche una sezione cinema.
Segue il 25 agosto Lo Stato della Follia di Francesco Cordio. Un documentario inchiesta sui manicomi giudiziari in Italia. Il racconto in prima persona di alcuni ex-internati in uno di questi ospedali, si intreccia con le riprese effettuate, senza preavviso, in questi luoghi “dimenticati” anche dallo Stato.
Dal 24 agosto al 27 agosto sarà posizionata sul palco del CAE l’opera Roma Città Aperta La ricostruzione di un grande fermaporta in legno fuori scala vuole evocare una porta immaginaria che si apre e rimane aperta in modo permanente.
#ARCHHR #arte #associazioneCulturaleTeatroinscatola #CAE #cambiamentoClimatico #carcere #cinema #CittàDellAltraEconomia #clima #detenzione #DiLàDalFiume #dirittiUmani #diseguaglianze #EleonoraCarrano #emergenzeUmanitarie #FestivalInternazionaleDelCinemaDeiDirittiUmani #film #follia #FrancescoCordio #fratelliTaviani #galera #HumanRightsInternationalFilmFestival #inclusione #installazioni #KeithHaring #LorenzoCiccarelli #malattiaMentale #MatteoGarrone #migranti #migrazioni #povertà #teatro #Teatroinscatola #TestaccioEstate #Tuttomondo #visiteGuidate
Inserire all’ interno di un condominio di abitazioni una struttura prefabbricata (una scatola di metri 15.50 x 4.50) senza restaurare la struttura esistente prende spunto da progetti di “casa nella casa”Teatroinscatola
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Da Londra, tutto a un tratto, mi sono ritrovato in un pullman zeppo di giapponesi diretto a Stonehenge. All’interno era tutto un intercalare continuo di parole incomprensibili, ripetute fino allo sfinimento, fra foto reiterate fatte fuori dal finestrino e all’interno, per mezzo di bracci meccanici per facilitare i cosiddetti “selfie”. Non ne potevo più, speriamo che alla fine la visione di Stonehenge mi ripaghi di questo viaggio stressante – pensavo. Il pullman si fermò in un parcheggio lontano e scoprii con orrore che dal luogo del ristorante e del negozio di souvenir era necessario prendere un altro pullman per recarsi al sito archeologico. Di nuovo un agghiacciante viaggio con turisti di tutto il globo. Mi sedetti vicino a un australiano che faceva il giro del mondo in solitaria in cinque giorni con un unico zaino. Finalmente giungemmo dinanzi alle pietre di Stonehenge. Rimasi un po’ deluso perché me le immaginavo più grandi: d’altra parte avevo visto recentemente un brutto film di fantascienza in cui un gruppo di turisti in visita al sito archeologico, tutto a un tratto, viene disintegrato da degli strani raggi emessi dalle pietre. Nel film, gli esseri umani vicino alle pietre sembravano delle formiche accanto a dei giganti. Poi si vedevano quegli incauti turisti che si muovevano in mezzo alle pietre e le toccavano, mentre nella realtà non ci si può nemmeno avvicinare perché sono recintate. Si possono soltanto vedere da lontano, me lo disse una guida turistica cinese di nome Cin Cian Lai, mentre mi avvicinavo: “gualdale da lontano, pelicolo di lovinale pietle”, ah ho capito, me ne sto alla larga. Mi avvicinai a un gruppo di frikkettoni con una specie di antenna radar che voleva captare messaggi dallo spazio profondo e scattai alcune foto. Feci il giro del sito e me ne tornai verso il ristorante: volevo assaggiare un panino farcito, tipico della vicina Cornovaglia (che si chiamava “corn” e qualcosa…).
Non avevo assolutamente voglia di farmela in pullman e, insieme ad altri arditi turisti, mi incamminai a piedi sulla via del ritorno. Dovevo andare in bagno (avevo bevuto un caffè lunghissimo a Londra e non potevo più) e mi allontanai un po’ dalla strada battuta per farla dietro una frasca. Mi sentii alquanto rinato dopo aver orinato e, fatto qualche passo per tornare sulla via, vidi un buffo ometto vestito di verde. Lì per lì pensai a qualche cosplay o ad un americano in vena di divertirsi ma ben presto venni circondato da un nutrito gruppo di omini verdi. Mi dissero di seguirli verso una grande balla di fieno che si ergeva solitaria nella campagna. Sotto il fieno vi era in realtà una avveniristica astronave e mi fecero accomodare al suo interno. Mi dissero che venivano dal pianeta Strinzo e che erano stati i loro progenitori, molti anni fa, a costruire l’insediamento di Stonehenge. Si dimostrarono contenti che le rovine delle loro case e dei loro templi fossero così ben custodite dai terrestri; assai meno contenti però del fatto che sulla Terra gli esseri umani non facevano altro che farsi la guerra tra di loro e opprimere i più deboli. Eh – dissi – se gli esseri umani derivano dai vostri progenitori del Pianeta Strinzo è però vero che fra di essi ci sono tanti stronzi!
Rimasero di stucco di fronte a questa parola, assai simile al nome del loro pianeta. Spiegai loro che di stronzi ce ne erano tanti, soprattutto i guerrafondai e coloro che opprimevano e falcidiavano intere popolazioni inermi, donne e bambini, come avveniva oggi nella striscia di Gaza. Dissero che sul loro pianeta non c’erano guerre perché non esisteva il denaro e neppure le ricchezze. Gli interessi privati erano banditi ed esisteva un unico bene condiviso per tutta la comunità. Io, che un po’ avevo letto i libri di Peter Kolosimo, non rimasi tanto stupito di fronte ai loro discorsi perché un po’ me l’aspettavo che un giorno o l’altro sarebbero venuti a palesarsi e a riprendersi i loro manufatti. Infatti, l’ometto verde che sembrava il capo mi disse: “Non è possibile lasciare una costruzione bella come Stonehenge alla follia degli umani, alla loro ansia di distruzione”. Mi fecero quindi uscire dall’astronave e mi abbandonarono in mezzo a un campo di grano. L’astronave uscì dalla balla di fieno e si sollevò lasciando una traccia circolare in mezzo ai campi (i famosi cerchi nel grano!).
Dopo aver svolazzato un po’ sopra la campagna inglese, l’astronave si diresse sopra le rovine e le agganciò con dei cavi metallici di origine sconosciuta. I turisti rimasero con tanto d’occhi nel vedere le rovine di Stonehenge che stavano volando via: i giapponesi non facevano altro che fare foto, i frikkettoni si misero tutti intorno al loro palo cadendo in deliquio e i guardiani spaventati scapparono via. La fame però non mi era passata (su quella benedetta astronave avrebbero almeno potuto offrirmi un aperitivo!) e mi diressi quasi correndo verso il ristorante. Nel frattempo vidi sfrecciare via l’astronave inseguita dai caccia della RAF. Cavoli loro.
Ripresi il primo pullman per Londra. Ne avevo abbastanza di turisti e di affollamenti. Non vedevo l’ora di tornare nella routine cittadina, tanto più che qualche ora prima il mio amico Bryant, ispettore di Scotland Yard, conoscendo il mio fiuto da segugio, mi aveva chiamato per aiutarlo a risolvere un nuovo misterioso caso che riguardava il ritorno nientepopodimenoche di Jack lo Squartatore.
gvs
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di Nello Gradirà
Sono uno dei tanti sportivi che da tempo hanno deciso di non andare a vedere il Livorno in casa ma soltanto in trasferta, a causa della scarsa simpatia -chiamiamola così- per il presidente e i suoi collaboratori.
