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Toyota vede utile in calo del 20% tra dazi USA e instabilità mediorientale


Fatturato record oltre 50.000 mld di yen, ma le tariffe di Trump e la logistica frenano le prospettive del primo costruttore mondiale

Toyota Motor Corporation prevede un deciso ridimensionamento della redditività per l’esercizio fiscale in corso, indicando un calo del 20% dell’utile operativo a causa dell’impatto dei dazi statunitensi sulle importazioni di automobili e delle crescenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente. Il primo costruttore automobilistico mondiale per volumi di vendita ha comunicato una stima di utile operativo pari a 3.000 miliardi di yen per l’anno fiscale che terminerà a marzo 2027, contro i 3.770 miliardi registrati nell’esercizio precedente.

Secondo quanto riferito da ANSA, le prospettive delineate dal gruppo giapponese risultano inferiori alle attese del mercato, che indicavano un risultato vicino ai 4.590 miliardi di yen. Toyota attribuisce il peggioramento dello scenario principalmente all’effetto delle tariffe introdotte dagli Stati Uniti sulle auto importate e al rallentamento delle attività commerciali in Medio Oriente, dove il conflitto in corso ha inciso sulla domanda e sulle spedizioni internazionali.

L’azienda ha spiegato che i dazi americani hanno avuto un impatto stimato di circa 1.400 miliardi di yen sull’utile operativo dell’ultimo esercizio. L’amministrazione del presidente Donald Trump aveva infatti aumentato nell’aprile dello scorso anno le tariffe sulle automobili giapponesi dal 2,5% al 27,5%, per poi ridurle successivamente al 15% nel mese di luglio, con applicazione formale a partire da settembre.

Sul fronte internazionale, Toyota segnala inoltre che le tensioni geopolitiche in Medio Oriente hanno provocato un rallentamento delle vendite nell’area e difficoltà logistiche legate alle interruzioni delle rotte commerciali registrate a partire da marzo. La combinazione tra costi doganali più elevati, instabilità geopolitica e rallentamento delle consegne sta contribuendo ad aumentare l’incertezza sull’andamento del settore automobilistico globale.

Nonostante il quadro più complesso, il gruppo ha chiuso l’esercizio fiscale 2025 con risultati record sul fronte dei ricavi. Il fatturato ha raggiunto i 50.680 miliardi di yen, in crescita del 5,5% rispetto all’anno precedente, rendendo Toyota la prima azienda giapponese a superare la soglia dei 50 mila miliardi di yen di ricavi annuali. Le vendite globali complessive, incluse quelle delle controllate Daihatsu Motor e , sono aumentate del 2,5% a 11,28 milioni di veicoli.

A sostenere parzialmente i risultati del gruppo continua a essere la gamma di veicoli ibridi, considerata uno dei principali punti di forza della casa automobilistica giapponese nella fase di transizione verso l’elettrificazione. La domanda nei mercati principali, in particolare in Giappone, ha contribuito a mantenere elevati i volumi di vendita nonostante il rallentamento registrato in altre aree strategiche.

Per l’esercizio fiscale in corso, Toyota prevede comunque una crescita contenuta dei ricavi, stimata allo 0,6% fino a 51.000 miliardi di yen. Le vendite globali dovrebbero invece diminuire dello 0,9%, attestandosi a circa 11,18 milioni di unità, in un contesto che il gruppo definisce caratterizzato da forte volatilità economica e commerciale a livello internazionale.

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Vance in Iowa, tra l'ombra della guerra in Iran e la corsa al 2028


La prima visita da vicepresidente nello Stato che apre le primarie repubblicane. Il conflitto è impopolare quanto il Vietnam negli anni Settanta e mette Vance in una posizione difficile.

Il vicepresidente JD Vance ha fatto la sua prima visita in Iowa dall'inizio del mandato, lo Stato che aprirà il processo di nomina presidenziale del 2028. Il viaggio è stato presentato ufficialmente come un sostegno al deputato repubblicano Zach Nunn, considerato vulnerabile in vista delle elezioni di metà mandato, ma è servito anche a Vance per coltivare i rapporti con figure influenti del partito a livello locale. Lo racconta il New York Times.

Sul palco, Vance ha raccontato di aver incontrato all'aeroporto di Des Moines due famiglie che hanno perso un figlio in guerra, una delle quali nel conflitto in Iran. I genitori gli avevano detto che proprio quel giorno sarebbe stato il compleanno del figlio caduto. Il vicepresidente, ex marine che ha servito in Iraq, ha poi descritto il pensiero che gli era venuto guardando suo figlio di sei anni: l'orgoglio di un eventuale futuro in divisa mescolato al terrore di vedersi recapitare la stessa notizia. Il riferimento alla guerra non è stato casuale. Vance era stato inizialmente scettico sull'intervento e oggi si trova in una posizione politicamente complicata, sospeso tra la lealtà al presidente Trump e l'impopolarità del conflitto.

I dati di un sondaggio del Washington Post, ABC News e Ipsos mostrano che la guerra in Iran è oggi impopolare quanto lo era il Vietnam negli anni Settanta o l'Iraq nel 2006. Solo il 19 per cento degli adulti intervistati ritiene che l'uso della forza militare abbia avuto successo finora. Tra i repubblicani la quota sale al 46 per cento, ma una percentuale identica risponde che è troppo presto per giudicare. Lo stesso sondaggio assegna a Vance un indice di gradimento del 35 per cento, contro un 48 per cento di giudizi negativi.

Nonostante questi numeri, Vance resta ampiamente in testa nei sondaggi sulla nomination repubblicana per il 2028, soprattutto grazie al suo ruolo di vice di Trump. Il suo entourage ritiene che la sua sorte politica sia legata in modo indissolubile a quella del presidente. Questo lo costringe però a difendere scelte su cui aveva mostrato dubbi, dopo essersi presentato in campagna elettorale come un avversario delle guerre senza fine all'estero. Trump stesso ha riconosciuto che il suo vice era stato meno entusiasta dell'idea di intervenire in Iran, ma una volta presa la decisione Vance si è schierato pubblicamente al fianco del presidente.

Dietro le quinte, in Iowa il vicepresidente ha avuto una serie di brevi incontri privati con personalità chiave del partito locale, tra cui il presidente storico del partito repubblicano statale Jeff Kaufmann, il leader evangelico Bob Vander Plaats e il conduttore radiofonico conservatore Steve Deace. Kaufmann, citato dal New York Times, ha detto che il buon senso suggerisce che Vance stia guardando alla presidenza e che il suo staff lo tiene aggiornato. Vander Plaats ha collegato esplicitamente le elezioni di metà mandato alla corsa del 2028: se i repubblicani manterranno Camera, Senato e parlamenti statali, ha detto, sarà un buon segno per Vance.

Il discorso del vicepresidente non è stato impeccabile. Senza gobbo elettronico ha perso il filo degli appunti, ammettendo a un certo punto di trovarsi sulla pagina sbagliata. In altri passaggi è entrato in temi locali, come la battaglia per miscelare l'etanolo nel carburante, una questione importante per i produttori agricoli dell'Iowa.

Il principale potenziale rivale di Vance è il segretario di Stato Marco Rubio, anche lui regolarmente citato come possibile candidato. Pubblicamente Rubio ha lasciato intendere che lascerebbe la precedenza al vicepresidente, dicendosi pronto a sostenerlo. Mercoledì però ha pubblicato sulla piattaforma X un video in stile campagna elettorale per celebrare il 250esimo compleanno degli Stati Uniti, accompagnato dalla colonna sonora composta da Hans Zimmer per il film su Superman Man of Steel.

Vance per ora ha evitato di allargare la sua macchina politica, preferendo concentrarsi sul ruolo di responsabile della raccolta fondi del Comitato Nazionale Repubblicano. È una posizione che gli permette di costruire rapporti con i grandi finanziatori del partito, potenziali sostenitori di una futura corsa alla Casa Bianca. Continua a fare affidamento sul ristretto gruppo di consiglieri che lo accompagna fin dalle prime fasi della sua carriera politica, iniziata appena quattro anni fa con la vittoria nelle primarie repubblicane in Ohio per il Senato. Uno dei suoi più stretti collaboratori, Luke Thompson, lavora come consulente per Zach Lahn, un imprenditore che si è autofinanziato la candidatura a governatore dell'Iowa. Almeno uno dei sondaggi commissionati dalla campagna di Lahn include domande sull'opinione degli elettori dell'Iowa nei confronti di Vance, secondo due persone informate citate dal New York Times.

Gli ultimi mesi non sono stati facili per il vicepresidente. Aveva fatto campagna in Ungheria per il primo ministro conservatore Viktor Orban pochi giorni prima della sua sconfitta. Era andato in Pakistan per dei colloqui di pace con l'Iran ed era tornato senza un accordo. Aveva difeso gli attacchi di Trump a Papa Leone XIV mentre stava per pubblicare un libro sul suo percorso spirituale verso il cattolicesimo.

