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Jabra amplia la gamma Evolve3 con nuove cuffie per lavoro ibrido, ufficio e open space


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Jabra amplia la gamma Evolve3 con nuove cuffie pensate per rispondere in modo più preciso ai diversi modi di lavorare. Con l’arrivo di Jabra Evolve3 65 Flex, Jabra Evolve3 65 e Jabra Evolve3 45, la linea dedicata alla comunicazione professionale si arricchisce di tre modelli progettati per chi lavora in modalità ibrida, in uffici open space oppure principalmente alla scrivania.

La nuova espansione della gamma Jabra Evolve3 nasce per offrire alle aziende una scelta più flessibile rispetto all’approccio tradizionale basato su un solo modello di cuffia per tutti i dipendenti. Ogni ambiente di lavoro presenta esigenze diverse: chi si sposta tra casa, ufficio e spazi condivisi ha bisogno di una soluzione leggera e facilmente trasportabile, mentre chi lavora in un open space rumoroso necessita di un maggiore isolamento e di una voce sempre chiara durante le chiamate. Allo stesso modo, chi trascorre molte ore alla scrivania può preferire una cuffia semplice, leggera e comoda da indossare per conversazioni frequenti.

I tre nuovi modelli si inseriscono all’interno di una linea già composta da Jabra Evolve3 75 e Jabra Evolve3 85, presentati in precedenza come soluzioni di fascia più alta. Con Evolve3 65 Flex, Evolve3 65 ed Evolve3 45, Jabra punta ad ampliare il portfolio con cuffie più leggere, portatili e adatte a un numero maggiore di scenari professionali, offrendo così un percorso di aggiornamento più ordinato anche per le aziende che devono sostituire dispositivi meno recenti.
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Jabra Evolve3: qualità audio e voce chiara per il lavoro moderno


Uno degli aspetti centrali della nuova gamma riguarda la qualità della voce durante le riunioni online e le chiamate di lavoro. Secondo una ricerca condotta da Jabra, il 73% dei dipendenti fatica a sentire chiaramente gli altri partecipanti durante i meeting ibridi. Questo dato evidenzia quanto la qualità audio sia diventata un elemento importante non solo per la comunicazione tra colleghi, ma anche per gli strumenti basati su intelligenza artificiale, come trascrizioni automatiche, riepiloghi delle riunioni e flussi di lavoro attivati dalla voce.

Per rispondere a queste esigenze, le nuove cuffie Jabra Evolve3 integrano tecnologie pensate per migliorare il rilevamento vocale e rendere più stabile la comunicazione. Tutti e tre i modelli condividono la tecnologia Jabra ClearVoice, progettata per catturare la voce in modo più preciso, e la cancellazione attiva del rumore in chiamata, utile per ridurre le interferenze sonore durante le conversazioni. È presente anche la funzione Sidetone, che permette di sentire la propria voce mentre si parla, aiutando a mantenere un volume più naturale anche quando l’ANC è attiva.

La connettività è basata su Bluetooth Low Energy, pensata per un utilizzo sicuro ed efficiente in ambito professionale. Per le aziende, la gestione dei dispositivi può essere centralizzata tramite Jabra Plus Management e Jabra Xpress, strumenti che semplificano l’implementazione, la configurazione e il controllo delle cuffie su larga scala. Questo aspetto è particolarmente rilevante nei contesti aziendali in cui è necessario distribuire e mantenere più dispositivi tra reparti, sedi e profili lavorativi differenti.

Jabra Evolve3 65 Flex per professionisti ibridi e flessibili


Jabra Evolve3 65 Flex è il modello pensato per i professionisti che lavorano in modalità ibrida o flessibile. La cuffia adotta un design compatto, ripiegabile e privo di braccetto microfonico, una scelta che la rende più adatta a chi si sposta spesso tra ufficio, casa, sale riunioni, coworking e altri spazi condivisi.

Il modello integra un rilevamento vocale ottimizzato anche all’aperto e la funzione ANC adattiva, che regola la cancellazione del rumore in base all’ambiente circostante. La struttura più portatile la rende indicata per chi cerca una cuffia professionale da usare in mobilità senza rinunciare alla qualità della comunicazione.
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Jabra Evolve3 65 per uffici open space rumorosi


Jabra Evolve3 65 è orientata a chi lavora in uffici open space o in ambienti particolarmente frequentati. In questo caso l’attenzione è rivolta soprattutto alla concentrazione e alla chiarezza della voce.

Il modello integra ANC adattiva e una tecnologia di rilevamento vocale a tre microfoni, pensata per separare meglio la voce dell’utente dai rumori di fondo. Questa configurazione è utile negli spazi condivisi, dove conversazioni, tastiere, movimenti e rumori ambientali possono rendere più difficile mantenere una chiamata chiara.

Jabra Evolve3 45 per chiamate frequenti dalla scrivania


Jabra Evolve3 45 rappresenta la soluzione più leggera della nuova gamma. Si tratta di una cuffia on-ear pensata per chi effettua chiamate frequenti dalla scrivania, sia in ufficio sia da casa.

Il modello punta su semplicità d’uso, comfort e chiarezza vocale, con un design pensato per l’utilizzo quotidiano prolungato. Rispetto agli altri modelli della linea, Evolve3 45 si rivolge a chi cerca una cuffia professionale essenziale, adatta alle comunicazioni di lavoro ricorrenti e a un uso continuativo durante la giornata.

Una gamma di cuffie per diversi stili di lavoro


Con questa espansione, la gamma Jabra Evolve3 copre un ventaglio più ampio di esigenze professionali. La linea include ora modelli più avanzati, come Evolve3 75 ed Evolve3 85, e soluzioni più compatte o specifiche per diversi contesti operativi.

L’obiettivo è offrire alle aziende la possibilità di assegnare cuffie differenti in base al ruolo, all’ambiente di lavoro e al livello di mobilità dei dipendenti, riducendo al tempo stesso la complessità legata alla gestione di hardware non sempre adatto alle reali necessità degli utenti.

I nuovi modelli arrivano anche in un momento in cui la voce sta assumendo un ruolo sempre più importante negli strumenti digitali per il lavoro. La qualità del microfono, la stabilità del rilevamento vocale e la riduzione del rumore non incidono solo sulla comodità della chiamata, ma anche sull’affidabilità di funzioni come trascrizione, riepilogo automatico e riconoscimento dei comandi vocali. Per questo motivo, una cuffia progettata per catturare la voce in modo chiaro può diventare un elemento centrale nelle postazioni professionali moderne.

Prezzi e disponibilità delle nuove Jabra Evolve3


Jabra Evolve3 65 Flex, Jabra Evolve3 65 e Jabra Evolve3 45 saranno disponibili a livello globale nella colorazione Black a partire da settembre 2026.

I prezzi consigliati al pubblico sono di 299 euro per Jabra Evolve3 65 Flex, 253 euro per Jabra Evolve3 65 e 199 euro per Jabra Evolve3 45.

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Il senatore Dem Ruben Gallego sotto inchiesta per le spese elettorali


Il senatore democratico dell'Arizona, considerato come un possibile candidato alla presidenza nel 2028, è stato indagato dal Dipartimento di Giustizia dopo essere stato scagionato dalla Commissione Etica del Senato per le stesse accuse.

Il senatore democratico Ruben Gallego, dell'Arizona, è finito sotto inchiesta federale per presunte violazioni delle norme sul finanziamento della campagna elettorale. A rivelarlo per primo è stata Axios. L'indagine rischia ora di pesare sul futuro politico del senatore, al suo primo mandato e già indicato come possibile candidato alla presidenza nel 2028.

A condurre l'indagine è il Dipartimento di Giustizia, che si è mosso subito dopo la chiusura di un procedimento parallelo della Commissione Etica del Senato. Quel fascicolo era nato da un esposto della deputata repubblicana Anna Paulina Luna, alleata di Trump, che accusava Gallego di violazioni finanziarie e di cattiva condotta sessuale. La Commissione ha archiviato il caso senza trovare prove che il senatore avesse violato le regole del Senato o la legge, come risulta da una lettera diffusa lunedì dal suo ufficio.

Le accuse sulle spese del PAC


Secondo una fonte vicina all'indagine citata da Axios, l'inchiesta del Dipartimento di Giustizia nasce da un esposto presentato da un informatore della California meridionale. Come aveva riportato per primo Politico, Gallego avrebbe usato il proprio PAC, il comitato con cui i membri del Congresso americani raccolgono fondi per sostenere altri candidati, per finanziare viaggi con la sua famiglia a Miami, Chicago, Disneyland e Disney World.

L'ufficio del senatore respinge tutte le accuse e parla di attacco politico. "Trump ha deciso di prendere di mira il senatore Gallego, mentre il Dipartimento di Giustizia più politicizzato della storia chiude un occhio sulla corruzione senza precedenti dello stesso Trump", ha dichiarato un portavoce del senatore in una nota inviata ad Axios. Lo stesso portavoce ha collegato la tempistica dell'inchiesta allo scagionamento appena arrivato dalla Commissione Etica, denunciando "calunnie della destra" alimentate dall'Amministrazione. Il Dipartimento di Giustizia non ha voluto commentare.

All'inizio di giugno Axios aveva riferito che Gallego aveva assunto Andrew Bates, ex vice portavoce dell'Amministrazione Biden, per gestire la crisi. L'incarico riguardava sia i rapporti con la Commissione Etica del Senato sia le possibili ricadute dell'amicizia tra Gallego e l'ex deputato democratico Eric Swalwell, della California, dimessosi dal Congresso dopo le accuse di quattro donne per molestie, aggressione e stupro.

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OPPO Reno16 Series arriva in Italia: design, AI e fotocamere creative


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OPPO ha presentato in Italia la nuova serie OPPO Reno16, composta da OPPO Reno16 Pro, OPPO Reno16 e OPPO Reno16 FS. La nuova gamma punta su tre elementi principali: un design più riconoscibile, strumenti fotografici pensati per la creatività e nuove funzioni basate sull’intelligenza artificiale.

La serie Reno è da sempre una delle linee OPPO più orientate allo stile e alla fotografia mobile. Con Reno16, l’azienda prova a rendere questa identità ancora più evidente, introducendo una finitura visiva particolare, nuove modalità di scatto e strumenti software pensati per chi crea contenuti direttamente dallo smartphone.

Design 3D Pop Planet: la nuova identità della serie Reno16


Uno degli aspetti più distintivi della nuova serie è il 3D Pop Planet Design, disponibile nella variante Pop White. Questa finitura utilizza la tecnologia 3D HoloVerse, pensata per creare un effetto tridimensionale sulla back cover dello smartphone.

L’effetto visivo richiama le nebulose e cambia in base alla luce e al movimento. Secondo OPPO, il risultato è una superficie con immagini che sembrano sospese sulla scocca, dando allo smartphone un aspetto più dinamico rispetto a una classica colorazione lucida o satinata.

Su tutta la gamma è presente una back cover monoblocco scolpita a freddo, integrata in modo fluido con il modulo fotografico. Questa scelta contribuisce a dare al dispositivo un aspetto più pulito e continuo, ma ha anche un vantaggio pratico: riduce l’accumulo di polvere attorno all’area delle fotocamere.

OPPO Reno16 e OPPO Reno16 Pro utilizzano un display da 6,32 pollici, una diagonale pensata per rendere più comodo l’uso con una sola mano. Il modello Reno16 FS, invece, propone uno schermo più ampio da 6,57 pollici, più adatto a chi guarda spesso video, usa i social o cerca un’esperienza visiva più immersiva.
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Fotocamere pensate per creator e contenuti social


La fotografia è uno dei punti centrali della nuova OPPO Reno16 Series. Tutti e tre i modelli integrano una fotocamera selfie ultra-grandangolare da 50 MP con campo visivo di 100 gradi. Questa soluzione permette di includere più persone nei selfie di gruppo e di ottenere inquadrature più larghe senza dover allontanare troppo lo smartphone.

Sul retro, la gamma Reno16 integra un sistema a tripla fotocamera. La configurazione include una fotocamera principale ad alta risoluzione con stabilizzazione ottica OIS, un teleobiettivo per ritratti con zoom ottico di circa 3,5x e una fotocamera ultra-grandangolare. In questo modo gli utenti possono passare da ritratti a paesaggi, foto di gruppo e scatti più creativi con maggiore flessibilità.

Il modello più avanzato, OPPO Reno16 Pro, introduce una fotocamera principale Ultra Clear da 200 MP. Una risoluzione così elevata permette di ritagliare e ricomporre le immagini mantenendo un buon livello di dettaglio, una funzione utile soprattutto per chi modifica spesso le foto prima di pubblicarle sui social.

Pop Cam e AI Remix Collage: più spazio alla creatività


Tra le novità software più interessanti c’è Pop Cam, una modalità creativa integrata direttamente nell’app Fotocamera. Questa funzione consente di applicare con un solo tocco diversi stili fotografici ispirati al mondo analogico e vintage, come effetti Digicam, Instant Film e Light Leak.

L’obiettivo è semplificare la creazione di immagini con un’estetica riconoscibile, senza dover passare necessariamente da applicazioni esterne. È una funzione pensata soprattutto per chi vuole pubblicare contenuti già pronti, con un look più personale e immediato.

La serie Reno16 introduce anche il nuovo hub Create all’interno dell’app Foto. Qui sono raccolti diversi strumenti basati sull’intelligenza artificiale, tra cui AI Remix Collage. Questa funzione permette di combinare foto e brevi video in composizioni visive più dinamiche, aggiungendo sticker animati, testi e contorni.

AI Remix Collage può anche estrarre soggetti in movimento da Motion Photo o video e trasformarli in sticker personalizzati. A questa funzione si aggiunge Popout 2.0, che consente ai soggetti di uscire visivamente dalla cornice, creando effetti più vivaci e adatti ai contenuti social.
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Video più stabili con 4K Auto Straighten Video


OPPO ha lavorato anche sulla parte video. La funzione 4K Auto Straighten Video aiuta a mantenere le riprese dritte anche durante il movimento, rendendo i filmati più stabili e ordinati quando si cammina o si registra in situazioni dinamiche.

Con Dual View Video 2.0 è possibile registrare contemporaneamente con la fotocamera frontale e con quella posteriore. È una soluzione utile per vlog, eventi, reaction e contenuti in cui si vuole mostrare sia chi registra sia la scena davanti allo smartphone.

La funzione Zoom Free Video, invece, permette di passare in modo più fluido tra le diverse lenti posteriori durante la registrazione, migliorando la versatilità nelle riprese.

ColorOS 16 e nuove funzioni AI


La nuova serie Reno16 arriva con ColorOS 16 e introduce diverse esperienze basate sull’intelligenza artificiale. Tra queste c’è il nuovo AI Snap Key, pensato per offrire un accesso rapido ad AI Mind Space.

AI Mind Space funziona come uno spazio personale in cui salvare e organizzare contenuti visualizzati sullo schermo. Può essere utile per conservare informazioni importanti, appunti, dettagli di viaggio, immagini o contenuti da recuperare in un secondo momento.

All’interno di questa esperienza è presente anche AI Bill Manager, una funzione che riconosce e organizza pagamenti digitali e ricevute fisiche, trasformandoli in registri di spesa più semplici da consultare.

AI Mind Pilot coordina invece più modelli AI per offrire risposte e suggerimenti più adatti al contesto. Per chi viaggia, AI Menu Translation aiuta a interpretare menu in lingua straniera, generando spiegazioni visive dei piatti e andando oltre la semplice traduzione del testo.
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Batteria, ricarica rapida e prestazioni


La nuova OPPO Reno16 Series è pensata per sostenere un utilizzo quotidiano intenso. Tutti i modelli integrano batterie da 6.000 mAh o superiori, mentre OPPO Reno16 FS arriva fino a 6.500 mAh. Si tratta di una capacità importante per chi usa spesso lo smartphone per foto, video, social, streaming, gaming e navigazione.

La ricarica rapida cambia in base al modello. Reno16 FS supporta la SUPERVOOC da 45W, mentre Reno16 e Reno16 Pro arrivano alla SUPERVOOC da 80W.

Sul fronte prestazioni, OPPO Reno16 Pro utilizza la piattaforma MediaTek Dimensity 8550 5G, affiancata da AI HyperBoost 3.0, da un sistema di raffreddamento migliorato e dal supporto a refresh rate fino a 144 Hz nei giochi compatibili.

OPPO Reno16, invece, è basato sulla piattaforma mobile Snapdragon 7 Gen 4, pensata per offrire prestazioni affidabili nell’uso quotidiano. La connettività viene supportata da AI LinkBoost 4.0, tecnologia progettata per mantenere la rete più stabile anche in ambienti affollati o in zone con segnale debole.

Resistenza IP68, IP69 e IP69K


Un altro elemento importante della nuova serie è la resistenza. Tutti i modelli Reno16 sono certificati IP68, IP69 e IP69K contro acqua e polvere. Questo rende gli smartphone più adatti all’uso quotidiano anche in condizioni meno ideali.

OPPO integra anche le funzioni Splash Touch e Glove Touch, che migliorano la risposta del display quando si hanno le mani bagnate o quando si usano guanti.

OPPO Bubble: il nuovo accessorio magnetico per creator


Insieme alla serie Reno16, OPPO ha presentato anche OPPO Bubble, un accessorio magnetico pensato per estendere le possibilità creative dello smartphone.

OPPO Bubble pesa 27,5 grammi e si aggancia magneticamente a cover compatibili o anelli magnetici. Integra un display AMOLED che può funzionare come monitor in tempo reale per la fotocamera posteriore. In questo modo è possibile usare la fotocamera principale per selfie, foto di gruppo e composizioni creative con un controllo migliore dell’inquadratura.

L’accessorio può funzionare anche come mirino remoto e controllo dello scatto fino a 10 metri di distanza. Oltre alla fotografia, può essere personalizzato tramite app dedicata con immagini, animazioni, testi e colori, diventando anche un accessorio estetico da abbinare allo smartphone.

Prezzi e disponibilità in Italia


La serie OPPO Reno16 è disponibile in Italia dal 1° luglio con promozioni di lancio valide fino al 31 luglio.

  • OPPO Reno16 Pro è disponibile nelle colorazioni Pop White e Starlight Black al prezzo promozionale di 899 euro, rispetto al prezzo di listino di 1.099 euro.
  • OPPO Reno16 è disponibile nelle colorazioni Pop White e Purple Black al prezzo promozionale di 749 euro, rispetto al prezzo di listino di 899 euro.
  • OPPO Reno16 FS è disponibile nelle colorazioni Pop White e Purple Black al prezzo di 649 euro, con valore indicato di 799 euro.

Durante il periodo promozionale sono previste anche vendite abbinate con accessori selezionati, tra cui auricolari, powerbank, caricatore, cover magnetica e altri prodotti dell’ecosistema OPPO, in base al modello acquistato.

Sono previste inoltre offerte dedicate su altri dispositivi OPPO: OPPO Bubble a 99,99 euro, Enco Clip2 a 152,99 euro, Watch S a 169,99 euro e OPPO Care a 9,99 euro.

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realme celebra Minions & Monsters con una campagna tra social e retail


realme celebra l’arrivo nelle sale italiane di Minions & Monsters, il nuovo film di Illumination distribuito da Universal Pictures International Italy, con una campagna integrata pensata per unire tecnologia, intrattenimento e cultura pop.

L’iniziativa prende il via dal 1° luglio 2026 e coinvolge sia i canali digitali ufficiali del brand sia una selezione di punti vendita. L’obiettivo è avvicinare il pubblico più giovane attraverso contenuti creativi, ironia e riferimenti all’universo dei celebri personaggi gialli.

Una campagna tra tecnologia e cultura pop


La campagna nasce dall’incontro tra due mondi sempre più vicini alle nuove generazioni: da una parte gli smartphone, diventati strumenti centrali per comunicare, creare contenuti e raccontare la propria quotidianità; dall’altra l’intrattenimento, che influenza linguaggi, trend social e modalità di espressione personale.

In questo contesto, realme Italia sceglie di legare la propria comunicazione a uno dei franchise animati più riconoscibili a livello globale. L’energia dei Minions entra così in una serie di attivazioni pensate per social media e retail, con un linguaggio immediato, leggero e vicino al pubblico.

I temi della campagna realme per Minions & Monsters


Secondo quanto comunicato dal brand, l’iniziativa punta a reinterpretare alcuni elementi iconici di Minions & Monsters attraverso temi legati alla tecnologia realme. Tra questi rientrano fotografia, creatività, prestazioni, autonomia della batteria e content creation.

Sono aspetti ormai centrali nell’esperienza d’uso di uno smartphone. Per molti utenti, infatti, il telefono non è più soltanto uno strumento per chiamare o navigare online, ma un vero mezzo creativo: permette di scattare foto, registrare video, pubblicare contenuti, restare connessi e condividere momenti della giornata in modo semplice e immediato.

Il ruolo dei Minions nella comunicazione del brand


Il tono della campagna richiama lo spirito dei Minions di Illumination, personaggi conosciuti per il loro umorismo, la spontaneità e la capacità di parlare a pubblici diversi. realme utilizza proprio queste caratteristiche per costruire un racconto più vicino al linguaggio quotidiano degli utenti.

Il messaggio centrale non riguarda soltanto la promozione di un film o di un prodotto, ma la possibilità di creare un collegamento naturale tra intrattenimento, creatività e dispositivi mobili. In questo racconto, la tecnologia diventa uno strumento per esprimersi, divertirsi e raccontare la propria personalità.

Attivazioni social e visibilità nei punti vendita


La presenza nei punti vendita aggiunge una componente concreta alla campagna. Oltre ai contenuti pubblicati sui canali social ufficiali di realme, l’iniziativa sarà supportata da visibilità dedicata presso alcuni partner retail selezionati.

Questa scelta permette al brand di portare la comunicazione anche fuori dall’ambiente digitale, intercettando i consumatori nei luoghi in cui scoprono, confrontano e valutano nuovi smartphone e prodotti tech.

realme punta sulle nuove generazioni


La scelta di affiancare il lancio di Minions & Monsters conferma la volontà di realme di rafforzare il proprio posizionamento presso un pubblico giovane e dinamico. Il brand, nato con l’obiettivo di rendere più accessibili tecnologie avanzate, continua a puntare su un linguaggio diretto, visivo e vicino alle abitudini delle nuove generazioni.

In questa campagna, lo smartphone viene raccontato come uno strumento quotidiano per catturare momenti, creare storie, condividere esperienze e dare spazio alla propria personalità.

Smartphone, creatività e intrattenimento


La collaborazione ispirata al film di Illumination si inserisce in una strategia più ampia, dove la tecnologia non viene presentata solo attraverso schede tecniche e caratteristiche hardware, ma anche tramite esperienze riconoscibili e contenuti capaci di generare coinvolgimento.

Fotografia, autonomia, prestazioni e creatività diventano così parte di un racconto più pop, costruito intorno a personaggi che fanno dell’imprevedibilità e del divertimento il loro tratto distintivo.

Disponibilità della campagna


La campagna realme dedicata a Minions & Monsters sarà disponibile a partire dal 1° luglio 2026 sui canali social ufficiali di realme Italia e presso una selezione di partner retail.

Con questa iniziativa, realme porta avanti un approccio comunicativo che punta a rendere il brand più vicino alla quotidianità degli utenti. L’arrivo di Minions & Monsters nelle sale italiane diventa così l’occasione per parlare di tecnologia in modo più accessibile, sfruttando il linguaggio dell’intrattenimento per valorizzare il ruolo degli smartphone nella creazione e condivisione dei contenuti di ogni giorno.

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MSI porta in Italia i nuovi monitor da 144 Hz per lavoro e gaming


La nuova gamma di monitor MSI da 144 Hz arriva sul mercato italiano con l’obiettivo di rispondere a un’esigenza sempre più diffusa: usare un solo display sia per la produttività quotidiana sia per il tempo libero. La postazione PC, infatti, non è più legata a un unico scenario d’uso. Lo stesso monitor può servire durante il giorno per lavorare su fogli di calcolo, documenti, presentazioni e videoconferenze, mentre la sera può diventare il centro della scrivania per giocare, guardare contenuti o gestire applicazioni più dinamiche.

Con questa nuova linea, MSI punta su un equilibrio tra fluidità, ergonomia e versatilità. Il refresh rate a 144 Hz rappresenta uno degli elementi principali della gamma, perché permette alle immagini di aggiornarsi in modo più rapido rispetto ai classici monitor a 60 Hz. Il risultato è una visualizzazione più scorrevole, utile non solo nei videogiochi, ma anche nell’uso quotidiano del computer. Spostare finestre, leggere testi in rapido scorrimento, gestire più applicazioni insieme o lavorare su interfacce dense di informazioni può risultare più piacevole e meno affaticante.

La nuova proposta MSI nasce in un contesto in cui smart working, studio, creatività e intrattenimento si sovrappongono sempre più spesso. Per questo i nuovi monitor 144 Hz MSI sono pensati per abbattere la separazione tradizionale tra display da ufficio e monitor gaming. L’idea è offrire un prodotto unico, capace di adattarsi a una postazione professionale senza rinunciare a caratteristiche utili anche per il gioco.

Monitor MSI 144 Hz: fluidità per lavoro e gaming


Oltre alla frequenza di aggiornamento a 144 Hz, la gamma introduce un tempo di risposta fino a 1 ms MPRT, valore che aiuta a ridurre la percezione di scie e sfocature nelle immagini in movimento. Questo aspetto è particolarmente interessante nei titoli più rapidi, dove la reattività del display può rendere l’esperienza più precisa, ma può tornare utile anche durante attività lavorative con contenuti dinamici, timeline, dashboard o testi che scorrono velocemente.

Un altro elemento importante è il supporto alla tecnologia Adaptive-Sync, pensata per sincronizzare il refresh rate del monitor con il frame rate generato dal dispositivo collegato. In questo modo vengono ridotti fenomeni come tearing e stuttering, cioè quelle interruzioni visive o irregolarità dell’immagine che possono risultare fastidiose durante il gioco o la riproduzione di contenuti in movimento. MSI indica la compatibilità sia con ambienti Windows e Mac sia con console da gioco, ampliando così le possibilità d’uso della nuova gamma.

Pannelli IPS, HDR Ready e design essenziale


Dal punto di vista della qualità visiva, i nuovi modelli utilizzano pannelli IPS di ultima generazione, una soluzione apprezzata per la resa cromatica e per gli ampi angoli di visione. Gli angoli dichiarati arrivano fino a 178°, caratteristica utile quando il monitor viene osservato da posizioni diverse o quando si lavora in condivisione con altre persone davanti alla stessa scrivania. La compatibilità HDR Ready contribuisce inoltre a migliorare la resa dei contenuti video, offrendo una riproduzione più ricca e coinvolgente rispetto a un display tradizionale.

MSI ha curato anche l’aspetto estetico e funzionale. Il design della nuova gamma punta su linee eleganti e minimaliste, con cornici ultrasottili pensate per integrarsi facilmente sia in ambienti professionali sia in postazioni domestiche. Questa scelta può risultare utile anche per chi utilizza configurazioni multi-monitor, dove bordi ridotti aiutano a creare una superficie visiva più continua e ordinata.

Comfort visivo con l’ecosistema EyesErgo


La componente ergonomica ha un ruolo centrale nella nuova linea. I monitor integrano infatti le tecnologie dell’ecosistema EyesErgo, sviluppato da MSI per migliorare il comfort durante l’uso prolungato del computer. In una routine fatta di molte ore davanti allo schermo, la protezione visiva diventa un fattore concreto, soprattutto per chi alterna lavoro, studio e intrattenimento senza cambiare postazione. L’obiettivo è rendere l’esperienza più confortevole nel tempo, riducendo l’affaticamento legato a sessioni lunghe.

La presenza di altoparlanti integrati e il supporto all’attacco VESA completano il profilo pratico della gamma. Gli speaker integrati permettono di mantenere la scrivania più pulita, evitando accessori aggiuntivi quando non serve un sistema audio dedicato. L’attacco VESA, invece, consente di montare il monitor su bracci o supporti compatibili, una soluzione utile per chi vuole ottimizzare lo spazio, migliorare la postura o creare una postazione più ordinata.

Disponibilità in Italia


La nuova gamma di monitor MSI 144 Hz è già disponibile in Italia presso rivenditori autorizzati e partner online. Si tratta di una linea pensata per chi cerca un display flessibile, capace di accompagnare la giornata lavorativa senza penalizzare le sessioni di gioco o intrattenimento. Il messaggio è chiaro: un monitor moderno non deve più essere scelto solo in base a una singola esigenza, ma può diventare un elemento centrale della postazione, adatto a produttività, gaming e uso quotidiano.

Per maggiori informazioni sui modelli disponibili e sulle specifiche tecniche, è possibile consultare la pagina ufficiale MSI: msi.gm/SEC3C9CA.

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Leone XIV avverte la Fraternità San Pio X: "Fermatevi, rischiate lo scisma"


Il papa lancia un ultimo appello ai lefebvriani della Fraternità San Pio X, che mercoledì intendono consacrare quattro vescovi senza autorizzazione pontificia. Per il Vaticano si tratta di un atto scismatico che comporterebbe la scomunica immediata.

Papa Leone XIV ha rivolto un appello dell'ultima ora alla Fraternità San Pio X, il gruppo di cattolici tradizionalisti che mercoledì intende consacrare quattro nuovi vescovi senza l'autorizzazione del Pontefice. Procedere, ha scritto il Papa, significherebbe commettere "un peccato di estrema gravità".

A poco più di un anno dall'inizio del pontificato, Leone XIV affronta così la prima grande sfida del suo mandato. La Fraternità San Pio X rifiuta alcune delle principali riforme introdotte dalla Chiesa cattolica negli ultimi decenni, a partire da quelle del Concilio Vaticano II. Il gruppo prevede di celebrare la cerimonia nel seminario di Écône, in Svizzera, luogo simbolico della sua storia e della frattura con Roma.

Per il Vaticano, le consacrazioni senza mandato pontificio costituirebbero un atto "scismatico" a tutti gli effetti. Se la cerimonia si dovesse davvero svolgere, tutti i nuovi vescovi saranno scomunicati, cioè esclusi ufficialmente dalla piena comunione con la Chiesa e dai suoi sacramenti. "Vi supplico e vi chiedo con tutto il cuore: tornate indietro", ha scritto Leone XIV in una lettera inviata alla Fraternità nelle ultime ore.

"Prego per voi, perché lacerare la veste senza cuciture di Cristo è un peccato di estrema gravità. Che il Signore illumini le vostre coscienze e risvegli i vostri cuori".


La frattura con Roma


Nella dottrina cattolica, il legame tra i vescovi e il Papa è uno dei pilastri dell'unità della Chiesa e fin dalla sua elezione, Leone XIV ha fatto della coesione ecclesiale uno dei punti centrali del suo pontificato. Per questo la decisione della Fraternità di procedere senza il consenso del Pontefice viene considerata una violazione grave del diritto canonico e un attacco diretto alla comunione ecclesiale.

La Fraternità San Pio X fu fondata nel 1970 in Svizzera dall'arcivescovo francese Marcel Lefebvre. Cinque anni dopo venne soppressa ufficialmente dal vescovo di Friburgo. Nel 1988 Lefebvre consacrò quattro vescovi senza l'approvazione del papa, provocando una crisi che anche allora portò alla scomunica dei suoi protagonisti.

Alla base della rottura c'è l'opposizione di Lefebvre e dei suoi seguaci alle riforme introdotte negli anni Sessanta dal Concilio Vaticano II. I lefebvriani contestano in particolare l'insegnamento ufficiale della Chiesa sulla libertà religiosa, sull'ecumenismo – vale a dire il rapporto con le altre confessioni cristiane e con le altre religioni – e sulla riforma della liturgia cattolica. Tra le novità del Concilio vi fu anche la condanna di ogni forma di antisemitismo.

La Fraternità sostiene di dover consacrare nuovi vescovi senza autorizzazione perché la Chiesa si troverebbe in uno "stato di emergenza", causato, a suo giudizio, dalla diffusione di idee liberali e "moderniste". Nei giorni scorsi il gruppo ha pubblicato una "professione di fede cattolica" di 28 pagine, presentata come uno strumento per "illuminare le anime di fronte agli errori della modernità".

Una minoranza che preoccupa il Vaticano


La Fraternità San Pio X conta circa 700 sacerdoti e 600.000 fedeli nel mondo: numeri molto ridotti rispetto agli 1,4 miliardi di cattolici e ai circa 400.000 sacerdoti della Chiesa nel suo complesso. Ma per il Vaticano la questione resta seria, perché riguarda l'autorità del Papa e il rischio di creazione di una struttura ecclesiale parallela.

La Fraternità San Pio X è attiva anche negli Stati Uniti, dove ha una sede centrale nel Missouri e un seminario per la formazione dei sacerdoti a Dillwyn, in Virginia. Tra i quattro vescovi che dovrebbero essere consacrati mercoledì c'è padre Michael Goldade, che guida proprio quel seminario.

Il cardinale Blase Cupich di Chicago, vicino a Leone XIV, ha dichiarato alla CNN che "il pericolo" è proprio "la creazione di una struttura parallela all'interno del corpo ecclesiale della Chiesa". Cupich ha spiegato che il Papa ha rivolto alla Fraternità diversi inviti a riconsiderare i propri piani. "Sono un piccolo gruppo, ma utilizzano in modo improprio i riti della Chiesa quando si tratta di consacrare vescovi", ha detto. "Il Papa prende la questione molto sul serio, ed è per questo che è intervenuto più volte".

Negli ultimi decenni diversi papi hanno cercato inutilmente una riconciliazione con la Fraternità. Nel 2009 Benedetto XVI decise persino di revocare la scomunica ai quattro vescovi consacrati nel 1988. Uno di loro di nome Richard Williamson dichiarò poi apertamente che i nazisti non avevano usato le camere a gas durante l'Olocausto. Per questo motivo è stato processato e condannato da un tribunale tedesco, mentre la Fraternità lo espulse.

Nonostante gli appelli del Vaticano, per ora i preparativi per la cerimonia proseguono. Un sito dedicato descrive in dettaglio i quattro giorni di eventi legati alle consacrazioni, compresa la vendita di una confezione ricordo da quattro bottiglie di vino al prezzo di 75 franchi svizzeri. Il 16 giugno, parlando con i giornalisti, Leone XIV si era detto aperto al dialogo, ma consapevole dei limiti imposti dalle consacrazioni imminenti. "Se faranno questa scelta, mi dispiace, ma dovremo andare avanti", aveva dichiarato.

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AOC GAMING 25G4ZR: il nuovo monitor esports da 24,5 pollici arriva con refresh rate fino a 260 Hz


AGON by AOC amplia la propria gamma G4 con il nuovo AOC GAMING 25G4ZR, un monitor pensato per chi gioca in modo competitivo e cerca uno schermo veloce, compatto e accessibile. Il modello punta su un formato molto utilizzato negli esports, quello da 24,5 pollici, abbinato a un pannello Full HD Fast IPS e a una frequenza di aggiornamento che arriva fino a 260 Hz in overclock, partendo da 240 Hz nativi.

La scelta del formato non è casuale. Nel gaming competitivo, soprattutto nei titoli FPS e negli esports, molti giocatori preferiscono monitor non troppo grandi, perché permettono di tenere sotto controllo tutta l’azione senza dover muovere continuamente la testa. Il pannello da 24,5 pollici si colloca così in una zona intermedia tra i modelli più compatti da 23,8 pollici e quelli da 27 pollici, offrendo una superficie visiva ampia ma ancora molto gestibile da una distanza ravvicinata.

Con il nuovo AOC GAMING 25G4ZR, AGON by AOC porta questo formato nella fascia più accessibile della serie G4, cercando di offrire prestazioni adatte al gioco competitivo anche a chi non vuole orientarsi su un monitor premium. Il refresh rate elevato è uno degli elementi centrali del prodotto: i 260 Hz consentono di visualizzare un numero molto alto di fotogrammi al secondo, rendendo i movimenti più fluidi e la risposta visiva più immediata, soprattutto quando viene utilizzato insieme a una GPU capace di generare frame rate elevati.

A questo si aggiungono tempi di risposta pensati per ridurre sfocature e scie durante le scene più rapide. Il pannello Fast IPS dichiara infatti un tempo di risposta fino a 1 ms GtG e un valore MPRT di 0,3 ms, caratteristiche che aiutano a mantenere più nitidi gli oggetti in movimento. In giochi dove la precisione del puntamento e la rapidità di reazione fanno la differenza, come sparatutto competitivi, battle royale e titoli esports, una maggiore pulizia dell’immagine può contribuire a rendere l’esperienza più leggibile e reattiva.