Ieri però ho fatto un’eccezione, considerato che si trattava del ritorno del Livorno in C dopo 4 anni tra i dilettanti e che sarebbe stato brutto far vedere agli spettatori di Sky uno stadio non all’altezza.
Faccio i biglietti online e scopro che non ci sono riduzioni per le donne e agli anziani: vabbè, niente di nuovo, è lo stile Esciua.
Arrivo allo stadio e per entrare in gradinata trovo una fila che occupa tutto il parcheggio del camposcuola. Superato il primo sbarramento, ai tornelli c’è gente infuriata perché dopo aver fatto la fila viene rimandata alla fila accanto: una è per i biglietti, l’altra per gli abbonamenti, ma non c’è nessun cartello che lo segnala.
Purtroppo, a causa della fila, mi sono perso il momento più emozionante della serata cioè il saluto a Igor Protti
Dopo circa mezz’ora comunque si entra: da un impianto audio mal funzionante si percepisce a malapena la voce di uno speaker mezzo addormentato, che sbaglierà perfino ad annunciare l’autore del gol amaranto.
Conclusione: la squadra è tornata tra i professionisti ma la società è ancora tra i dilettanti.
E dopo ieri sera si tornerà a fare solo trasferte.
Per quanto riguarda la partita, meglio dirlo subito: questo non è più calcio. Dal punto di vista tecnico non è neanche paragonabile alla serie C dei tempi di Jaconi, ma non è certo una questione di palato fine, dato che abbiamo seguito il Livorno anche con il Cenaia e il Perignano.
Il punto è che ogni dieci-quindici minuti o quasi la partita si interrompe per un controllo interminabile di quella che una volta si chiamava la moviola. L’arbitro ferma il gioco e va a vedere i replay. Dopo tre o quattro di queste pause, che non solo spezzano i ritmi della partita ma ne distruggono il filo logico e agonistico (narrativo si potrebbe dire), non sai più quanto manca alla fine, quando tornerai a casa, come ti chiami e cosa ci fai lì.
La partita diventa una serie senza senso di azioni a se stanti, come nel football americano. Prima o poi per evitare recuperi di venti minuti metteranno il tempo effettivo e si arriverà alla totale americanizzazione del calcio, a cui già da anni ci stiamo avvicinando, ad esempio con quella che qualcuno ha chiamato “la cultura delle highlights” che impone rigori per falli di mano irrilevanti e involontari e la scomparsa delle autoreti, orrori che si aggiungono a fuorigioco fischiati per mezzo naso o un dito mignolo, non richiesti neanche dai difensori, solo in ossequio al Dio della tecnologia.
La cosa straordinaria della partita di ieri è che l’indisponente bellimbusto in maglia azzurra che fischiettava in mezzo al campo non ne ha azzeccata una neanche con il VAR. Passi il fallo fischiato in attacco a Mawete, perché ormai fermata l’azione non si poteva più rimediare, ma l’espulsione di Marchesi ha veramente del clamoroso. Una simulazione così evidente da far pensare che forse il monitor trasmetteva il telegiornale anziché la partita. Sul gol segnato dallo stesso Marchesi l’arbitro sarà stato venti minuti a guardare e riguardare l’azione, alla ricerca del mezzo naso o del dito mignolo di cui sopra, e si può star certi che se li avesse trovati avrebbe annullato il gol. Perché il protagonista della partita di ieri, si era capito subito, doveva essere il VAR, e si doveva dimostrare quanto può essere utile il VAR su richiesta, novità ancora più micidiale del VAR normale.
Non mi sarei divertito neanche un po’, quindi, se non fosse stato per lo spettacolo che ha offerto il pubblico e per la vittoria della squadra.
Per capire quanto vale questa vittoria bisognerebbe sapere quanto vale l’avversario di ieri, quella Ternana che se due mesi fa non si fosse fatta parare tre rigori dalla nostra vecchia conoscenza Plizzari sarebbe in serie B. Ma quest’anno le difficoltà societarie probabilmente non consentiranno ai rossoverdi di replicare il bel campionato passato. In ogni caso il Livorno ha dimostrato grinta e solidità (si è rivista una fase difensiva degna di questo nome dopo gli orrori degli anni scorsi) e ha grandi margini di miglioramento visto che gli ultimi acquisti devono essere ancora inseriti. Forse manca qualcosa in mezzo, ma una partenza all’insegna dell’ottimismo ci voleva dopo i dubbi causati da un precampionato raffazzonato (ritiro con quattro gatti, campagna acquisti all’insegna di prestiti e scommesse). Non confermare l’ossatura dell’anno scorso può essere stata una scelta giusta (nessuno dei giocatori di Indiani alla fine è salito di categoria), anche se c’è da chiedersi se dietro ci sia stato un ragionamento tecnico o solo l’impossibilità di assecondare le richieste economiche dei più.
L’allenatore, anche se chi scrive ha una diffidenza innata per uno stile comunicativo mutuato dai corsi di formazione aziendale, sembra preparato e motivato. Una scommessa anche lui, ma chissà che non sia stata una scommessa azzeccata.
Staremo a vedere. Intanto i tifosi hanno dimostrato che se gli abbonamenti sono pochi non è per una disaffezione ai colori amaranto o al calcio in generale ma solo per scarsa fiducia in questa società. Da cui si attende ancora chiarezza sulla questione del centro sportivo, sulle giovanili e più in generale sul futuro della squadra.
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Post muto.
…No, ok, ovviamente non ce la posso proprio fare a non commentare, figurarsi. Eppure è difficile anche dire qualcosa, perché i boomer (e pre-boomer?) su Internet, e più nello specifico sui negozi online, in casi come questo… semplicemente lasciano senza parole. 😭
Ho trovato un iPad vecchio come il cucco, di tipo 11 anni fa, ricondizionato su Amazon a circa 70 euro e, se a qualcuno è arrivato spaccato (ops, ma gnam), a qualcuno più anziano è arrivato “Tutto ok“, tanto da meritarsi 5 stelle nonostante il vecchiume. (Seriamente, cosa ci fai con un iPad credo non più supportato e solo 16 GB di archiviazione nel 2025? Boh.) E, mentre dice “Sono soddisfatto“, pone anche una domanda esistenziale: “Tutto bene grazie?“… allegando un proprio selfie. Non ho capito. ☠️
La foto, per di più, non capisco se è messa come dimostrazione della fotocamera del tablet, visto che non lo dice, o se è un suo vizio… visto che sul profilo ha un’altra recensione simile… per una tuta, che probabilmente indossava, ma solo da sotto, perché nemmeno si vede in foto… A-i-u-t-o. 🥴
#Amazon #anziani #iPad #recensioni
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sì Nadia ok io sto sfiorando sto ricredendo totalmente allora titolo che Truman e miracolo avere dei momenti progettati con cura con amore nei quali ci godi la vita con piccole cose e come tale si si dai Go e si sente una goduria tutta tua che non puoi condividere il tuo sogno tutto tuo con il tempo la vita cerca di toglierti queste zone franche franche dallo stress della competizione del giudizio ma se sai farlo una volta l’ho sempre fare per sempre giocare il lavoro può essere un gioco che non sia fatica o annoia essere un superiore e lo è anche solo per un attimo è un regalo che facciamo a noi stessi e quando la magia finisce e torniamo e cadiamo sulla terra il ragazzino che stava con me era vittima delle ma delle nostre madri che volevano che stessimo insieme a giocare ma il gioco bisogno di feeling tra noi non è non è scattato un’altra parola mi viene in mente stare al gioco anche questo è un piccolo miracolo o sei capace o no non c’è una via di mezzo saper vivere o no per giocare io e la palla sensazioni semplici ma difficile se fossi stato io al posto di Paolo avrei immaginato di essere Catwoman che tra parentesi ho visto il film 50.000 volte bello mi piace questo differenza degli altri sei stata molto pertinente su
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Title:
Istantanee
Author:
Piera Caivano
Publisher:
GD Edizionei
Release Date:
2025
Source:
gdedizioni.it/prodotto/istanta…
Illustrazioni di Cristina Desideri
Istantanee è un’opera che nasce dall’urgenza di custodire e trasmettere memorie, voci e paesaggi interiori. Le parole di Donato Verrastro nella presentazione, ci conducono all’origine del percorso dell’autrice: dai banchi universitari alla costruzione di una voce letteraria radicata nella sua terra, la Basilicata, ma capace di elevarsi a dimensione universale. Nei racconti che compongono questo volume, l’intreccio fra storia personale, memorie collettive e riflessione sul tempo, diventa spazio di incontro tra psicologia e antropologia, letteratura e testimonianza.
