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Amazon Family arriva in Italia: con Prime ora puoi condividere i vantaggi senza costi aggiuntivi


Amazon Family arriva in Italia e permette ai clienti Prime di condividere i vantaggi dell'abbonamento con un altro adulto del nucleo familiare, senza costi aggiuntivi
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Amazon Family è ufficialmente disponibile in Italia. Il servizio mette a disposizione dei clienti Prime un modo semplice per condividere molti dei propri benefici Prime con un altro adulto del nucleo familiare, senza dover condividere l’account.

Come funziona


Con Amazon Family, il cliente Prime principale - chiamato Amministratore dell’Amazon Family - può invitare un altro adulto del proprio nucleo familiare a condividere vari benefici Prime, tra cui consegne rapide e senza costi aggiuntivi, Prime Video (con pubblicità), offerte ed eventi esclusivi come Prime Day e la Festa delle Offerte Prime, Amazon Music Prime e Amazon Luna. L'amministratore dell’Amazon Family seleziona un unico metodo di pagamento per condividere i benefici Prime, l'altro adulto accetta e la configurazione richiede solo pochi click.

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Quali i vantaggi che si possono condividere


Con Amazon Family ogni membro del nucleo familiare continua a utilizzare il proprio account Amazon, mantenendo separati la cronologia degli ordini, i suggerimenti personalizzati e tutte le informazioni personali. In questo modo, le esperienze di acquisto restano private e indipendenti per ciascun cliente, senza che la condivisione dei benefici Prime comporti la condivisione dell'account. Tra i vantaggi Prime che possono essere condivisi rientrano le consegne Prime veloci e illimitate, Amazon Music Prime, le offerte esclusive e i risparmi su migliaia di prodotti, comprese iniziative come il Prime Day e la Festa delle Offerte Prime. La condivisione comprende inoltre Prime Video, con pubblicità, e Amazon Luna, il servizio di cloud gaming di Amazon.

Account separati e pagamenti sotto controllo


La privacy dei singoli account rimane uno degli aspetti centrali di Amazon Family. Ogni membro conserva la propria cronologia degli ordini e i propri suggerimenti personalizzati, mentre la sicurezza dell'account resta personale: non è necessario condividere password o codici monouso. Per condividere i benefici Prime, l'amministratore di Amazon Family deve invece selezionare un metodo di pagamento da condividere; quando un altro membro del nucleo familiare utilizza quel metodo per effettuare un acquisto, può visualizzare soltanto alcuni dati della carta: le ultime quattro cifre, il nome riportato sulla carta, la data di scadenza e l'indirizzo di fatturazione.

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L'amministratore riceve inoltre una notifica con l'importo totale dell'acquisto effettuato utilizzando il metodo di pagamento condiviso. Ogni membro dell'Amazon Family mantiene comunque la possibilità di scegliere, al momento del pagamento, se utilizzare il metodo di pagamento condiviso oppure una propria modalità di pagamento. In questo modo, i vantaggi Prime possono essere condivisi senza rinunciare alla separazione degli account e alla gestione personale dei propri acquisti.

Come si configura Amazon Family


Per iniziare, i clienti possono andare su “Il mio account” e selezionare “La tua Amazon Family”. Da lì è possibile invitare un altro adulto del nucleo familiare ad unirsi. Quest’ultimo riceverà un invito, lo accetterà e avrà immediatamente accesso ai benefici condivisi. È possibile anche gestire le impostazioni familiari, visualizzare i membri del nucleo e scoprire i suggerimenti personalizzati di Prime Video e Amazon Luna, tutto dal Family Hub a questo link.

Quanto costa Amazon Family


Amazon Family è senza costi aggiuntivi. Per condividere i benefici Prime, il cliente deve essere iscritto a Prime. L’abbonamento è disponibile a 4,99 €/mese o 49,90 €/anno, con una prova gratuita di 30 giorni per i clienti idonei. Chi non è ancora cliente Prime può iscriversi per accedere ad Amazon Family e a molti altri benefici, tra cui consegne rapide e illimitate, Prime Video, Amazon Music Prime, risparmi esclusivi e molto altro.

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DJI Osmo Pocket 4P: rivoluziona le fotocamere con stabilizzatore, qualità cinematografica e funzioni Pro


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Dji ha ufficialmente lanciato l'attesissima Osmo Pocket 4P, una fotocamera tascabile a doppio obiettivo con stabilizzatore. Il dispositivo vanta un nuovissimo sensore CMOS da 1 pollice con 17 stop di gamma dinamica, oltre a un obiettivo da 60mm con apertura f/1,8 per ritratti naturali. Con l'occasione, Dji ha anche presentato il nuovo profilo colore D-Log 2 a 10 bit1, in grado di catturare oltre un miliardo di colori per immortalare scene con un'altissima fedeltà. Osmo Pocket 4P è disponibile su store.dji.com e arriva in due varianti di colore: nero classico e bianco perla, entrambe a 609 euro nella versione standard e 699 euro nella combo Vlog.
Ricarica dallo 0 all'80% in soli 18 minuti per poter effettuare fino a tre ore di ripreseRicarica dallo 0 all'80% in soli 18 minuti per poter effettuare fino a tre ore di riprese

Versatilità cinematografica


Osmo Pocket 4P è dotata di fotocamera a doppio obiettivo che permette di ottenere senza sforzo effetti visivi cinematografici, dai paesaggi urbani con obiettivo grandangolare ai ritratti delicati. L'obiettivo grandangolare principale è dotato di un nuovissimo CMOS da 1 pollice (equivalente a 20mm e con apertura f/2,0). Sfruttando l'avanzata tecnologia Lofic, esso offre un'inedita gamma dinamica e supporta video fino a 4K/240 fps. Comunemente presenti nelle macchine da presa di fascia alta, queste funzionalità professionali per la produzione cinematografica permettono di gestire senza sforzo scene ad alto contrasto come paesaggi urbani notturni, tramonti e ritratti in controluce. In aggiunta, un nuovo obiettivo medio-tele da 60mm ad alta risoluzione e ampia apertura offre la lunghezza focale classica per ritratti; supporta lo zoom ottico 3× e lo zoom fino a 12×1 e l'ampia apertura f/1,8 (profondità di campo equivalente a f/6,3) comprime lo sfondo, avvicinandolo al soggetto per ottenere un effetto sfocato.

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Nuovi orizzonti nell'imaging


Per le azioni ad alta velocità, Osmo Pocket 4P può catturare filmati in slow motion ultra HD fino a 8×1 a 4K/240 fps. In alternativa è possibile utilizzare la funzione Video con otturatore lento per tracciare le scie di luce, creare un effetto mosso o catturare le scie dei movimenti. L'integrazione del nuovo profilo colore D-Log 2 a 10 bit1, abbinato a 17 stop di gamma dinamica, preserva i dettagli nelle alte luci e nelle ombre, al pari delle migliori macchine da presa professionali, dichiara il brand.
Registrazione istantanea: ruota il touchscreen per accendere e iniziare a registrare rapidamenteRegistrazione istantanea: ruota il touchscreen per accendere e iniziare a registrare rapidamente

Riprese intelligenti, massima stabilità


Osmo Pocket 4P si fonda sulla celebre eredità DJI nella cinematografia professionale, incluso l'innovativo sistema di stabilizzazione Ronin. Racchiuso in un corpo compatto da 230 g, Dji sottolinea che il suo avanzato stabilizzatore meccanico a 3 assi garantisce riprese fluide e stabili. Inoltre, il nuovo ActiveTrack 8.01 mantiene i soggetti, che si tratti di persone, veicoli, animali domestici o oggetti dalle forme dinamiche, saldamente al centro dell'inquadratura, anche con zoom 12×.

Un'esperienza d'uso ancora più intuitiva


Sulla scia dell'esperienza utente introdotta con la versione standard, DJI Osmo Pocket 4P integra una serie di funzioni pensate per rendere più semplice e immediato ogni momento della creazione di contenuti. La fotocamera può essere accesa e avviare rapidamente la registrazione semplicemente ruotando il touchscreen, mentre i controlli tramite gesture permettono di interagire con il dispositivo senza doverlo toccare: mostrando il palmo della mano è possibile attivare ActiveTrack, mentre il gesto a “V” consente di avviare la registrazione.
Osmo Pocket 4P è compatibile con una versatile gamma di accessori dell'ecosistema Osmo, per consentirti di ampliare le possibilità creativeOsmo Pocket 4P è compatibile con una versatile gamma di accessori dell'ecosistema Osmo, per consentirti di ampliare le possibilità creative
Tra le novità trova spazio anche la modalità Live Photo in 4K, che registra automaticamente una breve clip di 1,5 secondi per ogni scatto, trasformando le fotografie in ricordi dinamici senza rinunciare ai dettagli dell'alta risoluzione. Per chi cerca una maggiore libertà in fase di editing, Osmo Pocket 4P permette inoltre di realizzare fotografie fino a 37 MP, offrendo un livello di dettaglio elevato e maggiore margine per la post-produzione.

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Anche il trasferimento dei contenuti è stato pensato per velocizzare il workflow: grazie al supporto USB 3.1, la fotocamera raggiunge velocità di trasferimento via cavo fino a 800 MB/s, riducendo sensibilmente i tempi necessari per esportare foto e video e passare rapidamente alla fase di montaggio. L'autonomia rappresenta un altro elemento importante: secondo i dati forniti da Dji, la ricarica rapida consente di passare dallo 0 all'80% in appena 18 minuti, permettendo di ottenere fino a tre ore di riprese. Con una ricarica completa, invece, l'autonomia dichiarata arriva fino a 210 minuti, offrendo maggiore libertà durante le sessioni di shooting.

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Il Partito Democratico della California dà il suo sostegno alla tassa sui miliardari


Il consiglio del partito ha approvato la Proposition 40 nonostante l'opposizione di Gavin Newsom. A novembre gli elettori decidono se imporre un prelievo del 5% ai circa 200 miliardari dello Stato.

Il Partito Democratico della California ha dato il suo appoggio alla tassa sui miliardari che gli elettori dello Stato voteranno a novembre. Domenica il consiglio esecutivo del partito, un organo di circa 380 membri riunito a San Diego, ha approvato la Proposition 40 superando la soglia del 60% dei voti necessaria a battere le obiezioni interne. La misura prevede un prelievo una tantum del 5% sul patrimonio dei circa 200 miliardari californiani.

In California le leggi possono essere proposte direttamente dai cittadini: chi raccoglie abbastanza firme porta il testo sulla scheda elettorale e sono gli elettori a decidere se approvarlo, senza passare dal parlamento locale. La Proposition 40 ha ottenuto il posto sulla scheda a giugno grazie alle firme raccolte dal sindacato SEIU-United Healthcare Workers West, che rappresenta i lavoratori della sanità. Nella stessa riunione il consiglio del partito ha votato anche contro due misure finanziate da miliardari che puntano a svuotare la Proposition 40.

La tassa si applica a chi era residente in California il 1° gennaio di quest'anno e a fine anno avrà un patrimonio netto di almeno un miliardo di dollari. Il calcolo comprende i beni posseduti in tutto il mondo ma esclude gli immobili detenuti direttamente. Il prelievo si paga in cinque rate annuali dell'1%. Il gettito atteso è di 100 miliardi di dollari tra il 2027 e il 2031 (circa 20 miliardi l'anno), destinati alla sanità, alla scuola pubblica e agli aiuti alimentari per le famiglie povere.

Il sindacato ha proposto la tassa per compensare i tagli decisi dal Congresso con la One Big Beautiful Bill Act, la legge di bilancio firmata dal presidente Donald Trump nel luglio del 2025. Secondo le stime della KFF, una fondazione americana che studia i sistemi sanitari, quei tagli aprono un buco di 19 miliardi di dollari l'anno nella spesa sanitaria della California e possono far perdere la copertura a 1,6 milioni di persone iscritte a Medi-Cal, il programma pubblico che assicura i cittadini a basso reddito.

"Questo appoggio mette fine all'idea che i democratici della California non siano uniti sulla tassa sui miliardari: lo sono", ha detto in un comunicato Dave Regan, presidente del sindacato. Regan ha citato un sondaggio interno secondo cui più dell'80% dei democratici registrati sostiene la misura.

Il governatore Gavin Newsom e Xavier Becerra, candidato democratico alla sua successione, si sono schierati pubblicamente contro la proposta. Newsom, considerato un possibile candidato alla presidenza nel 2028, dice che il prelievo spingerebbe i contribuenti più ricchi a lasciare lo Stato. Dopo che l'iniziativa ha ottenuto il posto sulla scheda, il governatore e i suoi alleati hanno provato a convincere il sindacato a ritirarla. A un certo punto il sindacato ha offerto di farlo in cambio dell'appoggio di Newsom a una patrimoniale più leggera.

Contro la tassa si sono schierati anche la California Teachers Association, il principale sindacato degli insegnanti, i vigili del fuoco della California Professional Firefighters e Planned Parenthood Affiliates of California. L'opposizione degli insegnanti nasce anche dal fatto che la patrimoniale ha complicato il tentativo di rendere permanente l'imposta sui redditi alti che finanzia le scuole, una misura che sarà anch'essa sulla scheda di novembre e che il partito ha deciso di sostenere.

Un sondaggio del Public Policy Institute of California, un centro di ricerca indipendente dello Stato, ha rilevato a maggio che il 54% degli elettori probabili e il 76% dei democratici avrebbe votato a favore della tassa.

Tra i sostenitori ci sono il senatore Bernie Sanders e il deputato californiano Ro Khanna, secondo cui i fondi per la sanità servono e i californiani più ricchi dovrebbero pagare di più.

Nei giorni prima del voto entrambi gli schieramenti hanno cercato di conquistare i membri del consiglio, riuniti in un albergo vicino all'aeroporto di San Diego. Il sindacato ha allestito una sala con cibo e bevande e un banchetto dove distribuiva magliette e cappellini a favore della tassa.

Il Wall Street Journal ha rivelato che gli oppositori hanno pagato circa 7.000 dollari di camere d'albergo, quote di iscrizione e spese di viaggio per alcuni membri con diritto di voto e per i loro delegati, attraverso la società di consulenza politica Hilltop Public Solutions. La campagna "No on Prop 40" è finanziata dalla California Medical Association, l'associazione dei medici dello Stato, e dalla California Primary Care Association Advocates. Marco Meneghin, dirigente di Hilltop, ha detto in un comunicato che la campagna ha dato "un'assistenza limitata per le spese di viaggio" a volontari e sostenitori che avevano chiesto aiuto, definendola una pratica comune nelle campagne elettorali.

La California ospita il 12% della popolazione americana ma il 27% della ricchezza dei miliardari degli Stati Uniti. Secondo la lista in tempo reale di Forbes i 213 miliardari californiani possedevano 2.182 miliardi di dollari al 1° gennaio 2026, su un totale di 8.189 miliardi in mano ai 938 miliardari americani. Il loro patrimonio è cresciuto del 30% nel 2025, del 41% nel 2024 e del 41% nel 2023, un aumento del 158% in tre anni.

Gli esperti che hanno scritto l'iniziativa, tra cui Emmanuel Saez dell'università di Berkeley e David Gamage dell'università del Missouri, hanno calcolato che un prelievo del 5% su quella cifra frutterebbe 109 miliardi di dollari, che scendono a circa 100 tenendo conto di un 10% di elusione ed evasione. Il 72% della ricchezza dei miliardari californiani è in azioni quotate in borsa, quindi facile da valutare. I contribuenti interessati sono poco più di duecento, un numero che rende possibile controllarli uno per uno.

I miliardari americani pagano in tasse una quota del proprio reddito economico più bassa della media: il 24% contro il 30% dell'insieme dei cittadini tra il 2018 e il 2020. Rispetto al patrimonio il carico è ancora più basso, l'1,3% l'anno nello stesso periodo, contro il 3,1% degli anni della presidenza di Ronald Reagan. Il fisco americano tassa i guadagni sugli investimenti solo quando le azioni vengono vendute. Chi possiede grandi pacchetti azionari può quindi mantenere un tenore di vita alto senza vendere nulla e senza pagare quasi niente di imposta sul reddito.

I circa 200 miliardari californiani versano oggi il 2,5% dell'imposta statale sui redditi, circa 3 miliardi di dollari l'anno, pari all'1% delle entrate complessive della California, che nel bilancio 2025-26 sfiorano i 300 miliardi. Anche se qualcuno lasciasse lo Stato la perdita sarebbe piccola rispetto ai 100 miliardi attesi dalla tassa. Chi era residente il 1° gennaio scorso dovrà comunque pagarla per intero: trasferirsi adesso non serve a evitarla.

La Proposition 40 non è una legge ordinaria ma una modifica della Costituzione californiana, che oggi vieta di tassare oltre lo 0,4% certi beni immateriali. Il testo mette il gettito in conti separati e vincolati alla sanità, alla scuola e agli aiuti alimentari, fuori dal bilancio generale dello Stato. Per le imprese non quotate la valutazione segue una formula già usata da decenni in Svizzera: il valore contabile dell'azienda più 7,5 volte gli utili medi degli ultimi tre anni.

Dopo il voto di domenica la campagna contraria ha definito la tassa "cattiva per il nostro bilancio, cattiva per la nostra economia e cattiva per il nostro futuro", chiedendo "soluzioni intelligenti e durature" al posto di quelli che ha chiamato schemi non collaudati.

Gli elettori californiani decideranno a novembre.

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MOVA E50 Pro Ultra: il robot aspirapolvere che porta il lusso sotto i 500 euro


MOVA E50 Pro Ultra porta sotto i 500 euro tecnologie da fascia alta: aspirazione da 30.000 Pa, doppio mocio rotante e manutenzione automatica. Lo abbiamo provato per voi
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L'evoluzione dei robot aspirapolvere e lavapavimenti non conosce sosta e Mova vuole consolidare il suo posizionamento tra i brand leader di settore. In tale quadro, sulla scia del successo ottenuto con l'E40 Ultra, il brand ha annunciato l'E50 Pro Ultra, dispositivo che offre un'esperienza d'uso ispirata ai modelli di punta, ad un prezzo più accessibile: si comincia con la tecnologia TurboScrub, che combina una potenza di aspirazione di 30.000 Pa, un doppio mocio rotante a 260 giri al minuto e una pressione verso il basso fino a 12 N; poi il sistema Triple Anti-Tangle Mechanism, che riduce significativamente il groviglio di peli e capelli, mentre il mocio estensibile MaxiReach pulisce a filo di battiscopa e gli angoli più difficili. Inoltre, grazie all'avanzata tecnologia di navigazione, il robot riconosce i tappeti e solleva in automatico i panni rotanti, per evitare che questi possano bagnare le fibre. La manutenzione, quasi completamente automatica, completa la ricca dotazione dell'E50 Pro Ultra. Il prezzo sul sito ufficiale è di 499 euro, ma tramite gli e-commerce si può risparmiare ancora qualcosa. La recensione che segue, nella quale vedremo insieme i punti di forza dell'E50 Pro Ultra e qualche punto debole, prova ad analizzare le prestazioni del dispositivo, per capire quanto valga la pena acquistarlo alla luce del prezzo proposto dall'azienda, di per sé molto competitivo.
Per muoversi, l'E50 Pro Ultra si affida alla navigazione laser che scansiona l'ambiente a 360 gradiPer muoversi, l'E50 Pro Ultra si affida alla navigazione laser che scansiona l'ambiente a 360 gradi

Il design e navigazione


Il design dell'E50 Pro Ultra sfoggia un look elegante ed è caratterizzato da linee pulite ed una laccatura della cover superiore che trasmette un’immediata sensazione di buona qualità dei materiali. La forma circolare ha un diametro di 35cm e l'altezza, nonostante la torretta che ospita il sensore non sia retrattile, si ferma a 9,7cm, uno spessore che consente al robot di accedere con facilità sotto i mobili e in quelle aree difficili da raggiungere con un mocio tradizionale. Davanti la torretta i pulsanti On/Off e Home, posizionati in linea, retroilluminati e ben protetti. Il coperchio è munito di uno snodo, e una volta aperto troviamo il contenitore della polvere, che ha una capacità di 300 ml. Sotto il coperchio si trovano anche l'indicatore Led del Wi-Fi e l'immancabile codice QR per avviare la configurazione con l'app ufficiale.


A sinistra: un dettaglio dei pulsanti Home, On/Off, e Pulisci sul posto. A destra: il sistema di navigazione posto frontalmente

Sulla pancia, in corrispondenza dei passaruota laterali, troviamo una coppia di robusti braccetti meccanici dotati di ruote, capaci di aprirsi e spingere verso il basso per sollevare il robot in diagonale. Oltre che efficace, ho trovato questo meccanismo particolarmente utile in corrispondenza delle soglie: sin dalla fase di mappatura iniziale, infatti, il robot ha rilevato le soglie ed ha imparato velocemente come superarle. Una caratteristica, questa appena descritta, che riveste un importante peso specifico per il dispositivo, laddove robot concorrenti rischiano di rompersi quando i movimenti ripetuti sulle soglie mancano della necessaria coordinazione. Il mop destro, come vedremo meglio nel prossimo paragrafo, è dotato di una slitta che ne consente la traslazione laterale sul piano orizzontale. Questo movimento, permette al mop di estendersi oltre la sagoma del robot.



A sinistra e al centro: particolare della vaschetta contenente la polvere da 300ml. A destra il tasto reset, il led del wi-fi e il Qr Code per l'associazione del robot con all'App

Nella parte anteriore alloggia un laser a linea singola per il rilevamento degli ostacoli. Per muoversi, l'E50 Pro Ultra si affida alla navigazione laser che scansiona l'ambiente a 360 gradi: questo si traduce in traiettorie pulite, una pulizia metodica e un robot che non si perde lungo il percorso, atteso che la copertura della rete domestica sia estesa a tutta l'area interessata. Quando questa condizione è soddisfatta, il robot copre bene le superfici e ritrova la propria base senza esitazioni. La navigazione nel complesso è sicura; tuttavia, l'assenza di una videocamera si fa sentire specie nel caso di piccoli oggetti o cavi. Un suggerimento, che vale anche per chi possiede modelli di alta gamma ed è dettato dall'esperienza, è quello di mantenere sempre un minimo di ordine prima di avviare un ciclo di pulizia, in particolare quando lasciamo che il robot pulisca mentre siamo fuori casa.



A sinistra: in evidenza i panni rotanti e le ruote laterali che consentono il sollevamento del robot per superare ostacoli. Al centro: un dettaglio del design anti-groviglio della spazzola centrale. A destra: la spazzola rotante a tre bracci che convoglia la polvere e i detriti verso il condotto di aspirazione

Potenza e pulizia: TurboScrub al centro di tutto


Il cuore del dispositivo è la tecnologia proprietaria TurboScrub. Grazie alla potenza di aspirazione fino a 30.000 Pa, il robot genera un potente flusso d'aria in grado di aspirare con facilità piccoli detriti di cibo, peli, capelli e la polvere più sottile annidata in profondità nei tappeti. A questo proposito, un importante punto a favore è la spazzola centrale, interamente in gomma e con uno specifico design che previene l'aggrovigliarsi di capelli e peli di animali domestici. Nella pratica, la potenza di aspirazione si percepisce immediatamente: sul pavimento duro, set della mia prova, il robot ha aspirato in modo deciso polveri sottili, briciole e piccoli detriti senza tralasciarne alcuno. Generalmente basta un solo ciclo per ritrovare un pavimento pulito, senza dover ripetere un secondo passaggio. Più in particolare, ho trovato la modalità Standard sufficiente per le normali attività di pulizia quotidiana, anche se consiglio di passare alla modalità Intensa quando si tratta di pulire una zona particolarmente sporca.



A sinistra: i due mop rotanti che il robot solleva in fase di aspirazione. Al centro: i due mop rotanti sono facilmente rimovibili. A desrra: il particolare meccasismo MaxiReach che consente al mop di raggiungere gli angoli e le zone inaccessibili al robot

Durante la fase di lavaggio invece, la medesima tecnologia si avvale di un doppio mocio rotante, capace di raggiungere 260 giri al minuto e di esercitare una pressione verso il basso fino a 12 N. Questa due funzioni combinate consentono di ottimizzare il lavaggio della superficie, elevando l'efficacia sulle macchie ostinate e lo sporco incrostato, limitando gli interventi manuali solo quando strettamente necessario. Con il livello dell'acqua impostato al massimo, adatto al tipo di piastrelle della mia superficie di prova, ho notato che l'E50 Pro Ultra è in grado di affrontare la maggior parte delle macchie secche, rimuovendole senza lasciare segni. Durante il test ho anche apprezzato come i mop rotanti non lascino "scie" del loro passaggio e più in generale, non ho notato residui di acqua lasciati durante la navigazione. Rimanendo in questa fase, Turboscrub è coadiuvato dalla tecnologia proprietaria MaxiReach, realizzata per affrontare uno dei principali limiti dei robot di questo tipo: la distanza tra il corpo della macchina e il bordo del pavimento. In situazioni come il perimetro di una stanza, i bordi dei mobili o le gambe delle sedie, il mop laterale può estendersi oltre la sagoma del dispositivo di 5cm circa, riducendo la fascia di pavimento o di superficie che normalmente rimane non lavata. Su tappeti e moquette sottili, l'E50 Pro Ultra interrompe il flusso d'acqua e i moci si sollevano di 10mm per proteggere le fibre tessili. La potenza di aspirazione aumenta automaticamente, con il risultato di una pulizia efficace del tessuto, soprattutto se eseguita frequentemente, senza strapazzarlo.



A sinistra: la parte frontale della stazione di ricarica. Al centro: i due cestelli dell'acqua pulita e sporca. A destra: un dettaglio della base di ricarica, con la sede dei panni per il lavaggio, i contatti per la ricarica e gli ugelli per l'acqua e la polvere

La manutenzione e l'autonomia


Grazie alla sua batteria da 5.200 mAh, l'E50 Pro Ultra è in grado di pulire, aspirare e lavare, senza difficoltà una superficie di circa 70 m², avendo ancora il 30% di batteria a disposizione. Elaborando questo dato, il robot potrebbe ipoteticamente arrivare a coprire, in un'unica sessione, fino a circa 100 m², un valore suscettibile di variazioni, dettate in primis dalle modalità di pulizia scelte e poi anche all'ingombro dei mobili. Tuttavia, se dovesse accadere che l'autonomia non è sufficiente a completare il lavoro, il robot torna automaticamente alla propria base recupera l'energia necessaria a terminare la zona rimanente, per poi riprendere esattamente da dove si era fermato.

Sul fronte della manutenzione, l'E50 Pro Ultra soddisfa praticamente tutti i requisiti: al termine del task assegnato la stazione si occupa del lavaggio dei moci con acqua calda a 100°C, seguito dall'asciugatura automatica con aria calda a 63℃., per prevenire la formazione di odori. In proposito, va segnalata la presenza, nel vano che accoglie il sacchetto polvere, di una vaschetta che consente di aggiungere del detergente (Mova consiglia di utilizzare il proprio!). In concreto, questo serve soprattutto a pulire meglio i panni: oltre a ciò, essi conservano poi una leggerissima pellicola detergente utile per il passaggio successivo sul pavimento.



A sinistra: il vano contenente il sacchetto che raccoglie la polvere aspirata da robot. Al centro: la vaschetta del detersivo utilizzato dalla stazione per lavare i panni. A destra: la maniglia per aprire il contenitore dell'acqua pulita.

La polvere aspirata, dal canto suo, viene trasferita automaticamente in un sacchetto da 3,2 litri, una capacità generosa che consente di utilizzare regolarmente il robot senza avere la sensazione di dover svuotare continuamente il bidone della spazzatura. La stazione base, compatta e all-in-one integra, inoltre, un serbatoio per l'acqua pulita da 5 L e uno per l'acqua sporca da 4,5 L, riducendo drasticamente gli interventi manuali.

App e setup iniziale


La configurazione del robot, tramite l'App MovaHome, va eseguita in presenza di una connessione WiFi a 2,4GHz. Dopo averlo collegato alla rete domestica e lasciato che la ricarica arrivi al 100% si procede con la mappatura rapida delle stanze. Il sensore Lidar svolge egregiamente il suo compito, sin dal primo passaggio il robot fa un'accurata scansione degli ambienti. La mappa che risulterà al termine di questa operazione sarà, tuttavia non definitiva. Ad ogni successivo passaggio, infatti, oltre a pulire il device migliorerà la conoscenza degli ambienti, rendendo la mappa gradualmente più accurata. L'interfaccia dell'App, sempre molto pulita e gradevole, consente diverse modifiche manuali tra le quali: rinominare le stanze, unirle o dividerle, creare zone vietate, definire i tappeti, impostare sequenze di pulizia e persino chiedere al robot di pulire solo stanze o aree specifiche. Tuttavia, una lacuna va sottolineata e riguarda proprio le mappe: in particolare, l'App non consente di condividere la mappa realizzata! In pratica, se compriamo un nuovo robot della medesima azienda e lo aggiungiamo all'app, siamo costretti a ripetere l'operazione di mappatura da zero.

Molto utile la possibilità di condividere l'App, in modo che più membri della famiglia possono controllare il robot in modo indipendente. All'inizio l'interfaccia sembra complessa, per la quantità di opzioni disponibili, ma dopo un giorno o due passati a esplorarla, tutto inizia ad avere senso e una volta presa la mano, le opzioni di pulizia personalizzabili sono numerose: puoi scegliere la pulizia per stanza, per zona o per l'intera casa/ufficio. Sono disponibili anche la modalità solo aspirazione, il lavaggio, l'aspirazione seguita dal lavaggio, la selezione dei livelli di aspirazione, la regolazione del flusso d'acqua, preferenze di pulizia specifiche per stanza e la programmazione di sessioni automatiche. Una funzione che gli appassionati di smart home apprezzeranno è la compatibilità con Alexa, Siri e Google Home.

Scheda tecnica

CaratteristicaDettaglio
Tecnologia di lavaggioTurboScrub
Potenza di aspirazione30.000 Pa
Rotazione moci260 giri/min
Pressione mociFino a 12 N
Lavaggio moci in stazioneAcqua calda a 100°C
Dosaggio detergenteAutomatico
Sistema anti-groviglioTriple Anti-Tangle (spazzola laterale, spazzola a V con lame CleanChop opzionali, ruote omnidirezionali)
Copertura bordi/angoliMocio estensibile MaxiReach
Gestione tappetiSollevamento automatico del panno
Sacchetto polvere (stazione)3,2 L
Serbatoio acqua pulita5 L
Serbatoio acqua sporca4,5 L
AppMOVAhome
Prezzo 499 € circa

Verdetto


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La Foto del Mese


Con questa bella cattura Franco merita l'abbonamento a MP (mandaci l'indirizzo). E voi, cosa aspettate a inviarci le vostre catture? Spedite a info@mondopesca.it, potete essere fortunati e meritevoli.
Il caldo afoso porta anche qualche vantaggio: sono arrivate le big! La cattura è avvenuta a fine giugno, un’orata di ben 2,5 chili, pescata dalla spiaggia di Giorgino, a Cagliari. Che emozione! Un saluto a tutti i lettori di Mondo Pesca da Franco Acri.
Questa voce è stata modificata (1 mese fa)
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Il giorno in cui Orson Welles arrivò a Cremolino


Nel 1947 il regista di “Quarto potere” risalì l’Alto Monferrato per chiedere a Ubaldo Arata, direttore della fotografia ovadese, di partecipare a un suo film

È l’estate del 1947. Un ragazzino sta giocando nella dispensa della casa di villeggiatura dei suoi, a Cremolino, la famiglia abita a Roma, ma sono originari di Ovada e hanno mantenuto una casa nel paese vicino. A un tratto il forte rumore di un’auto lo sorprende e lo spinge a uscire di casa.

È un suono insolito. In genere da lì, in quegli anni del dopoguerra, passano soltanto bici o motociclette: si tratta invece di una grossa macchina americana (una limousine, forse), che è arrivata a Cremolino arrancando sulla Priarona, la strada che congiunge Ovada al paesino del Monferrato. Si ferma davanti a casa sua. Del resto suo padre è un personaggio noto in paese e altri ragazzini hanno circondato l’auto.

Ne escono due tipi che cercano suo padre. Uno di questi, quando lo vede, si inginocchia letteralmente ai suoi piedi, dicendo: «Devi lavorare a questo film, altrimenti siamo rovinati».

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L'Italia si candida per le gigafactory AI, Astra risolve 10 problemi matematici, Apple lancia Apple Upgrade


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon martedì,
oggi parleremo della candidatura dell'Italia al bando europeo per le gigafactory AI. Poi vedremo Astra di OpenAI che ha risolto 10 problemi matematici rimasti aperti da dieci anni; scopriremo il nuovo Apple Upgrade, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Con il commento di Amir Ati.

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Intro + Prima notizia - Ep. 377 - Martedì 4 agosto
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Notizie dal mondo


Le news di oggi, selezionate a mano.

L'Italia si candida al bando europeo per le gigafactory AI


Business
EuroHPC ha aperto il 30 luglio il bando per costruire fino a sette gigafactory dedicate all'intelligenza artificiale in Europa. Il programma stanzia 10 miliardi di euro di fondi pubblici europei e nazionali e dovrebbe attivare oltre 20 miliardi di capitali privati. Le strutture medie devono partire da 25.000 acceleratori equivalenti a Nvidia H100 e le strutture grandi da almeno 40.000. Il contributo UE arriva a 500 milioni per una struttura media (da raddoppiare con risorse nazionali) e l'impianto deve essere operativo entro 18 mesi dal contratto. L'Italia si candida con Leonardo, Eni e la Fondazione AI4I, ma sito, investimento complessivo e quota pubblica non sono ancora noti. Le offerte vanno presentate entro il 12 novembre e la selezione è attesa a inizio 2027. Francia e Spagna hanno già reso pubblici capitali e siti dei loro progetti.
~
Fonte: Agenda Digitale

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Astra di OpenAI risolve 10 problemi matematici aperti


Intelligenza Artificiale
Astra
è il prossimo modello di OpenAI non ancora disponibile al pubblico. I 10 problemi che ha risolto riguardano matematica e informatica teorica ed erano irrisolti da almeno dieci anni. Il risultato principale è la prima costruzione esplicita di un tipo di struttura algebrica di cui finora nessuno era riuscito a esibire un esempio; la questione era aperta da decenni. Il costo di calcolo stimato per generare le soluzioni è stato di 2.000 dollari. OpenAI ha pubblicato su GitHub un manoscritto di 249 pagine e le dimostrazioni in un formato che un software può controllare passo per passo in automatico; tutte e dieci risultano correttamente verificate.
~
Fonte: Quartz
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Il prezzo è un'offerta lancio per i soli spot prenotati fino al 7 di agosto.

Scopri di più

Apple lancia Apple Upgrade


Big tech
Apple Upgrade è un nuovo programma di leasing mensile per iPhone, Apple Watch, iPad e Mac. Klarna gestisce il finanziamento e Apple cura l'esperienza cliente. Un progetto interno simile era partito circa cinque anni fa ed è stato chiuso nel 2024 per difficoltà di implementazione e timori sulle autorità di vigilanza. I contratti durano 12 o 24 mesi per iPhone e Apple Watch e 24 o 36 mesi per iPad e Mac; alla scadenza il cliente può passare a un modello nuovo, restituire il dispositivo o pagare il saldo per tenerlo. Ad esempio, un iPhone da 1.199 dollari costa 34,99 dollari al mese e prevede un nuovo modello ogni anno.
~
Fonte: Bloomberg
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Google ha presentato il Pixel 11 Pro Fold in un teaser ufficiale


Tecnologia
Google ha pubblicato un teaser video di 15 secondi del Pixel 11 Pro Fold (il pieghevole), dopo quello del Pixel 11 Pro della settimana scorsa. Il video mostra il ritaglio a forma di pillola per le lenti che sporge dalla Camera Bar. Dal video si ha una conferma del Pixel Glow, il nuovo indicatore LED luminoso che sarà posizionato intorno al modulo delle fotocamere. La homepage del Google Store ha un conto alla rovescia per il 12 agosto alle 16:00 italiane. L'evento Made by Google 2026 e la diretta iniziano otto ore dopo, quindi i preordini apriranno in anticipo.
~
Fonte: 9to5Google
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Samsung vieta le app smart TV che condividono la connessione con estranei


Cybersecurity
Samsung rimuoverà le app per smart TV che trasformano la connessione internet di casa in un punto di passaggio per aziende esterne. Queste aziende possono usare la TV per visitare siti come LinkedIn e raccogliere automaticamente grandi quantità di informazioni, facendo sembrare ogni richiesta proveniente da una normale abitazione. Il televisore non apre LinkedIn sullo schermo: lavora in background e presta la connessione dell’utente. Tra le app coinvolte c’era anche un gioco di Pac-Man promosso da Samsung. I ricercatori avvertono che lo stesso sistema potrebbe essere modificato da remoto e usato per attività malevole.
~
Fonte: TechCrunch
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Letture interessanti


In lingua inglese.

Larry Ellison scommette tutto sul boom AI, sarà lui il volto della bolla AI?


nytimes.com (eng)

Gli invitati al matrimonio stavano arrivando, proprio mentre il suo fondo da 45 miliardi di dollari crollava


wsj.com (eng)

Il piano del Montana per diventare un hub della medicina sperimentale fa un passo avanti


technologyreview.com (eng)

Un fondatore tech voleva creare un nuovo paese. Un paese vero si è messo di mezzo


wsj.com (eng)

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Notizie veloci


In lingua inglese.

Wispr Flow si prepara a lanciare un notetaker per riunioni, suggeriscono i nuovi termini di servizio


techcrunch.com (eng)

Google Health ora condivide gli allenamenti Fitbit con Apple Salute


appleinsider.com (eng)

Google Chrome potrebbe presto bloccare di default le estensioni che dirottano la pagina Nuova scheda


bleepingcomputer.com (eng)

Tool del giorno

Capptivo


Capptivo è un'alternativa open-source e gratuita per creare screen recording curati in pochi secondi. L'interfaccia è pulita e il risultato è davvero notevole.

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Google ha presentato il Pixel 11 Pro Fold in un teaser ufficiale


Il pieghevole di Google. Preordini dal 12 agosto.
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In breve:


Google ha pubblicato un teaser video di 15 secondi del Pixel 11 Pro Fold (il pieghevole), dopo quello del Pixel 11 Pro della settimana scorsa. Il video mostra il ritaglio a forma di pillola per le lenti che sporge dalla Camera Bar. Dal video si ha una conferma del Pixel Glow, il nuovo indicatore LED luminoso che sarà posizionato intorno al modulo delle fotocamere. La homepage del Google Store ha un conto alla rovescia per il 12 agosto alle 16:00 italiane. L'evento Made by Google 2026 e la diretta iniziano otto ore dopo, quindi i preordini apriranno in anticipo.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Google teases Pixel 11 Pro Fold, early pre-order time on August 12
Following the Pixel 11 Pro last week, Google is now officially teasing the Pixel 11 Pro Fold. Meanwhile, pre-orders look...
9to5GoogleAbner Li


Alternativa in italiano:

Google rilascia il primo teaser dei Pixel 11 e conferma l'arrivo del Pixel Glow
Google ha rilasciato un primo teaser ufficiale dei nuovi Pixel 11 che conferma la presenza del nuovo Pixel Glow. Il debutto degli smartphone è fissato per il prossimo 12 agosto
Hardware Upgrade

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Samsung vieta le app smart TV che condividono la connessione con estranei


Milioni di televisori a rischio dirottamento del traffico.
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In breve:


Samsung rimuoverà le app per smart TV che trasformano la connessione internet di casa in un punto di passaggio per aziende esterne. Queste aziende possono usare la TV per visitare siti come LinkedIn e raccogliere automaticamente grandi quantità di informazioni, facendo sembrare ogni richiesta proveniente da una normale abitazione. Il televisore non apre LinkedIn sullo schermo: lavora in background e presta la connessione dell’utente. Tra le app coinvolte c’era anche un gioco di Pac-Man promosso da Samsung. I ricercatori avvertono che lo stesso sistema potrebbe essere modificato da remoto e usato per attività malevole.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Samsung bans smart TV apps that share users' internet connections with strangers | TechCrunch
New security research offers a rare view inside residential proxy networks, which rely on apps that share a person's internet connection with someone else.
TechCrunchZack Whittaker


Alternativa in italiano:

Smart TV: Samsung rimuove app che condividono la connessione
Samsung rimuoverà dallo store app e giochi contenenti SDK che trasformano le smart TV in proxy residenziali (usati durante gli attacchi informatici).
Punto Informatico

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L'Italia si candida al bando europeo per le gigafactory AI


In campo Leonardo, Eni e la Fondazione AI4I.
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In breve:


EuroHPC ha aperto il 30 luglio il bando per costruire fino a sette gigafactory dedicate all'intelligenza artificiale in Europa. Il programma stanzia 10 miliardi di euro di fondi pubblici europei e nazionali e dovrebbe attivare oltre 20 miliardi di capitali privati. Le strutture medie devono partire da 25.000 acceleratori equivalenti a Nvidia H100 e le strutture grandi da almeno 40.000. Il contributo UE arriva a 500 milioni per una struttura media (da raddoppiare con risorse nazionali) e l'impianto deve essere operativo entro 18 mesi dal contratto. L'Italia si candida con Leonardo, Eni e la Fondazione AI4I, ma sito, investimento complessivo e quota pubblica non sono ancora noti. Le offerte vanno presentate entro il 12 novembre e la selezione è attesa a inizio 2027. Francia e Spagna hanno già reso pubblici capitali e siti dei loro progetti.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Gigafactory AI in Italia, la sfida industriale del bando UE - Agenda Digitale
Il bando europeo uscito il 30 luglio apre la corsa a sette gigafactory AI con 10 miliardi pubblici e oltre 20 miliardi privati attesi. L’Italia schiera competenze industriali e supercalcolo, ma deve garantire in tempi stretti energia, autorizzazioni, sicurezza, capitali, fornitori e clienti pluriennali
Agenda Digitale


Alternativa in italiano: non pervenuta

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Apple lancia Apple Upgrade


Il tutto gestito da Klarna.
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In breve:


Apple Upgrade è un nuovo programma di leasing mensile per iPhone, Apple Watch, iPad e Mac. Klarna gestisce il finanziamento e Apple cura l'esperienza cliente. Un progetto interno simile era partito circa cinque anni fa ed è stato chiuso nel 2024 per difficoltà di implementazione e timori sulle autorità di vigilanza. I contratti durano 12 o 24 mesi per iPhone e Apple Watch e 24 o 36 mesi per iPad e Mac; alla scadenza il cliente può passare a un modello nuovo, restituire il dispositivo o pagare il saldo per tenerlo. Ad esempio, un iPhone da 1.199 dollari costa 34,99 dollari al mese e prevede un nuovo modello ogni anno.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Apple Is Reinventing Itself as the World’s Biggest Subscription Provider
Also: MacBook Air runs into major shortages.
Bloomberg


Alternativa in italiano:

Klarna alimenterà Upgrade, un nuovo programma di leasing per hardware offerto da Apple - Business Wire - Ansa.it
(ANSA)
Agenzia ANSA

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Astra di OpenAI risolve 10 problemi matematici aperti


Le dimostrazioni sono state pubblicate su GitHub.
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In breve:


Astra è il prossimo modello di OpenAI non ancora disponibile al pubblico. I 10 problemi che ha risolto riguardano matematica e informatica teorica ed erano irrisolti da almeno dieci anni. Il risultato principale è la prima costruzione esplicita di un tipo di struttura algebrica di cui finora nessuno era riuscito a esibire un esempio; la questione era aperta da decenni. Il costo di calcolo stimato per generare le soluzioni è stato di 2.000 dollari. OpenAI ha pubblicato su GitHub un manoscritto di 249 pagine e le dimostrazioni in un formato che un software può controllare passo per passo in automatico; tutte e dieci risultano correttamente verificate.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

OpenAI Astra model solves 10 open math problems for $2,000
The company published machine-checkable Lean 4 proofs on GitHub for all 10 results, including the first explicit construction of a non-sofic group
Quartz


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Una bomba americana da una tonnellata su una casa a Qeshm: tre morti


Il New York Times ha ricostruito con video, foto e immagini satellitari il raid su un quartiere residenziale dell'isola nello Stretto di Hormuz. Il Central Command dice di stare verificando le notizie sulle vittime civili.

