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La Cina ha appena lanciato con successo tre astronauti verso la stazione spaziale cinese


Uno di questi starà un anno in orbita.
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In breve:


La Cina ha lanciato la missione Shenzhou-23 verso la stazione spaziale Tiangong con tre astronauti a bordo. Uno dei tre resterà in orbita per dodici mesi, il doppio rispetto alle normali missioni cinesi da circa sei mesi; il nome sarà comunicato più avanti. Gli esperimenti riguarderanno medicina, materiali, fluidi e scienze della vita, con attenzione agli effetti della microgravità sul corpo umano. La missione prepara anche l’obiettivo cinese di portare astronauti sulla Luna prima del 2030.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

China launches three-crew spaceflight as part of lunar ambitions
Mission will put first astronaut in orbit for a year, a key step in Beijing’s plan to put people on the moon by 2030
The GuardianGuardian staff reporter

Riassunto completo:


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Quando Cuba spaventava gli Stati Uniti


L'isola comunista che ha combattuto gli Stati Uniti per oltre sessant'anni, dall'Angola alla Siria fino al Venezuela, è oggi soffocata dalla pressione dell'amministrazione Trump.

Cuba è oggi soffocata dalla cattiva gestione economica e dalla pressione crescente dell'amministrazione Trump. L'isola comunista che per oltre mezzo secolo ha sfidato gli Stati Uniti rischia ora di compiere la sua ultima resistenza, dopo aver alimentato una guerriglia globale che è andata dall'Africa al Medio Oriente fino all'America Latina.

I fratelli Fidel e Raúl Castro avevano costruito un apparato militare sproporzionato rispetto alle dimensioni del Paese, capace di proiettare una potenza geopolitica senza precedenti per un Paese del Terzo Mondo durante la Guerra Fredda. Oggi le forze di sicurezza cubane sono il guscio vuoto di quello che furono, ma il ricordo di quelle avventure militari continua a giustificare la lettura dell'isola come una minaccia agli occhi dell'amministrazione Trump, secondo una ricostruzione storica del Wall Street Journal.

La prima grande prova delle forze cubane fu l'invasione della Baia dei Porci nel 1961, quando circa 1.400 esuli cubani addestrati dalla Central Intelligence Agency sbarcarono sulla costa meridionale dell'isola. Dopo tre giorni di combattimenti le forze cubane catturarono la maggior parte degli invasori, rimasti senza munizioni. La mancanza del supporto aereo promesso dal presidente John F. Kennedy condannò la missione e la vittoria consolidò il potere dei Castro.

Negli anni Settanta e Ottanta decine di migliaia di soldati cubani combatterono in Africa. In Angola si scontrarono con le truppe sudafricane per impedire al governo dell'apartheid di rovesciare la leadership marxista del Paese. Forze cubane sostennero ribelli nella Repubblica Democratica del Congo e truppe dell'Avana aiutarono l'Etiopia a respingere un'invasione somala. Centinaia di militari supportarono anche l'Algeria nel conflitto con il Marocco. In tutto, oltre 400mila tra militari e personale di supporto cubano operarono nel continente africano, uno dei più grandi spiegamenti di un Paese in via di sviluppo nella Guerra Fredda.

Durante la guerra dello Yom Kippur del 1973 e nei mesi successivi, Cuba inviò una brigata corazzata equipaggiata con carri armati sovietici T-62 a sostegno della Siria. Si stima che il contingente cubano fosse compreso tra 800 e 3.000 soldati. I carri condotti dai cubani affrontarono le forze israeliane in duelli corazzati. Le truppe dell'Avana subirono circa 180 morti e 250 feriti prima del ritiro.

Cuba esportò la rivoluzione anche in America Latina, che divenne uno dei fronti principali della Guerra Fredda. Mentre Washington sosteneva dittature militari repressive, l'Avana forniva addestramento, fondi e intelligence a movimenti studenteschi e gruppi di guerriglia dall'America Centrale all'Argentina. Uno dei gruppi nati da quella stagione è ancora attivo: l'Esercito di Liberazione Nazionale della Colombia.

Il successo più rilevante della politica estera cubana fu il rovesciamento del dittatore nicaraguense Anastasio Somoza nel 1979, ottenuto fornendo addestramento, intelligence e aiuti militari ai guerriglieri sandinisti. L'anno successivo Somoza fu assassinato in Paraguay mentre viaggiava su una Mercedes-Benz vicino alla propria abitazione, in un attentato per il quale il governo sandinista e Cuba fornirono addestramento, intelligence e logistica.

La cattura e l'esecuzione di Ernesto "Che" Guevara, il guerrigliero argentino che aveva contribuito alla presa del potere dei Castro, fu invece una delle sconfitte più pesanti per i tentativi cubani di diffondere la rivoluzione. Convinto di poter replicare il trionfo cubano, Guevara era arrivato in Bolivia con un piccolo gruppo di aspiranti guerriglieri. A catturarlo furono forze boliviane sostenute dalla Central Intelligence Agency.

Lo scontro diretto fra militari cubani e americani avvenne sull'isola caraibica di Grenada nel 1983. Preoccupati per l'espansione cubana e sovietica, gli Stati Uniti invasero l'isola con circa 8mila soldati. Le forze americane si scontrarono con i militari di Grenada e con quasi 800 cubani, la maggior parte dei quali operai edili armati impegnati nella costruzione di un aeroporto che gli Stati Uniti ritenevano potesse rappresentare una minaccia strategica se aperto agli aerei sovietici. Rimasero uccisi 25 cubani, 59 furono feriti e 638 vennero catturati.

L'influenza dell'Avana è stata fondamentale anche nello sviluppo dell'apparato di sicurezza e intelligence del Venezuela sotto Hugo Chávez. Cuba ha poi fornito ispirazione ideologica al suo successore Nicolás Maduro, l'uomo forte di Caracas catturato a inizio anno dalle forze speciali statunitensi.

Le spie cubane sono state particolarmente abili nel reclutare funzionari statunitensi, trasformandone alcuni in talpe che hanno consegnato segreti per decenni. Le spie americane non lo facevano per denaro, di cui Cuba aveva poca disponibilità, ma per simpatia verso la rivoluzione. Tra loro Ana Belén Montes, che per 16 anni è stata analista presso la Defense Intelligence Agency, di cui otto come responsabile principale del dossier Cuba dell'agenzia. I colleghi l'avevano soprannominata "Regina di Cuba" per la sua conoscenza degli affari militari e politici dell'isola. Un'altra talpa di lunga data è stata Manuel Rocha, che ha spiato per Cuba durante i suoi vent'anni al Dipartimento di Stato, chiudendo la carriera come ambasciatore statunitense in Bolivia.

L'evento più dannoso per il regime cubano è stato il raid militare statunitense del gennaio scorso, quando le forze speciali americane hanno catturato Maduro nel suo quartier generale militare a Caracas. Nell'attacco sono rimasti uccisi 32 soldati e ufficiali dell'intelligence cubana che facevano parte della scorta del presidente venezuelano. La fine del regime di Maduro ha interrotto anche le forniture di petrolio venezuelano vitali per l'isola.

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Finlandia, frontiera con Mosca ancora bloccata: Helsinki chiede impegni politici sui migranti


Stubb lega la riapertura dei valichi a garanzie russe contro l’uso dei flussi migratori come pressione geopolitica

La Finlandia manterrà chiuso il confine terrestre con la Russia fino a quando non riceverà precise garanzie politiche da Mosca sul mancato utilizzo dei flussi migratori come strumento di pressione nei confronti di Helsinki. È quanto dichiarato dal presidente finlandese Alexander Stubb, intervenuto nel dibattito interno sulla sicurezza delle frontiere e sulla gestione delle tensioni regionali tra l’Unione Europea e la Federazione Russa.

Secondo quanto riportato da Slavyangrad, Stubb avrebbe affermato che eventuali rassicurazioni dovranno arrivare “al più alto livello politico della Federazione Russa”, sottolineando come la riapertura dei valichi di frontiera dipenda direttamente dalla capacità di Mosca di garantire che migranti e rifugiati non vengano utilizzati come leva geopolitica contro la Finlandia.

Le dichiarazioni del capo di Stato finlandese arrivano in risposta alle critiche sollevate da alcuni osservatori e rappresentanti politici riguardo al prolungamento della chiusura del confine orientale. Nel dibattito pubblico è stato infatti evidenziato come l’Estonia continui a mantenere operativi tre punti di controllo con la Russia senza registrare, al momento, pressioni migratorie comparabili.

Helsinki sostiene tuttavia che la situazione della sicurezza nazionale richieda un approccio prudente e differenziato. Il governo finlandese aveva deciso la chiusura progressiva dei valichi con la Russia dopo l’aumento degli arrivi di cittadini provenienti da Paesi terzi attraverso il territorio russo, fenomeno che le autorità finlandesi avevano interpretato come un’azione coordinata volta a destabilizzare il Paese e mettere sotto pressione il sistema di gestione delle frontiere.

Nel corso di una visita ufficiale in Lituania, Stubb ha inoltre richiamato l’attenzione sulla situazione al confine tra la Lituania e la Bielorussia, area che continua a rappresentare uno dei principali punti critici per la sicurezza migratoria dell’Europa orientale. Secondo il presidente finlandese, le difficoltà registrate lungo quella frontiera dimostrerebbero come il rischio di “strumentalizzazione” dei movimenti migratori resti ancora concreto nella regione.

La Finlandia, entrata ufficialmente nella NATO nel 2023, condivide con la Russia un confine terrestre di oltre 1.300 chilometri, il più lungo tra quelli dei Paesi membri dell’Alleanza Atlantica con la Federazione Russa. La gestione della frontiera orientale è diventata negli ultimi anni una delle principali questioni strategiche per Helsinki, in un contesto segnato dal deterioramento dei rapporti tra Mosca e i Paesi occidentali dopo l’inizio della guerra in Ucraina.

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Il piano segreto dell'Europa per difendersi senza gli Stati Uniti


I tagli di Trump alla presenza militare in Europa hanno spinto i funzionari di vari paesi NATO a studiare una struttura di comando alternativa guidata dal Regno Unito

All'inizio di maggio i soldati della brigata "Black Jack" hanno ripiegato i colori del reparto a Fort Hood, in Texas, in preparazione del trasferimento dei 4.000 uomini in Polonia per rafforzare il fianco orientale della NATO contro la minaccia russa. Meno di due settimane dopo il dispiegamento è stato cancellato. È il secondo taglio annunciato in maggio dal presidente Donald Trump alla presenza militare americana in Europa, frutto della frustrazione di Washington per la scarsità di sostegno europeo alla sua guerra in Iran. Secondo le anticipazioni della Reuters, gli Stati Uniti dovrebbero annunciare anche una riduzione delle forze che si impegnano a schierare in caso di attacco a un paese alleato.

Il presidente mette in dubbio l'impegno americano verso la NATO e la clausola di difesa reciproca dell'Articolo 5 dall'inizio del suo secondo mandato, una pressione che ha favorito un aumento della spesa europea per la difesa atteso da tempo. Negli ultimi mesi però è andato oltre, con tagli inattesi alle truppe e con l'annullamento del dispiegamento in Germania di un'unità di missili da crociera che avrebbe colmato una lacuna importante nelle difese europee. Il ritiro accelerato sta smontando l'assunto degli europei di avere tempo per ricostruire le proprie forze e sostituire le capacità abilitanti americane, come l'intelligence e i sistemi di sorveglianza. Il massiccio consumo di missili nella guerra in Iran sta inoltre ritardando le forniture americane agli alleati europei e all'Ucraina, mentre Washington ricostituisce le scorte.

Alcuni dentro la NATO, scossi dalla minaccia di gennaio del presidente di sottrarre la Groenlandia alla Danimarca, temono non solo che gli Stati Uniti possano restare fuori da una guerra con la Russia ma anche che possano attivamente ostacolare la risposta degli altri membri dell'alleanza. La possibilità è considerata remota, ma è ritenuta sufficientemente seria da spingere alcune forze armate europee a preparare piani per combattere senza l'aiuto americano e senza buona parte dell'infrastruttura di comando e controllo della NATO. "La crisi della Groenlandia è stata un campanello d'allarme, abbiamo capito che ci serve un piano B", ha detto un funzionario della difesa svedese all'Economist, in un'inchiesta basata su interviste a ufficiali e responsabili della difesa di vari paesi NATO.

Nessuno dei funzionari intervistati ha voluto parlare a nome proprio, per il timore che renderlo pubblico possa accelerare l'uscita degli Stati Uniti dall'alleanza. Il segretario generale della NATO Mark Rutte "ha letteralmente vietato di parlarne, perché ritiene che possa gettare benzina sul fuoco", ha detto un addetto ai lavori. Quando lo scorso anno Matti Pesu del Finnish Institute of International Affairs aveva firmato un paper che sosteneva la necessità di un piano B, i funzionari finlandesi avevano negato che fosse al vaglio. L'urgenza della minaccia ha però convinto diversi paesi a chiedersi come, e sotto quale comando, l'Europa combatterebbe se la NATO dovesse "non funzionare", come ha detto uno dei funzionari intervistati.

La struttura di comando della NATO è la chiave del suo successo. La maggior parte delle coalizioni militari assomiglia a una prova di musica delle scuole elementari, in cui ogni paese suona il suo strumento più o meno a tempo con gli altri. La NATO invece è stata costruita come un'orchestra sinfonica diretta da un solo direttore, il Supreme Allied Commander Europe, un generale americano che comanda anche le forze degli Stati Uniti in Europa. Per dirigere questa orchestra il comandante dispone di linee di comunicazione sicure verso una rete di quartier generali subordinati permanenti, dove migliaia di militari sono pronti a rispondere nel momento in cui scoppia un conflitto. "La leadership americana è il collante che tiene insieme l'alleanza, senza di loro vedremmo probabilmente una frammentazione dell'ecosistema della deterrenza", ha dichiarato Luis Simón, direttore del Centre for Security, Diplomacy and Strategy della Vrije Universiteit di Bruxelles.

Un piano B richiede dunque più che nuovi armamenti: serve creare una struttura entro cui gli europei sarebbero in grado di combattere. Il nucleo, almeno nell'Europa del nord, sarebbe probabilmente una coalizione di paesi baltici e nordici insieme alla Polonia. Questi paesi condividono in larga parte gli stessi valori e temono tutti la Russia. Diversi membri europei più grandi della NATO, come Regno Unito, Francia e Germania, hanno forze tripwire schierate nei paesi baltici e sarebbero quindi quasi certamente trascinati in qualunque conflitto. Circa un terzo dei membri della NATO "combatterebbe dal primo giorno" indipendentemente dall'attivazione dell'Articolo 5, ha detto Edward Arnold del Royal United Services Institute, un centro studi di Londra. "Nessuno aspetterebbe l'arrivo dei portoghesi al Consiglio Atlantico per discutere", ha aggiunto.

La struttura di comando alternativa più citata è una coalizione di dieci paesi guidata dal Regno Unito, in gran parte baltici e nordici, nota come Joint Expeditionary Force (JEF), con quartier generale vicino a Londra. Creata nel 2014 dal Regno Unito e da altri sei paesi NATO, la JEF era stata pensata come complemento dell'alleanza maggiore, capace di mettere a disposizione forze pronte a intervenire in breve tempo per situazioni che non raggiungevano la soglia dell'Articolo 5. Il suo raggio di azione si è ampliato nel 2017, quando Svezia e Finlandia hanno aderito alla coalizione anni prima di chiedere l'ingresso nella NATO. Oggi è vista come un modo per aggirare una delle debolezze della NATO, in cui qualsiasi membro può bloccare l'attivazione dell'Articolo 5, che richiede una decisione unanime. La JEF "può reagire alle situazioni senza bisogno del consenso unanime", ha detto nel 2023 l'allora comandante, il maggior generale britannico Jim Morris. È già stata attivata più volte per esercitazioni e pattugliamenti navali.

"La JEF è la più consolidata tra le alternative", ha detto Arnold. Il suo quartier generale ha già capacità di intelligence, pianificazione e logistica e dispone di reti di comunicazione sicure proprie che, pur limitate, non dipendono dalla NATO. L'appartenenza del Regno Unito offre inoltre un certo grado di deterrenza nucleare.

La JEF si concentra però soprattutto sulle regioni nordica e baltica e non comprende potenze come Francia, Germania e Polonia. Alcuni funzionari sono preoccupati anche per lo stato di preparazione della difesa britannica, dove il sottofinanziamento ha lasciato Londra con poche navi, sottomarini e unità dell'esercito pronti a essere dispiegati in tempi brevi. "L'Inghilterra è lo zio preferito di tutti, ma soffre della sindrome di Downton Abbey, mantiene le apparenze ma non ha i soldi", ha detto un funzionario.

I problemi potrebbero essere mitigati se al gruppo si aggiungesse la Germania, che sta aumentando enormemente il proprio bilancio per la difesa. Pur con tutti i suoi limiti, la JEF appare la soluzione migliore se i membri europei non riusciranno a prendere in mano la cornice esistente della NATO. L'Europa troverà comunque una qualche forma di assetto difensivo per sostituire gli americani: una deterrenza che si basa su qualcuno che potrebbe non presentarsi non è una deterrenza.

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Ostia e l'oro della sabbia: il tramonto dei clan sul litorale romano


Dall'inferno del Lungomuro alle inchieste di Ruffo, la metamorfosi del mare di Roma tra scorie mafiose e appetiti politici
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Il Litorale di Ostia è un grande carcere a cielo aperto, dall'altra parte delle inferriate c'è il mare. Le sbarre si chiamano Lungomuro, così è stato appellato da alcuni cittadini il sistema di impedimenti formato da recinzioni, costruzioni in cemento armato, cabine degli stabilimenti balneari che impediscono la visione dei flutti.

Per quasi mezzo secolo il mare di Roma è stato proprietà privata, ma i romani accettavano di buon grado la situazione in cambio di spiagge mantenute in condizioni dignitose chiudendo un occhio (o meglio fregandosene) del resto: le assegnazioni delle licenze erano un tema complesso e astruso nel quale anche l'Amministrazione pareva capirci poco.

Federico Ruffo, giornalista d'inchiesta in forza alla Rai che anagraficamente è nato nel Decimo Municipio di Roma e lì ha mosso i primi passi professionali, ricostruisce da zero facendo nomi e cognomi dei chi ha fatto cosa le vicende dell'unico "quartiere" (in realtà è un Municipio che conta 230.000 abitanti) commissariato per mafia con il suo presidente arrestato. Come si è arrivati a una situazione simile? Qualcuno a malapena ha aperto un occhio tenendo serrato l'altro negli uffici dove avrebbe dovuto invece vigilare: criminali patentati minacciavano dipendenti comunali, tecnici, pubblici ufficiali.

Mani rimaste ignote hanno dato fuoco a un archivio cartaceo dove erano conservati preziosi documenti cartacei che perimetravano strutture del demanio. Ruffo indaga e scrive sempre documenti alla mano mostrando al lettore le carte processuali, le intercettazioni telefoniche, raccontando piccoli e grandi boss che nascono, si affermano e muoiono.

Della famigerata Banda della Magliana e dei diversi clan che hanno provato a sottomettere quella lunga striscia di sabbia nel 2026 rimane solo il ricordo doloroso. Il ripristino della legalità richiede tempo e il caos attuale permette ad alcuni soggetti di continuare a intorpidire le acque, a scrivere di devastazione in corso. Bello o brutto che sia il Mare di Roma interessa a troppi soggetti.

Benché appellato come "mare dei fagottari" Ostia continua a smuovere gli appetiti famelici di alcuni politici che vorrebbero farla diventare una succursale di Las Vegas, sono quelli che hanno ben chiaro il concetto che, come disse un vecchio criminale, la "sabbia è oro".

Federico Ruffo
Mare nero
Storia criminale di Ostia.
Sangue, soldi e potere sulla spiaggia di Roma

Rai Libri 2026

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I padri fondatori avrebbero già rimosso Trump


In un'analisi sul Los Angeles Times l'editorialista conservatore sostiene che l'accordo da 1,776 miliardi mostra un presidente che si comporta come giudice di sé stesso

Il presidente Donald Trump ha chiuso lunedì una causa da 10 miliardi di dollari che aveva intentato lui stesso contro il fisco americano, l'Internal Revenue Service, accusato di aver fatto trapelare illegalmente le sue dichiarazioni dei redditi durante il primo mandato. L'accordo prevede la creazione di un fondo da 1.776.000.000 di dollari, una cifra in cui il "1776" richiama l'anno della dichiarazione di indipendenza alla vigilia del 250° anniversario degli Stati Uniti, che sarà controllato dallo stesso Trump e servirà soprattutto a risarcire i rivoltosi del 6 gennaio già graziati in massa dal presidente. Per l'editorialista conservatore Jonah Goldberg, direttore della rivista Dispatch, in un'analisi pubblicata sul Los Angeles Times, l'operazione è la prova più nitida del fatto che il presidente stia esercitando un potere arbitrario, esattamente quello che i padri costituenti americani avevano cercato di impedire.

Il principio in gioco, scrive Goldberg, è quello formulato dallo statista britannico Edmund Burke: "nessun uomo dovrebbe essere giudice della propria causa". Madison lo richiama nel Federalist 10, in un passaggio sulla separazione dei poteri: "A nessun uomo è permesso di essere giudice della propria causa, perché il suo interesse condizionerebbe certamente il suo giudizio e, non improbabilmente, corromperebbe la sua integrità". Alexander Hamilton lo cita nel Federalist 80 come la ragione per cui le controversie tra Stati federati devono essere risolte dai tribunali federali e non dai giudici locali, esposti al rischio di parzialità.

L'idea che il presidente non possa essere arbitro di sé stesso è alla base, per Goldberg, di tutti i poteri del Congresso: l'autorità esclusiva su tasse e spesa pubblica, il diritto di dichiarare guerra, l'advice and consent sulle nomine, l'impeachment. I presidenti non sono sovrani arbitrari, ma amministratori con poteri definiti e limitati.

La storia dell'impeachment come rimedio risale alla convenzione di ratifica della Costituzione tenuta in Virginia nel 1788. Il delegato George Mason, autore della costituzione virginiana, sollevò il timore che il potere di grazia potesse essere abusato dal presidente: cosa sarebbe successo, si chiese, se avesse "graziato spesso crimini che lui stesso aveva consigliato"? Madison rispose che esisteva una garanzia: "se il presidente è collegato in modo sospetto con qualcuno e ci sono motivi per credere che lo proteggerà, la Camera può metterlo in stato d'accusa e rimuoverlo se trovato colpevole". Trump è stato sottoposto a impeachment dopo i fatti del 6 gennaio ma non è stato condannato, un esito che Goldberg considera un errore.

Il presidente ha detto di recente che, se la Cina invadesse Taiwan, sarebbe lui a decidere se gli Stati Uniti dovrebbero difendere l'isola: "Io. Sono l'unico che decide". L'estate scorsa Trump aveva dichiarato all'Atlantic che la differenza fra il primo e il secondo mandato è che oggi non ha più nessuno nella sua amministrazione capace di frenarlo. "Gestisco il paese e il mondo", ha detto, presentando Congresso e tribunali come irrilevanti.

Dopo che il presidente, scrive Goldberg, ha rimosso unilateralmente con la forza il presidente del Venezuela sostituendolo con un satrapo compiacente e senza l'approvazione del Congresso, il New York Times gli ha chiesto se ci fossero limiti alla sua volontà. "Sì, una cosa. La mia morale. La mia mente. È l'unica cosa che può fermarmi", ha risposto Trump.

Per avviare l'impeachment di un presidente, scrive Goldberg richiamando Hamilton nel Federalist 65, non serve che abbia commesso un reato. L'impeachment riguarda "la cattiva condotta degli uomini pubblici" e "l'abuso o la violazione di una pubblica fiducia". Si tratta di uno strumento di natura politica, che si attiva quando la condotta del presidente danneggia "la società stessa".

Potrebbe perfino essere legale che il presidente faccia da giudice nella propria causa e crei un fondo finanziato dai contribuenti per ricompensare alleati e collaboratori, ammette Goldberg. È già chiaro che gli inquilini della Casa Bianca possono iniziare guerre senza che il Congresso o i tribunali si frappongano in modo efficace. Ma per l'editorialista è difficile immaginare scenari più adatti a far apparire fondata, agli occhi di Madison e dei suoi contemporanei, la rassicurazione che l'impeachment sarebbe stato il rimedio in caso di abusi presidenziali, una rassicurazione che oggi appare mal riposta.