Il monitor integra anche la modalità Low Input Lag, pensata per ridurre il ritardo tra il comando impartito dal giocatore e la risposta visualizzata sullo schermo. In pratica, il display limita le elaborazioni non essenziali per dare priorità alla rapidità, un aspetto importante quando ogni millisecondo può influire sull’esito di uno scontro. La presenza della tecnologia Adaptive-Sync contribuisce inoltre a mantenere il gameplay più stabile, riducendo tearing e scatti dell’immagine quando il frame rate varia durante le sessioni di gioco.

Pur essendo orientato alla velocità, l’AOC 25G4ZR non rinuncia alla qualità visiva tipica dei pannelli IPS. La tecnologia Fast IPS permette di combinare tempi di risposta rapidi con colori vivaci e angoli di visione ampi fino a 178 gradi. Questo rende il monitor adatto non solo alle partite competitive, ma anche a un utilizzo quotidiano più versatile, tra contenuti multimediali, navigazione e produttività leggera.

Un altro elemento importante riguarda l’ergonomia. Il nuovo monitor gaming di AOC dispone di una base regolabile in altezza fino a 130 mm, con possibilità di inclinazione, rotazione e funzione pivot. Questa flessibilità permette di adattare meglio lo schermo alla propria postazione, un dettaglio utile soprattutto durante le sessioni più lunghe. A completare la dotazione ci sono le tecnologie Flicker-Free e Low Blue Light, pensate per ridurre l’affaticamento visivo senza alterare in modo eccessivo la resa dell’immagine.

Il nuovo AOC GAMING 25G4ZR sarà disponibile da fine agosto 2026 con un prezzo consigliato di 139 euro. Con questa proposta, AGON by AOC punta a rafforzare la gamma G4 offrendo un monitor esports compatto, veloce e dal prezzo competitivo, pensato per chi vuole avvicinarsi a prestazioni elevate senza salire troppo di fascia.

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MSI Claw 8 EX AI+ arriva in Italia: aperti i preordini della nuova handheld gaming


MSI apre ufficialmente i preordini in Italia per la nuova MSI Claw 8 EX AI+, la console portatile pensata per il gaming in mobilità e presentata per la prima volta durante il Computex 2026. Il nuovo modello sarà disponibile a partire da luglio in quantità limitate, con ulteriori rifornimenti previsti successivamente, e arriva sul mercato italiano con un prezzo consigliato di 1.599 euro.

Per accompagnare il debutto della nuova handheld, MSI ha previsto anche una promozione dedicata a chi effettua il preordine tramite e-shop MSI o presso i partner ufficiali. In omaggio viene infatti inclusa la MSI Claw Travel Case, una custodia da viaggio pensata per proteggere il dispositivo durante gli spostamenti. Si tratta di un accessorio utile soprattutto per un prodotto nato per essere trasportato facilmente, tra casa, viaggi, pause di lavoro e sessioni di gioco lontano dalla postazione tradizionale.

La nuova MSI Claw 8 EX AI+ punta a rafforzare la presenza del brand nel segmento delle console portatili evolute, un mercato sempre più vicino al mondo dei PC gaming compatti. Il dispositivo integra un’architettura hardware di nuova generazione e viene presentato come il primo handheld al mondo con CPU Intel Arc G3 Extreme, piattaforma pensata per offrire prestazioni grafiche elevate in formato portatile, mantenendo al tempo stesso attenzione all’efficienza energetica.

Uno degli aspetti centrali del nuovo modello è proprio l’equilibrio tra potenza e portabilità. MSI descrive Claw 8 EX AI+ come una soluzione capace di offrire un salto di qualità nelle prestazioni grafiche, con l’obiettivo di rendere più fluide e coinvolgenti le sessioni di gioco anche senza utilizzare un notebook o un desktop gaming. La presenza delle tecnologie legate all’intelligenza artificiale conferma inoltre la volontà di posizionare il dispositivo non solo come console portatile, ma come un vero PC Copilot+ con anima gaming.

Il display è un pannello VRR da 8 pollici con refresh rate a 120 Hz, una scelta pensata per rendere le immagini più fluide e ridurre fenomeni fastidiosi come tearing e scatti durante il gioco. La tecnologia VRR, cioè Variable Refresh Rate, permette allo schermo di adattare la frequenza di aggiornamento in base ai fotogrammi generati dal sistema, migliorando la stabilità visiva soprattutto nei titoli più dinamici.

Anche l’ergonomia è stata aggiornata rispetto ai modelli precedenti della famiglia Claw. MSI introduce impugnature più comode, grilletti e levette a effetto Hall e un D-pad progettato per essere più reattivo. I controlli a effetto Hall sono particolarmente interessanti perché utilizzano sensori magnetici e possono contribuire a una maggiore precisione nel tempo, riducendo il rischio di usura meccanica rispetto ai sistemi tradizionali.

Sul piano software, MSI Claw 8 EX AI+ supporta XeSS 3 e Multi-Frame Generation, tecnologie pensate per migliorare fluidità e prestazioni nei giochi compatibili. La presenza della modalità Xbox consente inoltre di avviare rapidamente i titoli e riprendere le sessioni in modo più immediato, rendendo l’esperienza più vicina a quella di una console, ma con la flessibilità tipica di un PC portatile.

Il design segue una direzione più riconoscibile e audace, anche grazie alla colorazione Void Purple, che distingue il nuovo modello dalle handheld più tradizionali. MSI sembra quindi voler proporre un prodotto non solo potente, ma anche immediatamente identificabile dal punto di vista estetico, con un look moderno e orientato al pubblico gaming.

Fino al 30 settembre, inoltre, resta attiva la campagna “Review & Receive”, attraverso la quale gli utenti possono ottenere 6 mesi di garanzia aggiuntiva. L’iniziativa si aggiunge alla promozione legata al preordine e rende il lancio italiano della nuova Claw 8 EX AI+ ancora più strutturato per chi sta valutando l’acquisto al debutto.

Con questa nuova handheld, MSI amplia la propria proposta nel gaming mobile puntando su un dispositivo di fascia alta, pensato per chi cerca prestazioni avanzate, display fluido, controlli migliorati e un’esperienza più vicina al PC gaming rispetto alle console portatili tradizionali. Il prezzo di 1.599 euro la colloca chiaramente in un segmento premium, rivolto a utenti che vogliono una macchina compatta ma molto spinta sul piano tecnico.

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Samsung cambia il bucato: lavasciuga da 8 a 10 kg


Samsung amplia la propria gamma di lavasciuga con l’arrivo di nuovi modelli pensati per chi cerca una soluzione pratica, compatta e adatta alla gestione quotidiana del bucato. Le nuove versioni con capacità da 8 a 10 kg si aggiungono ai modelli da 9 e 11 kg già disponibili, rendendo la line-up più completa e più flessibile per esigenze diverse, dalla casa con poco spazio fino alla famiglia che deve gestire carichi più importanti durante la settimana.

La scelta di puntare su più capacità nasce da un’esigenza molto concreta: non tutte le abitazioni permettono di installare una lavatrice e una asciugatrice separate. In molti casi lo spazio è limitato, lo stendino diventa ingombrante e l’organizzazione del bucato richiede tempo. Una lavasciuga 2 in 1 permette invece di lavare e asciugare i capi nello stesso elettrodomestico, riducendo i passaggi intermedi e rendendo più semplice l’intero ciclo, soprattutto quando si vuole trovare il bucato già pronto senza dover spostare i vestiti da un apparecchio all’altro.

I nuovi modelli Samsung puntano anche sull’efficienza energetica, con prestazioni che arrivano fino alla classe A -35% in lavaggio. Questo dato è particolarmente interessante perché mostra l’attenzione del brand verso prodotti capaci di unire praticità e contenimento dei consumi. In un periodo in cui acqua ed energia pesano sempre di più nella gestione domestica, avere un elettrodomestico progettato per ottimizzare le risorse può fare la differenza nell’uso quotidiano.

A partire dai modelli da 9 kg entra in gioco anche la tecnologia AcquaSave, sviluppata per migliorare il modo in cui l’acqua viene utilizzata durante il lavaggio. A differenza dei sistemi tradizionali, che caricano l’acqua dal fondo del cestello, questa soluzione la spruzza dall’alto tramite un ugello ad alta pressione. In questo modo i capi vengono bagnati più rapidamente e in maniera uniforme, contribuendo a ridurre il consumo di acqua fino a 15 litri per ciclo.

Il vantaggio non riguarda soltanto l’acqua. Usandone una quantità inferiore, la macchina deve riscaldarne meno, con una riduzione dei tempi di lavaggio fino al 25% e un conseguente risparmio energetico. Anche il detergente lavora in modo più concentrato, perché viene sciolto in meno acqua, aiutando a mantenere buone prestazioni di pulizia. Nei modelli dotati di questa tecnologia è disponibile anche il programma Super Speed 39’, che consente di lavare fino a 5 kg di bucato in 39 minuti, una funzione utile quando si ha poco tempo o quando serve rinfrescare rapidamente alcuni capi.

La nuova gamma di lavasciuga Samsung guarda anche alla gestione smart del bucato. Sempre dai modelli da 9 kg sono presenti la connettività Wi-Fi e funzioni basate sull’Intelligenza Artificiale, controllabili tramite l’app SmartThings. Questo permette di monitorare e gestire alcuni aspetti del lavaggio anche da remoto, ricevere notifiche e programmare i cicli in base alle proprie abitudini. Non si tratta solo di avviare la macchina a distanza, ma di rendere l’esperienza più flessibile e adatta ai ritmi della casa.

Tra le funzioni più utili c’è AI Energy Mode, pensata per monitorare i consumi e ottimizzare automaticamente alcuni cicli di lavaggio. L’obiettivo è aiutare l’utente a ridurre il consumo energetico in modo semplice, senza dover intervenire manualmente su ogni impostazione. È una soluzione che si inserisce bene nella direzione presa dagli elettrodomestici più recenti, sempre più connessi e capaci di adattarsi alle esigenze reali della giornata.

Samsung ha lavorato anche sull’aspetto estetico della gamma, introducendo una nuova finitura Antracite. È una scelta pensata per chi non considera più gli elettrodomestici solo come strumenti funzionali, ma anche come elementi da integrare nell’arredamento. La lavasciuga diventa così più facile da inserire in ambienti moderni, lavanderie a vista, bagni o zone di servizio curate anche dal punto di vista del design.

La nuova gamma risponde quindi a un bisogno molto concreto: semplificare il bucato senza occupare troppo spazio. Una lavasciuga 2 in 1 può essere utile quando non c’è posto per due elettrodomestici separati, quando si vuole ridurre l’uso dello stendino o quando si preferisce impostare lavaggio e asciugatura in sequenza, lasciando che la macchina completi l’intero ciclo in autonomia.

Con l’ampliamento delle capacità da 8, 9, 10 e 11 kg, Samsung offre più scelta a chi deve valutare il modello più adatto alla propria casa. Le versioni più compatte possono essere indicate per chi ha spazi ridotti o carichi meno frequenti, mentre le capacità maggiori risultano più adatte a famiglie o a chi lava grandi quantità di bucato. Il punto centrale resta la possibilità di avere un unico elettrodomestico capace di lavare, asciugare e integrarsi meglio nella routine quotidiana.

Le nuove lavasciuga Samsung uniscono quindi praticità, risparmio, funzioni smart e attenzione al design. La gamma più ampia permette di scegliere in base allo spazio disponibile, al volume di bucato e al livello di tecnologia desiderato, offrendo una soluzione pensata per rendere più semplice una delle attività domestiche più frequenti.

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Streaming, è boom di abbonamenti in Italia: Netflix e Pay TV entrano nelle spese fisse delle famiglie


Il mercato dello streaming continua a crescere in Italia: ogni famiglia ha in media 3 abbonamenti tra piattaforme digitali e Pay TV
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Quest'estate i mondiali si giocano senza l'Italia e molti tifosi pensano già ad organizzarsi per vedere, almeno in TV, i prossimi campionati. Ma fra sport, serie TV e contenuti in streaming a pagamento, quanti abbonamenti attivi hanno in media gli italiani? Secondo l’indagine commissionata da Facile.itall’istituto di ricerca mUpResearch, ogni famiglia italiana ha in media 3 abbonamenti, peccato che molti non li usino!

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L’indagine, condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana di età compresa fra i 18 ed i 74 anni, ha prima di tutto fatto una mappatura degli abbonamenti evidenziando come a possederne almeno uno sia addirittura l’82,4% dei rispondenti; percentuale già altissima, ma che arriva a superare il 90% (91,5% il dato puntuale) nella fascia d’età 25-34 anni e nelle famiglie dove sono presenti figli con meno di 18 anni (91%).

Sono in molti a condividere l'abbonamento


Se quasi l’86% dei titolari di abbonamenti streaming o Pay TV dichiara di farne uso solo all’interno del proprio nucleo familiare, ben 800mila dichiarano di condividerlo con altri. Nello specifico 600mila con altri familiari non conviventi, 80mila con amici o vicini di casa e, addirittura 120mila con persone che non conoscono. Certamente la condivisione dell’abbonamento è dettata dalla volontà di dividerne i costi, ma quanto spendiamo ogni mese per vedere la nostra squadra del cuore, la serie TV che tanto amiamo o il programma cui non sappiamo rinunciare? In media 27,50 euro, ma in alcuni sotto campioni la spesa è decisamente maggiore. Gli uomini, ad esempio, spendono in media più di 30 euro (le donne meno di 24,50 euro), i genitori di figli minorenni 31,72 euro, ma più di tutti spendono i rispondenti con età compresa fra i 35 ed i 44 anni. Per loro il conto mensile arriva a 31,86 euro che, in termini annuali equivalgono a 382,32 euro.

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Cosa serve davvero?


I nodi arrivano al pettine quando si indaga più a fondo sulla spesa e l’utilizzo che si fa di questi servizi. La prima evidenza che salta agli occhi è che poco meno dell’11% di chi ha un abbonamento (pari a quasi 3 milioni di persone) dichiara di non sapere quanto paghi ogni mese per il o i servizi attivi. Peggio ancora il fatto che circa il 7,5% degli intervistati abbonati a servizi di streaming (pari a 1,9 milioni di persone) dichiari di non usare l’abbonamento regolarmente pagato ogni mese o, al limite, di averne diversi attivi, ma alcuni di essi inutilizzati. Il fenomeno degli abbonamenti inutilizzati mostra come lo streaming sia ormai entrato stabilmente nelle abitudini degli italiani, ma anche nelle loro spese mensili. Tra piattaforme per film e serie TV, servizi sportivi e offerte Pay TV, il rischio è quello di accumulare troppi abbonamenti senza sfruttarli davvero. In vista dei prossimi grandi eventi sportivi e di una stagione ricca di nuovi contenuti, il consiglio per le famiglie è quindi quello di controllare periodicamente i servizi attivi, confrontare i costi e valutare quali piattaforme meritano davvero di restare. Perché avere più scelta non significa necessariamente spendere di più: spesso il vero risparmio parte da un semplice controllo degli abbonamenti già sottoscritti.


HONOR 600 Series debutta ufficialmente: smartphone premium di fascia media con AI avanzata


Honor ha presentato la nuovissima serie Honor 600. Progettati per una nuova generazione di creators, i nuovi smartphone combinano l'esclusiva AI Image to Video 2.0, con una fotocamera notturna da 200MP ultra-chiara di punta. La serie, inoltre, integra una batteria da 6.400mAh , processori Snapdragon e un display ultra-luminoso da 6,57 pollici, tutti alloggiati nel design più raffinato della storia di Number Series.

Ridefinire la creatività mobile


Al centro della capacità creativa c'è l'AI Image to Video 2.0, alimentata dal primo modello di generazione video multimodale unificato del settore - un sistema che integra la generazione, il montaggio e la comprensione dei video in un unico flusso di lavoro senza soluzione di continuità. In particolare, è possibile combinare fino a tre immagini con istruzioni in linguaggio naturale per produrre sequenze video di 3-8 secondi, definire frame sia di apertura sia di chiusura e accedere alla più ampia libreria di modelli cinematografici del settore per film stilizzati.

Alert di prezzo, cashback e offerte: come gli italiani combattono il caro vita
Il caro vita spinge sempre più italiani a cercare sconti e promozioni online. Tra alert di prezzo, cashback e comparatori, cambia il modo di risparmiare nel 2026
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Un potente sistema di telecamere notturne


Basandosi sull'eredità di immagini ultra-nitide da 200 megapixel di Honor 400 Series, la serie 600 affronta la sfida più difficile della fotografia mobile: l'imaging notturno. Al riguardo, la telecamera notturna ultra-chiara da 200 megapixel offre una sensibilità luminosa superiore del 24% rispetto alla precedente generazione, mentre una fotocamera ultra-larga da 12Mp, un sensore di temperatura colore dedicato e una telecamera frontale da 50Mp completano la base hardware. Nella versione Pro, una fotocamera Telephoto Camera periscopio da 50MP 3.5X spinge fino a uno zoom 120x. La fedeltà del colore è garantita dall'esclusivo AI Color Engine, una soluzione collaborativa multicamera che debutta nella fascia media premium, che corregge in modo intelligente il bilanciamento del bianco, per toni realistici direttamente dall'otturatore. Una suite completa di algoritmi AI notturni potenziati dall'AI Cloud Enhancement unisce il sistema: fotografia notturna migliorata con AI su uno zoom da 0,6 a 10 volte, ritratti notturni migliorati con AI e effetti bokeh multiforma (Pro), AI Super Zoom 2.0 con intervallo di attivazione esteso, e SuperMoon 2.0 sul modello Pro per composizioni lunari drammatiche con chiarezza in primo piano.



Honor 600 arancione

Design premium e durata della batteria


Una batteria più grande tipicamente significa un dispositivo più robusto. La Serie 600 rifiuta questo compromesso e grazie alla maestria dell'intaglio a freddo integrato di alta qualità, il dispositivo è scolpito in un corpo unico senza cuciture. Una struttura in metallo satinato e opaco per un design che è indiscutibilmente premium. Disponibile in tre colori sgargianti: arancione, bianco dorato e nero, c'è una tonalità per soddisfare ogni stile. All'interno di questo profilo sottile, la tecnologia di impilamento, leader nel settore consente una batteria da 6.400mAh, senza aggiungere spessore o peso rispetto alla generazione precedente. Un motore di programmazione delle batterie AI ottimizza dinamicamente la distribuzione della potenza tra comunicazione, elaborazione e risposta tattile, consentendo una durata di due giorni anche in condizioni d'uso impegnative, dichiara l'azienda. La ricarica si adatta a ogni scenario: 80W Wired Honor SuperCharge in tutta la serie, 50W Wireless SuperChargeon e 27W Wired Reverse Charging su entrambi i modelli. Una durata di cinque anni, con fino a 1.600 cicli di carica, garantisce la salute a lungo termine della batteria durante tutto il ciclo di vita del prodotto.



Honor 600 Pro

8.000nit Display ultra-luminoso


La Serie Honor 600 alza il livello visivo con un display da 6,57 pollici che raggiunge una luminosità massima di 8.000 nit, 458ppi e frequenza di aggiornamento a 120Hz. La modalità Sunlight, secondo i dati forniti da Honor, mantiene la chiarezza all'aperto grazie a una curva di luminosità migliorata, una gestione termica ottimizzata e una regolazione dinamica della luminosità. In aggiunta, la tecnologia Eye Comfort Display bilancia questa brillantezza con il comfort visivo a lungo termine attraverso l'intelligente ottimizzazione della luminosità e del colore. Un'esposizione di queste capacità richiede una protezione altrettanto robusta: resistenza all'acqua e alla polvere IP68, IP69 e IP69K, insieme alla certificazione 5 stelle Premium Performance di SGS per Drop & Crush, garantiscono che il dispositivo resista a spruzzi, polvere, cadute e all'imprevedibilità della vita quotidiana.

HONOR Robot Phone a Cannes: il futuro dell’imaging mobile AI
HONOR ha portato il Robot Phone alla China Night del Festival di Cannes mostrando nuove evoluzioni per l’imaging mobile AI, tra fotografia smart, innovazione tecnologica e visione del futuro mobile
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Prestazioni di punta e integrazione con Apple


Alla base dell'intera esperienza, HONOR 600 funziona su Snapdragon 7 Gen 4 con il 27% di potenza della CPU e il 30% di aumento della GPU per un gaming potente e prestazioni fluide ogni giorno. Il modello 600 Pro si avvicina allo Snapdragon 8 Elite sulla tecnologia di processo 3nm, ottenendo miglioramenti del 45% della CPU e del 44% della GPU - una vera risposta di punta per applicazioni impegnative e multitasking. La Serie 600 si estende oltre sé stessa come perfetta compagna dell'ecosistema Apple: OneHop aggiornato consente la sincronizzazione delle notifiche Honor-iPhone, la condivisione di file con un solo tocco con iPhone e Mac, la condivisione di hotspot e la visualizzazione dei messaggi su Apple Watch. Le note Honor e i file del telefono sono accessibili su Mac come file locali, collegando Android e Apple per una produttività senza soluzione di continuità tra le piattaforme.

Dettagli prezzi e offerte


Honor 600 Series è disponibile per l'acquisto su Honor.com e nei principali rivenditori autorizzati. I prezzi variano dai 430 euro della variante Lite a 1000 euro della variante top di gamma Pro.


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Trump annuncia la prima convention repubblicana di metà mandato a Dallas


Il presidente ha annunciato per il 9 e 10 settembre a Dallas un raduno del partito per mobilitare gli elettori verso le elezioni di novembre, in rottura con la tradizione.
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Il presidente Donald Trump ha annunciato che i repubblicani terranno la loro prima convention nazionale di metà mandato, un evento senza precedenti pensato per spingere gli elettori alle urne a novembre, quando il partito proverà a difendere le sue strette maggioranze al Congresso. Il raduno si terrà a Dallas, in Texas, il 9 e 10 settembre.

Negli Stati Uniti i due grandi partiti riuniscono i delegati in una convention una volta ogni quattro anni, alla vigilia delle elezioni presidenziali, per incoronare ufficialmente il proprio candidato alla Casa Bianca. La prossima toccherà nel 2028. Organizzarne una a metà mandato, a due mesi dal voto legislativo di novembre, non era mai accaduto e rompe una tradizione consolidata.

Trump ha confermato i dettagli martedì 30 giugno con un messaggio sul suo social network, Truth Social, definendo Dallas "one of my favorite places in the World", una delle sue città preferite al mondo. "Non è mai stato fatto prima, e sarà un evento davvero storico", ha scritto, promettendo "tanto grande intrattenimento" e un raduno "come nessun altro".

L'obiettivo è mobilitare la base repubblicana in una tornata elettorale in cui, secondo lo schema storico, il partito del presidente perde quasi sempre seggi. Senza Trump sulla scheda, i vertici del partito temono che sarà difficile spingere i propri elettori a votare. Il presidente ha detto che la convention servirà a "mostrare le grandi cose che abbiamo fatto dalle elezioni presidenziali del 2024".

La posta in gioco è alta. Se i democratici riconquistassero anche solo una delle due camere del Congresso, avrebbero il potere di bloccare l'agenda legislativa del presidente e di aprire inchieste sulla sua amministrazione negli ultimi due anni di mandato. Trump, che ha 80 anni, ha avvertito che i democratici potrebbero avviare contro di lui una terza procedura di impeachment, la messa in stato d'accusa, e ha assegnato ad alcuni suoi collaboratori chiave della Casa Bianca l'organizzazione della campagna.

Il presidente sembra dare un peso crescente alle elezioni di metà mandato, mentre la sua popolarità resta bassa, appesantita dal giudizio negativo sulla gestione dell'economia, dalla guerra con l'Iran e dall'aumento del costo della vita. Nei sondaggi sul voto per il Congresso i democratici sono davanti, e c'è chi stima molto alte le loro probabilità di riprendersi la Camera.

Il presidente del Comitato Nazionale Repubblicano, l'organismo che guida il partito, Joe Gruters, ha detto che la convention sarà "un Trumpapalooza" e servirà a mostrare l'agenda "America First", che a suo dire ha portato il più grande taglio di tasse della storia e reso più sicure le comunità. Trump, ha aggiunto, unirà i repubblicani attorno a una visione condivisa e darà slancio alla campagna.

La scelta del Texas mette i riflettori sulla corsa al Senato dello Stato, che oppone il candidato democratico James Talarico al repubblicano Ken Paxton. Paxton è il procuratore generale del Texas e, con l'appoggio di Trump, ha battuto alle primarie di inizio anno il senatore uscente John Cornyn, in carica da tempo. I leader repubblicani al Senato temono però che il suo passato segnato da scandali, tra cui una relazione extraconiugale, una procedura di destituzione e un caso di frode finanziaria che non ha portato a una condanna, possa indebolirne la candidatura e trasformare un seggio conquistabile in un salasso di risorse per il partito. Un sondaggio New York Times/Siena diffuso questa settimana indica una corsa in equilibrio, un risultato notevole in uno Stato dove i democratici non vincono un'elezione a livello statale da decenni.

Tenere la convention in Texas richiama anche il ridisegno dei collegi elettorali voluto da Trump a metà decennio, partito proprio da questo Stato, un'operazione pensata per garantire ai repubblicani più seggi nel voto di autunno.

Il Comitato Nazionale Repubblicano aveva preparato il terreno all'inizio dell'anno, votando alla sua riunione invernale di gennaio le modifiche alle regole per rendere possibile un evento fuori dal ciclo quadriennale delle presidenziali.

Il Comitato Nazionale Democratico aveva valutato un raduno simile ma alla fine ha rinunciato. Un evento così costoso avrebbe messo sotto pressione le finanze del partito, già fragili tra una raccolta fondi deludente e diversi milioni di dollari di debiti, e i democratici preferiscono investire nella costruzione delle strutture locali e statali. Il partito ha detto che la convention repubblicana sarà comunque un'occasione per legare i candidati alla Camera e al Senato all'immagine di Trump. I democratici avevano tenuto conferenze di metà mandato negli anni Settanta e Ottanta.

Sempre martedì la Corte Suprema ha rimosso i limiti alle somme che i partiti possono spendere in coordinamento con i singoli candidati, una decisione che potrebbe avvantaggiare i repubblicani alle elezioni di metà mandato.


Nate Silver dà ai Dem l'85-90% di riprendersi la Camera


Nate Silver dà ai democratici tra l'85 e il 90% di probabilità di riconquistare la Camera dei rappresentanti alle elezioni di metà mandato del 2026, quelle che a metà della presidenza rinnovano il Congresso. È una stima più alta di quella dei mercati delle previsioni, le piattaforme dove si scommette sull'esito di eventi futuri e dove i prezzi indicano la probabilità attribuita a ciascun risultato.

Silver, uno dei più famosi analisti di dati elettorali negli Stati Uniti, ha spiegato le sue previsioni in un'intervista all'All-In Podcast lunedì. I mercati danno i democratici all'80-85% di riprendersi la Camera e al 40-45% di conquistare il Senato. Silver li considera valori ragionevoli, ma ritiene che per la Camera siano un po' bassi.

Per la Camera, ha detto, tutti gli elementi vanno nella stessa direzione. I democratici corrono contro un presidente molto impopolare e di fronte a un'economia che genera ansia negli elettori. A favore della sinistra giocano anche la guerra con l'Iran avviata dal presidente Trump, la storia che vede il partito del presidente andare male alle elezioni di metà mandato e una reazione contro chi è al potere, visibile sia negli Stati Uniti sia all'estero.

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino


I repubblicani contano su un vantaggio dal ridisegno dei collegi elettorali, l'operazione con cui si ritracciano i confini dei distretti da cui escono i deputati. Silver stima che da questa partita il partito possa guadagnare tra i 10 e i 16 seggi. Lunedì la Corte suprema del Colorado ha respinto tre quesiti referendari sostenuti dai democratici che avrebbero assegnato loro diversi collegi. Pur con questo aiuto, ha detto Silver, i repubblicani si trovano comunque a remare controcorrente.

Sul fronte del voto, la Corte suprema federale ha dato torto al presidente sulle schede inviate per posta. I giudici hanno stabilito che gli Stati possono continuare a conteggiare i voti arrivati dopo l'Election Day, il giorno delle elezioni, purché spediti entro quella data. È una delle decisioni con cui la Corte ha tutelato il voto postale. Trump ha chiesto l'obbligo di un documento d'identità per votare e una stretta sul voto per corrispondenza.

Il Senato resta una partita molto più incerta. Silver ritiene che i democratici stiano correndo un rischio inutile puntando su Graham Platner nella corsa in Maine, un candidato finito al centro di scandali. È uno Stato che, ha detto, nella gran parte degli anni dovrebbe essere una vittoria facile per il partito.


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Nome WhatsApp: cos’è, come funziona, come prenotarlo e perché è importante per la privacy


WhatsApp si prepara a cambiare uno degli aspetti più riconoscibili della sua app: il collegamento diretto tra account e numero di telefono. Fino a oggi, per iniziare una conversazione con una persona, un’azienda o un nuovo gruppo era quasi sempre necessario condividere il proprio numero. Con l’arrivo del nome WhatsApp, o più correttamente nome utente WhatsApp, questo passaggio diventerà meno obbligato e più controllabile.

La novità è stata pensata soprattutto per la privacy su WhatsApp. Il numero di telefono, infatti, non è un semplice dato di contatto. Spesso è collegato a servizi bancari, account online, profili social, autenticazioni a due fattori e comunicazioni personali. Condividerlo con una persona appena conosciuta, con un gruppo temporaneo o con un contatto di lavoro può essere comodo, ma non sempre è la scelta più prudente. Il nuovo sistema vuole offrire un’alternativa: usare un identificativo unico, facile da comunicare, senza mostrare subito il numero personale.

Il nome utente WhatsApp funzionerà come una sorta di nickname univoco. Ogni utente potrà scegliere il proprio identificativo e, una volta attiva la funzione completa, potrà usarlo per essere contattato da nuove persone o da aziende senza dover condividere direttamente il numero di telefono. Questo non significa che il numero sparirà da WhatsApp. Il numero resterà necessario per registrare l’account, recuperarlo e gestirlo, ma non dovrà più essere l’unico modo per farsi trovare da chi non è già tra i propri contatti.

La differenza rispetto ai social network è importante. Il nome WhatsApp non trasformerà l’app in Instagram o Telegram. WhatsApp non creerà una directory pubblica dove cercare persone liberamente e non mostrerà suggerimenti automatici basati su nomi simili. Per contattare qualcuno sarà necessario conoscere esattamente il suo username. Questo dettaglio rende la funzione più vicina a uno strumento di protezione che a un sistema per aumentare la visibilità pubblica.

In pratica, se una persona vuole scrivere a un nuovo contatto tramite username, dovrà conoscere il nome utente preciso. Non basterà digitare una parte del nome per vedere comparire profili suggeriti. È una scelta coerente con l’impostazione più privata di WhatsApp, che negli anni ha puntato molto sulla comunicazione diretta, sulle chat personali e sulla crittografia end-to-end.

La novità può essere utile in molte situazioni quotidiane. Pensiamo a una chat scolastica, a un gruppo sportivo, a una community temporanea, a un evento, a un annuncio online o a un primo contatto professionale. In tutti questi casi può essere utile comunicare con qualcuno senza rendere immediatamente visibile il proprio numero. Il nome utente WhatsApp permette di mantenere una separazione più netta tra la propria identità personale e i contatti occasionali.

Per prenotare il proprio username sarà necessario usare l’ultima versione dell’app. Il percorso indicato da WhatsApp è semplice: bisogna aprire l’app, entrare nelle impostazioni, selezionare la sezione Account e poi cercare la voce Nome utente. Da lì sarà possibile scegliere e confermare il nome desiderato, sempre che sia ancora disponibile. La distribuzione è graduale, quindi non tutti potrebbero vedere subito l’opzione. WhatsApp avviserà gli utenti direttamente all’interno dell’app quando la prenotazione sarà disponibile sul proprio account.

La prenotazione anticipata serve a evitare confusione e duplicati. WhatsApp conta oltre tre miliardi di utenti nel mondo, quindi è normale che molte persone possano desiderare lo stesso nome. Bloccare in anticipo il proprio username permette di assicurarsi un identificativo prima dell’arrivo completo della funzione. Per chi ha un nome riconoscibile online, per i creator, per le piccole attività e per le organizzazioni, questo passaggio può diventare ancora più importante.

WhatsApp permetterà anche ad alcuni utenti di mantenere coerenza con la propria presenza sulle altre piattaforme Meta. Creator, aziende e organizzazioni potranno provare a rivendicare lo stesso nome già usato su Instagram o Facebook, così da rendere più riconoscibile la propria identità digitale. Per un brand o un professionista, usare lo stesso username su più piattaforme può aiutare a evitare confusione, imitazioni e profili poco chiari.

Dal punto di vista della privacy, la parte più interessante riguarda la visibilità del numero. Quando la funzione sarà completamente disponibile, se un utente avrà attivato il proprio username e scriverà per la prima volta a una persona o a un’azienda, il numero di telefono non verrà mostrato automaticamente. Questo riduce la diffusione di un dato molto personale e offre più controllo su quando e con chi condividerlo.

WhatsApp introdurrà anche una protezione aggiuntiva chiamata chiave del nome utente. Si tratta di un codice opzionale che potrà essere richiesto a chi vuole inviare un primo messaggio tramite username. In questo modo, conoscere solo il nome utente potrebbe non essere sufficiente per avviare una conversazione. È un filtro in più pensato per limitare spam, messaggi indesiderati e tentativi di contatto troppo facili.

Questa chiave può essere particolarmente utile per chi usa un nome riconoscibile, magari uguale a quello di Instagram, Facebook o altri profili pubblici. Se uno username è facile da indovinare o già visibile online, aggiungere un codice di protezione può aiutare a mantenere più controllo sui primi contatti. Chi invece sceglie un nome meno prevedibile e lo condivide solo con poche persone potrebbe non sentirne subito la necessità, ma avere l’opzione disponibile è comunque un vantaggio.

Il nome WhatsApp non elimina però ogni rischio. Come accade con qualunque identificativo online, sarà importante scegliere con attenzione il proprio username. Usare nome e cognome può essere comodo per farsi riconoscere, ma può anche ridurre il livello di privacy. Al contrario, scegliere un nome troppo generico può renderlo meno personale o più facile da confondere. La scelta migliore dipende dall’uso che si vuole fare dell’app: personale, professionale, pubblico o più riservato.

Per molti utenti, la soluzione ideale potrebbe essere un nome semplice da comunicare, ma non troppo esposto. Chi usa WhatsApp soprattutto per famiglia e amici può scegliere qualcosa di più personale. Chi invece lo usa anche per lavoro, collaborazioni, community o vendita online dovrebbe valutare uno username coerente con la propria identità professionale, ma senza inserire informazioni troppo sensibili.

L’arrivo del nome utente WhatsApp rappresenta quindi un passaggio importante. Non è solo una nuova impostazione dell’app, ma un cambiamento nel modo in cui le persone potranno gestire i propri contatti. WhatsApp resterà legato al numero di telefono per la registrazione, ma darà agli utenti una possibilità in più: comunicare senza distribuire sempre un dato personale così delicato.

La funzione sarà opzionale e arriverà progressivamente, ma conviene controllare l’app e prenotare il proprio nome appena disponibile. Scegliere subito lo username può evitare che venga preso da altri e permette di prepararsi a un utilizzo più privato e flessibile di WhatsApp. In un momento in cui il numero di telefono è sempre più esposto tra gruppi, servizi e piattaforme digitali, avere un modo alternativo per essere contattati può fare davvero la differenza.

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La disfida del cioccolato


La maggioranza dei produttori si batte per ottenere il marchio IGP per il “gianduiotto di Torino”. Ma l’opposizione della Caffarel ha aperto una battaglia legale
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«Ringrazio infine il gianduiotto, una delle prove dell’esistenza di Dio». Così lo scrittore torinese Bruno Gambarotta conclude il suo “noir” Il Codice Gianduiotto, pubblicato qualche anno fa. Come dargli torto, del resto? Quei cioccolatini a forma di prisma triangolare con gli spigoli arrotondati, realizzati con Nocciola Piemonte IGP (Indicazione geografica protetta) tostata (dal 30 al 45 per cento), cacao (minimo 25 per cento) e zucchero (dal 20 al 45 per cento), possono essere considerati – con il Vermouth di Torino IGP e i grissini (rubatà o stirati) – i veri ambasciatori del gusto della capitale subalpina.

