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Da KD Italy Autopilota Searebbel


KD Italy, importatore ufficiale in Italia dei marchi Humminbird, Minn Kota e Cannon, recentemente ha ampliato l’offerta di prodotti per la nautica con la distribuzione dell’innovativo Searebbel, l’autopilota automatico che rende la navigazione smart. Searebbel MobilePilot si installa facilmente al posto del volante tradizionale, senza lavori invasivi in plancia. Mantiene la rotta in automatico, e permette di fissare waypoint o disegnare un percorso direttamente dall’App gratuita (iOS e Android). E con il modulo NMEA 2000 (opzionale), lo controlli direttamente dal tuo chartplotter. Searebbel è uno strumento iper tecnologico, il cui nome è ispirato alle prime e rudimentali carte nautiche in fibra e cocco delle Isole Marshall. È compatibile con la maggior parte dei sistemi di guida e si installa direttamente sull’asse del timone tramite una piastra di ancoraggio o del velcro adesivo per pompe lisce, senza richiedere lavori invasivi in plancia. È stato progettato per resistere all’ambiente marino con classificazione IP67. La potente batteria interna Li-Ion da 14.8V (3000mAh) garantisce fino a 5 ore di navigazione in trasmissione continua e 24 ore in standby, ricaricabile facilmente tramite USB-C. In più, è possibile governare l’imbarcazione direttamente dall’App dedicata, sfruttando la connettività bluetooth e Wi-Fi integrata. Il sistema GNSS assicura un tracciamento preciso per la navigazione, mentre l’integrazione NMEA 2000 (tramite modulo aggiuntivo) permette la gestione diretta dai display di bordo. Searebbel è il pilota automatico che non ti aspetti!

kditaly.com

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Met Gala 2026, tra capolavori couture e ipocrisia


Dal trionfo di Chamberlain e Getty alle proteste anti-Bezos: la moda si divide tra arte, lusso e contraddizioni
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Quando arriva il primo lunedì di Maggio si pensa ad un solo evento: il Met Gala.
Arrivato alla 78ª edizione, viene istituito nel 1948 dalla pubblicista Eleanor Lambert, come raccolta fondi per il Constume Institute e dal 1995 la direzione passa ad Anna Wintour caporedattrice di Vogue. Il gala di beneficenza si svolge con un tema legato alla mostra del Metropolitan, quest'anno il tema era "Fashion Is Art" un tema che parrebbe semplice da seguire ma, a quanto pare, per alcune celebrità, non è stato così.

Tra le regine che sono riuscite ad esprimere al massimo il significato del tema c'è Emma Chamberlain in un costume Mugler che si ispira alla pittura materica e frammentaria di Giardini di Arles di Van Gogh, Anok Yai che diventa una Madonna Addolorata vivente modellata da Pierpaolo Piccioli in Balenciaga come fosse una scultura di bronzo e nero antracite, Madonna che diventa opera d'arte (più di quanto già non sia) impersonando The Temptations of Saint Anthony Fragment II con velo e damigelle annesse grazie al lavoro di Anthony Vaccarello per Saint Laurent ultima da citare ma non per importanza è Sabine Getty che, in Ashi Studio, trionfa con classe ed eleganza omaggiando l’arte classica mai scontata, forse l'abito più bello della serata.

Ci sono stati poi gli atleti da Venus Williams, che reinterpreta il trofeo di Wimbledon ad Eileen Gu che diventa una bolla di sapone volteggiante.
Si introducono poi, in mezzo a vere opere d'arte tessili, Bad Bunny in costume Zara e Kendall Jenner in Gap studio sotto la direzione di Zack Posen - che dovrebbe essere una garanzia - sarebbe dovuta diventare una Venere di Milo, ma quello indossato è sembrato solo la bozza dell'abito, invece del modello finale.

Ci sono poi tutti i retroscena che hanno coinvolto l'evento quest'anno, dalla partecipazione tramite fondi di Jeff Bezos che sembra star facendo diventare il mondo il suo parco giochi, alla contro sfilata apparsa fuori dal Metropolitan Museum of Art nella quale sfilavano operai sottopagati dello stesso Bezos e di altre grandi multinazionali, cercando di far trasparire l'ipocrisia dell'evento e di quel mondo di beneficenza patinata e catartica.

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Chi pensi di essere?


Perché chi pensi di essere?: newsletter settimanale su abitudini e sistemi, cosa cambiare nell'ambiente e nelle routine, senza forza di volontà.

In breve

Non torni ai vecchi comportamenti per pigrizia. Il tuo cervello difende chi pensi di essere, e lo fa prima che tu possa scegliere. Azioni piccole e sistemi ripetibili su Cambia le Tue Abitudini — non motivazione del momento.

Di cosa parla questa edizione?


Quante volte hai provato a cambiare davvero?

Svegliarti prima.
Smettere di procrastinare.
Usare meno il telefono.
Allenarti con continuità.

Ci hai provato. Più di una volta.
E dopo qualche settimana, puntuale come un orologio, sei tornato al punto di partenza.

La spiegazione classica è: mancanza di disciplina.
È sbagliata.

Dan McAdams, psicologo alla Northwestern University, ha trascorso 30 anni a studiare come costruiamo la nostra identità.

La sua conclusione?

Non sei un insieme di comportamenti.
Sei una storia che racconti di te stesso.

Una narrativa autobiografica che il cervello custodisce, aggiorna e difende, ogni giorno, spesso senza che tu te ne accorga.

Quando provi a cambiare un'abitudine senza toccare quella storia, stai riscrivendo un capitolo in un libro che ha già un finale scritto.

Prima o poi la trama torna al suo corso. Sempre.

Perché il cervello cerca conferme, non miglioramenti


William Swann, dell'Università del Texas, chiama questo meccanismo self-verification.

Il cervello non cerca la verità.
Cerca la coerenza.

Cerca attivamente prove che confermino chi pensa tu sia, anche quando quelle prove ti limitano.

Non è autodistruzione.
È gestione del rischio psicologico.

Un'identità prevedibile, anche se limitante, è preferibile all'incertezza di non sapere chi sei.

Come funziona: Il sistema operativo nascosto


Ethan Kross, dell'Università del Michigan, ha studiato il dialogo interno per anni.

Quel flusso continuo di commenti nella tua testa non è rumore di fondo.
È il sistema operativo dell'identità.

"Sono il tipo che rimanda sempre."
"Non sono fatto per la costanza."
"Quando sono sotto pressione, crollo."

Non sono pensieri casuali.
Sono istruzioni operative.

Il cervello le esegue in automatico, prima ancora che tu possa scegliere diversamente.

La svolta non è comportamentale. È narrativa.


La differenza tra chi cambia e chi no non è la forza di volontà.

È questa:

❌ "Devo fare X più spesso."
✅ "Sono il tipo di persona che fa X."

Sembra una sfumatura.
In pratica cambia tutto.

I comportamenti coerenti con l'identità che dichiari costano meno energia, meno sforzo, meno motivazione esterna.

Non è filosofia motivazionale.
È neurosciienza applicata alla vita quotidiana.

Come fare: L'esercizio della settimana (7 minuti in 7 giorni)


Ogni sera, per i prossimi 7 giorni, scrivi una frase sola:

"Oggi ho agito come una persona che..."


Non è un voto a te stesso.
Non è un bilancio della giornata.

È un'affermazione identitaria costruita su qualcosa che hai già fatto.

Il cervello aggiorna la narrativa retroattivamente.
Ogni azione che "noti" come coerente con chi vuoi diventare è un mattone della nuova storia.

L'esercizio completo, con il Protocollo Identity Shift e il riassunto di Why We Do What We Do di Edward Deci, è nella guida di questa settimana.

👉 Leggila qui

Una domanda per te: qual è la storia che racconti di te stesso che fa più fatica a cambiare?

Rispondimi direttamente a questa email. Leggo tutto.

Buona Vita,
Dome


L'identità che ti tiene fermo: perché cambi 10 volte e torni sempre lo stesso


In breve

Non torni ai vecchi comportamenti per mancanza di volontà. Il tuo cervello difende attivamente chi pensi di essere, e ogni tentativo di cambiare i comportamenti senza cambiare l'identità finisce sempre nello stesso posto. Ecco il meccanismo e come sovvertirlo.

TL;DR

  1. Il cambiamento fallisce non per mancanza di disciplina, ma perché il cervello difende attivamente la storia che hai costruito su di te (Dan McAdams, Northwestern University).
  2. Cerchi conferme di chi pensi di essere, anche quando quella storia fa male. La self-verification theory di William Swann spiega perché torni sempre agli stessi comportamenti.
  3. Il dialogo interno ("sono il tipo che rimanda sempre") non è un pensiero: è un'istruzione operativa. Nominarla riduce già la sua presa (Ethan Kross, Michigan).
  4. Il cambiamento durevole non parte da cosa fai, ma da chi sei. Identity-first: prima la storia, poi il comportamento.
  5. Il Protocollo Identity Shift in 3 passi: audit narrativo → ribaltamento → journal identitario dei 7 giorni.

⏱ Tempo di lettura: 12 minuti

Hai già vissuto questo scenario. Hai deciso di cambiare qualcosa di importante, svegliarti prima, smettere di procrastinare, fare sport con costanza, passare meno tempo sul telefono. Hai fatto un piano. Hai tenuto duro per qualche settimana, magari anche qualche mese. Poi, senza un evento scatenante preciso, sei tornato esattamente dove eri prima.

La spiegazione che ti viene data, di solito, è una sola: non ti sei impegnato abbastanza. Non hai la disciplina. Non sei abbastanza motivato.

Questa spiegazione è sbagliata.

Perché le persone con tutta la motivazione del mondo falliscono sullo stesso comportamento, anno dopo anno. Perché chi ha smesso di fumare per dieci anni può ricominciare in un giorno. Perché la dieta si rompe sempre nello stesso momento, non quando siamo esausti, ma quando ci sentiamo di nuovo "noi stessi."

C'è un meccanismo più profondo. E ha a che fare con chi pensi di essere.

Il meccanismo invisibile che blocca ogni cambiamento


Ogni comportamento che hai, ogni abitudine, ogni risposta automatica, ogni schema che ti ritrovi a ripetere, è radicato in una struttura più profonda: la narrativa che costruisci su te stesso.

Non parliamo di autostima. Non parliamo di valori scritti su un foglio. Parliamo di qualcosa di più sottile e più potente: la storia che il tuo cervello racconta di te ogni ora di ogni giorno. Chi sei. Come reagisci alle difficoltà. Cosa fai quando sei stanco. Quanto sei disciplinato. Come ti comporti sotto pressione.

Dan McAdams, psicologo della Northwestern University e tra i massimi esperti mondiali di psicologia dell'identità, ha dedicato trent'anni a studiare questo meccanismo. La sua scoperta più importante: gli esseri umani non sono una raccolta di comportamenti. Sono una narrativa autobiografica che costruiscono, aggiornano e difendono nel tempo.

Questa storia non è consapevole nella maggior parte dei casi. La costruisci a partire dai ricordi che selezioni, dalle interpretazioni che hai dato agli eventi, dai ruoli che hai recitato con chi ti conosce. E il cervello usa questa storia come mappa per prevedere come ti comporterai domani, dopodomani, la prossima volta che sei sotto pressione.

Capire come il cervello forma e mantiene le abitudini è un primo passo utile. Ma le abitudini sono il sintomo visibile, la storia è la causa sottostante.

Quando provi a cambiare un comportamento senza toccare la storia, stai riscrivendo un capitolo in un libro che ha già un finale. Il cervello rileva l'incoerenza e lavora, silenziosamente, automaticamente, per riportare il racconto al suo corso. Non è sabotaggio deliberato. È manutenzione del sé.

Self-verification: il cervello cerca conferme, non miglioramenti


Il meccanismo diventa ancora più preciso quando lo si osserva dall'interno.

William Swann, professore di psicologia all'Università del Texas ad Austin, ha sviluppato la self-verification theory: la tesi che gli esseri umani non cerchino solo informazioni positive su se stessi, cerchino informazioni coerenti con l'immagine che hanno di sé, anche quando quell'immagine è negativa.

In una serie di esperimenti pubblicati, Swann ha dimostrato che le persone con bassa autostima preferiscono interagire con chi le vede in modo critico, piuttosto che con chi le vede positivamente. Non per masochismo, per prevedibilità. Un'identità stabile, anche limitante, è preferibile all'incertezza di non sapere chi sei.

Traducilo nel contesto del cambiamento: ogni volta che torni ai vecchi comportamenti, il cervello non sta cedendo alla tentazione. Sta raccogliendo prove. Sta confermando la storia.

"Ecco, sapevo che non ero capace di tenerlo duro."

Quella frase non è solo un pensiero. È un mattoncino identitario. E ogni mattoncino rende la struttura più solida e più difficile da rimodellare.

La conseguenza pratica è destabilizzante: più provi a cambiare un comportamento con cui ti sei identificato negativamente, più il sistema identitario resiste. Non perché la resistenza sia logica, ma perché è coerente. E la coerenza, per il cervello, vale più dell'ottimismo.

Questo spiega anche un paradosso che chiunque ha vissuto: perché è più facile mantenere un'abitudine nuova quando partiamo "senza storia" su quel fronte, e perché è così difficile cambiare qualcosa che abbiamo già provato e fallito. Il fallimento precedente non è solo un ricordo, è diventato parte della narrativa. Hai obiettivi che non funzionano senza un sistema che spingono contro di te anche prima di cominciare.

Il dialogo interno come sistema operativo dell'identità


C'è un terzo layer, e lo ha documentato con precisione Ethan Kross, responsabile dell'Emotion & Self-Control Lab all'Università del Michigan e autore di Chatter: The Voice in Our Head, Why It Matters, and How to Harness It.

Il dialogo interno, quel flusso continuo di commenti che accompagna ogni azione, non è un sottofondo neutro. È il sistema di aggiornamento dell'identità in tempo reale. Funziona come un filtro: prende ogni cosa che fai e la interpreta alla luce della storia che hai di te stesso.

"Sono il tipo che rimanda sempre."
"Non sono fatto per la disciplina."
"Quando sono stressato, mangio."

Non sono descrizioni. Sono istruzioni operative. Il cervello le usa come scorciatoie comportamentali, previsioni su cosa farà la versione di te "coerente con la storia", e le esegue automaticamente, prima che tu possa fare una scelta diversa.

La distanza tra queste narrazioni e le azioni reali è molto più piccola di quanto pensiamo. Kross ha dimostrato che il semplice atto di nominare queste frasi, di riconoscerle come frasi e non come fatti, riduce già la loro presa comportamentale. È quello che nel suo lavoro chiama self-distancing: la capacità di osservare il proprio dialogo interno da fuori, come farebbe un osservatore terzo.

Puoi approfondire questo meccanismo nell'articolo su la distanza dal dialogo interno.

Come funziona il cambiamento identity-first


Se il problema non è comportamentale ma narrativo, la soluzione non può essere solo comportamentale.

Il cambiamento durevole non comincia da "cosa faccio" ma da "chi sono." O meglio: da chi decido di essere, e da come costruisco, azione per azione, le prove identitarie che confermano quel racconto.

Questo approccio, che possiamo chiamare identity-first change, funziona in senso opposto al modello motivazionale classico.

Il modello classico: mi motivo → mi impegno → cambio comportamento → (forse) cambio chi sono.
Il modello identity-first: decido chi sono → agisco in modo coerente con quell'identità → il cervello aggiorna la storia → il comportamento si consolida.

La differenza cruciale: nel modello classico, la volontà è il carburante. Nel modello identity-first, la coerenza è il carburante. E la coerenza si esaurisce molto più lentamente della volontà.

Capire perché il mito dei 21 giorni per cambiare abitudine è falso aiuta a capire anche questo: non è una questione di tempo, è una questione di ripetizioni identitarie sufficienti per aggiornare la storia. E la ricerca su i circuiti cerebrali che governano i comportamenti automatici mostra che questi circuiti si rafforzano più velocemente quando l'azione è percepita come coerente con il sé.

Trovi un approfondimento su come l'identità si trasforma nel tempo e su cosa rende certi cambiamenti più difficili in determinate fasi della vita.

Il Protocollo Identity Shift: 3 passi


Non si tratta di pensiero positivo. Si tratta di un processo strutturato per aggiornare deliberatamente la narrativa del sé.

Passo 1 Audit narrativo


Prima di cambiare la storia, devi sapere qual è la storia attuale. Non le versioni che vorresti avere di te, quelle che hai davvero. Questo richiede un livello di onestà scomodo ma necessario.

Domanda guida: "Quando fallisco in [comportamento X], qual è la prima frase che mi dico subito dopo?" Quella frase è la storia. Non i comportamenti. Quella frase.

Passo 2 Il ribaltamento narrativo


Una volta identificata la storia, puoi iniziare a costruirne una alternativa, non ottimistica, ma radicata nelle prove. Non "sono una persona disciplinata" se non lo sei ancora. Ma "sono una persona che sta imparando a gestire la propria energia" o "sono una persona che, anche quando cade, riprende."

Il cervello accetta molto più facilmente le storie che cominciano con l'evidenza di ciò che hai già fatto. Non le affermazioni vuote: le prove reali.

Passo 3 Il journal identitario dei 7 giorni


Ogni sera, per 7 giorni, una frase sola: "Oggi ho agito come una persona che..."

Completa la frase con qualcosa che hai effettivamente fatto. Non con aspettative. Il cervello aggiorna la storia retroattivamente, e ogni azione che notichi come coerente con l'identità che vuoi costruire diventa un mattoncino della nuova narrazione.

Dopo 7 giorni, rileggi le frasi. La storia è già leggermente diversa.

Il protocollo completo, con gli strumenti interattivi, la checklist di audit narrativo e il journal guidato, è nella guida Protocollo di questa settimana.


Costruire un'identità diversa è un lavoro lento, e nessuno lo fa da solo.Protocollo è la membership settimanale di Cambia le tue Abitudini: ogni settimana una guida pratica, strumenti interattivi, sfide strutturate e accesso all'archivio completo.
Sì, voglio Protocollo →


Domande frequenti


Perché è così difficile cambiare le proprie abitudini?
Perché le abitudini non sono solo comportamenti, sono espressioni dell'identità. Ogni volta che cerchi di cambiare un'abitudine radicata, stai chiedendo al cervello di comportarsi in modo incoerente con la storia che ha costruito su di te. Il cervello resiste non per pigrizia, ma per preservare la coerenza del sé. La ricerca di Dan McAdams sulla narrative identity mostra che questa difesa è automatica e pervasiva.
Come funziona l'identità nel cambiamento comportamentale?
L'identità funziona come un sistema predittivo: il cervello usa la storia che hai di te stesso per anticipare come ti comporterai in ogni situazione. Quando un comportamento è allineato con l'identità dichiarata, viene eseguito con meno attrito cognitivo. Quando contraddice la storia, il cervello genera resistenza anche prima che tu scelga consapevolmente. Cambiare l'identità prima cambia il contesto in cui avviene ogni comportamento.
Cos'è la self-verification theory?
È una teoria sviluppata da William Swann (Università del Texas) che descrive la tendenza degli esseri umani a cercare conferme della propria identità, anche quando quell'identità è negativa. In pratica: se hai una storia di "persona non disciplinata," il cervello tenderà a selezionare situazioni, interpretazioni e ricordi che confermano quella storia. Non perché tu voglia confermare la versione peggiore di te, ma perché la prevedibilità è un bisogno cognitivo fondamentale.
Come si costruisce una nuova identità?
Attraverso prove accumulate, non affermazioni. Il cervello aggiorna la storia del sé quando riceve evidenza coerente e ripetuta nel tempo. Il Protocollo Identity Shift proposto in questo articolo funziona in tre passi: audit della storia attuale, costruzione di una narrativa alternativa radicata nell'evidenza reale, e journal identitario quotidiano. Non si tratta di "credersi diversi", si tratta di costruire la prova che si è diversi, azione per azione.
Qual è la differenza tra cambiare abitudini e cambiare identità?
Cambiare abitudini agisce sul comportamento: modifica cosa fai, quando, in quale contesto. Cambiare identità agisce sulla narrativa: modifica chi pensi di essere e, di conseguenza, quale comportamento il cervello considera "naturale" per te. Il primo approccio richiede forza di volontà continua per mantenere il comportamento contro la storia. Il secondo approccio rende il comportamento desiderato la scelta più coerente con chi sei, e quindi quella con meno attrito.


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Trump respinge la controproposta iraniana


Teheran chiede risarcimenti di guerra, fine delle sanzioni e sovranità sullo Stretto di Hormuz. Il presidente americano definisce l'offerta "totalmente inaccettabile". Il petrolio sale di quasi il 5%.

Il presidente Donald Trump ha respinto la controproposta iraniana per porre fine alla guerra in Medio Oriente, definendola "totalmente inaccettabile" e prolungando uno stallo che dura da dieci settimane e che ha bloccato lo Stretto di Hormuz, sconvolgendo i mercati energetici globali. "Ho appena letto la risposta dei cosiddetti rappresentanti dell'Iran. Non mi piace, totalmente inaccettabile", ha scritto Trump in un post su Truth Social, usando le maiuscole per enfatizzare il rifiuto. In una breve telefonata con Axios, il presidente ha aggiunto: "Non mi piace la loro lettera. È inappropriata".

La controproposta di Teheran, trasmessa attraverso mediatori pakistani, chiede risarcimenti di guerra, piena sovranità sullo Stretto di Hormuz, la fine delle sanzioni americane e il rilascio dei beni iraniani congelati. Secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa iraniana Tasnim, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, il testo iraniano insiste sulla necessità di revocare le sanzioni statunitensi sulla vendita di petrolio iraniano e di porre fine al blocco navale americano dei porti iraniani al momento della firma. La proposta mantiene il formato di un memorandum d'intesa iniziale seguito da trenta giorni di negoziati, durante i quali si proverebbe a raggiungere un accordo complessivo.

Il Wall Street Journal ha scritto che l'Iran ha respinto le richieste americane sul programma nucleare e sulle scorte di uranio altamente arricchito. Teheran ha proposto negoziati separati e ha offerto di diluire parte del proprio uranio altamente arricchito, trasferendone il resto in un paese terzo, con la clausola che il materiale tornerebbe in Iran se Washington dovesse uscire da un eventuale accordo. L'Iran avrebbe accettato di sospendere l'arricchimento, ma per un periodo inferiore alla moratoria di vent'anni proposta dagli Stati Uniti, e ha rifiutato di smantellare le proprie installazioni nucleari.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha mantenuto un tono di sfida mentre i negoziati proseguivano. "Non chineremo mai la testa davanti al nemico, e se si parla di dialogo o negoziato, non significa né resa né arretramento", ha scritto su X. Il portavoce dell'esercito iraniano, il generale di brigata Mohammad Akraminia, ha dichiarato all'agenzia IRNA che eventuali nuovi errori di calcolo degli avversari sarebbero accolti con "opzioni sorprendenti", portando il conflitto in aree "che il nemico non ha previsto". Il nuovo Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, che non è apparso pubblicamente dall'inizio del conflitto, ha emesso nuove direttive per le operazioni militari, secondo quanto riferito dall'emittente di stato senza ulteriori dettagli.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in un'intervista a 60 Minutes della CBS, ha affermato che la guerra non è finita perché "c'è ancora del lavoro da fare". L'Iran non ha consegnato il proprio uranio arricchito né smantellato i siti di arricchimento, ha aggiunto Netanyahu, e continua a sostenere i propri alleati regionali e a sviluppare il programma missilistico balistico. Il premier israeliano ha condizionato la fine delle ostilità al ritiro dell'uranio altamente arricchito dal territorio iraniano. Secondo Rafael Grossi, direttore generale dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, l'uranio altamente arricchito iraniano si trova ancora con grande probabilità nei tunnel del complesso nucleare di Isfahan, nonostante i bombardamenti americano-israeliani. L'Iran possiede 440,9 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, una soglia tecnica vicina al 90% necessario per la fabbricazione di armi nucleari.

Gli Stati Uniti e Israele hanno avviato attacchi coordinati contro l'Iran il 28 febbraio. Teheran ha risposto con attacchi contro Israele e contro i paesi arabi alleati di Washington, chiudendo lo Stretto di Hormuz, da cui transita un quinto della fornitura mondiale di petrolio. Trump ha dichiarato un cessate il fuoco indefinito il mese scorso, comunicando al Congresso che le ostilità erano state "terminate", anche se nello Stretto è continuato un confronto teso e diversi paesi del Golfo hanno denunciato attacchi di droni iraniani negli ultimi giorni. Durante il fine settimana gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato due droni provenienti dall'Iran, il Qatar ha condannato un attacco a una nave cargo nelle sue acque, mentre il Kuwait ha riferito di droni ostili entrati nel proprio spazio aereo.

I mercati hanno reagito al fallimento delle trattative con un forte rialzo del greggio. I future sul West Texas Intermediate con consegna a giugno sono saliti del 4,96% a 100,3 dollari al barile, mentre il Brent con consegna a luglio è salito del 4,92% a 105,76 dollari al barile. Una petroliera qatariota di GNL ha attraversato lo Stretto domenica per la prima volta dall'inizio della guerra, un passaggio approvato dall'Iran per costruire fiducia con Qatar e Pakistan, ma l'apertura simbolica ha fatto poco per allentare le preoccupazioni del mercato. Christopher Wong, stratega valutario di OCBC Bank, ha dichiarato a CNBC che "il petrolio è rimasto molto sensibile ai titoli, con i mercati sospesi tra le speranze di de-escalation e il rischio che gli scontri sporadici mantengano un premio di rischio energetico".

Lo stallo irrisolto pesa sul vertice tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping, in programma a Pechino dal 13 al 15 maggio, dove la guerra con l'Iran sarà al centro dei colloqui. Washington ha cercato di spingere Pechino a fare pressione su Teheran perché riapra lo Stretto, anche se non è chiaro quanto la Cina sia disposta a esercitare tale pressione. Ben Emons, direttore generale di Fed Watch Advisors, ha previsto come scenario di base una "distensione gestita con risultati potenzialmente limitati", probabilmente nella forma di un linguaggio congiunto vago sulla de-escalation. La Cina condivide con Washington l'interesse a uno Stretto stabile, ha aggiunto Emons, ma non può apparire come un attore che fa concessioni a danno della propria collaborazione con Teheran. La scorsa settimana Pechino ha ospitato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il capo della diplomazia cinese Wang Yi ha riaffermato la "partnership strategica" tra i due paesi, esortando però Teheran a perseguire una soluzione diplomatica.

Sul fronte europeo, i ministri della Difesa francese e britannico copresiederanno martedì una riunione in videoconferenza con gli omologhi dei paesi disposti a contribuire a una missione per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz. Una quarantina di paesi sono coinvolti nella definizione dei contributi militari. Londra ha annunciato il prepiazzamento in Medio Oriente del cacciatorpediniere HMS Dragon, mentre Parigi ha inviato la portaerei Charles-de-Gaulle nel Golfo. Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha avvertito che la presenza di navi da guerra francesi e britanniche nello Stretto sarebbe accolta con una "risposta decisa e immediata", definendo lo Stretto "una via d'acqua sensibile vicina a Stati costieri" su cui solo l'Iran detiene il diritto sovrano di definirne lo statuto. Il presidente francese Emmanuel Macron, in conferenza stampa a Nairobi, ha replicato che la Francia non ha "mai considerato" un dispiegamento militare nello Stretto, ma una missione di sicurezza "concertata con l'Iran" per garantire la libertà di navigazione.

Le operazioni israeliane in Libano hanno provocato oltre 2.846 morti e 8.693 feriti tra il 2 marzo e il 10 maggio, secondo l'ultimo bilancio del ministero della Salute libanese. L'esercito israeliano ha affermato di aver colpito nel fine settimana più di quaranta obiettivi di Hezbollah. Il senatore repubblicano Lindsey Graham della South Carolina ha scritto su X che Trump dovrebbe ora considerare un'azione militare, citando gli attacchi al traffico marittimo internazionale e contro gli alleati statunitensi nella regione.

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Europa, balzo del prezzo delle patate: quotazioni passate da 2,5 a 18,5 euro per 100 chili


Le tensioni sulle forniture agricole e l’incertezza sui fertilizzanti alimentano i timori del comparto

Il mercato europeo delle patate registra un forte incremento dei prezzi, con quotazioni che, secondo quanto riportato da Cointelegraph, sarebbero passate da circa 2,5 euro a 18,5 euro per 100 chilogrammi nel giro di un periodo relativamente contenuto. Un aumento significativo che riporta l’attenzione sulla fragilità delle catene di approvvigionamento agricole e sull’impatto che le tensioni geopolitiche possono avere anche sui prodotti alimentari di largo consumo.

Alla base della crescita dei prezzi vi sarebbero soprattutto le preoccupazioni legate alla disponibilità dei fertilizzanti, elemento centrale per la produttività agricola europea. Gli operatori del settore guardano in particolare alle possibili ripercussioni delle tensioni nell’area dello stretto di Hormuz, snodo strategico per il commercio energetico mondiale e, indirettamente, per l’intera filiera agroindustriale.

Secondo analisti del comparto agricolo, il timore di interruzioni logistiche o di aumenti nei costi delle materie prime necessarie alla produzione dei fertilizzanti avrebbe alimentato movimenti speculativi e una maggiore pressione sui prezzi agricoli. Le patate, considerate uno dei prodotti base dell’alimentazione europea, risultano particolarmente sensibili alle variazioni dei costi energetici e produttivi.

Il rincaro arriva in una fase già complessa per il settore primario europeo. Negli ultimi anni, infatti, gli agricoltori hanno dovuto fronteggiare l’aumento dei costi dell’energia, delle sementi, del carburante e della logistica, oltre agli effetti delle anomalie climatiche che in diverse aree del continente hanno inciso sulla resa delle coltivazioni.

Le organizzazioni agricole sottolineano come il prezzo finale delle patate sia influenzato da una molteplicità di fattori: disponibilità dei raccolti, andamento meteorologico, capacità di stoccaggio, domanda industriale e costi dei fertilizzanti. Proprio questi ultimi rappresentano una delle voci più rilevanti per la sostenibilità economica delle aziende agricole europee.

L’eventuale protrarsi delle tensioni internazionali potrebbe avere conseguenze ulteriori sull’intera filiera alimentare. I fertilizzanti azotati, la cui produzione dipende fortemente dal gas naturale, sono infatti soggetti alle oscillazioni dei mercati energetici globali. Qualsiasi instabilità nelle principali rotte commerciali internazionali rischia quindi di riflettersi sui costi agricoli e, di conseguenza, sui prezzi al consumo.

Sul fronte dei consumatori, l’aumento delle quotazioni all’origine non si traduce necessariamente in un rincaro immediato sugli scaffali, ma gli operatori della distribuzione monitorano con attenzione l’evoluzione del mercato. In diversi Paesi europei le patate rappresentano un bene alimentare essenziale sia per il consumo domestico sia per l’industria della trasformazione, inclusi i prodotti surgelati e il settore della ristorazione.

Gli esperti ritengono che nelle prossime settimane sarà determinante osservare l’andamento delle forniture agricole internazionali e l’evoluzione dei mercati energetici. Molto dipenderà anche dalla capacità dell’Europa di mantenere stabili i flussi commerciali e contenere eventuali nuove pressioni sui costi produttivi.

Nel frattempo, il brusco incremento delle quotazioni delle patate viene interpretato dagli osservatori come un ulteriore segnale della crescente interconnessione tra geopolitica, mercati energetici e sicurezza alimentare. Un equilibrio sempre più delicato che continua a influenzare i prezzi delle materie prime agricole in tutto il continente.

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Protocollo Identity Shift — Come riscrivere il racconto che frena il tuo cambiamento


Perché protocollo Identity Shift, Come riscrivere il racconto che frena il…: protocollo pratico da applicare oggi, cosa cambiare nell'ambiente e nelle routine, senza forza di volontà.

In breve

Il companion pratico per riscrivere la storia che frena il tuo cambiamento. Tre passi, strumenti interattivi e il riassunto operativo di Edward Deci sulla Self-Determination Theory. Azioni piccole e sistemi ripetibili su Cambia le Tue Abitudini — non motivazione del momento.

Questa guida è il companion pratico dell'articolo di questa settimana sull'identità e il cambiamento. Se non l'hai ancora letto, ti consiglio di partire da lì, questa guida presuppone che tu abbia capito il meccanismo. Qui ci occupiamo solo di applicarlo.

Il Protocollo Identity Shift è strutturato in tre passi. Non sono sequenziali da fare in un pomeriggio, sono livelli da attraversare nell'arco di qualche settimana. La fretta è l'errore più comune.

Alla fine di questa guida trovi anche il riassunto operativo di Why We Do What We Do di Edward Deci: il libro che ha fondato la Self-Determination Theory e che spiega perché certi cambiamenti diventano intrinseci e altri restano sempre una fatica.

Passo 1, Identity Audit: scopri la storia che stai difendendo


Non puoi cambiare una storia che non hai mai letto ad alta voce.

L'Identity Audit è un esercizio di ascolto, non di pianificazione. L'obiettivo è portare in superficie le narrazioni del sé che operano in automatico, quelle che guidano il comportamento senza che tu le scelga consapevolmente.

Usa la checklist qui sotto. Per ogni affermazione, rispondi onestamente. Non come vorresti rispondere, come risponderesti se nessuno ti guardasse.

Identity Audit Spunta solo le affermazioni che senti vere adesso
Sono il tipo di persona che tende a rimandare le cose importanti Quando sono stressato, tendo a tornare alle abitudini che volevo cambiare Ho già provato a cambiare questo comportamento più di due volte senza successo duraturo Di solito non sono "il tipo" da [sport / disciplina / mattina presto, inserisci il tuo] Quando qualcuno mi fa un complimento sulla disciplina, tendo a sminuirlo Mi descrivo spesso con affermazioni negative: "non sono organizzato", "sono pigro per natura" Ho paura che se cambio troppo, non saprei più chi sono Il mio ambiente (famiglia, amici, colleghi) mi vede in un modo che non corrisponde a chi voglio essere

Come leggere il risultato

0–2 spunte: la narrativa del sé è relativamente aperta al cambiamento. Il lavoro è più comportamentale che identitario.
3–5 spunte: ci sono storie radicate che frenano il cambiamento. Passo 2 è il punto di partenza più urgente.
6–8 spunte: l'identità è il nodo centrale. Prima di qualsiasi tecnica, bisogna lavorare sulla narrativa.

Passo 2, Il ribaltamento narrativo


La storia alternativa non si costruisce con le affermazioni. Si costruisce con le prove.

Errore comune: "d'ora in poi mi descrivo come una persona disciplinata." Il cervello rigetta immediatamente questa affermazione perché non ha prove a supporto. La storia viene percepita come falsa, e il meccanismo di self-verification si attiva contro di te.

Il ribaltamento narrativo funziona diversamente: invece di affermare chi vuoi essere, identifichi le azioni passate che già dimostrano qualcosa di diverso dalla storia che stai difendendo.

Procedura:

  1. Scrivi la storia limitante: "Sono il tipo che..."
  2. Trova 3 eccezioni reali nella tua storia: momenti in cui ti sei comportato in modo incoerente con quella narrazione, e ce ne sono sempre.
  3. Costruisci la storia alternativa partendo da quelle eccezioni: "Sono una persona che sa [X] quando [contesto]."

Il cervello accetta le storie condizionali molto più facilmente di quelle assolute. "Sono disciplinato quando l'ambiente è strutturato" è una storia vera, verificabile, e meno minacciosa per il sistema identitario di "sono disciplinato" (che il cervello rifiuta perché non corrisponde alla storia accumulata).

Passo 3, Il Journal Identitario dei 7 Giorni


Questo è lo strumento operativo della sfida settimanale.

Ogni sera, prima di dormire, scrivi una frase sola. Non un diario. Non una lista di cose fatte. Una frase: "Oggi ho agito come una persona che..."

Completa con qualcosa che hai effettivamente fatto. Anche qualcosa di piccolo. Anche qualcosa che ti sembra ovvio. Il dettaglio non conta, conta la notazione consapevole.

Journal Identitario

Ogni sera: "Oggi ho agito come una persona che...", scrivi nel campo e salva nella memoria.

Giorno 1
Giorno 2
Giorno 3
Giorno 4
Giorno 5
Giorno 6
Giorno 7

Al settimo giorno, rileggi tutte le frasi dall'inizio. Non cercare di analizzarle, osserva solo quale storia emerge. È già diversa da quella che avevi una settimana fa.


Riassunto: Why We Do What We Do, Edward Deci


Why We Do What We Do: Understanding Self-Motivation (1995) è il libro in cui Edward Deci, psicologo dell'Università di Rochester e uno dei fondatori della Self-Determination Theory (SDT), ha tradotto trent'anni di ricerca accademica in un testo accessibile.

La SDT è oggi una delle teorie più replicate e applicate in psicologia della motivazione. Ecco i concetti chiave che si collegano direttamente al Protocollo Identity Shift.

I tre bisogni psicologici fondamentali


Deci e il suo collega Richard Ryan hanno identificato tre bisogni innati che guidano il comportamento umano in modo universale:

1. Autonomia, il bisogno di sentire che le proprie azioni emergono dal sé, non da pressioni esterne. Non significa indipendenza, significa che la scelta è allineata con i propri valori e la propria identità.

2. Competenza, il bisogno di sentirsi efficaci nelle proprie azioni. Non superiorità: la sensazione di padroneggiare progressivamente qualcosa che conta.

3. Relazione, il bisogno di connessione autentica con gli altri. Anche nel cambiamento individuale, l'ambiente sociale gioca un ruolo determinante.

Il punto cruciale della SDT: quando un comportamento soddisfa questi tre bisogni, quando lo senti come tuo, lo senti come qualcosa in cui stai diventando bravo, e lo fai in un contesto di connessione, non richiede più motivazione esterna. Diventa intrinseco.

