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OPPO Bubble trasforma la fotocamera posteriore di Reno16 in una selfie camera


Con la nuova Reno16 Series, OPPO amplia il concetto di fotografia mobile introducendo Bubble, un accessorio compatto progettato per semplificare selfie, foto di gruppo, vlog e contenuti realizzati a distanza. Il dispositivo permette di visualizzare in tempo reale ciò che viene ripreso dalla fotocamera posteriore dello smartphone, offrendo un controllo dell’inquadratura simile a quello disponibile quando si utilizza la camera frontale.

La soluzione nasce per rispondere a un’esigenza sempre più comune tra chi utilizza lo smartphone per creare contenuti. Le fotocamere posteriori offrono generalmente una qualità superiore rispetto a quella anteriore, ma risultano meno pratiche quando chi scatta deve contemporaneamente controllare posa, composizione e posizione dei soggetti. OPPO Bubble elimina questo limite attraverso un piccolo display esterno collegato allo smartphone.

Una preview esterna per la fotocamera posteriore


Bubble viene agganciato a uno smartphone della OPPO Reno16 Series attraverso una cover magnetica. Una volta collegato, il suo display mostra la preview in tempo reale della fotocamera posteriore, consentendo alle persone inquadrate di vedere immediatamente il risultato della composizione.

Questa modalità permette di verificare la posizione all’interno dell’immagine, correggere la posa e controllare che tutti i soggetti siano visibili prima di effettuare lo scatto. Il sistema può essere utilizzato anche quando il telefono è collocato su un treppiede, appoggiato su una superficie oppure tenuto da un’altra persona.

Il vantaggio principale riguarda la possibilità di sfruttare le fotocamere posteriori di OPPO Reno16 senza rinunciare alla comodità di un’anteprima frontale. Selfie, ritratti e video possono quindi essere realizzati utilizzando il comparto fotografico principale dello smartphone, mantenendo sotto controllo l’intera scena.

Scatto remoto fino a 10 metri


Oltre a mostrare l’anteprima della fotocamera, OPPO Bubble funziona come telecomando per lo scatto. Il dispositivo consente di attivare la fotocamera fino a una distanza massima dichiarata di 10 metri, evitando di dover utilizzare timer o tornare ogni volta vicino allo smartphone.

La funzione può essere utile soprattutto nelle fotografie di gruppo, durante i viaggi o quando il telefono viene sistemato su un supporto per ottenere una composizione più stabile. Dall’interfaccia di Bubble è inoltre possibile gestire diversi livelli di zoom, adattando l’inquadratura senza intervenire direttamente sul display principale dello smartphone.

Il controllo remoto permette così di cambiare la distanza apparente del soggetto, verificare il risultato sul piccolo schermo e avviare lo scatto dal punto in cui ci si trova.

Selfie di gruppo e vlog con la fotocamera principale


Uno degli utilizzi più immediati riguarda i selfie realizzati con la fotocamera posteriore. Grazie alla preview esterna, un gruppo di persone può controllare la propria posizione anche quando lo smartphone è collocato a diversi metri di distanza.

Bubble può essere impiegato anche nella registrazione di vlog. Chi parla davanti alla camera può guardare direttamente verso l’obiettivo posteriore e, nello stesso momento, controllare l’inquadratura sul display dell’accessorio. In questo modo diventa più semplice mantenere lo sguardo orientato verso la lente, evitando di spostarlo continuamente verso lo schermo dello smartphone.

Il dispositivo può inoltre agevolare riprese creative, video verticali, brevi contenuti per i social network e scene registrate durante un viaggio. Non è necessario predisporre un’attrezzatura complessa: lo smartphone può essere posizionato su un supporto compatto, mentre Bubble viene utilizzato per controllare la scena e avviare la registrazione.

Il display AMOLED diventa personalizzabile


Le funzioni di OPPO Bubble non si limitano alla fotografia. Il dispositivo integra infatti un piccolo display AMOLED personalizzabile, utilizzabile anche quando la fotocamera non è attiva.

Sul pannello possono essere mostrate immagini statiche, motion photo e brevi video. Il retro dello smartphone diventa così uno spazio visivo dinamico, modificabile in base ai gusti dell’utente o al contenuto che si desidera visualizzare.

L’accessorio può quindi assumere una doppia funzione. Durante foto e video lavora come monitor esterno e telecomando per la fotocamera, mentre nell’utilizzo quotidiano può mostrare animazioni, fotografie o elementi grafici personalizzati.

Un accessorio pensato per la creazione mobile-first


Bubble si inserisce nell’ecosistema fotografico della OPPO Reno16 Series, una gamma sviluppata con particolare attenzione alla produzione di contenuti da smartphone. L’accessorio affianca funzioni come Pop Cam e AI Remix Collage, pensate per rendere più immediata la creazione e la modifica di fotografie destinate alla condivisione.

L’obiettivo è ridurre il numero di passaggi necessari tra acquisizione, controllo dell’immagine e pubblicazione. Il display esterno consente di preparare la scena, verificare la composizione e scattare senza dover raggiungere fisicamente lo smartphone.

La possibilità di utilizzare Bubble anche a distanza amplia inoltre le situazioni nelle quali è possibile sfruttare la fotocamera posteriore. Foto di gruppo, autoritratti, vlog e riprese su treppiede possono essere gestiti attraverso un dispositivo compatto, senza ricorrere a monitor esterni più ingombranti.

Con Bubble per OPPO Reno16, il display secondario diventa quindi uno strumento dedicato sia al controllo fotografico sia alla personalizzazione estetica. Il dispositivo accompagna la fotocamera principale dello smartphone e rende più accessibili modalità di ripresa che, normalmente, richiederebbero un supporto esterno o l’intervento di un’altra persona.

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Alle primarie repubblicane in Arizona il favorito è un ultraconservatore


Andy Biggs, che ha provato a ribaltare il voto del 2020, si candida a governatore promettendo collaborazione con i democratici. Il partito teme un'altra sconfitta come quelle di Kari Lake

Oggi, martedì 21 luglio, i repubblicani dell'Arizona votano alle primarie per scegliere lo sfidante della governatrice democratica Katie Hobbs alle elezioni di novembre. Il favorito è Andy Biggs, deputato al quinto mandato, stretto alleato del presidente Trump e uno dei parlamentari più radicali del partito: fa parte del Freedom Caucus, il gruppo che riunisce i repubblicani più a destra alla Camera, e ha provato a ribaltare il risultato delle presidenziali del 2020. In campagna elettorale, però, non rivendica queste posizioni e si presenta come un politico bipartisan, capace di lavorare con i democratici.

Sul palco del dibattito del mese scorso Biggs ha ricordato di aver collaborato con il leader dei democratici alla Camera Hakeem Jeffries e con il senatore democratico dell'Arizona Mark Kelly. "Il punto è questo: so come lavorare con l'altra parte", ha detto. In un'intervista al New York Times ha spiegato la strategia: "Voglio ricordare alle persone che non siamo nemici gli uni degli altri. Non dovremmo essere ai ferri corti, dovremmo unirci".

Lo stato è conservatore, ma nell'ultimo decennio i repubblicani hanno perso la maggior parte delle cariche statali ed entrambi i seggi al Senato degli Stati Uniti perché alle primarie hanno scelto candidati divisivi, che si sono poi rivelati deboli alle elezioni generali. Gli elettori moderati, che spesso decidono le corse statali, hanno bocciato più volte gli esponenti più accesi, come Kari Lake e Blake Masters, preferendo democratici percepiti come meno estremi.

Alcuni repubblicani temono che con Biggs il partito ripeta l'errore e regali un vantaggio a Hobbs, considerata vulnerabile. Il deputato ha passato gran parte della campagna a presentarsi come più eleggibile di Lake, che con i toni polarizzanti e le accuse infondate di brogli ha alienato gli indipendenti e una parte degli stessi repubblicani, perdendo sia la corsa per governatore sia quella per il Senato. "Posso essere conservatore, mantenere i miei principi e comunque fare ciò che è giusto per lo stato cercando i punti di accordo", ha detto Biggs.

"La forza dominante in queste primarie è l'ala MAGA", ha detto al New York Times lo stratega e sondaggista repubblicano Paul Bentz: "È una gara a chi è più MAGA". La sigla sta per Make America Great Again, lo slogan del movimento trumpiano. La spaccatura interna non è più quella tra i sostenitori del presidente e i repubblicani a lui ostili, rappresentati un tempo dal senatore John McCain: oggi i trumpiani controllano l'intero partito e i più intransigenti cercano di eliminare anche gli alleati disposti a moderarsi.

Il gruppo più influente nella politica repubblicana dello stato è Turning Point USA, l'organizzazione conservatrice con sede a Phoenix fondata da Charlie Kirk, l'attivista assassinato nello Utah l'anno scorso. Il suo braccio politico ha appoggiato una lista di candidati alle primarie e attacca i repubblicani considerati fuori linea. Biggs è da tempo il candidato preferito del gruppo ed è stato uno degli ultimi politici a ricevere l'appoggio personale di Kirk. Gli attivisti di Turning Point hanno preso di mira per mesi la sua principale rivale moderata, Karrin Taylor Robson, che si è ritirata a febbraio dopo una campagna senza slancio nei sondaggi e nella raccolta fondi.

Il principale sfidante rimasto è David Schweikert, deputato all'ottavo mandato, che ha accusato Biggs di antisemitismo e di aver partecipato a una manifestazione sponsorizzata da gruppi di estrema destra, tra cui i Proud Boys. "Colleghi repubblicani, siete stanchi di perdere?", ha chiesto durante il dibattito, definendo Biggs "interamente di proprietà di Turning Point". Un altro candidato, l'imprenditore Scott Neely, ha accostato le immagini di Biggs e Lake con un avvertimento: "Non fate l'errore Biggs come abbiamo fatto con la perdente Kari Lake". Entrambi restano però molto indietro nei sondaggi.

Turning Point ha investito molto nella corsa e ha assunto centinaia di collaboratori a tempo pieno sparsi per lo stato, ha detto il direttore operativo Tyler Bowyer, convinto che la macchina organizzativa del gruppo, già decisiva secondo i suoi dirigenti per la netta vittoria di Trump in Arizona nel 2024, porterà alle urne anche i conservatori meno attivi. Per Bowyer i timori sull'estremismo di Biggs sono esagerati e la probabile vittoria larga alle primarie dimostra che il candidato sa unire il partito: "È un conservatore, ma non va in giro a dire cose sgradevoli e non colleziona gaffe di continuo".

Il gruppo si è scontrato pubblicamente anche con Gina Swoboda, ex presidente del Partito Repubblicano dell'Arizona. Quando Swoboda ha annunciato la candidatura per il seggio alla Camera lasciato libero da Schweikert a Scottsdale, molto conteso, Turning Point ha cercato per mesi un candidato da opporle puntando su personaggi famosi: la pilota automobilistica Danica Patrick e l'ex campione di hockey Jeremy Roenick hanno rifiutato. Alla fine si è candidato, con la benedizione di Trump, Jay Feely, ex giocatore della NFL, la lega di football americano, e commentatore televisivo. Swoboda, che pure aveva l'appoggio del presidente, ha ripiegato sulla corsa a segretaria di Stato dell'Arizona, la carica che sovrintende alle elezioni, dove affronta la dura sfida di un altro candidato di Turning Point.

I toni usati dal gruppo creano malumori anche tra repubblicani con idee affini. In uno scambio sui social Bowyer ha criticato il deputato statale ultraconservatore Quang Nguyen per i risultati giudicati insufficienti nella pagella legislativa di Turning Point. Nguyen lo ha definito "un pagliaccio" e Bowyer ha risposto "Sai parlare inglese?", una frase che Nguyen, americano di origini vietnamite, ha bollato come razzista. A un altro deputato statale, Nick Kupper, che faceva notare di avere una pagella simile a quella di Nguyen pur avendo ricevuto l'appoggio del gruppo, Bowyer ha replicato: "Ok, possiamo toglierti l'appoggio e candidare qualcuno contro di te al prossimo ciclo".

I democratici osservano la faida con soddisfazione. Insieme ad alcuni repubblicani considerano una sfida con Biggs un vantaggio per Hobbs, una governatrice poco appariscente e con problemi nel suo stesso partito, anche se a novembre è attesa una corsa molto combattuta. La campagna della governatrice ha definito Biggs "una fotocopia" di Lake e le sue promesse di collaborazione "un disperato cambio di immagine" in vista delle elezioni generali, ricordando la sua recente opposizione a una legge bipartisan sulla casa.

A un comizio a Gilbert, la sua città natale, Biggs ha ripetuto davanti ai sostenitori che lavorare con l'altra parte è la chiave per vincere. Quando ha citato i deputati democratici con cui collabora, Pramila Jayapal e Ro Khanna, il pubblico lo ha fischiato.

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Reolink OMVI 3i WiFi arriva in Italia con tripla lente e AI integrata


Reolink amplia la propria gamma dedicata alla sicurezza domestica con l'arrivo sul mercato italiano di Reolink OMVI 3i WiFi, una nuova telecamera smart progettata per controllare spazi ampi attraverso un sistema composto da tre obiettivi.

Il dispositivo combina una visuale panoramica sempre attiva con una seconda inquadratura motorizzata, capace di seguire automaticamente persone, animali e veicoli rilevati nell'area sorvegliata.

Presentata nel mese di giugno insieme agli altri modelli della serie OMVI, la nuova telecamera punta a ridurre i punti ciechi tipici dei sistemi di videosorveglianza tradizionali. La struttura permette infatti di osservare contemporaneamente l'intera scena e il dettaglio di un soggetto in movimento.

Tre obiettivi e una risoluzione complessiva di 18 MP


Il sistema di ripresa di Reolink OMVI 3i WiFi raggiunge una risoluzione complessiva di 18 MP.

La parte panoramica utilizza una configurazione a doppia lente da 10 MP, pensata per offrire una visione ampia e continua dell'area monitorata. A questa si aggiunge una lente Pan-Tilt da 8 MP, in grado di muoversi per seguire automaticamente i soggetti rilevati.

Le due inquadrature possono essere utilizzate contemporaneamente. La sezione panoramica mantiene sotto controllo l'intera scena, mentre la telecamera motorizzata si concentra su persone, veicoli o animali in movimento.

Questa configurazione è pensata per il monitoraggio di giardini, vialetti, ingressi, cortili, parcheggi e piccoli spazi commerciali attraverso un singolo dispositivo.

Tracciamento intelligente con SyncTrack e Auto Framing


Tra le principali funzioni della nuova telecamera è presente SyncTrack, una tecnologia che collega il sistema panoramico alla lente motorizzata.

Quando la parte panoramica individua un movimento, la lente Pan-Tilt si orienta automaticamente verso il soggetto e ne segue il percorso all'interno dell'area controllata.

La funzione Auto Framing regola l'inquadratura per mantenere il soggetto al centro della scena, facilitando l'osservazione degli spostamenti e dei dettagli rilevanti.

In questo modo, l'utente può continuare a visualizzare l'intera area attraverso la ripresa panoramica e, nello stesso momento, controllare più da vicino il soggetto tracciato.

AI locale con piattaforma ReoNeura


Reolink OMVI 3i WiFi integra la piattaforma proprietaria ReoNeura AI, che gestisce direttamente sul dispositivo le principali funzioni di rilevamento e analisi video.

Il sistema è in grado di distinguere persone, animali e veicoli dai movimenti generici, contribuendo a ridurre gli avvisi causati da elementi non rilevanti.

L'elaborazione locale permette inoltre di limitare l'invio dei filmati verso servizi esterni, con una gestione dei dati orientata alla tutela della privacy.

La telecamera supporta anche la ricerca intelligente all'interno delle registrazioni, consentendo di individuare più rapidamente eventi e soggetti presenti nei video archiviati.

Connessione Wi-Fi e installazione


La versione OMVI 3i WiFi è progettata per collegarsi alla rete domestica senza la necessità di un cavo Ethernet dedicato alla trasmissione dei dati.

La connettività wireless consente una maggiore flessibilità durante l'installazione, soprattutto negli ambienti in cui risulta complesso portare un cavo di rete fino al punto di montaggio.

La telecamera richiede comunque un collegamento all'alimentazione elettrica e non utilizza una batteria integrata.

La gamma comprende anche Reolink OMVI 3i PoE, una versione pensata per le installazioni cablate, nella quale alimentazione e dati vengono trasmessi tramite un unico cavo Ethernet compatibile con la tecnologia Power over Ethernet.

Archiviazione locale senza abbonamento


Uno degli elementi principali della nuova telecamera riguarda la possibilità di utilizzare l'archiviazione locale senza sottoscrivere un abbonamento mensile obbligatorio.

Le registrazioni possono essere conservate su una scheda microSD con capacità fino a 512 GB. Il dispositivo è inoltre compatibile con gli NVR Reolink, permettendo di creare un sistema di videosorveglianza più ampio e centralizzato.

La memorizzazione locale consente agli utenti di mantenere il controllo sui filmati registrati e di gestire il monitoraggio senza dipendere esclusivamente da servizi cloud.

Disponibilità e prezzo in Italia


Reolink OMVI 3i WiFi è disponibile in Italia dal 20 luglio 2026 al prezzo consigliato di 319,99 euro.

La telecamera può essere acquistata attraverso il sito ufficiale Reolink e lo store Amazon del marchio.

Con il sistema a tripla lente, il tracciamento automatico e l'elaborazione AI integrata, OMVI 3i WiFi si inserisce nella nuova gamma Reolink dedicata al monitoraggio panoramico di abitazioni e spazi esterni.

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AOC CU34G4CA e CU34G4ZCA: ultrawide per lavoro e gaming


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AGON by AOC amplia la propria gamma di display G4 presentando due nuovi monitor gaming ultrawide da 34 pollici. Si tratta di AOC GAMING CU34G4CA e AOC GAMING CU34G4ZCA, due modelli curvi progettati per offrire uno spazio di visualizzazione ampio, frequenze di aggiornamento elevate e una connettività adatta anche alle moderne postazioni di lavoro.

Il primo modello raggiunge una frequenza di aggiornamento di 180 Hz, mentre il secondo parte da 240 Hz e può essere portato fino a 250 Hz tramite overclock. Entrambi integrano una porta USB-C con Power Delivery da 90 W, uno switch KVM hardware e un hub USB, caratteristiche che consentono di utilizzare lo stesso monitor con un computer desktop da gaming e un notebook professionale.

Pannello Fast VA curvo e risoluzione WQHD


I nuovi AOC CU34G4CA e CU34G4ZCA utilizzano un pannello Fast VA da 34 pollici, equivalenti a 86,36 centimetri, con una curvatura 1500R. La forma del display segue maggiormente il campo visivo dell’utente rispetto a uno schermo piatto, favorendo una visione più avvolgente durante le sessioni di gioco e una consultazione più immediata delle diverse aree dello schermo.

La risoluzione è WQHD da 3440 × 1440 pixel, distribuita su un formato ultrawide 21:9. Rispetto a un tradizionale monitor 16:9, questa configurazione mette a disposizione una superficie orizzontale più estesa.

Nel gaming, lo spazio aggiuntivo permette di ampliare la visuale laterale nei simulatori di guida e di volo, nei giochi strategici, nei MOBA e nei titoli open world. Nelle attività professionali, invece, il formato ultrawide consente di affiancare più finestre, documenti, fogli di calcolo o timeline senza ricorrere necessariamente a una configurazione con due monitor.

L’assenza di una cornice centrale rende inoltre più semplice distribuire le applicazioni lungo tutto lo spazio disponibile. Questa caratteristica può risultare utile nella gestione di contenuti multimediali, nell’editing video, nella programmazione e nelle attività che richiedono il controllo simultaneo di diversi strumenti.

DisplayHDR 400 e luminosità fino a 450 nit


Entrambi i modelli dispongono della certificazione VESA DisplayHDR 400 e raggiungono una luminosità di picco dichiarata di 450 nit. Questi valori permettono di riprodurre scene luminose più evidenti e di ottenere una maggiore profondità nelle aree caratterizzate da forti differenze tra luci e ombre.

La tecnologia VA è inoltre conosciuta per la capacità di offrire un contrasto elevato, una caratteristica particolarmente utile nei giochi ambientati in scenari scuri, nei contenuti cinematografici e nelle applicazioni multimediali.

La combinazione tra pannello curvo, formato 21:9 e supporto HDR è pensata soprattutto per i titoli nei quali l’ampiezza dell’ambiente di gioco rappresenta una parte importante dell’esperienza visiva.

AOC CU34G4CA: refresh rate da 180 Hz


AOC GAMING CU34G4CA è il modello con frequenza di aggiornamento da 180 Hz. Il monitor presenta un tempo di risposta dichiarato di 1 ms GtG e un valore MPRT di 0,5 ms.

L’elevato refresh rate consente al pannello di aggiornare l’immagine fino a 180 volte al secondo, rendendo più fluidi gli spostamenti della visuale, le animazioni e le sequenze caratterizzate da movimenti rapidi. Per sfruttare completamente questa frequenza è comunque necessario disporre di un computer capace di generare un numero adeguato di fotogrammi al secondo alla risoluzione di 3440 × 1440 pixel.

La connettività video comprende due ingressi HDMI 2.0 e una porta DisplayPort 1.4. Il modello è quindi adatto a postazioni utilizzate per giochi di guida, avventure single-player, titoli narrativi e attività professionali quotidiane.

AOC CU34G4ZCA: fino a 250 Hz in overclock


AOC GAMING CU34G4ZCA rappresenta la proposta con le prestazioni più elevate. La frequenza di aggiornamento nativa è di 240 Hz, ma può raggiungere i 250 Hz tramite overclock.

Il tempo di risposta dichiarato rimane di 1 ms GtG, mentre il valore MPRT scende a 0,3 ms. L’obiettivo è ridurre la persistenza delle immagini durante i movimenti veloci e offrire una maggiore nitidezza nelle scene più frenetiche.

A differenza del CU34G4CA, questo modello dispone di due porte HDMI 2.1, oltre a una DisplayPort 1.4. La maggiore larghezza di banda delle connessioni HDMI permette di gestire segnali video ad alta risoluzione e con frequenze di aggiornamento elevate quando vengono utilizzate sorgenti compatibili.

Il CU34G4ZCA è rivolto soprattutto alle configurazioni dotate di schede grafiche di fascia alta e agli utenti che desiderano combinare il formato ultrawide con un refresh rate vicino ai livelli tipici dei monitor dedicati al gaming competitivo.

USB-C da 90 W per collegare e ricaricare il notebook


Uno degli elementi centrali dei nuovi monitor AOC è la porta USB-C con Power Delivery da 90 W. Attraverso un unico collegamento è possibile trasmettere il segnale video, trasferire dati e alimentare contemporaneamente un notebook compatibile.

Questa soluzione permette di ridurre il numero di cavi presenti sulla scrivania. Collegando il computer portatile al monitor tramite USB-C non è necessario utilizzare un cavo video separato e, in molti casi, nemmeno l’alimentatore originale del dispositivo.

La potenza di 90 W è sufficiente per alimentare numerosi notebook professionali e ultrabook, anche se la compatibilità effettiva dipende dai requisiti energetici del singolo computer.

Switch KVM per controllare due computer


AOC CU34G4CA e CU34G4ZCA integrano anche uno switch KVM hardware, una funzione che consente di utilizzare la stessa tastiera e lo stesso mouse con due computer differenti.

Una configurazione possibile prevede un notebook aziendale collegato tramite USB-C e un PC desktop da gaming connesso tramite DisplayPort o HDMI. Lo switch KVM permette di passare da un sistema all’altro senza scollegare e ricollegare ogni volta le periferiche.

I due monitor includono anche un hub con due porte USB 3.2 Gen 1. Le porte possono essere utilizzate per collegare tastiere, mouse, cuffie, unità di archiviazione esterne e altri accessori compatibili.

Nella confezione vengono forniti un cavo USB-C/USB-C Gen 2 da 1,5 metri, un cavo HDMI da 1,8 metri e un cavo DisplayPort della stessa lunghezza.

Supporto regolabile e tecnologie per il comfort visivo


Entrambi i nuovi monitor ultrawide G4 sono dotati di un supporto regolabile in altezza fino a 130 millimetri. È inoltre possibile modificare l’inclinazione tra -3,5 e 21,5 gradi e ruotare lo schermo orizzontalmente da -20 a +20 gradi.

Le regolazioni permettono di adattare la posizione del pannello all’altezza della seduta e alla disposizione della scrivania, un aspetto rilevante soprattutto quando il monitor viene utilizzato per diverse ore consecutive.

Sono presenti anche la tecnologia Flicker-Free, progettata per ridurre lo sfarfallio della retroilluminazione, e la modalità Low Blue Mode, che limita parte della luce blu emessa dal display.

Adaptive-Sync e software AOC G-Menu


I monitor supportano la tecnologia Adaptive-Sync, che sincronizza la frequenza di aggiornamento dello schermo con il numero di fotogrammi generati dalla scheda grafica. Il sistema contribuisce a limitare fenomeni come tearing e stuttering, che possono verificarsi quando monitor e GPU non lavorano alla stessa velocità.

Le impostazioni possono essere gestite anche attraverso il software AOC G-Menu. L’applicazione permette di modificare i parametri del display direttamente dal desktop, selezionare i preset dedicati ai diversi generi di gioco e regolare rapidamente le principali funzioni senza utilizzare esclusivamente i pulsanti fisici del monitor.

La gamma AOC GAMING G4


I nuovi CU34G4CA e CU34G4ZCA entrano a far parte della serie AOC GAMING G4, una famiglia che comprende monitor con dimensioni comprese tra 24 e 34 pollici.

La gamma propone modelli piatti, curvi e ultrawide, con diverse combinazioni di risoluzione, tecnologia del pannello e frequenza di aggiornamento. In questo modo AOC copre configurazioni destinate al gaming quotidiano, ai titoli competitivi e alle postazioni utilizzate anche per studio, lavoro e creazione di contenuti.

Prezzi e disponibilità in Italia


AOC GAMING CU34G4CA e AOC GAMING CU34G4ZCA saranno disponibili a partire dalla fine di agosto 2026.

Il prezzo consigliato del CU34G4CA con refresh rate da 180 Hz è di 309 euro. Il CU34G4ZCA, caratterizzato dalla frequenza di aggiornamento di 240 Hz overcloccabile fino a 250 Hz e dalle porte HDMI 2.1, sarà proposto al prezzo consigliato di 359 euro.

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TP-Link Archer NX500-Outdoor: router 5G e Wi-Fi 6 per gli spazi esterni


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TP-Link amplia la propria gamma dedicata alla connettività mobile con Archer NX500-Outdoor, un nuovo router 5G da esterno progettato per portare una connessione stabile e veloce in giardini, cortili, parcheggi, case di villeggiatura, camper e aree nelle quali il segnale Wi-Fi tradizionale fatica ad arrivare.

Il dispositivo combina la connessione mobile 5G con il Wi-Fi 6 Dual Band AX3000, permettendo di distribuire il segnale direttamente negli spazi aperti e, allo stesso tempo, di collegare la rete agli ambienti interni dell’edificio. La presenza dello slot per Nano SIM consente di accedere alla rete mobile senza dover installare un modem separato.

Un router 5G pensato per essere installato all’esterno


La posizione del router può incidere in modo significativo sulla qualità della connessione mobile. Quando un dispositivo 5G viene collocato all’interno di un’abitazione, muri spessi, finestre schermate e altri ostacoli possono attenuare il segnale proveniente dalle antenne dell’operatore.

Con TP-Link Archer NX500-Outdoor, il modem viene invece posizionato all’esterno, dove può intercettare più facilmente il segnale della rete mobile. La connessione viene poi distribuita tramite Wi-Fi oppure attraverso la porta Ethernet integrata, raggiungendo sia gli spazi esterni sia quelli interni.

Questa configurazione può risultare particolarmente utile nelle zone non raggiunte dalla fibra FTTH, nelle aree rurali, nelle seconde case oppure negli edifici nei quali la ricezione della rete mobile cambia sensibilmente tra interno ed esterno. Il router supporta inoltre le reti 4G e 3G, assicurando la compatibilità anche quando il 5G non è disponibile.

Velocità 5G fino a 4,67 Gbps


Il nuovo router 5G TP-Link raggiunge una velocità teorica massima in download di 4,67 Gbps e una velocità in upload fino a 1,25 Gbps. In presenza di una rete 4G compatibile, il dispositivo può invece arrivare fino a 1,6 Gbps in download.

Le prestazioni effettive dipendono naturalmente dalla copertura dell’operatore, dal piano dati utilizzato, dalla congestione della rete e dalla distanza rispetto all’antenna mobile. La banda disponibile può comunque essere sfruttata per streaming ad alta risoluzione, videochiamate, gaming online, videosorveglianza e trasferimento di file di grandi dimensioni.

La configurazione è di tipo plug and play: dopo aver inserito una Nano SIM attiva è possibile collegarsi alla rete mobile. In presenza di un PIN abilitato sulla scheda, potrebbe essere necessario sbloccarlo durante la procedura iniziale oppure seguire le indicazioni riportate nel manuale di installazione.

Wi-Fi 6 AX3000 anche in giardino e negli spazi aperti


Una delle principali novità di Archer NX500-Outdoor riguarda la possibilità di distribuire direttamente il segnale wireless all’esterno. Il router supporta il Wi-Fi 6 Dual Band AX3000, con una velocità teorica fino a 2.402 Mbps sulla banda da 5 GHz e fino a 574 Mbps sulla banda da 2,4 GHz.

La banda da 5 GHz può essere utilizzata per i dispositivi che richiedono velocità più elevate, mentre quella da 2,4 GHz offre normalmente una portata maggiore e una migliore capacità di superare gli ostacoli. Il funzionamento simultaneo delle due frequenze permette di distribuire i dispositivi collegati in modo più efficiente.

Secondo i dati indicati da TP-Link, Archer NX500-Outdoor può gestire oltre 200 dispositivi wireless. Questo consente di collegare non soltanto smartphone, notebook e tablet, ma anche telecamere IP, sensori ambientali, sistemi di illuminazione, robot tagliaerba, impianti di irrigazione e altri apparecchi della smart home.

Il router può quindi essere impiegato per creare una rete Wi-Fi in giardino, predisporre una postazione di lavoro all’aperto, collegare un sistema di videosorveglianza oppure offrire connettività in campeggi, locali con tavoli esterni, strutture ricettive e aree ricreative.

Certificazione IP66 e protezione dagli agenti atmosferici


Trattandosi di un router da esterno, la struttura è progettata per resistere alle condizioni ambientali più impegnative. La certificazione IP66 offre protezione contro polvere e acqua, anche se il dispositivo non è destinato all’immersione o all’esposizione prolungata a getti d’acqua ad alta pressione.

Archer NX500-Outdoor può funzionare con temperature comprese tra -30 °C e +60 °C. Sono inoltre previste protezioni contro fulmini, sovratensioni e scariche elettrostatiche, caratteristiche importanti per un dispositivo installato permanentemente all’aperto.

Le possibilità di montaggio comprendono l’installazione su palo, parete o finestra. Questa flessibilità permette di scegliere il punto nel quale il segnale mobile risulta più forte, adattando il posizionamento alle caratteristiche dell’edificio e dell’area circostante. Per il montaggio sulla finestra è previsto anche un apposito supporto adesivo.

Porta Ethernet 2,5 Gbps con alimentazione PoE


La dotazione comprende una porta WAN/LAN da 2,5 Gbps con ingresso PoE, compatibile con PoE passivo e con lo standard 802.3at. Attraverso un solo cavo Ethernet è quindi possibile trasportare contemporaneamente dati e alimentazione.

Questa soluzione semplifica l’installazione perché evita la necessità di predisporre una presa elettrica vicino al router. Il cavo può essere collegato a un iniettore PoE collocato all’interno dell’abitazione, dal quale riceve sia la corrente sia il collegamento alla rete cablata.

La porta da 2,5 Gbps può essere utilizzata anche per collegare Archer NX500-Outdoor a un router installato all’interno, creando un collegamento cablato ad alta velocità tra la rete mobile esterna e i dispositivi presenti nell’edificio.

EasyMesh per creare una rete Wi-Fi unica


Il nuovo router supporta la tecnologia TP-Link EasyMesh e può essere abbinato a router, range extender e altri dispositivi compatibili. In questo modo è possibile creare una rete Mesh con un unico nome Wi-Fi, estendendo la copertura tra ambienti interni ed esterni.

Il sistema supporta lo Smart Roaming, che permette ai dispositivi di passare da un nodo all’altro della rete senza dover cambiare manualmente connessione. L’obiettivo è ridurre le zone con segnale debole e mantenere una navigazione continua durante gli spostamenti tra le diverse aree della casa. TP-Link indica una copertura wireless potenziale fino a circa 230 metri quadrati, variabile in base alla struttura dell’edificio, agli ostacoli e alle interferenze presenti.

Configurazione e gestione tramite app TP-Link Tether


La configurazione di Archer NX500-Outdoor può essere effettuata attraverso l’interfaccia web oppure utilizzando l’applicazione TP-Link Tether, disponibile per dispositivi iOS e Android.

Dall’app è possibile controllare i dispositivi collegati, gestire gli accessi alla rete, impostare il parental control e modificare i principali parametri di funzionamento. Tether permette inoltre di ricevere e installare automaticamente gli aggiornamenti firmware messi a disposizione dal produttore.

Tra le funzioni software figurano anche il controllo della larghezza di banda tramite QoS, la rete ospiti separata sulle frequenze da 2,4 e 5 GHz, il firewall, la gestione remota e il supporto a diversi protocolli VPN.

Prezzo e disponibilità di TP-Link Archer NX500-Outdoor


TP-Link Archer NX500-Outdoor è disponibile attraverso lo showroom ufficiale del produttore e il Brand Store TP-Link su Amazon. Il prezzo consigliato comunicato per il mercato italiano è di 299 euro.

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Levoit Vital Pet Pro: il purificatore smart pensato per chi vive con animali


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Levoit amplia la propria gamma dedicata al benessere domestico con Vital Pet Pro, un nuovo purificatore d’aria per animali domestici progettato per ridurre odori, peli, forfora e particelle sospese negli ambienti condivisi con cani e gatti. Il dispositivo arriva sul mercato italiano il 21 luglio 2026 e integra un sistema di filtrazione a tre stadi, controlli smart e una tecnologia che semplifica la pulizia del prefiltro.

La presenza di un animale in casa può rendere più impegnativa la gestione quotidiana degli ambienti. I peli tendono ad accumularsi su pavimenti, divani e tessuti, mentre odori provenienti dalla lettiera, dal pelo bagnato o dagli spazi utilizzati dagli animali possono persistere anche dopo la normale pulizia. A questi elementi si aggiungono la forfora e le particelle più piccole che rimangono sospese nell’aria.

Il nuovo Levoit Vital Pet Pro è stato sviluppato proprio per rispondere a queste esigenze. Secondo i dati comunicati dall’azienda, il purificatore può contribuire a ridurre fino al 74% degli odori legati agli animali domestici nell’arco di un’ora. Il risultato viene ottenuto attraverso un sistema che combina filtrazione meccanica, carbone attivo e regolazione automatica del flusso d’aria.

Un sistema di filtrazione a tre stadi


Il funzionamento di Vital Pet Pro si basa su tre livelli di filtrazione pensati per trattenere contaminanti di dimensioni differenti. Il prefiltro intercetta principalmente peli, polvere e detriti più grandi, evitando che raggiungano gli strati interni. Il filtro principale si occupa invece delle particelle più fini, comprese quelle associate alla forfora degli animali.

L’ultimo livello è rappresentato dal filtro ai carboni attivi. Levoit ha inserito al suo interno 140 grammi di carbone attivo, una quantità pensata per assorbire e limitare la diffusione degli odori più persistenti. Questa componente può risultare particolarmente utile nelle stanze in cui si trovano cucce, lettiere o tessuti utilizzati frequentemente dagli animali.