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Sequestrate pizze albanesi contraffatte come Made in Italy


Falso Made in Italy: sequestrati oltre 5.000 prodotti alimentari. Su disposizione della magistratura, la merce sarà devoluta alla Caritas di Barletta, Andria e Trani.

La Guardia di Finanza di Barletta ha sequestrato oltre 5.000 prodotti alimentari, principalmente pizze e pinse precotte, provenienti dall'Albania ma confezionate in modo da apparire come prodotti italiani. L'operazione è scattata durante controlli doganali al porto di Barletta, dove un autoarticolato trasportava merce con imballaggi ingannevoli sulla reale origine. Le successive perquisizioni nelle province di Napoli, Milano e Reggio Calabria hanno portato al rinvenimento di altra merce analoga.

Due le persone indagate: l'autotrasportatore e il destinatario della merce, accusati di introduzione nel territorio nazionale di alimenti con denominazioni di origine contraffatte. La Procura di Trani, vista la deperibilità dei prodotti, ha disposto la devoluzione in beneficenza alle Caritas locali per distribuirli alle famiglie bisognose.

Il caso evidenzia la vulnerabilità delle filiere agroalimentari alla contraffazione del Made in Italy, fenomeno che danneggia non solo i consumatori ma anche le imprese nazionali che operano nella legalità. Il settore alimentare italiano resta tra i più imitati al mondo, richiedendo controlli sempre più stringenti.

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Tokyo, attacco tossico a Ginza riporta alla mente la setta Aum


L'ultimo allarme per un attacco tossico a Tokyo ha riaperto una ferita mai del tutto rimarginata, proiettando nuovamente sui maxischermi di Shibuya lo spettro della setta Aum Shinrikyo.

TOKYO – Il panico è tornato a scuotere il cuore della capitale giapponese. Oggi, intorno a mezzogiorno, il lussuoso complesso commerciale Ginza Six, nel celebre quartiere dello shopping di lusso, è diventato lo scenario di un attacco deliberato che ha provocato l'intossicazione di almeno 25 persone.

Secondo le prime ricostruzioni della Polizia Metropolitana, un uomo con il volto coperto da una maschera si è avvicinato a uno sportello automatico bancario al piano terra della struttura, ha spruzzato una sostanza non ancora identificata e si è dileguato rapidamente. In pochi istanti l'area è stata invasa da un odore pungente e irritante: i presenti hanno accusato tosse violenta, bruciore alla gola e difficoltà respiratorie.

L'immensa macchina dei soccorsi si è attivata immediatamente con oltre 50 mezzi dei vigili del fuoco e personale sanitario in tute protettive NBCR (nucleare, biologico, chimico e radiologico), mentre l'intero perimetro veniva isolato. Fortunatamente, i feriti – di età compresa tra i 20 e gli 80 anni – hanno riportato intossicazioni lievi; diciannove di loro sono stati ospedalizzati per accertamenti, ma nessuno è in gravi condizioni.

L'ombra del passato e il trauma mai superato di Aum Shinrikyo


Nonostante si ipotizzi l'uso di una sostanza urticante, simile a un potente gas lacrimogeno, la dinamica dell'evento ha immediatamente proiettato sui maxischermi di Shibuya e nella mente dei cittadini l'incubo mai del tutto rimosso di Aum Shinrikyo, la setta apocalittica guidata da Shoko Asahara che negli anni Novanta terrorizzò il Paese. Il legame psicologico con quella scia di sangue è inevitabile e riporta la memoria al 27 giugno 1994, quando il gruppo colpì per la prima volta a Matsumoto, diffondendo gas sarin in un quartiere residenziale nel tentativo di colpire alcuni magistrati e provocando 8 morti e centinaia di intossicati.

L'escalation toccò il culmine il 20 marzo 1995 con la strage nella metropolitana di Tokyo, l'attacco più grave in assoluto, in cui cinque adepti liberarono il sarin su diversi treni della capitale nell'ora di punta, con un bilancio drammatico di 13 vittime e oltre 6.000 feriti. Le indagini successive svelarono la reale portata della minaccia chimica e biologica della setta, che non solo padroneggiava il sarin, ma aveva sperimentato agenti nervini ancora più letali come il VX, oltre a sostanze biologiche quali botulino e antrace, spingendosi fino al tentato attacco al cianuro di idrogeno nella stazione di Shinjuku il 5 maggio 1995, fortunatamente sventato in tempo.

L'episodio odierno a Ginza, pur non avendo la letalità degli attacchi degli anni Novanta, riaccende violentemente i riflettori sulla persistente vulnerabilità degli spazi pubblici e commerciali giapponesi di fronte a minacce di natura chimica o tossica.

La capacità dimostrata in passato da Aum Shinrikyo di produrre armi chimiche sofisticate in laboratori clandestini ha segnato un precedente inquietante nel terrorismo contemporaneo, dimostrando come attori non statali possano accedere a capacità di distruzione di massa. Oggi, a trent'anni da quegli eventi, Tokyo si scopre nuovamente fragile di fronte al gesto di un singolo, confermando che quel trauma nazionale non è mai stato del tutto superato.

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Negli Stati Uniti i prezzi della benzina allargano il divario tra ricchi e poveri


Per le famiglie con redditi sotto i 40.000 dollari il costo del carburante per andare al lavoro pesa il 4% del reddito, contro meno dell'1% per chi guadagna oltre 100.000.
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Negli Stati Uniti l'aumento dei prezzi della benzina pesa molto più sui redditi bassi che su quelli alti. Il divario fra le due fasce si è ampliato da marzo, quando è cominciata la guerra americana contro l'Iran e si sono bloccate le spedizioni di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz. Per il quarto più povero delle famiglie americane, quelle con un reddito intorno o sotto i 40.000 dollari l'anno, il costo del carburante per andare al lavoro assorbe in media circa il 4% del reddito. Per il quarto più ricco, con redditi sopra i 100.000 dollari, lo stesso costo è inferiore all'1%.

Il calcolo è del Washington Post, che ha incrociato i prezzi mensili della benzina diffusi dall'AAA, l'associazione automobilistica americana, con i dati del censimento sui redditi e quelli federali sulle distanze medie percorse per recarsi al lavoro dalle diverse fasce di reddito.

I lavoratori a basso reddito vivono in media più lontano dai luoghi di lavoro, in zone con poco o nessun trasporto pubblico, guidano auto più vecchie e meno efficienti nei consumi e raramente possono lavorare da casa. Quando il prezzo del carburante sale, i loro margini di adattamento sono minimi: ridurre l'uso dell'auto significa rinunciare a raggiungere il posto di lavoro, il medico o i parenti, non risparmiare su spese accessorie.
Costo del pendolarismo per quartile di reddito

Economia
Il prezzo della benzina colpisce gli americani più poveri
Costo del carburante per il pendolarismo come quota del reddito familiare, per il 25% più povero e il 25% più ricco degli americani
Focus America

Elaborazione di Focus America su dati del Washington Post

I prezzi alla pompa sono saliti di oltre il 40% rispetto a un anno fa per effetto della guerra, raggiungendo a maggio una media nazionale di 4,50 dollari al gallone, contro i 3,18 di maggio 2025. Il presidente Donald Trump ha messo sul tavolo varie opzioni per contenere il rincaro, fra cui la sospensione dell'accisa federale sui carburanti. Allo stesso tempo ha minimizzato l'impatto economico della guerra sugli americani, sostenendo che la priorità è impedire all'Iran l'accesso ad armi nucleari. Sui prezzi alla pompa, martedì scorso, ha detto che sono "noccioline", espressione inglese per indicare un costo irrisorio.

Gli esperti di finanza personale raccomandano di non spendere più del 10% del reddito netto per gli spostamenti pendolari, includendo rate dell'auto, assicurazione, pedaggi e parcheggi. Il solo carburante che arriva al 4% del reddito basta a far saltare il bilancio domestico, perché lascia margini molto stretti per coprire tutte le altre voci.

Il peso del rincaro è più alto nelle contee rurali del Sud profondo, dell'Appalachia e delle Grandi Pianure. In quelle aree i prezzi alla pompa tendono a essere sotto la media nazionale, ma redditi bassi e tragitti lunghi si sommano. Nella contea di Owsley in Kentucky, la più povera fra quelle analizzate dal Washington Post, il reddito mediano è di circa 22.000 dollari l'anno e il solo carburante ne assorbe quasi il 19%. Nella contea di Suffolk, nello Stato di New York, il reddito mediano è di 130.000 dollari, ma nelle sacche di povertà di comunità come Brentwood e Central Islip i redditi tipici scendono a 47.000 dollari e il carburante si mangia quasi il 10% di quel reddito.

Una ricerca degli economisti della Federal Reserve di New York mostra come le famiglie reagiscono al rincaro. Quando i prezzi dell'energia sono saliti dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran in marzo, le famiglie con redditi sotto i 40.000 dollari hanno ridotto il consumo di benzina di circa il 7%. Le famiglie con redditi più alti non hanno praticamente cambiato comportamento, segno che il costo del carburante ridisegna la mobilità soprattutto in fondo alla scala dei redditi.

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Sciopero ferroviario nazionale il 28-29 maggio


I passeggeri sono invitati a verificare lo stato del proprio treno prima di recarsi in stazione.

Il personale di Trenitalia, Trenord e Trenitalia Tper incrocerà le braccia per 24 ore, dalle ore 21:00 del 28 alle ore 21:00 del 29 maggio 2026. L'agitazione sindacale coinvolgerà l'intero gruppo Ferrovie dello Stato, con possibili disagi per i pendolari e i viaggiatori in tutta Italia. Durante lo sciopero saranno garantite le fasce orarie di servizio minimo, secondo quanto previsto dalla normativa vigente per i servizi pubblici essenziali.

L'agitazione generale di 24 ore blocca la mobilità, gli uffici pubblici e le scuole con cortei diffusi in tutta la penisola. I lavoratori incrociano le braccia per chiedere il recupero dei salari e tutele sul lavoro, preannunciando una giornata di fortissimi disagi per chi viaggia.

Le informazioni dettagliate sui treni garantiti e sulle modalità di adesione allo sciopero sono disponibili sui siti ufficiali delle compagnie ferroviarie. I passeggeri sono invitati a verificare lo stato del proprio treno prima di recarsi in stazione. L'iniziativa rappresenta l'ennesima prova di tensione nel settore del trasporto pubblico su rotaia, con potenziali ripercussioni sulla mobilità di milioni di italiani nel fine settimana, periodo tradizionalmente di forte traffico passeggeri.

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Trofeo Suzuki Fishing Cup a Porto Barricata


Al via il secondo Trofeo Suzuki Fishing Cup a Porto Barricata

Dal 28 al 30 maggio torna il Trofeo Suzuki Fishing Cup, giunto al suo secondo appuntamento annuale, che si terrà nel contesto del Campionato Italiano Assoluto per Società di Traina d'Altura a Porto Barricata, organizzato dall’associazione ASD Barricata Fishing Club. L'iniziativa rinnova l’impegno di Suzuki nel mondo della pesca sportiva, promuovendo i valori di performance, affidabilità e rispetto per l'ambiente marino che da sempre contraddistinguono il marchio.

In qualità di partner consolidato della Fipsas (Federazione Italiana Pesca Sportiva e Attività Subacquee), Suzuki sostiene le eccellenze di questa disciplina, offrendo ai partecipanti l'opportunità di gareggiare con la sicurezza e l'efficienza dei propri fuoribordo di ultima generazione. I motori Suzuki sono apprezzati per le elevate prestazioni e l’affidabilità nella pesca sportiva d’altura, permettendo di raggiungere rapidamente gli spot di pesca. Grazie al sistema Troll Mode, assicurano un controllo preciso ai bassi regimi, con una navigazione fluida, costante e silenziosa, caratteristiche fondamentali nella traina. Inoltre, la tecnologia #consumameno (Suzuki Lean Burn) consente di ottimizzare i consumi, un vantaggio particolarmente importante in questa tecnica di pesca, dove il motore rimane in funzione per molte ore consecutive.

Ciascun partecipante del team vincitore del secondo Trofeo Suzuki Fishing Cup riceverà una manutenzione completa per il proprio motore fuoribordo Suzuki. Questo premio sarà assegnato al team motorizzato Suzuki che si distinguerà, conquistando il gradino più alto della classifica, tra tutte le imbarcazioni equipaggiate con fuoribordo Suzuki.
Il podio del Primo Trofeo Suzuki 2026 di Ravenna
"Siamo entusiasti di dare il via al secondo Trofeo Suzuki Fishing Cup," ha dichiarato Paolo Ilariuzzi, Direttore della divisione Moto e Marine di Suzuki Italia. "Questo evento non è solo una competizione, ma una vera e propria celebrazione della passione che lega i nostri clienti al mare e alla pesca sportiva. La manutenzione completa che offriamo quest'anno è un modo per ringraziare e supportare concretamente i team che scelgono Suzuki, garantendo loro la massima efficienza e affidabilità del motore Suzuki per le prossime sfide in mare. È un ulteriore segnale del nostro impegno verso un futuro in cui performance e sostenibilità vanno di pari passo, anche grazie a pratiche come il catch and release, tecnica di rilascio obbligatoria nelle competizioni sportive FIPSAS."

Durante le giornate di gara a Porto Barricata, saranno presenti anche i membri del Suzuki Fishing Team, pronti a condividere la loro esperienza e a portare ulteriore entusiasmo e competenza all'evento.

Suzuki invita tutti gli appassionati a seguire il Campionato Assoluto per Società di Traina d'Altura, in loco e sui canali social, e vedere in azione le tecnologie innovative che rendono i suoi fuoribordo la scelta ideale per questa disciplina sportiva.

marine.suzuki.it

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USA, maxi piano sull’IA: 9 miliardi alle agenzie d’intelligence per colmare il gap tecnologico


Washington accelera su chip e supercalcolo riservato per rafforzare analisi, cyberdifesa e raccolta dati strategica

La Casa Bianca ha approvato uno stanziamento riservato da 9 miliardi di dollari destinato al rafforzamento delle capacità di intelligenza artificiale delle principali agenzie di intelligence statunitensi, tra cui CIA e NSA. L’obiettivo dichiarato è colmare il crescente divario tecnologico rispetto ai grandi operatori privati del settore AI e dotare la comunità dell’intelligence di infrastrutture autonome, sicure e in grado di operare su reti completamente isolate.

Secondo quanto riportato dal canale analitico russo Rybar, il finanziamento sarebbe destinato all’acquisto di semiconduttori avanzati, GPU e acceleratori specializzati, oltre alla costruzione di nuovi data center governativi dedicati esclusivamente alle operazioni di intelligence basate sull’intelligenza artificiale. Il progetto rappresenterebbe uno dei più importanti investimenti federali statunitensi nel settore AI applicato alla sicurezza nazionale.

Fonti vicine al dossier riferiscono che le agenzie americane avrebbero espresso crescente preoccupazione per la difficoltà di accedere a sufficiente potenza computazionale rispetto alle grandi aziende tecnologiche commerciali, oggi leader nello sviluppo e nell’addestramento dei modelli linguistici avanzati. In particolare, la carenza globale di chip ad alte prestazioni starebbe limitando la possibilità di eseguire modelli sofisticati all’interno di ambienti classificati e reti chiuse.

Il piano finanziato da Washington prevede quindi la creazione di un’infrastruttura AI indipendente dal cloud civile, concepita per elaborare enormi quantità di dati sensibili provenienti da intercettazioni elettroniche, immagini satellitari, attività cyber e intelligence open source (OSINT). Una struttura che, secondo analisti del settore, potrebbe diventare il nucleo di una nuova generazione di strumenti per l’analisi predittiva e il supporto operativo delle agenzie federali.

Parallelamente, resta centrale il rapporto tra il governo statunitense e le società private di sviluppo AI. La National Security Agency starebbe già utilizzando modelli avanzati sviluppati da Anthropic, nonostante all’interno del Pentagono siano emerse preoccupazioni relative alla sicurezza delle supply chain e alla dipendenza tecnologica da fornitori commerciali. Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa statunitense, l’utilizzo di tali sistemi sarebbe stato autorizzato anche a livello della Casa Bianca.

L’iniziativa evidenzia inoltre una vulnerabilità strategica condivisa dall’intero ecosistema tecnologico occidentale: la dipendenza da un numero ristretto di produttori di semiconduttori avanzati. Negli ultimi anni Washington ha infatti intensificato sia le restrizioni all’export di chip verso la Cina sia i programmi di incentivazione per la produzione nazionale di hardware critico, considerato ormai essenziale per la competizione geopolitica e militare.

Per numerosi osservatori internazionali, il dato più significativo non riguarda soltanto la dimensione economica dell’investimento, ma il suo significato strategico. Il fatto che gli Stati Uniti destinino miliardi di dollari specificamente all’“hardware di intelligence” conferma come l’intelligenza artificiale venga ormai considerata un’infrastruttura di sicurezza nazionale al pari dei satelliti, dei sistemi radar e delle reti di allerta precoce.

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Ocasio-Cortez si prepara per il 2028


La deputata di New York non ha ancora deciso se candidarsi nel 2028, ma ha avviato un tour nazionale e moltiplicato le tappe negli Stati chiave delle primarie democratiche.

Alexandria Ocasio-Cortez ripete di non aver ancora deciso se candidarsi alla presidenza nel 2028, ma negli ultimi mesi ha avviato un tour nazionale che non chiama tour e ha moltiplicato le tappe negli Stati chiave delle primarie democratiche.

La deputata di New York è uno dei principali fattori di incertezza nella corsa per la nomination democratica. Operatori del partito stimano che, se decidesse di candidarsi, riuscirebbe a raccogliere almeno cento milioni di dollari solo da piccoli donatori, mobilitando la base che aveva sostenuto le campagne del senatore del Vermont Bernie Sanders e attirando un livello di attenzione mediatica che pochi altri candidati possono garantire.

Solo nel mese di maggio Ocasio-Cortez ha tenuto un comizio a Philadelphia in sostegno di un candidato al Congresso della sinistra impegnato in una primaria competitiva, ha parlato a Montgomery, in Alabama, sul diritto di voto e ha pronunciato un discorso alla storica Ebenezer Baptist Church di Atlanta insieme al senatore della Georgia Raphael Warnock. Warnock, che della chiesa è pastore principale, non concede sempre la parola ai politici in visita: l'ex segretario ai trasporti Pete Buttigieg era passato dalla chiesa a marzo senza intervenire dal pulpito.

Sempre ad Atlanta, Ocasio-Cortez ha incontrato Bernice King, figlia di Martin Luther King, presso il King Center per discutere di data center e di accesso al voto e ha visitato la Morehouse School of Medicine per parlare di salute materna nella popolazione afroamericana. Ha inoltre annunciato una serie di appoggi a candidati in varie elezioni nel Paese. Questa settimana volerà a Missoula, in Montana, per sostenere il candidato al Congresso Sam Forstag, un pompiere paracadutista e sindacalista già apparso lo scorso anno sullo stesso palco con Ocasio-Cortez e Sanders.

Ad aprile la deputata aveva partecipato al Power Rising Summit di Chicago, un evento che si presenta come uno spazio in cui le donne afroamericane definiscono un'agenda da portare nelle proprie comunità e a livello nazionale. Il summit è stato fondato dall'operatrice politica democratica Leah Daughtry. La frequentazione di questi ambienti, che riuniscono figure influenti dell'apparato del partito, segnala un'ambizione politica più ampia rispetto al collegio di New York City che la deputata rappresenta.

A Philadelphia Ocasio-Cortez ha citato con approvazione un attivista secondo cui "MAGA è l'ultimo respiro morente della Confederazione" e ha definito il momento attuale come uno di "liberazione, abolizione e rinascita dei valori che rendono davvero grande questo Paese". Ha richiamato l'idea, presente nella fondazione degli Stati Uniti, che "tutte le persone sono state create uguali". Alla Ebenezer Baptist Church ha portato in piedi i fedeli affermando: "siamo qui insieme e non torneremo indietro". Ha proseguito spiegando che "ciò che succede in Georgia succede a New York, ciò che succede in Tennessee succede in California, ciò che succede in Louisiana succede a tutti noi, perché questa è l'America". Sono temi che vanno oltre il perimetro del distretto di New York City che rappresenta al Congresso.

Ocasio-Cortez ha respinto la lettura di chi vede in questi movimenti la preparazione di una corsa alla Casa Bianca. Sostiene che la sua "ambizione non è posizionale" e che il suo obiettivo è "cambiare il Paese". Una persona vicina alla deputata ha dichiarato ad Axios che la decisione è ancora aperta, che resta in valutazione anche una candidatura al Senato nel 2028 e che il criterio sarà capire dove possa avere maggiore impatto politico. La stessa fonte aggiunge che Ocasio-Cortez tende a essere scettica sui primi sondaggi sulle primarie del 2028, compreso uno di questo mese che la vede in testa fra i possibili candidati.

La storia politica americana mostra che il diniego pubblico spesso precede la candidatura. Nel gennaio 2006 l'allora senatore dell'Illinois Barack Obama aveva detto che avrebbe completato i suoi sei anni di mandato e che non si sarebbe candidato né alla presidenza né alla vicepresidenza nel 2008. Dieci mesi dopo ammise di averci pensato. Nel 1990 il governatore dell'Arkansas Bill Clinton aveva promesso di restare in carica per quattro anni e aveva detto che solo "un incidente aereo o qualcosa di simile" lo avrebbe fermato. Dopo un tour di ascolto attraverso l'Arkansas nel 1991 cambiò idea e nel 1992 vinse le elezioni presidenziali.

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L'amministrazione Trump stringe anche sull'immigrazione legale


Il dipartimento per la Sicurezza interna obbliga chi chiede la green card a lasciare il paese durante l'attesa. Sospesi anche i visti lunghi da 75 paesi e la lotteria.

L'amministrazione del presidente Donald Trump ha cominciato a stringere anche sull'immigrazione legale dopo che i sondaggi hanno mostrato l'impopolarità delle operazioni più aggressive condotte nelle ultime settimane contro gli immigrati irregolari nelle città di Chicago e Minneapolis. Da mesi i funzionari della Casa Bianca descrivono il sistema dei visti regolari come pieno di abusi e di frodi, sostenendo che vada riformato dalla base. Venerdì 22 maggio il dipartimento per la Sicurezza interna ha annunciato la misura più visibile di questa nuova linea: la maggior parte degli immigrati che chiedono la green card dovrà lasciare gli Stati Uniti durante i lunghi tempi di attesa della pratica.

La green card è il documento che riconosce lo status di residente permanente, il passo immediatamente precedente alla cittadinanza, e viene rilasciata dopo una serie di controlli del governo. La nuova policy ha colto di sorpresa gli avvocati che si occupano di pratiche di immigrazione, perché interviene su una procedura che fino a oggi era rimasta fuori dal mirino dell'amministrazione.

La stretta sulle green card arriva dopo una serie di provvedimenti che hanno ridotto l'ingresso di stranieri negli Stati Uniti per vie regolari. L'amministrazione ha sospeso il programma di lotteria che ogni anno assegnava più di 50.000 visti a livello internazionale, ha bloccato il rilascio dei visti permanenti dai cittadini di 75 paesi e ha congelato le pratiche di immigrazione presentate negli Stati Uniti da chi proviene dai paesi inseriti in una lista di restrizioni ai viaggi, che oggi conta più di 35 nazioni. In questo modo i cittadini di quei paesi che vivono già negli Stati Uniti faticano a ottenere documenti per restare in modo temporaneo o stabile.

"Non vedono la loro agenda sull'immigrazione legale come una cosa separata da quella sull'immigrazione irregolare", ha detto al New York Times David J. Bier, direttore degli studi sull'immigrazione del CATO Institute, un think tank di orientamento libertario. "L'agenda sull'immigrazione legale è un'estensione di quella sull'immigrazione irregolare."

La Casa Bianca ha difeso la linea sostenendo che il presidente sta lavorando per gli americani e che le restrizioni ai viaggi servono a bloccare gli ingressi da paesi con governi instabili. "L'agenda comprende anche garantire agli americani l'accesso a lavori ben pagati in patria e impedire agli stranieri di sfruttare e abusare del nostro sistema di immigrazione", ha dichiarato Abigail Jackson, portavoce della Casa Bianca. "È l'agenda di buon senso che gli americani hanno scelto di far attuare al presidente."

Nel discorso sullo stato dell'Unione del 2019 il presidente aveva sostenuto pubblicamente l'immigrazione legale, definendo gli immigrati regolari una fonte di arricchimento per la nazione e auspicando l'arrivo del numero più alto di stranieri regolari di sempre. Nel 2024, durante la campagna presidenziale, intervistato in un popolare podcast del settore tecnologico, aveva proposto di assegnare automaticamente la green card agli stranieri che si laureano in un'università americana, compresi i college biennali.

