
Il 5 maggio a Torino L’Unica intervista il sindaco Stefano Lo Russo.
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La frutticoltura rappresenta uno dei pilastri dell’agricoltura cuneese, con circa 4.500 aziende attive su oltre 12 mila ettari e un valore economico che, secondo le stime di Coldiretti, supera i 400 milioni di euro. Il settore sta attraversando una fase complessa, segnata – secondo l’organizzazione degli imprenditori agricoli – da un aumento significativo dei costi di produzione e da pressioni strutturali che colpiscono in particolare le realtà italiane, gravate da oneri burocratici e strutturali più elevati rispetto ad altri competitor.
Coldiretti: appello alle istituzioni
«Tengono le mele, in particolare alcune varietà a maggiore vocazione commerciale, mentre si registrano difficoltà su kiwi, pesche e pere, penalizzati da parassiti, eventi climatici estremi e costi di produzione elevati», ha spiegato a L’Unica Enrico Nada, presidente di Coldiretti Cuneo. «Il nodo centrale è la concorrenza sleale: produzioni estere con standard sanitari, ambientali e sociali meno stringenti che entrano sul mercato senza reciprocità di regole. A questo si aggiungono politiche a nostro avviso troppo ideologiche sui fitofarmaci e scarsa trasparenza sull’origine, che penalizzano il prodotto italiano pur essendo tra i più controllati al mondo». Da non dimenticare la mancanza di manodopera che «per noi resta una criticità strutturale. Nonostante alcuni miglioramenti normativi, le procedure sono ancora troppo lente e burocratiche rispetto ai tempi dell’agricoltura. Serve programmazione pluriennale dei flussi e maggiore semplificazione per garantire continuità produttiva».
Il cambiamento climatico si fa sentire con temperature sempre più alte e condizioni che permettono a nuove malattie di diffondersi. «L’aumento di eventi estremi (grandinate, gelate tardive, siccità, piogge concentrate) incide su quantità e qualità delle produzioni. Crescono i costi per difesa attiva (reti antigrandine, antinsetto, irrigazione efficiente) e assicurazioni. Il rischio climatico è oggi uno dei principali fattori di instabilità del reddito aziendale», ha detto ancora Nada. Il Cuneese risponde a queste situazioni con sperimentazioni continue e nuove soluzioni tecnologiche. Secondo Nada, «le aziende cuneesi sono tra le più avanzate: agricoltura di precisione, sensoristica, gestione digitale dell’irrigazione, nuove varietà più resistenti, meccanizzazione evoluta».
Nada lancia un appello alle istituzioni: «Coldiretti chiede interventi concreti e immediati a tutti i livelli. In ambito europeo è necessario rivedere l’impostazione sulle sostanze fitosanitarie con criteri scientifici e garantire uniformità tra gli Stati membri. In Italia e in Europa non devono entrare prodotti agroalimentari che non rispettano le stesse regole ambientali, sanitarie ed etiche imposte ai nostri agricoltori: serve piena reciprocità negli accordi commerciali». Sarebbero necessari anche interventi a livello regionale, come «bandi mirati e risorse adeguate per sostenere investimenti in reti anti-grandine e anti-insetti, sistemi irrigui efficienti, assicurazioni agevolate, rinnovo degli impianti e del parco macchine. In parallelo è indispensabile una forte semplificazione burocratica e maggiore trasparenza sull’origine dei prodotti in etichetta. L’obiettivo è chiaro: difendere il reddito delle imprese e garantire competitività a un comparto strategico per l’economia cuneese».

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Migliorare la gestione del suolo
«La frutticoltura è in crisi da anni», ha detto a L’Unica Maurizio Ribotta, responsabile provinciale del Settore tecnici in campo di CIA Agricoltori italiani di Cuneo. «Dal 2007-2008 abbiamo avuto problemi fitosanitari legati al kiwi che è quasi scomparso sui nostri areali e diverse crisi di mercato per il pesco. Dall’altra parte questo ha favorito l’espansione del melo e, in parte, del pero, che un tempo era più tipico dell’Emilia-Romagna. In un ventennio il territorio si è un po’ riassestato».