Alcuni alleati di Vance hanno reso più complicata la sua posizione mettendo in luce le sue divergenze con Trump. L'ex conduttore di Fox News Tucker Carlson si è scusato pubblicamente per aver contribuito alla rielezione del presidente, ha elogiato Vance e ha accusato l'entourage di Rubio di tradimento. Intervistato dal programma del New York Times The Interview, Carlson ha detto che Vance si trova in una posizione difficile perché ha dichiarato ripetutamente che evitare interventi come quello in Iran era esattamente l'obiettivo dell'amministrazione, e ora invece l'intervento c'è stato.

Le elezioni di metà mandato sono ancora a sei mesi di distanza, ma il calendario per costruire una candidatura nel 2028 è già stretto. Trump annunciò la sua corsa del 2024 subito dopo le elezioni di metà mandato del 2022, con quasi due anni di anticipo. Il suo staff ritiene che il principale rivale di allora, il governatore della Florida Ron DeSantis, abbia commesso un errore grave aspettando la primavera del 2023. A differenza di altri membri del governo, Vance può candidarsi senza dover rinunciare al suo incarico attuale. Tra i potenziali sfidanti, il senatore del Texas Ted Cruz è stato in Iowa la settimana scorsa, partecipando a un raduno di cristiani conservatori nello stesso Stato in cui dieci anni fa vinse il caucus battendo Trump.

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Vannacci: “Aperti al dialogo col centrodestra, ma le mie linee rosse non sono negoziabili”


Il leader di Futuro Nazionale ribadisce autonomia politica e critica le strategie energetiche adottate dall’Unione Europea

Roberto Vannacci torna a delineare la propria posizione politica e i possibili scenari in vista delle prossime competizioni elettorali, rivendicando autonomia politica ma lasciando aperto il confronto con l’area del centrodestra. L’europarlamentare e leader di Futuro Nazionale, intervenuto durante la trasmissione radiofonica “Battitori Liberi” su Radio Cusano, ha sottolineato come negli ultimi giorni vi siano stati segnali di apertura da parte della coalizione di governo, pur ribadendo l’esistenza di “linee rosse” che non intende oltrepassare.

Secondo quanto riportato dall'Ansa, il leader di Futuro Nazionale ha spiegato di non escludere una corsa elettorale indipendente, pur riconoscendo le possibili conseguenze sul piano degli equilibri politici. “Non ho problemi ad andare indipendentemente alle elezioni, cosa che non vorrei perché toglierei parte dei voti alla destra, rischiando di far vincere la sinistra”, ha dichiarato. Il generale ed europarlamentare ha aggiunto di voler continuare a mantenere un ruolo di interlocuzione con il centrodestra, precisando tuttavia di non essere disposto a modificare le proprie posizioni per favorire eventuali alleanze politiche.

Nel corso dell’intervento, Vannacci ha inoltre affrontato il tema energetico e le strategie europee in materia di approvvigionamento. Il leader di Futuro Nazionale ha espresso apprezzamento per la visita della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Azerbaigian, definendo il Paese caucasico uno dei principali fornitori energetici dell’Italia. Contestualmente ha criticato alcune posizioni assunte a livello europeo, sostenendo che determinate scelte politiche e ambientali abbiano inciso negativamente sulla competitività economica del continente.

Secondo Vannacci, l’aumento dei costi energetici rappresenta una delle principali criticità per il sistema produttivo europeo. L’europarlamentare ha indicato tra le priorità la necessità di ridurre il prezzo dell’energia attraverso un ampliamento delle importazioni di gas e petrolio, compresi quelli provenienti dalla Russia, e una revisione delle politiche ambientali europee. Tra le proposte avanzate figurano l’uscita dal Green Deal europeo e dal sistema ETS, la revisione degli incentivi alle energie rinnovabili, oltre a un maggiore investimento nell’idroelettrico, nelle biomasse legnose e nei biocarburanti.

Vannacci ha inoltre richiamato una precedente votazione al Parlamento europeo relativa agli investimenti nel settore idroelettrico, sostenendo che alcune forze politiche abbiano ostacolato il rilancio di questa fonte energetica. Nel suo intervento ha ribadito la necessità di adottare un approccio “pragmatico e costruttivo” volto, a suo dire, a sostenere la crescita economica e la competitività industriale italiana ed europea.

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Papa Leone XIV accusa Trump di mentire sulla posizione del Vaticano sul nucleare iraniano


Il Pontefice ha risposto alle false dichiarazioni del presidente americano che lo accusava di approvare armi atomiche per l'Iran. "Chi vuole criticarmi lo faccia con la verità", ricordando la posizione storica della Chiesa contro tutte le armi nucleari.

Papa Leone XIV ha accusato pubblicamente il presidente Donald Trump di non aver detto la verità, rispondendo così alle ripetute false dichiarazioni del presidente americano che lo aveva accusato di approvare il possesso di armi nucleari da parte dell'Iran. "Se qualcuno vuole criticarmi per aver proclamato il Vangelo, lo faccia con la verità", ha detto senza mezzi termini il Papa il 5 maggio, in un riferimento inequivocabile alle precedenti affermazioni di Trump.

Secondo una analisi di Steven Greydanus ultime settimane Trump ha falsamente sostenuto almeno in 4 separati casi che Papa Leone XIV avrebbe dichiarato che l'Iran poteva avere armi nucleari. "Il Papa ha fatto una dichiarazione. Dice che l'Iran può avere un'arma nucleare", aveva affermato per la prima volta il presidente il 16 aprile parlando con un giornalista. La frase era stata subito smentita da fonti cattoliche e dai principali media americani, che avevano verificato l'assenza di qualsiasi dichiarazione simile da parte del Pontefice.

La risposta del Pontefice


Il 5 maggio Trump ha rilanciato la sua accusa: "Il Papa preferirebbe parlare del fatto che va bene che l'Iran abbia un'arma nucleare. Non penso sia una buona cosa. Credo che stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone, ma immagino che, se dipende dal Papa, va bene. Pensa che sia perfettamente accettabile che l'Iran abbia un'arma nucleare".

In un primo momento il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, aveva minimizzato la possibilità di una risposta diretta, spiegando che "il Papa va avanti per la sua strada, nel senso di predicare il Vangelo, di predicare la pace". Più tardi, però, Leone XIV ha deciso di intervenire. Parlando brevemente con i giornalisti, ha richiamato la posizione storica della Chiesa contro tutte le armi nucleari:

"Ho detto la mia sin da quando sono stato eletto, e ora siamo vicini al primo anniversario. Ho detto 'La pace sia con voi'. La missione della Chiesa è predicare il Vangelo, predicare la pace. Se qualcuno vuole criticarmi per aver proclamato il Vangelo, lo faccia con la verità. Da anni la Chiesa si esprime contro tutte le armi nucleari, quindi non c'è dubbio su questo punto. Spero semplicemente di essere ascoltato per il bene della Parola di Dio".


Una frattura sempre più evidente


La risposta del Papa segna un'escalation rispetto alle settimane precedenti, quando i media parlavano spesso di una "faida" in corso tra il Pontefice e il presidente, ma il Vaticano aveva cercato di tenere basso il tono della polemica. Trump aveva infatti già attaccato Leone XIV su Truth Social, accusandolo di essere "DEBOLE sulla criminalità", "terribile per la politica estera" e di voler "compiacere la sinistra radicale".

Fino a quel momento, però, il Papa si era limitato a condannare genericamente la guerra in generale e quella in Iran in particolare, senza replicare direttamente agli attacchi personali da parre del presidente. Non ha citato Trump per nome nemmeno questa ultima volta, ma con la sua frase ha denunciato direttamente la falsità delle accuse rivoltegli dal presidente degli Stati Uniti.

Secondo Steven Greydanus, questa vicenda rende sempre più netta la scelta davanti ai cattolici americani. Papa Leone, forte del suo inglese fluente e della sua conoscenza diretta della realtà statunitense, vuole dimostrare che il cattolicesimo americano non coincide con il sostegno a Trump. Per Greydanus, gli attacchi del presidente al Pontefice finiscono così per danneggiare più Trump e i suoi sostenitori più fedeli che chiunque altro. Allo stesso tempo, però, possono offrire conforto a molti cattolici che si sentono isolati, soprattutto nelle aree più conservatrici, dove l’appoggio a Trump viene spesso percepito quasi come una prova di appartenenza alla “vera” Chiesa.

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Napoli, blitz anti-camorra: arrestato il figlio di Rita De Crescenzo


Tentato omicidio e armi: sette arresti della Mobile. L'indagine DDA muove dallo scontro tra bande rivali e dal ferimento del giovane
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Secondo quanto riportato dall'Ansa, figura anche il figlio della tiktoker napoletana tra le sette persone arrestate dalla Squadra Mobile di Napoli nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia partenopea su un episodio di violenza armata avvenuto nel capoluogo campano.

