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L’ospedale che “ricovera” il paziente a casa è il sogno di tutti. A Torino c’è, e da più di quarant’anni. Si chiama OAD, Ospedalizzazione a domicilio, ed è un progetto “ad alta intensità assistenziale”, offre cioè un’assistenza molto simile a quella che si riceve in un ricovero convenzionale. Per ora purtroppo è una realtà circoscritta all’ospedale Molinette della Città della salute e della scienza, ma potrebbe essere estesa se l’amministrazione della sanità decidesse di investire su una intuizione medica all’avanguardia i cui effetti, sia clinici sia economici, sono tutti positivi. Nonostante da anni sia universalmente riconosciuto come un’eccellenza della sanità piemontese e il gradimento di pazienti e familiari sia altissimo, nessun direttore generale o assessore di nessun colore politico negli anni ha voluto garantire questa opportunità a tutti i torinesi, e ancora oggi è un privilegio dei soli cittadini che abitano nell’area Sud della città, il centro e la zona ospedali della Città della salute fino a Moncalieri.
Il servizio è nato nel 1984 da una lungimirante intuizione dei geriatri torinesi Fabrizio Fabris e Luigi Pernigotti e si è progressivamente sviluppato. Diversi studi – condotti su pazienti colpiti da eventi ischemici cerebrali, insufficienza cardiaca, patologie croniche riacutizzate ai bronchi o ai polmoni, malattie infettive e onco-ematologiche – ne hanno dimostrato efficacia e sicurezza. Il superamento della fase sperimentale è arrivato nel 2010, con una delibera di giunta (proposta da Eleonora Artesio, allora assessora alla Sanità nella giunta di centrosinistra presieduta da Mercedes Bresso), con cui si sono normate l’organizzazione e la remunerazione dell’attività di assistenza specialistica di ospedalizzazione domiciliare. Dopo, più nulla: quello che c’era è rimasto, e come spesso accade, non solo nella sanità, Torino è rimasta al palo. A realizzare il sogno sono stati altri.
Come funziona
L’accesso all’OAD può avvenire direttamente dal pronto soccorso delle Molinette, o su segnalazione dei medici dei reparti di degenza o del medico di famiglia. Condizioni imprescindibili la presenza in casa di almeno un caregiver (familiare convivente o badante a cui si affida un ruolo centrale nella gestione della cura) e l’assenza di condizioni di severa instabilità clinica. Il paziente ritenuto idoneo viene “ricoverato” a casa sua e la gestione clinica è in carico al personale medico e infermieristico delle Molinette, in grado di eseguire esami ematochimici, la diagnostica radiologica “trasportabile” (raggi RX, ecografie, ecocardio), telemonitoraggio, somministrazioni di farmaci ospedalieri e procedure strumentali e infusionali di base. Nulla è improvvisato: anche i familiari sono supportati e formati.
Responsabile dell’OAD torinese, operativa dalle 8 alle 20, è Renata Marinello e il servizio dipende dalla Geriatria universitaria dell’ospedale, diretta dal professor Mario Bo. La squadra dei sanitari a domicilio comprende quattro medici, undici infermieri e un coordinatore infermieristico. Con loro collabora un assistente sociale. Non è certo un servizio a costo zero, ma un ricovero ospedaliero convenzionale costa più del doppio. Una giornata di degenza ospedaliera in area medica alle Molinette costa in media 400-600 euro; per una giornata in OAD la Regione ha previsto una somma di 165 euro, quando il costo giornaliero stimato per l’ospedale è di 220 euro.
Il bilancio del 2025 è di 600 ricoveri in dodici mesi. «I pazienti seguiti sono in prevalenza anziani, con età media superiore agli ottant’anni, fragili, polipatologici e politrattati», ha raccontato a L’Unica Renata Marinello. «Ma non mancano malati di ogni età affetti da patologie ematologiche e oncologiche, insufficienze cardiache, epatiche o respiratorie, patologie neurodegenerative o ancora malattie congenite per cui sono necessari frequenti ricoveri ospedalieri, spesso di lunga durata».