Eppure, suo malgrado, il gianduiotto è ora al centro di una inaspettata “guerra” legale: da una parte c’è il comitato – composto da una quarantina di produttori artigiani e industriali piemontesi – che dal 2017 si batte per ottenere il riconoscimento del “Giandujotto di Torino IGP”; dall’altra c’è la multinazionale svizzera Lindt & Sprüngli – con un fatturato di 6,4 miliardi di euro, al settimo posto tra i produttori mondiali di pure chocolate – che si oppone al “disciplinare” proposto dal comitato.

Svizzero? Sì, Lindt & Sprüngli

Intanto: che cosa c’entra con il gianduiotto di Torino il colosso di Zurigo? L’azienda svizzera fu fondata nel 1845 da Rodolphe Lindt, che nel 1878 inventò il cioccolato fondente, grazie a una macchina per il concaggio (il continuo rimescolamento del cacao) lasciata accesa per errore. La public company elvetica, quotata in Borsa e appartenente a banche, fondi previdenziali e di investimento, nel 1997 ha acquistato la Caffarel, nata a Torino in Borgo San Donato nel 1832, detentrice del marchio “Gianduia 1865. Il gianduiotto di Torino”.

Attualmente la Caffarel ha uno stabilimento in val Pellice, a Luserna San Giovanni, a cinquanta chilometri da Torino, dove oggi lavorano ancora circa 150 dipendenti (quando gli svizzeri la comprarono erano quasi cinquecento): producono un gianduiotto realizzato con una ricetta che contiene latte in polvere e una quantità di nocciole minore rispetto a quella prevista dal “disciplinare” per l’Indicazione geografica protetta. Dal 2023 la Caffarel è soltanto un marchio, non ha più un management autonomo: è stata inglobata dalla Lindt Italia, che ha anche uno stabilimento a Induno Olona (Varese), dove si producono i famosi Lindor.

Una IGP al quadrato

Il comitato promotore per il riconoscimento del Giandujotto IGP si è costituito nel 2017 ed è composto da quasi tutti gli artigiani cioccolatieri piemontesi, oltre a qualche industria, come Domori (Gruppo Illy) e Venchi. In base al disciplinare, approvato anche dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, una volta approvata questa indicazione protetta sarebbe la prima specialità (in Italia ci sono attualmente 328 prodotti agroalimentari con IGP o DOP, Denominazione di origine protetta, quando tutti gli ingredienti sono del territorio considerato, ovviamente non vale per il cacao) con una IGP al suo interno, ovvero la Nocciola Piemonte IGP: una protezione “al quadrato”.

Dopo lunghe trattative presso la Regione Piemonte e a Roma presso il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, il 20 febbraio 2024 sembrava che si fosse raggiunto un accordo tra le parti, con la Lindt-Caffarel che aveva ritirato le proprie iniziali opposizioni al progetto.

Per celebrare il “via libera”, eliminati gli ostacoli, l’11 marzo 2025, all’hotel Luxor di Torino, in un’affollata assemblea alla quale era presente (in silenzio) anche una legale del gruppo svizzero, si svolse la riunione di “pubblico accertamento” prevista dall’iter burocratico: in un clima di soddisfazione generale, fioccarono le entusiastiche dichiarazioni da parte del presidente del comitato, il maestro cioccolatiere Guido Castagna e del segretario, l’avvocato Antonio Borra, del presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, dell’assessore comunale al Commercio Paolo Chiavarino. Da Roma, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida espresse il suo soddisfatto saluto a «un’eccellenza, espressione di sapienza tramandata di generazione in generazione, gusto unico e identità piemontese e italiana».

Quindi, il 23 marzo 2026 il ministero ha formalizzato la decisione di trasmettere il dossier alla Commissione europea, affinché potesse avviare la fase istruttoria comunitaria per il riconoscimento ufficiale dell’IGP. Finalmente sembrava tutto concluso, in attesa che a Bruxelles i funzionari del lussemburghese Christophe Hansen, il commissario europeo all’Agricoltura, decidessero sulla richiesta del “Giandujotto di Torino IGP”, denominato con la “i” lunga o consonantica (ormai desueta), come da tradizione derivata dalla maschera ottocentesca torinese Gianduja che battezzò il cioccolatino nel 1867. Con il via libera del ministero, infatti, tutte le opposizioni precedenti sono decadute e non possono più essere presentate in sede europea. La Lindt, del resto, a Roma aveva ottenuto la possibilità di mantenere in via transitoria per quindici anni il suo marchio storico.

Il ricorso al TAR del Lazio

Invece è arrivata la sorpresa. In data 22 maggio 2026, con venti pagine di ricorso presso il Tribunale amministrativo regionale (TAR) del Lazio contro Ministero dell’Agricoltura, Regione Piemonte e comitato promotore, uno stuolo di avvocati milanesi ha rimesso tutto in discussione: i legali non soltanto chiedono di mantenere il vecchio marchio Caffarel, ma contestano la quantità di nocciole stabilite nella ricetta; inoltre vorrebbero inserire il latte in polvere, rifiutando di poter produrre il gianduiotto soltanto in Piemonte. In pratica, si sono schierati apertamente contro il governo italiano.

«Nella ricetta originale, che rappresenta una evoluzione dei givu – piccole gocce di cioccolato, i primi cioccolatini nati a Torino fin dal Settecento – non c’era il latte», ha commentato con L’Unica il presidente del comitato, il cioccolatiere artigianale Guido Castagna, pluripremiato per le sue specialità. «La tecnica di produzione fu realizzata anni dopo, proprio in Svizzera. E quei primi gianduiotti, creati da Michele Prochet e poi portati al successo da Pierre-Paul Caffarel, contenevano soltanto nocciole, cacao e zucchero e costituirono la risposta dei maestri torinesi al Blocco continentale deciso nel 1806 da Napoleone Bonaparte, che aveva fermato l’arrivo delle merci coloniali in Europa. Quando nel Novecento la Caffarel divenne un’industria, per ragioni di costi e di gusto, creò i gianduiotti al latte. Noi non abbiamo alcun interesse a lasciar fuori Lindt e Caffarel: potranno continuare a produrre la loro specialità, ma il marchio IGP sarà riconosciuto soltanto a chi rispetta il disciplinare».

A difesa del gianduiotto di Torino IGP sono scesi in campo sia la Coldiretti sia le organizzazioni dell’artigianato piemontese. Per la Confartigianato Imprese Piemonte «il ricorso della Lindt è coerente con una visione mercantilistica globale che dimentica o addirittura calpesta i territori, le radici e le identità», mentre la CNA ha ricordato che le «indicazioni geografiche tutelano la storia e il lavoro di un territorio». Il presidente della CNA Piemonte, Giovanni Genovesio, ha sottolineato che il Gianduiotto «non appartiene a una singola azienda ma alla storia del Piemonte».

Tutta colpa di Napoleone

Le origini del matrimonio tra cacao e nocciole, dovuto alla difficoltà di reperire “l’indica mandorla” (che cresceva soltanto in America centrale e meridionale, perché non ancora coltivata in Africa) sono dimostrate dal libretto di un eclettico autore di origini croate, poi stabilitosi a Torino, Antonio Bazzarini, pubblicato nel 1812, dal titolo Piano teorico-pratico di sostituzione nazionale al cioccolato.

Nel volumetto, che chi scrive ha reperito da un antiquario, si trova la prima ricetta per produrre un surrogato a base di nocciole o mandorle, con possibile uso di lupini o granturco. Bazzarini consiglia di aggiungere fino a un terzo di cacao, da usare come “vernice”. Quando fu realizzato, a mano con le “coltelle” di abili ciculatere, il primo lingottino torinese, il primo cioccolatino incartato al mondo? Una data certa è stata individuata dalla rivista Il Dolce in un articolo del 1932, in cui si specificava che «la pasta gianduia non è che un cioccolato con nocciuole tostate», creata nel 1852 dal maître chocolatier Michele Prochet, il cui fratello si imparentò con i Caffarel, sposando nel 1862 la figlia di Pierre-Paul, Milca. Nel 1878 le famiglie Caffarel e Prochet fusero le loro aziende sotto un unico marchio, che venne usato fino agli Anni Trenta del Novecento.

Fin qui la storia. La “guerra del gianduiotto”, anzi del “Giandujotto di Torino IGP”, ha creato polemiche, sconcerto tra i consumatori, con alcuni che si sono spinti sui social network a lanciare il boicottaggio contro il cioccolato svizzero.

Le polemiche sul sovranismo gastronomico

Ma questa ondata di “sovranismo gastronomico” non è piaciuta a tutti: ha fatto scalpore la presa di posizione di un docente di Fondamenti del Diritto europeo presso l’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo (dove si occupa anche di master di vino), Michele Antonio Fino. Come ha detto il professor Fino a L’Unica, il ricorso di Lindt non deve sorprendere perché «quest’ultima non si è sentita tutelata» per l’utilizzo del suo storico marchio “Gianduia 1865 l’autentico gianduiotto di Torino”. Inoltre, l’obbligo di produrre la sua specialità senza latte in polvere potrebbe far sembrare il prodotto Caffarel «meno autentico dei prodotti della futura IGP, sebbene questi ultimi apertamente dichiarino di discendere dalla tradizione produttiva inaugurata proprio da Caffarel e siano magari il frutto di ottime qualità artigianali, che però hanno fatto capolino sul mercato molto più di recente rispetto all’azienda di Luserna San Giovanni».

«Dal punto di vista regolatorio non esiste un giusto e uno sbagliato», ha spiegato il professor Fino. «Esistono solo opzioni che garantiscono il migliore bilanciamento tra due fondamentali obiettivi, per ogni produzione connotata da un’indicazione geografica: un disciplinare abbastanza chiaro da permettere ai consumatori di scegliere con consapevolezza e uno schema produttivo abbastanza aperto da consentire a una moltitudine di aziende di produrre sotto il marchio IGP, conservando la diversità tra le produzioni».

L’università fondata dal compianto Carlo Petrini, appena scomparso, prende dunque posizione a favore della Lindt? Niente di tutto questo, ha chiarito il vicepresidente Silvio Barbero, che ha raccolto l’eredità di Carlin: «Noi non siamo stati interpellati su questa vicenda e non abbiamo una posizione ufficiale, perché non possiamo averla», ha spiegato a L’Unica. «Possono esserci posizioni personali, presentate attraverso i social network, ma non abbiamo studiato il problema». D’altra parte, lo stesso Fino chiarisce: «Sarà molto interessante monitorare quanti produrranno la nuova IGP e quanti invece, proprio in virtù dello standard messo a punto, preferiranno altre strade».

Intanto, il Gianduiotto di Torino aspetta ancora il riconoscimento, fino a quando non si esprimerà il TAR del Lazio. Il Vermouth di Torino è IGP già dal 2017. Dopo quella tutela europea, il giro d’affari è passato da 32 a 172 milioni di euro. Purtroppo la Città di Torino, che ha appena lanciato il nuovo city brand “Torino:” studiato dall’agenzia Left Loft con i due punti finali, finora si è dimenticata di utilizzare, nella sua comunicazione, i due prodotti che la fanno conoscere nel mondo: un aperitivo e un cioccolatino.

Sui grissini si dovrà lavorare ancora. Piacevano a Napoleone Bonaparte e a Jean-Jacques Rousseau: quelli che si trovano sulle tavole di molti ristoranti italiani, nei sacchetti con l’etichetta “grissini di Torino”, non fanno certo onore ai nostri maestri panettieri. Il rischio è che succeda lo stesso con i gianduiotti “made in Zurich”.

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Da Bra una scuola per la Cisgiordania


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Il 13 aprile 2026 cinquantacinque bambine e bambini hanno varcato per la prima volta la soglia della loro nuova scuola. Fino a quel giorno, per studiare, percorrevano fino a cinque chilometri in un territorio segnato dagli insediamenti illegali israeliani e da una violenza che non risparmia nemmeno i percorsi quotidiani verso un’aula. Khallet Taha è un piccolo villaggio nel sud della Cisgiordania, vicino alla città di Dura, nel governatorato di Hebron, Palestina. Oggi ospita un edificio semplice ma completo: quattro aule scolastiche, uno spazio per l’infanzia, laboratori di informatica e scienze, servizi igienici, un cortile. Si chiama scuola Juzoor (“radici”, in arabo) ed è il risultato di un’iniziativa nata con il sostegno della città di Bra.

A seguire il filo che unisce il Roero alla Cisgiordania è Luigi Bisceglia, bresciano di origine, che da 15 anni vive a Gerusalemme. Lavora per il VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo), per il quale è coordinatore regionale per il Medio Oriente, e insegna economia aziendale e metodologia della ricerca all’università locale. È lui ad aver accompagnato, nel giugno del 2022, il gemellaggio tra il Comune di Bra e il Comune di Betlemme. «Vivendo qui e avendo ottimi rapporti con la comunità braidese, per me era la cosa più normale del mondo dare una mano ai due comuni», ha raccontato.

L’incontro con gli studenti

Dopo l’eccidio del 7 ottobre 2023, quella rete di relazioni è diventata il canale attraverso cui una comunità ha trasformato la preoccupazione in azione concreta. Bisceglia ha cominciato a tenere incontri online per spiegare la situazione, finché non è stato invitato fisicamente a Bra. Nell’ottobre del 2024, il coordinatore del VIS ha così incontrato in due giorni 600 studenti degli ultimi anni di tutte le scuole della città, insieme alla giornalista e scrittrice Paola Caridi. La Consulta Giovanile di Bra ha preso parte attiva al dibattito, ragionando sul significato della pace. «Sul palco coinvolgevamo i ragazzi direttamente», ha ricordato Bisceglia a L’Unica.

L’idea della scuola, però, è arrivata da dove meno ci si aspettava: dai bambini di una scuola dell’infanzia di Bra. «Come facevi a dire di no?», ha commentato Bisceglia. Il messaggio che il progetto voleva lanciare era chiaro: «Costruire una scuola non è solo ricostruire ciò che è stato distrutto, ma è anche ricostruire la speranza. Volevamo dire ai bambini e ai ragazzi palestinesi che noi in Italia pensavamo a loro, che eravamo pronti a fare un gesto concreto».

La raccolta di fondi

Il gesto concreto ha richiesto mesi di raccolta fondi e una mobilitazione che ha coinvolto l’intera provincia. Il Comune di Bra ha votato all’unanimità in Consiglio comunale uno stanziamento di 10 mila euro dall’avanzo di bilancio 2024. Il Credito Cooperativo di Cherasco ha contribuito con 5 mila euro. Altre associazioni si sono aggiunte con cifre tra i 2 mila e i 5 mila euro. Ma la parte più significativa della raccolta – oltre cinquecento donatori – è arrivata sotto forma di contributi tra i 10 e i 50 euro. «Famiglie, individui, bambini hanno creduto fortemente in questa scuola», ha detto Bisceglia. E così in breve tempo si è arrivati a raccogliere 70 mila euro, importo minimo per cominciare i lavori.

Il terreno su cui sorge l’edificio è stato donato gratuitamente dalle famiglie della comunità di Khallet Taha, che hanno finanziato anche i lavori di sbancamento e il muro di contenimento. «È un legame bellissimo tra due comunità che supportano i loro bambini», ha osservato il coordinatore. I lavori sono partiti il 26 novembre 2025 e la prima fase si è conclusa il 31 gennaio 2026. Poi, il 28 febbraio, lo scoppio del conflitto tra Israele e Iran ha costretto alla chiusura di tutte le scuole della Cisgiordania. Solo il 12 aprile è stato possibile riaprire, e il giorno successivo si è tenuta l’inaugurazione.
Il cantiere della scuola
Nel frattempo, la comunità locale non si è fermata. Le famiglie di Khallet Taha, soddisfatte del risultato, hanno acquistato di tasca propria i climatizzatori e le telecamere di sicurezza dell’edificio. Questo risparmio inatteso ha permesso di destinare fondi aggiuntivi alla costruzione del parco giochi, la cui realizzazione è prevista entro luglio. «La collaborazione continua», ha sottolineato Bisceglia. «Non è un nostro progetto: è loro, e noi ci siamo messi al servizio di tutto questo».
I bambini e le bambine a scuola
Le tensioni locali

Il contesto in cui la scuola nasce è tutt’altro che stabile. L’Autorità Palestinese (AP) attraversa una crisi economica e finanziaria senza precedenti: i fondi trattenuti da Israele – circa ottanta milioni di dollari al mese di IVA e dazi doganali che Israele è tenuto a versare all’AP in base al Protocollo di Parigi allegato agli Accordi di Oslo – sono congelati dal maggio del 2025. Il risultato è che gli insegnanti della Cisgiordania vengono pagati al cinquanta per cento una volta ogni due mesi, e i bambini vanno a scuola due o tre giorni alla settimana. «Per la prima volta in quindici anni ho incontrato bambini di otto anni che non sapevano leggere e scrivere», ha detto Bisceglia. «Garantire anche solo quei due o tre giorni è fondamentale».

Inoltre, dalla scuola di Khallet Taha si vedono, in posizione sopraelevata, due insediamenti illegali israeliani. «Strategicamente gli insediamenti sono costruiti in Cisgiordania per erodere porzioni di territorio e separare le città palestinesi l’una dall’altra», ha aggiunto il coordinatore. «Chiunque arrivi con i propri occhi lo vede. E non è avere un sentimento contro qualcuno: è rendersi conto di quello che accade nella realtà». Nonostante questo, la scuola sorge in un’area controllata dall’AP (le cosiddette aree A e B, istituite dagli Accordi di Oslo) e pertanto non può essere demolita dall’esercito israeliano, come invece potrebbe succedere se sorgesse sull’area C, quella parte di Cisgiordania amministrata dalle autorità di Israele e che rappresenta il 59 per cento del territorio occupato palestinese.

Nonostante tutto, la Rete Cuneese per la Palestina e il VIS guardano già oltre. «A maggior ragione è proprio adesso che non si abbandonano le persone, in particolare i bambini», ha detto Bisceglia. Il prossimo obiettivo è la scuola Aisha Khalil, nel distretto di Yatta, dove il piano terra è già stato realizzato con fondi della cooperazione italiana: mancano ancora le aule per 70 o 80 bambini (la raccolta fondi è appena partita ed è già possibile contribuire a questo link).

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La Francia sostituisce Palantir, Anthropic lancia Claude Sonnet 5, la tastiera di OpenAI per Codex


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon mercoledì,
oggi parleremo della Francia che sostituisce Palantir, il software colosso di superintelligence legato ai servizi segreti americani. Poi vedremo il nuovo Claude Sonnet 5; parleremo di un prodotto hardware firmato OpenAI e Work Louder atteso per il 15 luglio; e tanto altro ancora. Buona lettura!

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La Francia sostituisce Palantir con un software francese


Politica
Il primo ministro francese Sébastien Lecornu ha annunciato che la DGSI, il servizio di sicurezza interna francese, passerà da Palantir alla società francese ChapsVision. Palantir lavorava con la DGSI dal 2016, dopo gli attentati del 13 novembre 2015, con contratti rinnovati tre volte fino al 2028. La motivazione dichiarata è ridurre la dipendenza tecnologica da fornitori esteri. ChapsVision, fondata nel 2019, ha generato 200 milioni di euro di fatturato nel 2025 e opera in oltre 40 Paesi. La sua piattaforma ArgonOS può funzionare in ambienti completamente isolati dalla rete pubblica, requisito rilevante per l'intelligence. La transizione richiederà tra 18 e 24 mesi; nel frattempo, il contratto con Palantir resta in vigore. Già a maggio l'intelligence interna tedesca aveva scelto ChapsVision al posto di Palantir.
~
Fonte: Eurofocus | Adnkronos
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Anthropic lancia Claude Sonnet 5


Intelligenza Artificiale
Anthropic ha rilasciato Claude Sonnet 5, versione aggiornata del suo modello di medie dimensioni, ottimizzata per task agentici come pianificazione, uso di tool e coding autonomo. Le prestazioni si avvicinano a quelle di Opus 4.8, ma a un prezzo inferiore: $2 per milione di token in input e $10 per milione in output fino al 31 agosto, dopo i quali saliranno rispettivamente a $3 e $15. Sonnet 5 è più economico di Opus 4.8, GPT-5.5 di OpenAI e Gemini 3.1 Pro di Google, anche se Gemini 3.5 Flash resta più conveniente. Da oggi è il modello predefinito per i piani gratuiti e Pro. Sui benchmark, Sonnet 5 segna 63,2% nell'agentic coding contro il 69,2% di Opus 4.8 e il 58,1% del precedente Sonnet 4.6, e supera leggermente Opus 4.8 nei test di knowledge work. Miglioramenti anche sulla sicurezza: meno sycophancy, meno allucinazioni, maggiore resistenza ai prompt injection rispetto a Sonnet 4.6, anche se il livello rimane inferiore a Opus 4.8 su comportamenti disallineati e task di cybersecurity avanzati.
~
Fonte: TechCrunch
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OpenAI annuncia una tastiera per Codex in collaborazione con Work Louder


Big tech
OpenAI ha anticipato una collaborazione hardware in uscita il 15 luglio. Secondo l'articolo, il partner è Work Louder e il prodotto è una tastiera compatta con tasti programmabili pensata per sviluppatori e creativi. Il nuovo hardware si ispirerebbe al Creator Micro 2, il prodotto di punta di Work Louder, in una versione brandizzata Codex. Il teaser parla di "upgrade per le shortcut di Codex", ma i dettagli ufficiali non sono ancora stati divulgati.
~
Fonte: 9to5Mac
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Apple acquisisce una startup vincitrice dell'Apple Design award for innovation


Tecnologia
Apple ha acquisito Rabbit 3 Times, la società newyorkese dietro Play: un tool visuale che permette agli sviluppatori di prototipare progetti Swift e vedere i risultati in tempo reale, poi esportarli in Xcode tramite un servizio a pagamento. Lo strumento aveva vinto un Apple Design Award per l'innovazione nel giugno 2025. Il deal, riportato all'UE a febbraio 2026 nell'ambito del Digital Markets Act, non è una classica acquisizione: Apple ha comprato asset e si è riservata la possibilità di assumere alcuni dipendenti. Dopo l'accordo, il servizio di esportazione verso Xcode è diventato gratuito per facilitare la transizione, e il sito della società è offline. L'app risulta non più disponibile.
~
Fonte: AppleInsider
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Meta porta la lettura del pensiero a 61% di accuratezza senza chirurgia


Tecnologia
Meta ha presentato Brain2Qwerty v2, un sistema che decifra in tempo reale frasi intere a partire dall'attività cerebrale (leggendo il pensiero, praticamente), registrata senza alcun intervento chirurgico. Il modello raggiunge il 61% di accuratezza sulle parole, contro l'8% dei precedenti metodi non invasivi, e per il partecipante migliore sale al 78%, con più della metà delle frasi decodificate con al massimo un errore. Il sistema usa dispositivi MEG indossabili e deep learning end-to-end addestrato su circa 22.000 frasi registrate da nove volontari. Meta ha rilasciato pubblicamente il codice di training di entrambe le versioni del modello. L'obiettivo dichiarato è aiutare i milioni di persone con lesioni cerebrali che impediscono la comunicazione, offrendo un'alternativa scalabile agli impianti invasivi oggi usati in neuroprotetica.
~
Fonte: ai.meta.com
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Il concorrente di Nvidia Etched raggiunge una valutazione di 5 miliardi e 1 miliardo di vendite per il chip AI


techcrunch.com (eng)

Un leak sull'A20 Pro mostra come iPhone 18 Pro sarà più veloce e più fresco


appleinsider.com (eng)

Sito del giorno

Il cimitero di Google


Killedbygoogle è il cimitero che raccoglie tutti i prodotti, app e servizi che Google ha lanciato e poi abbandonato (oltre 300). Tra gli esempi: Google Reader, Stadia, Chromecast e Google Podcasts.

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Meta porta la lettura del pensiero a 61% di accuratezza senza chirurgia


Si basa su deep learning end-to-end.
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In breve:


Meta ha presentato Brain2Qwerty v2, un sistema che decifra in tempo reale frasi intere a partire dall'attività cerebrale (leggendo il pensiero, praticamente), registrata senza alcun intervento chirurgico. Il modello raggiunge il 61% di accuratezza sulle parole, contro l'8% dei precedenti metodi non invasivi, e per il partecipante migliore sale al 78%, con più della metà delle frasi decodificate con al massimo un errore. Il sistema usa dispositivi MEG indossabili e deep learning end-to-end addestrato su circa 22.000 frasi registrate da nove volontari. Meta ha rilasciato pubblicamente il codice di training di entrambe le versioni del modello. L'obiettivo dichiarato è aiutare i milioni di persone con lesioni cerebrali che impediscono la comunicazione, offrendo un'alternativa scalabile agli impianti invasivi oggi usati in neuroprotetica.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

From Brain Waves to Words: Brain2Qwerty Offers a New Path to Communication Without Surgery
Go up one level - Products - AI Research - Resources - About - Get Llama - Try Meta AI - Toggle site search Close submenu Main menu BACK - Meta AI - Vibes - AI Studio - Overview - Projects - Research Areas - People - Blog - Learning Hub - Demos - Overview - Open Source - Careers…
ai.meta.com


Alternativa in italiano:

Meta sta costruendo un ponte tra cervello e computer senza impianti chirurgici
Con Brain2Qwerty v2, l’azienda di Zuckerberg sperimenta un sistema non invasivo capace di trasformare l’attività cerebrale in testo. I risultati sono incoraggi…
la Repubblica

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La Francia sostituisce Palantir con un software francese


Il contratto con gli americani era attivo dal 2016.
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In breve:


Il primo ministro francese Sébastien Lecornu ha annunciato che la DGSI, il servizio di sicurezza interna francese, passerà da Palantir alla società francese ChapsVision. Palantir lavorava con la DGSI dal 2016, dopo gli attentati del 13 novembre 2015, con contratti rinnovati tre volte fino al 2028. La motivazione dichiarata è ridurre la dipendenza tecnologica da fornitori esteri. ChapsVision, fondata nel 2019, ha generato 200 milioni di euro di fatturato nel 2025 e opera in oltre 40 Paesi. La sua piattaforma ArgonOS può funzionare in ambienti completamente isolati dalla rete pubblica, requisito rilevante per l'intelligence. La transizione richiederà tra 18 e 24 mesi; nel frattempo, il contratto con Palantir resta in vigore. Già a maggio l'intelligence interna tedesca aveva scelto ChapsVision al posto di Palantir.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Addio Palantir, la Francia affida la sicurezza interna a ChapsVision
Anche la Germania ha scelto l'azienda fondata dall'imprenditore francese Olivier Dellenbach
Eurofocus | Adnkronos


Alternativa in italiano: non pervenuta

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OpenAI annuncia una tastiera per Codex in collaborazione con Work Louder


Lancio fissato per il 15 luglio 2026.
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In breve:


OpenAI ha anticipato una collaborazione hardware in uscita il 15 luglio. Secondo l'articolo, il partner è Work Louder e il prodotto è una tastiera compatta con tasti programmabili pensata per sviluppatori e creativi: il Creator Micro 2, in una versione brandizzata Codex. Il teaser parla di "upgrade per le shortcut di Codex", ma i dettagli ufficiali non sono ancora stati divulgati.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

OpenAI teases Codex-branded hardware collaboration coming, here's what to expect - 9to5Mac
OpenAI just teased an upcoming collaborative hardware project that’s set to launch in July. From the looks of it, OpenAI...
9to5MacZac Hall


Alternativa in italiano:

OpenAI compie il primo passo nell'hardware con un accessorio Codex (e non c'entra Jony Ive)
L'account sviluppatori di OpenAI ha mostrato la silhouette di un dispositivo a pulsanti nato con Work Louder, nota per i suoi macro pad: un pannello fisico per le scorciatoie di Codex, in arrivo il 15 luglio. Nessun legame col progetto di Jony Ive
Hardware Upgrade

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Apple acquisisce una startup vincitrice dell'Apple Design award for innovation


Lo strumento si chiama Play ed è per sviluppatori Swift.
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In breve:


Apple ha acquisito Rabbit 3 Times, la società newyorkese dietro Play: un tool visuale che permette agli sviluppatori di prototipare progetti Swift e vedere i risultati in tempo reale, poi esportarli in Xcode tramite un servizio a pagamento. Lo strumento aveva vinto un Apple Design Award per l'innovazione nel giugno 2025. Il deal, riportato all'UE a febbraio 2026 nell'ambito del Digital Markets Act, non è una classica acquisizione: Apple ha comprato asset e si è riservata la possibilità di assumere alcuni dipendenti. Dopo l'accordo, il servizio di esportazione verso Xcode è diventato gratuito per facilitare la transizione, e il sito della società è offline. L'app risulta non più disponibile.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Apple acquires another Swift development firm
After giving it an Apple Design award for innovation, Apple has now bought Rabbit 3 Ties, Inc, which made a visual Swift development tool called Play.
AppleInsider


Alternativa in italiano: non pervenuta

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Anthropic lancia Claude Sonnet 5


Un modo meno costoso per gestire gli agenti.
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In breve:


Anthropic ha rilasciato Claude Sonnet 5, versione aggiornata del suo modello di medie dimensioni, ottimizzata per task agentici come pianificazione, uso di tool e coding autonomo. Le prestazioni si avvicinano a quelle di Opus 4.8, ma a un prezzo inferiore: $2 per milione di token in input e $10 per milione in output fino al 31 agosto, dopo i quali saliranno rispettivamente a $3 e $15. Sonnet 5 è più economico di Opus 4.8, GPT-5.5 di OpenAI e Gemini 3.1 Pro di Google, anche se Gemini 3.5 Flash resta più conveniente. Da oggi è il modello predefinito per i piani gratuiti e Pro. Sui benchmark, Sonnet 5 segna 63,2% nell'agentic coding contro il 69,2% di Opus 4.8 e il 58,1% del precedente Sonnet 4.6, e supera leggermente Opus 4.8 nei test di knowledge work. Miglioramenti anche sulla sicurezza: meno sycophancy, meno allucinazioni, maggiore resistenza ai prompt injection rispetto a Sonnet 4.6, anche se il livello rimane inferiore a Opus 4.8 su comportamenti disallineati e task di cybersecurity avanzati.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Anthropic launches Claude Sonnet 5 as a cheaper way to run agents | TechCrunch
Anthropic’s Claude Sonnet 5 brings stronger agentic capabilities, lower pricing, and improved safety, positioning the model as a cheaper alternative to Opus, GPT-5.5, and Gemini Pro.
TechCrunchRebecca Bellan


Alternativa in italiano:

Ecco Claude Sonnet 5, Anthropic scommette sugli agenti AI
Meno chatbot, più lavoratori digitali. La sfida si sposta dai benchmark alla produttività: AI che pianificano, usano strumenti e portano a termine il lavoro.
Il Sole 24 ORE

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Meanwhile, in Germany...


LLMs against journalism: the Casdorff scandal
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Meanwhile, in Germany...


A few days ago, I was amused to read about what’s considered a scandal here in Germany: it turns out that the former publisher and editor-in-chief, and now columnist, of Berlin’s Tagesspiel, Carl-Andreas Casdorff, used “Artificial Intelligence” to write his opinion pieces.

Don’t laugh: the journalism profession still retains a certain dignity, at least for now.

In any case, upon discovering the matter, the Tagesspiel editorial board removed the offending article and other suspicious pieces from the website pending an investigation, while temporarily suspending the columnist, who has made the necessary mea culpa:

“I made a colossal mistake, damaging the reputation of the publication and my own. For this, I offer my most sincere apologies. In my articles, I used the term ‘Artificial Intelligence.’ I should have clarified this, and consequently, I should not have allowed the articles to be published.”
dw.com, June 21, 2026


Casdorff clearly embodies the Zeitgeist, the spirit of the times, because around the same time, another publication, the Frankfurt-based Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), removed from its website an op-ed by the prime minister of Thuringia, article which had also been written using so-called “Artificial Intelligence,” that is, a language model.

And since we Italians are a bunch of slackers while the Germans are such serious people, none other than Mathias Döpfner, the CEO of Axel Springer, weighed in on the matter.

This joker, in an effort to condemn the FAZ’s decision, could think of nothing better than to ask a language model himself for a polemical comment accusing the FAZ of rejecting modern technologies and comparing their decision to “a desperate attempt by the horse-and-carriage lobby to ban automobiles.”

I’m sure Herr Döpfner thinks he’s very clever and intelligent; after all, he is the CEO. But I think he’s just being a pretentious imbecile, and specifically, that the depth of his analysis on this technological issue is less than what you’d find in a high school student.

This so-called “rejection of new technologies” has been the employers’ argument ever since the invention of the steam loom, and after centuries, it’s still utter bullshit.

The point is that no one “rejects” new technologies, for the simple fact that the acceptance of a technology is a social choice, not an inevitability.

History is full of technologies that we as a society have simply chosen to discard.

Slavery, child labor, debt bondage like that in Downton Abbey, asbestos, chemical weapons, landmines, indiscriminate surveillance, certain drugs (thalidomide, anyone?), certain herbicides, certain genetic modifications in food, animals, and humans…

The notion that certain technologies are inevitable, the “this is the future; adapt or perish” argument, stems from the convergence of 1960s American libertarianism and capitalist libertarianism, what has been dubbed the “Californian ideology.”

For a quick illustration of what I’m saying, just recall that the very same arguments (and often the very same people), who today advocate for the inevitability of language models passed off as “Artificial Intelligence”, were used word for word just yesterday to claim that the Metaverse was inevitable. And the day before yesterday, they were used to promote blockchain.

Or, if you want to get fancy, you can dust off some vintage Keynes (John Maynard, 1930) and his prediction that the workweek in 2030 would be 15 hours.

Anyone who goes on and on about “the future will be this or that” just wants to sell something, if nothing else, themselves as a “futurist.” Which is really just being an astrologer with poor imagination, but it’s still better than working.

At this point, a researcher, Vera Katzenberger from the University of Leipzig, also enters the picture. She says that the Casdorff case is important because it undermines trust in journalism; the public reads newspapers for the experience or perspectives of certain authors, and if the opinion pieces are generated by “Artificial Intelligence,” it interferes with the way public opinion is formed; the public might feel deceived.

So far, I have no objections, but then Katzenberger digs in:

This is a problem because “Artificial Intelligence” has no values, no political positions, and no sense of responsibility.
(ibid.)


Now, come on. One out of three? I'm expecting more from a researcher.

As always, the problem lies in the language we use when discussing so-called “Artificial Intelligence.” For starters, it’s wrong and counterproductive to call it that: we’re actually talking about language models, that is, statistical engines for generating plausible-sounding texts.

Or, if we want to use my preferred terminology, we’re talking about bullshit generators. The fact that the texts are plausible doesn’t change the fact that they’re generated by rolling dice.

And then we insist on using anthropomorphic language, talking about language models as if we were talking about people.

A language model—which is a program—does not “have” characteristics in the same sense that a human being, or any living creature, does; that’s just the delusion of those who turn technology into a religion (and of advertisers, who tell you that the refrigerator, deodorant, or sedan they’re trying to sell has a “personality”).

At most, a language model may exhibit biases in the way content is generated, if the bias is present in the training data or is explicitly provided as an instruction (so-called “guardrails” are nothing more than preferential steering of the engine’s results, that is, bias).

A brief technical explanation. Language models are an application of techniques known as “machine learning”: a program is fed data, and the program “learns” (strictly between quotation marks), that is, it identifies recurring patterns within that data. Feed ten million photos of cats to a machine learning model, and the program can determine whether a new photo contains a cat.

Has the program understood what a cat is? Of course not. It only knows how colors and shapes are distributed, pixel-wise, in the photos of cats it has seen. Give it a new photo, and the program will say whether the photo contains a cat. Sometimes the answer will be correct.

Feed the program a few billion written pages, and the program reconstructs, from the examples it receives, the rules governing the construction of meaningful sentences.

Has the program learned to speak and respond? No. But it has analyzed enough questions and answers to be able to construct a response sentence when you give it a question sentence. Sometimes, the response sentence makes sense, and sometimes it’s even correct.

The program executes the same instructions, whether to provide an answer that we recognize as correct or one that we recognize as incorrect. There is no knowledge, no model of the world, and no constraint of reality within the program. The program generates sentences; it is the user who evaluates them against reality.

So yes, obviously the program has no sense of responsibility; the program only sees the correlations between the words of the language we speak, and a sense of responsibility is no more present there than it is in a coin toss or a roulette ball—which, if we accept the techbros’ reasoning, also “decide” things.