Un sondaggio dell'Associated Press e del centro NORC pubblicato lo scorso settembre ha registrato che quasi il 60 per cento degli americani considera gli immigrati legali un beneficio importante per l'economia e circa la metà ritiene che portino competenze specializzate alle aziende statunitensi. La nuova stretta sull'immigrazione regolare rischia quindi di rivelarsi politicamente fragile. Il presidente aveva già ritirato gli agenti dell'immigrazione da Minneapolis dopo che i sondaggi avevano mostrato la stanchezza degli americani per le operazioni più dure, in particolare dopo la morte di due cittadini americani che protestavano contro la stretta federale.

Mark Krikorian, alla guida del Center for Immigration Studies, un'organizzazione che sostiene politiche migratorie più restrittive, ha minimizzato il rischio politico per la Casa Bianca. "I sondaggi mostrano che gli americani sostengono l'immigrazione legale in modo generico e poco definito", ha detto al New York Times, aggiungendo che il sistema è considerato così pieno di falle che l'opinione pubblica non si opporrebbe a interventi volti a chiudere scappatoie e a colpire le frodi.

Amanda Baran, ex funzionaria del dipartimento per la Sicurezza interna sotto l'amministrazione Biden con competenza in immigrazione legale, ha dato una lettura opposta. "Concentrarsi sull'immigrazione irregolare è stata una bugia per nascondere il vero obiettivo, ridurre l'immigrazione di qualsiasi tipo, e ora stiamo vedendo quella visione diventare realtà", ha detto al New York Times. La decisione di venerdì sulle pratiche per la green card, che potrebbe separare famiglie costringendo i coniugi ad aspettare all'estero, chiarisce secondo lei la nuova direzione dell'amministrazione.

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Indonesia, servono 486 miliardi di dollari entro il 2027 per sostenere la crescita economica


Jakarta accelera sui piani di sviluppo: governo e autorità finanziarie cercano nuove risorse per sostenere investimenti e PIL

L’Indonesia avrà bisogno di circa 8.600 trilioni di rupie, equivalenti a 486 miliardi di dollari statunitensi, entro il 2027 per sostenere gli ambiziosi obiettivi di crescita economica fissati dal governo del presidente Prabowo Subianto. È quanto emerso dalle dichiarazioni dell’Autorità dei Servizi Finanziari indonesiana (OJK), che ha richiamato l’attenzione sulla necessità di ampliare le fonti di finanziamento nazionali oltre i canali tradizionali.

A delineare il quadro è stata Friderica Widyasari Dewi, presidente del Consiglio dei Commissari dell’OJK, intervenendo durante la Conferenza Nazionale sullo Sviluppo Economico Regionale tenutasi a Jakarta. Secondo Dewi, la stima elaborata dal Ministero della Pianificazione dello Sviluppo Nazionale (Bappenas) riflette il fabbisogno finanziario necessario per sostenere una crescita economica compresa tra il 5,9% e il 7,5% nel prossimo ciclo di sviluppo.

L’entità delle risorse richieste evidenzia la portata della strategia economica avviata dalla nuova amministrazione indonesiana, che punta ad accelerare industrializzazione, infrastrutture e investimenti produttivi in uno dei mercati emergenti più importanti dell’Asia sudorientale.

Finanziamenti oltre il bilancio statale


Nel suo intervento, Dewi ha sottolineato che il raggiungimento di tali obiettivi non potrà dipendere esclusivamente dal bilancio pubblico, dal sistema bancario o dal mercato dei capitali tradizionale. Secondo l’OJK, sarà necessario rafforzare un ecosistema finanziario più ampio e diversificato, capace di attrarre capitali attraverso strumenti innovativi e nuove forme di partecipazione.

“La necessità di finanziamento dello sviluppo richiede il coinvolgimento di diversi settori finanziari”, ha spiegato Dewi, evidenziando come il governo stia incoraggiando una maggiore partecipazione da parte di investitori istituzionali, fondi privati e strumenti alternativi di raccolta del capitale.

L’obiettivo delle autorità è quello di costruire un sistema finanziario più resiliente e inclusivo, in grado di sostenere nel lungo periodo programmi infrastrutturali, transizione energetica, sviluppo industriale e crescita dei consumi interni.

La strategia economica del governo Prabowo


L’amministrazione del presidente Prabowo Subianto ha posto la crescita economica tra le priorità centrali della nuova agenda politica nazionale. Jakarta mira infatti a rafforzare il ruolo dell’Indonesia come polo manifatturiero e logistico regionale, sfruttando la domanda interna, le risorse naturali strategiche e l’aumento degli investimenti esteri.

Tra i principali obiettivi figurano il potenziamento delle infrastrutture, lo sviluppo della filiera mineraria e delle batterie elettriche, oltre alla modernizzazione del sistema industriale nazionale. Per sostenere tali programmi, il governo considera essenziale mobilitare capitali su larga scala e migliorare l’accesso al credito e agli strumenti finanziari innovativi.

L’OJK ha inoltre confermato che continuerà a rafforzare la regolamentazione e l’inclusione finanziaria per favorire una crescita economica definita “sostenibile e di lungo termine”.

Sfida cruciale per il Sud-est asiatico


Con una popolazione superiore ai 280 milioni di abitanti e una delle economie più dinamiche della regione, l’Indonesia rappresenta oggi uno dei principali mercati emergenti globali. Tuttavia, la necessità di reperire quasi 500 miliardi di dollari entro il 2027 mette in evidenza la complessità della sfida finanziaria che il Paese dovrà affrontare nei prossimi anni.

Gli osservatori ritengono che la capacità di attrarre investimenti privati, mantenere stabilità macroeconomica e rafforzare il sistema finanziario sarà determinante per consentire all’Indonesia di raggiungere i propri target di crescita e consolidare il proprio peso economico nell’area asiatica.

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Sovranità digitale europea: perché la scelta di FRITZ! diventa sempre più strategica


La sovranità digitale europea non è più un tema riservato agli addetti ai lavori. Negli ultimi anni è diventata una delle questioni centrali per aziende, pubbliche amministrazioni e operatori del settore tecnologico, perché riguarda da vicino la sicurezza dei dati, il controllo delle infrastrutture e la dipendenza da fornitori esterni all’Unione Europea.

In un contesto segnato da attacchi informatici sempre più frequenti, tensioni geopolitiche e crescente attenzione alla protezione delle filiere digitali, l’Europa sta rafforzando il proprio quadro normativo con strumenti come la Direttiva NIS 2, il Cybersecurity Act e il Cyber Resilience Act. L’obiettivo è chiaro: costruire un ecosistema digitale più sicuro, autonomo e resistente, dove la sicurezza non sia un elemento aggiunto dopo, ma una caratteristica integrata fin dalla progettazione.

In questo scenario, anche la scelta di un router, di una soluzione di rete o di un vendor tecnologico assume un peso diverso. Non si parla più soltanto di velocità Wi-Fi, copertura o facilità d’uso, ma anche di conformità normativa, aggiornamenti, trasparenza della supply chain e capacità di ridurre i rischi operativi. Ed è proprio qui che il ruolo di FRITZ! diventa interessante.

La sovranità digitale europea parte dalle infrastrutture


Quando si parla di sovranità digitale, il primo pensiero va spesso ai grandi data center, al cloud o ai servizi online. In realtà, il concetto è molto più ampio e riguarda anche gli apparati che ogni giorno gestiscono la connettività di aziende, uffici, studi professionali e abitazioni evolute.

Router, sistemi mesh, gateway e dispositivi di rete sono il primo punto di accesso alla vita digitale. Se non sono progettati, aggiornati e gestiti in modo sicuro, possono diventare un punto debole dell’intera infrastruttura. Per questo l’Unione Europea sta spostando progressivamente l’attenzione dalla semplice protezione dei servizi alla sicurezza dell’intero ciclo di vita dei prodotti digitali.

La Direttiva NIS 2 va proprio in questa direzione. Il testo europeo stabilisce un quadro comune per innalzare il livello di cybersicurezza nell’Unione e coinvolge settori essenziali e importanti come telecomunicazioni, energia, sanità, trasporti, pubblica amministrazione e servizi digitali. In Italia, la direttiva è stata recepita con il Decreto Legislativo 4 settembre 2024, n. 138, che definisce misure per garantire un livello elevato di sicurezza informatica a livello nazionale.

Questo significa che le imprese devono iniziare a considerare la sicurezza informatica come un tema di governance, non solo come un problema tecnico. La gestione del rischio, il controllo dei fornitori, gli aggiornamenti costanti e la capacità di reagire rapidamente agli incidenti diventano elementi centrali nella continuità operativa.

NIS 2, Cybersecurity Act e Cyber Resilience Act: cosa cambia per le aziende


Il nuovo scenario europeo non riguarda soltanto le grandi organizzazioni. Anche molte realtà medio-piccole che lavorano in filiere strutturate, partecipano a gare o forniscono servizi a soggetti critici dovranno dimostrare maggiore attenzione alla sicurezza dei propri sistemi.

La NIS 2 introduce un approccio più rigoroso alla gestione del rischio informatico. Non basta avere un’infrastruttura funzionante: serve poter dimostrare che quella infrastruttura è gestita in modo sicuro, con procedure adeguate, fornitori affidabili e strumenti aggiornati. Questo comprende anche la valutazione della supply chain, un aspetto sempre più delicato quando entrano in gioco vendor soggetti a normative, giurisdizioni o pressioni geopolitiche esterne all’Europa.

A questo si affianca il Cybersecurity Act, che ha introdotto un quadro europeo di certificazione per prodotti, servizi e processi ICT. L’idea è creare regole comuni, riconosciute in tutta l’Unione, per rendere più semplice valutare il livello di sicurezza delle soluzioni tecnologiche.

Il Cyber Resilience Act, invece, spinge ancora di più sul concetto di sicurezza integrata nei prodotti con elementi digitali. Il regolamento è entrato in vigore il 10 dicembre 2024 e stabilisce requisiti comuni per hardware e software, con attenzione agli aggiornamenti, alla gestione delle vulnerabilità e alla sicurezza lungo l’intero ciclo di vita del prodotto.

Tradotto in modo semplice, l’Europa sta dicendo alle aziende una cosa molto chiara: non basta usare prodotti performanti, bisogna scegliere tecnologie affidabili, aggiornate e coerenti con il quadro normativo europeo.

Perché scegliere un vendor europeo è sempre più importante


In passato, la scelta di un fornitore tecnologico veniva spesso valutata quasi esclusivamente su prezzo, prestazioni e disponibilità. Oggi questi aspetti restano importanti, ma non sono più sufficienti. La provenienza del vendor, il controllo della filiera, la localizzazione dello sviluppo e la trasparenza degli aggiornamenti diventano elementi strategici.

Scegliere un vendor europeo significa ridurre alcune incertezze legate alla giurisdizione, alla gestione dei dati, alla continuità del supporto e alla compatibilità con le normative comunitarie. Significa anche poter contare su un modello più vicino alle esigenze delle imprese europee, soprattutto quando si parla di auditabilità, documentazione tecnica e gestione degli incidenti.

Nel testo di partenza, FRITZ! viene presentata proprio come una realtà coerente con questa visione: non soltanto un produttore di soluzioni di networking, ma un abilitatore di fiducia digitale, sicurezza e conformità.

Il ruolo di FRITZ! nella sovranità digitale europea


FRITZ!, marchio storicamente legato ad AVM, ha costruito negli anni una forte identità europea. Secondo le informazioni ufficiali dell’azienda, FRITZ! sviluppa i propri prodotti a Berlino e li produce in Europa, con un percorso iniziato nel 1986. Questo posizionamento diventa particolarmente rilevante in un momento in cui la filiera tecnologica è osservata con molta più attenzione rispetto al passato.

Il vantaggio non è solo comunicativo. Per aziende, professionisti e operatori che devono ragionare in ottica di sicurezza di rete, poter contare su un vendor europeo può semplificare la valutazione del rischio. La vicinanza normativa e geografica, il controllo dello sviluppo e la produzione europea sono elementi che aiutano a costruire un rapporto più trasparente tra produttore, rivenditori, installatori e clienti finali.

FRITZ! punta inoltre su un approccio basato su aggiornamenti regolari, sviluppo interno e attenzione alla sicurezza del software. Il sistema FRITZ!OS viene aggiornato nel tempo con nuove funzioni e miglioramenti di sicurezza, un aspetto fondamentale perché un dispositivo di rete non può essere considerato sicuro solo al momento dell’acquisto. Deve restare sicuro anche dopo mesi e anni di utilizzo.

Security-by-design: la sicurezza non arriva dopo


Uno dei concetti più importanti del nuovo quadro europeo è quello di security-by-design. Significa progettare prodotti e sistemi pensando alla sicurezza fin dall’inizio, invece di intervenire solo quando emerge una vulnerabilità o un problema.

Nel caso delle soluzioni FRITZ!, il testo evidenzia elementi come firewall integrato, DNS sicuro, crittografia WPA3 e autenticazione multi-fattore per gli accessi remoti. Sono funzioni che, prese singolarmente, possono sembrare ormai “normali” in un buon dispositivo di rete, ma che diventano molto più importanti se inserite in una strategia complessiva di protezione dell’infrastruttura.

Per un’azienda, infatti, il router non è un semplice accessorio. È il punto da cui passano connessioni, dispositivi, servizi cloud, VPN, telefonia IP, smart working e spesso anche sistemi IoT. Un prodotto aggiornato e progettato con criteri di sicurezza può ridurre il rischio di accessi non autorizzati, configurazioni deboli e vulnerabilità non gestite.

Aggiornamenti, continuità e fiducia nel lungo periodo


Un altro elemento centrale è la gestione degli aggiornamenti. Nel mondo consumer spesso si guarda al router come a un dispositivo da installare e dimenticare. In ambito professionale, invece, questa logica non è più sostenibile.

Un apparato di rete deve ricevere aggiornamenti, correzioni di sicurezza e miglioramenti nel tempo. FRITZ! comunica in modo chiaro la disponibilità di aggiornamenti regolari per i propri prodotti, con l’obiettivo di mantenere i dispositivi sicuri e funzionali per diversi anni. Alcuni modelli, come FRITZ!Box 7690, vengono presentati anche con supporto agli aggiornamenti automatici, nuove funzioni e miglioramenti di sicurezza nel tempo.

Questo aspetto è particolarmente importante per chi deve garantire continuità operativa. Un’infrastruttura non aggiornata può esporre l’azienda a downtime, incidenti informatici, perdita di dati, danni reputazionali e costi imprevisti. Il testo di partenza sottolinea anche il rischio di contraccolpi commerciali, come il mancato rispetto degli SLA, l’aumento dei premi assicurativi cyber e l’esclusione da filiere o gare più strutturate.

FRITZ! come scelta concreta per reti più autonome e resilienti


La sovranità digitale europea non si costruisce soltanto con regolamenti e direttive. Le norme indicano la direzione, ma poi sono le scelte concrete delle aziende a fare la differenza. Scegliere dispositivi di rete progettati con attenzione alla sicurezza, aggiornati nel tempo e sviluppati in Europa significa anticipare un modo diverso di guardare alla tecnologia.

In questo senso, FRITZ! si inserisce in modo naturale nel dibattito sulla sovranità digitale. La combinazione tra sviluppo europeo, produzione in Europa, aggiornamenti software e attenzione alla sicurezza rende il brand particolarmente interessante per chi cerca soluzioni di networking affidabili e coerenti con il nuovo scenario normativo.

Non si tratta solo di scegliere un router performante o un sistema mesh stabile. Si tratta di scegliere un’infrastruttura che possa accompagnare aziende, professionisti e utenti evoluti in un contesto dove la sicurezza digitale sarà sempre più legata alla responsabilità, alla trasparenza e alla capacità di dimostrare il controllo della propria filiera tecnologica.

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Trump rischia di regalare il Texas ai Democratici


L'analisi di Nate Silver: il presidente ha scelto il candidato peggiore al momento peggiore. La sfida con il democratico Talarico è ora un testa a testa.

Martedì in Texas si vota il ballottaggio della primaria repubblicana per il Senato federale, tra il senatore uscente John Cornyn e il procuratore generale dello stato Ken Paxton. Il presidente Donald Trump ha annunciato il proprio appoggio a Paxton solo nell'ultima settimana di campagna, definendolo un "true MAGA Warrior". Come ha spiegato lo statistico Nate Silver su Silver Bulletin, l'endorsement è arrivato al momento peggiore e su un candidato che rischia di far perdere ai repubblicani un seggio in uno stato storicamente rosso.

I democratici hanno bisogno di conquistare quattro seggi a novembre per prendere il controllo del Senato. I due più alla portata sono in Maine e in North Carolina. Per gli altri due servono Stati più difficili e mettere il Texas in gioco amplierebbe in modo significativo le combinazioni possibili.

A marzo, alla vigilia delle primarie, Trump aveva appoggiato tutti e tre i principali candidati repubblicani in corsa: Cornyn, Paxton e Wesley Hunt. Una scelta che ha vanificato il valore dell'endorsement come segnale agli elettori. Nessuno ha superato la soglia del 50 percento necessaria a evitare il ballottaggio: Cornyn ha ottenuto il 41,9 percento, Paxton il 40,7 percento e Hunt il 13,5 percento.

Secondo l'analisi di Silver, un endorsement solitario a inizio campagna avrebbe probabilmente portato uno dei due candidati oltre quella soglia, evitando il ballottaggio. Trump non è nuovo a interventi anticipati: aveva appoggiato Herschel Walker otto mesi prima delle primarie repubblicane in Georgia nel 2022. In Texas invece il presidente ha aspettato fino all'ultima settimana, dopo che il termine per ritirarsi dal ballottaggio era passato il 17 marzo. Sui mercati di previsione le quotazioni di Paxton sono salite dal 60 al 95 percento dopo l'annuncio.

Il modello del Silver Bulletin indica il Texas come un R +4 a novembre con candidati "generici", quindi favorevole ai repubblicani. Ma Paxton non è un candidato generico. I dati storici mostrano che gli scandali pesano in media intorno a cinque punti percentuali e Paxton è il detentore del record regionale per scandali. Applicando questa penalità, un vantaggio repubblicano di quattro punti si trasforma in un pareggio o addirittura in un D +1.

Il candidato democratico è James Talarico, deputato della Camera dello stato del Texas, che ha vinto la primaria senza bisogno di ballottaggio battendo Jasmine Crockett, considerata dai repubblicani la sfidante preferita. I mercati di previsione danno la sfida tra Paxton e Talarico come un testa a testa. I sondaggi più recenti mostrano Talarico in vantaggio in media di tre punti su Paxton, mentre prima della chiusura della primaria democratica era Paxton a essere avanti di un punto.

La primaria repubblicana per il Senato in Texas è stata la più costosa di sempre per una corsa di partito al Senato federale. Secondo un'analisi di News From The States basata su dati AdImpact, le due campagne repubblicane e i gruppi collegati hanno speso oltre 20 milioni di dollari in pubblicità solo per il ballottaggio. Paxton ha speso più nel ballottaggio che nella primaria stessa. Un endorsement anticipato avrebbe permesso ai donatori nazionali e al National Republican Senatorial Committee di risparmiare quelle risorse e dirottarle su stati più contesi come Maine, Iowa, Florida, Alaska o Ohio.

Dopo l'endorsement, Paxton ha accettato di sospendere gli spot negativi nell'ultima settimana di campagna. Cornyn ha rifiutato. In un messaggio pubblico ha scritto: "So che sei disperato per evitare di rendere conto delle tue azioni, Ken. Ci servono ancora qualche giorno per ricordare che hai patteggiato per uno stupratore di minori, offrendogli un solo giorno di prigione e nessuna iscrizione al registro degli autori di reati sessuali, come favore all'avvocato di Nate Paul". Mentre i due repubblicani si attaccano, Talarico raccoglie fondi da donatori facoltosi e conduce di fatto la campagna generale.

Talarico non è un candidato senza punti deboli. Il suo incarico più alto è quello di deputato statale, il livello più basso nella scala dell'esperienza politica usata dal modello del Silver Bulletin. Nel 2021 ha dichiarato che "Dio è non binario", una frase che potrà essere usata contro di lui in uno stato tra i più religiosi degli Stati Uniti. Il Texas non elegge un democratico al Senato federale dal 1988, quando vinse Lloyd Bentsen.

Il bilancio elettorale di Paxton resta mediocre. Nel 2018 vinse la corsa per la procura generale del Texas con appena tre punti di margine, molto meno dei tredici punti con cui Greg Abbott conquistò la corsa per il governatore lo stesso anno. Cornyn ha invece vinto le sue ultime quattro elezioni al Senato federale con un margine medio di quindici punti. Per l'analisi di Nate Silver, se il 4 novembre i repubblicani si sveglieranno con il Senato in mano ai democratici e il Texas tra le sconfitte, dovranno ringraziare il presidente.

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Arezzo, fermato corriere della droga: intercettato Doblò con 20 kg di stupefacenti


I carabinieri bloccano un romano alle porte della città toscana: sequestrati anche 22mila euro in contanti. Si indaga sull'asse Lazio-Toscana

Un controllo stradale lungo una delle principali arterie di accesso al capoluogo aretino ha portato all’arresto di un uomo di origine romana, trovato in possesso di circa 20 chilogrammi di sostanze stupefacenti e di 22mila euro in contanti nascosti all’interno del veicolo su cui viaggiava. L’operazione è stata condotta dai carabinieri nell’ambito dell’attività di monitoraggio dei flussi veicolari predisposta sul territorio provinciale.

Secondo quanto riportato da RomaToday, una pattuglia impegnata nel servizio di controllo del territorio ha notato una manovra ritenuta sospetta da parte del conducente di un furgone Fiat Doblò bianco. I militari hanno quindi intimato l’alt al mezzo per procedere alle verifiche di routine.

Durante il controllo, l’atteggiamento dell’uomo avrebbe insospettito ulteriormente gli operatori, inducendoli a effettuare una perquisizione approfondita del veicolo. All’interno del furgone i carabinieri hanno rinvenuto un ingente quantitativo di droga, suddiviso tra marijuana e hashish, per un peso complessivo di circa 20 chilogrammi. Nel corso delle operazioni è stata inoltre sequestrata una somma pari a 22mila euro in contanti, ritenuta dagli investigatori compatibile con proventi legati all’attività di spaccio.

L’uomo è stato arrestato con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti e, al termine delle formalità di rito, trasferito in carcere a disposizione dell’autorità giudiziaria competente. Gli inquirenti stanno ora approfondendo la provenienza dello stupefacente e la possibile destinazione del carico sequestrato.

Le indagini si concentrano anche sull’eventuale esistenza di un canale stabile di distribuzione tra Lazio e Toscana. Gli investigatori stanno analizzando i contatti e gli spostamenti dell’indagato per verificare se il trasporto della droga fosse inserito in una rete organizzata di approvvigionamento destinata ai mercati locali.

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Smartphone AI-centric: ricerche più che raddoppiate in due anni, ora valgono il 27% su Trovaprezzi.it


Secondo i dati diffusi da Trovaprezzi.it, l’interesse verso i modelli AI-centric è più che raddoppiato negli ultimi due anni, arrivando a rappresentare il 27% delle ricerche online nel settore mobile
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L’intelligenza artificiale entra sempre più concretamente nella vita degli italiani, anche quando si fa riferimento al mondo della tecnologia e agli smartphone in particolare. I dati di Trovaprezzi.it mostrano infatti come, nel giro di poco più di un anno, le funzionalità AI siano diventate uno dei principali driver nella scelta di un nuovo dispositivo, modificando in modo significativo le priorità degli utenti italiani e il modo stesso in cui viene valutato uno smartphone.

Un interesse che cresce in modo esponenziale


L’analisi delle ricerche effettuate sulla piattaforma evidenzia una crescita costante del peso dei modelli che fanno leva sull’AI come elemento distintivo. L’interesse è passato dal 9-10% nei primi mesi del 2024 a valori superiori al 20% nel 2025, fino ad arrivare al 27% nel marzo 2026. Nei primi cinque mesi del 2026, la quota media delle ricerche orientate verso smartphone con forte integrazione AI si attesta attorno al 24%, contro il 10% registrato nello stesso periodo del 2024. In due anni, quindi, l’interesse verso l’AI applicata agli smartphone è più che raddoppiato.

