Nel 2025 hanno lasciato l'Italia 109mila cittadini italiani. È il 22,7% in meno rispetto al 2024, quando gli espatri avevano toccato il picco di 141mila. Il bilancio resta comunque negativo: 53mila italiani in meno, contro le 83mila unità perse nel 2024, secondo il comunicato ISTAT del 3 agosto 2026. Lo stesso Istat spiega perché il 2024 era stato un anno anomalo: nuove regole più stringenti sull'iscrizione all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero avevano spinto molti connazionali, già emigrati da tempo, a registrarsi tutti insieme quell'anno. Il calo del 2025, quindi, non è un'inversione di rotta. È più probabile che sia il riassorbimento di quell'ingolfamento burocratico — una lettura che possiamo cautamente restituire, incrociando i dati Istat (senza che l'istituto la dichiari esplicitamente).
Chi lascia oggi l'Italia, in ogni caso, non è più l'emigrante di una volta. Secondo il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro, il 42,1% di chi è emigrato tra il 2022 e il 2024 ha una laurea, contro il 33,8% registrato nell'intero periodo 2011-2024. In Trentino-Alto Adige e Lombardia la quota di laureati tra chi parte sfiora il 51%, secondo il rapporto del CNEL. Se si guarda solo alla fascia 25-34 anni, la quota di laureati tra chi emigra si avvicina addirittura alla metà, secondo l'analisi di Neodemos su dati Istat.
Ma non tutti gli emigrati sono uguali, e vale la pena distinguerli. I più giovani — spesso 25-30enni alla prima esperienza di lavoro — non portano con sé grandi risparmi. Portano competenze: una laurea, capacità tecniche, una rete di contatti ancora da costruire. Il loro rapporto con il denaro comincia semmai altrove, con il primo stipendio guadagnato a Berlino, Amsterdam o Londra, spesso più alto di quello che avrebbero preso restando in Italia. Diverso è il caso di chi parte più avanti nella vita, magari attorno ai quarant'anni, dopo una carriera già solida: qui i risparmi accumulati, una casa, un'eredità di famiglia hanno già un peso reale, ed è questo profilo a portare capitali già esistenti fuori dal Paese. Sono due fenomeni diversi, con bisogni diversi. E il sistema bancario italiano, ancora costruito attorno alla filiale fisica, non sembra pronto a distinguerli né a intercettarli.
Il conto italiano non segue chi parte
Al di là del rallentamento di quest'anno, il numero di italiani all'estero resta enorme e continua a crescere: nel 2025 gli iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero hanno raggiunto 6.630.284 persone, secondo la ricostruzione di Metro Today su dati AGI e Fondazione Migrantes. Il motivo per cui molti di loro si rivolgono a banche diverse da quelle italiane è, prima di tutto, molto pratico: chi si trasferisce all'estero e si iscrive all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (AIRE) deve segnalarlo alla propria banca, che a quel punto trasforma il conto ordinario in un conto per non residenti — spesso chiudendo quello vecchio e aprendone uno nuovo, con un IBAN diverso. Non è un obbligo previsto direttamente dalla legge: un'interrogazione parlamentare alla Camera ha chiarito, con la risposta del Governo e il parere di Banca d'Italia, che non esiste alcuna norma che imponga la chiusura del conto ai non residenti, secondo quanto riportato da Infoparlamento. Ma nella pratica, la normativa antiriciclaggio e gli obblighi di verifica sulla clientela finiscono per produrre lo stesso effetto: il conto per non residenti, quando esiste, costa quasi sempre più di quello ordinario — un canone mensile tra 8 e 25 euro, bonifici SEPA tra 2 e 8 euro a operazione, bonifici extra UE anche fino a 35 euro — e spesso non permette di avere una carta di credito o di operare online senza restrizioni, secondo la ricostruzione di Fiscomania.