Ai destinatari del provvedimento vengono contestati, a vario titolo, i reati di tentato omicidio, porto e detenzione di armi da fuoco aggravati e in concorso. Tra gli indagati figurano anche alcuni giovani che, all’epoca dei fatti, erano minorenni.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il figlio della nota influencer social avrebbe preso parte, insieme ad altri ragazzi armati, a un conflitto a fuoco scaturito durante un inseguimento tra gruppi rivali avvenuto il 26 giugno 2025. L’episodio si sarebbe sviluppato in un contesto di tensioni legate al controllo del territorio, elemento sul quale si stanno concentrando gli accertamenti della polizia giudiziaria.

La notizia dell’arresto è stata anticipata dalla stessa Rita De Crescenzo attraverso un video pubblicato sui propri canali social, nel quale la donna ha fatto riferimento all’intervento delle forze dell’ordine e alla posizione del figlio.


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L’inchiesta trae origine da una serie di episodi violenti verificatisi negli ultimi mesi. Tra questi anche l’accoltellamento del figlio della tiktoker, avvenuto il 16 febbraio 2026. Per gli inquirenti, i due episodi sarebbero collegati alla contrapposizione tra gruppi giovanili intenzionati ad affermare la propria egemonia criminale sul territorio cittadino.

L’operazione è stata eseguita dalla Squadra Mobile di Napoli con il supporto dei Commissariati San Ferdinando, Montecalvario e Dante, del Reparto Prevenzione Crimine Campania, delle unità cinofile antidroga dell’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico, oltre all’impiego di un drone e di un’unità eliportata.

Nel corso delle perquisizioni gli agenti hanno inoltre sequestrato circa un chilogrammo di marijuana, in parte già suddivisa in dosi pronte per lo spaccio, oltre a materiale per il confezionamento. La sostanza stupefacente sarebbe stata rinvenuta nella disponibilità di uno degli indagati che, secondo quanto riferito dagli investigatori, avrebbe tentato di disfarsene all’arrivo della polizia.

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Dyson ha ridisegnato il phon da viaggio: ecco Supersonic Travel, più piccolo ma potentissimo


Dyson presenta Supersonic Travel, il nuovo asciugacapelli compatto pensato per chi viaggia. Più leggero e con voltaggio automatico, offre prestazioni elevate e styling preciso ovunque nel mondo
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Dyson ha presentato il nuovo Supersonic Travel, un asciugacapelli progettato per rispondere alle esigenze di mobilità senza sacrificare prestazioni e protezione del capello. Particolarmente adatto all'utilizzo fuori casa e durante i nostri spostamenti, il device integra un sistema di adattamento automatico del voltaggio che lo rende compatibile con le diverse reti elettriche globali. All'interno, il Supersonic Travel combina motore digitale ad alta velocità e flusso d’aria ottimizzato per garantire un’asciugatura rapida e uno styling preciso, mantenendo gli standard tecnologici tipici della gamma Dyson anche in formato compatto.
Il Supersonic Travel è perfetto da inserire in un borsone o nel bagaglio a manoIl Supersonic Travel è perfetto da inserire in un borsone o nel bagaglio a mano
Più piccolo del 32% e più leggero del 25% rispetto all'asciugacapelli Dyson Supersonic originale, e con un peso inferiore a quello di una bibita in lattina, la nuova tecnologia è perfetta da inserire in un borsone onel bagaglio a mano.
Dyson Supersonic Travel è compatibile con gli accessori Dyson Supersonic e Dyson Supersonic NuralDyson Supersonic Travel è compatibile con gli accessori Dyson Supersonic e Dyson Supersonic Nural
Il nuovo Dyson Supersonic Travel integra anche la tecnologia di controllo intelligente del calore, che misura la temperatura del flusso d’aria 100 volte al secondo, prevenendo i danni causati dal calore estremo. Il flusso d’aria, progettato con precisione, consente un’asciugatura rapida e uniforme, per capelli sanie luminosi.
Dyson Supersonic Travel è più piccolo del 32% e più leggero del 25% rispetto all'asciugacapelli Dyson Supersonic originale

Perfetto compagno di viaggio per capelli sani


In una stanza d’hotel, in una lounge aeroportuale o durante trasferte internazionali, Dyson Supersonic Travel si inserisce in un ecosistema di soluzioni pensate per garantire continuità nello styling anche fuori casa. Tra queste, anche formulazioni leave-in sviluppate dal brand, come il balsamo spray senza risciacquo Omega, progettato per supportare la protezione del capello in condizioni ambientali variabili. La composizione, basata su una miscela di oli ricchi di Omega, contribuisce a migliorare la gestione del crespo e a limitare l’impatto dell’umidità, elementi critici soprattutto in viaggio. Nel complesso, l’integrazione tra dispositivo e prodotti complementari riflette l’approccio di Dyson verso un sistema più ampio di cura dei capelli, orientato a prestazioni costanti indipendentemente dal contesto di utilizzo.

DJI Power 1000 Mini: la power station compatta che rivoluziona tutto
DJI Power 1000 Mini debutta come una delle power station portatili più compatte e interessanti del momento. Pensata per chi cerca energia affidabile in mobilità, combina dimensioni ridotte, buone prestazioni e versatilità d’uso
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I dieci anni Dyson Supersonic


Con l'asciugacapelli Dyson Supersonic, presentato nel 2016, Dyson ha segnato un cambio radicale rispetto al design tradizionale degli asciugacapelli: il motore ad alta velocità è stato posizionato nel manico per un migliore bilanciamento, mentre il flusso d'aria è stato progettato per garantire un'asciugatura rapida senza ricorrere calore estremo. Supportato da ricerche scientifiche sui capelli, Dyson ha poi definito un nuovo standard con un approccio sempre più orientato alla protezione e alla salute del capello, presentando l'asciugacapelli Dyson Supersonic Nural, che dotato di funzione Scalp Protect Mode, regola automaticamente la temperatura dell’aria per proteggere il cuoio capelluto. In quest’ottica di protezione della cute, particolarmente sensibile a cambiamenti di temperatura e umidità, specie durante i viaggi, ora si aggiunge alla gamma anche Dyson Supersonic Travel in un formato più piccolo e leggero.

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Disponibilità


L’asciugacapelli Dyson Supersonic Travelè disponibile con l’accessorio Concentratore per lo styling, al prezzo di 299 euro.


DJI sorprende tutti con Power 1000 Mini: la power station compatta che cambia le regole


DJI ha lanciato sul mercato globale la Power 1000 Mini. Con dimensioni pari alla metà della DJI Power 1000, questa è la stazione di alimentazione da 1 kWh più portatile dell’azienda fino a oggi, frutto di oltre 15 anni di ricerca e sviluppo dedicati all’innovazione delle batterie. Progettata per il campeggio, i viaggi su strada e la creazione di contenuti, DJI Power 1000 Mini è ottimizzata per un'alimentazione ad alta efficienza e può essere ricaricata fino all’80% in soli 58 minuti (dati DJI). Essa include, inoltre, cavi e caricabatterie integrati per una ricarica e una gestione senza sforzo, tra cui un cavo USB-C retrattile da 100W, un caricatore per auto da 400W e un modulo MPPT.

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La crescente disponibilità di dati in tempo reale ha progressivamente reso i mercati finanziari più efficienti, abbattendo barriere tecnologiche ed economiche e riducendo drasticamente i costi operativi
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Dimensioni compatte, potenza ad alta efficienza


La DJI Power 1000 Mini ha una capacità della batteria di 1008 Wh ed è ottimizzata per un basso consumo energetico. Caratterizzata da una struttura più squadrata, grazie al suo design compatto misura 314 × 212 × 216 mm e pesa 11,5 kg. Con una potenza massima di 1000 W, essa può alimentare alcuni apparecchi da 1200 W tramite due porte USB-A, due prese CA o una porta SDC.
Il DJI Power 1000 Mini supporta diverse modalità di ricarica: da rete elettrica, auto e pannelli solariIl DJI Power 1000 Mini supporta diverse modalità di ricarica: da rete elettrica, auto e pannelli solari

DJI Power 1000 Mini

Autonomia e scenari d’uso

Campeggio e viaggi
Smartphone: 54 ricariche
Macchina caffè: 55 min
Proiettore: 7 ore
Frigo auto: 18 ore
Ventilatore: 7 ore

Creazione contenuti
Fotocamera: 53 ricariche
Laptop: 9 ricariche
Drone: 8 ricariche
Luci foto: 1,2 ore
Cassa Bluetooth: 50 ricariche

Ricarica desktop
PC gaming: 2 ore
Monitor: 5 ore
NAS: 7 ore
Console portatile: 50 ricariche
Lampada: 40 ore

Uso domestico
Router Wi-Fi: 30 ore
Frigorifero: 7 ore
Tostapane: 1 ora
Spremiagrumi: 3 ore
Microonde: 1 ora

