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"La menzogna svelata del bilinguismo altoatesino" su Il Tascabile


Un pezzo che racconta "Lingue Matrigne" di Gabriele Di Luca, pubblicato in maggio su "Il Tascabile".
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Di Lingue Matrigne - l'ibrido narrativo di Gabriele Di Luca sul mito del bilingusmo altoatesino - ho già avuto occasione di parlare qualche settimana fa, quando l'ho presentato alla Nuova Libreria Cappelli di Bolzano.

Torno a parlarne perché, ormai un paio di mesi fa, Il Tascabile ha pubblicato una mia riflessione proprio su temi aperti dal libro di Gabriele.

Un libro importante non solo perché, come ho già avuto modo di scrivere, ha dato voce a qualcosa che molte persone pensavano ma anche perché attraverso le sue pagine scorre lo spirito del tempo.

In Lingue Matrigne, infatti, non vengono solo anticipati molti dei temi che hanno accompagnato le cronache locali degli ultimi 12 mesi. Ma questi temi vengono anche articolati in un senso molto chiaro, diretto e sfidante.

Per Gabriele - lo chiamo per nome perché siamo amici, avevo dimenticato di dirlo - il bilinguismo è un mito istituzionale, la cui funzione è quella di sorreggere la menzogna di una convivenza - quella tra i gruppi etnici della provincia autonoma di Bolzano - che non si è mai davvero compiuta o risolta.

Una mancanza di equilibrio che diventa evidente in molte della tensioni a cui la realtà e le sue dinamiche danno vita oggi, nel mondo sempre più globalizzato in cui gli abitanti dell'Alto Adige/Südtirol vivono senza più potersi cullare nell'illusione di non farne parte.

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Esce ogni settimana, la domenica sera.

Nel pezzo che ho scritto provo a legare insieme i temi del libro e anche a fare qualcosa che Gabriele ha scelto di non fare: ipotizzo una pars construens.

Nulla di particolarmente dirompente, sia chiaro. Ma pensare che il luogo in cui vivo possa essere diverso dal suo ideale eterno è un gesto intellettuale adeguato al periodo di turbolenze e cambiamenti radicali in cui viviamo.

Non pensi anche tu lo stesso?

Quando sono cresciuto, a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, ho percepito il bilinguismo in due modi: da una parte lo strumento imprescindibile di sopravvivenza e avanzamento sociale di cui parla anche Di Luca; dall’altra la forma di correttezza politica che il parlare tedesco implicava per chi, come me, compiva il doppio tradimento di crescere altoatesino di madrelingua italiana, progressista e antifascista. Tradimento nei confronti dell’altro, che dal fascismo era stato sottomesso, e del simile, che del fascismo faceva il simbolo di una resistenza di paccottiglia.



La menzogna svelata del bilinguismo altoatesino
A partire dal libro Lingue matrigne di Gabriele Di Luca, una riflessione sulle crepe di un sistema che promette convivenza e produce separazione.
Il TascabileFlavio Pintarelli


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PS. Tre anni fa ho pubblicato un romanzo che tocca di traverso alcuni dei temi che toccano sia Lingue Matrigne che il pezzo su Il Tascabile. Ti lascio il link alla scheda del libro: ⤵️

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💃 Il velo è il mio primo romanzo. È uscito nel 2023 per le edizioni alphabeta. Lo trovi in libreria e in tutti gli store digitali. Vuoi saperne di più?

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Come ho imparato a ignorare il bilinguismo e a non preoccuparmi


🆘
A inizio marzo il mio profilo Facebook ha ricevuto uno strike. La foto di un data center che ho usato per illustrare un mio post era marcata falsa da un fact checker del Burkina Faso. Quel data center non è nel paese africano. E anche se non l'ho mai dato neanche a intendere, il fatto di averla pubblicata è una violazione che la piattaforma ritiene abbastanza grave da ridurre la visibilità dei miei contenuti. Questa scelta ha un impatto su questo blog, perché Facebook è il social che uso per farlo conoscere. Da quel momento, infatti, ha smesso di crescere. Se ti va, puoi aiutarmi fino a che la violazione è attiva: se vedi un post del blog su Facebook commenta, condividi o lascia un like. Quando non vedrai più questo messaggio saprai che la situazione si è risolta. 🙏.

📆
Venerdì 5 giugno alle 20.00 presenterò Lingue Matrigne di Gabriele di Luca alla Nuova Libreria Cappelli di Bolzano.

Lingue Matrigne, l'ibrido narrativo scritto da Gabriele Di Luca e pubblicato da alphabeta lo scorso anno è un testo importante, a tratti profetico, che ha sapute dare voce a quello che un sacco di persone che vivono in Alto Adige/Südtirol pensavano del bilinguismo, una fondamenta identitaria di questa bizzarra provincia.

È uno di quei libri che, quando li leggi, esclami: ⤵️

Cacciari Quarantanni GIFfrom Cacciari GIFs

È per questo motivo che ho risposto "sì" senza neanche pensarci un secondo, quando Gabriele mi ha chiesto di presentarlo come parte del programma di eventi per festeggiare il terzo anno di vita della Nuova Libreria Cappelli di Bolzano.

Anche perché, quando me lo ha domandato, ha aggiunto: "A questo punto potremmo sperimentare la formula che avevi in mente tu, che dici?"

Se leggi questo blog sai che Gabriele si riferisce alle riflessioni che ho scritto in Le presentazioni di libri si sono rotte. Aggiutiamole. Un post che analizza perché il format della presentazione non funziona più bene come un tempo e come io penso si potrebbe trasformare.

Se non hai ancora avuto modo di farlo leggilo. E venerdì 5 giugno, alle 20.00, vieni in libreria a sentire la presentazione, che abbiamo preparato seguendo alcune di quelle intuizioni.

Seguendole è nato Lingue matrigne: come ho imparato a ignorare il bilinguismo e a non preoccuparmi una performance che abbiamo chiamato bibliocabaret, perché, mischiando approfondimento, spettacolo e chiacchierata, proveremo a illuminare la relazione tra l’opera e il suo autore con domande incalzanti, giochi impertinenti e profondissime elucubrazioni.

È la prima volta che provo a fare qualcosa di così articolato e ambizioso. Quindi non sono certo che riuscirà proprio come ce l'ho in mente ma sono sicuro che, se vieni, ti divertirai.

Gabriele, io e tutto il personale della libreria ti aspettiamo.

Fammi sapere se ci sarai!

Lingue matrigne
La menzogna del bilinguismo in Alto Adige/Südtirol
RaetiaGabriele Di Luca

🌈 Ho un sogno 🌈


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Washington avverte Varsavia: Mosca valuta una provocazione armata per testare la NATO


Secondo fonti citate da Onet e dal Telegraph, la Russia potrebbe colpire infrastrutture critiche, simulare incidenti di confine o inviare militari oltre il territorio polacco per cercare di indebolire il sostegno occidentale a Kyiv.

Gli Stati Uniti hanno avvertito la Polonia che la Russia starebbe preparando una possibile "provocazione" armata contro il suo territorio per mettere alla prova la reazione della NATO. L'obiettivo del Cremlino, secondo le fonti citate da Onet e riprese dal Telegraph, sarebbe alzare la tensione all'interno dell'Alleanza Atlantica, per cercare di logorare la determinazione occidentale e spingere gli alleati a ridurre o sospendere del tutto gli aiuti militari all'Ucraina.

Washington avrebbe trasmesso a Varsavia diversi allarmi sul piano russo, che potrebbe essere attuato nel giro di pochi mesi. Fonti vicine al presidente polacco Karol Nawrocki, un diplomatico di un Paese alleato nella Nato, un esponente del ministero della Difesa polacco e una fonte legata alla sicurezza dei Paesi baltici confermano al Telegraph di essere venuti a conoscenza del fatto che a Mosca si starebbe discutendo di scenari simili. Nessuna decisione definitiva sarebbe però stata presa.

Droni, missili o incursioni: gli scenari


Le ipotesi considerate dall'intelligence americana per un attacco delle forze di Mosca sono diverse. La Russia potrebbe colpire con droni o missili infrastrutture critiche, come centrali elettriche, oppure simulare raid aerei per costringere la Polonia ad attivare la propria difesa antiaerea. Nel caso più estremo, una fonte dell'intelligence polacca non esclude un "attacco ibrido nella regione di confine".

Un'altra possibilità sarebbe un'incursione terrestre limitata, con soldati russi o bielorussi oltre il confine orientale della Nato. Mosca potrebbe presentarla come uno sconfinamento accidentale, causato da un guasto al GPS, oppure come una presunta missione di soccorso per recuperare un elicottero in avaria. L'operazione potrebbe partire da Kaliningrad, l'exclave russa a nord della Polonia dove sono dislocate armi nucleari, oppure dalla Bielorussia. Non si tratterebbe di un attacco su vasta scala: con gran parte delle proprie forze bloccate in Ucraina, la Russia non avrebbe infatti oggi la capacità di sostenere una guerra convenzionale contro la NATO.

Secondo le fonti di Onet, un'operazione russa di questo tipo non avrebbe le caratteristiche di una guerra "classica": nello scenario peggiore, servirebbe a logorare la sovranità polacca, esporre i limiti della NATO e cercare di indebolire il sostegno a Kyiv senza provocare formalmente una guerra aperta con l'Alleanza che Mosca in questo momento non sarebbe in grado di intraprendere.

Il calcolo del Cremlino e la risposta dell'Alleanza


Il calcolo attribuito a Mosca è politico prima ancora che militare: costringere la Polonia a non reagire con le armi, spingere gli Stati Uniti a mediare e trasformare un eventuale ritiro negoziato in una vittoria dal punto di vista della propaganda. In cambio dell'uscita dal territorio polacco, la Russia potrebbe chiedere la fine del sostegno occidentale a Kyiv e, in un secondo momento, tentare anche di addossare la responsabilità dell'incidente all'Ucraina.

Varsavia resta uno degli alleati più solidi di Kyiv, ma negli ultimi mesi i rapporti con l'Ucraina si sono raffreddati, tra divergenze sulla memoria degli eventi della Seconda Guerra Mondiale e tensioni nel settore agricolo. Il timore è che Mosca voglia sfruttare queste crepe per indebolire il fronte occidentale. La Polonia ha già condotto esercitazioni per segnalare a Mosca che qualsiasi tipo di provocazione avrebbe conseguenze pesanti, mentre una recente esercitazione navale in Lettonia, con la marina e i marines statunitensi, ha ricordato al Cremlino che colpire il fianco orientale significherebbe colpire anche truppe americane.

La NATO ha già fatto sapere che è pronta rispondere a qualsiasi azione ostile con attacchi diretti contro obiettivi strategici russi, a partire da Kaliningrad. Il capo della Luftwaffe, Holger Neumann, ha dichiarato al Telegraph che la Germania è pronta a difendere "ogni centimetro" del territorio dell'Alleanza, Polonia compresa, citando tra i possibili obiettivi anche San Pietroburgo, la penisola di Kola e il Mar Nero.

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Dragon Ball Xenoverse 3: svelati dettagli su storia, gameplay e uscita


Il produttore rivela il bilanciamento tra campagna e multiplayer, il coinvolgimento di Toriyama e l'arrivo nel 2027 su console e PC.

Il panorama videoludico dedicato all'universo di Akira Toriyama si prepara a un'importante evoluzione con l’annuncio di Dragon Ball Xenoverse 3.
Durante il Summer Game Fest 2026, il produttore di Bandai Namco, Masayuki Hirano, ha condiviso dettagli fondamentali sul nuovo capitolo della serie action RPG, previsto per il 2027 su PlayStation 5, Xbox Series X|S e PC.

Una delle novità più rilevanti riguarda l’ambientazione: il gioco sarà collocato nell'Anno 1000, ben 148 anni dopo gli eventi del secondo capitolo. Questa scelta narrativa, sviluppata con il profondo coinvolgimento del compianto maestro Toriyama, segna un netto distacco dal passato. Se i precedenti titoli si concentravano sul viaggio nel tempo per correggere la storia, Xenoverse 3 punta lo sguardo verso il futuro, esplorando territori inediti e una West City trasformata in un hub futuristico.

Sotto il profilo del gameplay, il team di sviluppo ha optato per un maggiore bilanciamento: la produzione è divisa equamente al 50% tra una coinvolgente campagna narrativa single-player e un vasto sandbox online. La modalità storia, che garantirà tra le 20 e le 30 ore di contenuti cinematografici, vedrà il giocatore creare un proprio eroe personalizzato per unirsi alla "Great Saiyan Squad".
Un profondo cambiamento rispetto al passato riguarda la personalizzazione: Hirano ha confermato che le dimensioni fisiche del proprio avatar non influenzeranno più le statistiche di base come velocità o salute, garantendo piena libertà estetica. Inoltre, il sistema di classi è stato sostituito da un approccio che permetterà ai giocatori di scambiare liberamente abilità e stili di combattimento per creare il guerriero definitivo.

Sebbene la storia principale rimanga un'esperienza fondamentale dell'offerta, Xenoverse 3 offrirà anche un immenso ecosistema online con missioni cooperative e competitive progettate specificamente per la cooperazione tra utenti. Bandai Namco ha posto come priorità assoluta l'implementazione del cross-play totale, abbattendo le barriere tra le diverse piattaforme per unificare la community globale.

Tra le nuove meccaniche introdotte spiccano il "Soul Switching" e il "Soul Assist", sistemi tecnologici avanzati dell'Anno 1000 che permetteranno di interagire in modi inediti con i combattenti del franchise. Oltre ai combattimenti, il gioco punterà fortemente sulle funzionalità sociali, introducendo appartamenti personalizzabili all'interno dell'hub centrale dove i giocatori potranno mostrare i propri progressi e il proprio stile agli amici.

Fonte: WCCFTech

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)
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L'eredità dei padri fondatori che ha reso ricca l'America è a rischio


Per Greg Ip, capo commentatore economico del Wall Street Journal, la prosperità americana nasce dalle istituzioni dei padri fondatori, che Trump sta indebolendo con l'assist della Corte Suprema

Nel giorno in cui gli Stati Uniti compiono 250 anni, il Paese è la più grande e dinamica economia del mondo e una delle più ricche. Secondo Greg Ip, capo commentatore economico del Wall Street Journal, quella prosperità si deve soprattutto alla democrazia e alle istituzioni costruite dai padri fondatori. Ma "guardando da vicino si possono scorgere crepe in quelle fondamenta politiche", scrive Ip nella sua analisi: il presidente sta accentrando su di sé sempre più autorità economica e proprio questa settimana la Corte Suprema gli ha fornito "un aiuto enorme".

Nel 1831 Alexis de Tocqueville, allora venticinquenne, girò i giovani Stati Uniti e rimase colpito dall'appetito sconfinato degli americani per il commercio, l'industria e la ricchezza. "Nulla frena lo spirito d'impresa", raccontò poi in "La democrazia in America", attribuendo "la prodigiosa attività commerciale" del Paese proprio alle sue "istituzioni democratiche".

Gli economisti sanno da tempo che la democrazia da sola non genera crescita: contano le istituzioni, ricorda Ip. Nel libro "Why Nations Fail" i premi Nobel Daron Acemoglu e James Robinson hanno scritto che le istituzioni "estrattive" concentrano il potere nelle mani di un'élite che confisca la ricchezza al resto della società: è il motivo per cui tanti Paesi emergenti restano poveri. Le istituzioni "inclusive" invece limitano il potere e lo distribuiscono. L'Inghilterra le conquistò con la Gloriosa Rivoluzione del 1688-89, dopo la quale il re non poté più sospendere le leggi, alzare le tasse senza il consenso del Parlamento o confiscare arbitrariamente la proprietà privata. I coloni americani ereditarono proprio quelle istituzioni.

La Costituzione trasformò quell'eredità in un ordine economico: stabilì controlli e contrappesi tra i poteri, divise le responsabilità tra Stati e governo federale ed elencò diritti individuali che il governo non poteva violare. L'economista Jesús Fernández-Villaverde dell'Università della Pennsylvania la definisce un "meccanismo di impegno" con cui il governo assicura alle generazioni future che manterrà le promesse fatte oggi. Le prime prassi rafforzarono quell'impegno: il ritiro di George Washington dopo due mandati diventò un esempio che i successori si sentirono obbligati a seguire, l'assunzione dei debiti degli Stati voluta da Alexander Hamilton fondò l'affidabilità creditizia nazionale e le prime sentenze della Corte Suprema resero intoccabili i contratti.

Non tutte le istituzioni erano inclusive, riconosce Ip: la più famigerata era la schiavitù. Una parte significativa della produzione economica delle origini venne dal lavoro degli schiavi, mentre neri e donne furono esclusi dai benefici dell'uguaglianza fino a Novecento inoltrato. Il Paese crebbe comunque rapidamente grazie all'immigrazione, alla frontiera in espansione e all'energia imprenditoriale che aveva colpito Tocqueville. Alla fine dell'Ottocento gli Stati Uniti avevano superato la Gran Bretagna come prima potenza economica mondiale.

Con il passaggio da società agraria a potenza industriale servirono istituzioni nuove e i riformatori le vollero al riparo dalla politica. Per porre fine alle ricorrenti crisi bancarie nel 1913 nacque la Federal Reserve, la banca centrale americana, con un sistema di governo misto pubblico-privato; l'anno dopo arrivò la Federal Trade Commission (FTC), l'agenzia che protegge l'economia da concorrenza sleale e monopoli. Le sue decisioni dovevano essere "imparziali e ben ponderate", libere da "direzione partigiana": non più di tre dei cinque commissari potevano venire dallo stesso partito e nessuno poteva essere licenziato senza giusta causa. Quando nel 1935 Franklin D. Roosevelt provò a rimuovere un commissario senza motivo, la Corte Suprema glielo impedì.

Quel precedente è caduto questa settimana. Trump, che già nel primo mandato aveva rivendicato "il diritto di fare tutto ciò che voglio come presidente", poco dopo il ritorno alla Casa Bianca ha licenziato i commissari democratici di diverse agenzie indipendenti, tra cui la FTC, e ha provato a rimuovere una governatrice della Federal Reserve per portare la politica monetaria sotto il suo controllo. La Corte Suprema ha bloccato il licenziamento alla Fed, citando lo "status storico e il ruolo unici" della banca centrale, ma ha convalidato le rimozioni alla FTC, stabilendo che le agenzie indipendenti e il precedente del 1935 violavano il controllo del presidente sul potere esecutivo previsto dalla Costituzione. È l'ultima di una serie di decisioni con cui la Corte ha ampliato come mai prima i poteri della presidenza.

Finché la FTC era indipendente il presidente ne sceglieva la guida, ma non poteva dettarne le decisioni, che passavano da un dibattito interno con voci dissenzienti. Quando la commissione guidata da Lina Khan, nominata da Joe Biden, propose di aumentare di molto le informazioni richieste alle aziende intenzionate a fondersi, il commissario repubblicano Andrew Ferguson si oppose giudicando i requisiti eccessivi e illegittimi: la proposta fu ridimensionata e nel 2024 tutti i commissari, Ferguson compreso, votarono a favore. Oggi Ferguson presiede la FTC senza commissari democratici e senza protezione dal licenziamento, di fatto come un dipendente rimovibile a piacimento dal presidente, con cui si consulta regolarmente sui casi più importanti secondo quanto il Wall Street Journal ha riportato.

Il giudice Neil Gorsuch, pur avendo votato con la maggioranza, si è detto preoccupato delle conseguenze: "Il potere di scrivere nuovi reati regolatori esiste ancora, ma ora la penna è in ultima analisi nella mano del presidente", ha scritto, chiedendosi se un'azienda invisa alla Casa Bianca potrebbe "sopravvivere a una successiva norma della FTC che dichiari illegale una delle sue pratiche commerciali di lunga data". Per la giudice dissenziente Sonia Sotomayor la sentenza "crea un potere esecutivo che il Congresso non ha mai sognato di istituire e che ora ha poche speranze di riuscire a contenere".

Le ripercussioni, avverte Ip, potrebbero durare più di Trump. Il socialismo si è radicato in una parte del Partito Democratico, spinto a sinistra da progressisti decisi a colpire la ricchezza e il potere delle grandi aziende: grazie alla strada aperta da Trump, un futuro presidente democratico troverà meno controlli e contrappesi sul percorso di quell'agenda. Ip chiude però ricordando che in 250 anni gli Stati Uniti hanno affrontato più volte sfide simili e ne sono sempre usciti "con le loro fondamenta democratiche ed economiche più forti".


Nonostante le sconfitte, la Corte Suprema ha rafforzato il potere di Trump


La Corte Suprema degli Stati Uniti ha chiuso il suo anno giudiziario infliggendo al presidente Donald Trump tre sconfitte pesanti, ma nel complesso ha ampliato i poteri della presidenza come non era mai accaduto prima.

Le tre bocciature hanno riguardato i dazi globali, il tentativo di cancellare la cittadinanza automatica per chi nasce sul suolo americano e la volontà di licenziare una governatrice della Federal Reserve, la banca centrale statunitense. In ciascun caso la maggioranza conservatrice, formata da sei giudici su nove, ha stabilito che l'azione del presidente contrastava con il testo delle leggi federali.

Dietro queste sconfitte, però, la stessa maggioranza ha consegnato a Trump un controllo nuovo su ampie aree del governo federale. La decisione più importante per gli equilibri di Washington ha riguardato gli enti regolatori indipendenti. La Corte ha ribaltato un precedente del 1935, noto come Humphrey's Executor, che proteggeva i vertici di queste autorità dai licenziamenti decisi dal presidente. Si tratta di commissioni bipartisan che vigilano su settori chiave della vita americana, dalle contrattazioni di borsa alle centrali nucleari, dai trasporti alla sicurezza dei prodotti di consumo. Ora Trump e i suoi successori potranno rimuoverne i membri per qualsiasi motivo o senza alcun motivo, nonostante il Congresso le avesse concepite per restare libere da interferenze politiche.

Nella sua opinione dissenziente, la giudice Sonia Sotomayor ha scritto che la sentenza dà al presidente "un potere sconosciuto persino alla Corona inglese contro cui si ribellarono" i Padri fondatori. Il risultato, ha aggiunto, è "un presidente che emerge con un potere molto più grande che mai", un potere "che né il popolo, né il Congresso, né la Costituzione gli hanno conferito". Alcuni giuristi hanno definito quella decisione la più favorevole al potere presidenziale nella storia della Corte.

Sul fronte dell'immigrazione la Corte ha lasciato ampio margine all'amministrazione. Con una serie di decisioni prese a maggioranza di sei a tre ha reso più facile respingere i richiedenti asilo senza dare loro la possibilità di chiedere rifugio ed espellere i titolari di green card sospettati di un reato ma non ancora condannati. I giudici conservatori hanno anche impedito ai tribunali di esaminare le ragioni con cui l'amministrazione ha revocato la protezione umanitaria a centinaia di migliaia di migranti che vivevano legalmente negli Stati Uniti da decenni.

Molte di queste decisioni sono arrivate attraverso il cosiddetto shadow docket, la corsia d'emergenza con cui i giudici si pronunciano rapidamente sui casi urgenti, senza udienze pubbliche e spesso senza spiegare le ragioni giuridiche. Per questa via la Corte ha permesso a Trump di condurre retate contro gli immigrati che possono prendere di mira le persone anche in base all'etnia o alla lingua, di tagliare fondi alla ricerca su minoranze etniche e persone LGBT e di negare ai richiedenti il passaporto con il genere corrispondente alla loro identità.

Ad aprile la maggioranza conservatrice ha svuotato una parte importante del Voting Rights Act, la legge del 1965 che protegge il diritto di voto delle minoranze. La sentenza ha reso più difficile contestare le mappe elettorali giudicate discriminatorie e ha aperto la strada agli Stati del Sud guidati dai repubblicani per smantellare i collegi a maggioranza nera o latina, in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Gli elettori neri e latini tendono a votare per i democratici, che i repubblicani vogliono tenere lontani dal controllo del Congresso.

La sconfitta più clamorosa è arrivata l'ultimo giorno, quando la Corte ha respinto l'ordine esecutivo con cui Trump voleva negare la cittadinanza per nascita ai figli di alcuni immigrati. I giudici hanno stabilito che il provvedimento violava il Quattordicesimo emendamento della Costituzione, che riconosce la cittadinanza a chi nasce negli Stati Uniti ed è "soggetto alla sua giurisdizione".

In quasi tutti i passaggi decisivi la regia è stata del presidente della Corte, John Roberts, di solito considerato un giudice cauto, propenso a decidere solo lo stretto necessario. Sui temi del potere presidenziale, però, negli ultimi anni ha mostrato la volontà di spingersi lontano. È stato lui a scrivere sia la sentenza che ha bocciato i dazi sia quella che ha esteso il controllo del presidente sugli enti regolatori.

Accanto a Roberts, i giudici più conservatori in alcuni casi si sarebbero spinti oltre. Clarence Thomas e Samuel Alito non hanno mai votato contro il presidente e, insieme a Brett Kavanaugh, avrebbero riconosciuto a Trump il potere di imporre dazi che la legge usata non prevedeva. Thomas e Alito avrebbero anche approvato l'invio della Guardia Nazionale, la forza di riserva militare a disposizione degli Stati e del governo federale, nelle città americane e la cancellazione della cittadinanza alla nascita. Sul fronte opposto, le tre giudici progressiste Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson si sono schierate contro ogni tentativo di allargare i poteri della presidenza.

Le divisioni ideologiche si sono fatte più nette: le decisioni prese a sei contro tre lungo linee di schieramento sono salite al 22% del totale, contro il 9% dell'anno precedente. La bocciatura dei dazi, decisa a febbraio, aveva spinto il presidente ad attaccare in termini personali i sei giudici che gli avevano dato torto, compresi due da lui stesso nominati, Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett. Trump aveva detto che i due erano "un imbarazzo per le loro famiglie".

A metà del suo secondo mandato Trump ha ottenuto dalla Corte un bilancio molto più favorevole di quello del suo predecessore democratico Joe Biden, che pure si era trovato di fronte a una composizione di giudici quasi identica. Il movimento giuridico conservatore, che per anni aveva puntato a ribaltare il precedente del 1935, festeggia un traguardo storico e ne attribuisce il merito proprio a Roberts, un giudice che quello stesso mondo aveva spesso criticato.


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Quasi metà degli americani non sa cosa si celebra il 4 luglio


Un sondaggio del Cato Institute rileva che solo il 53% degli americani sa che la festa ricorda l'adozione della Dichiarazione di indipendenza. Il 56% teme che il paese possa smettere di essere libero
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Solo il 53% degli americani sa che il 4 luglio si celebra l'adozione della Dichiarazione di indipendenza, il documento approvato nel 1776 con cui le colonie americane proclamarono la separazione dalla Gran Bretagna, considerato l'atto di nascita degli Stati Uniti. Il 46% degli intervistati ha risposto di non sapere quale evento storico ricordi la festa nazionale dell'Independence Day. Lo ha rilevato un sondaggio del Cato Institute, un centro studi libertario favorevole a un ruolo limitato dello Stato, pubblicato giovedì a due giorni dal 250° anniversario degli Stati Uniti, la ricorrenza celebrata sabato in tutto il paese con il nome di America 250.

La quota di chi non sa rispondere sale al 61% tra gli intervistati della Generazione Z, cioè gli adulti più giovani del campione. Le lacune non riguardano solo la data: il 58% non conosce la funzione principale della Costituzione, la legge fondamentale che regola i poteri dello Stato americano, e il 57% non ha saputo spiegare perché gli Stati Uniti dichiararono l'indipendenza dalla Gran Bretagna per dare vita a un governo dai poteri limitati, cioè vincolato da regole che ne circoscrivono l'autorità.

L'86% degli intervistati si dice comunque grato di essere americano. Il 60% ritiene però che gli Stati Uniti si siano allontanati dai loro principi fondativi.

Il 56% teme inoltre che il paese possa smettere di essere una nazione libera nei prossimi cinquant'anni. Chi esprime questo timore indica tra le cause la corruzione, la concentrazione e l'abuso del potere, oltre all'ignoranza dei principi su cui la nazione è nata.

Sondaggio · Stati Uniti
Solo il 53% sa che il 4 luglio celebra la Dichiarazione di indipendenza
25-26 giugno 2026 · 2.253 americani (±2%) · Cato Institute
Focus America

Risposta%

L'adozione della Dichiarazione di indipendenza
Risposta esatta

53%

La ratifica della Costituzione

8%

La vittoria nella guerra d'indipendenza

6%

La prima elezione presidenziale

5%

Lo sbarco dei padri pellegrini a Plymouth Rock

3%

La fondazione di Jamestown

1%

Non sa

23%

Elaborazione di Focus America su dati del Cato Institute. Domanda: quale dei seguenti eventi descrive meglio ciò che commemora il 250° anniversario dell'America? Le percentuali possono non sommare a 100 per gli arrotondamenti.

Alla richiesta di indicare le tutele a cui tengono di più, gli intervistati hanno citato la libertà di parola, il diritto di voto, l'uguaglianza davanti alla legge, la libertà religiosa e il diritto a un giusto processo, cioè la garanzia di procedure regolari davanti alla legge.

I risultati sono arrivati dopo altre rilevazioni che nelle settimane precedenti segnalavano un patriottismo in calo in alcune fasce della popolazione, mentre Washington preparava la grande festa per l'anniversario e altre celebrazioni erano in programma da una costa all'altra. Nella capitale la festa principale si è svolta sabato pomeriggio sul National Mall, il grande parco monumentale al centro della città: il programma prevedeva ore di sorvoli di aerei militari, un comizio politico del presidente Trump e uno spettacolo di fuochi d'artificio da record.

Il sondaggio è stato condotto su un campione di 2.253 americani tra il 25 e il 26 giugno, con un margine di errore di circa 2 punti percentuali.


250 anni di America, la promessa incompiuta della libertà


Oggi, 4 luglio 2026, gli Stati Uniti d’America non celebrano soltanto un anniversario. Celebrano una ferita, una promessa, una contraddizione, una speranza. Duecentocinquant’anni fa, tredici colonie affacciate sull’Atlantico ebbero l’audacia quasi impensabile di dichiarare che il potere non discendeva dal sangue dei re, né dalla grazia dei troni, né dalla forza degli imperi ma dal consenso degli uomini liberi. In quel gesto, compiuto nel caldo di Filadelfia nel 1776, non nacque semplicemente uno Stato: nacque un linguaggio politico destinato a cambiare il mondo.

La Dichiarazione d’Indipendenza rimane uno dei testi più potenti della modernità politica. Le sue parole più celebri – “all men are created equal” e il diritto alla “Life, Liberty and the pursuit of Happiness” – non furono soltanto una formula giuridica: furono un terremoto morale. In esse c’era già tutto: la dignità dell’individuo, la legittimazione democratica del potere, il diritto dei popoli a non essere governati come sudditi, ma riconosciuti come cittadini.

Eppure, fin dall’inizio, l’America fu grande non perché fosse pura, ma perché seppe pronunciare un ideale più alto della propria realtà. Nel 1776, mentre proclamava l’uguaglianza, tollerava ancora la schiavitù. Mentre invocava la libertà, escludeva donne, nativi, afroamericani, poveri e moltitudini senza voce. La sua grandezza, dunque, non sta nell’assenza di contraddizioni ma nella forza con cui quella frase originaria – “tutti gli uomini sono creati uguali” – avrebbe continuato a perseguitarla, a giudicarla, a costringerla a diventare più simile alla propria promessa.

Questa è la vera storia americana: non una marcia trionfale ma una lotta incessante tra ideale e realtà. Washington, Jefferson, Adams e Franklin non costruirono un paradiso, aprirono un conflitto. Fondarono una Repubblica sul principio più esplosivo che la politica moderna avesse mai conosciuto: nessun potere è legittimo se non risponde alla libertà di coloro che governa. Da quel momento, ogni ingiustizia americana sarebbe stata misurata contro le parole del 1776. Ogni esclusione avrebbe trovato nella Dichiarazione il proprio atto d’accusa.

Ottantasette anni dopo, su un campo di battaglia devastato dalla Guerra Civile, Abraham Lincoln comprese che l’America non poteva sopravvivere se non rinascendo. A Gettysburg, nel 1863, richiamò la fondazione del 1776 e definì gli Stati Uniti una nazione “conceived in Liberty”. Poi consegnò alla storia una delle formule più alte mai pronunciate sulla democrazia: “government of the people, by the people, for the people”. Non era retorica: era sangue. Era il tentativo di dare un senso ai morti, di trasformare la guerra in rifondazione morale, di dire che una Repubblica può salvarsi solo se accetta di pagare il prezzo della propria verità.

Da Lincoln in poi, la storia americana è diventata il lungo processo attraverso cui la Dichiarazione ha cercato di raggiungere sé stessa. L’abolizione della schiavitù, il suffragio femminile, il New Deal, la lotta contro il nazismo, il movimento per i diritti civili, la conquista dello spazio, l’espansione dei diritti individuali: ogni stagione ha aggiunto un frammento alla promessa originaria. Ma ogni stagione ha mostrato anche la sua ombra: segregazione, imperialismo, disuguaglianze, guerre, razzismo strutturale, crisi democratiche. L’America ha spesso tradito la sua origine. Ma la sua eccezionalità, quando esiste, non consiste nell’essere innocente; consiste nell’avere scritto, all’inizio della propria storia, il criterio con cui poter essere giudicata.

Per questo Martin Luther King Jr., nel 1963, non parlò contro l’America: parlò all’America, usando l’America contro le sue ingiustizie. Il suo “I have a dream” fu il secondo atto della Dichiarazione d’Indipendenza. Quando invocò il giorno in cui la libertà avrebbe risuonato “from every mountainside”, King non stava chiedendo un favore alla maggioranza bianca: stava reclamando il pagamento di un debito morale contratto nel 1776. La sua voce dimostrò che i testi fondativi non appartengono ai vincitori ma a chi ha il coraggio di prenderli sul serio.

Duecentocinquant’anni dopo, l’America arriva al suo anniversario più simbolico in un tempo inquieto. La democrazia liberale appare fragile, polarizzata, stanca. Le istituzioni sono attraversate da sfiducia; la tecnologia ridefinisce il potere; le disuguaglianze economiche consumano il patto sociale; la politica sembra spesso incapace di parlare alla parte migliore dei cittadini. Eppure proprio per questo il 2026 non può essere soltanto una celebrazione patriottica. Deve essere un esame di coscienza.

Ogni grande anniversario pone una domanda: che cosa resta della promessa iniziale? Resta molto, se si guarda alla forza creativa degli Stati Uniti, alla loro capacità di attrarre talenti, di generare innovazione, di difendere – talvolta con coerenza, talvolta con ipocrisia – l’idea che la libertà sia un valore universale. Ma resta anche un compito immenso: dimostrare che la democrazia non è un monumento, bensì una responsabilità quotidiana. Ronald Reagan disse che la libertà “is never more than one generation away from extinction” e che deve essere difesa da ogni generazione. È una frase enfatica, certo; una frase che nel 2026 suona meno come celebrazione e più come avvertimento.

La libertà, infatti, non muore solo sotto i colpi dei carri armati. Può morire lentamente, nella disaffezione, nella menzogna pubblica, nella rabbia permanente, nella trasformazione dell’avversario politico in nemico esistenziale. Può morire quando i cittadini smettono di credere che le istituzioni siano casa comune. Può morire quando il mercato diventa destino, quando la tecnologia diventa dominio, quando la politica rinuncia alla verità. Gli Stati Uniti, nati da una ribellione contro l’arbitrio, devono oggi chiedersi se siano ancora capaci di opporre alla frammentazione contemporanea un’idea credibile di comunità democratica.

Ma l’America possiede ancora qualcosa di raro: la capacità di raccontarsi come futuro. È questa la sua forza più profonda. Non la potenza militare, non Wall Street, non Hollywood, non la Silicon Valley. Prima di tutto, l’America è una narrazione. È l’idea che una vita possa ricominciare, che l’origine non debba inchiodare il destino, che un popolo possa correggersi, che una Repubblica possa cadere e rialzarsi. È il Paese che ha fatto della speranza una forma politica. E della contraddizione una battaglia permanente.

Naturalmente, nessuna celebrazione sincera può dimenticare chi ha pagato il prezzo del sogno americano: i popoli nativi spogliati delle loro terre, gli schiavi deportati e disumanizzati, i migranti sfruttati, i soldati mandati a morire, le minoranze costrette a reclamare diritti che avrebbero dovuto possedere fin dalla nascita. Ma proprio qui si misura la grandezza tragica della vicenda americana: il suo ideale è stato spesso negato dagli stessi uomini che lo proclamavano, e tuttavia è rimasto abbastanza potente da armare moralmente coloro che ne erano esclusi.

Il duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza americana dovrebbe allora essere letto non come una festa dell’autocompiacimento, ma come una liturgia civile della responsabilità. Il 1776 non chiede agli Stati Uniti di venerare il proprio passato; chiede loro di esserne degni. Non chiede bandiere senza domande; chiede cittadini capaci di trasformare la memoria in dovere. Non chiede di credere che l’America sia sempre stata giusta; chiede di credere che la giustizia sia ancora possibile.

In fondo, tutte le nazioni vivono di miti. Ma pochi miti hanno avuto la forza normativa del mito americano della libertà. Pochi hanno ispirato rivoluzioni, costituzioni, movimenti di liberazione, dissidenti, migranti, perseguitati. Pochi hanno saputo parlare contemporaneamente al contadino del Settecento, allo schiavo in fuga, all’operaio del Novecento, allo studente davanti a un campus, al dissidente davanti a un muro, al migrante davanti a una frontiera. L’America non è stata soltanto una potenza: è stata una grammatica della possibilità.

Oggi quella grammatica è sotto pressione. Ma proprio per questo il suo anniversario conta. Perché i 250 anni dell’indipendenza non celebrano un impero perfetto ma una domanda ancora aperta: può una democrazia restare fedele alla libertà quando la libertà diventa difficile? Può una Repubblica sopravvivere alla propria ricchezza, alla propria paura, alla propria divisione? Può il popolo essere ancora sovrano in un tempo dominato da algoritmi, capitali globali e verità frantumate?

La risposta non è scritta nei monumenti di Washington, né negli archivi di Filadelfia, né nei fuochi d’artificio del 4 luglio. È scritta, come sempre, nelle scelte dei cittadini. Ogni generazione americana deve rifirmare la Dichiarazione d’Indipendenza, non con l’inchiostro ma con il modo in cui tratta i più deboli, protegge le istituzioni, custodisce il dissenso, limita il potere, riconosce la dignità di chi non le somiglia.

Duecentocinquant’anni dopo, l’America è ancora quella frase: “Life, Liberty and the pursuit of Happiness”. Una frase fragile, immensa, incompiuta. Una frase che ha attraversato guerre civili, assassinii, depressioni economiche, rivoluzioni sociali, trionfi scientifici e cadute morali. Una frase che non ha smesso di chiedere agli Stati Uniti di diventare migliori.

E forse è proprio questo il significato più profondo del 2026: non celebrare l’America perché è stata perfetta ma perché ha osato fondarsi su un ideale più grande delle proprie colpe. Non perché abbia sempre mantenuto la promessa ma perché quella promessa continua a vivere, a bruciare, a giudicare. Il 4 luglio 1776 non nacque soltanto una nazione. Nacque una sfida lanciata alla storia: che gli uomini potessero governarsi da soli, che la libertà potesse diventare istituzione, che la felicità potesse entrare nel linguaggio pubblico come diritto e non come privilegio.

Dopo 250 anni, quella sfida non è finita. È appena stata consegnata, ancora una volta, alle mani del presente.


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Lo "spirito di Anchorage" è evaporato: Putin ammette che con Trump non ci fu alcun accordo


Per quasi un anno Mosca ha sostenuto l'esistenza di intese segrete con la Casa Bianca sull'Ucraina raggiunte in Alaska. Ora il Cremlino riconosce che nessun accordo è stato mai raggiunto.

Lo "spirito di Anchorage" non esiste più. Per quasi un anno la diplomazia e la propaganda russe hanno usato quella formula per sostenere che tra Mosca e Washington esistessero intese segrete sull'Ucraina, maturate durante il vertice del 15 agosto 2025 tra Donald Trump e Vladimir Putin. Ora, però, lo stesso presidente russo ha ammesso che in Alaska non fu trovato alcun accordo e che le parti si limitarono solo a discutere possibili vie d'uscita dalla guerra. A ricostruire la nascita e la fine di quel concetto è il politologo Sergej Potapkin, ricercatore dell'Istituto lettone di politica estera, in un'analisi pubblicata da Meduza.