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Perché al Servizio sanitario nazionale serve l’OAD
«Gli anziani in Piemonte rappresentano il 25 per cento circa della popolazione, ma contribuiscono alla maggior parte dei ricoveri in area medica», ha detto a L’Unica Mario Bo. «Il ricovero ospedaliero, per quanto spesso efficace nel risolvere l’evento acuto, è gravato da un consistente rischio di eventi avversi durante la degenza: allettamento e decondizionamento fisico, stato confusionale acuto (delirium), infezioni nosocomiali, cadute. Tutte condizioni che, soprattutto nei pazienti più fragili, possono peggiorare significativamente qualità e quantità della vita».
Nei pazienti ricoverati in OAD, al contrario, «queste complicanze, in particolare delirium e infezioni, sono molto ridotte, consentendo una miglior qualità di vita e meno ricoveri in Rsa o strutture di riabilitazione. Il risparmio dei costi sanitari è evidente». C’è poi un secondo motivo reso sempre più urgente dall’invecchiamento della popolazione, ha aggiunto il direttore della Geriatria universitaria della Città della salute: «Una sanità ospedalo-centrica non è più sostenibile per molti “grandi anziani” che spesso hanno severe limitazioni funzionali. Oltre alle difficoltà nelle prenotazioni di esami e visite in tempi utili, molti pazienti non sono in grado di andare alle visite ambulatoriali in ospedale. In questo contesto l’OAD potrebbe svolgere un controllo domiciliare periodico per prevenire recidive, riacutizzazioni e ridurre il numero di riospedalizzazioni». In un futuro prossimo, ha concluso il professore, «molte condizioni che oggi prevedono l’ospedalizzazione o il ricovero in Rsa o strutture per la riabilitazione potrebbero essere trattate al domicilio con vantaggio clinico ed economico».
Il modello catalano
Nato nel 1947 al Montefiore hospital di New York, il modello dell’Hospital at home si è diffuso negli Stati Uniti e in Canada, in Francia, in Australia e in Spagna. E proprio in Spagna, a Barcellona, è arrivato a gennaio dalle Molinette il geriatra e dottorando Roberto Presta, 34 anni, nel ruolo di “osservatore speciale” presso l’ospedale Parc sanitari pere Virgili, un centro pubblico catalano specializzato in cure intermedie e integrazione tra ospedale, territorio e domicilio. In Catalogna, ha spiegato, «vent’anni fa si è voluto investire sull’assistenza agli anziani e da allora l’ospedalizzazione a domicilio ha avuto una spinta fortissima».
Il modello – molto simile a quello che Torino aveva sperimentato già vent’anni prima – è stato messo a sistema: ora è routine in 27 ospedali in tutta la Catalogna e a diversi livelli di cura, ovvero non solo nel trattamento di casi acuti ma anche in fase di recupero o stabilizzazione. Nell’ospedale dove lavora Presta, la media è di settanta pazienti seguiti ogni giorno a domicilio e i medici che si spostano per visitarli in casa sono quattro.
In ospedali più grandi come l’Hospital clinic, con cui la Città della salute sta realizzando uno studio dedicato per valutare efficacia e sicurezza del modello, i medici sono nove, gli infermieri trenta. «Qui in Catalogna il paziente viene accompagnato in un percorso continuo che tiene conto dei diversi bisogni assistenziali – ha detto Presta a L’Unica –. Ciò è possibile anche grazie ad équipe interdisciplinari e cartelle cliniche elettroniche consultabili a tutti i livelli dell’assistenza». La sfida per Torino, se la si volesse cogliere, «è quella di rafforzare la dimensione di rete, rendendo più strutturati i collegamenti tra i livelli di cura dentro un sistema più ampio e accessibile. In questo senso la multidisciplinarietà rappresenta un punto di forza che dovrebbe diventare strutturale: accanto a medici e infermieri, servono competenze riabilitative, sociali, farmacologiche, nutrizionali e psicologiche». Se i software di ospedali e territorio non dialogano – è la sintesi – è facile immaginare quanti ostacoli si possono trovare sulla strada della cura.