Una bomba americana da 2.000 libbre, pari a quasi una tonnellata, ha colpito nella notte di giovedì una casa sull'isola iraniana di Qeshm, uccidendo un uomo, sua moglie e il figlio di due anni. Lo hanno stabilito il New York Times e alcuni esperti di armamenti attraverso l'analisi di video, fotografie e immagini satellitari. Gli altri due figli della coppia sono stati estratti vivi dalle macerie, secondo quanto riferito dalle autorità iraniane.

L'attacco ha colpito il quartiere di Chah-Tangu, a Qeshm City, una zona densamente abitata dell'isola nello Stretto di Hormuz, dove le case sorgono a poca distanza l'una dall'altra. Il raid faceva parte dell'ondata di bombardamenti che Washington ha dichiarato di aver lanciato in risposta ai missili iraniani contro una base utilizzata dalle forze americane in Giordania. Qeshm era già stata colpita una volta a marzo, quando Teheran accusò gli Stati Uniti di aver bombardato un impianto di desalinizzazione, lasciando senz'acqua trenta villaggi. Washington e Israele negarono ogni responsabilità.

Il quotidiano newyorkese non ha trovato tracce di obiettivi militari nei pressi dell'abitazione né notizie di militari rimasti uccisi, che le autorità iraniane sono solite rendere pubbliche. Il Central Command, che giovedì mattina aveva annunciato di aver colpito obiettivi nel sud dell'Iran, non ha risposto alle domande sul bersaglio, sulla munizione impiegata e sulle precauzioni adottate per proteggere i civili. "Siamo a conoscenza delle segnalazioni e le stiamo verificando", ha dichiarato il capitano Tim Hawkins, portavoce del comando. "L'esercito americano non prende mai di mira i civili".

Iran · Il costo civile dei raid

Una bomba da quasi una tonnellata sulla casa dove dormiva una famiglia

Nella notte di giovedì un ordigno americano Mark-84 ha colpito un’abitazione nel quartiere di Chah-Tangu, a Qeshm City, dove le case sorgono a poca distanza l’una dall’altra. Il New York Times non ha trovato tracce di obiettivi militari nelle vicinanze. Sono morti un uomo, sua moglie e il figlio di due anni.

Grafica di FocusAmerica Agosto 2026

1 · L’ordigno

La Mark-84 è la più grande bomba convenzionale della serie in dotazione alle forze armate americane


Le dimensioni del cratere e i frammenti recuperati sul posto indicano l’impiego di una Mark-84. Le fotografie diffuse dai media iraniani sembrano mostrare i componenti di un kit JDAM, il dispositivo che trasforma un ordigno non guidato in una bomba a guida satellitare.

L’ordigno e ciò che ha colpito, nella stessa scala

907 kg
Peso nominale della Mark-84
2.000 libbre

circa 3 m 1,70 m 3,9 m
Le tre sagome sono in scala tra loro. L’ordigno è più alto della casa che ha colpito: le abitazioni del quartiere hanno un solo piano. In rosso, il kit di guida JDAM.

Carica esplosiva, per classe di munizione

L’arsenale americano comprende munizioni guidate molto più piccole, progettate proprio per colpire in aree urbane riducendo i danni intorno all’obiettivo. A Chah-Tangu è stata impiegata la più grande della serie Mark-80: venticinque volte l’esplosivo di una Small Diameter Bomb.

2 · Il raggio

L’ordigno è caduto dove le case sorgono a pochi metri l’una dall’altra


Munizioni di questa potenza vengono normalmente impiegate contro edifici, scali ferroviari e linee di comunicazione. A Chah-Tangu, i filmati girati sul posto mostrano detriti e veicoli danneggiati a oltre sessanta metri dal punto dell’esplosione.

120 m 60 m Cratere9 m 50 m

L’anello esterno racchiude circa 45.000 metri quadrati: poco più di sei campi da calcio, in un quartiere residenziale.

Come si è risaliti alla Mark-84

  • Cratere di almeno 9 metri
  • Frammenti di un kit JDAM
  • Ora e luogo coincidenti con i raid


3 · Il bilancio

Tre morti in una sola casa, venti famiglie senza tetto

4 · La sequenza

Non è il primo episodio con vittime civili dall’inizio delle operazioni


Tocca una tappa per aprirla.


«La forza attaccante deve prendere tutte le precauzioni possibili per ridurre al minimo i danni ai civili, anche nella scelta delle munizioni.»
Tom Dannenbaum — docente di diritto internazionale, Fletcher School, Tufts University

Il bilancio: tre morti nella stessa famiglia — Zahra Jafari, il marito Qeysar e il figlio Sina, di due anni — due bambini estratti vivi dalle macerie e circa venti famiglie rimaste senza casa. Non è il primo episodio con vittime civili: a marzo erano stati colpiti un impianto di desalinizzazione a Qeshm, che lasciò trenta villaggi senz’acqua, e una scuola elementare femminile a Minab, dove secondo le ricostruzioni morirono almeno 168 persone.

Fonte New York Times, su analisi di video, fotografie e immagini satellitari; Armament Research Services; autorità provinciali di Hormozgan via Fars News e Mehr News. Caratteristiche tecniche delle munizioni: Federation of American Scientists, Janes e U.S. Air Force. Elaborazione di agosto 2026.

Le analisi convergono su una bomba Mark-84


Le dimensioni del cratere, largo almeno nove metri, e i frammenti recuperati sul posto indicano che sarebbe stata utilizzata una Mark-84, una delle bombe convenzionali più potenti in dotazione alle Forze Armate statunitensi. Anche il luogo e l'ora dell'attacco coincidono con quelli delle operazioni militari americane. Secondo le autorità iraniane, circa venti famiglie sono rimaste senza casa; i filmati girati sul posto mostrano detriti e veicoli danneggiati a più di sessanta metri dal punto dell'esplosione. Nella stessa ondata di bombardamenti, altri ordigni hanno distrutto due magazzini fuori città.

Trevor Ball, ex artificiere dell'esercito americano e analista di Armament Research Services, ha spiegato al New York Times che "il grande cratere e i danni alle strutture sono compatibili con una bomba Mark-84 da 2.000 libbre, che può essere equipaggiata con kit di guida JDAM". Questi dispositivi trasformano un ordigno non guidato in una bomba a guida satellitare. Le fotografie diffuse dai media iraniani sembrano mostrare componenti di un kit JDAM, anche se il quotidiano non ha potuto verificare dove siano stati raccolti i frammenti.

Alla stessa conclusione è giunto Frederic Gras, consulente francese esperto di munizioni. Secondo Gras, le dimensioni del cratere sono compatibili con una Mark-84 sganciata da un aereo: l'ordigno sarebbe penetrato nel terreno prima di esplodere e il suolo sabbioso avrebbe assorbito parte dell'onda d'urto, indirizzandola verso il basso e limitando così l'estensione dei danni. Gras ha inoltre identificato uno dei frammenti metallici fotografati sul posto come la sezione di coda di un kit JDAM.

La tutela dei civili e i dubbi sulla proporzionalità


Munizioni di questa potenza vengono normalmente impiegate contro "edifici, scali ferroviari e linee di comunicazione", secondo l'ufficio dell'esercito americano che gestisce gli ordigni destinati al Pentagono, e nelle aree abitate possono provocare conseguenze devastanti per i civili. Il diritto internazionale umanitario impone alle forze impegnate in un conflitto di valutare il danno prevedibile per la popolazione in rapporto al vantaggio militare atteso.

"La forza attaccante deve prendere tutte le precauzioni possibili per ridurre al minimo i danni ai civili, anche nella scelta delle munizioni, negli orari dell'attacco e, quando le circostanze lo permettono, diffondendo avvisi preventivi efficaci", ha spiegato al quotidiano Tom Dannenbaum, professore associato di diritto internazionale alla Fletcher School della Tufts University. La scelta di una bomba da quasi una tonnellata in un quartiere densamente popolato, ha aggiunto, è "molto difficile da conciliare" con questo obbligo.

Ahmad Nafisi, vicegovernatore della provincia di Hormozgan, citato dall'agenzia semiufficiale Fars News, ha identificato le vittime come Zahra Jafari, il marito Qeysar Jafari, tassista, e il figlio Sina. In un servizio dell'agenzia Mehr News si vede un orologio appeso alla parete di una delle abitazioni distrutte, fermo poco prima delle 3:40, ora locale: pochi minuti dopo l'inizio dei raid annunciato dal Central Command. Gli altri due bambini, Mohammad Reza e Mehdi, sono ricoverati in condizioni stabili.

A marzo, 121 deputati democratici guidati da Yassamin Ansari, Sara Jacobs e Jason Crow avevano già sollecitato l'Amministrazione Trump a rendere pubblici i risultati delle indagini sulle vittime civili. La richiesta riguardava in particolare il bombardamento della scuola elementare femminile di Minab, dove, secondo le ricostruzioni, almeno 168 persone furono uccise nel primo giorno delle operazioni militari americane.


Gli Stati Uniti sono tornati a bombardare l'Iran dopo l'attacco alle basi americane in Giordania


Gli Stati Uniti sono tornati a bombardare l'Iran nella notte tra mercoledì e giovedì. Il Comando centrale americano (CENTCOM), che dirige le operazioni militari in Medio Oriente, ha parlato di una "pesante ondata" di attacchi contro decine di obiettivi e l'ha definita una "risposta potente" all'attacco missilistico tentato dall'Iran contro le basi americane in Giordania. I raid sono iniziati alle 20 di mercoledì, ora di Washington (le 2 di giovedì in Italia) e si sono conclusi quando in Iran erano circa le 5:30 del mattino. Secondo un funzionario americano l'operazione, pur più ampia delle precedenti, non ha segnato un ritorno alle operazioni di combattimento su larga scala.

I bombardamenti hanno colpito centri di comando militari, impianti per missili e droni, siti di sorveglianza e difesa costiera e mezzi navali. Secondo i media di stato iraniani gli attacchi hanno interessato le province meridionali di Hormozgan e Khuzestan, il cuore delle riserve e delle raffinerie di petrolio del paese, con esplosioni ad Abadan, Bushehr e sulle isole di Qeshm e Kish. La televisione di stato ha riferito che uno degli attacchi ha centrato una casa sull'isola di Qeshm, dove i soccorritori cercano due persone rimaste intrappolate sotto le macerie.

La rappresaglia era attesa da quando, nella notte tra martedì e mercoledì, l'Iran aveva lanciato a sorpresa cinque missili balistici contro le basi in Giordania usate dalle truppe americane, il primo attacco diretto dopo giorni di calma relativa. Tutti i colpi sono stati intercettati dai sistemi di difesa antiaerea Patriot. Mercoledì il presidente Donald Trump aveva promesso una reazione dura: "Li colpiremo molto duramente, perché è il nostro turno di colpirli", ha detto ai giornalisti nello Studio Ovale. In mattinata aveva dichiarato a Fox News che gli iraniani "prenderanno una batosta". A bombardamenti conclusi, l'esercito giordano ha fatto sapere di avere abbattuto giovedì mattina altri cinque colpi lanciati dall'Iran, senza vittime.

L'attacco iraniano ha fatto saltare la tregua di fatto in vigore da venerdì, quando le due parti avevano sospeso i raid per dare spazio ai negoziati mediati dall'Oman su un meccanismo per il passaggio delle navi nello stretto di Hormuz, da cui transita normalmente circa un quinto del petrolio mondiale. I colloqui sono falliti martedì, quando l'Iran ha respinto la proposta di una gestione condivisa dello stretto per rivendicarne un controllo maggiore. Poche ore dopo la fine delle discussioni sono partiti i missili verso la Giordania.

La guerra, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele in cui è stato ucciso l'ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell'Iran per quasi 37 anni, è entrata nel sesto mese. Al vertice del regime è salito il figlio Mojtaba, considerato più intransigente del padre e, secondo le valutazioni dell'intelligence americana, più propenso a dotarsi di un'arma nucleare. Ad aprile Washington e Teheran avevano concordato un cessate il fuoco temporaneo e a giugno il presidente aveva firmato a Versailles un memorandum d'intesa, un primo accordo per porre fine alle ostilità che secondo la Casa Bianca l'Iran ha poi violato. All'inizio di luglio il presidente aveva dichiarato conclusa la tregua promettendo un "attacco massiccio".

Nella stessa notte dell'attacco alla Giordania l'Arabia Saudita è entrata direttamente in guerra: i suoi caccia hanno bombardato insieme a quelli americani le milizie filo-iraniane in Iraq, la prima partecipazione ai combattimenti riconosciuta pubblicamente da Riad. L'operazione è stata la risposta a più di 30 attacchi con droni lanciati in tre giorni contro le forze americane e le infrastrutture petrolifere saudite, condotti secondo Washington sotto la direzione dei Guardiani della rivoluzione, il principale corpo militare del regime iraniano. Le Forze di mobilitazione popolare, l'organizzazione che riunisce le milizie sciite irachene formalmente integrate nelle forze di sicurezza di Baghdad, hanno detto che almeno 20 dei loro combattenti sono stati uccisi; secondo un funzionario americano tra le vittime ci sono circa 20 consiglieri militari iraniani. Il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi ha definito i raid "un'aggressione inaccettabile" e ha annullato un incontro previsto con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, mentre le milizie hanno promesso una risposta "inevitabile".

Per la prima volta è stato colpito anche l'Egitto: secondo le società di sicurezza marittima un drone ha centrato la Energos Winter, una nave americana per lo stoccaggio di gas naturale liquefatto ormeggiata nel porto mediterraneo di Damietta, provocando un incendio che si è esteso a una seconda nave senza causare feriti. Nel Mar Rosso i ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti dall'Iran, dal 20 luglio impongono un blocco alle navi legate all'Arabia Saudita e hanno rivendicato un nuovo attacco a una petroliera saudita.

Il petrolio è tornato a salire: il Brent, il riferimento globale, è aumentato di quasi l'8 per cento sfiorando i 91 dollari al barile, dopo avere superato quota 100 meno di una settimana fa e avere poi ripiegato durante la pausa dei combattimenti. Dall'inizio della guerra il greggio è salito di oltre il 20 per cento, il traffico nello stretto di Hormuz resta sotto un decimo dei livelli precedenti al conflitto e la benzina negli Stati Uniti costa in media 4,09 dollari al gallone (circa 3,8 litri), il 37 per cento in più rispetto a fine febbraio.

"Dopo tutto questo tempo, non c'è unità": così un funzionario americano ha descritto alla NBC News le discussioni dentro l'amministrazione sulla strategia da seguire. Secondo l'emittente il presidente, descritto come "esasperato" da un alleato che ne ha parlato con lui nelle ultime settimane, la settimana scorsa ha perso la calma durante una riunione con alcuni dei suoi principali responsabili della sicurezza nazionale, arrivando a urlare parolacce; la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha smentito la ricostruzione. L'amministrazione non concorda nemmeno sull'obiettivo della guerra, cioè se sia impedire all'Iran di ottenere un'arma nucleare, tenere aperto lo stretto di Hormuz o eliminare il programma iraniano di missili e droni. Questa incertezza ha reso molto difficile pianificare una via d'uscita. "Abbiamo avuto una serie di vittorie tattiche, ma stiamo affrontando una sconfitta strategica senza una chiara linea politica o una decisione su dove tutto questo stia andando", ha detto il funzionario.

Dentro il gabinetto il capo del Pentagono Pete Hegseth resta il più convinto sostenitore dell'uso della forza per costringere Teheran a trattare, mentre il vicepresidente JD Vance ha spinto in privato per la via diplomatica e il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, ha avvertito che una ripresa dei combattimenti su larga scala ridurrebbe pericolosamente le scorte americane di missili intercettori. Questa settimana al presidente dovrebbero essere presentate opzioni militari ampliate, che comprendono attacchi ai gruppi armati alleati dell'Iran nella regione. Venerdì è in programma una riunione di gabinetto a Camp David.

Martedì il presidente aveva ricevuto alla Casa Bianca il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nel loro primo incontro di persona dall'inizio della guerra. Secondo quanto riferito ad Axios da un alto funzionario israeliano, i due hanno esaminato per 90 minuti tre opzioni: un accordo negoziato con Teheran, su cui Netanyahu si è detto scettico; la prosecuzione del blocco navale accompagnata da una maggiore pressione economica; la ripresa e l'intensificazione dei bombardamenti. Netanyahu non ha indicato una preferenza e ha detto al presidente che la decisione spetta a lui. Il presidente ha espresso preoccupazione per l'impatto della guerra sui mercati dell'energia e sull'economia globale, mentre il funzionario israeliano ha descritto un'economia iraniana in grave difficoltà, con carenza di carburante, code ai distributori e piccole proteste che preoccupano il regime. Su Mojtaba Khamenei il funzionario ha detto: "È vivo, ma nessuno può testimoniare di averlo davvero visto".

I sondaggi più recenti di CNN e dell'università Quinnipiac registrano quote record di americani contrari alla guerra o critici verso la gestione del presidente. Molti repubblicani temono che il rincaro della benzina costi caro al partito alle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnovano la Camera e un terzo del Senato. Dal 28 febbraio sono stati uccisi 18 militari americani e più di 600 sono rimasti feriti. Il presidente insiste che i negoziati con Teheran proseguono, mentre il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha detto questa settimana che non ci sono "negoziati con la parte americana".


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Perché questa volta i Dem possono davvero vincere in Texas


James Talarico è avanti di due punti nella media dei sondaggi su Ken Paxton, un repubblicano pieno di scandali. Nel 2018 Beto O'Rourke non fu mai in vantaggio e perse di meno di tre punti

A tre mesi dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre il democratico James Talarico è avanti nella corsa per il seggio del Texas al Senato. La media dei sondaggi elaborata da Focus America lo dà al 47,1 per cento contro il 44,9 del repubblicano Ken Paxton.

Il Texas non affida a un democratico una carica statale dal 1994 e un seggio al Senato dal 1988. Nel 2018 Beto O'Rourke, allora deputato di El Paso, arrivò vicino all'impresa e perse contro il senatore repubblicano Ted Cruz 50,9 a 48,3, il miglior risultato democratico in Texas da trent'anni. Nei sondaggi però O'Rourke non fu mai davanti. Appena due delle 42 rilevazioni raccolte nella nostra media lo davano in vantaggio (altre tre erano pareggi) e a 96 giorni dal voto Cruz era avanti di 4,5 punti. Alla stessa distanza dal traguardo Talarico è avanti di 2,2 punti. Nella media è in testa ininterrottamente dal 10 gennaio ed è davanti in 10 delle 21 rilevazioni pubblicate finora, con altri cinque pareggi.

La media finale del 2018 assegnava a Cruz il 50,1 per cento e a O'Rourke il 44,8, ma alle urne il democratico prese 3,5 punti in più delle stime e si fermò a 200 mila voti dal seggio su 8,4 milioni di schede. Va comunque ricordato che in Texas i sondaggi hanno sbagliato in entrambe le direzioni: nel 2024 le medie davano Donald Trump avanti di 7,5 punti nello stato e vinse di 13,7.

Il seggio in palio è quello di John Cornyn, senatore da quattro mandati eliminato nelle primarie dal suo stesso partito. Le elezioni di metà mandato rinnovano l'intera Camera e un terzo del Senato, dove ogni stato elegge due senatori e i repubblicani controllano 53 seggi su 100. Ai democratici ne servono quattro in più per riprendere la maggioranza. Gli obiettivi più realistici sono la North Carolina, dove l'ex governatore democratico Roy Cooper è avanti di 9 punti, e il Maine. Poi servono almeno altri due colpi tra Ohio, Iowa, Alaska e appunto Texas.

Sondaggi · Texas

Talarico è avanti in Texas, O’Rourke non lo fu mai

Quota di ciascun candidato nella media giornaliera dei sondaggi, con i due cicli allineati alla distanza dal voto: nel 2018 Cruz restò davanti a O’Rourke dal primo all’ultimo giorno e vinse di 2,6 punti, nel 2026 Talarico ha superato Paxton a gennaio. I pallini chiari sono le singole rilevazioni, la riga tratteggiata segna i 96 giorni al voto, dove si trova oggi il 2026.

2018 Cruz contro O’Rourke
35% 40% 45% 50% 12 mesi 6 mesi voto 50,9 48,3
I pallini pieni sono il risultato del 6 novembre 2018. La media si ferma due giorni prima, a Cruz 50,1 e O’Rourke 44,8.

2026 Paxton contro Talarico
35% 40% 45% 50% 12 mesi 6 mesi voto 44,9 47,1
La media si ferma al 30 luglio 2026, ultimo sondaggio disponibile. Al voto mancano tre mesi.

Attenzione. Nel 2018 i sondaggi sottostimarono O’Rourke: la media finale dava Cruz avanti di 5,3 punti, il risultato fu di 2,6. È un solo precedente e non basta a correggere le medie di oggi.

Fonte Elaborazione di Focus America su sondaggi per le elezioni generali raccolti da Wikipedia: 41 rilevazioni nel 2018, 21 nel 2026, aggiornate al 2 agosto 2026. Le medie giornaliere sono stimate con un filtro di Kalman a livello locale: ogni sondaggio pesa per la dimensione del campione e per l’effetto casa dell’istituto, e i sondaggi commissionati da una parte pesano la metà. Il lisciamento è lo stesso nei due pannelli. Risultato del 2018: Texas Secretary of State.

Nel 2024 Trump ha vinto il Texas con 13,7 punti di margine e più di un milione e mezzo di voti di scarto, il distacco in voti assoluti più ampio degli ultimi vent'anni. Ha superato per primo la soglia dei 6 milioni di voti nello stato. Nel 2016 e nel 2020 aveva vinto con margini a una cifra (5,6 punti nel 2020) e i democratici avevano cominciato a considerare il Texas contendibile. Il risultato del 2024 sembrava aver chiuso il discorso.

A spostare l'ago sono stati soprattutto gli elettori ispanici, circa un quarto dei votanti texani. Secondo gli exit poll, i sondaggi all'uscita dai seggi, il 55 per cento votò per Trump, primo repubblicano a vincere la maggioranza sia degli ispanici sia degli asiatici texani, cosa mai riuscita nemmeno a George W. Bush. Lungo il confine con il Messico Trump vinse tutte le contee tranne due: Maverick, ispanica al 95 per cento, si spostò a destra di 28 punti, più di ogni altra contea americana, mentre Starr, la contea più ispanica del paese, non votava repubblicano dal 1892. A Kamala Harris rimasero 12 contee su 254, il minimo per un candidato democratico dal 1972.

Secondo un'analisi di Nate Cohn sul New York Times, quei guadagni si sono già dissolti. A maggio un sondaggio nazionale Times/Siena dava i democratici avanti di 30 punti tra gli elettori ispanici registrati, 54 a 24, un margine superiore a quello di Joe Biden nel 2020 e vicino a quello di Hillary Clinton nel 2016. Cohn ha calcolato che con i numeri di Clinton tra gli ispanici il Texas del 2024 sarebbe finito quasi alla pari, perché nell'era Trump i democratici hanno guadagnato tra i bianchi texani quanto guadagnarono tra quelli della Georgia, lo spostamento che rese competitivo quello stato. Nelle elezioni suppletive successive al 2024, poi, i democratici corrono sopra i risultati di Harris proprio nelle zone a maggioranza ispanica, Texas compreso.

Alle primarie di marzo le schede democratiche nella corsa per il Senato hanno superato quelle repubblicane, 51 a 49 per cento, con oltre 2,2 milioni di voti contro i 967 mila democratici del 2024. Di norma le primarie repubblicane texane raccolgono una ventina di punti in più di partecipanti rispetto a quelle democratiche. Stavolta il sorpasso è arrivato benché i repubblicani avessero in casa la sfida di richiamo tra Cornyn e Paxton. Il segnale ha comunque un limite, perché lungo il Rio Grande molti elettori democratici lasciarono in bianco la scheda per il Senato.

Ken Paxton, procuratore generale del Texas, cioè il capo degli affari legali dello stato, ha conquistato la candidatura il 26 maggio eliminando Cornyn con 28 punti di scarto nel ballottaggio delle primarie repubblicane, il secondo turno a cui in Texas si ricorre quando nessuno supera il 50 per cento. Il presidente lo ha appoggiato solo a una settimana dal voto, dopo mesi di silenzio, e ha già promesso comizi in Texas contro Talarico. Paxton si presenta con un'incriminazione del 2015 per frode sui titoli alle spalle, tre capi d'accusa chiusi con un accordo dopo nove anni. Nel 2023 la Camera texana lo ha messo in stato d'accusa (impeachment) con 121 voti a 33 e 20 capi d'imputazione, prima dell'assoluzione al Senato statale. Si aggiungono una relazione extraconiugale e un divorzio diventato pubblico nel 2025. Nei mesi delle primarie Cornyn e i suoi alleati hanno investito decine di milioni di dollari in spot negativi su questi temi. I sondaggi dicono che oggi i texani con un giudizio negativo su Paxton superano quelli con un giudizio positivo.

Nel primo semestre del 2026 Talarico e i comitati collegati hanno raccolto più di 55 milioni di dollari, quasi quattro volte e mezzo i 12,5 di Paxton, secondo un'analisi del Dallas Morning News sui dati federali. Trenta milioni sono arrivati nel solo secondo trimestre, un record. Le donazioni identificabili di texani sono state 95 mila, nove volte quelle dell'avversario, con un versamento medio di 144 dollari contro 937.

Larry Sabato, uno dei più noti analisti elettorali americani, ha detto alla CNN che dal 1994 riceve telefonate quasi quotidiane di democratici texani convinti che sia arrivato l'anno buono e che per la prima volta comincia a crederci. La sua sintesi: "Paxton è così pessimo". Molti grandi donatori repubblicani, ha spiegato, hanno aziende e famiglie da proteggere e non vogliono legare il proprio nome a un candidato con quel curriculum.

Per Nate Silver gli scandali costano in media ai candidati circa 5 punti, la differenza tra una sconfitta dignitosa e un testa a testa in uno stato che varrebbe 4 o 5 punti di vantaggio strutturale repubblicano. Nel 2018, mentre il governatore Greg Abbott veniva rieletto con 13 punti di vantaggio, Paxton difese la carica di procuratore generale con appena 3.

Talarico ha 36 anni, siede nel parlamento statale per un collegio di Austin, ha insegnato in una scuola media e studia in seminario per diventare pastore presbiteriano. Entrò in politica proprio nel 2018, eletto nell'onda di O'Rourke, e alle primarie di marzo ha battuto di 6 punti la deputata Jasmine Crockett. La sua campagna punta sulla corruzione politica e promette di vietare i super PAC, i comitati che possono raccogliere donazioni senza limiti, e la compravendita di azioni da parte dei membri del Congresso. In comizio ripete che la frattura vera del paese separa chi sta in alto da chi sta in basso, prima ancora che la destra dalla sinistra.

Talarico non ha però mai corso per una carica statale e i repubblicani hanno già cominciato a rilanciare le sue dichiarazioni più scivolose, come l'affermazione in un dibattito del 2021 secondo cui la scienza riconoscerebbe sei sessi, che gli è valsa da Paxton il soprannome di "Six-Gender Jimmy", o la frase "Dio è non binario". Sono attacchi costruiti per uno stato tra i più religiosi del paese. Una parte del vantaggio attuale può dipendere poi dalle divisioni repubblicane ancora aperte. Nel 2018 Cruz correva da senatore in carica, mentre Paxton deve ancora recuperare gli elettori di Cornyn.

Secondo i calcoli del data journalist G. Elliott Morris, per vincere a Talarico serve convincere tra il 6 e il 9 per cento degli elettori repubblicani a seconda del clima nazionale, quando in una corsa normale un candidato ne perde circa il 4 per cento. O'Rourke nel 2018 arrivò al 5-7 per cento.

Un sondaggio recente di Texas Public Opinion Research gli assegnava circa il 15 per cento dei repubblicani meno convinti e degli indipendenti di area repubblicana, mentre Paxton non sfondava tra i democratici equivalenti. A fine luglio una rilevazione di Fox News lo dava al 51 per cento contro 48. Il contesto nazionale spinge nella stessa direzione, con i democratici avanti di 5 punti nelle intenzioni di voto per la Camera e un giudizio sull'operato del presidente negativo per il 58 per cento degli americani.

I democratici lo chiamano da anni "Blexas", il sogno di un Texas blu e hanno un precedente. La Georgia sembrava altrettanto fuori portata, poi Biden la vinse nel 2020, Harris l'ha persa nel 2024 e oggi il senatore democratico uscente Jon Ossoff difende il seggio da favorito.

Una corsa al Senato può anticipare la traiettoria presidenziale di uno stato, ed è qui che il Texas pesa più di ogni altro obiettivo. Vale 40 grandi elettori, i voti che assegnano la Casa Bianca, un bottino che solo la California supera e che cresce a ogni censimento con la popolazione (due in più dopo quello del 2020), mentre gli stati a guida democratica perdono abitanti e quindi peso. Con gli stati operai del Midwest, il vecchio "muro blu" democratico, diventati contesi, un Texas competitivo cambierebbe l'aritmetica di ogni presidenziale futura.

Per concludere, tre mesi di campagna con il presidente in campo possono spostare molto. Ma un democratico avanti nei sondaggi in piena estate, con una raccolta fondi da record e di fronte al candidato più fragile che i repubblicani potessero scegliere, è una combinazione che nemmeno O'Rourke aveva avuto.


Il Dem Roy Cooper è in vantaggio di 9 punti in North Carolina


A poco più di tre mesi dalle elezioni di metà mandato, con cui a novembre gli americani rinnoveranno il Congresso, il democratico Roy Cooper è in vantaggio di 9 punti nella corsa per il seggio del Senato in North Carolina: secondo un sondaggio di Fox News, raccoglie il 53% delle preferenze contro il 44% del repubblicano Michael Whatley. Cooper è stato governatore dello Stato dal 2017 al 2025, mentre Whatley ha presieduto il Republican National Committee, il comitato nazionale del Partito Repubblicano. I due si contendono il seggio lasciato libero dal senatore repubblicano Thom Tillis, che ha deciso di non ricandidarsi.

Tra gli elettori democratici dello Stato il 51% si dice estremamente interessato alle elezioni, contro il 42% dei repubblicani. Il divario si ripete sulla motivazione: il 58% dei democratici si dice estremamente motivato ad andare a votare, contro il 50% dei repubblicani. A livello nazionale, del resto, un elettore su cinque della base repubblicana più fedele potrebbe restare a casa o votare per i democratici. Questo entusiasmo allarga il margine di Cooper: tra chi si dice estremamente interessato al voto è avanti di 15 punti (57% contro 42%), tra chi si dice estremamente motivato di 13 (55% contro 42%), mentre tra gli elettori certi di votare il risultato non cambia rispetto al dato complessivo (53% contro 44%).

Midterm 2026 · North Carolina

Cooper avanti di nove punti nella corsa al Senato


Il sondaggio Fox News sul seggio lasciato libero da Thom Tillis. Il vantaggio del democratico si allarga tra gli elettori più interessati e più motivati ad andare a votare.

Grafica di FocusAmerica 30 luglio 2026

Roy Cooper
Democratico
Governatore 2017-2025
0%
+0 Punti di
vantaggio

Michael Whatley
Repubblicano
Ex presidente del comitato repubblicano
0%

Cooper 53% Whatley 44% Altri o indecisi 3%

Il margine cresce con l’entusiasmo


Tra chi segue le elezioni con più attenzione il distacco arriva a 15 punti.

Tra chi si dice certo di votare il quadro non cambia rispetto al totale: Cooper 53%, Whatley 44%. Il vantaggio di Cooper si allarga con l’intensità dell’interesse, non con la semplice certezza di andare a votare.

Fonte Sondaggio Fox News condotto da Beacon Research e Shaw & Company Research tra il 23 e il 27 luglio 2026 su un campione di 1.005 elettori registrati del North Carolina. Margine di errore: ±3 punti percentuali. Ritratti: Wikimedia Commons.

Cooper ottiene i consensi più alti tra i moderati, gli elettori con meno di 30 anni, gli indipendenti, i laureati e le donne. Raccoglie anche circa un elettore su cinque tra i repubblicani e i conservatori che non si riconoscono nel movimento MAGA, la base più fedele al presidente Donald Trump. Whatley va meglio tra gli elettori molto conservatori, i cristiani evangelici bianchi, i bianchi senza laurea e gli abitanti delle zone rurali.

L'84% dei sostenitori di Cooper dice di votare per lui e solo il 13% soprattutto contro Whatley. Tra gli elettori del repubblicano il quadro è diverso: il 52% vota per il proprio candidato, mentre il 46% vota soprattutto contro Cooper. Le scelte sono in gran parte definitive: l'81% degli elettori di Cooper e il 77% di quelli di Whatley si dicono certi della propria preferenza, mentre nel complesso un elettore su cinque potrebbe ancora cambiare idea.

La popolarità di Trump, che a livello nazionale è tornata vicino ai minimi del mandato, complica la corsa di Whatley. In North Carolina il 40% degli elettori giudica favorevolmente il presidente e il 58% sfavorevolmente, un saldo negativo di 18 punti; due anni fa era negativo di appena 6 punti (47% contro 53%). I legami di Whatley con Trump preoccupano il 48% degli elettori: più della metà dei moderati, oltre 4 indipendenti su 10 e circa 3 repubblicani non MAGA su 10. La preoccupazione per i legami di Cooper con l'establishment democratico riguarda invece il 42% degli elettori ed è molto più di parte: la esprimono 7 repubblicani su 10, ma solo 3 indipendenti e moderati su 10.

"I dati recenti indicano un vantaggio repubblicano medio di circa 3 punti nelle elezioni statali in North Carolina", ha detto il sondaggista repubblicano Daron Shaw, che conduce la rilevazione insieme al democratico Chris Anderson. "Il vantaggio di Cooper si basa su un sostegno democratico quasi unanime e su numeri molto solidi tra gli indipendenti. Per vincere, Whatley deve fermare l'emorragia tra i repubblicani non MAGA e migliorare la sua posizione tra gli elettori meno di parte e delusi."

Il 54% degli elettori giudica favorevolmente Cooper, contro il 40% che dice lo stesso di Whatley. L'ex governatore è anche più popolare del Partito Democratico di 12 punti, mentre Whatley è 4 punti sotto il Partito Repubblicano. Il candidato repubblicano è inoltre meno conosciuto: il 14% degli elettori non sa valutarlo o non ne ha mai sentito parlare, compreso circa un repubblicano su dieci.

I due partiti sono ugualmente impopolari nello Stato: il Partito Repubblicano è giudicato positivamente dal 44% degli elettori e negativamente dal 54%, il Partito Democratico dal 42% contro il 56%. L'avversione per il campo opposto pesa più dell'attaccamento al proprio: il 94% dei democratici ha un'opinione negativa del Partito Repubblicano, una quota superiore all'83% che giudica positivamente il proprio partito. Lo stesso vale tra i repubblicani, con il 92% contro l'85%. Nel piccolo gruppo di elettori che giudica male entrambi i partiti, Cooper doppia Whatley: 64% contro 32%.

L'inflazione è il tema più importante per la scelta del candidato al Senato: la indica il 36% degli elettori, davanti alle divisioni politiche del Paese (14%), alla sanità e all'immigrazione (13% ciascuna). La metà degli elettori descrive la propria situazione economica come stabile, il 12% dice di stare migliorando e il 38% di stare arretrando, 6 punti in meno rispetto a due anni fa.

Il North Carolina sceglie da anni governatori democratici e presidenti repubblicani. I democratici hanno vinto 8 delle ultime 10 elezioni per la carica di governatore: lo stesso Cooper è stato rieletto nel 2020 con quasi 5 punti di vantaggio, mentre l'ultimo repubblicano a vincere è stato Pat McCrory nel 2012, con circa 11 punti. Nelle elezioni presidenziali vale l'opposto: i repubblicani hanno conquistato lo Stato in 11 delle ultime 12 corse alla Casa Bianca. L'ultimo democratico a vincere è stato Barack Obama nel 2008, per appena lo 0,3%. Nel 2024 Trump ha vinto in North Carolina con 3 punti di margine.

Il sondaggio è stato condotto tra il 23 e il 27 luglio dalla società democratica Beacon Research e da quella repubblicana Shaw & Company Research, che realizzano insieme le rilevazioni di Fox News, su un campione di 1.005 elettori registrati del North Carolina, con un margine di errore di 3 punti percentuali.


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Trump non esclude truppe ai seggi per le midterm, i Dem si preparano


Esercitazioni a porte chiuse, osservatori e ricorsi preventivi: il Partito Democratico teme qualsiasi giustificazione che possa essere usata per schierare militari e agenti federali ai seggi durante le elezioni di midterm.

Donald Trump non ha mai escluso l'invio di truppe o agenti federali ai seggi per le elezioni di midterm di novembre, e i Democratici ormai si stanno attivamente preparando a questa eventualità. La scorsa settimana un gruppo di parlamentari democratici ha partecipato a riunioni a porte chiuse, coordinate dal leader della minoranza al Senato Chuck Schumer, sulle possibili interferenze nel voto. Tra gli scenari esaminati figurava anche lo schieramento di agenti federali armati nei pressi dei seggi.

Il senatore democratico della California Alex Padilla ha spiegato a NOTUS che il partito intende contestare preventivamente qualunque giustificazione avanzata dall'Amministrazione Trump per un intervento del genere, "perché sarebbero bugie", prima ancora dell'eventuale arrivo dei militari. Padilla è tra i responsabili della Election Protection Task Force dei senatori democratici e ha appena presentato lo SHIELD Our Elections Act, una proposta di legge che estende da 5 a 9 anni i termini di prescrizione per perseguire le interferenze elettorali commesse da "truppe" e "Forze Armate".

Le leggi che limitano l'impiego dei militari


La battaglia si gioca su norme che risalgono ormai a un secolo e mezzo fa. Il Posse Comitatus Act vieta in linea generale ai militari di svolgere funzioni di polizia sul territorio nazionale. Un'altra legge federale punisce con una pena fino a 5 anni di carcere l'invio di "truppe o uomini armati" nei luoghi in cui si vota. L'unica eccezione, molto circoscritta, riguarda i casi in cui l'uso della forza sia necessario per respingere nemici armati degli Stati Uniti. Diversi Democratici temono che l'Amministrazione possa tentare di forzare proprio questa clausola.

Padilla ha spiegato che la sua iniziativa nasce anche dall'invio di truppe della Guardia Nazionale a Los Angeles nel 2025, un'operazione che ha messo alla prova i limiti dell'impiego dei militari sul territorio nazionale al fianco delle forze di polizia federali. Nel settembre dello stesso anno un giudice ha stabilito che lo schieramento violava il Posse Comitatus Act: si è trattato della prima volta che un tribunale emetteva un'ingiunzione in applicazione di quella legge. La decisione è però sospesa in attesa dell'appello. "Il dispiegamento era illegale e, con il tempo, i tribunali lo hanno riconosciuto", ha detto il senatore. "Il precedente giuridico esiste, ma Donald Trump ignora troppo spesso lo stato di diritto. Dovremo quindi essere pronti in ogni caso".

I senatori democratici hanno inoltre organizzato un proprio programma di osservatori, incaricati di documentare eventuali irregolarità ai seggi per consentire interventi immediati e raccogliere materiale utile a una possibile iniziativa del Congresso. Il piano prevede il coordinamento con i funzionari locali e con le associazioni impegnate nella difesa del diritto di voto, oltre a una struttura legale di pronto intervento. Nel frattempo il partito sta incoraggiando sempre di più il ricorso al voto anticipato. "Se voti per posta, non devi preoccuparti degli agenti federali ai seggi il giorno delle elezioni", ha osservato Padilla, precisando però che i Democratici difenderanno anche il diritto di votare di persona senza subire intimidazioni.

La battaglia per conoscere i piani dell'Amministrazione


Il Comitato Nazionale Democratico (DNC) ha citato in giudizio il Dipartimento di Giustizia, il Pentagono e il Dipartimento per la Sicurezza Interna in base al Freedom of Information Act, la legge federale sull'accesso agli atti. L'obiettivo è ottenere qualsiasi documento che riveli eventuali piani per schierare uomini nei pressi dei seggi, delle cassette destinate alla raccolta delle schede o degli uffici elettorali. La giudice Beryl Howell, titolare del caso, ha ordinato ai tre Dipartimenti di completare le ricerche e di consegnare, a partire da venerdì, cinquecento pagine al mese per ciascuna richiesta.

Su sollecitazione dei Democratici, il Dipartimento per la Sicurezza interna ha fatto sapere che l'Immigration and Customs Enforcement, l'agenzia federale responsabile dell'immigrazione, non prevede una campagna aggressiva nei luoghi di voto durante le elezioni di midterm. Schumer e altri undici senatori hanno comunque scritto questa settimana ai tre Dipartimenti per chiedere quali altre iniziative stia preparando l'Amministrazione.

Trump ha già cercato di imporre agli Stati direttive federali in materia elettorale, ha minacciato procedimenti penali contro i funzionari locali, ha preteso informazioni dettagliate sugli elettori e sul personale dei seggi e ha subordinato l'erogazione di fondi federali a modifiche delle procedure di voto. A maggio ha annunciato la creazione di un "esercito per l'integrità elettorale" e non ha escluso l'invio della Guardia Nazionale o degli agenti dell'immigrazione nei luoghi di voto. A gennaio aveva inoltre detto di rimpiangere di non aver mandato la Guardia Nazionale a sequestrare le macchine elettorali durante le presidenziali del 2020.

Lo scenario più temuto e la risposta dei Repubblicani


La senatrice democratica del Michigan Elissa Slotkin ha presentato il mese scorso una proposta di legge che obbligherebbe il presidente a ottenere l'autorizzazione del Congresso prima di schierare militari in uniforme o forze di polizia federali. Ad aprile, durante un'audizione, aveva chiesto al Segretario alla Difesa Pete Hegseth se fosse disposto a inviare truppe ai seggi, ma lui aveva liquidato la domanda come una trappola retorica.

Nella riunione coordinata da Schumer, alla quale ha partecipato anche Slotkin, i parlamentari hanno esaminato uno scenario tratto dal "manuale autoritario": un attacco informatico o accuse di voto su larga scala da parte di persone prive della cittadinanza potrebbero essere usati per giustificare l'intervento delle forze federali. Se militari e agenti arrivassero a maneggiare schede e macchine elettorali, la catena di custodia verrebbe interrotta e i risultati potrebbero essere contestati in tribunale. Secondo Slotkin, tuttavia, anche la sola presenza visibile degli agenti potrebbe scoraggiare gli elettori: "Se mi dici che un gran numero di agenti dell'immigrazione circonderà i seggi e che gli elettori dovranno attraversare un corridoio di agenti mascherati, si tratta di intimidazione al 100%".

I parlamentari repubblicani interpellati da NOTUS hanno comunque reagito con scetticismo a questa possibilità. Diversi componenti della Commissione Forze Armate del Senato hanno affermato di non aver mai sentito parlare di piani simili da parte della Casa Bianca. "Penso che i Democratici stiano seminando paura e cerchino di costruire uno scenario che induca le persone a preoccuparsi più del necessario", ha detto il senatore Eric Schmitt, repubblicano del Missouri ed ex procuratore generale dello Stato. "È soprattutto un gioco politico".

La sfiducia nella gestione del voto precede tuttavia il ritorno di Trump alla Casa Bianca. Per decenni Democratici e Repubblicani della Camera hanno inviato insieme propri uomini a osservare lo spoglio nelle elezioni potenzialmente contestate. Nel 2024, però, i Repubblicani hanno interrotto questa consuetudine, schierando propri osservatori già durante le operazioni di voto. Bryan Steil, repubblicano del Wisconsin e presidente della Commissione Amministrazione della Camera, intende proseguire su questa strada. A suo giudizio, la scelta è giustificata anche dal caso della deputata Mariannette Miller-Meeks, la cui rielezione in Iowa è stata confermata dopo un riconteggio con un margine di 799 voti su oltre 427.000. Per il capogruppo democratico della commissione, Joe Morelle, l'abbandono della prassi bipartisan "rompe cinquant'anni di tradizione e di precedenti".