Another quick technical aside.

Machine learning works. But how well it works depends on the quality of the input data. The old adage “Garbage In, Garbage Out” applies to today’s language models just as much as it did to FORTRAN or COBOL programs sixty years ago.

Before creating DataKnightmare, I briefly thought I could work in Data Science. So I created my own methodology, which I called the “Eightfold Way to Data Science,” modeled after the Eightfold Path to Virtue in Buddhism.

The first three steps were:

  1. Correct selection of sources, that is, where we collect the data
  2. Correct collection—that is, which data we select from what’s available
  3. Correct validation of the collected data, that is, verifying that the data is in the required format and has the values we expect. For example, a date is a date, but is it day-month-year, month-day-year, or year-month-day?

Now, my point was simple. Any idiot can just collect data. You need to know what the data is, how it was collected, and you need to check for any errors or biases in the collection process.

This is why I gave up on Data Science: I was talking about a discipline, but executives would say, “well, we have this data; let’s try and do something with it, and while we’re at it, let’s make sure that ‘something’ tells us what we want to hear.”

Because it’s easy to say that the company is data-driven, but if an executive says one thing and statistics say the opposite, how does that make the executive look?

I saw data as a tool for investigating reality and guiding decisions. Executives saw it as something to justify their decisions by cloaking them in an objectivity they didn’t possess.

Let’s call it like it is: almost all corporate archives are absolutely worthless but can be used to justify one thing or its opposite, simply because there’s no control over the quality of the data collected.

At this point, what can we say about language models as an application of machine learning? Their input is indiscriminately all text, of any kind, available on the Internet. And we know that on the Internet, there’s everything and its opposite. But not in equal measure.

There are detailed, precise, rigorous materials, the production of which required years of study and work by someone. And there’s utter nonsense, deliberately fabricated content, conspiracy theories, delusions, forums full of crackpots and neo-Nazis, things my cousin told me since he’s an expert on the subject, and so on and so forth.

The latter are vastly more widespread than the former, but the language model swallows it all without distinction and then averages it out. Even without being experts in data quality, what level of quality would you save can the result possibly have?

When I say that language models are the dumbest and crudest application of machine learning, this is what I mean.

The thing you turn to when seeking answers about your life, your health, or your work, the thing you call “Artificial Intelligence” because that’s what you’ve been told it is, is nothing more than the weighted average of all that, good and bad, flowers and shit, is found on the internet: blended, sweetened, colored to your liking, and served up; and you eat it as if it were a delicacy.

I’m not saying you’re stupid; I’m saying they’ve been taking you for a ride and want to keep doing it, for a fee. You might as well stop listening to them.

OK, sorry for the digression, but these things need to be understood properly; now let’s get back on track. The researcher from Leipzig tells us that the problem is that:

…“Artificial Intelligence” has no values, no political stances, and no sense of responsibility.
(ibid.)


We’ve realized that “Artificial Intelligence” is a misleading term, but even so, the only trace of a “sense of responsibility” in a language model can be, at most (I say “at most” because there’s also Grok), the so-called “guardrails,” those post-hoc instructions that are supposed to (the hypothetical conditional is a must) prevent the language model from explaining how to produce a chemical weapon or from spouting neo-Nazi rhetoric.

We know full well that “guardrails” only work in the minds of those trying to sell them, because they run counter to the inescapable fact that a statistical engine will function as a statistical engine even if we tell it not to. “Guardrails” are like writing “don’t roll this” on the sides one through five of a die and hoping that thanks to this it will always roll a six. Seriously, that’s what they’re selling you, that's what you are paying for.

And what about values and political positions? Those will reflect the input data, and therefore will strongly favor the values and positions that are most frequently repeated, regardless of them being right or wrong. Open Instagram or any social media platform and see the results for yourself.

As the icing on the cake, there’s always the possibility that the owner of the language model will add other “guardrails” to defend the values and political positions they prefer, or that suit their purposes. And, of course, they’re under no obligation to tell anyone about it.

There you have it. The way I see it, the problem isn’t that the language model lacks values or political stances. At the very least, the language model reflects the values and stances most prevalent online, and that alone is a problem. And perhaps it even gets a little extra help. To consider such a tool politically neutral is sheer madness.

And that’s not all. Because there’s already a study showing that even when used just for a first draft, the language model influences the language that will appear in the final version, in terms of style, vocabulary, and content.

A writer who lets the language model take the lead, even if only for brainstorming or to use it as one would a human listener, is agreeing to be led, slowly but surely, at best toward generally acceptable values and positions, and at worst, toward the values and positions favored by the owner of the language model.

Gaslighting as a Service; what a wonderful idea.

The language model never gets tired; it speaks and responds like a person, and we’ve evolved to listen to people, not to treat them like objects. So when the model presents you with an argument you might never have used yourself, you don’t reject it out of hand: you turn it over and over in your mind, tweak the style a bit, and maybe even come to accept it. In other words, you’ve decided what you think with a roll of the dice; maybe even loaded ones.

I don’t like stating the obvious, but there’s this great quote from Dune by Frank Herbert:

Once upon a time, men entrusted machines with the task of thinking for them in the hope that this would set them free. But this only allowed other men who owned the machines to enslave them.


Do something revolutionary: think for yourself.

Questa voce è stata modificata (2 giorni fa)
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Nate Silver dà ai Dem l'85-90% di riprendersi la Camera


Il giornalista dei dati ritiene che i mercati delle previsioni sottovalutino il partito. Per il Senato la corsa resta più incerta, attorno al 40-45%.
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Nate Silver dà ai democratici tra l'85 e il 90% di probabilità di riconquistare la Camera dei rappresentanti alle elezioni di metà mandato del 2026, quelle che a metà della presidenza rinnovano il Congresso. È una stima più alta di quella dei mercati delle previsioni, le piattaforme dove si scommette sull'esito di eventi futuri e dove i prezzi indicano la probabilità attribuita a ciascun risultato.

Silver, uno dei più famosi analisti di dati elettorali negli Stati Uniti, ha spiegato le sue previsioni in un'intervista all'All-In Podcast lunedì. I mercati danno i democratici all'80-85% di riprendersi la Camera e al 40-45% di conquistare il Senato. Silver li considera valori ragionevoli, ma ritiene che per la Camera siano un po' bassi.

Per la Camera, ha detto, tutti gli elementi vanno nella stessa direzione. I democratici corrono contro un presidente molto impopolare e di fronte a un'economia che genera ansia negli elettori. A favore della sinistra giocano anche la guerra con l'Iran avviata dal presidente Trump, la storia che vede il partito del presidente andare male alle elezioni di metà mandato e una reazione contro chi è al potere, visibile sia negli Stati Uniti sia all'estero.

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino


I repubblicani contano su un vantaggio dal ridisegno dei collegi elettorali, l'operazione con cui si ritracciano i confini dei distretti da cui escono i deputati. Silver stima che da questa partita il partito possa guadagnare tra i 10 e i 16 seggi. Lunedì la Corte suprema del Colorado ha respinto tre quesiti referendari sostenuti dai democratici che avrebbero assegnato loro diversi collegi. Pur con questo aiuto, ha detto Silver, i repubblicani si trovano comunque a remare controcorrente.

Sul fronte del voto, la Corte suprema federale ha dato torto al presidente sulle schede inviate per posta. I giudici hanno stabilito che gli Stati possono continuare a conteggiare i voti arrivati dopo l'Election Day, il giorno delle elezioni, purché spediti entro quella data. È una delle decisioni con cui la Corte ha tutelato il voto postale. Trump ha chiesto l'obbligo di un documento d'identità per votare e una stretta sul voto per corrispondenza.

Il Senato resta una partita molto più incerta. Silver ritiene che i democratici stiano correndo un rischio inutile puntando su Graham Platner nella corsa in Maine, un candidato finito al centro di scandali. È uno Stato che, ha detto, nella gran parte degli anni dovrebbe essere una vittoria facile per il partito.


La Corte Suprema dà più potere a Trump, ma salva Fed e voto postale


La Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso oggi tre sentenze destinate a ridisegnare gli equilibri tra Casa Bianca, Congresso e apparato federale. Nella prima, i giudici hanno ampliato in modo significativo il potere del presidente di rimuovere i vertici delle agenzie indipendenti, consegnando a Donald Trump un controllo molto più diretto su una parte rilevante dell'Amministrazione finora fuori il suo diretto controllo. Nella seconda, però, hanno posto un limite all'intervento della Casa Bianca sulla Federal Reserve, impedendo per ora la rimozione della governatrice Lisa Cook. Con una terza sentenza, la Corte ha invece confermato la legge del Mississippi che consente di contare le schede postali timbrate entro l'Election Day ma arrivate nei giorni successivi.

Sul caso delle agenzie indipendenti, la decisione è arrivata con 6 voti contro 3, con i giudici liberal contrari. La sentenza sposta ulteriore potere dal Congresso al presidente e potrebbe modificare profondamente l'architettura del governo federale. Il caso nasceva dalla decisione di Trump di licenziare Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della Federal Trade Commission, rimossa perché non allineata all'agenda del presidente, nonostante la legge consentisse sinora al presidente la destituzione dei commissari solo per "inefficienza, negligenza nei doveri o cattiva condotta in carica".

Gli effetti di questa sentenza potrebbero ora farsi sentire in oltre una decina di agenzie federali precedentemente indipendenti, comprese quelle che vigilano su consumatori, lavoratori, ambiente, sicurezza nucleare e servizi postali. I vertici di enti come la Consumer Product Safety Commission, la Equal Employment Opportunity Commission, il National Labor Relations Board, la Nuclear Regulatory Commission e lo stesso servizio postale potranno ora essere licenziati con maggiore discrezionalità dalla Casa Bianca. I giudici hanno così cancellato quasi novant'anni di tutele legali, rovesciando il precedente del 1935, la sentenza Humphrey's Executor v. United States, che aveva limitato il potere del presidente di rimuovere direttori di agenzie indipendenti per semplici divergenze politiche.

Corte Suprema degli Stati Uniti
Tre sentenze in un giorno ridisegnano il potere esecutivo
In una sola giornata la Corte Suprema ha ampliato il controllo di Trump sulle agenzie federali, ma lo ha fermato sul controllo del Federal Reserve e sul voto per posta.

Grafica di FocusAmerica 3 verdetti con esiti divergenti

3

Sentenze nello stesso giorno
L'equilibrio tra Casa Bianca, Congresso e apparato governativo federale rimesso in gioco in poche ore.
Per Trump, una sola vittoria e due battute d'arresto: la Corte gli concede potere sulle agenzie indipendenti cancellando un precedente di quasi 90 anni fa, ma alza un muro su Fed e schede postali.

1
A favore di Trump

2
Contro Trump

89
Anni di precedente rovesciati

I tre verdetti, uno per uno
6–3 Agenzie indipendentiAgenzie 5–4 Federal ReserveFed 5–4 Voto per postaVoto posta

Vittoria per Trump
Il presidente può ora rimuovere liberamente i vertici delle agenzie indipendenti
Cade la tutela che dal 1935 proteggeva i direttori da licenziamenti per semplici divergenze politiche con il presidente in carica. Il caso nasce dalla rimozione di Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della FTC.

6Maggioranza
3Giudici liberal contrari

La sentenza rovescia il precedente Humphrey's Executor del 1935 e sposta ulteriore potere dal Congresso al presidente.

10+
Agenzie federali esposte alla nuova discrezionalità

1935
Precedente cancellato dopo quasi 90 anni

Tra gli enti ora più esposti

CPSCSicurezza dei prodotti di consumo
EEOCPari opportunità nel lavoro
NLRBRelazioni sindacali
NRCSicurezza nucleare
FTCCommercio e tutela dei consumatori
USPSServizio postale federale

Battuta d'arresto per Trump
La Federal Reserve resta ancora protetta, almeno per ora
La Corte ha impedito la rimozione della governatrice Lisa Cook licenziata da Trump: non le era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, mai dimostrate, di frode sui mutui usate come pretesto per il licenziamento.

5Maggioranza
4Contrari

Margine sottile su un nodo delicato: l'indipendenza della Banca Centrale, su cui Trump preme da tempo per ottenere un taglio dei tassi.

Lisa Cook resta in carica
La rimozione, avvertivano ex funzionari della Fed e del Dipartimento del Tesoro, avrebbe rischiato di causare turbolenze sui mercati e erodere la credibilità della Banca Centrale come istituto indipendente.

La sentenza odierna non stabilisce se il presidente possa rimuovere Cook per giusta causa: la decisione sul merito sull'indipendenza della Fed verrà presa in seguito.
Opinione concorrente del giudice Brett Kavanaugh

Sconfitta per Trump e i Repubblicani
Confermata la legge del Mississippi sul voto via posta
Gli uffici elettorali potranno contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a 5 giorni lavorativi dopo. La norma resterà in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

5Maggioranza
4Contrari

Sentenza scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, sostenuta dal presidente John Roberts e dai 3 giudici liberal.

5giorni
Tempo utile in termini di giorni lavorativi per conteggiare le schede spedite entro l'Election Day

2020
L'anno dal quale Trump sostiene, senza mai presentare prove, brogli legati al voto postale

L'effetto a catena

18+

Leggi statali e di territori con norme simili sul voto per posta restano in vigore.
Includono collegi chiave per la maggioranza alla Camera nel novembre 2026 come in Nevada e California. La legge del Mississippi, approvata in piena pandemia da una legislatura a maggioranza repubblicana, era stata poi contestata dallo stesso partito.

Il bilancio della giornata
La Corte allarga il potere di Trump sull'apparato federale, ma traccia due confini netti sull'indipendenza della Federal Reserve e le regole del voto via posta.

Fonte: sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti, ricostruzione FocusAmerica.

La Fed resta protetta, almeno per ora


Diverso è stato però l'esito sulla Federal Reserve. Con una decisione separata, adottata con 5 voti contro 4, la Corte Suprema ha invece impedito a Trump di rimuovere Lisa Cook, sostenendo che alla governatrice non era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, non dimostrate, di frode sui mutui usate dal presidente come giustificazione per il licenziamento. La pronuncia, tuttavia, resta circoscritta. In un'opinione concorrente, il giudice Brett Kavanaugh ha chiarito che la sentenza attuale non stabilisce se il presidente possa rimuovere o meno Cook legittimamente per giusta causa.

Il caso resta quindi aperto, ma la Corte Suprema ha evitato per ora di decidere nel merito dell'indipendenza della Banca Centrale. Ex alti funzionari della Fed e del Tesoro, insieme ai legali di Cook, avevano avvertito che una sua rimozione durante il procedimento avrebbe potuto provocare turbolenze sui mercati e indebolire la credibilità storica della Federal Reserve come agenzia indipendente. La questione è particolarmente sensibile perché Trump preme da tempo sulla Banca Centrale per ottenere un taglio dei tassi d'interesse.

Il voto per posta è stato tutelato


Per quanto riguarda le regole elettorali, la Corte ha confermato con 5 voti contro 4 la legge approvata dal Mississippi sul voto per posta. La decisione, scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, è stata sostenuta dal presidente John Roberts e dai 3 giudici liberal della Corte. La legge confermata dalla Corte consente agli uffici elettorali di contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a cinque giorni lavorativi dopo. Tale limite resterà quindi in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

La sentenza, in questo caso, rappresenta una chiara sconfitta per Trump e per il Partito Repubblicano, che da anni cerca di restringere il voto per posta. La decisione lascia inoltre in piedi normative simili in almeno altri 18 Stati e territori, compresi in collegi chiave per il 2026 in Nevada e California. È anche una battuta d'arresto personale per il presidente, che continua a sostenere, senza prove, che il voto postale favorisca brogli e abbia contribuito alla sua sconfitta nel 2020.

La legge del Mississippi era stata approvata durante la pandemia da una legislatura statale a guida repubblicana, ma era poi stata contestata dal Comitato Nazionale Repubblicano e dal partito repubblicano locale, secondo cui la legge federale fissa l'Election Day come termine ultimo per considerare valide le schede inviate via posta.


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Gli Stati Uniti pagano 129 milioni di dollari per fermare un parco eolico


È il quarto accordo con cui la Casa Bianca convince le aziende a rinunciare alle concessioni per l'eolico in mare: il governo ha già speso più di 2,5 miliardi di dollari

L'amministrazione Trump pagherà 129 milioni di dollari a Duke Energy, una delle maggiori società elettriche degli Stati Uniti, perché rinunci a costruire un parco eolico al largo della costa del North Carolina. È il quarto accordo di questo tipo con cui la Casa Bianca convince un'azienda ad abbandonare un progetto di energia eolica in mare.

L'intesa è stata annunciata lunedì dal Dipartimento dell'Interno, il ministero che gestisce le terre e le acque federali. Duke rinuncia volontariamente alla concessione nell'area di Carolina Long Bay, tra le 15 e le 22 miglia, circa 24-35 chilometri, al largo del sud-est del North Carolina. Il governo le rimborsa i 129 milioni, poco meno di quanto l'azienda aveva pagato sotto l'amministrazione Biden per ottenere la concessione.

Il progetto era ancora in fase iniziale e la costruzione non era cominciata. Duke aveva acquisito la concessione nel 2022 e stimava che l'area potesse produrre fino a 1,6 gigawatt di energia eolica, abbastanza per alimentare 375.000 case entro il 2032. Nel 2025 l'azienda aveva sospeso lo sviluppo per rivedere costi e condizioni del progetto.

Duke reinvestirà i 129 milioni in altre fonti di energia, possibilmente reattori nucleari, gas naturale e aggiornamenti della rete elettrica, entro la fine dell'anno. Kodwo Ghartey-Tagoe, amministratore delegato di Duke Energy Carolinas, in una dichiarazione ha detto che l'accordo permette di spendere quella cifra in modi che vanno a diretto vantaggio dei clienti e delle comunità nelle Carolinas.

Da quando il presidente Trump è tornato alla Casa Bianca, ha mantenuto la promessa elettorale di bloccare i nuovi progetti eolici e ostacolare le altre fonti rinnovabili. L'amministrazione ha già cancellato concessioni per miliardi di dollari, comprese quelle delle società Invenergy e TotalEnergies. Le decisioni proseguono nonostante la domanda crescente di elettricità da parte dei data center e delle nuove fabbriche.

L'anno scorso il Dipartimento dell'Interno aveva ordinato lo stop ai lavori di altri cinque parchi eolici sulla costa orientale, sostenendo che le turbine in movimento potessero interferire con i radar militari e minacciare la sicurezza nazionale. Diversi giudici federali hanno però annullato gli ordini di sospensione, perché non convinti dagli argomenti dell'amministrazione. Dopo le sconfitte in tribunale il governo ha cambiato strategia e ha iniziato a pagare gli sviluppatori perché rinuncino da soli.

Il primo accordo era arrivato a marzo con la società francese TotalEnergies: quasi 1 miliardo di dollari per abbandonare due parchi eolici, uno al largo di New York e l'altro nella stessa area del North Carolina. Sette stati a guida democratica hanno fatto causa all'amministrazione per quell'intesa, definendola un uso illegale dei soldi dei contribuenti. Con l'accordo annunciato per Duke, il governo ha finora impegnato più di 2,5 miliardi di dollari per convincere le aziende a rinunciare alle concessioni.

Il Segretario dell'Interno Doug Burgum ha elogiato il presidente, sostenendo che sta realizzando la sua visione di un'energia americana "accessibile e affidabile" che mette al primo posto i cittadini. Burgum ha ripetuto la sua tesi secondo cui i parchi eolici in mare minacciano la sicurezza nazionale.

Il governatore del North Carolina, il democratico Josh Stein, ha criticato l'accordo dicendo che l'amministrazione "sta costringendo le aziende ad abbandonare l'energia pulita e l'industria si piega come una sedia da spiaggia". Ha aggiunto che il suo stato aveva bisogno dell'energia e dei posti di lavoro che il progetto avrebbe creato. Pasha Feinberg, esperta di eolico in mare del Natural Resources Defense Council, un'organizzazione ambientalista, ha definito controproducente cancellare progetti di energia pulita proprio mentre serve più elettricità, non meno.

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Negli Stati Uniti lo ius soli non è così popolare


I sondaggi vanno da un vantaggio di 42 punti per i favorevoli a uno di appena 9: tutto dipende da come la domanda descrive lo status dei genitori. La Corte Suprema deciderà a giorni.
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Il sostegno degli americani alla cittadinanza per nascita oscilla enormemente da un sondaggio all'altro. La ragione non è cosa pensano davvero, ma come i sondaggisti scrivono la domanda. Un sondaggio della Quinnipiac University, un ateneo che realizza rilevazioni politiche, ha trovato il 69% di favorevoli e solo il 27% di contrari. Altri istituti hanno misurato un vantaggio dei favorevoli molto più stretto. In un caso il risultato si è perfino capovolto.

La cittadinanza per nascita è il principio per cui chiunque nasce su suolo statunitense diventa automaticamente cittadino, a prescindere dallo status migratorio dei genitori. È una forma di quello che in Italia si chiama ius soli. Si fonda sulla prima frase del Quattordicesimo Emendamento della Costituzione, secondo cui tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti sono cittadini del Paese. Nel 1898 la Corte Suprema, il più alto tribunale federale, stabilì che la regola vale per chiunque nasca sul territorio americano, con poche eccezioni come i figli dei diplomatici e delle famiglie reali straniere.

Sondaggio · Stati Uniti
Il sostegno alla cittadinanza per nascita va dal 47% al 69% a seconda del sondaggio
Favorevoli e contrari alla cittadinanza per nascita per tutti i nati negli Stati Uniti · cinque sondaggi tra aprile e giugno 2026
Focus America

Contrari
Non si esprime
Favorevoli

Quinnipiac

27%

69%

AP-NORC

33%

65%

Data for Progress

40%

55%

Ipsos/Reuters

41%

55%

YouGov

38%

47%

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi raccolti da FiftyPlusOne.news. Per ogni istituto, le quote di favorevoli e contrari alla cittadinanza per nascita per tutti i bambini nati negli Stati Uniti; il resto non si esprime. La linea tratteggiata segna il 50%.

Quel precedente ha retto per oltre un secolo. Nel gennaio 2025 il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per limitare la cittadinanza per nascita ai soli bambini nati da genitori con la cittadinanza o con un permesso di soggiorno permanente. Quasi subito il provvedimento è finito in tribunale e oggi è uno degli ultimi casi che la Corte Suprema deve ancora decidere in questa sessione, con una sentenza attesa nei prossimi giorni.

Quasi tutti i sondaggi danno la maggioranza degli americani a favore della cittadinanza per nascita così com'è, ma il vantaggio dei favorevoli cambia moltissimo da un istituto all'altro: si va da 9 punti fino a 42. A spostarlo è quasi sempre il modo in cui è costruita la domanda. Quando il quesito mette l'accento sullo status legale dei genitori, il sostegno scende.

Il vantaggio più stretto emerge da un sondaggio di YouGov, una società demoscopica: il 47% si dice favorevole alla cittadinanza per nascita e il 38% contrario, appena 9 punti di distacco. Lì la domanda era costruita attorno agli immigrati irregolari: chiedeva se si fosse d'accordo a limitare la cittadinanza per nascita smettendo di concederla ai bambini nati negli Stati Uniti da immigrati senza documenti o da alcuni visitatori temporanei. Anche Data for Progress, che pure insisteva sullo status dei genitori, restava su un vantaggio contenuto: il 55% di favorevoli contro il 40% di contrari.

Un sondaggio di Ipsos per l'agenzia Reuters mostrava un vantaggio simile, il 55% contro il 41%, nonostante una domanda neutra: chiedeva soltanto se si fosse favorevoli o contrari a porre fine alla cittadinanza per nascita, quella che rende cittadino chiunque nasca negli Stati Uniti. Qui pesava un altro meccanismo, noto come priming, cioè il condizionamento delle risposte attraverso una domanda posta poco prima. Subito prima, infatti, il sondaggio aveva chiesto se fosse un bene o un male che i bambini nati negli Stati Uniti siano cittadini dalla nascita a prescindere dallo status legale dei genitori. Così, anche se la domanda vera era neutra, gli intervistati erano già stati spinti a pensare allo status dei genitori.

All'estremo opposto, il sondaggio della Quinnipiac University, con il vantaggio più ampio di 42 punti, non presentava la questione come una scelta politica ma come un problema di precedente giuridico. Invece di chiedere direttamente se si fosse favorevoli alla cittadinanza per nascita, domandava se la Corte Suprema dovesse mantenere o ribaltare la sua sentenza del 1898, ricordando che in base a quella decisione chiunque nasce negli Stati Uniti è cittadino a prescindere dalla cittadinanza dei genitori. È una formulazione molto diversa e probabilmente spiega buona parte del divario nei risultati.

Un sondaggio di McLaughlin & Associates, condotto a maggio, dava la cittadinanza per nascita addirittura in minoranza, con uno svantaggio di 25 punti. La domanda, però, era così sbilanciata da suggerire la risposta. Prima spiegava agli intervistati che il Quattordicesimo Emendamento era stato scritto dopo la guerra civile per rendere cittadini gli schiavi liberati e che oggi viene interpretato in modo da rendere automaticamente cittadino qualsiasi bambino nato su suolo americano, anche se entrambi i genitori erano entrati illegalmente o erano arrivati con un visto turistico. Poi chiedeva se si fosse d'accordo a riservare la cittadinanza ai figli dei cittadini o di chi ha un permesso permanente, definendo questo l'intento originario dell'emendamento. Una formulazione del genere rende il risultato difficilmente paragonabile agli altri e per questo non rientra nel confronto.

Lo stesso intervistato può dare risposte opposte nella stessa rilevazione. In un sondaggio di AP-NORC, centro di ricerca legato all'agenzia di stampa Associated Press, il 65% si è detto favorevole contro il 33% di contrari quando la domanda chiedeva in generale se tutti i bambini nati negli Stati Uniti debbano ricevere automaticamente la cittadinanza. Ma nello stesso sondaggio quasi la metà, il 49%, ha detto che i figli di genitori presenti illegalmente nel Paese non dovrebbero ottenerla in automatico.

Sono atteggiamenti simili a quelli emersi prima delle elezioni del 2024, quando gli elettori dicevano di sostenere l'espulsione di tutti gli immigrati irregolari, ma allo stesso tempo si opponevano a rimpatriare chi non aveva precedenti penali o a separare i genitori senza cittadinanza dai figli cittadini. Gli americani, insomma, sembrano in parte favorevoli alla cittadinanza per nascita, ma restii a concederla ai figli di chi è entrato illegalmente. Per questo il modo in cui viene posta la domanda pesa così tanto sulle risposte e rende difficile capire cosa pensino davvero.


Alla Corte Suprema crescono le spaccature tra giudici conservatori e progressisti


La Corte Suprema degli Stati Uniti ha già emesso quest'anno più sentenze divise sei a tre lungo le linee ideologiche di quante ne avesse pronunciate in tutto l'anno giudiziario precedente, e deve ancora decidere i suoi casi più delicati. Il dato arriva mentre i nove giudici corrono a chiudere le cause più divisive entro la fine del mese.

La Corte è composta da sei giudici di orientamento conservatore e tre progressisti, quindi una spaccatura ideologica si traduce quasi sempre in un voto sei a tre. Dall'inizio dell'anno questo è accaduto sette volte, una in più rispetto a tutto l'anno scorso, prima ancora che i giudici affrontino i casi più importanti sui poteri del presidente e sui diritti delle persone transgender.

Martedì quattro delle cinque sentenze depositate sono state sei a tre. Una ha impedito a un uomo di religione rastafariana di fare causa agli agenti penitenziari che, violando una legge federale, gli avevano tagliato i dreadlocks. Un'altra ha consentito alla Exxon di citare in giudizio per una proprietà confiscata dal governo cubano nel 1960.

La decisione sei a tre più importante dell'anno è la sentenza di aprile che ha svuotato il Voting Rights Act, la legge che dal 1965 tutela il diritto di voto delle minoranze, della sua capacità di incidere sulle dispute relative ai collegi elettorali. La pronuncia ha permesso ai repubblicani di ridisegnare rapidamente i confini dei collegi in Stati del Sud come Louisiana e Alabama a proprio vantaggio in vista delle elezioni di metà mandato di quest'anno.

I conteggi non comprendono le decisioni prese sul cosiddetto registro d'emergenza, la procedura d'urgenza con cui la Corte decide rapidamente senza un'udienza pubblica completa, dove i due schieramenti si sono divisi ancora più spesso.

David Cole, docente di diritto alla Georgetown University ed ex direttore legale dell'American Civil Liberties Union, la principale organizzazione americana per i diritti civili, ha definito la tendenza a decidere i casi importanti sei a tre lungo linee di partito un problema serio per la legittimità della Corte. "I giudici dovrebbero essere guidati dal diritto, non dalla politica", ha detto. Anche quando le divisioni riflettono visioni giuridiche diverse e non la politica, ha aggiunto, più i giudici si dividono lungo linee di partito meno credibilità ha la Corte come istituzione.

Alcuni dei casi più importanti hanno però visto conservatori e progressisti dalla stessa parte. A febbraio la Corte ha bocciato i dazi globali imposti dal presidente Donald Trump con una maggioranza che comprendeva tre conservatori e tre progressisti. La settimana scorsa ha stabilito all'unanimità che il Secondo Emendamento, che tutela il diritto di portare armi, impediva al governo di disarmare un uomo del Texas solo perché fa uso abituale di marijuana.

I giudici tendono a minimizzare le sentenze sei a tre e ricordano l'ampia quota di casi decisi all'unanimità, che però riguardano di solito questioni più tecniche e di minore portata. "Mi infastidisce perché non è accurato", ha detto il mese scorso la giudice conservatrice Amy Coney Barrett, parlando al George W. Bush Presidential Center. La quota molto più alta di sentenze unanimi, ha aggiunto, "non è la narrazione che viene dipinta dai media".

Parlando alla Reagan Library, il giudice Neil Gorsuch ha fatto un ragionamento simile. "Nove persone anziane nominate da cinque presidenti diversi nell'arco di trent'anni, da tutto il paese, e siamo in grado di risolvere all'unanimità il 40% dei casi su cui i tribunali di grado inferiore non erano d'accordo", ha detto Gorsuch, primo giudice nominato da Trump alla Corte. "Credo che sia qualcosa".

Più della metà delle 46 sentenze depositate finora è stata decisa all'unanimità, una quota leggermente superiore a quella dello stesso periodo dell'anno scorso. Le decisioni più grandi e complesse, però, arrivano negli ultimi giorni dell'anno giudiziario e raramente sono unanimi. Con una decina di casi ancora in attesa di una pronuncia, la quota di decisioni unanimi è destinata a calare. Tra il 2020 e il 2024 quasi il 14% delle sentenze nel merito si è diviso lungo linee ideologiche, secondo i dati raccolti da SCOTUSblog.

I giudici si attaccano sempre più spesso, negli atti scritti e in pubblico, sul proprio ruolo nei casi sui collegi elettorali. "I tribunali sono apolitici", ha detto il mese scorso la giudice progressista Ketanji Brown Jackson, la più giovane della Corte. "Dobbiamo essere scrupolosi nell'attenerci ai principi e alle regole che applichiamo in ogni caso e non sembrare di fare qualcosa di diverso in questo tipo di contesto". Il giudice conservatore Samuel Alito ha replicato in una breve opinione definendo le sue osservazioni "banali nel migliore dei casi" e "infondate e offensive". "Quale principio ha violato la Corte?", ha scritto Alito.

Sempre martedì la Corte si è divisa sei a tre in una decisione che renderà più facile per il governo espellere i titolari di green card, il permesso di soggiorno permanente, condannati per alcuni reati. Si è divisa allo stesso modo in una sentenza che impedisce ai membri del movimento religioso Falun Gong di fare causa alla Cisco per aver venduto apparecchiature al governo cinese che, secondo loro, avrebbero favorito le torture contro il gruppo.

Nei prossimi giorni la Corte dovrebbe pronunciarsi sul tentativo del presidente di porre fine alla cittadinanza per nascita, cioè la cittadinanza automatica per chi nasce sul suolo americano, come è stata intesa per oltre un secolo. Deciderà anche sul tentativo di rimuovere Lisa Cook, una dei governatori della Federal Reserve, la banca centrale americana. Dalle discussioni in aula, queste due decisioni potrebbero vedere insieme conservatori e progressisti.

Restano in attesa anche i casi sul potere del presidente di rimuovere i vertici di altre agenzie indipendenti, come la Federal Trade Commission che vigila sulla concorrenza, di respingere i richiedenti asilo al confine e di cancellare le protezioni temporanee dall'espulsione per i cittadini haitiani e siriani. La Corte esamina poi un importante caso sul Secondo Emendamento relativo a una legge delle Hawaii che rende più difficile portare armi negli esercizi privati aperti al pubblico, come i negozi. Valuta infine due leggi di West Virginia e Idaho che vietano alle ragazze transgender di gareggiare nelle squadre sportive femminili. Tutti questi casi possono dividere la Corte sei a tre.


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Trump valuta 250 grazie presidenziali per i 250 anni degli Stati Uniti


La Casa Bianca discute di annunciarle per l'anniversario dell'indipendenza. L'idea ha scatenato una corsa al lobbying, con intermediari che chiedono fino a 2 milioni di dollari a grazia.

La Casa Bianca sta discutendo se annunciare una raffica di grazie presidenziali come momento centrale delle celebrazioni per i 250 anni dell'indipendenza americana, nel fine settimana del 4 luglio. L'idea, riferita dall'Atlantic sulla base di quattordici persone informate delle conversazioni, è stata sintetizzata in una formula: "250 grazie per 250 anni". Metterebbe uno dei poteri costituzionali più delicati del presidente al centro della festa nazionale.

La grazia è il potere con cui il presidente può cancellare o ridurre una condanna penale. I predecessori di Trump lo hanno quasi sempre usato con discrezione, spesso firmando i provvedimenti nelle ultime ore di mandato. Trump no. Nel suo secondo mandato lo ha esercitato senza freni: il primo giorno alla Casa Bianca ha graziato o commutato la pena a quasi 1.600 persone coinvolte nell'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, e da allora ha parlato apertamente della possibilità di concedere grazie preventive a collaboratori e alleati.

Il presidente non aveva ancora ricevuto la proposta formale venerdì scorso e l'idea potrebbe non arrivare mai sulla sua scrivania, ha detto un funzionario della Casa Bianca. I suoi consiglieri sono divisi sull'opportunità di un provvedimento di massa per l'anniversario. Uno di loro ha riferito che alcuni sondaggi suggerivano un possibile vantaggio politico per il presidente, ma che un'azione entro il 4 luglio era improbabile. Il Wall Street Journal aveva scritto il mese scorso che si stava valutando di concedere 250 grazie.

Chi sostiene il piano dice che servirebbe a rafforzare l'immagine di "Trump il misericordioso" e a sottolineare l'autorità esclusiva del presidente. Nel frattempo la prospettiva di una grazia di massa ha scatenato una corsa internazionale al lobbying e agli affari, in cui anche una minima vicinanza al presidente può essere monetizzata.

Cinque funzionari attuali ed ex dell'amministrazione e nove tra avvocati, lobbisti e altre figure legate all'entourage di Trump hanno raccontato all'Atlantic che la competizione per ottenere clemenza è stata intensa. Un avvocato penalista l'ha definita "un circo a tre piste", un ex funzionario "una follia". Un ex collaboratore di Trump avvicinato per facilitare una grazia ha descritto la spinta a entrare nei possibili 250 come qualcosa di diverso rispetto al primo mandato: "Adesso è tutto allo scoperto", ha detto, "ora è il momento".

La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che il presidente "prende sul serio il suo assoluto potere costituzionale di concedere grazie e commutazioni" e che esiste "un rigoroso processo di revisione" affidato al Dipartimento di Giustizia, il ministero che gestisce la giustizia federale, e all'ufficio legale della Casa Bianca, con il presidente come decisore finale.

Gli avvocati raccontano di essere stati sommersi di richieste man mano che la voce dei 250 provvedimenti circolava, al punto che alcuni studi legali faticano a stare dietro alla domanda. "In trent'anni di professione non ho mai visto niente del genere", ha detto un altro avvocato all'Atlantic, "sono esausto".

Lo sforzo "250 per 250" è sostenuto in parte da Alice Johnson, diventata a febbraio la prima "zar delle grazie" del paese, una figura incaricata di gestire le richieste di clemenza, oltre che dal funzionario del Dipartimento di Giustizia Edward R. Martin Jr. e da altri vicini al presidente. L'obiettivo dichiarato è legare il tema della libertà del 4 luglio alla correzione di pene considerate troppo dure o della presunta "strumentalizzazione" della giustizia da parte dei predecessori democratici.