La distinzione che cambia tutto: motivazione autonoma vs. controllata


Deci distingue tra due tipi di motivazione:

Motivazione controllata: fai qualcosa perché devi, perché ti senti in colpa se non lo fai, perché qualcuno si aspetta che tu lo faccia. Il comportamento dipende dalla pressione, interna o esterna.

Motivazione autonoma: fai qualcosa perché lo vuoi, perché è coerente con chi sei, perché è un'espressione del tuo sé. Il comportamento è sostenuto dall'interno.

Il confine tra le due non è fisso. La ricerca di Deci ha dimostrato che qualsiasi comportamento, anche quello iniziato per ragioni esterne, può essere internalizzato nel tempo, fino a diventare parte dell'identità.

Questo è il collegamento diretto con il Protocollo Identity Shift: quando un comportamento diventa parte della storia che hai di te stesso ("sono una persona che..."), si sposta dalla motivazione controllata a quella autonoma. Non richiede più forza di volontà, richiede coerenza.

Come usare Deci nel Protocollo


Nel Passo 1 (Identity Audit), cerca le storie legate alla motivazione controllata: "devo fare sport per dimagrire," "devo smettere di procrastinare perché mi vergogno." Questi "devo" sono segnali di motivazione controllata, e sono i più vulnerabili.

Nel Passo 2 (ribaltamento narrativo), trasforma il "devo" in "voglio perché": "voglio fare sport perché mi fa sentire in controllo della mia giornata." Il cambio linguistico non è cosmesi, è un aggiornamento della relazione tra il comportamento e il sé.

Nel Passo 3 (journal), nota quando un'azione era autonoma vs. controllata. Con il tempo, la percentuale di azioni autonome cresce, e la storia cambia con essa.


Buona settimana con il Protocollo.

L'articolo completo con il meccanismo teorico è su:
👉 https://www.cambialetueabitudini.com/identita-cambiamento-perché-non-cambi/

Protocollo, accesso completo:
👉 cambialetueabitudini.com/cambi…


L'identità che ti tiene fermo: perché cambi 10 volte e torni sempre lo stesso


In breve

Non torni ai vecchi comportamenti per mancanza di volontà. Il tuo cervello difende attivamente chi pensi di essere, e ogni tentativo di cambiare i comportamenti senza cambiare l'identità finisce sempre nello stesso posto. Ecco il meccanismo e come sovvertirlo.

TL;DR

  1. Il cambiamento fallisce non per mancanza di disciplina, ma perché il cervello difende attivamente la storia che hai costruito su di te (Dan McAdams, Northwestern University).
  2. Cerchi conferme di chi pensi di essere, anche quando quella storia fa male. La self-verification theory di William Swann spiega perché torni sempre agli stessi comportamenti.
  3. Il dialogo interno ("sono il tipo che rimanda sempre") non è un pensiero: è un'istruzione operativa. Nominarla riduce già la sua presa (Ethan Kross, Michigan).
  4. Il cambiamento durevole non parte da cosa fai, ma da chi sei. Identity-first: prima la storia, poi il comportamento.
  5. Il Protocollo Identity Shift in 3 passi: audit narrativo → ribaltamento → journal identitario dei 7 giorni.

⏱ Tempo di lettura: 12 minuti

Hai già vissuto questo scenario. Hai deciso di cambiare qualcosa di importante, svegliarti prima, smettere di procrastinare, fare sport con costanza, passare meno tempo sul telefono. Hai fatto un piano. Hai tenuto duro per qualche settimana, magari anche qualche mese. Poi, senza un evento scatenante preciso, sei tornato esattamente dove eri prima.

La spiegazione che ti viene data, di solito, è una sola: non ti sei impegnato abbastanza. Non hai la disciplina. Non sei abbastanza motivato.

Questa spiegazione è sbagliata.

Perché le persone con tutta la motivazione del mondo falliscono sullo stesso comportamento, anno dopo anno. Perché chi ha smesso di fumare per dieci anni può ricominciare in un giorno. Perché la dieta si rompe sempre nello stesso momento, non quando siamo esausti, ma quando ci sentiamo di nuovo "noi stessi."

C'è un meccanismo più profondo. E ha a che fare con chi pensi di essere.

Il meccanismo invisibile che blocca ogni cambiamento


Ogni comportamento che hai, ogni abitudine, ogni risposta automatica, ogni schema che ti ritrovi a ripetere, è radicato in una struttura più profonda: la narrativa che costruisci su te stesso.

Non parliamo di autostima. Non parliamo di valori scritti su un foglio. Parliamo di qualcosa di più sottile e più potente: la storia che il tuo cervello racconta di te ogni ora di ogni giorno. Chi sei. Come reagisci alle difficoltà. Cosa fai quando sei stanco. Quanto sei disciplinato. Come ti comporti sotto pressione.

Dan McAdams, psicologo della Northwestern University e tra i massimi esperti mondiali di psicologia dell'identità, ha dedicato trent'anni a studiare questo meccanismo. La sua scoperta più importante: gli esseri umani non sono una raccolta di comportamenti. Sono una narrativa autobiografica che costruiscono, aggiornano e difendono nel tempo.

Questa storia non è consapevole nella maggior parte dei casi. La costruisci a partire dai ricordi che selezioni, dalle interpretazioni che hai dato agli eventi, dai ruoli che hai recitato con chi ti conosce. E il cervello usa questa storia come mappa per prevedere come ti comporterai domani, dopodomani, la prossima volta che sei sotto pressione.

Capire come il cervello forma e mantiene le abitudini è un primo passo utile. Ma le abitudini sono il sintomo visibile, la storia è la causa sottostante.

Quando provi a cambiare un comportamento senza toccare la storia, stai riscrivendo un capitolo in un libro che ha già un finale. Il cervello rileva l'incoerenza e lavora, silenziosamente, automaticamente, per riportare il racconto al suo corso. Non è sabotaggio deliberato. È manutenzione del sé.

Self-verification: il cervello cerca conferme, non miglioramenti


Il meccanismo diventa ancora più preciso quando lo si osserva dall'interno.

William Swann, professore di psicologia all'Università del Texas ad Austin, ha sviluppato la self-verification theory: la tesi che gli esseri umani non cerchino solo informazioni positive su se stessi, cerchino informazioni coerenti con l'immagine che hanno di sé, anche quando quell'immagine è negativa.

In una serie di esperimenti pubblicati, Swann ha dimostrato che le persone con bassa autostima preferiscono interagire con chi le vede in modo critico, piuttosto che con chi le vede positivamente. Non per masochismo, per prevedibilità. Un'identità stabile, anche limitante, è preferibile all'incertezza di non sapere chi sei.

Traducilo nel contesto del cambiamento: ogni volta che torni ai vecchi comportamenti, il cervello non sta cedendo alla tentazione. Sta raccogliendo prove. Sta confermando la storia.

"Ecco, sapevo che non ero capace di tenerlo duro."

Quella frase non è solo un pensiero. È un mattoncino identitario. E ogni mattoncino rende la struttura più solida e più difficile da rimodellare.

La conseguenza pratica è destabilizzante: più provi a cambiare un comportamento con cui ti sei identificato negativamente, più il sistema identitario resiste. Non perché la resistenza sia logica, ma perché è coerente. E la coerenza, per il cervello, vale più dell'ottimismo.

Questo spiega anche un paradosso che chiunque ha vissuto: perché è più facile mantenere un'abitudine nuova quando partiamo "senza storia" su quel fronte, e perché è così difficile cambiare qualcosa che abbiamo già provato e fallito. Il fallimento precedente non è solo un ricordo, è diventato parte della narrativa. Hai obiettivi che non funzionano senza un sistema che spingono contro di te anche prima di cominciare.

Il dialogo interno come sistema operativo dell'identità


C'è un terzo layer, e lo ha documentato con precisione Ethan Kross, responsabile dell'Emotion & Self-Control Lab all'Università del Michigan e autore di Chatter: The Voice in Our Head, Why It Matters, and How to Harness It.

Il dialogo interno, quel flusso continuo di commenti che accompagna ogni azione, non è un sottofondo neutro. È il sistema di aggiornamento dell'identità in tempo reale. Funziona come un filtro: prende ogni cosa che fai e la interpreta alla luce della storia che hai di te stesso.

"Sono il tipo che rimanda sempre."
"Non sono fatto per la disciplina."
"Quando sono stressato, mangio."

Non sono descrizioni. Sono istruzioni operative. Il cervello le usa come scorciatoie comportamentali, previsioni su cosa farà la versione di te "coerente con la storia", e le esegue automaticamente, prima che tu possa fare una scelta diversa.

La distanza tra queste narrazioni e le azioni reali è molto più piccola di quanto pensiamo. Kross ha dimostrato che il semplice atto di nominare queste frasi, di riconoscerle come frasi e non come fatti, riduce già la loro presa comportamentale. È quello che nel suo lavoro chiama self-distancing: la capacità di osservare il proprio dialogo interno da fuori, come farebbe un osservatore terzo.

Puoi approfondire questo meccanismo nell'articolo su la distanza dal dialogo interno.

Come funziona il cambiamento identity-first


Se il problema non è comportamentale ma narrativo, la soluzione non può essere solo comportamentale.

Il cambiamento durevole non comincia da "cosa faccio" ma da "chi sono." O meglio: da chi decido di essere, e da come costruisco, azione per azione, le prove identitarie che confermano quel racconto.

Questo approccio, che possiamo chiamare identity-first change, funziona in senso opposto al modello motivazionale classico.

Il modello classico: mi motivo → mi impegno → cambio comportamento → (forse) cambio chi sono.
Il modello identity-first: decido chi sono → agisco in modo coerente con quell'identità → il cervello aggiorna la storia → il comportamento si consolida.

La differenza cruciale: nel modello classico, la volontà è il carburante. Nel modello identity-first, la coerenza è il carburante. E la coerenza si esaurisce molto più lentamente della volontà.

Capire perché il mito dei 21 giorni per cambiare abitudine è falso aiuta a capire anche questo: non è una questione di tempo, è una questione di ripetizioni identitarie sufficienti per aggiornare la storia. E la ricerca su i circuiti cerebrali che governano i comportamenti automatici mostra che questi circuiti si rafforzano più velocemente quando l'azione è percepita come coerente con il sé.

Trovi un approfondimento su come l'identità si trasforma nel tempo e su cosa rende certi cambiamenti più difficili in determinate fasi della vita.

Il Protocollo Identity Shift: 3 passi


Non si tratta di pensiero positivo. Si tratta di un processo strutturato per aggiornare deliberatamente la narrativa del sé.

Passo 1 Audit narrativo


Prima di cambiare la storia, devi sapere qual è la storia attuale. Non le versioni che vorresti avere di te, quelle che hai davvero. Questo richiede un livello di onestà scomodo ma necessario.

Domanda guida: "Quando fallisco in [comportamento X], qual è la prima frase che mi dico subito dopo?" Quella frase è la storia. Non i comportamenti. Quella frase.

Passo 2 Il ribaltamento narrativo


Una volta identificata la storia, puoi iniziare a costruirne una alternativa, non ottimistica, ma radicata nelle prove. Non "sono una persona disciplinata" se non lo sei ancora. Ma "sono una persona che sta imparando a gestire la propria energia" o "sono una persona che, anche quando cade, riprende."

Il cervello accetta molto più facilmente le storie che cominciano con l'evidenza di ciò che hai già fatto. Non le affermazioni vuote: le prove reali.

Passo 3 Il journal identitario dei 7 giorni


Ogni sera, per 7 giorni, una frase sola: "Oggi ho agito come una persona che..."

Completa la frase con qualcosa che hai effettivamente fatto. Non con aspettative. Il cervello aggiorna la storia retroattivamente, e ogni azione che notichi come coerente con l'identità che vuoi costruire diventa un mattoncino della nuova narrazione.

Dopo 7 giorni, rileggi le frasi. La storia è già leggermente diversa.

Il protocollo completo, con gli strumenti interattivi, la checklist di audit narrativo e il journal guidato, è nella guida Protocollo di questa settimana.


Costruire un'identità diversa è un lavoro lento, e nessuno lo fa da solo.Protocollo è la membership settimanale di Cambia le tue Abitudini: ogni settimana una guida pratica, strumenti interattivi, sfide strutturate e accesso all'archivio completo.
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Domande frequenti


Perché è così difficile cambiare le proprie abitudini?
Perché le abitudini non sono solo comportamenti, sono espressioni dell'identità. Ogni volta che cerchi di cambiare un'abitudine radicata, stai chiedendo al cervello di comportarsi in modo incoerente con la storia che ha costruito su di te. Il cervello resiste non per pigrizia, ma per preservare la coerenza del sé. La ricerca di Dan McAdams sulla narrative identity mostra che questa difesa è automatica e pervasiva.
Come funziona l'identità nel cambiamento comportamentale?
L'identità funziona come un sistema predittivo: il cervello usa la storia che hai di te stesso per anticipare come ti comporterai in ogni situazione. Quando un comportamento è allineato con l'identità dichiarata, viene eseguito con meno attrito cognitivo. Quando contraddice la storia, il cervello genera resistenza anche prima che tu scelga consapevolmente. Cambiare l'identità prima cambia il contesto in cui avviene ogni comportamento.
Cos'è la self-verification theory?
È una teoria sviluppata da William Swann (Università del Texas) che descrive la tendenza degli esseri umani a cercare conferme della propria identità, anche quando quell'identità è negativa. In pratica: se hai una storia di "persona non disciplinata," il cervello tenderà a selezionare situazioni, interpretazioni e ricordi che confermano quella storia. Non perché tu voglia confermare la versione peggiore di te, ma perché la prevedibilità è un bisogno cognitivo fondamentale.
Come si costruisce una nuova identità?
Attraverso prove accumulate, non affermazioni. Il cervello aggiorna la storia del sé quando riceve evidenza coerente e ripetuta nel tempo. Il Protocollo Identity Shift proposto in questo articolo funziona in tre passi: audit della storia attuale, costruzione di una narrativa alternativa radicata nell'evidenza reale, e journal identitario quotidiano. Non si tratta di "credersi diversi", si tratta di costruire la prova che si è diversi, azione per azione.
Qual è la differenza tra cambiare abitudini e cambiare identità?
Cambiare abitudini agisce sul comportamento: modifica cosa fai, quando, in quale contesto. Cambiare identità agisce sulla narrativa: modifica chi pensi di essere e, di conseguenza, quale comportamento il cervello considera "naturale" per te. Il primo approccio richiede forza di volontà continua per mantenere il comportamento contro la storia. Il secondo approccio rende il comportamento desiderato la scelta più coerente con chi sei, e quindi quella con meno attrito.


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Il nuovo Gemini Agent, gli AirPods con fotocamera, il nuovo FitBit Air


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon lunedì,
Google si spinge sempre di più verso l'IA agentica e, secondo Business Insider, starebbe lavorando a una nuova versione di un agente pensato per la vita di tutti i giorni. Poi parleremo dello stato dell'arte dei nuovi AirPods con fotocamera; vedremo il nuovo FitBit Air senza schermo di Google, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Google sta per lanciare il suo prossimo "Gemini Agent"


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Google sta preparando un nuovo agente personale chiamato internamente "Remy" (secondo Business Insider) che useranno i privati per lavoro, studio e vita quotidiana. L'agente potrà usare servizi Google, navigare il web, interagire con app collegate, file, conversazioni e posizione, in modo da svolgere azioni varie come comunicare con altre persone, condividere documenti o completare acquisti. L’utente dovrà supervisionare tutto da una dashboard in cui vedrà le attività divise in quattro stati: completate, in corso, programmate o in attesa di intervento.
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Gli AirPods con fotocamera di Apple hanno raggiunto la fase di test finale


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Apple è arrivata alla fase finale di test dei nuovi AirPods con fotocamere integrate. I sensori non servono a scattare foto o registrare video, ma a far capire a Siri cosa l’utente ha davanti: ingredienti, luoghi, oggetti o punti di riferimento. L’obiettivo è usare queste immagini per risposte più pratiche, per esempio suggerire cosa cucinare o dare indicazioni stradali più precise. L’hardware sarebbe quasi pronto, ma il lancio dipende dal nuova Siri e dalle funzioni AI di comprensione visiva, ancora non considerate abbastanza mature. Per la privacy, Apple avrebbe previsto un LED che si accende quando i dati visivi vengono inviati ai server.
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Google presenta Fitbit Air, un bracciale senza schermo


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Cloudflare licenzierà 1.100 dipendenti dopo un trimestre di ricavi record


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Cloudflare taglierà circa 1.100 dipendenti, pari al 20% della forza lavoro, dopo il trimestre con i ricavi più alti della sua storia: 639,8 milioni di dollari, +34% su base annua. È il primo licenziamento collettivo dell’azienda e riguarda quasi tutte le aree, esclusi i venditori con obiettivi diretti di fatturato. La perdita netta è però salita a 62 milioni di dollari. Il CEO Matthew Prince dice che il taglio non serve a ridurre le spese, ma riflette il cambio di organizzazione dopo l’adozione interna dell’IA: l’uso di questi strumenti sarebbe cresciuto del 600% in tre mesi e avrebbe ridotto il bisogno di personale di supporto.
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Piattaforma per studenti va down durante gli esami: visualizzata una pagina di riscatto


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Fonte: Ars Technica
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Apple rimborsi, Maxiprocesso contro Altman, Anthropic e SpaceX, il meglio della settimana


Buon sabato,
la notizia che prende più voce questa settimana è il maxi processo contro Sam Altman, che sta vedendo personaggi chiave come Mira Murati e, ovviamente, Musk a testimoniare. Poi c'è stato un attacco informatico ai servizi che utilizza la PA italiana, ci sono i rimborsi di Apple per la pubblicità ingannevole su Siri AI (ma solo negli Stati Uniti), e tanto altro ancora. L'editoriale di oggi invece è una riflessione sul futuro delle interfacce e dei dispositivi. Buona lettura!

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Editoriale del sabato


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L'era degli agentic phone è iniziata: sostituiranno ciò che hai in tasca


[...] È proprio nel verbo "orchestrare" che sta la chiave di questa nuova era. Dunque, le app degli smartphone a cui siamo tanto abituati sono un po' come quelli oggetti inanimati — destinati però a prendere altra forma, una forma più intelligente. [...]

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Notizie della settimana


Una selezione delle notizie più rilevanti della settimana.

Apple accetta di pagare 250 milioni di dollari per vendita ingannevole su Siri AI


Legge
Apple ha accettato di pagare 250 milioni di dollari per chiudere una class action negli Stati Uniti sulle promesse fatte per Siri AI (la versione intelligente in linguaggio naturale, mai arrivata). L'accusa sostiene che Apple abbia pubblicizzato tra il 2024 e il 2025 funzioni più avanzate e personalizzate come disponibili o imminenti, anche se non erano operative. L’accordo riguarda circa 36 milioni di iPhone acquistati negli Stati Uniti tra il 10 giugno 2024 e il 29 marzo 2025: iPhone 16, iPhone 15 Pro e 15 Pro Max. Ogni utente potrà ricevere 25 dollari per dispositivo, fino a 95 dollari in base alle richieste accolte, ma solo negli Stati Uniti.
~
Fonte: The Guardian
Alternativa in italiano: Il Post

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Anthropic e SpaceX annunciano un accordo sui data center e collaboreranno per quelli spaziali


Big Tech
Anthropic userà tutta la capacità di calcolo di Colossus 1, il data center di SpaceX a Memphis, ottenendo oltre 300 megawatt di infrastruttura per addestrare e far funzionare principalmente Claude Pro e Max. Anthropic e SpaceX hanno anche indicato l’interesse a sviluppare in futuro data center nello spazio, su scala di più gigawatt. L’accordo arriva dopo mesi di attacchi pubblici di Musk ad Anthropic e mentre xAI viene assorbita sotto il nuovo nome SpaceXAI. Il sito di Memphis resta contestato localmente per l’uso di turbine a gas naturale senza approvazione federale e l’impatto sull’aria.
~
Fonte: CNBC
Alternativa in italiano: Forbes Italia

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Musk li ha attaccati fino a poco fa

A quanto pare adesso Musk avrebbe incontrato i dirigenti e avrebbe cambiato idea sul conto di Anthropic. È difficile non notare come questa mossa appaia come un' "alleanza" contro OpenAI, in un momento delicatissimo come il processo che è in corso.

OpenAI accelera: lancerà lo smartphone AI nel 2027


Big Tech
Secondo il leaker Ming-Chi Kuo, OpenAI avrebbe anticipato alla prima metà del 2027 il lancio del suo smartphone basato su agenti AI. Il progetto era previsto per il 2028. La spinta arriverebbe da una possibile IPO e dalla concorrenza sui telefoni AI. Il chip sarebbe prodotto da TSMC, mentre Luxshare dovrebbe occuparsi dell’assemblaggio. Il telefono punterebbe su fotocamera avanzata, due chip dedicati all’AI e integrazione stretta tra hardware e software. Kuo stima fino a 30 milioni di unità spedite tra 2027 e 2028.
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Fonte: MacRumors
Alternativa in italiano: Ansa

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L'era degli agentic phone

Questo device dovrebbe davvero aprire un'era: è possibile che tra cinque o dieci anni i sistemi a cui siamo abituati, fatti di app che devi accedere volontariamente e che rappresentano un piccolo ecosistema a parte, non esistano in più. Al loro posto, un sistema completamente integrato, dove un agente principale comunica con altri: gli sviluppatori così non costruiranno più app ma agenti.

Mira Murati, ex-CTO di OpenAI, ha testimoniato sulle presunte menzogne di Sam Altman


Legge
Mira Murati, ex CTO di OpenAI, ha testimoniato nel processo tra Elon Musk e Sam Altman. Ha raccontato un episodio del 2023, quando OpenAI stava preparando il lancio di un nuovo modello: secondo Murati, Altman le disse che non serviva il controllo interno previsto per valutare eventuali rischi prima della pubblicazione. Lei dice di avere poi scoperto che quella versione non era vera. Murati ha aggiunto che Altman dava spesso versioni diverse a persone diverse, creando sfiducia dentro OpenAI, e portando nel novembre 2023 alla sua rimozione dalla board, per poi essere reintegrato.
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Fonte: Gizmodo
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Il rischio della violenza

La cosa che mi preoccupa di tutta questa faccenda è che si vede un forte accanimento sulla personalità di Sam Altman, in un contesto, quello dei grandi potenti delle big tech, pieno di temperamenti poco equilibrati e personalità problematiche. Perché dunque un accanimento così grande contro Altman? Abbiamo scritto un editoriale su quanto di fatto tutti i più grandi LLM abbiano le mani in pasta con il Pentagono e forze militari come Palantir, nessuno escluso. La mia paura è che questo tipo di accanimento mediatico sfoci nella violenza, come è già successo per Altman poco tempo fa, con un colpo e una molotov sparati separatamente nel giro di due giorni. Gli Stati Uniti sono un paese dal grilletto facile e quest'odio mediatico può facilmente portare a conseguenze terribili.

Inizia la seconda settimana del megaprocesso di Elon Musk contro OpenAI


Legge
È iniziata la seconda settimana del processo di Musk contro OpenAI con la testimonianza di Greg Brockman, presidente e cofondatore della società. I legali di Musk hanno insistito sui suoi interessi economici: la sua quota in OpenAI varrebbe circa 30 miliardi di dollari e Brockman possiede partecipazioni in aziende che lavorano con OpenAI. Musk sostiene di avere versato 38 milioni di dollari a un progetto nato come non profit e poi trasformato in una struttura orientata al profitto. Chiede di rimuovere Altman e Brockman, annullare la riorganizzazione societaria e trasferire fino a 180 miliardi di dollari alla parte non profit. OpenAI replica che Musk conosceva e appoggiava l’evoluzione commerciale del progetto, ma avrebbe cambiato posizione dopo non essere riuscito a ottenere il controllo della società. Qualche giorno fa Musk avrebbe inviato un messaggio privato ad Altman per patteggiare ma quest'ultimo non accettava le sue richieste, così Musk ha replicato che "entro il weekend sarete i leader più odiati al mondo."
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Fonte: The Wall Street Journal
Alternativa in italiano: Wired Italia

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Hackerati servizi usati dalla Pubblica Amministrazione italiana ad opera di un gruppo cinese


Cybersecurity
Sistemi Informativi, società di IBM Italia che gestisce infrastrutture IT per pubbliche amministrazioni e grandi aziende, è stata colpita da un attacco informatico. IBM dice di avere individuato e contenuto l’incidente e di avere avviato le verifiche, mentre il sito della società è rimasto irraggiungibile. Le prime ricostruzioni attribuiscono l’operazione a Salt Typhoon, gruppo collegato alla Cina e associato ad attività di spionaggio contro governi, telecomunicazioni e infrastrutture critiche. Non sono stati resi pubblici gli strumenti usati nell’intrusione.
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Fonte: Cybersecurity360

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Meta acquista una startup di robotica


Robotica
Meta ha acquisito Assured Robot Intelligence (ARI), startup che sviluppa software per robot umanoidi, per una cifra non comunicata. Il team entrerà in Superintelligence Labs, la divisione AI avanzata di Meta guidata dal giovane Alexandr Wang. ARI lavora su sistemi che permettono ai robot di muoversi e agire meglio in case, uffici o altri spazi reali, dove devono evitare persone, riconoscere oggetti e adattarsi a situazioni non sempre prevedibili. La startup stava già sviluppando modelli per robot capaci di svolgere attività fisiche, comprese faccende domestiche.
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Fonte: TechCrunch
Alternativa in italiano: Macitynet

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1X ha avviato una fabbrica per produrre 100.000 robot umanoidi entro il 2027


Robotica
1X ha avviato a Hayward, in California, la produzione industriale di NEO, il suo robot umanoide di punta pensato per compiti domestici e interazioni umane. Il nuovo stabilimento può produrre oltre 10.000 unità l’anno e l’obiettivo è superare 100.000 robot entro il 2027. Le prime unità serviranno per test interni, mentre le consegne partiranno nel 2026 con accesso anticipato. 1X costruisce internamente componenti come motori, batterie e sensori senza fornitori esterni, mentre usa chip NVIDIA Jetson Thor e simulazioni Isaac per l’addestramento. Prezzo: 20.000 dollari o 499 dollari al mese.
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Fonte: Interesting Engineering
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Che cos'è Isaac?

Isaac Sim è il software di NVIDIA per simulare robot e ambienti fisici realistici prima di provarli nel mondo reale. Serve a creare scenari virtuali in cui un robot può vedere, muoversi, urtare oggetti, usare sensori come camere o lidar e raccogliere dati sintetici per l’addestramento dell’AI. In pratica permette di testare e addestrare robot in simulazione, riducendo costi, rischi e tempi rispetto agli esperimenti fisici. Isaac Sim è costruito su NVIDIA Omniverse, mentre Isaac Lab è il framework collegato pensato più nello specifico per l’apprendimento dei robot, ad esempio con reinforcement learning o imitazione.

Microsoft lancia Xbox Mode


Gaming
Microsoft ha portato Xbox Mode su tutti i dispositivi Windows 11. È una schermata a tutto schermo pensata per usare il PC come una console. La libreria riunisce Xbox Game Pass e giochi installati da Steam, EA app e Ubisoft Connect. Microsoft dice che questa modalità può chiudere o ridurre alcuni processi di Windows mentre si gioca, lasciando più memoria e potenza al gioco, ma i primi test mostrano miglioramenti minori. L’aggiornamento arriva tramite Windows Update in modo graduale. La funzione è comoda per avviare i giochi più in fretta, ma ha ancora problemi di navigazione e stabilità.
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Fonte: XDA Developers
Alternativa in italiano: Multiplayer

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Lo storico motore di ricerca Ask chiude


Internet
Ask.com ha chiuso definitivamente il 1° maggio 2026
. Nato nel 1996 come Ask Jeeves, era un motore di ricerca che invitava gli utenti a fare domande in forma naturale, invece di usare solo parole chiave. Per questo è considerato un precedente dei chatbot moderni. Il servizio non è mai riuscito a competere davvero con Google. La holding statunitense IAC lo aveva comprato nel 2005, poi nel 2010 aveva ridotto il peso del motore di ricerca per concentrarsi sulle domande e risposte. L’azienda dice di chiuderlo per concentrarsi su altre priorità.
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Fonte: TechCrunch
Alternativa in italiano: Il Software

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I costi della memoria dell'iPhone quadruplicheranno entro il 2027


Big tech
Secondo JPMorgan, entro il 2027 la memoria potrebbe pesare fino al 45% del costo dei componenti di un iPhone, contro circa il 10% attuale. Il motivo è la domanda dei data center per l’intelligenza artificiale, che stanno comprando grandi quantità di memoria e offrono prezzi più alti ai fornitori. Apple, pur acquistando memoria per circa 250 milioni di iPhone l’anno, avrebbe meno forza negoziale rispetto al passato. I principali produttori coinvolti sono Samsung, SK Hynix e Micron. L’aumento dei costi potrebbe influenzare anche la gamma iPhone 18, forzando un lancio scaglionato tra autunno 2026 e primavera 2027. Apple dovrà decidere se ridurre i margini o alzare i prezzi.
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Fonte: MacRumors
Alternativa in italiano: Multiplayer

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Uber vuole trasformare i suoi milioni di autisti in una rete di dati da rivendere alle aziende


Intelligenza Artificiale
Uber vuole trasformare la propria rete di autisti in una gigantesca infrastruttura di raccolta dati per i veicoli autonomi. L’idea nasce da AV Labs, programma annunciato a gennaio 2026 e oggi limitato a poche auto gestite direttamente dall’azienda e dotate di sensori. In futuro, però, Uber ha intenzione di estendere il modello agli autisti: se anche solo una parte dei suoi milioni di veicoli montasse kit di sensori, la società raccoglierebbe molte più scene di traffico reale di una normale flotta autonoma. Quei dati servirebbero ad aziende come Wayve per addestrare modelli, testare software in simulazione su corse reali e interrogare una “AV cloud” già classificata.
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Fonte: TechCrunch
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Amazon sta trasformando i suoi magazzini nel prossimo AWS


Business
Amazon ha lanciato Amazon Supply Chain Services, una piattaforma che vende ad altre aziende la logistica costruita in vent’anni per sé stessa: magazzini, preparazione ordini, trasporto via mare, aereo e camion, fino alla consegna finale. È una mossa simile, almeno nella logica, ad AWS: trasformare un’infrastruttura interna enorme in un servizio per il mercato. Il punto forte è la scala: secondo ShipMatrix, la sua rete di consegna dell’ultimo chilometro muove più pacchi di UPS, FedEx e del servizio postale USA. Il servizio sarà aperto anche a chi vende su canali concorrenti come Walmart, Shopify o TikTok Shop.
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Fonte: The Wall Street Journal
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Letture interessanti


Della settimana, in lingua inglese.

Ghostty sta lasciando GitHub


mitchellh.com (eng)

Questa è un'email che ho inviato oggi a tutti i dipendenti di Coinbase


x.com (eng)

Scrivere codice nel 2026: entusiasmo, timori e l'ondata in arrivo


amontalenti.com (eng)

La Silicon Valley si prepara all’arrivo di una nuova sottoclasse permanente


nytimes.com (eng)

Notizie veloci


Della settimana, in lingua inglese.

L’IA supera i medici in un test di Harvard sulle diagnosi di triage d’emergenza


theguardian.com (eng)

Anthropic sta lanciando una società AI per le aziende da 1,5 miliardi di dollari insieme a Blackstone e Goldman Sachs


qz.com (eng)

Fuga di notizie sul Pixel 11 rivela nuovo hardware della fotocamera, dettagli sul Tensor G6 e altre specifiche


9to5google.com (eng)

Ticketmaster è stata giudicata colpevole di aver operato in regime di monopolio


uwpexponent.com (eng)

Coinbase licenzierà il 14% del personale


techcrunch.com (eng)

OpenAI rilascia GPT-5.5 Instant, un nuovo modello predefinito per ChatGPT


techcrunch.com (eng)

Google ora offre fino a 1,5 milioni di dollari per alcune vulnerabilità di Android


bleepingcomputer.com (eng)

Prodotto della settimana

Remarkable Paper Pure


Non so se vi siete mai concessi l'idea di un tablet paper-like; Remarkable è sicuramente uno dei brand più noti: adesso è uscito il "Paper Pure" che spinge ancora di più sulla sensazione di scrivere su carta.

Link: remarkable.com

Video della settimana

youtube.com/embed/JstGCPsj9wg?…

Come le aziende tech ti dicono bugie


Questa collaborazione tra due dei più grandi tech youtuber del pianeta non presenta teorie complottiste; piuttosto spiega molto chiaramente come la corsa all'upgrade delle prestazioni sia oramai diventata un piccolo teatro.

Vedi video su youtube.com (eng - 24:46)


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Piattaforma per studenti va down durante gli esami: visualizzata una pagina di riscatto


Il gruppo ShinyHunters ha colpito ancora.
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In breve:


Canvas, piattaforma usata da scuole e università negli Stati Uniti per gestire lezioni, consegne ed esami, è stata messa offline da Instructure, la società madre, dopo la presenza di attività non autorizzate nella rete. Durante il blocco, avvenuto in periodo di esami finali, alcune pagine di accesso hanno mostrato una richiesta di riscatto, visibile agli studenti. L'intrusione è arrivata dopo l’attacco di settimana scorsa rivendicato da ShinyHunters, gruppo criminale che sostiene di aver sottratto dati su 275 milioni di persone collegate a 8.800 scuole fra cui chat private tra studenti e insegnanti. Instructure dice che il servizio è tornato online venerdì mattina e che non risultano coinvolte password, date di nascita, documenti o dati finanziari.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Chaos erupts as cyberattack disrupts learning platform Canvas amid finals
Across the country, schools and colleges postpone year-end tests.
Ars TechnicaDan Goodin

Riassunto completo:


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Google sta per lanciare il suo prossimo "Gemini Agent"


Il tuo partner digitale 24/7.
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In breve:


Google sta preparando un nuovo agente personale chiamato internamente "Remy" (secondo Business Insider) che useranno i privati per lavoro, studio e vita quotidiana. L'agente potrà usare servizi Google, navigare il web, interagire con app collegate, file, conversazioni e posizione, in modo da svolgere azioni varie come comunicare con altre persone, condividere documenti o completare acquisti. L’utente dovrà supervisionare tutto da una dashboard in cui vedrà le attività divise in quattro stati: completate, in corso, programmate o in attesa di intervento.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Google preps ‘Gemini Agent’ as your ’24/7 digital partner’
With the launch of Gemini 3, Google introduced “Gemini Agent” as an “experimental feature that handles multi-step tasks.” A big upgrade…
9to5GoogleAbner Li

Riassunto completo:


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Gli AirPods con fotocamera di Apple hanno raggiunto la fase di test finale


Ma il rilascio dipende da Siri AI.
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In breve:


Apple è arrivata alla fase finale di test dei nuovi AirPods con fotocamere integrate. I sensori non servono a scattare foto o registrare video, ma a far capire a Siri cosa l’utente ha davanti: ingredienti, luoghi, oggetti o punti di riferimento. L’obiettivo è usare queste immagini per risposte più pratiche, per esempio suggerire cosa cucinare o dare indicazioni stradali più precise. L’hardware sarebbe quasi pronto, ma il lancio dipende dal nuova Siri e dalle funzioni AI di comprensione visiva, ancora non considerate abbastanza mature. Per la privacy, Apple avrebbe previsto un LED che si accende quando i dati visivi vengono inviati ai server.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Apple’s Camera-Equipped AirPods Reach Late Testing in AI Device Push
Apple Inc. has reached the late stages of development for new AirPods with built-in cameras, a significant milestone for what will likely be its first wearable device designed for the artificial intelligence era.
BloombergMark Gurman

Riassunto completo:


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Google presenta Fitbit Air, un bracciale senza schermo


È simile a Whoop.
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In breve:


Google ha presentato Fitbit Air, un bracciale senza schermo da 100 dollari pensato per chi vuole monitorare salute e attività senza notifiche o interfacce sul polso. Misura battito, ritmo cardiaco, ossigeno nel sangue, variabilità cardiaca, sonno, attività quotidiane e allenamenti. I dati si consultano nell’app Google Health, nuovo nome dell’app Fitbit. È più piccolo dei precedenti Fitbit, pesa 12 grammi con cinturino e ha fino a una settimana di autonomia. È già prenotabile e sarà in vendita dal 26 maggio.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Google unveils Whoop-like screenless Fitbit Air | TechCrunch
The device comes with health and fitness tracking like 24/7 heart rate, heart rhythm monitoring with A-fib alerts, SpO2, resting heart rate, heart rate variability, sleep stages and duration, and more.
TechCrunchAisha Malik

Riassunto completo:


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Cloudflare licenzierà 1.100 dipendenti dopo un trimestre di ricavi record


Pare che l'IA abbia sostituito quei posti di lavoro.
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In breve:


Cloudflare taglierà circa 1.100 dipendenti, pari al 20% della forza lavoro, dopo il trimestre con i ricavi più alti della sua storia: 639,8 milioni di dollari, +34% su base annua. È il primo licenziamento collettivo dell’azienda e riguarda quasi tutte le aree, esclusi i venditori con obiettivi diretti di fatturato. La perdita netta è però salita a 62 milioni di dollari. Il CEO Matthew Prince dice che il taglio non serve a ridurre le spese, ma riflette il cambio di organizzazione dopo l’adozione interna dell’IA: l’uso di questi strumenti sarebbe cresciuto del 600% in tre mesi e avrebbe ridotto il bisogno di personale di supporto.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Cloudflare says AI made 1,100 jobs obsolete, even as revenue hit a record high | TechCrunch
Cloudflare announced its first large-scale layoff. CEO Matthew Prince says because of AI efficiency gains, the company doesn’t need as many support roles.
TechCrunchJulie Bort

Riassunto completo:


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Come convertire scontrini in fatture: basta una foto


Scarica tutte le spese + un'intervista al team
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Questo è un articolo sponsorizzato. Gli sponsor non influenzano la linea editoriale di Morning Tech, piuttosto permettono la sopravvivenza del progetto.

