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22-23 ottobre, roma, fiap: “la ri/nascita dell’associazionismo partigiano e democratico”


FIAP – Federazione Italiana Associazioni Partigiane

Mercoledì 22 e giovedì 23 ottobre 2025
Casa della Memoria e della Storia
Via San Francesco di Sales, 5 – Roma

Convegno di studi:

LA RI/NASCITA DELL’ASSOCIAZIONISMO PARTIGIANO E DEMOCRATICO: RIFLESSIONI TRA PASSATO E PRESENTE (1945 – 2025)


Locandina del convegno "La rinascita dell'associazionismo partigiano e democratico"
cliccare per ingrandire

Iniziativa promossa da ANVRG in collaborazione
con le ASSOCIAZIONI DELLA CASA DELLA MEMORIA E DELLA STORIA

#associazionismo #CasaDellaMemoriaEDellaStoria #FederazioneItalianaAssociazioniPartigiane #Fiap #FIAPFederazioneItalianaAssociazioniPartigiane

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bell hooks: La volontà di cambiare. Uomini, amore e la via d’uscita dal patriarcato.


Volontà di cambiare

La volontà di cambiare. Mascolinità e amore

bell hooks

saggio

Il Saggiatore

2022

200

ilsaggiatore.com/libro/la-volo…

Un testo cruciale che affronta il paradosso della lotta femminista: come coinvolgere gli uomini nel loro processo di liberazione emotiva dal patriarcato. bell hooks svela il prezzo del potere maschile – la disconnessione dall’amore e da sé – e offre un potente antidoto basato sull’autostima sana e sulla vulnerabilità come vera forza.

bell hooks non si smentisce mai. La caratteristica di bell hooks è la capacità di integrare l’indignazione, la rabbia, gli stati di ingustizia, alchemizzarli, e sintetizzarli in una pratica di liberazione fondata sull’amore nel senso più concreto del termine.

La volontà di cambiare affronta uno dei punti ciechi di gran parte del pensiero e della letteratura femminista, ossia: la realtà del cambiamento emotivo maschile nel superamento di un sistema di relazioni patriarcale. Il femminismo, bell hooks ci dice, ha creato forze essenziali di denuncia, rivendicazione e cambiamento, e spazi di supporto per la liberazione femminile. Quello che ha faticato, e fatica tuttora a creare, è lo spazio per il processo di cambiamento dell’identità maschile, che paradossalmente è il suo obiettivo principale. Trovo che 20 anni dopo, pur con cambiamenti, questo paradosso resti ancora attuale.

La liberazione dal patriarcato, bell hooks ci dice, deve necessariamente essere un processo di liberazione anche per gli uomini. Il prezzo di appartenenza al patriarcato, il prezzo dei suoi (molto reali) vantaggi di potere, è per gli uomini una rottura nel rapporto con se stessi, la possibilità di amare e ricevere amore, e di vivere in relazione. È questa negazione, bell hooks ci dice, che sta alla radice di gran parte della rabbia e violenza maschile che è così endemica nella nostra società. Il patriarcato grantisce immunità in questa espressione perversa del bisogno di connessione e autostima, mentre con l’altra mano punisce le sue espressioni più autentiche.

L’antidoto alla logica della dominazione, bell hooks ci dice, oltre e al di là della lotta rivendicativa, è quindi che ci sia la possibilità culturale e relazionale di sviluppare un’autostima sana, per gli uomini che cercano, più o meno consciamente, di liberarsi dal terrore patriarcale della vulnerabilità (e dalla conseguente falsa equazione di forza con invulnerabilità). Questa liberazione a sua volta diventa una liberazione dai meccanismi comportamentali patriarcali di soddisfazione surrogata del bisogno umano di connessione, come il sesso oggettificato, il lavoro come unica fonte di autostima, la disconnessione relazionale attraverso la divisione del lavoro domestico, la prevaricazione, l’uso del femminile per la propria sublimazione emotiva, le dipendenze, la disconnessione dalla propria capacità di creare, sentire, curarsi di se stessi. Bell hooks non lo menziona, ma generalmente parlando, tra le persone cisgenere neurotipiche si stima che a livello globale gli uomini si tolgano la vita circa 1.8 volte più spesso delle donne. Questo fatto, di suo, è un sintomo del patriarcato, ma anche del vuoto di supporto per gli uomini che ne hanno bisogno.

Parte di questo processo, per il lato femminile, è a sua volta liberarsi dal dogma patriarcale dell’invulnerabilità maschile, e sviluppare la capacità di accogliere l’espressione emotiva maschile, pur senza ricadere in asimmetrie relazionali patriarcali. Ancora una volta, bell hooks fa luce sulle contraddizioni tra il livello politico e il livello emotivo che ancora spesso persistono nel femminismo: spesso il messaggio per gli uomini diventa, “cambia, ma arrangiati”, o “cambia, ma resta l’uomo forte, invulnerabile e indipendente”, o “cambia, ma senza spazi di supporto collettivo”. Per le donne, accettare la possibilità questo cambiamento, ci dice bell hooks, è anche potenzialmente dover ammettere la ferita lasciata da un bisogno di amare ed essere amate dagli uomini, che il patriarcato ha deluso.

Questo libro apre molte possibilità di riflessione, tra cui, per esempio, come coniugare la necessità di supporto emotivo maschile con la necessità di parità emotiva nelle relazioni, l’esplorazione del ruolo dell’omofobia nel mantenimento dell’identità maschile patriarcale, ed esempi attuali di mascolinità non patriarcali, ad esempio nella comunità transgenere, o in altri contesti. Resta un libro eccellente che articola realtà e possibilità emotive che permettono di vedere oltre la critica politica per sviluppare una visione concreta di un mondo alternativo.

bell hooks


bell hooks (Gloria Jean Watkins, 1952-2021) è stata una delle voci più influenti della critica culturale e del femminismo radicale. Scrittrice prolifica, attivista e accademica, il suo lavoro ha analizzato in profondità le intersezioni tra razza, classe e genere. La sua teoria si fonda sull’etica dell’amore e della comunità come pratica di liberazione e resistenza al sistema di dominazione, rendendola una figura fondamentale non solo per il pensiero femminista, ma per l’attivismo sociale globale.

#BellHooks #femminismo #ilSaggiatore #saggio

Questa voce è stata modificata (8 mesi fa)
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domani, 20 ottobre, a roma, galleria erica ravenna: performance “tra me e te l’alfabeto inesistente”

TRA ME E TE L’ALFABETO INESISTENTE
Una performance a più voci

Mocellin/Pellegrini, Michele Pardo Pauli, il NEG di Vincenzo Agnetti
@ Galleria Erica Ravenna, via della Reginella 3, Roma

Lunedì 20 ottobre alle ore 18:30 il terzo evento parte del ciclo di incontri dedicati all’arte relazionale, nell’ambito della mostra in corso: Tutta l’arte è relazionale: ? | Vincenzo Agnetti, Gianfranco Baruchello, Tomaso Binga, Alighiero Boetti, Céline Condorelli, Mike Kelley & Paul McCarthy, Mocellin Pellegrini, Rirkrit Tiravanija.
Dopo la performance interverranno gli artisti, Germana Agnetti, Gianlorenzo Chiaraluce e il pubblico

Ottonella Mocellin (Milano, 1966) e Nicola Pellegrini (Milano, 1962) sono un duo artistico italiano attivo dal 1993, con base a Berlino. La loro pratica artistica, di natura multidisciplinare, comprende installazioni, fotografia, video, performance e scrittura, ed è guidata da un interesse profondo per le relazioni umane, i processi identitari, la memoria collettiva e le dinamiche del linguaggio e del potere. Il loro lavoro assume spesso una forma narrativa ed è fortemente legato all’esperienza personale, intrecciando autobiografia e riflessione sociale in un costante dialogo tra individuo e collettività.
Dopo aver studiato entrambi alla Chelsea School of Art e alla Architectural Association School of Architecture di Londra, hanno avviato una collaborazione artistica che li ha portati a esporre in importanti istituzioni in Italia e all’estero. Tra le tappe fondamentali del loro percorso vi è la partecipazione al PS1 International Studio Program del MoMA di New York nel 2001–2002, dove hanno rappresentato l’Italia in uno dei contesti internazionali più rilevanti della scena contemporanea. Tra le numerose sedi espositive che hanno accolto i loro lavori figurano XIV Quadriennale di Roma, Manifesta 12 a Palermo, dove hanno presentato il progetto “Blind Walk”, la Biennale di Valencia, il MUAR di Mosca, Mambo Bologna, la Triennale di Milano.
Tra i lavori più significativi del duo si annovera The Wall Between Us (2020), vincitore dell’ottava edizione dell’Italian Council promosso dal Ministero della Cultura, in cui riflettono sulle eredità della Guerra Fredda, sull’identità diasporica e sulla nozione di confine, attraverso il coinvolgimento della comunità vietnamita di Berlino. L’opera, composta da un video e da una barca a vela utilizzata come dispositivo narrativo e simbolico, è stata presentata per la prima volta al Museo MA*GA di Gallarate nel 2021. Un altro lavoro emblematico è Non si corre nei chiostri (2005), una fotografia con installazione sonora in cui gli artisti impersonano due amanti travestiti da suora e prete, che corrono sotto le arcate del Broletto di Gallarate, ponendo una riflessione sull’amore, la libertà e i codici imposti dalla società.
Negli ultimi anni, Mocellin/Pellegrini hanno continuato a produrre lavori che dialogano con le urgenze del presente. Nel 2023 sono stati selezionati per rappresentare l’Italia nel progetto Artists’ Film International #15, promosso dalla GAMeC di Bergamo, con il video Alphabet, centrato sui temi della diaspora e della costruzione dell’identità attraverso il linguaggio. Nell’aprile 2024, nell’ambito della Milan Art Week, hanno presentato presso l’Archivio Vincenzo Agnetti di Milano l’installazione Tra me e l’alfabeto inesistente, un’opera che mette in relazione la voce, la pittura e la scrittura simbolica.

Tra le altre esposizioni collettive e personali, e iniziative culturali si segnalano: Videorom, a cura di Cristiana Perella, Biennale di Valencia, Valencia (2001); QUI. New release, a cura di Synapser, GAMEC, Bergamo (2004); Video Village, a cura di I. Galli, M. Turco, Triennale di Milano, Milano (2004); XIV Quadriennale di Roma, sez. a cura di Giorgio Verzotti e Giacinto Di Pietrantonio, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma, (2005); La parola nell’arte, a cura di Gabriella Belli, Achille Bonito Oliva, Giorgio Zanchetti e altri, MART, Rovereto (2007); An incongruous beam of beauty over the gaza strip, a cura di Lovett/Codagnone, Participant Inc, New York (2009); forse potremmo anche fare una mappa per perdersi, installazione pubblica, Twister, Lissone, Italy (2009); Love Letters: ampliamento e allestimento della nuova collezione del MACRO, a cura di Luca Massimo Barbero, MACRO, Roma (2009); Messico famigliare, a cura di Francesca Pasini, Fondazione Merz, Torino (2010); Da zero a cento, le nuove età della vita, a cura di Cristiana Perrella, progetto di Fondazione Golinelli, Triennale di Milano, Milano (2012); Autoritratti, a cura di Uliana Zanetti , MAMbo, Bologna (2013); Embodied Resilience, a cura di Nico Lippolis e Eleonora Farina, Ambasciata d’Italia, Berlino (2015); The planetary Garden. Cultivating Coexistence, Eventi Collaterali, Manifesta 12, Palermo (2018); The wall Between Us, (Be)Longing, Repair and Its Politics Of Affects, a cura di Elena Agudio, MA*GA, Gallarate (2021); Artists Film International #15, a cura di Sara Fumagalli, GAMeC, Bergamo (2023) Tra me e te l’alfabeto inesistente, Archivio Vincenzo Agnetti, Milano (2024)

Michele Pauli, in arte Pardo (Milano, 1965) è un chitarrista e produttore discografico italiano. È fra i membri fondatori di Casino Royale e del progetto drum and bass Royalize. Ha collaborato con musicisti e produttori come Howie B, Tim Holmes di Death in Vegas, Ben Young, Mickey Dread. Attualmente dirige OOH-sounds, etichetta indipendente che pubblica musica elettronica e sperimentale.

NEG (1970) costruito in collaborazione con la nota azienda di elettronica Brionvega su brevetto di Vincenzo Agnetti. E’ un pausometro: un giradischi manipolato in modo da poter ascoltare i microintervalli fra suono e suono. Il Neg virtualizza quindi il negativo di un discorso o di un brano musicale, dando quindi voce al silenzio

#15 #AlighieroBoetti #CélineCondorelli #EricaRavenna #GalleriaEricaRavenna #GermanaAgnetti #GianfrancoBaruchello #GianlorenzoChiaraluce #MichelePardoPauli #MichelePauli #MikeKelleyPaulMcCarthy #MocellinPellegrini #NEG #NicolaPellegrini #OttonellaMocellin #Pardo #RirkritTiravanija #TomasoBinga #TuttaLArteèRelazionale_ #VincenzoAgnetti

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Stavolta è toccato a noi


Anche tu (voi), come tutti gli iscritti alla newsletter di Argo, avrai ricevuto ieri un messaggio pubblicitario relativo al gioco d’azzardo, proveniente dal nostro blog.

Non ne siamo autori e ci scusiamo dell’inconveniente, generato da un ingresso abusivo nell’aministrazione del sito, a cui abbiamo già posto rimedio.

Dalle origini, il nostro blog ha scelto di non inserire, al proprio […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/10/19/stav…

#giocoDAzzardo #pubblicità

Questa voce è stata modificata (8 mesi fa)

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Il vescovo di Trieste e la strage tedesca di Opicina


La rappresaglia messa in atto il 3 aprile fu effettuata il giorno successivo all’attentato del pomeriggio del 2 aprile. La lista dei destinati alla fucilazione doveva quindi essere già pronta nella notte tra il 2 e il 3 aprile visto che all’alba del 3 fu fatto, in carcere, l’appello dei condannati.
Tra le poche informazioni raccolte attorno alla fucilazione interessante è la reazione del Vescovo di Trieste Antonio Santin. Avuta notizia della condanna a morte degli ostaggi per l’attentato al cinema di Opicina, il vescovo, alle 5 del mattino, tentò di raggiunge l’altopiano in macchina, sperando di arrivare prima dell’esecuzione. Arrivato a Opicina si fece guidare dal parroco don Andrea Zini sino al poligono di tiro. Giunse, però, troppo tardi, quando la condanna era già stata eseguita e i cadaveri erano stati già portati via dal luogo dell’eccidio. <93 Tra le carte dell’Archivio della Diocesi di Trieste è stato ritrovato un fascicolo su Opicina <94 che ci può aiutare a fare chiarezza su quali furono le reazioni da parte degli organi ufficiali tedeschi e italiani all’attentato. Il 4 aprile l’Ortskommandantur <95 di Villa Opicina emise il seguente comunicato alla popolazione della frazione triestina: “Per ordine delle autorità militari tedesche, la popolazione di Opicina deve fare luce entro 8 giorni sull’attentato. Tutte le indicazioni devono essere presentate per iscritto o personalmente alla Ortskommandantur. E’ assicurata la più totale discrezione da parte delle autorità militari tedesche. E’ nell’interesse della stessa popolazione contribuire all’accertamento del colpevole. Il termine è fissato per il 12.4.44. Il presente ordine dovrà essere comunicato immediatamente attraverso le autorità Comunali (Consiglio Comunale) e le autorità religiose”. <96
L’ordine delle autorità militari di Opicina era chiaro, ma tardivo rispetto alla punizione dell’attentato. La reazione del vescovo Santin non si fece certo attendere: egli scrisse subito una lettera all’Ortskommandantur di Opicina, una al Comando della Wehrmacht nell’OZAK ed infine una terza al Podestà Cesare Pagnini. “Prego cortesemente codesto Ortskommandantur di disporre che l’ordine dato alla popolazione per le ricerche intorno all’attentato nel cinematografo sia comunicato in altro modo non potendo codesto parroco eseguire personalmente quanto viene disposto sulla lettera di questi (lettera del 4 aprile 44). La ragione è la seguente. Fino ad oggi nella nostra regione furono uccisi ben tredici
sacerdoti, ed anche recentemente i partigiani hanno portato via un parroco. Essi sono continuamente minacciati di morte. Sono diligentemente controllati in tutto quello che fanno e dicono, e tutto ciò che sembrare ostile a loro è motivo per decidere della loro sorte. Quanto viene chiesto al vecchio parroco di Opicina sarebbe interpretato certamente in questo senso e ne potrebbe andare della sua vita. Ecco perché io stesso ho disposto che in Chiesa non avvenga la chiesta pubblicazione” <97. La paura del vescovo di non compromettere il suo parroco non era giustificata, in quanto il vecchio don Zini era ben voluto dalla popolazione locale. È chiaro che si tratta di un tentativo di evitare di compromettere l’autorità religiosa, facendosi da tramite tra la popolazione e le autorità tedesche in questo particolare momento di violenza. Le parole scritte per il Comando della Wehrmacht sembrano più interessate alle sorti della popolazione di Opicina: “[…] Come vescovo della Diocesi, mentre deploro nel modo più deciso il proditorio attentato di Villa Opicina, non posso non esprimere il mio dolore per l’uccisione di tanti miei diocesani che certamente, se erano in carcere, non avevano commesso il fatto. Tanto più viva è la mia sofferenza in quanto, come promesso, non fu accordata loro l’assistenza religiosa, diritto sacro del quale nessuno può essere privato. La popolazione fu invitata a fornire indicazioni sopra gli autori dell’attentato, minacciando severe misure militari se entro 8 giorni non fosse fatta luce sullo stesso. Pesa così su quella povera gente un incubo proprio durante questi giorni santi. E siccome gli autori si saranno
probabilmente eclissati, e, sia la mancata conoscenza degli stessi, sia il terrore largamente diffuso dai partigiani, impediranno che vi siano rivelazioni di qualche importanza, così si teme il peggio per la povera popolazione. […] io chiedo vivamente a codesto Comando di voler desistere da simili misure. La punizione già data è tale, che ulteriori provvedimenti, salvo che non si raggiungano i veri autori, desterebbero oltre che immensa pena anche l’indignazione di tutta la regione” <98.
La popolazione aveva già subito una punizione dura ed esemplare, non si doveva andare oltre. Il vescovo chiude la lettera con un’ultima analisi dei fatti accaduti: “E’ solo la giustizia che viene accettata da ognuno, comunque egli senta, e placa gli animi; ed è essa il segno chiaro della grandezza di un popolo. Il terrore, anche come reazione, ottiene solo effetti molto effimeri e spinge ancor di più gli animi alla disperazione e quindi verso la zona della violenza”. <99
Santin vuole cercare di bloccare un’escalation di violenza all’interno della zona cittadina, per evitare gli orrori che ben conosce nel resto del territorio della sua Diocesi (vedi l’Istria soprattutto). Sullo stesso tono la lettera al podestà: «non posso non deplorare una reazione che colpisce un tale numero di innocenti di quel delitto. Tali sistemi introdotti non so come e non so da chi negli usi di questa guerra gettano una luce ben fusca sopra la nostra generazione». <100 Quali dovessero essere le severe misure militari nei riguardi della borgata nessuno lo sapeva con precisione, si temeva la distruzione delle case e la deportazione in Germania, stessa sorte accaduta ai paesi di Comeno e Rifembergo qualche mese prima (fatti ben conosciuti da Santin). Alla richiesta di un intervento deciso presso le autorità tedesche per impedire ulteriori violenze, rispose il podestà alla vigilia del termine dell’ultimatum: “Ho fatto quanto stava in me per evitare ulteriori dolori alla gente di Poggioreale del Carso. Ho scritto una lettera al Comandante di Brigata delle SS barone von Malsen-Pockau esprimendo che le rappresaglie si fermassero alle 70 fucilazioni e dicendomi convinto che il rispetto alle leggi e agli ordini delle superiori Autorità troverà sempre conferma in questa zona e che un atto di clemenza potrà avere gli stessi o migliori risultati di un atti di repressione sulla popolazione, poiché ritengo che il pericolo sia esterno e che queste popolazioni debbano essere considerate vittime e non complici degli atti di terrore”.
[…] Scaduto l’ultimatum tedesco non ci furono altre rappresaglie nella borgata di Opicina anche se, come conferma il 21 aprile il Prefetto di Trieste in un comunicato al Ministero degli Interni della Repubblica di Salò, i colpevoli non furono individuati: “Si comunica [che] le locali autorità germaniche, in seguito all’attentato terroristico compiuto nel cinematografo di Poggioreale del Carso che provocava la morte di alcuni militari germanici, ha proceduto, per rappresaglia, all’esecuzione di 70 banditi comunisti, già detenuti. I responsabili dell’attentato finora non risulta siano stati identificati. Inoltre il Supremo Commissario per la Zona d’Operazioni Litorale Adriatico, con ordinanza del 2 corr., ha ordinato lo “stato di guerra” per la frazione di Poggioreale del Carso” <104.
Due giorni dopo però, un’altra esplosione sconvolse la città di Trieste e i suoi cittadini.

