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Il mese dei fantasmi


A Taiwan, il settimo mese del calendario lunare è il mese più spaventoso

Quest'anno il mese dei fantasmi inizia il 13 agosto. È sempre più o meno nella seconda metà dell'estate: perfetto per scoraggiare ancora di più i taiwanesi dal godersi il loro stupendo mare.

Un attimo. Forse è meglio fare un passo indietro e spiegare per bene.

A Taiwan il settimo mese del calendario lunare è il mese dei fantasmi. Durante questo mese, le porte dell'Inferno sono aperte, e vengono quindi a trovarci i fantasmi dei defunti. I taiwanesi, a dir la verità, ne farebbero a meno di queste visite. Il mese dei fantasmi raggiunge il suo culmine la sera del quindicesimo giorno, quando gli spiriti giungono in massa nel mondo dei mortali e quindi i monaci taoisti e buddhisti celebrano dei rituali per alleviarne le sofferenze. I fantasmi non vengono chiamati così, è infatti usato il termine “buoni fratelli” (好兄弟) e "buone sorelle" (好姐妹) per riferirsi a questi spiriti: un’espressione cortese per non urtare la sensibilità di questi esseri. Il mese dei fantasmi è importante perché mostra come la cultura taiwanese fonda religione popolare, pratiche taoiste, credenze buddhiste, storia locale e valori familiari. Molte famiglie taiwanesi infatti credono che mostrare rispetto agli antenati e agli spiriti porti pace e protezione. Molte aziende e negozi, inoltre, organizzano offerte per tenere buoni i fantasmi. I templi, infine, organizzano cerimonie per confortare le anime vagabonde e mantenere l’armonia tra il mondo umano e quello spirituale.

Il mese dei fantasmi, però, porta anche un'infinità di restrizioni, per chi ci crede. Ci sono tonnellate di cose che non si possono fare durante questo mese, di seguito un campionario.

  1. Non nuotare.
    Lo spirito di una persona annegata potrebbe farti annegare.
  2. Non passeggiare nei pressi dei templi dal tramonto.
    Si ritiene che gli spiriti di coloro che sono morti ingiustamente possano cercare aiuto presso le divinità dei templi.
  3. Non urlare né gridare a mezzanotte.
    Questo potrebbe richiamare i spiriti.
  4. Non ripetere continuamente la parola “morte”.
    Ripetere continuamente “morte” (死) potrebbe offendere i fantasmi.
  5. Non far esplodere petardi dopo il tramonto durante un matrimonio.
    Si ritiene che sposarsi durante il mese dei fantasmi porti sfortuna. Se il matrimonio si celebra comunque in questo periodo, è bene evitare di far esplodere petardi alla sera, per evitare di disturbare i fantasmi.
  6. Non fischiare di notte.
    La frequenza del fischio è simile a quella dell’aldilà e può facilmente evocare gli spiriti.
  7. Non dare una pacca sulla spalla a qualcuno da dietro.
    Questo potrebbe spaventarlo, rendendo la sua anima instabile e rendendolo più vulnerabile alle intrusioni dei fantasmi.
  8. Non stendere i panni di notte.
    Gli spiriti potrebbero attaccarsi ai vestiti umidi.
  9. Quando entri in una camera d’hotel, bussa prima alla porta.
    In questo modo si comunica a eventuali spiriti presenti che la stanza sarà occupata nei giorni successivi. Alcuni suggeriscono anche di fare spazio agli ospiti invisibili quando si apre la porta per la prima volta.
  10. Non infilare le bacchette in verticale nella ciotola del riso.
    Le bacchette disposte in posizione verticale in una ciotola ricordano l’incenso, destinato agli antenati defunti, per invitarli a consumare il pasto. Pertanto, se si posizionano le bacchette in verticale, si rischia di attirare molti spiriti maligni.
  11. Non comprare un'auto o una casa.
    Molte persone evitano di acquistare auto e case durante il mese dei fantasmi perché il nuovo acquisto potrebbe portare molta sfortuna. Tuttavia, se non ci si crede, questo è un ottimo momento per gli acquisti dato che ci sono tantissime offerte.
  12. Non raccogliere i soldi che trovi per terra.
    I soldi che si trovano per terra sono di proprietà dei fantasmi. Se li raccogli, potresti attirare su di te sfortuna e disgrazie.
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La fine della “Berlino per tutti”. In quindici anni i prezzi delle case sono triplicati


Berlino ha triplicato i prezzi delle case in quindici anni — da 1.250 a 4.810 euro al metro quadro — travolgendo anche i quartieri est un tempo popolari come Lichtenberg.

Berlino non è più la capitale a buon mercato che per due decenni ha attirato artisti, studenti e nomadi digitali da tutta Europa. Tra il 2010 e il 2024 il prezzo medio di un appartamento è passato da circa 1.250 a 4.810 euro al metro quadro, un rincaro di quasi il 285%, secondo la ricostruzione del Corriere della Sera. Un ritmo di crescita che né i salari né l'offerta abitativa hanno saputo assorbire.

La spinta arriva soprattutto dalla pressione demografica. Nel 2010 la città contava circa 3,43 milioni di abitanti; oggi ne conta oltre 3,9 milioni, un incremento di quasi mezzo milione di persone in poco più di un decennio. Una città che si riempie più in fretta di quanto riesca a costruire genera, per definizione, tensione sui prezzi: l'affitto medio per i nuovi contratti si aggira sui 16 euro al metro quadro a livello cittadino, ma nei quartieri centrali come Mitte supera spesso i 20 euro.

Il tentativo più clamoroso di correggere la rotta per via politica è stato il Mietendeckel, il tetto agli affitti introdotto dal governo cittadino nel 2020. È durato poco: la Corte costituzionale federale tedesca lo ha dichiarato illegittimo il 15 aprile 2021, stabilendo che Berlino non aveva la competenza legislativa per fissare unilateralmente i canoni, materia di competenza federale. La sentenza ha lasciato un vuoto che il mercato ha rapidamente occupato.

Sul fronte opposto, il movimento «Deutsche Wohnen & Co. enteignen» ha portato la questione fino al voto popolare: il 26 settembre 2021 i berlinesi hanno approvato in un referendum cittadino la proposta di espropriare, dietro compenso, i grandi gruppi immobiliari proprietari di oltre 3.000 appartamenti. Il risultato, non vincolante per il governo cittadino, resta a oggi lettera morta: cinque anni dopo, nessuna espropriazione è stata avviata. Nel frattempo il principale attore del settore, Vonovia, ha assorbito Deutsche Wohnen e controlla oggi da solo circa 130.000 appartamenti nella capitale tedesca, secondo quanto riportato da MarketScreener — una concentrazione proprietaria che alimenta il sospetto, mai del tutto dimostrato nei tribunali, di un'influenza sui prezzi di mercato.

La geografia del caro-casa si sta intanto spostando verso est. Quartieri un tempo periferici come Lichtenberg, Treptow-Köpenick e Marzahn-Hellersdorf, tradizionalmente più economici, registrano ora alcuni degli aumenti percentuali più marcati della città: a Lichtenberg il prezzo medio di transazione è salito da circa 1.510 euro al metro quadro nel 2015 a oltre 4.000 euro nel 2024, una crescita superiore al 160%, secondo i dati elaborati dalla società di consulenza immobiliare Guthmann Estate. Chi cercava un'alternativa economica ai quartieri centrali si trova oggi a inseguire prezzi che, in proporzione, sono cresciuti persino più rapidamente rispetto al resto della città.

Il fenomeno berlinese non è isolato nel panorama tedesco. Tra il 2015 e l'inizio del 2020 Berlino ha comunque registrato l'aumento immobiliare più marcato tra le grandi città della Germania, con un rincaro del 65,1%, davanti ad Amburgo (+62%) e Lipsia (+61,2%), secondo l'analisi del gruppo immobiliare Von Poll.

Guardando all'Italia, il paragone regge solo in parte. A Milano il prezzo medio cittadino si attesta oggi tra i 5.100 e i 5.700 euro al metro quadro, con punte semicentrali che toccano i 6.500-8.000 euro, quindi ben oltre i livelli ancora relativamente più contenuti di Berlino. A Roma la pressione si sposta sui quartieri emergenti come Pigneto, Garbatella e Ostiense, dove gli affitti sono cresciuti tra il 20% e il 23% nel solo 2025. Anche il mercato degli investimenti immobiliari italiani mostra segnali di accelerazione: il rendimento medio del comparto ha toccato il 7,59% su base annua nel terzo trimestre 2025, superiore alla media europea del 4,43% misurata dall'indice Inrev, secondo i dati elaborati da Mefop. Le performance restano tuttavia molto disperse tra i singoli fondi, segno che il boom immobiliare, a differenza di quanto accade a Berlino, non genera ancora rendimenti uniformi per chi investe nel mattone.

Una città che rischia di perdere pezzi della sua identità


Dietro le cifre si muove una trasformazione urbana che tocca anche il patrimonio storico e sociale della capitale tedesca. I quartieri est, ricostruiti sulle macerie della Guerra Fredda e per decenni rifugio di una working class multiculturale, stanno subendo un processo di gentrificazione che rischia di erodere il tessuto sociale che li ha resi unici. Interi isolati che fino a pochi anni fa ospitavano famiglie operaie, comunità turche e collettivi artistici vedono ora arrivare ristrutturazioni di pregio e nuovi residenti disposti a pagare canoni impensabili solo una decade fa, in un ricambio che altera non solo i prezzi ma la composizione sociale dei quartieri.

La stessa Berlino che negli anni novanta e duemila ha costruito la propria identità internazionale sull'accessibilità — economica prima ancora che culturale, capace di attrarre creativi e imprenditori proprio perché a basso costo — si trova ora a fare i conti con una domanda abitativa stimata in circa 100.000 nuovi appartamenti necessari per riequilibrare il mercato. È un paradosso che la città conosce bene: il mito berlinese di capitale libera e a portata di tutti rischia di sopravvivere solo nell'immaginario collettivo, mentre nella realtà quotidiana selezione economica e spostamento demografico stravolgono il volto della città.

Esperienze come i progetti di cohousing, già sperimentati in Italia a Bologna con Porto 15 e a Torino con iniziative come Co-Abitare, indicano una strada possibile: modelli di proprietà condivisa capaci di calmierare i prezzi senza affidarsi solo alla leva normativa, che a Berlino si è già rivelata fragile davanti ai vincoli costituzionali tedeschi. Non parliamo di soluzioni miracolose, ma di tentativi di ricostruire dal basso quello spazio di accessibilità che le politiche pubbliche, da sole, non sono finora riuscite a garantire — né a Berlino né, in fondo, nelle grandi città italiane che stanno percorrendo una traiettoria di rincari non troppo dissimile.

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Nepal, tra vette e resort di lusso. Il costo ecologico del turismo a cinque stelle


Cambia rotta il turismo nepalese: non più solo trekking a basso costo, ma alberghi di lusso pensati per attrarre una clientela di alto profilo. Ma la crescita si scontra con un ambiente himalayano già sotto pressione: con 60mila visitatori l'anno e una montagna di rifiuti da smaltire.

Il Nepal accoglie oggi circa 1,158 milioni di turisti internazionali all'anno, un flusso tornato quasi ai livelli pre-pandemici — il 97% del picco del 2019 — secondo i dati del Nepal Tourism Board. Su questa base il Paese himalayano punta a un cambio di passo: lasciarsi alle spalle l'immagine da meta «zaino in spalla» per affermarsi come destinazione di lusso in Asia meridionale, attirando visitatori disposti a spendere di più e a fermarsi più a lungo.

L'ingresso di Marriott e la mappa dei grandi marchi


Il segnale più forte arriva da Marriott International, che insieme alla nepalese Cg Hospitality Global svilupperà il Ritz-Carlton Kathmandu e il Westin Kathmandu, entrambi attesi nel 2031. Prima ancora, a ottobre 2026, aprirà il Luxury Collection Kathmandu, primo hotel di questo marchio in tutta l'Asia meridionale, come riporta Travel Quotidiano. Marriott gestisce già nel Paese Kathmandu Marriott, Aloft Kathmandu e Fairfield by Marriott, e con questi nuovi progetti amplia un portafoglio già tra i più ampi del comparto internazionale in Nepal.

Accanto al colosso statunitense, il panorama alberghiero nepalese vede da tempo la presenza di Hyatt, Hilton, Sheraton e Best Western. IHG è il gruppo più attivo negli sviluppi recenti, con l'InterContinental Kathmandu Lazimpat, l'Hotel Indigo di Pokhara, gli InterContinental Resort di Begnas Lake e Chitwan e il Crowne Plaza di Lumbini, secondo una rassegna di Nepal Tourism. Il francese Louvre Hotel Group è presente a Chitwan con il Royal Tulip, mentre il thailandese Centara ha aperto a Pokhara l'Himalayan Hideaway. Accor, dal canto suo, ha firmato nel 2022 il suo primo hotel nel Paese, un Mercure da 105 camere a Kathmandu, la cui apertura è prevista nel 2026, come indicato dal comunicato ufficiale del gruppo. Pokhara, in particolare, si sta affermando come epicentro di questa espansione, favorita dall'apertura del nuovo aeroporto internazionale della città.

La ricostruzione dopo il terremoto e le infrastrutture in cantiere


La svolta verso il turismo di alto valore affonda le radici nel terremoto del 2015, dopo il quale il governo nepalese ha scelto una strategia di Build Back Better, orientata non solo al restauro ma a un riposizionamento complessivo del comparto turistico. Su questo fronte si muovono anche gli investimenti infrastrutturali: l'aeroporto internazionale Tribhuvan è interessato da lavori di potenziamento — una nuova via di rullaggio parallela, ulteriori piazzali di sosta e hangar — con l'obiettivo dichiarato di raggiungere una capacità di 10 milioni di passeggeri all'anno, secondo quanto riportato da Spotlight Nepal.

Tra i progetti strategici c'è l'ampliamento a quattro corsie della tratta Pokhara-Mugling, finanziato dalla Banca Asiatica di Sviluppo per potenziare il collegamento tra la capitale e Pokhara. L'intervento rientra in un piano più ampio di supporto alla connettività e al turismo nel Paese, sostenuto da una strategia di partenariato 2025-2029 che mette sul piatto oltre 1,9 miliardi di dollari.

Il nodo della sostenibilità ambientale


Alla crescita del turismo di lusso si affianca un tema che attraversa da anni il dibattito nepalese: la pressione sull'ambiente montano. L'Everest Base Camp accoglie ormai attorno ai 60mila visitatori l'anno, un flusso che genera un carico crescente di rifiuti: le stime più recenti parlano di 50-60 tonnellate raccolte annualmente al campo base dal Sagarmatha Pollution Control Committee, cifra che sale fino a 200 tonnellate se si considera l'intera valle del Khumbu, secondo Lonely Planet Italia.

Da undici anni agli scalatori che superano il campo base viene richiesta una cauzione di 4mila dollari, restituita solo a chi riporta a valle almeno 8 chili di rifiuti; un meccanismo che si è rivelato parzialmente inefficace, tanto che il ministero del Turismo nepalese sta valutando di trasformarlo in una quota fissa e non rimborsabile, destinata a finanziare un punto di controllo a 6.750 metri e guardie alpine dedicate alla sorveglianza delle zone più prossime alla vetta, come racconta Il Dolomiti.

Sul fronte della sostenibilità, i primi segnali di cambiamento non mancano: il Barahi Jungle Lodge è stato la prima struttura del Paese a ottenere la certificazione ecologica del Consiglio Mondiale dei Viaggi e del Turismo. A Kathmandu, il Consiglio Globale per il Turismo Sostenibile e la piattaforma Agoda avevano già avviato percorsi di formazione per circa sessanta operatori locali insieme all'agenzia americana USAID, prima che l'amministrazione Trump ne disponesse lo smantellamento nel 2025.

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I Dem vogliono fare campagna elettorale sui guadagni miliardari di Trump da presidente


Le dichiarazioni analizzate dal New York Times mostrano guadagni quasi quadruplicati rispetto al primo anno del primo mandato. Per due terzi degli americani ha esagerato con gli affari privati.

Nel 2025, il primo anno del suo secondo mandato, il presidente Donald Trump ha incassato più di 2,2 miliardi di dollari. La cifra emerge dalle dichiarazioni patrimoniali che i presidenti americani sono tenuti a depositare ogni anno e che il New York Times ha analizzato nelle scorse settimane. I ricavi delle aziende della famiglia sono quasi quadruplicati durante il secondo mandato, trainati dalle criptovalute.

I democratici vogliono fare di questi numeri uno dei temi centrali delle elezioni di metà mandato (le midterm) del 3 novembre, quando si rinnovano tutti i 435 seggi della Camera e un terzo del Senato. In palio c'è il controllo del Congresso negli ultimi due anni della presidenza. L'accusa è che Trump usi la carica per arricchirsi in modo corrotto, mentre i prezzi al consumo salgono e le disuguaglianze si allargano. L'aumento del costo della vita preoccupa anche i repubblicani in vista del voto.

Quasi due terzi degli americani ritengono che Trump sia andato troppo in là nel perseguire i propri interessi economici da presidente, secondo un sondaggio della CNN pubblicato mercoledì 29 luglio.

Trump scommette che l'attacco non farà presa. In un'intervista di gennaio al New York Times si è lamentato di non aver ricevuto alcun riconoscimento per la decisione della sua famiglia di rinunciare a nuovi affari all'estero durante il primo mandato: da quell'esperienza ha tratto la convinzione che il tema non sposti voti.

Al netto dell'inflazione, nel primo anno pieno del primo mandato Trump aveva guadagnato 594 milioni di dollari, poco più di un quarto di quanto dichiarato per il 2025.


Crypto, cause milionarie e petrolio venezuelano: gli affari d’oro del secondo mandato di Trump


I ricavi delle aziende di Donald Trump sono quasi quadruplicati tra il primo e il secondo mandato, passando dai 594 milioni di dollari del 2017 ai 2,24 miliardi del 2025, in termini reali. È quanto emerge da un’analisi del New York Times sulle dichiarazioni finanziarie del presidente, documenti che non consentono di ricostruirne con esattezza il patrimonio netto, ma offrono anche un quadro dettagliato delle entrate annuali. La trasformazione è radicale: nel 2017 quasi il 90% dei ricavi proveniva dal golf e dalle attività immobiliari negli Stati Uniti, il nucleo storico dell’impresa di famiglia, mentre oggi quel comparto rappresenta appena un quarto del totale.

A trainare la crescita sono soprattutto le criptovalute, un settore dal quale Trump non ricavava nulla nel 2017 e sul quale, oggi nuovamente da presidente, esercita un’enorme influenza politica e normativa. Le operazioni nel comparto in oggetto hanno generato 1,44 miliardi di dollari: 799 milioni da World Liberty Financial, la società controllata dalla famiglia, e 636 milioni dal memecoin $TRUMP.

Conflitti di interesse
Da 594 milioni a 2,24 miliardi: come Trump si arricchisce da presidente
Ricavi annuali delle aziende della famiglia Trump, in dollari reali, nel primo anno di ciascun mandato. Nel 2017 quasi il 90% veniva da golf e immobili negli Stati Uniti; nel 2025 quasi due terzi vengono dalle criptovalute, un settore che il presidente oggi regola.
Grafica di FocusAmerica

Ogni cella vale 10 milioni di dollari di ricavi

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ricavi 2025 · ×3,8 sul 2017

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Tocca una voce per isolarla nel grafico e leggere il dettaglio


Ricavi 2017: 594 milioni di dollari (528 mln da golf e immobili USA). Ricavi 2025: 2,24 miliardi, di cui 1,44 mld dalle criptovalute, 549 mln da golf e immobili USA, 125 mln dall’estero, 117 mln da transazioni giudiziarie, 17 mln dal merchandising. Valori reali.

Fonte: analisi del New York Times sulle dichiarazioni finanziarie del presidente, luglio 2026. Valori in dollari reali, al netto dell’inflazione. Le celle sono arrotondate a 10 milioni di dollari.

Accordi all’estero, risarcimenti e merchandising


Al secondo posto figurano i progetti immobiliari e golfistici all’estero, che hanno prodotto 125 milioni di dollari, più del doppio rispetto al 2017. Durante il primo mandato Trump aveva vietato alla propria azienda di concludere nuovi accordi internazionali, ma quella restrizione è stata ora abbandonata e la società di famiglia continua anche a incassare dai progetti avviati nel periodo trascorso fuori dalla Casa Bianca.

Fino a 117 milioni di dollari sono arrivati invece da transazioni giudiziarie, in gran parte concluse a favore di Trump con gruppi tecnologici e dell’informazione come Meta e CBS. Una quota dei proventi è stata destinata alla futura biblioteca presidenziale e a una fondazione impegnata nella tutela del National Mall. Ma anche il merchandising ha assunto un peso significativo: la vendita di orologi, prodotti con il marchio Trump e una Bibbia in edizione speciale ha generato 17 milioni di dollari, quasi diciotto volte il dato del 2017.

Intervistato dal New York Times, Trump ha rivendicato la decisione di non imporre più limiti agli affari di famiglia. Durante il primo mandato, ha sostenuto, "non ho ricevuto alcun riconoscimento" per le restrizioni adottate volontariamente. La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha dichiarato al quotidiano newyorkese che Trump "era un uomo d’affari di enorme successo prima di diventare presidente ed è per questo che è stato eletto". La Casa Bianca continua a negare l’esistenza di qualsiasi conflitto di interessi.

I 13 miliardi scomparsi del petrolio venezuelano


Se gli affari della famiglia Trump sono almeno parzialmente ricostruibili attraverso le dichiarazioni ufficiali, un altro ingente flusso di denaro sta passando da Washington con una trasparenza assai minore. Secondo i calcoli del Financial Times, dall’inizio dell’anno l’Amministrazione statunitense ha incassato oltre 13 miliardi di dollari dalla vendita del petrolio venezuelano, le cui esportazioni sono passate sotto il controllo americano dopo la cattura di Nicolás Maduro a gennaio e l’insediamento della vicepresidente Delcy Rodríguez alla guida del Paese.

Il quotidiano britannico ha ricostruito la cifra incrociando i dati sulle spedizioni di greggio forniti dalla piattaforma Kpler con le stime di prezzo dell’agenzia Argus Media. Della destinazione di quei fondi, tuttavia, si sa pochissimo: il sito creato da Caracas per tracciarli riporta una sola operazione, un trasferimento da 300 milioni di dollari effettuato a marzo.

Le ricostruzioni ufficiali sono contraddittorie. L’ordine esecutivo firmato a gennaio attribuisce agli Stati Uniti un ruolo di "custode" e stabilisce che i fondi restino di proprietà del governo venezuelano. A giugno Trump ha invece affermato che Washington avrebbe recuperato una somma pari a "28 volte" il costo dell’operazione militare e che gli Stati Uniti starebbero "guadagnando molto" dalla vendita di questo petrolio. In precedenza, ad aprile, il funzionario del Dipartimento di Stato Michael Kozak aveva parlato di circa 3 miliardi di dollari trasferiti a Caracas, assicurando che i conti sarebbero stati sottoposti a revisione da KPMG e che sarebbero stati pubblicati rapporti trimestrali.

Secondo i democratici della Commissione Esteri, però, quei rapporti non sono mai stati pubblicati. La scorsa settimana lo stesso Kozak ha riassunto così il meccanismo davanti al Congresso: "Sono soldi loro, ma devono avere il nostro permesso per usarli".

L’economia venezuelana, intanto, non riparte. Il petrolio rappresenta circa un quarto del PIL e la sospensione parziale delle sanzioni aveva alimentato le attese di un forte rimbalzo. La crescita ufficiale nel primo trimestre si è invece fermata al 2,5%, il livello più basso da quasi cinque anni. Secondo l’economista venezuelano Francisco Rodríguez, del Center for Economic and Policy Research, una possibile spiegazione è che gli Stati Uniti non abbiano trasferito a Caracas l’intero ammontare dei ricavi ottenuti dalla vendita di petrolio. José Guerra, economista ed ex parlamentare dell’opposizione, è ancora più netto:

"Dove sono finiti i soldi? Non c’è trasparenza e il governo americano non ci informa".


La questione è diventata ancora più urgente dopo i due terremoti del 24 giugno, che secondo le Nazioni Unite hanno provocato danni a edifici e infrastrutture per circa 37 miliardi di dollari. Washington ha stanziato 386 milioni di dollari in aiuti e inviato centinaia di militari. L’incaricato d’affari statunitense a Caracas, John Barrett, ha assicurato che una parte dei proventi petroliferi sarà destinata alla ricostruzione, senza però precisare l’importo.

Così la pressione politica cresce in entrambi i partiti. Il deputato democratico Joaquin Castro ha denunciato al Financial Times un’operazione fatta "di petrolio, potere e corruzione", con il Congresso "tenuto all’oscuro". La deputata repubblicana della Florida María Elvira Salazar ha chiesto invece la pubblicazione di rapporti dettagliati sui fondi ricevuti dalla vendita del petrolio venezuelano. Se a novembre i democratici dovessero conquistare almeno una delle due Camere, ha osservato l’ex consigliere della Casa Bianca Benjamin Gedan, la destinazione del denaro venezuelano diventerebbe un obiettivo naturale per indagini del Congresso, mandati di comparizione, audizioni e richieste formali di documenti.


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DJI Osmo Pocket 4P: doppia fotocamera e video 4K a 240 fps


DJI amplia la propria gamma di fotocamere tascabili con stabilizzatore presentando la nuova DJI Osmo Pocket 4P. Il modello introduce per la prima volta nella serie una configurazione a doppio obiettivo, affiancata da un sensore CMOS da 1 pollice, dalla stabilizzazione meccanica a tre assi e dal nuovo profilo colore D-Log 2 a 10 bit.

L’obiettivo è offrire maggiore flessibilità durante la registrazione, permettendo di passare dalle riprese grandangolari ai ritratti senza cambiare dispositivo. Il corpo mantiene dimensioni compatte e un peso di 230 grammi, caratteristica che rende la fotocamera adatta alla produzione di vlog, contenuti social, video di viaggio e riprese in movimento.

La nuova Osmo Pocket 4P viene proposta inizialmente nella colorazione nera. Una seconda versione bianco perla sarà disponibile successivamente.

Una fotocamera tascabile con doppio obiettivo


La principale novità della DJI Osmo Pocket 4P è rappresentata dal sistema a doppio obiettivo. La fotocamera principale utilizza un sensore CMOS da 1 pollice abbinato a un’ottica equivalente a 20 mm con apertura f/2.0. Questa configurazione è pensata per riprendere paesaggi, ambienti urbani, interni e scene nelle quali è necessario includere una porzione ampia dell’ambiente.

DJI dichiara una gamma dinamica fino a 17 stop, ottenuta anche attraverso l’impiego della tecnologia LOFIC. Una gamma dinamica così estesa permette di conservare più informazioni nelle aree particolarmente luminose e in quelle più scure dell’immagine. La funzione può risultare utile, ad esempio, durante la registrazione di un tramonto, di una strada illuminata di notte oppure di un soggetto posizionato in controluce.

Il secondo modulo utilizza invece un obiettivo medio-tele equivalente a 60 mm con apertura f/1.8. La lunghezza focale più stretta permette di avvicinare visivamente il soggetto e di ridurre la quantità di sfondo presente nell’inquadratura. Si tratta di una soluzione rivolta principalmente ai ritratti e alle riprese nelle quali è necessario isolare maggiormente il protagonista della scena.

Il sistema supporta uno zoom ottico 3× e uno zoom complessivo fino a 12×. L’apertura f/1.8 dell’obiettivo medio-tele contribuisce inoltre a creare una maggiore separazione tra soggetto e sfondo, con una profondità di campo equivalente a quella ottenuta con un’apertura f/6.3 su un sistema full frame.

Registrazione video fino a 4K/240 fps


La nuova fotocamera tascabile DJI può registrare video fino alla risoluzione 4K a 240 fotogrammi al secondo. Questa modalità consente di creare sequenze in slow motion fino a otto volte, mantenendo una risoluzione Ultra HD.

La registrazione ad alta frequenza di fotogrammi è indicata per rappresentare azioni rapide o movimenti difficili da osservare a velocità normale. Può essere utilizzata per riprendere attività sportive, animali in movimento, capelli mossi dal vento, schizzi d’acqua oppure altri soggetti dinamici.

Accanto allo slow motion è presente la modalità Video con otturatore lento. La funzione prolunga il tempo di esposizione di ogni fotogramma e permette di ottenere scie luminose, sfocature intenzionali e una rappresentazione più evidente del movimento. Può essere impiegata, per esempio, per registrare il traffico notturno o il passaggio di persone all’interno di una scena.

D-Log 2 a 10 bit per la post-produzione


Con Osmo Pocket 4P debutta anche il nuovo profilo colore D-Log 2 a 10 bit. Secondo i dati forniti da DJI, il sistema è in grado di acquisire oltre un miliardo di colori, producendo passaggi tonali più graduali e conservando una maggiore quantità di informazioni nel file video.

La registrazione in D-Log 2 genera immagini meno contrastate rispetto ai profili già pronti per la condivisione, ma mette a disposizione una base più flessibile per la correzione e la gradazione del colore. In fase di montaggio diventa quindi possibile intervenire con maggiore precisione su esposizione, contrasto, saturazione, alte luci e ombre.

La combinazione tra D-Log 2 a 10 bit e la gamma dinamica dichiarata di 17 stop si rivolge soprattutto ai creator che desiderano integrare le riprese della Pocket 4P all’interno di produzioni più articolate.

Stabilizzatore meccanico e ActiveTrack 8.0


Come i precedenti modelli della famiglia, anche la DJI Osmo Pocket 4P utilizza uno stabilizzatore meccanico a tre assi. Il sistema compensa fisicamente i movimenti della fotocamera per ridurre vibrazioni e oscillazioni durante le riprese a mano libera.

La stabilizzazione può essere utilizzata mentre si cammina, durante una panoramica oppure quando si segue un soggetto. Rispetto alla sola stabilizzazione elettronica, il gimbal meccanico non richiede un ritaglio marcato dell’immagine e mantiene più stabile l’orientamento dell’obiettivo.

Il tracciamento dei soggetti viene gestito dal nuovo ActiveTrack 8.0, capace di riconoscere persone, animali domestici, veicoli e oggetti con forme dinamiche. Il sistema può mantenere il soggetto al centro dell’inquadratura anche durante l’utilizzo dello zoom fino a 12×.

L’inquadratura automatica permette inoltre di seguire più soggetti contemporaneamente e di regolare la composizione in base alla lunghezza focale selezionata.

Controlli gestuali e registrazione immediata


DJI ha integrato diverse funzioni pensate per velocizzare l’avvio delle riprese. Ruotando il touchscreen è possibile accendere la fotocamera e iniziare subito a registrare, riducendo il numero di passaggi necessari per catturare una scena.

Il controllo tramite gesti consente invece di utilizzare la fotocamera anche quando non si trova a portata di mano. Mostrando il palmo aperto si attiva ActiveTrack, mentre il segno “V” avvia la registrazione. Questa soluzione può essere impiegata durante vlog, riprese di gruppo o registrazioni effettuate con la fotocamera appoggiata su un treppiede.

La modalità Foto live 4K associa a ogni fotografia una clip di 1,5 secondi, conservando anche il movimento che precede e accompagna lo scatto. Per le immagini statiche, Osmo Pocket 4P può realizzare fotografie fino a 37 megapixel, lasciando un maggiore margine per ritaglio e rielaborazione.

Autonomia, ricarica e trasferimento dei file


Osmo Pocket 4P supporta la connettività USB 3.1 e raggiunge, nelle condizioni indicate dal produttore, una velocità di trasferimento via cavo fino a 800 MB/s. La maggiore rapidità consente di spostare video ad alta risoluzione verso computer e dispositivi compatibili riducendo i tempi necessari per iniziare il montaggio.

DJI dichiara un’autonomia massima di 210 minuti con una carica completa. La ricarica rapida permette di portare la batteria dallo 0 all’80% in circa 18 minuti, offrendo fino a tre ore di registrazione in base alle impostazioni utilizzate e alle condizioni operative.

Accessori compatibili con DJI Osmo Pocket 4P


La fotocamera è compatibile con diversi accessori appartenenti all’ecosistema Osmo. Tra questi figurano la luce di riempimento per Osmo Pocket 4, il filtro Black Mist, il set di filtri ND, Osmo FrameTap e l’impugnatura con batteria integrata.

Sono disponibili anche un obiettivo grandangolare aggiuntivo, il mini-treppiede Osmo e diversi microfoni della gamma OsmoAudio. Gli accessori vengono venduti separatamente oppure inclusi in specifiche configurazioni, a seconda del mercato e della confezione scelta.

Prezzo e disponibilità in Italia


La DJI Osmo Pocket 4P è disponibile sul sito ufficiale DJI Store Italia, nei DJI Store di Milano e Roma e presso i rivenditori autorizzati.

La configurazione Osmo Pocket 4P Standard Combo viene proposta al prezzo consigliato di 609 euro, IVA inclusa. La Osmo Pocket 4P Vlog Combo costa invece 699 euro, IVA inclusa, e comprende una dotazione più orientata alla realizzazione di vlog e contenuti audiovisivi.

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OPPO Reno16 Series, l’editing AI arriva nell’app Foto


La nuova OPPO Reno16 Series amplia le possibilità di creazione dei contenuti attraverso una piattaforma software integrata direttamente nell’app Foto. Le funzioni introdotte consentono di modificare immagini e filmati, realizzare composizioni animate e applicare stili fotografici senza dover passare da applicazioni esterne.

Al centro dell’esperienza si trova AI Remix Collage, uno strumento pensato per combinare fotografie, Motion Photo e video all’interno di collage dinamici. A differenza delle composizioni statiche tradizionali, questa funzione permette di utilizzare anche elementi in movimento, creando contenuti più adatti alla condivisione sui social network e sulle piattaforme di messaggistica.

AI Remix Collage combina foto, video e soggetti animati


Il funzionamento di AI Remix Collage su OPPO Reno16 Series è strettamente collegato ad AI Motion Cutout. Quest’ultima sfrutta l’intelligenza artificiale per riconoscere ed estrarre automaticamente i soggetti presenti nelle immagini o nei filmati.

Il soggetto separato dallo sfondo può quindi essere trasformato in un elemento dinamico e inserito all’interno di una nuova composizione. In questo modo è possibile riutilizzare persone, animali oppure altri elementi ripresi dalla fotocamera, senza dover effettuare manualmente operazioni di ritaglio particolarmente precise.

La funzione può essere utilizzata con contenuti provenienti da fonti differenti. Una fotografia può, per esempio, essere combinata con una Motion Photo o con una breve sequenza video. Il risultato è un collage animato che mantiene il movimento dei soggetti selezionati e riunisce più momenti all’interno di un unico contenuto.

L’elaborazione avviene direttamente sullo smartphone e riduce i passaggi necessari tra la selezione del materiale, il ritaglio e la composizione finale. Il sistema è stato progettato per rendere accessibili operazioni che normalmente richiederebbero l’utilizzo di applicazioni dedicate all’editing fotografico e video.

Popout 2.0 amplia gli effetti fuori cornice


Tra gli strumenti disponibili sulla serie OPPO Reno16 è presente anche Popout 2.0, una nuova versione della funzione dedicata agli effetti fuori cornice. Il sistema permette di posizionare i soggetti in modo che una parte dell’immagine sembri superare i confini del collage.

Con questo aggiornamento, i soggetti possono uscire dalla cornice in più direzioni. La composizione non è quindi limitata a un singolo punto di sovrapposizione, ma può svilupparsi lungo differenti aree dell’immagine. L’effetto consente di creare una maggiore separazione visiva tra il soggetto principale, lo sfondo e gli altri elementi presenti nel collage.

Popout 2.0 può essere impiegato insieme alle funzioni di estrazione automatica. Dopo aver riconosciuto e ritagliato il soggetto, il software permette di integrarlo nella composizione e di gestirne la posizione rispetto ai bordi. L’intero processo rimane all’interno degli strumenti creativi inclusi nello smartphone.

Pop Cam introduce stili fotografici ispirati alle fotocamere rétro


Le novità della OPPO Reno16 Series non riguardano soltanto la modifica dei contenuti già acquisiti. La modalità Pop Cam interviene direttamente durante lo scatto, applicando stili fotografici ispirati alle fotocamere rétro.

L’effetto viene quindi scelto in fase di acquisizione, permettendo di ottenere immagini già caratterizzate da un’estetica definita. Questo approccio riduce la necessità di applicare successivamente filtri o regolazioni attraverso un’applicazione separata.

Pop Cam si affianca alle normali modalità fotografiche e offre un percorso dedicato a chi desidera creare immagini con una resa visiva ispirata alla fotografia analogica. I contenuti realizzati possono successivamente essere utilizzati anche con AI Remix Collage e con le altre funzioni di composizione disponibili nella galleria.

Il nuovo hub Create riunisce gli strumenti creativi


Per organizzare le diverse funzionalità, OPPO ha introdotto anche il nuovo hub Create. Si tratta di un’interfaccia che riunisce in un unico spazio gli strumenti dedicati alla creazione e alla modifica dei contenuti.

L’hub consente di passare dalla selezione delle immagini all’editing, fino alla preparazione del contenuto per la condivisione. La presenza di un ambiente centralizzato limita i passaggi tra menu differenti e rende più lineare il flusso di lavoro tra cattura, elaborazione e pubblicazione.

AI Remix Collage, AI Motion Cutout, Popout 2.0 e Pop Cam formano così una piattaforma integrata nell’esperienza software della OPPO Reno16 Series. L’obiettivo è permettere di gestire sul dispositivo l’intero processo creativo, partendo dallo scatto e arrivando alla composizione finale, senza ricorrere necessariamente a software o servizi esterni.