Recivu converte qualsiasi tuo scontrino in fattura, a partire da una foto.

Che sia un pranzo con i colleghi, una macchinata verso Roma o la stanza di hotel dopo la conferenza, ti basta inviare una foto su whatsapp sulla chat di Recivu e il sistema ti trasforma lo scontrino in fattura, in modo da poter scaricare l'IVA.

Se ad esempio spendi 1000€ al mese, puoi recuperare 150€ di IVA.

Recivu prende solo una commissione su ciò che recuperi e con Morning Tech hai i costi di attivazione completamente azzerati. Usa questo codice:

MORNING-RECIVU-80

Recivu è un tool che definirei "obbligatorio" per chiunque può scaricare l'IVA.

Intervista ai founder

Intanto, chi siete?


Siamo una startup di Firenze. Il team è composto da Dariush Haghighi Tajvar, co-founder e CEO (ha lavorato con diverse startup e nel 2023 ha fatto una exit da The Artisan GMBH), e Nabil Zouhir, co-founder e CTO, con anni di esperienza come sviluppatore per startup music tech e fintech — insieme a noi, un super team di 4 persone tra growth, partnership e sviluppo.

Come è nata l'idea?


Tutto parte da un'osservazione banale: ogni volta che ci trovavamo in trasferta o a mangiare fuori, richiedere la fattura era una tortura. Confrontandoci con aziende più strutturate, abbiamo scoperto che milioni di dipendenti pagano un pranzo, un taxi, un parcheggio e prendono semplicemente lo scontrino senza chiedere la fattura, perché è scomodo, lento e porta ad errori. Eppure quella spesa ha una componente IVA che l'azienda potrebbe recuperare.

Il meccanismo fiscale esiste già, la fattura su corrispettivo è prevista dalla norma. Mancava solo qualcuno che lo rendesse automatico, ed eccoci qua.

Che problema risolvete?


Le aziende italiane perdono IVA recuperabile ogni mese su migliaia di piccole spese dei dipendenti. Non per mancanza di regole, ma perché il processo per ottenere una fattura è manuale, frammentato e nessuno ha voglia di gestirlo.
Recivu intercetta gli scontrini via bot WhatsApp o direttamente dalle app di note spese già usate dall'azienda (Revolut Business, N2F, Fees) e trasforma ogni scontrino in una fattura.

Il modello è a success fee: guadagniamo solo se l'azienda recupera IVA.

Cosa avete in serbo per il futuro?


L'obiettivo 2026 è arrivare a 100.000 scontrini al mese processati in automatico, ma soprattutto offrire ad ogni azienda in Italia la libertà di non doversi più fermare in cassa a chiedere la fattura, delegando a Recivu l'intero processo.

Stiamo anche completando integrazioni con Revolut Business e Qonto, e automatizzando l'intero flusso di contatto con i punti vendita tramite il nostro sistema basato su un agent AI, chiamato BILLO.

Cosa ne penso io?


Cosa penso di Recivu?
Oggettivamente sono tanti gli scontrini che ci perdiamo per strada. L'idea di poterli semplicemente fotografare e inviarli via WhatsApp a un sistema che li converte in fattura, fa venire voglia di farlo.

Qualcuno può avere dei dubbi: "ma quindi è solo un chatbot WhatsApp?" no, dietro c'è un motore piuttosto complesso — il punto è che i ragazzi hanno sempre lavorato dietro a grosse piattaforme e solo adesso si stanno aprendo ai consumer, quindi un chatbot AI è la cosa più immediata e efficace, ma so che stanno attualmente lavorando a delle interfacce e dei prodotti personalizzati.

Poi vorrei che dire che, come alcune altre startup, Recivu sta cercando di semplificare la burocrazia italiana, un gesto che appoggio e supporto ampiamente.

Ricordatevi lo sconto: MORNING-RECIVU-80
Non pagando l'attivazione, praticamente pagherete solo quando iniziate a risparmiare.

Buon risparmio!

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La popolarità di Trump continua a raschiare il fondo del barile (10 maggio)


Variazioni di pochi decimali per il tycoon, che continua a veleggiare intorno ai numeri più bassi di sempre, con il net rating che è due volte peggiore rispetto al primo mandato.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Nel bel mezzo di un periodo horror, questa domenica si segnala una sostanziale stagnazione della popolarità di Trump, con i numeri che continuano a risentire delle ingenti perdite subite dall'inizio della guerra in Iran.

La situazione per il tycoon rimane estremamente drammatica, ed è difficile trovare dei dati così negativi nella storia recente della politica americana.

Seppur con alcune differenze tra istituti, il net rating continua a veleggiare tra il -15 e il -20, con il tasso di approvazione che resta abbastanza stabilmente sotto al 40% (con punte molto negative) e la disapprovazione non lontana dal 60%.

Sono numeri terrificanti, che non erano mai stati toccati nemmeno nei momenti peggiori del primo mandato e fino a 6-9 punti inferiori rispetto a prima della guerra in Iran.

Per il tycoon sarà difficile rialzarsi da questa situazione: soprattutto qualora dovesse riprendere la guerra o dovessero perdurare il caos e la paralisi della situazione, i numeri potrebbero scivolare ulteriormente verso il basso.

Il dato è peggiore di circa quattro punti rispetto alla media di Joe Biden nel maggio 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di qualunque presidente fino al giorno d’oggi dopo oltre quindici mesi di presidenza, e la distanza col suo predecessore si è notevolmente ampliata. Arriva addirittura a nove punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Mentre Focus America e RCP registrano un leggero miglioramento rispetto a sette giorni fa, Silver segnala un trend opposto, diventando la media in assoluto peggiore.

Come già accennato, dopo più di quindici mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca sotto rispetto ai primi quindici mesi del suo primo mandato e di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 474 giorni di presidenza (-18,5 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, indietro come detto anche rispetto al suo primo mandato, in cui era esattamente il doppio, a -9,4.

Anche Joe Biden, comunque, con il suo -14,3 non brillava particolarmente dopo quindici mesi di presidenza.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 39% e il 41%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 56%-58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi della tregua con l’Iran.

Di seguito pubblichiamo una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Di fianco alla casa sondaggistica scriviamo due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
8 rilevazioni di 8 istituti — 10 maggio 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

RV

Registered Voters · 3 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 5 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
RVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 10 maggio 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,8% (-0,3) - 57,8% (+0,3). In totale un net approval arrotondato di -18,9 (-0,5).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 40,5% (-0,3) - 56,3% (+0,4). In totale un rating di -15,8 (+0,1).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 39,0% (+0,2) - 57,4% (-0,6), con in totale un rating di -18,6 (+0,4). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)
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Schloss Edelwiess


Una distopia dal futuro prossimo venturo delle Alpi.
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⚠️
Questo è un post piuttosto lungo. Se adesso non hai tempo di leggerlo tutto, salvalo e fallo in un momento di calma.

All'inizio dello scorso anno, Andrea Facchetti mi ha proposto di collaborare a una pubblicazione che tirava le fila di un "un progetto di ricerca focalizzato sul rapporto tra turismo e cultura visiva", a cui Andrea stava lavorando insieme a Giorgio Camuffo.

Greetings form the Disaster - così s'intitola il libro che ha dato forma alla loro ricerca - è uscito alla fine del 2025.

Al suo interno ha trovato posto anche il mio contributo, un racconto intitolato Schloss Edelweiss, che condivido con te, invitandoti ad approfondire o ad acquistare il volume per apprezzare il lavoro di analisi e mappatura di alcune manifestazioni critiche del fenomeno del turismo contemporaneo condotto da Andrea e Giorgio.

Il racconto mette in scena una visione del futuro di cui avevo già avuto modo di parlare: quella di uno spazio alpino che, per effetto dell'impatto del riscaldamento globale, appare sempre più vulnerabile all'azione di eventi un tempo rari come,per esempio, gli incendi.

Una parentesi di incubo, punteggiata da incongrue apparizioni, che sfumano i contorni tra ciò che è immaginario e ciò che è reale.

Buona lettura.


Il concierge bussò alla porta della camera un paio di minuti prima delle otto. Ero arrivato solo da qualche ora, nel cuore della notte. Le Alpi, fuori dal finestrino dell'elicottero, erano un nastro di buio, screziato di tanto in tanto dal biancore di una pista da sci che rifulgeva al chiarore della luna.

Non avevo dormito molto; il jet lag me lo aveva impedito. Indolente, mi alzai dal letto.

"Sono desolato di disturbarla signor Liu" disse l’uomo, dopo che ebbi schiuso la porta abbastanza per vederlo bene in faccia.

Aveva lineamenti minimali, lisci come l'interfaccia di un touchscreen. Il suo mandarino era stentato, ma a diecimila chilometri da casa non avrei potuto pretendere di meglio.

Lo guardai come per dargli il permesso di continuare.

“Il comando dei vigili del fuoco ci ha avvisato poco fa che un incendio è scoppiato nei boschi qui vicino, bloccando l'unica strada di accesso."

Il concierge fece una pausa. Forse si aspettava una reazione da parte mia, ma mi sfuggiva dove volesse andare a parare col suo discorso, quindi allargai le braccia come a dirgli: e allora.

"Temo di doverle comunicare che il resort è isolato e resterà tale fino a che il fuoco non verrà spento. Le piste da sci, purtroppo, sono irraggiungibili."

Gli rivolsi uno sguardo assonnato, e lui dovette scambiarlo per una dimostrazione di fastidio, perché si affrettò ad aggiungere che la direzione si scusava per l'inconveniente e che tutti i servizi extra, per quel giorno, sarebbero stati gratuiti.

Richiusi la porta alle sue spalle, restando ad ascoltare il suono ovattato dei suoi passi che si allontanavano nel corridoio. Quando fuori fu silenzio mi abbandonai sul letto.

Pochi mesi prima che Putin invadesse l’Ucraina ero diventato il CEO di un'azienda di semiconduttori il cui business sarebbe esploso ben oltre ogni più rosea previsione. Per gestirne la crescita avevo rimapppato il mio ciclo circadiano, abituandomi a dormire due ore per ogni sei ore di veglia.

Spinto all’estremo, il mio corpo aveva detto basta. Negli ultimi mesi avevo iniziato a soffrire di intense paralisi del sonno che mi avevano reso impossibile riposare. Il neuropsichiatra era stato categorico: senza un detox cognitivo avrei rischiato danni fisici e mentali.

Per questo ero volato allo Schloss Edelweiss.

Il resort era famoso per l’opulenta vastità dei suoi servizi (tra cui spiccavano la sorgente termale privata, la piccola riserva di caccia, l’eliporto e una clinica interna dedicata alla salute degli ospiti) e la località isolata in cui era stato costruito.

“Tre giorni di completo distacco da ogni fonte di informazione,” aveva detto il medico “basteranno a ricaricare le batterie del suo cervello sovrastimolato.”

Ripensando a quelle parole provai un senso di frustrazione. Avrei di certo preferito passare il poco tempo libero a mia disposizione sciando, ma non era certo colpa del resort se era scoppiato un incendio. E poi, figurarsi, grazie alla proverbiale efficienza alpina avrebbero risolto la cosa nel giro di poche ore. Quindi mi vestii e andai a fare colazione.

La sala da pranzo del resort aveva un aspetto minimale che comunicava un’efficienza fuori dal comune. Ogni dettaglio sembrava progettato per semplificare i gesti degli ospiti, riducendo al minimo ogni frizione. Eppure il rivestimento in legno delle superfici dava all’insieme un aspetto rustico e autentico, sottolineato da imprecisioni che parevano costruite ad arte.

Il buffet offriva un’impressionante selezione di latti. Il latte vaccino era intero, parzialmente scremato, scremato e senza lattosio. Accanto c’era del latte di capra, poi tutta la teoria delle bevande a base vegetale: di mandorla, di soia, di avena, di farro, di riso e di cocco.

Avevo letto da qualche parte che, sulle Alpi, quello di vacca profumava di tutte le fragranze dei fiori e delle piante medicinali che il bestiame ruminava sugli alpeggi. Così, decisi di versarmene una tazza dopo aver contemplato quella parata per qualche minuto.

Nel piatto misi salumi, formaggi e un paio di pezzi di pane nero, a base di segale, probabilmente. Non ho mai amato le colazioni salate, ma in vacanza ho sempre provato ad accordarmi il più possibile alle tradizioni locali.

Ero ancora intento a consumare il mio pasto quando avvertii una presenza estranea alle mie spalle. Non si muoveva con la stessa attenta discrezione del concierge, tutt’altro: aveva la sfrontata sicurezza di chi è abituato a piegare lo spazio alla propria volontà.

“Le dispiace se mi siedo accanto a lei?”

Il suo mandarino aveva un marcato accento tirolese. Gli feci cenno di accomodarsi, studiandolo mentre prendeva posto.

Indossava l’outfit tradizionale dei paesi di area D-A-CH: scarpe basse da trekking, pantaloni tecnici in fibra sintetica iperleggera e un guscio di Gore-Tex dai colori squillanti.

“Piacere di conoscerti” disse allungando la mano nella mia direzione. “Io sono il Luis.”

“Liu, onorato di incontrarla” risposi, e ricambiai la stretta.

La pelle del suo palmo ricordava la consistenza del porfido. Quando la strinsi, al mio cervello arrivò una sensazione graffiante, netta come la linea del suo viso, che pareva modellata dal vento, dalla pioggia e dal gelo come il profilo delle montagne da cui eravamo circondati.

“Dimmi, Liu” chiese sporgendosi verso di me, “cosa ti porta allo Schloss Edelweiss?”

“La ricerca di pace interiore” risposi sollevando appena un angolo della bocca.

“Un’ottima motivazione. È una vita che la cerco.”

“E l’ha trovata?” chiesi, sporgendomi a mia volta verso di lui. La sua pelle emanava un forte odore di tabacco da pipa.

“A volte. Per poco tempo.”

“Interessante” constatai. “E dove è accaduto?”

Luis aggrottò le sopracciglia. Le rughe erano come profonde vallate scavate sulla sua fronte.

“Di solito la trovo in cima a una montagna.”

“Presumo allora che lei sia un alpinista.”

L’uomo sorrise, soddisfatto. “È così, o almeno mi piace definirmi tale.”

“Provo simpatia per gli alpinisti, mi danno sempre l’impressione di muoversi con leggerezza.”

“Oh, lo fanno. Lo facciamo. In cima ci si arriva per sottrazione, riducendo al minimo il peso da portare. L’essenza dell’alpinismo è capire quali sono le cose davvero essenziali per un uomo. Di solito, non sono più di quattro o cinque.”

“Mi pare un insegnamento prezioso” commentai, prendendo un sorso dalla tazza. Il sapore del latte era strano, come fosse troppo cotto. Non mi piaceva, ma forse era quello il vero sapore del latte, e quello che avevo in mente io, quello che avevo sempre gustato, altro non era che un sapore falso. Una menzogna.



“Lo è, ma non è indolore come potrebbe apparire” disse Luis, lasciando che quella frase restasse sospesa tra di noi come il corpo di un climber appeso a una parete.

“Cosa intende?” chiesi io, dopo avergli risposto con uno sguardo interrogativo.

“Che la pace dell’alpinismo è una pace effimera, transitoria, dura il tempo della salita e poi, rapidamente, svanisce mano a mano che si scende a valle, dove il peso della vita torna a gravarti sulle spalle.”

Mentre Luis pronunciava quella sentenza mi tornò in mente una pratica che non ero riuscito a chiudere prima di partire. Era la prima volta che pensavo al lavoro da quando ero arrivato. Scacciai immediatamente il pensiero dalla mente.

“Mi ricorda il supplizio di Sisifo.”

“Solo al contrario ma sì, è proprio così. È per questo motivo che inseguo le cime da una vita. Senza quell’istante di pace interiore non riuscirei a sopravvivere alle responsabilità della vita, il mio problema…”

Fece ancora una pausa e si guardò alle spalle come se ci potesse essere qualcuno pronto ad approfittare di quella confessione. Quando fu sicuro che eravamo soli, continuò.

“Il mio problema è che ho finito le cime da scalare. Le ho salite tutte. Tutte le cime del mondo.”

“Tutte?” esclamai senza riuscire a nascondere una nota di stupore. Un lampo di soddisfazione accese il suo volto.

“Tutte quelle che vale la pena salire” rispose mentre il bagliore andava spegnendosi. “Ecco perché in questi giorni mi sento così inquieto e vulnerabile. Ho paura che non riuscirò più a trovare la pace di cui ho bisogno. Non su questo pianeta almeno.”

“In che senso?”

A quella domanda il mio interlocutore si lasciò andare contro lo schienale per la prima volta da quando avevamo iniziato a parlare.

“Oh, se glielo dico mi prenderà per un folle.”

“Non si faccia pregare, Luis. Dopotutto, è stato proprio lei a sedersi qui per parlarmene, o sbaglio? Ora sono curioso.”

“Beh” rispose con un sorriso sornione, “si potrebbe dire che il mio principale concorrente è un certo Elon Musk.”

“Quale dei tanti?”

A quella battuta Luis rise sonoramente, battendosi una manata sulla coscia.

“Di certo non il politico, né l’amministratore pubblico. A me interessa competere con il visionario, ho investito molti soldi nell’esplorazione spaziale.”

“Esplorazione spaziale?”

“Esatto, la mia compagnia costruisce razzi per viaggi spaziali. Secondo le previsioni attuali, entro quindici anni dovremmo essere in grado di raggiungere Marte, e lì, sul pianeta rosso, ci sono montagne che nessuno ha mai scalato. Io voglio essere il primo” disse, aumentando improvvisamente la velocità dell’eloquio, come se dovesse finire il suo racconto prima di poter riprendere fiato. Poi fece un lungo respiro, distolse lo sguardo per qualche secondo e tornò a puntarlo su di me. Non è forse questo lo spirito dell’alpinismo?” chiese infine, con un tono che sembrava cercare conferma, consolazione.

Stavo ancora cercando di capire come rispondere a quella domanda quando il cellulare di Luis vibrò nella sua tasca. Senza degnarmi di un saluto, lui si alzò e sparì, inghiottito dal lungo corridoio del resort.

La conversazione mi aveva lasciato addosso un senso di stordimento. Una profonda spossatezza. Ma forse era solo l’effetto del jet lag che finalmente si faceva sentire. Tornai in camera e chiusi la porta dietro alle mie spalle.

Bussarono. Una luce livida illuminava la stanza. Guardai l’orologio sul comodino, erano ancora le otto meno tre minuti. Intontito, mi alzai per aprire senza riuscire a capire quanto a lungo avessi dormito.

“Sono desolato di doverla disturbare di nuovo” esordì il concierge. “Poco fa il comandante dei vigili del fuoco ci ha comunicato che le operazioni di spegnimento dell’incendio si stanno rivelando più difficili del previsto. Il vento alimenta le fiamme e l’incendio si è avvicinato alla struttura di qualche chilometro.”

Lo guardai interdetto.

“Capisco il disappunto” replicò, “purtroppo il resort resta ancora isolato e le piste irraggiungibili. Ma le autorità hanno assicurato la direzione che stanno facendo del loro meglio per domare le fiamme e prevedono che il rogo sarà spento entro poche ore. Naturalmente, anche per questa giornata tutti i nostri servizi sono offerti dalla direzione.”

Terminò la frase e restò lì, in attesa di una mia risposta. Mi strinsi nelle spalle, come a dire che se non c’era alternativa non avrei potuto far altro che farmi andare bene quella situazione.

“La ringrazio per la sua comprensione” rispose e si infilò nel corridoio. Restai a guardarlo fino a che sparì dietro un angolo. Rientrai in camera, chiedendomi come avrei impiegato un’altra giornata confinato nel resort. E anche se non avevo ancora fatto praticamente nulla mi sentivo spossato. Decisi di farmi una doccia per lavarmi via quella sensazione dalla pelle.

Dentro alla cabina la rubinetteria dorata spiccava sullo sfondo di un rivestimento in marmo screziato di riflessi rosa. Mi avvicinai per studiarne da vicino la trama e mi sembrò di scorgere al suo interno forme fossili. Il marmo doveva essere naturale. La cosa mi colpì, perché sapevo che le cave più importanti al mondo andavano esaurendosi e il prezzo di quel materiale era schizzato alle stelle. Mi domandai quale sarebbe potuto essere il costo delle forniture se ogni doccia di ogni bagno di ogni camera del resort avesse un rivestimento di marmo naturale.

Non seppi calcolarlo e lasciai che quel pensiero scivolasse via insieme all’acqua che mi scorreva addosso. Più lo faceva e più mi sentivo riposato e carico di energie.

Uscendo dalla doccia l’iPhone vibrò leggermente contro il piano del lavandino su cui l’avevo appoggiato. La notifica mi ricordava che l’ascensione con le racchette da neve era prenotata per le 11.00 di quella mattina. Per un istante pensai che sarebbe stato cortese disdire l’appuntamento. Non so perché non lo feci. Forse perché iniziavo ad avvertire il bisogno di scaricare l’energia che sentivo crescermi dentro. Mentre mi asciugavo le gambe con gli asciugamani in spugna jacquard, mi ricordai della brochure che avevo raccolto del bancone della reception durante il check-in. Quattrocentocinquanta metri quadrati di palestra, completa di attrezzi per l’allenamento a corpo libero e macchinari per gli esercizi contro resistenza, dotati di pedane intelligenti e sensori di ultima generazione per monitorare ogni parametro, dalla velocità di esecuzione al battito cardiaco al tempo di recupero. Ecco come avrei speso la mia mattinata dopo la colazione.

Il resort non era solo grande: era anche vuoto. E nessuna indicazione o cartello aiutava a orientarsi lungo quell’intrico di corridoi. Le porte erano identiche tra loro, lisce e schive, come se gli spazi si equivalessero. Dopo aver girovagato per un po’, come per caso mi ritrovai davanti alla palestra, che riconobbi soltanto grazie alle ombre dei macchinari che si intravedevano nel buio della stanza attraverso una porta a vetri.

Varcai la soglia e non appena i sensori rilevarono la mia presenza i led si accesero disciplinati come un plotone. La palestra era asettica e moderna, con le macchine ben allineate contro le pareti.

Una grande vetrata si apriva in fondo alla stanza, regalando uno scorcio sul panorama circostante. Mi avvicinai per guardare fuori e scorsi una colonna di fumo nero che saliva verso il cielo attraverso le chiome degli abeti. Il bosco si estendeva a perdita d’occhio davanti al mio sguardo.

Eravamo davvero così distanti dal resto della società?

“Il paese più vicino è a circa cinquanta chilometri di distanza”.

A parlare era un uomo impegnato alla pressa. La vista della foresta doveva avermi catturato al punto che non lo avevo nemmeno sentito entrare e tantomeno iniziare ad allenarsi.

“Non pensavo che esistessero ancora località così isolate sulle Alpi” gli risposi provando a imitare il forte accento britannico con cui mi aveva rivolto la parola.

“Un tempo, affacciandosi da questa finestra avrebbe potuto vedere le luci di almeno cinque paesi. Ora non ne restano più nemmeno i tetti. I proprietari hanno venduto case e terreni per pochi soldi quando le politiche neoliberiste hanno spinto i governi a concentrare le risorse sulle aree strategiche delle loro nazioni.”

“Mi sembra che lei conosca molto bene il profilo socioeconomico di questa regione.”

“A sufficienza” rispose, “per qualche anno ho fatto da consulente per alcune imprese che hanno approfittato della situazione per fare affari. Lo Schloss Edelweiss, per esempio” disse, alzandosi dalla macchina e descrivendo col braccio un semicerchio che abbracciava la stanza, “è così isolato perché la società che lo ha costruito ha potuto comprare ettari ed ettari di montagna a un prezzo stracciato.”

Fece un paio di passi nella mia direzione e mi porse la mano.

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“Il mio nome è Bond” disse, “James Bond.”

“Liu, piacere di conoscerla mister Bond.”

"Lei è già stato sulle Alpi, signor Liu?”

“È la prima volta che le visito. Ne ho sentito parlare moltissimo, ed ero curioso di ammirarle.”

“Ottima scelta, l’inverno è la stagione migliore per farlo. Lei sa sciare, signor Liu?”

“A sufficienza da aver pensato di passare qualche ora sulle piste. Peccato per lo spiacevole inconveniente là fuori” risposi indicando il fumo che continuava a salire verso il cielo.

“Una seccatura, concordo. Ma sono certo che verrà risolta presto, da queste parti sanno essere efficienti, glielo assicuro.”

“Non ne dubito” feci io di rimando e accennai un passo verso il tapis roulant.

“Le andrebbe di sciare insieme?” domandò Bond, senza darmi il tempo di raggiungere la macchina.

“Ne sarei onorato” risposi, più per cortesia che per convinzione.

“L’onore sarà mio, non è facile trovare un compagno con cui sciare, di questi tempi.”

“Avrei detto il contrario. Le Alpi non sono forse la patria dello sci?”

“Lo erano un tempo, oggi mi sembra una definizione poco appropriata.”

“Posso chiederle perché?”

“Perché sono sempre meno le persone che scelgono di praticare questo magnifico sport.”

“Capisco. E si è mai domandato il motivo?”

“Molte volte.”

“È riuscito a trovare una risposta?”

“Personalmente penso che la colpa sia dei metaversi. I ragazzi di oggi preferiscono provare emozioni virtuali, poco rischiose e a buon mercato. Certo, per sciare servono soldi e voglia di rischiare. Ma non sono che inezie se messe a confronto con l’ebrezza di una discesa. Il vento sulla faccia. La neve che sibila sotto le lame. Le asperità della pista che risalgono le gambe e attraversano il corpo che, reso impercettibile dalla gravità, accelera trasformandosi in un bolide su cui puoi esercitare un controllo pressoché totale, costantemente in bilico tra il successo e il fallimento. Dio, signor Liu, sciare è olimpico.”

Aveva parlato con un tono via via più concitato, e quella frase doveva aver riportato in superficie una qualche memoria celata nei suoi muscoli, perché mano a mano che inanellava quelle parole il suo corpo aveva cominciato a muoversi come se davvero stesse sciando.

“Ora che ho potuto toccare quanto ardente sia la sua passione, mister Bond, sarei davvero entusiasta di poter sciare insieme a lei. Sa” gli sussurrai avvicinandomi come si fa quando si condivide una confidenza con uno sconosciuto, “purtroppo non ho mai potuto sciare all’aperto prima. A casa mia, a Shenzen, possiamo farlo solo in strutture indoor.”

Mi ritirai, timoroso che un purista come lui potesse trovare disdicevole quella costrizione. Invece Bond s’illuminò, come travolto da una rivelazione.

“Davvero potete sciare al chiuso?” mi chiese con la bocca mezza spalancata.

“È l’unico modo in cui possiamo farlo, la mia città affaccia sul mare.”

“Non ci avevo pensato, ma ha ragione,” commentò, e mi rivolse uno sguardo carico di aspettative e possibilità. “sono così abituato ad associare lo sci all’aria aperta che avevo scordato l’esistenza delle piste indoor. Non sarà la soluzione ottimale, ma è una soluzione. Di questi tempi bisogna essere pragmatici.”

Dopo aver pronunciato quella frase mi voltò le spalle per imboccare il corridoio che portava fuori dalla palestra.

Interdetto, lo guardai allontanarsi, circonfuso dalla bolla di luce creata dai led che si accendevano e spegnevano davanti e dietro di lui al suo passaggio. Finché rimase a portata d’orecchio lo sentii continuare ad esclamare: “Sciare al chiuso, ma certo, era così facile. Come mai non ci ho pensato prima?”

Chi erano quelle persone, mi domandai prima di tornare ad allenarmi. Non riuscivo a capire se volevano qualcosa da me o se erano soltanto in cerca di qualcuno con cui condividere un dettaglio delle loro bizzarre esistenze, prima di sparire silenziose, così come erano arrivate.

Quando, puntuale come al solito, la mattina seguente il concierge bussò alla porta, i muscoli mi dolevano per via dell’estenuante sessione di allenamento che avevo finito col concedermi. Quindi ci misi qualche secondo in più del solito per aprire la porta.

“Sono affranto di doverle dare un’altra cattiva notizia”, disse il concierge, abbassando il suo volto liscio verso il pavimento. “L’incendio divampa ancora, anzi, si è fatto più vicino al resort. Il governatore della provincia ha chiamato la direzione e ha assicurato che, nel corso della giornata, interverranno le squadre di emergenza dell’esercito. Con il loro aiuto il fuoco sarà domato quanto prima.”

Solo in quel momento avvertii un’acre nota di bruciato nell’aria, e mi accorsi di aver lasciato una finestra socchiusa prima di addormentarmi.

Annuii cercando di nascondere il mio fastidio e chiesi che mi venisse servito il pranzo in camera. Trascorsi la mattina nella SPA privata della mia suite. Solo più tardi decisi di scendere al bar del resort, un salone rivestito di specchi che riflettevano le luci dei grandi lampadari di cristallo.

Appoggiato al bancone c’era un signore anziano, avvolto in una vaporosa pelliccia da cui spuntava un dolcevita in cachemire color crema. Mentre mi avvicinavo gli rivolsi un cenno di saluto, che il vecchio ricambiò con sufficienza.

Da una porta laterale spuntò il concierge.

“Lieto di vederla, cosa posso servirle?” mi domandò con la consueta servizievole solerzia.

Chiesi uno scotch.

“Ottima scelta!” esclamò il vecchio impellicciato. “Non c’è bevanda più adatta di un whisky per farsi compagnia in settimana bianca.”

Gli rivolsi un sorriso e quello mi tese la mano.

“Donato Braghetti, commendatore” disse con una certa enfasi.

“Liu” risposi.

“Lu?” chiese lui di rimando.

Sorrisi.

“No” risposi, provando a scandire più lentamente il mio nome: “Liu.”

“Lee?” fece quello tendendo l’orecchio.

Sospirai senza abbandonare il sorriso. Il vecchio parlava con la tipica inflessione degli imprenditori milanesi di un tempo. Avevo potuto ascoltarne l’imitazione fatta da alcuni finanzieri lombardi con cui avevo contatti di lavoro. Per questo, nonostante il mio italiano fosse accettabile, lo seguivo a fatica. Ascoltarlo era come ascoltare una lingua sul punto di spegnersi.

“Sì, Lee.”

Speravo che la cosa sarebbe morta lì.



“Conoscevo un tale di nome Lee. Devo averlo incontrato a Sankt Moritz. O forse era a Courma? Non ricordo di preciso. Possibile si tratti di un suo parente?”

“Lee è un nome piuttosto comune in Corea. Potrebbe essere, potrebbe essere di no” risposi, prendendomi gioco di lui.

“Ah, è coreano? Avrei scommesso cinese.”

Mi portai il bicchiere alle labbra per un lungo sorso. Il whisky era pastoso e caldo. Lasciai che mi avvolgesse il palato completamente prima di farlo scivolare lungo l’esofago, e a quel punto mi concentrai sulla sensazione di bruciato data dalla sua discesa verso lo stomaco.

“Bello è bello” disse allora il vecchio, che era rimasto silenzioso per un po’.

“Che cosa?” feci io.

“L’albergo” rispose, indicando la sala col pollice. “Solo che…”

“Cosa?”

“Solo che io sono un tipo vecchio stampo, in questi posti moderni mi manca l’atmosfera di un tempo.”

“L’atmosfera di un tempo? Perdoni la mia ingenuità, ma credo di essere un po’ più giovane di lei e penso di non capire bene di cosa stia parlando…”

“Parlo di glamour, signor Lee, di fascino, di stile, di carattere. Ai resort di oggi non manca niente se non questi dettagli, ma sono proprio quelli che rendono un’esperienza degna di essere vissuta.”

“Parla come uno che d’alberghi se ne intende.”

Presi un altro sorso.

“Può dirlo forte, li ho frequentati tutti. Tutti i più importanti, s’intende.”

Un sorrisino beffardo mi arricciò le labbra.

“Impressionante.” commentai tornando serio. “E ne aveva uno preferito?”

“Eccome se ne avevo uno. È mai stato alla Perla, a Cortina?”

“Temo di non avere mai avuto il piacere.”

“È un peccato. Era un vero gioiello.”

“Era?”

“Sì, purtroppo ha chiuso qualche anno fa. Anche Cortina non è più quella di una volta.”

Un goccia di sudore gli scivolò lungo la fronte, scavando un solco nel cerone che gli impiastricciava la faccia.

“Ma un tempo… Un tempo era davvero la perla delle Dolomiti.”

Il suo indice iniziava a tamburellare sul bicchiere come posseduto da uno spirito.

“La buonanima di mia moglie l’adorava. Pensi” disse abbassando il tono della voce e avvicinandosi come se stesse per farmi una confidenza intima, “pensi che una volta ci misi solo due ore, cinquantaquattro minuti e ventisette secondi per arrivare a Cortina da Milano.”

Il suo alito era rancido d’alcol.

“Due giri di Rolex!” esclamò battendo orgoglioso il dito sul quadrante dell’orologio che portava al polso.

Lo guardai fingendo ammirazione. Stavo per replicare quando un uomo corpulento entrò nel salone del bar percorrendolo a grandi passi.

“Donato!” fece, rivolto al vecchio. La sua voce era possente, poteva essere bulgaro o ucraino, chissà.

“Donato, ecco dov’eri finito! Quante volte ti ho detto che non puoi bere prima di cenare? Sai che ti fa male.”

Il vecchio bofonchiò qualcosa.

“Stavo solo raccontando al signor Lee di quella volta che ci ho messo…”

“Due ore, cinquantaquattro minuti e ventisette secondi per arrivare a Cortina da Milano” proseguì il nerboruto. “Eri meglio di Alboreto, Donato, lo so. Ma adesso vieni, è l’ora della tua terapia.”

Prese il vecchio sottobraccio.

“Spero che non l’abbia importunata, è logorroico ma è innocuo” fece rivolgendosi a me mentre lo spingeva verso la porta della sala. Non risposi ma restai a guardare quella strana coppia fino a che la porta del bar non si chiuse, consegnandoli al ventre del resort.

Non so per quanto tempo restai lì, né quanti altri bicchieri di whisky ordinai, ma quando rientrai in camera ebbi la sensazione che l’aria fosse più calda di quando ero uscito quel pomeriggio.

Mi svegliai con la testa stretta in una morsa. Le otto erano passate ormai da qualche minuto ma il concierge non aveva bussato alla porta. Strano, pensai, ero certo di aver chiesto di venire svegliato proprio a quell’ora il giorno della partenza.

Scivolai con un po’ di fatica giù dal letto. Alzandomi, notai un’ampia chiazza di sudore disegnata sulle lenzuola. L’aria nella stanza era caldissima, senza dubbio più calda della sera prima, come se l’impianto avesse continuato a scaldarla per tutta la notte. Forse un guasto al sensore che rilevava la temperatura dell’ambiente? Socchiusi gli occhi per una fitta alle tempie.

Mi diressi verso il bagno col desiderio di farmi una doccia. Mi avrebbe aiutato a smaltire la sbornia e riprendermi dal caldo. Azionai la manopola del miscelatore, ma appena il getto d’acqua mi colpì mi ritrassi lanciando un grido di dolore. D’istinto cercai il mio riflesso nello specchio e ne ebbi conferma: l’acqua mi aveva bruciato la pelle. Allungai una mano verso il getto, che già sollevava ampie nuvole di vapore. L’acqua scottava. Scottava più di quanto avessi mai sentito scottare l’acqua di una doccia. Sentii le gambe farsi molli e per uscire dal bagno dovetti appoggiarmi al muro. Dietro di me, l’acqua continuava a scrosciare nella doccia.

Non mi curai del fatto che la sera prima mi ero addormentato vestito e imboccai la porta della stanza. Anche il corridoio era bollente. Bollente e silenzioso. Lo percorsi a passo svelto e, senza capire come, mi trovai ancora davanti alla palestra. Era vuota. Era vuoto anche il salone del bar. E non vidi nessuno nemmeno nella sala della colazione.

Dalle sedute col neuropsichiatra per capire come affrontare le paralisi del sonno avevo imparato che parlare è un buon modo per superare questa condizione. Provai a emettere un suono. La mia voce si spanse timidamente nello spazio. Non rispose nessuno. Quindi parlai più forte, sempre più forte. In men che non si dica mi ritrovai a urlare, ma a rispondermi fu solo l’eco delle mie parole che rimbalzava contro le pareti del resort.

Mi chiesi dove fossero finiti gli altri ospiti. Lo Schloss Edelweiss era vasto, ma nei giorni precedenti avevo sempre incontrato qualcuno con facilità. Mi avviai in direzione della reception.

Che fine aveva fatto il Luis? E mister Bond? E il signor Donato col suo badante corpulento?

Le porte al mio fianco scorrevano come fotogrammi mentre, quasi senza accorgermene, acceleravo il passo, ansioso di trovare uno sbocco.

E il concierge?, mi domandai a quel punto. Dov’era il concierge, ora che avevo bisogno di lui?

Attraversai una porta a vetri che si aprì davanti a me come un sipario e irruppi nella hall. La sala era vuota. Dietro al banco dell’accoglienza non c’era nessuno. Solo vecchie carte. Dimesse e polverose, sembravano lì da troppo tempo, come fossero state abbandonate.