Opzioni di ricarica


Il DJI Power 1000 Mini supporta diverse modalità di ricarica — da rete elettrica, auto e pannelli solari — offrendo grande flessibilità d’uso. In modalità rapida, può raggiungere l’80% in circa 58 minuti e il 100% in 75 minuti, mentre tramite il caricatore per auto da 400 W è possibile completare una ricarica da 1 kWh in circa 160 minuti anche durante la guida.
DJI Power 1000 Mini: utilizzo in campeggioDJI Power 1000 Mini: utilizzo in campeggio
Il modulo MPPT integrato consente inoltre il collegamento diretto ai pannelli solari senza adattatori, mentre il cavo USB-C retrattile da 100 W facilita la ricarica di dispositivi elettronici in modo pratico. Sul fronte dell’affidabilità, la power station integra una modalità UPS automatica che, in caso di blackout, attiva l’alimentazione in appena 0,01 secondi, garantendo continuità operativa; a completare il tutto, è presente anche un sistema di illuminazione LED regolabile utile nelle situazioni di emergenza.
utilizzo in modalità Desktop

Design e alimentazione per l'acosistema DJI


DJI Power 1000 Mini integra un sistema di sicurezza avanzato pensato per garantire affidabilità in qualsiasi contesto, dal campeggio in ambienti difficili fino all’uso ad alta quota. Le celle LFP assicurano lunga durata (fino all’80% della capacità dopo 4000 cicli) e hanno superato test di resistenza come la perforazione con chiodo, mentre un sistema monitora costantemente temperatura e prestazioni tramite 10 sensori e app dedicata. La struttura utilizza materiali ignifughi, resiste a pressioni fino a una tonnellata e funziona anche in condizioni ambientali complesse, grazie a un sistema di protezione dell’inverter contro pioggia, condensa e salsedine. Sul fronte dell’ecosistema, la presenza di porte SDC consente un’integrazione diretta con accessori DJI, supportando ricarica solare, pass-through e ricarica rapida per batterie di droni (come DJI Air 3, dal 10% al 95% in circa 30 minuti), mentre tramite app DJI Home è possibile gestire e monitorare il dispositivo da remoto in tempo reale.

EU Common Charger: laptop USB-C dal 2026
La normativa EU Common Charger si espande: dal 2026 anche i laptop adotteranno l’USB-C. Ecco cosa cambia per utenti e produttori e le soluzioni proposte da Anker
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Prezzo e disponibilità


DJI Power 1000 Mini è disponibile al prezzo di 579 euro.


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Stati Uniti e Iran tornano a scontrarsi a Hormuz. Trump avverte Teheran: "Firmate l'accordo o sarà peggio"


Teheran ha lanciato missili e droni contro tre cacciatorpediniere americani in transito, gli Stati Uniti hanno risposto colpendo i porti iraniani di Bandar Abbas, Qeshm e Bandar Kargan. Washington parla di risposta limitata, Teheran denuncia una violazione del cessate il fuoco.

Stati Uniti e Iran si sono attaccati ieri a vicenda nello Stretto di Hormuz, la stretta via d'acqua che collega il Golfo Persico al Mar Arabico. Teheran ha lanciato missili e droni contro 3 cacciatorpediniere americani in transito, Washington ha risposto bombardando obiettivi militari sulla costa iraniana della provincia di Hormozgan.

Un funzionario americano ha detto ad Axios che lo scontro non rappresenta una ripresa della guerra. Anche il presidente americano Donald Trump ha minimizzato la risposta di Washington, definendola "solo un colpetto d'amore" in un'intervista ad ABC News; su Truth Social, invece, ha bollato i leader iraniani come "pazzi". L'esercito iraniano ha però risposto definendo l'attacco statunitense come una violazione del cessate il fuoco e minacciato ritorsioni.

Tensione Usa-Iran · 7 maggio 2026

Nuovi scontri nello Stretto di Hormuz:
la geografia di una notte di fuoco


3 cacciatorpediniere americani in transito attaccati con missili e droni dall'Iran. La risposta del CENTCOM colpisce porti militari sulla costa dell'Hormozgan. Trump minimizza, Teheran minaccia ritorsioni.

FocusAmerica Fonti: Axios, Fox News, CNN, NBC News, ABC News

Cacciatorpediniere Usa
3
In transito attaccati con missili e droni iraniani

Bersagli colpiti
3
Porti militari e centri di comando iraniani sulla costa dell'Hormozgan

Definizione di Trump
«Tocco
d'amore»
In intervista ad ABC News, mentre su Truth Social bolla i leader iraniani come "pazzi"

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1Mappa 2Cronologia 3Le forze 4Le voci

La geografia degli scontri

Lo Stretto di Hormuz e la costa dell'Hormozgan


Le navi Usa procedevano dal Golfo Persico verso il Golfo dell'Oman quando sono state attaccate. La risposta americana ha colpito 3 siti militari sulla costa iraniana. Teheran parla anche del bombardamento di due aree civili, non confermato da Washington.

IRAN Provincia di Hormozgan EMIRATI ARABI UNITI OMAN PAKISTAN Golfo Persico Golfo dell'Oman STRETTO DI HORMUZ 1 Bandar Abbas 2 Isola di Qeshm 3 Bandar Kargan, Minab 4 B. Khamir 5 Sirik USS Mason USS Rafael Peralta USS Truxtun

Bersagli colpiti dagli Stati Uniti
Cacciatorpediniere Usa attaccati
Aree civili colpite (rivendicazione iraniana)

1

Bandar Abbas
Epicentro delle operazioni navali iraniane nello Stretto. Il porto militare che ospita la flotta della Marina pasdaran.

2

Porto sull'isola di Qeshm
Base navale e di intelligence sulla più grande isola del Golfo Persico, posizione strategica per il controllo dello Stretto di Hormuz.

3

Bandar Kargan, Minab
Posto di controllo navale a est di Bandar Abbas, da cui Teheran coordina la sorveglianza delle rotte nello Stretto.

4

Bandar Khamir — rivendicazione iraniana
Area civile costiera che secondo Teheran sarebbe stata colpita dai raid americani. Washington non conferma.

5

Sirik — rivendicazione iraniana
Seconda località civile che l'esercito iraniano sostiene sia stata raggiunta dai bombardamenti, anch'essa nell'Hormozgan.

Le 24 ore

Cosa è successo, ora per ora


Lo scontro arriva mentre Stati Uniti e Iran starebbero negoziando un memorandum per chiudere una volta e per tutte le ostilità. Tocca un evento per i dettagli.

Lunedì
Teheran apre il fuoco contro la scorta navale americana

L'Iran reagisce all'operazione di scorta della Marina Usa colpendo navi militari, mercantili e obiettivi negli Emirati Arabi Uniti. Trump sospende l'operazione e allenta il blocco navale.

Martedì
Trump alleggerisce il blocco navale per i mercantili

Il presidente facilita il transito delle navi commerciali iraniane senza revocare formalmente il blocco navale, mentre Washington e Teheran negoziano un memorandum di una pagina per chiudere le ostilità.

7 Mag · Sera
Missili e droni iraniani contro 3 cacciatorpediniere Usa

Le navi USS Truxtun, USS Rafael Peralta e USS Mason in transito dal Golfo Persico verso il Golfo dell'Oman vengono attaccate. Secondo Washington i missili e i droni sono stati intercettati senza causare danni alle navi.

7 Mag · Notte
Risposta del CENTCOM: 3 porti militari iraniani colpiti

Il Comando Centrale Usa ha colpito basi di lancio, centri di comando e strutture di intelligence iraniane a Bandar Abbas, sull'isola di Qeshm e a Bandar Kargan. Trump rivendica anche l'affondamento di numerose piccole imbarcazioni iraniane.

8 Mag
Trump minimizza, l'Iran minaccia ritorsioni

Il presidente parla di "tocco d'amore" ad ABC News e bolla i leader iraniani come "pazzi" su Truth Social. L'esercito iraniano accusa gli Stati Uniti di aver violato il cessate il fuoco e promette ritorsioni.

Il dispositivo americano

I 3 cacciatorpediniere sotto attacco


Tutte unità della classe Arleigh Burke, dotate del sistema di combattimento Aegis. Procedevano in formazione dal Golfo Persico verso il Golfo dell'Oman quando sono diventate il bersaglio di missili e droni iraniani.

USS Truxtun (DDG-103)
Cacciatorpediniere classe Arleigh Burke

USS Rafael Peralta (DDG-115)
Cacciatorpediniere classe Arleigh Burke

USS Mason (DDG-87)
Cacciatorpediniere classe Arleigh Burke

3
Bersagli iraniani colpiti dal CENTCOM

Ignote
Le perdite sul territorio iraniano

0
Danni dichiarati alle navi americane

«Numerose»
Piccole imbarcazioni iraniane affondate, secondo Trump

Le voci del giorno dopo

Toni opposti su Washington e Teheran


Trump oscilla tra minimizzazione e minaccia. L'Iran promette risposta, il CENTCOM si dichiara "pronto" ma non in cerca di escalation.