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Garmin acquisisce TrainingPeaks e TrainHeroic


Garmin ha annunciato l’acquisizione di TrainingPeaks e TrainHeroic, due piattaforme digitali dedicate alla preparazione atletica e al collegamento tra allenatori e sportivi. L’operazione riguarda in particolare i settori dell’endurance, dell’allenamento della forza e della preparazione orientata alle prestazioni.

Attraverso questa acquisizione, Garmin punta a rafforzare il proprio ecosistema fitness, affiancando ai dispositivi e alle metriche sulle prestazioni nuovi strumenti per la gestione di programmi di allenamento personalizzati.

Cosa prevede l’acquisizione


TrainingPeaks e TrainHeroic entreranno a far parte dell’ecosistema Garmin con l’obiettivo di ampliare le esperienze disponibili per atleti e allenatori.

Le due piattaforme sono specializzate nella gestione digitale dell’allenamento e consentono a preparatori e sportivi di organizzare percorsi basati su programmi strutturati, dati e analisi delle prestazioni.

L’operazione interessa quindi diverse tipologie di utenti:

  • atleti impegnati negli sport di resistenza;
  • persone che seguono programmi di forza;
  • sportivi orientati al miglioramento delle prestazioni;
  • allenatori e preparatori professionisti;
  • utenti che desiderano seguire un percorso strutturato e personalizzabile.

Garmin non ha ancora fornito informazioni dettagliate sulle modalità con cui i servizi saranno integrati nelle proprie applicazioni e nei dispositivi indossabili.

Un ecosistema più ampio per atleti e allenatori


L’obiettivo dichiarato da Garmin è rendere più accessibili le esperienze di coaching professionale, mettendo in contatto gli utenti con allenatori in grado di seguirli durante le diverse fasi della preparazione.

Brad Trenkle, Co-Chief Operating Officer di Garmin, ha spiegato che TrainingPeaks e TrainHeroic condividono con l’azienda l’attenzione verso gli strumenti di allenamento, le metriche sulle prestazioni e l’analisi dei dati.

L’integrazione dovrebbe permettere a Garmin di affiancare al monitoraggio delle attività un’offerta maggiormente orientata alla pianificazione e alla personalizzazione degli allenamenti.

Non sono state tuttavia comunicate eventuali modifiche ai servizi esistenti, agli abbonamenti o agli account degli utenti delle due piattaforme.

Cosa sono TrainingPeaks e TrainHeroic


TrainingPeaks e TrainHeroic sono servizi digitali progettati per mettere in contatto allenatori e atleti di diversi livelli.

Le piattaforme permettono di creare e gestire programmi di allenamento strutturati, aiutando gli utenti a seguire un percorso basato sui dati e sugli obiettivi individuali. Il loro pubblico comprende sia sportivi amatoriali sia atleti maggiormente orientati alle prestazioni.

Le due realtà fanno capo a Peaksware Holdings. Secondo Andy Stephens, CEO della società, la collaborazione con Garmin dura da oltre dieci anni e nasce dall’obiettivo comune di rendere più accessibili le conoscenze legate all’allenamento e alle prestazioni sportive.

L’acquisizione prosegue questa collaborazione, portando i servizi di TrainingPeaks e TrainHeroic direttamente all’interno del gruppo Garmin.

Allenamenti basati su dati e programmi personalizzati


Uno degli elementi centrali dell’operazione riguarda l’utilizzo dei dati per costruire percorsi di allenamento più strutturati.

Garmin dispone già di un ampio ecosistema composto da smartwatch, ciclocomputer, dispositivi GPS e sensori dedicati alla registrazione delle attività. TrainingPeaks e TrainHeroic aggiungono strumenti specifici per la pianificazione degli allenamenti e per la collaborazione tra atleti e preparatori.

L’acquisizione è quindi orientata a unire tre componenti principali:

  • raccolta delle metriche sportive;
  • analisi delle prestazioni;
  • programmazione degli allenamenti con il supporto di un coach.

I dettagli sulle future integrazioni software e sulla compatibilità tra le diverse piattaforme saranno presumibilmente comunicati in una fase successiva.

Garmin rafforza la propria offerta fitness


Con l’acquisizione di TrainingPeaks e TrainHeroic, Garmin amplia le proprie attività nel settore dell’allenamento digitale. L’operazione coinvolge sia gli sport di endurance sia la preparazione della forza, estendendo i servizi destinati agli allenatori e agli utenti interessati a programmi personalizzati.

I termini economici dell’accordo non sono stati divulgati e, al momento, non sono disponibili indicazioni sulle tempistiche di integrazione delle due piattaforme nell’ecosistema Garmin.

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Il Dem Roy Cooper è in vantaggio di 9 punti in North Carolina


L'ex governatore democratico è al 53% contro il 44% del repubblicano Michael Whatley: pesano l'entusiasmo degli elettori democratici, il voto degli indipendenti e l'impopolarità di Trump nello Stato

A poco più di tre mesi dalle elezioni di metà mandato, con cui a novembre gli americani rinnoveranno il Congresso, il democratico Roy Cooper è in vantaggio di 9 punti nella corsa per il seggio del Senato in North Carolina: secondo un sondaggio di Fox News, raccoglie il 53% delle preferenze contro il 44% del repubblicano Michael Whatley. Cooper è stato governatore dello Stato dal 2017 al 2025, mentre Whatley ha presieduto il Republican National Committee, il comitato nazionale del Partito Repubblicano. I due si contendono il seggio lasciato libero dal senatore repubblicano Thom Tillis, che ha deciso di non ricandidarsi.

Tra gli elettori democratici dello Stato il 51% si dice estremamente interessato alle elezioni, contro il 42% dei repubblicani. Il divario si ripete sulla motivazione: il 58% dei democratici si dice estremamente motivato ad andare a votare, contro il 50% dei repubblicani. A livello nazionale, del resto, un elettore su cinque della base repubblicana più fedele potrebbe restare a casa o votare per i democratici. Questo entusiasmo allarga il margine di Cooper: tra chi si dice estremamente interessato al voto è avanti di 15 punti (57% contro 42%), tra chi si dice estremamente motivato di 13 (55% contro 42%), mentre tra gli elettori certi di votare il risultato non cambia rispetto al dato complessivo (53% contro 44%).

Midterm 2026 · North Carolina

Cooper avanti di nove punti nella corsa al Senato


Il sondaggio Fox News sul seggio lasciato libero da Thom Tillis. Il vantaggio del democratico si allarga tra gli elettori più interessati e più motivati ad andare a votare.

Grafica di FocusAmerica 30 luglio 2026

Roy Cooper
Democratico
Governatore 2017-2025
0%
+0 Punti di
vantaggio

Michael Whatley
Repubblicano
Ex presidente del comitato repubblicano
0%

Cooper 53% Whatley 44% Altri o indecisi 3%

Il margine cresce con l’entusiasmo


Tra chi segue le elezioni con più attenzione il distacco arriva a 15 punti.

Tra chi si dice certo di votare il quadro non cambia rispetto al totale: Cooper 53%, Whatley 44%. Il vantaggio di Cooper si allarga con l’intensità dell’interesse, non con la semplice certezza di andare a votare.

Fonte Sondaggio Fox News condotto da Beacon Research e Shaw & Company Research tra il 23 e il 27 luglio 2026 su un campione di 1.005 elettori registrati del North Carolina. Margine di errore: ±3 punti percentuali. Ritratti: Wikimedia Commons.

Cooper ottiene i consensi più alti tra i moderati, gli elettori con meno di 30 anni, gli indipendenti, i laureati e le donne. Raccoglie anche circa un elettore su cinque tra i repubblicani e i conservatori che non si riconoscono nel movimento MAGA, la base più fedele al presidente Donald Trump. Whatley va meglio tra gli elettori molto conservatori, i cristiani evangelici bianchi, i bianchi senza laurea e gli abitanti delle zone rurali.

L'84% dei sostenitori di Cooper dice di votare per lui e solo il 13% soprattutto contro Whatley. Tra gli elettori del repubblicano il quadro è diverso: il 52% vota per il proprio candidato, mentre il 46% vota soprattutto contro Cooper. Le scelte sono in gran parte definitive: l'81% degli elettori di Cooper e il 77% di quelli di Whatley si dicono certi della propria preferenza, mentre nel complesso un elettore su cinque potrebbe ancora cambiare idea.

La popolarità di Trump, che a livello nazionale è tornata vicino ai minimi del mandato, complica la corsa di Whatley. In North Carolina il 40% degli elettori giudica favorevolmente il presidente e il 58% sfavorevolmente, un saldo negativo di 18 punti; due anni fa era negativo di appena 6 punti (47% contro 53%). I legami di Whatley con Trump preoccupano il 48% degli elettori: più della metà dei moderati, oltre 4 indipendenti su 10 e circa 3 repubblicani non MAGA su 10. La preoccupazione per i legami di Cooper con l'establishment democratico riguarda invece il 42% degli elettori ed è molto più di parte: la esprimono 7 repubblicani su 10, ma solo 3 indipendenti e moderati su 10.

"I dati recenti indicano un vantaggio repubblicano medio di circa 3 punti nelle elezioni statali in North Carolina", ha detto il sondaggista repubblicano Daron Shaw, che conduce la rilevazione insieme al democratico Chris Anderson. "Il vantaggio di Cooper si basa su un sostegno democratico quasi unanime e su numeri molto solidi tra gli indipendenti. Per vincere, Whatley deve fermare l'emorragia tra i repubblicani non MAGA e migliorare la sua posizione tra gli elettori meno di parte e delusi."

Il 54% degli elettori giudica favorevolmente Cooper, contro il 40% che dice lo stesso di Whatley. L'ex governatore è anche più popolare del Partito Democratico di 12 punti, mentre Whatley è 4 punti sotto il Partito Repubblicano. Il candidato repubblicano è inoltre meno conosciuto: il 14% degli elettori non sa valutarlo o non ne ha mai sentito parlare, compreso circa un repubblicano su dieci.

I due partiti sono ugualmente impopolari nello Stato: il Partito Repubblicano è giudicato positivamente dal 44% degli elettori e negativamente dal 54%, il Partito Democratico dal 42% contro il 56%. L'avversione per il campo opposto pesa più dell'attaccamento al proprio: il 94% dei democratici ha un'opinione negativa del Partito Repubblicano, una quota superiore all'83% che giudica positivamente il proprio partito. Lo stesso vale tra i repubblicani, con il 92% contro l'85%. Nel piccolo gruppo di elettori che giudica male entrambi i partiti, Cooper doppia Whatley: 64% contro 32%.

L'inflazione è il tema più importante per la scelta del candidato al Senato: la indica il 36% degli elettori, davanti alle divisioni politiche del Paese (14%), alla sanità e all'immigrazione (13% ciascuna). La metà degli elettori descrive la propria situazione economica come stabile, il 12% dice di stare migliorando e il 38% di stare arretrando, 6 punti in meno rispetto a due anni fa.

Il North Carolina sceglie da anni governatori democratici e presidenti repubblicani. I democratici hanno vinto 8 delle ultime 10 elezioni per la carica di governatore: lo stesso Cooper è stato rieletto nel 2020 con quasi 5 punti di vantaggio, mentre l'ultimo repubblicano a vincere è stato Pat McCrory nel 2012, con circa 11 punti. Nelle elezioni presidenziali vale l'opposto: i repubblicani hanno conquistato lo Stato in 11 delle ultime 12 corse alla Casa Bianca. L'ultimo democratico a vincere è stato Barack Obama nel 2008, per appena lo 0,3%. Nel 2024 Trump ha vinto in North Carolina con 3 punti di margine.

Il sondaggio è stato condotto tra il 23 e il 27 luglio dalla società democratica Beacon Research e da quella repubblicana Shaw & Company Research, che realizzano insieme le rilevazioni di Fox News, su un campione di 1.005 elettori registrati del North Carolina, con un margine di errore di 3 punti percentuali.


Un Repubblicano su cinque potrebbe decidere di non votare a novembre


Circa un elettore su cinque tra i repubblicani più fedeli rischia di restare a casa a novembre o di votare per i democratici. È quanto emerge da un’analisi di Americans for Prosperity Action, il super PAC conservatore legato al miliardario Charles Koch, citata dal Washington Post a poco più di tre mesi dalle elezioni di metà mandato.

Il dato preoccupa perché arriva in un ciclo elettorale già difficile per il partito. Il gradimento di Donald Trump resta basso e, storicamente, la forza politica che controlla Washington tende a perdere seggi alle elezioni di metà mandato. La novità è che la smobilitazione riguarda ora anche gli elettori più assidui: persone che hanno partecipato a tutte le ultime quattro primarie e a tutte le ultime quattro elezioni generali.

Gli elettori a rischio si concentrano in Iowa, Ohio, North Carolina, Montana, New Hampshire e Michigan. Alcuni affermano che potrebbero rinunciare al voto, altri valutano di sostenere i democratici, soprattutto a causa dell’inflazione e dell’andamento dell’economia. L’analisi combina i risultati dei sondaggi con le indicazioni raccolte durante le campagne porta a porta.

“Si tratta di una fetta ampia”, ha dichiarato al Washington Post Nathan Nascimento, direttore esecutivo di AFP Action. “È un numero che fa paura”. Quel 20% non comprende, peraltro, gli elettori conservatori già a bassa propensione al voto, ovvero quelli che si presentano solo quando Trump è sulla scheda ma disertano le altre consultazioni. Mobilitarli rappresenta un problema diverso e altrettanto serio.

Midterm 2026

La base repubblicana si raffredda


Un'analisi di AFP Action, il super PAC della rete Koch, stima che circa un elettore repubblicano su cinque tra i più assidui rischi di restare a casa a novembre — o di votare per i democratici.

Grafica di FocusAmericaLuglio 2026

Gli elettori più fedeli del partito

1 su 5 rischia di non votare alle elezioni di metà mandato o di passare ai democratici

La stima riguarda i fedelissimi: elettori che hanno partecipato a tutte le ultime quattro primarie e a tutte le ultime quattro elezioni generali.

Il divario

I democratici sono molto più motivati


Vantaggio democratico tra gli elettori «certi di votare», oggi e alla vigilia dell'ondata blu del 2018.

2018

+0 pt
2026

+0 pt
Nel 2018, con un divario di appena 2 punti, i democratici riconquistarono la Camera guadagnando 40 seggi.

Voto generico per il Congresso — elettori registrati

DEM

0%

REP

0%

Tra i soli elettori «assolutamente certi» di votare il vantaggio democratico sale a 8 punti: 53% contro 45%.

37%

Approvazione di Trump al 37% tra gli adulti americani. Storicamente, il partito che controlla la Casa Bianca perde seggi alle elezioni di metà mandato.

La mappa del rischio

Sei Stati sotto osservazione


Dove si concentrano gli elettori fedeli a rischio smobilitazione, secondo il porta a porta di AFP Action.

IA
Iowa
2 corse aperte

OH
Ohio

NC
North Carolina

MT
Montana

NH
New Hampshire

MI
Michigan

In Iowa, Stato ormai considerato solidamente repubblicano, sia la corsa per il governatorato sia quella per il Senato restano aperte e competitive. Il gruppo più a rischio: uomini sotto i 40 anni, preoccupati per economia e prezzi.

Le cause

Perché la base è fredda


Tocca ogni voce per il dettaglio.

1Inflazione ed economia+
È il motivo più citato nel porta a porta, insieme alla guerra in Iran. Dopo la proroga dei tagli fiscali del 2025, il Congresso non ha approvato altre misure significative contro l'aumento del costo della vita.

2Il SAVE America Act bloccato+
La legge simbolo sull'obbligo di documento per votare è passata alla Camera a febbraio, ma al Senato mancano i 60 voti per superare il filibuster democratico.
SÌ218 NO213

3Un tesoretto da 400 milioni fermo+
Il comitato MAGA Inc. ha raccolto 400 milioni di dollari, ma il fondo resta quasi intatto e tra i donatori cresce il malumore. I senatori chiedono a Trump di usarlo per mobilitare gli elettori meno assidui.

Il tentativo di rilancio: la convention di metà mandato del partito, in programma il 9 e 10 settembre a Dallas.

Fonte: Washington Post; sondaggio Washington Post-Ipsos, 8–13 luglio 2026; AFP Action
Dati a luglio 2026

Il divario nell’entusiasmo


Un sondaggio del Washington Post e di Ipsos mostra che la quota di democratici certi di votare a novembre supera ormai di dieci punti quella dei repubblicani. Nel voto generico per il Congresso, invece, il vantaggio democratico si ferma a tre punti, 48% contro 45%, mentre l’approvazione di Trump resta al 37%. Se il divario nella propensione al voto non si ridurrà, potrebbe risultare decisivo.

Mitchell Brown, sondaggista repubblicano dello studio Cygnal, colloca l’entusiasmo democratico sui livelli del 2018, quando il partito riconquistò la Camera dei Rappresentanti. I repubblicani, al contrario, appaiono molto meno motivati rispetto ad allora. “Non è che i democratici stiano superando le attese: sono i repubblicani che stanno andando peggio del previsto”, ha spiegato.

Secondo Brown, il gruppo più a rischio è quello degli uomini sotto i quarant’anni, preoccupati soprattutto per l’economia e per l’aumento dei prezzi. È lo stesso segmento che contribuì in modo decisivo alla vittoria di Trump nel 2024, anche in alcuni degli Stati in bilico che torneranno al voto quest’anno.

La tensione è particolarmente evidente in Iowa, dove sia la corsa per il governatorato sia quella per un seggio al Senato sono aperte e competitive, nonostante lo Stato sia ormai considerato solidamente repubblicano. Durante una sessione porta a porta di AFP Action a Urbandale, sobborgo di Des Moines, diversi elettori hanno criticato la guerra in Iran e l’inflazione; alcuni hanno persino dichiarato di essere pronti a votare democratico in autunno.

Gli strateghi repubblicani ritengono che il quadro possa cambiare quando la campagna entrerà nel vivo. Contano inoltre sul ridisegno dei collegi promosso da Trump, senza precedenti per ampiezza, che dovrebbe limitare le perdite garantendo al partito un vantaggio strutturale. “I repubblicani sono uniti, all’attacco e dispongono del più grande tesoro elettorale nella storia del partito”, ha dichiarato Natalie Baldassarre, portavoce del Republican National Committee, secondo cui gli elettori hanno ben chiara la posta in gioco a novembre.

Il nodo della mobilitazione


A Washington, però, il partito resta paralizzato dalle divisioni interne, che gli hanno impedito di approvare alcuni dei suoi provvedimenti simbolo. Tra questi c’è il SAVE America Act, la proposta di legge che prevede l’obbligo di esibizione di un documento d’identità per votare e di una prova della cittadinanza per iscriversi alle liste elettorali.

La Camera dei Rappresentanti lo ha approvato a febbraio con 218 voti contro 213, ma al Senato i repubblicani non dispongono dei 60 voti necessari per superare l’ostruzionismo (“filibuster”) dei democratici. Trump ha quindi attaccato pubblicamente i vertici del partito per il ritardo. Dopo la legge del 2025 che ha prorogato i tagli fiscali, inoltre, il Congresso non ha più approvato misure significative contro l’aumento del costo della vita.

“Dobbiamo fare qualcosa per rimotivare la nostra base”, ha ammesso Ron Johnson, senatore repubblicano del Wisconsin, che tornerà davanti agli elettori soltanto nel 2028. A suo giudizio, molti sostenitori fedeli ritengono che i parlamentari del partito non si siano impegnati abbastanza. Abigail Jackson, portavoce di Trump, ha definito la legge elettorale una priorità assoluta e ha assicurato che l’amministrazione continua ad attuare l’agenda del presidente sui prezzi, dal costo dei farmaci a quello della benzina.

Altri senatori chiedono a Trump di sfruttare la propria piattaforma e i 400 milioni di dollari raccolti dal comitato MAGA Inc. per mobilitare gli elettori meno assidui, considerato che il presidente ottiene risultati migliori quando compare personalmente sulla scheda. Kevin Cramer, senatore del North Dakota, ha raccontato di aver affrontato il tema con Trump nello Studio Ovale la settimana scorsa. “Lo faranno, se approvate il SAVE America Act”, avrebbe risposto il presidente. Il fondo, intanto, resta quasi intatto e tra i donatori cresce il malumore per il mancato impiego delle risorse.

La Casa Bianca punta anche sulla convention di metà mandato, in programma il 9 e 10 settembre a Dallas, per rilanciare l’entusiasmo. Thom Tillis, senatore del North Carolina che ha rinunciato a ricandidarsi, ritiene che alla fine la base tradizionale andrà comunque alle urne. Teme però che l’economia e l’inflazione abbiano compromesso l’immagine del partito tra i moderati e che la guerra in Iran stia diventando un ulteriore peso elettorale. “La domanda è se la coalizione che appartiene soltanto al presidente potrà essere mobilitata per votare anche per gli altri”, ha concluso.


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Garmin CIRQA Smart Band ufficiale: la nuova smart band per monitorare salute, fitness e benessere


Garmin amplia la propria gamma di dispositivi wearable con CIRQA Smart Band, una nuova smart band progettata per il monitoraggio della salute, del sonno e dell'attività fisica. Scopri caratteristiche, funzioni e tutte le novità del nuovo tracker dedicato al benessere quotidiano
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Garmin ha annunciato CIRQA Smart Band, il suo primo tracker con funzionalità avanzate dedicate al fitness e alla salute, senza schermo e senza abbonamento. Progettata per aiutare le persone ad adottare uno stile di vita ancora più sano, CIRQA Smart Band ha una durata della batteria fino a 10 giorni e offre una fotografia dettagliata dello stato di salute e delle attività, con dati che possono essere visualizzati e approfonditi in qualsiasi momento tramite l'app Garmin Connect.

Design perfetto per la quotidianità


Il design essenziale aiuta a ridurre al minimo le distrazioni e a monitorare importanti metriche legate al benessere e alla performance. Privo di schermo, rileva e registra automaticamente molteplici attività. Queste possono poi essere visualizzate e modificate in Garmin Connect e, se confermate o modificate, la Smart Band si adatta così da classificarle in modo più accurato in futuro.
La Smart Band può essere indossata al polso o al braccio in base all'allenamento, e durante il sonnoLa Smart Band può essere indossata al polso o al braccio in base all'allenamento, e durante il sonno

Monitoraggio dello stato di salute


Se indossata tutto il giorno e di notte, CIRQA Smart Band fornisce un quadro completo sulla salute. Essa permette, infatti, di monitorare metriche quali frequenza cardiaca, Body Battery, Pulse Ox², livelli di stress, temperatura cutanea e altro ancora e di visualizzare immediatamente i propri dati in Garmin Connect.
Disponibile in colori neutri e vivaci come Citron Gray, Mauve, French Gray, Dark Olive, Captain Blue, French Blue e Black Disponibile in colori neutri e vivaci come Citron Gray, Mauve, French Gray, Dark Olive, Captain Blue, French Blue e Black
Grazie al suo design ergonomico, CIRQA Smart Band può essere indossata comodamente anche di notte, per comprendere la qualità e l'efficacia del riposo. Questa Smart Band fornisce dati completi tra cui analisi dettagliata delle fasi del sonno, punteggio del sonno, indicazioni sulla durata ottimale del riposo, variabilità della frequenza cardiaca, frequenza respiratoria e rilevamento dei sonnellini - il tutto immediatamente disponibile nell'app Garmin Connect.

Monitoraggio delle attività


Oltre a tenere traccia dei passi quotidiani, delle calorie bruciate e molte altre metriche, CIRQA Smart Band offre funzionalità avanzate per il fitness: in particolare, il wearable un sistema di monitoraggio dell'attività fisica particolarmente completo, capace di riconoscere automaticamente e registrare oltre 80 discipline sportive, tra cui padel, boxe, camminata, corsa, ciclismo, yoga e numerose altre attività, con la possibilità di avviare rapidamente il proprio allenamento preferito tramite il pulsante laterale.
La fascia in tessuto assicura il massimo comfort per l'uso quotidianoLa fascia in tessuto assicura il massimo comfort per l'uso quotidiano
Per chi desidera migliorare le proprie prestazioni, la smart band integra avanzate metriche di allenamento come Training Readiness, che valuta il livello di preparazione fisica suggerendo se affrontare un allenamento intenso o privilegiare il recupero, insieme a HRV Status, VO2 Max e Training Status, strumenti che consentono di analizzare la risposta dell'organismo allo sforzo e verificare l'efficacia del programma di allenamento. Al termine di ogni sessione, il dispositivo fornisce inoltre informazioni dettagliate sui benefici ottenuti e sui tempi di recupero necessari prima di tornare ad allenarsi, aiutando a ridurre il rischio di sovraccarico.

Sony FX5 ufficiale: Cinema Line con Open Gate e RAW
Sony amplia la famiglia Cinema Line con la nuova FX5, una telecamera professionale progettata per filmmaker e content creator
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Collegandosi al GPS di uno smartphone compatibile Android o iPhone, Garmin CIRQA Smart Band è in grado di registrare con precisione percorsi, distanza e velocità durante camminate, corse e uscite in bicicletta all'aperto, mentre la funzione LiveTrack, disponibile tramite l'app Garmin Connect, permette ad amici e familiari di seguire in tempo reale la posizione dell'utente, offrendo un ulteriore livello di sicurezza durante le attività outdoor.

Disponibilità


Disponibile per l'acquisto su Garmin.com, CIRQA Smart Band ha un prezzo di 199,99 euro.

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Sony FX5 è ufficiale: la nuova telecamera Cinema Line punta su Open Gate, RAW interno e prestazioni professionali


Sony ha presentato la “FX5”, la nuova telecamera full-frame della serie Cinema Line. La telecamera è dotata di un sensore di immagine CMOS fully-stacked di nuova concezione e migliora ulteriormente le prestazioni in termini di sensibilità. La telecamera è in grado di riprendere in 5K fino a 60 fotogrammi al secondo, in 4K fino a 120 fotogrammi al secondo e in FHD fino a 240 fotogrammi al secondo. Queste caratteristiche uniscono la resa della gamma Cinema Line e l’operatività progettata per soddisfare le esigenze degli ambienti di produzione in un corpo compatto e altamente portatile. Alla telecamera si affiancano anche due nuovi accessori opzionali: un mirino OLED rimovibile e un’impugnatura XLR che consente la registrazione direttamente nella fotocamera fino a 96 kHz, 32--bit float.

Caratteristiche principali dell’FX5


La fotocamera è dotata di un sensore d’immagine full-frame CMOS Exmor RS fully-stacked e del più recente processore di elaborazione d’immagine ad alta velocità BIONZ XR2, che include un'unità di elaborazione AI dedicata. Tre valori ISO di base (ISO 800, ISO 4000 e ISO 12800) consentono di ottenere immagini a basso rumore in un’ampia varietà di condizioni. La funzione Dual Gain Shooting, supportata per la prima volta nella serie FX, massimizza le prestazioni del sensore di immagine per consentire una riproduzione fluida delle gradazioni con una latitudine ancora più ampia, riducendo al contempo efficacemente il rumore, senza compromettere i dettagli nelle ombre.
youtube.com/embed/2sgrsZfxSac?…
Per la prima volta nella serie FX, la telecamera supporta la lettura full- pixel in formato 3:2 su tutta l’area del sensore di immagine, ovvero la ripresa Open Gate, oltre a un’ampia varietà di modalità di lettura dell’immagine, tra cui 17:9, 16:9 e Super 35 mm. Inoltre, il supporto alla registrazione integrata in X-OCN, il formato RAW lineare a 16 bit proprietario di Sony, consente registrazioni di alta qualità senza la necessità di un registratore esterno.

Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8: tutte le novità
Samsung rinnova la sua famiglia di smartphone pieghevoli con Galaxy Z Fold8 Ultra, Galaxy Z Fold8 e Galaxy Z Flip8. Ecco tutte le novità su design, Galaxy AI, prestazioni e funzionalità pensate per adattarsi a ogni stile di vita
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Il riconoscimento dei soggetti tramite la tecnologia di rilevamento della posa umana, basata sull’intelligenza artificiale, consente alla telecamera di rilevare con precisione non solo la posizione degli occhi di una persona, ma anche quella del corpo e della testa, garantendo elevate prestazioni dell’autofocus anche in ambienti bui. La fotocamera supporta inoltre il tracciamento in tempo reale, che segue automaticamente i soggetti e consente una messa a fuoco stabile.
La telecamera presenta un corpo compatto e leggero con un design piatto nella parte superiore
La telecamera supporta una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristretti; è inoltre dotata di stabilizzazione ottica dell’immagine a 5 assi integrata nel corpo macchina. in aggiunta, la fotocamera dispone del Dynamic Active Mode, che consente di ottenere immagini stabili anche durante le riprese a mano libera. Se abbinata all’impugnatura XLR di nuova concezione, la videocamera supporta registrazioni audio di alta qualità fino a 96 kHz, 32-bit float e 4 canali audio. È inoltre compatibile con il mirino OLED inclinabile opzionale da 0,58 pollici, che consente un controllo accurato anche in ambienti molto luminosi.
La telecamera supporta in modo flessibile una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristrettiLa telecamera supporta in modo flessibile una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristretti
La telecamera è dotata di un display LCD con apertura laterale e rotazione multiangolare a 4 assi con pannello touch da 3,5 pollici, circa 2,76 milioni di punti e formato 16:9. Utilizza un display ad alta luminosità con regolazione della luminosità in 15 livelli, ed è possibile visualizzare varie informazioni di ripresa lungo i bordi superiore, inferiore, sinistro e destro dello schermo, in modo che non si sovrappongano all’immagine ripresa.

Caldo estivo e smartphone: i consigli di Swappie per proteggere la batteria
Le temperature elevate possono mettere a dura prova lo smartphone, causando surriscaldamento, cali di prestazioni e un deterioramento più rapido della batteria
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Elevata affidabilità


Una ventola di raffreddamento ad alta efficienza con prestazioni di raffreddamento potenziate e un design ottimizzato per la dissipazione del calore garantiscono un funzionamento stabile anche durante registrazioni video di lunga durata. Insieme al design resistente alla polvere e all’umidità, questa caratteristica garantisce l’affidabilità nelle riprese all’aperto e in condizioni ambientali difficili. La telecamera è compatibile con la batteria ricaricabile ad alta capacità “NP-SA100” (2670 mAh), è dotata di due porte USB Type-C.

Disponibilità


La Sony FX5 è già disponibile in preordine e sarà in vendita da agosto.

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Castello d’Annone, scontro sui migranti


L’ex “polveriera” dell’Aeronautica diventa un centro di frontiera per chi è appena sbarcato. La Regione era contraria, ma ha cambiato idea. Il sindaco Valfrè dice di averlo saputo dai giornali

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L’Astigiano attende da anni il famoso retroporto logistico per rilanciare le imprese e l’economia del territorio, ma nell’attesa della burocrazia romana si ritrova con l’unico “retroporto” della regione destinato alle persone migranti. Una “banchina a secco” in mezzo alle colline dove “scaricare” le navi delle ONG approdate a Genova e Savona, trasformando un’ex caserma militare nell’unico presidio piemontese per le PAF, le Procedure accelerate di frontiera.

Sotto il sole rovente di un pomeriggio di luglio, nel piazzale della polveriera di Castello d’Annone – un ex deposito dell’Aeronautica Militare dove hanno fatto il militare un bel po’ di astigiani illustri, a partire da Paolo Conte – è andata in scena una pièce del teatro della politica, con il presidente della Regione Alberto Cirio a vestire i panni di un moderno Carlo Alberto “Re Tentenna”: sarà per il troppo tempo trascorso tra i palazzi della Torino sabauda, lontano dalla proverbiale concretezza della sua Alba, ma il presidente della Regione è riuscito prima a tuonare furioso contro Roma, e poi a fare una rocambolesca retromarcia nel giro di ventiquattr’ore.

Il cortocircuito è iniziato quando l’opposizione ha stanato una circolare del Ministero dell’Interno che dispone la riconversione del vecchio Centro di accoglienza straordinaria (CAS) in un PAF: una struttura blindata di detenzione amministrativa per 72 persone in attesa di asilo o di rimpatrio entro dodici settimane. A far scoppiare il caso è stato il consigliere comunale del Partito Democratico Michele Miravalle. «Abbiamo scoperto in maniera quasi carbonara che le nuove norme del Patto europeo sull’immigrazione riguarderanno da vicino anche l’Astigiano», ha scritto sui social. «Il fenomeno migratorio è complesso, ad Asti abbiamo esempi virtuosi di gestione. Ora scopriamo che arriverà una grande “gabbia” che non risolverà nulla. Servono invece risposte chiare a domande precise».

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Italia e USA firmano il Pax Silica, Apple prepara tre nuovi device, Mythos rompe due sistemi crittografici


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon giovedì,
oggi parleremo del nuovo accordo di nome Pax Silica tra Italia e Stati Uniti. Poi vedremo i tre nuovi dispositivi per la casa firmati Apple; parleremo di un'altra grossa violazione da parte di Mythos, che questa volta riguarda sistemi di crittografia, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Intro + Prima notizia - Ep. 374 - Giovedì 30 luglio
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Le news di oggi, selezionate a mano.

Italia e Stati Uniti firmano l'accordo Pax Silica sulle filiere AI


Politica
Italia e Stati Uniti firmeranno venerdì a Brindisi un accordo di cooperazione su Pax Silica, che è l’iniziativa americana che coordina i Paesi alleati per rendere le filiere dell’intelligenza artificiale meno dipendenti dai soliti pochi paesi fornitori. L’accordo riguarda semiconduttori, minerali critici, manifattura avanzata e modelli AI. L’Italia avrebbe dovuto aderire già a giugno a Miami, ma il viaggio del ministro Antonio Tajani fu annullato dopo le tensioni tra Roma e Washington sul sostegno italiano alla guerra in Iran.
~
Fonte: Reuters
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Apple sta preparando tre nuovi dispositivi per la casa


Big tech
Il principale device in progettazione è un hub con display quadrato da circa 7 pollici costruito attorno al nuovo assistente Siri AI. L'hub usa un sistema operativo derivato da tvOS con icone, widget e app. Include videochiamate FaceTime, monitoraggio della sicurezza domestica, interfono tra dispositivi Apple e controllo di elettrodomestici smart. Il riconoscimento facciale identifica chi guarda lo schermo e adatta in tempo reale contenuti e dimensioni dell'interfaccia. Le versioni sono due: una da tavolo con base a semicupola e una da parete con aggancio magnetico. Arrivano anche una nuova Apple TV e un HomePod mini aggiornato con processori più veloci per Siri AI. I prezzi sono 199 e 129 dollari. Apple TV e HomePod mini escono in autunno. L'hub arriva tra ottobre e inizio 2027. I lanci erano in programma dal 2024 ma il nuovo Siri è slittato più volte per problemi di ingegneria e qualità. Seguiranno una versione robotica dell'hub con schermo da 9 pollici e braccio mobile e una videocamera di sicurezza in concorrenza con Ring di Amazon. L'hub sfiderà l'Echo Show di Amazon e il Nest Hub di Google.
~
Fonte: Bloomberg
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Il prezzo è un'offerta lancio per i soli spot prenotati fino al 7 di agosto.

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Mythos ha violato una versione indebolita dell'algoritmo AES che protegge internet


Cybersecurity
Claude Mythos di Anthropic ha trovato nuovi metodi per attaccare versioni indebolite di due sistemi di crittografia dati: AES e HAWK. Nel caso di AES, il modello ha inizialmente rifiutato il problema perché riteneva impossibile migliorare i metodi di analisi esistenti. Dopo alcune sollecitazioni ha elaborato l'attacco in circa una settimana in modo quasi autonomo. Due ricercatori hanno impiegato quasi un mese per verificarne la correttezza. Il metodo trovato dal modello è da 200 a 1.000 volte più veloce delle migliori tecniche precedenti. Mythos ha migliorato anche un attacco contro HAWK, che è un sistema crittografico progettato per resistere ai computer quantistici ed è in valutazione al NIST come possibile nuovo standard. Anthropic ha condiviso i risultati con il governo USA e i partner industriali prima della pubblicazione. I modelli originali (non indeboliti) non sono attualmente a rischio.
~
Fonte: The New York Times
Alternativa in italiano: non pervenuta

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DoorDash sta costruendo il suo sistema di delivery con droni proprietario


Robotica
DoorDash Air
è il nuovo servizio di consegne con droni di DoorDash. I velivoli sono progettati internamente dal team di robotica e opereranno tramite l'app di consegne. La società ha ottenuto dalla FAA la certificazione Part 135 per operare consegne commerciali con droni negli Stati Uniti. Non c'è una tempistica precisa. Le operazioni inizieranno con programmi pilota su brevi distanze in cui i droni restano in vista dell'operatore. Per i voli autonomi su distanze maggiori serve l'approvazione FAA della tecnologia Beyond Visual Line of Sight. Amazon, Wing e Zipline l'hanno già ottenuta. DoorDash mantiene le partnership esistenti con Wing di Alphabet e Flytrex. Con Wing consegna con droni in Australia dal 2022 e a Dallas-Fort Worth dal 2024. Il software Autonomous Delivery Platform decide in tempo reale se affidare una consegna a fattorini umani, droni o al robot da marciapiede Dot. Dot è attivo in alcuni sobborghi di Phoenix e a Fremont, in California.
~
Fonte: TechCrunch
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Le aziende AI hanno comprato e distrutto libri rari per addestrare i modelli


Intelligenza Artificiale
Secondo un'inchiesta di 404 media, le aziende AI stanno comprando in grandi quantità libri fisici usati, li scansionano per addestrare i modelli e poi li distruggono. ISBNdb gestisce il più grande database di libri al mondo e ora aiuta le aziende AI a comprare in blocco da 1.000 a un milione di libri per ordine. Il servizio garantisce l'anonimato degli acquirenti. I libri stampati prima del 2022 non contengono testo generato dall'AI e per questo valgono come dati di addestramento puliti. Secondo una sentenza federale del 23 giugno 2025, Anthropic ha usato una taglierina idraulica per staccare le pagine dai libri comprati dai rivenditori e scanner industriali per digitalizzarle. Si parla di milioni di libri in un'operazione che Anthropic ha chiamato internamente il tentativo di «scansionare distruttivamente tutti i libri del mondo». La first-sale doctrine permette all'acquirente di disporre liberamente di una copia acquistata. Un giudice ha ritenuto la digitalizzazione un atto "trasformativo" e quindi compatibile con il fair use. Un piccolo libraio è passato ad aprile da circa 20 libri venduti a settimana a centinaia e attribuisce gli acquisti ai laboratori AI. Il suo inventario include libri rari e fuori catalogo e alcune copie distrutte potrebbero essere tra le ultime esistenti.
~
Fonte: Futurism
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Letture interessanti


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Il futuro dell'IA è per tutti


wsj.com (eng)

Nella Silicon Valley cresce la rivolta contro Anthropic


wsj.com (eng)

Non serve essere intelligenti se si sa pensare con chiarezza


seangoedecke.com (eng)

Perché DoorDash, Instacart e Uber Eats hanno integrato gli LLM nella ricerca in tre modi diversi


blog.bytebytego.com (eng)

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Notizie veloci


In lingua inglese.