Una sensazione di panico iniziò ad arrampicarsi sulle mie gambe, e poi su, su, verso lo stomaco. Il cuore accelerò nel mio petto così tanto che per un attimo fui certo che sarebbe scoppiato di lì a poco. Ma non scoppiò. Mi diressi verso il portone del resort, volevo uscire, volevo respirare, sentivo l’aria mancarmi e dovevo evitare di svenire. Quando raggiunsi l’ingresso spinsi le porte con tutta la forza che avevo, e solo allora lo vidi: le Alpi erano un oceano in fiamme. Bruciavano, altissime, consumando tutto, alberi, anche il resort, fino alle sue fondamenta. Caddi in ginocchio, incapace di muovermi e di respirare, mentre il crepitare dell’incendio si faceva via via più forte, e presto divenne assordante. Rimasi lì, prostrato davanti a quella visione, fino a quando intorno a me non ci fu altro che rumore bianco.

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Il redistricting di Trump potrebbe fargli vincere le midterm


Lo afferma Nate Cohn in un'analisi pubblicata l'8 maggio 2026 che quantifica gli effetti delle recenti decisioni giudiziarie e delle nuove mappe congressuali sulle elezioni di metà mandato di novembre.

Fino a poche settimane fa la guerra del redistricting in vista del voto era in una fase di stallo, con le manovre di entrambi i partiti che si compensavano a vicenda. La situazione è cambiata. Negli ultimi quindici giorni nuove sentenze e nuove mappe hanno messo i repubblicani sulla strada di aggiungere oltre una dozzina di collegi che nel 2024 hanno votato per il presidente Trump. Un numero sufficiente a garantire al partito un vantaggio strutturale significativo nella Camera dei rappresentanti, con la possibilità di restare competitivi anche perdendo il voto popolare nazionale con un ampio margine.

Secondo le stime del New York Times, sulla base della mappa del 2024 il vantaggio repubblicano era di appena 0,3 punti. Dopo i ridisegni effettuati nel 2025 e 2026 in California, Missouri, North Carolina, Ohio, Texas, Virginia e Utah era salito a 0,1 punti. Con il ridisegno della Florida nel maggio 2026 è arrivato a 1,4 punti. Dopo la sentenza della Corte Suprema sul Voting Rights Act e il conseguente ridisegno del Tennessee è salito a 1,8 punti. L'annullamento della mappa della Virginia ha portato il vantaggio a 2,5 punti. Se Alabama, Louisiana e South Carolina seguiranno l'esempio del Tennessee, il vantaggio strutturale repubblicano raggiungerà i 3,9 punti.

Venerdì la Corte Suprema della Virginia ha annullato per motivi procedurali una mappa congressuale disegnata dai democratici e approvata dagli elettori. Quella mappa era il fulcro dello sforzo del partito per contrastare la campagna di ridisegno avviata da Trump a metà ciclo. La decisione non ha alcun legame con la sentenza della Corte Suprema federale che consente agli Stati di smantellare i collegi a maggioranza di minoranze etniche, sentenza che ha innescato una corsa al ridisegno tra i repubblicani del Sud. A questo si aggiunge la nuova mappa della Florida, approvata sostenendo che la decisione della Corte Suprema invalidi il divieto di gerrymandering contenuto nella costituzione statale. Quella mappa potrebbe aggiungere fino a quattro nuovi collegi repubblicani.

Con il tasso di approvazione di Trump sotto il 40 per cento e i democratici in vantaggio crescente nei sondaggi sulla corsa al Congresso, anche una dozzina di nuovi collegi favorevoli a Trump potrebbe non bastare ai repubblicani per conservare la Camera. I democratici restano favoriti, ma la riconquista della Camera non è più scontata. Le nuove mappe rendono molto più probabile uno scenario di battaglia collegio per collegio, in cui i democratici partono avvantaggiati ma senza prospettive di un'ondata travolgente.

Diversi elementi restano fluidi. La nuova mappa della Florida affronta serie sfide legali. Sono in corso contenziosi in altri Stati, compresa la Virginia. Finora solo il Tennessee ha approvato una nuova mappa in risposta alla decisione della Corte Suprema sul Voting Rights Act. Si prevede che Louisiana, South Carolina e Alabama seguiranno, ma uno o due potrebbero non farlo. È anche possibile che altri Stati, repubblicani o democratici, entrino nella partita.

Se tutto resterà com'è e se Alabama, South Carolina e Louisiana approveranno nuove mappe, secondo le stime di Cohn per vincere la Camera i democratici dovrebbero vincere il voto popolare nazionale combinato con un margine di circa quattro punti percentuali. Un vantaggio strutturale di quattro punti non basterebbe a rendere i repubblicani favoriti, ma offre loro una possibilità concreta. Nelle medie dei sondaggi i democratici sono avanti di sei punti nel cosiddetto generic congressional ballot, il sondaggio che chiede agli elettori quale partito sosterranno per il Congresso. Se i repubblicani recupereranno terreno entro novembre o vinceranno abbastanza corse chiave, potrebbero conservare il controllo della Camera pur perdendo il voto nazionale con un margine significativo.
Vantaggio strutturale repubblicano

Elezioni · USA · Camera
Come è cresciuto il vantaggio strutturale repubblicano
Il margine di voto popolare che i repubblicani potrebbero perdere conservando comunque il controllo della Camera, dopo le ultime sentenze e i nuovi ridisegni dei collegi

+4 punti
Il margine con cui i democratici dovrebbero vincere il voto popolare nazionale per conquistare la Camera, se anche Alabama, Louisiana e South Carolina ridisegneranno i collegi

+12
Nuovi collegi pro-Trump previsti

5,5
Margine Trump nel collegio mediano (punti)

~50
Collegi vinti da Trump tra 5 e 15 punti

Elaborazione su dati e analisi del New York Times (Nate Cohn) · 8 maggio 2026

Un altro modo per misurare il vantaggio repubblicano consiste nel guardare al collegio mediano, quello che fa da spartiacque per il controllo della Camera. Dopo il ridisegno degli Stati del Sud, il collegio mediano sarà uno in cui Trump ha vinto di 5,5 punti nel 2024, circa quattro punti in più rispetto al suo margine di 1,5 punti nel voto popolare nazionale.

I democratici dovranno quindi vincere collegi che hanno votato repubblicano con margini ampi, ma l'impresa potrebbe essere meno proibitiva di quanto sembri. Ci sono quasi cinquanta collegi in cui Trump ha vinto con margini compresi tra cinque e quindici punti. Ai democratici ne servono pochi e storicamente queste aperture si verificano quando il clima nazionale gira con decisione in una direzione. Inoltre molti collegi che hanno sostenuto Trump con margini ampi hanno una storia recente di voto democratico, compresi molti collegi con grandi popolazioni ispaniche e molti dei nuovi collegi repubblicani creati in questo ciclo. Diversi guadagni repubblicani da ridisegno potrebbero quindi non concretizzarsi: i democratici potrebbero conservare collegi come il venticinquesimo o il quattordicesimo della Florida, il ventottesimo, il trentaquattresimo o il trentacinquesimo del Texas, il primo della North Carolina. Potrebbero anche conquistare per via tradizionale alcuni dei seggi che avevano preso di mira con il fallito gerrymandering della Virginia, come il secondo o il primo collegio dello Stato.

Resta però il rovescio della medaglia. Quei seggi sono talmente repubblicani da rendere plausibile uno scenario in cui i democratici non riescano a sfondare. Se la decisione della Corte Suprema sul Voting Rights Act e la campagna di ridisegno avviata da Trump a metà ciclo permetteranno ai repubblicani di vincere la Camera pur perdendo nettamente il voto nazionale, sarebbe un ulteriore colpo alla credibilità delle istituzioni americane in un momento di profonde divisioni.

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Il sostegno a Israele non è più bipartisan: si rompe il consenso a Washington


Un sondaggio Cnn mostra che il 47% dei repubblicani e il 72% dei democratici considerano l'appoggio a Israele un problema. Cresce il numero dei candidati di entrambi i partiti che chiedono di tagliare gli aiuti a Israele.

Il sostegno a Israele divide entrambi i partiti americani. Per decenni era stato uno dei pilastri del consenso bipartisan a Washington, ma ora non è più così: alcuni candidati di entrambi i partiti alle prossime elezioni di midterm chiedono, senza mezzi termini, di interrompere o ridurre drasticamente gli aiuti militari, mentre i sondaggi registrano un'erosione senza precedenti dell'immagine di Israele dinanzi all'opinione pubblica americana. Lo scrive il Washington Post in un'analisi pubblicata il 6 maggio 2026.

Secondo un sondaggio CNN di fine marzo, quasi metà dei repubblicani, il 47%, e quasi tre quarti dei democratici, il 72%, considerano il sostegno a Israele come un tema che crea problemi all'interno del proprio partito. Solo il mese scorso, 40 senatori democratici hanno votato a favore di una risoluzione del senatore Bernie Sanders per bloccare le vendite di armi a Israele, il numero più alto in assoluto: a luglio erano stati 27 a votare a favore di una misura analoga.

I sondaggi sull’opinione pubblica raccontano l’inversione di tendenza anche dell’elettorato americano verso Israele. Secondo un sondaggio Washington Post-Abc News-Ipsos condotto a fine aprile, ora il 47% degli americani ritiene eccessivo il sostegno degli Stati Uniti a Israele, contro il 18% registrato da un sondaggio Pew Research Center nel 2015. Nello stesso periodo, la quota di chi considera eccessivo tale sostegno è salita dal 26% al 66% tra i democratici, dal 20% al 51% tra gli indipendenti e dal 7% al 22% tra i repubblicani.
La fine del consenso bipartisan su Israele — FocusAmerica

Politica USA · Sostegno a Israele

La fine del consenso bipartisan:
Israele ora divide entrambi i partiti


L'opinione pubblica si è ribaltata in soli 11 anni: la quota di americani che giudica eccessivo il sostegno a Israele è passata dal 18% al 47%. Al Senato 40 esponenti democratici hanno votato per bloccare le vendite di armi a Israele, mentre tra i giovani repubblicani il 57% esprime un'opinione sfavorevole.

Fonti: Washington Post · CNN · Pew Research · Glengariff Group 6 maggio 2026

Pew · 2015
18%
Americani che giudicavano eccessivo il sostegno a Israele

WP-Abc-Ipsos · 2026
47%
Stessa opinione, oggi: la quota è quasi triplicata

Lo scarto tra le due rilevazioni è di 29 punti in soli 11 anni

Esplora l'analisi
1 Inversione 2 Partiti 3 Generazioni 4 Michigan

Il dato che cambia tutto

Il sostegno a Israele giudicato eccessivo: 2015 vs 2026


La quota di americani che ritiene eccessivo l'appoggio degli Stati Uniti a Israele è cresciuta in tutti i segmenti dell'elettorato. Tra i democratici è passata dal 26% al 66%. Tra i repubblicani, dal 7% al 22%.

Elettorato
2015

2026

Democratici

26%

66%

Indipendenti

20%

51%

Repubblicani

7%

22%

Tutti gli americani

18%

47%

L'inversione è più forte tra i democratici, ma è generalizzata. Persino tra i repubblicani la quota di chi ritiene eccessivo a Israele il sostegno è triplicata, segnale di un consenso che non regge più ai vecchi argini partitici.

Una frattura interna

Quanto Israele divide i due partiti, secondo i loro stessi elettori


In un sondaggio CNN di fine marzo 2026, una larga maggioranza degli elettori democratici e quasi metà di quelli repubblicani considerano il sostegno a Israele un tema che crea problemi all'interno del proprio partito.

Democratici
72%
Considera Israele un tema divisivo per il proprio partito

Repubblicani
47%
Considera Israele un tema divisivo per il proprio partito

Effetto al Senato
Risoluzione Sanders per bloccare le vendite di armi a Israele

Luglio 2025
27
senatori dem a favore

Aprile 2026
40
senatori dem a favore

In 9 mesi, 13 senatori democratici hanno cambiato posizione. È il numero più alto in assoluto a sostegno di una risoluzione di questo tipo presentata dal senatore Bernie Sanders.

La frattura generazionale

L'opinione su Israele divide gli elettori per età, soprattutto a destra

Una rilevazione Pew Research Center di marzo 2026 mostra come le opinioni sfavorevoli su Israele crescano tra i giovani in entrambi i partiti, ma il salto generazionale sia particolarmente marcato tra i repubblicani.

Democratici
Opinione sfavorevole di Israele

Sotto i 50

84%

Sopra i 50

76%

Repubblicani
Opinione sfavorevole di Israele

Sotto i 50

57%

Sopra i 50

24%

+33
Punti percentuali di scarto generazionale tra under e over 50 nel partito repubblicano. Tra i democratici lo scarto è di 8 punti: la contrarietà verso Israele è già trasversale.

Il laboratorio del cambiamento

Il Michigan come banco di prova del nuovo corso democratico verso Israele

Nella corsa alle primarie democratiche per il Senato in Michigan i tre candidati principali sono molto vicini tra loro, ma le posizioni su Israele segnano una linea di frattura netta. Il 36% dell'elettorato è ancora indeciso.

Sondaggio Glengariff Group · Aprile 2026
Primarie democratiche al Senato · Michigan

Haley StevensDeputata, filo-israeliana
25%

Abdul El-SayedEx dottore, critico di Israele
23%

Mallory McMorrowHa definito "genocidio" la guerra a Gaza
16%

Indecisi
36%

È finita per sempre l'epoca dell'Israele da sostenere a ogni costo 'giusto o sbagliato' che fosse, della relazione speciale sottratta a ogni discussione e dei finanziamenti senza alcuna condizione. Jeremy Ben-Ami · presidente di J Street, al Washington Post

Anche a destra cresce il dissenso

GOP

Lindsey Graham
Senatore, storico sostenitore di Israele
A gennaio ha proposto di accelerare la riduzione degli aiuti rispetto alla tabella decennale di Netanyahu.

GOP

Joe Kent
Ex direttore National Counterterrorism Center
Si è dimesso a marzo denunciando la pressione di Israele sulla decisione di attaccare l'Iran.

GOP

Vivek Ramaswamy
Candidato governatore dell'Ohio
Era l'unico nel 2024 a chiedere la fine degli aiuti a Israele. Oggi, afferma, molti repubblicani la pensano come lui.

Fonti Washington Post (analisi del 6 maggio 2026) · CNN (sondaggio fine marzo 2026) · Pew Research Center (rilevazioni 2015 e marzo 2026) · Washington Post-Abc News-Ipsos (aprile 2026) · Glengariff Group per Detroit Regional Chamber of Commerce (aprile 2026).

La frattura generazionale e il caso Michigan


La frattura è anche generazionale e riguarda in modo particolare i repubblicani. Una rilevazione Pew Research Center di marzo mostra che, tra gli elettori del partito repubblicano sotto i cinquant'anni, il 57% ha un'opinione sfavorevole di Israele, contro il 24% degli over 50. Tra i democratici, i giudizi negativi raggiungono l'84% sotto i cinquant'anni e il 76% sopra quella soglia. Un'indagine dell'istituto conservatore Manhattan Institute dello scorso anno ha rilevato come le posizioni anti-Israele siano più diffuse tra i giovani repubblicani e tra i nuovi arrivati nella coalizione di Trump che nella base storica del partito.

Tra i democratici, invece, all'irritazione già presente per la guerra a Gaza si è aggiunta la critica al ruolo israeliano nella guerra contro l'Iran. La candidata al Senato in Michigan Mallory McMorrow, dopo aver partecipato a un viaggio in Israele finanziato dall'American Israel Public Affairs Committee, la principale lobby filo-israeliana nota come Aipac, in ottobre ha definito per la prima volta "genocidio" la guerra a Gaza. La scorsa settimana, in un'intervista radiofonica, ha detto che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha convinto Donald Trump a entrare in guerra con l'Iran e che gli Stati Uniti stanno pagando il prezzo di un conflitto in cui non avevano motivo di farsi trascinare.

Il caso Michigan è centrale per capire la trasformazione in corso tra i democratici. Un sondaggio Glengariff Group di aprile condotto per la Detroit Regional Chamber of Commerce dà la deputata filo-israeliana Haley Stevens al 25%, l'ex funzionario sanitario della contea di Wayne Abdul El-Sayed, critico di Israele, al 23%, e McMorrow al 16%, con il 36% degli elettori ancora indecisi. El-Sayed ha attaccato Stevens per aver accettato il sostegno dell'Aipac, che a sua volta non ha fatto sapere se interverrà nella corsa.

Anche a destra cresce il dissenso


Tra i repubblicani, Trump si sta scontrando con una parte della sua base elettorale, che giudica la guerra all'Iran in contraddizione con la promessa "America First". Joe Kent, ex funzionario antiterrorismo, si è dimesso a marzo dalla direzione del National Counterterrorism Center scrivendo che la guerra è cominciata sotto la pressione di Israele e della sua potente lobby americana. Il presidente ha negato che Israele abbia influenzato la decisione di attaccare Teheran e ha definito "perdenti" i suoi critici di destra.

Ma, in un contesto ostile come questo, persino figure storicamente filo-israeliane stanno modificando la propria posizione. A gennaio il senatore Lindsey Graham, da sempre tra i più convinti sostenitori di Israele al Senato, ha proposto di accelerare la riduzione degli aiuti americani rispetto alla tabella decennale avanzata da Netanyahu. Lo scorso mese, all'Ohio State University, l'imprenditore Vivek Ramaswamy, oggi candidato repubblicano come governatore dell'Ohio, ha ricordato che nel 2024 era l'unico tra i candidati repubblicani alla presidenza a chiedere la fine degli aiuti a Israele e ha aggiunto che molti di quelli che allora dissentivano ora la pensano come lui.

Jeremy Ben-Ami, fondatore e presidente di J Street, alternativa progressista all’Aipac, ha sintetizzato tutto questo al Washington Post con parole nette: è finita per sempre l’epoca dell’Israele da sostenere “giusto o sbagliato” che fosse, della relazione speciale sottratta a ogni discussione e dei finanziamenti senza alcuna condizione.

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Ministero della Cultura, Giuli licenzia il suo staff: revocati gli incarichi ai collaboratori più stretti


Il ministro sostituisce tutto il suo staff al Mic, revocando gli incarichi dei principali collaboratori

Clima di forte tensione al Ministero della Cultura, dove il ministro Alessandro Giuli ha disposto l’azzeramento del proprio staff con la revoca degli incarichi a figure chiave dell’apparato ministeriale. La decisione, emersa nelle ultime ore, riguarda in particolare Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica del Mic, ed Elena Proietti, capo della segreteria personale del ministro.

Secondo quanto riferito da diverse fonti giornalistiche, i decreti di revoca sarebbero già stati avviati. Alla base della scelta vi sarebbero divergenze interne alla gestione del dicastero e una serie di episodi che avrebbero incrinato il rapporto fiduciario tra il ministro e alcuni collaboratori più stretti.

Nel caso di Merlino, figura considerata vicina al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, il nodo politico sarebbe legato alla vicenda del documentario dedicato a Giulio Regeni, al quale il Ministero della Cultura aveva inizialmente negato il finanziamento pubblico. Una scelta che aveva generato polemiche e che lo stesso Giuli aveva successivamente definito “inaccettabile”.

Per quanto riguarda Elena Proietti, invece, le contestazioni riguarderebbero la mancata partecipazione a una missione istituzionale del ministro a New York avvenuta nelle scorse settimane. Anche in questo caso, secondo le ricostruzioni pubblicate dalla stampa, l’episodio avrebbe contribuito al deterioramento dei rapporti interni al dicastero.

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Milano: la città dei quindici minuti... ma per chi?


Milano e altre metropoli europee hanno abbracciato il modello della «città dei 15 minuti», con quartieri pensati per avere tutto a portata di piedi o bicicletta. Ma mentre si progettano piazze e nuove linee della metro, milioni di persone passano ancora un’ora al giorno su treni e tangenziali.
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Milano: la città dei quindici minuti... ma per chi?
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Sintesi audio: per ogni dato e riferimento fa fede il testo.

La «città dei 15 minuti» è diventata uno slogan seducente: una metropoli dove lavoro, servizi, scuola, sanità, verde e cultura sono raggiungibili in un quarto d’ora a piedi o in bicicletta, riducendo spostamenti, emissioni e stress. L’urbanista Carlos Moreno, che ha codificato il modello e lo ha presentato anche a Milano, lo descrive come una città «a misura di tempo dei cittadini», policentrica, fatta di quartieri autosufficienti che restituiscono vita agli spazi sotto casa.

Milano è una delle città che hanno deciso di prendere sul serio l’idea. Progetti come MI15 – Milano a 15 minuti e l’intervento LOC – Loreto Open Community, vincitore del bando C40 Reinventing Cities, vanno in questa direzione: trasformare snodi congestionati in luoghi di vita, con servizi, verde e funzioni miste accessibili senza auto. A rendere possibile questa ambizione è anche la trasformazione della mobilità: il completamento della linea M4 ha portato la rete metropolitana cittadina a 118 chilometri, una delle più estese d’Europa, con l’obiettivo dichiarato di avvicinare parchi, scuole, uffici, teatri e aeroporti entro tempi sempre più brevi.

Milano, laboratorio di prossimità urbana


Il paradigma della città dei 15 minuti non nasce a Milano. Ha preso forma a Parigi, dove il sindaco Anne Hidalgo lo ha adottato come cornice per ripensare boulevards, scuole, piste ciclabili e spazi pubblici, e si è esteso ad altre capitali europee impegnate su clima e traffico. Studi pubblicati su riviste come Nature Cities sintetizzano così l’idea: centri urbani che funzionano meglio, in modo più equo e sostenibile, se i servizi essenziali e i principali comfort sono raggiungibili in un quarto d’ora con mezzi sostenibili – a piedi, in bici, o con trasporto pubblico efficiente.

Milano si muove su questo doppio binario. Da un lato investe in metropolitane, tram, bus elettrici, piste ciclabili, con progetti che guardano proprio alla «prossimità» come criterio guida. Dall’altro, sperimenta su aree simboliche: Piazzale Loreto trasformato in piazza abitabile, nuovi poli direzionali che integrano uffici, residenze, servizi, coworking. È un modello che funziona bene per una certa parte di popolazione: chi vive in quartieri centrali o semicentrali, chi può permettersi affitti vicini alle linee di forza della mobilità, chi lavora in settori che accettano il lavoro ibrido e possono spostare la scrivania in un coworking di prossimità. Il rischio è evidente:la città dei 15 minuti come prodotto premium, disponibile soprattutto per ceti medio‑alti, mentre il resto della metropoli continua a vivere in una realtà a 45 o 60 minuti.

Il tempo che se ne va tra pendolarismo e benzina


Per capire quanto sia distribuito – o meno – il diritto alla prossimità, basta guardare al tempo che gli italiani passano ogni giorno per andare e tornare dal lavoro. Un vecchio rapporto Censis ricordava già anni fa che i lavoratori pendolari impiegano in media 72 minuti al giorno negli spostamenti, l’equivalente di 33 giornate lavorative all’anno passate su treni, autobus, tangenziali, spesso su tragitti relativamente brevi all’interno della stessa provincia. La distanza media percorsa era di circa 24 chilometri, con tempi che per molti superavano i 45 minuti a tratta.

Negli anni più recenti, la situazione non si è capovolta. L’Osservatorio nazionale sul carpooling aziendale (2024) stimava che la percorrenza media casa‑lavoro in auto sia di 26,57 chilometri, con una spesa annua in carburante che può arrivare a oltre 1.400 euro per chi viaggia da solo, tra benzina e gasolio, a seconda del mezzo. Non si tratta solo di soldi, ma di tempo: ogni chilometro di pendolarismo è un segmento di giornata sottratto al sonno, alla cura, al tempo libero.

Altri dati, come quelli raccolti da InfoJobs su quasi 2.000 lavoratori, mostrano che per il 42,1% degli italiani il tragitto casa‑ufficio è effettivamente entro 15 minuti, ma per quasi un quinto la durata è tra 30 e 60 minuti e per un 9% supera l’ora. Dietro queste percentuali si nasconde una frattura sociale: chi ha un lavoro vicino casa – o un lavoro che può fare spesso da casa – vive già, di fatto, in una città a 15 minuti. Chi deve attraversare province, salire su treni affollati o restare fermo in coda, vive in una città che assomiglia ancora alla vecchia metropoli dispersa.

Quartieri autosufficienti per alcuni, quartieri dormitorio per altri


L’idea di quartieri autosufficienti non arriva dal nulla. Nel dibattito sulla città dei 15 minuti, Milano viene spesso presa come laboratorio: il modello promette un «ritorno alla vitalità dei quartieri», meno dipendenza dall’auto privata e più spazio a spostamenti brevi, a piedi o in bici. Sulla carta è una promessa potente. Nella pratica, percorsi di questo tipo non sono mai neutri: dipendono da chi abita dove, dagli investimenti che arrivano davvero e dalla velocità con cui cambiano le cose. Chi studia da anni le periferie milanesi e il disagio abitativo lo ripete spesso: non esiste città dei 15 minuti se i quartieri più fragili restano scollegati, meno serviti e più lontani dalle opportunità.

In un estremo, si trovano i quartieri che beneficiano di rigenerazioni importanti, nuovi servizi, aperture di coworking e spazi culturali. Qui la «vita a 15 minuti» può diventare reale: si lavora in una torre o in un hub ben servito, si fa la spesa in un supermercato di prossimità, si portano i figli in una scuola raggiungibile a piedi, si va al parco o a teatro senza attraversare mezza città. In questi contesti, la retorica della città compatta coincide con l’esperienza quotidiana.

All’altro estremo ci sono le zone che restano di fatto quartieri dormitorio: case meno care, spesso meno efficienti dal punto di vista energetico, collegamenti deboli, carenza di servizi sanitari di prossimità, pochi spazi culturali. La giornata continua a essere scandita da orari ferroviari, bus navetta, code in ingresso, ritorni serali lunghi. La città dei 15 minuti si vede solo nei post istituzionali o nelle campagne elettorali, non dalla finestra di casa.

Nel mezzo troviamo una maggioranza "ibrida": beneficia di qualche servizio di quartiere e del lavoro agile, ma resta ancora vincolata all'auto e ai mezzi per il lavoro o la cultura. La sfida della «città dei 15 minuti» è in realtà una sfida di redistribuzione del tempo. Se vivi vicino ai nodi nevralgici, le ore di viaggio si trasformano in ore di sonno, cura e relazioni. Se ne sei fuori, il tuo tempo svanisce tra cambi di linea e tangenziali. Oggi la vera disuguaglianza non separa solo centro e periferia, ma chi ha il privilegio della flessibilità e chi è costretto alla presenza fisica. Mentre Milano inaugura nuove piazze e metropolitane, il divario si allarga: per alcuni la città è già a misura d'uomo, per molti altri è ancora una corsa a ostacoli quotidiana.

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Marco Rubio sta avendo un ottimo momento


Il segretario di Stato si moltiplica tra incarichi e apparizioni pubbliche, dal podio della Casa Bianca al Vaticano, e alimenta voci di una candidatura nel 2028

Marco Rubio è il volto più sereno del governo Trump, in una fase in cui pochi membri dell'esecutivo americano hanno motivo di sorridere. Lo racconta un articolo pubblicato dall'Atlantic, che ricostruisce una settimana frenetica del segretario di Stato, tra il podio della sala stampa della Casa Bianca, un matrimonio di famiglia in cui ha fatto il dj e un'udienza in Vaticano con papa Leone XIV.

Il contrasto con il resto del governo è netto. I prezzi della benzina salgono, le prospettive repubblicane per le elezioni di metà mandato si offuscano e la guerra che il presidente Trump ha lanciato contro l'Iran prosegue senza una conclusione in vista. Il presidente segna tassi di disapprovazione record. Tre membri del governo sono già stati rimossi e altri temono di essere i prossimi. Il segretario al Commercio Howard Lutnick è stato convocato a Capitol Hill per testimoniare sui suoi legami con Jeffrey Epstein. Il direttore dell'Federal Bureau of Investigation Kash Patel deve rispondere ad accuse di consumo eccessivo di alcol, che lui nega. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth gestisce la guerra con l'Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz. Il vicepresidente J.D. Vance, pur avendo inizialmente espresso riserve sul conflitto, è stato coinvolto come negoziatore.

Rubio invece si moltiplica tra incarichi diversi. Oltre a guidare il Dipartimento di Stato, lo scorso anno è diventato anche consigliere per la sicurezza nazionale. Per un periodo ha ricoperto pure il ruolo di capo ad interim degli Archivi Nazionali e dell'agenzia per la cooperazione USAID. Questa settimana ha sostituito la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, che aveva partorito pochi giorni prima.

Dal podio della sala stampa Rubio ha gestito la conferenza con tono leggero, alternando battute e risposte serie, parlando in spagnolo su richiesta di una giornalista di Telemundo e riconoscendo un cronista italiano dai tempi del Senato. Ha citato testi rap dei primi anni Novanta, in particolare versi dei Cypress Hill e di Ice Cube, per descrivere i vertici del governo iraniano. Sulla questione del nucleare iraniano ha sostenuto che un Iran dotato di armi atomiche avrebbe potuto fare ciò che voleva con lo stretto di Hormuz senza che nessuno potesse fermarlo. Viser ricorda però che il direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica aveva dichiarato a marzo che lo sviluppo di un'arma nucleare iraniana non era imminente.

Alla domanda di una giornalista del Christian Broadcasting Network sulla sua speranza per l'America, Rubio ha risposto con un discorso quasi identico a quello che pronunciava nella campagna presidenziale del 2016. Il giorno dopo l'account ufficiale del Dipartimento di Stato sulla piattaforma X ha pubblicato un video in stile elettorale, con le parole di Rubio sovrapposte a immagini sue, di Trump, di bandiere americane e perfino di Ronald Reagan, accompagnate dalla colonna sonora del film su Superman. Il video ha superato i quattro milioni di visualizzazioni.

La trasferta in Vaticano è stata la prova diplomatica più delicata della settimana. Rubio ha incontrato per due ore e mezza papa Leone XIV, primo pontefice di origine americana, nel giorno del primo anniversario della sua elezione. Ha visto anche il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede. Il contesto era teso. Trump aveva definito il papa "debole sul crimine" e "terribile sulla politica estera". In un'intervista al conduttore radiofonico conservatore Hugh Hewitt, tre giorni prima dell'arrivo di Rubio, il presidente aveva sostenuto che il pontefice stava mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone, accusandolo di ritenere accettabile che l'Iran possedesse un'arma nucleare. Le dichiarazioni hanno lasciato perplesso il Vaticano. Parlando con i giornalisti davanti alla residenza papale di Castel Gandolfo, Leone XIV ha ricordato che la Chiesa si è sempre opposta alle armi nucleari.

Nelle immagini diffuse non è emersa alcuna tensione. Rubio ha donato al pontefice una piccola palla da football in cristallo con il sigillo del Dipartimento di Stato, mentre il papa gli ha consegnato diversi regali, tra cui una penna ricavata dal legno di un ulivo, ricordando che l'ulivo è la pianta della pace. Interrogato dai cronisti al termine della visita, Rubio ha precisato di aver aggiornato il papa sulla questione iraniana e sul modo in cui gli Stati Uniti considerano la minaccia nucleare. Ha rifiutato di dire se avrebbe consigliato a Trump di smettere di criticare il pontefice e se avesse chiesto al papa di non criticare la guerra contro l'Iran, sottolineando che il viaggio era stato programmato prima delle recenti tensioni. Sulla possibilità di una telefonata tra Trump e il pontefice ha risposto in modo evasivo.

Rubio è un cattolico praticante, ma con un percorso religioso composito. Da bambino, dopo il trasferimento della famiglia a Las Vegas, si era convertito al mormonismo, studiando la teologia della Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni e partecipando a un gruppo scout legato a una congregazione locale. È tornato al cattolicesimo dopo aver visto in televisione una messa pasquale del papa nel 1983. La sua presentazione pubblica della fede è meno marcata di quella di Vance, che tra qualche settimana pubblicherà un libro sulla propria conversione al cattolicesimo avvenuta nel 2019. Il vicepresidente il mese scorso aveva invitato il pontefice a essere prudente quando parla di teologia, dopo le critiche del papa alla guerra contro l'Iran, salvo poi abbassare i toni.

L'attivismo di Rubio alimenta le voci di una possibile candidatura alle presidenziali del 2028. È lo stesso brusio che in passato accompagnava Vance, che martedì ha compiuto il suo primo viaggio in Iowa da vicepresidente per sostenere candidati repubblicani in difficoltà nelle elezioni di metà mandato e raccogliere fondi per il partito. Le persone vicine ai due ridimensionano l'idea di una rivalità e li descrivono come amici e alleati, ma i contorni di una possibile competizione interna al Partito Repubblicano iniziano a delinearsi.

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L'identità che ti tiene fermo: perché cambi 10 volte e torni sempre lo stesso


Perché l'identità che ti tiene fermo: abitudini e sistemi pratici, cosa cambiare nell'ambiente e nelle routine, senza forza di volontà.

In breve

Non torni ai vecchi comportamenti per mancanza di volontà. Il tuo cervello difende attivamente chi pensi di essere, e ogni tentativo di cambiare i comportamenti senza cambiare l'identità finisce sempre nello stesso posto. Ecco il meccanismo e come sovvertirlo.

TL;DR

  1. Il cambiamento fallisce non per mancanza di disciplina, ma perché il cervello difende attivamente la storia che hai costruito su di te (Dan McAdams, Northwestern University).
  2. Cerchi conferme di chi pensi di essere, anche quando quella storia fa male. La self-verification theory di William Swann spiega perché torni sempre agli stessi comportamenti.
  3. Il dialogo interno ("sono il tipo che rimanda sempre") non è un pensiero: è un'istruzione operativa. Nominarla riduce già la sua presa (Ethan Kross, Michigan).
  4. Il cambiamento durevole non parte da cosa fai, ma da chi sei. Identity-first: prima la storia, poi il comportamento.
  5. Il Protocollo Identity Shift in 3 passi: audit narrativo → ribaltamento → journal identitario dei 7 giorni.

⏱ Tempo di lettura: 12 minuti

Hai già vissuto questo scenario. Hai deciso di cambiare qualcosa di importante, svegliarti prima, smettere di procrastinare, fare sport con costanza, passare meno tempo sul telefono. Hai fatto un piano. Hai tenuto duro per qualche settimana, magari anche qualche mese. Poi, senza un evento scatenante preciso, sei tornato esattamente dove eri prima.

La spiegazione che ti viene data, di solito, è una sola: non ti sei impegnato abbastanza. Non hai la disciplina. Non sei abbastanza motivato.

Questa spiegazione è sbagliata.

Perché le persone con tutta la motivazione del mondo falliscono sullo stesso comportamento, anno dopo anno. Perché chi ha smesso di fumare per dieci anni può ricominciare in un giorno. Perché la dieta si rompe sempre nello stesso momento, non quando siamo esausti, ma quando ci sentiamo di nuovo "noi stessi."

C'è un meccanismo più profondo. E ha a che fare con chi pensi di essere.

Il meccanismo invisibile che blocca ogni cambiamento


Ogni comportamento che hai, ogni abitudine, ogni risposta automatica, ogni schema che ti ritrovi a ripetere, è radicato in una struttura più profonda: la narrativa che costruisci su te stesso.

Non parliamo di autostima. Non parliamo di valori scritti su un foglio. Parliamo di qualcosa di più sottile e più potente: la storia che il tuo cervello racconta di te ogni ora di ogni giorno. Chi sei. Come reagisci alle difficoltà. Cosa fai quando sei stanco. Quanto sei disciplinato. Come ti comporti sotto pressione.

Dan McAdams, psicologo della Northwestern University e tra i massimi esperti mondiali di psicologia dell'identità, ha dedicato trent'anni a studiare questo meccanismo. La sua scoperta più importante: gli esseri umani non sono una raccolta di comportamenti. Sono una narrativa autobiografica che costruiscono, aggiornano e difendono nel tempo.

Questa storia non è consapevole nella maggior parte dei casi. La costruisci a partire dai ricordi che selezioni, dalle interpretazioni che hai dato agli eventi, dai ruoli che hai recitato con chi ti conosce. E il cervello usa questa storia come mappa per prevedere come ti comporterai domani, dopodomani, la prossima volta che sei sotto pressione.

Capire come il cervello forma e mantiene le abitudini è un primo passo utile. Ma le abitudini sono il sintomo visibile, la storia è la causa sottostante.

Quando provi a cambiare un comportamento senza toccare la storia, stai riscrivendo un capitolo in un libro che ha già un finale. Il cervello rileva l'incoerenza e lavora, silenziosamente, automaticamente, per riportare il racconto al suo corso. Non è sabotaggio deliberato. È manutenzione del sé.

Self-verification: il cervello cerca conferme, non miglioramenti


Il meccanismo diventa ancora più preciso quando lo si osserva dall'interno.

William Swann, professore di psicologia all'Università del Texas ad Austin, ha sviluppato la self-verification theory: la tesi che gli esseri umani non cerchino solo informazioni positive su se stessi, cerchino informazioni coerenti con l'immagine che hanno di sé, anche quando quell'immagine è negativa.

In una serie di esperimenti pubblicati, Swann ha dimostrato che le persone con bassa autostima preferiscono interagire con chi le vede in modo critico, piuttosto che con chi le vede positivamente. Non per masochismo, per prevedibilità. Un'identità stabile, anche limitante, è preferibile all'incertezza di non sapere chi sei.

Traducilo nel contesto del cambiamento: ogni volta che torni ai vecchi comportamenti, il cervello non sta cedendo alla tentazione. Sta raccogliendo prove. Sta confermando la storia.

"Ecco, sapevo che non ero capace di tenerlo duro."

Quella frase non è solo un pensiero. È un mattoncino identitario. E ogni mattoncino rende la struttura più solida e più difficile da rimodellare.