La purificazione dell’aria non sostituisce la normale pulizia della casa, ma può affiancarla riducendo la presenza delle particelle che rimangono sospese e che non vengono rimosse semplicemente passando l’aspirapolvere o lavando le superfici.

La tecnologia Auto-Clean facilita la manutenzione


Una delle principali novità di Levoit Vital Pet Pro è la tecnologia Auto-Clean, sviluppata per rendere più semplice la gestione del prefiltro. Durante l’utilizzo, il meccanismo rimuove automaticamente parte dei peli e dei detriti accumulati, trasferendoli all’interno di un vassoio removibile.

Il contenitore può essere estratto e svuotato senza dover intervenire ogni volta sull’intero sistema di filtrazione. Questa soluzione aiuta a limitare le ostruzioni causate dai peli e a mantenere più regolare il passaggio dell’aria, soprattutto nei periodi dell’anno in cui cani e gatti perdono una maggiore quantità di pelo.

La tecnologia Auto-Clean non elimina completamente la necessità di controllare e sostituire i filtri, ma può ridurre la frequenza delle operazioni manuali sul prefiltro. Lo stato dei componenti può essere verificato anche tramite l’applicazione collegata al purificatore.

Sensori per PM2.5 e composti organici volatili


Il nuovo purificatore d’aria Levoit dispone di una modalità automatica che regola la velocità della ventola in base ai dati rilevati dai sensori. Il dispositivo monitora la presenza di particelle PM2.5 e di composti organici volatili, indicati anche con la sigla VOC.

Le particelle PM2.5 hanno un diametro inferiore a 2,5 micrometri e possono provenire da diverse fonti, come polvere fine, fumo, attività di cottura e altri contaminanti presenti nell’ambiente. I VOC sono invece sostanze volatili che possono essere rilasciate da prodotti per la pulizia, profumatori, vernici, mobili e materiali utilizzati all’interno della casa.

Quando il sistema rileva una variazione nella qualità dell’aria, la modalità Auto modifica automaticamente la potenza del purificatore. In questo modo il dispositivo può aumentare il flusso quando è necessario e ridurlo quando i valori tornano a livelli più bassi, senza richiedere una regolazione manuale continua.

Controllo tramite l’app VeSync


La connettività smart permette di gestire Levoit Vital Pet Pro attraverso l’app VeSync. Dallo smartphone è possibile controllare il purificatore, consultare in tempo reale i dati relativi alla qualità dell’aria e verificare lo stato dei filtri.

L’app consente inoltre di programmare gli orari di funzionamento e impostare routine basate sulle abitudini della famiglia. Il purificatore può, per esempio, essere programmato per aumentare la potenza in determinati momenti della giornata oppure per entrare in modalità silenziosa durante la notte.

Il controllo a distanza permette di verificare le condizioni dell’ambiente anche quando non ci si trova nella stessa stanza. Questa funzione può essere utile soprattutto nelle abitazioni in cui gli animali rimangono soli per alcune ore.

Aspirazione a forma di U per catturare peli e particelle


Levoit ha modificato anche la struttura delle prese d’aria. Vital Pet Pro utilizza una bocchetta di aspirazione a forma di U, progettata per intercettare peli e particelle presenti nelle immediate vicinanze del dispositivo.

La particolare apertura amplia la zona dalla quale viene aspirata l’aria e favorisce una circolazione più uniforme all’interno della stanza. Per ottenere risultati migliori, il purificatore deve comunque essere posizionato lasciando uno spazio adeguato intorno alle prese, evitando di nasconderlo dietro tende, mobili o altri ostacoli.

Il dispositivo può essere collocato nelle zone più frequentate dagli animali, come soggiorno e camera da letto, oppure vicino agli spazi in cui si concentrano maggiormente peli e odori.

Struttura progettata per le case con animali


Oltre alla filtrazione, Levoit ha introdotto alcuni accorgimenti pensati per rendere il purificatore più adatto alla convivenza con cani e gatti. Il blocco del display impedisce che un contatto accidentale possa modificare le impostazioni o spegnere il dispositivo.

Il cavo di alimentazione è rivestito in nylon resistente, una soluzione sviluppata per limitare i danni causati da eventuali morsi. Si tratta comunque di una protezione aggiuntiva e non di un invito a lasciare il cavo alla portata di animali abituati a mordere fili e oggetti.

Questi elementi completano una struttura pensata per essere utilizzata quotidianamente negli spazi condivisi, riducendo il rischio di modifiche involontarie durante il funzionamento.

Modalità Sleep con rumorosità di 21 dB


Il livello di rumore è un aspetto importante per un dispositivo destinato a rimanere acceso per diverse ore. In modalità Sleep, Levoit Vital Pet Pro raggiunge una rumorosità dichiarata di 21 dB.

Questo valore permette di utilizzare il purificatore anche durante la notte o negli ambienti dedicati al riposo. La modalità Sleep riduce la velocità della ventola e limita gli elementi luminosi del pannello, così da rendere il funzionamento meno evidente.

La rumorosità può naturalmente aumentare quando il purificatore viene utilizzato alle velocità superiori, soprattutto se i sensori rilevano un peggioramento temporaneo della qualità dell’aria.

Prezzo e disponibilità in Italia


Levoit Vital Pet Pro è disponibile dal 21 luglio 2026 al prezzo consigliato di 189,99 euro. Il nuovo purificatore d’aria smart può essere acquistato su Amazon.

ACQUISTO CONSIGLIATO

Levoit Vital Pet Pro


Il purificatore d’aria smart progettato per le case con animali domestici: cattura peli e forfora, contribuisce a ridurre gli odori e semplifica la manutenzione del prefiltro grazie alla tecnologia Auto-Clean.

Tecnologia Auto-Clean Filtrazione a 3 stadi Filtro ai carboni attivi Modalità Sleep 21 dB
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LG Signature Oled T arriva in Italia: il primo TV trasparente e wireless rivoluziona il mercato


LG porta in Italia il rivoluzionario Signature Oled T, un concentrato di innovazione che unisce design, qualità d'immagine e tecnologie all'avanguardia per trasformare l'esperienza di intrattenimento domestico
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LG ha portato in Italia una delle più straordinarie innovazioni nel mondo dell’home entertainment: Signature Oled T. Si tratta del primo televisore Oled trasparente True Wireless 4K, ora anche disponibile per l’acquisto insu LG Online Shop.

Sony RX10 V: La Nuova Super Zoom per Sport e Natura
Sony presenta ufficialmente la RX10 V, la fotocamera bridge di quinta generazione pensata per i professionisti e gli appassionati di viaggi, sport e natura
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Acclamato a livello internazionale con ben cinque Innovation Awards al CES 2024 e prestigiosi riconoscimenti nell’ambito del design, LG Oled T rappresenta una vera rivoluzione. Il suo schermo trasparente da 77 pollici, quando è spento, diventa quasi invisibile, fondendosi armoniosamente con l’ambiente e regalando agli spazi un senso di apertura e leggerezza senza precedenti.
Grazie alla struttura in metallo, Oled T può anche trasformarsi in un elemento di arredo capace di dividere due ambienti nella stessa stanza
Elegante e raffinato, grazie all’innovativa tecnologia True Wireless con Zero Connect Box, il dispositivo gestisce tutte le connessioni a distanza, eliminando i cavi garantendo ambienti ordinati e una libertà di installazione totale: al centro della stanza, davanti a una finestra o a ridosso di una parete, Oled T si adatta con naturalezza a ogni esigenza abitativa.

LG Signature Oled T offre, inoltre, una tripla esperienza di visione: in modalità trasparente, si trasforma in una tela digitale su cui immagini e contenuti sembrano fluttuare nell’aria, creando un effetto scenografico unico e coinvolgente. Con un semplice comando, la T-Curtain oscura automaticamente lo schermo per offrire tutta la potenza dell’esperienza Oled: nero perfetto, colori fedeli e dettagli straordinari in 4K. Infine, la funzione T-Bar consente di visualizzare nella parte inferiore dello schermo notizie, meteo o informazioni sui brani in riproduzione, mantenendo il resto del display elegantemente trasparente.

OPPO Reno16 ufficiale: design, fotocamere AI e tutte le novità della nuova serie
OPPO amplia la famiglia Reno con la nuova serie Reno16, una gamma di smartphone che punta su design innovativo, fotografia evoluta e funzionalità basate sull’Intelligenza Artificiale
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Il cuore tecnologico è il processore α11 Gen 2 con Intelligenza Artificiale, capace di offrire prestazioni grafiche superiori del 70% e una velocità di elaborazione aumentata del 30% rispetto alla generazione precedente.

Disponibilità


Signatire Oled T ridefinisce il rapporto tra tecnologia, design e spazio domestico: disponibile solo su ordinazione, è venduto al prezzo di 49.999 euro.

OPPO Reno16 Pro 5G


OPPO Reno 16 Pro 5G è progettato per chi cerca prestazioni fotografiche affidabili, un funzionamento fluido nella vita quotidiana e una costruzione durevole nel tempo.

  • 📸 Comparto fotografico da Content Creator
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Sony RX10 V è ufficiale: la nuova fotocamera super zoom di quinta generazione per sport, natura e viaggi


Sony ha annunciato RX10 V, quinta generazione della serie RX10 di fotocamere "all-in-one". Fotocamera perfetta per gli appassionati, essa copre tutte le distanze focali, dal grandangolo al super teleobiettivo in un unico corpo macchina, ideale per ogni tipo di scatto. RX10 V aggiunge alle caratteristiche della RX10 l’AF con riconoscimento in tempo reale basato sull’intelligenza artificiale. Questa feature, oltre a garantire il riconoscimento del soggetto altamente accurato consente a questa fotocamera di gestire un’ampia varietà di contesti: dai momenti di vita quotidiana agli scenari naturalistici, alle giornate scolastiche dedicate allo sport e agli eventi atletici.

Come espandere la memoria dello smartphone con Lexar SL500
Lo spazio sullo smartphone non basta più? Con l’SSD portatile Lexar SL500 puoi espandere rapidamente la memoria disponibile, trasferire file ad alta velocità e gestire foto, video e documenti senza dipendere dal cloud o eliminare contenuti importanti
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


La batteria ricaricabile della serie Z (NP-FZ100) estende la durata delle riprese fotografiche fino a circa 630 scatti (dati Sony), con un miglioramento di circa il 50% o più rispetto al modello precedente.

Caratteristiche principali della RX10 V

I 12 preset Creative Look consentono di ottenere i colori e le texture desiderati direttamente nella fotocameraI 12 preset Creative Look consentono di ottenere i colori e le texture desiderati direttamente nella fotocamera

  • elevata qualità dell’immagine e grande potenza espressiva: un obiettivo zoom che copre da 24 mm a 600mm è in grado di gestire qualsiasi situazione, dagli scatti di tutti i giorni alla fotografia sportiva e naturalistica più impegnativa. Il processore d’immagine Bionz Xr garantisce immagini di alta qualità con rumore ridotto e le tonalità della pelle, il cielo, il verde e altre scene naturali vengono riprodotti con alta risoluzione e fedele riproduzione dei colori e delle texture;


L’AF con il riconoscimento in tempo reale consente di tracciare i soggetti anche quando sono di spalleL’AF con il riconoscimento in tempo reale consente di tracciare i soggetti anche quando sono di spalle

  • riconoscimento del soggetto basato sull’IA: l’AF con il riconoscimento in tempo reale, alimentato da un’unità di elaborazione AI, riconosce persone, animali, uccelli, insetti, automobili, treni e aerei, e dispone anche di una modalità Auto che consente alla fotocamera di identificare automaticamente il tipo di soggetto. L’unità di elaborazione alimenta anche la tecnologia di stima della posa umana, consentendo il riconoscimento e il tracciamento anche quando i soggetti sono di spalle alla fotocamera o quando i volti sono oscurati da caschi o occhiali da sole. Basta toccare il soggetto desiderato per avviare il tracciamento in tempo reale, che segue costantemente il soggetto in movimento, consentendo di concentrarsi sulla composizione per lo scatto perfetto;
  • funzioni avanzate per i video: la fotocamera supporta la registrazione video 4K a 120p, compresa una riproduzione fluida in slow-motion fino a 5x in risoluzione 4K. La stabilizzazione d’immagine in Active Mode garantisce riprese video stabili anche a mano libera. Altre caratteristiche includono S-Cinetone, per ottenere facilmente colori e tonalità cinematografici, e S-Log3 per le riprese video in previsione della color correction in post-produzione.



  • facilità d’uso e prestazioni affidabili: la fotocamera è dotata di un mirino elettronico più grande, con risoluzione e ingrandimento superiori, dotato di un pannello OLED Quad-VGA da 0,5 con circa 3,68 milioni di punti. La RX10 V incorpora inoltre un monitor LCD da 3,0 pollici, aggiornato a circa 1,62 milioni di punti, che consente di visualizzare i soggetti nei minimi dettagli con elevata precisione. La disposizione dei pulsanti e il design dell’impugnatura, basati sulla filosofia di progettazione della serie α, insieme a un selettore multiplo altamente reattivo, che consente un funzionamento fluido in otto direzioni, garantiscono un utilizzo affidabile e intuitivo anche guardando attraverso il mirino. Per garantire l’affidabilità in una vasta gamma di condizioni di ripresa, la fotocamera presenta un design resistente alla polvere e all’umidità, oltre al supporto Wi-Fi (2,4/5 GHz) per un trasferimento dati veloce e stabile. Novità di questo modello, RX10 V supporta Creators’ App, il software proprietario di Sony che consente di connettersi ai propri smartphone per inviare file direttamente al cloud o allo smartphone, controllare la fotocamera da remoto e aggiornare le funzionalità e il software, migliorando la funzionalità e la praticità durante le riprese e la condivisione.

Disponibilità: La RX10 V è già disponibile sul sito ufficiale Sony.


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Sei indagati per la morte di Fakir, ma lo scudo penale complica l'inchiesta


Il nuovo scudo penale del decreto Sicurezza rallenta l'inchiesta sulla morte di Abderrahim Fakir.

Sei persone sono finite nel registro delle annotazioni preliminari per la morte di Abderrahim Fakir, avvenuta durante un intervento di polizia a Bologna. Non si tratta, tecnicamente, di un'iscrizione nel registro degli indagati: la distinzione, tutt'altro che formale, è al centro di una vicenda che sta già ridisegnando i confini della responsabilità delle forze dell'ordine in Italia.

Fakir, 42 anni, titolare di un'impresa di facchinaggio e in Italia con un permesso di soggiorno regolare, è morto nel primo pomeriggio di domenica 19 luglio 2026 in via Svevo, nel quartiere Pilastro, al culmine di un prolungato intervento di contenimento da parte di due agenti della polizia di Stato e di quattro operatori sanitari — due della Croce Rossa e due dell'automedica del 118 — intervenuti per una crisi psichiatrica in atto, secondo la ricostruzione di Bologna Today e del Corriere della Sera. L'avvocata Barbara Spinelli, che assiste la famiglia sul fronte dei diritti dei migranti, ha inoltre smentito le voci circolate nei primi giorni su presunti precedenti penali gravi: a suo dire Fakir aveva soltanto precedenti per stupefacenti e per un'evasione dai domiciliari risalenti al 2012, e il permesso di soggiorno, temporaneamente revocato, era già stato reintegrato da un provvedimento del giudice, risultando dunque pienamente regolare al momento dei fatti, come racconta Il Fatto Quotidiano.

Sulle circostanze esatte del decesso indaga la procura di Bologna, che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo affidato ai pm Domenico Ambrosino e Francesca Arienti, coordinati dal procuratore capo Paolo Guido. È stata disposta l'autopsia e sono stati acquisiti i filmati delle bodycam degli agenti insieme a diverse decine di video girati da testimoni, che la procura sta ora cercando di ricostruire in una sequenza cronologicamente coerente, riferisce sempre Bologna Today.

Perché nessuno è (ancora) indagato


Il cuore della vicenda giuridica è l'applicazione del cosiddetto modello 45-bis, il nuovo registro delle « annotazioni preliminari » introdotto dal decreto Sicurezza (decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23, convertito con modificazioni dalla legge 24 aprile 2026, n. 54). La norma ha inserito nell'articolo 335 del codice di procedura penale il comma 1-bis.1, in base al quale, quando «appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione», il pubblico ministero non iscrive subito il nome della persona nel registro degli indagati, ma procede a un'annotazione preliminare in un modello separato — appunto il modello 45-bis, istituito con decreto ministeriale del 22 aprile 2026, secondo quanto chiarito dalla circolare del ministero della Giustizia del 7 maggio 2026 e dal testo dello stesso decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale.

Non si tratta di un'impunità automatica, né — va precisato — di una misura pensata esclusivamente per le forze dell'ordine. Nella versione iniziale del decreto lo scudo era riservato a chi indossa una divisa; è stato poi esteso a tutti i cittadini dopo l'intervento del Quirinale. Sergio Mattarella esercitò infatti, come racconta Globalist, una moral suasion puntigliosa prima della firma del decreto, chiarendo che una tutela riservata a una sola categoria avrebbe rischiato di violare il principio di uguaglianza sancito dall'articolo 3 della Costituzione; il governo scelse dunque di estendere la norma a chiunque agisca in presenza di scriminanti comuni come la legittima difesa (art. 52 c.p.), l'adempimento di un dovere (art. 51 c.p.) o lo stato di necessità (art. 54 c.p.), come confermano anche il Corriere della Sera e il portale giuridico Altalex.

Moral suasion
Espressione inglese — «persuasione morale» — che indica la pressione informale e non vincolante esercitata da un'autorità istituzionale, priva di poteri coercitivi diretti, per orientare una decisione politica o normativa. Nel caso del decreto Sicurezza, la moral suasion del Quirinale ha spinto il governo a estendere lo scudo penale a tutti i cittadini, e non solo alle forze dell'ordine.

L'annotazione preliminare garantisce alla persona coinvolta le stesse tutele difensive di chi è formalmente indagato, ma consente al pm tempi di verifica più stretti: se non servono ulteriori accertamenti, la richiesta di archiviazione va presentata entro 30 giorni dall'annotazione; se invece si rendono necessari approfondimenti, il pubblico ministero ha fino a 120 giorni per svolgerli, cui possono aggiungersi altri 30 giorni per la decisione finale — per un termine massimo complessivo di 150 giorni, come specificano sia il Corriere della Sera sia il portale specialistico Diritto.it. Se dagli accertamenti emergono elementi di reato, si procede comunque all'iscrizione ordinaria nel registro degli indagati, con i termini di indagine che decorrono retroattivamente dalla data dell'annotazione preliminare, in base al nuovo articolo 335-quinquies c.p.p.

Una precisazione tecnica, sollevata da diversi commentatori giuridici, riguarda la differenza tra « scudo processuale » e vero e proprio « scudo penale »: quest'ultimo, in senso stretto, esiste solo per i medici, per i quali il decreto limita la responsabilità in caso di colpa lieve quando abbiano seguito le linee guida cliniche. Per tutti gli altri casi — compreso quello degli agenti coinvolti nel caso Fakir — si tratta più propriamente di uno scudo procedurale, che rinvia nel tempo l'iscrizione formale senza escludere in alcun modo l'accertamento penale, come sottolinea ancora il Corriere della Sera.

Diverse fonti, tra cui lo stesso comunicato della procura ripreso da Bologna Today e dal Corriere della Sera, hanno definito il caso Fakir la prima applicazione dello scudo in un procedimento legato a un decesso durante un intervento delle forze dell'ordine. Va però segnalato che non è la prima applicazione in assoluto della norma: RaiNews ha documentato un caso precedente a Teramo, agli inizi di luglio, riguardante un carabiniere coinvolto in un incidente stradale con uno scooter, per il quale la sostituta procuratrice Elisabetta Labanti aveva già applicato lo stesso meccanismo. Bologna resta comunque il primo caso a raggiungere una risonanza nazionale, complice la gravità dell'esito.

La richiesta di Anselmo e la risposta della procura


Fabio Anselmo, l'avvocato che ha già seguito le famiglie di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi e che ora assiste i familiari di Fakir, ha chiesto che le indagini vengano affidate a un corpo di polizia giudiziaria diverso da quello a cui appartengono gli agenti coinvolti. «Ho accettato l'incarico [...] Ma le indagini sull'attuale vicenda, come la Cedu richiede, andrebbero fatte da un corpo autonomo e non dallo stesso a cui appartengono le persone coinvolte», ha dichiarato secondo Dire.it. Il riferimento alla Corte europea dei diritti dell'uomo non è generico: riguarda il caso Magherini, per il quale l'Italia è già stata condannata dalla Cedu per non aver garantito indagini sufficientemente indipendenti su un decesso avvenuto durante un fermo di polizia.

Il 29 luglio la procura di Bologna ha però respinto la richiesta di trasferire l'indagine, assicurando che «la terzietà delle indagini è garantita dal lavoro di un pool di magistrati» che coordina la Squadra mobile, secondo quanto riportato da Bologna Today. Nei giorni precedenti i pm avevano sentito come persone informate sui fatti i familiari di Fakir — il fratello Mohamed, la sorella Khadija e la nipote Yossra — oltre ai due agenti e ai quattro operatori sanitari coinvolti, tutti iscritti nel registro 45-bis. Anselmo ha risposto in tono conciliante: «Mi fido dei magistrati», ha dichiarato sempre secondo la stessa fonte, lasciando intendere che la vicenda, almeno per ora, non sfocerà in un contenzioso aperto sulla titolarità delle indagini.

Il precedente Ferrulli e il nodo del controllo indipendente


Il richiamo storico più immediato resta quello di Michele Ferrulli, morto a Milano il 30 giugno 2011 in via Varsavia dopo un intervento di contenimento della polizia, per un attacco ipertensivo acuto legato a una preesistente condizione di ipertensione. Nel 2014 la Corte d'Assise di Milano assolse i quattro agenti coinvolti «perché il fatto non sussiste», respingendo la richiesta di sette anni per omicidio preterintenzionale avanzata dal pm Gaetano Ruta, come ricostruisce Il Fatto Quotidiano. L'assoluzione fu confermata in appello il 23 maggio 2016, secondo Il Manifesto, e definitivamente dalla Cassazione il 2 ottobre 2020, come commentato da Amnesty International Italia.

Il caso Ferrulli, insieme a quelli di Cucchi e Aldrovandi, alimenta da anni un dibattito sulla mancanza in Italia di un organismo terzo e indipendente per le indagini su morti e violenze legate a interventi delle forze dell'ordine. Il tema ha una dimensione comparativa precisa. In Francia, il Défenseur des droits — autorità amministrativa indipendente istituita nel 2011 e prevista dalla Costituzione — può aprire d'ufficio inchieste su decessi legati a interventi di polizia: lo ha fatto, per esempio, nel caso di un uomo morto nel gennaio 2020 dopo un controllo stradale, concludendo lo scorso 1° aprile che gli agenti avevano commesso « manquements graves » ai propri doveri deontologici, secondo la decisione ufficiale pubblicata dal Défenseur des droits. In Germania, dal marzo 2024 il Bundestag ha istituito la figura del commissario parlamentare per la polizia federale (Polizeibeauftragter des Bundes), organo ausiliario del Parlamento con il compito di individuare e indagare su eventuali disfunzioni strutturali e casi di condotta scorretta delle forze di polizia federali, come descrivono i materiali ufficiali del Bundestag.

L'Italia non dispone di un organismo equivalente. Ed è anche uno dei pochi paesi europei a non pubblicare dati istituzionali sui decessi avvenuti durante fermi e operazioni delle forze dell'ordine, nonostante gli appelli delle Nazioni Unite risalenti già al 1991 e ribaditi nel 2023, secondo la ricostruzione del giornalista Luigi Mastrodonato pubblicata su Domani e ripresa da VDnews. Mastrodonato ha mappato, incrociando notizie di cronaca, vicende giudiziarie e mobilitazioni, circa 67 decessi avvenuti dal 2000 a oggi durante fermi e operazioni di polizia — un numero che lo stesso autore definisce sottostimato, perché riferito soltanto ai casi che hanno avuto risonanza mediatica, ed esclude volutamente il capitolo, altrettanto ampio, dei decessi sospetti in carcere. Una parte consistente delle vittime mappate è di origine straniera, un dato che secondo Mastrodonato riporta all'attenzione il tema, già segnalato a livello internazionale, della profilazione razziale nell'attività delle forze dell'ordine italiane. Un'indagine europea condotta dall'organizzazione spagnola Civio, citata dallo stesso Mastrodonato, ha censito invece 488 decessi legati a custodia o operazioni di polizia in tredici paesi europei tra il 2020 e il 2022 — con la Francia in testa, 107 casi nello stesso periodo — mentre l'Italia rientra tra i paesi che non hanno condiviso i propri dati.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)
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Trump impone dazi del 50% sulla maggior parte dei prodotti canadesi


La Casa Bianca accusa Ottawa di discriminare auto, alcolici e latticini americani. I dazi scattano tra 30 giorni e colpiscono anche i beni coperti dall'accordo di libero scambio

Il presidente Donald Trump ha imposto ieri dazi del 50% sulla maggior parte dei prodotti canadesi, accusando il Canada di discriminare le auto, gli alcolici e i latticini americani. Le nuove misure entreranno in vigore tra 30 giorni, una finestra che lascia quindi spazio a un possibile negoziato tra i due Paesi. I dazi colpiranno prodotti molto diversi tra loro, come il vino, i mobili, il cemento e le mazze da hockey.

Ma la novità rispetto al passato è che si applicheranno anche alle merci finora protette dall'accordo di libero scambio nordamericano (USMCA), vale a dire l’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada negoziato dallo stesso Trump durante il suo primo mandato per sostituire il precedente NAFTA e che copre più dell'80% delle esportazioni canadesi verso gli Stati Uniti. Restano esclusi dai nuovi provvedimenti solo i prodotti energetici, il pesce, il potassio e i minerali critici, oltre ad acciaio e alluminio, che erano già stati colpiti da dazi separati motivati da ragioni di sicurezza nazionale.

★Commercio · Stati Uniti-Canada

Dazi al 50%: Trump colpisce il Canada con una legge del 1930

Tre proclami fondati sulla Sezione 338 del Tariff Act aggirano la sentenza della Corte Suprema e colpiscono anche le merci protette dall’accordo USMCA.
Grafica di FocusAmerica

USA
Nuovi dazi USA sulle merci canadesi
0%
In vigore tra 30 giorni, anche sui prodotti finora protetti dall’accordo di libero scambio USMCA

Canada

L’escalation, colpo su colpo

La nuova base legale
Sezione 338, Tariff Act del 1930
Norma poco nota dell’epoca della Grande Depressione: consente al presidente di imporre dazi fino al 50% ai Paesi accusati di discriminare i prodotti americani.
«L’invocazione della Sezione 338 è l’opzione nucleare per i dazi di Trump»
Scott Lincicome, Cato Institute (ad Associated Press)

I numeri della disputa

Cosa resta escluso

Energia Pesce Potassio Minerali critici Acciaio e alluminio *
* Già soggetti a dazi separati per motivi di sicurezza nazionale (Sezione 232).
Fonte: Casa Bianca, USTR, Associated Press · luglio 2026

La nuova base legale


Per introdurre i nuovi dazi Trump ha firmato tre proclami basati sulla Sezione 338 della legge commerciale del 1930, una norma poco nota dell'epoca della Grande Depressione che permette al presidente di imporre dazi fino al 50% le importazioni dai Paesi accusati di discriminare i prodotti americani. L'anno scorso alcuni esponenti democratici del Congresso avevano proposto di abrogare proprio questa legge, sostenendo che Trump avrebbe potuto usarla per destabilizzare l'economia.

"Abbiamo attraversato il Rubicone", ha detto all'agenzia Associated Press Scott Lincicome, vicepresidente del Cato Institute, un centro studi libertario: "L'invocazione della Sezione 338 è l'opzione nucleare per i dazi di Trump". Secondo Lincicome la norma potrebbe ora essere applicata ad altri partner commerciali degli Stati Uniti, creando "enorme incertezza" nell'economia globale.

La Casa Bianca sta cercando basi legali alternative per i suoi dazi a partire da febbraio, quando la Corte Suprema ha stabilito, con 6 voti contro 3, che Trump aveva usato illegalmente i suoi poteri di emergenza per imporre i dazi globali durante il cosiddetto Liberation Day. Da allora il governo americano ha dovuto rimborsare, solo in questo anno fiscale, 81 miliardi di dollari di dazi già incassati e ha introdotto un dazio temporaneo del 10%, che scade venerdì.

Per giustificare le nuove misure l'Amministrazione ha avviato indagini commerciali sulle pratiche di una sessantina di Paesi: il primo obiettivo dei nuovi dazi è stato il Brasile, colpito la settimana scorsa da dazi del 25%. Secondo la Casa Bianca il Canada è stato finora uno dei pochissimi Paesi, insieme alla Cina, ad aver risposto ai dazi di Trump con contromisure proprie.

Il rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, ha detto in un comunicato che "il Canada ha tolto dagli scaffali i prodotti alcolici americani, concesso un accesso migliore ai latticini europei e imposto un tetto ai veicoli americani esportati in Canada da aziende che hanno rilocalizzato la produzione". Le contromisure canadesi risalgono al gennaio 2025, quando Trump, appena tornato alla Casa Bianca, aveva imposto una prima serie di dazi del 25% accusando il Canada di non contrastare a sufficienza il traffico di fentanyl verso gli Stati Uniti.

In risposta quasi tutte le province canadesi, dove la vendita di alcolici è gestita da enti pubblici, avevano smesso di comprare e vendere bevande americane, una reazione alimentata anche dalle provocazioni di Trump sull'annessione del Canada come 51° Stato. Da aprile 2025 il Canada applica inoltre un dazio del 25% sulle auto americane che non rientrano nel trattamento preferenziale previsto dall'accordo di libero scambio. Sui latticini invece la disputa è più vecchia: Washington accusa Ottawa di limitare le importazioni di prodotti americani, ma alla fine del 2023 un collegio arbitrale previsto dall'accordo aveva dato ragione al Canada.

Le reazioni canadesi


Il primo ministro canadese Mark Carney ha risposto affermando che i nuovi dazi sono l'ultima di una serie di azioni unilaterali con cui gli Stati Uniti violano l'accordo nordamericano e che sulle auto il Canada ha "semplicemente pareggiato" le misure a suo tempo decise da Trump.

Il suo governo, ha aggiunto, ha presentato "una serie di proposte dettagliate e complete" per risolvere la disputa e modernizzare l'accordo ed è pronto a "impegnarsi intensamente" nelle discussioni delle prossime settimane. "Questa disputa commerciale ha fatto aumentare i costi per le famiglie, soprattutto negli Stati Uniti", ha detto Carney.

My statement on the United States administration’s intention to impose new tariffs on Canadian goods: pic.twitter.com/wl8JtbQjyC
— Mark Carney (@MarkJCarney) July 20, 2026


Il premier dell'Ontario, Doug Ford, ha invece chiesto una linea più dura: "Se questi dazi andranno avanti, il Canada dovrebbe rispondere dazio per dazio, dollaro per dollaro", ha scritto sui social.

I’ll never stop fighting to protect Ontario. If these tariffs proceed, Canada should respond tariff for tariff, dollar for dollar.
— Doug Ford (@fordnation) July 20, 2026


Candace Laing, alla guida della Camera di commercio canadese, ha definito "deplorevoli" le mosse della Casa Bianca ma ha invitato i due Paesi a usare il mese che manca all'entrata in vigore delle misure per cercare di "fare progressi significativi" nei negoziati. Anche l'associazione americana dei produttori di distillati ha chiesto una soluzione negoziata che restituisca ai suoi prodotti l'accesso al mercato canadese.

In arrivo altri dazi?


A poco più di tre mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre, che rinnoveranno il controllo del Congresso, i nuovi dazi comportano ovvi rischi politici ed economici per Trump. I dazi globali annunciati nell'aprile 2025, nel giorno che il presidente aveva ribattezzato "Liberation Day" avevano provocato un crollo dei mercati finanziari per i timori su inflazione e recessione, costringendolo poi a sospenderli in parte per negoziare.

L'inflazione è salita da quando Trump è tornato in carica, spinta prima dai dazi e successivamente dal rincaro del petrolio legato alla guerra in Iran. I giudizi degli americani sulla sua gestione dell'economia sono fortemente negativi. Ciò nonostante Trump ha già chiesto ai suoi collaboratori di valutare ulteriori dazi contro il Canada per il fumo degli incendi boschivi che ha peggiorato la qualità dell'aria nel nord-est degli Stati Uniti.

Venerdì il presidente aveva scritto sul suo social network Truth Social che il Canada "non sta mantenendo correttamente" le sue foreste e che gli Stati Uniti sono "invasi inutilmente da aria sporca, inquinata e malsana". Domenica Trump ha guardato la finale dei Mondiali di calcio accanto a Carney e ha poi raccontato ai giornalisti di avergli chiesto di fermare gli incendi che stanno "avvelenando la nostra aria".


Gli Stati Uniti impongono dazi del 25% al Brasile, Lula prepara la ritorsione


Gli Stati Uniti hanno annunciato dazi del 25% su gran parte dei prodotti importati dal Brasile, il primo paese colpito dalla nuova strategia commerciale del presidente Donald Trump dopo che a febbraio la Corte Suprema aveva annullato buona parte dei dazi imposti in precedenza. Le misure entreranno in vigore il 22 luglio e il governo brasiliano ha già promesso una dura risposta.

L'annuncio è arrivato dopo le 23 di mercoledì a Washington (le 5 di giovedì mattina in Italia) dall'ufficio del Rappresentante per il commercio degli Stati Uniti (USTR), l'agenzia che gestisce la politica commerciale americana. I dazi si basano sulla Section 301 del Trade Act del 1974, una legge che permette di colpire i paesi accusati di pratiche commerciali sleali al termine di un'indagine formale. Quella sul Brasile era iniziata un anno fa e si è conclusa con l'accusa di aver danneggiato le aziende americane su più fronti.

Tra le pratiche contestate ci sono i dazi preferenziali concessi dal Brasile a Messico e India, le barriere all'ingresso nel mercato dell'etanolo, la scarsa protezione della proprietà intellettuale, la deforestazione illegale che avvantaggerebbe gli agricoltori brasiliani e alcune sentenze della magistratura sull'economia digitale, come l'obbligo per i social network di rimuovere certi contenuti politici. L'indagine ha preso di mira anche Pix, il sistema di pagamenti istantanei gratuito usato da quasi tutti i brasiliani, accusato di svantaggiare le società americane delle carte di credito.

I dazi colpiranno migliaia di prodotti, tra cui zucchero, macchinari agricoli, abbigliamento, macchinari elettrici, carta e acciaio. La lista delle esenzioni è però più ampia del previsto: restano fuori carne bovina, caffè, prodotti energetici, terre rare, aerei civili e componenti aeronautici, farmaci, frutta e noci. Secondo la Camera di commercio americana in Brasile, le esenzioni coprono circa 11 miliardi di dollari di scambi annuali.

Gli Stati Uniti sono in attivo negli scambi commerciali con il Brasile ogni anno dal 2008: nel 2025 il surplus è stato di 14 miliardi di dollari, più del doppio dell'anno precedente, con esportazioni verso il paese sudamericano per oltre 54 miliardi di dollari e importazioni per quasi 40.