L’annata 2025 ha infatti portato «buone produzioni, mentre in Italia a livello generale sono calate, e il mercato è stato discretamente positivo», anche se «le vendite di mele e kiwi sono ancora in corso». Il vero nodo resta però economico: «L’azienda agricola soffre molto sui costi di produzione, che sono raddoppiati dal post-Covid, non solo in agricoltura». A questo si aggiunge l’effetto del clima, che «negli ultimi 10-15 anni mette in difficoltà le coltivazioni, specialmente per le alte temperature estive, riducendo le quantità prodotte per le piante più in sofferenza. Con costi alti e meno produzione, la marginalità si assottiglia tanto. Manca il tornaconto all’imprenditore che permetta di fare nuovi investimenti».
Sul melo, Ribotta ricorda i numeri: «Avevamo certificato costi intorno ai 40 centesimi qualche anno fa. Negli ultimi anni il costo è salito a 50 centesimi al chilo. La liquidazione della mela si attesta più o meno lì: da una parte va bene coprire le spese, dall’altra manca qualcosa». Per il pero la situazione è ancora più complicata perché «fatichiamo moltissimo in tutta Italia a mantenere produzioni stabili di anno in anno e quantità remunerative, per care che vengano pagate».
Per contrastare il cambiamento climatico e le nuove minacce la strada passa dalla ricerca in tutto il Piemonte. «C’è tantissimo lavoro di sperimentazione coordinato dalla Fondazione AGRION», la Fondazione creata da Regione e Unioncamere Piemonte per promuovere l’innovazione e lo sviluppo tecnologico dell’agricoltura. «Non ci sono soluzioni univoche, ma l’approccio deve partire dalla gestione del suolo». Tra le misure in campo, secondo Ribotta, è fondamentale studiare l’ottimizzazione di quello che è a tutti gli effetti «un serbatoio di carbonio. Un suolo fertile dal punto di vista microbiologico trattiene meglio l’acqua. Poi lavoriamo sulle piante con prodotti schermanti contro le radiazioni solari, reti ombreggianti e irrigazione di precisione con sensori per non sprecare acqua. Usiamo anche droni per concimazioni mirate e la ricerca genetica per varietà più resistenti alla siccità, che è sempre in agguato».
Non mancano però le emergenze fitosanitarie. «Il cambiamento climatico e la globalizzazione portano all’ingresso accidentale di nuovi problemi. Oggi l’attenzione in Piemonte, anche se a Cuneo non abbiamo forti rischi, è sulla Popillia japonica. Questi insetti, come pure la cimice asiatica, arrivano da fuori, non hanno limitatori naturali e danneggiano l’ecosistema finché non si raggiunge un nuovo equilibrio soltanto dopo anni», ha concluso Ribotta.
La sostenibilità deve essere anche economica
Alessandro Gabutto, tecnico che lavora come libero professionista con Albifrutta – cooperativa nata nel 1977 e storicamente legata alla Tonda di Costigliole Saluzzo, varietà autoctona di albicocca – e con altre aziende cuneesi, traccia un quadro altrettanto complicato.
«La specie più presente a livello frutticolo è il melo. Poi ci sono il kiwi, il pesco, il susino, in certe zone l’albicocco pur con poca superficie, e il ciliegio, che di recente si sta espandendo. Il problema grosso è legato al prezzo di vendita», ha spiegato Gabutto. «Purtroppo c’è una differenza enorme tra il prezzo finale che si trova negli ipermercati e quello con cui vengono liquidati i produttori». Negli ultimi anni, salvo eccezioni per le pesche, che hanno avuto «un ritorno di prezzi interessanti per svariati motivi, come le brinate e il calo produttivo», la tendenza è negativa. «Continuano ad aumentare i costi. Se l’agricoltore ha un aumento continuo e un calo di produzione legato alle patologie da cui non riusciamo a difenderci, diventa complicato continuare a investire».
Le specie più in sofferenza sono il kiwi, il pesco e, infine, il melo. Sull’actinidia c’è stata una vera e propria ecatombe a causa degli inverni più miti e l’innalzamento delle temperature che favoriscono condizioni in cui proliferano batteri e malattie. «Prima la batteriosi ha debellato una serie immane di impianti, poi nel 2015 è arrivata la moria in Piemonte: da 5 mila ettari siamo passati a 3 mila». Molti hanno puntato sul melo, ma «la remunerazione non è sempre così elevata da permettere di investire». Senza utili, «non hanno più soldi per reinvestire» e questo ha un effetto concreto nella mancanza di addetti al settore.