La conseguenza pratica è destabilizzante: più provi a cambiare un comportamento con cui ti sei identificato negativamente, più il sistema identitario resiste. Non perché la resistenza sia logica, ma perché è coerente. E la coerenza, per il cervello, vale più dell'ottimismo.

Questo spiega anche un paradosso che chiunque ha vissuto: perché è più facile mantenere un'abitudine nuova quando partiamo "senza storia" su quel fronte, e perché è così difficile cambiare qualcosa che abbiamo già provato e fallito. Il fallimento precedente non è solo un ricordo, è diventato parte della narrativa. Hai obiettivi che non funzionano senza un sistema che spingono contro di te anche prima di cominciare.

Il dialogo interno come sistema operativo dell'identità


C'è un terzo layer, e lo ha documentato con precisione Ethan Kross, responsabile dell'Emotion & Self-Control Lab all'Università del Michigan e autore di Chatter: The Voice in Our Head, Why It Matters, and How to Harness It.

Il dialogo interno, quel flusso continuo di commenti che accompagna ogni azione, non è un sottofondo neutro. È il sistema di aggiornamento dell'identità in tempo reale. Funziona come un filtro: prende ogni cosa che fai e la interpreta alla luce della storia che hai di te stesso.

"Sono il tipo che rimanda sempre."
"Non sono fatto per la disciplina."
"Quando sono stressato, mangio."

Non sono descrizioni. Sono istruzioni operative. Il cervello le usa come scorciatoie comportamentali, previsioni su cosa farà la versione di te "coerente con la storia", e le esegue automaticamente, prima che tu possa fare una scelta diversa.

La distanza tra queste narrazioni e le azioni reali è molto più piccola di quanto pensiamo. Kross ha dimostrato che il semplice atto di nominare queste frasi, di riconoscerle come frasi e non come fatti, riduce già la loro presa comportamentale. È quello che nel suo lavoro chiama self-distancing: la capacità di osservare il proprio dialogo interno da fuori, come farebbe un osservatore terzo.

Puoi approfondire questo meccanismo nell'articolo su la distanza dal dialogo interno.

Come funziona il cambiamento identity-first


Se il problema non è comportamentale ma narrativo, la soluzione non può essere solo comportamentale.

Il cambiamento durevole non comincia da "cosa faccio" ma da "chi sono." O meglio: da chi decido di essere, e da come costruisco, azione per azione, le prove identitarie che confermano quel racconto.

Questo approccio, che possiamo chiamare identity-first change, funziona in senso opposto al modello motivazionale classico.

Il modello classico: mi motivo → mi impegno → cambio comportamento → (forse) cambio chi sono.
Il modello identity-first: decido chi sono → agisco in modo coerente con quell'identità → il cervello aggiorna la storia → il comportamento si consolida.

La differenza cruciale: nel modello classico, la volontà è il carburante. Nel modello identity-first, la coerenza è il carburante. E la coerenza si esaurisce molto più lentamente della volontà.

Capire perché il mito dei 21 giorni per cambiare abitudine è falso aiuta a capire anche questo: non è una questione di tempo, è una questione di ripetizioni identitarie sufficienti per aggiornare la storia. E la ricerca su i circuiti cerebrali che governano i comportamenti automatici mostra che questi circuiti si rafforzano più velocemente quando l'azione è percepita come coerente con il sé.

Trovi un approfondimento su come l'identità si trasforma nel tempo e su cosa rende certi cambiamenti più difficili in determinate fasi della vita.

Il Protocollo Identity Shift: 3 passi


Non si tratta di pensiero positivo. Si tratta di un processo strutturato per aggiornare deliberatamente la narrativa del sé.

Passo 1 Audit narrativo


Prima di cambiare la storia, devi sapere qual è la storia attuale. Non le versioni che vorresti avere di te, quelle che hai davvero. Questo richiede un livello di onestà scomodo ma necessario.

Domanda guida: "Quando fallisco in [comportamento X], qual è la prima frase che mi dico subito dopo?" Quella frase è la storia. Non i comportamenti. Quella frase.

Passo 2 Il ribaltamento narrativo


Una volta identificata la storia, puoi iniziare a costruirne una alternativa, non ottimistica, ma radicata nelle prove. Non "sono una persona disciplinata" se non lo sei ancora. Ma "sono una persona che sta imparando a gestire la propria energia" o "sono una persona che, anche quando cade, riprende."

Il cervello accetta molto più facilmente le storie che cominciano con l'evidenza di ciò che hai già fatto. Non le affermazioni vuote: le prove reali.

Passo 3 Il journal identitario dei 7 giorni


Ogni sera, per 7 giorni, una frase sola: "Oggi ho agito come una persona che..."

Completa la frase con qualcosa che hai effettivamente fatto. Non con aspettative. Il cervello aggiorna la storia retroattivamente, e ogni azione che notichi come coerente con l'identità che vuoi costruire diventa un mattoncino della nuova narrazione.

Dopo 7 giorni, rileggi le frasi. La storia è già leggermente diversa.

Il protocollo completo, con gli strumenti interattivi, la checklist di audit narrativo e il journal guidato, è nella guida Protocollo di questa settimana.


Costruire un'identità diversa è un lavoro lento, e nessuno lo fa da solo.Protocollo è la membership settimanale di Cambia le tue Abitudini: ogni settimana una guida pratica, strumenti interattivi, sfide strutturate e accesso all'archivio completo.
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Domande frequenti


Perché è così difficile cambiare le proprie abitudini?
Perché le abitudini non sono solo comportamenti, sono espressioni dell'identità. Ogni volta che cerchi di cambiare un'abitudine radicata, stai chiedendo al cervello di comportarsi in modo incoerente con la storia che ha costruito su di te. Il cervello resiste non per pigrizia, ma per preservare la coerenza del sé. La ricerca di Dan McAdams sulla narrative identity mostra che questa difesa è automatica e pervasiva.
Come funziona l'identità nel cambiamento comportamentale?
L'identità funziona come un sistema predittivo: il cervello usa la storia che hai di te stesso per anticipare come ti comporterai in ogni situazione. Quando un comportamento è allineato con l'identità dichiarata, viene eseguito con meno attrito cognitivo. Quando contraddice la storia, il cervello genera resistenza anche prima che tu scelga consapevolmente. Cambiare l'identità prima cambia il contesto in cui avviene ogni comportamento.
Cos'è la self-verification theory?
È una teoria sviluppata da William Swann (Università del Texas) che descrive la tendenza degli esseri umani a cercare conferme della propria identità, anche quando quell'identità è negativa. In pratica: se hai una storia di "persona non disciplinata," il cervello tenderà a selezionare situazioni, interpretazioni e ricordi che confermano quella storia. Non perché tu voglia confermare la versione peggiore di te, ma perché la prevedibilità è un bisogno cognitivo fondamentale.
Come si costruisce una nuova identità?
Attraverso prove accumulate, non affermazioni. Il cervello aggiorna la storia del sé quando riceve evidenza coerente e ripetuta nel tempo. Il Protocollo Identity Shift proposto in questo articolo funziona in tre passi: audit della storia attuale, costruzione di una narrativa alternativa radicata nell'evidenza reale, e journal identitario quotidiano. Non si tratta di "credersi diversi", si tratta di costruire la prova che si è diversi, azione per azione.
Qual è la differenza tra cambiare abitudini e cambiare identità?
Cambiare abitudini agisce sul comportamento: modifica cosa fai, quando, in quale contesto. Cambiare identità agisce sulla narrativa: modifica chi pensi di essere e, di conseguenza, quale comportamento il cervello considera "naturale" per te. Il primo approccio richiede forza di volontà continua per mantenere il comportamento contro la storia. Il secondo approccio rende il comportamento desiderato la scelta più coerente con chi sei, e quindi quella con meno attrito.


Hai un bug mentale


In breve

Riferimenti: Wendy Wood e Roy Baumeister.

I gangli basali automatizzano comportamenti ripetuti in contesti prevedibili: finché il gesto richiede sforzo, riduci dimensione e frizione; quando diventa automatico, puoi alzare leggermente la difficoltà — una variabile alla volta.

Cos'è Hai un bug mentale?


Hai mai fatto qualcosa di automatico, prendere il telefono, aprire un'app, accendere la TV, senza aver deciso coscientemente di farlo?

Non è debolezza.
Non è mancanza di volontà.
È un programma che gira in background nel tuo cervello da anni.

E si chiama gangli basali.

Come funziona: Il computer più antico che possiedi


I gangli basali sono un insieme di strutture subcorticali situate in profondità nel cervello. Evolutivamente, sono tra le strutture più antiche del sistema nervoso, presenti anche nei rettili, molto prima che la corteccia prefrontale (la parte del cervello che ti permette di ragionare, pianificare e prendere decisioni consapevoli) si sviluppasse.

Il loro compito principale non è farti pensare.
È farti smettere di pensare.

Ogni volta che ripeti un comportamento in modo costante, i gangli basali lo registrano come un "chunk", un blocco di azioni che può essere eseguito automaticamente senza consumare energia cognitiva. È la stessa ragione per cui riesci a guidare e ascoltare musica contemporaneamente dopo anni di pratica, mentre il primo giorno richiedeva tutta la tua attenzione cosciente.

La neuroscientista Ann Graybiel del MIT ha dedicato decenni a studiare esattamente questo meccanismo. Nella sua ricerca fondamentale, "Habits, Rituals, and the Evaluative Brain", pubblicata sull'Annual Review of Neuroscience, ha dimostrato qualcosa di straordinario: quando un'abitudine si consolida, l'attività cerebrale si sposta dalla corteccia prefrontale ai gangli basali, dove il comportamento diventa automatico e praticamente invisibile alla coscienza.

Il tuo cervello, in pratica, comprime ogni abitudine in un file eseguibile che si lancia da solo.

Il problema è che non distingue tra file utili e file dannosi.

Come funziona: Il loop che non smette mai


Nel 1990, il team di Graybiel condusse un esperimento diventato un punto di riferimento nella letteratura neuroscientifica: insegnarono a dei ratti a percorrere un labirinto per raggiungere del cioccolato. All'inizio, i sensori nel cervello dei ratti registravano un'intensa attività neurale, ogni decisione, ogni svolta, richiedeva sforzo cognitivo attivo.

Dopo settimane di ripetizione, qualcosa di straordinario accadde: l'attività cerebrale crollò. I ratti non stavano più "pensando" al percorso. Lo eseguivano.

Ma c'era un dettaglio ancora più rivelatorio: l'attività nei gangli basali non spariva. Si concentrava in due momenti precisi, all'inizio del percorso (quando ricevevano il segnale acustico di partenza) e alla fine (quando arrivavano al cioccolato). Tutto il resto era diventato automatico, un'esecuzione silenziosa senza costi cognitivi.

Questo è il loop delle abitudini nella sua forma più pura:

Segnale → Routine → Ricompensa

Charles Duhigg lo ha reso celebre ne "Il Potere delle Abitudini", basandosi proprio sulla ricerca del MIT. Ma c'è una parte di questo meccanismo che quasi nessuno spiega bene, e che cambia tutto.

Una volta che il loop è installato, il segnale da solo è sufficiente per attivare la routine, anche se la ricompensa non arriva più.

Se hai mai continuato a fare qualcosa di cui non ti importava più, ora sai il perché.

Come funziona: La dopamina che non sai di avere


Andrew Huberman, neuroscientista a Stanford, ha chiarito qualcosa di fondamentale sul ruolo della dopamina nella formazione delle abitudini che ribalta l'idea comune.

La dopamina non è il neurotrasmettitore del piacere.
È il neurotrasmettitore dell'anticipazione.

Ogni volta che esegui un'abitudine che ha generato una ricompensa in passato, i neuroni dopaminergici si attivano già al momento del segnale, non della ricompensa. Il tuo cervello non aspetta di sentirsi bene. Anticipa il benessere e ti spinge verso il comportamento che lo ha prodotto in precedenza.

Questo spiega perché le cattive abitudini sono così resistenti: non hai nemmeno bisogno di ricevere la ricompensa. Basta percepire il segnale.

Il telefono che vibra sul tavolo.
Il profumo del caffè al mattino.
La notifica che lampeggia sullo schermo.

Ogni segnale attiva una cascata neurochemica prima ancora che tu abbia deciso consapevolmente qualcosa. Il tuo comportamento è già in moto.

Cos'è Il contributo che aggiunge un tassello fondamentale (nel contesto di Hai un bug mentale)?


La ricerca italiana nel campo delle neuroscienze comportamentali ha aggiunto una dimensione che spesso viene trascurata nel dibattito sulle abitudini.

Giacomo Rizzolatti e il suo team dell'Università di Parma, gli scopritori dei neuroni specchio, una delle scoperte più celebrate della neurobiologia del XX secolo, hanno dimostrato che il cervello non apprende nuovi comportamenti solo attraverso la pratica diretta. Li acquisisce anche attraverso l'osservazione.

I neuroni specchio si attivano sia quando eseguiamo un'azione, sia quando la vediamo eseguire da altri, con la stessa intensità. Questo significa che le abitudini non si formano solo attraverso la ripetizione personale, ma anche attraverso l'ambiente sociale e culturale in cui siamo immersi.

Chi ti circonda abitualmente, i comportamenti che osservi ogni giorno, le persone con cui passi il tempo, influenza i tuoi gangli basali molto più di quanto tu possa immaginare. Le abitudini sono contagiose a livello neurologico, non solo culturale.

Come funziona: Identità prima di tutto


James Clear, in Atomic Habits, il libro sulle abitudini più letto degli ultimi dieci anni, con oltre 15 milioni di copie vendute nel mondo, ha sintetizzato tutto questo in una frase che merita di essere letta più di una volta:

"Ogni azione che esegui è un voto per il tipo di persona che vuoi diventare."

La chiave non è partire dalla tecnica, cosa fare, quando farlo, quante volte farlo. La chiave è partire dall'identità.

Non "voglio leggere di più".
Ma "sono una persona che legge ogni giorno".

Non "voglio fare esercizio".
Ma "sono una persona che si allena".

Quando l'identità si allinea con il comportamento, i gangli basali iniziano a lavorare per te, non contro di te. Perché stai semplicemente confermando, neurone per neurone, giorno per giorno, chi sei.

L'abitudine smette di essere uno sforzo. Diventa un'espressione di identità.

Come funziona: Il mio esperimento con lo schermo


Per anni ho avuto una pessima abitudine: quasi cinque ore al giorno sul telefono. Lavoro incluso, certo, le chiamate sono inevitabili. Ma c'erano anche X, Instagram che si prendevano tutto il resto. Ogni volta che sbloccavo il telefono per rispondere a un messaggio di lavoro, finivo invariabilmente su qualche app che non avevo nessuna intenzione di aprire.

Il segnale era il telefono in mano.
La routine era aprire i social.
La ricompensa era la stimolazione dopaminergica dello scroll infinito.

Il loop era installato alla perfezione.

Ho disinstallato X, Instagram e TikTok. In due minuti, un martedì pomeriggio qualunque.

Non c'era più il segnale, il loop non poteva attivarsi, la routine è svanita quasi da sola. Sono passato da quasi cinque ore a meno di due al giorno. E una volta al mese faccio un weekend senza telefono: lo lascio a casa, spento, mentre esco.

Non perché sia diventato un monaco della produttività.
Ma perché senza il segnale, il cervello smette di cercare la routine.

Questa è la differenza tra combattere un'abitudine e capire davvero come funziona.

Cosa fare con tutto questo


Le tue abitudini non sono difetti del carattere. Sono programmi scritti da anni di ripetizione, segnali ambientali e ricompense neurochimiche.

Non puoi cancellarli. Ma puoi riscriverli, se sai dove mettere le mani.

Il modo più efficace che conosco per farlo è quello che esploriamo questa settimana nel Protocollo. Ho preparato la mappa completa dei circuiti cerebrali coinvolti nella formazione delle abitudini, non teoria astratta, ma ogni concetto tradotto in un'azione concreta. E la sfida di questa settimana, installare il tuo primo if-then plan per una micro-abitudine mattutina, è il punto di partenza più potente che ti possa dare.Se non sei ancora in Protocollo, entra adesso:
Scopri Protocollo →


Buona Vita,
Dome


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Il segretario ai Trasporti Sean Duffy ha girato un reality show per sette mesi


Il membro del governo Trump ha attraversato gli Stati Uniti con moglie e nove figli per una serie tv su YouTube, mentre dirigeva il Dipartimento dei Trasporti.

Il segretario ai Trasporti Sean Duffy ha trascorso parte degli ultimi sette mesi viaggiando attraverso gli Stati Uniti con la moglie e i nove figli per girare un reality show che debutterà il mese prossimo su YouTube. L'annuncio è arrivato venerdì durante una puntata di Fox & Friends, dove Duffy era ospite insieme alla moglie Rachel Campos-Duffy, conduttrice di Fox News.

La serie si intitola The Great American Road Trip e racconta il viaggio della famiglia per celebrare il duecentocinquantesimo anniversario degli Stati Uniti. Il presidente Trump appare nelle prime puntate, salutando la famiglia nello Studio Ovale prima della partenza. Duffy ha raccontato a Fox & Friends di aver organizzato il progetto cercando momenti in cui poteva combinare il lavoro istituzionale con il viaggio familiare. Ha spiegato di aver trovato occasioni in cui poteva svolgere alcune mansioni portando con sé i figli durante gli spostamenti in auto.

oh my god -- Sean Duffy on Fox & Friends this morning announced that he spent parts of *7 MONTHS* (more than half a year!) on a roadtrip with his family to celebrate America's 250th anniversary pic.twitter.com/ix5Nzft3MX
— Aaron Rupar (@atrupar) May 8, 2026


Duffy non è nuovo al genere. Aveva già partecipato in passato a Road Rules: All Stars su MTV ed è proprio durante un reality televisivo basato su un viaggio in auto che aveva conosciuto la futura moglie. Campos-Duffy conduce attualmente Fox & Friends Weekend.

Il sito ufficiale della serie elenca diversi sponsor commerciali, tra cui Toyota. Le riprese mostrano camere d'albergo, motoslitte, scivoli d'acqua e ampie inquadrature realizzate con droni. Non è chiaro chi abbia coperto i costi di produzione, una questione sollevata dalla giornalista Margaret Hartmann sull'Intelligencer del New York Magazine, che ha pubblicato per prima la notizia dettagliata.

Dopo la pubblicazione dell'articolo, il Dipartimento dei Trasporti ha diffuso una nota tramite il portavoce Nathaniel Sizemore. Secondo la dichiarazione, le riprese si sono svolte nell'arco di vari mesi attraverso tappe brevi di una o due giornate. Sizemore ha aggiunto che i costi di produzione sono stati sostenuti dalla società Great American Road Trip, Inc., e non dai contribuenti, e che il segretario e la sua famiglia non ricevono alcun compenso economico per la partecipazione alla serie.
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Durante l'intervista televisiva, i coniugi Duffy hanno presentato il viaggio in auto come un modello educativo per le famiglie americane, contrapponendolo al tempo che bambini e ragazzi trascorrono davanti agli schermi. Campos-Duffy ha sostenuto che il programma offre contenuti adatti alle famiglie. Sean Duffy ha aggiunto che un viaggio in auto si adatta a qualsiasi budget, senza fare riferimento all'aumento dei prezzi del carburante, che negli Stati Uniti hanno superato i quattro dollari e cinquanta al gallone.

Il trailer della serie anticipa episodi con forti elementi da reality televisivo classico, tra cui una festa per rivelare il sesso di un nascituro e un grave incidente sugli sci che ha coinvolto uno dei figli. In una scena, Duffy dice a una delle figlie che qualcuno deve pagare per l'operazione e che lui deve andare a lavorare. La ragazza risponde che a pagare è la madre.

La vicenda solleva interrogativi sul tempo che un membro del governo dedica ai propri incarichi istituzionali. Il Dipartimento dei Trasporti gestisce la rete autostradale federale, l'aviazione civile, le ferrovie e la sicurezza dei trasporti negli Stati Uniti. Duffy guida il dicastero dall'inizio della seconda amministrazione Trump.

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Il debito italiano supera quello greco. Ora Roma è la principale preoccupazione di Bruxelles


Superando Atene, Roma diventa l’osservata speciale della Ue: un debito fuori controllo che mangia il futuro, sottraendo risorse vitali a ricerca, scuola e innovazione tecnologica.
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Perché l'Italia ora sta peggio della Grecia
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Sintesi audio: per ogni dato e riferimento fa fede il testo.

Nel 2026 l'Italia conquisterà un primato che nessun governo ha mai inserito nei programmi elettorali: quello del rapporto debito pubblico/PIL più alto dell'Unione europea. Secondo le proiezioni convergenti del Fondo Monetario Internazionale e dei ministeri economici nazionali, entro fine anno il debito italiano supererà quello greco in termini percentuali, chiudendo un'era simbolica iniziata con la grande crisi del 2010.

Allora erano i PIGS — Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna — a rappresentare il ventre molle della zona euro. Oggi Atene ha ridotto il suo rapporto debito/PIL dal picco di circa il 207% del 2020 al 137% previsto per fine 2026, secondo le previsioni della Commissione europea e della Public Debt Management Agency greca, mentre l'Italia si appresta a toccare quota 138,4%, secondo il Fiscal Monitor del FMI di aprile 2026, consolidando una traiettoria che non conosce inversioni dal 1991.

La divergenza tra Roma e Atene: riforme contro inerzia


La Grecia ha pagato il prezzo più alto della crisi dei debiti sovrani con tre memorandum, tagli draconiani alla spesa pubblica e una contrazione del PIL superiore al 25% tra il 2008 e il 2016. Ma proprio quella drammatica ristrutturazione ha lasciato in eredità un sistema fiscale riformato, un mercato del lavoro più flessibile e un'amministrazione pubblica ridimensionata. Dal 2019 Atene registra avanzi primari consistenti, superiori al 2% del PIL, e ha beneficiato di tassi di crescita tra i più elevati dell'eurozona: 5,9% nel 2021, 5,4% nel 2022, con un rallentamento comunque contenuto negli anni successivi. Il governo Mitsotakis ha inoltre ottenuto il rating investment grade da tutte le principali agenzie, riducendo il costo medio del debito e allungando le scadenze.

L'Italia, al contrario, non ha mai affrontato una vera riforma strutturale del proprio modello di spesa. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha mobilitato 191,5 miliardi di euro, ma la capacità di spesa resta cronicamente inferiore alle attese e molti progetti infrastrutturali accusano ritardi. Il tasso di crescita medio italiano dal 2019 al 2025 si attesta attorno allo 0,8% annuo, ben al di sotto della media europea. Mentre Atene ha significativamente ridotto il perimetro del pubblico impiego come condizione dei tre memorandum con la Troika — una delle riforme strutturali più dolorose del periodo 2010-2018 — Roma ha mantenuto sostanzialmente inalterata la propria macchina amministrativa, con una spesa per personale che, secondo l'OCSE Economic Survey Italy 2026, assorbe circa il 9-10% del PIL. Il differenziale di produttività con la Germania e la Francia continua ad ampliarsi, e la quota di giovani che emigrano ha raggiunto i massimi storici.

Le conseguenze sui mercati e sulla credibilità politica italiana


Il sorpasso del debito greco ha implicazioni che vanno oltre la contabilità pubblica. I mercati finanziari percepiscono ormai l'Italia come il maggiore rischio strutturale di lungo periodo dell'eurozona, non solo per l'entità nominale del debito — oltre 3.100 miliardi di euro — ma per la sua combinazione con una crescita anemica e un'instabilità politica endemica. Lo spread BTP-Bund si è mantenuto tra i 74 e gli 85 punti base nel corso di maggio 2026, con rendimenti dei BTP decennali tra il 3,7% e il 3,9% — un livello che non segnala emergenza speculativa immediata, ma che su un debito nominale superiore a 3.100 miliardi si traduce comunque in oneri finanziari strutturalmente rilevanti. Le banche italiane, pur più solide rispetto al 2011, detengono ancora circa 400 miliardi di titoli di Stato nei loro bilanci, creando un pericoloso legame tra finanza pubblica e stabilità del sistema creditizio.

A Bruxelles, il cambio di guardia tra Atene e Roma nel ruolo di sorvegliata speciale non passa inosservato. La Commissione europea ha riaperto nel 2024 le procedure per deficit eccessivo nei confronti di diversi Stati membri, Italia inclusa. Il nuovo Patto di Stabilità, entrato in vigore nel 2024, prevede traiettorie di riduzione del debito più stringenti per i Paesi sopra il 90% del rapporto debito/PIL. Per l'Italia questo significa un aggiustamento fiscale stimato in almeno 0,6 punti percentuali di PIL all'anno per sette anni consecutivi, un obiettivo che nessun governo italiano ha mai raggiunto in tempo di pace dal dopoguerra. Le scadenze del debito pubblico italiano si concentrano nei prossimi cinque anni per oltre 600 miliardi, rendendo la dipendenza dai mercati immediata e non negoziabile.

La posizione italiana in Europa: da membro fondatore a osservato speciale


L'Italia è passata in quindici anni da membro fondatore e terza economia dell'Unione a caso studio di immobilismo istituzionale. La capacità di influenzare le decisioni comunitarie si è progressivamente erosa. Mentre Parigi e Berlino negoziano direttamente con la Commissione su dossier strategici come l'intelligenza artificiale, la difesa comune e la transizione energetica, Roma è sempre più relegata a un ruolo di mediazione tra Nord e Sud, senza la forza economica per guidare il fronte mediterraneo né la credibilità fiscale per sedersi al tavolo del blocco nord-europeo.

Le imprese italiane soffrono di un contesto macroeconomico instabile. L'incertezza fiscale scoraggia gli investimenti esteri diretti, storicamente più bassi in Italia rispetto a economie comparabili come Spagna e Irlanda, che negli ultimi anni hanno attratto flussi significativamente superiori in rapporto al PIL. I settori manifatturieri ad alto valore aggiunto, dal farmaceutico all'aerospaziale, faticano a competere con ecosistemi più dinamici e meno burocratizzati. La fuga di cervelli continua: secondo il Rapporto Istat 2026, nel solo 2024 il saldo migratorio netto dei giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni è stato negativo per circa 21.000 unità, con un trend in peggioramento costante dal 2015. Il debito pubblico non è un numero astratto: è la zavorra che blocca gli investimenti in ricerca e infrastrutture, condannando l'Italia a inseguire un'innovazione che corre troppo veloce per noi.

Le domande de L'Analista


Se la Grecia, dopo aver toccato il fondo, è riuscita a invertire la rotta del debito pubblico senza uscire dall'euro, perché l'Italia — che non ha mai vissuto una crisi comparabile — non riesce a stabilizzare la propria traiettoria fiscale nemmeno con tassi di interesse strutturalmente più bassi e il sostegno del PNRR?

Quale credibilità può mantenere Roma nei negoziati europei su difesa comune, politica industriale e governance economica quando non riesce più a dimostrare controllo sulle proprie finanze pubbliche e rappresenta ormai il principale fattore di rischio sistemico per l'intera zona euro?

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Corruzione al Garante della Privacy: la Procura indaga sui favori di Meta e i benefit Ita Airways ai controllori


Al centro del fascicolo, l'ipotesi che Meta abbia garantito incarichi professionali e che Ita Airways abbia fornito tessere «Volare Executive» a figure vicine al Garante della Privacy.
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Meta indagata: sospettato favori al Garante della Privacy
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Sintesi audio: per ogni dato e riferimento fa fede il testo.

La Procura di Roma sta indagando su un presunto sistema di corruzione che vedrebbe i vertici del Garante della Privacy favorire grandi aziende come Meta (Facebook e Instagram) e Ita Airways in cambio di benefici personali.

Secondo l'ipotesi investigativa, l'autorità di controllo avrebbe ammorbidito sanzioni e verifiche ricevendo in cambio utilità di vario tipo: Meta avrebbe garantito contratti di consulenza e formazione a soggetti vicini all'ente, mentre da Ita Airways sarebbero arrivate prestigiose tessere «Volare Executive» (dal valore stimato di oltre 50.000 euro totali) destinate a membri del Collegio o a persone a loro legate.

In pratica, si sospetta che i "controllori" abbiano barattato la propria imparzialità con regali di lusso e incarichi professionali, mettendo a rischio la tutela dei dati dei cittadini proprio mentre l'Europa chiede maggiore rigore contro le grandi piattaforme digitali. La magistratura vuole ora chiarire se questi favori abbiano compromesso l'imparzialità del Garante della Privacy, mettendo a rischio la reale tutela dei dati di milioni di cittadini.

Il nodo delle consulenze tra pubblico e privato


Il modello di interazione tra big tech e autorità di vigilanza si basa, in teoria, su una separazione netta. Le agenzie pubbliche devono mantenere indipendenza e terzietà, mentre le imprese hanno diritto a essere ascoltate nei procedimenti che le riguardano. Nella pratica, il confine diventa poroso. Le competenze tecniche necessarie per comprendere algoritmi, sistemi di machine learning e architetture cloud sono concentrate in poche mani, spesso formate proprio nelle aziende che poi vanno regolate. Il fenomeno delle «porte girevoli» tra settore pubblico e privato, già noto negli Stati Uniti, si sta diffondendo anche in Europa. In Italia, però, le tutele normative contro i conflitti di interesse restano frammentarie.

Meta ha costruito negli anni una rete capillare di rapporti istituzionali. La società organizza regolarmente incontri con funzionari pubblici, finanzia ricerche universitarie, sponsorizza eventi dedicati alla sicurezza online e alla trasformazione digitale. Parte di queste attività rientra nel legittimo confronto tra impresa e istituzioni. Ma quando il confine tra collaborazione e condizionamento si assottiglia, il rischio è che l'interesse pubblico venga subordinato a logiche aziendali. L'inchiesta romana solleva interrogativi che vanno oltre il singolo episodio: esiste un problema strutturale nella capacità dello Stato italiano di regolare efficacemente le piattaforme globali?

L'Italia tra enforcement europeo e debolezza nazionale


Il caso arriva in un momento particolare per la governance digitale europea. Il DSA impone alle piattaforme con più di 45 milioni di utenti nell'Unione obblighi stringenti di moderazione dei contenuti, trasparenza algoritmica e cooperazione con le autorità. Meta rientra pienamente in tale perimetro. Ma l'applicazione delle norme ricade sugli Stati membri, che devono dotarsi di strutture amministrative adeguate. Il Garante italiano della privacy, pur essendo tra i più attivi in Europa, dispone di risorse limitate: meno di duecento dipendenti per vigilare su un ecosistema digitale che genera miliardi di interazioni quotidiane. La sproporzione tra mezzi pubblici e potenza delle multinazionali tecnologiche è evidente.

Per le imprese italiane, questa asimmetria ha conseguenze dirette. Mentre i colossi americani possono permettersi team legali e di lobbying agguerriti, le piccole e medie imprese digitali italiane faticano a orientarsi nella giungla normativa. Il rischio è una regolazione a due velocità: severa sulla carta, ma inefficace nell'applicazione verso i grandi player, e al contempo opprimente per le realtà locali che non hanno risorse per gestire adempimenti complessi. L'inchiesta in corso potrebbe accelerare una riflessione politica sulla necessità di rafforzare le autorità indipendenti, aumentandone dotazioni e blindandone l'autonomia.

Trasparenza e accountability nel rapporto con le big tech


La vicenda delle tessere aeree executive, per quanto accessoria rispetto al nucleo dell'indagine, illumina un aspetto spesso trascurato: i piccoli vantaggi materiali possono alterare le percezioni e i comportamenti anche in assenza di una corruzione vera e propria. Il tema non è nuovo nella letteratura sulla cattura del regolatore. Anche benefit apparentemente innocui, se sistematici e non dichiarati, creano un clima di familiarità che può erodere la distanza istituzionale necessaria. La poca trasparenza diventa il problema principale. Se ogni interazione fosse documentata e resa pubblica, molte ambiguità svanirebbero.

L'Italia ha introdotto negli ultimi anni registri dei lobbisti e norme sulla trasparenza delle nomine pubbliche, ma l'attuazione resta disomogenea. Il Garante della privacy stesso pubblica annualmente report dettagliati sulle proprie attività sanzionatorie, ma le informazioni sui contatti con le imprese regolate sono scarse. Altri Paesi europei, come l'Olanda e la Danimarca, hanno adottato sistemi di tracciamento pubblico degli incontri tra funzionari e rappresentanti aziendali. Un modello del genere, esteso alle autorità indipendenti italiane, potrebbe prevenire situazioni ambigue e rafforzare la fiducia dei cittadini.

Le domande de L'Analista


L'inchiesta romana potrà fungere da catalizzatore per una riforma organica del sistema italiano di vigilanza sulle piattaforme digitali, oppure resterà un caso isolato senza conseguenze strutturali?

Se venisse accertato che il "prezzo" per influenzare un'Autorità nazionale è di soli 50.000 euro in benefit, quanto è davvero efficace il sistema di vigilanza europeo (GDPR) che invece minaccia sanzioni da miliardi di euro, ma delega il controllo a uffici locali potenzialmente vulnerabili?

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Ocasio-Cortez dice che ha grandi abizioni per il 2028


La deputata di New York risponde alle domande di David Axelrod a Chicago e rilancia: la sua ambizione è cambiare il paese, non ottenere una poltrona

La deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez ha lasciato aperta la possibilità di una candidatura alla presidenza degli Stati Uniti nel 2028. Lo ha fatto durante un evento all'Institute of Politics dell'Università di Chicago, in una conversazione con lo stratega democratico David Axelrod, ex consigliere di Barack Obama. Axelrod le ha chiesto direttamente cosa pensasse delle ipotesi che la danno candidata alla Casa Bianca o pronta a sfidare il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer per il suo seggio nel 2028.

Ocasio-Cortez, al quarto mandato alla Camera per il quattordicesimo distretto di New York, ha respinto la lettura secondo cui la sua ambizione sarebbe legata a una carica specifica. "Pensano che la mia ambizione sia un titolo o una poltrona, ma la mia ambizione è molto più grande di così. La mia ambizione è cambiare questo paese", ha detto rivolta ad Axelrod. "I presidenti vanno e vengono, i parlamentari vanno e vengono, ma il sistema sanitario a pagatore unico è per sempre". Ha spiegato di prendere decisioni guardando le condizioni del paese ogni mattina, senza lavorare a ritroso da un titolo desiderato. "Mi sveglio la mattina, guardo fuori dalla finestra, osservo le condizioni di questo paese e mi chiedo: quale mossa o quale decisione posso prendere oggi che ci avvicini a quel futuro più velocemente, meglio di ieri?", ha aggiunto.

La deputata ha collegato la domanda di Axelrod a un editoriale apparso sul Washington Post, di proprietà di Jeff Bezos, che la descriveva come potenziale contendente del 2028. Ocasio-Cortez ha letto quel riferimento come una minaccia velata, un messaggio dell'élite economica a chi mette in discussione la concentrazione di ricchezza e potere. "Era l'élite che diceva: se vuoi questo posto, hai appena oltrepassato il limite. E vogliamo che tu sappia dove sta il vero potere", ha detto, individuandolo nei "baroni dei tempi moderni che possiedono il Post e possiedono gli algoritmi". Ha accusato Bezos di aver licenziato giornalisti del Washington Post per trasformarlo in un megafono delle proprie posizioni. Ha precisato che la sua critica non riguarda i singoli miliardari ma il sistema che permette una concentrazione estrema di ricchezza. "Negli ultimi cinque anni la ricchezza dei miliardari è raddoppiata. Chiedetevi se la qualità della vostra vita è raddoppiata negli ultimi cinque anni", ha detto al pubblico di Chicago.
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Sul piano elettorale Ocasio-Cortez è inserita in una rosa ampia di democratici considerati potenziali candidati per il 2028. Tra questi ci sono il governatore della California Gavin Newsom, l'ex vicepresidente Kamala Harris, la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer, l'ex segretario ai Trasporti Pete Buttigieg, il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro e il governatore del Kentucky Andy Beshear. Il governatore dell'Illinois JB Pritzker, interpellato di recente sulla possibilità di una propria candidatura, ha parlato di una buona panchina democratica. "Abbiamo una panchina piuttosto buona", ha detto Pritzker, promettendo di battersi per eleggere un democratico nel 2028.

I sondaggi più recenti mostrano un quadro in movimento. Una rilevazione di YouGov dello scorso aprile ha chiesto agli elettori democratici per chi sarebbero disposti a votare alle primarie del 2028: Harris ha raccolto il 52 per cento, Newsom il 40, Buttigieg il 39, Ocasio-Cortez il 38 e il senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders il 37. Quando la domanda è stata ristretta alla preferenza ideale, Harris si è attestata al 24 per cento, Newsom al 12, mentre Ocasio-Cortez e Buttigieg sono apparsi appaiati al 9. Il sondaggio ha coinvolto 2.189 adulti tra l'8 e il 13 aprile con un margine di errore di 2,8 punti. Una rilevazione di Echelon Insights nello stesso periodo dà Harris al 22 per cento, Newsom al 21, Buttigieg al 12 e Ocasio-Cortez al 10, con il 10 per cento di indecisi. Un sondaggio Harvard/Harris condotto tra il 23 e il 26 aprile assegna a Harris il 50 per cento dei consensi tra i democratici, seguita da Newsom al 22, Shapiro al 9, Ocasio-Cortez all'8 e Pritzker al 6.

Sul fronte repubblicano il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio sono considerati i candidati più probabili a succedere al presidente Donald Trump. "Non sono sicuro che qualcuno se la sentirebbe di correre contro questi due", ha detto Trump ai giornalisti a ottobre. "Penso che se si presentassero come ticket sarebbero inarrestabili". Lo stesso presidente non ha però escluso del tutto l'ipotesi di un terzo mandato, una mossa che violerebbe il ventiduesimo emendamento. La Trump Organization ha lanciato cappellini con la scritta "Trump 2028" lo scorso aprile e il presidente ha detto a ottobre che gli piacerebbe correre di nuovo.