I consiglieri del presidente non concordano sull'utilità politica della mossa. Per alcuni rafforzerebbe il sostegno tra gli alleati, per altri sarebbe dannosa in una fase di consensi bassi e di appoggio in calo tra i repubblicani del Congresso. Il mese scorso esponenti del partito di Trump avevano apertamente storto il naso davanti a un piano del Dipartimento di Giustizia per versare 1,776 miliardi di dollari a chi sostiene di essere stato preso di mira dal governo.

Tra le persone considerate per una grazia ci sono il fuggitivo malese Low Taek Jho, noto come "Jho Low", ricercato per il presunto ruolo in una frode finanziaria internazionale che ha sottratto miliardi di dollari attraverso la società 1MDB, e Pras Michel, del gruppo musicale dei Fugees, condannato per aver cospirato con Jho Low e un funzionario del governo cinese in una campagna di lobbying per chiudere le indagini penali americane sulla vicenda. C'è anche Nicole Daedone, cofondatrice dell'azienda di "meditazione orgasmica" OneTaste, condannata a nove anni per il suo ruolo in una cospirazione per lavoro forzato. I rappresentanti legali di Michel e una portavoce di OneTaste hanno negato qualsiasi coinvolgimento o contatto con il governo sul tema delle grazie.

Un avvocato vicino alle trattative ha riferito che si è parlato anche di "individui molto ricchi e ben introdotti" provenienti da India, Grecia, Turchia e Francia, ai quali è stato detto che i loro casi erano allo studio. A chi ha parlato di recente con la Casa Bianca è stato spiegato che i condannati da giudici nominati da Barack Obama o Joe Biden sono visti con più favore, mentre quelli condannati da giudici nominati da Trump hanno meno probabilità di ottenere la grazia. Un portavoce del Dipartimento di Giustizia ha detto che "chiunque può presentare domanda" e che il presidente "è il decisore finale".

La procedura ordinaria passa per l'Ufficio dell'avvocato delle grazie del Dipartimento di Giustizia, che dovrebbe valutare i casi e preparare le raccomandazioni per il presidente. Ma chi conosce il meccanismo dice che è stato in gran parte sostituito da una rete informale di intermediari verso la Casa Bianca, che usano le proprie conoscenze per spingere una grazia in cambio di un compenso. "Nel nostro ambiente si sa che con 2 milioni di dollari puoi avere una grazia", ha detto un noto avvocato penalista. La tariffa corrente, secondo diversi interlocutori, va da 1 a 2 milioni di dollari, con cifre molto più alte per i casi difficili.

Liz Oyer, che ha guidato l'ufficio delle grazie sotto Biden e nei primi mesi del secondo mandato di Trump, ha scritto all'Atlantic che "Donald Trump ha trasformato il processo delle grazie negli Hunger Games", il romanzo e film in cui i concorrenti combattono per la sopravvivenza. Leavitt ha replicato che il presidente "trova detestabile che qualcuno provi anche solo ad approfittarsi delle grazie". Alcuni avvocati d'affari affermati hanno detto di non voler più assistere chi cerca una grazia con metodi che un futuro Dipartimento di Giustizia potrebbe considerare un reato, una volta che Trump avrà lasciato la presidenza.

Alcuni alleati del presidente spingono per un annuncio di grazie di massa da più di un anno e c'erano andati vicino l'anno scorso, prima che il piano venisse fermato all'improvviso. Fin dai primi giorni del secondo mandato, ha raccontato un ex funzionario, l'ufficio legale della Casa Bianca e il Dipartimento di Giustizia volevano far sapere di essere "aperti per affari". Per una parte dei consiglieri le grazie sono uno strumento per consolidare il consenso della base in vista delle elezioni di metà mandato, mentre altri temono che l'effetto sia opposto. Anche i repubblicani al Congresso hanno espresso preoccupazione e avvertono che un provvedimento del genere potrebbe complicare il già difficile iter di conferma del ministro della Giustizia facente funzione Todd Blanche.

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La Chiesa Presbiteriana d'America condanna il nazionalismo cristiano


Il 24 giugno l'assemblea generale della Presbyterian Church in America ha approvato la diffusione di un rapporto contro il nazionalismo cristiano. Ma tre esponenti della Chiesa contestano l'iniziativa e chiedono un ruolo più ampio del cristianesimo nel governo americano.d

La Presbyterian Church in America, una delle principali denominazioni evangeliche conservatrici degli Stati Uniti, ha assunto una posizione netta contro il nazionalismo cristiano. Il 24 giugno, durante l'assemblea generale riunita a Louisville, in Kentucky, un comitato speciale ha presentato un rapporto di 35 pagine che condanna apertamente questa corrente. I delegati hanno votato per distribuire il documento alle chiese locali e ai presbiteri. Secondo "Sojourners", che ha riportato la notizia, nessuna grande denominazione evangelica si era mai spinta così avanti.

La PCA è nata in contrapposizione alla storica Presbyterian Church USA, di orientamento più liberale. Ora si trova al centro di uno scontro che da tempo attraversa il mondo evangelico americano, dove alcuni gruppi cercano di portare ideali politici di estrema destra all'interno di spazi religiosi già molto conservatori. Anche la Southern Baptist Convention, la più grande denominazione protestante del Paese, è alle prese con tensioni simili: nella sua recente assemblea annuale a Orlando ha approvato una risoluzione contro la violenza politica e l'estremismo.

Il dissenso interno


A spingere la PCA a studiare il fenomeno è stata anche la presenza, al suo interno, di figure favorevoli a un rapporto più stretto tra cristianesimo e governo americano. Il politologo Stephen Wolfe e i pastori Zachary Garris e Sean McGowan sostengono infatti che lo Stato debba promuovere attivamente la vera religione, quella cristiana. Wolfe si definisce apertamente un nazionalista cristiano, mentre Garris e McGowan rifiutano questa etichetta. I tre hanno scritto insieme il libro "Reformed Christian Politics", in cui propongono una visione alternativa della libertà religiosa rivolta soprattutto ai loro colleghi.

"Molti cristiani americani danno per scontata una forma di governo laica", ha dichiarato Garris, pastore della PCA in Nuovo Messico. "Il nostro libro mette in discussione questa convinzione. È piuttosto semplice". Per McGowan, queste idee non sono affatto radicali rispetto alla tradizione presbiteriana riformata, che in passato dava per scontata un'America protestante. Garris ha spiegato che lui e gli altri due autori considerano ammissibili i test religiosi per l'accesso alle cariche pubbliche, pur senza chiederne per ora l'applicazione concreta. Wolfe ha però voluto precisare che il loro libro non arriva a chiedere che il governo debba arrestare gli eretici. Le loro tesi restano comunque minoritarie, come ha mostrato il voto del 24 giugno.

Il comitato presenterà ora una relazione finale alla 54ª assemblea generale, prevista nel 2027. Garris, McGowan e Wolfe sperano che il loro libro possa contribuire a modificarne l'impostazione.

Razzismo, dottrina e politica


Una parte dello scontro riguarda il rapporto tra nazionalismo cristiano e ideologie razziste. Garris e Wolfe contestano al rapporto di accostare il nazionalismo cristiano a correnti che credono nella gerarchia razziale, come il "realismo razziale" e il "kinismo". Secondo l'Anti-Defamation League, il kinismo è una setta religiosa suprematista bianca che rivendica per i bianchi il diritto divino di vivere separati dalle altre etnie. Il documento approvato dalla PCA condanna il kinismo e le altre forme di razzismo abbracciate da alcuni esponenti nazionalisti cristiani. Wolfe, Garris e McGowan, da parte loro, negano di essere kinisti, ma avrebbero preferito che il tema fosse affrontato in un rapporto separato.

Di parere opposto è il pastore del Michigan Mark Prim, secondo cui il documento ha aperto una discussione necessaria all'interno della Chiesa. "Alcune cose non le conoscevo prima di leggere questo rapporto, come l'intero concetto di kinismo", ha raccontato. "È una conversazione che dobbiamo affrontare ora. Se non la affrontiamo adesso, accadrà comunque. E se lasciamo che la questione si trascini troppo a lungo, non ci sarà più un dialogo, ma solo una lite".

Le tensioni interne hanno ad ogni modo radici profonde. Bill Nikides, fondatore di una chiesa nella North Carolina, le fa risalire alla "confluenza tra l'evangelismo riformato del XX secolo e il presbiterianesimo del Sud di vecchia scuola". Durante la Guerra Civile, alcuni presbiteriani del Sud si separarono da quelli del Nord sulla questione della schiavitù. Oggi, uno scontro di intensità diversa ma ugualmente identitario riguarda il modo in cui i cristiani dovrebbero stare dentro la politica.

Anche l'eredità dottrinale alimenta il dibattito. Il catechismo della denominazione, contenuto negli Standard di Westminster, deriva dall'edizione del 1646, in cui Chiesa e Stato restavano strettamente collegati. La Chiesa di Scozia ha mantenuto in vigore quella versione, mentre i presbiteriani americani separarono la chiesa dall'autorità civile con una revisione che risale al 1788. È proprio a quel passaggio che il comitato di studio si richiama. "Neghiamo che gli Standard di Westminster, come modificati e adottati dall'Assemblea Generale del 1788, consentano l'istituzione della Chiesa da parte dello Stato", si legge nel rapporto. Il documento nega inoltre allo Stato il diritto di favorire una denominazione cristiana rispetto alle altre o di garantire l'ortodossia all'interno della Chiesa.

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Vance e Rubio hanno due idee diverse sul Libano


Il vicepresidente tratta con l'Iran dando a Teheran un peso sul futuro libanese, il Segretario di Stato negozia a parte tra Israele e Libano. Due approcci che rischiano di scontrarsi.

Gli Stati Uniti stanno trattando il futuro del Libano su due tavoli separati, guidati da due uomini con visioni opposte e con l'ambizione di succedere a Trump. Da mesi il Segretario di Stato Marco Rubio lavora a un'intesa tra i governi di Israele e Libano per ridurre il peso di Hezbollah e permettere a Israele di ritirare le truppe dal sud del Libano. La settimana scorsa, però, il futuro libanese è finito al centro del nuovo accordo tra Stati Uniti e Iran voluto dal vicepresidente JD Vance, un'intesa che concede a Teheran un'influenza sul destino del paese.

Il risultato è una doppia trattativa su uno stesso paese, condotta da due figure molto diverse, come ricostruisce l'Atlantic. Rubio è più tradizionale e punta sui colloqui da governo a governo e sulla diplomazia ufficiale. Vance è combattivo e transazionale, e già prima della guerra aveva espresso in privato i suoi dubbi sullo scontro con l'Iran. I due sono anche i candidati più accreditati a raccogliere l'eredità del presidente.

Il memorandum d'intesa firmato la settimana scorsa da Trump, un documento lungo quattordici paragrafi, cita il Libano tre volte. Il primo paragrafo afferma che "l'accordo finale confermerà la cessazione permanente della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano". Vance guida i negoziati con l'Iran, che servono a convincere Teheran a ritirare il sostegno a Hezbollah in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. Né Israele né il Libano siedono a quel tavolo. I negoziati separati di Rubio puntano invece a rafforzare il debole governo libanese e a dare a Israele garanzie sufficienti per ritirarsi.

I diplomatici di Israele e Libano hanno firmato un accordo quadro al Dipartimento di Stato dopo quattro giorni di colloqui, con Rubio presente. Il Dipartimento di Stato ha parlato di un "processo chiaro e strutturato" per rafforzare il governo libanese e disarmare Hezbollah. L'intesa prevede 100 milioni di dollari di aiuti umanitari in coordinamento con le Nazioni Unite e altri fondi per le forze armate libanesi. "Non sottovalutiamo in alcun modo la difficoltà del compito che ci attende" ha detto Rubio.

Vance ha scelto un approccio più transazionale per chiudere una guerra che Trump è ansioso di lasciarsi alle spalle, e si è detto pronto a costringere Israele ad accettare l'esito dei negoziati con l'Iran. Si aspetta che il governo israeliano si allinei e smetta di criticare gli sforzi americani. "Donald Trump è l'unico capo di Stato al mondo che in questo momento prova simpatia per la nazione di Israele" ha detto ai giornalisti in un briefing alla Casa Bianca. "Se fossi nel governo israeliano, forse non attaccherei l'unico alleato potente che mi resta al mondo."

Molte incognite possono far saltare l'intero piano. Le forze israeliane continuano a scontrarsi con Hezbollah sui territori occupati e Israele controlla quasi un quinto del territorio libanese. Netanyahu ha detto la settimana scorsa che le truppe resteranno nel sud del Libano "finché le esigenze di sicurezza di Israele lo richiederanno". Restano poi sul tavolo i rischi di un attacco di Hezbollah mentre Iran e Stati Uniti trattano, o di una nuova escalation tra Israele e Iran.

La storia offre un avvertimento. Dopo l'invasione israeliana del Libano nel 1982, l'allora Segretario di Stato George Shultz guidò una difficile trattativa di pace tra i due paesi. L'accordo, firmato l'anno successivo, fu salutato come un trionfo diplomatico, ma crollò nel giro di un anno. Il Libano sprofondò nel caos e le milizie sostenute dall'Iran presero di mira le forze americane. Nell'ottobre del 1983 un attentatore suicida uccise 241 militari statunitensi a Beirut.

"Non bisogna sottovalutare la complessità del Libano e come possa colpire le diverse parti se non si rispettano tutte le dinamiche e le tensioni in gioco" ha detto Mona Yacoubian, direttrice del programma sul Medio Oriente del Center for Strategic and International Studies, un centro studi di Washington. "È come un cubo di Rubik: come si fa ad allineare tutti questi fattori?"

Israele e Libano hanno trattato quattro volte dalla nascita di Israele nel 1948, e tre di quei colloqui sono stati mediati dagli Stati Uniti. Le due parti avevano raggiunto un cessate il fuoco a fine 2024, negli ultimi giorni dell'amministrazione Biden, ma le ostilità non si erano mai fermate. Nei mesi precedenti la guerra di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, scoppiata a fine febbraio, Hezbollah aveva continuato a lanciare droni e missili contro obiettivi civili in Israele e i raid israeliani sul Libano erano aumentati.

A inizio marzo, dopo l'uccisione della Guida suprema iraniana Ali Khamenei, Teheran promise rappresaglie e ordinò ai gruppi del cosiddetto "Asse della Resistenza", le milizie regionali sostenute dall'Iran, di prepararsi all'escalation. Hezbollah fu il primo ad agire. Il presidente libanese Joseph Aoun accusò Hezbollah di aver dato a Israele "un pretesto" per attaccare il Libano. A marzo Israele invase il sud del paese: l'operazione ha ucciso almeno 3.500 persone e ne ha costrette alla fuga più di un milione, secondo le Nazioni Unite.

Per settimane Vance e Rubio avevano sostenuto che il Libano fosse una questione separata dai negoziati con l'Iran. In aprile Vance disse che l'Iran sarebbe stato "stupido" a far saltare il negoziato per il Libano, "che non ha nulla a che fare con loro", e riconobbe che Israele si era detto disposto a "trattenersi un po' in Libano" per tenere in vita i colloqui.

A inizio giugno l'Iran ha attaccato Israele, sostenendo che Israele avesse violato il cessate il fuoco di aprile colpendo il Libano. Per i negoziatori americani, Vance compreso, è stato un punto di svolta: nessun accordo con l'Iran sarebbe stato possibile senza affrontare lo scontro tra Israele e Hezbollah, anche al prezzo di inserire un conflitto di lunga data in un'intesa pensata soprattutto per riaprire lo Stretto di Hormuz e fissare i termini dei colloqui sul programma nucleare iraniano.

Un alto funzionario americano ha detto che l'obiettivo è creare "un nuovo spazio" nei colloqui diretti tra Israele e Libano, mostrandosi però poco ottimista: l'accordo riguarda "soprattutto il nucleare iraniano" e la stabilità regionale verrà discussa solo in un secondo momento. Nel memorandum il Libano è citato più volte, Israele nemmeno una.

Rubio sostiene invece che il rapporto tra Israele e Libano vada gestito a parte perché "il Libano è un paese sovrano", ha detto martedì ai giornalisti ad Abu Dhabi, e ogni trattativa deve passare dal governo libanese. Negoziare con l'Iran al tavolo, secondo lui, rischia di rafforzare il ruolo di Teheran in Libano e di indebolire il governo di Beirut.

Diversi funzionari e analisti della regione concordano. Un accordo più ampio tra Stati Uniti e Iran, che imponga a Teheran di frenare le sue milizie, finisce per dare all'Iran un vantaggio negoziale, legandolo al destino del Libano. Teheran può usare la propria influenza su Hezbollah come merce di scambio, sapendo che Washington dovrà far accettare l'intesa finale sia a Israele sia al Libano. Yacoubian ritiene che l'approccio di Rubio sia comunque necessario: se gestito bene, potrebbe ridurre l'influenza di lungo periodo dell'Iran in Libano e rafforzare il governo di Beirut. Ma escludere il governo libanese dai colloqui con l'Iran, ha aggiunto, lo indebolisce ulteriormente e favorisce la strategia iraniana di scavalcarlo trattando direttamente con la propria milizia.

Vance e Rubio hanno tenuto una telefonata congiunta con il presidente libanese per aggiornarlo sui negoziati con l'Iran e su un possibile "meccanismo di monitoraggio" del fragile cessate il fuoco. Il portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Pigot ha definito "una narrazione falsa" l'idea che i due uomini non siano sulla stessa linea.

Trump ha minacciato di tornare a bombardare l'Iran. "L'Iran deve fermare immediatamente i suoi profumatamente pagati delegati in Libano" ha scritto sui social, "altrimenti colpiremo di nuovo l'Iran molto duramente, proprio come la settimana scorsa, solo più duramente". Le tensioni sono cresciute con il nuovo attacco iraniano con droni a navi nello Stretto di Hormuz: Trump ha parlato di una "stupida violazione" della tregua e le forze americane hanno colpito siti militari iraniani.

I negoziati che portarono all'accordo nucleare del 2015 richiesero anni e videro l'Iran trattare non solo con gli Stati Uniti ma anche con Regno Unito, Francia, Germania, Russia, Cina e Unione Europea. Trump stracciò quell'intesa nel 2018 e da allora punta a sostituirla con una migliore. Ma oggi le condizioni sono diverse: l'Iran è uscito rafforzato dall'aver resistito a settimane di bombardamenti americani e israeliani, mentre Washington tratta in gran parte da sola, con una lista di problemi molto più ampia.


La guerra in Iran si è chiusa con la sconfitta di tutti


La guerra in Iran si è chiusa con un accordo che per il giornalista americano Derek Thompson somiglia a "qualcosa di molto vicino a un documento di resa". In un'analisi pubblicata sulla sua newsletter, Thompson intervista Karim Sadjadpour del Carnegie Endowment for International Peace, un centro studi di politica estera con sede a Washington, e ne ricava una conclusione netta: in questa guerra hanno perso tutti.

La ricostruzione parte dallo scorso febbraio, quando Stati Uniti e Israele lanciarono un attacco a sorpresa contro l'Iran, colpendo centinaia di obiettivi militari e uccidendo migliaia di membri della Guardia rivoluzionaria islamica, tra cui la guida suprema Ali Khamenei. La Casa Bianca parlò di un successo pieno, ma quattro mesi dopo, scrive Thompson, le cose sono andate diversamente. Il regime è sopravvissuto, l'Iran ha reagito chiudendo lo Stretto di Hormuz con mine, droni e missili e ha colpito le infrastrutture dei paesi vicini. Il conflitto si è trasformato in un pantano.

La settimana scorsa il presidente Donald Trump ha firmato l'intesa che chiude il conflitto. Sadjadpour la definisce "un insieme di concessioni americane così sbilanciato da sembrare scritto unilateralmente da Teheran". Dei quattordici punti principali del memorandum, secondo l'analista, uno solo chiede qualcosa all'Iran, cioè alcune concessioni sul nucleare, mentre tutti gli altri favoriscono Teheran o sono formule diplomatiche di rito. In cambio della promessa di rinunciare all'arma atomica, già fatta e disattesa in passato, l'Iran ottiene concessioni militari ed economiche e il riconoscimento di fatto del suo controllo sullo Stretto di Hormuz, il passaggio da cui transita il 20% del petrolio e del gas mondiali.

Il punto più debole dell'accordo, per Sadjadpour, riguarda proprio lo Stretto. Il memorandum prevede che per i prossimi 60 giorni, durante i negoziati, lo Stretto di Hormuz resti aperto al traffico, ma oltre quel termine non c'è alcuna garanzia che torni a essere una via d'acqua internazionale. Se l'esito della guerra sarà che l'Iran ne mantiene il controllo amministrativo, dice l'analista, si tratterà di "un'enorme sconfitta strategica" per gli Stati Uniti. Nelle ultime 48 ore Teheran ha già minacciato di chiudere lo Stretto se Israele attaccherà il gruppo libanese Hezbollah.

Nel tentativo di togliere all'Iran l'accesso a una super-arma, la bomba atomica, gli Stati Uniti gliene avrebbero consegnata un'altra: secondo Thompson Teheran può ora installare un casello sullo Stretto di Hormuz, tassando i passaggi o bloccandoli a piacimento, come un'autostrada a pedaggio.

Il controllo iraniano sullo Stretto è soprattutto una minaccia economica per i paesi vicini, spiega Sadjadpour. L'Arabia Saudita ha dirottato il petrolio sul Mar Rosso e gli Emirati hanno trovato rotte alternative, ma il paese che ha sofferto di più è il Qatar, che condivide con l'Iran un grande giacimento di gas e per quattro mesi è rimasto quasi senza entrate, perché non ha altra via per esportare il suo gas naturale liquefatto. Anche per questo, nota l'analista, Doha ha spinto per un accordo qualsiasi.

Nessuno degli obiettivi annunciati dal presidente la notte in cui lanciò la guerra è stato raggiunto, è la valutazione di Sadjadpour. Il programma nucleare iraniano non è stato cancellato, la produzione di missili non è stata azzerata, le milizie alleate di Teheran nella regione non sono state smantellate e il regime è ancora in piedi. L'accordo non prevede lo stop ai missili a lungo raggio né la fine del sostegno iraniano ai gruppi armati in Libano e Iraq, mentre la questione dell'uranio quasi pronto per la bomba resta rinviata a future trattative. I partner regionali, aggiunge l'analista, sono colpiti soprattutto dal fatto che missili e droni non siano nemmeno sul tavolo: non temono un attacco nucleare, ma l'Iran ha lanciato oltre 5.000 attacchi con missili e droni contro i suoi vicini.

Il paragone che pesa di più è quello con l'accordo nucleare firmato da Barack Obama nel 2015, il cosiddetto JCPOA, che Trump aveva definito il peggiore mai negoziato. Quell'intesa offriva all'Iran la fine delle sanzioni legate al nucleare e l'accesso ai fondi congelati in cambio di limiti stringenti sull'arricchimento dell'uranio. Per molti esperti, scrive Thompson, l'accordo del presidente è perfino più debole. Sadjadpour aggiunge una differenza di fondo: l'intesa di Obama non arrivava dopo una guerra costata ai contribuenti americani oltre 130 miliardi di dollari. Trump aveva attaccato quel patto perché restituiva all'Iran 1,7 miliardi di dollari in contanti, mentre le cifre di cui si parla ora sono nell'ordine delle decine, se non centinaia, di miliardi.

Se l'accordo è così sfavorevole, perché il presidente lo ha firmato? La risposta di Sadjadpour è che Trump "dice ad alta voce quello che andrebbe tenuto nascosto": ha ammesso di non voler essere ricordato come un nuovo Herbert Hoover, il presidente della Grande depressione, e di temere che la guerra stesse spingendo il paese verso un collasso economico. Fin dall'inizio, spiega l'analista, il regime iraniano sapeva di non poter battere gli Stati Uniti sul campo e ha puntato a sconfiggerli "nel salotto di casa", facendo salire il prezzo del petrolio e moltiplicando le esplosioni, così che gli americani vedessero il caos in televisione e poi trovassero il prezzo della benzina raddoppiato. La contraddizione più difficile da spiegare, per l'analista, è che quattro mesi fa quel regime era ritenuto tanto pericoloso da giustificare un intervento militare massiccio, mentre oggi, con un semplice cambio di uomini al vertice ma senza alcun mutamento nei suoi comportamenti, riceve enormi concessioni economiche.

Sul fronte interno la guerra ha lasciato il presidente con il peggior indice di gradimento della sua presidenza e con una parte del mondo conservatore in rivolta. Tucker Carlson, il più ascoltato podcaster di informazione del paese, ha annunciato che lascerà il Partito Repubblicano. Per Thompson è come se il conflitto fosse stato aperto e chiuso da due amministrazioni diverse. Era cominciato con il segretario di Stato Marco Rubio, capo della diplomazia americana, a dare alla Casa Bianca toni da falco neoconservatore in stile George W. Bush. Si è chiuso con il vicepresidente JD Vance, isolazionista, a trattare e difendere un'intesa fondata su valori opposti a quelli con cui la guerra era stata giustificata.

Vance difende l'intesa sostenendo che l'America deve uscire dal Medio Oriente e dalle guerre senza fine. Scommette sul fatto che agli americani la fine del conflitto piacerà, ma Sadjadpour è scettico, perché il pubblico non ama farsi coinvolgere in guerre mediorientali e ancor meno perderle contro avversari il cui slogan ufficiale resta "morte all'America". L'analista cita il precedente del ritiro dall'Afghanistan deciso da Joe Biden, che molti volevano ma la cui umiliazione finale danneggiò il presidente. Trump stesso, racconta, ha detto in due occasioni che se l'accordo funzionerà si prenderà il merito e se fallirà darà la colpa a Vance, che intanto rischia di diventare il bersaglio dei rivali nelle primarie repubblicane del 2028, da Ted Cruz a Lindsey Graham.

Per Sadjadpour il grande sconfitto, almeno nel breve periodo, potrebbe essere Israele. Dopo aver chiesto invano a ogni amministrazione dagli anni Novanta un aiuto per bombardare l'Iran, Benjamin Netanyahu lo aveva finalmente ottenuto da Trump, ma la guerra si è chiusa con un'intesa che la stampa israeliana ha vissuto come un abbandono e che molti israeliani hanno percepito come un tradimento. La domanda aperta, per l'analista, è se l'opinione pubblica americana, soprattutto tra i più giovani, si sia allontanata da Israele in modo permanente, o se questo dipenda dalla persona di Netanyahu e possa cambiare con una nuova leadership.

Con un bilancio militare pari a circa l'1% di quello americano, l'Iran ha scoperto che con droni da 20.000 dollari si può tenere in ostaggio l'economia globale, colpendo petroliere da 100 milioni di dollari e le infrastrutture dei paesi vicini. È la lezione che Sadjadpour considera la più rilevante del conflitto, lo stesso schema usato dall'Ucraina contro la Russia: paesi più deboli che trovano strumenti asimmetrici e a basso costo per resistere a una potenza militare superiore. Una seconda lezione, che l'analista dice di aver imparato durante un anno passato a Beirut, è che "costruire richiede decenni, distruggere richiede giorni": la stabilità su cui paesi come Arabia Saudita, Emirati e Qatar vogliono costruire il loro futuro è costosa e lenta, mentre l'instabilità costa pochissimo.

Come l'Iran si riorganizzerà al suo interno resta una delle incognite maggiori. È un regime molto abile nella repressione, perfezionata in 47 anni, ma pessimo nel governare, dice Sadjadpour. Lo slancio nazionalista seguito alla guerra potrebbe rivelarsi "un'euforia passeggera", destinata a svanire quando torneranno le difficoltà quotidiane: un'inflazione al 70%, con rincari a tre cifre su molti generi alimentari. Per l'analista il regime ha probabilmente imparato la lezione sbagliata: che l'ideologia rivoluzionaria non è il peso che lo trascina verso guerre e crisi, ma il salvagente che lo ha tenuto a galla durante le rivolte popolari.

La conclusione di Sadjadpour è la stessa che aveva messo per iscritto sull'Atlantic nella prima settimana di guerra: è un conflitto senza vincitori. Per un certo periodo aveva pensato che l'unico vero vincitore fosse Vladimir Putin, arricchito dal rialzo dei prezzi del petrolio, ma il leader russo resta in difficoltà in Ucraina. E chiunque arriverà alla Casa Bianca dopo Trump, avverte l'analista, dovrà comunque fare i conti con un Iran che resta un avversario, perché la sua intera identità si fonda sull'ostilità verso gli Stati Uniti.


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Obama resta l'unico politico davvero popolare. La sinistra Dem in salita


Un sondaggio Strength In Numbers/Verasight di giugno mette Obama, Sanders e Mamdani in testa alle valutazioni degli americani. In fondo alla classifica finiscono Tucker Carlson, Chuck Schumer e alcuni dei principali esponenti repubblicani del Congresso.

Barack Obama resta l'unico grande nome della politica americana che continua ancora oggi a essere percepito dagli elettori in modo nettamente positivo. Secondo un nuovo sondaggio condotto a giugno da Strength In Numbers con Verasight, l'ex presidente ottiene infatti un punteggio medio di 54 su 100 in una scala di gradimento da 0 a 100, dove 0 indica un sentimento completamente "ostile" e 100 la forte "approvazione". Tutti gli altri politici testati restano invece sotto quota 50. Alle spalle di Obama si colloca un gruppo compatto di figure legate al campo democratico: Bernie Sanders a 45, Zohran Mamdani a 44, Pete Buttigieg e il Partito Democratico a 43, Jon Ossoff a 42. A 41 compaiono Alexandria Ocasio-Cortez, Kamala Harris e Marco Rubio, unico repubblicano nella fascia alta della classifica.

Il fondo della graduatoria è invece occupato prettamente da figure repubblicane. Tucker Carlson è il personaggio più impopolare tra tutti quelli inclusi nel sondaggio, con un punteggio di soli 28. Subito sopra il leader della maggioranza al Senato John Thune a 30 e lo Speaker della Camera Mike Johnson a 33. Donald Trump si ferma a 38, lo stesso valore del vicepresidente JD Vance e poco sotto il Partito Repubblicano nel suo insieme, valutato a quota 39. Gli unici democratici a ottenere un punteggio peggiore di Trump sono i due esponenti di punta del partito al Congresso: il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer, fermo a quota 30, e il leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries, a quota 36.

Sondaggio · Opinione pubblica USA
I politici americani più — e meno — amati nel 2026

Strength In Numbers ha chiesto agli americani di valutare 19 figure politiche su un termometro da 0 a 100. Un solo nome resta sopra la metà: Barack Obama. Tutti gli altri restano dietro.
Grafica di Focus America Sondaggio del 17–22 giugno 2026

Il termometro del gradimento — media su scala da 0 a 100

Soglia 50

0255075100
OstilitàApprovazione

54

Barack Obama
L’unica figura percepita in modo nettamente positivo. Tutte le altre 18 restano sotto quota 50.

Il più impopolare di tutti è Tucker Carlson, a 28 — ventisei punti sotto Obama.

Esplora i dati
1La classifica
generale 2Visti dal
proprio partito 3Non radicali,
ma combattivi

In testa i democratici, in fondo i repubblicani
Dopo Obama segue un gruppo compatto di figure del campo democratico. Il fondo della classifica è occupato quasi solo da repubblicani. Sotto ogni nome la quota di intervistati che non sa/non esprime opinione.

Figura democratica
Figura repubblicana
Partito

Quanto piacciono ai propri elettori
Separando il campione per appartenenza politica, emerge un divario: i democratici premiano i loro candidati più dei repubblicani. E nel campo conservatore l’ala mediatica MAGA non sfonda.

Migliori tra i Dem
Sanders e Mamdani · 72

Migliori tra i Rep
Vance e Rubio · 68

Tra gli elettori democratici

Tra gli elettori repubblicani

Tucker Carlson si ferma a 40 anche tra i repubblicani: un segnale che il mondo dei media MAGA non parla da solo per l’intero elettorato conservatore.

Il problema dei Dem non è il radicalismo, ma la loro debolezza
Per l’autore del sondaggio G. Elliott Morris, gli elettori democratici premiano chi appare combattivo e puniscono chi sembra parte di un establishment incapace di reagire.

Volto combattivo
72
Zohran Mamdani

contro

Establishment
64
Gavin Newsom

Tra gli elettori democratici, Mamdani è circa il 10% più apprezzato di Newsom. Schumer e Jeffries, pur non moderati, restano a 30 e 36 nel gradimento generale.

La prova nei numeri
Colmare il divario di forza fa guadagnare ai Dem più voti che colmare quello di moderazione

Apparire più forti+6,1 pp

Apparire più moderati+1,7 pp

Oggi il problema principale del Partito Democratico non è sembrare troppo radicale, ma sembrare troppo debole. G. Elliott Morris · Strength In Numbers

Fonte Sondaggio Strength In Numbers / Verasight su 2.087 adulti statunitensi, 17–22 giugno 2026. Margine di errore ±2,2 punti sul campione totale; più ampio sui sottogruppi. Scala “feeling thermometer” da 0 a 100.

Il successo della sinistra nelle primarie democratiche


Il sondaggio arriva in un momento particolarmente significativo per il Partito Democratico. Il 23 giugno tre candidati alla Camera sostenuti da Mamdani, sindaco di New York e apertamente socialista democratico, hanno vinto le primarie. L'ex revisore dei conti della città, Brad Lander, ha sconfitto con oltre 30 punti di vantaggio il deputato uscente Dan Goldman, sostenuto personalmente da Jeffries. Darializa Avila Chevalier, attivista di 32 anni, ha strappato il seggio al deputato Adriano Espaillat, in carica da 5 mandati, con circa 3 punti di margine. Claire Valdez ha invece vinto le primarie per un seggio aperto tra Brooklyn e Queens con 20 punti di vantaggio. Tutti e tre i vincitori sono alleati o membri del movimento dei Democratic Socialists of America, che la scorsa settimana hanno conquistato 9 delle 10 sfide chiave nelle primarie newyorkesi.

I risultati sono stati letti da molti come il segnale della nascita, nel campo democratico, di un movimento simile al Tea Party: una spinta dal basso decisa a premiare i candidati più combattivi e a punire l'establishment. I centristi, però, contestano questa interpretazione. Secondo loro, la DSA può piacere a una parte dell'elettorato democratico, ma resta poco attraente per il pubblico generale. Liam Kerr, tra i responsabili del Super PAC centrista WelcomePAC, ha citato un sondaggio della Marquette University Law School secondo cui il 48% degli americani ha un'opinione sfavorevole della DSA, contro appena il 20% che la giudica positivamente.

Il problema dei Dem non è il radicalismo, ma la debolezza


G. Elliott Morris, giornalista e analista autore del sondaggio, invita però a distinguere tra la popolarità delle organizzazioni politiche e quella dei singoli candidati. Tutti i partiti, osserva, sono oggi profondamente impopolari: secondo YouGov, solo il 12% degli americani giudica favorevolmente sia il Partito democratico sia quello repubblicano. Per questo, sostiene Morris, non basta dire che la DSA è divisiva per concludere che tutti i politici vicini a quell'area siano automaticamente tossici. Se una figura come Mamdani piace più del movimento a cui appartiene, il giudizio sull'elettorato va considerato in maniera più sfumata.

Il quadro diventa ancora più netto quando si guarda al gradimento interno ai due partiti. Tra i repubblicani, Vance e Rubio guidano con un punteggio di 68 punti, un valore comunque inferiore a quello che i democratici assegnano ai loro candidati più apprezzati. Carlson, invece, si ferma a 40 punti tra gli stessi elettori repubblicani: un dato che suggerisce come l'ala mediatica MAGA non rappresenti da sola l'intero elettorato conservatore. Tra i democratici, Sanders e Mamdani sono i più amati con una media di 72 punti tra gli elettori del partito, seguiti da Ocasio-Cortez a 70. Più indietro tutti i volti dell'establishment: Harris a 68, Buttigieg a 67, Newsom a 64 e Ossoff a 61, anche se quasi metà degli elettori democratici dichiara di non conoscere bene quest'ultimo.

Per Morris, questi numeri raccontano meno una svolta ideologica che una richiesta di combattività. Gli elettori democratici sembrano infatti premiare chi appare disposto allo scontro politico, come Ocasio-Cortez e Mamdani, e punire chi viene percepito come parte di un establishment debole o incapace di reagire ai soprusi di Trump. Jeffries e Schumer, pur non essendo moderati sul piano programmatico, restano infatti molto bassi nel gradimento generale. La conclusione dell'analista è netta: attualmente il problema principale del Partito Democratico non è sembrare troppo radicale, ma sembrare troppo debole.

