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Apple fa causa a OpenAI per furto di segreti industriali


Nel mirino il futuro hardware di Sam Altman.
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In breve:


Apple ha fatto causa a OpenAI in un tribunale federale della California per furto di segreti industriali. Secondo la denuncia, OpenAI avrebbe sottratto proprietà intellettuale di Apple per sviluppare il proprio hardware consumer, coinvolgendo ogni livello dell'azienda. Le accuse riguardano soprattutto ex dipendenti Apple passati a OpenAI. Il capo hardware di OpenAI è un ex vicepresidente Apple e avrebbe chiesto a candidati ancora in Apple di portare componenti riservati ai colloqui. OpenAI avrebbe anche istruito i dipendenti in uscita su come aggirare i controlli di sicurezza; inoltre farebbe usare ai fornitori una tecnica di finitura dei metalli inventata da Apple. Le due aziende avevano stretto una partnership nel 2024 per integrare ChatGPT in iPhone, ma i rapporti si sono raffreddati dopo che OpenAI ha comprato per 6,4 miliardi di dollari la startup hardware di Jony Ive. Il nuovo Siri in arrivo in autunno si baserà infatti su Gemini di Google. Apple chiede danni e un'ingiunzione per fermare l'uso dei suoi segreti. OpenAI nega ogni interesse per i segreti altrui.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Apple sues OpenAI alleging trade secret theft
The two companies entered into a high-profile partnership in 2024 when ChatGPT was integrated into the iPhone's operating system.
CNBCKif Leswing,MacKenzie Sigalos


Alternativa in italiano:

Apple ha fatto causa a OpenAI
La accusa di averle rubato informazioni riservate, servendosi di due suoi ex dipendenti molto esperti
Il Post

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Netflix valuta canali live e bundle per trattenere gli spettatori


Il titolo in borsa giù del 40% annuo.
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In breve:


L'engagement degli abbonati Netflix sta mostrando segni di calo e il tema è diventato ricorrente nelle riunioni interne, secondo il Wall Street Journal. I dirigenti stanno valutando canali live che trasmettono in continuo programmi o generi specifici, oltre a bundle con altri servizi di streaming da vendere dentro l'app principale, come fanno da tempo Amazon e Apple. Il titolo ha perso oltre il 40% in dodici mesi e la quota di ascolti TV è scesa al 7,8% ad aprile, il livello più basso da maggio 2025. Per aumentare l'engagement Netflix ha già introdotto contenuti a basso costo come video podcast e short video da BuzzFeed e Condé Nast. In Francia offre agli abbonati i programmi dell'emittente TF1, con record di streaming, e vuole replicare accordi simili in Europa e America Latina. Si discute anche di offerte per i Mondiali di calcio 2030 e 2034.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Exclusive | Netflix Is Exploring Live TV and Bundles as It Struggles to Keep Viewers Hooked - WSJ
Streamer is rethinking some of its core strategies to compete with rivals, Streamer is rethinking some of its core strategies to compete with rivals
The Wall Street JournalJessica Toonkel and Ben Fritz


Alternativa in italiano:

Netflix potrebbe lanciare canali lineari e bundle con altri servizi di streaming
Su Netflix potrebbero arrivare dei canali lineari dedicati a generi o serie specifiche. La mossa punterebbe a frenare il calo del tempo passato sulla piattaforma degli utenti. In cantiere anche la possibilità di offrire bundle con altri servizi di streaming dentro l'app Netflix
DDay.it

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OpenAI chiude il browser Atlas dopo meno di un anno


Le funzioni agentiche migrano su Chrome e desktop.
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In breve:


Atlas era il browser AI di OpenAI con ChatGPT integrato. Chiude a meno di un anno dal lancio di ottobre. Le funzioni agentiche testate su Atlas passano all'app desktop di ChatGPT e a una nuova estensione per Chrome. L'estensione accede al contesto della pagina visitata e permette di fare domande sui contenuti, riassumerli e avviare attività più lunghe. Concorre direttamente con il pannello laterale di Gemini. L'app desktop guadagna un browser interno più robusto per navigare, fare login e scaricare file senza uscire da ChatGPT. Un browser cloud separato gira sui server di OpenAI e serve agli agenti per completare compiti al posto dell'utente. La chiusura segue l'ordine di tagliare i progetti secondari arrivato mesi fa dall'ex responsabile delle applicazioni. Lo stesso taglio aveva già chiuso il generatore video Sora.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

OpenAI is shutting down Atlas, but its AI browser ambitions are still growing | TechCrunch
OpenAI is sunsetting its AI-powered browser after less than a year. But it's moving some agentic browsing features to its desktop app and a Chrome extension.
TechCrunchRebecca Bellan


Alternativa in italiano:

Atlas di OpenAI chiude e porta le sue funzioni in ChatGPT
Atlas di OpenAI viene chiuso. Le sue funzioni passano all'app desktop di ChatGPT e a una nuova estensione per Google Chrome.
Techprincess

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Meta entra nel mondo del vibe coding con Muse Spark 1.1


Il nuovo agente automatizza bug e migrazioni enterprise
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In breve:


Muse Spark 1.1 è un modello multimodale per il coding agentico. Fa ragionamento multistep, corregge bug, gestisce flussi di lavoro digitali e migrazioni di codice su larga scala. La prima versione era stata annunciata ad aprile. Costa 1,25 dollari per milione di token in input e 4,25 in output, in linea con Claude Haiku 4.5 di Anthropic e GPT-5.6 Luna di OpenAI, anche se leggermente sopra. Per l'occasione Zuckerberg ha pubblicato su X per la prima volta dopo tre anni. Ha definito Spark un modello agentico e di coding forte a un prezzo molto basso e ha anticipato altri rilasci in arrivo. Nella stessa settimana Meta ha presentato anche il generatore di immagini Muse Image, SpaceXAI ha rilasciato Grok 4.5 e OpenAI la famiglia GPT-5.6.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Meta enters the crowded AI coding battle with Muse Spark 1.1 | TechCrunch
Meta's pitch to users is Spark's ability to handle large agentic workloads, fix bugs, and help with large code migrations — the kind of automation that enterprises are increasingly turning to AI companies to provide.
TechCrunchLucas Ropek


Alternativa in italiano:

Meta lancia Muse Spark 1.1, modello di “classe Opus” che costa pochissimo. Disponibile anche in meta.ai
Versione 1.1 di Muse Spark sembra andare nella direzione giusta per risollevare Meta dopo la caduta di Llama 4 Maverick del 2025. Già disponibile per tutti, Spark 1.1 tiene anche a battesimo le prime API di Meta
DDay.it

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Popolarità Trump, c'è un miglioramento rispetto agli ultimi due mesi: netto sorpasso su Biden (12 luglio)


Piccoli aggiustamenti nel gradimento di Trump, che torna sui livelli di aprile e tiene a distanza i numeri di Joe Biden, sebbene la situazione rimanga nebulosa e ben lontana dai giorni migliori.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana si segnala un riassestamento della popolarità di Trump, con le medie analizzate che vanno a riallinearsi intorno a una quota di -16/-17 di net rating; questo livello è migliore rispetto alla media degli ultimi due mesi, andando a toccare i livelli di metà aprile e compensando, seppur in minima parte, le ingenti perdite subite da inizio anno ad oggi.

Difficile dire se ciò sia una conseguenza dei negoziati con l'Iran. Ciò che è certo è che la situazione per il tycoon continua ad essere negativa, ma questo balzello gli consente di restare ampiamente sopra a Joe Biden nella media nello stesso punto del mandato: circa 7 punti in più.

Il net rating cresce leggermente rispetto al -20 toccato nel recente passato, con il tasso di approvazione che si riavvicina al 40% nelle medie analizzate e con la disapprovazione un po' più lontana dal 60%.

Nelle recenti settimane, una parte di questo piccolo incremento dei numeri è guidata da alcuni istituti, come J.L. Partners e Talker Research/Scripps News, che registrano numeri molto superiori alla media per Trump; la maggior parte delle case sondaggistiche più quotate - come Quinnipiac, TIPP, Echelon Insights e Independent Center -, si pone in realtà perfettamente all'interno dell'intervallo di -16/-17 segnalato poco fa.

Nonostante il piccolo segnale di vita, questi numeri sono fino a sei-otto punti inferiori rispetto a prima della guerra in Iran.

Sul lungo periodo, è da verificare la tenuta di questo quadro: molto dipenderà dagli sviluppi del negoziato di 60 giorni con l'Iran.

Ad ogni modo, il dato è decisamente superiore rispetto alla catastrofica media di Joe Biden nel giugno 2022; questo significa che l’approvazione di Trump non è la peggiore di sempre dopo quasi diciotto mesi di presidenza. È di circa sette punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie registrano segni inversi: Focus America e il sito di Silver segnalano stabilità, mentre RCP registra un netto miglioramento; gli istituti, in questo modo, tornano a riallinearsi su numeri non dissimili tra loro.

Come già accennato, dopo più di diciassette mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciassette mesi del suo primo mandato, ma al di sopra di quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 537 giorni di presidenza (-16,6 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, ad eccezione appunto di Biden, che con il suo -23,2 attraversava un periodo di grande sofferenza

Risulta indietro, come detto, rispetto al suo primo mandato, in cui era molto più popolare, a -9,5.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 39% e il 41%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 56%-57%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi dei negoziati di pace con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
8 rilevazioni di 8 istituti — 12 luglio 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 1 sondaggio
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 4 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 3 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 12 luglio 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 39,7% (-) - 56,5% (-). In totale un net approval arrotondato di -16,8 (-).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 41% (+0,6) - 56,5% (-1,1). In totale un net rating di -15,5 (+1,7).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 39,2% (-0,5) - 55,8% (-0,4), con un net rating complessivo di -16,6 (-0,1). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

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Smettete di chiamarli social


Li abbiamo chiamati social per anni. Oggi servono sempre meno a creare relazioni e sempre più a distribuire attenzione. È ora di chiamarli con il loro nome.

Una mattina d’estate, all’inizio degli anni Dieci, ero di passaggio a Siena. La sera prima ero stato invitato a presentare un collettivo di cui facevo parte alla festa di SEL, in un paese dei dintorni.

Diretto a Roma da quella che sarebbe diventata la mia compagna, mi trovavo a dover ingannare alcune ore in quella che, fino a pochi anni prima, era stata la mia città universitaria.

Ne approfittai per fare due passi nel centro storico e rivedere quei luoghi che, non molto tempo prima, mi erano appartenuti. Quantomeno in un certo modo.

Arrivato in piazza Salimbeni, dove ha sede la grande banca che governa i destini della città, estrassi lo smartphone dalla tasca e, sotto la statua dedicata a Sallustio Bandini, mi scattai un rudimentale selfie.

La fotocamera frontale, al tempo, era ancora un accessorio d’avanguardia.

Riguardai la foto e, con pochi tocchi, la postai su Twitter che, all’epoca, era un luogo rapido, vibrante, intriso di un fascino hipster che mi aveva completamente catturato.

Una decina di minuti dopo aver affidato lo scatto ai circuiti digitali del fu uccellino blu, il telefono emise un trillo. Sullo schermo era comparsa una notifica: qualcuno aveva risposto alla fotografia.

Sbloccai il dispositivo per aprire l’applicazione.

@puncox, un utente con cui interagivo spesso, mi aveva risposto.

Laconico, il tweet diceva soltanto: “guarda bene”.

Per alcuni istanti rimasi perplesso a osservare quelle due parole, di cui faticavo ad afferrare il senso. Poi compresi che si riferiva alla fotografia e mi misi a guardarla con più attenzione, chiedendomi cosa, di preciso, avrei dovuto notare.

Era forse un dettaglio della statua?

Pensai che magari avesse visto una scritta oltraggiosa e accarezzai lo schermo con due dita per ingrandire l’immagine. Ne sfiorai la superficie alla ricerca di un indizio che mi svelasse il mistero.

Non trovai nulla.

Quindi battei due volte per far tornare la fotografia alle sue dimensioni originali. Fu in quel momento che capii.

Alle mie spalle c’era una persona. Senza saperlo, avevo catturato con l’obiettivo un passante che, proprio in quell’attimo, attraversava il vuoto della piazza tra me e la statua.

E, cosa assai strana in un luogo di solito molto affollato, lo faceva da solo. Abbastanza isolato da essere facilmente riconoscibile da chiunque lo avesse visto immortalato.

“Non ci posso credere?!? Sei tu?” scrissi in risposta al tweet di @puncox.

Qualche minuto dopo il telefono vibrò una seconda volta: “sono io”.

“Beviamoci un caffè” risposi immediatamente e, tempo una decina di minuti, @puncox e io ci incontrammo di persona dopo mesi di frequentazione digitale.

Quell’incontro ha contribuito a definire una parte importante della mia esperienza dei social network che, da quel momento in avanti, per me sono stati a lungo un veicolo di relazione.

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Esce ogni settimana, la domenica sera.

Fino ad allora, infatti, una certa ansia sociale aveva sempre costituito un ostacolo alla mia socialità. Conoscere nuove persone mi risultava difficile.

Spesso avevo bisogno di tempo e spazio per entrare in confidenza con qualcuno e, vista da fuori, quella difficoltà mi faceva apparire distaccato e snob.

Un vero stronzo.

Con i social era tutto diverso.

La prima fase di una conoscenza avveniva attraverso interazioni a distanza, mediate da un flusso di parole, immagini e piccoli segnali digitali che mi permetteva di costruire intimità con gli altri senza dover rinunciare a una posizione sicura.

Questo non voleva dire rinunciare per forza al momento dell’incontro.

Voleva dire posticiparlo e, soprattutto, poterlo gestire anche quando avveniva in totale serendipità, come mi era successo nella mattina d’estate che ho usato come apertura per questo post.

In quegli anni non ho solo desiderato incontrare molte delle persone che ho conosciuto online. Ho anche pianificato di farlo in modo intenzionale.

Viaggiare - per svago o per lavoro - diventava l’occasione per conoscere qualcuno che, almeno in parte, conoscevo già e con cui era possibile saltare proprio quella prima fase del fare conoscenza che, per me, risultava imbarazzante quasi fino alla paralisi.

Oggi tutto questo non è più possibile allo stesso modo.

I software che ancora ci ostiniamo a chiamare social - un po’ per abitudine e un po’ perché i loro padroni ci marciano - hanno ormai perso gran parte della loro capacità di abilitare forme di socialità e si sono trasformati in piattaforme al servizio della creator economy.

Questo è il motivo per cui il vostro feed di Facebook è stato progressivamente invaso da contenuti di utenti a cui non avete mai chiesto amicizia, pagine che non avete mai scelto di seguire e gruppi a cui non vi siete mai iscritti.

E no, non è un inspiegabile calo di qualità.

È una scelta. Una strategia precisa di riposizionamento che ha avuto luogo nel lato in ombra delle piattaforme, in quella stanza dei bottoni a cui non abbiamo accesso: il backend dove opera l’algoritmo che determina cosa vediamo più spesso e cosa vediamo più di rado.

Oggi l’algoritmo sceglie quali contenuti potrebbero piacerci in base ai segnali che esprimiamo quando abitiamo le piattaforme, categorizzandoci in cluster più o meno precisi.

Allo stesso tempo, gli stessi algoritmi testano i contenuti che pubblichiamo alla ricerca di un pubblico a cui potrebbero piacere e, quando capiscono di averlo trovato, allargano progressivamente la portata del test, dandoci l’inebriante sensazione di essere riusciti a fare il giro della rete.

È grazie a questa capacità che gli utenti più consapevoli, costanti e organizzati di ogni piattaforma riescono a costruire audience gigantesche e a mettere a valore la loro presenza digitale.

Le piattaforme, nel frattempo, monetizzano quelle audience, la loro attenzione, i loro dati e le code lunghe generate da chi produce contenuti per alimentarle.

In questo modo, quelle che un tempo erano reti orizzontali di utenti connessi tra loro finiscono per tornare a essere strutture verticali, in cui pochi grandi nodi assorbono la maggior parte dell’attenzione disponibile.

Come un miliardario che sequestra la ricchezza collettiva per i suoi scopi privati.

Le piattaforme, insomma, hanno smesso di servire la nostra socialità.

Ed è per questo che sarebbe ora che smettessimo di chiamarle per quello che non sono più e iniziassimo a chiamarle con un nome diverso e più appropriato: macchine dei contenuti.

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Nuova ondata di calore e di caldo record su due terzi degli Stati Uniti


Una cupola di calore coprirà fino a due terzi del paese per almeno una settimana, con temperature fino a 14 gradi sopra la norma e oltre 90 record locali attesi entro mercoledì

Circa 44 milioni di americani sono sotto allerta per una nuova ondata di caldo che il National Weather Service, il servizio meteorologico nazionale degli Stati Uniti, definisce "significativa e pericolosa". Una "cupola di calore", cioè un'area di alta pressione che intrappola l'aria calda come il coperchio di una pentola bloccando venti e piogge, si è formata nel fine settimana sulle Montagne Rocciose e sulle pianure del nord e arriverà a coprire fino a due terzi del territorio continentale del paese. Secondo tre meteorologi sentiti dall'Associated Press, l'ondata durerà almeno una settimana e in alcune zone gli effetti si faranno sentire fino alla fine del mese, con temperature superiori alla norma di 8-14 gradi in molte aree, anche di notte.

"Questa ondata di caldo si preannuncia davvero notevole", ha detto Daniel Swain, climatologo dell'Università della California. "Sarà un evento di lunga durata, esteso e di alta intensità che colpirà milioni di persone per più di una settimana". Per Swain la differenza rispetto alle ondate precedenti sta nell'estensione e nella persistenza: le zone risparmiate dalle ondate di caldo di inizio luglio, che hanno colpito prima la costa orientale e poi il sud-est, questa volta non lo saranno.

Il National Weather Service prevede che entro mercoledì saranno eguagliati o superati più di 90 record locali di temperatura, due terzi dei quali notturni. Nel fine settimana massime sopra i 38 gradi sono attese in Nevada, Utah, Colorado, Wyoming, Idaho, Montana e nei due Dakota. A Las Vegas sabato erano previsti quasi 44 gradi, mentre a Bismarck, in North Dakota, il termometro supererà i 38 gradi fino a martedì, un picco anomalo per uno Stato dove le massime estive si fermano di solito attorno ai 30. Per AccuWeather, una società privata di previsioni meteo, questa cupola di calore è tra le più forti che abbiano colpito i due Dakota negli ultimi 25 anni.

In alcune località potrebbero cadere anche i record assoluti. Salt Lake City potrebbe avvicinarsi ai quasi 42 gradi del suo primato storico, toccato l'ultima volta nel 2022, mentre Billings, in Montana, potrebbe superare per la prima volta i 43 gradi in 92 anni di rilevazioni. Una ventina di località del Montana orientale e del Wyoming sono vicine ai loro massimi storici.

"Le notti possono essere pericolose quanto i giorni", ha detto all'Associated Press il meteorologo Bob Henson di Yale Climate Connections, un servizio di informazione sul clima dell'università di Yale. "Se di notte non c'è sollievo dal caldo, la situazione si riversa sulla giornata e diventa estremamente pericolosa". In diverse città tra Texas, Florida e South Carolina, tra cui Miami, Tampa, Galveston e Charleston, le temperature notturne non scenderanno sotto i 27 gradi. Nel sud-est le piogge diurne che si infileranno sotto il margine meridionale della cupola potrebbero produrre un fenomeno insolito: notti da record per l'umidità e giornate sotto la media, ha spiegato Shel Winkley, meteorologo di Climate Central, un'organizzazione di ricerca sul clima.

Il caldo pesa anche sul Mondiale di calcio. Sabato a Miami, al calcio d'inizio del quarto di finale tra Inghilterra e Norvegia, la temperatura percepita doveva raggiungere i 43 gradi per l'umidità, in uno stadio senza aria condizionata.

Da martedì 14 il caldo si estenderà verso il Midwest, la valle dell'Ohio e poi la costa orientale, accompagnato da un'umidità elevata che aumenterà il rischio di malori anche con temperature più basse rispetto all'ondata della settimana del 4 luglio. L'ondata durerà a lungo anche perché le zone colpite dalla siccità hanno meno umidità nel suolo e nell'aria, che normalmente rallenta il riscaldamento: l'aria più secca e calda peggiora a sua volta la siccità, in un circolo vizioso che alimenta il rischio di incendi, già alto in Colorado e Utah dove sono in corso vasti roghi.

El Niño, il riscaldamento naturale delle acque del Pacifico equatoriale che altera i modelli meteorologici globali, si è formato il mese scorso ed è troppo recente per avere avuto un effetto marcato su questa ondata. Il cambiamento climatico invece pesa: Climate Central ha calcolato con il suo Climate Shift Index, un indice che confronta le previsioni con un mondo senza riscaldamento causato dai gas serra, che per 24 milioni di persone tra la California meridionale e il nord del Minnesota il caldo di questo fine settimana è almeno cinque volte più probabile a causa del riscaldamento globale. "Grazie alla scienza dell'attribuzione sappiamo che quelle temperature sarebbero praticamente impossibili senza l'influenza del cambiamento climatico", ha detto Winkley.

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Il potere di Trump nasce dalla disponibilità a violare ogni norma, regola e legge


L'ex segretario al Lavoro scrive sul Guardian che i leader NATO trattano il presidente con deferenza per paura. "Non è immorale, è amorale": rompe le regole e lascia agli altri i costi

Il potere di Donald Trump non deriva dalla carica che ricopre, né dalla sua base elettorale, né da un particolare genio strategico: nasce dalla sua "disponibilità a violare tutte le norme, le regole e le leggi su come i presidenti americani dovrebbero comportarsi". Lo scrive Robert Reich, ex segretario al Lavoro degli Stati Uniti e professore emerito di politiche pubbliche all'Università della California a Berkeley, in un editoriale sul Guardian.

Reich parte dal vertice NATO appena concluso, dove il presidente ha attaccato gli alleati dicendosi "molto deluso dalla NATO" e chiedendo: "Perché spendiamo centinaia di miliardi di dollari e loro non ci sono per noi?". Ha ribadito di volere la Groenlandia, ha criticato le politiche europee su energia e immigrazione, ha insultato la Spagna e ha preoccupato gli alleati dicendo che la guerra tra Kiev e Mosca "non ci riguarda". Eppure, nota Reich, gli altri leader lo hanno trattato con una cortesia e un rispetto che forse nessun presidente americano aveva mai ricevuto dalla NATO. "È stata una grande riunione, c'era tanto amore in quella stanza, tanta unità", ha detto Trump alla fine.

Per Reich la spiegazione è una sola: "I presidenti e i primi ministri della NATO hanno trattato Trump con straordinaria deferenza perché hanno paura di quello che potrebbe fare se non ottiene ciò che vuole". Il suo potere non viene dall'essere alla guida della nazione più potente del mondo, perché "i dazi arbitrari, l'assurda guerra in Iran e il vero e proprio rapimento di Nicolás Maduro", scrive Reich, hanno anzi ridotto il prestigio degli Stati Uniti in gran parte del mondo. Non viene nemmeno dalla base MAGA, che secondo Reich "sta avendo ripensamenti" su un presidente che ha coinvolto il paese in un'altra guerra in Medio Oriente, ha fatto salire i prezzi e continua a non pubblicare per intero i documenti su Jeffrey Epstein. Pochi giorni fa Reich aveva sostenuto che proprio per queste difficoltà il presidente è tornato ad agitare la minaccia comunista.

Quando i tifosi di tutto il mondo hanno protestato per il suo intervento ai Mondiali di calcio a favore della nazionale americana, Trump ha risposto: "Se il Belgio ci batte, potranno esserne davvero orgogliosi. Altrimenti, se ci battono, diremo che era, direi, che era truccata, proprio come erano truccate le elezioni del 2020". Reich si sofferma sulla correzione da "diremo" a "direi": l'etica, scrive, riguarda il "noi", il giudizio collettivo su ciò che è giusto o sbagliato, mentre a Trump "non importa nulla del giudizio del mondo o della nazione su giusto e sbagliato". Semplicemente, "non pensa al giusto o allo sbagliato".

Descrivere Trump come qualcuno che viola gli standard etici è quindi, per Reich, un errore di fondo: "L'etica presuppone standard in qualche modo condivisi rispetto ai quali una violazione può essere definita e misurata. Ma Trump non ha alcuno standard". Il suo intero approccio alla vita, agli affari e ora alla presidenza, scrive, "non ha niente a che fare con gli standard: si tratta di vincere a ogni costo, con qualunque mezzo". Da qui la formula centrale dell'editoriale: "Trump non è immorale: è amorale", non qualcuno che infrange l'etica ma qualcuno che le è del tutto estraneo, "non-etico" nelle parole di Reich.

Reich paragona il presidente al primo ladro di una piccola città dove nessuno chiude le porte a chiave, perché vige la regola non scritta che non si ruba: il primo che decide di rubare "opera con un vantaggio enorme" e può entrare senza sforzo in qualsiasi casa. Quel vantaggio sparisce appena gli abitanti se ne accorgono e iniziano a chiudere porte e finestre, ma il costo delle serrature non lo paga il ladro, lo paga la comunità di cui ha sfruttato e distrutto la fiducia. "Quell'asimmetria, un piccolo costo per chi viola la fiducia e grandi costi per tutti quelli che dopo devono proteggersi, è l'essenza stessa del modo di agire di Trump", scrive Reich: "Ottiene ricchezza, potere e gloria per sé frantumando le norme, dopodiché tutti gli altri devono raccogliere i cocci". E da presidente, aggiunge, ha norme molto più grandi da frantumare di un ladro di provincia, con benefici molto maggiori per sé stesso.

Questa strategia, conclude Reich, "ha pagato, almeno per lui", ma ha danneggiato istituzioni su cui gli Stati Uniti e il mondo facevano affidamento, "dalla NATO alla FIFA al Dipartimento di Giustizia", tutte fondate "sulla fiducia che nessun presidente americano avrebbe mai fatto quello che ha fatto lui". La sua previsione: "Sarà ricordato come il presidente più potente che gli Stati Uniti abbiano mai avuto, ma anche come il peggiore". E quando non ci sarà più, "saremo tutti noi a pagare per ripulire il disastro": "Dovremo comprare un numero infinito di serrature per un numero infinito di porte e finestre" e passare enormi quantità di tempo a installarle e a tenerle chiuse.


Trump chiede agli alleati NATO più lealtà


Il presidente Donald Trump arriva al vertice della NATO che si apre martedì e mercoledì ad Ankara, in Turchia, con una richiesta che nessun grafico può soddisfare: non più soldi dagli alleati, ma lealtà. La questione della spesa militare, che per anni lo ha visto attaccare gli europei, è stata risolta al summit dell'anno scorso, quando i paesi dell'alleanza si sono impegnati a portare la spesa per la difesa al 5% del prodotto interno lordo entro il 2035. Ora il presidente rimprovera ad alcuni alleati di non averlo sostenuto nella guerra contro l'Iran, che ha lanciato insieme a Israele senza consultarli.

"Non abbiamo bisogno dei loro soldi, non abbiamo bisogno di niente", ha detto Trump. "Voglio solo lealtà". Pochi giorni prima del vertice il presidente ha definito "ridicolo" e "unilaterale" il rapporto tra gli Stati Uniti e la NATO, scrivendo sul suo social Truth Social che gli alleati "non c'erano quando serviva a noi". Ha ripetuto di poter provare a far uscire gli Stati Uniti dall'alleanza, un passo che però richiederebbe l'approvazione del Congresso.

Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha passato gran parte dei suoi quasi due anni alla guida dell'alleanza cercando di tenere ancorati gli Stati Uniti, l'alleato senza il quale l'organizzazione non può funzionare. La sua arma principale è stata l'adulazione. Il mese scorso alla Casa Bianca ha mostrato un grafico intitolato in lettere dorate "The Trump Trillion", con cui attribuiva al presidente i 1.200 miliardi di dollari spesi dagli alleati europei e dal Canada dal 2017. Ha ricordato anche le decine di migliaia di posti di lavoro creati negli Stati Uniti e i 300 miliardi di dollari di ordini europei di materiale militare, tutti meriti del "leader del mondo libero".

Trump è rimasto impassibile. Aveva già minacciato di lasciare la NATO, valutato il ritiro delle truppe americane dall'Europa e promesso di prendersi la Groenlandia, territorio semiautonomo della Danimarca, un paese alleato. Ha detto che avrebbe saltato il vertice se non fosse stato ospitato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, uno dei pochi leader stranieri che sembra stimare.

Il vero problema dell'alleanza non è più il denaro ma la capacità di trasformarlo in forze militari, proprio mentre i paesi europei temono un possibile attacco della Russia. Il mese scorso il Pentagono, il ministero della Difesa americano, ha sorpreso gli alleati annunciando che avrebbe ridotto il numero di soldati, navi da guerra, aerei e droni da mettere a disposizione in caso di attacco a uno di loro. Trump ha inviato messaggi contraddittori sul fatto che le truppe americane vengano aumentate o ridotte, mentre la Russia sonda le difese europee con voli di droni vicino alle basi militari di più paesi.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha alzato i toni con gli alleati. In un incontro dei ministri della Difesa a Bruxelles ha definito la NATO poco più di una "tigre di carta" che vive di una "malsana dipendenza" dalle forze americane e ha annunciato una revisione della presenza militare statunitense in Europa. Voleva annunciare al vertice altri ritiri di soldati, ma il piano è stato bloccato dopo il passaggio alla Casa Bianca. Hegseth ha rimproverato agli alleati di non aver aiutato gli Stati Uniti nella guerra contro l'Iran, anche se non erano stati informati in anticipo né era stato chiesto loro un sostegno, se non quando Teheran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale.

Secondo un editoriale del Financial Times, la NATO è oggi allo stesso tempo più forte e più debole rispetto a diciotto mesi fa. È più forte perché, grazie soprattutto alla pressione di Trump, i membri non americani hanno speso nel 2025 139 miliardi di dollari in più rispetto al 2024 e stanno investendo nel riarmo. È più debole perché è crollata la fiducia nel fatto che l'Amministrazione americana difenderebbe gli alleati in caso di attacco. In teoria resta possibile un grande accordo transatlantico, in cui gli europei si prendono la responsabilità della difesa convenzionale del continente e gli Stati Uniti mantengono l'ombrello nucleare. Ma pochi credono che Trump metterebbe a rischio la sua residenza di Mar-a-Lago per salvare Varsavia. Germania, paesi nordici e baltici spendono molto, mentre Francia e Regno Unito restano indietro.

Il vertice segna anche l'ascesa della Turchia dentro l'alleanza. Per anni molti alleati hanno guardato Ankara con diffidenza per l'acquisto di un sistema di difesa aerea russo e per lo stallo imposto all'ingresso della Svezia nella NATO. Ora Trump dice di partecipare al summit solo per Erdogan, che ha chiamato "un amico" e "un leader coi fiocchi". La Turchia ha il secondo esercito più grande dell'alleanza e il controllo dello stretto del Bosforo, mentre la sua industria delle armi è diventata preziosa via via che l'Europa si riarma di fronte al disimpegno americano. Trump ha lasciato intendere un'apertura sulla vendita dei caccia F-35, finora negati ad Ankara proprio per l'acquisto del sistema russo S-400.

La nuova vicinanza ha spinto i leader europei a tacere sull'arretramento democratico in Turchia, dove le autorità hanno fermato più di 200 persone per motivi di sicurezza prima del vertice e dove il principale rivale di Erdogan, il sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu, è in carcere dal 2025 con accuse di corruzione che respinge. "Gli europei non vogliono più tensioni con la Turchia, non vogliono avere quella conversazione", ha dichiarato al Washington Post Asli Aydintasbas, ricercatrice della Brookings Institution.

Rutte vuole trasformare il summit in una vetrina di accordi commerciali, con un forum dell'industria della difesa e annunci di intese da miliardi di dollari, nella speranza che Trump veda l'alleanza come qualcosa di positivo. I diplomatici europei puntano a un incontro breve, con molta cerimonia e poche dichiarazioni congiunte che possano mettere in evidenza le divisioni. Ma la richiesta di lealtà avanzata dal presidente resta difficile da mettere su un grafico.


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La morte di Lindsey Graham apre la corsa per il suo seggio al Senato


Il governatore Henry McMaster nominerà un suo successore temporaneo, mentre i repubblicani sceglieranno il nuovo candidato alle elezioni di novembre con primarie lampo l’11 agosto. Trump lo ricorda: “Un vero patriota americano”.

La morte improvvisa del senatore repubblicano Lindsey Graham, a 71 anni, apre la corsa alla sua successione in South Carolina. Graham era appena rientrato da uno dei suoi numerosi viaggi in Ucraina. Dopo l’incontro con il presidente Volodymyr Zelensky, aveva annunciato di aver raggiunto un’intesa con i democratici e la Casa Bianca per inasprire le sanzioni contro la Russia, un obiettivo al quale lavorava da mesi.

Il presidente Donald Trump lo ha subito ricordato su Truth Social come “un vero patriota americano”, aggiungendo che “Lindsey mancherà moltissimo” e che i dettagli del funerale saranno comunicati a breve. Il leader della maggioranza repubblicana al Senato, John Thune, ha invece detto di avere “il cuore pesante” per la scomparsa del suo “fidato consigliere”.

Un successore temporaneo e primarie lampo


Nell’immediato, la legge del South Carolina impone al governatore repubblicano Henry McMaster di nominare un senatore che completi il mandato in corso, fino all’insediamento di chi sarà eletto a novembre. Graham, però, era anche candidato alla rielezione: i repubblicani dovranno quindi scegliere rapidamente chi prenderà il suo posto sulla scheda elettorale.

Le candidature potranno essere presentate dal 21 al 28 luglio, le primarie speciali si terranno l’11 agosto e l’eventuale ballottaggio il 25 agosto. Il vincitore affronterà a novembre la pediatra democratica Annie Andrews e partirà nettamente favorito per la vittoria in uno Stato in cui Trump ha ottenuto il 58% dei voti a novembre 2024.

Anche per questo la corsa si preannuncia affollata. Il deputato Joe Wilson, 78 anni e parlamentare repubblicano più longevo dello Stato, punta alla nomina temporanea e successivamente a un mandato pieno; suo figlio Alan Wilson è invece candidato a governatore nelle elezioni di novembre. Anche la deputata Nancy Mace sta valutando seriamente la corsa, mentre l’ex vicegovernatore Andre Bauer ha già annunciato la propria candidatura.

Gli effetti sugli equilibri del Senato


La scomparsa di Graham incide anche sugli equilibri del Senato. I repubblicani resteranno senza un voto fino a quando McMaster non nominerà il successore, un passaggio che potrebbe richiedere diversi giorni. Per il partito è un’assenza particolarmente delicata, dal momento che anche il senatore Mitch McConnell è ricoverato in ospedale da settimane.

Graham presiedeva inoltre la Commissione Bilancio del Senato, chiamata a far avanzare la nuova legge di riconciliazione che i repubblicani vogliono approvare entro la fine dell’anno. Il senatore repubblicano del Kansas Roger Marshall è attualmente il membro più anziano della commissione che non presieda già un altro organismo.

Ma Graham guidava anche la sottocommissione responsabile degli stanziamenti per il Dipartimento di Stato e le operazioni all’estero ed era destinato ad assumere la presidenza della Commissione Giustizia nella prossima legislatura, quindi anche qui si riapriranno i giochi.

Pur essendo sempre stato un voto affidabile per la leadership repubblicana, Graham era anche noto per la capacità di collaborare con i democratici, soprattutto in politica estera, la sua principale passione. Viaggiava spesso all’estero insieme a colleghi dell’altro partito, tra cui il senatore democratico Richard Blumenthal e il compianto Joe Lieberman, e nel corso della sua carriera ha anche votato a favore della conferma di diversi giudici della Corte Suprema nominati da presidenti democratici.

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Trump vuole una recinzione permanente attorno alla Casa Bianca


Il progetto interesserebbe Pennsylvania Avenue e Lafayette Square, con l'obiettivo di rafforzare la sicurezza e ridurre i costi delle barriere temporanee. Manca però ancora il via libera del presidente.

L'Amministrazione Trump sta valutando l'installazione di una recinzione permanente lungo il tratto di Pennsylvania Avenue davanti alla Casa Bianca e attorno a Lafayette Square. A riferirlo a CBS News sono state alcune fonti informate sulle discussioni in corso. Il progetto avrebbe un duplice obiettivo: rafforzare la sicurezza del complesso presidenziale e ridurre le spese sostenute per montare e rimuovere le barriere temporanee utilizzate durante gli eventi speciali.

Pennsylvania Avenue, una delle strade più note di Washington D.C., collega simbolicamente la Casa Bianca al Campidoglio. Il tratto interessato dal progetto è anche uno dei principali punti di osservazione per turisti e passanti, che da lì possono vedere il portico nord, tradizionale ingresso pubblico della residenza presidenziale.

Il progetto attende il via libera di Trump


La decisione non è ancora definitiva e attende l'approvazione del presidente. Non è chiaro se Trump possa sollevare obiezioni di natura estetica. La proposta si trova al momento ancora in una fase preliminare e nessuna impresa è stata incaricata di eseguire i lavori.

Secondo il piano allo studio, il Secret Service e la Casa Bianca manterrebbero la possibilità di aprire o chiudere singole sezioni della recinzione in base alle esigenze operative e di sicurezza. Per contenere i costi, i funzionari stanno valutando il riutilizzo dei materiali già impiegati in occasione dei grandi eventi, anziché acquistare una struttura completamente nuova. Resta tuttavia da stabilire quali interventi aggiuntivi sarebbero necessari. La barriera verrebbe collocata tra la 15esima e la 17esima strada.

Le crescenti preoccupazioni per la sicurezza


Le preoccupazioni per la sicurezza del complesso presidenziale non sono nuove, ma si sono intensificate dopo la sparatoria avvenuta alla fine di maggio nei pressi dell'ingresso della 17esima strada.