Gabutto punta il dito sulle politiche europee: «C’è stato un accanimento eccessivo e un irrigidimento delle regole. C’è stata una riduzione dei principi attivi utilizzati e nel contempo un incremento delle patologie funginee e degli insetti, legato sicuramente al cambiamento climatico, contro i quali le aziende agricole non riescono a difendersi perché non hanno più armi». Secondo l’esperto, «è come tentare di abbattere un carro armato con le frecce».
Non mancano poi altre criticità strutturali, come «il problema della manodopera, sempre più difficile da reperire e meno specializzata. I costi sono notevoli, a cui si unisce la mancanza del ricambio generazionale. Con questi margini diventa complicato dire a un figlio di fermarsi in azienda». E poi l’età media dei lavoratori è sempre più alta con «poche certezze e tante incognite».
Per quanto riguarda l’albicocco, «in Piemonte ci sono circa 600 ettari di albicocco contro i circa 7 mila di melo. Ma va ricordato che parliamo di un prodotto di nicchia. La varietà Tonda di Costigliole è una varietà locale storica che dà utili interessanti perché c’è un imballaggio e un marchio che la rendono unica. Il mercato è limitato a Liguria, Lombardia e Piemonte».
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I progetti delle università per il benessere mentale degli studenti

Il 5 maggio a Torino L’Unica intervista il sindaco Stefano Lo Russo.
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La salute mentale è in cima all’agenda della Generazione Z e le università torinesi hanno scelto di non stare a guardare. Secondo i dati ISTAT citati da fonti stampa e riferiti al 2023, in Italia uno studente universitario su tre soffre di ansia, mentre il 27 per cento ha problemi di depressione. Numeri già alti, ma in crescita, ai quali si contrappone un’inedita sensibilità generazionale che riduce lo stigma del disagio psicologico e incoraggia a chiedere aiuto.
Dopo il cambio di passo con gli Spazi di ascolto – un servizio di sostegno psicologico rivolto a studenti e dipendenti – da un anno l’Università di Torino ha avviato come capofila il progetto SAMBA (Salute attività motoria e benessere in ateneo), una rete multidisciplinare per sostenere il benessere psicofisico degli universitari. L’offerta spazia dai colloqui individuali alla regolazione emotiva, dai laboratori musicali alle attività sportive, fino ai gruppi per smettere di fumare e ai corsi di cucina. Nei primi sei mesi hanno partecipato cinquemila studenti, a fronte di 6.500 richieste. Gli altri atenei coinvolti sono il Politecnico di Torino, il Conservatorio Giuseppe Verdi, l’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo, l’Istituto musicale pareggiato della Valle d’Aosta e l’Accademia Albertina di belle arti.
Dopo il finanziamento da 2,5 milioni di euro del Ministero dell’Università e della Ricerca per il primo ciclo (ottobre 2024-settembre 2025), SAMBA è entrato nel secondo anno di attività, mentre il ministero ha esteso la copertura finanziaria per un terzo ciclo. «Vorremmo che alcune delle attività rimanessero nelle linee guida dell’ateneo anche dopo il 2027», ha detto a L’Unica Giulia Bacci, ricercatrice di UNITO e coordinatrice delle attività di SAMBA.
Il primo giro di boa, oltre le aspettative
«Il bilancio è molto positivo», ha raccontato Daniela Converso, direttrice del dipartimento di psicologia e referente di SAMBA. «Manon siamo riusciti a spendere tutti i 2,5 milioni, quindi restituiremo al ministero i primi mesi di finanziamento: nello scorso anno accademico non è stato possibile avviare le attività prima di aprile». Ostacoli burocratici a parte, SAMBA 1 ha superato le aspettative. L’adesione di cinquemila studenti rende l’idea, ma non fotografa la peculiarità del progetto: l’idea di rete. Non solo SAMBA unisce sport, musica, arte e cucina, per un benessere psicologico a tutto tondo. Ma costruisce un ponte tra i diversi atenei, rappresentato simbolicamente dalla scritta comparsa in ogni sede, con dei totem ad hoc all’ingresso: «Come stai?».