Il governo di Luiz Inácio Lula da Silva ha definito i dazi illegali e senza giustificazione e ha annunciato che invocherà la legge di reciprocità approvata dal Parlamento nel 2025, che autorizza contromisure contro paesi specifici. Giovedì i ministri principali si sono riuniti al palazzo presidenziale per preparare la risposta, che potrebbe comprendere limiti al rimpatrio di dividendi e royalty delle società audiovisive americane e la sospensione della protezione dei brevetti su farmaci e sementi. A Brasilia queste misure sono considerate preferibili a nuovi dazi, perché non rischiano di interrompere le catene di approvvigionamento né di alimentare l'inflazione.

Il Brasile riprenderà anche la disputa avviata l'anno scorso all'Organizzazione mondiale del commercio sui dazi applicati alle trasmissioni elettroniche: una sentenza favorevole rafforzerebbe la base legale delle ritorsioni. I funzionari americani hanno già avvertito che Washington "rivedrà le sue azioni" se il Brasile risponderà, una prospettiva che preoccupa gli esportatori brasiliani: le vendite verso gli Stati Uniti sono calate del 13% nel primo semestre dell'anno, mentre le esportazioni complessive del paese crescevano del 5,1%.

I dazi arrivano in piena campagna elettorale brasiliana: a ottobre Lula cerca la rielezione e il suo principale avversario è Flávio Bolsonaro, figlio dell'ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro, condannato per il tentativo di rovesciare il voto del 2022. L'anno scorso Trump, alleato di vecchia data della famiglia Bolsonaro, aveva imposto dazi fino al 50% su molti prodotti brasiliani in risposta a quella condanna, salvo poi ritirare quelli su carne bovina, caffè e altri prodotti agricoli per via dell'impatto sui prezzi americani. L'ufficio di Lula ha accusato la famiglia Bolsonaro di aver costruito la narrativa dietro i nuovi dazi, definendo i suoi membri "falsi patrioti" che hanno agito "per obiettivi elettorali".

La settimana scorsa Flávio Bolsonaro si è presentato a un'audizione pubblica dell'USTR a Washington per chiedere la sospensione dei dazi, sostenendo che avrebbero avvantaggiato elettoralmente Lula. I sondaggi gli danno ragione sul primo punto: da un anno le rilevazioni mostrano che i dazi hanno rafforzato la posizione del presidente e più della metà dei brasiliani ne incolpa la famiglia Bolsonaro. Ignorata la richiesta, il senatore ha scaricato la colpa su Lula, rilanciando le parole del segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui il presidente brasiliano "non ha negoziato in buona fede" e "da un anno mette il proprio ego davanti a un accordo per il benessere del popolo brasiliano".

L'amministrazione Trump prevede di usare la Section 301 contro decine di altri partner commerciali, dall'India alla Cina, dall'Unione Europea al Giappone e alla Corea del Sud. Il rappresentante per il commercio Jamieson Greer ha detto che i negoziati con Brasilia restano aperti, ma un'altra indagine sui legami con il lavoro forzato nelle catene di fornitura si concluderà il 24 luglio e potrebbe aggiungere un ulteriore 12,5% di dazi, portando il totale al 37,5%. A quel livello il Brasile diventerebbe il secondo paese più colpito dai dazi americani dopo la Cina.


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Italcanna Fishball


La pesca dalla barca con la palluccella sta vivendo in questi anni un incredibile successo. Si utilizza una zavorra di forma sferica a cui sono fissati alcuni ami innescati con esca viva, principalmente cefalopodi o sugarelli. Questa tecnica ha affiancato con successo altri modi di pescare in verticale, come ad esempio lo slow pitch. Italcanna ha voluto quindi aggiornare la serie Slow Pitch, introducendo la variante Fishball. Inizialmente la serie comprendeva due modelli: il più “leggero” permette di gestire jig da 90 a 150 grammi, con un max drag di 3 chili; il modello più potente è pensato per l’utilizzo con artificiali anche di oltre 200 grammi, ma con un peso ottimale tra 150 e 200 e max drag di 4 chili. A questi due modelli adesso si aggiunge Fishball, espressamente pensata per la tecnica con la palluccella, con una potenza tra 150 e 350 grammi. Tutte le versioni hanno una lunghezza di 198 centimetri e sono anellate Fuji acid, con il fusto in carbonio alta resistenza e carbonio IM, sottilissimo e perfettamente bilanciato.

italcanna.com

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Le colline sono viola: la Provenza è qui


In Francia la coltivazione della lavanda attraversa una crisi profonda. L’Alessandrino è un’alternativa credibile, anche sul fronte turistico

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«Con il Covid e ciò che è successo dopo, la lavanda sta attraversando un periodo di profonda crisi, in special modo in Francia. In generale, quasi tutto il comparto delle erbe officinali e del bio sta soffrendo, anche se si intravedono segnali di piccola ripresa». Piercarlo Dappino, agricoltore biologico e biodinamico da quarant’anni, ha un’azienda con la moglie a Castelletto d’Erro, è stato sindaco e amministratore pubblico ed è il presidente della cooperativa Agronatura di Spigno Monferrato, storica società di coltivazione, lavorazione e trasformazione di piante officinali e aromatiche. «Raggruppiamo una trentina di ditte che conferiscono il prodotto, proveniente da circa centoquaranta ettari di terreni collinari al confine fra Piemonte e Liguria», ha spiegato a L’Unica.

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La rassegna stampa di martedì 21 luglio 2026


La guerra con l'Iran domina l'agenda tra nuovi raid, la spinta a una tregua e quasi cento militari feriti; l'Amministrazione impone dazi del 50% sul Canada e cerca i tabulati di giornalisti del New York Times, mentre cresce la corsa verso le elezioni di metà mandato

Questa è la rassegna stampa di martedì 21 luglio 2026

L'Amministrazione Trump tra una nuova tregua e l'escalation nella guerra con l'Iran


Gli Stati Uniti hanno lanciato nuovi raid contro l'Iran per il decimo giorno consecutivo, mentre mediatori regionali guidati da Qatar, Egitto e Pakistan hanno presentato a Washington e Teheran una proposta di tregua di dieci giorni per riaprire lo Stretto di Hormuz. Dopo la morte di tre militari statunitensi in pochi giorni, il presidente Trump ha promesso che l'Iran pagherà "molte volte" e deve ora scegliere se accettare il cessate il fuoco o lanciare un'offensiva congiunta con Israele.

Fonti: Axios, BBC, The Hill

Quasi cento militari americani feriti dalla ripresa dei raid sull'Iran


Il Pentagono ha confermato che quasi cento militari statunitensi hanno riportato ferite da quando, all'inizio di luglio, sono ripresi gli attacchi continui contro l'Iran, precisando che il 96% è già tornato in servizio dopo "lievi commozioni cerebrali". Alcune ricostruzioni giornalistiche sostengono però che la Difesa abbia inizialmente taciuto decine di questi ferimenti, alimentando le polemiche sulla trasparenza del Dipartimento.

Fonti: Financial Times, The Hill

L'Amministrazione Trump impone nuovi dazi del 50% su molti prodotti canadesi


L'Amministrazione ha annunciato dazi aggiuntivi del 50% su un'ampia gamma di beni canadesi — dal vino ai bastoni da hockey al cemento — accusando Ottawa di pratiche commerciali discriminatorie. Le misure, che entreranno in vigore il mese prossimo e colpiranno circa 20 miliardi di dollari di importazioni, si fondano su una disposizione legale mai utilizzata prima; il primo ministro Mark Carney le ha definite una violazione dell'accordo di libero scambio nordamericano.

Fonti: The New York Times, Axios, BBC

Il Dipartimento di Giustizia ha cercato i tabulati telefonici di giornalisti del New York Times


L'Amministrazione Trump ha chiesto i tabulati telefonici di alcuni cronisti del New York Times e di loro familiari — tra cui coniugi e un genitore — nel tentativo di individuare le fonti dei giornalisti. La mossa ha riacceso le preoccupazioni sulla libertà di stampa e sull'uso degli strumenti giudiziari nei confronti dei mezzi di informazione.

Fonti: The New York Times, The Hill, Wall Street Journal

Un giudice nominato da Trump respinge il ricorso contro le leggi del Minnesota sull'immigrazione


Un giudice federale nominato dallo stesso Trump ha respinto la causa con cui l'Amministrazione sosteneva che le leggi "santuario" del Minnesota, che limitano la collaborazione locale in materia di immigrazione, violino la clausola di supremazia della Costituzione. Si tratta di una battuta d'arresto per la strategia legale della Casa Bianca contro gli Stati che ostacolano le espulsioni.

Fonti: The Hill, The New York Times

Darline Graham si candida al seggio del fratello Lindsey al Senato


Darline Graham, sorella del defunto senatore Lindsey Graham e da lui subentrata al seggio della Carolina del Sud, ha annunciato che correrà per un mandato pieno di sei anni, forte dell'endorsement del presidente Trump. Dovrà affrontare due deputati in carica nelle primarie repubblicane, mentre la deputata Nancy Mace ha escluso una propria discesa in campo.

Fonti: The New York Times, Semafor, Wall Street Journal

I repubblicani costruiscono una macchina da 400 milioni di dollari in vista delle elezioni di metà mandato


Il super PAC filo-Trump Maga Inc ha accumulato un tesoro di 400 milioni di dollari, la più grande raccolta fondi mai realizzata in un anno senza elezioni presidenziali, in vista del voto di metà mandato del 2026. Sul fronte parlamentare, i repubblicani della Camera hanno superato i democratici nella raccolta di giugno.

Fonti: Financial Times, Axios

Un ex militare dà fuoco all'esterno di un edificio federale a New York


Un ex soldato dell'esercito di 43 anni, Andrew Arrabaca, è stato arrestato dopo aver appiccato un incendio con della benzina all'ingresso del 26 Federal Plaza di Manhattan, edificio che ospita un tribunale per l'immigrazione e altri uffici governativi. Secondo l'FBI l'uomo, mosso da posizioni ostili all'agenzia per l'immigrazione ICE, era armato di asce, un machete, coltelli e fuochi d'artificio.

Fonti: Wall Street Journal, The Hill, BBC

Trump ha respinto quasi 6.000 richieste di clemenza


Il presidente Trump ha respinto quasi 6.000 domande di grazia, deludendo le attese di un'ampia ondata di provvedimenti legata al 250° anniversario degli Stati Uniti. Il 3 luglio ne aveva concesse meno di venti, un numero molto inferiore alle aspettative alimentate nei mesi scorsi.

Fonti: The New York Times

Il boss del cartello di Sinaloa Ismael Zambada condannato all'ergastolo negli Stati Uniti


Ismael Zambada, noto come "El Mayo" e cofondatore del cartello messicano di Sinaloa, è stato condannato all'ergastolo da un tribunale statunitense e dovrà versare 15 miliardi di dollari dopo aver ammesso di aver inviato enormi quantità di droga verso gli Stati Uniti. È uno dei più rilevanti processi per narcotraffico mai celebrati nel Paese.

Fonti: BBC

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Treasons 2


Warming up is important to avoid injuries. So, here's a few more misdeeds by the EU Commission, to read up first thing come September, so we are ready to start the new season...
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Just in case anyone thought we’d run out of complaints against this European Commission of lackeys and scoundrels, here are a few more Post-its to stick on the fridge before the holidays, so we can kick off September with a bang.

But first, as a bonus, a review.

Today is July 18, and yesterday I went to see Nolan’s "Odyssey". My measured opinion is that if hehad cast the Muppets for it, the result would have been a less ridiculous movie.

"Odyssey" is the living proof that with a $250 million budget, the best director around, and a stellar cast, you can still produce an unwatchable piece of crap that’s also a deadly bore.

At one point I said to myself, “Jesus, is this ever going to end?” Exactly 36 minutes had passed. The movie runs two hours and 52 minutes.

Now:

  1. I can admit the appalling casting choices because woke sells;
  2. I can overlook the mixed-race, teenage "sky-blue-eyed Athena", the black-skinned "Helen with white arms", and the bald, black-bearded, "blond Menelaus" because after all we need not be literal;
  3. I can take it in stride that Agamemnon is dressed as Batman throughout the entire movie;
  4. I can put into context an Odysseus incessantly whining as if Troy were Vietnam, even though I burst out laughing at the line “our Bronze Age is coming to an end,” (and it wasn’t the first time);
  5. I can look past the absence of the Lotophagi, the Phaeacians, Nausicaa, and the trick on the Cyclops;
  6. I can temporarily suspend judgment on the absence of the gods, if only to conclude later that it all turns into a second-rate Disney fairy tale
  7. I can consider it a stylistic choice that, despite the costumes, the characters and dialogue are better suited to a bourgeois drama from the period when Woody Allen thought he was Ingmar Bergman than to a tragic myth from the first millennium B.C.;
  8. I can grit my teeth at a Telemachus who calls Odysseus “Dad”;
  9. I can bite my tongue about the Greeks rowing in helmets and armor throughout the entire movie to show that they’re warriors—otherwise Pete Hegseth will say this is *The Gay Love Boat*, not *The Odyssey*;
  10. I’ll only spare the perimenopausal nymph, Calypso, and not because Charlize Theron, even at eighty, will still be the most terrifyingly magnetic and captivating woman on the planet, but because she’s the only one on screen who actually acts and has stage presence.

But what I absolutely cannot accept is taking the greatest story ever told and turning it into a movie that’s not only boring but completely devoid of any pathos.

But go see it for yourselves, and make up your own minds. Oh yeah, the set design and cinematography are beautiful. Too bad that if you find yourself noticing those, it means the movie isn’t there.

And now let’s move on to serious matters.


In the last episode, I listed as treason the extension of exceptional investigative and surveillance powers (including facial recognition) to Frontex, the European agency responsible for external border controls.

As for internal borders, however (which the Schengen Agreement was supposed to dismantle) too many member states continue to invoke emergency conditions so they can do as they please. Take Germany, for example, which (ever since Schengen came into existence) has requested six-monthly exemptions on security grounds almost non-stop. Just how absurd these security demands are is immediately apparent: traveling from Italy to Germany via Austria? Border check as soon as you enter Germany. Traveling from Austria to Germany? No check at all.

And Germany isn’t even the only one, even though it’s the example I stumble upon every time. A Commission worthy of the name would have taken action years ago, because Schengen is one of the greatest achievements of European integration, and we’re throwing it away just to appease a bunch of racists in Parliament and in the electorate.

And that’s just regarding the borders. But we mustn’t forget that Europol, too, is piling up one exception after another just to carry out mass surveillance on European citizens and, not content with these, has built a shadow system of databases and applications to flout the limits on data retention and processing set by the GDPR and continually reaffirmed by the European Data Protection Supervisor. In this case as well, a Commission worthy of the name would give the European Data Protection Supervisor the political and financial backing to pay Europol a visit armed with a large stick; but heaven forbid that von der Leyen and her Commission of lackeys should do anything to enforce European laws in Europe.


Still on the subject of border relations, there is the increasingly surreal relationship with the United States. The cornerstone of the scandal is the request for Europe to share its citizens’ biometric databases with the United States, so that EU citizens can continue to enjoy the great honor of traveling to that barbarian country without a visa.

There are a few problems:

  • the first is that you can process my biometric data only when I hand you my passport, not otherwise;
  • the second is that once biometric data is accessible to the US, goodbye, data protection limits, they’ll profile us to the hilt and then some, and then, of course, the inevitable data breach will land the data in anyone’s hands;
  • the third is that we already have an agreement allowing us to travel to the U.S. without a visa, and Trumpland is, as always, changing the rules of the game.

Now, personally, I won’t set foot in the U.S. again until they’ve gotten over this bout of fascism that began in 2001. Which means I presumably won’t be going back there ever again. But even if I wanted to, I don’t see why I should compromise fundamental data and throw personal data protection out the window just to save the cost of a couple of visits to the consulate.

Let’s remember that the U.S. is also that “democratic” country where, to enter, you have to give the authorities access to all your social media accounts so they can make sure you’ve never said anything they don’t like (like for instance that Trump is an idiot and that Congress is a herd of sheep). Stuff like that makes you long for the Soviet Union’s KGB.

Regarding access to biometric data, the U.S. has set a deadline of December 31, a deadline that is, to all intents and purposes, an ultimatum, and the outlook is bleak, especially if one recalls the “wonderful” negotiation through which von der Leyen secured permanent 15% tariffs from what is supposed to be an ally.

The European Parliament is currently on recess, but as soon as it reconvenes, it will need to make its voice heard on this issue—and on all others concerning the United States.


Still on the subject of the United States, there is the now-surreal issue of the free flow of data between Europe and the United States—the so-called EU-US Data Protection Framework—which, according to the European Commission, guarantees that the U.S. substantially meets the protection standards required by the GDPR.

The agreement on the free flow of data between the U.S. and the EU, whatever its name, has always been a farce. So was the Safe Harbor, which was struck down by the European Court of Justice’s Schrems I ruling. So was the Privacy Shield, essentially a carbon copy of the Safe Harbor hastily put together by the von der Leyen Commission (the first one) and struck down by the Schrems II ruling.

And so is the current EU-US Data Protection Framework, which we expect to see struck down by Max Schrems’s third appeal to the European Court.

The situation is simple: U.S. law grants intelligence agencies virtually absolute discretion in accessing personal data, particularly that of non-U.S. citizens. This access is only nominally subject to judicial oversight, as required by European law, because FISA (Foreign Intelligence Surveillance Act) courts effectively limit themselves to rubber-stamping whatever is presented to them, as if they were in a Hollywood crime drama.

Not only that, but since requests for access to data are secret, the right to recourse required by European law is purely theoretical—in the sense that a European citizen doesn’t even have the right to be heard or to have their own lawyer, but the verdict, strictly without justification, is communicated to them after the fact.

As if that weren’t enough, the so-called independent court that rules on these matters currently consists of a single member (a Republican, since Trump fired all the others) and is so “independent” that it’s effectively an extension of the State Department.

According to von der Leyen, this pathetic sham guarantees that Europeans’ personal data, once in the United States, will retain the same level of protection they have in Europe under the GDPR. I don’t know what von der Leyen is smoking, but it’s clearly too strong for her.

There’s no point in rambling on about digital sovereignty if we don’t first acknowledge that European personal data in the hands of U.S. companies has less effective protection than if it were in the hands of Chinese companies.


And finally, there’s the issue of Israel, and more generally, the EU’s role in foreign policy. Specifically, I’d like to know whether the EU even has a foreign policy or whether we simply do whatever Washington tells us to do.

Because if we all agree that Putin is bad and evil because he invaded Ukraine (blithely ignoring why he did it and who funded the situation to reach that point), then where are the sanctions against Israel for the genocide in Palestine, and against Israel and the United States for the aggression against Iran?

Because either we clearly state that condemnations and sanctions are imposed—or not—depending on the moment and who’s involved, and in that case, I may be fine with it. Even Andreotti used to say that laws are applied to enemies and interpreted for friends. But if in September I still hear the same old litany of values, dear Commission, then I reserve the right to give you the finger.

Specifically, I would like the EU to take at least one small step and revoke the trade cooperation agreement with Israel, in light of the blatant genocide in Palestine. It wouldn’t be much, but it would be a gesture, given that the Commission prides itself on defending the absolute values of human rights and the self-determination of peoples when it comes to white Ukrainians, yet then mysteriously adopts a strict realpolitik when it comes to the fifty shades of brown in Palestine, throughout the Middle East, and along the refugee routes fleeing U.S.-backed wars.

There you go. I’d say that if we start checking off the list on September 1st, then by the 8th (when Season 11 kicks off) we’ll be all warmed up and won’t risk strains or muscle spasms.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)
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DK10x41 - Tradimenti 2


Il riscaldamento è fondamentale per evitare strappi e contratture. Perciò, ecco altre malefatte della Commissione da ripassare a Settembre per presentarsi alla nuova stagione già belli caldi...
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Ascolta l'episodio su Spreaker.com

Caso mai qualcuno credesse che avessimo esaurito la lista delle lagnanze contro questa Commissione Europea di servi e cialtroni, qualche altro post-it da attaccare al frigo prima delle vacanze, così a Settembre ripartiamo belli caldi.

Ma prima, come bonus, una recensione.

Sigla.

Oggi è il 18 luglio, e ieri sono andato a vedere l'Odissea di Nolan. Il mio pacato giudizio è che se lo girava con i Muppet gli usciva un film meno ridicolo.

Odissea è la dimostrazione plastica che con 250 milioni di budget, il miglior regista su piazza, un cast stellare, si può ancora fare una cagata inguardabile che però è anche una palla micidiale.

A un certo punto mi sono detto "madonna, ma non finisce mai?" Erano passati 36 minuti esatti. Il film dura due ore e 52.

Ora, io

  • posso ammettere le scelte a cappella nel casting perché devi fare l'inclusivo,
  • posso trascurare Atena dagli occhi celesti mulatta e adolescenziale, Elena dalle bianche braccia e dal collo di cigno nera nubiana e tarchiatella, e il biondo Menelao pelato e con la barba nera,
  • posso considerare con bonomia Agamennone vestito da Batman per tutto il film
  • posso contestualizzare un Ulisse frignone manco Troia fosse il Vietnam, anche se alla battuta "la nostra età del Bronzo sta finendo" sono scoppiato a ridere, e non era la prima volta
  • posso sorvolare sull'assenza dei Lotofagi, dei Feaci, di Nausicaa e dell'inganno al Ciclope
  • posso momentaneamente sospendere il giudizio sull'assenza degli dèi, salvo poi concludere che tutto diventa una favoletta di Disney
  • posso considerare una scelta stilistica il fatto che, nonostante i costumi, personaggi e dialoghi sono più adatti a un dramma borghese del periodo in cui Woody Allen pensava di essere Ingmar Bergman, che a un mito tragico del primo millennio avanti Cristo;
  • posso stringere i denti per un Telemaco che chiama Ulisse "papà", manco quell'altro fosse Mario Merola e dovesse rispondere "figghio, figghio mio"
  • posso mordermi la lingua per i Greci che vogano con elmo e corazza per tutto il film per far vedere che loro sono guerrieri, sennò poi Pete Hegseth dice che quella è Gay Love Boat, non l'Odissea;
  • salvo soltanto la ninfa perimenopausale, e non perché Charlize Theron anche a ottant'anni sarà la cosa più spaventosamente sexy che giri sul pianeta, ma perché è l'unica sullo schermo che recita e ha una presenza scenica.

Ma quello che non posso assolutamente accettare è prendere la più grande storia mai raccontata e farne un film che non solo è noioso, ma è completamente privo di qualsiasi pathos.

Ma voi vedetelo, e fatevi un'idea. Ah sì, scenografie e fotografia bellissime. Peccato che se ti metti a notare quelle vuol dire che il film non c'è.

E adesso passiamo alle cose serie.

pausa

Nello scorso episodio elencavo come tradimento l'estensione di poteri eccezionali di indagine e controllo, incluso il riconoscimento facciale, a Frontex, l'agenzia europea che si occupa dei controlli alle frontiere esterne.

Per quel che riguarda le frontiere interne, invece, che il trattato di Schengen avrebbe dovuto abbattere, troppi Stati membri continuano a invocare condizioni emergenziali per farsi i beati casi loro. Come per esempio la Germania, che da quando Schengen esiste ha richiesto dispense semestrali per motivi di sicurezza a ciclo pressoché continuo. Che fesseria siano queste esigenze di sicurezza è subito detto: viaggi dall'Italia alla Germania attraverso l'Austria? Controllo di frontiera appena entri in Germania. Viaggi dall'Austria alla Germania? Nessun controllo.

E la Germania non è nemmeno la sola, anche se è l'esempio che tocco con mano ogni volta. Una Commissione che si rispetti avrebbe già preso provvedimenti da anni, perché Schengen è una delle conquiste più alte della costruzione europea, e ce la stiamo giocando per dare il contentino a quattro pezzenti razzisti e peraltro incompetenti.

E questo per quanto riguarda le frontiere. Ma non dobbiamo dimenticarci che anche Europol mette in fila un'eccezione dopo l'altra pur di praticare sorveglianza di massa sui cittadini europei, e non contenta delle eccezioni ha costruito un sistema-ombra di archivi, per farsi beffe dei limiti alla ritenzione e al trattamento fissati dal GDPR e ribaditi di continuo dal Garante Europeo. Anche in questo caso, una Commissione degna di questo nome darebbe al Garante Europeo il supporto politico e economico per fare visita a Europol munito di un nodoso bastone, ma non sia mai che la von der Leyen e la sua commis sione di servi faccia qualcosa per far valere le leggi europee in Europa.

pausa

Sempre per quel che riguarda i rapporti frontalieri, c'è quello, sempre più surreale, con gli Stati Uniti. La prima pietra dello scandalo è la richiesta all'Europa di condividere i database biometrici dei propri cittadini con gli Stati Uniti, affinché i cittadini dell'Unione possano continuare a godere dell'alto onore di recarsi in quel Paese di barbari senza visto.

Ci sono un certo numero di problemi:

  • il primo è che tu i miei dati biometrici li puoi trattare nel momento in cui ti dò il mio passaporto, non a prescindere;
  • il secondo è che una volta che i dati biometrici siano accessibili agli statunitensi, ciao còre alla limitazione del trattamento, ci faranno tutte le profilazioni del mondo e qualcuna in più, e poi ovviamente ci sarà l'inevitabile breach e andranno in mano a chiunque;
  • il terzo è che abbiamo già un accordo per poter viaggare negli USA senza visto, e l'America di Trump sta come sempre cambiando le carte in tavola.

Ora, io personalmente non metterò più piede negli USA fin che non gli è passata la botta di fascismo cominciata nel 2001. Il che significa che presumibilmente non ci tornerò più. Ma anche se volessi, non vedo perché compromettere dati fondamentali e buttare alle ortiche la protezione dei dati personali per risparmiare il costo di un paio di visite al consolato.

Ricordiamoci che gli USA sono anche quel Paese democratico dove per entrare devi dare alle Autorità l'accesso a tutti i tuoi account social, così che loro possano accertarsi che tu non abbia mai detto qualcosa di sgradito. Roba del genere fa rimpiangere il KGB dell'Unione Sovietica.

Sull'accesso ai dati biometrici, gli USA hanno messo come scadenza il 31 dicembre, una scadenza che è a tutti gli effetti un ultimatum, e le prospettive sono fosche, se uno ricorda il meraviglioso negoziato con cui la von der Leyen ha garantito dazi permanenti del 15% da parte di quello che dovrebbe essere un alleato. Ora il Parlamento Europeo è in ferie, ma appena riapre occorrerà che si faccia sentire sulla questione, e su tutte le altre che riguardano gli Stati Uniti.

Sempre parlando di Stati Uniti, c'è l'ormai surreale questione del libero transito dei dati fra Europa e Stati Uniti, quello che si chiama EU-US Data Protection Framework e che, a detta della Commissione Europea, garantisce la sostanziale adeguatezza degli USA ai livelli di protezione richiesti dal GDPR.

L'accordo per il libero traffico dei dati fra USA e Unione, con qualunque nome, è sempre stato una farsa. Lo era il Safe Harbor, stroncato dalla sentenza Schrems I della Corte Europea di Giustizia. Lo era il Privacy Shield, sostanzialmente la fotocopia del Safe Harbor messa in piedi in tutta fretta dalla Commissione von der Leyen (la prima) e stroncato dalla sentenza Schrems II.
E lo è l'attuale EU-US Data Protection Framework, che aspettiamo di vedere stroncato dal terzo ricorso di Max Schrems alla Corte Europea.

Le cose sono semplici: la legge USA consente alle agenzie di intelligence una discrezionalità praticamente assoluta nell'accesso ai dati personali, in particolare di persone che non siano cittadini USA. Questo accesso è solo nominalmente sottoposto al controllo giudiziario, come richiede la legge europea, perché le corti statunitensi di fatto si limitano a firmare quello che gli viene presentato, manco fossero in un serial poliziesco di Hollywood.

E non solo, ma poiché le richieste di accesso ai dati sono segrete, il diritto di rivalsa richiesto dalla legge europea è puramente teorico, nel senso che un cittadino europeo non ha nemmeno diritto a essere ascoltato o a un proprio avvocato, ma il verdetto, rigorosamente senza motivazione, gli viene comunicato ex post.

Come se non bastasse, la supposta corte indipendente che decide su questi temi (che in quanto supposta, come ci insegna Caparezza...) si compone al momento di un solo membro, repubblicano perché Trump ha licenziato tutti gli altri, ed è talmente indipendente da essere una emanazione del Dipartimento di Stato.

Secondo la von der Leyen questo patetico accrocchio garantisce che i dati personali degli Europei, una volta negli Stati Uniti, mantengano lo stesso livello di protezione che hanno in Europa sotto il GDPR. Io non so cosa si fumi la von der Leyen, ma è palesemente roba troppo forte per lei.

È inutile che ci mettiamo a sproloquiare di sovranità digitale se prima non riconosciamo che i dati personali europei in mano a compagnie USA hanno meno protezioni effettive che se fossero in mano a compagnie cinesi.

E infine, c'è la questione di Israele, e in generale del ruolo dell'Unione in politica estera. Specificamente, vorrei sapere se l'Unione ha una politica estera o se semplicemente facciamo quello che ordinano a Washington.

Perché se siamo tutti d'accordo che Putin è brutto e cattivo perché ha invaso l'Ucraina (ignorando spensieratamente perché lo abbia fatto e chi abbia messo il budget per arrivare a quella situazione) allora dove sono le sanzioni contro Israele per il genocidio in Palestina, e contro Israele e gli Stati Uniti per l'aggressione all'Iran?

No, perché o ci diciamo chiaramente che condanne e sanzioni si fanno o non si fanno a seconda del momento e di chi è coinvolto, e allora mi va bene. Anche Andreotti diceva che le leggi si applicano per i nemici e si interpretano per gli amici. Ma se a Settembre ancora sento la litania dei valori allora mi riservo il diritto di pernacchia.

Nello specifico, vorrei che l'Unione facesse almeno un piccolo passo e revocasse l'accordo di collaborazione commerciale con Israele, a fronte del genocidio conclamato in Palestina. Sarebbe poco, ma sarebbe un gesto, visto che la Commissione si fa vanto di difendere i valori assoluti dei diritti umani e dell'autodeterminazione dei popoli quando si tratta dei bianchi ucraini ma poi misteriosamente adotta una stretta realpolitik quando si tratta delle cinquanta sfumature di marrone in Palestina e tutto il Medio Oriente e lungo le rotte dei profughi delle guerre statunitensi.

Ecco qui. Direi che se iniziamo a spuntare la lista il primo di settembre, per l'otto quando parte la stagione undici, siamo belli caldi e non rischiamo strappi e contratture.

E no, non vi saluto ancora. Qui si chiude a 42 episodi, e dal 25 Luglio all'8 Settembre, perché in Italia, fra quelle due date, non succede niente nemmeno se c'è una guerra.

Quindi a fra pochissimi giorni.