L'espressione "spirito di Anchorage" serviva al Cremlino per sostenere una tesi precisa: durante la visita di Putin sul suolo americano sarebbero state raggiunte intese capaci di influenzare sia il fronte sia i futuri negoziati. Politici e commentatori vicini al Cremlino hanno ripetuto per mesi che, seguendo lo "spirito di Anchorage", il processo di pace si sarebbe sbloccato. Ma il castello retorico ha cominciato a crollare dopo il rifiuto russo di una proposta di pace sostenuta da Kyiv e dai partner europei, mentre la Russia ha iniziato ad affrontare anche la crisi dei carburanti provocata dagli attacchi ucraini alle raffinerie russe.

Il vertice era nato in un clima già confuso. Lo aveva preceduto la missione a Mosca dell'inviato speciale Steve Witkoff, il 6 agosto 2025. Dopo il suo colloquio con Putin, a Washington si diffuse l'idea che il Cremlino fosse pronto a discutere uno scambio "pace in cambio di terreno". Agli europei, però, arrivavano versioni contraddittorie: prima si parlò di una disponibilità russa a lasciare le regioni di Zaporizhzhia e Kherson in cambio del riconoscimento del controllo su Donetsk e Lugansk; poi emerse che le concessioni richieste riguardavano soprattutto l'Ucraina. Secondo Reuters, il Dipartimento di Stato non aveva nemmeno verbalizzato l'incontro tra Witkoff e Putin. Il summit dell'Alaska poggiava dunque, fin dall'inizio, su intese orali, ambigue e mai formalizzate.

Anatomia di un mito della propaganda russa
Lo «spirito di Anchorage» non è mai esistito

Per quasi un anno il Cremlino ha evocato presunte intese segrete raggiunte al vertice tra Trump e Putin in Alaska. Ora lo stesso presidente russo ammette che nessun accordo fu raggiunto: la formula dello "Spirito di Anchorage" era solo propaganda.
Grafica di FocusAmerica

La parabola del mito
0 giorni
Dal vertice di Anchorage all'ammissione di Putin: quanto è durata la formula-simbolo della propaganda russa

15 ago 202528 giu 2026

Ago 25Il verticeVertice Ott 25Il battesimoBattesimo Feb 26L'apogeoApogeo Mag 26La retromarciaRetromarcia Giu 26La smentitaSmentita

La smentita · 28 giugno 2026
Putin ammette che in Alaska non fu raggiunta alcuna intesa formale e che nessuno firmò documenti: le parti discussero soltanto possibili scenari di uscita dalla crisi ucraina.

In dieci mesi la formula è passata da promessa di pace a surrogato di accordi mai stipulati

Esplora l'analisi
ILa cronologia IIIl dietrofront IIIIl vertice

Dieci mesi di retorica
Le date che segnano l'ascesa e il crollo della formula
Dalla missione di Witkoff a Mosca all'ammissione finale di Putin. Tocca ogni tappa per leggere il dettaglio.

6 ago 2025
Witkoff a Mosca: nasce l'ambiguità

Dopo il colloquio dell'inviato speciale con Putin, a Washington circola l'idea di uno scambio «pace in cambio di terreno». Secondo Reuters, il Dipartimento di Stato non verbalizza nemmeno l'incontro.

15 ago 2025
Trump e Putin si incontrano ad Anchorage

Trump avverte che «non c'è accordo finché non si raggiunge davvero un accordo», ma parla di «progressi». Putin evoca una «comprensione» reciproca e torna sulle «cause profonde del conflitto». Nessun documento viene firmato.

8 ott 2025
Ryabkov dà per esaurito l'«impulso di Anchorage»

Il viceministro degli Esteri ammette che la spinta del vertice si è in gran parte spenta. Il giorno dopo viene smentito dal consigliere presidenziale Ushakov.

10 ott 2025
Peskov conia il termine «spirito di Anchorage»

Il portavoce del Cremlino usa per la prima volta la formula simbolo della propaganda. Dieci giorni più tardi anche Rjabkov cambia linea: a quello spirito, sostiene, non esistono alternative.

Feb 2026
La formula al massimo del suo peso

Le presunte intese raggiunte ad Anchorage «sono la pietra angolare» e possono «portare a una svolta», ripete Peskov. La propaganda vi legge la fine dell'isolamento russo e un rapporto privilegiato tra Putin e Trump.

Inizio giu 2026
Washington annuncia nuovi aiuti a Kyiv

Dopo l'annuncio di Rubio di 400 milioni di dollari in aiuti militari all'Ucraina, Lavrov prepara la retromarcia: auspica che l'Occidente non rinneghi intese che aveva già sostenuto.

26 giu 2026
Lavrov e Rubio ai ferri corti

Per Lavrov, Mosca ha accettato le proposte americane e negarlo è malafede. Per Rubio ad Anchorage è stata solo discussa una proposta, non un accordo: altrimenti la guerra sarebbe già finita.

28 giu 2026
Putin certifica la fine del mito

Il presidente russo conferma che in Alaska non furono raggiunte intese formali e che nessuno firmò documenti: le parti discussero soltanto possibili scenari di uscita dalla crisi.

Le parole del Cremlino
Gli stessi uomini, le posizioni opposte
Per mesi i vertici russi hanno difeso la formula come prova di un progresso negoziale. Poi l'hanno rinnegata, uno dopo l'altro.

Sergej RjabkovViceministro degli Esteri

Ottobre 2025
Sostiene che allo «spirito di Anchorage» non esistano alternative.

Giugno 2026
Prende le distanze per primo: afferma di non aver mai usato quell'espressione.

Yurij UshakovConsigliere presidenziale

Ottobre 2025
Smentisce chi dà per esaurito l'«impulso» del vertice e difende le presunte intese di Anchorage.

Maggio 2026
Dichiara di non sapere nulla dello «spirito di Anchorage».

Vladimir PutinPresidente della Russia

Agosto 2025
Evoca una «comprensione» reciproca raggiunta con Trump e avverte Kyiv e l'Europa di non far deragliare i presunti passi avanti negoziali.

Giugno 2026
Ammette che non fu raggiunta alcuna intesa e che nessuno firmò documenti.

Il bilancio reale
Molti simboli, quasi nulla di concreto
Che cosa il vertice del 15 agosto 2025 ha davvero prodotto — e che cosa non è mai esistito.

Che cosa ha ottenuto Putin
Il tappeto rosso e un'accoglienza calorosa sul suolo americano
Un colloquio faccia a faccia con il «leader del mondo democratico»
Parole concilianti: «progressi» per Trump, «comprensione» per Putin

Che cosa è mancato
Un documento formale firmato dalle due delegazioni
Una vera conferenza stampa congiunta
Un verbale del colloquio preparatorio tra Witkoff e Putin (secondo Reuters)
Un accordo sul futuro dell'Ucraina

Senza un testo firmato non si poteva certo richiamare la lettera di un accordo, ma se ne poteva evocare lo «spirito». Così una metafora sull'atmosfera del vertice è diventata, nel corso dei mesi, un potente strumento di propaganda russa.

Fonte Meduza, analisi di Sergej Potapkin (Istituto lettone di politica estera); Reuters. Foto: Kremlin.ru, Tasnim News Agency (CC BY 4.0). Ricostruzione a luglio 2026.

Dall'"impulso" allo "spirito"


Il vertice di Anchorage durò poco e lasciò molti simboli, ma quasi nulla di concreto. Putin ottenne il tappeto rosso, un'accoglienza calorosa sul suolo americano e un colloquio con il "leader del mondo democratico". Non ci furono però né un documento finale né una vera conferenza stampa congiunta. Trump dichiarò che "non c'è accordo finché non c'è un accordo", ma parlò anche di "progressi" e di convergenze su molti punti. Putin evocò una "comprensione" reciproca e tornò sulle "cause profonde del conflitto", avvertendo Kyiv e l'Europa di non provare a far deragliare quei presunti avanzamenti.

Fu proprio quel vuoto a rendere utile la formula alla propaganda russa. Senza un testo firmato, non si poteva richiamare la lettera di un accordo, ma se ne poteva evocare lo "spirito". All'inizio, però, i funzionari russi parlarono di "impulso di Anchorage" piuttosto che di "spirito". L'8 ottobre 2025 il viceministro degli Esteri Sergej Rjabkov ammise che quell'impulso si era ormai in gran parte esaurito. Il giorno dopo fu smentito dal consigliere presidenziale Yurij Ushakov. Il 10 ottobre il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov usò per la prima volta l'espressione "spirito di Anchorage". Dieci giorni più tardi, lo stesso Rjabkov cambiò linea e sostenne che a quella formula non esistevano alternative.

Da semplice metafora sull'atmosfera cordiale del vertice, l'espressione diventò così uno strumento diplomatico e di propaganda. Per il pubblico interno funzionava come prova di un progresso negoziale che in realtà non c'era stato. "Queste intese raggiunte ad Anchorage sono la pietra angolare, sono capaci di sbloccare il processo e di portare a una svolta", ripeteva Peskov ancora nel febbraio 2026, ovvero molti mesi dopo il vertice. La propaganda caricava quella formula di un significato ancora più ambizioso: la fine dell'isolamento internazionale della Russia e l'esistenza di un presente rapporto privilegiato tra Putin e Trump.

Il passo indietro di Mosca


Quando Trump iniziò a concentrarsi sempre di più sulla guerra con l'Iran, perdendo sempre più speranza sulla volontà negoziale di Putin, lo "spirito di Anchorage" cambiò funzione. Non serviva più a descrivere un partenariato nascente, ma a giustificare il suo fallimento. Mosca poteva accusare Washington di non star rispettando i presunti accordi presi in Alaska; e poiché nessuno sapeva davvero che cosa fosse stato deciso, quell'accusa era difficile da smentire. All'inizio di giugno 2026, dopo l'annuncio del Segretario di Stato Marco Rubio di nuovi aiuti militari a Kyiv per 400 milioni di dollari, Sergey Lavrov cominciò a preparare la ritirata: auspicò che l'Occidente non ripetesse i "fallimenti" del passato, rinnegando intese che aveva già sostenuto.

Poi è arrivato il dietrofront. E' stato Ryabkov a prendere per primo le distanze dal termine "lo spirito di Anchorage", dicendo di non aver mai usato quell'espressione. Già a maggio, Ushakov aveva dichiarato di non saperne nulla. Il 26 giugno Lavrov affermò che Mosca aveva accettato le proposte americane sull'Ucraina portate da Witkoff prima del vertice in Alaska, e che negarlo significava agire in malafede. Rubio replicò che ad Anchorage era stata discussa una proposta, non un accordo: se un accordo fosse davvero esistito, disse in sostanza, la guerra sarebbe già finita.

L'ultimo chiodo sulla bara dello "spirito di Anchorage" è arrivato da Putin. Commentando le dichiarazioni di Rubio, il presidente russo ha infine confermato che in Alaska non furono raggiunte intese formali, che nessuno ha firmato documenti e che le parti hanno discusso soltanto possibili scenari per uscire dalla crisi ucraina. Da promessa di pace, lo "spirito di Anchorage" si è così ridotto al surrogato di accordi mai stipulati: un mito diplomatico costruito sull'idea che l'America avesse accettato le condizioni russe. Non è quindi un concetto morto perché qualcuno lo abbia tradito, ma perché, semplicemente, non era mai esistito ed era frutto solo della propaganda russa.

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)

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Il nuovo capo dell'intelligence americana licenzia decine di funzionari ritenuti "deep state"


Bill Pulte, arrivato due settimane fa con l'ordine di Trump di ridurre il personale, accusa i licenziati di non aver condiviso informazioni. Per gli ex funzionari è un'accusa assurda

Decine di funzionari dell'intelligence americana hanno ricevuto giovedì la notifica del licenziamento. A deciderli è stato Bill Pulte, il nuovo direttore facente funzione dell'intelligence nazionale, arrivato all'agenzia due settimane fa con l'ordine del presidente Trump di ridurre il personale. Lo ha rivelato l'emittente americana MS NOW. Un funzionario dell'intelligence ha detto alla rete che l'amministrazione sta rimuovendo le persone ritenute "deep state", l'espressione con cui si indica un presunto apparato di burocrati che agirebbe di nascosto contro il presidente. Secondo i vertici dell'intelligence, i licenziati non avrebbero fornito ai superiori un quadro completo delle informazioni disponibili.

Quattro ex alti funzionari dell'intelligence hanno detto a MS NOW di non aver mai sentito di funzionari che nascondono informazioni ai superiori. Uno di loro ha definito la premessa dei licenziamenti "assurda". Un altro si è chiesto come Pulte, che non ha mai lavorato nell'intelligence, possa essere arrivato a una conclusione del genere in pochi giorni: "Sarebbe come se io prendessi la guida di un ospedale e licenziassi decine di chirurghi nel giro di pochi giorni", ha detto.

L'ufficio guidato da Pulte, l'Office of the Director of National Intelligence, non raccoglie informazioni in proprio: coordina le 18 agenzie di intelligence americane e riceve i loro rapporti, da quelli della CIA a quelli della National Security Agency e della Defense Intelligence Agency. Per questo, ha detto uno degli ex funzionari, se davvero qualcuno avesse trattenuto informazioni il primo ad accorgersene sarebbe stato il direttore della CIA John Ratcliffe, che con i suoi analisti fa parte della cerchia ristretta del presidente.

Un terzo ex alto funzionario ha definito l'accusa "una fantasia" che "danneggia solo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti ed è utile a Russia, Cina e Iran". Un quarto ha detto che la stragrande maggioranza dei professionisti dell'intelligence lavora in modo apolitico, prende molto sul serio il proprio giuramento e respinge l'idea che esista un "deep state".

Pulte guida anche la Federal Housing Finance Agency, l'agenzia federale che vigila sul mercato dei mutui, e da quella posizione ha fatto aprire indagini per presunte frodi sui mutui contro avversari politici di Trump. La sua nomina a capo dell'intelligence ha ricevuto critiche da parlamentari di entrambi i partiti. Ha assunto l'incarico il 19 giugno, ottenendo l'accesso ai dati più sensibili dell'intelligence americana.

Il mese scorso Pulte aveva già rimosso sei funzionari di nomina politica che avevano lavorato con Tulsi Gabbard, la precedente direttrice dell'intelligence nazionale, che aveva annunciato le dimissioni a maggio. A inizio giugno Trump aveva detto di volere che Pulte avviasse il licenziamento di un gran numero di dipendenti dell'ufficio.

Davanti all'opposizione del Congresso alla permanenza di Pulte, a giugno Trump ha indicato come direttore permanente Jay Clayton, procuratore federale del distretto sud di New York ed ex presidente della SEC, l'autorità di vigilanza sulla borsa americana. Il Senato aveva fissato l'audizione di conferma per il 17 giugno, ma il presidente l'ha fatta saltare con un post su Truth Social poche ore prima, stabilendo che nel frattempo Pulte sarebbe rimasto alla guida dell'agenzia.


Trump vuole ridurre il sistema di intelligence americano


Il presidente Trump vuole ridurre drasticamente l'apparato di intelligence americano. In un'intervista esclusiva rilasciata venerdì al Wall Street Journal, Trump ha dichiarato di aver chiesto a Bill Pulte, il nuovo direttore ad interim dell'intelligence nazionale, di avviare licenziamenti su larga scala, definendo l'Ufficio del direttore dell'intelligence nazionale "inutile e troppo grande".

"Vorrei vederlo più piccolo. Credo che ci siano molte persone lì dentro che non dovrebbero esserci", ha detto il presidente, riferendosi ai funzionari rimasti dalle amministrazioni Biden e Obama. Alla domanda se intenda chiedere a Pulte di licenziare dipendenti, Trump ha risposto che vuole "avviare il processo", aggiungendo che il futuro candidato permanente dovrà proseguire quel lavoro.

L'ODNI coordina 18 agenzie e unità di intelligence federali e gestisce un bilancio annuale di circa 100 miliardi di dollari. La sua direttrice uscente, Tulsi Gabbard, ha già ridotto il personale dell'agenzia di quasi il 50 per cento.

Trump ha indicato il Dipartimento dell'Istruzione come modello. La segretaria Linda McMahon ha ridotto le dimensioni del dipartimento, che il presidente ha detto di voler eliminare, e ha trasferito alcune funzioni ad altre agenzie. "Abbiamo reso il Dipartimento dell'Istruzione molto più piccolo, e allo stesso modo questo dovrebbe essere molto più piccolo", ha detto Trump. "E questo forse potrebbe persino essere chiuso, e prenderemo quella decisione".

Pulte è stato nominato all'inizio della settimana, con una mossa che ha sorpreso anche molti consiglieri del presidente. Ricoprirà l'incarico su base temporanea, un ruolo che non richiede la conferma del Senato e che può durare al massimo 210 giorni. Secondo Trump, proprio questa provvisorietà è un vantaggio: "Sei meno incatenato", ha detto. "In un certo senso ti dà più potere, anche se per un periodo limitato". Il presidente spera che Pulte possa avviare i cambiamenti prima che venga confermato un direttore permanente. "Francamente, potrebbe essere positivo che lui dia una scossa prima che arrivino altri", ha aggiunto.

La nomina ha già avuto ripercussioni al Congresso. Venerdì mattina il Senato non è riuscito a far passare un voto per rinnovare la Sezione 702 del Foreign Intelligence Surveillance Act, un programma di sorveglianza in scadenza nei prossimi giorni: alcuni senatori hanno citato preoccupazioni legate proprio a Pulte. Democratici e una parte dei repubblicani temono che Pulte, uno stretto alleato di Trump, userà la sua posizione per colpire i nemici politici del presidente e politicizzare l'agenzia. "Non abbiamo bisogno di un DNI usato come arma", ha detto ai giornalisti il leader della maggioranza al Senato John Thune, repubblicano del South Dakota.

Trump ha detto di essere in fase di colloquio con i candidati per il ruolo permanente. Venerdì ha incontrato due persone, "una dal mondo degli affari e una dal mondo della politica", senza rivelare i nomi. Parlando in seguito dall'Air Force One, il presidente ha precisato di aver condotto cinque colloqui e che Pulte resterà in carica il tempo necessario per ottenere la conferma del Senato per il successore.

Pulte si è guadagnato la fiducia del presidente con un approccio aggressivo nel suo precedente ruolo di capo dell'agenzia federale per il finanziamento immobiliare. Soprannominato "Little Trump", ha accusato diversi avversari politici del presidente di frode ipotecaria, tra cui il deputato democratico Adam Schiff della California, la procuratrice generale di New York Letitia James e Lisa Cook, membro del consiglio dei governatori della Federal Reserve. Nessuno di loro è stato incriminato e tutti hanno negato gli addebiti. Trump ha citato le accuse di Pulte contro Cook quando l'anno scorso l'ha rimossa dal ruolo di governatrice della Fed: il ricorso legale di Cook è ora pendente davanti alla Corte Suprema.

Pulte ha anche sostenuto la campagna di Trump contro l'allora presidente della Fed Jerome Powell, chiedendone la rimozione sui social media e preparando una lettera per licenziarlo. Alcuni all'interno dell'amministrazione si sono a volte irritati con Pulte per aver scavalcato la catena di comando per avere accesso diretto al presidente.

Trump ha anche chiesto a Pulte di rendere pubblici più documenti riservati, in particolare quelli legati alle elezioni del 2020. Alla domanda su quali documenti Pulte dovrebbe considerare di diffondere, Trump ha risposto: "Direi tutto, dovrebbe guardare tutto e decidere".


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La moderazione sul Fediverso


Argomento leggero, carino e coccoloso che fa seguito a un post altrettanto leggero. Regà, di 'sti tempi va così, va bene? Accolliamocelo.

Comunque, dicevo, moderazione sul Fediverso. L'altro giorno nella timeline di Phanpy (best client per Mastodon raga, Cape ti voglio molto bene) mi son trovato "back to back" due toot un po'... contrastanti. Uno veniva da Livello Segreto e chiedeva per favore di nascondere i toot politici sotto CW (Content Warning, tipo spoiler così da evitare che chi non volesse non ne vedesse il contenuto) e l'altro (di un'altra istanza) che si lamentava di gente che usa il CW anche per pubblicare foto di cibo.

Ora, se c’è una delle caratteristiche che ci distinguono (noi di Livello Segreto intendo) da altre istanze nel panorama di Mastodon/Fediverso, è la nostra "linea editoriale" (madonna no, che schifo detta così) rigida sui Content Warning (CW).

E ha senso parlarne un attimo ogni tanto.

Intanto, non giriamoci intorno e diciamolo: su Livello Segreto siamo rompiscatole su 'sta cosa: se un toot tocca la politica, la cronaca nera, le guerre o le catastrofi assortite, pretendiamo che venga coperto e facciamo periodi (specialmente in concomitanza dell'arrivo di numerose persone o di avvenimenti particolarmente "tosti") dove la moderazione risponde a raffica con una sorta di copia/incolla del "have you tried PUTTING THAT THING UNDER CW?".
Vabbeh non così cattivi, ma il senso è quello.

Ogni tanto però arriva puntuale come un orologio svizzero il discorso del "Eh, ma tutto è politica!" / "Coprire la realtà è censura" / "Facile lavarsi le mani di ciò che succede per stare nella vostra bolla!" (e variazioni sul tema, tra cui non ricordo chi agli inizi mi aveva pure dato del filorusso: capolavoro).

Il paradosso del "Tutto è politica"


Smontiamo subito l'equivoco ed esplicitiamo l'ovvio qualora ce ne fosse in qualche modo bisogno: sì, tutto è politica. È politica decidere dove (e cosa) mangiare, è politica decidere di usare software libero, è politica fare self-hosting, è politica scegliere che lavoro fare, è politica scegliere come usare il proprio tempo, è politica decidere se guardare o meno quel film di cui chiunque parla, ma con dentro un attore condannato per cose grottesche.

Tutto è politica: grazie Osho per il tuo contributo fondamentale a questa discussione.

Il problema vero (ed è qui che la discussione si fa spigolosa, ma anche più interessante) è che nei social network tradizionali, quelli commerciali da cui molti di noi stanno scappando per preservare un briciolo di salute mentale, la tragedia è diventata il core business. Esattamente come per i telegiornali, le news e quasi qualunque cosa ci circonda, pure i discorsi al bar.

Gli algoritmi di Meta o X non ti sbattono in faccia l'orrore di una guerra o l'ennesimo fatto di cronaca nera per renderti una creatura migliore, consapevole o informato di tutto ciò che succede attorno a te. Lo fanno perché l’indignazione genera engagement. E pure questa è una banalità, ma una banalità che ha molto senso aver presente quando si tratta di questo argomento: la rabbia ti tiene incollato allo schermo e ti costringe a fare doomscrolling compulsivo con il fegato marcio mentre loro monetizzano la tua disperazione.

Ma vabbeh non stiamo parlando di questo e pure questo è un comportamento che anche i sassi conoscono, IL PUNTO È siamo talmente abituati a quella cosa che ora (specialmente su X) l'assenza di qualunque tipo di controllo di contenuto viene visto come l'esaltazione del free speech e Elon Musk come paladino della libertà.

Dai, su.

Trasportare questa dinamica speculativa (concentrata principalmente solo su attenzione, engagement e "gamification" del "ho preso un botto di like sono un capolavoro") all'interno del Fediverso, convinti che trasformare la timeline pubblica in un bollettino di guerra continuo sia "attivismo puro", è una stronzata di proporzioni galattiche. E pensare che trasportare quel concetto di "libertà" sul Fediverso senza la dinamica tossica sia possibile è, a mio avviso, qualcosa da cui siamo ancora molto, molto, molto lontani.

È cambiato il protocollo, ma la testa (finché non ci si ripulisce per bene da alcune meccaniche) rimane schiava dello stesso identico meccanismo di dipendenza.

Nascondere un post dietro un CW non significa dire "questa cosa non esiste", significa dire: "Ti restituisco l'intenzionalità e il controllo della tua attenzione". Come si dice sempre con Cape e Vi: il CW è una forma di consenso.

E se non la si capisce in questo modo, c'è davvero poco altro che secondo me possa spiegarlo a dovere.

Empatia


In tutto questo discorso c'è poi un'ipocrisia di fondo in chi pretende che l'internet sia uno specchio costante della sofferenza umana (perché queste persone sono anche quelle convinte che vivere sia sofferenza, ma questo è un discorso troppo generico e mi sto mettendo a fare quello che giudica quindi NO SPE FAMO UN PASSO INDIETRO).

L'idea che l'empatia sia una risorsa infinita e sempre disponibile è una vaccata. L'empatia è un muscolo ed esattamente come tutti i muscoli se lo carichi con un peso spropositato 24 ore su 24 senza un briciolo di recupero, alla fine si spiezza in due.

'sta cosa ha pure un nome tra l'altro: compassion fatigue.

A forza di subire passivamente immagini di disastri infiniti alternati ai meme scemi del giorno e a quel che sta facendo l'amico dall'altra parte del globo, il cervello si difende come può: si anestetizza. Diventiamo più freddi, cinici e indifferenti. E non perché ci stiamo tappando le orecchie da quel che succede fuori, ma perché bombardandoci costantemente di eventi drammatici si finisce per non riuscire più a provare empatia verso di essi.

QUINDI.

Quindi tracciare dei confini non è un atto di censura o di isolamento nella propria bolla, ma l'unico modo rimasto per allenare e proteggere la propria empatia (e pure la propria sanità mentale che secondo me è strettamente collegata).

Quando decidi di cliccare sul bottoncino "mostra", lo fai perché in quel momento hai le risorse mentali ed emotive per accogliere quella notizia, comprenderla e non per subirla passivamente. Quando non lo fai, non stai nascondendo la sabbia da ciò che accade attorno a te, ma stai tutelando la tua salute per evitare che la notizia che leggerai rientri nell'ennesimo secchio di cose a cui ti sei abituato e anestetizzato.

Insomma, mettete 'sto CW e allenate 'sto muscolo che ce n'è sempre tanto bisogno.

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LG Swing ufficiale: il nuovo smart monitor che trasforma gli spazi di casa e lavoro


Grazie al design versatile e alle funzionalità smart integrate, il dispositivo punta a ridefinire il modo di utilizzare gli spazi domestici per produttività, intrattenimento e vita quotidiana
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Durante l’estate, cresce la voglia di vivere la casa in modo più dinamico e flessibile, adattando gli spazi alle diverse attività della giornata. È proprio da questa esigenza che nasce LG Swing, lo smart monitor di LG Electronics che reinterpreta l’esperienza domestica combinando intrattenimento, produttività e design lifestyle in un’unica soluzione.

Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete recensione: rullo innovativo e 30.000 Pa alla prova
Il robot aspirapolvere e lavapavimenti di Dreame introduce un innovativo sistema a rullo autopulente. Ecco come si comporta nella pulizia quotidiana, tra aspirazione potente, lavaggio avanzato e automazione completa
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Grazie al suo stand con ruote, LG Swing può essere spostato con facilità da una stanza all’altra, seguendo i ritmi della giornata e trasformando ogni ambiente in uno spazio pensato su misura: dal soggiorno alla camera da letto, fino a una postazione di lavoro temporanea o a un angolo dedicato al tempo libero. La possibilità di regolare orientamento, inclinazione e posizione dello schermo con un solo gesto rende l’esperienza ancora più naturale e intuitiva.

L'orientamento automatico dello schermo

Il fulcro è il display IPS UHD 4K da 32 pollici, che offre immagini nitide, colori brillanti, ampi angoli di visione e non teme i riflessi della calda luce tipica delle giornate estive. Grazie alla sua natura versatile, esso risulta adatto sia allo streaming di film e serie TV sia ad attività multitasking e creative. Il touchscreen, inoltre, per la prima volta disponibile nella gamma smart monitor LG, introduce un nuovo livello di interazione, rendendo la navigazione dei contenuti semplice e immediata, perfetta per un utilizzo fluido e spontaneo tipico della stagione primaverile.

Pensato per adattarsi a contesti e contenuti diversi, lo Swing integra anche funzioni intelligenti come Auto Pivot, che regola automaticamente l’orientamento dello schermo in base al formato visualizzato, e Brightness Control, che ottimizza la luminosità del display in base alla luce ambientale, per un comfort visivo sempre ottimale.

A completare l’esperienza, la piattaforma webOS permette di accedere direttamente a servizi di streaming, app per la produttività e contenuti cloud senza bisogno di un PC, mentre la connettività avanzata – con USB-C con alimentazione da 65W, HDMI, Wi-Fi e Bluetooth – consente di collegare e condividere contenuti da laptop, smartphone e tablet, anche tramite AirPlay e Screen Share.

vivo WATCH GT 2 arriva in Italia: display AMOLED e lunga autonomia
vivo WATCH GT 2 arriva ufficialmente in Italia portando con sé un design elegante, un ampio display e una delle autonomie più interessanti della categoria. Scopri caratteristiche, funzionalità e dettagli.
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Dal punto di vista estetico, LG Swing si presenta come un vero oggetto d’arredo contemporaneo: linee pulite, struttura slanciata e un design pensato per integrarsi armoniosamente negli ambienti domestici, seguendo il trend di una tecnologia sempre più discreta e lifestyle-oriented. Una soluzione smart che porta nuova energia in casa, coniugando comfort, tecnologia e stile in un’esperienza quotidiana più libera e personale.


Recensione Dreame Aqua 10 Ultra Roller: il robot che ridefinisce il lavaggio dei pavimenti


Il Dreame Aqua 10 Ultra Roller si presenta come prodotto premium del brand, caratterizzato da linee eleganti e una costruzione curata. La configurazione iniziale richiede qualche minuto ma il processo resta semplice e intuitivo, grazie a un'app ben realizzata e a una procedura di mappatura rapida ed efficace. La scheda tecnica è senza dubbio uno dei suoi punti di forza: la batteria offre una buona autonomia, mentre la potenza di aspirazione si colloca ai vertici della categoria. Tra le caratteristiche più particolari troviamo un rullo, in luogo dei panni rotanti, che si auto-pulisce mentre esegue il compito assegnato, alla temperatura di 100 ℃. Inoltre, il sistema di superamento degli ostacoli è progettato per affrontare dislivelli fino a 8 cm con gradino doppio. Aqua 10 Ultra Roller rappresenta così una soluzione molto interessante di Dreame, pensata anche per quelle abitazioni con tappeti più spessi e piccoli gradini tra le stanze, quest'ultimo uno scenario piuttosto specifico. Da sottolineare anche la garanzia del produttore fino a tre anni, una scelta che testimonia la fiducia dell'azienda nella qualità e nell'affidabilità del prodotto. In occasione dei Prime Days, Aqua 10 Ultra Roller è disponibile al prezzo promozionale di 813 euro (386 euro di sconto rispetto al prezzo originale).

Robot Aspirapolvere

Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete


Scheda tecnica completa

Aspirazione
30.000 Pa

Batteria
6.400 mAh

Navigazione
LDS VersaLift

Spazzola Principale
Doppia HyperStream™ antigroviglio

Dimensioni Robot
350 × 350 × 97,5 mm

Altezza LDS Sollevato
120 mm

Peso Robot
5,8 kg

Peso Base
11,1 kg

Contenitore Polvere
220 ml

Acqua Robot
100 ml pulita
140 ml usata

Rilevamento Ostacoli
Doppia telecamera AI, luce strutturata 3D laterale e LED

Superamento Ostacoli
8 cm doppio gradino
4,2 cm gradino singolo

Controllo Vocale
Integrato e assistenti di terze parti

Lavaggio Moci
Acqua calda fino a 100°C

Serbatoi Base
4 L pulita
3,5 L sporca

Dimensioni Stazione Base
420 × 440 × 505 mm

Techpertutti.com • Specifiche dichiarate dal produttore

Design e configurazione: tutto al posto giusto


Il Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete adotta un design elegante e moderno che richiama quello degli altri modelli premium del produttore. Nella fattispecie, tra le novità interessanti introdotte dall'azienda rientra anche la stazione multifunzione e le sue dimensioni; in particolare, per chi intende posizionarla sotto mensole, mobili o in spazi con altezza limitata, le sue dimensioni esterne sono di circa 50cm in altezza, 42 in larghezza e 44cm in profondità.
La stazione all-in-one del Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete. Il robot stazione nel suo alloggiamentoLa stazione all-in-one del Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete. Il robot stazione nel suo alloggiamento
La gestione dell'acqua è stata progettata con particolare attenzione alla praticità: i serbatoi dell'acqua pulita e dell'acqua sporca sono alloggiati sotto il coperchio superiore e presentano una struttura che impedisce errori di inserimento durante il rimontaggio. Il serbatoio dell'acqua pulita può contenere fino a 4 litri, mentre quello dedicato alla raccolta dell'acqua sporca raggiunge una capacità di 3,5 litri. Entrambi sono robusti, dotati di maniglie ergonomiche e caratterizzati da una forma che facilita lo svuotamento senza causare schizzi accidentali.
I due serbatoi dell'acqua: l'accesso è sotto il coperchio superiore della stazione
Dietro il pannello frontale trovano posto il sacchetto per la raccolta automatica della polvere e i due serbatoi dedicati ai detergenti. Dreame include nella confezione anche due soluzioni specifiche: una per la pulizia quotidiana e una formulata per affrontare sporco organico più ostinato, particolarmente utile nelle abitazioni in cui vivono animali domestici. Si tratta di una dotazione interessante che contribuisce a rendere l'esperienza d'uso ancora più completa, anche se al momento non sono disponibili informazioni ufficiali sul costo dei ricambi.
Frontalmente: l'alloggio per il sacchetto polvere e il serbatoio per i detergentiFrontalmente: l'alloggio per il sacchetto polvere e il serbatoio per i detergenti (A soluzione per pavimenti, B soluzione specifica per eliminare odori lasciati da animali domestici)
L'installazione iniziale richiede pochi minuti. Attraverso l'app Dreamehome è sufficiente scansionare il codice QR presente sotto il coperchio del robot e seguire la procedura guidata per la connessione alla rete Wi-Fi. L'applicazione si conferma una delle più complete della categoria, offrendo una gestione avanzata delle mappe, la personalizzazione delle aree di pulizia, la definizione di zone vietate e numerose opzioni dedicate all'automazione.
L'App Dreamehome vanta un'interfaccia chiara ed intuitivaL'App Dreamehome vanta un'interfaccia chiara ed intuitiva
Molto buona anche l'integrazione con i sistemi di controllo vocale. Oltre al supporto per gli assistenti di terze parti, il robot dispone di un sistema proprietario che durante i test si è dimostrato rapido nel riconoscimento dei comandi e affidabile nell'esecuzione delle operazioni richieste. La combinazione tra software maturo, configurazione intuitiva e un elevato livello di automazione contribuisce a rendere il Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete un prodotto immediatamente pronto all'uso anche per chi si avvicina per la prima volta a un robot aspirapolvere di fascia premium.
Screehshot dell'App - sezione per l'impostazione dell'assistente vocaleScreehshot dell'App - sezione per l'impostazione dell'assistente vocale

Prestazioni di lavaggio e superamento ostacoli: il vero punto di forza


Tra gli aspetti più importanti del robot di Dreame rientra senz'altro quello delle prestazioni di lavaggio sui pavimenti duri. In questo contesto, infatti, Aqua 10 Ultra Roller si dimostra eccellente e rispetto ai tradizionali sistemi con panni rotanti e l'innovativo rullo fa la differenza, mantenendo costantemente elevata l'efficacia della pulizia. Alla base della tecnologia, un sistema composto da 12 ugelli che funziona "irrigando" continuamente il rullo di 260mm di lunghezza con acqua pulita, mentre una spatola in gomma raccoglie immediatamente l'acqua sporca convogliandola in un apposito serbatoio interno. Questo approccio consente al robot di pulire sempre con acqua fresca, evitando uno dei limiti più comuni dei modelli tradizionali, che tendono a trascinare sul pavimento un panno progressivamente più sporco durante la sessione di lavaggio.
Il sistema OmniSight 2.0 consente una navigazione precisa ed il rilevamento degli ostacoliIl sistema OmniSight 2.0 consente una navigazione precisa ed il rilevamento degli ostacoli
Nell'utilizzo quotidiano, i risultati dei test effettuati sono sicuramente convincenti: grazie alla potenza di 30.000pa i liquidi lasciati sul pavimento vengono efficacemente aspirati, così come macchie di caffè, residui di bevande zuccherate e impronte lasciate dalle scarpe nelle zone più frequentate della casa. Anche la pulizia lungo i bordi viene eseguita con risultati soddisfacenti, con il rullo estensibile che raggiunge efficacemente battiscopa e angoli.
Le due telecamere ed il sensore posizionato nella torretta retrattile, permettono un'alta precisione in prossimità dei bordiLe due telecamere ed il sensore posizionato nella torretta retrattile, permettono un'alta precisione in prossimità dei bordi
Un'altra caratteristica particolarmente interessante è il sistema Auto-Seal per la protezione dei tappeti. Si tratta di una soluzione ancora poco diffusa in questo settore: in particolare, quando l'Aqua10 Ultra Roller Complete rileva la presenza di un tappeto o si avvicina a una superficie tessile, un apposito schermo protettivo sigilla il rullo di lavaggio per evitare qualsiasi contatto tra l'acqua e il tappeto.
A sinistra: per una maggiore precisione, l'App consente di aggiungere manualmente la presenza di un tappeto. Al centro: il robot si solleva e attiva la funzione di aspirazione. A destra: un particolare del sistema Auto-Seal dove il rullo viene "sigillato" per eliminare qualsiasi contatto con il tappeto
Si tratta di un approccio differente rispetto alle soluzioni adottate dalla maggior parte della concorrenza e ha l'obiettivo è garantire una protezione ancora più efficace contro il rischio di umidità residua su tappeti, moquette e superfici tessili delicate. Tuttavia, come per qualsiasi tecnologia di questo tipo, l'efficacia può variare in presenza di tappeti particolarmente spessi o con strutture molto irregolari; in questi casi rimane comunque possibile sfruttare le funzioni dell'app Dreamehome per definire zone di esclusione dal lavaggio e ottenere un controllo ancora più preciso del comportamento del robot.

Molto interessante anche il sistema ProLeap dedicato al superamento degli ostacoli: il telaio è in grado di sollevarsi per affrontare dislivelli fino a 8 cm nel caso di gradini doppi e fino a 4,2 cm per ostacoli singoli. Si tratta di una caratteristica che può fare la differenza nelle abitazioni con soglie particolarmente elevate, tappeti spessi o passaggi complessi tra le stanze.
Tre fasi del sistema ProLeap: il robot si solleva per superare il battiportaTre fasi del sistema ProLeap: il robot si solleva per superare il battiporta
Durante i test, questa soluzione si è dimostrata estremamente efficace, consentendo al robot di superare ostacoli che mettono in difficoltà altri dispositivi simili. In particolare, il Dreame Aqua10 Ultra Roller è riuscito ad affrontare senza problemi una soglia di circa 5 cm, mostrando un'ottima padronanza nel superare questo tipo di ostacoli molto frequenti in prossimità delle finestre.

Manutenzione ridotta al minimo: il vero vantaggio di un top di gamma


Uno dei motivi per investire in un robot aspirapolvere di fascia premium è la possibilità di ridurre al minimo le attività di manutenzione quotidiana. Da questo punto di vista, il Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete mantiene le promesse, offrendo un livello di automazione tra i più avanzati attualmente disponibili sul mercato.
Il mocio a rullo si sgancia facilmente per la manutenzione periodica. Dreame include un secondo rullo nella confezioneIl mocio a rullo si sgancia facilmente per la manutenzione periodica. Dreame include un secondo rullo nella confezione
La stazione multifunzione gestisce in autonomia gran parte delle operazioni necessarie dopo ogni sessione di pulizia. Al termine del lavoro, il rullo viene lavato accuratamente e successivamente asciugato con aria calda a 70℃, una soluzione che contribuisce a prevenire la formazione di cattivi odori, muffe e accumuli di batteri. Durante il periodo di prova, il sistema si è dimostrato particolarmente efficace: il rullo è sempre risultato pulito e asciutto, senza quelle fastidiose tracce di umidità o gli odori sgradevoli che spesso caratterizzano i modelli più economici.
I due serbatoi del robotA sinistra: il contenitore della polvere alloggiato nella parte superiore del robot. Il suo filtro va periodicamente lavato. A destra: collocato in posizione opposta alla telecamera frontale, il serbatoio dell'acqua sporca raccolta dal rullo durante le fasi di operazione
Anche la gestione della polvere richiede un intervento minimo da parte dell'utente. Il contenitore interno viene svuotato automaticamente all'interno del sacchetto presente nella base, mentre i serbatoi dell'acqua pulita e dell'acqua sporca risultano facilmente accessibili e chiaramente identificabili, semplificando le operazioni di riempimento e svuotamento.
Particolare della pancia del robot: con il rullo, troviamo le due spazzole antigroviglio
Buono il comportamento della doppia spazzola HyperStream nella gestione di capelli e peli di animali domestici. La particolare struttura antigroviglio riduce sensibilmente il rischio di accumuli rispetto alle tradizionali spazzole con setole, limitando la necessità di interventi manuali. Nelle abitazioni con animali o persone dai capelli lunghi può comunque essere necessario effettuare controlli periodici.
La confezione del robot include una bottiglia di liquido detergente per pavimentiLa confezione del robot include una bottiglia di liquido detergente per pavimenti
L'app Dreamehome contribuisce ulteriormente a semplificare la manutenzione grazie a un sistema di monitoraggio intelligente dei componenti soggetti a usura. Filtri, spazzole, sacchetti e altri elementi vengono costantemente controllati, con notifiche che avvisano l'utente quando è necessario effettuare una pulizia o una sostituzione. Un approccio particolarmente utile per preservare nel tempo le prestazioni del robot e massimizzarne la durata operativa. Anche l'accesso ai componenti è stato progettato con attenzione. Il rullo può essere rimosso rapidamente senza l'utilizzo di utensili, il filtro è facilmente lavabile sotto acqua corrente e la manutenzione ordinaria risulta alla portata di qualsiasi utente, anche di chi non ha particolare esperienza con questa tipologia di prodotti. Nel complesso, il Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete offre un'esperienza estremamente "hands-off"; è proprio questo elevato livello di automazione a rappresentare una parte importante del valore aggiunto di un prodotto appartenente alla fascia premium del mercato.