Piera Caivano è scrittrice, poetessa ed educatrice. La sua formazione universitaria a Salerno ha rappresentato il primo terreno in cui ha coltivato la vocazione all’insegnamento e alla narrazione. La sua produzione letteraria si è consolidata attraverso poesie, racconti e opere in cui la parola si fa strumento di resistenza e di appartenenza. Nei suoi testi è costante il legame con le radici, con la memoria dei luoghi del Sud, con la voce delle donne e con le tracce di una storia che si intreccia alla vita quotidiana. La Caivano appare, così, come “sentinella del tempo”, capace di restituire dignità a frammenti dimenticati, trasformandoli in narrazione esemplare.
Ad accompagnare le parole, i disegni e la copertina sono affidati a Cristina Desideri, illustratrice e psicologa, che porta nel suo tratto una sensibilità duplice: estetica e conoscitiva. Le sue illustrazioni non sono meri ornamenti, ma aperture di senso. Con linee essenziali e suggestioni minimaliste, gli elementi grafici traducono le parole di Caivano in immagini interiori, restituendo al lettore uno spazio di riflessione visiva. La copertina, in particolare, diventa una soglia, un invito a entrare in un mondo di memorie intime e collettive: una figura femminile, voltata di spalle, avvolta in un abito che non è stoffa ma costellazione di punte di matite colorate. Ogni punta è una voce, ogni colore un’anima: insieme si intrecciano come fili di un coro silenzioso, dove l’arte diventa veste e la pluralità si fa poesia.
I racconti di Istantanee sono fotografie dell’anima. Si muovono tra eventi della storia lucana – dal terremoto del 1980 alle migrazioni, dalle condizioni femminili alle difficoltà sociali – e riflessioni esistenziali, in cui il dolore, la perdita, la nostalgia e la speranza si intrecciano. La dimensione psicologica emerge nella rappresentazione degli stati emotivi che accompagnano la vita comunitaria: la malinconia come sentimento fondante, il bisogno di appartenenza, la resilienza delle donne, la forza dei legami familiari.
Dal punto di vista antropologico, i testi restituiscono la Basilicata come luogo simbolico: non solo contesto geografico, ma matrice culturale e identitaria. I riti domestici, gli oggetti, i paesaggi e le pratiche del mondo contadino diventano archetipi, che rimandano a dinamiche universali di sopravvivenza, resistenza e migrazione. La casa, costantemente evocata, rappresenta un porto sicuro, ma anche una metafora della memoria collettiva che custodisce radici e tradizioni.
1. Radici e appartenenza
Forte legame con la Basilicata: paesaggi, case, luoghi marginali diventano metafore di identità e resistenza.
Le radici come forza contro corrente che trattiene anche l’incontenibile.
2. Memoria e Storia collettiva
La scrittura intreccia la vita personale con gli eventi storici: terremoto del 1980, emigrazione, disastri ferroviari, condizione femminile, povertà.
Narrazione che unisce microstorie e macrostoria, trasformando eventi locali in esperienze universali.
3. Il gioco degli opposti
Presenza/assenza, pace/violenza, pazienza/rivolta.
Contrasti che producono emozione, nostalgia e riflessione.
4. Dimensione domestica
La casa come simbolo di sicurezza e continuità, legata alla famiglia.
Oggetti e simboli domestici evocano un tempo ancestrale, diventando porti sicuri della memoria.
5. Emigrazione e transnazionalità
Il migrare non è mai isolamento: esiste sempre un filo con la terra d’origine.
Lingua e memoria collettiva come eredità intergenerazionale.
6. Stile e tono emotivo
Scrittura segnata da malinconia e nostalgia.
Trasforma le vicende individuali in topoi universali, con un valore formativo ed educativo.
Il tempo del narrare diventa al tempo stesso strumento e metodo didattico.
Ukeireru (accettazione): nel testo emerge la capacità di accogliere il dolore storico e personale trasformandolo in memoria condivisa.
Resilienza narrativa: la scrittura diventa strumento di elaborazione del lutto e di ricomposizione identitaria.
Nostalgia creativa: il filo nostalgico non paralizza, ma cuce insieme frammenti sparsi, trasformando il passato in occasione di crescita.
Casa come base sicura (in senso bowlbiano): luogo reale e simbolico che permette l’apertura al mondo senza perdere le radici.
I disegni di Cristina Desideri si collocano come veri e propri specchi emotivi: non cercano di riprodurre il reale, ma di evocarlo, restituendone l’essenza. La linearità delle forme e la scelta di un tratto sobrio e nitido creano spazi vuoti che il lettore riempie con il proprio vissuto. Psicologicamente, questa scelta grafica invita all’introspezione: il non detto e il non rappresentato diventano luoghi di proiezione personale, permettendo a chi legge di dialogare con la propria memoria. La copertina stessa, con il suo carattere evocativo, si pone come sintesi tra parola e immagine, memoria e identità.
Istantanee è più di una raccolta di racconti: è un’esperienza di attraversamento. La scrittura di Caivano, intrecciata alle illustrazioni di Desideri, costruisce un ponte tra memoria personale e collettiva, tra psicologia del ricordo e antropologia della cultura. Ogni pagina, ogni immagine, diventa un tassello di un mosaico che racconta non solo la Basilicata, ma l’umano universale: la fragilità, la resilienza, la nostalgia e la forza delle radici.
Il libro si configura dunque come un’opera di resistenza poetica, che invita il lettore a riflettere su cosa significhi appartenere, ricordare e tramandare.
Istantanee: frammenti di vita tra memoria e sguardo interiore - Recensioni libri - Il Mago di OzCristina Desideri (Magozine.it)
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La formazione dei Gruppi d’azione patriottica nelle principali città non costituisce un processo del tutto uniforme, variando per quel che riguarda i tempi in cui le strutture diventano operative e i risultati da esse ottenuti.
A Milano, all’inizio dell’ottobre 1943, Francesco Scotti ed Egisto Rubini mettono insieme un primo nucleo gappista, nelle persone di Validio Mantovani <97, Carlo Camesasca <98, Vito Antonio La Fratta <99 e Renato Sgobaro <100: si tratta di uomini non più giovanissimi, sposati, operai provenienti dall’ambiente delle fabbriche di Sesto San Giovanni. In seguito, con l’arrivo a Milano di Vittorio Bardini <101 e Ilio Barontini, le squadre gappiste, sparse nelle diverse zone della città, crescono di numero e si raccolgono nel 17° distaccamento GAP Gramsci <102, divenendo, per numero di azioni svolte e di combattenti arruolati nei primi mesi di lotta, il gruppo più consistente del panorama nazionale <103.