Un cambiamento culturale prima ancora che tecnologico


Il dato è particolarmente significativo: infatti, si fino a poco tempo fa gli utenti sceglievano principalmente in base a caratteristiche hardware tradizionali, oggi cresce l’attenzione verso funzionalità intelligenti legate alla produttività, all’elaborazione avanzata delle immagini, agli assistenti generativi, alla traduzione in tempo reale e all’ottimizzazione automatica dell’esperienza d’uso.
Le caratteristiche preferite dagli italiani quando scelgono di acquistare uno smartphoneLe caratteristiche preferite dagli italiani quando scelgono di acquistare uno smartphone
Questo cambiamento emerge chiaramente anche osservando l’evoluzione delle altre leve di ricerca. La memoria e la capacità di storage restano ancora il primo parametro in assoluto, ma mostrano un progressivo ridimensionamento rispetto al passato: nel 2024 rappresentavano stabilmente oltre il 40% delle preferenze in molti mesi dell’anno, mentre nel 2026 oscillano prevalentemente tra il 28% e il 33%. Segno che la semplice disponibilità di spazio non basta più, da sola, a guidare la scelta.

MOVA V70 Ultra Complete: premiato con Red Dot Award 2026
MOVA V70 Ultra Complete arriva sul mercato con un sistema senza sacchetto, mocio estensibile e un design innovativo che gli è valso il prestigioso Red Dot Award 2026
TechpertuttiGuglielmo Sbano


Anche il peso della fotocamera resta molto elevato e sostanzialmente stabile nel tempo. I modelli che puntano sul comparto fotografico come principale elemento distintivo continuano infatti a rappresentare circa il 30% delle ricerche anche nel 2026, confermando come la qualità fotografica rimanga una priorità centrale per i consumatori, soprattutto in un contesto in cui lo smartphone è ormai il principale strumento quotidiano per creare contenuti. Al contrario, alcune caratteristiche che in passato erano considerate fortemente distintive sembrano oggi essersi normalizzate. L’autonomia della batteria, ad esempio, pesa meno rispetto a due anni fa, mentre RAM, resistenza all’acqua e ricarica rapida restano fattori, comunque, secondari nelle scelte degli utenti.

L'AI è diventata il principale driver di acquisto


Anche l’analisi dei prodotti più cercati conferma questo scenario. Nel 2024 dominavano soprattutto modelli i cui punti di forza erano legati principalmente a memoria e comparto fotografico, mentre tra il 2025 e il 2026 cresce nettamente la presenza di smartphone che puntano sull’ecosistema AI, con dispositivi come Samsung Galaxy S25, Galaxy S25 Ultra e iPhone 16 e 17 tra i più richiesti in assoluto. Parallelamente continuano a performare molto bene i dispositivi con grande capacità di archiviazione e forte vocazione fotografica, segno che le persone non stanno sostituendo vecchie priorità con nuove esigenze, ma stanno cercando smartphone sempre più completi e multifunzionali.

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Dal punto di vista del profilo degli utenti, la fascia più attiva nella ricerca di smartphone è quella compresa tra i 35 e i 54 anni, che rappresenta quasi la metà delle ricerche complessive alla categoria (46%) seguita dai 25-34enni (22%). A livello geografico, la Lombardia guida nettamente l’interesse con il 33% delle ricerche e 109 ricerche ogni 1.000 abitanti, seguita dal Lazio con il 15% e 86 ricerche ogni 1.000 abitanti. Sul fronte del genere il pubblico è prevalentemente maschile, con il 73% delle ricerche complessive.

“L’intelligenza artificiale sta assumendo un ruolo sempre più rilevante nel processo di valutazione degli smartphone da parte degli utenti italiani, affiancando criteri tradizionalmente centrali come fotocamera, memoria e prestazioni”, ha commentato Dario Rigamonti di Trovaprezzi.it.



MOVA V70 Ultra Complete arriva in Italia: il robot senza sacchetto con mocio estensibile vince il Red Dot Award 2026


MOVA ha annunciato la disponibilità di V70 Ultra Complete, il suo nuovo robot aspirapolvere di punta. Vincitore del premio Red Dot Award: Product Design 2026, il prodotto èprogettato per superare uno dei limiti più persistenti del settore: la pulizia di bordi, angoli e zone difficili da raggiungere.

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Infatti, combinando estensione della portata del mocio, capacità di superamento ostacoli, potenza di aspirazione e funzionamento a bassa manutenzione, V70 Ultra Complete garantisce una pulizia più completa e uniforme di ogni angolo della casa, introducendo al contempo un sistema di raccolta della polvere più sostenibile senza sacchetto.
Il sistema MaxiReachX è dotato di un’estensione del mocio di 16 cm abbinata a una spazzola laterale estensibile adattiva di 12 cmIl sistema MaxiReachX è dotato di un’estensione del mocio di 16 cm abbinata a una spazzola laterale estensibile adattiva di 12 cm

MaxiReachX arriva dove gli altri non riescono


La caratteristica principale di V70 Ultra Complete è il sistema MaxiReachX. Questo meccanismo a doppia estensione consente al robot di pulire a fondo gli angoli, lungo le pareti, sotto i mobili più bassi e in tutte le zone solitamente trascurate. Il sistema si adatta dinamicamente ai diversi ambienti, mantenendo la propria efficacia anche negli spazi ristretti o complessi. Riducendo al minimo la necessità di rifiniture manuali degli angoli ciechi, grazie a V70 ci si avvicina a una pulizia veramente completa della casa.
Il contenitore per la polvere, completamente lavabile, sostituisce il sacchetto e garantisce fino a cento giorni di utilizzoIl contenitore per la polvere, completamente lavabile, sostituisce il sacchetto e garantisce fino a cento giorni di utilizzo

EcoCyclone, il sistema di raccolta della polvere senza sacchetto


Oltre a migliorare le prestazioni di pulizia, V70 Ultra Complete è progettato per semplificare la manutenzione a lungo termine e ridurre l’impatto ambientale. Il sistema di raccolta della polvere senza sacchetto EcoCyclone elimina la necessità di sacchetti usa e getta, sostituendoli con un contenitore per la polvere completamente lavabile che garantisce fino a cento giorni di utilizzo senza interventi manuali. Rimuovendo le componenti consumabili dal sistema, MOVA riduce anche i costi ricorrenti, minimizzando gli sprechi con un approccio più sostenibile alla pulizia quotidiana della casa.
La capacità del V70 Ultra di salire sui gradini consente di coprire anche le superfici con dislivelliLa capacità del V70 Ultra di salire sui gradini consente di coprire anche le superfici con dislivelli

Capacità di superamento di ostacoli fino a 9 cm


Il vero limite dei robot aspirapolvere spesso non è la potenza di aspirazione, bensì la mobilità. Soglie delle porte, binari e pavimenti irregolari possono interrompere i cicli di pulizia o impedire del tutto l’accesso. Grazie al sistema StepMaster 2.0, V70 Ultra Complete è in grado di superare ostacoli fino a 9 cm complessivi (circa 2 gradini da 4,5 cm ciascuno), spostandosi senza difficoltà tra le stanze e su superfici diverse. In questo modo, la pulizia può proseguire senza interruzioni in tutta la casa, anche negli ambienti con frequenti dislivelli.
La potenza di aspirazione fino a 40.000 pa consente di rimuovere efficacemente polvere fine, detriti più grossolani e capelli sia dai pavimenti duri che dai tappetiLa potenza di aspirazione fino a 40.000 pa consente di rimuovere efficacemente polvere fine, detriti più grossolani e capelli sia dai pavimenti duri che dai tappeti

Massima efficacia su ogni superficie


In linea con una maggiore estensione e mobilità, V70 Ultra Complete offre una potenza di aspirazione fino a 40.000 Pa, grazie a un motore ad alta velocità e a un sistema di flusso d’aria ottimizzato. Questo consente di rimuovere efficacemente polvere fine, detriti più grossolani e capelli sia dai pavimenti duri che dai tappeti. Il sistema di spazzole anti-groviglio, inoltre, garantisce l’efficacia nel tempo, riducendo gli sforzi di manutenzione nell’uso quotidiano.

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Pulizia automatizzata


V70 Ultra Complete è supportato da una stazione base all-in-one che automatizza le principali operazioni di manutenzione, tra cui la raccolta della polvere, il lavaggio del panno, l’asciugatura e il rifornimento della soluzione detergente. Grazie all’asciugatura ad aria calda a 70°C e alla pulizia della spazzola con piastre riscaldate a 100°C, il sistema mantiene l’igiene riducendo al minimo l’intervento dell’utente, permettendo al robot di essere sempre pronto per il ciclo di pulizia successivo e assicurando uno standard di pulizia costantemente elevato con il minimo sforzo.

Disponibilità e offerta di lancio


MOVA V70 Ultra Complete è disponibile al prezzo consigliato di 1399 euro,sul sito ufficiale MOVA, Amazon, MediaWorld e Unieuro. In occasione del lancio, fino al 24 maggio, il brand offre uno sconto di 150 euro, un kit di accessori extra del valore di 169 euro e una garanzia di tre anni, per un valore aggiunto complessivo di 319 euro.


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Come la presidente del Venezuela è diventata trumpiana


Cinque mesi dopo la cattura di Nicolás Maduro, la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez è diventata partner indispensabile di Washington ed evita elezioni libere.

Cinque mesi dopo la cattura di Nicolás Maduro a opera di commandos statunitensi, la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez si è trasformata da avversaria sanzionata da Washington in partner indispensabile dell'amministrazione Trump e nel frattempo continua a rinviare elezioni libere.

Avvocato formato in Gran Bretagna e in Francia, Rodríguez riceve quasi ogni settimana funzionari della Casa Bianca e dirigenti dell'industria petrolifera americana nel palazzo presidenziale di Miraflores, a Caracas. Li accoglie con sacchetti regalo blu marchiati con il suo nome, contenenti rum venezuelano per gli uomini e borse di paglia e cioccolato per le donne. I funzionari pubblicano poi le foto sui social con l'hashtag #SelfieByDelcy. Al termine di uno di questi incontri, attraverso un interprete, Rodríguez ha chiesto agli ospiti di riferire al presidente che "anche qui ci sono uomini e donne d'azione" e di assicurare a Washington la volontà di costruire "fondamenta solide per un rapporto di lungo periodo".

L'alleanza con gli Stati Uniti sta dando alla presidente ad interim risorse finanziarie, legittimità internazionale e tempo per consolidare il potere ereditato da Maduro, secondo una ricostruzione del Wall Street Journal basata su fonti dell'amministrazione, diplomatici e oppositori venezuelani. L'amministrazione Trump non vuole alterare l'equilibrio: secondo funzionari della Casa Bianca, Rodríguez si dimostra collaborativa, mantiene calmo il Paese ed è disposta a fare affari. Le elezioni in Venezuela non sono fra le priorità del presidente, ha riferito al giornale un alto funzionario, anche perché la guerra con l'Iran ha rafforzato l'idea che il petrolio venezuelano sia un'assicurazione contro le turbolenze sui mercati energetici globali.

Da gennaio gli Stati Uniti controllano milioni di barili di greggio venezuelano. Il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che i proventi delle vendite sono depositati in conti bancari a New York e che la società di revisione KPMG verifica le spese prima che il denaro torni in Venezuela per pagare gli stipendi di insegnanti, polizia e altri dipendenti pubblici, allo scopo di limitare la corruzione in un Paese percepito come uno dei più corrotti al mondo. "La ricchezza del Paese sta effettivamente andando a beneficio dei venezuelani", ha detto Rubio. Nessuno dei due governi ha però precisato l'entità dei trasferimenti finora avvenuti.

Una delle poche misurazioni indipendenti dell'economia venezuelana è la quantità di dollari che gli americani stanno iniettando nel Paese, frenando la svalutazione del bolivar. Almeno 4 miliardi di dollari sono entrati nel mercato dei cambi, ha dichiarato al giornale Tamara Herrera, economista della società di consulenza bancaria Sintesis Financiera di Caracas. L'iniezione di valuta ha sostenuto il bolivar e fatto rallentare l'inflazione mensile, che è scesa dal 32% di gennaio a circa il 10% di aprile, anche se su base annua resta vicina al 600%.

A inizio anno Rodríguez ha lanciato un sito chiamato Sovereign Transparency che dovrebbe permettere ai cittadini di seguire la spesa pubblica. Finora il portale mostra movimenti relativi a una sola giornata: il 13 marzo, quando 300 milioni di dollari sono entrati e usciti dal fondo destinato agli aumenti di salari e pensioni.

Secondo i critici, il riassetto interno è più cosmetico che strutturale. Rodríguez ha sostituito alcune figure chiave dell'apparato di sicurezza ereditato da Maduro, ha rimpiazzato quasi metà del governo, ma ha mantenuto il proprio fratello a capo del parlamento. Il sostegno del presidente americano le ha portato anche una riabilitazione internazionale: Trump ha revocato le sanzioni personali a Rodríguez e ha spinto altri Paesi e istituzioni a riavviare i rapporti con Caracas. Questo mese la presidente ad interim ha visitato i Paesi Bassi ed è stata invitata al vertice ibero-americano di Madrid nonostante l'Unione Europea continui ad averla sanzionata. Rubio ha annunciato personalmente che Rodríguez si recherà in India entro fine mese per discutere di vendite di petrolio venezuelano.

L'ambasciata americana di Caracas, chiusa dal 2019, sta riaprendo a ritmo serrato: gli operai puliscono la muffa, stendono nuova moquette e installano nuovi condizionatori, mentre i funzionari hanno avviato l'assunzione di oltre cento dipendenti locali. La Casa Bianca ha promosso la ripresa dei voli diretti Miami-Caracas, il primo dopo sette anni, e il presidente ha firmato le prime pagine dei giornali che celebravano il volo inaugurale per consegnarle ai propri collaboratori. Trump ha detto che in Venezuela "ballano per strada perché stanno arrivando un sacco di soldi". Il consigliere energetico della Casa Bianca Jarrod Agen ha scritto "Drill, Baby, Drill!" sul libro degli ospiti VIP durante una recente visita a Caracas e ha sostenuto che i cambiamenti procedono "alla velocità di Trump".

L'indice di gradimento di Rodríguez è sceso a circa il 30% in tre sondaggi privati condotti il mese scorso, mentre i venezuelani continuano a fare i conti con iperinflazione, alta disoccupazione e blackout. Un sondaggio dell'istituto Meganalisis ha rilevato che il 46% dei venezuelani è grato al presidente americano per i cambiamenti nel Paese, in netto calo rispetto al 92% di gennaio. I sindacati hanno manifestato per aumenti di salari e pensioni, i dissidenti chiedono la liberazione dei prigionieri politici e alcuni ex alleati del partito socialista al governo accusano Rodríguez di essersi piegata a quello che chiamano "imperialismo yankee". L'Osservatorio venezuelano del conflitto sociale ha documentato 1.926 proteste contro il governo nei primi tre mesi del 2026, con un aumento del 144% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

L'ex ambasciatore statunitense in Venezuela James Story ha detto al giornale che Rodríguez "non ha alcuna intenzione di lasciare il potere in tempi brevi" e ha paragonato il sistema alla "Cosa Nostra". Enrique Márquez, politico d'opposizione ed ex prigioniero politico invitato dal presidente al discorso sullo stato dell'Unione a febbraio, ha aggiunto di non vedere "elezioni nel breve periodo, perché non c'è la volontà dei due attori principali: gli Stati Uniti e il governo di Delcy". Una parte dei repubblicani della Florida, vicini al presidente, inizia a essere preoccupata: il senatore Rick Scott ha definito Rodríguez "una persona terribile" e ha detto ai giornalisti che servono elezioni in tempi rapidi.

Rodríguez ha fatto sapere a Washington che, pur sostenendo elezioni "a un certo punto", chiede prima la rimozione del complesso sistema di sanzioni sul Venezuela per far ripartire i flussi di entrate e riparare le infrastrutture danneggiate, secondo una persona a conoscenza dei colloqui. Quando di recente alcuni giornalisti le hanno chiesto, davanti a funzionari statunitensi, quando si terranno le elezioni, ha sorriso a disagio. "Non lo so", ha risposto con un cenno della mano uscendo dalla stanza. "Prima o poi".

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Spotify e Universal aprono all’AI musicale: in arrivo remix e cover generate dagli utenti


Nuovo accordo sulle licenze per integrare strumenti creativi AI nello streaming nel rispetto dei diritti d’autore

Spotify e Universal Music Group hanno annunciato questa settimana un nuovo accordo di licenza destinato ad aprire la strada all’introduzione di funzionalità basate sull’intelligenza artificiale per la creazione di cover e remix musicali da parte degli utenti della piattaforma. L’intesa rappresenta uno dei passi più significativi compiuti finora dall’industria dello streaming musicale nell’integrazione dell’AI generativa all’interno dei servizi destinati al grande pubblico.

Dalle prime informazioni diffuse, il nuovo quadro di licenza consentirebbe a Spotify di sviluppare e distribuire strumenti che permettano agli utenti di realizzare reinterpretazioni, remix e contenuti derivati utilizzando tecnologie AI autorizzate. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di creare un ecosistema regolamentato in cui la sperimentazione creativa possa avvenire nel rispetto dei diritti d’autore e delle licenze musicali.

Il tema dell’intelligenza artificiale applicata alla musica è diventato centrale negli ultimi mesi, anche alla luce della crescente diffusione di brani generati artificialmente che stanno ottenendo visibilità commerciale significativa. Secondo quanto evidenziato da VC News, alcune produzioni realizzate con strumenti AI avrebbero già raggiunto classifiche musicali e programmazioni televisive, mentre una parte del pubblico faticherebbe a distinguere le composizioni sintetiche da quelle create attraverso processi tradizionali.

Nel settore musicale, la notizia dell’accordo ha suscitato reazioni differenti. Alcuni artisti e produttori vedono nelle nuove tecnologie uno strumento capace di ampliare le possibilità creative e favorire nuove forme di interazione tra pubblico e contenuti musicali. Altri operatori del comparto, invece, continuano a esprimere preoccupazioni riguardo alla tutela dell’identità artistica, alla gestione dei diritti e al possibile impatto economico sulle produzioni umane.

L’intesa tra Spotify e Universal Music Group viene osservata con particolare attenzione anche dagli analisti dell’industria culturale, poiché potrebbe rappresentare un modello di riferimento per futuri accordi tra piattaforme tecnologiche e detentori di cataloghi musicali. Negli ultimi anni, infatti, le major discografiche hanno avviato una fase di confronto sempre più intensa con le aziende attive nello sviluppo di sistemi generativi, cercando di definire regole condivise sull’utilizzo delle opere protette nell’addestramento e nella produzione di contenuti AI.

Resta ancora da chiarire in che modo le nuove funzionalità verranno implementate concretamente all’interno della piattaforma e quali saranno i limiti tecnici e giuridici previsti per gli utenti. Non sono stati resi noti dettagli ufficiali sulle modalità di monetizzazione, sulla gestione delle royalties o sugli strumenti di controllo destinati a prevenire utilizzi impropri delle opere musicali.

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Trump attacca i critici dei negoziati con l'Iran: "Non faccio accordi cattivi"


Il presidente difende su Truth Social l'intesa in via di definizione e definisce "losers" gli scettici. Tra le voci critiche i senatori repubblicani Ted Cruz e Lindsey Graham.

Donald Trump ha attaccato i critici dei negoziati in corso con l'Iran in un messaggio pubblicato domenica 24 maggio su Truth Social, definendo "losers" chi muove obiezioni a un accordo che non è stato ancora finalizzato. "Non faccio accordi cattivi", ha scritto il presidente, sostenendo che chi commenta dovrebbe "aspettare e vedere quale sarà l'intesa prima di stroncarla". Lo stesso giorno, in un post precedente, Trump aveva descritto il rapporto fra Washington e Teheran come diventato "molto più professionale e produttivo", precisando però che l'Iran "deve capire di non poter sviluppare o procurarsi un'arma nucleare".

Il presidente contrappone il negoziato in corso a quello concluso da Barack Obama nel 2015, denunciato dallo stesso Trump nel 2018 durante il primo mandato alla Casa Bianca. "Il nostro accordo è l'esatto opposto" di quello di Obama, ha scritto sul social, accusando l'intesa precedente di aver consegnato all'Iran "enormi quantità di contanti" e una "via chiara e aperta verso un'arma nucleare". La nuova trattativa, sostiene Trump, garantirebbe invece che Teheran non abbia accesso al nucleare militare.

I termini concreti dell'accordo restano riservati. Secondo uno scoop del New York Times, l'intesa prevederebbe la riapertura dello Stretto di Hormuz, il braccio di mare tra il Golfo Persico e il Golfo dell'Oman attraverso cui transita una quota rilevante del greggio mondiale. La firma non è però attesa nell'immediato: secondo quanto riferito dal giornalista Barak Ravid su Axios, restano "diversi dettagli" da chiudere e nessun annuncio era previsto per la giornata di domenica. Lo stesso Trump ha riconosciuto che l'intesa "non è ancora stata negoziata fino in fondo".

Le obiezioni più rumorose arrivano dall'interno del Partito Repubblicano. I senatori Ted Cruz, del Texas, e Lindsey Graham, della South Carolina, hanno espresso scetticismo sulla trattativa. Trump non ha citato nominalmente nessun critico, ma il bersaglio del suo affondo è apparso chiaro: chi attacca un'intesa "di cui nessuno conosce i contenuti". Il presidente ha aggiunto che a suo avviso furono proprio i predecessori alla Casa Bianca a "dover risolvere questo problema molti anni fa".

Sabato, alla vigilia dell'attacco agli scettici, il presidente aveva preannunciato che l'intesa sarebbe arrivata "a breve", dopo colloqui con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e con i leader di diversi paesi a maggioranza musulmana coinvolti nel dossier iraniano. L'accordo, ha promesso, sarà "buono e adeguato".

Trump ha aperto anche allo scenario di un ingresso dell'Iran negli Accordi di Abramo, l'intesa di normalizzazione tra Israele e alcuni paesi arabi avviata nel 2020 durante il primo mandato del presidente. "Chissà, forse anche la Repubblica Islamica dell'Iran vorrà unirsi", ha scritto su Truth Social, ringraziando "tutti i paesi del Medio Oriente" per il sostegno e la cooperazione, che a suo dire saranno "ulteriormente rafforzati" proprio dall'eventuale allargamento del perimetro degli accordi.

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SpaceX e la vita oltre la Terra


E oltre Marte?

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"The Martian" è la prima vera opera di Andy Weir — molti la conoscono per il film con protagonista Matt Damon, mentre da un mesetto a questa parte mi porto appresso "Project Hail Mary", ultimo romanzo dello stesso scrittore.

Prima di Andy non conoscevo l'esistenza del genere "hard science fiction," dove la speculazione scientifica si unisce a un tentativo di massimizzare l'aspetto realistico del world building.

Infatti, in "Project Hail Mary" ci sono paginate e paginate di spiegazioni scientifiche ed è affascinante quanto, soprattutto nel primo romanzo "The Martian", Andy si sia fatto aiutare dalla sua community, che all'epoca contava qualcosa come 3mila lettori, per affinare al millimetro ogni dettaglio scientifico.

Un tempo non serviva: Asimov non si è nemmeno mai avvicinato al livello di dettaglio di Andy, tanto meno Philip K. Dick.

Dettaglio o non dettaglio, quegli anni sono passati, gli anni in cui l'autore utilizzava il mezzo della storia per raccontare anche una visione del futuro. È chiaro che la scienza non può sbilanciarsi troppo con le teorie speculative, non è il suo lavoro, ma è anche noto che tanti scienziati o volti importanti del mondo tech sono stati ispirati ed emozionati da queste grandi storie.

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SpaceX e la vita oltre la Terra


"The Martian" è la prima vera opera di Andy Weir — molti la conoscono per il film con protagonista Matt Damon, mentre da un mesetto a questa parte mi porto appresso "Project Hail Mary", ultimo romanzo dello stesso scrittore.

Prima di Andy non conoscevo l'esistenza del genere "hard science fiction," dove la speculazione scientifica si unisce a un tentativo di massimizzare l'aspetto realistico del world building.

Infatti, in "Project Hail Mary" ci sono paginate e paginate di spiegazioni scientifiche ed è affascinante quanto, soprattutto nel primo romanzo "The Martian", Andy si sia fatto aiutare dalla sua community, che all'epoca contava qualcosa come 3mila lettori, per affinare al millimetro ogni dettaglio scientifico.

Un tempo non serviva: Asimov non si è nemmeno mai avvicinato al livello di dettaglio di Andy, tanto meno Philip K. Dick.