Nel corso del dialogo con Axelrod, Ocasio-Cortez ha toccato anche altri temi. Sull'immigrazione ha criticato i 45 miliardi di dollari destinati all'applicazione delle norme migratorie. "Mille miliardi sono stati sottratti al nostro sistema sanitario per pagare una forza extragiudiziale che sta costruendo una banca dati di sorveglianza di massa di americani comuni", ha detto, accusando l'amministrazione di scansionare volti e di entrare nelle case delle persone senza un mandato giudiziario. Ha chiesto l'abolizione dell'agenzia di controllo dell'immigrazione e ha ricordato il ruolo dei lavoratori immigrati nei sistemi sanitario, alimentare e immobiliare statunitensi. Sul ridisegno dei collegi elettorali ha definito un colpo durissimo la sentenza della Corte Suprema della Virginia che ha annullato la nuova mappa approvata da tre milioni di elettori. "Questa corte non ha annullato una mappa, ha annullato un'elezione", ha detto, accusando i tribunali conservatori di non aver invece toccato le mappe approvate dai parlamenti statali in Tennessee, North Carolina, Texas, Florida e Missouri. Si è detta favorevole a un nuovo ridisegno dei collegi anche a New York. Si è espressa a favore dell'abolizione dell'ostruzionismo al Senato, sostenendo che obbligherebbe i singoli senatori ad assumersi la responsabilità dei propri voti. Ha invocato infine una riforma del sistema fiscale, un'azione antitrust contro i monopoli e tutele rafforzate per la ricerca universitaria, dopo i tagli che hanno colpito atenei come quello di Chicago.

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Tecnologia negli studi medici: il digital divide che mette in difficoltà medici e pazienti


Tra sanità digitale, software gestionali e intelligenza artificiale, molti studi medici devono ancora affrontare un forte digital divide tecnologico e formativo
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La digitalizzazione della sanità è oggi una delle priorità delle politiche pubbliche. Il Piano nazionale per la sanità digitale prevede lo sviluppo di strumenti come fascicolo sanitario elettronico, telemedicina e piattaforme interoperabili per migliorare l’organizzazione dei servizi e l’accesso alle cure. Tuttavia, accanto allo sviluppo delle infrastrutture emerge anche un tema meno discusso: il digital divide tra i professionisti sanitari, legato al livello di alfabetizzazione tecnologica e alla familiarità con gli strumenti informatici utilizzati nella pratica clinica quotidiana.

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In occasione della Giornata mondiale della password 2026, cresce l’allarme sulla sicurezza: anche le password complesse possono essere violate da AI, malware e reti criminali online. Ecco perché e quali alternative adottare
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In particolare, una ricerca pubblicata su PubMed Central evidenzia come la trasformazione digitale della sanità non proceda sempre allo stesso ritmo delle competenze dei professionisti. Solo il 35,7% dei medici intervistati ritiene di possedere un livello adeguato di alfabetizzazione digitale per affrontare pienamente i cambiamenti in corso nel sistema sanitario. Questo divario di competenze si riflette spesso anche nella gestione quotidiana degli studi: strumenti come email, piattaforme di prenotazione o sistemi per il monitoraggio dei pazienti richiedono un’organizzazione sempre più informatizzata e una gestione costante della comunicazione con i pazienti.

GPS tracker per cani e gatti: guida completa alla scelta e all’uso
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Quando la tecnologia entra nell’organizzazione dello studio


È proprio in questo spazio operativo che si inseriscono nuove piattaforme digitali progettate per supportare il lavoro quotidiano dei professionisti. Tra queste c’è Sammy, gestionale pensato per semplificare alcune attività organizzative degli studi medici estetici. Il sistema utilizza l’intelligenza artificiale per gestire automaticamente funzioni come l’organizzazione degli appuntamenti, l’invio di promemoria ai pazienti, la programmazione dei controlli successivi alla visita e la gestione della comunicazione con lo studio. L’obiettivo è rendere più semplice l’utilizzo degli strumenti digitali anche per quei professionisti che non hanno particolare familiarità con piattaforme tecnologiche complesse.

Molti medici si trovano a dover gestire ogni giorno email, richieste di appuntamento e comunicazioni con i pazienti utilizzando strumenti non pensati per l’organizzazione sanitaria - spiega Edoardo Castigliego, co-founder del progetto - l’idea è utilizzare l’intelligenza artificiale per semplificare queste attività e permettere al medico di concentrarsi sul lavoro clinico e sulla relazione con il paziente”, conclude.


In un sistema sanitario sempre più orientato alla digitalizzazione, la sfida non riguarda solo lo sviluppo delle tecnologie ma la loro accessibilità e facilità d’uso per tutti i professionisti. Ridurre il divario digitale all’interno degli studi medici significa infatti migliorare non solo l’organizzazione del lavoro, ma anche la continuità del rapporto tra medico e paziente.


Le password non bastano più: l’allarme nel Password Day 2026 tra AI e hacker


Il panorama delle minacce informatiche si è trasformato in pochi anni in una vera e propria economia industrializzata del Cybercrime-as-a-Service (CaaS), oggi ulteriormente potenziata dall’intelligenza artificiale generativa. In questo contesto, il tradizionale consiglio di utilizzare password complesse con numeri e simboli appare ormai superato: anche una chiave di accesso lunga 16 caratteri può risultare inefficace se un malware di tipo infostealer riesce a estrarla direttamente dalla cache del browser, oppure se viene inconsapevolmente condivisa dall’utente in strumenti di AI non controllati. Per comprendere davvero il moderno ecosistema del furto di identità è necessario andare oltre la semplice schermata di login e osservare da vicino la relazione sempre più stretta tra dark web, Telegram e tecnologie basate sull’AI.

Case vacanza nei borghi italiani: gli stranieri prenotano 20 giorni prima | TechPerTutti
Secondo l’analisi di Ruralis su 574 strutture in tutta Italia, i turisti stranieri prenotano le case vacanza nei borghi con quasi tre settimane di anticipo rispetto agli italiani.
TechpertuttiGuglielmo Sbano


Il mercato sommerso ha subito un massiccio cambiamento di piattaforma - ha affermato David Gubiani di Check Point Software Technologies - i tradizionali forum del Dark Web vengono ora utilizzati principalmente per stabilire la credibilità dei venditori, mentre gli acquirenti vengono rapidamente indirizzati verso canali Telegram privati e bot automatizzati per transazioni immediate. Questo cambiamento ha accelerato la velocità con cui i dati rubati vengono monetizzati”.


Da un lato, l’eccesso di account compromessi nel settore intrattenimento e social ha fatto crollare i prezzi, con profili Facebook venduti a circa 45 dollari e account Gmail tra i 60 e i 65 dollari; dall’altro, nel comparto finanziario e aziendale i valori salgono sensibilmente, con carte di credito vendute tra i 10 e i 40 dollari ma accessi verificati a conti bancari o wallet di criptovalute che possono superare i 1.000 dollari. Ancora più redditizio è il mercato degli Initial Access Brokers, che vendono accessi diretti a reti aziendali tramite VPN o RDP: secondo Rapid7, il prezzo medio parte da circa 2.700 dollari e può superare i 113.000 dollari per credenziali con privilegi amministrativi elevati.

L'epidemia delle password


L'efficacia di questi database rubati dipende interamente dalla psicologia umana. Nonostante anni di avvertimenti, gli utenti continuano a riutilizzare le password, sostengono gli esperti di Check Point, e il 94% delle password viene riutilizzato su due o più account. I dati del Data Breach Investigations Report 2025 di Verizon mostrano che solo il 3% delle password soddisfa i requisiti di complessità; così,quando una piattaforma viene violata, gli attacchi automatizzati sbloccano istantaneamente i profili utente su centinaia di altri servizi.

La minaccia legata al fattore umano


Questo aspetto non riguarda solo il riutilizzo delle password. Si assiste a una moltitudine di dipendenti che inavvertitamente inseriscono informazioni sensibili aziendali direttamente negli strumenti di IA. Secondo il LayerX Browser Security Report 2025, il copia-incolla nei browser ha superato i trasferimenti di file come principale vettore di esfiltrazione dei dati aziendali. Un enorme 45% dei dipendenti utilizza attivamente strumenti di IA, e il 77% di questi utenti incolla i dati direttamente nei prompt dell'IA, il che è pericoloso. Secondo Check Point Research, nel mese di marzo 2026, 1 su 28 prompt GenAI inviati da ambienti aziendali presentava un alto rischio di fuga di dati sensibili, con un impatto sul 91% delle organizzazioni che utilizzano regolarmente strumenti GenAI. Quando questi strumenti di IA vengono compromessi, la società di intelligence sulle minacce Group-IB ha riferitoche almeno 225.000 set di credenziali OpenAI/ChatGPT sono stati messi in vendita sul dark web dopo essere stati raccolti da infostealer.

Apple WWDC 2026 torna la settimana dell’8 giugno: cosa aspettarsi
La Worldwide Developers Conference di Apple torna la settimana dell’8 giugno. L’evento dedicato agli sviluppatori porterà novità su iOS, macOS, AI e sull’intero ecosistema Apple
TechpertuttiGuglielmo Sbano

I suggerimenti degli esperti


Secondo Check Point, per contrastare un ecosistema di minacce sempre più evoluto è necessario adottare un approccio multilivello che superi definitivamente il concetto tradizionale di password. La prima linea di difesa passa dall’adozione di soluzioni passwordless basate su standard come FIDO2, che eliminano alla radice il rischio di phishing e furto di credenziali, rendendo inutilizzabili eventuali dati intercettati dagli attaccanti. Parallelamente, diventa fondamentale implementare un modello Zero Trust incentrato sull’identità, in cui ogni tentativo di accesso viene verificato con rigore attraverso l’integrazione tra sistemi di Endpoint Detection and Response (EDR) e Identity Threat Detection and Response (ITDR), così da individuare anomalie comportamentali sia sui dispositivi sia sugli account. Un ulteriore punto critico riguarda il browser, sempre più spesso utilizzato come vettore di attacco, soprattutto in combinazione con strumenti di intelligenza artificiale: per questo le aziende dovrebbero adottare browser aziendali o estensioni di sicurezza capaci di monitorare e bloccare la condivisione non autorizzata di dati sensibili. Infine, in un contesto in cui la vendita di credenziali avviene in tempo reale su canali sempre più accessibili, è indispensabile attivare un monitoraggio continuo del dark web e di piattaforme come Telegram, anticipando le minacce e individuando eventuali dati compromessi prima che vengano sfruttati dagli attori malevoli o immessi nei circuiti del cybercrime organizzato.


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Xiaomi lancia REDMI A7 Pro: display immersivo e batteria a lunga durata a prezzo competitivo


Xiaomi annuncia REDMI A7 Pro, uno smartphone economico che punta su display immersivo e batteria a lunga durata. Ecco caratteristiche, specifiche e cosa aspettarsi
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Xiaomi ha ufficialmente presentato REDMI A7 Pro, il primo modello Pro della serie REDMI A, che introduce un pacchetto di funzionalità pensate per soddisfare le esigenze di un'ampia gamma di utenti. Lo smartphone è dotato di un grande display da 6,9", una batteria da 6000mAh e per la prima volta per la serie REDMI A anche di Xiaomi HyperOS 3, unendo in questo modo funzioni essenziali a prestazioni reattive.

ASUS Zenbook DUO: dual screen più potente e portatile
ASUS rinnova lo Zenbook DUO con un design aggiornato, prestazioni superiori e un’esperienza dual-screen ancora più avanzata. Il nuovo modello punta su mobilità, produttività e versatilità, confermandosi tra i notebook più innovativi della categoria
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Display con aggiornamento a 120Hz


Con il suo ampio display da 6,9", REDMI A7 Pro offre un’esperienza visiva migliorata, ideale per scorrere i social media, guardare video o navigare tra i contenuti. La luminosità di picco fino a 800 nit e una frequenza di aggiornamento a 120Hz garantiscono immagini nitide anche in piena luce, dichiara REDMI, e un’interazione fluida e reattiva. Grazie alla tecnologia Wet Touch 2.0, il device mantiene un controllo preciso anche con dita bagnate, unte o insaponate. A completare il quadro, sono presenti le tre certificazioni TÜV Rheinland per il comfort visivo e il DC dimming.
La batteria mantiene oltre l'80% della sua capacità anche dopo 1.000 cicli di ricaricaLa batteria mantiene oltre l'80% della sua capacità anche dopo 1.000 cicli di ricarica

Batteria e prestazioni


REDMI A7 Pro racchiude una capiente batteria da 6000mAh, che offre un’esperienza senza pensieri con oltre due giorni di utilizzo con una singola carica. Secondo i dati riportati dall'azienda, il device assicura fino a 49 ore di chiamate, 35 ore di riproduzione video o 77 ore di musica. La batteria, inoltre, mantiene oltre l'80% della sua capacità anche dopo 1.000 cicli di ricarica, mantenendo una potenza costante e affidabile nel tempo. Sul fronte delle prestazioni, REDMI A7 Pro è alimentato da un robusto processore octa-core e da una memoria UFS 2.2 ad alta velocità, che garantisce una gestione fluida ed efficiente delle attività quotidiane. Con il supporto all'espansione della RAM fino a 8GB, il dispositivo migliora ulteriormente la reattività, garantendo prestazioni affidabili in tutti i contesti.

A7 Pro segna il debutto di Xiaomi HyperOS sulla serie REDMI A, introducendo l'ultima versione Xiaomi HyperOS 3. Questo aggiornamento vanta l'assistenza intelligente in tempo grazie a Google Gemini e Cerchia e Cerca con Google.
A7 Pro dispone di una serie di funzioni versatiliA7 Pro dispone di una serie di funzioni versatili, tra cui un aumento del volume del 200%, jack per cuffie da 3,5mm, sblocco tramite impronta digitale laterale e NFC

Fotografia e Design


Per quanto riguarda il comparto fotografico, A7 Pro offre un'esperienza versatile grazie a una doppia fotocamera AI da 13MP e un sensore più grande che aumenta l'assorbimento della luce del 13% per scatti più luminosi e nitidi. Con HDR+, il dispositivo cattura foto vivide e ben bilanciate in diverse condizioni di illuminazione. La fotocamera frontale da 8MP, con funzionalità di bellezza integrate, regala selfie naturali, mentre la modalità notturna su entrambe le fotocamere assicura scatti dettagliati in condizioni di scarsa illuminazione.

DJI Power 1000 Mini: la power station compatta che rivoluziona tutto
DJI Power 1000 Mini debutta come una delle power station portatili più compatte e interessanti del momento. Pensata per chi cerca energia affidabile in mobilità, combina dimensioni ridotte, buone prestazioni e versatilità d’uso
TechpertuttiGuglielmo Sbano


Con uno spessore di soli 8,15mm, il nuovo REDMI garantisce una presa comoda, presenta un sofisticato anello decorativo intorno alle lenti ed è disponibile in quattro colorazioni ispirate alla natura: Black, Mist Blue e Palm Green¹⁴.

Prezzi e disponibilità


REDMI A7 Pro è disponibile nelle da 4 GB+64 GB e 4 GB+128 GB, a partire da 119,90 euro.


ASUS Zenbook DUO ufficiale: più potente, portatile e con doppio schermo migliorato


ASUS ha annunciato la disponibilità del nuovo Zenbook DUO (UX8407), una versione evoluta del rivoluzionario notebook a doppio schermo che ora offre maggiore potenza, portabilità e un'esperienza utente migliorata. Progettato per professionisti e creativi. Con un processore Intel Core Ultra X9 Series 3 e un layout a doppia batteria da 99Wh, Zenbook DUO offre prestazioni di livello desktop che favoriscono la produttività e la creatività.
Zenbook Duo è dotato di un telaio interamente in Ceraluminum che garantisce un'alta resistenzaZenbook Duo è dotato di un telaio interamente in Ceraluminum che garantisce un'alta resistenza
Progettato per un'esperienza coinvolgente, il compatto Zenbook DUO è dotato di due display OLED ASUS Lumina Pro da 14 pollici con risoluzione 3K e cornici sottili, che garantiscono immagini realistiche con maggiore luminosità e contrasto, oltre a un design completamente piatto che riduce lo spazio tra gli schermi. Il nuovo sistema audio a sei altoparlanti trasforma il notebook in un vero e proprio centro di intrattenimento. Grazie al software ScreenXpert aggiornato e al nuovo sistema di aggancio per tastiera MagLatch, il multitasking si svolge in modo fluido su entrambi gli schermi, il tutto in un telaio più compatto del 5% rispetto alla generazione precedente.

World Book Day: Rakuten Kobo rilancia la lettura serale
In occasione del World Book Day, Rakuten Kobo punta sulla lettura serale come nuovo rituale quotidiano. Tra ebook, relax e benessere digitale, leggere torna protagonista nelle ore serali
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Costruito per durare, progettato per muoversi


La resistenza e la mobilità sono al centro del design del nuovo dispositivo Asus. Ogni elemento è stato perfezionato per resistere alle esigenze di viaggio, uso frequente e flussi di lavoro dinamici: in particolare, il telaio completo in Ceraluminum combina resistenza e leggerezza, mentre la nuova cerniera e il cavalletto integrato ridisegnato garantiscono un'azione affidabile e un posizionamento stabile in tutte le modalità operative. La tastiera Bluetooth full-size si aggancia in sicurezza tra i pannelli OLED, offrendo protezione ed efficienza, per transizioni fluide tra le modalità di lavoro.
La riduzione del 70% del gap tra i due schermi rende la transizione visiva quasi impercettibileLa riduzione del 70% del gap tra i due schermi rende la transizione visiva quasi impercettibile

Progettato per andare più veloci


Dotato di un sistema a doppia batteria ad alta capacità da 99Wh, Zenbook DUO garantisce un funzionamento a lunga durata per carichi di lavoro intensivi. Il processore di nuova generazione fino a Intel Core Ultra X9 Serie 3 offre un notevole salto di efficienza in termini di elaborazione e grafica, raggiungendo fino a 180 TOPS di prestazioni AI. La gestione termica è stata ulteriormente migliorata grazie ad aperture di aerazione ricavate con taglio CNC di precisione, con una superficie tre volte superiore a quella della soluzione precedente e ventole migliorate, così da mantenere temperature ottimali anche sotto carichi prolungati.

ECOVACS DEEBOT X12 ufficiale: robot con FocusJet
ECOVACS DEEBOT X12 è ufficiale: il nuovo robot aspirapolvere introduce la tecnologia FocusJet e punta a migliorare la pulizia smart con funzioni avanzate e maggiore automazione
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Una nuova realtà, oltre gli schermi


Zenbook DUO ridefinisce il multi-schermo grazie all'integrazione di due display OLED in uno spazio di lavoro unificato e fluido. Il telaio è più piccolo del 5% rispetto alla generazione precedente e introduce gli schermi OLED ASUS Lumina Pro 3K da 14 pollici, insieme a un'esperienza utente migliorata. La riduzione del 70% del gap tra i due schermi rende la transizione visiva quasi impercettibile. Questi doppi schermicertificati Dolby Vision raggiungono ciascuno fino a 1.000nits di luminosità massima, hanno una frequenza di aggiornamento variabile (VRR) di 48-144Hz e sono dotati di un rivestimento antiriflesso per una nitidezza HDR impeccabile. Le funzionalità intelligenti migliorano ulteriormente l'esperienza utente: il software ScreenXpert riconosce automaticamente l’apertura del notebook oltre i 175°, attivando strumenti di condivisione e annotazione che semplificano la collaborazione. Il sistema audio Dolby Atmos aggiornato ora include sei altoparlanti per un suono coinvolgente e potente. Utilizza woofer a doppio diaframma, con tweeter frontali integrati in modo discreto nel meccanismo della cerniera.

Disponibilità e prezzi


ASUS Zenbook DUO è disponibile su ASUS eShop al prezzo a partire da 2.199 euro.


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Le perdite russe in Ucraina superano i 350mila soldati morti


Una nuova stima dei media indipendenti russi Meduza e Mediazona indica che alla fine del 2025 i caduti russi sarebbero circa 352mila, portando a circa mezzo milione il totale delle vittime militari del conflitto.

I soldati russi morti nella guerra contro l'Ucraina sono circa 352mila alla fine del 2025. Lo rivela una nuova stima pubblicata sabato dai media indipendenti russi in esilio Meduza e Mediazona, che hanno diffuso il dato proprio nel giorno della parata del 9 maggio con cui la Russia celebra ogni anno la vittoria sulla Germania nella Seconda guerra mondiale. La cifra suggerisce che il numero complessivo di militari caduti su entrambi i fronti, russo e ucraino, possa avvicinarsi al mezzo milione. A più di quattro anni dall'inizio dell'invasione su vasta scala ordinata dal presidente Vladimir Putin, il conflitto si conferma come il più sanguinoso in Europa dalla fine del Secondo conflitto mondiale.

La stima è il risultato di un lavoro di analisi che parte da un database di decessi confermati tenuto da Mediazona insieme al servizio in lingua russa della BBC. Questo archivio raccoglie i nomi dei soldati morti basandosi in parte su post pubblicati sui social media e sui registri russi di successione ereditaria, e ad oggi contiene quasi 218mila nominativi accertati. Per arrivare alla cifra complessiva di 352mila caduti, i ricercatori di Mediazona e Meduza hanno analizzato il tasso di mortalità maschile in eccesso che emerge nei registri di successione per le fasce d'età più giovani. Hanno poi integrato il calcolo con deduzioni basate sui decessi confermati attraverso i procedimenti giudiziari.

Il numero non comprende i militari morti al fronte nei primi mesi del 2026. Restano fuori dal conteggio anche buona parte dei combattenti stranieri e dei soldati arruolati nelle milizie formate nei territori ucraini occupati che hanno combattuto a fianco delle forze di Mosca.
352 mila — FocusAmerica

Ucraina · Il bilancio delle perdite russe

L'esercito invisibile:
quanti soldati russi sono morti davvero in Ucraina


Un'inchiesta congiunta di Meduza, Mediazona e BBC News Russian rivede al rialzo il bilancio delle perdite russe: 352.000 militari morti tra il febbraio 2022 e il dicembre 2025. Per la prima volta, la stima include anche 90.000 soldati dichiarati deceduti dai tribunali, in gran parte dispersi i cui corpi non sono mai stati ritrovati.

Fonti: Meduza · Mediazona · Servizio russo della BBC Pubblicazione 9 maggio 2026

Stima totale al 31 dicembre 2025
352.000
soldati russi morti dall'inizio dell'invasione su larga scala, vale a dire un cittadino russo maschio fra i 18 e i 59 anni ogni 100 minuti.

261.000
Registrati
Decessi nei registri civili

90.000
Invisibili
Dichiarati morti dai tribunali (corpo mai trovato)

217.808
Identificati
Morti confermati per nome

Esplora i dati
1 Bilancio 2 Curva 3 Chi muore 4 Confronto

La svolta metodologica

I 90mila soldati che sinora mancavano al bilancio: dichiarati morti senza un corpo


Finora la stima si basava soprattutto sui registri di successione. Dalla metà del 2024, però, le procure militari hanno iniziato a presentare in massa richieste ai tribunali per dichiarare morti i soldati dispersi, anche quando il corpo non è stato ritrovato. Si tratta di una procedura necessaria per consentire alle famiglie di ottenere i risarcimenti statali.

Composizione del totale 352.000

261.000
Decessi registrati nei normali registri di stato civile e di successione russi

90.000
Dichiarati morti dai tribunali, in gran parte dispersi senza salma ritrovata

Prova n. 1 · Solo gli uomini muoiono
Successioni aperte ogni settimana, fascia 20–24 anni
Sino al febbraio 2022 le successioni aperte per uomini e donne giovani crescevano in parallelo. Dopo l'invasione, la curva maschile è esplosa mentre quella femminile è rimasta piatta: la mortalità in eccesso dipende dalla guerra.
Uomini 20–24 anni Donne 20–24 anni
50 100 150 200 2016 2018 2020 2022 2024 Feb 2022


Uomini—
Donne—

Prova n. 2 · Le registrazioni in ritardo
Successioni aperte per uomini tra 20 e 24 anni, per ritardo nella registrazione del decesso
Dalla metà del 2024 sono aumentate in modo anomalo le registrazioni di decessi avvenuti oltre sei mesi prima: la traccia statistica lasciata dai dispersi che i tribunali hanno iniziato a riconoscere come morti.
Entro 2 settimane 2 settimane – 6 mesi Oltre 6 mesi
30 60 90 120 2021 2022 2023 2024 2025 Feb 2022


Entro 2 sett.—
2 sett. – 6 mesi—
Oltre 6 mesi—

Il segnale dei dispersi. La curva viola — registrazioni con ritardo superiore ai sei mesi — era praticamente assente fino a metà 2024. Da quel momento sale rapidamente e supera quote precedentemente inedite.

Le richieste giudiziarie per dichiarare morti i militari dispersi hanno iniziato ad arrivare in massa nei tribunali di guarnigione solo dalla metà del 2024. Secondo l'inchiesta, un ordine interno alle unità ha sbloccato l'arretrato dei soldati scomparsi in combattimento, ma mai formalmente riconosciuti come deceduti.

La stima settimanale

Una settimana del 2025 vale due settimane del 2023


È il grafico centrale dell'inchiesta. La linea grigia indica la stima dei militari russi morti ogni settimana sulla base dei soli registri di successione; la linea rossa aggiunge anche i dispersi riconosciuti come deceduti dai tribunali. L'area rosa fra le due misura proprio il peso di questa correzione. Per gli ultimi sei mesi, in cui i dati sono ancora incompleti, la curva non registra solo i casi già emersi ma anticipa il bilancio più probabile.

Totale (con dispersi) Stima dai registri di successione Solo nominali confermati Scarto dispersi
Previsionale 1k 2k 3k 4k 2022 2023 2024 2025


Totale (con dispersi)—
Stima dai registri—
Previsionale—
Nominali confermati—

Lo scarto rosa. L'area rosa tra la linea grigia (registri di successione) e quella rossa (con dispersi) misura quanto i tribunali militari abbiano corretto al rialzo il bilancio dal 2024 in poi. Il distacco si fa via via più marcato a partire dalla metà del 2024.

Riepilogo per anno

2022

Invasione, ritirata da Kyiv, controffensive a Kharkiv e Kherson

~20.000
Morti

2023

Battaglia di Bakhmut, picco a 1.500 morti a settimana

~50.000
Morti

2024

Offensive nel Donbass e a Kharkiv, deceduti oltre 2.000 a settimana

~100.000
Morti

2025

Pressione su Pokrovsk e Toretsk, anno più letale del conflitto

~180.000
Morti

Il dato che preoccupa Mosca

Nei mesi finali del 2024 i decessi settimanali si sono avvicinati alla soglia dei 3.000. Il 2025 ha consolidato e superato quel ritmo, portando il totale dell'ultimo anno oltre i 180.000 morti — più di tutti gli anni precedenti messi insieme.

Profilo dei caduti identificati

Volontari, detenuti, fanteria meccanizzata: chi sono principalmente i soldati che muoiono


Sui 217.808 nomi confermati al 9 maggio 2026 da Mediazona e BBC, prevalgono i volontari arruolati dopo l'invasione e i detenuti reclutati nelle colonie penali. I mobilitati restano una quota minore dei morti. Tocca per espandere.

1

Fanteria meccanizzata
La spina dorsale dell'esercito regolare russo

12,6%

27.475

Le unità di fanteria meccanizzata — motostrelki — costituiscono il grosso delle truppe di terra russe e rappresentano la quota maggiore di perdite identificate per branca. La loro percentuale è cresciuta di pari passo con il logoramento di Bakhmut e nel Donbass.

2

Detenuti reclutati
Arruolati nelle colonie penali

11,3%

24.534

Iniziato con Wagner durante la battaglia di Bakhmut, il reclutamento dai penitenziari è proseguito mediante contratti diretti del Ministero della Difesa russo. I detenuti vengono impiegati nei "gruppi d'assalto" mandati a saturare le posizioni ucraine.

3

Mobilitati
Chiamati con la mobilitazione del settembre 2022

8,6%

18.671

Mosca non ha più annunciato mobilitazioni dopo quella "parziale" del settembre 2022, ma chi è stato chiamato allora è in larga parte ancora al fronte. Sono uomini di età media superiore ai 25 anni, spesso con famiglia.

4

Ufficiali
In calo dal 10% iniziale

3,3%

7.094

All'inizio della guerra arrivavano fino al 10% dei caduti. Oggi sono scesi al 2-3%: indicatore di un esercito che ha sostituito i ruoli di comando con fanteria volontaria a basso costo, da sacrificare in massa. Confermata anche la morte di 15 generali.

5

Truppe aviotrasportate (VDV)
L'élite paracadutista

2,4%

5.135

Le VDV — il corpo d'élite della Russia — sono state decimate nelle prime settimane di guerra, con perdite altissime nei tentativi falliti di assalto a Hostomel e nell'avanzata su Kyiv. Oggi vengono usate prevalentemente come fanteria d'assalto.

Nota. Le percentuali si riferiscono ai 217.808 nomi confermati. Mediazona stima che la lista in oggetto catturi tra il 45% e il 65% delle perdite reali: per questo la stima complessiva (352.000) è significativamente più alta.

Il peso storico

L'Ucraina è già la guerra più sanguinosa per Mosca dalla fine della Seconda guerra mondiale


Partendo dai circa 60-70.000 soldati russi morti nel primo anno di guerra in Ucraina, il bilancio supera tutte le altre guerre russe e sovietiche dalla fine del secondo conflitto mondiale messe insieme.
Vittime militari russe — guerre a confronto

Ucraina (al 31 dic 2025)
4 anni — invasione 2022
352.000

Cecenia (totale)
15 anni — 2 guerre 1994-2009
~24.000

Afghanistan (URSS)
10 anni — 1979-1989
~15.000

L'ordine di grandezza
25× Cecenia
Secondo il Center for Strategic and International Studies, il primo anno di guerra in Ucraina ha causato perdite russe 25 volte superiori a quelle medie in Cecenia e 35 volte a quelle dell'Afghanistan sovietico. Il quarto anno è stato più letale dei primi 3 messi insieme.

Per cosa è stato pagato questo prezzo
Avanzata settimanale in km², Russia vs Ucraina
Le perdite russe del 2024 e 2025 sono il prezzo di un'avanzata lenta. Mosca conquista in media poche centinaia di km² ogni settimana — con il picco oltre i 700 nell'autunno 2025 — mentre i guadagni ucraini restano modesti, salvo il caso eccezionale dell'incursione di Kursk dell'estate 2024.
Avanzata russa Avanzata ucraina
0 200 400 600 800 2024 2025 2026


Avanzata russa—
Avanzata ucraina—

L'operazione di Kursk. Il picco azzurro dell'estate 2024 è l'unica avanzata ucraina rilevante del periodo: corrisponde all'incursione delle forze di Kyiv in territorio russo. Dalla fine del 2024 la curva russa torna a salire con forza, fino a raggiungere il livello più alto stimato dall'inizio dell'invasione.

Fonte Inchiesta congiunta Meduza, Mediazona e BBC News Russian, "352.000 morti in quattro anni" — pubblicata il 9 maggio 2026. Stima basata sul Registro russo dei procedimenti di successione, sulla lista nominale verificata dei caduti e sulle istanze depositate nei tribunali militari di guarnigione.
Credits FocusAmerica

Una stima diversa, pubblicata in gennaio dal Center for Strategic and International Studies, think tank con sede a Washington, parlava di un massimo di 325mila soldati russi e 140mila soldati ucraini caduti dall'inizio del conflitto fino alla fine del 2025. Il governo russo ha lavorato in modo sistematico per nascondere l'entità reale delle perdite, arrivando a cancellare od occultare dati pubblici che i ricercatori utilizzavano per ricostruire le cifre. L'Ucraina ha diffuso numeri propri sui suoi caduti, ma le cifre ufficiali di Kiev restano molto inferiori alle stime indipendenti elaborate dal think tank americano e da altri gruppi di ricerca.

Sul piano militare l'Ucraina deve fare i conti con una grave carenza di personale e cerca di aumentare il costo umano della guerra per Mosca. L'obiettivo dichiarato è portare a 50mila il numero mensile di soldati russi uccisi o feriti, contro i circa 30mila attuali. Stando alle statistiche ucraine, però, questo traguardo è ancora lontano.

La Russia sta intanto cercando nuove vie per garantire un flusso costante di uomini al fronte. Mosca ha rilanciato il reclutamento di combattenti provenienti dall'Africa e da altre regioni del mondo, e ha avviato una campagna mirata a coinvolgere gli studenti delle università russe nella sua forza di droni in espansione. Il Cremlino sta accelerando la costruzione di un'arma di droni autonoma, che diventerebbe una branca separata delle forze armate, per stare al passo con le innovazioni introdotte dall'Ucraina nella guerra dei droni.

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Superinteressante #5 — Il tuo lavoro tra cinque anni potrebbe non esistere


Nelle scorse settimane, con zero esperienza di programmazione, ho costruito trentadue agenti. Trentadue pezzi di software che adesso lavorano per il mio studio legale ventiquattro ore al giorno. Uno scarica gli atti dai portali. Uno li smista e li distribuisce al collaboratore giusto. Uno fa il check-in settimanale con ogni persona del team, come un project manager che non dorme mai. Uno gestisce le to-do list. Il settanta per cento dei processi dello studio è diventato automatico nel giro di una settimana.

E io cosa faccio adesso? Penso. Ragiono sulle strategie. Parlo con i clienti. Faccio l'unica cosa che una macchina non sa fare — la parte umana del mestiere, creo valore. Quella che richiede giudizio, creatività, sensibilità. Tutto il resto lo fa qualcun altro. Solo che quel qualcun altro non è una persona — è un software che ho costruito parlando. Un software che costa massimo 100€ al mese e sostituisce (almeno) 1 persona che ne costa 3000€.


Facciamo i conti con la realtà: un'infinità di posti di lavoro spariranno. Non tra dieci anni — adesso, mentre leggi questa mail. Il settanta per cento delle persone che fanno il mio mestiere non lo farà più. Non è catastrofismo — è aritmetica. Quello che un avvocato junior fa oggi — ricerche giurisprudenziali, bozze contrattuali, compilazione di atti — lo fa già una macchina, meglio e in un centesimo del tempo (e del costo). E non succede solo nel diritto. Succede nella contabilità, nel marketing, nella consulenza, nel design. In ogni settore dove il lavoro è ripetitivo, procedurale, basato su regole. Se il tuo lavoro consiste nell'applicare una procedura nota a un caso standard, sei in competizione con qualcosa che non dorme, non si distrae e costa una frazione di te.

Ma ecco il ribaltamento — ed è qui che la maggior parte delle persone si ferma troppo presto. Quando togli la parte meccanica, quello che resta è la parte che vale. Le idee. Il gusto. Il giudizio. La capacità di vedere una connessione che un algoritmo non vede, di fare una scelta che richiede sensibilità, di avere un'intuizione che nasce dall'esperienza e non dai dati. La creatività — non come concetto astratto, ma come la cosa concreta che ti rende insostituibile. Per la prima volta nella storia, una innovazione, l'intelligenza artificiale, non sta sopprimendo la creatività di ognuno di noi. La sta liberando. Perché non devi più perdere otto ore al giorno sulla parte meccanica per arrivare a quella che conta.

La domanda non è se il tuo lavoro cambierà. La domanda è cosa farai con tutto il tempo che ti torna indietro. Chi lo riempirà con la stessa roba di prima resterà fermo. Chi lo userà per pensare, creare, costruire qualcosa di suo — quello farà il salto.


"La creatività non consiste puramente nelle cose che scegliamo di includere, ma anche in quelle che decidiamo di tralasciare."

— Austin Kleon, Ruba Come Un Artista


Con l'intelligenza artificiale puoi produrre all'infinito. Testi, immagini, codice, analisi — in quantità che fino a ieri erano impensabili. Ma la quantità non è valore. Il valore è nel gusto — sapere cosa tenere e cosa buttare, cosa merita di esistere e cosa no. Scegliere è l'atto creativo per eccellenza. Ed è l'unica cosa che non puoi delegare a una macchina. Il giorno in cui lo capisci, smetti di avere paura dell'AI e inizi a usarla per quello che è: uno strumento che ti libera le mani.


Qual è la parte più noiosa del tuo lavoro — quella che ti piacerebbe non dover fare mai più?

Rispondimi — leggo tutto.

G.

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Trump si è stufato della guerra che ha iniziato


Il presidente americano si dice stanco del conflitto che ha avviato dopo la cattura di Maduro, mentre la Repubblica islamica resiste al blocco navale e mantiene chiuso lo Stretto di Hormuz.

Il presidente Donald Trump vuole chiudere la guerra con l'Iran, ma Teheran non sembra disposta ad accettare alcuna soluzione gradita ai negoziatori americani. Lo scrive Jonathan Lemire in un'analisi pubblicata sull'Atlantic, basata su conversazioni con cinque collaboratori e consiglieri esterni della Casa Bianca. Trump avrebbe già dichiarato vittoria diverse volte, l'ultima circa tre settimane fa quando l'Iran ha riaperto brevemente lo Stretto di Hormuz, e ha più volte prorogato le scadenze del cessate il fuoco invece di tradurre in azioni le sue minacce di riprendere le ostilità.