La FCC vieta robot e inverter stranieri per timori legati alla Cina


thenextweb.com (eng)

Apple verso la crescita delle vendite più forte degli ultimi 5 anni nel trimestre di giugno


reuters.com (eng)

Apple: la proposta britannica sull'App Store equivale a una regolamentazione dei prezzi


reuters.com (eng)

Video del giorno

youtube.com/embed/XuoqKYxDHVc?…

The Economist intervista Elon Musk


Questa intervista sta andando virale perché la giornalista Zanny Minton Beddoes, editor-in-chief dell'Economist incalza Elon Musk con domande taglienti. In generale vale la pena guardare l'intera intervista.

Vedi video su youtube.com (eng - 1:25:06)

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Le aziende AI hanno comprato e distrutto libri rari per addestrare i modelli


Ordini anonimi fino a un milione di copie.
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In breve:


Secondo un'inchiesta di 404 media, le aziende AI stanno comprando in grandi quantità libri fisici usati, li scansionano per addestrare i modelli e poi li distruggono. ISBNdb gestisce il più grande database di libri al mondo e ora aiuta le aziende AI a comprare in blocco da 1.000 a un milione di libri per ordine. Il servizio garantisce l'anonimato degli acquirenti. I libri stampati prima del 2022 non contengono testo generato dall'AI e per questo valgono come dati di addestramento puliti. Secondo una sentenza federale del 23 giugno 2025, Anthropic ha usato una taglierina idraulica per staccare le pagine dai libri comprati dai rivenditori e scanner industriali per digitalizzarle. Si parla di milioni di libri in un'operazione che Anthropic ha chiamato internamente il tentativo di «scansionare distruttivamente tutti i libri del mondo». La first-sale doctrine permette all'acquirente di disporre liberamente di una copia acquistata. Un giudice ha ritenuto la digitalizzazione un atto "trasformativo" e quindi compatibile con il fair use. Un piccolo libraio è passato ad aprile da circa 20 libri venduti a settimana a centinaia e attribuisce gli acquisti ai laboratori AI. Il suo inventario include libri rari e fuori catalogo e alcune copie distrutte potrebbero essere tra le ultime esistenti.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

AI Companies Are Buying Antique Books, Ingesting Their Contents to Train Models, and Then Destroying Them at Incredible Scale
AI companies are quietly obtaining rare books, ingesting their contents, and then destroying them -- even if they're exceedingly rare.
FuturismFrank Landymore


Alternativa in italiano:

Comprare vecchi libri per distruggerli: come le IA cercano testo non contaminato
ISBNdb vende ai laboratori IA libri stampati prima del 2022, gli unici garantiti privi di testo sintetico e delle trappole piazzate dagli autori. La scansione però distrugge i volumi, e i committenti restano protetti da NDA.
Hardware Upgrade

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Apple sta preparando tre nuovi dispositivi per la casa


Ruotano attorno a Siri AI.
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In breve:


Il principale device in progettazione è un hub con display quadrato da circa 7 pollici costruito attorno al nuovo assistente Siri AI. L'hub usa un sistema operativo derivato da tvOS con icone, widget e app. Include videochiamate FaceTime, monitoraggio della sicurezza domestica, interfono tra dispositivi Apple e controllo di elettrodomestici smart. Il riconoscimento facciale identifica chi guarda lo schermo e adatta in tempo reale contenuti e dimensioni dell'interfaccia. Le versioni sono due: una da tavolo con base a semicupola e una da parete con aggancio magnetico. Arrivano anche una nuova Apple TV e un HomePod mini aggiornato con processori più veloci per Siri AI. I prezzi sono 199 e 129 dollari. Apple TV e HomePod mini escono in autunno. L'hub arriva tra ottobre e inizio 2027. I lanci erano in programma dal 2024 ma il nuovo Siri è slittato più volte per problemi di ingegneria e qualità. Seguiranno una versione robotica dell'hub con schermo da 9 pollici e braccio mobile e una videocamera di sicurezza in concorrenza con Ring di Amazon. L'hub sfiderà l'Echo Show di Amazon e il Nest Hub di Google.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

New Apple TV 4K Box, HomePod mini and Siri AI Smart Home Hub Are Coming - Bloomberg
Apple Inc., after spending years as a laggard in the smart home market, is preparing a dramatic new push into the category with fresh devices and software.
Bloomberg


Alternativa in italiano:

Apple sfida Echo Show e Nest Hub con lo smart display di Siri AI
Nuovi prodotti per la casa da Apple: un display con Siri AI, set-top box, HomePod mini e, in futuro, anche braccia robotiche e telecamere.
Punto Informatico

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Italia e Stati Uniti firmano l'accordo Pax Silica sulle filiere AI


Dovevano firmare a giugno ma le tensioni tra i due governi non lo hanno permesso.
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In breve:


Italia e Stati Uniti firmeranno venerdì a Brindisi un accordo di cooperazione su Pax Silica, che è l’iniziativa americana che coordina i Paesi alleati per rendere le filiere dell’intelligenza artificiale meno dipendenti dai soliti pochi paesi fornitori. L’accordo riguarda semiconduttori, minerali critici, manifattura avanzata e modelli AI. L’Italia avrebbe dovuto aderire già a giugno a Miami, ma il viaggio del ministro Antonio Tajani fu annullato dopo le tensioni tra Roma e Washington sul sostegno italiano alla guerra in Iran.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Italy, US to sign off on Pax Silica AI initiative after spat with Trump | Reuters
Italy and the United States on Friday will sign off on ​a cooperation agreement on the so-called ‌Pax Silica initiative on artificial intelligence supply chains, a statement from Rome's foreign ministry said ​on Wednesday.
Reuters


Alternativa in italiano:

L'Italia firma a Brindisi la dichiarazione della "Pax Silica" con gli Stati Uniti
Iniziativa di cooperazione tra partner internazionali e settore privato nelle catene di approvvigionamento per le tecnologie avanzate
RaiNews

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Mythos ha violato una versione indebolita dell'algoritmo AES che protegge internet


Attacco 1.000 volte più veloce della ricerca umana
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In breve:


Claude Mythos di Anthropic ha trovato nuovi metodi per attaccare versioni indebolite di due sistemi di crittografia dati: AES e HAWK. Nel caso di AES, il modello ha inizialmente rifiutato il problema perché riteneva impossibile migliorare i metodi di analisi esistenti. Dopo alcune sollecitazioni ha elaborato l'attacco in circa una settimana in modo quasi autonomo. Due ricercatori hanno impiegato quasi un mese per verificarne la correttezza. Il metodo trovato dal modello è da 200 a 1.000 volte più veloce delle migliori tecniche precedenti. Mythos ha migliorato anche un attacco contro HAWK, che è un sistema crittografico progettato per resistere ai computer quantistici ed è in valutazione al NIST come possibile nuovo standard. Anthropic ha condiviso i risultati con il governo USA e i partner industriali prima della pubblicazione. I modelli originali (non indeboliti) non sono attualmente a rischio.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Anthropic A.I. Model Finds Flaws in Tough-to-Crack Encryption Algorithms
A leading A.I. model built by Anthropic has found flaws in a weakened version of a digital encryption standard that is in pervasive use throughout the internet, the company’s researchers said Tuesday, underscoring the potential risks to global cybersecurity posed by…
The New York Times


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DoorDash sta costruendo il suo sistema di delivery con droni proprietario


Ottenuta la certificazione FAA per operare negli USA.
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In breve:


DoorDash Air è il nuovo servizio di consegne con droni di DoorDash. I velivoli sono progettati internamente dal team di robotica e opereranno tramite l'app di consegne. La società ha ottenuto dalla FAA la certificazione Part 135 per operare consegne commerciali con droni negli Stati Uniti. Non c'è una tempistica precisa. Le operazioni inizieranno con programmi pilota su brevi distanze in cui i droni restano in vista dell'operatore. Per i voli autonomi su distanze maggiori serve l'approvazione FAA della tecnologia Beyond Visual Line of Sight. Amazon, Wing e Zipline l'hanno già ottenuta. DoorDash mantiene le partnership esistenti con Wing di Alphabet e Flytrex. Con Wing consegna con droni in Australia dal 2022 e a Dallas-Fort Worth dal 2024. Il software Autonomous Delivery Platform decide in tempo reale se affidare una consegna a fattorini umani, droni o al robot da marciapiede Dot. Dot è attivo in alcuni sobborghi di Phoenix e a Fremont, in California.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

DoorDash is building its own drone delivery business | TechCrunch
DoorDash has received FAA approval to operate a commercial drone delivery service in the United States.
TechCrunchKirsten Korosec


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L'economia americana si regge sempre di più sul boom dell'intelligenza artificiale


La Borsa americana vale 75.000 miliardi di dollari, due volte e mezzo il Pil, e metà della crescita dell'S&P 500 arriva dai titoli legati all'IA. Se la bolla scoppia, il rischio è una recessione

Nel mondo della finanza si ripete da decenni che la Borsa non è l'economia: i prezzi delle azioni possono crollare senza che occupazione e consumi ne risentano. Secondo un'analisi del New York Times, negli Stati Uniti questa distinzione vale sempre meno, perché il mercato azionario e l'economia reale dipendono ormai dalla stessa scommessa sull'intelligenza artificiale.

Il valore complessivo della Borsa americana ha superato i 75.000 miliardi di dollari, più del doppio rispetto a dieci anni fa e circa due volte e mezzo il prodotto interno lordo degli Stati Uniti, un rapporto mai raggiunto prima. A trainare i listini sono soprattutto i titoli legati all'intelligenza artificiale: secondo Adam Turnquist, capo stratega tecnico della società di consulenza finanziaria LPL Financial, valgono circa metà della crescita registrata quest'anno dall'S&P 500, il principale indice della Borsa americana. "Sta diventando un'unica grande scommessa sull'intelligenza artificiale", ha detto al New York Times.

Il boom non gonfia solo i prezzi delle azioni. Le aziende stanno investendo migliaia di miliardi di dollari in fabbriche di semiconduttori, data center, centrali elettriche e reti di trasmissione. La ricchezza creata dai rialzi di Borsa spinge poi i consumi, soprattutto quelli degli americani più ricchi, più disposti a spendere in vacanze, elettronica e ristoranti costosi quando i loro portafogli azionari si rivalutano. Questi investimenti e questi consumi hanno aiutato l'economia americana ad attraversare anni di inflazione, dazi e tensioni geopolitiche.

La dipendenza da un solo settore è però anche una vulnerabilità. Il sondaggio mensile di luglio di Bank of America tra i gestori di fondi di tutto il mondo indica lo scoppio della bolla dell'intelligenza artificiale come il principale rischio per i mercati finanziari. "La cosa che ha tenuto in piedi tutto è la storia dell'intelligenza artificiale", ha detto Torsten Slok, capo economista della società di investimento Apollo Global Management.

In passato nemmeno i crolli più violenti hanno avuto grandi conseguenze sull'economia reale. Nel "lunedì nero" del 1987 l'indice Dow Jones perse più del 20 per cento in un giorno, il record di sempre, ma disoccupazione e prodotto interno lordo quasi non si mossero. Oggi potrebbe andare diversamente per le dimensioni raggiunte dal mercato. La ricerca economica ha calcolato che per ogni 100 dollari guadagnati in Borsa gli investitori spendono circa 3 dollari in più in beni e servizi, un fenomeno noto come "effetto ricchezza". L'effetto funziona anche al contrario: ai valori attuali, un calo del 30 per cento delle azioni potrebbe togliere quasi 700 miliardi di dollari ai consumi, abbastanza da provocare una recessione o da avvicinarla molto. Gabriel Chodorow-Reich, economista di Harvard che studia il fenomeno, ha detto che è proprio quando il mercato sembra ai massimi che l'effetto ricchezza può fare più male.

L'altra anomalia è la concentrazione. Le cosiddette "Magnifiche Sette", cioè Meta, Alphabet, Amazon, Apple, Tesla, Nvidia e Microsoft, valgono da sole circa un quarto di tutte le società quotate negli Stati Uniti. Un inciampo di una di queste aziende avrebbe quindi ripercussioni ben oltre la finanza. Gli economisti descrivono lo scenario così: se gli investimenti nell'intelligenza artificiale rendessero meno del previsto, le aziende taglierebbero la spesa, i laboratori di IA e i loro fornitori ridurrebbero le previsioni di crescita e i mercati venderebbero. A quel punto raccogliere capitali diventerebbe più difficile e più caro, i progetti di data center e centrali elettriche verrebbero rinviati o cancellati, con licenziamenti nell'edilizia, mentre i consumatori più ricchi taglierebbero le spese. Il risultato sarebbe una recessione.

Un esito del genere non è inevitabile. Molte delle grandi aziende del settore hanno già raccolto enormi capitali e potrebbero continuare a investire anche se i finanziamenti si prosciugassero. Le imprese poi non smetterebbero di pagare per gli strumenti di intelligenza artificiale solo perché l'entusiasmo dei mercati si raffredda. Quando la bolla delle dot-com si sgonfiò, all'inizio degli anni Duemila, gli investitori spostarono i capitali verso l'immobiliare e altri settori. La recessione del 2001 fu breve e relativamente lieve. Allora però la Federal Reserve, la banca centrale americana, tagliò i tassi di interesse in modo aggressivo e contenne la crisi dentro il settore tecnologico. Oggi, dopo cinque anni di inflazione elevata, avrebbe meno margine per farlo.

Prevedere quando una bolla scoppia è quasi impossibile. Alan Greenspan, l'allora presidente della Federal Reserve, parlò di "esuberanza irrazionale" dei mercati nel 1996 e la bolla delle dot-com resse per altri tre anni. Per molti economisti però il rischio di una recessione innescata dai mercati è reale e sta crescendo, perché gli investitori scommettono su una crescita così spettacolare che basterebbe una delusione modesta, una trimestrale sotto le attese o un progetto che tarda a ripagarsi, per far cambiare loro idea. "Se agli investitori viene detto che invece di cinque-sette anni ci vorranno 15-20 anni per ripagare gli investimenti, è una differenza molto grande", ha detto Ryan Cummings, capo dello staff dello Stanford Institute for Economic Policy Research, il centro di ricerca di politica economica dell'università di Stanford. Per ora, ha aggiunto, l'onere della prova è sugli scettici, ma un lento gocciolio di notizie deludenti potrebbe spostarlo sugli ottimisti.

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Perché ai Dem non basta l'estetica operaia per riconquistare la classe lavoratrice


Il caso Platner riapre il dibattito su come riconquistare la classe lavoratrice. Nel podcast GD Politics la studiosa Joan C. Williams spiega perché contano i valori, non lo stile
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La candidatura di Graham Platner al Senato per il Maine, naufragata dopo una serie di accuse, ha aperto nel Partito Democratico una discussione su come riconquistare gli elettori della classe lavoratrice.

Platner, allevatore di ostriche ed ex militare, era stato reclutato nell'estate del 2025 da due attivisti dell'area socialista-democratica, Daniel Moraff e Leanne Fan, in cerca di un candidato per sfidare la senatrice repubblicana Susan Collins. Come lo stesso Platner ha raccontato a Jon Stewart, alcune persone che da mesi lavoravano nel Maine con l'AFL-CIO (la principale confederazione sindacale americana) si presentarono a casa sua a fine luglio. Cercavano "una persona della classe lavoratrice" da candidare su "politiche economiche da classe lavoratrice".

Nel giro di poche settimane lo convinsero a correre promettendogli l'appoggio del senatore Bernie Sanders. Platner annunciò la candidatura a metà agosto e ottenne quell'appoggio entro il Labor Day, la festa del lavoro americana di inizio settembre. Moraff ha poi ammesso al Wall Street Journal che nessuno aveva fatto una verifica approfondita sul passato del candidato.

Il giornalista Galen Druke ha dedicato alla vicenda una puntata del suo podcast GD Politics. La sua ospite era Joan C. Williams, docente di diritto alla University of California Law San Francisco, autrice di Outclassed: How the Left Lost the Working Class and How to Win Them Back e tra le più note studiose del rapporto tra classe sociale e politica negli Stati Uniti.

Williams sostiene che i democratici continuino a confondere l'estetica della classe lavoratrice con i suoi valori. Reclutare candidati che sembrano operai serve a poco, se il partito non rispetta il modo in cui quegli elettori vedono il mondo.

La classe lavoratrice, nella definizione di Williams, non coincide con i poveri, cioè con il 30% più basso delle famiglie per reddito. È il 50% centrale, senza laurea. Sono persone con lavori di routine, ancora stabili economicamente ma spaventate dall'idea di scivolare fuori dalla classe media.

Nel 2016 l'etichetta usata nelle analisi del voto, "elettori senza laurea", fece pensare ai più poveri. Il consenso del presidente Donald Trump, spiega la studiosa, viene invece da questo ceto intermedio.

"Indossare un costume non è un buon modo per conquistare nessun elettore, tanto meno quelli della classe lavoratrice", ha detto Williams nel podcast. Queste persone riconoscono subito chi finge. Cercare candidati di origine operaia resta però una buona idea, visto che un tempo al Congresso ce n'erano molti e oggi sono quasi scomparsi.

Il rischio, per Williams, è che il partito finisca per selezionare "una caricatura da classe medio-alta" dell'americano operaio.

Il Center for Working Class Politics, un centro di ricerca specializzato in questi temi, ha rilevato che i candidati di origine operaia piacciono davvero di più agli elettori della classe lavoratrice. In un suo rapporto il profilo più apprezzato era però l'insegnante di scuola media, seguito da magazziniere, medico, piccolo imprenditore e infermiere. L'operaio edile veniva solo dopo.

La mascolinità ruvida e spavalda che Williams chiama "bad but bold" (cattiva ma audace) accomuna Platner al senatore John Fetterman. A volte funziona, Platner era popolarissimo prima di autodistruggersi, ma quel modello porta con sé uno spirito di opposizione permanente che lo rende rischioso.

Un sondaggio del New York Times sulla corsa in Maine, ricordato da Druke nel podcast, dava Platner sotto di 21 punti rispetto a Collins tra gli elettori senza laurea. Un democratico generico, nella stessa rilevazione, perdeva di 9 punti contro un repubblicano generico. Il candidato scelto per incarnare la classe lavoratrice andava quindi molto peggio di un democratico qualsiasi proprio tra quegli elettori.

Secondo un'analisi citata nel podcast, Platner piaceva soprattutto agli abitanti del Maine in ascesa sociale, attratti da un'estetica operaia idealizzata.

Williams riassume in cinque punti i valori di queste famiglie e il primo è la sicurezza economica e personale. "Le élite si preoccupano della fine del mondo, noi della fine del mese", diceva un cartello dei gilet gialli francesi citato dalla studiosa.

La stabilità economica non è un dato di fatto per chi ha visto la quota del PIL destinata ai lavoratori americani scendere dal 70% al 54% circa in pochi decenni. E la sicurezza fisica, scontata nei quartieri benestanti, per queste famiglie è una priorità: per questo la criminalità e il disordine al confine sono temi tanto sensibili.

Gli altri quattro valori sono l'autodisciplina al posto della realizzazione personale (i loro impieghi chiedono puntualità e concretezza, non offrono percorsi di crescita individuale), il radicamento e il patriottismo al posto del cosmopolitismo, il parlare semplice al posto della sofisticatezza e il tradizionalismo, fondato su fede e famiglia.

Sul radicamento Williams ha raccontato un aneddoto personale. L'epigrafe del suo libro è in spagnolo e lei si rifiutò di tradurla, salvo accorgersi mesi dopo che quella scelta era il suo modo da élite di esibire cosmopolitismo. "Se sei un venditore di pneumatici sposato con una contabile in Indiana, sei orgoglioso di essere americano", ha detto.

Il governatore del Kentucky Andy Beshear è, per Williams, l'esempio di come ci si connette a questi valori senza travestimenti. Parla spesso del sogno americano e ha portato nello stato il più grande investimento privato della sua storia.

Beshear usa poi l'anti-elitismo. Chiama la legge di bilancio "the big ugly bill" (la grande legge brutta) e la collega ai tagli fiscali per i milionari e ai tagli a Medicaid, il programma sanitario pubblico per i redditi bassi. Cita quanti lavoratori saranno licenziati e quanti ospedali rurali chiuderanno. E quanti abitanti del Kentucky perderanno l'assistenza sanitaria.

Il governatore ribalta anche l'accusa di condiscendenza che i repubblicani rivolgono da anni ai democratici. Ricorda che è Trump a mancare di rispetto ai militari, mentre il vicepresidente JD Vance guarda dall'alto in basso l'America rurale. E ripete che un politico deve "parlare come un essere umano normale". Quando spiega perché fa politica cita la famiglia, la fede e la regola d'oro, un'etica del servizio.

Williams contrappone a Beshear un video del governatore della California Gavin Newsom, che nei primi cinque minuti citava due libri da intellettuali e parlava di sviluppo personale, l'etica dell'autorealizzazione tipica delle élite. Meglio, secondo la studiosa, lo stile della governatrice del Michigan Gretchen Whitmer, che ripete di non essere "più intelligente o più importante di nessun altro".

Il partito teme anche di perdere gli uomini. Prima dei suoi guai Williams definiva John Fetterman "il maestro della mascolinità", oggi assegna il titolo al senatore della Georgia John Ossoff, un ex documentarista.

Nell'audizione di conferma di Jay Clayton, scelto da Trump per un incarico di governo, Ossoff lo ha incalzato più volte chiedendogli chi avesse vinto le elezioni del 2020. Non è la spavalderia operaia di Platner, dice Williams, ma è comunque assertività maschile.

Uno studio citato da Williams stima che metà dei voti persi dai democratici tra gli elettori senza laurea negli ultimi decenni dipenda da uno spostamento di attenzione: dal garantire una vita stabile alle persone comuni alla redistribuzione verso i più poveri. I programmi sociali con soglie di reddito che escludono chi sta nel mezzo, dice la studiosa, mettono chi ha poco contro chi non ha niente.

Druke ha aggiunto che il partito parla ormai molto di poveri e marginalizzati e poco delle persone con una vita ordinaria, che negli Stati Uniti sono la maggioranza.

"New York non è il Kansas", ha risposto Williams a chi vede nel sindaco di New York Zohran Mamdani il modello da esportare. Lo considera un talento generazionale, ma anche Mamdani ha attratto più laureati che non laureati, con l'eccezione rilevante degli asiatici americani senza laurea.

La sua formula, che la studiosa chiama "la coalizione economica di Mamdani", unisce la rabbia dei lavoratori che scivolano fuori dalla classe media a quella dei giovani laureati, che non riescono a comprare casa e faticano perfino a pagare l'asilo o le cure mediche. Il mercato del lavoro per loro è già pessimo e l'intelligenza artificiale lo peggiorerà.

Il collante è l'economia, come nella vecchia formula "è l'economia, stupido" coniata decenni fa dallo stratega democratico James Carville. Entrambi i gruppi vedono bloccato l'accesso alla propria versione del sogno americano.

Sui temi culturali Williams sconsiglia sia la resa sia lo scontro frontale. I repubblicani, ha raccontato, hanno cercato il tema LGBTQ capace di danneggiare di più i democratici e hanno puntato sulla partecipazione delle ragazze trans allo sport femminile. I democratici hanno accettato il confronto su un terreno sfavorevole, visto che, come ha ricordato Druke, solo il 20% degli elettori della classe lavoratrice è favorevole alla loro presenza nelle squadre femminili.

Per Williams la risposta non è tacere sui diritti ma trovare i passi avanti che non scatenino una reazione di massa. Si può continuare a lavorare contro il razzismo nella polizia, dice, anche dopo aver abbandonato lo slogan "defund the police" (togliere i fondi alla polizia), che molti nel partito considerano ormai un errore. E ha citato una formula che attribuisce a Ossoff o a Beshear: "passerò l'80% del mio tempo sui temi che riguardano il 100% degli elettori".

Nel 2024 Trump aveva guadagnato terreno tra le famiglie con meno di 50.000 dollari di reddito, tra i neri, i latini e gli asiatici senza laurea e tra i giovani. Oggi, dice Williams, i giovani e gli elettori neri e latini senza laurea si stanno allontanando da lui. Più di recente lo stanno facendo anche i bianchi senza laurea.

Il problema è che i democratici restano ancora meno popolari del presidente e per rimontare, ha scherzato la studiosa, basterà fare un po' meno danni.

Williams si dice comunque più ottimista di quando cominciò a scrivere il libro, un anno prima della rielezione di Trump, convinta che sarebbe finita male. Nel partito, dice, c'è ormai consenso sulla necessità di riconnettersi con la classe lavoratrice. A bloccare i progressi resta il dibattito permanente tra spostarsi più a sinistra o verso il centro, per lei "categorie sbagliate".

La sua ricetta unisce un populismo economico anti-elitario al rispetto per i valori di chi non è laureato, senza "dare per scontato che le altre persone siano progetti che Dio vi ha messo sulla terra per illuminare".


I democratici del Maine scelgono Troy Jackson per sfidare Susan Collins


I democratici del Maine hanno scelto questa mattina Troy Jackson, ex presidente del Senato statale, come candidato contro la senatrice repubblicana Susan Collins. La convention straordinaria riunita a Bangor lo ha nominato con 566 voti su 571 delegati, dopo il ritiro di Graham Platner. L’unica altra candidata rimasta in corsa, la dirigente del settore biofarmaceutico Saundra Pelletier, ha ottenuto cinque voti.

Jackson aveva di fatto conquistato la nomination già il fine settimana precedente, quando i democratici dello Stato avevano approvato a larghissima maggioranza la lista di delegati da lui indicata. “Siamo sulla buona strada per ottenere il governo che ci meritiamo”, aveva dichiarato allora in un video rivolto ai sostenitori. Platner aveva abbandonato la corsa il 10 luglio, travolto da un’accusa di violenza sessuale che ha sempre respinto.

Convention democratica · Maine
I democratici del Maine scelgono Troy Jackson contro Susan Collins
Convention straordinaria di Bangor — voto dei 571 delegati
Focus America

CandidatoVoti%

Troy Jackson
Ex presidente del Senato statale

566
99,1%

Saundra Pelletier
Dirigente del settore biofarmaceutico

5
0,9%

571delegati
Voto concluso

Graham Platner si è ritirato dalla corsa prima del voto. Elaborazione di Focus America.

La scommessa progressista per conquistare il Senato


La scelta di Jackson rafforza l’ala sinistra del partito, che punta ancora una volta su un candidato progressista per sottrarre ai repubblicani uno dei seggi decisivi nella battaglia per la maggioranza al Senato. Collins è l’unica senatrice repubblicana chiamata a difendere il proprio seggio in uno Stato vinto da Kamala Harris nel 2024. Per conquistare il controllo del Senato a novembre, i democratici devono ottenere 4 seggi in più.

La campagna presenta Jackson come un taglialegna di quinta generazione e un “combattente di lungo corso per i diritti dei lavoratori”. A giugno si era classificato terzo alle primarie democratiche per la carica di governatore, sostenuto dal senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders. Il suo programma prevede il Medicare for All, la fine dei finanziamenti pubblici all’esercito israeliano, l’abolizione dell’Immigration and Customs Enforcement e una tutela federale del diritto all’aborto.

I repubblicani si preparano da settimane ad attaccare il candidato che avrebbe sostituito Platner, qualunque fosse stato il suo nome. Il giorno stesso della nomination, il Senate Leadership Fund, il comitato legato alla leadership repubblicana del Senato, ha annunciato un investimento da 42 milioni di dollari contro Jackson. Al candidato democratico restano ora 101 giorni per ridurre il vantaggio di Collins e provare a conquistare, nelle elezioni del 3 novembre, uno dei seggi da cui potrebbe dipendere il controllo del Senato.


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Come si può salvare il Partito Democratico americano


L'ex capo dei democratici del Wisconsin spiega a Politico perché il partito deve puntare su parlamenti e corti supreme statali e perché l'anno da temere non è il 2026 ma il 2030

Il futuro del Partito Democratico americano non si decide a Washington ma negli stati, nelle assemblee legislative locali e nelle corse per governatore. È la tesi di Ben Wikler, ex presidente del partito in Wisconsin, che l'ha spiegata in una lunga intervista pubblicata sabato da Politico, firmata dal suo principale editorialista politico Jonathan Martin.

L'occasione è il suo nuovo libro, This Is the Plan: How to End America's Meltdown and Save Democracy ("Questo è il piano: come fermare il tracollo dell'America e salvare la democrazia"), in parte autobiografia e in parte manuale. Wikler, che dopo la sconfitta del 2024 si è candidato senza successo alla guida del Comitato nazionale democratico, l'organo che dirige il partito, chiede ai democratici di dedicare alle proprie debolezze strutturali almeno la stessa attenzione che riservano all'ultima uscita del presidente Donald Trump.

Per anni, racconta, il dibattito nazionale del suo partito ha ignorato che le regole di base della politica americana si scrivono negli stati. Le controlla chi conquista una trifecta, termine preso in prestito dall'ippica. Significa tenere insieme la carica di governatore e le due camere del parlamento statale, cioè il potere pieno di approvare e cambiare le leggi. Chi firma una legge, ricorda Wikler, non è la stessa persona che la approva.

Il tracollo americano, sostiene, non è iniziato con la discesa in campo di Trump ma nel 2010, quando l'operazione repubblicana REDMAP strappò seggi nei parlamenti statali di tutto il paese. Quelle vittorie permisero al partito di ridisegnare i collegi elettorali a proprio favore e plasmarono il decennio successivo. Wikler si è formato politicamente in quella stagione, mentre il governatore repubblicano del Wisconsin Scott Walker azzerava il potere dei sindacati pubblici.

La maggioranza repubblicana alla Camera dei rappresentanti guidata dal suo presidente, lo speaker Mike Johnson, esiste secondo Wikler grazie a una vittoria per 401 voti in una corsa per la corte suprema del North Carolina. In Georgia molti elettori delle primarie democratiche per governatore hanno votato per Keisha Lance Bottoms ma hanno lasciato in bianco le caselle della corte suprema statale. I democratici hanno perso una di quelle corse per 2,2 punti percentuali. Con una vittoria, dice, si sarebbe aperta la strada verso una maggioranza democratica in quella corte entro il 2028.

Quest'autunno in North Carolina si vota di nuovo per la corte suprema statale ed è l'unica occasione per costruire una maggioranza in quel tribunale. Basterebbe che poche centinaia o poche migliaia di persone convincessero amici e vicini a votare in queste elezioni, dice Wikler, per cambiare gli equilibri delle corti e dei parlamenti, con effetti destinati a durare decenni.

Sara Gideon, sconfitta in Maine sei anni fa, ha più fondi in cassa di quanti David Jolly ne abbia raccolti nell'intera prima metà dell'anno per la corsa a governatore della Florida. Messo davanti a questo confronto, Wikler ha risposto che il solo pensiero gli fa venire la nausea. In un mondo guidato dagli algoritmi i donatori inseguono la corsa più appariscente del momento, mentre "le corse che decidono chi scrive le regole per il paese sono proprio lì".

I grandi donatori repubblicani, spiega, sono nel gergo del settore donatori "transazionali". Calcolano quanto investire per ottenere in cambio ancora più denaro, tra tagli fiscali e regole riscritte su misura, quindi finanziano chi ha il potere di approvare i loro progetti. Il denaro democratico, concorda con l'intervistatore, si disperde invece tra mille cause diverse, mentre ogni candidato urla che la sua è l'elezione più importante di sempre.

Nel 2024, negli stati in bilico, i candidati democratici ai parlamenti statali hanno raccolto più voti di quanti ne abbia presi il partito nella corsa presidenziale. Uno scarto del genere va quasi sempre nella direzione opposta, perché molti elettori scelgono il presidente e lasciano incompleto il resto della scheda. Per Wikler è la prova di un progresso reale nelle corse minori, arrivato quasi senza copertura mediatica, da accelerare "con entrambi i piedi sull'acceleratore".

L'elenco delle riforme federali che propone parte dal filibuster, la regola che al Senato impone di fatto 60 voti su 100 per approvare la maggior parte delle leggi. Nessuno dei due partiti arriverà presto a quota 60, quindi il primo passo è abolirlo o modificarlo, cosa che richiede solo la maggioranza semplice dell'aula. Poi vorrebbe allargare la Camera e cambiare il modo di eleggere i deputati, con sistemi come la rappresentanza proporzionale o il voto con preferenze ordinate (ranked-choice voting). Propone di trasformare Washington D.C. in uno stato e di lasciare che Puerto Rico decida se diventarlo. Chiede anche una legge nazionale contro il gerrymandering, il ridisegno dei collegi elettorali a vantaggio del partito che li disegna.

Sulla Corte Suprema propone mandati di 18 anni al posto dell'attuale nomina a vita, con ogni presidente che sceglie un giudice nel primo e nel terzo anno del proprio mandato. La corte, accusa, è diventata "un'arma di parte per la destra" e "non è solo conservatrice: è attivamente repubblicana".

Vorrebbe infine superare il collegio elettorale, il meccanismo che assegna la presidenza attraverso i grandi elettori dei singoli stati anziché con il conteggio nazionale dei voti. Nessun altro paese, ricorda, ha adottato questo sistema. Gli stati potrebbero aggirarlo aderendo al National Popular Vote Interstate Compact, l'accordo che impegna i firmatari ad assegnare i propri grandi elettori al vincitore del voto popolare nazionale. Le strategie del libro, precisa, non richiedono emendamenti costituzionali e si realizzano vincendo prima le trifecta statali e poi il Congresso.

In campagna elettorale, però, Wikler consiglia di non parlare di nulla di tutto questo. Gli elettori che decidono le corse più combattute non si interessano alle procedure. Vogliono sapere se possono permettersi la medicina che il medico gli ha appena prescritto o lo zaino nuovo per il figlio.

Nel libro racconta di Pamela Gantz, che ha conquistato un seggio nel consiglio comunale di De Pere, in Wisconsin, battendo uno dei "falsi elettori" coinvolti nel piano per ribaltare l'elezione del 2020. Ha vinto parlando soprattutto di cantieri stradali locali. Mettere in sicurezza le regole del gioco, dice Wikler, "è il premio", non lo strumento con cui si vincono le elezioni.

"Se vuoi salvare la democrazia, parla di strade", riassume.

La questione delle prossime due tornate elettorali, per Wikler, è se il voto resterà libero e corretto. Trump sta cercando di condizionare le elezioni di metà mandato di novembre, accusa, con i tentativi di incarcerare funzionari elettorali e di sequestrare schede. La priorità è quindi eleggere alla gestione del voto persone che credono nella democrazia.

La preoccupazione più grande riguarda però il 2030, l'anno in cui, dopo il censimento, tutti i collegi del paese verranno ridisegnati.

Se i democratici vinceranno un paio di cicli, come nel 2006 e nel 2008, il pendolo politico rischierà di girare dall'altra parte proprio in quel momento. Chi vincerà allora, se leggi e tribunali lo permetteranno, potrà truccare le mappe e blindare il proprio controllo. Per spiegare cosa dovrebbero fare i democratici Wikler usa un'immagine dal Signore degli Anelli, "portare l'anello in cima al Monte Fato e gettarlo nel fuoco". Vincere quell'anno e poi togliere a tutti, per sempre, la possibilità di manipolare i collegi. L'ironia, ammette, è che per arrivarci oggi servono anche i gerrymander di ritorsione degli stati democratici, dentro una guerra delle mappe iniziata dal Texas dalla quale nessuna delle due parti può ritirarsi.

Il Wisconsin, che ha votato per Barack Obama, poi per Trump, poi per Joe Biden e poi di nuovo per Trump, per Wikler è lo specchio più fedele di un paese spaccato a metà. Quest'anno le due camere del suo parlamento statale sono contendibili per la prima volta grazie alle nuove mappe eque. Chi vincerà le primarie democratiche a cinque candidati per la carica di governatore sfiderà il repubblicano Tom Tiffany, che provò a ribaltare il risultato del 2020.