Dettaglio o non dettaglio, quegli anni sono passati, gli anni in cui l'autore utilizzava il mezzo della storia per raccontare anche una visione del futuro. È chiaro che la scienza non può sbilanciarsi troppo con le teorie speculative, non è il suo lavoro, ma è anche noto che tanti scienziati o volti importanti del mondo tech sono stati ispirati ed emozionati da queste grandi storie.

Andy Weir arriva un po' come un unicorno in una giungla di prodotti commerciabili, pop, netflix-oriented, eppure è così in gamba a unire la leggerezza alla profondità che il primo romanzo lo ha interpretato Matt Damon e il secondo Ryan Gosling, entrando nei botteghini main stream.

Elon Musk, come milioni di persone, sogna lo spazio sin da quando è bambino. In un'intervista di una decina di anni fa lo si vede agitato, con la voce rotta, quando gli viene chiesto "Cosa ne pensi dei commenti negativi del comandante dell'Apollo 11 Neil Armstrong su SpaceX?" Fra tutti, Neil rappresentava il suo eroe numero uno.

Cosa ci facciamo là fuori? La spesa per le missioni spaziali è tra le più grandi al mondo (ancora dietro a quella sull'IA però), e per cosa?

Noi ci arriveremo su Marte — è chiaro che è una scommessa ma lo sono più i tempi che l'effettiva impronta di piede umano sul pianeta rosso. Musk parla del 2028, l'ESA del 2040 — facciamo a metà, il 2034? Ma poi?

Ci sono un paio di verità che riporterò in questo editoriale e starà a voi coglierne il lato amaro o quello dolce, con un invito a non smettere mai di sognare, soprattutto quando si tratta di stelle e universo.

Il primo è il paradosso di Fermi: se l'universo è così enorme, potenzialmente infinito, antico e pieno di stelle e pianeti, perché non abbiamo ancora trovato prove chiare dell'esistenza di civiltà extraterrestri? Come mai una così alta probabilità di vita intelligente si scontra con un silenzio così totale?

Le possibili risposte sono che la vita intelligente in realtà è rarissima ma che dura anche poco: se pensate alla storia dell'umanità davvero civilizzata, si parla di 10-12mila anni, e cosa sono rispetto all'età dell'Universo, stimata attorno ai 13.8 miliardi di anni? Vorrei dire un battito di ciglia ma nemmeno quello.

Un'altra risposta al paradosso di Fermi è che le possibili prime civiltà extraterrestri, oltre che essere degli "attimi" in termini di tempo, stanno almeno a centinaia o migliaia di anni luce da qui e qualsiasi tentativo di comunicazione tramite un segnale radio ad esempio, arriverebbe molto dopo. Per capirsi, se adesso un telescopio un miliardo di volte più potente di Hubble scovasse degli alieni in una periferia di qualche remota galassia, comunque vedremmo soltanto un'immagine del loro passato, sarebbe come vedere un ricordo praticamente. Il tempo che l'immagine arriva, si sono probabilmente già annientati.

La seconda verità si lega a quanto appena detto e ce l'ha confermata lo scienziato più famoso al mondo. Secondo la relatività, niente che abbia massa può viaggiare più veloce della luce nel vuoto, che procede a circa 300.000 km al secondo.

Questo significa che, per le conoscenze che abbiamo adesso, nessun umano potrà mai raggiungere un pianeta abitato. Se si pensa a Proxima Centauri b, il primo pianeta "interessante" a circa 4.2 anni luce da noi, e se si immagina di aver inventato un motore che raggiunge almeno il 10% della velocità della luce — che sarebbe già una tecnologia enormemente oltre le nostre capacità attuali — comunque ci metteremmo 40 anni ad arrivare, senza contare accelerazione, frenata, schermature, energia, guasti e sopravvivenza dell’equipaggio.

Kepler-186f, altro esempio, uno dei pianeti più simili alla Terra, è a circa 500 anni luce, questo significa un viaggio di 5000 anni se fatto con quel "super motore futuristico" che abbiamo ipotizzato prima. E se volessimo parlarci con dei segnali radio? Ci vorrebbero mille anni per un solo botta e risposta.

Io penso che l'esplorazione spaziale debba fare ancora tanto, tanto lavoro e onestamente sono contento che l'azienda con l'IPO più grande della (nostra) storia si occupi di quello. La sfida principale è che tutto è troppo lontano e la velocità della luce, che è la cosa più veloce che conosciamo, è troppo lenta.

Per adesso possiamo solo arrancare verso Marte e continuare a fare studi geologici su satelliti e pianeti "vicini". Siamo davvero soltanto all'inizio di un cammino che, se non si interrompe come ha fatto più di 50 anni fa, dopo quella bandiera americana sulla Luna, rincorre fisiologicamente le domande più grandi che abbiamo: se siamo soli e perché esistiamo.


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Starlink fuori uso sul fronte russo: Kiev riconquista terreno nell’est dell’Ucraina


Rapporto Usa: il blocco dei terminali satellitari avrebbe rallentato le comunicazioni militari di Mosca

Un’operazione congiunta condotta dall’Ucraina in collaborazione con SpaceX avrebbe compromesso in modo significativo le comunicazioni operative delle forze russe sul fronte orientale, contribuendo alla riconquista di circa 400 chilometri quadrati di territorio nei primi mesi del 2026. È quanto emerge da un rapporto d’intelligence statunitense citato da Bloomberg in un articolo pubblicato nei giorni scorsi.

Secondo il documento, elaborato congiuntamente dalla Defense Intelligence Agency (DIA) e dal United States European Command (EUCOM), le capacità militari russe sarebbero state “temporaneamente ma significativamente compromesse” dopo che migliaia di terminali internet satellitari Starlink utilizzati dalle forze di Mosca sarebbero stati individuati e disattivati nel febbraio scorso.

Il rapporto sostiene che i terminali, impiegati “illecitamente” dalle unità russe, venivano utilizzati per coordinare movimenti tattici, trasmissioni operative e attacchi con droni in aree dove le comunicazioni convenzionali risultavano vulnerabili alle interferenze elettroniche o difficilmente utilizzabili.

L’operazione di disattivazione


Secondo quanto riportato da Bloomberg, Kiev avrebbe lavorato in stretto coordinamento con SpaceX per imporre restrizioni geografiche più severe all’interno delle aree di combattimento, consentendo di identificare e bloccare i terminali Starlink non autorizzati presenti nei territori occupati o lungo la linea del fronte.

L’intervento avrebbe prodotto “effetti immediati”, riducendo drasticamente la capacità delle forze russe di mantenere comunicazioni sicure e continue tra unità avanzate, centri di comando e operatori di droni.

Nel documento citato dall’intelligence statunitense si legge che il deterioramento delle comunicazioni avrebbe contribuito a rallentare la capacità russa di coordinare operazioni offensive e difensive, creando condizioni favorevoli alle controffensive ucraine. Le forze di Kiev sarebbero così riuscite a ottenere i primi progressi territoriali significativi dal 2023, dopo un lungo periodo caratterizzato da avanzate graduali russe lungo diversi settori del fronte.

Il ruolo delle comunicazioni nel conflitto


L’episodio evidenzia ancora una volta il peso strategico delle infrastrutture di comunicazione nella guerra moderna. Dall’inizio del conflitto, i sistemi satellitari Starlink hanno rappresentato uno strumento centrale per garantire connettività stabile in zone colpite dalla distruzione delle reti terrestri o soggette a guerra elettronica.

Sebbene SpaceX abbia più volte dichiarato di voler impedire l’utilizzo dei terminali Starlink da parte delle forze russe, negli ultimi anni sono emerse ripetutamente segnalazioni relative alla presenza di dispositivi attivati attraverso circuiti paralleli e mercati terzi, nonostante le sanzioni internazionali contro Mosca.

Secondo il rapporto citato da Bloomberg, la perdita dei terminali avrebbe avuto un impatto particolarmente rilevante sulle unità russe impiegate in prima linea, dove Starlink era diventato uno strumento essenziale per le comunicazioni tattiche quotidiane.

Le restrizioni su Telegram


A complicare ulteriormente il quadro operativo russo vi sarebbero anche le recenti limitazioni imposte dal Cremlino all’uso di Telegram in ambito militare. La piattaforma di messaggistica crittografata era stata ampiamente adottata dalle forze russe per lo scambio rapido di informazioni operative, immagini dal fronte e coordinamento tra reparti.

Secondo l’analisi dell’intelligence statunitense, la combinazione tra la disattivazione dei terminali Starlink e la riduzione dell’uso di Telegram avrebbe lasciato diverse unità russe “parzialmente isolate”, incidendo sulla rapidità decisionale e sulla capacità di risposta sul campo.

Il quadro strategico


Nonostante gli effetti dell’operazione, la DIA sottolinea che la Russia mantiene ancora un vantaggio strutturale complessivo in termini di forza numerica, capacità industriale e volume di fuoco disponibile sul teatro ucraino. Tuttavia, l’episodio viene indicato come una dimostrazione concreta di come il controllo delle reti di comunicazione e delle infrastrutture digitali possa influenzare direttamente l’andamento delle operazioni militari contemporanee.

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Dario Deli


A parte i grandi campioni dell’agonismo di alto livello, non sono molti i pescatori che hanno sparato in più mari del mondo. Dario ha avuto questa fortuna e in questa intervista ci racconta anche delle sue esperienze, tra Mare d’Irlanda, Baltico e oceani Atlantico e Pacifico.
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foto in alto: Dario Deli e Francesco Conti con una bella cernia catturata alle Formiche di Grosseto.

Dario non è un agonista, tantomeno un figlio d’arte e per di più in famiglia nessuno andava pazzo per il pesce. Ormai adulto e cacciatore di cuori, si ritrova in Puglia con una giovanotta locale e per caso un fucile subacqueo che un amico gli aveva infilato nella valigia. Nelle acque salentine inizia l’esperienza venatoria con la regia dell’acquisito suocero il quale, solo lui, nella ristretta cerchia, poteva almeno identificare le specie catturate dall’esuberante capitolino. Così, tra perchie, mormore e muggini si consuma un’estate indimenticabile. Ma c’è il rientro: 600 e passa chilometri sulla via Francigena del sud. Oltre sei ore incollato al sedile dell’auto e un solo pensiero: come riprendere ad andare sott’acqua!

Quindi? Cosa è successo? Tornato a Roma mi organizzai con un amico di scuola, uno di quelli senza problemi, col quale condivisi immediatamente l’idea di pescare all’Argentario. Ma eravamo troppo impreparati e dopo qualche problemino alle orecchie che ha ridimensionato le iniziali aspirazioni, decisi di fare un corso di apnea. Così, era il 1999, all’Emporio del pescatore seguii, per alcune settimane, le illuminanti lezioni di Maurizio Massani. Di fatto, oltre ad apprendere le indispensabili nozioni base dell’apnea, conobbi un po’ di gente, soprattutto appassionati pescatori. Insomma entrai nel giro, feci amicizia con Marco Piattella, attualmente mio barcaiolo, ripresi a frequentare l’Argentario e conseguii il diploma di apnea di terzo livello.
Un mega cappone pescato su una pietra a -40 metri.
Risultati? Beh, diciamo che ho proseguito con costanza, migliorando sì, ma quello che ha determinato una vera svolta nel mio percorso, è stato il trasferimento in Inghilterra, nel Galles. Lì ho scoperto un altro mondo con acqua torbida e molta corrente. Presi casa a Manchester e un gommone col carrello. Mi dedicai alla pesca della spigola e del merluzzo, all’aspetto, a scorrere in corrente, in acqua relativamente bassa, al massimo 12 metri. Uscivo tutti i week end con la mia fidanzata, promossa barcaiola, spaziando da nord a sud, sempre nella costa occidentale, soprattutto a sud perché le spigole erano più grosse. Poi ho maturato esperienze oltre oceano, in Florida e in California.

Racconta! Che dire, in California sono stato molto bene. Ero simpatico a tutti e per due settimane sono stato a pesca con più persone. Il loro obiettivo era farmi pescare il white sea bass (Atractoscion nobils), uno scenide, una sorta di boccadoro segnalato dal Messico all’Alaska. Un pesce importante che per certi versi ricorda anche il serra ma che supera i 40 chili.

L’hai preso? Sì, alla fine ci sono riuscito. La pesca non è semplice perché si nuota in mezzo a queste alghe alte 30 metri che si proiettano verso la superficie. Inoltre adottano tutti lo “slip tip”, per cui non usano il mulinello ma una cima galleggiante del diametro di 1-2 centimetri, che non s’impiglia nelle alghe o comunque si sbroglia con facilità. Il mio slip tip era di manifattura italiana e purtroppo si è rivelato inefficace, così persi il mio primo white sea bass. Purtroppo, come se non bastasse ne persi un altro, questa volta per mia negligen- za. Infine, l’ultima giornata utile per la pesca di quel nuvoloso ottobre del 2010, su una batimetrica di 30 metri, scorsi un banchetto di 6-7 esemplari tutti “maggiorenni”, che si muovevano in mezzo alle alghe dove cacciano, ma anche dormono. Mi affondai sui 15 metri e tentai qualche agguato facendomi strada in quella foresta nastriforme. In un secondo tuffo lo raggiunsi e lo liberai tagliando le alghe a mo’ di agricoltore. Era un bel pesce di 25 chili.
Il white sea bass di 25 chili catturato nell’oceano Pacifico della California meridionale.
Altre esperienze esotiche? In Florida per gli squali. Un giorno era pieno di squali toro da 100 chili. Uno mi puntò ma il mio amico fu veloce e mi portò via, perché quel giorno i pesciolini erano molto territoriali. Poi, in Andalusia. Fu un’altra esperienza impegnativa per la corrente e la profondità, ma con prede come il pagro e il boccadoro. Poi la Finlandia e il freddo, la temperatura dell’acqua non saliva sopra i 5 gradi.
Dario con un luccio finlandese.
Quando sei rientrato in Italia? Nel 2015 lasciai Elisabetta II e mi ristabilii nella capitale. Ripresi i contatti con Piatella che nel frattempo smise di pescare ma fu felice di vestire i panni del barcaiolo, col mio nuovo Mar Sea SP 100 motorizzato col 115 Suzuki. Ripresi da zero ma sempre all’Argentario. Col nuovo Lowrance 12’’, poiché privo di punti Gps, mi dedicai alla disperata ricerca di nuovi spot e a familiarizzare con il nuovo ambiente e le quote operative sempre più importanti.

E i pesci? In breve mi appassionai al dentice, un pesce abbastanza presente e alla spigola perché mi ricordava l’Inghilterra. Da poco tempo mi dedico anche alla cernia, sulle risalite profonde e su posti meno battuti, sempre all’Argentario, Giglio e le Formiche.
Dario, con un sostanzioso cavetto di spigole catturate in acqua bassa nel Galles.
Un dentice in particolare? A ottobre 2019, lasciato il porto mi diressi verso la Secca di mezzo canale, all’Argentario. Contemporaneamente un altro gommone aveva la stessa prua così cambiai idea e puntai al Giglio, anche perché si mise un forte vento da meridione e l’acqua lì, si sarebbe subito sporcata. Quindi mi tuffai in una risalita da 45 a 35 metri dove di solito bazzicavano belle cernie. Quel giorno invece m’imbattei in una nuvola di dentici il cui capobranco era anche il più grosso. Come mi sfilò davanti lo infilzai subito dietro le branchie: fulminato. Pesò 8 chili.
Dario con un dentice dei tanti catturati all'Argentario.
Il pesce più grosso? Il famoso white sea bass di 25 chili.

Un episodio singolare? Nel Mare di Scozia, dove le foche erano abbastanza frequenti e capitava di averle intorno, un’esemplare enorme mi sorprese e me lo ritrovai vicinissimo, a soli 3 metri. Scappai dalla paura.

A proposito di paura, incidenti? Per fortuna mai, ma d’estate è un caos, troppe barche in movimento. Ormai pesco solo a segnale sulla verticale del gommone e di un salutare motore di prua.

Una figura a cui ti sei ispirato? Nessuna. Se devo fare un nome: Riccardo Golini, è giovanissimo, sincero, umile e bravissimo pescatore di alto livello.
Dario in compagnia di Riccardo Golini con due brune vicine di casa, prese a pochi minuti l’una dall’altra.
Risvolti professionali? Attualmente sono team manager degli atleti Polo Sub di Giuliano Tagliacozzo e sempre team manager per la Meandros.

Un pensiero su RecFishing e parchi marini? Bah, la vedo come una complicazione, poi vedremo in pratica, ma senza risvolti positivi per noi… I parchi sono una bella invenzione ma la gestione non corrisponde al principio per cui sono stati istituiti e comunque impegnano aree troppo estese.

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Le CPU di NVIDIA, gli annunci AI-generated di Google, la sospensione di Waymo


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon lunedì,
oggi parleremo di come NVIDIA sta conquistando anche il settore delle CPU; vedremo i nuovi annunci sponsorizzati AI-generated di Google; parleremo delle sospensioni dei robotaxi di Waymo a causa delle alluvioni, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Con il commento di Amir Ati.

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Intro + Prima notizia - Ep. 329 - Lunedì 25 maggio
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Notizie dal mondo


Le news di oggi, selezionate a mano.

NVIDIA sta per diventare il più grande fornitore di CPU al mondo


Big Tech
NVIDIA potrebbe diventare uno dei principali fornitori di CPU perché Vera, il suo nuovo processore centrale per data center AI, sarà venduto sia da solo sia dentro i rack Rubin con GPU NVIDIA. I primi rack sono già stati consegnati a OpenAI, Anthropic, SpaceX e Oracle. La società stima 20 miliardi di dollari di ricavi nel 2026 solo dalle CPU autonome, su un mercato potenziale da 200 miliardi. Vera usa architettura Arm, ha 88 core e secondo NVIDIA offre più prestazioni ed efficienza dei sistemi x86 di Intel e AMD. Jensen Huang prevede una domanda superiore all’offerta per tutto il ciclo Vera Rubin.
~
Fonte: Wccftech
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CPU, non GPU

È normale chiedersi "ma NVIDIA...
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Google inserisce annunci pubblicitari AI-generated nei risultati di ricerca


Intelligenza Artificiale
Google sta iniziando a inserire annunci generati con l’AI nei risultati di ricerca e in AI Mode, la modalità conversazionale basata su Gemini. Il test parte negli Stati Uniti e serve a monetizzare la ricerca AI, dove gli utenti ricevono risposte dirette invece di una lista di link come usava prima dell'avvento dell'AI. In "AI Mode" compariranno annunci “sponsored” sotto alcune risposte: offerte con sconti, spiegazioni di prodotti e messaggi costruiti da Gemini usando testi, immagini e materiali marketing dei brand. Per ora non arrivano nell’app Gemini, ma Google valuta di portarli anche lì. Gli inserzionisti potranno dare indicazioni tramite AI Brief, ma non controlleranno completamente testo e immagini finali.
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Fonte: The Wall Street Journal
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C'è di più dietro

Meta lo sta facendo già da tempo e lo...
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Il prezzo è un'offerta lancio per i soli spot prenotati fino al 7 di agosto.

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Waymo sospende i robotaxi in quattro città del Texas e ad Atlanta


Tecnologia
Waymo ha sospeso temporaneamente i robotaxi in quattro città del Texas e ad Atlanta dopo un problema software nella gestione delle strade allagate. Il caso principale è avvenuto il 20 aprile a San Antonio: un’auto senza passeggeri è entrata in una strada coperta d’acqua, è stata trascinata fuori carreggiata ed è finita in un corso d’acqua. Un episodio simile è stato segnalato ad Atlanta. Waymo ha avviato un richiamo volontario di circa 3.800 veicoli con sistemi di guida automatizzata di quinta e sesta generazione e sta preparando nuove protezioni software.
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Fonte: BBC News
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Spotify lancia uno strumento AI di creazione audiolibri


Intelligenza Artificiale
Spotify lancerà a giugno uno strumento AI per creare audiolibri dentro Spotify for Authors, il servizio usato da autori ed editori per gestire libri e dati di ascolto. La funzione userà la tecnologia vocale di ElevenLabs, partirà in beta solo su invito e inizialmente supporterà solo l’inglese. Gli autori non avranno obblighi di esclusiva: potranno distribuire gli audiolibri anche su altre piattaforme. Spotify aggiungerà anche ricerca in linguaggio naturale e playlist di audiolibri generate da prompt. La spinta arriva mentre il catalogo ha raggiunto 700 mila titoli, Audiobook+ ha superato un milione di abbonamenti e il ricavo annuale ricorrente degli audiolibri è arrivato a 100 milioni di dollari.
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Fonte: TechCrunch
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Un farmaco sperimentale sta provocando perdite di peso "drammatiche"


Scienza
Eli Lilly ha diffuso i risultati di uno studio su retatrutide, farmaco sperimentale contro obesità e sovrappeso non ancora approvato. Nello studio su 2.339 persone, la dose più alta ha portato a una perdita media di circa 32 chilogrammi, pari al 28% del peso corporeo dopo 80 settimane; nei pazienti con obesità più severa il calo medio è arrivato a circa 39 chilogrammi dopo due anni. Sono risultati vicini a quelli del bypass gastrico e superiori ai farmaci dimagranti oggi più usati. Retatrutide agisce su tre ormoni legati ad appetito e metabolismo, ma alle dosi più alte causa spesso nausea, vomito, diarrea o stitichezza: l’11% dei pazienti ha interrotto lo studio per effetti collaterali.
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Fonte: The New York Times
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Letture interessanti


In lingua inglese.

Il post del CEO di ClickUp dopo aver licenziato il 22% dei dipendenti


threadreaderapp.com (eng)

Internet non riesce a smettere di guardare i robot umanoidi di Figure AI mentre maneggiano i pacchi


arstechnica.com (eng)

È ora di camminare


inferterra.com (eng)

Dopo l'automazione


every.to (eng)

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Notizie veloci


In lingua inglese.

L'app di Gemini sta integrando CapCut fra gli strumenti


9to5google.com (eng)

Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, si collega a Twitch per chattare con i newyorkesi


techcrunch.com (eng)

SpaceX postpone il lancio del nuovo ridisegnato Starship


wsj.com (eng)

Video del giorno

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Personal Finances in ChatGPT


Ecco il video di presentazione della nuova funzionalità Personal Finance, per adesso è disponibile solo negli Stati Uniti ma molto presto si estenderà anche in Europa.

Vedi video su youtube.com (eng - 0:53)

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La popolarità di Trump continua a oscillare intorno ai -20 punti (24 maggio)


Mentre proseguono i negoziati per arrivare a un accordo di pace in medioriente, sul fronte interno le nuove rilevazioni confermano il momento estremamente negativo per Trump, che veleggia sui livelli più bassi mai raggiunti da un presidente in carica.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

In attesa degli sviluppi nei negoziati per l'accordo di pace con l'Iran, questa settimana è stata pubblicata una grande quantità di sondaggi e da un punto di vista numerico non si segnalano scostamenti di rilievo, con la popolarità di Trump che continua a galleggiare intorno a livelli horror.

La situazione per il tycoon è estremamente drammatica, ed è difficile trovare dei dati così negativi nella storia recente della politica americana.

Il net rating ha ormai raggiunto la cifra record di -20, con il tasso di approvazione che ora è sotto al 40% in tutte le medie analizzate e con la disapprovazione non lontana dal 60%.

Sono numeri terrificanti, che non erano mai stati toccati nemmeno nei momenti peggiori del primo mandato e fino a dieci punti inferiori rispetto a prima della guerra in Iran.

Per il tycoon sarà difficile rialzarsi da questa situazione: soprattutto qualora non si arrivasse a una pace duratura o dovessero perdurare il caos e la paralisi della situazione, i numeri potrebbero scivolare ulteriormente verso il basso.

Il dato è peggiore di tre punti rispetto alla già catastrofica media di Joe Biden nel maggio 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di qualunque presidente fino al giorno d’oggi dopo sedici mesi di presidenza, e la distanza col suo predecessore si è notevolmente ampliata. Arriva addirittura a quasi dodici punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie registrano segni opposti rispetto a sette giorni fa, con RCP che segnala un brusco calo, mentre Focus America e Silver rilevano piccoli scostamenti; in questo modo le tre medie vanno a riallinearsi su numeri simili.

Come già accennato, dopo più di sedici mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca sotto rispetto ai primi sedici mesi del suo primo mandato e di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 488 giorni di presidenza (-20,3 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, indietro come detto anche rispetto al suo primo mandato, in cui era ben più del doppio, a -8,5.

Anche Joe Biden, comunque, con il suo -17,2 non brillava particolarmente dopo sedici mesi di presidenza.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 38% e il 40%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 58%-59%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi dei negoziati con l’Iran.