Il conflitto è stato molto più difficile e lungo di quanto Trump si aspettasse. Dopo l'operazione militare che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro a Caracas, il presidente avrebbe puntato all'Iran convinto che sarebbe stata "un'altra Venezuela", secondo quanto riferito da due consiglieri esterni a Lemire. Trump si attendeva una vittoria in pochi giorni, al massimo una o due settimane. L'offensiva iniziale congiunta tra Stati Uniti e Israele ha ucciso la guida suprema iraniana e ha distrutto, secondo le ricostruzioni, gran parte delle capacità missilistiche del paese. Teheran però non ha capitolato. Ha attaccato i vicini del Golfo Persico e ha preso il controllo dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa il 20 per cento del petrolio mondiale, chiudendolo di fatto con mine, piccole imbarcazioni d'attacco e droni. I prezzi dell'energia sono saliti e il conflitto si è trasformato prima in stallo poi in un fragile cessate il fuoco.

La situazione mette il presidente in difficoltà. I repubblicani osservano con preoccupazione l'aumento dei prezzi della benzina e il calo nei sondaggi. Molti nel partito si stavano già preparando a perdere la Camera, e ritengono che più la guerra si trascinerà, più cresceranno le probabilità di perdere anche il Senato alle elezioni di metà mandato. A questo si aggiunge il vertice della prossima settimana a Pechino con il presidente cinese Xi Jinping. La Cina ha manifestato il proprio malcontento per il conflitto e per la chiusura dello stretto, e Trump vorrebbe presentarsi all'incontro potendo affermare che le ostilità si stanno concludendo, mentre persegue nuovi accordi commerciali.

Pubblicamente Trump mostra fiducia, definendo la guerra una "piccola escursione" o una "mini guerra" e proclamando una vittoria imminente quasi ogni giorno, con un atteggiamento condiviso dal segretario alla Difesa Pete Hegseth nei briefing al Pentagono. A porte chiuse i toni si abbassano. I funzionari americani ritengono che il blocco navale dei porti iraniani, installato il mese scorso, stia funzionando e stia stringendo l'economia del paese. Due funzionari hanno previsto che l'Iran, di fronte al collasso, sarà costretto a negoziare. La questione è il tempo. Diversi esperti stimano che Teheran possa resistere alla pressione del blocco per mesi, non per settimane. Una valutazione dell'intelligence statunitense consegnata ai decisori politici questa settimana indica che l'Iran potrebbe reggere almeno altri tre o quattro mesi. Se così fosse, e lo stretto restasse chiuso, i prezzi continuerebbero a salire in Occidente, Stati Uniti compresi, in un anno di elezioni di metà mandato.

Un consigliere esterno che parla regolarmente con Trump ha riferito a Lemire che il presidente si è "annoiato" della guerra. Altri lo descrivono frustrato dall'intransigenza iraniana. Nonostante l'impasse, Trump è restio a riprendere le ostilità. Ci sono preoccupazioni per la diminuzione delle scorte di munizioni americane e il presidente questa settimana ha espresso riluttanza a uccidere altre persone. Alcuni alleati nella regione, tra cui a volte Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, temono di tornare bersaglio delle ritorsioni iraniane in caso di nuovi attacchi americani. Ieri l'Iran ha aperto il fuoco contro navi americane nello Stretto di Hormuz e gli Stati Uniti hanno risposto colpendo siti iraniani, ma Trump ha insistito che il cessate il fuoco è ancora in vigore e ha minimizzato gli attacchi definendoli "un colpetto d'amore".

Gli Stati Uniti hanno in gran parte esaurito l'elenco degli obiettivi militari significativi. Per continuare a salire di livello, mossa caratteristica di Trump, il presidente ha dovuto minacciare obiettivi civili come centrali elettriche, ponti e impianti di desalinizzazione, arrivando a dire che "un'intera civiltà morirà stanotte", una minaccia esplicita di crimini di guerra. Restano opzioni per un'invasione di terra limitata, come la cattura di uranio altamente arricchito o un attacco all'isola di Kharg, polo del settore energetico iraniano, ma il presidente è restio a rischiare vite di soldati americani.

Lunedì l'amministrazione ha lanciato Project Freedom, dispiegando la marina statunitense per aiutare alcune navi a uscire dallo stretto. Il piano è stato abbandonato rapidamente. Le forze iraniane hanno aperto il fuoco contro un cargo sudcoreano, ci sono stati scontri con le navi da guerra americane e il Pentagono ha annunciato la distruzione di sette piccole imbarcazioni iraniane. I funzionari dell'amministrazione non hanno voluto rischiare un'escalation maggiore, in particolare un possibile attacco a una nave militare. Alcuni alleati del Golfo, temendo ritorsioni, si sono mossi per limitare l'accesso americano alle loro basi e al loro spazio aereo.

Le trattative restano bloccate. Funzionari americani ammettono in privato che, con la leadership iraniana frammentata, non sanno con chi stiano negoziando né chi a Teheran abbia il potere di concludere un accordo. Mediatori pachistani hanno tentato di riavviare i colloqui, ma gli elementi più moderati di Teheran sono stati in larga parte aggirati dal Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, di linea dura. I negoziati formali guidati dal vicepresidente JD Vance si sono chiusi senza intesa. Un nuovo round previsto per fine mese scorso non si è tenuto, perché la delegazione iraniana ha lasciato Islamabad prima dell'arrivo dei funzionari americani. Washington attende ancora una risposta all'ultima offerta, un memorandum d'intesa di una pagina che assomiglia più a una proroga del cessate il fuoco che a un trattato per chiudere il conflitto.

La portavoce della Casa Bianca Olivia Wales ha dichiarato a Lemire che "il presidente Trump ha tutte le carte in mano" e che il blocco "sta strangolando l'economia iraniana". Il segretario di Stato Marco Rubio si è spinto a dire all'inizio della settimana che la guerra è finita. Dichiarare vittoria oggi lascerebbe però gli obiettivi del conflitto, indicati a più riprese dal presidente e dai suoi collaboratori, in larga parte irrealizzati. La marina iraniana è stata in gran parte distrutta, ma secondo alcune stime l'Iran possiede ancora più della metà delle sue capacità missilistiche balistiche. Gruppi alleati come Hezbollah continuano a combattere. Non c'è stato un vero cambio di regime. L'arsenale nucleare resta una minaccia e non esiste un accordo per diluirlo o per portarlo fuori dal paese. L'Iran uscirà quasi certamente dal conflitto con un controllo, implicito o esplicito, sullo Stretto di Hormuz superiore a quello che aveva prima della guerra, sapendo di poterlo richiudere e infliggere nuove sofferenze economiche all'economia globale.

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La rassegna stampa di domenica 10 maggio 2026


Trump affronta calo nei sondaggi per economia e Iran mentre i dazi colpiscono l'Europa. Il Congresso ridisegna i distretti elettorali e cresce il dibattito sul denaro in politica

Questa è la rassegna stampa di domenica 10 maggio 2026

Più della metà degli elettori americani disapprova la gestione economica di Trump


Un sondaggio del Financial Times rivela che oltre il 50% degli elettori statunitensi disapprova la gestione dell'economia da parte del presidente Trump. La guerra con l'Iran e l'inflazione stanno colpendo i tassi di approvazione del presidente e pesano sulle prospettive dei repubblicani per le elezioni di medio termine.

Fonti: Financial Times

I dazi di Trump causano perdite di 8 miliardi di euro alle case automobilistiche europee


Le case automobilistiche europee hanno subito perdite per 8 miliardi di euro a causa dei dazi imposti dall'amministrazione Trump. Il presidente americano ha minacciato di alzare i dazi al 25% se l'Unione Europea non implementerà l'accordo commerciale dello scorso anno.

Fonti: Financial Times

Marco Rubio spera in una "offerta seria" dall'Iran per il cessate il fuoco


Il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che Washington si aspetta una risposta dall'Iran alle proposte per un accordo provvisorio che ponga fine al conflitto in Medio Oriente. Negli ultimi giorni si sono verificati i maggiori scontri nello stretto di Hormuz da quando è iniziata la tregua informale del mese scorso.

Fonti: The Guardian

Un sondaggio rivela che il 72% degli americani considera eccessivo il denaro in politica


Una nuova indagine di Politico mostra che il 72% degli americani ritiene che ci sia troppo denaro nella politica statunitense, mentre solo il 5% si dichiara in disaccordo. Il dato evidenzia una crescente preoccupazione bipartisan per l'influenza del denaro nelle elezioni americane.

Fonti: The Hill

La Germania cerca di acquistare missili Tomahawk dopo la disputa con Trump


Il ministro della Difesa tedesco pianifica un viaggio a Washington per acquistare missili Tomahawk americani, dopo che il cancelliere Friedrich Merz è entrato in conflitto con il presidente Trump. L'iniziativa rappresenta un tentativo di riparare le relazioni diplomatiche tra i due paesi alleati.

Fonti: Financial Times

Gli Stati Uniti impongono sanzioni a società cinesi per presunto aiuto all'Iran


Il Dipartimento di Stato americano ha imposto sanzioni a diverse aziende cinesi accusate di aver fornito immagini satellitari che hanno permesso a Teheran di colpire le forze americane in Medio Oriente. Le sanzioni rappresentano un'escalation delle tensioni tra Washington e Pechino nel contesto del conflitto iraniano.

Fonti: Financial Times

Alexandria Ocasio-Cortez mette in guardia contro alleanze con Marjorie Taylor Greene


La deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha avvertito i democratici di non formare alleanze con l'ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, definendola una "bigotta provata". La dichiarazione arriva in risposta a una domanda sulla collaborazione bipartisan durante un evento all'Università di Chicago.

Fonti: The Hill

Una sentenza della Virginia complica la ridistribuzione elettorale per i democratici


La Corte Suprema della Virginia ha respinto un nuovo piano di ridistribuzione per motivi procedurali, complicando i piani della governatrice democratica Abigail Spanberger. La decisione si inserisce in una serie di sviluppi nazionali sulla ridistribuzione che sembrano favorire i repubblicani in vista delle elezioni di medio termine.

Fonti: The New York Times, ABC News

La commissione per la libertà religiosa di Trump vuole eliminare la separazione tra chiesa e stato


La Commissione per la Libertà Religiosa del presidente Trump si prepara a formulare raccomandazioni che rigettano il principio della separazione tra chiesa e stato, dopo oltre un anno di udienze. L'iniziativa rappresenta una svolta significativa nella politica religiosa dell'amministrazione repubblicana.

Fonti: ABC News

Gli esperti criticano la risposta del CDC all'epidemia di hantavirus su una nave da crociera


Gli esperti di sanità pubblica stanno mettendo in discussione la risposta del governo americano all'epidemia di hantavirus a bordo di una nave da crociera che coinvolge cittadini americani. I passeggeri sbarcheranno a Tenerife e saranno rimpatriati nei loro paesi d'origine, mentre cresce il dibattito sul ruolo del Centers for Disease Control.

Fonti: ABC News, The New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Come la politica teneva sotto controllo la Corte Suprema americana


Calendario, sede, stipendi, bilancio, deontologia: per quasi due secoli il legislatore americano ha esercitato pressioni sui giudici. Oggi quei meccanismi sono caduti in disuso.

Per gran parte della storia americana il Congresso degli Stati Uniti ha disposto di una serie di leve concrete per condizionare la Corte Suprema, indurla alla cautela e talvolta minacciarla apertamente. Lo ricostruisce un'analisi pubblicata nella newsletter One First dal giurista Steve Vladeck, secondo cui l'attuale assenza di responsabilità della Corte verso il potere legislativo è uno dei motivi principali della deriva istituzionale degli ultimi anni. Il giudice Samuel Alito ha sostenuto nel 2023 che nessuna disposizione costituzionale conferisce al Congresso il potere di regolare la Corte Suprema, ma l'analisi mostra che questa affermazione contrasta con due secoli di prassi.

La prima leva è il calendario stesso della Corte. Quando i giudici si riuniscono dipende dal Congresso e l'attuale data del primo lunedì di ottobre è fissata per legge dal 1916. Nel 1802 il Congresso a maggioranza jeffersoniana spostò la sessione annuale da dicembre a febbraio, decidendolo ad aprile, con l'obiettivo dichiarato di impedire alla Corte di riunirsi quell'anno. Tra i casi che i giudici avrebbero dovuto esaminare c'era una contestazione sulla costituzionalità della soppressione dei seggi giudiziari creati dai federalisti uscenti nel 1801. Cancellando la sessione, il Congresso costrinse i giudici a tornare a percorrere i circuiti giudiziari prima di potersi riunire in formazione plenaria.

La seconda leva è la sede fisica. Per oltre un secolo la Corte non ebbe edifici propri: il Congresso le assegnò spazi permanenti soltanto nel 1810, e in modo non casuale li collocò nel seminterrato del Campidoglio. I giudici si spostarono nella vecchia aula del Senato nel 1860 e continuarono a sedere all'interno del Campidoglio fino al 1935. L'opposizione al finanziamento dell'attuale palazzo della Corte Suprema, voluto con insistenza dal presidente della Corte Taft fin dal 1908, si fondava proprio sull'idea che dare ai giudici una sede autonoma avrebbe accresciuto eccessivamente il loro potere e la loro distanza dai rami eletti del governo. Il giudice Louis Brandeis, che non avrebbe mai utilizzato il suo ufficio nel nuovo edificio, definì la struttura un palazzo di marmo destinato a gonfiare l'ego dei giudici.

Una terza leva, oggi scomparsa, era l'obbligo del circuit-riding. I giudici della Corte Suprema dovevano spostarsi fisicamente per il paese e sedere come giudici federali almeno una volta l'anno in ciascun distretto della propria area geografica. Allora deputato, James Buchanan affermò in un dibattito del 1826 che la Corte Suprema sarebbe diventata un tribunale politico solo nel momento in cui i giudici si fossero stabiliti a Washington, lontani dal popolo e sotto l'influenza diretta dell'esecutivo. L'obbligo, faticoso in un'epoca di viaggi disagevoli, fu attenuato e infine eliminato solo alla fine dell'Ottocento, quando il carico di lavoro della Corte divenne incompatibile con questa doppia funzione.

La quarta leva, e probabilmente la più incisiva, riguardava il controllo del ruolo della Corte. Fino al 1891 il Congresso disciplinava ogni aspetto del carico processuale: non esisteva la giurisdizione discrezionale del certiorari e l'esame dei ricorsi era obbligatorio. Il certiorari fu introdotto in via sperimentale nel 1891, ampliato nel 1914 e nel 1916, ridisegnato in modo significativo con il Judges' Bill del 1925, scritto e promosso direttamente dai giudici. Soltanto nel 1988 il Congresso ha rinunciato quasi del tutto al proprio controllo, lasciando alla Corte ampia discrezionalità tranne che per gli appelli dai tribunali distrettuali a tre giudici, che riguardano in media un caso a sessione.

La quinta leva è il bilancio. Il Congresso non può ridurre lo stipendio dei giudici, ma lo stipendio rappresenta circa il due per cento del bilancio complessivo della Corte. Il resto è discrezionale. Nel marzo 2001 una sottocommissione della Camera convocò il giudice Anthony Kennedy per interrogarlo sulla sentenza Bush contro Gore proprio nell'ambito dell'esame del bilancio annuale: l'idea che i giudici debbano difendere pubblicamente le proprie decisioni più controverse per ottenere lo stanziamento appare oggi remota, ma era prassi appena un quarto di secolo fa.

La sesta leva sono stipendi e pensioni. Nel 1964, quando il Congresso concesse aumenti retributivi ai dipendenti federali, i nove giudici della Corte Suprema furono quelli che ricevettero meno, in segno di disappunto per le sentenze sul ridisegno dei collegi elettorali. Fino al 1937 il Congresso utilizzava inoltre leggi pensionistiche dedicate al singolo giudice per spingerlo a lasciare l'incarico. Quel potere fu in larga parte dismesso con l'introduzione di un meccanismo permanente di pensionamento.

La settima leva è la deontologia. Il Congresso non ha mai creato un meccanismo formale di vigilanza etica sui giudici, ma non ne aveva bisogno. Nel maggio 1969 il giudice Abe Fortas si dimise dalla Corte Suprema dopo che il presidente della Corte Earl Warren gli aveva detto che doveva farsi da parte per il bene dell'istituzione. Warren temeva che, se Fortas non si fosse dimesso, il Congresso avrebbe aperto inchieste e procedure di impeachment. Da quel giorno non si è più verificata una situazione in cui la maggioranza dei giudici fosse stata nominata da presidenti democratici.

L'ottava leva, infine, è la possibilità di rovesciare per via legislativa le interpretazioni della Corte sulle leggi ordinarie. Uno studio del 2014 di Matthew Christiansen e del professor Bill Eskridge ha individuato oltre cento leggi approvate tra il 1980 e il 2000 che hanno annullato in tutto o in parte interpretazioni della Corte Suprema. Negli ultimi anni quel numero è sceso a poche unità, e l'ultimo caso di rilievo risale al 2009, quando il 111° Congresso intervenne sulla sentenza Ledbetter del 2007. Un Congresso ancora attivo su questo terreno avrebbe presumibilmente reagito a sentenze come Shelby County, che richiedeva un aggiornamento della formula di copertura del Voting Rights Act, ma nessuna risposta è arrivata.

L'analisi distingue questi otto strumenti da due proposte oggi rilanciate dai riformatori più radicali: la sottrazione di giurisdizione e l'allargamento della Corte. Sul primo punto, il Congresso non è mai riuscito a privare la Corte della possibilità di interpretare una specifica disposizione costituzionale, e l'unico precedente significativo riguarda i casi della Reconstruction. Sull'allargamento, la dimensione della Corte è cambiata sette volte tra il 1789 e il 1869, ma quasi sempre per ragioni legate al numero dei circuiti o per impedire o consentire nomine presidenziali, non per spostarne l'orientamento ideologico. La proposta del presidente Franklin Delano Roosevelt nel 1937 fu controversa proprio perché avrebbe innescato una corsa al rilancio: ogni partito con la maggioranza in Congresso e alla Casa Bianca avrebbe potuto ampliare la Corte per consolidare il proprio orientamento.

Il quadro complessivo che emerge dall'analisi è quello di una Corte che per gran parte della sua storia ha operato non solo all'ombra del Congresso, ma in risposta a esso, dal capolavoro politico di John Marshall in Marbury alla sentenza di Owen Roberts del 1937 nota come switch in time fino alle dimissioni di Fortas. La progressiva rinuncia del Congresso a usare queste leve, unita alla scomparsa di figure interne alla Corte come Stewart, Powell, O'Connor e Kennedy, ha prodotto un'istituzione priva di controlli esterni e interni.

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Trump perde i giovani, ma i Dem non li conquistano


Un sondaggio Harvard/IOP mostra che solo il 28% dei maschi tra 18 e 29 anni approva il presidente, contro il 49% che lo votò nel 2024. Il 38% non sa per chi votare alle elezioni di metà mandato

Il consenso maschile giovanile, uno dei pilastri della vittoria di Donald Trump nel 2024, sta evaporando. Lo rivela un sondaggio di Harvard/IOP ripreso dall'Economist: solo il 28% degli uomini tra 18 e 29 anni approva oggi l'operato del presidente, contro il 49% che lo aveva votato. Il calo apre uno spazio elettorale che però i democratici non riescono a occupare, perché molti giovani uomini si sentono respinti anche da loro.

Trump ha costruito gran parte della sua identità politica su un'immagine di mascolinità ostentata. Ha fatto ingressi trionfali negli stadi della cage fighting sulle note di Kid Rock, ha minimizzato un terzo tentativo di assassinio dicendo che solo i presidenti più incisivi attirano gli attentatori, ha riempito i social media di immagini in cui appare dominante e vittorioso. L'amministrazione ha persino mescolato filmati reali della guerra in Iran con immagini tratte dai videogiochi. In tutte e tre le sue corse alla presidenza Trump ha vinto il voto maschile e ha sempre prevalso quando lo sfidava una donna. Uno studio di Dan Cassino della Fairleigh Dickinson University ha rilevato che, dopo aver votato per Trump nel 2024, gli uomini hanno dichiarato di sentirsi più mascolini.

Gli americani considerano da tempo i repubblicani il partito paterno, forte sulla difesa e severo sulla criminalità, e i democratici quello materno, attento ai bisognosi e alle parole offensive. Alla domanda su quale sia il partito degli uomini, gli americani rispondono "repubblicani" con una frequenza quasi sette volte superiore a "democratici".

I dati del sondaggio Harvard/IOP raccontano però un'erosione rapida. I giovani uomini sono diventati elettori in bilico: il 33% dichiara che voterà democratico a novembre, il 25% repubblicano, mentre un consistente 38% non sa cosa farà o non andrà a votare. Il motivo principale è economico. Trump aveva promesso di rendere di nuovo accessibile l'America fermando l'inflazione e facendo addirittura scendere i prezzi, ma i suoi dazi e la guerra in Iran hanno prodotto l'effetto opposto.

Sondaggio Harvard/IOP
Il consenso di Trump tra i giovani uomini si è quasi dimezzato in un anno
Percentuale di americani maschi tra 18 e 29 anni che ha votato Trump alle presidenziali 2024 e che oggi approva il suo operato

49%

Voto a Trump
Presidenziali 2024

28%

Approva oggi
Aprile 2026

−21 punti percentuali
Tra i giovani elettori maschi che andranno alle urne a novembre per le elezioni di metà mandato, il 38% non sa per chi votare o non andrà a votare, il 33% sceglierà i democratici e il 25% i repubblicani.

Fonte: Harvard Kennedy School Institute of Politics, 52° Harvard Youth Poll · Sondaggio condotto dal 26 marzo al 3 aprile 2026 su 2.018 americani tra 18 e 29 anni

Le preoccupazioni dei giovani uomini sono concrete: trovare un lavoro, comprare casa, conoscere una compagna, formare una famiglia. In un sondaggio NBC i giovani uomini che avevano votato Trump hanno indicato "avere figli" come il loro principale obiettivo di vita. Le giovani donne che avevano votato per Kamala Harris lo hanno collocato al penultimo posto su tredici opzioni.

Il problema è che case e famiglie costano. Richard Reeves, dell'organizzazione non governativa American Institute for Boys and Men, ha spiegato che nessuno dei due partiti riesce a parlare a questi elettori. I repubblicani si rivolgono a loro come se esistesse una sola via di vita valida: trovare un lavoro, sposarsi, avere figli. I democratici talvolta liquidano i giovani uomini che aspirano a questi traguardi tradizionali come reazionari. "Non vedo prove che sia così", ha detto Reeves all'Economist. "La maggior parte dei giovani uomini non vuole tornare agli anni Cinquanta. Non si aspettano di essere patriarchi. Ma riconoscono che la paternità dà loro uno scopo e vogliono sentirsi necessari".

Josh Thomas, deputato democratico dello stato della Virginia, ha riconosciuto che per anni il messaggio del partito ai giovani uomini è suonato come "ehi, il futuro non siete voi". I democratici, ha aggiunto, sembrano disposti a parlare dei problemi causati dagli uomini ma non di quelli che gli uomini affrontano. Un sondaggio Economist/YouGov rileva che il 54% degli americani considera il pregiudizio contro gli uomini un problema all'interno del Partito democratico. Un altro sondaggio mostra che i democratici sono cinque volte più propensi dei repubblicani ad ammettere di avere una visione sfavorevole degli uomini in generale (26% contro 5%).

Diversi esponenti democratici, alcuni con ambizioni presidenziali, stanno cercando di colmare il distacco. Wes Moore, governatore del Maryland, ha dichiarato che la società ha chiaramente ignorato i giovani uomini e i ragazzi. Moore, veterano dell'Afghanistan, ha raccontato la propria infanzia difficile, da figlio di una madre immigrata sola e con un arresto a undici anni per aver imbrattato muri con bombolette spray. Ha sostenuto la necessità di modelli maschili e ha avviato l'assunzione di più insegnanti uomini, oggi troppo pochi nelle scuole. A dicembre ha lanciato un piano per aiutare i ragazzi a migliorare i risultati scolastici. Lo scorso anno il governatore della California Gavin Newsom ha avviato un programma sui problemi dei giovani uomini in ambito scolastico, di salute mentale e di ricerca del lavoro. A ottobre la Virginia ha presentato il progetto di una commissione per ragazzi e uomini, voluta dallo stesso Thomas.

Rahm Emanuel, ex sindaco di Chicago, ha collegato lo scoraggiamento maschile al costo elevato delle case. Una ricerca di Gabrielle Penrose del Boston College fornisce dati a sostegno di questa lettura. La scarsità di abitazioni alza il prezzo dell'indipendenza e spinge molti giovani uomini, e un numero minore di giovani donne, a vivere con i genitori invece che dove ci sono opportunità di lavoro. Penrose ha calcolato che un aumento del 10% degli affitti locali fa salire di circa 1,1 punti percentuali la probabilità che gli uomini senza laurea vivano con i genitori e si associa a un calo dello 0,5% nella partecipazione alla forza lavoro. Secondo la sua stima, l'aumento dei costi abitativi potrebbe spiegare un terzo del calo dell'occupazione tra gli uomini senza laurea dal 2000 a oggi.

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Mosca celebra il Giorno della Vittoria in versione ridotta


La parata sulla Piazza Rossa per gli 81 anni dalla sconfitta della Germania nazista si è svolta in formato ridotto sotto stretta sorveglianza, mentre entrava in vigore una tregua di tre giorni con l'Ucraina.
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Per la prima volta in quasi vent'anni la parata militare del 9 maggio sulla Piazza Rossa di Mosca si è svolta senza carri armati, missili e mezzi pesanti. Solo il tradizionale sorvolo dei caccia da combattimento e le truppe a piedi hanno sfilato davanti al presidente Vladimir Putin, in una versione fortemente ridimensionata della cerimonia che commemora la vittoria sovietica sulla Germania nazista nella Seconda guerra mondiale.

La parata si è tenuta nel giorno in cui è entrata in vigore una tregua di tre giorni tra Russia e Ucraina, dal 9 all'11 maggio, annunciata venerdì dal presidente americano Donald Trump. L'accordo prevede anche uno scambio di prigionieri nel formato 1.000 contro 1.000, confermato sia dal Cremlino sia dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Trump ha detto ai giornalisti a Washington che vorrebbe vedere "una grande estensione" del cessate il fuoco, definendo il conflitto "la cosa peggiore dalla Seconda guerra mondiale in termini di vite umane" e parlando di 25.000 giovani soldati morti ogni mese. Nelle ore successive alla parata non sono stati segnalati violazioni della tregua da parte di Mosca o Kiev, anche se in seguito il ministero della Difesa russo ha accusato l'Ucraina di averla infranta, senza fornire dettagli.
Cremlino
Le autorità russe hanno motivato il drastico cambio di formato con la "situazione operativa attuale" e con la necessità di rafforzare la sicurezza di fronte alla minaccia di attacchi ucraini. I commentatori della televisione di Stato hanno spiegato che gli armamenti pesanti servono di più sul fronte. Il deputato russo Yevgeny Popov ha dichiarato alla BBC che "i nostri carri armati sono occupati in questo momento, stanno combattendo, ne abbiamo bisogno più sul campo di battaglia che sulla Piazza Rossa". Al posto delle armi reali, su grandi schermi sulla Piazza Rossa e in televisione sono stati trasmessi video preregistrati che mostravano il missile balistico intercontinentale Yars, il nuovo sottomarino nucleare Arkhangelsk, l'arma laser Peresvet, il caccia Sukhoi Su-57, il sistema antiaereo S-500 e una serie di droni e pezzi di artiglieria.

Per la prima volta hanno preso parte alla parata anche soldati nordcoreani, in riconoscimento dell'invio di truppe da parte di Pyongyang per respingere l'incursione ucraina nella regione russa di Kursk. Più di mille militari che hanno servito in Ucraina hanno sfilato sulla piazza. Accanto a Putin sedevano un veterano della Seconda guerra mondiale, Svet Turunov, e Leonid Ryzhov, partecipante all'operazione militare speciale e insignito nel 2022 del titolo di Eroe della Russia.

Nel suo discorso di otto minuti Putin ha promesso la vittoria nel conflitto e ha rilanciato la narrazione che lega l'attuale guerra alla memoria della Grande guerra patriottica. "Affrontano una forza aggressiva armata e sostenuta dall'intero blocco della NATO", ha detto riferendosi ai soldati russi impegnati in Ucraina, "e nonostante questo i nostri eroi avanzano". Il leader russo ha aggiunto che "la vittoria è sempre stata e sarà nostra", citando "forza morale, coraggio, unità e capacità di sopportare ogni sfida".

La presenza di leader stranieri è stata nettamente inferiore rispetto all'80° anniversario dell'anno scorso, quando avevano partecipato 27 capi di Stato e di governo, tra cui il presidente cinese Xi Jinping e il brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. Quest'anno hanno assistito alla cerimonia il leader bielorusso Alexander Lukashenko con il figlio Nikolai, il re della Malesia Sultan Ibrahim Iskandar, il presidente del Laos Thongloun Sisoulith e i presidenti di Kazakistan e Uzbekistan, Kassym-Jomart Tokayev e Shavkat Mirziyoyev. Il primo ministro slovacco Robert Fico, unico rappresentante di un paese dell'Unione europea, ha incontrato Putin al Cremlino e ha deposto fiori alla Tomba del Milite Ignoto, ma non ha partecipato alla parata. Fico ha lamentato le sanzioni europee contro Mosca e ha sottolineato l'importanza delle forniture energetiche russe per la Slovacchia.
Cremlino
Le misure di sicurezza nella capitale sono state senza precedenti. Il ministero dello Sviluppo digitale ha disposto la sospensione di tutti i servizi di internet mobile e degli sms a Mosca per garantire la pubblica sicurezza. Strade chiuse, soldati armati a bordo di pickup e controlli capillari hanno caratterizzato la giornata in una città che con la regione circostante conta 22 milioni di abitanti. Diversi reporter internazionali accreditati alla parata si sono visti revocare l'accesso giovedì, con la spiegazione che solo le emittenti ospitanti avrebbero coperto l'evento a causa del formato ridotto. Parate più piccole nelle altre città sono state ridimensionate o cancellate, mentre alcuni eventi virtuali rischiavano di essere disturbati dalle interruzioni di internet.

Le autorità russe avevano avvertito che qualsiasi tentativo ucraino di disturbare la cerimonia avrebbe provocato un attacco missilistico massiccio sul centro di Kiev. Il ministero degli Esteri aveva consigliato alle ambasciate straniere e alle organizzazioni internazionali in Ucraina di evacuare il personale, e il ministero della Difesa aveva esteso l'invito ai civili. L'Unione europea ha fatto sapere che i suoi diplomatici non avrebbero lasciato la capitale ucraina nonostante le minacce. Zelensky aveva risposto con un decreto ironico che "autorizzava" Mosca a tenere la parata, dichiarando la Piazza Rossa temporaneamente fuori dalla lista degli obiettivi ucraini. "La Piazza Rossa per noi conta meno della vita dei prigionieri di guerra ucraini che possono tornare a casa", aveva scritto su Telegram. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha liquidato il decreto come "una battuta sciocca", aggiungendo che "non abbiamo bisogno del permesso di nessuno per essere orgogliosi del nostro Giorno della Vittoria".

Il ridimensionamento della parata si inserisce in un quadro di crescente difficoltà per Mosca. L'esercito russo, più numeroso e meglio equipaggiato, avanza lentamente lungo un fronte di oltre mille chilometri, ma l'Ucraina ha sviluppato droni capaci di colpire bersagli a oltre mille chilometri all'interno del territorio russo, prendendo di mira raffinerie, impianti manifatturieri e depositi militari. Negli ultimi mesi gli attacchi ucraini hanno colpito la regione di Yaroslavl, a oltre 700 chilometri dal confine, e una raffineria nella regione di Perm, a più di 1.500 chilometri. Un drone ha colpito l'edificio amministrativo della navigazione aerea della Russia meridionale a Rostov sul Don, costringendo 13 aeroporti del sud del paese a sospendere le operazioni. Secondo il ministero della Difesa russo, dopo la mezzanotte di venerdì le difese aeree hanno abbattuto 390 droni ucraini e sei missili Neptune.

Alexander Baunov del Carnegie Russia Eurasia Center, think tank con sede a Berlino, ha scritto in un'analisi pubblicata questa settimana che "una parata militare è pensata come dimostrazione di forza e coraggio, ma se si tiene di nascosto e con internet bloccato per ridurre le possibilità che un drone d'attacco ucraino possa raggiungere il sito, non dimostra altro che paura e debolezza". L'economia russa, da 3.000 miliardi di dollari, è sotto pressione e i rapporti con l'Europa sono ai minimi dalla Guerra fredda. Igor Girkin, nazionalista russo filo-bellicista oggi in carcere e critico della conduzione della guerra da parte del Cremlino, ha scritto su Telegram che "la crisi si sta ancora approfondendo gradualmente, ma qualsiasi movimento brusco può mandare l'economia, e non solo l'economia, in caduta libera", paragonando i leader russi a ufficiali più preoccupati di essere espulsi dalle loro cabine che del naufragio della nave.

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Trump nega di aver ammorbidito le politiche anti immigrazione


Il nuovo segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin ha cambiato approccio dopo le proteste in Minnesota, ma una parte della base repubblicana giudica troppo lenti i ritmi dei rimpatri in vista delle elezioni di metà mandato.

L'amministrazione Trump è finita sotto il fuoco incrociato della propria base conservatrice, che accusa la Casa Bianca di aver ammorbidito la linea sulle espulsioni di immigrati irregolari. Lo scrive il New York Times secondo cui il nuovo segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin ha avviato una svolta nella comunicazione e nelle tattiche operative del dipartimento, suscitando la frustrazione degli elettori più intransigenti.

Mullin ha assunto l'incarico con l'obiettivo dichiarato di tenere il dipartimento lontano dai titoli dei giornali, dopo l'anno turbolento della sua predecessora Kristi Noem. Ha sospeso i piani per convertire capannoni industriali in centri di detenzione per immigrati. Ha imposto agli agenti dell'immigrazione di non entrare più nelle abitazioni private senza un mandato giudiziario. Ha persino tentato, su sollecitazione del presidente, di rinominare gli agenti dell'Immigration and Customs Enforcement come agenti NICE, un'operazione di immagine pensata per stemperare la percezione aggressiva delle forze federali.

Il cambio di rotta nasce da un calcolo politico interno al partito repubblicano. La paura è che la stretta sull'immigrazione possa costare voti alle elezioni di metà mandato di quest'anno. Ma proprio questo riposizionamento ha provocato il malumore dei sostenitori più convinti del presidente, che chiedono un drastico aumento degli arresti e un ampliamento del raggio d'azione oltre i soli immigrati con precedenti penali.

Mike Howell, presidente dell'Oversight Project, una costola della fondazione conservatrice Heritage Foundation, ha espresso al New York Times tutto il suo scetticismo. "Non so come si possa fare un programma di espulsioni di massa in silenzio", ha dichiarato. "Il presidente ha fatto campagna elettorale su questo tema a voce alta. Non è qualcosa da cui ritirarsi". Howell guida anche un gruppo di nuova formazione, la Mass Deportation Coalition, e sostiene che il metro di giudizio non possa essere la retorica ma i numeri concreti, che a suo dire non mostrano ancora una traiettoria coerente con l'obiettivo annunciato.

La Casa Bianca respinge categoricamente le accuse di un cedimento. Tom Homan, lo zar dei confini, ha usato toni duri durante il Border Security Expo di Phoenix questa settimana. "Per quelli là fuori che dicono che il presidente Trump si sta ammorbidendo sulle espulsioni di massa, non sapete di cosa diavolo state parlando", ha affermato. Homan ha promesso che le espulsioni di massa stanno arrivando e ha minacciato l'invio di numerosi agenti dell'immigrazione a New York qualora i legislatori statali approvassero misure che limitino la cooperazione tra autorità locali e ICE.

Mullin ha sostenuto le posizioni di Homan dichiarando che il dipartimento non sta rallentando, anche se i dati dell'ICE mostrano un recente calo degli arresti. In un'intervista rilasciata giovedì a Fox Business, il segretario ha tenuto a precisare la nuova filosofia operativa. "Non andremo a New York come è successo a Minneapolis", ha detto. "Andremo a prendere i criminali con condanne gravi". Il riferimento è all'operazione del Minnesota, che aveva scatenato proteste diffuse dopo che due cittadini americani erano stati uccisi dagli agenti dell'immigrazione durante le manifestazioni.

I numeri raccontano una storia complessa. Secondo gli ultimi dati pubblici dell'ICE aggiornati ai primi di aprile, la media giornaliera degli arresti è scesa a circa mille, contro un picco di circa millecinquecento a gennaio durante la stretta in Minnesota. Anche con questo calo, la cifra resta circa quattro volte superiore a quella dell'ultimo anno dell'amministrazione Biden, quando l'ICE deteneva circa duecentocinquanta persone al giorno.

Un'analisi del New York Times sui dati federali mostra che durante il primo anno della seconda amministrazione Trump il governo ha espulso circa 230.000 persone arrestate all'interno del paese e altre 270.000 al confine. Il solo numero delle espulsioni derivanti da arresti interni ha superato il totale dell'intera presidenza Biden nei suoi quattro anni.

Sul fronte dell'opinione pubblica i sondaggi restituiscono un quadro contrastato. La maggioranza degli americani continua a giudicare eccessivi gli sforzi del governo federale per espellere milioni di immigrati irregolari. Ma una quota crescente di repubblicani ritiene ora che l'amministrazione stia facendo troppo poco, secondo un sondaggio del Pew Research Center diffuso lunedì.

I conservatori spingono perché l'amministrazione intensifichi i controlli sui luoghi di lavoro, considerati uno strumento decisivo per individuare un numero più ampio di immigrati senza documenti. Mark Krikorian, direttore esecutivo del Center for Immigration Studies, un centro studi favorevole a tassi di immigrazione più bassi, ha spiegato al New York Times che la maggior parte delle persone che vivono nel paese senza autorizzazione non viene arrestata per omicidi o altri reati gravi. Per questo, secondo Krikorian, sarebbe più efficace concentrarsi sui posti di lavoro per scovare numeri consistenti di irregolari. "Quello che cerco non è solo un'attività intensificata nel prendere in carico i sospetti già arrestati dagli sceriffi locali", ha detto. "La chiave è se intensificheranno l'applicazione delle norme sul lavoro".