Alcune grandi banche italiane hanno comunque creato programmi dedicati a questi clienti, anche se restano nicchie rispetto all'offerta generale. Intesa Sanpaolo ha un servizio chiamato «Intesa Sanpaolo per l'Estero», con procedure dedicate e supporto multilingue; UniCredit ha «UniCredit International», pensato più per professionisti e imprenditori con esigenze internazionali complesse; Fineco offre un conto per non residenti che, in alcuni casi, mantiene funzionalità simili a quelle di un conto ordinario, incluso l'accesso multivaluta, come descritto sempre da Fiscomania. Sono passi nella giusta direzione, ma restano eccezioni che il cliente deve scoprire e richiedere da solo — non un servizio pensato e comunicato in modo sistematico per chi lascia il Paese.
I numeri delle banche digitali confermano che, dove l'offerta italiana lascia un vuoto, qualcun altro lo occupa. Revolut ha oggi circa 4,5 milioni di clienti in Italia, su una base globale di 75 milioni: ha aperto una succursale italiana con IBAN locale alla fine del 2024, secondo EconomyUp. N26 è stata la prima a offrire un IBAN italiano, già dal 2020, e oggi conta 8 milioni di utenti in 25 mercati. Trade Republic, il broker tedesco che punta a semplificare l'accesso agli investimenti per chi ha una pensione pubblica non sufficiente, ha superato il milione di clienti italiani nell'aprile 2026, raddoppiando in un solo anno, secondo il comunicato ufficiale dell'azienda. Anche Bunq, la neobank olandese, ha lanciato un IBAN italiano il 23 giugno 2026, dopo aver triplicato i propri utenti nel Paese in dodici mesi.
Il messaggio è semplice: le banche digitali straniere non aspettano che il cliente italiano parta per andarlo a cercare all'estero. Competono già oggi sul mercato italiano, con conti in più valute e piattaforme di investimento economiche — esattamente i servizi che un emigrato con una laurea in tasca, una volta trasferito in Germania, Olanda o Regno Unito, si aspetta di ritrovare anche restando in contatto con l'Italia.
Le fintech europee inseguono i ricchi
Dopo anni di crescita sostenuta dal venture capital, le piattaforme di risparmio digitale si confrontano con i conti: i piccoli investitori non bastano più, e l’offerta vira verso prodotti e servizi pensati per patrimoni importanti.
L'AnalistaMariza Cibelle Dardi

Cosa manca alle fintech italiane
Le fintech italiane non sono rimaste con le mani in mano. Buddybank e Hype permettono di usare un conto italiano anche dall'estero, con un'app pensata per essere gestita interamente da remoto. Ma i costi sui trasferimenti internazionali restano alti: il conto Buddybank, ad esempio, arriva a costare fino a 11 euro fissi più lo 0,20% di commissione sui trasferimenti fuori dall'Unione europea, secondo il confronto pubblicato da Wise. Sul fronte degli investimenti, Moneyfarm ed Euclidea offrono consulenza patrimoniale digitale accessibile da remoto, ma restano pensate secondo le regole italiane, senza un collegamento diretto con i sistemi pensionistici complementari di altri Paesi europei.
Il problema più grande, più che un singolo servizio mancante, è la pensione. Chi lavora in Germania versa contributi al sistema pensionistico tedesco, che restano coordinati con quello italiano ma non sono automaticamente trasferibili da un Paese all'altro. Lo spiega la Deutsche Rentenversicherung, l'ente pensionistico tedesco: non esiste una legge unica, europea o tedesca, che regoli il trasferimento dei diritti pensionistici accumulati nei fondi integrativi — ogni caso va gestito singolarmente, secondo la documentazione ufficiale dell'ente.
Chi lascia l'Italia a trent'anni e torna vent'anni dopo, magari con un capitale accumulato in un fondo pensione tedesco o olandese, deve ricostruire da zero il rapporto con le banche italiane, mentre quella pensione all'estero resta un pezzo separato, difficile da collegare alla propria situazione finanziaria in Italia.