Di seguito pubblichiamo una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Di fianco alla casa sondaggistica scriviamo due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
16 rilevazioni di 16 istituti — 24 maggio 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 3 sondaggi
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 8 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 5 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 24 maggio 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,9% (+0,4) - 58,1% (-0,2). In totale un net approval arrotondato di -19,2 (+0,6).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 39,8% (-0,3) - 58,3% (+1,4). In totale un rating di -18,5 (-1,7).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 38,4% (-0,1) - 58,7% (+0,2), con in totale un rating di -20,3 (-0,3). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

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Come ho imparato a ignorare il bilinguismo e a non preoccuparmi


Un bibliocabaret per presentare "Lingue Matrigne" di Gabriele Di Luca alla Nuova Libreria Cappelli di Bolzano.
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🆘
A inizio marzo il mio profilo Facebook ha ricevuto uno strike. La foto di un data center che ho usato per illustrare un mio post era marcata falsa da un fact checker del Burkina Faso. Quel data center non è nel paese africano. E anche se non l'ho mai dato neanche a intendere, il fatto di averla pubblicata è una violazione che la piattaforma ritiene abbastanza grave da ridurre la visibilità dei miei contenuti. Questa scelta ha un impatto su questo blog, perché Facebook è il social che uso per farlo conoscere. Da quel momento, infatti, ha smesso di crescere. Se ti va, puoi aiutarmi fino a che la violazione è attiva: se vedi un post del blog su Facebook commenta, condividi o lascia un like. Quando non vedrai più questo messaggio saprai che la situazione si è risolta. 🙏.

📆
Venerdì 5 giugno alle 20.00 presenterò Lingue Matrigne di Gabriele di Luca alla Nuova Libreria Cappelli di Bolzano.

Lingue Matrigne, l'ibrido narrativo scritto da Gabriele Di Luca e pubblicato da alphabeta lo scorso anno è un testo importante, a tratti profetico, che ha sapute dare voce a quello che un sacco di persone che vivono in Alto Adige/Südtirol pensavano del bilinguismo, una fondamenta identitaria di questa bizzarra provincia.

È uno di quei libri che, quando li leggi, esclami: ⤵️

Cacciari Quarantanni GIFfrom Cacciari GIFs

È per questo motivo che ho risposto "sì" senza neanche pensarci un secondo, quando Gabriele mi ha chiesto di presentarlo come parte del programma di eventi per festeggiare il terzo anno di vita della Nuova Libreria Cappelli di Bolzano.

Anche perché, quando me lo ha domandato, ha aggiunto: "A questo punto potremmo sperimentare la formula che avevi in mente tu, che dici?"

Se leggi questo blog sai che Gabriele si riferisce alle riflessioni che ho scritto in Le presentazioni di libri si sono rotte. Aggiutiamole. Un post che analizza perché il format della presentazione non funziona più bene come un tempo e come io penso si potrebbe trasformare.

Se non hai ancora avuto modo di farlo leggilo. E venerdì 5 giugno, alle 20.00, vieni in libreria a sentire la presentazione, che abbiamo preparato seguendo alcune di quelle intuizioni.

Seguendole è nato Lingue matrigne: come ho imparato a ignorare il bilinguismo e a non preoccuparmi una performance che abbiamo chiamato bibliocabaret, perché, mischiando approfondimento, spettacolo e chiacchierata, proveremo a illuminare la relazione tra l’opera e il suo autore con domande incalzanti, giochi impertinenti e profondissime elucubrazioni.

È la prima volta che provo a fare qualcosa di così articolato e ambizioso. Quindi non sono certo che riuscirà proprio come ce l'ho in mente ma sono sicuro che, se vieni, ti divertirai.

Gabriele, io e tutto il personale della libreria ti aspettiamo.

Fammi sapere se ci sarai!

Lingue matrigne
La menzogna del bilinguismo in Alto Adige/Südtirol
RaetiaGabriele Di Luca

🌈 Ho un sogno 🌈


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Le presentazioni di libri si sono rotte. Aggiustiamole.


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A inizio marzo il mio profilo Facebook ha ricevuto uno strike. La foto di un data center che ho usato per illustrare un mio post era marcata falsa da un fact checker del Burkina Faso. Quel data center non è nel paese africano e, pur non avendolo scritto, per Facebook averla pubblicata è una violazione abbastanza grave da meritare una riduzione della visibilità dei miei contenuti. Una riduzione che ha un impatto su questo blog che, da quel momento, ha smesso di crescere, perché Facebook è la piattaforma che uso per far scoprire i miei contenuti. Se ti va, puoi aiutarmi fino a che la violazione resta in atto: se vedi un mio post su Facebook metti like o, ancora meglio, lascia un commento, in particolare se si tratta del teaser o del lancio di un post. Ancora meglio, se pensi che a qualcuno possa piacere quello che scrivo giragli i miei contenuti. Quando non vedrai più questo messaggio saprai che la situazione si è risolta. Grazie 🙏.

Presento libri da almeno 15 anni. Tre lustri durante i quali ho indossato sia i panni del presentatore sia quelli dell’autore.

Magari non l’ho fatto sempre con regolarità, ma ho abbastanza esperienza per poter dire che, oggi, le presentazioni di libri sono un format rotto.

Non sono il solo ad averlo notato. Negli ultimi mesi lo hanno fatto anche Valentina Aversano - ciao Valentina - e Daniela Brogi - ciao Daniela, iscriviti alla newsletter 😉.

La prima in un numero di Posta Creativa, la sua newsletter - a proposito, iscriviti! - la seconda in un post pubblicato sul suo profilo Facebook. E, ne sono ragionevolmente sicuro, non sono le sole ad aver detto o scritto cose simili.

Della crisi delle presentazioni si parla ormai da qualche tempo; da almeno un anno, se la memoria non m’inganna. Di solito, però, se ne parla dentro una cornice più ampia e più annosa: quella della crisi dell’editoria, un settore il cui declino sembra accelerare di anno in anno.

Non mi dilungherò qui a elencare i motivi di questa crisi, né a sviluppare le idee che mi sono fatto su come affrontarla: ma se sei un editore e ti interessa ascoltarle, scrivimi e troviamo il tempo.

Qui mi interessa provare ad aggiustare le presentazioni di libri. O, con un filo meno di spocchia, condividere alcune idee su come si potrebbe farlo e raccontare come ho provato a metterle in pratica nelle ultime presentazioni che ho fatto e condotto.

Ma prima di arrivarci, torniamo un secondo da Valentina e Daniela.

La prima apre la sua newsletter con una dichiarazione forte: “vado pochissimo alle presentazioni di libri perché mi innervosiscono”. E poco dopo elenca i motivi del suo nervosismo:

in ordine sparso:quando chi modera parte con un’introduzione di venti minuti e l’autrice/l’autore non riesce nemmeno a dire Buonaseraquando si dà per scontato che la platea abbia già letto il libroquando una conversazione diventa una gara di egoquando ci si parla addosso e non c’è ritmo perché non c’è interesse per il pubblicoquando arriva la domanda-monologo (e arriva sempre, purtroppo a volte anche da chi modera)quando è tutto sciatto, senza cura, senza nemmeno una piccola scintilla vitale


Pensa all’ultima volta in cui hai partecipato a una presentazione di merda.

Fatto?

Bene, adesso spunta dall’elenco di Valentina tutte le voci che hanno reso pessima quella presentazione e, se ti va, raccontamela nei commenti, così facciamo diventare questo post una piccola galleria di cose da non fare quando presenti un libro.

Call to action a parte, non c’è una voce di questo elenco che sia sbagliata. Neanche una. Valentina lavora coi libri da una vita, sa benissimo cosa uccide una presentazione.

Ma ci arriviamo tra poco, prima dobbiamo passare dal post Facebook di Daniela, la quale - riassumo per brevità, ma ti lascio il link se vuoi leggerlo per conto tuo - nota che sempre più spesso le persone che partecipano a una presentazione non acquistano il libro presentato.

È un’abitudine culturale che sembra affermarsi e che ha un impatto sulle librerie indipendenti, le quali, per organizzare una presentazione, sostengono costi che non sempre l’evento è in grado di ripagare.

Di fronte a questa situazione, Daniela si chiede: “se non sarebbe giusto, nel caso delle librerie indipendenti, fissare una quota da versare alla libreria”.

Non è un’affermazione da poco perché, al netto delle questioni pratiche - organizzative, fiscali, di sostenibilità del modello - se si introduce una variabile economica il format della presentazione di libri non può restare lo stesso. Deve cambiare, in profondità e in modo radicale.

Perché, come scrive ancora Valentina:

costruire un incontro intorno a un libro è molto difficile. In un mondo giusto moderare un evento letterario sarebbe considerato un lavoro, anche ben retribuito, perché per farlo è necessario studiare, prepararsi e mettere su un racconto che somiglia a un piccolo spettacolo capace di incuriosire, coinvolgere e magari anche emozionare il pubblico presente.


Oggi siamo davvero molto lontani da questo modo di pensare. Non dico che non esistano singole persone che ragionano così, ci saranno di certo. Ma si tratta di eccezioni che cercano di innovare in un panorama in cui le consuetudini pesano parecchio.

E la consuetudine vuole che la presentazione sia parte del meccanismo di promozione di un libro che avviene dentro un canovaccio ormai piuttosto esausto: introduzione all’autore e al suo libro, domanda, risposta, domande del pubblico, saluti e cena, che spesso è la parte migliore della presentazione.

Ma se si chiede al pubblico di pagare per assistere una presentazione non è possibile dargli un copione del genere.

Bisogna alzare il livello e pensare alla presentazione come a una forma di performance, che coinvolga presentatore, autore e pubblico allo stesso modo.

Per immaginare a cosa potrebbe assomigliare una presentazione di libri non serve nemmeno sforzarsi troppo. Sto parlando dei podcast, uno dei format più amati degli ultimi anni.

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Esce ogni settimana, la domenica sera.

Da Tintoria a Spazio Penombre, giusto per dirne due che mi piacciono, sono molti i podcast che diventano o nascono come spettacoli dal vivo in cui avviene né più né meno quello che avviene in una qualsiasi presentazione di libri: un dialogo tra chi ha il ruolo di presentare e chi quello di essere presentato.

E il pubblico paga volentieri per vederli. Ma lo fa perché questo genere di format è costruito come uno show in cui la promozione di un prodotto è innestata dentro un copione molto più elaborato del classico ping pong di domande e risposte previsto da una presentazione.

Del copione di un podcast dal vivo fanno parte segmenti di racconto del percorso dell’ospite, rubriche fisse, intermezzi intimi o comici, giochi o momenti di improvvisazione che deviano dal percorso stabilito.

Il modo in cui la conversazione fluisce - il cosiddetto flow - è importante tanto quanto il suo contenuto. Forse più importante. Perché, come sa bene chiunque si sia confrontato con l’arte e la tecnica della narrazione, un racconto funziona quando chi lo scrive sa creare il ritmo giusto tra azioni, riflessioni e descrizioni d’ambiente.

E una presentazione, in fondo, non è altro che un racconto in cui chi la conduce deve intrecciare il vissuto dell’autore con ciò che ha scritto, coinvolgendo il pubblico nel processo.

Facile? Tutt’altro.

Ma è un modo per pensare alle presentazioni di libri in termini meno stanchi e più ambiziosi di quelli a cui siamo abituati. E giustificherebbe anche il costo d’ingresso che Daniela propone di introdurre nel suo post. Costo che potrebbe diventare facilmente un buono o un anticipo sull’acquisto del libro da parte degli spettatori, un po’ come fa la libreria Arcadia di Rovereto, di cui parla Luca Panzarotto in un commento al post di Daniela.

Da presentatore, è così che penso le presentazioni che organizzo e che mi chiamano a condurre da quasi due anni. Nello specifico da quando ho presentato Fare gol non serve a niente di Luca Pisapia alla Libreria Cappelli di Bolzano.

In quell’occasione, ispirandomi ad alcuni podcast calcistici, oltre ad accompagnare i partecipanti in un percorso di lettura del libro, ho costruito la scaletta intervallando alcuni giochi alle mie domande: una piramide dei dieci migliori teorici marxisti della storia - chi ha letto il libro sa perché - e una sorta di open mic in cui nominavo a Luca un personaggio legato al calcio, chiedendogli di commentarlo in una parola.

In quest’ultimo gioco, ogni 3-4 nomi, porgevo il microfono al pubblico, chiedendo alle persone un nome che non era nella mia lista.

Il risultato è stata una presentazione in cui ho provato a bilanciare approfondimento culturale, performance e una forma di coinvolgimento del pubblico capace di alternare divertimento e curiosità.

Da quanto mi ricordo le persone si sono divertite e su sei partecipanti, cinque hanno comprato il libro. Basse impressioni, tasso di conversione altissimo.

Ovviamente si è trattato di un esperimento. Non è detto che una formula del genere sia adatta a qualsiasi genere di libro o di autore. Ma è una strada possibile per far evolvere il format verso qualcosa di nuovo e fresco.

Sia come sia, da quel momento ho iniziato a pensare in termini di performance ogni presentazione che mi è stato chiesto di condurre e continuerò a farlo anche in futuro.

E da autore ragiono allo stesso modo. Quando Giuliano Geri e io abbiamo iniziato a pensare alla promozione di Il velo, il mio romanzo uscito tre anni fa, una delle prime idee a cui abbiamo pensato è stata quella di ricavarne un reading musicale. Dunque una performance.

L’idea nasceva anche dal fatto che alcuni passaggi del romanzo erano stati scritti con in mente la lettura ad alta voce che, da sempre, è una parte fondamentale di tutte le presentazioni che faccio, sia nel ruolo di autore che in quello di presentatore.

Ma selezionare un percorso coerente nel romanzo, costruire un accompagnamento musicale e la sua drammaturgia, provarlo ed eseguirlo dal vivo sono tutte azioni che alzano il livello rispetto alla richiesta - concordata o improvvisata - di leggere uno o più paragrafi durante la presentazione del libro.

Tanto è vero che, dopo aver portato il reading dal vivo per la prima volta a Merano, ogni altra volta che ne ho discusso l’eventualità ho sempre specificato che la performance aveva un costo giustificato dal tipo di esperienza che avrei offerto al pubblico, tenendo in equilibrio intrattenimento e approfondimento culturale.

Farlo mi ha fatto capire una cosa. Per pensare, progettare ed eseguire questo genere di iniziative serve smettere di pensare in termini di prodotto e iniziare a pensare in termini di persona.

Nell’editoria italiana - almeno questo è ciò che mi hanno portato a pensare le esperienze che ho avuto in questo settore negli ultimi 3 anni - il libro, ovvero il prodotto, resta ancora al centro di tutti i processi.

Gli agenti - non tutti - cercano libri da vendere agli editori. Gli editori - non tutti - vogliono libri, meglio se già orientati al mercato e a un livello di lavorazione tale da ridurre i costi di produzione e velocizzare l’immissione sul mercato.

Troppo spesso, né ai primi né ai secondi interessa costruire e promuovere i loro autori. Ma sono gli autori che fanno vendere i libri, così come sono i cantanti che fanno vendere i dischi e non viceversa.

È la persona - o meglio, il personaggio - che dovrebbe stare al centro delle attenzioni di agenti ed editori. Questo l’industria musicale - una delle industrie culturali più vibranti di oggi - lo ha capito molto bene.

Con questo non voglio dire che se ne debbano copiare strategie e processi. Come scrive bene Bharat Anand in The Content Trap, le strategie nascono dai contesti, ma ciò non toglie che prendere ispirazione da contesti diversi possa essere utile.

Vorresti mettere alla prova le idee esposte in questo post?


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La Cina cancella i dazi sull'Africa per contrastare Trump


Dal primo maggio Pechino ha eliminato i dazi sui beni di 53 paesi africani su 54, mentre l'amministrazione Trump impone tariffe e taglia gli aiuti al continente

La Cina ha cancellato dal primo maggio tutti i dazi sui beni provenienti da 53 dei 54 paesi africani, in un'iniziativa con cui Pechino punta a rafforzare la propria influenza sul continente mentre l'amministrazione del presidente Donald Trump alza le barriere doganali e taglia gli aiuti all'Africa. L'unica eccezione è il piccolo regno dell'Eswatini, l'unico stato africano che mantiene relazioni diplomatiche con Taiwan. Dal vino ai semi di sesamo alla lana, qualsiasi prodotto può ora entrare in Cina a dazio zero da Algeria, Sudafrica, Nigeria, Kenya o Repubblica Democratica del Congo.

La Cina è già il primo partner commerciale dell'Africa. Il nuovo provvedimento si appoggia a una decisione del 2024 con cui Pechino aveva concesso l'accesso senza dazi ai 33 paesi meno sviluppati del continente. Secondo gli analisti, l'estensione a quasi tutta l'Africa potrebbe spingere oltre un miliardo di persone ed enormi riserve di materie prime ulteriormente nell'orbita cinese.

"L'immagine che questa decisione restituisce è politicamente astuta", ha dichiarato al Wall Street Journal Ronak Gopaldas, direttore della società di consulenza Signal Risk, specializzata sull'Africa. "Rafforza l'immagine di Pechino come partner stabile e affidabile per l'Africa, soprattutto se messa a confronto con la postura più erratica e transazionale che ha caratterizzato Washington negli ultimi anni".

L'apertura cinese può garantire a Pechino l'accesso a catene di approvvigionamento essenziali per minerali critici come cobalto, rame e coltan, e apre più spazio per le aziende cinesi che lavorano con i governi africani su infrastrutture, logistica e progetti manifatturieri che necessitano del finanziamento di Pechino.

Il vicepresidente del Kenya Kithure Kindiki ha detto a marzo, durante un forum economico a Nairobi, che l'accordo a dazio zero offre al Kenya un'occasione per ridurre il deficit commerciale con la Cina, oggi attorno ai 4 miliardi di dollari. Tra i prodotti agricoli che potrebbero beneficiarne ha citato caffè, tè, noci di macadamia e avocado.

Lo stesso Gopaldas ha avvertito che nel breve periodo la misura difficilmente cambierà la struttura del rapporto commerciale tra Africa e Cina, oggi caratterizzato dall'export di materie prime africane verso la Cina e da quello di prodotti finiti cinesi verso l'Africa. Cobus van Staden, responsabile della ricerca del China-Global South Project, ha aggiunto che l'iniziativa "non affronta le molte barriere non tariffarie che frenano gli scambi", come i severi requisiti fitosanitari per le esportazioni agricole verso la Cina e la debolezza della logistica e dei trasporti in molti paesi africani.

L'ex ministro del Commercio del Lesotho Mokhethi Shelile, il cui paese ha accesso senza dazi al mercato cinese dalla fine del 2024 in quanto stato meno sviluppato, ha spiegato che per sfruttare davvero l'accordo il Lesotho dovrà investire in capacità produttiva, lavorare i beni localmente, migliorare la logistica e costruire un'industria competitiva. "Se il Lesotho riesce a farlo, il mercato cinese può diventare un grande motore di crescita. Se no, i benefici resteranno limitati e concentrati sull'export di materie prime grezze", ha detto Shelile.

La mossa cinese contrasta nettamente con l'approccio dell'amministrazione Trump verso quelli che il presidente ha definito "shithole countries", paesi di merda. L'anno scorso gli Stati Uniti hanno colpito il Sudafrica, la maggiore economia del continente, con dazi del 30 per cento e la Repubblica Democratica del Congo, ricca di minerali, con dazi del 15 per cento. Trump ha poi imposto dazi generalizzati del 10 per cento su tutti i paesi del mondo, la cui legittimità resta al vaglio dei tribunali.

Trump aveva minacciato il Lesotho, definito pubblicamente come un posto "di cui nessuno ha mai sentito parlare", con dazi del 50 per cento, una delle aliquote più alte mai proposte per un singolo paese, devastando l'industria tessile locale. Il presidente ha accusato anche la Nigeria di non fermare un presunto "genocidio" cristiano da parte di insorti islamisti e il governo del Sudafrica di compiere un "genocidio" contro la minoranza bianca del paese.

Nelle prime settimane del secondo mandato Trump ha chiuso l'Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, per decenni protagonista degli aiuti americani in Africa. Il futuro dell'African Growth and Opportunity Act, la legge dell'era Clinton che garantisce l'accesso al mercato americano senza dazi per alcuni prodotti dei paesi subsahariani, è rimasto in bilico. Decine di posti di ambasciatore nel continente restano vuoti.

La nuova politica cinese potrebbe servire a Pechino per recuperare terreno in Africa. Per decenni la Cina ha riversato sul continente prestiti destinati soprattutto a finanziare porti, aeroporti, ferrovie e altre infrastrutture costruite da aziende cinesi. Gli impegni di prestito cinese verso l'Africa tra il 2000 e il 2024 hanno raggiunto i 181 miliardi di dollari, secondo i ricercatori della Boston University. Pechino ha però accumulato critiche per opere a volte di scarsa qualità e per condizioni dei prestiti onerose. Di fronte al rallentamento della propria economia ha ridotto i finanziamenti al continente, e l'accesso senza dazi rappresenta ora uno strumento alternativo per allargare la presenza economica cinese.

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Un accordo sull'energia al Congresso sta saltando a causa di Trump


Democratici e repubblicani lavorano a un'intesa per snellire i permessi a rinnovabili e fossili, ma le mosse della Casa Bianca contro eolico e solare erodono i numeri.

La riforma delle autorizzazioni per i nuovi progetti energetici è una delle priorità legislative su cui democratici e repubblicani al Congresso degli Stati Uniti hanno trovato un terreno comune. Secondo un articolo pubblicato da Politico, l'intesa rischia però di saltare a causa degli attacchi del presidente Donald Trump alle energie rinnovabili, che stanno facendo evaporare i numeri necessari per approvare la legge.

Un accordo sulle autorizzazioni servirebbe a ridurre la burocrazia per i progetti sia di energie rinnovabili sia di combustibili fossili, limitare le cause delle associazioni ambientaliste e rafforzare la rete elettrica nazionale, oggi sotto pressione per l'aumento di domanda e prezzi.

Al Senato i negoziati sono guidati da quattro parlamentari. Per i democratici lavorano Sheldon Whitehouse e Martin Heinrich. Per i repubblicani la presidente della commissione Ambiente e Lavori Pubblici Shelley Moore Capito, del West Virginia, e il presidente della commissione Energia e Risorse Naturali Mike Lee, dello Utah. Lunedì i quattro si sono incontrati a una cena organizzata dal senatore democratico del Colorado John Hickenlooper, anche lui sostenitore della riforma.

Il problema è che l'amministrazione Trump continua a colpire l'eolico e il solare. Secondo le associazioni di settore citate dall'articolo, il dipartimento della Difesa sta tenendo fermi da mesi i pareri sulla sicurezza nazionale per oltre cento progetti terrestri in tutto il paese. La Casa Bianca sta inoltre lavorando contro l'eolico in mare aperto. A inizio mese il segretario all'Interno Doug Burgum ha annunciato che il suo dipartimento farà ricorso contro una sentenza che gli vietava un controllo più stringente sui progetti di rinnovabili. Lo stesso Burgum aveva però dichiarato in un'audizione di aprile che "questo è il momento" per la riforma delle autorizzazioni.

La diffidenza dei democratici è il principale ostacolo. Whitehouse ha dichiarato a Politico che il suo partito voterà nel gruppo parlamentare prima di muoversi su qualsiasi disegno di legge: "Se nessuno del nostro gruppo crede che l'amministrazione Trump sia affidabile, allora buona fortuna a chiudere la trattativa". Il senatore democratico delle Hawaii Brian Schatz, membro della leadership del partito al Senato, ha aggiunto di essere "più che aperto a un accordo", ma di non poter raccogliere i voti per nessuna legge finché la Casa Bianca non smetterà di "fare violenza" ai progetti solari ed eolici.

La Casa Bianca ha provato a tenere aperto il dialogo. La portavoce Taylor Rogers ha dichiarato che il presidente ha realizzato "riforme straordinarie" per modernizzare il processo autorizzativo, ma servono interventi legislativi per sbloccare i progetti energetici critici. Anche i repubblicani che stanno conducendo i negoziati ammettono però che gli attacchi del presidente alle rinnovabili rendono il loro lavoro più difficile, e si chiedono quanto la Casa Bianca sia davvero impegnata a chiudere un'intesa.

Trump potrebbe non gradire una legge che gli leghi le mani sulle rinnovabili. Lo scorso anno alla Camera un gruppo di deputati conservatori e contrari all'eolico in mare aperto aveva ostacolato un disegno di legge sulle autorizzazioni proprio per consentire al presidente di continuare a colpire questo settore. Lo "SPEED Act" del presidente della commissione Risorse Naturali della Camera Bruce Westerman, dell'Arkansas, è poi passato con alcune modifiche, ma una clausola di certezza delle autorizzazioni resta un obiettivo per entrambi i partiti.