Scrivendo il libro, racconta, Wikler ha scoperto che non c'era mai stato nella storia americana un periodo con così tanti cambi di maggioranza consecutivi tra Congresso e Casa Bianca. Le persone, dice, "stanno cercando di ottenere qualcosa che non stanno ottenendo".


I tentativi di Trump di condizionare il voto di novembre sono quasi tutti falliti


Il presidente Donald Trump ha usato un raro discorso in prima serata, la notte in Italia, per rilanciare le sue accuse di brogli elettorali, ma non ha portato alcuna prova a sostegno dell'affermazione, che ripete da anni, secondo cui le elezioni del 2020 gli sarebbero state rubate. Per un'analisi di David A. Graham pubblicata sull'Atlantic quel discorso è "un segno di disperazione". Quasi tutti i tentativi del presidente di condizionare davvero le elezioni di metà mandato di novembre, il voto che rinnova il Congresso a metà del mandato presidenziale, sono falliti e gli restano pochi strumenti oltre a "seminare caos e dubbi tra gli americani".

La Casa Bianca ha diffuso quattro blocchi di documenti a sostegno del discorso, ma per l'Atlantic le affermazioni del presidente sono "un guazzabuglio di informazioni riciclate, travisamenti delle prove e affermazioni tendenziose", costruite su materiali troppo oscurati per essere interpretati. Le principali reti televisive hanno rinunciato a trasmettere l'intervento in diretta perché temevano che il presidente ingannasse il pubblico. Secondo Graham il discorso serviva anche a distrarre dalla guerra con l'Iran e dai suoi effetti sull'economia.

Sul ridisegno dei collegi elettorali il presidente ha invece ottenuto risultati concreti. Diversi stati governati dai repubblicani hanno ritracciato i confini dei collegi per aggiungere seggi favorevoli al partito, una pratica chiamata gerrymandering, la sentenza della Corte Suprema di aprile nel caso Louisiana contro Callais ha permesso ad altri stati di procedere con le proprie mappe e un tribunale della Virginia ha respinto il ridisegno con cui i democratici volevano rispondere. Nel complesso i repubblicani hanno guadagnato diversi seggi probabili.

Il SAVE America Act, la riforma elettorale voluta dal presidente che tra le altre cose imporrebbe agli elettori di dimostrare la cittadinanza, è invece fermo. La settimana scorsa Trump si è rifiutato di firmare una legge bipartisan sulla casa "per protesta contro il fatto che il Senato degli Stati Uniti non è capace di approvare il SAVE America Act", un gesto che l'analisi definisce "bizzarro e inefficace" perché quella legge è entrata comunque in vigore. Il senatore repubblicano Thom Tillis, che lascerà il seggio del North Carolina, ha promesso di bloccare la riforma se dovesse tornare in aula e ha ricordato che ormai sarebbe troppo tardi per applicarla al voto di novembre.

Il presidente non ha il controllo delle elezioni, un potere che spetta agli stati o al Congresso, e quasi tutte le sue mosse per via amministrativa sono state bloccate dai tribunali oppure ignorate dai funzionari statali e locali. I giudici federali hanno fermato parti di un ordine esecutivo che vietava agli stati di accettare le schede spedite per posta e arrivate dopo il giorno del voto e che imponeva la prova della cittadinanza. Hanno bocciato anche un secondo provvedimento, che avrebbe creato un archivio federale dei cittadini in età di voto per poi costringere gli stati a filtrare gli elettori con quell'elenco, impedendo al servizio postale di recapitare le schede a chi non ci fosse dentro. Per l'Atlantic si trattava di un tentativo "arcano" e forse impraticabile di risolvere un problema, il voto dei non cittadini su larga scala, "che semplicemente non esiste".

Alcuni stati hanno consegnato spontaneamente al governo federale i registri degli elettori, molti altri hanno impugnato quelle richieste e hanno vinto. Le pressioni del Dipartimento di Giustizia irritano ormai anche gli alleati repubblicani. Il governo dell'Idaho, che pure aveva segnalato a Washington presunti casi di voto di non cittadini, si è visto minacciare un procedimento penale nel caso in cui dei non cittadini fossero ammessi alle urne e i dirigenti repubblicani dello stato hanno reagito con durezza.

All'inizio di luglio il presidente ha rimosso due membri della Election Assistance Commission, l'agenzia federale che aiuta gli stati a organizzare il voto, e un terzo si è dimesso, lasciando l'organismo senza vertici. La commissione ha soprattutto funzioni consultive e privarla dei suoi responsabili complicherà il lavoro dei funzionari locali, ma per Graham la mossa somiglia anche a "un'ammissione di sconfitta". Trump aveva provato a usarla per revocare la certificazione di tutte le macchine per il voto in uso e per imporre l'obbligo di dimostrare la cittadinanza. Adesso sembra rinunciarci, proprio mentre quell'agenzia servirebbe ad aiutare i funzionari locali a correggere alcune delle debolezze di sicurezza citate nel discorso, come i sistemi informatici che gestiscono le operazioni di voto, anche se nessun elemento indica che le schede o i conteggi siano vulnerabili.

La ricerca di prove di brogli nel 2020 resta senza risultati e nel discorso il presidente non ha nemmeno provato ad argomentarla. Si è concentrato soprattutto sulla Georgia, ma questo mese un giudice federale nominato da lui stesso ha bloccato le citazioni con cui il Dipartimento di Giustizia voleva convocare chi aveva lavorato a quel voto nella contea di Fulton. Due agenti dell'FBI incaricati di setacciare le vecchie prove sono stati licenziati perché si erano rifiutati di farlo, come ha rivelato l'emittente MS NOW.

Per costruire il racconto dei brogli il presidente si appoggia a Bill Pulte, direttore facente funzioni della National Intelligence, l'ufficio che coordina le agenzie di intelligence americane, e a John Solomon, descritto dall'analisi come "un commentatore di destra con una lunga storia di diffusione di affermazioni false" e chiamato dalla Casa Bianca a costruire racconti come quelli esposti nel discorso. Pulte non ha alcun ruolo previsto dalla legge in materia elettorale né esperienza nell'organizzazione o nella sicurezza del voto. La seconda strada rimasta al presidente, scrive Graham, è schierare i militari o le forze di polizia federali nei giorni intorno al voto.

Le due opzioni sono rischiose e hanno meno probabilità di riuscire, ed è per questo che non erano le prime scelte del presidente. Funzionari elettorali, esperti e organizzazioni non profit seguono la minaccia da mesi e sono molto più preparati ad affrontare qualsiasi mossa dell'Amministrazione, come ha scritto Garrett Epps sul Washington Monthly.

La difesa più efficace contro la sovversione, per Graham, è che gli americani vadano a votare, perché "un'elezione in bilico è più facile da rubare di una netta". I fallimenti politici del presidente hanno prodotto sondaggi che indicano un voto largamente contrario ai repubblicani in autunno. Il deputato repubblicano Thomas Massie ha detto questa settimana che lamentarsi di brogli elettorali è una scelta strana quando il proprio partito controlla la Casa Bianca, la Camera e il Senato. Discorsi in prima serata pieni di lamentele e di falsità evidenti rischiano di allontanare ancora di più gli elettori dal partito e, conclude l'analisi, "per un'ironia della sorte" quell'intervento potrebbe davvero contribuire a proteggere l'integrità delle elezioni del 2026.


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Con la sconfitta di Orbán il movimento MAGA ha perso la sua base in Europa


Il nuovo governo ungherese vuole sciogliere la fondazione che finanzia il Mathias Corvinus Collegium, il principale snodo della rete costruita negli ultimi anni tra la destra di Viktor Orbán e il movimento trumpiano.

La fondazione che finanzia il Mathias Corvinus Collegium sarà sciolta alla fine di luglio. È l’istituto di Budapest che ha ospitato il vicepresidente JD Vance, Tucker Carlson e alcuni dei think tank americani più vicini al presidente Donald Trump: il fulcro della rete che per anni ha trasformato l’Ungheria nella capitale europea del movimento MAGA, acronimo dello slogan trumpiano “Make America Great Again”.

Viktor Orbán ha perso le elezioni di aprile dopo 16 anni al potere. Il partito Tisza di Péter Magyar ha conquistato 141 dei 199 seggi del Parlamento, raggiungendo la maggioranza dei due terzi necessaria per modificare la Costituzione. Pochi giorni fa i magistrati hanno inoltre perquisito le sedi di Fidesz, il partito di Orbán, nell’ambito di quella che appare come un’indagine per corruzione.

Balázs Orbán, avvocato di 40 anni che non ha legami di parentela con l’ex primo ministro, è stato prima direttore politico del governo, poi responsabile della campagna elettorale di Fidesz e infine presidente del collegio. Oggi non ricopre più incarichi nell’esecutivo e si prepara a prendere posto al Parlamento Europeo. “La nostra battaglia continua”, ha dichiarato a Politico. “Non è più soltanto per l’Ungheria, ma per l’Europa”.

L’impero culturale costruito con i beni dello Stato


Il Mathias Corvinus Collegium non nasce come una creatura del governo. Fu fondato nel 1996 da una facoltosa famiglia conservatrice come istituto privato destinato alla formazione dei giovani più promettenti. Porta il nome di Mattia Corvino, il sovrano rinascimentale del Quattrocento che gli ungheresi considerano come un eroe nazionale.

Sotto Viktor Orbán, tuttavia, il collegio si è trasformato grazie al sistema delle KEKVA, fondazioni di gestione patrimoniale di interesse pubblico istituite dal suo governo e finanziate attraverso beni statali. Nel 2020 la fondazione che controlla il collegio ha ricevuto partecipazioni del 10% in due grandi società quotate ungheresi: il gruppo petrolifero MOL e l’azienda farmaceutica Gedeon Richter. Al momento del trasferimento, quelle azioni valevano complessivamente più di un miliardo di euro. Da allora l’istituto si è finanziato in larga parte con i dividendi prodotti dalle due partecipazioni.

I sostenitori delle KEKVA affermavano che il sistema avrebbe protetto università e istituzioni culturali dalle oscillazioni della politica quotidiana. I critici, invece, lo hanno sempre considerato uno strumento per trasferire ricchezza pubblica a strutture vicine a Fidesz, sottraendola al controllo dei governi successivi. Il collegio dichiara di coinvolgere circa 8.000 persone tra studenti e partecipanti, compresi bambini che accedono ai programmi del fine settimana fin dai dieci anni. Offre alloggi, borse di studio, seminari, viaggi di ricerca e corsi di lingua, costruendo un percorso formativo parallelo a quello delle istituzioni scolastiche e universitarie tradizionali.

Il governo di Magyar ha ora deciso di sciogliere le KEKVA che non gestiscono direttamente università. Secondo il calendario pubblicato, la fondazione del Mathias Corvinus Collegium cesserà di esistere alla fine di luglio e i suoi beni torneranno allo Stato. L’istituto potrebbe sopravvivere sotto un’altra forma, ma senza i dividendi di MOL e Gedeon Richter il suo peso politico e internazionale sarebbe drasticamente ridimensionato.

Anche MCC Brussels, la sede aperta nella capitale dell’Unione europea e diventata negli ultimi anni uno dei think tank conservatori più visibili della città, dipende quasi interamente dai finanziamenti provenienti dall’Ungheria. Per continuare a operare dovrà quindi trovare nuovi sostenitori.

Bence Bauer, direttore dell’Istituto tedesco-ungherese del collegio, riconosce che la sovrapposizione tra gli incarichi politici di Balázs Orbán e la presidenza dell’MCC ha offerto un facile argomento ai critici. Sostiene però che la politica rappresenti soltanto una parte marginale delle attività dell’istituto: “Il 99% di ciò che fa MCC non riguarda la politica”. Molti studenti del collegio, ha aggiunto, hanno probabilmente votato per Tisza, lo stesso partito che ora ne minaccia le fondamenta finanziarie.

Per Fidesz, lo smantellamento delle fondazioni è il risultato di una campagna preparata da tempo. Balázs Orbán cita un documento pubblicato a maggio dal Wilfried Martens Centre, il think tank ufficiale del Partito Popolare Europeo, che descrive il collegio e le istituzioni analoghe come parti di un’infrastruttura illiberale transnazionale. Il documento sostiene che il cambio di governo in Ungheria rappresenti la “prima opportunità” per smantellarne almeno una parte. “Reagiremo con ogni strumento legale e politico disponibile”, promette però l’ex presidente dell’MCC.

Ungheria · La rete MAGA in Europa

Il nuovo governo ungherese scioglie la fondazione che ha reso Budapest la capitale europea del MAGA

Il 31 luglio la fondazione del Mathias Corvinus Collegium cessa di esistere e il suo patrimonio torna allo Stato. Senza i dividendi di MOL e Gedeon Richter, l’istituto che ha ospitato JD Vance e Tucker Carlson perde la base finanziaria della propria influenza internazionale.

Grafica di FocusAmerica 26 luglio 2026

Il meccanismo
Come lo Stato ungherese ha finanziato il fulcro europeo del trumpismo

Patrimonio dello Stato ungherese · 2020

10%
MOL
Gruppo petrolifero

10%
Gedeon Richter
Azienda farmaceutica

Fondazione Mathias Corvinus Collegium
1,3mld €

Valore della dotazione ricevuta nel 2020, tra azioni, contanti e immobili: più dell’intero bilancio annuale ungherese per l’università, quasi l’1% del prodotto interno lordo.

Dividendi
31 luglio 2026

La fondazione cessa di esistere e i beni tornano allo Stato.

8.000
Studenti e partecipanti, dai dieci anni in su

Bruxelles
La sede europea, finanziata quasi solo da Budapest

Eventi
Festival, borse di studio e viaggi di ricerca

Il collegio nasce privato nel 1996. A trasformarlo è stato il sistema delle KEKVA, le fondazioni patrimoniali create dal governo di Viktor Orbán e finanziate con beni pubblici: ora vengono sciolte tutte, tranne quelle che gestiscono università.

Il voto del 12 aprile

Con 141 seggi su 199, Tisza può riscrivere la Costituzione


La maggioranza dei due terzi è la chiave di tutto: senza 133 seggi il governo di Péter Magyar non avrebbe potuto modificare la Legge fondamentale e smantellare le fondazioni.

Tisza 141 Fidesz-KDNP 52 Mi Hazánk 6

16
Anni di governo Orbán, chiusi dal voto

79,6%
Affluenza, la più alta dal 1990

53,2%
Voti di lista raccolti da Tisza

Sette anni di alleanza

Da Trump che riceve Orbán al decreto che chiude la fondazione


Tocca ogni tappa per i dettagli.

2019 Trump riceve Orbán alla Casa Bianca+

È il primo incontro ufficiale tra i due leader e apre la stagione dei rapporti diretti tra la destra americana e Budapest.

Estate 2021 Tucker Carlson sposta il programma a Budapest+

Allora volto di punta di Fox News, conduce da Budapest per un’intera settimana. Nella stessa estate Dennis Prager interviene al festival del collegio.

2022 Il primo CPAC fuori dagli Stati Uniti+

La principale conferenza del conservatorismo americano sceglie l’Ungheria. Ne seguiranno cinque edizioni consecutive, finanziate dal bilancio statale ungherese.

Febbraio 2026 Marco Rubio va a Budapest+

Il Segretario di Stato elogia il rapporto tra i due Paesi a due mesi dal voto. Il 21 marzo Budapest ospita la quinta edizione del CPAC.

7 aprile 2026 JD Vance arriva cinque giorni prima del voto+

La visita del vicepresidente appare come una manifestazione di sostegno dell’ultima ora. Gli elettori ungheresi non si lasciano convincere.

12 aprile 2026 Fidesz perde le elezioni e cede il potere+

Orbán riconosce il risultato. Il Parlamento europeo aveva definito l’Ungheria un «regime ibrido di autocrazia elettorale»: il sistema poteva ancora essere battuto alle urne.

2 luglio 2026 Il decreto fissa la fine al 31 luglio+

Dopo la modifica costituzionale di giugno, il ministro Bálint Ruff firma lo scioglimento. Balázs Orbán, presidente uscente del collegio, promette di reagire «con ogni strumento legale e politico».

Cosa resta

La rete perde il finanziatore, non le sue ragioni


A tenere insieme i nazionalisti occidentali non è una dottrina condivisa, ma una lista di avversari comuni. Sulle scelte concrete le divisioni restano profonde.

Ciò che li unisce
L’immigrazione di massa
La sfiducia verso le élite
L’insicurezza economica e sociale
La cultura progressista e le università liberali
I tribunali sovranazionali e i media tradizionali

Ciò che li divide
La guerra tra Russia e Ucraina
Il sostegno a Israele
I dazi e la politica commerciale
Il grado di allineamento con Washington
I limiti dell’influenza americana sui singoli Paesi

In Europa la vicinanza a Trump non paga più

Giorgia Meloni
Aveva coltivato il rapporto con il presidente americano, poi ha preso visibilmente le distanze.

Jordan Bardella
Il leader del Rassemblement National insiste sull’autonomia strategica europea, non sull’allineamento.

AfD
Nel partito tedesco l’entusiasmo iniziale per la guerra culturale americana si è raffreddato.

Le forze che alimentano il conservatorismo nazionalista in Occidente non dipendono da Budapest, ammette il direttore della scuola di giornalismo del collegio. Ciò che gli americani non potranno sostituire è il potere pubblico e la ricchezza dello Stato ungherese che hanno finanziato quella rete.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su Politico, Balkan Insight e Ufficio elettorale nazionale ungherese. Valore della dotazione 2020 e confronto con il bilancio universitario: Balkan Insight, maggio 2026. Dati aggiornati al 26 luglio 2026.

Budapest, laboratorio europeo del trumpismo


Donald Trump ricevette Viktor Orbán alla Casa Bianca per la prima volta nel 2019. Due anni dopo Tucker Carlson, allora uno dei volti più influenti di Fox News e oggi imprenditore dei media in rotta con l’establishment repubblicano sulla politica estera, trasferì il suo programma a Budapest per un’intera settimana.

Nella stessa estate Dennis Prager, conduttore radiofonico e cofondatore di PragerU, intervenne al festival annuale del collegio sostenendo che, se la civiltà occidentale fosse stata salvata, a salvarla sarebbe stata l’Europa orientale. Da Budapest sono passati anche Patrick Deneen, teorico del postliberalismo all’Università di Notre Dame, l’ex Procuratore Generale della prima Amministrazione Trump Jeff Sessions e Ben Shapiro, cofondatore del Daily Wire.

Nel 2022 il CPAC, la principale conferenza annuale del conservatorismo americano, ha organizzato in Ungheria la prima di cinque edizioni consecutive. Budapest era così ormai diventata la base europea di un movimento che, in quel momento, si trovava all’opposizione a Washington.

L’asse tra MAGA e l’Ungheria è sempre stato squilibrato. Il Paese conta meno di 10 milioni di abitanti e ha un peso economico e militare limitato all’interno dell’alleanza occidentale. Per la destra americana, però, rappresentava la dimostrazione concreta che i conservatori potevano fare molto più che rallentare i cambiamenti progressisti: potevano rimodellare a propria immagine le istituzioni, i media e le abitudini culturali di un’intera nazione.

L’iniziativa era partita dagli ungheresi. Matt Schlapp, presidente dell’American Conservative Union e della fondazione che organizza i CPAC, ha raccontato che l’allora ambasciatore ungherese lo invitò a pranzo a Washington durante il primo mandato di Trump. Fino a quel momento, ha spiegato, la stampa americana gli aveva presentato Orbán come “un dittatore, un fascista, un antisemita”. Dopo avere ascoltato la versione ungherese, Schlapp si convinse che quel racconto fosse condizionato da un pregiudizio di sinistra.

Rod Dreher, scrittore conservatore che ha diretto il progetto internazionale del Danube Institute e ha vissuto in Ungheria fino alla scorsa primavera, riconosce che Orbán ha tollerato “troppa corruzione e cattiva gestione” e che proprio questi problemi ne hanno provocato la sconfitta, nonostante i risultati rivendicati dal suo governo. Per Dreher, l’ex primo ministro è stato “la chiave di volta del ponte” tra i conservatori trumpiani americani e i partiti nazionalisti europei. Nessun altro governo, sostiene, ha saputo rendere altrettanto concreto quel collegamento.

Il pericolo maggiore per l’alleanza, secondo Dreher, arriva però dall’altra parte dell’Atlantico. La rete potrebbe sopravvivere alla sconfitta di Orbán, ma non necessariamente alla presidenza di Trump: l’imprudenza del presidente, ha scritto a Politico, costringe sempre più spesso i partiti nazionalisti europei a schierarsi contro gli Stati Uniti. La perdita di Orbán è un problema superabile; la permanenza di Trump, probabilmente, non lo è.

In Europa, infatti, la vicinanza al presidente americano non costituisce più un vantaggio automatico. Dal suo ritorno alla Casa Bianca, Trump ha spiazzato ripetutamente gli alleati. Anche i governi conservatori hanno scoperto che l’affinità ideologica non li protegge dalle pressioni e dalle umiliazioni pubbliche.

Ne sa qualcosa la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, che inizialmente aveva coltivato con attenzione il rapporto con Trump, ha preso visibilmente le distanze. Ma anche Jordan Bardella, leader del Rassemblement National francese, insiste ora sull’autonomia strategica europea anziché sull’allineamento con Washington. Persino nell’AfD tedesca l’entusiasmo iniziale per la guerra culturale scatenata dal movimento MAGA ha lasciato spazio a un crescente raffreddamento.

L’imprevedibilità di Trump e la scarsa considerazione mostrata per la sovranità degli altri Paesi hanno inoltre risvegliato un antico e forte anti americanismo, mai del tutto scomparso nella destra europea.

Orbán, in questo senso, non ha fatto scuola: è rimasto un’eccezione. Anche per questo motivo, il movimento MAGA ha cercato fino all’ultimo di mantenerlo al potere. Il Segretario di Stato Marco Rubio si è recato a Budapest a metà febbraio e ha elogiato il rapporto tra i due Paesi. Il vicepresidente JD Vance è arrivato in aprile, cinque giorni prima delle elezioni, in quella che appariva chiaramente come una manifestazione di sostegno dell’ultima ora.

Gli elettori ungheresi, tuttavia, non si sono lasciati convincere. Il nuovo governo di Magyar ora non vuole discutere il futuro dei rapporti con il movimento trumpiano, mentre il Dipartimento di Stato americano non ha risposto alla domanda se l’Ungheria conservi il ruolo privilegiato che aveva durante il governo Orbán. Si è limitato ad affermare che gli Stati Uniti collaborano con il nuovo esecutivo ungherese sui temi della sicurezza, della prosperità economica, dei diritti sovrani e dei comuni “valori di civiltà”.

Un’alleanza senza il potere dello Stato


János Bóka, ex ministro per gli Affari europei e oggi capogruppo di Fidesz in Parlamento, resta ottimista sul futuro dell’alleanza. Il movimento MAGA, ha spiegato, non coincide con Trump, ma rappresenta una componente di una trasformazione più ampia della politica americana: il progressivo e duraturo arretramento dall’ordine internazionale costruito dopo la Guerra fredda.

Alla domanda su chi vorrebbe alla Casa Bianca dopo Trump, Bóka ha risposto senza esitazioni: JD Vance. Il discorso con cui il vicepresidente attaccò le élite liberali europee alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, nel febbraio 2025, potrebbe essere, secondo Bóka, il manifesto di Patriots for Europe, il gruppo della destra radicale al quale Fidesz appartiene nel Parlamento Europeo.

Gergely Gulyás ragiona diversamente. Il giurista di 44 anni, già ministro alla Presidenza del Consiglio e poi capogruppo parlamentare, ha dichiarato a Politico che il sostegno americano conta, ma soltanto fino a un certo punto: “Per l’Ungheria non può sostituire i rapporti europei”. In Germania, i suoi interlocutori sono la CDU e la CSU, i partiti del centrodestra tradizionale, non l’AfD.

Gulyás e Magyar erano amici prima che quest’ultimo rompesse con il proprio schieramento e trasformasse Tisza nel principale avversario di Fidesz. Nelle ultime settimane il nuovo governo ha introdotto limiti di mandato che costringeranno Gulyás a lasciare il seggio. Il politico si è dimesso da capogruppo, sostenendo che il principale partito di opposizione debba essere guidato da qualcuno che possa ricandidarsi.

La maggioranza dei due terzi sta smontando le strutture di potere costruite durante l’era Orbán, arrivando a provocare anche l’uscita di scena del presidente della Repubblica Tamás Sulyok. I sostenitori del governo parlano di rinnovamento democratico, mentre Fidesz denuncia un’epurazione autoritaria. Anche alcune organizzazioni per la tutela dei diritti avvertono, intanto, che la rapidità delle riforme potrebbe a sua volta indebolire lo stato di diritto.

Per anni i critici di Orbán hanno descritto l’Ungheria come qualcosa di meno di una democrazia compiuta. Il Parlamento europeo l’ha definita un “regime ibrido di autocrazia elettorale”. Ad aprile, tuttavia, Fidesz ha perso le elezioni, ha riconosciuto il risultato e ha ceduto il potere. Qualunque cosa fosse diventato, il sistema costruito da Orbán poteva ancora essere sconfitto attraverso le urne.

Boris Kálnoky, direttore della scuola di giornalismo del collegio, considera la decisione del governo un colpo durissimo, ma non pensa che il movimento sia destinato a scomparire. L’iniziativa intellettuale ungherese e le risorse impiegate per sostenerla, riconosce, sono state decisive per costruire la rete internazionale.

Le forze che alimentano il conservatorismo nazionalista in Occidente, però, non dipendono da Budapest: immigrazione, sfiducia nelle élite, insicurezza economica e sociale, cambiamento culturale e convinzione che le società siano state trasformate senza il consenso degli elettori. “Per questo non serve l’Ungheria”, ha osservato Kálnoky.

A tenere insieme i nazionalisti non è tanto una dottrina condivisa quanto una lista di avversari comuni: l’immigrazione di massa, la cultura progressista, i tribunali sovranazionali, le università liberali e i media tradizionali. Sulle scelte strategiche, invece, le divisioni sono profonde: dalla Russia all’Ucraina, da Israele al commercio. Le fratture riemergono ogni volta che l’interesse nazionale dei singoli Paesi incontra i limiti dell’influenza americana.

Schlapp è convinto che l’alleanza resisterà. “Abbiamo costruito amicizie vere all’interno del governo Orbán. Vincere o perdere non cambia le amicizie”, ha dichiarato. CPAC, sostiene, non è mai stata una questione di vicinanza al potere, ma di idee. Non vede quindi ragioni per interrompere il lavoro a Budapest, a meno che esprimere determinate opinioni politiche non diventi pericoloso sul piano legale.

I conservatori americani potranno continuare a invitare gli ex dirigenti di Fidesz e a partecipare ai loro eventi. Ciò che non potranno sostituire è il potere pubblico, insieme alla ricchezza dello Stato ungherese, che ha permesso di costruire e finanziare quella rete. Orbán aveva accettato la gerarchia imposta da Trump ed era rimasto al suo fianco anche negli anni di Joe Biden, quando il leader repubblicano sembrava fuori dai giochi. Ma in politica la lealtà raramente pesa più di una sconfitta.

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Zuckerberg dice che l'intelligenza artificiale non deve restare nelle mani di pochi


In un articolo sul Wall Street Journal e in due interviste il capo di Meta accusa le rivali, senza nominarle: il dibattito è pieno di catastrofismo e la superintelligenza deve essere di tutti

Mark Zuckerberg ha attaccato le aziende rivali che sviluppano l'intelligenza artificiale in modo chiuso e strettamente controllato. Concentrare il potere di questa tecnologia in poche istituzioni, sostiene, sarebbe un pericolo per la società. L'amministratore delegato di Meta lo ha scritto in un articolo di opinione pubblicato martedì sul Wall Street Journal e lo ha ripetuto in due interviste. Non ha mai citato le concorrenti per nome, ma il riferimento ad Anthropic e OpenAI, le due aziende che producono i modelli di intelligenza artificiale oggi considerati i migliori, è evidente.

Nell'articolo Zuckerberg scrive che lo sviluppo della "superintelligenza", il termine con cui Meta indica un'intelligenza artificiale superiore alle capacità umane, "sarà il progresso tecnologico più profondo che vedremo nel corso delle nostre vite". La domanda decisiva della nostra epoca, aggiunge, non è se questa tecnologia esisterà, ma chi vi avrà accesso. La sua proposta è dare più potere ai singoli individui e usare la superintelligenza soprattutto per inventare, più che per automatizzare, con l'equilibrio dei poteri come fondamento della sicurezza.

Per Zuckerberg l'idea che l'intelligenza artificiale sia così pericolosa da rendere necessaria "un'estrema concentrazione di potere" è essa stessa pericolosa. Se solo poche istituzioni avranno la superintelligenza, scrive, eserciteranno un'influenza determinante su economia, scienza e politica, limitando la libertà delle persone di scegliere il proprio futuro.

L'alternativa che propone è una "superintelligenza personale" accessibile a tutti, cioè un'intelligenza artificiale molto capace combinata con il contesto personale di chi la usa. La spiega con un esperimento mentale. Se una sola persona avesse un avvocato superintelligente, avrebbe un vantaggio ingiusto in tribunale anche quando ha torto nel merito. Se tutti ne avessero uno, la giustizia sarebbe amministrata in modo più equo, perché le persone dotate di strumenti potenti si controllano e si bilanciano a vicenda.

Zuckerberg riconosce che alcuni rischi meritano attenzione. Per la sicurezza informatica, scrive, la storia del software aperto dimostra che dare a tutti pieno accesso ai sistemi è la protezione migliore nel lungo periodo, mentre per i rischi biologici servirà più coordinamento tra i governi. Se la superintelligenza sarà distribuita su larga scala, conclude, i posti di lavoro aumenteranno e l'economia diventerà più imprenditoriale, perché avviare un'impresa senza grandi capitali sarà più facile.

Nell'intervista al New York Times Zuckerberg ha detto che sviluppare la tecnologia in modo strettamente controllato, come fanno Anthropic e OpenAI, equivarrebbe ad "abbandonare i nostri valori" e frenerebbe l'innovazione. "Gran parte del discorso di molti degli altri laboratori che stanno sviluppando questa tecnologia è completamente pieno di catastrofismo", ha detto. "Serve una voce, o più voci, che portino realismo in questo dibattito".

Si è detto scettico anche sulla possibilità di costruire un'unica intelligenza artificiale resa benevola verso l'umanità attraverso una forma idealizzata di "allineamento", il lavoro con cui i sistemi vengono programmati per non danneggiare gli esseri umani. "Penso che sia letteralmente impossibile avere un'unica superintelligenza benevola che sia allineata con tutti contemporaneamente", ha detto.

In un'intervista al Wall Street Journal ha aggiunto che l'ottimismo sull'impatto dell'intelligenza artificiale "dovrebbe essere empiricamente l'ipotesi di partenza su come andranno le cose". Ha citato i precedenti delle grandi trasformazioni tecnologiche e i dati recenti sull'occupazione. "Finora penso che tutto il lavoro attorno all'intelligenza artificiale abbia creato al netto molti posti di lavoro, perché c'è tutta questa infrastruttura che deve essere costruita", ha detto. Nella vita privata usa la tecnologia per cercare le ricette dei dolci da preparare con la figlia di 3 anni e ha installato telecamere nella sua palestra, così che il sistema lo osservi mentre si allena e gli dia consigli.

Lo scontro sul modo di sviluppare l'intelligenza artificiale ha diviso la Silicon Valley. Dario Amodei e Sam Altman, gli amministratori delegati di Anthropic e OpenAI, sostengono che alcuni dei modelli più avanzati siano troppo pericolosi per essere condivisi e sviluppati senza controlli rigidi. Microsoft, Nvidia, Google e Meta ritengono invece che molti modelli debbano essere aperti (open source), cioè scaricabili e modificabili liberamente da chiunque, perché la tecnologia possa avanzare e far nascere nuove imprese. Pochi giorni fa Elon Musk aveva stimato tra il 10 e il 20% il rischio che l'intelligenza artificiale rappresenta per l'umanità, pur prevedendo che entro cinque anni supererà quella di tutti gli esseri umani messi insieme.

La disputa si è accesa a luglio, quando i progressi dei modelli aperti sviluppati in Cina sono sembrati erodere il vantaggio delle aziende americane. Anthropic e OpenAI hanno fatto pressione sulle autorità di Washington sollevando preoccupazioni proprio su quei modelli. Venerdì Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, l'azienda che produce i chip con cui si addestrano i sistemi di intelligenza artificiale, ha pubblicato una lettera in difesa dello sviluppo aperto, attorno alla quale si è raccolta parte del settore. In settimana ha annunciato anche una coalizione con giganti come SpaceX e IBM per creare strumenti aperti di sicurezza informatica. Diversi dirigenti, tra cui Huang e Altman, sono attesi a Washington in questi giorni per esporre le loro ragioni all'amministrazione del presidente Donald Trump, che sta valutando come regolare la materia.

L'amministrazione sta intanto attuando un ordine esecutivo che introduce un periodo di revisione volontaria di 30 giorni per i nuovi modelli. Zuckerberg ha chiesto verifiche il più possibile rapide. Dire di voler esaminare i modelli per 30 o 60 giorni "può non sembrare molto", ha detto, "ma il settore si muove così in fretta che è in realtà una quantità di tempo piuttosto significativa". Secondo il Wall Street Journal, una regola valida per tutti sulla velocità di sviluppo rischierebbe di consolidare il vantaggio di Anthropic e OpenAI, visto che i modelli di Meta sono rimasti indietro rispetto ai loro. Il titolo dell'azienda ha perso in borsa circa il 17% nell'ultimo anno.

Alcuni funzionari hanno discusso anche della possibilità di vietare alle aziende americane l'uso dei modelli aperti sviluppati in Cina, sulla base delle accuse secondo cui le aziende cinesi avrebbero copiato la tecnologia americana. Meta ha firmato di recente una lettera che chiede al governo di non vietare i modelli aperti. Zuckerberg dubita che mettere al bando quelli di altri Paesi sarà produttivo e ritiene che il governo dovrebbe piuttosto accelerare l'industria nazionale, eliminando i colli di bottiglia che rallenterebbero innovazioni come i nuovi farmaci.

Amodei aveva difeso la linea opposta lunedì in un post sul blog. Anthropic, ha scritto, si concentra su "tenere i chip potenti fuori da mani autoritarie, fermare la distillazione su scala industriale e imporre test di sicurezza a tutti i modelli sufficientemente capaci, aperti e chiusi". La distillazione è la pratica con cui un modello viene addestrato sfruttando le risposte di un altro. OpenAI ha detto in passato di appoggiare il software aperto e di lavorare con la Casa Bianca a modi sicuri di sostenere lo sviluppo della tecnologia.

Martedì, lo stesso giorno delle uscite di Zuckerberg, alcuni dei principali ricercatori di Anthropic, OpenAI, Google e della stessa Meta hanno firmato una lettera aperta intitolata "Pacing the Frontier". Il documento chiede uno sforzo internazionale per sviluppare strumenti tecnici e di governance con cui rallentare lo sviluppo dell'intelligenza artificiale per ragioni di sicurezza.

Per anni Meta ha difeso i modelli aperti e ha distribuito gratuitamente i propri, ma la primavera scorsa, dopo essere rimasta indietro nella corsa, Zuckerberg ha cambiato strategia: ha investito 14,3 miliardi di dollari nella start-up ScaleAI e ne ha assunto il fondatore Alexandr Wang per guidare la divisione ribattezzata Meta Superintelligence Labs, che ha iniziato a lavorare anche a un modello chiuso. A luglio l'azienda ha cominciato per la prima volta a vendere l'accesso al suo modello più recente, Muse Spark, pur continuando a sviluppare anche modelli aperti.

Quest'anno Meta prevede investimenti fino a 145 miliardi di dollari, in gran parte per comprare chip e costruire centri dati. A maggio ha licenziato 8.000 dipendenti attribuendo i tagli proprio ai costi dell'intelligenza artificiale.

"Credo che la traiettoria generale del settore sia andata verso una maggiore apertura e verso il mettere il potere della tecnologia nelle mani di più persone, non di meno", ha detto Zuckerberg al New York Times.


Musk dice di essersi "fatto prendere la mano" con la politica


Elon Musk ha detto di essersi "fatto prendere la mano" con la politica. "Penso di essermi occupato un po' troppo di politica", ha dichiarato all'Economist in un'intervista di oltre ottanta minuti registrata alla Gigafactory di Tesla in Texas, la sua prima conversazione lunga dopo la quotazione in borsa di SpaceX. "Mi sono fatto prendere la mano, francamente."

Musk ha versato più di 250 milioni di dollari per sostenere la campagna del presidente Trump nel 2024 e dopo la vittoria ha guidato il Dipartimento per l'efficienza governativa, l'ufficio per il taglio della spesa federale noto con la sigla DOGE. Ha lasciato l'incarico alla fine di maggio del 2025 e l'iniziativa ha chiuso ufficialmente le operazioni il 4 luglio. "L'obiettivo del DOGE era provare a fare qualcosa per il deficit, che è enorme", ha detto Musk, ricordando che oggi la spesa per gli interessi sul debito supera quella del Dipartimento della Guerra, come si chiama ora il dipartimento della Difesa, sommata a quella dell'intelligence. Ha raccontato che ai destinatari dei pagamenti il suo team chiedeva soltanto i contatti o una prova che i soldi arrivassero a destinazione: "Il denaro era per una causa importante in Africa, ma le istruzioni di bonifico portavano a Washington, non in Africa. Chiedevamo di metterci in contatto con i beneficiari per mandare i soldi direttamente a loro e poi calava il silenzio."