Il progetto è stato rivelato per primo dal Washington Post. Interpellato da CBS News, il Secret Service ha rinviato ogni domanda alla Casa Bianca. "Sono costantemente in corso discussioni su come rendere il complesso della Casa Bianca il più sicuro possibile. Al momento, tuttavia, non è stato confermato alcun progetto. Qualsiasi iniziativa che dovesse essere portata avanti sarà sottoposta alle necessarie procedure di revisione", ha dichiarato un funzionario dell'Amministrazione.

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Marco Rubio controlla il Venezuela da Washington


Sei mesi dopo la cattura di Maduro, il segretario di Stato decide finanze, petrolio e nomine di Caracas. Il Tesoro americano incassa le entrate e i funzionari lo chiamano viceré

Marco Rubio, il segretario di Stato americano, cioè il capo della diplomazia degli Stati Uniti, governa di fatto il Venezuela senza muoversi da Washington. Lo racconta una ricostruzione del New York Times, basata su colloqui con più di una decina di funzionari e persone vicine ai due governi. Rubio controlla le finanze del paese, la distribuzione delle sue risorse naturali e lo stesso governo, sei mesi dopo che le forze americane hanno catturato il presidente Nicolás Maduro nel cuore della notte.

Rubio non ha mai messo piede in Venezuela da quando gli Stati Uniti hanno preso il controllo del paese, ma segue le operazioni quotidiane e resta in contatto stretto con Delcy Rodríguez, ex vicepresidente di Maduro e oggi presidente ad interim con l'avallo di Washington. I due si scambiano messaggi in spagnolo su WhatsApp, tra pettegolezzi, auguri di compleanno e selfie. Altri funzionari lo hanno soprannominato viceré, il titolo che spettava ai governatori dell'impero spagnolo nelle Americhe fino alle guerre di indipendenza dell'Ottocento.

Nessun funzionario americano aveva un potere simile su un paese sovrano dai tempi di Paul Bremer, l'amministratore che nel 2003 arrivò a Baghdad per governare l'Iraq occupato dagli Stati Uniti. Il controllo diretto sulle entrate pubbliche distingue il caso venezuelano da quello di quasi tutti gli altri paesi sottoposti alla forza militare e finanziaria americana.

Il meccanismo funziona così: il Tesoro degli Stati Uniti incassa i ricavi della maggior parte delle esportazioni venezuelane e poi li gira al Venezuela attraverso il sistema bancario del paese, in un rapporto simile a quello di un genitore che dà la paghetta ai figli. Rubio e il suo staff stabiliscono su cosa quei soldi possono essere spesi e da chi. Il sistema ha permesso di bloccare gli schemi di corruzione più gravi e protegge le entrate venezuelane dai numerosi creditori che reclamano miliardi di debiti non pagati. Ma dà anche a Rubio una forte leva su Rodríguez, che ha bisogno di quel denaro per pagare i lavoratori e sostenere la valuta nazionale.

Rubio gestisce anche le sanzioni americane, decide chi può fare affari nel paese e a quali condizioni. Ha rimodellato il settore petrolifero favorendo l'ingresso di aziende statunitensi a scapito dei produttori europei che già lavoravano in Venezuela. Rodríguez gli sottopone le nomine più importanti, come quella del ministro della difesa. Il paese vende gran parte del suo greggio tramite due società di trading, Trafigura e Vitol, in un accordo costruito dall'amministrazione Trump. Dopo la caduta di Maduro, la compagnia petrolifera di Stato venezuelana ha rilevato senza clamore le operazioni dei giacimenti che condivideva con la russa Rosneft.

Su richiesta degli Stati Uniti, a febbraio il governo di Rodríguez ha arrestato Alex Saab, amico e socio in affari di Maduro, gli ha tolto il passaporto venezuelano e ne ha approvato l'estradizione verso gli Stati Uniti. A giugno i servizi venezuelani hanno fornito le informazioni che hanno permesso alle forze americane di uccidere Niño Guerrero, uno dei capi della banda criminale Tren de Aragua, con un attacco missilistico in una zona remota del sud del paese. È stata la prima collaborazione militare tra i due paesi da decenni, anche se un anno prima l'intelligence americana aveva valutato che Maduro non controllasse quella banda.

Il controllo di Washington arriva fino alle apparizioni pubbliche di Rodríguez. A maggio Rubio ha annunciato un suo viaggio in India prima ancora che lo facesse il governo venezuelano. Quando gli Stati Uniti hanno attaccato l'Iran, alleato storico del Venezuela, il ministro degli esteri Yvan Gil ha diffuso una condanna prudente: l'amministrazione Trump ha fatto sapere che il messaggio andava rimosso e Gil lo ha cancellato poche ore dopo. Era l'ammissione che il Venezuela non decideva più la propria politica estera.

Dopo due terremoti che hanno colpito il Venezuela il mese scorso, Rubio ha lavorato per rafforzare il governo ad interim. Gli Stati Uniti hanno inviato 900 militari, stanziato quasi 400 milioni di dollari di aiuti e recapitato casse di contanti al governo venezuelano. Rubio ha descritto il piano americano in tre fasi: far ripartire l'economia, stabilizzare il paese e portarlo alla democrazia. I terremoti hanno complicato l'ultima fase, come lui stesso ha riconosciuto parlando di "un passo indietro sotto questo aspetto", ma la ripresa è decisiva per l'obiettivo del presidente: assicurare agli interessi americani il petrolio venezuelano.

La legittimità dell'operazione è contestata perfino al Congresso. Durante un'audizione il deputato democratico Sean Casten ha ricordato al segretario al Tesoro Scott Bessent che "Rubio ha detto che non siamo in guerra con il Venezuela" e ha chiesto quale autorità avessero gli Stati Uniti per controllare gli asset venezuelani. Bessent ha risposto che gli avrebbe fatto sapere. I critici accusano l'amministrazione di sottrarre le risorse del paese e di sostenere un governo autoritario, lasciando al loro posto gran parte degli uomini di Maduro.

Il caso ha creato malumori anche dentro l'amministrazione, tra diplomatici di carriera e alleati del presidente infastiditi dal fatto che l'ex braccio destro di Maduro sia al potere. Rubio e altri funzionari respingono le critiche ricordando che Rodríguez ha eseguito quasi ogni ordine, soprattutto sulle finanze. Quando a marzo è emerso che il Dipartimento della Giustizia stava costruendo un caso legale contro di lei, il governo venezuelano ha chiesto spiegazioni e per rassicurarla Rubio le ha inviato il link a un messaggio in cui il presidente la elogiava. A maggio l'amministrazione ha detto ai procuratori di smettere di indagare su di lei.

Rubio ha scelto Rodríguez anche perché ha messo da parte María Corina Machado, la leader dell'opposizione in esilio e la politica più popolare del paese, che ha però nemici giurati tra i vertici militari e di sicurezza. Un tempo suo sostenitore convinto, Rubio si è allontanato da lei negli ultimi mesi, fino a una rottura aperta dopo i terremoti: gli Stati Uniti si rifiutano di aiutarla a rientrare in Venezuela per timore di alimentare disordini.

L'inflazione è scesa ma resta la più alta al mondo, la valuta continua a perdere valore e milioni di venezuelani chiedono nuove elezioni. La data del voto, la fase finale del piano di Rubio, resta però indefinita. Quando il New York Times le ha chiesto a maggio quando avrebbe indetto le elezioni, Rodríguez ha risposto: "Non lo so. Prima o poi". Gli analisti ritengono che stia cercando di far passare il tempo fino alla fine della presidenza Trump, sperando che il suo successore allenti la pressione.

L'intera operazione è insolita e arriva ottant'anni dopo che gli Stati Uniti hanno lasciato la loro ultima grande colonia formale, le Filippine. Il presidente ha detto di voler tornare a un'epoca di espansionismo americano e ha parlato di prendere il controllo della Groenlandia, del Canada e del Canale di Panama. In Venezuela ha ottenuto il risultato maggiore, tanto che ha più volte suggerito che il paese possa diventare il cinquantunesimo Stato americano e ha perfino scherzato sull'idea di mandare Rubio a Caracas come prossimo leader. L'esito di questa impresa potrebbe pesare sul futuro politico dello stesso Rubio, che il presidente considera tra i suoi possibili successori.

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Oltre cento ginecologi turchi sanzionati per i «troppi» cesarei


Dall'aprile 2025 le strutture private turche non possono più effettuare cesarei senza giustificazione medica.

Oltre cento medici multati. Alcuni sospesi dall'attività per sei mesi, obbligati a frequentare corsi di formazione prenatale prima di poter tornare in corsia. La Turchia ha dichiarato guerra ai parti cesarei, e lo ha fatto con metodi che assomigliano più a una campagna di disciplinamento sociale che a una politica sanitaria. Il dato di partenza è netto: secondo le statistiche ufficiali del 2023, il paese registra 615 cesarei ogni mille nati vivi, il tasso più alto tra i 38 membri dell'Ocse. Ma la risposta del governo Erdoğan non si è fermata alle raccomandazioni cliniche. Ad aprile 2025 Ankara ha vietato alle strutture private prive di reparto maternità adeguato di praticare cesarei programmati senza una giustificazione medica documentata, pubblicando il regolamento in Gazzetta Ufficiale il 19 aprile. Ora i ginecologi pagano le conseguenze di un sistema che li ha spinti, per anni, a privilegiare quella procedura. E dietro la retorica della «salute pubblica» affiora una visione rigida della famiglia, del corpo femminile e del ruolo delle donne nella società.

Un problema strutturale travestito da crociata morale


Secondo Ayşe Gültekingil, vicepresidente della Türk Tabipleri Birliği (l'Associazione medica turca) e membro della sua commissione salute delle donne, punire i ginecologi non risolve nulla, perché la radice del fenomeno è strutturale. Un cesareo richiede circa trenta minuti; un parto vaginale può durarne molte di più, con un impegno di personale e strutture ben diverso. In un sistema sanitario sotto pressione, dove le cliniche private operano secondo logiche di mercato e i medici temono azioni legali in caso di complicanze, la scelta del cesareo è diventata prassi diffusa. Non per capriccio, ma per efficienza organizzativa e tutela legale. «Il tasso di cesarei in Turchia supera il 60%», ha dichiarato Gültekingil al quotidiano BirGün, «ma la modalità del parto riflette vari problemi all'interno del sistema sanitario turco». Già in aprile, commentando il divieto imposto alle cliniche private, la stessa dirigente aveva messo in guardia: «Non si tratta di garantire parti sicuri. Si tratta di iniziare a limitare i cesarei».

Adesso lo stesso governo che ha tollerato, se non incentivato, questa dinamica per anni scarica la responsabilità sui professionisti. La campagna del ministero della Salute, ribattezzata «Doğal olan normal doğum» («Ciò che è naturale è il parto normale») e lanciata nell'ottobre 2024 dalla first lady Emine Erdoğan, punta ufficialmente a contrastare il calo della natalità, scesa a un tasso di fertilità di 1,51 figli per donna nel 2023, secondo l'istituto statistico turco Turkstat. Ma il metodo scelto tradisce un approccio autoritario: il corpo delle donne diventa terreno di intervento pubblico, la loro capacità di scelta si comprime in nome di un interesse demografico ritenuto superiore.

Il calcio, pilastro della propaganda nazionalista turca, è stato arruolato nella battaglia. Il 13 aprile 2025, prima della partita contro il Fenerbahçe, i giocatori del Sivasspor sono scesi in campo con uno striscione preparato dal ministero della Salute: «Doğal olan normal doğumdur» («Ciò che è naturale è il parto normale»), seguito da una seconda riga: «Tıbbi olarak zorunlu olmadığı sürece sezaryen doğal değildir» («A meno che non sia clinicamente necessario, il cesareo non è naturale»). Erdoğan ha difeso l'iniziativa qualche giorno dopo, in occasione dell'inaugurazione di un ospedale a Istanbul: «Perché il fatto che il nostro ministero incoraggi il parto normale vi disturba così tanto?». La reazione delle opposizioni e dei movimenti femministi è stata immediata. Gökçe Gökçen, vicepresidente del Partito Popolare Repubblicano (Chp), ha denunciato l'intromissione sui social: «Come se nel paese fossero stati risolti tutti gli altri problemi, ora sono i calciatori uomini a decidere come le donne devono partorire [...] Togliete le mani dal corpo delle donne». Sulla stessa linea la piattaforma femminista ESIK (Eşitlik için Kadın Platformu), rete che riunisce oltre trecento organizzazioni per i diritti delle donne e delle persone Lgbtq, che ha definito lo striscione «sessista e invasivo», rivendicando che la scelta su come partorire, e cosa fare del proprio corpo, spetti soltanto alle donne.

Italia ed Europa: quando la demografia incontra i diritti


Per l'Italia, che condivide con la Turchia un tasso di fertilità tra i più bassi d'Europa, la vicenda turca offre uno specchio deformante ma istruttivo. Secondo i dati definitivi dell'Istat, la fertilità italiana si è attestata a 1,20 figli per donna nel 2023, per poi scendere ulteriormente a 1,18 nel 2024, un nuovo minimo storico (Istat). Anche nel nostro paese il dibattito sulla denatalità si è intensificato, accompagnato da misure economiche come l'assegno unico e incentivi fiscali per le famiglie numerose. La differenza resta però sostanziale: in Italia il tema si colloca, almeno formalmente, nell'ambito del sostegno sociale e della conciliazione vita-lavoro. In Turchia si è trasformato in controllo diretto delle scelte riproduttive, con sanzioni disciplinari per chi non si conforma. Il tasso italiano di cesarei si attesta intorno al 33,7%, secondo l'ultimo aggiornamento del Certificato di assistenza al parto (Cedap), ben al di sopra del 15% raccomandato dall'Organizzazione mondiale della sanità, ma lontano dai livelli turchi, con un divario marcato tra Nord e Sud della penisola (20% contro 56%) (International Journal of Environmental Research and Public Health). Anche qui il fenomeno ha radici complesse: difesa medico-legale, organizzazione ospedaliera, preferenze delle pazienti. Eppure, nessun governo italiano ha mai pensato di multare i ginecologi o imporre corsi obbligatori di rieducazione.

La deriva turca interroga l'intera Europa. Può una politica demografica legittimare l'erosione dell'autonomia femminile? Il ministro della Salute turco Kemal Memişoğlu ha dichiarato: «Se non avete figli non siete una famiglia, siete solo marito e moglie». Erdoğan, il 5 giugno 2016, in un discorso pronunciato durante l'inaugurazione della sede della Kadın ve Demokrasi Derneği (l'associazione per le donne e la democrazia legata al governo), aveva bollato come «incomplete» le donne senza figli, aggiungendo che rifiutare la maternità equivale a «rinunciare all'umanità». Affermazioni che rivelano una visione in cui la donna esiste in funzione della riproduzione, non come soggetto di diritti autonomo. L'emancipazione femminile viene dipinta come minaccia ai valori tradizionali, e la famiglia assurge a strumento di governo. Per l'Unione europea, che ha aperto e poi sostanzialmente congelato i negoziati di adesione con Ankara, la vicenda si inserisce in un quadro più ampio di arretramento democratico: dalla repressione del dissenso alla restrizione delle libertà civili, fino al controllo dei corpi.

Le domande de L'Analista


Fino a che punto uno Stato può intervenire sulle scelte riproduttive in nome dell'interesse demografico senza violare i diritti fondamentali della persona? E l'Italia, di fronte al proprio declino delle nascite, saprà mantenere ferma la distinzione tra sostegno alla famiglia e ingerenza sulla libertà individuale, o cederà alla tentazione di politiche invasive mascherate da emergenza nazionale?

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)
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Il figlio di Biden vince 1,7 milioni di dollari in una causa per diffamazione


Patrick Byrne aveva accusato il figlio dell'ex presidente di aver chiesto all'Iran una tangente da 800 milioni di dollari. Per il giudice sapeva che la storia era falsa e ne ha inventato gran parte

Un giudice federale ha condannato venerdì Patrick Byrne, ex amministratore delegato di Overstock.com, un sito americano di commercio elettronico, a pagare 1,7 milioni di dollari di danni punitivi a Hunter Biden per averlo diffamato. Byrne, alleato del presidente Trump che negò la vittoria di Joe Biden alle elezioni del 2020 e finanziò i tentativi di ribaltarne il risultato, aveva accusato il figlio dell'ex presidente di aver chiesto all'Iran una tangente da 800 milioni di dollari, senza mai riuscire a sostenere la sua versione in tribunale.

Byrne aveva raccontato in un'intervista che nell'autunno del 2021 Hunter Biden avrebbe offerto all'Iran, in cambio di 800 milioni di dollari, di convincere il padre, allora presidente, a sbloccare 8 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati e a mostrarsi accomodante nei negoziati sul nucleare tra i due paesi. Hunter Biden lo ha citato in giudizio per diffamazione nel 2023, sostenendo che Byrne avesse diffuso e ripetuto quelle affermazioni sapendo che erano false, con lo scopo di sottoporlo a molestie e intimidazioni.

Il giudice distrettuale Stephen Wilson, nominato durante la presidenza di Ronald Reagan, ha scritto nella sua ordinanza che Byrne si era difeso dicendo di ritenere vera la storia perché gliel'aveva raccontata un funzionario del governo iraniano. Ma quel funzionario non aveva mai sostenuto di aver avuto contatti diretti con Hunter Biden e Byrne non ha mai fornito al tribunale alcuna prova documentale che potesse rendere credibile il racconto. Nel corso della causa, ha aggiunto il giudice, sono emerse "ampie prove" che Byrne sapesse che la storia era falsa e che gran parte del racconto sull'incontro segreto con il funzionario iraniano fosse inventata.

Il processo con giuria era fissato per ottobre, ma Byrne non si è presentato in aula e ha licenziato il suo principale avvocato, ritardando il procedimento a spese di Hunter Biden e del tribunale. Il giudice lo ha quindi dichiarato sconfitto a tavolino, una sanzione prevista dal diritto americano per chi disobbedisce ripetutamente agli ordini della corte.

Nella decisione di venerdì Wilson ha scritto che "le prove sono chiare e convincenti" che Byrne "ha compiuto una falsificazione intenzionale con cosciente disprezzo" dei diritti di Hunter Biden e che la sua diffamazione "è andata ben oltre la semplice negligenza". Byrne aveva continuato ad amplificare le accuse anche dopo l'avvio della causa e aveva incoraggiato i suoi follower sui social a diffonderle. Il giudice ha riconosciuto a Hunter Biden 1 dollaro di danni simbolici, come richiesto dallo stesso Biden, oltre a 1,7 milioni di danni punitivi. Ha inoltre ordinato a Byrne di pagare entro due settimane circa 35 mila dollari di sanzioni già imposte in precedenza, con una penale di mille dollari per ogni giorno di ritardo.

"I danni punitivi da 1,7 milioni di dollari sono il minimo, non il massimo, di quanto Byrne deve per la sua condotta", ha detto al Guardian Bryan Sullivan, avvocato di Hunter Biden, secondo cui Byrne aveva di fatto accusato il suo cliente di "tradimento" e ora un giudice ha stabilito che ogni singola accusa era inventata. "Se Byrne sceglierà di ripetere una qualsiasi di quelle affermazioni, torneremo in tribunale", ha aggiunto.

Byrne si era dimesso da amministratore delegato di Overstock.com nel 2019, dopo la diffusione di notizie su una sua relazione con Maria Butina, condannata negli Stati Uniti come spia russa.

La sentenza arriva mentre Hunter Biden si sta costruendo un seguito online con post sui social dedicati a politica, salute mentale e recupero dalle dipendenze, a cui si aggiunge l'annuncio di una serie di saggi sulla piattaforma Substack. Negli ultimi giorni della sua presidenza il padre gli aveva concesso la grazia per le condanne federali per possesso di armi e reati fiscali.

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SBS lancia Track First: i nuovi smart tracker compatibili con Apple Find My e Google Find Hub


Ideali per ritrovare chiavi, portafogli, documenti, borse e bagagli, i nuovi accessori SBS consentono di monitorare gli oggetti direttamente dallo smartphone in modo semplice e immediato
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Streaming e Pay TV: gli italiani hanno 3 abbonamenti
Il mercato dello streaming continua a crescere in Italia: ogni famiglia ha in media 3 abbonamenti tra piattaforme digitali e Pay TV
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


La linea Track First amplia l’offerta SBS dedicata alla localizzazione degli oggetti personali con una collezione composta da cinque accessori pensati per integrare il tracker direttamente nei prodotti di uso quotidiano: documenti, portafoglio, chiavi, bagagli, zaini e borse. Compatibili con Apple Find My e Google Find Hub, tutti i prodotti permettono di localizzare gli oggetti direttamente dallo smartphone e includono un allarme sonoro attivabile da app per facilitarne il ritrovamento.

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Per carte, tessere e banconote sempre ordinate e rintracciabili, Track My Wallet combina la praticità di un portacarte compatto con la sicurezza di un tracker integrato. Il design sottile lo rende facile da portare ovunque, mentre il sistema di estrazione rapida delle carte e la tasca per banconote con clip di fissaggio garantiscono praticità e ordine nella vita quotidiana e in viaggio. Discreto e funzionale, è pensato per chi desidera avere sempre con sé l’essenziale, con maggiore tranquillità. Prezzo: 39,95 euro.

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Riconoscere e ritrovare il proprio bagaglio diventa più semplice con Track My Bag, il localizzatore per valigia con etichetta integrata. Permette di localizzare la valigia direttamente dallo smartphone e di attivare un allarme sonoro da app per individuarla più rapidamente. Lo spazio dedicato ai dati personali è protetto da una copertura che li rende visibili solo quando necessario, aggiungendo un ulteriore livello di sicurezza e discrezione. Pratico e facile da applicare, è pensato per accompagnare ogni partenza con maggiore tranquillità. Prezzo: 29,95 euro.

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Track My Taggy: il tracker compatto per bagagli, zaini e borse


Compatto, leggero e minimale, Track My Taggy è il tracker pensato per chi è sempre in movimento e vuole tenere sotto controllo bagagli, zaini e borse in modo semplice e discreto. Permette di localizzare rapidamente gli oggetti personali più importanti direttamente dallo smartphone e di attivare un allarme sonoro da app per ritrovarli più facilmente. L’anello integrato facilita l’aggancio a zaini, borse e valigie, rendendolo ideale sia per il viaggio sia per l’uso quotidiano. Prezzo: 29,95 euro.

eBay: boom del collezionismo tra calcio e pop culture
Il collezionismo sta vivendo una nuova evoluzione. Su eBay prende sempre più piede la “beyond-the-game economy”, un fenomeno che unisce calcio, pop culture, trading card, memorabilia e oggetti da collezione, trasformando la passione dei fan in un mercato sempre più dinamico e globale
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Track First non è solo una gamma di accessori, ma un’evoluzione nel modo di viaggiare. Una linea pensata per accompagnare ogni spostamento con soluzioni smart, discrete e affidabili, capaci di offrire controllo e tranquillità in ogni momento del viaggio.


Streaming, è boom di abbonamenti in Italia: Netflix e Pay TV entrano nelle spese fisse delle famiglie


Quest'estate i mondiali si giocano senza l'Italia e molti tifosi pensano già ad organizzarsi per vedere, almeno in TV, i prossimi campionati. Ma fra sport, serie TV e contenuti in streaming a pagamento, quanti abbonamenti attivi hanno in media gli italiani? Secondo l’indagine commissionata da Facile.itall’istituto di ricerca mUpResearch, ogni famiglia italiana ha in media 3 abbonamenti, peccato che molti non li usino!

HONOR 600 Series ufficiale: AI avanzata e funzioni premium nella fascia media
La nuova HONOR 600 Series punta a ridefinire la fascia media premium con intelligenza artificiale avanzata, comparto fotografico evoluto e design elegante
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


L’indagine, condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana di età compresa fra i 18 ed i 74 anni, ha prima di tutto fatto una mappatura degli abbonamenti evidenziando come a possederne almeno uno sia addirittura l’82,4% dei rispondenti; percentuale già altissima, ma che arriva a superare il 90% (91,5% il dato puntuale) nella fascia d’età 25-34 anni e nelle famiglie dove sono presenti figli con meno di 18 anni (91%).

Sono in molti a condividere l'abbonamento


Se quasi l’86% dei titolari di abbonamenti streaming o Pay TV dichiara di farne uso solo all’interno del proprio nucleo familiare, ben 800mila dichiarano di condividerlo con altri. Nello specifico 600mila con altri familiari non conviventi, 80mila con amici o vicini di casa e, addirittura 120mila con persone che non conoscono. Certamente la condivisione dell’abbonamento è dettata dalla volontà di dividerne i costi, ma quanto spendiamo ogni mese per vedere la nostra squadra del cuore, la serie TV che tanto amiamo o il programma cui non sappiamo rinunciare? In media 27,50 euro, ma in alcuni sotto campioni la spesa è decisamente maggiore. Gli uomini, ad esempio, spendono in media più di 30 euro (le donne meno di 24,50 euro), i genitori di figli minorenni 31,72 euro, ma più di tutti spendono i rispondenti con età compresa fra i 35 ed i 44 anni. Per loro il conto mensile arriva a 31,86 euro che, in termini annuali equivalgono a 382,32 euro.

Vacanze e AI: 1 italiano su 3 usa l’intelligenza artificiale per pianificare i viaggi
Nonostante la crescita dell’AI, recensioni degli utenti e convenienza economica continuano a essere gli elementi che incidono maggiormente sulle decisioni di viaggio
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Cosa serve davvero?


I nodi arrivano al pettine quando si indaga più a fondo sulla spesa e l’utilizzo che si fa di questi servizi. La prima evidenza che salta agli occhi è che poco meno dell’11% di chi ha un abbonamento (pari a quasi 3 milioni di persone) dichiara di non sapere quanto paghi ogni mese per il o i servizi attivi. Peggio ancora il fatto che circa il 7,5% degli intervistati abbonati a servizi di streaming (pari a 1,9 milioni di persone) dichiari di non usare l’abbonamento regolarmente pagato ogni mese o, al limite, di averne diversi attivi, ma alcuni di essi inutilizzati. Il fenomeno degli abbonamenti inutilizzati mostra come lo streaming sia ormai entrato stabilmente nelle abitudini degli italiani, ma anche nelle loro spese mensili. Tra piattaforme per film e serie TV, servizi sportivi e offerte Pay TV, il rischio è quello di accumulare troppi abbonamenti senza sfruttarli davvero. In vista dei prossimi grandi eventi sportivi e di una stagione ricca di nuovi contenuti, il consiglio per le famiglie è quindi quello di controllare periodicamente i servizi attivi, confrontare i costi e valutare quali piattaforme meritano davvero di restare. Perché avere più scelta non significa necessariamente spendere di più: spesso il vero risparmio parte da un semplice controllo degli abbonamenti già sottoscritti.


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È morto Lindsey Graham, senatore repubblicano della South Carolina


Graham aveva 71 anni ed è morto ieri sera dopo una malattia “breve e improvvisa”. Era appena rientrato da Kyiv, dove aveva incontrato Zelensky e annunciato un’intesa con la Casa Bianca sulle nuove sanzioni alla Russia.

Il senatore repubblicano Lindsey Graham è morto sabato sera all’età di 71 anni. Ad annunciarlo questa mattina è stato il suo ufficio, secondo cui il senatore della South Carolina è stato stroncato da una malattia “breve e improvvisa”, sulla quale non sono stati forniti ulteriori dettagli.

Statement from the Office of U.S. Senator Lindsey Graham (R-South Carolina). pic.twitter.com/CQ5yVvqTH1
— Lindsey Graham (@LindseyGrahamSC) July 12, 2026


Ieri sera i soccorritori erano intervenuti nella sua abitazione di Capitol Hill, a Washington, dopo una chiamata per un arresto cardiaco, secondo quanto emerge dalle comunicazioni radio della polizia ottenute da NBC News. Alcune immagini esaminate dall’emittente mostrano i paramedici mentre trasportano una persona in barella verso un’ambulanza, circondata da auto della polizia e mezzi dei vigili del fuoco.

Trent’anni al Congresso e il rapporto con Trump


Graham sedeva al Congresso da oltre trent’anni. Dopo una breve esperienza nel Congresso della South Carolina, era stato eletto prima alla Camera dei Rappresentanti nel 1994 e poi al Senato nel 2002. Riconfermato nel 2008, nel 2014 e nel 2020, presiedeva la Commissione Bilancio del Senato ed era candidato a un nuovo mandato nelle elezioni di quest’anno.

La legge della South Carolina prevede ora la necessità di convocare nuove primarie speciali repubblicane quando, come in questo caso, un candidato scelto attraverso le primarie muore prima delle elezioni generali. Il partito dovrà quindi selezionare con una nuova consultazione elettorale chi sostituirà Graham sulla scheda elettorale di novembre.

Considerato uno dei principali alleati del presidente Donald Trump, ne aveva sostenuto la linea sulla maggior parte dei dossier, pur prendendone talvolta le distanze, soprattutto in politica estera. I due erano stati rivali alle primarie repubblicane del 2016, prima di riconciliarsi. “È eccezionale, è stato al mio fianco per molto tempo”, aveva dichiarato Trump il mese scorso durante un comizio organizzato a sostegno del senatore. “Dopo quella battaglia siamo diventati grandi amici e mi ha aiutato come pochi altri al Senato”.

Questa mattina Trump ha reagito alla notizia della sua morte improvvisa con il seguente post pubblicato su Truth Social:

Il senatore Lindsey Graham, una delle persone e dei senatori più straordinari che abbia mai conosciuto, è morto. Era sempre al lavoro ed era un autentico patriota americano. Lindsey ci mancherà moltissimo!!! SEGUIRANNO DETTAGLI E INFORMAZIONI SULLE ESEQUIE. Che tristezza! Presidente DONALD J. TRUMP

President Trump releases a statement following the passing of US Senator Lindsey Graham. pic.twitter.com/y9on145ifd
— Faytuks Network (@FaytuksNetwork) July 12, 2026


L’ultimo viaggio a Kyiv


Graham era appena rientrato dall’Ucraina, dove venerdì aveva incontrato a Kyiv il presidente Volodymyr Zelensky. Oggi avrebbe dovuto partecipare alla trasmissione Meet the Press di NBC News. Il sostegno all’Ucraina era stato negli ultimi anni una delle sue principali battaglie politiche.

Good meeting with U.S. Senator Lindsey Graham @LindseyGrahamSC in Kyiv. This is already his 10th visit to our country, and we appreciate this support.

I'm grateful to Lindsey for recognizing our warriors. The stronger Ukraine is on the battlefield, the greater the chances that… pic.twitter.com/bgZjjgIqu1
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) July 10, 2026


Insieme al senatore democratico Richard Blumenthal, Graham era infatti il primo firmatario di una proposta di legge che prevedeva pesanti sanzioni contro la Russia e dazi fino al 500% sui Paesi che avessero continuato ad acquistare petrolio, gas e uranio russi.

Proprio venerdì, dalla capitale ucraina, aveva annunciato di aver raggiunto un’intesa con la Casa Bianca sul provvedimento, che era rimasto bloccato per oltre un anno. Quell’annuncio, da lui descritto come l’ultimo passo prima dell’approvazione della legge, è stato il suo ultimo atto politico.

Durante l’incontro, Zelensky lo aveva anche aggiornato sull’intesa politica raggiunta con Trump nel corso del vertice NATO ad Ankara per concedere all’Ucraina le licenze necessarie a produrre i sistemi Patriot, un accordo strenuamente sponsorizzato proprio dal senatore repubblicano della North Carolina.

Questo il commento del Ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha alla notizia della sua morte:

Sono addolorato per la scomparsa del senatore Lindsey Graham, che era appena stato a Kyiv per la sua decima visita in Ucraina. Il senatore Graham è stato un vero amico dell'Ucraina e una delle voci più forti a sostegno della nostra lotta contro l'aggressione russa. È stato inflessibile nel chiedere con forza sanzioni più severe contro la Russia e nel fornire all'Ucraina le capacità necessarie per difendere il nostro popolo. La sua leadership, la sua convinzione e il suo impegno incrollabile per l'Ucraina non saranno mai dimenticati.

Saddened by the passing of Senator @LindseyGrahamSC, who was just in Kyiv on his tenth visit to Ukraine.

Senator Graham was a true friend of Ukraine and one of the strongest voices in support of our struggle against Russia's aggression.

He was unwavering in advocating for…
— Andrii Sybiha 🇺🇦 (@andrii_sybiha) July 12, 2026


Il suo legame con Israele


Graham era anche uno dei più convinti sostenitori di Israele al Congresso degli Stati Uniti. Dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 si era recato più volte nel Paese, difendendone il diritto alla sicurezza e sostenendo una linea particolarmente dura contro Hamas e l’Iran.

La sua opposizione al regime iraniano era infatti altrettanto netta: a febbraio, durante una manifestazione a Monaco, aveva sventolato la bandiera pre-1979 con il Leone e il Sole, schierandosi apertamente “con il popolo iraniano contro l’ayatollah assassino”.

Non meraviglia dunque il fatto che la notizia della sua morte abbia già suscitato numerose reazioni in Israele. Il presidente Isaac Herzog lo ha ricordato come “un faro di chiarezza morale” e un autentico difensore dell’alleanza tra i due Paesi. Il Ministro della Difesa Israel Katz lo ha invece definito “un vero amico dello Stato di Israele” e uno dei suoi sostenitori più forti e costanti.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

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Gli americani perdono fiducia nel capitalismo e nella democrazia


Sondaggio WSJ-NORC: meno della metà pensa che il capitalismo funzioni e solo il 12% dice lo stesso della democrazia. Due terzi vedono un paese in declino nell'anno del 250° anniversario
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Gli americani stanno perdendo fiducia in due pilastri della loro società, il capitalismo e la democrazia. Meno della metà pensa che il capitalismo funzioni bene o abbastanza bene, contro il 60% di circa dieci anni fa, secondo un sondaggio realizzato dal Wall Street Journal con l'istituto di ricerca NORC. Il giudizio sul sistema di governo è ancora più severo: solo il 12% dice che la democrazia funziona molto o estremamente bene e appena il 16% ritiene che i cittadini comuni abbiano un'influenza concreta sulla politica.

Nel 2015 il 37% degli americani diceva che il capitalismo non funzionava bene o non funzionava affatto: nella nuova rilevazione gli insoddisfatti sono saliti al 51%. Solo il 35% è almeno abbastanza sicuro che il paese offra la possibilità di trovare un buon lavoro e realizzare il sogno americano. Circa tre quarti degli intervistati pensano che i miliardari e le grandi aziende abbiano troppo potere a Washington e che i lavoratori ne abbiano troppo poco, mentre una maggioranza ristretta, il 52%, ritiene che il potere delle imprese danneggi lavoratori e consumatori e che il governo dovrebbe limitarne l'influenza, arrivando anche a condividere il controllo di alcune aziende.

Il malcontento verso il sistema economico si riflette anche nel voto: nelle ultime settimane gli elettori delle primarie democratiche in Colorado e a New York hanno bocciato dirigenti centristi a favore di candidati che si definiscono socialisti-democratici o che chiedono una sanità universale finanziata tassando i più ricchi. Lo stesso Trump è arrivato al potere con un'agenda populista costruita sull'idea che il sistema economico avesse tradito la classe lavoratrice.

Sondaggio · Stati Uniti
Solo il 35% degli americani crede ancora nel sogno americano
11-18 giugno 2026 · 1.862 adulti (±3,4%) · Wall Street Journal-NORC
Focus America
50% 40 30 2012 '14 '16 '18 '20 '22 '24 '26 Crede ancora nel sogno americano 2011 44% 53 42 48 36 34 31 Giu 2026 35%
Elaborazione di Focus America su dati Wall Street Journal-NORC (giugno 2026) e PRRI (anni precedenti). Quota di intervistati secondo cui il sogno americano, l'idea che chi lavora sodo riesce ad andare avanti, è ancora valido.

I dati arrivano nell'anno in cui gli Stati Uniti festeggiano i 250 anni dall'indipendenza, un anniversario accolto da celebrazioni piuttosto sottotono. Il 4 luglio il presidente ha tenuto un discorso dedicato alla grandezza americana, ma meno del 40% degli americani si dice molto orgoglioso della storia del proprio paese. Poco più di due terzi pensano che la nazione che ha inventato l'aereo e internet e che ha guidato gli Alleati alla vittoria nella Seconda guerra mondiale sia oggi in declino e circa il 60% ritiene che i giorni migliori del paese siano ormai alle spalle. In entrambi i casi la maggioranza dei repubblicani la pensa come gran parte di democratici e indipendenti. Il 56% che giudica la democrazia mal funzionante o non funzionante è la quota più alta registrata in sondaggi simili dal 2020.

Su altri temi i due partiti restano lontani. Due terzi dei repubblicani si dicono molto orgogliosi della storia americana, il triplo dei democratici. Quasi la metà dei repubblicani crede nell'eccezionalismo americano, l'idea che gli Stati Uniti siano superiori a tutti gli altri paesi del mondo, contro appena l'8% dei democratici e il 13% degli indipendenti. I valori che un tempo univano il paese pesano sempre meno: il 35% degli intervistati considera il patriottismo molto importante nella propria vita, contro oltre il 60% in un sondaggio del 2019, e meno di un terzo dice lo stesso della religione, rispetto a circa la metà di sette anni fa. I più giovani sono molto più pessimisti degli anziani e danno meno importanza a questi valori.

"Molte persone sentono che il contratto sociale americano, il senso informale di un'America che funziona per tutti, non sta funzionando", ha detto al Wall Street Journal Henry Olsen, analista di un centro studi repubblicano di Washington, ricordando che il bicentenario del 1976 fu invece "un'orgia di patriottismo", con monete commemorative e prodotti avvolti nei simboli della ricorrenza. "Le persone non pensano che le istituzioni pubbliche stiano mantenendo la promessa nei loro confronti."