[NOTE]93 G. Botteri, Antonio Santin Trieste 1943-45, Udine 1963, p. 41. Si tratta del giorno 4 aprile sicuramente.
94 ADTS, fasc. 317/1944 Opicina.
95 L’Ortskommandantur era il Comando di presidio locale della Wehrmacht.
96 ivi, Ortskommandantur Villa Opicina den, 4. April 1944.
97 ivi, minuta della lettera del vescovo Santin indirizzata alla Ortskommandantur di Opicina, del 4 aprile 1944.
98 ivi, minuta della lettera del vescovo Santin indirizzata al Comando della Wehrmacht della Zona d’operazione Litorale Adriatico, del 5 aprile 1944.
99 ivi.
100 ivi, minuta della lettera del vescovo Santin al Podestà di Trieste, del 5 aprile 1944.
104 ARS, AS 1829, dok. 1016. Per «stato di guerra» si intendeva una situazione di controllo totale della borgata e sui suoi cittadini. Una situazione che poteva portare ad arresti preventivi indiscriminati, alla requisizione di intere zone ritenute importanti ai fini della difesa delle forze di occupazione. Secondo il racconto del Prefetto Coceani, fu grazie al suo intervento presso il Comandante di Brigata, il barone von Mahlzen (comandante della Polizia per la Provincia di Trieste) che furono scongiurate altre rappresaglie nella frazione. Cfr: B. Coceani, Mussolini, Hitler, Tito cit., p.116
Giorgio Liuzzi, La politica di repressione tedesca nel Litorale Adriatico (1943-1945), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, 2004

#12 #1944 #2 #3 #4 #AntonioSantin #aprile #borgata #Carso #fascisti #frazione #GiorgioLiuzzi #Opicina #ostaggi #OZAK #partigiani #Pisino #repressione #Resistenza #strage #tedeschi #Trieste #vescovo

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oggi, 18 ottobre, a roma, presso i folderol studios: presentazione di “audio doc sound title”, di pietro d’agostino


A Roma, oggi, sabato 18 ottobre, alle ore 18:00
presso Folderol Studios
c/o Kappabit – Via Sgurgola 7

Presentazione del cofanetto di

Audio Doc Sound Title
di
Pietro D’Agostino


dialogano con l’autore
Giuseppe Garrera e Marco Contini

Audio Doc Sound Title vuole partecipare e farsi espressione del dialogo e delle relazioni. Trentuno personaggi sonori, tra scrittori e musicisti, hanno collaborato alla realizzazione degli audio documenti. Partire da una sceneggiatura visiva per approdare a un documento sonoro. Il visivo scompare per lasciare spazio all’uditivo. O, forse, a un altro vedere e sentire. Una pratica e un’esperienza dell’ascolto, iniziando dai titoli sonori del cofanetto e delle cinque composizioni relative al progetto. Questo percorso è il tentativo di intraprendere una ricerca inerente ad alcuni processi di produzione di senso. Ma è anche quella di
sperimentare meticciati, ibridazioni linguistiche trasversali nell’uso di termini specifici all’interno di discipline espressive diverse.

comunicato stampa: qui

*


folderol.it

dati di audio doc

Personaggi sonori, per i testi: Mariangela Guatteri, Giulio Marzaioli, Simona Menicocci, Fabio Teti, Marcello Sambati, Marco Giovenale, Maria Grazia Calandrone, Lidia Riviello, Alessandra Greco, Giorgiomaria Cornelio, Fabio Orecchini, Naoya Takahara, Steven Seidenberg, Prisca Agustoni, Edimilson de Almeida Pereira, Alessandro De Francesco, Francesca Marica, Michele Zaffarano.

Personaggi sonori, per i suoni: Marco Ariano, Luca Venitucci, Alipio Carvalho Neto, Elio Martusciello, Mike Cooper, Stefano Cogolo, Luca Tilli, Marta Raviglia, Christian Muela, Simone Pappalardo, Barbara De Dominicis, Roberto Bellatalla, Katia Pesti, Steven Seidenberg.

Ideazione, regia e montaggio audio: Pietro D’Agostino
Sceneggiature visive: Pietro D’Agostino; Marco Giovenale, Alberto D’Amico
Post-produzione e missaggio audio: Marco Resovaglio – Pesci Rossi Studios
Prodotto da Pietro D’Agostino e Marco Contini
Produzione esecutiva: Marco Contini per Kappabit

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L’8 settembre 1943 e i prigionieri alleati in Italia


Il testo dell’armistizio “breve” fu firmato il 3 settembre a Cassibile, nei pressi di Siracusa, dal generale Giuseppe Castellano e dal generale statunitense Walter Bedell Smith, a nome rispettivamente di Badoglio e di Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo.
[…] Il «Promemoria n. 1», nonostante il totale silenzio che avvolgeva tutto quanto riguardasse la firma dell’armistizio, al punto e) recitava: «Prigionieri britannici. Impedire che cadano in mano tedesca. Poiché non è possibile difendere efficacemente tutti i campi, si potranno anche lasciare in libertà i prigionieri bianchi, trattenendo in ogni modo quelli di colore. Potrà anche essere facilitato l’esodo in Svizzera, o verso l’Italia meridionale, per la costiera adriatica. I prigionieri addetti a lavori potranno anche essere trattenuti, con abito borghese, purché fuori della linea di ritirata dei tedeschi. Ai prigionieri liberati dovranno, a momento opportuno, essere distribuiti viveri di riserva e date indicazioni sulla direzione da prendere».
[…] In questo contesto, maturava in Italia quella che lo storico Carlo Spartaco Capogreco avrebbe chiamato l’epopea dei POWs [militari alleati prigionieri di guerra]. Quanto le disposizioni previste dal «Promemoria 1» avessero raggiunto i campi di prigionia «è impossibile sapere, ma certamente, se li raggiunsero, furono ampiamente ignorate», osserva Adrian Gilbert. Col senno di poi, possiamo affermare che difficilmente il promemoria fu trasmesso lungo tutta la catena dei comandi.
[…] Con l’annuncio dell’armistizio, molti campi vennero abbandonati dagli ufficiali di guardia abbastanza rapidamente, senza lasciare disposizioni sul destino dei loro prigionieri: «Dopo l’8 settembre – avrebbe raccontato anni dopo il sergente maggiore Renato Moro, interprete dei prigionieri greci al PG 62 di Grumello del Piano (Bergamo) – mi alzo alla mattina, guardo fuori dalla finestra e vedo che non c’era più nessun ufficiale. Erano tutti scappati. Ho fatto aprire i cancelli del campo e i prigionieri se ne sono andati dirigendosi verso Como»
[…] In altri campi, dove c’erano comandanti fascisti, questi cercarono di ritardare la liberazione; i campi PG 5 di Gavi e PG 52 di Chiavari, ad esempio, rimasero chiusi per volere dei comandanti italiani fino all’arrivo dei tedeschi, che ne deportarono i POWs. Ci furono invece campi in cui il responsabile italiano stesso organizzò la fuga dei prigionieri e li sostenne, come ad esempio il PG 120 di Cetona, il PG 107 di Torvisosa, il PG 78/1 di Acquafredda.
Quanto stava avvenendo andava a intrecciarsi e veniva complicato anche dalla direttiva trasmessa qualche mese prima (ufficialmente al 7 giugno 1943) da Londra, in previsione di una resa italiana senza occupazione tedesca: “Stay put and keep fit – state fermi e tenetevi in forma”. Era lo “Stay put Order” (P/W 87190), che stabiliva espressamente: «Nell’eventualità di un’invasione alleata dell’Italia, gli ufficiali in comando dei campi di concentramento si assicureranno che i prigionieri di guerra rimangano dentro il campo. È concessa autorità a tutti gli ufficiali in comando di adottare le necessarie sanzioni disciplinari al fine di impedire ai singoli prigionieri di guerra di tentare di ricongiungersi con le proprie unità». Messo a punto dal MI9, forse su suggerimento del generale Bernard Law Montgomery (ma non è stato dimostrato), l’ordine era stato diramato tra giugno e luglio dalla BBC, criptato nel codice UK, attraverso il popolare programma “Radio Padre” del reverendo Ronnie Wright. Era convenuto che, quando le trasmissioni iniziavano col saluto “Good evening, Forces”, esse celassero comunicazioni importanti; i prigionieri le captavano con i rudimentali apparecchi radio autocostruiti. L’ordine era sconosciuto allo stesso War Cabinet britannico e a Winston Churchill, il quale, in prossimità dell’invasione della Penisola, aveva ordinato al generale Harold Alexander di salvare i prigionieri. Lo Stay put Order non venne mai abrogato, neppure di fronte al disastro seguito alla resa italiana, e di fatto contribuì a consegnare ai tedeschi migliaia di POWs i cui SBO (Senior British Officers) o SBNCO (Senior British Non Commissioned Officers) si rifiutarono di disattenderlo. Gli Alleati non si aspettavano in Italia una crisi quale quella che si verificò con l’armistizio, né l’occupazione repentina e violenta del territorio da parte dei tedeschi. Era inoltre forte la loro preoccupazione per un’eventuale immediata liberazione di quasi 80.000 prigionieri, di cui non conoscevano esattamente la collocazione e che avrebbero potuto rallentare la loro avanzata, fungere da scudi umani per i tedeschi durante gli attacchi, complicare ulteriormente le operazioni d’artiglieria in direzione di villaggi, case, stalle e campagne che sarebbero state disseminate di uomini delle Allied Forces. Dell’ordine non si trova traccia negli archivi del War Office «forse distrutto da qualcuno che non voleva essere collegato all’errore. Non si potrà mai conoscere la verità su chi sia stato responsabile della creazione di uno degli indicibili scandali della seconda guerra mondiale». Certo è che lo “Stay put Order” andò ad aggiungersi alla mancanza di disposizioni adeguate da parte delle autorità italiane e accrebbe rischi e incertezza per i POWs distribuiti nei campi. Ci fu anche il caso di prigionieri che, pur potendolo fare, non fuggirono a causa del fenomeno della gefangenitis, la debilitazione psicologica dovuta al doppio trauma della cattura e della prolungata detenzione, che li ridusse all’inerzia e alla catatonia.
Il 21 settembre, illustrando alla camera dei Comuni la situazione sui vari fronti della guerra, Churchill spiegava: “C’erano quasi 70.000 prigionieri di guerra britannici e oltre 25.000 prigionieri greci e jugoslavi in mani italiane. Fin dal primissimo momento della caduta di Mussolini, abbiamo detto chiaramente al Governo italiano e al Re che noi consideravamo la liberazione di questi prigionieri e il loro ritorno a casa prima e indispensabile condizione per qualsiasi relazione tra noi e qualsivoglia Governo italiano e questo, naturalmente, è pienamente indicato nei termini della resa. Tuttavia, molti di questi prigionieri nel nord Italia e altri nell’Italia centro-meridionale potrebbero essere caduti in mano ai tedeschi. Vista la confusione esistente in Italia, che soltanto i nostri eserciti potranno chiarire, non dispongo di informazioni precise da fornire oggi all’Assemblea. Il Governo italiano, tuttavia, ha ordinato la liberazione di tutti i prigionieri alleati sotto il proprio controllo e non dubito che questi verranno soccorsi dalla popolazione in mezzo alla quale si stanno disperdendo, a dispetto delle minacce tedesche di punizioni rivolte a tutti gli italiani che mostrassero questo tipo di comune umanità. In tutte queste questioni stiamo agendo con la massima attenzione e serietà e tutto ciò che è in potere umano verrà fatto. Tutto, però, dipende dal movimento degli eserciti nelle prossime settimane.”
Su 80.000 uomini prigionieri nei campi italiani , dati attendibili permettono di stabilire che circa 50.000 furono presi dai tedeschi (o nei campi da cui essi non si mossero o in cui vennero trattenuti, oppure ricatturati durante la loro fuga) entro il dicembre 1943 e inviati negli Stalag in Germania o in Polonia; circa 30.000 rimasero in libertà e si dispersero sul territorio dove, in moltissimi, vennero aiutati spontaneamente dalla popolazione, dalle prime forme di organizzazione che si andavano formando tra la gente, quando non addirittura dai proprietari delle aziende per cui lavoravano prima dell’armistizio. Osserva Absalom: «La società italiana, nonostante i vent’anni di ‘stato totalitario’, si dimostrò una fonte prolifica di uomini e donne pronti ad affrontare i rischi di un comportamento anticonformista». Entro la fine del 1943, di fatto, qualche migliaio di POWs (soprattutto di quelli in prigionia a sud del Po, che venne rapidamente presidiato dai nazifascisti) riuscì a raggiungere il fronte Sud e a riunirsi ai propri comandi, mentre molti altri riuscirono, attraverso i passaggi più disparati, a guadagnare la Svizzera, dove vennero internati. Sottolinea Adriano Bazzocco: «Questa categoria di profughi beneficiò di un trattamento di favore perché ammessa da subito senza riserve. Già pochi giorni dopo l’armistizio, l’ambasciata britannica aveva ricevuto dal ministro degli esteri elvetico Pilet-Golaz rassicurazioni sull’accoglienza dei militari inglesi in fuga. Al di là delle considerazioni legate allo statuto del prigioniero di guerra in base al diritto internazionale vigente, l’ammissione senza riserve degli ex prigionieri alleati va inquadrata anche nell’ambito delle forti pressioni politiche ed economiche esercitate in quel momento dagli Alleati sulla Svizzera per sottrarla alla sfera d’influenza nazista». Poiché tutte le frontiere erano controllate dai tedeschi e il governo svizzero non consentiva l’uscita dal paese in aereo neppure agli ufficiali di grado superiore, gli ex POWs poterono tornare in patria soltanto quando furono liberati i territori francesi confinanti, nell’estate 1944.
In Italia, il sostegno fornito da tante persone fu incredibile ed encomiabile: «Si poteva fare affidamento sugli italiani per ottenere aiuto, non in cambio di denaro o perché sperassero di ottenere prestigio, – dichiarò l’ambasciatore britannico, Sir Noel Charles, a fine conflitto – ma per pura solidarietà e, ben presto, amicizia». Nessuno se l’aspettava.
Claretta Coda, A strange alliance. L’inattesa alleanza della gente di Castiglione Torinese con 126 prigionieri di guerra inglesi del campo PG 112/4 di Gassino, Città metropolitana di Torino, 2021

All’armistizio, ciò che accadde nei campi italiani dipese da una serie di fattori, a partire dalla loro collocazione geografica, ma anche dall’atteggiamento di detentori e detenuti. <73 Il forte di Gavi venne occupato dai tedeschi già il 9 settembre; a quanto pare, tre sentinelle italiane vennero uccise, mentre il comandante, il col. Moscatelli, e il resto del suo personale furono fatti prigionieri e deportati (qualcuno, forse, riuscì a scappare). I prigionieri finirono quasi tutti in Germania. <74 Il campo di lavoro di Novara fu abbandonato dalle sentinelle italiane l’11 settembre. Diversi prigionieri riuscirono a raggiungere la Svizzera. <75 Absalom attesta numerose fughe anche dal campo di lavoro di Vercelli e dai suoi numerosi distaccamenti. In uno di questi, il 106/2 di Tronzano Vercellese, «il sottufficiale italiano in comando disse che avrebbe sparato a tutti coloro che avessero tentato la fuga», e allora «i prigionieri minacciarono di “catturare tutte le guardie” e poi abbatterono la recinzione e si dispersero». <76 Fughe si verificarono anche dal campo e dai distaccamenti di Torino, ma pure in questo caso in maniera non sistematica e non sempre coronate da successo, anche per mancanza di aiuti locali. <77 Le guardie permisero ai prigionieri di allontanarsi dal campo lombardo di Grumello del Piano e dai suoi distaccamenti. <78 Tuttavia, la gran parte dei fuggitivi fu ripresa dai tedeschi nel giro di poche ore. Il vicino ospedale di Bergamo visse, invece, una situazione particolare, dato che all’armistizio ospitava solo soldati in partenza per il rimpatrio.