Le regole che complicano tutto
Dietro la distanza tra le banche italiane e chi vive all'estero non c'è solo poca voglia di investire su questi clienti. C'è anche una serie di regole che rendono il cliente non residente più complicato da gestire. Ogni banca italiana, quando apre o mantiene un conto a un non residente, deve raccogliere il codice fiscale, un documento che attesti la residenza fiscale all'estero e altri dati anagrafici.
Se il cliente ha legami con più Paesi, la banca deve poi comunicare periodicamente questi dati all'Agenzia delle Entrate, che li invia alle autorità fiscali degli altri Paesi coinvolti. Lo prevede la legge 18 giugno 2015, n. 95, che ha introdotto in Italia il cosiddetto Common Reporting Standard, lo standard internazionale per lo scambio di informazioni bancarie tra Paesi, come ricostruito da Fiscomania. Sono regole pensate per combattere l'evasione fiscale, non per punire chi si trasferisce in buona fede. Ma nella pratica costano di più alla banca: più controlli, più tempo, più rischio. E molti istituti, soprattutto quelli piccoli, preferiscono evitare il problema alla radice, restringendo i servizi offerti ai clienti non residenti.
Questo comportamento ha un nome tecnico, il de-risking: significa che la banca, di fronte a un cliente considerato più complicato, decide di non servirlo affatto o di servirlo peggio. Non è un problema solo italiano — l'Autorità Bancaria Europea ammette che le banche possano chiedersi se un cliente non residente non sarebbe servito meglio altrove, ma chiarisce anche che non si può rifiutare un'intera categoria di clienti in blocco, secondo le linee guida ufficiali dell'EBA.
Esiste anche una tutela minima per i cittadini europei: chi vive legalmente in un Paese dell'Unione ha diritto a un conto di pagamento di base anche in un'altra banca europea, e la banca non può dire di no solo perché il cliente vive altrove, come spiega il portale ufficiale Your Europe della Commissione UE. Ma è un conto minimo, buono per le operazioni di base — depositi, pagamenti, prelievi — non per ricevere uno stipendio dall'estero, investire o gestire una pensione. Tra questo diritto minimo, i conti per non residenti visti sopra e un servizio bancario completo resta un vuoto, che oggi ricade tutto sulle spalle di chi è partito.
A Roma, intanto, qualcosa si muove sul fronte opposto — quello della tutela del correntista in generale, non solo del non residente. La Commissione Finanze della Camera ha approvato il 16 luglio 2025 un testo unificato che introdurrebbe nel Codice Civile un nuovo articolo, il 1857-bis, con l'obbligo per le banche di contrattare con chiunque richieda un conto corrente e il divieto di recesso ingiustificato quando il cliente è in credito, secondo la ricostruzione dello studio legale GCLEGAL. La norma, se approvata in via definitiva, non riguarderebbe solo i non residenti, ma renderebbe comunque più difficile per una banca chiudere un conto senza una motivazione precisa — chi vive all'estero incluso.
Chi lo fa diversamente
In Europa esistono già modelli che risolvono questo problema, permettendo a un cliente di restare fedele a una sola banca anche cambiando Paese più volte nella vita. L'esempio più chiaro è HSBC Expat, la divisione della banca britannica dedicata proprio a chi vive, lavora o si trasferisce all'estero. Il conto — in sterline, dollari o euro — resta identico a ogni trasferimento, e si può tenere insieme ai conti locali sia nel Paese di origine che in quello di residenza, secondo la pagina ufficiale del prodotto. È un servizio riservato a chi ha già una certa disponibilità economica — richiede almeno 75mila sterline di risparmi o investimenti — ma dimostra che restare con la stessa banca cambiando Paese si può fare, se una banca decide di costruire un prodotto pensato apposta per questo, invece di trattare ogni trasferimento all'estero come un'eccezione da gestire caso per caso.