App completa e navigazione intelligente


L'app Dreamehome offre un ottimo livello di controllo avanzato, consentendo di gestire in modo intuitivo ogni aspetto della pulizia domestica, dalla creazione delle mappe alla personalizzazione dei percorsi fino alla configurazione delle aree riservate. L'interfaccia fornisce una panoramica dettagliata dell'ambiente domestico, mostrando non solo la posizione della stazione base ma anche la copertura della rete Wi-Fi all'interno dell'abitazione, una funzione molto utile per verificare che robot e dock mantengano sempre una connessione stabile durante le operazioni di pulizia.
Screenshot dell'AppScreenshot dell'App: a sinistra l'avvio della mappatura rapida. Al centro e a destra: rispettivamente, le impostazioni in presenza di animali domestici e tappeti
La fase di mappatura iniziale non è stata rapida e precisa come mi attendevo. In particolare, in corrispondenza delle gambe di sedie ho notato qualche collisione di troppo (anche se appena accennata) e il rientro in casa dalla terrazza esterna ha richiesto un piccolo "aiuto". Tuttavia, occorre evidenziare come la rappresentazione grafica degli ambienti sia risultata accurata sin dal primo passaggio e la superficie scansionata comprendeva anche i balconi, un dettaglio non trascurabile dal momento che in occasione di altri test ho dovuto aggiungerlo manualmente.Una volta completata la scansione, è possibile modificare le stanze, creare zone vietate, impostare pareti virtuali e personalizzare le modalità di pulizia per ogni area della casa. La combinazione tra navigazione LDS VersaLift, telecamere AI, sensori tridimensionali e algoritmi avanzati che evitano gli ostacoli, consentono al Dreame Aqua 10 Ultra Roller Complete di mantenere sempre una traiettoria efficiente e muoversi con sicurezza anche in ambienti complessi, eliminando quelle "incertezze" emerse durante la fase iniziale di mappatura. Il sistema di riconoscimento degli oggetti, basato su AI può occasionalmente commettere errori nell'identificazione degli elementi presenti nell'abitazione, assegnando etichette non sempre corrette ad alcuni mobili o complementi d'arredo. Si tratta tuttavia di un limite che incide più sulla rappresentazione grafica della mappa che sull'effettiva capacità operativa del robot. Nel complesso, Dreamehome si conferma una delle piattaforme software più complete e mature del settore; pur con qualche margine di miglioramento la qualità della navigazione, le opzioni di personalizzazione e la gestione intelligente degli ambienti collocano il Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete tra i riferimenti della categoria anche sotto il profilo software.
fasi della navigazione del robotA sinistra: l'altezza ridotta del Dreame e la torretta retraibile gli consentono di passare agevolmente sotto i mobili. A destra: quando la luce è insufficiente, il robot naviga avvalendosi della luce led frontale

Autonomia e ricarica


A completare una dotazione tecnica già molto ricca troviamo una batteria da 6.400 mAh, una capacità che consente al Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete di affrontare senza difficoltà anche abitazioni di grandi dimensioni. Secondo i dati dichiarati dal produttore, l'autonomia può raggiungere fino a 175 minuti nelle condizioni più favorevoli. Nell'utilizzo reale, tuttavia, i risultati variano in base alla modalità selezionata e al livello di sporco presente. Durante le operazioni di sola aspirazione è possibile aspettarsi mediamente tra 110 e 120 minuti di lavoro continuativo mentre, utilizzando contemporaneamente aspirazione e lavaggio l'autonomia si attesta generalmente tra i 90 e i 100 minuti. Si tratta di valori più che adeguati per la maggior parte delle abitazioni, che permettono al robot di completare la pulizia di appartamenti e case di medie dimensioni con una singola carica. In caso di superfici particolarmente estese o di programmi di pulizia più intensivi, entra comunque in gioco la funzione di ricarica intelligente: quando il livello della batteria scende sotto una determinata soglia, il robot torna automaticamente alla stazione base, si ricarica e riprende il lavoro esattamente dal punto in cui era stato interrotto. La ricarica completa richiede circa tre ore e mezza, un tempo in linea con quello dei principali concorrenti della fascia premium. Da segnalare inoltre la presenza di una funzione dedicata alla tutela della batteria che consente di limitare la carica massima all'80%. Una caratteristica spesso presente su smartphone e notebook di fascia alta ma ancora poco diffusa nel settore dei robot aspirapolvere, utile per ridurre l'usura delle celle nel lungo periodo e preservare la capacità della batteria dopo anni di utilizzo.

Dreame alza ancora l'asticella


Con Aqua10 Ultra Roller Complete Dreame si conferma uno dei marchi più dinamici e ambiziosi del mercato, capace di introdurre soluzioni che vanno oltre il semplice incremento della potenza di aspirazione. Il dispositivo rappresenta una delle proposte più avanzate attualmente disponibili in circolazione grazie, soprattutto, al suo innovativo sistema di lavaggio con mocio a rullo. L'aspirazione da 30.000 Pa assicura prestazioni elevate su diverse superfici, la navigazione si dimostra precisa e affidabile, mentre la stazione multifunzione riduce al minimo le operazioni di manutenzione. A questo si aggiungono un software maturo, un'eccellente gestione degli ostacoli e una capacità di superare soglie che pochi concorrenti riescono a eguagliare. In conclusione, per chi desidera il massimo in termini di automazione, prestazioni di lavaggio e tecnologia, il Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete rappresenta oggi una delle opzioni più convincenti dell'intero segmento premium, anche alla luce del consistente sconto adoperato dal bran in occasione del periodo promozionale.


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Centinaia di suprematisti bianchi del Patriot Front hanno marciato a Washington


Circa 400 militanti mascherati del gruppo neofascista hanno sfilato con bandiere confederate vicino al Campidoglio nel giorno dei 250 anni degli Stati Uniti. La polizia non ha registrato arresti

Centinaia di uomini mascherati del gruppo suprematista bianco Patriot Front hanno sfilato per le strade di Washington nella mattinata di sabato 4 luglio, poche ore prima delle celebrazioni ufficiali per i 250 anni dell'indipendenza americana. I manifestanti indossavano la divisa abituale dell'organizzazione, camicie blu, pantaloni color kaki, occhiali da sole e maschere bianche sul volto. Portavano bandiere confederate, il vessillo degli Stati schiavisti del Sud durante la guerra civile, bandiere americane capovolte e i simboli del gruppo. Durante la marcia hanno scandito slogan come "Reclaim America" (riprendiamoci l'America) e "Life, liberty, victory" (vita, libertà, vittoria).

Il corteo, guidato secondo le immagini diffuse sui social dal fondatore del gruppo Thomas Rousseau, si è radunato davanti alla Union Station, la principale stazione ferroviaria della città, e ha marciato al ritmo dei tamburi nei quartieri attorno al Campidoglio. Patriot Front ha scritto sui social di essere arrivato nella capitale con circa 400 membri. Il gruppo ha lasciato la città prima delle 11 (le 17 in Italia) salendo sui treni della metropolitana ed è sceso a New Carrollton, nei sobborghi del Maryland. La polizia di Washington ha detto di aver seguito quelle che ha definito attività protette dal Primo emendamento, la norma della Costituzione americana che tutela la libertà di espressione, e non ha registrato arresti né denunce legate alla marcia.

Patriot Front è nato nel 2017 da una scissione di Vanguard America, un'altra organizzazione suprematista, dopo la manifestazione di estrema destra "Unite the Right" di Charlottesville, in Virginia, dove un suprematista bianco uccise con la sua auto la contromanifestante Heather Heyer. Il manifesto del gruppo sostiene che "la democrazia ha fallito questa nazione un tempo grande" e invoca un ritorno alle tradizioni dei padri fondatori, identificati con i coloni europei. L'obiettivo dichiarato è trasformare gli Stati Uniti in uno Stato riservato ai bianchi.

Il gruppo prova a presentarsi come un movimento patriottico e usa i colori della bandiera americana, ma il suo logo, un cerchio di 13 stelle bianche che richiama le prime colonie, riprende un'iconografia simile al fascio littorio del Partito Nazionale Fascista di Mussolini, ha detto all'agenzia Reuters Luke Baumgartner, ricercatore del programma sull'estremismo della George Washington University. John Cohen, ex funzionario dell'antiterrorismo del Dipartimento per la Sicurezza Interna durante le amministrazioni Obama e Biden, ha detto sempre a Reuters che il fatto che i militanti "si sentano legittimati a manifestare in pubblico durante il Giorno dell'Indipendenza e altre festività nazionali" mostra con chiarezza i problemi che il Paese sta affrontando sul fronte del suprematismo bianco.

Le marce a sorpresa sono la tattica abituale di Patriot Front: i militanti arrivano spesso a bordo di furgoni a noleggio, sfilano brevemente con le bandiere e spariscono nel giro di poche ore. Nell'estate del 2024 centinaia di membri sfilarono a Nashville, in Tennessee, provocando forti proteste in città. Negli ultimi mesi il gruppo è comparso a Washington a gennaio, durante la marcia annuale contro l'aborto, e a Virginia Beach a fine maggio, nel fine settimana del Memorial Day, la festa che ricorda i caduti americani.

Secondo documenti interni ottenuti a giugno da USA Today, Patriot Front è già uno dei più grandi gruppi suprematisti del Paese ed è in espansione: negli ultimi due anni ha aggiunto centinaia di membri, soprattutto giovani uomini, in 49 dei 50 Stati americani. Uno dei documenti, scritto da un aspirante membro, indica come obiettivo "garantire un futuro ai bambini bianchi".

La marcia è avvenuta poche ore prima del discorso serale con cui il presidente ha aperto le celebrazioni per i 250 anni del Paese, nel quale ha denunciato una presunta minaccia comunista in America, un tema già al centro del suo intervento della vigilia al Mount Rushmore. La Casa Bianca non ha risposto alla domanda del Guardian se il presidente condanni la manifestazione.


Trump esalta l'eccezionalismo americano al Mount Rushmore per i 250 anni degli Stati Uniti


Donald Trump ha celebrato la vigilia dei 250 anni dell'indipendenza degli Stati Uniti con un discorso a Mount Rushmore, il monumento nazionale del South Dakota dove sono scolpiti nel granito i volti di George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln. Il presidente ha descritto gli Stati Uniti come la nazione di maggior successo mai esistita nella storia e allo stesso tempo ha definito i suoi avversari politici comunisti "senza Dio" e "malvagi". Il discorso è durato circa mezz'ora ed è iniziato poco dopo le 23 di venerdì sulla costa est degli Stati Uniti (le 5 del mattino di sabato in Italia), prima dei fuochi d'artificio sopra il monumento.

Trump ha definito il comunismo "la più grande minaccia per il nostro paese, incluse la Prima guerra mondiale, la Seconda guerra mondiale, Pearl Harbor o persino l'11 settembre" e "l'esatto opposto della vita, della libertà e della ricerca della felicità: è morte, tirannia e ricerca del male". Ha avvertito che nel paese c'è "una recrudescenza della minaccia comunista", alimentata anche da "nuovi arrivati nel nostro paese che abbracciano idee totalmente opposte al nostro stile di vita e al nostro grande successo". Poi ha posto un'alternativa secca: "Potete essere fedeli a Karl Marx o potete essere fedeli all'America. Potete essere comunisti o potete essere patrioti. Non potete essere entrambe le cose". In chiusura ha detto che "il Partito Comunista è fatto di immigrati irregolari, criminali e di tutti quelli che non vogliono lavorare" e ha promesso che "l'America non sarà mai un paese comunista".

Fireworks 🤝 Mount Rushmore

A tradition returns.

Happy 250th Birthday, America. 🇺🇸 pic.twitter.com/vc880RUXD6
— US Department of the Interior (@Interior) July 3, 2026


Da settimane Trump usa l'etichetta di comunista contro diversi candidati democratici in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, in cui i repubblicani partono sfavoriti almeno alla Camera. L'attacco punta soprattutto all'ala socialista-democratica del Partito Democratico, che sta crescendo nelle primarie e trova ascolto tra gli elettori progressisti. Sulle elezioni Trump ha detto: "Possiamo perdere le elezioni di metà mandato solo se ci permettiamo di perderle, se siamo sciocchi, stupidi e imprudenti". Ha chiesto al Congresso di approvare il SAVE America Act, la legge da lui voluta che imporrebbe regole più severe di identificazione degli elettori rendendo più difficile votare, e di abolire il filibuster, la regola che al Senato richiede una maggioranza di 60 voti su 100 per approvare la maggior parte delle leggi. Se il Congresso farà queste due cose, ha detto, "non perderemo un'elezione per 100 anni".

"L'identità di una nazione è il destino di una nazione", ha detto Trump nella prima parte del discorso, quella dedicata all'eccezionalismo americano: gli Stati Uniti sono "la repubblica più antica della terra", con "il popolo più libero della terra" e la Costituzione "più giusta e duratura". Secondo il presidente negli ultimi anni c'è stato "un tentativo innegabile" di cambiare il carattere del paese, di "alienarci dalla nostra storia" e di "rendere impossibile persino rispondere alla domanda: cosa significa essere americano". Sull'appartenenza alla nazione ha detto: "Non dovete essere nati qui, ma dovete amare ciò che abbiamo costruito, dovete amare il nostro paese".

Trump aveva già parlato a Mount Rushmore esattamente sei anni prima, il 3 luglio 2020, alla fine del suo primo mandato, mentre il paese era attraversato dalla pandemia e dalle proteste seguite alla morte di George Floyd. Allora aveva messo in guardia da un "nuovo fascismo di estrema sinistra". Sei anni dopo, dallo stesso palco, il nemico ideologico è cambiato.

Una tempesta con fulmini e grandine grande come palline da ping pong ha colpito il monumento poche ore prima del discorso, costringendo gli spettatori a ripararsi e fermando il programma per oltre due ore. Prima di atterrare Trump ha sorvolato due volte Mount Rushmore con il nuovo Air Force One, il Boeing 747 regalato dal governo del Qatar e valutato circa 400 milioni di dollari. I fuochi d'artificio erano i primi al monumento da sei anni: sul terreno federale sono in gran parte sospesi dal 2009 per il rischio di incendi e Trump li aveva già riportati, tra le critiche, nel 2020. L'evento è stato organizzato da Freedom 250, l'organizzazione creata dall'amministrazione per le celebrazioni dell'anniversario.

Alla vigilia della visita la Casa Bianca ha rilanciato l'idea di aggiungere il volto di Trump al monumento. "Non ci sarebbe aggiunta migliore all'iconico Mount Rushmore del 45° e 47° presidente degli Stati Uniti, Donald Trump", ha detto al Washington Post la portavoce Taylor Rogers. Cinque settimane fa il presidente ha pubblicato sul suo social Truth Social fotomontaggi del proprio volto accanto ai quattro presidenti. I responsabili del monumento sostengono però da anni che sulla montagna non c'è più roccia scolpibile e nel discorso Trump non ha toccato l'argomento.

Sabato il presidente parlerà di nuovo a Washington, sul National Mall, prima di uno spettacolo pirotecnico da record con più di 850.000 fuochi d'artificio. In chiusura del discorso a Mount Rushmore ha guardato proprio alle celebrazioni del 4 luglio: "Questo non è una fine, è solo l'inizio dell'età dell'oro dell'America".


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Superinteressante #13 — Meno male che erano Loacker


Lo confesso: quando sono nati i miei figli ho sviluppato una relazione seria con i Loacker. I Napolitaner, quelli rossi. E non uno alla volta — la fila intera, in piedi davanti alla dispensa aperta, alle tre di notte, con un bambino in braccio e lo sguardo perso nel vuoto.

Non era fame. È che avevo bisogno di controllare qualcosa, qualsiasi cosa, e in quel periodo l'unica cosa in casa che rispondeva ai comandi era un pacchetto di wafer. I figli no, il sonno nemmeno, le giornate facevano di testa loro. Ma quel pacchetto si apriva quando dicevo io. Due Loacker, e per tre secondi tornavo ad avere il timone.

Trovavo gli incarti vuoti accartocciati ovunque — in tasca, in macchina, sul comodino. Ed è lì che mi è venuto il sospetto, e subito dopo il sollievo: meno male che sono Loacker. Perché qualche anno fa, sotto lo stesso identico tipo di pressione, al posto di quegli incarti trovavo pacchetti di sigarette vuoti.


Ognuno di noi ce l'ha, lo stimolo facile a cui si aggrappa quando le cose si fanno difficili. Per qualcuno è il cibo, per qualcuno lo scroll infinito, per qualcuno il bicchiere la sera, la sigaretta, l'ordine online che non serviva, la notifica controllata per la centesima volta. Cambia la sostanza, ma il gesto è identico: quando la realtà diventa troppo, afferri il primo piccolo colpo a portata di mano che ti dà un secondo di sollievo e l'illusione di avere il controllo.

E qui c'è la cosa che ho capito tardi: quasi mai è davvero fame, o noia, o voglia di quella cosa. È un segnale. Lo stimolo facile è il fumo, non l'incendio — ti sta dicendo che sei sotto pressione, che sotto c'è qualcosa che chiede attenzione. Il problema è che quasi sempre spariamo al messaggero: assecondiamo la voglia e ci perdiamo quello che stava cercando di indicarci.

Probabilmente non lo eliminerai, lo stimolo facile, e forse non ha senso combatterlo a denti stretti. Ma due cose puoi farle. Sceglierne uno meno distruttivo — i Loacker battono le sigarette, sempre. E imparare a leggerlo: la prossima volta che ti becchi ad allungare la mano, la domanda utile non è "come la smetto?". È "cosa sto cercando di non sentire, adesso?".


"First-order thinking tells you the chocolate bar tastes good and will satisfy your cravings. Second-order thinking tells you that when the sugar high wears off, you'll crash."

— Shane Parrish, The Great Mental Models


Lo stimolo facile vince sempre al primo livello: funziona, e funziona adesso. È costruito apposta per quello. La fregatura è tutta al secondo livello — quello che arriva dopo, e quello che il gesto stava coprendo. Imparare a vedere il secondo livello mentre la mano è già a metà strada è una delle cose più difficili e più utili che conosca.


Qual è il tuo stimolo facile — quello a cui allunghi la mano quando le cose si fanno difficili? E l'ultima volta, cosa stavi cercando di non sentire?

Rispondimi — leggo tutto.

G.

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Trote a Piano di Carniglia


Si è ufficialmente aperta la stagione di pesca nella zona turistica di Piane di Carniglia, tra le mete più amate dagli appassionati dell'Appennino parmense. Un appuntamento che, anno dopo anno, conferma come la pesca sportiva in acque interne rappresenti molto più di un passatempo: è un motore silenzioso di turismo e di economia locale.

I numeri nazionali raccontano un settore tutt'altro che in declino. Secondo i dati della FIPO (Federazione Italiana Pesca Sportiva e Offerta Turistica), in Italia si contano oltre 2,5 milioni di praticanti, per un mercato interno che vale circa 300 milioni di euro all'anno. Il quadro europeo è ancora più eloquente: secondo la European Fishing Tackle Trade Association (EFTTA), la pesca sportiva genera nel Vecchio Continente circa 10,5 miliardi di euro l'anno, tra viaggi, attrezzature ed esperienze. Un settore che cresce in modo trasversale, inserendosi nel più ampio boom del turismo outdoor, che trova nelle aree montane e appenniniche uno dei suoi terreni d'elezione, contribuendo in modo decisivo alla destagionalizzazione dei flussi verso le aree interne.

Le Piane di Carniglia si inseriscono perfettamente in questo scenario. Come già nella stagione precedente, l'area è suddivisa in due zone distinte: la Zona Cattura (dal punto A al punto C), dove vige l'obbligo di trattenuta, e la Zona No Kill (dal punto C al punto D), riservata a chi pratica la pesca a rilascio, con un massimo di 15 presenze giornaliere.

La pesca è consentita tutti i giorni, a eccezione dei venerdì non festivi. Resta confermato il periodo estivo di sospensione dei rilasci, durante il quale sarà comunque possibile pescare nella riserva acquistando il permesso, i cui prezzi rimangono invariati rispetto all'anno scorso.

I biglietti sono acquistabili nei quattro punti vendita autorizzati: l'Osteria del Taro a Tornolo (biglietti per entrambe le zone), il Bar al Ponte e il Bar Milan a Compiano (zona cattura), e la Locanda Cecchino alle Piane di Carniglia (zona cattura).

«Le Piane di Carniglia sono un posto che non stanca mai», dichiara Roberto Agazzi, assessore alle attività produttive del Comune di Bedonia. «L’apertura della stagione continua a essere un momento fortemente atteso e partecipato, capace di richiamare ogni anno un numero significativo di appassionati. La ripartenza, segnata da una presenza consistente di pescatori lungo la zona turistica, conferma il valore strategico di quest’area e l’importanza di proseguire nel suo percorso di valorizzazione. È un segnale concreto della capacità di questo luogo di generare attrattività e sviluppo per il territorio».

Per informazioni sui permessi e sui punti vendita, contattare direttamente le strutture indicate.

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La rassegna stampa di domenica 5 luglio 2026


Il discorso di Trump per i 250 anni degli Stati Uniti, tra toni anticomunisti e religiosi, chiude un 4 luglio sconvolto dal caldo record e dai temporali. Sul fronte estero il colloquio con Putin su Ucraina e Iran e a Teheran il funerale dell'ayatollah Khamenei

Questa è la rassegna stampa di domenica 5 luglio 2026

Trump celebra i 250 anni degli Stati Uniti con un discorso segnato dall'anticomunismo


Il presidente Donald Trump ha chiuso le celebrazioni per il 250° anniversario dell'indipendenza con un lungo discorso dal National Mall di Washington, rinviato dai temporali e concluso a notte fonda. L'intervento ha avuto toni marcatamente religiosi e ha insistito sull'eccezionalismo americano e sulla battaglia contro il comunismo, definito "un perdente". Il presidente ne ha approfittato per rilanciare la sua proposta di legge sul voto, la SAVE America Act.

Fonti: Axios, The Wall Street Journal, Financial Times

Il caldo record e i temporali sconvolgono le celebrazioni del 4 luglio


Un'ondata di calore ha investito oltre due dozzine di Stati, con temperature a tre cifre, mentre a Washington i temporali hanno costretto a evacuare la folla dal National Mall dopo ore di attesa ai controlli di sicurezza. Le festività per il 250° anniversario sono state ridimensionate in diverse città. Superata la ricorrenza, i repubblicani si preparano a riportare l'attenzione sull'agenda legislativa del presidente.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, The Hill

Colloquio telefonico tra Trump e Putin su Ucraina e Iran alla vigilia del vertice NATO


Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente statunitense Donald Trump hanno avuto sabato una conversazione telefonica. Al centro del colloquio ci sono stati la guerra in Ucraina, la situazione in Iran e l'imminente vertice della NATO in programma in Turchia.

Fonti: Bloomberg

A Teheran il funerale di Stato dell'ayatollah Khamenei


L'Iran ha dato avvio alle cerimonie di lutto per l'ayatollah Ali Khamenei, la guida suprema uccisa nei primi giorni della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Enormi folle si sono radunate nella capitale Teheran per sfilare davanti al feretro, in un funerale senza precedenti nella storia recente del Paese.

Fonti: The New York Times

Caso Charlie Kirk, la procura chiede il processo e la pena di morte


Questa settimana i pubblici ministeri esporranno le loro prove contro l'uomo accusato di aver ucciso l'attivista conservatore Charlie Kirk, nell'udienza più rilevante finora. L'accusa punta a convincere il giudice di avere elementi sufficienti per portare a processo il ventitreenne Tyler Robinson e per chiedere la pena di morte.

Fonti: ABC News

Il Tesoro presenta le nuove banconote con la firma di Trump


Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha mostrato le nuove banconote statunitensi che recano la firma del presidente Donald Trump, destinate a entrare in circolazione per celebrare il 250° anniversario del Paese. L'immagine di una banconota da 100 dollari, con le firme di entrambi, è stata rilanciata dallo stesso Trump sui social.

Fonti: Bloomberg, The Hill

Trump concede la grazia a undici persone, tra cui alcuni condannati per inquinamento


Alla vigilia del 4 luglio il presidente Donald Trump ha concesso la grazia a undici persone, tra cui nove condannati per aver violato una legge federale sull'inquinamento atmosferico, il Clean Air Act. Si tratta dell'ultimo di una serie di atti di clemenza del suo secondo mandato, spesso rivolti ad alleati e figure di primo piano.

Fonti: The Hill

L'Amministrazione accelera sulla deregolamentazione con un piano da 702 norme da cancellare


L'Amministrazione Trump ha intensificato gli sforzi per ridurre la burocrazia federale, presentando un piano che prevede l'eliminazione di 702 norme amministrative esistenti. L'iniziativa rientra nella più ampia campagna del presidente contro i regolamenti.

Fonti: Bloomberg

I democratici all'attacco di Trump mentre crescono le tensioni sul 250° anniversario


I governatori Gavin Newsom e Wes Moore, considerati possibili candidati alle presidenziali del 2028, hanno descritto l'operato del presidente Donald Trump come un tradimento degli ideali americani. Il presidente ha replicato bollando il Partito democratico come estremista, in un clima politico sempre più teso attorno alla ricorrenza dei 250 anni.

Fonti: The New York Times

Un incendio divampa brevemente sul ponte di Brooklyn durante i fuochi d'artificio


Un incendio è scoppiato sul ponte di Brooklyn a New York durante lo spettacolo pirotecnico del 4 luglio. Secondo la polizia le fiamme sono state spente poco dopo le 22, senza feriti.

Fonti: ABC News, The New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Per Bernie Sanders gli Stati Uniti sono vicini a una rivoluzione politica


Il senatore del Vermont vede nelle vittorie dei socialisti democratici, dalla primaria in Colorado a New York, il segno che il Paese è sull'orlo del cambiamento che insegue da anni
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Il senatore Bernie Sanders è convinto che gli Stati Uniti siano vicini a una "rivoluzione politica" e attribuisce questa speranza alla serie di vittorie dei socialisti democratici nelle primarie di tutto il Paese. Il senatore del Vermont, indipendente di 84 anni, ha affidato il messaggio a un video di circa dieci minuti pubblicato sui social nei giorni scorsi, alla vigilia del 4 luglio, il 250esimo anniversario della Dichiarazione di indipendenza.

"Credo che sia forse possibile che questo Paese sia sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo", ha detto Sanders nel video. Il senatore ha aggiunto di non avere "una sfera di cristallo" per dire cosa accadrà, ma di provare ottimismo per quello che ha definito un "crescente consenso" attorno alle idee della sinistra: "Penso che ci sia un consenso sempre più ampio sul fatto che la nostra agenda sia l'agenda del popolo americano".

A dargli fiducia sono soprattutto i risultati elettorali delle ultime settimane. Sanders ha citato la vittoria di Melat Kiros, socialista democratica di 29 anni, che martedì ha battuto la deputata Diana DeGette in una primaria democratica per la Camera in Colorado. DeGette era in carica da quindici mandati e Sanders ha definito quel risultato una "enorme vittoria a sorpresa". Il senatore ha ricordato anche New York, dove il mese scorso tre candidati sostenuti dal sindaco socialista-democratico Zohran Mamdani hanno vinto le primarie per la Camera. In California, poi, è stata ammessa alla scheda elettorale una proposta di tassa sui miliardari.

When I look at the recent progressive victories in Colorado and elsewhere, and the successful organizing campaigns sprouting up across the country, I believe we may be on the brink of the political revolution we have been fighting for. pic.twitter.com/gBRG2Jxu2q
— Bernie Sanders (@BernieSanders) July 2, 2026


Sanders ha ricordato la partecipazione alle manifestazioni del movimento progressista, dai raduni "Fight Oligarchy" contro il potere dei ricchi agli eventi "No Kings" contro il presidente Donald Trump, con quelle che ha descritto come "milioni di persone in tutto il Paese". Ha citato le campagne di organizzazione sindacale che nascono e riescono in tutto il territorio e il sostegno dell'opinione pubblica ai sindacati, secondo lui ai massimi storici.

Il senatore ha spiegato che il suo movimento non è mai stato una questione di una singola persona da eleggere alla Casa Bianca. "La nostra rivoluzione politica, il nostro movimento dal basso, non è mai stato incentrato sull'elezione di una persona a presidente degli Stati Uniti, non Bernie Sanders, non nessun altro", ha detto. "Siamo un movimento per eleggere progressisti a ogni livello, per un governo che rappresenti tutti noi e non solo l'uno per cento".

Da qui l'appello al Partito Democratico, con cui Sanders siede in Senato pur non essendone iscritto. Non basta opporsi a Trump, ha detto: serve un partito pronto a sfidare "l'avidità e l'ideologia degli oligarchi che oggi controllano la vita economica, mediatica e politica" del Paese. Ha poi elencato le misure che a suo avviso i democratici dovrebbero fare proprie: la sanità pubblica per tutti con il programma Medicare for All, l'aumento del salario minimo, il superamento della sentenza Citizens United, con cui nel 2010 la Corte Suprema ha di fatto rimosso i limiti alle spese elettorali di aziende e gruppi privati, la costruzione di "milioni" di alloggi a prezzi accessibili e la fine di quelle che ha chiamato "guerre infinite e orribili".

Le parole di Sanders arrivano mentre Trump cerca di mettere in luce le divisioni interne ai democratici dopo l'avanzata dei candidati di sinistra. In un messaggio sul suo social Truth Social il presidente ha attaccato i "comunisti senza Dio" e ha rimproverato i vertici democratici di non saper contrastare l'ala più radicale del partito. "Hanno paura di perdere le elezioni, hanno paura del conflitto", ha scritto Trump. "Non sono abbastanza intelligenti o abbastanza duri per combattere questa piaga".

Nei confronti di Sanders il presidente ha usato in passato parole molto dure, definendolo "comunista", "pazzo" e "svitato". In altre occasioni lo ha però elogiato: nel 2019 disse che il senatore "ha perso il suo momento", ma che gli piaceva perché sul commercio "in un certo senso sarebbe d'accordo" con lui. Il quadro che Sanders descrive si intreccia anche con il dibattito sull'identità dei socialisti democratici, un'area del movimento progressista che negli ultimi mesi ha guadagnato peso ma la cui collocazione politica divide gli stessi commentatori di sinistra.


In Colorado due vittorie progressite alle primarie Dem e sconfitto il senatore Bennet


Alle primarie democratiche del Colorado di martedì 30 giugno gli elettori hanno bocciato i dirigenti del partito a Washington: hanno respinto la corsa a governatore di un senatore in carica e mandato a casa una deputata che siede al Congresso da quasi trent'anni. A tenere il proprio seggio è stato solo l'altro senatore dello Stato, che ha respinto una sfida da sinistra.

Il procuratore generale del Colorado Phil Weiser ha vinto la primaria per governatore, battendo il senatore Michael Bennet, che dopo diciassette anni al Senato voleva tornare a governare da Denver. Weiser parte nettamente favorito per le elezioni di novembre: il Colorado non elegge un governatore repubblicano dal 2002 e Kamala Harris nel 2024 vi ha vinto con undici punti di vantaggio. Il governatore uscente, il democratico Jared Polis, non può ricandidarsi per il limite dei mandati.

Primarie democratiche · Colorado
Phil Weiser vince la primaria per governatore
Primaria democratica per governatore — 30 giugno 2026
Focus America

CandidatoVoti%

Phil Weiser
Procuratore generale del Colorado

404.620
55,7%

Michael Bennet
Senatore degli Stati Uniti

322.326
44,3%

726.946voti
88% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati di Associated Press

Weiser ha trasformato la primaria in un referendum su chi dei due avesse contrastato con più forza il presidente Donald Trump. Un anno fa era indietro di trenta punti nei sondaggi, ma ha recuperato ricordando di aver fatto causa decine di volte all'amministrazione Trump come procuratore, e attaccando Bennet per aver votato la conferma di otto ministri del governo di Trump. Bennet ha difeso quei voti sostenendo che gli servivano per collaborare con l'amministrazione e assicurare al Colorado i fondi federali contro gli incendi. Pur non avendo il profilo del tipico sfidante progressista, essendo stato un avvocato federale, un funzionario dell'amministrazione Obama e un preside di facoltà di legge, Weiser è riuscito a presentarsi come l'outsider della corsa, alla sinistra di Bennet.

Bennet poteva contare su un vantaggio nella pubblicità elettorale: la sua campagna e un super PAC alleato, cioè uno di quei comitati che raccolgono e spendono somme illimitate a favore di un candidato senza coordinarsi formalmente con lui, hanno speso 10,7 milioni di dollari in spot, quasi il doppio dello schieramento di Weiser. Nonostante questo, il senatore aveva dato segnali di incertezza: aveva prestato quasi un milione di dollari alla propria campagna e aveva saltato decine di voti al Senato nelle settimane prima del voto.

Bennet resterà comunque al Senato, dove il suo seggio non è in gioco fino al 2028. È il primo senatore in carica a perdere una primaria per governatore dai tempi di Kay Bailey Hutchison, la repubblicana del Texas che nel 2010 sfidò senza successo il governatore Rick Perry. Era uno dei quattro senatori in corsa per un governatorato quest'anno, un numero record, insieme ad Amy Klobuchar in Minnesota, Marsha Blackburn in Tennessee e Tommy Tuberville in Alabama.

Nel primo distretto, che comprende Denver, la deputata Diana DeGette è stata battuta da Melat Kiros, avvocata di 29 anni che si definisce una socialista democratica. DeGette, 68 anni, siede alla Camera dal 1997 ed è la decana della delegazione del Colorado, oltre che membro del Congressional Progressive Caucus, il gruppo dei parlamentari più a sinistra del partito. Kiros, nata in Etiopia, ex avvocata a New York e oggi dottoranda all'Università di Denver, era sostenuta dal senatore Bernie Sanders e ha accolto l'appoggio dei Democratic Socialists of America, la principale organizzazione socialista del paese, e dello streamer di sinistra Hasan Piker.

Le due candidate condividevano molte posizioni, dalla proposta di sanità pubblica universale nota come Medicare for All fino all'abolizione dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione e le espulsioni. A dividerle era soprattutto Israele: Kiros ha chiesto di interrompere gli aiuti militari americani e ha definito un "genocidio" le azioni israeliane a Gaza, mentre DeGette si diceva favorevole a inviare solo armi difensive. La sfida aveva anche un forte carattere generazionale, perché DeGette è stata eletta al Congresso l'anno prima che Kiros nascesse.

Con DeGette salgono a tre i deputati democratici caduti quest'anno sotto i colpi di uno sfidante di sinistra: la settimana prima, a New York, avevano perso Dan Goldman e Adriano Espaillat, battuti anch'essi da candidati che si definiscono socialisti democratici.

Primarie democratiche · Colorado
Melat Kiros batte la deputata Diana DeGette a Denver
Primaria democratica, 1º distretto del Congresso — 30 giugno 2026
Focus America

CandidatoVoti%

Melat Kiros
Avvocata

67.959
51,3%

Diana DeGette
Deputata uscente

55.179
41,7%

Wanda James
Regent dell'Università del Colorado

9.297
7,0%

132.435voti
93% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati di Associated Press

A salvarsi è stato solo il senatore uscente John Hickenlooper, 74 anni, che ha respinto la sfida della progressista Julie Gonzales, senatrice statale di 43 anni e organizzatrice sindacale. Ci è riuscito spostandosi a sinistra, puntando la campagna su priorità come la riforma dell'ICE e raccogliendo qualche sostegno da sindacati e gruppi di attivisti per impedire a Gonzales di compattare l'elettorato progressista. Soprattutto, ha goduto di un enorme vantaggio economico: ha raccolto quasi dieci milioni di dollari contro gli 870 mila della sfidante.

Nell'ottavo distretto, a nord di Denver, i democratici hanno scelto il progressista Manny Rutinel, deputato statale di origini dominicane, che ha battuto la collega più moderata Shannon Bird. È il collegio più conteso dello Stato: a novembre Rutinel affronterà il repubblicano Gabe Evans, deputato al primo mandato, in un seggio che nel 2024 aveva votato Trump per il 50 a 48 e che Evans aveva strappato ai democratici per meno di un punto. I democratici hanno bisogno di conquistare tre seggi netti per riprendersi la Camera a novembre, e contano su questo distretto, dove circa un terzo degli elettori è di origine latinoamericana. Evans ha reagito subito, definendo Rutinel in un comunicato un "estremista socialista radicale", un imitatore di Zohran Mamdani, il sindaco socialista democratico di New York. La corsa sarà anche un test sulla capacità dei democratici di riconquistare gli elettori latinoamericani: Rutinel, dominicano-americano, dovrà convincerne una fetta consistente per battere Evans, che è messicano-americano.

Primarie democratiche · Colorado
Manny Rutinel vince la primaria nell'ottavo distretto
Primaria democratica, 8º distretto del Congresso — 30 giugno 2026
Focus America

CandidatoVoti%

Manny Rutinel
Deputato statale

43.429
61,5%

Shannon Bird
Deputata statale

23.799
33,7%

Evan Munsing
Ritirato dalla corsa

3.344
4,7%

70.572voti
88% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati di Associated Press

I risultati del Colorado si sommano a quelli di New York e del Maine e raccontano di un elettorato democratico che vuole rompere con lo status quo e affidarsi a una nuova generazione di candidati, ostili ai fondi delle grandi lobby, più duri su Israele e capaci di presentarsi come combattenti anti-establishment per la classe lavoratrice. "L'energia del nostro partito è con i progressisti coraggiosi", ha dichiarato il deputato Ro Khanna, esponente della sinistra californiana e possibile candidato alle presidenziali del 2028, secondo cui gli sfidanti insurrezionali stanno "indicando la direzione" al partito. È un movimento che guarda ora oltre le grandi città, con il prossimo grande appuntamento previsto in Michigan ad agosto, per le primarie al Senato.

La stessa frustrazione verso i parlamentari di lungo corso ha colpito anche i repubblicani. Hanno perso le primarie i senatori Bill Cassidy in Louisiana e John Cornyn in Texas, dopo che Trump aveva sostenuto i loro avversari, e diversi deputati candidati a governatore sono stati sconfitti: Dusty Johnson non è arrivato al ballottaggio in South Dakota, Randy Feenstra ha perso di misura in Iowa nonostante l'appoggio del presidente e Ralph Norman e Nancy Mace sono rimasti indietro in South Carolina.

In tutti e tre i principali appuntamenti di novembre, per il governatorato, per il Senato e per l'ottavo distretto, i democratici partono comunque favoriti, in uno Stato che negli ultimi anni ha spostato con decisione il proprio voto verso il partito.


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Gli Stati Uniti temevano un piano di Israele per uccidere i negoziatori iraniani


Washington temeva che l'uccisione del Ministro degli Esteri Abbas Araghchi e del presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf avrebbe fatto naufragare le trattative di pace con l'Iran.

Gli Stati Uniti stanno trattando con l'Iran per mettere fine alla guerra e, nello stesso momento, temono che Israele stia preparando l'uccisione dei negoziatori iraniani seduti al tavolo. La preoccupazione è tale che Washington fa avvertire Teheran, tramite altri Paesi della regione, del rischio che i suoi due uomini di punta finiscano nel mirino. A rivelarlo è il New York Times.

I due nomi al centro dei timori americani sono Abbas Araghchi, Ministro degli Esteri iraniano, e Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano. Entrambi hanno guidato le trattative con i Paesi della regione e con gli Stati Uniti, prima per un cessate il fuoco e poi per una pace più solida. Le preoccupazioni americane, spiega il quotidiano, sono cresciute durante i negoziati avviati in aprile.