[NOTE]73 Nell’analisi che segue mancano, a causa del silenzio delle fonti in merito, informazioni sui campi di Avio, Bologna OARE e Prato Isarco e sull’ospedale di Lucca.
74 TNA, WO 224/106, Capt. Trippi, «Report no. 5 on Prisoners of War Camp no. 5», 16 settembre 1943, p. 6. Secondo Jack Tooes, che riuscì a scappare, Gavi fu occupata dai tedeschi il 12 settembre, dopo che il comandante italiano «aveva consegnat[o i prigionieri] ai tedeschi che li caricarono su camion e poi su carri bestiame, dai quali molti riuscirono a fuggire prima di raggiungere il Passo del Brennero» (Absalom, L’alleanza inattesa, p. 139). Secondo Tenconi il campo fu occupato, «con, tra l’altro, il concorso determinante degli italiani», il 10 settembre: Tenconi, Nelle mani di Mussolini, p. 61. Lo studioso scrive che la maggior parte degli ex prigionieri di Gavi finì poi a Colditz.
75 TNA, WO 224/179, DPW, «Summary of present information concerning prisoners of war in Italy», 7 ottobre 1943.
76 Absalom, L’alleanza inattesa, p. 140. V. anche le pp. 75 e 156.
77 Ivi, pp. 112, 122 n. 29, 125.
78 TNA, WO 224/179, DPW, «Summary of present information concerning prisoners of war in Italy», 7 ottobre 1943. Cfr. di nuovo anche Absalom, L’alleanza inattesa, pp. 99, 133 e 136.
Isabella Insolvibile, I prigionieri alleati in Italia. 1940-1943, Tesi di dottorato, Università degli Studi del Molise, Anno accademico 2019-2020

#1943 #alleati #armistizio #campi #ClarettaCoda #ex #fascisti #guerra #IsabellaInsolvibile #Italia #Liguria #Piemonte #POWs #prigionieri #settembre #tedeschi

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oggi e il 25 ottobre, al cipm: corsi di … “écriredessiner” (o, come neologizzavo io, “drawriting”)


les samedis 18 et 25 octobre 2025, de 10h à 13h,

Bibliothèque de poésie contemporaine du Cipm

Cycle de 2 séances de 3 heures

L’écriredessiner


Fabienne Yvert


“Mina Loy”, Liliane Giraudon

Travailler le voisinage entre le dessin et l’écriture ; ou comment l’écriture est/fait geste.
Avec, entre autre, pour guide les œuvres de Liliane Giraudon exposées au Cipm, et cette phrase de Myriam Suchet dans Sismographies du manque : Traduire, c’est mener la même exploration à travers un milieu différent. Les lignes s’agencent en lettres, les traces forment des mots. Ne pas prétendre réduire l’incompréhension ni franchir la barre de l’illisible. Plutôt cheminer avec, c’est-à-dire tout contre : […]

Inscriptions:
04 91 91 26 45 / steffen@cipmarseille.fr

#asemia #asemic #asemicWriting #écrireDessiner #écriredessiner #écriture #cipM #dessin #drawriting #exploration #FabienneYvert #illisible #lIllisible #LilianeGiraudon #presqueAsémique #scrittura #scritturaAsemica #traduire

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orrori del picci che fa rumore di volo in corso dalla ventola non identificata


Ah, dolce… orrori oltre ogni umana comprensione!!! Questa è la mia onestissima reazione a quando poco fa, a caso, ho sentito la ventola del PC fisso (e non mi è chiaro se quella del case, o quella della CPU) diventare inspiegabilmente un elicottero dopo aver risvegliato la tale maledetta macchina dallo sleep… e la cosa assurda è che questa non è la prima volta che capita, ma solo la prima che riesco a registrare (un grande classico con me). (…Credo sia accaduto appena 2 volte con inclusa questa, eh, non pensate chissà cosa.) 💀

Sarebbe fin troppo facile, a questo punto, fare una battuta su come questi sono semplicemente gli hacker cinorussi che stanno minando criptovalute col mio PC, che ha ancora Windows 10 dopo la data di fine vita (!!!), e quindi è matematicamente stracolmo di malware, perché le persone che non hanno idea di come funzionano i malware dicono hanno deciso che è così… ma no, la volta scorsa è stata quasi 2 mesi fa, quindi non c’entra. E, in generale, dubito c’entri in qualsiasi misura il software, visto che stavolta lo ha fatto dopo qualche ora di riposo in sleep mode, ma l’altra lo ha fatto dopo una notte di riposo da spento… 😷

Per fortuna, se lo fa una volta ogni tanto a piacere, e poi puntualmente si sistema da solo — almeno, la prima volta ha smesso di colpo nel giro di un paio di minuti, mentre stavolta ha rallentato un pochino (dopo aver fermato il video), ma non si fermava, quindi ho rimesso il PC in sleep, e dopo averlo subito risvegliato non si è lamentato più — allora non è affatto un problema… però boh, è certamente un mistero. Credo che gli spiriti delle mie pareti si siano lievemente insinuati dentro il PC, e questo è il risultato… e lo dico non a caso come invece è mio solito, ma perché, proprio qualche giorno prima che capitasse la prima volta, abbiamo riverniciato in casa, e quindi gli spiriti possono essere stati destabilizzati… e ok, ma stasera a cosa sarà mai dovuto? Nessuna teoria immaginabile regge. 🙀

#computer #PC #rumore #ventola

Questa voce è stata modificata (8 mesi fa)
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21 ottobre, milano: proiezione di “processo politico”, di francesco leonetti e arnaldo pomodoro (1971, rest. 2024)


Martedì 21 ottobre @ Iulm Università e con la collaborazione di Fondazione Arnaldo Pomodoro e Home Movies – Archivio Nazionale dei Film di Famiglia, sarà proiettato Processo politico, un film del 1971 (ma restaurato nel 2024) di Francesco Leonetti e Arnaldo Pomodoro.
È un lavoro fuori dagli schemi, radicale e oggi impensabile, che mescola documentario e finzione per raccontare gli eventi successivi alla morte di Giuseppe Pinelli, in particolare il processo Calabresi-“Lotta Continua”.

L’ingresso è libero. Dopo la proiezione ci sarà una tavola rotonda con Paolo Giovannetti, Guido Formigoni, Gianni Canova, Federico Giani, Jennifer Malvezzi, Marco Rustioni, Mirco Santi.

leonetti_ processo politico (locandina) _ iulm
cliccare per ingrandire

#ArnaldoPomodoro #FedericoGiani #FondazioneArnaldoPomodoro #FrancescoLeonetti #GianniCanova #GiuseppePinelli #GuidoFormigoni #HomeMoviesArchivioNazionaleDeiFilmDiFamiglia #IULM #IulmUniversità #JenniferMalvezzi #LottaContinua #MarcoRustioni #MircoSanti #PaoloGiovannetti #processoCalabresiLottaContinua_ #ProcessoPolitico #tavolaRotonda

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un saggio di antonio devicienti su “nz”, di antonio syxty: sul sito ‘via lepsius’


incipit del saggio di Antonio Devicienti su NZ, di Antonio Syxty
cliccare per accedere

vialepsius.wordpress.com/2025/…
_

#AntonioDevicienti #AntonioSyxty #collanaSyn #EdizioniIkonaLíber #IkonaLíber #IkonaLíberEdizioni #kritik #NZ #saggio #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #Syn_scrittureDiRicerca #ViaLepsius

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Treno Merci “Il Biancone” con E652.123 + G2000.02 in transito a Bolgheri (18/03/2024)


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Google e AI Mode: la colonizzazione linguistica dell’inglese in Italia


Di Antonio Zoppetti

Dopo i primi esperimenti con cui Google ha introdotto nella ricerca un servizio basato sull’intelligenza artificiale – denominato in inglese: AI Overwiew – da qualche giorno è spuntata una nuova funzione su cui il motore di ricerca spinge, e questa volta si chiama AI Mode.

Perché i colossi statunitensi continuano a diffondere la terminologia in inglese, invece che tradurla? Perché ci riempiono di bottoni e funzioni chiamati timeline, widget, follower e via anglicizzando? Perché parlano di AI invece di IA (Intelligenza artificiale) e usano la parola “mode”?

La risposta è semplice, e la denuncio ormai da dieci anni: perché le multinazionali hanno tutto l’interesse a imporre la propria lingua a tutto il mondo. Per loro le lingue locali sono un ostacolo alla lingua unica che vogliono imporre nei mercati, e questa lingua unica è la propria lingua naturale.

Questo progetto è una forma di neocolonialismo culturale che dovrebbe essere evidente a tutti, anche se i linguisti non sembrano in grado di coglierla e di elevarsi dal particolare al generale. Si limitano ad analizzare le singole parole indipendentemente dai contesti sociali che le diffondono. Eppure, per capire come stanno le cose non ci vuole granché: basta usare AI Mode come un cavallo di Troia e rivolgere una domanda molto semplice: perché il servizio si chiama con un nome in inglese?

Perché AI MODE è in inglese?

In un primo tempo lo strumento non ha capito che mi riferivo al servizio “Ai Mode” nel quale scrivevo (mea culpa), dunque la risposta è stata che (grassetti miei):

Per comprendere il motivo per cui un servizio specifico ha un nome in inglese, è necessario conoscere il servizio in questione. Tuttavia, in generale, ci sono diverse ragioni per cui si utilizzano nomi in inglese, specialmente nel mondo tecnologico e commerciale:
– Identificazione internazionale: Un nome in inglese può essere riconoscibile a livello globale, facilitando la sua diffusione in diversi mercati.
– Percezione di innovazione: L’uso di termini inglesi può dare l’idea che un prodotto o servizio sia all’avanguardia o legato a una cultura di business moderna e internazionale.
– Terminologia specifica: Molti settori, in particolare quello tecnologico, hanno una terminologia che si è sviluppata principalmente in inglese. Utilizzare questi termini può essere più efficiente e preciso.
– Marketing e branding: Un nome in inglese può suonare più accattivante o memorabile per il pubblico di destinazione, a seconda del contesto e del mercato.
– Tendenze del settore: In certi ambiti, come quello delle startup o dei servizi digitali, l’uso dell’inglese è diventato una prassi diffusa, a volte per emulare aziende di successo nate in Paesi anglofoni.

Per un’analisi più dettagliata, potresti fornire il nome del servizio specifico a cui ti riferisci.

In sintesi, la tesi è che l’inglese facilita i mercati, è presentato come una scelta all’avanguardia, moderna e internazionale, è una prassi diffusa… e tutta una serie di luoghi comuni che dimostrano tutto l’intento colonizzatore che sta sotto queste scelte comunicative. L’inglese sarebbe dunque “più efficiente e preciso” (per chi è anglofono, di certo). Non c’è alcuna considerazione sulla trasparenza, sui destinatari, sul rispetto per le lingue e culture locali… tutto si basa sugli interessi del marketing e del branding delle multinazionali.

Ho provato allora a riformulare la domanda in modo più preciso:
Perché AI MODE si chiama con un nome in inglese?

Risposta: “Le ragioni per cui il servizio di ricerca di Google si chiama ‘AI Mode’ con un nome in inglese sono principalmente legate a considerazioni di branding, internazionalità e terminologia tecnologica.
Le motivazioni più specifiche includono:

– Terminologia del settore: Il termine ‘AI’ è l’abbreviazione riconosciuta a livello globale per Artificial Intelligence, cioè ‘intelligenza artificiale’. Nel campo della tecnologia, l’inglese è la lingua dominante, quindi usare questa sigla rende il servizio immediatamente identificabile in tutto il mondo.
– Internazionalizzazione: Un nome in inglese rende il servizio comprensibile in un vasto numero di paesi, semplificando la sua introduzione in diversi mercati. AI Mode, ad esempio, è stato lanciato in diversi paesi e in più lingue, ma il nome rimane coerente per un riconoscimento immediato.
– Posizionamento e marketing: Utilizzare un nome come ‘AI Mode? rafforza l’idea che il prodotto sia all’avanguardia, innovativo e parte integrante dell’esperienza di ricerca. Il termine ‘Mode’ (modalità) indica chiaramente che si tratta di una specifica funzione o versione della ricerca.
Coerenza del marchio: Per un’azienda globale come Google, mantenere una certa coerenza nei nomi dei prodotti è fondamentale. Molti dei suoi servizi e strumenti tecnologici utilizzano terminologia inglese, anche quando vengono introdotti in mercati non anglofoni. Questo fa parte di una strategia di branding consolidata.
Evoluzione del prodotto: Inizialmente, Google aveva lanciato le “AI Overviews” (riepiloghi con intelligenza artificiale). Il passaggio a “AI Mode” rappresenta un’espansione e un’evoluzione della funzionalità, rendendola una vera e propria modalità di ricerca conversazionale e multimodale, e il nome inglese comunica bene questo cambiamento di passo.

Di nuovo, le ragioni della mancata traduzione stanno negli interessi delle multinazionali, mica di quelli dei Paesi da colonizzare. E quindi il sistema spiega che “AI” sarebbe un internazionalismo (invece che un anglicismo), e “mode” esprimerebbe “chiaramente” la sua funzione (chiaramente per chi? Per gli anglofoni, of course). Ma a parte questi ossimori, l’IA getta la maschera dietro la quale certi addetti ai lavori si nascondono: per Google la coerenza del marchio è fondamentale e il ricorso alla terminologia inglese è una strategia di branding consolidata. Dunque gli utenti sono sudditi delle strategie neocoloniali imposte dai marchi e dai mercati. E poco importa che in italiano ci sia l’IA al posto dell’AI e la “modalità” al posto di “mode”, almeno da noi…

AI Mode” in Francia, Spagna e Portogallo

Mentre i nostri “intellettuali” e la nostra intera classe dirigente dalla mente colonizzata hanno introiettato e ha fatto loro l’idea che essere internazionali coincida con il pensare e parlare in angloamericano come ci spiega Ai Mode, per essere davvero internazionali basta guardare cosa succede nei Paesi a noi vicini, come la Francia, la Spagna o il Portogallo.

In questi Paesi – udite, udite! – sui giornali non si parla di AI come prevale da noi, ma di IA (il che vale un po’ per tutte le altre sigle, a partire dall’Aids che si chiama Sida) e in Francia ci sono stati problemi legali davanti all’introduzione sia di AI Overwiew sia del nuovo servizio – al momento bloccato – che da loro si chiama Mode IA (come riporta Le monde), cioè in francese e con la collocazione delle parole alla francese.

Si potrebbe pensare che la tutela del francese sia imposta dalla legge Toubon che obbliga le multinazionali a tradurre la terminologia, ma non c’è solo questo aspetto; altrove, a prevalere c’è semplicemente il buon senso, e infatti anche nelle altre lingue romanze (dove non ci sono simili leggi) questa funzione è tradotta: nel caso dello spagnolo e del portoghese la traduzione MODO IA si ritrova sia nella terminologia di Google sia negli articoli di giornale (cfr. El Pais e Correio), e solo in Romania il servizio è stato riproposto in inglese come da noi.

A questo punto sorge spontanea la domanda: perché queste differenze? L’inglese internazionale moderno ed efficiente esportato dalle multinazionali è allora venduto a questo modo solo nell’italietta colonizzata? Certo che sì. E ancora una volta la risposta di AI Mode è brutalmente sincera e illuminante, alla faccia di tutte le idiozie sparate da certi addetti ai lavori che giustificano il ricorso all’inglese agendo da veri e propri collaborazionisti.

Ho perciò domandato: “Perché AI MODE in Italia non è stato tradotto ma in Spagna, Portogallo e Francia è tradotto?

Risposta: Le motivazioni dietro le scelte di traduzione e localizzazione di Google, compresa la decisione di mantenere il nome ‘AI Mode’ in Italia mentre in altri paesi come Spagna, Portogallo e Francia si è optato per una traduzione, non sono sempre rese pubbliche in dettaglio. Tuttavia, si possono ipotizzare diverse ragioni:

– Strategia di mercato e target audience: Google potrebbe aver valutato che il pubblico italiano, rispetto a quello di altri paesi, sia già più familiare o incline ad accettare la terminologia inglese nel campo della tecnologia, in particolare con abbreviazioni come ‘AI’.
– Percezione del marchio: L’uso di un nome inglese può essere associato a un’immagine più moderna e innovativa in alcuni mercati.
– Coerenza interna: Mantenere un nome uniforme a livello globale può semplificare il branding e le operazioni di marketing, specialmente per prodotti tecnologici complessi.
– Differenze linguistiche e culturali: La traduzione in altre lingue può essere stata considerata più efficace per raggiungere un pubblico più ampio, forse meno esposto alla terminologia tecnica inglese.
Test e feedback: È possibile che Google abbia condotto test o analisi di mercato in Italia che suggerissero che la traduzione del nome non fosse necessaria o addirittura controproducente.

Se si mettono in fila tutte queste cose emerge perfettamente ciò che i linguisti non vedono (o fanno finta di non vedere) e soprattutto non dicono: l’Italia è un Paese più facilmente colonizzabile (e colonizzato) per ragioni sociali. Da noi manca ogni resistenza – culturale prima che politica – davanti all’anglicizzazione. La nostra classe dirigente preferisce ostentare l’inglese e l’itanglese e ha ormai rinunciato a esprimersi in italiano. Basta scorrere i titoli dei giornali per rendersene conto.

Secondo il Corriere, cosa caratterizza la Torino storica delle tradizioni, insieme alla bagna cauda? Ma il layering è ovvio!

E passando a un tema etichettato come “life”, che dire della Cocktail Week di Taormina, in un articolo che parla di mixology, drink e street bar?

L’itanglese è la lingua dei giornalisti colonizzati e allo stesso tempo colonizzatori, che seguono le stesse logiche di Google e delle multinazionali e vendono l’inglese come internazionale, moderno, efficiente… senza essere consapevoli della distruzione dell’italiano che mettono in atto.

L’intelligenza artificiale lo sa benissimo – al contrario dei linguisti – e ci colonizza giorno dopo giorno con la lingua delle multinazionali perché sa benissimo che glielo lasciamo fare e che siamo una massa di idioti da manipolare, e non una cultura da rispettare.