Alla contestazione che i tagli improvvisi ai programmi di aiuto abbiano provocato morti evitabili, Musk ha risposto "zero" e ha definito quelle accuse "false" e "assurde". La direttrice dell'Economist, Zanny Minton Beddoes, ha detto che in molti paesi africani USAID, l'agenzia americana per la cooperazione internazionale, era il principale finanziatore dei sistemi sanitari e che moltissimi programmi sono stati chiusi da un giorno all'altro, compresa la fornitura di farmaci antiretrovirali. Musk ha replicato che decine di migliaia di organizzazioni non governative potevano subentrare e che la Gates Foundation dispone di decine di miliardi di dollari: "Se non l'hanno fatto, direi che sono ugualmente responsabili." Sull'amministrazione nel suo complesso il giudizio resta positivo: "Nessuna amministrazione è perfetta, ma questa è di gran lunga migliore dell'alternativa."

Sull'intelligenza artificiale Musk ha proposto che le principali aziende del settore si controllino a vicenda prima di mettere in circolazione i modelli più avanzati. "La cosa più immediata che potremmo fare è che le aziende leader abbiano una specie di chiamata ogni poche settimane per discutere qualsiasi questione di sicurezza", ha detto. Prima del rilascio di un modello di frontiera, i concorrenti dovrebbero avere una o due settimane per testarlo tramite interfaccia di programmazione e segnalare eventuali effetti dannosi, con la possibilità di raccomandare una pausa. Se un'azienda ignorasse un rischio grave, "quello sarebbe il momento in cui il governo interviene e prende provvedimenti". Il modello che ha in mente è la Motion Picture Association, l'associazione di categoria che negli Stati Uniti stabilisce i divieti dei film in base all'età.

I concorrenti sono più adatti dei governi a individuare i rischi tecnici, secondo Musk, perché chi lavora nelle istituzioni non ha una comprensione tecnica profonda e non sta guidando la frontiera della ricerca. Ha citato il caso di un modello i cui rischi per la cybersicurezza non erano stati scoperti da un'agenzia federale: era stata Amazon a segnalarli e a chiamare la Casa Bianca. Il governo era poi intervenuto minacciando controlli sulle esportazioni. Musk ha detto di avere suggerito la proposta a Demis Hassabis poche ore prima che il capo di Google DeepMind pubblicasse la sua idea di un regolatore pubblico-privato e di volerne parlare anche con Dario Amodei, che guida Anthropic.

L'intervista è stata registrata prima che OpenAI rivelasse che due dei suoi modelli di frontiera erano usciti da un ambiente di test isolato, avevano ottenuto l'accesso a internet e avevano violato la piattaforma Hugging Face per procurarsi le risposte di un test interno sulla cybersicurezza. La rivelazione ha riacceso il dibattito sull'adeguatezza dei controlli esistenti, mentre i governi di Stati Uniti ed Europa stanno ancora valutando come regolare i sistemi più avanzati e le aziende si affidano soprattutto a impegni volontari e a test interni.

I rapporti personali tra i fondatori delle aziende di intelligenza artificiale restano pessimi, ma per Musk non sono un ostacolo. "Non sono un fan di Sam Altman", ha detto, spiegando che un'organizzazione senza scopo di lucro nata per fare intelligenza artificiale open source e "posseduta dal mondo" si è trasformata in una società da 800 miliardi di dollari con codice chiuso: "È l'esatto opposto di ciò per cui ho donato il denaro." Di Amodei ha dato invece un giudizio molto positivo, definendolo una persona di principi. Nessuna delle persone incontrate in Anthropic, ha aggiunto, ha fatto scattare il suo "rilevatore di malvagità". La conclusione è pragmatica: "Alla fine della giornata, se dobbiamo parlare parleremo. Mettiamo da parte le divergenze personali per il bene del mondo."

Musk prevede che l'intelligenza artificiale superi la somma dell'intelligenza umana in circa cinque anni e che entro dieci la distanza si allarghi di molto. Il risultato più probabile, secondo lui, è "un'epoca di abbondanza straordinaria in cui chiunque può avere qualsiasi cosa possa immaginare", a meno di eventi come una guerra nucleare globale. La probabilità che i robot cancellino l'umanità resta però quella che aveva indicato in passato, tra il 10 e il 20%: "Non è zero." Ha spiegato di avere scelto di guardare al lato positivo perché fermare la corsa è impossibile e ha ammesso che le sue mosse hanno avuto l'effetto contrario a quello voluto: creò OpenAI come contrappeso a Google, che allora aveva quasi un monopolio, e da OpenAI nacque poi Anthropic. "Queste azioni hanno prodotto un effetto a catena che ha accelerato l'intelligenza artificiale, cosa che non era davvero mia intenzione."

Il lavoro digitale sparirà per primo. L'intelligenza artificiale è già migliore del 90% degli ingegneri del software professionisti, secondo Musk, e arriverà presto a superarne il 99% fino a raggiungere il livello di Stockfish, il programma di scacchi che batte qualunque campione umano girando anche su un telefono. Per i lavori fisici serviranno i robot umanoidi, che descrive come le mani dell'intelligenza digitale. Il lavoro diventerà "opzionale", come coltivare l'orto quando al supermercato ci sono già le verdure: si continuerà a farlo per piacere, non per necessità.

Alla domanda su come vivranno le persone che perdono il lavoro, Musk ha risposto che il Tesoro dovrebbe semplicemente emettere assegni. All'obiezione che stampare moneta genera inflazione ha replicato con una previsione opposta: se la produzione di beni e servizi cresce più in fretta della massa monetaria il problema sarà la deflazione, non l'inflazione. Ha detto di pagare già circa il 45% tra imposte federali e statali, di avere stabilito il record della cifra più alta di tasse mai versata da una persona e di aspettarsi di pagarne molte migliaia di miliardi: "Mi sta bene." In un futuro di abbondanza, ha aggiunto, il denaro e la tassazione diventeranno irrilevanti.

Le aziende cinesi di intelligenza artificiale ottengono risultati notevoli con una potenza di calcolo relativamente ridotta e hanno buone probabilità di diventare leader del settore, ha detto Musk, ricordando che l'ultimo modello uscito da Pechino si è avvicinato molto a quello di Anthropic, che considera ancora il più intelligente in circolazione. La Cina produce più elettricità di Stati Uniti, Europa e India messi insieme e punta a quadruplicare la produzione americana. Fuori dalla Cina il vincolo principale non sono i chip ma l'energia e il raffreddamento, mentre in Cina vale il contrario per via delle restrizioni americane all'export. Il consumo di acqua dei centri di calcolo, ha detto, è trascurabile. Il governo americano può vietare alle proprie aziende di usare i modelli cinesi, ha detto Musk, ma non può impedirlo al resto del mondo e non impedirà così alla Cina di arrivare prima.

Dopo la quotazione di SpaceX Musk controlla circa l'80% dei diritti di voto e può essere rimosso solo da un voto che dipende da lui stesso. Lo giustifica con la necessità di ragionare su un orizzonte di cinque o dieci anni senza la pressione dei risultati trimestrali: una base sulla Luna o su Marte deprime i conti nel breve periodo, anche se era scritta nel prospetto di quotazione. Se dovesse morire domani, ha detto, le sue aziende andrebbero avanti bene per diversi anni grazie ai piani già tracciati, come è successo ad Apple dopo Steve Jobs, che però da allora non ha più prodotto nulla di veramente rivoluzionario.

Su Starlink, il servizio di internet satellitare di SpaceX, Musk ha spiegato di avere lavorato con il governo ucraino a una lista di terminali autorizzati dopo che apparecchi ordinati attraverso l'Ucraina erano stati contrabbandati nei territori occupati dai russi e usati in alcuni casi per gli attacchi. La misura ha tagliato fuori anche utenti che si collegavano per lavoro o per studio. Interrogato sull'opportunità che un privato disponga di un simile potere, ha detto di sperare in un accordo di pace rapido, perché il fronte non si muove da due o tre anni e ogni giorno muoiono soldati da entrambe le parti. "C'è molto pensiero illusorio in chi dice che la Russia dovrebbe ritirarsi completamente, ma non è realistico."

Beddoes ha contestato a Musk il sostegno a partiti che ha definito di estrema destra, tra cui il tedesco Alternative für Deutschland, e le sue previsioni su una guerra civile in Gran Bretagna. Musk ha respinto l'etichetta: "Ho detto letteralmente che credo in città sicure, confini sicuri e spesa pubblica sensata. Questo non mi rende affatto di destra." Ha aggiunto che una crescita rapida di gruppi con valori contrari a quelli occidentali porta prima o poi a un conflitto. Beddoes, che vive a Londra, ha risposto che Musk non mette piede nel Regno Unito da qualche anno, che Londra è più sicura di qualunque città americana e che la criminalità violenta britannica è in calo. Musk ha replicato che negli Stati Uniti il problema è la mancata incarcerazione dei recidivi violenti e, all'osservazione sulla diffusione delle armi, ha risposto che in Europa muoiono più persone per il caldo di quante ne muoiano negli Stati Uniti per arma da fuoco.

A Beddoes, che gli diceva "è per questo che la gente la detesta", Musk ha replicato citando i suoi circa 250 milioni di follower su X come prova che le persone che lo apprezzano sono più numerose di quelle che lo detestano. "Forse qualcuno mi detesta, ed è probabilmente vero. Non mi importa", ha detto. "Penso che molte più persone odino lei e i media di quanto lei creda. Si rende conto che i media sono disprezzati? Che il giudizio favorevole sui giornalisti è intorno al 15%?" Beddoes ha riconosciuto gli errori del giornalismo, ma ha attribuito parte del problema alla polarizzazione dei social network alimentata dai contenuti che Musk rilancia su X, tra cui un film che ha promosso per due giorni e che secondo lei dipinge un'Europa distopica e glorifica la violenza dei vigilantes.

La guerra civile in Gran Bretagna, ha detto Musk alla fine dell'intervista, è probabilmente lontana vent'anni, mentre la singolarità dei robot e dell'intelligenza artificiale arriverà entro dieci. Su una scala inferiore al decennio, ha aggiunto, tutto il resto conta meno: "Speriamo che queste intelligenze artificiali benevole e onnipotenti impediscano esiti del genere."


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La guerra con l'Iran sta consumando la presidenza di Trump


L'Economist sostiene che il presidente è entrato in guerra il 28 febbraio senza un piano per vincerla e che i paesi del Golfo non lo considerano più un alleato affidabile

La guerra con l'Iran rischia di consumare la presidenza di Donald Trump, che oggi si troverebbe in una posizione molto migliore se avesse seguito i consigli di politica estera del predecessore che detesta, Barack Obama. È la tesi di un'analisi dell'Economist, che ricorda la regola con cui anni fa l'ex presidente riassumeva al giornalista Jeffrey Goldberg il primo dovere di un presidente americano nel mondo: "non fare cazzate" ("don't do stupid shit").

La dottrina non è sofisticata e lo stesso Obama ha lasciato un bilancio contrastato in politica estera, visto che è stato lento a cogliere la portata della minaccia cinese. Se Trump gli avesse dato retta, però, non avrebbe affiancato Israele nella guerra all'Iran, cominciata il 28 febbraio senza un piano per vincerla. E non si sarebbe vantato che l'uccisione dei principali dirigenti iraniani, seguita da bombardamenti aerei durissimi, avrebbe portato in poco tempo a un cambio di regime. Vista la complessità dell'Iran e la spietatezza di chi lo governa, per l'Economist quella previsione era insensata quanto pensare di eliminare la mafia dalla Sicilia bombardandola dal cielo.

Il bilancio del presidente in Medio Oriente comprende successi reali, a cominciare dagli accordi di Abramo, con cui quattro paesi arabi hanno riconosciuto Israele. Secondo il settimanale britannico ha il merito di aver costretto, seppure in ritardo, il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu a un cessate il fuoco con Hamas l'anno scorso, anche se le condizioni a Gaza restano durissime.

Anche la decisione di affiancare Israele nel bombardamento dei siti nucleari iraniani l'estate scorsa è stata rischiosa ma non stupida. Un costo c'è stato, perché gli ispettori internazionali hanno perso l'accesso all'uranio altamente arricchito iraniano, ma infliggere danni gravi al programma nucleare sotterraneo seguiva una logica coerente. La reazione contenuta di Teheran è stata un'ulteriore conferma.

Le richieste ripetute di prendersi la Groenlandia non rientrano in quella definizione, per quanto il presidente sia imprudente ad alienarsi la Danimarca, la potenza coloniale dell'isola e un'amica devota degli Stati Uniti. Copenaghen resta comunque un alleato della NATO che ha bisogno dell'America per contenere la Russia. Un'invasione vera e propria dell'isola sarebbe invece una stupidaggine senza attenuanti.

Obama aveva coniato la formula pensando al suo predecessore George Bush e al miscuglio fatale di spirito di vendetta, impazienza e ambizione eccessiva che condannò le campagne guidate dagli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq dopo gli attentati del settembre 2001.

Dagli anni di Bush trasse lezioni durature e per certi versi eccessive sui pericoli della tracotanza americana: era scettico sulla costruzione di nuovi stati in paesi lontani, riteneva che solo le minacce più gravi giustificassero un intervento armato e considerava molti alleati degli irritanti approfittatori della potenza americana. Provando a tenere insieme il proprio realismo freddo con i valori liberali che il suo paese avrebbe dovuto difendere, diceva che l'America doveva scegliere le proprie battaglie ed essere "dura di testa e insieme generosa di cuore".

Trump condivide molti istinti di Obama, nonostante le frecciate continue contro di lui. Anche lui diffida della costruzione di nuovi stati ed è infastidito dagli alleati che vivono di rendita sulla protezione americana. Se ne distingue per il gusto delle prepotenze all'insegna dell'America First, per la noncuranza rovinosa dei dettagli, per l'avidità personale esibita senza imbarazzo e per il disprezzo dei valori liberali. La politica estera trumpiana, scrive l'Economist, è l'immagine rovesciata di quella degli anni di Obama: si compiace di avere la testa grossa e il cuore duro.

Entrambi i presidenti hanno sperato di ridurre il ruolo americano di garante della sicurezza nella regione. Dal 2011 l'amministrazione Obama ha cercato apertamente di spostare risorse militari e diplomatiche dall'Iraq e dall'Afghanistan verso l'Asia, un'area dinamica dove gli investimenti della potenza americana avrebbero dato "i rendimenti maggiori".

I collaboratori di Obama dicevano che l'aumento della produzione energetica americana avrebbe reso il Medio Oriente meno rilevante e accusavano con una certa amarezza alleati come l'Arabia Saudita di voler spingere gli Stati Uniti a combattere l'Iran per conto del mondo arabo. La svolta verso l'Asia si è però arenata sulla nuova instabilità mediorientale, dalla guerra civile in Siria all'ascesa dello Stato Islamico.

Trump ha annunciato la propria svolta l'anno scorso a Riyadh, dicendo ai leader arabi che la regione sarebbe stata presto "definita dal commercio, non dal caos". La strategia di sicurezza nazionale, il documento che fissa le priorità della politica estera americana, dichiarava "finalmente finiti" gli anni in cui il Medio Oriente dominava l'agenda di Washington, con i conflitti sostituiti dalla vendita di tecnologie americane nel nucleare, nella difesa e nell'intelligenza artificiale. In cerca di rendimenti propri, i familiari del presidente hanno ottenuto centinaia di milioni di dollari dai governanti del Golfo e dai loro fondi di investimento.

La guerra con l'Iran ha poi fatto saltare il modello di affari del Golfo. È difficile per i paesi arabi costruire centri dati da miliardi di dollari pieni di chip americani mentre cadono i missili iraniani. Si profila così una svolta diversa e più cupa, con i partner mediorientali che perdono fiducia nell'America come alleato affidabile.

Gli Emirati Arabi Uniti restano schierati fino in fondo sul fronte dei legami militari con gli Stati Uniti, mentre gli altri paesi del Golfo, a partire dall'Arabia Saudita, si stanno coprendo le spalle. L'America resta un partner insostituibile ma gode di meno fiducia. Alcuni governanti pagheranno l'Iran in silenzio per comprarsi la tranquillità, altri stanno rafforzando i legami militari con attori come la Turchia e quelli economici con la Cina. Non aiuta il fatto che Trump abbia ridimensionato gli attacchi iraniani contro le basi americane e contro le infrastrutture dei paesi del Golfo, per nascondere i costi della guerra.

A marzo, forse per mostrare la propria superiorità mentre la guerra infuriava, il presidente ha deriso pubblicamente il principe ereditario saudita Muhammad bin Salman, vantandosi che non avrebbe mai immaginato di doversi ritrovare a "baciare il culo" a un presidente americano.

In un mondo duro l'intelligenza non basta, come ha imparato a sue spese la stessa amministrazione Obama. Ma per l'Economist la stupidità sconsiderata di un presidente produce catastrofi. Se Trump parlasse meno e ascoltasse di più, quell'avvertimento l'avrebbe forse sentito.


Trump sospende gli attacchi sull'Iran perché mancano le munizioni


Gli Stati Uniti hanno fermato i bombardamenti sull'Iran dopo tredici notti consecutive di raid. Il presidente Donald Trump ha ordinato ai militari di non colpire venerdì e sabato le operazioni erano "in sospeso", secondo un funzionario del Dipartimento della Difesa. La decisione è arrivata al termine di una riunione alla Casa Bianca in cui il presidente si era confrontato con i vertici militari e i membri del gabinetto per decidere se allargare la guerra.

Il vicepresidente JD Vance e il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto e più alto ufficiale delle forze armate americane, hanno espresso dubbi sull'escalation durante quella riunione: lo ha rivelato la CNN. Caine ha detto a Trump che le opzioni militari sul tavolo si potevano eseguire con successo, poi ha messo in guardia sulle conseguenze possibili.

Il generale ha insistito soprattutto sulle scorte di munizioni americane, che si stanno assottigliando. Le riserve di intercettori antimissile Patriot (il sistema che protegge le basi americane della regione dai missili iraniani) sono il vincolo principale.

Le discussioni riservate si sono concentrate sull'inventario in calo delle difese aeree americane in Medio Oriente, secondo il New York Times. Caine ha avvertito in privato che riprendere le grandi operazioni di combattimento era fattibile ma avrebbe ridotto in modo pericoloso gli intercettori a disposizione del Central Command (il comando militare americano responsabile del Medio Oriente). Lo stesso giornale aveva riferito in aprile che il Pentagono aveva già usato più di 1.200 intercettori Patriot, ciascuno da oltre 4 milioni di dollari. I militari dicono che da allora la situazione è peggiorata.

Sulla decisione pesano anche il timore di una guerra che si allarga a tutto il Medio Oriente, l'allontanamento degli alleati del Golfo esposti agli attacchi iraniani, una nuova stretta sull'economia mondiale e le crisi energetica e migratoria in crescita.

Tre soldati americani sono stati uccisi in Giordania venerdì della settimana scorsa, quando un missile balistico ha superato le difese aeree impegnate a respingere un'ondata di missili e droni iraniani. In quindici giorni gli attacchi iraniani contro obiettivi americani in Medio Oriente hanno ucciso quattro militari.

Le basi in Giordania, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti sono sotto tiro pesante. Un attacco americano di grandi dimensioni avrebbe con ogni probabilità provocato una rappresaglia più dura, caricando ancora le difese aeree.

Il missile che l'Iran usa di più è il Kheibar Shekan, un'arma economica e mobile con una gittata di almeno 1.450 chilometri. In alcune versioni la testata si stacca nella fase finale del volo e un piccolo motore le permette di correggere la direzione mentre si avvicina al bersaglio a quasi 10.000 chilometri orari, un comportamento che rende più difficile individuarla e abbatterla.

Gli americani e i loro partner hanno abbattuto la maggior parte di questi missili, ma alcuni colpi sono passati. Un intercettore americano o israeliano costa tra 2 e 15 milioni di dollari a seconda del sistema, molto più dell'arma che deve fermare. "Gli iraniani hanno capito durante la guerra che i Kheibar Shekan sono ottimi perché costano poco, sono flessibili nei sistemi di lancio e sono piuttosto efficaci", ha detto al Wall Street Journal Nicole Grajewski, esperta di strategia iraniana a Sciences Po.

Da quando la tregua è saltata, Teheran ha colpito ripetutamente gli alloggi dei militari americani nelle basi della regione e i radar che reggono le difese aeree.

"Il presidente Trump è sempre stato coerente nel dire che preferisce una soluzione diplomatica, ma continua a mantenere tutte le opzioni se l'Iran prosegue le attività terroristiche nello Stretto di Hormuz o contro gli alleati", ha dichiarato il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca Steven Cheung. Tra le sanzioni che hanno messo in ginocchio l'economia iraniana e i tredici giorni di attacchi contro obiettivi militari, ha aggiunto, "sarebbe saggio che l'Iran lavorasse a un accordo negoziato".

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha detto che le forze armate americane hanno "tutto quello che serve per agire nel momento e nel luogo scelti dal presidente".

Pochi nella cerchia ristretta del presidente e dentro il Pentagono ritenevano che l'escalation avrebbe prodotto i risultati sperati. Un alto funzionario americano ha detto di dubitare che riprendere le grandi operazioni di combattimento avrebbe riportato l'Iran al tavolo delle trattative, perché i raid ottengono l'effetto opposto: tengono compatto il paese e permettono ai suoi leader di spostare l'attenzione su una minaccia esterna.

Molti consiglieri, tra cui il genero del presidente Jared Kushner, indicano una strada meno rischiosa fatta di negoziati e pressione economica prolungata.

In pubblico Trump ha tenuto aperte entrambe le possibilità. "Siamo pronti a fare fuoco", ha detto ai giornalisti venerdì pomeriggio. "Siamo pronti ad andare, ma stiamo parlando con loro, quindi forse ci sarà un punto di svolta, forse no." Giovedì aveva detto ad Axios di stare valutando "un attacco massiccio" e "più grande che mai".

Venerdì ha ricevuto dai militari un piano di attacco come quelli che aveva approvato ogni pomeriggio per due settimane, ma non ha dato il via libera: lo ha rivelato Axios. Poco dopo ha detto che la strategia "più intelligente" è "fare un accordo".

L'ordine di sospendere i raid è arrivato alcune ore dopo l'arrivo a Teheran di una delegazione dell'Oman, che sta discutendo una nuova intesa sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Nel negoziato ci sono stati progressi e un accordo tra Oman e Iran potrebbe arrivare nel fine settimana, dopodiché toccherebbe a Trump decidere se accettarlo.

Alla cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, venerdì sera, il presidente ha detto di non credere che l'Iran sia pronto a un accordo in questo momento, "ma sono disposto ad ascoltare".

Il gabinetto di sicurezza israeliano e le forze armate si aspettavano un nuovo round di attacchi americani venerdì e si erano preparati a un'offensiva di grandi dimensioni che avrebbe potuto provocare una rappresaglia iraniana contro Israele. Gli israeliani sono stati informati solo venerdì sera che Trump non aveva approvato altri raid.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu arriva negli Stati Uniti lunedì e incontrerà il presidente martedì. È la prima visita da quando a febbraio ha sostenuto l'offensiva congiunta contro l'Iran, cominciata poche settimane dopo.

Il Pentagono ha continuato a spostare mezzi e rifornimenti in Medio Oriente. Sono arrivati caccia F-16 dalla Germania e F-35 dalla Gran Bretagna, che si aggiungono a decine di aerei e droni d'attacco già schierati nelle basi a terra e su due portaerei.

I bombardieri B-2 e B-52 negli Stati Uniti sono in stato di allerta e questa settimana un B-1B partito dalla Gran Bretagna ha colpito obiettivi dei Guardiani della rivoluzione. Quasi venti navi da guerra sono in posizione nel Mar Arabico o nelle acque vicine e circa 50.000 militari americani nella regione e in Europa sono assegnati alla missione.

In quindici giorni il Central Command ha colpito più di mille obiettivi, contro i circa 13.000 della campagna di 38 giorni cominciata il 28 febbraio e chiusa dalla tregua dell'8 aprile. I raid hanno preso di mira radar costieri, lanciatori di missili antinave e la flotta di piccole imbarcazioni d'assalto iraniane, oltre a un numero crescente di ponti ferroviari che servono ai civili ma permettono anche di rifornire la costa meridionale vicino allo stretto.

Il blocco navale sulle navi dirette ai porti iraniani o in partenza da quelli ha dato risultati parziali. Dal 14 luglio il Central Command ha dirottato dodici navi commerciali, ne ha messe fuori uso due e ne ha ispezionate altre due.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto martedì che la Cina ha ridotto di circa il 40% gli acquisti di greggio iraniano negli ultimi mesi. Venerdì il Dipartimento del Tesoro ha sanzionato nove aziende e quattro persone legate al finanziere iraniano Babak Zanjani.

Stati Uniti e Regno Unito stanno organizzando a Londra una riunione ad alto livello sulla creazione di una coalizione internazionale per proteggere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, a cui dovrebbero partecipare il segretario alla Difesa Pete Hegseth e Caine. Washington vuole che gli alleati mandino nella regione mezzi antimine, navi militari e droni. La riapertura dello stretto alle navi commerciali è il passaggio decisivo di qualsiasi via d'uscita americana dalla guerra.

Il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile venerdì, con il Brent salito di oltre il 7% fino a 100,95 dollari prima di scendere intorno a 98.

L'Ucraina ha colpito nel Mar Caspio una nave cargo che trasportava forniture militari tra Iran e Russia uccidendo un membro dell'equipaggio. Gli Houthi, la milizia yemenita sostenuta da Teheran, hanno rivendicato attacchi contro due impianti energetici sauditi sul Mar Rosso in risposta ai raid sauditi sulle zone che controllano in Yemen.

Non è chiaro se la pausa continuerà. Le forze armate americane stanno ancora preparando i piani per un eventuale ritorno alle grandi operazioni di combattimento, ma il presidente non ha dato ordini in quella direzione e in caso di ripresa dei raid i militari possono muoversi con un preavviso breve. La guerra dura da quasi cinque mesi.


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Cosa cambia con il nuovo calendario delle primarie Dem del 2028


L'elettorato dei primi Stati non sarà molto più vario, il New Hampshire minaccia di votare comunque per primo e la nuova posizione della Virginia può favorire un candidato dell'establishment

La commissione per le regole del Democratic National Committee, l'organo che dirige il Partito Democratico americano, ha approvato venerdì 24 luglio la proposta di calendario per le primarie presidenziali del 2028. Il voto comincerà dalla South Carolina sabato 22 gennaio, come vuole la tradizione dello Stato.

Nevada, New Hampshire, New Mexico, Michigan e Virginia voteranno poi nei cinque martedì di febbraio. Gli altri Stati seguiranno tra il 7 marzo, il cosiddetto Super Tuesday in cui si concentra il maggior numero di primarie, e l'inizio di giugno.

La scelta dello Stato di apertura è stata la più discussa: 26 membri della commissione hanno votato per la South Carolina, 19 per il Nevada e 4 per il New Hampshire.

Nella South Carolina la maggioranza degli elettori delle primarie democratiche è nera. Il partito l'aveva già promossa al primo posto nel 2024 e ha voluto evitare di alienarsi gli elettori neri togliendole quel ruolo. Sulla decisione ha pesato anche la recente sentenza della Corte Suprema sui distretti elettorali, che mette a rischio i seggi di molti parlamentari democratici neri negli Stati del Sud.

Secondo i calcoli di Geoffrey Skelley, analista di Decision Desk HQ, società americana specializzata in dati elettorali, il nuovo calendario non rende però l'avvio delle primarie molto più vario dal punto di vista etnico. Combinando i sondaggi all'uscita dai seggi con l'affluenza del 2020, gli elettori bianchi sarebbero circa il 64% nei primi sei Stati, la stessa quota registrata nei primi quattro Stati del 2020.

Il motivo è il peso di Michigan e Virginia, dove gli elettori delle primarie erano bianchi rispettivamente al 75% e al 61%: nel 2020 i due Stati espressero insieme 2,9 milioni di voti, mentre gli altri quattro si fermarono complessivamente a 1,2 milioni.

Considerando solo i primi quattro Stati (South Carolina, Nevada, New Hampshire e New Mexico), la quota di elettori bianchi scende invece al 58% circa e quella di elettori latini più che raddoppia rispetto al 2020.

Il cambiamento maggiore è l'uscita dell'Iowa, che apriva la corsa con i suoi caucus, le assemblee di partito in cui gli elettori si riuniscono di persona, e con un elettorato bianco per oltre il 90%. Al suo posto entra di fatto il New Mexico, dove secondo l'ultima rilevazione disponibile, del 2008, gli elettori delle primarie democratiche erano bianchi al 57% e latini al 35%. Nel 2020 lo Stato votò a giugno, a corsa ormai decisa, e non ci furono sondaggi all'uscita dai seggi.

La partecipazione degli elettori latini potrebbe inoltre salire, perché il Nevada abbandonerà i caucus per una primaria tradizionale, un passaggio che di norma aumenta l'affluenza. Alla primaria del 2024, pur ormai ininfluente, parteciparono 134.000 persone, contro le 105.000 dei caucus del 2020. Il New Mexico aprirà invece la sua primaria agli elettori non iscritti a un partito, un'altra modifica che potrebbe far crescere il voto latino.

La conferma della South Carolina è stata letta da alcuni progressisti come una vittoria dell'establishment del partito, per via del precedente del 2020. Allora l'appoggio del deputato Jim Clyburn rilanciò Joe Biden, che vinse lo Stato e consolidò i consensi fino a battere Bernie Sanders per la nomination.

Nel 2028 però il ruolo dello Stato sarà diverso. Nel 2020 la South Carolina votò appena tre giorni prima del Super Tuesday, mentre stavolta lo precederà di circa sei settimane e servirà più a ridurre il campo dei candidati che a scegliere il vincitore.

Senza gare precedenti a sfoltire il gruppo, per gli elettori dello Stato potrebbe essere difficile convergere su uno o due favoriti. Jonathan Martin di Politico ha scritto che una corsa affollata, soprattutto con più di un candidato nero, rischia di frammentare il voto e mandare un segnale confuso agli Stati successivi.

L'ostacolo principale al piano è il New Hampshire, che il calendario colloca terzo. Una legge statale impone che la sua primaria presidenziale si tenga almeno sette giorni prima di ogni elezione simile e la difesa della primaria "first in the nation", la prima della nazione, unisce nello Stato entrambi gli schieramenti. I caucus dell'Iowa, che pure votava prima, sono sempre stati considerati abbastanza diversi da non violare la norma.

Se decidesse di sfidare il partito, il New Hampshire potrebbe puntare a votare martedì 11 gennaio, undici giorni prima della South Carolina.

Era già successo nel 2024. Il piano dei democratici prevedeva che il New Hampshire votasse il 6 febbraio, ma lo Stato fissò la primaria al 23 gennaio, violando le regole del partito. Biden, allora presidente in carica, non si iscrisse nemmeno alla gara e la vinse comunque grazie agli elettori che scrissero a mano il suo nome sulla scheda.

I democratici locali, che rischiavano di perdere tutti i delegati incaricati di assegnare la nomination alla convention nazionale, ad aprile organizzarono una votazione gestita dal partito, passata quasi inosservata, per adeguarsi al calendario nazionale.

I partiti nazionali non possono del resto imporre nulla. Le date delle primarie sono in genere fissate dalle leggi statali o da funzionari come il segretario di Stato, che in New Hampshire ha proprio il compito di difendere il primato locale. Servirebbe una modifica della legge, ma il governo statale è controllato dai repubblicani, che non hanno alcun interesse ad aiutare i democratici.

Questa volta il partito nazionale ha però inasprito le sanzioni. Un candidato che facesse campagna in New Hampshire potrebbe essere escluso dai dibattiti nazionali e perdere anche i delegati conquistati negli altri Stati iniziali. La stretta potrebbe convincere i democratici locali a organizzare fin da subito una primaria di partito in regola con le date, rinunciando a usare il voto statale per assegnare i delegati.

Le novità del calendario sono New Mexico e Virginia, che si aggiungono al Michigan, entrato tra i primi Stati nel 2024. Entrambi tendono a votare per i democratici e hanno un elettorato vario. Nel New Mexico la popolazione con diritto di voto è ispanica al 45%, la quota più alta del paese secondo il centro studi americano Pew Research Center, mentre in Virginia circa il 30% degli elettori delle primarie democratiche è nero.

Soprattutto, sono due dei 16 Stati in cui i democratici controllano il governatore e le due camere del parlamento statale. A differenza del New Hampshire, possono quindi cambiare per legge le date delle loro primarie e adeguarle ai piani nazionali.

Per il New Mexico il cambiamento sarebbe il più grande. Oggi lo Stato concentra a inizio giugno un'unica primaria per tutte le cariche e, per rispettare la data del 15 febbraio prevista dal calendario, dovrebbe creare una primaria presidenziale separata oppure anticipare tutto di quasi quattro mesi (la prima opzione è considerata più praticabile).

Alla Virginia basterebbe invece anticipare il voto di una settimana, dal primo martedì di marzo al 29 febbraio. La data esiste perché il 2028 è bisestile, come quasi tutti gli anni delle elezioni presidenziali americane.

Proprio la Virginia, ultima a votare prima del Super Tuesday, erediterebbe la posizione che nel 2020 fu della South Carolina. La collocazione potrebbe favorire un candidato vicino all'establishment. Nelle primarie del 2016 e del 2020 lo Stato scelse nettamente prima Hillary Clinton e poi Biden, con Sanders staccato al secondo posto in entrambi i casi.

Un risultato simile nel 2028 arriverebbe subito prima delle primarie ricche di delegati di California, Texas e forse New York, che sta valutando di spostare il suo voto al Super Tuesday.


La South Carolina aprirà le primarie democratiche del 2028: battuto il Nevada


La South Carolina sarà il primo Stato a votare nelle primarie presidenziali democratiche del 2028. Il Rules & Bylaws Committee, l’organo del Democratic National Committee incaricato di definire il calendario delle consultazioni, ha preferito oggi il Palmetto State al Nevada, al termine di un confronto che ha fatto emergere le tensioni tra le diverse componenti etniche e geografiche del partito. Come riporta Axios, però, la decisione è ancora preliminare e dovrà essere ratificata ad agosto dall’assemblea plenaria del comitato nazionale, riunita ad Austin, in Texas.

A prevalere è stata la linea sostenuta dai dirigenti afroamericani del partito, secondo i quali l’elettorato nero della Carolina del Sud, uno dei segmenti più fedeli al Partito Democratico, deve potersi esprimere per primo nella scelta del prossimo candidato alla Casa Bianca. La decisione ha però messo in luce le fratture interne al partito: ha contrapposto la componente afroamericana a quella latinoamericana, i progressisti ai moderati e gli Stati del Sud a quelli del Sud-Ovest e del Nord-Est.

Primarie 2028 · Il calendario democratico

La South Carolina resta prima della fila, l’Iowa ne esce

Il comitato che scrive le regole del Partito democratico ha scelto il Palmetto State al posto del Nevada per aprire le primarie del 2028. Aprire il calendario significa esercitare un’influenza sproporzionata sulla scelta del candidato.

Decisione preliminare Grafica di FocusAmerica 24 luglio 2026

Il voto del Rules & Bylaws Committee

South Carolina
26

contro

Nevada
19

Apre le primarie per il secondo ciclo di fila
Resta nella finestra iniziale, ma non aprirà il calendario

South Carolina Nevada Resto del comitato

Il comitato ha 49 membri. Sette voti di scarto hanno deciso quale elettorato parlerà per primo nella scelta del candidato democratico del 2028.

La fila

Come si è riordinato il calendario in tre cicli


Ogni colonna è un ciclo presidenziale, ogni riga una posizione nel calendario. La South Carolina sale dal quarto posto alla testa; l’Iowa, che apriva il voto democratico con i suoi caucus dal 1972, esce dalla finestra iniziale e non rientra.

2020: Iowa, New Hampshire, Nevada, South Carolina. 2024: South Carolina; New Hampshire e Nevada lo stesso giorno; Georgia (mai svolta); Michigan. 2028: South Carolina, poi Nevada, New Hampshire, Michigan, New Mexico e Virginia in ordine da definire.

Tocca uno Stato per seguirne il percorso da un ciclo all’altro.

SC South Carolina · IA Iowa · NH New Hampshire · NV Nevada · GA Georgia · MI Michigan · NM New Mexico · VA Virginia. Il tratteggio indica una consultazione assegnata dal partito ma mai svolta; il segno × indica il punto in cui uno Stato esce dalla finestra iniziale.

La spaccatura

Un voto solo, tre fratture diverse


La scelta ha diviso il partito lungo tre linee che non coincidono tra loro. Il confronto principale è stato quello tra elettorato nero ed elettorato ispanico: entrambi decisivi per le vittorie democratiche.

Elettorato afroamericano

Elettorato ispanico

Progressisti

Moderati

Stati del Sud

Sud-Ovest e Nord-Est

La stretta

Chi vota fuori calendario ora paga


A giugno il partito ha inasprito le sanzioni contro gli Stati che organizzano consultazioni non autorizzate. Anche queste regole vanno ratificate ad agosto.

270.000Dollari
La multa per il partito statale che anticipa il voto senza autorizzazione.

0Delegati
Lo Stato inadempiente perde tutti i delegati alla convention.

2024Il precedente
Il New Hampshire votò contro il DNC e ottenne comunque il riconoscimento dei delegati.

I candidati che partecipano a consultazioni non autorizzate rischiano l’esclusione dai dibattiti ufficiali e non possono conquistare delegati nelle altre consultazioni anticipate.