Donald Trump · Stati Uniti

Proprio come li abbiamo eliminati di nuovo oggi, li elimineremo in modo molto più duro e molto più violento in futuro, se non firmeranno rapidamente un accordo.
Su Truth Social, dopo gli scontri


Comando militare iraniano

L'Iran risponderà con forza e senza la minima esitazione a qualsiasi attacco.
Replica all'avvertimento di Trump


CENTCOM · Forze Armate Usa

Non cerchiamo un'escalation, ma restiamo posizionati e pronti a proteggere le forze americane.
Comunicato ufficiale del Comando Centrale

Fonti Axios, Fox News, CNN, NBC News, ABC News, Truth Social. Cartografia: Natural Earth (10m). Le perdite sul territorio iraniano restano sconosciute. La rivendicazione iraniana sulle aree civili colpite non è confermata da Washington.

I bersagli dei raid americani


Il Comando Centrale delle forze armate statunitensi, il CENTCOM, ha colpito basi di lancio, centri di comando e strutture dell'intelligence iraniana in risposta agli attacchi definiti "non provocati" contro i cacciatorpediniere USS Truxtun, USS Rafael Peralta e USS Mason, in transito dal Golfo Persico verso il Golfo dell'Oman. Secondo Washington, missili e droni iraniani sono stati intercettati senza causare danni alle navi americane.

Alti funzionari americani citati da Fox News, CNN e NBC News hanno indicato tra i bersagli degli attacchi il porto di Bandar Abbas, epicentro delle operazioni navali iraniane nello Stretto, il porto sull'isola di Qeshm e il posto di controllo navale di Bandar Kargan, a Minab. L'esercito iraniano sostiene invece che siano state colpite anche aree civili lungo le coste di Bandar Khamir e Sirik. Le perdite sul territorio iraniano restano sconosciute. Trump ha rivendicato anche l'affondamento di "numerose piccole imbarcazioni" iraniane.

Le accuse iraniane e l'avvertimento di Trump


L'esercito iraniano sostiene che gli Stati Uniti avessero preso di mira una petroliera e un'altra nave in ingresso nello Stretto, e ha rivendicato la rappresaglia contro unità militari americane a est di Hormuz e a sud del porto di Chabahar, sulla costa del Sistan-Baluchistan. Washington sta applicando da settimane un blocco navale contro le imbarcazioni iraniane, che martedì Trump aveva alleggerito per facilitare il passaggio dei mercantili, senza però revocarlo.

Lunedì Teheran aveva già reagito all'operazione di scorta della Marina americana, poi sospesa, aprendo il fuoco contro navi militari statunitensi, mercantili e obiettivi negli Emirati Arabi Uniti. Il passo indietro di Trump è arrivato mentre Stati Uniti e Iran stanno negoziando un memorandum di una pagina per chiudere le ostilità e preparare il terreno a un accordo più ampio.

A seguito degli scontri di ieri sera, Trump ha rivolto un nuovo avvertimento diretto a Teheran su Truth Social: "Proprio come li abbiamo eliminati di nuovo oggi, li elimineremo in modo molto più duro e molto più violento in futuro, se non firmeranno rapidamente un accordo". Il comando militare iraniano ha replicato alle minacce con la stessa fermezza: "L'Iran risponderà con forza e senza la minima esitazione a qualsiasi attacco". Il CENTCOM, da parte sua, ha precisato di non cercare un'escalation, ma di restare "posizionato e pronto a proteggere le forze americane".

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DJI Osmo Mobile 8P: il nuovo stabilizzatore per smartphone punta su tracking, controllo remoto e video più professionali


DJI Osmo Mobile 8P è il nuovo stabilizzatore per smartphone pensato per creator, videomaker e utenti che vogliono ottenere riprese più fluide e curate senza dover ricorrere a una videocamera professionale. Il nuovo modello porta con sé una serie di funzioni avanzate dedicate al tracciamento dei soggetti, al controllo dell’inquadratura e alla gestione creativa dei movimenti, con l’obiettivo di rendere più semplice la realizzazione di contenuti dinamici per social, vlog, eventi e dirette streaming.

Il cuore del nuovo stabilizzatore DJI per smartphone è rappresentato da un sistema di stabilizzazione a tre assi evoluto, affiancato da tecnologie come Osmo FrameTap, ActiveTrack 8.0 e il supporto ad Apple DockKit per gli utenti iPhone. Il risultato è un dispositivo che non si limita a ridurre vibrazioni e movimenti indesiderati, ma aiuta anche a mantenere il soggetto sempre al centro dell’inquadratura, anche quando la scena diventa più complessa.

Osmo FrameTap: il telecomando che rende le riprese più libere


Una delle novità più interessanti di DJI Osmo Mobile 8P è Osmo FrameTap, un telecomando sganciabile pensato per controllare le riprese a distanza con maggiore precisione. Questa soluzione permette di sfruttare la fotocamera posteriore dello smartphone anche per selfie e contenuti frontali di qualità superiore, superando uno dei limiti più comuni dei video realizzati con il telefono.

Il telecomando integra uno schermo capace di replicare l’inquadratura dello smartphone o del modulo multifunzione 2, offrendo così un controllo più immediato sulla scena. Il joystick integrato consente di gestire i movimenti del gimbal e lo zoom, mentre il design magnetico permette di agganciare e rimuovere rapidamente il telecomando dall’impugnatura.

Questa funzione è particolarmente utile per chi crea contenuti da solo, perché permette di posizionare lo smartphone a distanza e controllare l’inquadratura senza dover continuamente tornare verso il dispositivo. È una soluzione pratica per vlog, contenuti lifestyle, riprese in esterna, video prodotto e scene in cui serve più libertà di movimento.

ActiveTrack 8.0 migliora il tracciamento dei soggetti


Con ActiveTrack 8.0, DJI punta a rendere il tracking ancora più rapido, fluido e affidabile. Il sistema è progettato per mantenere il soggetto al centro dell’inquadratura anche in ambienti affollati, durante movimenti improvvisi o in situazioni in cui ci sono ostacoli e cambi di direzione.

Attraverso l’app DJI Mimo, lo stabilizzatore può seguire persone, animali domestici e, in combinazione con il modulo multifunzione 2, anche oggetti come automobili o punti di riferimento. Questo rende Osmo Mobile 8P più versatile rispetto a un semplice gimbal tradizionale, perché permette di gestire riprese complesse con meno interventi manuali.

La funzione risulta interessante soprattutto per chi registra eventi sportivi, concerti, contenuti dinamici o video in movimento. In questi contesti, mantenere il soggetto stabile e ben inquadrato è spesso la parte più difficile, soprattutto quando si lavora con uno smartphone tenuto a mano.

Supporto Apple DockKit per gli utenti iPhone


Un altro elemento importante è il supporto ad Apple DockKit, che permette ai possessori di iPhone di sfruttare il tracciamento nativo collegando direttamente il dispositivo a DJI Osmo Mobile 8P. In questo modo, l’esperienza di tracking può risultare ancora più integrata nell’ecosistema Apple, con una gestione più naturale delle riprese e dell’inquadratura.

Per chi utilizza iPhone come strumento principale per creare contenuti, questa compatibilità rappresenta un valore aggiunto concreto, soprattutto per video social, lezioni online, streaming, tutorial e riprese in cui il soggetto deve restare sempre visibile senza dover regolare continuamente il telefono.

Stabilizzazione a tre assi e design più completo


DJI Osmo Mobile 8P utilizza l’ottava generazione della tecnologia di stabilizzazione DJI a tre assi. Questo sistema ha il compito di compensare vibrazioni, movimenti della mano e cambi di direzione, restituendo filmati più fluidi e piacevoli da guardare.

Il peso è di circa 386 grammi, quindi resta in una fascia ancora gestibile per l’uso quotidiano e per le riprese in mobilità. DJI ha integrato anche un treppiede con base più ampia, pensato per migliorare la stabilità quando si registra da una postazione fissa. Il manico telescopico estensibile fino a 215 mm consente invece di ottenere inquadrature più ampie, selfie di gruppo e prospettive più creative senza dover usare accessori aggiuntivi.

La presenza della porta USB-C permette inoltre di ricaricare lo smartphone direttamente dallo stabilizzatore. È una funzione molto utile durante sessioni outdoor, viaggi, eventi o dirette streaming prolungate, dove l’autonomia del telefono può diventare un limite. La batteria di Osmo Mobile 8P arriva fino a 10 ore, un valore pensato per coprire anche giornate di ripresa più intense.

Modalità creative per video dal look più cinematografico


L’app DJI Mimo mette a disposizione diverse modalità creative per dare ai video un aspetto più curato. DynamicZoom permette di creare effetti di allungamento e compressione prospettica, ideali per contenuti più scenografici. Slow Shutter è pensata per catturare scie luminose ed effetti di movimento nelle scene notturne o in condizioni di scarsa illuminazione.

La modalità Action Shot aiuta invece a mantenere il soggetto stabile e centrato durante movimenti rapidi, risultando utile per sportivi, ballerini e contenuti dinamici. Non manca la registrazione in formato widescreen 2,35:1, che consente di ottenere direttamente un taglio cinematografico senza dover ritagliare il video in post-produzione.