#anglicismiInformatici #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #multilinguismo #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa #tradurre

in reply to giuseppe leanzA

@jerrymassloII Il napoletano — ma anche il siciliano, il veneziano e vari vernacoli che nella storia hanno prodotto una propria interesantissima letteratura — sono stati sconfitti dal toscano che è diventato lingua nazionale a partire dal ‘500 e ha fatto regredire gli altri volgari al rango inferiore di dialetti. Davanti all’inglese globale le lingue locali rischiano di fare la stessa fine e di retrocedere a dialetti di un mondo che pensa e parla in inglese. In questo processo gli anglicismi (come le toscanizzazioni antiche del lessico regionale) sono solo la spia di questo fenomeno. Per fare bella figura con gli alieni ci sarebbe la soluzione dell’esperanto, che proprio perché artificiale è pensato per essere lingua neutrale (come il latino medievale, non è lingua madre di una cultura che può permettersi il lusso di non studare altre lingue preferendo che l’intera umanità studi la propria). Ma questa è un’altra faccenda e un’altra proposta da sempre osteggiata, anche se sul piano etico andrebbe riconsiderata.
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oggi, 17 ottobre: open day per i nuovi corsi 2025-26 del centroscritture


OGGI, venerdì 17 ottobre, alle ore 18:30 | Evento online:
Presentazione dei corsi e delle attività della nuova stagione 2025-2026 del CentroScritture

locandina Open Day di centroscritture.it - corsi / eventi / edizioni _ 17 ottobre 2025 locandina Open Day di centroscritture.it - corsi / eventi / edizioni _ 17 ottobre 2025

centroscritture.it/event-detai…

Presentazione della quinta stagione 2025-2026 di corsi e attività del CentroScritture in un evento online aperto a tutti trasmesso in diretta sul canale YouTube del CentroScritture.

Sarà ripercorsa la storia del Centro, attivo dal 2018 e nella nuova, attuale veste dal 2021, la filosofia che guida le sue iniziative, e verranno chiarite le modalità di partecipazione. Un’occasione per avvicinarsi al primo centro culturale interamente dedicato alle scritture poetiche contemporanee, di cui si impegna a fornire gli strumenti – dagli autori alle opere, dalle idee agli stili e alle tecniche – per orientarsi al meglio nel vasto e complesso panorama della poesia di oggi.

Sarà illustrata la programmazione didattica, 10 nuovi corsi da ottobre 2025 a giugno 2026, insieme ai seminari, gli eventi, le edizioni ECS e i progetti in partnership.

Interverranno:
Valerio Massaroni – Direzione generale
Marco Giovenale – Coordinazione didattica
Emanuele Franceschetti – Eventi e progetti

Parteciperanno inoltre alcuni iscritti che presenteranno le loro recenti pubblicazioni:
Giancarlo Busso, Campagne (Fallone Editore, 2025)
Paola Parolin, Necessità e grazia (Arcipelago Itaca, 2024)
Cristian Ponsillo, RAL 9005 (Puntoacapo, 2025)
Giorgio Rafaelli, Il colore basso di un saluto (Arcipelago Itaca, 2024)

VENERDÌ 17 OTTOBRE 2025
ORE 18:30
Diretta online sul canale YouTube del CentroScritture

→ Vai al canale YouTube

→ Vai alla nuova programmazione 2025-2026

#CentroScritture #centroscrittureIt #corsi #CristianPonsillo #EmanueleFranceschetti #GiancarloBusso #GiorgioRafaelli #MarcoGiovenale #MG #openDay #PaolaParolin #poesia #poesie_ #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #ValerioMassaroni

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L’INAF atterra a Didacta, edizione Trentino

edu.inaf.it/news/per-la-scuola…

Astronomia, giochi, e realtà aumentata per la scuola del futuro: dal 22 al 24 Ottobre, INAF è a Riva del Garda, nella versione Trentino di Didacta, la fiera dell’editoria didattica.

#coding #Didacta #didattica #gioco #MartinaTremenda #podcast #scuola

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Palestina, la finta pace di Trump


Pochi movimenti, come quello solidale con il popolo Palestinese, hanno dimostrato, negli ultimi anni, una così significativa capacità di mobilitazione in tutto il mondo. Non è né retorico, né enfatico, affermare che la condanna del genocidio di Gaza sia stata condivisa dalla maggioranza della popolazione in tutti i continenti.

Una condanna ancor più significativa se confrontata con le […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/10/17/pale…

#Cisgiordania #Gaza #Israele #Palestina #Trump

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incontri del ‘seminario d’interpretazine testuale’ all’università di pisa (dal 20 ottobre al 1 dicembre)


locandina del Seminario d'interpretazione testuale: programma degli interventi
cliccare per ingrandire

#ChiaraPortesine #interpretazioneTestuale #italianistica #letteratura #SeminarioDInterpretazioneTestuale

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21 ottobre, studio campo boario (roma): talk su “le dicotomie dell’arte”, in occasione delle mostre “fausto battelli, pittore paparazzo” e “aria di famiglia”


Nel contesto di RAW – Rome Art Week, 2025 –
e parallelamente alle mostre
“Aria di famiglia” e “Fausto Battelli, pittore paparazzo” –

allo Studio Campo Boario
(Roma, viale del Campo Boario 4/a)

Martedì 21 ottobre, h. 17:30-19:30

Talk: LE DICOTOMIE DELL’ARTE


a cura di
Alberto D’Amico e Roberta Melasecca

intervengono
Maurizio G. De Bonis, Giuseppe Garrera, Pericle Guaglianone

romeartweek.com/it/eventi/?cod…

opera di Fausto Battelli, 1972

Il talk prenderà in esame cinque contrapposizioni che, nel corso del tempo, hanno definito e trasformato la ricerca artistica:

– Pittura e fotografia : due linguaggi che si osservano, si contaminano e si ridefiniscono a vicenda.
– Astrazione e figurazione : tensione costante tra dimensione espressiva metaforica e rappresentazione del reale.
– Arti maggiori e minori : una distinzione oggi sempre più fragile, che invita a rivalutare pratiche considerate “marginali”.
– Notorietà e anonimato : due destini che spesso si alternano nella vita degli artisti, tra riconoscimento e oblio.
– Arte e artigianato : un confine mobile in cui si incontrano manualità, riflessione estetica e concetto di riproducibilità.

Verrà presa come punto di partenza la figura di Fausto Battelli, fotoreporter e pittore, ma anche ceramista e autore di manufatti polimaterici, la cui opera riflette molte di queste tensioni: tra arte “alta” e produzione artigianale, tra linguaggio visivo e vita vissuta.
Sarà un’occasione per interrogarsi su come le contrapposizioni, più che dividere, possano diventare motore di creatività e dialogo tra generazioni, linguaggi e sensibilità diverse.

#abstractArt #AlbertoDAmico #AntonioDAmico #AriaDiFamiglia #art #arte #arteAstratta #arteEArtigianato #artiMaggioriEArtiMinori #artiMaggioriEMinori #artigianato #astrazione #astrazioneEFigurazione #confronto #dialogo #FaustoBattelli #FaustoBattelliPittorePaparazzo #GiuseppeGarrera #LeDicotomieDellArte #MaurizioGDeBonis #mostra #notorietàEAnonimato #oblio #paparazzi #paparazzo #PericleGuaglianone #pittura #pitturaEFotografia #RAW #RAWRomeArtWeek #RobertaMelasecca #RomeArtWeek #successo #successoEOblio #talk

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margo, 002: affannarsi


youtube.com/shorts/pn-Moc4gEVo…

#002 #affannarsi #margine #margini #margo #margo002 #margo002 #poesia

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“LEGGENDE POKEMON Z-A: GIOCATO SU SWITCH 2 ED È PESSIMO ANCHE LÌ”


Spero di non fare le palle troppo quadrate a tutti con questo nuovo gioco dei Pochemo, e vedrò di non esagerare con il postaggio a riguardo, perché so che magari ad alcuni può non fregare… probabilmente io sarei la prima a cui non fregherebbe, se non mi fosse venuta l’idea stavolta di dare una chance a questo pezzo di intrattenimento videoludico che, per abitudine, presumevo marcio. Ma… in realtà, sotto sotto, marcio questo Leggende Z-A lo è comunque, e a ‘sto giro sto vedendo tante persone in giro che si lamentano… addirittura più del passato, se è possibile. 😳

Nonostante, dopo ormai tipo 4-5 ore di gameplay lasco, il gioco rimane per me ancora bellissimo e fighissimo, ho guardato le impressioni a caldo che i Playerinside hanno caricato oggi (minchia, li ho battuti malamente sul tempo scrivendo le mie qui ieri, grazie al potere del torrente!!!), che credo facciano un po’ il sunto, per mezzo della loro esperienza diretta (oddio, direi di Raiden, visto che Midna sta lì ferma praticamente; a lei non piace giocare ai Pochemo), di queste lagne che si stanno diffondendo, e… Porca miseria, hanno ragione, è tutto giusto; la situazione è oggettivamente gravissima! 💀

youtube.com/watch?v=uHhIGXzPT8…

Sorvolando su come i commenti facciano assolutamente pisciare, essendo tutti molto oggettivamente condivisibili, per quanto tristi nella loro ironia… È incredibile quanto sono stata in pochi attimi rapita da questo gioco a tal punto che, se ero partita già gustando tutti i difetti di design, poi ho dimenticato tutto, ed in effetti è seccante. In live avevo fatto anche un commento sulle finestre che mi sembravano del Nintendo 64, ma non avevo guardato bene tutte quelle che c’erano in giro e, dopo essere stata stregata, ecco che non ho proprio fatto più caso alle finestre totalmente 2D ovunque con una texture di ringhiera compenetrata (mamma mia…), alla distanza di rendering penosa, ai palazzi che tutt’ora mi sembrano “spenti”, o che altro. 🤥

Non lo definirei un vero problema per me questo, perché comunque io racconto le mie cose, incluse le mie esperienze coi videogiochi, come mi va, e mai mi sono pretesa come capacissima nelle recensioni… però, fa pensare. E, ora che ci ho pensato, temo di capire come mai il brand Pokémon va ancora avanti nonostante tutti si lamentino… è perché alla fine i giochi vendono sempre milioni di copie in un colpo, ma ciò succede non per caso; è perché i fan sono abituati alla sloppa, quindi o non riescono a vedere i difetti tecnici oggettivi in questi prodotti, perché semplicemente non hanno grandi paragoni da fare in mente, oppure copano e vanno avanti con false giustificazioni, cose di questo tipo. 💩

In effetti io, a questo giro, rientro nella prima categoria… Lo sanno soprattutto le pareti che, tutto sommato, sono tremendamente casual gamer io, e quindi ecco che magicamente in questi affari riesco a dimenticarmi di ogni cosa brutta marginale — inclusa una grafica che, va detto, è malfatta; non in termini di fedeltà visiva e basta, ma proprio come direzione artistica e coerenza interna, ed è da anni che Pokémon sta messo così — se il gaming in qualche modo mi prende. Da un lato è una benedizione, perché evvivaa, il divertimentoo… ma, dall’altro, è un ennesimo problema di skill della mia persona. 😰

La vera differenza tra questo e gli altri ultimi Pokémon per Switch, in effetti, è che questo ha un sistema di combattimento nuovo che sto amando, e una struttura progressiva che, seppur guidata, non ostacola la libera esplorazione… Dal lato della fattura tecnica, invece, rimane una mezza schifezza come i precedenti, eppure questo mi va bene. E si, da un lato centrerà il fatto che io questo gioco non l’ho pagato, bensì l’ho ricevuto in dono dai russi tramite il torrente dietro casa, e quindi è chiaro che a caval piratato non mi viene proprio l’istinto di guardare in bocca, mentre con caval comprato basta giustamente un pelo fuori posto per sentirsi fregati, ma… sono invero assuefatta dalla sloppa, non c’è niente da fare. 🥰


Il gioco include comunque molte meccaniche secondarie epiche. Scopri la funzionalità anti-suicidio dello Smart Rotom nel nuovo articolo su stuffoctt: Il magico sistema anti-caduta in Leggende Pokémon: Z-A. (Messaggio promocttionale.)

#LeggendePokemonZA #Pokémon #Pokemon #PokemonZA


pokemonica godurianza ancora prima dell’uscita del domani! (impressioni a caldo Leggende Pokémon: Z-A al day -1)


Oggi pomeriggio, davvero a casissimo, perché l’idea mi è salita veramente in un lampo senza preciso motivo, ho deciso di sfruttare i miei privilegi da navigatrice consumata dei sette mari digitali, come in realtà non facevo da un po’… Quindi, sono uscita dalle mie pareti per installare e provare il nuovo giochino Leggende Pokémon: Z-A, che ufficialmente esce domani, ma io appunto sono speciale e magica, e quindi ci gioco in anticipo… nonché una blogger, quindi una giornalista semplicemente non riconosciuta, e quindi ecco qui le mie impressioni a caldo! 👌

Confesso che il gioco precedente, Leggende Arceus, non l’ho nemmeno mai provato… quindi non so precisamente, a livello di meccaniche, cosa è una novità del nuovo titolo, e cosa invece è una novità della saga, quindi già vista con il precedente, però… questo coso è fighissimo, veramente. Dato ciò, e il fatto che di questo gioco non mi sono spoilerata letteralmente niente — perché, a dire il vero, ho scoperto appena l’altro giorno che sta per uscire… e sul momento non mi sono nemmeno posta alcuna curiosità, perché è da un decennio che Pokémon mi delude, e quindi è da un lustro che lo snobbo — è stata tutta una grossa sospesa… e praticamente solo in positivo, per il momento. 🤯

La storia si svolge (o almeno inizia, poi chissà), a Luminopoli… che per me è una cosa assurda, perché la regione di Kalos fu la regione della fine della mia infanzia, ai tempi, e… non starò qui a spiegare tutto di ciò, per ora. È una Luminopoli che però non riconosco per niente, se non per sommi capi, perché è stata modificata un sacco per adattarla alla struttura di Leggende… però caspita se è goduriosa, perché ora sembra effettivamente una vera città, grande quanto una vera città del suo calibro, interamente navigabile in ogni sua parte… inclusi i fottuti tetti! E ci sono vari elementi con cui interagire, e oggetti da raccogliere… Per dirla in breve, me di 9 anni esploderebbe a vedere a confronto la Luminopoli di X/Y e questa nuova!!! 🔥

Ciò che sul momento mi ha completamente spiazzata — ma che, a pensarci bene, potrei di gran lunga preferire rispetto al classico RPG a turni, che fa fin troppo anni ’90 ma non in senso buono — è la meccanica delle lotte; che inizialmente è stata introdotta da Leggende Arceus ma, per l’appunto, non so se ci sia del nuovo in Leggende Z-A, e quanto. Sia gli scontri con gli allenatori, che gli incontri coi Pokémon selvatici (che, a quanto pare, qui attaccano anche gli umani, non solo i loro Pokémon… spaventoso), sono completamente dinamici, e avvengono lì, nell’ambiente, in tempo reale… e i magari hanno la classica cutscene di inizio e fine (ma dipende in realtà dal tipo di lotta), mentre con i secondi è tutto sempre così fluido che sembra davvero di stare lì in mezzo alle bestie. Servirà comunque tempo per abituarsi a questa roba, per me che ho problemi di skill, ma prende così tanto… 🥰

La città è tecnicamente tutta sbloccata quasi da subito, anche se nella pratica il gioco va avanti a missioni, e il sistema non permette di muoversi liberamente al 100%… non lascia andare troppo fuori dal tracciato stabilito in un dato momento per raggiungere l’obiettivo stabilito. Dà un po’ fastidio che, nonostante ci sia una buona mappa che già da sola dovrebbe permettere a chiunque di capire dove andare senza problemi, se si prova a muoversi troppo fuori dal tracciato non si incontrano solo muri invisibili, ma c’è pure il tizio che, da lontano o attraverso il telefono, richiama per ricordare dove si deve andare… uffa. E, nonostante la natura dinamica e diretta del cuore del gameplay, ci sono a mio parere troppe cutscene da o verso nero anche per semplici dialoghi, e questa cosa per me rompe l’immersione. Meno male che non è open-world, però. 👍

Nonostante i difettucci, il gioco non è “lento” e palloso come invece i classici Pokémon sono stati per me ultimamente, e anzi, ho veramente voglia di continuare a giocarci… caspita! Non mi aspettavo che sarebbe stato particolarmente divertente, e invece in circa 3 ore mi ha fatto addirittura letteralmente luccicare gli occhi. Tra l’altro, all’inizio era partito male anche dal lato software, perché mi sembrava tirasse laggate (giocando ovviamente su Switch 1, in dock), e invece devo dire che poi mi è parso stabile, tranquillo… ovviamente non gira a 60 FPS, ma ormai da Nintendo questo non si può mai più sperare. Non ho visto neanche bug, credo, c’è giusto qualche animazione che mi è sembrata legnosa, ma la goduria non viene intaccata. 🙌

Visto che non c’erano potenziali fonti di disturbo in casa, ho anche fatto una diretta streaming, per le prime 2 ore di gameplay, giusto per non marcire troppo nel giocare… su PeerTube, visto che ho paura che su YouTube Nintendo possa fare la sua classica mossa, dato che ho giocato con un giorno di anticipo; però tutto OK, trasmissione perfetta, grazie ai Devol. Per chi ha visto un pochino, grazie… mentre, per la maggior parte che non ha visto, pazienza! Però, il VOD (diviso in 2 video perché il coso ha deciso così) rimane disponibile, per chi vuole visionare le mie figuracce… peertube.uno/w/tXhxfxmFJ9mJfHB… e peertube.uno/w/sYXTLBSZnZKypcg…. (Forse li caricherò anche su YouTube, dopo l’uscita ufficiale del gioco, boh.) 🧨
Autoscatto largo su un tetto di Luminopoli con sullo sfondo la torre e vari altri palazzi.Il gioco ha anche una funzione di fotocamera, simile ad Animal Crossing per Switch… ci si può mettere in posa e fare le foto stile turisti, che in effetti è il motivo per cui nella storia si finisce qui a Luminopoli, bello.
#impressioni #Pokémon #Pokemon