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Anthropic per Meta, SpaceX per il Pentagono, il primo razzo indiano


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Buon martedì,
oggi vedremo un paio di partnership importanti, che dimostrano ancora una volta quanto i data center stiano diventando uno degli asset più preziosi dei nostri tempi. Poi vedremo il grande successo del primo razzo indiano in orbita bassa, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Anthropic vuole affittare la potenza di calcolo di Meta per 10 miliardi


Intelligenza Artificiale
L'accordo per ottenere potenza di calcolo AI dai data center di Meta, proposto da Anthropic, varrebbe fino a 10 miliardi di dollari in due anni, con pagamenti mensili e possibilità di uscita anticipata per entrambe. Le trattative sono in fase iniziale e potrebbero non portare a nulla. La cifra è circa un terzo dell'accordo da 45 miliardi in tre anni firmato da Anthropic con SpaceX a maggio. Per Meta sarebbe una nuova fonte di ricavi. Quest'anno spenderà fino a 145 miliardi, più del doppio dei 72 dell'anno scorso, e ha ammesso che potrebbe costruire più data center del necessario rispetto al bisogno effettivo dei suoi prodotti AI. Zuckerberg ha detto agli investitori che vendere capacità in eccesso è un'opzione se l'azienda si trovasse ad aver costruito troppo.
~
Fonte: nytimes.com
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SpaceX sta trattando con il Pentagono per fornire potenza di calcolo AI


Business
Le trattative tra SpaceX e il Dipartimento della Difesa sono in corso e potrebbero saltare. Negli ultimi mesi SpaceX ha firmato accordi simili con Anthropic e Google e vuole espandere il business cloud per competere con fornitori come CoreWeave a prezzi più bassi. Il Pentagono dipende già da SpaceX per lanci di razzi e satelliti, e alcuni funzionari temono un'eccessiva dipendenza da Musk. Intanto il Pentagono chiede al Congresso 30 miliardi di dollari per un programma di acquisto di chip AI di fascia alta. Affittare capacità di calcolo si sta rivelando più redditizio della vendita di Grok. Gli accordi con Anthropic, Google e la startup Reflection AI potrebbero valere decine di miliardi di dollari di ricavi annui.
~
Fonte: The Wall Street Journal
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Il primo razzo privato indiano raggiunge l'orbita al primo tentativo


Spazio
Il primo razzo orbitale sviluppato da un'azienda privata in India ha raggiunto l'orbita al primo tentativo. Si chiama Vikram-1, lo ha costruito la startup Skyroot Aerospace ed è decollato sabato dallo spazioporto di Sriharikota. È alto 22 metri e porta fino a 350 kg in orbita bassa. Ha raggiunto i 450 km di quota previsti e rilasciato due piccoli satelliti. I debutti dei razzi orbitali privati falliscono quasi sempre. SpaceX impiegò quattro tentativi con il Falcon 1 e anche l'Electron di Rocket Lab fallì al primo lancio. Skyroot ha raccolto circa 160 milioni di dollari, vale 1,1 miliardi e ha oltre 1.000 dipendenti con età media di 28 anni. Il governo indiano vuole passare da circa 5 a 50 lanci l'anno entro fine decennio. Un secondo lancio del Vikram-1 potrebbe arrivare entro fine anno.
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Fonte: Ars Technica
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Google rinvia Gemini 3.5 Pro perché non è abbastanza potente


Intelligenza Artificiale
Gemini 3.5 Pro è il modello AI più potente di Google ed è in ritardo di mesi sulla tabella di marcia. Il lancio era atteso alla conferenza sviluppatori di maggio. L'azienda sta cercando di migliorarne le capacità di scrittura di codice, dove OpenAI e Meta hanno appena rilasciato modelli superiori. A fine giugno Google ha aggiornato i dati di addestramento del modello, ma i risultati sono stati deludenti secondo una fonte di Bloomberg. Dieci dipendenti ed ex dipendenti parlano di frustrazione interna e del timore di perdere terreno rispetto ad Anthropic e OpenAI. Pesano la burocrazia e le fazioni interne: Google Cloud, DeepMind e il team Android sviluppano ciascuno i propri strumenti di AI coding, e gli ingegneri si scontrano con limiti di potenza di calcolo. Alcuni ricercatori sono passati ad Anthropic. Il titolo Alphabet ha perso fino al 3,2% giovedì. Google dice di essere in fase di test del modello con i partner.
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Fonte: Bloomberg.com
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Xi spinge per l'AI open source e attacca il dominio americano


Intelligenza Artificiale
Alla conferenza mondiale sull'AI di Shanghai, Xi Jinping ha difeso lo sviluppo di modelli AI open source e ha criticato gli Stati Uniti senza mai nominarli. Ha detto che bisogna opporsi a chi "estende eccessivamente il concetto di sicurezza nazionale" nell'AI. È un riferimento alle restrizioni americane sull'export di chip avanzati e alla recente decisione dell'amministrazione Trump di bloccare temporaneamente l'accesso a Mythos di Anthropic. Xi ha promesso più formazione sull'AI per i paesi in via di sviluppo e nuovi organismi dedicati alla crescita AI: il giorno prima 29 paesi avevano aderito a un nuovo ente guidato dalla Cina per la cooperazione globale sull'AI. Poche ore prima del discorso, la cinese Moonshot AI aveva pubblicato Kimi K3, e il modello (open-weight) ha sorpreso la Silicon Valley per le sue capacità avanzate.
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Fonte: The Wall Street Journal
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SpaceX sta trattando con il Pentagono per fornire potenza di calcolo AI


Miliardi di dollari di capacità di potenza di calcolo.
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In breve:


Le trattative tra SpaceX e il Dipartimento della Difesa sono in corso e potrebbero saltare. Negli ultimi mesi SpaceX ha firmato accordi simili con Anthropic e Google e vuole espandere il business cloud per competere con fornitori come CoreWeave a prezzi più bassi. Il Pentagono dipende già da SpaceX per lanci di razzi e satelliti, e alcuni funzionari temono un'eccessiva dipendenza da Musk. Intanto il Pentagono chiede al Congresso 30 miliardi di dollari per un programma di acquisto di chip AI di fascia alta. Affittare capacità di calcolo si sta rivelando più redditizio della vendita di Grok. Gli accordi con Anthropic, Google e la startup Reflection AI potrebbero valere decine di miliardi di dollari di ricavi annui.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Exclusive | SpaceX in Talks to Provide Computing Power for Pentagon’s AI Push - WSJ
Elon Musk’s company would sell military billions of dollars’ worth of data-center capacity for running AI models, Elon Musk’s company would sell military billions of dollars’ worth of data-center capacity for running AI models
The Wall Street JournalAnissa Gardizy, Amrith Ramkumar and Becky Peterson


Alternativa in italiano:

SpaceX potrebbe dare al Pentagono capacità di calcolo: così Elon Musk vuole far fruttare gli investimenti
SpaceX è in trattativa con il Dipartimento della Difesa statunitense per la fornitura di capacità computazionale destinata all'addestramento e all'esecuzione di modelli di intelligenza artificiale. L'accordo potrebbe avere un valore di diversi miliardi di dollari.
Hardware Upgrade

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Il primo razzo privato indiano raggiunge l'orbita al primo tentativo


La startup indiana che vale 1,1 miliardi di dollari.
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In breve:


Il primo razzo orbitale sviluppato da un'azienda privata in India ha raggiunto l'orbita al primo tentativo. Si chiama Vikram-1, lo ha costruito la startup Skyroot Aerospace ed è decollato sabato dallo spazioporto di Sriharikota. È alto 22 metri e porta fino a 350 kg in orbita bassa. Ha raggiunto i 450 km di quota previsti e rilasciato due piccoli satelliti. I debutti dei razzi orbitali privati falliscono quasi sempre. SpaceX impiegò quattro tentativi con il Falcon 1 e anche l'Electron di Rocket Lab fallì al primo lancio. Skyroot ha raccolto circa 160 milioni di dollari, vale 1,1 miliardi e ha oltre 1.000 dipendenti con età media di 28 anni. Il governo indiano vuole passare da circa 5 a 50 lanci l'anno entro fine decennio. Un secondo lancio del Vikram-1 potrebbe arrivare entro fine anno.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

India's first privately developed rocket reaches orbit on dramatic debut launch - Ars Technica
On the first attempt, reaching orbit, I never thought it was possible."
Ars Technica


Alternativa in italiano:

Skyroot Aerospace è la prima startup indiana a raggiungere l'orbita. Un successo il lancio di Vikram-1
L'azienda indiana Skyroot è la prima azienda privata indiana a raggiungere l'orbita con il razzo Vikram-1...
AstroSpace

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Google rinvia Gemini 3.5 Pro perché non è abbastanza potente


Mesi di ritardo, azioni in calo del 3,2%.
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In breve:


Gemini 3.5 Pro è il modello AI più potente di Google ed è in ritardo di mesi sulla tabella di marcia. Il lancio era atteso alla conferenza sviluppatori di maggio. L'azienda sta cercando di migliorarne le capacità di scrittura di codice, dove OpenAI e Meta hanno appena rilasciato modelli superiori. A fine giugno Google ha aggiornato i dati di addestramento del modello, ma i risultati sono stati deludenti secondo una fonte di Bloomberg. Dieci dipendenti ed ex dipendenti parlano di frustrazione interna e del timore di perdere terreno rispetto ad Anthropic e OpenAI. Pesano la burocrazia e le fazioni interne: Google Cloud, DeepMind e il team Android sviluppano ciascuno i propri strumenti di AI coding, e gli ingegneri si scontrano con limiti di potenza di calcolo. Alcuni ricercatori sono passati ad Anthropic. Il titolo Alphabet ha perso fino al 3,2% giovedì. Google dice di essere in fase di test del modello con i partner.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Google Gemini Launch Delayed as Tech Falls Short of Internal Goals - Bloomberg
Alphabet Inc.’s Google is months behind schedule on delivering Gemini 3.5 Pro, its most powerful flagship AI model, because the company has been taking time to try to improve its capabilities, particularly in coding, according to people familiar with the matter.
Bloomberg.com


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Xi spinge per l'AI open source e attacca il dominio americano


Discorso alla World AI Conference di Shanghai.
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In breve:


Alla conferenza mondiale sull'AI di Shanghai, Xi Jinping ha difeso lo sviluppo di modelli AI open source e ha criticato gli Stati Uniti senza mai nominarli. Ha detto che bisogna opporsi a chi "estende eccessivamente il concetto di sicurezza nazionale" nell'AI. È un riferimento alle restrizioni americane sull'export di chip avanzati e alla recente decisione dell'amministrazione Trump di bloccare temporaneamente l'accesso a Mythos di Anthropic. Xi ha promesso più formazione sull'AI per i paesi in via di sviluppo e nuovi organismi dedicati alla crescita AI: il giorno prima 29 paesi avevano aderito a un nuovo ente guidato dalla Cina per la cooperazione globale sull'AI. Poche ore prima del discorso, la cinese Moonshot AI aveva pubblicato Kimi K3, e il modello (open-weight) ha sorpreso la Silicon Valley per le sue capacità avanzate.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

China’s Xi Touts Open-Source AI and Takes a Swipe at U.S. Dominance - WSJ
Beijing leader woos developing countries as superpowers jockey for technology lead, Beijing leader woos developing countries as superpowers jockey for technology lead
The Wall Street JournalJonathan Cheng and Katrina Northrop


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Anthropic vuole affittare la potenza di calcolo di Meta per 10 miliardi


Si aggiungerebbe all'accordo da 45 miliardi con SpaceX.
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In breve:


L'accordo per ottenere potenza di calcolo AI dai data center di Meta, proposto da Anthropic, varrebbe fino a 10 miliardi di dollari in due anni, con pagamenti mensili e possibilità di uscita anticipata per entrambe. Le trattative sono in fase iniziale e potrebbero non portare a nulla. La cifra è circa un terzo dell'accordo da 45 miliardi in tre anni firmato da Anthropic con SpaceX a maggio. Per Meta sarebbe una nuova fonte di ricavi. Quest'anno spenderà fino a 145 miliardi, più del doppio dei 72 dell'anno scorso, e ha ammesso che potrebbe costruire più data center del necessario rispetto al bisogno effettivo dei suoi prodotti AI. Zuckerberg ha detto agli investitori che vendere capacità in eccesso è un'opzione se l'azienda si trovasse ad aver costruito troppo.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Meta in Talks to Lease Computing Power to Anthropic in Potential $10 Billion Deal
Meta is in talks to lease computing power from its artificial intelligence data centers to Anthropic in a deal that could be worth as much as $10 billion over two years, three people with knowledge of the discussions said, a potential step toward a new A.I.
nytimes.com


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L'ossessione del mondo MAGA per il testosterone e la mascolinità


L'Amministrazione definisce "mutilazione chimica" gli ormoni per i minori trans ma offre il testosterone ai militari sopra i 30 anni. Per gli studiosi è una reazione al declino del dominio maschile

L'Amministrazione Trump ha definito "mutilazione chimica" i bloccanti della pubertà e le terapie ormonali per i minori transgender. Questa settimana ha fatto capire di non avere gli stessi dubbi quando si tratta di iniettare testosterone ai soldati americani: il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato che ai militari dai 30 anni in su con livelli bassi dell'ormone sarà offerta la terapia sostitutiva a base di testosterone.

Il senatore democratico della California Adam Schiff ha colto la contraddizione scrivendo su X che "Pete Hegseth si schiera a favore delle cure di affermazione di genere". Per i critici del Segretario alla Difesa l'iniziativa illustra due tratti del movimento Maga: l'ossessione per la virilità e l'ottimizzazione del corpo, insieme alla convinzione che l'espressione di genere debba essere rigidamente binaria.

I critici culturali hanno da tempo notato che il mondo trumpiano predilige uomini muscolosi e adatti alla telecamera e donne dall'aspetto iperfemminile con ritocchi estetici evidenti. Hanno anche ironizzato sulla "Mar-a-Lago Face", il look fatto di filler, Botox e denti bianchissimi. "È il genere come performance", ha detto al Financial Times Juliet Williams, docente di studi di genere all'Università della California a Los Angeles. "È completamente caricaturale".

La mossa di Hegseth riflette anche la nuova mascolinità aggressiva arrivata nella politica di destra dalla cosiddetta manosphere, la vasta rete di influencer online il cui sostegno è considerato uno dei fattori decisivi della vittoria di Trump nel 2024. È un mondo intriso di testosterone, come mostra il documentario del 2022 The End of Men della star dei media conservatori Tucker Carlson, che presentava il calo dei livelli dell'ormone e del numero di spermatozoi come una crisi sanitaria e consigliava agli uomini la terapia con luce rossa sui testicoli per stimolare la produzione ormonale.

Meredith Jones, docente di studi di genere e cultura alla Brunel University, legge il fenomeno come una reazione alla fluidità di genere, al movimento transgender e all'omosessualità. Lo ha paragonato a quello che accadde dopo la Seconda guerra mondiale, quando le donne della generazione di "Rosie the Riveter", entrate in massa nel mercato del lavoro e accusate di aver "preso il lavoro degli uomini", vennero rispedite nei ruoli domestici tradizionali.

Gli studiosi collocano l'ipermascolinizzazione della destra americana in una fase in cui il predominio degli uomini nella società si sta erodendo, ma dubitano che il testosterone possa restituire loro lo status perduto. "Non c'è dubbio che ci sia un'incertezza crescente tra gli uomini sul loro posto nel mondo", ha detto Kathleen Gerson, docente di sociologia alla New York University. "Ma la risposta non è tornare a un'epoca in cui la forza fisica determinava chi faceva cosa. La risposta non è il testosterone".

Il Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. ha ammesso di usare la terapia sostitutiva a base di testosterone e si è filmato mentre si allena con il musicista Kid Rock e mentre si immerge in una vasca di acqua ghiacciata con i jeans addosso. A gennaio, in un podcast condotto da Katie Miller, moglie del vicecapo di gabinetto della Casa Bianca Stephen Miller, ha elogiato i livelli ormonali del presidente: "Ha la costituzione di una divinità". Mehmet Oz, alto funzionario sanitario dell'Amministrazione, aveva da poco esaminato le cartelle cliniche di Trump e vi aveva trovato, ha raccontato Kennedy, "il livello di testosterone più alto che abbia mai visto in una persona sopra i 70 anni".

L'aspetto fisico è intanto diventato sempre più una moneta sociale, una tendenza rafforzata dal movimento del "looksmaxxing", cresciuto durante il secondo mandato di Trump, che spinge a massimizzare il proprio aspetto con ogni mezzo. Uno dei suoi influencer più noti, lo streamer ventenne Braden Peters, conosciuto come "Clavicular", ha ammesso di aver sperimentato il testosterone quando era ancora adolescente e di aver usato dei martelli per rimodellarsi gli zigomi. "L'aspetto è diventato un valore dominante, al punto che ciò che siamo è come appariamo", ha detto Heather Widdows, docente di filosofia all'Università di Warwick e autrice del libro Perfect Me: Beauty as an Ethical Ideal. "Stiamo letteralmente scrivendo noi stessi sui nostri corpi, passando dal taglio del vestito al taglio del seno".

I funzionari dell'Amministrazione insistono che il piano di Hegseth riguarda la salute e non l'aspetto. Brian Christine, sottosegretario alla Salute, ha spiegato che gli uomini con ipogonadismo, il termine clinico per indicare la carenza di testosterone, hanno una fertilità ridotta e tassi più alti di obesità, diabete e malattie cardiache. "Hanno un rischio di morte da una a due volte maggiore, un rischio maggiore di mortalità per tutte le cause", ha detto. "Si tratta di rendere i nostri combattenti ottimizzati per fare il loro lavoro, proteggerci e portare a termine le loro missioni critiche".

Altri descrivono il discorso sul testosterone come una posa, simile all'insofferenza dichiarata di Hegseth per le barbe e per i generali sovrappeso. In un discorso ai comandanti militari a Quantico, in Virginia, a settembre aveva detto che non ci sarebbero stati "più barbuti" e che è "completamente inaccettabile vedere generali e ammiragli grassi".

Juliet Williams collega l'annuncio sul testosterone alle politiche dell'Amministrazione contro le persone che non si conformano al genere assegnato. Sotto Trump il governo ha cercato di limitare le cure di affermazione di genere per i minori, di escludere le ragazze transgender dalle competizioni sportive scolastiche femminili e di vietare alle persone transgender di prestare servizio nelle forze armate. "Fin dall'inizio Hegseth ha voluto epurare le forze armate da chiunque ritenga non abbia per diritto di nascita accesso ai loro privilegi", ha detto. "È un modo di rimettere gli uomini al centro, per quanto riguarda l'esercito".

Il Segretario alla Difesa ha reso noto il piano di screening poche ore dopo aver bloccato la promozione al grado di ammiraglio a due stelle di sette ufficiali della Marina, cinque dei quali donne o appartenenti a minoranze etniche. Un portavoce del Pentagono, il ministero della Difesa americano, non ha voluto commentare.

La deputata democratica Becca Balint ha visto un parallelo tra l'estetica muscolare di Hegseth e l'opera di "Tom of Finland", l'artista gay famoso per i suoi marinai e boscaioli ipermascolini. Ha rilevato il contrasto tra il rapporto "intenso" e a tratti "omoerotico" che alcuni membri dell'Amministrazione sembrano avere con la mascolinità e la campagna di odio e paura che gli stessi conducono contro la comunità LGBTQ.

Michael Kimmel, autore del libro Manhood in America, ha ricordato che Hegseth in passato si era espresso contro la presenza delle donne nei reparti combattenti e che ha perseguito con coerenza politiche per rafforzare i ruoli di genere tradizionali nelle forze armate. "L'Amministrazione Trump, di cui Pete Hegseth è un esempio perfetto, crede davvero nella politica di genere del 1950 circa", ha detto al Financial Times. "Significa uomini che portano a casa lo stipendio andando a combattere i draghi nella giungla aziendale e donne tradwife che restano a casa, fanno figli e si occupano della casa". Il problema, ha aggiunto, è che quella visione non è in sintonia con un mondo in cui spesso entrambi i genitori devono lavorare: "La partecipazione delle donne al mercato del lavoro non è facoltativa".


Il Pentagono misurerà ogni anno il testosterone dei militari sopra i 30 anni


Ogni militare americano con più di 30 anni farà ogni anno un test del testosterone. Lo ha annunciato il segretario alla Difesa Pete Hegseth in un video pubblicato su X, presentando l'iniziativa come un modo per mantenere le truppe "sul fronte più avanzato della letalità". Chi risulterà avere valori bassi potrà scegliere di sottoporsi alla terapia sostitutiva del testosterone, che reintegra l'ormone con iniezioni, cerotti, gel o impianti sottocutanei.

Il test entrerà a far parte della valutazione sanitaria periodica, l'esame obbligatorio dal 2016 con cui il Pentagono misura le condizioni fisiche, la salute mentale e l'idoneità al dispiegamento dei militari. Sarà obbligatorio dai 30 anni in su, mentre i più giovani potranno chiederlo su base volontaria.

"Investiamo molto in armi, piattaforme ed equipaggiamento, ma il nostro vantaggio tattico più decisivo sarà sempre il singolo combattente", ha detto Hegseth nel video. "Questa iniziativa non riguarda il potenziamento artificiale: riguarda il ripristino e l'ottimizzazione delle capacità naturali". Al video Hegseth ha allegato la scritta "The High-T Department of War", il Dipartimento della Guerra ad alto testosterone: "High-T" è una moda diffusa sui social da influencer che invitano gli uomini a cercare livelli elevati dell'ormone per preservare forza e mascolinità.

La promozione della mascolinità tradizionale è una costante ricorrente dell'amministrazione Trump. A gennaio il segretario alla Salute Robert F. Kennedy ha dichiarato che Mehmet Oz, a capo dell'agenzia federale che gestisce i programmi sanitari pubblici Medicare e Medicaid, aveva esaminato le cartelle cliniche del presidente e vi aveva trovato "i livelli di testosterone più alti che abbia mai visto in una persona sopra i 70 anni". Ad aprile la Food and Drug Administration, l'agenzia federale che regola i farmaci, ha ampliato l'accesso alla terapia sostitutiva dopo decenni in cui ne raccomandava la prescrizione solo agli uomini con problemi medici nella produzione dell'ormone.

Hegseth, ex membro della Guardia Nazionale ed ex conduttore di Fox News, ha già imposto ai militari standard di forma fisica più severi, che richiedono a tutti di superare uno "standard maschile". Lo scorso settembre, in un discorso davanti a centinaia di alti ufficiali a Quantico, in Virginia, ha detto di non voler vedere militari sovrappeso né "generali e ammiragli grassi".

Circa il 5,6% degli uomini tra i 30 e i 79 anni ha una carenza di testosterone, che può causare perdita di massa muscolare, affaticamento, aumento di peso e disfunzioni sessuali ed è associata a diabete, malattie cardiovascolari, osteoporosi e depressione. Il calo dell'ormone con l'età è però considerato un normale segno dell'invecchiamento: dopo i 30-40 anni i livelli scendono di circa l'1% l'anno. La stessa Food and Drug Administration non approva la terapia sostitutiva per gli uomini che non soffrono di ipogonadismo, una condizione medica legata al malfunzionamento degli organi che producono il testosterone.

Le principali società mediche del settore, come la Endocrine Society e l'American Urological Association, sconsigliano gli screening di routine per l'ipogonadismo nella popolazione maschile generale. Helen Bernie, urologa e direttrice della medicina sessuale e riproduttiva maschile alla Indiana University, ha dichiarato a NOTUS che un singolo risultato basso non deve portare direttamente a una diagnosi o a una cura: i livelli vanno misurati due volte al mattino presto e valutati insieme ai sintomi, perché mancanza di sonno, allenamenti intensi, variazioni di peso, malattie e alcuni farmaci possono abbassare temporaneamente il testosterone. "Lo screening dovrebbe aprire la porta a una valutazione medica ponderata, non automaticamente a una prescrizione", ha detto. La terapia inoltre può compromettere la produzione di spermatozoi e la fertilità, soprattutto nei più giovani.

Il Pentagono ha rifiutato di commentare oltre il contenuto del video e non ha risposto alle domande sulle indicazioni della Food and Drug Administration a proposito della terapia sostitutiva.


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Richard Nixon è tornato di moda tra i giovani conservatori americani


Video con musica rap, cappellini e revisionismo sul Watergate: la destra vicina a Trump rilegge l'ex presidente come un precursore dell'"America First" abbattuto dal "deep state"

Più di mezzo secolo dopo il Watergate, Richard Nixon è tornato di moda tra i giovani conservatori americani. Video che montano filmati d'archivio del 37° presidente su basi rap di artisti come Drake e Biggie Smalls diventano virali su Instagram e YouTube, mentre gli influencer di destra indossano cappellini, felpe e marsupi con slogan come "Pretty Girls for Nixon" e "Nixon Now More Than Ever" ("Nixon ora più che mai"). I cappellini con la scritta "Nixonmaxxing", il termine con cui online viene chiamata questa nuova passione, sono andati esauriti in poche ore a inizio anno. Lo racconta un'analisi del Wall Street Journal, secondo cui dietro la moda ci sono una campagna coordinata per riabilitare la memoria dell'ex presidente e un attacco politico alle regole nate proprio dal Watergate.

Per una nuova generazione di conservatori Nixon non è più soltanto il presidente travolto dallo scandalo, ma un precursore dell'"America First": un presidente combattivo, detestato dalla stampa e assediato dagli investigatori, fatto cadere dallo stesso establishment che a loro giudizio ha poi preso di mira il presidente Donald Trump. Quella che era cominciata come una nostalgia fatta di meme e di saggi revisionisti circolati in ambienti intellettuali alternativi è oggi ripresa dai politici repubblicani più potenti del paese.

Il Watergate è considerato da decenni uno dei più gravi scandali politici della storia americana. Nel 1972 la polizia arrestò cinque uomini durante un'irruzione nella sede del Comitato nazionale del Partito Democratico e le indagini portarono alla luce i legami con la campagna per la rielezione di Nixon, oltre a un esteso tentativo della Casa Bianca di insabbiare tutto. Lo scandalo costrinse Nixon alle dimissioni nel 1974, mandò in carcere alcuni dei suoi collaboratori più stretti e aprì la strada a una stagione di leggi contro gli abusi del potere esecutivo.

"Credo che la sua eredità storica stia vivendo una piccola rinascita e credo meritatamente", ha detto a giugno il vicepresidente JD Vance durante un evento alla biblioteca presidenziale di Nixon a Yorba Linda, in California, l'archivio-museo che conserva le carte dell'ex presidente. Ha aggiunto: "Se il Watergate accadesse domani, sarebbe una notizia da 12 ore. L'idea che possa aver fatto cadere una presidenza è folle". Nella stessa occasione Vance ha paragonato la vittoria di Nixon del 1972 a quella di Trump del 2024, dicendo che le coalizioni che hanno riportato i due alla Casa Bianca erano più ampie e durature di quella di Ronald Reagan: per via dei cambiamenti demografici del paese "Reagan non avrebbe potuto ottenere la sua vittoria schiacciante nel 2024", mentre "Richard Nixon forse ci sarebbe riuscito".

La rinascita è anche il frutto di una campagna di relazioni pubbliche preparata da anni. La Nixon Foundation, la fondazione che gestisce la memoria dell'ex presidente, già nel 2018 ragionava su come sfruttare i cinquantesimi anniversari dei suoi successi, dallo sbarco sulla Luna alla riapertura dei rapporti con la Cina. "Abbiamo cinque anni e mezzo di cinquantesimi anniversari", ha ricordato al Wall Street Journal il presidente della fondazione Jim Byron, 33 anni, che di recente ha guidato per l'amministrazione Trump i National Archives, l'archivio federale degli Stati Uniti. La biblioteca di Nixon conserva più di 46 milioni di documenti e 3.700 ore di conversazioni registrate e la fondazione ha deciso di riconfezionare quel materiale in clip da meno di un minuto, che solo su YouTube raccolgono regolarmente milioni di visualizzazioni. In un video in bianco e nero Nixon pronuncia il celebre "I'm not a crook", "non sono un truffatore", su una base gangster rap; in un reel di Instagram il personaggio di Jon Hamm nella serie Mad Men descrive Nixon come "l'Abe Lincoln della California, un uomo che si è fatto da solo" e conclude: "In Kennedy vedo un cucchiaio d'argento. In Nixon vedo me stesso".

I meme funzionano da "droga di passaggio" verso la storia di Nixon, ha detto al giornale Matthew Foldi, 29 anni, direttore della testata conservatrice Washington Reporter, a cui la fondazione ha regalato uno dei cappellini in edizione limitata con la silhouette dell'ex presidente. Per il commentatore conservatore Shashank Tripathi, noto online come Comfortably Smug, Nixon è "un dito medio eterodosso contro l'establishment" ed è questo "l'ingresso per i giovani".

Le voci più influenti della destra mediatica hanno inoltre dipinto Nixon come una prima vittima del "deep state", l'apparato occulto di agenzie e burocrati che secondo i sostenitori di Trump complotterebbe contro i presidenti sgraditi. In una puntata dell'aprile 2024 vista più di 18 milioni di volte su YouTube, Tucker Carlson ha sostenuto che il Watergate fu un "colpo di stato del deep state" orchestrato da CIA e FBI. Joe Rogan ha poi ripetuto la tesi nel suo podcast, dicendo che "l'intera faccenda fu organizzata dal governo".

Il principale architetto del revisionismo è Geoff Shepard, un ex assistente di Nixon che all'epoca trascrisse i nastri della Casa Bianca e che ricorda di essere stato "furioso" con il presidente. Decenni dopo, riesaminando le carte originali del caso, ha cambiato idea: sostiene di aver scoperto memo interni su incontri segreti tra i procuratori e John Sirica, il giudice federale che presiedette i processi, e documenti dell'accusa mai visti prima che secondo lui mostrano i cambiamenti nelle testimonianze del consigliere legale della Casa Bianca John Dean.

Il legame tra Trump e Nixon è personale e risale a decenni fa. Nel 1982, meno di otto anni dopo le dimissioni, Trump scrisse all'ex presidente definendolo "uno dei grandi uomini di questo paese" e i due si scambiarono poi più di dieci lettere, in cui Nixon incoraggiava le sue ambizioni politiche. "Caro Donald, non so nulla dei dettagli delle tue attività imprenditoriali, ma il massiccio attacco dei media contro di te mi mette dalla tua parte!", gli scrisse Nixon nel 1990. Roger Stone, il consulente repubblicano che ha lavorato per entrambi e che ha un ritratto di Nixon tatuato sulla schiena, ha raccontato al quotidiano che Trump resta incuriosito dal suo predecessore e gli ha chiesto "diverse volte" perché Nixon si dimise invece di restare a combattere.

Oltre a ripulire l'immagine di Nixon, il movimento mette in discussione le riforme approvate dopo il Watergate per rafforzare i controlli sul potere presidenziale. Nel suo secondo mandato Trump si è mosso per smantellare molti di quei vincoli: ha sfidato i limiti al potere di spesa della presidenza, ha licenziato gli ispettori generali, i controllori indipendenti che vigilano sugli abusi dentro le agenzie federali, e ha messo alla prova le tutele dei funzionari pubblici di carriera.

"Il motivo per cui Nixon è importante per la destra è che l'America è rimasta sostanzialmente ferma al 1968", ha detto al giornale Christopher Rufo, l'attivista conservatore che ha consigliato Trump sullo smantellamento dell'apparato amministrativo federale. Le idee progressiste che animavano i nemici di Nixon, secondo Rufo, motivano oggi l'opposizione a Trump e preparano quella che definisce una "controrivoluzione": il primo passo per la destra è riprendersi la memoria dei propri eroi, un modo per "ritrovare la fiducia in sé stessi" e smettere di "delegare alla sinistra la propria percezione di sé". La Casa Bianca apprezza il paragone tra i due presidenti: "Il presidente Nixon smascherò il tradimento del deep state e dei media delle fake news", ha detto il portavoce Kush Desai, secondo cui decenni dopo Trump combatte con successo contro gli stessi interessi radicati.

Chuck Grassley, senatore repubblicano dell'Iowa e membro del Congresso in carica da più tempo, guarda invece con freddezza alla riscoperta. Grassley vinse per un soffio la sua elezione nel 1974, una delle rare vittorie repubblicane nell'anno in cui le dimissioni di Nixon trascinarono a fondo il partito: "Pensavamo che il Partito Repubblicano fosse morto", ha ricordato al quotidiano. Mezzo secolo dopo il suo giudizio sulla nostalgia per Nixon è netto: "Credo che il Partito Repubblicano abbia già abbastanza problemi senza doversi mettere a riabilitare qualcuno".

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Ocasio-Cortez parla sempre più come l'Obama del 2008


La deputata amplia il messaggio oltre il socialismo democratico in vista di una possibile corsa alla Casa Bianca nel 2028. La primaria in Michigan è il banco di prova della sinistra

Alexandria Ocasio-Cortez parla sempre più come il Barack Obama del 2008. Nei comizi delle ultime settimane la deputata di New York ha ampliato il suo messaggio oltre il socialismo democratico rivoluzionario, avvicinandolo allo spirito di "Change You Can Believe In", lo slogan con cui Obama conquistò la Casa Bianca, secondo un'analisi di Axios. Il cambio di registro arriva mentre Ocasio-Cortez prepara il terreno per una possibile candidatura alle presidenziali del 2028.

Questo fine settimana Ocasio-Cortez ha fatto campagna in Michigan per Abdul El-Sayed, il candidato progressista che corre per il Senato. A Detroit ha difeso le politiche di sinistra, ma ha costruito il discorso attorno a un attacco più universale alla politica tradizionale: "La risposta ai nostri problemi è ricorrere sempre allo stesso copione? Un copione che dice che per vincere dobbiamo difendere lo stesso status quo che ci sta affondando e che ci dice che l'aspirazione a cambiare il nostro governo e l'ambizione anche solo di provarci è folle? No, non è folle, Michigan".

Le parole ricordano quelle che Obama pronunciò davanti ai democratici dell'Iowa nel 2007: "Le solite campagne da manuale di Washington non basteranno in questa elezione. Per questo vi chiedo di smettere di accontentarvi di ciò che i cinici dicono che dobbiamo accettare. In questa elezione, in questo momento, puntiamo a ciò che sappiamo essere possibile". David Axelrod, ex consigliere di Obama, sente la stessa eco e ha detto ad Axios: "La gente dimentica quanto la campagna di Obama del 2008 fosse un'insurrezione contro la politica guasta di quei tempi. Le parole di Ocasio-Cortez, pur essendo sue, sono familiari nello spirito".

A maggio, in un comizio in Montana, Ocasio-Cortez aveva ripreso anche la retorica della speranza di Obama: "Chiedete al vostro vicino scettico di credere. È l'unica cosa che abbiamo. La nostra speranza è l'unica cosa che crea cambiamento. Ed è per questo che così tante persone provano a farcela togliere dalla testa". El-Sayed ha detto ad Axios che quando sentì parlare Obama per la prima volta pensò "non sapevo che la politica potesse suonare così" e che molti di quelli che oggi ascoltano Ocasio-Cortez provano la stessa sensazione.

Rispetto a Obama, Ocasio-Cortez difende posizioni più a sinistra: sostiene il Medicare for All, cioè un'assicurazione sanitaria pubblica per tutti, una moratoria sulla costruzione dei data center che alimentano l'intelligenza artificiale e una linea più scettica sugli accordi commerciali. Non è l'unica possibile candidata del 2028 a presentarsi come volto del cambiamento, ma a 36 anni ha meno legami con l'establishment rispetto agli altri.

La corsa al Senato in Michigan è diventata il banco di prova della sinistra per le elezioni di metà mandato del 2026 e per la corsa presidenziale del 2028. I democratici progressisti hanno vinto diverse primarie in questo ciclo, ma quasi sempre in zone già solidamente democratiche. Se El-Sayed vincesse la primaria, in cui i suoi avversari lo superano 12 a 1 nelle spese, e poi le elezioni generali in uno Stato in bilico come il Michigan, i progressisti lo leggerebbero come la conferma della loro tesi: i candidati che promettono di rompere lo status quo sono più eleggibili dei democratici centristi. Un successo simile darebbe a Ocasio-Cortez, o a un altro progressista, un argomento di eleggibilità nella primaria presidenziale del 2028.

Alleati e scettici di Ocasio-Cortez concordano su un punto: può allargare la coalizione progressista costruita dal senatore del Vermont Bernie Sanders. La considerano meno rigida e più pragmatica, con un rapporto meno ostile con i vertici del partito che le è però costato critiche da sinistra. Quest'anno è stata anche più selettiva di Sanders negli endorsement: non ha sostenuto la candidatura al Senato di Graham Platner in Maine e ha così evitato le conseguenze del suo ritiro dalla corsa dopo un'accusa di violenza sessuale.

Anche il rapporto con Obama distingue i due. Sanders criticò la sua amministrazione, in particolare sul commercio, e la sua campagna del 2016 contro Hillary Clinton fu per molti versi una critica di quegli anni. Ocasio-Cortez ha invece avuto alcuni contatti positivi con l'ex presidente dietro le quinte e, secondo una persona che conosce i loro rapporti, Obama è rimasto colpito dalle sue capacità di comunicatrice.

Tra i progressisti c'è già chi la considera in grado di vincere la presidenza. Shawn Fain, presidente della United Auto Workers, il sindacato dell'auto che sostiene El-Sayed, ha detto ad Axios che Ocasio-Cortez potrebbe "sicuramente" vincere in uno Stato come il Michigan e conquistare la Casa Bianca: "Si deciderà su chi i lavoratori credono che rappresenterà i loro interessi e chi percepiscono che si batterà per loro".


Abdul El-Sayed, il progressista che in Michigan corre contro entrambi i partiti


Abdul El-Sayed, 41 anni, ex direttore della sanità pubblica di Detroit, è in vantaggio di misura nella maggior parte dei sondaggi per le primarie democratiche del Senato in Michigan, in programma il 4 agosto. Quando è entrato in corsa nell'aprile del 2025 molti nello stato lo consideravano una comparsa: nel 2018 aveva perso le primarie per governatore con 22 punti di distacco. Un reportage di Time, che lo ha seguito per due giorni di campagna nella penisola superiore del Michigan, racconta come la sua corsa anti-establishment abbia sorpreso il partito, spinto fuori dalla gara la senatrice statale Mallory McMorrow e conquistato l'appoggio di Bernie Sanders, di Alexandria Ocasio-Cortez e della United Auto Workers, il principale sindacato dell'auto.

Al dibattito televisivo di Mackinac Island, il raduno primaverile dell'establishment politico dello stato, El-Sayed ha proposto una tassa del 7 per cento sul patrimonio dei miliardari, il Medicare for All, cioè un sistema sanitario pubblico universale, e un'applicazione più dura delle leggi antitrust contro le aziende che si accordano per alzare i prezzi. A un certo punto ha sfidato gli altri candidati ad alzare la mano se non avevano mai ricevuto un assegno da Blue Cross Blue Shield of Michigan, la più grande assicurazione sanitaria dello stato e sponsor del dibattito: è stato l'unico a farlo, tra le risate del pubblico. Accanto a lui c'era la deputata Haley Stevens, la candidata preferita di Chuck Schumer, il capogruppo democratico al Senato.

La corsa in Michigan è diventata un test della divisione tra i democratici sulla risposta al secondo mandato di Trump: una parte del partito sostiene che gli stati in bilico si vincono rassicurando gli elettori moderati, un'altra pensa che la prudenza sia diventata un ostacolo e che gli elettori vogliano candidati disposti a sfidare i poteri consolidati. Il seggio è cruciale, perché senza il Michigan la strada dei democratici per riconquistare il Senato si complica molto. L'ex presidente del partito democratico dello stato Lon Johnson, che appoggia Stevens, ha detto a Time che la base progressista del Michigan è consistente "ma non basta per vincere". El-Sayed risponde con la storia elettorale recente dello stato, che nel 2016 scelse Sanders alle primarie democratiche e poi votò per Trump, nel 2020 per Biden e nel 2024 di nuovo per Trump: per lui gli elettori non chiedono un centrismo calibrato ma qualcuno che scuota lo status quo. El-Sayed attribuisce parte della sua ascesa nei sondaggi anche alle proteste per la guerra con l'Iran, che a suo dire ha confermato il messaggio della campagna: i gruppi di interesse radicati distorcono la politica americana.