Le neobank fanno la stessa cosa su scala più ampia, e con requisiti molto più bassi. Con Revolut e N26 si apre un conto con IBAN in un Paese europeo e si continua a usarlo esattamente com'era, anche vivendo in un altro Paese: l'app e le coordinate bancarie non cambiano, cambia solo il posto da cui ci si collega. È proprio questo meccanismo che ha permesso a queste piattaforme di conquistare milioni di clienti italiani all'estero, prima ancora che le banche italiane si accorgessero del problema.
C'è poi un caso ancora più estremo: Wise. Nata come servizio per inviare denaro all'estero a basso costo, oggi funziona quasi come un conto vero e proprio. Con un solo profilo si ottengono coordinate bancarie locali in tante valute diverse — un IBAN europeo, un numero di conto britannico, l'equivalente americano dell'IBAN — che finiscono tutte nello stesso saldo, gestibile da un'unica app da qualsiasi Paese, secondo la pagina ufficiale del prodotto.
In pratica, chi lavora in un Paese può farsi pagare lo stipendio con le coordinate di quel Paese, e allo stesso tempo continuare a mandare o ricevere soldi con le coordinate italiane, senza aprire un conto nuovo. Va detto che Wise non è tecnicamente una banca: non offre, per esempio, mutui o conti di risparmio remunerati come farebbe un istituto tradizionale. Ma su un punto preciso — restare con lo stesso conto pur cambiando Paese — è oggi uno dei servizi più avanzati disponibili in Europa.
Un'occasione che l'Italia non sta cogliendo
Chi vive all'estero impara a usare strumenti che in Italia restano poco diffusi: fondi pensione, exchange traded fund a basso costo, pianificazione fiscale tra due Paesi. Sarebbe naturale che questa competenza tornasse, in qualche modo, anche in Italia. Invece oggi passa solo per il passaparola tra parenti e amici, senza nessun canale organizzato che la raccolga. Le associazioni di italiani all'estero si occupano soprattutto di cultura e politica, e le banche italiane non hanno divisioni dedicate agli espatriati né accordi con consulenti fiscali internazionali — un vuoto che stona, considerando che gli iscritti AIRE sono oltre 6,6 milioni.
Il rallentamento degli espatri nel 2025 offre, in questo senso, una finestra di tempo utile. Se il flusso in uscita si stabilizza attorno alle 100mila persone all'anno, banche e assicurazioni avrebbero il tempo per costruire qualcosa di nuovo: conti con doppio IBAN, consulenza fiscale che copra due Paesi insieme, strumenti per portare la pensione da un Paese all'altro, un unico strumento che raccolga i risparmi sparsi in più Paesi. Sono soluzioni che altrove in Europa esistono già. Manca solo che banche, fintech, autorità di controllo e istituzioni italiane si mettano d'accordo per costruirle.
Le domande de L'Analista
Le banche italiane sono pronte a costruire prodotti pensati per chi vive oltre confine, o continueranno a considerare l'espatrio solo come un cliente perso? E quanto conta, nella corsa con Revolut, N26 e Trade Republic, il fatto che siano le banche digitali europee — non quelle italiane — ad aver già conquistato milioni di clienti nel Paese, prima ancora che il loro risparmio lasciasse davvero l'Italia?
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Fintech europee nate per la classe media, oggi a caccia di grandi patrimoni
Le piattaforme nate per democratizzare gli investimenti guardano oggi ai grandi patrimoni. In Francia il fenomeno è già documentato nei numeri: secondo il reportage di Le Monde firmato da Gaétan Pierret (11 maggio 2026), la piattaforma Yomoni — che gestisce 2,1 miliardi di euro di masse — è diventata redditizia solo alla fine del 2025, dopo aver innalzato il ticket medio d'ingresso a 12mila euro. Il suo dirigente Sébastien d'Ornano lo spiega senza giri di parole: un cliente con mille euro investiti non è redditizio per la piattaforma. È il paradosso di un intero settore, nato per abbattere le barriere d'accesso alla finanza e costretto oggi a scoprire che la sostenibilità economica passa dai grandi capitali.