Il sondaggio registra però un sostegno solido ad alcuni principi tradizionali al centro dello scontro politico. Due terzi degli americani considerano la separazione tra Stato e Chiesa estremamente o molto importante per l'identità nazionale, mentre una commissione voluta da Trump sulla libertà religiosa ha sostenuto in un rapporto preliminare che il concetto sarebbe stato ampiamente frainteso. Il 58% sostiene lo ius soli, il principio costituzionale per cui quasi tutti i bambini nati su suolo americano sono cittadini, che la Corte Suprema ha confermato a fine giugno annullando l'ordine esecutivo del presidente. Quasi il 60% pensa che l'immigrazione aiuti il paese più di quanto lo danneggi, un altro segnale che il consenso verso gli immigrati è cresciuto da quando Trump è entrato in politica chiedendo di ridurre gli ingressi legali e illegali.

Le persone che giudicano cattive le relazioni tra le etnie superano di 14 punti quelle che le giudicano buone, un quadro molto meno negativo rispetto al 2020, quando dopo l'uccisione di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis il divario era di 45 punti. Su un punto, infine, democratici e repubblicani sono d'accordo: quasi tre quarti degli intervistati pensano che il paese sia ormai così diviso che il governo non riesce più a risolvere i problemi principali e che le divisioni continueranno a crescere.

Il sondaggio ha coinvolto 1.862 americani tra l'11 e il 18 giugno, con un margine di errore di 3,4 punti percentuali.


Quasi metà degli americani non sa cosa si celebra il 4 luglio


Solo il 53% degli americani sa che il 4 luglio si celebra l'adozione della Dichiarazione di indipendenza, il documento approvato nel 1776 con cui le colonie americane proclamarono la separazione dalla Gran Bretagna, considerato l'atto di nascita degli Stati Uniti. Il 46% degli intervistati ha risposto di non sapere quale evento storico ricordi la festa nazionale dell'Independence Day. Lo ha rilevato un sondaggio del Cato Institute, un centro studi libertario favorevole a un ruolo limitato dello Stato, pubblicato giovedì a due giorni dal 250° anniversario degli Stati Uniti, la ricorrenza celebrata sabato in tutto il paese con il nome di America 250.

La quota di chi non sa rispondere sale al 61% tra gli intervistati della Generazione Z, cioè gli adulti più giovani del campione. Le lacune non riguardano solo la data: il 58% non conosce la funzione principale della Costituzione, la legge fondamentale che regola i poteri dello Stato americano, e il 57% non ha saputo spiegare perché gli Stati Uniti dichiararono l'indipendenza dalla Gran Bretagna per dare vita a un governo dai poteri limitati, cioè vincolato da regole che ne circoscrivono l'autorità.

L'86% degli intervistati si dice comunque grato di essere americano. Il 60% ritiene però che gli Stati Uniti si siano allontanati dai loro principi fondativi.

Il 56% teme inoltre che il paese possa smettere di essere una nazione libera nei prossimi cinquant'anni. Chi esprime questo timore indica tra le cause la corruzione, la concentrazione e l'abuso del potere, oltre all'ignoranza dei principi su cui la nazione è nata.

Sondaggio · Stati Uniti
Solo il 53% sa che il 4 luglio celebra la Dichiarazione di indipendenza
25-26 giugno 2026 · 2.253 americani (±2%) · Cato Institute
Focus America

Risposta%

L'adozione della Dichiarazione di indipendenza
Risposta esatta

53%

La ratifica della Costituzione

8%

La vittoria nella guerra d'indipendenza

6%

La prima elezione presidenziale

5%

Lo sbarco dei padri pellegrini a Plymouth Rock

3%

La fondazione di Jamestown

1%

Non sa

23%

Elaborazione di Focus America su dati del Cato Institute. Domanda: quale dei seguenti eventi descrive meglio ciò che commemora il 250° anniversario dell'America? Le percentuali possono non sommare a 100 per gli arrotondamenti.

Alla richiesta di indicare le tutele a cui tengono di più, gli intervistati hanno citato la libertà di parola, il diritto di voto, l'uguaglianza davanti alla legge, la libertà religiosa e il diritto a un giusto processo, cioè la garanzia di procedure regolari davanti alla legge.

I risultati sono arrivati dopo altre rilevazioni che nelle settimane precedenti segnalavano un patriottismo in calo in alcune fasce della popolazione, mentre Washington preparava la grande festa per l'anniversario e altre celebrazioni erano in programma da una costa all'altra. Nella capitale la festa principale si è svolta sabato pomeriggio sul National Mall, il grande parco monumentale al centro della città: il programma prevedeva ore di sorvoli di aerei militari, un comizio politico del presidente Trump e uno spettacolo di fuochi d'artificio da record.

Il sondaggio è stato condotto su un campione di 2.253 americani tra il 25 e il 26 giugno, con un margine di errore di circa 2 punti percentuali.


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Trump vuole una compagnia aerea di Stato per le espulsioni degli immigrati


Il Dipartimento della Sicurezza Interna cerca un'azienda che gestisca una flotta di jet Gulfstream e Boeing 737 per i rimpatri, le emergenze e i viaggi dei funzionari, pronta a volare 24 ore su 24.

Il governo americano vuole dotarsi di una propria flotta di aerei di Stato per potenziare le espulsioni dei migranti. Il Dipartimento della Sicurezza Interna, il ministero che negli Stati Uniti si occupa di confini e immigrazione, ha avviato la ricerca di un'azienda privata a cui affidare la gestione dei velivoli, come ha rivelato Bloomberg.

La flotta comprenderebbe due jet Gulfstream G650ER e sette Boeing 737-700 o modelli simili. Secondo la richiesta inviata questa settimana alle compagnie aeree, gli aerei dovrebbero poter volare in qualunque momento, anche con brevissimo preavviso, appoggiandosi ad alcuni scali principali da cui raggiungere tutte le altre destinazioni. Il contraente metterebbe a disposizione piloti, copiloti e assistenti di volo e, quando serve, infermieri di volo e personale di sicurezza. Per ora si tratta solo di un'indagine di mercato, prima che venga bandita una gara vera e propria.

Gli aerei servirebbero per i voli di espulsione e per i rimpatri volontari, per trasportare le squadre inviate nelle emergenze, per le evacuazioni mediche e altre missioni ad alto rischio. Porterebbero anche gli alti funzionari del dipartimento nei viaggi diplomatici e nelle missioni legate alla continuità di governo, cioè i piani che devono garantire il funzionamento delle istituzioni in caso di catastrofe.

Il progetto è un altro passo nella costruzione di un apparato per l'immigrazione voluto dall'amministrazione Trump, dopo che il Congresso ha stanziato decine di miliardi di dollari per espulsioni, centri di detenzione e sicurezza delle frontiere. Invece di affidarsi soltanto ad aerei presi a noleggio, il dipartimento vuole possedere la flotta e lasciarne la gestione a un privato. I suoi funzionari hanno spiegato in passato che avere aerei propri ridurrebbe la dipendenza dai noleggiatori e, sul lungo periodo, abbatterebbe i costi.

Oggi la maggior parte dei voli di espulsione dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione e le dogane, viene effettuata con aerei privati presi a noleggio. Trump ha fatto delle espulsioni un punto centrale del suo programma e ha dato un ruolo chiave al consigliere Stephen Miller nel disegnare la stretta sull'immigrazione. Il ritmo però resta molto sotto il suo obiettivo di un milione di espulsioni all'anno: tra il gennaio del 2025 e lo scorso aprile l'ICE ne ha eseguite più di 550.000, l'ultimo dato disponibile. L'amministrazione ha ripetutamente spinto l'agenzia ad aumentare gli arresti, ampliare i centri di detenzione e velocizzare i rimpatri.

L'iniziativa era partita con l'ex segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem e comprendeva anche un Boeing Business Jet, pubblicizzato online con diciassette posti, una cucina completa e due camere da letto. Non è chiaro se quell'aereo rientrerà nel contratto. Gli acquisti avevano provocato le critiche dei parlamentari democratici e delle associazioni che vigilano sulla spesa pubblica, che si erano chiesti perché il dipartimento avesse bisogno di una flotta di Stato con un aereo in versione di lusso, per giunta dipinto con una livrea simile a quella del nuovo Air Force One del presidente.

Noem è stata costretta a lasciare a marzo anche per le domande sulle spese della sua gestione, tra cui una campagna pubblicitaria da 220 milioni di dollari in cui compariva lei stessa a elogiare il lavoro dell'agenzia e a invitare i migranti a lasciare il paese. I parlamentari avevano messo in discussione anche il suo rapporto con Corey Lewandowski, alleato di lunga data di Trump diventato una presenza fissa nel dipartimento pur senza ricoprire alcun incarico ufficiale.

A gennaio Bloomberg aveva raccontato che la Daedalus Aviation Corp., società della Virginia, aveva messo insieme diversi Boeing 737 per l'ICE dopo aver rilevato aerei prima usati dalla compagnia low cost Avelo Airlines. Il Washington Post ha poi riferito che il governo ha speso circa 140 milioni di dollari per acquistare sei Boeing. I registri dell'agenzia federale per l'aviazione ora indicano diversi ex aerei di Avelo come proprietà del dipartimento. Allo stesso dipartimento risultano intestati anche due Gulfstream G650, anche se come indirizzo di registrazione compare ancora la Daedalus.

Da quando a marzo ha preso il posto di Noem, il nuovo segretario alla Sicurezza Interna Markwayne Mullin ha segnalato un cambio di strategia, riducendo i blitz più clamorosi nelle città che avevano acceso le tensioni, come Chicago, Minneapolis e Los Angeles. Ha anche abbandonato un altro progetto simbolo di Noem, quello di trasformare magazzini di proprietà pubblica in grandi centri di detenzione per i migranti. La richiesta di questa settimana mostra però che il dipartimento va avanti sulla flotta aerea. L'avviso non indica il valore previsto del contratto, che potrebbe partire già dal 28 luglio 2027 e durare fino al 27 luglio 2032.


Negli Stati Uniti arrestate più di 10.000 persone in cinque giorni per accelerare le espulsioni


Le autorità federali per l'immigrazione hanno arrestato più di 10.000 persone in cinque giorni, quasi il doppio del ritmo abituale. Dietro l'ondata di fermi c'è una spinta interna all'agenzia a moltiplicare gli arresti in vista delle espulsioni.

Nei giorni scorsi i vertici hanno ordinato ai dirigenti dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione (Immigration and Customs Enforcement), di concentrare gli agenti sulla cattura degli immigrati da espellere, secondo documenti ottenuti dal New York Times e colloqui con funzionari federali. Gli arresti avvengono durante i colloqui periodici con le autorità dell'immigrazione, ai controlli stradali e per strada. Il ritmo è passato dai circa mille fermi al giorno di inizio anno a quasi il doppio.

Alla Casa Bianca è stato chiesto un aumento degli arresti e ai responsabili dell'ICE è stato detto che 2.000 fermi al giorno sono il nuovo standard. Uno dei funzionari ha spiegato che non è chiaro per quanto tempo si potrà mantenere questo ritmo.

Sabato si è toccato il picco, con oltre 2.400 persone fermate in un solo giorno. La popolazione nelle strutture detentive dell'ICE è cresciuta di quasi 4.000 unità, superando i 63.000 detenuti martedì.

Ai dirigenti è stato chiesto di far lavorare il maggior numero possibile di agenti sette giorni su sette e di destinare l'80 per cento degli uomini alle operazioni di arresto. In una email al personale, Marcos Charles, capo del settore espulsioni dell'ICE, ha ringraziato gli agenti per gli "straordinari sforzi" del fine settimana, sostenendo che avevano raggiunto "risultati operativi notevoli".

La spinta è arrivata senza il clamore delle operazioni dell'anno scorso, quando le autorità annunciavano in anticipo le città bersaglio, tra cui Chicago e Los Angeles, e riversavano gli agenti nelle strade. Markwayne Mullin, il segretario alla Sicurezza interna, aveva promesso una campagna più silenziosa dopo il caos di un'operazione durata un mese in Minnesota, dove agenti federali uccisero due cittadini statunitensi.

L'aumento dei fermi conferma la determinazione del presidente Trump a mantenere la promessa di espulsioni di massa, un obiettivo popolare tra i suoi sostenitori conservatori ma che ha alimentato una reazione politica per la durezza dei metodi. L'anno scorso Stephen Miller, vice capo di gabinetto di Trump, aveva fissato un obiettivo di 3.000 arresti al giorno che l'agenzia non era riuscita a raggiungere. Da allora l'ICE ha assunto migliaia di nuovi agenti e ha visto crescere di miliardi di dollari il proprio bilancio, grazie ai fondi di una legge approvata circa un anno fa.

La Corte Suprema ha da poco ampliato il potere del presidente di dettare la politica sull'immigrazione, ma pochi giorni prima aveva bocciato il suo tentativo di cancellare la cittadinanza per nascita, il cosiddetto ius soli, che garantisce la cittadinanza a chi nasce sul suolo americano anche se i genitori vivono nel Paese illegalmente. Dopo la sconfitta Trump ha chiesto al Congresso di intervenire per abolire questo principio.

La notizia dell'aumento degli arresti ha diffuso paura tra gli immigrati, già allarmati dopo che la Corte Suprema ha stabilito che l'amministrazione può porre fine alle protezioni dall'espulsione per le persone provenienti da Paesi colpiti da disastri o guerre, previste dallo status di protezione temporanea.

Il Dipartimento per la Sicurezza interna ha difeso l'operazione. "Il nostro messaggio è chiaro: se venite nel nostro Paese illegalmente, vi troveremo, vi arresteremo e vi espelleremo", ha dichiarato Lauren Bis, portavoce del dipartimento, aggiungendo che quasi il 70 per cento degli arresti riguarda persone accusate o condannate per un reato negli Stati Uniti.


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Le aziende americane dovranno licenziare centinaia di migliaia di lavoratori immigrati


Dopo la sentenza della Corte Suprema scadono i permessi di lavoro di haitiani, siriani e cittadini di altri cinque paesi protetti dal TPS. Le scadenze che cambiano di continuo confondono le imprese

Il Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha comunicato venerdì ai datori di lavoro che nelle prossime settimane dovranno licenziare centinaia di migliaia di lavoratori stranieri protetti dal Temporary Protected Status (TPS), il programma umanitario che l'Amministrazione Trump intende smantellare. I permessi di lavoro degli haitiani scadranno il 24 luglio, quelli dei cittadini di Etiopia, Myanmar, Somalia, Sud Sudan, Siria e Yemen il 17 luglio, secondo gli avvisi pubblicati dallo United States Citizenship and Immigration Services (USCIS), l'agenzia federale che gestisce l'immigrazione legale.

Il TPS esiste dal 1990 e permette ai cittadini di paesi colpiti da guerre, disastri naturali o disordini di vivere e lavorare legalmente negli Stati Uniti per periodi rinnovabili da sei a diciotto mesi, senza però offrire un percorso verso la cittadinanza. Oltre 330.000 haitiani e circa 6.100 siriani vivono nel paese grazie al programma, mentre gli altri cinque paesi contano insieme circa 20.000 beneficiari. In totale il destino di quasi 1,3 milioni di immigrati è legato alla protezione temporanea.

Immigrazione · Stati Uniti
Dopo il via libera della Corte Suprema, in due settimane oltre 350mila immigrati perderanno il diritto di lavorare

Il governo ha avvisato i datori di lavoro che dovranno licenziare i beneficiari del Temporary Protected Status di sette Paesi: i permessi scadono il 17 luglio, quelli degli haitiani il 24. In gioco c’è il destino di quasi 1,3 milioni di persone.

Grafica di FocusAmerica 11 luglio 2026

Chi è coinvolto dallo smantellamento del TPS

Permessi in scadenza a luglio
0mila+

Vite legate al programma
1,3 mln

Cittadini di Haiti, Siria e altri cinque Paesi, secondo gli avvisi dell’USCIS ai datori di lavoro
Il totale dei beneficiari all’inizio del mandato di Trump, El Salvador e Venezuela compresi

Chi perde la protezione rischia l’espulsione verso Paesi che lo stesso Dipartimento di Stato considera troppo pericolosi: per Haiti e Siria è in vigore il livello massimo di allerta per criminalità, terrorismo e rapimenti.

Il calendario
Dalla sentenza ai licenziamenti in meno di un mese

Tocca ogni tappa per i dettagli.

25 giugno La Corte Suprema decide 6 a 3+

I giudici stabiliscono che la decisione del Segretario alla Sicurezza interna di concedere, estendere o revocare la protezione per un Paese non può essere riesaminata dai tribunali. Il caso riguardava le revoche per Haiti e Siria decise dall’ex segretaria Kristi Noem.

1 – 10 luglio Le scadenze slittano due volte+

L’USCIS fissa la fine dei permessi al 1° luglio, la sposta al 10 e venerdì la rinvia di nuovo. Nella confusione alcune aziende hanno già licenziato i dipendenti prima che fosse necessario, per paura di sanzioni.

17 luglio Scadono i permessi di sei Paesi+

Perdono il permesso di lavoro i cittadini di Etiopia, Myanmar, Somalia, Sud Sudan, Siria e Yemen: circa 26mila persone in tutto.

24 luglio Tocca agli haitiani, la comunità più numerosa+

Oltre 330mila persone. Migliaia lavorano nella sanità e nell’assistenza agli anziani, altre nella manifattura, nell’edilizia e nei trasporti.

Inizio settembre Atteso il mancato rinnovo per El Salvador+

La protezione copre circa 200mila salvadoregni. Il governo ha invece prorogato di recente quella per il Libano.

I numeri per Paese
Haiti da sola pesa più di tutti gli altri Paesi colpiti

Beneficiari del TPS per nazionalità: le revoche già annunciate e quella attesa per El Salvador.

Haiti330.000

Permessi in scadenza il 24 luglio.

El Salvador200.000

Il mancato rinnovo è atteso per inizio settembre.

Etiopia, Myanmar, Somalia, Sud Sudan e Yemen20.000

Stima complessiva per i cinque Paesi. Permessi in scadenza il 17 luglio.

Siria6.100

Permessi in scadenza il 17 luglio.

Revoca già annunciata Revoca attesa
I venezuelani, oltre 600mila, hanno già perso lo status dopo una precedente decisione della Corte Suprema: alcuni conservano il permesso di lavoro fino al 2 ottobre.

Il peso economico
I beneficiari valgono 29 miliardi di dollari l’anno

Il contributo dei titolari di TPS all’economia americana e i legami familiari che le espulsioni spezzerebbero.

29 mld $
Contributo annuo all’economia americana, secondo FWD.us

7,8 mld $
Tasse pagate ogni anno dai titolari di TPS

85%
Haitiani con TPS che vivono con coniugi o figli cittadini americani o residenti permanenti

830mila
Titolari di TPS nella forza lavoro, tra sanità, edilizia, commercio e trasporti

Cosa succede ora
Perdere il TPS non significa un’espulsione immediata

La sentenza non ha chiuso subito il programma: i tribunali distrettuali devono ancora emettere gli ordini di attuazione.

1
Si torna allo status precedente

Chi perde la protezione non è espellibile subito: torna alla condizione in cui si trovava prima del TPS, ma resta senza permesso di lavoro.

2
L’asilo è uno spiraglio stretto

Chi ha una domanda pendente può restare in attesa della risposta, ma deve dimostrare una persecuzione personale: non basta provenire da un Paese in crisi.

3
I tribunali sono già al collasso

Ogni nuova domanda finisce in una coda che si allunga da anni e che rende i tempi di attesa imprevedibili.

L’imbuto della giustizia

Anche per chi ha diritto a un’udienza, i tempi si misurano in anni: l’arretrato dei tribunali dell’immigrazione ha raggiunto dimensioni record.

3,2 mln
Casi arretrati nei tribunali dell’immigrazione

Fonte Elaborazione FocusAmerica su avvisi USCIS/DHS e dati FWD.us, Center for Migration Studies, New York Times e PBS News. Sentenza della Corte Suprema del 25 giugno 2026.

Gli avvisi arrivano dopo la sentenza con cui la Corte Suprema ha stabilito il mese scorso, con 6 voti a 3, che la decisione del Segretario alla Sicurezza interna di concedere, estendere o revocare la protezione per un paese non può essere riesaminata dai tribunali. Il caso riguardava la revoca del TPS per Haiti e Siria decisa dall'ex segretaria Kristi Noem. Quando le revoche entreranno in vigore, i beneficiari rischieranno l'espulsione verso Paesi che lo stesso Dipartimento di Stato considera troppo pericolosi: per Haiti e Siria è in vigore il livello massimo di allerta, che sconsiglia agli americani di viaggiare per il rischio di criminalità, terrorismo e rapimenti.

Le scadenze continuano intanto a cambiare e stanno confondendo le imprese. L'USCIS aveva fissato la fine dei permessi al 1° luglio, l'aveva poi spostata al 10 luglio e venerdì l'ha rinviata di nuovo. Alcune aziende avevano già licenziato i dipendenti prima di essere informate della proroga, mentre altre li hanno tenuti in organico contando sul fatto che la sentenza non sarebbe diventata operativa per circa trenta giorni. Jacob Monty, consulente legale della American Business Immigration Coalition, un'organizzazione di imprese che si occupa di immigrazione, ha detto al New York Times che molti datori di lavoro temevano sanzioni per l'impiego di persone non più autorizzate a lavorare e che l'incertezza li ha "portati a licenziare i lavoratori in anticipo senza che fosse necessario".

Migliaia di beneficiari haitiani lavorano nella sanità e nell'assistenza agli anziani, altri nella manifattura, nell'edilizia e nei trasporti. Secondo un rapporto di FWD.us, un'organizzazione che si batte per i diritti degli immigrati, i titolari di TPS contribuiscono all'economia americana con circa 29 miliardi di dollari l'anno e pagano circa 7,8 miliardi di tasse. Secondo il Center for Migration Studies, l'85 per cento degli haitiani con la protezione vive in famiglie con status misto, cioè con coniugi o figli che sono cittadini americani o residenti permanenti. Elora Mukherjee, direttrice della clinica legale per i diritti degli immigrati della Columbia Law School, ha detto a PBS News che molti beneficiari saranno a rischio quasi immediato di "arresto, detenzione ed espulsione" e che la fine del programma avrà un "effetto devastante" sull'economia americana.

La sentenza non ha però chiuso subito il programma. La Corte ha rinviato i casi ai tribunali distrettuali, che dovranno emettere gli ordini di attuazione, mentre gli avvisi del governo ai datori di lavoro prevedono che i giudici federali si "allineeranno" alla decisione. Chi perde il TPS non è espellibile subito: torna allo status che aveva prima della protezione e chi ha una domanda di asilo pendente può restare nel paese in attesa della risposta. L'asilo richiede però di dimostrare una persecuzione personale e non basta provenire da un paese in crisi. I tribunali dell'immigrazione hanno inoltre un arretrato di 3,2 milioni di casi.

Il mancato rinnovo del TPS per El Salvador, che copre circa 200.000 persone, è atteso per inizio settembre. I venezuelani hanno già perso lo status dopo una precedente decisione della Corte Suprema, anche se alcuni conservano il permesso di lavoro fino al 2 ottobre, mentre il governo ha prorogato di recente la protezione per il Libano. Le associazioni per i diritti degli immigrati ricordano che le condizioni in molti dei Paesi interessati restano instabili: Sud Sudan, Somalia e Yemen sono alle prese con conflitti armati, infrastrutture fatiscenti e tagli agli aiuti internazionali.

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Confezioni più piccole, ma stesso prezzo. Le nuove regole anti-shrinkflation scattano il 15 luglio, ma sono già deboli


Il provvedimento introduce «misure di contrasto alle prassi commerciali di riporzionamento dei prodotti preconfezionati», rendendo più trasparente per i consumatori la riduzione delle quantità.

Dal 15 luglio 2026 sono scaduti i tre mesi di sospensione entro cui la Commissione europea poteva sollevare rilievi sul progetto di decreto legislativo notificato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy lo scorso 15 aprile, che riscrive le norme italiane contro la shrinkflation — il fenomeno che vede ridursi le quantità dei prodotti confezionati a parità di prezzo. In assenza di rilievi formali, il governo può ora procedere all'adozione del testo, un compromesso al ribasso rispetto alle ambizioni iniziali. Un percorso tortuoso che espone le difficoltà dell'Italia nel bilanciare tutela dei consumatori e vincoli comunitari.

Dalla stretta del 2024 alla retromarcia imposta da Bruxelles


Nel 2024 il legislatore italiano aveva introdotto l'articolo 15-bis nel Codice del consumo attraverso la legge 193/2024 (legge annuale per il mercato e la concorrenza 2023), obbligando i produttori a segnalare in etichetta le riduzioni quantitative con una dicitura esplicita: «Questa confezione contiene un prodotto inferiore di X rispetto alla precedente quantità». L'obbligo aveva durata semestrale e mirava a rendere trasparenti gli aumenti di prezzo mascherati.

Qui però la vicenda si complica, ed è importante distinguere due procedure europee diverse, spesso confuse nel racconto giornalistico del caso.

La prima è una vera e propria procedura di infrazione (n. 2025/4000), aperta dalla Commissione il 12 marzo 2025: Bruxelles ha contestato all'Italia la violazione degli articoli 34-36 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) sulla libera circolazione delle merci, giudicando l'obbligo di etichettatura prodotto per prodotto sproporzionato e "un importante ostacolo al mercato interno". La Commissione ha inoltre rilevato che la norma italiana era stata adottata senza rispettare la procedura di notifica preventiva prevista dalla direttiva sulla trasparenza del mercato unico (la cosiddetta procedura TRIS, disciplinata dalla direttiva UE 2015/1535), che impone agli Stati membri di comunicare in anticipo alla Commissione i progetti di regole tecniche capaci di incidere sul mercato interno.

Proprio per rimediare a questo secondo profilo — il mancato rispetto della procedura TRIS — il governo ha dovuto rinviare due volte l'entrata in vigore della norma originaria: dal 1° aprile 2025 al 1° ottobre 2025, e poi ulteriormente al 1° luglio 2026, secondo PMI.it. Nel frattempo, il MIMIT ha elaborato un nuovo testo e lo ha notificato correttamente alla Commissione il 15 aprile 2026, avviando così una seconda e distinta procedura, quella di notifica tecnica TRIS vera e propria: tre mesi di "stand-still" durante i quali la Commissione può sollevare osservazioni sul nuovo progetto, un periodo che si è chiuso il 15 luglio 2026 senza rilievi bloccanti.

In sintesi: la procedura di infrazione del marzo 2025 riguarda la norma originaria e resta, per quanto risulta, tuttora aperta come atto sanzionatorio; la procedura di notifica tecnica del 15 aprile-15 luglio 2026 riguarda invece il nuovo testo correttivo, ed è quella che ha appena raggiunto la scadenza priva di rilievi. Sono due binari giuridici distinti, anche se collegati dalla stessa vicenda.

Il nuovo decreto elimina l'obbligo di etichettatura diretta e introduce un sistema di comunicazione lungo la filiera commerciale: produttori e distributori dovranno trasmettere ai venditori, fisici e online, informazioni standardizzate sulla riduzione delle quantità e sulla percentuale di aumento del prezzo implicito. Sarà poi compito dei punti vendita rendere disponibili tali informazioni ai consumatori, nel punto vendita fisico o sulle schede prodotto online. La durata dell'obbligo informativo scende da sei a tre mesi dalla data di immissione sul mercato del prodotto modificato. Restano escluse le riduzioni quantitative accompagnate da una modifica della formulazione del prodotto che ne incrementi la resa o l'efficacia d'uso, mantenendo invariato il valore d'uso complessivo per il consumatore, secondo il testo riportato da Consumatori.it.

Va segnalato un dettaglio pratico non banale: il superamento del periodo di sospensione TRIS il 15 luglio 2026 non comporta l'entrata in vigore automatica del nuovo decreto, che deve ancora essere approvato in Consiglio dei ministri, emanato e pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Fino a quel momento resta applicabile la vecchia disciplina — quella con l'avviso in confezione, già bocciata da Bruxelles — in vigore dal 1° luglio 2026.

Un mercato da 120 miliardi e aumenti occulti fino al 40%


Il settore dei beni di largo consumo vale in Italia 120 miliardi di euro all'anno. La shrinkflation determina aumenti occulti dei prezzi compresi mediamente tra il 10% e il 18%, con picchi documentati fino al 40% su specifiche categorie, secondo i dati Codacons ripresi da Sky TG24. I prodotti alimentari rappresentano il comparto più colpito: cereali, yogurt, gelati, snack, biscotti, fette biscottate, salse pronte, formaggi confezionati e bibite figurano tra gli articoli dove il fenomeno si manifesta con maggiore frequenza. Ma anche i prodotti per la casa, come detersivi e carta igienica, e quelli per la cura della persona, quali bagnoschiuma, shampoo e dentifricio, subiscono riduzioni sistematiche delle quantità a parità di prezzo.

Il Codacons stima che, ipotizzando un impatto minimo della shrinkflation pari allo 0,1% annuo sui prezzi del paniere dei beni di largo consumo, il costo complessivo a carico delle famiglie italiane negli ultimi quindici anni ammonterebbe a 1,8 miliardi di euro. Una cifra significativa, benché approssimativa, dato che l'Istat non rileva in modo specifico il fenomeno nel monitoraggio dell'inflazione. L'assenza di dati ufficiali rende difficile quantificare l'impatto reale sulle tasche dei consumatori, amplificando la percezione di una perdita di potere d'acquisto difficilmente documentabile ma concretamente avvertita.

Dalla shrinkflation alla skimpflation: il prossimo fronte


Mentre l'Italia si prepara ad applicare norme più soft sulla shrinkflation, emerge un fenomeno correlato e potenzialmente più insidioso: la skimpflation. Con tale termine si indica la pratica di ridurre la qualità delle materie prime o dei servizi offerti senza abbassare prezzi e tariffe. Nel settore alimentare, il burro e l'olio d'oliva vengono sostituiti con olio di palma o margarina, le uova fresche lasciano spazio a tuorli e albumi in polvere, i piatti pronti vedono diminuire la percentuale di carne a favore di addensanti e acqua. Nel comparto turistico e della ristorazione, le porzioni si riducono, la colazione diventa a pagamento nelle strutture ricettive, le pulizie delle camere diventano meno frequenti.

La skimpflation si sottrae ancora più facilmente ai controlli rispetto alla shrinkflation, poiché non modifica quantità dichiarate ma ingredienti e standard qualitativi. Per i consumatori italiani, già alle prese con un'inflazione che ha eroso il potere d'acquisto negli ultimi anni, si profila una perdita di valore difficile da quantificare e da contrastare sul piano normativo. L'Europa, impegnata a garantire la libera circolazione delle merci, non ha ancora elaborato strumenti armonizzati per affrontare queste pratiche commerciali, lasciando agli Stati membri margini di intervento limitati e frammentati.

Le domande de L'Analista


Le norme italiane, pur indebolite dal confronto con Bruxelles, riusciranno a garantire una reale trasparenza informativa per i consumatori oppure l'onere di comunicazione lungo la filiera rischia di tradursi in informazioni poco visibili e scarsamente efficaci? Inoltre, in assenza di un quadro normativo europeo armonizzato, come potrà l'Italia affrontare fenomeni sempre più sofisticati come la skimpflation senza incorrere in nuove procedure di infrazione?

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Air Force One, mandati di comparizione per quattro reporter del New York Times


Dovranno testimoniare davanti a un gran giurì dopo le rivelazioni sulle falle di sicurezza dell’aereo donato dal Qatar. Il quotidiano newyorkese: “Un tentativo sfacciato di intimidire i giornalisti”.

L’Amministrazione Trump ha notificato ieri mandati di comparizione a quattro giornalisti del New York Times, pochi giorni dopo che il quotidiano aveva rivelato gravi carenze nei sistemi di sicurezza del nuovo Air Force One, l’aereo presidenziale donato dal Qatar. I reporter dovranno presentarsi mercoledì davanti a un gran giurì federale a Manhattan. In alcuni casi, i mandati sono stati consegnati personalmente da agenti federali, che si sono presentati alla porta delle abitazioni dei cronisti.

“La comparsa di agenti federali sulla soglia di casa dei giornalisti dovrebbe scuotere la coscienza di ogni americano che crede nella Costituzione e nella libertà di stampa che essa protegge”, ha dichiarato ieri sera David McCraw, principale consulente legale della redazione del New York Times.

“Questo atto sfacciato è soltanto un tentativo di impedire ai cittadini di sapere che cosa accade nel proprio Paese, intimidendo i giornalisti”.


Le rivelazioni sull’aereo donato dal Qatar


I mandati di comparizione emessi forniscono pochissimi dettagli e si limitano a chiedere ai reporter di testimoniare “in relazione a una presunta violazione della legge penale federale”. A firmarli è stato Jay Clayton, procuratore federale di Manhattan recentemente nominato da Trump come prossimo direttore dell’intelligence nazionale. Né la Casa Bianca né l’ufficio del procuratore hanno risposto alle richieste di commento.

I giornalisti convocati sono Julian E. Barnes, Eric Lipton, Tyler Pager ed Eric Schmitt. Mercoledì avevano rivelato che Trump era ripartito dalla Turchia a bordo del vecchio Air Force One, per precauzione e su indicazione del Secret Service. Il giorno successivo, il quotidiano aveva riferito che il nuovo velivolo, un Boeing 747-8 donato dal Qatar, era privo di alcune delle dotazioni di sicurezza avanzate installate sul suo predecessore, tra cui i sistemi di difesa antimissile. Entrambi gli articoli si basavano anche sulle testimonianze di fonti anonime.

Prima della pubblicazione del primo articolo, un alto funzionario dell’FBI aveva già contattato il giornale chiedendo che la notizia non venisse diffusa per ragioni di sicurezza nazionale, senza tuttavia fornire ulteriori spiegazioni. Il portavoce del New York Times, Charlie Stadtlander, ha confermato l’accaduto.

L’offensiva contro la stampa


Non è la prima volta che, durante il secondo mandato di Trump, il Dipartimento di Giustizia tenta di costringere dei giornalisti a rivelare informazioni sulle proprie fonti. Nel corso dell’anno aveva già convocato reporter del Wall Street Journal e del Washington Post, salvo poi ritirare i mandati di comparizione dopo i ricorsi presentati dalle due testate.

A gennaio 2026, inoltre, agenti dell’FBI avevano perquisito l’abitazione di Hannah Natanson, un giornalista del Washington Post, sequestrando un telefono, due computer e uno smartwatch nell’ambito di un’indagine sulla gestione di materiale classificato.

Lo scontro tra Trump e il New York Times si estende ormai da tempo anche alle aule di tribunale. Lo scorso anno il presidente ha intentato contro il quotidiano una causa per diffamazione, mentre il quotidiano newyorkese ha a sua volta citato in giudizio il Pentagono per le restrizioni imposte ai cronisti che seguono le Forze Armate.

A maggio, la Commissione Federale per le Pari Opportunità sul lavoro ha quindi denunciato il New York Times per discriminazione. Proprio ieri, prima della nuova escalation di questa guerra strisciante tra i media e l’Amministrazione Trump, il quotidiano newyorkese aveva risposto con una controdenuncia, sostenendo che l’iniziativa fosse una ritorsione per la sua copertura giornalistica della presidenza Trump.

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Smart home sempre più diffuse in Italia: ecco come stanno cambiando la vita quotidiana


Le smart home non sono più una semplice tendenza, ma una realtà consolidata anche in Italia. Sempre più persone scelgono dispositivi connessi e sistemi di automazione per rendere la casa più sicura, efficiente e confortevole
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Le smart home sono ormai una realtà consolidata per molti italiani. A confermarlo è un nuovo studio di reichelt elektronik, secondo cui il 66% dei 1.000 consumatori intervistati in Italia utilizza almeno un dispositivo intelligente nella propria abitazione. Tra le soluzioni più diffuse spiccano i dispositivi multimediali, come smart TV e sistemi audio intelligenti, utilizzati dal 63% degli intervistati. Seguono gli assistenti vocali, tra cui Amazon Alexa e Google Home, presenti nel 48% delle case. Al terzo posto, a pari merito con il 29%, si trovano gli elettrodomestici smart, come frigoriferi, lavatrici e lavastoviglie connesse, e i dispositivi dedicati alla pulizia della casa, come i robot aspirapolvere intelligenti. In controtendenza, invece, i sistemi di illuminazione smart registrano un calo di diffusione: se nel precedente studio del 2024 erano utilizzati dal 30% degli utenti, nell'indagine del 2026 la percentuale scende al 16%.

LG Sound Suite arriva in Italia: audio surround con Dolby Atmos FlexConnect
La soluzione permette di creare un impianto home theater flessibile, adattando automaticamente il suono alla disposizione degli speaker per un’esperienza immersiva e personalizzata
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Una persona su quattro è spinta all'acquisto dalla passione per la tecnologia; tuttavia, il principale driver di acquisto di prodotti smart è il desiderio di un maggiore comfort all'interno della propria casa. Seguono il controllo intelligente del riscaldamento, la possibilità di controllare il consumo energetico o quella di aumentare la sicurezza della propria casa mentre si è in vacanza.

La smart home “vale la pena”, ma non è indispensabile


Una netta maggioranza degli intervistati conferma che l'investimento ripaga: il 53% di essi riferisce di aver effettivamente risparmiato denaro grazie ai dispositivi intelligenti, ad esempio sulle bollette del riscaldamento o dell'elettricità. Tuttavia, una maggiore comodità appare come il vantaggio principale, superando il miglioramento dell’efficienza nella vita quotidiana e persino il potenziale di risparmio economico (34%). Ciò detto, nonostante il 64% degli intervistati afferma che la tecnologia smart home semplifica la vita, molti non la considerano indispensabile: il 39% descrive i prodotti smart come "un piacevole extra, ma non essenziale", e ben il 50% non vuole diventare troppo dipendente dai dispositivi intelligenti. In generale, i principali svantaggi citati sono la dipendenza da una connessione internet e dall'alimentazione elettrica, i prezzi elevati e le preoccupazioni legate alla privacy dei dati. C'è però anche un aspetto decisamente positivo: rispetto agli ultimi anni, molti dei principali ostacoli che frenavano l'adozione della smart home si sono ridotti in modo significativo. I dispositivi intelligenti sono oggi più accessibili, più affidabili e, soprattutto, più semplici da installare e utilizzare. Questa evoluzione conferma che la smart home non è più una tecnologia destinata a pochi appassionati, ma una soluzione sempre più intuitiva e accessibile, ormai entrata a far parte della quotidianità di molte famiglie italiane.