La linea di frattura principale della primaria è Israele. Stevens riceve un consistente sostegno finanziario dall'AIPAC, la principale lobby filoisraeliana americana, ed è favorevole a continuare la vendita di armi americane a Israele. El-Sayed dice che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza, un'accusa avanzata da diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani e respinta da Israele, dal governo americano e dagli altri paesi del G7. Il tema pesa in Michigan, lo stato con la più grande concentrazione di arabi e musulmani del paese: la rabbia delle comunità arabo-americane verso l'amministrazione Biden per la guerra a Gaza ha spaccato la coalizione democratica nel 2024, tra elettori rimasti a casa e altri passati a Trump. El-Sayed, che se eletto sarebbe il primo senatore musulmano nella storia degli Stati Uniti, pensa che molti di quegli elettori si possano riconquistare se il partito fa i conti con ciò che li ha allontanati.

Martedì, nel primo dibattito dopo il ritiro di McMorrow, Stevens ha risposto agli attacchi sui suoi legami con la lobby filoisraeliana ricordando le sue critiche recenti a Benjamin Netanyahu. Poche ore prima il primo ministro israeliano, informato di quelle critiche dalla CNN, aveva detto che Stevens "sta probabilmente cercando di giustificare l'antisemitismo". Per El-Sayed quell'attacco era in realtà un favore politico: Netanyahu, ha detto, non la stava attaccando davvero, ma cercava di allontanare da lei l'immagine di sostenitrice convinta delle politiche israeliane.

Gli avversari considerano l'alleanza con Hasan Piker la sua più grande vulnerabilità. Piker è uno streamer di sinistra che trasmette su Twitch, una piattaforma di dirette video, e ha più di 8 milioni di follower sui social: è stato criticato per aver detto che "l'America si è meritata l'11 settembre" e che voterebbe "per Hamas invece che per Israele ogni singola volta". El-Sayed ha fatto campagna con lui nei campus universitari del Michigan, dove le loro dirette hanno contribuito alla sua ascesa. Ha rifiutato più volte di prenderne le distanze: a Time ha detto che l'establishment non capisce quanto siano impopolari quegli attacchi e che molti elettori vedono in lui "un democratico che non finge".

Figlio di immigrati egiziani cresciuto a Bloomfield Hills, un sobborgo benestante a nord di Detroit, El-Sayed ha una laurea in medicina alla Columbia e un dottorato in sanità pubblica a Oxford, dove ha studiato da borsista Rhodes. È stato direttore della sanità di Detroit mentre la città usciva dalla bancarotta e poi della contea di Wayne, dove ha contribuito a un programma che cancellerà centinaia di milioni di dollari di debiti sanitari. A convincerlo a candidarsi è stato un messaggio della deputata progressista Rashida Tlaib all'inizio del 2025, quando il senatore democratico del Michigan Gary Peters decise di non ricandidarsi: "Habibi, questa sembra tua", gli scrisse.

La vittoria di Zohran Mamdani a New York a novembre ha trasformato la sua campagna, perché ha reso credibile l'idea che si potesse vincere. Mamdani gli aveva chiesto consigli prima di lanciare la propria corsa, ma El-Sayed respinge il paragone: "Non sono un socialista", dice, anche se molte delle sue proposte coincidono con l'agenda dei suoi sostenitori socialisti-democratici. Più che sostituire il capitalismo, che considera un buon modo di allocare le risorse su scala piccola e locale, vuole limitare le concentrazioni di potere che secondo lui lo hanno distorto.

Il probabile candidato repubblicano, l'ex deputato Mike Rogers, lo attacca da più di un mese con video che lo definiscono estremista e disonesto, dedicando molta meno attenzione a Stevens: un segno che i repubblicani lo considerano l'avversario più plausibile a novembre. La portavoce del comitato repubblicano per il Senato ha detto che El-Sayed vuole esportare in Michigan il "corridoio comunista" di New York. Molti democratici temono che quel bagaglio politico sia facile da sfruttare, ma El-Sayed prevede di battere Rogers di 7 punti. Del suo stesso partito non pensa molto meglio: sui democratici che hanno abbandonato la richiesta di abolire l'ICE, l'agenzia federale che si occupa delle espulsioni degli immigrati, risponde che "molti democratici sono deboli e codardi". E di Schumer, che sostiene Stevens, dice che dopo la vittoria alle primarie dovranno incontrarsi, ma che per quell'incontro ha "molto poco interesse".


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Hinge lancia "Opinioni su di te": la nuova funzione che permette agli amici di migliorare il tuo profilo


Hinge introduce "Opinioni su di te", una nuova funzione che coinvolge gli amici nella creazione del profilo. Ecco come funziona questa novità e perché punta a rendere i match più autentici e significativi
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Quando si parla di relazioni e dating, ci si rivolge sempre a un’altra persona per un confronto. Molto prima di un primo appuntamento, la maggior parte di noi ha già chiesto agli amici un parere su una foto del profilo, ha discusso su come rispondere a una domanda per presentarsi o ha chiesto aiuto per affrontare uno dei tanti momenti che accompagnano il mettersi in gioco.

I consigli sulla vita sentimentale


Secondo una ricerca dell'App di dating Hinge, infatti, il 79% di chi frequenta siti di incontri si rivolge ad amici e familiari per chiedere consigli sulla propria vita sentimentale. Le persone che ci conoscono meglio spesso ci aiutano a vedere e a condividere quelle parti di noi che sono più difficili da esprimere a parole.

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Sony presenta ufficialmente la RX10 V, la fotocamera bridge di quinta generazione pensata per i professionisti e gli appassionati di viaggi, sport e natura
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Il supporto di familiari ed amici


Hinge lancia “Opinioni su di te”, una nuova funzionalità che permette di invitare le persone che ci conoscono meglio a condividere brevi riflessioni autentiche direttamente sul profilo tramite testo, voce, video e foto. Per la prima volta, amici e familiari potranno contribuire nel far conoscere direttamente ai potenziali partner la personalità di un utente: il senso dell'umorismo, il modo in cui si illumina quando parli di qualcosa che ama o come si comporta con gli amici.
Fonte Hinge: screenshot della nuova funzionalitàFonte Hinge: screenshot della nuova funzionalità

Perché “Opinioni su di te”


Su Hinge, i suggerimenti per il profilo aiutano a esprimere la personalità, ma non sempre gli utenti sanno cosa condividere con gli altri: il 71% di essi, dichiara Hinge,chiedono aiuto con il proprio profilo, ma solo il 46% lo cerca davvero. Le persone che possono aiutare maggiormente, di solito, sono proprio lì accanto: l’amico che sa esattamente cosa ci fa ridere, il familiare che ci ha visto crescere e cambiare in ogni fase della vita sanno già cosa dire, hanno solo bisogno di un posto dove dirlo.

«Il dating è sempre stato un lavoro “di squadra”, ma fino ad ora non c’era un modo semplice per consentire alle persone che ci conoscono meglio di partecipare alla creazione del profilo su Hinge, ha affermato Ben Celebicic di Hinge - opinioni su di te dà spazio a chi è sempre al nostro fianco mentre cerchiamo l’anima gemella e offre ai potenziali partner un’idea più completa e autentica di chi siamo prima ancora di incontrarsi».


Come funziona “Opinioni su di te”


Nella sezione “Modifica profilo” del proprio profilo Hinge, gli utenti troveranno un’opzione per aggiungere “Opinioni su di te”. Cliccandoci sopra, gli utenti troveranno un link unico da inviare a chiunque faccia parte della loro vita, come amici, familiari o persone della loro cerchia più intima;

  • non è necessario avere un account Hinge per inviare un'opinione;
  • il link scade dopo 72 ore o quando 10 persone hanno risposto utilizzando questo link unico, a seconda di quale delle due condizioni si verifichi per prima.

Chi riceve il link sceglie uno spunto a cui rispondere e può inviare una risposta sotto forma di testo, foto, nota vocale o video:

  • una volta ricevute le risposte, l’utente su Hinge esamina ciascuna di esse e può sceglierne fino a tre da mostrare sul proprio profilo;
  • le “Opinioni su di te” possono essere sostituite o eliminate in qualsiasi momento, consentendo al profilo di evolversi di pari passo con l’utente.



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Un nuovo punto di contatto

“Opinioni su di te” si inserisce nel quadro dell'impegno costante di Hinge per aiutare le persone ad esprimersi in modo autentico. Grazie a funzionalità come “Your World Prompts”, “Prompt Feedback” e “Match Note”, Hinge si impegna a facilitare gli iscritti alla piattaforma nel raccontare la propria storia in un modo che rispecchi davvero la loro personalità. Dal 15 luglio scorso la funzione “Opinioni su di te” è disponibile per tutti gli utenti di Hinge in tutto il mondo.

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Sony RX10 V è ufficiale: la nuova fotocamera super zoom di quinta generazione per sport, natura e viaggi


Sony ha annunciato RX10 V, quinta generazione della serie RX10 di fotocamere "all-in-one". Fotocamera perfetta per gli appassionati, essa copre tutte le distanze focali, dal grandangolo al super teleobiettivo in un unico corpo macchina, ideale per ogni tipo di scatto. RX10 V aggiunge alle caratteristiche della RX10 l’AF con riconoscimento in tempo reale basato sull’intelligenza artificiale. Questa feature, oltre a garantire il riconoscimento del soggetto altamente accurato consente a questa fotocamera di gestire un’ampia varietà di contesti: dai momenti di vita quotidiana agli scenari naturalistici, alle giornate scolastiche dedicate allo sport e agli eventi atletici.

Come espandere la memoria dello smartphone con Lexar SL500
Lo spazio sullo smartphone non basta più? Con l’SSD portatile Lexar SL500 puoi espandere rapidamente la memoria disponibile, trasferire file ad alta velocità e gestire foto, video e documenti senza dipendere dal cloud o eliminare contenuti importanti
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La batteria ricaricabile della serie Z (NP-FZ100) estende la durata delle riprese fotografiche fino a circa 630 scatti (dati Sony), con un miglioramento di circa il 50% o più rispetto al modello precedente.

Caratteristiche principali della RX10 V

I 12 preset Creative Look consentono di ottenere i colori e le texture desiderati direttamente nella fotocameraI 12 preset Creative Look consentono di ottenere i colori e le texture desiderati direttamente nella fotocamera

  • elevata qualità dell’immagine e grande potenza espressiva: un obiettivo zoom che copre da 24 mm a 600mm è in grado di gestire qualsiasi situazione, dagli scatti di tutti i giorni alla fotografia sportiva e naturalistica più impegnativa. Il processore d’immagine Bionz Xr garantisce immagini di alta qualità con rumore ridotto e le tonalità della pelle, il cielo, il verde e altre scene naturali vengono riprodotti con alta risoluzione e fedele riproduzione dei colori e delle texture;


L’AF con il riconoscimento in tempo reale consente di tracciare i soggetti anche quando sono di spalleL’AF con il riconoscimento in tempo reale consente di tracciare i soggetti anche quando sono di spalle

  • riconoscimento del soggetto basato sull’IA: l’AF con il riconoscimento in tempo reale, alimentato da un’unità di elaborazione AI, riconosce persone, animali, uccelli, insetti, automobili, treni e aerei, e dispone anche di una modalità Auto che consente alla fotocamera di identificare automaticamente il tipo di soggetto. L’unità di elaborazione alimenta anche la tecnologia di stima della posa umana, consentendo il riconoscimento e il tracciamento anche quando i soggetti sono di spalle alla fotocamera o quando i volti sono oscurati da caschi o occhiali da sole. Basta toccare il soggetto desiderato per avviare il tracciamento in tempo reale, che segue costantemente il soggetto in movimento, consentendo di concentrarsi sulla composizione per lo scatto perfetto;
  • funzioni avanzate per i video: la fotocamera supporta la registrazione video 4K a 120p, compresa una riproduzione fluida in slow-motion fino a 5x in risoluzione 4K. La stabilizzazione d’immagine in Active Mode garantisce riprese video stabili anche a mano libera. Altre caratteristiche includono S-Cinetone, per ottenere facilmente colori e tonalità cinematografici, e S-Log3 per le riprese video in previsione della color correction in post-produzione.



  • facilità d’uso e prestazioni affidabili: la fotocamera è dotata di un mirino elettronico più grande, con risoluzione e ingrandimento superiori, dotato di un pannello OLED Quad-VGA da 0,5 con circa 3,68 milioni di punti. La RX10 V incorpora inoltre un monitor LCD da 3,0 pollici, aggiornato a circa 1,62 milioni di punti, che consente di visualizzare i soggetti nei minimi dettagli con elevata precisione. La disposizione dei pulsanti e il design dell’impugnatura, basati sulla filosofia di progettazione della serie α, insieme a un selettore multiplo altamente reattivo, che consente un funzionamento fluido in otto direzioni, garantiscono un utilizzo affidabile e intuitivo anche guardando attraverso il mirino. Per garantire l’affidabilità in una vasta gamma di condizioni di ripresa, la fotocamera presenta un design resistente alla polvere e all’umidità, oltre al supporto Wi-Fi (2,4/5 GHz) per un trasferimento dati veloce e stabile. Novità di questo modello, RX10 V supporta Creators’ App, il software proprietario di Sony che consente di connettersi ai propri smartphone per inviare file direttamente al cloud o allo smartphone, controllare la fotocamera da remoto e aggiornare le funzionalità e il software, migliorando la funzionalità e la praticità durante le riprese e la condivisione.

Disponibilità: La RX10 V è già disponibile sul sito ufficiale Sony.


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Trump ha smantellato l'agenzia che indagava sulle discriminazioni nelle aziende


L'ufficio del Dipartimento del Lavoro che dal 1965 vigilava sulle aziende con contratti federali è passato da 480 a 75 dipendenti: ferme 2.000 indagini, compresa quella sulle molestie in BAE Systems

Il governo americano ha smesso di controllare se le aziende che lavorano per lo Stato discriminano i propri dipendenti. Un'inchiesta del New York Times ricostruisce lo smantellamento dell'Office of Federal Contract Compliance Programs, l'ufficio del Dipartimento del Lavoro che dal 1965 indagava sulle discriminazioni nelle aziende con contratti federali: dall'insediamento di Trump i dipendenti sono passati da circa 480 a circa 75 e la proposta di bilancio del presidente ne prevede l'eliminazione completa. L'ordine esecutivo contro i programmi di diversità, equità e inclusione, firmato il 21 gennaio 2025, il giorno dopo il ritorno alla Casa Bianca, ha fermato quasi tutto il lavoro dell'ufficio, comprese le circa 2.000 indagini in programma per il 2025.

L'indagine più avanzata tra quelle bloccate riguardava BAE Systems, un'azienda che produce armi, veicoli e strumenti di sicurezza informatica per il Pentagono. Dopo due anni di lavoro, gli investigatori federali avevano accertato che in un cantiere navale della Marina a Norfolk, in Virginia, alcuni dirigenti chiedevano alle operaie sesso orale e altri contatti sessuali in cambio di promozioni e straordinari e che le lavoratrici nere erano pagate e promosse meno degli uomini. Il governo stava per proporre all'azienda un accordo: risarcimenti da milioni di dollari alle lavoratrici e riforme interne, pena il rischio di perdere circa 8 miliardi di dollari all'anno in contratti federali. L'ordine di Trump ha cancellato tutto. "Non mi è stato nemmeno permesso di contattare i lavoratori", ha detto al New York Times Sam Maiden, che ha guidato l'indagine su BAE prima di andare in pensione. BAE, che non ha mai ricevuto le conclusioni dell'inchiesta, sostiene che una verifica interna non ha confermato le accuse di molestie e discriminazioni.

L'ufficio era stato creato nel 1965 dal presidente Lyndon Johnson, in piena stagione dei diritti civili, per vietare ai fornitori del governo le discriminazioni basate su etnia, religione, genere e origine nazionale. A differenza della più nota commissione federale per le pari opportunità sul lavoro, che raccoglie le denunce individuali dei lavoratori di qualsiasi azienda, l'ufficio apriva verifiche d'iniziativa sulle imprese con contratti pubblici, spesso in modo casuale, partendo dall'idea che chi lavora con i soldi dei contribuenti debba rispettare standard esemplari. Quando Trump è tornato in carica, la sua giurisdizione copriva circa 35.000 aziende con 34 milioni di dipendenti, il 20% della forza lavoro americana. Tra il 2014 e il 2024 l'ufficio ha ottenuto 260,8 milioni di dollari di risarcimenti per 250.900 lavoratori: nel 2020, per esempio, ha accertato che Wells Fargo aveva discriminato 34.193 candidati neri, costringendo la banca a pagare loro 7,8 milioni di dollari.

Il cantiere di Norfolk era sotto osservazione da anni. Nel 2013, 166 operaie avevano fatto causa a BAE per molestie e discriminazioni, ottenendo un accordo da 3 milioni di dollari, ma alla scadenza delle tutele previste i problemi erano ricominciati e le lavoratrici si erano rivolte all'ufficio del Dipartimento del Lavoro. L'indagine, aperta nell'aprile 2022, aveva raccolto le testimonianze di centinaia di dipendenti, tra cui quasi 100 donne, e documentato graffiti sessisti e razzisti, soprannomi sessualmente espliciti e ritorsioni contro chi rifiutava le richieste dei dirigenti: valutazioni abbassate, straordinari negati, richiami disciplinari. Alcune lavoratrici hanno saputo che l'indagine era chiusa solo quando un giornalista del New York Times le ha contattate.

Tra le aziende che hanno evitato i controlli grazie all'ordine esecutivo c'è Tesla: l'ufficio aveva aperto una verifica sulla fabbrica di Fremont, in California, nell'ottobre 2024, mentre Elon Musk versava milioni di dollari alla campagna di Trump e alcuni dipendenti denunciavano insulti e immagini razziste nello stabilimento. Musk, la cui SpaceX è a sua volta un grande fornitore federale, detestava da tempo l'ufficio e le sue procedure ed era furioso per l'indagine su Tesla. Sono state cancellate anche le verifiche avviate nel 2024 su Amazon, Meta e Caterpillar, mentre Google ha evitato quella in calendario per il 2025: tutte e quattro le aziende hanno donato per l'insediamento di Trump e hanno poi contribuito alla costruzione del nuovo salone da ballo della Casa Bianca.

A guidare lo smantellamento l'amministrazione ha scelto Catherine Eschbach, un'avvocata d'impresa che aveva rappresentato SpaceX in altre pratiche con il Dipartimento del Lavoro e aveva fatto causa all'ufficio per conto di un'altra cliente, l'impresa di pulizie ABM. Arrivata nel marzo 2025, nella prima settimana ha chiesto ai dipendenti un'"autopsia" delle attività e delle regole dell'ufficio, ha ordinato di fermare gran parte del lavoro e ha annunciato tagli al personale in linea con l'agenda del DOGE, il dipartimento per l'efficienza governativa allora guidato da Musk. Centinaia di investigatori e avvocati sono stati messi in congedo o trasferiti, mentre i rimasti hanno dovuto scrivere l'abrogazione delle norme che vietavano le discriminazioni e imponevano ai fornitori ambienti di lavoro senza molestie. Restano in vigore solo le tutele per i veterani e le persone con disabilità, coperte da leggi separate. Per la Casa Bianca l'ufficio "è stato usato per promuovere e imporre pratiche di assunzione incostituzionali e razzialmente discriminatorie" e la sua chiusura protegge il diritto di ogni americano a essere giudicato sul merito.

Senza le verifiche d'ufficio molti lavoratori non sapranno mai di essere discriminati su salari, assunzioni e promozioni, perché queste disparità sono invisibili senza i dati che le aziende erano obbligate a consegnare. "Controllava i fornitori federali prima ancora che i lavoratori sapessero di essere discriminati. Ora quella supervisione non c'è più", ha detto al New York Times Jessica Stender, direttrice delle politiche di Equal Rights Advocates, un'organizzazione legale che rappresenta i lavoratori.

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Treasons


A few pending issues will be there waiting for the European Parliament, and for our outrage, when we come back.
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Before the season ends, we need to at least start covering a topic that, I believe, will dominate the next one: the Commission led by Ursula von der Leyen’s betrayal of the Union.

You’ve surely heard how the Commission "requested an emergency vote from Parliament on the chatControl issue and managed to push it through."

This is a way of talking about the issue without actually saying anything: a tactic that guarantees you a job in the media, the editor’s favor, and token appearances on so-called “in-depth” talk shows.

An asteroid could never strike them soon enough, so let’s try to cover this in a more informative way.

The Commission has twice submitted a measure to the European Parliament (the infamous “chatControl”) that is theoretically intended to protect minors and combat child pornography, but which:

  • does not protect minors (and never will)
  • does not combat child pornography (and never will)
  • institutionalizes mass surveillance (and always will)

No one asked for this measure except for Big Tech lobbyists, who want to cloak their despicable surveillance economy in legality, and their lackeys in the Commission.

The Commission’s first proposal was rejected by Parliament, then resubmitted in a form that was, if possible, even worse, and rejected again.

At that point, the Commission called for an urgency procedure for a matter that posed no urgency whatsoever, on the last day of Parliament’s session before the summer recess, for the sole purpose of counting the votes of absentees and abstainees as “in favor” (something the urgency procedure allows) thereby managing to have a measure deemed approved even though the majority of MEPs present had voted against it for the third time.

The net result of this measure is that, until 2028, Big Tech can preemptively monitor all content entrusted to it—text messages, audio, video, and images—under the theoretical pretext of combating child pornography, with two practical consequences:

  1. allowing Big Tech to profile the entire continent for its own interests—something it has, in fact, always been doing amid the Commission’s glacial indifference—and
  2. outsourcing state prerogatives to private actors outside the Union, whose interests are not even veiled.

At this point, we must ask: which side is the European Commission on? Because this is treason. In simpler times, princes and kings were thrown out the window or sent to the gallows for far less than this.

Let’s list a few of the misdeeds of this Commission of scoundrels (and this is not an exhaustive list; I’m just going off the top of my head) let’s see:

  • this latest decision, extorted from Parliament, regarding ChatControl;
  • the expansion of facial recognition by border police (FrontEx) under the pretext of the migrant crisis;
  • the sacrifice of European interests on the altar of U.S. interests regarding Trump’s tariffs, Ukraine, Russia, Palestine, and Iran—all crises provoked by the United States and which, curiously enough, harm the Union;
  • the refusal to acknowledge that NATO is now exclusively a tool of U.S. imperial policy that runs counter to European interests;
  • the unconditional acceptance of the idea that Europe must view increased military spending as a priority (obviously to the almost exclusive benefit of U.S. manufacturers) in the absence of any strategic vision, that is, regarding what we should be spending more on and against whom;

and so on.

There you have it. I’d like to start hearing from someone outside the Pirate Party who takes these issues to heart and puts on the agenda (for the second time, surprise!) a motion of no confidence against von der Leyen and her entire Commission of Russophobes and US lackeys.

It’s time for the European Parliament to wake up and start firmly rejecting the infiltration of Russophobic right-wing agendas and U.S. lackeys into the heart of European politics. I couldn’t care less if Merz has to prove that he’s not Merkel.

There are first-rate minds in the European Parliament, but still too many who are deluded into thinking the situation is somehow still normal. It isn’t.

The only thing the United States, Russia, and China agree on is that the European Union is an obstacle to their oligarchy. Europe’s response cannot be more military spending; that is not the arena where we can exert any influence. Our strength lies in our laws, which economic oligarchs hate just as much as they hate any rule.

Europe’s response must be to strengthen (no ifs, ands, or buts) the enforcement for the rules the continent has chosen to adopt: the GDPR, the DSA, the DMA, the AI Act, and the entire Digital Compact.

Only then can we begin to talk about the much-vaunted digital sovereignty.

I’m sick of reading the daily whining of subsidized oligopolists who pass themselves off as brilliant entrepreneurs.

I want a Europe that wakes up and states, quite simply, that in Europe, we choose our own rules; and that those rules, in Europe, apply to everyone.

So I wish the Parliament a relaxing and restoring summer. Because, come September, there’s work to be done.

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Garmin Signal Vhf 400 e Vhf 220


A fine maggio Garmin ha annunciato il lancio della nuovissima gamma di radio Signal VHF 400 e VHF 220. Signal è stato progettato per garantire una maggior controllo e consapevolezza in mare. È molto compatto e dotato di un comodo display touchscreen a colori da 3,5 pollici, pensato per un utilizzo anche in situazioni difficili e quindi semplice e intuitivo per un impiego anche nelle condizioni più impegnative. La funzione Automatic identification system (AIS) mostra la distanza, la rotta, la velocità e la posizione relativa di altre imbarcazioni circostanti, dotate dello stesso sistema e quindi offre un grande aiuto durante la navigazione. Utilizzando la funzione di riproduzione audio è possibile riascoltare sino a tre minuti di trasmissione da qualsiasi canale attivo. Il sistema è inoltre in grado di registrare simultaneamente fino a tre canali differenti e consente di ascoltare fino a sei canali contempo- raneamente. Nuovo anche il fist mic che sfrutta dei potenti algoritmi che permettono di eliminare automaticamente il rumore del vento, delle onde e del motore. E poi ancora, il sistema boat-to-boat per trasmissioni Digital selective calling (DSC), con le imbarcazioni nelle vicinanze inviando automaticamente informazioni utili per un eventuale soccorso. È inoltre possibile effettuare chiamate DSC direttamente dal display del chartplotter Ais Garmin in modo semplice e immediato. L’installazione è molto intuitiva e veloce, con un livello altissimo di integrazione e connettività, grazie alla compatibilità con i chartplotter Garmin.

garmin.com

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Vance dice che Epstein aveva legami con "i livelli più alti" dell'intelligence israeliana


Nel podcast di Joe Rogan il vicepresidente ha rilanciato teorie mai dimostrate sui rapporti tra Epstein e il Mossad, ammettendo che non ci sono documenti. Critiche dai repubblicani filoisraeliani.

Il vicepresidente americano JD Vance ha detto che Jeffrey Epstein, condannato per reati sessuali, aveva "chiaramente legami con i livelli più alti" dell'intelligence americana e israeliana. Le parole, pronunciate nel podcast di Joe Rogan, rilanciano teorie del complotto mai dimostrate che da tempo creano tensioni tra i conservatori e hanno provocato critiche anche dentro il Partito Repubblicano.

"La maggior parte della gente pensa che fosse del Mossad", il servizio di intelligence estera israeliano, ha detto Rogan, conduttore di uno dei podcast più seguiti degli Stati Uniti e frequente promotore di teorie del complotto, nella puntata di quasi tre ore uscita mercoledì 15 luglio. "Sì, Mossad o CIA, o qualche altro deep state, in America, in Israele o in un altro paese", ha risposto Vance, aggiungendo: "Aveva chiaramente legami con i livelli più alti dell'intelligence americana. Aveva chiaramente legami con i livelli più alti dell'intelligence israeliana". Nella stessa puntata il vicepresidente aveva accusato Israele di una campagna d'influenza per prolungare la guerra con l'Iran.

I milioni di file su Epstein resi pubblici dal governo americano non hanno però fornito alcuna prova conclusiva che fosse un agente o una risorsa del Mossad e lo stesso Vance lo ha riconosciuto: "Ho chiesto se ci fossero documenti che collegano direttamente Jeffrey Epstein alle nostre agenzie di intelligence o a quelle di qualcun altro e la risposta è no. Ma se quella roba fosse esistita, non esisterebbe nel 2026".

Teorie simili circolano da anni negli ambienti conservatori, promosse da figure influenti come Tucker Carlson, alleato di lunga data di Vance, e hanno attirato accuse di antisemitismo. Alcuni repubblicani vorrebbero da Vance una condanna più netta dell'antisemitismo e un sostegno più forte a Israele: i commenti a Rogan hanno intensificato quelle preoccupazioni.

L'ex deputato repubblicano di New York Peter King, forte sostenitore di Israele, ha definito le parole di Vance un segnale in codice rivolto a un'ala del partito che è "antisemita, anti-Israele, complottista e squilibrata". "Non è che tu sia un deputato alle prime armi. Sei il vicepresidente degli Stati Uniti", ha detto al New York Times. "Prima di indebolire un alleato, prima di indebolire le tue stesse agenzie di intelligence, devi sapere di cosa stai parlando".

L'ufficio del vicepresidente ha risposto al giornale con una nota in cui sostiene che tutto quello che Vance ha detto è vero e che suggerire il contrario è frutto di "malafede, stupidità o entrambe le cose", senza chiarire il senso delle sue parole. L'ufficio del primo ministro israeliano, da cui dipende il Mossad, non ha risposto a una richiesta di commento.

Ben Shapiro, noto podcaster conservatore, ebreo e forte sostenitore di Israele, ha scritto nella sua newsletter che l'intervista lo ha lasciato "preoccupato" e nel suo programma ha definito i commenti di Vance "indegni della carica" di vicepresidente: "I conservatori, in generale, non sono favorevoli alle teorie del complotto infondate, perché minano l'idea di avere la capacità di agire nel mondo". Sulla rivista online Tablet, dedicata a notizie e cultura ebraiche, il giornalista Lee Smith ha scritto che il vicepresidente "ha attaccato gli ebrei e diffuso voci infondate, per le quali ammette di non avere alcuna prova, su una sorta di oscuro complotto che coinvolge Jeffrey Epstein".

Epstein, che coltivava rapporti con persone potenti in tutto il mondo, ha avuto per anni un'amicizia e una relazione d'affari con Ehud Barak, ex primo ministro israeliano di centrosinistra. Barak ha raccontato che a presentargli Epstein fu il leader israeliano Shimon Peres nel 2002. Negli anni successivi ha partecipato a pranzi e cene nella residenza di Epstein a Manhattan e ha ricevuto circa 2,3 milioni di dollari da una fondazione legata a lui, mentre Epstein ha investito un milione di dollari in una società costituita da Barak nel 2015. "Epstein sembrava legato agli elementi di centrosinistra del deep state israeliano", ha detto Vance a Rogan. "L'ho sempre trovato affascinante".

I vertici israeliani hanno sempre negato un rapporto formale tra lo Stato e Epstein. A febbraio, dopo la pubblicazione delle email tra Epstein e Barak, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha scritto sui social: "L'insolito stretto rapporto di Jeffrey Epstein con Ehud Barak non suggerisce che Epstein lavorasse per Israele. Dimostra il contrario". L'anno scorso Carlson aveva rilanciato le teorie dal palco di una conferenza di Turning Point USA, una delle principali organizzazioni conservatrici americane, dicendo che alla domanda se Epstein lavorasse per il Mossad "ogni cittadino americano ha diritto a una risposta". L'ex primo ministro israeliano Naftali Bennett aveva replicato sui social che l'accusa era "categoricamente e totalmente falsa": "Epstein non ha mai lavorato per il Mossad. Questa accusa è una bugia diffusa da noti personaggi online come Tucker Carlson, che fingono di sapere cose che non sanno".

Vance ha comunque respinto la teoria infondata, avanzata da Rogan, secondo cui i file su Epstein sarebbero stati usati per ricattare l'amministrazione Trump e spingerla in guerra. Nel dibattito sul rapporto tra Stati Uniti e Israele si è descritto come un "moderato ragionevole": "Non ho mai sentito un argomento valido e convincente sul perché sarei antisemita, anche se molte persone mi hanno accusato di esserlo".


Vance accusa Israele: "Una campagna d'influenza per prolungare la guerra con l'Iran"


Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha accusato alcuni settori del governo israeliano di star finanziando una campagna d'influenza per orientare l'opinione pubblica americana e sabotare i negoziati con l'Iran. "Ci sono persone all'interno del loro sistema — lo sappiamo senza alcun dubbio — che stanno cercando di manipolare e modificare l'opinione pubblica americana per far continuare la guerra all'infinito", ha dichiarato durante una conversazione di tre ore con il podcaster Joe Rogan. "Non per raggiungere un obiettivo, ma semplicemente per prolungarla all'infinito".

Le accuse di Vance segnano una nuova escalation nella frattura, ormai sempre più pubblica, tra Washington e il suo principale alleato in Medio Oriente ed arrivano inoltre in un momento particolarmente delicato: il cessate il fuoco con Teheran, che lo stesso Vance ha contribuito a negoziare il mese scorso, si sta sgretolando ogni giorno che passa tra nuovi attacchi iraniani contro le navi commerciali e raid americani, proseguiti per il quinto giorno consecutivo.

Influenzare l'opinione pubblica americana


Israele ha stanziato centinaia di milioni di dollari per consolidare negli Stati Uniti il sostegno alla guerra e migliorare la propria immagine nel mondo. Uno dei contratti è stato affidato a Brad Parscale, già responsabile in passato della campagna elettorale di Trump: il Wall Street Journal ne quantifica il valore complessivo in 45 milioni di dollari, mentre i documenti depositati ai sensi del Foreign Agents Registration Act e citati da Time indicano un compenso di 1,5 milioni al mese.

Nella sua intervista, Vance ha richiamato proprio l'articolo di Time, secondo il quale una parte di quei fondi sarebbe stata impiegata per finanziare influencer online che lo avevano attaccato. "Quando apro Time e scopro che esiste una vera e propria campagna d'influenza straniera, finanziata per far naufragare l'accordo al quale stavo lavorando, e che molte delle persone pagate mi attaccavano in modo completamente disonesto, la mia risposta è: andate all'inferno", ha affermato il vicepresidente. Poi ha aggiunto: "Io rappresento prima di tutto gli americani".

Da parte sua, Parscale ha respinto le accuse sui social: "Le affermazioni secondo cui avrei attaccato il memorandum o l'Amministrazione Trump sono false. Non esiste un solo elemento di prova che dimostri che io abbia agito contro l'amministrazione".

La frattura generazionale nel mondo conservatore


Le parole di Vance acquistano particolare rilievo perché provengono dall'uomo che molti considerano l'erede politico di Trump e che il presidente ha incaricato di negoziare la fine del conflitto. Veterano della guerra in Iraq, il vicepresidente, 41 anni, ha costruito la propria carriera proprio sull'opposizione alle "guerre infinite": nel 2023, quando era senatore, si schierò contro gli aiuti all'Ucraina e all'inizio di quest'anno ha sostenuto la via diplomatica con l'Iran, salvo poi allinearsi a Trump quando il presidente ha deciso di intervenire militarmente.

Dietro il nuovo scontro si intravede però una frattura più profonda nel campo conservatore. Il sostegno a Israele, per decenni considerato un caposaldo della politica repubblicana, viene ora sempre più contestato da una generazione più giovane, convinta che gli interessi israeliani non coincidano necessariamente con quelli americani. L'attivista conservatore Bob Vander Plaats descrive un vero divario generazionale: la Generazione Z guarda a Israele soprattutto attraverso una lente politica, mentre gli elettori più anziani continuano a farlo attraverso una lente biblica.

Anche sui media conservatori questa frattura è ben presente: Tucker Carlson denuncia da settimane quella che definisce "la guerra di Israele", Megyn Kelly ha avvertito il proprio pubblico che nessun americano dovrebbe morire per un Paese straniero e lo stesso Rogan, che aveva sostenuto Trump nel 2024, ha rotto pubblicamente con il presidente dopo la decisione di entrare in guerra contro l'Iran.

La crescente irritazione di Trump


Anche Trump ha manifestato una crescente insofferenza nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, accusandolo di aver continuato le operazioni militari di Israele in Libano permettere a rischio i negoziati. Vance, da parte sua, non si aspetta che questi negoziati seguano un percorso lineare: "Sarà tutto complicato, con molte interruzioni e altrettante ripartenze".

La sua conclusione, tuttavia, non lascia spazio ad alcuna ambiguità: "In questo momento Israele sta perdendo la battaglia per l'opinione pubblica negli Stati Uniti d'America. È un fatto semplice ed evidente". E i sondaggi più recenti sembrano dargli ragione: secondo il Pew Research Center, il 62% degli americani ha un'opinione sfavorevole del governo israeliano, contro il 32% che lo giudica positivamente. Un sondaggio Quinnipiac rileva inoltre che il 48% degli elettori ritiene che Washington sostenga eccessivamente Israele, la quota più alta registrata dal 2017. Nello stesso sondaggio appena il 20% esprime un giudizio favorevole su Netanyahu.