Il modello a commissioni basse si è rivelato fragile
Commissioni azzerate o quasi, costi di acquisizione clienti elevati, strutture tecnologiche e di compliance da mantenere: l'equazione fatica a reggere senza una massa di clienti molto ampia, oppure senza segmenti capaci di generare margini più alti. In Francia, secondo la ricostruzione di Le Monde, diverse piattaforme storiche — da Nalo a WeSave, passando per Marie Quantier, rilevata «a prezzo di svendita» — hanno faticato a raggiungere la profittabilità; Ramify punta al pareggio solo nel 2027. La risposta è stata quasi sempre la stessa: ampliare il catalogo verso prodotti più sofisticati — private equity, fondi immobiliari, criptovalute — e allargare lo sguardo a una clientela con patrimoni più consistenti.
In Italia il fenomeno assume una forma diversa, ma il principio è lo stesso: dove la massa di clienti piccoli non basta a coprire i costi, l'offerta si sposta verso l'alto. Moneyfarm, la piattaforma di gestione patrimoniale digitale nata a Milano, ha una struttura tariffaria che lo rende esplicito: le commissioni scendono progressivamente al crescere del capitale investito, dallo 0,75% annuo sotto i 100mila euro fino ad azzerarsi oltre 1,5 milioni, secondo il documento informativo ufficiale della piattaforma. Moneyfarm ha inoltre introdotto tre livelli di servizio — Core, Premium e Private — che assegnano un Wealth Advisor dedicato solo ai clienti con portafogli più sostanziosi, come descritto nella sezione Consulenza del sito ufficiale.
Trade Republic e Scalable Capital corrono, ma non parlano ancora di patrimoni alti
Va precisato che né Trade Republic né Scalable Capital vengono citate nel reportage di Le Monde, che riguarda esclusivamente il mercato francese. In Italia, i dati ufficiali delle due piattaforme raccontano per ora una crescita basata sui grandi numeri, non su una virata verso i patrimoni elevati. Trade Republic ha superato il milione di clienti italiani nell'aprile 2026, raddoppiando in dodici mesi, secondo il comunicato ufficiale dell'azienda. Scalable Capital, che ha completato la trasformazione in banca europea nel 2025, gestisce oltre 40 miliardi di euro di masse con più di un milione di clienti in sei Paesi e prepara il lancio di una succursale italiana con IBAN locale, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera. Circa due terzi degli asset dei clienti Scalable sono investiti in ETF a basso costo — l'opposto, per ora, di una strategia orientata ai grandi patrimoni, secondo la scheda informativa ufficiale della piattaforma.
Il mercato italiano resta comunque un terreno con margini di crescita ampi: secondo le stime di Scalable Capital, il numero di italiani che investono in ETF potrebbe salire a 3,5 milioni nel 2026, il 50% in più rispetto a oggi — un segnale che il settore vede ancora spazio per crescere sulla base clienti, prima che sui margini per singolo cliente.
Per i grandi patrimoni serve la consulenza, non solo la tecnologia
Servire patrimoni rilevanti richiede consulenza personalizzata, prodotti più sofisticati e un rapporto diretto con un consulente. Per competere su questi segmenti, le fintech devono integrare competenze che ricordano quelle offerte da sempre dalle banche tradizionali. Lo confermano gli stessi livelli di servizio introdotti da Moneyfarm: solo superata una certa soglia di patrimonio il cliente accede a un Wealth Advisor dedicato e a sessioni di pianificazione personalizzata, mentre sotto quella soglia il rapporto resta prevalentemente digitale, secondo quanto descritto sul sito ufficiale della piattaforma. La superiorità tecnologica in termini di app e algoritmi resta un vantaggio competitivo, ma diventa secondaria quando il cliente, prima di trasferire somme importanti, preferisce un confronto diretto con una persona.