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installance #0195: train ticket + asemics / differx. 2025


installance 0195
installance n. : # 0195type : train ticket & asemicssize : ---record : lowres shotadditional notes : abandoneddate : Sep 26th, 2025time : 3:27pmplace : Rome, via Bartolomeo Bossi footnote : ---copyright : (CC) 2025 differx
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#art #arte #asemic #asemicWriting #i0195 #i0195 #installance #scritturaAsemica #trainTicket

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Il coinvolgimento della Rosa dei Venti nella realizzazione della strage alla Questura di Milano appare dunque evidente


La strage, che costituisce uno degli episodi più oscuri della strategia della tensione, giunse al termine di una lunga serie di attentati che avevano insanguinato il paese a partire dal ‘69 di cui i più rilevanti, oltre naturalmente a piazza Fontana, furono la strage di Gioia Tauro del 22 luglio del ‘70 e quella di Peteano del 31 maggio del ‘72. L’attentato avvenne giovedì 17 maggio 1973, alle ore 10:55, presso la Questura di via Fatebenefratelli quando Gianfranco Bertoli lanciò una bomba contro il portone d’ingresso del palazzo. Il bilancio fu di quattro morti e cinquantatré feriti. Quella mattina si era da poco conclusa la commemorazione del primo anniversario dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi. Dopo l’arresto Bertoli si professò anarchico sostenendo di aver compiuto l’attentato per vendicare Pinelli; le sue dichiarazioni, a cui si sarebbe sempre attenuto, seguivano alla lettera le istruzioni che gli erano state impartite nei mesi antecedenti da alcuni dei più importanti membri di Ordine Nuovo durante i giorni di indottrinamento trascorsi a Verona dove l’uomo, in vista dell’imminente attentato, era stato tenuto sotto stretta osservazione. Il coinvolgimento della figura di Calabresi naturalmente serviva ad occultare meglio la mano degli ideatori rendendo più credibile la paternità anarchica della strage. L’obbiettivo dell’attacco, poi mancato, era il ministro dell’interno Mariano Rumor colpevole, secondo gli ordinovisti, di non aver proclamato lo stato di emergenza dopo la bomba del 12 dicembre del ‘69. L’eliminazione del ministro, nei piani degli ideatori della strage, avrebbe dovuto servire anche ad evitare una riedizione del centro-sinistra che si stava profilando come altamente probabile sulla base degli equilibri politici interni alla DC.
[…] I principali attentati che precedettero l’attacco alla Questura di Milano furono, come sopra ricordato, essenzialmente due. In primo luogo si ricorda il fallito attentato del 7 aprile del 1973 sul direttissimo Torino-Genova-Roma ad opera del gruppo La Fenice. <32 L’esecutore materiale, Nico Azzi, giovane missino, nel tentativo di controllare l’ordigno, temendo che questo non fosse stato impostato correttamente, aveva fatto scoppiare inavvertitamente un detonatore tra le sue gambe, rendendo impraticabile l’innesco dell’ordigno. Nell’ipotesi iniziale all’attentato avrebbe dovuto seguire la solita operazione di attribuzione della paternità a sinistra. In quell’occasione si era deciso di far
ricadere la responsabilità del gesto sul gruppo genovese “XXII ottobre”, collegato significativamente all’editore Giangiacomo Feltrinelli. Secondo il progetto iniziale, a questa strage doveva far seguito una seconda sul treno Monaco-Roma che poi non venne attuata a causa del fallito attentato sul primo treno, considerato che Azzi, colto in flagrante, era chiaramente di destra, per cui la messa in scena non poteva più essere orchestrata.
Un secondo snodo significativo nella strategia perseguita prima dell’attentato a Rumor fu il cosiddetto “giovedì nero di Milano”. Il 12 aprile 1973 era stata indetta dall’MSI e dal Fronte della gioventù, l’organizzazione giovanile del partito, una manifestazione di protesta che, a causa dei fatti dei giorni precedenti, era stata limitata dal prefetto Libero Mazza al solo comizio. Nonostante ciò, centinaia di militanti del Movimento Sociale Italiano e delle principali organizzazioni dell’estrema destra scesero in piazza e si scontrarono con le forze dell’ordine. Nel corso della manifestazione rimase ucciso l’agente di polizia Antonio Marino, in seguito all’esplosione di una bomba a mano lanciata da Vittorio Loi, giovane missino che venne immediatamente identificato. Dalle testimonianze di Loi, che sentendosi abbandonato dal suo partito cominciò a parlare, si comprese che i disordini erano stati volontariamente provocati dalla dirigenza missina. ❤❤
Al di sopra degli attentatori, come è stato ormai accertato dalla Magistratura, operava il già citato gruppo golpista la Rosa dei Venti che svolgeva una funzione di coordinamento tra i diversi gruppi eversivi. <34 Si trattava di un’organizzazione atlantica intersecata con gli apparati dello stato, il cui nome conteneva un chiaro richiamo al simbolo della NATO, oltre ad evocare il numero dei gruppi di estrema destra associati alla stessa organizzazione. <35 Facevano parte dell’organizzazione diversi militari, quali ad esempio il maggiore Amos Spiazzi e il generale Francesco Nardella, oltre ad estremisti neri: tra i nomi più rilevanti ricordiamo il principale promotore del gruppo Dario Zagolin – informatore degli americani e del SID -, Eugenio Rizzato, Sandro Sedona e Sandro Rampazzo. Tra i membri risultavano anche diversi industriali ed esponenti del Fronte nazionale che avevano preso parte al golpe Borghese, tra cui occorre ricordare l’avvocato Giancarlo De Marchi, che come noto aveva già giocato un ruolo rilevante in qualità di collettore dei finanziamenti per il progetto golpista del principe Borghese.
La figura di De Marchi ricompare proprio nel marzo 1973 quando, nell’ambito della riproposizione di un piano eversivo, venne contattato dal maggiore Amos Spiazzi, su indicazione di un agente del SID. Il compito era quello di valutare affidabilità e la serietà dell’avvocato genovese, che si era dichiarato disponibile a reperire fondi a sostegno della strategia stragista, rassicurandolo al contempo sulla concretezza e fattibilità del disegno golpista, stante l’esistenza di un rilevante numero di militari disposti a proseguire il fallito golpe Borghese.
L’esistenza di un nuovo progetto golpista è stata confermata d’altra parte anche dalle indagini del giudice Giovanni Tamburino, dalle quali si evince chiaramente che la Rosa dei Venti nel 1973 aveva come obbiettivo quello di promuovere interventi tesi all’istaurazione di un regime autoritario in Italia attraverso la realizzazione di un colpo di stato. Secondo le dichiarazioni di Remo Orlandini, uomo di fiducia del principe Borghese, ai già citati eventi dell’aprile-maggio 1973 – l’attentato al treno Torino-Roma, la manifestazione del 12 aprile e la bomba alla Questura – doveva seguire, l’instaurazione di un clima di forte tensione sociale in Valtellina alla cui direzione avrebbe dovuto esserci il leader del Movimento di azione rivoluzionaria (MAR) Carlo Fumagalli, altro nome di fondamentale importanza nel mondo dell’estrema destra in quella stagione. Altro passaggio teso a creare un clima adatto ad un colpo di stato.
Nell’aprile del 1973 l’attività della Rosa Dei Venti era strettamente connessa alle attività di Ordine Nuovo. Da fonti provenienti dai carabinieri e dal SID risulta infatti che il giorno della strage Bertoli era atteso da Sandro Rampazzo fuori dalla questura, che come abbiamo già sottolineato avrebbe dovuto farlo scappare a bordo della sua auto. <36 Il coinvolgimento della Rosa dei Venti nella realizzazione della strage alla Questura di Milano appare dunque evidente e questo conferma il fatto che la strage di Bertoli si inserisse in un disegno di ben più ampia portata di quanto per lungo tempo abbiano voluto far credere sia parte dei Servizi Segreti sia una parte della stampa. Come avvenuto con il golpe Borghese, l’opinione pubblica sarebbe però venuta a conoscenza del progetto ordito dalla Rosa dei Venti, peraltro in modo parziale, solo nell’autunno del 1974 grazie all’evoluzione dell’inchiesta condotta dal giudice Tamburino.
Al compimento dell’attentato avrebbe dovuto seguire l’intervento delle Forze Armate, in modo analogo a quanto era stato previsto dopo la strage alla Banca dell’Agricoltura di Milano. Nonostante l’atto stragista non avesse raggiunto gli obbiettivi che si era prefissato, – Rumor rimase illeso – la Rosa dei Venti avrebbe comunque allertato le strutture civili e militari per passare all’azione il 2 giugno del 1973. Anche in questa occasione l’esecuzione del golpe rientrò soltanto a causa di un intervento esterno.
Contrariamente a quel che sperava la destra, la bomba alla questura non determinò comunque uno spostamento a destra del governo, ma finì anzi per rafforzare all’interno della DC la linea favorevole ad una riedizione del centro-sinistra.
Rispetto alle altre stragi che hanno insanguinato il nostro paese, l’attentato alla questura costituisce uno snodo rilevante nella storia della strategia della tensione. Come ha sottolineato in modo chiaro Dondi, esso costituì «l’ultima strage costruita cercando di attuare il meccanismo di provocazione con lo scambio di attribuzione». <37
Contrariamente a quanto avevano sperato gli ordinovisti e diversamente da quanto era accaduto con la strage di Piazza Fontana, gran parte dell’opinione pubblica diffidò da subito della paternità anarchica dell’attentato. Probabilmente la lunga scia di sangue che aveva attraversato il Paese e l’attività sempre più incisiva della controinformazione avevano cambiato in modo profondo la sensibilità degli italiani. D’altro canto anche la stampa d’opinione, sia pure con le dovute eccezioni, non poté non ravvisare le evidenti incongruenze di una riconduzione della strage alla pista anarchica. Troppi erano gli elementi che non tornavano. Innanzitutto il profilo biografico-politico dell’attentatore, le cui frequentazioni di uomini e organizzazioni della destra eversiva erano difficilmente occultabili. «L’Unità» e «Paese Sera» già dal 18 maggio avevano rilevato i legami del Bertoli con Pace e Libertà, l’organizzazione finanziata dalla Cia.
In secondo luogo, non si capiva come Bertoli avesse potuto sapere della commemorazione di Calabresi con una settimana di anticipo, cioè al momento di lasciare Israele, quando invece la cerimonia era stata resa pubblica soltanto il 15 maggio. Era evidente che ci doveva essere un coinvolgimento di qualcuno all’interno delle istituzioni. Risultava infine decisamente poco credibile non ipotizzare una trama internazionale alla luce dei numerosi spostamenti di Bertoli. Come era stato possibile infatti che il Mossad non fosse stato in grado di identificare un pregiudicato che operava sul suo territorio, che intratteneva rapporti con uomini dell’estrema desta francese e che andava e veniva dallo stato ebraico con un passaporto falso?
Insomma, troppi elementi non quadravano nella strage di via Fatebenefratelli. Proprio per questo si può dire che l’attentato costituisce in senso tecnico la fine della strategia della tensione, almeno come era stata delineata nell’ambito del convegno dell’Istituto Pollio tenuto all’hotel Parco dei Principi di Roma del maggio 1965.

[NOTE]32 A. Giannuli, E. Rosati, Storia di ordine nuovo. La più pericolosa organizzazione neo-fascista degli anni settanta, cit., p. 162. La Fenice fu un’organizzazione dell’estrema destra milanese fondata da Giancarlo Rognoni nel 1971. Il gruppo nel febbraio 1973, rientrò sotto l’ombrello del MSI, grazie all’accordo con Franco Servello, cosa avvenuta anche per Ordine Nuovo alla vigilia della strage di Piazza Fontana. Ai membri de La Fenice erano state infatti promesse alcune cariche all’interno del partito. Tra i principali militanti ricordiamo Nico Azzi, Francesco De Min e Mauro Marzorati. Il gruppo godeva della protezione di Pino Rauti.
33 M. Dondi, op. cit., p.308-309.
34 G. Tamburino, La Rosa dei Venti nel quadro dell’eversione stabilizzante, memoria.cultura.gov.it (consultato il 20 novembre 2024).
35 M. Dondi, op. cit., p. 330. Le organizzazioni legate alla Rosa dei Venti, inizialmente venti, divennero poi ventitré. Tra queste ricordiamo Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo, Fronte nazionale, Mar.
36 Cfr. S. Ferrari, Le stragi di stato. Piccola enciclopedia del terrorismo nero da piazza Fontana alla stazione di Bologna, Nuova iniziativa editoriale, Roma 2006, p. 95.
37 M. Dondi, op. cit., p. 327.
Marta Cicchinelli, Stampa e strategia della tensione: la strage alla Questura di Milano sui settimanali italiani, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2023-2024

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Elena Guicciardi si concentra sull’«intermezzo marsigliese» di Bertoli