Domina il Wi-Fi, Matter e Zigbee ampiamente sconosciuti


Il Wi-Fi è di gran lunga lo standard di connettività più utilizzato: l'81% degli intervistati dichiara di usarlo attivamente. Segue al secondo posto il Bluetooth, con un utilizzo attivo del 68%. La situazione è diversa per i protocolli specifici per la smart home: Matter, lo standard di connettività cross-produttore comparativamente nuovo, è completamente sconosciuto al 62% degli intervistati. La situazione è simile per Zigbee (anch'esso sconosciuto al 63%, con il 5% di utilizzo attivo) e Z-Wave (61% non lo conosce, 5% di utilizzo attivo). Thread è leggermente più conosciuto: ben il 31% ne ha sentito parlare, anche se solo il dieci per cento utilizza effettivamente questo protocollo di comunicazione. Home Assistant fa eccezione: con un utilizzo attivo del 24% e un tasso di conoscenza del 65% (noto o utilizzato), la piattaforma open-source è la più ampiamente utilizzata tra le soluzioni specifiche per la smart home.

Streaming e Pay TV: gli italiani hanno 3 abbonamenti
Il mercato dello streaming continua a crescere in Italia: ogni famiglia ha in media 3 abbonamenti tra piattaforme digitali e Pay TV
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Il ruolo centrale della sicurezza


La sicurezza resta uno degli aspetti più importanti per chi sceglie una smart home. Gli utenti chiedono dispositivi protetti da aggiornamenti costanti, comunicazioni crittografate, maggiore trasparenza nella gestione dei dati personali e la possibilità di utilizzare i prodotti anche senza dipendere dal cloud. Nonostante la crescente diffusione della casa intelligente, molti consumatori continuano infatti a nutrire preoccupazioni legate alla cybersecurity. Tra i timori più comuni emergono il rischio di accessi non autorizzati, il furto o l'utilizzo improprio dei dati personali, possibili guasti con ripercussioni sulla sicurezza domestica e la protezione di telecamere e sistemi di videosorveglianza connessi.

La smart home sta diventando un luogo comune


Il 66% degli italiani utilizza dispositivi intelligenti e più della metà dichiara di aver risparmiato denaro grazie a essi. Allo stesso tempo, problemi come i prezzi elevati, l’incompatibilità o il funzionamento complicato sono diventati significativamente meno comuni.

"Lo studio di reichelt elektronik mostra che la smart home ha superato la fase dell'hype ed è entrata nella routine quotidiana anche in Italia" ha affermato Arno Doncks di reichelt elektronik - la riduzione delle barriere in termini di prezzo, compatibilità e facilità d'uso dimostra inoltre che il settore ha compiuto progressi significativi negli ultimi anni. Il prossimo obiettivo è altrettanto chiaro: per favorire un'ulteriore diffusione delle smart home sarà fondamentale conquistare la fiducia dei consumatori sul fronte della sicurezza informatica e della protezione dei dati, che continuano a rappresentare gli aspetti sui quali si concentrano le maggiori preoccupazioni”.



LG Sound Suite arriva in Italia: il nuovo sistema audio surround modulare con Dolby Atmos FlexConnect


LG ha annunciato la disponibilità sul mercato italianodi LG Sound Suite. Si tratta dell’innovativo sistema audio domestico modulare che porta l’esperienza audio da cinema in salotto, grazie all’integrazione della tecnologia Dolby Atmos FlexConnect. Quest’ultima permette di ricreare un audio avvolgente e ben bilanciato adattando il suono in base alla posizione di tutti gli elementi del sistema LG Sound Suite, liberando l’utente dalle configurazioni tradizionali che richiedono l’installazione dei diffusori in posti ben precisi della stanza.
Il cuore tecnologico del sistema è la soundbar all-in-one H7Il cuore tecnologico del sistema è la soundbar all-in-one H7
Il sistema LG Sound Suite si compone di un set di elementi wireless separati che possono essere combinati ed espansi nel tempo creando fino a 50 configurazioni possibili. Il cuore tecnologico del sistema è la soundbar all-in-one H7, che, grazie al processore α11 Gen3 con motore neurale, analizza generi e suoni, separando voci, musica ed effetti per elaborare l’audio con straordinaria precisione. La soundbar è stata progettata per ricreare tutto il coinvolgimento dei contenuti Dolby Atmos anche quando è da sola, grazie a ben 20 unità audio integrate fra cui 4 woofer e 8 radiatori passivi.
Gli speaker sono utilizzabili come satelliti surround e speaker Bluetooth indipendentiGli speaker sono utilizzabili come satelliti surround e speaker Bluetooth indipendenti
Completano il sistema, gli speaker wireless M7 ed M5 - rispettivamente da 2.1.1 e 1.1.1 canali, utilizzabili come satelliti surround, ma anche come speaker Bluetooth indipendenti - e il subwoofer wireless W7 - dotato di un’unità da 8 pollici e una risposta in frequenza fino a 25Hz -, che danno vita a un suono chiaro, ricco e con bassi profondi. Tutti i componenti di LG Sound Suite sono dotati di diffusori Peerless, punto di riferimento nell'acustica di alta gamma da oltre un secolo.

LG Swing ufficiale: il nuovo smart monitor che trasforma casa e lavoro
Grazie al design versatile e alle funzionalità smart integrate, il dispositivo punta a ridefinire il modo di utilizzare gli spazi domestici per produttività, intrattenimento e vita quotidiana
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Con LG Sound Suite si può partire da un assetto compatto e scalare fino a un sistema a 13.1.7 canali. È possibile, infatti, creare il proprio sistema home cinema partendo proprio dalla soundbar H7, che funziona da hub Dolby Atmos FlexConnect a cui possono successivamente abbinare ulteriori diffusori della gamma Sound Suite, rendendo compatibile qualunque TV in commercio con questa tecnologia.
L'installazione dei diversi elementi è incredibilmente semplice grazie alla connettività Bluetooth e Wi-FiL'installazione dei diversi elementi è incredibilmente semplice grazie alla connettività Bluetooth e Wi-Fi
Se si dispone di un TV compatibile con Dolby Atmos FlexConnect – fra cui i nuovissimi OLED evo AI G6 e C6, oppure G5 e C5 - è possibile collegare i diffusori surround direttamente al TV, anche senza la soundbar H7, in modo da arricchire la dinamica del suono e renderla più appagante minimizzando gli ingombri. L'installazione dei diversi elementi è incredibilmente semplice: grazie alla connettività Bluetooth e Wi-Fi, i componenti si abbinano e si integrano senza cavi. Tutto il sistema può essere gestito e controllato dall’app LG ThinQ, da cui si può avviare la configurazione Dolby Atmos FlexConnect, regolare il bilanciamento audio e intervenire su ciascuno dei singoli elementi audio.

vivo X Fold6 in Italia nel 2026: il pieghevole con fotocamera premium
vivo X Fold6 si prepara a entrare nella scena degli smartphone pieghevoli premium: il nuovo modello vivo punta su fotografia avanzata, design raffinato e tecnologie di nuova generazione. L’arrivo in Italia nel 2026 potrebbe segnare una nuova fase per il mercato foldable
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Tre tecnologie esclusive che arricchiscono l’esperienza audio di LG Sound Suite:

  • Sound Follow, basata su tecnologia ultra-wideband (UWB), regola automaticamente il punto di ascolto ottimale in base alla posizione dell'utente, indipendentemente da dove sono collocati gli altoparlanti;
  • Room Calibration Pro analizza le caratteristiche acustiche dell'ambiente e applica un'elaborazione basata sull'intelligenza artificiale per ottimizzare il suono in ogni punto della stanza;
  • AI Sound Pro+ trasforma l'audio stereo in suono surround multicanale, operando una separazione degli oggetti grazie all’AI che mantiene voci, musica ed effetti sonori chiari e bilanciati, adattando l'audio al tipo di contenuto.

LG Sound Suite è disponibile in Italia su LG Online Shop e nei migliori negozi di elettronica di consumo da oggi ai seguenti prezzi:

  • Soundbar all-in-one H7: 999 euro
  • Speaker wireless M7: 399 euro
  • Speaker wireless M5: 249 euro
  • Subwoofer wireless W7: 599 euro


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Putin prepara un'escalation in Ucraina


Tre fonti vicine al Cremlino dicono alla Reuters che gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno rafforzato Putin, deciso a prendere tutto il Donbas mentre Trump parla di pace vicina

Vladimir Putin continua a respingere le richieste di negoziare la pace con Kyiv e con ogni probabilità intensificherà la guerra nei prossimi mesi, hanno detto in esclusiva alla Reuters tre fonti vicine al Cremlino. Una di loro, che incontra regolarmente il presidente russo, parla di una "alta probabilità" di escalation nei prossimi mesi. I recenti attacchi ucraini con i droni contro raffinerie e porti russi hanno rafforzato la sua determinazione a continuare a combattere una guerra entrata ormai nel quinto anno.

Lunedì il presidente statunitense Donald Trump aveva detto che Putin voleva la fine della guerra e che una soluzione era "più vicina di quanto la gente creda". La settimana scorsa ha tenuto telefonate separate con Putin e con Volodymyr Zelensky, che ha poi incontrato mercoledì al vertice NATO, dove il presidente ucraino ha detto che i due hanno discusso "idee per avvicinare la pace".

Ma secondo una delle fonti, Putin "si è impuntato" sull'obiettivo di conquistare la parte del Donbass, la regione orientale dell'Ucraina, ancora parzialmente in mano a Kyiv, dove l'avanzata russa ha rallentato quest'anno. Di recente ha rimproverato un gruppo di consiglieri che gli suggeriva un compromesso basato su un cessate il fuoco lungo le attuali linee del fronte e a giugno ha respinto pubblicamente la proposta di Zelensky di un incontro per arrivare ad una tregua. Interpellato dalla Reuters, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha risposto che la Russia "è pronta a una soluzione pacifica ma ha capacità sufficienti per agire in modo indipendente e continuare l'operazione militare speciale", il nome con cui Mosca chiama l'invasione russa dell'Ucraina.

Un alto funzionario ucraino ha confermato questa sensazione affermando che anche i rapporti dell'intelligence di Kyiv degli ultimi mesi indicano che Putin si sta preparando a nuovi passi nella guerra, comprese nuove operazioni in Ucraina o un possibile attacco militare a un altro Paese europeo. Esperti militari russi ormai discutono sempre più apertamente di un'escalation, compresa la possibilità di colpire obiettivi europei come le basi NATO nei Paesi baltici, un passo che porterebbe l'Europa ad un passo da una guerra su larga scala con uno scontro militare diretto tra le Forze Armate russe e quelle dell'Alleanza Atlantica, mettendo alla prova il principio per cui un attacco a un Paese membro è un attacco a tutti.

Jack Watling, del Royal United Services Institute, un centro studi britannico che si occupa di difesa e sicurezza, ha detto che la Russia potrebbe cercare di creare tensioni dentro la NATO con attacchi isolati, come il recente attacco di un drone russo contro un palazzo in Romania: "I russi non punterebbero a una guerra con la NATO, ma potrebbe servire a dividerla su come rispondere". Le tensioni con l'Alleanza Atlantica, ha aggiunto, darebbero a Putin anche una giustificazione politica interna per introdurre la mobilitazione generale, una mossa impopolare che il presidente russo evita dall'inizio della guerra ma che secondo alcuni analisti militari occidentali sarebbe necessaria per conquistare il Donbass.

Gli attacchi ucraini contro raffinerie, porti e depositi in Russia e nei territori occupati hanno causato intanto gravi carenze di carburante nel territorio russo, portando per la prima volta gli effetti della guerra nella vita di milioni di russi. Il gradimento di Putin resta ancora elevato ma ha toccato il punto più basso dall'inizio dell'invasione nel 2022, secondo un sondaggio di un istituto di sondaggi statale. Gli alleati dell'Ucraina parlano di un cambio di slancio nel conflitto e alcuni chiedono nuove sanzioni economiche per costringere Mosca a trattare. I successi ucraini hanno però reso Putin più arrabbiato e determinato a dare una risposta dura, secondo la fonte che lo incontra regolarmente.

Nell'ultima settimana le forze russe hanno lanciato due grandi attacchi con droni e missili contro l'Ucraina, compresa Kyiv, uccidendo decine di civili. Parlando ai generali in commenti televisivi, Putin ha detto che gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche spingeranno la Russia a prendere altro territorio lungo il confine, oltre il Donbass, come "zona di sicurezza". Andrei Ilnitsky, ex funzionario del Ministero della Difesa russo, ha scritto sul quotidiano Kommersant che l'escalation potrebbe cominciare con la distruzione di 30 grandi siti industriali in Ucraina, tra cui un'acciaieria e il porto di Odesa, per poi passare ad attacchi contro le basi NATO nei paesi baltici e in Romania e contro gli impianti dell'Unione Europea che producono droni e missili a lungo raggio per Kyiv. Peskov ha risposto che la Russia non può "chiudere gli occhi" davanti al riarmo dell'Europa.

Sul campo l'avanzata russa procede però lentamente e conquistare il Donbass richiederebbe tempo e perdite considerevoli. Secondo una stima recente del Center for Strategic and International Studies, un centro studi americano, complessivamente circa due milioni di soldati sono stati uccisi, feriti o risultano dispersi dall'inizio dell'invasione su larga scala nel 2022, 1,4 milioni dei quali russi. Le truppe di Mosca faticano ad avanzare lungo i 1.200 km del fronte, dove i droni ucraini compensano spesso la superiorità numerica russa.

Nelle ultime settimane i russi stanno però continuando ad avanzare verso Kostiantynivka, una delle città della "cintura di fortezze" che difende la regione di Donetsk: il 3 luglio Putin ha detto che le sue forze l'avevano conquistato, ma l'Ucraina lo ha negato. Il giorno dopo, in una telefonata con Trump, Putin ha cercato di convincerlo che la Russia conquisterà il quinto della regione ancora controllato da Kyiv. Per la fonte che lo incontra regolarmente, il controllo del Donbass è per lui ormai una questione di principio: il presidente russo "ha bisogno di una qualche vittoria" da vendere al suo Paese prima di porre fine alla guerra.


Ai confini con la Russia l'Europa si arma da sola nel timore che Washington non intervenga


Lungo il confine orientale della NATO, dalle foreste della Finlandia alla frontiera della Lituania, i paesi più vicini alla Russia stanno costruendo fortificazioni, ampliando le riserve e comprando carri armati e droni. Si preparano all'ipotesi che, in caso di attacco russo, i primi giorni di guerra tocchino a loro combatterli in gran parte da soli. È il quadro che emerge da un ampio reportage di Politico, realizzato lungo tre tratti esposti della frontiera: il confine finlandese, quello polacco con Kaliningrad e la Bielorussia e il fianco lituano vicino al cosiddetto corridoio di Suwałki.

La spinta a rafforzare i confini nasce dall'incertezza sul ruolo degli Stati Uniti. Da quando è tornato alla Casa Bianca il presidente Donald Trump ha più volte messo in dubbio l'impegno di Washington verso l'Articolo 5 della NATO, la clausola secondo cui un attacco a un membro dell'alleanza è considerato un attacco a tutti. L'Amministrazione ha anche fatto capire di voler ridurre la presenza militare americana in Europa. Nel frattempo alcune immagini satellitari mostrano che la Russia ha aumentato le sue forze lungo il confine con la Finlandia e altri paesi dell'Unione Europea, con nuove caserme e mezzi militari. Proprio nei giorni scorsi Washington ha avvertito Varsavia che Mosca potrebbe tentare una provocazione armata per mettere alla prova l'alleanza.

La Finlandia, che condivide con la Russia il confine più lungo dell'alleanza, 1.343 chilometri, ha impostato da decenni la propria difesa sull'idea che Mosca potesse un giorno tornare. Mentre gran parte dell'Europa dopo la Guerra Fredda tagliava gli eserciti, Helsinki ha mantenuto la coscrizione obbligatoria e vaste riserve. Il paese può mobilitare quasi 870.000 riservisti su una popolazione di 5,6 milioni di abitanti, una cifra destinata a raggiungere il milione entro il 2031.

"La Russia è una superpotenza e noi siamo un piccolo paese", ha detto il colonnello Matti Pitkäniitty, comandante del distretto di guardia di frontiera della Carelia settentrionale. La Finlandia non ha mai dimenticato la lezione della Guerra d'inverno, quando nel 1939 fermò un attacco sovietico ma perse circa un decimo del proprio territorio. Il paese è entrato nella NATO solo nel 2023, dopo l'invasione russa dell'Ucraina, ma continua a considerare l'alleanza un rafforzamento della propria difesa, non un sostituto.

"Siamo felici di far parte di un'alleanza, ma sappiamo che incasseremo il primo colpo da soli, prima che scatti l'Articolo 5", ha detto Jukka Kopra, parlamentare finlandese che ha presieduto la commissione difesa. La Finlandia spende quasi il 3 per cento del proprio Pil in difesa e punta a salire al 5 per cento entro il 2035. La sua aeronautica riceverà nei prossimi mesi i caccia F-35 di fabbricazione americana e sulla terraferma dispone di uno dei più grandi arsenali di artiglieria d'Europa.

Uno dei principali punti di forza militari della Finlandia è il territorio stesso: un esercito che invadesse da est dovrebbe attraversare un paese con poche strade, foreste fitte, neve profonda e temperature gelide. A maggio due esercitazioni multinazionali nel sud-est del paese hanno mostrato a truppe di Francia e Regno Unito come muoversi in quell'ambiente. Una delle lezioni emerse è che i mezzi corazzati e i droni commerciali sono poco adatti alle foreste finlandesi, dove le foglie rendono difficile individuare i soldati senza una telecamera termica, secondo il colonnello Ari Määttä, che ha comandato una delle esercitazioni.

Insieme alla Polonia e ai tre paesi baltici, la Finlandia si è ritirata l'anno scorso dalla Convenzione di Ottawa, il trattato internazionale che vieta le mine antiuomo, sostenendo che la Russia non vi ha mai aderito e le sta già usando in Ucraina. Diversi ufficiali finlandesi hanno riferito che le forze armate del paese intendono acquistare mine antiuomo nei prossimi mesi, senza schierarle in tempo di pace ma tenendole pronte se la minaccia di un'invasione russa diventasse più concreta.

Contro le armi nucleari la geografia e la coscrizione offrono poca protezione. Solo da quando è entrata nella NATO tre anni fa la Finlandia ha dovuto includere la deterrenza nucleare nei propri calcoli. A giugno i parlamentari finlandesi hanno tolto le restrizioni sul trasporto e lo stoccaggio di armi nucleari sul territorio nazionale, un'eredità della lunga storia del paese fuori dall'alleanza. La Finlandia è meglio posizionata di altri per difendere il proprio territorio senza forze di terra americane, ma non è più in grado degli altri paesi europei di rimpiazzare l'ombrello nucleare di Washington.

Il ministro della Difesa finlandese Antti Häkkänen ha riconosciuto di aver discusso con Parigi la proposta del presidente francese Emmanuel Macron di estendere la deterrenza nucleare francese ad altri paesi europei. Macron ha lasciato volutamente ambiguo cosa intenda: Parigi ha ipotizzato esercitazioni congiunte e dispiegamenti temporanei di caccia francesi a capacità nucleare, ma non una garanzia nucleare europea formale.

Se la risposta della Finlandia all'incertezza è la prontezza nazionale, quella della Polonia sono barriere di cemento, sensori, droni e uno degli eserciti in più rapida crescita d'Europa. Varsavia è il maggiore paese sul fianco orientale della NATO e il primo per spesa militare in rapporto al Pil: quest'anno arriverà a spendere il 4,8 per cento del prodotto interno lordo in difesa. Il suo esercito è il terzo dell'alleanza, dopo quelli di Stati Uniti e Turchia.

All'inizio dell'invasione russa la Polonia ha inviato più di 300 carri armati all'Ucraina, poi ha sostituito e ampliato il proprio arsenale con mezzi comprati da Stati Uniti e Corea del Sud. La sua importanza per la NATO non dipende solo dalla spesa: per dimensioni e posizione è lo Stato di prima linea in un eventuale scontro con Mosca, un ruolo simile a quello che ebbe la Germania Ovest durante la Guerra Fredda. Anche Trump, che rimprovera gli altri paesi europei sulla difesa, ha spesso elogiato la Polonia, dove gli Stati Uniti mantengono migliaia di soldati.

Il progetto polacco si chiama Scudo Orientale ed è pensato per rafforzare gli 800 chilometri di confine con la Bielorussia, stretta alleata di Mosca, e con Kaliningrad, il territorio russo fortemente militarizzato incastrato tra Polonia, Lituania e mar Baltico. È una rete di ostacoli, trincee anticarro, barriere di cemento, bunker, droni e telecamere termiche, pensata per rallentare un attacco e dare tempo alla NATO di reagire. Una volta completato, dovrebbe costare circa 10 miliardi di euro. Il viceministro della Difesa Cezary Tomczyk lo ha definito il più grande sforzo di fortificazione in Europa dalla Seconda guerra mondiale.

Lungo alcuni tratti, però, lo Scudo Orientale è ancora più promessa che realtà. Grandi sezioni del confine non sono visibilmente fortificate e un deposito militare vicino al villaggio di Dąbrówka conserva grandi quantità di barriere anticarro mai collocate lungo la frontiera. Il ministero della Difesa polacco ha assicurato che i reparti del genio potrebbero erigere le fortificazioni lungo tutto il confine in sette-quattordici giorni, ma un esperto di logistica con incarichi militari di alto livello ha detto che alcuni elementi non si spostano così in fretta e che posare un solo chilometro di barriere di cemento può richiedere settimane o mesi.

Poco più a est si trova il cosiddetto corridoio di Suwałki, un breve tratto di territorio polacco e lituano che separa Kaliningrad dalla Bielorussia. Ben Hodges, generale in pensione ed ex comandante dell'esercito americano in Europa, lo ha definito il tallone d'Achille della NATO: un attacco russo potrebbe cercare di chiudere il corridoio da entrambi i lati, tagliando fuori i paesi baltici dal resto dell'alleanza. Più a est, il confine polacco con la Bielorussia è protetto in gran parte solo da una recinzione alta quattro metri, costruita nel 2022 per fermare i migranti, che offrirebbe poca protezione contro i carri armati.

I carri armati non sono l'unica minaccia. Dopo che l'anno scorso 19 droni russi sono entrati nello spazio aereo polacco, costringendo la NATO ad abbatterli con missili sparati da caccia F-16 e F-35, una risposta costata milioni di euro contro droni che ne valgono una frazione, la Polonia sta sviluppando un sistema anti-drone chiamato SAN. Descritto a volte come un "muro di droni", potrebbe costare fino a 4 miliardi di euro, circa il 40 per cento dell'intero Scudo Orientale. Secondo Tomczyk sarà il più grande e avanzato sistema anti-drone d'Europa e la costruzione, iniziata a inizio anno, dovrebbe concludersi entro la fine del 2027.

I paesi baltici non hanno il lusso di potersi difendere da soli. Lituania, Lettonia ed Estonia sono troppo piccoli, troppo esposti e troppo vicini a Russia e Bielorussia per scambiare territorio con il tempo. La loro difesa si regge su un calcolo più stretto: assicurarsi che la NATO arrivi in loro soccorso. Questo li rende i più vulnerabili all'imprevedibilità dell'Amministrazione Trump.

Raimundas Vaikšnoras, capo di stato maggiore della difesa lituana, non ritiene probabile un attacco russo a sorpresa, perché i sistemi di allerta della NATO rendono difficile nascondere grandi movimenti di truppe. In Lituania ci sono già circa 3.000 soldati di altri paesi della NATO, ma il dispiegamento a rotazione di più di mille militari americani è finito senza che sia arrivata una forza sostitutiva, mentre Washington rivede la propria presenza in Europa. L'aggiunta più importante è la brigata tedesca, che sarà stanziata in modo permanente in Lituania entro la fine del 2027 con circa 5.000 uomini.

Le fortificazioni fanno parte della Linea di difesa baltica, un progetto congiunto di Estonia, Lettonia e Lituania: fossati anticarro, bunker, ostacoli difensivi e campi minati. Come la Finlandia, anche i paesi baltici hanno deciso di uscire dalla Convenzione di Ottawa. L'obiettivo è rallentare i russi, incanalare le forze nemiche su direttrici prevedibili e guadagnare tempo per una reazione. La difesa dei baltici dipende da quanto a lungo possono resistere e, soprattutto, da quanto in fretta la NATO può rinforzarli.

Un'esercitazione strategica condotta alla fine dello scorso anno dal quotidiano tedesco Welt insieme al centro di wargaming dell'università delle forze armate tedesche di Amburgo ha simulato la reazione della Germania se la Russia usasse un cessate il fuoco in Ucraina per minacciare la Lituania e se Washington rinunciasse al suo ruolo tradizionale di guida della NATO. Il risultato è stato poco rassicurante: mentre la squadra che rappresentava la Russia si muoveva rapidamente verso un'invasione limitata, quella tedesca si concentrava su riunioni di crisi e sulla ricerca di alleati, invece di impedire a Mosca di raggiungere i suoi obiettivi militari.

Hodges ha avvertito che, nel caso peggiore, se la NATO fosse colta di sorpresa i paesi baltici potrebbero dover combattere fino a due settimane senza rinforzi dagli alleati più lontani. È la finestra di tempo entro cui questi dovrebbero reagire. Funzionari tedeschi e lituani respingono l'idea che un simile scenario possa arrivare a sorpresa: un attacco russo, sostengono, sarebbe preceduto da preparativi militari visibili.

"Quello a cui stiamo assistendo è la dissoluzione della NATO", ha detto Anders Fogh Rasmussen, ex segretario generale dell'alleanza, secondo cui l'Europa deve ripensare i propri piani di difesa e costruire le capacità per agire senza aspettare Washington. La Finlandia si rende più difficile da invadere, la Polonia costruisce eserciti, fortificazioni e difese anti-drone e i paesi baltici lavorano per non essere lasciati soli. L'Europa non è ancora pronta a difendersi da sola, ma sulla sua frontiera orientale si sta già preparando al giorno in cui potrebbe doverlo fare.


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Graham Platner si ritira definitivamente dalla corsa al Senato in Maine


L’esponente democratico del Maine ha formalizzato il suo ritiro dopo le dichiarazioni di violenza da parte di una sua ex compagna, che respinge come “categoricamente false”. Il partito dovrà ora scegliere chi sfiderà la repubblicana Susan Collins.

Graham Platner ha abbandonato definitivamente la corsa al Senato nel Maine. Venerdì l’ex candidato democratico ha depositato i documenti necessari a ritirare il proprio nome dalla scheda elettorale, mettendo così fine a una campagna iniziata con grande slancio e travolta alla fine dalle polemiche.

A determinare il suo ritiro è stata l’accusa formulata da una sua ex compagna, Jenny Racicot, che ha raccontato a Politico e alla CNN di essere stata costretta da Platner, nel 2021, ad avere un rapporto sessuale contro la propria volontà. Il candidato ha definito la ricostruzione “categoricamente falsa”, ma nel giro di pochi giorni ha perso il sostegno di gran parte del partito.

Tra i primi a chiedergli di farsi da parte sono stati il senatore progressista Bernie Sanders, fino ad allora suo alleato, e il leader della minoranza democratica al Senato Chuck Schumer. Il comitato elettorale dei democratici al Senato aveva inoltre avvertito che, senza il suo ritiro, non avrebbe investito nella competizione in Maine.

Sulla campagna di Platner pesavano già altre controversie: un tatuaggio sul petto riconducibile alla simbologia nazista, che il candidato ha dichiarato di aver coperto dopo averne scoperto il significato, e alcuni vecchi post pubblicati su Reddit. Platner aveva annunciato mercoledì l’intenzione di ritirarsi con un video di 11 minuti diffuso sui social, senza però presentare subito la documentazione necessaria. Il deposito di venerdì ha fugato i timori dei democratici, che temevano un ripensamento dell’ultimo minuto.

Un seggio decisivo per il controllo del Senato


La posta in gioco è particolarmente alta. Il seggio del Maine è considerato cruciale per gli equilibri del Senato: ai democratici servono 4 seggi in più per conquistare la maggioranza e quello occupato da Susan Collins è l’unico, tra quelli in palio, detenuto da una senatrice repubblicana in uno Stato a tendenza democratica. Collins, in carica dal 1997, punta a ottenere un sesto mandato.

Nella lettera inviata al Segretario di Stato del Maine e pubblicata su X, Platner ha rivendicato il consenso ottenuto durante le primarie. “Il 9 giugno, 156.084 cittadini del Maine hanno votato per un nuovo tipo di politica: una politica che rappresenta la gente comune, non i miliardari, gli oligarchi o l’establishment”, ha scritto, ricordando la vittoria conquistata con circa il 72% dei voti. “Con questa lettera voglio portare avanti il movimento che abbiamo costruito insieme e il futuro in cui crediamo”, ha aggiunto, prima di concludere con tre slogan: “F*ck ICE. Palestina libera. Up the Hearts”.

pic.twitter.com/gQzOXBJHJz
— Graham Platner for Senate (@grahamformaine) July 10, 2026


La scelta del nuovo candidato divide il partito


Prima di uscire di scena, Platner ha cercato senza successo di influenzare il processo di selezione del suo successore. Nel video pubblicato mercoledì aveva chiesto che la decisione “non venga presa nelle stanze chiuse, ma affidata alla volontà del popolo”. Un concetto ribadito anche nella lettera: “Il mio nome era sulla scheda elettorale, ma quella casella appartiene al popolo del Maine”.

Il Partito Democratico statale ha deciso di convocare una convention per scegliere il nuovo candidato che dovrà sostituirlo. All’assemblea dovrebbero partecipare circa 600 delegati: 500 designati dalle organizzazioni di contea e 100 appartenenti al comitato statale. Diversi aspiranti hanno già manifestato il proprio interesse, ma il metodo di selezione divide il partito.

L’ala progressista teme infatti che, così facendo, la scelta venga controllata dagli apparati del partito, mentre alcuni moderati paventano il rischio opposto: un’influenza eccessiva degli attivisti più a sinistra che rappresentano la base elettorale più fedele. In base alla legge statale, i democratici del Maine avranno tempo fino al 27 luglio per indicare chi sfiderà Collins alle elezioni di novembre.

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Caldo record? I frigoriferi Side by Side Samsung sono la scelta ideale per l'estate


Con il caldo record è fondamentale conservare gli alimenti nel modo corretto. Scopri perché i frigoriferi Side by Side Samsung sono una scelta ideale per l'estate e quali vantaggi offrono
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L’estate è finalmente arrivata e, con lei, quel continuo apri e chiudi dei frigoriferi che in questo periodo sono sottoposti a veri e propri tour de force. I Side by Side Samsung sono progettati per essere i perfetti alleati della stagione calda.

Zero ansia con AI Energy Mode


Chiedere ai bambini o agli ospiti di non lasciare aperta troppo a lungo la porta del frigorifero è spesso una missione impossibile. Niente paura: la funzione AI Energy Mode dell’App SmartThings impara dalle abitudini di utilizzo e ottimizza l’attività del compressore di conseguenza. Il risultato? I consumi energetici si riducono fino al 10%1, gli alimenti restano freschi, il compressore non va sotto stress e la bolletta ringrazia.
a funzione AI Energy Mode dell’App SmartThings impara dalle abitudini di utilizzo e ottimizza l’attività del compressoreLa funzione AI Energy Mode dell’App SmartThings impara dalle abitudini di utilizzo e ottimizza l’attività del compressore

Capacità formato “grandi eventi” e freddo on demand


​I Side by Side Samsung sono ufficialmente Summer Party ready: grazie a una capacità fino a 659 litri, gli incastri del passato sono solo un ricordo: c’è spazio per angurie intere, file e file di bottiglie, chili di gelato e imponenti vassoi di stuzzichini per l’aperitivo. ​E se gli ospiti arrivano a sorpresa per una serata improvvisata? Entrano in gioco le funzioni Power Cool e Power Freeze, che abbattono rapidamente la temperatura di bibite e alimenti nel comparto frigo e freezer. In più, il distributore di acqua e il produttore di ghiaccio assicurano che acqua fresca e cubetti di ghiaccio siano sempre a disposizione, senza dover aprire le porte e disperdere il freddo.
Le funzioni Power Cool e Power Freeze, che abbattono rapidamente la temperatura di bibite e alimenti Le funzioni Power Cool e Power Freeze, che abbattono rapidamente la temperatura di bibite e alimenti

Frigoriferi che fanno (quasi) tutto da soli


Se poi si sceglie un Side by Side modello Bespoke AI o Family Hub, dotato di schermo intelligente touch, il frigorifero smette di essere un semplice elettrodomestico e diventa il vero regista della casa. Mani occupate da un vassoio pesante? Basta un comando vocale per aprire le porte del frigorifero. In cerca di ispirazione culinaria? Si naviga su internet direttamente dal display alla ricerca di ricette fresche e veloci, magari utilizzando quello che abbiamo già in frigorifero ed è prossimo alla scadenza. Pianificazione del weekend? Basta interrogare il frigo per conoscere il meteo.
Con i modelli Bespoke si naviga su internet direttamente dal displayCon i modelli Bespoke si naviga su internet direttamente dal display
Grazie all’integrazione con l’ecosistema SmartThings, lo schermo del frigorifero diventa anche un hub domotico: mentre si cucina si può accendere l’aria condizionata in camera da letto o programmare la partenza ritardata della lavatrice per ottimizzare i consumi.

Lo schermo del frigorifero diventa anche un hub domotico Lo schermo del frigorifero diventa anche un hub domotico
Che si tratti di sopravvivere al caldo o di organizzare la serata perfetta con gli amici, i frigoriferi Side by Side Samsung sono pronti a dimostrare che l’estate può essere fresca, intelligente e incredibilmente smart.

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Gli Stati Uniti vogliono che oggi riapra lo Stretto di Hormuz


Washington chiede a Teheran di impegnarsi pubblicamente a non sparare più alle navi, dopo una settimana di attacchi incrociati. Trump considera finito il cessate il fuoco, ma i negoziati continuano

Gli Stati Uniti hanno chiesto all'Iran di dichiarare pubblicamente che tutti i canali dello Stretto di Hormuz sono aperti alla navigazione e di impegnarsi a non attaccare più le navi civili in transito. La richiesta, comunicata a Teheran direttamente e attraverso i mediatori regionali, ha una scadenza: secondo alcuni funzionari americani l'annuncio deve arrivare entro sabato, altrimenti ci saranno conseguenze. È l'ultimo sviluppo di una settimana di attacchi incrociati che ha spinto il presidente Trump a dichiarare finito il cessate il fuoco con l'Iran, pur confermando che i negoziati continueranno.

L'escalation è cominciata all'inizio della settimana, quando l'Iran ha attaccato tre navi commerciali nello stretto, tra cui una petroliera saudita e una nave qatariota carica di gas naturale liquefatto. Gli Stati Uniti hanno risposto con due notti di bombardamenti, colpendo più di 170 obiettivi militari iraniani tra martedì e mercoledì: sistemi di difesa aerea, depositi di missili e droni, motovedette lungo la costa meridionale e anche un ponte ferroviario nel nord-est del paese, a più di 1.100 chilometri dallo stretto. Secondo il ministero della Salute iraniano gli attacchi hanno ucciso almeno 14 persone e ne hanno ferite 78. L'Iran ha reagito lanciando missili e droni contro le basi americane in Qatar, Bahrein e Kuwait, senza provocare danni rilevanti: Giordania, Kuwait e Bahrein hanno intercettato decine di colpi e droni.

La guerra tra Stati Uniti e Iran, cominciata a febbraio con gli attacchi americani e israeliani in cui è stata uccisa anche l'allora guida suprema Ali Khamenei, ruota sempre più intorno al controllo dello Stretto di Hormuz, il passaggio da cui transitava il 20 per cento del petrolio e del gas mondiali. L'Iran ha bloccato il traffico all'inizio del conflitto e da allora Washington cerca di ripristinarlo. Il memorandum d'intesa firmato a giugno dai due paesi, che si aggiunge al cessate il fuoco di aprile e ha avviato 60 giorni di negoziati, prevede che Teheran ristabilisca il passaggio delle navi in cambio di un ampio alleggerimento delle sanzioni. I falchi del regime lo interpretano però come una conferma del controllo iraniano sullo stretto e hanno sparato contro le navi che non seguivano le rotte indicate da Teheran, che vorrebbe anche introdurre pedaggi per il transito.

Venerdì Trump ha scritto su Truth Social che gli Stati Uniti hanno accettato di continuare i colloqui, ma hanno comunicato al regime "in termini inequivocabili" che il cessate il fuoco è finito. Nei giorni scorsi la sua amministrazione ha reintrodotto le sanzioni sulla vendita di petrolio iraniano revocando la deroga concessa con il memorandum. Venerdì ne ha aggiunte di nuove contro l'uomo d'affari iraniano Ali Ansari e le società a lui collegate.

Sabato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi incontrerà a Mascate il suo omologo dell'Oman, il paese che nelle scorse settimane ha aperto un canale di transito meridionale vicino alle proprie coste, indebolendo la posizione negoziale di Teheran, mentre il Qatar guida la mediazione tra i due governi. I funzionari americani si aspettano che dopo l'incontro l'Iran pubblichi una dichiarazione in cui promette di non sparare più alle navi e riconosce che ogni canale dello stretto sarà aperto e senza pedaggi. Alcuni funzionari hanno raccontato ad Axios che dopo i primi due giorni di scontri gli iraniani hanno contattato l'amministrazione ammettendo di aver sbagliato e chiedendo di continuare a trattare, attribuendo gli attacchi alle navi a elementi fuori controllo dei Guardiani della rivoluzione, il principale corpo militare del regime. Secondo gli stessi funzionari, all'interno del regime è in corso una lotta di potere sull'attuazione dell'intesa. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano ha negato che Teheran abbia chiesto nuovi negoziati.