Washington ha ammesso che, nella fase più dura della guerra, i due avrebbero potuto essere bersagli legittimi per Israele, che era deciso a rovesciare il governo islamico di Teheran. Ma quando i colloqui sono entrati nel vivo, ad aprile, è prevalsa una convinzione diversa: ucciderli avrebbe fatto saltare il tavolo e riacceso i combattimenti.

Una guerra, due strategie diverse


La guerra è cominciata il 28 febbraio con un attacco israeliano che ha ucciso la allora Guida Suprema della Repubblica Islamica, l'ayatollah Ali Khamenei, e altri alti dirigenti, grazie anche a informazioni dell'intelligence statunitense. Gli americani hanno colpito soprattutto la marina e le forze missilistiche iraniane, mentre Israele ha puntato subito sui vertici del regime, per eliminare quanti più alti funzionari possibile.

Tra le vittime dei raid aerei israeliani ci sono stati anche dirigenti considerati più pragmatici, con cui l'Amministrazione Trump sperava di trattare come Ali Larijani, responsabile della sicurezza nazionale, e Kamal Kharazi, ex Ministro degli Esteri. Entrambi stavano partecipando ai negoziati con gli Stati Uniti quando sono rimasti uccisi negli attacchi aerei.

È qui che gli obiettivi di Washington e di Israele, quasi coincidenti all'inizio, hanno cominciato ad allontanarsi. Gli Stati Uniti volevano un accordo, Israele si è mostrato scettico fin dalla prima tregua di aprile. Quel cessate il fuoco di due settimane ha ricevuto un sostegno freddo da Israele e ha alimentato la sensazione, diffusa nell'opinione pubblica israeliana, che gli americani stessero chiudendo la guerra troppo presto.

Il risultato, per Israele, era il peggiore possibile: invece di cadere, il governo teocratico iraniano si era irrigidito e le Guardie della Rivoluzione avevano stretto ancora di più la presa sul Paese. A giugno Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un accordo quadro per riaprire lo Stretto di Hormuz e avviare i successivi colloqui sul nucleare. Per i commentatori israeliani è stato un disastro: nessun cambio di regime, nessuna distruzione delle milizie alleate di Teheran, nessun colpo serio al programma missilistico. A pesare era anche il timore che l'intesa facesse arrivare miliardi di dollari in Iran, permettendogli di rialzarsi in fretta senza freni alle ambizioni nucleari.

L'aereo di Ghalibaf e la fuga via terra


Il Wall Street Journal aveva già scritto a marzo che Araghchi e Ghalibaf erano finiti su una lista di obiettivi israeliani, salvo esserne tolti mentre gli Stati Uniti aprivano i negoziati. Un funzionario americano ha confermato che l'Amministrazione Trump aveva saputo in quel periodo che almeno Ghalibaf era tra i bersagli, e aveva chiesto a Israele di fermarsi.

Non era la prima volta che il presidente del Parlamento rischiava la vita. Era già sfuggito alla morte nella guerra dei 12 giorni del giugno 2025 e di nuovo quest'anno, quando un raid israeliano ha centrato una riunione segreta di alti funzionari in un bunker scavato sotto una montagna. In entrambi i casi è stato estratto vivo dalle macerie.

Per questo, durante i negoziati, l'Iran ha preso le sue contromisure. L'11 aprile Ghalibaf doveva volare a Islamabad per incontrare il vicepresidente statunitense JD Vance, ma i servizi di sicurezza iraniani temevano che Israele approfittasse del viaggio per ucciderlo insieme ad Araghchi e far saltare tutto. Teheran ha ottenuto dagli Stati Uniti, tramite gli intermediari pakistani e qatarioti, la garanzia che non ci sarebbero state operazioni coperte contro la delegazione iraniana. Caccia pakistani hanno scortato gli aerei iraniani, con oltre settanta persone a bordo, dal confine fino a Islamabad e ritorno.

Al ritorno, però, la minaccia si è materializzata. Le forze di sicurezza iraniane hanno avvertito l'aereo che riportava Ghalibaf a casa di aver intercettato indizi di un piano israeliano per abbatterlo, e che due caccia israeliani erano entrati nello spazio aereo iraniano dal confine occidentale, vicino all'Iraq. Mahdi Mohammadi, consigliere di Ghalibaf, ha confermato tutto sui social. Così l'aereo è atterrato d'emergenza a Mashhad, nel nord-est dell'Iran, e la delegazione ha proseguito per circa otto ore in auto fino a Teheran.

Nonostante tutto, i due hanno continuato a spostarsi. A fine maggio sono volati in Qatar per nuovi colloqui e quindi a giugno in Svizzera, dove hanno incontrato di nuovo Vance e la delegazione americana per sottoscrivere l'accordo attualmente in essere.

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Gli Stati Uniti ritirano gran parte dei soldati inviati in Nigeria contro lo Stato islamico


Il capo del comando americano per l'Africa ha annunciato il ritiro di gran parte delle forze inviate per l'operazione di maggio contro i jihadisti. Prosegue la condivisione di intelligence

Gli Stati Uniti hanno ritirato la maggior parte dei soldati inviati in Nigeria per l'operazione contro lo Stato islamico condotta a maggio nel nord-est del paese, ma continueranno a condividere informazioni di intelligence con l'esercito nigeriano. Lo ha annunciato giovedì 2 luglio il generale Dagvin Anderson, capo di AFRICOM, il comando delle forze armate americane per l'Africa, a margine di una conferenza che ha riunito a Luanda, in Angola, i vertici militari di 35 paesi africani, oltre a rappresentanti di Stati Uniti e Brasile. "Abbiamo ritirato gran parte delle forze che erano lì solo per quell'operazione, ma continuiamo il partenariato che la Nigeria ha chiesto per proseguire con la condivisione di intelligence", ha detto Anderson.

A maggio le forze americane e nigeriane avevano ucciso quasi 200 combattenti dello Stato islamico nella regione del lago Ciad, nel nord-est della Nigeria. Tra i morti c'era Abu-Bilal al-Minuki, il numero due del gruppo jihadista a livello mondiale. L'operazione congiunta era iniziata a dicembre del 2025, quando il giorno di Natale il presidente Donald Trump aveva ordinato un attacco contro i militanti sostenendo che stessero prendendo di mira i cristiani del paese. Circa due mesi dopo Washington aveva inviato in Nigeria circa 200 soldati non combattenti per attività di addestramento e assistenza tecnica, precisando che non avrebbero partecipato a combattimenti sul terreno.

Il ministro della difesa nigeriano Christopher Musa ha detto all'agenzia di stampa francese AFP che i soldati americani da combattimento erano arrivati specificamente per l'operazione di maggio: "Sono venuti, hanno fatto il loro lavoro e sono ripartiti". Non è chiaro invece se il ritiro riguardi anche una parte dei militari impegnati nell'addestramento. Nessuno dei due governi ha detto quanti soldati americani restino oggi nel paese: "Continuiamo a mantenere forze in Nigeria. Il loro numero cambierà in base alle esigenze operative", ha detto all'AFP una portavoce di AFRICOM.

Il ritiro "non influirà in alcun modo sul nostro slancio", ha detto alla BBC il generale Michael Onoja, portavoce dell'esercito nigeriano, confermando che lo scambio di informazioni tra i due paesi continuerà. Un altro portavoce militare, il generale Samaila Uba, ha detto sempre alla BBC che il personale americano presente in Nigeria da prima dell'operazione è rimasto nel paese. Nonostante le operazioni degli ultimi mesi, i gruppi jihadisti continuano a compiere attacchi, soprattutto nel nord-est.

Secondo Anderson, la cooperazione con la Nigeria ha indebolito in modo significativo la leadership dello Stato islamico e ha danneggiato non solo i comandanti locali ma anche le comunicazioni e le operazioni della rete globale del gruppo. La pressione militare nigeriana, insieme agli sforzi per pubblicizzare i risultati dell'operazione, ha favorito nuove defezioni e rese tra i combattenti jihadisti. L'esercito nigeriano è stato "molto attivo" da maggio, ha detto il generale: "Continuano a colpire obiettivi da soli". Anderson ha descritto l'operazione come un modello per la futura cooperazione di sicurezza in Africa, in cui Washington fornisce capacità specializzate mentre i partner africani guidano le operazioni.

Il nord-est della Nigeria è teatro di un'insurrezione jihadista dal 2009, portata avanti prima da Boko Haram e poi dallo Stato islamico dell'Africa occidentale (ISWAP), il gruppo rivale nato da una sua scissione. Secondo gli analisti, circa il 90 per cento degli attacchi dello Stato islamico nel mondo avviene ormai nell'Africa subsahariana e la branca nigeriana è di gran lunga la più attiva. Dal 2025 i jihadisti hanno intensificato gli attacchi contro villaggi, stazioni di polizia, basi militari e lavoratori come pescatori e taglialegna, uccidendo anche diversi alti ufficiali dell'esercito. L'aumento delle violenze ha spinto il presidente nigeriano Bola Tinubu a dichiarare lo stato di emergenza nazionale e Trump a minacciare un intervento militare americano.

La cooperazione militare tra Washington e Abuja si è intensificata dopo che gli Stati Uniti hanno accusato le autorità nigeriane di non fare abbastanza per proteggere i gruppi vulnerabili dai militanti islamisti, parlando di un "genocidio cristiano" nel paese. La Nigeria ha sempre respinto questa accusa, sostenendo che la violenza è complessa e colpisce tutte le comunità. Le organizzazioni che monitorano la violenza politica nel paese affermano che la maggior parte delle vittime dei gruppi jihadisti è musulmana, perché questi operano soprattutto nel nord, dove la popolazione è in maggioranza musulmana.

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Cronometrare la polvere


Disclaimer: in questo testo non ci sono spunti informatici o discorsi sui massimi sistemi. C'è un Ed che ha bisogno di buttar fuori due robe scritte e visto che le ho scritte tanto vale metterle dove possano essere lette.


Buongiorno (o buonasera, non è che posso sapere quando mi leggete e manco quando pubblicherò 'sta cosa) dalla ridente estate finlandese che mi ha accolto con un meraviglioso sole e 23 gradi prima di pugnalarmi con uggiose e grigie giornate (che comunque con il panorama locale... ci stanno).

Sono le due e mezza passate, ho appena finito una sedici-ore-comica di lavoro (prima o poi dovrò raccontare di 'sto cliente e dell'attitudine finnica) e rientrato in hotel non avevo sonno (e fuori c'era ancora un po' di luce).

Quindi sono andato a correre. All'una e mezza di notte.

Poi ho finito di correre e mi son fatto una meravigliosa doccia.

E ora son qui che scrivo due pensieri perché ancora non mi riesce di dormire (dovrei tirare le tende? Certo, ma son scemo e non lo faccio e le rotelline del cervello non sanno più se girare a vuoto o grippare (si dice grippare? Son mica un meccanico qui) male male male.

Di solito mi piace quando prendono a muoversi da sole, un po' perché ci tiro fuori quell'energia "pulita" che non mi richiede sforzo e mi riempie di spunti il cervello, un po' perché mi fa sentire "vivo" in qualche modo (e per qualche motivo mi fa pure sentire intelligente, checcazzoneso).

Stavolta però il meccanismo è... un po' surriscaldato, ecco, per fare un wink wink al burnout senza però citarlo perché vaffanculo pure tu (non tu che leggi, tu esaurimento detto all'inglese).

Lo dico? Lo dico.
Pensavo di aver toccato un po' il fondo ad aprile: ho passato una giornata dove facevo fatica a parlare con la voce "normale" e me ne stavo zitto perché qualunque suono mi uscisse lo faceva come se fossi lì lì per piangere. 'na sensazione ASSURDA che come è arrivata è sparita senza però che sparisse la causa che c'era sotto e continuo a portarmi un po' dietro. Lì mi son proprio detto: oh Ed, ti devi svegliare cazzo, che è 'sta cosa dell'aver spento il motore? Trovarmi a pensare "chemmerda la vita" per davvero mi ha pure un po' spaventato.

Cioè, un po' più di un po', ma se ti ci metti di impegno e ci lavori le cose migliorano, no? Certo che migliorano, cazzo, siamo artefici del nostro destino no?

Eh. Sai che boh?

A distanza di qualche altro mese non ne sono del tutto convinto, ma per dirla alla Caparezza "Ho paura che stia diventando automa, cyborg / Ma se ho questa paura sono ancora salvo" e quindi tocca rimboccarsi e riprovarci ancora.

Solo che nel frattempo le cose cambiano e attorno a te (cioè, a te in questo caso non è proprio te lettore, ma un generico te che è pure me) quel che vedi è variato tantissimo senza che tu te ne sia accorto. Ed è una cosa che odio: come cazzo ho fatto a perdermi così tanto? Dov'ero? Non è che posso dare sempre come spiegazione il lavoro (solo perché è l'unico campo dove continuo a ricevere conferme su conferme e pure uno dei campi che... "ascolto" meno quando devo guardarmi dentro).

Nel frattempo mi son messo a sistemare un po' lo studio dello zio (quello mancato a maggio scorso e con cui da piccolo avevo un rapporto splendido e che in adolescenza si è trasformato guardacaso in qualcosa di conflittuale che ci siamo portati dietro per un po', pur consapevoli dell'affetto reciproco. Rapporto che - again, guardacaso - è cambiato pochi anni prima della sua morte quando avevamo riallacciato "per bene" e mi aveva fatto sentire estremamente rispettato da una delle persone che ammiravo più al mondo. Madonna che strano l'imperfetto. Ammiro.).

Fa uno strano effetto trovarsi tra le mani le sue cose (o i miei disegni regalati a lui), le sue foto, i ritagli di giornale di dove è iniziata la sua carriera da Ingengere, frammenti di una vita che ora non c'è più guardati da qualcuno che cerca di capire cosa tagliare e cosa tenere della sua.

In mezzo a tutto questo casino, la musica che mastico ogni giorno ha fatto da amplificatore un po' troppo spietato - se posso permettermi eh, ci mancherebbe poi non vorrei criticare troppo il regista di 'sto copione (ma un filo dovrebbe ascoltare di più attrici e attori coinvolti, ecco).

Ti metti le cuffie per isolarti 'nattimo e partono i Mumford & Sons con Little Lion Man e Babel (galeotto fu l'amico Pablo che organizza le serate a grigliare a casa sua e mi fa scoprire 'ste cose), subito dopo per coincidenze varie mi trovo a parlare di Caparezza e mi dico "ma sì, ma riascoltiamo Pathosfera, cosa può andare storto".

Ed, lasciatelo dire da uno che ti conosce, non capisci un cazzo.

Cambiamo, no? Dai, Hamilton, bella carica e bella allegria così non ti senti una pippa quando provi a riprendere la corsetta e non vuoi sentire il ginocchio che ti urla di smettere.

Ho Non-Stop che mi si è conficcata nel cervello stile accusa diretta nei miei confronti che voglio dire ma chi cazzo di credi di essere?

He will never be satisfied (What would be enough?)
He will never be satisfied (To be satisfied?)

Tac, eccolo lì, ennesimo colpetto al vero toxic trait che non riesco a togliermi (si dice toxic trait così? Scusate, voglio sembrare giovane, ma non ci riesco davvero).

Quella fame cronica (era Cronometrare la polvere o Mangio la terra il titolo di 'sto pezzo?) di fare, imparare, accumulare e incasinarsi l'esistenza che ciclicamente mi riporta al solito ritornello personalizzato: chi polpo vuole cosa stringe?

Perché nonostante abbia scolpito nel cervello quel "This too shall pass" come invito a godermi le cose non sto riuscendo a viverlo se non come una spada di damocle gigantesca sulla testa?

Se una volta, in qualche modo, riuscivo a placare questi pensieri e a trovare un equilibrio, adesso, nel bel mezzo della tempesta, è diventato... difficile. Difficile e non impossibile, perché come cantano gli Enter Shikari "Unless you fight thе inevitable / You'll never know if it truly was".

E allora forse il punto è tutto qui, giusto per chiosare banalmente stile frasi di Osho. Forse devo smetterla di correre come se fossi rimasto senza tempo - o sempre in ritardo per qualcosa con tutto che mi sfugge un po' dalle mani - e, soprattutto, devo smetterla di misurarlo, 'sto tempo.

Non c'è un cronometro per rimettersi in sesto, non c'è una tabella di marcia per decidere quando la testa smetterà di stare in pappa.

C'è solo da stare fermi un attimo, lasciare che la polvere si posi e, quando sarà il momento, ricominciare a pulire...

... solo che 'sta cosa io non la so fare e... non ho manco intenzione di farla. Perché - sempre per citare i Sommi:

There's no use waiting for thе storm to blow over
Leap into the lightning
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La "prima libertà" americana: da John Adams al 250° anniversario della Dichiarazione


Nel giorno del 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, la libertà religiosa torna al centro del racconto sulle origini degli Stati Uniti. Prima ancora della Costituzione, John Adams la considerava uno dei pilastri dei diritti inalienabili.

La libertà religiosa è più antica degli Stati Uniti. Nel giorno del 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, quel principio torna al centro del racconto sulle origini americane e riporta a uno dei Padri fondatori: John Adams.

Nel 1765, undici anni prima della Dichiarazione, Adams pubblicò A Dissertation on the Canon and Feudal Law, un saggio scritto contro lo Stamp Act e contro quelle che considerava le due grandi tirannie della storia: il potere ecclesiastico e quello civile quando diventano strumenti di oppressione.

Per difendere i propri diritti, sosteneva Adams, ai coloni servivano due strumenti essenziali: l'istruzione e la partecipazione alla vita pubblica. Solo studiando, informandosi e prendendo parte direttamente alla vita politica avrebbero potuto proteggere i propri diritti inalienabili, a cominciare dalla libertà di coscienza e di culto.

Il pulpito e la libertà


Adams si rivolse anche alle chiese. "Che il pulpito risuoni delle dottrine e dei sentimenti di libertà religiosa", scrisse. E ancora: "Ascoltiamo il pericolo della schiavitù per le nostre coscienze [...], in breve, della schiavitù civile e politica". Per Adams, la libertà di coscienza e la possibilità di professare liberamente la propria fede non erano questioni marginali, ma parte integrante della dignità della persona. Interferire con esse significava colpire il cuore stesso dei diritti fondamentali.

Quella libertà avrebbe poi trovato forma nella nascita degli Stati Uniti e, soprattutto, nella Costituzione degli Stati Uniti d'America. Oggi molti la definiscono la "prima libertà" americana. Ma prima del Primo Emendamento, un principio simile, scritto nella legge fondamentale di uno Stato, aveva pochi precedenti nella storia.

Una radice antica, una nazione nuova


Il principio si intreccia con un'idea molto più antica: la "doppia cittadinanza" formulata da Sant'Agostino ne La città di Dio. L'essere umano appartiene insieme a una dimensione terrena e a una spirituale, con obblighi distinti, non necessariamente in contrasto tra loro.

Questa idea di libertà di coscienza maturò poi nelle comunità "non conformiste" e "separatiste" dell'Inghilterra del Seicento. Furono i Padri Pellegrini del Mayflower e i loro discendenti a portarla nel Nuovo Mondo, dove trovò il terreno su cui sarebbe cresciuta la nazione americana.

Nel 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, quella libertà continua ad attraversare la storia degli Stati Uniti come un filo profondo: dalle prime comunità della Nuova Inghilterra all'America contemporanea, dalle origini coloniali alla democrazia costituzionale.

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DK10x38 - È arrivato il fenomeno


Per quanto corrotta e stupida la corte, i cantori non mancano mai.
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Ascolta l'episodio su Spreaker.com

Ho letto con una certa fatica una breve intervista sul Sole24Ore a firma di Roberto Manzocco, segnalatami dall'implacabile Daniele.

Inizialmente avevo desistito, non tanto perché avevo 32 gradi in casa, ma per l'incipit:

I dati personali sono il nuovo petrolio.


Che è sempre stata una stronzata sesquipedale, ma nella mia ingenuità pensavo che dopo dopo dieci anni che ne parliamo e che tutti vedono con i loro occhi che interessi serve, pensavo fosse almeno passata silenziosamente nel dimenticatoio degli AI bro.

E invece no, perché arriva il fenomeno che si mette a fare discorsi come se fossimo a Dicembre 2022, avessero lanciato chatGPT ieri, e non ci avessero già strinato i cabbasisi a suon di puttanate.

Parliamo del prof. Stefan Lorenz Sorgner, filosofo transumanista che insegna alla John Cabot University a Roma.

Come già Cesare ragazzi, anche Sorgner ha avuto un'idea meravigliosa: i problemi dell'Europa derivano dal fatto che non fa come gli USA e la Cina.

Ascoltate:

“Per addestrare un’IA affidabile, abbiamo bisogno di raccolte strutturate ed esaurienti di dati digitali reali e personalizzati. Se le persone possono scegliere di non partecipare, il bacino di dati diventa frammentato e distorto, rendendolo inutile per ottenere informazioni cruciali".


Io direi che qualcuno deve prima dimostrare che addestrare un'IA affidabile, qualsiasi cosa ciò significhi, sia un obiettivo necessario o almeno desiderabile. Abbiamo detto mille volte che Intelligenza Artificiale è un termine di marketing che vuol dire tutto e niente.

E occhio, non lo dico io. John McCarthy, che il termine lo ha inventato, ha detto di averlo scelto proprio perché lo considerava ideale per attrarre fondi di ricerca.

Seconda cosa, le caratteristiche della raccolta dei dati dipendono dall'obiettivo che si ha.
"Raccogliamo tutti i dati, poi vediamo quali ci servono" non è solo lo slogan degli AI bro, ma anche quello dei loro eterni finanziatori nell'intelligence e nella Difesa statunitensi.

Ipotizzare a priori una raccolta universale di dati addirittura biometrici, per di più obbligatoria, significa non avere idea della pericolosità intrinseca di qualsiasi raccolta di dati, soprattutto quando non ha vincoli precisi.

E naturalmente, se arriva un altro fenomeno a dire "eh no, ma si dice prima a cosa serve la raccolta e poi li si usa olo per quello", complimenti genio, hai citato il GDPR.

Ma andiamo avanti con l'intervista di Manzocco, che sintetizza:

I dati digitali guidano il progresso del XXI secolo in tre aree fondamentali: la ricerca scientifica, l’elaborazione di politiche basate su dati concreti e l’ingegneria, in particolare l’IA medica. Per addestrare l’IA a individuare anche le patologie più rare, un set di dati completo è imprescindibile.” (Manzocco, 2026)


Di nuovo, siamo di fronte a ipotesi, di moda finché volete ma tutte da dimostrare; come è da dimostrare che queste ipotesi richiedano necessariamente la raccolta universale e obbligatoria di cui parlava Sorgner poco fa. Perché il passaggio logico mi manca tanto quanto la fondatezza delle ipotesi.

Riguardo alla ricerca scientifica, per dirne una, il vaccino per il COVID lo hanno fatto a Cambridge e in Germania, non negli USA. E lo hanno realizzato facendo ricerca, non tritando dati personali.

Fin qui è tutta fuffa Andiamo avanti.

Se l’Ue - continua Sorgner - vuole rimanere competitiva, dobbiamo abbandonare il GDPR…


Eccolo là, il famoso GDPR che limita le imprese e frena lo sviluppo, l'argomento preferito degli algopirla e di quelli che non sanno di cosa parlano. È molto divertente, perché è un argomento mutante. Ogni volta che chiedi spiegazioni ti fanno un esempio generico, tu lo smonti, e loro, "no, ma anche".

E il registro dei trattamenti non va bene. Ma anche le informative non vanno bene. Ma anche la necessità del consenso non va bene. Ma anche la minimizzazione non va bene. Ma anche le misure di sicurezza non vanno bene.

Abbiate il coraggio di dirlo chiaramente: vi rompe il cazzo dover fare qualsiasi cosa che non sia cercare il vostro profitto individuale. Abbiate il coraggio di ammetterlo, il vostro ideale di industria è quella dell'Ottocento, sessanta ore la settimana e operai di dodici anni.

Andiamo avanti.

Nel XXI secolo, i dati digitali personalizzati e, in particolare i dati biometrici, sono la nuova moneta del benessere pubblico


Sai che novità, è uno slogan del 2006, ed è una stupidata in qualsiasi modo lo giri, funziona solo come messaggio di marketing. Da un professore mi aspetterei di più.

Ma di nuovo Sorgner:

«La mia proposta è un Contratto Sociale sui Dati: i cittadini forniscono i propri dati biometrici a un sistema centralizzato e governato democraticamente. In cambio, lo Stato garantisce “libertà positive”, come un sistema sanitario universale e iper-personalizzato, l’accesso a tecnologie mediche all’avanguardia e una maggiore durata della vita in buona salute. La condivisione dei dati biometrici deve diventare un dovere civico».


Fatemi capire, lo Stato incamera i dati di tutti, a ciclo continuo, e tutti vivranno felici e contenti? Cosa ci impedisce di vivere felici e contenti finanziando lo stato sociale senza questo nuovo Contratto Sociale sui Dati: le ipotesi non dimostrate di cui abbiamo parlato prima?

Che meraviglioso ragionamento circolare.

Questa idea meravigliosa Sorgner la chiama Euro-transumanesimo. Che è diverso dal transumanesimo perché dovrebbe avere luogo in Europa. È una differenza sostanziale.

Chi mi segue ormai sa che quando uno arriva e ti dice che i dati sono il nuovo petrolio lo stronzatometro ha un picco. Ma Sorgner non si limita a questo, che sarebbe solo uno slogan vecchio di vent'anni e dimostrato falso un'infinità di volte. No, lui, in quanto filosofo, fa un ragionamento. Sto usando questa parola nell'accezione più ampia possibil, perché state sentendo, di che calibro è il ragionamento.

Dice Sorgner, adesso noi cediamo i dati personali a Google in cambio di una mail gratuita, sai che roba. Invece, cito

in un quadro democratico, la raccolta dei dati sarebbe obbligatoria, ma in cambio i cittadini otterrebbero una trasparenza assoluta…


Non so in quale armadio abbia vissuto il professore negli ultimi otto anni, ma la trasparenza sull'utilizzo dei propri dati personali è garantita proprio da quel GDPR che lui vorrebbe abbandonare.

Se c'è qualcosa del GDPR che lascia a desiderare, è la sua applicazione da parte delle autorità Garanti, che operano a macchia di leopardo, si lasciano trascinare per anni e alla fine applicano ai giganti del digitale sanzioni del tutto inefficaci.

Ecco, questo è qualcosa che potremmo abbandonare, non certo i principi del GDPR, che vengono copiati in tutto il mondo (meno negli USA, ma perché lì i diritti umani si limitano al diritto del consumatore, e poi ora sono troppo occupati a diventare una plutocrazia fascistoide).

Andiamo avanti. Sintetizza Manzocco:

Trattando i dati come una tassa pubblica elaborata da algoritmi incorruttibili piuttosto che da attori umani facilmente compromettibili, ci assicureremmo che l'IA sia addestrata sul mondo reale di tutti i cittadini.


Di nuovo, su quale pianeta vive il professor Sorgner?
Ah già, insegna a Roma, e allora cosa si fuma, e soprattutto, perché non la passa?

Battute a parte, "algoritmi incorruttibili" è un'idiozia che vive nell'Olimpo delle idiozie, a fianco delle blockchain, dei "contratti software" e del nostro futuro nel Metaverso.

Non so, vogliamo parlare dell'incorruttibilità dell'algoritmo che l'altr'anno fece le graduatorie dei precari della scuola?

L'incorruttibilità degli algoritmi non appartiene a questo mondo, ma sono sicuro che qualsiasi venditore di algoritmi mi darebbe volentieri torto.

L'articolo di Manzocco si chiude in gloria:

“Secondo Sorgner dal punto di vista digitale, l’Ue non ha nemmeno raggiunto il Medioevo”… “Poiché la prosperità economica e scientifica dipende ora principalmente dai Big Data, il GDPR ha di fatto danneggiato il vantaggio competitivo dell’Europa.”


Mi dispiace vedere una simile quantità di stronzate pubblicata sul Sole, sarà che ci ha lavorato Quintarelli. Quest'ultimo barrage di stronzate non vale nemmeno il fiato per chiamarle per nome. Ma purtroppo, come tutte le stronzate che girano attorno all'Intelligenza Artificiale, fanno un sacco bene alla carriera.

Giusto una cosa per chiudere. Il transumanesimo, come l'accelerazionismo, come l'Altruismo Efficace, sono apologetica per plutocrati; gli fornisce scuse acchiappapolli come l'Intelligenza Artificiale Generale e la Singolarità, per ignorare i propri obblighi civici e dedicarsi al proprio tossico interesse personale: come dice Cory Doctorow, non c'è modo di realizzare miliardi senza far male alle persone.

E il male alle persone va inteso in senso letterale, perché grattando il transumanesimo scopri l'eugenetica, scopri la scienza della razza, e tutto un armamentario di sterco intellettuale che Sorgner, da tedesco, dovrebbe conoscere bene, e che pensavano fosse possibile consegnare per sempre alle fogne della storia e che invece viene riportato in auge da inutili riccastri ghigliottinabili.

Ma c'è sempre quello che, vedendo un inutile riccastro, pensa che suonandogli il mandolino si finisce per cenare in villa.

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Trump manda 260 agenti dell'FBI in Georgia sui presunti brogli del 2020


L'indagine riapre accuse mai dimostrate sulle elezioni del 2020. Per i critici l'obiettivo è minare la fiducia degli americani nel voto in vista delle elezioni di metà mandato

L'amministrazione Trump ha assegnato 260 analisti investigativi dell'FBI, la polizia federale americana, a un'indagine "prioritaria" sulle elezioni del 2020 nella contea di Fulton, in Georgia, quella che comprende Atlanta. In più di cinque anni nessuna prova di brogli è mai emersa nello Stato, ma il presidente continua a sostenere che il voto perso contro Joe Biden fu truccato. Secondo un'analisi del New York Times, l'operazione è solo un pezzo di uno sforzo più ampio: seminare dubbi sul processo elettorale e sull'integrità dei voti futuri, a partire dalle elezioni di metà mandato di novembre.

L'invio degli analisti è arrivato pochi giorni dopo che la Corte Suprema ha stabilito che gli Stati possono contare le schede postali che arrivano dopo l'Election Day, il giorno del voto, respingendo i piani del presidente. La settimana scorsa un giudice federale ha inoltre bloccato in via definitiva un ordine esecutivo che avrebbe imposto di presentare una prova documentale di cittadinanza al momento della registrazione al voto.

Al centro delle operazioni c'è di nuovo il Dipartimento di Giustizia, che per tradizione conduce le indagini in modo indipendente dai desideri del presidente e che porta avanti un'inchiesta penale sulle elezioni del 2020 in Georgia. A gennaio l'FBI ha perquisito un magazzino elettorale della contea di Fulton e ha sequestrato più di 600 scatoloni di materiale, comprese le schede originali del 2020. Secondo un atto giudiziario reso pubblico, la perquisizione si basava in gran parte su tesi già smentite sulle presunte anomalie delle schede, rilanciate da Kurt Olsen, un negazionista dei risultati elettorali che lavora nell'amministrazione. A giugno agenti federali hanno perquisito un'organizzazione dell'Ohio che si occupa di campagne per la registrazione al voto.

Il presidente ha anche svuotato l'agenzia per la sicurezza interna incaricata di assistere gli Stati sulla sicurezza elettorale, mentre funzionari di tutto il governo federale hanno avviato decine di iniziative per proteggere i repubblicani da possibili sconfitte a novembre.

Con la popolarità in calo e la stagione delle primarie entrata nel vivo, Trump ha intensificato la retorica sulle elezioni truccate. Ha provato a spingere il Congresso ad approvare una legge che trasformi in norma parti dei suoi ordini esecutivi sulle elezioni, giustificandola ancora una volta con accuse di brogli mai dimostrate. Il mese scorso ha attaccato più volte la lentezza dello spoglio in California presentandola come prova di frode, anche se gli elettori dello Stato votano per posta da anni e lo stesso presidente vota per posta. "Ho chiamato il procuratore federale della California, molto potente, molto bravo, e gli ho detto: fammi un favore, dai un'occhiata, stanno cercando di rubare anche quell'elezione", ha raccontato durante un comizio in Pennsylvania.

Richard Hasen, direttore del Safeguarding Democracy Project alla facoltà di legge dell'UCLA, l'università pubblica di Los Angeles, ha detto al New York Times che le azioni del presidente producono un doppio effetto. "La prima cosa che fa è cercare di convincere i suoi sostenitori che ci sono brogli. Poi, agendo con una causa legale o un'indagine dell'FBI, convince i democratici che sta cercando di rubare le elezioni. Così mina la fiducia da entrambe le parti", ha spiegato. Il risultato, secondo Hasen, è che "il pubblico non crede che le elezioni siano libere e giuste" e la fiducia "è diventata volatile e sta crollando".

Le false accuse di Trump sui lavoratori elettorali e le sue teorie del complotto sono state indagate e smentite negli anni, ma la fiducia degli elettori è diminuita davvero: un sondaggio PBS News-NPR-Marist di inizio anno ha rilevato che la percentuale di americani convinti che il proprio governo statale e locale organizzerà elezioni corrette è scesa al livello più basso almeno dal 2020.

Giovedì Jack Smith, il procuratore speciale che incriminò Trump per i tentativi di ribaltare il risultato del 2020, ha detto in un'intervista a MS NOW di essere "molto preoccupato per quello che succederà alle prossime elezioni". Vanita Gupta, che è stata la numero tre del Dipartimento di Giustizia nell'amministrazione Biden, ha detto al New York Times che il presidente ha "bisogno di riscattare la falsa narrazione di aver vinto le elezioni del 2020" e che "l'obiettivo collaterale è insinuare negli elettori dubbi sulla legittimità dei risultati elettorali futuri".


La Corte Suprema dà più potere a Trump, ma salva Fed e voto postale


La Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso oggi tre sentenze destinate a ridisegnare gli equilibri tra Casa Bianca, Congresso e apparato federale. Nella prima, i giudici hanno ampliato in modo significativo il potere del presidente di rimuovere i vertici delle agenzie indipendenti, consegnando a Donald Trump un controllo molto più diretto su una parte rilevante dell'Amministrazione finora fuori il suo diretto controllo. Nella seconda, però, hanno posto un limite all'intervento della Casa Bianca sulla Federal Reserve, impedendo per ora la rimozione della governatrice Lisa Cook. Con una terza sentenza, la Corte ha invece confermato la legge del Mississippi che consente di contare le schede postali timbrate entro l'Election Day ma arrivate nei giorni successivi.

Sul caso delle agenzie indipendenti, la decisione è arrivata con 6 voti contro 3, con i giudici liberal contrari. La sentenza sposta ulteriore potere dal Congresso al presidente e potrebbe modificare profondamente l'architettura del governo federale. Il caso nasceva dalla decisione di Trump di licenziare Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della Federal Trade Commission, rimossa perché non allineata all'agenda del presidente, nonostante la legge consentisse sinora al presidente la destituzione dei commissari solo per "inefficienza, negligenza nei doveri o cattiva condotta in carica".

Gli effetti di questa sentenza potrebbero ora farsi sentire in oltre una decina di agenzie federali precedentemente indipendenti, comprese quelle che vigilano su consumatori, lavoratori, ambiente, sicurezza nucleare e servizi postali. I vertici di enti come la Consumer Product Safety Commission, la Equal Employment Opportunity Commission, il National Labor Relations Board, la Nuclear Regulatory Commission e lo stesso servizio postale potranno ora essere licenziati con maggiore discrezionalità dalla Casa Bianca. I giudici hanno così cancellato quasi novant'anni di tutele legali, rovesciando il precedente del 1935, la sentenza Humphrey's Executor v. United States, che aveva limitato il potere del presidente di rimuovere direttori di agenzie indipendenti per semplici divergenze politiche.

Corte Suprema degli Stati Uniti
Tre sentenze in un giorno ridisegnano il potere esecutivo
In una sola giornata la Corte Suprema ha ampliato il controllo di Trump sulle agenzie federali, ma lo ha fermato sul controllo del Federal Reserve e sul voto per posta.

Grafica di FocusAmerica 3 verdetti con esiti divergenti

3

Sentenze nello stesso giorno
L'equilibrio tra Casa Bianca, Congresso e apparato governativo federale rimesso in gioco in poche ore.
Per Trump, una sola vittoria e due battute d'arresto: la Corte gli concede potere sulle agenzie indipendenti cancellando un precedente di quasi 90 anni fa, ma alza un muro su Fed e schede postali.

1
A favore di Trump

2
Contro Trump

89
Anni di precedente rovesciati

I tre verdetti, uno per uno
6–3 Agenzie indipendentiAgenzie 5–4 Federal ReserveFed 5–4 Voto per postaVoto posta

Vittoria per Trump
Il presidente può ora rimuovere liberamente i vertici delle agenzie indipendenti
Cade la tutela che dal 1935 proteggeva i direttori da licenziamenti per semplici divergenze politiche con il presidente in carica. Il caso nasce dalla rimozione di Rebecca Kelly Slaughter, commissaria democratica della FTC.

6Maggioranza
3Giudici liberal contrari

La sentenza rovescia il precedente Humphrey's Executor del 1935 e sposta ulteriore potere dal Congresso al presidente.

10+
Agenzie federali esposte alla nuova discrezionalità

1935
Precedente cancellato dopo quasi 90 anni

Tra gli enti ora più esposti

CPSCSicurezza dei prodotti di consumo
EEOCPari opportunità nel lavoro
NLRBRelazioni sindacali
NRCSicurezza nucleare
FTCCommercio e tutela dei consumatori
USPSServizio postale federale

Battuta d'arresto per Trump
La Federal Reserve resta ancora protetta, almeno per ora
La Corte ha impedito la rimozione della governatrice Lisa Cook licenziata da Trump: non le era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, mai dimostrate, di frode sui mutui usate come pretesto per il licenziamento.

5Maggioranza
4Contrari

Margine sottile su un nodo delicato: l'indipendenza della Banca Centrale, su cui Trump preme da tempo per ottenere un taglio dei tassi.

Lisa Cook resta in carica
La rimozione, avvertivano ex funzionari della Fed e del Dipartimento del Tesoro, avrebbe rischiato di causare turbolenze sui mercati e erodere la credibilità della Banca Centrale come istituto indipendente.

La sentenza odierna non stabilisce se il presidente possa rimuovere Cook per giusta causa: la decisione sul merito sull'indipendenza della Fed verrà presa in seguito.
Opinione concorrente del giudice Brett Kavanaugh

Sconfitta per Trump e i Repubblicani
Confermata la legge del Mississippi sul voto via posta
Gli uffici elettorali potranno contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a 5 giorni lavorativi dopo. La norma resterà in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

5Maggioranza
4Contrari

Sentenza scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, sostenuta dal presidente John Roberts e dai 3 giudici liberal.

5giorni
Tempo utile in termini di giorni lavorativi per conteggiare le schede spedite entro l'Election Day

2020
L'anno dal quale Trump sostiene, senza mai presentare prove, brogli legati al voto postale

L'effetto a catena

18+

Leggi statali e di territori con norme simili sul voto per posta restano in vigore.
Includono collegi chiave per la maggioranza alla Camera nel novembre 2026 come in Nevada e California. La legge del Mississippi, approvata in piena pandemia da una legislatura a maggioranza repubblicana, era stata poi contestata dallo stesso partito.

Il bilancio della giornata
La Corte allarga il potere di Trump sull'apparato federale, ma traccia due confini netti sull'indipendenza della Federal Reserve e le regole del voto via posta.

Fonte: sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti, ricostruzione FocusAmerica.

La Fed resta protetta, almeno per ora


Diverso è stato però l'esito sulla Federal Reserve. Con una decisione separata, adottata con 5 voti contro 4, la Corte Suprema ha invece impedito a Trump di rimuovere Lisa Cook, sostenendo che alla governatrice non era stata data la possibilità di rispondere alle accuse, non dimostrate, di frode sui mutui usate dal presidente come giustificazione per il licenziamento. La pronuncia, tuttavia, resta circoscritta. In un'opinione concorrente, il giudice Brett Kavanaugh ha chiarito che la sentenza attuale non stabilisce se il presidente possa rimuovere o meno Cook legittimamente per giusta causa.

Il caso resta quindi aperto, ma la Corte Suprema ha evitato per ora di decidere nel merito dell'indipendenza della Banca Centrale. Ex alti funzionari della Fed e del Tesoro, insieme ai legali di Cook, avevano avvertito che una sua rimozione durante il procedimento avrebbe potuto provocare turbolenze sui mercati e indebolire la credibilità storica della Federal Reserve come agenzia indipendente. La questione è particolarmente sensibile perché Trump preme da tempo sulla Banca Centrale per ottenere un taglio dei tassi d'interesse.