Fonte: Marta Cicchinelli, Op. cit. infra

La strage, che costituisce uno degli episodi più oscuri della strategia della tensione, giunse al termine di una lunga serie di attentati che avevano insanguinato il paese a partire dal ‘69 di cui i più rilevanti, oltre naturalmente a piazza Fontana, furono la strage di Gioia Tauro del 22 luglio del ‘70 e quella di Peteano del 31 maggio del ‘72. L’attentato avvenne giovedì 17 maggio 1973, alle ore 10:55, presso la Questura di via Fatebenefratelli quando Gianfranco Bertoli lanciò una bomba contro il portone d’ingresso del palazzo. Il bilancio fu di quattro morti e cinquantatré feriti. Quella mattina si era da poco conclusa la commemorazione del primo anniversario dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi. Dopo l’arresto Bertoli si professò anarchico sostenendo di aver compiuto l’attentato per vendicare Pinelli; le sue dichiarazioni, a cui si sarebbe sempre attenuto, seguivano alla lettera le istruzioni che gli erano state impartite nei mesi antecedenti da alcuni dei più importanti membri di Ordine Nuovo durante i giorni di indottrinamento trascorsi a Verona dove l’uomo, in vista dell’imminente attentato, era stato tenuto sotto stretta osservazione. Il coinvolgimento della figura di Calabresi naturalmente serviva ad occultare meglio la mano degli ideatori rendendo più credibile la paternità anarchica della strage. L’obbiettivo dell’attacco, poi mancato, era il ministro dell’interno Mariano Rumor colpevole, secondo gli ordinovisti, di non aver proclamato lo stato di emergenza dopo la bomba del 12 dicembre del ‘69. L’eliminazione del ministro, nei piani degli ideatori della strage, avrebbe dovuto servire anche ad evitare una riedizione del centro-sinistra che si stava profilando come altamente probabile sulla base degli equilibri politici interni alla DC.
[…] A chiudere “La radiografia di un terrorista” l’inchiesta di Mario Scialoja “E ora parliamo di soldi”, che prova a ricostruire da dove provengano i finanziamenti alla rete eversiva neofascista che opera in Italia. Il giornalista identifica due fonti che rimandano entrambe a Junio Valerio Borghese. Alla prima, Scialoja giunge analizzando il processo tenuto dal sostituto procuratore Claudio Vitalone che si era aperto a Roma per il fallimento, avvenuto nel ’68, della Banca del Credito Commerciale Industriale (Credilcomin), il cui presidente era proprio il principe Valerio Borghese. Il processo si sarebbe concluso nel luglio del 1973, a due mesi dall’uscita dell’articolo, con la condanna di tutti gli imputati davanti alla prima sezione penale del Tribunale di Roma. A quel che era emerso nel corso delle indagini, nella Credilcomin erano confluiti, attraverso Gil Robles e Julio Munoz, entrambi legati all’Opus Dei spagnola, i dieci miliardi di lire trafugati dal figlio dell’ex dittatore di Santo Domingo, Rafael Trujllo, portati al momento della fuga nella Spagna franchista. I miliardi, poi spariti nel nulla, erano stati utilizzati per finanziare i piani eversivi dell’ex capo della X Mas. La seconda fonte di finanziamento viene individuata da Scialoja a partire da un breve rapporto del SID, emerso durante il processo, che risaliva al 1969 e sul quale, in quei giorni, aveva presentato un’interrogazione parlamentare il deputato socialista Giuseppe Machiavelli. Le tre cartelle dattiloscritte contenevano il resoconto di tre riunioni che avevano avuto luogo a Genova nella villa dell’industriale Guido Canale tra l’aprile e il maggio del 1969. Alle riunioni avevano partecipato circa una ventina di persone, tra cui, oltre a diversi industriali e armatori genovesi, l’avvocato Gianni Meneghini, difensore di Nico Azzi, e Giancarlo de Marchi, tesoriere della Rosa dei Venti. Lo scopo delle riunioni era, oltre a costituire una sezione provinciale del Fronte Nazionale, quello di reperire finanziamenti a sostegno delle trame eversive, in funzione anticomunista. In quelle occasioni erano stati raccolti 100 milioni di lire. Singolare è che il rapporto del SID non faccia menzione di quanto dichiarato dal fondatore del Fronte Nazionale nel corso della prima riunione, la sola alla quale aveva partecipato. A quanto sarebbe emerso dalle dichiarazioni di uno dei presenti, Borghese parlò dell’esistenza di «un’organizzazione militare di professionisti che era pronta ad agire per impedire con la forza l’avvento al potere dei comunisti e per instaurare un regime di tipo gollista». <110 Che l’obbiettivo di queste riunioni fosse la raccolta di fondi a sostegno di un colpo di stato è dimostrato dalle parole dell’ingegner Fedelini, delegato provinciale del Fronte, il quale aveva precisato nel corso della terza riunione, che l’organizzazione era articolata in due settori specializzati: «quello militare, con il compito di occupare e presidiare le città principali e gli uffici pubblici più importanti e quello civile, con la funzione di orientare l’opinione pubblica, di fare proselitismo e di reperire sovvenzioni». <111
Il 3 giugno «L’Espresso» ritorna sulla strage di via Fatebenefratelli con due articoli d’inchiesta, uno di Mario Scialoja, “Passeggiando per le fogne di Padova”, l’altro di Elena Guicciardi, “Se Pussy Cat si decide a cantare”. Al centro della pagina, nella metà superiore la foto di Franco Freda dietro le sbarre durante il processo per il libretto rosso <112, in alto a destra, accanto al titolo, un primo piano di Pasquale Juliano che indossa una coppola bianca. Si tratta di due interventi che cercano di ricostruire i legami di Bertoli con l’ambiente eversivo della destra padovana e con le organizzazioni neofasciste francesi presenti in Provenza, alle quali secondo la redazione del settimanale occorre guardare per comprendere «chi ha mosso il braccio assassino di Bertoli». <113 Secondo Scialoja l’elemento di connessione tra Bertoli e Ordine Nuovo sarebbe proprio Tommasoni, la cui amicizia con l’autore della strage costituisce a suo giudizio la chiave per la comprensione del retroterra criminale a cui va ricondotto l’attentato di via Fatebenefratelli. Tommasoni come sappiamo era finito sotto i riflettori per l’affare Juliano, il capo della squadra mobile a cui aveva fatto i nomi di Fachini, Freda e Ventura, indicandoli come responsabili della lunga catena di attentati del ’69. Pasquale Juliano, com’è noto, a causa della successiva ritrattazione di Tommasoni e di altri suoi confidenti, dietro ai quali stava la regia dell’Ufficio Affari Riservati, era finito sul banco degli imputati per abuso di mezzi investigativi, venendo alla fine messo in congedo e sospeso dal servizio. Servendosi del memoriale difensivo scritto dal commissario nel settembre 1969, Scialoja ricostruisce in modo puntuale l’intera vicenda: il Tommasoni era stato presentato al capo della mobile da un altro giovane neofascista padovano, Nicolò Pezzato, da tempo confidente della polizia, che glielo aveva indicato come un uomo disposto a parlare in cambio di denaro. Questo aspetto, sottolineava Juliano, era stato confermato dal loro primo incontro durante il quale Tommasoni aveva chiesto al commissario il pagamento di una cambiale da 10.000 lire e, successivamente, dalla denuncia contro lo zio per detenzioni d’armi, fatta per intascare un premio di 5.000 lire. Oltre ad essere «un infido mercenario», Tommasoni – osserva Scialoja – era anche un fascista vicino a uomini chiave dell’eversione nera veneta, finiti tutti «in prigione o gravemente compromessi nelle indagini condotte da giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio e dal Procuratore della Repubblica di Padova Aldo Fais». <114 L’uomo infatti era legato a Franco Freda, che era stato arrestato per la prima volta nel 1971 su mandato di Giancarlo Stiz, e a Massimiliano Fachini, luogotenente di Freda, ex consigliere comunale del MSI e presidente del FUAN. Questi dopo essere stato arrestato per gli attentati del 1969 proprio da Juliano ed essere stato prosciolto, era stato oggetto di un procedimento giudiziario da parte di D’Ambrosio per concorso in omicidio volontario di Alberto Muraro, il portiere dello stabile di Piazza Insurrezione dove abitava Fachini, che era il solo a poter testimoniare a favore del commissario in relazione al procedimento avviato contro di lui per irregolarità nelle indagini, e che era singolarmente volato dalla tromba delle scale, dopo aver ricevuto un colpo in testa. Proprio una settimana prima dell’uscita dell’articolo di Scialoja, Fachini era finito nuovamente sotto indagine per la strage di piazza Fontana. <115 Secondo il giornalista è proprio a questo «torbido sottobosco nero padovano» <116 che ruota intorno ad Ordine nuovo che bisogna guardare per chiarire i mandanti che stanno dietro la strage alla Questura. Il legame con ON, spiega al temine dell’articolo Scialoja, consentirebbe inoltre di comprendere gli agganci di Bertoli con l’estrema destra francese, visti gli stretti rapporti della formazione padovana con le organizzazioni neofasciste e paramilitari europee, specie con ex esponenti dell’OAS. Ancora una volta desta una certa impressione rileggere oggi questo intervento di Scialoja che, sulla scorta di pochi indizi e basandosi sull’intuizione della buona fede del capo della mobile, era riuscito a giungere alle medesime conclusioni cui sarebbe pervenuta molti anni dopo, con non poche difficoltà, la magistratura.
L’intervento di Elena Guicciardi si concentra sull’«intermezzo marsigliese» <117 di Bertoli, che costituiva per gli inquirenti uno dei principali nodi da sciogliere per provare a dare una spiegazione a quanto era accaduto il 17 maggio a Milano. Il titolo del pezzo allude al clima di intimidazione che si era diffuso nei mesi antecedenti alla strage nei confronti dei proprietari di caffè e locali notturni situati tra Nizza e Marsiglia, che erano stati fatti saltare in aria o incendiati. Il Pussy cat era proprio un locale situato sul vecchio porto di Marsiglia, che era stato oggetto di un attentato dinamitardo, la cui padrona probabilmente era a conoscenza delle frequentazioni di Bertoli. L’autrice ritiene che i contatti marsigliesi dell’attentatore di via Fatebenefratelli vadano ricercati nell’ambiente eversivo della destra francese costituito prevalentemente dai nazionalisti rimpatriati dall’Algeria dopo l’indipendenza, molti dei quali erano rientrati in Francia, dopo aver trovato rifugio nei regimi fascisti della penisola iberica, a seguito dell’amnistia concessa nel 1968 dal generale De Gaulle. La pista indicata dalla Guicciardi è decisamente interessante se si pensa che erano stati proprio gli ex militari francesi fuggiti dall’Algeria e riparati in Portogallo a fondare nel 1966 l’agenzia di stampa internazionale Aginter Press, implicata nelle manovre delle destre eversive di tutta Europa e, come sarebbe emerso dalle indagini della magistratura, anche nella strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Tra le figure alle quali bisognava guardare, la Guicciardi cita in particolare due noti esponenti dell’OAS, Joseph Ortiz e Jean Marie Susini. Truculento protagonista della lotta per l’Algeria francese, implicato nella vicenda della Villa Sources, dove venivano torturati i militanti del FLN, prima di essere sciolti nell’acido solforico, Ortiz era stato uno degli ideatori, insieme al deputato Pierre Lagaillarde, della “rivolta delle barricate” che si era consumata ad Algeri nel gennaio del 1960. Condannato a morte in contumacia, nel 1968 Ortiz era rientrato in Francia dove, a Tolone, aveva fondato, insieme all’ex-capo del servizio stampa dell’OAS, André Seguin, il “Club dei nazionalisti rimpatriati”, punto d’incontro per la destra fascista francese. L’altra figura su cui si sofferma la giornalista è Susini. Fondatore dell’OAS (Organisation de l’Armée Secrète), un’organizzazione clandestina, composta da civili e militari, che intendeva continuare con metodi terroristici la lotta per l’Algeria francese, Susini era stato condannato a morte in contumacia oltre che per l’appartenenza all’organizzazione, anche per essere stato l’ideatore del fallito attentato contro il presidente De Gaulle nel 1964. Rifugiatosi prima in Spagna, poi in Italia, dove aveva vissuto per ben cinque anni sotto falsa identità, Susini era ritornato in Francia grazie all’amnistia del ’68. Qui aveva stretto rapporti oltre che con i vecchi commilitoni di destra, anche con la malavita marsigliese, con la quale aveva organizzato numerose rapine ai danni delle banche della Costa Azzurra. Nell’ottobre del 1972, infine, era stato nuovamente arrestato con l’accusa di aver organizzato il rapimento e la scomparsa del tenente colonnello Raymond Gorel, l’ex-tesoriere dell’OAS che si era appropriato del tesoro dell’armata segreta, mettendolo al sicuro in Svizzera. Con parole simili a quelle utilizzate da Scialoja, l’autrice concludeva sottolineando che il misterioso interlocutore marsigliese con cui i fratelli Yemmi, appartenenti a Jeune Revolution – gruppo legato all’organizzazione di estrema destra Ordre Nouveau -, avevano messo in contatto Bertoli andava cercato proprio in questa giungla popolata da fascisti, criminali senza scrupoli, sopravvissuti ai conflitti coloniali. Solo riuscendo a fare luce su quei tre giorni di buio tra l’approdo di Bertoli a Marsiglia e l’arrivo a Milano, sarebbe stato possibile arrivare ad una ricostruzione plausibile della strage alla Questura.

[NOTE]110 M. Scialoja, E ora parliamo di soldi, in «L’Espresso», a. XIX, n. 21, 27 maggio 1973, p. 5.
111 Ibid.
112 Del libretto rosso e della strategia della cellula padovana di Ordine Nuovo ne parla Gianni Casalini in un colloquio riportato da Guido Salvini sul suo sito. Il libretto era stato scritto interamente da Franco Freda mentre Giovanni Ventura ne aveva curato la stampa. Cfr. Il libretto rosso di Freda e Ventura, guidosalvini.it/libro-nel-cinq… (consultato il 18 febbraio 2024).
113 M. Scialoja, Passeggiando per le fogne di Padova, in «L’Espresso», a. XIX, n. 22, 3 giugno 1973, p. 9.
114 Ibid.
115 Durante una perquisizione a casa di Fachini era stata trovata una chiave che si adattava perfettamente alla serratura della cassetta metallica che conteneva la bomba fatta esplodere il 12 dicembre in piazza Fontana. Al momento in cui Scialoja scriveva l’articolo era in corso una perizia per accertare la che la chiave corrispondesse effettivamente al blocco serratura della cassetta metallica. Ibid.
116 Ibid.
117 E. Guicciardi, Se pussy cat si decide a cantare, in «L’Espresso», a. XIX, n. 22, 3 giugno 1973, p. 9.
Marta Cicchinelli, Stampa e strategia della tensione: la strage alla Questura di Milano sui settimanali italiani, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2023-2024

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“le carte della casa” (edizioni volatili) di nuovo disponibile


Qui sopra i quattro segnalibri disegnati da Giuditta Chiaraluce per il mio LE CARTE DELLA CASA – 2020, Edizioni Volatili … ora – 2025 – ristampato (con segnalibri ovviamente) e, per chi lo desidera, disponibile. In poche copie.

slowforward.net/2021/01/17/le-…

instagram.com/p/DP38eJYiMsT/

richieste:
slowforward.net/contact/

#lecartedellacasa
#segnalibri

le #edizionivolatili sono un progetto
di Giuditta Chiaraluce
e Giorgiomaria Cornelio

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Siamo tornati su Pikmin Bloom, in cui abbiamo ora la frutta sospesa in aria!


Siamo tornati su Pikmin Bloom, in cui abbiamo ora la frutta sospesa in aria!
Oppure saranno Pikmin invisibili come nel video di Nintendo “Close to you”?

#pikminbloom #bug

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news.creeperiano99.it/2025/10/…

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“Una vita di inganni”: il thriller di Maurizio Mos

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Una vita di Inganni

Thriller

Maurizio Mos

Independently published

4.08.2025

307 pagine

amazon.it/Una-vita-inganni-Mau…

Un uomo trovato morto nella sua villa. Una scena che sembra una rapina finita male. Ma qualcosa non torna.

Il vicequestore Tiburzi lo capisce subito: la vittima, rivela il medico legale, prima di essere uccisa è stata drogata con un insolito cocktail di medicinali. Perché? Se doveva essere uccisa perché complicarsi la vita drogandolo e in modo così raffinato? E la rapina come si inserisce nel delitto?

La vittima è un noto commercialista. Ricco, affermato, ma anche pieno di nemici. Una moglie elegante e distante. Un figliastro pieno d’odio. Un passato costruito su segreti e compromessi.

Mentre la città soffoca nel caldo estivo, le indagini fanno emergere le contraddizioni. Una relazione ambigua. Una vita doppia. Un piano studiato nei dettagli. O forse solo una tragica coincidenza?

“Una vita di inganni” è un giallo raffinato e avvolgente, dove ogni personaggio ha qualcosa da nascondere. E dove la verità si nasconde dietro le maschere quotidiane.

Un’indagine che scava a fondo nei legami familiari, nelle ambizioni, nei rimpianti. Perché, a volte, il movente non è solo l’odio o l’avidità. È anche l’amore tradito.

Come tutto ha inizio


Tutto ha inizio in una villa. Una rapina finita male, un uomo trovato morto. Eppure, come spesso accade, ciò che appare agli occhi non sempre corrisponde alla realtà.

Il vicequestore Tiburzi si troverà coinvolto in un’indagine tanto complessa quanto affascinante. Perché un noto commercialista è stato ucciso? Cosa lega davvero la rapina all’omicidio? Sono solo alcune delle domande a cui dovrà cercare una risposta.

In un intreccio carico di suspense, Maurizio Mos, con la sua penna calibrata e uno stile limpido, ci trascina nel cuore di un romanzo in cui nulla è come sembra in questo thriller. Un giallo elegante, raffinato, dove ogni personaggio ha qualcosa da nascondere e dietro ogni angolo si celano maschere e finzioni.

Le maschere: Pirandello e il doppio volto dei personaggi


Uno degli aspetti più apprezzabili del romanzo è il modo in cui Mos affronta – con delicatezza e raffinatezza – il tema della maschera, concetto caro alla tradizione letteraria italiana e in particolare a Pirandello.

“Uno, nessuno e centomila”

Così scriveva il grande autore siciliano, e così appaiono anche i personaggi del libro di Mos: dietro le loro quotidianità si celano inganni, sotterfugi, avidità, gelosie, amori traditi e sogni spezzati, che danno vita a un sottile gioco di parole e azioni. Il vicequestore Tiburzi si muove in questo scenario con l’abilità di un danzatore, un ballerino che riesce a destreggiarsi su fili sottili intrecciati con le trame nascoste della vita di tutti i giorni. “Una vita di inganni” è un giallo raffinato e avvolgente, dove ogni personaggio ha qualcosa da nascondere. E dove la verità si nasconde dietro le maschere quotidiane. Anche nella presentazione ufficiale si sottolinea la centralità del tema delle maschere, simbolo di finzioni, segreti e apparenze. Ma, si sa, le maschere prima o poi cadono, frantumandosi davanti allo specchio della verità.Tiburzi riuscirà a smascherare ciò che si cela dietro le apparenze? A sciogliere i nodi del dubbio e della finzione? Questo lo scoprirete solo leggendo il thriller di Maurizio Mos.

Un pensiero sulla scrittura


Non è il primo libro che leggo di Maurizio Mos e, come le volte precedenti, posso dirmi soddisfatta. Ho particolarmente apprezzato la scelta del formato: caratteri grandi e chiari, ideali anche per chi ha difficoltà nella lettura. Una soluzione che rende il testo più fruibile e migliora la scorrevolezza generale.

Questa volta, però, ho percepito qualcosa in più. La scrittura di Mos sta maturando, diventando sempre più sicura e incisiva, capace di coinvolgere il lettore pagina dopo pagina.

Estratto dal romanzo


“… Erano alla fine della settimana, le indagini non avevano fatto un passo in avanti… Intanto già ai telegiornali e sui giornali erano comparsi i primi resoconti vagamente critici sulle indagini. C’era da temere un insuccesso.”

Questo estratto mi ha colpita particolarmente. Spesso diamo per scontato che ciò che non si risolve subito sia destinato a fallire. Ma la verità è che occorre dare tempo alle azioni perché maturino. E questo è proprio ciò che Mos riesce a fare con il suo thriller: costruire con pazienza una tensione crescente, fino al disvelamento finale.

Chi è Maurizio Mos


Maurizio Mos nasce a La Spezia il 16 novembre 1951. È in pensione dal 2013, dopo aver lavorato per anni in diversi enti pubblici. Ha una figlia trentenne, laureata in Filosofia.

Amante della campagna, vive in solitudine nella casa di famiglia, dove si dedica a lunghe passeggiate. È anche un grande appassionato di auto d’epoca (soprattutto quelle dei suoi vent’anni, seppur platonicamente, come lui stesso racconta) e di letteratura gialla: la sua collezione supera i 200 titoli.

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Flash: Un effetto tunnel da Premio Nobel

edu.inaf.it/approfondimenti/sc…

Un nuovo approfondimento sulla scienza dietro i fumetti di supereroi: in questa occasione cerchiamo di capire come le scoperte premiate con il Premio Nobel per la Fisica 2025 possono aiutare Flash ad attraversare i muri!

#DCComics #effettoTunnel #effettoTunnell #ErwinSchrödinger #Flash #GeorgeGamow #JohnClarke #JohnMartinis #meccanicaQuantistica #MichelDevoret #PremiNobel #supereroi

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distinguere i paradigmi


Per carità, la mia è solo un’opinione, ma credo anche, onestamente / fenomenologicamente, di esprimerla a ragion veduta: e insomma sono ormai assai persuaso del fatto che la poesia (anche quella apprezzabile, di valore) possa essere definita pressoché un sinonimo di assertività, in Italia.

Di qui la necessità sempre più stringente di distinguere la ricerca letteraria, e considerarla cosa a sé, staccata. Un distacco innocente, non aggressivo o dotato di una qualche albagia o prescrittività. Semplice differenza, insomma? Sì ma proprio abissale.

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21 ottobre, studio campo boario (roma): “fausto battelli, pittore paparazzo” – esposizione nel contesto della mostra “aria di famiglia”


In occasione di RAW – Rome Art Week, 2025 – e nel
contesto della mostra “Aria di famiglia”

allo Studio Campo Boario
(Roma, viale del Campo Boario 4/a)

Fausto Battelli, pittore paparazzo


vernissage martedì21 ottobre, h. 17:00-20:00

romeartweek.com/it/eventi/?cod…

Un'opera di Fausto Battelli in mostra allo Studio Campo Boario

La mostra “Fausto Battelli, pittore paparazzo” ripercorre il percorso artistico di un autore italiano che ha attraversato molteplici stagioni creative, muovendosi con libertà tra linguaggi e discipline. Dagli esordi come ceramista, Battelli approda negli anni della dolce vita alla fotografia, intraprendendo la carriera di fotoreporter e documentando volti e atmosfere di un’epoca irripetibile.

Negli anni successivi, torna alla pittura, sua prima passione, sviluppando una ricerca personale che oscilla tra figurazione e astrazione, tra arte e artigianato. Le sue opere polimateriche più recenti testimoniano una continua sperimentazione, in bilico tra gesto artistico e pratica manuale.

Un percorso irregolare e indipendente, che non ha trovato pieno riconoscimento nella storia dell’arte ufficiale, ma che solleva una domanda cruciale: come guardiamo oggi ai cosiddetti “minori”?

In mostra, una selezione di opere rappresentative di questa ricerca complessa e sfaccettata, capace di toccare i confini dell’arte “alta” per immergersi, senza pregiudizi, in una produzione ibrida e commerciale, che pure ha incontrato il favore del pubblico.