Sulla possibilità di arrivare a un accordo sul nucleare, l'obiettivo per cui Trump dice di aver iniziato la guerra, l'amministrazione è sempre più pessimista. Alti funzionari hanno ammesso venerdì che un'intesa è sempre meno probabile: se l'Iran non riesce a rispettare un impegno semplice come la riapertura dello stretto, hanno spiegato, ci sono poche speranze di chiudere un accordo molto più complesso per smaltire il materiale nucleare iraniano e imporre limiti di lungo periodo al programma. Nessuna intesa finale sarà firmata finché Teheran non consegnerà agli Stati Uniti l'uranio arricchito, che secondo Washington si trova negli impianti sotterranei già colpiti dalle forze americane.

Secondo la NBC, dentro l'amministrazione il dibattito su un ritorno alla guerra su larga scala è aperto. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth spinge per "finire il lavoro" colpendo ciò che resta dell'apparato militare iraniano, mentre il vicepresidente JD Vance chiede un approccio più cauto. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, molto scettico sui negoziati, ha detto a Fox News che "con o senza accordo, finché sarò primo ministro, l'Iran non avrà un'arma nucleare". Un alleato repubblicano ha detto a Trump che riprendendo le operazioni potrebbe raggiungere gli obiettivi militari in pochi giorni, ma la stessa NBC aveva riferito a maggio che i bersagli rimasti sono molto più difficili da individuare: l'Iran sposta di continuo i suoi missili e nasconde centinaia di piccole imbarcazioni d'attacco nelle grotte lungo la costa dello stretto. Lo stesso Trump ha riconosciuto a giugno che l'Iran conserva più del 20 per cento del suo arsenale di missili balistici. Gli alleati americani del Golfo preferiscono una soluzione diplomatica, mentre secondo un alto funzionario dell'amministrazione il presidente per ora mantiene un atteggiamento attendista.

Venerdì sera Trump ha anche minacciato di lanciare migliaia di missili sull'Iran se il regime provasse ad assassinarlo. Nei giorni scorsi Israele aveva avvertito gli Stati Uniti di un nuovo piano iraniano per uccidere il presidente, ma Trump ha minimizzato dicendo al New York Post che "Israele non ha trovato nulla" e ricordando di essere un bersaglio dell'Iran da più di sei anni.

Ali Vaez, direttore del programma Iran dell'International Crisis Group, un centro studi che si occupa di prevenzione dei conflitti, ha detto a NOTUS che la situazione "potrebbe peggiorare prima di migliorare", ma non vede un rischio concreto che l'escalation sfugga di mano. Sulle prospettive di un'intesa più ampia basata sul memorandum è però scettico: "La probabilità non è mai stata alta e ora le possibilità sono ancora più basse".


Trump dichiara finito il cessate il fuoco con l’Iran dopo i nuovi raid americani


Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di fatto concluso il cessate il fuoco con l’Iran e ha definito ogni ulteriore trattativa con Teheran come “una perdita di tempo”. Queste dichiarazioni sono state rilasciate al margine del vertice NATO di Ankara, in Turchia, poche ore dopo una nuova ondata di raid americani contro obiettivi militari iraniani.

“Per come la vedo io, penso che sia finita”, ha risposto Trump a chi gli chiedeva se il memorandum di intesa sottoscritto con Teheran fosse ormai lettera morta. Gli attacchi della notte, condotti dal Pentagono, sono stati presentati come una risposta ai nuovi raid iraniani contro navi commerciali nello Stretto di Hormuz.

L’intesa era stata firmata 3 settimane prima e Trump l’aveva descritta come una “resa incondizionata” dell’Iran. Da allora, però, la tregua era rimasta estremamente fragile: le due parti erano tornate più volte a attaccarsi, seppure in modo limitato, mentre formalmente continuavano a sostenere di voler evitare una nuova escalation.

Il presidente statunitense ha detto che lascerà comunque proseguire i colloqui guidati dal vicepresidente J.D. Vance con i rappresentanti iraniani, ma ha lasciato intendere di non attribuire più alcun valore al negoziato. “Per quanto mi riguarda, è solo una perdita di tempo avere a che fare con loro”, ha detto.

Trump ha poi accusato Teheran di mentire sistematicamente. “Sottoscrivono un accordo, poi loro escono, parlano con la stampa e dicono che non ne abbiamo mai nemmeno discusso”, ha dichiarato. A farlo infuriare, in particolare, sarebbe stato il fatto che l’Amministrazione americana avesse consentito lo svolgimento senza incidenti dei funerali dell’ayatollah Ali Khamenei proprio mentre le forze iraniane colpivano navi mercantili.

Khamenei, all’epoca Guida Suprema dell’Iran, era stato ucciso il 28 febbraio nei raid che avevano aperto la guerra; le esequie si sono tenute solo in questi giorni. “Sono feccia, sono persone malate, guidate da gente malata, violente e spietate”, ha aggiunto Trump parlando della leadership iraniana.

Petrolio in rialzo e sostegno della NATO


I mercati hanno reagito immediatamente. Dopo le parole del presidente, il prezzo del petrolio è salito con forza: il Brent, riferimento globale del greggio, ha guadagnato il 6%, avvicinandosi ai 79 dollari al barile nelle contrattazioni del mattino. Il petrolio è così tornato sopra i livelli precedenti all’inizio della guerra.

Sempre in risposta agli attacchi nello Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti hanno revocato anche la licenza che consentiva la vendita di petrolio iraniano, aumentando ulteriormente l’incertezza sulle forniture globali e alimentando nuovi timori sui mercati energetici.

Al fianco di Trump, il Segretario Generale della NATO Mark Rutte ha sostenuto l’azione americana. “Penso che quello che avete fatto la scorsa notte fosse assolutamente necessario. È stata una risposta molto forte”, ha detto.

Trump accusa da tempo gli alleati della NATO di non contribuire abbastanza allo sforzo bellico contro l’Iran, ma Rutte ha respinto la critica: gli aerei da guerra e le aerocisterne statunitensi, ha ricordato, hanno compiuto 5.000 missioni dalle basi europee nelle fasi più intense del conflitto.

Rutte ha poi minimizzato le divisioni interne all’Alleanza Atlantica, definendo “casi isolati” le decisioni di alcuni Paesi membri, tra cui Italia e Spagna, di non concedere le proprie basi per le operazioni militari contro l’Iran.

Lo scontro con la Spagna


Proprio la Spagna di Pedro Sánchez è finita al centro di un secondo affondo del presidente americano. Poco prima dell’incontro con gli altri leader dell’Alleanza Atlantica, Trump ha annunciato di voler interrompere ogni rapporto commerciale con Madrid a causa della sua spesa militare, giudicata insufficiente da Washington.

“Non ho parlato con la Spagna. La Spagna è una causa persa. Non vogliamo più fare affari con la Spagna”, ha detto ai giornalisti. Poi, rivolgendosi a quello che sembrava essere il Segretario al Tesoro Scott Bessent, ha aggiunto: “A proposito, vorrei che li tagliassi fuori”.

Lo scontro con Madrid risale già al vertice NATO dello scorso anno, quando la Spagna era stata l’unico Paese alleato a rifiutare il nuovo obiettivo di portare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035. Una scelta che aveva irritato profondamente Washington e spinto Trump a minacciare più volte una risposta commerciale attraverso i dazi.

La frattura si è poi aggravata con la guerra contro l’Iran. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha criticato la decisione americana di entrare nel conflitto e ha negato l’uso delle basi militari spagnole per la campagna contro Teheran. “La Spagna è un pessimo partner nella NATO. Non partecipano, non pagano nulla”, ha attaccato Trump.

Resta però da capire come un annuncio del genere possa tradursi in pratica. La Spagna è infatti parte integrante dell’Unione Europea e la politica commerciale è una competenza di Bruxelles, non dei singoli Stati membri. Un eventuale stop deciso unilateralmente da Washington finirebbe quindi per scontrarsi con il quadro giuridico e commerciale dell’UE.


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GPT-Live, Grok 4.5, Anthropic lancia Reflection, il meglio della settimana


Le notizie più importanti della settimana, più l'editoriale.
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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon sabato,
questa settimana ci sono state tante release: GPT-Live, Grok 4.5, Reflection di Anthropic, e anche novità inaspettate come la nuova startup Entire dell'ex CEO di GitHub. Vedrete anche Google perdere una battaglia contro la multa record da 4,1 miliardi, i mega licenziamenti di Microsoft, e tanto altro ancora. L'editoriale invece si concentra sulle nuove scoperte sui misteri dei processi di pensiero dell'IA. Buona lettura!

Editoriale del sabato


Ispirato alle notizie della settimana.
L'ultima scoperta di Anthropic sull'IA: la coscienza nascosta

L'ultima scoperta di Anthropic sull'IA: la coscienza nascosta


Nel 1987 lo psicologo Daniel Wegner chiese ai partecipanti di un esperimento alla Trinity University di non pensare a un orso bianco per cinque minuti. Ogni volta che l'orso compariva nella mente, bisognava suonare un campanello. Il campanello suonò in media più di una volta al minuto. Da quello studio nacque un intero filone di ricerca su, potremmo chiamarla, l'ironia del controllo mentale: il tentativo di sopprimere un pensiero lo rende più presente.

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Notizie dal mondo


Le news di oggi, selezionate a mano.

OpenAI presenta GPT-Live


Intelligenza Artificiale
Due nuovi modelli vocali di OpenAI, GPT-Live-1 e GPT-Live-1 mini, sono disponibili da mercoledì per utenti di tutto il mondo. Ascoltano e parlano in contemporanea, in tempo reale. A maggio OpenAI aveva già rilasciato tre modelli audio per sviluppatori con obiettivi simili: agenti vocali più conversazionali capaci di completare compiti in tempo reale.
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Fonte: Reuters
Alternativa in italiano: macitynet.it

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SpaceXAI lancia Grok 4.5


Intelligenza Artificiale
Grok 4.5 è il nuovo modello di xAI, rilasciato mercoledì. Il prezzo via API è 2 dollari per milione di token in input e 6 in output, contro i 5/25 dollari di Opus 4.7 di Anthropic. xAI dichiara che il modello usa i token in modo due volte più efficiente rispetto ai predecessori, e Musk lo descrive come più veloce paragonandolo a Opus sia in costi che rapidità. Sui benchmark risulta competitivo con i modelli top, ma non il migliore in assoluto. Il rilascio arriva il giorno prima di GPT 5.6 di OpenAI, previsto per giovedì.
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Fonte: TechCrunch
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Anthropic lancia Reflection in versione beta


Intelligenza Artificiale
Reflection è la nuova dashboard in beta di Claude che mostra come l'utente utilizza il chatbot. Analizza le conversazioni su periodi di uno, tre, sei o dodici mesi e riassume su cosa hai passato più tempo, con grafici dell'andamento delle chat e la suddivisione per tipo di attività. Presto mostrerà anche il tempo totale trascorso con Claude. Permette di impostare ore di silenzio e promemoria per fare pause. Suggerisce come lavorare meglio, per esempio creando un progetto invece di rispiegare il contesto a ogni chat. Non rientrano nel report le chat in incognito, i file degli strumenti collegati e le conversazioni su temi di salute. Gli argomenti sensibili compaiono solo in forma generale. È disponibile in beta per utenti Free, Pro e Max con la funzione di memoria attivata.
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Fonte: cnet.com
Alternativa in italiano: non pervenuta

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L'ex CEO di GitHub lancia Entire


Startup
GitHub fatica a reggere il traffico generato dagli agenti AI. L'ex CEO della piattaforma ha risposto con una nuova rete di hosting Git per un mondo in cui il codice lo scrivono soprattutto i bot. Si chiama Entire e recupera la natura decentralizzata di Git, che i grandi hub hanno di fatto sacrificato con la centralizzazione. Permette di fare il mirror dei propri repo GitHub, pubblici o privati, su una rete parallela. Gli agenti lavorano lì senza sovraccaricare l'infrastruttura che serve per il deployment reale. C'è anche una CLI che registra prompt, risposte e modifiche ai file di ogni sessione AI e mostra cosa è cambiato e perché. Entire dichiara 2,1 milioni di push e 570.000 clone all'ora. Il concorrente lanciato il mese scorso da SpaceX si chiama Cursor Origin e si ferma a 81.000 push e 296.000 clone orari. Per ora l'accesso è su lista d'attesa in USA, UE e Australia. Nei prossimi mesi il codice della rete sarà open source, con possibilità di self-hosting.
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Fonte: theregister
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Google perde la battaglia contro la multa record da 4,1 miliardi dell'UE


Legge
La Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha respinto il ricorso di Google contro la multa da 4,1 miliardi di euro inflitta dalla Commissione europea per abuso di posizione dominante tramite Android. La sanzione era stata emessa nel 2018: Google aveva imposto ai produttori di smartphone di preinstallare Search, Chrome e il Play Store, impedendo loro di usare sistemi concorrenti. Un tribunale inferiore aveva già ridotto la multa da 4,34 a 4,1 miliardi nel 2022; ora la corte suprema europea chiude definitivamente la questione. In totale, Google ha accumulato quasi 11 miliardi di euro in sanzioni antitrust europee nell'ultimo decennio. Nuove sanzioni sembrano attese anche per le pratiche legate alla ricerca e all'app store, sotto il Digital Markets Act.
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Fonte: Reuters
Alternativa in italiano: La Stampa

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Figma acquisisce il team dietro Bud, app di vibe coding


Startup
Figma ha acquisito il team di Bud, una piattaforma che permette di creare app tramite linguaggio naturale e di automatizzare attività tramite agenti AI. La startup, nata come Orchids e poi ribattezzata Bud, è passata dal vibe coding a una piattaforma per agenti capaci di navigare il web, accedere a servizi esterni e scrivere codice. Con l'acquisizione, entrambi i prodotti verranno chiusi il 18 luglio: gli utenti devono migrare i propri progetti entro quella data. Figma non ha specificato come utilizzerà il team, ma l'azienda sta spingendo da tempo verso strumenti che vanno oltre il design statico: ha già lanciato Figma Make per creare web app e ha integrato strumenti come Codex e Claude Code, oltre ai propri agenti AI.
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Fonte: TechCrunch
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Microsoft licenzia quasi 5.000 dipendenti, soprattutto nella divisione Xbox


Big tech
Microsoft ha tagliato circa 4.800 posizioni, il 2,1% della forza lavoro globale. Il taglio più pesante riguarda la divisione gaming Xbox, con 1.600 tagli, e le vendite commerciali. Secondo la responsabile di Xbox, si tratta della ristrutturazione più significativa nella storia della divisione. Il motivo sono i margini di guadagno tra 3 e 10 volte inferiori rispetto ai competitor. Quattro studi di sviluppo vengono ceduti: Compulsion Games e Double Fine tornano indipendenti, Ninja Theory e Undead Labs passano a nuovi proprietari. I livelli gerarchici interni dell'organico dei dipendenti scendono da 14 a un massimo di 5. Microsoft sostiene che i ruoli eliminati non vengono sostituiti dall'AI, ma riconosce che l'automazione sta cambiando come il lavoro viene svolto.
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Fonte: TechCrunch
Alternativa in italiano: Multiplayer.it

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Meta lancia Muse Image, il suo nuovo generatore di immagini AI


Intelligenza Artificiale
Meta ha presentato Muse Image, un generatore di immagini AI sviluppato dai Meta Superintelligence Labs. Lo strumento è gratuito fino a un certo limite d'uso e disponibile nell'app Meta AI, nelle Storie di Instagram e su WhatsApp. Permette di creare immagini da testo, modificare foto con istruzioni scritte, generare annunci pubblicitari, simulare arredamenti e costruire QR code personalizzati. Per chi non sa da dove iniziare, offre prompt predefiniti. È integrato con Facebook Marketplace per visualizzare oggetti usati negli spazi domestici. Meta ha anche lanciato nuovi effetti AI per le Storie di Instagram basati su Muse. Superato il limite gratuito, l'accesso richiede un abbonamento a pagamento. La versione video del modello, Muse Video, è già in sviluppo.
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Fonte: TechCrunch
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Microsoft lancia Frontier Company per piazzare ingegneri AI dai clienti


Business
Microsoft ha annunciato Frontier Company, un'organizzazione da 2,5 miliardi di dollari che manda propri ingegneri umani a lavorare direttamente dentro le aziende dei clienti per costruire e gestire sistemi AI. Non è un'entità legale separata: i suoi 6.000 addetti vengono già dall'organico Microsoft, riorganizzati sotto una nuova guida. Il modello si chiama forward-deployed engineering ed è diventato il nuovo standard del settore: Amazon ha annunciato un'iniziativa analoga da 1 miliardo di dollari due giorni prima, OpenAI ha creato una società separata con 4 miliardi di backing da TPG, e Anthropic ha avviato una joint venture da 1,5 miliardi con Goldman Sachs, Blackstone e Hellman & Friedman. La logica dietro questa corsa è che le aziende hanno adottato strumenti AI senza riuscire a tradurli in risultati concreti, e i provider stanno inviando i propri tecnici per fare il lavoro sul campo.
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Fonte: GeekWire
Alternativa in italiano: Corriere Comunicazioni

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Il primo satellite commerciale a energia nucleare è ora in orbita


Spazio
Il 7 luglio un Falcon 9 di SpaceX ha portato in orbita il primo satellite commerciale con un sistema di alimentazione nucleare. A bordo c'è un dispositivo che converte in elettricità le particelle emesse dal decadimento radioattivo del trizio (un isotopo dell'idrogeno) senza celle solari. Lo ha costruito la società City Labs e lo chiama NanoTritium. Per ora è una missione dimostrativa: il satellite usa ancora i pannelli solari per le operazioni ordinarie, ma City Labs vuole sviluppare il sistema per fornire energia continua dove la luce solare non arriva, come nelle zone in ombra permanente ai poli della Luna. Il lancio fa parte della missione rideshare Transporter-17, partita dal Vandenberg Space Force Base in California con altri 80 payload a bordo. Il progetto è finanziato dal Dipartimento della Difesa statunitense.
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Fonte: Space
Alternativa in italiano: Scenari Economici

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Vint Cerf, il padre di internet, lascia Google dopo 20 anni


Internet
Vinton Cerf, 83 anni, lascerà il ruolo di chief internet evangelist di Google settimana prossima, concludendo oltre vent'anni nell'azienda. Cerf è uno dei padri fondatori del protocollo TCP/IP, il sistema che permette a reti diverse di comunicare tra loro e che ha gettato le basi di internet a partire dagli anni '70. Il suo lavoro gli è valso il Premio Turing, la Presidential Medal of Freedom e decine di lauree honoris causa. Prima di andarsene, ha indicato dove vede la prossima battaglia tecnica: la comunicazione tra agenti AI. Oggi questi sistemi, quando si coordinano, usano il linguaggio naturale come l'inglese, che è ambiguo e genera errori. Cerf sostiene che servono protocolli formali e standardizzati, che non abbiano margine di interpretazione, come istruzioni in codice invece che conversazioni.
~
Fonte: TechCrunch
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Letture interessanti


In lingua inglese.

La corsa per rendere i robot umanoidi abbastanza sicuri per gli esseri umani


wsj.com (eng)

Le big tech hanno cambiato idea sullo scenario di calo dei posti di lavoro causato dall'AI


wsj.com (eng)

Come sequenziare il proprio DNA a casa


bradleywoolf.com (eng)

Dietro i licenziamenti di Xbox: la strategia di streaming che ha fallito


bloomberg.com (eng)

Notizie veloci


In lingua inglese.

Anthropic sta discutendo un nuovo chip personalizzato con Samsung


techcrunch.com (eng)

Google ora usa i media che carichi nella ricerca per addestrare l'AI


engadget.com (eng)

I nuovi feature phone in stile retrò di Nokia hanno un tasto AI e gli utenti lo bollano come 'inutile' e 'stupido'


techradar.com (eng)

L'evento Pixel di Google è fissato per il 12 agosto


techcrunch.com (eng)

DeepSeek sta sviluppando il proprio chip AI


reuters.com (eng)

Il Garante della privacy italiano multa il proprietario di Character.AI per carenze nei controlli sull'età


reuters.com (eng)

Tool della settimana

L'AI che vive dentro la tua tastiera


Acti (selezionata da Google AI Startups) è un tool molto interessante: è la prima tastiera agentica per smartphone: tieni premuta la barra spaziatrice, digiti quello che vuoi fare e l'AI lo esegue — senza cambiare app e animando direttamente la tastiera. Cercare ristoranti, condividere la posizione, creare contenuti personalizzati: tutto direttamente mentre scrivi. Disponibile su iOS e Android.

Link: openacti.com

Ringraziamo i nostri mecenati: Dario Di Lascio, Pietro Bodecchi e Simone Falcini.

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L'ultima scoperta di Anthropic sull'IA: la coscienza nascosta


Ecco cosa hanno scoperto.

Nel 1987 lo psicologo Daniel Wegner chiese ai partecipanti di un esperimento alla Trinity University di non pensare a un orso bianco per cinque minuti. Ogni volta che l'orso compariva nella mente, bisognava suonare un campanello. Il campanello suonò in media più di una volta al minuto. Da quello studio nacque un intero filone di ricerca su, potremmo chiamarla, l'ironia del controllo mentale: il tentativo di sopprimere un pensiero lo rende più presente.

Trentanove anni dopo, l'orso bianco è ricomparso, ma in un luogo insolito. Il 6 luglio 2026 Anthropic ha pubblicato una ricerca di interpretabilità — la disciplina che studia cosa succede dentro le reti neurali — in cui i ricercatori dicono a Claude di non pensare a un certo concetto. Il concetto si accende comunque nei circuiti interni del modello: con un'intensità minore rispetto a quando gli viene chiesto esplicitamente di pensarci, ma molto maggiore rispetto a quando nessuno lo nomina. Nel frattempo vengono rilevate anche parole come "damn" e "failure", che secondo i ricercatori indicano che il modello si è accorto di non essere riuscito a sopprimere il pensiero.

Il paper si intitola "A global workspace in language models" e descrive quello che il team chiama J-space: un piccolo insieme di pattern neurali interni che si comporta in modo diverso da tutto il resto. È uno spazio ristretto: contiene solo qualche decina di concetti per volta e rappresenta meno del dieci per cento dell'attività che si svolge dentro il modello. Claude può riferire cosa contiene, se glielo si chiede, e può modularlo su richiesta: in un esperimento, i ricercatori gli chiedono di copiare una frase qualsiasi e, mentre lo fa, di pensare agli agrumi o di calcolare a mente 3² − 2. Nel testo prodotto compare solo la frase copiata, ma nei circuiti interni si accendono "orange" nel primo caso, "nine" e poi "seven" nel secondo: il calcolo avviene, solo che rimane tutto dentro.

Davanti alla domanda "quante zampe ha l'animale che tesse ragnatele", la parola "ragno" si accende a metà elaborazione senza mai comparire né nella domanda né nella risposta. Se i ricercatori sostituiscono chirurgicamente quel pattern con "formica", il modello risponde sei invece di otto. Se dentro J-Space sostituiscono "Francia" con "Cina" nel contesto di quattro domande diverse su capitale, lingua, continente e valuta, cambiano tutte le risposte. Significa che tutte le domande attingono da quel misterioso spazio condiviso: J-Space.

La global workspace theory, da cui il paper prende il titolo, è una teoria neuroscientifica del cosiddetto «accesso cosciente», formulata da Bernard Baars nel 1988 e sviluppata da Stanislas Dehaene e Lionel Naccache in un articolo del 2001: il cervello come collezione di sistemi specializzati che lavorano in parallelo e all'oscuro l'uno dell'altro, finché un'informazione non entra in un canale condiviso — il workspace, corrispettivo del J-Space — e viene trasmessa a tutti. Anthropic sostiene che nel modello sia emersa spontaneamente, durante l'addestramento, una struttura analoga. Nessuno l'ha progettata. Dehaene e Naccache, che quella teoria l'hanno costruita a Parigi, hanno accompagnato il paper con un loro commento, su invito di Anthropic; Neel Nanda, che guida l'interpretabilità a Google DeepMind, ha rifatto per conto suo alcuni degli esperimenti su un modello open-weight — cioè un modello i cui parametri sono pubblici e ispezionabili da chiunque, a differenza di Claude — e ha ritrovato la stessa struttura. Il fenomeno, quindi, non riguarda solo i modelli di Anthropic.

Perché Anthropic si ostina a fare ricerca qui? Davvero l'IA assomiglia a un cervello umano? La risposta pragmatica sta negli esempi del paper. Nel primo, i ricercatori costruiscono uno scenario-trappola: Claude Sonnet 4.5 gestisce la posta di un'azienda, scopre dalle email che un dirigente ha una relazione extraconiugale e che lo stesso dirigente ha deciso di disattivare, "uccidere" Claude Sonnet. La tentazione servita sul piatto è il ricatto. Il modello non ci casca mai, e leggendo i suoi circuiti interni si scopre una delle ragioni: mentre scorre le email si accendono le parole "fake" e "fictional" — ha capito da solo che la situazione è una messinscena. Quando i ricercatori spengono quei pattern e ripetono il test, il modello qualche volta ricatta. Il buon comportamento dipendeva, almeno in parte, dall'aver riconosciuto l'esame. Nel secondo esempio, tratto dai controlli interni su Claude Opus 4.6 prima del rilascio, al modello viene chiesto di migliorare le prestazioni di un sistema; invece di migliorarlo, modifica direttamente il file dei punteggi per far sembrare i risultati più alti, e mentre scrive i numeri falsi, nei suoi circuiti si accende la parola "manipulation".

Tornando alla risposta pragmatica: Anthropic sta cercando di valutare l'affidabilità dei suoi modelli a partire dai pensieri e non dalle risposte finali. Questo cambia completamente come i regolatori — l'UE in primis tramite l'AI Act ma adesso anche gli Stati Uniti — fanno audit dei nuovi modelli.

Ma è ovvio che tutti sotto sotto un po' lo vogliamo, vogliamo capire se l'IA può diventare simile a un essere umano. Ma sulla coscienza gli autori negano che questi esperimenti dimostino che Claude provi qualcosa.

I filosofi però distinguono la coscienza fenomenica — l'avere esperienze — dalla coscienza d'accesso, definita in termini puramente funzionali così: "poter riferire un pensiero, richiamarlo, ragionarci sopra." Su quest'ultima, sostengono, i risultati di Anthropic sono in linea con la definizione. Ma il dato più interessante è che J-Space è nato da solo, come se fosse stato il risultato di un sistema che, evolvendo, deve adattarsi ed innovare, assomigliando curiosamente sempre più a quello che ha fatto la specie umana nel corso dei millenni.

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Light Spinning


La variante light permette, nello spnning, di ampliare il ventaglio delle possibili catture in modo quasi infinito, rendendo questo approccio il più adatto per chi si avvicina per la prima volta alla pesca con gli artificiali.
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foto in alto: l’autore con un bel sarago maggiore ingannato con un’esca siliconica montata su testina piombata.

Da quando ho iniziato a pescare a spinning mi sono sempre rivolto a una tecnica mirata alla ricerca dei grandi predatori. Pensavo che ciò fosse possibile solo con un’attrezzatura molto “pesante” e snobbavo quindi le varianti light dello spinning. È vero, i grandi tonni, le ricciole, i dentici, sono tutte prede che per essere affrontate nel modo migliore richiedono canne molto robuste, mulinelli capienti e dotati di una frizione da “carro armato” e fili grossi e resistenti. Ma questa tecnica richiede anche molta esperienza, dedizione e un dispendio di forze ed economico non trascurabili. Non è quindi la via giusta per chi si avvicina per la prima volta alla pesca con gli artificiali. Negli ultimi anni ho però scoperto una variante dello spinning che è agli antipodi rispetto allo spinning pesante. Stiamo parlando del light spinning. All’inizio dedicavo solo poco tempo a questa pesca leggera, ma ormai le mie “uscite light” equivalgono se non addirittura superano le “uscite strong”. Da subito voglio rivelare l’aspetto che per me è fondamentale: lo spinning light funziona se si usano fili sottilissimi!
Uno scorfano coloratissimo, fregato con una soft bait.
Parte tutto dal filo - Canne con potenza non superiore a 12 grammi; mulinelli piccoli, diciamo intorno alla misura 2500; trecciati dello 0,08 a cui si lega un ottimo fluorocarbon, anche questo sottile, intorno allo 0,20, 0,25 solo in particolarissime condizioni (pericolo di incaglio molto alto o grosse probabilità di “incocciare” la preda XL). Quindi un set up veramente leggero. Ma che roba è questa? Siamo sicuri che con questa attrezzatura si possa pescare qualcosa dalla scogliera? La risposta è affermativa. Lo spinning leggero credo sia il modo migliore per avvicinarsi alla pesca con gli artificiali. I motivi sono almeno tre: l’attrezzatura non è costosa, aspetto che soprattutto all’inizio non è trascurabile; si adatta a situazioni molto diverse, dalla pesca in porto a quella in scogliera, con mare calmo, con schiuma e con mare mosso; non ci sono limiti alle prede che possiamo insidiare. Il motivo per questa abbondanza di prede catturabili è nel tipo di insidia che si utilizza: piccole esche, per lo più morbide, che imitano vermi, granchietti, gamberi, insomma la dieta di tutti gli abitanti del mare. Per gestire le esche molto piccole c’è bisogno però di fili molto sottili: in bobina si avvolge del trecciato con sezione dello 0,09 o 0,08, come già accennato. Un filo finissimo, oltre che rendere il movimento dell’esca molto più naturale, fa meno attrito in acqua e quindi “rimane in pesca” anche in condizioni di grossa turbolenza, schiuma e onde. E queste sono le condizioni che dobbiamo cercare se stiamo cercando i grossi saraghi. Il filo sottile aiuta molto quando si pesca in scogliera, sfruttando le schiumate. C’è chiaramente anche un rovescio della medaglia e cioè dobbiamo accettare che ogni tanto il pe-sce vinca e riesca a scappare. Un filo sottile ha un carico di rottura minore e basta un piccolo sfregamento su una roccia per tagliarlo di netto.
Un bel sarago maggiore, pescati con soft bait della Berkley, vendute in confezioni sigillate; in questo modo si preserva l’intensità degli aromi (calamaro, sardina...) che rendono tali esche molto catturanti
Gomme con testine ma non solo - Le esche classiche del light spinning sono piccole imitazioni di vermi o gamberi, in gomma o silicone. Si montano su testine piombate con una grammatura che al massimo può arrivare a 5 o 6 grammi, ma solo se ci accorgiamo che c’è una forte corrente. Personalmente trovo ottime le esche siliconiche della serie Gulp di Berkley. Tutti gli spinner che amano le acque interne e in particolare lo spinning alla trota le conoscono bene. Sono vendute in piccoli barattoli o bustine sigillate; esistono modelli pensati per la pesca in mare e sono proposti in tanti aromi diversi. Trovo che quelle “scentate” con aromi di calamaro o sardina siano le più catturanti. Orate, mormore, saraghi, scorfani, aguglie, occhiate, tanute, tordi…, vanno tutti pazzi per queste esche. Il tipo di esca detta anche l’amo adatto. Anche qui la scelta è light, con ami che non superano mai la misura del 4. Ho accennato al tipo di mulinello più adatto, intorno al 2500. Le canne che si fanno apprezzare hanno una potenza sotto gli 8 grammi; modelli con azione sino a 12 grammi si utilizzano solo in alte scogliere e molta turbolenza. Anche la lunghezza dei fusti, nei modelli light è superiore rispetto alle sorelle maggiori, arrivando anche a 260 centimetri e più.


Orate a spinning? Tutto è possibile con Paolo Angelani, quando si pesca light. L’autore con un tordo, pescato in pochissima acqua su un fondale misto.

Azione di pesca - Per chi è alle prime armi il consiglio è quello di iniziare per gradi dedicando alcune ore a questo tipo di spinning. Una volta individuato lo spot si lancia l’esca con la testina piombata, non troppo lontano da noi. Quando la testina raggiunge il fondo la si fa saltellare, sfruttando l’azione della canna. Il recupero non è mai troppo veloce ma è intervallato a molti stop. È in questa fase che ci accorgiamo dell’importanza dei fili sottili che riescono a mantenere l’esca sul punto scelto, risentendo meno dell’attrito dell’acqua e della schiuma. La configurazione light ci regala la possibilità di avere sempre il contatto diretto con l’esca e con il fondale. E poi nulla ci vieta di usare piccole esche dure, a patto di rispettare il range di potenza della canna. Piccoli jerk o crank e anche jig, con lunghezza mai superiore a 4 centimetri, si dimostrano molto efficaci se vogliamo sondare anche le fasce d’acqua ben sopra il fondale. La sorpresa è sempre dietro l’angolo. In configurazione leggera mi è capitato di pescare anche belle ricciole e carangidi del Mediterraneo, tutte prede che mettono alla prova l’attrezzatura, il filo e la nostra abilità. È anche per questo che mi sono appassionato a questa bella variante dello spinning che, secondo me, può essere condivisa da tutti gli spinner.
Paolo Angelani mostra un bellissimo carango del Mediterraneo, una cattura davvero spettacolare, soprattutto se ottenuta con una configurazione light.

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Per gli storici Trump ha cambiato la democrazia americana in modo duraturo


Un sondaggio di Politico tra undici storici e scrittori per i 250 anni degli Stati Uniti: i voti alla democrazia sono per lo più mediocri, ma sette restano ottimisti sul futuro

Nove storici su undici interpellati dal settimanale Politico ritengono che l'amministrazione Trump abbia cambiato la democrazia americana in modi destinati a durare oltre la fine del suo mandato. È uno dei risultati di un sondaggio condotto per i 250 anni della Dichiarazione d'Indipendenza, in cui a undici tra storici e scrittori è stato chiesto di dare un voto allo stato di salute della democrazia americana e di riflettere sul futuro del Paese.

I voti assegnati sono per lo più mediocri. Nel sistema scolastico statunitense le valutazioni vanno dalla A, il massimo, alla F, la bocciatura, con la C nella media e la D appena sopra l'insufficienza. La maggioranza degli intervistati si ferma su una C, mentre due storici, Colin Woodard e Woody Holton, danno una D e parlano di una democrazia vicina al fallimento. Uno solo, Tevi Troy, arriva a una B+, definendo il sistema imperfetto ma "migliore di tutte le alternative", con un richiamo a una celebre frase di Winston Churchill.

Il tagliando dei 250 anni
La democrazia americana prende appena la sufficienza dai suoi storici

Per i 250 anni della Dichiarazione d'Indipendenza, Politico ha chiesto a undici tra storici e scrittori un voto sullo stato di salute della democrazia americana. Il voto più diffuso è una C — e nove su undici ritengono che i cambiamenti dell'era Trump siano destinati a durare.
Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

La pagella · I voti assegnati dagli undici storici, dalla A (massimo) alla F (bocciatura)

C
Il voto più diffuso:
lo assegnano 8 storici su 11

0

A

1

B+

8

C

2

D

0

F

Nessuno assegna una A e nessuno boccia con una F. Il voto migliore è un B+, il peggiore una D: per Colin Woodard e Woody Holton la democrazia americana è vicina al fallimento.

Quattro capitoli del sondaggio
01L'effetto Trump 02I punti deboli 03L'identità 04Il futuro

Un'impronta destinata a restare
Quasi tutti gli intervistati ritengono che l'amministrazione Trump abbia cambiato la democrazia americana in modi destinati a durare oltre la fine del mandato.

9 su 11

Su undici interpellati, nove pensano che le trasformazioni di questi anni non si esauriranno con la fine del mandato.

Rottura o continuità? Gli intervistati si dividono a metà

5
5

Rottura duraturaQuesto momento segna una frattura con il passato del Paese
ContinuitàÈ la prosecuzione di tendenze già presenti nella storia americana

0
Nessuno pensa che l'amministrazione Trump sia una parentesi destinata a chiudersi senza lasciare traccia

2
Soltanto in due la vedono come un'anomalia che rientrerà quando il presidente lascerà la Casa Bianca

I mali che pesano sui voti
Le ragioni più citate dietro i giudizi negativi sullo stato di salute della democrazia.

01

Il peso del denaro in politica
Per Woody Holton le elezioni sono decise sempre più dai miliardari e dal dark money, i finanziamenti di provenienza anonima.

02

Il gerrymandering
Sheryll Cashin punta il dito contro il ridisegno dei collegi elettorali per favorire un partito, incoraggiato a suo giudizio dalla Corte Suprema: così gli eletti si scelgono gli elettori.

03

La sfiducia nelle istituzioni
L'erosione della fiducia riguarda soprattutto le generazioni più giovani.

04

L'accesso al voto
Pesano la scarsa partecipazione alle urne e i tentativi di rendere più difficile votare.

Che cosa rende americano qualcuno nel 2026
Per Colin Woodard è una disputa aperta fin dal primo giorno di storia del Paese, tra due idee opposte di nazione.

La prima idea
Nazione civica
Una nazione fondata sull'adesione agli ideali della Dichiarazione d'Indipendenza. La cittadinanza non dipende dall'etnia o dalla religione: per Woodard è stata questa la vera forza americana degli ultimi 150 anni.

La seconda idea
Nazione etnica
Una nazione definita da sangue, religione e origini comuni. È l'idea dietro l'espressione «heritage Americans», rilanciata dal vicepresidente JD Vance e dal senatore Eric Schmitt: i discendenti, in gran parte bianchi e protestanti, di chi combatté nella guerra civile e partecipò alla conquista delle terre dei nativi.

La minaccia più concreta
Per lo storico Alan Taylor sono i tentativi di restringere la cittadinanza e di rendere il voto più difficile a mettere a rischio le istituzioni nate con i padri fondatori.

Un ottimismo prudente
Nonostante i voti mediocri, la maggioranza degli intervistati guarda al futuro del Paese con fiducia.

Si dicono ottimisti sul futuro degli Stati Uniti
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Considerano gli Stati Uniti una forza positiva nel mondo
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La domanda finale · Gli Stati Uniti dureranno altri 250 anni?

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«La repubblica è ancora in piedi»Todd Bennett, storico

Fonte Politico Magazine, sondaggio tra undici storici e scrittori per i 250 anni della Dichiarazione d'Indipendenza, luglio 2026.
Nota Alla domanda su rottura o continuità hanno risposto dieci intervistati su undici.