Il voto per posta è stato tutelato


Per quanto riguarda le regole elettorali, la Corte ha confermato con 5 voti contro 4 la legge approvata dal Mississippi sul voto per posta. La decisione, scritta dalla giudice Amy Coney Barrett, è stata sostenuta dal presidente John Roberts e dai 3 giudici liberal della Corte. La legge confermata dalla Corte consente agli uffici elettorali di contare le schede inviate entro l'Election Day e ricevute fino a cinque giorni lavorativi dopo. Tale limite resterà quindi in vigore almeno fino alle elezioni di midterm.

La sentenza, in questo caso, rappresenta una chiara sconfitta per Trump e per il Partito Repubblicano, che da anni cerca di restringere il voto per posta. La decisione lascia inoltre in piedi normative simili in almeno altri 18 Stati e territori, compresi in collegi chiave per il 2026 in Nevada e California. È anche una battuta d'arresto personale per il presidente, che continua a sostenere, senza prove, che il voto postale favorisca brogli e abbia contribuito alla sua sconfitta nel 2020.

La legge del Mississippi era stata approvata durante la pandemia da una legislatura statale a guida repubblicana, ma era poi stata contestata dal Comitato Nazionale Repubblicano e dal partito repubblicano locale, secondo cui la legge federale fissa l'Election Day come termine ultimo per considerare valide le schede inviate via posta.


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Perché l'America sta demolendo l'ordine mondiale che ha costruito


Un saggio dell'Economist analizza la rivolta degli Stati Uniti contro l'ordine nato nel 1945: cosa vogliono i rivoluzionari di Trump, perché potrebbero fermarsi e quali rischi corre il mondo

A 250 anni dalla dichiarazione di indipendenza gli Stati Uniti sono di nuovo in rivolta, questa volta contro l'ordine mondiale che loro stessi hanno costruito dopo la vittoria sul fascismo nel 1945. È la tesi di un lungo saggio di Edward Carr pubblicato sull'Economist, che la chiama "Wrecking-ball revolution", la rivoluzione della palla demolitrice: al posto di Giorgio III e del suo parlamento, i nemici sono le istituzioni globali, le alleanze e il sistema di valori creati dall'America per proteggere la libertà. A un anno dall'inizio del secondo mandato il presidente Donald Trump aveva già abbandonato 66 organismi internazionali, tra cui 31 agenzie dell'ONU. Il mese scorso ha proposto una nuova serie di dazi generalizzati contro il commercio multilaterale e, se colpirà Cuba, sarà l'ottava volta che usa la forza militare dal gennaio 2025, senza chiedere l'approvazione del Congresso o del Consiglio di sicurezza dell'ONU e senza invocare alcuna giustificazione nel diritto internazionale.

"L'ordine globale del dopoguerra non è solo obsoleto: ormai è un'arma usata contro di noi", ha detto il segretario di stato Marco Rubio durante l'audizione per la sua conferma al Senato. Steve Bannon, ex stratega di Trump, festeggia che l'ordine basato sulle regole sia finito "nella pattumiera della storia", mentre la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, parlando per alleati che si sentono attaccati e traditi, dice che "l'Occidente come lo conosciamo non esiste più".

Per l'Economist Trump non è interessato alle idee, non ha ideali né uno scopo più alto e la guerra in Iran dimostra la sua mancanza di una grande strategia. Ma è proprio quel vuoto a renderlo adatto a demolire il vecchio ordine: da opportunista con un ego insaziabile, non gli importa nulla delle istituzioni che gli sono state affidate e vuole erigere un monumento alla sua versione della grandezza americana, mettendoci sopra il proprio nome. Il momento è favorevole, perché ogni sistema geopolitico prima o poi affronta uno spostamento degli equilibri di potere o una crisi di legittimità e questo li sta affrontando entrambi: gli americani sono ormai convinti che la Cina non condividerà mai i valori universali che l'America rappresentava. A cosa serve allora un sistema costruito intorno a quei valori? Qualcosa di prezioso, scrive Carr, si è comunque rotto: la visione di John Kennedy, che nel discorso di insediamento promise che l'America avrebbe pagato "qualsiasi prezzo" e sopportato "qualsiasi fardello" pur di "assicurare la sopravvivenza e il successo della libertà", è morta.

Il saggio valuta la rivoluzione confrontandola con tre precedenti: la rivoluzione americana del 1776 e il mondo che creò, le rivoluzioni europee del 1848 e il loro fallimento, quella francese del 1789 e la sua discesa nel caos. La rivoluzione del 1776 trasformò i sudditi in cittadini titolari di diritti universali e fece degli Stati Uniti un modello di governo per l'umanità intera. Woodrow Wilson portò all'estremo questo approccio universalista: nel 1917 disse che "la pace deve essere piantata sulle fondamenta collaudate della libertà politica" e nel 1945 l'America mantenne la promessa, portando la libertà ai paesi sconfitti dell'Asse per costruire su quella base la difesa contro il comunismo.

I rivoluzionari di oggi vanno nella direzione opposta rispetto a Wilson. Stephen Miller, vicecapo di gabinetto della Casa Bianca e principale ideologo di Trump, ha detto alla CNN: "Viviamo in un mondo, nel mondo reale, che è governato dalla forza, che è governato dal potere: queste sono le leggi ferree del mondo dall'inizio dei tempi". Il vicepresidente J.D. Vance, accettando la nomination alla convention repubblicana, ha parlato delle cinque generazioni di suoi antenati sepolte nella terra del Kentucky: "Non è solo un'idea, non è solo un insieme di principi. Anche se le idee e i principi sono grandi, quella è una patria. È la nostra patria". L'universalismo cristiano di Wilson, scrive l'Economist, ha lasciato il posto al nazionalismo cristiano: i rivoluzionari pensano che la fede dei predecessori nel libero scambio abbia fiaccato lo spirito guerriero di cui l'America ha bisogno in un mondo violento e vogliono "meno Adam Smith e più Carl Schmitt".

Lo storico norvegese Odd Arne Westad dubita che il pendolo stia semplicemente oscillando tra valori e realpolitik, come già accaduto in passato: per la prima volta nella sua storia, dice, l'America ragiona come una nazione ristretta che pensa solo ai propri interessi. "Quello che state vedendo è il rovesciamento dell'approccio universalista di fondo della politica estera americana. E non credo che sia solo una parentesi".

Michael Beckley, politologo della Tufts University, si aspetta un'America "più unilateralista, muscolare e transazionale". Gli esperti immaginano un paese che chiede di più e offre di meno: le basi americane in Germania diventeranno basi tedesche pagate dalla Germania, con gli Stati Uniti che manterranno il diritto di usarle; in cambio di garanzie di aiuto in caso di guerra, Washington pretenderà concessioni economiche in tempo di pace, imporrà un commercio "bilanciato" con dazi e quote a favore della propria economia e chiederà agli alleati, trattati come vassalli, di tagliare i legami con la Cina.

I rivoluzionari credono di poter imporre tutto questo perché l'America resta potentissima ed è destinata a diventarlo ancora di più grazie all'intelligenza artificiale. Chris McGuire, che si è occupato di politica tecnologica nel Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca sotto Joe Biden, dice che la tecnologia sta avanzando "così in fretta ed è così importante per il potere globale americano" che perfino gli addetti ai lavori faticano a rendersene conto. Gli Stati Uniti hanno circa 15 volte la potenza di calcolo dell'Europa e le recenti decisioni sui nuovi modelli di Anthropic e OpenAI mostrano che il diritto di usare i sistemi più avanzati potrebbe un giorno dipendere da un cenno della Casa Bianca. "Penso che gli europei siano completamente fregati, a essere onesto", dice McGuire, secondo cui saranno costretti a restare vicini all'America: "Sì, gli Stati Uniti sono frustranti e fastidiosi, a volte perfino un attore malevolo. Ma nel quadro generale sono un attore molto meno malevolo di Cina o Russia. Niente di tutto questo si baserà sulla legittimità. Si baserà sul potere".

Tutti i paesi sono egoisti, riconosce Carr rispondendo a chi ha sempre visto la retorica americana della libertà come una cortina fumogena, ma la cosa sorprendente dell'America è quanto abbia perseguito un'agenda universalista accanto ai suoi interessi più ristretti, a volte perfino contro. Gli alleati hanno accettato di dipendere dagli Stati Uniti perché credevano, a ragione, che l'America avesse a cuore il bene comune. I rivoluzionari offrono invece al mondo meno diritto e più forza, convinti che questo renderà l'America più dominante e prospera che mai. Kori Schake, studiosa dell'American Enterprise Institute, un centro studi di Washington, dice che "un'America predatrice attiverà gli anticorpi contro il potere americano".

Come le rivoluzioni europee del 1848, che dopo aver fatto tremare re e principi si spensero nel giro di pochi anni, anche questa potrebbe non arrivare fino in fondo. La maggior parte degli americani crede ancora che il proprio paese sia la nazione indispensabile, anche se dopo 8.000 miliardi di dollari spesi in "guerre infinite" molti non vogliono più fare i poliziotti del mondo. Due terzi dicono al Pew Research Center, un centro di ricerca americano, che gli Stati Uniti dovrebbero tenere conto degli interessi degli altri paesi nelle decisioni di politica estera. A fine marzo, un mese dopo l'inizio della guerra contro l'Iran, il 53% sosteneva che nella pratica la politica estera ormai li ignora: è la prima volta che una maggioranza la pensa così da quando il sondaggio esiste, cioè dal 2002. Il 54% dice inoltre che la guerra in Ucraina lo riguarda personalmente. Se la fazione MAGA di Trump perderà la Casa Bianca nel 2028, prevede il saggio, l'aggressività verso gli alleati diminuirà.

Molti studiosi dubitano che il nazionalismo nativista di Miller e Vance possa durare. Per Beckley l'America è semplicemente troppo diversificata: "L'idea del nazionalismo del sangue e del suolo, di tornare a prima del 1776: penso che semplicemente non prenderà molta forza politica". Il politologo di Stanford Francis Fukuyama concorda: "Non sono convinto che gli americani in generale abbiano rinunciato a questo progetto liberale che così tanti presidenti americani hanno sostenuto".

Brad Smith, vicepresidente di Microsoft, ricorda che i benefici delle tecnologie generaliste come l'intelligenza artificiale premiano chi le diffonde nell'economia, non chi le inventa: gli Stati Uniti sono primi al mondo nell'invenzione ma solo ventunesimi nella diffusione. "Non è che questa corsa finisca. La gente si comporta come se uno vincesse la gara, prendesse la medaglia d'oro e quella valesse qualcosa", dice. Smith dubita anche che il governo americano vorrà trasformare l'intelligenza artificiale in un'arma: Microsoft realizza il 45% dei suoi affari fuori dagli Stati Uniti e "non possiamo avere successo senza quei clienti e quei clienti sono a loro volta interconnessi a livello globale".

Anche se la palla demolitrice si fermasse, le macerie non tornerebbero al loro posto: la rivoluzione ha innescato reazioni che nessun cambio di governo a Washington potrà annullare facilmente. Dopo le minacce di gennaio di prendersi la Groenlandia dalla Danimarca, il movimento MAGA è diventato così impopolare in Europa che perfino i nazionalisti populisti prendono le distanze. "Trump sta progressivamente perdendo le sue carte", dice la studiosa italiana Nathalie Tocci. L'Unione Europea ha accelerato gli accordi commerciali con Australia, India, Indonesia, Mercosur e Messico, mentre la spesa tedesca per la difesa è raddoppiata dal 2023 e punta al 3,5% del PIL entro il 2029, il triplo del minimo toccato nel 2015. Camille Grand, ex funzionario francese che ha lavorato alla NATO, dice che se Putin mobiliterà le truppe russe gli europei "devono essere in grado di fornire la cavalleria", un'esigenza sentita soprattutto nell'Europa orientale, che teme di restare sola davanti alla Russia.

"Dobbiamo riempire il vuoto che gli Stati Uniti stanno creando nel nostro vicinato, in particolare nel Sud-Est asiatico", dice l'ex diplomatico giapponese Ishii Masafumi, ricordando che in termini di PIL l'Indonesia supererà il Giappone in appena vent'anni. Il primo ministro canadese Mark Carney, al Forum economico mondiale di Davos dello scorso gennaio, ha detto alle altre "potenze medie" che non c'è alternativa: "Se non siamo al tavolo, siamo nel menù".

Una teoria delle relazioni internazionali sostiene che serve una potenza egemone per costruire un ordine, ma che le potenze minori possono mantenerlo in vita, come hanno fatto salvando l'accordo commerciale del Pacifico oggi noto come CPTPP dopo il ritiro americano. Questi assetti senza egemone tendono però a essere instabili. "A un certo punto qualcuno deciderà che vuole uscirne, o che vuole infrangere le regole, o che le regole non valgono per lui", dice Fukuyama. Non tutte le potenze medie ci credono, del resto: in America Latina la destra ha vinto tutte le sette elezioni presidenziali dall'inizio del 2025 e nessuno pensa di resistere all'agenda americana, l'Unione Europea fatica a decidere in fretta e i paesi asiatici sono convinti di non poter reggere l'urto della Cina da soli. "Non c'è alcuna possibilità di contrastare la Cina senza gli Stati Uniti", dice John Lee, ex consigliere del ministro degli esteri australiano. Se l'America cercherà una riforma invece della demolizione totale potrà forse lavorare con le potenze minori per tenere insieme il sistema, ma a certe condizioni: "Gli Stati Uniti dovranno riguadagnarsi l'ingresso nelle istituzioni e nelle pratiche che hanno abbandonato", dice Schake. "Dovremo dimostrarci affidabili e gli altri ci diranno quando stiamo fallendo".

Lo scenario peggiore è quello della rivoluzione francese, che in quattro anni passò dai propositi ragionevoli del 1789 al Terrore e a quasi 17.000 decapitazioni. Trump, scrive l'Economist, ha messo in moto una macchina che né lui né alcun altro leader mondiale potrà controllare: il suo trattamento sprezzante di alleati e principi e la sua indulgenza verso i dittatori l'hanno solo accelerata. Un finale infelice, anarchico e violento è del tutto possibile. La Russia è diventata un paria che invade, sabota e uccide per poi nascondersi dietro le regole appena calpestate, mentre la Cina lavora in modo più calcolato: minaccia di bloccare le esportazioni delle terre rare che domina, con una pressione che il sistema commerciale mondiale fatica a reggere. Costruisce inoltre un sistema parallelo di banche di sviluppo e forum politici che non può sostituire il vecchio ordine ma può favorirne la frammentazione.

L'economista Eswar Prasad della Cornell University pensava che i benefici economici e di sicurezza della globalizzazione avrebbero compensato le chiusure dei leader; ora teme che la globalizzazione si sia guastata: "Non solo non stiamo ottenendo quei benefici, ma quella forza stabilizzatrice contro il gioco a somma zero della politica è sparita". Il suo ultimo libro si intitola "The Doom Loop", la spirale della rovina. Prasad teme anche che Trump possa sfruttare la dipendenza mondiale dal dollaro per strappare concessioni ai paesi che in una crisi avessero bisogno di liquidità di emergenza.

Con l'indebolimento delle norme internazionali, i paesi coglieranno occasioni che un tempo sarebbero state troppo rischiose. L'Iran ha preso il controllo dello Stretto di Hormuz, ha attaccato le infrastrutture energetiche dei vicini e cercherà di pagarsi la ricostruzione con pedaggi di transito, sul modello delle alleanze monetizzate da Trump. Altri colli di bottiglia saranno sfruttati: il Canale di Panama, la rotta artica, gli stretti di Bab al-Mandab e di Malacca, il primato olandese nella litografia per i microchip, le fabbriche di semiconduttori di Taiwan, i minerali del Congo e del Brasile. I leader rispolvereranno i piani per regolare i conti con i vicini, dalle schermaglie tra Cambogia e Thailandia alle rivendicazioni cinesi contro quasi tutti gli stati marittimi dell'Asia. Un sistema internazionale che si rompe premia i predatori: aiutando Putin a combattere l'Ucraina, il nordcoreano Kim Jong Un ha riguadagnato influenza presso Russia e Cina.

L'era del controllo degli armamenti nucleari è finita. Il trattato New START tra Stati Uniti e Russia è scaduto a febbraio, lasciando entrambi liberi di rimettere in servizio le testate immagazzinate, la Russia ha lanciato minacce nucleari nella guerra contro l'Ucraina e la Cina sta espandendo rapidamente il suo arsenale, mentre gli Stati Uniti preparano la loro prima nuova testata nucleare in quasi quarant'anni. In oltre sessant'anni le potenze nucleari sono passate solo da quattro a nove, molto meno di quanto temeva Kennedy nel 1963, anche perché molti paesi si sentivano protetti dall'ordine basato sulle regole: l'Ucraina del 1994 rinunciò alle testate ereditate dall'Unione Sovietica proprio per questo. Ma se Trump deride gli alleati, anche i più stretti, chi può credere che userebbe l'atomica per difenderli? La guerra in Iran ha messo in dubbio perfino la capacità americana di fermare la proliferazione con la forza e paesi che non avevano ambizioni nucleari cominciano a coltivarle.

Paul van Hooft, responsabile della deterrenza di RAND Europe, un centro studi, dice che se diversi stati correranno alla bomba "la probabilità di una guerra aumenta, così come la probabilità che una di quelle guerre coinvolga uno stato nucleare o che si arrivi all'uso di un'arma nucleare o due". Brad Roberts, ex funzionario del Pentagono, ricorda che le centrali nucleari dell'Asia orientale ospitano un numero sorprendente di supercomputer: "Hanno funzioni legittime, ne sono certo. Ma c'è da chiedersi quali altre funzioni abbiano avuto". "È un quadro piuttosto cupo", dice Joel Rosenthal, presidente del Carnegie Council for Ethics in International Affairs, un altro centro studi. "Non vedo davvero una via d'uscita. Vedo solo mitigazione, non prevenzione".

I prossimi leader americani, conclude il saggio, scopriranno che costruire un nuovo ordine è molto più difficile che demolire il vecchio. Il sistema del dopoguerra ha dato agli Stati Uniti vantaggi enormi per quasi un secolo: meccanismi permanenti di influenza, stabilità alle proprie condizioni, i guadagni che derivano dall'essere l'ancora del sistema finanziario mondiale e l'assenza di guerre tra grandi potenze. La demolizione può essere letta come un sintomo morboso di declino, il volto esterno del decadimento dei valori e della politica interna, oppure come la premessa di un nuovo ordine ancora guidato dall'America, prova della sua straordinaria capacità di rinnovarsi. Sarebbe però un'inversione storica, perché i nuovi ordini nascono di solito dalle guerre: servì la Guerra dei Trent'anni per arrivare alla pace di Vestfalia del 1648, servirono le guerre napoleoniche per il Concerto europeo e la sconfitta di Hitler per le Nazioni Unite.

Un po' di conforto arriva da Zhao Tong, del Carnegie Endowment for International Peace, un centro studi: i leader cinesi non hanno fretta, vogliono continuare ad accumulare potere e questo potrebbe lasciare alle due superpotenze il tempo di arrivare per gradi a una convivenza tollerabile. Per Fukuyama, però, usare piccole guerre per ricalibrare gli equilibri in un mondo pieno di armi nucleari significa corteggiare la catastrofe: "Ho paura", ammette. Westad vede una tentazione crescente, per i leader ambiziosi o spericolati, di agire in fretta per ottenere ciò che vogliono finché possono: "È proprio per questo che sono preoccupato". Come quelle del 1776, del 1789 e del 1848, la rivoluzione della palla demolitrice ha ormai preso vita propria e la paura costante sarà che le forze liberate non si fermino finché la demolizione non sarà completa.


Le riforme economiche di Cuba non convincono Trump


Cuba ha approvato a giugno il pacchetto di riforme economiche più ambizioso dalla rivoluzione del 1959, ma non è riuscita a convincere l'amministrazione Trump, che ha risposto con nuove sanzioni. Le 176 proposte servono a rilanciare un'economia in crisi profonda e sono anche un gesto distensivo verso Washington, che lavora apertamente alla caduta del governo comunista dell'isola.

Il piano prevede la privatizzazione delle imprese statali, lo scambio di parte del debito pubblico con asset, l'apertura del mercato al settore privato, la fine dei controlli sui prezzi e la riduzione del ruolo dello Stato come intermediario in tutti i campi, dalle importazioni agli investimenti esteri. Sono le aperture più nette al mercato da quando Fidel Castro prese il potere nel 1959 e per molti versi vanno oltre quanto Washington potesse sperare, secondo Pedro Monreal, economista cubano che ha lavorato a lungo per le Nazioni Unite. Monreal ha detto a Bloomberg che le riforme sembrano pensate anche per "attirare l'attenzione del governo americano" e convincerlo ad aprire un negoziato.

Il giorno dopo l'approvazione delle misure da parte del comitato centrale del Partito Comunista e dell'Assemblea nazionale, riuniti in sessioni convocate in fretta, un portavoce del dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano, le ha definite "segnali di fumo arrivati con grande ritardo e in definitiva superficiali". La settimana successiva il dipartimento del Tesoro ha imposto nuove sanzioni a banche, società minerarie e aziende di logistica cubane, oltre che alla nuora di Raúl Castro.

Da gennaio gli Stati Uniti hanno bloccato quasi tutte le importazioni di carburante dell'isola, rifornita solo da una petroliera russa, e con le sanzioni secondarie, che colpiscono le aziende straniere che fanno affari con Cuba, hanno costretto diversi partner commerciali del governo ad andarsene. Le catene alberghiere hanno lasciato il paese e grandi progetti minerari sono stati sospesi. I blackout erano cronici già prima delle nuove ostilità, ma secondo le Nazioni Unite ora stanno spingendo i 10 milioni di abitanti dell'isola sull'orlo di una crisi umanitaria.

I colloqui tra Washington e L'Avana proseguono senza risultati e martedì il ministro degli Esteri cubano ha detto che sono di fatto in stallo. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ripetuto più volte che non ci sarà alcun accordo finché il regime, al potere da 67 anni, resterà in piedi, mentre Cuba risponde che la sua leadership e la sua forma di governo non sono in discussione. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha difeso le riforme in un discorso del fine settimana scorso, negando che siano una resa: "Restaurare il capitalismo a Cuba non sarà mai uno dei nostri obiettivi. Si tratta di salvare la rivoluzione e le sue innegabili conquiste sociali".

Molte proposte restano vaghe e molto dipenderà dalle norme che le attueranno, ha detto Ricardo Torres, economista cubano e professore all'American University di Washington. Per Torres conta soprattutto l'ordine con cui le misure verranno applicate, una delle lezioni delle riforme nell'Europa dell'Est: eliminare i controlli sui prezzi prima di costruire una rete di protezione sociale sarebbe catastrofico per i più poveri, mentre privatizzare le industrie senza organi di vigilanza sarebbe "un cocktail di abusi, corruzione e favoritismi".

Con il sostegno del Cuba Study Group, un centro studi di Washington, Torres, Monreal e altri tre economisti stanno preparando una roadmap alternativa concentrata proprio su tempi e sequenze. La prima sfida è stabilizzare energia, agricoltura e conti pubblici per evitare il peggioramento della crisi umanitaria e preparare il terreno agli investimenti futuri.

L'Avana intanto si comporta come se un accordo senza cambiamenti politici fosse possibile. Ahmed Faisal, un consulente del governo cubano, ha detto al quotidiano di Abu Dhabi The National che il governo ha firmato intese preliminari con investitori mediorientali su turismo, aviazione, sanità e farmaceutica. Uno dei progetti prevede un resort di lusso chiamato Trump Island su Cayo Santa Maria, al largo della costa settentrionale del paese.

Norma Camero-Reno, professoressa di diritto alla Schiller University di Tampa, ha descritto a Bloomberg l'annuncio cubano come una mossa disperata per alleggerire la pressione americana. Anche per Torres, senza un cambiamento politico è difficile immaginare l'arrivo sull'isola di capitali diversi da quelli più speculativi: il governo cubano in passato ha espropriato proprietà e riscritto unilateralmente i contratti. "La storia non è dalla loro parte", ha detto. "Senza un cambiamento istituzionale profondo, quali garanzie e certezze possono avere gli investitori stranieri a Cuba?".

Il vicesegretario di Stato Christopher Landau ha usato parole simili la settimana scorsa al vertice dell'Organizzazione degli Stati Americani a Panama: il regime dell'Avana "sta collassando e deve attuare immediate riforme economiche e politiche", ha detto. "Non avete scelta".


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250 anni di America, la promessa incompiuta della libertà


Duecentocinquant’anni fa tredici colonie dichiararono che il potere non discende dai re ma dal consenso degli uomini liberi. L’America ha spesso tradito quella promessa, ma la sua grandezza è averla scritta all’inizio della propria storia: il criterio con cui essere giudicata

Oggi, 4 luglio 2026, gli Stati Uniti d’America non celebrano soltanto un anniversario. Celebrano una ferita, una promessa, una contraddizione, una speranza. Duecentocinquant’anni fa, tredici colonie affacciate sull’Atlantico ebbero l’audacia quasi impensabile di dichiarare che il potere non discendeva dal sangue dei re, né dalla grazia dei troni, né dalla forza degli imperi ma dal consenso degli uomini liberi. In quel gesto, compiuto nel caldo di Filadelfia nel 1776, non nacque semplicemente uno Stato: nacque un linguaggio politico destinato a cambiare il mondo.

La Dichiarazione d’Indipendenza rimane uno dei testi più potenti della modernità politica. Le sue parole più celebri – “all men are created equal” e il diritto alla “Life, Liberty and the pursuit of Happiness” – non furono soltanto una formula giuridica: furono un terremoto morale. In esse c’era già tutto: la dignità dell’individuo, la legittimazione democratica del potere, il diritto dei popoli a non essere governati come sudditi, ma riconosciuti come cittadini.

Eppure, fin dall’inizio, l’America fu grande non perché fosse pura, ma perché seppe pronunciare un ideale più alto della propria realtà. Nel 1776, mentre proclamava l’uguaglianza, tollerava ancora la schiavitù. Mentre invocava la libertà, escludeva donne, nativi, afroamericani, poveri e moltitudini senza voce. La sua grandezza, dunque, non sta nell’assenza di contraddizioni ma nella forza con cui quella frase originaria – “tutti gli uomini sono creati uguali” – avrebbe continuato a perseguitarla, a giudicarla, a costringerla a diventare più simile alla propria promessa.

Questa è la vera storia americana: non una marcia trionfale ma una lotta incessante tra ideale e realtà. Washington, Jefferson, Adams e Franklin non costruirono un paradiso, aprirono un conflitto. Fondarono una Repubblica sul principio più esplosivo che la politica moderna avesse mai conosciuto: nessun potere è legittimo se non risponde alla libertà di coloro che governa. Da quel momento, ogni ingiustizia americana sarebbe stata misurata contro le parole del 1776. Ogni esclusione avrebbe trovato nella Dichiarazione il proprio atto d’accusa.

Ottantasette anni dopo, su un campo di battaglia devastato dalla Guerra Civile, Abraham Lincoln comprese che l’America non poteva sopravvivere se non rinascendo. A Gettysburg, nel 1863, richiamò la fondazione del 1776 e definì gli Stati Uniti una nazione “conceived in Liberty”. Poi consegnò alla storia una delle formule più alte mai pronunciate sulla democrazia: “government of the people, by the people, for the people”. Non era retorica: era sangue. Era il tentativo di dare un senso ai morti, di trasformare la guerra in rifondazione morale, di dire che una Repubblica può salvarsi solo se accetta di pagare il prezzo della propria verità.

Da Lincoln in poi, la storia americana è diventata il lungo processo attraverso cui la Dichiarazione ha cercato di raggiungere sé stessa. L’abolizione della schiavitù, il suffragio femminile, il New Deal, la lotta contro il nazismo, il movimento per i diritti civili, la conquista dello spazio, l’espansione dei diritti individuali: ogni stagione ha aggiunto un frammento alla promessa originaria. Ma ogni stagione ha mostrato anche la sua ombra: segregazione, imperialismo, disuguaglianze, guerre, razzismo strutturale, crisi democratiche. L’America ha spesso tradito la sua origine. Ma la sua eccezionalità, quando esiste, non consiste nell’essere innocente; consiste nell’avere scritto, all’inizio della propria storia, il criterio con cui poter essere giudicata.

Per questo Martin Luther King Jr., nel 1963, non parlò contro l’America: parlò all’America, usando l’America contro le sue ingiustizie. Il suo “I have a dream” fu il secondo atto della Dichiarazione d’Indipendenza. Quando invocò il giorno in cui la libertà avrebbe risuonato “from every mountainside”, King non stava chiedendo un favore alla maggioranza bianca: stava reclamando il pagamento di un debito morale contratto nel 1776. La sua voce dimostrò che i testi fondativi non appartengono ai vincitori ma a chi ha il coraggio di prenderli sul serio.

Duecentocinquant’anni dopo, l’America arriva al suo anniversario più simbolico in un tempo inquieto. La democrazia liberale appare fragile, polarizzata, stanca. Le istituzioni sono attraversate da sfiducia; la tecnologia ridefinisce il potere; le disuguaglianze economiche consumano il patto sociale; la politica sembra spesso incapace di parlare alla parte migliore dei cittadini. Eppure proprio per questo il 2026 non può essere soltanto una celebrazione patriottica. Deve essere un esame di coscienza.

Ogni grande anniversario pone una domanda: che cosa resta della promessa iniziale? Resta molto, se si guarda alla forza creativa degli Stati Uniti, alla loro capacità di attrarre talenti, di generare innovazione, di difendere – talvolta con coerenza, talvolta con ipocrisia – l’idea che la libertà sia un valore universale. Ma resta anche un compito immenso: dimostrare che la democrazia non è un monumento, bensì una responsabilità quotidiana. Ronald Reagan disse che la libertà “is never more than one generation away from extinction” e che deve essere difesa da ogni generazione. È una frase enfatica, certo; una frase che nel 2026 suona meno come celebrazione e più come avvertimento.

La libertà, infatti, non muore solo sotto i colpi dei carri armati. Può morire lentamente, nella disaffezione, nella menzogna pubblica, nella rabbia permanente, nella trasformazione dell’avversario politico in nemico esistenziale. Può morire quando i cittadini smettono di credere che le istituzioni siano casa comune. Può morire quando il mercato diventa destino, quando la tecnologia diventa dominio, quando la politica rinuncia alla verità. Gli Stati Uniti, nati da una ribellione contro l’arbitrio, devono oggi chiedersi se siano ancora capaci di opporre alla frammentazione contemporanea un’idea credibile di comunità democratica.

Ma l’America possiede ancora qualcosa di raro: la capacità di raccontarsi come futuro. È questa la sua forza più profonda. Non la potenza militare, non Wall Street, non Hollywood, non la Silicon Valley. Prima di tutto, l’America è una narrazione. È l’idea che una vita possa ricominciare, che l’origine non debba inchiodare il destino, che un popolo possa correggersi, che una Repubblica possa cadere e rialzarsi. È il Paese che ha fatto della speranza una forma politica. E della contraddizione una battaglia permanente.

Naturalmente, nessuna celebrazione sincera può dimenticare chi ha pagato il prezzo del sogno americano: i popoli nativi spogliati delle loro terre, gli schiavi deportati e disumanizzati, i migranti sfruttati, i soldati mandati a morire, le minoranze costrette a reclamare diritti che avrebbero dovuto possedere fin dalla nascita. Ma proprio qui si misura la grandezza tragica della vicenda americana: il suo ideale è stato spesso negato dagli stessi uomini che lo proclamavano, e tuttavia è rimasto abbastanza potente da armare moralmente coloro che ne erano esclusi.

Il duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza americana dovrebbe allora essere letto non come una festa dell’autocompiacimento, ma come una liturgia civile della responsabilità. Il 1776 non chiede agli Stati Uniti di venerare il proprio passato; chiede loro di esserne degni. Non chiede bandiere senza domande; chiede cittadini capaci di trasformare la memoria in dovere. Non chiede di credere che l’America sia sempre stata giusta; chiede di credere che la giustizia sia ancora possibile.

In fondo, tutte le nazioni vivono di miti. Ma pochi miti hanno avuto la forza normativa del mito americano della libertà. Pochi hanno ispirato rivoluzioni, costituzioni, movimenti di liberazione, dissidenti, migranti, perseguitati. Pochi hanno saputo parlare contemporaneamente al contadino del Settecento, allo schiavo in fuga, all’operaio del Novecento, allo studente davanti a un campus, al dissidente davanti a un muro, al migrante davanti a una frontiera. L’America non è stata soltanto una potenza: è stata una grammatica della possibilità.

Oggi quella grammatica è sotto pressione. Ma proprio per questo il suo anniversario conta. Perché i 250 anni dell’indipendenza non celebrano un impero perfetto ma una domanda ancora aperta: può una democrazia restare fedele alla libertà quando la libertà diventa difficile? Può una Repubblica sopravvivere alla propria ricchezza, alla propria paura, alla propria divisione? Può il popolo essere ancora sovrano in un tempo dominato da algoritmi, capitali globali e verità frantumate?

La risposta non è scritta nei monumenti di Washington, né negli archivi di Filadelfia, né nei fuochi d’artificio del 4 luglio. È scritta, come sempre, nelle scelte dei cittadini. Ogni generazione americana deve rifirmare la Dichiarazione d’Indipendenza, non con l’inchiostro ma con il modo in cui tratta i più deboli, protegge le istituzioni, custodisce il dissenso, limita il potere, riconosce la dignità di chi non le somiglia.

Duecentocinquant’anni dopo, l’America è ancora quella frase: “Life, Liberty and the pursuit of Happiness”. Una frase fragile, immensa, incompiuta. Una frase che ha attraversato guerre civili, assassinii, depressioni economiche, rivoluzioni sociali, trionfi scientifici e cadute morali. Una frase che non ha smesso di chiedere agli Stati Uniti di diventare migliori.

E forse è proprio questo il significato più profondo del 2026: non celebrare l’America perché è stata perfetta ma perché ha osato fondarsi su un ideale più grande delle proprie colpe. Non perché abbia sempre mantenuto la promessa ma perché quella promessa continua a vivere, a bruciare, a giudicare. Il 4 luglio 1776 non nacque soltanto una nazione. Nacque una sfida lanciata alla storia: che gli uomini potessero governarsi da soli, che la libertà potesse diventare istituzione, che la felicità potesse entrare nel linguaggio pubblico come diritto e non come privilegio.

Dopo 250 anni, quella sfida non è finita. È appena stata consegnata, ancora una volta, alle mani del presente.

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vivo X Fold6 arriva in Italia nel 2026: il nuovo smartphone pieghevole punta tutto sulla fotografia premium


vivo X Fold6 si prepara a entrare nella scena degli smartphone pieghevoli premium: il nuovo modello vivo punta su fotografia avanzata, design raffinato e tecnologie di nuova generazione. L'arrivo in Italia nel 2026 potrebbe segnare una nuova fase per il mercato foldable
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Vivo ha da poco annunciato il lancio in Cina di X Fold6 e ha confermato che il nuovo smartphone pieghevole arriverà in Italia entro la fine dell’anno. Nel corso delle prossime settimane, inoltre vivo svelerà tutte le innovazioni dell'X Fold6, candidato a diventare il nuovo punto di riferimento per la fotografia nel mondo dei dispositivi pieghevoli.

Caldo record, boom di condizionatori smart: meno consumi e più comfort
Le ondate di caldo sempre più intense stanno cambiando le abitudini degli italiani. Cresce l’interesse per i condizionatori smart, apprezzati per la capacità di migliorare il comfort domestico, ottimizzare i consumi energetici e offrire funzioni intelligenti per la gestione della climatizzazione
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Una dotazione da primo della classe


X Fold6 integra un sistema fotografico ZEISS completo, composto da una fotocamera principale da 200 MP, un teleobiettivo APO da 50 MP, una fotocamera ultra-grandangolare da 50 MP e dal chip proprietario vivo BlueImage Imaging Chip V3+, ottimizzato per la fotografia sui dispositivi pieghevoli. Il dispositivo supporta inoltre il nuovo vivo ZEISS Telephoto Extender Gen 2 con lunghezza focale equivalente a 200 mm, ampliando ulteriormente le possibilità creative anche nelle riprese a lunga distanza, senza rinunciare alla praticità tipica di un dispositivo foldable. A completare la dotazione spiccano la batteria da 7000 mAh e la nuova piattaforma Dimensity 9500.

Un sistema di imaging progettato per offrire la massima qualità


Come modello di punta tra gli smartphone pieghevoli, X Fold6 è dotato di un sistema completo di obiettivi ZEISS progettato per offrire una totale libertà creativa su tutte le lunghezze focali. Ogni fotocamera posteriore è potenziata dal rivestimento ZEISS T per ridurre i riflessi e l’effetto flare in condizioni di illuminazione difficili, mentre il chip di elaborazione delle immagini vivo BlueImage V3+, ottimizzato per la fotografia su dispositivi pieghevoli, supporta un'elaborazione avanzata delle immagini per prestazioni più nitide, stabili ed efficienti.
Il vivo XFold6 con il teleobiettivo Extender Gen 2Il vivo XFold6 con il teleobiettivo Extender Gen 2
Il comparto fotografico è arricchito dal teleobiettivo Extender Gen 2, equivalente a 200 mm. Progettato con un ingrandimento ottico di 2,35x, una lunghezza del corpo di 96 mm e un peso di soli 153 g, l’estensore offre a X Fold6 una portata a lungo raggio, pur mantenendo un design compatto e portatile. Basato su una struttura ottica kepleriana con 2 gruppi e 15 elementi in vetro ad alta trasmittanza, il device è perfetto per mettere alla prova la propria creatività durante concerti, eventi dal vivo, viaggi e per catturare soggetti distanti.

Anche la fotografia di ritratto beneficia della tecnologia vivo Refined Color, presente su X300 Ultra. Abbinata a una modalità ritratto ad alta risoluzione da 200 MP, essa consente di ottenere texture degne di una fotocamera professionale, dettagli incredibilmente nitidi e colori che riproducono fedelmente le tonalità naturali della pelle. Per i concerti e gli eventi dal vivo, la modalità Stage 2.0 aggiornata migliora la nitidezza e la qualità delle riprese in condizioni di illuminazione difficili. Un assistente di imaging intelligente è inoltre in grado di riconoscere scenari, ad esempio esibizioni dal vivo sul palco o show cooking, consigliando le modalità di scatto migliori e suggerimenti di composizione.
Il dispositivo è dotato di uno schermo interno da 8,02 pollici e uno schermo esterno da 6,51 polliciIl dispositivo è dotato di uno schermo interno da 8,02 pollici e uno schermo esterno da 6,51 pollici

La batteria BlueVolt da 7000 mAh


L’intera gamma di dispositivi X Fold6 è dotata di una batteria BlueVolt da 7000 mAh, che garantisce un’elevata autonomia, nonostante il design sottile. Con il nuovo X Fold6, vivo introduce la tecnologia di terza generazione delle batterie a stato semi-solido e la quinta generazione di batterie con anodo in silicio, che garantiscono una maggiore densità energetica e una lunga durata della batteria all’interno di un design compatto e pieghevole. La ricarica è supportata da FlashCharge 80 W, FlashCharge wireless da 40 W e ricarica inversa.

Dimensity 9500 potenziato


Il cuore dell’X Fold6 è il Dimensity 9500 aggiornato, sviluppato insieme da vivo e MediaTek per supportare il multitasking su schermi di grandi dimensioni con l’IA integrata nel dispositivo. Le prestazioni di picco dell’NPU aumentano del 111% rispetto alla generazione precedente, consentendo una risposta di secondo livello per attività di IA come la sintesi di documenti lunghi, mentre gli upgrade della CPU e della GPU rendono ancora più fluidi i passaggi tra più finestre e operazioni sui file.

Un ampio schermo


Il dispositivo è dotato di un doppio display top di gamma: uno schermo interno da 8,02 pollici e uno schermo esterno da 6,51 pollici; entrambi pannelli LTPO a 120 Hz con luminosità di picco locale di 5000 nit e luminosità minima di 1 nit, garantiscono una visione chiara e confortevole sia sullo schermo interno sia su quello esterno. Il display interno di X Fold6 è progettato per la gestione di attività complesse: in modalità “seriale”, gli utenti possono eseguire fino a cinque app, suddivise tra una finestra principale e quattro secondarie, con ogni finestra visibile contemporaneamente per passare rapidamente da una all’altra. Nella modalità “parallela”, quattro app possono essere eseguite contemporaneamente, consentendo agli utenti di visualizzare, confrontare e agire sulle informazioni senza dover passare da un’app all’altra. AI integrata nel dispositivo per la produttività quotidiana.

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AI integrata


X Fold6 integra l’intelligenza artificiale direttamente nel dispositivo per le attività che gli utenti svolgono più spesso. Il File Manager basato sull’IA adotta una pagina iniziale in stile PC, organizza i file in base all’app di origine e al tipo di file.