L'Italia resta un Paese di risparmiatori prudenti
L'Italia presenta un mix particolare: grande ricchezza privata, ma bassa propensione a investirla tramite canali digitali. Secondo il rapporto Consob 2024 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane, i prodotti finanziari più diffusi restano i certificati di deposito e i buoni fruttiferi postali, posseduti dal 48% degli intervistati, seguiti da titoli di Stato (39%) e fondi comuni (36%). Internet è ormai il canale più usato per informarsi prima di investire, ma la effettiva sottoscrizione di prodotti tramite piattaforme completamente digitali resta più indietro rispetto ad altri mercati europei. Il passaggio generazionale della ricchezza potrebbe cambiare gradualmente queste abitudini, ma oggi il grosso del patrimonio privato italiano resta nelle mani di generazioni che continuano a privilegiare il contatto umano con la propria banca.
L'Italia come banco di prova, non solo come mercato di passaggio
Le fintech europee guardano all'Italia con interesse, ma con approcci diversi tra loro. Trade Republic è entrata nel mercato introducendo un conto corrente con IBAN italiano e il regime fiscale amministrato, per abbassare le barriere d'ingresso a chi non vuole occuparsi di dichiarazioni fiscali, secondo il comunicato ufficiale del lancio della filiale italiana. Scalable Capital, presente in Italia dal 2022, punta a replicare lo stesso modello con l'apertura della succursale locale, come confermato dal Corriere della Sera. Moneyfarm, invece, nata in Italia, ha scelto la strada della segmentazione interna per clientela, mantenendo un'unica piattaforma ma differenziando il livello di servizio in base al patrimonio investito.
Gruppi come Intesa Sanpaolo e UniCredit osservano questa transizione da una posizione di forza: dispongono già dell'accesso ai dati dei propri clienti, di capacità di cross-selling tra prodotti diversi e di una rete fisica che resta un vantaggio quando il cliente vuole un confronto diretto prima di affidare somme importanti. Le fintech hanno accelerato l'innovazione nell'ultimo decennio, ma rischiano oggi di trovarsi schiacciate tra banche sempre più digitalizzate da un lato e una clientela premium che, su determinate cifre, continua a preferire un interlocutore istituzionale consolidato.
Le regole europee alzano l'asticella dei costi
Il quadro normativo europeo si è fatto negli ultimi anni più severo, e questo pesa in modo sproporzionato sugli operatori più piccoli. Le nuove regole hanno liberalizzato la condivisione dei dati bancari tra istituti (PSD2), imposto una trasparenza rigorosa sui costi comunicati ai clienti (MiFID II) e richiesto misure di sicurezza informatica molto stringenti attraverso il Digital Operational Resilience Act, entrato in applicazione nel gennaio 2025 (DORA). Secondo un'indagine Deloitte citata da Speednet, il 96% degli istituti finanziari stima costi di adeguamento a DORA compresi tra 2 e 5 milioni di euro, con 5-7 persone dedicate stabilmente alla compliance; per i grandi player con ricavi superiori a 500 milioni di euro, la spesa complessiva per adeguarsi a DORA, MiCA e alle nuove regole PSD3 può arrivare fino a 25 milioni di euro. Servono quindi masse critiche molto ampie per assorbire questi costi: un ostacolo che le piccole fintech, prive della base clienti delle grandi piattaforme, faticano a superare.
Per l'Italia, che ha un sistema bancario più solido dopo la crisi dei crediti deteriorati dello scorso decennio, il rischio è che l'innovazione portata dalle fintech si integri progressivamente dentro i perimetri dei grandi gruppi bancari, piuttosto che restare un'alternativa del tutto autonoma. Acquisizioni, partnership e integrazioni sembrano, oggi, l'esito più probabile.
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Jan Mentel (Speednet)