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eBay: dal calcio alla pop culture, esplode la "beyond-the-game economy" del collezionismo


Il collezionismo sta vivendo una nuova evoluzione. Su eBay prende sempre più piede la "beyond-the-game economy", un fenomeno che unisce calcio, pop culture, trading card, memorabilia e oggetti da collezione, trasformando la passione dei fan in un mercato sempre più dinamico e globale
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Quella del 2026 è decisamente un’estate ad alta intensità calcistica. Dopo la chiusura dei principali campionati nazionali, la passione per il calcio non si è fermata e continua, grazie anche alla Coppa del Mondo, a vivere nelle conversazioni, negli outfit, nei ricordi dei grandi campioni e negli oggetti che permettono ai tifosi di sentirsi parte di una storia più ampia. Dalle maglie vintage alle carte sportive, dai palloni ai memorabilia, il calcio esce dal campo e diventa sempre più cultura pop, stile personale e collezionismo.

È l’essenza della “Beyond-the-game economy”, una tendenza globale intercettata da eBay che vede gli appassionati guardare (e acquistare) oltre l’evento fisico, alla ricerca di un legame tangibile e nostalgico con la storia del calcio, tra memorabilia, oggetti da collezione e maglie vintage. Prendendo in analisi esclusivamente il mese di maggio 2026, gli utenti globali sulla piattaforma di eBay hanno cercato la parola “calcio” più di 3.200 volte all’ora.

Truffe Mondiali 2026: biglietti falsi e email scam
In vista dei Mondiali 2026 aumentano le truffe online: secondo Kaspersky circolano falsi biglietti ed email scam con promesse di premi fino a 500.000 dollari. Ecco cosa sapere per difendersi
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Sulla popolare piattaforma di e-commerce e aste online questa passione prende forma sia attraverso l’esperienza tradizionale del marketplace, sia attraverso eBay Live, la piattaforma di shopping interattivo in diretta che connette acquirenti e venditori in tempo reale all’interno dell’ecosistema sicuro e affidabile di eBay, contribuendo a rendere il collezionismo sportivo un’esperienza più dinamica, partecipativa e community-driven. Sul marketplace, l’entusiasmo dei tifosi e dei collezionisti si traduce in intenzioni d’acquisto concrete e dinamiche: in particolare, è stata rilevata una crescita di +840% nel numero di oggetti venduti legati ai campionati mondiali di calcio nel mese di maggio 2026 rispetto a gennaio dello stesso anno: si cercano soprattutto carte sportive (+780%), palloni (+640%) e maglie da calcio (+510%).

Il calcio è da sempre uno dei territori in cui passione, memoria e identità si incontrano. Su eBay vediamo questa energia trasformarsi in domanda per oggetti capaci di raccontare storie: dalle card sportive ai memorabilia, fino alle maglie vintage - ha commentato Lorenzo Leonardi di eBay Live - eBay risponde a questo interesse con una doppia esperienza: da un lato il marketplace tradizionale, che offre ampiezza, varietà e possibilità di scoperta; dall’altro eBay Live, che rende l’acquisto più interattivo, permettendo agli appassionati di vedere gli articoli presentati dal vivo, interagire con i venditori e condividere la propria passione con una community di persone con gli stessi interessi.”


Quando il calcio diventa stile


L’ascesa del “Bloke Core”, trend che ha sdoganato le divise calcistiche nel guardaroba di tutti i giorni, si arricchisce oggi di una declinazione nostalgica: a maggio 2026, eBay ha registrato un vero e proprio boom nell’“Archival Sportswear” trainato dalla ricerca di autenticità e reference storiche, con un interesse particolarmente forte per il merchandising dei campionati mondiali (+770%) e per le maglie vintage delle edizioni passate (+205%). Non manca l’attenzione per i dettagli rétro: crescono le ricerche per i loghi storici (“club crest” +45%) e trionfa la cultura “Terrace” (degli spalti) d’ispirazione britannica anni ‘70 e ‘80: le ricerche di “terrace sneaker” sono infatti cresciute del 100%, accompagnate dal ritorno delle scarpe con suola in gomma (+15%).
Fonte: eBayFonte: eBay
Al centro di questa nuova wave ci sono le vintage jersey di cinque icone assolute, le cui maglie risultano le più desiderate dai collezionisti di tutto il mondo: Ronaldinho, Pelé, Xavi, Diego Maradona e Ronaldo Nazário. Campioni leggendari che continuano a influenzare profondamente il gusto dei “fashion enthusiast” contemporanei. Per i propri outfit quotidiani, gli utenti reinterpretano la tendenza “Bloke Core” in chiave urban, mixando l'ispirazione sportiva a elementi tipici dello streetwear:

  • must-have versatili: crescono le ricerche per i pantaloncini atletici (+110%) e per le intramontabili polo shirt (+45%);
  • volumi: si impongono le maglie da calcio oversize (+35%) abbinate a jeans “baggy” (+30%);
  • modelli cult: crescono anche le calzature simbolo di questa estetica, come le Adidas Gazelle (+20%) e Spezial (+15%) ed il mondo Puma soccer (+15%).


I calciatori più cercati


Se la moda vintage consente di esprimere la propria unicità attraverso pezzi unici del passato, la ricerca di cimeli calcistici risponde a un analogo bisogno di connessione emotiva. Su piattaforme come eBay, questo legame è oggi particolarmente evidente: il pubblico cerca sempre di più i nomi che hanno reso la storia del calcio leggendaria. L’analisi dei dati evidenzia infatti l'attuale competizione mondiale orienti l’interesse delle persone principalmente verso i profili degli attaccanti più iconici che hanno segnato la storia recente e passata del calcio; confrontando i dati di maggio 2026 con il medesimo periodo del 2025, le ricerche su eBay legate ad atleti come Luis Diaz, Lionel Messi, Diego Maradona, Cristiano Ronaldo e alcuni altri, hanno registrato incrementi significativi. Inoltre, un altro ex-calciatore che ha assistito ad un’impennata nelle ricerche è Ronaldinho: l’uscita del documentario Netflix a lui dedicato, a marzo 2026, ha innescato un balzo delle ricerche globali di maglie del fuoriclasse brasiliano di oltre il 140% in un solo mese. Questo fenomeno conferma quanto lo streaming agisca da volano per il mercato dei memorabilia.
Fonte: eBayFonte: eBay

La passione per le carte e memorabilia sportivi prende vita su eBay Live


Su eBay, il calcio si condivide in nuovi formati: con eBay Live, l'intrattenimento dello streaming si unisce alle dinamiche dell'e-commerce, dando vita a un'esperienza interattiva e coinvolgente. Gli appassionati possono partecipare ad aste in diretta, scoprire trading card, maglie e memorabilia unici e confrontarsi con una community di collezionisti e tifosi attraverso una live chat sincronizzata con i rilanci in tempo reale. Tra i seller italiani specializzati più attivi sulla piattaforma spiccano Sporty Cards IT, specializzato in carte sportive e oggetti da collezione, Cards Hub, punto di riferimento per gli appassionati di trading card e memorabilia, e Break Machine IT, che anima le dirette con aste e contenuti dedicati al mondo delle card sportive: realtà che contribuiscono a trasferire il valore simbolico dello sport nella vita quotidiana degli appassionati, trasformando la passione calcistica in un'esperienza di condivisione e collezionismo.


Mondiali 2026, boom di truffe online: allarme Kaspersky su biglietti falsi e email con finti premi


Milioni di appassionati di calcio in tutto il mondo si stanno preparando per i Mondiali che si terranno quest’estate. Analogamente, anche i criminali informatici stanno approfittando dell’occasione per sfruttare questo crescente interesse. Gli esperti di Kaspersky hanno individuato diverse tipologie di truffe che imitano le fonti ufficiali dell’evento o ne sfruttano la popolarità per scopi dannosi, mettendo a serio rischio i dati e le finanze degli utenti.

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TechpertuttiGuglielmo Sbano


Su uno dei siti web fraudolenti individuati, agli utenti viene offerta la possibilità di acquistare biglietti per le partite della Coppa del Mondo FIFA, con pagamenti accettati in quasi tutte le valute. Tuttavia, dopo aver completato le false procedure di registrazione e pagamento, gli utenti rischiano non solo di perdere denaro dalle proprie carte di credito, ma anche di esporre dati personali sensibili agli hacker. Inoltre, i truffatori mettono a disposizione diversi canali di contatto, sia direttamente sul sito sia tramite app di messaggistica.
Il sito utilizza la combinazione di colori ufficiali del torneo del 2026 per ingannare gli utentiIl sito utilizza la combinazione di colori ufficiali del torneo del 2026 per ingannare gli utenti
Un altro sito web offre agli utenti la possibilità di acquistare “prodotti ufficiali” dell’evento del 2026, mostrando immagini di peluche della mascotte e magliette, con un’ampia selezione disponibile per l’“acquisto”. Per rendere l’offerta ancora più allettante, il sito mette in evidenza forti sconti. Inoltre, per apparire più credibili, i truffatori hanno aggiunto un badge “Negozio affidabile” in fondo alla pagina, insieme a un modulo di registrazione che richiede dati personali e bancari.
Esempio di sito web falso che invita gli utenti ad acquistare prodotti ufficiali di FIFA 2026Esempio di sito web falso che invita gli utenti ad acquistare prodotti ufficiali di FIFA 2026
Un ulteriore scenario di attacco prevede campagne di e-mail fraudolente, attraverso le quali gli autori degli attacchi cercano di indurre gli utenti a inviare denaro o a cliccare su un link di phishing. Per aumentare le probabilità di coinvolgimento, le e-mail presentano oggetti accattivanti e messaggi persuasivi. In uno degli esempi individuati, i fan hanno ricevuto e-mail apparentemente inviate da rappresentanti ufficiali dell’evento riguardo a una falsa decisione emessa da una commissione di risoluzione delle controversie. Il link fornito nell’e-mail rimanda a una pagina di phishing.
Esempio di e-mail di phishing bloccataEsempio di e-mail di phishing bloccata
In alcuni casi, gli utenti ricevono e-mail truffa in cui si sostiene che abbiano “vinto” una sovvenzione di 500.000 dollari a copertura di biglietti, voli e alloggio, seguite da istruzioni che invitano a contattare il mittente per richiedere il “premio”.
Esempio di e-mail truffa bloccata inviata da truffatoriEsempio di e-mail truffa bloccata inviata da truffatori
In aggiunta a tutto questo, Kaspersky ha segnalato la presenza di spam e pubblicità indesiderate relative alla vendita di articoli e souvenir a tema sportivo, alcuni dei quali potrebbero rivelarsi una truffa.

“Purtroppo, i grandi eventi sportivi che attirano un vasto pubblico non sfuggono mai all’attenzione dei truffatori. E-mail apparentemente innocue o addirittura allettanti possono spesso nascondere non solo link pericolosi, ma anche allegati dannosi” , ha dichiarato Anna Lazaricheva di Kaspersky


I consigli di Kaspersky


Per proteggersi da queste truffe o attacchi di phishing, gli esperti di Kaspersky consigliano di:

  • verificare l’autenticità dei siti web prima di inserire dati personali e utilizzare solo pagine web ufficiali per guardare o scaricare film;
  • controllare attentamente il formato degli URL e l’ortografia dei nomi delle aziende;
  • scegliere sempre piattaforme di streaming ufficiali e affidabili per proteggere i propri dati personali da furti e abusi;
  • utilizzare una soluzione di sicurezza affidabile in grado di identificare gli allegati dannosi e bloccare i link di phishing;
  • attivare l’autenticazione a due fattori (2FA) sugli account e sulle app finanziarie, controllando regolarmente gli estratti conto per individuare eventuali attività non autorizzate;
  • non fidarsi dei link o degli allegati ricevuti via e-mail; verificare attentamente chi è il mittente prima di aprire qualsiasi cosa;
  • controllare attentamente i siti degli e-shop prima di inserire qualsiasi informazione: l’URL è corretto? Ci sono errori ortografici o difetti di progettazione?

In un contesto come quello dei Mondiali 2026, che catalizzeranno l’attenzione di milioni di utenti in tutto il mondo, le campagne fraudolente tendono a moltiplicarsi sfruttando entusiasmo e urgenza. Il consiglio è mantenere un approccio prudente: verificare sempre le fonti ufficiali per l’acquisto dei biglietti, diffidare da offerte troppo vantaggiose o comunicazioni inattese e non condividere mai dati personali o finanziari tramite link sospetti. Come evidenziato da Kaspersky, la consapevolezza resta il primo strumento di difesa contro un panorama di minacce sempre più sofisticato.


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Platner in leggero vantaggio su Collins in Maine, in un'elezione che può decidere il Senato


Un sondaggio del New York Times dà il democratico Platner al 49% contro il 47% della repubblicana Collins, in un seggio del Maine decisivo per il controllo del Senato.
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Un candidato democratico travolto dagli scandali è comunque in leggero vantaggio su una senatrice repubblicana in carica da decenni, in una corsa che potrebbe decidere chi controllerà il Senato degli Stati Uniti. In Maine, piccolo Stato del nord-est al confine con il Canada, Graham Platner raccoglie il 49% dei consensi contro il 47% di Susan Collins, secondo un sondaggio del New York Times realizzato insieme al Portland Press Herald e all'istituto demoscopico Siena. Il distacco di due punti è troppo piccolo perché un sondaggio possa misurarlo in modo affidabile.

Sondaggio · Maine
In Maine Platner avanti di 2 punti su Collins per il Senato
19-26 giugno 2026 · 608 elettori probabili (±4,8%) · New York Times, Portland Press Herald e Siena
Focus America

Graham Platner

49%

Susan Collins

47%

Elaborazione di Focus America su dati del New York Times, Portland Press Herald e Siena. Le aree colorate indicano il margine di errore.

Entrambi i partiti considerano il seggio del Maine decisivo nella battaglia per il controllo del Senato. I repubblicani hanno oggi 53 seggi su 100 e per ribaltare la maggioranza i democratici devono difendere tutti i loro seggi e conquistarne altri quattro. Il compito è arduo, perché tra i sei Stati contendibili in mano ai repubblicani il Maine è l'unico ad aver votato contro il presidente Donald Trump nel 2024.

Il 54% degli elettori vorrebbe che i democratici controllassero il Senato l'anno prossimo, una quota più alta di quella che sostiene Platner. Lo scarto misura la difficoltà del candidato: Collins, repubblicana, conquista comunque il 10% di chi pure preferirebbe una maggioranza democratica.

Platner ha 41 anni, alleva ostriche e non ha mai ricoperto una carica elettiva. Ha vinto la nomination democratica con un messaggio populista, battendo all'inizio del mese la governatrice Janet Mills nelle primarie, le consultazioni interne con cui i partiti americani scelgono i propri candidati. La sua corsa è stata segnata da una serie di scandali: vecchi messaggi offensivi pubblicati online, un tatuaggio che somigliava a un simbolo nazista e accuse legate al suo comportamento con le donne.

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino


Il sondaggio è la prima rilevazione di qualità da quando Platner ha vinto la nomination e fotografa la sua immagine dopo un'inchiesta del New York Times: diverse donne con cui era uscito lo hanno descritto come inquietante e, in un caso, fisicamente minaccioso. In precedenza erano emersi anche messaggi sessuali espliciti inviati ad alcune donne mentre era sposato.

La maggioranza degli elettori non crede che Platner abbia "un buon carattere" né "i giusti valori morali". Per Collins le proporzioni si ribaltano: il 66% le riconosce un buon carattere e il 61% i giusti valori morali. Platner è anche percepito come "troppo estremista" dal 47% degli intervistati, contro il 34% che dice lo stesso di Collins.

Più del 90% degli elettori ha sentito parlare delle controversie e circa il 30% degli stessi sostenitori di Platner ammette che le notizie hanno sollevato dubbi sulla possibilità di votarlo. La corsa resta incerta anche per questo: il 20% di chi dice di sostenere Platner lo voterà solo "probabilmente", contro il 16% tra i sostenitori di Collins.

Circa il 60% di chi sostiene Collins indica una ragione positiva, legata alle sue idee o alla sua personalità, mentre tra i sostenitori di Platner solo il 36% cita un attributo positivo del proprio candidato. Un terzo degli elettori di Collins la sceglie per una visione positiva del suo carattere, mentre un quarto dichiara di votarla per il giudizio negativo sulla moralità e la competenza di Platner.

Collins ha 73 anni e punta al sesto mandato. Non è particolarmente popolare nello Stato, dove la giudica bene più o meno la stessa quota di chi la giudica male, ma le opinioni su di lei sono rimaste stabili dal 2020, quando vinse la rielezione con nove punti di scarto facendo meglio di Trump in Maine. Oggi gli elettori la vedono di buon occhio quasi dieci punti più del presidente e le riconoscono la capacità di portare risorse federali allo Stato.

Il suo punto debole è il legame con Trump. Una maggioranza dei cittadini del Maine pensa che da senatrice sosterrebbe troppo le politiche del presidente e tra gli indipendenti la quota sale al 57%. Tra i suoi stessi sostenitori c'è chi teme che sia "troppo vecchia" per essere efficace, un timore speculare a quello dei democratici che giudicano Platner "troppo inesperto".

Gli elettori ritengono che Collins sappia portare meglio soldi e risorse al Maine, con un netto 61% contro il 34% di Platner. Lui è preferito quando si tratta di essere "una voce indipendente", tratto centrale nell'identità dello Stato, e di fare ciò che è meglio per i cittadini comuni.

Il voto femminile sarà probabilmente decisivo, visto che le donne hanno sempre rappresentato la maggioranza dell'elettorato nelle ultime corse al Senato in Maine. Il 52% delle donne dice di sostenere Platner, che ha attaccato Collins per aver appoggiato la nomina alla Corte Suprema di Brett Kavanaugh, parte della maggioranza conservatrice che ha cancellato la sentenza Roe contro Wade, con cui per quasi mezzo secolo era stato garantito il diritto costituzionale all'aborto. Tra le elettrici, però, Platner raccoglie sette punti in meno rispetto al candidato democratico alla Camera nello stesso distretto.

Sullo sfondo c'è un clima politico difficile per i repubblicani. In Maine solo circa tre elettori su dieci approvano il modo in cui Trump ha gestito il costo della vita, i prezzi della benzina e la guerra in Iran. Appena il 27% ha giudicato un buon accordo l'intesa raggiunta da poco per porre fine al conflitto.

Collins ha però l'abitudine di smentire i pronostici. Nel 2020 i sondaggi prima del voto la davano perdente di tre o quattro punti e vinse di nove. Il sondaggio è stato condotto tra il 19 e il 26 giugno su 608 elettori probabili, con un margine di errore di 4,8 punti percentuali.


Le primarie in Michigan si vincono online


La primaria democratica per il Senato in Michigan, in programma il 4 agosto, è diventata la corsa più "online" degli Stati Uniti. I tre candidati, tutti millennial, passano gran parte del tempo a conquistare l'attenzione sui social più che a stringere mani per lo Stato. È la prova generale di un modo nuovo di fare campagna, basato su quella che gli americani chiamano "economia dell'attenzione": l'idea che vincere un'elezione significhi prima di tutto catturare lo sguardo del pubblico sul web. Lo racconta un reportage di Politico dalla Mackinac Island, dove i candidati si sono ritrovati per il primo dibattito televisivo statewide.

La posta in gioco va oltre il Michigan. Se a novembre i democratici perdessero il seggio contro il probabile candidato repubblicano Mike Rogers, riconquistare la maggioranza al Senato diventerebbe quasi impossibile, e i repubblicani lo sanno. Il Senate Leadership Fund, il super PAC vicino al leader della maggioranza repubblicana al Senato John Thune, ha già prenotato 45 milioni di dollari di spot per Rogers in autunno. Un super PAC è un comitato che può raccogliere e spendere somme illimitate a favore di un candidato, purché non coordinato direttamente con la sua campagna.

La primaria deciderà anche quale Partito Democratico uscirà dalle elezioni di medio termine, dopo la seconda sconfitta contro il presidente Donald Trump e con una base che chiede un cambiamento netto. Due dei tre candidati, l'ex funzionario della sanità pubblica Abdul El-Sayed e la senatrice statale Mallory McMorrow, hanno chiesto un ricambio nella leadership del partito. El-Sayed ha detto di essere l'unico candidato la cui vittoria non andrebbe bene a Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, e McMorrow ha chiesto a Schumer di farsi da parte. La terza candidata, la deputata Haley Stevens, ha invece l'endorsement di Schumer e il sostegno dell'establishment democratico del Michigan. I tre si dividono anche su come limitare l'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione, e sulla sanità: El-Sayed sostiene il "Medicare for All", un sistema sanitario pubblico universale, mentre McMorrow e Stevens preferiscono l'opzione pubblica, cioè un'assicurazione statale che affianca quelle private senza sostituirle.

Una vittoria progressista in Michigan rafforzerebbe la pressione sui vertici del partito. Proprio questa settimana i candidati sostenuti dal sindaco socialista-democratico di New York Zohran Mamdani hanno vinto tre primarie in città, battendo tra gli altri il deputato Adriano Espaillat, presidente del gruppo dei deputati ispanici al Congresso, e infliggendo un colpo a Schumer e al leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries. Un successo della sinistra anche in Michigan indicherebbe che l'ondata populista di sinistra, ribattezzata da alcuni "Tea Party democratico", può contare anche fuori dalla New York più progressista. Il tema pesa molto in Michigan, lo Stato con la più alta percentuale di elettori arabo-americani e con una base sempre più critica verso Israele.

El-Sayed e McMorrow dedicano gran parte della campagna all'economia dell'attenzione, un approccio che secondo molti definirà il futuro delle campagne elettorali americane. Nel 2024 Trump, da sempre abile nel catturare l'attenzione, ha vinto anche grazie alla scelta di puntare sui nuovi media e sui creatori di contenuti su YouTube e Twitch, le piattaforme seguite dai giovani uomini. Sull'altro fronte Mamdani è passato da sconosciuto a sindaco della più grande città americana sfornando video di strada molto cliccati, una tattica adottata anche da El-Sayed.

I numeri dei follower raccontano due strategie opposte. Su X El-Sayed ha circa 136.700 follower, McMorrow oltre 226.500, mentre Stevens ne ha meno di 30.000. La campagna di Stevens accusa gli avversari di puntare troppo sui commenti dei social invece che sulle urne. Per ora la scommessa premia El-Sayed, l'unico dei tre ad aver già corso a livello statale, nel 2018 contro la governatrice Gretchen Whitmer: i sondaggi lo danno primo, con Stevens seconda e McMorrow terza a distanza.

La svolta per El-Sayed è arrivata in aprile, quando ha fatto campagna insieme a Hasan Piker, popolare streamer di estrema sinistra con milioni di follower. Dopo che McMorrow lo aveva criticato per le sue parole sull'11 settembre, i consensi di El-Sayed hanno iniziato a salire. Piker ha detto a Politico che quella mossa è stata "probabilmente l'errore di tutta questa campagna". Lo streamer è una figura controversa anche tra i democratici: ha detto una volta che "l'America si è meritata l'11 settembre", salvo poi scusarsi, e ha condannato la risposta israeliana a Gaza in termini che alcuni hanno definito antisemiti, accusa che lui respinge dicendo di criticare il governo israeliano e non l'identità ebraica. McMorrow ha paragonato Piker a Nick Fuentes, personaggio dichiaratamente di estrema destra e antisemita.

El-Sayed è cresciuto dentro l'economia dell'attenzione. Ha lavorato per Crooked Media, la società di podcast fondata da ex collaboratori di Barack Obama, è stato collaboratore della CNN e ha poi creato una propria casa di produzione per il suo podcast. Dopo la sconfitta del 2024 ha cambiato registro, passando dal professore universitario di Oxford che parlava di "capitalismo razziale" al personaggio in versione "bro": mostra i muscoli, si fa riprendere mentre fa sci nautico e ciclismo e si avvolge nella bandiera americana. Una delle sue frasi più note è la rilettura della celebre battuta di Michelle Obama: "Quando loro vanno in basso, noi non andiamo in alto, li trasciniamo nel fango e li soffochiamo". Il suo patrimonio è salito fino a 1,66 milioni di dollari, ma ha rinviato la pubblicazione della dichiarazione patrimoniale a dopo la primaria.

McMorrow ha invece costruito la sua notorietà sui social prima ancora di entrare in politica. Era diventata un volto nazionale nel 2022 con un discorso virale in cui replicava alle accuse infondate dei repubblicani che la definivano una "groomer", termine con cui i conservatori indicano chi adesca minori. In passato ha lavorato come direttrice creativa per Gawker, sito di gossip oggi chiuso, e come designer per la Mattel sulle automobiline Hot Wheels. I suoi video continuano a funzionare: uno sulla pubblicità del canale sportivo NFL RedZone ha raccolto quasi due milioni di visualizzazioni, un altro sui prezzi personalizzati in base ai dati degli utenti quasi sei milioni. Un gruppo esterno a lei vicino, Yes MI Action Committee, ha previsto di spendere almeno sette milioni di dollari per sostenerla. La sua dimestichezza con il web le si è però ritorta contro: la CNN ha riportato vecchi tweet cancellati in cui criticava il Michigan e l'America profonda, tra cui uno in cui si lamentava del clima dello Stato. Stevens ha subito attaccato, accusandola di parlare male dei cittadini che aspira a rappresentare.

Stevens ha scelto la strada opposta e resta volutamente fuori dalla gara per l'attenzione. Ha un percorso politico tradizionale: è stata la prima parlamentare millennial del Michigan al Congresso e ha conquistato un collegio storicamente repubblicano. I suoi video non diventano virali e quando lo fanno è di solito per immagini che la mettono in difficoltà, come quando è stata contestata alla convention del partito statale in aprile per la sua posizione su Israele e sull'AIPAC, la potente lobby filo-israeliana. Nelle ultime settimane l'establishment del Michigan si è compattato attorno a lei, forse per timore di una vittoria di El-Sayed: oltre all'appoggio di Schumer, ha incassato l'endorsement dell'ex senatrice Debbie Stabenow e una foto con la senatrice Elissa Slotkin, che però resta neutrale. Anche il braccio elettorale dei repubblicani al Senato la prende di mira con video che la ritraggono in modo goffo.

Il tema di Israele e dell'AIPAC attraversa l'intera campagna. Secondo il consulente democratico Rob Flaherty, ex vice della campagna di Kamala Harris nel 2024, in Michigan si è creata una "tempesta perfetta": due candidati molto online, uno podcaster e l'altra abile creatrice di contenuti, una candidata più tradizionale come Stevens e un dibattito acceso sull'AIPAC, in una corsa che riguarda l'identità stessa del partito. Al dibattito McMorrow ha cercato una via di mezzo, dicendo che "le persone non possono permettersi di aspettare una rivoluzione che potrebbe non arrivare mai", mentre El-Sayed ha replicato che "la rivoluzione di sicuro non arriverà se non lottiamo per ottenerla". Il momento più discusso è stato il silenzio di Stevens su una domanda sui contributi dell'AIPAC: secondo il New York Times ha parlato per 160 parole senza mai rispondere.


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Vivere in un castello da ventotto generazioni


Ludovica Sannazzaro, attrice e creator digitale, racconta con ironia la sua vita da castellana del XXI secolo nella tenuta di Giarole
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C’è un cartello, appeso a una porta pesante in un corridoio silenzioso del Monferrato, con una scritta in tedesco che recita Tür zu (porta chiusa). Non è un semplice reperto bellico, ma il simbolo di una resistenza d’altri tempi: quella della prozia Nina Maria Adelaide che durante l’occupazione nazista vietò ai soldati di entrare nelle sue stanze private con una tale fermezza che nessuno osò mai varcare quella soglia. Ottant’anni dopo, quel cartello è diventato uno dei tanti “punti di accesso” a un mondo che sembrava perduto. Oggi, a raccontare questa e mille altre storie tra le mura del Castello Sannazzaro di Giarole, c’è una ragazza di 24 anni che ha sostituito la resistenza silenziosa con la potenza della comunicazione digitale.

Ludovica Sannazzaro, attrice e creatrice del progetto social “The Castle Diary”, è la ventottesima generazione di una famiglia che abita questa fortezza fin dalla sua fondazione nel 1163. Quella della prozia Nina è solo una delle innumerevoli gemme storiche che Ludovica ha riportato alla luce, trasformando la sua casa in un caso mediatico internazionale. La sua missione è semplice ma ambiziosa: dimostrare che vivere in un castello non significa essere rimasti fermi al Medioevo, ma essere i custodi di un patrimonio che merita di diventare un’esperienza collettiva.

La nascita di un diario virale

Il progetto è nato quasi per scommessa nel 2021, in un momento in cui l’estetica regency di serie tv come Bridgerton stava colonizzando l’immaginario dei giovani. Ludovica Sannazzaro, guardando le stanze in cui è cresciuta, ha intuito che c’era un vuoto da colmare tra la fantasia e la realtà. «Mi sono proprio chiesta se le persone sanno dell’esistenza di una realtà tipo la mia, di persone che vivono in dimore storiche appartenute alla famiglia da così tanto tempo», ha raccontato a L’Unica. «O se invece l’idea generale è quella che chi vive nel castello deve essere per forza la famiglia reale».

I primi video, realizzati con la spontaneità di chi vuole sfidare gli stereotipi, hanno subito intercettato un pubblico vastissimo, curioso di scoprire se dietro i ponti levatoi esistesse davvero una vita normale. «Le persone non sapevano esattamente come potesse essere, non conoscevano questo tipo di vita e non riuscivano neanche a capirlo all’inizio, non riuscivano a collocarlo», ha detto ancora Sannazzaro, che ha così iniziato sui social la serie “Come la gente pensa/Com’è realmente”.

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Oltre gli stereotipi

Uno dei pilastri del lavoro di Ludovica Sannazzaro è la capacità di rispondere con ironia alle domande più assurde. Il mito più difficile da sfatare? «Una delle credenze che mi ha stupito di più è quella legata al personale di servizio. O come spesso l’hanno chiamato, la servitù», ha ricordato. «Spesso si spingevano anche oltre, immaginando scenari da romanzo gotico per Maria, la nostra storica collaboratrice della famiglia: c’è anche chi mi ha chiesto se la lasciavamo chiusa nelle prigioni, se le davamo da mangiare... Cose veramente assurde. Ragazzi, avete visto veramente troppi film e troppe serie». Attraverso i suoi reel, Ludovica ha normalizzato la vita senza però intaccare il fascino di una dimora che resta un «bambinone enorme e vecchiotto» da curare con amore e fatica.

Il triangolo amoroso nascosto in un divano

Ma è scavando negli archivi e tra gli affreschi, spesso stimolata dalle domande dei suoi follower, che Ludovica ha riscoperto la vera anima del castello. Una delle storie più amate riguarda un antico divano rotondo nella sala da ballo, testimone di una gelosia d’altri tempi. Protagonisti sono l’antenato Giacinto e le sue due mogli: Gabriella, l’amore di gioventù morta prematuramente, e Aline, la seconda consorte.

Gabriella e Giacinto avevano fatto inserire i loro stemmi intrecciati in un mosaico sul pavimento. «Quando Giacinto si risposa con Aline, lei non ha nessuna voglia di vedere lo stemma dell’ex moglie al centro della sala più importante del castello», ha raccontato Ludovica. «Quindi fa costruire questo divano rotondo che è esattamente del diametro del cerchio dove sono inseriti i due stemmi per coprire e nascondere completamente le tracce della moglie precedente». La scoperta dei diari segreti di Aline nell’archivio di famiglia ha poi rivelato il lato umano di questa donna, passata dal desiderio del convento alla felicità di una nuova famiglia: «Leggendoli vedi una donna che all’inizio non è molto convinta di questa piega che la sua vita ha preso e poi piano piano si trasforma. È un modo diverso di scoprire la storia nazionale e del territorio».

Un’attrice tra due mondi

Ludovica Sannazzaro però non ha mai rinunciato alla sua carriera artistica. Diplomata in America nel 2022, ha calcato palchi importanti, dal debutto milanese per il Ballo del Ceppo di Harry Potter fino al recente tour nazionale con il musical Lupin.

Questa doppia anima, attrice e creator, le permette di dare un taglio unico alla narrazione del Monferrato. «Una cosa di cui sono molto fiera è il modo in cui riesco a comunicare, a raccontare queste storie che permette a tanta gente di farne parte». Il suo lavoro sui social non è soltanto intrattenimento, ma una forma di moderna tutela culturale che attira turisti ed eventi a Giarole, sostenendo l’attività di famiglia che comprende un bed and breakfast e un’azienda agricola.

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Il futuro: un ponte tra storia e fantasy

Per Ludovica, il Castello Sannazzaro non è una proprietà privata da recintare, ma un libro aperto. Sta lavorando a un nuovo format che unisca storia e fantasy, cercando linguaggi sempre nuovi per coinvolgere le generazioni più giovani. Il suo obiettivo finale resta quello di far sognare, mantenendo però i piedi piantati nella realtà: «La cosa che mi piace di più è essere riuscita a far rivivere una realtà storica reale. Voglio continuare a renderla accessibile e vivibile a tutti quanti».

Così, tra una prova a teatro e un video montato nella sua camera, Ludovica Sannazzaro continua a scrivere il suo diario. Un diario dove il cartello Tür zu della prozia Nina Maria non serve più a chiudere fuori il mondo, ma a invitare tutti a scoprire quanto possa essere contemporanea una storia iniziata quasi mille anni fa.

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Da Bra una scuola per la Cisgiordania


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Il 13 aprile 2026 cinquantacinque bambine e bambini hanno varcato per la prima volta la soglia della loro nuova scuola. Fino a quel giorno, per studiare, percorrevano fino a cinque chilometri in un territorio segnato dagli insediamenti illegali israeliani e da una violenza che non risparmia nemmeno i percorsi quotidiani verso un’aula. Khallet Taha è un piccolo villaggio nel sud della Cisgiordania, vicino alla città di Dura, nel governatorato di Hebron, Palestina. Oggi ospita un edificio semplice ma completo: quattro aule scolastiche, uno spazio per l’infanzia, laboratori di informatica e scienze, servizi igienici, un cortile. Si chiama scuola Juzoor (“radici”, in arabo) ed è il risultato di un’iniziativa nata con il sostegno della città di Bra.

A seguire il filo che unisce il Roero alla Cisgiordania è Luigi Bisceglia, bresciano di origine, che da 15 anni vive a Gerusalemme. Lavora per il VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo), per il quale è coordinatore regionale per il Medio Oriente, e insegna economia aziendale e metodologia della ricerca all’università locale. È lui ad aver accompagnato, nel giugno del 2022, il gemellaggio tra il Comune di Bra e il Comune di Betlemme. «Vivendo qui e avendo ottimi rapporti con la comunità braidese, per me era la cosa più normale del mondo dare una mano ai due comuni», ha raccontato.

L’incontro con gli studenti

Dopo l’eccidio del 7 ottobre 2023, quella rete di relazioni è diventata il canale attraverso cui una comunità ha trasformato la preoccupazione in azione concreta. Bisceglia ha cominciato a tenere incontri online per spiegare la situazione, finché non è stato invitato fisicamente a Bra. Nell’ottobre del 2024, il coordinatore del VIS ha così incontrato in due giorni 600 studenti degli ultimi anni di tutte le scuole della città, insieme alla giornalista e scrittrice Paola Caridi. La Consulta Giovanile di Bra ha preso parte attiva al dibattito, ragionando sul significato della pace. «Sul palco coinvolgevamo i ragazzi direttamente», ha ricordato Bisceglia a L’Unica.

L’idea della scuola, però, è arrivata da dove meno ci si aspettava: dai bambini di una scuola dell’infanzia di Bra. «Come facevi a dire di no?», ha commentato Bisceglia. Il messaggio che il progetto voleva lanciare era chiaro: «Costruire una scuola non è solo ricostruire ciò che è stato distrutto, ma è anche ricostruire la speranza. Volevamo dire ai bambini e ai ragazzi palestinesi che noi in Italia pensavamo a loro, che eravamo pronti a fare un gesto concreto».