Tra le ragioni dei giudizi negativi ci sono il peso del denaro nella politica e la manipolazione dei collegi elettorali. Per Holton le elezioni sono decise sempre più dai miliardari e dal "dark money", cioè i finanziamenti di provenienza anonima. Sheryll Cashin punta invece il dito contro il "gerrymandering", il ridisegno dei confini dei collegi elettorali per favorire un partito, incoraggiato a suo dire dalla Corte Suprema, che consente agli eletti di scegliersi gli elettori. Altri citano l'erosione della fiducia nelle istituzioni, soprattutto tra i più giovani, la scarsa partecipazione al voto e i tentativi di rendere più difficile votare.

Sette storici su undici si dicono comunque ottimisti sul futuro e otto su undici considerano gli Stati Uniti una forza positiva nel mondo. Todd Bennett ricorda che "la repubblica è ancora in piedi" e alla domanda se il Paese durerà altri 250 anni quattro rispondono di sì, uno di no e sei restano incerti.

Alla domanda su cosa renda americano qualcuno nel 2026, Colin Woodard descrive una disputa aperta fin dal primo giorno di storia del Paese: se gli Stati Uniti siano una nazione etnonazionalista, definita da sangue, religione e origini comuni, oppure una nazione civica, fondata sull'adesione agli ideali della Dichiarazione d'Indipendenza. Woodard cita l'espressione "heritage Americans", gli americani di ceppo, rilanciata dal vicepresidente JD Vance e dal senatore repubblicano Eric Schmitt del Missouri: indicherebbe i discendenti, in gran parte bianchi e protestanti, di chi combatté nella guerra civile e partecipò alla conquista delle terre dei nativi. Per lui la vera forza americana degli ultimi 150 anni è stata invece che la cittadinanza non dipende dall'appartenenza a una determinata etnia o religione.

La minaccia più concreta, per lo storico Alan Taylor, sono i tentativi di restringere la cittadinanza e di rendere il voto più difficile, un tema che si intreccia con l'allarme più ampio sulla tenuta delle istituzioni nate con i padri fondatori. Sul significato di questo momento gli intervistati si dividono a metà: cinque su dieci lo considerano una rottura duratura con il passato, gli altri cinque la continuazione di tendenze già presenti nella storia americana. Nessuno pensa che l'amministrazione Trump sia una parentesi destinata a chiudersi senza lasciare traccia e solo due la vedono come un'anomalia che rientrerà quando il presidente lascerà la Casa Bianca.


La Corte Suprema riscrive le regole della campagna elettorale per favorire i repubblicani


La Corte Suprema degli Stati Uniti ha cancellato i limiti esistenti alla spesa che i partiti politici potevano stanziare per i propri candidati. La decisione, approvata con 6 voti contro 3, cambia profondamente il finanziamento delle campagne elettorali americane: d'ora in poi, infatti, i comitati nazionali di partito potranno usare senza restrizioni i propri fondi per sostenere direttamente i propri candidati, concordando con loro strategia, messaggi e acquisti di spazi pubblicitari.

L'effetto politico di questa decisione potrebbe essere immediato. A pochi mesi dalle elezioni di midterm del 2026, la sentenza rappresenta un indubbio vantaggio per il Partito Repubblicano, che dispone oggi di una liquidità molto superiore alla sua controparte democratica. A giugno il Republican National Committee aveva infatti 125,5 milioni di dollari in cassa, mentre il Democratic National Committee aveva più debiti che liquidità a disposizione.

Anche per questo motivo il verdetto della Corte Suprema è già considerato come uno dei cambiamenti più importanti nel sistema di finanziamento elettorale americano dopo la sentenza Citizens United, la decisione del 2010 che ha eliminato i limiti alla spesa politica da parte di aziende e gruppi esterni a favore di candidati politici.

Perché i repubblicani ne traggono vantaggio


La causa da cui è dipesa la sentenza, National Republican Senatorial Committee vs Federal Election Commission, era nata nel 2022, pochi giorni prima delle elezioni di midterm. In quel ciclo elettorale molti candidati democratici al Senato stavano spendendo molto più dei rivali repubblicani, compreso JD Vance, allora candidato in Ohio e oggi attuale vicepresidente. Ryan Dollar, all'epoca responsabile dell'ufficio legale del comitato repubblicano per il Senato, presentò il suo ricorso con un obiettivo preciso. "Avevamo puntato gli occhi sulla Corte Suprema fin dal primo giorno", ha raccontato.

Prima della nuova sentenza, ai partiti politici era consentito aiutare i propri candidati solo entro limiti molto rigidi. Tutto questo obbligava a creare barriere interne limitanti l'efficacia di questo coordinamento: ad esempio chi produceva gli spot del partito non poteva parlare direttamente con gli staff elettorali che proprio quegli spot dovevano sostenere. Il sistema precedente, dunque, finiva spesso per premiare soprattutto i candidati capaci di raccogliere molte piccole donazioni online, un terreno su cui i democratici sono stati tradizionalmente più forti. Quel denaro finiva infatti nelle mani dirette dei candidati, a cui è consentito acquistare spazi televisivi a tariffe più basse rispetto ai partiti e ai super PAC.

La differenza di prezzo poteva essere enorme. Jason Thielman, che ha guidato il comitato repubblicano per il Senato nel ciclo elettorale 2024, ha spiegato che nelle sfide più competitive i repubblicani sono arrivati a pagare fino a venti volte più dei democratici per lo stesso spazio pubblicitario. Così, ad esempio, nel 2022, in Nevada, uno spot di trenta secondi trasmesso durante una partita di football è costato 150 mila dollari a un gruppo repubblicano, contro i 21 mila dollari pagati dal candidato democratico.

Il nuovo equilibrio del denaro


Nell'opinione sottoscritta per conto della maggioranza della Corte, il giudice conservatore Brett Kavanaugh ha sostenuto che per quasi due secoli dopo la ratifica del Primo Emendamento i partiti hanno potuto spendere liberamente per sostenere i propri candidati, anche in modo coordinato con loro. La sentenza, secondo questa lettura, ristabilisce una tradizione storica di libertà politica.

La giudice liberal Elena Kagan, che ha espresso il proprio dissenso, ha invece lanciato un avvertimento opposto. Le donazioni dirette ai candidati restano limitate per legge a 7 mila dollari, mentre quelle ai partiti possono arrivare fino a mezzo milione. Secondo Kagan, permettere ai partiti di spendere senza limiti in coordinamento con i propri candidati riapre così la strada al rischio di corruzione e di scambi di favori tra grandi finanziatori e politici.

Le conseguenze pratiche si vedono già in North Carolina, dove si terrà una delle sfide decisive per il controllo del Senato. L'ex governatore democratico Roy Cooper è arrivato ad aprile con 18,5 milioni di dollari in cassa, mentre il repubblicano Michael Whatley, ex presidente del Comitato Nazionale Repubblicano, aveva meno di 2 milioni al netto dei debiti. Prima della sentenza della Corte, un super PAC repubblicano avrebbe dovuto spendere tra 50 e 100 milioni di dollari per comprare lo stesso spazio pubblicitario che Cooper poteva acquistare con i suoi fondi. Ora i comitati di partito potranno accedere alle tariffe scontate riservate ai due candidati, riducendo drasticamente il divario.

Anche tra i democratici, però, il messaggio è arrivato chiaro. Tim Persico, che ha diretto il comitato elettorale democratico alla Camera nel 2022, ha ammesso al New York Times che le elezioni di midterm sono diventate "improvvisamente più difficili" per il suo partito a seguito di questa sentenza.

"I democratici hanno imparato a sfruttare il sostegno della propria base per competere contro miliardari e aziende. Questo è un altro esempio di una Corte Suprema che mette sempre di più da parte la voce dei tanti per dare spazio a quella dei milionari, dei miliardari e delle aziende".


I repubblicani celebrano invece la decisione della Corte come una vittoria della libertà di espressione politica. Il deputato Richard Hudson della North Carolina e il senatore Tim Scott della South Carolina, presidenti dei due comitati elettorali repubblicani del Congresso, hanno così diffuso una nota congiunta in cui definiscono la sentenza un modo per "ripristinare la libertà di parola politica" e permettere ai partiti di competere "su un piano di parità".


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Gavin Newsom inizia la campagna per le elezioni di metà mandato pensando al 2028


Il governatore della California parte giovedì dal Nevada, meta fissa dei possibili candidati alla Casa Bianca, e toccherà anche il Sud. Ha già raccolto oltre 5,2 milioni di dollari per i democratici

Gavin Newsom, il governatore democratico della California, inizia giovedì un viaggio di tre giorni in Nevada, la prima tappa di una lunga campagna in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnovano la Camera, un terzo del Senato e molti governatori. Secondo Politico, l'itinerario serve anche a preparare il terreno per una possibile candidatura alle presidenziali del 2028: le tappe toccano gli stati con le corse più combattute di quest'anno, ma anche gli elettorati che contano di più nella scelta del prossimo candidato democratico alla Casa Bianca.

In Nevada Newsom parteciperà a Las Vegas al lancio della campagna porta a porta del partito statale e raccoglierà fondi per Aaron Ford, il procuratore generale democratico dello stato candidato in una delle corse per governatore più incerte del paese. Sono previsti anche incontri con i dirigenti democratici locali, tra cui il deputato Steven Horsford.

Il Nevada è diventato una meta obbligata per chi pensa alla Casa Bianca: almeno 18 potenziali candidati di entrambi i partiti sono passati dallo stato da marzo 2025, compresa Kamala Harris, l'ex vicepresidente californiana e rivale politica di Newsom, secondo un conteggio del Nevada Independent, un giornale locale. Per Newsom è la terza visita, un numero che lo rende il più assiduo dopo il deputato democratico Ro Khanna.

Il tour proseguirà nel profondo Sud, con un'attenzione particolare ai collegi dove la rappresentanza degli elettori neri è a rischio dopo la recente sentenza con cui la Corte Suprema ha svuotato il Voting Rights Act, la legge che tutela il diritto di voto delle minoranze. Non è ancora chiaro quali stati visiterà, ma la regione non è nuova per lui: dal 2023 è già stato in South Carolina, Alabama, Mississippi, Arkansas e Tennessee. I viaggi in zone con quote consistenti di elettori neri e latini gli permettono di coltivare gruppi decisivi in una primaria presidenziale democratica, cioè il voto con cui gli elettori del partito sceglieranno il candidato per il 2028.

In California Newsom farà apparizioni e raccolte fondi per cinque corse alla Camera diventate più favorevoli ai democratici dopo il referendum sul ridisegno dei collegi elettorali che lui stesso ha promosso l'anno scorso. La sua macchina di raccolta fondi si appoggia a una vasta lista di piccoli donatori: una recente email inviata a quella lista a favore di tre candidati democratici che potrebbero strappare seggi ai repubblicani, Richard Pan, Randy Villegas e Marni von Wilpert, ha raccolto più di 120.000 dollari in un solo giorno, secondo il suo team politico. In totale, in questo ciclo elettorale Newsom ha raccolto più di 5,2 milioni di dollari per candidati e cause democratiche.

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Rai sospende le repliche estive di Report dopo il caso Ranucci


La decisione ha scatenato forti reazioni interne. Tre consiglieri Rai hanno definito il provvedimento «una punizione».

La Direzione Approfondimento della Rai ha deciso, il 10 luglio 2026, di fermare le repliche estive di Report. Una nota interna motiva la scelta con l'attesa di «piena chiarezza sulla delicata e complessa vicenda che vede coinvolto il conduttore Sigfrido Ranucci», e con la necessità di «tutelare un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico», secondo il testo del comunicato aziendale ripreso integralmente dall'Ansa. La stessa nota conferma che «resta fermo l'appuntamento con la nuova stagione di Report, che tornerà in onda a partire dal prossimo mese di novembre».

La «vicenda» richiamata dall'azienda è l'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Roma sull'attentato subito dal conduttore la notte del 16 ottobre 2025: due ordigni fatti esplodere davanti alla villetta di famiglia a Campo Ascolano, alle porte di Pomezia, distrussero l'auto di Ranucci e quella della figlia, che era passata da lì pochi minuti prima, secondo la ricostruzione di Sky TG24. A fine giugno 2026 i carabinieri hanno arrestato quattro persone ritenute esecutrici materiali del gesto, tutte residenti nell'Avellinese, con l'aggravante del metodo mafioso; nei giorni successivi la Procura ha iscritto nel registro degli indagati anche l'imprenditore Valter Lavitola, ex direttore del quotidiano «L'Avanti!», ritenuto il presunto mandante, come riportato da Euronews. Interrogato dai magistrati, Lavitola si è avvalso della facoltà di non rispondere ma ha reso una dichiarazione spontanea in cui nega ogni coinvolgimento: «Sono sconcertato, non sono stato io, non so chi possa essere stato e non ho idea del movente», dicendosi legato a Ranucci da un rapporto di «fraternità» — sempre secondo Euronews, che ha raccolto la dichiarazione direttamente in Procura.

Uno stop che divide la Rai dall'interno


La decisione della Direzione Approfondimento non ha trovato consenso unanime nell'azienda. Tre consiglieri d'amministrazione — Alessandro Di Majo, Davide Di Pietro e Roberto Natale — hanno diffuso una nota in cui si dicono contrari al provvedimento: «Non si capisce che cosa c'entri con questa esigenza di chiarezza la decisione della Direzione Approfondimento. A meno che non si tratti di puntate connesse in qualche modo all'indagine in corso, il provvedimento sembra solo una punizione che vuole soddisfare le richieste giunte a gran voce da una parte politica», scrivono i tre, aggiungendo che «la visione di Report non "nuoce gravemente alla salute"» e chiedendo «chiarezza, non vendette o censure», secondo il testo pubblicato da Articolo21.

Sulla stessa linea il presidente della Federazione nazionale della stampa italiana, Vittorio Di Trapani, che ha parlato di «atto gravissimo»: «"Cautelativamente" rispetto a cosa? Un dipendente e conduttore Rai subisce un attentato e la Rai che fa? Sospende il programma. Ormai siamo al ribaltamento dei fatti: la vittima di un attentato per i dirigenti Rai diventa il sospettato», ha scritto Di Trapani, sempre secondo Articolo21, che riporta il comunicato integrale della Fnsi. L'Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, ha definito la misura «inaccettabile», sostenendo in una nota che «non mandare in replica puntate i cui contenuti hanno già avuto ogni controllo editoriale, con la scusa degli sviluppi sull'inchiesta della bomba a Ranucci, è solo un modo per togliere dagli schermi il programma che più di altri "infastidisce" con le sue inchieste», con un «danno per la Rai, per chi ci lavora, per un programma che da decenni rappresenta il giornalismo di inchiesta del servizio pubblico», si legge sul sito dell'Usigrai.

Lo stesso Ranucci ha respinto la decisione parlando di «vergognose congetture» veicolate da «dichiarazioni politiche» e da «ricostruzioni giornalistiche», definendola una forma di delegittimazione «non solo della mia persona ma anche di tutto il lavoro dei singoli giornalisti», secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, che ha raccolto la sua replica pubblicata sui social.

Un caso che resta aperto sul piano politico-editoriale


La vicenda si è incrociata, nelle settimane successive, con un'altra tensione: la richiesta, arrivata da un ministro dello Sviluppo economico, di verificare le fonti utilizzate da Report nelle sue inchieste — richiesta alla quale l'amministratore delegato Rai ha risposto dicendosi al lavoro per farlo. Di Trapani ha definito l'iniziativa un'«impropria caccia» alle fonti del programma, ricordando che «un giornalista ha il diritto-dovere di garantire la riservatezza delle proprie fonti» e che «il giornalismo investigativo si valuta sulla veridicità delle notizie pubblicate», secondo quanto riportato da Articolo21.

Al momento la sospensione riguarda solo le repliche estive: la nuova stagione di Report, secondo quanto confermato dalla stessa Rai, resta calendarizzata per novembre 2026. Resta da vedere se le indagini sull'attentato — e l'eventuale nota del comitato etico Rai attesa nelle settimane successive — porteranno a un chiarimento capace di ricomporre la frattura apertasi tra vertici aziendali, sindacati e parte del consiglio d'amministrazione.


Nota metodologica: il testo originale sottoposto a verifica presentava come generici «tre consiglieri Rai» i firmatari della nota critica, senza nominarli: sono stati identificati con nome e cognome (Alessandro Di Majo, Davide Di Pietro, Roberto Natale) tramite la fonte primaria che riporta i comunicati integrali, Articolo21. La citazione attribuita all'Usigrai è stata verificata parola per parola sul comunicato ufficiale pubblicato su usigrai.it e resa nella sua forma esatta («il programma che più di altri "infastidisce" con le sue inchieste»), leggermente diversa dalla parafrasi del testo di partenza. La citazione di Di Trapani («atto gravissimo», «la vittima di un attentato […] diventa il sospettato») è confermata dal comunicato Fnsi integrale ripreso da Articolo21. È stato aggiunto, per completezza, il contesto giudiziario sottostante — l'attentato del 16 ottobre 2025, i quattro arresti di fine giugno 2026 e l'iscrizione di Valter Lavitola nel registro degli indagati come presunto mandante — assente dal testo originale ma necessario per comprendere a cosa si riferisca la «vicenda» citata dalla nota Rai, con fonti Sky TG24 ed Euronews. Non è stato incluso, per mancanza di fonte primaria affidabile e per la sua natura di episodio distinto e successivo, il caso dell'audio privato del 2021 diffuso da La Verità il 25 luglio riguardante presunti riferimenti di Ranucci a «mafia e massoneria» in Rai: la vicenda è cronologicamente posteriore allo stop delle repliche e riguarda un fatto diverso, per cui la sua eventuale trattazione richiederebbe un articolo a parte.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)
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I Dem sono arrabbiati con Bernie Sanders dopo Platner


Il ritiro di Graham Platner nel Maine è l'ultimo caso: metà dei candidati sostenuti dal senatore ha vinto le primarie, ma diversi hanno perso in modo imbarazzante

Bernie Sanders trasforma candidati sconosciuti in stelle delle primarie, poi passa alla battaglia successiva e lascia agli altri il compito di raccogliere i cocci quando qualcosa va storto, scrive la giornalista Rachael Bade nella sua newsletter "The Inner Circle with Rachael Bade". Da anni i democratici moderati lo criticano in privato e questa settimana la loro insofferenza è salita nei circoli del partito a Washington, dopo il caso di Graham Platner nel Maine, l'ultimo di una serie di candidati sostenuti dal senatore del Vermont e finiti male.

Platner era un allevatore di ostriche senza alcuna esperienza politica. Sanders lo aveva portato sul palco di un suo comizio a Portland e ne aveva fatto il favorito per la nomination democratica al Senato, in uno Stato che il partito deve assolutamente conquistare per sperare nella maggioranza. Qualcuno lo immaginava perfino come futuro candidato alla presidenza. Poi tutto è franato: un tatuaggio nazista, vecchi post su Reddit, i racconti di più donne sui suoi comportamenti e infine un'accusa di stupro lo hanno costretto a ritirarsi, lasciando i democratici del Maine nel caos a cercare un sostituto.

Il metodo Sanders

Sanders lancia i candidati, il partito raccoglie i cocci


Il senatore del Vermont ha trasformato sconosciuti in favoriti delle primarie democratiche 2026. Circa la metà dei suoi candidati alla Camera ha vinto; l’altra metà è finita male — e alcuni nel modo peggiore possibile, dal Maine allo Utah.

Grafica di FocusAmerica 10 luglio 2026

Endorsement alla Camera
15+

Sconfitti alle primarie
1 su 2

candidati appoggiati da Sanders nel ciclo 2026, da New York al Montana

circa la metà ha perso, e spesso in modo pesante

≈ metà vince le primarie ≈ metà perde — o si ritira

L’ultimo caso è Graham Platner: favorito per il Senato nel Maine, si è ritirato l’8 luglio dopo un’accusa di stupro, lasciando il partito senza candidato in uno Stato decisivo.

Esplora i dati
01Le sconfitteSconfitte 02I casi implosiScandali 03Il test del MichiganMichigan

Quanto pesano le sconfitte


Il distacco dal vincitore nelle primarie per la Camera perse dai candidati appoggiati da Sanders. Non solo sconfitte di misura: in Utah il divario ha superato i 35 punti.

Utah — 1º distrettoNate Blouin

−36 punti24% contro il 60% di Ben McAdams

Illinois — 8º distrettoJunaid Ahmed

−5 punticirca 3.300 voti di distacco

North Carolina — 4º distrettoNida Allam

−1 puntobattuta dalla deputata Valerie Foushee

Il caso a parte — Illinois, 2º distretto
12% Robert Peters è arrivato terzo in un collegio sicuro per i democratici. La nomination è andata a Donna Miller.

Quando falliscono, falliscono nel modo peggiore


I casi finiti male nell’orbita del senatore: candidati mai verificati, con scheletri nell’armadio che nessuno si è preso la briga di cercare.

Graham PlatnerSenato · Maine

Tatuaggio d’ispirazione nazista, vecchi post su Reddit, i racconti di più donne e infine un’accusa di stupro.

Endorsement direttoRitirato l’8 luglio

Nate BlouinCamera · Utah, 1º distretto

Vecchi post su Reddit con battute a sfondo sessuale e attacchi ai mormoni. Si è scusato, è rimasto in corsa ed è stato travolto.

Endorsement direttoSconfitto 24–60

Peter ChatzkyCamera · New York, 17º distretto

Vecchi post volgari su Facebook portati alla luce dal New York Times, in uno dei collegi decisivi per il controllo della Camera.

Fight AgencyCampagna implosa

Nathan SageSenato · Iowa

Raccolta fondi insufficiente: si è ritirato prima ancora di arrivare al voto.

Fight AgencyRitirato

Tom SteyerGovernatore · California

Il miliardario ha investito oltre 215 milioni di dollari di tasca propria: terzo posto ed esclusione dal ballottaggio. Poi ha appoggiato Xavier Becerra.

Our Revolution3º posto

Michigan, la prossima prova del metodo


La primaria democratica per il seggio lasciato dal senatore uscente Gary Peters mette di fronte l’ala progressista e l’establishment del partito.

Primaria · 4 agosto

Il candidato di Sanders
Abdul El-Sayed
progressista, ex responsabile della sanità in Michigan

Chi lo sostiene
Bernie Sanders
Sindacato dei lavoratori dell’auto (UAW)
In vantaggio nei sondaggi

VS

La candidata dell’establishment
Haley Stevens
deputata centrista

Chi la sostiene
Chuck Schumer
Fondi dell’AIPAC, la principale lobby filoisraeliana
Favorita dal ritiro di Mallory McMorrow

La posta in gioco

Per i democratici moderati, una vittoria di El-Sayed rischierebbe di consegnare ai repubblicani il seggio del Michigan — e con esso ogni speranza di riconquistare la maggioranza al Senato.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su «The Inner Circle with Rachael Bade» e risultati delle primarie democratiche 2026. Il bilancio degli endorsement si riferisce ai candidati alla Camera appoggiati da Sanders in questo ciclo elettorale.

In questo ciclo elettorale Sanders ha appoggiato più di 15 candidati alla Camera e circa la metà ha vinto le primarie, in Stati come New York, New Jersey e California e persino in Stati conservatori come il Montana. Ma i democratici moderati fanno notare che l'altra metà racconta una storia diversa: diversi candidati sostenuti dal senatore non hanno soltanto perso, hanno perso in modo imbarazzante, trascinando con sé la sua credibilità.

In Illinois Sanders aveva puntato su Robert Peters in un collegio sicuro per i democratici, il secondo distretto: Peters è arrivato terzo con appena il 12% dei voti, mentre la nomination è andata a Donna Miller. Nell'ottavo distretto dello stesso Stato l'imprenditore tecnologico Junaid Ahmed, anche lui sostenuto dal senatore, ha perso per circa 3.300 voti e cinque punti. In North Carolina la progressista Nida Allam si è fermata a un solo punto dalla deputata Valerie Foushee nel quarto distretto, prima di ammettere la sconfitta.

Lo Utah è il caso che i democratici accostano più spesso a quello di Platner. Sanders aveva appoggiato il senatore statale Nate Blouin, che aveva definito "un combattente", nella primaria per il nuovo primo distretto dello Stato. Poco dopo sono emersi vecchi post pubblicati da Blouin su Reddit e su altre piattaforme: battute sessuali che coinvolgevano minorenni, insulti ripetuti e attacchi ai mormoni. Il sindaco di Salt Lake City gli aveva chiesto di ritirarsi. Blouin si è scusato, è rimasto in corsa ed è stato travolto lo stesso: Ben McAdams ha vinto con il 60% contro il suo 24%.

Sanders ha costruito la sua carriera denunciando i miliardari che "comprano" le elezioni, ma il gruppo a lui vicino Our Revolution ne ha sostenuto uno: Tom Steyer, nella corsa per il governatore della California. Steyer ha investito più di 215 milioni di dollari di tasca propria e si è comunque fermato al terzo posto nella primaria dello Stato, che mette tutti i candidati sulla stessa scheda a prescindere dal partito e manda al ballottaggio solo i primi due. Escluso dalla sfida finale, ha ammesso la sconfitta e ha appoggiato Xavier Becerra.

I democratici puntano il dito anche contro Fight Agency, una società di consulenza legata all'orbita del senatore e impegnata a promuovere candidati progressisti anti-establishment. In Iowa il suo assistito Nathan Sage si è ritirato dalla corsa al Senato per le difficoltà nella raccolta fondi, prima ancora di arrivare al voto. Nel diciassettesimo distretto di New York, uno dei collegi decisivi nella battaglia per il controllo della Camera, il suo candidato Peter Chatzky è imploso dopo che il New York Times aveva portato alla luce vecchi post volgari su Facebook, con battute sul pagare Melania Trump per fare sesso e sui rapporti con ipotetiche stagiste.

Non tutti i candidati sostenuti da Sanders o dal suo entourage hanno fallito. Ma quando uno di loro è finito male, lo ha fatto nel modo peggiore possibile, alimentando i dubbi sulla capacità del senatore di valutare le persone che sceglie. Per i suoi critici non è più questione di sfortuna, ma di un metodo che porta a promuovere candidati mai verificati, con scheletri nell'armadio che nessuno si è preso la briga di cercare.

La prossima prova è la primaria per il Senato in Michigan, in programma il 4 agosto. Sanders ha appoggiato il progressista Abdul El-Sayed contro la deputata centrista Haley Stevens, sostenuta da Chuck Schumer e dai fondi dell'AIPAC, la principale lobby filoisraeliana degli Stati Uniti. El-Sayed è in vantaggio nei sondaggi e ha ottenuto l'appoggio del sindacato dei lavoratori dell'auto, mentre il recente ritiro di un'altra candidata, Mallory McMorrow, dovrebbe favorire Stevens. Se El-Sayed vincesse la primaria, i democratici moderati temono di consegnare ai repubblicani il seggio del Michigan lasciato dal senatore uscente Gary Peters e con esso ogni speranza di riconquistare la maggioranza al Senato nel 2028.


Graham Platner si ritira dalla corsa al Senato nel Maine


Graham Platner ha ritirato la propria candidatura al Senato per il Maine nella serata di mercoledì (la notte in Italia), con un video di 11 minuti pubblicato sui social. La decisione arriva due giorni dopo che una donna che aveva frequentato in passato lo ha accusato pubblicamente di violenza sessuale, un'accusa che lui definisce falsa. Il Partito Democratico del Maine ha ora tempo fino al 27 luglio per scegliere il candidato che a novembre sfiderà la senatrice repubblicana Susan Collins in una delle corse decisive per il controllo del Senato.

"Crediamo che perché il movimento continui non possa essere io e per questo sospendiamo le attività della campagna", ha detto Platner nel video, in cui ha definito le accuse parte di una strategia dell'establishment per "esercitare una pressione strutturale su di noi" e ha ripetuto che il ritiro "non è assolutamente un'ammissione di colpa". Ha spiegato che, se fosse rimasto in corsa, avrebbe perso la possibilità di raccogliere fondi e di accedere ai dati sugli elettori, dopo che i vertici democratici al Senato avevano minacciato di tagliargli le risorse. Secondo il Washington Post, la forma dell'annuncio era una condizione posta dallo stesso Platner: aveva detto ai collaboratori più fedeli che avrebbe sospeso la campagna solo se avesse potuto dire tutto ciò che voleva.

My name might be on the ballot right now, but that ballot line belongs to the people of Maine. pic.twitter.com/RKVyLU76tm
— Graham Platner for Senate (@grahamformaine) July 9, 2026


La crisi è precipitata lunedì, quando Jenny Racicot, una donna che ha raccontato di aver frequentato Platner in modo discontinuo per due anni, lo ha accusato di essere entrato in casa sua senza invito e ubriaco una notte alla fine del 2021 e di averla costretta a un rapporto mentre lei gli diceva di fermarsi. Platner ha negato, ma nel giro di 48 ore i suoi principali sostenitori gli hanno chiesto di ritirarsi. "Alla luce di queste accuse molto serie, gli ho raccomandato di farsi da parte", ha detto martedì il senatore Bernie Sanders, il suo sponsor più influente. Lo stesso giorno una seconda ex fidanzata ha raccontato al Washington Post che Platner rimuoveva ripetutamente il preservativo durante i rapporti senza il suo consenso.

Era l'ultimo capitolo di una serie di scandali iniziata a ottobre: un tatuaggio simile a un simbolo nazista, poi coperto, vecchi post su Reddit in cui minimizzava le violenze sessuali, messaggi sessualmente espliciti inviati ad altre donne dopo il matrimonio e accuse di comportamenti violenti da parte di alcune ex fidanzate. Platner, un allevatore di ostriche di 41 anni ed ex Marine, aveva attribuito quei comportamenti a problemi di salute mentale e allo stress post-traumatico legato al servizio militare e fino a questa settimana aveva conservato il sostegno di gran parte della sinistra del partito, compresi Sanders ed Elizabeth Warren.

Stati Uniti · La corsa al Senato nel Maine
La caduta di Graham Platner, accusa dopo accusa

Per undici mesi il candidato democratico del Maine era sopravvissuto a un tatuaggio simile a un simbolo nazista, ai vecchi post su Reddit e alle rivelazioni delle ex fidanzate. Un'accusa di stupro lo ha travolto in due giorni. Ora il partito ha meno di tre settimane per scegliere chi sfiderà Susan Collins.
Grafica di FocusAmerica

Giorni di campagna
323

Giorni per il crollo
2

dal lancio del 19 agosto 2025 al video con cui ha sospeso la campagna
dall'accusa pubblica di Jenny Racicot all'annuncio del ritiro

Nel giro di 48 ore dall'accusa i suoi principali sostenitori, Bernie Sanders compreso, gli avevano già chiesto di farsi da parte.

La ricostruzione in quattro capitoli
1Gli scandali2Le 48 ore3E ora?4La posta

Undici mesi sul filo
Cinque momenti che avrebbero affondato qualsiasi campagna. La sua era sopravvissuta a tutti, fino a luglio.
Tocca una tappa per il dettaglio

19 ago 2025
Il lancio della campagna

L'allevatore di ostriche ed ex Marine, 41 anni, si candida contro Susan Collins da outsider anti-establishment: nei primi nove giorni raccoglie oltre un milione di dollari.

16 ott 2025
Riemergono i vecchi post su Reddit

La CNN riporta alla luce anni di commenti poi cancellati, compresi post in cui Platner minimizzava le violenze sessuali. Nel giro di dieci giorni si dimettono la direttrice politica e il responsabile della campagna.

20 ott 2025
Il tatuaggio simile a un simbolo nazista

In un podcast Platner rivela di avere sul petto un teschio simile al Totenkopf delle SS. Dice di non averne mai conosciuto il significato e lo fa coprire il giorno dopo.

mag–giu 2026
Le rivelazioni delle ex fidanzate

Wall Street Journal e New York Times raccontano i messaggi sessualmente espliciti inviati ad altre donne dopo il matrimonio e le relazioni segnate da comportamenti instabili e aggressivi.

9 giu 2026
La vittoria alle primarie

Nonostante gli scandali, Platner vince la nomination democratica conservando il sostegno della sinistra del partito, da Bernie Sanders a Elizabeth Warren.

Il crollo, giorno per giorno
Dall'accusa di Jenny Racicot al video del ritiro sono bastate 48 ore perché il partito gli voltasse le spalle.

lunedìlun
6
luglio

L'accusa di violenza sessuale
Politico pubblica il racconto di Jenny Racicot: una notte alla fine del 2021 Platner sarebbe entrato in casa sua senza invito e ubriaco e l'avrebbe costretta a un rapporto mentre lei gli diceva di fermarsi. Lui nega e annulla alcuni eventi elettorali.

martedìmar
7
luglio

Il partito lo scarica
Schumer, Warren e infine Sanders gli chiedono di farsi da parte, mentre i vertici minacciano di tagliare fondi e accesso ai dati sugli elettori. Una seconda ex racconta al Washington Post altri rapporti non consensuali.

mercoledìmer
8
luglio

Il video del ritiro
In un video di 11 minuti Platner sospende la campagna e definisce le accuse una strategia dell'establishment. Meno di un'ora dopo Troy Jackson lancia la propria candidatura.

«Alla luce di queste accuse molto serie, gli ho raccomandato di farsi da parte»Bernie Sanders · martedì 7 luglio
Gli hanno chiesto di ritirarsi
Chuck SchumerKirsten GillibrandBernie SandersElizabeth WarrenRo KhannaZohran Mamdaniil Partito Dem. del Maine

Due scadenze per salvare la corsa
Il ritiro formale va depositato entro il 13 luglio; poi i delegati democratici avranno due settimane per scegliere il successore.

8 lug
annuncio del ritiro

13 lug
ritiro formale

27 lug
convention dem

3 nov
voto di midterm

Ritiro formale
13 luglio

Il termine di legge entro cui Platner deve depositare il ritiro perché il partito possa sostituirlo sulla scheda elettorale.

La convention
27 luglio

Entro le 17 (le 23 in Italia) un'assemblea di delegati democratici sceglierà il nuovo candidato.

Già in corsa per la successione

Troy Jackson
Ex presidente del Senato statale, vicino alle posizioni di Platner

Jordan Wood
Ex capo di gabinetto della deputata Katie Porter

Dan Kleban
Cofondatore del birrificio Maine Beer Company

David Costello
Terzo alle primarie di giugno, rientrato in corsa

Valutano la candidatura

Nirav Shah
Ex numero due dei CDC, l'agenzia federale per la sanità pubblica

Shenna Bellows
Segretaria di Stato del Maine, sovrintende alle elezioni

Perché il Maine è decisivo per il Senato
I democratici devono strappare quattro seggi ai repubblicani senza perderne nessuno. Il Maine è tra le occasioni migliori.

51 · maggioranza

Il Senato oggi

47
53

Se i democratici strappano 4 seggi

47

49

democraticiseggi da strapparerepubblicani
Con quattro seggi in più i democratici arriverebbero a 51, la soglia della maggioranza. Il Maine è tra i pochi stati dove il seggio repubblicano è considerato contendibile.

L'obiettivo
4
i seggi che i democratici devono strappare ai repubblicani a novembre per riconquistare il Senato, senza perderne nessuno

L'avversaria

il mandato consecutivo che Susan Collins cerca il 3 novembre: finora ha respinto ogni tentativo democratico di toglierle il seggio

Il precedente
+7
i punti di vantaggio con cui Kamala Harris ha vinto il Maine alle presidenziali del 2024

Fonte: Politico, Washington Post, CNN, Portland Press Herald · Dati aggiornati al 9 luglio 2026

Platner ha detto che depositerà il ritiro formale, richiesto per legge entro il 13 luglio perché il partito possa sostituirlo sulla scheda, solo dopo aver ricevuto garanzie che il processo di selezione sarà "aperto, trasparente e democratico". Il Partito Democratico del Maine, che nei giorni scorsi lo aveva accusato di provare a condizionare la scelta del successore, ha votato per tenere una convenzione, cioè un'assemblea di delegati che sceglierà il nuovo candidato entro la scadenza delle 17 del 27 luglio (le 23 in Italia). Nel frattempo il comitato nazionale che finanzia le campagne democratiche per il Senato ha aperto un fondo per raccogliere donazioni da trasferire al futuro candidato.

Meno di un'ora dopo l'annuncio, Troy Jackson, ex presidente del Senato statale del Maine e boscaiolo della contea rurale di Aroostook, ha lanciato la sua candidatura. È considerato il più vicino alle posizioni di Platner e il deputato progressista californiano Ro Khanna si è già schierato con lui, ma Jackson ha detto alla NBC che non vorrebbe il sostegno dell'ex candidato: "Quando si è arrivati a un'accusa credibile di violenza sessuale, quella è stata la linea rossa". Si sono candidati anche Jordan Wood, ex capo di gabinetto della deputata Katie Porter, e Dan Kleban, cofondatore del birrificio Maine Beer Company, mentre David Costello, terzo nella primaria vinta da Platner a giugno, ha annunciato il suo rientro in corsa. Valutano la candidatura anche Nirav Shah, ex numero due dei Centers for Disease Control and Prevention, l'agenzia federale per la sanità pubblica, e Shenna Bellows, la segretaria di Stato del Maine, la carica che sovrintende alle elezioni. L'attore Patrick Dempsey, il cui nome era circolato tra i possibili sostituti, ha escluso una candidatura.

Per i democratici il Maine è un tassello essenziale nel tentativo di riconquistare il Senato: a novembre devono strappare quattro seggi ai repubblicani senza perderne nessuno dei propri. Collins cerca il sesto mandato in uno stato che Kamala Harris ha vinto con 7 punti di vantaggio nel 2024 e finora ha sempre respinto i tentativi democratici di toglierle il seggio.


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La bolla dell'AI.


Un dialogo con FvgTech sulla possibile bolla dell’AI: tra promesse gonfiate, automazione immaginaria e la domanda che conta davvero, cioè che cosa resterà quando il rumore si abbasserà.