Lo stesso Krikorian si dice però scettico che l'amministrazione vada in questa direzione, perché Trump in più occasioni ha fatto marcia indietro su politiche migratorie quando entravano in conflitto con la sua agenda economica. "L'ostacolo qui è il presidente", ha aggiunto. "Non vuole disturbare gli imprenditori".

Non tutti i conservatori sono critici. Kenneth T. Cuccinelli II, vicesegretario ad interim alla Sicurezza interna durante la prima amministrazione Trump, ha difeso la nuova linea operativa più discreta. Annunciare in anticipo la presenza degli agenti in una determinata regione, ha sostenuto, riduce l'efficienza delle operazioni e aumenta i pericoli per gli agenti, gli ufficiali e la popolazione.

Le portavoce dell'amministrazione hanno ribadito la linea ufficiale. Abigail Jackson, portavoce della Casa Bianca, ha dichiarato che nessuno sta cambiando l'agenda dell'amministrazione sull'applicazione delle norme migratorie e che la priorità del presidente è sempre stata l'espulsione degli stranieri irregolari con precedenti penali che mettono in pericolo le comunità americane. Lauren Bis, portavoce del dipartimento, ha sottolineato che l'ICE non sta rallentando.

Il quadro che emerge è quello di un'amministrazione costretta a un equilibrio difficile tra l'esigenza di mantenere la promessa elettorale delle espulsioni di massa e il timore di un contraccolpo elettorale alle urne di novembre. Mullin tenta una strategia a due velocità: messaggi rassicuranti per l'elettorato moderato, con il focus sui criminali con condanne più gravi, e rassicurazioni continue alla base più dura sul fatto che nessun immigrato irregolare sarà al sicuro. Una linea che per ora non basta a placare né i critici a sinistra né gli alleati delusi a destra.

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Piantedosi contro Dagospia, la sfida tra potere e stampa irriverente


La denuncia al sito di D’Agostino riaccende il tema della libertà d’inchiesta e del diritto di disturbare il potere

In Italia il potere tollera volentieri i giornalisti educati. Quelli che abbassano il tono, smussano gli angoli, telefonano prima di pubblicare e soprattutto sanno distinguere tra ciò che è vero e ciò che “conviene” raccontare.

Poi esiste Dagospia. Ed è probabilmente questo il problema.

Si può amare o detestare Roberto D’Agostino, ma è difficile negargli una qualità sempre più rara nel giornalismo contemporaneo: l’assenza di reverenza. In un Paese dove troppi salotti editoriali hanno trasformato il rapporto con il potere in una forma di convivenza condominiale, Dagospia continua invece a fare una cosa antica e fastidiosa: mettere il naso dove il potere vorrebbe silenzio.

La querela annunciata dal ministro Piantedosi rischia così di assumere un significato che va oltre il piano giudiziario. Perché quando la politica decide di trascinare in tribunale una testata scomoda, il messaggio che arriva fuori dalle carte è sempre lo stesso: attenzione a dove guardate.

E invece è proprio lì che il giornalismo dovrebbe guardare. Sempre. Anche quando disturba. Soprattutto quando disturba.

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Crypto nella vita quotidiana: come le criptovalute stanno cambiando lo stile di vita digitale


Le criptovalute stanno entrando sempre più nella vita quotidiana, cambiando pagamenti digitali, acquisti online e abitudini tecnologiche
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Per anni le criptovalute sono state associate quasi esclusivamente al trading speculativo e alla volatilità dei mercati digitali. Oggi, però, lo scenario è profondamente cambiato: Bitcoin, Ethereum e gli asset digitali basati su blockchain stanno progressivamente entrando nella quotidianità, trasformandosi da semplici strumenti finanziari alternativi a veri e propri elementi dell’ecosistema digitale contemporaneo. Sempre più utenti utilizzano wallet crypto per effettuare pagamenti online, ricevere compensi in stablecoin, sottoscrivere servizi digitali o gestire trasferimenti internazionali senza intermediari bancari tradizionali. Parallelamente, l’espansione della finanza decentralizzata (l'ecosistema di applicazioni finanziarie costruite su reti blockchain), delle carte crypto collegate ai circuiti Visa e Mastercard e delle soluzioni Web3 sta contribuendo alla nascita di un nuovo modello di lifestyle digitale, sempre più connesso a blockchain, identità decentralizzate e pagamenti smart globali.

Dyson Supersonic Travel: phon compatto per viaggi
Dyson presenta Supersonic Travel, il nuovo asciugacapelli compatto pensato per chi viaggia. Più leggero e con voltaggio automatico, offre prestazioni elevate e styling preciso ovunque nel mondo
TechpertuttiGuglielmo Sbano

I numeri di una rivoluzione quotidiana


Il fenomeno "vivere in crypto" (o Living on Crypto), che descrive lo stile di vita di chi ha scelto di utilizzare le criptovalute come mezzo primario, o esclusivo, per gestire le proprie finanze, pagare le spese quotidiane e accumulare risparmi, cercando di distaccarsi il più possibile dal sistema bancario tradizionale, non è più invisibile. Secondo i dati più recenti di Triple-A, nonostante i periodi di forte volatilità, la base utenti è cresciuta del 33% rispetto ai 420 milioni del 2023 e si stima che oltre 559 milioni di persone nel mondo possiedano attualmente asset digitali. Questo suggerisce che l'adozione non è più legata solo alla speculazione del momento, ma a una fiducia strutturale nel mezzo tecnologico. Questi numeri, a loro volta, sono supportati da un’infrastruttura reale, costituita da oltre 15.000 aziende a livello globale che accettano oggi pagamenti diretti in criptovalute.
In Europa il trend dell'adozione delle crypto valute è trainato dalle generazioni più giovani
In Europa la situazione è in una fase di trasformazione profonda. Infatti, se fino a pochi anni fa il continente era visto come un mercato frammentato, oggi è diventato il primo grande blocco economico al mondo a dotarsi di una legge organica: il MiCA (Markets in Crypto-Assets), grazie alla ogni operatore (exchange, fornitori di wallet, emittenti di token) deve avere una licenza europea ufficiale per operare. I dati evidenziano come una quota rilevante di professionisti under 40 — con una forte concentrazione nei settori tech, marketing e creativi — sia attivamente interessata a ricevere compensi, parziali o totali, in Bitcoin o Ethereum. In Italia, l’interesse per l’integrazione delle crypto nella finanza personale è tra i più alti del continente, riflettendo un desiderio di diversificazione che va oltre il semplice investimento e supportato dalla chiarezza fiscale introdotta nelle ultime leggi di bilancio.

L'evoluzione del nomadismo digitale


Se la prima generazione di nomadi digitali aveva come priorità una connessione Internet stabile e spazi di coworking efficienti, la nuova ondata di utenti “crypto-native” guarda invece a ecosistemi capaci di integrare finanza decentralizzata, pagamenti digitali e normativa favorevole agli asset virtuali. Negli ultimi anni città come Lisbona, Dubai e Singapore si sono trasformate in hub strategici per professionisti, creator e imprenditori legati al mondo blockchain, grazie a regolamentazioni più aperte verso criptovalute, Web3 e innovazione fintech. Vivere “in crypto” oggi significa poter contare su wallet decentralizzati, stablecoin e infrastrutture di pagamento globali che consentono di spostarsi tra diversi Paesi riducendo costi di conversione valutaria e dipendenza dai circuiti bancari tradizionali. Parallelamente, la diffusione di carte di debito collegate a wallet digitali e servizi crypto-friendly permette di effettuare pagamenti istantanei per spese quotidiane come hotel, ristoranti, trasporti e servizi online, rendendo le criptovalute sempre più integrate nella vita reale e nell’economia digitale globale.

Case vacanza nei borghi italiani: gli stranieri prenotano 20 giorni prima | TechPerTutti
Secondo l’analisi di Ruralis su 574 strutture in tutta Italia, i turisti stranieri prenotano le case vacanza nei borghi con quasi tre settimane di anticipo rispetto agli italiani.
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Un cambio di mindset sul denaro


Che si scelga un approccio radicale (zero banca) o un modello ibrido che affianca la finanza classica a quella digitale, il cambiamento è innanzitutto culturale. Il denaro non è più percepito come qualcosa di "depositato" presso un intermediario, ma come un asset direttamente controllato e gestito dal proprietario. Tuttavia, questa nuova libertà comporta una responsabilità inedita. Ignacio Aguirre di Bitget, sottolinea come l’integrazione quotidiana degli asset digitali richieda una consapevolezza superiore rispetto ai sistemi tradizionali.

"L'adozione di massa non può prescindere dall'educazione. Comprendere la tecnologia sottostante e i rischi di sicurezza è fondamentale: in un mondo dove sei 'la banca di te stesso', la responsabilità della protezione dei propri asset è totale”.


Il futuro della finanza quotidiana, quindi, sembra muoversi verso una coesistenza armonica: un mondo dove il portafoglio fisico lascia spazio a quello digitale, ridefinendo non solo come spendiamo, ma come intendiamo la nostra libertà di movimento nel mondo.


Dyson ha ridisegnato il phon da viaggio: ecco Supersonic Travel, più piccolo ma potentissimo


Dyson ha presentato il nuovo Supersonic Travel, un asciugacapelli progettato per rispondere alle esigenze di mobilità senza sacrificare prestazioni e protezione del capello. Particolarmente adatto all'utilizzo fuori casa e durante i nostri spostamenti, il device integra un sistema di adattamento automatico del voltaggio che lo rende compatibile con le diverse reti elettriche globali. All'interno, il Supersonic Travel combina motore digitale ad alta velocità e flusso d’aria ottimizzato per garantire un’asciugatura rapida e uno styling preciso, mantenendo gli standard tecnologici tipici della gamma Dyson anche in formato compatto.
Il Supersonic Travel è perfetto da inserire in un borsone o nel bagaglio a manoIl Supersonic Travel è perfetto da inserire in un borsone o nel bagaglio a mano
Più piccolo del 32% e più leggero del 25% rispetto all'asciugacapelli Dyson Supersonic originale, e con un peso inferiore a quello di una bibita in lattina, la nuova tecnologia è perfetta da inserire in un borsone onel bagaglio a mano.
Dyson Supersonic Travel è compatibile con gli accessori Dyson Supersonic e Dyson Supersonic NuralDyson Supersonic Travel è compatibile con gli accessori Dyson Supersonic e Dyson Supersonic Nural
Il nuovo Dyson Supersonic Travel integra anche la tecnologia di controllo intelligente del calore, che misura la temperatura del flusso d’aria 100 volte al secondo, prevenendo i danni causati dal calore estremo. Il flusso d’aria, progettato con precisione, consente un’asciugatura rapida e uniforme, per capelli sanie luminosi.
Dyson Supersonic Travel è più piccolo del 32% e più leggero del 25% rispetto all'asciugacapelli Dyson Supersonic originale

Perfetto compagno di viaggio per capelli sani


In una stanza d’hotel, in una lounge aeroportuale o durante trasferte internazionali, Dyson Supersonic Travel si inserisce in un ecosistema di soluzioni pensate per garantire continuità nello styling anche fuori casa. Tra queste, anche formulazioni leave-in sviluppate dal brand, come il balsamo spray senza risciacquo Omega, progettato per supportare la protezione del capello in condizioni ambientali variabili. La composizione, basata su una miscela di oli ricchi di Omega, contribuisce a migliorare la gestione del crespo e a limitare l’impatto dell’umidità, elementi critici soprattutto in viaggio. Nel complesso, l’integrazione tra dispositivo e prodotti complementari riflette l’approccio di Dyson verso un sistema più ampio di cura dei capelli, orientato a prestazioni costanti indipendentemente dal contesto di utilizzo.

DJI Power 1000 Mini: la power station compatta che rivoluziona tutto
DJI Power 1000 Mini debutta come una delle power station portatili più compatte e interessanti del momento. Pensata per chi cerca energia affidabile in mobilità, combina dimensioni ridotte, buone prestazioni e versatilità d’uso
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I dieci anni Dyson Supersonic


Con l'asciugacapelli Dyson Supersonic, presentato nel 2016, Dyson ha segnato un cambio radicale rispetto al design tradizionale degli asciugacapelli: il motore ad alta velocità è stato posizionato nel manico per un migliore bilanciamento, mentre il flusso d'aria è stato progettato per garantire un'asciugatura rapida senza ricorrere calore estremo. Supportato da ricerche scientifiche sui capelli, Dyson ha poi definito un nuovo standard con un approccio sempre più orientato alla protezione e alla salute del capello, presentando l'asciugacapelli Dyson Supersonic Nural, che dotato di funzione Scalp Protect Mode, regola automaticamente la temperatura dell’aria per proteggere il cuoio capelluto. In quest’ottica di protezione della cute, particolarmente sensibile a cambiamenti di temperatura e umidità, specie durante i viaggi, ora si aggiunge alla gamma anche Dyson Supersonic Travel in un formato più piccolo e leggero.

Pulizia domestica: boom ricerche in Italia per aspirapolvere e lavapavimenti
La pulizia domestica conquista sempre più italiani: oltre 400mila ricerche online per aspirapolvere, lavapavimenti e scope elettriche confermano il boom della casa smart
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Disponibilità


L’asciugacapelli Dyson Supersonic Travelè disponibile con l’accessorio Concentratore per lo styling, al prezzo di 299 euro.


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Trump e il rischio della decadenza imperiale


Un articolo dell'Economist analizza la "marcia della follia" nella politica internazionale contemporanea, dalla guerra in Ucraina al Medio Oriente fino alle scelte del presidente americano.

Il mondo attraversa una fase di errori politici sistemici da parte di leader che ignorano il buon senso e gli interessi a lungo termine dei propri popoli. È la tesi di un articolo pubblicato dall'Economist che passa in rassegna i principali conflitti e le decisioni autodistruttive degli ultimi anni, fino ad arrivare alle scelte del presidente Donald Trump.

L'analisi parte da una constatazione: dopo ottant'anni senza un conflitto diretto tra grandi potenze, un numero allarmante di governanti sembra cercare lo scontro a prescindere dagli interessi nazionali. Il primo esempio citato è la guerra di Vladimir Putin contro l'Ucraina, definita un conflitto pretestuoso che i generali russi avevano promesso si sarebbe concluso in pochi giorni e che invece è entrato nel quinto anno. Segue il caso di Gaza, con la scommessa crudele compiuta dai leader di Hamas il 7 ottobre 2023, convinti che atti di violenza coordinata avrebbero spinto Israele a una reazione sproporzionata. Secondo l'Economist, i dirigenti di Hamas non si sono curati del fatto che i palestinesi avrebbero pagato il prezzo più alto. Il governo di Binyamin Netanyahu ha risposto inseguendo un obiettivo bellico irraggiungibile, ovvero la pacificazione totale di Gaza attraverso assedio e uso spietato della forza armata. Il risultato, secondo l'analisi, è che Gaza non è in pace e la reputazione internazionale di Israele è crollata.

Anche il regime iraniano è inserito nella lista degli errori strategici. I sopravvissuti della teocrazia di Teheran, scrive l'Economist, hanno imparato che assemblare quasi tutti gli elementi necessari per una bomba nucleare senza costruire effettivamente l'ordigno non era la strategia infallibile che immaginavano per evitare un attacco.

A questo elenco si aggiunge il presidente Donald Trump. Le minacce di annettere la Groenlandia e l'allontanamento di alleati utili in America, Asia ed Europa gli hanno già garantito un posto nella storia degli atti autolesionisti. Ora ha lanciato una guerra nel Golfo. Se gli scettici avessero ragione, e se gli Stati Uniti e Israele non riuscissero a piegare l'Iran ma innescassero invece una corsa agli armamenti generalizzata in Medio Oriente, gli errori di Trump meriterebbero un capitolo a parte.

Per inquadrare il fenomeno, la colonna ricorre al lavoro della storica Barbara Tuchman, autrice del libro "The March of Folly: From Troy to Vietnam" pubblicato nel 1984, che analizza decisioni autodistruttive dall'antichità all'era di Nixon. Tuchman distingue tra catastrofi imputabili a singoli individui e disastri prodotti da intere classi dirigenti. Tra i primi colloca l'imperatore azteco Montezuma, che nel sedicesimo secolo si arrese passivamente a poche centinaia di soldati spagnoli pur disponendo di eserciti potenti e di una città di 300.000 abitanti, anche dopo che consiglieri e familiari avevano capito che gli invasori erano semplici uomini avidi d'oro e non divinità vendicatrici.

La perdita delle colonie americane da parte della Gran Bretagna nel diciottesimo secolo è invece un esempio di responsabilità collettiva. Re Giorgio III e i suoi ministri, secondo Tuchman, "trasformarono in ribelli" gli americani attraverso anni di rapporti deteriorati. Le cause furono lo snobismo, l'arroganza e l'ignoranza delle realtà del nuovo mondo. Già all'epoca i politici dell'opposizione britannica avvertivano che l'America valeva molto più di qualsiasi tassa potesse essere riscossa lì e che una guerra sarebbe stata rovinosa. I duchi e i conti che governavano Londra paragonarono però i sudditi coloniali a bambini che dovevano essere obbedienti. Il conte di Sandwich rassicurò la Camera dei Lord sostenendo che gli americani non avrebbero combattuto perché erano "uomini grezzi, indisciplinati e codardi".

Secondo Tuchman, gli storici imparano poco dai singoli governanti sciocchi, perché i loro errori sono troppo frequenti e troppo influenzati dalle personalità individuali. L'interesse vero sta negli atti autolesionisti compiuti da una classe dirigente e che persistono oltre la vita politica di un singolo leader. I singoli incapaci possono fare molti danni, ma per produrre catastrofi epocali serve la persistenza nell'errore. L'inettitudine dei governi britannici del Settecento era una "follia del sistema" e la guerra americana in Vietnam coinvolse tre presidenti consecutivi.

Applicando questa griglia al presente, l'Economist osserva che molto dipende dal fatto che le visioni politiche di Putin, Netanyahu e della nuova guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei siano più ampie dei singoli leader e possano quindi sopravvivere alla loro uscita di scena. Lo stesso vale per Trump. Se le sue stranezze fossero solo sue, la sua influenza svanirebbe alla fine del mandato. Le sue scelte però sono rese possibili da un gruppo molto più ampio di repubblicani eletti e di elettori. La domanda è se i suoi errori siano sistemici.

Su questo punto Tuchman non offre conforto, perché individua una categoria specifica di malgoverno: l'incompetenza tipica degli imperi che scivolano nella decadenza. I padri fondatori americani riflettevano sul declino della repubblica romana verso un impero corrotto e brutale. Temevano imperatori tirannici come Caligola, che ribattezzò templi in suo onore, fece erigere statue d'oro di sé stesso e si dilettava a umiliare le antiche élite romane, compresi i senatori codardi che gli avevano consegnato poteri assoluti. Molti romani comuni amavano Caligola come uno showman che costruiva monumenti di marmo, organizzava parate militari e si godeva i combattimenti dei gladiatori, tanto più sanguinosi tanto meglio. Per mostrare il suo disprezzo verso le classi dirigenti, Caligola minacciò di nominare console il suo cavallo.

Trump, appassionato di statue dorate, monumenti di marmo e combattimenti in gabbia, non ha ancora nominato un cavallo nel suo gabinetto. Ha però scelto cortigiani senza qualifiche per posizioni di alto rango, dove gareggiano nel mostrare la loro lealtà mentre litigano per privilegi marginali della carica. La speranza, conclude l'Economist, è che queste follie siano specifiche dell'era Trump e reversibili con una o due elezioni. Una decadenza istituzionalizzata sarebbe un errore molto più difficile da correggere.

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Mondiali 2026, boom di truffe online: allarme Kaspersky su biglietti falsi e email con finti premi


In vista dei Mondiali 2026 aumentano le truffe online: secondo Kaspersky circolano falsi biglietti ed email scam con promesse di premi fino a 500.000 dollari. Ecco cosa sapere per difendersi
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Milioni di appassionati di calcio in tutto il mondo si stanno preparando per i Mondiali che si terranno quest’estate. Analogamente, anche i criminali informatici stanno approfittando dell’occasione per sfruttare questo crescente interesse. Gli esperti di Kaspersky hanno individuato diverse tipologie di truffe che imitano le fonti ufficiali dell’evento o ne sfruttano la popolarità per scopi dannosi, mettendo a serio rischio i dati e le finanze degli utenti.

ASUS Zenbook DUO: dual screen più potente e portatile
ASUS rinnova lo Zenbook DUO con un design aggiornato, prestazioni superiori e un’esperienza dual-screen ancora più avanzata. Il nuovo modello punta su mobilità, produttività e versatilità, confermandosi tra i notebook più innovativi della categoria
TechpertuttiGuglielmo Sbano


Su uno dei siti web fraudolenti individuati, agli utenti viene offerta la possibilità di acquistare biglietti per le partite della Coppa del Mondo FIFA, con pagamenti accettati in quasi tutte le valute. Tuttavia, dopo aver completato le false procedure di registrazione e pagamento, gli utenti rischiano non solo di perdere denaro dalle proprie carte di credito, ma anche di esporre dati personali sensibili agli hacker. Inoltre, i truffatori mettono a disposizione diversi canali di contatto, sia direttamente sul sito sia tramite app di messaggistica.
Il sito utilizza la combinazione di colori ufficiali del torneo del 2026 per ingannare gli utentiIl sito utilizza la combinazione di colori ufficiali del torneo del 2026 per ingannare gli utenti
Un altro sito web offre agli utenti la possibilità di acquistare “prodotti ufficiali” dell’evento del 2026, mostrando immagini di peluche della mascotte e magliette, con un’ampia selezione disponibile per l’“acquisto”. Per rendere l’offerta ancora più allettante, il sito mette in evidenza forti sconti. Inoltre, per apparire più credibili, i truffatori hanno aggiunto un badge “Negozio affidabile” in fondo alla pagina, insieme a un modulo di registrazione che richiede dati personali e bancari.
Esempio di sito web falso che invita gli utenti ad acquistare prodotti ufficiali di FIFA 2026Esempio di sito web falso che invita gli utenti ad acquistare prodotti ufficiali di FIFA 2026
Un ulteriore scenario di attacco prevede campagne di e-mail fraudolente, attraverso le quali gli autori degli attacchi cercano di indurre gli utenti a inviare denaro o a cliccare su un link di phishing. Per aumentare le probabilità di coinvolgimento, le e-mail presentano oggetti accattivanti e messaggi persuasivi. In uno degli esempi individuati, i fan hanno ricevuto e-mail apparentemente inviate da rappresentanti ufficiali dell’evento riguardo a una falsa decisione emessa da una commissione di risoluzione delle controversie. Il link fornito nell’e-mail rimanda a una pagina di phishing.
Esempio di e-mail di phishing bloccataEsempio di e-mail di phishing bloccata
In alcuni casi, gli utenti ricevono e-mail truffa in cui si sostiene che abbiano “vinto” una sovvenzione di 500.000 dollari a copertura di biglietti, voli e alloggio, seguite da istruzioni che invitano a contattare il mittente per richiedere il “premio”.
Esempio di e-mail truffa bloccata inviata da truffatoriEsempio di e-mail truffa bloccata inviata da truffatori
In aggiunta a tutto questo, Kaspersky ha segnalato la presenza di spam e pubblicità indesiderate relative alla vendita di articoli e souvenir a tema sportivo, alcuni dei quali potrebbero rivelarsi una truffa.

“Purtroppo, i grandi eventi sportivi che attirano un vasto pubblico non sfuggono mai all’attenzione dei truffatori. E-mail apparentemente innocue o addirittura allettanti possono spesso nascondere non solo link pericolosi, ma anche allegati dannosi” , ha dichiarato Anna Lazaricheva di Kaspersky


I consigli di Kaspersky


Per proteggersi da queste truffe o attacchi di phishing, gli esperti di Kaspersky consigliano di:

  • verificare l’autenticità dei siti web prima di inserire dati personali e utilizzare solo pagine web ufficiali per guardare o scaricare film;
  • controllare attentamente il formato degli URL e l’ortografia dei nomi delle aziende;
  • scegliere sempre piattaforme di streaming ufficiali e affidabili per proteggere i propri dati personali da furti e abusi;
  • utilizzare una soluzione di sicurezza affidabile in grado di identificare gli allegati dannosi e bloccare i link di phishing;
  • attivare l’autenticazione a due fattori (2FA) sugli account e sulle app finanziarie, controllando regolarmente gli estratti conto per individuare eventuali attività non autorizzate;
  • non fidarsi dei link o degli allegati ricevuti via e-mail; verificare attentamente chi è il mittente prima di aprire qualsiasi cosa;
  • controllare attentamente i siti degli e-shop prima di inserire qualsiasi informazione: l’URL è corretto? Ci sono errori ortografici o difetti di progettazione?

In un contesto come quello dei Mondiali 2026, che catalizzeranno l’attenzione di milioni di utenti in tutto il mondo, le campagne fraudolente tendono a moltiplicarsi sfruttando entusiasmo e urgenza. Il consiglio è mantenere un approccio prudente: verificare sempre le fonti ufficiali per l’acquisto dei biglietti, diffidare da offerte troppo vantaggiose o comunicazioni inattese e non condividere mai dati personali o finanziari tramite link sospetti. Come evidenziato da Kaspersky, la consapevolezza resta il primo strumento di difesa contro un panorama di minacce sempre più sofisticato.


ASUS Zenbook DUO ufficiale: più potente, portatile e con doppio schermo migliorato


ASUS ha annunciato la disponibilità del nuovo Zenbook DUO (UX8407), una versione evoluta del rivoluzionario notebook a doppio schermo che ora offre maggiore potenza, portabilità e un'esperienza utente migliorata. Progettato per professionisti e creativi. Con un processore Intel Core Ultra X9 Series 3 e un layout a doppia batteria da 99Wh, Zenbook DUO offre prestazioni di livello desktop che favoriscono la produttività e la creatività.
Zenbook Duo è dotato di un telaio interamente in Ceraluminum che garantisce un'alta resistenzaZenbook Duo è dotato di un telaio interamente in Ceraluminum che garantisce un'alta resistenza
Progettato per un'esperienza coinvolgente, il compatto Zenbook DUO è dotato di due display OLED ASUS Lumina Pro da 14 pollici con risoluzione 3K e cornici sottili, che garantiscono immagini realistiche con maggiore luminosità e contrasto, oltre a un design completamente piatto che riduce lo spazio tra gli schermi. Il nuovo sistema audio a sei altoparlanti trasforma il notebook in un vero e proprio centro di intrattenimento. Grazie al software ScreenXpert aggiornato e al nuovo sistema di aggancio per tastiera MagLatch, il multitasking si svolge in modo fluido su entrambi gli schermi, il tutto in un telaio più compatto del 5% rispetto alla generazione precedente.

World Book Day: Rakuten Kobo rilancia la lettura serale
In occasione del World Book Day, Rakuten Kobo punta sulla lettura serale come nuovo rituale quotidiano. Tra ebook, relax e benessere digitale, leggere torna protagonista nelle ore serali
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Costruito per durare, progettato per muoversi


La resistenza e la mobilità sono al centro del design del nuovo dispositivo Asus. Ogni elemento è stato perfezionato per resistere alle esigenze di viaggio, uso frequente e flussi di lavoro dinamici: in particolare, il telaio completo in Ceraluminum combina resistenza e leggerezza, mentre la nuova cerniera e il cavalletto integrato ridisegnato garantiscono un'azione affidabile e un posizionamento stabile in tutte le modalità operative. La tastiera Bluetooth full-size si aggancia in sicurezza tra i pannelli OLED, offrendo protezione ed efficienza, per transizioni fluide tra le modalità di lavoro.
La riduzione del 70% del gap tra i due schermi rende la transizione visiva quasi impercettibileLa riduzione del 70% del gap tra i due schermi rende la transizione visiva quasi impercettibile

Progettato per andare più veloci


Dotato di un sistema a doppia batteria ad alta capacità da 99Wh, Zenbook DUO garantisce un funzionamento a lunga durata per carichi di lavoro intensivi. Il processore di nuova generazione fino a Intel Core Ultra X9 Serie 3 offre un notevole salto di efficienza in termini di elaborazione e grafica, raggiungendo fino a 180 TOPS di prestazioni AI. La gestione termica è stata ulteriormente migliorata grazie ad aperture di aerazione ricavate con taglio CNC di precisione, con una superficie tre volte superiore a quella della soluzione precedente e ventole migliorate, così da mantenere temperature ottimali anche sotto carichi prolungati.

ECOVACS DEEBOT X12 ufficiale: robot con FocusJet
ECOVACS DEEBOT X12 è ufficiale: il nuovo robot aspirapolvere introduce la tecnologia FocusJet e punta a migliorare la pulizia smart con funzioni avanzate e maggiore automazione
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Una nuova realtà, oltre gli schermi


Zenbook DUO ridefinisce il multi-schermo grazie all'integrazione di due display OLED in uno spazio di lavoro unificato e fluido. Il telaio è più piccolo del 5% rispetto alla generazione precedente e introduce gli schermi OLED ASUS Lumina Pro 3K da 14 pollici, insieme a un'esperienza utente migliorata. La riduzione del 70% del gap tra i due schermi rende la transizione visiva quasi impercettibile. Questi doppi schermicertificati Dolby Vision raggiungono ciascuno fino a 1.000nits di luminosità massima, hanno una frequenza di aggiornamento variabile (VRR) di 48-144Hz e sono dotati di un rivestimento antiriflesso per una nitidezza HDR impeccabile. Le funzionalità intelligenti migliorano ulteriormente l'esperienza utente: il software ScreenXpert riconosce automaticamente l’apertura del notebook oltre i 175°, attivando strumenti di condivisione e annotazione che semplificano la collaborazione. Il sistema audio Dolby Atmos aggiornato ora include sei altoparlanti per un suono coinvolgente e potente. Utilizza woofer a doppio diaframma, con tweeter frontali integrati in modo discreto nel meccanismo della cerniera.

Disponibilità e prezzi


ASUS Zenbook DUO è disponibile su ASUS eShop al prezzo a partire da 2.199 euro.


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Il Pentagono pubblica i file sugli UFO: luci misteriose dalla Luna agli oceani


Pubblicati documenti, foto e video declassificati che documentano avvistamenti dagli anni Quaranta a oggi, inclusi resoconti degli astronauti delle missioni Apollo 12 e 17.

Il Pentagono ha cominciato a rendere pubblico un primo blocco di documenti, fotografie e video declassificati relativi ai cosiddetti fenomeni anomali non identificati, la definizione tecnica con cui il Dipartimento della Difesa indica gli oggetti volanti non identificati. La pubblicazione, avvenuta venerdì 8 maggio, risponde a una direttiva del presidente Donald Trump che chiede maggiore trasparenza su decenni di segnalazioni rimaste senza spiegazione. I file sono stati raccolti su un nuovo sito governativo e altri materiali saranno diffusi a scaglioni nelle prossime settimane.

Il Pentagono ha precisato che i casi inclusi nella prima tranche sono quelli giudicati irrisolti, ovvero episodi che per varie ragioni non sono stati spiegati con certezza. Alcuni dei materiali erano già stati pubblicati in passato, ma nelle nuove versioni le omissioni sono ridotte. Il Dipartimento della Difesa ha aggiunto che decine di milioni di pagine sono in fase di esame e verranno rese disponibili gradualmente.

Tra i documenti più suggestivi ci sono le trascrizioni delle missioni lunari Apollo 12 del 1969 e Apollo 17 del 1972. Durante l'Apollo 12, la seconda missione con sbarco umano sulla Luna, l'astronauta Alan L. Bean riferì al controllo missione di vedere lampi di luce che sembravano allontanarsi nello spazio. Nella trascrizione l'astronauta racconta che le luci pulsavano ogni secondo e che alcuni di quegli oggetti sembravano sfuggire dalla Luna per dirigersi verso le stelle. Il controllo missione ipotizzò che si trattasse di interferenze elettromagnetiche, di origine naturale o artificiale. Tre anni più tardi, durante l'Apollo 17, due astronauti descrissero particelle luminose paragonandole ai fuochi del Quattro di Luglio, la festa nazionale americana. Il pilota del modulo lunare Harrison Schmitt parlò di frammenti angolari che ruotavano nello spazio. Un altro membro dell'equipaggio raccontò di una luce così intensa da impedirgli di dormire, simile al faro di un treno in arrivo. Gli astronauti ipotizzarono che potesse trattarsi di frammenti di ghiaccio.

Anche Buzz Aldrin compare nei documenti: in un debriefing dell'Apollo 11 del 1969 l'astronauta riferì di avere osservato una sorgente di luce piuttosto brillante e un oggetto di dimensioni rilevanti vicino alla Luna, che l'equipaggio ipotizzò potesse essere un raggio laser. Una fotografia della missione Apollo 17 mostra tre punti luminosi disposti a triangolo: il Pentagono, in una didascalia, scrive che non c'è un consenso sulla natura dell'anomalia, ma una nuova analisi preliminare suggerisce che possa trattarsi di un oggetto fisico.

Il rilascio comprende oltre venti file video di oggetti non identificati registrati da sensori militari in luoghi che vanno dalla Siria al Giappone fino al Nord America. Si vedono punti veloci ripresi a distanza e un oggetto a forma di pallone da football americano avvistato sul Mar Cinese Orientale nel 2022. Il filmato più recente risale al primo gennaio di quest'anno e mostra due luci circolari in volo su uno sfondo nero in Nord America. Diversi video provengono da operazioni militari recenti in Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti, dove le truppe statunitensi sono presenti nel quadro delle attività contro lo Stato Islamico.

I rapporti scritti contengono descrizioni dettagliate. Un cablogramma del Dipartimento di Stato del 1994, partito dall'ambasciata americana in Tagikistan, racconta come un pilota tagiko e tre americani, mentre sorvolavano il Kazakistan, avessero visto un oggetto luminoso compiere virate di novanta gradi, movimenti a cavatappi e cerchi a velocità elevata. Un rapporto militare relativo al Mar Egeo del 2023 cita un fenomeno volato a pochi metri dalla superficie dell'oceano, capace di virate di novanta gradi a circa 130 chilometri orari. Un funzionario dell'intelligence statunitense, durante una ricognizione in elicottero, ha riferito di avere incontrato una sfera surriscaldata sospesa sul terreno, che si sarebbe spostata per circa trentadue chilometri prima che ne apparissero altre quattro o cinque, in grado di accendersi e spegnersi. In Siria, nel 2023, un militare ha descritto un oggetto a forma di palla rimbalzante che ha viaggiato a velocità costante di quasi 780 chilometri orari per almeno sette minuti, salvo poi essere classificato come innocuo. Un rapporto del 1948 raccolse testimonianze di aviatori americani e svedesi nei Paesi Bassi su ricorrenti avvistamenti di dischi volanti che, secondo gli osservatori, non sembravano provenire da alcuna cultura terrestre conosciuta.

Gli esperti invitano alla cautela. Sean Kirkpatrick, ex direttore dell'ufficio del Pentagono incaricato di indagare sui fenomeni anomali, ha dichiarato all'Associated Press che molti video vengono spesso interpretati male da chi non conosce la tecnologia militare. Ha citato come esempio un filmato del 2013 girato in Medio Oriente, che mostra un velivolo a forma di stella a otto punte: secondo Kirkpatrick si tratta probabilmente di un motore a reazione caldo che produce un effetto di diffrazione nella telecamera. Senza un'analisi rigorosa, ha aggiunto, la pubblicazione rischia di alimentare speculazioni e teorie cospirative. Un rapporto del Pentagono del 2024 aveva già smentito le affermazioni secondo cui il governo americano avrebbe recuperato tecnologia aliena o confermato l'esistenza di vita extraterrestre.

Trump ha presentato l'iniziativa come il mantenimento di una promessa, scrivendo su Truth Social che le precedenti amministrazioni non sono state trasparenti e che ora i cittadini possono decidere da soli cosa stia accadendo. Il Congresso aveva creato nel 2022 un ufficio dedicato alla declassificazione di questi materiali, e il rapporto pubblicato nel 2024 da quell'ufficio aveva rivelato centinaia di nuovi episodi senza però trovare prove di tecnologie aliene. L'amministratore della NASA Jared Isaacman ha elogiato l'iniziativa su X, scrivendo che l'agenzia resterà chiara su ciò che sa, su ciò che non comprende ancora e su ciò che resta da scoprire.

Una parte del Partito Repubblicano spinge per ulteriore trasparenza. La deputata Anna Paulina Luna, della Florida, in una lettera di marzo aveva chiesto la diffusione di 46 video segnalati da informatori interni: il Pentagono ha fatto sapere che saranno pubblicati più avanti. Il deputato Tim Burchett, del Tennessee, ha ringraziato Trump per avere mantenuto la parola, ma ha avvertito che la trasparenza richiederà tempo. La Sol Foundation, gruppo di ricerca che si occupa di fenomeni anomali, ha sollecitato l'approvazione di una legge che imponga una revisione approfondita dei documenti riservati per fare piena luce su programmi e tecnologie ritenute non di origine umana. Il direttore esecutivo Peter Skafish e il contrammiraglio in pensione Tim Gallaudet, ex amministratore facente funzioni della National Oceanic and Atmospheric Agency, hanno definito il passo positivo ma insufficiente rispetto a decenni di segretezza.

Il sito del Pentagono che ospita i documenti contiene un avvertimento: il linguaggio usato nei rapporti militari riflette l'interpretazione soggettiva di chi li ha redatti e non va considerato una conclusione definitiva su quanto realmente avvenuto.

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