La raccolta di fondi

Il gesto concreto ha richiesto mesi di raccolta fondi e una mobilitazione che ha coinvolto l’intera provincia. Il Comune di Bra ha votato all’unanimità in Consiglio comunale uno stanziamento di 10 mila euro dall’avanzo di bilancio 2024. Il Credito Cooperativo di Cherasco ha contribuito con 5 mila euro. Altre associazioni si sono aggiunte con cifre tra i 2 mila e i 5 mila euro. Ma la parte più significativa della raccolta – oltre cinquecento donatori – è arrivata sotto forma di contributi tra i 10 e i 50 euro. «Famiglie, individui, bambini hanno creduto fortemente in questa scuola», ha detto Bisceglia. E così in breve tempo si è arrivati a raccogliere 70 mila euro, importo minimo per cominciare i lavori.

Il terreno su cui sorge l’edificio è stato donato gratuitamente dalle famiglie della comunità di Khallet Taha, che hanno finanziato anche i lavori di sbancamento e il muro di contenimento. «È un legame bellissimo tra due comunità che supportano i loro bambini», ha osservato il coordinatore. I lavori sono partiti il 26 novembre 2025 e la prima fase si è conclusa il 31 gennaio 2026. Poi, il 28 febbraio, lo scoppio del conflitto tra Israele e Iran ha costretto alla chiusura di tutte le scuole della Cisgiordania. Solo il 12 aprile è stato possibile riaprire, e il giorno successivo si è tenuta l’inaugurazione.
Il cantiere della scuola
Nel frattempo, la comunità locale non si è fermata. Le famiglie di Khallet Taha, soddisfatte del risultato, hanno acquistato di tasca propria i climatizzatori e le telecamere di sicurezza dell’edificio. Questo risparmio inatteso ha permesso di destinare fondi aggiuntivi alla costruzione del parco giochi, la cui realizzazione è prevista entro luglio. «La collaborazione continua», ha sottolineato Bisceglia. «Non è un nostro progetto: è loro, e noi ci siamo messi al servizio di tutto questo».
I bambini e le bambine a scuola
Le tensioni locali

Il contesto in cui la scuola nasce è tutt’altro che stabile. L’Autorità Palestinese (AP) attraversa una crisi economica e finanziaria senza precedenti: i fondi trattenuti da Israele – circa ottanta milioni di dollari al mese di IVA e dazi doganali che Israele è tenuto a versare all’AP in base al Protocollo di Parigi allegato agli Accordi di Oslo – sono congelati dal maggio del 2025. Il risultato è che gli insegnanti della Cisgiordania vengono pagati al cinquanta per cento una volta ogni due mesi, e i bambini vanno a scuola due o tre giorni alla settimana. «Per la prima volta in quindici anni ho incontrato bambini di otto anni che non sapevano leggere e scrivere», ha detto Bisceglia. «Garantire anche solo quei due o tre giorni è fondamentale».

Inoltre, dalla scuola di Khallet Taha si vedono, in posizione sopraelevata, due insediamenti illegali israeliani. «Strategicamente gli insediamenti sono costruiti in Cisgiordania per erodere porzioni di territorio e separare le città palestinesi l’una dall’altra», ha aggiunto il coordinatore. «Chiunque arrivi con i propri occhi lo vede. E non è avere un sentimento contro qualcuno: è rendersi conto di quello che accade nella realtà». Nonostante questo, la scuola sorge in un’area controllata dall’AP (le cosiddette aree A e B, istituite dagli Accordi di Oslo) e pertanto non può essere demolita dall’esercito israeliano, come invece potrebbe succedere se sorgesse sull’area C, quella parte di Cisgiordania amministrata dalle autorità di Israele e che rappresenta il 59 per cento del territorio occupato palestinese.

Nonostante tutto, la Rete Cuneese per la Palestina e il VIS guardano già oltre. «A maggior ragione è proprio adesso che non si abbandonano le persone, in particolare i bambini», ha detto Bisceglia. Il prossimo obiettivo è la scuola Aisha Khalil, nel distretto di Yatta, dove il piano terra è già stato realizzato con fondi della cooperazione italiana: mancano ancora le aule per 70 o 80 bambini (la raccolta fondi è appena partita ed è già possibile contribuire a questo link).

Questa puntata di L’Unica Cuneo termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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SpaceX vuole lanciare Starlink Mobile come operatore telefonico negli USA


Concorrenza diretta a Verizon, AT&T e T-Mobile.
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In breve:


SpaceX ha comunicato agli investitori, durante il roadshow dell'IPO, che sta valutando il lancio di un servizio mobile retail negli Stati Uniti con contratti diretti ai consumatori. Significherebbe competere contro Verizon, AT&T e T-Mobile, i tre operatori dominanti. Finora Starlink aveva scelto un approccio B2B, cedendo l'accesso ai suoi satelliti agli operatori esistenti per coprire le zone rurali e prendendo una quota sui ricavi generati da quei clienti. Il cambio di rotta arriva dopo l'acquisizione per 17 miliardi di dollari dello spettro radio di EchoStar lo scorso settembre. Il nodo critico è lo spettro: SpaceX dispone di 65 MHz contro i circa 1.020 MHz dei tre operatori principali.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

SpaceX plans to launch Starlink mobile service in the US - Ars Technica
Move would test whether group can turn ambition into a mass-market phone business.
Ars Technica


Alternativa in italiano:

SpaceX diventerà un operatore telefonico mobile?
SpaceX potrebbe offrire la connettività mobile terrestre direttamente agli utenti statunitensi o tramite partner, diventando un operatore virtuale.
Punto Informatico

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Ford riassume ingegneri veterani dopo che l'IA che doveva sostituirli non ha avuto buoni risultati


Richiamati 350 specialisti per ridurre difetti e richiami.
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In breve:


Ford ha riassunto 350 ingegneri esperti, alcuni ex dipendenti e altri provenienti dai fornitori, dopo che i sistemi automatizzati e l'AI non hanno raggiunto i livelli di qualità attesi. Il chief operating officer ha ammesso che l'azienda aveva riposto troppa fiducia nei sistemi automatizzati di controllo qualità, con risultati deludenti. Il vicepresidente dell'ingegneria hardware ha dichiarato esplicitamente che credevano bastasse introdurre l'AI e caricare i requisiti di progettazione per ottenere un prodotto di qualità. Questi tecnici veterani, soprannominati internamente "gray beard", individuano i punti critici prima che un componente arrivi in fabbrica e formano il personale più giovane, oltre a riprogrammare gli strumenti AI.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Ford rehires ‘gray beard’ engineers after AI falls short | TechCrunch
"Mistakenly we thought that by just introducing artificial intelligence ... that would produce a high-quality product.”
TechCrunchAnthony Ha


Alternativa in italiano:

Ford riassume 350 ingegneri "gray beard": quando l'AI non basta - AI News
Ford ha ammesso pubblicamente di aver puntato troppo sull'intelligenza artificiale per il controllo qualità dei veicoli, licenziando ingegneri esperti che poi ha dovuto richiamare. Negli ultimi tre anni il costruttore ha riassunto 350 veterani, ottenendo il primo posto nel ranking JD Power dopo 16 anni di assenza.
AI News

Questa voce è stata modificata (3 giorni fa)
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La svedese Polestar vietata negli USA dal 2027 per via dei legami con la Cina


Polestar è proprietà di Volvo, a sua volta proprietà del gruppo cinese Geely.
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In breve:


Il Dipartimento del Commercio USA ha vietato a Polestar la vendita di veicoli dal model year 2027 in poi, inclusa la Polestar 7 prevista per il 2028. Il motivo è la presenza di tecnologia connessa di origine cinese: Polestar è controllata da Volvo, a sua volta di proprietà del gruppo cinese Geely. L'azienda ha comunicato il divieto tramite un filing SEC e ha annunciato che sposterà la produzione in Europa. Nei mercati USA continuerà a vendere le scorte esistenti di Polestar 3 e Polestar 4 e a fornire assistenza ai clienti. Volvo, invece, ha ottenuto a maggio un'autorizzazione speciale per continuare a vendere, dopo aver discusso direttamente la questione con il bureau competente. Il caso Polestar si inserisce in una campagna più ampia: lo stesso mese il Dipartimento ha comminato una multa da 36 milioni di dollari a Bosch per aver esportato sensori e software automotive a Huawei.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Polestar Faces a Ban on Selling Its EVs in the US
Automaker Polestar will not be allowed to sell its 2027 models and beyond in the US after the US Department of Commerce's Bureau of Industry and Security banned those sales over concerns about Chinese-made connected technology. And the company has no plans to return.
cnet.com


Alternativa in italiano:

Gli USA dicono no a Polestar, sì a Volvo: stessa proprietà, esiti opposti
Il Bureau of Industry and Security degli Stati Uniti nega a Polestar l'autorizzazione a vendere auto nuove dal model year 2027 per la proprietà cinese di Geely, mentre Volvo ottiene il via libera nonostante lo stesso azionista
Greenmove

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L'amministrazione Trump allenta il ban sui modelli Anthropic


Dopo due settimane di trattative.
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In breve:


L'amministrazione Trump ha parzialmente revocato il divieto imposto ai modelli AI di Anthropic: Mythos 5 torna accessibile a decine di aziende e partner governativi considerati affidabili. Il ban era scattato due settimane fa quando ricercatori di Amazon avevano trovato un modo per aggirare i filtri di sicurezza di Fable 5, la versione general-purpose di Anthropic. Fable 5 resta bloccato, e Mythos 5 rimane inaccessibile a chi non è partner certificato. Il Dipartimento del Commercio e Anthropic hanno condotto due settimane di trattative, al termine delle quali Anthropic si è impegnata a collaborare con il governo su protocolli e standard per i modelli coinvolti. Nel frattempo, anche OpenAI ha ritardato il lancio pubblico di GPT-5.6, per gli stessi motivi.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Trump Administration Rolls Back Part of Anthropic Model Ban - WSJ
The government is allowing trusted partners to access the Mythos 5 model following a two-week restriction that rattled the tech industry, The government is allowing trusted partners to access the Mythos 5 model following a two-week restriction that rattled the tech industry
The Wall Street JournalAmrith Ramkumar


Alternativa in italiano: non pervenuta

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Zuckerberg vuole lavorare con Polymarket e Kalshi per la sua prediction market app


Target: 100 milioni di utenti attivi mensili.
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In breve:


Zuckerberg ha chiesto ai suoi dirigenti di esplorare partnership con Polymarket e Kalshi. Lo riportano tre dipendenti Meta che hanno parlato in anonimato. L'obiettivo è un'app di mercati predittivi che Meta sta costruendo internamente: si chiama Arena, punta a 100 milioni di utenti attivi mensili e usa punti in stile videogioco al posto di scommesse in denaro reale. Il target dichiarato è la fascia 18-34 anni. Zuckerberg la considera una priorità assoluta. Come potrebbero funzionare eventuali accordi con Polymarket e Kalshi resta da definire. Sullo sfondo, i mercati predittivi sono sotto pressione legale crescente: ad aprile un membro delle forze speciali statunitensi è stato incriminato per aver usato informazioni riservate per scommettere su Polymarket, guadagnando oltre 400.000 dollari.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Zuckerberg Urges Meta to Explore Working With Polymarket and Kalshi
Mark Zuckerberg, Meta’s chief executive, has urged his lieutenants to explore partnerships with the popular prediction markets Polymarket and Kalshi as his company builds a similar app, three employees with knowledge of the matter said.
nytimes.com


Alternativa in italiano: non pervenuta

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dk10x37 - Intanto, in Germania...


LLM contro giornalismo, il caso di uno scandalo tedesco.
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Ascolta l'episodio su Spreaker.com

Qualche giorno fa mi ha divertito leggere di quello che qui in Germania è uno scandalo: si è scoperto che l'ex editore e caporedattore e ora opinionista del Tagesspiel di Berlino, tale Carl-Andreas Casdorff, ha usato l'"Intelligenza Artificiale" per scrivere i suoi pezzi d'opinione.

Non ridete, qui in Germania non hanno quelli del Foglio, e la professione giornalistica ha ancora una certa dignità , almeno per ora. (A proposito, come va il Foglio AI? Hanno già decuplicato le copie e decimato i costi?)

Ad ogni modo, scoperta la cosa la direzione del Tagesspiel ha rimosso dal sito l'articolo incriminato e altri sospetti mentre indagano, sospendendo temporaneamente l'opinionista che ha fatto il doveroso mea culpa:

«Ho commesso un errore madornale, danneggiando la reputazione della testata e la mia. Per questo porgo le mie più sincere scuse. Nei testi ho utilizzato l’"Intelligenza Artificiale". Avrei dovuto chiarirlo e, di conseguenza, non avrei dovuto consentirne la pubblicazione».
dw.com, 21 giugno 2026


Casdorff evidentemente incarna lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, perché negli stessi giorni un'altra testata, la Frankfürter Allgemeine Zeitung (FAZ) di Francoforte, ha rimosso dal sito il corsivo rilasciato da premier della Turingia, anche quello scritto con la cosiddetta "Intelligenza Artificiale", cioè con un modello linguistico.

E siccome in Italia siamo cialtroni mentre in Germania sì che sono gente seria, sulla questione è sceso in campo nientemeno che Mathias Döpfner, il CEO di Axel Springer.

Il quale buontempone, per stigmatizzare la decisione della FAZ, non ha trovato di meglio che chiedere anche lui a un modello linguistico un commento polemico che accusava la FAZ di rifiutare le tecnologie moderne, e paragonava la loro decisione a "un tentativo disperato della lobby delle carrozze per proibire le automobili".

Sono sicuro che Herr Döpfner pensa di essere molto furbo e intelligente, e infatti fa il CEO. Io però penso che si tratti solo di un sussiegoso imbecille, e che nello specifico, la sua profondità di analisi sulla questione tecnologica è inferiore a quella reperibile in un ragazzo del liceo.

Il cosiddetto "rifiuto delle nuove tecnologie" è l'argomento del padronato dall'invenzione del telaio a vapore, e dopo secoli come argomento è ancora una cagata pazzesca.

Il punto è che nessuno "rifiuta" (si sentono le virgolette?) le nuove tecnologie, per il semplice fatto che l'accettazione di una tecnologia è una scelta sociale, senza nessuna inevitabilità. La storia è piena di tecnologie che come società abbiamo semplicemente scelto di scartare.

La schiavitù, il lavoro minorile, la servitù debitoria come quelli di Downton Abbey, l'amianto, le armi chimiche, le mine antiuomo, la sorveglianza indiscriminata, certi farmaci, penso al talidomide, certi diserbanti, certe modifiche genetiche negli alimenti, negli animali e nell'uomo…

La questione della inevitabilità di certe tecnologie, il "questo è il futuro, adeguatevi o estinguetevi" nasce dall'incontro fra il libertarismo degli anni '60 statunitensi, e il libertarismo capitalista, quella che è stata battezzata "ideologia californiana".

Per una dimostrazione rapida di quello che sto dicendo, potete semplicemente ricordare che gli stessi argomenti (e spesso le stesse persone) che oggi sostengono l'inevitabilità dei modelli linguistici spacciati per "Intelligenza Artificiale" soltanto ieri venivano usati paro paro per dire che era inevitabile il Metaverso. E l'altro ieri venivano usati per la blockchain.

O, se volete fare gli sciccosi, potete rispolverare un Keynes d'annata (1930) e la sua previsione che la settimana lavorativa nel 2030 sarebbe stata di 15 ore.

Chi la mena con "il futuro sarà così e cosà", vuole soltanto vendere qualcosa, non foss'altro che se stesso come "futurologo". Che poi è solo un astrologo meno fantasioso, ma è pur sempre meglio che lavorare.

A questo punto entra in gioco anche una ricercatrice, Vera Katzenberger dell'università di Lipsia, che dice che il caso di Casdorff è importante perché fa vacillaree la fiducia nel giornalismo; il pubblico legge i giornali per l'esperienza o le prospettive di certi autori, e se i corsivi sono generati dall'"Intelligenza Artificiale", c'è un'interferenza nel modo in cui si forma la pubblica opinione; il pubblico potrebbe sentirsi ingannato.

E fin qui non ho niente da dire, ma poi la Katzenberger specifica:

Questo è un problema perché l'"Intelligenza Artificiale" non ha valori, non ha posizioni politiche, e non ha senso di responsabilità.
(ibid.)


Eh no. Uno su tre, da una ricercatrice ci aspettiamo di più.

Come sempre, il problema è il linguaggio con cui parliamo della cosidetta "Intelligenza Artificiale". Intanto è sbagliato e controproducente chiamarla così, noi stiamo parlando di modelli linguistici, cioè di motori statistici per la generazione di testi plausibili.

O, se vogliamo usare la mia nomenclatura preferita, stiamo parlando di generatori di stronzate. Che i testi siano plausibili non toglie niente al fatto che sono testi generati tirando dei dadi.

E poi ci si ostina a usare un linguaggio antropomorfico, a parlare dei modelli linguistici come se stessimo parlando di persone.

Un modello linguistico, che è un programma, non "ha" caratteristiche nel senso in cui le ha un essere umano, o un qualunque essere vivente, che possa è solo il delirio di quelli che fanno della tecnologia una religione; e dei pubblicitari, che ti dicono che il frigorifero, il deodorante o la berlina che devono vendere ha un "carattere".

Un modello linguistico al massimo può esibire dei bias nel modo in cui avviene la generazione del contenuto, se il bias è presente nei dati di addestramento o è fornito esplicitamente come istruzione (i cosiddetti"guardrail" non sono altro che indirizzamenti preferenziali dei risultati del motore).

Una piccola spiegazione tecnica. I modelli linguistici sono una applicazione delle tecniche chiamate di "machine learning": a un programma vengono forniti dei dati e il programma "apprende" (si sentono le virgolette?) cioè individua relazioni ricorrenti fra quei dati. Fornite dieci milioni di foto di gatti al machine learning, e il programma riesce a individuare se c'è un gatto in una nuova.

Il programma ha capito cosa sia un gatto? Certo che no. Sa soltanto come sono distribuiti i colori e le forme nelle foto di gatti che ha visto. Fornite una nuova foto, e il programma dirà se la foto contiene un gatto. A volte la risposta sarà corretta.

Fornite qualche al programma qualche miliardo di pagine scritte, e il programma ricostruisce dagli esempi che riceve le regole che governano la costruzione di frasi di senso compiuto.

Il programma ha imparato a parlare e a rispondere? No. Ma ha analizzato abbastanza domande e risposte da poter costruire una frase di risposta quando gli date una frase di domanda. A volte, la frase di risposta è di senso compiuto, e a volte è addirittura giusta.

Il programma esegue le stesse istruzioni, sia per fornire una risposta che noi riconosciamo come giusta, sia per una risposta che noi riconosciamo come sbagliata. Nel programma non c'è alcuna conoscenza, o modello del mondo, o vincolo di realtà. Il programma genera frasi, è l'utente che le valuta rispetto alla realtà.

Quindi sì, ovvio che il programma non ha alcun senso di responsabilità, il programma vede solo le correlazioni fra le parole della lingua che parliamo, e il senso di responsabilità non è lì più di quanto sia in una moneta lanciata o in una pallina della roulette, che pure, se prendiamo per buoni i ragionamenti dei techbro, anche loro decidono cose.

Un altro piccolo intermezzo tecnico.

Il Machine Learning funziona. Ma la qualità del suo funzionamento si basa sulla qualità dei dati di input. Il vecchio adagio "Garbage In, Garbage Out" vale per i modelli linguistici di oggi come per i programmi FORTRAN o COBOL di sessant'anni fa.

Prima di creare DataKnightmare, per un breve periodo ho pensato di poter fare Data Science. E quindi avevo creato la mia metodologia che avevo chiamato Ottuplice Via alla Data Science, sulla falsariga dell'ottuplice via per la virtù nel Buddismo.

I primi tre passi erano:

  1. corretta scelta delle fonti, cioè da dove raccogliamo i dati
  2. corretta raccolta dei dati, cioè quali dati prendiamo fra quelli disponibili
  3. corretta validazione dei dati raccolti, cioè controllare che i dati siano nel formato richiesto e abbiano i valori che ci aspettiamo. Per dire, una data è una data, ma giorno-mese-anno o mese-giorno-anno o anno-mese-giorno?

Ora, il punto era semplice. Non basta prendere dei dati. Occorre sapere che dati sono, come sono stati raccolti, occorre controllare eventuali errori o parzialità nella raccolta.

Questo è il motivo per cui ho mollato la Data Science: io parlavo di una disciplina, i dirigenti dicevano "boh, abbiamo questi dati, cerchiamo di farci qualcosa, e già che ci siamo facciamo in modo che questo qualcosa ci dica quello che vogliamo sentire".

Perché è facile dire che l'azienda è data driven, ma se il dirigente dice una cosa e la statistica dice l'opposto, che figura ci fa il dirigente?

Io vedevo i dati come strumento di indagine della realtà e guida nelle decisioni. I dirigenti vedevano qualcosa con cui giustificare le proprie decisioni ammantandole di una oggettività che non avevano.

Detta come va detta: la quasi totalità degli archivi aziendali non vale assolutamente nulla ma può essere usato per giustificare una cosa o il suo opposto, per il fatto che non c'è alcun controllo sulla qualità dei dati raccolti.

A questo punto cosa possiamo dire dei modelli linguistici come applicazione del Machine Learning? Il loro input è indiscriminatamente tutto il testo, di qualsiasi tipo, reperibile su Internet. E su Internet sappiamo che c'è tutto e il contrario di tutto. Ma non in parti uguali.

Ci sono materiali dettagliati, precisi, rigorosi, per produrre i quali qualcuno ha studiato e lavorato per anni.

E ci sono stupidate, cose volutamente finte, teorie della cospirazione, deliri, forum di sciroccati e neonazisti, cose che mi ha detto mio cuggino che lui ne capisce, eccetera eccetera.

Queste ultime sono enormemente più diffuse rispetto ai primi, ma il modello linguistico ingurgita tutto senza distinguere, e poi fa la media. Anche senza essere esperti di qualità dei dati, che livello di qualità avrà il risultato?

Quando dico che i modelli linguistici sono l'applicazione più stupida e bruta del machine learning, intendo questo.

Quello a cui vi rivolgete cercando risposte per la vostra vita, per la vostra salute, per il vostro lavoro e che chiamate "Intelligenza Artificiale" perché di quello vi hanno detto che si tratta, non è altro che la media pesata di tutto quello, fiori e merda, che si trova su internet, frullata, dolcificata, colorata del vostro colore, e impiattata, e voi ve la mangiate come se fosse una prelibatezza.

Non sto dicendo che siete stupidi, sto dicendo che vi hanno preso per il culo e vogliono continuare a farlo ma a pagamento.
Potete anche smettere di dargli retta.

OK, scusate la digressione ma le cose vanno capite, ora torniamo a bomba. La ricercatrice di Lipsia ci dice che il problema è che:

...l'"Intelligenza Artificiale" non ha valori, non ha posizioni politiche, e non ha senso di responsabilità.
(ibid.)


Abbiamo capito che "Intelligenza Artificiale" è un nome fuorviante, ma comunque la sola traccia di "senso di responsabilità" in un modello linguistico possono essere al massimo (dico al massimo perché poi esiste Grok) le cosiddette "guardrails", quelle istruzioni a posteriori che dovrebbero (il condizionale ipotetico è d'obbligo) impedire che il modello linguistico vi spieghi come produrre un'arma chimica o si metta a fare discorsi neonazisti.

Sappiamo benissimo che i guardrail funzionano solo nella mente di chi deve venderli, perché vanno contro al fatto ineludibile che un motore statistico funzionerà come un motore statistico anche se gli diciamo di non farlo. I "guardrail" sono come scrivere "non uscire" su cinque facce di un dado e sperare che grazie a questo esca sempre la sesta. Davvero, è questo che vi stanno vendendo.

E i valori, e le posizioni politiche? Quelli rifletteranno i dati di input, e quindi saranno fortemente a favore dei valori e delle posizioni numericamente più ripetute, giuste o sbagliate che siano. Aprite instagram o qualsiasi social e fatevi iun'idea.

Come ciliegina sulla torta, poi, c'è sempre la possibilità che il padrone del modello linguistico metta degli altri "guardrail" a difesa dei valori e delle posizioni politiche che preferisce, o che gli fanno comodo. E naturalmente non è tenuto a farne parola con chicchessia.

Ecco. Per come la vedo io, il problema non è che il modello linguistico non ha valori o posizioni politiche. Il modello linguistico riflette come minimo i valori e le posizioni più presenti in rete, e già quello è un problema. E magari ha anche qualche ulteriore aiutino. Considerare uno strumento del genere come politicamente neutro è pura follia.

E non basta. Perché c'è già uno studio che mostra come anche solo usandolo per una stesura iniziale, il modello linguistico influenza il linguaggio che comparirà nella versione finale, sia dal punto di vista stilistico, che di vocabolario, che di contenuti.

Un corsivista che si lascia imboccare dal modello linguistico foss'anche solo per fare brainstorming o per usarlo come userebbe un ascoltatore umano, sta accettando di essere condotto, lentamente ma inesorabilmente, nel migliore dei casi verso valori e posizioni medi accettabili, e nel peggiore, verso valori e posizioni preferiti dal padrone del modello linguistico.
Gaslighting as a Service, ma che bella idea.

Il modello linguistico non si stanca mai, parla e risponde come una persona, e noi ci siamo evoluti per ascoltare le persone, non per trattarle come oggetti. Quindi quando il modello ti mette di fronte a un argomento che magari non avresti mai usato, tu non rifiuti a priori, lo giri e lo rigiri, cambi un po' lo stile e magari te lo fai andare bene. In altre parole hai deciso cosa pensi con un lancio di dadi, magari pure truccati.

Non mi piace dire cose ovvie, ma c'è questa bella citazione da Dune, di Frank Herbert:

Un tempo, gli uomini affidarono alle macchine il compito di pensare per loro nella speranza che ciò li rendesse liberi. Ma ciò permise solo ad altri uomini che possedevano le macchine di ridurli in schiavitù.


Compite un atto rivoluzionario: pensateci.

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La fonte di informazione americana più affidabile è il canale del meteo


Un sondaggio di YouGov conferma che la fiducia nei media è bassa, in calo e divisa per appartenenza politica. The Weather Channel resta in testa, Fox News e Breitbart in fondo
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Negli Stati Uniti la fonte di informazione di cui gli americani si fidano di più non è un grande giornale né una rete televisiva, ma il canale del meteo. Lo dice un sondaggio dell'istituto demoscopico YouGov, che ogni anno misura la fiducia degli americani in decine di testate e che nel 2026 conferma un quadro già visto: la fiducia nei media è bassa, in calo per quasi tutte le fonti e profondamente segnata dalla politica.

Per misurare la fiducia, YouGov ha chiesto a un campione di adulti se considerino ogni testata affidabile o inaffidabile e poi ha calcolato un punteggio netto, cioè la differenza tra la quota di chi la giudica affidabile e quella di chi la giudica inaffidabile. Con questo metodo The Weather Channel, il canale televisivo dedicato alle previsioni meteorologiche, resta in cima: gli americani sono 50 punti percentuali più propensi a definirlo affidabile che inaffidabile. Lo seguono PBS, la rete televisiva pubblica (+26), e il Wall Street Journal (+22). The Weather Channel è la fonte più affidabile in tutte le rilevazioni dal 2022 a oggi.

In fondo alla classifica ci sono Breitbart News (-12), il sito di destra fondato dall'ex stratega di Trump Steve Bannon, One America News (-10) e Fox News (-10), le due reti vicine al mondo conservatore.

Sondaggio · Stati Uniti
Il canale del meteo è la fonte di notizie più affidabile per gli americani
25-26 maggio 2026 · 2.102 adulti (±3%) · YouGov
Focus America

Più sfiducia
Più fiducia

The Weather Channel

+50

PBS

+26

Wall Street Journal

+22

BBC

+20

Associated Press

+20

ESPN

+19

Reuters

+19

Forbes

+18

NPR

+15

TIME

+15

Financial Times

+14

ABC

+12

C-SPAN

+12

NBC

+12

USA Today

+12

New York Times

+11

The Economist

+11

Bloomberg

+10

The Guardian

+8

Newsweek

+7

Business Insider

+7

Yahoo News

+4

Politico

+4

CBS

+4

CNBC

+3

Washington Post

+3

CNN

+3

The New Yorker

+3

The Atlantic

+2

The Hill

+1

New York Post

+1

Axios

+0

Los Angeles Times

+0

ProPublica

−1

National Review

−2

Fox Business Channel

−3

Newsmax

−4

HuffPost

−4

Washington Examiner

−5

People

−5

The Daily Beast

−5

MS NOW

−6

The Daily Caller

−8

Al Jazeera

−8

Comedy Central

−9

Fox News

−10

One America News (OAN)

−10

Breitbart News

−12

Elaborazione di Focus America su dati di YouGov. Fiducia netta: differenza in punti percentuali tra chi giudica la fonte affidabile o molto affidabile e chi la giudica inaffidabile o molto inaffidabile. La linea tratteggiata indica lo zero.

La fiducia media nelle testate è scesa quest'anno a +6, dal +9 del 2025. Il calo più forte tocca CBS, che perde 12 punti, una caduta trainata soprattutto dagli elettori democratici, la cui fiducia nella rete è crollata di 32 punti. Anche MS NOW, il nuovo nome di MSNBC, perde 12 punti: il cambio di nome ha confuso il pubblico, visto che il 34% degli intervistati dice di non sapere quanto sia affidabile, il doppio rispetto al 17% di chi diceva lo stesso di MSNBC un anno fa. Cali importanti riguardano anche Fox News, OAN, la BBC britannica e il Daily Caller.

La fiducia nei media è soprattutto una questione di appartenenza politica. Gli elettori democratici si fidano molto più dei repubblicani sia dell'informazione in generale sia delle singole testate: per 42 delle 48 considerate, tra i democratici prevale la fiducia sulla diffidenza. Tra i repubblicani questo accade solo per 15 testate.

I due schieramenti si fidano di mezzi diversi. I democratici danno più credito a PBS, alla rete NBC e al New York Times, i repubblicani a Fox News, al canale economico Fox Business e a Newsmax, un'altra rete conservatrice. C'è poca sovrapposizione: solo 10 testate su 48, il 21%, raccolgono più fiducia che sfiducia tra gli elettori di entrambi i partiti. Molte di queste si occupano di economia e finanza, come Forbes, il Wall Street Journal, il Financial Times, Business Insider e l'Economist. L'unica testata che entrambi gli schieramenti giudicano più inaffidabile che affidabile è il Daily Caller, sito di destra.

Le due fonti più divisive sono CNN e Fox News. La fiducia nella CNN è di 85 punti più alta tra i democratici che tra i repubblicani, mentre quella in Fox News è di 85 punti più alta tra i repubblicani. I democratici si fidano molto più dei repubblicani anche di PBS, del New York Times, di NBC e della radio pubblica NPR. I repubblicani, oltre a Fox News, danno molto più credito a Fox Business, Newsmax e OAN.

Il calo della fiducia ha toccato entrambi gli schieramenti. Tra i democratici la fiducia media è scesa a +25 dal +31 dell'anno prima, con i crolli maggiori per CBS e MS NOW. Tra i repubblicani è passata a -6 da -1, con le cadute più nette per CNN, il Los Angeles Times, la BBC e Comedy Central.

La diffidenza è ancora più marcata verso i social network. Pur essendo molto usati per informarsi, quasi tutti sono giudicati più inaffidabili che affidabili. YouTube è l'unico a salvarsi, con un punteggio leggermente positivo (+7). I peggiori sono TikTok (-32), Snapchat (-27), Truth Social, la piattaforma fondata da Trump (-24), Facebook (-24) e X (-21). Truth Social e X sono le più divisive: tra i repubblicani Truth Social è il social più affidabile (+12), tra i democratici è il più inaffidabile in assoluto (-46).

Quando si tratta di capire dove gli americani si informano davvero, in testa ci sono i social network (60%) e la televisione (56%), con una netta divisione per età: gli under 45 usano soprattutto i social, gli adulti più anziani la tv. Il 45% dice di aver saputo di una notizia da un amico o un familiare nell'ultimo mese. Seguono i siti di informazione (39%), i motori di ricerca (29%), la radio (28%) e le app di notizie (26%). I giornali di carta si fermano al 14% e i settimanali al 10%.

Cresce intanto la presenza dei contenuti creati con l'intelligenza artificiale. Il 46% degli americani dice di vedere ogni giorno informazioni generate dall'IA, dieci punti in più rispetto al 36% dell'anno scorso. E solo l'11% si dice molto sicuro di saper distinguere una notizia scritta da una persona da una prodotta da una macchina.

Tra le 48 testate, le più usate per informarsi nell'ultimo mese sono Fox News (36%) e CNN (32%), seguite da ABC (29%), NBC (28%) e CBS (26%). Il New York Times è la fonte con un'edizione cartacea più letta, con il 23%. Il pubblico repubblicano è molto più concentrato: il 58% usa Fox News, mentre nessun'altra testata supera il 25%. I democratici si distribuiscono su più fonti, con la CNN al 47% e quote oltre un terzo per ABC, NBC, il New York Times e CBS.

Più degli stessi giornali pesano i social: il 40% degli americani si è informato su Facebook e il 39% su YouTube, mentre il 21% ha usato X, il 23% Instagram e il 17% TikTok. Tra gli aggregatori di notizie spicca Google News, usato dal 32%, davanti ad Apple News (14%) e MSN (11%).

Iniziano a comparire anche i programmi di intelligenza artificiale. Il 10% degli americani dice di essersi informato con ChatGPT nell'ultimo mese, quota che sale al 16% tra gli under 45. Il 7% ha usato Gemini di Google e il 2% Claude di Anthropic.

Il sondaggio ha infine misurato come gli americani percepiscono l'orientamento politico delle testate. Molte più fonti vengono classificate come più di sinistra che di destra rispetto al contrario. Quelle considerate più progressiste sono CNN, MS NOW e il New York Times, mentre Fox News e Breitbart sono giudicate le più conservatrici. Il sondaggio è stato condotto il 25 e 26 maggio 2026 su 2.102 adulti, con un margine di errore di circa 3 punti.

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Le primarie in Michigan si vincono online


Tre candidati millennial si contendono il seggio al Senato puntando sull'attenzione del web. In testa c'è Abdul El-Sayed, dopo le dirette con lo streamer Hasan Piker
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La primaria democratica per il Senato in Michigan, in programma il 4 agosto, è diventata la corsa più "online" degli Stati Uniti. I tre candidati, tutti millennial, passano gran parte del tempo a conquistare l'attenzione sui social più che a stringere mani per lo Stato. È la prova generale di un modo nuovo di fare campagna, basato su quella che gli americani chiamano "economia dell'attenzione": l'idea che vincere un'elezione significhi prima di tutto catturare lo sguardo del pubblico sul web. Lo racconta un reportage di Politico dalla Mackinac Island, dove i candidati si sono ritrovati per il primo dibattito televisivo statewide.

La posta in gioco va oltre il Michigan. Se a novembre i democratici perdessero il seggio contro il probabile candidato repubblicano Mike Rogers, riconquistare la maggioranza al Senato diventerebbe quasi impossibile, e i repubblicani lo sanno. Il Senate Leadership Fund, il super PAC vicino al leader della maggioranza repubblicana al Senato John Thune, ha già prenotato 45 milioni di dollari di spot per Rogers in autunno. Un super PAC è un comitato che può raccogliere e spendere somme illimitate a favore di un candidato, purché non coordinato direttamente con la sua campagna.

La primaria deciderà anche quale Partito Democratico uscirà dalle elezioni di medio termine, dopo la seconda sconfitta contro il presidente Donald Trump e con una base che chiede un cambiamento netto. Due dei tre candidati, l'ex funzionario della sanità pubblica Abdul El-Sayed e la senatrice statale Mallory McMorrow, hanno chiesto un ricambio nella leadership del partito. El-Sayed ha detto di essere l'unico candidato la cui vittoria non andrebbe bene a Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, e McMorrow ha chiesto a Schumer di farsi da parte. La terza candidata, la deputata Haley Stevens, ha invece l'endorsement di Schumer e il sostegno dell'establishment democratico del Michigan. I tre si dividono anche su come limitare l'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione, e sulla sanità: El-Sayed sostiene il "Medicare for All", un sistema sanitario pubblico universale, mentre McMorrow e Stevens preferiscono l'opzione pubblica, cioè un'assicurazione statale che affianca quelle private senza sostituirle.