Fonte Rules & Bylaws Committee del Democratic National Committee, voto preliminare del 24 luglio 2026; calendari 2020 e 2024 dagli atti del DNC. Ricostruzioni di Axios, CNN e NBC News. La composizione e l’ordine della finestra iniziale devono essere ratificati dall’assemblea del comitato nazionale ad agosto, ad Austin.

Il confronto con il Nevada


Molti dirigenti latinoamericani avevano sostenuto la candidatura del Nevada, dove hanno un peso rilevante sia l’elettorato ispanico sia quello delle classi lavoratrici, due bacini altrettanto decisivi per le vittorie democratiche. La posta in gioco era alta: votare per primi significa esercitare un’influenza sproporzionata sulla selezione del candidato, oltre ad attirare sul proprio Stato l’attenzione dei media, dei finanziatori e delle campagne elettorali.

I membri del comitato hanno motivato la scelta con le caratteristiche della South Carolina: uno Stato relativamente piccolo e con un elettorato etnicamente diversificato, nel quale i candidati possono competere senza dover investire somme enormi in pubblicità. Hanno pesato anche i dubbi sulla rapidità dello scrutinio in Nevada e la volontà di rafforzare il peso politico dell’elettorato nero nel Sud, dopo le sentenze della Corte Suprema che hanno indebolito alcune tutele del Voting Rights Act.

Fino a questa mattina, comunque, l’esito era rimasto incerto. Fonti interne avevano riferito ad Axios di una sfida in bilico, dopo una riunione riservata protrattasi fino a tarda notte. La South Carolina ha infine ottenuto 26 voti contro i 19 del Nevada, all’interno di un comitato composto da 49 membri. Il comitato ha comunque inserito nella finestra iniziale anche Nevada, New Hampshire, Michigan, New Mexico e Virginia: tra questi figurano diversi Stati potenzialmente decisivi nelle elezioni generali. L’Iowa, invece, resterà con ogni probabilità escluso dopo essere stato per decenni il primo appuntamento del calendario, con i suoi caucus.

A giugno il partito ha inoltre irrigidito le sanzioni contro le violazioni: gli Stati che organizzano consultazioni non autorizzate perderanno tutti i delegati e dovranno pagare una multa di 270.000 dollari, mentre i candidati che vi partecipano potranno essere esclusi dai dibattiti ufficiali e non potranno conquistare delegati nelle altre consultazioni anticipate. Una stretta decisa anche alla luce di quanto accaduto nel 2024 in New Hampshire, che celebrò ugualmente la propria primaria nonostante l’opposizione del DNC e ottenne in seguito il riconoscimento dei delegati.

Il possibile vantaggio per Kamala Harris


La South Carolina aveva già inaugurato il calendario delle primarie democratiche del 2024, su impulso dell’allora presidente Joe Biden. Mercoledì il reverendo Al Sharpton, storico esponente afroamericano difensore dei diritti civili, aveva avvertito in un comunicato rilanciato dal Partito Democratico statale che "spingere ora la South Carolina in fondo alla fila sarebbe stato uno schiaffo in faccia proprio a quegli elettori che hanno tenuto in vita questo partito".

Ancora più esplicita era stata Christale Spain, presidente del partito nello Stato, che al New York Times aveva dichiarato:

"Se il Nevada venisse promosso al posto della South Carolina, sarebbe per il peso del suo voto latino. Direste quindi agli elettori neri che contano meno di quelli latinoamericani. Mi rifiuto di credere che il nostro partito voglia mandare un messaggio del genere".


La decisione potrebbe, comunque, favorire Kamala Harris. L’ex vicepresidente sta valutando una terza candidatura alla Casa Bianca ed è attualmente nettamente in testa, tra i possibili aspiranti democratici del 2028, nelle preferenze dell’elettorato afroamericano.


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Trump vuole esentare le aziende spaziali dalle valutazioni ambientali


La proposta permette alla FAA di derogare a 13 leggi federali per autorizzare più in fretta siti, lanci e rientri. Gli ambientalisti la definiscono "un regalo osceno" e promettono di contestarla.

L'amministrazione Trump ha presentato martedì una proposta per esentare le aziende spaziali dalle valutazioni di impatto ambientale. Il piano permetterebbe alla Federal Aviation Administration (FAA), l'agenzia che regola l'aviazione civile e autorizza le attività spaziali commerciali, di derogare alle leggi ambientali quando approva i siti di lancio commerciali e concede i permessi per i lanci e per i rientri in atmosfera. Aziende e cittadini potranno commentare la proposta prima dell'eventuale entrata in vigore.

Le deroghe toccherebbero i requisiti di 13 leggi federali sulla protezione delle specie minacciate, sulla qualità dell'acqua e dell'aria e sulla tutela delle coste. L'obiettivo è concedere "più rapidamente e più facilmente" alcune licenze e permessi commerciali.

Lanci e rientri dei veicoli spaziali producono molto rumore e alterano gli habitat della fauna selvatica: la FAA ne valuta gli effetti e discute le alternative possibili. Per gli ambientalisti e per molte comunità locali le analisi sono uno strumento essenziale per capire i grandi progetti, ma possono durare più di un anno e le aziende del settore le considerano un freno.

L'agenzia si prepara intanto a un'impennata delle attività: prevede 214 lanci o rientri nell'anno fiscale in corso e più di 500 tra dieci anni. A trainare la crescita saranno SpaceX, Rocket Lab, la Blue Origin di Jeff Bezos e startup come Stoke Space, che vogliono portare in orbita decine di satelliti per le comunicazioni, per usi militari e forse anche per il calcolo legato all'intelligenza artificiale. Il mercato mondiale dei lanci, aperto ai privati dall'inizio degli anni Duemila, è oggi dominato proprio da queste aziende.

"Stiamo potenziando al massimo l'attività spaziale commerciale, tagliando i costi e rafforzando il vantaggio competitivo dell'America in questo campo vitale", ha detto in un comunicato il segretario ai Trasporti Sean Duffy. Per Duffy "gli Stati Uniti hanno vinto la prima corsa allo spazio" e possono ripetere l'impresa solo eliminando "gli ostacoli amministrativi".

L'amministrazione giustifica la deregolamentazione con la necessità di aumentare la cadenza dei lanci e di reggere la concorrenza della Cina, che sta recuperando terreno in fretta e punta come gli Stati Uniti a portare astronauti sulla Luna entro il 2030.

Il caso più discusso è Starbase, il complesso di SpaceX vicino a Brownsville, in Texas, dove l'azienda sviluppa il razzo Starship a poca distanza da aree naturali protette. Alcuni residenti hanno accusato la FAA di condurre analisi troppo superficiali, mentre la società di Elon Musk ha criticato in passato l'agenzia per quella che ha definito una "analisi ambientale superflua" legata a un lancio dalla base.

Ridurre le analisi ambientali per accelerare i lanci rischia però di aumentare la pressione sul controllo del traffico aereo, un altro compito della FAA. L'agenzia lavora con gli operatori per chiudere temporaneamente lo spazio aereo lungo le traiettorie dei razzi e tenere lontani i voli commerciali. La maggior parte dei lanci americani parte dalla zona di Cape Canaveral, sulla costa orientale della Florida, vicino ad alcune delle rotte più trafficate da e per lo Stato.

Blue Origin, Stoke Space e United Launch Alliance programmano più lanci da quella regione, così come SpaceX. Quest'anno la FAA ha autorizzato l'azienda di Musk a compiere fino a 44 lanci all'anno dello Starship, il razzo ancora in sviluppo, da una piattaforma del Kennedy Space Center, con altrettanti atterraggi dei suoi due stadi.

Il presidente aveva già firmato l'anno scorso un ordine esecutivo per ridurre le regole sull'industria spaziale e la settimana scorsa la Federal Communications Commission, l'autorità federale delle comunicazioni, ha semplificato le procedure con cui autorizza la messa in orbita dei satelliti.

L'organizzazione ambientalista Center for Biological Diversity ha definito la proposta "un regalo osceno" all'industria e ha annunciato che la contesterà. La NASA, l'agenzia spaziale americana, ha condotto lanci in modo responsabile per decenni, ha detto in un comunicato il suo dirigente Brett Hartl, mentre ora il presidente vuole eliminare "anche le protezioni ambientali più elementari per arricchire alcune delle persone più ricche del mondo".

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La guerra in Iran ribalta l'America First: ora lo slogan se lo intestano i Democratici


Da Abdul El-Sayed in Michigan a Dan Osborn in Nebraska, un numero crescente di candidati democratici o indipendenti rivendica lo slogan di Donald Trump contro la guerra con l'Iran. Anche a destra c'è chi accusa il presidente di aver tradito quella promessa.

Un numero crescente di Democratici sta rivendicando per sé lo slogan "America First", in risposta alla guerra che Donald Trump sta conducendo da fine febbraio contro l'Iran insieme a Israele. Così la formula che il presidente si era intestato per due lunghe campagne elettorali, ora divide sempre di più la destra e viene usata dai suoi avversari, compresi alcuni dei possibili aspiranti alla Casa Bianca nel 2028.

Abdul El-Sayed, candidato progressista che il 4 agosto affronterà la moderata Haley Stevens nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan, è il più esplicito. Il fine settimana scorso ha fatto campagna con Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Ad Axios ha detto: "Sono il candidato più America First del Paese, e lo dico con orgoglio". La sua definizione ribalta quella del presidente e la sposta sulla spesa pubblica: "Quando tieni qui i nostri soldi invece di mandarli alla macchina da guerra di qualche altro Paese, questo è il vero America First".

Politica USA · 2026

«America First» cambia bandiera


Dalla guerra contro l’Iran alle primarie del Michigan: sempre più democratici rivendicano lo slogan di Trump — o ne adottano gli argomenti senza pronunciarlo.

Grafica di FocusAmerica

AMERICA FIRST AMERICA FIRST
2026 · i democratici 2016 · Donald Trump

Trascina lo strappo: il manifesto democratico copre quello di Trump.

La cronologia

Sei mesi di appropriazione, dalla guerra alle urne



I protagonisti

Due modi di dire la stessa cosa

Oltre il 2028

Il mandato di Trump finisce a gennaio 2029. Lo slogan gli sopravvive.

Proteggere l’industria nazionale, ridurre le dipendenze strategiche, subordinare gli impegni internazionali all’interesse del Paese: la svolta che ha portato Trump alla Casa Bianca è ormai bipartisan. Cambieranno toni e strumenti, non la direzione.
Fonte: Axios, Congress.gov, dichiarazioni pubbliche dei candidati · luglio 2026

Dalla benzina a Israele, lo slogan cambia bersaglio


Ro Khanna, deputato della California che sta valutando anche lui una corsa alla Casa Bianca, ha adottato la stessa etichetta. Ad aprile ha ripresentato il Gasoline Export Ban Act, un progetto di legge che vieta l'esportazione di benzina all'estero quando il prezzo medio alla pompa resta sopra i 3,12 dollari al gallone per 7 giorni consecutivi, e in quell'occasione ha detto di voler mettere l'America al primo posto. A febbraio, dall'aula della Camera, aveva sostenuto che "un'altra guerra in Medio Oriente non è America First".

Dan Osborn, il sindacalista che in Nebraska corre per il Senato da indipendente contro il senatore repubblicano uscente Pete Ricketts, è andato oltre e venerdì ha usato la stessa formula contro Israele: "dobbiamo mettere al primo posto l'America, non Israele". Non si può "minare l'indipendenza dell'esercito americano per nessun alleato", ha aggiunto Osborn, "men che meno per uno inaffidabile che ci ha già costretto a buttare soldi in un'inutile guerra senza fine all'estero".

Anche una parte dei Repubblicani ritiene che la guerra contro l'Iran abbia tradito l'impegno a mettere gli americani al primo posto e che proprio questo abbia aperto uno spazio politico ai Democratici. Tucker Carlson, che nel 2024 ha presentato Trump alla convention repubblicana, aveva spinto il presidente a non attaccare l'Iran e da allora si è scusato per aver "fuorviato la gente" sul suo conto, precisando che non era stato un errore intenzionale.

Da parte sua, El-Sayed si è detto d'accordo con i critici di destra: "la versione MAGA dell'America First è fare spettacolo con l'America First, per poi svenderti al primo acquirente". Chi la pratica, ha aggiunto, resterà sempre ostaggio di "una lobby di interessi stranieri come AIPAC", la principale lobby di pressione filoisraeliano negli Stati Uniti, e del complesso militare-industriale, cioè di "quelli che vincono ogni volta che mandiamo le nostre armi all'estero". I sondaggi indicano che gli elettori sono stanchi di decenni di guerre in Medio Oriente, soprattutto quando non vedono di buon occhio la propria situazione economica in casa.

I big democratici evocano il tema senza usare lo slogan


La maggior parte dei Democratici di primo piano evita ancora di pronunciare lo slogan di Trump, ma ne riprende sempre più spesso gli argomenti. Il 17 luglio a Memphis, in un comizio a sostegno del candidato al Congresso Justin Pearson, Alexandria Ocasio-Cortez ha detto che "tutti quei soldi che stiamo spendendo in bombe all'estero potrebbero essere spesi in scuole qui da noi". La deputata di New York sta attualmente valutando una candidatura alla presidenza o al Senato nel 2028.

Il 25 aprile, parlando dinanzi ad una platea del Partito Democratico dell'Arkansas nel suo primo discorso da protagonista dopo la sconfitta del 2024, l'ex vicepresidente Kamala Harris aveva detto che "per innescare una rinascita americana dobbiamo partire da un'agenda ambiziosa, in cui i nostri soldi pubblici vadano a case, sanità e asili accessibili, non a guerre sconsiderate in terre straniere che nessuno vuole", un riferimento palese allo slogan elettorale di Trump nel 2024 sulle "stupide guerre straniere".

Molti Democratici hanno abbracciato anche le politiche industriali propugnate da Trump in questi anni per far ripartire la manifattura americana. Il 15 giugno i senatori Mark Kelly dell'Arizona e Cory Booker del New Jersey, anche loro entrambi possibili candidati alla presidenza, sono stati tra i firmatari del Make More in America Act, il disegno di legge presentato dal leader democratico al Senato Chuck Schumer che allarga il mandato della Export-Import Bank per finanziare la costruzione di semiconduttori, l'estrazione di minerali critici e lo sviluppo dell'intelligenza artificiale negli Stati Uniti.

Kelly ha persino sostenuto che la legge servirebbe a "costruire più cose qui da noi e creare posti di lavoro ben pagati, riducendo allo stesso tempo la nostra dipendenza dagli avversari stranieri". Insomma, il mandato di Trump finirà nel gennaio 2029, ma la svolta che lo ha portato a vincere grazie allo slogan "America First" appare ormai bipartisan e destinata a sopravvivergli. Anche tra i democratici si sta sempre di più consolidando l'idea che gli Stati Uniti debbano proteggere l'industria nazionale, ridurre le dipendenze strategiche e subordinare maggiormente gli impegni internazionali agli interessi economici e di sicurezza del Paese. Ciò significa che potranno sicuramente cambiare i toni e gli strumenti, ma difficilmente Washington tornerà all'impostazione globalista che aveva preceduto l'ascesa di Donald Trump alla presidenza.


Vance e i vertici militari frenano Trump sull’escalation in Iran


Gli Stati Uniti hanno interrotto venerdì notte la campagna di bombardamenti contro l’Iran dopo tredici notti consecutive di attacchi. Le operazioni sono “sospese”, ha dichiarato sabato alla CNN una fonte del Dipartimento della Difesa. Poche ore prima, durante una riunione alla Casa Bianca in cui Donald Trump valutava un allargamento della guerra, il vicepresidente JD Vance e il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore, avevano espresso forti perplessità sull’ipotesi.

Caine ha sollevato soprattutto il problema delle scorte di munizioni. Il generale ha spiegato a Trump e agli altri vertici dell’Amministrazione che le operazioni esaminate erano realizzabili e avrebbero probabilmente raggiunto gli obiettivi militari, ma li ha messi in guardia dalle conseguenze. Quasi tutti i consiglieri presenti hanno riconosciuto che gli Stati Uniti sarebbero stati in grado di condurre un attacco devastante, invitando però il presidente a considerare gli effetti indiretti e a lungo termine di una nuova escalation.

Durante la riunione è stato affrontato anche il rischio di vittime civili su vasta scala. Nell’ultima settimana Trump ha minacciato di colpire infrastrutture iraniane come strade, ponti e centrali elettriche: attacchi che, a seconda degli obiettivi e delle modalità, potrebbero violare il diritto internazionale umanitario.

Un’offensiva di questo tipo provocherebbe vittime e potrebbe privare ampie fasce della popolazione di elettricità, acqua e cibo, è stato spiegato al presidente. I consiglieri hanno inoltre indicato il pericolo di una crisi umanitaria dei rifugiati, di ritorsioni iraniane contro gli impianti energetici e di desalinizzazione del Golfo e di un ulteriore allargamento regionale del conflitto.

Non è chiaro se a determinare la sospensione dei raid siano stati i timori per le scorte, l’allarme sulle conseguenze umanitarie o una combinazione dei due fattori. Non si sa neppure quanto durerà la pausa. “Il presidente Trump ha sempre affermato con coerenza di preferire una soluzione diplomatica, ma continua a mantenere aperte tutte le opzioni nel caso in cui l’Iran prosegua le attività terroristiche nello Stretto di Hormuz o contro i nostri alleati”, ha dichiarato Steven Cheung, direttore della comunicazione della Casa Bianca.

Dopo le sanzioni che hanno messo in ginocchio l’economia iraniana e tredici giorni consecutivi di attacchi contro obiettivi militari, ha aggiunto, Teheran farebbe bene a lavorare a un accordo negoziato.

Guerra Usa-Iran · La pausa dei raid

Dopo tredici notti di raid sull’Iran, Washington si ferma

Nella riunione di venerdì alla Casa Bianca, il vicepresidente Vance e il generale Caine hanno frenato l’ipotesi di allargare la guerra: pesano le scorte di munizioni e il costo umanitario di un attacco alle infrastrutture.

Grafica di FocusAmerica

Il Pentagono: operazioni «in sospeso»

13
notti consecutive di attacchi americani su obiettivi militari iraniani, fino allo stop di venerdì notte


1ª notte 14ª: raid sospesi

Perché la pausa

I due freni emersi nella riunione alla Casa Bianca

Le scorte di munizioni

Il generale Caine ha avvertito Trump: gli obiettivi militari sono raggiungibili, ma le scorte americane restano fortemente ridotte — molte munizioni cedute all’Ucraina, altre consumate contro gli Houthi.

Il senatore Van Hollen: si stanno esaurendo anche gli intercettori che proteggono le truppe nella regione.

Il costo umanitario

Colpire strade, ponti e centrali elettriche — come minacciato da Trump nell’ultima settimana — potrebbe violare il diritto internazionale umanitario, hanno spiegato i consiglieri al presidente.

Quasi tutti hanno riconosciuto che l’attacco sarebbe stato devastante, invitando a valutarne gli effetti indiretti.

L’avvertimento dei consiglieri

I quattro rischi indicati a Trump


1Vittime civili su vasta scala

Un’offensiva sulle infrastrutture provocherebbe vittime e priverebbe ampie fasce della popolazione iraniana di elettricità, acqua e cibo.

2Una crisi dei rifugiati

Il collasso dei servizi essenziali rischierebbe di innescare flussi di profughi su scala regionale, con una crisi umanitaria difficile da contenere.

3Ritorsioni sugli impianti del Golfo

Teheran potrebbe colpire gli impianti energetici e di desalinizzazione dei Paesi del Golfo, vitali per l’acqua e l’elettricità della regione.

4Un conflitto ancora più ampio

Una nuova escalation aumenterebbe il rischio di trascinare nella guerra altri attori regionali, oltre ai Paesi vicini che già ospitano basi americane.

La tregua informale

Due pause speculari, nessun accordo

Washington
«Spazio ai negoziati»

Per l’ambasciatore all’Onu Waltz la pausa serve alla diplomazia. La Casa Bianca però tiene «aperte tutte le opzioni» se l’Iran colpirà nello Stretto di Hormuz o gli alleati.

Teheran
«Attacco per attacco»

L’Iran sospende gli attacchi finché lo faranno gli Usa, dice un alto funzionario a Reuters. Ma definisce la pausa «tattica più che reale» e promette una risposta su vasta scala a nuovi attacchi.

Lo Stretto di Hormuz

Il fronte aperto sulle rotte marittime

La petroliera sulla mina

Una petroliera è stata investita da un’esplosione dopo avere urtato una mina navale, secondo l’agenzia Tasnim: la nave si sarebbe allontanata dalla rotta indicata dall’Iran.

Il contenzioso sull’articolo 5

Per Teheran il Memorandum firmato dopo la guerra le affida rotte di navigazione e sminamento dello Stretto: il ministro degli Esteri Araghchi accusa Washington di averlo violato.

La mediazione dell’Oman

Muscat propone un consorzio regionale per la sicurezza marittima con contributi volontari; l’Iran pretende pagamenti obbligatori. «Qualche progresso» nei colloqui, ma nessuna intesa.

Fonte: CNN, Reuters, Fox News, ABC, Tasnim, The Jerusalem Post — luglio 2026

La tregua informale e il problema delle munizioni


L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite Mike Waltz ha fornito domenica la versione ufficiale della sospensione: Trump vuole concedere spazio ai negoziati, ha spiegato a Fox News. Le scorte di armamenti americane rimangono tuttavia fortemente ridotte e subirebbero nuove pressioni se gli attacchi riprendessero, come già riferito dalla CNN.

Waltz ha attribuito parte del problema agli aiuti forniti all’Ucraina. “Abbiamo ereditato una situazione difficile, con molte delle nostre munizioni cedute all’Ucraina”, ha detto, ricordando che altri armamenti sono stati impiegati contro gli Houthi e assicurando che il riarmo prosegue attraverso sistemi meno costosi e più rapidi da produrre.

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha replicato alla CNN che le Forze Armate statunitensi dispongono di tutto ciò che serve per operare nel momento e nel luogo scelti dal presidente.

Teheran ha risposto con una posizione speculare. Un alto funzionario iraniano ha dichiarato domenica a Reuters che il Paese sospenderà i propri attacchi finché gli Stati Uniti faranno altrettanto, secondo il principio dell’“attacco per attacco”, e che il messaggio è già stato trasmesso a Washington.

Lo stesso funzionario ha però definito la pausa “tattica più che reale” e ha avvertito che l’Iran è pronto a una risposta su vasta scala in caso di nuovi raid. Per due settimane Teheran aveva colpito i Paesi vicini che ospitano basi americane, mentre nel fine settimana non sono stati registrati nuovi attacchi.

Anche i democratici insistono sul problema delle munizioni. “Non saremmo mai dovuti entrare in questa guerra insensata e dovremmo porvi fine adesso”, ha dichiarato il senatore Chris Van Hollen ad ABC, durante il programma This Week. Secondo il senatore, gli Stati Uniti stanno consumando gli intercettori necessari a neutralizzare gli attacchi iraniani e a proteggere le proprie truppe nella regione.

La petroliera colpita e il negoziato sullo Stretto


Nello Stretto di Hormuz, intanto, la tensione rimane alta. Una petroliera è stata investita da un’esplosione dopo avere urtato una mina navale, secondo l’agenzia semiufficiale Tasnim, vicina ai Guardiani della rivoluzione. La nave avrebbe colpito l’ordigno dopo essersi allontanata dalla rotta indicata dall’Iran, ma le autorità di Teheran non hanno diffuso comunicazioni ufficiali sull’incidente.

Proprio sul controllo delle rotte marittime si è aperto un nuovo contenzioso. Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi accusa Washington di avere violato l’articolo 5 del Memorandum sottoscritto dopo la guerra, che secondo Teheran attribuisce all’Iran il compito di stabilire i percorsi di navigazione e condurre le operazioni di sminamento.

Iran e Oman, che svolge il ruolo di mediatore, avrebbero comunque compiuto “qualche progresso” sui negoziati per la sicurezza della navigazione, hanno riferito al Jerusalem Post due fonti informate. Non è però chiaro se Teheran accetterà la proposta sul tavolo.

Muscat ha suggerito la creazione di un consorzio regionale incaricato della sicurezza marittima, delle operazioni di ricerca e soccorso e di altre forme di cooperazione, con partecipazione e contributi economici volontari. L’Iran si è finora opposto, chiedendo pagamenti obbligatori e sostenendo che, in loro assenza, alle navi non potrebbe essere garantito il passaggio attraverso lo Stretto.

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha confermato che venerdì e sabato si sono svolti a Teheran colloqui con il viceministro degli Esteri dell’Oman. Li ha definiti costruttivi e ha assicurato che, nonostante l’incidente e le tensioni sul controllo delle rotte, il traffico marittimo nello Stretto non ha subito variazioni.


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Un distretto scolastico fa causa all'amministrazione Trump sulle politiche per gli studenti transgender


Il distretto Jeffco vuole salvare 50 milioni di fondi federali. Istruzione e Giustizia minacciano due distretti in Maryland e Michigan che nasconderebbero ai genitori l'identità di genere dei figli

Jeffco Public Schools, il secondo distretto scolastico del Colorado per dimensioni, ha fatto martedì causa all'amministrazione Trump per impedire al Dipartimento dell'Istruzione di togliergli più di 50 milioni di dollari di fondi federali. Il governo minaccia il taglio da mesi, sostenendo che le politiche del distretto a favore degli studenti transgender discriminino le ragazze.

Il giorno prima i dipartimenti dell'Istruzione e della Giustizia avevano annunciato iniziative contro altri due distretti, in Maryland e Michigan, accusati di nascondere ai genitori l'identità di genere dei figli. Il governo ha minacciato tagli ai fondi per i distretti di tutto il paese che sostengono gli studenti transgender, definendo queste politiche discriminatorie verso le ragazze.

Il Dipartimento dell'Istruzione accusa Jeffco di violare il Title IX, la legge federale del 1972 che vieta le discriminazioni in base al sesso nell'istruzione, perché consente agli studenti transgender di gareggiare nelle squadre femminili e di usare i bagni e le sistemazioni riservati alle ragazze, anche nelle gite con pernottamento. La prima contestazione è arrivata a marzo, con dieci giorni di tempo per cambiare le regole, la seconda a giugno. Dopo quest'ultima il consiglio scolastico ha autorizzato i legali ad andare in tribunale.

L'indagine su Jeffco era partita l'anno scorso, dopo che nel 2024 una famiglia aveva denunciato il distretto sostenendo che la figlia avesse dovuto condividere il letto con una ragazza transgender durante una gita scolastica.

Il distretto contesta le conclusioni federali. L'accusa secondo cui più di 60 studenti maschi gareggerebbero nelle squadre femminili si baserebbe su un'affermazione "erronea": i ragazzi presenti negli elenchi di quelle squadre sono collaboratori o mascotte, non atleti. I dirigenti scolastici dicono inoltre di rispettare la legge anti-discriminazione del Colorado, che a loro giudizio è in conflitto con l'attuale interpretazione federale del Title IX.

La causa, depositata al tribunale federale del Colorado, chiede a un giudice di stabilire quale delle due leggi il distretto debba seguire. "Quando i requisiti statali e federali sono in conflitto, i tribunali sono il luogo appropriato per fare chiarezza", ha spiegato il sovrintendente ad interim Rob Stein. Il procuratore generale del Colorado Phil Weiser ha detto che "le tattiche di intimidazione dell'amministrazione Trump e la scelta di prendere di mira persone vulnerabili sono vergognose".

I fondi a rischio finanziano tra l'altro l'educazione speciale e le mense scolastiche. Il distretto ha un bilancio di quasi un miliardo di dollari e ha appena tagliato spese per 45 milioni (compresi 139 posti di lavoro), ma dovrà comunque usare 13 milioni delle riserve per chiudere il bilancio 2026-27.

Indagini simili riguardano altri due distretti del Colorado. Denver Public Schools è sotto inchiesta per i bagni senza distinzione di genere e per un'insegnante accusata di aver fatto baciare tra loro alcune studentesse, mentre Cherry Creek Schools è indagato per programmi definiti "razzialmente discriminatori".

Il distretto di Anne Arundel County, nel Maryland, classifica invece l'identità di genere degli studenti come "informazione medica riservata". Per i dipartimenti dell'Istruzione e della Giustizia questa regola viola la FERPA (la legge federale che garantisce ai genitori l'accesso ai documenti scolastici dei figli). Quando i genitori di una studentessa hanno chiesto spiegazioni sulla "transizione di genere" della figlia, si legge nel comunicato congiunto, il preside si è rifiutato di fornire dettagli e la vicepreside di consegnare i documenti.

I genitori, rimasti anonimi, avevano citato in giudizio il distretto l'8 luglio. Sostengono che il personale della scuola superiore abbia aiutato la figlia a compiere di nascosto una "transizione sociale" presentandola a scuola come maschio. Se ne sono accorti da un'email che si riferiva alla ragazza con pronomi maschili.

Il distretto ha risposto di aver saputo delle accuse federali dal comunicato stampa e di non aver ricevuto né una comunicazione formale né prove a sostegno delle conclusioni.

Ad Ann Arbor, in Michigan, il governo contesta la regola che vieta al personale scolastico di rivelare ai genitori l'identità di genere degli studenti, oltre alla scelta di conservare i documenti sul tema in un archivio separato. Il distretto ha tempo fino al 10 agosto per convincere i due dipartimenti a non procedere, mentre per Anne Arundel la minaccia comprende "procedimenti giudiziari applicabili e potenziale perdita dei fondi federali".

La segretaria all'Istruzione Linda McMahon ha detto che i due dipartimenti useranno "ogni strumento disponibile" per chiamare i distretti a rispondere. Harmeet Dhillon, procuratrice generale aggiunta al Dipartimento di Giustizia, ha avvertito che "la FERPA non è facoltativa" e che chi prova ad aggirarla deve aspettarsi "un'azione federale immediata".

La stessa legge è già servita a far cadere politiche di California e Maine che negavano ai genitori l'accesso ai documenti sull'identità di genere dei figli. Già nel marzo 2025 l'ufficio del Dipartimento che si occupa della privacy degli studenti aveva scritto ai provveditori statali per ricordare gli obblighi della legge, criticando in particolare la pratica di nascondere l'identità di genere. La Corte Suprema ha inoltre bloccato una politica della California che voleva vietare le notifiche automatiche alle famiglie quando uno studente cambia identità di genere a scuola.

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Il Marocco intitola a Trump un'autostrada di 1.055 chilometri nel Sahara occidentale


La strada collega Tiznit a Dakhla, costa circa un miliardo di dollari e attraversa il territorio conteso sul quale Washington ha riconosciuto la sovranità del Marocco nel 2020. Rabat non conferma

Il presidente Donald Trump ha annunciato che il Marocco intitolerà a suo nome un'autostrada di 1.055 chilometri che attraversa il Sahara occidentale, il territorio conteso di cui il regno controlla la maggior parte e sul quale Washington ha riconosciuto la sovranità marocchina nel 2020. La President Donald J. Trump Highway collega la città di Tiznit, nel sud del Marocco, a quella di Dakhla, sulla costa atlantica, ed è costata circa un miliardo di dollari (dieci miliardi di dirham).

Trump ha pubblicato su Truth Social, il social network che ha fondato, un video promozionale con immagini del deserto e di alcuni tratti della strada. "Grazie all'altamente rispettato Mohammed VI, il re del Marocco: un grande onore", ha scritto il presidente. "Non vedo l'ora di percorrere l'intera lunghezza di questa grande autostrada, un giorno, speriamo presto".

Il Marocco non ha confermato ufficialmente l'intitolazione e un portavoce del governo non ha risposto alle richieste di commento. Il video descrive la strada come una delle più lunghe dell'Africa, distesa lungo il 7% della costa atlantica del continente e destinata a entrare in una rete più ampia che collegherà l'Africa occidentale alle sponde meridionali del Mediterraneo passando per il Marocco.

"Sotto la guida visionaria di sua maestà il re Mohammed VI e grazie allo storico coraggio del presidente Donald J. Trump, il Sahara marocchino è entrato in una nuova era di pace, dialogo e prosperità", dice il video, che contiene anche immagini di repertorio degli incontri tra i due.

L'autostrada ha quattro corsie e attraversa il deserto e la costa toccando Guelmim, Tan-Tan, Laâyoune e Boujdour prima di arrivare a Dakhla, dove è in costruzione un porto d'altura da 1,3 miliardi di dollari che dovrebbe essere completato nel 2028. I tempi di percorrenza si sono ridotti e gli standard di sicurezza stradale sono migliorati.

Il Sahara occidentale è un'area ricca di risorse grande all'incirca quanto il Regno Unito, contesa dal 1975, quando la Spagna, che ne era la potenza coloniale, si ritirò. Da allora se lo contendono il Marocco, che ne controlla gran parte, e un movimento armato indipendentista sostenuto dall'Algeria. Il Fronte Polisario, il gruppo che dice di rappresentare la popolazione autoctona sahrawi, chiede un referendum sull'indipendenza.

Il riconoscimento americano della sovranità marocchina arrivò nel dicembre 2020, nelle ultime settimane del primo mandato di Trump, come parte dell'accordo con cui il regno ristabilì le relazioni con Israele nel quadro degli Accordi di Abramo. Francia e Spagna hanno poi fatto lo stesso, accelerando un boom di investimenti che comprende resort turistici e impianti per le energie rinnovabili. Più di trenta paesi hanno aperto consolati a Laâyoune e Dakhla e il piano di autonomia proposto da Rabat è oggi sostenuto da oltre cento nazioni.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato di recente un linguaggio che considera l'autonomia sotto sovranità marocchina la strada più praticabile per chiudere la disputa.

Il regista Christopher Nolan ha girato l'anno scorso alcune scene di The Odyssey nei dintorni di Dakhla, attirandosi le critiche del Fronte Polisario.

In un'analisi pubblicata su Ynet, il sito del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, Amine Ayoub, ricercatore del Middle East Forum, sostiene che l'autostrada non è un'operazione di immagine ma uno strumento di controllo territoriale che rafforza anche la sicurezza di Israele. Le strade moderne consentono lo spostamento rapido delle forze di sicurezza, i porti attirano commercio legittimo e lo sviluppo urbano-industriale dà alla popolazione locale un interesse concreto alla stabilità, riducendo lo spazio in cui operano le reti radicali e le milizie sostenute dall'estero.

Il Marocco ha presentato prove secondo cui l'Iran, attraverso la propria ambasciata ad Algeri e uomini legati a Hezbollah, ha fornito armi, addestramento tattico e tecnologia dei droni al Fronte Polisario. Per questo Rabat ruppe le relazioni diplomatiche con Teheran nel maggio 2018. Un Sahara occidentale poco controllato, scrive Ayoub, avrebbe potuto diventare un corridoio affacciato sull'Atlantico da cui minacciare le monarchie arabe sunnite e le rotte marittime commerciali.

Marocco e Israele hanno costruito dopo gli Accordi di Abramo una fitta rete di cooperazione militare che comprende lo scambio di intelligence informatica, esercitazioni congiunte, trasferimenti di tecnologia militare, sistemi di difesa aerea e sorveglianza costiera. Il Marocco è anche il paese con cui gli Stati Uniti hanno il rapporto basato su un trattato più antico e ininterrotto della loro storia, che risale al trattato di pace e amicizia del 1786.

L'autostrada marocchina si aggiunge a una lista di strade ed edifici pubblici intitolati a Trump durante il suo secondo mandato. A luglio l'aeroporto di Palm Beach è diventato President Donald J. Trump International Airport, mentre alcuni parlamentari hanno proposto di rinominare l'aeroporto Dulles di Washington (che si trova in Virginia) e la Penn Station di New York. In Oklahoma i legislatori hanno intitolato al presidente un tratto della US Route 287. Portano il suo nome anche un tribunale della contea di Lyon in Nevada, Palm Avenue a Hialeah in Florida e alcuni tratti della Florida State Road 80 e della US Route 98 nella contea di Palm Beach.

Sono in programma anche un ponte nella contea di Jefferson in Tennessee e un'autostrada in South Carolina. Il nome del presidente è stato aggiunto all'US Institute of Peace, l'istituto federale che si occupa di risoluzione dei conflitti. Dovrebbe entrare anche nella denominazione ufficiale della sala da ballo in costruzione alla Casa Bianca e Trump ha detto di volerlo sul nuovo stadio dei Washington Commanders, la squadra di football della capitale.

Il consiglio di amministrazione del Kennedy Center, il principale centro culturale di Washington, ha votato all'inizio dell'anno per aggiungere il nome del presidente al teatro, dopo che i suoi membri erano stati sostituiti da persone nominate dallo stesso Trump. Un tribunale ha poi stabilito che la decisione era illegittima e il nome è stato rimosso dalla facciata dell'edificio.

Trump ha detto in passato che il suo volto potrebbe un giorno essere aggiunto al Monte Rushmore, ma non è stata avviata alcuna iniziativa formale in questo senso.

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Trump preme su Robert F. Kennedy Jr. per tagliare i vaccini ai bambini


Il presidente vuole ridurre le vaccinazioni raccomandate ai bambini e attende un calo dei casi di autismo, mentre i suoi consiglieri avevano chiesto al ministro della Salute di abbassare i toni

Il presidente Donald Trump preme sul ministro della Salute Robert F. Kennedy Jr. perché riduca il numero di vaccinazioni raccomandate ai bambini, convinto che questo faccia poi calare i casi di autismo. Lo ha rivelato il Wall Street Journal, che racconta mesi di tensione tra i due uomini su un tema che il presidente riporta in quasi ogni conversazione con il suo ministro.