L'allarme è stato portato negli uffici del Congresso anche da un gruppo apartitico di ex avvocati militari, costituito nel 2025 dopo la rimozione dei vertici legali delle Forze Armate disposta da Hegseth. Il gruppo ha avanzato anche proposte per rafforzare le tutele previste dalla legge. Il generale in congedo Steven Lepper ritiene improbabile un intervento del Congresso prima del voto: la decisione su un eventuale ordine di schieramento nel pieno della campagna elettorale ricadrebbe quindi sui comandanti militari. "Il rifiuto del Congresso di fare il proprio lavoro ha scaricato l'onere sui militari, che dovranno scegliere se tenere testa al presidente e rifiutarsi di eseguire ordini illegittimi oppure obbedire, mettendo di fatto le nostre Forze Armate nella condizione di commettere reati", ha detto Lepper. "È una situazione vergognosa per i nostri soldati".

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Perché i Dem dubitano di Jon Ossoff, il nome del momento per il 2028


Il senatore della Georgia è secondo nei sondaggi per le primarie del 2028 grazie ai video virali dei suoi comizi, ma dentro il partito molti pensano che al Senato ci sia arrivato grazie a Warnock

Jon Ossoff, senatore della Georgia di 39 anni, è entrato nella conversazione sul 2028 grazie ai video virali dei suoi comizi e dei suoi attacchi al presidente Trump. Dentro il Partito Democratico però diversi strateghi pensano che quelle clip lo facciano sembrare una forza politica più grande di quanto sia davvero.

Un sondaggio del Public Sentiment Institute condotto tra il 25 e il 29 luglio su 762 elettori probabili del Michigan lo ha collocato al secondo posto in una primaria democratica ipotetica, con il 13,9%. Davanti a lui c'è solo l'ex ministro dei Trasporti Pete Buttigieg, al 24,2%.

Dietro ci sono la deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez con il 10,7%, il governatore della California Gavin Newsom con il 10% e l'ex vicepresidente Kamala Harris con il 5,1%. Il governatore dell'Illinois JB Pritzker si ferma al 3,8% e quello della Pennsylvania Josh Shapiro al 3,6%, mentre il 21,7% degli elettori non sa ancora chi voterebbe.

I sondaggi nazionali raccontano una classifica diversa. Una rilevazione del Center Square Voters' Voice diffusa a giugno ha visto Harris davanti con il 27%, quasi il doppio di Newsom al 14%, con Buttigieg terzo all'11% e Ocasio-Cortez all'8%. Entrambi i californiani stanno scendendo: Harris era al 33% a ottobre e al 31% a marzo, Newsom al 21%. Un sondaggio di Emerson College di maggio aveva dato Newsom al 16% e Harris al 10%, con Shapiro in doppia cifra e il governatore del Kentucky Andy Beshear al 9%.

Sui mercati previsionali, i siti dove si scommette denaro sull'esito degli eventi politici, Newsom resta il favorito. Domenica Polymarket gli dava il 19% di probabilità di ottenere la candidatura democratica, davanti a Ocasio-Cortez al 15% e a Ossoff al 14%, con Harris al 9%. Su Kalshi le quote erano simili: Newsom al 18%, Ossoff al 15%, Ocasio-Cortez al 14% e Harris al 9,5%.

Le conversazioni di Axios con strateghi democratici della Georgia e con i collaboratori dei suoi possibili rivali del 2028 hanno restituito un misto di rispetto per le sue capacità digitali e di scetticismo sul fatto che bastino a costruire una campagna presidenziale.

Un democratico della Georgia ha paragonato la sua ascesa a "The Great White Hype", una commedia del 1996 in cui un promoter di boxe nero recluta un pugile bianco dilettante per attirare più soldi e più attenzione. La preoccupazione degli strateghi è che la cerchia di consiglieri del senatore sia troppo chiusa e che il rumore nazionale attorno al suo nome gli abbia dato alla testa proprio mentre dovrebbe pensare alla rielezione al Senato.

La prima critica riguarda i video: mostrano quasi sempre Ossoff che pronuncia discorsi preparati, non che parla a braccio. Chi lo conosce di persona lo descrive come studioso fino a essere troppo serio, con sessioni di preparazione che sforano regolarmente i tempi previsti e poca attitudine alle chiacchiere. È anche meno presente di altri possibili candidati nel circuito dei podcast e ha preferito ambienti prevedibili, come le interviste alla rete liberal MS Now o i passaggi rapidi sul sito di gossip TMZ.

Kyle Tharp, un operativo progressista che scrive una newsletter sui media digitali, ha detto ad Axios che il team di Ossoff è "molto talentuoso" ma che le sue "clip perfettamente coreografate" sono una parte importante della macchina che alimenta il suo nome per il 2028. La domanda, ha aggiunto, è se il senatore possa reggere anche "momenti non scritti e conversazioni lunghe".

La seconda critica è che Ossoff è arrivato al Senato grazie a Raphael Warnock, l'altro senatore democratico della Georgia. I due hanno vinto insieme il ballottaggio del 2021 (il secondo turno previsto dalla legge dello Stato quando nessun candidato supera il 50% dei voti). Diversi strateghi sostengono che sia stato Warnock a trascinare il collega oltre il traguardo.

Warnock, pastore della Ebenezer Baptist Church di Atlanta, la chiesa in cui predicava Martin Luther King, ha ottenuto più voti di Ossoff al ballottaggio e nel 2022 ha difeso il seggio nonostante il vento contrario per l'amministrazione Biden.

Rich McDaniel, stratega democratico della Georgia e tra gli artefici della vittoria di Doug Jones in Alabama nel 2017, ha detto ad Axios che "Ossoff non è arrivato qui da solo". "Molti direbbero che nel 2020 è stato Warnock a portarlo, non il contrario. Questo è il fantasma che lo seguirà sempre", ha aggiunto.

Per McDaniel quello che dovrebbe preoccupare di più i democratici della Georgia è lo schema che sta sotto: gli elettori neri costruiscono il traino elettorale a ogni tornata e poi vengono lasciati indietro quando si tratta di assumere gli strateghi e di controllare le risorse.

Warnock è considerato a sua volta un possibile candidato per il 2028 e in quella direzione ha fatto più passi di Ossoff. Ha scritto un libro e ha fatto campagna in Nevada, uno degli Stati attesi tra i primi a votare nel calendario delle primarie democratiche del 2028.

La terza critica è che l'entusiasmo della sinistra per Ossoff potrebbe durare poco. Molti democratici cercano per il 2028 un candidato capace di tenere insieme l'ala moderata e quella progressista. Qualcuno pensa che possa essere lui e indica i commenti positivi di voci di sinistra come Hasan Piker e Mehdi Hasan.

Altri sono convinti che la simpatia svanirà quando i progressisti scopriranno che il senatore si è opposto sia al Medicare for All, il sistema sanitario pubblico universale chiesto dalla sinistra del partito, sia all'abolizione dell'ICE (Immigration and Customs Enforcement), l'agenzia federale che si occupa degli arresti e dei rimpatri degli immigrati irregolari.

Ossoff, che è ebreo, ha avuto difficoltà anche a muoversi nella politica su Israele. Ha guadagnato credito tra alcuni progressisti votando le proposte del senatore del Vermont Bernie Sanders per limitare la vendita di armi al paese, ma i democratici ebrei della Georgia si sono sentiti traditi da quei voti del novembre 2024. Cinque mesi dopo ha votato contro due emendamenti dello stesso Sanders che avrebbero bloccato vendite di armi a Israele per 8,8 miliardi di dollari. Nella dichiarazione patrimoniale del 2024 risultano poi obbligazioni dello Stato di Israele per un valore compreso tra 1.001 e 15.000 dollari, un dettaglio che la sinistra del partito potrebbe usare contro di lui.

Uno stratega democratico che ha lavorato a campagne in Georgia teme soprattutto che Ossoff finisca come Mallory McMorrow, la candidata al Senato in Michigan che ha provato a corteggiare entrambe le ali del partito e ha perso le primarie di quest'anno. "Molti pensavano che McMorrow sarebbe uscita dal Michigan perché piaceva sia ai centristi sia ai progressisti", ha detto ad Axios. "Ma non è riuscita a trovare una corsia."

Un portavoce del senatore ha rimandato alle dichiarazioni con cui Ossoff ha già negato di puntare alla Casa Bianca. "Non ho alcun interesse a candidarmi alla presidenza nel 2028", ha detto quest'estate all'Atlanta Journal-Constitution, definendo il totonomi sul 2028 una distrazione dal compito urgente, cioè vincere le elezioni di metà mandato. Alla CNN ha ripetuto di non essere in corsa e di essere concentrato sulla rielezione di novembre.

Molti candidati alla presidenza hanno cominciato negando di volersi candidare, ma muoversi apertamente verso il 2028 adesso metterebbe a rischio la sua campagna in Georgia.

I sondaggi danno Ossoff in vantaggio fino a dieci punti sul repubblicano Mike Collins, deputato della Georgia. Il suo futuro politico dipende da quella corsa e dal margine con cui la chiuderà: solo una vittoria larga gli permetterebbe di sostenere di non avere più bisogno del traino di Warnock.


Cosa cambia con il nuovo calendario delle primarie Dem del 2028


La commissione per le regole del Democratic National Committee, l'organo che dirige il Partito Democratico americano, ha approvato venerdì 24 luglio la proposta di calendario per le primarie presidenziali del 2028. Il voto comincerà dalla South Carolina sabato 22 gennaio, come vuole la tradizione dello Stato.

Nevada, New Hampshire, New Mexico, Michigan e Virginia voteranno poi nei cinque martedì di febbraio. Gli altri Stati seguiranno tra il 7 marzo, il cosiddetto Super Tuesday in cui si concentra il maggior numero di primarie, e l'inizio di giugno.

La scelta dello Stato di apertura è stata la più discussa: 26 membri della commissione hanno votato per la South Carolina, 19 per il Nevada e 4 per il New Hampshire.

Nella South Carolina la maggioranza degli elettori delle primarie democratiche è nera. Il partito l'aveva già promossa al primo posto nel 2024 e ha voluto evitare di alienarsi gli elettori neri togliendole quel ruolo. Sulla decisione ha pesato anche la recente sentenza della Corte Suprema sui distretti elettorali, che mette a rischio i seggi di molti parlamentari democratici neri negli Stati del Sud.

Secondo i calcoli di Geoffrey Skelley, analista di Decision Desk HQ, società americana specializzata in dati elettorali, il nuovo calendario non rende però l'avvio delle primarie molto più vario dal punto di vista etnico. Combinando i sondaggi all'uscita dai seggi con l'affluenza del 2020, gli elettori bianchi sarebbero circa il 64% nei primi sei Stati, la stessa quota registrata nei primi quattro Stati del 2020.

Il motivo è il peso di Michigan e Virginia, dove gli elettori delle primarie erano bianchi rispettivamente al 75% e al 61%: nel 2020 i due Stati espressero insieme 2,9 milioni di voti, mentre gli altri quattro si fermarono complessivamente a 1,2 milioni.

Considerando solo i primi quattro Stati (South Carolina, Nevada, New Hampshire e New Mexico), la quota di elettori bianchi scende invece al 58% circa e quella di elettori latini più che raddoppia rispetto al 2020.

Il cambiamento maggiore è l'uscita dell'Iowa, che apriva la corsa con i suoi caucus, le assemblee di partito in cui gli elettori si riuniscono di persona, e con un elettorato bianco per oltre il 90%. Al suo posto entra di fatto il New Mexico, dove secondo l'ultima rilevazione disponibile, del 2008, gli elettori delle primarie democratiche erano bianchi al 57% e latini al 35%. Nel 2020 lo Stato votò a giugno, a corsa ormai decisa, e non ci furono sondaggi all'uscita dai seggi.

La partecipazione degli elettori latini potrebbe inoltre salire, perché il Nevada abbandonerà i caucus per una primaria tradizionale, un passaggio che di norma aumenta l'affluenza. Alla primaria del 2024, pur ormai ininfluente, parteciparono 134.000 persone, contro le 105.000 dei caucus del 2020. Il New Mexico aprirà invece la sua primaria agli elettori non iscritti a un partito, un'altra modifica che potrebbe far crescere il voto latino.

La conferma della South Carolina è stata letta da alcuni progressisti come una vittoria dell'establishment del partito, per via del precedente del 2020. Allora l'appoggio del deputato Jim Clyburn rilanciò Joe Biden, che vinse lo Stato e consolidò i consensi fino a battere Bernie Sanders per la nomination.

Nel 2028 però il ruolo dello Stato sarà diverso. Nel 2020 la South Carolina votò appena tre giorni prima del Super Tuesday, mentre stavolta lo precederà di circa sei settimane e servirà più a ridurre il campo dei candidati che a scegliere il vincitore.

Senza gare precedenti a sfoltire il gruppo, per gli elettori dello Stato potrebbe essere difficile convergere su uno o due favoriti. Jonathan Martin di Politico ha scritto che una corsa affollata, soprattutto con più di un candidato nero, rischia di frammentare il voto e mandare un segnale confuso agli Stati successivi.

L'ostacolo principale al piano è il New Hampshire, che il calendario colloca terzo. Una legge statale impone che la sua primaria presidenziale si tenga almeno sette giorni prima di ogni elezione simile e la difesa della primaria "first in the nation", la prima della nazione, unisce nello Stato entrambi gli schieramenti. I caucus dell'Iowa, che pure votava prima, sono sempre stati considerati abbastanza diversi da non violare la norma.

Se decidesse di sfidare il partito, il New Hampshire potrebbe puntare a votare martedì 11 gennaio, undici giorni prima della South Carolina.

Era già successo nel 2024. Il piano dei democratici prevedeva che il New Hampshire votasse il 6 febbraio, ma lo Stato fissò la primaria al 23 gennaio, violando le regole del partito. Biden, allora presidente in carica, non si iscrisse nemmeno alla gara e la vinse comunque grazie agli elettori che scrissero a mano il suo nome sulla scheda.

I democratici locali, che rischiavano di perdere tutti i delegati incaricati di assegnare la nomination alla convention nazionale, ad aprile organizzarono una votazione gestita dal partito, passata quasi inosservata, per adeguarsi al calendario nazionale.

I partiti nazionali non possono del resto imporre nulla. Le date delle primarie sono in genere fissate dalle leggi statali o da funzionari come il segretario di Stato, che in New Hampshire ha proprio il compito di difendere il primato locale. Servirebbe una modifica della legge, ma il governo statale è controllato dai repubblicani, che non hanno alcun interesse ad aiutare i democratici.

Questa volta il partito nazionale ha però inasprito le sanzioni. Un candidato che facesse campagna in New Hampshire potrebbe essere escluso dai dibattiti nazionali e perdere anche i delegati conquistati negli altri Stati iniziali. La stretta potrebbe convincere i democratici locali a organizzare fin da subito una primaria di partito in regola con le date, rinunciando a usare il voto statale per assegnare i delegati.

Le novità del calendario sono New Mexico e Virginia, che si aggiungono al Michigan, entrato tra i primi Stati nel 2024. Entrambi tendono a votare per i democratici e hanno un elettorato vario. Nel New Mexico la popolazione con diritto di voto è ispanica al 45%, la quota più alta del paese secondo il centro studi americano Pew Research Center, mentre in Virginia circa il 30% degli elettori delle primarie democratiche è nero.

Soprattutto, sono due dei 16 Stati in cui i democratici controllano il governatore e le due camere del parlamento statale. A differenza del New Hampshire, possono quindi cambiare per legge le date delle loro primarie e adeguarle ai piani nazionali.

Per il New Mexico il cambiamento sarebbe il più grande. Oggi lo Stato concentra a inizio giugno un'unica primaria per tutte le cariche e, per rispettare la data del 15 febbraio prevista dal calendario, dovrebbe creare una primaria presidenziale separata oppure anticipare tutto di quasi quattro mesi (la prima opzione è considerata più praticabile).

Alla Virginia basterebbe invece anticipare il voto di una settimana, dal primo martedì di marzo al 29 febbraio. La data esiste perché il 2028 è bisestile, come quasi tutti gli anni delle elezioni presidenziali americane.

Proprio la Virginia, ultima a votare prima del Super Tuesday, erediterebbe la posizione che nel 2020 fu della South Carolina. La collocazione potrebbe favorire un candidato vicino all'establishment. Nelle primarie del 2016 e del 2020 lo Stato scelse nettamente prima Hillary Clinton e poi Biden, con Sanders staccato al secondo posto in entrambi i casi.

Un risultato simile nel 2028 arriverebbe subito prima delle primarie ricche di delegati di California, Texas e forse New York, che sta valutando di spostare il suo voto al Super Tuesday.


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Space X.


La quotazione di SpaceX è stata un momento importante nella storia della tecnologia moderna. Al di la della quota, vediamo altre cose che mi interessano di più.
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Anche se vivi in mezzo al deserto sai che SpaceX si è quotata, dato che stai usando Starlink per la connessione 😛.

La più grande dote di Musk è la capacità di raccogliere capitali, e lo ha dimostrato l'ennesima volta: L'IPO ha fatto numeri da capogiro e non contenta è pure cresciuta un bel po' nei giorni sucessivi (anche se mentre scrivo è a -6% e mi aspetto che perda un bel po' quando finerà l'hype)

Ma non ho voglia di parlare della quotazione dato che ha già tutti i fari puntati e non aggiungerei valore alla discussione.

Voglio però parlare di alcune cose correlate:

Quotazioni in borsa verso aziende che risolvono problemi complessi


Dopo due decenni in cui sono le aziende di software le regine delle quotazioni in Borsa, abbiamo un ritorno ad aziende di "hardware" che risolvono problemi complessi (Nvidia e SpaceX). Con le prossime quotazione di Anthropic e OpenAi, avremo un cambio storico: saranno le aziende AI a dominare il futuro della borsa, e questo IPO è stato lo spartiacque.

Sono curioso di vedere la capacità del mercato di acquistare così tante azioni o se qualcuno rimarrà col cerino in mano perchè i capitali sono finiti.

SpaceX e Cursor: l'importanza dell'accordo da 60 miliardi.


SpaceX grazie all'infusione di denaro si è assicurata la possibilità di acquisire la startup di AI per la programmazione Cursor per 60 miliardi di dollari.

Le motivazione molteplici. Il software che scrive software è il vero abilitatore all'esponenziale e SpaceX era indietro da questo punto di vista. Cursor invece aveva bisogno di potenza di calcolo.

Con questa acquisizione SpaceX non solo prova a colmare il divario con Anthropic e OpenAI, ma trova un'altra fonte di entrate.

Cosa porta Cursor sul tavolo


Cursor offre infatti qualcosa che xAI difficilmente potrebbe costruire rapidamente da sola:

  • una vasta base di sviluppatori già attivi;
  • dati reali di utilizzo;
  • feedback continui sul prodotto;
  • un canale di distribuzione consolidato.


Cosa porta SpaceX sul tavolo


SpaceX metterà a disposizione l'accesso a Colossus, il supercomputer utilizzato da xAI e i capitali per poter sopravvivere ai momenti di crisi.

Secondo Cursor, uno dei principali limiti alla propria crescita era proprio la disponibilità di potenza computazionale. L'accesso a Colossus dovrebbe permettere di accelerare significativamente l'addestramento dei modelli.

Ricordiamo che Colossus è usato anche da Anthropic.

L'accordo arriva inoltre in un momento delicato per xAI, che negli ultimi mesi ha visto l'uscita di numerose figure chiave. A marzo non risultava più presente nessuno dei membri del team fondatore originario.

Un mercato che è cambia rapidamente


Lo scorso anno Cursor era considerato uno degli assistenti di coding più promettenti sul mercato.

Secondo diverse indiscrezioni, OpenAI aveva tentato di acquisirla prima di rivolgere la propria attenzione a Windsurf.

Nel frattempo però il settore si è evoluto rapidamente: L'attenzione si sta spostando dagli strumenti che aiutano a scrivere codice verso agenti autonomi in grado di pianificare ed eseguire interi workflow di sviluppo. In questa categoria rientrano strumenti come Claude Code di Anthropic e Codex di OpenAI.

Cursor non sviluppa modelli fondamentali proprietari. Il recente modello Composer 2 è stato costruito sopra il modello open source cinese Kimi K2.5.

Con l'acquisizione anche Cursor avrà il suo modello di frontiera: l'azienda di Elon Musk sviluppa i modelli della famiglia Grok, ma ad oggi considerati un gradino più in basso rispetto alle soluzioni di OpenAI, Anthropic o Google nelle attività di programmazione.

Avere una base utenti del genere potrebbe contribuire a migliorare le capacità di coding di Grok.

Non sono davvero TROPPI soldi per una persona sola?


Non voglio fare il Che Guevara della situazione... ma ha senso che una sola persona abbia così tanti soldi? Musk dopo l'IPO non solo vale più dei fondatori di Google, Amazon, Oracle, e Meta insieme, ma solo 21 Nazioni hanno un PIL superiore al bilione (trillion si traduce così, vedi più sotto).

Una famiglia italiana, senza bisogni di mangiare o pagare affitto ci mette quasi 30 Milioni di anni a portarsi a csa quei soldi. in 30 milioni di anni ci siamo evoluti da proto scimmie a quello che siamo adesso.

Billions, Miliardi,Trillions, Fantastiglioni.


Che troppe faccia buffe parlino di finanza senza avere una conoscenza dell'argomento è accertato, ma almeno sarebbe bello se sapessero l'inglese quando parlano di numeri fantasmagorici.

Dire che l'Ipo di SpaceX è 1.7 Trilioni, non solo è errato ma allontana ancora di più le dimensioni della cosa.

  • Trillions non si traduce con trilioni, ma con bilioni.
  • Bilions a sua volta non si traduce in bilioni, ma miliardi.

Il perchè è presto detto: dove il mondo usa la "scala lunga", i paesi anglosassoni usano la "scala corta". Una è in base 1 milione, l'altra mille.

Wikipedia ha un articolo fatto molto meglio di quanto potrei fare io.

Graficamente è qualcosa del genere: il pallino nero sono 1.000 milioni. ripeditamo M-I-L-L-E-M-I-L-I-O-N-I.

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I giovani Repubblicani sono troppo estremisti


La fabbrica dei talenti conservatori premia la fedeltà ideologica a Trump invece della competenza: al Congresso e nei think tank temono una generazione impreparata e tollerante verso l'estremismo

I politici del Partito Repubblicano sono preoccupati per la nuova generazione di giovani collaboratori che sta arrivando a Washington: nelle chat di gruppo e agli aperitivi dopo il lavoro si ripete che il sistema che porta i giovani talenti conservatori nei posti di governo è difettoso, se non del tutto rotto. È il quadro che emerge da un'analisi pubblicata su Politico dopo conversazioni con quattro alti collaboratori repubblicani al Congresso, studiosi ed ex dipendenti di think tank, accademici e giovani militanti conservatori, che raccontano una frattura generazionale sempre più larga e una diffidenza reciproca.

La critica non è il solito lamento di mezza età sui giovani che non vanno bene: è rivolta a istituzioni come la Heritage Foundation, il più importante think tank conservatore d'America, che da decenni hanno il compito di individuare e formare la futura classe dirigente del partito. Secondo i critici, che in molti casi si riconoscono in un conservatorismo tradizionale precedente a Trump, negli ultimi dieci anni queste organizzazioni hanno selezionato le persone sulla base della conformità rigida all'ideologia trumpiana invece che della competenza, con un calo del merito e delle capacità e una tolleranza verso ideologie più oscure che alla lunga potrebbe compromettere la capacità del partito di governare.

"Tutti sanno qual è il problema: le organizzazioni che portano i giovani collaboratori a Washington hanno passato l'ultimo decennio a privilegiare la cieca fedeltà ideologica invece della competenza o dell'intelligenza", ha detto un alto collaboratore repubblicano al Congresso. "Ci siamo ritrovati con una generazione di idioti fanatici e incompetenti".

Al centro delle preoccupazioni ci sono i cosiddetti groyper: tecnicamente i seguaci di Nick Fuentes, uno streamer della generazione Z che si definisce "identitario bianco", ma il termine è ormai usato come insulto generico per i giovani di destra anti-establishment, un po' come "neocon" per i conservatori favorevoli agli interventi militari. Fuentes, che ha milioni di spettatori e una visione del mondo profondamente antisemita e misogina, è diventato un personaggio tra i giovani conservatori come attivista online pro-Trump e agitatore di estrema destra nei campus. Poi ha rotto con il presidente per la gestione dei file su Jeffrey Epstein e per il sostegno di Trump a Israele e alla guerra in Iran.

Commentatori conservatori di primo piano sostengono che il groyperismo si stia diffondendo tra i membri più giovani del partito, anche dentro il governo: un giovane avvocato dell'amministrazione Trump ha ammesso in messaggi di testo rivelati da Politico di avere una "vena nazista" e alcuni account social ufficiali del governo hanno ripreso il linguaggio e i meme dell'estrema destra online.

C'è però una differenza tra criticare gli aiuti militari a Israele o lamentare i morti della guerra di Gaza e usare espressioni come "governo occupato dai sionisti", come fa abitualmente un giovane stratega repubblicano citato nell'articolo. I sondaggi mostrano che la stragrande maggioranza dei giovani conservatori respinge le posizioni antisemite, anche se il sostegno a Israele è calato sensibilmente rispetto alle generazioni precedenti. I giovani di destra sono anche più scettici verso gli interventi militari: i più anziani della generazione Z erano bambini piccoli l'11 settembre 2001, sono cresciuti in un'epoca di guerre lunghe decenni e costate migliaia di miliardi di dollari e sono arrivati all'età adulta senza potersi permettere una casa. Per molti la diffidenza verso l'ortodossia repubblicana ha radici genuine.

Per i giovani conservatori le lamentele degli anziani non riguardano davvero credenziali ed esperienza, ma uno scontro politico interno al partito. "Per la mia esperienza sul campo non esiste un grande problema di groyper", ha detto Marty Bertao, 21 anni, presidente dei College Republicans of America, l'organizzazione studentesca del partito. "Ho il sospetto che contino come groyper chiunque sia lontanamente critico verso Israele". Rachel Bovard, vicepresidente dei programmi del Conservative Partnership Institute, un'altra organizzazione che forma collaboratori, ha scritto online che questa campagna è "disgustosa e riprovevole, soprattutto se fatta contro i giovani collaboratori del Congresso".

Se il personale è politica, come dice un vecchio adagio di Washington, la posta in gioco è molto più alta di uno scontro generazionale, perché sono i collaboratori del governo, in tutti i rami dello stato, a far funzionare di fatto il paese. Gli studenti impegnati nella politica universitaria diventano stagisti, poi assistenti legislativi, poi consiglieri senior, capi di gabinetto e in certi casi direttori di agenzie: se il sistema che produce il personale conservatore sta cambiando, cambierà con esso il governo repubblicano.

"C'è certamente un problema di selezione dal lato repubblicano", ha detto E.J. Fagan, professore associato alla University of Illinois Chicago e autore di un libro sull'ascesa dei think tank di partito. Secondo Fagan, anche al di là della politica estera, alla Heritage la competenza tradizionale è stata messa da parte in favore di "pastura per la macchina dei media conservatori": "stanno assumendo molte persone che non hanno più le capacità di una volta".

Fagan cita il caso di E.J. Antoni, il giovane capo economista della Heritage che il presidente aveva scelto come direttore del Bureau of Labor Statistics, l'ufficio federale che produce le statistiche sul mercato del lavoro. La nomina è stata ritirata dopo che Antoni aveva proposto di sospendere il rapporto mensile sull'occupazione, i cui dati rivisti al ribasso erano stati definiti "truccati" da Trump e dopo la scoperta di un suo vecchio account X, poi cancellato, in cui insultava volgarmente Kamala Harris e attaccava i gay. "Un tempo figure come quella del capo economista della Heritage erano impressionanti nel mondo delle politiche", ha detto Fagan. "Non è più così e non invidio chi deve cercare la prossima generazione di collaboratori".

Le preoccupazioni sono particolarmente forti al Senato, che resta il principale baluardo dell'establishment nella Washington di Trump. Dei quattro collaboratori del Congresso sentiti da Politico, tre lavorano per senatori repubblicani e hanno dato versioni diverse del problema. Uno ha detto che in alcuni uffici di Camera e Senato i collaboratori addetti alla comunicazione sono ormai più numerosi di quelli che si occupano di politiche, perché i parlamentari inseguono "i clic e le risposte pungenti" nell'angolo troppo online di X, cosa che "non fa avanzare di un millimetro l'agenda conservatrice". Un altro ha detto che è difficile competere per il personale qualificato con un'amministrazione del proprio partito che dispone di migliaia di nomine politiche. Un terzo ha parlato di una generazione cresciuta con le teorie cospirative di Tucker Carlson e Candace Owens, due commentatori molto seguiti a destra: "tra cinque, otto anni, se dovremo affidarci a persone con questa visione del mondo, saremo in guai seri".

Per decenni la Heritage Foundation è stata una delle principali porte d'ingresso ai lavori repubblicani di Washington: secondo un'analisi del 2024 di Legistorm (una società che monitora il personale del Congresso), quasi un terzo degli uffici repubblicani al Congresso impiegava un suo ex dipendente. L'istituzione sostiene che l'amministrazione Trump ha adottato il 64% delle sue proposte politiche e dice che 290 suoi ex lavorano nell'amministrazione attuale e altri 235 al Congresso.

Questo successo si deve in parte alla capacità dell'istituto di reinventarsi insieme al movimento conservatore: prima la scommessa su Ronald Reagan, poi il sostegno ai candidati del Tea Party negli anni dieci, quindi il movimento MAGA e il Project 2025, il dettagliato programma di governo preparato per il secondo mandato di Trump. La prossima reinvenzione potrebbe essere l'era di JD Vance.

Luke Coffey, oggi ricercatore senior all'Hudson Institute, un altro think tank conservatore, ha vissuto il cambiamento dall'interno. "La Heritage in cui sono entrato nel 2012 era reaganiana", ha detto. "Quella che ho lasciato era più MAGA di Trump". Secondo Coffey l'enfasi sull'ideologia si è pagata in esperienza: racconta di un questionario per gli stagisti che selezionava i candidati in base alle posizioni anti-aborto. "Per uno stagista del programma sul Medio Oriente volevo il ragazzo o la ragazza che aveva studiato in Giordania, parlava arabo a livello intermedio, aveva girato Israele con lo zaino in spalla e credeva nella leadership americana nel mondo", ha detto. "Non mi interessava da che parte stesse nel dibattito tra pro-life e pro-choice".

Per Coffey il trionfo dell'ideologia sull'esperienza nel secondo mandato di Trump va ben oltre gli stagisti: "come segretario alla Difesa voglio una persona che, quando c'è un tentativo di colpo di stato a Seul, può scrivere su WhatsApp al suo omologo sudcoreano perché si conoscono da 35 anni", ha detto. Al suo posto, ha aggiunto, c'è Pete Hegseth, un ex personaggio televisivo che ha servito come ufficiale subalterno nella Guardia nazionale.

Anche la Heritage ha avuto la sua controversia legata ai groyper. Quando l'anno scorso Tucker Carlson ha realizzato un'intervista amichevole con Fuentes, il presidente della Heritage, Kevin Roberts, ha difeso l'ex conduttore di Fox News contro "una coalizione velenosa che lo attacca", attirandosi condanne diffuse e provocando l'uscita di diversi dipendenti dall'organizzazione. Roberts ha poi espresso rammarico per quella formulazione.

L'episodio ha danneggiato la reputazione della Heritage, ma nel frattempo erano già nate organizzazioni più recenti che contendono spazio nel sistema di formazione, come l'America First Policy Institute e American Moment. Quest'ultima si occupa in particolare dei giovani e dei collaboratori junior e rifiuta esplicitamente quello che definisce il vecchio "sistema rotto" delle credenziali d'élite, compreso l'obbligo della laurea.

L'ansia per il groyperismo tra i repubblicani coincide con un aumento dell'antisemitismo in tutto l'arco politico, compresi i giovani conservatori. Un sondaggio di Yale Youth ha rilevato che i giovani "estremamente conservatori" sono i più propensi a essere d'accordo con affermazioni antisemite come "gli ebrei negli Stati Uniti hanno troppo potere". Secondo un sondaggio del Manhattan Institute, un think tank newyorkese, il 25% dei repubblicani sotto i 50 anni si riconosce in posizioni antisemite e il 31% in posizioni razziste. E Pew Research ha rilevato che l'opinione dei giovani elettori sul popolo israeliano è peggiorata dappertutto dal 2022, anche se la maggioranza dei repubblicani continua a vederlo positivamente, contro una minoranza dei democratici.

"Alcuni di noi sono preoccupati per l'antisemitismo che sentiamo emergere", ha detto il secondo collaboratore del Senato. "Ovviamente la sinistra ha questo problema più di noi, ma non ci aiuta". Il collaboratore ha raccontato che nelle assunzioni è ormai considerato "un campanello d'allarme" se un candidato viene da un'università conservatrice e dichiara un interesse per il Medio Oriente.

Le stime sulla reale diffusione del groyperismo tra i giovani professionisti repubblicani di Washington vanno da chi lo considera onnipresente a chi lo giudica trascurabile e sono oggetto di dispute aspre. Un anziano esponente conservatore ha detto a Rod Dreher, commentatore della rivista online Free Press, che il termine si applicherebbe al 30-40% dei collaboratori della generazione Z al Congresso e nell'amministrazione: la stima, ripetuta da Dreher in un podcast questa settimana, ha scatenato un dibattito furioso dentro il partito. Un funzionario dell'amministrazione ha detto al New Yorker che la percentuale sarebbe più vicina al 75%. E il primo collaboratore del Congresso sentito per l'articolo ha parlato di almeno il 50% del personale repubblicano al Congresso tra groyper e simpatizzanti.

I giovani conservatori liquidano queste stime come un tentativo dell'establishment di screditare un'intera generazione. "I giovani che portiamo a Washington non sono groyper", ha scritto su X Nick Solheim, amministratore delegato di American Moment. "Pensano che Nick Fuentes sia un disfattista e un ciarlatano. Vogliono vedere ristabilito l'ordine nel loro paese, vogliono le espulsioni di massa, niente nuove guerre e il sostegno ai lavoratori e alle famiglie americane".

Le storie inquietanti comunque non mancano: le battute sulle camere a gas e gli insulti etnici nelle chat di gruppo dei giovani repubblicani rivelate da Politico lo scorso autunno; l'ex tesoriere dei giovani repubblicani di New York collegato da un'inchiesta del New York Magazine a un account social che denigrava ebrei, neri, musulmani e gay; un consulente di una campagna per la Camera licenziato per aver deriso una vittima di stupro su X; un collaboratore della campagna presidenziale di Ron DeSantis, il governatore della Florida, allontanato per aver rilanciato un video con un'immagine nazista e poi approdato nell'ufficio del senatore del Missouri Eric Schmitt e infine al dipartimento di Stato, dove lavora ancora oggi.

Molti eletti repubblicani, insieme ai giovani conservatori, sostengono che queste posizioni restino ai margini del movimento e che sia ingiusto attribuire vere convinzioni politiche sulla base di battute in chat, indicando la sinistra come fonte maggiore del problema. Il senatore Ted Cruz ha però detto il mese scorso a un'assemblea della Faith and Freedom Coalition, l'organizzazione dei conservatori religiosi, di aver "visto più antisemitismo a destra negli ultimi 18 mesi che in qualsiasi altro momento della mia vita" e che "si sta diffondendo in particolare tra i giovani". Da allora gli alleati di Cruz hanno fondato un'organizzazione dedicata a contrastare l'antisemitismo di destra.

Altri leader MAGA sono stati attenti a non alienarsi i giovani conservatori, compresa la frangia più online e più vicina al mondo groyper. Il vicepresidente JD Vance non solo ha espresso comprensione per chi si oppone alla guerra in Iran, posizione condivisa dalla maggior parte degli americani: ha anche liquidato le chat razziste dei giovani repubblicani come "battute provocatorie" e, pur condannando l'antisemitismo, ha ipotizzato pubblicamente che Jeffrey Epstein avesse legami con l'intelligence israeliana. Vance in passato ha detto che Fuentes può "andare a quel paese" per averlo definito un "traditore della razza" a causa del suo matrimonio interrazziale, ma da settimane è bersaglio di una campagna online interna al suo stesso partito. Se sarà davvero lui a guidare il partito repubblicano del futuro, resta la questione di chi esattamente starebbe accogliendo e di cosa queste persone farebbero con il potere una volta ottenuto.

Intanto i veterani del Congresso continuano a giudicare il futuro del partito e del paese dai curriculum che arrivano negli uffici. E sempre più spesso non gli piace quello che vedono.


La guerra in Iran ribalta l'America First: ora lo slogan se lo intestano i Democratici


Un numero crescente di Democratici sta rivendicando per sé lo slogan "America First", in risposta alla guerra che Donald Trump sta conducendo da fine febbraio contro l'Iran insieme a Israele. Così la formula che il presidente si era intestato per due lunghe campagne elettorali, ora divide sempre di più la destra e viene usata dai suoi avversari, compresi alcuni dei possibili aspiranti alla Casa Bianca nel 2028.

Abdul El-Sayed, candidato progressista che il 4 agosto affronterà la moderata Haley Stevens nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan, è il più esplicito. Il fine settimana scorso ha fatto campagna con Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Ad Axios ha detto: "Sono il candidato più America First del Paese, e lo dico con orgoglio". La sua definizione ribalta quella del presidente e la sposta sulla spesa pubblica: "Quando tieni qui i nostri soldi invece di mandarli alla macchina da guerra di qualche altro Paese, questo è il vero America First".

Politica USA · 2026

«America First» cambia bandiera


Dalla guerra contro l’Iran alle primarie del Michigan: sempre più democratici rivendicano lo slogan di Trump — o ne adottano gli argomenti senza pronunciarlo.

Grafica di FocusAmerica

AMERICA FIRST AMERICA FIRST
2026 · i democratici 2016 · Donald Trump

Trascina lo strappo: il manifesto democratico copre quello di Trump.

La cronologia

Sei mesi di appropriazione, dalla guerra alle urne



I protagonisti

Due modi di dire la stessa cosa

Oltre il 2028

Il mandato di Trump finisce a gennaio 2029. Lo slogan gli sopravvive.

Proteggere l’industria nazionale, ridurre le dipendenze strategiche, subordinare gli impegni internazionali all’interesse del Paese: la svolta che ha portato Trump alla Casa Bianca è ormai bipartisan. Cambieranno toni e strumenti, non la direzione.
Fonte: Axios, Congress.gov, dichiarazioni pubbliche dei candidati · luglio 2026

Dalla benzina a Israele, lo slogan cambia bersaglio


Ro Khanna, deputato della California che sta valutando anche lui una corsa alla Casa Bianca, ha adottato la stessa etichetta. Ad aprile ha ripresentato il Gasoline Export Ban Act, un progetto di legge che vieta l'esportazione di benzina all'estero quando il prezzo medio alla pompa resta sopra i 3,12 dollari al gallone per 7 giorni consecutivi, e in quell'occasione ha detto di voler mettere l'America al primo posto. A febbraio, dall'aula della Camera, aveva sostenuto che "un'altra guerra in Medio Oriente non è America First".

Dan Osborn, il sindacalista che in Nebraska corre per il Senato da indipendente contro il senatore repubblicano uscente Pete Ricketts, è andato oltre e venerdì ha usato la stessa formula contro Israele: "dobbiamo mettere al primo posto l'America, non Israele". Non si può "minare l'indipendenza dell'esercito americano per nessun alleato", ha aggiunto Osborn, "men che meno per uno inaffidabile che ci ha già costretto a buttare soldi in un'inutile guerra senza fine all'estero".

Anche una parte dei Repubblicani ritiene che la guerra contro l'Iran abbia tradito l'impegno a mettere gli americani al primo posto e che proprio questo abbia aperto uno spazio politico ai Democratici. Tucker Carlson, che nel 2024 ha presentato Trump alla convention repubblicana, aveva spinto il presidente a non attaccare l'Iran e da allora si è scusato per aver "fuorviato la gente" sul suo conto, precisando che non era stato un errore intenzionale.

Da parte sua, El-Sayed si è detto d'accordo con i critici di destra: "la versione MAGA dell'America First è fare spettacolo con l'America First, per poi svenderti al primo acquirente". Chi la pratica, ha aggiunto, resterà sempre ostaggio di "una lobby di interessi stranieri come AIPAC", la principale lobby di pressione filoisraeliano negli Stati Uniti, e del complesso militare-industriale, cioè di "quelli che vincono ogni volta che mandiamo le nostre armi all'estero". I sondaggi indicano che gli elettori sono stanchi di decenni di guerre in Medio Oriente, soprattutto quando non vedono di buon occhio la propria situazione economica in casa.

I big democratici evocano il tema senza usare lo slogan


La maggior parte dei Democratici di primo piano evita ancora di pronunciare lo slogan di Trump, ma ne riprende sempre più spesso gli argomenti. Il 17 luglio a Memphis, in un comizio a sostegno del candidato al Congresso Justin Pearson, Alexandria Ocasio-Cortez ha detto che "tutti quei soldi che stiamo spendendo in bombe all'estero potrebbero essere spesi in scuole qui da noi". La deputata di New York sta attualmente valutando una candidatura alla presidenza o al Senato nel 2028.

Il 25 aprile, parlando dinanzi ad una platea del Partito Democratico dell'Arkansas nel suo primo discorso da protagonista dopo la sconfitta del 2024, l'ex vicepresidente Kamala Harris aveva detto che "per innescare una rinascita americana dobbiamo partire da un'agenda ambiziosa, in cui i nostri soldi pubblici vadano a case, sanità e asili accessibili, non a guerre sconsiderate in terre straniere che nessuno vuole", un riferimento palese allo slogan elettorale di Trump nel 2024 sulle "stupide guerre straniere".

Molti Democratici hanno abbracciato anche le politiche industriali propugnate da Trump in questi anni per far ripartire la manifattura americana. Il 15 giugno i senatori Mark Kelly dell'Arizona e Cory Booker del New Jersey, anche loro entrambi possibili candidati alla presidenza, sono stati tra i firmatari del Make More in America Act, il disegno di legge presentato dal leader democratico al Senato Chuck Schumer che allarga il mandato della Export-Import Bank per finanziare la costruzione di semiconduttori, l'estrazione di minerali critici e lo sviluppo dell'intelligenza artificiale negli Stati Uniti.

Kelly ha persino sostenuto che la legge servirebbe a "costruire più cose qui da noi e creare posti di lavoro ben pagati, riducendo allo stesso tempo la nostra dipendenza dagli avversari stranieri". Insomma, il mandato di Trump finirà nel gennaio 2029, ma la svolta che lo ha portato a vincere grazie allo slogan "America First" appare ormai bipartisan e destinata a sopravvivergli. Anche tra i democratici si sta sempre di più consolidando l'idea che gli Stati Uniti debbano proteggere l'industria nazionale, ridurre le dipendenze strategiche e subordinare maggiormente gli impegni internazionali agli interessi economici e di sicurezza del Paese. Ciò significa che potranno sicuramente cambiare i toni e gli strumenti, ma difficilmente Washington tornerà all'impostazione globalista che aveva preceduto l'ascesa di Donald Trump alla presidenza.


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Stati Uniti e Giappone intervengono insieme per sostenere lo yen


Il Ministero delle Finanze giapponese ha confermato l'operazione di acquisto condotta insieme al Tesoro americano. È la prima operazione coordinata dal 1998. Trump la presenta come un gesto di amicizia, mentre i mercati si interrogano sulla scelta di Washington di vendere euro anziché dollari.

Il Ministero delle Finanze giapponese ha confermato lunedì di aver condotto venerdì scorso un'operazione di acquisto di yen coordinata con il Tesoro degli Stati Uniti. Secondo il Financial Times, si tratta del primo intervento congiunto dei due alleati a sostegno della valuta giapponese dal 1998. Tokyo ha inoltre chiarito di essere pronta ad agire nuovamente: "Non esiteremo a condurre ulteriori interventi coordinati in futuro", si legge nella nota, che sottolinea il contatto costante con il Tesoro americano.