Una vittoria progressista in Michigan rafforzerebbe la pressione sui vertici del partito. Proprio questa settimana i candidati sostenuti dal sindaco socialista-democratico di New York Zohran Mamdani hanno vinto tre primarie in città, battendo tra gli altri il deputato Adriano Espaillat, presidente del gruppo dei deputati ispanici al Congresso, e infliggendo un colpo a Schumer e al leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries. Un successo della sinistra anche in Michigan indicherebbe che l'ondata populista di sinistra, ribattezzata da alcuni "Tea Party democratico", può contare anche fuori dalla New York più progressista. Il tema pesa molto in Michigan, lo Stato con la più alta percentuale di elettori arabo-americani e con una base sempre più critica verso Israele.

El-Sayed e McMorrow dedicano gran parte della campagna all'economia dell'attenzione, un approccio che secondo molti definirà il futuro delle campagne elettorali americane. Nel 2024 Trump, da sempre abile nel catturare l'attenzione, ha vinto anche grazie alla scelta di puntare sui nuovi media e sui creatori di contenuti su YouTube e Twitch, le piattaforme seguite dai giovani uomini. Sull'altro fronte Mamdani è passato da sconosciuto a sindaco della più grande città americana sfornando video di strada molto cliccati, una tattica adottata anche da El-Sayed.

I numeri dei follower raccontano due strategie opposte. Su X El-Sayed ha circa 136.700 follower, McMorrow oltre 226.500, mentre Stevens ne ha meno di 30.000. La campagna di Stevens accusa gli avversari di puntare troppo sui commenti dei social invece che sulle urne. Per ora la scommessa premia El-Sayed, l'unico dei tre ad aver già corso a livello statale, nel 2018 contro la governatrice Gretchen Whitmer: i sondaggi lo danno primo, con Stevens seconda e McMorrow terza a distanza.

La svolta per El-Sayed è arrivata in aprile, quando ha fatto campagna insieme a Hasan Piker, popolare streamer di estrema sinistra con milioni di follower. Dopo che McMorrow lo aveva criticato per le sue parole sull'11 settembre, i consensi di El-Sayed hanno iniziato a salire. Piker ha detto a Politico che quella mossa è stata "probabilmente l'errore di tutta questa campagna". Lo streamer è una figura controversa anche tra i democratici: ha detto una volta che "l'America si è meritata l'11 settembre", salvo poi scusarsi, e ha condannato la risposta israeliana a Gaza in termini che alcuni hanno definito antisemiti, accusa che lui respinge dicendo di criticare il governo israeliano e non l'identità ebraica. McMorrow ha paragonato Piker a Nick Fuentes, personaggio dichiaratamente di estrema destra e antisemita.

El-Sayed è cresciuto dentro l'economia dell'attenzione. Ha lavorato per Crooked Media, la società di podcast fondata da ex collaboratori di Barack Obama, è stato collaboratore della CNN e ha poi creato una propria casa di produzione per il suo podcast. Dopo la sconfitta del 2024 ha cambiato registro, passando dal professore universitario di Oxford che parlava di "capitalismo razziale" al personaggio in versione "bro": mostra i muscoli, si fa riprendere mentre fa sci nautico e ciclismo e si avvolge nella bandiera americana. Una delle sue frasi più note è la rilettura della celebre battuta di Michelle Obama: "Quando loro vanno in basso, noi non andiamo in alto, li trasciniamo nel fango e li soffochiamo". Il suo patrimonio è salito fino a 1,66 milioni di dollari, ma ha rinviato la pubblicazione della dichiarazione patrimoniale a dopo la primaria.

McMorrow ha invece costruito la sua notorietà sui social prima ancora di entrare in politica. Era diventata un volto nazionale nel 2022 con un discorso virale in cui replicava alle accuse infondate dei repubblicani che la definivano una "groomer", termine con cui i conservatori indicano chi adesca minori. In passato ha lavorato come direttrice creativa per Gawker, sito di gossip oggi chiuso, e come designer per la Mattel sulle automobiline Hot Wheels. I suoi video continuano a funzionare: uno sulla pubblicità del canale sportivo NFL RedZone ha raccolto quasi due milioni di visualizzazioni, un altro sui prezzi personalizzati in base ai dati degli utenti quasi sei milioni. Un gruppo esterno a lei vicino, Yes MI Action Committee, ha previsto di spendere almeno sette milioni di dollari per sostenerla. La sua dimestichezza con il web le si è però ritorta contro: la CNN ha riportato vecchi tweet cancellati in cui criticava il Michigan e l'America profonda, tra cui uno in cui si lamentava del clima dello Stato. Stevens ha subito attaccato, accusandola di parlare male dei cittadini che aspira a rappresentare.

Stevens ha scelto la strada opposta e resta volutamente fuori dalla gara per l'attenzione. Ha un percorso politico tradizionale: è stata la prima parlamentare millennial del Michigan al Congresso e ha conquistato un collegio storicamente repubblicano. I suoi video non diventano virali e quando lo fanno è di solito per immagini che la mettono in difficoltà, come quando è stata contestata alla convention del partito statale in aprile per la sua posizione su Israele e sull'AIPAC, la potente lobby filo-israeliana. Nelle ultime settimane l'establishment del Michigan si è compattato attorno a lei, forse per timore di una vittoria di El-Sayed: oltre all'appoggio di Schumer, ha incassato l'endorsement dell'ex senatrice Debbie Stabenow e una foto con la senatrice Elissa Slotkin, che però resta neutrale. Anche il braccio elettorale dei repubblicani al Senato la prende di mira con video che la ritraggono in modo goffo.

Il tema di Israele e dell'AIPAC attraversa l'intera campagna. Secondo il consulente democratico Rob Flaherty, ex vice della campagna di Kamala Harris nel 2024, in Michigan si è creata una "tempesta perfetta": due candidati molto online, uno podcaster e l'altra abile creatrice di contenuti, una candidata più tradizionale come Stevens e un dibattito acceso sull'AIPAC, in una corsa che riguarda l'identità stessa del partito. Al dibattito McMorrow ha cercato una via di mezzo, dicendo che "le persone non possono permettersi di aspettare una rivoluzione che potrebbe non arrivare mai", mentre El-Sayed ha replicato che "la rivoluzione di sicuro non arriverà se non lottiamo per ottenerla". Il momento più discusso è stato il silenzio di Stevens su una domanda sui contributi dell'AIPAC: secondo il New York Times ha parlato per 160 parole senza mai rispondere.


A New York i tre candidati di Mamdani vincono le primarie democratiche


Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha vinto la sua scommessa. Nelle primarie democratiche di martedì 23 giugno i tre candidati al Congresso che aveva sostenuto hanno conquistato la nomination, due di loro battendo deputati uscenti dati per favoriti. A sei mesi dal suo insediamento, il primo cittadino diventa l'uomo più influente della politica newyorkese.

Le primarie servono a scegliere chi rappresenterà un partito alle elezioni vere e proprie, in programma il 3 novembre. Nei distretti dove i democratici dominano da decenni, come quelli della città di New York, vincere la primaria equivale quasi sempre a conquistare il seggio. Per questo le tre vittorie di martedì pesano già come elezioni decise.

Brad Lander, 56 anni, ex revisore dei conti della città di New York, ha travolto con 30 punti di margine il deputato uscente Dan Goldman nel decimo distretto, che copre Lower Manhattan e parte di Brooklyn. Darializa Avila Chevalier, 32 anni, attivista e studentessa di dottorato alla prima campagna elettorale, ha battuto Adriano Espaillat, 71 anni, presidente del gruppo dei deputati ispanici alla Camera, nel tredicesimo distretto tra Upper Manhattan e il Bronx. Claire Valdez, 36 anni, deputata statale poco conosciuta, ha conquistato un seggio lasciato libero tra Brooklyn e Queens, il settimo distretto, superando Antonio Reynoso, presidente del distretto di Brooklyn.

Avila Chevalier e Valdez appartengono ai Socialisti Democratici d'America, l'organizzazione della sinistra radicale a cui aderisce lo stesso Mamdani. Con la loro elezione, quasi certa a novembre in distretti così blu, i socialisti alla Camera raddoppieranno, passando da due a quattro.

Primarie democratiche · New York
Le quattro primarie democratiche per la Camera più seguite a New York
Camera degli Stati Uniti — 23 giugno 2026
Focus America

7° distrettoValdez 10° distrettoLander 12° distrettoLasher 13° distrettoAvila Chevalier

Brooklyn e Queens

CandidatoVoti%

Claire Valdez
Deputata all'Assemblea statale

37.531
56,1%

Antonio Reynoso
Presidente del distretto di Brooklyn

23.960
35,8%

Julie Won
Consigliera comunale

4.231
6,3%

66.953voti
92% scrutinato

Lower Manhattan e Brooklyn

CandidatoVoti%

Brad Lander
Ex revisore dei conti di New York

55.060
65,8%

Dan Goldman
Deputato uscente

28.445
34,0%

83.661voti
90% scrutinato

Manhattan centrale

CandidatoVoti%

Micah Lasher
Deputato all'Assemblea statale

40.106
39,1%

Alex Bores
Deputato all'Assemblea statale

35.822
35,0%

Jack Schlossberg
Nipote di John F. Kennedy

11.036
10,8%

102.463voti
87% scrutinato

Upper Manhattan e Bronx

CandidatoVoti%

Darializa Avila Chevalier
Attivista

32.790
49,4%

Adriano Espaillat
Deputato uscente

30.464
45,9%

Oscar J. Romero Jr.

2.340
3,5%

66.379voti
88% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati di Associated Press. Risultati non definitivi.

Mamdani si è speso come nessun sindaco prima di lui. Ha reclutato i candidati ancora prima di vincere le proprie elezioni, ha organizzato raccolte fondi, è apparso negli spot e ha girato i comizi fino a notte fonda. Per sostenere i suoi ha rotto con la governatrice Kathy Hochul, con i sindacati, con il Working Families Party, un piccolo partito di sinistra che lo aveva appoggiato, e soprattutto con Hakeem Jeffries, leader dei democratici alla Camera e in corsa per diventarne speaker, cioè presidente, se il partito riconquistasse la maggioranza a novembre. Le sue vittorie non dimostrano però che il consenso del sindaco si sia allargato: in tutti quei distretti aveva già vinto nettamente l'anno scorso e resta molto popolare.

"La vecchia politica che ci ha portato in questa crisi non è la politica che ci tirerà fuori", ha detto Mamdani alla festa per la vittoria di Valdez, davanti a una folla che scandiva "DSA". "Un anno fa non era la fine di un movimento politico. Era l'inizio."

La vittoria di Avila Chevalier è la più clamorosa. Espaillat, cinque mandati alle spalle e primo dominicano-americano eletto al Congresso, è stato superato da una candidata all'esordio, in un'impresa che molti hanno paragonato a quella di Alexandria Ocasio-Cortez contro Joe Crowley nel 2018. Mamdani aveva inizialmente promesso di appoggiare Espaillat, che lo aveva sostenuto nella corsa a sindaco, ma a fine maggio ha cambiato idea e si è schierato con la sfidante, irritando il vecchio establishment democratico e i leader latini. La candidata ha vinto nonostante una raffica di vecchi post sui social media, poi cancellati, in cui aveva usato un linguaggio volgare contro Kamala Harris, definito Joe Biden uno "stupratore" e criticato le relazioni interrazziali.

Il rapporto con Israele è stato il tema centrale di diverse primarie, in una città che ospita la più grande comunità ebraica del paese. Lander, ebreo come Goldman, ha definito un "genocidio" la guerra a Gaza e ha attaccato l'avversario per i suoi legami con AIPAC, la potente lobby filo-israeliana. Goldman, pur critico verso il governo di Benjamin Netanyahu, difende il sostegno militare americano a Israele e rifiuta la parola "genocidio". Anche Avila Chevalier ha usato questo argomento contro Espaillat, accusandolo di aver incassato per anni donazioni legate ad AIPAC.

Nel dodicesimo distretto, che attraversa Manhattan, il deputato statale Micah Lasher ha vinto la primaria per succedere a Jerrold Nadler, ritiratosi dopo oltre trent'anni. Mamdani non si è schierato. Lasher, sostenuto da Nadler, ha battuto il collega Alex Bores e Jack Schlossberg, nipote di John F. Kennedy, arrivato terzo nonostante il cognome celebre. È stata una delle gare più costose nella storia del Congresso: gruppi legati alle aziende di intelligenza artificiale OpenAI e Anthropic hanno speso più di 25 milioni di dollari a favore e contro Bores, autore di una legge statale per regolare l'intelligenza artificiale, mentre l'ex sindaco Michael Bloomberg ne ha messi 10 a sostegno di Lasher.

Nei sobborghi a nord della città i democratici hanno scelto Cait Conley, esperta di sicurezza nazionale e veterana di guerra, per sfidare a novembre il deputato repubblicano Mike Lawler, uno dei più vulnerabili. Il diciassettesimo distretto è uno dei pochi davvero contesi del paese e potrebbe decidere il controllo della Camera.

Più a nord, nel ventunesimo distretto, ha vinto la primaria repubblicana Anthony Constantino, magnate degli adesivi che aveva fatto installare un cartello alto quasi quattro metri con scritto "Vote for Trump" sopra la sede della sua azienda. Sostenuto dal presidente Donald Trump, ha battuto Robert Smullen, il candidato appoggiato dai vertici del partito, per il seggio lasciato da Elise Stefanik, anche lei alleata del presidente.

Anche in Maryland i democratici hanno scelto i loro candidati in due primarie costosissime. Nel quinto distretto Adrian Boafo, ex collaboratore del deputato Steny Hoyer che si ritira dopo 44 anni, ha vinto la nomination democratica grazie anche a circa 11 milioni di dollari spesi dai super PAC legati ad AIPAC e all'industria delle criptovalute. I super PAC sono comitati che possono raccogliere e spendere denaro senza limiti per sostenere un candidato. Nel sesto distretto la deputata April McClain Delaney ha respinto il ritorno del suo predecessore David Trone, che aveva prestato 25 milioni di dollari di tasca propria alla campagna. Per la carica di governatore i repubblicani hanno scelto Dan Cox, esponente della destra dura e già sconfitto dal governatore democratico Wes Moore con 32 punti di scarto nel 2022.

In Utah un ridisegno dei collegi elettorali ordinato dai tribunali ha creato un distretto nettamente democratico attorno a Salt Lake City. L'ex deputato moderato Ben McAdams ha vinto la primaria democratica e parte da favorito: lo Utah potrebbe così eleggere un democratico al Congresso per la prima volta dal 2018.

In South Carolina si è votato in un ballottaggio, il secondo turno previsto quando al primo nessun candidato raggiunge la maggioranza. Alan Wilson, procuratore generale dello stato, ha vinto la primaria repubblicana per governatore contro la vicegovernatrice Pamela Evette. Il presidente aveva fatto una mossa inusuale, sostenendo entrambi i candidati. Nel primo distretto i democratici hanno scelto Nancy Lacore, ammiraglio della Marina licenziato lo scorso anno dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, per provare a strappare ai repubblicani il seggio lasciato da Nancy Mace, candidatasi senza successo a governatore.

Le vittorie consolidano Mamdani come punto di riferimento della sinistra americana e creano un problema per i moderati. Valdez e Avila Chevalier non si sono impegnate a votare Jeffries come speaker, e i democratici a lui vicini temono che i repubblicani useranno le posizioni più radicali del partito contro i candidati nei distretti in bilico. "I repubblicani cercheranno molto presto di mettere in mostra, come fanno sempre, le voci più radicali del Partito Democratico", ha detto al New York Times Howard Wolfson, ex responsabile del braccio elettorale dei democratici alla Camera. "E dopo stasera avranno più democratici radicali tra cui scegliere."


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Giugno 2026


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Open Duo Fium'Orbu Castellu Oriente


di Francesco Gavino Fois

Una tre giorni ricca di entrecôte e jambon fromage, alla scoperta delle spiagge corse di Ghisonaccia, dove si è svolta una stupenda gara internazionale. Un resoconto completo di chi ha partecipato al contest e di sicuro vorrà tornarci.

La chiamano “Ile de beauté”, in italiano “isola della bellezza”, ma la Corsica è molto di più. Per noi sardi è la nostra cugina e tanti conterranei negli anni si sono trasferiti oltre le Bocche di Bonifacio.

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Diavoli in Costiera


di Maksimilian Capone

I grossi totani della Costiera Amalfitana da sempre pescati di notte, vicino alla costa, anche con piccoli barchini, adesso sono ricercati a tutte le ore e con grande successo.

La pesca al totano notturna con la classsica lenza a mano è una delle tecniche più praticate da sempre in Costiera Amalfitana a causa della particolare batimetria, tipica delle coste a picco con profondità fino a m 700 a meno di un miglio dalla costa. E ancora oggi, come nel dopoguerra, si possono trovare molti barchini a remi, con o senza richiami luminosi, che dopo il tramonto si cimentano in questa pesca, con una semplice totanara d’acciaio ricoperta di alici salate legate o di lardo di maiale.

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Naturale in Verticale


di Riccardo Fanelli

Nelle acque interne l’espressione “Naturale in verticale” è abbastanza comune, ma in mare è nota soltanto ad alcuni veterani che hanno unito la pesca a scarroccio con un’esca naturale ad alcune esche da vertical combinando l’attrazione del metallo a un cefalopode, con risultati incredibili.

La pesca col vivo o con esca naturale morta s’identifica con la traina lenta che fu la prima a nascere e rappresenta la massima espressione d’insidia da calare in profondità. Nata negli anni sessanta questa tecnica è tutt’oggi una tra le più praticate e amate dai pescatori sportivi.

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Il Tuna Tube


di Manuel Carillo

Esca grossa pesce grosso! Questo lo sappiamo da sempre senza che venissero da oltreoceano a insegnarcelo. Però loro, gli americani, ci mostrano come tenerle vive in barca, le esche, anche se sono pesci di tre o quattro chili.

Ricordo che quando, a fine anni 80, iniziai a praticare la traina col vivo a ricciole con mio padre e Alberto, fortissimo pescatore e grandissimo amico, con il mitico gommone BAT Nordic 66, non si utilizzava ancora la vasca col vivo. Per tenere arzille le esche, prettamente aguglie di generose dimensioni, a quei tempi veniva utilizzata “l’agugliera”, un sistema formato da un semplice trave di dacron di circa 10 metri, affondato con un piombo guardiano di un chilo fissato all’estremità.

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Merluzzi nei Fiordi


Di Marco Casu

Anche se alla ricerca dell’aurora boreale di fine inverno, il nostro autore non può rinunciare a un lancio o una calata nel freddo mare norvegese, nella speranza di catturare almeno un merluzzo, quello vero!

Viaggiare è il modo migliore per venire a contatto con nuove culture, usanze, tradizioni di popolazioni più o meno vicine alle nostre mediterranee, e nelle mie trasferte, cerco sempre di inserire nuovi tasselli di conoscenza sui luoghi che visito, soprattutto per quello che riguarda pesca, pescatori e pesci. A marzo ho avuto l’occasione di passare qualche giorno a Tromsø, Norvegia, a circa 400 chilometri a nord del Circolo Polare Artico.

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Checco Conti


di Alberto Belfiori

Non è difficile per un toscano e un livornese in particolare, stringere un rapporto profondo col mare, col suo mare. Forse, è per questo, per essere libero di immergersi e godersi le emozioni più semplici del mondo di sotto che Francesco ha rinunciato, senza nessun pentimento, a una promettente carriera agonistica.

Toscana terra di subacquei, di pescatori in apnea, di campioni. È stata forse l’ultima regione italiana, dal Lazio in su, ad abbandonare l’attività agonista di più alto livello e lasciare campo libero alle isole e più in generale al sud. Nonostante questo handicap, nel fulcro territoriale della civiltà etrusca, la popolarità dello sport è ancora notevole e non sempre legato alle competizioni. Francesco Conti, ad esempio, classe 1991…

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Fare Carena


di Hill Janson

Sarà una scocciatura, ma i vantaggi di una protezione efficace della barca e della prevenzione dell'incrostazione dello scafo sono incommensurabili.

È un'operazione che richiede tute e altri dispositivi di protezione, strumenti adeguati, nonché una preparazione e una applicazione meticolose. Uno scafo liscio e pulito, che riduce al minimo l'adesione di organismi incrostanti, non solo aumenta il valore dell'imbarcazione e ne prolunga la durata, ma aumenta anche l'efficienza del carburante riducendo la resistenza, migliorando quindi le prestazioni dell'imbarcazione e riducendo le emissioni nocive. Inoltre, i moderni progressi nella protezione antivegetativa contribuiscono alla salute del nostro ambiente marino limitando il trasferimento di specie invasive.

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Ami da Carpfishing


di Alessio Marongiu

Ogni pescatore ha un suo amo preferito, quello che gli ha regalato il pesce più bello o che non lo delude mai. In questo articolo vediamo come scegliere l’amo in base allo spot o al tipo di paratura.

L’amo è l'anello di congiunzione tra noi e il pesce che stiamo cercando di catturare. Per prima cosa assicuriamoci che la sua punta sia sempre in ottime condizioni. Sembra banale e superfluo ricordarlo ma è meglio controllare la punta ogni volta che questa esce dall'acqua.

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Gin Tonnic


di Francesco Dessì

Il segreto per far funzionare questo piatto apparentemente eccentrico è giocare sulle consistenze e sulle note botaniche del gin senza coprire la delicatezza del tonno. Qua propongo una versione cruda in forma di tartare, fresca e in grado di esaltare le note effervescenti del cocktail. Il Gin Tonic è il re dei contrasti: fresco, frizzante e apparentemente semplice. Ma è proprio quel retrogusto amaro il tratto distintivo che trasforma una banale mistura dissetante in un capolavoro di equilibrio. Quel finale secco e pungente non è un errore di percorso: è l'anima stessa del drink. Ecco perché quel sapore è così affascinante, ed è quello che andremo a cercare, con moderazione. Allacciate i grembiuli!

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Diavoli in Costiera


foto sopra: l'imbarco del totano è una fase cruciale, se di grandi dimensioni portarlo a bordo senza l'uso di un guadino o del raffio, potrebbe causare la rottura di un braccio e un altro tipo di rottura per noi.

La pesca al totano notturna con la classsica lenza a mano è una delle tecniche più praticate da sempre in Costiera Amalfitana a causa della particolare batimetria, tipica delle coste a picco con profondità fino a m 700 a meno di un miglio dalla costa. E ancora oggi, come nel dopoguerra, si possono trovare molti barchini a remi, con o senza richiami luminosi, che dopo il tramonto si cimentano in questa pesca, con una semplice totanara d’acciaio ricoperta di alici salate legate o di lardo di maiale.

Di notte - È un tipo pesca che nello scenario incantevole e irripetibile della Costiera illuminata, ho praticato saltuariamente in qualche notte d’estate, su un fondale di m 300-400, ma a una quota massima di 100 metri dalla superficie, con la speranza di pescare totani che però non superavano mai il chilo, e a dire il vero, nonostante le difficoltà di gestire in notturna una scivolosa lenza a mano di nylon, con l’ansia di perdere sempre “una bracciata” (e molto spesso il totano) e l’enigmatica inquietudine del mare di notte, ha sempre avuto il suo fascino.
L’autore con un super totano che finirà la sua esistenza prima in freezer e poi a tavola.
Di giorno - Poi un giorno, circa vent’anni fa, tramite passaparola, scoprii che si poteva provare di giorno su un fondale di 700 metri… E così, senza tanta convinzione, utilizzando i mulinelli elettrici che da tanti anni usavamo per il bolentino di profondità, provammo a calare un paio di totanare di quelle che si usavano nella pesca notturna tradizionale a mano, aggiungendo peso alla zavorra in modo da arrivare a un chilogrammo. Nonostante l’artigianalità del terminale pescante, le catture si susseguirono anche a coppie, anzi più volte ci capitò di subire dei grossi attacchi e non potemmo fare altro che recuperare qualche braccio di totano o la sua testa. La taglia media era 3-4 chili, praticamente un altro tipo di pesca!

La tecnica - Poi con il tempo abbiamo affinato la tecnica, utilizzando enormi totanare a 2-3 corone fino a cm 10 di diametro e fino a 1,5 chili, montante su un trave con un altro paio di totanare classiche non piombate, riuscendo così a catturare anche i mostri che prima si limitavano a strappare i loro consanguinei (eh sì, sono cannibali) dalla totanara. Abbiamo imparato a recuperare a 60-70 metri al minuto prima di constatare l’attacco e accelerare dopo in modo da ridurre tempi e rischi di slamata. Non è sicuramente una pesca molto tecnica, e manca un po’ il fattore sorpresa, anche se, a parte il gigantesco calamaro diamante (Thysanoteuthis rhombus) che raggiunge i 15 chili, può capitare anche di intercettare altre specie. A me è capitato di prendere un pesce sciabola che ha letteralmente ingoiato la totanara, e di aver avuto un attacco da uno spada che ha causato un taglio di netto del terminale. Alla luce di ciò per aumentare la probabilità, la possibilità, anzi… la speranza, consiglio sempre di aggiungere al terminale pescante un paio di generosi ami innescati, non dimenticando che ci sono altre specie batipelagiche apprezzate come i pesci castagna per esempio, che potremo insediare in questo modo.


Per gli esemplari di grossa taglia sono fondamentali le doppie o triple corone sulla totanara. L'epidermide del totano è formata da migliaia di cromatofori che ne modificano in tempo reale la colorazione, dal bianco al marrone scuro.

Bolentino - Viceversa, se stiamo pescando a bolentino di profondità su fondali poco accidentati e oltre i 400 metri possiamo fare l’opposto, cioè sostituire il nostro classico piombo con una totanara. È un opzione che consiglio quando provia-mo a calare in zone poco conosciute, quando siamo alla ricerca di nuovi spot. In questo modo potremo in caso di tentativo a vuoto, rendere meno noiosa la lunga risalita. Mi è capitato in questo modo di sentire l’attacco con la totanara poggiata sul fondo e con il totano che “pompava” in una direzione come se fosse un pesce di fondo. Infine un ultimo consiglio: attenti alla discesa! Infatti, il totano, specialmente se di grosse dimensioni, è in grado di fermare la totanara all’improvviso nella sua corsa verso il fondo; questo è il momento di ferrare e iniziare il recupero con regolarità e una certa dose di rapidità.
Spesso gli esemplari presenti in uno spot hanno taglie molto diverse.


Qualche informazione in più…

Negli oceani ci sono numerosissime specie di totano, tra le quali segnaliamo il (Dosidicus gigas) che raggiunge i 50 chili, ma nel Mediterraneo la nicchia ecologica è occupata dal Todarodes sagittatus, detto anche totano rosso o totano viola, specie che in particolar modo nel Tirreno centrale e meridionale può arrivare ai massimi assoluti, ossia cm 75 del mantello (braccia e testa escluse) e fino a kg 10. È un famelico predatore con tassi di accrescimento rapidissimi, infatti non vive più di 2-3 anni. Nella maggior parte dei casi gli esemplari extra large vengono pescati a profondità superiori ai 600 metri o anche su rilievi sommersi che si elevano da profondità abissali. È una specie a sessi separati e le femmine possiedono braccia proporzionalmente più lunghe dei maschi e sono in media più grandi. La riproduzione da noi avviene in autunno; inoltre, al pari di altre specie pelagiche, il totano ha l’abitudine di muoversi lungo la colonna d’acqua tra il giorno e la notte sia per predare che per difendersi. Si differenzia con facilità dal calamaro (Loligo vulgaris) per forma e dimensione delle pinne che, nel caso di quest’ultimo occupano buona parte del corpo, mentre nel caso del totano solo la parte apicale del mantello a formare una sorta di freccia (sagitta). Inoltre, la colorazione del calamaro va dal trasparente al rossiccio, mentre quella del totano dal rosso ruggine al viola scuro.


Fresco è buono, congelato è meglio!

Leggo spesso sui social che i totani di grosse dimensioni siano immangiabili, che sappiano di urina, e che siano durissimi e che sia un grosso danno ecologico la loro uccisione. Pur avendo notato negli anni nella mia zona abituale di pesca un certo calo di catture, devo sfatare alcuni luoghi comuni: un esemplare di 10 chili è alla fine del suo ciclo di vita, non c’è alcuna differenza di odore in base alle dimensioni, e anche gli esemplari più grandi, se frollati un paio di settimane nel congelatore domestico e trattati a dovere, sono assolutamente buoni.


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La Corte Suprema dà più potere a Trump, ma salva Fed e voto postale


In tre decisioni arrivate nella stessa giornata, i giudici della Corte ampliano il controllo del presidente sulle agenzie indipendenti, proteggono per ora l'autonomia della Federal Reserve e confermano la possibilità di conteggiare le schede per il voto arrivate l'Election Day.

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso oggi tre sentenze destinate a ridisegnare gli equilibri tra Casa Bianca, Congresso e apparato federale. Nella prima, i giudici hanno ampliato in modo significativo il potere del presidente di rimuovere i vertici delle agenzie indipendenti, consegnando a Donald Trump un controllo molto più diretto su una parte rilevante dell'Amministrazione finora fuori il suo diretto controllo. Nella seconda, però, hanno posto un limite all'intervento della Casa Bianca sulla Federal Reserve, impedendo per ora la rimozione della governatrice Lisa Cook. Con una terza sentenza, la Corte ha invece confermato la legge del Mississippi che consente di contare le schede postali timbrate entro l'Election Day ma arrivate nei giorni successivi.

Sul caso delle agenzie indipendenti, la decisione è arrivata con 6 voti contro 3, con i giudici liberal contrari. La sentenza sposta ulteriore potere dal Congresso al presidente e potrebbe modificare profondamente l'architettura del governo federale. Il caso nasceva dalla decisione di Trump di licenziare Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della Federal Trade Commission, rimossa perché non allineata all'agenda del presidente, nonostante la legge consentisse sinora al presidente la destituzione dei commissari solo per "inefficienza, negligenza nei doveri o cattiva condotta in carica".

Gli effetti di questa sentenza potrebbero ora farsi sentire in oltre una decina di agenzie federali precedentemente indipendenti, comprese quelle che vigilano su consumatori, lavoratori, ambiente, sicurezza nucleare e servizi postali. I vertici di enti come la Consumer Product Safety Commission, la Equal Employment Opportunity Commission, il National Labor Relations Board, la Nuclear Regulatory Commission e lo stesso servizio postale potranno ora essere licenziati con maggiore discrezionalità dalla Casa Bianca. I giudici hanno così cancellato quasi novant'anni di tutele legali, rovesciando il precedente del 1935, la sentenza Humphrey's Executor v. United States, che aveva limitato il potere del presidente di rimuovere direttori di agenzie indipendenti per semplici divergenze politiche.

Corte Suprema degli Stati Uniti
Tre sentenze in un giorno ridisegnano il potere esecutivo
In una sola giornata la Corte Suprema ha ampliato il controllo di Trump sulle agenzie federali, ma lo ha fermato sul controllo del Federal Reserve e sul voto per posta.

Grafica di FocusAmerica 3 verdetti con esiti divergenti

3

Sentenze nello stesso giorno
L'equilibrio tra Casa Bianca, Congresso e apparato governativo federale rimesso in gioco in poche ore.
Per Trump, una sola vittoria e due battute d'arresto: la Corte gli concede potere sulle agenzie indipendenti cancellando un precedente di quasi 90 anni fa, ma alza un muro su Fed e schede postali.

1
A favore di Trump

2
Contro Trump

89
Anni di precedente rovesciati

I tre verdetti, uno per uno
6–3 Agenzie indipendentiAgenzie 5–4 Federal ReserveFed 5–4 Voto per postaVoto posta

Vittoria per Trump
Il presidente può ora rimuovere liberamente i vertici delle agenzie indipendenti
Cade la tutela che dal 1935 proteggeva i direttori da licenziamenti per semplici divergenze politiche con il presidente in carica. Il caso nasce dalla rimozione di Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della FTC.

6Maggioranza
3Giudici liberal contrari

La sentenza rovescia il precedente Humphrey's Executor del 1935 e sposta ulteriore potere dal Congresso al presidente.

10+
Agenzie federali esposte alla nuova discrezionalità

1935
Precedente cancellato dopo quasi 90 anni

Tra gli enti ora più esposti

CPSCSicurezza dei prodotti di consumo
EEOCPari opportunità nel lavoro
NLRBRelazioni sindacali
NRCSicurezza nucleare
FTCCommercio e tutela dei consumatori
USPSServizio postale federale

Battuta d'arresto per Trump
La Federal Reserve resta ancora protetta, almeno per ora
La Corte ha impedito la rimozione della governatrice Lisa Cook licenziata da Trump: non le era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, mai dimostrate, di frode sui mutui usate come pretesto per il licenziamento.

5Maggioranza
4Contrari

Margine sottile su un nodo delicato: l'indipendenza della Banca Centrale, su cui Trump preme da tempo per ottenere un taglio dei tassi.

Lisa Cook resta in carica
La rimozione, avvertivano ex funzionari della Fed e del Dipartimento del Tesoro, avrebbe rischiato di causare turbolenze sui mercati e erodere la credibilità della Banca Centrale come istituto indipendente.

La sentenza odierna non stabilisce se il presidente possa rimuovere Cook per giusta causa: la decisione sul merito sull'indipendenza della Fed verrà presa in seguito.
Opinione concorrente del giudice Brett Kavanaugh

Sconfitta per Trump e i Repubblicani
Confermata la legge del Mississippi sul voto via posta
Gli uffici elettorali potranno contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a 5 giorni lavorativi dopo. La norma resterà in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

5Maggioranza
4Contrari

Sentenza scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, sostenuta dal presidente John Roberts e dai 3 giudici liberal.

5giorni
Tempo utile in termini di giorni lavorativi per conteggiare le schede spedite entro l'Election Day

2020
L'anno dal quale Trump sostiene, senza mai presentare prove, brogli legati al voto postale

L'effetto a catena

18+

Leggi statali e di territori con norme simili sul voto per posta restano in vigore.
Includono collegi chiave per la maggioranza alla Camera nel novembre 2026 come in Nevada e California. La legge del Mississippi, approvata in piena pandemia da una legislatura a maggioranza repubblicana, era stata poi contestata dallo stesso partito.

Il bilancio della giornata
La Corte allarga il potere di Trump sull'apparato federale, ma traccia due confini netti sull'indipendenza della Federal Reserve e le regole del voto via posta.

Fonte: sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti, ricostruzione FocusAmerica.

La Fed resta protetta, almeno per ora


Diverso è stato però l'esito sulla Federal Reserve. Con una decisione separata, adottata con 5 voti contro 4, la Corte Suprema ha invece impedito a Trump di rimuovere Lisa Cook, sostenendo che alla governatrice non era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, non dimostrate, di frode sui mutui usate dal presidente come giustificazione per il licenziamento. La pronuncia, tuttavia, resta circoscritta. In un'opinione concorrente, il giudice Brett Kavanaugh ha chiarito che la sentenza attuale non stabilisce se il presidente possa rimuovere o meno Cook legittimamente per giusta causa.

Il caso resta quindi aperto, ma la Corte Suprema ha evitato per ora di decidere nel merito dell'indipendenza della Banca Centrale. Ex alti funzionari della Fed e del Tesoro, insieme ai legali di Cook, avevano avvertito che una sua rimozione durante il procedimento avrebbe potuto provocare turbolenze sui mercati e indebolire la credibilità storica della Federal Reserve come agenzia indipendente. La questione è particolarmente sensibile perché Trump preme da tempo sulla Banca Centrale per ottenere un taglio dei tassi d'interesse.

Il voto per posta è stato tutelato


Per quanto riguarda le regole elettorali, la Corte ha confermato con 5 voti contro 4 la legge approvata dal Mississippi sul voto per posta. La decisione, scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, è stata sostenuta dal presidente John Roberts e dai 3 giudici liberal della Corte. La legge confermata dalla Corte consente agli uffici elettorali di contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a cinque giorni lavorativi dopo. Tale limite resterà quindi in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

La sentenza, in questo caso, rappresenta una chiara sconfitta per Trump e per il Partito Repubblicano, che da anni cerca di restringere il voto per posta. La decisione lascia inoltre in piedi normative simili in almeno altri 18 Stati e territori, compresi in collegi chiave per il 2026 in Nevada e California. È anche una battuta d'arresto personale per il presidente, che continua a sostenere, senza prove, che il voto postale favorisca brogli e abbia contribuito alla sua sconfitta nel 2020.

La legge del Mississippi era stata approvata durante la pandemia da una legislatura statale a guida repubblicana, ma era poi stata contestata dal Comitato Nazionale Repubblicano e dal partito repubblicano locale, secondo cui la legge federale fissa l'Election Day come termine ultimo per considerare valide le schede inviate via posta.

Questa voce è stata modificata (3 giorni fa)

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