I pazienti
A sostenere la promozione dell’OAD è attiva da tempo l’associazione “Promozione dell’Ospedale a casa”. La presiede da otto anni Laura Scarzello, un volto noto a Torino perché per anni è stata l’efficientissima segretaria di Rolando Picchioni, a lungo presidente del Salone del libro. «Ho avuto una mamma che è mancata a cento anni e che non ha passato un solo giorno in ospedale», ha raccontato a L’Unica. «Negli ultimi mesi è stata seguita a casa: un’esperienza fantastica. Anni fa è stato il mio turno, una brutta polmonite dopo un infarto. Non penso che possa esserci soluzione migliore per una famiglia che riesce a tenere a casa i familiari malati, soprattutto se anziani».
Dalla vita vissuta è partita la sua battaglia: «Anche Picchioni ci ha aiutati in questa causa e ci dava uno stand al Salone per pubblicizzare la nostra attività e il servizio». Un mese fa, la presidente Scarzello ha chiesto un incontro all’assessore regionale Federico Riboldi: «Ci ha ascoltato e con lui c’era anche il direttore regionale della sanità Antonino Sottile. Ci hanno parlato della possibilità di avviare un tavolo di lavoro su questo tema. Incrocio le dita, negli anni siamo andati a bussare a tutti, ma dopo le parole non sono mai seguiti i fatti». È anche una questione di principio: «Solo se abiti in centro o vicino alle Molinette hai diritto a questo servizio. Gli altri sono pazienti di serie B?».
La lezione del Covid
La necessità di superare l’organizzazione tradizionale a favore di modelli più flessibili e facilmente riorganizzabili in caso di necessità si è resa più evidente durante la pandemia, quando si è riscontrato con chiarezzache l’ospedale non è in grado di affrontare da solo la gestione sanitaria di una popolazione anziana in progressivo aumento.
In quegli anni anche l’OAD ha dovuto affrontare molte difficoltà logistiche e di sicurezza, superate in parte dal ricorso a strumenti di telemonitoraggio. È stato così possibile trattare al domicilio i pazienti che non necessitavano di procedure invasive evitando il ricovero nei reparti Covid, soprattutto per le persone ad alto rischio di eventi avversi, principalmente pazienti immunodepressi e più fragili, e riducendo i devastanti effetti negativi legati al ricovero ospedaliero in area Covid: senso di abbandono e isolamento sociale, depressione e depersonalizzazione.
Prospettive future
Quale potrebbe essere il ruolo dell’ospedalizzazione a domicilio all’interno del futuro Parco della salute, annunciato con ottimismo, al netto di inchieste e ritardi, per la fine del 2031? Da maggio 2018 ad aprile 2021, l’OAD ha preso parte al progetto “La casa nel parco”. «L’obiettivo era proporre soluzioni per l’e-health, la sanità digitale: applicazione di tecnologie ICT nella gestione dei processi sanitari, telemedicina e telemonitoraggio», ha spiegato a L’Unica Marinello. «Il perno del progetto è proprio la riflessione sullo sviluppo di tecnologie di avanguardia anche per le cure agli anziani nei due futuri grandi ospedali, Torino e Novara. Fondamentale, tuttavia, che il modello sia ripensato già in fase di progettazione con il suo inserimento all’interno della rete territoriale».
“La casa nel parco” è un lavoro da 11 milioni di budget finanziati da fondi FESR (Fondi europei per lo sviluppo regionale) 2014-2020, che ha coinvolto imprese, Università e Politecnico con otto diversi dipartimenti, dall’informatica all’ingegneria edile, da diritto e filosofia alla medicina e farmacia, e due enti di ricerca privati, il Collegio Carlo Alberto e la Fondazione ISI. Oltre a tre ospedali: la Città della salute e della scienza di Torino, l’Ospedale maggiore della carità di Novara, la Fondazione don Gnocchi a Torino.
Di recente, l’assessore alla Sanità del Piemonte Federico Riboldi ha voluto segnalare l’esperienza dell’OAD nelle sue Good news, la newsletter settimanale sulle buone notizie della sanità: una scelta che fa sperare nella volontà di potenziare il progetto. «La Regione guarda con grande interesse a queste esperienze innovative, che contribuiscono a rafforzare l’integrazione tra ospedale e territorio e a utilizzare in modo sempre più appropriato le risorse disponibili», ha detto l’assessore a L’Unica. «Il nostro compito è continuare a monitorarne i risultati, valorizzare le buone pratiche e verificare come possano essere ulteriormente sviluppate all’interno della rete sanitaria piemontese, sempre mantenendo al centro la sicurezza e i bisogni dei pazienti».