A Torino, l’organizzazione dei GAP scaturisce dalla riunione, tenuta il 10 ottobre 1943, tra Ilio Barontini, Remo Scappini e Ateo Garemi. Il fatto che la prima azione, compiuta il 24 ottobre contro il Seniore della MVSN Domenico Giardina, venga eseguita dallo stesso Garemi e dall’anarchico Dario Cagno è sintomatico delle difficoltà occorse nel reclutare nuovi elementi. La scarsa entità numerica e le numerose problematicità del gappismo torinese restano una costante <104, come evidenziato da Giovanni Pesce, il quale, divenuto comandante dei GAP di Torino, lamenta di trovarsi «senza servizio d’informazioni, senza altri uomini, senza mezzi, senza attrezzature tecniche» <105.
A Firenze, per realizzare la prima azione gappista, il PCI si rivolge, alla fine di novembre, ad un gruppetto partigiano di stanza a Greve, a testimonianza del fatto che l’organizzazione gappista della città non fosse ancora ritenuta pronta. Il tentativo si risolve in una nulla di fatto, ma sono proprio questi partigiani, in primis Cesare Massai <106 e Bruno Fanciullacci, una volta terminata l’esperienza in montagna, a comporre il nucleo principale del gappismo fiorentino.
A Genova, verso la metà di ottobre, prende forma un primo raggruppamento gappista intorno al comandante Giacomo Buranello <107 e a Walter Fillak <108.
A Roma, dove ciascuna delle 8 zone operative <109 in cui i partiti antifascisti hanno suddiviso la città ha un proprio GAP di zona, il «salto di qualità» <110 si ha verso la metà di ottobre con la costituzione di 4 GAP centrali: “Quel giorno decidemmo di separare dalle otto zone alcuni degli elementi più validi, di isolarli completamente […] in modo che agissero clandestinamente, in misura più pertinente e utile, dovevano fare azioni speciali contro i tedeschi, i fascisti, la polizia, contro i mezzi di comunicazione <111. I GAP Pisacane e Gramsci, comandati rispettivamente da Rosario Bentivegna e Mario Fiorentini, sono inseriti nella rete di Carlo Salinari <112, i GAP Sozzi e Garibaldi, invece, fanno parte della rete di Franco Calamandrei <113. Primo comandante dell’intera struttura è Antonello Trombadori <114.
Lo sviluppo
Questa prima fase di avvio e sviluppo dell’attività gappista, nel tentativo di operare una generalizzazione, può essere collocata temporalmente tra il tardo autunno del 1943 e la primavera del 1944. I Gruppi d’azione patriottica, malgrado i problemi di reclutamento e la precarietà delle attrezzature a disposizione, mettono a segno un numero elevato di azioni, soprattutto, eccezion fatta per il gappismo romano che rivolge numerosi attentati anche contro le forze tedesche, ai danni di esponenti di spicco della RSI. I primi attentati non comportano grandi difficoltà per chi li esegue, per il fatto che le vittime vengono colte del tutto impreparate. Si pensi alle uccisioni di Gino Gobbi e di Aldo
Resega, i quali, nonostante la posizione ricoperta, essendo rispettivamente comandante del distretto militare di Firenze e commissario federale di Milano, girano senza scorta e si recano a lavoro in tram. La descrizione delle due azioni evidenzia, da una parte, la mancanza di precauzioni dei fascisti, dall’altra, la relativa facilità dell’atto gappista. La soppressione di Gobbi, avvenuta la sera del 1° dicembre 1943 a Firenze, è: “[…] condotta in una precarietà incredibile. Erano in quattro e disponevano solo di due vecchie biciclette. Avevano quattro pistole così malandate che decisero di usare solo le due meno vecchie e malgrado ciò una di esse si inceppò. Attesero il Gobbi all’uscita del Distretto Militare in Piazza S. Spirito. Due salirono sul tram dietro a lui mentre gli altri due, con le biciclette, seguivano il convoglio. Quando il Gobbi scese dal tram, vicino alla sua abitazione, in via Pagnini, i gappisti che lo seguivano appiedati aprirono il fuoco con le loro pistole. […] Dopo aver ucciso il colonnello i due che avevano sparato salirono sulla canna della bicicletta dei loro compagni e con tale mezzo abbandonarono la zona” <115.
A Milano, la mattina del 18 dicembre 1943, in modo simile, Resega viene ucciso dal quartetto composto da «Barbisùn» Camesasca, «Ninetto» Mantovani, «Totò» La Fratta e «Lupo» Sgobaro: “Ninetto e la compagna si mettono poco discosto dalla porta ove lui deve uscire conversando tranquillamente, al momento giusto ci avrebbe fatto il segnale levando il cappello in segno di saluto alla compagna che con indifferenza si sarebbe allontanata, Totò come protezione si trovava all’angolo di Via Bronzetti con Corso 22 Marzo, e precisamente alla fermata del tram, io e Lupo che dovevamo operare […] la manovra riesce meravigliosamente, e così ci troviamo all’angolo proprio contemporaneamente con lui, che ingannato dalla nostra tattica è costretto per sorpassarci passare in mezzo a noi due, non si aspettava che questo momento, così io che avevo la pistola sotto il giornale fingendo di leggere, a non più di 10 cm. dal suo dorso lascio partire 4 colpi, egli cade in avanti senza un grido, fulminato all’istante, Lupo per non essere a meno, gli scarica pure lui 4 colpi mentre è steso per terra, dopo di che in quattro salti attraversiamo la strada, inforchiamo le nostre biciclette e ci allontaniamo indisturbati […]” <116.
Con il passare dei mesi, l’aumento di misure cautelari prese dalle autorità fasciste nelle città, ed il conseguente innalzamento del coefficiente di difficoltà dei colpi, vanno di pari passo con il miglioramento dell’efficienza dell’organizzazione gappista.
[NOTE]97 Validio Mantovani (1914-1944). Operaio alla Pirelli, fu capogruppo del primo nucleo gappista milanese. Venne fucilato a fine luglio 1944 insieme al padre, Rotilio, anch’egli collaboratore dei GAP milanesi con la funzione di recapito e intendenza, in Borgomaneri, Li chiamavano terroristi, cit., pp. 63-64.
98 Carlo Camesasca (1912-1945). Durante il servizio di leva, fu uno dei tiratori scelti della squadra del 7° Reggimento bersaglieri che, alle gare nazionali di tiro a segno del 1933, si aggiudicò il titolo di campione d’Italia delle Forze armate. Assunto alla fabbrica Breda di Sesto San Giovanni, nel 1942 passò alla Marelli, dove entrò in contatto con elementi della cellula di fabbrica. Fu componente dei GAP di Milano, fino al suo passaggio in Val d’Ossola. Fu internato nei campi elvetici del Lago Nero. Rientrato a Milano nei giorni dell’insurrezione, fu, per ragioni poco chiare, ucciso con un colpo alla nuca da uno dei suoi stessi compagni, in Ibid., pp. 65-66.