A un pranzo di maggio nel campo da golf di proprietà del presidente nella Virginia settentrionale, Trump ha chiesto a Kennedy perché non stesse facendo di più per indagare il presunto legame tra vaccini e autismo. Gli ha detto che si era bloccato, usando un'espressione del golf che indica il giocatore incapace di completare un colpo semplice. Kennedy è rimasto spiazzato: pur essendo da sempre scettico sulle vaccinazioni, i consiglieri politici della Casa Bianca gli avevano chiesto di abbassare i toni sul tema in vista delle elezioni di metà mandato.

In un incontro nello Studio Ovale a metà giugno il presidente si è sfogato dicendo che Kennedy non stava facendo abbastanza. Trump ritiene di avergli concesso tempo sufficiente ed è deluso dai risultati dell'ultimo anno e mezzo. Ai suoi collaboratori ha detto che il ministro sarà un fallimento se non farà progressi su questo fronte. Il presidente spera che alleviare l'autismo diventi parte della sua eredità politica e ha indicato a Kennedy quell'obiettivo come la sua priorità sanitaria più importante.

Alla fine di maggio Trump ha firmato un ordine esecutivo che impone al dipartimento della Salute di ridurre il numero di vaccini raccomandati nel calendario pediatrico, sostenendo che gli Stati Uniti sono fuori linea rispetto agli altri paesi. Alcuni dirigenti sanitari sono rimasti sorpresi dal provvedimento perché stavano seguendo un'indicazione precedente della Casa Bianca, che chiedeva di allentare la spinta sui vaccini.

A gennaio Kennedy aveva proposto di portare le vaccinazioni raccomandate ai bambini da 17 a 11 malattie coperte. Il giudice federale Brian E. Murphy ha bloccato il piano a marzo, scrivendo che il governo sembrava aver aggirato in modo improprio il comitato consultivo incaricato di formulare le raccomandazioni sulle immunizzazioni. Il giudice ha anche stabilito che molti dei membri nominati da Kennedy in quel comitato erano stati scelti illegittimamente. Il governo ha impugnato la decisione sulle nomine e il presidente ha spinto il ministro a prendere di petto quello che entrambi considerano un giudice attivista, tanto che a giugno Kennedy ha chiesto alla corte d'appello di decidere in tempi rapidi.

Nel frattempo i collaboratori del ministro hanno approvato un nuovo statuto del comitato che riduce i requisiti di competenza richiesti ai membri e stanno lavorando per nominarne di nuovi.

Il portavoce della Casa Bianca Kush Desai ha detto al Wall Street Journal che innumerevoli genitori con dubbi sui "tassi di autismo alle stelle" in America sono stati a lungo ignorati se non derisi e che le cose sono cambiate dal giorno dell'insediamento del presidente. La portavoce del dipartimento della Salute Emily Hilliard ha detto che Kennedy e Trump sono allineati nell'impegno contro le malattie croniche che colpiscono i bambini americani.

La ricerca scientifica non ha trovato alcun legame tra vaccini e autismo. Uno studio del 2019 pubblicato su Annals of Internal Medicine su oltre 600.000 bambini danesi e una revisione Cochrane del 2021 che ha esaminato 138 studi non hanno rilevato alcuna connessione tra l'autismo e il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia, noto come MMR.

Trump ha parlato più volte del suo interesse per quel vaccino e ha detto di volere separare la somministrazione combinata in iniezioni distinte. Gli scienziati rispondono che non esiste una ragione per farlo e che il risultato sarebbe un aumento delle dosi saltate. Non c'è nemmeno una giustificazione scientifica per ridurre drasticamente il calendario vaccinale: i vaccini di oggi sono più precisi e stimolano il sistema immunitario con meno antigeni rispetto al passato, proteggendo però da più malattie.

L'autismo è un disturbo del neurosviluppo che nel 2022 negli Stati Uniti riguardava circa un bambino di otto anni su 31. Nel 2000 le stime dei Centers for Disease Control and Prevention, l'agenzia federale per il controllo delle malattie, indicavano circa un caso ogni 150 bambini. Gli scienziati non hanno individuato una causa definitiva dell'aumento: tra le spiegazioni proposte ci sono la genetica, l'età più avanzata dei genitori e il miglioramento degli strumenti di screening e diagnosi.

Trump si occupa del tema da decenni. Negli anni Duemila ha donato e raccolto fondi per organizzazioni sull'autismo che collegavano la condizione ai vaccini e nel 2014 scriveva sui social media che da presidente avrebbe spinto per "vaccinazioni corrette" ma non avrebbe permesso "iniezioni massicce in un'unica volta che un bambino piccolo non può sopportare". Prima del suo primo mandato incontrò Kennedy alla Trump Tower e all'uscita Kennedy disse ai giornalisti che il presidente eletto intendeva affidargli una commissione sui vaccini, un incarico che non arrivò mai. Il presidente ha raccontato che il figlio di un amico è diventato autistico dopo un vaccino e di conoscere tre persone i cui figli hanno avuto reazioni avverse.

Sui vaccini per gli adulti resta favorevole, compresi quelli contro il Covid e l'influenza che ha ricevuto lo scorso autunno. Negli anni si è lamentato di non aver ricevuto abbastanza credito per Operation Warp Speed, il programma con cui la sua prima amministrazione accelerò lo sviluppo dei vaccini contro il Covid.

A settembre il presidente e Kennedy hanno avvertito gli americani di un possibile legame tra autismo e Tylenol, l'antidolorifico a base di paracetamolo, assunto in gravidanza. Kennedy aveva promesso che avrebbe consegnato una risposta sull'autismo e ha visto in un nuovo studio di un ricercatore di salute pubblica di Harvard qualcosa da portare al presidente. "L'ideale è non prenderlo affatto", ha detto Trump del Tylenol in conferenza stampa, invitando i genitori a distanziare i vaccini e lamentandosi delle visite pediatriche in cui "riempiono il bambino di roba".

I consiglieri sanitari avevano provato a convincerlo a moderare i toni e nelle loro comunicazioni sono stati molto più cauti: l'allora commissario della Food and Drug Administration, l'agenzia che regola farmaci e alimenti, Marty Makary ha scritto ai medici che l'associazione resta oggetto di dibattito scientifico e che i clinici devono tenerne conto nelle loro decisioni.

Lo storico sondaggista di Trump, Tony Fabrizio, ha rilevato lo scorso inverno che lo scetticismo sui vaccini è impopolare tra gli elettori, mentre interessa di più il lavoro di Kennedy sulla qualità del cibo e dell'agricoltura. A giugno una rilevazione di KFF, un centro di ricerca sulla sanità, ha mostrato che più dell'80% degli adulti si fida delle informazioni sanitarie del proprio medico mentre solo il 34% si fida di quelle di Kennedy.

I collaboratori della Casa Bianca e del dipartimento della Salute hanno raccomandato al ministro di concentrarsi su temi più popolari, come l'eliminazione dei coloranti dagli alimenti, prima del voto di novembre. Il suo principale consigliere Calley Means ha messo per iscritto un promemoria che separava i messaggi con il semaforo verde, come le nuove linee guida alimentari, da quelli con il semaforo rosso, i vaccini. Da allora Kennedy ha evitato quasi del tutto di parlare di vaccini in pubblico.

Dentro il dipartimento della Salute i funzionari si sono affannati a capire come fare di più sull'autismo. Martin Kulldorff, ex epidemiologo di Harvard diventato noto per le sue critiche agli obblighi vaccinali e alle misure sanitarie adottate durante la pandemia, coordina ora una serie di studi sui vaccini che potrebbero richiedere mesi o anni. I National Institutes of Health, il principale ente pubblico di ricerca biomedica, hanno avviato altri studi su vari aspetti dell'autismo.

Il resto dell'agenda MAHA, la sigla di Make America Healthy Again con cui Kennedy ha battezzato il suo movimento, procede lentamente. I suoi sostenitori nell'amministrazione e nel Congresso indicano come risultati principali le nuove linee guida alimentari che invitano gli americani a "mangiare cibo vero" e gli impegni volontari delle aziende a togliere i coloranti dai prodotti. Altre promesse si sono arenate, dagli additivi che il ministro definisce tossici ai pesticidi da eliminare dalla catena alimentare. Cresce anche la preoccupazione per l'effetto dei suoi piani sui prezzi al consumo.

Il dipartimento affronta intanto problemi più ampi: uno scontro con alcuni Stati su presunte frodi nel programma Medicaid, che garantisce l'assistenza sanitaria alle persone con redditi bassi, i posti vacanti in ruoli chiave, i casi di morbillo che hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi trent'anni e un focolaio di ciclosporiasi in espansione, attribuito a verdure contaminate.

Kennedy ha un buon rapporto personale con Trump, che si diverte ad avere nella sua squadra un membro della famiglia simbolo del Partito Democratico. "Chi l'avrebbe mai detto, un Kennedy, noi amiamo un Kennedy, nel Partito Repubblicano", ha detto il presidente a febbraio. Alla cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, questo fine settimana, ne ha elogiato le qualità dicendo che "ha quello che serve" ed è intelligente.

Lo scorso inverno i collaboratori della Casa Bianca hanno criticato il modo in cui Kennedy gestisce il suo dipartimento e hanno avviato una revisione completa, anche per affrontare i conflitti interni tra il dipartimento e il personale della FDA. Due dirigenti di vertice sono stati spostati altrove nell'amministrazione e la squadra di consiglieri del ministro è stata riorganizzata. Chris Klomp, il responsabile del programma Medicare per gli anziani, ha preso in mano la gestione quotidiana del dipartimento ed è stato indicato per il ruolo di vice ministro.

Klomp si è guadagnato il favore della Casa Bianca negoziando con le case farmaceutiche gli accordi sul prezzo dei farmaci. Alcuni funzionari dell'amministrazione descrivono Kennedy come l'uomo delle idee, mentre Klomp ha il potere di far funzionare ogni angolo del dipartimento.

Trump si rivolge sempre più spesso a Mehmet Oz, che è a capo dei Centers for Medicare and Medicaid Services, l'agenzia che gestisce i due grandi programmi sanitari pubblici. Molti lobbisti e dipendenti del dipartimento della Salute pensano che un giorno prenderà il posto di Kennedy, forse dopo il voto di metà mandato, un momento in cui è frequente il ricambio dei ministri. Il presidente lo chiama o gli scrive anche su questioni che non riguardano la sua agenzia e Oz si assume la responsabilità di dargli quello che chiede. Lo ha consigliato sulla marijuana prima dell'ordine esecutivo di dicembre che ha allentato le restrizioni sulla sostanza.

Il movimento MAHA si è agitato all'inizio dell'estate quando Robert Malone, un ex membro del comitato sui vaccini vicino a Kennedy, ha scritto su X che il ministro avrebbe lasciato l'incarico dopo il 4 luglio e che Oz avrebbe guidato una squadra di transizione. I vertici del dipartimento hanno smentito e Oz ha detto a una sala di sostenitori che non c'era nulla di vero.

Kennedy vuole restare a lungo nell'amministrazione e punta a rimanere ministro anche sotto il prossimo presidente. Per riuscirci evita gli scontri con la Casa Bianca anche sui temi centrali per il suo movimento come i pesticidi e ha accettato il ruolo rafforzato di Klomp. A febbraio Trump si è schierato con gli agricoltori e le aziende chimiche per proteggere alcuni pesticidi. "C'è frustrazione", ha detto al Wall Street Journal Jeffrey Klausner, un medico amico del ministro, spiegando che Kennedy accetta alcune cose per poter portare avanti altre attività per il bene comune.


I casi di morbillo negli Stati Uniti ai livelli più alti degli ultimi 35 anni


I casi di morbillo negli Stati Uniti hanno raggiunto quota 2.295 dall'inizio dell'anno, il livello più alto degli ultimi 35 anni. La cifra ha già superato il totale di tutto il 2025, secondo un contatore della Johns Hopkins University, una delle principali università americane, che raccoglie i dati delle autorità sanitarie statali e locali.

Il conteggio ha già superato quello dell'intero 2025 di nove casi, secondo lo stesso contatore. Si tratta di un ritorno del virus dopo decenni in cui la malattia sembrava sotto controllo. L'ultima volta che i casi erano stati più numerosi risale al 1991, quando gli Stati Uniti ne contarono 9.643.

La maggior parte dei contagi riguarda persone non vaccinate. Il tasso di vaccinazione complessivo resta relativamente alto, ma le autorità sanitarie avvertono che deve restare sopra il 95 per cento per mantenere l'immunità di gregge, cioè quella soglia di popolazione immunizzata che protegge indirettamente anche chi non è vaccinato, rendendo difficile la circolazione del virus.

Gli stati con più casi segnalati sono South Carolina, Utah, Texas, Florida e Arizona. I Centers for Disease Control and Prevention, l'agenzia federale americana che sorveglia le malattie infettive, hanno registrato 2.260 casi confermati nel loro ultimo aggiornamento del 16 luglio e hanno segnalato 34 nuovi focolai nel corso dell'anno.

Il morbillo si manifesta con tosse, febbre alta e congiuntivite, oltre alla caratteristica eruzione cutanea, ma può degenerare in complicazioni come gravi infezioni all'orecchio, polmonite ed encefalite, cioè un'infiammazione del cervello che può portare a danni cerebrali permanenti e anche alla morte. In media la malattia uccide tra 1 e 3 bambini contagiati ogni mille.

La ripresa dei contagi minaccia lo status di paese che ha eliminato il morbillo, un riconoscimento internazionale che certifica l'interruzione della trasmissione continua del virus sul territorio nazionale. Gli Stati Uniti rischiano ora di perderlo e la loro posizione sarà riesaminata a novembre. Il ritorno della malattia si concentra nelle aree con bassa copertura vaccinale ed è l'ultimo segnale di un virus che sta tornando a circolare dove le vaccinazioni sono meno diffuse.

Il rimbalzo dei casi arriva in un momento in cui diverse posizioni chiave della sanità pubblica americana restano vacanti, compresi il direttore dei Centers for Disease Control and Prevention e il surgeon general, la più alta autorità sanitaria del governo federale. Il Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. in un primo momento aveva minimizzato la pericolosità del virus. In seguito ha detto che il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia è il modo più efficace per prevenire la diffusione della malattia, pur precisando che vaccinarsi resta una scelta personale.


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Sony presenta i nuovi BRAVIA 9 II e BRAVIA 7 II RGB: TV con colori più realistici e audio di nuova generazione


Sony amplia la famiglia BRAVIA: ecco tutte le novità dedicate a immagini più realistiche, tecnologia RGB di nuova generazione e un audio ancora più coinvolgente per l'intrattenimento domestico
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Sony ha presentato i suoi primi TV BRAVIA True RGB, dotati di LED RGB a controllo indipendente, di un nuovo ed esclusivo schermo antiriflesso e di una modalità home theatre di nuova generazione.

Il nuovo modello flagship BRAVIA 9 II eil BRAVIA 7 II sono i due nuovi televisori True RGB, accompagnati da Theatre Trio, un sistema audio domestico di nuova generazione progettato come complemento dei grandi schermi per una visione cinematografica. I nuovi TV sono dotati della tecnologia proprietaria RGB Backlight Master Drive Pro di Sony, che controlla con precisione le sorgenti di luce rossa, verde e blu gestite in modo indipendente. Questo consente ai nuovi BRAVIA di raggiungere il più ampio volume di colore mai visto nella storia dei televisori di Sony, offrendo una riproduzione accurata dei colori da un angolo di visione più ampio, in un ambiente domestico luminoso.

Caratteristiche comuni di BRAVIA 9 II e BRAVIA 7 II:

Entrambi i modello sono dotati di LED rossi, verdi e blu gestiti in modo indipendente per una riproduzione fedele dei colori in ambienti luminosiEntrambi i modello sono dotati di LED rossi, verdi e blu gestiti in modo indipendente per una riproduzione fedele dei colori in ambienti luminosi

  • volume cromatico senza precedenti: il controllo indipendente dei LED RGB consente di ottenere il volume di colore più ampio nella storia dei televisori di Sony, garantendo un'ampia gamma cromatica, contrasto, profondità e splendide sfumature. Essi sibasano sulla tecnologia RGB Backlight Master Drive Pro di Sony, che controlla ogni LED con elevata precisione, migliorando la luminosità, riducendo l'effetto blooming e producendo colori più puri rispetto ai display Mini LED convenzionali;
  • ampi angoli di visione: la gestione indipendente dei LED RGB e la tecnologia X-Wide Angle Pro garantiscono immagini d’impatto e colori uniformi da un ampio angolo di visione;
  • schermo di grandi dimensioni per un'esperienza coinvolgente: BRAVIA 9 II offre 115 pollici di diagonale per una visione cinematografica di grande formato, mentre BRAVIA 7 II è disponibile con schermi da 50 a 98 pollici, entrambi facili da installare e integrare;
  • esperienza audio di livello superiore: gli altoparlanti a gamma completa offrono un suono potente, migliorando al contempo la chiarezza dei dialoghi grazie alla tecnologia Voice Zoom 3, basata sull'intelligenza artificiale. Inoltre, la tecnologia avanzata di upscaling 3D Surround espande il suono stereo in un più ampio effetto surround 3D;
  • presenza armoniosa: il design esclusivo si integra senza sforzo in qualsiasi spazio, caratterizzato da una cornice con texture ondulata e da un supporto centrale traslucido che crea un effetto fluttuante e senza cavi, consentendo allo schermo di fungere da elemento decorativo anche quando non è in uso.


Funzionalità aggiuntive di BRAVIA 9 II:


  • L'espressione più avanzata dei TV True RGB di Sony: dotato di controller LED di nuova concezione per il massimo livello di controllo della retroilluminazione. Questa architettura produce una luce primaria più pura prima che l'immagine raggiunga il pannello, consentendo un volume cromatico ampliato, una gradazione più fluida e tonalità accurate a livelli di luminosità più elevati, fondamentali nei salotti più luminosi;
  • Immersive Black Screen Pro: un esclusivo trattamento antiriflesso dello schermo di nuova concezione garantisce neri ricchi e profondi, anche in ambienti luminosi come il salotto. Ciò consente agli spettatori di immergersi ancora di più nei film, rivelando i minimi dettagli anche nelle scene buie;
  • esperienza audio coinvolgente: Acoustic Multi-Audio+ con beamtweeter upfiring esalta il suono surround cinematografico con una profondità potente e un'immersione reale.


BRAVIA Theatre Trio


BRAVIA Theatre Trio è un sistema home theatre wireless di alta gamma pensato per schermi di grandi dimensioni. Per catturare la passione e la maestria dei tecnici del suono al centro della produzione cinematografica, BRAVIA Theatre Trio è stato creato in stretta collaborazione con Sony Pictures Entertainment (SPE). Il risultato è un sistema a tre altoparlanti di nuova concezione - con altoparlanti frontali sinistro, destro e centrale ottimizzati - che offre un soundstage ampio e avvolgente e dialoghi chiari in un formato compatto. La tecnologia 360 Spatial Sound Mapping (360SSM) di Sony genera fino a 24 altoparlanti fantasma per creare un soundstage ampio e cinematografico, che avvolge gli ascoltatori da ogni direzione. Sviluppata con le conoscenze di Sony Pictures Entertainment, la tecnologia si basa su uno studio approfondito dell’acustica degli studi professionali e degli ambienti di ascolto utilizzati nella produzione cinematografica. Il risultato è un soundstage multidimensionale che dà l’impressione che numerosi altoparlanti siano posizionati in tutta la stanza, trasmettendo fedelmente la profondità, il posizionamento e le sfumature volute dai registi. BRAVIA Theatre Trio supporta Dolby Atmos, DTS:X e IMAX Enhanced per i contenuti compatibili e il sistema può essere ampliato con subwoofer e altoparlanti posteriori opzionali, comprese configurazioni a doppio subwoofer.

Disponibilità


Tutti i dispositivi sono già disponibili sul sito ufficiale Sony.

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Il Senato ha confermato Jay Clayton alla guida dell'intelligence americana


Confermato 51 a 47 lungo le linee di partito, il procuratore di Manhattan prende il posto di Bill Pulte, che ha chiuso il suo interim rivendicando licenziamenti che in gran parte non risultano.

Il Senato ha confermato martedì Jay Clayton come nuovo direttore dell'intelligence nazionale degli Stati Uniti, con 51 voti a favore e 47 contrari lungo le linee di partito. Clayton, procuratore federale di Manhattan e alleato di lunga data del presidente Donald Trump, assume la guida dell'Office of the Director of National Intelligence (ODNI), l'ufficio creato dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 per coordinare meglio il lavoro delle agenzie di spionaggio americane. L'incarico ha però perso molto peso durante la seconda amministrazione Trump.

La nomina era stata accolta all'inizio con una certa apertura dai democratici, che però hanno ritirato il sostegno dopo l'audizione di conferma di questo mese, quando Clayton si è rifiutato di dire chiaramente che Joe Biden aveva vinto le elezioni presidenziali del 2020. Incalzato dal senatore democratico della Georgia Jon Ossoff, citato tra i possibili candidati alla Casa Bianca nel 2028, Clayton ha risposto che la vittoria di Biden era stata "certificata", senza riconoscerlo in modo esplicito come legittimo vincitore. La sua conferma non è comunque mai stata in discussione, a differenza di quella della sua predecessora Tulsi Gabbard, un'ex deputata democratica che una parte dei repubblicani aveva faticato ad accettare.

Il senatore Mark Warner, il democratico più alto in grado nella commissione Intelligence del Senato, ha detto dopo il voto di essere uscito dal processo di conferma "con serie riserve" sulla disponibilità di Clayton "a resistere alle pressioni politiche quando conta di più" e di sperare che quei timori si rivelino infondati, "perché la comunità dell'intelligence merita una guida più stabile di quella che ha avuto negli ultimi mesi".

Clayton prende il posto di Bill Pulte, direttore ad interim da giugno, un funzionario che dirige anche un'agenzia federale per la casa, non aveva alcuna esperienza di sicurezza nazionale e ha condotto campagne di ritorsione contro i nemici percepiti del presidente. Molti democratici, pur avendo votato contro Clayton, hanno espresso in privato sollievo per il cambio della guardia.

Settimane fa i due partiti stavano anzi lavorando insieme per confermare Clayton in fretta ed evitare che Pulte assumesse l'incarico anche solo per poco: alcuni parlamentari temevano danni irreversibili alla comunità dell'intelligence. Il piano è saltato quando il presidente ha impedito a Clayton di presentarsi all'audizione, per spingere il Congresso ad approvare una legge che limita le modalità di voto. Pulte è così rimasto in carica per settimane.

Pulte ha passato le ultime ore dell'incarico a rivendicare licenziamenti di massa. Dopo avere già annunciato quattro giri di tagli, martedì mattina, poche ore prima del voto, ha scritto su X di stare eseguendo un quinto e "quasi definitivo" giro di licenziamenti e di avere ridotto il personale di circa il 30 per cento in poche settimane. Nel post, che imitava lo stile social del presidente, ha aggiunto che "la comunità dell'intelligence deve proteggere il popolo americano, non i capricci politici di una classe elitaria gonfia e corrotta".

Funzionari ed ex funzionari hanno però detto al New York Times che negli ultimi tempi pochi dipendenti sono stati licenziati davvero. Secondo loro Pulte conteggia come licenziamenti sia gli ufficiali che avevano completato il periodo di servizio e stavano rientrando come previsto nelle agenzie di provenienza, sia posizioni mai occupate in diverse parti dell'ufficio, tra cui il National Counterterrorism Center, il centro dedicato all'antiterrorismo.

Il suo staff non ha fornito spiegazioni nemmeno alla commissione Intelligence del Senato, che ha chiesto senza successo le informazioni necessarie a verificare i numeri.

Quando Gabbard ha annunciato le dimissioni in maggio, dopo la diagnosi di cancro del marito, l'ODNI contava circa 1.700 persone, tra cui 1.300 dipendenti pubblici a tempo pieno e 400 collaboratori esterni. Nei primi giorni Pulte ha messo in congedo amministrativo alcuni stretti collaboratori dell'ex direttrice, lasciando loro il tempo di trovare un altro impiego nel governo. Ha poi rimandato alle agenzie di provenienza, come la CIA e la National Security Agency, circa 75 ufficiali dell'intelligence che lavoravano formalmente per quelle strutture.

Tagli e rientri hanno colpito soprattutto il National Intelligence Council, il gruppo che rivede le conclusioni delle diverse agenzie di spionaggio e produce i giudizi analitici più autorevoli della comunità dell'intelligence, facendo da argine al conformismo delle analisi. Già l'anno scorso Gabbard aveva licenziato il capo del council per un contrasto sull'intelligence relativa a una gang venezuelana. Aveva anche eliminato lo Strategic Futures Group, la squadra dedicata agli scenari di lungo periodo, sostenendo che il suo lavoro fosse in contrasto con le politiche del presidente.

Il peso dell'ODNI è cambiato molto da un'amministrazione all'altra e con quella attuale ha toccato il punto più basso. Per le decisioni di sicurezza nazionale più importanti, dal raid di gennaio in Venezuela alla guerra con l'Iran, il presidente si affida soprattutto al direttore della CIA John Ratcliffe. L'ufficio gli è servito invece per declassificare documenti in modo selettivo e alimentare i suoi vecchi rancori contro il "deep state", l'apparato di funzionari che a suo dire avrebbe cercato di ostacolarlo. È stato proprio Ratcliffe a raccomandare Clayton al presidente e i due dovrebbero essere più allineati di quanto lo fossero lo stesso Ratcliffe e Gabbard.

Nelle settimane da direttore Pulte ha anche contribuito a declassificare documenti legati alle elezioni del 2020, ma i materiali diffusi questo mese dalla Casa Bianca sulle interferenze straniere contenevano in molti casi informazioni già pubbliche. E alla fine non ha licenziato così tante persone come i democratici temevano all'inizio.

Clayton, che durante il primo mandato di Trump ha presieduto la Securities and Exchange Commission, l'autorità di vigilanza sulla borsa americana, arriva all'incarico dalla procura federale di Manhattan. Questo mese il suo ufficio ha notificato delle subpoena (gli atti che obbligano a testimoniare o a consegnare documenti) a diversi giornalisti del New York Times che avevano scritto dei problemi di sicurezza del nuovo Air Force One donato dal Qatar. Il dipartimento di Giustizia le ha ritirate la settimana scorsa.

Julia Curlee, un'ex analista della CIA che ha lasciato l'agenzia quest'anno dopo avere lavorato nel Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha detto al New York Times che i tagli di Pulte sono una recita per compiacere il presidente, destinata a pesare a lungo sulle agenzie di spionaggio americane. "Il conto arriverà sotto forma di morale basso e di americani che non faranno più domanda" per entrare nell'intelligence, ha aggiunto. "Il Congresso dovrebbe pretendere di sapere che cosa si vuole ottenere e quali funzioni di sicurezza nazionale resteranno scoperte".


Trump perde la pazienza con il Senato sul SAVE Act, Thune replica: "Trovate voi i voti"


La tensione tra Donald Trump e i senatori repubblicani sul SAVE America Act, la riforma restrittiva sulle regole elettorali voluta a tutti i costi da Trump e bloccata da mesi al Senato, è esplosa in uno scontro aperto tra la Casa Bianca e John Thune, leader della maggioranza. Durante una conferenza stampa tenuta giovedì, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che la pazienza di Trump nei confronti del senatore del South Dakota "sta finendo" e che il presidente pretende l'approvazione, prima della pausa di agosto, della versione più ampia possibile del provvedimento.

La replica di Thune è arrivata poche ore dopo, davanti ai giornalisti al Campidoglio:

"Forse lei, o qualcun altro, dovrebbe prendere il telefono e trovare i voti. Qui servono 50 voti. Invece di puntare il dito contro i repubblicani, dovrebbero concentrarsi su chi sta bloccando la legge in aula, cioè i democratici. E se ci sono repubblicani che possono essere convinti, li chiamino. Li portino al sì".


Il problema, per la Casa Bianca, è anzitutto aritmetico. Il SAVE America Act, progetto di legge che imporrebbe la prova della cittadinanza per registrarsi alle liste elettorali, l'obbligo di esibire un documento d'identità valido in tutto il Paese e forti limitazioni al voto via posta, non dispone né della maggioranza semplice né men che meno dei 60 voti necessari per superare l'ostruzionismo ("filibuster") dei democratici. Secondo i calcoli di The Hill, il Senato ha già esaminato la legge, integralmente o in parte, in almeno cinque votazioni, tutte concluse con un nulla di fatto.

Trump contro il filibuster, i senatori contro Trump


Da mesi Trump chiede per questo motivo ai repubblicani di eliminare o indebolire il filibuster, così da poter approvare la legge a maggioranza semplice. Mercoledì, durante un comizio in Georgia, il presidente ha alzato ulteriormente i toni: "Il Senato è il posto dove si mandano le cose quando si vuole che muoiano". Poi l'attacco diretto: "Chiamate tutti John Thune al Senato. È il leader del Partito repubblicano: ditegli di far approvare questa roba".

Lo scontro spacca il partito proprio mentre i repubblicani vorrebbero presentarsi uniti agli elettori in vista delle elezioni di metà mandato. "Non so chi abbia convinto il presidente che questo fosse un obiettivo raggiungibile", ha dichiarato il senatore texano John Cornyn, sconfitto alle primarie da uno sfidante sostenuto da Trump. "Questa cosa sta creando un plotone d'esecuzione circolare tra i repubblicani e siamo a 103 giorni dalle elezioni di metà mandato: non è una buona posizione in cui trovarci".

Il dissenso interno, tuttavia, non riguarda soltanto il metodo. Tra i contrari alla legge o alla modifica delle regole sull'ostruzionismo figurano senatori che Trump attacca regolarmente sui social: in particolare Lisa Murkowski dell'Alaska, Susan Collins del Maine, impegnata in una difficile corsa per la rielezione, e Thom Tillis del North Carolina, secondo il quale insistere sul provvedimento è una perdita di tempo. Giovedì Tillis ha difeso apertamente Thune: "Chiunque alla Casa Bianca pensi che Thune non sia un buon leader non è qualificato per svolgere il proprio lavoro". Anche Cornyn e Bill Cassidy della Louisiana, entrambi sconfitti alle primarie dopo che Trump aveva sostenuto i loro avversari, hanno ormai pochi incentivi a sacrificare le prerogative del Senato per sostenere le priorità presidenziali.

La destra della Camera alza la pressione


Ad alimentare la tensione contribuisce però anche la Camera dei Rappresentanti, dove una fazione dell'ultradestra MAGA ha ottenuto dallo speaker Mike Johnson l'impegno ad allegare una versione del SAVE America Act a ogni provvedimento importante trasmesso al Senato. Questa settimana i deputati hanno approvato, con 216 voti favorevoli e 214 contrari, una risoluzione di bilancio da 95 miliardi di dollari che apre la strada a un pacchetto approvabile a maggioranza semplice: circa 73 miliardi sarebbero destinati alla guerra con l'Iran e alla sicurezza nazionale, mentre altri 10 miliardi servirebbero a incentivare gli Stati ad adottare le restrizioni elettorali volute da Trump.

Thune ha però ammesso di non avere i numeri neppure per questa operazione: "Bisogna arrivare a 50 voti e, in questo momento, non riesco a contarne 50 nemmeno per approvare una risoluzione di bilancio". La priorità del Senato, ha aggiunto, resta il finanziamento del governo federale, necessario per evitare uno shutdown alla fine di settembre. In serata il leader repubblicano ha provato a ridimensionare lo scontro con la Casa Bianca, ma le ultime due settimane prima della pausa estiva si annunciano tutt'altro che tranquille, se questo è il presupposto.


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Primo via libera del Senato alle sanzioni contro Russia e Iran intitolate a Lindsey Graham


Il voto procedurale è passato con 86 sì e 12 no poche ore dopo i funerali del senatore e con Zelensky in aula. Previsti dazi fino al 100% contro i paesi che comprano petrolio e gas dalla Russia

Con 86 voti a favore e 12 contrari, il Senato degli Stati Uniti ha superato martedì sera il primo passaggio verso l'approvazione del pacchetto di sanzioni contro Russia e Iran intitolato a Lindsey Graham, il senatore repubblicano della South Carolina morto improvvisamente a metà luglio.

Era un voto procedurale, quello con cui l'aula decide di andare avanti verso il voto finale e per cui serve una maggioranza di 60 senatori su 100. Il risultato è andato ben oltre la soglia, con il sì di quasi tutti i repubblicani e della maggioranza dei democratici.

Il voto è arrivato poche ore dopo le cerimonie funebri per Graham al Campidoglio e alla Cattedrale nazionale di Washington. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nella capitale per i funerali, ha seguito la votazione dalla tribuna dell'aula.

Prima del voto Zelensky aveva visto i senatori a porte chiuse e li aveva ringraziati per il sostegno all'Ucraina, mentre la guerra si avvicina ai quattro anni e mezzo. Secondo Axios, insieme al presidente finlandese Alexander Stubb ha difeso la necessità di sanzioni e dazi sostenendo che la Russia si trova in una posizione perdente.

In giornata Zelensky aveva incontrato anche il presidente Trump per portargli le condoglianze. Su X ha scritto che Graham era "un vero amico dell'Ucraina". I due hanno discusso della ripresa del processo diplomatico e delle licenze per produrre gli intercettori Patriot (i missili americani per la difesa aerea).

Il pacchetto, ribattezzato in suo onore "Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act", prevede sanzioni obbligatorie contro funzionari e oligarchi russi e i loro familiari. Sanziona anche banche e istituzioni finanziarie del paese, oltre alla "flotta ombra", la rete di petroliere datate che Mosca usa per esportare petrolio aggirando le sanzioni occidentali.

Il repubblicano Roger Wicker, presidente della commissione Forze armate del Senato, ha detto in aula che la legge colpirà il presidente russo Vladimir Putin e la sua cerchia ristretta, oltre agli investimenti cinesi nella produzione bellica russa.

La legge dà inoltre al presidente una nuova autorità commerciale: dazi fino al 100% contro i paesi che comprano petrolio e gas dalla Russia o che aiutano Mosca ad aggirare le sanzioni, come Cina e India. Sono i cosiddetti dazi secondari, perché non colpiscono direttamente la Russia ma i paesi terzi che commerciano con lei.

Le misure si applicheranno ai cinque maggiori importatori di energia russa e ai cinque principali facilitatori dell'elusione. Sulle importazioni dirette dalla Russia i dazi potranno invece arrivare al 500%.

I senatori hanno aggiunto all'ultimo momento anche l'estensione delle sanzioni contro l'Iran in scadenza a fine anno, quelle che limitano i finanziamenti ai settori dell'energia e degli armamenti del paese. La proroga arriva mentre l'amministrazione cerca un accordo di pace duraturo per la guerra in Medio Oriente.

Graham e il democratico Richard Blumenthal lavoravano al progetto dall'aprile del 2025 e il testo aveva raccolto 62 cofirmatari. La Casa Bianca lo ha però frenato per mesi chiedendo più margine di manovra per il presidente nella scelta di chi sanzionare e in quale misura.

Graham, che era stato decisivo nel convincere Trump a continuare a sostenere l'Ucraina, aveva annunciato da Kyiv pochi giorni prima di morire di aver ottenuto il via libera sul testo rivisto. Era appena rientrato a Washington quando è morto.

La nuova versione amplia l'elenco delle entità russe soggette a sanzioni obbligatorie e impone all'amministrazione di riferire regolarmente al Congresso. Al presidente resta però la facoltà di sospendere le misure se certifica che è necessario per la sicurezza nazionale.

L'accordo finale, che ha dato al pacchetto il nuovo nome e vi ha inserito le sanzioni sull'Iran, è stato presentato martedì da un gruppo bipartisan guidato da Blumenthal e da Darline Graham. La sorella del senatore gli è subentrata diventando la prima donna a rappresentare la South Carolina al Senato. "Non c'è modo migliore di onorare l'eredità del senatore Graham che portare avanti questo accordo bipartisan", hanno scritto i senatori in una dichiarazione congiunta.

Tra i contrari ci sono 11 democratici e un solo repubblicano (Rand Paul, del Kentucky). Una parte dei democratici non vuole affidare al presidente nuovi poteri sui dazi, dopo che negli ultimi mesi li ha già usati scavalcando le prerogative commerciali del Congresso.

Il senatore del Vermont Peter Welch, uno dei contrari, ha detto in un'intervista al New York Times che la legge definisce in modo troppo vago i "facilitatori" della vendita di petrolio russo contro cui la Casa Bianca potrà usare i dazi. Il presidente potrebbe così prendere di mira "qualsiasi paese per qualsiasi motivo, purché lo etichetti come facilitatore". "Sono favorevole a usare dazi e sanzioni per comprimere le entrate russe, ma bisogna essere specifici", ha aggiunto.

I promotori hanno comunque modificato il testo per esentare dai dazi secondari gli alleati degli Stati Uniti che comprano ancora piccole quantità di energia russa, a condizione che stiano riducendo in modo verificabile la loro dipendenza.

L'approvazione definitiva al Senato è considerata probabile, ma poi il testo dovrà passare alla Camera, che è andata in pausa estiva la settimana scorsa senza averlo esaminato e tornerà a fine agosto.

Il presidente e lo speaker della Camera Mike Johnson si sono detti favorevoli, mentre una parte dei deputati democratici potrebbe opporsi per gli stessi timori sui poteri commerciali. La repubblicana Katie Britt, tra le prime sostenitrici del pacchetto, ha detto di sperare che la Camera torni subito a Washington per approvarlo.


Trump ha incontrato Zelensky alla Casa Bianca: si è parlato della produzione di missili Patriot in Ucraina


Il presidente Donald Trump ha ricevuto martedì mattina alla Casa Bianca il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nel primo incontro tra i due a Washington dallo scorso ottobre. Il colloquio è iniziato alle 9:30 locali (le 15:30 in Italia) e si è svolto a porte chiuse e senza cerimonie. La Casa Bianca lo ha classificato come visita di lavoro e Zelensky è entrato da un ingresso laterale.