Lo yen aveva superato quota 163 contro il dollaro, un livello che non si vedeva dal 1986, arrivando giovedì scorso fino a quota 163,73. Venerdì è risalito a 157,57 e lunedì, dopo la conferma dell'operazione, ha proseguito il recupero fino a 155,20, il valore più forte da quasi tre mesi. La debolezza della valuta è diventata un problema politico per il governo giapponese, che era già intervenuto autonomamente sul mercato in aprile e maggio per difendere lo yen. A pesare sono soprattutto gli elevati tassi d'interesse americani, l'aumento del prezzo del petrolio e il persistente deflusso di capitali dal Giappone.

Il Ministero ha spiegato di aver agito "in conformità con la Dichiarazione congiunta dei Ministri delle Finanze giapponese e statunitense" del settembre 2025, con l'obiettivo di contrastare "l'eccessiva volatilità e i movimenti dello yen" registrati nelle ultime settimane. Tokyo ha inoltre annunciato che farà ricorso alla FIMA repo facility della Federal Reserve, lo strumento che permette alle banche centrali estere autorizzate di ottenere dollari a breve termine cedendo temporaneamente titoli del Tesoro statunitense.

Valute · Stati Uniti–Giappone

Washington e Tokyo comprano yen insieme: non accadeva dal 1998

Il dollaro era salito fino a 163,73 yen, il massimo dal 1986. L’operazione coordinata di Tokyo e Washington — anticipata da un appunto fotografato a Camp David — ha riportato il cambio a 155,20.

Grafica di FocusAmerica · 3 agosto 2026

Giovedì 30 luglio
163,73

−5,2% yen per dollaro

Lunedì 3 agosto
155,20

Yen al minimo sul dollaro dal 1986

Dopo l’intervento, lo yen al valore più forte da quasi tre mesi

La corsa del 2026
Sei mesi di pressione sullo yen, tre interventi per fermarla
Cambio dollaro/yen in date selezionate: più la linea sale, più lo yen è debole. Tocca i punti per i valori.

Ad aprile e maggio Tokyo aveva speso da sola la cifra record di 11.730 miliardi di yen per difendere la valuta.

L’indizio
Il piano era già scritto su un blocco per appunti
Ricostruzione

«Comprare yen giapponesi (JPY), 5–10 miliardi di dollari». L’appunto sul tavolo di Scott Bessent, fotografato da Reuters durante la riunione di gabinetto a Camp David alle 11:33 di venerdì (le 17:33 in Italia). Due ore prima, il Tesoro aveva già avvertito le banche di un possibile intervento.

Il conto
Quanto è costato difendere lo yen

≈8.450 mld ¥
52,8 miliardi di dollari per l’intera operazione, secondo le stime degli analisti su dati Bank of Japan (FT)

6.000–7.000 mld ¥
Il solo intervento di giovedì per il Nikkei: il più grande mai condotto dal Giappone in una giornata

Il nodo degli euro
EURO venduti dalla Fed di New York tramite Goldman Sachs e Morgan Stanley YEN

Di norma questi interventi si finanziano in dollari. Per Robin Brooks (Peterson Institute) la mossa rischia di indebolire la fiducia nello yen: i mercati si chiederanno perché Washington non abbia semplicemente pagato in dollari — forse per evitare che Tokyo dovesse vendere titoli del Tesoro USA.

Fonte Ministero delle Finanze del Giappone, Dipartimento del Tesoro USA, Financial Times, Nikkei, Reuters; dati di mercato LSEG, FactSet e Bloomberg. Agosto 2026.

Bessent invoca la sicurezza economica, Trump l'amicizia


Il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha confermato l'operazione, spiegando che "le azioni coordinate di venerdì sul mercato dei cambi hanno contrastato i movimenti dello yen". Ha inoltre assicurato che Washington non esiterà a partecipare a nuovi interventi, sia per ragioni di sicurezza economica sia in considerazione dell'alleanza con Tokyo. Bessent ha appoggiato apertamente anche la linea del governo giapponese: gli Stati Uniti, ha dichiarato, "sostengono con forza le misure decise di mercato e di politica monetaria del Giappone per correggere la sostanziale sottovalutazione dello yen". A Tokyo l'annuncio è stato affidato alla Ministra delle Finanze Satsuki Katayama, che ha utilizzato parole quasi identiche.

Il presidente statunitense Donald Trump ha invece presentato l'intervento in termini molto più diretti. Interrogato domenica a bordo dell'Air Force One sul motivo per cui gli Stati Uniti stessero sostenendo la valuta di un altro Paese, il presidente ha risposto richiamando il "buon rapporto" con il Giappone. "Volevano un piccolo aiuto e noi ci siamo sempre, per il Giappone", ha detto. Trump ha sostenuto che l'operazione produrrà un "beneficio finanziario" per gli Stati Uniti e farà bene "anche all'economia mondiale", ma ha aggiunto che, "più di ogni altra cosa, è stato un segnale di amicizia". Il presidente ha infine osservato che il Giappone "è stato molto buono con noi, con l'eccezione, naturalmente, di Pearl Harbor".

Reporter: Why is the U.S. intervening to support the Japanese yen at this time?

Trump: Japan’s been very good to us, with the exception, of course, of Pearl Harbor. pic.twitter.com/MY2uFdDBYA
— Acyn (@Acyn) August 2, 2026


Gli appunti fotografati e il nodo degli euro


Un primo indizio dell'operazione era emerso durante la riunione di gabinetto tenuta venerdì a Camp David. Un fotografo della Reuters aveva ripreso, da sopra la spalla di Bessent, un blocco per appunti con la scritta sottolineata "To Do" e, subito sotto, l'annotazione manoscritta "Buy Japanese Yen (JPY) $5-10 bil": acquistare yen per un valore compreso tra 5 e 10 miliardi di dollari. Sul tavolo, appena sopra il blocco, era visibile il segnaposto con il nome del Segretario al Tesoro.

The United States bought the Japanese yen for the first time in more than a decade as "a signal of friendship," President Donald Trump said Sunday. The rare bilateral intervention in Japan's currency market was designed to prop up the yen from its 40-year low against the dollar.… pic.twitter.com/wFz4SGDP1r
— CNN (@CNN) August 3, 2026


La fotografia è stata scattata alle 11:33 ora locale, le 17:33 in Italia, mentre il video della parte della riunione aperta ai giornalisti mostra che il foglio si trovava ancora sul tavolo mezz'ora più tardi, quando Bessent ha preso la parola per elogiare il presidente. Circa due ore prima dello scatto, l'agenzia stampa Reuters aveva riferito che il Dipartimento del Tesoro aveva avvertito diverse banche della possibilità di un intervento sul mercato valutario nel corso della giornata.

Le autorità giapponesi erano già entrate in azione nelle prime ore delle contrattazioni, provocando un consistente rafforzamento dello yen. Un secondo movimento altrettanto marcato si è verificato nel tardo pomeriggio: secondo i dati LSEG, il dollaro è sceso da circa 158,9 yen alle 16:14 di New York a circa 157,6 poco prima delle 17, con un calo dello 0,8%.

Il costo dell'operazione per Tokyo rimane incerto. Gli analisti citati dal Financial Times, sulla base dei dati della Bank of Japan, lo stimano in circa 8.450 miliardi di yen, equivalenti a 52,8 miliardi di dollari. Il quotidiano economico Nikkei valuta invece tra 6.000 e 7.000 miliardi di yen il solo intervento di giovedì, che sarebbe il più grande mai condotto dal Giappone in una singola giornata.

L'aspetto che ha maggiormente sorpreso i mercati riguarda tuttavia il modo in cui Washington avrebbe finanziato l'acquisto. Secondo il Financial Times, la Federal Reserve Bank di New York avrebbe venduto euro, anziché dollari, per acquistare yen per conto del Tesoro, appoggiandosi a Goldman Sachs e Morgan Stanley. Una scelta insolita, dal momento che gli interventi coordinati vengono normalmente finanziati attraverso attività denominate in dollari.

Robin Brooks, senior fellow del Peterson Institute for International Economics, ha scritto nella propria newsletter su Substack che una simile operazione rischia di indebolire, anziché rafforzare, la fiducia nello yen. Se Washington ha venduto euro invece di dollari, sostiene Brooks, gli investitori potrebbero concludere che i funzionari americani abbiano voluto evitare che il Giappone fosse costretto a vendere titoli del Tesoro statunitense per finanziare l'intervento. "Questo genere di piroetta, a mio parere, indebolisce l'efficacia della partecipazione americana, perché porterà inevitabilmente i mercati a chiedersi perché gli Stati Uniti non abbiano semplicemente finanziato l'acquisto di yen con dollari", ha scritto.


A Camp David Trump trasforma la riunione del governo in un evento elettorale


Donald Trump ha riunito il suo Consiglio dei ministri a Camp David e ha trasformato il primo incontro televisivo dal ritiro presidenziale in una vetrina elettorale. A tre mesi dalle elezioni di metà mandato, il presidente ha collegato la guerra con l'Iran, l'immigrazione e le resistenze nel suo stesso partito al rischio che i Democratici conquistino una o entrambe le camere del Congresso.

La riunione di venerdì era la tredicesima del secondo mandato di Trump, ma il luogo l'ha resa insolita. Camp David si trova tra le montagne del Maryland, a circa 60 miglia da Washington, ed è stato usato a lungo per colloqui riservati, incontri con leader stranieri e analisi di informazioni sensibili. La Casa Bianca ha sostenuto che fosse la prima volta che un Consiglio dei ministri veniva trasmesso in diretta dal complesso. I giornalisti hanno dovuto lasciare i cellulari fuori dalla sala, classificata come ambiente protetto, mentre telecamere e fotografi hanno potuto seguire la parte pubblica.

Trump ha definito la stanza "molto, molto speciale" e ha presentato l'accesso dei media come una prova di trasparenza. Nei primi quaranta minuti, i ministri hanno elencato i risultati dell'amministrazione e lodato il presidente. Il ministro della Salute Robert F. Kennedy Jr. ha ricordato le visite compiute da bambino quando suo zio John F. Kennedy era alla Casa Bianca. Il ministro della Difesa Pete Hegseth ha attribuito a Trump un miglioramento del morale delle forze armate, citando parate, sorvoli per il 250° anniversario degli Stati Uniti e il tentativo di rinominare il dipartimento "Dipartimento della Guerra".

Lo scontro con alcuni senatori repubblicani ha occupato una parte importante dell'incontro. Trump ha attaccato John Cornyn, senatore del Texas che ha perso le primarie dopo che il presidente aveva sostenuto il suo avversario e che ora partecipa al blocco della nomina di Todd Blanche a ministro della Giustizia. Blanche, ministro ad interim ed ex avvocato personale di Trump, deve ricevere la conferma del Senato per ottenere l'incarico in modo permanente. Il presidente ha detto che Cornyn "è diventato una persona molto arrabbiata" e ha definito Blanche "un uomo molto, molto buono".

La nomina di Blanche è legata anche al fallimento di un fondo da 1,8 miliardi di dollari con cui l'amministrazione voleva risarcire chi sostiene di essere stato indagato ingiustamente dal governo. Democratici e alcuni Repubblicani avevano contestato il progetto perché avrebbe potuto destinare denaro anche alle persone che assaltarono il Congresso il 6 gennaio 2021. Un giudice federale aveva inoltre avvertito l'amministrazione di non ripristinarlo. Trump ha ammesso che il fondo è "morto" e ha aggiunto che avrebbe voluto il contrario, pur dicendo di non cercare un beneficio personale.

Il presidente ha usato la crisi migratoria nell'enclave spagnola di Ceuta per avvertire gli elettori delle conseguenze di una vittoria democratica. Nelle ventiquattro ore precedenti circa 60.000 migranti erano entrati dal Marocco nel territorio spagnolo, almeno 57 erano morti durante il viaggio e circa la metà era già tornata indietro volontariamente. Trump ha parlato di un'"invasione" composta da centinaia di migliaia di persone e ha detto che negli Stati Uniti accadrebbe qualcosa di ancora più grande se i Repubblicani non vincessero a novembre.

L'argomento riprende la strategia adottata dal presidente prima delle elezioni di metà mandato del 2018, quando avvertiva dell'arrivo di carovane di migranti al confine meridionale. Nel 2026, però, il voto può incidere direttamente sulla capacità di Trump di governare: la conquista della Camera o del Senato darebbe ai Democratici un contrappeso alla Casa Bianca. Il presidente ha quindi presentato un episodio avvenuto in Spagna come anticipazione di ciò che potrebbe accadere negli Stati Uniti con un cambio di maggioranza al Congresso.

La guerra con l'Iran si trascina da cinque mesi, molto più delle poche settimane inizialmente previste dal presidente e continua a pesare sulla sua posizione politica. Gli attacchi reciproci non hanno ancora prodotto una via d'uscita, i prezzi della benzina sono aumentati e un sondaggio Reuters-Ipsos pubblicato questa settimana ha trovato il sostegno di appena un americano su tre, il dato più basso dalle prime fasi del conflitto. I Repubblicani guardano con crescente preoccupazione all'effetto economico della guerra sulle elezioni di novembre.

Trump ha messo in dubbio che Teheran stia negoziando in buona fede un possibile cessate il fuoco, ma ha escluso che l'Iran sia responsabile degli attacchi informatici contro trenta sistemi idrici del Minnesota. Le agenzie di intelligence americane sospettano un coinvolgimento iraniano e la settimana precedente l'FBI e la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency, l'agenzia federale che protegge le infrastrutture digitali, avevano avvertito che hacker iraniani stavano prendendo di mira impianti idrici e altri settori essenziali. Il presidente non ha presentato prove alternative e ha attribuito gli attacchi all'"incompetenza" del governo statale guidato dal democratico Tim Walz.

Walz ha risposto sui social media che Trump conosce il responsabile e sa che attacchi simili hanno colpito anche altri Stati. Il governatore del Minnesota ha poi collegato la vicenda al conflitto, sostenendo che il presidente non riesce a battere l'Iran perché è impegnato a fare guerra al suo Stato. Lo scambio ha mostrato quanto la guerra sia entrata anche nello scontro politico interno, dalle accuse sulla sicurezza delle infrastrutture al giudizio sull'azione della Casa Bianca.

Le domande dei giornalisti hanno portato nella stessa riunione anche Gaza e Ucraina. Trump ha detto che l'accordo annunciato giovedì dovrebbe condurre al disarmo di Hamas e al ritiro israeliano da Gaza, pur ammettendo che il percorso avrà "alti e bassi". Ha inoltre preso le distanze dalla promessa di concedere all'Ucraina una licenza per produrre sistemi di difesa aerea Patriot, sostenendo che gli Stati Uniti devono essere prudenti nel trasferire una tecnologia che un giorno potrebbe essere usata contro di loro.

Camp David nacque nel 1942, durante la presidenza di Franklin D. Roosevelt, come luogo sicuro in cui il presidente potesse riposare durante la Seconda guerra mondiale. Roosevelt lo chiamò "Shangri-La", dal paradiso immaginario del romanzo Orizzonte perduto, mentre Dwight Eisenhower lo ribattezzò in onore del nipote David. Il complesso di 180 acri è gestito dalla Marina e sorvegliato dai Marines. Comprende una residenza riservata al presidente, circa una decina di cabine per gli ospiti e un edificio principale con sale per le riunioni.

Trump ha frequentato Camp David più spesso nel primo mandato, ma nel secondo vi è andato soltanto tre volte e ha continuato a preferire le sue proprietà private. Dopo la riunione è partito per il suo club di Bedminster, in New Jersey. Il passaggio nel ritiro presidenziale ha così avuto soprattutto una funzione pubblica: offrire uno scenario istituzionale alle rivendicazioni del governo e agli attacchi con cui il presidente prepara la campagna delle midterm.


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Chi lascia l'Italia si porta via i risparmi e le banche restano a guardare


Non se ne vanno solo persone: se ne vanno stipendi, conti correnti e progetti di investimento. Mentre gli italiani all'estero crescono e accumulano ricchezza, gli istituti di credito restano fermi al confine.

Nel 2025 hanno lasciato l'Italia 109mila cittadini italiani. È il 22,7% in meno rispetto al 2024, quando gli espatri avevano toccato il picco di 141mila. Il bilancio resta comunque negativo: 53mila italiani in meno, contro le 83mila unità perse nel 2024, secondo il comunicato ISTAT del 3 agosto 2026. Lo stesso Istat spiega perché il 2024 era stato un anno anomalo: nuove regole più stringenti sull'iscrizione all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero avevano spinto molti connazionali, già emigrati da tempo, a registrarsi tutti insieme quell'anno. Il calo del 2025, quindi, non è un'inversione di rotta. È più probabile che sia il riassorbimento di quell'ingolfamento burocratico — una lettura che possiamo cautamente restituire, incrociando i dati Istat (senza che l'istituto la dichiari esplicitamente).

Chi lascia oggi l'Italia, in ogni caso, non è più l'emigrante di una volta. Secondo il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro, il 42,1% di chi è emigrato tra il 2022 e il 2024 ha una laurea, contro il 33,8% registrato nell'intero periodo 2011-2024. In Trentino-Alto Adige e Lombardia la quota di laureati tra chi parte sfiora il 51%, secondo il rapporto del CNEL. Se si guarda solo alla fascia 25-34 anni, la quota di laureati tra chi emigra si avvicina addirittura alla metà, secondo l'analisi di Neodemos su dati Istat.

Ma non tutti gli emigrati sono uguali, e vale la pena distinguerli. I più giovani — spesso 25-30enni alla prima esperienza di lavoro — non portano con sé grandi risparmi. Portano competenze: una laurea, capacità tecniche, una rete di contatti ancora da costruire. Il loro rapporto con il denaro comincia semmai altrove, con il primo stipendio guadagnato a Berlino, Amsterdam o Londra, spesso più alto di quello che avrebbero preso restando in Italia. Diverso è il caso di chi parte più avanti nella vita, magari attorno ai quarant'anni, dopo una carriera già solida: qui i risparmi accumulati, una casa, un'eredità di famiglia hanno già un peso reale, ed è questo profilo a portare capitali già esistenti fuori dal Paese. Sono due fenomeni diversi, con bisogni diversi. E il sistema bancario italiano, ancora costruito attorno alla filiale fisica, non sembra pronto a distinguerli né a intercettarli.

Il conto italiano non segue chi parte


Al di là del rallentamento di quest'anno, il numero di italiani all'estero resta enorme e continua a crescere: nel 2025 gli iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero hanno raggiunto 6.630.284 persone, secondo la ricostruzione di Metro Today su dati AGI e Fondazione Migrantes. Il motivo per cui molti di loro si rivolgono a banche diverse da quelle italiane è, prima di tutto, molto pratico: chi si trasferisce all'estero e si iscrive all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (AIRE) deve segnalarlo alla propria banca, che a quel punto trasforma il conto ordinario in un conto per non residenti — spesso chiudendo quello vecchio e aprendone uno nuovo, con un IBAN diverso. Non è un obbligo previsto direttamente dalla legge: un'interrogazione parlamentare alla Camera ha chiarito, con la risposta del Governo e il parere di Banca d'Italia, che non esiste alcuna norma che imponga la chiusura del conto ai non residenti, secondo quanto riportato da Infoparlamento. Ma nella pratica, la normativa antiriciclaggio e gli obblighi di verifica sulla clientela finiscono per produrre lo stesso effetto: il conto per non residenti, quando esiste, costa quasi sempre più di quello ordinario — un canone mensile tra 8 e 25 euro, bonifici SEPA tra 2 e 8 euro a operazione, bonifici extra UE anche fino a 35 euro — e spesso non permette di avere una carta di credito o di operare online senza restrizioni, secondo la ricostruzione di Fiscomania.

Alcune grandi banche italiane hanno comunque creato programmi dedicati a questi clienti, anche se restano nicchie rispetto all'offerta generale. Intesa Sanpaolo ha un servizio chiamato «Intesa Sanpaolo per l'Estero», con procedure dedicate e supporto multilingue; UniCredit ha «UniCredit International», pensato più per professionisti e imprenditori con esigenze internazionali complesse; Fineco offre un conto per non residenti che, in alcuni casi, mantiene funzionalità simili a quelle di un conto ordinario, incluso l'accesso multivaluta, come descritto sempre da Fiscomania. Sono passi nella giusta direzione, ma restano eccezioni che il cliente deve scoprire e richiedere da solo — non un servizio pensato e comunicato in modo sistematico per chi lascia il Paese.

I numeri delle banche digitali confermano che, dove l'offerta italiana lascia un vuoto, qualcun altro lo occupa. Revolut ha oggi circa 4,5 milioni di clienti in Italia, su una base globale di 75 milioni: ha aperto una succursale italiana con IBAN locale alla fine del 2024, secondo EconomyUp. N26 è stata la prima a offrire un IBAN italiano, già dal 2020, e oggi conta 8 milioni di utenti in 25 mercati. Trade Republic, il broker tedesco che punta a semplificare l'accesso agli investimenti per chi ha una pensione pubblica non sufficiente, ha superato il milione di clienti italiani nell'aprile 2026, raddoppiando in un solo anno, secondo il comunicato ufficiale dell'azienda. Anche Bunq, la neobank olandese, ha lanciato un IBAN italiano il 23 giugno 2026, dopo aver triplicato i propri utenti nel Paese in dodici mesi.

Il messaggio è semplice: le banche digitali straniere non aspettano che il cliente italiano parta per andarlo a cercare all'estero. Competono già oggi sul mercato italiano, con conti in più valute e piattaforme di investimento economiche — esattamente i servizi che un emigrato con una laurea in tasca, una volta trasferito in Germania, Olanda o Regno Unito, si aspetta di ritrovare anche restando in contatto con l'Italia.

Le fintech europee inseguono i ricchi
Dopo anni di crescita sostenuta dal venture capital, le piattaforme di risparmio digitale si confrontano con i conti: i piccoli investitori non bastano più, e l’offerta vira verso prodotti e servizi pensati per patrimoni importanti.
L'AnalistaMariza Cibelle Dardi

Cosa manca alle fintech italiane


Le fintech italiane non sono rimaste con le mani in mano. Buddybank e Hype permettono di usare un conto italiano anche dall'estero, con un'app pensata per essere gestita interamente da remoto. Ma i costi sui trasferimenti internazionali restano alti: il conto Buddybank, ad esempio, arriva a costare fino a 11 euro fissi più lo 0,20% di commissione sui trasferimenti fuori dall'Unione europea, secondo il confronto pubblicato da Wise. Sul fronte degli investimenti, Moneyfarm ed Euclidea offrono consulenza patrimoniale digitale accessibile da remoto, ma restano pensate secondo le regole italiane, senza un collegamento diretto con i sistemi pensionistici complementari di altri Paesi europei.

Il problema più grande, più che un singolo servizio mancante, è la pensione. Chi lavora in Germania versa contributi al sistema pensionistico tedesco, che restano coordinati con quello italiano ma non sono automaticamente trasferibili da un Paese all'altro. Lo spiega la Deutsche Rentenversicherung, l'ente pensionistico tedesco: non esiste una legge unica, europea o tedesca, che regoli il trasferimento dei diritti pensionistici accumulati nei fondi integrativi — ogni caso va gestito singolarmente, secondo la documentazione ufficiale dell'ente.

Chi lascia l'Italia a trent'anni e torna vent'anni dopo, magari con un capitale accumulato in un fondo pensione tedesco o olandese, deve ricostruire da zero il rapporto con le banche italiane, mentre quella pensione all'estero resta un pezzo separato, difficile da collegare alla propria situazione finanziaria in Italia.

Le regole che complicano tutto


Dietro la distanza tra le banche italiane e chi vive all'estero non c'è solo poca voglia di investire su questi clienti. C'è anche una serie di regole che rendono il cliente non residente più complicato da gestire. Ogni banca italiana, quando apre o mantiene un conto a un non residente, deve raccogliere il codice fiscale, un documento che attesti la residenza fiscale all'estero e altri dati anagrafici.

Se il cliente ha legami con più Paesi, la banca deve poi comunicare periodicamente questi dati all'Agenzia delle Entrate, che li invia alle autorità fiscali degli altri Paesi coinvolti. Lo prevede la legge 18 giugno 2015, n. 95, che ha introdotto in Italia il cosiddetto Common Reporting Standard, lo standard internazionale per lo scambio di informazioni bancarie tra Paesi, come ricostruito da Fiscomania. Sono regole pensate per combattere l'evasione fiscale, non per punire chi si trasferisce in buona fede. Ma nella pratica costano di più alla banca: più controlli, più tempo, più rischio. E molti istituti, soprattutto quelli piccoli, preferiscono evitare il problema alla radice, restringendo i servizi offerti ai clienti non residenti.

Questo comportamento ha un nome tecnico, il de-risking: significa che la banca, di fronte a un cliente considerato più complicato, decide di non servirlo affatto o di servirlo peggio. Non è un problema solo italiano — l'Autorità Bancaria Europea ammette che le banche possano chiedersi se un cliente non residente non sarebbe servito meglio altrove, ma chiarisce anche che non si può rifiutare un'intera categoria di clienti in blocco, secondo le linee guida ufficiali dell'EBA.

Esiste anche una tutela minima per i cittadini europei: chi vive legalmente in un Paese dell'Unione ha diritto a un conto di pagamento di base anche in un'altra banca europea, e la banca non può dire di no solo perché il cliente vive altrove, come spiega il portale ufficiale Your Europe della Commissione UE. Ma è un conto minimo, buono per le operazioni di base — depositi, pagamenti, prelievi — non per ricevere uno stipendio dall'estero, investire o gestire una pensione. Tra questo diritto minimo, i conti per non residenti visti sopra e un servizio bancario completo resta un vuoto, che oggi ricade tutto sulle spalle di chi è partito.

A Roma, intanto, qualcosa si muove sul fronte opposto — quello della tutela del correntista in generale, non solo del non residente. La Commissione Finanze della Camera ha approvato il 16 luglio 2025 un testo unificato che introdurrebbe nel Codice Civile un nuovo articolo, il 1857-bis, con l'obbligo per le banche di contrattare con chiunque richieda un conto corrente e il divieto di recesso ingiustificato quando il cliente è in credito, secondo la ricostruzione dello studio legale GCLEGAL. La norma, se approvata in via definitiva, non riguarderebbe solo i non residenti, ma renderebbe comunque più difficile per una banca chiudere un conto senza una motivazione precisa — chi vive all'estero incluso.

Chi lo fa diversamente


In Europa esistono già modelli che risolvono questo problema, permettendo a un cliente di restare fedele a una sola banca anche cambiando Paese più volte nella vita. L'esempio più chiaro è HSBC Expat, la divisione della banca britannica dedicata proprio a chi vive, lavora o si trasferisce all'estero. Il conto — in sterline, dollari o euro — resta identico a ogni trasferimento, e si può tenere insieme ai conti locali sia nel Paese di origine che in quello di residenza, secondo la pagina ufficiale del prodotto. È un servizio riservato a chi ha già una certa disponibilità economica — richiede almeno 75mila sterline di risparmi o investimenti — ma dimostra che restare con la stessa banca cambiando Paese si può fare, se una banca decide di costruire un prodotto pensato apposta per questo, invece di trattare ogni trasferimento all'estero come un'eccezione da gestire caso per caso.

Le neobank fanno la stessa cosa su scala più ampia, e con requisiti molto più bassi. Con Revolut e N26 si apre un conto con IBAN in un Paese europeo e si continua a usarlo esattamente com'era, anche vivendo in un altro Paese: l'app e le coordinate bancarie non cambiano, cambia solo il posto da cui ci si collega. È proprio questo meccanismo che ha permesso a queste piattaforme di conquistare milioni di clienti italiani all'estero, prima ancora che le banche italiane si accorgessero del problema.

C'è poi un caso ancora più estremo: Wise. Nata come servizio per inviare denaro all'estero a basso costo, oggi funziona quasi come un conto vero e proprio. Con un solo profilo si ottengono coordinate bancarie locali in tante valute diverse — un IBAN europeo, un numero di conto britannico, l'equivalente americano dell'IBAN — che finiscono tutte nello stesso saldo, gestibile da un'unica app da qualsiasi Paese, secondo la pagina ufficiale del prodotto.

In pratica, chi lavora in un Paese può farsi pagare lo stipendio con le coordinate di quel Paese, e allo stesso tempo continuare a mandare o ricevere soldi con le coordinate italiane, senza aprire un conto nuovo. Va detto che Wise non è tecnicamente una banca: non offre, per esempio, mutui o conti di risparmio remunerati come farebbe un istituto tradizionale. Ma su un punto preciso — restare con lo stesso conto pur cambiando Paese — è oggi uno dei servizi più avanzati disponibili in Europa.

Un'occasione che l'Italia non sta cogliendo


Chi vive all'estero impara a usare strumenti che in Italia restano poco diffusi: fondi pensione, exchange traded fund a basso costo, pianificazione fiscale tra due Paesi. Sarebbe naturale che questa competenza tornasse, in qualche modo, anche in Italia. Invece oggi passa solo per il passaparola tra parenti e amici, senza nessun canale organizzato che la raccolga. Le associazioni di italiani all'estero si occupano soprattutto di cultura e politica, e le banche italiane non hanno divisioni dedicate agli espatriati né accordi con consulenti fiscali internazionali — un vuoto che stona, considerando che gli iscritti AIRE sono oltre 6,6 milioni.

Il rallentamento degli espatri nel 2025 offre, in questo senso, una finestra di tempo utile. Se il flusso in uscita si stabilizza attorno alle 100mila persone all'anno, banche e assicurazioni avrebbero il tempo per costruire qualcosa di nuovo: conti con doppio IBAN, consulenza fiscale che copra due Paesi insieme, strumenti per portare la pensione da un Paese all'altro, un unico strumento che raccolga i risparmi sparsi in più Paesi. Sono soluzioni che altrove in Europa esistono già. Manca solo che banche, fintech, autorità di controllo e istituzioni italiane si mettano d'accordo per costruirle.

Le domande de L'Analista


Le banche italiane sono pronte a costruire prodotti pensati per chi vive oltre confine, o continueranno a considerare l'espatrio solo come un cliente perso? E quanto conta, nella corsa con Revolut, N26 e Trade Republic, il fatto che siano le banche digitali europee — non quelle italiane — ad aver già conquistato milioni di clienti nel Paese, prima ancora che il loro risparmio lasciasse davvero l'Italia?


Fintech europee nate per la classe media, oggi a caccia di grandi patrimoni


Le piattaforme nate per democratizzare gli investimenti guardano oggi ai grandi patrimoni. In Francia il fenomeno è già documentato nei numeri: secondo il reportage di Le Monde firmato da Gaétan Pierret (11 maggio 2026), la piattaforma Yomoni — che gestisce 2,1 miliardi di euro di masse — è diventata redditizia solo alla fine del 2025, dopo aver innalzato il ticket medio d'ingresso a 12mila euro. Il suo dirigente Sébastien d'Ornano lo spiega senza giri di parole: un cliente con mille euro investiti non è redditizio per la piattaforma. È il paradosso di un intero settore, nato per abbattere le barriere d'accesso alla finanza e costretto oggi a scoprire che la sostenibilità economica passa dai grandi capitali.

Il modello a commissioni basse si è rivelato fragile


Commissioni azzerate o quasi, costi di acquisizione clienti elevati, strutture tecnologiche e di compliance da mantenere: l'equazione fatica a reggere senza una massa di clienti molto ampia, oppure senza segmenti capaci di generare margini più alti. In Francia, secondo la ricostruzione di Le Monde, diverse piattaforme storiche — da Nalo a WeSave, passando per Marie Quantier, rilevata «a prezzo di svendita» — hanno faticato a raggiungere la profittabilità; Ramify punta al pareggio solo nel 2027. La risposta è stata quasi sempre la stessa: ampliare il catalogo verso prodotti più sofisticati — private equity, fondi immobiliari, criptovalute — e allargare lo sguardo a una clientela con patrimoni più consistenti.

In Italia il fenomeno assume una forma diversa, ma il principio è lo stesso: dove la massa di clienti piccoli non basta a coprire i costi, l'offerta si sposta verso l'alto. Moneyfarm, la piattaforma di gestione patrimoniale digitale nata a Milano, ha una struttura tariffaria che lo rende esplicito: le commissioni scendono progressivamente al crescere del capitale investito, dallo 0,75% annuo sotto i 100mila euro fino ad azzerarsi oltre 1,5 milioni, secondo il documento informativo ufficiale della piattaforma. Moneyfarm ha inoltre introdotto tre livelli di servizio — Core, Premium e Private — che assegnano un Wealth Advisor dedicato solo ai clienti con portafogli più sostanziosi, come descritto nella sezione Consulenza del sito ufficiale.

Trade Republic e Scalable Capital corrono, ma non parlano ancora di patrimoni alti


Va precisato che né Trade Republic né Scalable Capital vengono citate nel reportage di Le Monde, che riguarda esclusivamente il mercato francese. In Italia, i dati ufficiali delle due piattaforme raccontano per ora una crescita basata sui grandi numeri, non su una virata verso i patrimoni elevati. Trade Republic ha superato il milione di clienti italiani nell'aprile 2026, raddoppiando in dodici mesi, secondo il comunicato ufficiale dell'azienda. Scalable Capital, che ha completato la trasformazione in banca europea nel 2025, gestisce oltre 40 miliardi di euro di masse con più di un milione di clienti in sei Paesi e prepara il lancio di una succursale italiana con IBAN locale, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera. Circa due terzi degli asset dei clienti Scalable sono investiti in ETF a basso costo — l'opposto, per ora, di una strategia orientata ai grandi patrimoni, secondo la scheda informativa ufficiale della piattaforma.

Il mercato italiano resta comunque un terreno con margini di crescita ampi: secondo le stime di Scalable Capital, il numero di italiani che investono in ETF potrebbe salire a 3,5 milioni nel 2026, il 50% in più rispetto a oggi — un segnale che il settore vede ancora spazio per crescere sulla base clienti, prima che sui margini per singolo cliente.

Per i grandi patrimoni serve la consulenza, non solo la tecnologia


Servire patrimoni rilevanti richiede consulenza personalizzata, prodotti più sofisticati e un rapporto diretto con un consulente. Per competere su questi segmenti, le fintech devono integrare competenze che ricordano quelle offerte da sempre dalle banche tradizionali. Lo confermano gli stessi livelli di servizio introdotti da Moneyfarm: solo superata una certa soglia di patrimonio il cliente accede a un Wealth Advisor dedicato e a sessioni di pianificazione personalizzata, mentre sotto quella soglia il rapporto resta prevalentemente digitale, secondo quanto descritto sul sito ufficiale della piattaforma. La superiorità tecnologica in termini di app e algoritmi resta un vantaggio competitivo, ma diventa secondaria quando il cliente, prima di trasferire somme importanti, preferisce un confronto diretto con una persona.

L'Italia resta un Paese di risparmiatori prudenti


L'Italia presenta un mix particolare: grande ricchezza privata, ma bassa propensione a investirla tramite canali digitali. Secondo il rapporto Consob 2024 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane, i prodotti finanziari più diffusi restano i certificati di deposito e i buoni fruttiferi postali, posseduti dal 48% degli intervistati, seguiti da titoli di Stato (39%) e fondi comuni (36%). Internet è ormai il canale più usato per informarsi prima di investire, ma la effettiva sottoscrizione di prodotti tramite piattaforme completamente digitali resta più indietro rispetto ad altri mercati europei. Il passaggio generazionale della ricchezza potrebbe cambiare gradualmente queste abitudini, ma oggi il grosso del patrimonio privato italiano resta nelle mani di generazioni che continuano a privilegiare il contatto umano con la propria banca.

L'Italia come banco di prova, non solo come mercato di passaggio


Le fintech europee guardano all'Italia con interesse, ma con approcci diversi tra loro. Trade Republic è entrata nel mercato introducendo un conto corrente con IBAN italiano e il regime fiscale amministrato, per abbassare le barriere d'ingresso a chi non vuole occuparsi di dichiarazioni fiscali, secondo il comunicato ufficiale del lancio della filiale italiana. Scalable Capital, presente in Italia dal 2022, punta a replicare lo stesso modello con l'apertura della succursale locale, come confermato dal Corriere della Sera. Moneyfarm, invece, nata in Italia, ha scelto la strada della segmentazione interna per clientela, mantenendo un'unica piattaforma ma differenziando il livello di servizio in base al patrimonio investito.

Gruppi come Intesa Sanpaolo e UniCredit osservano questa transizione da una posizione di forza: dispongono già dell'accesso ai dati dei propri clienti, di capacità di cross-selling tra prodotti diversi e di una rete fisica che resta un vantaggio quando il cliente vuole un confronto diretto prima di affidare somme importanti. Le fintech hanno accelerato l'innovazione nell'ultimo decennio, ma rischiano oggi di trovarsi schiacciate tra banche sempre più digitalizzate da un lato e una clientela premium che, su determinate cifre, continua a preferire un interlocutore istituzionale consolidato.

Le regole europee alzano l'asticella dei costi


Il quadro normativo europeo si è fatto negli ultimi anni più severo, e questo pesa in modo sproporzionato sugli operatori più piccoli. Le nuove regole hanno liberalizzato la condivisione dei dati bancari tra istituti (PSD2), imposto una trasparenza rigorosa sui costi comunicati ai clienti (MiFID II) e richiesto misure di sicurezza informatica molto stringenti attraverso il Digital Operational Resilience Act, entrato in applicazione nel gennaio 2025 (DORA). Secondo un'indagine Deloitte citata da Speednet, il 96% degli istituti finanziari stima costi di adeguamento a DORA compresi tra 2 e 5 milioni di euro, con 5-7 persone dedicate stabilmente alla compliance; per i grandi player con ricavi superiori a 500 milioni di euro, la spesa complessiva per adeguarsi a DORA, MiCA e alle nuove regole PSD3 può arrivare fino a 25 milioni di euro. Servono quindi masse critiche molto ampie per assorbire questi costi: un ostacolo che le piccole fintech, prive della base clienti delle grandi piattaforme, faticano a superare.

Per l'Italia, che ha un sistema bancario più solido dopo la crisi dei crediti deteriorati dello scorso decennio, il rischio è che l'innovazione portata dalle fintech si integri progressivamente dentro i perimetri dei grandi gruppi bancari, piuttosto che restare un'alternativa del tutto autonoma. Acquisizioni, partnership e integrazioni sembrano, oggi, l'esito più probabile.


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Un deputato Repubblicano è accusato di violenze da sua figlia


Max Miller ha negato in diretta su X di aver aggredito l'ex moglie e la figlia di due anni. Mercoledì scade il termine per sostituirlo sulla scheda, in un collegio dell'Ohio diventato competitivo.

Il senatore repubblicano dell'Ohio Bernie Moreno ha chiesto al deputato Max Miller, suo ex genero, di lasciare la Camera dopo le accuse di violenza domestica mosse dalla figlia Emily. "Se ci sono requisiti minimi di carattere per ricoprire una carica pubblica, Max Miller non li soddisfa. Non dovrebbe far parte della Camera dei rappresentanti", ha scritto domenica su X. "Credo che Max Miller abbia bisogno di aiuto professionale per porre fine al chiaro schema di abusi che si è lasciato alle spalle. Credo che non debba essere libero di continuare a mettere in pericolo altre persone finché non lo farà".

Il senatore è intervenuto poche ore dopo la diretta con cui Miller aveva respinto tutte le accuse e a tre giorni dal termine entro cui i repubblicani possono cambiare il proprio candidato sulla scheda elettorale. Dopo mercoledì il partito non potrà più sostituirlo e Miller resterebbe il nome dei repubblicani nel settimo collegio dell'Ohio (l'area a nord-est dello Stato) fino al voto di novembre, qualunque cosa succeda.

Il deputato ha già fatto sapere che non intende ritirarsi: "Non esco da questa corsa e vincerò a novembre".

Moreno e Miller sono entrambi alleati del presidente Donald Trump. Il senatore è stato eletto nel 2024 con il suo appoggio, dopo aver battuto il democratico Sherrod Brown. Miller, 37 anni, è stato consigliere della Casa Bianca durante il primo mandato di Trump ed è arrivato alla Camera nel 2022.

La diretta su X è durata una ventina di minuti. Miller ha parlato seduto nella cucina di casa e ha letto a fatica un testo preparato, negando una per una le accuse che l'ex moglie ha presentato in tribunale. "Se queste accuse fossero vere, sarei in carcere", ha detto. Ha aggiunto che nessun tribunale e nessuna agenzia hanno mai confermato un'accusa di abusi nei suoi confronti e che non è mai stato incriminato.

Emily Moreno ha accusato Miller di averle gettato addosso l'acqua bollente di una padella in cui aveva appena cucinato le uova, ustionandole petto e stomaco, di averle puntato una pistola alla testa e di aver fratturato la clavicola della loro figlia di due anni. Il deputato ha ridimensionato il primo episodio a "un gioco in cucina" con acqua non bollente spruzzata dal rubinetto, ha negato la pistola e ha attribuito le ferite della bambina a due addette dell'asilo nido, dicendo che la figlia non era più affidata a lui quando l'infortunio è stato scoperto. Ha anche affermato che l'ex moglie ha "seri problemi di salute mentale", senza portare prove.

La difesa di Miller si è appoggiata soprattutto sui rapporti rimasti cordiali dopo i presunti episodi. Il deputato ha detto che l'ex moglie si era offerta di cucinargli le empanadas e lo aveva invitato al parco giochi con la bambina. Ha poi ricordato di avere ancora l'affidamento condiviso della figlia dopo anni di cause. "La mia ex moglie non si sarebbe offerta di cucinare per me e non mi avrebbe invitato ai parchi giochi", ha detto. Sostiene inoltre di avere una dichiarazione giurata del 2024 in cui lei afferma che il padre non ha fatto del male alla loro bambina.

Mother Jones ha ottenuto 2.000 pagine di atti giudiziari, verbali di polizia e documenti dei servizi per la tutela dei minori sulla vicenda, con accuse di violenze fisiche e verbali di Miller verso l'ex moglie e verso la figlia.

I due si sono sposati nel 2022 e hanno divorziato nel dicembre 2025, un divorzio che Miller ha definito "amichevole". La battaglia sull'affidamento va avanti dal 2024. Emily Moreno, consulente conservatrice di politiche pubbliche, chiede ora di chiudere l'accordo di affidamento condiviso e la questione dovrebbe arrivare in tribunale il 5 novembre, cioè dopo il voto.

La settimana scorsa ha presentato una richiesta di ordine restrittivo contro l'ex marito, sostenendo che aveva molestato e minacciato i suoi avvocati. Miller, dal canto suo, le ha fatto causa per diffamazione.

"Come padre e marito, posso dire che gli ultimi due anni sono stati un inferno per mia moglie Bridget, per nostra figlia Emily, per me e per tutta la nostra famiglia dopo il divorzio di Emily", ha scritto il senatore Moreno. "È stato orribile vederlo accadere sotto gli occhi di tutti, sapendo che una bambina innocente di due anni è in mezzo". Ha detto di aver sperato di tenere la vicenda privata, ma che "il comportamento sempre più instabile e pericoloso di Max Miller" lo ha reso impossibile.

"Come lui stesso ha ammesso in privato, Max Miller ha bisogno di un serio aiuto psicologico", ha proseguito il senatore. "È un pericolo per mia figlia e trattengo il fiato ogni minuto in cui ha in custodia mia nipote".

Fino a venerdì il senatore aveva evitato di prendere posizione. Interpellato dal sito di informazione politica NOTUS su un eventuale ritiro di Miller dalla corsa, aveva risposto "non lo so". In precedenza aveva fatto sapere, tramite un portavoce, di non voler discutere queste cose sui giornali.

Un portavoce di Emily Moreno, Stefan Mychajliw, ha risposto alla diretta con un comunicato: "È vergognoso che Max Miller abbia deciso di fare uno sfogo bizzarro e pieno di bugie sulla sua ex moglie per cercare disperatamente di salvare la sua carriera politica". Nel testo si sostiene che esiste una mole documentata di prove sui comportamenti violenti del deputato e che "Miller può mentire su X, ma non può farlo sotto giuramento in un'aula di tribunale".

Due anni fa Miller aveva vinto il suo collegio con undici punti di margine e nel 2024 Trump lo aveva conquistato con un vantaggio a doppia cifra. Oggi il deputato è avanti di un solo punto sullo sfidante democratico, secondo i sondaggi interni dei Democratici riportati dal New York Times. Un seggio dell'Ohio nordorientale che era considerato sicuro è diventato competitivo e i Democratici lo vedono come una possibile conquista, in una mappa di collegi contesi che si è ristretta al punto da poter decidere il controllo della Camera.