Nei prossimi giorni Riboldi ha convocato un incontro per avviare una riflessione: «L’ospedalizzazione a domicilio è uno degli esempi più interessanti di come la sanità possa evolvere per rispondere ai cambiamenti demografici e ai bisogni di una popolazione sempre più anziana e fragile», ha aggiunto. «L’esperienza della Città della salute, che da quarant’anni rappresenta un punto di riferimento nazionale in questo ambito, dimostra che in determinate condizioni è possibile garantire cure di livello ospedaliero direttamente a casa del paziente. La sfida dei prossimi anni sarà proprio portare sempre più cure vicino alle persone, soprattutto utilizzando al meglio le opportunità offerte dall’innovazione organizzativa e tecnologica».
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Appena rieletta presidente di Confagricoltura Alessandria, Paola Sacco ha puntato l’obiettivo contro Alberto Cirio: «La Regione non distribuisce in maniera equilibrata i finanziamenti nelle varie province del Piemonte», ha detto a L’Unica. «Qui siamo sistematicamente penalizzati mentre i nostri imprenditori hanno bisogno di investire».
Nelle sale del Castello di Piovera, a pochi chilometri dalla città, Confagricoltura ha discusso di elezioni e rinnovo del direttivo, ma anche della crisi del settore, dovuta ai cambiamenti climatici e ai costi del carburante schizzati in alto per la chiusura dello stretto di Hormuz. Soprattutto ha rimarcato la sensazione di essere abbandonata dall’istituzione “madre”, la Regione. Le accuse in sala, raccolte da L’Unica da imprenditori agricoli che hanno chiesto l’anonimato, sono state precise e riassumibili in una sola frase: i soldi vanno sempre dalla stessa parte. Con un teorema preciso: presidente e assessore regionale parlano solo al loro elettorato, e i bandi sono strutturati per essere indirizzati verso il Cuneese.
La “diversità” alessandrina
«Le aziende agricole di Alessandria sono mediamente più grandi di quelle del resto del Piemonte», ha ribadito Sacco. «I bandi della Regione sono strutturati per un tipo di agricoltura diversa dalla nostra». Una soluzione? «Noi abbiamo parlato più volte con l’assessore e con tutti i referenti regionali della nostra provincia, e contiamo di insistere per avere dei parametri diversi da considerare quando si tratta di lavorare su temi così impattanti sulla gestione delle nostre aziende». Ma quali sono i parametri, i paletti insuperabili dalle aziende alessandrine per accedere ai finanziamenti? «I parametri sulla produzione standard assegnano punteggi penalizzanti per le aziende più grandi e strutturate, come se queste potessero farcela meglio e avessero meno bisogno. Poteva essere così un tempo, non certo oggi».
Paolo Bongioanni, assessore regionale all’Agricoltura, contattato da L’Unica per una replica, non ha al momento rilasciato dichiarazioni. Per Sacco, che nel 2022 è stata la prima donna a essere eletta al vertice del più antico sindacato agricolo italiano,non è comunque una questione di appartenenze politico-elettorali: «Questa cosa succede da tanto», ha spiegato a L’Unica. «La Regione Piemonte è lontana dalla nostra provincia sia fisicamente, sia perché la nostra agricoltura è molto più simile a quella delle province lombarde o emiliane confinanti come Pavia e Piacenza». Ma anche per le varietà colturali e per le dimensioni delle imprese: la “Tomato” di Pozzolo, ad esempio, è una delle più grandi produttrici nazionali di pomodori da industria. Puntare su innovazione, rinnovamento e competitività è la mission per i prossimi anni. Ma oggi, ha fatto notare Sacco, «senza interventi pubblici gli investimenti non si possono fare».