*

Aria di famiglia — Rome Art Week 2025


Aria di famiglia evoca la nozione wittgensteiniana di somiglianze di famiglia: non un marchio identico che uniforma, ma una costellazione di segni che si richiamano l’un l’altro, come echi che risuonano nello spazio tra le opere e le persone. È in questa trama di rimandi sottili, di affinità impreviste e di differenze che si sfiorano, che prende forma il senso della mostra”

In questo caso il nucleo è quello di una famiglia romana che, nel corso di tre generazioni, ha intrecciato vite e linguaggi artistici diversi, passando dalla pittura alla ceramica, dal design tecnico alla scrittura, dalla fotografia alla musica.

  • Fausto Battelli (1934–2018)
    Pittore e fotografo, fratello maggiore, ha attraversato l’arte italiana dal dopoguerra in poi, oscillando tra fotografia di cronaca e di costume e una pittura che spazia dall’astratto materico alle periferie urbane. La sua produzione riflette tensioni, ossessioni e cambiamenti di un’epoca.
  • Dora Battelli (1931 – 1981)
    Sorella di Fausto, madre di Alberto e Stefano. Ceramista dalla mano sensibile, ha unito gesto artigianale e spirito creativo, lasciando una traccia personale e intima nella tradizione familiare.
  • Antonio D’Amico (1926 – 1996)
    Marito di Dora, padre di Alberto e Stefano. Pur lavorando al di fuori del campo artistico, ha coltivato con passione le sue ossessioni meccaniche: radio, orologi, schemi tecnici. Oggetti e invenzioni che testimoniano un modo diverso di fare arte, a cavallo tra mestiere, tempo e immaginazione, con rare ma significative incursioni artistiche.
  • Alberto D’Amico (1962)
    Artista dal percorso accidentato, tra cinema e arti figurative, con un gusto per l’ibridazione e la contaminazione. Espone le sue false copertine di Urania, che reinventano il linguaggio della fantascienza popolare e dell’editoria di massa. Autore anche del libro Aenigma, in cui scrittura e immagine si intrecciano.
  • Stefano D’Amico (1966)
    Diplomato in scultura all’Accademia di Belle Arti, si esprime con disegni e acquerelli di grande sensibilità. Accanto alla pratica visiva coltiva la passione per il canto e per il pianoforte, che suona “a orecchio” con dedizione, rivelando un’altra sfumatura della creatività familiare.

#abstractArt #AlbertoDAmico #AntonioDAmico #AriaDiFamiglia #art #arte #arteAstratta #astrazione #ceramica #dolceVita #DoraBattelli #FaustoBattelli #FaustoBattelliPittorePaparazzo #fotoreportage #fotoreporter #mostra #paparazzi #paparazzo #pittura #RAW #RAWRomeArtWeek #RomeArtWeek #StefanoDAmico

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pokemonica godurianza ancora prima dell’uscita del domani! (impressioni a caldo Leggende Pokémon: Z-A al day -1)


Oggi pomeriggio, davvero a casissimo, perché l’idea mi è salita veramente in un lampo senza preciso motivo, ho deciso di sfruttare i miei privilegi da navigatrice consumata dei sette mari digitali, come in realtà non facevo da un po’… Quindi, sono uscita dalle mie pareti per installare e provare il nuovo giochino Leggende Pokémon: Z-A, che ufficialmente esce domani, ma io appunto sono speciale e magica, e quindi ci gioco in anticipo… nonché una blogger, quindi una giornalista semplicemente non riconosciuta, e quindi ecco qui le mie impressioni a caldo! 👌

Confesso che il gioco precedente, Leggende Arceus, non l’ho nemmeno mai provato… quindi non so precisamente, a livello di meccaniche, cosa è una novità del nuovo titolo, e cosa invece è una novità della saga, quindi già vista con il precedente, però… questo coso è fighissimo, veramente. Dato ciò, e il fatto che di questo gioco non mi sono spoilerata letteralmente niente — perché, a dire il vero, ho scoperto appena l’altro giorno che sta per uscire… e sul momento non mi sono nemmeno posta alcuna curiosità, perché è da un decennio che Pokémon mi delude, e quindi è da un lustro che lo snobbo — è stata tutta una grossa sospesa… e praticamente solo in positivo, per il momento. 🤯

La storia si svolge (o almeno inizia, poi chissà), a Luminopoli… che per me è una cosa assurda, perché la regione di Kalos fu la regione della fine della mia infanzia, ai tempi, e… non starò qui a spiegare tutto di ciò, per ora. È una Luminopoli che però non riconosco per niente, se non per sommi capi, perché è stata modificata un sacco per adattarla alla struttura di Leggende… però caspita se è goduriosa, perché ora sembra effettivamente una vera città, grande quanto una vera città del suo calibro, interamente navigabile in ogni sua parte… inclusi i fottuti tetti! E ci sono vari elementi con cui interagire, e oggetti da raccogliere… Per dirla in breve, me di 9 anni esploderebbe a vedere a confronto la Luminopoli di X/Y e questa nuova!!! 🔥

Ciò che sul momento mi ha completamente spiazzata — ma che, a pensarci bene, potrei di gran lunga preferire rispetto al classico RPG a turni, che fa fin troppo anni ’90 ma non in senso buono — è la meccanica delle lotte; che inizialmente è stata introdotta da Leggende Arceus ma, per l’appunto, non so se ci sia del nuovo in Leggende Z-A, e quanto. Sia gli scontri con gli allenatori, che gli incontri coi Pokémon selvatici (che, a quanto pare, qui attaccano anche gli umani, non solo i loro Pokémon… spaventoso), sono completamente dinamici, e avvengono lì, nell’ambiente, in tempo reale… e i magari hanno la classica cutscene di inizio e fine (ma dipende in realtà dal tipo di lotta), mentre con i secondi è tutto sempre così fluido che sembra davvero di stare lì in mezzo alle bestie. Servirà comunque tempo per abituarsi a questa roba, per me che ho problemi di skill, ma prende così tanto… 🥰

La città è tecnicamente tutta sbloccata quasi da subito, anche se nella pratica il gioco va avanti a missioni, e il sistema non permette di muoversi liberamente al 100%… non lascia andare troppo fuori dal tracciato stabilito in un dato momento per raggiungere l’obiettivo stabilito. Dà un po’ fastidio che, nonostante ci sia una buona mappa che già da sola dovrebbe permettere a chiunque di capire dove andare senza problemi, se si prova a muoversi troppo fuori dal tracciato non si incontrano solo muri invisibili, ma c’è pure il tizio che, da lontano o attraverso il telefono, richiama per ricordare dove si deve andare… uffa. E, nonostante la natura dinamica e diretta del cuore del gameplay, ci sono a mio parere troppe cutscene da o verso nero anche per semplici dialoghi, e questa cosa per me rompe l’immersione. Meno male che non è open-world, però. 👍

Nonostante i difettucci, il gioco non è “lento” e palloso come invece i classici Pokémon sono stati per me ultimamente, e anzi, ho veramente voglia di continuare a giocarci… caspita! Non mi aspettavo che sarebbe stato particolarmente divertente, e invece in circa 3 ore mi ha fatto addirittura letteralmente luccicare gli occhi. Tra l’altro, all’inizio era partito male anche dal lato software, perché mi sembrava tirasse laggate (giocando ovviamente su Switch 1, in dock), e invece devo dire che poi mi è parso stabile, tranquillo… ovviamente non gira a 60 FPS, ma ormai da Nintendo questo non si può mai più sperare. Non ho visto neanche bug, credo, c’è giusto qualche animazione che mi è sembrata legnosa, ma la goduria non viene intaccata. 🙌

Visto che non c’erano potenziali fonti di disturbo in casa, ho anche fatto una diretta streaming, per le prime 2 ore di gameplay, giusto per non marcire troppo nel giocare… su PeerTube, visto che ho paura che su YouTube Nintendo possa fare la sua classica mossa, dato che ho giocato con un giorno di anticipo; però tutto OK, trasmissione perfetta, grazie ai Devol. Per chi ha visto un pochino, grazie… mentre, per la maggior parte che non ha visto, pazienza! Però, il VOD (diviso in 2 video perché il coso ha deciso così) rimane disponibile, per chi vuole visionare le mie figuracce… peertube.uno/w/tXhxfxmFJ9mJfHB… e peertube.uno/w/sYXTLBSZnZKypcg…. (Forse li caricherò anche su YouTube, dopo l’uscita ufficiale del gioco, boh.) 🧨
Autoscatto largo su un tetto di Luminopoli con sullo sfondo la torre e vari altri palazzi.Il gioco ha anche una funzione di fotocamera, simile ad Animal Crossing per Switch… ci si può mettere in posa e fare le foto stile turisti, che in effetti è il motivo per cui nella storia si finisce qui a Luminopoli, bello.
#impressioni #Pokémon #Pokemon

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news.creeperiano99.it/2025/10/…

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[film] Tre ciotole


Titolo: Tre ciotole
Regista: Isabel Coixet
Soggetto: Michela Murgia
Sceneggiatura: Enrico Audenino, Isabel Coixet
Fotografia: Guido Michelotti
Altro: anno 2025; genere: drammatico; paese di produzione: Italia e Spagna; durata: 120 minuti.

Personaggi e interpreti:

Alba Rohrwacher: Marta
Elio Germano: Antonio
Sarita Choudhury: gastroenterologa
Silvia D’Amico: sorella di Marta

Voto: 7/10

Come forse sapete, Michela Murgia è deceduta prematuramente nel 2023 a soli 51 anni, a causa di un tumore andato in metastasi. Questo film è la trasposizione cinematografica dell’ultimo romanzo pubblicato in vita dalla Murgia. Non avendolo letto prima, non posso dirvi il classico “era meglio il libro”, ma sono ragionevolmente certo, pur nella mia ignoranza, che il film ne coglie lo spirito.

Marta, insegnante di educazione motoria in un liceo scientifico, e Antonio, chef, stanno assieme e vivono a Roma. L’inizio è già subito difficile, con Antonio che lascia Marta. Ma per lei, nella tragedia di una separazione dopo una lunga relazione, si innesta la scoperta di un tumore incurabile. Le priorità nella vita cambiano e le riflessioni sulle relazioni, sul nostro stare al mondo, sul gestire la nostra fine, diventano il tema centrale del film. Il tutto è trattato con estrema delicatezza, senza indugiare nello spettacolo della sofferenza e con un finale a suo modo pieno di speranza e giocoso. (Per questo dovete sorbirvi quasi tutti i titoli di coda.)

Mi ha colpito molto Alba Rohrwacher nel ruolo di Marta. Una interpretazione secondo me perfetta.

Buona visione!

#film #IsabelCoixet #michelaMurgia #recensione #treCiotole

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18 ottobre, roma, folderol: presentazione di “audio doc sound title”, di pietro d’agostino


A Roma, sabato 18 ottobre, alle ore 18:00
presso Folderol Studios
c/o Kappabit – Via Sgurgola 7

Presentazione del cofanetto di

Audio Doc Sound Title
di
Pietro D’Agostino


dialogano con l’autore
Giuseppe Garrera e Marco Contini

Audio Doc Sound Title vuole partecipare e farsi espressione del dialogo e delle relazioni. Trentuno personaggi sonori, tra scrittori e musicisti, hanno collaborato alla realizzazione degli audio documenti. Partire da una sceneggiatura visiva per approdare a un documento sonoro. Il visivo scompare per lasciare spazio all’uditivo. O, forse, a un altro vedere e sentire. Una pratica e un’esperienza dell’ascolto, iniziando dai titoli sonori del cofanetto e delle cinque composizioni relative al progetto. Questo percorso è il tentativo di intraprendere una ricerca inerente ad alcuni processi di produzione di senso. Ma è anche quella di
sperimentare meticciati, ibridazioni linguistiche trasversali nell’uso di termini specifici all’interno di discipline espressive diverse.

comunicato stampa: qui

*


folderol.it

dati di audio doc

Personaggi sonori, per i testi: Mariangela Guatteri, Giulio Marzaioli, Simona Menicocci, Fabio Teti, Marcello Sambati, Marco Giovenale, Maria Grazia Calandrone, Lidia Riviello, Alessandra Greco, Giorgiomaria Cornelio, Fabio Orecchini, Naoya Takahara, Steven Seidenberg, Prisca Agustoni, Edimilson de Almeida Pereira, Alessandro De Francesco, Francesca Marica, Michele Zaffarano.

Personaggi sonori, per i suoni: Marco Ariano, Luca Venitucci, Alipio Carvalho Neto, Elio Martusciello, Mike Cooper, Stefano Cogolo, Luca Tilli, Marta Raviglia, Christian Muela, Simone Pappalardo, Barbara De Dominicis, Roberto Bellatalla, Katia Pesti, Steven Seidenberg.

Ideazione, regia e montaggio audio: Pietro D’Agostino
Sceneggiature visive: Pietro D’Agostino; Marco Giovenale, Alberto D’Amico
Post-produzione e missaggio audio: Marco Resovaglio – Pesci Rossi Studios
Prodotto da Pietro D’Agostino e Marco Contini
Produzione esecutiva: Marco Contini per Kappabit

#AlbertoDAmico #AlessandraGreco #AlessandroDeFrancesco #AlipioCarvalhoNeto #audio #AudioDocSoundTitle #BarbaraDeDominicis #ChristianMuela #EdimilsonDeAlmeidaPereira #ElioMartusciello #FabioOrecchini #FabioTeti #Folderol #FolderolStudios #FrancescaMarica #GiorgiomariaCornelio #GiulioMarzaioli #GiuseppeGarrera #Kappabit #KatiaPesti #LidiaRiviello #LucaTilli #LucaVenitucci #MarcelloSambati #MarcoAriano #MarcoContini #MarcoGiovenale #MarcoResovaglio #MariaGraziaCalandrone #MariangelaGuatteri #MartaRaviglia #MicheleZaffarano #MikeCooper #NaoyaTakahara #personaggiSonori #PesciRossiStudios #PietroDAgostino #PriscaAgustoni #RobertoBellatalla #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #SimonaMenicocci #SimonePappalardo #sound #StefanoCogolo #StevenSeidenberg #suono

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1 novembre, roma, palazzo delle esposizioni: “pier paolo pasolini 1975-2025 s’infutura” + “ascolto di porno-teo-kolossal”

Pier Paolo Pasolini 1975-2025 s’infutura / Ascolto di Porno-Teo-Kolossal

1 novembre 2025 ore 18:30
PPP Visionario

Pier Paolo Pasolini 1975-2025 s’infutura + Ascolto di Porno-Teo-Kolossal | Palazzo Esposizioni Roma – Sala Auditorium – Scalinata di via Milano 9a
posti esauriti, non più disponibili
palazzoesposizioniroma.it/even…

ppp crocifissione

Pier Paolo Pasolini 1975-2025 s’infutura
conversazione tra Giuseppe Garrera e Silvia De Laude

a seguire
Ascolto di Porno-Teo-Kolossal
audio registrazione del trattamento del film con la voce originale di Pier Paolo Pasolini introduce Giuseppe Pollicelli

Giuseppe Garrera – tra i curatori della grande mostra Pier Paolo Pasolini. TUTTO È SANTO. Il corpo poetico prodotta da Azienda Speciale Palaexpo nel 2022 – dialoga con Silvia De Laude, tra le maggiori studiose dell’autore che, tra le varie pubblicazioni, ha curato, con Walter Siti, i Meridiani delle opere complete di Pier Paolo Pasolini. Insieme passeranno in rassegna gli innumerevoli progetti, opere, carte, immagini, pensieri e futuri orizzonti di creazione di Pasolini, restati in sospeso, interrotti per sempre dall’improvvisa tragica morte, in uno dei momenti, il 1975, più fertili, entusiasmanti e febbrili della sua vita.

A seguire, un’esperienza unica per consentire al pubblico in sala di immergersi direttamente nella fucina creativa del regista, attraverso un reperto rarissimo: la registrazione integrale della voce di Pasolini che racconta Porno-Teo-Kolossal, l’immenso progetto cinematografico che non potrà mai realizzare.

Pier Paolo Pasolini registra al magnetofono, scena per scena, il film che programma di iniziare a girare il prima possibile con protagonisti Eduardo De Filippo e Ninetto Davoli: il viaggio apocalittico di un re magio e del suo servo dietro la Stella Cometa, attraverso tutta la nostra storia e la cronaca d‘Italia, la dolcezza e la catastrofe delle ideologie, l’orrore della Storia, per giungere, in ritardo, nella desolazione di un tempo dove Cristo è già morto. Raccontato dalla sua viva voce, con l’entusiasmo e la gioia di una nuova creazione in atto che sta prendendo forma e luce, che già può immaginarsi per intero come visione.

È l’ultimo progetto cinematografico di Pier Paolo Pasolini, a breve distanza da Salò o le 120 giornate di Sodoma. Il ritrovamento da lì a pochi giorni del suo corpo ammazzato metterà fine alla realizzazione. Di questo immenso progetto rimangono solamente i nastri audio originali.

Un ringraziamento speciale a Graziella Chiarcossi e Matteo Cerami, Eredi Pasolini, per aver messo a disposizione questo preziosissimo materiale e aver reso possibile l’evento, collegato alla rassegna Maratona Pasolini. Ascolto e visione, a cura di Giuseppe Garrera, Marco Berti, Francesca Pappalardo.

Le iniziative di PPP VISIONARIO – 50° Anniversario dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini sono promosse da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, con il coordinamento del Dipartimento Attività Culturali, in collaborazione con l’Istituzione Biblioteche di Roma, Fondazione Cinema per Roma, Fondazione Musica per Roma, Azienda Speciale Palaexpo, Teatro dell’Opera di Roma, Fondazione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, TiC – Teatri in Comune. E poi, ancora, associazioni, operatrici e operatori culturali, artiste e artisti. Con il supporto organizzativo di Zètema Progetto Cultura.

Il programma dell’intera rassegna, suscettibile di variazioni, è disponibile su www.culture.roma.it.