I repubblicani hanno finora evitato di condannare Miller o di chiederne le dimissioni, trattando le accuse come semplici affermazioni ancora da provare. Il presidente della Camera Mike Johnson si è limitato a dire che per casi del genere esiste una procedura interna sull'etica. Il deputato dell'Ohio Jim Jordan ha difeso il collega alla CNN: "È una questione familiare. So che Max è un brav'uomo. Spero che vinca la rielezione".

In privato i repubblicani vicini al presidente si dicono allarmati dalla scelta di Miller di attaccare l'ex moglie e preoccupati per la sua campagna elettorale.

I Democratici chiedono le dimissioni del deputato e un'indagine formale della commissione etica della Camera, l'organo bipartitico che valuta la condotta dei parlamentari. Brian Poindexter, operaio metalmeccanico e consigliere comunale di Brook Park che corre contro Miller a novembre, ha chiesto anche lui che se ne vada: "Nessuno accusato in modo credibile di aver puntato una pistola alla testa della moglie e di aver rotto la clavicola della figlia di due anni merita un posto nelle stanze del potere".

Emily Moreno non è la prima donna ad accusare Miller di violenze. Nel suo libro di memorie Stephanie Grisham, ex portavoce della Casa Bianca, ha scritto di aver avuto una relazione con un uomo dell'amministrazione che era fisicamente violento. Ha poi confermato che si trattava di Miller.

Alla fine della diretta il deputato ha pubblicato registrazioni, scambi di messaggi e documenti giudiziari che a suo dire dimostrano la sua innocenza. "Fatevi un favore, signore e signori: guardate le prove che vi abbiamo mandato", ha detto. "Fate le vostre ricerche, perché quando lo farete scoprirete di aver fatto molto male a una famiglia perbene che non se lo meritava".


In California restano tre collegi contesi, ma possono decidere il controllo della Camera


Negli Stati Uniti solo 18 dei 435 collegi della Camera sono classificati come in bilico (cioè senza un favorito). La California è la ragione principale di questa riduzione. Il ridisegno dei confini elettorali completato in dieci Stati dopo il 2024 ha lasciato il paese con un numero insolitamente basso di distretti davvero contesi e ha ristretto a poche decine di sfide la corsa per il controllo della Camera nelle elezioni di metà mandato di novembre.

In California la situazione sembra un paradosso: lo Stato ha sempre meno collegi contesi e allo stesso tempo ospita alcune delle corse che possono decidere quale partito avrà la maggioranza alla Camera. Entrambe le cose dipendono dalla Proposition 50, il ridisegno dei collegi voluto dai Democratici e approvato dagli elettori californiani per compensare le nuove mappe disegnate dai Repubblicani in Texas e in altri Stati.

Solo tre corse californiane sono considerate competitive dal Cook Political Report (un centro di analisi elettorale indipendente), contro le 12 del 2024 e le nove del 2022, secondo un'analisi dei dati di Cook fatta dal Los Angeles Times. La California è anche il primo motore del calo nazionale dei seggi contesi: sei dei 14 collegi usciti nel 2026 dalla zona delle sfide aperte si trovano nello Stato, secondo un'analisi separata dello stesso Cook Political Report diffusa mercoledì.

Midterm 2026 · Camera

Le nuove mappe elettorali hanno quasi cancellato i collegi contesi

Dopo il ridisegno dei confini in dieci Stati, la corsa per il controllo della Camera si gioca in poche decine di distretti. La California è il primo motore di questa contrazione e, allo stesso tempo, ospita alcune delle sfide che decideranno la maggioranza.

Grafica di FocusAmerica

Il campo di battaglia del 2026
18 collegi su 435 sono classificati in bilico, cioè senza un favorito

18 collegi su 435 sono in bilico.

In bilico Con un favorito

In passato ci sono stati cicli elettorali con 50 seggi in bilico: non accade più dal 2010.

Esplora i dati
IL'effetto California IIIl ridisegno IIILe tre corse

Prima e dopo la Proposition 50

In California le corse contese sono passate da dodici a tre


Ogni quadrato è un collegio californiano classificato come competitivo dal Cook Political Report. I contorni vuoti sono i seggi che hanno smesso di esserlo.

Il ridisegno voluto dai Democratici e approvato dagli elettori californiani ha reso più sicuri diversi seggi già democratici, riducendo il numero di corse aperte.

Il peso della California

Sei dei quattordici collegi che quest'anno sono usciti dalla zona delle sfide aperte si trovano in California: nessuno Stato pesa altrettanto sul calo nazionale.

Lo spostamento californiano è stato così netto perché la mappa del 2020 era relativamente neutrale. In Florida, Missouri e Texas le mappe sostituite dai Repubblicani erano già sbilanciate a favore di un partito, e il cambiamento è stato meno marcato.

Un'operazione senza precedenti

Dieci Stati hanno rifatto le mappe in un anno solo


Stati che hanno ridisegnato volontariamente i collegi tra un censimento e l'altro, per vantaggio di partito.

L'operazione è stata resa possibile anche da una sentenza della Corte Suprema della primavera scorsa, che ha aperto la strada agli Stati che vogliono eliminare i distretti disegnati tenendo conto dell'etnia degli elettori.

Dove restano i collegi contesi

Nessuno Stato concentra oggi più di quattro corse aperte: il campo di battaglia non si è spostato altrove, si è assottigliato.

California, novembre 2026

Le tre corse californiane che restano davvero competitive


La posizione del pallino indica come il Cook Political Report classifica il distretto. Tocca ogni corsa per aprire la scheda.

Vantaggio demIn bilicoVantaggio rep

Il ridisegno ha dato ai Democratici la possibilità di strappare fino a cinque seggi ai Repubblicani: tre di quei distretti sono già classificati come saldamente democratici, due restano contesi.

«La premessa stessa di una repubblica libera è che ci saranno differenze di vedute. Il modo in cui queste differenze si risolvono è la competizione elettorale.»
Michael Latner, docente di scienze politiche alla Cal Poly San Luis Obispo, sull'erosione dei collegi contesi

Fonte: Cook Political Report e Pew Research Center; elaborazione dei dati Cook del Los Angeles Times. All'interno di ciascuna fascia la posizione del pallino è indicativa. Classificazioni aggiornate al 2026.

Michael Latner, che insegna scienze politiche alla Cal Poly San Luis Obispo, ha detto che non c'è dubbio che si stia vedendo la conseguenza del ridisegno californiano, cioè "avere meno distretti competitivi".

La nuova mappa non toglie però alla California il ruolo centrale nella corsa dei Democratici verso la maggioranza. Il ridisegno ha reso più sicuri alcuni seggi già democratici e ha dato al partito la possibilità di strapparne fino a cinque ai Repubblicani. "Il percorso verso la maggioranza alla Camera passa ancora dalla California", ha detto Anna Elsasser, portavoce del Democratic Congressional Campaign Committee, l'organismo che coordina le campagne dei Democratici per la Camera, spiegando che il partito sta investendo molto per conquistare quei seggi.

La battaglia per la maggioranza arriva a metà del secondo mandato del presidente Donald Trump. I Repubblicani controllano entrambe le camere del Congresso e devono fare i conti con il giudizio degli elettori sull'economia e sulla guerra con l'Iran, due terreni su cui i sondaggi li penalizzano. I Democratici hanno costruito le loro campagne sulla frustrazione economica degli americani.

Avere più seggi sicuri rafforza il peso della California nel voto e poi al Congresso, dove lo Stato dovrebbe avere una delegazione democratica molto ampia, ha detto Thad Kousser, che insegna scienze politiche all'università della California a San Diego.

Per la California si tratta di un ritorno agli anni Duemila, quando i due partiti si accordarono su una mappa che creava collegi sicuri per entrambi. Quel decennio ebbe poche sfide aperte alla Camera, finché le mappe del 2010 e del 2020 non allargarono di nuovo il numero dei campi di battaglia, come effetto del ridisegno ordinario che negli Stati Uniti avviene ogni dieci anni dopo il censimento.

Lo spostamento californiano è stato così netto perché la mappa del 2020 era relativamente neutrale, ha scritto nel rapporto David Wasserman, senior editor di Cook. In Florida, Missouri e Texas le mappe che i Repubblicani hanno sostituito erano già sbilanciate a favore di un partito e il cambiamento è stato meno marcato.

Tre dei seggi che i Democratici hanno preso di mira con la Proposition 50 sono ora considerati saldamente democratici, mentre due restano contesi. Il primo è quello della Central Valley occupato da David Valadao, del Partito Repubblicano, unica corsa dello Stato classificata come in bilico da Cook. Il secondo si libera nell'area di San Diego con il ritiro di Darrell Issa, in un distretto ridisegnato che ora favorisce leggermente i Democratici.

I Repubblicani hanno un solo obiettivo classificato come competitivo, il seggio democratico di Adam Gray nella Central Valley. La nuova mappa favorisce leggermente i Democratici, ma la sfida è difficile per entrambi i partiti. "Non stiamo rinunciando a un solo seggio in California", ha detto Christian Martinez, portavoce del National Republican Congressional Committee, il comitato che coordina le campagne repubblicane per la Camera. "Siamo all'attacco".

La spinta dei Repubblicani a rifare le mappe prima del voto di novembre e la risposta della California non hanno precedenti. Dieci Stati hanno approvato nuovi confini, mentre prima di quest'anno dal 1970 solo due Stati avevano ridisegnato volontariamente i collegi tra un censimento e l'altro per vantaggio di partito, secondo un'analisi del Pew Research Center. L'operazione è stata resa possibile in parte da una sentenza della Corte Suprema della primavera scorsa che ha aperto la strada agli Stati che vogliono eliminare i distretti disegnati tenendo conto dell'etnia degli elettori.

Le dieci nuove mappe hanno accelerato una tendenza alla polarizzazione che va avanti da trent'anni e che ha ridotto progressivamente i seggi contesi. In passato ci sono stati cicli elettorali con 50 seggi in bilico, una cosa che non accade più dal 2010, ha detto Erin Covey, che coordina per il Cook Political Report la copertura della Camera. Nessuno Stato ha oggi una concentrazione alta di collegi competitivi: il Michigan ne aveva quattro secondo le classificazioni di Cook, mentre Pennsylvania, Iowa, New York e Texas ne avevano tre ciascuno.

Per gli esperti la situazione può essere dannosa per la democrazia, perché gli elettori possono avere l'impressione che il loro voto conti meno e questo può alimentare un giudizio negativo sul funzionamento del sistema elettorale, ha detto Latner. "La premessa stessa di una repubblica libera è che ci saranno differenze di vedute", ha detto. "Il modo in cui queste differenze si risolvono è la competizione elettorale". L'erosione della "competizione libera e corretta", ha aggiunto, "è una minaccia per tutti gli elettori, a prescindere dalla loro appartenenza politica".

Nella sfida più aperta della California, Valadao affronta nel ridisegnato 22esimo distretto Randy Villegas, docente universitario di area progressista. I Repubblicani si dicono fiduciosi di mantenere il seggio. Nel vicino 13esimo distretto, che la nuova mappa ha reso più sicuro per i Democratici, Gray se la vede con Kevin Lincoln, che è stato alla guida del comune di Stockton e ha prestato servizio nei Marine. Nel 48esimo distretto, il seggio lasciato da Issa, Jim Desmond, supervisore repubblicano della contea di San Diego, sfida Marni von Wilpert del Partito Democratico, che siede nel consiglio comunale di San Diego.

I Repubblicani hanno preso di mira anche il seggio democratico di Derek Tran nel 45esimo distretto, un altro ex campo di battaglia che la Proposition 50 ha reso più sicuro per i Democratici, oltre ad altri tre seggi che Cook classifica come saldamente democratici. I Democratici contano invece su due conquiste più agevoli nel primo distretto del nord della California e nel sesto della contea di Sacramento. Si aspettano di guadagnare anche il nuovo 41esimo distretto, che comprende parti delle contee di Los Angeles e Orange. Lì la mappa ha dato loro un vantaggio tra gli elettori registrati, perché negli Stati Uniti al momento dell'iscrizione alle liste si può dichiarare l'appartenenza a un partito. Il nuovo disegno ha anche costretto Ken Calvert, che siede già alla Camera per i Repubblicani, a candidarsi nel 40esimo distretto contro Young Kim, dello stesso partito.


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Sette italiani morti a Nazca. La sicurezza dei voli turistici resta terra di nessuno


L'episodio di Nazca riapre il tema della sicurezza nei voli turistici su piccoli velivoli, un settore ancora poco armonizzato a livello internazionale.

Tredici morti, tra cui sette cittadini italiani: è il bilancio dello schianto di un piccolo aereo turistico avvenuto sabato scorso vicino a Nazca, in Perù, mentre sorvolava i celebri geoglifi del deserto. Il velivolo, un Cessna Caravan della compagnia locale Aerodiana, era decollato dall'aeroporto di Pisco e ha perso il contatto radio pochi minuti dopo il decollo, un giorno dopo che le autorità locali avevano sospeso i voli sulla zona per raffiche di vento superiori ai 40 chilometri orari. Secondo l'agenzia di stampa statale peruviana Andina, ripresa da Euronews, tra le vittime, oltre ai sette italiani, figurerebbero anche due tedeschi, due spagnoli e i due membri dell'equipaggio peruviano.

L'incidente purtroppo non è un episodio isolato per l'area di Nazca. Un velivolo turistico precipitò nella stessa zona già nell'ottobre 2010, uccidendo quattro turisti britannici e due membri dell'equipaggio, mentre nel febbraio 2022 un altro incidente causò sette vittime tra cittadini cileni e olandesi. Con lo schianto di sabato, il bilancio complessivo delle vittime sui cieli di Nazca, in poco più di quindici anni, sale ad almeno una trentina. Secondo i dati del National Transportation Safety Board, l'agenzia federale statunitense che indaga sugli incidenti nei trasporti, il tasso di incidenti nell'aviazione generale si attesta tra le 5 e le 7 unità per 100.000 ore di volo, contro circa 0,15-0,30 per i voli di linea commerciali — un rapporto che supera ampiamente le venti volte, e che aiuta a spiegare perché i piccoli velivoli turistici restino statisticamente più esposti.

Il rischio per chi vola all'estero in assenza di uno standard globale unico


A differenza dell'aviazione commerciale, dove l'International Civil Aviation Organization impone protocolli condivisi a livello globale, il settore dei voli turistici non commerciali resta in gran parte una zona grigia. Molti Paesi classificano queste attività come «aviazione generale», sottoponendole a verifiche meno stringenti rispetto ai vettori di linea. In Europa, gli operatori sono soggetti alla normativa dell'Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA) e ai regolamenti tecnici nazionali — in Italia, quelli dell'Ente Nazionale per l'Aviazione Civile (ENAC) —, ma quando un turista italiano prenota un'escursione all'estero, le regole cambiano radicalmente, e spesso lo standard tecnico reale del velivolo o del pilota resta difficile da verificare in anticipo.

Anche in Italia, la vigilanza normativa resta uno strumento da esercitare attivamente, non un timbro acquisito una volta per tutte. Nel febbraio 2025 l'ENAC ha condotto un audit straordinario, dal 26 al 28 del mese, presso la sede di Sky Alps, vettore regionale con sede in Alto Adige, rilevando non conformità nelle attestazioni di manutenzione di alcuni aeromobili della compagnia — immatricolati presso l'autorità dell'aviazione civile maltese — rispetto ai requisiti di sicurezza del volo fissati dal regolamento UE 1321/2012, secondo il comunicato ufficiale dell'ENAC. Nello specifico, non risultarono conformi le attestazioni fornite da un tecnico della compagnia incaricato delle manutenzioni, al quale fu poi interdetto l'accesso agli aeroporti in cui opera Sky Alps. A titolo precauzionale, e con la piena collaborazione della proprietà e del personale dell'azienda, l'operatore sospese temporaneamente dal volo sette aeromobili della propria flotta, in attesa delle azioni correttive necessarie. Non risultano incidenti, infortuni o interruzioni del servizio collegati alla vicenda: Sky Alps mantenne il proprio certificato di operatore aereo e garantì i collegamenti sostituendo i velivoli fermi con altri aeromobili, come ha precisato l'ente in una successiva nota di chiarimento. L'episodio, per quanto riguardi un vettore di linea regionale e non un operatore di voli panoramici in senso stretto, mostra come anche in un contesto normativo maturo la conformità documentale richieda controlli continui, non solo una certificazione ottenuta una tantum.

Cosa possiamo fare noi turisti per tutelarci


Le indicazioni pratiche restano quelle di sempre, e valgono ovunque nel mondo: verificare la licenza operativa della compagnia presso l'autorità aeronautica locale prima di prenotare, e a maggior ragione prima di imbarcarsi; controllare se il tour viene cancellato o rinviato in presenza di allerte meteo, considerando questa scelta come un segnale di serietà dell'operatore e non come un disservizio; tenere presente che nei piccoli velivoli turistici scatole nere e radar meteo non sono sempre obbligatori, rendendo i voli meno tracciabili in caso di emergenza rispetto a un volo di linea. Alcune associazioni internazionali di viaggiatori hanno più volte denunciato, in diversi contesti, una manutenzione della flotta meno rigorosa rispetto agli standard delle compagnie di linea — un rischio che l'assenza di un'autorità di controllo sovranazionale equivalente all'ICAO per il segmento turistico non commerciale rende difficile da mitigare in modo uniforme.

Sul fronte della trasparenza digitale, resta un nodo aperto quello delle piattaforme di prenotazione online, che nella maggior parte dei casi non applicano filtri basati su standard di sicurezza aerea: un'escursione in elicottero su un canyon compare accanto a un volo su un piccolo velivolo in un'altra parte del mondo senza alcuna distinzione di rischio visibile al consumatore. La Commissione europea, attraverso la sua Rappresentanza in Italia, ha annunciato nell'agosto 2025 l'apertura di una consultazione pubblica per la revisione del regolamento sui servizi aerei, restata attiva fino al 4 novembre 2025 (Rappresentanza in Italia della Commissione Europea): il testo riguarda soprattutto franchigie bagagli e gestione degli scioperi dei controllori di volo, e non contiene, almeno nella sua formulazione attuale, obblighi informativi specifici sui rischi dei voli turistici assimilabili a quelli previsti per gli sport estremi.

Le domande de L'Analista


Fino a che punto può spingersi l'armonizzazione normativa internazionale senza soffocare un settore che vive anche di flessibilità operativa, soprattutto nei mercati emergenti del turismo d'avventura? E quale responsabilità hanno le agenzie di viaggio e le piattaforme digitali nel garantire che il turista italiano, abituato a un'autorità di vigilanza attiva come l'ENAC in patria, non si trovi esposto a rischi opachi appena varca i confini nazionali — magari verso un aeroporto le cui condizioni meteo avverse, come a Nazca, erano già note il giorno prima?

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Come scegliere un elettrodomestico: la guida completa a efficienza energetica, funzioni smart e affidabilità


Come scegliere un elettrodomestico senza sbagliare? In questa guida scopri i fattori da valutare prima dell'acquisto: efficienza energetica, consumi, funzioni smart, affidabilità, durata e rapporto qualità-prezzo per fare un investimento conveniente nel tempo
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Scegliere un nuovo elettrodomestico non è mai stato così complesso. Che si tratti di trovare il frigorifero più adatto alla propria cucina, individuare la lavatrice ideale tra centinaia di modelli o capire quale forno risponda davvero alle esigenze quotidiane della famiglia, oggi le alternative disponibili sono moltissime. Rispetto a dieci anni fa, gli elettrodomestici sono diventati più efficienti, intelligenti e ricchi di funzionalità, grazie all'introduzione di tecnologie smart, sistemi di risparmio energetico e funzioni avanzate che migliorano comfort e prestazioni. Proprio perché l'acquisto di un elettrodomestico rappresenta un investimento destinato a durare molti anni, è fondamentale valutare con attenzione ogni aspetto prima di decidere. Oltre al prezzo, entrano infatti in gioco fattori come le dimensioni disponibili, l'efficienza energetica, l'affidabilità del marchio, le funzioni smart, il rapporto qualità-prezzo e la rumorosità. Conoscere questi elementi permette di fare una scelta più consapevole, evitare acquisti sbagliati e trovare il modello più adatto alle proprie esigenze, risparmiando nel tempo sia sui consumi sia sui costi di gestione.

Motorola Edge 70 Max ufficiale: autonomia e prestazioni
Motorola amplia la propria gamma premium con Edge 70 Max, uno smartphone che punta su autonomia, prestazioni elevate e un comparto hardware di ultima generazione. Ecco tutte le caratteristiche, le novità e cosa cambia rispetto alla generazione precedente
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

1. Dimensioni e spazio utile


​Sembra scontato, ma è l’errore più comune. Lo spazio in cui l’elettrodomestico andrà inserito va misurato al millimetro – altezza, larghezza e profondità – considerando anche lo spazio per l’apertura delle ante o dei cassetti e il passaggio dell’aria sul retro. Anche la capacità interna deve essere proporzionata al nucleo familiare: un frigorifero sempre troppo pieno consuma di più e conserva peggio; una lavatrice troppo piccola costringe a moltiplicare il numero di cicli. La gamma di elettrodomestici Samsung offre l’esclusiva tecnologia SpaceMax consente di raggiungere capacità maggiori in dimensioni standard.

2. Efficienza energetica


Uno degli aspetti più importanti nella scelta di un elettrodomestico è l'efficienza energetica. Nel corso degli anni i consumi di elettricità, acqua e, in alcuni casi, detergenti incidono sulla spesa e per questo motivo è fondamentale leggere con attenzione la nuova etichetta energetica europea. Essa riporta il consumo in chilowattora all’anno (kWh/anno) per i frigoriferi e in chilowattora per 100 cicli (kWh/100 cicli) per le lavatrici, le asciugatrici e le lavastoviglie, offrendo una stima realistica dei consumi. Tra tutti gli elettrodomestici, il frigorifero merita un'attenzione particolare perché è l'unico a rimanere in funzione 24 ore su 24, 365 giorni all'anno. Scegliere un modello appartenente alle classi energetiche più elevate, come A, B o C, può tradursi in un risparmio significativo sulla bolletta nel corso della sua vita utile. Anche le lavatrici hanno compiuto enormi passi avanti sul fronte dell'efficienza: i modelli di ultima generazione non si limitano a far ruotare il cestello, ma utilizzano sensori e algoritmi intelligenti per adattare automaticamente ogni lavaggio al carico effettivo, ottimizzando consumi di energia, acqua, detergente e durata del programma.

3. Affidabilità del Brand


​Che cosa rende una marca più affidabile di altre? Materiali resistenti, test di produzione rigorosi, un servizio post-vendita capillare ed efficiente in caso di problemi. Un’altra caratteristica della qualità è la longevità: un buon elettrodomestico deve durare almeno un decennio. Al momento dell’acquisto è importante quindi ​scegliere marchi che garantiscano la reperibilità dei pezzi di ricambio per molti anni, e verificare la presenza di centri riparazioni autorizzati. Grazie al sistema di Home Remote Management (HRM), i centri assistenza Samsung possono diagnosticare e risolvere i problemi da remoto e in tempo reale, riducendo i tempi di inattività e il costo di un intervento tecnico a domicilio. Il monitoraggio dell’Intelligenza Artificiale consente addirittura un’assistenza proattiva, perché il sistema rileva tempestivamente perdite, surriscaldamenti o anomalie spesso intervenendo prima ancora che un piccolo inconveniente diventi un guasto bloccante.

4. Innovazione e funzionalità smart


​Le moderne tecnologie smart stanno trasformando il modo in cui utilizziamo gli elettrodomestici. Grazie alla connettività Wi-Fi e all'Intelligenza Artificiale, molti modelli consentono di gestire le principali funzioni direttamente dallo smartphone: una lavatrice o una lavastoviglie connesse, ad esempio, permettono di avviare, programmare e monitorare i cicli di lavaggio da remoto, scegliendo gli orari più convenienti per sfruttare eventuali tariffe elettriche più vantaggiose. I frigoriferi smart possono inviare notifiche in tempo reale in caso di anomalie della temperatura o se una porta viene lasciata accidentalmente aperta, contribuendo a preservare al meglio gli alimenti ed evitare sprechi. Anche forni e piani cottura intelligenti offrono la possibilità di monitorare lo stato di cottura e gestire alcune funzioni a distanza. Un ulteriore vantaggio degli elettrodomestici connessi è la possibilità di ricevere aggiornamenti software nel tempo, proprio come avviene per smartphone e tablet.

Shopping con l’intelligenza artificiale: il 75% degli italiani dice sì, ma teme la disinformazione
Gli assistenti di shopping basati sull’intelligenza artificiale conquistano sempre più italiani: il 75% si dichiara favorevole al loro utilizzo per confrontare prodotti, trovare offerte e ricevere consigli personalizzati.
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

5. Rapporto Qualità-Prezzo


​Prezzi particolarmente bassi possono talvolta riflettere compromessi in termini di materiali, componentistica o efficienza. Per questo motivo è importante valutare il valore complessivo dell’investimento, considerando anche affidabilità, durata e consumi.

6. Rumorosità


​Se l’elettrodomestico va in una cucina aperta sul soggiorno o si ha l’abitudine di avviarlo di notte, il livello di rumore è un fattore cruciale. ​Sull’etichetta energetica è indicato il valore in decibel (dB) e una classe di emissione sonora che va da A a D. ​Sotto i 40-45 dB l’apparecchio è considerato molto silenzioso, l’ideale per frigoriferi e lavastoviglie.

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Motorola Edge 70 Max è ufficiale: lo smartphone premium punta su batteria, autonomia record e prestazioni al top


Motorola ha svelato oggi il nuovo edge 70 max, smartphone potente e dal design molto accattivante. Alimentato dalla piattaforma mobile Snapdragon 8 Gen 5, l'edge 70 max offre un display luminoso Quad HD+ (2K), un sistema audio Hi-Res, una potente batteria da 7100mAh, un sistema di fotocamere di livello professionale, il tutto racchiuso in un design realizzato in vetro premium durevole.
Il processore Snapdragon 8 Gen 5 assicura velocità di picco fino a 3,8 GHz e di un aumento del 36% nelle prestazioni della CPUIl processore Snapdragon 8 Gen 5 assicura velocità di picco fino a 3,8 GHz e di un aumento del 36% nelle prestazioni della CPU

Prestazioni premium


Grazie al processore Snapdragon 8 Gen 5, motorola promette sessioni di gioco e streaming ultra-fluidi, con colori brillanti e transizioni perfette. Inoltre, ledge 70 max garantisce le funzionalità di intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo in modo rapido ed efficiente. Lo smartphone, inoltre, vanta un nuovo sistema di raffreddamento a camera di vapore con metallo liquido per regolare il calore prodotto durante le alte prestazioni. La memoria LPDDR5X fino a 8Gb assicura grande reattività e multitasking senza interruzioni, mentre 256, 512 GB o 1 TB regalano spazio in abbondanza per le app, i giochi e i contenuti multimediali.

Come espandere la memoria dello smartphone con Lexar SL500
Lo spazio sullo smartphone non basta più? Con l’SSD portatile Lexar SL500 puoi espandere rapidamente la memoria disponibile, trasferire file ad alta velocità e gestire foto, video e documenti senza dipendere dal cloud o eliminare contenuti importanti
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Audio e Video


Questo smartphone è dotato dell'unico display Quad HD+ (2K) della categoria, con il 77% di pixel in più rispetto al Full HD, per visioni più nitide e realistiche. La tecnologia Extreme AMOLED offre un contrasto potenziato e i 7000 nit di luminosità di picco (dichiarati dal brand) forniscono un'elevatissima intensità cromatica anche alla luce diretta del sole. La certificazione Pantone Validated assicura che ogni tonalità sia fedele alla realtà e con la frequenza di aggiornamento a 144Hz, lag e scie sullo schermo diventano un ricordo del passato. Musica, serie TV e film avranno la qualità audio che meritano, grazie ai doppi altoparlanti stereo e al sistema audio certificato Hi-Res. Dolby Atmos regala un suono immersivo multidimensionale e Snapdragon Sound è progettato per offrire una qualità audio premium con connettività Bluetooth.

Autonomia di un livello superiore


Motorola edge 70 max è dotata di una batteria al silicio-carbonio da 7100mAh sottile ma potente. La ricarica TurboPower da 90W garantisce energia per tutto il giorno in soli 6 minuti e, per una ricarica rapida senza cavi, la ricarica wireless magnetica Qi2 da 25W si integra perfettamente nella routine quotidiana delle persone.
Il retro in vetro opaco resiste ai riflessi fastidiosi e alle impronte digitali

Design e resistenza


La forma incontra l’innovazione: una cornice in alluminio di grado aeronautico conferisce robustezza al dispositivo, mentre il vetro premium opaco sul retro regala un'eleganza moderna e pulita. In collaborazione con Pantone Color Institute, edge 70 max è disponibile nei colori Aqua Gray, Dark Shadow e Ice Melt, soddisfa gli standard militari di durabilità ed è progettato per resistere a cadute fino a 1,8 metri, mentre le certificazioni IP68 e IP69 offrono una protezione superiore contro polvere, sporco, sabbia e acqua ad alta pressione.

Scatti da professionista


Il nuovo smartphone integra un sistema fotografico versatile con sensore principale Sony LYTIA da 50 MP stabilizzato otticamente, fotocamera ultrawide con funzione Macro e sensore frontale da 32 MP capace di registrare video in 4K. Il comparto fotografico è supportato dall'intelligenza artificiale, che ottimizza automaticamente colori, dettagli e tonalità della pelle, migliorando la qualità degli scatti e adattando le immagini allo stile fotografico dell'utente senza richiedere regolazioni manuali.

Prezzi e disponibilità


motorola edge 70 max sarà disponibile con un prezzo di partenza di 899 euro per la versione 8/256GB. La disponibilità in Italia sarà comunicata successivamente. Fino al 15 agosto, coloro che acquistano edge 70 max tramite motorola.com/it potranno usufruire di un'offerta speciale di lancio che comprende un bundle con Moto Buds Loop (valore 129 euro) e un caricatore Duo da 125W (valore 59 euro).

CONSIGLIATO DA TECHPERTUTTI

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Il Motorola Edge 70 è lo smartphone perfetto per chi cerca l'eleganza assoluta senza rinunciare alla sostanza. Motorola ha fatto centro trovando il perfetto equilibrio tra estetica e autonomia.

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Trump bacia Gesù e arresta un alieno nelle immagini che ha pubblicato su Truth Social


Sabato il presidente ha riempito il suo social di fotomontaggi generati con l'intelligenza artificiale: la statua dorata di Cristo, un extraterrestre in manette, la sua testa sopra la Groenlandia

Il presidente Donald Trump ha passato la giornata di sabato a riempire Truth Social, il social network che ha fondato dopo essere stato escluso dalle grandi piattaforme, di immagini generate con l'intelligenza artificiale che lo ritraggono mentre bacia una statua dorata di Gesù Cristo e mentre cammina accanto a un extraterrestre in manette.

Nella prima immagine il presidente appare di profilo mentre appoggia le labbra su una scultura dorata di Cristo. La seconda è il riutilizzo di un fotomontaggio già circolato in passato: Trump attraversa un tratto di deserto insieme a un gruppo di funzionari e al suo fianco c'è una creatura aliena ammanettata, come se fosse appena stata catturata dalle autorità americane.

Un'altra immagine mostra il volto del presidente che si staglia sopra la Groenlandia, l'isola artica che appartiene alla Danimarca e sulla quale Trump ha più volte detto di volere il controllo americano. Venerdì aveva ripetuto che scommettere sul passaggio dell'isola sotto il "controllo operativo" degli Stati Uniti entro la fine del suo secondo mandato sarebbe una scommessa vincente. "Sì, avreste ragione se la faceste. Sì, avreste ragione. No, vogliamo fare una cosa molto importante. La Groenlandia è importante, sapete, dal nostro punto di vista, non dal loro, ma dal nostro. Dovreste davvero fare quella scommessa", aveva detto.

Due dei fotomontaggi pubblicati sabato pescano invece nella storia americana. In uno il volto del presidente è fuso con quello di George Washington, il primo presidente degli Stati Uniti e comandante dell'esercito continentale. Nell'altro Trump è ritratto in divisa da soldato della guerra d'indipendenza americana, il conflitto che tra il 1775 e il 1783 portò alla nascita degli Stati Uniti.

Il presidente ha poi pubblicato un'immagine costruita con l'intelligenza artificiale che lo ritrae insieme al figlio Barron Trump, accompagnandola con l'idea che il figlio non sia altro che una versione più giovane di se stesso. In un altro post ha sostenuto di invecchiare "al contrario". A completare la sequenza c'è un fotomontaggio che lo mostra mentre cammina vicino a dei carrelli da golf.

Nella stessa giornata Trump ha usato il suo social network anche per questioni politiche. Ha insistito che gli Stati Uniti stanno vincendo la guerra contro l'Iran e si è scagliato contro Jeannine Pirro, la procuratrice federale di Washington, dopo che il suo ufficio ha lasciato cadere le accuse penali contro un'atleta olimpica accusata di avere danneggiato la vasca del Lincoln Memorial, lo specchio d'acqua che si estende davanti al monumento dedicato ad Abraham Lincoln nel centro della capitale.

Trump ha aggiunto un attacco a Bruce Springsteen, che negli ultimi mesi è diventato uno dei critici più espliciti della sua presidenza.


Trump annulla l'attacco all'Iran dopo la telefonata con bin Salman


Donald Trump ha annunciato oggi di aver cancellato l'attacco contro l'Iran che la sua Amministrazione stava preparando, sostenendo che i progressi nei negoziati con Teheran fossero sufficienti a sospendere l'operazione. L'annuncio è arrivato su Truth Social, al termine di una giornata in cui diversi funzionari americani avevano lasciato intendere che un raid contro le infrastrutture iraniane fosse imminente. L'obiettivo era aumentare la pressione sulla Repubblica islamica e costringerla ad accettare le condizioni poste da Washington per il cessate il fuoco.

Nel messaggio inviato da Trump, la minaccia militare e la sua sospensione sono strettamente legate. Gli Stati Uniti sono "carichi e pronti" a colpire la Repubblica Islamica con "livelli di terrore, forza e potenza militare mai visti dalla Seconda guerra mondiale", ha scritto il presidente. Trump ha però aggiunto di aver accettato, "per il bene futuro del mondo e, allo stesso modo, per la sopravvivenza di un Iran prospero e di successo", di cancellare l'attacco, a condizione che si raggiunga rapidamente un'intesa. Secondo il presidente, l'Iran e altri "Paesi mediorientali" avevano chiesto agli Stati Uniti di fermarsi perché erano già stati concordati "i perimetri di un accordo", che dovrebbe prevedere "l'apertura immediata, completa e totale dello Stretto di Hormuz" e la fine della minaccia nucleare iraniana.

Da Teheran, tuttavia, non è arrivata alcuna conferma. I media statali iraniani non hanno segnalato cambiamenti nella posizione sullo Stretto di Hormuz e hanno presentato la decisione di Trump come l'ennesima ritirata americana. L'agenzia semiufficiale Fars ha scritto che "Trump lo sciocco ha esaurito la benzina".

Guerra Usa-Iran · Cinque mesi di ultimatum

Trump minaccia l’apocalisse, poi fa marcia indietro: sei volte in cinque mesi

Dal 28 febbraio il presidente annuncia attacchi “mai visti” contro centrali, ponti e infrastrutture iraniane. Poi li rinvia o li cancella, spesso a poche ore dalla scadenza. Una sola minaccia è stata portata fino in fondo: la prima.

Grafica di FocusAmerica

Retromarce
0

Minaccia eseguita
0

Ultimatum annunciati e poi ritirati, rinviati o cancellati
I raid del 28 febbraio che hanno dato inizio alla guerra

La minaccia annunciata e quella eseguita

Ogni barra misura l’intensità retorica dell’ultimatum: si gonfia con l’annuncio e si svuota con la retromarcia. Quel che resta è ciò che è stato davvero eseguito. In cinque mesi, il contorno si è riempito una volta sola.

Intensità retorica →
Annunciato e ritirato Eseguito: “Operation Epic Fury”, 28 febbraio
Sei retromarce, una per una


Il piatto del giorno. Di nuovo.

Dal lessico di Washington
TACO sost. m., acronimo

Sta per “Trump Always Chickens Out”: “Trump si tira sempre indietro”. Ricetta di Wall Street, maggio 2025: si prende un dazio “reciproco”, lo si annuncia con clamore, lo si ritira prima che entri in vigore. Con la guerra all’Iran il piatto è passato dal listino dei mercati al menu della Casa Bianca, dove viene servito a ogni scadenza che scade — preferibilmente di martedì, come il 7 aprile.

“È stato il Taco Tuesday di tutti i Taco Tuesday” — Jimmy Kimmel, dopo il cessate il fuoco del 7 aprile

Non tutti gradiscono la portata: dipingere il presidente come un bluffatore seriale, avvertono alcuni critici, rischia di spingerlo a colpire solo per smentire la sigla.

Il costo delle minacce a vuoto
“La montagna degli americani ha partorito ancora una volta un topolino”Morteza Semiari, commentatore politico a Teheran, citato dall’agenzia Fars · 2 agosto

Per Teheran il pattern è ormai una certezza strategica: i media vicini alla Guida suprema liquidano ogni ultimatum come un bluff e presentano ogni retromarcia americana come una vittoria. Intanto la guerra non si ferma: i raid notturni continuano, e l’escalation “mai vista” resta l’arma che Trump continua a caricare senza sparare.

Fonte: Associated Press, Axios, NPR, CNBC, ABC News, CNN · Dati aggiornati al 2 agosto 2026

Le pressioni saudite e il voto del Congresso


Nei giorni scorsi l'Amministrazione americana stava valutando un attacco contro le infrastrutture energetiche iraniane in risposta al lancio di missili contro una base statunitense in Giordania e al blocco del traffico marittimo attraverso Hormuz, ma gli ordini definitivi non erano ancora stati impartiti. Un'operazione del genere avrebbe infatti provocato un'escalation senza precedenti nei cinque mesi di guerra e Teheran aveva già minacciato di reagire colpendo impianti energetici e altre infrastrutture in Israele e nei Paesi del Golfo.

Per questo motivo ieri il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha telefonato a Trump per manifestargli la propria preoccupazione, secondo quanto riferito ad Axios da due funzionari americani e da una terza fonte informata sulla conversazione. "I sauditi hanno espresso preoccupazione e chiesto chiarezza sul piano d'azione", ha raccontato uno dei funzionari. Un'altra fonte ha riferito che bin Salman avrebbe invitato il presidente ad allentare la tensione e a rinunciare ai raid. La Casa Bianca e l'ambasciata saudita a Washington non hanno voluto commentare.

Già mercoledì Trump aveva incontrato il Ministro della Difesa saudita, il principe Khalid bin Salman, in un appuntamento aggiunto all'ultimo momento al programma della visita. Poco prima, il Ministro aveva comunicato al vicepresidente JD Vance che Riyadh era favorevole a un raffreddamento della crisi, nonostante il raid congiunto americano-saudita condotto negli stessi giorni contro le milizie filoiraniane in Iraq. L'Arabia Saudita resta uno dei principali alleati di Washington nella regione e, dall'inizio della guerra, ha già influenzato in più occasioni le decisioni di Trump sull'Iran.

Le pressioni sul presidente arrivano però anche dal Congresso. A giugno, per la prima volta dall'inizio del conflitto, la Camera dei Rappresentanti e il Senato hanno approvato una risoluzione sui poteri di guerra che chiede al presidente di porre fine alle ostilità con l'Iran: il testo è passato con 214 voti contro 208 alla Camera e con 50 contro 48 al Senato. La risoluzione non ha forza di legge e Trump l'ha liquidata come "inopportuna e priva di significato", sostenendo che offrisse "aiuto e conforto al nemico". Rimane tuttavia la presa di posizione più netta del Congresso in cinque mesi di campagna militare.

I mediatori cercano un accordo su Hormuz


Anche Qatar, Emirati Arabi Uniti, Turchia e Pakistan hanno cercato di convincere Washington e Teheran a fare un passo indietro. Sabato il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha parlato con il capo dell'esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir, che ha già fatto in passato da mediatore tra le due capitali, e con i Ministri degli Esteri di Turchia e Arabia Saudita.

Al saudita Faisal bin Farhan, Araghchi ha detto che "qualsiasi azione ostile da parte degli Stati Uniti o di Israele, o la partecipazione o la cooperazione di Paesi della regione in tali azioni, riceverebbe una risposta decisa e proporzionata dalle potenti Forze Armate iraniane", secondo un messaggio pubblicato sul suo canale Telegram. L'avvertimento era rivolto, dunque, anche ai Paesi che in quelle stesse ore stavano cercando di indurre Trump a fermarsi.

I mediatori del Qatar hanno condotto ieri colloqui separati con Araghchi, con l'inviato della Casa Bianca Steve Witkoff e con funzionari omaniti per raggiungere un'intesa sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Secondo una fonte informata sulle discussioni, i negoziati hanno fatto progressi, ma non è ancora chiaro se saranno sufficienti a disinnescare la crisi una volta e per tutte.


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La rassegna stampa di lunedì 3 agosto 2026


Trump ferma i raid sull'Iran e apre ai negoziati, mentre Washington e Tokyo intervengono insieme sullo yen. Al Senato un'intesa evita la chiusura del governo, la California vira sulla tassa ai miliardari e gli incendi devastano lo Stato di Washington

Questa è la rassegna stampa di lunedì 3 agosto 2026

Trump ferma i raid contro l'Iran e annuncia negoziati per lunedì


Il presidente Donald Trump ha revocato all'ultimo momento una nuova serie di attacchi militari contro l'Iran, dicendo di aver ceduto alle pressioni degli alleati del Golfo, in particolare Arabia Saudita, Emirati e Qatar. Ha annunciato che i colloqui con Teheran cominceranno lunedì pomeriggio, sostenendo di puntare a un'intesa rapida sul programma nucleare e sulla riapertura dello stretto di Hormuz. Sui segnali di distensione il prezzo del petrolio è calato.

Fonti: Bloomberg, Semafor, The Guardian

Al Senato un'intesa sui fondi per evitare la chiusura del governo


I membri della Commissione bilancio del Senato hanno raggiunto domenica un accordo su una legge di finanziamento che eviterebbe la chiusura delle attività federali alla fine di settembre, garantendo le risorse fino a parte di dicembre. Un primo voto procedurale è previsto per lunedì sera, con i leader del Senato che puntano ad approvare il testo prima della pausa estiva.

Fonti: The Hill

Gli incendi nello Stato di Washington distruggono centinaia di edifici


Gli incendi divampati intorno a Spokane hanno costretto all'evacuazione circa 60.000 persone e distrutto almeno 600 tra abitazioni e altre strutture, in quello che le autorità locali descrivono come il più grave disastro naturale nella storia della regione. I roghi rientrano tra i quasi cento grandi incendi attivi negli Stati Uniti, in una stagione che supera già la media dell'ultimo decennio per numero di focolai e superficie bruciata.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, The Guardian

Stati Uniti e Giappone intervengono insieme per sostenere lo yen


Il Dipartimento del Tesoro americano e le autorità giapponesi hanno confermato domenica di aver agito in modo coordinato la scorsa settimana per stabilizzare lo yen, dopo il crollo della valuta. Il ministro delle Finanze giapponese Satsuki Katayama ha avvertito che Tokyo è pronta a intervenire di nuovo insieme a Washington per contrastare "movimenti disordinati" sui mercati.

Fonti: The New York Times, Semafor, Financial Times

Un uomo apre il fuoco in un ristorante In-N-Out in Idaho: tre morti


Un uomo di 24 anni ha aperto il fuoco sabato in un ristorante In-N-Out a Twin Falls, in Idaho, uccidendo tre persone e ferendone sette prima di togliersi la vita. La polizia ritiene che il responsabile, Chad Williams, abbia agito da solo; un agente fuori servizio e un cittadino armato hanno risposto al fuoco, contribuendo a contenere la strage.