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SoftBank dona 50 milioni di dollari alla biblioteca presidenziale di Trump


Il colosso giapponese, tra i maggiori investitori al mondo nell'intelligenza artificiale e socio di OpenAI, fa una delle donazioni più grandi mai rese pubbliche per la struttura di Miami.

SoftBank, uno dei più grandi gruppi tecnologici al mondo, ha donato 50 milioni di dollari alla biblioteca presidenziale che il presidente Donald Trump sta facendo costruire a Miami. È una delle più grandi donazioni mai rese pubbliche per il progetto, come ha rivelato Politico.

La società giapponese è tra i maggiori investitori al mondo nell'intelligenza artificiale ed è uno dei principali soci di OpenAI, la creatrice di ChatGPT. SoftBank controlla inoltre quote di maggioranza in diverse aziende tecnologiche, tra cui un'impresa che progetta semiconduttori. Secondo gli ultimi documenti depositati, il gruppo fa attività di lobbying sull'intelligenza artificiale e su altri temi di politica pubblica.

Nel 2024 SoftBank si era impegnata a investire 100 miliardi di dollari in aziende americane nel corso del mandato di Trump. Il fondatore e presidente del gruppo, Masayoshi Son, conosce il presidente fin dal primo mandato e ha visitato la Casa Bianca diverse volte.

La società aveva già fatto donazioni più piccole alle biblioteche presidenziali di Ronald Reagan e George W. Bush, ma in entrambi i casi era avvenuto dopo che le strutture erano state costruite, secondo una delle due fonti a conoscenza dell'operazione consultate da Politico. I portavoce di SoftBank e quelli della biblioteca di Trump hanno rifiutato di commentare.

I rendering della futura biblioteca, diffusi nel marzo 2026, mostrano un grande grattacielo affacciato sull'acqua a Miami, con il nome di Trump in cima all'edificio. La struttura è destinata anche a ospitare il controverso jet Boeing che il Qatar ha regalato al presidente perché lo utilizzi come Air Force One, una volta che il governo lo avrà trasferito alla biblioteca.

Le immagini mostrano alcuni dei simboli più riconoscibili dell'universo trumpiano: una scala mobile dorata simile a quella che Trump utilizzò alla Trump Tower di New York per annunciare la sua prima candidatura alla presidenza e una statua dorata che lo raffigura con il pugno alzato.

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Il malcontento dei senatori repubblicani contro Trump


Una settimana di sconfitte al Congresso: il fondo da 1,8 miliardi per i presunti perseguitati e i finanziamenti per la sala da ballo dividono il partito

Il presidente Donald Trump ha avuto la settimana peggiore del suo secondo mandato. L'approvazione del suo operato è scesa al 41 per cento, con il 57 per cento di pareri negativi, secondo un sondaggio del Wall Street Journal. A gennaio l'approvazione era al 45 per cento. Anche tra i repubblicani la quota di chi dice di approvare "fortemente" il suo lavoro è crollata dal 75 al 57 per cento. Nello stesso rilevamento i democratici sono in vantaggio sui repubblicani per il prossimo Congresso, 48 a 40.

Il malumore si è tradotto in una rivolta senza precedenti del gruppo senatoriale repubblicano contro due proposte volute dal presidente: un fondo da 1,8 miliardi di dollari per risarcire chi sostiene di essere stato perseguitato dall'amministrazione Biden e un miliardo per la sicurezza della sala da ballo di lusso che Trump vuole costruire alla Casa Bianca, un progetto da 400 milioni che il presidente aveva promesso di finanziare con donazioni private.

Il cosiddetto "fondo anti-weaponization" nasce dalla decisione dell'amministrazione di chiudere una causa che Trump aveva intentato contro il suo stesso governo. L'accordo, raggiunto poco prima della scadenza fissata da un giudice federale che chiedeva spiegazioni sul conflitto d'interessi, prevede anche che l'Internal Revenue Service rinunci a pretendere il pagamento di tasse arretrate da Trump, dalla sua famiglia e dalle sue aziende. I senatori repubblicani temono che il fondo possa essere usato per indennizzare con milioni di dollari i partecipanti all'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, già graziati dal presidente, inclusi quelli condannati per aggressioni ai poliziotti.

L'incontro tra il procuratore generale facente funzioni Todd Blanche e i senatori repubblicani, organizzato per rassicurare il gruppo, si è trasformato in uno scontro. Secondo la ricostruzione del Wall Street Journal, oltre una decina di senatori hanno incalzato Blanche per due ore nella sala Mike Mansfield. Il primo a prendere la parola è stato Tom Cotton, senatore dell'Arkansas e alleato del presidente, che ha chiesto bruscamente: "A chi è venuta in mente questa idea? Chi ha scelto questo momento?". Ted Cruz, nel suo podcast, ha definito quella riunione "una delle più dure mai viste in Senato", aggiungendo che alcuni colleghi urlavano contro Blanche. L'esito è stato lo slittamento del voto su un pacchetto da 70 miliardi per il finanziamento di Immigration and Customs Enforcement e della polizia di frontiera, che la maggioranza voleva approvare prima del weekend del Memorial Day.

Il punto di rottura è arrivato martedì, quando Trump ha annunciato il sostegno al procuratore generale del Texas Ken Paxton contro il senatore uscente John Cornyn alle primarie repubblicane. Cornyn è in Senato dal 2002, è stato candidato alla guida del gruppo repubblicano e ha raccolto oltre 400 milioni di dollari di donazioni per i colleghi e per il comitato senatoriale del partito. Paxton è stato messo in stato d'accusa dal suo stesso partito alla camera del Texas con accuse di corruzione e abuso d'ufficio, poi assolto dal Senato statale, ed è nel mezzo di un divorzio chiesto dalla moglie per "ragioni bibliche". Diversi senatori temono che la sua candidatura possa costringere il partito a spendere decine di milioni di dollari per difendere un seggio sicuro, sottraendo risorse a corse competitive in Maine, North Carolina, Ohio, Iowa e Alaska.

La scelta di Trump arriva dopo la sconfitta di Bill Cassidy alle primarie della Louisiana, battuto dalla deputata Julia Letlow, candidata sostenuta dal presidente. Cassidy era stato uno dei sette senatori repubblicani che nel 2021 avevano votato per la condanna di Trump nel processo di impeachment. È il primo senatore in carica a perdere una primaria dal 2017.

Sul fronte della sala da ballo, la parlamentarista del Senato Elizabeth MacDonough, funzionaria non di parte che vigila sul rispetto delle regole procedurali, ha stabilito che il miliardo per la sicurezza non rispetta le norme della procedura di reconciliation di bilancio. Trump ha chiesto su Truth Social che venga licenziata. La richiesta è stata respinta dal leader della maggioranza John Thune, che ha definito "preoccupante" prendere di mira un singolo funzionario. Davanti all'opposizione di un numero sufficiente di senatori repubblicani, la dirigenza ha rinunciato a riscrivere la norma.

Nella stessa settimana il Senato ha votato per far avanzare una risoluzione che impedirebbe a Trump di ordinare nuovi attacchi contro l'Iran, come ricostruito dal Washington Post: Cassidy si è unito per la prima volta ad altri tre repubblicani e ai democratici. Alla Camera la leadership repubblicana ha ritirato il voto su una misura analoga quando è apparso chiaro che sarebbe passata.

Trump non ha fatto un passo indietro. Su Truth Social ha rivendicato il fondo, sostenendo di aver rinunciato a "una fortuna" pur di lasciarlo passare, e ha attaccato il senatore Thom Tillis del North Carolina, che aveva definito la misura "un fondo per teppisti" e "una stupidaggine sulle stampelle". Tillis, già spinto al ritiro dalla pressione del presidente, ha risposto che "le idiozie stanno uccidendo le nostre possibilità" alle elezioni di metà mandato.

Una delle dinamiche che spiega questa fase è l'assenza di voci contrarie nella cerchia ristretta del presidente. Nel primo mandato alcune proposte radicali erano state filtrate da figure come l'ex capo di gabinetto John F. Kelly, il primo segretario alla Difesa Jim Mattis e il consigliere economico Gary Cohn. Oggi quei posti sono occupati da fedelissimi. Stephen Miller, vice capo di gabinetto per le politiche, ha difeso il fondo definendolo "una piccola misura di giustizia" per chi sarebbe stato privato dei propri diritti.

Sarah Binder, politologa della George Washington University, ha detto al New York Times di prendere alla lettera le parole di Trump quando, l'anno scorso, sosteneva di non avere più bisogno del Congresso per attuare la sua agenda. Secondo Binder il presidente sta ragionando su come continuare a controllare il partito dopo la fine del mandato e su che eredità lasciare, anche fisica: ha citato la sua spinta per costruire un arco di trionfo a Washington. "È concentrato sull'arco. È concentrato sulla sua eredità personale. È concentrato sulla vendetta. Non ha un'agenda legislativa, quindi gli serve davvero un Senato repubblicano?".

Lamar Alexander, ex senatore repubblicano del Tennessee tornato al Campidoglio dopo cinque anni, ha detto di non capire la strategia di un presidente che "epura senatori repubblicani che lo sostengono nel 99 per cento dei casi".

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Superinteressante #7 — Le notizie non ti informano, ti rubano la giornata


L'altra sera ero sul divano, distrutto. Giornata lunga. Ho fatto quello che faccio sempre quando sono stanco: ho aperto un sito di notizie. Venti minuti. Guerre, disastri, crisi economiche, previsioni catastrofiche. Venti minuti in cui non ho fatto niente — non ho riposato, non ho pensato, non ho lavorato. Ho solo assorbito la paura di qualcun altro. Quando ho spento, stavo peggio di prima. Non avevo una singola informazione utile per cambiare qualcosa nella mia vita. Avevo solo più ansia.

Non è stata la prima volta. È un pattern che conosco bene. Quando sono stanco ci capito, e ogni volta è la stessa storia. Le notizie ti agganciano perché il cervello è programmato per reagire alla minaccia. E i telegiornali lo sanno benissimo. Smettere di guardare le notizie è stata una delle decisioni che più ha cambiato le mie giornate. E ogni tanto ci ricasco — e ogni volta mi ricordo perché avevo smesso.


La cosa assurda è che il mondo non sta andando così male come sembra. La povertà estrema si è dimezzata in vent'anni. La mortalità infantile è crollata. L'alfabetizzazione è ai massimi storici. Ma nessun telegiornale apre con queste notizie — perché non fanno paura, e la paura è il prodotto che vendono. Il TG ti mostra il mondo peggiore possibile, non quello reale. E tu ci credi, perché dopo venti minuti di guerre e disastri il cervello non ha spazio per il contesto. Ha solo spazio per l'ansia.

La tentazione è restare informati, sentire di avere il controllo. Ma le notizie non ti danno controllo — ti danno l'illusione di controllo. Ti mostrano situazioni assurde, stimolano la paura, ti fanno sentire che il mondo sta crollando. E tu resti lì, incollato, perché il cervello legge la minaccia e dice: resta, devi sapere. Ma sapere cosa, esattamente? Non puoi fermare una guerra dal divano. Non puoi risolvere una crisi economica guardando un conduttore che ne parla con il tono di chi annuncia la fine del mondo.

Ogni minuto passato su una notizia che non puoi influenzare è un minuto sottratto a qualcosa che puoi influenzare — la persona accanto a te, il progetto sulla scrivania, la conversazione che stai rimandando. Non è ignoranza — è una scelta su dove metti la tua attenzione. L'attenzione è la risorsa più preziosa che hai. Il telegiornale la consuma prima ancora che la giornata cominci.


Una cosa che ho trovato:

Factfulness — Hans Rosling

L'ho letto un paio di anni fa e mi ha cambiato il modo di guardare il mondo. Rosling dimostra, dati alla mano, che quasi tutto quello che pensiamo di sapere sul mondo è sbagliato — e sbagliato nella direzione peggiore. Pensiamo che la povertà stia aumentando, che il mondo sia più pericoloso, che tutto stia peggiorando. I dati dicono il contrario. Il problema non è la realtà — è il filtro attraverso cui la guardiamo. E quel filtro, nella maggior parte dei casi, è il telegiornale. Lo trovate QUI.


"If you make only one change to your viewing habits, cut the news. TV news is incredibly inefficient; it's an endless loop of talking heads, repetitive stories, advertisements, and empty sound bites."

— Jake Knapp e John Zeratsky, Make Time


Una frase, una regola. Non serve aggiungere altro. Da quando l'ho applicata — non perfettamente, con ricadute, come quella dell'altra sera — le mattine sono un'altra cosa. L'energia che prima regalavo al telegiornale adesso la metto su quello che conta. E la differenza si sente dal primo giorno.


Quanti minuti al giorno passi su notizie che non cambiano niente nella tua vita?

Rispondimi — leggo tutto.

G.

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COSORI presenta TwinFry Compact: le nuove friggitrici ad aria Dual Blaze per una cottura uniforme, veloce e senza olio


COSORI amplia la sua gamma kitchen con TwinFry Compact, una nuova linea di friggitrici ad aria Dual Blaze pensata per garantire cottura uniforme, praticità quotidiana e maggiore versatilità in cucina
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Le friggitrici ad aria rappresentano uno dei segmenti in più rapida crescita nel mercato europeo dei piccoli elettrodomestici da cucina, complice la crescente ricerca da parte dei consumatori di soluzioni pratiche e salutari per la preparazione dei pasti. Secondo Grand View Research, il mercato europeo delle friggitrici ad aria ha raggiunto circa 365,7 milioni di dollari già nel 2023, e si prevede una crescita media annua costante di circa il 7,9% fino al 2030. Questo trend riflette un cambiamento più ampio delle abitudini alimentari: infatti, secondo un’indagine condotta in 18 mercati europei, il 51% dei consumatori desidera adottare un’alimentazione più sana.

MOVA V70 Ultra Complete: premiato con Red Dot Award 2026
MOVA V70 Ultra Complete arriva sul mercato con un sistema senza sacchetto, mocio estensibile e un design innovativo che gli è valso il prestigioso Red Dot Award 2026
TechpertuttiGuglielmo Sbano


È su questi presupposti che Cosori ha presentato la serie Twinfry Compact, una nuova generazione di friggitrici ad aria a doppio cestello. Grazie alla tecnologia Dual Blaze di Cosori l’elettrodomestico utilizza quattro elementi riscaldanti indipendenti che diffondono il calore dall’alto e dal basso, favorendo una cottura uniforme degli alimenti su tutti i lati senza la necessità di girarli durante la cottura. Il divisore rimovibile dona versatilità alla friggitrice, consentendo di passare facilmente da due zone di cottura indipendenti a un unico grande cestello per preparazioni abbondanti: una soluzione ideale per coppie, appassionati di cucina o chiunque ami preparare diverse pietanze contemporaneamente, riducendo tempistiche e sforzo. Rispetto al precedente modello la Twinfry Compact è circa il 16% più piccola, proponendo così un design salvaspazio, senza rinunciare alla versatilità del doppio cestello. Inoltre, le superfici di cottura con rivestimento ceramico prive di PFAS facilitano la pulizia e garantiscono al contempo maggior tranquillità alle persone più attente alla salute.
Il modello 6in1, (che aggiunge la funzione di essiccare), nella colorazione black grey è disponibile su AmazonIl modello 6in1, (che aggiunge la funzione di essiccare), nella colorazione black grey è disponibile su Amazon

La tecnologia Dual Blaze


Elemento distintivo della serie Twinfry Compact è la tecnologia Dual Blaze, che integra elementi riscaldanti superiori e inferiori per una distribuzione più uniforme del calore all’interno del cestello. Il sistema a quattro elementi consente di cuocere gli alimenti in modo omogeneo su tutti i lati, garantendo risultati più uniformi ed eliminando la necessità di scuotere o girare gli ingredienti a metà cottura. Al tempo stesso, assicura il brand, esso migliora doratura e croccantezza su un’ampia varietà di preparazioni.

Assenza di PFAS


La friggitrice è dotata di cestelli e teglie con rivestimento ceramico privo di PFAS, pensati per offrire una superficie di cottura resistente e adatta anche alle alte temperature. La ceramica rappresenta un’alternativa più sicura ai tradizionali rivestimenti antiaderenti, e al tempo stesso semplifica la preparazione dei cibi e la pulizia quotidiana (gli accessori sono lavabili in lavastoviglie). Una scelta che consente di cucinare ogni giorno con maggiore serenità e fiducia nei materiali utilizzati.

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La flessibilità della cottura


Che si tratti di una cena veloce o di un pranzo completo, la Twinfry Compact è progettata per adattarsi ad ogni occasione. Il suo sistema a cestello flessibile consente di passare facilmente da due zone di cottura indipendenti a un unico ampio spazio. In particolare, con il divisore inserito l’elettrodomestico funziona con due cestelli da 4,3Lt ciascuno, permettendo di preparare piatti diversi contemporaneamente. Rimuovendo il divisore si ottiene invece un’unica area di cottura ideale per preparazioni più abbondanti.

Disponibilità


La serie di friggitrice Colori sarà disponibile in due versioni: il modello 5in1 (frigge ad aria, cuoce al forno, arrostisce, riscalda e griglia), nella variante black gold, al prezzo di 189,99 euro. Il modello 6in1 invece, (che aggiunge la funzione di essiccare), nella colorazione black grey, è già disponibile su Amazon. Entrambe le versioni condividono la tecnologia di cottura Dual Blaze, il design flessibile dei cestelli e i materiali ceramici privi di PFAS.


MOVA V70 Ultra Complete arriva in Italia: il robot senza sacchetto con mocio estensibile vince il Red Dot Award 2026


MOVA ha annunciato la disponibilità di V70 Ultra Complete, il suo nuovo robot aspirapolvere di punta. Vincitore del premio Red Dot Award: Product Design 2026, il prodotto èprogettato per superare uno dei limiti più persistenti del settore: la pulizia di bordi, angoli e zone difficili da raggiungere.

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Infatti, combinando estensione della portata del mocio, capacità di superamento ostacoli, potenza di aspirazione e funzionamento a bassa manutenzione, V70 Ultra Complete garantisce una pulizia più completa e uniforme di ogni angolo della casa, introducendo al contempo un sistema di raccolta della polvere più sostenibile senza sacchetto.
Il sistema MaxiReachX è dotato di un’estensione del mocio di 16 cm abbinata a una spazzola laterale estensibile adattiva di 12 cmIl sistema MaxiReachX è dotato di un’estensione del mocio di 16 cm abbinata a una spazzola laterale estensibile adattiva di 12 cm

MaxiReachX arriva dove gli altri non riescono


La caratteristica principale di V70 Ultra Complete è il sistema MaxiReachX. Questo meccanismo a doppia estensione consente al robot di pulire a fondo gli angoli, lungo le pareti, sotto i mobili più bassi e in tutte le zone solitamente trascurate. Il sistema si adatta dinamicamente ai diversi ambienti, mantenendo la propria efficacia anche negli spazi ristretti o complessi. Riducendo al minimo la necessità di rifiniture manuali degli angoli ciechi, grazie a V70 ci si avvicina a una pulizia veramente completa della casa.
Il contenitore per la polvere, completamente lavabile, sostituisce il sacchetto e garantisce fino a cento giorni di utilizzoIl contenitore per la polvere, completamente lavabile, sostituisce il sacchetto e garantisce fino a cento giorni di utilizzo

EcoCyclone, il sistema di raccolta della polvere senza sacchetto


Oltre a migliorare le prestazioni di pulizia, V70 Ultra Complete è progettato per semplificare la manutenzione a lungo termine e ridurre l’impatto ambientale. Il sistema di raccolta della polvere senza sacchetto EcoCyclone elimina la necessità di sacchetti usa e getta, sostituendoli con un contenitore per la polvere completamente lavabile che garantisce fino a cento giorni di utilizzo senza interventi manuali. Rimuovendo le componenti consumabili dal sistema, MOVA riduce anche i costi ricorrenti, minimizzando gli sprechi con un approccio più sostenibile alla pulizia quotidiana della casa.
La capacità del V70 Ultra di salire sui gradini consente di coprire anche le superfici con dislivelliLa capacità del V70 Ultra di salire sui gradini consente di coprire anche le superfici con dislivelli

Capacità di superamento di ostacoli fino a 9 cm


Il vero limite dei robot aspirapolvere spesso non è la potenza di aspirazione, bensì la mobilità. Soglie delle porte, binari e pavimenti irregolari possono interrompere i cicli di pulizia o impedire del tutto l’accesso. Grazie al sistema StepMaster 2.0, V70 Ultra Complete è in grado di superare ostacoli fino a 9 cm complessivi (circa 2 gradini da 4,5 cm ciascuno), spostandosi senza difficoltà tra le stanze e su superfici diverse. In questo modo, la pulizia può proseguire senza interruzioni in tutta la casa, anche negli ambienti con frequenti dislivelli.
La potenza di aspirazione fino a 40.000 pa consente di rimuovere efficacemente polvere fine, detriti più grossolani e capelli sia dai pavimenti duri che dai tappetiLa potenza di aspirazione fino a 40.000 pa consente di rimuovere efficacemente polvere fine, detriti più grossolani e capelli sia dai pavimenti duri che dai tappeti

Massima efficacia su ogni superficie


In linea con una maggiore estensione e mobilità, V70 Ultra Complete offre una potenza di aspirazione fino a 40.000 Pa, grazie a un motore ad alta velocità e a un sistema di flusso d’aria ottimizzato. Questo consente di rimuovere efficacemente polvere fine, detriti più grossolani e capelli sia dai pavimenti duri che dai tappeti. Il sistema di spazzole anti-groviglio, inoltre, garantisce l’efficacia nel tempo, riducendo gli sforzi di manutenzione nell’uso quotidiano.

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Pulizia automatizzata


V70 Ultra Complete è supportato da una stazione base all-in-one che automatizza le principali operazioni di manutenzione, tra cui la raccolta della polvere, il lavaggio del panno, l’asciugatura e il rifornimento della soluzione detergente. Grazie all’asciugatura ad aria calda a 70°C e alla pulizia della spazzola con piastre riscaldate a 100°C, il sistema mantiene l’igiene riducendo al minimo l’intervento dell’utente, permettendo al robot di essere sempre pronto per il ciclo di pulizia successivo e assicurando uno standard di pulizia costantemente elevato con il minimo sforzo.

Disponibilità e offerta di lancio


MOVA V70 Ultra Complete è disponibile al prezzo consigliato di 1399 euro,sul sito ufficiale MOVA, Amazon, MediaWorld e Unieuro. In occasione del lancio, fino al 24 maggio, il brand offre uno sconto di 150 euro, un kit di accessori extra del valore di 169 euro e una garanzia di tre anni, per un valore aggiunto complessivo di 319 euro.


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Il dipartimento di Giustizia cancella le ultime tracce delle indagini sul 6 gennaio


I procuratori federali chiedono di archiviare i processi contro i leader di Proud Boys e Oath Keepers e rimuovono dal sito i comunicati sui rivoltosi del Campidoglio.

Il dipartimento di Giustizia americano ha cancellato venerdì le ultime tracce dell'inchiesta sull'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, con due decisioni che allineano ancora di più l'amministrazione agli sforzi del presidente Donald Trump per riscrivere quella giornata. Nella serata di venerdì 22 maggio, all'inizio del weekend lungo del Memorial Day, i procuratori federali di Washington hanno depositato le richieste di archiviazione dei procedimenti penali più gravi nati dall'attacco al Congresso, quelli contro i capi e i militanti dei gruppi di estrema destra Proud Boys e Oath Keepers, condannati per cospirazione sediziosa. Poche ore dopo uno degli account ufficiali del dipartimento ha confermato sui social media che lo stesso ministero stava ripulendo i propri archivi online dai comunicati stampa usati per dare conto dei processi contro i rivoltosi.

L'inchiesta sull'assalto al Campidoglio, condotta tra il 2021 e il 2025, è stata la più grande indagine criminale nella storia del dipartimento di Giustizia, con incriminazioni a carico di quasi 1.600 imputati. Da quando il presidente ha cominciato il suo secondo mandato concedendo la grazia a tutti i condannati, il dipartimento ha smontato pezzo dopo pezzo il lavoro fatto per processare chi aveva interrotto il passaggio pacifico dei poteri dopo le elezioni del 2020.