A queste funzioni si aggiunge 360° Infinite Spin, che permette panoramiche continue grazie alla rotazione orizzontale illimitata. In combinazione con il tracking intelligente, questa modalità consente di realizzare movimenti di camera più fluidi e scenografici, anche con un semplice smartphone.

Riprese dal basso e angoli più flessibili


Il nuovo stabilizzatore DJI facilita anche le riprese da angolazioni più particolari. Inclinando in avanti l’asse di panoramica, è possibile catturare inquadrature dal basso con maggiore semplicità, ad esempio all’altezza degli occhi di un bambino, di un animale domestico o di un soggetto in movimento.

Questo tipo di flessibilità rende Osmo Mobile 8P adatto non solo ai contenuti social più classici, ma anche a riprese più creative e narrative. La possibilità di cambiare prospettiva in modo rapido può fare la differenza quando si vuole dare più ritmo a un video o raccontare una scena in modo meno statico.

DJI Osmo Mobile 8P: prezzo e disponibilità in Italia


DJI Osmo Mobile 8P è disponibile su dji-store.it, nei DJI Store di Milano e Roma e presso i principali rivenditori autorizzati.

La versione Osmo Mobile 8P Standard Combo ha un prezzo suggerito al pubblico di 159 euro e include lo stabilizzatore, il morsetto magnetico per smartphone 5 DJI OM, Osmo FrameTap, due cavi USB-C e la custodia.

La versione Osmo Mobile 8P Advanced Tracking Combo costa 189 euro e aggiunge alla dotazione standard il modulo multifunzione 2 per DJI OM, pensato per ampliare le capacità di tracking e controllo.

La configurazione più completa è Osmo Mobile 8P Creator Combo, proposta a 219 euro. Questa versione include anche accessori della serie DJI Mic, tra cui ricevitore mobile, trasmettitore DJI Mic Mini 2, paravento, clip magnetica, coperture anteriori magnetiche, magnete per DJI Mic 3, cavo di ricarica magnetico e custodia compatta per il trasporto.

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HUAWEI WATCH FIT 5 Series arriva in Italia: stile, benessere e fitness al polso


Il nuovo HUAWEI WATCH FIT 5 Series arriva ufficialmente in Italia e punta a confermare una direzione ormai molto chiara per il mercato degli smartwatch: non basta più contare i passi o ricevere notifiche, serve un dispositivo capace di accompagnare davvero la giornata, tra benessere, allenamento, pagamenti digitali e attenzione allo stile.

Con questa nuova generazione, Huawei propone una serie pensata per chi cerca uno smartwatch leggero, colorato e versatile, ma anche abbastanza completo da seguire attività sportive, routine quotidiane e parametri legati alla salute. Il tutto con una batteria dichiarata fino a 10 giorni, il supporto ai pagamenti contactless con Curve Pay e nuove funzioni come i Mini-Workout interattivi.

Design colorato e display ultra luminoso


Il primo elemento che caratterizza HUAWEI WATCH FIT 5 Series è il design. La linea mantiene il formato rettangolare tipico della famiglia WATCH FIT, ma lo arricchisce con colori più vivaci e materiali più curati. HUAWEI WATCH FIT 5 è disponibile nelle varianti grigio-verde, viola, verde, bianco e nero, mentre HUAWEI WATCH FIT 5 Pro punta su tre colorazioni più decise: arancione, bianco e nero.

La versione Pro introduce anche un design “oil-filling”, pensato per mantenere i colori più intensi e brillanti nel tempo. L’edizione bianca si distingue ulteriormente grazie al trattamento Micro-Arc Oxidation, una lavorazione che crea uno strato simile alla ceramica sulla superficie in alluminio. Il risultato è una scocca più resistente all’usura quotidiana, ai graffi e agli schizzi.

Anche il display fa un passo avanti importante. HUAWEI WATCH FIT 5 integra uno schermo AMOLED da 1,82 pollici, mentre HUAWEI WATCH FIT 5 Pro monta un display AMOLED flessibile da 1,92 pollici con vetro zaffiro 2.5D. La versione Pro raggiunge una luminosità di picco fino a 3.000 nit, un valore molto interessante per chi usa spesso lo smartwatch all’aperto o sotto la luce diretta del sole. A rendere l’esperienza più fluida contribuisce anche il refresh rate adattivo da 1 Hz a 60 Hz.

Mini-Workout: allenarsi anche quando si ha poco tempo


Una delle novità più curiose della nuova serie è la modalità Mini-Workout, pensata per chi vuole muoversi durante la giornata senza dover organizzare una vera sessione di allenamento. L’idea è semplice: bastano pochi minuti, o anche solo 30 secondi, per eseguire piccoli esercizi guidati direttamente dallo smartwatch.

Huawei ha scelto un approccio più leggero e motivante, introducendo un panda interattivo sul quadrante. Questo piccolo compagno virtuale guida i movimenti, reagisce all’attività dell’utente e rende l’esperienza più immediata, soprattutto per chi tende a rimandare l’attività fisica perché non ha tempo, spazio o attrezzi a disposizione.

È una funzione che rende lo smartwatch più vicino alla vita reale. Non tutti riescono ad allenarsi ogni giorno in palestra o a seguire programmi strutturati, ma avere al polso un promemoria visivo e interattivo può aiutare a spezzare la sedentarietà con piccoli momenti di movimento.

Sport outdoor, ciclismo, trail running e golf


HUAWEI WATCH FIT 5 Series non si limita agli allenamenti veloci. La nuova gamma introduce anche funzioni più evolute per chi pratica sport all’aperto. Nel ciclismo, ad esempio, lo smartwatch può rilevare automaticamente l’attività e mostrare dati come potenza virtuale e cadenza in tempo reale, utili per comprendere meglio il proprio ritmo durante l’uscita.

La versione HUAWEI WATCH FIT 5 Pro offre un supporto ancora più completo per gli utenti sportivi. La modalità Trail Run include strumenti per la navigazione basata su segmenti, l’analisi delle variazioni di altitudine e la stima del tempo di arrivo. Sono funzioni pensate per chi corre su percorsi meno lineari e vuole avere più controllo su tragitto, pendenza e gestione dello sforzo.

Interessante anche l’attenzione al golf. Il modello Pro permette di accedere a mappe vettoriali di oltre 17.000 campi da golf nel mondo, con visualizzazione del green e rotazione automatica in base al campo visivo dell’utente. Una funzione molto specifica, ma che conferma l’intenzione di Huawei di rendere la versione Pro più adatta anche ad attività sportive di nicchia e a un pubblico più esigente.

Monitoraggio della salute più completo sulla versione Pro


Sul fronte del benessere, HUAWEI WATCH FIT 5 Series punta a trasformare il monitoraggio quotidiano in qualcosa di più consapevole. Oltre ai classici dati su battito cardiaco, sonno e attività, la versione Pro integra funzioni avanzate dedicate alla salute cardiovascolare.

Tra queste troviamo l’analisi dell’aritmia basata sulle onde di polso, il supporto all’app ECG e il rilevamento della rigidità arteriosa. Come sempre, è importante ricordare che questi strumenti non sostituiscono una valutazione medica, ma possono offrire indicazioni utili per tenere sotto controllo alcuni parametri nel tempo.

La serie presta attenzione anche alla salute femminile. Grazie al sensore di temperatura, lo smartwatch può tracciare le variazioni della temperatura del polso e contribuire al monitoraggio del ciclo mestruale e del periodo di ovulazione. È una funzione pensata per aiutare le utenti a conoscere meglio il proprio corpo, raccogliendo dati in modo continuativo e discreto.

Pagamenti contactless con Curve Pay


Un’altra novità importante per il mercato italiano è il supporto ai pagamenti contactless tramite Curve Pay. Con HUAWEI WATCH FIT 5 Series è possibile pagare direttamente dal polso, senza dover necessariamente prendere lo smartphone.

Curve Pay permette di utilizzare la funzione tap-to-pay sui terminali compatibili e di gestire più carte all’interno di un unico smart wallet. Tra le funzioni più interessanti c’è anche Go Back in Time, che consente di correggere eventuali errori di pagamento dopo l’acquisto, spostando la transazione su un’altra carta compatibile.

Huawei ha previsto anche un sistema di sicurezza legato all’utilizzo al polso. Se lo smartwatch viene rimosso, il dispositivo richiede l’inserimento di un passcode prima di poter continuare a usare le funzioni di pagamento. Curve Pay è disponibile su HUAWEI WATCH FIT 5 Series in più di 30 Paesi e può essere configurato tramite l’app dedicata, scaricabile da HUAWEI AppGallery, App Store, Google Play o Galaxy Store.

Autonomia fino a 10 giorni e compatibilità Android e iOS


La batteria resta uno dei punti chiave della serie. HUAWEI WATCH FIT 5 Series integra una batteria ad alto contenuto di silicio, con un’autonomia dichiarata fino a 10 giorni con uso leggero e fino a 7 giorni con uso regolare. Per chi non ama ricaricare lo smartwatch ogni sera, è un aspetto importante, soprattutto in viaggio o durante settimane particolarmente intense.