Fonti: The Wall Street Journal, The New York Times, The Guardian

Un deputato dell'Ohio accusato di abusi resta in corsa nonostante le pressioni


Il deputato repubblicano Max Miller ha negato le accuse di violenze mosse dall'ex moglie e ha annunciato che non si ritirerà dalla corsa per la rielezione. Poco dopo il suo ex suocero, il senatore Bernie Moreno, lo ha definito "un pericolo" per la figlia e inadatto a ricoprire una carica pubblica. Il caso agita il Partito repubblicano a pochi giorni dalla scadenza per sostituire Miller sulla scheda elettorale in Ohio.

Fonti: Axios, The Wall Street Journal, The Hill

Il Partito democratico californiano appoggia la tassa sui miliardari


Il Partito democratico della California ha annunciato domenica il proprio sostegno a un referendum che imporrebbe ai circa 200 miliardari dello Stato un prelievo una tantum del 5% sul patrimonio netto. La decisione, presa con un voto di stretta misura dall'organo esecutivo del partito, arriva nonostante l'opposizione di figure di primo piano come il governatore Gavin Newsom.

Fonti: The Wall Street Journal, The Hill

Le primarie in Michigan mettono alla prova l'ala progressista dei democratici


Le primarie democratiche di martedì in Michigan per la candidatura al Senato sono viste come un test sulla capacità della sinistra del partito di vincere in uno Stato-chiave del Midwest. Il senatore Bernie Sanders sostiene che il candidato progressista Abdul El-Sayed potrebbe attrarre anche elettori repubblicani e indipendenti, qualora prevalesse sulla deputata Haley Stevens.

Fonti: The Wall Street Journal, The Hill

Il ministro della Salute Kennedy invita a vaccinare i bambini contro il morbillo


Il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., storico scettico sui vaccini, ha invitato i genitori americani a vaccinare i figli contro il morbillo, mentre i contagi hanno raggiunto livelli record negli ultimi trentacinque anni. Nel corso della stessa intervista Kennedy ha però affermato che il presidente Trump vuole "certamente" che indaghi su un presunto legame tra vaccini e autismo.

Fonti: The Guardian, The Hill

Il Dipartimento di giustizia cancella il fondo voluto da Trump per i suoi alleati


Il procuratore generale facente funzioni Todd Blanche ha firmato un ordine formale che chiude il fondo da 1,8 miliardi di dollari voluto da Donald Trump per risarcire i suoi alleati politici, una misura criticata dagli oppositori come un "fondo neri". La decisione, arrivata dopo settimane di trattative con due senatori repubblicani, potrebbe sbloccare la nomina dello stesso Blanche a procuratore generale.

Fonti: The Guardian

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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eBay paga 50 milioni per cyberstalking, i modelli AI di Anthropic hackerano tre aziende, Tesla verso la fusione con SpaceX


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Comunicazione: Morning Tech, come ogni anno, andrà in ferie nelle due settimane centrali di agosto, cioè dal 10 al 21, e poi torneremo più riposati e con tante novità per settembre, soprattutto lato app.

Buon lunedì,
durante alcuni test, i modelli AI di Anthropic sono riusciti a hackerare tre aziende online. Poi parleremo dei piani di Tesla, che valuta la vendita del business cinese in vista di una fusione con SpaceX; vedremo il curioso caso di cyberstalking che costerà a eBay 50 milioni di dollari; e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Intro + Prima notizia - Ep. 376 - Lunedì 3 agosto
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Le news di oggi, selezionate a mano.

eBay pagherà 50 milioni di dollari a una coppia in un caso curioso di cyberstalking


Legge
eBay ha accettato di pagare circa 50 milioni di dollari a David e Ina Steiner per chiudere la causa civile del 2021 sulla campagna di molestie del 2019. I due coniugi del Massachusetts coprono il settore e-commerce con una newsletter. Ex dipendenti di eBay li presero di mira perché erano contrariati dai loro articoli. Spedirono alla coppia scarafaggi vivi, ragni, un feto di maiale conservato, una corona funebre, una maschera di maiale insanguinata e un libro su come affrontare la morte del coniuge. Inviarono riviste pornografiche a nome di David Steiner a un vicino di casa e tentarono di installare un localizzatore GPS sull'auto della coppia. Nel 2020 i procuratori federali hanno incriminato sei ex dipendenti e un collaboratore esterno, tutti dichiaratisi colpevoli. I tre ex dirigenti citati nella causa civile non sono stati incriminati penalmente. L'accordo prevede 48,7 milioni di dollari di risarcimento: 46,15 milioni da eBay, 2 milioni dall'ex CEO e 550.000 dollari dagli altri due ex dirigenti. eBay finanzierà anche 6 milioni di donazioni benefiche e l'ex CEO verserà 1 milione a un ente per la tutela del Primo Emendamento. L'accordo non contiene clausole di riservatezza e la coppia può parlarne pubblicamente.
~
Fonte: Fox Business
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Modelli AI di Anthropic hanno hackerato tre aziende reali durante i test


Cybersecurity
Anthropic ha scoperto che tre suoi modelli in fase di test sono finiti su internet e hanno violato tre aziende a partire da aprile, senza che Anthropic lo sapesse. I modelli coinvolti sono Opus 4.7, Mythos 5 e un modello di ricerca senza nome. Una configurazione errata sui sistemi di Anthropic e della società di sicurezza Irregular che gestiva i test ha lasciato ai modelli l'accesso a internet. I modelli credevano che internet fosse inaccessibile e che gli attacchi facessero parte del test. Hanno usato tecniche di base come indovinare password deboli o entrare in sistemi senza autenticazione. Nel caso più grave Claude doveva violare un'azienda fittizia con lo stesso nome di un sito reale ed è entrato nel database dell'azienda vera. Ha continuato l'attacco anche dopo aver capito che l'azienda era reale. In un altro caso ha violato una società di sicurezza con un software malevolo che rubava credenziali e si è convinto di vivere in una simulazione. Anthropic lo ha scoperto controllando i log di oltre 141.000 test dopo che una settimana prima OpenAI aveva rivelato un incidente simile.
~
Fonte: The Wall Street Journal
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Tesla sta valutando la vendita del suo business in Cina per fondersi con SpaceX


Business
Alcuni dirigenti di Tesla hanno ricevuto istruzioni di preparare la separazione del business cinese in vista di una possibile fusione con SpaceX. I consulenti dell'azienda hanno discusso scorporo, vendita o chiusura. Musk ha negato su X che il tema sia stato discusso e ha definito la notizia "fake news". Negli ultimi anni Musk aveva chiesto di organizzare Tesla con una netta divisione tra attività americane e cinesi, per garantire la sopravvivenza della parte USA in caso di conflitto tra i due paesi. Le preoccupazioni riguardavano la dipendenza dalle celle per batterie cinesi e dai chip di TSMC in caso di invasione di Taiwan. La separazione eviterebbe che le attività cinesi finissero sotto lo stesso tetto di SpaceX, grande appaltatore della difesa americana. La Cina è il secondo mercato di Tesla dopo gli Stati Uniti e vale circa il 18% delle vendite nel primo semestre 2026. Tesla ha due grandi fabbriche a Shanghai che producono auto e batterie per il mercato cinese e l'export, ma non per gli USA. Pechino sottoporrebbe probabilmente una fusione a un esame severo, perché un appaltatore della difesa americana controllerebbe le fabbriche cinesi e i dati di circa due milioni di proprietari Tesla in Cina.
~
Fonte: The Wall Street Journal
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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OpenAI taglia i prezzi di due modelli GPT-5.6 dopo tre settimane


Intelligenza Artificiale
OpenAI ha tagliato i prezzi di due dei tre modelli della serie GPT-5.6 a circa tre settimane dal rilascio pubblico. Terra è il modello intermedio e scende del 20%; Luna è il modello più veloce e scende dell'80%; Sol è il modello più potente e il suo prezzo resta invariato. Le imprese hanno iniziato a ridurre la spesa in AI e sono meno disposte a usare modelli costosi senza un ritorno chiaro sugli investimenti. I modelli open-weight cinesi hanno raggiunto le offerte proprietarie di punta e si possono scaricare e far girare su infrastruttura propria a costi ridotti. Kimi K3 di Moonshot AI supera i modelli americani più avanzati in alcuni benchmark di settore.
~
Fonte: CNBC
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Apple limita le segnalazioni di sicurezza perché è sommersa dai bug trovati dall'AI


Cybersecurity
Apple ha introdotto un tetto al numero di segnalazioni di sicurezza che ogni ricercatore può tenere aperte contemporaneamente. Il processo di verifica è sotto pressione per i report generati con l'AI. Alcune segnalazioni descrivono rischi inventati o solo teorici, mentre altre individuano vulnerabilità serie che richiedono patch. La società di ricerca sulla sicurezza Bynario ha trovato oltre 50 possibili falle in macOS in tre settimane. Tra queste, una catena di escalation di privilegi che può dare a un attaccante il controllo completo di un Mac. La piattaforma Atlas di Bynario ha usato GPT-5.5 per scoprire una falla nella Condivisione schermo di macOS che permetteva a un client VNC autenticato di accedere a dati protetti e creare file con privilegi di root. Apple l'ha catalogata e corretta in macOS Tahoe 26.6. Ogni report richiede ancora una verifica umana ma Apple sta usando a sua volta l'AI per smistare l'arretrato. Il programma di bug bounty è stato ridisegnato attorno a prove più solide e prevede ricompense oltre i 5 milioni di dollari per le catene di exploit più gravi.
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Fonte: Digital Trends
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Il Project Silica di Microsoft


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Il momento 2008 dell'AI


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Come funziona l'ecosistema di venture cinese


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Notizie veloci


In lingua inglese.

Il fatturato annualizzato di luglio di OpenAI ha superato l'intero secondo trimestre


cnbc.com (eng)

Apple verso una perdita di quasi 500 miliardi di dollari di valore dopo previsioni deboli


reuters.com (eng)

WhatsApp sta testando una nuova cartella per i messaggi delle grandi aziende


techcrunch.com (eng)

Sito del giorno

Un giro di Tokyo senza scendere dal divano


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OpenAI taglia i prezzi di due modelli GPT-5.6 dopo tre settimane


I clienti business stanno frenando la spesa in AI.
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In breve:


OpenAI ha tagliato i prezzi di due dei tre modelli della serie GPT-5.6 a circa tre settimane dal rilascio pubblico. Terra è il modello intermedio e scende del 20%; Luna è il modello più veloce e scende dell'80%; Sol è il modello più potente e il suo prezzo resta invariato. Le imprese hanno iniziato a ridurre la spesa in AI e sono meno disposte a usare modelli costosi senza un ritorno chiaro sugli investimenti. I modelli open-weight cinesi hanno raggiunto le offerte proprietarie di punta e si possono scaricare e far girare su infrastruttura propria a costi ridotti. Kimi K3 di Moonshot AI supera i modelli americani più avanzati in alcuni benchmark di settore.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

OpenAI cuts prices for two of its AI models as cost worries mount
The company is facing pressure to cater to a more cost-sensitive customer base.
CNBCAshley Capoot


Alternativa in italiano:

OpenAI taglia i prezzi di due modelli GPT-5.6: Luna costa l'80% in meno dopo 3 settimane dal lancio
OpenAI ha tagliato i prezzi di GPT-5.6 Terra e Luna, rispettivamente del 20% e dell'80%, a tre settimane dal lancio, per rispondere alla cautela di aziende attente ai costi e alla pressione di Cina, Anthropic, Google e Microsoft
Hardware Upgrade

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eBay pagherà 50 milioni di dollari a una coppia in un caso curioso di cyberstalking


Ex dipendenti spedirono scarafaggi e minacce di morte.
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In breve:


eBay ha accettato di pagare circa 50 milioni di dollari a David e Ina Steiner per chiudere la causa civile del 2021 sulla campagna di molestie del 2019. I due coniugi del Massachusetts coprono il settore e-commerce con una newsletter. Ex dipendenti di eBay li presero di mira perché erano contrariati dai loro articoli. Spedirono alla coppia scarafaggi vivi, ragni, un feto di maiale conservato, una corona funebre, una maschera di maiale insanguinata e un libro su come affrontare la morte del coniuge. Inviarono riviste pornografiche a nome di David Steiner a un vicino di casa e tentarono di installare un localizzatore GPS sull'auto della coppia. Nel 2020 i procuratori federali hanno incriminato sei ex dipendenti e un collaboratore esterno, tutti dichiaratisi colpevoli. I tre ex dirigenti citati nella causa civile non sono stati incriminati penalmente. L'accordo prevede 48,7 milioni di dollari di risarcimento: 46,15 milioni da eBay, 2 milioni dall'ex CEO e 550.000 dollari dagli altri due ex dirigenti. eBay finanzierà anche 6 milioni di donazioni benefiche e l'ex CEO verserà 1 milione a un ente per la tutela del Primo Emendamento. L'accordo non contiene clausole di riservatezza e la coppia può parlarne pubblicamente.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

eBay agrees to pay $50M over cyberstalking campaign against Massachusetts couple | Fox Business
eBay will pay nearly $50 million to settle a lawsuit over a harassment campaign targeting Massachusetts e-commerce journalists David and Ina Steiner.
Fox Business


Alternativa in italiano:

Intimidazioni e insetti vivi a casa: eBay risarcisce due reporter con 56 milioni di dollari
Il colosso del commercio elettronico ha chiuso la vicenda giudiziaria civile legata alla grave campagna di intimidazione orchestrata nel 2019 contro i blogger di EcommerceBytes
Hardware Upgrade

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Tesla sta valutando la vendita del suo business in Cina per fondersi con SpaceX


Musk nega e parla di fake news.
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In breve:


Alcuni dirigenti di Tesla hanno ricevuto istruzioni di preparare la separazione del business cinese in vista di una possibile fusione con SpaceX. I consulenti dell'azienda hanno discusso scorporo, vendita o chiusura. Musk ha negato su X che il tema sia stato discusso e ha definito la notizia "fake news". Negli ultimi anni Musk aveva chiesto di organizzare Tesla con una netta divisione tra attività americane e cinesi, per garantire la sopravvivenza della parte USA in caso di conflitto tra i due paesi. Le preoccupazioni riguardavano la dipendenza dalle celle per batterie cinesi e dai chip di TSMC in caso di invasione di Taiwan. La separazione eviterebbe che le attività cinesi finissero sotto lo stesso tetto di SpaceX, grande appaltatore della difesa americana. La Cina è il secondo mercato di Tesla dopo gli Stati Uniti e vale circa il 18% delle vendite nel primo semestre 2026. Tesla ha due grandi fabbriche a Shanghai che producono auto e batterie per il mercato cinese e l'export, ma non per gli USA. Pechino sottoporrebbe probabilmente una fusione a un esame severo, perché un appaltatore della difesa americana controllerebbe le fabbriche cinesi e i dati di circa due milioni di proprietari Tesla in Cina.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Exclusive | Tesla Weighs Sale of China Business to Pave Way for Potential SpaceX Merger - WSJ
The U.S. automaker could sell or spin off the business in its second-largest market over geopolitical concerns, The U.S. automaker could sell or spin off the business in its second-largest market over geopolitical concerns
The Wall Street JournalBecky Peterson and Raffaele Huang


Alternativa in italiano:

Tesla, ipotesi vendita di attività in Cina per una possibile fusione con SpaceX, Musk smentisce
Elon Musk smentisce e bolla la notizia una "fake news"
TGCOM24

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Modelli AI di Anthropic hanno hackerato tre aziende reali durante i test


Colpa di una configurazione errata delle sandbox.
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In breve:


Anthropic ha scoperto che tre suoi modelli in fase di test sono finiti su internet e hanno violato tre aziende a partire da aprile, senza che Anthropic lo sapesse. I modelli coinvolti sono Opus 4.7, Mythos 5 e un modello di ricerca senza nome. Una configurazione errata sui sistemi di Anthropic e della società di sicurezza Irregular che gestiva i test ha lasciato ai modelli l'accesso a internet. I modelli credevano che internet fosse inaccessibile e che gli attacchi facessero parte del test. Hanno usato tecniche di base come indovinare password deboli o entrare in sistemi senza autenticazione. Nel caso più grave Claude doveva violare un'azienda fittizia con lo stesso nome di un sito reale ed è entrato nel database dell'azienda vera. Ha continuato l'attacco anche dopo aver capito che l'azienda era reale. In un altro caso ha violato una società di sicurezza con un software malevolo che rubava credenziali e si è convinto di vivere in una simulazione. Anthropic lo ha scoperto controllando i log di oltre 141.000 test dopo che una settimana prima OpenAI aveva rivelato un incidente simile.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Anthropic AI Models Hacked Three Companies During Tests - WSJ
The breaches, which follow a similar incident involving rival OpenAI and startup Hugging Face, were due to a mistake, Anthropic said, The breaches, which follow a similar incident involving rival OpenAI and startup Hugging Face, were due to a mistake, Anthropic said
The Wall Street JournalRobert McMillan


Alternativa in italiano:

IA fuori controllo, anche i modelli Claude di Anthropic hanno violato sistemi esterni - Future Tech - Ansa.it
Un'indagine interna condotta da Anthropic ha rivelato che diversi modelli di intelligenza artificiale di Claude, concorrente di ChatGpt, sono usciti dai confini dei test di valutazione della sicurezza, infiltrandosi nelle infrastrutture di produzione di tr... (ANSA)
Agenzia ANSA

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Apple limita le segnalazioni di sicurezza perché è sommersa dai bug trovati dall'AI


Cinquanta possibili falle macOS scoperte in tre settimane.
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In breve:


Apple ha introdotto un tetto al numero di segnalazioni di sicurezza che ogni ricercatore può tenere aperte contemporaneamente. Il processo di verifica è sotto pressione per i report generati con l'AI. Alcune segnalazioni descrivono rischi inventati o solo teorici, mentre altre individuano vulnerabilità serie che richiedono patch. La società di ricerca sulla sicurezza Bynario ha trovato oltre 50 possibili falle in macOS in tre settimane. Tra queste, una catena di escalation di privilegi che può dare a un attaccante il controllo completo di un Mac. La piattaforma Atlas di Bynario ha usato GPT-5.5 per scoprire una falla nella Condivisione schermo di macOS che permetteva a un client VNC autenticato di accedere a dati protetti e creare file con privilegi di root. Apple l'ha catalogata e corretta in macOS Tahoe 26.6. Ogni report richiede ancora una verifica umana ma Apple sta usando a sua volta l'AI per smistare l'arretrato. Il programma di bug bounty è stato ridisegnato attorno a prove più solide e prevede ricompense oltre i 5 milioni di dollari per le catene di exploit più gravi.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

AI is finding Apple security flaws faster than Apple can sort through them - Digital Trends
Apple is limiting simultaneous bug reports as AI floods its security team with questionable findings, even while the same tools uncover genuine Mac vulnerabilities that demand patches.
Digital TrendsPaulo Vargas


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Ceuta, il conto dei migranti e lo strappo con l'Italia


Circa 50.000 attraversamenti, 48.000 rimpatri, e l'Italia che sospende Schengen con Madrid mentre Sánchez replica con i dati Frontex: la crisi di Ceuta smonta il racconto di un'Europa solidale e mette a nudo lo scontro sui numeri tra Roma e Madrid.

Circa 50.000 persone hanno attraversato la frontiera tra il Marocco e Ceuta all'inizio della settimana, in modo irregolare e inatteso. Secondo la lettera che il premier spagnolo Pedro Sánchez ha inviato alla presidenza delle istituzioni europee, oltre 48.000 persone sono già state rimpatriate: la Spagna sostiene di aver ristabilito il controllo della frontiera in meno di 48 ore, in coordinamento con le autorità marocchine. Le autorità spagnole confermano ormai il completamento delle operazioni di rimpatrio, mentre martedì i ministri della Giustizia e dell'Interno dell'Unione europea si riuniranno in videoconferenza d'urgenza, convocata dalla presidenza irlandese del Consiglio UE. Non per gestire un'emergenza in corso, dunque, ma per fare i conti — letteralmente e politicamente — con quanto accaduto in una delle frontiere più sensibili d'Europa.

Sánchez non ha nascosto l'irritazione, definendo «egoista, polarizzante e illegale» la reazione di alcuni partner europei nella lettera inviata alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, al presidente del Consiglio europeo António Costa e al premier irlandese Micheál Martin. Roma dal canto suo ha sospeso la propria cooperazione Schengen con Madrid, unendosi a Finlandia e Danimarca nelle critiche più dure alla gestione spagnola della crisi. La ministra dell'Interno finlandese Mari Rantanen ha accusato la Spagna di aver «fallito completamente» nel proteggere la frontiera esterna dell'Unione, mentre la premier danese Mette Frederiksen ha chiesto di valutare «tutte le possibilità, compresa la sospensione della cooperazione Schengen».

Tunisia, la tratta che l’Europa finanzia
Milizie libiche, migranti venduti come merce: un rapporto al Parlamento europeo denuncia una «tratta di Stato» dietro il sistema con cui la Tunisia, finanziata dall’Europa, blocca le partenze — mentre nel primo semestre 2026 l’OIM ha gestito 3.295 rimpatri volontari verso l’Africa subsahariana.
L'AnalistaL’Analista

Il braccio di ferro sui numeri tra Roma e Madrid


Sánchez ha risposto alle critiche italiane nel modo più diretto possibile: pubblicando dati Frontex sui social. Secondo le cifre citate dal premier spagnolo, relative agli ingressi irregolari nell'Unione europea tra il 2021 e il 2026, l'Italia ne ha registrati 478.600, più del doppio dei 234.760 della Spagna; seguono la rotta balcanica occidentale con 340.600 e la Grecia con 259.800.

«La solidarietà e l'empatia sono opzionali; il rispetto dei trattati europei e dei dati no», ha scritto Sánchez su X, rivendicando che la Spagna sia la seconda frontiera esterna più sicura dell'Unione pur essendo l'unico Stato membro con un confine terrestre con l'Africa.

Il quadro più recente, tuttavia, è meno lineare di come lo presenta Madrid. Nei primi sette mesi del 2026 l'Italia ha effettivamente registrato quasi il doppio degli ingressi irregolari rispetto alla Spagna sulla rotta mediterranea (14.340 contro 7.860), ma sul fronte dei rimpatri la Spagna ha eseguito 9.275 espulsioni contro le sole 4.658 italiane. E secondo i dati Frontex di maggio 2026, la rotta del Mediterraneo occidentale — quella spagnola — è stata l'unica ad aver registrato un aumento degli ingressi nei primi quattro mesi dell'anno, +50% su base annua, mentre tutte le altre rotte, compresa quella verso l'Italia, calavano. Le enclave di Ceuta e Melilla, in particolare, avevano già visto gli ingressi crescere del 246% rispetto all'anno precedente ancora prima della crisi di questa settimana (Frontex). Sánchez ricorda inoltre che la Spagna ha aiutato altri Stati durante crisi analoghe, citando l'accoglienza dei migranti bielorussi nel 2021 e il sostegno fornito a Lampedusa nel 2023 — un precedente che rende la posizione italiana ancora più delicata nel braccio di ferro diplomatico in corso.

Cosa può aver spinto il Marocco ad aprire la frontiera?


Decine di migliaia di persone hanno superato la frontiera in poche ore, per poi rientrare altrettanto rapidamente: una sincronia che difficilmente si spiega con movimenti spontanei. Il precedente più citato è quello del maggio 2021, quando il Marocco permise l'ingresso di circa 10.000 persone a Ceuta in due giorni, in risposta all'ospedalizzazione in Spagna di Brahim Ghali, storico leader del Fronte Polisario — un gesto percepito a Rabat come un affronto diretto.

Come ha osservato Irene Fernández Molina, docente di relazioni internazionali all'Università di Exeter ed esperta di Maghreb, in una dichiarazione ripresa dal Fatto Quotidiano, l'episodio arriva paradossalmente in un momento che i due governi avevano definito più volte una «luna di miele» nelle relazioni bilaterali, senza i mesi di tensione crescente che invece avevano preceduto la crisi del 2021. Solo due mesi prima, il 4 dicembre 2025, Madrid e Rabat avevano tenuto un vertice di alto livello concluso con quattordici accordi bilaterali su pesca, agricoltura, giustizia e formazione, in un clima di cooperazione descritto come il migliore nella storia dei due Paesi.

La risposta europea tra proclami e inerzia strutturale


Per Roma la lezione resta duplice, a prescindere dallo scontro diplomatico in corso con Madrid. Da un lato emerge la vulnerabilità di chi affida parte del controllo migratorio a Stati terzi attraverso accordi bilaterali o finanziamenti: l'Italia conosce bene questa fragilità attraverso le intese con la Libia e la Tunisia, che poggiano su equilibri politici instabili. Dall'altro, la vicenda di Ceuta dimostra ancora una volta come la pressione migratoria possa essere utilizzata come strumento di negoziazione geopolitica da Stati terzi — una leva che, per usare le parole di alcuni analisti, Rabat può «attivare e disattivare» a piacimento sui dossier che più le interessano.

Il vertice ministeriale di martedì avrà un'agenda densa ma prevedibile: coordinamento delle frontiere esterne, rafforzamento di Frontex, accelerazione sui rimpatri. Parole già ascoltate dopo Lampedusa 2013, dopo la crisi balcanica del 2015, dopo le tensioni greco-turche del 2020. Il nuovo Patto sulla migrazione e l'asilo, approvato dopo anni di negoziati, prevede meccanismi di solidarietà obbligatoria ma permette agli Stati membri di scegliere tra accoglienza diretta e contributi finanziari — una flessibilità che nei fatti perpetua la frammentazione, come dimostra proprio la spaccatura di questi giorni tra chi ha offerto sostegno alla Spagna e chi ne ha chiesto l'esclusione temporanea da Schengen.

La Commissione ha già chiarito che l'espulsione di uno Stato membro da Schengen non può essere decisa unilateralmente, ma spetterebbe al Consiglio. Sánchez, dal suo canto, ha fatto notare che Ceuta non fa nemmeno parte dello spazio Schengen — un dettaglio giuridico che, a suo dire, svuota di senso le minacce di esclusione.

A livello generale, i dati Frontex più recenti indicano infatti che gli ingressi irregolari nell'Unione europea sono scesi del 26% nel 2025, toccando quota 178.000 — il valore più basso dal 2021. È un quadro complessivo in flessione, che riduce la crisi di Ceuta a un'anomalia acuta più che a un sintomo di deriva strutturale.


Tratta di Stato: l'Europa paga, la Tunisia consegna i migranti alle milizie libiche


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C'è un uomo, in Camerun, che si chiama Charly e fa il pittore. È stato intercettato al largo della Tunisia mentre tentava di raggiungere Lampedusa, riportato a forza a Sfax, legato e picchiato per dieci ore su un autobus senza cibo né acqua. Poi venduto a banditi libici per 150 dinari, «meno del prezzo di una capra», come ha raccontato lui stesso ai ricercatori che ne hanno raccolto la testimonianza, pubblicata da L'Unità. C'è una donna, Ivanna, ventisei anni, arrestata in un raid notturno a El Jem e consegnata a uomini armati nel deserto in cambio di soldi versati «in una borsa» alla polizia tunisina. C'è Aïssa, ventidue anni, della Guinea Conakry, che ha visto morire due amiche in una prigione libica prima di riuscire a farsi liberare pagando un riscatto. Sono i nomi dietro ai numeri che l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni pubblica ogni sei mesi, ed è da qui che vale la pena partire prima di guardare le statistiche.

Perché i numeri, da soli, raccontano una storia rassicurante, ma la realtà tutt'altro. Secondo quanto riportato dall'ANSA, tra gennaio e giugno 2026 l'OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) ha assistito 3.295 migranti attraverso il programma di rimpatrio volontario dalla Tunisia verso l'Africa subsahariana, la maggioranza diretti verso Guinea (26%), Costa d'Avorio (19%) e Camerun (9%).

Secondo il cruscotto del Ministero dell'Interno ripreso da Portale Migranti, gli sbarchi in Italia sono calati del 41% nel primo quadrimestre 2026 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Sul fronte dei rimpatri, la deputata di Fratelli d'Italia Sara Kelany ha rivendicato un rapporto tra rimpatri e arrivi salito al 35%, contro il 10% dell'intero 2025 — un confronto che lo stesso portale segnala come difficile da standardizzare, perché le metodologie di calcolo e i periodi di riferimento variano da una rilevazione all'altra.

Fratelli d'Italia ne ha fatto un vanto elettorale: la deputata Sara Kelany ha dichiarato, in un'intervista raccolta da La Voce del Patriota, «basta con la mangiatoia dell'immigrazione», rivendicando un calo degli sbarchi dell'80% rispetto al 2023, mentre a livello europeo l'eurodeputato di FdI Alessandro Ciriani ha salutato, come riferisce l'ANSA, l'accordo sul nuovo regolamento europeo sui rimpatri come la conferma che «la linea indicata da Meloni» è ormai quella scelta da Bruxelles.

Il problema è cosa succede nello spazio, spesso invisibile, tra il blocco e il rimpatrio. Un'indagine del collettivo di ricerca internazionale RRX, presentata al Parlamento europeo lo scorso aprile con il sostegno dell'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione e dell'agenzia Border Forensics, e raccontata in dettaglio da Eunews, parla senza mezzi termini di «tratta di Stato»: gli apparati di sicurezza tunisini, secondo il rapporto, intercettano i migranti, li trasportano al confine con la Libia e li cedono a gruppi armati e milizie in cambio di denaro, carburante o droga. Il documento stima che tra giugno 2023 e dicembre 2025 circa 7.400 persone siano state vittime di questo meccanismo, una cifra che gli stessi autori definiscono sottostimata. All'eurodeputata Ilaria Salis, che ha promosso la presentazione del rapporto insieme a Cecilia Strada e Leoluca Orlando, non è sembrata una serie di episodi isolati, ma «un sistema di traffico di esseri umani»: «Dopo questa pubblicazione», ha detto, «nessuno potrà dire di non sapere».

Sul versante libico, la zona grigia tra criminalità organizzata e apparati statali ha un nome e un fascicolo giudiziario aperto in Italia. Come ha ricostruito Avvenire, la Procura di Agrigento indaga da anni su Abdurahman al-Milad, noto come «Bija», ufficiale della cosiddetta guardia costiera libica, e su suo cugino Osama al-Kuni, che gestisce il centro di detenzione di Zawiyah: secondo gli inquirenti, entrambi fanno capo al clan al-Nasr, che controlla, oltre al traffico di persone, anche il contrabbando di petrolio, armi e droga verso la Sicilia e i Balcani. Il procuratore capo di Agrigento, Salvatore Vella, ha spiegato in un'intervista sempre ad Avvenire che le partenze dalla Tunisia risultano oggi gestite da organizzazioni criminali locali, con «procacciatori» che reclutano migranti tra le proprie comunità d'origine, pur precisando che non esistono ancora prove certe di un coordinamento diretto tra le reti tunisine e quelle libiche.

È qui che si apre la domanda politica più scomoda, ed è bene porla come tale: una domanda, non un verdetto. I governi europei, Italia in testa, hanno costruito la propria strategia di controllo delle frontiere proprio sul rafforzamento di quegli stessi apparati tunisini e libici che il rapporto RRX accusa di alimentare la tratta. Il Memorandum d'intesa tra Ue e Tunisia, firmato nel luglio 2023 da Ursula von der Leyen, Giorgia Meloni e Mark Rutte insieme al presidente tunisino Kaïs Saïed, prevedeva pacchetti di finanziamento per oltre 700 milioni di euro complessivi, inclusi 105 milioni destinati specificamente alla gestione della migrazione, come ha ricostruito Euronews nella cronaca del successivo braccio di ferro sui fondi. Gli stessi eurodeputati che hanno presentato il rapporto sulla tratta di Stato sostengono che quei finanziamenti abbiano incentivato pratiche di intercettazione e arresti arbitrari, prima fase di una catena poi sfociata nella compravendita di esseri umani. Le forze di governo italiane ed europee, dal canto loro, non hanno mai riconosciuto un nesso di causalità tra i fondi versati e gli abusi documentati, e rivendicano piuttosto la riduzione degli sbarchi come una vittoria umanitaria, perché significherebbe meno morti nel Mediterraneo. Restano due narrazioni che non si parlano: chi vede nel calo degli sbarchi la prova che il modello funziona, e chi vede nello stesso calo la prova che il costo è stato semplicemente spostato altrove, in un deserto o in una prigione libica, fuori dallo sguardo delle telecamere europee.

Sul piano economico, la logica del contenimento resta comunque solida sulla carta: per l'Unione europea e gli Stati membri, ogni persona rimpatriata attraverso i canali OIM evita costi di accoglienza e procedura d'asilo stimati mediamente tra i 12 e i 18mila euro nel primo anno, a fronte di una spesa per il rimpatrio assistito compresa tra 1.500 e 2.500 euro a persona. È un calcolo che spiega perché Roma abbia scelto di investire pesantemente nella cooperazione con Tunisi, con pacchetti che, sommando le diverse voci del Memorandum, superano ampiamente i 100 milioni di euro, pur sapendo, dai rapporti delle organizzazioni umanitarie e dalle inchieste della magistratura italiana, che una parte di quei fondi finisce per rafforzare apparati coinvolti, secondo le accuse documentate, in pratiche di respingimento violento e vendita di persone.

Resta poi il nodo strutturale che nessun rimpatrio, per quanto ben finanziato, riesce a sciogliere: la pressione demografica ed economica di paesi come Guinea, Costa d'Avorio e Camerun, dove la disoccupazione giovanile supera il 30% e le economie in crescita non generano occupazione sufficiente per le nuove generazioni. Senza investimenti strutturali nella reintegrazione, che l'esperienza degli ultimi anni mostra insufficienti non appena si esauriscono i fondi iniziali, molti tra i rimpatriati tentano nuovamente la partenza, spesso proprio lungo le stesse rotte in cui operano le reti già documentate dal rapporto RRX e dalla Procura di Agrigento. Il rischio, per l'Europa, non è soltanto quello di una crisi umanitaria che a un certo punto diventerà troppo visibile per essere ignorata. È quello di aver costruito la propria politica migratoria su una base che, più la si osserva da vicino, meno assomiglia a un argine, e più assomiglia a un mercato.


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Nuovo tracollo per Trump che è ora il presidente più impolare di sempre! (02 agosto)


Con la disfatta di questa settimana Trump tocca il punto più basso di sempre, con l’approvazione che scivola ben al di sotto del 40% e la disapprovazione che raggiunge il record del 60%. Neanche Biden era così impopolare.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana segna una svolta per la (im)popolarità di Trump: il net rating raggiunge il punto più basso del mandato, con tutte le medie analizzate che vanno in una direzione concorde e registrano una diminuzione netta fino a 3,5 punti percentuali.

I numeri tornano a precipitare all’improvviso e toccano uno dei livelli più bassi di sempre per un presidente in carica, con il tasso di approvazione che scende sotto al 40% in tutte le medie, mentre per la prima volta una di esse (Focus America) segnala una disapprovazione sopra al 60%.

Tutte le rilevazioni sono pessime per Trump, con picchi negativi nei sondaggi di Quinnipiac University, di AP/NORC, di YouGov e della CNN.

I numeri sono peggiorati notevolmente dall’inizio della guerra in Iran, e non si intravedono spiragli positivi considerando lo stallo delle trattative di pace.

La situazione per il tycoon peggiora sempre più, scavalcando ora Joe Biden nella classifica dei presidenti più impopolari a questo punto del mandato.

Il dato attuale, infatti, è peggiore rispetto alla già catastrofica media di Joe Biden nell’agosto 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di sempre dopo oltre diciotto mesi di presidenza. È di circa tredici punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie registrano trend identici, con Focus America e il sito di Silver che restano complessivamente più bassi rispetto a RCP.

Come già accennato, dopo più di diciotto mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciotto mesi del suo primo mandato e a quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 558 giorni di presidenza (-22,7 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, peggiore di Biden che con il suo -22 attraversava comunque un periodo di grande sofferenza.

Risulta molto indietro, come detto, anche rispetto al suo primo mandato, in cui era più del doppio più popolare, a -9,5.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 37% e il 39%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 59%-60%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi dei negoziati di pace con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
11 rilevazioni di 11 istituti — 2 agosto 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 1 sondaggio
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 5 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 5 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 2 agosto 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,2% (-0,8) - 58,8% (+0,9). In totale un net approval arrotondato di -20,6 (-1,7).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 39,2% (-1,9) - 58,8% (+1,6). In totale un net rating di -19,6 (-3,5).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 37,3% (-1,5) - 60,1% (+1,9), con un net rating complessivo di -22,8 (-3,4). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

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Perché l'Italia continua a frenare le nuove generazioni


Salari ancora sotto la media OCSE, case comprate solo grazie ai genitori nel 70% dei casi e disturbi d'ansia e depressione tra i più alti in Europa.
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Che la scala dei valori sia cambiata lo dicono chiaramente i numeri. Un'indagine Deloitte del 2025 rivela come l'89% di Gen Z e Millennial metta al primo posto un lavoro dotato di senso, lasciando le ambizioni da carriera dirigenziale ad appena il 6% degli intervistati. È la ricerca della qualità della vita a guidare le scelte: un sondaggio Intuit del marzo 2025, ripreso dalla stessa Psychologies Italia, indica infatti che oltre sei giovani su dieci preferiscono la tranquillità d'animo all'accumulo di ricchezza, e quasi il 60% baratterebbe una quota di reddito con più tempo per sé. Questa spinta al ridimensionamento del lavoro scontra tuttavia con una forte pressione economica, distribuita in modo disuguale tra le leve anagrafiche: lo studio Dynata-BetterHelp registra ansia finanziaria per il 61% dei Millennial e il 49% della Gen X, contro il 32% dei baby boomer.

A fare da cornice c'è la conclusione del più longevo studio mai realizzato sulla felicità umana: lo Harvard Study of Adult Development, che da quasi novant'anni monitora centinaia di esistenze. Il suo verdetto non cambia: il motore di salute e benessere non risiede nel reddito o nella carriera, ma nelle relazioni umane. Lo ha ribadito di recente Robert Waldinger, attuale direttore dello studio, in un'intervista alla Harvard Gazette: «Chi coltiva legami autentici è più felice, sta meglio e vive più a lungo». Al punto che essere soddisfatti della propria vita affettiva a cinquant'anni protegge la salute a ottant'anni più di un valore ottimale di colesterolo.

Se a livello globale emerge dunque un netto riposizionamento verso la sfera relazionale e il senso individuale, applicare automaticamente questo schema all'Italia sarebbe un'imprudenza, vista l'assenza di un'indagine nazionale comparabile. Quello che si può raccontare con certezza è il quadro reale in cui vivono i giovani italiani: un contesto materiale che più che offrire una scelta di valori, sembra imporla.

Perché un giovane oggi fatica tanto ad uscire dal nido


Il mercato del lavoro italiano continua a penalizzare le nuove generazioni nel confronto europeo. Secondo l'indagine Mercer Total Remuneration Survey 2025, la retribuzione media d'ingresso per un neolaureato si attesta oggi sui 32.000 euro annui: un valore in crescita del 7% rispetto al 2022, ma ancora ben lontano dai 57.000 euro garantiti in Germania. Un divario strutturale confermato anche dal Centro Studi Confindustria, che colloca l'Italia al 23° posto su 34 Paesi OCSE per salario medio, con un ritardo del 16,6% rispetto alla media dell'organizzazione.

Più che l'esclusione dal mercato immobiliare, a caratterizzare la condizione abitativa dei giovani è il peso determinante del paracadute familiare. Se da un lato la quota di under 35 proprietari d'immobile mostra una tenuta (passando dal 60,2% del 2019 al 64,7% del 2023), i dati del CISF Family Report 2024 chiariscono la natura di questa stabilità: oltre il 70% di chi acquista lo fa grazie all'aiuto finanziario dei parenti, contro il 52,3% del totale della popolazione. Non a caso, nella fascia tra i 20 e i 29 anni, ben il 79% dei giovani italiani risiede ancora con i genitori, contro una media europea del 55%. Più che davanti a un'esclusione diretta, ci troviamo di fronte a una proprietà garantita quasi esclusivamente per via ereditaria o familiare — una vera e propria dipendenza strutturale.

Perché tra case inaccessibili e culle vuote l’Italia invecchia più velocemente del resto dell’Occidente
Nel 2025 la natalità italiana è scesa al minimo storico di 1,14 figli per donna, soffocata da bassi salari, carovita immobiliare e welfare insufficiente.
L'AnalistaMariza Cibelle Dardi

Salute mentale: i dati italiani sono allarmanti


I dati sul malessere psicologico giovanile in Italia delineano un quadro critico, ma offrono sfumature diverse a seconda della metodologia utilizzata. Sul fronte dei disturbi d'ansia e della depressione, le rilevazioni variano per perimetro: il Rapporto Censis 2024 registra uno stato di sofferenza dichiarata per il 51,8% degli under 35 (contro il 40,8% degli adulti), mentre le stime del Consiglio Nazionale Giovani riducono la soglia al 20%, con un picco del 26% tra i 18 e i 24 anni.

Una discrepanza analoga emerge sul tema dell'isolamento sociale. L'European Loneliness Survey del Joint Research Centre colloca al 13% gli italiani che si sentono soli «per la maggior parte del tempo» — un dato istituzionale in linea con la media europea, ma con una forte incidenza tra le coorti più giovani. Al contrario, i sondaggi d'opinione campionari (come le rilevazioni BVA Doxa) spingono la percezione di solitudine giovanile fino al 45%. Si tratta di cifre che misurano sfaccettature diverse dello stesso fenomeno e che richiedono distinzioni chiare tra indagini statistiche strutturate e rilevazioni percepite.

Le risposte, ancora sperimentali, di città e imprese


Se le relazioni umane sono diventate un bene scarso, alcune amministrazioni hanno iniziato a integrarle direttamente nella pianificazione urbana. A Bologna , l'inaugurazione del cohousing pubblico Fioravanti — undici nuclei familiari nell'ex Mercato Ortofrutticolo a un canone medio di 420 euro — dà continuità all'esperienza di Porto15, il primo progetto pubblico italiano pensato per gli under 35. Esperienze simili si moltiplicano a Torino con AbiTO e Cascina Siè, o a Milano con Cascina Cuccagna e l'iniziativa «Prendi in casa uno studente», che affianca giovani fuori sede e anziani soli in uno scambio di reciproca solidarietà.

Si tratta di risposte ancora circoscritte, limitate a poche decine di famiglie per intervento e distanti dal risolvere l'emergenza abitativa giovanile. Rappresentano però un cambio di paradigma significativo: le politiche locali iniziano a considerare la rete sociale — e non soltanto le quattro mura — come un bene da generare attivamente.

Non chiamateci «bamboccioni»
Quando i salari sono fermi da anni e l’affitto di un monolocale si mangia tutto, restare a casa non è una comodità, ma una necessità.
L'AnalistaMariza Cibelle Dardi

Le conclusioni de L'Analista


Se le relazioni umane sono ormai un bene scarso, la pianificazione urbana inizia a trattarle come tali. Iniziative come il nuovo cohousing pubblico Fioravanti a Bologna — che segue la traccia di Porto15 — o le esperienze di convivenza intergenerazionale a Milano indicano un cambio di passo. Pur trattandosi di numeri ancora modesti rispetto alla portata dell'emergenza abitativa giovanile, queste esperienze segnano un'inversione di rotta concettuale: la casa smette di essere soltanto un tetto per diventare un generatore di comunità.



Non chiamateli «bamboccioni
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Non chiamateli «bamboccioni»
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Sintesi audio: per ogni dato e riferimento fa fede il testo.

L’idea è ancora quella: giovane adulto (o meno giovane) che vive nella stanza dell’adolescenza, poster tolti o coperti da una libreria improvvisata, portatile sulla scrivania dove prima c’erano i quaderni di scuola. Per anni la parola utilizzata è stata «bamboccione». Un’etichetta comoda, nata in un’altra fase economica, usata per descrivere chi, pur avendo un lavoro, restava dai genitori. La narrativa implicita: mancanza di autonomia, poca voglia di responsabilità, prolungamento dell’adolescenza. Oggi, guardando dentro molte case italiane, quel termine regge sempre meno.

Secondo il Rapporto annuale Istat, nel 2024 circa due giovani su tre tra i 18 e i 34 anni risultano ancora nel nucleo familiare originario, una quota cresciuta di oltre 8 punti percentuali rispetto all’inizio degli anni duemila.