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Troy Jackson sarà il candidato Dem al Senato in Maine


Nirav Shah, Shenna Bellows, Jordan Wood e Dan Kleban hanno lasciato la corsa democratica al Senato. Jackson ha superato i 301 delegati e sabato la convention di Bangor sceglie lo sfidante di Collins.

Troy Jackson potrebbe avere di fatto conquistato la candidatura democratica per il Senato degli Stati Uniti nel Maine. Domenica quattro dei suoi principali rivali si sono fatti da parte e, secondo un'analisi del Bangor Daily News, l'ex presidente del Senato statale può già contare su più della metà dei delegati che sabato 25 luglio, in una convention a Bangor, sceglieranno il sostituto di Graham Platner. Se il sostegno sarà confermato, a novembre Jackson sfiderà la senatrice repubblicana Susan Collins in una delle corse decisive per il controllo del Senato.

Alla convention voteranno 500 delegati eletti nel fine settimana nei caucus di contea, le assemblee locali del partito, insieme a 101 membri del comitato centrale democratico dello stato. Jackson era emerso come grande favorito già sabato, dopo la prima giornata di voto. Secondo i conteggi di Bloomberg, più del 90% dei circa 430 delegati scelti nelle 11 contee che avevano completato le operazioni entro domenica pomeriggio faceva parte della lista di sostenitori diffusa dalla sua campagna, mentre circa 70 delegati arriveranno dalle contee restanti. Per il Bangor Daily News è stata la contea di York, al confine con il New Hampshire, a portare sopra quota 301 i delegati impegnati a votarlo, più della metà dei voti dell'assemblea. "Grazie, contea di York. Siamo organizzati, siamo pronti e vinceremo. Solidarietà per sempre", ha scritto Jackson su X.

Corsa al Senato · Maine

Perché Troy Jackson ha già vinto la nomination


Prima ancora del voto della convention di Bangor, l’ex presidente del Senato del Maine ha superato la soglia dei delegati che serve per diventare il candidato democratico contro Susan Collins.

Grafica di FocusAmerica

La matematica della convention
0+

delegati già impegnati a votare Jackson:
la maggioranza scatta a quota 301

Soglia superata

Maggioranza: 301

0
601 votanti

Impegnati per Jackson Altri candidati o non assegnati

Alla convention votano 601 persone: 500 delegati eletti nei caucus di contea e 101 membri del comitato centrale democratico dello stato.

I caucus del fine settimana

Un dominio quasi totale nelle contee


Sabato e domenica le assemblee locali del partito hanno eletto i 500 delegati della convention. La lista dei sostenitori di Jackson ha fatto incetta di seggi.

Delegati delle 11 contee già conteggiate: quanti sono nella lista di Jackson oltre il 90%

Su circa 430 delegati eletti entro domenica pomeriggio (conteggio Bloomberg). Altri 70 circa arrivano dalle contee restanti.

La contea decisiva

Secondo il Bangor Daily News è stata la contea di York, al confine con il New Hampshire, a portare Jackson sopra quota 301: più della metà dei voti dell’assemblea, prima ancora che i caucus finissero.

Domenica 19 luglio

Il campo si svuota: quattro rivali si ritirano


Davanti ai numeri dei caucus, i principali sfidanti hanno lasciato la corsa in un solo giorno. Tre hanno annunciato subito il sostegno a Jackson.

Le tappe

Dalla caduta di Platner alla sfida a Collins


Tocca ogni tappa per i dettagli.

Attenzione

I delegati sono formalmente liberi: non hanno un obbligo legale di votare il candidato promesso. La nomina sarà ufficiale solo dopo il voto di sabato 25 luglio.

Fonte: Bangor Daily News, Bloomberg · dati al 19 luglio 2026

I delegati sono però formalmente liberi: non hanno un obbligo legale di votare il candidato promesso durante la selezione e la nomina sarà quindi ufficiale solo dopo il voto di sabato. Domenica hanno lasciato la corsa Nirav Shah, ex direttore del Center for Disease Control and Prevention del Maine, l'agenzia di salute pubblica dello stato; Shenna Bellows, segretaria di stato del Maine; Jordan Wood, ex collaboratore parlamentare a Washington; e Dan Kleban, cofondatore del birrificio Maine Beer Company. Shah, Wood e Kleban hanno annunciato subito il loro sostegno a Jackson, mentre Bellows ha motivato il passo indietro con la necessità di unire il partito contro Collins. "Oggi mi faccio da parte e lo faccio esattamente per la stessa ragione che mi aveva spinto a candidarmi: dobbiamo sconfiggere Susan Collins e il Partito Democratico deve essere unito per farlo", ha scritto Shah su X.

Platner, allevatore di ostriche e veterano di guerra, aveva vinto le primarie democratiche a giugno ed era visto come il simbolo del candidato capace di riportare al partito gli elettori della classe lavoratrice. Aveva superato le polemiche per un tatuaggio simile a un simbolo nazista e per vecchi post offensivi sui social, ma all'inizio di luglio si è ritirato davanti alle accuse circostanziate di violenza sessuale di una ex fidanzata, accuse che lui respinge.

Jackson ha costruito un profilo simile a quello di Platner: ex repubblicano passato su posizioni progressiste, è un boscaiolo di quinta generazione cresciuto nel Maine rurale e in una precedente corsa a governatore, persa, aveva puntato su tutele più forti per i lavoratori, sanità universale e tasse più alte per i più ricchi. Nella corsa per il Senato lo ha appoggiato Our Revolution, l'organizzazione progressista nata dai sostenitori del senatore del Vermont Bernie Sanders. "Il messaggio è inequivocabile: gli abitanti del Maine hanno votato perché un movimento continui", ha detto domenica in un comunicato il suo direttore esecutivo Joseph Geevarghese. La deputata statale Nina Milliken, delegata e referente della campagna di Jackson nella contea di Hancock, ha detto a Bloomberg che "la gente è davvero stufa".

Collins è considerata una delle senatrici repubblicane in carica più vulnerabili e la corsa del Maine è ritenuta decisiva per le speranze dei democratici di conquistare la maggioranza al Senato. Il presidente Donald Trump ha perso lo stato alle elezioni del 2024 e i democratici attaccano Collins per i suoi voti a favore delle politiche della Casa Bianca. La settimana scorsa, dopo che un agente federale ha ucciso un uomo colombiano proprio nel Maine, hanno criticato il suo sì a un pacchetto da 70 miliardi di dollari che finanzia i controlli sull'immigrazione fino alla fine del mandato di Trump.


Troy Jackson è a un passo dalla nomination Dem per il Senato in Maine


Troy Jackson, ex presidente del Senato statale del Maine, ha dominato la prima giornata di selezione dei delegati che sabato 25 luglio sceglieranno il nuovo candidato democratico al Senato degli Stati Uniti al posto di Graham Platner. Le liste di delegati collegate alla sua campagna hanno vinto almeno 290 dei 319 posti assegnati sabato in otto contee: a Jackson mancano appena 11 delegati per avere la maggioranza assoluta alla convention da cui uscirà lo sfidante della senatrice repubblicana Susan Collins.

Platner, l'ostricoltore che a giugno aveva vinto le primarie democratiche, si è ritirato il 10 luglio, quattro giorni dopo che Politico aveva rivelato l'accusa di una sua ex fidanzata, che sostiene di aver subito una violenza sessuale nel 2021. Platner respinge l'accusa. La legge dello stato affida al partito la scelta del sostituto, da comunicare entro il 27 luglio. A decidere saranno i 601 delegati della convention convocata a Bangor: 500 vengono eletti in questo fine settimana nei caucus, le riunioni locali con cui gli elettori democratici scelgono contea per contea i propri rappresentanti, mentre gli altri 101 sono membri di diritto del comitato statale del partito. I delegati non sono formalmente vincolati e alla convention potranno votare per chiunque.

Sabato Jackson ha fatto quasi il pieno nelle contee più popolose: 148 delegati su 149 nella contea di Cumberland, quella di Portland, la città più grande e più democratica dello stato, e tutti i 44 posti della contea di Penobscot. La sua campagna si è presentata ai caucus con gruppi organizzati di volontari, liste chiare di nomi da votare e il sostegno di oltre una decina di sindacati, il mondo da cui Jackson proviene. Le liste dei rivali condividevano tra loro anche più di cento nomi, mentre quella di Jackson non si sovrapponeva quasi con nessuno, segno di un'organizzazione superiore. Sabato sera Jackson ha ringraziato i sostenitori su X: "Siamo sulla buona strada per avere il governo che ci meritiamo". Domenica si vota nelle altre otto contee per gli ultimi 181 delegati.

Jackson, boscaiolo di Allagash, all'estremo nord dello stato, è in politica da oltre vent'anni, quasi tutti passati nel Senato del Maine, che ha presieduto dal 2018 al 2024. È cresciuto politicamente nei sindacati e a giugno era arrivato terzo alle primarie democratiche per la carica di governatore, una corsa in cui aveva ricevuto il sostegno del senatore Bernie Sanders e aveva fatto campagna al fianco di Platner. È stato tra i primi a chiedere il ritiro dell'ex alleato, ma ora si presenta come l'erede del suo movimento: "Il movimento che avete costruito può vincere", ha detto agli ex sostenitori di Platner lanciando la candidatura. Le sue posizioni ricalcano quelle dell'ex candidato: la sanità pubblica universale con il programma noto come "Medicare for All", più tasse sui miliardari, l'abolizione dell'ICE (Immigration and Customs Enforcement), l'agenzia federale che esegue arresti ed espulsioni degli immigrati, e lo stop agli aiuti militari a Israele.

I rivali più vicini sono usciti dal primo giorno di voto quasi senza possibilità. Nirav Shah, epidemiologo ed ex capo della sanità pubblica dello stato, e Shenna Bellows, segretaria di stato del Maine, la carica che organizza le elezioni, hanno ottenuto una manciata di delegati a testa sui 319 assegnati. Shah ha detto a Politico di aver telefonato personalmente a circa 500 aspiranti delegati e ha assicurato che continuerà a cercare di convincerli fino alla convention. In tutto i candidati alla nomination erano dodici.

Chi vincerà erediterà la rete di volontari costruita in un anno dalla campagna di Platner, che sosteneva di contarne 15.000. Una parte di quella rete si è organizzata nel Maine People Powered Movement e ha diffuso una lettera aperta con una piattaforma ispirata alla campagna dell'ex candidato, con l'espansione della sanità pubblica, una tassa minima sui miliardari e più diritti per i sindacati: Jackson, Shah e Bellows l'hanno sottoscritta subito. Quasi 4.000 persone si sono candidate come delegati e circa 11.000 si sono registrate per votare nei caucus.

Alcuni aspiranti delegati si sono ritrovati sulle liste di più campagne senza saperlo e in diverse contee i problemi tecnici con il voto online hanno costretto a prolungare le operazioni: sono gli intoppi di un processo messo in piedi dal partito in una decina di giorni. Nella contea di Cumberland un pareggio per l'ultimo posto disponibile è stato risolto estraendo un nome da un cappello da baseball. Tra gli ex sostenitori di Platner c'è anche chi contesta il metodo, perché a sostituire un candidato scelto da oltre 150.000 elettori alle primarie saranno 601 delegati.

Il seggio del Maine è al centro delle speranze dei democratici di riconquistare la maggioranza al Senato alle elezioni di medio termine di novembre. Collins, al quinto mandato, è l'unica senatrice repubblicana che si ricandida in uno stato in cui il presidente Donald Trump ha perso nel 2024. "È probabilmente la corsa più importante di tutto il paese", ha detto Jackson sabato ai giornalisti. Negli ultimi giorni tutti i candidati hanno attaccato Collins per il suo sostegno all'ICE, dopo che un agente dell'agenzia ha ucciso un uomo a Biddeford, sulla costa del Maine: in un dibattito televisivo giovedì Jackson ha detto che Collins, presidente della commissione del Senato che decide la spesa federale, "avrebbe dovuto essere in grado di fermare l'ICE".


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Shopping con l'intelligenza artificiale: oltre il 40% degli italiani è pronto ad affidare gli acquisti all'AI


L'AI è sempre più protagonista dello shopping online. Secondo una ricerca Adyen, oltre il 40% degli italiani si dice disposto a lasciare all'intelligenza artificiale il compito di scegliere e acquistare prodotti
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dyen ha presentato una nuova ricerca che evidenzia un interesse crescente verso l’intelligenza artificiale tra i consumatori italiani. Il 34% dei consumatori italiani dichiara di aver utilizzato assistenti AI per semplificare la propria esperienza di acquisto negli ultimi 12 mesi, e a guidare l’adozione sono soprattutto Gen Z e Millennial.

L’AI arriva fino al checkout


Il report mostra che il 43% dei consumatori italiani sarebbe oggi disponibile a lasciare che un assistente AI gestisca l’intero processo di acquisto, inclusa la finalizzazione della transazione, una volta impostati i criteri. La disponibilità è particolarmente elevata tra i Millennial (45%), che si dicono pronti a delegare all’AI l’acquisto per conto loro. L’apertura è significativa anche tra le altre generazioni: Gen X (42%), Gen Z (42%) e Baby Boomer (41%).

Tra chi usa assistenti AI quando fa shopping, il 65% dice che li aiuta a risparmiare tempo e il 64% concorda sul fatto che aiutino a orientarsi tra le troppe opzioni online. Inoltre, il 54% vorrebbe che i retailer impiegassero l’AI per suggerimenti proattivi sui prodotti, segnale di una domanda pronta per esperienze più guidate e automatizzate. I consumatori sono quindi pronti a vedere l’AI evolvere oltre le semplici raccomandazioni, fino a diventare un canale di vendita “di fiducia” in grado di gestire anche la transazione.

Sicurezza e trasparenza come fattori chiave


Nonostante l’entusiasmo, il passaggio da modalità di suggerimento a “personal shopper” dipende dalla fiducia. Alla domanda su cosa sia più importante per affidare all’AI la finalizzazione dell’acquisto, i consumatori italiani indicano come priorità processi di reso/rimborso e assistenza post-acquisto semplici e senza complicazioni. Seguono la fiducia che l’AI ottimizzi l’acquisto per il prezzo più basso o il miglior rapporto qualità-prezzo e chiarezza su chi sia responsabile (ad esempio provider AI, retailer o utente) in caso di errori o problemi. Restano molto rilevanti anche sicurezza dei dati di pagamento e privacy (32%) e la possibilità di rivedere e annullare l’acquisto dopo che l’AI l’ha selezionato. Per chi invece non è ancora pronto a delegare all’AI le proprie scelte di spesa, le principali preoccupazioni riguardano la perdita di controllo di ciò che si sta acquistando, mentre il 39% dice di non vederne la necessità perché “fare shopping è già abbastanza semplice”, e il 36% teme errori (ad esempio taglia, colore o prodotto sbagliato). Inoltre, il 36% indica timori legati a privacy e sicurezza dei dati di pagamento.

I retailer puntano sulla sicurezza


I retailer sono consapevoli sia dell’opportunità sia dei rischi legati all’AI. In Italia, l’80% afferma di essere aperto ad abilitare l’agentic commerce (ossia agenti AI autonomi in grado di acquistare direttamente per conto dei consumatori): il 41% lo considera una priorità strategica e il 48% dichiara di voler investire nella tecnologia entro i prossimi 12 mesi.

In linea con le aspettative dei consumatori, i retailer danno priorità a sicurezza e governance. Tra i fattori ritenuti più critici per l’adozione, il 30% cita la protezione completa dei dati sensibili per prevenire violazioni e frodi, a pari merito di chi esprime l’importanza di essere tutelati dai costi legati agli errori d’acquisto degli AI agent (30%), mentre il 29% ha dichiarato la necessità che tutti gli acquisti basati sull’AI siano conformi alle policy interne e alle normative di regolamentazione vigenti. Il 28% inoltre, indica l’integrazione semplice con sistemi e infrastrutture IT (idealmente con un’unica integrazione). Tra le ragioni che frenano l’adozione, la principale è il timore di perdere il rapporto diretto con il cliente (37%).

“Se da un lato una quota rilevante di retailer sta già dando priorità a questa tecnologia, dall’altro resta forte il timore di perdere la relazione diretta con il cliente - ha commentato Gabriele Bellezze di Adyen Italia - la direzione è rendere l’AI un canale aggiuntivo potente, che offra ai consumatori un nuovo modo di acquistare, garantendo però che il retailer mantenga il controllo sulla relazione e sui dati. Il punto non è solo la tecnologia: è la relazione.”



SBS lancia Track First: i nuovi smart tracker compatibili con Apple Find My e Google Find Hub


La partenza è sempre un intreccio di emozioni: entusiasmo, desiderio di scoperta e voglia di staccare dalla routine si mescolano spesso a dubbi e piccole preoccupazioni. Il timore di dimenticare qualcosa di importante, l’incertezza di aver organizzato tutto al meglio o la paura di perdere i propri oggetti personali possono trasformare l’attesa del viaggio in una fonte di stress. Poter contare su soluzioni affidabili, capaci di offrire controllo e sicurezza in ogni momento, può fare la differenza tra un viaggio vissuto con serenità e un’esperienza segnata dagli imprevisti.

Streaming e Pay TV: gli italiani hanno 3 abbonamenti
Il mercato dello streaming continua a crescere in Italia: ogni famiglia ha in media 3 abbonamenti tra piattaforme digitali e Pay TV
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


La linea Track First amplia l’offerta SBS dedicata alla localizzazione degli oggetti personali con una collezione composta da cinque accessori pensati per integrare il tracker direttamente nei prodotti di uso quotidiano: documenti, portafoglio, chiavi, bagagli, zaini e borse. Compatibili con Apple Find My e Google Find Hub, tutti i prodotti permettono di localizzare gli oggetti direttamente dallo smartphone e includono un allarme sonoro attivabile da app per facilitarne il ritrovamento.

Track My Passport: documenti sempre sotto controllo


Pensato per chi viaggia spesso, Track My Passport è il porta documenti con tracker integrato che riunisce in un unico accessorio tutto il necessario per la partenza. La tasca dedicata al passaporto, lo spazio per il boarding pass e gli slot porta carte fino a due tessere lo rendono una soluzione pratica e funzionale per avere i documenti essenziali sempre ordinati e rintracciabili. Discreto ed elegante, può essere inserito facilmente in tasca, nello zaino o nel bagaglio a mano, accompagnando ogni partenza con maggiore sicurezza. Prezzo: 49,95 euro.

Track My Wallet: portafoglio smart, compatto e sicuro


Per carte, tessere e banconote sempre ordinate e rintracciabili, Track My Wallet combina la praticità di un portacarte compatto con la sicurezza di un tracker integrato. Il design sottile lo rende facile da portare ovunque, mentre il sistema di estrazione rapida delle carte e la tasca per banconote con clip di fissaggio garantiscono praticità e ordine nella vita quotidiana e in viaggio. Discreto e funzionale, è pensato per chi desidera avere sempre con sé l’essenziale, con maggiore tranquillità. Prezzo: 39,95 euro.

Track My Bag: il localizzatore per valigia con etichetta integrata


Riconoscere e ritrovare il proprio bagaglio diventa più semplice con Track My Bag, il localizzatore per valigia con etichetta integrata. Permette di localizzare la valigia direttamente dallo smartphone e di attivare un allarme sonoro da app per individuarla più rapidamente. Lo spazio dedicato ai dati personali è protetto da una copertura che li rende visibili solo quando necessario, aggiungendo un ulteriore livello di sicurezza e discrezione. Pratico e facile da applicare, è pensato per accompagnare ogni partenza con maggiore tranquillità. Prezzo: 29,95 euro.

Track My Key: chiavi protette, ordinate e sempre rintracciabili


Con Track My Key, anche le chiavi diventano più facili da ritrovare. Grazie al tracker integrato, possono essere localizzate direttamente dallo smartphone, mentre la struttura con alloggio interno permette di custodire e organizzare le chiavi di casa. L’anello esterno consente inoltre di agganciare chiavi auto o altri piccoli oggetti essenziali. Una soluzione pratica e discreta per avere sempre tutto sotto controllo. Prezzo: 39,95 euro.

Track My Taggy: il tracker compatto per bagagli, zaini e borse


Compatto, leggero e minimale, Track My Taggy è il tracker pensato per chi è sempre in movimento e vuole tenere sotto controllo bagagli, zaini e borse in modo semplice e discreto. Permette di localizzare rapidamente gli oggetti personali più importanti direttamente dallo smartphone e di attivare un allarme sonoro da app per ritrovarli più facilmente. L’anello integrato facilita l’aggancio a zaini, borse e valigie, rendendolo ideale sia per il viaggio sia per l’uso quotidiano. Prezzo: 29,95 euro.

eBay: boom del collezionismo tra calcio e pop culture
Il collezionismo sta vivendo una nuova evoluzione. Su eBay prende sempre più piede la “beyond-the-game economy”, un fenomeno che unisce calcio, pop culture, trading card, memorabilia e oggetti da collezione, trasformando la passione dei fan in un mercato sempre più dinamico e globale
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Track First non è solo una gamma di accessori, ma un’evoluzione nel modo di viaggiare. Una linea pensata per accompagnare ogni spostamento con soluzioni smart, discrete e affidabili, capaci di offrire controllo e tranquillità in ogni momento del viaggio.


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realme UI sarà sostituita da ColorOS: rollout globale entro fine 2026


realme UI si prepara a lasciare spazio a ColorOS. La conferma arriva direttamente da realme attraverso una lettera aperta pubblicata da Chase Xu, Vice President e Chief Marketing Officer dell’azienda. La transizione coinvolgerà gradualmente il software degli smartphone del marchio e prenderà il via a livello globale entro la fine del 2026.

Si tratta di un cambiamento importante per realme, che negli ultimi anni ha utilizzato realme UI come elemento distintivo della propria esperienza Android. L’azienda ha però precisato che il passaggio non comporterà la scomparsa dell’identità visiva del brand. Le funzioni, le personalizzazioni e gli elementi grafici più riconoscibili verranno mantenuti anche all’interno della nuova piattaforma.

realme UI passerà gradualmente a ColorOS


Secondo lo statement ufficiale, realme UI verrà progressivamente sostituita dall’ultima versione di ColorOS, il sistema operativo sviluppato da OPPO sulla base di Android. Il rollout globale inizierà entro la fine dell’anno, ma al momento non è stata comunicata una data precisa.

La transizione non dovrebbe avvenire contemporaneamente su tutti i dispositivi. Come accade normalmente con gli aggiornamenti più importanti, la distribuzione potrebbe procedere per fasi, interessando inizialmente gli smartphone più recenti e successivamente gli altri modelli compatibili.

realme non ha ancora pubblicato la roadmap completa e non ha indicato quali telefoni riceveranno il nuovo software. L’elenco dei dispositivi idonei e le relative tempistiche saranno annunciati successivamente attraverso i canali ufficiali dell’azienda.

Alcune fonti internazionali fanno riferimento a ColorOS 17 come prima versione destinata agli smartphone realme. Tuttavia, nello statement diffuso per il mercato italiano viene utilizzata solamente l’espressione “ultima versione di ColorOS”. Per questo motivo, la numerazione definitiva dovrà essere confermata insieme alla roadmap ufficiale.

Perché realme ha scelto ColorOS


Il passaggio a ColorOS consentirà a realme di utilizzare una piattaforma software condivisa e di concentrare maggiormente le risorse dedicate allo sviluppo. realme UI e ColorOS presentano già numerosi punti in comune, tra cui componenti di sistema, applicazioni preinstallate, strumenti per la personalizzazione e diverse funzioni dedicate alla sicurezza e alla gestione del dispositivo.

L’unificazione potrebbe rendere più semplice il lavoro di sviluppo, manutenzione e ottimizzazione del software. Secondo realme, il nuovo sistema offrirà un’esperienza più fluida e intelligente, con prestazioni ottimizzate e funzioni AI avanzate.

Queste dichiarazioni indicano che l’aggiornamento non sarà limitato a un semplice cambio di nome. La società punta a migliorare la risposta del sistema, la gestione delle risorse e l’integrazione degli strumenti basati sull’intelligenza artificiale. I dettagli sulle singole funzioni, però, saranno disponibili soltanto con la presentazione della nuova versione.

La decisione segue una tendenza più ampia verso la condivisione delle risorse software tra i diversi marchi collegati all’ecosistema OPPO. Anche OnePlus ha annunciato un progressivo avvicinamento di OxygenOS a ColorOS, con l’obiettivo dichiarato di migliorare l’efficienza dei processi e la gestione degli aggiornamenti.

L’identità degli smartphone realme sarà mantenuta


Uno dei dubbi principali riguarda l’aspetto che assumerà ColorOS sui dispositivi realme. L’azienda ha chiarito che le caratteristiche distintive del marchio verranno preservate durante la transizione.

Questo significa che ColorOS sugli smartphone realme potrà mantenere elementi grafici e funzioni esclusive, differenziandosi dalla versione installata sui dispositivi OPPO. Icone, temi, animazioni, strumenti per il gaming e altre personalizzazioni potrebbero quindi continuare a seguire lo stile sviluppato da realme.

Non sarebbe una situazione completamente nuova. I primi smartphone realme utilizzavano infatti ColorOS prima dell’introduzione di realme UI nel 2020. Nel corso del tempo, le due piattaforme hanno continuato a condividere numerose caratteristiche, pur mantenendo nomi e personalizzazioni differenti.

Per gli utenti, il cambiamento potrebbe quindi risultare meno netto di quanto suggerisca il passaggio da un’interfaccia all’altra. Saranno comunque necessari test sui dispositivi aggiornati per capire quali parti di realme UI verranno effettivamente conservate e quali saranno sostituite dalle soluzioni native di ColorOS.

Cosa succederà agli smartphone non compatibili


realme ha fornito rassicurazioni anche per chi possiede un modello che non verrà incluso nel programma di aggiornamento. Gli smartphone esclusi dal passaggio a ColorOS continueranno a ricevere manutenzione software e supporto secondo quanto previsto per ogni prodotto.

Questo dovrebbe comprendere gli aggiornamenti correttivi e le patch di sicurezza ancora rientranti nel periodo di assistenza stabilito dal produttore. Non significa, quindi, che i telefoni privi di ColorOS verranno immediatamente abbandonati.

Resta da chiarire come sarà gestita la sovrapposizione tra i dispositivi che continueranno a utilizzare realme UI e quelli aggiornati alla nuova piattaforma. Maggiori informazioni arriveranno con la pubblicazione del calendario ufficiale.

Il futuro di realme in Italia


Nella comunicazione dedicata al nostro Paese, realme ha ribadito che l’Italia rimane un mercato strategico. L’azienda intende continuare a investire sul territorio e a proporre dispositivi e servizi destinati soprattutto a un pubblico giovane.

Il passaggio a ColorOS rientra quindi in una strategia globale che non modifica, almeno secondo quanto dichiarato, la presenza commerciale di realme sul mercato italiano. La gamma di smartphone continuerà a essere sviluppata mantenendo gli elementi caratteristici del marchio, mentre la componente software sarà progressivamente integrata nella piattaforma ColorOS.

Al momento, le informazioni confermate riguardano l’avvio del rollout entro la fine del 2026, la conservazione dell’identità realme e la continuità del supporto per i modelli non compatibili. La roadmap, la versione esatta di ColorOS e l’elenco degli smartphone interessati saranno comunicati in un secondo momento.

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DK10x40 - Tradimenti


Per non ripartire a freddo a Settembre, è meglio annotarci qualche motivo per farsi trovare già col dente avvelenato contro la Commissione von der Leyen.
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Ascolta l'episodio su Spreaker.com

Prima che la stagione finisca, dobbiamo almeno iniziare a coprire un argomento che, io credo, la farà da padrone nella prossima: il tradimento dell'Unione da parte della Commissione di Ursula von der Leyen.

Sigla.

Avrete sicuramente sentito come la Commissione abbia richiesto al Parlamento una votazione d'urgenza sulla questione chatControl, riuscendo a farla passare.

Questo è un modo di raccontare la cosa senza dire in effetti niente, che ti garantisce un lavoro nei media, la benevolenza dell'editore e inviti a gettone nelle trasmissioni del cosiddetto "approfondimento".

Sul quale e sulle quali un asteroide non cadrà mai troppo presto, quindi vediamo di raccontare la cosa in un modo più informativo.

La Commissione ha sottoposto per due volte al Parlamento un provvedimento (l'infame "chatControl") teoricamente a tutela dei minori e contro la pedopornografia, che:

  • non protegge i minori
  • non combatte la pedopornografia
  • istituzionalizza la sorveglianza di massa

Questo provvedimento non è stato chiesto da nessuno, se non dai lobbisti di BigTech, che vogliono ammantare di legalità la loro ignobile economia della sorveglianza, e i loro servi nella Commissione.

La proposta della Commissione è stata bocciata dal Parlamento, poi ripresentata in una forma se possibile peggiore, e bocciata di nuovo.

A questo punto la Commissione ha invocato una procedura d'urgenza per una materia che non ne aveva nessuna, nell'ultimo giorno di seduta del Parlamento prima della pausa estiva, al solo scopo di contabilizzare come "favorevoli" anche i voti degli assenti e degli astenuti, cosa che la procedura d'urgenza consente, riuscendo a far considerare approvato un provvedimento al quale la maggioranza dei parlamentari presenti ha votato contro per la terza volta.

Il risultato netto di questo provvedimento è che fino al 2028 Big Tech può controllare preventivamente tutti i contenuti che le vengono affidati, messaggi di testo, audio, video e immagini, con la scusa teorica del contrasto alla pedopornografia, e con due risultati pratici:

  1. permettere a BigTech di profilare l'intero continente per i propri interessi, cosa che peraltro sta facendo da sempre nella glaciale indifferenza della Commissione, e
  2. esternalizzare prerogative dello Stato ad attori privati, esterni all'Unione, perdipiù con interessi nemmeno velati.

A questo punto è doveroso chiedersi: in che squadra gioca la Commissione Europea? Perché questo è tradimento. In tempi più semplici, Principi e Re sono volati fuori dalla finestra o finiti al patibolo per meno di così.

Mettiamo assieme un po' di misfatti di questa Commissione di cialtroni, e non è un elenco esaustivo, sto solo andando a memoria, vediamo:

  • quest'ultima decisione estorta al Parlamento su ChatControl;
  • l'espansione del riconoscimento facciale da parte della polizia di frontiera con la scusa del problema dei migranti;
  • il sacrificio degli interessi europei sull'altare di quelli statunitensi per quanto riguarda i dazi di Trump, l'Ucraina, la Russia, la Palestina e l'Iran, tutte crisi provocate dagli Stati Uniti e che danneggiano l'Unione;
  • il rifiuto di riconoscere che la NATO è ormai esclusivamente lo strumento di una politica estera statunitense antitetica agli interessi europei;
  • l'accettazione incondizionata dell'idea che l'Europa debba vedere l'incremento delle spese in armamenti come una priorità, ovviamente a tutto vantaggio dei produttori statunitensi, in assenza di una qualsiasi visione strategica, cioè per cosa e contro chi occorra spendere di più in armi;

e così via.

Ecco. Io vorrei cominciare a sentire qualcuno al difuori del Partito Pirata che queste questioni le prende a cuore, e mette all'ordine del giorno, guarda caso per la seconda volta, una mozione di sfiducia contro la von der Leyen e tutta la sua Commissione di russofobi e servi degli americani.

È ora che il Parlamento Europeo si dia una svegliata, e cominci a respingere a scarpate le infiltrazioni dei temi delle destre russofobe e dei servi degli USA nel cuore della politica europea. Non me ne frega niente se Merz deve far vedere che lui non è la Merkel.

Nel Parlamento Europeo ci sono menti di prima categoria, ma ancora troppi illusi che la situazione sia in un qualche modo ancora normale. Non lo è. La sola cosa si cui Statio Uniti, Russia e Cina sono d'accordo è che l'Unione Europea è un ostacolo alla loro oligarchia.

La risposta europea non può essere più spese militari, non è quello il terreno su cui possiamo avere un qualche peso. Il nostro peso è nelle nostre leggi, che gli oligarchi economici odiano come odiano ogni regola.

La risposta dell'Europa deve essere l'incremento, senza se e senza ma, delle capacità e delle azioni di enforcement delle regole che il Continente ha scelto di darsi, il GDPR, il DSA, il DMA, l'AI Act, e tutto il digital compact.
Su questo, poi, si può cominciare a parlare della tanto decantata sovranità digitale.

Sono stufo di leggere ogni giorno i piagnistei di oligopolisti sovvenzionati che passano per imprenditori geniali.

Voglio un'Europa che si svegli e dica con assoluta semplicità che, in Europa, le regole ce le scegliamo da soli.

E che quelle regole, in Europa, valgono per tutti.

Quindi auguro al Parlamento un'estate ritemprante. Perché a Settembre c'è da lavorare.

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Trump fischiato alla finale del Mondiale


La Spagna ha battuto l'Argentina 1-0 ai supplementari in New Jersey. Il presidente, fischiato dagli oltre 80mila spettatori, ha premiato la squadra del Paese che aveva definito "senza speranza"

La Spagna ha vinto il suo secondo Mondiale battendo l'Argentina 1-0 ai tempi supplementari nella finale giocata domenica al MetLife Stadium di East Rutherford, in New Jersey. A consegnare la coppa ai giocatori è stato il presidente Trump, che due settimane prima aveva definito gli spagnoli "senza speranza" e "cattive persone". Quando è comparso sul campo per le celebrazioni, dagli oltre 80mila spettatori sono arrivati fischi.

Fuori dal campo Trump non ha mai nascosto l'ostilità verso la Spagna: ha criticato più volte il Paese e il suo primo ministro Pedro Sánchez per la spesa militare, l'immigrazione e il mancato sostegno alla guerra degli Stati Uniti contro l'Iran. "Non voglio avere niente a che fare con la Spagna", ha detto questo mese a un vertice NATO in Turchia, chiedendo di tagliare i rapporti commerciali con Madrid e aggiungendo: "Sono senza speranza. Cattive persone". Domenica ha dovuto mostrarsi diplomatico: ha messo le medaglie al collo dei giocatori di entrambe le squadre mentre scendevano i coriandoli.

I fischi erano cominciati già prima della partita: molti tifosi lo hanno fischiato rumorosamente quando è stato inquadrato sui maxischermi dello stadio durante l'inno americano. Trump ha assistito alla finale con la moglie Melania e con il presidente della FIFA Gianni Infantino, seduto dietro un vetro antiproiettile e vicino alla presidente messicana Claudia Sheinbaum e al primo ministro canadese Mark Carney. Tra gli spettatori c'erano anche Sánchez, che ha visto la Spagna tornare campione del mondo per la prima volta dal 2010, e il sindaco di New York Zohran Mamdani. L'Argentina puntava a diventare la prima nazionale a difendere il titolo dai tempi del Brasile del 1962.

Era la seconda volta in meno di sei settimane che Trump si prendeva la scena a una grande finale nell'area di New York. L'8 giugno aveva assistito al Madison Square Garden all'unica sconfitta dei New York Knicks nelle finali NBA contro i San Antonio Spurs, prima che la squadra vincesse cinque sere dopo il primo titolo in 53 anni. Anche domenica la sua presenza ha portato misure di sicurezza aggiuntive, chiusure e traffico intorno allo stadio. Meno di un'ora prima del fischio d'inizio Marine One, l'elicottero presidenziale, ha sorvolato l'impianto in una passerella voluta dallo stesso presidente.