Lunedì 18 maggio l'amministrazione ha annunciato la creazione di un fondo da 1,776 miliardi di dollari per risarcire gli alleati del presidente che si sentono perseguitati dalle indagini delle precedenti amministrazioni democratiche. Il procuratore generale facente funzione Todd Blanche, che ha guidato la creazione del fondo, non ha escluso che possano accedere ai risarcimenti anche i rivoltosi condannati per violenze contro gli agenti di polizia, una possibilità che ha provocato proteste bipartisan al Congresso. Molti dei condannati per il 6 gennaio hanno già annunciato che presenteranno domanda di indennizzo.

Le richieste di archiviazione presentate venerdì riguardano una dozzina di membri dei due gruppi e cancellano i procedimenti più importanti nati dall'assalto. Tutti gli imputati avevano già ricevuto la grazia o la commutazione della pena dal presidente, ma l'archiviazione completa rappresenta una vittoria simbolica ulteriore e permette ai veterani militari del gruppo di recuperare i benefici previdenziali persi con la condanna. Su questa richiesta dovranno comunque esprimersi i due giudici federali che avevano celebrato i processi, Timothy J. Kelly e Amit P. Mehta. Nelle motivazioni depositate alla Corte distrettuale di Washington i procuratori hanno scritto che l'archiviazione è "nell'interesse della giustizia", ma i giudici potrebbero rifiutarsi e chiedere quale interesse della giustizia venga davvero soddisfatto cancellando del tutto i procedimenti.

Giovedì 21 maggio una corte d'appello federale aveva già accolto una richiesta avanzata il mese precedente dal dipartimento di Giustizia, annullando le condanne per cospirazione sediziosa contro i membri dei due gruppi.

La rimozione dei comunicati stampa dal sito del dipartimento è stata notata venerdì pomeriggio da un giornalista del Washington Post, che ha segnalato sui social l'eliminazione di diversi documenti, tra cui quello sulla condanna a 74 mesi di carcere ricevuta da Andrew Taake, che si era dichiarato colpevole di aver attaccato la polizia con spray al peperoncino e una frusta di metallo. Quando il presidente è tornato alla Casa Bianca i suoi funzionari avevano già chiuso la pagina del sito che ospitava il database di tutti gli imputati del 6 gennaio con il dettaglio delle accuse, ma i singoli comunicati sui processi erano rimasti online fino ai giorni scorsi.

L'account "rapid response" del dipartimento ha risposto al giornalista rivendicando l'operazione. "Siamo orgogliosi di invertire la strumentalizzazione del dipartimento di Giustizia avvenuta sotto l'amministrazione Biden", si legge nel post. "Faremo tutto quanto in nostro potere per risarcire chi è stato perseguitato per ragioni politiche. Questo include ripulire il sito del dipartimento dalla propaganda di parte."

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Strike Dogtooth


Progettati per essere comodi da indossare in barca e con ogni condizione meteo e del mare, gli zoccoli Dogtooth di Strike coniugano funzionalità e comfort. La suola è in gomma antiscivolo con un’altissima trazione, realizzata con tecnologia Solum, per garantire una presa sicura su superfici bagnate e asciutte, rilasciando gradualmente nell'ambiente nutrienti di origine vegetale. La tomaia sagomata è in EVA ed offre un supporto leggero, mentre le scanalature del plantare aiutano a stabilizzare il piede durante il movimento. Il cinturino posteriore regolabile, permette una calzata personalizzata e trasforma facilmente lo zoccolo in una ciabatta. Non un semplice zoccolo quindi, ma una calzatura che incorpora tante tecnologie innovative: le già citate suole in Solum con tomaia in EVA; l’eccezionale trazione, resa possibile dalle suole Aqua Deck; il sistema di piccoli canali Aqua Sluice che favoriscono l’asciugatura della scarpa; il filato Seaqual, realizzato con plastica marina riciclata. Dogtooth è disponibile nelle colorazioni nero, blu navy e bianco.

strike-footwear.com

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Apre il fuoco contro un posto di blocco della Casa Bianca, ucciso dal Secret Service


Nasire Best, 21 anni, era già noto agli agenti per precedenti tentativi di accesso. Ha sparato verso una garitta con una rivoltella. Trump era nell'edificio e non è rimasto coinvolto.

Un ventunenne americano si è avvicinato sabato sera a un posto di blocco del Secret Service nei pressi della Casa Bianca, ha estratto una rivoltella dalla borsa e ha aperto il fuoco contro gli agenti. I poliziotti della Uniformed Division hanno risposto immediatamente, ferendolo gravemente. L'uomo è morto poco dopo al George Washington University Hospital. Un passante è rimasto colpito durante lo scambio di colpi e versa in condizioni serie. Nessun agente è stato ferito.

La sparatoria è avvenuta poco dopo le 18 ora locale all'incrocio tra la 17ª strada e Pennsylvania Avenue, nell'angolo nord-occidentale del complesso presidenziale. Sono stati sparati tra i venti e i trenta colpi. Il rumore ha raggiunto la North Lawn della Casa Bianca, dove diversi corrispondenti si stavano preparando per le riprese serali. Le immagini girate da una giornalista di ABC News e da un collega della CBS mostrano gli operatori che si gettano a terra mentre risuonano le detonazioni. La Casa Bianca è stata posta sotto chiusura precauzionale per circa un'ora, prima che le restrizioni venissero rimosse alla conferma della morte dell'aggressore.

Il presidente Donald Trump era nell'edificio al momento della sparatoria e stava trascorrendo il fine settimana festivo nella residenza, impegnato a negoziare un accordo di pace per chiudere la guerra con l'Iran. È stato informato dell'accaduto ma non è rimasto coinvolto. In un messaggio pubblicato sui social media nella notte ha ringraziato gli agenti del Secret Service, definendo l'aggressore una persona con "una storia violenta" e una "possibile ossessione" per la Casa Bianca. Trump ha colto l'occasione per rilanciare la sua proposta di costruire una nuova sala da ballo e di ampliare le strutture di sicurezza del complesso, parlando della necessità dello "spazio più sicuro mai costruito a Washington".

L'attentatore è stato identificato come Nasire Best, ventun anni, originario di una località non precisata dell'area metropolitana di Washington in Maryland. Viveva nella capitale federale da circa diciotto mesi ed era già noto al Secret Service e alla polizia metropolitana del Distretto di Columbia per precedenti tentativi di entrare nel complesso presidenziale. Secondo il New York Times, nel giugno del 2025 era stato sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio dopo aver bloccato l'ingresso veicolare sul lato est della Casa Bianca, dicendo agli agenti di essere Gesù Cristo e di voler essere arrestato.

Un mese dopo, nel luglio 2025, Best era stato fermato per essersi introdotto in una zona riservata del perimetro della Casa Bianca ignorando i segnali e i comandi di alt. L'affidavit depositato presso la Superior Court del Distretto di Columbia segnala che il giovane era già noto al personale del Secret Service "per i giri intorno al complesso con domande su come accedervi dai vari ingressi". Un giudice aveva emesso un'ordinanza che gli vietava di avvicinarsi all'area. Dopo che Best non si era presentato all'udienza di agosto, era stato spiccato un mandato di cattura.

Cinque alti funzionari delle forze dell'ordine hanno attribuito il comportamento dell'uomo a problemi di salute mentale. La CNN ha riferito che i profili social riconducibili a Best ribadivano la sua pretesa di essere il figlio di Dio e contenevano minacce di violenza nei confronti di Trump. Il movente dell'attacco resta formalmente sotto indagine. L'FBI, guidato da Kash Patel, sta affiancando il Secret Service nelle verifiche insieme all'ATF, l'agenzia federale che si occupa di armi da fuoco ed esplosivi.

L'episodio è il terzo in poco più di un mese a coinvolgere persone armate nelle vicinanze di figure apicali dell'amministrazione. Il 25 aprile un uomo californiano armato di un fucile a pompa, una pistola e diversi coltelli aveva superato un posto di controllo all'ingresso della sala in cui si stava tenendo la cena annuale dell'Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca, dove Trump doveva intervenire, prima di essere bloccato dagli agenti. Il 4 maggio un uomo del Texas era stato ferito in uno scambio di colpi con il Secret Service nei pressi del Washington Monument: agli agenti avrebbe poi rivolto frasi volgari sulla Casa Bianca mentre veniva trasportato in ambulanza.

Il presidente del Senato John Thune e lo speaker della Camera Mike Johnson hanno entrambi ringraziato il Secret Service per la rapidità della reazione, sostenendo che l'intervento ha evitato conseguenze più gravi per il presidente e per chi si trovava nei dintorni del complesso. La corrispondente di Al Jazeera Kimberly Halkett ha osservato che simili episodi si stanno verificando con frequenza crescente nei pressi delle sedi del potere federale.

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Cosa vogliono gli elettori Democratici


Populismo economico, moderazione sulle questioni culturali e stop agli aiuti militari a Israele: le indicazioni che emergono dal nuovo sondaggio del New York Times sull'elettorato del partito

Il Partito democratico americano, ancora in cerca di una direzione dopo la sconfitta di Kamala Harris nelle elezioni presidenziali del 2024, ha davanti una possibile strada. Un nuovo sondaggio del New York Times e del Siena College mostra che i suoi elettori chiedono populismo economico, moderazione sulle questioni culturali considerate centrali nella sconfitta di Harris e uno stop agli aiuti militari a Israele.

Il sondaggio definisce "coalizione democratica" l'insieme di elettori democratici, indipendenti che si schierano con il partito e indipendenti che hanno votato Harris nel 2024. Una maggioranza piuttosto netta si dice sostanzialmente soddisfatta del posizionamento ideologico del partito: solo il 20 per cento ritiene che sia troppo a sinistra e solo il 17 per cento che sia troppo a destra. L'insoddisfazione che emerge non riguarda quindi l'ideologia, ma il fallimento dei democratici nel fermare il presidente Trump, prima alle urne e ora al governo.

Sulla direzione complessiva da prendere il quadro resta diviso. Il 47 per cento degli elettori della coalizione democratica vorrebbe vedere il partito spostarsi verso il centro, il 28 per cento chiede invece uno spostamento a sinistra e il 19 per cento preferirebbe che il partito non si muovesse. Quando la domanda viene riformulata in funzione delle presidenziali del 2028, lo spostamento al centro guadagna terreno: il 52 per cento lo considera necessario per vincere, contro il 25 per cento che spinge verso sinistra.

La preferenza per il centro si indebolisce molto quando si entra nel merito dei singoli temi. Sull'immigrazione solo il 46 per cento ritiene necessaria una virata centrista per vincere, e sui diritti delle persone transgender la percentuale scende al 38 per cento. È sul tema della criminalità che la voglia di moderazione è più forte, mentre sui temi economici accade l'opposto. La metà degli elettori della coalizione democratica vorrebbe vedere il partito muoversi più a sinistra sulla sanità, contro un 25 per cento che chiede il contrario. Sull'economia generale il fronte è spaccato a metà: 38 per cento per il centro, 37 per cento per la sinistra.

Il movimento dell'abundance, che propone di facilitare la costruzione di case, infrastrutture ed energia riducendo i vincoli burocratici, resta sconosciuto a oltre il 90 per cento degli elettori democratici. Messi davanti alla scelta tra un candidato che persegua quell'agenda e uno che invece prometta di abbassare i prezzi attaccando i monopoli delle grandi aziende, gli elettori democratici preferiscono il populista con un margine di due a uno.

Sotto questa preferenza c'è una diffusa convinzione che il sistema economico americano non funzioni. L'88 per cento della coalizione democratica giudica il sistema economico ingiusto per la maggior parte degli americani e l'83 per cento ritiene che il sistema politico ed economico abbia bisogno di cambiamenti almeno "significativi". È un terreno fertile per un linguaggio politico incentrato sulla disuguaglianza, sul potere delle grandi aziende e sulla corruzione del sistema.

Il tema di Israele, che durante gli anni di Joe Biden aveva diviso l'ala progressista dall'establishment del partito, è oggi un punto di consenso. Solo il 15 per cento degli elettori democratici dice di simpatizzare più con Israele che con i palestinesi, mentre il 74 per cento si oppone a nuovi aiuti militari ed economici al governo di Benjamin Netanyahu.

Le indicazioni non sono univoche. Due terzi della coalizione democratica vogliono uno spostamento verso il centro su almeno uno fra immigrazione, diritti transgender e criminalità, anche se senza un consenso su quale di questi temi. Quasi il 70 per cento ritiene che almeno un movimento in quella direzione sia necessario per vincere nel 2028. Lo spostamento al centro può inoltre riguardare il linguaggio e lo stile più che i contenuti: parte del rigetto del cosiddetto "woke" non riguardava il programma del partito, ma una politica identitaria percepita come moralistica e invadente nella vita quotidiana.

La combinazione di populismo economico, moderazione culturale e progressismo sulla politica estera si ritrova in alcuni dei candidati democratici che hanno avuto più successo in questo ciclo elettorale, pur provenendo da aree ideologiche diverse. Graham Platner nel Maine, più a sinistra, e il senatore Jon Ossoff in Georgia, più moderato, hanno entrambi costruito la propria immagine attaccando la corruzione e il potere delle grandi aziende, sostenendo restrizioni agli aiuti militari a Israele e mettendo in secondo piano le guerre culturali. Anche Zohran Mamdani, eletto a New York, può essere descritto con la stessa formula.

Resta aperta la domanda più importante: un candidato di questo profilo avrebbe davvero più possibilità di vincere le presidenziali del 2028, in un contesto in cui la popolarità del presidente Trump è in calo? E un'eventuale amministrazione democratica costruita su questa agenda riuscirebbe a governare meglio della precedente? Il sondaggio non risponde a queste domande, ed è proprio dai fallimenti elettorali e di governo degli ultimi anni che è nato il malcontento da cui adesso il partito cerca di uscire.

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Harris valuta la corsa del 2028 ma il Partito Democratico frena


Secondo un'inchiesta di Vanity Fair basata su oltre due decine di fonti, l'ex vicepresidente sta seriamente considerando una nuova candidatura, ma operatori e donatori del partito sono contrari.

Kamala Harris sta valutando seriamente una nuova corsa alla Casa Bianca nel 2028, ma la prospettiva genera preoccupazione tra operatori politici, ex collaboratori e grandi donatori del partito democratico. È quanto emerge da un'inchiesta pubblicata da Vanity Fair, che ha raccolto le testimonianze di oltre due decine di persone vicine all'ex vicepresidente, tra ex membri dello staff della Casa Bianca, consulenti politici, parlamentari e finanziatori.

L'ex vicepresidente, che ha perso contro Donald Trump nelle elezioni del 2024 al termine di una campagna durata appena 107 giorni, non ha ancora preso una decisione definitiva. A domanda dal reverendo Al Sharpton durante la convenzione annuale del National Action Network, Harris ha risposto: "Ascoltate, potrei, potrei. Ci sto pensando". Ha poi aggiunto di aver servito per quattro anni a un battito di cuore dalla presidenza, di conoscere il lavoro e i suoi requisiti, e di essere convinta che lo status quo non funzioni più: "Non vogliono procedure, vogliono progresso".

Sul piano dei numeri, gli argomenti a favore di una nuova candidatura non mancano. Harris ha ottenuto 75 milioni di voti nel 2024, il risultato più alto mai raggiunto da un candidato sconfitto nella storia americana. In alcuni sondaggi sulle primarie ha un vantaggio a doppia cifra. Il suo libro "107 Days", in cui ricostruisce la campagna elettorale, ha venduto mezzo milione di copie nella prima settimana e il tour promozionale, allungato più volte, continua a registrare il tutto esaurito. Su TikTok un suo video di critica a una sentenza della Corte Suprema sui diritti di voto ha superato i 19 milioni di visualizzazioni.

Nonostante questi segnali, l'inchiesta di Vanity Fair restituisce un quadro molto diverso tra gli addetti ai lavori. Nessuna delle persone interpellate, a parte i consulenti più vicini a Harris, si è detta entusiasta dell'ipotesi. Molti hanno chiesto l'anonimato per parlare apertamente. Un ex consulente della campagna del 2024 ha definito l'idea "ovviamente una cattiva idea". Un altro ha dichiarato al giornale di aver parlato forse con una persona su cento favorevole a una nuova corsa. Un ex membro della Casa Bianca ha sintetizzato così: "Si candiderà? Molto probabilmente sì. Dovrebbe farlo? Assolutamente no. Non c'è alcun appetito per il ritorno della ex vicepresidente in campagna elettorale".

Anche Mark Cuban, il miliardario che era stato uno dei sostenitori della campagna del 2024, si è detto contrario a un nuovo tentativo. Ha spiegato a Vanity Fair che il problema non riguarda le capacità di governo o le qualifiche di Harris, ma il fatto che alcune persone sono state talmente demonizzate dall'opposizione da rendere la loro ricandidatura un ostacolo a prescindere dai meriti.

Tra i principali argomenti contrari alla corsa figura il tema dei finanziamenti. Nel 2024 Harris aveva raccolto e speso 1,5 miliardi di dollari in soli tre mesi, ma questa volta i donatori sembrano molto meno disposti a investire. Un finanziatore di alto livello ha dichiarato al giornale di non vedere alcun entusiasmo. Un altro grande donatore ha paragonato l'eventuale candidatura a quella che sarebbe stata una nuova corsa di Hillary Clinton, definendola "esattamente la cosa sbagliata da fare". Buona parte della base finanziaria di Harris si trova in California, lo stesso Stato del governatore Gavin Newsom, anche lui in pista per le primarie. Diversi operatori intervistati ritengono che Newsom potrebbe assorbire gran parte dei fondi disponibili nello Stato.

Un altro punto critico riguarda la presenza pubblica di Harris dopo la sconfitta. Un ex collaboratore della Casa Bianca ha sostenuto che, mentre i democratici cercavano una figura combattiva dopo le elezioni, Harris è rimasta sostanzialmente assente, mentre Newsom ha occupato lo spazio attaccando Trump e gestendo la vicenda del ridisegno dei collegi elettorali in California. Harris ha diffuso una dichiarazione di condanna durante le operazioni dell'agenzia per l'immigrazione Immigration and Customs Enforcement a Los Angeles, ma secondo le fonti questo non è bastato a costruire un profilo da leader dell'opposizione. I suoi alleati osservano che Harris, in quanto donna non bianca, deve gestire aspettative diverse da quelle di un candidato come Newsom, soprattutto sul tema dell'aggressività in campagna.

C'è poi una difficoltà più strutturale. Più fonti hanno raccontato a Vanity Fair che Harris non è mai riuscita a definire con chiarezza la propria visione politica. Nel 2020 si era presentata come una progressista di sinistra, mentre nel 2024 ha cercato di moderarsi nei 107 giorni a disposizione, dando un'impressione di opportunismo. Il momento più ricordato di quella campagna resta l'intervista al programma televisivo The View, in cui alla domanda su cosa avrebbe fatto diversamente da Joe Biden Harris rispose che nulla le veniva in mente. Uno stratega veterano l'ha definita la peggiore risposta mai data da un candidato, sottolineando che il 75 per cento degli americani voleva un cambiamento.

Anche i dati sul gradimento durante le campagne precedenti suggeriscono prudenza. Un ex collaboratore della Casa Bianca ha osservato che in entrambi i tentativi di Harris, nel 2020 e nel 2024, il sostegno è diminuito man mano che gli elettori la conoscevano meglio. Nel 2020 la sua prima campagna si era chiusa prima dei caucus dell'Iowa, nonostante fosse stata procuratrice generale della California.

Sul piano operativo, i tempi stringono. Diversi consulenti hanno spiegato che, se Harris vuole costruire una squadra competitiva, deve decidere a breve. Alcuni potenziali rivali si stanno già muovendo: oltre a Newsom, anche Rahm Emanuel sta conducendo una campagna di fatto, in attesa di un annuncio formale dopo le elezioni di metà mandato. Nel frattempo Harris incontra i donatori e il suo team di sicurezza nazionale, con cui discute occasionalmente di come il prossimo presidente potrebbe affrontare dossier come Iran e Cina.

Dopo aver lasciato la Casa Bianca, Harris si è trasferita in California in una casa da 8 milioni di dollari a Malibu con il marito Doug Emhoff. Molti dei suoi interlocutori avrebbero preferito che si candidasse a governatore dello Stato, una corsa che secondo loro avrebbe vinto facilmente, risolvendo il problema dei democratici californiani in cerca di un candidato credibile. Harris, secondo un suo consulente, ha ritenuto di non avere abbastanza tempo per decidere subito dopo la sconfitta del 2024 e non era certa di volere quel ruolo.

A un summit di Chicago alla fine di aprile, interrogata su cosa avesse imparato di sé in questi mesi di riflessione, Harris ha risposto ridendo: "Non mi piace perdere".

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Spaghetti del Naufrago


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foto sopra: spaghetti alla chitarra al bbq con cozze affumicate

Lo sentite il profumo dell’estate? Con questa ricetta ci proiettiamo alla grande verso l’imminente stagione estiva: è un piatto abbastanza semplice e rustico che sa al contempo di falò in spiaggia e di cucina d’avanguardia. Cucinerete gli spaghetti sul fuoco con il bbq, con una tecnica a me molto cara, attraverso una ricetta che utilizzo per stupire i miei ospiti a tavola, ottenendo una texture di sapori straordinaria. Allacciate i grembiuli!

In cambusa (x 4 persone): un chilo abbondante di cozze; g 320 di spaghetti alla chitarra; un mazzetto di prezzemolo; olio Evo; 2 spicchi di aglio, 1 limone; legnetti per affumicare

PREPARAZIONI

Pulite le cozze: lavate più volte sotto l’acqua corrente i bivalvi (che devono essere freschissimi. Eliminate il bisso e grattate via gli eventuali cirripedi, utilizzando un coltellino o una paglietta, togliete tutte le incrostazioni dai gusci, che devono risultare puliti e lucidi.

Preparate il fuoco: chi segue la rubrica sa che utilizzo spesso e volentieri il bbq americano (quello con il coperchio) dove è possibile cuocere di tutto, dolci compresi. Per questa ricetta lo utilizzeremo per cuocere la pasta: per farlo è necessaria una pentola idonea al contatto col fuoco, come un pesante wok in ghisa smaltata. Accendete la brace e fate riscaldare il wok. Il tempo di riscaldamento di un wok in ghisa è generalmente più lungo rispetto ad altri materiali, considerate che ci vogliono tra i 10 e i 15 minuti per raggiungere una temperatura uniforme e adeguata su tutto il corpo della pentola. Prendete dei legnetti per affumicare: con le cozze trovo sublime l’essenza sprigionata dal legno di faggio. Lasciateli in ammollo in acqua per almeno 30 minuti.

Limone: lavate un limone e tagliatelo in due, eliminando eventuali semi. Tenete da parte.

PROCEDIMENTO

Una volta che il wok è giunto a temperatura, cospargete un giro abbondante di olio Evo e aggiungete due spicchi di aglio in camicia, facendo insaporire per qualche minuto. Sui carboni accesi è giunto il momento di cospargere i legnetti per l’affumicatura, che inizieranno a sprigionare il fumo aromatico, che sarà per noi un vero e proprio ingrediente. Prelevate l’aglio con una pinza e introducete le cozze pulite in precedenza. Chiudete immediatamente il coperchio del BBQ.

Nel giro di qualche minuto le cozze inizieranno ad aprirsi, rilasciando la loro acqua. Rimestate di tanto in tanto, fino alla completa apertura di tutti i mitili. Una volta che tutte le cozze si sono aperte, prelevatele con un ragno o una schiumarola, lasciando la loro acqua nel wok: questa la userete per cuocervi gli spaghetti. Se notate che l’acqua rilasciata non è sufficiente (dipende fondamentalmente dalla grandezza dei molluschi), potete aggiungere dell’acqua bollente salata che avete avuto l’accortezza di tenere sul fuoco. Riportate a ebollizione e durante la cottura della pasta sgusciate quasi tutti i frutti di mare in una ciotola capiente, tenendo qualche guscio da parte per decorare il piatto. Scolate la pasta al dente e unitela alle cozze nella ciotola, mescolando bene e aggiungendo qualche spruzzata di succo di limone e il prezzemolo tritato.

IMPIATTAMENTO

Per impiattare gli spaghetti potete utilizzare un mestolo e una pinza in modo da formare un nido. Spremete qualche goccia di limone e decorate con qualche guscio. Servite caldo.

Con un bicchiere di... Saldenya

Si tratta di un vermentino prodotto nel nord ovest della Sardegna nel Podere Guardia Grande. Il suo colore è paglierino, con riflessi verdolini. Al naso è fruttato con dei ricordi di camomilla, al palato si completa con note minerali e saline. Adatto a ogni occasione, anche da aperitivo, perfetto con tutti i piatti di mare.