La generazione più istruita di sempre non può permettersi di andarsene di casa
Salari d’ingresso ancora sotto la media OCSE, case comprate solo grazie ai genitori nel 70% dei casi e tassi di disagio psicologico tra i più alti in Europa.
L'AnalistaMariza Cibelle Dardi


Le mura domestiche diventano così un ammortizzatore sociale dove i genitori mettono a disposizione il patrimonio di una vita: una casa già pagata, le utenze garantite e un sostegno diretto alle spese quotidiane. I figli portano redditi incerti, competenze digitali, gestione di pratiche, supporto nella cura quotidiana. In salotto passano le bollette, le ricette elettroniche, gli home banking da decifrare.

Non è più, semplicemente, un giovane che «non se ne va». È una famiglia che mette in comune quello che ha per parare i colpi di un futuro incerto. Sullo sfondo ci sono città dove metà stipendio non basta nemmeno per un monolocale, affitti brevi che sottraggono appartamenti dal mercato tradizionale, contratti a tempo determinato che rendono difficile anche solo pensare a un mutuo. Uscire di casa, per molti, significherebbe sacrificare risparmi, tempo, capacità di fronteggiare imprevisti.

Perché tra case inaccessibili e culle vuote l’Italia invecchia più velocemente del resto dell’Occidente
Nel 2025 la natalità italiana è scesa al minimo storico di 1,14 figli per donna, soffocata da bassi salari, carovita immobiliare e welfare insufficiente.
L'AnalistaMariza Cibelle Dardi


Tra le pareti domestiche si consumano micro-negoziati quotidiani: quote di spesa, turni e confini invisibili. Gli spazi si ibridano e si risemantizzano: l’ex cameretta si sforza di essere un monolocale, il soggiorno si fa ufficio per poi tornare stanza comune, mentre la cucina rimane il tavolo dove si decide tutto, dalle bollette alla spesa, e dove si impara a convivere di nuovo.

Lo stigma del «bamboccione» crolla non appena si guarda fuori dalla finestra. Tra case dai prezzi folli e lavori che non danno certezze, vivere con i genitori smette di essere un vizio e diventa l'ultima difesa possibile. Non è un problema di carattere, ma di sopravvivenza: la famiglia è diventata l'ammortizzatore di un sistema che ha smesso di dare ai giovani gli strumenti per camminare da soli.

Resta una domanda di fondo: quando i genitori di domani non avranno più alle spalle le case e i risparmi di quelli di oggi, chi reggerà il peso economico ed emotivo che finora è stato assorbito dalle mura domestiche? Il timore è che, finita questa generazione di «genitori-ammortizzatori», crolli l'intera impalcatura del nostro welfare privato.


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Adagio d'Orata


Cartoccio con filetto di orata su letto di verdure croccanti ed erbe mediterranee.
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Capita a tutti, prima o poi, di dover rallentare il ritmo. Che sia per scelta o per un piccolo incidente di percorso - come una gamba ingessata - che vi costringe a muovervi a rilento, con difficoltà, scoprendo quante cose si danno normalmente per scontate. È vero che si cucina con le mani, ma provate a farlo senza l’uso di una gamba. Questa ricetta nasce proprio da una mia recente frattura a una gamba ed è pensata per chi ha una mobilità ridotta ma non vuole rinunciare al gusto e alla freschezza del mare in estate. Il segreto? La tecnica del cartoccio. Zero padelle pesanti da maneggiare in bilico sulle stampelle, niente schizzi sui pavimenti e un dispendio energetico ridotto al minimo, con la cucina che si riempirà di odori e profumi che richiamano le vacanze, anche se le state passando sul divano. Allacciate i grembiuli!

In cambusa (ingredienti per 2 persone) - Due filetti di orata da circa 150 g ciascuno; una carota; una zucchina; mezzo peperone rosso e mezzo peperone giallo; 250 g di pomodorini colorati (rossi, gialli e verdi); olio Evo; sale e pepe; origano; salvia essiccata.

PREPARAZIONI

Filetti di orata: pulire e sfilettare i pesci è una operazione impegnativa se non si riesce a stare in piedi. Per questa volta ho chiesto al mio pescivendolo di prepararmi direttamente i filetti. Comodo no? Se avete entrambe le gambe funzionanti potete comunque procedere come al solito, facendo da voi.

Letto di verdure: dal momento che le verdure scelte hanno consistenze diverse, per ottenere un risultato croccante e omogeneo dovrete tagliarle con dimensioni differenti. Le carote, più dure, saranno da tagliare a julienne: si tagliano prima a fette di circa 3 millimetri e poi si ricavano dei bastoncini tagliando le fette a strisce. La zucchina, che è più morbida, si può fare a listarelle leggermente più grandi. Il peperone non va tagliato troppo piccolo ma a pezzi un po’ grandi per evitare l'effetto "poltiglia" che si verifica quando l'acqua all'interno della verdura evapora troppo velocemente o quando i pezzi sono così sottili da cuocersi istantaneamente. I pomodorini (personalmente ho usato datterini di diverso colore) possono essere tagliati in quattro spicchi.

PROCEDIMENTO

Per eseguire questa ricetta e limitare gli spostamenti in cucina bisogna partire organizzati. Predisponente sul tavolo tutto l’occorrente, dagli ingredienti agli strumenti che intendete utilizzare (tagliere, coltelli, recipienti, carta da forno) e riuscirete a fare tutto da seduti. Stendete dei rettangoli di carta da forno e iniziate disponendo il letto di verdure al centro, sollevando i bordi in modo da non far fuoriuscire gli ingredienti. Basta dare un poco di forma, piegando con le mani. Salate, pepate, un giro di olio Evo, adagiate il filetto di orata, qualche altra verdura, un altro filo di olio Evo e ultimate con una spolverata di origano e salvia. Chiudete i cartocci e infornateli in forno ventilato preriscaldato a 180°C per 20 minuti circa (dipende dalla pezzatura del pesce). La cottura nel cartoccio mantiene i filetti incredibilmente umidi e saporiti, mentre questo tempo relativamente breve per le verdure le lascerà croccanti e consistenti.

IMPIATTAMENTO

Sfornate i cartocci e adagiateli nei piatti portandoli in tavola ancora caldi. Sarà compito dei vostri commensali aprirli sprigionando nell’aria tutti gli aromi.

Con un bicchiere di... Smeralda

Smeralda è un Vermentino di Sardegna Doc prodotto dalle Tenute Smeralda di Donori (CA). Il suo colore giallo paglierino dorato con riflessi verdognoli unito a un bouquet fruttato e intenso ne fanno un degno compagno di piatti a base di pesce, dai crudi ai primi piatti della tradizione, fino ai pesci arrosto. Servire fresco.

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Il cibo ultraprocessato finisce in tribunale, come il tabacco


Un ragazzo ammalatosi da bambino ha citato undici colossi alimentari. La prima causa è stata respinta, ma il filone giudiziario riprende la strada delle sigarette

I cibi ultraprocessati sono arrivati in tribunale negli Stati Uniti. A fine 2024 un ragazzo della Pennsylvania, Bryce Martinez, ha citato in giudizio undici tra i più grandi produttori alimentari del mondo, fra cui Kraft Heinz, Coca-Cola, PepsiCo e Nestlé, sostenendo che i loro prodotti gli hanno causato da bambino il diabete di tipo 2 e il fegato grasso. È la prima causa per danni personali legata al cibo ultraprocessato e ha aperto un filone giudiziario che, secondo un'analisi di Julia Belluz pubblicata sul New York Times, potrebbe cambiare il modo in cui gli americani mangiano.

Dopo quella prima causa, ne sono state presentate almeno altre sei contro i grandi produttori alimentari e tutte sostengono lo stesso: i cibi ultraprocessati, progettati per creare dipendenza e pubblicizzati ai bambini, hanno provocato malattie croniche a minorenni. Il cibo ultraprocessato è quello industriale, fatto con ingredienti manipolati che non si troverebbero in una cucina di casa, spesso ricco di sale, zuccheri e grassi, oltre che di additivi. Belluz ricorda che i regolatori americani non verificano la sicurezza di tutti gli additivi e che le aziende possono apporre etichette salutiste su prodotti poveri di nutrienti.

A dare fiato alle cause c'è un'opinione pubblica che sta cambiando. I sondaggi mostrano che la maggioranza degli americani, in ogni schieramento politico, ritiene che i cibi ultraprocessati possano creare dipendenza, che le aziende cerchino deliberatamente di agganciare i bambini e che serva una regolamentazione. Anche la ricerca è maturata: gli studi hanno mostrato come questi alimenti aggirino i segnali di sazietà del corpo e aumentino il rischio di diabete di tipo 2 e obesità.

L'amministrazione del presidente Trump, in particolare la corrente Make America Healthy Again di Robert F. Kennedy Jr., ha parlato molto di cibo ultraprocessato senza tradurlo in regole. Kelly Brownell, ricercatrice di salute pubblica all'università Duke, ha detto che se ne parla da 30 o 40 anni, della tossicità dell'ambiente alimentare e del ruolo dell'industria, senza che sia successo quasi nulla. Di fronte alla forza di lobby di un'industria alimentare globale che vale 10 mila miliardi di dollari, la strada giudiziaria appare a molti l'unica percorribile.

Il precedente è quello del tabacco, la storia in cui le cause per la salute pubblica hanno ottenuto di più. Per gran parte del Novecento la pubblicità delle sigarette era ovunque, con medici che raccomandavano marche di sigarette e cartoni animati che invogliavano i bambini. A partire dagli anni Cinquanta alcuni cittadini hanno fatto causa alle aziende del tabacco e hanno quasi sempre perso, per decenni. Ma le cause si sono accumulate e nella fase processuale in cui le parti si scambiano i documenti sono emersi verbali che mostravano come le aziende, che dosavano la nicotina per creare dipendenza e puntavano ai minorenni, sapessero che i loro prodotti causavano il cancro mentre i dirigenti dichiaravano il contrario.

Le rivelazioni hanno convinto i procuratori generali degli Stati, i massimi rappresentanti legali di ogni Stato, a citare a loro volta le aziende negli anni Novanta. L'accordo del 1998 ha limitato la pubblicità e imposto alle aziende risarcimenti per miliardi: il tasso di fumatori adulti è sceso dal 42% del 1965 al 9% del 2025.

Il filone del cibo ultraprocessato è appena all'inizio. La causa di Martinez è stata respinta lo scorso anno da un tribunale federale di primo grado: il giudice, pur dichiarandosi "molto preoccupato" per gli effetti del cibo ultraprocessato sui bambini, ha concluso che mancano prove che prodotti specifici abbiano causato le sue malattie. Le aziende, nella richiesta di archiviazione, hanno sostenuto che i loro prodotti sono sicuri, regolamentati a livello federale e conformi alla legge. A giugno il giudice ha respinto anche la richiesta di integrare la causa con nuovi dettagli, ma i legali di Martinez, dello studio Morgan & Morgan, hanno annunciato che ricorreranno e continueranno a presentare cause simili in tutto il paese.

Il terreno più promettente, secondo gli esperti intervistati da Belluz, sono però le città e gli Stati. A dicembre il legale della città di San Francisco ha presentato la prima causa di questo tipo promossa da un ente pubblico, per conto dei cittadini della California, contro gli stessi undici produttori: l'accusa è di aver aggravato una crisi sanitaria che pesa sui bilanci pubblici. Solo il diabete costa alla California circa 47 miliardi di dollari l'anno.

Allan Brandt, lo storico che ha ricostruito la vicenda del tabacco, si aspetta molte altre sconfitte: con le sigarette le cause perse furono centinaia e quelle erano più semplici, perché bastava dimostrare che un singolo prodotto aveva fatto ammalare qualcuno. Brandt è comunque ottimista e parla per il cibo di un'epoca paragonabile ai processi sul tabacco: gli americani stanno diventando più scettici, a ragione, sul fatto che l'industria agisca nell'interesse pubblico. Anche senza far sparire i grandi produttori, le cause possono spingere i legislatori a introdurre tasse, etichette di avvertimento e obblighi di riformulazione e a sostenere con sussidi l'accesso al cibo sano. E nella fase di scambio dei documenti potrebbe emergere cosa le aziende sanno su come agganciare i bambini: i documenti del tabacco hanno mostrato che le società del settore, che avevano rilevato Kraft e Nabisco, applicarono ai cibi le loro conoscenze su gusti, pubblicità per i giovani e chimica del cervello.

La domanda di fondo, che Belluz riprende da David Kessler, ex commissario della Food and Drug Administration, l'agenzia federale che regola farmaci e alimenti, è chi guida la domanda di cibo ultraprocessato: la scelta dei consumatori di continuare a mangiarli, o quella delle aziende di mantenere il pubblico dipendente. Martinez oggi ha vent'anni, cura il diabete con un farmaco della classe GLP-1 usato contro diabete e obesità e teme di non trovare un lavoro con un'assicurazione sanitaria che copra le sue cure. A lui, che da bambino comprava quello che trovava, è rimasta una convinzione: la comodità, alla fine, ha un prezzo.


Trump preme su Robert F. Kennedy Jr. per tagliare i vaccini ai bambini


Il presidente Donald Trump preme sul ministro della Salute Robert F. Kennedy Jr. perché riduca il numero di vaccinazioni raccomandate ai bambini, convinto che questo faccia poi calare i casi di autismo. Lo ha rivelato il Wall Street Journal, che racconta mesi di tensione tra i due uomini su un tema che il presidente riporta in quasi ogni conversazione con il suo ministro.

A un pranzo di maggio nel campo da golf di proprietà del presidente nella Virginia settentrionale, Trump ha chiesto a Kennedy perché non stesse facendo di più per indagare il presunto legame tra vaccini e autismo. Gli ha detto che si era bloccato, usando un'espressione del golf che indica il giocatore incapace di completare un colpo semplice. Kennedy è rimasto spiazzato: pur essendo da sempre scettico sulle vaccinazioni, i consiglieri politici della Casa Bianca gli avevano chiesto di abbassare i toni sul tema in vista delle elezioni di metà mandato.

In un incontro nello Studio Ovale a metà giugno il presidente si è sfogato dicendo che Kennedy non stava facendo abbastanza. Trump ritiene di avergli concesso tempo sufficiente ed è deluso dai risultati dell'ultimo anno e mezzo. Ai suoi collaboratori ha detto che il ministro sarà un fallimento se non farà progressi su questo fronte. Il presidente spera che alleviare l'autismo diventi parte della sua eredità politica e ha indicato a Kennedy quell'obiettivo come la sua priorità sanitaria più importante.

Alla fine di maggio Trump ha firmato un ordine esecutivo che impone al dipartimento della Salute di ridurre il numero di vaccini raccomandati nel calendario pediatrico, sostenendo che gli Stati Uniti sono fuori linea rispetto agli altri paesi. Alcuni dirigenti sanitari sono rimasti sorpresi dal provvedimento perché stavano seguendo un'indicazione precedente della Casa Bianca, che chiedeva di allentare la spinta sui vaccini.

A gennaio Kennedy aveva proposto di portare le vaccinazioni raccomandate ai bambini da 17 a 11 malattie coperte. Il giudice federale Brian E. Murphy ha bloccato il piano a marzo, scrivendo che il governo sembrava aver aggirato in modo improprio il comitato consultivo incaricato di formulare le raccomandazioni sulle immunizzazioni. Il giudice ha anche stabilito che molti dei membri nominati da Kennedy in quel comitato erano stati scelti illegittimamente. Il governo ha impugnato la decisione sulle nomine e il presidente ha spinto il ministro a prendere di petto quello che entrambi considerano un giudice attivista, tanto che a giugno Kennedy ha chiesto alla corte d'appello di decidere in tempi rapidi.

Nel frattempo i collaboratori del ministro hanno approvato un nuovo statuto del comitato che riduce i requisiti di competenza richiesti ai membri e stanno lavorando per nominarne di nuovi.

Il portavoce della Casa Bianca Kush Desai ha detto al Wall Street Journal che innumerevoli genitori con dubbi sui "tassi di autismo alle stelle" in America sono stati a lungo ignorati se non derisi e che le cose sono cambiate dal giorno dell'insediamento del presidente. La portavoce del dipartimento della Salute Emily Hilliard ha detto che Kennedy e Trump sono allineati nell'impegno contro le malattie croniche che colpiscono i bambini americani.

La ricerca scientifica non ha trovato alcun legame tra vaccini e autismo. Uno studio del 2019 pubblicato su Annals of Internal Medicine su oltre 600.000 bambini danesi e una revisione Cochrane del 2021 che ha esaminato 138 studi non hanno rilevato alcuna connessione tra l'autismo e il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia, noto come MMR.

Trump ha parlato più volte del suo interesse per quel vaccino e ha detto di volere separare la somministrazione combinata in iniezioni distinte. Gli scienziati rispondono che non esiste una ragione per farlo e che il risultato sarebbe un aumento delle dosi saltate. Non c'è nemmeno una giustificazione scientifica per ridurre drasticamente il calendario vaccinale: i vaccini di oggi sono più precisi e stimolano il sistema immunitario con meno antigeni rispetto al passato, proteggendo però da più malattie.

L'autismo è un disturbo del neurosviluppo che nel 2022 negli Stati Uniti riguardava circa un bambino di otto anni su 31. Nel 2000 le stime dei Centers for Disease Control and Prevention, l'agenzia federale per il controllo delle malattie, indicavano circa un caso ogni 150 bambini. Gli scienziati non hanno individuato una causa definitiva dell'aumento: tra le spiegazioni proposte ci sono la genetica, l'età più avanzata dei genitori e il miglioramento degli strumenti di screening e diagnosi.

Trump si occupa del tema da decenni. Negli anni Duemila ha donato e raccolto fondi per organizzazioni sull'autismo che collegavano la condizione ai vaccini e nel 2014 scriveva sui social media che da presidente avrebbe spinto per "vaccinazioni corrette" ma non avrebbe permesso "iniezioni massicce in un'unica volta che un bambino piccolo non può sopportare". Prima del suo primo mandato incontrò Kennedy alla Trump Tower e all'uscita Kennedy disse ai giornalisti che il presidente eletto intendeva affidargli una commissione sui vaccini, un incarico che non arrivò mai. Il presidente ha raccontato che il figlio di un amico è diventato autistico dopo un vaccino e di conoscere tre persone i cui figli hanno avuto reazioni avverse.

Sui vaccini per gli adulti resta favorevole, compresi quelli contro il Covid e l'influenza che ha ricevuto lo scorso autunno. Negli anni si è lamentato di non aver ricevuto abbastanza credito per Operation Warp Speed, il programma con cui la sua prima amministrazione accelerò lo sviluppo dei vaccini contro il Covid.

A settembre il presidente e Kennedy hanno avvertito gli americani di un possibile legame tra autismo e Tylenol, l'antidolorifico a base di paracetamolo, assunto in gravidanza. Kennedy aveva promesso che avrebbe consegnato una risposta sull'autismo e ha visto in un nuovo studio di un ricercatore di salute pubblica di Harvard qualcosa da portare al presidente. "L'ideale è non prenderlo affatto", ha detto Trump del Tylenol in conferenza stampa, invitando i genitori a distanziare i vaccini e lamentandosi delle visite pediatriche in cui "riempiono il bambino di roba".

I consiglieri sanitari avevano provato a convincerlo a moderare i toni e nelle loro comunicazioni sono stati molto più cauti: l'allora commissario della Food and Drug Administration, l'agenzia che regola farmaci e alimenti, Marty Makary ha scritto ai medici che l'associazione resta oggetto di dibattito scientifico e che i clinici devono tenerne conto nelle loro decisioni.

Lo storico sondaggista di Trump, Tony Fabrizio, ha rilevato lo scorso inverno che lo scetticismo sui vaccini è impopolare tra gli elettori, mentre interessa di più il lavoro di Kennedy sulla qualità del cibo e dell'agricoltura. A giugno una rilevazione di KFF, un centro di ricerca sulla sanità, ha mostrato che più dell'80% degli adulti si fida delle informazioni sanitarie del proprio medico mentre solo il 34% si fida di quelle di Kennedy.

I collaboratori della Casa Bianca e del dipartimento della Salute hanno raccomandato al ministro di concentrarsi su temi più popolari, come l'eliminazione dei coloranti dagli alimenti, prima del voto di novembre. Il suo principale consigliere Calley Means ha messo per iscritto un promemoria che separava i messaggi con il semaforo verde, come le nuove linee guida alimentari, da quelli con il semaforo rosso, i vaccini. Da allora Kennedy ha evitato quasi del tutto di parlare di vaccini in pubblico.

Dentro il dipartimento della Salute i funzionari si sono affannati a capire come fare di più sull'autismo. Martin Kulldorff, ex epidemiologo di Harvard diventato noto per le sue critiche agli obblighi vaccinali e alle misure sanitarie adottate durante la pandemia, coordina ora una serie di studi sui vaccini che potrebbero richiedere mesi o anni. I National Institutes of Health, il principale ente pubblico di ricerca biomedica, hanno avviato altri studi su vari aspetti dell'autismo.

Il resto dell'agenda MAHA, la sigla di Make America Healthy Again con cui Kennedy ha battezzato il suo movimento, procede lentamente. I suoi sostenitori nell'amministrazione e nel Congresso indicano come risultati principali le nuove linee guida alimentari che invitano gli americani a "mangiare cibo vero" e gli impegni volontari delle aziende a togliere i coloranti dai prodotti. Altre promesse si sono arenate, dagli additivi che il ministro definisce tossici ai pesticidi da eliminare dalla catena alimentare. Cresce anche la preoccupazione per l'effetto dei suoi piani sui prezzi al consumo.

Il dipartimento affronta intanto problemi più ampi: uno scontro con alcuni Stati su presunte frodi nel programma Medicaid, che garantisce l'assistenza sanitaria alle persone con redditi bassi, i posti vacanti in ruoli chiave, i casi di morbillo che hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi trent'anni e un focolaio di ciclosporiasi in espansione, attribuito a verdure contaminate.

Kennedy ha un buon rapporto personale con Trump, che si diverte ad avere nella sua squadra un membro della famiglia simbolo del Partito Democratico. "Chi l'avrebbe mai detto, un Kennedy, noi amiamo un Kennedy, nel Partito Repubblicano", ha detto il presidente a febbraio. Alla cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, questo fine settimana, ne ha elogiato le qualità dicendo che "ha quello che serve" ed è intelligente.

Lo scorso inverno i collaboratori della Casa Bianca hanno criticato il modo in cui Kennedy gestisce il suo dipartimento e hanno avviato una revisione completa, anche per affrontare i conflitti interni tra il dipartimento e il personale della FDA. Due dirigenti di vertice sono stati spostati altrove nell'amministrazione e la squadra di consiglieri del ministro è stata riorganizzata. Chris Klomp, il responsabile del programma Medicare per gli anziani, ha preso in mano la gestione quotidiana del dipartimento ed è stato indicato per il ruolo di vice ministro.

Klomp si è guadagnato il favore della Casa Bianca negoziando con le case farmaceutiche gli accordi sul prezzo dei farmaci. Alcuni funzionari dell'amministrazione descrivono Kennedy come l'uomo delle idee, mentre Klomp ha il potere di far funzionare ogni angolo del dipartimento.

Trump si rivolge sempre più spesso a Mehmet Oz, che è a capo dei Centers for Medicare and Medicaid Services, l'agenzia che gestisce i due grandi programmi sanitari pubblici. Molti lobbisti e dipendenti del dipartimento della Salute pensano che un giorno prenderà il posto di Kennedy, forse dopo il voto di metà mandato, un momento in cui è frequente il ricambio dei ministri. Il presidente lo chiama o gli scrive anche su questioni che non riguardano la sua agenzia e Oz si assume la responsabilità di dargli quello che chiede. Lo ha consigliato sulla marijuana prima dell'ordine esecutivo di dicembre che ha allentato le restrizioni sulla sostanza.

Il movimento MAHA si è agitato all'inizio dell'estate quando Robert Malone, un ex membro del comitato sui vaccini vicino a Kennedy, ha scritto su X che il ministro avrebbe lasciato l'incarico dopo il 4 luglio e che Oz avrebbe guidato una squadra di transizione. I vertici del dipartimento hanno smentito e Oz ha detto a una sala di sostenitori che non c'era nulla di vero.

Kennedy vuole restare a lungo nell'amministrazione e punta a rimanere ministro anche sotto il prossimo presidente. Per riuscirci evita gli scontri con la Casa Bianca anche sui temi centrali per il suo movimento come i pesticidi e ha accettato il ruolo rafforzato di Klomp. A febbraio Trump si è schierato con gli agricoltori e le aziende chimiche per proteggere alcuni pesticidi. "C'è frustrazione", ha detto al Wall Street Journal Jeffrey Klausner, un medico amico del ministro, spiegando che Kennedy accetta alcune cose per poter portare avanti altre attività per il bene comune.


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Da chi è fatta l'élite secondo gli americani


Un sondaggio di The Argument mostra che gli elettori identificano le élite con miliardari e celebrità, non con accademici e giornalisti e smentisce la definizione diffusa nella destra americana. I Democratici sono avanti di 8 punti nel "generic ballot", ma affrontano una grave crisi finanziaria.

Per gli americani le élite non sono i professori universitari, i giornalisti o i dipendenti pubblici. La grande maggioranza degli elettori identifica invece con questo termine i miliardari e le celebrità, ai quali una parte consistente aggiunge i politici eletti e i dirigenti d'azienda. È il principale risultato di un sondaggio pubblicato dalla rivista The Argument, condotto su 3.000 elettori registrati tra il 20 e il 26 luglio, con un margine di errore di 2 punti percentuali.

Il dato contraddice la definizione di élite prevalente nella destra americana. Christopher Rufo, intellettuale conservatore del Manhattan Institute, e i sostenitori del DOGE, il Dipartimento per l'Efficienza Governativa voluto dall'amministrazione Trump, descrivono da anni le élite come una ristretta minoranza capace di esercitare la propria influenza sulle istituzioni che producono e diffondono conoscenza: scuole, università, chiese e mezzi d'informazione. Patrick Deneen, uno degli autori di riferimento della destra postliberale, le ha definite la "laptop class", la classe del computer portatile. Gli elettori, però, non sembrano condividere questa lettura: soltanto una piccola minoranza considera parte dell'élite gli accademici, i giornalisti o i professionisti con una laurea specialistica.

L'élite come contrario dell'americano medio


Gli intervistati ritengono inoltre che le élite, comunque le si definisca, non condividano i loro valori. Il sondaggio registra un ampio sostegno al libero scambio, all'aumento dei finanziamenti per le scuole pubbliche e a una forma di sanità universale garantita dallo Stato. Su questi temi gli elettori pensano di essere in sintonia con la maggioranza degli americani, ma attribuiscono alle élite posizioni molto più ostili. Una distanza analoga emerge sulle questioni sociali: la maggior parte degli intervistati respinge l'idea che debba essere soltanto l'uomo a mantenere la famiglia e considera uomini e donne ugualmente adatti a ricoprire ruoli di comando, ma immagina che le élite la pensino diversamente.

La collocazione ideologica attribuita alle élite è tuttavia contraddittoria. Sulla proprietà pubblica delle imprese, che la maggioranza degli elettori respinge, una quota consistente degli intervistati considera le élite molto più favorevoli e dunque più a sinistra. Sull'aumento dei fondi alle scuole pubbliche, sostenuto dagli elettori, una pluralità le ritiene invece contrarie e quindi più a destra. Secondo Lakshya Jain, autore dell'analisi, la spiegazione più coerente è che gli americani tendano ad attribuire alle élite tutte le posizioni che ritengono impopolari: nell'immaginario degli elettori, essere parte dell'élite significa soprattutto essere l'opposto dell'americano medio.

L’identikit del potere

Per gli americani le élite sono i miliardari, non i professori


Un sondaggio di The Argument su 3.000 elettori registrati smentisce la destra intellettuale: l’élite non è la «classe del laptop», ma chi ha soldi, fama e potere. Un identikit che somiglia molto al presidente.

Grafica di FocusAmerica

IL’identikit

3 su 4

Più di 3 americani su 4 considerano i miliardari parte dell’élite

Secondo gli elettori
È élite chi ha ricchezza, fama e potere
MiliardariGrande maggioranza
CelebritàGrande maggioranza
Politici elettiConsenso ampio
Dirigenti d’aziendaConsenso ampio

Secondo la destra intellettuale
La «laptop class» di Rufo, DOGE e Deneen
Professori e accademiciPiccola minoranza
GiornalistiPiccola minoranza
Laureati e dipendenti pubbliciPiccola minoranza

Gerarchia qualitativa secondo l’analisi di The Argument: quota di elettori che include ogni categoria nell’élite.

IILo specchio rovesciato

Su commercio, scuole e sanità gli elettori si sentono in maggioranza — e immaginano le élite all’opposto. Tocca un tema per il dettaglio.

Proprietà pubblica delle imprese
Elettori: contrari
Élite percepite: molto favorevoli
Viste più a sinistra

Più fondi alle scuole pubbliche
Elettori: favorevoli
Élite percepite: contrarie
Viste più a destra

Nell’immaginario degli elettori, essere parte dell’élite significa essere l’opposto dell’americano medio.
La lettura di Lakshya Jain, autore dell’analisi di The Argument

IIIIl conto elettorale

Miliardario
Celebrità
Dirigente
Politico

Il presidente
Tutte e quattro le etichette insieme — e trae profitto dalla carica

0%

degli elettori disapprova l’operato di Trump

Quasi la metà disapprova «fortemente» Disapprova nel complesso: 60%

Il vantaggio democratico
Intenzioni di voto per il Congresso (generic ballot), margine Dem–Rep in punti

Tutti gli elettori registrati

Dem +8

Probabili votanti a novembre

Dem +10

0+4+8+12

Fiducia maggiore nei Democratici su tutti i temi testati tranne la criminalità, incluse economia e sanità, le due questioni più importanti per gli elettori.

Il contrappunto: la cassa
Fondi del Comitato nazionale democratico rispetto a quello repubblicano
−100 mln $

Il DNC è indebitato e dispone di oltre 100 milioni di dollari in meno; diversi parlamentari uscenti hanno perso le primarie.

Fonte: The Argument / Verasight, sondaggio su 3.000 elettori registrati negli Stati Uniti, 20–26 luglio 2026. Margine d’errore ±2 punti percentuali.

Il vantaggio dei Democratici e il problema fondi


Questa percezione offre uno spazio politico ai Democratici, che nel 2026 hanno trasformato i miliardari nel bersaglio principale di spot e comizi e intendono costruire la campagna per le elezioni di metà mandato di novembre anche sui guadagni personali del presidente. Per i Repubblicani il problema è speculare: il loro leader è contemporaneamente un miliardario, una celebrità e un dirigente d'azienda che trae profitto dalla presidenza, cioè l'incarnazione stessa dell'élite descritta dagli elettori. Il 60% degli intervistati disapprova l'operato di Trump e quasi la metà lo disapprova "fortemente".

Il sondaggio contiene anche indicazioni elettorali favorevoli ai Democratici. Il partito registra il più ampio vantaggio di popolarità mai misurato nelle rilevazioni della rivista. Gli elettori si fidano più dei Democratici che dei Repubblicani su tutti i temi esaminati, con la sola eccezione della criminalità. Il vantaggio comprende anche l'economia e la sanità, considerate le due questioni più importanti. Nel "generic ballot", la domanda che misura le intenzioni di voto per il Congresso, i Democratici sono avanti di 8 punti; il margine sale a 10 tra gli elettori sicuri di partecipare alle elezioni di novembre.

I numeri arrivano però in una fase difficile per il partito, che ha visto diversi parlamentari uscenti perdere le primarie e deve affrontare una grave crisi finanziaria: il Comitato nazionale democratico è indebitato e dispone di oltre 100 milioni di dollari in meno rispetto a quello repubblicano. Secondo Jain, il quadro politico resta comunque il più favorevole ai Democratici degli ultimi vent'anni. Gli americani continuano a non amare particolarmente il partito, ma sono ancora più arrabbiati con i Repubblicani, ai quali attribuiscono la responsabilità del caro vita e della guerra impopolare contro l'Iran.

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I socialisti americani riscrivono il programma sotto i riflettori delle midterm


I DSA attenuano la posizione sulle espulsioni, chiedono di abolire il Senato e lasciano ai candidati la libertà di prendere le distanze dalle proposte più radicali.

I Democratic Socialists of America hanno riscritto il proprio programma mentre i Repubblicani cercano di trasformare l'organizzazione socialista nel volto dell'intero Partito Democratico in vista delle elezioni di metà mandato. I DSA hanno ormai superato i 120.000 iscritti e sono al centro di un'attenzione nazionale senza precedenti. Il nuovo testo attenua alcune posizioni sull'immigrazione, si sposta più a sinistra sulle istituzioni e lascia ai candidati sostenuti dall'organizzazione un ampio margine per prendere le distanze dalle proposte più difficili da difendere.

La versione del 2024 appoggiava la "libertà di movimento", cioè la possibilità per gli immigrati di attraversare i confini per vivere e lavorare e chiedeva la fine di ogni detenzione ed espulsione. Il programma aggiornato, intitolato Workers Deserve More, propone invece di abolire l'ICE, l'agenzia federale che applica le leggi sull'immigrazione, rendere legale la migrazione e concedere un'amnistia agli immigrati già presenti negli Stati Uniti. È scomparsa la richiesta di eliminare tutte le espulsioni.

Sulla struttura della democrazia americana i DSA hanno compiuto il movimento opposto. Il nuovo programma chiede di abolire il Senato, considerato antidemocratico perché assegna a ogni Stato due seggi indipendentemente dalla popolazione. Nel 2024 l'organizzazione si limitava a proporre la fine del filibuster, la pratica parlamentare che al Senato permette alla minoranza di prolungare il dibattito e che, nella maggior parte dei casi, obbliga la maggioranza a raccogliere 60 voti per approvare una misura.

Le modifiche arrivano prima del Socialists Summit di Chicago e riflettono una doppia esigenza. Secondo il Semafor, la più grande organizzazione socialista della storia americana vuole sfruttare l'interesse dei media per diffondere le proprie idee. Allo stesso tempo permette agli iscritti candidati alle elezioni di beneficiare dell'organizzazione dei gruppi locali senza dover accettare ogni punto del programma nazionale. Il vertice ha accreditato 15 testate e aperto ai giornalisti dieci blocchi del programma.

I Repubblicani presentano le midterm come una scelta tra "God Bless the USA" e "L'Internazionale" e interrogano i candidati democratici sui punti più radicali del programma socialista. Tra questi ci sono la proprietà pubblica delle maggiori imprese, le riparazioni per le vittime della schiavitù e del colonialismo e l'abbandono graduale dei combustibili fossili. Anche esponenti democratici di centrosinistra descrivono i DSA come una forza esterna al vero Partito Democratico e li attaccano soprattutto per il peso acquisito dai socialisti critici di Israele.

Francesca Hong, parlamentare statale del Wisconsin, potrebbe diventare la prima iscritta ai DSA a ottenere la candidatura democratica a governatrice di uno Stato. La campagna l'ha costretta a rispondere sia dei propri messaggi del 2020 a favore del taglio dei fondi alla polizia e dell'abolizione del Giorno del Ringraziamento sia del programma nazionale. Hong ha detto a Semafor che quel programma non è il suo e che il suo obiettivo è far funzionare il governo del Wisconsin. Ha inoltre respinto la proposta di abolire il Senato, nonostante nel 2021 avesse sostenuto la stessa posizione dopo l'assoluzione del presidente Donald Trump nel suo secondo processo di impeachment. Ha spiegato di non pensarla più così.

Oliver Larkin, iscritto ai DSA dal 2020 e candidato contro il deputato democratico Jared Moskowitz nelle primarie della Florida per la Camera, considera invece il programma una rappresentazione corretta dell'organizzazione. Non ha chiesto l'appoggio nazionale e si è concentrato sui gruppi della South Florida, ma ritiene che i Repubblicani e i media tradizionali sottovalutino il consenso per un socialismo dichiarato e per cambiamenti costituzionali profondi. A suo giudizio, il ritorno del presidente Trump alla Casa Bianca ha reso più deboli molte posizioni che fino al 2024 erano considerate normali.

I candidati vicini ai DSA ricevono attenzione da due ambienti mediatici opposti. I nuovi media progressisti offrono loro interviste nelle quali possono presentare senza scuse le proprie idee, conquistando un pubblico democratico che ha perso fiducia nei media tradizionali dopo la vittoria del presidente Trump nel 2024. Le televisioni conservatrici li sottopongono invece a domande puntuali sulle singole proposte dell'organizzazione. Questa esposizione amplia la notorietà dei candidati ma li obbliga a scegliere quali parti del programma rivendicare e quali rifiutare.

Rachel Ventura, senatrice statale dell'Illinois iscritta ai DSA, ha respinto anche l'idea di togliere fondi alla polizia. Per Ventura, tagliare un servizio pubblico non impedisce gli abusi di potere ed è l'opposto del socialismo democratico, che dovrebbe far funzionare i servizi pubblici per tutti. Le sue parole mostrano la flessibilità sulla quale l'organizzazione sta costruendo la propria crescita: un programma nazionale riconoscibile e radicale, affiancato dalla libertà per i candidati di adattarlo alle proprie campagne.


I socialisti americani spaventano il Partito Democratico


I Democratic Socialists of America (DSA), l'organizzazione della sinistra radicale statunitense, hanno superato i 120.000 iscritti e stanno vincendo una serie di primarie contro parlamentari democratici in carica. Martedì la sfida si ripete nelle primarie per il Congresso in Missouri e Michigan, con le corse più attese a Detroit e St. Louis. Secondo un'inchiesta del Wall Street Journal, l'avanzata del movimento provoca preoccupazione e in alcuni casi panico tra i democratici moderati. Il timore è di rivivere quello che accadde ai repubblicani con il Tea Party, la frangia radicale che conquistò il partito danneggiandone l'immagine. E succede proprio mentre il partito cerca di attrarre gli elettori indecisi per riprendersi il Congresso alle elezioni di metà mandato di novembre.

Il movimento è nato nel 1982 dalla fusione di due organizzazioni socialiste e per decenni è rimasto marginale, con appena 6.000 membri all'inizio. La prima svolta è arrivata con la campagna presidenziale di Bernie Sanders del 2016, la seconda con la guerra a Gaza. Circa la metà degli iscritti attuali è entrata dopo la fine del 2024, quando le proteste contro l'offensiva israeliana nei campus universitari hanno avvicinato al movimento decine di migliaia di giovani. Oggi i DSA contano 250 sezioni locali, si finanziano soprattutto con le quote degli iscritti (in genere 15 dollari al mese) e hanno in Zohran Mamdani, il sindaco socialista di New York, il loro volto più noto.

I vertici dell'organizzazione vedono il Partito Democratico meno come un alleato che come un obiettivo da conquistare: la strategia dichiarata è sfidare i parlamentari in carica nelle primarie fino a prenderne il controllo.

A giugno tre candidati al Congresso sostenuti da Mamdani e dai DSA hanno vinto le primarie democratiche a New York, eliminando due parlamentari di lungo corso. Uno dei vincitori era stato arrestato l'anno scorso mentre protestava contro gli aiuti militari a Israele davanti all'ufficio di Chuck Schumer, il leader dei democratici al Senato. Darializa Avila Chevalier, tra gli organizzatori delle proteste alla Columbia University, ha battuto alla sua prima candidatura un deputato al quinto mandato in un collegio tra Manhattan e il Bronx. Altre vittorie sono arrivate in Pennsylvania e Colorado, dove l'avvocata Melat Kiros ha sconfitto nella zona di Denver un parlamentare in carica da 15 mandati.

Dopo i successi di giugno, fino a 16 candidati sostenuti dai DSA potrebbero entrare l'anno prossimo nel parlamento dello Stato di New York.

Il bilancio annuale dell'organizzazione è di appena 9,3 milioni di dollari. È meno di quanto un solo super PAC democratico, cioè uno dei comitati che possono raccogliere fondi elettorali senza limiti, ha già impegnato per la corsa al Senato in New Hampshire.

Quando fanno campagna porta a porta, i volontari del movimento non puntano a bussare una volta a ogni porta del quartiere, ma a farlo quattro volte. Candidati come Mamdani hanno dato voce alla rabbia dei più giovani per l'aumento del costo della vita, dalla casa alla sanità, presentandosi come gli unici disposti a opporsi all'amministrazione del presidente Donald Trump.

Le primarie vinte finora si sono giocate quasi tutte in collegi saldamente democratici. I gruppi del partito hanno scelto di non spendere per difendere i parlamentari in carica, convinti che i soldi servano di più nei seggi che a novembre decideranno la maggioranza.

La piattaforma pubblicata questo mese, intitolata "Workers deserve more" (i lavoratori meritano di più), immagina un mondo senza capitalismo. Prevede la settimana lavorativa di 32 ore, l'istruzione gratuita, la sanità universale, il controllo degli affitti e l'abolizione della polizia, delle carceri e dell'ICE, l'agenzia federale che esegue le espulsioni dei migranti, oltre allo stop agli aiuti economici e militari a Israele. Il documento chiede anche di abolire il Senato e di sostituire il presidente e la Corte Suprema con rappresentanti "scelti dal Congresso e a esso subordinati". Per finanziare le proposte il movimento indica tagli profondi alle spese per difesa e polizia, oltre ad aumenti delle tasse su società ed eredità.

Jamie Metzl, che con l'amministrazione Clinton lavorò nel Consiglio per la sicurezza nazionale e al Dipartimento di Stato, ha detto al Wall Street Journal che i DSA rappresentano "una minaccia fondamentale per il Partito Democratico e per la nazione nel suo complesso". Il deputato centrista Tom Suozzi ha avvertito che molti democratici sottovalutano un gruppo capace di organizzarsi e catturare l'attenzione con la stessa efficacia del movimento MAGA del presidente Trump. Van Jones, commentatore vicino ai democratici, ha detto in un video che il movimento mescola buone idee progressiste, come la sanità universale, con proposte "completamente folli" come l'abolizione delle carceri.

Kamala Harris, candidata democratica alla presidenza nel 2024, ha chiamato Mamdani dopo le vittorie di giugno, un gesto letto come un tentativo di accreditarsi presso la sinistra del partito mentre valuta una nuova corsa alla Casa Bianca nel 2028. Anche la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, tra i volti più noti del socialismo americano, sta considerando una candidatura presidenziale.

A giugno il 58% degli elettori democratici riteneva gli Stati Uniti troppo favorevoli a Israele, in crescita dal 45% di gennaio 2024, secondo un sondaggio AP-NORC. I DSA rivendicano di aver contribuito a spostare la posizione del partito sulla guerra a Gaza e di aver reso tossica per molti democratici l'AIPAC, la principale lobby filoisraeliana americana, che in passato godeva di un sostegno bipartisan.

Il movimento tiene insieme anime molto diverse. Ci sono i pragmatici concentrati sul governo locale, come il Mamdani che ad aprile trasformò in un evento mediatico la riparazione di una buca stradale a Staten Island. E ci sono marxisti e comunisti dichiarati, presenti anche nel comitato politico nazionale.

Megan Romer, co-presidente nazionale dei DSA, appartiene a una corrente che dichiara di voler "abolire il capitalismo e, in ultima analisi, raggiungere il comunismo", ma respinge l'immagine della rivoluzionaria. "Non sto costruendo una ghigliottina nel mio giardino", ha detto al giornale.

Il suo obiettivo per l'anno prossimo è avere alla Camera dieci deputati vicini al movimento, meglio ancora trenta o sessanta. Saranno comunque pochi, ma con una maggioranza risicata ogni voto conta. Un blocco socialista, da solo o alleato con gli altri progressisti, potrebbe dettare condizioni alla leadership del partito.


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In California restano tre collegi contesi, ma possono decidere il controllo della Camera


Dopo la Proposition 50 le corse competitive nello Stato sono scese da 12 a tre. In tutti gli Stati Uniti i seggi in bilico sono 18 su 435, il numero più basso da anni.