La compatibilità è ampia: la serie è progettata per funzionare sia con dispositivi Android sia con iOS. Questo permette a Huawei di rivolgersi a un pubblico più vasto, compresi gli utenti che vogliono uno smartwatch completo senza essere vincolati a un solo ecosistema.

Prezzi, disponibilità e promozioni di lancio


HUAWEI WATCH FIT 5 Series è disponibile in Italia a partire da 199,00 euro su Huawei Store e presso i principali negozi di elettronica di consumo. In occasione del lancio sono previsti sconti immediati sia online sia in negozio: 50 euro per le versioni Pro e 40 euro per le versioni Standard.

Per gli acquisti online su Huawei Store è possibile utilizzare i codici dedicati fino al 30 giugno. Il codice AFIT5PROLANC permette di ottenere 50 euro di sconto sui modelli Pro, mentre il codice AFIT5LANCIO consente di ricevere 40 euro di sconto sui modelli Standard.

Online sono disponibili anche alcune colorazioni esclusive, come Verde-grigio Nylon e Verde Fluoroelastomero per i modelli Standard. Inoltre, per queste versioni e per i modelli Pro è incluso in omaggio un cinturino aggiuntivo.

Uno smartwatch pensato per la quotidianità


Con HUAWEI WATCH FIT 5 Series, Huawei propone uno smartwatch che cerca di unire tre aspetti molto richiesti: estetica curata, funzioni fitness accessibili e strumenti smart realmente utili nella vita di tutti i giorni. Il display luminoso, l’autonomia fino a 10 giorni, i pagamenti contactless e le nuove funzioni per allenamento e benessere lo rendono un prodotto pensato per chi vuole restare connesso, muoversi di più e monitorare il proprio stato fisico senza complicazioni.

La versione Standard sembra adatta a chi cerca uno smartwatch completo, colorato e pratico, mentre HUAWEI WATCH FIT 5 Pro si rivolge a chi desidera materiali più premium, display più avanzato e funzioni sportive e salute più approfondite. In entrambi i casi, la nuova serie conferma la volontà di Huawei di rendere la tecnologia indossabile sempre più vicina alle abitudini reali degli utenti.

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Peccato che fosse una sgualdrina, applausi alla Prima per la regia di Lorenzo Lavia


Cinque minuti di ovazioni al Teatro Greco: la tragedia Di Jhon Ford conquista il pubblico under 30

La Prima di Peccato che fosse una sgualdrina di John Ford con la regia di Lorenzo Lavia è stata un successo: cinque minuti di applausi finali ed altrettanti durante tutto lo spettacolo.

La tragedia è degli inizi del 1600 e racconta dell'amore incestuoso tra due fratelli, Annabella (Marial Bajama-Riva) e Giovanni (Gabriele Anagni), di come i due consumeranno il loro amore dando vita ad un bambino e dei tanti spasimanti della protagonista. Bergetto (Riccardo Floris), Grimaldi (Giacomo Mattia) e Soranzo (Pavel Zelinskiy). È proprio Soranzo che, nonostante le varie sotto trame, sarà il protagonista del matrimonio riparatore con Annabella, che scoprirà solo in un secondo momento che il nobiluomo era sinceramente innamorato di lei. Si consumerà poi la vendetta e la tragedia, tra l'orgoglio ferito di Soranzo e la pazza lussuria di Giovanni.

Una tragedia che si traveste a tratti di commedia, i personaggi, interpretati magistralmente dagli attori, trasmettono emozioni e poliedricità uniche. Annabella da spensierata ragazza in età da marito si trasforma in pentita, ragionevole e quasi martire mentre Giovanni, fratello e amante di Annabella è un cieco guidato dalla passione per un frutto proibito, tanto da farla sembrare pazzo e irragionevole agli occhi dello spettatore.

L'opera trasposta sotto la regia esperta di Lavia è una piccola opera d'arte, i commedianti sono stati guidati magistralmente nella caratterizzazione ed il contesto del teatro Greco, molto intimo, è stato sfruttato al meglio dalla scenografa Paola Castignanò.

Uno spettacolo adatto agli spettatori appassionati ed ai neofiti, trasposto con un linguaggio di facile comprensione nonostante le lunghe perifrasi altisonanti.
Tra le note di merito della serata da riconoscere oltre all’impeccabile interpretazione degli attori, tra i quali Mauro Racanati, Clara Danese e Giuseppe Coppola e alla trasposizione audace del regista, c'è il pubblico, che non solo ha apprezzato questa versione ma che, contro ogni aspettativa, era soprattutto di under 30, un ottimo segnale per il mondo del teatro.

Fino al 17 maggio
Teatro Greco (Via Ruggero Leoncavallo, 10, 00199 Roma RM)

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Bocciati anche i nuovi dazi globali del 10 per cento di Trump


Il Tribunale di commercio internazionale ha stabilito che il presidente ha invocato in modo improprio una legge del 1974 per imporre le tariffe ai partner commerciali. La Casa Bianca farà ricorso.

I dazi globali del 10 per cento imposti dal presidente Donald Trump nel febbraio 2026 sono illegali. Lo ha stabilito il Tribunale di commercio internazionale degli Stati Uniti, con sede a New York, in una sentenza che rappresenta un nuovo duro colpo alla strategia commerciale della Casa Bianca dopo la bocciatura subita pochi mesi fa davanti alla Corte Suprema.

La decisione, presa con due voti contro uno da un collegio di tre giudici, riguarda le tariffe temporanee che l'amministrazione aveva introdotto a febbraio per sostituire i dazi più ampi cancellati dalla Corte Suprema il 28 febbraio. Secondo i giudici, il presidente ha oltrepassato i poteri commerciali che il Congresso gli aveva delegato per legge. Le tariffe sono state definite "invalide" e "non autorizzate dalla legge". Il terzo giudice del collegio ha invece ritenuto che la normativa concedesse al presidente maggiore margine di azione.

Il provvedimento contestato si fonda sulla Sezione 122 del Trade Act del 1974, una disposizione mai usata prima. Permette al presidente di imporre dazi fino al 15 per cento per un massimo di 150 giorni in risposta a "ampi e gravi deficit della bilancia dei pagamenti" e a "problemi fondamentali nei pagamenti internazionali". I giudici hanno spiegato che la norma fu approvata in un contesto storico molto specifico, quando il dollaro era ancora ancorato all'oro e le riserve auree del paese erano in via di esaurimento. Una situazione, hanno osservato, che non ha nulla a che vedere con quella attuale.

La sentenza, lunga 53 pagine, blocca direttamente la riscossione dei dazi soltanto per i tre soggetti che avevano fatto causa: lo Stato di Washington, la società di spezie Burlap & Barrel e l'azienda di giocattoli Basic Fun. Per gli altri importatori la situazione resta incerta. Jeffrey Schwab, direttore del contenzioso del Liberty Justice Center, l'organizzazione libertaria che ha rappresentato le due aziende, ha dichiarato che non è chiaro se gli altri imprenditori dovranno continuare a pagare i dazi. La normativa imponeva comunque la scadenza delle tariffe al 24 luglio.

Dave Townsend, avvocato esperto di commercio internazionale dello studio Dorsey & Whitney, ha dichiarato al New York Times che la sentenza aprirà la strada ad altre aziende per chiedere l'annullamento delle tariffe e il rimborso dei pagamenti già effettuati. Townsend ha però avvertito che il caso potrebbe arrivare anche alla Corte Suprema. Ryan Majerus, partner dello studio King & Spalding, ha previsto che il processo di rimborso, se avviato, potrebbe protrarsi fino al 2027.

L'amministrazione si era trovata costretta a introdurre questi nuovi dazi dopo la sentenza della Corte Suprema di febbraio. In quell'occasione i giudici avevano cancellato le tariffe ben più ampie che Trump aveva imposto nel 2025 invocando l'International Emergency Economic Powers Act del 1977. La Costituzione statunitense attribuisce al Congresso il potere di stabilire le tasse, comprese le tariffe doganali, anche se i parlamentari possono delegarne parte al presidente. Per quei dazi è già in corso una procedura di rimborso che riguarda circa 166 miliardi di dollari incassati.

Trump ha reagito con durezza alla sentenza, attaccando i giudici parlando con i giornalisti. Ha definito "positivo" un solo voto e ha bollato gli altri due come provenienti da "due giudici radicali di sinistra". Il presidente ha poi annunciato che la sua amministrazione aggirerà la decisione: "Riceviamo una sentenza, e lo facciamo in un modo diverso. Stiamo incassando centinaia di miliardi di dollari dai dazi, e li stiamo togliendo a paesi che ci hanno derubato per anni". La Casa Bianca dovrebbe presentare ricorso davanti alla Corte d'Appello federale del District of Columbia.