La FIFA, la federazione internazionale del calcio, aveva assegnato il torneo a Stati Uniti, Canada e Messico nel 2018, durante il primo mandato di Trump, e Los Angeles ospiterà le Olimpiadi estive nel 2028. Il presidente presenta questi eventi come parte di una rinascita sportiva americana, ma la sua influenza sulla FIFA e su Infantino ha alimentato diverse polemiche. Durante il torneo Trump ha usato il suo peso politico per far annullare la squalifica di una stella della nazionale americana, punita per un fallo nella vittoria sulla Bosnia ed Erzegovina: la pressione ha funzionato e ha provocato le proteste del Belgio, della federazione calcistica europea e di molti tifosi. Il Belgio ha poi battuto gli Stati Uniti 4-1.

A un ricevimento della FIFA alla Trump Tower, venerdì sera, Trump ha raccontato di aver chiesto lui stesso a Infantino di presentare un reclamo contro la squalifica e ha difeso l'esito della vicenda dicendo che "è molto meglio com'è andata perché non c'è polemica. Hanno vinto la partita e la nostra squadra aveva tutti i suoi giocatori". Nella stessa occasione ha proposto di riportare il Mondiale negli Stati Uniti: "Questa volta lasceremo fuori Messico e Canada", ha detto.

Prima della finale Trump ha elogiato Infantino ai microfoni di Fox Sports, ricordando di avergli risposto, quando gli propose l'idea del Mondiale americano, che era una follia perché "non siamo un Paese del calcio". "E invece si è scoperto che siamo un Paese del calcio", ha aggiunto, definendo il torneo "una cosa bellissima da vedere".


Trump dopo cinque mesi di guerra con l'Iran non sa come uscirne


La guerra tra Stati Uniti e Iran doveva durare tra le quattro e le sei settimane ed è arrivata alla ventesima. Il cessate il fuoco mediato dal presidente a giugno è collassato tra attacchi notturni reciproci, martedì è ripartito il blocco navale americano contro i porti iraniani e le stime interne del Pentagono indicano che il conflitto potrebbe costare agli Stati Uniti fino a 100 miliardi di dollari, il triplo della cifra riconosciuta finora in pubblico.

Lunedì il presidente aveva annunciato un pedaggio del 20% sui carichi delle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato per il petrolio del Golfo Persico, in cambio della protezione americana dagli attacchi iraniani. Martedì lo ha cancellato dopo le telefonate dei leader arabi del Golfo, che non volevano pagarlo. L'annuncio contraddiceva la posizione della sua stessa amministrazione, secondo cui i pedaggi erano una violazione del diritto internazionale. Trump ha coperto la retromarcia dicendo ai giornalisti che quei paesi faranno "massicci investimenti" negli Stati Uniti, senza dare alcun dettaglio.

Secondo un'analisi del New York Times, il presidente ha trovato nell'Iran un avversario che non si piega agli strumenti con cui ha ottenuto risultati altrove, dalle pressioni sugli alleati della NATO alle minacce di dazi contro i partner commerciali. "Ha incontrato un paese che non è disposto a giocare secondo le sue regole, cioè piegarsi, baciare l'anello e dirgli quanto è bravo", ha detto al giornale Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins University che ha consigliato presidenti e segretari di Stato sul Medio Oriente. "Non credo che abbia una strategia sull'Iran", ha detto Abbas Milani, direttore degli studi iraniani all'università di Stanford: "Affronta queste cose d'istinto e con due obiettivi contraddittori. Da una parte continua a dire di voler fare un accordo e rendere l'Iran un'economia fiorente, dall'altra minaccia di annientarne la civiltà".

A giugno, quando aveva firmato il cessate il fuoco, Trump aveva elogiato i negoziatori iraniani definendoli "persone molto razionali", "forti" e "intelligenti". La settimana scorsa li ha chiamati "feccia" e "gente malata". Ai giornalisti che gli chiedevano cosa fosse cambiato in tre settimane ha risposto: "Li ho conosciuti". La tregua era peraltro un accordo limitato: doveva fermare i combattimenti per 60 giorni per permettere di negoziare i nodi veri, a partire dal futuro del programma nucleare iraniano, e non ha retto nemmeno fino a quella scadenza.

La partita è ormai una gara di resistenza, secondo un'analisi del Wall Street Journal: ciascuno dei due paesi aspetta che l'altro ceda per primo. Trump vorrebbe chiudere prima delle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnovano la Camera e un terzo del Senato, e prima che i prezzi della benzina tornino a salire. Teheran scommette di poter resistere al blocco navale più a lungo, nonostante un'economia già in caduta libera, senza però provocare un'escalation che lascerebbe a Trump solo le opzioni militari più estreme. Il petrolio Brent, il riferimento internazionale, è salito martedì a 84,73 dollari al barile, in aumento di oltre l'11% in due giorni; all'inizio della guerra aveva superato i 100 dollari.

Negli ultimi due mesi le forze americane hanno scortato più di 800 navi lungo la rotta meridionale dello stretto, vicino alla costa dell'Oman. Con la fine della tregua le Guardie rivoluzionarie iraniane sono riuscite a colpire e mettere fuori uso alcune navi su quella rotta con missili e droni, uccidendo e ferendo membri degli equipaggi. Caccia, droni ed elicotteri americani intercettano gran parte dei colpi, ma quelli lanciati dalla costa iraniana a distanza ravvicinata arrivano troppo in fretta per essere fermati. Gli Stati Uniti hanno inoltre scorte limitate di intercettori, i missili che servono ad abbattere quelli iraniani, un vincolo che rende rischioso per Trump prolungare il conflitto.

La stima interna del Pentagono sul costo complessivo della guerra è tra 80 e 100 miliardi di dollari, ha rivelato NBC News, il triplo dei circa 30 miliardi comunicati finora al Congresso. La cifra comprende oltre 30 miliardi per ricostruire le basi americane danneggiate dagli attacchi iraniani, di cui quasi uno solo per le strutture in Bahrein, la sostituzione di più di 40 aerei colpiti e il ripristino delle scorte di munizioni. Il Pentagono, rimasto a corto di fondi, ha chiesto al Congresso uno stanziamento supplementare di 68 miliardi, ma i parlamentari finora hanno mostrato poco interesse ad approvarlo e accusano il Dipartimento della Difesa di nascondere i costi reali. "È molto frustrante per il popolo americano che non si riesca ad avere una risposta chiara su quanto costi questa guerra", ha detto il senatore indipendente Angus King.

"Finché non muoiono americani, l'Iran sarà una questione secondaria per la maggior parte degli americani", ha detto al New York Times Elliott Abrams, ex funzionario per la sicurezza nazionale in diverse amministrazioni repubblicane, secondo cui la guerra non ha travolto l'agenda del presidente. Per Aaron David Miller, ex negoziatore americano per il Medio Oriente, il precedente è invece quello di Jimmy Carter, la cui presidenza fu segnata dalla crisi degli ostaggi in Iran del 1979-81: "L'Iran ha consumato e macchiato l'eredità di un presidente e potrebbe benissimo macchiare o rovinare quella di un altro".


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Popolarità Trump, segnali contrastanti in mezzo a nuovi venti di guerra (19 luglio)


L'approvazione di Trump è altalenante, con i nuovi sondaggi che vanno in una direzione più negativa rispetto alle ultime settimane, in un quadro che rimane incerto e suscettibile di variazioni a seconda degli imminenti sviluppi dal Medio Oriente.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana si registrano segnali completamente contrastanti nella popolarità di Trump, con le medie analizzate che vanno in direzioni opposte: una in aumento, due in discesa, con un disallineamento complessivo non trascurabile.

Quel che è certo è che i numeri rimangono intorno a una quota che arriva fino al -17 di net rating; questo livello è migliore rispetto alla media degli ultimi mesi, ma sempre ben lontana dal compensare le ingenti perdite subite da inizio anno ad oggi.

Questa settimana sono state pubblicate rilevazioni da parte di importanti network, come Ipsos, Echelon Insights, CNBC News e Independent Center, che sono mediamente sopra o più vicine al -20, rispetto alle rilevazioni delle scorse settimane che offrivano numeri migliori.

La situazione per il tycoon continua ad essere negativa, seppur ampiamente migliore rispetto a Joe Biden nella media nello stesso punto del mandato: circa 7 punti in più.

Il net rating cresce leggermente rispetto ai minimi toccati nel recente passato, con il tasso di approvazione intorno al 40% nelle medie analizzate, ma con la disapprovazione che, in quest'ultima settimana, torna a salire e fa un balzello verso il 60%.

Nonostante i piccoli segnali di vita dell'ultimo periodo, questi numeri sono fino a sei-otto punti inferiori rispetto a prima della guerra in Iran.

Sul lungo periodo, è da verificare la tenuta di questo quadro: molto dipenderà dagli sviluppi del negoziato con l'Iran, ormai vicino al fallimento e che potrebbe ripercuotersi negativamente sui dati.

Ad ogni modo, il dato è decisamente superiore rispetto alla catastrofica media di Joe Biden nel luglio 2022; questo significa che l’approvazione di Trump non è la peggiore di sempre dopo diciotto mesi di presidenza. È di circa otto punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie registrano segni inversi: Focus America e il sito di Silver segnalano un peggioramento di circa un punto, mentre RCP registra un miglioramento della stessa consistenza; gli istituti, in questo modo, si posizionano a circa tre punti di distanza tra di loro nel complesso.

Come già accennato, dopo diciotto mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciotto mesi del suo primo mandato, ma al di sopra di quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 544 giorni di presidenza (-17,5 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, ad eccezione appunto di Biden, che con il suo -24,3 attraversava un periodo di grande sofferenza

Risulta indietro, come detto, rispetto al suo primo mandato, in cui era molto più popolare, a -9,6.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 40% e il 41%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 56%-57%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi dei negoziati di pace con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
9 rilevazioni di 9 istituti — 19 luglio 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 1 sondaggio
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 5 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 3 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 19 luglio 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 39,6% (-0,1) - 57,2% (+0,7). In totale un net approval arrotondato di -17,6 (-0,8).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 41,1% (+0,1) - 55,6% (-0,9). In totale un net rating di -14,5 (+1).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 39,8% (+0,6) - 57,3% (+1,5), con un net rating complessivo di -17,5 (-0,9). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

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Leggere meno, scegliere meglio


Nel diluvio digitale, il problema non è trovare qualcosa da leggere, ma capire cosa merita davvero la nostra attenzione.

Non saprei più ritrovarla, ma ricordo bene una massima che ho incrociato tempo fa su X. Diceva, più o meno, che la qualità di ciò che impari è inversamente proporzionale alla quantità di informazioni che consumi.

Detto altrimenti: se leggi, ascolti o guardi qualcosa in maniera compulsiva - libri, articoli, podcast, documentari, tutorial; il formato non cambia nulla - probabilmente non stai imparando. Ti stai intrattenendo.

È un pensiero potente, perché mette in discussione un principio a cui ho creduto a lungo: più informazioni accumuli, più diventi capace di pensare.

Oggi la vedo diversamente. Imparare non è una questione di quantità, ma di qualità. E soprattutto di ciò che fai con quello che incontri.

Aver introdotto il metodo Zettelkasten nelle mie routine di lavoro e di scrittura ha senza dubbio contribuito a farmi arrivare a questa conclusione. Una conclusione che sfida un assunto profondamente radicato nella mia educazione — e forse nella nostra.

«Vuoi diventare grande? Leggi libri», dice Marco Paolini nella scena de Il racconto del Vajont in cui spiega com’è nato il suo amore per la lettura.

Eppure, dopo essere stato per decenni un lettore onnivoro, oggi leggo meno. Non soltanto perché ho meno tempo e più cose da fare, ma perché ho imparato a selezionare ciò che merita davvero la mia attenzione: quello che vale la pena leggere, ascoltare o guardare.

Selezionare, del resto, è uno dei principi alla base del metodo Zettelkasten. Ed è anche un ottimo modo per stare a galla nel diluvio di contenuti a cui siamo esposti ogni giorno.

Riducendo quasi a zero il costo di produrre e distribuire informazione, la tecnologia digitale ha fatto esplodere il numero di contenuti disponibili.

Prima di adottare il metodo, mi capitava spesso di aprire la mia app di read it later - uso Reader e mi trovo da dio - e scorrere le centinaia di articoli salvati. Ne sceglievo uno, lo leggevo e alla fine avevo la sensazione di aver fatto il mio dovere contro l’istupidimento imperante.

La verità - lo avrai intuito - è che mi stavo soltanto intrattenendo.

Chiariamoci: non c’è niente di male nell’intrattenersi con i contenuti online. Io lo faccio ancora, e di continuo. Ho solo smesso di pensare che equivalga automaticamente a migliorarmi.

Oggi, quando decido di leggere qualcosa di significativo, non mi basta più arrivare in fondo. Devo trasformarlo in un appunto, inserirlo nella slipbox in cui conservo il materiale che mi servirà per scrivere e collegarlo agli appunti che contiene già.

Questo rende la lettura più attiva e meno pigra. E ne aumenta l’attrito.

È un attrito salutare, che ha fatto bene alla mia capacità di scrivere testi migliori e con maggiore costanza. Perché ridurre la distanza tra lettura e scrittura significa svolgere in anticipo una parte del lavoro.

Ma lo Zettelkasten mi aiuta a lavorare meglio su ciò che ho già scelto. Non mi dice necessariamente che cosa valga la pena scegliere.

Per questo serve un secondo filtro.

All’inizio di quest’anno ho letto Antifragile di Nassim Nicholas Taleb. È un libro divertente e provocatorio, che gioca a mettere in discussione molti dei luoghi comuni con cui spieghiamo il funzionamento delle persone, delle cose e del mondo.

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Esce ogni settimana, la domenica sera.

A un certo punto Taleb introduce la legge di Lindy.

Il nome deriva da Lindy’s, una gastronomia di New York in cui alcuni comici si riunivano per discutere le novità del mondo dello spettacolo. Nel 1964 Albert Goldman raccontò una convinzione diffusa tra loro: poiché ogni comico disponeva di una quantità limitata di materiale, un’esposizione mediatica troppo intensa avrebbe finito per abbreviargli la carriera.

Da quella storia Benoît Mandelbrot ricavò poi un principio diverso e più generale, che Taleb avrebbe esteso alle cose non deperibili: libri, idee, tecnologie, opere culturali.

Secondo la legge di Lindy, più a lungo qualcosa è riuscito a sopravvivere, più a lungo è ragionevole aspettarsi che continui a farlo.

Il fatto che leggiamo ancora Shakespeare, per esempio, è uno degli indizi più forti del fatto che le sue opere continueranno a essere lette. Non possiamo dire lo stesso del bestseller più chiacchierato del momento, che potrebbe scomparire dalla conversazione nel giro di pochi mesi.

Naturalmente, questo non significa che tutto ciò che è vecchio sia migliore, giusto o vero.

La durata non è un certificato di qualità. È un’informazione.

Un’idea che ha attraversato generazioni ha superato più prove di un’idea comparsa ieri nel nostro feed. Questo non la rende infallibile, ma le attribuisce una probabilità maggiore di restare rilevante.

Applicata al principio di selezione su cui si basa il metodo Zettelkasten, la legge di Lindy diventa così una bussola per decidere a cosa dedicare attenzione e che cosa trascurare senza troppi problemi o sensi di colpa.

Quando scelgo che cosa leggere, posso chiedermi non soltanto: mi interessa? Mi serve? Ma anche: da quanto tempo questa cosa riesce a restare rilevante?

Lo Zettelkasten mi costringe a elaborare ciò che leggo. La legge di Lindy mi aiuta a decidere che cosa merita di essere elaborato.

Questo non significa ignorare il presente o leggere soltanto classici. Significa smettere di trattare ogni novità come se avesse lo stesso diritto di entrare nella nostra testa.

Dentro il diluvio dei contenuti, il tempo è forse il miglior editor che abbiamo a disposizione. Non è infallibile, ma è molto più severo di noi.

Tu come scegli ciò a cui dedicare attenzione? E quanto conta, nelle tue scelte, il fatto che qualcosa abbia già resistito alla prova del tempo?

Sono curioso di saperlo: scrivimelo nei commenti.

💡
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Israele spende decine di milioni di dollari per influenzare l'opinione pubblica americana


Tra le strategie ci sono messaggi scritti con l'intelligenza artificiale, pagamenti ai media conservatori e un contratto da oltre 45 milioni di dollari con Brad Parscale, storico alleato di Trump

Il governo israeliano sta spendendo decine di milioni di dollari per provare a cambiare l'opinione pubblica americana, diventata sempre più critica per la gestione delle guerre a Gaza e con l'Iran. Secondo un'inchiesta del Wall Street Journal, la campagna usa strategie inedite: milioni di messaggi scritti con l'intelligenza artificiale, pagamenti diretti ai media conservatori e contenuti creati apposta per orientare le risposte dei chatbot. Il 60% degli adulti americani ha oggi un'opinione sfavorevole di Israele, secondo un sondaggio condotto a marzo dal centro di ricerca Pew Research.

Nei giorni scorsi il vicepresidente JD Vance ha accusato la campagna di influenza israeliana di voler far fallire i negoziati degli Stati Uniti per chiudere il conflitto con l'Iran. Alcuni funzionari israeliani stanno "manipolando e cercando di cambiare l'opinione pubblica americana per far proseguire la guerra all'infinito", ha detto Vance al podcaster Joe Rogan. Brad Parscale, storico alleato del presidente Trump e l'uomo al centro dell'operazione, ha negato qualsiasi tentativo di minare i negoziati: "La minaccia esistenziale per Israele è la disinformazione, da qualsiasi parte provenga", ha detto in una recente intervista.

L’inchiesta

La campagna da 730 milioni per riconquistare l’America


Messaggi scritti con l’intelligenza artificiale, pagamenti ai media conservatori, contenuti pensati per i chatbot: così il governo israeliano prova a invertire un consenso ai minimi storici negli Stati Uniti.

Grafica di FocusAmericaLuglio 2026

Opinione in caduta, spesa record

Il giudizio degli americani
0%

vs

La risposta di Israele
0mln $

degli adulti ha un’opinione sfavorevole di Israele (Pew, marzo 2026)
il budget 2026 per la diplomazia pubblica, quasi 5 volte quello del 2025

Adulti USA con opinione sfavorevole di Israele

In quattro anni gli sfavorevoli sono cresciuti di 18 punti percentuali.

I contratti
Quanto vale la macchina dell’influenza
Gli importi dichiarati nei registri FARA del Dipartimento di Giustizia americano, citati dal Wall Street Journal.

Il contratto di Parscale vale 10.000 volte il compenso versato alla società degli influencer evangelici Stefanie e Caleb Rouse.

Le tattiche
Quattro leve per orientare l’opinione
Strumenti inediti per una campagna di influenza dichiarata al governo federale.

SMS di massa
Messaggi scritti dall’AI
Milioni di americani hanno ricevuto SMS da mittenti fittizi come «Emma» o «Sarah», a nome di un gruppo, Friends for Peace, che non risulta esistere.

Media conservatori
Radio e podcast di Salem
Il contratto prevedeva di integrare «messaggi narrativi» nei canali del gruppo, con oltre 500.000 $ spesi in pubblicità.

Intelligenza artificiale
Contenuti per i chatbot
Siti come Allyvia.org sono costruiti per far comparire risposte più favorevoli a Israele in chatbot come ChatGPT e Claude.

Geofencing
Pubblicità nelle megachurch
Un piano da oltre 3 milioni di dollari per raggiungere circa 4 milioni di fedeli evangelici e studenti cristiani nel Sud-Ovest.

La rete
Una presenza dichiarata senza precedenti
L’attività di influenza per governi esteri va registrata per legge presso il governo americano.

6+
società ingaggiate da Israele nell’ultimo anno

30+
persone registrate come agenti stranieri per Israele


posto atteso nel 2026 per spesa dichiarata in influenza negli USA

Fonte: Wall Street Journal; Pew Research Center (sondaggio del 23–29 marzo 2026 su 3.507 adulti); Jewish Telegraphic Agency. Importi dai registri FARA del Dipartimento di Giustizia. Dati aggiornati a luglio 2026.

Israele ha stanziato per il 2026 un budget da oltre 700 milioni di dollari per "plasmare la coscienza" e migliorare l'immagine del paese nel mondo, come ha detto alla fine dell'anno scorso il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar. Nell'ultimo anno il governo israeliano ha ingaggiato almeno sei società per la campagna negli Stati Uniti e oltre trenta persone, molte delle quali professionisti del marketing, si sono registrate come agenti stranieri per conto di Israele, come impone la legge americana a chi fa attività di influenza per governi esteri. Quest'anno il paese è avviato a diventare quello che spende di più in attività di influenza dichiarate al governo federale americano, ha detto Nick Cleveland-Stout, un ricercatore che studia il lobbying straniero al centro studi Quincy Institute. Gli alleati di Israele sostengono che la campagna serva a contrastare quelle condotte dall'Iran e dal movimento filopalestinese.

Milioni di americani hanno ricevuto negli ultimi mesi messaggi da mittenti con nomi come Emma o Sarah, a nome di un gruppo chiamato Friends for Peace, con domande del tipo: "Come pensi che i colloqui di pace di Stati Uniti e Israele con l'Iran influenzeranno la sicurezza globale?". I testi sono scritti con l'intelligenza artificiale e sono una parte del contratto da oltre 45 milioni di dollari che il governo israeliano ha firmato di recente con Parscale. L'operazione è gestita da Sparkfire, una società pagata 6,5 milioni di dollari fino a metà maggio, che sostiene che i suoi messaggi basati sull'intelligenza artificiale producono conversazioni più efficaci delle campagne tradizionali. Friends for Peace però non risulta esistere né come organizzazione non profit né come società. Alla domanda se sia un'organizzazione reale, Parscale ha risposto: "Cosa definite come una vera organizzazione?".

Parscale ha lavorato alle campagne presidenziali di Trump del 2016 e del 2020 ed è diventato noto per l'uso di Cambridge Analytica, la società che raccoglieva i dati degli utenti di Facebook. Oggi non è più in contatto regolare con il presidente, ma mantiene legami con la famiglia Trump. Alla fine del 2024 è volato in Israele per proporsi al governo, dicendo ai funzionari che le aziende da lui fondate o partecipate erano "probabilmente la più grande realtà al di fuori di Fox News nella lotta contro la disinformazione e l'odio verso gli ebrei". Il suo contratto è molto più grande di quelli firmati da altri consiglieri di Trump con governi stranieri come Arabia Saudita, India e Qatar, che in genere pagano i lobbisti decine di migliaia di dollari al mese.

Il lavoro di Parscale è finito sotto esame anche per il suo ruolo di responsabile della strategia di Salem Media, un conglomerato di radio e podcast conservatori che ospita conduttori popolari come Hugh Hewitt, Scott Jennings e Lara Trump. Il suo contratto iniziale con Israele prevedeva la "integrazione di messaggi narrativi" nei canali del gruppo. "Com'è possibile che la seconda rete di talk conservatrice del paese sia gestita da un agente straniero registrato?", ha detto Steve Bannon, ex capo stratega di Trump e a sua volta conduttore di un podcast molto seguito. Salem e Parscale hanno risposto che i conduttori non vengono pagati per dire cose specifiche su Israele e che i soldi sono stati spesi in oltre 500.000 dollari di pubblicità sulla rete. Molti dei conduttori di Salem difendono Israele da tempo e a volte usano argomenti simili tra loro.

Il team di Parscale crea anche siti, post e link con contenuti pro-Israele progettati in parte per far comparire risposte più positive sul paese nei chatbot di intelligenza artificiale come Claude o ChatGPT. In alcuni casi i chatbot hanno citato tra le loro fonti siti costruiti dal gruppo di Parscale, come Allyvia.org, dedicato all'alleanza tra Stati Uniti e Israele. Uno degli obiettivi, ha detto Parscale, è capire quali siano le maggiori preoccupazioni degli americani su Israele e contrastarle, riferendo le risposte al governo israeliano.

Un gruppo chiamato Show Faith by Works ha depositato documenti con un piano per inviare messaggi pro-Israele ai frequentatori delle megachurch, le grandi chiese evangeliche americane, e agli studenti dei college cristiani. Il gruppo sosteneva di poter raggiungere circa quattro milioni di persone nel Sud-Ovest del paese con il geofencing, una tecnica che invia pubblicità mirata ai telefoni presenti in una determinata area. Il progetto, dal costo di oltre 3 milioni di dollari, prevedeva di creare "associazioni positive con la Nazione di Israele" e di collegare "la popolazione palestinese a fazioni estremiste". Indicava anche l'attore Chris Pratt e il cestista Stephen Curry come esempi di testimonial ideali, ma un portavoce di Pratt ha detto che l'attore non è mai stato contattato. Il fondatore Chad Schnitger ha detto in una email che il gruppo ha poi cambiato direzione e che il budget è andato in gran parte alla costruzione di un museo itinerante.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu corteggia gli influencer conservatori e li ha incontrati in almeno due delle sue recenti visite negli Stati Uniti. Il calo del sostegno degli americani a Israele "è correlato quasi al 100% con la crescita geometrica dei social media", ha detto a maggio alla CBS nella trasmissione "60 Minutes". Alcuni documenti indicano che Israele e i suoi agenti registrati hanno pagato società di influencer, senza specificare compensi per i singoli post: una società degli influencer evangelici Stefanie e Caleb Rouse ha ricevuto l'anno scorso 4.500 dollari da una società ingaggiata da Israele per "promozione strategica di marketing". Yoav Davis, fondatore dell'account Instagram @Jews_of_NY, seguito da 193.000 persone, gestisce una società di marketing sotto contratto con Israele per un lavoro che comprendeva la partecipazione a riunioni con un "team di gestione degli influencer": sul suo profilo interviene spesso nei dibattiti sulla guerra, senza dichiarare se Israele abbia pagato post o viaggi. Parscale è a sua volta investitore di Influenceable, una società che paga gli influencer per i loro post, ma ha detto di non averne ingaggiati per Israele.

Il presidente Trump stesso, secondo chi ha ascoltato i suoi commenti, ha parlato in alcune raccolte fondi private del calo del sostegno pubblico verso Israele. Per Bannon, comunque, l'intera operazione ha un limite di fondo: "Stanno cercando di vendere qualcosa che non si può vendere".


Vance accusa Israele: "Una campagna d'influenza per prolungare la guerra con l'Iran"


Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha accusato alcuni settori del governo israeliano di star finanziando una campagna d'influenza per orientare l'opinione pubblica americana e sabotare i negoziati con l'Iran. "Ci sono persone all'interno del loro sistema — lo sappiamo senza alcun dubbio — che stanno cercando di manipolare e modificare l'opinione pubblica americana per far continuare la guerra all'infinito", ha dichiarato durante una conversazione di tre ore con il podcaster Joe Rogan. "Non per raggiungere un obiettivo, ma semplicemente per prolungarla all'infinito".

Le accuse di Vance segnano una nuova escalation nella frattura, ormai sempre più pubblica, tra Washington e il suo principale alleato in Medio Oriente ed arrivano inoltre in un momento particolarmente delicato: il cessate il fuoco con Teheran, che lo stesso Vance ha contribuito a negoziare il mese scorso, si sta sgretolando ogni giorno che passa tra nuovi attacchi iraniani contro le navi commerciali e raid americani, proseguiti per il quinto giorno consecutivo.

Influenzare l'opinione pubblica americana


Israele ha stanziato centinaia di milioni di dollari per consolidare negli Stati Uniti il sostegno alla guerra e migliorare la propria immagine nel mondo. Uno dei contratti è stato affidato a Brad Parscale, già responsabile in passato della campagna elettorale di Trump: il Wall Street Journal ne quantifica il valore complessivo in 45 milioni di dollari, mentre i documenti depositati ai sensi del Foreign Agents Registration Act e citati da Time indicano un compenso di 1,5 milioni al mese.

Nella sua intervista, Vance ha richiamato proprio l'articolo di Time, secondo il quale una parte di quei fondi sarebbe stata impiegata per finanziare influencer online che lo avevano attaccato. "Quando apro Time e scopro che esiste una vera e propria campagna d'influenza straniera, finanziata per far naufragare l'accordo al quale stavo lavorando, e che molte delle persone pagate mi attaccavano in modo completamente disonesto, la mia risposta è: andate all'inferno", ha affermato il vicepresidente. Poi ha aggiunto: "Io rappresento prima di tutto gli americani".

Da parte sua, Parscale ha respinto le accuse sui social: "Le affermazioni secondo cui avrei attaccato il memorandum o l'Amministrazione Trump sono false. Non esiste un solo elemento di prova che dimostri che io abbia agito contro l'amministrazione".

La frattura generazionale nel mondo conservatore


Le parole di Vance acquistano particolare rilievo perché provengono dall'uomo che molti considerano l'erede politico di Trump e che il presidente ha incaricato di negoziare la fine del conflitto. Veterano della guerra in Iraq, il vicepresidente, 41 anni, ha costruito la propria carriera proprio sull'opposizione alle "guerre infinite": nel 2023, quando era senatore, si schierò contro gli aiuti all'Ucraina e all'inizio di quest'anno ha sostenuto la via diplomatica con l'Iran, salvo poi allinearsi a Trump quando il presidente ha deciso di intervenire militarmente.

Dietro il nuovo scontro si intravede però una frattura più profonda nel campo conservatore. Il sostegno a Israele, per decenni considerato un caposaldo della politica repubblicana, viene ora sempre più contestato da una generazione più giovane, convinta che gli interessi israeliani non coincidano necessariamente con quelli americani. L'attivista conservatore Bob Vander Plaats descrive un vero divario generazionale: la Generazione Z guarda a Israele soprattutto attraverso una lente politica, mentre gli elettori più anziani continuano a farlo attraverso una lente biblica.

Anche sui media conservatori questa frattura è ben presente: Tucker Carlson denuncia da settimane quella che definisce "la guerra di Israele", Megyn Kelly ha avvertito il proprio pubblico che nessun americano dovrebbe morire per un Paese straniero e lo stesso Rogan, che aveva sostenuto Trump nel 2024, ha rotto pubblicamente con il presidente dopo la decisione di entrare in guerra contro l'Iran.

La crescente irritazione di Trump


Anche Trump ha manifestato una crescente insofferenza nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, accusandolo di aver continuato le operazioni militari di Israele in Libano permettere a rischio i negoziati. Vance, da parte sua, non si aspetta che questi negoziati seguano un percorso lineare: "Sarà tutto complicato, con molte interruzioni e altrettante ripartenze".

La sua conclusione, tuttavia, non lascia spazio ad alcuna ambiguità: "In questo momento Israele sta perdendo la battaglia per l'opinione pubblica negli Stati Uniti d'America. È un fatto semplice ed evidente". E i sondaggi più recenti sembrano dargli ragione: secondo il Pew Research Center, il 62% degli americani ha un'opinione sfavorevole del governo israeliano, contro il 32% che lo giudica positivamente. Un sondaggio Quinnipiac rileva inoltre che il 48% degli elettori ritiene che Washington sostenga eccessivamente Israele, la quota più alta registrata dal 2017. Nello stesso sondaggio appena il 20% esprime un giudizio favorevole su Netanyahu.


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L'America verso destra o verso sinistra? Due studi danno risposte opposte


Uno studio su Scientific Reports mostra che dagli anni Quaranta la destra fa più figli della sinistra; un'altra analisi sostiene che ogni nuova generazione è più a sinistra in economia.

Negli Stati Uniti chi ha idee di destra fa abbastanza figli da rimpiazzare la propria generazione, chi ha idee di sinistra no e questa differenza è comparsa solo negli ultimi decenni. Lo sostiene uno studio pubblicato su Scientific Reports da due ricercatori dell'Università di Vienna, Martin Fieder e Susanne Huber, che hanno confrontato quanti figli hanno avuto diciassette generazioni di americani nati tra il 1898 e il 1982.

I dati vengono dalla General Social Survey, una grande indagine periodica sulla società americana condotta dall'università di Chicago. Per le generazioni più antiche l'orientamento politico non faceva quasi differenza: fino a chi è nato tra il 1943 e il 1947, destra, centro e sinistra avevano più o meno lo stesso numero di figli, con un massimo per chi è nato tra il 1933 e il 1937.

Dalla generazione nata tra il 1943 e il 1947 il quadro cambia in modo netto. Chi ha idee di destra continua a fare figli intorno o sopra la soglia di 2,1 per donna, il livello sotto il quale una popolazione, a lungo andare, tende a ridursi. Chi ha idee di sinistra scende invece molto sotto quella soglia. Il centro resta nel mezzo, appena al di sotto del livello di sostituzione.

Demografia · Ideologia

Più figli a destra, più idee a sinistra: le due forze che si contendono l’America
Chi ha idee di destra fa abbastanza figli da rimpiazzare la propria generazione, chi ha idee di sinistra no. Ma ogni nuova generazione nasce più a sinistra sull’economia: due analisi sugli stessi dati indicano futuri opposti.

Idee di destra
Sulla soglia o sopra
La generazione si rimpiazza

Idee di sinistra
Molto sotto
La generazione si assottiglia

0,0
Figli per donna
la soglia di sostituzione

Grafica di FocusAmerica 17 generazioni · nati 1898–1982

1

Figli per donna, per orientamento
Dai nati negli anni Quaranta, i destini si separano

Per mezzo secolo l’orientamento politico non faceva quasi differenza. Dai nati tra il 1943 e il 1947 il tronco si spezza: la destra resta sulla soglia che garantisce il ricambio, la sinistra scivola molto sotto.


2,1 sostituzione
Max
1933–37
La svolta
nati 1943–47
Destra, centro e sinistra insieme
Sotto la soglia la generazione si assottiglia
Destra
Centro
Sinistra

Nati nel 1898Nati nel 1982
Destra · sulla soglia o sopra Centro · appena sotto Sinistra · molto sotto

Schema qualitativo. Ricostruzione della relazione descritta dallo studio: l’unico valore fissato è la soglia di sostituzione (2,1 figli per donna).

2

Modello di Lande-Arnold
Cosa spinge, cosa frena il numero di figli

Gli autori applicano alla fecondità un modello nato nella biologia evolutiva per studiare la selezione naturale. Tre fattori tirano in direzioni diverse.

← Meno figliPiù figli →

Idee di destraEffetto in forte crescita

Il peso cresce con forza dai nati negli anni Sessanta: nelle generazioni recenti il legame tra idee di destra e figli è sempre più stretto.

IstruzioneEffetto costante

Legata in modo costante a un numero minore di figli, generazione dopo generazione: il freno più stabile del modello.

Frequenza in chiesaEffetto debole, in calo

Legata a un numero maggiore di figli, ma con effetto più debole. E man mano che cresce il peso delle idee di destra, quello della pratica religiosa cala.

Le lunghezze delle barre rappresentano l’intensità relativa degli effetti come descritta dallo studio, non coefficienti numerici.

3

Un divario che non vale per tutti
Il legame politica-figli riguarda solo i bianchi

Analizzando separatamente i due gruppi, il quadro cambia radicalmente.

Americani bianchi

Le differenze si allargano
Nelle generazioni recenti destra e sinistra si separano sempre di più: è qui che nasce il divario.

Americani neri

Nessuna divaricazione chiara
La fecondità scende in tutti i gruppi politici avvicinandosi alla soglia, senza il divario destra-sinistra.

Una possibile spiegazione degli autori: tra gli afroamericani le etichette di destra e sinistra sono intese in modo meno uniforme, e contano quindi meno nei comportamenti.

4

L’altra analisi, stessi dati
Sull’economia, ogni generazione è un gradino più a sinistra

Un indice costruito su cinque domande sul ruolo dello Stato nell’economia e sull’aiuto ai poveri mostra un aumento quasi costante della sinistra economica lungo l’ultimo secolo.


← Più a sinistra
sull’economia
Generazioni
più anziane
Generazioni più giovani

1
Le idee restano. Le persone non diventano più conservatrici invecchiando: mantengono più o meno le stesse opinioni economiche per tutta la vita.