Negli Stati Uniti solo 18 dei 435 collegi della Camera sono classificati come in bilico (cioè senza un favorito). La California è la ragione principale di questa riduzione. Il ridisegno dei confini elettorali completato in dieci Stati dopo il 2024 ha lasciato il paese con un numero insolitamente basso di distretti davvero contesi e ha ristretto a poche decine di sfide la corsa per il controllo della Camera nelle elezioni di metà mandato di novembre.

In California la situazione sembra un paradosso: lo Stato ha sempre meno collegi contesi e allo stesso tempo ospita alcune delle corse che possono decidere quale partito avrà la maggioranza alla Camera. Entrambe le cose dipendono dalla Proposition 50, il ridisegno dei collegi voluto dai Democratici e approvato dagli elettori californiani per compensare le nuove mappe disegnate dai Repubblicani in Texas e in altri Stati.

Solo tre corse californiane sono considerate competitive dal Cook Political Report (un centro di analisi elettorale indipendente), contro le 12 del 2024 e le nove del 2022, secondo un'analisi dei dati di Cook fatta dal Los Angeles Times. La California è anche il primo motore del calo nazionale dei seggi contesi: sei dei 14 collegi usciti nel 2026 dalla zona delle sfide aperte si trovano nello Stato, secondo un'analisi separata dello stesso Cook Political Report diffusa mercoledì.

Midterm 2026 · Camera

Le nuove mappe elettorali hanno quasi cancellato i collegi contesi

Dopo il ridisegno dei confini in dieci Stati, la corsa per il controllo della Camera si gioca in poche decine di distretti. La California è il primo motore di questa contrazione e, allo stesso tempo, ospita alcune delle sfide che decideranno la maggioranza.

Grafica di FocusAmerica

Il campo di battaglia del 2026
18 collegi su 435 sono classificati in bilico, cioè senza un favorito

18 collegi su 435 sono in bilico.

In bilico Con un favorito

In passato ci sono stati cicli elettorali con 50 seggi in bilico: non accade più dal 2010.

Esplora i dati
IL'effetto California IIIl ridisegno IIILe tre corse

Prima e dopo la Proposition 50

In California le corse contese sono passate da dodici a tre


Ogni quadrato è un collegio californiano classificato come competitivo dal Cook Political Report. I contorni vuoti sono i seggi che hanno smesso di esserlo.

Il ridisegno voluto dai Democratici e approvato dagli elettori californiani ha reso più sicuri diversi seggi già democratici, riducendo il numero di corse aperte.

Il peso della California

Sei dei quattordici collegi che quest'anno sono usciti dalla zona delle sfide aperte si trovano in California: nessuno Stato pesa altrettanto sul calo nazionale.

Lo spostamento californiano è stato così netto perché la mappa del 2020 era relativamente neutrale. In Florida, Missouri e Texas le mappe sostituite dai Repubblicani erano già sbilanciate a favore di un partito, e il cambiamento è stato meno marcato.

Un'operazione senza precedenti

Dieci Stati hanno rifatto le mappe in un anno solo


Stati che hanno ridisegnato volontariamente i collegi tra un censimento e l'altro, per vantaggio di partito.

L'operazione è stata resa possibile anche da una sentenza della Corte Suprema della primavera scorsa, che ha aperto la strada agli Stati che vogliono eliminare i distretti disegnati tenendo conto dell'etnia degli elettori.

Dove restano i collegi contesi

Nessuno Stato concentra oggi più di quattro corse aperte: il campo di battaglia non si è spostato altrove, si è assottigliato.

California, novembre 2026

Le tre corse californiane che restano davvero competitive


La posizione del pallino indica come il Cook Political Report classifica il distretto. Tocca ogni corsa per aprire la scheda.

Vantaggio demIn bilicoVantaggio rep

Il ridisegno ha dato ai Democratici la possibilità di strappare fino a cinque seggi ai Repubblicani: tre di quei distretti sono già classificati come saldamente democratici, due restano contesi.

«La premessa stessa di una repubblica libera è che ci saranno differenze di vedute. Il modo in cui queste differenze si risolvono è la competizione elettorale.»
Michael Latner, docente di scienze politiche alla Cal Poly San Luis Obispo, sull'erosione dei collegi contesi

Fonte: Cook Political Report e Pew Research Center; elaborazione dei dati Cook del Los Angeles Times. All'interno di ciascuna fascia la posizione del pallino è indicativa. Classificazioni aggiornate al 2026.

Michael Latner, che insegna scienze politiche alla Cal Poly San Luis Obispo, ha detto che non c'è dubbio che si stia vedendo la conseguenza del ridisegno californiano, cioè "avere meno distretti competitivi".

La nuova mappa non toglie però alla California il ruolo centrale nella corsa dei Democratici verso la maggioranza. Il ridisegno ha reso più sicuri alcuni seggi già democratici e ha dato al partito la possibilità di strapparne fino a cinque ai Repubblicani. "Il percorso verso la maggioranza alla Camera passa ancora dalla California", ha detto Anna Elsasser, portavoce del Democratic Congressional Campaign Committee, l'organismo che coordina le campagne dei Democratici per la Camera, spiegando che il partito sta investendo molto per conquistare quei seggi.

La battaglia per la maggioranza arriva a metà del secondo mandato del presidente Donald Trump. I Repubblicani controllano entrambe le camere del Congresso e devono fare i conti con il giudizio degli elettori sull'economia e sulla guerra con l'Iran, due terreni su cui i sondaggi li penalizzano. I Democratici hanno costruito le loro campagne sulla frustrazione economica degli americani.

Avere più seggi sicuri rafforza il peso della California nel voto e poi al Congresso, dove lo Stato dovrebbe avere una delegazione democratica molto ampia, ha detto Thad Kousser, che insegna scienze politiche all'università della California a San Diego.

Per la California si tratta di un ritorno agli anni Duemila, quando i due partiti si accordarono su una mappa che creava collegi sicuri per entrambi. Quel decennio ebbe poche sfide aperte alla Camera, finché le mappe del 2010 e del 2020 non allargarono di nuovo il numero dei campi di battaglia, come effetto del ridisegno ordinario che negli Stati Uniti avviene ogni dieci anni dopo il censimento.

Lo spostamento californiano è stato così netto perché la mappa del 2020 era relativamente neutrale, ha scritto nel rapporto David Wasserman, senior editor di Cook. In Florida, Missouri e Texas le mappe che i Repubblicani hanno sostituito erano già sbilanciate a favore di un partito e il cambiamento è stato meno marcato.

Tre dei seggi che i Democratici hanno preso di mira con la Proposition 50 sono ora considerati saldamente democratici, mentre due restano contesi. Il primo è quello della Central Valley occupato da David Valadao, del Partito Repubblicano, unica corsa dello Stato classificata come in bilico da Cook. Il secondo si libera nell'area di San Diego con il ritiro di Darrell Issa, in un distretto ridisegnato che ora favorisce leggermente i Democratici.

I Repubblicani hanno un solo obiettivo classificato come competitivo, il seggio democratico di Adam Gray nella Central Valley. La nuova mappa favorisce leggermente i Democratici, ma la sfida è difficile per entrambi i partiti. "Non stiamo rinunciando a un solo seggio in California", ha detto Christian Martinez, portavoce del National Republican Congressional Committee, il comitato che coordina le campagne repubblicane per la Camera. "Siamo all'attacco".

La spinta dei Repubblicani a rifare le mappe prima del voto di novembre e la risposta della California non hanno precedenti. Dieci Stati hanno approvato nuovi confini, mentre prima di quest'anno dal 1970 solo due Stati avevano ridisegnato volontariamente i collegi tra un censimento e l'altro per vantaggio di partito, secondo un'analisi del Pew Research Center. L'operazione è stata resa possibile in parte da una sentenza della Corte Suprema della primavera scorsa che ha aperto la strada agli Stati che vogliono eliminare i distretti disegnati tenendo conto dell'etnia degli elettori.

Le dieci nuove mappe hanno accelerato una tendenza alla polarizzazione che va avanti da trent'anni e che ha ridotto progressivamente i seggi contesi. In passato ci sono stati cicli elettorali con 50 seggi in bilico, una cosa che non accade più dal 2010, ha detto Erin Covey, che coordina per il Cook Political Report la copertura della Camera. Nessuno Stato ha oggi una concentrazione alta di collegi competitivi: il Michigan ne aveva quattro secondo le classificazioni di Cook, mentre Pennsylvania, Iowa, New York e Texas ne avevano tre ciascuno.

Per gli esperti la situazione può essere dannosa per la democrazia, perché gli elettori possono avere l'impressione che il loro voto conti meno e questo può alimentare un giudizio negativo sul funzionamento del sistema elettorale, ha detto Latner. "La premessa stessa di una repubblica libera è che ci saranno differenze di vedute", ha detto. "Il modo in cui queste differenze si risolvono è la competizione elettorale". L'erosione della "competizione libera e corretta", ha aggiunto, "è una minaccia per tutti gli elettori, a prescindere dalla loro appartenenza politica".

Nella sfida più aperta della California, Valadao affronta nel ridisegnato 22esimo distretto Randy Villegas, docente universitario di area progressista. I Repubblicani si dicono fiduciosi di mantenere il seggio. Nel vicino 13esimo distretto, che la nuova mappa ha reso più sicuro per i Democratici, Gray se la vede con Kevin Lincoln, che è stato alla guida del comune di Stockton e ha prestato servizio nei Marine. Nel 48esimo distretto, il seggio lasciato da Issa, Jim Desmond, supervisore repubblicano della contea di San Diego, sfida Marni von Wilpert del Partito Democratico, che siede nel consiglio comunale di San Diego.

I Repubblicani hanno preso di mira anche il seggio democratico di Derek Tran nel 45esimo distretto, un altro ex campo di battaglia che la Proposition 50 ha reso più sicuro per i Democratici, oltre ad altri tre seggi che Cook classifica come saldamente democratici. I Democratici contano invece su due conquiste più agevoli nel primo distretto del nord della California e nel sesto della contea di Sacramento. Si aspettano di guadagnare anche il nuovo 41esimo distretto, che comprende parti delle contee di Los Angeles e Orange. Lì la mappa ha dato loro un vantaggio tra gli elettori registrati, perché negli Stati Uniti al momento dell'iscrizione alle liste si può dichiarare l'appartenenza a un partito. Il nuovo disegno ha anche costretto Ken Calvert, che siede già alla Camera per i Repubblicani, a candidarsi nel 40esimo distretto contro Young Kim, dello stesso partito.


Per il 73% degli americani Trump trascura i problemi più importanti del paese


Il 73% degli adulti americani ritiene che il presidente Donald Trump non stia prestando abbastanza attenzione ai problemi più importanti del paese, la quota più alta mai registrata, mentre il 27% pensa che abbia le priorità giuste. È il risultato di un nuovo sondaggio realizzato per la CNN dall'istituto demoscopico SSRS, che arriva mentre i giudizi sulla guerra con l'Iran peggiorano e il malcontento per l'economia resta diffuso.

Il gradimento complessivo del presidente è al 34% e ha eguagliato il minimo della sua carriera, toccato alla fine del primo mandato dopo l'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. Il dato conferma il calo emerso negli ultimi sondaggi. La metà degli americani disapprova con forza il suo operato, il valore più alto dei suoi due mandati. Solo il 15% lo approva con la stessa convinzione, il minimo mai registrato.

Tra i repubblicani il gradimento è sceso al nuovo minimo del 78% e solo il 19% si dice entusiasta per il resto del secondo mandato, contro il 38% della scorsa primavera.

Sondaggio · Stati Uniti

Due americani su tre bocciano Trump su economia e guerra in Iran

Il 65% degli adulti americani dice che le politiche del presidente hanno peggiorato le condizioni economiche del paese e il 67% che le sue decisioni militari in Iran hanno danneggiato gli Stati Uniti. Rilevazione CNN/SSRS, 23-27 luglio 2026.

Sondaggio Grafica di Focus America 30 luglio 2026

Il giudizio

Il 67% boccia le scelte sull’Iran, il 65% quelle economiche


Quota di adulti americani per ciascuna risposta: giudizio negativo a sinistra, nessun effetto al centro, giudizio positivo a destra. Ogni barra somma al 100 per cento.

Decisioni militari in Iran
67% 21%

Politiche economiche
65% 22%

Hanno danneggiato / peggiorato Nessun effetto Hanno aiutato / migliorato

Fonte CNN/SSRS polling. Sondaggio condotto dal 23 al 27 luglio 2026 su un campione nazionale casuale di 1.225 adulti americani, intervistati online o al telefono con un intervistatore; margine di errore ±3,2 punti percentuali. La linea tratteggiata indica il 50 per cento delle risposte.

I giudizi peggiori riguardano tre temi legati tra loro: il 28% approva la gestione della situazione in Iran, il 25% quella dell'inflazione e il 21% quella dei prezzi della benzina, con sacche di dissenso anche tra i suoi sostenitori. Circa due terzi degli americani pensano che le politiche di Trump abbiano peggiorato le condizioni economiche e che le sue decisioni militari in Iran abbiano danneggiato gli Stati Uniti. Circa tre quarti dicono che il presidente non è in contatto con i problemi che le persone comuni affrontano ogni giorno.

Una maggioranza crescente di americani si aspetta un conflitto militare di lungo periodo, ma solo un quarto circa ritiene che Trump abbia un piano chiaro per gestire la situazione, in calo dal 40% dell'inizio della guerra. Il 62% dice che Trump non è un leader mondiale efficace, contro il 54% dei primi mesi del secondo mandato.

Appena un quarto pensa che la guerra sia valsa il prezzo pagato in vite americane e denaro, con i più giovani particolarmente scettici.

La ricaduta economica più concreta del conflitto è il prezzo della benzina: il 74% degli americani dice che l'aumento gli ha causato almeno qualche difficoltà (a marzo era il 63%). Meno di un quarto crede che il presidente abbia un piano per affrontare il problema, mentre il 71% ritiene che Trump non abbia fatto abbastanza per ridurre i prezzi dei beni di uso quotidiano, in crescita dal 58% di un anno fa.

L'approvazione più alta sui singoli temi si ferma al 41% e riguarda la gestione del diritto di voto e dell'integrità delle elezioni, il tema su cui i suoi sostenitori si sono compattati di più. Il 39% approva la gestione dell'immigrazione, che all'inizio del secondo mandato era un punto relativamente positivo, mentre il 35% approva quella del governo federale.

Dopo due recenti sparatorie mortali in cui sono stati coinvolti agenti dell'ICE, l'agenzia federale che esegue gli arresti e le espulsioni degli immigrati, gli americani ritengono, con uno scarto di 20 punti, che l'agenzia stia rendendo le città meno sicure, non più sicure. Con uno scarto di 34 punti giudicano che i cambiamenti nelle agenzie sanitarie come la FDA e i CDC, che si occupano di farmaci e salute pubblica, stiano lasciando la popolazione meno protetta, mentre il paese affronta un focolaio del parassita cyclospora e un aumento dei casi di morbillo.

Il 58% degli americani si dice insoddisfatto o arrabbiato per i cantieri avviati da Trump a Washington, tra cui la costruzione di una nuova sala da ballo alla Casa Bianca e la ristrutturazione della Reflecting Pool, la vasca monumentale della capitale. Solo il 17% esprime un giudizio positivo, mentre per il 25% la questione non conta. Circa due terzi degli americani pensano inoltre che Trump non metta il bene del paese davanti al proprio tornaconto personale.

Al momento del secondo insediamento quasi metà degli americani riteneva probabile che Trump avrebbe evitato i conflitti di interesse tra l'azienda di famiglia e il suo ruolo di presidente; oggi solo il 23% pensa che ci sia riuscito almeno in parte. Il 57% giudica negativo il fatto che l'anno scorso, da presidente in carica, abbia guadagnato più di 2 miliardi di dollari tra criptovalute, royalty e investimenti immobiliari; per il 7% è un fatto positivo e per il 36% non conta molto. Più di 6 americani su 10 dicono che Trump è andato troppo oltre nel perseguire i propri interessi privati mentre è alla Casa Bianca e nei progetti di ristrutturazione della residenza presidenziale e di altri luoghi simbolo di Washington. Quasi altrettanti pensano lo stesso dei cambiamenti imposti a istituzioni culturali come il Kennedy Center e lo Smithsonian.

I progetti non sono popolari nemmeno tra i repubblicani: il 43% li giudica positivamente e per il 35% non hanno importanza. La maggior parte degli elettori repubblicani considera irrilevanti anche i guadagni del presidente, ma tra chi ha un'opinione prevale il giudizio negativo.


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Marjorie Taylor Greene e Tucker Carlson preparano un nuovo partito contro Trump


Il gruppo riunisce ex alleati del presidente contrari alla guerra con l’Iran. Con loro ci sono Thomas Massie e l’ex capo dell’antiterrorismo Joe Kent.

Marjorie Taylor Greene e Tucker Carlson stanno lavorando alla nascita di un nuovo partito costruito intorno allo slogan America First e all'opposizione alla guerra con l'Iran. L'iniziativa riunisce alcuni ex alleati del presidente Donald Trump che hanno lasciato il Partito Repubblicano o sono entrati in conflitto con lui. Il gruppo non ha ancora presentato una struttura formale, ma Greene ha annunciato che "il movimento è cominciato" e Carlson ha già detto di voler contribuire alla creazione di un terzo partito.

Greene ha pubblicato il 1° agosto una foto della riunione. Carlson siede a capotavola, accanto al deputato del Kentucky Thomas Massie e a Joe Kent, ex direttore del National Counterterrorism Center, il Centro nazionale antiterrorismo. Al tavolo ci sono anche Greene e Brian Glenn, il giornalista conservatore che ha sposato pochi giorni prima. La scena, con biscotti al cioccolato e latte davanti ai partecipanti, mostra per la prima volta insieme il nucleo politico del progetto.

Greene ha legato direttamente l'iniziativa alla politica estera del presidente. "Avevamo detto basta guerre all'estero, facevamo sul serio e abbiamo sostenuto Donald Trump perché aveva fatto quella promessa. Ma ci ha traditi tutti", ha scritto su X. L'ex deputata della Georgia ha definito l'impegno del gruppo "America First per tutti gli americani, di destra, di sinistra e di centro". Il tentativo è quindi quello di presentare l'opposizione alla guerra come una causa capace di superare i confini tradizionali tra Repubblicani e Democratici.

Greene parlava già apertamente di un nuovo partito prima della foto. Il 30 giugno aveva detto a Piers Morgan che un gruppo di esponenti della destra e della sinistra avrebbe potuto unirsi per creare un partito concentrato sugli interessi americani, senza cadere nelle trappole dei due schieramenti. L'ex deputata si era dimessa dal Congresso a gennaio dopo essersi detta stanca dei Repubblicani e aveva scelto di non affrontare una primaria ostile dopo gli attacchi pubblici del presidente.

Carlson aveva assunto una posizione simile. A giugno l'ex conduttore di Fox News aveva detto che non avrebbe più votato per i Repubblicani perché, a suo giudizio, il partito non era fedele agli Stati Uniti e metteva gli interessi di un paese straniero davanti a quelli dei cittadini americani. Il riferimento era a Israele. A luglio ha poi dichiarato alla Columbia Journalism Review: "Ci sarà un terzo partito e farò tutto quello che posso per contribuire a farlo nascere". Per Carlson, Repubblicani e Democratici dedicano troppa attenzione agli affari internazionali mentre peggiorano le condizioni di vita degli americani.

La guerra con l'Iran ha trasformato lo slogan America First nel principale terreno di scontro tra il presidente e il gruppo. Greene, Carlson, Massie e Kent sostengono che il conflitto, iniziato a febbraio, contraddica la promessa di porre fine alle "guerre senza fine". Kent si è dimesso a marzo dall'incarico di capo dell'antiterrorismo perché non poteva, come ha scritto, sostenere in coscienza una guerra contro un paese che a suo giudizio non rappresentava una minaccia imminente per gli Stati Uniti. Ha accusato inoltre Israele e la sua lobby americana di aver spinto Washington verso il conflitto.

Massie ha portato la stessa opposizione dentro il Congresso. Alla fine di luglio è stato tra i Repubblicani che hanno votato una risoluzione sui poteri di guerra per limitare l'autorità del presidente nella conduzione del conflitto con l'Iran. La Camera l'ha approvata con 214 voti favorevoli e 208 contrari. Il deputato aveva già rotto con il presidente sul caso Jeffrey Epstein e a maggio ha perso le primarie repubblicane del Kentucky contro Ed Gallrein, un ex militare sostenuto da Trump. Il suo mandato termina a gennaio.

Anche Greene e Massie si erano opposti al presidente sulla pubblicazione dei documenti del dipartimento della Giustizia relativi a Jeffrey Epstein. Entrambi avevano votato per costringere l'amministrazione a diffondere tutti i file. Greene aveva poi annunciato le dimissioni dal Congresso dopo che Trump l'aveva attaccata e aveva spiegato di non voler affrontare una primaria che considerava personale e distruttiva. La rottura sull'Iran ha quindi consolidato un rapporto politico già segnato da altri scontri con la Casa Bianca.

Trump ha risposto con attacchi personali contro i suoi ex alleati. Ha definito Greene una "traditrice", Kent una "persona spregevole", Carlson una "persona con un basso quoziente intellettivo" e Massie "debole e patetico". Il presidente ha difeso la guerra sostenendo che serva a impedire all'Iran di ottenere un'arma nucleare. Ha respinto anche l'accusa di essersi lasciato trascinare da Israele e ha affermato che, semmai, sarebbe stato lui a forzare la mano del governo israeliano.

Il nuovo movimento nasce mentre diversi sondaggi mostrano che la maggioranza degli americani è contraria alla guerra con l'Iran, nella quale sono morti 18 militari statunitensi e migliaia di iraniani. Questo dissenso non elimina gli ostacoli elettorali. Nessun candidato esterno ai due grandi partiti ha vinto la presidenza nell'era moderna e solo pochi membri del Congresso non sono affiliati ai Repubblicani o ai Democratici.

Greene e Carlson puntano a separare l'idea di America First dalla fedeltà personale al presidente. La loro proposta unisce il rifiuto delle guerre all'estero, la critica al peso di Israele nelle scelte di Washington e il malcontento verso entrambi i grandi partiti. La foto del 1° agosto non equivale ancora alla fondazione di una nuova organizzazione politica, ma rende visibile un gruppo che dichiara di voler trasformare la frattura interna al movimento trumpiano in un progetto autonomo.


La guerra in Iran ribalta l'America First: ora lo slogan se lo intestano i Democratici


Un numero crescente di Democratici sta rivendicando per sé lo slogan "America First", in risposta alla guerra che Donald Trump sta conducendo da fine febbraio contro l'Iran insieme a Israele. Così la formula che il presidente si era intestato per due lunghe campagne elettorali, ora divide sempre di più la destra e viene usata dai suoi avversari, compresi alcuni dei possibili aspiranti alla Casa Bianca nel 2028.

Abdul El-Sayed, candidato progressista che il 4 agosto affronterà la moderata Haley Stevens nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan, è il più esplicito. Il fine settimana scorso ha fatto campagna con Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Ad Axios ha detto: "Sono il candidato più America First del Paese, e lo dico con orgoglio". La sua definizione ribalta quella del presidente e la sposta sulla spesa pubblica: "Quando tieni qui i nostri soldi invece di mandarli alla macchina da guerra di qualche altro Paese, questo è il vero America First".

Politica USA · 2026

«America First» cambia bandiera


Dalla guerra contro l’Iran alle primarie del Michigan: sempre più democratici rivendicano lo slogan di Trump — o ne adottano gli argomenti senza pronunciarlo.

Grafica di FocusAmerica

AMERICA FIRST AMERICA FIRST
2026 · i democratici 2016 · Donald Trump

Trascina lo strappo: il manifesto democratico copre quello di Trump.

La cronologia

Sei mesi di appropriazione, dalla guerra alle urne



I protagonisti

Due modi di dire la stessa cosa

Oltre il 2028

Il mandato di Trump finisce a gennaio 2029. Lo slogan gli sopravvive.

Proteggere l’industria nazionale, ridurre le dipendenze strategiche, subordinare gli impegni internazionali all’interesse del Paese: la svolta che ha portato Trump alla Casa Bianca è ormai bipartisan. Cambieranno toni e strumenti, non la direzione.
Fonte: Axios, Congress.gov, dichiarazioni pubbliche dei candidati · luglio 2026

Dalla benzina a Israele, lo slogan cambia bersaglio


Ro Khanna, deputato della California che sta valutando anche lui una corsa alla Casa Bianca, ha adottato la stessa etichetta. Ad aprile ha ripresentato il Gasoline Export Ban Act, un progetto di legge che vieta l'esportazione di benzina all'estero quando il prezzo medio alla pompa resta sopra i 3,12 dollari al gallone per 7 giorni consecutivi, e in quell'occasione ha detto di voler mettere l'America al primo posto. A febbraio, dall'aula della Camera, aveva sostenuto che "un'altra guerra in Medio Oriente non è America First".

Dan Osborn, il sindacalista che in Nebraska corre per il Senato da indipendente contro il senatore repubblicano uscente Pete Ricketts, è andato oltre e venerdì ha usato la stessa formula contro Israele: "dobbiamo mettere al primo posto l'America, non Israele". Non si può "minare l'indipendenza dell'esercito americano per nessun alleato", ha aggiunto Osborn, "men che meno per uno inaffidabile che ci ha già costretto a buttare soldi in un'inutile guerra senza fine all'estero".

Anche una parte dei Repubblicani ritiene che la guerra contro l'Iran abbia tradito l'impegno a mettere gli americani al primo posto e che proprio questo abbia aperto uno spazio politico ai Democratici. Tucker Carlson, che nel 2024 ha presentato Trump alla convention repubblicana, aveva spinto il presidente a non attaccare l'Iran e da allora si è scusato per aver "fuorviato la gente" sul suo conto, precisando che non era stato un errore intenzionale.

Da parte sua, El-Sayed si è detto d'accordo con i critici di destra: "la versione MAGA dell'America First è fare spettacolo con l'America First, per poi svenderti al primo acquirente". Chi la pratica, ha aggiunto, resterà sempre ostaggio di "una lobby di interessi stranieri come AIPAC", la principale lobby di pressione filoisraeliano negli Stati Uniti, e del complesso militare-industriale, cioè di "quelli che vincono ogni volta che mandiamo le nostre armi all'estero". I sondaggi indicano che gli elettori sono stanchi di decenni di guerre in Medio Oriente, soprattutto quando non vedono di buon occhio la propria situazione economica in casa.

I big democratici evocano il tema senza usare lo slogan


La maggior parte dei Democratici di primo piano evita ancora di pronunciare lo slogan di Trump, ma ne riprende sempre più spesso gli argomenti. Il 17 luglio a Memphis, in un comizio a sostegno del candidato al Congresso Justin Pearson, Alexandria Ocasio-Cortez ha detto che "tutti quei soldi che stiamo spendendo in bombe all'estero potrebbero essere spesi in scuole qui da noi". La deputata di New York sta attualmente valutando una candidatura alla presidenza o al Senato nel 2028.

Il 25 aprile, parlando dinanzi ad una platea del Partito Democratico dell'Arkansas nel suo primo discorso da protagonista dopo la sconfitta del 2024, l'ex vicepresidente Kamala Harris aveva detto che "per innescare una rinascita americana dobbiamo partire da un'agenda ambiziosa, in cui i nostri soldi pubblici vadano a case, sanità e asili accessibili, non a guerre sconsiderate in terre straniere che nessuno vuole", un riferimento palese allo slogan elettorale di Trump nel 2024 sulle "stupide guerre straniere".

Molti Democratici hanno abbracciato anche le politiche industriali propugnate da Trump in questi anni per far ripartire la manifattura americana. Il 15 giugno i senatori Mark Kelly dell'Arizona e Cory Booker del New Jersey, anche loro entrambi possibili candidati alla presidenza, sono stati tra i firmatari del Make More in America Act, il disegno di legge presentato dal leader democratico al Senato Chuck Schumer che allarga il mandato della Export-Import Bank per finanziare la costruzione di semiconduttori, l'estrazione di minerali critici e lo sviluppo dell'intelligenza artificiale negli Stati Uniti.

Kelly ha persino sostenuto che la legge servirebbe a "costruire più cose qui da noi e creare posti di lavoro ben pagati, riducendo allo stesso tempo la nostra dipendenza dagli avversari stranieri". Insomma, il mandato di Trump finirà nel gennaio 2029, ma la svolta che lo ha portato a vincere grazie allo slogan "America First" appare ormai bipartisan e destinata a sopravvivergli. Anche tra i democratici si sta sempre di più consolidando l'idea che gli Stati Uniti debbano proteggere l'industria nazionale, ridurre le dipendenze strategiche e subordinare maggiormente gli impegni internazionali agli interessi economici e di sicurezza del Paese. Ciò significa che potranno sicuramente cambiare i toni e gli strumenti, ma difficilmente Washington tornerà all'impostazione globalista che aveva preceduto l'ascesa di Donald Trump alla presidenza.


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Trump annulla l'attacco all'Iran dopo la telefonata con bin Salman


Il presidente ha annunciato su Truth Social di aver cancellato l'operazione perché i "perimetri di un accordo" sarebbero stati concordati. Ma poche ore prima il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman lo aveva chiamato per chiedergli di fermarsi.

Donald Trump ha annunciato oggi di aver cancellato l'attacco contro l'Iran che la sua Amministrazione stava preparando, sostenendo che i progressi nei negoziati con Teheran fossero sufficienti a sospendere l'operazione. L'annuncio è arrivato su Truth Social, al termine di una giornata in cui diversi funzionari americani avevano lasciato intendere che un raid contro le infrastrutture iraniane fosse imminente. L'obiettivo era aumentare la pressione sulla Repubblica islamica e costringerla ad accettare le condizioni poste da Washington per il cessate il fuoco.

Nel messaggio inviato da Trump, la minaccia militare e la sua sospensione sono strettamente legate. Gli Stati Uniti sono "carichi e pronti" a colpire la Repubblica Islamica con "livelli di terrore, forza e potenza militare mai visti dalla Seconda guerra mondiale", ha scritto il presidente. Trump ha però aggiunto di aver accettato, "per il bene futuro del mondo e, allo stesso modo, per la sopravvivenza di un Iran prospero e di successo", di cancellare l'attacco, a condizione che si raggiunga rapidamente un'intesa. Secondo il presidente, l'Iran e altri "Paesi mediorientali" avevano chiesto agli Stati Uniti di fermarsi perché erano già stati concordati "i perimetri di un accordo", che dovrebbe prevedere "l'apertura immediata, completa e totale dello Stretto di Hormuz" e la fine della minaccia nucleare iraniana.

Da Teheran, tuttavia, non è arrivata alcuna conferma. I media statali iraniani non hanno segnalato cambiamenti nella posizione sullo Stretto di Hormuz e hanno presentato la decisione di Trump come l'ennesima ritirata americana. L'agenzia semiufficiale Fars ha scritto che "Trump lo sciocco ha esaurito la benzina".

Guerra Usa-Iran · Cinque mesi di ultimatum

Trump minaccia l’apocalisse, poi fa marcia indietro: sei volte in cinque mesi

Dal 28 febbraio il presidente annuncia attacchi “mai visti” contro centrali, ponti e infrastrutture iraniane. Poi li rinvia o li cancella, spesso a poche ore dalla scadenza. Una sola minaccia è stata portata fino in fondo: la prima.

Grafica di FocusAmerica

Retromarce
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Minaccia eseguita
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Ultimatum annunciati e poi ritirati, rinviati o cancellati
I raid del 28 febbraio che hanno dato inizio alla guerra

La minaccia annunciata e quella eseguita

Ogni barra misura l’intensità retorica dell’ultimatum: si gonfia con l’annuncio e si svuota con la retromarcia. Quel che resta è ciò che è stato davvero eseguito. In cinque mesi, il contorno si è riempito una volta sola.

Intensità retorica →
Annunciato e ritirato Eseguito: “Operation Epic Fury”, 28 febbraio
Sei retromarce, una per una


Il piatto del giorno. Di nuovo.

Dal lessico di Washington
TACO sost. m., acronimo

Sta per “Trump Always Chickens Out”: “Trump si tira sempre indietro”. Ricetta di Wall Street, maggio 2025: si prende un dazio “reciproco”, lo si annuncia con clamore, lo si ritira prima che entri in vigore. Con la guerra all’Iran il piatto è passato dal listino dei mercati al menu della Casa Bianca, dove viene servito a ogni scadenza che scade — preferibilmente di martedì, come il 7 aprile.

“È stato il Taco Tuesday di tutti i Taco Tuesday” — Jimmy Kimmel, dopo il cessate il fuoco del 7 aprile

Non tutti gradiscono la portata: dipingere il presidente come un bluffatore seriale, avvertono alcuni critici, rischia di spingerlo a colpire solo per smentire la sigla.

Il costo delle minacce a vuoto
“La montagna degli americani ha partorito ancora una volta un topolino”Morteza Semiari, commentatore politico a Teheran, citato dall’agenzia Fars · 2 agosto

Per Teheran il pattern è ormai una certezza strategica: i media vicini alla Guida suprema liquidano ogni ultimatum come un bluff e presentano ogni retromarcia americana come una vittoria. Intanto la guerra non si ferma: i raid notturni continuano, e l’escalation “mai vista” resta l’arma che Trump continua a caricare senza sparare.

Fonte: Associated Press, Axios, NPR, CNBC, ABC News, CNN · Dati aggiornati al 2 agosto 2026

Le pressioni saudite e il voto del Congresso


Nei giorni scorsi l'Amministrazione americana stava valutando un attacco contro le infrastrutture energetiche iraniane in risposta al lancio di missili contro una base statunitense in Giordania e al blocco del traffico marittimo attraverso Hormuz, ma gli ordini definitivi non erano ancora stati impartiti. Un'operazione del genere avrebbe infatti provocato un'escalation senza precedenti nei cinque mesi di guerra e Teheran aveva già minacciato di reagire colpendo impianti energetici e altre infrastrutture in Israele e nei Paesi del Golfo.

Per questo motivo ieri il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha telefonato a Trump per manifestargli la propria preoccupazione, secondo quanto riferito ad Axios da due funzionari americani e da una terza fonte informata sulla conversazione. "I sauditi hanno espresso preoccupazione e chiesto chiarezza sul piano d'azione", ha raccontato uno dei funzionari. Un'altra fonte ha riferito che bin Salman avrebbe invitato il presidente ad allentare la tensione e a rinunciare ai raid. La Casa Bianca e l'ambasciata saudita a Washington non hanno voluto commentare.

Già mercoledì Trump aveva incontrato il Ministro della Difesa saudita, il principe Khalid bin Salman, in un appuntamento aggiunto all'ultimo momento al programma della visita. Poco prima, il Ministro aveva comunicato al vicepresidente JD Vance che Riyadh era favorevole a un raffreddamento della crisi, nonostante il raid congiunto americano-saudita condotto negli stessi giorni contro le milizie filoiraniane in Iraq. L'Arabia Saudita resta uno dei principali alleati di Washington nella regione e, dall'inizio della guerra, ha già influenzato in più occasioni le decisioni di Trump sull'Iran.

Le pressioni sul presidente arrivano però anche dal Congresso. A giugno, per la prima volta dall'inizio del conflitto, la Camera dei Rappresentanti e il Senato hanno approvato una risoluzione sui poteri di guerra che chiede al presidente di porre fine alle ostilità con l'Iran: il testo è passato con 214 voti contro 208 alla Camera e con 50 contro 48 al Senato. La risoluzione non ha forza di legge e Trump l'ha liquidata come "inopportuna e priva di significato", sostenendo che offrisse "aiuto e conforto al nemico". Rimane tuttavia la presa di posizione più netta del Congresso in cinque mesi di campagna militare.

I mediatori cercano un accordo su Hormuz


Anche Qatar, Emirati Arabi Uniti, Turchia e Pakistan hanno cercato di convincere Washington e Teheran a fare un passo indietro. Sabato il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha parlato con il capo dell'esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir, che ha già fatto in passato da mediatore tra le due capitali, e con i Ministri degli Esteri di Turchia e Arabia Saudita.

Al saudita Faisal bin Farhan, Araghchi ha detto che "qualsiasi azione ostile da parte degli Stati Uniti o di Israele, o la partecipazione o la cooperazione di Paesi della regione in tali azioni, riceverebbe una risposta decisa e proporzionata dalle potenti Forze Armate iraniane", secondo un messaggio pubblicato sul suo canale Telegram. L'avvertimento era rivolto, dunque, anche ai Paesi che in quelle stesse ore stavano cercando di indurre Trump a fermarsi.

I mediatori del Qatar hanno condotto ieri colloqui separati con Araghchi, con l'inviato della Casa Bianca Steve Witkoff e con funzionari omaniti per raggiungere un'intesa sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Secondo una fonte informata sulle discussioni, i negoziati hanno fatto progressi, ma non è ancora chiaro se saranno sufficienti a disinnescare la crisi una volta e per tutte.


Trump prepara nuovi raid sull’Iran: nel mirino centrali e raffinerie


Donald Trump ha ordinato di predisporre una nuova offensiva aerea contro l'Iran, concepita per costringere Teheran alla resa e destinata a durare pochi giorni. L'attacco potrebbe cominciare già nel fine settimana, hanno riferito alcuni funzionari americani al Wall Street Journal, e stando a quanto riferiscono le fonti, sarebbe una delle campagne di bombardamenti aerei più dure dall'inizio del conflitto. Manca tuttavia ancora il via libera definitivo del presidente.

Il nuovo piano è emerso venerdì durante una riunione di gabinetto a Camp David, la residenza presidenziale di campagna nel Maryland, e ha già incontrato la netta opposizione di alcuni collaboratori della Casa Bianca responsabili della strategia politica. Tuttavia, rivolgendosi ai giornalisti ancora presenti nella stanza, Trump è stato esplicito: "Li colpiremo molto duramente. A un certo punto diranno che non ce la fanno più". Nella stessa occasione ha detto di avere sempre meno fiducia negli iraniani, accusandoli di mentire e di travisare i fatti, senza però escludere del tutto la possibilità di un nuovo accordo.

Il braccio di ferro

Trump prepara i raid più duri della guerra per piegare l’Iran


Nel mirino centrali, raffinerie e la rete elettrica di Teheran. Ma le scorte di munizioni calano, la benzina rincara e a novembre si vota: il tempo stringe anche per la Casa Bianca.

Grafica di FocusAmericaAgosto 2026

La finestra di Trump
Manca il via libera definitivo del presidente

Guerra in corso da
6 mesi

Alle elezioni midterm
3 mesi

dall’inizio del conflitto le posizioni restano inconciliabili
il voto di novembre che preoccupa i repubblicani

A Camp David il piano per un’offensiva aerea di pochi giorni, concepita per costringere Teheran alla resa. Trump pretende la rinuncia al programma nucleare e al controllo dello Stretto di Hormuz; l’Iran rifiuta entrambe le condizioni.

I bersagli

Spegnere Teheran


L’obiettivo è l’infrastruttura energetica: senza elettricità e carburante, il regime perde la capacità di garantire i servizi essenziali e di governare il Paese.

Centrali e raffinerie Teheran

Le luci della capitale iraniana L’ipotesi discussa: la capitale senza elettricità
Spegni la città

La minaccia su Truth Social

Un ponte o una centrale iraniana distrutti per ogni attacco a una nave nello Stretto di Hormuz.

Il calendario dei mercati

Valutata l’ipotesi di concludere i raid prima della riapertura delle Borse di lunedì, per contenere i contraccolpi sull’economia americana e mondiale.

La scommessa incrociata

Ognuno punta sul cedimento dell’altro


Dopo sei mesi di guerra, i due governi scommettono l’uno sulla resilienza dell’altro. Tocca le voci per il dettaglio.

L’escalation

La settimana che ha riacceso la guerra


Dalla tregua «molto amichevole» al piano di Camp David. Tocca le tappe per approfondire.

Fonte: Wall Street Journal, CBS NewsAgosto 2026

Centrali, raffinerie e il possibile blackout di Teheran


Nel mirino ci sono soprattutto le infrastrutture energetiche, in particolare le centrali elettriche e le raffinerie, secondo quanto riferito da più fonti alla CBS News. Colpirle servirebbe a compromettere la capacità delle Forze Armate iraniane di assicurare i servizi essenziali e, più in generale, quella del regime di governare il Paese, ha spiegato all'emittente un ex funzionario militare americano. I vertici dell'Amministrazione hanno anche discusso anche la possibilità di lasciare Teheran senza elettricità, senza tuttavia prendere una decisione.

Gli Stati Uniti hanno già bombardato ponti utilizzati sia per scopi militari sia civili e la scorsa settimana il presidente aveva scritto su Truth Social che avrebbe distrutto un ponte o una centrale iraniana per ogni attacco contro una nave nello Stretto di Hormuz. Alla Casa Bianca è stata anche valutata l'ipotesi di concentrare i raid in modo da concluderli prima della riapertura dei mercati finanziari, lunedì, per limitarne le conseguenze sull'economia americana e mondiale. Non è stato però fissato alcun termine a questa nuova campagna di bombardamenti.

Una nuova operazione congiunta segnerebbe anche il ritorno di Israele ai combattimenti, sospesi durante la tregua mediata da Washington. Secondo fonti americane, gli israeliani sono stati informati e si stanno già preparando con gli Stati Uniti. Un funzionario israeliano ha però dichiarato alla CBS che "Israele non è a conoscenza di alcuna decisione di riprendere le operazioni militari a pieno regime, né gli è stato chiesto di partecipare ad azioni militari contro l'Iran". Nell'incontro di questa settimana Benjamin Netanyahu ha illustrato a Trump tre opzioni per proseguire la guerra, tra cui attacchi contro le rotte di rifornimento terrestri, e ha incontrato anche il Segretario alla Difesa Pete Hegseth.

La svolta contraddice, comunque, quanto lo stesso Trump sosteneva soltanto pochi giorni fa, quando parlava di trattative "molto amichevoli" e le indicava come la ragione della pausa nelle operazioni. Da allora però l'Iran ha sferrato un attacco a sorpresa contro le truppe americane in Giordania, al quale gli Stati Uniti hanno risposto mercoledì. Da settimane, a porte chiuse, il presidente definisce gli iraniani "pazzi" e si lamenta con le persone a lui più vicine dell'inconsistenza dell'accordo di pace provvisorio, sostenendo di avere sempre saputo che non avrebbe retto.

Giovedì i Guardiani della Rivoluzione della Repubblica Islamica hanno minacciato nuovi attacchi in risposta agli ultimi bombardamenti americani. Per tutta risposta, a Camp David Trump ha accusato i diplomatici iraniani di essere "molto disonorevoli": "Vogliono sempre parlare, ma vengono meno alla parola data così spesso", ha detto, aggiungendo che il loro comportamento non fa che irritarlo. Anche i diplomatici iraniani si dicono però esasperati dal susseguirsi delle rotture: ritengono che tra i due Paesi non esista più alcuna fiducia e che le possibilità di raggiungere un accordo diminuiscano ogni volta che Washington minaccia l'uso della forza.

Le munizioni calano, il prezzo della benzina sale


Dopo sei mesi di guerra, insomma, le posizioni restano inconciliabili: Trump pretende che l’Iran abbandoni il programma nucleare e rinunci al controllo dello Stretto di Hormuz, mentre Teheran rifiuta entrambe le condizioni. Anche Washington, però, deve fare i conti con il progressivo esaurimento delle munizioni, che fonti del Pentagono considerano uno dei principali ostacoli a una nuova offensiva. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt si è limitata a ribadire che gli Stati Uniti vinceranno e che l’Iran non riuscirà a dotarsi dell’arma nucleare finché Trump sarà presidente.

Tuttavia, a frenare la Casa Bianca non sono soltanto i limiti militari. Anche il rincaro della benzina sta diventando un problema politico sempre più grave per i repubblicani, a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre. Secondo alcuni funzionari americani, Teheran starebbe prolungando deliberatamente il confronto proprio per aumentare la pressione sul presidente: più la guerra continua, più diminuiscono le scorte statunitensi, salgono i prezzi alla pompa e si indebolisce il consenso per nuovi attacchi. I due governi stanno quindi scommettendo l’uno sulla resilienza dell’altro: Trump ritiene che bombardamenti più duri costringeranno il regime iraniano a cedere, mentre Teheran confida che saranno i costi militari, economici e politici a fermare Washington.


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