Oltre al rafforzamento dei colloqui psicologici individuali – previsti dagli Spazi di ascolto – una delle iniziative più seguite ha messo al centro la gestione dell’ansia, in una serie di incontri di gruppo: «Le richieste sono state così tante che siamo andati in overbooking», ha raccontato la coordinatrice Bacci. «Così abbiamo aumentato il numero di edizioni». Il ventaglio di proposte include anche strumenti all’avanguardia, come nel caso del progetto “Inspira”: «Attraverso la realtà virtuale, lo studente viene esposto a delle esperienze visive personalizzate, in cui chi soffre di ansia sociale tende a paralizzarsi», ha spiegato Bacci. «Tramite il monitoraggio dei parametri fisiologici, si cerca una terapia d’urto per affrontare la propria condizione in un contesto protetto». Un altro progetto innovativo, attraverso una pratica definita mindfulness, affronta il crollo verticale della soglia dell’attenzione, che negli ultimi vent’anni si è ridotta da 150 a 40 secondi. Per gli universitari in preda all’ansia pre-esame o in difficoltà nello studio, invece, sono previsti due progetti specifici, sia con professionisti sia in un’ottica di mutuo soccorso studentesco.
Ti interessa il progetto SAMBA? Qui trovi tutti i dettagli delle iniziative e qui i contatti utili.
Inoltre, secondo una ricerca di UNITO uno studente universitario su cinque è un “gufo patologico”, ovvero soffre di disturbo del ritmo circadiano del sonno, e quasi tutti dormono meno di quanto raccomandato. Il sonno è un bene essenziale e incide sia sulla salute che sul rendimento degli studenti. Gli incontri del progetto “Dormi meglio vivi meglio” nascono da queste premesse: l’iniziativa vede in primo piano il Laboratorio di medicina del sonno delle Molinette e punta a correggere il ritmo sonno-veglia senza l’uso di farmaci. «Non ci aspettavamo reazioni così entusiastiche: stiamo ancora smaltendo le richieste», ha detto Bacci. Tra le altre iniziative di supporto psicofisico, trova spazio anche la lotta alle dipendenze. Durante le sedute con un professionista, chi segnala criticità, come alcolismo o ludopatia, viene messo in contatto con gli psicoterapeuti del servizio pubblico, per un percorso più strutturato. Per i tabagisti, invece, è stato dedicato un gruppo a parte, che ha registrato basse iscrizioni, ma buoni feedback da parte degli studenti.
Benessere dentro e fuori le aule
I servizi di cura e assistenza di SAMBA sono le fondamenta su cui diventa possibile costruire un’architettura più ambiziosa, per alzare l’asticella del benessere studentesco. Questa è la filosofia alla base di laboratori “Cook it easy”, gestiti dall’Università del Gusto di Pollenzo: «Abbiamo affittato le cucine di Mercato centrale, a Porta Palazzo, per insegnare agli studenti a cucinare in modo efficace e a fare la spesa con prodotti stagionali, senza sprechi di cibo e di soldi», ha continuato la coordinatrice. Dalla tavola si passa all’ascolto di sé con i viaggi sonori del progetto “Deep listening”, uno dei laboratori ideati dal Conservatorio Verdi, e la rete multidisciplinare prosegue fino alle botteghe dell’Accademia Albertina: «Alcuni specializzandi di psicologia sono andati a supportare i colleghi di altri laboratori, come quelli artistici. Ognuno mette in gioco le sue competenze, ma tutti i progetti vanno nella stessa direzione: promuovere il benessere degli studenti universitari».