2
A ogni età. I più giovani sono più a sinistra dei più anziani in ogni fase della vita, non solo da ragazzi.

La conclusione
Sul futuro dell’America, le forze demografiche si contraddicono
Stessa indagine, stessa premessa — il destino di un paese si legge nelle generazioni — ma direzioni contrarie.

Forza 1 · I figli
La destra si riproduce di più
Spinge a destra
Se il divario di fecondità dura nel tempo e l’orientamento passa in parte dai genitori ai figli, la composizione ideologica del paese può spostarsi lentamente verso destra.

Forza 2 · Le idee
Ogni generazione nasce più a sinistra
Spinge a sinistra
Sui temi economici ogni generazione è più a sinistra della precedente, e le opinioni non cambiano con l’età: chi nasce a sinistra, a sinistra resta.

Una forza conta i figli, l’altra misura le idee: spingono il paese in senso contrario.Studi osservativi — nessuno dimostra un rapporto di causa ed effetto

Fonte M. Fieder e S. Huber (Università di Vienna), Scientific Reports, su dati della General Social Survey (Università di Chicago). Diciassette generazioni di americani nati tra il 1898 e il 1982.

Per misurare quanto l'orientamento politico pesa sul numero di figli gli autori hanno usato un metodo nato nella biologia evolutiva per studiare la selezione naturale, il modello di Lande-Arnold. Il peso delle idee di destra sulla fecondità è cresciuto con forza a partire da chi è nato negli anni Sessanta: nelle generazioni più recenti il legame tra idee di destra e numero di figli è diventato sempre più stretto, tanto che gli autori parlano di una selezione che potrebbe favorire l'orientamento di destra col passare del tempo.

Nello stesso modello l'istruzione è legata in modo costante a un numero minore di figli, mentre la frequenza in chiesa è legata a un numero maggiore, con un effetto però più debole. E man mano che cresce il peso delle idee di destra, quello della pratica religiosa cala.

Il legame tra politica e figli vale però solo per gli americani bianchi. Analizzando separatamente bianchi e neri, gli autori trovano che tra i bianchi le differenze si allargano nelle generazioni recenti, mentre tra i neri non emerge una divaricazione chiara: la fecondità è scesa in tutti i gruppi politici avvicinandosi alla soglia di sostituzione, senza il divario destra-sinistra visto tra i bianchi. Una possibile spiegazione, secondo gli autori, è che le etichette di destra e sinistra siano intese in modo meno uniforme tra gli afroamericani e contino quindi meno nei loro comportamenti.

Se questa differenza di fecondità durasse nel tempo e se l'orientamento politico passasse dai genitori ai figli, cosa che secondo gli autori avviene in parte per educazione e in parte per via ereditaria, la composizione ideologica del paese potrebbe spostarsi lentamente verso destra. I due ricercatori avvertono però che si tratta di uno studio osservativo, che non dimostra un rapporto di causa ed effetto: non si può escludere che sia il diventare genitori a rendere più conservatori, non il contrario.

Un'altra analisi sui dati della stessa General Social Survey arriva a una conclusione opposta sul futuro ideologico degli Stati Uniti, guardando alle opinioni invece che ai figli. Chi l'ha condotta mostra che ogni nuova generazione è più a sinistra della precedente sui temi economici, una tendenza che alimenta il dibattito su una svolta a sinistra del paese.

L'indice usato combina cinque domande della stessa indagine sul ruolo dello Stato nell'economia e sull'aiuto ai poveri. Le opinioni economiche degli americani oscillano molto da un anno all'altro, spesso al ritmo di chi governa. Questo rende difficile leggerne l'andamento nel breve periodo.

Separando queste oscillazioni di breve periodo dalla tendenza di fondo delle generazioni, resta un aumento quasi costante della sinistra economica lungo l'ultimo secolo. Ogni generazione è più a sinistra sull'economia di quella che l'ha preceduta e non diventa più conservatrice invecchiando: le stesse persone mantengono più o meno le loro idee economiche per tutta la vita. I più giovani sono più a sinistra dei più anziani a ogni età.

Le due analisi condividono la stessa premessa, cioè che il destino di un paese si legge nelle generazioni più che negli umori del momento, ma indicano direzioni diverse. La prima misura quanti figli fanno le persone e conclude che la destra si riproduce di più. La seconda misura le idee economiche e conclude che ogni nuova generazione nasce più a sinistra. Sul futuro ideologico dell'America, le due forze demografiche spingono in senso contrario.


Per Bernie Sanders gli Stati Uniti sono vicini a una rivoluzione politica


Il senatore Bernie Sanders è convinto che gli Stati Uniti siano vicini a una "rivoluzione politica" e attribuisce questa speranza alla serie di vittorie dei socialisti democratici nelle primarie di tutto il Paese. Il senatore del Vermont, indipendente di 84 anni, ha affidato il messaggio a un video di circa dieci minuti pubblicato sui social nei giorni scorsi, alla vigilia del 4 luglio, il 250esimo anniversario della Dichiarazione di indipendenza.

"Credo che sia forse possibile che questo Paese sia sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo", ha detto Sanders nel video. Il senatore ha aggiunto di non avere "una sfera di cristallo" per dire cosa accadrà, ma di provare ottimismo per quello che ha definito un "crescente consenso" attorno alle idee della sinistra: "Penso che ci sia un consenso sempre più ampio sul fatto che la nostra agenda sia l'agenda del popolo americano".

A dargli fiducia sono soprattutto i risultati elettorali delle ultime settimane. Sanders ha citato la vittoria di Melat Kiros, socialista democratica di 29 anni, che martedì ha battuto la deputata Diana DeGette in una primaria democratica per la Camera in Colorado. DeGette era in carica da quindici mandati e Sanders ha definito quel risultato una "enorme vittoria a sorpresa". Il senatore ha ricordato anche New York, dove il mese scorso tre candidati sostenuti dal sindaco socialista-democratico Zohran Mamdani hanno vinto le primarie per la Camera. In California, poi, è stata ammessa alla scheda elettorale una proposta di tassa sui miliardari.

When I look at the recent progressive victories in Colorado and elsewhere, and the successful organizing campaigns sprouting up across the country, I believe we may be on the brink of the political revolution we have been fighting for. pic.twitter.com/gBRG2Jxu2q
— Bernie Sanders (@BernieSanders) July 2, 2026


Sanders ha ricordato la partecipazione alle manifestazioni del movimento progressista, dai raduni "Fight Oligarchy" contro il potere dei ricchi agli eventi "No Kings" contro il presidente Donald Trump, con quelle che ha descritto come "milioni di persone in tutto il Paese". Ha citato le campagne di organizzazione sindacale che nascono e riescono in tutto il territorio e il sostegno dell'opinione pubblica ai sindacati, secondo lui ai massimi storici.

Il senatore ha spiegato che il suo movimento non è mai stato una questione di una singola persona da eleggere alla Casa Bianca. "La nostra rivoluzione politica, il nostro movimento dal basso, non è mai stato incentrato sull'elezione di una persona a presidente degli Stati Uniti, non Bernie Sanders, non nessun altro", ha detto. "Siamo un movimento per eleggere progressisti a ogni livello, per un governo che rappresenti tutti noi e non solo l'uno per cento".

Da qui l'appello al Partito Democratico, con cui Sanders siede in Senato pur non essendone iscritto. Non basta opporsi a Trump, ha detto: serve un partito pronto a sfidare "l'avidità e l'ideologia degli oligarchi che oggi controllano la vita economica, mediatica e politica" del Paese. Ha poi elencato le misure che a suo avviso i democratici dovrebbero fare proprie: la sanità pubblica per tutti con il programma Medicare for All, l'aumento del salario minimo, il superamento della sentenza Citizens United, con cui nel 2010 la Corte Suprema ha di fatto rimosso i limiti alle spese elettorali di aziende e gruppi privati, la costruzione di "milioni" di alloggi a prezzi accessibili e la fine di quelle che ha chiamato "guerre infinite e orribili".

Le parole di Sanders arrivano mentre Trump cerca di mettere in luce le divisioni interne ai democratici dopo l'avanzata dei candidati di sinistra. In un messaggio sul suo social Truth Social il presidente ha attaccato i "comunisti senza Dio" e ha rimproverato i vertici democratici di non saper contrastare l'ala più radicale del partito. "Hanno paura di perdere le elezioni, hanno paura del conflitto", ha scritto Trump. "Non sono abbastanza intelligenti o abbastanza duri per combattere questa piaga".

Nei confronti di Sanders il presidente ha usato in passato parole molto dure, definendolo "comunista", "pazzo" e "svitato". In altre occasioni lo ha però elogiato: nel 2019 disse che il senatore "ha perso il suo momento", ma che gli piaceva perché sul commercio "in un certo senso sarebbe d'accordo" con lui. Il quadro che Sanders descrive si intreccia anche con il dibattito sull'identità dei socialisti democratici, un'area del movimento progressista che negli ultimi mesi ha guadagnato peso ma la cui collocazione politica divide gli stessi commentatori di sinistra.


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Obama non sostiene nessuno in Michigan, ma un gruppo legato ad AIPAC lo usa negli spot


I sostenitori di Haley Stevens hanno speso 5 milioni di dollari per uno spot del 2018 in cui l'ex presidente la elogia. I critici dicono che può ingannare gli elettori in vista del voto del 4 agosto

Barack Obama non ha dato il suo appoggio a nessun candidato nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan, ma chi guarda la televisione nello Stato potrebbe pensare il contrario. I gruppi che sostengono la deputata Haley Stevens hanno speso 5 milioni di dollari per trasmettere quasi 4.000 volte uno spot in cui l'ex presidente elogia il suo lavoro nella task force che salvò l'industria dell'auto durante la crisi finanziaria del 2008. Secondo AdImpact, la società che monitora la pubblicità politica americana, è lo spot politico più trasmesso in Michigan nell'ultimo anno.

Le primarie si tengono il 4 agosto e mettono di fronte Stevens, la candidata più moderata, e Abdul El-Sayed, l'ex responsabile della sanità pubblica di Detroit che corre da progressista contro l'establishment del partito. Chi vince sfiderà a novembre l'ex deputato repubblicano Mike Rogers, favorito per la nomination del suo partito, in un'elezione che i democratici devono quasi certamente vincere per sperare di riconquistare il Senato.

Lo spot riprende un comizio del 2018 in cui Obama sosteneva la prima candidatura di Stevens alla Camera. "Lei era lì. Era una parte fondamentale della mia squadra che ha aiutato l'industria americana dell'auto a ripartire", dice l'ex presidente nel filmato, riferendosi al ruolo di Stevens come capo di gabinetto della task force per il salvataggio dell'auto, l'operazione con cui l'amministrazione Obama evitò il fallimento di General Motors e Chrysler. A finanziarlo è United Democracy Project, un super PAC, cioè un comitato che può raccogliere e spendere fondi illimitati purché non si coordini con la campagna del candidato, alimentato da AIPAC, la principale lobby filo-israeliana degli Stati Uniti, che ha investito quasi 30 milioni di dollari a sostegno di Stevens. Un altro gruppo che la appoggia manda in onda uno spot simile, con lo stesso audio di Obama, che si chiude con la frase "Se il presidente Obama si fida di lei, mi fido anch'io".

I gruppi esterni che sostengono Stevens hanno speso in tutto più di 50 milioni di dollari, mentre El-Sayed, che rifiuta i soldi dei comitati aziendali, ha ricevuto meno di un milione in pubblicità esterna.

La strategia punta soprattutto agli elettori neri, che nelle elezioni di metà mandato del 2022 erano circa un quarto dell'elettorato democratico del Michigan. David Axelrod, veterano degli strateghi democratici ed ex consigliere di Obama, ha detto alla CNN che la popolarità dell'ex presidente nel partito spiega perché i candidati continuano a suggerire un suo sostegno anche quando non c'è. Axelrod ha definito "scaltro" l'uso dei vecchi filmati, "soprattutto in uno Stato dove fino a un quarto del voto delle primarie può arrivare dagli afroamericani". L'ufficio di Obama non ha voluto commentare.

Gli avversari accusano la campagna pubblicitaria di ingannare gli elettori. Denzel McCampbell, consigliere comunale di Detroit che sostiene El-Sayed, ha detto che diversi elettori pensavano che Obama avesse appoggiato Stevens dopo aver visto gli spot. La cosa lo preoccupa perché "questa potrebbe essere l'unica occasione in cui le persone si sintonizzano sulla corsa". Keith Williams, presidente del caucus nero del partito democratico del Michigan e sostenitore di Stevens, difende invece gli spot: "Di cosa si lamentano? Non è una bugia. L'ha detto davvero". Wendell Anthony, presidente della sezione di Detroit della NAACP, la storica organizzazione per i diritti civili degli afroamericani, ha riassunto così la questione: "Che l'abbia formalmente appoggiata o no, non l'ha non appoggiata".

La tattica non è nuova. Nel 2025 alcuni gruppi esterni hanno speso milioni in spot con Obama a favore del ridisegno dei collegi elettorali in California e Virginia. Alle primarie per il Senato dell'Illinois di marzo entrambe le principali candidate hanno usato vecchi elogi dell'ex presidente ripresi da campagne passate.

El-Sayed ha dalla sua la UAW, il principale sindacato americano dell'auto, che lo ha appoggiato a giugno definendolo "qualcuno di cui possiamo fidarci". Questa settimana il sindacato ha annunciato una diffida contro A Stronger Michigan, uno dei super PAC pro Stevens che non ha rivelato i propri donatori, accusandolo di aver usato senza autorizzazione il logo della UAW nei suoi spot. Per rivolgersi agli elettori neri El-Sayed ha diffuso una pubblicità che ricorda come nel 2024 sia stato il primo leader musulmano americano ad appoggiare Kamala Harris per la presidenza. Il suo rapporto con Obama è però più complicato: in passato ha scritto che la politica dell'ex presidente non era andata abbastanza a fondo, una critica che la campagna di Stevens usa contro di lui.

Il ruolo di AIPAC è l'altro punto di scontro della corsa, in un anno in cui il sostegno americano a Israele divide le primarie democratiche in tutto il Paese. Stevens è tra le democratiche più stabilmente filo-israeliane della Camera, sostiene gli aiuti militari a Israele e la soluzione a due Stati, anche se in campagna elettorale ha criticato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. El-Sayed critica la leadership israeliana e le campagne militari a Gaza e in Iran. In un dibattito ha detto che AIPAC spende contro di lui perché lo considera "il candidato più pericoloso per la relazione tra Stati Uniti e Israele". Un portavoce di United Democracy Project ha difeso gli spot con Obama definendoli "solo fatti".

Nei suoi spot El-Sayed schiera invece il senatore progressista Bernie Sanders e punta sull'entusiasmo dei volontari, dopo che quest'anno i candidati della sinistra hanno vinto una serie di primarie a New York. Williams però ridimensiona il paragone: "Il Michigan non è New York", ha detto, ricordando che si tratta di uno Stato in bilico dove la corsa "arriverà al fotofinish".


Abdul El-Sayed, il progressista che in Michigan corre contro entrambi i partiti


Abdul El-Sayed, 41 anni, ex direttore della sanità pubblica di Detroit, è in vantaggio di misura nella maggior parte dei sondaggi per le primarie democratiche del Senato in Michigan, in programma il 4 agosto. Quando è entrato in corsa nell'aprile del 2025 molti nello stato lo consideravano una comparsa: nel 2018 aveva perso le primarie per governatore con 22 punti di distacco. Un reportage di Time, che lo ha seguito per due giorni di campagna nella penisola superiore del Michigan, racconta come la sua corsa anti-establishment abbia sorpreso il partito, spinto fuori dalla gara la senatrice statale Mallory McMorrow e conquistato l'appoggio di Bernie Sanders, di Alexandria Ocasio-Cortez e della United Auto Workers, il principale sindacato dell'auto.

Al dibattito televisivo di Mackinac Island, il raduno primaverile dell'establishment politico dello stato, El-Sayed ha proposto una tassa del 7 per cento sul patrimonio dei miliardari, il Medicare for All, cioè un sistema sanitario pubblico universale, e un'applicazione più dura delle leggi antitrust contro le aziende che si accordano per alzare i prezzi. A un certo punto ha sfidato gli altri candidati ad alzare la mano se non avevano mai ricevuto un assegno da Blue Cross Blue Shield of Michigan, la più grande assicurazione sanitaria dello stato e sponsor del dibattito: è stato l'unico a farlo, tra le risate del pubblico. Accanto a lui c'era la deputata Haley Stevens, la candidata preferita di Chuck Schumer, il capogruppo democratico al Senato.

La corsa in Michigan è diventata un test della divisione tra i democratici sulla risposta al secondo mandato di Trump: una parte del partito sostiene che gli stati in bilico si vincono rassicurando gli elettori moderati, un'altra pensa che la prudenza sia diventata un ostacolo e che gli elettori vogliano candidati disposti a sfidare i poteri consolidati. Il seggio è cruciale, perché senza il Michigan la strada dei democratici per riconquistare il Senato si complica molto. L'ex presidente del partito democratico dello stato Lon Johnson, che appoggia Stevens, ha detto a Time che la base progressista del Michigan è consistente "ma non basta per vincere". El-Sayed risponde con la storia elettorale recente dello stato, che nel 2016 scelse Sanders alle primarie democratiche e poi votò per Trump, nel 2020 per Biden e nel 2024 di nuovo per Trump: per lui gli elettori non chiedono un centrismo calibrato ma qualcuno che scuota lo status quo. El-Sayed attribuisce parte della sua ascesa nei sondaggi anche alle proteste per la guerra con l'Iran, che a suo dire ha confermato il messaggio della campagna: i gruppi di interesse radicati distorcono la politica americana.

La linea di frattura principale della primaria è Israele. Stevens riceve un consistente sostegno finanziario dall'AIPAC, la principale lobby filoisraeliana americana, ed è favorevole a continuare la vendita di armi americane a Israele. El-Sayed dice che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza, un'accusa avanzata da diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani e respinta da Israele, dal governo americano e dagli altri paesi del G7. Il tema pesa in Michigan, lo stato con la più grande concentrazione di arabi e musulmani del paese: la rabbia delle comunità arabo-americane verso l'amministrazione Biden per la guerra a Gaza ha spaccato la coalizione democratica nel 2024, tra elettori rimasti a casa e altri passati a Trump. El-Sayed, che se eletto sarebbe il primo senatore musulmano nella storia degli Stati Uniti, pensa che molti di quegli elettori si possano riconquistare se il partito fa i conti con ciò che li ha allontanati.

Martedì, nel primo dibattito dopo il ritiro di McMorrow, Stevens ha risposto agli attacchi sui suoi legami con la lobby filoisraeliana ricordando le sue critiche recenti a Benjamin Netanyahu. Poche ore prima il primo ministro israeliano, informato di quelle critiche dalla CNN, aveva detto che Stevens "sta probabilmente cercando di giustificare l'antisemitismo". Per El-Sayed quell'attacco era in realtà un favore politico: Netanyahu, ha detto, non la stava attaccando davvero, ma cercava di allontanare da lei l'immagine di sostenitrice convinta delle politiche israeliane.

Gli avversari considerano l'alleanza con Hasan Piker la sua più grande vulnerabilità. Piker è uno streamer di sinistra che trasmette su Twitch, una piattaforma di dirette video, e ha più di 8 milioni di follower sui social: è stato criticato per aver detto che "l'America si è meritata l'11 settembre" e che voterebbe "per Hamas invece che per Israele ogni singola volta". El-Sayed ha fatto campagna con lui nei campus universitari del Michigan, dove le loro dirette hanno contribuito alla sua ascesa. Ha rifiutato più volte di prenderne le distanze: a Time ha detto che l'establishment non capisce quanto siano impopolari quegli attacchi e che molti elettori vedono in lui "un democratico che non finge".

Figlio di immigrati egiziani cresciuto a Bloomfield Hills, un sobborgo benestante a nord di Detroit, El-Sayed ha una laurea in medicina alla Columbia e un dottorato in sanità pubblica a Oxford, dove ha studiato da borsista Rhodes. È stato direttore della sanità di Detroit mentre la città usciva dalla bancarotta e poi della contea di Wayne, dove ha contribuito a un programma che cancellerà centinaia di milioni di dollari di debiti sanitari. A convincerlo a candidarsi è stato un messaggio della deputata progressista Rashida Tlaib all'inizio del 2025, quando il senatore democratico del Michigan Gary Peters decise di non ricandidarsi: "Habibi, questa sembra tua", gli scrisse.

La vittoria di Zohran Mamdani a New York a novembre ha trasformato la sua campagna, perché ha reso credibile l'idea che si potesse vincere. Mamdani gli aveva chiesto consigli prima di lanciare la propria corsa, ma El-Sayed respinge il paragone: "Non sono un socialista", dice, anche se molte delle sue proposte coincidono con l'agenda dei suoi sostenitori socialisti-democratici. Più che sostituire il capitalismo, che considera un buon modo di allocare le risorse su scala piccola e locale, vuole limitare le concentrazioni di potere che secondo lui lo hanno distorto.

Il probabile candidato repubblicano, l'ex deputato Mike Rogers, lo attacca da più di un mese con video che lo definiscono estremista e disonesto, dedicando molta meno attenzione a Stevens: un segno che i repubblicani lo considerano l'avversario più plausibile a novembre. La portavoce del comitato repubblicano per il Senato ha detto che El-Sayed vuole esportare in Michigan il "corridoio comunista" di New York. Molti democratici temono che quel bagaglio politico sia facile da sfruttare, ma El-Sayed prevede di battere Rogers di 7 punti. Del suo stesso partito non pensa molto meglio: sui democratici che hanno abbandonato la richiesta di abolire l'ICE, l'agenzia federale che si occupa delle espulsioni degli immigrati, risponde che "molti democratici sono deboli e codardi". E di Schumer, che sostiene Stevens, dice che dopo la vittoria alle primarie dovranno incontrarsi, ma che per quell'incontro ha "molto poco interesse".


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Accuse di aggressione agli agenti dell’immigrazione, quasi un caso su due crolla in tribunale


L’inchiesta del New York Times su 558 incriminazioni: tra i procedimenti conclusi, il 46% è terminato con assoluzioni o archiviazioni e soltanto 4 imputati sono stati condannati in dibattimento. I giudici denunciano prove distrutte e accuse prive di fondamento.

L’Amministrazione Trump ha incriminato più di 550 persone per aggressione od ostruzione agli agenti federali impegnati nella campagna di espulsioni di massa. Quasi la metà dei procedimenti già conclusi, tuttavia, si è dissolta in tribunale. È quanto emerge da un’inchiesta del New York Times, la più completa condotta finora, basata sugli atti di ogni singolo caso, sulle trascrizioni delle udienze, su interviste e su decine di filmati degli arresti.

I numeri descrivono un’anomalia macroscopica per gli standard della giustizia federale americana. Delle 558 persone incriminate, 191 hanno visto cadere le accuse e 22 sono state assolte da una giuria; soltanto 4 sono state condannate al termine di un processo. Altre 246 hanno patteggiato, mentre 95 procedimenti sono ancora pendenti. Il Dipartimento di Giustizia ottiene normalmente una condanna o un patteggiamento in oltre il 90% dei procedimenti penali federali: il bilancio di questa campagna è lontanissimo da quella soglia.

Al centro della fallimentare strategia giudiziaria c’è una disposizione un tempo applicata di rado, la sezione 111 del Titolo 18 del codice federale, che prevede pene fino a 20 anni di carcere per chi aggredisce o ostacola con la forza un pubblico ufficiale. L’Amministrazione ne ha adottato un’interpretazione estensiva per arrestare chi intralciava le operazioni dell’ICE e della Border Patrol, al punto che durante alcune colluttazioni gli agenti gridavano “18 U.S.C. 111”.

Stati Uniti · Espulsioni di massa

Incriminati per aggressione agli agenti, ma in tribunale le accuse crollano


L’Amministrazione Trump ha incriminato 558 persone per aggressione od ostruzione agli agenti federali impegnati nelle espulsioni di massa. Quasi la metà dei procedimenti già conclusi si è dissolta davanti ai giudici, secondo un’inchiesta del New York Times.

Grafica di FocusAmerica

Il bilancio della campagna giudiziaria

Persone incriminate
558

Condanne in giudizio
4

per aggressione od ostruzione agli agenti federali
al termine di un processo con giuria

Alla base c’è la sezione 111 del Titolo 18 del codice federale: fino a 20 anni di carcere per chi aggredisce o ostacola con la forza un pubblico ufficiale. Una norma un tempo applicata di rado, oggi usata in modo estensivo contro manifestanti e immigrati.

Gli esiti

Come sono finiti i 558 procedimenti


Il conteggio del New York Times, basato sugli atti di ogni singolo caso, sulle trascrizioni delle udienze e su decine di filmati degli arresti.

Il confronto

Un bilancio lontanissimo dagli standard federali


Quota di procedimenti conclusi con una condanna o un patteggiamento.

Il 54% è calcolato sui 463 procedimenti già conclusi della campagna, esclusi i 95 ancora pendenti.

I casi persi

Perché le accuse non hanno retto


Le dinamiche ricorrenti nei 213 procedimenti persi o abbandonati dal governo.

Conteggi minimi documentati dall’inchiesta; le categorie possono sovrapporsi.

Fonte: The New York Times, luglio 2026 Procedimenti ex 18 U.S.C. § 111

Filmare gli agenti è diventato un reato


L’analisi dei 213 procedimenti persi o abbandonati dal governo rivela dinamiche ricorrenti. In decine di episodi, filmati e atti processuali mostrano che furono gli agenti a ricorrere per primi alla forza, con spinte, placcaggi o spray al peperoncino. Numerosi imputati sono stati assolti dopo aver invocato la legittima difesa. In oltre 100 casi, inoltre, i procuratori non hanno neppure sostenuto che gli agenti fossero rimasti feriti.

In almeno altri 7 episodi, le lesioni attribuite agli imputati erano state in realtà provocate dagli stessi agenti o dai loro colleghi. Un giudice, per esempio, ha respinto le accuse contro un immigrato dopo aver accertato che l’agente si era ferito con i frammenti del finestrino che aveva sfondato personalmente.

Almeno 25 persone sono state incriminate soltanto per aver filmato o seguito gli agenti, senza che venisse contestato loro alcun contatto fisico. In 65 casi i procuratori hanno ritirato o ridimensionato le accuse prima ancora della scadenza fissata per presentare le prove a un gran giurì o a un giudice.

Secondo diversi ex procuratori federali, una ritirata tanto rapida indica che quei procedimenti non avrebbero mai dovuto essere avviati. “Sembra emergere uno schema di accuse presentate senza alcun fondamento”, ha dichiarato al New York Times Jimmy L. Arce, ex procuratore federale di Chicago, secondo il quale alcuni imputati si sono visti “criminalizzare la libertà di parola”.

Prove distrutte e fatti travisati


In più di 30 occasioni i giudici hanno censurato la condotta del governo, definendola “flagrante”, “in malafede” e “scioccante per il senso universale di giustizia”. Due magistrati hanno accertato persino la distruzione intenzionale di prove.

A Laredo, un agente ha costretto una diciannovenne americana a cancellare definitivamente le fotografie scattate con il telefono. In California, invece, gli agenti hanno fatto riparare un veicolo che la difesa aveva chiesto di conservare intatto per sottoporlo a una perizia.

Il Dipartimento di Sicurezza Interna ha respinto le contestazioni. Secondo la portavoce Lauren Bis, l’aumento delle incriminazioni riflette “un massiccio incremento delle violenze e delle minacce contro le forze dell’ordine federali”. Gregory Bovino, ex comandante della Border Patrol e promotore delle tattiche più aggressive contro manifestanti e immigrati, è andato oltre: a suo giudizio, i procuratori che hanno lasciato cadere le accuse sono stati troppo timidi e “si è stati fin troppo cauti nel decidere chi incriminare”.

L’inchiesta documenta anche alcuni casi di effettiva violenza. Uno dei 4 uomini condannati da una giuria, per esempio, aveva trascinato per una novantina di metri un agente rimasto con un braccio incastrato nel finestrino della sua automobile. Ma, secondo il New York Times, il quadro complessivo suggerisce che il ricorso alla norma sia servito meno a proteggere gli agenti che a fornire una copertura legale all’intimidazione di manifestanti e immigrati.

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Tonni col Paracadute


Tra le varianti della pesca in drifting, vengono sempre prese in esame l'ancora o la deriva, ma dal Golfo di Napoli arriva una terza alternativa di origine professionale, da anni adottata anche dagli sportivi: il paracadute.
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foto in alto: il tonno è in assoluto la preda più ambita dei nostri mari, possente, instancabile e potente è in grado di mettere a dura prova anche il pescatore più esperto e navigato, specialmente se si tratta di un esemplare di taglia considerevole come questo, in apertura, catturato dall’autore.

Il drifting al tonno ha origini nel del Golfo del Leone in Francia e nasce con la barca ancorata. Da quel mare i pionieri del big game italiano l’hanno importato nelle acque antistanti la foce del Po, ricalcandone la tecnica e praticandola ancorati, nonostante la sensibile differenza di profondità. Nel frattempo nasceva una scuola parallela con la variante di pescare con la barca senz’ancora: ovvero trasportata dalla corrente e/o dal vento. Negli anni a seguire le due scuole si sono divulgate in tutt’Italia dividendo gli amanti di questa tecnica tra coloro che ritengono più valida la pesca all’ancora e chi pesca rigorosamente scarrocciando. Negli ultimi anni però è nata una terza corrente di pensiero che nasce nelle acque del golfo di Napoli. In questa regione infatti, a causa delle elevate profondità (raramente si pesca a meno di 200 metri di fondo) risulta molto impegnativo ancorare la barca, quindi l'unica alternativa sarebbe pescare in deriva, con il rischio di avere vento o corrente forti e quindi scarrocciare troppo velocemente. Queste difficoltà hanno ingegnato le fervide menti dei partenopei, facendogli studiare un sistema di pesca in drifting del tutto singolare: la pesca con il paracadute.
Quando l'attesa viene rotta dall'urlo interminabile del mulinello, tutta la noia passa per lasciare il posto all'adrenalina e questo ripaga ampiamente tutte le uscite a vuoto.
Deriva e ancora - La pesca ancorati e quella in movimento si differenziano notevolmente, soprattutto per quanto riguarda l’andamento della pastura e presentano entrambe vantaggi e svantaggi. Spesso chi è alle prime armi non si rende conto di ciò che accade durante la pasturazione e soprattutto dove va la scia di sardine, ma è un fattore importantissimo. La pesca senz’ancora è sicuramente più semplice e chiunque si a vicini al drifting lo fa pescando con la barca in movimento. In questa variante la barca viene trasportata più o meno velocemente dalla risultante di vento e corrente. Essendo l’opera morta molto maggiore rispetto a quella viva però, in genere è il vento ad essere dominante nella direzione della barca, rispetto alla corrente. Questo determina che la barca si muova nella direzione del vento e le lenze si stendano in direzione opposta. In questa situazione si noteranno le sardine della pastura andare verso le esche e tutto il contesto darà l’idea di creare una scia lunghissima pari allo spazio coperto dalla barca in movimento. In realtà è la barca ad allontanarsi dalla pastura, la quale gettata in acqua rimane più o meno dove sta, prendendo poi la direzione della corrente a noi ignota. Se la barca invece che essere spostata dal vento, vene spinta dalla corrente, la pastura potrebbe addirittura scendere di qualche metro per poi prendere la stessa direzione della barca e seguirla, percorrendo entrambi la direzione della corrente. Questo spesso porta i tonni sotto barca a 40-50 metri, perché la pastura affondando segue la barca e vi si pone sotto la perpendicolare. La pesca con la barca in movimento si basa sul concetto di compiere molta strada, aumentando le possibilità che un tonno incroci la scia di pastura e le segua fino alle esche. La pesca ancorati è diametralmente opposta. Quando la barca viene ancorata la prua si dispone controvento o controcorrente, a seconda dell’intensità del vento e di quanto questi sia dominante nei confronti della corrente. Le lenze si allontanano dalla barca portate dalla corrente e nella stessa direzione naviga la pastura. In questa situazione la pastura cammina lungo la corrente, qualsiasi direzione essa prenda, creando una scia lunga e omogenea che se incrociata dai tonni, li porta quasi sicuramente sulle esche.

Il paracadute - Le origini di questo sistema di rallentamento della barca sono sicuramente da ricercare tra i professionisti che anticamente pescavano i tonni con il cordino a mano. Trovandosi di fronte a condizioni impossibili da superare con i comuni sistemi di rallentamento (ancore galleggianti) hanno provato a rallentare la barca con un paracadute del tipo militare. Tale sistema, risultato da subito di grandissimo effetto, è stato poi acquisito dai pescatori sportivi napoletani e sorrentini, tra cui il compianto Giacomo Bot e Francesco Russo, precursori della pesca al tonno in queste acque.

Come funziona - Spesso il termine “paracadute” indica le ancore galleggianti di grande diametro, in questo caso ci troviamo di fronte a un vero e proprio paracadute circolare, con 30 cordini. Questo sistema però non funziona come un'ancora galleggiante la quale rallenta lo scarroccio della barca trascinata dalla risultante di vento e corrente. Il paracadute calato a diversi metri di profondità prende la corrente di mezzo-fondo e trascina la barca nella direzione di tale flusso d'acqua. Con la pratica si è visto che la sua portanza è tale da vincere la forza del vento e della corrente superficiale e far procedere la barca con una direzione ben precisa, che poi è quella che prenderà la pastura.
Il disegno esemplifica la situazione tipica, come descritta nel testo.
Paracadute a mare - Per chi pesca le prime volte a drifting con il paracadute, riuscire a capire ciò che sta succedendo sott'acqua non è sempre facilissimo, tutt’altro. Il paracadute viene calato in mare dalla parte opposta rispetto al culmine dei cordini e trascinato in acqua per eliminare le bolle d'aria dal suo interno, finché affonda. Da questo lato c'è una cimetta di recupero con un parabordo che sta in superficie. Quando è ben steso e non sono presenti bolle d'aria al suo interno lo si abbandona per poi fissarlo alla barca dal lato opposto (ovvero dalla parte dove in teoria dovrebbe esserci il vero paracadutista) mediante una cima lunga 25-50 metri che reca alla fine una piccola boa per il successivo abbandono in mare in caso di ferrata del tonno. Il paracadute affonda e si gonfia con la corrente, fino ad assumere un assetto ottimale. A questo punto questo grande ombrello prende la corrente di mezzo-fondo e trascina la barca nella stessa direzione.

La pesca - Pescando con il paracadute il primo effetto che si nota è l'andamento della pastura. Al contrario della “pesca ancorati” in cui la pastura si allontana dalla barca in corrente e della “pesca in deriva” in cui la barca si allontana dalla pastura perché trascinata dal vento, con il paracadute barca e pastura procedono alla stessa velocità della corrente. In questo modo si vedranno cadere le sarde sotto la perpendicolare della barca oppure trascinate via dalla corrente di superficie per poi tornare sotto la barca con la corrente di mezzo-fondo. Questa situazione crea un'ampia area pasturata sotto la barca, una nuvola che si muove con la corrente e con la barca. In questo modo si creano delle condizioni del tutto particolari per attirare i tonni nell'area pasturata, dove trovano le esche con l'amo. Un altro grande vantaggio che si ottiene pescando con il paracadute è che le lenze procedono alla stessa velocità di barca e corrente e non devono vincere l'attrito dell'acqua per affondare. Di conseguenza bastano zavorre leggerissime per posizionarle in pesca anche a 70-80 metri con il duplice vantaggio di avere dei complessi pescanti molto morbidi e fluttuanti nell'acqua.