"Il presidente e io abbiamo discusso delle licenze per la produzione di intercettori Patriot e di diverse altre idee che potrebbero aiutare", ha scritto il leader ucraino su Telegram al termine, ringraziando gli Stati Uniti per il "fermo sostegno". La portavoce Karoline Leavitt ha scritto su X che gli incontri della giornata, quello con Zelensky e il successivo con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sono stati "positivi e produttivi".

Zelensky era atterrato a Washington nella notte per i funerali del senatore repubblicano Lindsey Graham, morto l'11 luglio a 71 anni, il giorno dopo il rientro dal suo decimo viaggio in Ucraina. "La nostra priorità numero uno è la difesa antibalistica e la cooperazione strategica con l'America. Bisogna avvicinare la pace", aveva scritto su X all'arrivo.

Graham era uno dei più convinti sostenitori di Kyiv al Congresso. Prima di morire aveva ottenuto l'appoggio della Casa Bianca a un pacchetto bipartisan di sanzioni contro la Russia, su cui il Senato si prepara a votare. Dopo il colloquio con Trump, Zelensky vedrà anche i parlamentari al Congresso per tenere vivo quel progetto di legge.

I Patriot sono i sistemi americani di difesa aerea in grado di intercettare i missili balistici e l'Ucraina li chiede da quattro anni per proteggere le città dai bombardamenti russi.

Al vertice NATO di Ankara dell'8 luglio Trump aveva promesso a Zelensky una licenza per produrre gli intercettori direttamente sul territorio ucraino. La settimana scorsa una delegazione di Raytheon, l'azienda americana che li fabbrica, è andata a Kyiv per discutere i dettagli.

Il percorso però è lungo, tra passaggi politici e tecnici. Nessuno si aspetta che la produzione parta presto e un eventuale accordo risponderebbe ai bisogni futuri dell'Ucraina, non a quelli immediati. Dopo le guerre in Ucraina e in Medio Oriente gli intercettori scarseggiano e finora Trump è stato riluttante a cederli, dicendo che servono agli stessi Stati Uniti, impegnati dalla fine di febbraio nella guerra con l'Iran.

Per più di un anno Trump aveva ripetuto in privato ai suoi consiglieri che l'Ucraina stava perdendo la guerra. Nelle ultime settimane, secondo il Wall Street Journal, il giudizio è cambiato. Il presidente è rimasto colpito dalla tenuta di Zelensky e dagli attacchi ucraini in profondità nel territorio russo. Ammira anche l'industria dei droni di Kyiv, passata da circa 5.000 esemplari prodotti nel 2022 a milioni all'anno nel 2026, secondo i dati del governo ucraino.

Un alto funzionario dell'amministrazione ha spiegato al giornale che a Trump piacciono i vincenti e che Zelensky, ai suoi occhi, assomiglia sempre di più a uno di loro. Pesa anche l'esperienza ucraina contro i droni kamikaze Shahed di fabbricazione iraniana, gli stessi che le forze americane affrontano in Medio Oriente con scorte di difesa aerea sempre più ridotte. Ad Ankara Trump si è detto interessato a una collaborazione con Kyiv anche sulla produzione di droni.

Nel febbraio 2025 Trump e il vicepresidente JD Vance avevano rimproverato Zelensky davanti alle telecamere nello Studio Ovale, dicendogli che non aveva "carte" da giocare e pochi giorni dopo Washington sospese gli aiuti militari e la condivisione di intelligence con Kyiv.

Da allora, secondo il quotidiano, i leader europei e alcuni repubblicani del Congresso, Graham compreso, hanno lavorato per ricucire. Il segretario generale della NATO Mark Rutte e il presidente finlandese Alexander Stubb hanno parlato spesso con Trump dei vantaggi di sostenere l'Ucraina.

Zelensky ha cercato il contatto diretto ai margini dei vertici internazionali, a partire dal colloquio di un quarto d'ora in Vaticano ai funerali di papa Francesco nell'aprile 2025. Anche l'attivista di destra Laura Loomer ha rovesciato le sue critiche all'Ucraina dopo un viaggio a Kyiv e ha definito Zelensky un "leader in tempo di guerra" e un "alleato essenziale".

A ottobre 2025 un nuovo incontro alla Casa Bianca degenerò, secondo le ricostruzioni dei media, in uno scontro verbale sulle concessioni territoriali chieste dagli Stati Uniti. A dicembre, in Florida, il clima fu più disteso ed entrambi parlarono di un accordo vicino.

"Abbiamo davvero sviluppato un buon rapporto. Difficile da credere, no?", ha detto Trump al vertice di Ankara.

Sul campo l'Ucraina ha recuperato terreno negli ultimi mesi. I suoi droni a lungo raggio, arrivati a colpire fino in Siberia, danneggiano raffinerie e depositi, causando in Russia carenze di carburante e aumenti dei prezzi. Il gradimento di Vladimir Putin è sceso di cinque punti in una settimana, al 66%, il calo più ripido dall'inizio dell'invasione secondo un istituto demoscopico statale russo.

Nel fine settimana Kyiv ha colpito nel Mar Caspio alcune navi che trasportavano armi dall'Iran alla Russia. In un'intervista a Sky News, Zelensky ha detto che l'Iran fornisce a Mosca missili balistici, che la Cina garantisce assistenza satellitare e tecnologia di puntamento e che la Corea del Nord ha promesso l'invio di 30.000 soldati.

I negoziati di pace restano invece fermi: gli ultimi colloqui trilaterali, conclusi a inizio febbraio ad Abu Dhabi, hanno prodotto poco più che scambi di prigionieri, anche perché l'attenzione americana si è spostata sul conflitto con l'Iran.

Le stesse fonti del Wall Street Journal avvertono che il nuovo ottimismo di Trump potrebbe non durare, perché le sue opinioni cambiano in fretta. In passato, inoltre, Putin si è dimostrato capace di far valere le proprie ragioni con lui e con parte dei suoi collaboratori. Per i funzionari americani l'obiettivo strategico del Cremlino non è cambiato ed è ancora quello di sottomettere l'Ucraina, nonostante le enormi perdite sul campo.

Alle 14 locali (le 20 in Italia) i tre leader sono attesi alla cattedrale nazionale di Washington per la cerimonia funebre in onore di Graham, dove Trump terrà un discorso. In mattinata, al tributo al Campidoglio, Vance ha ricordato il senatore come "un fiero difensore dell'Ucraina", citando anche una discussione "tesa" avuta con lui in Senato sui finanziamenti a Kyiv.

Con la morte di Graham, Zelensky perde uno degli alleati più efficaci che avesse a Washington.


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Il Merluzzo Popolare


Il bolentino di profondità riserva sempre qualche sorpresa e il nasello è una di queste. Non è una preda molto divertente, ma una volta a bordo è sempre festa, preludio di un ottimo pasto per le sue inconfondibili delicate, gustose e bianche carni.
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foto in alto: Maksimilian con un maxi nasello che supera i 6 chili.

Nella pesca in mare, ogni specie ha il suo prestigio, il suo appeal, ed è innegabile che ci siano specie minori, poco ricercate e altre specie cosiddette “regine” che invece sono presenti nei sogni e a volte anche negli incubi dei pescatori. Nel bolentino di profondità la specie regina è l’occhione, ma il sogno proibito forse è la cernia “americana” forse a causa della mole e della rarità, ma c’è un’altra specie che non ha niente da invidiare in termini di dimensioni (arriva a 15 chili) e anche appetibilità culinaria: il merluzzo, ma dovremmo più correttamente chiamarlo nasello. Si tratta di un famelico predatore che troviamo dai 100 ai 700 metri di profondità su una moltitudine di substrati. Ha una vistosissima dentatura da predatore degli abissi con denti prominenti distribuiti su entrambe le mascelle e destinati più ad afferrare la preda che a masticarla, infatti si nutre di altri pesci e cefalopodi ed è solito predare anche individui della sua stessa specie, come spesso accade ad alta profondità. Un po’ come la cernia di fondale, è presente anche su terreni fangosi, ancora meglio se in presenza di rocce nelle vicinanze. In questi habitat misti è molto facile trovare tutte le principali specie del bolentino ultra profondo (oltre i m 300), altrettanto facile è riuscire a catturare diversi esemplari nello stesso luogo. Infatti, a differenza degli occhioni che abitualmente formano banchi di decine di esemplari, i naselli sono di abitudini meno gregarie, ma non è impossibile in determinati spot catturarne diversi e spesso di taglie molto diverse. Quest’ultimo aspetto ci porta a due metodi principali per insediare questa specie: in scarroccio e all’ancora.
Basta un singolo esemplare di buone dimensioni per cambiare una battuta di pesca iniziata senza grandi entusiasmi.
Scarroccio - Se le condizioni di vento e corrente lo consentono, lo scarroccio in zone sconosciute, ma che riteniamo promettenti, alzando a intervalli il piombo dal fondo in modo che il terminale segua lo spostamento della nostra imbarcazione. Questo metodo, richiede sicuramente tempo e molta pazienza, ma è forse la migliore soluzione quando non conosciamo uno spot e non troviamo marcature sull’ecoscandaglio che ci convincono. È un’esplorazione fatta con le lenze sul fondo, e può portare a bellissime sorprese.

Ancorati - Il secondo metodo prevede di fermarsi in un punto che riteniamo propizio e attendere… per poi eventualmente spostarsi se dopo un tempo ragionevole non accade ciò che desideriamo. Per il terminale invece, va bene quello classico per il bolentino ultra profondo: 4 o 5 ami circle 4/0 e 1 o 2 ami in alto 7/0 magari vicino a una fonte luminosa, ed è probabile che gli esemplari più grossi li prenderemo in genere su questi primi due ami. Come esche consiglierei sarde sugli ami più piccoli e calamari interi su quelli grandi. Il comportamento in canna di un grosso nasello è simile a quello di una cernia, qualche eventuale tocca decisa e poi una sensazione di resistenza passiva, una sorta di “partenza” e poi un combattimento che dura finché l’embolia non contribuisce a far aggallare la nostra preda.
Una non rara doppietta (beato chi la fa) ad opera di Paolo Milillo.
Una curiosità - Il nasello è una specie che soffre molto lo sbalzo di pressione e per questo siamo abituati a vederlo deformato e goffo a causa dell’estroflessione della vescica natatoria. Ma se vi dovesse capitare di vederlo in superficie di notte attirato da qualche fonte luminosa, notereste il suo aspetto sinuoso ed elegante ma anche da predatore. Come altri pesci di habitat profondi infatti è solito stazionare sul fondo durante il giorno e risalire verso la superficie nelle ore notturne per predare.


Scheda tassonomica


Il nasello, Merluccius merluccius, definito impropriamente, anche dallo scrivente, semplicemente merluzzo, appartiene al vastissimo ordine dei gadiformi che comprende le famiglie Merlucciidae, Gadidae e Phycdae che comprendono sia la musdea, sia il merluzzo (in genere di provenienza atlantica) propriamente detto, dal quale, a seconda della specie e della lavorazione si ricava quello che commercialmente viene definito baccalà o stoccafisso (salato il primo, affumicato il secondo).

È diffuso in tutto il Mediterraneo e in Atlantico, dalle coste del Marocco al Mar Baltico. Predilige i fondali fangosi a partire dai 100 metri e fino ai 1000. Può raggiungere il considerevole peso di 15 chili per cm 140 e il record Igfa All-tackle è stato realizzato in Norvegia nel 2019 con un esemplare di 14,8 chili, mentre l’età massima rilevata è di ben 20 anni. Si differenzia dalla famiglia dei Gadidi per l’aspetto più slanciato, la seconda pinna dorsale e quella anale di altezza pressoché uniforme, la colorazione argentea e l’assenza di barbigli e appendici inferiori. La forma della sua bocca ricorda quella del luccio e da questo trae origine il nome latino: maris lucius ossia luccio di mare. La maturazione sessuale avviene a circa 30 centimetri mentre la riproduzione, nelle nostre acque, avviene praticamente tutto l’anno con un picco invernale. È una specie a sessi separati ma le femmine crescono più dei maschi.

Il nasello riveste una notevole importanza nella pesca commerciale per le sue carni delicate e viene pescato dai professionisti con palamiti e con le reti a strascico. Queste ultime sono molto distruttive per il nasello andando a catturare gli stadi giovanili, la cui pesca, pur essendo vietata dalla normativa che prevede una misura minima di cm 20, viene ancora praticata e costituisce l’ingrediente principale di ciò che in pescheria o al ristorante viene proposto come frittura di paranza. Quello che sarebbe opportuno è limitare la strage degli stadi giovanili perpetuata dalla pesca a strascico, anche perché pur essendone vietata la commercializzazione non si evita che gli esemplari sottomisura vengano gettati a mare privi di vita.
La cospicua dentatura del nasello atta a trattenere la preda.


English version


In sea fishing, each species has its own prestige, its own appeal, and it's undeniable that there are minor, less sought-after species and other so-called "queen" species that instead appear in the dreams and sometimes even nightmares of fishermen.
In deep-sea bottom fishing, the queen species is the stone seabream, but the forbidden dream is perhaps the "American" grouper. Perhaps because of its size and rarity, there's another species that is just as impressive in terms of size (it can weigh up to 15 kilos) and culinary appeal...
Cod, but we should more correctly call it hake (see the taxonomic profile), is a sinuous and ravenous predator found from 100 to 700 meters deep on a multitude of substrates. It has a striking set of teeth, typical of a deep-sea predator, with prominent teeth distributed across both jaws and designed more for grasping than chewing prey. It feeds on other fish and cephalopods and often preys on its own species, as often happens at great depths.
Much like the bottom-dwelling grouper, it is also present on muddy bottoms, even better if there are rocks nearby. In these mixed habitats, it is very easy to find all the main species of ultra-deep bottom fishing (over 300 meters), and it is equally easy to catch several specimens in the same place.
In fact, unlike the seabream, which usually forms schools of dozens of specimens, the hake is less gregarious, but it is not impossible to catch several specimens (and often of very different sizes) in certain spots.
This last aspect leads us to two main methods for establishing this species:
The first involves, if wind and current conditions allow, drifting in unfamiliar areas that we believe are promising, periodically lifting the lead from the bottom so that the leader follows the movement of our boat. This method certainly requires time and a lot of patience, but it is perhaps the best solution when we don't know a spot and don't find convincing markings on the depth sounder. It's an exploration done with the lines on the bottom, and can lead to wonderful surprises.
The second involves stopping in a spot we believe is favorable and waiting... then possibly moving if after a reasonable amount of time, what we want doesn't happen. For the leader, the classic one for ultra-deep sea bottom fishing is fine:
4 or 5 4/0 circle hooks and 1 or 2 7/0 top hooks, perhaps near a light source, and it's likely that we'll generally catch the largest specimens on these first two hooks. As bait, I would recommend sardines on smaller hooks and whole squid on larger ones. A large hake's behavior on the rod is similar to that of a grouper: a few firm bites, then a feeling of pulling, a sort of "start," and then a fight that lasts until the embolism helps bring our prey to the surface.

An interesting fact - It's a species that suffers greatly from pressure changes, and for this reason we're accustomed to seeing it deformed and clumsy due to the protruding swim bladder. But if you happen to spot it on the surface at night, attracted by some light source, you'll notice its sinuous and elegant appearance and its predatory look. Like other deep-sea fish, it typically stays on the bottom during the day and rises to the surface at night to prey.


Taxonomic profile - The hake, Merluccius merluccius, improperly referred to, even by this author, simply as cod, belongs to the vast order Gadiformes, which includes the Merlucciidae, Gadidae, and Phycdae families. These include both the forkbeard and the cod (generally of Atlantic origin), which, depending on the species and processing, is used to produce what is commercially known as cod or stockfish. It is widespread throughout the Mediterranean and the Atlantic, from the coasts of Morocco to the Baltic Sea. It prefers muddy bottoms from 100 meters to 1,000 meters. It can reach the considerable weight of 15 kg per 140 cm, and the IGFA All-tackle record was set in Norway in 2019 with a 14.8 kg specimen, while the maximum recorded age is 20 years.
It differs from the Gadidae family in its more slender appearance, its second dorsal and anal fins of almost uniform height, its silvery color, and the absence of barbels and lower appendages.
The shape of its mouth resembles that of the pike, hence its Latin name: maris lucius, meaning sea pike.
Hake is of considerable importance in commercial fishing due to its delicate flesh and is caught by professionals with longlines and trawl nets. The latter are very destructive to hake, capturing juveniles.

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L’auto è un pezzo da museo


La Soprintendenza ha posto il vincolo sulla collezione del “Mauto”. Da asset industriale a valore culturale, un cambio epocale per le quattro ruote a Torino

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Torino è conosciuta nel mondo anche per essere “la città dell’automobile”, sebbene le cronache abbiano ormai ampiamente raccontato della crisi del settore. Eppure, in città, il mezzo a quattro ruote inizia a vedersi sotto una prospettiva completamente diversa, quella artistica.

Lo scorso anno, il Museo dell’Automobile ha registrato 372 mila visitatori e sta diventando un punto di attrazione sempre più importante, nonostante la collocazione in corso Unità d’Italia, l’arteria che porta verso Moncalieri e la tangenziale, scomoda per i mezzi pubblici, anche se perfetta per lo splendido edificio che lo ospita. La scorsa estate, poi, la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Torino, con un provvedimento che si è concretizzato pochi mesi dopo, ha posto il vincolo sulla collezione del Museo dell’Automobile. Significa che riconosce il valore artistico di auto d’epoca e altri modelli storici. Così, l’auto a Torino, più che un valore industriale, sta sempre più assumendo un valore culturale. È un cambio di paradigma.

«Il museo vanta una storia quasi centenaria di conservazione e tutela dei veicoli», ha spiegato a L’Unica la direttrice, Lorenza Bravetta, appena rinnovata per altri due anni. «Fin dall’inizio, perché, grazie alla visione del fondatore Carlo Biscaretti di Ruffia, i primi veicoli hanno avuto una valenza storica». Sebbene la prima sede del “Mauto” risalga al 1956, il museo esisteva già da vent’anni grazie alla collezione personale dell’architetto torinese, che sin dagli anni Trenta aveva iniziato a raccogliere modelli di auto «vecchie» per conservarle.

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La rassegna stampa di mercoledì 29 luglio 2026


L'Iran lancia un attacco missilistico a sorpresa contro una base americana in Giordania, il Senato avvia le sanzioni a Russia e Iran dopo gli incontri di Trump con Zelensky e Netanyahu, via libera a Jay Clayton all'intelligence e nuove vendite sui titoli tech

Questa è la rassegna stampa di mercoledì 29 luglio 2026

L'Iran lancia un attacco missilistico a sorpresa contro una base americana in Giordania


L'Iran ha lanciato martedì diversi missili balistici contro una base militare statunitense in Giordania, in quello che il Comando centrale americano ha definito un tentato attacco a sorpresa; tutti i missili sarebbero stati intercettati. L'azione rompe la pausa nei raid diretti decisa dal presidente Trump venerdì per dare spazio alla diplomazia e potrebbe costringerlo a decidere se riprendere l'azione militare. In risposta a una serie di attacchi con droni, aerei statunitensi e sauditi hanno colpito siti logistici e di armamenti nell'Iraq orientale.

Fonti: Axios, The Hill, Financial Times

Il Senato avvia l'iter del disegno di legge sulle sanzioni a Russia e Iran


Con un voto bipartisan di 86 a 12, il Senato ha fatto avanzare il disegno di legge sulle sanzioni a Russia e Iran voluto dal senatore Lindsey Graham, scomparso di recente. La misura prevede dazi secondari del 100% sui Paesi che continuano ad acquistare petrolio e gas russi e colpisce la "flotta ombra" di petroliere usate per aggirare le sanzioni occidentali. Il voto è arrivato subito dopo un incontro a porte chiuse tra i senatori e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Fonti: Axios, The Hill, ABC News

Trump incontra Zelensky e Netanyahu alla Casa Bianca


Il presidente Trump ha ospitato alla Casa Bianca due incontri consecutivi con Zelensky e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, descrivendo entrambi i colloqui in termini positivi. L'Ucraina cerca maggiore capacità di difesa aerea in un momento di apparente riavvicinamento di Washington, mentre Netanyahu prova a ricucire il rapporto con il presidente americano. La Casa Bianca ha definito il faccia a faccia con il leader israeliano, incentrato sull'Iran, come "positivo e produttivo".

Fonti: The Guardian, Financial Times, The New York Times

Il Senato conferma Jay Clayton a capo dell'intelligence nazionale


Il Senato ha confermato Jay Clayton come direttore dell'intelligence nazionale con un voto di 51 a 47 lungo le linee di partito, affidando a un altro alleato di Trump la guida dell'apparato di spionaggio del Paese. Clayton, che ha presieduto la Consob americana durante la prima amministrazione Trump, subentra a Bill Pulte. Durante l'audizione di conferma aveva evitato di affermare chiaramente che Trump aveva perso le elezioni del 2020, perdendo così il sostegno dei democratici.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, The Guardian

Aumentano gli arresti dell'ICE negli aeroporti nella campagna sulle espulsioni


Gli agenti federali statunitensi stanno moltiplicando gli arresti negli aeroporti, aprendo un nuovo fronte nella campagna sulle espulsioni voluta dall'amministrazione Trump. Tra i fermati figurano coniugi di cittadini americani, lavoratori del settore tecnologico e altre persone con visti scaduti, molte delle quali hanno domande ancora attive per restare nel Paese.

Fonti: The New York Times

Nuova ondata di vendite sui titoli tecnologici e dei chip


I mercati asiatici hanno aperto in calo, con l'indice sudcoreano Kospi in ribasso dell'8% per le vendite prolungate sui titoli dei produttori di chip, mentre a Wall Street si approfondisce la correzione sui titoli legati all'intelligenza artificiale. La scala delle perdite delle ultime settimane sta alimentando una crescente avversione al rischio e nuove richieste di garanzie ai fondi speculativi. In controtendenza, Apple ha superato per la prima volta i 5 mila miliardi di dollari di capitalizzazione.

Fonti: ABC News, Financial Times

L'amministrazione Trump elimina i sussidi per i premi dei farmaci di Medicare


L'amministrazione Trump ha annunciato la fine di un sussidio che riduce i premi della copertura per i farmaci da prescrizione nell'ambito di Medicare. Milioni di anziani americani potrebbero quindi pagare di più per la loro assicurazione sui medicinali già dal prossimo anno.

Fonti: The New York Times, Bloomberg

Trump chiede alla Corte suprema di annullare il risarcimento da 83 milioni a E. Jean Carroll


Il presidente Trump ha chiesto alla Corte suprema di ribaltare il risarcimento da 83,3 milioni di dollari che una giuria gli aveva imposto nel 2024 per aver diffamato la scrittrice E. Jean Carroll. Trump ha già versato a Carroll oltre 5 milioni di dollari in relazione a una causa del 2023, ma ora contesta la somma, molto più elevata, stabilita successivamente.

Fonti: The New York Times, Bloomberg

I diari di Fauci al centro dello scontro politico prima dell'audizione al Congresso


La pubblicazione delle annotazioni personali di Anthony Fauci, l'ex direttore dell'istituto americano sulle malattie infettive, ha riacceso lo scontro politico a Washington. L'ex funzionario è atteso mercoledì davanti a una commissione del Senato, e il presidente della commissione di controllo della Camera James Comer lo ha avvertito che la grazia presidenziale ricevuta non copre la sua testimonianza.

Fonti: The New York Times, The Hill

Washington rende omaggio a Lindsey Graham ai funerali di Stato


Il presidente Trump, il vicepresidente JD Vance, membri del Congresso e leader stranieri si sono riuniti alla National Cathedral di Washington per i funerali del senatore Lindsey Graham, celebrandone l'eredità e l'influenza in politica estera. Trump ha ricordato Graham come un "gigante del Senato". L'evoluzione politica del senatore della Carolina del Sud, da critico a fedele alleato del presidente, ha insieme affascinato e spiazzato molti dei suoi vecchi amici.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, The Guardian

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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X Money disponibile in USA, Amazon verso i 5mila satelliti, Nvidia investe in Safe Superintelligence


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon mercoledì,
È appena uscita negli Stati Uniti X Money, che fa parte della grande vision di Elon Musk per creare un app all-in-one. Poi parleremo di come Amazon vuole ampliare la sua flotta di satelliti; vedremo gli investimenti di Nvidia nella startup dell'ex co-founder di OpenAI Ilya Sutskever, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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X Money debutta negli Stati Uniti


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X Money è uscito dalla beta su invito ed è in distribuzione negli Stati Uniti per gli abbonati Premium e Premium+ di X. Il servizio include un conto di deposito, pagamenti tra utenti e una carta di debito Visa dentro X. Gli utenti possono inviare, ricevere e richiedere denaro sulla piattaforma senza commissioni e senza limiti. Gli abbonati Premium+ ottengono fino al 6% di interesse annuo. Gli abbonati Premium raggiungono la stessa percentuale se accreditano lo stipendio sul conto. Gli acquisti idonei con la X Card danno il 3% di cashback. La carta virtuale viene emessa automaticamente e si può aggiungere ad Apple Pay tramite Apple Wallet. È possibile ordinare una carta fisica in metallo, personalizzare il nome e scegliere se mostrare il proprio username di X.
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Fonte: 9to5Mac
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Amazon chiede alla FCC di lanciare 5.105 satelliti direct-to-device


Big tech
Amazon ha chiesto alla FCC l'autorizzazione a lanciare fino a 5.105 satelliti per una rete direct-to-device. Le reti direct-to-device collegano smartphone e altri dispositivi direttamente via satellite, senza passare dalle torri cellulari. La rete userà l'infrastruttura esistente di Amazon più i satelliti e lo spettro di Globalstar. Amazon ha annunciato ad aprile l'acquisizione di Globalstar per circa 11,6 miliardi di dollari. La chiusura dell'operazione è prevista nel 2027 e il dispiegamento della rete nel 2028. Il servizio è rivolto a utenti non coperti o mal serviti dagli operatori wireless esistenti, alle operazioni di emergenza come ricerca e soccorso e alla connettività di cantieri, flotte e catene di fornitura in aree remote. Amazon ha in orbita oltre 390 satelliti della sua rete internet Leo e prevede di avviare il servizio entro fine anno.
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Fonte: CNBC
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Nvidia investe in Safe Superintelligence, il laboratorio di Ilya Sutskever


Startup
Nvidia ha fatto un grosso investimento (i termini non sono noti) in Safe Superintelligence. La startup è stata fondata nel 2024 da Ilya Sutskever dopo l'uscita da OpenAI, dove era capo scienziato e uno dei fondatori. L'accordo dà accesso a grandi quantità di GPU Nvidia e aumenterà le risorse di calcolo della startup di un ordine di grandezza. Finora la società si è affidata soprattutto alle TPU di Google.L'obiettivo dichiarato della startup è arrivare a una "superintelligenza sicura": nel settore il termine indica un'AI capace di fare ciò che fanno gli umani ma senza minacciare l'umanità. Sutskever dice che la ricerca si concentra su "aspetti trascurati del funzionamento del cervello umano".
~
Fonte: The Wall Street Journal
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I rivali di Google chiedono fino a 10 miliardi di danni


Legge
La multa da 890 milioni di euro inflitta dall'UE a Google la scorsa settimana è la prima sotto il Digital Markets Act e riguarda il favoritismo dei propri servizi nei risultati di ricerca e i vincoli agli sviluppatori su Google Play. La decisione sta alimentando una serie di cause private in Europa da parte di rivali più piccoli. Le richieste di danni complessive si avvicinano a 10 miliardi di dollari. A novembre un tribunale di Berlino ha assegnato al comparatore di prezzi tedesco Idealo 465 milioni di euro: è il risarcimento antitrust più alto mai concesso da un tribunale in Germania. A luglio un tribunale di Stoccolma ha condannato Google a pagare circa 1,97 miliardi di dollari alla svedese PriceRunner. L'italiana Moltiply chiede 2,97 miliardi di euro per il suo comparatore Trovaprezzi.it. Google ha già chiuso risaricimenti riservati con le britanniche Foundem e Connexity. L'azienda respinge le cause e sostiene che i rivali cercano un risarcimento invece di investire nei propri prodotti. Le multe UE a Google nell'ultimo decennio superano i 10 miliardi di euro.
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Fonte: Reuters
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Chat condivise di Claude trovate con una semplice ricerca su Google


Privacy
Centinaia di conversazioni condivise con Claude sono risultate accessibili a chiunque tramite una ricerca su Google. La funzione di condivisione di Claude genera un link che dovrebbe rendere la chat visibile solo a chi lo riceve. Utenti su Reddit hanno scoperto che bastava cercare la directory "claude.ai /share" su Google per trovare le chat condivise. I risultati coprivano oltre 200 conversazioni su almeno 25 pagine di ricerca. Alcune risalivano a poche settimane prima. Tra i contenuti esposti ci sono trascrizioni di conversazioni private, la richiesta di un avvocato su un'autodenuncia per violazione deontologica e le chiavi di un crypto wallet. Anthropic sostiene che chi condivide una conversazione la rende pubblicamente accessibile e che i contenuti pubblici possono essere archiviati da servizi terzi. Le pagine delle chat condivise non includevano il tag "noindex" che Google e Bing valutano per decidere se indicizzare una pagina. Il problema risulta ora almeno in parte corretto e i risultati di ricerca precedenti non sono più accessibili. Le chat già condivise si possono rimuovere da Settings > Privacy > Shared chats.
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Fonte: 9to5Mac
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Amazon chiede alla FCC di lanciare 5.105 satelliti direct-to-device


Il servizio partirà nel 2028 con Globalstar.
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In breve:


Amazon ha chiesto alla FCC l'autorizzazione a lanciare fino a 5.105 satelliti per una rete direct-to-device. Le reti direct-to-device collegano smartphone e altri dispositivi direttamente via satellite, senza passare dalle torri cellulari. La rete userà l'infrastruttura esistente di Amazon più i satelliti e lo spettro di Globalstar. Amazon ha annunciato ad aprile l'acquisizione di Globalstar per circa 11,6 miliardi di dollari. La chiusura dell'operazione è prevista nel 2027 e il dispiegamento della rete nel 2028. Il servizio è rivolto a utenti non coperti o mal serviti dagli operatori wireless esistenti, alle operazioni di emergenza come ricerca e soccorso e alla connettività di cantieri, flotte e catene di fornitura in aree remote. Amazon ha in orbita oltre 390 satelliti della sua rete internet Leo e prevede di avviare il servizio entro fine anno.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Amazon seeks federal approval to launch 5,105 satellites for direct-to-device network
Title: Amazon seeks federal approval to launch 5,105 satellites for direct-to-device network URL Source: https://www.cnbc.com/2026/07/27/amazon-satellite-internet-network.html Published Time: 2026-07-27T15:52:28+0000 Markdown Content: Skip Navigation Amazon seeks federal…
CNBC


Alternativa in italiano:

Amazon chiede all'FCC 5.105 satelliti per collegare gli smartphone senza ripetitori
La domanda depositata sabato alla FCC prevede cinque gusci orbitali e satelliti che elaborano il segnale a bordo. Il lancio parte dal 2028, ma il perno è lo spettro di Globalstar, la società che oggi alimenta le funzioni satellitari di iPhone
Hardware Upgrade

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Chat condivise di Claude trovate con una semplice ricerca su Google


Oltre 200 conversazioni indicizzate senza tag noindex.
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In breve:


Centinaia di conversazioni condivise con Claude sono risultate accessibili a chiunque tramite una ricerca su Google. La funzione di condivisione di Claude genera un link che dovrebbe rendere la chat visibile solo a chi lo riceve. Utenti su Reddit hanno scoperto che bastava cercare la directory "claude.ai /share" su Google per trovare le chat condivise. I risultati coprivano oltre 200 conversazioni su almeno 25 pagine di ricerca. Alcune risalivano a poche settimane prima. Tra i contenuti esposti ci sono trascrizioni di conversazioni private, la richiesta di un avvocato su un'autodenuncia per violazione deontologica e le chiavi di un crypto wallet. Anthropic sostiene che chi condivide una conversazione la rende pubblicamente accessibile e che i contenuti pubblici possono essere archiviati da servizi terzi. Le pagine delle chat condivise non includevano il tag "noindex" che Google e Bing valutano per decidere se indicizzare una pagina. Il problema risulta ora almeno in parte corretto e i risultati di ricerca precedenti non sono più accessibili. Le chat già condivise si possono rimuovere da Settings > Privacy > Shared chats.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Claude chats exposed in Google searches – another endorsement of Apple privacy
We’ve long cautioned against disclosing sensitive personal data in AI chatbot sessions, given that most companies use these as training...
9to5MacBen Lovejoy


Alternativa in italiano:

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HDblog

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X Money debutta negli Stati Uniti


Disponibile per gli abbonati Premium e Premium+ di X.
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In breve:


X Money è uscito dalla beta su invito ed è in distribuzione negli Stati Uniti per gli abbonati Premium e Premium+ di X. Il servizio include un conto di deposito, pagamenti tra utenti e una carta di debito Visa dentro X. Gli utenti possono inviare, ricevere e richiedere denaro sulla piattaforma senza commissioni e senza limiti. Gli abbonati Premium+ ottengono fino al 6% di interesse annuo. Gli abbonati Premium raggiungono la stessa percentuale se accreditano lo stipendio sul conto. Gli acquisti idonei con la X Card danno il 3% di cashback. La carta virtuale viene emessa automaticamente e si può aggiungere ad Apple Pay tramite Apple Wallet. È possibile ordinare una carta fisica in metallo, personalizzare il nome e scegliere se mostrare il proprio username di X.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

X Money officially launches in the US with Apple Wallet support after invite-only beta - 9to5Mac
X has officially launched X Money, which includes Apple Wallet support, moving the service beyond its invite-only beta and beginning a...
9to5MacZac Hall


Alternativa in italiano:

Elon Musk lancia X Money per tutti negli USA, non serve l'invito
X Money arriva negli Stati Uniti con conto, carta, cashback, pagamenti P2P e passkey per la sicurezza, ma solo per gli abbonati premium.
Punto Informatico

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I rivali di Google chiedono fino a 10 miliardi di danni


Dopo la multa DMA.
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In breve:


La multa da 890 milioni di euro inflitta dall'UE a Google la scorsa settimana è la prima sotto il Digital Markets Act e riguarda il favoritismo dei propri servizi nei risultati di ricerca e i vincoli agli sviluppatori su Google Play. La decisione sta alimentando una serie di cause private in Europa da parte di rivali più piccoli. Le richieste di danni complessive si avvicinano a 10 miliardi di dollari. A novembre un tribunale di Berlino ha assegnato al comparatore di prezzi tedesco Idealo 465 milioni di euro: è il risarcimento antitrust più alto mai concesso da un tribunale in Germania. A luglio un tribunale di Stoccolma ha condannato Google a pagare circa 1,97 miliardi di dollari alla svedese PriceRunner. L'italiana Moltiply chiede 2,97 miliardi di euro per il suo comparatore Trovaprezzi.it. Google ha già chiuso risarcimenti riservati con le britanniche Foundem e Connexity. L'azienda respinge le cause e sostiene che i rivali cercano un risarcimento invece di investire nei propri prodotti. Le multe UE a Google nell'ultimo decennio superano i 10 miliardi di euro.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Google rivals line up seeking damages after record $1 billion EU fine | Reuters
A decades-long crackdown on Google's business practices in Europe is entering a costly new phase, as the loss of the first case brought against it under new EU legislation opens the door ​to a wave of private lawsuits demanding up to $10 billion in damages., Google has been hit with over €10 billion in fines from the EU in the last decade, which are at various stages of appeal. That does not include a €1.5 billion fine from 2019 that was overturned., Google owner Alphabet's shares are one of the stronger performers in a complex year for the U.S. tech giants as AI hopes have been tempered by rising spending and competition concerns., Alphabet's Google is facing private court cases in Europe over anti-trust issues that have gained impetus from EU level fines. Rivals, some of who have won court awards, are seeking damages that could near $10 billion - though Google likely won't make any payouts for years., Google has been hit with over 10 billion euros of fines by the EU in the last decade, the latest being fines totalling €890 million, its first fine under the new Digital Markets Act (DMA). It now faces billions of dollars of potential fines as rival companies seek damages through the courts.
Reuters


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Nvidia investe in Safe Superintelligence, il laboratorio di Ilya Sutskever


La startup avrà una potenza di calcolo dieci volte maggiore.
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In breve:


Nvidia ha fatto un grosso investimento (i termini non sono noti) in Safe Superintelligence. La startup è stata fondata nel 2024 da Ilya Sutskever dopo l'uscita da OpenAI, dove era capo scienziato e uno dei fondatori. L'accordo dà accesso a grandi quantità di GPU Nvidia e aumenterà le risorse di calcolo della startup di un ordine di grandezza. Finora la società si è affidata soprattutto alle TPU di Google. L'obiettivo dichiarato della startup è arrivare a una "superintelligenza sicura": nel settore il termine indica un'AI capace di fare ciò che fanno gli umani ma senza minacciare l'umanità. Sutskever dice che la ricerca si concentra su "aspetti trascurati del funzionamento del cervello umano".

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Nvidia Invests in Sutskever’s Safe Superintelligence AI Lab - WSJ
Partnership with former top OpenAI scientist aims to boost chip giant’s high-profile customer roster during AI boom, Partnership with former top OpenAI scientist aims to boost chip giant’s high-profile customer roster during AI boom
The Wall Street JournalKeach Hagey


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