Disponibilità


vivo ha confermato che X Fold6 sarà lanciato sul mercato europeo quest’anno. Ulteriori dettagli sulla disponibilità a livello regionale, sulle configurazioni, sulla denominazione, sui prezzi e sui canali di vendita saranno annunciati in occasione del lancio europeo.


Caldo record, gli italiani scelgono condizionatori smart: meno consumi e più comfort in casa


Con l’arrivo del caldo, gli italiani tornano a cercare soluzioni per raffrescare la casa, ma la domanda sembra cambiare forma rispetto al passato. Se il ventilatore resta una risposta semplice e immediata, i dati mostrano come l’interesse si concentrisempre più su prodotti capaci di garantire un raffrescamento più efficace e stabile, in particolare sui condizionatori, ormai al centro delle ricerche legate al comfort domestico nei mesi estivi.

I dati della ricerca


È quanto emerge dall’ultima analisi dell’Osservatorio Trovaprezzi.it, che ha analizzato l’andamento delle ricerche dedicate alla climatizzazione, confrontando i dati del 2026 con quelli registrati negli anni precedenti. Nel mese di maggio 2026, le ricerche nella categoria Condizionatori e Deumidificatori hanno raggiunto quota 349.000 ricerche, in crescita del +12,4% rispetto a maggio 2025 e del +19,4% rispetto allo stesso mese del 2024.

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Il dato suggerisce come la domanda sia fortemente legata alla stagionalità e all’arrivo delle prime ondate di caldo. La crescita sembra indicare una maggiore attenzione stabile al comfort domestico, con il ventilatore che mantiene un ruolo accessibile e complementare, ma meno centrale rispetto a soluzioni più performanti. I condizionatori rappresentano infatti il 73,4% delle ricerche legate alle principali tipologie di prodotti per la climatizzazione, confermandosi nettamente la soluzione più ricercata. Seguono i condizionatori portatili, con il 10,9%, i purificatori/raffrescatori con il 10,4%, i ventilatori con il 3,4% e i deumidificatori con l’1,9%.

La scelta diventa più consapevole


Più che una sostituzione tra categorie, emerge quindi una domanda più articolata, in cui il condizionatore resta il prodotto di riferimento, mentre le altre soluzioni si inseriscono come alternative pratiche, temporanee o integrative, a seconda delle caratteristiche dell’abitazione e delle esigenze di utilizzo. A cambiare non è solo il tipo di prodotto cercato, ma anche il modo in cui le persone valutano l’acquisto: le ricerche mostrano infatti una crescente attenzione verso caratteristiche legate alla gestione intelligente, all’efficienza e al contenimento dei consumi. Tra le keyword e i filtri associati alle ricerche di condizionatori, il riferimento a prodotti wifi/smart passa dal 7,0% del 2025 al 18,4% del 2026. In leggero aumento anche le ricerche legate a termini come eco/green, che passano dal 5,8% al 6,3%.
Fonte Trovaprezzi.it: la foto mostra come si diversifica l'attenzione dei consumatori sull'acquisto di un dispositivo per la climatizzazioneFonte Trovaprezzi.it: la foto mostra come si diversifica l'attenzione dei consumatori sull'acquisto di un dispositivo per la climatizzazione

La scelta si arricchisce di nuove informazioni


Restano rilevanti anche le caratteristiche più direttamente collegate all’efficienza energetica: la keyword classe A+++ rappresenta il 15,6% delle ricerche considerate. Il quadro suggerisce che il risparmio energetico resti un criterio importante nella scelta, ma che l’attenzione degli utenti si stia ampliando: non solo classe energetica, quindi, ma anche possibilità di controllo da remoto, programmazione, ottimizzazione dell’utilizzo e maggiore versatilità del prodotto nel corso dell’anno. Dal punto di vista geografico, la domanda si concentra soprattutto nelle regioni più popolose: la Lombardia raccoglie il 31,7% di interesse per i condizionatori e i deumidificatori e il 35,7% per gli elettrodomestici dedicati al trattamento aria. Segue il Lazio, con il 15,6% per condizionatori e deumidificatori e il 13,2% per il trattamento aria. Tra le altre regioni più attive emergono Campania, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte.

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Gli ulteriori dati dell'analisi


L’analisi condotta da Trovaprezzi mostra, inoltre, come l’interesse per condizionatori e deumidificatori sia particolarmente forte nelle fasce d’età centrali: gli utenti tra i 45 e i 54 anni rappresentano il 25,2% del totale, seguiti dalla fascia 35-44 anni con il 23,8% e dai 25-34enni con il 18,9%. Sul fronte del genere, le ricerche relative a condizionatori e deumidificatori vedono una netta prevalenza maschile, con il 69,5% sul totale contro il 30,5%. Più equilibrato, invece, il pubblico interessato al trattamento dell’aria, dove gli uomini rappresentano il 52,7% degli attivi e le donne il 47,3%. Tra i brand più presenti tra le ricerche degli utenti troviamo marchi specializzati nel mondo della climatizzazione come Innova, De’ Longhi, Hisense, Olimpia Splendid, Daikin, Mitsubishi, Dyson, Samsung e Beko, a conferma di uno scenario in cui convivono soluzioni diverse: dai condizionatori fissi ai portatili, dai modelli senza unità esterna alle pompe di calore, fino ai prodotti smart e ai dispositivi per migliorare la qualità dell’aria domestica.

“Quello che emerge dalle ricerche è un cambiamento nel modo in cui gli italiani affrontano il tema del caldo in casa. Non si cerca più soltanto una soluzione immediata per superare le giornate più torride, ma si valutano prodotti capaci di garantire comfort nel tempo, maggiore efficienza e una gestione più intelligente dei consumi”, ha commenta Dario Rigamonti di Trovaprezzi.it.



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Orate col Teflon


Usati da molti anni nelle gare di pesca alla trota e in seguito nel carpfishing, gli ami con rivestimento in teflon trovano un’utilissima applicazione anche in mare, nella caccia delle orate, grazie ad alcune caratteristiche che li rendono micidiali.
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foto in alto: l’autore sorride per la bella cattura, ottenuta grazie a un vivace granchietto, innescato su due ami rivestiti in Ptfe.

La pesca è contaminazione, quello che si dimostra efficace per una tecnica, spesso lo può diventare per un’altra. Nel numero di giugno di Mondo Pesca, Alessio Marongiu che scrive di carpfishing, descrisse l’utilizzo degli ami rivestiti in teflon nella pesca ai grossi ciprinidi in acqua dolce. Niente di nuovo, questi ami da anni sono usati con profitto in acque interne, dalla trota lago, al carpfishing appunto. I giapponesi possono avere tanti difetti ma di sicuro non mancano di capacità di osservazione, hanno intuito le potenzialità del teflon, l’hanno studiato e hanno sviluppato modelli di ami anche per l’utilizzo in mare, con un ventaglio di possibili applicazioni, praticamente infinito. L’articolo di Alessio si soffermava sull’utilità degli ami rivestiti in teflon con prede dotate di un apparato boccale molto resistente e coriaceo, come quello delle carpe che nuotano sfidando la forte corrente dei fiumi e dei canali. Ma allora, perché non provare a usare il teflon an-che con le orate?
Sotto: Stefano Ghiani, grandissimo esperto della pesca delle orate dalla spiaggia, posa con una bellissima cattura effettuata in una spiaggia dell’ovest sardo.
Politetra… cosa? - La parola teflon è entrata nell’uso comune perché questo materiale ha trovato negli ultimi decenni molte applicazioni in tantissimi ambiti della vita di tutti i giorni. Teflon è il nome commerciale del politetrafluoroetilene (Ptfe), un polimero plastico che ha delle caratteristiche davvero interessanti: resiste ad altissime temperature (fonde a 327° C), è insolubile in acqua o in qualsiasi altro solvente organico, ha ottime qualità di scorrevolezza e di antiaderenza. I suoi campi di applicazione sono davvero tantissimi: la fabbricazione del rivestimento nelle pentole antiaderenti; l’impiego su molti componenti per motori, per le eccellenti doti di contenimento degli attriti e della conseguente riduzione del surriscaldamento delle parti meccaniche; nell’industria elettrica svolge un ruolo importante, grazie alle sue proprietà isolanti; nei sistemi idraulici ha quasi del tutto sostituito la canapa per mantenere la tenuta stagna negli impianti. Un materiale così interessante non poteva sfuggire all’attenzione dei produttori di attrezzi per la pesca, sempre alla ricerca di novità da proporre agli appassionati.

I vantaggi del Ptfe - Il Ptfe, nella pesca, non è una semplice moda, poiché le sue prodigiose proprietà possono davvero rendere più efficace l’azione di pesca. Nello specifico, se parliamo di ami, il teflon ha il coefficiente d’attrito più basso tra tutti i materiali conosciuti. Questa strepitosa caratteristica è stata sfruttata per ottimizzare gli ami da pesca. Rivestendo questi ultimi con il “magico polimero” si ottiene, infatti, un prodotto che alle già ottime caratteristiche primitive dell’amo, aggiunge penetrabilità, durata e anche un po’ di mimetismo. Il bassissimo coefficiente d’attrito aumenta il potere penetrante dell’amo. Questa è di sicuro la caratteristica più evidente quando lo si prende in mano. Se la punta già in partenza è ben affilata, con una minima pressione penetra, scorrendo senza attrito in modo uniforme quasi non incontrasse alcuna resistenza; davvero sbalorditivo! Il rivestimento ha anche lo scopo di proteggere l’amo dall’azione ossidante della ruggine e da quella corrosiva dell’acqua di mare. Questo concetto è da ribadire poiché, parlando tra appassionati, spesso emerge la falsa convinzione che l’acqua salata sciolga in un attimo il rivestimento, ma come abbiamo visto il Ptfe è insolubile in acqua. A queste due doti si può aggiungere un certo mimetismo che il teflon conferiscve all’amo. Infatti il rivestimento rende opaca la superficie, diminuendo di fatto spiacevoli riflessi che potrebbero insospettire i pesci.
Innesco del granchio con due ami rivestiti in Ptfe.
Prova sul campo - “Abbiamo voluto fare una prova sul campo”, si direbbe in questi casi. La verità è che, con l’amico Marco Anedda, volevamo sfuggire per qualche ora alla città e al lavoro e ci siamo rifugiati in una spiaggia del comprensorio di Costa Rei, nel sud est della Sardegna. Gli ultimi bagnanti abbandonavano la spiaggia mentre noi, in attesa del tramonto, posizionavamo i picchetti e le canne. Il vento che arrivava dal mare non era per niente confortante, caldo e umido e neanche abbastanza intenso da sollevare una minima onda. Una condizione non certo ottimale. Ma noi confidavamo sulla presenza di qualche bella orata che, in questi spot e soprattutto in estate, si ciba di granchi e vermi. I granchi li ho portati io; i vermi li ha dimenticati Marco a casa. Quindi: orate col granchio! La paratura per questa tecnica è stata più volte descritta in queste pagine. Che sia fissa o scorrevole, prevede il finale in fluorocarbon, lungo almeno un metro. In questa occasione, vista l’assenza di vento e la proverbiale trasparenza del mare di queste spiagge, abbiamo usato finali di 1,5 metri in fluorocarbon dello 0,29; una sezione che, in caso di preda veramente importante, richiede la massima cautela in fase di recupero.
Marco Anedda con una bella orata, pescata in una spiaggia di Costa Rei. In questi mesi estivi, le spiagge ospitano di giorno una grande quantità di turisti, che scema all’imbrunire, per lasciare spazio e per tutta la notte, ai pescatori alla ricerca dell’orata dei sogni.
Al fluorocarbon abbiamo legato l’amo (un primo amo va fatto scorrere sul filo prima di legare il secondo). Già in questa prima fase il teflon ha mostrato i suoi pregi. La quasi assenza di attrito ha permesso di evitare il surriscaldamento del fluorocarbon e la formazione di riccioli, con un serraggio del nodo sicuro. Ma è quando abbiamo innescato i granchi che ci siamo accorti dell’efficienza di questi ami. La punta ha bucato con estrema facilità la “corazza” del crostaceo, sia in entrata che in uscita. Una manovra molto veloce, resa facile dall’estrema scorrevolezza del Ptfe che di fatto non ha indebolito la vivacità dell’esca. Le ottime sensazioni che abbiamo riscontrato nell’innesco sono poi state confermate dalle catture, due belle orate, allamate una all’interno della bocca, una sul labbro. Gli ami rivestiti con questo polimero sono quindi un’ottima scelta se usati nella ricerca delle orate. Per il momento non si trovano modelli di piccole e piccolissime dimensioni, utili per l’innesco di vermi come l’arenicola; per il momento.

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Focus America cambia veste per raccontare i 250 anni dell'America


Nel giorno del 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza, il nostro sito si rinnova: un design più pulito e da quotidiano per seguire l'attualità americana. La missione resta la stessa: raccontare gli Stati Uniti al pubblico italiano, con rigore e senza prendere parte.

Oggi, 4 luglio 2026, gli Stati Uniti compiono 250 anni. Due secoli e mezzo fa, a Philadelphia, 56 delegati approvavano la Dichiarazione d'Indipendenza, dando così avvio a un esperimento politico che ancora oggi occupa il centro della scena mondiale. Il "Semiquincentennial", come gli statunitensi chiamano questa ricorrenza, è per l'intero Paese un'occasione per guardarsi allo specchio. Ci è sembrato il giorno giusto per fare lo stesso.

Da oggi Focus America si presenta con una veste nuova. Non è un cambio di rotta: il progetto resta lo stesso, con la stessa linea editoriale, lo stesso spirito e le stesse persone che lo portano avanti ogni giorno. Ma raccontare l'America nel suo anno simbolo richiedeva un'esperienza di lettura più chiara, più ordinata e più adatta al percorso che abbiamo davanti. Il lavoro degli ultimi mesi è servito proprio a questo: rendere Focus America più leggibile, più moderno e più riconoscibile, senza però snaturarne l'identità.

Meno rumore, più notizie


La prima cosa che noterete è la pulizia del nuovo template. Il nuovo design è più luminoso e arioso: più spazio attorno ai testi, una tipografia pensata per la lettura lunga. Abbiamo tolto ciò che distraeva e lasciato ciò che serve. Il principio che ci ha guidato è semplice: meno rumore, più notizie.

Cambia anche la nostra identità visiva. Il wordmark è stato leggermente rivisto: accanto all'urna elettorale con la bandiera americana compare ora il nome Focus America, più evidente e riconoscibile, nei colori principali della bandiera. Sono gli stessi colori che tornano in diversi punti del sito e che aiutano a dare più coerenza all'insieme. Una scelta semplice, pensata per raccontare meglio ciò che Focus America prova a fare ogni giorno: seguire da vicino la politica americana, i suoi riti, i suoi numeri, le sue campagne elettorali e le sue tensioni.

Anche la home page cambia impostazione. In apertura trovate il pezzo del giorno, scelto dalla redazione perché merita la vostra attenzione prima degli altri; quando non c'è una notizia principale, quello spazio viene occupato dall'ultimo articolo pubblicato. Il resto della parte superiore della pagina segue invece l'ordine cronologico, così da rendere subito chiaro quali contenuti sono più recenti e quali appartengono ai giorni precedenti.

Abbiamo introdotto anche un avviso negli articoli pubblicati da più di sei mesi: un modo semplice per segnalare al lettore che si tratta di una notizia datata, da leggere tenendo conto del tempo trascorso. È una scelta editoriale, non solo estetica: significa dare ordine alle notizie e maggiore contesto a chi legge, invece di rovesciare tutto indistintamente sulla pagina.

Seguire le storie, non inseguire le notizie


Ma l'attualità americana raramente si esaurisce in un solo articolo. Per questo nascono ora anche i dossier tematici: raccolte che riuniscono tutti i nostri pezzi su una stessa storia, dalle elezioni di midterm all'economia, dalla politica estera alle grandi trasformazioni istituzionali, e permettono di seguirla nel tempo, ricostruire come ci si è arrivati e capire dove può andare. È il nostro modo di dire che il contesto vale quanto la notizia.

Ci sono poi i momenti in cui l'America accelera. Per quei giorni abbiamo pensato a un sistema di aggiornamenti più immediato: le breaking news permettono di segnalare rapidamente ciò che sta accadendo e possono essere aggiornate più volte, con l'indicazione dell'ultimo aggiornamento sempre ben visibile. Accanto a questo ci sono i live blog, pensati per seguire passo dopo passo le giornate più importanti: dalle notti elettorali alle crisi internazionali, fino agli eventi che richiedono un racconto continuo.

Infine, resta ancora centrale la nostra newsletter: un modo semplice per ricevere ogni giorno la nostra selezione, pensato per chi preferisce trovare Focus America direttamente nella propria casella di posta, senza dover cercare ogni volta le notizie sul sito.

Una nuova veste per raccontare l’America


Insomma, il vestito è nuovo, la linea no. Focus America è nata per raccontare gli Stati Uniti d'America a un pubblico italiano con un approccio chiaro, documentato e imparziale. Non facciamo il tifo, non abbiamo candidati da sostenere né da affossare: le notizie non le prendiamo di parte, le riportiamo. In un'epoca in cui la politica americana viene spesso raccontata per tribù, crediamo che ci sia spazio, e bisogno, per chi prova a spiegarla senza doversi per forza schierare.

In questo contesto, i 250 anni della Dichiarazione d'indipendenza non chiudono un ciclo: ne aprono uno nuovo. Davanti agli Stati Uniti ci sono anni decisivi: le elezioni di midterm di novembre, la corsa presidenziale del 2028, un ruolo internazionale da ridefinire e una rivoluzione tecnologica, quella dell'intelligenza artificiale, che proprio dall'America sta cambiando sempre di più il nostro modo di vivere, lavorare e informarci.

Noi saremo qui a raccontare tutto questo, giorno dopo giorno, con una veste nuova e la stessa bussola di sempre: spiegare gli Stati Uniti al pubblico italiano con chiarezza, rigore e indipendenza. Buona lettura, buon 4 luglio. E che Dio benedica l'America, donandole altri 250 anni di libertà.

La redazione di Focus America

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Il Tao di Charlie Munger: riassunto e modelli mentali


Munger non era più intelligente degli altri: aveva un sistema. Il Tao di Charlie Munger raccoglie i suoi modelli mentali — inversione, circle of competence, compound intellect — per decisioni migliori in ogni ambito.

TL;DR

  • Munger non era più intelligente degli altri: aveva un sistema. Latticework of mental models — una rete di modelli da discipline diverse — per ridurre gli errori prima di cercare idee brillanti.
  • «Invert, always invert»: invece di chiederti come avere successo, chiediti cosa garantirebbe il fallimento — poi elimina quelle cause sistematicamente.
  • La saggezza di Munger non è solo per chi investe in borsa: circle of competence, pazienza composta e stupidity avoidance si applicano a carriera, relazioni e ogni decisione importante.


Nel 2023, a 99 anni, Charlie Munger è morto con un patrimonio di circa 2,6 miliardi di dollari. Ma la storia più interessante non è quella dei soldi: è quella della mente. Munger non era un genio della matematica né un analista finanziario con terabyte di dati. Era un lettore compulsivo, un avvocato di formazione, uno che aveva sviluppato nel corso di settant'anni di lavoro un modo di pensare radicalmente diverso dalla media.

Quando Warren Buffett parla di Munger — che era il suo vicepresidente di Berkshire Hathaway dal 1978 (Wikipedia) — usa quasi sempre la parola «saggezza». Non «intelligenza», non «strategia»: saggezza. La differenza è questa: l'intelligenza ti fa capire i problemi in fretta; la saggezza ti fa evitare i problemi sbagliati.

Il Tao di Charlie Munger, curato da David Clark per ROI Edizioni, raccoglie decenni di citazioni, discorsi agli shareholder meeting di Berkshire, interviste e conversazioni — organizzati per temi. Non è un manuale da leggere in linea retta: è una cassetta degli attrezzi da consultare prima delle decisioni che contano.

«Invert, always invert»: il meccanismo dietro il principio


La frase più famosa attribuita a Munger viene dal matematico tedesco Carl Jacobi: «Man muss immer umkehren» — bisogna sempre invertire. Nel contesto delle decisioni, significa questo: invece di chiederti come raggiungere un obiettivo, chiediti cosa lo saboterebbe con certezza — poi costruisci barriere contro quelle cause.

Il meccanismo cognitivo alla base è potente: il cervello umano ha una asimmetria nella valutazione del rischio. Siamo molto bravi a immaginare scenari positivi — il cosiddetto optimism bias documentato da ricercatori come Daniel Kahneman — e molto scarsi nel visualizzare concretamente come le cose potrebbero andare male. L'inversione corregge questa asimmetria forzando il pensiero verso il lato che tendiamo a ignorare.

In pratica, per qualsiasi progetto importante: fai la lista delle cinque azioni che lo farebbero fallire con certezza. Poi per ognuna definisci una contromisura concreta. Non è pessimismo — è pre-mortem thinking, e funziona. Si allinea perfettamente con il lavoro sulla resilienza: non si costruisce aspettando che le cose vadano bene, ma progettando per quando vanno male.

L'analisi completa dei modelli mentali di Munger — con esempi concreti e il piano di applicazione settimanale — è riservata ai membri del Protocollo.

I modelli mentali di Munger: analisi approfondita


David Clark organizza le citazioni di Munger in blocchi tematici. Qui analizziamo i più rilevanti con il meccanismo sottostante e l'applicazione concreta.

Circle of Competence: il cerchio e i suoi bordi


Munger divide il mondo in tre zone: ciò che capisci davvero, ciò che pensi di capire, e ciò che non capisci affatto. Il problema è la seconda zona: l'overconfidence. Il meccanismo psicologico è noto in letteratura come Dunning-Kruger effect — chi sa poco di un argomento tende a sopravvalutare la propria competenza, mentre gli esperti tendono a sottostimarla.

La pratica di Munger: mappare onestamente il confine del cerchio. Non il centro (quello è facile), ma i bordi — dove la tua competenza finisce davvero. Operare vicino ai bordi o fuori dal cerchio per noia o invidia è il modo più veloce per perdere denaro, credibilità o entrambi.

Applicazione concreta: fai una lista di tre ambiti dove hai vantaggio reale e tre dove «stai sperando». Evita decisioni importanti nel secondo gruppo per i prossimi 30 giorni. Concentra l'energia dove il mindset e la competenza si sovrappongono.

Compound Intellect: la crescita cognitiva come compounding


Munger leggeva quattro-cinque ore al giorno per tutta la vita. Buffett stima di passare l'80% della sua giornata a leggere e pensare. Non è una curiosità biografica: è la versione cognitiva del compounding finanziario.

Il meccanismo: ogni modello mentale acquisito aumenta il valore di quelli già posseduti, perché crea connessioni nuove. Un principio di psicologia cognitiva aggiunge valore ai principi economici già consolidati; una lettura di biologia evoluzionistica illumina decisioni organizzative. Il sapere non si somma — si moltiplica quando è interdisciplinare.

La pratica: non serve leggere quattro ore al giorno. Serve leggere con intenzione — scegliendo libri da discipline diverse dalla propria, prendendo appunti su «cosa cambia nel modo in cui guardo un problema» invece di accumulare fatti. Abbina questo al restare concentrato su ciò che conta davvero.

Stupidity Avoidance: evitare l'ovvio prima di cercare il brillante


Una delle intuizioni più controintuitive di Munger: il vantaggio competitivo non viene dall'essere più intelligenti, ma dall'evitare le stupidità che gli altri fanno. Munger li chiama «big mistakes» — grandi errori prevedibili che distruggono anni di lavoro: debito eccessivo, invidia, competizione dove non hai vantaggio, decisioni irreversibili prese sotto pressione emotiva.

Il meccanismo: la loss aversion documentata da Kahneman e Tversky — la perdita di 100€ pesa cognitivamente circa il doppio del guadagno di 100€. Questo significa che evitare un grande errore vale spesso il doppio di catturare un'opportunità equivalente.

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La psicologia dei soldi: riassunto completo di Morgan Housel


Fare bene con il denaro dipende dal comportamento, non dall'IQ. Housel spiega in 20 saggi come fortuna, rischio e storia personale guidano le scelte finanziarie — e come costruire sistemi che ti proteggano da te stesso.

TL;DR

  • Fare bene con il denaro dipende quasi interamente dal comportamento, non dall'intelligenza o dai dati: chi controlla le emozioni batte chi ottimizza i fogli Excel.
  • Housel spiega in 20 saggi brevi perché fortuna e rischio contano più del merito, perché il compounding funziona solo con la sopravvivenza, e cosa significa davvero il concetto di «enough».
  • Il libro non insegna a scegliere azioni: insegna a costruire sistemi che ti proteggono da te stesso, cioè dal te stesso impulsivo, invidioso e a corto termine.


C'è una storia che Morgan Housel racconta spesso: Ronald Read, bidello del Vermont, è morto nel 2014 lasciando un patrimonio di otto milioni di dollari. Nello stesso periodo, Richard Fuscone — vicepresidente di una grande banca, MBA a Harvard, guadagni da capogiro — è finito in bancarotta per eccesso di leva e spese eccessive.

Due vite opposte, stessa morale: il risultato finanziario non è una questione di IQ o di informazioni privilegiate. È una questione di comportamento nel tempo. Housel chiama questo fenomeno «la psicologia dei soldi» — ed è quello che smonta pezzo per pezzo nei 20 saggi brevi di questo libro, pubblicato nel 2020 e tradotto in oltre 60 lingue.

Morgan Housel è partner del Collaborative Fund, ex columnist del Wall Street Journal e del Motley Fool, vincitore due volte del Best in Business Award della Society of American Business Editors. Non è un guru della finanza: è un narratore che ha passato vent'anni a capire perché persone intelligenti prendono decisioni stupide con il denaro.

Perché il comportamento batte l'IQ


Il punto centrale del libro: la finanza si insegna come una scienza esatta, ma si vive come una storia personale. Cresciuto durante la Grande Depressione, avrai un rapporto col denaro diversissimo da chi ha fatto il liceo negli anni Novanta, nel pieno del boom azionario. Stesse informazioni, letture opposte della realtà.

Questo è il meccanismo che Housel chiama «storia personale del denaro»: le esperienze formative (scarsità, abbondanza, traumi, privilegi) agiscono come bias invisibili che guidano ogni scelta finanziaria prima ancora che arrivi il pensiero razionale. Non è una scusa: è il punto di partenza per smettere di replicare pattern inconsapevoli.

Le implicazioni sono concrete: non ha senso costruire un piano finanziario che regge solo se sei razionale al 100% in ogni momento. Funziona solo se regge anche quando sei stressato, invidioso, o spaventato. Ecco perché l'automazione, i vincoli pre-impegnati e le regole semplici battono l'ottimizzazione teorica.

Questo tipo di consapevolezza — capire il tuo comportamento prima di ottimizzare i numeri — è anche il cuore del lavoro sul mindset: non cambi le abitudini finanziarie senza prima capire le credenze che le generano.

«Enough»: la parola che cambia tutto


Il capitolo più trasformativo del libro si chiama «Enough» — abbastanza. Housel descrive il meccanismo psicologico per cui il goalpost si sposta sempre in avanti: guadagni di più, ma il riferimento si alza e il senso di abbastanza non arriva mai.

Questo non è un problema di carattere debole: è un difetto di design del modo in cui il cervello elabora i confronti sociali. Il sistema dopaminergico risponde all'anticipazione del premio, non al premio in sé. Una volta ottenuto l'obiettivo, il segnale cala e il sistema cerca il prossimo target — spesso più alto, più rischioso.

Il concetto di enough non è un invito alla mediocrità. È un atto di definizione attiva: quanti soldi, quanto lavoro, quanto rischio bastano perché la vita sia buona? Senza quella soglia definita, ogni decisione finanziaria è presa al buio. Housel cita il suicidio di Rajat Gupta — ex McKinsey, ricchissimo — come esempio estremo di goalpost infinito: rischiò tutto per «di più» senza aver mai definito il suo enough.

I contenuti completi — tutti i 20 saggi con l'analisi meccanismo per meccanismo, la tabella dei concetti chiave e il piano pratico settimana per settimana — sono riservati ai membri del Protocollo.

I 20 concetti chiave: mappa completa del libro


Housel struttura il libro come una sequenza di saggi indipendenti, ognuno con un meccanismo centrale. Qui li analizziamo in gruppi tematici — non come indice, ma come architettura di idee.

1-2. Fortuna e rischio: i gemelli ignorati


I primi saggi attaccano il mito del merito puro. Ogni esito finanziario è un mix di abilità e circostanza. Bill Gates ha avuto accesso a un computer nel 1968 quando quasi nessuno ce l'aveva — talento reale, ma anche fortuna strutturale. Il suo compagno di scuola Kent Evans, ugualmente dotato, è morto in un incidente da montagna a 17 anni: stesso talento, destino diverso per caso.

Il meccanismo cognitivo che ignoriamo: la disponibilità euristica ci fa attribuire il successo altrui al merito e il fallimento alla stupidità, perché così il mondo sembra più prevedibile e controllabile. Uscire da questo schema non è pessimismo: è lucidità che migliora le decisioni riducendo l'arroganza post-successo e la vergogna post-fallimento.

3-4. «Never enough» e il paradosso dello strato superiore


Housel descrive il goalpost mobile: più guadagni, più si alza il confronto sociale. Il meccanismo neurobiologico alla base è la adattamento edonistico: il cervello si adatta rapidamente ai miglioramenti delle condizioni e torna al livello basale di soddisfazione. Questo spiega perché molti ad alto reddito si sentono «non ancora abbastanza» nonostante standard oggettivi elevati.

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Bending Spoons quotata, il ritorno di Fable 5, il primo LLM italiano, il meglio della settimana


Le notizie più importanti della settimana, più l'editoriale.
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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon sabato,
questa settimana c'è stato l'effettivo ingresso in Borsa (New York, non Milano) di Bending Spoons; è tornato Claude Fable 5 di Anthropic dopo il ban; è uscito il primo LLM italiano; e tanto altro ancora. L'editoriale della settimana invece, è un'altra riflessione, ancora aspra, sul futuro dell'Europa. Buona lettura!

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Significa che non vedi il podcast, i commenti dell'autore, non hai accesso all'app, agli editoriali in anteprima e visualizzi la pubblicità.

Editoriale del sabato


Ispirato alle notizie della settimana.

L'Europa che pagherà i sussidi ai cittadini americani


gni autunno, dal 1982, lo Stato dell'Alaska stacca un assegno a ciascun residente. Arriva a tutti indistintamente, senza requisiti di reddito e senza moduli da compilare: è il dividendo dell'Alaska Permanent Fund, il fondo che incassa le royalty del petrolio e ne redistribuisce i rendimenti ai cittadini. Sam Altman quel modello lo invoca da anni, scambiando la pedina del petrolio con quella dell'IA, in una scacchiera che non ha mai visto l'Europa fra i partecipanti.

Ma l'Europa non è solo non pervenuta, è succube. È l'embrione di un continente che, se continua così, può soltanto diventare una marionetta il cui unico libero arbitrio è scegliere se concedere il proprio futuro agli Stati Uniti o alla Cina.

Ma mettiamo che siano gli Stati Uniti. [...]

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Notizie dal mondo


Le news di oggi, selezionate a mano.

Bending Spoons si è quotata a New York e vale 25 miliardi


Startup
Bending Spoons si è quotata alla borsa di New York il 1° luglio 2026, raccogliendo 1,68 miliardi di dollari con la vendita di 58 milioni di azioni a 29 dollari ciascuna. Nel primo giorno di contrattazioni il titolo è salito a 40,50 dollari, quasi il 40% in più rispetto al prezzo di emissione, portando la valutazione complessiva dell'azienda a circa 25,7 miliardi di dollari. Bending Spoons ha scelto New York perché il mercato americano offre più capitali e liquidità rispetto a Milano. Nel 2025 ha registrato ricavi per 1,31 miliardi di dollari e una perdita netta simbolica di 204mila dollari, con 500 milioni di utenti mensili attivi e 9 milioni di paganti.
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Fonte: Il Post
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È tornato Claude Fable 5 di Anthropic


Intelligenza Artificiale
Fable 5, il modello AI più potente disponibile al pubblico secondo Anthropic, è tornato accessibile dopo che l'amministrazione Trump ha revocato i controlli all'export imposti a fine giugno. Anthropic lo ha riaperto a tutti i clienti, ma ad una condizione: le query considerate a rischio per la sicurezza possono essere dirottate su modelli meno potenti. Fuori dagli abbonamenti standard, l'accesso avviene a consumo, pagando per i token usati. Fino al 7 luglio, gli abbonati possono usare Fable fino al 50% dei token a disposizione, poi devono passare ad altri modelli. Anthropic avverte che brucia token più velocemente degli altri modelli.
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Fonte: Axios
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Il primo LLM italiano, Emma, diventa virale per le risposte sbagliate


Intelligenza Artificiale
Emma è il chatbot di Egomnia (quotata in Borsa a Milano) lanciato il 20 giugno, che è diventato un caso social in pochi giorni per risposte palesemente errate: ha indicato un chilo di pane come più pesante di un chilo di piume, ha affermato che un cane può volare, e ha risposto male a tanti altri esempi che l'hanno resa un caso virale. Il fondatore ha ammesso su X che Emma ha pochi GB di dataset e parametri, è un progetto sperimentale in fase di addestramento e che i miglioramenti arriveranno con Emma-6. Ha anche citato che hanno ricevuto 50.000 chat.
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Fonte: tg24.sky.it
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OpenAI rinvia l'IPO al 2027 per colpa dei mercati


Business
OpenAI stava puntando a quotarsi in borsa già nel terzo o quarto trimestre del 2026, con l'obiettivo di raggiungere una valutazione da mille miliardi di dollari. Sam Altman aveva chiesto esplicitamente ai suoi advisor di trovare un modo per arrivarci, partendo dall'ultima valutazione privata di 730 miliardi. Ma i mercati non sono dalla sua parte: i titoli tech sono sotto pressione, gli investitori retail mostrano poca appetibilità per le nuove IPO, e la debacle post-quotazione di SpaceX — scesa da 202 a 153 dollari per azione in pochi giorni — ha reso gli advisor più cauti. A quel punto, i consulenti hanno offerto ad Altman due opzioni: aspettare il 2027 puntando ancora al trilione, oppure quotarsi prima abbassando la valutazione. Altman ha risposto che ridurre il target non è un'opzione, così il piano si sposta al prossimo anno.
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Fonte: nytimes.com
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La Francia sostituisce Palantir con un software francese


Politica
Il primo ministro francese Sébastien Lecornu ha annunciato che la DGSI, il servizio di sicurezza interna francese, passerà da Palantir alla società francese ChapsVision. Palantir lavorava con la DGSI dal 2016, dopo gli attentati del 13 novembre 2015, con contratti rinnovati tre volte fino al 2028. La motivazione dichiarata è ridurre la dipendenza tecnologica da fornitori esteri. ChapsVision, fondata nel 2019, ha generato 200 milioni di euro di fatturato nel 2025 e opera in oltre 40 Paesi. La sua piattaforma ArgonOS può funzionare in ambienti completamente isolati dalla rete pubblica, requisito rilevante per l'intelligence. La transizione richiederà tra 18 e 24 mesi; nel frattempo, il contratto con Palantir resta in vigore. Già a maggio l'intelligence interna tedesca aveva scelto ChapsVision al posto di Palantir.
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Fonte: Eurofocus | Adnkronos
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Anthropic lancia Claude Sonnet 5


Intelligenza Artificiale
Anthropic ha rilasciato Claude Sonnet 5, versione aggiornata del suo modello di medie dimensioni, ottimizzata per task agentici come pianificazione, uso di tool e coding autonomo. Le prestazioni si avvicinano a quelle di Opus 4.8, ma a un prezzo inferiore: $2 per milione di token in input e $10 per milione in output fino al 31 agosto, dopo i quali saliranno rispettivamente a $3 e $15. Sonnet 5 è più economico di Opus 4.8, GPT-5.5 di OpenAI e Gemini 3.1 Pro di Google, anche se Gemini 3.5 Flash resta più conveniente. Da oggi è il modello predefinito per i piani gratuiti e Pro. Sui benchmark, Sonnet 5 segna 63,2% nell'agentic coding contro il 69,2% di Opus 4.8 e il 58,1% del precedente Sonnet 4.6, e supera leggermente Opus 4.8 nei test di knowledge work. Miglioramenti anche sulla sicurezza: meno sycophancy, meno allucinazioni, maggiore resistenza ai prompt injection rispetto a Sonnet 4.6, anche se il livello rimane inferiore a Opus 4.8 su comportamenti disallineati e task di cybersecurity avanzati.
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Fonte: TechCrunch
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OpenAI propone al governo USA una quota del 5% della società


Politica
OpenAI ha proposto all'amministrazione Trump di cedere al governo americano il 5% della società. La proposta, riportata dal Financial Times, è nelle fasi iniziali delle trattative. A una valutazione di 852 miliardi di dollari raggiunta a marzo, quella quota varrebbe circa 42,6 miliardi. La struttura prevede che il governo riceva una partecipazione analoga anche da Anthropic, Google e Meta, creando così un fondo sovrano — un'idea apparentemente di Sam Altman. L'obiettivo dichiarato è ridurre le tensioni con Washington. Non è ancora chiaro se le altre aziende accetteranno.
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Fonte: CNBC
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Meta vuole vendere potenza di calcolo AI alle aziende esterne


Business
Meta sta costruendo un business cloud per vendere capacità di calcolo AI a clienti esterni, sfidando direttamente AWS, Microsoft Azure e Google Cloud. Il progetto si chiama Meta Compute e prevede due opzioni: vendere accesso ai propri modelli AI ospitati sull'infrastruttura interna, in modo simile a quanto fa AWS con Bedrock, oppure vendere capacità di calcolo grezza a terzi, sul modello di CoreWeave. I piani sono ancora in sviluppo e potrebbero cambiare. La mossa serve a recuperare parte degli investimenti massicci in data center e chip, che ammontano a centinaia di miliardi di dollari. Zuckerberg ha già detto pubblicamente che la vendita di compute e servizi API è «sul tavolo», e che ogni settimana arrivano richieste da aziende esterne disposte a pagare un premio rispetto al costo di acquisto.
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Fonte: Bloomberg.com
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Meta porta la lettura del pensiero a 61% di accuratezza senza chirurgia


Tecnologia
Meta ha presentato Brain2Qwerty v2, un sistema che decifra in tempo reale frasi intere a partire dall'attività cerebrale (leggendo il pensiero, praticamente), registrata senza alcun intervento chirurgico. Il modello raggiunge il 61% di accuratezza sulle parole, contro l'8% dei precedenti metodi non invasivi, e per il partecipante migliore sale al 78%, con più della metà delle frasi decodificate con al massimo un errore. Il sistema usa dispositivi MEG indossabili e deep learning end-to-end addestrato su circa 22.000 frasi registrate da nove volontari. Meta ha rilasciato pubblicamente il codice di training di entrambe le versioni del modello. L'obiettivo dichiarato è aiutare i milioni di persone con lesioni cerebrali che impediscono la comunicazione, offrendo un'alternativa scalabile agli impianti invasivi oggi usati in neuroprotetica.
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Fonte: ai.meta.com
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Apple e Xbox aumentano i prezzi per la crisi dei chip di memoria


Big tech
Apple ha aumentato i prezzi di alcuni MacBook e iPad fino al 20%, attribuendo il rincaro alla pressione della domanda di chip per i data center AI sui costi di memoria e storage. Poco dopo, Xbox ha annunciato il suo secondo aumento in meno di un anno: la console base sale di 100 dollari a 499, il modello con più memoria di 150 dollari a 749, con effetto da agosto. Rispetto a ottobre scorso, le console Xbox costano tra il 30% e il 40% in più. L'azienda ha anche avvertito che i costi di memoria e storage, già raddoppiati, potrebbero raddoppiare di nuovo entro il 2027. Anche Valve ha lanciato la Steam Machine a prezzi più alti del previsto, per le stesse ragioni.
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Fonte: bbc.com
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Letture interessanti


In lingua inglese.

Vi spiego perché la vicenda dell'AI italiana Emma, di cui tutti parlano sui social, non mi fa né ridere né sorridere


startupitalia.eu (eng)

Il CEO di AWS su perché Amazon sta assumendo 11.000 stagisti e dipendenti junior


platformer.news (eng)

L'AI sta rendendo la Silicon Valley produttiva, ansiosa e incapace di staccare


bloomberg.com (eng)

Il ban di Fable di Anthropic è finito. La battaglia su come domare l'AI è appena cominciata.


wsj.com (eng)

Notizie veloci


In lingua inglese.