L’interconnessione tra i vari attori del progetto è emersa al meglio nel documentario “SAMBA”, presentato al festival di cinema Sottodiciotto lo scorso 12 dicembre. «Volevamo seguire l’evoluzione di SAMBA con uno sguardo esterno, come nei retroscena dei making of cinematografici – ha raccontato la referente Converso –. Il DAMS di Torino ci ha consigliato di rivolgerci al regista ex studente di UNITO Milad Tangshir, che attraverso il linguaggio universale dell’immagine ci ha restituito quello che stavamo facendo». Il viaggio di venticinque minuti diretto da Tangshir tra i laboratori di SAMBA è un primo assaggio dei risultati del progetto, ma sono in corso anche le elaborazioni dei dati raccolti nel primo anno di attività. SAMBA è anche un progetto di ricerca: gli studenti compilano dei questionari prima e dopo lo svolgimento dei corsi, utili per valutare l’efficacia delle singole iniziative e capire come stanno effettivamente gli studenti universitari. «Abbiamo ricevuto dagli studenti reazioni molto positive», ha anticipato Converso.

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Le novità di SAMBA 2
Il feedback dei partecipanti è stato importante anche per la pianificazione dei corsi di SAMBA 2. Il calendario è ancora in cantiere, ma alcune attività sono già ricominciate a fine gennaio, come i gruppi di gestione dell’ansia e di regolazione emotiva, e altre torneranno a breve, come i gruppi di aiuto allo studio, gli incontri per il contrasto alle dipendenze e i laboratori di mindfulness. Accanto alle riconferme, non mancano le novità in arrivo. Come anticipa la coordinatrice di SAMBA, il secondo ciclo prevederà corsi di formazione per i docenti universitari sul benessere psicofisico degli studenti, per una maggiore sensibilizzazione. Riguardo ai laboratori, invece, è stata accolta la richiesta degli studenti riguardo ai corsi di primo soccorso, inclusa la formazione sull’uso dei defibrillatori: «I giovani possono agire come moltiplicatori di benessere – ha spiegato Converso – se acquisiscono le competenze per intervenire di fronte a un’emergenza».
Passando ai laboratori culinari, da febbraio l’Università di Scienze gastronomiche ha dato il via, a Torino e a Pollenzo, a una serie di corsi sulla cucina terapeutica, dalla pasticceria, agli infusi, fino alla botanica e alla medicina cinese. Insieme al Conservatorio Verdi, inoltre, i professionisti di Pollenzo daranno vita a un laboratorio sul “gusto della musica”, con esperienze sensoriali e picnic composti a partire da scarti e avanzi di aperitivi, grazie a soluzioni di slow food. Infine, sono previsti nuovi concerti dei musicisti del Conservatorio, che dovrebbero svolgersi al dipartimento di Psicologia di UNITO. Fumata nera invece per l’Accademia Albertina, che per problemi gestionali ha rinunciato al secondo anno di SAMBA.
Il potenziamento dello Spazio di ascolto
Il prologo di SAMBA ha radici nel 2017, quando sotto la guida della professoressa Converso fu inaugurato lo Spazio di ascolto. Lo sportello gratuito di supporto psicologico di UNITO sostiene ogni anno tremila persone, tra studenti e personale di sette diverse realtà: oltre a UNITO, è aperto a POLITO, Conservatorio Verdi, Università di Pollenzo, Accademia delle belle arti, comune di Torino e Azienda territoriale per la casa. «Abbiamo usato parte dei fondi del primo bando per potenziare le attività dello Spazio di ascolto: ora sono a disposizione delle stanze ristrutturate e insonorizzate per i colloqui in presenza, anche se la maggior parte avviene ancora online», ha spiegato la referente Converso.
Accanto allo Spazio di ascolto, a UNITO hanno preso forma anche altri servizi: “Supera” è lo sportello dedicato agli universitari con difficoltà di studio, e grazie a SAMBA è stato esteso anche agli altri atenei. Segue “Wellness4Student”, rivolto alle matricole, e chiude il cerchio il progetto “Passi”, per il supporto agli studenti stranieri. È attivo anche al Politecnico, all’Università di Pollenzo e alla Scuola di Amministrazione aziendale.
SAMBA ha permesso a tutti gli atenei torinesi un salto di qualità: ora la posta in gioco è la continuità. Dopo il 2027, quale sarà il destino della rete di attività di benessere psicofisico disegnata dal progetto? Il finale è aperto, ma per la coordinatrice Bacci l’obiettivo resta chiaro: «Vorremmo continuare a lavorare a monte, per affiancare lo Spazio di ascolto con attività di promozione della salute».
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