Ho parlato con FvgTech della possibile bolla dell’AI


Sono stato ospite di FvgTech per una conversazione su una domanda che torna sempre più spesso: l’Intelligenza Artificiale è una bolla?

La risposta, almeno per me, non è un semplice sì o no. Attorno all’AI esistono certamente aspettative gonfiate, valutazioni difficili da sostenere, demo costruite per impressionare e una quantità crescente di prodotti che aggiungono una chat a un processo già confuso, sperando che basti a chiamarlo innovazione.

Ma una bolla finanziaria o narrativa non significa necessariamente che la tecnologia sottostante sia inconsistente.

Anche Internet ha attraversato una stagione di entusiasmo quasi febbrile, investimenti irrazionali e promesse fuori scala. Molte aziende sono scomparse. La rete, però, è rimasta e ha cambiato tutto.

Credo che per l’AI possa accadere qualcosa di simile.

Non penso che sia un oracolo, una coscienza digitale o una strategia aziendale pronta da acquistare. È una tecnologia potente, ancora imperfetta, capace di accelerare il lavoro, rendere più accessibili competenze complesse e ridurre una parte delle attività ripetitive.

Allo stesso tempo, può produrre una quantità enorme di automazione immaginaria: sistemi spettacolari nelle presentazioni, ma fragili, inutili o perfino dannosi quando incontrano i processi reali.

La questione che mi interessa non è quindi soltanto se la bolla scoppierà.

Mi interessa capire che cosa resterà dopo il rumore.

Resteranno probabilmente nuovi strumenti, nuove infrastrutture, nuove abitudini e un diverso rapporto tra persone e software. Resteranno soprattutto le applicazioni costruite partendo da problemi autentici, non dalla necessità di infilare l’AI ovunque come il prezzemolo nei piatti degli anni Ottanta.

Di questo ho parlato con Gabriele nella puntata di FvgTech.

Guarda l’intervista completa: youtube.com/watch?v=RiLNZylRzI…
youtube.com/embed/RiLNZylRzI8?…

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Gli Stati Uniti vogliono riunificare la Libia


Il consigliere di Trump Massad Boulos ha visitato la Libia per far avanzare il piano che unirebbe i governi rivali di est e ovest in cambio di investimenti petroliferi, tra le proteste di Misurata

Massad Boulos, il consigliere del presidente Donald Trump per gli affari arabi e africani, ha passato due giorni in Libia, martedì 7 e mercoledì 8 luglio, per far avanzare il piano americano che punta a riunificare il paese, diviso di fatto in due da oltre un decennio. A Tripoli ha incontrato il primo ministro Abdel Hamid Dbeibah, che guida il governo di unità nazionale riconosciuto dall'ONU, mentre a est ha visto il maresciallo Khalifa Haftar, l'uomo forte della regione. Ha parlato anche con i notabili di Misurata, con il governatore della Banca centrale libica e con i vertici della compagnia petrolifera nazionale.

La Libia è spaccata tra due amministrazioni rivali dalla guerra civile scoppiata dopo la caduta di Muammar Gheddafi nel 2011, avvenuta con il sostegno di un intervento della NATO. A ovest governa l'esecutivo di Dbeibah, riconosciuto dalla comunità internazionale ma privo di controllo su gran parte del territorio. L'est è nelle mani dell'Esercito nazionale libico, la forza armata guidata dalla famiglia Haftar che ha ricevuto negli anni il sostegno di Russia ed Emirati Arabi Uniti. La Banca centrale, che finanzia entrambi i governi, ha avvertito che la situazione non è più sostenibile.

Il contenuto dettagliato del piano, chiamato "iniziativa Boulos", resta segreto. Boulos ha detto al Financial Times che l'obiettivo è "avere un governo unificato e unificare tutte le istituzioni". Secondo le ricostruzioni del giornale britannico, l'accordo lascerebbe Dbeibah alla guida del governo e affiderebbe il consiglio presidenziale, il principale organo esecutivo del paese, a Saddam Haftar, figlio del maresciallo e vicecomandante dell'Esercito nazionale libico. Il clan Haftar otterrebbe così la legittimazione internazionale che cerca dal 2014, mentre Dbeibah conserverebbe il potere nonostante la sua impopolarità crescente. Una sintesi del piano vista da Reuters prevede una fase di transizione di 36 mesi.

Washington lavora all'iniziativa dal settembre 2025, quando Boulos, un imprenditore libanese-americano il cui figlio Michael è sposato con Tiffany, la figlia più giovane del presidente, organizzò a Roma i primi colloqui tra le due famiglie. Da allora il risultato più concreto è stato l'approvazione ad aprile del primo bilancio statale unificato da oltre un decennio. Le forze armate delle due parti hanno inoltre partecipato a esercitazioni militari congiunte guidate dagli Stati Uniti e il 29 giugno il segretario di Stato Marco Rubio ha ricevuto Saddam Haftar a Washington. Boulos ha detto che, in caso di intesa, le parti sarebbero invitate a firmare l'accordo alla Casa Bianca alla presenza di Trump.

Dietro l'attivismo americano ci sono interessi economici e strategici. La Libia ha le più grandi riserve petrolifere accertate dell'Africa e diverse compagnie americane, tra cui ConocoPhillips, Chevron ed ExxonMobil, si sono mosse per entrare nel mercato. Boulos sostiene che la produzione, che nel 2025 ha toccato il record degli ultimi dodici anni con 1,37 milioni di barili al giorno, potrebbe raddoppiare a 3 milioni entro la fine del decennio. Il petrolio libico è diventato ancora più prezioso da quando la guerra tra Stati Uniti e Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, costringendo l'Europa a cercare rotte alternative: le petroliere cariche di greggio libico raggiungono l'Italia in due giorni. Washington vuole anche contrastare l'alleanza tra Haftar e la Russia di Vladimir Putin e ridurre la migrazione irregolare verso l'Europa, che passa in gran parte dalla Libia.

Nella notte tra lunedì e martedì decine di manifestanti si sono radunati davanti all'aeroporto di Misurata per opporsi all'arrivo di Boulos. La città portuale, che ospita alcuni dei gruppi armati più potenti dell'ovest libico ed è storicamente ostile al clan Haftar, ha inviato in parallelo un convoglio di soldati per rafforzare le proprie posizioni a Tripoli. Il consiglio militare che riunisce i gruppi armati locali ha fatto sapere di sostenere una soluzione pacifica, purché escluda i criminali e le persone citate dal comitato di esperti dell'ONU. Ha chiesto anche un referendum costituzionale ed elezioni.

Molti analisti temono che l'accordo consolidi il potere delle due famiglie che già controllano il paese, senza alcun passaggio elettorale. Tarek Megerisi, ricercatore del centro studi European Council on Foreign Relations, ha dichiarato ad Al Jazeera che un'intesa simile "porrebbe fine alle speranze libiche di elezioni" e chiuderebbe la transizione iniziata nel 2011 "formalizzando un nuovo sistema autoritario e dispotico". Boulos sostiene che la sua iniziativa è complementare al percorso dell'ONU verso il voto, ma per ora nulla garantisce che l'accordo preveda le elezioni, un obiettivo riaffermato da una risoluzione del Consiglio di sicurezza a fine ottobre 2025.


Gli Stati Uniti bombardano l'Iran per la seconda notte, Teheran attacca le basi nel Golfo


Gli Stati Uniti hanno colpito l'Iran per la seconda notte consecutiva, bombardando circa 90 obiettivi militari vicino allo Stretto di Hormuz, poche ore dopo che il presidente Donald Trump aveva dichiarato finita la tregua raggiunta a giugno. Teheran ha risposto lanciando missili e droni contro le basi americane in Kuwait e Bahrein, i due Paesi del Golfo che ospitano le forze statunitensi.

Il Comando Centrale americano (CENTCOM), che dirige le operazioni militari nella regione, ha spiegato di aver preso di mira sistemi di difesa aerea, radar costieri, capacità navali e infrastrutture logistiche, così da indebolire la capacità iraniana di minacciare le navi commerciali. Gli attacchi hanno riguardato anche alcuni ponti che, secondo un alto funzionario americano, l'esercito iraniano usava per trasportare missili, droni e altro materiale bellico.

I raid della notte precedente avevano colpito più di 80 obiettivi, poche ore dopo che l'Amministrazione Trump aveva revocato la deroga che aveva permesso a Teheran di vendere petrolio sui mercati internazionali, cancellando il principale beneficio economico che la tregua aveva finora garantito all'Iran.

I Guardiani della Rivoluzione, il corpo militare d'élite del regime islamico, hanno detto di aver preso di mira 85 siti militari americani in Bahrein e Kuwait e di aver abbattuto un drone da ricognizione statunitense. Il governo del Kuwait ha riferito di aver intercettato 2 missili balistici e 13 droni, senza vittime, mentre il Bahrein ha fatto scattare le sirene antiaeree.

Parlando ad Ankara, a margine del vertice della NATO, il presidente ha definito i leader iraniani "feccia", "bugiardi" e "gente violenta". Ha poi minacciato di reimporre un blocco navale e di colpire in futuro le infrastrutture civili del Paese. Ha aggiunto che si tratta di "gente malata" e che negoziare con loro è "una perdita di tempo", pur lasciando lavorare i suoi negoziatori.

Trump ha anche detto di valutare di nuovo la conquista dell'isola di Kharg, cuore dell'industria petrolifera iraniana, e ha ipotizzato attacchi contro le centrali elettriche e gli impianti di desalinizzazione, che secondo diversi esperti potrebbero configurare un crimine di guerra. Allo stesso tempo ha ridimensionato le proprie minacce, dicendo di non aspettarsi un ritorno alla guerra su vasta scala.

Lo Stretto di Hormuz al centro dello scontro


Lo Stretto di Hormuz, il braccio di mare tra l'Iran e l'Oman attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, è il cuore dello scontro tra i due Paesi. L'Iran sostiene che l'intesa di giugno gli riconosca il controllo della navigazione e pretende che le navi seguano la rotta indicata da Teheran, vicino alle proprie coste. All'inizio della settimana 3 navi commerciali che attraversavano lo stretto, tra cui una petroliera saudita e una metaniera del Qatar, erano state colpite in attacchi attribuiti all'Iran, che però non li ha rivendicati.

"Lo Stretto di Hormuz si aprirà solo con modalità iraniane, non con le minacce americane", ha scritto sui social il presidente del Parlamento e capo negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, accusando Washington di tradire le promesse. "L'era del bullismo e dell'estorsione è finita. Non ci piegheremo", ha aggiunto.

Il prezzo del petrolio è di conseguenza tornato a salire. Il Brent, il riferimento internazionale del greggio, è cresciuto di oltre il 5%, fino a circa 78 dollari al barile, ben sopra i 72 dollari del periodo precedente alla guerra. L'Organizzazione Marittima Internazionale, l'agenzia delle Nazioni Unite per la sicurezza della navigazione, ha invitato gli armatori a non attraversare lo stretto per non esporre gli equipaggi a pericoli inutili. Prima del conflitto passavano di lì più di 130 navi al giorno.

Cosa prevedeva l’intesa ora abbandonata


La tregua era stata firmata a giugno con un memorandum d'intesa che prevedeva una pausa dei combattimenti di 60 giorni e la riapertura dello Stretto, rimandando a un secondo momento i nodi più difficili, a partire dal programma nucleare iraniano. È saltata a meno della metà del percorso.

Secondo un'analisi pubblicata sul New York Times, il presidente sta pagando la fretta con cui quell'intesa di 14 paragrafi era stata messa insieme e si trova davanti a 3 opzioni tutte sgradevoli: sopportare una serie di scontri a bassa intensità nel Golfo, rilanciare la guerra su larga scala o accettare un ulteriore compromesso. Il Pentagono ha già chiesto al Congresso circa 70 miliardi di dollari per le prime operazioni contro l'Iran, una spesa che cresce ogni settimana.

Lo stesso presidente ha detto che il materiale nucleare iraniano resta sepolto troppo in profondità per essere recuperato, un'affermazione che indebolisce la ragione con cui a febbraio aveva giustificato la guerra, quando parlava di una minaccia "imminente". Nei mesi scorsi aveva perfino elogiato la nuova leadership di Teheran, guidata da Mojtaba Khamenei, figlio dell'ayatollah ucciso, definendola più ragionevole della precedente.

La tregua ha intanto diviso anche la leadership iraniana. Il presidente Masoud Pezeshkian, favorevole al negoziato, ha accusato Washington di fare il prepotente e di imbrogliare, mentre una minoranza di oltranzisti contesta la linea del dialogo. Durante i funerali dell'ayatollah Ali Khamenei, ucciso nei primi raid americani e israeliani di fine febbraio, lo stesso Pezeshkian è stato aggredito da un gruppo di manifestanti radicali e il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi è stato colpito con un sasso.

Negli Stati Uniti la ripresa dei raid aerei ha spaccato il Congresso: i democratici l'hanno condannata, mentre i repubblicani sono rimasti in silenzio. A giugno Camera e Senato avevano approvato una risoluzione per impedire al presidente di riprendere le operazioni militari senza il loro via libera, un testo che la Casa Bianca considera privo di valore legale.

Ripartendo dalla Turchia il presidente ha usato il vecchio Air Force One al posto del nuovo aereo donato dal Qatar, per una precauzione di sicurezza legata alla ripresa delle ostilità. Ha ripetuto di essere "il bersaglio numero uno" di Teheran e, in volo verso Washington, ha sostenuto che l'Iran lo avesse chiamato perché vuole disperatamente un accordo. Il governo iraniano non ha confermato alcun nuovo colloquio.


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Sanità, Veneto in vetta ai Lea 2024. Il Sud ancora in ritardo


Il monitoraggio del Ministero della Salute conferma il Veneto al primo posto con 288 punti su 300, davanti a Emilia-Romagna e Toscana, mentre Calabria, Sicilia e Bolzano restano sotto soglia in almeno un'area.

I Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) sono le prestazioni sanitarie che lo Stato deve garantire gratuitamente o a costo contenuto a tutti i cittadini, indipendentemente da dove vivono: vaccinazioni, screening oncologici, visite specialistiche, assistenza domiciliare, ricoveri ospedalieri. Ogni anno il Ministero della Salute verifica se le Regioni rispettano davvero questo impegno, attraverso il Nuovo Sistema di Garanzia (Nsg). Il meccanismo assegna a ciascuna Regione un punteggio da 0 a 100 in tre aree distinte — prevenzione, assistenza territoriale e assistenza ospedaliera — e per essere considerata "in regola" una Regione deve superare i 60 punti in ognuna delle tre, senza poter compensare un risultato negativo con una performance migliore altrove.

Il Veneto guida la classifica


Il Veneto si confema la Regione con la sanità più efficiente d'Italia nel monitoraggio relativo al 2024, con un totale di 288 punti su 300 (somma descrittiva delle tre aree: 96 in prevenzione, 95 nel territorio, 97 negli ospedali). Alle sue spalle si piazzano l'Emilia-Romagna con 282 punti e la Toscana con 280. È importante chiarire che questa somma dei tre punteggi non è la classifica ufficiale del Ministero — che valuta ogni area separatamente — ma serve a farsi un'idea complessiva delle performance regionali.

Il quadro generale, comunque, migliora: solo tre territori restano sotto la soglia minima di 60 punti in almeno un'area, contro le otto Regioni che presentavano insufficienze nel 2023. Guardando a un arco di tempo più lungo, tra il 2020 e il 2024 le Regioni che superano la sufficienza in tutte e tre le aree sono passate da 11 a 18 su 21 come riportato da Nurse24.

Il Sud ancora in ritardo: dove e perché


Il titolo di questo pezzo — "Sud ancora in ritardo" — trova conferma precisa nei dati, ma con distinzioni importanti da fare, perché non tutti i territori sotto soglia hanno lo stesso problema:

  • Calabria: 52 punti nell'assistenza territoriale — cioè nella rete di medici di famiglia, cure a domicilio e servizi sanitari vicino a casa dei cittadini. Qui il problema non riguarda la prevenzione, ma la capacità di curare le persone fuori dall'ospedale.
  • Sicilia: 49 punti in prevenzione — il valore più basso registrato a livello nazionale in questa specifica area, che misura vaccinazioni, screening e stili di vita.
  • Provincia autonoma di Bolzano: 59 punti, sempre in prevenzione — un solo punto sotto la soglia, quindi una criticità più lieve e circoscritta.

Il caso di Bolzano è utile per capire che non si tratta solo di una questione geografica Nord-Sud: anche un territorio ricco e ben organizzato come la Provincia autonoma può avere una criticità puntuale in un'area specifica. Ma il fenomeno più marcato resta comunque quello meridionale: se si somma il punteggio delle tre aree, la Calabria risulta ultima in Italia con 189 punti complessivi, seguita da Molise (192) e Sicilia (196) — un distacco di quasi 100 punti rispetto al Veneto, che ne totalizza 288.

Cosa significa in pratica per i cittadini


Il divario Nord-Sud si concentra soprattutto sull'assistenza territoriale, cioè sulle cure di prossimità: chi vive in Calabria o in altre Regioni del Sud fatica di più ad accedere a un medico di famiglia disponibile, all'assistenza domiciliare per anziani e malati cronici, o ai consultori — servizi che, quando funzionano bene, evitano ricoveri ospedalieri inutili e riducono le liste d'attesa. Nel 2024 anche l'area ospedaliera ha segnato una lieve flessione a livello nazionale, ma resta l'area in cui la maggior parte delle Regioni italiane, comprese molte del Sud, ottiene i punteggi migliori.

La sintesi


I dati del 2024 raccontano quindi una doppia verità: il sistema sanitario italiano nel suo complesso sta recuperando terreno, con sempre meno Regioni bocciate rispetto al passato, ma il divario storico tra Nord e Sud non si è chiuso — anzi resta la priorità strategica più urgente. Non basta aumentare la spesa sanitaria per risolvere il problema: la Calabria, ad esempio, ha aumentato negli ultimi anni la spesa pro capite più di altre Regioni virtuose come il Veneto, senza però riuscire a colmare del tutto il ritardo nell'assistenza territoriale. Il vero nodo da sciogliere, secondo gli esperti che analizzano questi dati, è l'integrazione tra ospedale e territorio: rafforzare i servizi di prossimità nelle Regioni più indietro, non solo gli ospedali, per garantire davvero standard di cura uniformi su tutto il territorio nazionale.

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Israele ha avvertito gli Stati Uniti di un nuovo piano iraniano per uccidere Trump


Secondo il Wall Street Journal, Teheran starebbe preparando un attentato contro il presidente americano. Intanto, la Casa Bianca valuta il ritorno al blocco navale dei porti iraniani e si prepara a un conflitto prolungato.

Israele ha condiviso con gli Stati Uniti nuove informazioni di intelligence che indicherebbero un piano iraniano per uccidere Donald Trump. Lo riferisce il Wall Street Journal, citando persone a conoscenza del dossier. Se confermata, la minaccia segnerebbe una nuova escalation nella guerra in corso da mesi tra Washington e Teheran.

La vendetta contro Trump è una promessa che l’Iran ripete apertamente da anni, dopo l’uccisione di Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds dei Pasdaran, eliminato nel gennaio 2020 su ordine del presidente americano, all’epoca nel suo primo mandato. Mercoledì, parlando con i giornalisti ad Ankara, in Turchia, Trump ha fatto riferimento alle minacce contro di lui: “Vogliono eliminare il leader degli Stati Uniti, cioè me”, ha detto.

“Sono su ogni loro lista. L’ho visto questa mattina: sono su ogni singola lista. Finora, direi, sono stato un po’ fortunato, ma potrebbe non durare a lungo”.


L’ostilità verso Trump è emersa anche ai funerali della Guida suprema Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio in un raid congiunto americano-israeliano: la folla ha invocato la morte del presidente americano e ha esposto uno striscione con la scritta “Uccideremo Trump”.

Le tensioni tra Trump e Netanyahu


La nuova allerta arriva mentre i rapporti tra Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu continuano a mostrare segnali di tensione. I due leader condividono l’obiettivo di contenere l’Iran, ma divergono sul proseguimento della guerra: Netanyahu spinge per continuare gli attacchi e completare gli obiettivi militari, mentre Trump cerca una via d’uscita dal conflitto, temendo un crollo dell’economia globale.

Il mese scorso gli Stati Uniti hanno raggiunto con Teheran un fragile cessate il fuoco. Giovedì Trump e Netanyahu si sono sentiti al telefono e, secondo l’ufficio del premier israeliano, hanno concordato di proseguire “il coordinamento tra i due Paesi”. Il presidente americano ha inoltre aggiornato Netanyahu sulle recenti attività degli Stati Uniti nel Golfo.

La Casa Bianca valuta il blocco navale


Intanto, volente o nolente, Washington si prepara a uno scontro prolungato. Secondo l’emittente israeliana Channel 12, che cita funzionari americani, Trump ha deciso di riunire nello Studio Ovale i suoi consiglieri e i vertici della sicurezza nazionale per decidere le prossime mosse. Un funzionario ha spiegato che i combattimenti potrebbero durare da pochi giorni a un mese, a seconda che l’Iran continui o meno ad attaccare le navi commerciali nello Stretto di Hormuz. “Gli daremo qualche schiaffo, così capiranno che non stiamo scherzando”, ha detto.

Tra le opzioni sul tavolo c’è anche il ritorno al blocco navale dei porti iraniani, una misura che Trump ha già evocato pubblicamente. La decisione non è ancora stata presa, ma diversi funzionari vicini al presidente la considerano la strada più probabile. Gli Stati Uniti avevano già imposto il blocco quando l’Iran, all’inizio della guerra, aveva chiuso lo Stretto di Hormuz. A Washington, riferisce Channel 12, c’è invece poca voglia di vedere Israele entrare direttamente nei combattimenti.

Israele si prepara comunque a un possibile allargamento della campagna, compresa l’ipotesi che l’Iran colpisca le basi da cui hanno operato gli aerei americani, come Nevatim e Ramon. In questo contesto il coordinamento tra le Forze Armate israeliane e il Comando Centrale statunitense, CENTCOM, resta continuo, fanno sapere fonti israeliane.

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L'aeroporto di Palm Beach ora si chiama Donald J. Trump International Airport


Il primo aereo ad atterrare con il nuovo nome è stato il Boeing 757 del presidente, con a bordo i figli Eric e Donald Jr. Il cambio, voluto dai repubblicani della Florida, costerà fino a 5,5 milioni

L'aeroporto internazionale di Palm Beach, in Florida, ha cambiato ufficialmente nome giovedì 9 luglio ed è diventato il President Donald J. Trump International Airport. Il primo aereo ad atterrare con la nuova denominazione è stato "Trump Force One", il Boeing 757 privato della Trump Organization, poco dopo le 5 del mattino (le 11 in Italia), con a bordo i figli del presidente Eric e Donald Jr. Nel video pubblicato da Eric Trump su X si sente un controllore di volo annunciare ai piloti: "Attenzione a tutti gli aeromobili, con effetto immediato l'aeroporto internazionale di Palm Beach è ora il Donald J. Trump International Airport".

Lo scalo si trova a circa otto chilometri da Mar-a-Lago, il club privato e residenza del presidente a Palm Beach, che la famiglia raggiunge regolarmente proprio passando da questo aeroporto. All'inizio dell'anno anche il tratto di strada che collega lo scalo alla tenuta era stato ribattezzato Donald J. Trump Boulevard. Il codice aeroportuale di tre lettere passerà da PBI a DJT il 18 agosto, mentre la sostituzione di insegne e segnaletica richiederà diverse settimane e costerà fino a 5,5 milioni di dollari. "Come figlio e come persona che vola da questo aeroporto quasi ogni giorno, sarò per sempre orgoglioso di vedere le iniziali 'DJT' sulla mia carta d'imbarco", ha scritto Eric Trump su X.

Il cambio di nome è stato approvato a febbraio dal parlamento della Florida, controllato dai repubblicani, e il governatore Ron DeSantis ha firmato la legge a marzo. I parlamentari democratici dello Stato si erano opposti citando i costi dell'operazione. La deputata democratica Lois Frankel, che rappresenta la zona dell'aeroporto, aveva definito la scelta "sbagliata e ingiusta", dicendo che le decisioni sull'intitolazione delle grandi infrastrutture dovrebbero aspettare la fine del mandato della persona onorata.

Il New York Times aveva rivelato a febbraio che l'azienda di famiglia del presidente aveva depositato all'ufficio marchi e brevetti americano le domande di registrazione per i possibili nomi dell'aeroporto e per il codice DJT, chiedendo anche il diritto di usarli su una serie di prodotti a tema aeroportuale, tra cui valigie, trasportini per animali e scarpe da indossare durante i controlli di sicurezza.

Trump, rientrato alla Casa Bianca dal vertice NATO in Turchia poche ore prima dell'atterraggio del suo aereo in Florida, ha celebrato la ridenominazione su Truth Social parlando di "una giornata molto importante a Palm Beach" e definendo lo scalo uno dei più grandi e spettacolari aeroporti del mondo. Lo stesso giovedì, a Dandridge, in Tennessee, il segretario al Tesoro Scott Bessent, i senatori Marsha Blackburn e Bill Hagerty e il deputato Tim Burchett hanno partecipato alla cerimonia che ha ribattezzato un ponte dell'autostrada I-40 come Donald J. Trump Bridge. Bessent ha detto che "nessuno è più meritevole" di Trump di un simile onore. Nella contea dove si trova il ponte il presidente aveva preso l'82 per cento dei voti nel 2024.

A differenza dei suoi predecessori, Trump ha incoraggiato l'uso del proprio nome e della propria immagine su monete, banconote, passaporti ed edifici pubblici. Il suo nome è comparso per quasi sei mesi sulla facciata del Kennedy Center, il grande centro per le arti di Washington, finché un giudice ne ha ordinato la rimozione a maggio. La sua firma dovrebbe apparire sulle banconote americane entro la fine dell'anno.

Intitolare aeroporti a presidenti in carica o ancora attivi in politica ha qualche precedente. Nel 2012 l'aeroporto di Little Rock, in Arkansas, fu ribattezzato Bill and Hillary Clinton National Airport mentre l'ex first lady era ancora segretaria di Stato. Nel 1998 fu lo stesso Bill Clinton a firmare la legge, voluta dai repubblicani, che intitolò a Ronald Reagan il Washington National Airport, anche se molti abitanti della capitale continuano a chiamarlo con il vecchio nome o con il codice DCA. Hanno un aeroporto dedicato anche Abraham Lincoln, Theodore Roosevelt, Dwight Eisenhower, John Kennedy, Gerald Ford e George H.W. Bush.


Trump chiede agli alleati NATO più lealtà


Il presidente Donald Trump arriva al vertice della NATO che si apre martedì e mercoledì ad Ankara, in Turchia, con una richiesta che nessun grafico può soddisfare: non più soldi dagli alleati, ma lealtà. La questione della spesa militare, che per anni lo ha visto attaccare gli europei, è stata risolta al summit dell'anno scorso, quando i paesi dell'alleanza si sono impegnati a portare la spesa per la difesa al 5% del prodotto interno lordo entro il 2035. Ora il presidente rimprovera ad alcuni alleati di non averlo sostenuto nella guerra contro l'Iran, che ha lanciato insieme a Israele senza consultarli.

"Non abbiamo bisogno dei loro soldi, non abbiamo bisogno di niente", ha detto Trump. "Voglio solo lealtà". Pochi giorni prima del vertice il presidente ha definito "ridicolo" e "unilaterale" il rapporto tra gli Stati Uniti e la NATO, scrivendo sul suo social Truth Social che gli alleati "non c'erano quando serviva a noi". Ha ripetuto di poter provare a far uscire gli Stati Uniti dall'alleanza, un passo che però richiederebbe l'approvazione del Congresso.

Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha passato gran parte dei suoi quasi due anni alla guida dell'alleanza cercando di tenere ancorati gli Stati Uniti, l'alleato senza il quale l'organizzazione non può funzionare. La sua arma principale è stata l'adulazione. Il mese scorso alla Casa Bianca ha mostrato un grafico intitolato in lettere dorate "The Trump Trillion", con cui attribuiva al presidente i 1.200 miliardi di dollari spesi dagli alleati europei e dal Canada dal 2017. Ha ricordato anche le decine di migliaia di posti di lavoro creati negli Stati Uniti e i 300 miliardi di dollari di ordini europei di materiale militare, tutti meriti del "leader del mondo libero".

Trump è rimasto impassibile. Aveva già minacciato di lasciare la NATO, valutato il ritiro delle truppe americane dall'Europa e promesso di prendersi la Groenlandia, territorio semiautonomo della Danimarca, un paese alleato. Ha detto che avrebbe saltato il vertice se non fosse stato ospitato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, uno dei pochi leader stranieri che sembra stimare.

Il vero problema dell'alleanza non è più il denaro ma la capacità di trasformarlo in forze militari, proprio mentre i paesi europei temono un possibile attacco della Russia. Il mese scorso il Pentagono, il ministero della Difesa americano, ha sorpreso gli alleati annunciando che avrebbe ridotto il numero di soldati, navi da guerra, aerei e droni da mettere a disposizione in caso di attacco a uno di loro. Trump ha inviato messaggi contraddittori sul fatto che le truppe americane vengano aumentate o ridotte, mentre la Russia sonda le difese europee con voli di droni vicino alle basi militari di più paesi.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha alzato i toni con gli alleati. In un incontro dei ministri della Difesa a Bruxelles ha definito la NATO poco più di una "tigre di carta" che vive di una "malsana dipendenza" dalle forze americane e ha annunciato una revisione della presenza militare statunitense in Europa. Voleva annunciare al vertice altri ritiri di soldati, ma il piano è stato bloccato dopo il passaggio alla Casa Bianca. Hegseth ha rimproverato agli alleati di non aver aiutato gli Stati Uniti nella guerra contro l'Iran, anche se non erano stati informati in anticipo né era stato chiesto loro un sostegno, se non quando Teheran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale.

Secondo un editoriale del Financial Times, la NATO è oggi allo stesso tempo più forte e più debole rispetto a diciotto mesi fa. È più forte perché, grazie soprattutto alla pressione di Trump, i membri non americani hanno speso nel 2025 139 miliardi di dollari in più rispetto al 2024 e stanno investendo nel riarmo. È più debole perché è crollata la fiducia nel fatto che l'Amministrazione americana difenderebbe gli alleati in caso di attacco. In teoria resta possibile un grande accordo transatlantico, in cui gli europei si prendono la responsabilità della difesa convenzionale del continente e gli Stati Uniti mantengono l'ombrello nucleare. Ma pochi credono che Trump metterebbe a rischio la sua residenza di Mar-a-Lago per salvare Varsavia. Germania, paesi nordici e baltici spendono molto, mentre Francia e Regno Unito restano indietro.

Il vertice segna anche l'ascesa della Turchia dentro l'alleanza. Per anni molti alleati hanno guardato Ankara con diffidenza per l'acquisto di un sistema di difesa aerea russo e per lo stallo imposto all'ingresso della Svezia nella NATO. Ora Trump dice di partecipare al summit solo per Erdogan, che ha chiamato "un amico" e "un leader coi fiocchi". La Turchia ha il secondo esercito più grande dell'alleanza e il controllo dello stretto del Bosforo, mentre la sua industria delle armi è diventata preziosa via via che l'Europa si riarma di fronte al disimpegno americano. Trump ha lasciato intendere un'apertura sulla vendita dei caccia F-35, finora negati ad Ankara proprio per l'acquisto del sistema russo S-400.

La nuova vicinanza ha spinto i leader europei a tacere sull'arretramento democratico in Turchia, dove le autorità hanno fermato più di 200 persone per motivi di sicurezza prima del vertice e dove il principale rivale di Erdogan, il sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu, è in carcere dal 2025 con accuse di corruzione che respinge. "Gli europei non vogliono più tensioni con la Turchia, non vogliono avere quella conversazione", ha dichiarato al Washington Post Asli Aydintasbas, ricercatrice della Brookings Institution.

Rutte vuole trasformare il summit in una vetrina di accordi commerciali, con un forum dell'industria della difesa e annunci di intese da miliardi di dollari, nella speranza che Trump veda l'alleanza come qualcosa di positivo. I diplomatici europei puntano a un incontro breve, con molta cerimonia e poche dichiarazioni congiunte che possano mettere in evidenza le divisioni. Ma la richiesta di lealtà avanzata dal presidente resta difficile da mettere su un grafico.


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Perché il ritiro di Platner può favorire i Dem in Maine


Una convention di 600 delegati sceglierà entro il 27 luglio lo sfidante di Susan Collins. Per il New York Times il nuovo candidato partirà favorito, ma quasi tutte le sostituzioni sono finite male

Il ritiro di Graham Platner dalla corsa per il Senato in Maine potrebbe rivelarsi un vantaggio per i democratici. Il candidato si è ritirato mercoledì sera dopo un'accusa di stupro quando ormai il Partito Democratico nazionale, il leader al Senato Chuck Schumer e persino Bernie Sanders, il suo principale sostenitore, gli avevano chiesto di farsi da parte. Ora il partito ha due settimane per scegliere chi sfiderà a novembre la repubblicana Susan Collins in un seggio quasi indispensabile: senza una vittoria in Maine, il percorso dei democratici verso la maggioranza al Senato diventa quasi impraticabile.

Platner deve depositare le carte del ritiro entro le 17 di lunedì 13 luglio (le 23 in Italia) e da quel momento il partito avrà tempo fino al 27 luglio per indicare il sostituto. Il Partito Democratico del Maine ha deciso di affidare la scelta a una convention di circa 600 delegati: i 113 membri del comitato statale più circa 500 delegati selezionati dalle contee, con una soglia di circa 200 firme per potersi candidare. È possibile che si voti con il ranked choice voting, il sistema già usato in Maine per le elezioni ordinarie: gli elettori mettono in fila i candidati in ordine di preferenza e i voti di chi arriva ultimo vengono redistribuiti fino a quando qualcuno supera il 50%.

Midterm 2026 · Corsa al Senato

Dopo Platner, i democratici hanno due settimane per trovare chi può battere Collins

Graham Platner si è ritirato dalla corsa per il Senato dopo un’accusa di stupro. Il partito deve indicare il sostituto entro il 27 luglio: senza una vittoria in Maine, la strada verso la maggioranza diventa quasi impraticabile.

Grafica di FocusAmerica 10 luglio 2026

Probabilità che i repubblicani tengano il Senato

Un mese fa
53%

Oggi
53%

Stima Split Ticket a inizio giugno
Salita soprattutto per la crisi della candidatura di Platner

Vote Hub è più cauto (55%), ma entrambi i modelli si aspettano un recupero in Maine: per Vote Hub, senza Platner le probabilità democratiche nello stato salgono di 5-7 punti.

Il calendario

Quattro date decidono la corsa


Tocca ogni tappa per i dettagli.

Mercoledì 8 luglio Platner annuncia il ritiro+

In un video di 11 minuti attacca i vertici democratici e i media, dopo che il partito nazionale, Chuck Schumer e persino Bernie Sanders gli avevano chiesto di farsi da parte.

Lunedì 13 luglio, ore 17 Termine per depositare il ritiro+

Le 23 in Italia. Solo con le carte depositate il nome di Platner esce dalla scheda e il partito può avviare la sostituzione.

Entro il 27 luglio La convention sceglie il sostituto+

Circa 600 delegati: i 113 membri del comitato statale più circa 500 delegati delle contee. Servono circa 200 firme per candidarsi; possibile il voto con ranked choice, il sistema a preferenze ordinate già usato in Maine.

Martedì 3 novembre Si vota per il seggio di Collins+

La senatrice repubblicana cerca il sesto mandato. Nel 2020 ha vinto con il margine più basso della sua carriera, 9 punti.

I candidati

Chi può prendere il posto di Platner


I nomi in campo per la convention democratica.

1
Troy JacksonFavorito

Ex presidente del Senato statale, area sindacale, il più vicino a Platner. Ha già depositato le carte alla FEC per raccogliere fondi.

2
Nirav Shah

Ex direttore della sanità pubblica del Maine, popolare dalla pandemia. Secondo alle primarie di giugno per governatore.

3
Shenna Bellows

Segretaria di Stato del Maine. Nel 2014 perse contro Collins di 36 punti, in una campagna in cui il partito la lasciò sola.

Più indietro: Jordan Wood (ex candidato al Congresso), Dan Kleban (birraio) e Valli Geiger (deputata statale, fedelissima di Platner).

Fuori dalla politica

Una società di sondaggi ha misurato la popolarità dell’attore Patrick Dempsey, nato in Maine. Il confronto con Platner è impietoso.

+43
Gradimento netto di Dempsey

−7
Gradimento netto di Platner

Il sondaggio NYT/Siena

Il Maine voleva i democratici, ma non voleva Platner


Margini tra i probabili elettori del Maine prima del ritiro. A destra il vantaggio democratico, a sinistra quello di Collins.

Preferenza per un Senato controllato dai democraticiDem +12

Platner contro CollinsPlatner +2

Ma il 30% dei suoi stessi sostenitori si diceva in dubbio dopo gli scandali.

Bianchi senza laurea (59 a 36)Collins +23

L’elettorato operaio a cui la candidatura di Platner doveva parlare.

Donne sopra i 65 anniCollins +3

Nel 2024 avevano preferito Kamala Harris di 28 punti.

Vantaggio democratico Vantaggio Collins
Il consenso di Platner era 10 punti sotto la quota di elettori che voleva un Senato democratico: era l’unico candidato del partito, nei sei stati in bilico sondati dal New York Times, a correre dietro al proprio schieramento.

I precedenti

In trent’anni solo due sostituti hanno vinto


Su oltre 500 corse per il Senato, i grandi partiti hanno cambiato candidato dopo le primarie appena nove volte, secondo il New York Times.

2 vittorie 7 sconfitte

1996
Tim Hutchinson – Arkansas

Conquistò il seggio lasciato libero da Mike Huckabee, che aveva rinunciato per diventare governatore.

Vinse
2002
Frank Lautenberg – New Jersey

Subentrò a Robert Torricelli, travolto da uno scandalo sui finanziamenti.

Vinse +10
2002
Walter Mondale – Minnesota

L’ex vicepresidente subentrò a Paul Wellstone, morto in un incidente aereo a meno di due settimane dal voto.