99 Vito Antonio La Fratta (1908-1944). Appena sedicenne, fu arrestato a Torino per propaganda comunista. Operaio specializzato alle acciaierie Falck, fece parte dei primi GAP milanesi. Fu arrestato il 1° maggio 1944 e morì nel carcere di San Vittore, in Ibid., p. 64.
100 Renato Sgobaro, nato nel 1906, residente a Sesto San Giovanni dal 1924, fu operaio alla fabbrica Breda. Fece parte dei GAP milanesi. Individuato, riuscì a sottrarsi alla cattura e fu trasferito in provincia di Varese, in Istituto per la storia dell’età contemporanea (d’ora in poi Isec), Fondo Renato Sgobaro, b. 1, f. 1, Biografia del gappista Sgobaro Renato (Giulio).
101 Vittorio Bardini (1903-1985). Comunista, arrestato più volte e costretto ad espatriare, frequentò la scuola leninista in Unione Sovietica, combatté in Spagna, fu internato in Francia, estradato in Italia nel 1941 e trasferito al confino. Con la caduta del fascismo, fu inviato a Milano a dirigere i primi GAP. Catturato, fu internato nel campo di Mauthausen. Rientrato in Italia dopo la Liberazione, fu membro del Comitato Centrale del PCI e segretario della federazione comunista di Siena, in Donne e Uomini della Resistenza, ad nomen, consultato il 27-06-2019.
102 Luigi Borgomaneri, Due inverni, un’estate e la rossa primavera. Le Brigate Garibaldi a Milano e provincia 1943-1945, Franco Angeli, Milano 1985, pp. 23-29.
103 Peli, Storie di Gap, cit., p. 43.
104 Ibid., p. 44.
105 Giovanni Pesce, Soldati senza uniforme. Diario di un gappista, Edizioni di cultura sociale, Roma 1950, p. 18.
106 Cesare Massai (1911-1995). Operaio fiorentino di San Frediano, divenne comunista nel 1938. Fu arrestato e rimase in carcere fino al 1943. Dopo una breve esperienza partigiana, fu comandante dei GAP fiorentini. Individuato, venne trasferito nel maggio 1944 a Pisa, in Donne e Uomini della Resistenza, ad nomen, consultato il 27-06-2019.
107 Giacomo Buranello (1921-1944). Studente di ingegneria con Walter Fillak. Fu organizzatore di una cellula comunista studentesca, per la quale fu arrestato nel 1942. Fu comandante dei GAP genovesi. Braccato, venne trasferito in montagna. Tornato in città per lo sciopero generale del marzo 1944, fu arrestato, torturato e fucilato il 3 marzo, in AA. VV., Ear, vol. I, cit., pp. 403-404.
108 Walter Fillak (1920-1945). Espulso dal liceo scientifico di Genova per attività sovversiva, fu arrestato nel 1942 in quanto promotore, con Giacomo Buranello, di una organizzazione comunista studentesca. Entrò a far parte dei GAP di Genova e, in seguito, fu comandante partigiano in Piemonte. Catturato dai tedeschi nei pressi di Ivrea, fu impiccato il 5 febbraio 1945, in AA. VV., Ear, vol. II, cit., p. 348.
109 La prima zona Prati, la seconda zona Trastevere, la terza zona Flaminio, la quarta zona Centro, la quinta zona Macao, la sesta zona San Giovanni, la settima zona Ostiense e l’ottava zona Prenestino.
110 Fiorentini, Sette mesi di guerriglia urbana, cit., p. 52.
111 Ibid., p. 53.
112 Carlo Salinari (1919-1977). Laureato in Lettere all’Università di Roma nel 1941, fu militante comunista e partecipò alla Resistenza romana dirigendo una delle due reti dei GAP centrali. Nel maggio 1944, a causa della delazione del gappista Guglielmo Blasi, fu arrestato, torturato e condannato a morte. L’arrivo degli Alleati a Roma nel giugno 1944 lo salvò. Nel dopoguerra, fu responsabile della sezione culturale del PCI e insegnante universitario, in AA. VV., Ear, vol. V, cit., pp. 317-318.
113 Franco Calamandrei (1917-1982). Militante nel PCI a partire dal 1943, durante la Resistenza a Roma fu responsabile di una delle due reti dei GAP centrali. Catturato il 28 aprile 1944, riuscì a fuggire dalla pensione Jaccarino, sede della banda Koch. Nel dopoguerra, fu membro del Comitato centrale del PCI e senatore dal 1968, in AA. VV., Ear, vol. I, cit., p. 404.
114 Bentivegna, Senza fare di necessità virtù, cit., p. 107.
115 Fagioli, Partigiano a 15 anni, cit., p. 198.
116 Isec, Fondo Antonio Mantovani, b. 4, f. 1, Autobiografia del compagno Camesasca Carlo (Barbisùn).
Gabriele Aggradevole, Biografie gappiste. Riflessioni sulla narrazione e sulla legittimazione della violenza resistenziale, Tesi di laurea magistrale, Università di Pisa, 2019
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Il risultato elettorale della consultazione per l’Assemblea costituente del 2 giugno è1946], benché avesse mostrato una forte affermazione della Democrazia Cristiana, non aveva fornito rassicurazioni in merito al futuro politico del paese considerando che i voti raggiunti dai due partiti della sinistra, sommati insieme, rappresentavano la maggioranza. Come sottolineava Stone in un telegramma del 5 giugno per il vertice del servizio segreto militare in Italia, il G-5, a commento dei risultati elettorali, sette milioni e mezzo di italiani si erano espressi per la Dc, ma otto milioni e mezzo avevano dato il voto a Pci e Psi <302. Il nuovo governo scaturito dal risultato elettorale si insediò il 13 luglio dello stesso anno, mostrando la fine dell’equilibrio politico frutto del periodo della Resistenza basato sul governo dei sei partiti del CLN: il partito d’Azione infatti, che già aveva ritirato i suoi due ministri, La Malfa e Lombardi, dal governo De Gasperi, non avrebbe partecipato, così come i liberal-democratici. Si trattava di una coalizione tripartita, che si trovava a governare una situazione in divenire, in cui ogni risultato futuro era possibile. I vertici americani ritenevano ormai necessaria ed imprescindibile una rottura da parte del partito di De Gasperi con i due partiti social-comunisti, poiché la loro stessa partecipazione al governo era considerata un costante pericolo sia dal punto di vista del loro conseguente rafforzamento, sia dal punto di vista di un loro possibile via libera all’ordine di insurrezione, che sarebbe stata facilitata dalla loro presenza all’interno del governo.
Come sottolineava il console americano a Firenze, il fatto stesso che la Democrazia Cristiana non avesse ancora operato una rottura ufficiale mostrava la debolezza intrinseca del partito, svigorito dal progressivo aumento di consenso nazionale dei socialisti e dei comunisti. “I cristiano-democratici sono indubbiamente arrivati ad un crocevia dal quale devono essere raggiunte importanti decisioni di politica fondamentale velocemente se il partito vuole continuare a giocare un ruolo maggioritario nelle politiche italiane. Si trovano adesso di fronte al problema se dare corso o no ad un’aperta rottura con i socialisti e i comunisti con cui sono stati associati nel presente e nei passati governi di
coalizione. La loro riluttanza ad operare tale rottura mostra una debolezza organica all’interno del partito stesso” <303.
Trieste al centro di una nuova crisi internazionale.