L'Australia inasprisce il divieto ai minori sui social media e raddoppia le sanzioni per le aziende tech


reuters.com (eng)

Ex dipendenti di Apple e Audi hanno creato un EV di lusso ispirato al buggy lunare


arstechnica.com (eng)

WhatsApp sta finalmente introducendo i nomi utente per proteggere la privacy dei numeri di telefono


thehackernews.com (eng)

Google chiude l'API di Tenor, costringendo X, Discord e altri a cambiare


arstechnica.com (eng)

Musk smentisce il report del WSJ: SpaceX non avrebbe mostrato un prototipo di handset AI prima dell'IPO


reuters.com (eng)

L'UE afferma di aver avuto colloqui 'costruttivi' con il CEO di Apple Cook dopo lo scontro su Siri AI


reuters.com (eng

Intesa Sanpaolo migra i sistemi IT core sul cloud di Google


reuters.com (eng)

Sito del giorno

Il cimitero di Google


Killedbygoogle è il cimitero che raccoglie tutti i prodotti, app e servizi che Google ha lanciato e poi abbandonato (oltre 300). Tra gli esempi: Google Reader, Stadia, Chromecast e Google Podcasts.

Link: killedbygoogle.com

Ringraziamo i nostri mecenati: Dario Di Lascio, Pietro Bodecchi e Simone Falcini.


L'Europa che pagherà i sussidi ai cittadini americani


Ogni autunno, dal 1982, lo Stato dell'Alaska stacca un assegno a ciascun residente. Arriva a tutti indistintamente, senza requisiti di reddito e senza moduli da compilare: è il dividendo dell'Alaska Permanent Fund, il fondo che incassa le royalty del petrolio e ne redistribuisce i rendimenti ai cittadini. Sam Altman quel modello lo invoca da anni, scambiando la pedina del petrolio con quella dell'IA, in una scacchiera che non ha mai visto l'Europa fra i partecipanti.

Ma l'Europa non è solo non pervenuta, è succube. È l'embrione di un continente che, se continua così, può soltanto diventare una marionetta il cui unico libero arbitrio è scegliere se concedere il proprio futuro agli Stati Uniti o alla Cina.

Ma mettiamo che siano gli Stati Uniti.

Il 1 luglio il Financial Times, ripreso da Reuters, ha riportato che OpenAI avrebbe discusso con il governo statunitense la cessione di una quota del 5% della società ad un fondo governativo che ridistribuisce il denaro ai cittadini americani. Ad oggi si tratterebbe di circa 42,6 miliardi — una buona fetta di questi, provenienti da clienti europei.

Un mese prima, il 9 giugno 2026 OpenAI ha pubblicato l'Industrial Policy for the Intelligence Age, il documento ufficiale in cui propone un «Public Wealth Fund»: un fondo pubblico che dia a ogni cittadino americano una quota delle principali aziende AI, alimentato dal contributo congiunto di policymaker e aziende del settore. L'idea non è nuova perché già un saggio di nome Moore's Law for Everything, pubblicato nel 2021, vedeva sempre il signor Altman proporre un American Equity Fund finanziato con il 2,5% del valore di mercato delle grandi società, versato in azioni e distribuito annualmente ai cittadini adulti, partendo dal principio che se il software farà sempre più del lavoro oggi svolto dalle persone converrà concentrarsi sul "taxing capital rather than labor".

Cinque mesi prima l'articolo del FT: il 3 febbraio 2025 Trump firma l'ordine esecutivo che chiede un piano per un fondo sovrano federale. Quattro mesi dopo, il 10 giugno 2026 dichiara che le aziende IA potrebbero "restituire" qualcosa al pubblico, e qualche giorno dopo Bernie Sanders presenta l'«American AI Sovereign Wealth Fund Act», che punta a una partecipazione pubblica del 50% nelle grandi aziende del settore. Da destra e da sinistra, con motivazioni opposte, Washington converge sull'idea di socializzare una buona fetta dei rendimenti dell'IA dentro i confini nazionali.

Ripeto, dentro i confini nazionali.

Da questa parte dell'Atlantico che succede? Un'azienda milanese che paga le API di Claude, un abbonamento a ChatGPT sottoscritto da una famiglia in Spagna, una pubblica amministrazione, forse olandese, forse danese, che compra licenze enterprise di Gemini: tutto questo rientra nei ricavi che sostengono la valutazione da 852 miliardi. Se il 5% di quella valutazione finisse in un fondo che paga dividendi ai cittadini americani, il denaro europeo speso in intelligenza artificiale contribuirebbe, letteralmente, al reddito dei cittadini di un altro paese. L'Alaska funziona esattamente così: l'assegno dei residenti lo finanziano, in ultima istanza, i clienti che comprano il petrolio dello Stato. Nel mercato dell'IA i clienti, in buona parte, siamo noi.

L'Europa finora ha scelto la strada della regolazione — AI Act, DMA, obblighi di interoperabilità — mentre gli Stati Uniti hanno imboccato quella della proprietà. Sono due risposte alla stessa tecnologia, ma solo la seconda genera rendite e rappresenta il «manico del coltello».

Quindi, se il paese con gli LLM più potenti e più utilizzati al mondo inizia a redistribuire il surplus soltanto alla propria popolazione, quanto vale ancora, per un governo europeo, la posizione di puro cliente-regolatore? Ha senso negoziare quote o meccanismi di compartecipazione in cambio dell'accesso a un mercato da 450 milioni di consumatori? Oppure la risposta passa da una capacità propria — modelli, data center, un fondo europeo — che oggi, con la parziale eccezione di Mistral, su quella scala non esiste?

L'Alaska ha potuto permettersi il suo assegno perché il resto del mondo aveva bisogno del suo petrolio, e nessun acquirente si è mai chiesto dove finissero quei margini. Ma un'Europa che potrebbe ma non riesce, è in grado di accettare un destino di «protettorato americano», di «controllata» delle aziende AI estere che hanno 10 volte la potenza di calcolo del nostro continente e un interruttore per spegnere l'IA sulla quale potenzialmente baseremo tutte le nostre infrastrutture?

Senza un effort paragonabile o superiore al dopo guerra europeo, è difficile immaginarsi un esito diverso, ma una parte di me spera di sbagliarsi.


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L'Europa che pagherà i sussidi ai cittadini americani


Un futuro sin troppo probabile.

Ogni autunno, dal 1982, lo Stato dell'Alaska stacca un assegno a ciascun residente. Arriva a tutti indistintamente, senza requisiti di reddito e senza moduli da compilare: è il dividendo dell'Alaska Permanent Fund, il fondo che incassa le royalty del petrolio e ne redistribuisce i rendimenti ai cittadini. Sam Altman quel modello lo invoca da anni, scambiando la pedina del petrolio con quella dell'IA, in una scacchiera che non ha mai visto l'Europa fra i partecipanti.

Ma l'Europa non è solo non pervenuta, è succube. È l'embrione di un continente che, se continua così, può soltanto diventare una marionetta il cui unico libero arbitrio è scegliere se concedere il proprio futuro agli Stati Uniti o alla Cina.

Ma mettiamo che siano gli Stati Uniti.

Il 1 luglio il Financial Times, ripreso da Reuters, ha riportato che OpenAI avrebbe discusso con il governo statunitense la cessione di una quota del 5% della società ad un fondo governativo che ridistribuisce il denaro ai cittadini americani. Ad oggi si tratterebbe di circa 42,6 miliardi — una buona fetta di questi, provenienti da clienti europei.

Un mese prima, il 9 giugno 2026 OpenAI ha pubblicato l'Industrial Policy for the Intelligence Age, il documento ufficiale in cui propone un «Public Wealth Fund»: un fondo pubblico che dia a ogni cittadino americano una quota delle principali aziende AI, alimentato dal contributo congiunto di policymaker e aziende del settore. L'idea non è nuova perché già un saggio di nome Moore's Law for Everything, pubblicato nel 2021, vedeva sempre il signor Altman proporre un American Equity Fund finanziato con il 2,5% del valore di mercato delle grandi società, versato in azioni e distribuito annualmente ai cittadini adulti, partendo dal principio che se il software farà sempre più del lavoro oggi svolto dalle persone converrà concentrarsi sul "taxing capital rather than labor".

Cinque mesi prima l'articolo del FT: il 3 febbraio 2025 Trump firma l'ordine esecutivo che chiede un piano per un fondo sovrano federale. Quattro mesi dopo, il 10 giugno 2026 dichiara che le aziende IA potrebbero "restituire" qualcosa al pubblico, e qualche giorno dopo Bernie Sanders presenta l'«American AI Sovereign Wealth Fund Act», che punta a una partecipazione pubblica del 50% nelle grandi aziende del settore. Da destra e da sinistra, con motivazioni opposte, Washington converge sull'idea di socializzare una buona fetta dei rendimenti dell'IA dentro i confini nazionali.

Ripeto, dentro i confini nazionali.

Da questa parte dell'Atlantico che succede? Un'azienda milanese che paga le API di Claude, un abbonamento a ChatGPT sottoscritto da una famiglia in Spagna, una pubblica amministrazione, forse olandese, forse danese, che compra licenze enterprise di Gemini: tutto questo rientra nei ricavi che sostengono la valutazione da 852 miliardi. Se il 5% di quella valutazione finisse in un fondo che paga dividendi ai cittadini americani, il denaro europeo speso in intelligenza artificiale contribuirebbe, letteralmente, al reddito dei cittadini di un altro paese. L'Alaska funziona esattamente così: l'assegno dei residenti lo finanziano, in ultima istanza, i clienti che comprano il petrolio dello Stato. Nel mercato dell'IA i clienti, in buona parte, siamo noi.

L'Europa finora ha scelto la strada della regolazione — AI Act, DMA, obblighi di interoperabilità — mentre gli Stati Uniti hanno imboccato quella della proprietà. Sono due risposte alla stessa tecnologia, ma solo la seconda genera rendite e rappresenta il «manico del coltello».

Quindi, se il paese con gli LLM più potenti e più utilizzati al mondo inizia a redistribuire il surplus soltanto alla propria popolazione, quanto vale ancora, per un governo europeo, la posizione di puro cliente-regolatore? Ha senso negoziare quote o meccanismi di compartecipazione in cambio dell'accesso a un mercato da 450 milioni di consumatori? Oppure la risposta passa da una capacità propria — modelli, data center, un fondo europeo — che oggi, con la parziale eccezione di Mistral, su quella scala non esiste?

L'Alaska ha potuto permettersi il suo assegno perché il resto del mondo aveva bisogno del suo petrolio, e nessun acquirente si è mai chiesto dove finissero quei margini. Ma un'Europa che potrebbe ma non riesce, è in grado di accettare un destino di «protettorato americano», di «controllata» delle aziende AI estere che hanno 10 volte la potenza di calcolo del nostro continente e un interruttore per spegnere l'IA sulla quale potenzialmente baseremo tutte le nostre infrastrutture?

Senza un effort paragonabile o superiore al dopo guerra europeo, è difficile immaginarsi un esito diverso, ma una parte di me spera di sbagliarsi.

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Il modello di Focus America per le elezioni di metà mandato del novembre 2026


Vi presentiamo il nostro nuovo modello che stima seggio per seggio chi vincerà a novembre. Oggi dà i democratici avanti di 5,2 punti nel voto nazionale, il che significa che sono favoriti alla Camera dei Rappresentanti e testa a testa al Senato.
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Abbiamo costruito un nostro modello statistico per provare a rispondere a una domanda semplice: chi vincerà le elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026? Le elezioni di metà mandato, in inglese midterm, si svolgono dopo due anni da ogni elezione presidenziale. Servono a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e un terzo dei 100 seggi del Senato.

Si tratta del primo grande test elettorale per il presidente in carica, che oggi è il repubblicano Donald Trump, e stabiliscono chi controllerà il Congresso nei due anni successivi. Il loro risultato è decisivo: da esso dipenderà infatti se il presidente potrà contare ancora su una maggioranza favorevole per approvare le sue leggi o se sarà costretto a trattare con l’opposizione per la parte finale del suo mandato.

Il nostro modello di previsione combina 3 elementi: i sondaggi nazionali e locali, i “fondamentali”, cioè le caratteristiche strutturali di ogni Stato e di ogni collegio che possono influenzare il voto al di là delle rilevazioni, e alcuni andamenti storici ricavati dai cicli elettorali precedenti. Il risultato è stato consentirci di fare una previsione seggio per seggio per entrambe le camere, che viene aggiornata più volte al giorno. Con una premessa importante: un partito indicato come favorito non è un partito certo della vittoria. Il modello ragiona in termini di probabilità e margini, non di verdetti definitivi.

Il modello completo, con la mappatura di tutti i seggi, le previsioni Stato per Stato e i numeri aggiornati in tempo reale, è disponibile qui:

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino

Cosa ci dice il modello oggi


Il punto di partenza è il generic ballot, cioè la media nazionale dei sondaggi che chiedono agli elettori se, alle elezioni per il Congresso, voterebbero genericamente per il candidato democratico o per quello repubblicano. Oggi i democratici sono al 47,2% e i repubblicani al 42,0%, con un vantaggio democratico di 5,2 punti e un margine di incertezza compreso tra 3,7 e 6,5 punti. Questa è la fotografia dell’umore nazionale: il dato da cui parte tutto il resto.

Alla Camera dei Rappresentanti, dove si rinnovano tutti i 435 seggi e la maggioranza si raggiunge a quota 218, il modello indica al momento i democratici come favoriti. La proiezione, che include anche l’assegnazione dei cosiddetti seggi in bilico, attribuisce loro 224 seggi contro i 211 dei repubblicani. Ma anche considerando soltanto i seggi già assegnati a un partito, e lasciando quindi fuori quelli ancora incerti, i democratici arrivano già a 218, esattamente la soglia della maggioranza, contro i 198 dei repubblicani. Restano 19 seggi in bilico.

Al Senato il quadro è invece di sostanziale parità. La maggioranza si raggiunge a quota 51 seggi su 100, ma con un’avvertenza: se l’aula dovesse dividersi 50 a 50, il voto decisivo ("tie breaker" in linguaggio politico americano) spetterebbe al vicepresidente, che per Costituzione presiede il Senato, oggi il repubblicano JD Vance. Per questo ai democratici servono 51 seggi per ottenere la maggioranza, mentre ai repubblicani ne bastano 50. La nostra proiezione assegna esattamente 51 seggi ai democratici e 49 ai repubblicani, ma con soli 4 seggi in bilico il controllo dell’aula resta appeso a poche migliaia di voti. Per questo il modello classifica la sfida come un sostanziale testa a testa.

Se alla Camera dei Rappresentanti ogni due anni vengono rinnovati tutti i 435 seggi, rimettendo interamente in gioco la maggioranza, al Senato il meccanismo è diverso: i senatori restano, infatti, in carica sei anni e solo un terzo dell'aula viene rinnovato a ogni ciclo elettorale. Questo significa che a novembre 2026 saranno in palio 35 seggi, mentre gli altri 65 non saranno sottoposti al voto e resteranno in mano ai senatori attualmente in carica fino ai cicli successivi. I democratici partono quindi da 34 seggi e, per arrivare a quota 51, devono conquistarne 17 dei 35 in palio. È un margine strettissimo, che spiega perché lo spostamento di pochi Stati possa bastare a cambiare il controllo dell'aula.

Le migliori occasioni per strappare un seggio ai repubblicani sono concentrate in 4 Stati. La più promettente è la North Carolina, dove l'ex governatore democratico Roy Cooper è avanti di 5,7 punti in una sfida per un seggio aperto, cioè senza un senatore uscente candidato alla rielezione. Seguono 3 Stati considerati in bilico dal nostro modello: il Maine, dove il democratico Graham Platner sfida la repubblicana uscente Susan Collins; l'Ohio, dove l'ex senatore democratico Sherrod Brown prova a tornare al Senato contro l'attuale senatore Jon Husted; e il Texas, dove il candidato democratico James Talarico corre per un seggio aperto contro il procuratore generale repubblicano Ken Paxton, che alle primarie ha battuto il senatore uscente John Cornyn.

Secondo il nostro modello, i 4 seggi più decisivi per il controllo del Senato sono quelli in gioco in Maine, Ohio, Texas e Alaska. In Maine i democratici sono attualmente avanti di 2,8 punti, in Ohio di 1,5 e in Texas di 1,1. L'Alaska è l'unico tra gli Stati più contendibili in cui risultano ancora in vantaggio i repubblicani, ma con un margine di appena 0,7 punti. Il modello considera un seggio in bilico quando la distanza tra i due candidati è inferiore a 3 punti, una soglia compatibile con il margine d'errore tipico di un sondaggio.

Come si costruisce la media nazionale


Nella media del generic ballot ogni rilevazione entra con un peso diverso, perché non tutti i sondaggi hanno la stessa affidabilità. Nel nostro modello contano quindi di più quelli realizzati da istituti con una storia di previsioni accurate, secondo la classifica di qualità che usiamo come riferimento. Ma pesano di più anche i sondaggi condotti sugli elettori probabili rispetto a quelli sugli elettori registrati o sugli adulti in generale, perché stimare il comportamento di chi andrà davvero a votare è più significativo che misurare soltanto chi avrebbe diritto a farlo. I sondaggi commissionati da un partito, invece, hanno un peso minore e vengono corretti spostando il risultato di un punto e mezzo nella direzione opposta allo sponsor.

Un secondo correttivo riguarda le inclinazioni sistematiche dei singoli istituti di sondaggi. Alcuni sondaggisti tendono infatti a produrre, in modo abbastanza costante nel tempo, risultati leggermente più favorevoli ai democratici, altri ai repubblicani. Il modello misura questa inclinazione, chiamata in gergo house effect, e la sottrae prima di includere il loro dato nella media, così da rendere gli istituti più comparabili tra loro. È previsto anche un tetto al peso degli istituti che pubblicano molti sondaggi in rapida successione, per evitare che un singolo istituto di sondaggio particolarmente prolifico finisca per dominare la media.

Tutti questi sondaggi, ciascuno con il proprio peso, vengono poi trasformati da una nuvola di punti in una linea continua. Lo strumento che usiamo si chiama filtro di Kalman e funziona come segue: invece di inseguire ogni singola rilevazione, il nostro modello stima un livello “reale” dell'andamento della sfida, che si muove gradualmente giorno dopo giorno, e considera ogni sondaggio come una misura imperfetta di quel livello. Nei giorni senza nuove rilevazioni la linea resta sostanzialmente stabile, ma l’incertezza aumenta: per questo la banda intorno alla stima si allarga quando i dati sono più scarsi. È da qui che nasce il dato di oggi: democratici avanti di 5,2 punti, ma con un intervallo di confidenza compreso tra 3,7 e 6,5 punti.

Questa media fotografa la situazione a oggi e non include ancora alcuna correzione storica. Le due correzioni successive non modificano invece il numero mostrato in pagina, ma servono a trasformare l’umore nazionale in una previsione di seggi. Per stimare chi vincerà a novembre, infatti, il margine grezzo dei sondaggi non basta.

La prima correzione che effettuiamo per affinare il calcolo dei seggi riguarda una distorsione nota del generic ballot, che storicamente tende a sovrastimare i democratici rispetto al risultato effettivo alla Camera dei Rappresentanti. Nel 2022, per esempio, la media dei sondaggi indicava i democratici avanti di 1,5 punti, ma alle urne i repubblicani vinsero il voto nazionale di 2,8 punti. Per questo, prima di alimentare i modelli sui singoli seggi, abbiamo scelto di correggere il dato riducendo leggermente il margine di vantaggio democratico stimato dai sondaggi.

La seconda correzione tiene invece conto di come tendono a evolvere i sondaggi sulle midterm man mano che ci si avvicina al voto. Le rilevazioni fotografano la situazione attuale, ma l’elezione si terrà solo a novembre. Osservando i cicli elettorali dal 1994 al 2024 emerge un andamento piuttosto chiaro: il partito del presidente in carica tende a perdere terreno con l’avvicinarsi delle urne. È il cosiddetto il cosiddetto effetto di rigetto contro il partito al potere: nelle elezioni di metà mandato, infatti, gli elettori tendono spesso a usare il voto come un referendum sul presidente in carica. A pochi mesi dal voto, questo effetto vale in media poco più di 2 punti e si esaurisce il giorno dell’elezione.

Poiché oggi il presidente è un repubblicano, la seconda correzione sposta il clima nazionale verso i democratici, cioè nella direzione opposta rispetto alla prima correzione. In sintesi, il “clima politico nazionale” che entra nella parte del modello che usiamo per stimare i seggi nasce dalla somma di 3 distinti elementi: il margine dei sondaggi attuali, meno la distorsione storica del generic ballot, più l'effetto di rigetto atteso a favore dell’opposizione con l’avvicinarsi delle midterm.

I modelli del Senato e della Camera


Per il Senato, il modello stima il risultato in ciascuno Stato chiamato al voto partendo dai fondamentali: cioè dagli elementi che permettono di valutare la sfida elettorale prima ancora di considerare i sondaggi locali. I fondamentali combinano 4 elementi: il clima politico nazionale calcolato come descritto in precedenza; l’orientamento dello Stato alle ultime elezioni presidenziali, misurato rispetto alla media nazionale, con il risultato del 2024 che pesa più di quello del 2020; il risultato dell’ultima elezione al Senato per quello stesso seggio; e il vantaggio di chi è già in carica e si candida per la rielezione.

Nel nostro modello, un senatore uscente che si ricandida parte con un vantaggio stimato di circa 4 punti. Questo beneficio viene però ridotto in alcuni casi: per esempio quando il senatore non è stato eletto direttamente dagli elettori, ma nominato per occupare un seggio rimasto vacante dopo la morte o le dimissioni del predecessore.

Su questa base di partenza, il modello innesta poi i sondaggi dei singoli Stati, smussati nel tempo con lo stesso metodo usato per la media nazionale. Questo significa sostanzialmente che dove una sfida è molto sondata, come in Ohio o in Texas, pesano soprattutto le recenti rilevazioni locali, mentre dove dove invece i sondaggi sono pochi o assenti, resta centrale la stima basata sui fondamentali.

Per il Senato abbiamo scelto, in generale, di dare maggiore peso ai sondaggi. In alcuni degli Stati più contesi, infatti, i fondamentali da soli tenderebbero a spostare la stima troppo verso i repubblicani, mentre le rilevazioni locali più recenti indicano spesso una dinamica diversa. In questi casi preferiamo quindi dare più fiducia ai dati raccolti sul campo. Solo in pochi Stati, quando i fondamentali non riescono a descrivere pienamente la natura della sfida, applichiamo correzioni esplicite e dichiarate. È il caso, per esempio, della North Carolina e del Maine.

Alla Camera dei Rappresentanti il meccanismo è diverso, perché i collegi da stimare sono 435 e, a differenza del Senato, quasi nessuno dispone di sondaggi propri. Il nostro modello parte quindi dal risultato di ogni collegio nel 2024, ricalcolato però sui nuovi confini dei distretti in vigore nel 2026. Negli Stati Uniti le mappe dei collegi elettorali vengono ridisegnate periodicamente, una pratica che i due partiti usano spesso per costruire distretti a loro più favorevoli, il cosiddetto gerrymandering.

Poiché negli ultimi anni diversi Stati hanno ridisegnato i propri collegi, abbiamo prima ricostruito quale sarebbe stato il risultato del voto del 2024 con le mappe elettorali previste per il 2026. Per farlo siamo partiti dai risultati registrati nelle singole sezioni che compongono ciascun distretto. In questo modo, l’effetto del ridisegno dei collegi è stato già incorporato nella base di partenza del modello.

Su questa base il modello aggiunge lo spostamento nazionale, cioè quanto è cambiato il clima politico nazionale rispetto al 2024, quando i repubblicani vinsero il voto per la Camera con un margine di 2,6 punti. Questo spostamento, però, non viene applicato ovunque nello stesso modo. Ogni collegio, infatti, reagisce in maniera diversa ai cambiamenti dell'opinione pubblica nazionale: alcuni distretti si muovono molto quando cambia il clima politico, altri restano quasi fermi perché hanno un elettorato più stabile. Questo meccanismo si chiama elasticità. Nel modello viene calcolato collegio per collegio, applicando allo spostamento nazionale un moltiplicatore diverso per ciascun distretto.

A questi elementi si aggiunge il vantaggio del candidato uscente che si ricandida, stimato per la Camera in circa 2 punti. Il modello incorpora poi i pochi sondaggi locali disponibili e soprattutto anche un cosiddetto effetto di propagazione: le informazioni raccolte su un collegio influenzano, seppure in misura molto ridotta, anche la stima di altri distretti simili per area geografica, orientamento politico e profilo demografico, come livello di istruzione o grado di urbanizzazione.

Il peso dei fondamentali e quello dei sondaggi cambiano con l’avvicinarsi del voto. Quando l’elezione è ancora lontana, le rilevazioni sono storicamente meno affidabili nel prevedere il risultato finale: per questo il modello attribuisce maggiore importanza ai fondamentali. Man mano che ci si avvicina a novembre, però, i sondaggi diventano più indicativi e il loro peso aumenta progressivamente, mentre quello dei fondamentali si riduce. Alla Camera, in un collegio tipo, i fondamentali pesano oggi circa la metà della stima, ma arrivano al giorno del voto con un peso intorno al 10%. Al Senato, come detto, questo meccanismo è nei fatti disattivato: dove ci sono sondaggi locali, sono soprattutto quelli a guidare la previsione.

Un modello che si aggiorna ogni giorno


Il nostro modello è deterministico: a parità di dati in ingresso, produce sempre lo stesso risultato, senza interventi discrezionali nella fase finale. Ogni volta che un nuovo sondaggio viene inserito nella base dati, il modello ricalcola tutte le stime. L’aggiornamento avviene più volte al giorno e continuerà fino al 3 novembre. I numeri mostrati oggi in questa pagina sono quindi una fotografia aggiornata al 20 giugno 2026, a 136 giorni dal voto. Cambieranno inevitabilmente con l’arrivo di nuove rilevazioni, con la definizione delle candidature e con l’evoluzione del clima politico nazionale.

Per il Senato, dove il controllo dell’aula si decide in pochi Stati, il modello compie un passaggio ulteriore: simula diecimila volte l’esito complessivo. Le simulazioni tengono conto di due tipi di errore. Il primo è un errore comune a tutte le sfide: i sondaggi, infatti, possono sbagliare nella stessa direzione in più Stati. Il secondo è un errore specifico per ciascuno Stato, legato alle caratteristiche della singola corsa.

In questo modo il modello non si limita a contare i seggi in cui ciascun partito è favorito, ma misura anche l’incertezza della previsione. È una distinzione essenziale: sapere chi è avanti non basta, bisogna capire quanto quel vantaggio sia solido. Per questo consideriamo giusto e trasparente indicare non solo quale partito ha più probabilità di conquistare la maggioranza, ma anche quanto riteniamo che quella previsione sia affidabile.

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I quattro accordi: riassunto di Miguel Ruiz


Quattro accordi tagliano alla radice il dramma relazionale: impeccabilità della parola, non personalizzare, non fare supposizioni, fare del tuo meglio. Guida pratica al libro di Ruiz.

TL;DR

  • Fin da bambini siamo stati "addomesticati": regole, premi e punizioni hanno installato accordi interiori spesso distorti. Ruiz mostra come riconoscerli e sostituirli con quattro nuovi contratti con te stesso.
  • I quattro accordi non sono comandi morali: sono tecniche di igiene mentale per ridurre il dramma relazionale. Funzionano anche se ignori completamente la tradizione tolteca.
  • Il più potente è il terzo — non fare supposizioni. Una domanda diretta al giorno può eliminare settimane di rancore costruito su storie inventate.


Pensa all'ultima volta che qualcuno non ti ha risposto subito. In quanti secondi hai costruito una storia plausibile — forse è arrabbiato, forse ho detto qualcosa di sbagliato, forse non gliene importa niente? E poi, quando è arrivata la risposta ("scusa, ero al telefono"), tutta quella architettura narrativa è crollata — e tu avevi già vissuto un ciclo completo di ansia, rimpianto e difesa.

Don Miguel Ruiz — medico di formazione, figlio di una curandera messicana, nato a Tijuana nel 1952 — chiama questo processo "fare supposizioni". E lo identifica come una delle fonti principali di sofferenza inutile. Il suo libro I quattro accordi — pubblicato nel 1997, oltre 15 milioni di copie vendute solo negli Stati Uniti, sito ufficiale miguelruiz.com — propone quattro pratiche che tagliano alla radice il rumore mentale relazionale.

Il libro ha una veste spirituale — tradizione tolteca del Messico precolombiano — ma i principi funzionano anche senza credere in nulla di esoterico. Sono, nei fatti, quattro regole di comunicazione e auto-osservazione che chiunque può applicare subito, in qualsiasi relazione. Il sito dedicato thefouragreements.com offre risorse e approfondimenti in inglese.

Domesticazione: il problema alla radice


Ruiz parte da un'analisi acuta: da bambini non abbiamo scelto le nostre credenze. Le abbiamo assorbite attraverso la famiglia, la scuola, la cultura — un processo che chiama domesticazione. Il sistema è semplice: comportarsi in un certo modo = approvazione e ricompensa; comportarsi in modo diverso = punizione e vergogna.

Col tempo, questo sistema non richiede più rinforzo esterno: lo hai interiorizzato. La parte di te che giudica, punisce e approva è diventata interna. Ruiz la chiama il Giudice interiore. E il suo bersaglio principale sei tu stesso.

Il risultato è quello che chiama il sogno del pianeta: un sistema collettivo di credenze e aspettative in cui tutti vivono — e soffrono — come se fosse l'unica realtà possibile. I quattro accordi sono il modo per uscire da questo sogno: non rivoluzionando il mondo, ma cambiando i contratti che hai con te stesso.

Questo meccanismo si intreccia con il lavoro sul mindset: cambiare le credenze radice non è questione di forza di volontà, è questione di riconoscerle prima che agiscano.

I quattro accordi in profondità


Primo accordo: sii impeccabile con la parola. La parola non è solo comunicazione: è azione. "Sono stupido" detto a te stesso dieci volte non è un'osservazione neutra — è un programma che si auto-consolida. Il gossip, i giudizi non richiesti, le promesse che non mantieni hanno lo stesso peso. Impeccabile non significa perfetto: significa non usare la parola contro te stesso o gli altri.

Secondo accordo: non prendere nulla sul personale. Quello che gli altri dicono o fanno è la proiezione del loro sogno, non una descrizione oggettiva di te. Anche i complimenti: se li prendi come verità assoluta, diventi dipendente dall'approvazione altrui. Liberarsi dall'abitudine di personalizzare non significa diventare indifferenti — significa smettere di costruire l'identità sulle reazioni degli altri.

Terzo accordo: non fare supposizioni. È il più potente e il più difficile. Supponiamo continuamente — su cosa pensa l'altro, cosa intendeva, cosa succederà — poi trattiamo le supposizioni come fatti e reagiamo di conseguenza. La cura è semplice: chiedere. Un messaggio chiaro invece di un romanzo di inferenze. L'imbarazzo momentaneo di chiedere vale meno del rancore cronico di supporre.

Quarto accordo: fai sempre del tuo meglio. Il tuo meglio cambia ogni giorno — malato, riposato, stressato, in forma. Non è un'asticella fissa: è il massimo disponibile in quel momento. Questo accordo protegge dall'auto-flagellazione quando non raggiungi standard immaginari e dall'inerzia quando pensi che il tuo meglio attuale non valga abbastanza.

Abbinalo alla pratica della fiducia in te stesso: i quattro accordi sono strumenti che funzionano meglio quando ci sono già alcune fondamenta di autostima.

Struttura del libro: 7 capitoli


Il libro è breve (160 pagine circa) ma denso di idee. La struttura è lineare: prima costruisce il problema (domesticazione e sogno del pianeta), poi introduce i quattro accordi uno per volta, poi mostra come liberarsi dagli accordi vecchi e costruire un sogno nuovo.

Introduzione: il sogno del pianeta


Ruiz introduce la metafora centrale: ogni persona vive in un sogno — una percezione soggettiva della realtà costruita dalle credenze interiorizzate. Il sogno collettivo (famiglia, cultura, religione) si sovrappone al sogno individuale. La sofferenza nasce quando i due sogni entrano in conflitto, o quando i sogni stessi si basano su credenze distorte. Non è una critica alla società: è un'analisi operativa del perché reagiamo come reagiamo.

Cap. 1 — Domesticazione e sogno del pianeta


Come siamo stati programmati. Ruiz mostra come ogni bambino impari a comportarsi in modo da ottenere approvazione ed evitare punizione — e come quel sistema si trasformi nel Giudice interiore che continua il processo da solo per tutta la vita. Il punto scomodo: la maggior parte degli accordi interiori non li hai scelti. Sono stati scelti per te quando eri troppo piccolo per valutarli.

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Il potere di adesso: riassunto di Eckhart Tolle


La mente vaga tra passato e futuro mentre la vita accade adesso. Tolle spiega il meccanismo dell'ego e del pain-body, e come tornare al presente senza meditazione complicata.

TL;DR

  • La mente vaga continuamente tra passato (rimpianto) e futuro (ansia). Tolle mostra che il momento presente è l'unico luogo dove esisti davvero — e l'unico da cui puoi agire.
  • Il pain-body è il deposito di dolore emotivo accumulato negli anni: si riattiva nei momenti di stress e governa le reazioni prima che tu te ne accorga. Riconoscerlo lo neutralizza.
  • Questo non è un libro da leggere una volta: è un libro da praticare. Tre respiri consapevoli prima di aprire il telefono cambiano più di mille pagine dimenticate.


C'è un momento che quasi tutti riconoscono: sei in mezzo a qualcosa di bello — una cena, una passeggiata, una conversazione — e la mente non c'è. Sta già al prossimo appuntamento, all'email che non hai risposto, all'errore di tre anni fa. Il corpo è lì, tu non sei lì.

Il potere di adesso parte da questa frattura. Eckhart Tolle — nato a Lünen, Germania, nel 1948 — racconta di aver vissuto anni di depressione severa, fino a una notte del 1977 in cui qualcosa si è spezzato: il dialogo ossessivo con se stesso si è fermato, e quello che è rimasto era una presenza silenziosa. Non ha capito cosa fosse accaduto per mesi. Poi ha cominciato a insegnarlo.

Il libro — pubblicato nel 1997, 16 milioni di copie vendute in 52 lingue, sito ufficiale eckharttolle.com — non è un manuale di tecniche. È una guida alla struttura del problema: perché soffriamo, da dove viene il dolore che portiamo, e come interrompere il loop. La forma è insolita: domande di lettori immaginari e risposte di Tolle, dialogo più che trattato. Funziona perché ti ci rispecchi dentro.

Il problema: non sei la tua mente


Il punto di partenza di Tolle è scomodo: l'ego — la costruzione mentale di chi pensi di essere (i tuoi ruoli, le tue opinioni, la tua storia) — non è te. È un'abitudine. La mente ha bisogno di un'identità coerente e la costruisce con pensieri, etichette, narrazioni su di sé. Il problema è che quella narrazione ha vita propria: ha bisogno di essere confermata, protetta, confrontata.

Questo genera il tempo psicologico — il continuo viaggiare mentale tra un passato da elaborare e un futuro da controllare. Non è pianificazione utile (quella esiste e Tolle la chiama "tempo cronologico"). È rumina zione automatica: pensieri che si innescano senza che tu li abbia scelti, come una playlist che parte da sola.

La via d'uscita non è combattere i pensieri — tentar di sopprimerli li rafforza. È osservarli. Non "io sono ansioso" ma "c'è ansia". Questa micro-distinzione tra pensiero e testimone del pensiero è il cuore del metodo. Chi osserva non è il pensiero. E questo "chi osserva" è già presente — non devi costruirlo.

Per chi ha già lavorato sul mindset, questo risuona: il cambiamento non avviene sforzandosi di "pensare positivo", ma riconoscendo lo schema automatico prima che si completi.

Il pain-body: perché reagisci prima di pensare


Il concetto più originale — e più potente — del libro. Il pain-body è la somma di tutto il dolore emotivo non elaborato che hai accumulato nella vita: umiliazioni, abbandoni, traumi, piccole ferite ripetute. Questo dolore non scompare da solo: si deposita nel corpo-mente come un campo energetico che si "addormenta" tra un'attivazione e l'altra.

Il pain-body si risveglia quando incontra un trigger — un tono di voce, un'espressione sul viso di qualcuno, una situazione che assomiglia al passato. In quel momento non sei più tu a guidare: è lui. Reazioni sproporzionate, parole che non avresti voluto dire, cicli di conflitto che si ripetono identici. Non è colpa del carattere. È un meccanismo.

Il trattamento che Tolle propone è semplice e difficile insieme: riconoscerlo mentre accade. Non analizzarlo, non capire perché esiste, non risolverlo con la forza di volontà. Solo: "il pain-body si è attivato". Quella consapevolezza interrompe l'automatismo. Il campo emotivo non trova carburante se c'è presenza. Si dissolve — lentamente, nel tempo, con la pratica.

Abbinalo al lavoro sulla resilienza: capire perché reagisci sproporzionatamente è il primo passo per non essere governato da quelle reazioni.

I 10 capitoli: mappa del libro


Il libro segue una struttura dialogo — domanda del lettore, risposta di Tolle. Ogni capitolo approfondisce un angolo del problema della sofferenza mentale e propone una pratica immediata.

Cap. 1 — Non sei la tua mente


Il punto di partenza: l'identificazione con il flusso di pensieri crea l'ego. La via d'uscita non è la lotta, è l'osservazione. Pratica chiave: nota il prossimo pensiero che emerge — quella micro-pausa tra l'intenzione di pensare e il pensiero è già presenza.

Cap. 2 — Consapevolezza: la via d'uscita dal dolore


Il dolore emotivo nasce dall'identificazione con la mente. La consapevolezza — osservare senza giudicare — non è una tecnica: è la tua natura originale, temporaneamente oscurata dal rumore. Pratica chiave: quando senti tensione emotiva, chiedi "Cosa c'è dentro di me adesso?" — senza rispondere con una storia.

Cap. 3 — Entrare in profondità nell'Adesso


Il momento presente è sempre accessibile ma la mente lo evita sistematicamente: il futuro promette salvezza, il passato spiega chi sei. Tolle insegna micro-ancoraggi sensoriali — corpo, respiro, suoni — come porte di rientro nel Now. Pratica chiave: 30 secondi di attenzione piena alle mani.

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La via del guerriero di pace: riassunto di Dan Millman


Dan Millman era campione mondiale di trampolino e ancora non era presente nella sua vita. Socrate — il benzinaio misterioso — insegna che la via importa più della medaglia.

TL;DR

  • Dan Millman era campione mondiale di trampolino e allenatore a Stanford. Il libro racconta in forma semiromantica il periodo della sua vita in cui bravura tecnica e vita interiore erano completamente separate — e cosa successe quando le unificò.
  • Il messaggio centrale di Socrate, il mentore: «Dove sei? Qui. Che giorno è? Oggi.» — tre parole contro il problema più comune degli overachiever: eccellere fisicamente mentre la mente è altrove.
  • Il "guerriero di pace" non combatte gli avversari: combatte le illusioni mentali — identità basata sui risultati, paura del fallimento, ricerca di scorciatoie. La via è la pratica quotidiana, non la destinazione.


Immagina di essere tra i migliori ginnasti degli Stati Uniti a 20 anni. Campione mondiale di trampolino, capitano della squadra a Berkeley, futuro olimpionico quasi certo. Tutto ciò che ti è stato detto di volere — lo hai già, o sei sulla strada per averlo.

Eppure sei sveglio nel mezzo della notte, inseguito da incubi, con una sensazione persistente che qualcosa di fondamentale stia sfuggendo.

Questo è il punto di partenza di La via del guerriero di pace di Dan Millman (Nuove Frontiere del Pensiero; titolo originale Way of the Peaceful Warrior, 1980). Millman — ex campione mondiale di trampolino, poi allenatore a Stanford e professore a Oberlin — racconta in forma narrativa il periodo della sua vita in cui capì che la perfezione tecnica nello sport non aveva nulla a che fare con l'essere presente nella propria vita.

Il libro si è tradotto in ventinove lingue, ha ispirato un film nel 2006 con Nick Nolte nel ruolo di Socrate, il mentore misterioso, ed è considerato uno dei testi di crescita personale più influenti degli ultimi quarant'anni. Non è un libro tecnico — è un romanzo. E proprio per questo arriva dove i manuali non arrivano.

Socrate: il benzinaio come maestro


Il personaggio centrale — accanto a Dan — è Socrate: un vecchio benzinaio che lavora di notte in un distributore vicino al campus. Dan lo incontra durante una delle sue insonnie, e quello che inizia come una conversazione stranea diventa, nel corso degli anni, un apprendistato radicale.

Socrate non insegna con lezioni teoriche. Insegna attraverso paradossi, silenzi, compiti fisici, domande impossibili. Il suo metodo è il contrario di quello accademico: niente concetti prima dell'esperienza diretta, niente spiegazioni prima che il corpo abbia capito.