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Il cambiamento “obbligato”
Di fronte a grandi cambiamenti epocali come quelli che il pianeta sta attraversando, innovare è una scelta che non ammette alternative. «È ormai acclarato che l’aria subtropicale stia spingendo verso Nord l’aria mediterranea, più mite», ha confermato Federico Spanna, presidente dell’associazione italiana di agrometeorologia e funzionario del servizio agrometeorologico della Regione Piemonte. «Tutto ciò ha delle conseguenze sulla stagione vegetativa delle piante, che tende ad anticipare e a contrarsi e le sottopone a nuovi stress come le fitopatologie. A lungo termine potrebbe avere effetti anche sul suolo e sulla fertilità».
Quindi che facciamo? Cambiamo produzioni? «Un ripensamento culturale è già in atto», ha detto Spanna dal palco. «Introduciamo pure la palma da dattero, ma attenzione a sostituire: in passato è stato introdotto l’ulivo, ma poi arriva il vento da Nord e ci porta via tutto: nel 2011 e nel 2012 la temperatura è arrivata a meno 20». Cosa fare allora? «Oggi pensiamo che il rischio climatico sia dovuto solo al caldo eccessivo, ma non è così. Non dobbiamo cambiare tutto, perché qui abbiamo ancora le gelate e gli eccessi di precipitazioni. Siamo in presenza di estremi climatici di segno opposto: dobbiamo attuare una strategia di coltivazione, e soprattutto puntare sugli invasi come hanno fatto in Emilia-Romagna». Gli invasi sono le riserve d’acqua alle quali accedere nei periodi, sempre più numerosi, di siccità estrema anche in Piemonte, ricordiamo la lunga estate arida del 2022.
Il rapporto con la politica
Il punto focale per tutti gli esperti è la ricerca. Non a caso Guido Lingua, direttore del DISIT, il Dipartimento di scienze e innovazione tecnologica dell’Università del Piemonte orientale, ha annunciato la nascita del master di II livello sull’approccio One Health, “una sola salute” per le persone, gli animali e l’ambiente, al quale ha contribuito anche Confagricoltura Alessandria tramite la Onlus Senior - Età della Saggezza.
«Il mondo sta cambiando con una velocità alla quale non siamo abituati, non possiamo non considerare il contesto nel quale ci stiamo muovendo», ha detto Luca Brondelli di Brondello, vicepresidente nazionale di Confagricoltura e titolare della tenuta agricola Guazzora a Serralunga di Crea. «La Russia è il primo produttore al mondo di fertilizzanti e di grano, la Cina ha oltre il 50 per cento del mais e della soia nel mondo: quindi alcune catene di approvvigionamento sono state messe in discussione. Dopo i dazi abbiamo parzialmente recuperato aprendo ad altri mercati. Siamo di fronte a una policrisi, dal clima all’energia, e a una crisi demografica: abbiamo un problema di ricambio generazionale nelle nostre aziende».
Per trovare manodopera si guarda sempre più spesso oltre confine: «Sono diverse migliaia, se non centinaia di migliaia, gli operai che verranno a mancare nei prossimi anni», ha detto ancora il vicepresidente. «Sono stato invitato in Uzbekistan per un progetto di formazione di operai agricoli che porteremo tra un mese circa a lavorare nelle nostre aziende. L’Uzbekistan vuole investire nella formazione dei giovani nell’agricoltura, ha un’età media di 38 anni, e cresce di un milione di abitanti all’anno». Concorrenza e accordi commerciali possono aiutare? «Non molto. E si stanno rivelando vere le perplessità sul Mercosur», l’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e il blocco economico sudamericano. «Carni dall’estero con elevate concentrazioni di ormoni e pollame a rischio salmonella sono stati distrutti».
Restano i rapporti con la politica locale. Se la presidente alessandrina Sacco aveva usato toni piuttosto accesi, anche Brondelli non risparmia gli affondi: «Cosa possiamo fare? Fare sistema e riorganizzarci. Non possiamo andare avanti come venti o trent’anni fa, il mondo sta cambiando e le imprese stanno cambiando. Per questo abbiamo organizzato una due giorni in partnership con la Bocconi che è solo la prima parte di un lavoro che durerà tre anni e che dovrebbe produrre finalmente un manifesto per un piano strutturale di riforma dell’agricoltura. Visto che la politica non lo fa, lo facciamo noi».
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