L’arrivo dell’estate riportò il problema delle frontiere con la Yugoslavia alla ribalta delle questioni internazionali. La possibilità di un’imminente invasione della Venezia-Giulia da parte dell’esercito di Tito divenne l’argomento principale delle riunioni dei vertici militari americani in Italia e a Washington. A partire da luglio il comandante supremo alleato nel Mediterraneo, il generale Morgan, aveva proposto al Joint Chief of Staff statunitense la “partecipazione dell’esercito italiano nell’eventualità di ostilità con la Yugoslavia nell’Italia settentrionale”. La commissione congiunta tra dipartimento di Stato, il ministero della Guerra e il ministero della Marina, recentemente creata su ordine di Truman, prendendo una posizione ancora più apertamente ostile nei confronti degli yugoslavi rispetto a quella espressa dai comandi britannici in proposito, si dichiarò a favore dell’utilizzo dei reparti italiani “nell’eventualità di un attacco generale yugoslavo”, proprio in considerazione delle stesse “finalità politiche evidenziate dal comandante supremo per il Mediterraneo”, relative alle ricadute positive in termini di immagine del nuovo governo De Gasperi sull’opinione pubblica italiana <304.
Pertanto, stabiliva la Commissione, il Sacmed (comando supremo alleato per il Mediterraneo) era autorizzato ad utilizzare tutte le forze italiane disponibili, in caso di attacco da parte di Tito. Inoltre, “al recente incontro del Consiglio dei ministri degli esteri a Parigi – si legge nel documento – il segretario di Stato e il ministro degli Esteri britannico si sono accordati informalmente sulla sostanza delle istruzioni proposte sopra” <305. La situazione al confine giuliano si aggravò nel mese di agosto: il 10 e il 19 agosto aerei da combattimento yugoslavi attaccarono aerei da trasporto statunitensi, abbattendoli ed uccidendo l’equipaggio, poiché avevano violato lo spazio aereo nazionale. La reazione dei militari americani fu di estrema indignazione, soprattutto perché, come sottolineato da Offner, “essi vedevano il maresciallo Tito (…) come una maschera per l’espansione sovietica” <306. Il 25 agosto una direttiva del Joint Chiefs of Staff statunitense ordinava al generale Morgan di “prepararsi per un attacco generale organizzato yugoslavo”: nei suoi piani avrebbe dovuto “includere l’utilizzo di tutte le forze presenti in Italia”, che avrebbero dovuto essere rese “disponibili per le operazioni”. Tutte le obiezioni britanniche all’utilizzo dell’esercito italiano in funzioni attive inoltre, informava il Joint Chiefs of Staff, erano state rimosse in seguito alla discussione del tema con il dipartimento di Stato, che aveva insistito sul punto proprio “in considerazione dell’attuale attitudine yugoslava, esemplificata dall’abbattimento dei velivoli statunitensi e dalla serie di incidenti che hanno coinvolto le truppe di terra e le manifestazioni organizzate” <307. Il 29 agosto un memorandum del Pentagono ribadiva: “L’U.S. Chiefs of Staff ritiene fortemente, e il dipartimento di Stato concorda con questo, che nell’eventualità dell’aggressione yugoslava il Comandante Supremo Alleato per il Mediterraneo dovrebbe essere autorizzato ad utilizzare ogni forza militare che possa essere fisicamente disponibile per il compimento della sua missione” <308.
L’11 settembre la Chiefs of Staff Committee avvisava con urgenza l’AFHQ [quartier generale responsabile del controllo delle forze alleate – occidentali – nel teatro del Mediterraneo] di un considerevole rinforzo delle truppe yugoslave al confine con l’Italia, segno della possibilità di realizzazione di un imminente attacco da parte delle forze di Tito. Nel documento redatto dalla commissione si analizzavano le probabili modalità di attacco da parte della Yugoslavia, sottolineando che “le forze aeree yugoslave avrebbero probabilmente una parte di rilievo nelle prime fasi di qualsiasi tipo di operazione gli yugoslavi possano intraprendere contro inglesi e americani” <309. Si tratta di un documento interessante, che mostra la percezione statunitense della minaccia russo-yugoslava di un’invasione dell’Italia, per lo meno della Venezia-Giulia. Il rapporto infatti sottolineava la sicura partecipazione di divisioni sovietiche nel preventivato attacco yugoslavo: “La Russia in ogni circostanza garantirebbe tutta la possibile copertura d’aiuto alla Yugoslavia, probabilmente nella forma di truppe M.V.D.” <310.
L’arrivo del rapporto Clifford-Elsey, il 24 settembre, segnò un altro momento cruciale nella considerazione statunitense della penisola. Le ottantadue pagine del “Russian report”, prodotte su ordine di Truman dai due assistenti alla Casa Bianca, vertevano interamente sui piani di espansione preparati dai sovietici, che a giudizio dei due analisti americani si concentravano proprio sull’ottenimento di un’influenza nell’Europa occidentale: in particolar modo l’obiettivo sovietico si focalizzava sull’Italia, che avrebbe dovuto essere portata sotto l’ombrello sovietico tramite l’azione del partito comunista, e sulla ricerca di un controllo della Grecia, da attuare attraverso l’instaurazione di un governo simile in tutto ai regimi imposti nell’Europa dell’Est <311.
I rapporti provenienti dalla penisola delineavano un crescente pericolo per la stabilità del governo, e soprattutto per la potenziale crescita politica del blocco social-comunista che minacciava di portare legalmente l’Italia fuori dall’ambito atlantico. La percezione statunitense della situazione si concentrava sul rafforzamento dei due partiti della sinistra a danno della Dc, che avrebbe potuto provocare lo scivolamento del paese verso un governo guidato dal Pci e quindi verso un orientamento in politica estera favorevole al blocco sovietico. Il 22 novembre Key inviò un una sorta di avvertimento ai vertici di Washington: la situazione nella penisola si deteriorava ogni giorno di più, e la possibilità di garantire un governo stabile così come la permanenza della presidenza del Consiglio nelle mani di De Gasperi erano a rischio. L’incaricato d’affari presso l’ambasciata di Roma riferiva con preoccupazione i continui “tentativi di screditare il governo” da parte “del partito comunista, sebbene partecipi ad esso” <312. De Gasperi inoltre, riferiva Key, aveva “definitivamente perso la speranza di ottenere una genuina collaborazione inter-partito”, a causa della volontà dei due partiti dell’ala sinistra di provocare uno stravolgimento degli equilibri politici. Il rapporto del CIC, il servizio di controspionaggio militare dell’AFHQ, allegato al telegramma di Key per Byrnes illumina chiaramente la percezione statunitense della prospettiva politica del paese. Il risultato dell’analisi del vertice del servizio segreto militare gettava un’ombra scura sulle possibilità del paese di mantenere un assetto democratico senza essere risucchiato nell’orbita sovietica tramite l’instaurazione di un governo dominato dai comunisti filo-Urss, come nei paesi dell’Europa orientale, o tramite lo scoppio di una guerra civile, come gli avvenimenti greci stavano mostrando proprio in quelle settimane. “L’obiettivo delle sinistre [Leftists] è di forzare la nazione in convulsioni interne provocate dall’insicurezza sociale ed economica, e allo stesso tempo di accreditare la responsabilità al programma dei democristiani, ed eventualmente costringerli a lasciare la posizione di maggior partito all’interno del governo” <313. In linea con l’interpretazione circolante all’interno dell’amministrazione Truman circa i veri obiettivi del partito di Togliatti, l’analisi del Cic evidenziava l’eterodirezione operata sul Pci da parte di potenze straniere: “il programma del partito è stato deciso fuori dalla sfera nazionale”, sottolineava il rapporto. “Nel frattempo, le sinistre organizzano l’opposizione [alla D.C.] tramite la propaganda, l’agitazione sindacale e la provocazione dei gruppi economicamente insicuri”, e tuttavia, a causa del forte radicamento nel tessuto sociale, economico e produttivo del paese di Pci e Psi non era possibile provocare un’espulsione dal governo di alcuna delle due forze politiche, opzione che da quanto espresso nel rapporto era stata chiaramente presa in considerazione a Washington. “I comunisti e i socialisti sono fortemente impiantati non solo nel governo, ma sono ben radicati in gran parte degli strati sociali e produttivi del paese. (…) Per questa ragione, eliminare un importante partito dal governo, sarebbe un invito ad attivare opposizione e sabotaggio politico-economico. Ciò è particolarmente vero relativamente ai comunisti” <314.