#1975 #19752025 #AziendaSpecialePalaexpo #carte #EduardoDeFilippo #FrancescaPappalardo #GiuseppeGarrera #GiuseppePollicelli #GraziellaChiarcossi #immagini #MaratonaPasolini #MaratonaPasoliniAscoltoEVisione #MarcoBerti #MatteoCerami #NinettoDavoli #opere #PalazzoDelleEsposizioni #Pasolini #PasoliniSInfutura #PierPaoloPasolini #PornoTeoKolossal #PPP #progetti #SilviaDeLaude

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20-25 ottobre, roma, studio campo boario: “aria di famiglia” – una costellazione di rimandi e affinità


In occasione di RAW – Rome Art Week, 2025
allo Studio Campo Boario
(Roma, viale del Campo Boario 4/a)

Aria di famiglia


mostra a cura di
Alberto D’Amico e Roberta Melasecca

inaugurazione lunedì 20 ottobre, h. 17:00-19:30

romeartweek.com/it/eventi/?cod…

un'opera in mostra

*

Aria di famiglia — Rome Art Week 2025


Aria di famiglia evoca la nozione wittgensteiniana di somiglianze di famiglia: non un marchio identico che uniforma, ma una costellazione di segni che si richiamano l’un l’altro, come echi che risuonano nello spazio tra le opere e le persone. È in questa trama di rimandi sottili, di affinità impreviste e di differenze che si sfiorano, che prende forma il senso della mostra”

In questo caso il nucleo è quello di una famiglia romana che, nel corso di tre generazioni, ha intrecciato vite e linguaggi artistici diversi, passando dalla pittura alla ceramica, dal design tecnico alla scrittura, dalla fotografia alla musica.

  • Fausto Battelli (1934–2018)
    Pittore e fotografo, fratello maggiore, ha attraversato l’arte italiana dal dopoguerra in poi, oscillando tra fotografia di cronaca e di costume e una pittura che spazia dall’astratto materico alle periferie urbane. La sua produzione riflette tensioni, ossessioni e cambiamenti di un’epoca.
  • Dora Battelli (1931 – 1981)
    Sorella di Fausto, madre di Alberto e Stefano. Ceramista dalla mano sensibile, ha unito gesto artigianale e spirito creativo, lasciando una traccia personale e intima nella tradizione familiare.
  • Antonio D’Amico (1926 – 1996)
    Marito di Dora, padre di Alberto e Stefano. Pur lavorando al di fuori del campo artistico, ha coltivato con passione le sue ossessioni meccaniche: radio, orologi, schemi tecnici. Oggetti e invenzioni che testimoniano un modo diverso di fare arte, a cavallo tra mestiere, tempo e immaginazione, con rare ma significative incursioni artistiche.
  • Alberto D’Amico (1962)
    Artista dal percorso accidentato, tra cinema e arti figurative, con un gusto per l’ibridazione e la contaminazione. Espone le sue false copertine di Urania, che reinventano il linguaggio della fantascienza popolare e dell’editoria di massa. Autore anche del libro Aenigma, in cui scrittura e immagine si intrecciano.
  • Stefano D’Amico (1966)
    Diplomato in scultura all’Accademia di Belle Arti, si esprime con disegni e acquerelli di grande sensibilità. Accanto alla pratica visiva coltiva la passione per il canto e per il pianoforte, che suona “a orecchio” con dedizione, rivelando un’altra sfumatura della creatività familiare.

#AlbertoDAmico #AntonioDAmico #AriaDiFamiglia #art #arte #DoraBattelli #FaustoBattelli #mostra #RAW #RAWRomeArtWeek #RomeArtWeek #StefanoDAmico

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Elena Guicciardi si concentra sull’«intermezzo marsigliese» di Bertoli


Fonte: Marta Cicchinelli, Op. cit. infra

La strage, che costituisce uno degli episodi più oscuri della strategia della tensione, giunse al termine di una lunga serie di attentati che avevano insanguinato il paese a partire dal ‘69 di cui i più rilevanti, oltre naturalmente a piazza Fontana, furono la strage di Gioia Tauro del 22 luglio del ‘70 e quella di Peteano del 31 maggio del ‘72. L’attentato avvenne giovedì 17 maggio 1973, alle ore 10:55, presso la Questura di via Fatebenefratelli quando Gianfranco Bertoli lanciò una bomba contro il portone d’ingresso del palazzo. Il bilancio fu di quattro morti e cinquantatré feriti. Quella mattina si era da poco conclusa la commemorazione del primo anniversario dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi. Dopo l’arresto Bertoli si professò anarchico sostenendo di aver compiuto l’attentato per vendicare Pinelli; le sue dichiarazioni, a cui si sarebbe sempre attenuto, seguivano alla lettera le istruzioni che gli erano state impartite nei mesi antecedenti da alcuni dei più importanti membri di Ordine Nuovo durante i giorni di indottrinamento trascorsi a Verona dove l’uomo, in vista dell’imminente attentato, era stato tenuto sotto stretta osservazione. Il coinvolgimento della figura di Calabresi naturalmente serviva ad occultare meglio la mano degli ideatori rendendo più credibile la paternità anarchica della strage. L’obbiettivo dell’attacco, poi mancato, era il ministro dell’interno Mariano Rumor colpevole, secondo gli ordinovisti, di non aver proclamato lo stato di emergenza dopo la bomba del 12 dicembre del ‘69. L’eliminazione del ministro, nei piani degli ideatori della strage, avrebbe dovuto servire anche ad evitare una riedizione del centro-sinistra che si stava profilando come altamente probabile sulla base degli equilibri politici interni alla DC.
[…] A chiudere “La radiografia di un terrorista” l’inchiesta di Mario Scialoja “E ora parliamo di soldi”, che prova a ricostruire da dove provengano i finanziamenti alla rete eversiva neofascista che opera in Italia. Il giornalista identifica due fonti che rimandano entrambe a Junio Valerio Borghese. Alla prima, Scialoja giunge analizzando il processo tenuto dal sostituto procuratore Claudio Vitalone che si era aperto a Roma per il fallimento, avvenuto nel ’68, della Banca del Credito Commerciale Industriale (Credilcomin), il cui presidente era proprio il principe Valerio Borghese. Il processo si sarebbe concluso nel luglio del 1973, a due mesi dall’uscita dell’articolo, con la condanna di tutti gli imputati davanti alla prima sezione penale del Tribunale di Roma. A quel che era emerso nel corso delle indagini, nella Credilcomin erano confluiti, attraverso Gil Robles e Julio Munoz, entrambi legati all’Opus Dei spagnola, i dieci miliardi di lire trafugati dal figlio dell’ex dittatore di Santo Domingo, Rafael Trujllo, portati al momento della fuga nella Spagna franchista. I miliardi, poi spariti nel nulla, erano stati utilizzati per finanziare i piani eversivi dell’ex capo della X Mas. La seconda fonte di finanziamento viene individuata da Scialoja a partire da un breve rapporto del SID, emerso durante il processo, che risaliva al 1969 e sul quale, in quei giorni, aveva presentato un’interrogazione parlamentare il deputato socialista Giuseppe Machiavelli. Le tre cartelle dattiloscritte contenevano il resoconto di tre riunioni che avevano avuto luogo a Genova nella villa dell’industriale Guido Canale tra l’aprile e il maggio del 1969. Alle riunioni avevano partecipato circa una ventina di persone, tra cui, oltre a diversi industriali e armatori genovesi, l’avvocato Gianni Meneghini, difensore di Nico Azzi, e Giancarlo de Marchi, tesoriere della Rosa dei Venti. Lo scopo delle riunioni era, oltre a costituire una sezione provinciale del Fronte Nazionale, quello di reperire finanziamenti a sostegno delle trame eversive, in funzione anticomunista. In quelle occasioni erano stati raccolti 100 milioni di lire. Singolare è che il rapporto del SID non faccia menzione di quanto dichiarato dal fondatore del Fronte Nazionale nel corso della prima riunione, la sola alla quale aveva partecipato. A quanto sarebbe emerso dalle dichiarazioni di uno dei presenti, Borghese parlò dell’esistenza di «un’organizzazione militare di professionisti che era pronta ad agire per impedire con la forza l’avvento al potere dei comunisti e per instaurare un regime di tipo gollista». <110 Che l’obbiettivo di queste riunioni fosse la raccolta di fondi a sostegno di un colpo di stato è dimostrato dalle parole dell’ingegner Fedelini, delegato provinciale del Fronte, il quale aveva precisato nel corso della terza riunione, che l’organizzazione era articolata in due settori specializzati: «quello militare, con il compito di occupare e presidiare le città principali e gli uffici pubblici più importanti e quello civile, con la funzione di orientare l’opinione pubblica, di fare proselitismo e di reperire sovvenzioni». <111
Il 3 giugno «L’Espresso» ritorna sulla strage di via Fatebenefratelli con due articoli d’inchiesta, uno di Mario Scialoja, “Passeggiando per le fogne di Padova”, l’altro di Elena Guicciardi, “Se Pussy Cat si decide a cantare”. Al centro della pagina, nella metà superiore la foto di Franco Freda dietro le sbarre durante il processo per il libretto rosso <112, in alto a destra, accanto al titolo, un primo piano di Pasquale Juliano che indossa una coppola bianca. Si tratta di due interventi che cercano di ricostruire i legami di Bertoli con l’ambiente eversivo della destra padovana e con le organizzazioni neofasciste francesi presenti in Provenza, alle quali secondo la redazione del settimanale occorre guardare per comprendere «chi ha mosso il braccio assassino di Bertoli». <113 Secondo Scialoja l’elemento di connessione tra Bertoli e Ordine Nuovo sarebbe proprio Tommasoni, la cui amicizia con l’autore della strage costituisce a suo giudizio la chiave per la comprensione del retroterra criminale a cui va ricondotto l’attentato di via Fatebenefratelli. Tommasoni come sappiamo era finito sotto i riflettori per l’affare Juliano, il capo della squadra mobile a cui aveva fatto i nomi di Fachini, Freda e Ventura, indicandoli come responsabili della lunga catena di attentati del ’69. Pasquale Juliano, com’è noto, a causa della successiva ritrattazione di Tommasoni e di altri suoi confidenti, dietro ai quali stava la regia dell’Ufficio Affari Riservati, era finito sul banco degli imputati per abuso di mezzi investigativi, venendo alla fine messo in congedo e sospeso dal servizio. Servendosi del memoriale difensivo scritto dal commissario nel settembre 1969, Scialoja ricostruisce in modo puntuale l’intera vicenda: il Tommasoni era stato presentato al capo della mobile da un altro giovane neofascista padovano, Nicolò Pezzato, da tempo confidente della polizia, che glielo aveva indicato come un uomo disposto a parlare in cambio di denaro. Questo aspetto, sottolineava Juliano, era stato confermato dal loro primo incontro durante il quale Tommasoni aveva chiesto al commissario il pagamento di una cambiale da 10.000 lire e, successivamente, dalla denuncia contro lo zio per detenzioni d’armi, fatta per intascare un premio di 5.000 lire. Oltre ad essere «un infido mercenario», Tommasoni – osserva Scialoja – era anche un fascista vicino a uomini chiave dell’eversione nera veneta, finiti tutti «in prigione o gravemente compromessi nelle indagini condotte da giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio e dal Procuratore della Repubblica di Padova Aldo Fais». <114 L’uomo infatti era legato a Franco Freda, che era stato arrestato per la prima volta nel 1971 su mandato di Giancarlo Stiz, e a Massimiliano Fachini, luogotenente di Freda, ex consigliere comunale del MSI e presidente del FUAN. Questi dopo essere stato arrestato per gli attentati del 1969 proprio da Juliano ed essere stato prosciolto, era stato oggetto di un procedimento giudiziario da parte di D’Ambrosio per concorso in omicidio volontario di Alberto Muraro, il portiere dello stabile di Piazza Insurrezione dove abitava Fachini, che era il solo a poter testimoniare a favore del commissario in relazione al procedimento avviato contro di lui per irregolarità nelle indagini, e che era singolarmente volato dalla tromba delle scale, dopo aver ricevuto un colpo in testa. Proprio una settimana prima dell’uscita dell’articolo di Scialoja, Fachini era finito nuovamente sotto indagine per la strage di piazza Fontana. <115 Secondo il giornalista è proprio a questo «torbido sottobosco nero padovano» <116 che ruota intorno ad Ordine nuovo che bisogna guardare per chiarire i mandanti che stanno dietro la strage alla Questura. Il legame con ON, spiega al temine dell’articolo Scialoja, consentirebbe inoltre di comprendere gli agganci di Bertoli con l’estrema destra francese, visti gli stretti rapporti della formazione padovana con le organizzazioni neofasciste e paramilitari europee, specie con ex esponenti dell’OAS. Ancora una volta desta una certa impressione rileggere oggi questo intervento di Scialoja che, sulla scorta di pochi indizi e basandosi sull’intuizione della buona fede del capo della mobile, era riuscito a giungere alle medesime conclusioni cui sarebbe pervenuta molti anni dopo, con non poche difficoltà, la magistratura.
L’intervento di Elena Guicciardi si concentra sull’«intermezzo marsigliese» <117 di Bertoli, che costituiva per gli inquirenti uno dei principali nodi da sciogliere per provare a dare una spiegazione a quanto era accaduto il 17 maggio a Milano. Il titolo del pezzo allude al clima di intimidazione che si era diffuso nei mesi antecedenti alla strage nei confronti dei proprietari di caffè e locali notturni situati tra Nizza e Marsiglia, che erano stati fatti saltare in aria o incendiati. Il Pussy cat era proprio un locale situato sul vecchio porto di Marsiglia, che era stato oggetto di un attentato dinamitardo, la cui padrona probabilmente era a conoscenza delle frequentazioni di Bertoli. L’autrice ritiene che i contatti marsigliesi dell’attentatore di via Fatebenefratelli vadano ricercati nell’ambiente eversivo della destra francese costituito prevalentemente dai nazionalisti rimpatriati dall’Algeria dopo l’indipendenza, molti dei quali erano rientrati in Francia, dopo aver trovato rifugio nei regimi fascisti della penisola iberica, a seguito dell’amnistia concessa nel 1968 dal generale De Gaulle. La pista indicata dalla Guicciardi è decisamente interessante se si pensa che erano stati proprio gli ex militari francesi fuggiti dall’Algeria e riparati in Portogallo a fondare nel 1966 l’agenzia di stampa internazionale Aginter Press, implicata nelle manovre delle destre eversive di tutta Europa e, come sarebbe emerso dalle indagini della magistratura, anche nella strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Tra le figure alle quali bisognava guardare, la Guicciardi cita in particolare due noti esponenti dell’OAS, Joseph Ortiz e Jean Marie Susini. Truculento protagonista della lotta per l’Algeria francese, implicato nella vicenda della Villa Sources, dove venivano torturati i militanti del FLN, prima di essere sciolti nell’acido solforico, Ortiz era stato uno degli ideatori, insieme al deputato Pierre Lagaillarde, della “rivolta delle barricate” che si era consumata ad Algeri nel gennaio del 1960. Condannato a morte in contumacia, nel 1968 Ortiz era rientrato in Francia dove, a Tolone, aveva fondato, insieme all’ex-capo del servizio stampa dell’OAS, André Seguin, il “Club dei nazionalisti rimpatriati”, punto d’incontro per la destra fascista francese. L’altra figura su cui si sofferma la giornalista è Susini. Fondatore dell’OAS (Organisation de l’Armée Secrète), un’organizzazione clandestina, composta da civili e militari, che intendeva continuare con metodi terroristici la lotta per l’Algeria francese, Susini era stato condannato a morte in contumacia oltre che per l’appartenenza all’organizzazione, anche per essere stato l’ideatore del fallito attentato contro il presidente De Gaulle nel 1964. Rifugiatosi prima in Spagna, poi in Italia, dove aveva vissuto per ben cinque anni sotto falsa identità, Susini era ritornato in Francia grazie all’amnistia del ’68. Qui aveva stretto rapporti oltre che con i vecchi commilitoni di destra, anche con la malavita marsigliese, con la quale aveva organizzato numerose rapine ai danni delle banche della Costa Azzurra. Nell’ottobre del 1972, infine, era stato nuovamente arrestato con l’accusa di aver organizzato il rapimento e la scomparsa del tenente colonnello Raymond Gorel, l’ex-tesoriere dell’OAS che si era appropriato del tesoro dell’armata segreta, mettendolo al sicuro in Svizzera. Con parole simili a quelle utilizzate da Scialoja, l’autrice concludeva sottolineando che il misterioso interlocutore marsigliese con cui i fratelli Yemmi, appartenenti a Jeune Revolution – gruppo legato all’organizzazione di estrema destra Ordre Nouveau -, avevano messo in contatto Bertoli andava cercato proprio in questa giungla popolata da fascisti, criminali senza scrupoli, sopravvissuti ai conflitti coloniali. Solo riuscendo a fare luce su quei tre giorni di buio tra l’approdo di Bertoli a Marsiglia e l’arrivo a Milano, sarebbe stato possibile arrivare ad una ricostruzione plausibile della strage alla Questura.

[NOTE]110 M. Scialoja, E ora parliamo di soldi, in «L’Espresso», a. XIX, n. 21, 27 maggio 1973, p. 5.
111 Ibid.
112 Del libretto rosso e della strategia della cellula padovana di Ordine Nuovo ne parla Gianni Casalini in un colloquio riportato da Guido Salvini sul suo sito. Il libretto era stato scritto interamente da Franco Freda mentre Giovanni Ventura ne aveva curato la stampa. Cfr. Il libretto rosso di Freda e Ventura, guidosalvini.it/libro-nel-cinq… (consultato il 18 febbraio 2024).
113 M. Scialoja, Passeggiando per le fogne di Padova, in «L’Espresso», a. XIX, n. 22, 3 giugno 1973, p. 9.
114 Ibid.
115 Durante una perquisizione a casa di Fachini era stata trovata una chiave che si adattava perfettamente alla serratura della cassetta metallica che conteneva la bomba fatta esplodere il 12 dicembre in piazza Fontana. Al momento in cui Scialoja scriveva l’articolo era in corso una perizia per accertare la che la chiave corrispondesse effettivamente al blocco serratura della cassetta metallica. Ibid.
116 Ibid.
117 E. Guicciardi, Se pussy cat si decide a cantare, in «L’Espresso», a. XIX, n. 22, 3 giugno 1973, p. 9.
Marta Cicchinelli, Stampa e strategia della tensione: la strage alla Questura di Milano sui settimanali italiani, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2023-2024

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Progettare una missione per Saturno in 23 ore e 13 minuti

edu.inaf.it/approfondimenti/cr…

Progettare e raccontare una vera missione spaziale: questo il compito che hanno svolto gli studenti presso la sede di Merate dell’Osservatorio Astronomico di Brera.

#OsservatorioAstronomicoDiBrera #PCTO #Saturno