La scena più citata del libro: Dan chiede a Socrate cosa significa essere presenti. Socrate risponde con una domanda: «Dove sei?» — «Qui.» — «Che giorno è?» — «Oggi.» — «Allora sei già un maestro.»

Non è mistica: è il meccanismo della mindfulness spiegato senza tecnicismi. L'attenzione portata al momento presente non è esercizio spirituale — è la condizione base per ogni prestazione autentica.

I dettagli dei tre archi narrativi, i meccanismi psicologici profondi e il piano di pratica sono riservati ai membri del Protocollo.

I tre archi narrativi del libro

Primo arco: la crisi dell'overachiever


Dan ha tutto ciò che la cultura sportiva americana considera successo: fisico, abilità, riconoscimento, traiettoria. Ma ha anche incubi ricorrenti, un senso diffuso di vuoto, la sensazione di correre verso qualcosa che si sposta sempre più in là ogni volta che si avvicina.

Questo arco è riconoscibile per molti: il paradosso dell'alto performer che ha costruito competenza senza mai chiedersi perché lo sta facendo. Milgram chiamerebbe questo "autorità dell'obiettivo esterno". Millman lo chiama più semplicemente: vivere nell'illusione.

L'incontro con Socrate non risolve la crisi — la rende visibile. E renderla visibile è il primo passo, non l'ultimo.

Secondo arco: l'apprendistato paradossale


Socrate non insegna concetti — assegna compiti fisici e pone domande scomode. Dan deve pulire il bagno del distributore con attenzione totale. Deve correre nel buio senza saper dove porta il sentiero. Deve restare sveglio tutta la notte e meditare mentre i muscoli bruciano.

Il principio sottostante è preciso: il corpo capisce prima della mente. L'integrazione corpo-mente non avviene leggendo — avviene facendo, soprattutto quando il fare è scomodo e non immediamente utile.

Socrate fa questo perché Dan — come molti atleti e professionisti ad alto livello — ha sviluppato una competenza straordinaria in un dominio e una competenza quasi nulla nell'abitare il proprio corpo e la propria vita. Il paradosso: più sei bravo tecnicamente, più è difficile accorgersene.

Il cambiamento di mindset che Millman descrive non è concettuale — è somatico. Avviene attraverso la pratica ripetuta, non attraverso la comprensione intellettuale.

Terzo arco: l'uscita nel mondo e il ritorno


Socrate a un certo punto dice a Dan che la formazione è finita e deve andare per conto suo. Dan si sposa, il matrimonio fallisce. Viaggia per anni cercando altrove ciò che Socrate gli aveva già mostrato a Berkeley. Non lo trova.

Torna. Ritrova Socrate. E capisce che il viaggio esterno era necessario per smettere di cercarlo — per realizzare che ciò che cercava non stava altrove.

Questo arco ha la struttura del "viaggio dell'eroe" di Joseph Campbell nella sua versione meno eroica e più onesta: la verità che si cerca lontano era vicina fin dall'inizio, ma non poteva essere compresa senza il giro lungo.

Il meccanismo psicologico: presenza e performance


Al centro del libro c'è una tesi psicologicamente fondata: la mente che vaga durante la performance la peggiora. Non solo nelle arti marziali o nella ginnastica — in qualsiasi campo.

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Il gabbiano Jonathan Livingston: riassunto di Richard Bach


Un gabbiano che vola diversamente dagli altri: parabola di eccellenza, solitudine della crescita e insegnamento. Il classico di Bach spiegato con il meccanismo della pratica deliberata.

TL;DR

  • Jonathan non sceglie il volo per sopravvivere — lo sceglie per capire fino in fondo cosa può fare un'ala. La differenza tra conformità e maestria non è talento: è la domanda che ti fai la mattina.
  • Il prezzo dell'eccellenza è reale: il branco ti espelle, la solitudine fa parte del percorso. Bach non mente su questo. Ma mostra anche il lato che si perde dall'esterno: la libertà che cresce con la competenza.
  • La parabola si chiude con il ritorno: Jonathan non tace ciò che ha imparato. La maestria matura quando insegni, non quando accumuli skill in silenzio.


Hai mai smesso di fare qualcosa di buono perché nessuno capiva perché ci tenessi così tanto? Hai inseguito un livello di eccellenza in qualcosa — un'arte, uno sport, un mestiere — mentre intorno tutti si accontentavano della media?

Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach (prima pubblicazione 1970, edizione italiana Rizzoli/BUR) è una novella breve — si legge in un pomeriggio — che non spiega nulla in modo didascalico. Racconta. E in quella storia di un gabbiano che vola diversamente dagli altri, ci sono dentro tutte le domande che contano sulla crescita personale: perché puntare all'eccellenza, cosa costa farlo, cosa si guadagna e cosa va restituito.

Richard Bach era pilota prima che scrittore — la sua passione per il volo non era metafora: era mestiere, ore di cockpit, errori e manovre affinate. Jonathan Livingston è la versione allegorica di quella stessa ossessione per la perfezione tecnica. Pubblicato nel 1970, ha dominato la classifica del New York Times per due anni consecutivi e ha venduto oltre 30 milioni di copie in quaranta lingue. Il motivo è semplice: tocca qualcosa di universale che i libri di self-help raramente raggiungono.

Eccellenza contro conformità: il cuore della parabola


Il branco di gabbiani vola per mangiare. Jonathan vola per capire il volo. Questa differenza — apparentemente sottile — è il nucleo del libro.

Bach mostra la tensione tra conformità e libertà con onestà. Il branco non è cattivo — è razionale. Ha trovato un equilibrio funzionale tra energia spesa e pesce guadagnato. Jonathan rompe quel contratto sociale implicito non per ribellione, ma per curiosità tecnica: vuole sapere quanto veloce può andare, quanto in basso può scendere, dove si trova il limite reale.

La conseguenza è l'espulsione. Non punizione — è la logica del branco: chi non serve il gruppo perde il posto nel gruppo. La solitudine iniziale di Jonathan non è prova di errore: è tassa sulla crescita.

Il meccanismo psicologico è reale: la ricerca sulla pratica deliberata di Anders Ericsson mostra che chi punta all'eccellenza dedicando ore a migliorare una skill specifica — non a eseguire, ma a migliorare — spesso funziona fuori dai ritmi e dagli incentivi del gruppo. Questo crea frizione, non perché il gruppo sia sbagliato, ma perché i due obiettivi sono strutturalmente diversi.

La struttura completa delle tre parti, i meccanismi psicologici del libro e il piano di lettura pratica sono nella sezione per i membri del Protocollo.

Le tre parti: come si muove la storia

Parte Prima — La solitudine della scelta


Jonathan è diverso dagli altri gabbiani fin dall'inizio: passa ore a sperimentare angoli di volo, velocità limite, picchiate estreme. Il branco lo sopporta, poi lo ammonisce, poi lo espelle formalmente. La Parte Prima si chiude con Jonathan solo — ma con qualcosa di cruciale: non ha rinunciato.

Il punto che Bach non edulcora: l'espulsione è permanente. Non arriva il momento «finalmente capiscono». Il branco non cambia idea. La libertà che Jonathan trova non viene dal riconoscimento del gruppo — viene dal fatto che il gruppo smette di contare.

Parte Seconda — La trasformazione nel volo


Jonathan si ritrova in un nuovo piano d'esistenza — che Bach descrive come una dimensione dove i limiti fisici scompaiono. Lo guida Chiang, un vecchio gabbiano che insegna il principio fondamentale: il limite del volo non è nell'ala, è nella mente che crede nel limite.

Il passaggio chiave: Chiang dice a Jonathan di non tentare di essere perfetto, ma di comprendere che la perfezione è già la sua natura. È il momento più mistico del libro — e anche il più frainteso. Non è new-age: è il paradosso della maestria. Chi raggiunge l'eccellenza smette di sentirlo come sforzo: l'abilità diventa parte dell'identità.

Parte Terza — Il ritorno come insegnante


Jonathan torna al branco originale. Non per rivalsa, non per dimostrare nulla — per cercare i gabbiani che hanno la stessa fame di volo che aveva lui. Trova Fletcher, lo prende sotto la sua guida.

L'inversione che Bach costruisce è precisa: Jonathan era allievo assoluto nella Parte Prima. Nella Parte Terza è maestro. Il cerchio si chiude quando capisce che insegnare non è divulgazione — è moltiplicazione della libertà.

La scena finale è volutamente ciclica: Fletcher inizia a insegnare a sua volta a un gabbiano più giovane. La maestria si propaga per apprendistato diretto, non per proclami.

Parte Quarta (2014) — La scelta di tornare


Nell'edizione completa pubblicata nel 2014, Bach aggiunge una quarta parte scritta dopo un incidente aereo quasi fatale nel 2012. Jonathan torna ancora una volta, in un piano diverso, e viene messo di fronte a una scelta: continuare a trascendere o fermarsi a vivere nel presente, imperfetto e corporeo.

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The Ruthless Elimination of Hurry: riassunto di John Mark Comer


La fretta non è mancanza di tempo: è una malattia dell'anima. Comer propone quattro pratiche concrete — Sabbath, silenzio, semplicità, rallentare — per ritrovare presenza e profondità.

TL;DR

  • La fretta non è mancanza di tempo: è una malattia dell'anima — il termine "hurry sickness" è stato coniato dai cardiologi Meyer Friedman e Rosenman nel 1974. Comer la diagnostica come nemica di presenza, empatia e relazioni profonde.
  • Il libro propone quattro pratiche concrete: silenzio e solitudine, Sabbath (riposo deliberato), semplicità e rallentare — accessibili anche a chi lavora e ha famiglia, non solo ai monaci.
  • «Ruthless» nel titolo è intenzionale: devi tagliare impegni buoni per proteggere il meglio. Ogni sì alla fretta è un no nascosto a ciò che ami davvero.


Guarda il tuo calendario di questa settimana. Non quello che avresti voluto, quello reale. Quanti spazi vuoti ci sono tra un impegno e l'altro? Quanti pasti hai consumato davanti a uno schermo? Quante conversazioni hai avuto senza controllare il telefono almeno una volta?

The Ruthless Elimination of Hurry di John Mark Comer (WaterBrook, 2019) non risponde alla domanda «come fare di più». Risponde a una domanda più scomoda: perché corri tanto, e cosa ci stai perdendo?

Comer — pastore e fondatore di Practicing the Way, organizzazione no-profit dedicata alla formazione spirituale — scrive da una prospettiva cristiana contemplativa. Ma il libro è letto ampiamente anche da audience secolare: le diagnosi sul ritmo frenetico e le pratiche anti-hurry che propone funzionano indipendentemente dal credo. Più di un milione di copie vendute, tradotto in oltre venti lingue, lo confermano come uno dei testi più efficaci sul burnout moderno.

Cos'è davvero la hurry sickness?


Il termine "hurry sickness" non è metafora: fu coniato nel 1974 dai cardiologi Meyer Friedman e R.H. Rosenman nel volume Type A Behavior and Your Heart. I due studiosi documentarono come la sensazione cronica di mancanza di tempo e l'urgenza compulsiva siano fattori di rischio reali per stress cronico e malattie cardiovascolari.

Comer allarga la diagnosi: la fretta non è solo stress fisiologico — è erosione di ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Calendario pieno, notifiche, multitasking, identità costruita sulla produttività: il risultato è che sei presente fisicamente ma altrove mentalmente. Con i tuoi figli. Con il tuo partner. Con te stesso.

La radice è triplice: ansia del futuro (non controlli abbastanza), confronto continuo (carriere altrui, social) e tecnologia che colonizza l'attenzione. Comer non demonizza il lavoro utile — demonizza il ritmo che ti impedisce di essere davvero presente.

I dettagli delle quattro pratiche, la struttura completa del libro e il piano in 21 giorni sono riservati ai membri del Protocollo qui sotto.

La struttura del libro


Il libro è diviso in tre parti più prologo ed epilogo, per un totale di circa 270 pagine. La struttura segue un arco preciso: diagnosi → modello → cura.

SezioneContenuto
PrologoLa confessione di Comer: da pastore iper-lavoratore al collasso
Parte 1Il problema: hurry sickness, radici culturali, diagnosi individuale
IntermissionIl modello di vita alternativo — slow spirituality
Parte 2Le quattro pratiche: silenzio/solitudine + Sabbath + semplicità + rallentare
EpilogoCome costruire ritmi sostenibili a lungo termine

Le quattro pratiche anti-hurry

1. Silenzio e solitudine


La pratica fondante: creare spazi di silenzio intenzionale nella giornata, senza input digitali. Non meditazione zen — anche solo 10 minuti di camminata senza podcast o 15 minuti di seduta silenziosa al mattino.

Comer cita la tradizione contemplativa: i padri del deserto, San Giovanni della Croce, Thomas Merton. Ma il meccanismo è comprensibile anche in termini laici: il sistema di default della mente (la rete cerebrale attiva a riposo) lavora solo quando non c'è input costante. La creatività, l'intuizione e l'elaborazione emotiva avvengono nel silenzio, non durante lo scroll.

Come iniziare: 10 minuti prima di aprire il telefono al mattino. Niente podcast, niente musica. Solo respiro e finestra. Farlo per 14 giorni consecutivi.

2. Sabbath: il riposo come resistenza


Il Sabbath di Comer non è solo giorno libero: è interruzione deliberata della logica produttiva. Un giorno (o una mezza giornata) ogni sette in cui non produci, non consumi lavoro, non scrolli. Giochi, mangi lentamente, cammini, dormi, stai con persone che ami.

La forza della proposta sta nella misura: non un sabbatical da un mese, non una vacanza digitale da tre giorni. Una pratica settimanale, strutturale, che rende sostenibile il resto della settimana ad alta intensità.

Il test rivelatore di Comer: se non riesci a stare quattro ore senza controllare il telefono la domenica, la dipendenza dalla fretta è più profonda di quanto pensi. L'irrequietezza che senti è informazione, non impedimento.

Come iniziare: non 24 ore. Inizia con 4 ore protette — avvisa chi devi avvisare, spegni le notifiche. Nota cosa succede dentro di te durante quelle ore. Poi espandi gradualmente.

3. Semplicità: meno impegni, non solo meno cose


Comer distingue due livelli di semplicità. Il primo è materiale: meno possessi, meno abbonamenti, meno acquisti impulsivi. Il secondo — più potente e meno discusso — è la semplicità del calendario: cancellare impegni buoni per proteggere quelli migliori.

La frase che sintetizza: «Ogni sì è un no nascosto». Ogni attività aggiuntiva sottrae tempo a qualcosa d'altro. La domanda da farsi prima di accettare un nuovo impegno non è «posso farcela?» ma «cosa sacrifico accettando questo?»

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OpenAI valuta la cessione del 5% delle quote al governo degli Stati Uniti


OpenAI ha avviato colloqui preliminari per cedere una quota del 5% al governo USA.

OpenAI ha avviato colloqui preliminari per cedere una partecipazione del 5% al governo degli Stati Uniti, con l'obiettivo di condividere i profitti derivanti dall'intelligenza artificiale con i cittadini e consolidare i rapporti con l'amministrazione Trump. Come riferito dal the Guardian, la proposta avanzata dal CEO Sam Altman prevede la creazione di un veicolo di investimento pubblico che permetta alla popolazione di beneficiare direttamente della crescita economica del settore.

  • OpenAI propone di destinare il 5% del proprio capitale a un fondo sovrano statunitense per distribuire i dividendi dell'IA ai cittadini.
  • L'iniziativa mira a mitigare le tensioni con Washington e potrebbe coinvolgere anche altri leader del settore come Anthropic, Google e Meta.
  • Il piano, ancora in fase concettuale, richiederebbe l'approvazione del Congresso per diventare operativo.


Un modello ispirato al fondo sovrano dell'Alaska


L'idea centrale, discussa da Sam Altman con esponenti di spicco della politica americana, si ispira all'Alaska Permanent Fund, il fondo che investe i proventi del petrolio per distribuire dividendi annuali ai residenti dello Stato. Secondo le fonti citate dal Financial Times e riportate dalla testata britannica, OpenAI suggerisce che i principali sviluppatori di IA negli Stati Uniti dovrebbero conferire una quota azionaria simile a un fondo di investimento pubblico. Questo approccio permetterebbe a ogni cittadino, inclusi coloro che non investono nei mercati finanziari, di avere una partecipazione diretta nel boom economico dell'intelligenza artificiale.

Relazioni diplomatiche e sicurezza nazionale


La proposta arriva in un momento di crescente pressione da parte di Washington sulle aziende tech. Recentemente, Anthropic è stata costretta a sospendere temporaneamente il suo modello più avanzato su ordine del governo, per motivi di sicurezza nazionale legati all'accesso di cittadini stranieri. In questo contesto, la cessione di una quota azionaria allo Stato viene vista come una mossa strategica per garantire il supporto politico e prevenire interventi normativi troppo restrittivi.

Il dialogo con l'amministrazione Trump e il Congresso


Sam Altman avrebbe già discusso il piano con Donald Trump, il segretario al Commercio Howard Lutnick e il segretario al Tesoro Scott Bessent. I colloqui hanno coinvolto anche figure come il senatore Bernie Sanders, il quale sostiene la creazione di un fondo sovrano finanziato però attraverso una tassazione una tantum del 50% sulle azioni delle grandi aziende di IA. Nonostante l'interesse, la realizzazione di un simile accordo rimane complessa e necessiterebbe di un atto legislativo del Congresso, specialmente considerando che OpenAI e Anthropic si preparano a quotazioni in borsa che potrebbero valutare le società oltre i mille miliardi di dollari.

Fonte: The Guardian

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Sony abbandona i dischi: PlayStation sarà solo digitale dal 2028


Sony ha annunciato che interromperà la produzione di giochi PlayStation su supporto fisico a partire da gennaio 2028.

Sony ha confermato ufficialmente che PlayStation passerà a un modello di distribuzione esclusivamente digitale, cessando la produzione di dischi per i propri giochi a partire da gennaio 2028. Secondo quanto riportato da Engadget, la decisione riflette il drastico calo dell'interesse per i supporti fisici, che lo scorso anno hanno rappresentato solo il 3% dei ricavi totali della divisione gaming dell'azienda giapponese.

  • Stop alla produzione di giochi PlayStation su disco da gennaio 2028.
  • Le vendite fisiche rappresentano ormai solo il 3% dei ricavi di Sony.
  • Chiusura definitiva dei PlayStation Store per PS3 e PS Vita tra il 2026 e il 2027.


La fine dell'era fisica per PlayStation


La transizione verso il solo digitale non è una sorpresa assoluta: Sony ha sottolineato come questa scelta sia una risposta diretta alle mutevoli preferenze dei consumatori, che prediligono sempre più gli acquisti tramite PlayStation Store. Un segnale inequivocabile era già arrivato nel 2024 con il lancio della PS5 Pro, commercializzata sprovvista di un'unità disco integrata.

A partire da gennaio 2028, i nuovi titoli saranno acquistabili esclusivamente in formato digitale o tramite codici riscattabili presso i rivenditori. Sony ha tuttavia precisato che questa decisione non avrà alcun impatto sui giochi fisici già rilasciati o su quelli il cui debutto è previsto prima della data limite.

L'impatto sull'usato e sulla preservazione


L'abbandono dei supporti fisici solleva preoccupazioni per quanto riguarda il mercato dei videogiochi usati e la preservazione del software. Senza dischi, i consumatori perderanno la possibilità di scambiare o rivendere i propri titoli PS5, colpendo duramente le catene di vendita al dettaglio e i piccoli negozi indipendenti. Anche Rockstar Games sembra aver anticipato questa tendenza, confermando che GTA 6 non avrà una distribuzione su disco.

Mentre Xbox si sta muovendo da tempo verso un ecosistema digitale e Nintendo inizia a incentivare gli acquisti online con prezzi competitivi, Sony è la prima a fissare una scadenza definitiva per il formato fisico.

Addio agli store di PS3 e PS Vita


In concomitanza con l'annuncio sul futuro digitale, Sony ha comunicato la chiusura dei PlayStation Store per PS3 e PS Vita. In alcuni mercati, la chiusura avverrà già ad agosto 2026, mentre negli Stati Uniti il termine è fissato per luglio 2027. Dopo queste date, non sarà più possibile acquistare nuovi contenuti su queste piattaforme. L'azienda ha comunque garantito che gli utenti potranno continuare a scaricare i titoli già acquistati in precedenza per il prossimo futuro.

Fonte: Engadget


GTA 6: niente disco fisico, arriva solo la versione con codice in scatola


Il debutto di Grand Theft Auto VI rappresenta senza dubbio uno degli eventi più attesi nella storia recente dell'industria videoludica, ma le ultime indiscrezioni suggeriscono un cambiamento epocale per i collezionisti e gli amanti dei supporti fisici tradizionali.
Secondo quanto riportato da una fonte di The Hollywood Reporter, Rockstar Games non avrebbe infatti intenzione di produrre dischi per il nuovo capitolo della saga: sebbene sia prevista una versione retail per i negozi, al suo interno non ci sarà un supporto fisico ma solo un codice per il riscatto del gioco in formato digitale.

La notizia nasce dalla necessità di chiarire alcune ambiguità emerse in seguito a una comunicazione ufficiale del supporto di Rockstar: un’email inviata a un utente menzionava infatti la disponibilità di una "copia fisica" nei mesi a venire, alimentando la speranza dei fan di poter inserire il disco nelle proprie console. Tuttavia, fonti vicine allo sviluppo hanno precisato che l'espressione si riferisce esclusivamente alla scatola contenente il codice e non a un supporto fisico reale.
Anche il riferimento temporale ai "mesi successivi" non riguarderebbe il periodo post-lancio, ma i mesi che seguono gli annunci ufficiali delle varie edizioni e dei prezzi avvenuti in questi giorni.

Il lancio di Grand Theft Auto VI è ufficialmente fissato per il 19 novembre 2026 sulle piattaforme PlayStation 5 e Xbox Series X|S, con le prenotazioni per le edizioni Standard e Ultimate già aperte.
Considerata la mole imponente dei dati necessari per un titolo di tale portata, Rockstar permetterà agli utenti di iniziare il pre-download già dal 12 novembre, esattamente una settimana prima del debutto ufficiale.
Per quanto riguarda il mondo PC, la notizia non desta particolare sorpresa, dato che Rockstar non ha ancora annunciato una versione desktop e un'eventuale distribuzione su DVD per un gioco di queste dimensioni risulterebbe comunque impraticabile.

Fonte: VideoCardz


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Anthropic ripristina l'accesso a Claude Fable 5 e Mythos 5 dopo i blocchi governativi


Anthropic riattiva l'accesso globale a Claude Fable 5 e Mythos 5 dopo la revoca delle restrizioni USA con nuovi sistemi di sicurezza.

Anthropic ha annunciato il ripristino globale dell'accesso ai suoi modelli di intelligenza artificiale più avanzati, Claude Fable 5 e Claude Mythos 5, a seguito della revoca dei controlli sulle esportazioni imposti dal governo degli Stati Uniti. La decisione, effettiva dal 1° luglio 2026, mette fine a un periodo di sospensione cautelativa iniziato il 12 giugno, durante il quale l'azienda ha collaborato con le autorità per rafforzare i sistemi di sicurezza contro potenziali utilizzi malevoli in ambito cybersecurity.

  • Accesso ripristinato per Claude Fable 5 e Mythos 5 su tutte le piattaforme Anthropic e presto su AWS, Google Cloud e Microsoft Foundry.
  • Implementati nuovi classificatori di sicurezza per prevenire l'identificazione e lo sfruttamento di vulnerabilità software, con un'efficacia dichiarata superiore al 99%.
  • Anthropic, Google, Microsoft e Amazon hanno avviato lo sviluppo di un framework comune per valutare e classificare la gravità dei tentativi di bypass delle protezioni (jailbreak).


Il contesto del blocco e la risoluzione delle criticità


Secondo quanto riportato da Anthropic, il blocco temporaneo era stato innescato da una segnalazione di ricercatori Amazon, i quali avevano individuato un metodo per aggirare le protezioni di Fable 5. Tale tecnica permetteva al modello di identificare vulnerabilità software e, in un caso specifico, di generare codice per sfruttarle.

Sebbene i test successivi abbiano dimostrato che capacità simili fossero presenti anche in modelli concorrenti come GPT-5.5 e Kimi K2.7, Anthropic ha lavorato a stretto contatto con il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti per implementare salvaguardie più rigide.

La collaborazione con le istituzioni americane non è una novità per l'industria, viste le recenti discussioni sulla cessione di quote di OpenAI al governo degli Stati Uniti. Anthropic ha confermato che i nuovi classificatori di sicurezza sono stati testati dal Center for AI Standards and Innovation (CAISI), confermandone la robustezza.

Nuovi standard di sicurezza e collaborazione industriale


L'incidente ha evidenziato la mancanza di uno standard condiviso nel settore per valutare la pericolosità dei cosiddetti "jailbreak". Per colmare questa lacuna, Anthropic ha annunciato una partnership con Amazon, Microsoft e Google all'interno del programma Glasswing. L'obiettivo è creare un framework di valutazione basato su quattro criteri: guadagno di capacità, ampiezza del guadagno, facilità di utilizzo come arma e individuazione della tecnica.

Differenze tra Claude Fable 5 e Mythos 5


Anthropic ha chiarito che, sebbene i due modelli condividano la stessa architettura, Claude Fable 5 è progettato per l'uso generale con protezioni estremamente rigide (approccio "defense in depth"). Al contrario, Claude Mythos 5 presenta meno restrizioni ed è destinato esclusivamente a organizzazioni statunitensi selezionate per attività di cybersecurity difensiva. Per gli utenti Pro e Enterprise, l'accesso a Fable 5 sarà inizialmente incluso nei limiti di utilizzo settimanali, per poi passare a un sistema basato su crediti dopo il 7 luglio.

Collaborazione rafforzata con il governo USA


L'azienda ha formalizzato nuovi impegni per la sicurezza dell'IA di frontiera, che includono l'accesso anticipato ai modelli per i partner governativi prima del rilascio pubblico e la condivisione rapida di informazioni sui nuovi pattern di abuso. È stato inoltre lanciato un programma su HackerOne per consentire ai ricercatori di sicurezza di segnalare vulnerabilità nei sistemi di protezione di Claude Fable 5 in modo etico e controllato.

Fonte: Anthropic


OpenAI valuta la cessione del 5% delle quote al governo degli Stati Uniti


OpenAI ha avviato colloqui preliminari per cedere una partecipazione del 5% al governo degli Stati Uniti, con l'obiettivo di condividere i profitti derivanti dall'intelligenza artificiale con i cittadini e consolidare i rapporti con l'amministrazione Trump. Come riferito dal the Guardian, la proposta avanzata dal CEO Sam Altman prevede la creazione di un veicolo di investimento pubblico che permetta alla popolazione di beneficiare direttamente della crescita economica del settore.

  • OpenAI propone di destinare il 5% del proprio capitale a un fondo sovrano statunitense per distribuire i dividendi dell'IA ai cittadini.
  • L'iniziativa mira a mitigare le tensioni con Washington e potrebbe coinvolgere anche altri leader del settore come Anthropic, Google e Meta.
  • Il piano, ancora in fase concettuale, richiederebbe l'approvazione del Congresso per diventare operativo.


Un modello ispirato al fondo sovrano dell'Alaska


L'idea centrale, discussa da Sam Altman con esponenti di spicco della politica americana, si ispira all'Alaska Permanent Fund, il fondo che investe i proventi del petrolio per distribuire dividendi annuali ai residenti dello Stato. Secondo le fonti citate dal Financial Times e riportate dalla testata britannica, OpenAI suggerisce che i principali sviluppatori di IA negli Stati Uniti dovrebbero conferire una quota azionaria simile a un fondo di investimento pubblico. Questo approccio permetterebbe a ogni cittadino, inclusi coloro che non investono nei mercati finanziari, di avere una partecipazione diretta nel boom economico dell'intelligenza artificiale.

Relazioni diplomatiche e sicurezza nazionale


La proposta arriva in un momento di crescente pressione da parte di Washington sulle aziende tech. Recentemente, Anthropic è stata costretta a sospendere temporaneamente il suo modello più avanzato su ordine del governo, per motivi di sicurezza nazionale legati all'accesso di cittadini stranieri. In questo contesto, la cessione di una quota azionaria allo Stato viene vista come una mossa strategica per garantire il supporto politico e prevenire interventi normativi troppo restrittivi.

Il dialogo con l'amministrazione Trump e il Congresso


Sam Altman avrebbe già discusso il piano con Donald Trump, il segretario al Commercio Howard Lutnick e il segretario al Tesoro Scott Bessent. I colloqui hanno coinvolto anche figure come il senatore Bernie Sanders, il quale sostiene la creazione di un fondo sovrano finanziato però attraverso una tassazione una tantum del 50% sulle azioni delle grandi aziende di IA. Nonostante l'interesse, la realizzazione di un simile accordo rimane complessa e necessiterebbe di un atto legislativo del Congresso, specialmente considerando che OpenAI e Anthropic si preparano a quotazioni in borsa che potrebbero valutare le società oltre i mille miliardi di dollari.

Fonte: The Guardian


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L'idea di JD Vance come erede non piace a Trump


A Meet the Press la giornalista dice che il vicepresidente è il favorito per il dopo-Trump, mentre Rubio non si muove e l'idea di un successore designato infastidisce il presidente.

Il favorito nella corsa alla Casa Bianca del 2028 è già il vicepresidente JD Vance e l'unico in grado di rovinargli i piani è lui stesso. Lo ha detto la giornalista Maggie Haberman a Meet the Press, il programma di approfondimento politico della domenica, aggiungendo che la prospettiva di un erede già designato non entusiasma il presidente Donald Trump.

Haberman era in studio con il collega Jonathan Swan, con cui ha scritto Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump, un'inchiesta sulla presidenza di Trump ricca di retroscena sulla Casa Bianca. Stando a quanto i due hanno raccolto, niente indica che Marco Rubio, anch'egli tra i possibili successori, stia facendo le mosse di chi vuole davvero candidarsi. La corsa resta così nelle mani di Vance, una situazione che non piace a Trump, al quale non va a genio l'idea che qualcuno arrivi dopo di lui.

Vance si è mostrato disposto a dire a Trump cose che il presidente non vuole necessariamente sentire, un tratto che rende il loro rapporto, nelle parole di Haberman, "davvero interessante". Su tutto pesa la decisione di attaccare l'Iran: secondo la giornalista nessuno dei principali consiglieri di Trump e nessun membro del suo governo riteneva che fosse una buona idea, ma Vance è stato l'unico a opporsi apertamente e a discuterne direttamente con il presidente. La sua presa di posizione ha irritato Trump e gli è costata nel rapporto personale, ma resta l'unico ad aver davvero smosso le acque.

Trump ama giocare con chi lo circonda e da tempo mette alla prova le persone chiedendo "Chi preferisci? Marco o JD Vance?", ha detto Haberman. Nel libro i due raccontano una scena dello scorso ottobre, durante una cena nella Blue Room della Casa Bianca con il magnate dei media Rupert Murdoch e altri invitati, tra cui Vance e Rubio. Trump ha chiesto a Murdoch cosa pensasse di Vance e lui, che non lo avrebbe voluto come vicepresidente, ha risposto che JD ha le potenzialità per diventare grande. Alla domanda su Rubio ha replicato seccamente "Marco è brillante".

Tutto questo non significa che Rubio abbia reali possibilità di scalzare Vance. "Non credo servisse granché a far pendere la bilancia", ha aggiunto Haberman, a segnalare quanto il confronto fosse già squilibrato a favore del vicepresidente.

Nella trasmissione Swan ha parlato anche delle elezioni di metà mandato del prossimo autunno, il voto che a metà del mandato presidenziale rinnova l'intera Camera e un terzo del Senato. Alla domanda se Trump sia davvero preoccupato di vincerle, ha negato che il presidente sia del tutto indifferente, ma ha aggiunto che i suoi collaboratori più stretti vorrebbero che la cosa gli importasse di più.

Swan ha ricordato un commento rivelatore fatto da Trump lo scorso anno, dopo i pessimi risultati dei repubblicani nelle elezioni locali e statali. Molti, aveva detto allora il presidente, sostenevano che il partito non potesse vincere senza il suo nome sulla scheda. Per lui era "un grande onore".

Guardando avanti, ha proseguito Swan, il presidente non vuole certo essere di nuovo messo in stato d'accusa, la procedura con cui la Camera può incriminarlo, ma sa che non verrebbe comunque rimosso: la condanna e l'allontanamento dalla carica spettano al Senato, dove serve una maggioranza di due terzi che i suoi avversari non hanno. "Non esiste alcun universo in cui venga condannato", ha detto.


Trump non si è ripreso dal ruolo da co-presidente di Musk


L'amministrazione Trump non si è mai ripresa dalla destabilizzazione creata da Elon Musk, che nei primi mesi di questo mandato ha agito di fatto come un co-presidente. Lo hanno detto venerdì Maggie Haberman e Jonathan Swan, due giornalisti del New York Times, ospiti di Morning Joe, programma del canale MS NOW.

I due hanno ripreso i temi del loro libro, "Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump". Per Haberman, Musk ha agito di fatto come un co-presidente nei primi quattro mesi circa del mandato. "Ha creato così tanta destabilizzazione di questo governo che credo non si siano mai del tutto ripresi", ha detto.

Musk era consigliere ufficiale del DOGE, il Department of Government Efficiency, l'organismo voluto da Trump per ridurre la spesa federale. Secondo Haberman il suo ruolo ha peggiorato una catena di informazioni già confusa dentro la Casa Bianca.

Haberman ha parlato anche di un "clima di paura" creato sotto la presidenza Trump e ha spiegato perché molti giornalisti hanno iniziato a chiamare direttamente il presidente per ottenere informazioni. "L'ufficio stampa non lo anticiperà su nulla", ha detto. Per la giornalista, chi ha bisogno di una risposta veloce è portato a rivolgersi direttamente a Trump, mentre per chi lavora alla Casa Bianca questo crea un clima di paura.

Nel libro i due raccontano un episodio dell'anno scorso, durante la guerra dei dodici giorni con l'Iran. Quando Trump vide che il Pentagono, il dipartimento della Difesa americano, aveva in parte modificato un suo messaggio su Truth Social in cui sosteneva che gli Stati Uniti controllavano "i cieli sopra l'Iran", andò su tutte le furie. Secondo Haberman fu l'ultima volta che qualcuno contraddisse pubblicamente ciò che diceva.

Swan ha raccontato un episodio che riguarda i rapporti tra Trump e i vertici della Silicon Valley. Intorno al Natale del 2024, nel suo golf club di Doral, in Florida, Trump avrebbe mostrato i messaggi ricevuti da Jeff Bezos, fondatore di Amazon, e Mark Zuckerberg, a capo di Meta, vantandosi di quanto i due lo stessero adulando. Avrebbe poi mostrato gli stessi messaggi a Musk a Mar-a-Lago, la sua residenza sempre in Florida, e Musk avrebbe commentato con apprezzamento il servilismo dei due. Secondo Swan, Musk si stava godendo lo spettacolo dei suoi rivali che cercavano di ingraziarsi il presidente.


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Perché il buddhismo fa bene: riassunto di Robert Wright


Il cervello non è fatto per stare bene — è fatto per sopravvivere. Robert Wright spiega perché il buddhismo aveva capito questo migliaia di anni prima della psicologia evolutiva.

TL;DR

  • Robert Wright, autore di The Moral Animal, dimostra che le intuizioni centrali del buddhismo — insoddisfazione strutturale, mente non unitaria, craving — sono compatibili con la psicologia evolutiva e le neuroscienze cognitive.
  • Il problema non è la tua mancanza di forza di volontà: è che il tuo cervello è stato selezionato per volere sempre più, non per stare bene. La meditazione cambia questo rapporto — non lo elimina, lo rende gestibile.
  • Non devi credere nella reincarnazione per trarre beneficio da questo libro: Wright separa il nucleo empirico del buddhismo dalle credenze metafisiche e lo mette alla prova.


Hai mai notato che ottenere quello che volevi non ha risolto niente? Promozione, vacanza, relazione — e poi, dopo qualche settimana, quella sensazione di 'e adesso?'. Non è ingratitudine. È biologia.

Why Buddhism Is True — «Perché il buddhismo fa bene» — di Robert Wright è un libro del 2017 che parte da questa osservazione e la porta fino alle sue conseguenze logiche. Wright è un giornalista e autore americano noto per The Moral Animal (1994), un classico sulla psicologia evolutiva. Insegna all'Università di Princeton e ha co-fondato il sito Bloggingheads.tv. Non è un maestro di meditazione: è uno scettico che ha praticato meditazione vipassana in ritiro e ha cercato di capire perché funzionava.

Il risultato è un libro che non chiede di credere al buddhismo — chiede di verificarlo. La domanda centrale: se rimuovi le parti metafisiche (reincarnazione, cosmologia, karma letterale), cosa rimane del buddhismo? Wright risponde: qualcosa di molto più solido di quanto si pensi — e confermato dalla scienza evolutiva e dalle neuroscienze cognitive.

Dukkha: perché il cervello non è fatto per stare bene


Il buddhismo comincia con una diagnosi: esiste la sofferenza, o più precisamente il dukkha — insoddisfazione, imperfezione, impermanenza. Wright la legge attraverso la psicologia evolutiva: il cervello umano è stato selezionato non per essere felice, ma per riprodursi e sopravvivere.

La conseguenza è strutturale. La dopamina non premia il raggiungimento dell'obiettivo — premia l'anticipazione. Una volta ottenuto ciò che volevi, il segnale di ricompensa cala e il sistema si sposta già verso il prossimo obiettivo. Non è debolezza morale: è l'architettura di un cervello che doveva continuare a cercare risorse, partner e status per sopravvivere. Aspettarsi soddisfazione permanente da gratificazioni esterne è combattere l'evoluzione.

Wright distingue tra dukkha come diagnosi osservabile — «le cose non soddisfano mai abbastanza» — e nichilismo. Non sta dicendo che tutto è illusione o che non vale la pena di niente. Sta dicendo che il rapporto con i desideri conta più del soddisfarli. Ed è qui che entra la meditazione.

Mente modulare e il mito dell'io unificato


Il secondo grande argomento del libro riguarda la struttura della mente. Wright presenta la psicologia evolutiva modulare: la mente non è una unità comandata da un «io» coerente. È un insieme di moduli — sottosistemi che si sono evoluti per gestire domini specifici (status, minacce, riproduzione, cooperazione) — che competono e si alternano nel controllo del comportamento.

Questo è esattamente ciò che il buddhismo chiama anatta — «non-sé». L'io unificato e stabile che senti di essere è, in buona parte, una narrativa post-hoc: una storia che il cervello si racconta per dare coerenza a decisioni prese da moduli diversi. Non un'entità che comanda, ma un commentatore che spiega dopo i fatti.

L'insight pratico della mindfulness: quando osservi i tuoi pensieri in meditazione, inizi a vedere che «rabbia», «paura», «desiderio» non sono te — sono eventi che sorgono e passano. Quella distanza cambia tutto.

Meditazione come esperimento, non come fede


Wright descrive i ritiri di meditazione vipassana come laboratori: osservi cosa succede quando smetti di alimentare ogni pensiero. Non lo combatti, non lo segui — lo noti e lasci che passi. Il buddismo chiama questo processo «notare» (noting) e i risultati, secondo Wright, non richiedono fede — richiedono pratica.

Il meccanismo che spiega perché funziona: ogni pensiero o emozione che sorge porta con sé una valenza — piacevole o spiacevole — e una spinta all'azione (avvicinarsi o evitare). Di solito agiamo automaticamente su quella spinta. La meditazione inserisce uno spazio tra stimolo e risposta: osservi la valenza, senti la spinta, e scegli se seguirla. Non sempre — ma più spesso di prima.

Wright cita studi su mindfulness e neuroplasticità con umiltà appropriata: la ricerca è promettente ma non conclusiva, le dimensioni degli studi sono spesso piccole, gli effetti variano per individuo e contesto. Non vende miracoli. Vende un'ipotesi da testare e uno strumento per testarla.

Abbinalo alla tua pratica di meditazione e alla guida pratica su come meditare.

Craving: il problema non è il desiderio


Una delle distinzioni più importanti del libro: il buddhismo non insegna ad eliminare i desideri. Insegna a cambiare il rapporto con essi.

Il craving — brama, dipendenza — è diverso dal desiderio. Desiderare un lavoro interessante è sano; non riuscire a tollerare l'idea di non averlo è craving. Desiderare connessione è sano; scrollare compulsivamente i social cercando qualcosa che non sai neanche cosa sia è craving. La differenza è nella qualità dell'urgenza e nella capacità di starci con il disagio senza agire immediatamente.

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