Pochi giorni più tardi il segretario di Stato in persona ritenne opportuno concentrare l’azione del suo dipartimento sui segnali sempre più preoccupanti che arrivavano relativamente alla situazione italiana: un’agenzia del governo aveva infatti sottolineato una nuova attività in corso tra il partito comunista e l’ambasciata sovietica, foriera di nuove indicazioni provenienti da Stalin per l’azione del Pci. L’ipotesi di un’azione insurrezionale era fortemente presa in considerazione da Byrnes, che decise di mettere in allerta l’ambasciata a Roma: “Il segretario di Stato – si legge nel telegramma inviato da Byrnes a Key – inoltra per informazione dell’incaricato d’affari un rapporto, con allegato, fornito al Dipartimento da un’altra agenzia del Governo sui contatti tra il Partito Comunista Italiano e l’ambasciata sovietica” <315. Purtroppo l’allegato non è presente nella documentazione conservata, ma è interessante notare come l’attenzione di Byrnes si concentrasse sul legame tra il Pci e l’Urss.
In quel periodo l’attenzione dei policy-makers statunitensi a Washington era concentrata sugli sviluppi della politica interna italiana. Il nuovo turno di consultazioni locali, che si era concluso il 10 novembre con le votazioni di Roma, Napoli, Genova, Torino, Firenze e Palermo, aveva mostrato la tendenza ad un evidente aumento di voti a sinistra, con un predominio del Pci sui socialisti. La Dc ne usciva ridimensionata a vantaggio dei partiti della destra, soprattutto dall’Uomo Qualunque. A Roma la lista democristiana passava dai 218.000 voti registrati il 2 giugno a 103.000 voti, meno della metà. Agli occhi degli analisti del dipartimento di Stato la sconfitta mostrava come la strategia di De Gasperi di governare con le sinistre, cercando di mantenerle in posizione secondaria, avesse finito per alienare al suo partito i consensi dei settori della destra. Il 2 dicembre il capo dell’Ufficio Affari Europei Hickerson inviò un memorandum al dipartimento di Stato per fare un’analisi della situazione creatasi dopo le elezioni amministrative: “Come sapete, le recenti elezioni municipali in Italia hanno mostrato impressionanti guadagni dei Comunisti alle spese dei moderati cristianodemocratici. Questi guadagni riflettono il successo dei costanti attacchi comunisti contro De Gasperi e le potenze occidentali”. <316 Nel memorandum il responsabile per gli Affari Europei continuava poi osservando come la strategia dei comunisti fosse quella di screditare De Gasperi, allo scopo di formare un nuovo governo più spostato a sinistra, e come essi non aspettassero altro che un fallimento del premier DC su qualche questione per poterlo attaccare apertamente. Dunque sollecitava il dipartimento a prendere misure concrete per sostenere il leader democristiano, altrimenti il rischio che l’Italia diventasse un paese comunista sarebbe diventato eccessivamente alto.
[NOTE]302 NARA, RG 84, Entry 2780, Box 5, telegramma a firma di Stone per il G-5, presso l’AFHQ, datato 5 giugno 1946.
303 NARA, RG 84, Entry 2780, Box 5, telegramma segreto del console generale americano a Firenze datato 18 novembre 1946.
304 NARA, RG 165, Entry 421, Box 87, relazione del Joint Chiefs of Staff intitolata “Use of Italian Army in Event of Hostilities in Northern Italy”, datata 25 luglio 1946.
305 Ivi.
306 A. Offner, Another Such Victory, cit., pp. 170-171.
307 NARA, RG 165, Entry 421, Box 88, direttiva top-secret del Joint Chiefs of Staff, datata 25 agosto 1946.
308 NARA, RG 165, Entry 421, Box 88, memorandum dell’U.S. Chiefs of Staff datato 29 agosto 1946.
309 NARA, RG 84, Entry 2790, Box 3, rapporto del Chiefs of Staff Committee datato 11 settembre 1946, intitolato “Appreciation of the Available Reinforcement for the Yugoslav Forces in North-West Yugoslavia”.
310 Ivi.
311 Cfr. M. Leffler, A Preponderance of Power, cit., pp. 130-138.
312 NARA, RG 84, Entry 2780, Box 5, telegramma di Key per il segretario di Stato intitolato “Evaluation of Italian Government by a Military Intelligence Agency”, datato 22 novembre 1946.
313 Ibidem, rapporto del CIC allegato al dispaccio di Key del 22 novembre.
314 Ivi.
315 NARA, RG 84, Entry 2780, Box 5, telegramma segreto del dipartimento di Stato a firma di Byrnes per lo Chargé d’Affaires Key, datato 29 novembre 1946.
316 FRUS, 1946, vol. V Italy, cit., p. 948, Memorandum segreto inviato dal direttore dell’Ufficio Affari Europei Hickerson al Dipartimento di Stato il 2 dicembre 1946.
Siria Guerrieri, Obiettivo Mediterraneo. La politica americana in Europa Meridionale e le origini della guerra fredda. 1944-1946, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Anno accademico 2009-2010
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A Ostia (Roma),
dal 23 al 31 agosto,
alla Galleria Ess&rre del
Porto Turistico di Roma:
Rassegna d’arte
– una settimana di incontri
dedicati al regista
Claudio Caligari
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Solo alcune note a caldo sulla vicenda dello sgombero del Leoncavallo, sollecitato dagli amici di Codice Rosso, come ex abitante di Milano e vecchio militante degli Spazi sociali sin dagli anni ‘80.
Partirei da un dato apparentemente marginale, il fatto che le azioni della Finanziaria che possiede l’immobiliare l’Orologio dei Cabassi, che detiene l’ex Cartiera dov’era il Leoncavallo Spa, abbia fatto un balzo del 4% a Piazza Affari subito dopo lo sfratto: mi pare la migliore dimostrazione di come lo sgombero di questo spazio non sia che un episodio della lotta contro la socialità cittadina, condotta dall’Economia finanziaria che si sta mangiando Milano da diversi anni.