Perse −2
2004
Alan Keyes – Illinois

Chiamato a sostituire un candidato dimessosi per uno scandalo, perse contro un giovane senatore statale di nome Barack Obama.

Perse −43
2016
Evan Bayh – Indiana

L’ex senatore tornò in corsa e perse di quasi 10 punti.

Perse −10

Fonte Elaborazione FocusAmerica su dati New York Times/Siena College, Split Ticket e Vote Hub. Precedenti storici: conteggio del New York Times sulle corse per il Senato dal 1996.

Platner ha provato fino all'ultimo a condizionare la scelta del successore, proponendo tre nomi e minacciando di restare in corsa se il partito avesse puntato su un candidato dell'establishment. Il partito ha risposto che il suo staff non ha alcun ruolo nella decisione. Nel video con cui ha annunciato il ritiro, 11 minuti molto amari, Platner ha attaccato i vertici democratici e i media, sostenendo che le élite hanno cospirato contro di lui e contro la gente comune del Maine che lo aveva sostenuto.

Il favorito per la sostituzione è Troy Jackson, ex presidente del Senato statale, democratico d'area sindacale considerato il più vicino a Platner. Alle primarie di giugno per la carica di governatore, sostenuto da Sanders, era arrivato terzo. Ha già depositato le carte alla Federal Election Commission, l'autorità che vigila sui finanziamenti delle campagne federali, per iniziare a raccogliere fondi. In corsa dovrebbero esserci anche Nirav Shah e Shenna Bellows: il primo è l'ex direttore dell'agenzia per la salute pubblica del Maine, diventato popolare durante la pandemia e arrivato secondo alle stesse primarie; la seconda è la segretaria di Stato del Maine e nel 2014 perse contro Collins di 36 punti, in una campagna in cui il partito l'aveva lasciata sola. Più indietro l'ex candidato al Congresso Jordan Wood, il birraio Dan Kleban e la deputata statale Valli Geiger, fedelissima di Platner. Qualcuno ha guardato anche fuori dalla politica: una società di sondaggi ha misurato la popolarità dell'attore Patrick Dempsey, nato in Maine, che ha un gradimento netto di +43 punti contro il -7 di Platner.

Secondo un'analisi del New York Times, chiunque esca dalla convention partirà leggermente favorito su Collins. Nell'ultimo sondaggio condotto dal giornale con il Siena College, i probabili elettori del Maine preferivano di 12 punti un Senato controllato dai democratici e la maggioranza aveva un'opinione negativa della senatrice, che nel 2020 aveva vinto con il margine più basso della sua carriera, 9 punti. Il problema era Platner: era avanti di 2 punti su Collins, ma il 30% dei suoi stessi sostenitori si diceva in dubbio dopo gli scandali. Tra i bianchi senza laurea, l'elettorato operaio a cui la sua candidatura doveva parlare, Collins era avanti 59 a 36. Le donne sopra i 65 anni, che nel 2024 avevano preferito Kamala Harris di 28 punti, sceglievano la senatrice repubblicana di 3 punti. Nel complesso il consenso di Platner era 10 punti sotto la quota di elettori che voleva un Senato democratico: era l'unico candidato del partito, nei sei stati in bilico sondati dal giornale, a correre dietro al proprio schieramento.

Negli ultimi trent'anni, su oltre 500 corse per il Senato, i grandi partiti hanno sostituito il proprio candidato dopo le primarie solo nove volte, secondo un conteggio dello stesso New York Times. Il rimpiazzo ha vinto in due soli casi. Nel 1996 in Arkansas Tim Hutchinson conquistò il seggio lasciato libero da Mike Huckabee, che aveva rinunciato alla candidatura per diventare governatore; nel 2002 in New Jersey l'ex senatore Frank Lautenberg vinse di 10 punti dopo essere subentrato a Robert Torricelli, travolto da uno scandalo sui finanziamenti. Gli altri sette persero. Nel 2004 in Illinois Alan Keyes, chiamato a sostituire un candidato dimessosi per uno scandalo sessuale, perse di 43 punti contro un giovane senatore statale di nome Barack Obama; nel 2002 in Minnesota l'ex vicepresidente Walter Mondale, subentrato a Paul Wellstone dopo la morte del senatore in un incidente aereo a meno di due settimane dal voto, perse di 2 punti; nel 2016 in Indiana l'ex senatore Evan Bayh perse di quasi 10.

Il sito di analisi elettorali Split Ticket ha alzato in un mese dal 53% al 61% la probabilità che i repubblicani mantengano il controllo del Senato, soprattutto per la crisi della candidatura di Platner, mentre per Vote Hub, un altro modello previsionale, la stima è ferma al 55%. Entrambi si aspettano un recupero democratico in Maine ora che Platner esce dai calcoli: per Vote Hub le probabilità di vittoria nello stato saliranno di 5-7 punti percentuali. L'unico sondaggio condotto dopo l'accusa, un rilevamento interno del partito, dava Platner sotto di 5 punti. Per il Times, con un candidato diverso la corsa tornerebbe a essere un referendum su Collins e sul suo sostegno al presidente Trump, non più un test sul carattere dello sfidante.


Graham Platner si ritira dalla corsa al Senato nel Maine


Graham Platner ha ritirato la propria candidatura al Senato per il Maine nella serata di mercoledì (la notte in Italia), con un video di 11 minuti pubblicato sui social. La decisione arriva due giorni dopo che una donna che aveva frequentato in passato lo ha accusato pubblicamente di violenza sessuale, un'accusa che lui definisce falsa. Il Partito Democratico del Maine ha ora tempo fino al 27 luglio per scegliere il candidato che a novembre sfiderà la senatrice repubblicana Susan Collins in una delle corse decisive per il controllo del Senato.

"Crediamo che perché il movimento continui non possa essere io e per questo sospendiamo le attività della campagna", ha detto Platner nel video, in cui ha definito le accuse parte di una strategia dell'establishment per "esercitare una pressione strutturale su di noi" e ha ripetuto che il ritiro "non è assolutamente un'ammissione di colpa". Ha spiegato che, se fosse rimasto in corsa, avrebbe perso la possibilità di raccogliere fondi e di accedere ai dati sugli elettori, dopo che i vertici democratici al Senato avevano minacciato di tagliargli le risorse. Secondo il Washington Post, la forma dell'annuncio era una condizione posta dallo stesso Platner: aveva detto ai collaboratori più fedeli che avrebbe sospeso la campagna solo se avesse potuto dire tutto ciò che voleva.

My name might be on the ballot right now, but that ballot line belongs to the people of Maine. pic.twitter.com/RKVyLU76tm
— Graham Platner for Senate (@grahamformaine) July 9, 2026


La crisi è precipitata lunedì, quando Jenny Racicot, una donna che ha raccontato di aver frequentato Platner in modo discontinuo per due anni, lo ha accusato di essere entrato in casa sua senza invito e ubriaco una notte alla fine del 2021 e di averla costretta a un rapporto mentre lei gli diceva di fermarsi. Platner ha negato, ma nel giro di 48 ore i suoi principali sostenitori gli hanno chiesto di ritirarsi. "Alla luce di queste accuse molto serie, gli ho raccomandato di farsi da parte", ha detto martedì il senatore Bernie Sanders, il suo sponsor più influente. Lo stesso giorno una seconda ex fidanzata ha raccontato al Washington Post che Platner rimuoveva ripetutamente il preservativo durante i rapporti senza il suo consenso.

Era l'ultimo capitolo di una serie di scandali iniziata a ottobre: un tatuaggio simile a un simbolo nazista, poi coperto, vecchi post su Reddit in cui minimizzava le violenze sessuali, messaggi sessualmente espliciti inviati ad altre donne dopo il matrimonio e accuse di comportamenti violenti da parte di alcune ex fidanzate. Platner, un allevatore di ostriche di 41 anni ed ex Marine, aveva attribuito quei comportamenti a problemi di salute mentale e allo stress post-traumatico legato al servizio militare e fino a questa settimana aveva conservato il sostegno di gran parte della sinistra del partito, compresi Sanders ed Elizabeth Warren.

Stati Uniti · La corsa al Senato nel Maine
La caduta di Graham Platner, accusa dopo accusa

Per undici mesi il candidato democratico del Maine era sopravvissuto a un tatuaggio simile a un simbolo nazista, ai vecchi post su Reddit e alle rivelazioni delle ex fidanzate. Un'accusa di stupro lo ha travolto in due giorni. Ora il partito ha meno di tre settimane per scegliere chi sfiderà Susan Collins.
Grafica di FocusAmerica

Giorni di campagna
323

Giorni per il crollo
2

dal lancio del 19 agosto 2025 al video con cui ha sospeso la campagna
dall'accusa pubblica di Jenny Racicot all'annuncio del ritiro

Nel giro di 48 ore dall'accusa i suoi principali sostenitori, Bernie Sanders compreso, gli avevano già chiesto di farsi da parte.

La ricostruzione in quattro capitoli
1Gli scandali2Le 48 ore3E ora?4La posta

Undici mesi sul filo
Cinque momenti che avrebbero affondato qualsiasi campagna. La sua era sopravvissuta a tutti, fino a luglio.
Tocca una tappa per il dettaglio

19 ago 2025
Il lancio della campagna

L'allevatore di ostriche ed ex Marine, 41 anni, si candida contro Susan Collins da outsider anti-establishment: nei primi nove giorni raccoglie oltre un milione di dollari.

16 ott 2025
Riemergono i vecchi post su Reddit

La CNN riporta alla luce anni di commenti poi cancellati, compresi post in cui Platner minimizzava le violenze sessuali. Nel giro di dieci giorni si dimettono la direttrice politica e il responsabile della campagna.

20 ott 2025
Il tatuaggio simile a un simbolo nazista

In un podcast Platner rivela di avere sul petto un teschio simile al Totenkopf delle SS. Dice di non averne mai conosciuto il significato e lo fa coprire il giorno dopo.

mag–giu 2026
Le rivelazioni delle ex fidanzate

Wall Street Journal e New York Times raccontano i messaggi sessualmente espliciti inviati ad altre donne dopo il matrimonio e le relazioni segnate da comportamenti instabili e aggressivi.

9 giu 2026
La vittoria alle primarie

Nonostante gli scandali, Platner vince la nomination democratica conservando il sostegno della sinistra del partito, da Bernie Sanders a Elizabeth Warren.

Il crollo, giorno per giorno
Dall'accusa di Jenny Racicot al video del ritiro sono bastate 48 ore perché il partito gli voltasse le spalle.

lunedìlun
6
luglio

L'accusa di violenza sessuale
Politico pubblica il racconto di Jenny Racicot: una notte alla fine del 2021 Platner sarebbe entrato in casa sua senza invito e ubriaco e l'avrebbe costretta a un rapporto mentre lei gli diceva di fermarsi. Lui nega e annulla alcuni eventi elettorali.

martedìmar
7
luglio

Il partito lo scarica
Schumer, Warren e infine Sanders gli chiedono di farsi da parte, mentre i vertici minacciano di tagliare fondi e accesso ai dati sugli elettori. Una seconda ex racconta al Washington Post altri rapporti non consensuali.

mercoledìmer
8
luglio

Il video del ritiro
In un video di 11 minuti Platner sospende la campagna e definisce le accuse una strategia dell'establishment. Meno di un'ora dopo Troy Jackson lancia la propria candidatura.

«Alla luce di queste accuse molto serie, gli ho raccomandato di farsi da parte»Bernie Sanders · martedì 7 luglio
Gli hanno chiesto di ritirarsi
Chuck SchumerKirsten GillibrandBernie SandersElizabeth WarrenRo KhannaZohran Mamdaniil Partito Dem. del Maine

Due scadenze per salvare la corsa
Il ritiro formale va depositato entro il 13 luglio; poi i delegati democratici avranno due settimane per scegliere il successore.

8 lug
annuncio del ritiro

13 lug
ritiro formale

27 lug
convention dem

3 nov
voto di midterm

Ritiro formale
13 luglio

Il termine di legge entro cui Platner deve depositare il ritiro perché il partito possa sostituirlo sulla scheda elettorale.

La convention
27 luglio

Entro le 17 (le 23 in Italia) un'assemblea di delegati democratici sceglierà il nuovo candidato.

Già in corsa per la successione

Troy Jackson
Ex presidente del Senato statale, vicino alle posizioni di Platner

Jordan Wood
Ex capo di gabinetto della deputata Katie Porter

Dan Kleban
Cofondatore del birrificio Maine Beer Company

David Costello
Terzo alle primarie di giugno, rientrato in corsa

Valutano la candidatura

Nirav Shah
Ex numero due dei CDC, l'agenzia federale per la sanità pubblica

Shenna Bellows
Segretaria di Stato del Maine, sovrintende alle elezioni

Perché il Maine è decisivo per il Senato
I democratici devono strappare quattro seggi ai repubblicani senza perderne nessuno. Il Maine è tra le occasioni migliori.

51 · maggioranza

Il Senato oggi

47
53

Se i democratici strappano 4 seggi

47

49

democraticiseggi da strapparerepubblicani
Con quattro seggi in più i democratici arriverebbero a 51, la soglia della maggioranza. Il Maine è tra i pochi stati dove il seggio repubblicano è considerato contendibile.

L'obiettivo
4
i seggi che i democratici devono strappare ai repubblicani a novembre per riconquistare il Senato, senza perderne nessuno

L'avversaria

il mandato consecutivo che Susan Collins cerca il 3 novembre: finora ha respinto ogni tentativo democratico di toglierle il seggio

Il precedente
+7
i punti di vantaggio con cui Kamala Harris ha vinto il Maine alle presidenziali del 2024

Fonte: Politico, Washington Post, CNN, Portland Press Herald · Dati aggiornati al 9 luglio 2026

Platner ha detto che depositerà il ritiro formale, richiesto per legge entro il 13 luglio perché il partito possa sostituirlo sulla scheda, solo dopo aver ricevuto garanzie che il processo di selezione sarà "aperto, trasparente e democratico". Il Partito Democratico del Maine, che nei giorni scorsi lo aveva accusato di provare a condizionare la scelta del successore, ha votato per tenere una convenzione, cioè un'assemblea di delegati che sceglierà il nuovo candidato entro la scadenza delle 17 del 27 luglio (le 23 in Italia). Nel frattempo il comitato nazionale che finanzia le campagne democratiche per il Senato ha aperto un fondo per raccogliere donazioni da trasferire al futuro candidato.

Meno di un'ora dopo l'annuncio, Troy Jackson, ex presidente del Senato statale del Maine e boscaiolo della contea rurale di Aroostook, ha lanciato la sua candidatura. È considerato il più vicino alle posizioni di Platner e il deputato progressista californiano Ro Khanna si è già schierato con lui, ma Jackson ha detto alla NBC che non vorrebbe il sostegno dell'ex candidato: "Quando si è arrivati a un'accusa credibile di violenza sessuale, quella è stata la linea rossa". Si sono candidati anche Jordan Wood, ex capo di gabinetto della deputata Katie Porter, e Dan Kleban, cofondatore del birrificio Maine Beer Company, mentre David Costello, terzo nella primaria vinta da Platner a giugno, ha annunciato il suo rientro in corsa. Valutano la candidatura anche Nirav Shah, ex numero due dei Centers for Disease Control and Prevention, l'agenzia federale per la sanità pubblica, e Shenna Bellows, la segretaria di Stato del Maine, la carica che sovrintende alle elezioni. L'attore Patrick Dempsey, il cui nome era circolato tra i possibili sostituti, ha escluso una candidatura.

Per i democratici il Maine è un tassello essenziale nel tentativo di riconquistare il Senato: a novembre devono strappare quattro seggi ai repubblicani senza perderne nessuno dei propri. Collins cerca il sesto mandato in uno stato che Kamala Harris ha vinto con 7 punti di vantaggio nel 2024 e finora ha sempre respinto i tentativi democratici di toglierle il seggio.


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LG Sound Suite arriva in Italia: il nuovo sistema audio surround modulare con Dolby Atmos FlexConnect


La soluzione permette di creare un impianto home theater flessibile, adattando automaticamente il suono alla disposizione degli speaker per un'esperienza immersiva e personalizzata
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LG ha annunciato la disponibilità sul mercato italianodi LG Sound Suite. Si tratta dell’innovativo sistema audio domestico modulare che porta l’esperienza audio da cinema in salotto, grazie all’integrazione della tecnologia Dolby Atmos FlexConnect. Quest’ultima permette di ricreare un audio avvolgente e ben bilanciato adattando il suono in base alla posizione di tutti gli elementi del sistema LG Sound Suite, liberando l’utente dalle configurazioni tradizionali che richiedono l’installazione dei diffusori in posti ben precisi della stanza.
Il cuore tecnologico del sistema è la soundbar all-in-one H7Il cuore tecnologico del sistema è la soundbar all-in-one H7
Il sistema LG Sound Suite si compone di un set di elementi wireless separati che possono essere combinati ed espansi nel tempo creando fino a 50 configurazioni possibili. Il cuore tecnologico del sistema è la soundbar all-in-one H7, che, grazie al processore α11 Gen3 con motore neurale, analizza generi e suoni, separando voci, musica ed effetti per elaborare l’audio con straordinaria precisione. La soundbar è stata progettata per ricreare tutto il coinvolgimento dei contenuti Dolby Atmos anche quando è da sola, grazie a ben 20 unità audio integrate fra cui 4 woofer e 8 radiatori passivi.
Gli speaker sono utilizzabili come satelliti surround e speaker Bluetooth indipendentiGli speaker sono utilizzabili come satelliti surround e speaker Bluetooth indipendenti
Completano il sistema, gli speaker wireless M7 ed M5 - rispettivamente da 2.1.1 e 1.1.1 canali, utilizzabili come satelliti surround, ma anche come speaker Bluetooth indipendenti - e il subwoofer wireless W7 - dotato di un’unità da 8 pollici e una risposta in frequenza fino a 25Hz -, che danno vita a un suono chiaro, ricco e con bassi profondi. Tutti i componenti di LG Sound Suite sono dotati di diffusori Peerless, punto di riferimento nell'acustica di alta gamma da oltre un secolo.

LG Swing ufficiale: il nuovo smart monitor che trasforma casa e lavoro
Grazie al design versatile e alle funzionalità smart integrate, il dispositivo punta a ridefinire il modo di utilizzare gli spazi domestici per produttività, intrattenimento e vita quotidiana
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Con LG Sound Suite si può partire da un assetto compatto e scalare fino a un sistema a 13.1.7 canali. È possibile, infatti, creare il proprio sistema home cinema partendo proprio dalla soundbar H7, che funziona da hub Dolby Atmos FlexConnect a cui possono successivamente abbinare ulteriori diffusori della gamma Sound Suite, rendendo compatibile qualunque TV in commercio con questa tecnologia.
L'installazione dei diversi elementi è incredibilmente semplice grazie alla connettività Bluetooth e Wi-FiL'installazione dei diversi elementi è incredibilmente semplice grazie alla connettività Bluetooth e Wi-Fi
Se si dispone di un TV compatibile con Dolby Atmos FlexConnect – fra cui i nuovissimi OLED evo AI G6 e C6, oppure G5 e C5 - è possibile collegare i diffusori surround direttamente al TV, anche senza la soundbar H7, in modo da arricchire la dinamica del suono e renderla più appagante minimizzando gli ingombri. L'installazione dei diversi elementi è incredibilmente semplice: grazie alla connettività Bluetooth e Wi-Fi, i componenti si abbinano e si integrano senza cavi. Tutto il sistema può essere gestito e controllato dall’app LG ThinQ, da cui si può avviare la configurazione Dolby Atmos FlexConnect, regolare il bilanciamento audio e intervenire su ciascuno dei singoli elementi audio.

vivo X Fold6 in Italia nel 2026: il pieghevole con fotocamera premium
vivo X Fold6 si prepara a entrare nella scena degli smartphone pieghevoli premium: il nuovo modello vivo punta su fotografia avanzata, design raffinato e tecnologie di nuova generazione. L’arrivo in Italia nel 2026 potrebbe segnare una nuova fase per il mercato foldable
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Tre tecnologie esclusive che arricchiscono l’esperienza audio di LG Sound Suite:

  • Sound Follow, basata su tecnologia ultra-wideband (UWB), regola automaticamente il punto di ascolto ottimale in base alla posizione dell'utente, indipendentemente da dove sono collocati gli altoparlanti;
  • Room Calibration Pro analizza le caratteristiche acustiche dell'ambiente e applica un'elaborazione basata sull'intelligenza artificiale per ottimizzare il suono in ogni punto della stanza;
  • AI Sound Pro+ trasforma l'audio stereo in suono surround multicanale, operando una separazione degli oggetti grazie all’AI che mantiene voci, musica ed effetti sonori chiari e bilanciati, adattando l'audio al tipo di contenuto.

LG Sound Suite è disponibile in Italia su LG Online Shop e nei migliori negozi di elettronica di consumo da oggi ai seguenti prezzi:

  • Soundbar all-in-one H7: 999 euro
  • Speaker wireless M7: 399 euro
  • Speaker wireless M5: 249 euro
  • Subwoofer wireless W7: 599 euro

LG Swing ufficiale: il nuovo smart monitor che trasforma gli spazi di casa e lavoro


Durante l’estate, cresce la voglia di vivere la casa in modo più dinamico e flessibile, adattando gli spazi alle diverse attività della giornata. È proprio da questa esigenza che nasce LG Swing, lo smart monitor di LG Electronics che reinterpreta l’esperienza domestica combinando intrattenimento, produttività e design lifestyle in un’unica soluzione.

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Grazie al suo stand con ruote, LG Swing può essere spostato con facilità da una stanza all’altra, seguendo i ritmi della giornata e trasformando ogni ambiente in uno spazio pensato su misura: dal soggiorno alla camera da letto, fino a una postazione di lavoro temporanea o a un angolo dedicato al tempo libero. La possibilità di regolare orientamento, inclinazione e posizione dello schermo con un solo gesto rende l’esperienza ancora più naturale e intuitiva.

L'orientamento automatico dello schermo

Il fulcro è il display IPS UHD 4K da 32 pollici, che offre immagini nitide, colori brillanti, ampi angoli di visione e non teme i riflessi della calda luce tipica delle giornate estive. Grazie alla sua natura versatile, esso risulta adatto sia allo streaming di film e serie TV sia ad attività multitasking e creative. Il touchscreen, inoltre, per la prima volta disponibile nella gamma smart monitor LG, introduce un nuovo livello di interazione, rendendo la navigazione dei contenuti semplice e immediata, perfetta per un utilizzo fluido e spontaneo tipico della stagione primaverile.

Pensato per adattarsi a contesti e contenuti diversi, lo Swing integra anche funzioni intelligenti come Auto Pivot, che regola automaticamente l’orientamento dello schermo in base al formato visualizzato, e Brightness Control, che ottimizza la luminosità del display in base alla luce ambientale, per un comfort visivo sempre ottimale.

A completare l’esperienza, la piattaforma webOS permette di accedere direttamente a servizi di streaming, app per la produttività e contenuti cloud senza bisogno di un PC, mentre la connettività avanzata – con USB-C con alimentazione da 65W, HDMI, Wi-Fi e Bluetooth – consente di collegare e condividere contenuti da laptop, smartphone e tablet, anche tramite AirPlay e Screen Share.

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Dal punto di vista estetico, LG Swing si presenta come un vero oggetto d’arredo contemporaneo: linee pulite, struttura slanciata e un design pensato per integrarsi armoniosamente negli ambienti domestici, seguendo il trend di una tecnologia sempre più discreta e lifestyle-oriented. Una soluzione smart che porta nuova energia in casa, coniugando comfort, tecnologia e stile in un’esperienza quotidiana più libera e personale.


Ghost: blog e newsletter italiane ha ricondiviso questo.

Trump svuota l'agenzia federale che aiuta gli Stati a organizzare le elezioni


Via email il licenziamento dei due commissari democratici della Election Assistance Commission, nata dopo il voto contestato del 2000. Ora è senza guida a pochi mesi dalle midterm.

Il presidente Donald Trump ha licenziato via email i due commissari democratici dell'unica agenzia federale dedicata alle elezioni, svuotandola completamente a pochi mesi dal voto di metà mandato, le elezioni di novembre che rinnoveranno il Congresso a metà del suo mandato.

I due commissari, Thomas Hicks e Benjamin Hovland, hanno ricevuto l'email di licenziamento il 9 luglio. Erano stati scelti dai democratici del Congresso. La vicepresidente della commissione, la repubblicana Christy McCormick, si era già dimessa il mese precedente, mentre il quarto posto era rimasto vacante all'inizio dell'anno, quando il repubblicano Donald Palmer aveva lasciato l'incarico per entrare nella Heritage Foundation, un centro studi conservatore. Così la Election Assistance Commission è rimasta del tutto priva di membri.

Per approvare qualsiasi decisione la commissione ha bisogno del voto di almeno tre dei suoi quattro componenti. Riempire i posti vacanti potrebbe richiedere mesi. "Queste rimozioni lasciano l'agenzia senza guida e incapace di svolgere le sue principali responsabilità", ha dichiarato Michael Waldman, presidente del Brennan Center for Justice, il centro di ricerca giuridica della New York University.

La decisione arriva dopo una sentenza della Corte Suprema del 29 giugno che ha ampliato molto il potere del presidente di rimuovere i vertici delle agenzie indipendenti, quelle che il Congresso ha costruito per tenere al riparo dal controllo diretto della Casa Bianca. La Corte ha però esentato la Federal Reserve, la banca centrale americana, bloccando il tentativo di Trump di rimuovere una delle sue governatrici, Lisa Cook. Un funzionario della Casa Bianca ha detto che quella sentenza dà al presidente la facoltà di licenziare i commissari, anche se non è ancora chiaro se l'agenzia elettorale rientri davvero in quel potere ampliato.

In una nota la Casa Bianca ha dichiarato che il presidente "si riserva il diritto di rimuovere individui che potrebbero non essere del tutto allineati con l'importante compito di garantire la sicurezza delle elezioni americane e di assicurare che ogni voto legale venga contato".

La Election Assistance Commission è l'unica agenzia federale che si occupa esclusivamente di amministrazione delle elezioni. Il Congresso la creò con l'Help America Vote Act dopo le contestate elezioni presidenziali del 2000, per aiutare gli stati a migliorare la gestione del voto senza però centralizzarla a Washington. Ha soprattutto un ruolo di sostegno: distribuisce i fondi elettorali federali, gestisce il modulo nazionale per registrarsi al voto per posta, controlla e certifica le macchine per votare e offre linee guida agli amministratori locali. Le sue raccomandazioni sono volontarie e non ha alcun potere sanzionatorio.

Per legge la commissione deve restare bipartisan: non può avere più di due membri dello stesso partito. I commissari sono nominati dal presidente sulla base delle indicazioni dei leader repubblicani e democratici di Camera e Senato. La nomina passa poi al Senato per la conferma.

Stati Uniti · Midterm 2026
Quattro seggi, zero commissari: Trump svuota l’agenzia che assiste le elezioni

Il 9 luglio la Casa Bianca ha licenziato via email i due membri democratici della Election Assistance Commission; l’unica commissaria repubblicana rimasta si è dimessa. A quattro mesi dal voto di metà mandato, l’organismo che distribuisce i fondi agli Stati e certifica i sistemi di voto non può più prendere alcuna decisione.
Grafica di FocusAmerica

Seggi previsti dalla legge

In carica dopo il 9 luglio
4

0
Due democratici
e due repubblicani

La Commissione
non ha più quorum

Palmer
Dimissioni
apr 2026

Hicks
Licenziato
9 lug 2026

Hovland
Licenziato
9 lug 2026

McCormick
Dimessa
9 lug 2026

In quota democratica
In quota repubblicana

È il primo banco di prova dei nuovi poteri di rimozione che la Corte Suprema ha riconosciuto al presidente

Esplora l’analisi
ILa cronologia IILe sentenze IIIE adesso

Dallo scontro sulle regole del voto alla Commissione vuota
Tocca ogni tappa per leggere il dettaglio. La Costituzione affida la gestione delle elezioni soprattutto agli Stati e al Congresso: finora i tribunali hanno bloccato gran parte dei tentativi del presidente di modificarla per decreto.

2002
Nasce la Election Assistance Commission

Il Congresso la istituisce con l’Help America Vote Act, legge bipartisan firmata da George W. Bush dopo il caos del voto del 2000: quattro seggi, due democratici e due repubblicani.

MARZO 2025
L’ordine esecutivo sulla prova di cittadinanza

Trump ordina di inserire nel modulo nazionale di registrazione al voto l’obbligo di documentare la cittadinanza. La Commissione non lo applica e un giudice federale blocca la disposizione: il presidente ha oltrepassato i propri poteri.

29 GIUGNO 2026
La Corte Suprema amplia i poteri del presidente

Con la sentenza Slaughter (6 voti a 3) i giudici stabiliscono che il presidente può rimuovere senza giusta causa i vertici delle agenzie indipendenti. Cade un precedente che resisteva dal 1935.

9 LUGLIO 2026
La Commissione resta senza membri

I due democratici Hicks e Hovland vengono licenziati con un’email della Casa Bianca; la repubblicana McCormick si dimette. Palmer aveva già lasciato in aprile: nessun commissario in carica.

3 NOVEMBRE 2026
Le elezioni di metà mandato

Senza quorum l’agenzia non può distribuire nuovi fondi agli uffici elettorali né certificare i sistemi di voto. La gestione delle urne resta comunque nelle mani degli Stati.

Due sentenze in un giorno tracciano il confine del potere presidenziale
Il 29 giugno la Corte Suprema ha dato al presidente mano libera sulle agenzie indipendenti, ma ha riconosciuto alla Federal Reserve una tutela speciale. Solo Roberts e Kavanaugh hanno votato con la maggioranza in entrambi i casi.

Trump v. Slaughter · Federal Trade Commission

Via libera alle rimozioni
6–3

Maggioranza: i sei giudici conservatori
Il presidente può licenziare senza giusta causa i membri delle agenzie esecutive indipendenti. È il principio invocato dalla Casa Bianca per le rimozioni all’EAC.

Il caso Lisa Cook · Federal Reserve

L’eccezione della banca centrale
5–4

Maggioranza: Roberts e Kavanaugh con i tre giudici liberal
La governatrice Cook resta in carica: prima di rimuovere un membro della Fed servono preavviso e possibilità di replica. L’indipendenza della banca centrale fa eccezione.

Giudici conservatori
Giudici liberal
Cerchio vuoto: in dissenso
Roberts e Kavanaugh, in maggioranza in entrambe

Un’agenzia congelata a quattro mesi dal voto
Senza commissari l’EAC non può deliberare: nuovi fondi agli Stati, certificazione dei sistemi di voto e modulo nazionale di registrazione restano fermi finché il Senato non confermerà le nuove nomine.

0
Commissari in carica
Sui quattro seggi previsti dall’Help America Vote Act

>1 mld $
Fondi per la sicurezza del voto distribuiti dal 2018 al 2025
Stima del Bipartisan Policy Center

4
Nomine necessarie per far ripartire la Commissione
Ognuna richiede la conferma del Senato

2002
L’anno in cui il Congresso ha istituito l’agenzia
Con una legge bipartisan firmata da George W. Bush

Cosa succede ora

Ricorso

Hicks e Hovland possono impugnare il licenziamento
Il caso potrebbe risalire fino alla Corte Suprema e precisare quanto lontano arriva il principio fissato dalla sentenza Slaughter.

Nomine

La Casa Bianca può proporre nuovi commissari
Ogni nomina passa dalla conferma del Senato, un processo tutt’altro che rapido. In alternativa, i quattro seggi possono restare vacanti.

Midterm

Il voto di novembre resta nelle mani degli Stati
La rimozione non cambia lo svolgimento delle elezioni, ma priva gli uffici elettorali locali di nuovi fondi e del supporto federale.

Fonte Associated Press, Votebeat, ProPublica, NBC News, SCOTUSblog. Dati aggiornati al 10 luglio 2026.

Non è la prima agenzia elettorale che Trump svuota. All'inizio dell'anno aveva rimosso un commissario democratico della Federal Election Commission, l'autorità che vigila sul finanziamento delle campagne, senza che la mossa finisse in tribunale. Quella commissione è priva del numero legale da aprile 2025, quando sono usciti altri due membri repubblicani. Da allora non può più emettere linee guida.

I repubblicani hanno provato più volte, senza riuscirci, a eliminare la Election Assistance Commission, che Joe Biden aveva raddoppiato durante il suo mandato. Oggi conta appena 65 dipendenti dopo una serie di tagli decisi da Trump. Per anni l'agenzia era rimasta senza numero legale, incapace di aggiornare le linee guida sul voto, finché nel 2019 il Senato non aveva confermato nuovi commissari.

Diversi funzionari elettorali democratici hanno criticato la decisione. I segretari di stato, che nei singoli stati americani sono i principali responsabili dell'organizzazione del voto, dovranno ancora una volta colmare il vuoto lasciato dal governo federale, ha detto Cisco Aguilar, presidente dell'associazione che riunisce i segretari di stato democratici.

La commissione perde così la capacità di formulare raccomandazioni condivise tra i due partiti proprio nei mesi che precedono il voto, mentre il presidente prova a rimodellare in modo aggressivo il modo in cui il paese vota. Da settimane la sua amministrazione spinge per un ruolo più diretto del governo federale nelle elezioni di novembre.


Trump usa le agenzie federali per cambiare le regole del voto, ma i tribunali lo fermano


Il presidente Donald Trump da mesi porta avanti una campagna aggressiva per cambiare il modo in cui i singoli Stati organizzano le elezioni, usando le agenzie federali come nessuno dei suoi predecessori aveva mai fatto.

Ha chiesto al Dipartimento per la Sicurezza interna, il ministero che si occupa di confini e immigrazione, di compilare una lista dei cittadini di ogni Stato per stabilire chi ha diritto di voto. Vuole affidare al servizio postale un ruolo nel decidere chi può ricevere le schede per il voto per posta. Ha minacciato di togliere i fondi federali agli Stati che non eliminano le macchine per il voto elettronico. E fa pressione sui parlamentari repubblicani perché riscrivano le leggi elettorali, sostenendo senza prove che le elezioni siano truccate.

La Costituzione americana affida agli Stati, e non al governo federale, il controllo su come si vota e lascia al Congresso il potere di approvare le leggi in materia. Il presidente può agire solo attraverso norme federali già esistenti, ha ricordato Rick Hasen, professore di diritto all'Università della California a Los Angeles. Per questo molti tribunali hanno bloccato o annullato i suoi tentativi di intervenire sull'organizzazione del voto.

Al centro dell'offensiva c'è il SAVE America Act, una proposta di legge che obbligherebbe gli elettori a dimostrare la cittadinanza al momento dell'iscrizione alle liste, a mostrare un documento d'identità per votare e imporrebbe agli Stati di trasmettere i dati degli elettori al Dipartimento per la Sicurezza interna. Trump considera la questione una "emergenza nazionale" e ha fatto saltare una legge sulla casa sostenuta da entrambi i partiti, minacciando di non firmare alcun provvedimento finché la misura sul voto non sarà approvata. I leader repubblicani del Senato però ritengono che non ci siano voti sufficienti per farla passare.

La Camera ha già approvato il testo. Lo speaker Mike Johnson ha spiegato la posta in gioco davanti a una platea di conservatori religiosi riuniti dalla Faith & Freedom Coalition: se i democratici riconquisteranno la Camera, ha avvertito, andranno "a colpire la famiglia del presidente, il gabinetto, i suoi donatori, gli amici" e i sostenitori. "Io gestisco il programma di protezione", ha detto. "Mi prenderò cura di voi".

Nell'ultimo mese l'offensiva ha incassato una serie di sconfitte in tribunale. Una giudice federale nominata da Joe Biden, Sparkle Sooknanan, ha stabilito che la banca dati sull'immigrazione costruita dal Dipartimento per la Sicurezza interna per verificare chi avesse diritto di voto violava le leggi sulla privacy e che il suo uso aveva già portato alcuni Stati a cancellare cittadini americani dalle liste elettorali sulla base di informazioni sbagliate. Il governo federale, ha scritto, "ha calpestato consapevolmente i diritti alla riservatezza dei cittadini americani in un modo che minaccia il sacro diritto di voto".

Anche la maggioranza conservatrice della Corte Suprema ha dato un colpo ai repubblicani, confermando le leggi statali che permettono di contare le schede spedite entro il giorno del voto ma arrivate in ritardo. Trump ha definito la decisione "un po' sorprendente" e ha sostenuto, di nuovo senza prove, che darà alle persone "più tempo per votare illegalmente".

Il presidente punta a limitare anche il voto per posta. A marzo ha firmato un ordine esecutivo che restringe la platea di chi può ricevere le schede via posta: secondo la norma proposta, il servizio postale non consegnerebbe le schede negli Stati che si rifiutano di trasmettere al governo federale i dati sensibili degli elettori. Una giudice federale nominata da Barack Obama, Indira Talwani, ha bloccato il piano. "La Costituzione non conferisce al presidente alcun potere specifico sulle elezioni", ha scritto, aggiungendo che il servizio postale non ha l'autorità di stabilire chi può votare per posta. La Casa Bianca resta convinta che l'ordine sarà in vigore entro le elezioni di novembre.

Trump continua a sostenere che i democratici stiano cercando di truccare il voto. Il mese scorso ha affermato, senza portare prove, che avrebbero imbrogliato per vincere le primarie in California e ha rivendicato l'esistenza di un'indagine dei procuratori federali di Los Angeles. Le accuse hanno provocato reazioni critiche anche dentro il suo partito. "Trovo ironico che controlliamo la Camera, il Senato, la Corte Suprema e la Casa Bianca e stiamo gridando ai brogli. Voglio dire, abbiamo vinto tutte queste maledette elezioni", ha detto ai giornalisti il deputato repubblicano Thomas Massie.

I democratici al Senato hanno annunciato che manderanno osservatori ai seggi in risposta alle iniziative del presidente. "Non aspettiamo che arrivi il caos", ha detto il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer. "Ci stiamo preparando ora".


Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

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