È una lotta che non fa prigionieri, perché vede non solo il profitto al centro di tutto, idea di tutta l’economia capitalista, ma come sua unica ragione di esistere quella di generare profitti mostruosi che non possono essere ottenuti se non devastando anche la società e l’economia reale, a costo di rendere invivibili luoghi fatti per la crescita sociale come la città. Questo progetto cementario/finanziario è stata perseguito in maniera paritaria, lo sappiamo dopo Palazzopoli, da tutte le giunte meneghine, da Albertini in poi a quella Moratti per la destra, da quella Pisapia alle due giunte Sala per la sinistra, che esprime i due responsabili del nefasto modello Expo: la sola differenza tra i due modelli è una “spruzzata di sociale”, per dirla con le parole di uno di questi banditi cementificatori; faccio notare, per dimostrare la verità di questo assunto, che la cosiddetta “sinistra” governa Milano dal 2011 e questo “problema” del Leo non lo ha mai voluto risolvere in maniera seria. Per quanto riguarda il livello nazionale è ovvio dover dire che questo sgombero – immotivato perché questa vicenda si stava avviando probabilmente a una conclusione di tipo pacifico come più o meno tutti sanno in città, c’era una data fissata per un altro viaggio del ufficiale giudiziario, ma c’era anche una trattativa per uno spazio comunale da prendere in gestione in San Dionigi – ovviamente però serviva alla destra fascista, che governa il paese e che ambisce anche a governare quella che è la sua capitale morale, lo sgombero forzoso come gesto simbolico, perché la politica è fatta anche di gesti simbolici: un po’ come uno scalpo da appendersi alla cintura.
In questo tipo di azione politica sono da notare le esternazioni del Pagliaccio Verde, quel personaggio che umilia la politica italiana dagli anni 90 e che all’epoca del precedente sgombero millantò di essere stato un frequentatore del Leoncavallo (cosa che, ci tengo a dire una volta per tutta, è assolutamente falsa, ma che qualcuno ogni tanto ritira fuori).
Un’altra questione che sarebbe lunghissima da trattare è quella della possibilità di fare cultura soprattutto nelle città, non solo a prezzi umani, ma anche in situazioni in cui ci sia un rapporto non solo di semplice fruitore, in una società in cui la cultura è solo merce, nel discorso generale del profitto smisurato di cui accennavo prima a proposito di Milano, una merce che non deve lasciare niente di estraneo a se stessa, perché deve massimizzare il suo ricavato.
Un aspetto di questa complessa questione è quello che riguarda gli spazi sociali, almeno quel che ne resta. Partiamo da due questioni che è bene chiarire: la prima è che il Leo è stato un luogo di produzione politica e culturale importantissimo, tutto quello che lì è stato fatto non sarebbe stato possibile farlo secondo le logiche di mercato, accessibile in tale modo, né questo spazio così grande sarebbe stato possibile gestirlo in un’altra maniera che rispondesse alle logiche di mercato e renderlo accessibile in tale modo. Deve essere chiaro altresì anche il fatto che il Leoncavallo del 2025 non era quello degli anni 70, e nemmeno quella degli anni ‘80 e ‘90, che negli ultimi decenni, quelli in cui ho vissuto tra l’altro a Milano, si può parlare per esso di una gestione da cooperativa sociale, con un discorso politico tutto sommato moderato (ci hanno fatto anche le primarie del Centro sinistra), difficilmente riconducibile alle originarie intenzioni, ma anche alla dimensione comunitaria degli anni 80-90 degli spazi, in una situazione comune a molti altri luoghi simili al Leoncavallo: quel modello lì, ovviamente, non esiste più da un pezzo, la riflessione sui motivi per cui si è estinto sono in corso da tempo e non sono facili da sintetizzare qui.
Quali sono gli scenari che apre un attacco così violento, così vigliacco, come al solito fatto di estate quando la città è vuota, un atto simbolico che a me ricorda il tipico gesto fascista, cioè farsi forti solo in situazioni di assoluta superiorità anche fisica, al di là del tutta la loro retorica “maschia” e della loro “virilità”?
Penso che sia difficile dirlo in questo momento, ma non mi aspetto niente di buono: che ruolo positivo può avere in questo brutto scenario la dimensione sociale delle città, sempre più blindate, coi loro spazi sempre più sottomessi al profitto, come si può vedere in qualunque città italiana compresa la nostra, in cui tutti gli spazi pubblici o quasi sono stati appaltati a privati e in cui buona parte della stessa sembra ridotta alla massima funzione di essere un enorme sala da pranzo o come scenario per baldorie sponsorizzate, con quello che resta identificato col “degrado”: mi sembra che anche tale dimensione stia diventando qualcosa in vendita come tutto il resto, per di più a caro prezzo, o sia ridotta a semplice scenografia, come nelle città d’arte più importanti.
Spero proprio che qualche tipo di reazione, specialmente da chi subisce più questa situazione di repressione, di privazione e di stimoli, cioè i giovani, smentisca il mio attuale pessimismo.
Per Codice Rosso Falco Ranuli
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Prima oggi ho scoperto una nuova cosa tanto incredibile e stupida allo stesso tempo… e raramente ne capitano di così buone, specialmente in un venerdì a caso. A quanto pare, Zelensky (…che in realtà si scrive Zelens’kyj, temo), nel suo ufficetto mezzo chic da presidente di un paese sotto legge marziale, tra tutte le spillette di tipo vari reparti militari (credo; non ci capisco molto di questa roba) che tiene lì belle e fieramente inquadrettate… ne ha una di Kuromi. C-o-s-a??? 😳t.me/c/1230970294/59634
È una scoperta che io faccio ben in ritardo, grazie solo a questo post qui, ma sembra che non sia una completa novità. Infatti, stando a questo articolo, che tenta di fare un po’ luce sulla situazione sicuramente buffa ma per niente chiara, almeno da dicembre 2024 si sa che il presidente ha tale incredibile spilletta… Is Sanrio’s Kuromi Fighting for Ukraine? Badge on Wall Behind Zelenskyy Stands Out: https://unseen-japan.com/kuromi-ukraine-military-badge/. A quanto pare, questa è stata vista casualmente per la prima volta in un video-comunicato (che allego anche sotto) che, come dice l’articolo, non ha niente di rilevante di per sé per la questione. E quindi, la cosa è proprio pazzurda… 💀
youtube.com/watch?v=yppVL7SRX5…
Per trovare un senso a questa visione certamente fatta di contrasti, un’ipotesi interessante viene quantomeno proposta, e cioè che questa spilla (ammesso sia una spilla, e non uno stemma, come molti degli altri… ripeto, sono igniorante), sarebbe del reparto speciale che si occupa dei droni, perché essendo un reparto hi-tech della difesa ci lavorano probabilmente svariati weeb. La scritta lì sopra, sempre stando agli sconosciuti su Internet (è troppo piccola perché io possa verificare personalmente, non sapendo l’ucraino), direbbe solo “distaccamento speciale”, quindi non si capisce. 💔
E… questa è tutta la lore che abbiamo a disposizione, a quanto pare: una miseria. Provando a cercare il nome del presidente in caratteri ucraini assieme alla parola Kuromi, ovviamente, non trovo niente, quindi la mia ricerca finisce qui, e ne sono triste. Ma comunque è assurdo che il signorone abbia una spilla militare di Kuromi, e io no… ok, io ho un segnalibro di essa, però provo comunque un po’ invidia, non so se mi spiego. 😓
#difesa #Kuromi #military #stemmi #Ucraina #Ukraine #Zelensky #Zelenskyy
Is Sanrio’s Kuromi Fighting for Ukraine? Badge on Wall Behind Zelenskyy Stands Out Kuromi appears to have moved on from her beef with My Melody and now has a new enemy: Russia! Sanrio is always up …Unseen Japan (Medium)
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youtube.com/embed/6o_h0D5IFn4?…
Rarissima registrazione del 1975, tratta da una puntata radiofonica della trasmissione Il quadrato senza un lato, realizzata da Franco Quadri per Radio Due
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Podcast · Syxty · Niente di nuovo è un progetto di Dialoghi sulla scrittura realizzato in formato podcast audio.Spotify
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