L'amministrazione sta già preparando il piano alternativo. L'Office of the U.S. Trade Representative ha avviato due indagini commerciali sotto la Sezione 301, una disposizione che consente di imporre dazi fino al 100 per cento in caso di rischio per la sicurezza nazionale o economica. La prima indagine riguarda 16 partner commerciali, tra cui Cina, Unione Europea e Giappone, accusati di sovrapproduzione e di pratiche che danneggiano i produttori americani. La seconda esamina 60 economie, dalla Nigeria alla Norvegia, che insieme rappresentano il 99 per cento delle importazioni statunitensi, per verificare se contrastino adeguatamente il commercio di prodotti realizzati con il lavoro forzato. Le audizioni si sono svolte a Washington nelle ultime due settimane.

Timothy Brightbill, avvocato dello studio Wiley Rein, ha definito la sentenza "un rifiuto netto dell'uso della Sezione 122 da parte del presidente". Ha aggiunto che la decisione sarà sicuramente impugnata, ma esiste già un "Piano C" rappresentato proprio dalle indagini Sezione 301, i cui risultati dovrebbero portare a nuovi annunci di dazi a luglio.

La sentenza arriva in un momento delicato dal punto di vista diplomatico. Trump si prepara a recarsi in Cina la prossima settimana per incontrare il leader Xi Jinping, e i dazi saranno tra i principali argomenti del vertice. La pronuncia rischia di indebolire la posizione negoziale del presidente.

Anche una ventina di Stati americani, tra cui New York, California e Pennsylvania, avevano presentato ricorso a marzo contro i dazi del 10 per cento. Il tribunale ha però stabilito che la maggior parte di loro non aveva la legittimazione attiva per contestare le tariffe. Il procuratore generale dell'Oregon, Dan Rayfield, ha dichiarato che il suo Stato continuerà a rivolgersi ai tribunali finché Trump tenterà di tassare illegalmente i cittadini.

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Caro carburanti, Ryanair taglia le frequenze: nel mirino i giorni deboli e le ore centrali


Piano d’emergenza per il vettore low cost: meno voli nei giorni meno redditizi

La compagnia aerea starebbe valutando un piano di emergenza che potrebbe portare, nei prossimi mesi, a una riduzione dei voli nei giorni martedì, mercoledì e sabato, oltre a possibili tagli nelle fasce orarie centrali della giornata. L’ipotesi nascerebbe dalle crescenti tensioni geopolitiche internazionali e dalle preoccupazioni legate ai flussi energetici, fattori che stanno aumentando l’attenzione delle compagnie aeree sul costo del jet fuel, una delle principali voci di spesa del settore.

Secondo quanto riportato dal quotidiano Corriere della Sera, la compagnia irlandese starebbe studiando diverse misure per contenere i costi operativi e migliorare la redditività delle tratte. Tra le opzioni prese in considerazione vi sarebbero proprio la riduzione dei collegamenti nei giorni infrasettimanali e il taglio di alcune frequenze nelle fasce orarie considerate meno richieste dai passeggeri.

A confermare la possibilità di interventi mirati è stato l’amministratore delegato di Ryanair, Michael O'Leary, che avrebbe spiegato come la compagnia stia monitorando con attenzione l’evoluzione della situazione energetica internazionale. “Al momento non c’è nulla di concreto, ma con lo Stretto di Hormuz ancora chiuso il problema delle forniture diventa, settimana dopo settimana, più serio per il nostro settore”, avrebbe dichiarato al Corriere della Sera il manager della compagnia irlandese.

La scelta di concentrare eventuali riduzioni sui voli infrasettimanali non sarebbe casuale. Martedì e mercoledì, infatti, registrano tradizionalmente tassi di riempimento inferiori rispetto ai giorni legati ai viaggi di lavoro o ai weekend turistici. Anche il sabato, su numerose rotte europee, risulterebbe meno redditizio rispetto alla domenica, considerata strategica per gli spostamenti turistici e per il rientro dei viaggiatori.

Tra le ipotesi allo studio vi sarebbe anche una revisione delle tratte considerate facilmente sostituibili dall’alta velocità ferroviaria, oltre alla possibile eliminazione di voli nelle ore centrali della giornata, fasce che in diversi aeroporti europei registrano una domanda inferiore rispetto alle prime ore del mattino e alla sera.

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Il turismo cresce, ma non si trovano più case in affitto


Continua il boom delle Langhe, ma ad Alba crescono le difficoltà per i residenti. E il cambiamento climatico condiziona le località di montagna

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La provincia di Cuneo si è confermata forza trainante del turismo piemontese anche nel 2025. Secondo i dati diffusi dall’Osservatorio Turistico, il Cuneese ha registrato un aumento dell’11,8 per cento di arrivi rispetto all’anno precedente, superando quota 470 mila ingressi e sfiorando 1,18 milioni di presenze. Numeri che testimoniano un incremento ben superiore alla media regionale (più 7,1 per cento di arrivi e più 7,5 di presenze) e che posizionano le due Aziende turistiche locali (ATL) della zona – Cuneese e Langhe, Monferrato e Roero – come le uniche a crescere a doppia cifra.

Nell’analisi dei flussi turistici bisogna differenziare tra arrivi e presenze:gli arrivi corrispondono al numero di clienti ospitati nelle strutture ricettive, mentre le presenze indicano il numero di notti trascorse.

Anche allargando lo sguardo all’intera provincia – quindi considerando il Cuneese, le Langhe e il Roero – i movimenti turistici complessivi sono cresciuti del 10,7 per cento. Il Cuneese contribuisce oggi per circa il 7 per cento al totale dei pernottamenti piemontesi. Alba si conferma la località più ambita, con oltre 133 mila arrivi e oltre 281 mila presenze, mentre i territori compresi tra Langhe, Monferrato e Roero hanno chiuso l’anno con 761 mila arrivi (+9,6 per cento) e oltre 1,73 milioni di presenze. La crescita è stata dell’11,9 per cento, il dato più alto tra tutte le destinazioni prese in considerazione dallo studio regionale.

Il presidente della Provincia di Cuneo Luca Robaldo e il consigliere delegato al Turismo Rocco Pulitanò hanno espresso soddisfazione alla notizia dei numeri positivi: «I risultati del 2025 sono frutto di una stagione estiva eccezionale [...] di una proposta outdoor sempre più ricca [...] di due stagioni sciistiche che anche grazie alle condizioni meteo hanno spinto una vera impennata, di un’offerta di eventi e di esperienze enogastronomiche che non teme rivali». Tutto questo, secondo il presidente e il consigliere, non sarebbe stato possibile senza la collaborazione tra Regione Piemonte, le due ATL, i Consorzi, i Comuni e il tessuto imprenditoriale locale.

Boom in montagna, ma occhio al clima

Il simbolo più evidente di questa accelerazione è arrivato dalle mete in montagna. Limone Piemonte ha chiuso la stagione sciistica 2025-26 con un boom straordinario: più 47 per cento di presenze, il dato più alto di tutto il Piemonte. Anche Frabosa Sottana ha fatto registrare una crescita del 18 per cento. Un risultato spinto in maniera decisiva dalla riapertura del Tunnel di Tenda, che ha reso la stazione molto più accessibile dalla Liguria e dalla Costa Azzurra. E non stiamo parlando solo di sci e sport invernali: negli ultimi anni la montagna cuneese ha saputo proporsi con successo anche come destinazione estiva ed extra-sciistica, grazie a un’offerta outdoor sempre più articolata (con proposte legate alle discipline di escursionismo, bike e arrampicata) e a un’enogastronomia capace di attirare turisti tutto l’anno, anche fuori dalle stagioni più tradizionali.

Tuttavia questo exploit mette in luce alcune fragilità strutturali del turismo montano. La crescita resta fortemente legata alle condizioni meteo e alla disponibilità di neve. Emblematico è il caso della stazione di Garessio 2000, situata a Colla di Casotto tra i 1.379 e i 2.000 metri: un comprensorio fatto di quattro impianti di risalita (tre sciovie e una seggiovia biposto) che dopo l’ennesimo fallimento nel 2014 con il Marachella Group oggi vive in uno stato di stand-by, proprio come i suoi complessi residenziali costruiti a partire dalla fine degli anni Ottanta. Una situazione che potrebbe cambiare nei prossimi anni grazie ai fondi concessi al Comune di Garessio dalla Regione attraverso il Bando Neve 2025-2030, che ammontano a 862.400 euro, ma che al momento rappresenta un monito importante.

Più fortunata – ma solo quest’anno – la località di Viola St. Gréé, nell’alta val Mongia, i cui impianti sono tornati a essere utilizzati in tutta l’area sciabile durante le vacanze natalizie: erano dieci anni che non succedeva. Un piccolo momento felice all’interno di una storia fatta di fallimenti e abbandono per una meta sciistica, nata da zero negli anni Settanta, che è stata oggetto di partenza del saggio Assalto alle Alpi (Einaudi, 2023) di Marco Albino Ferrari. Un volume che racconta tante realtà oggi scomparse e il cui numero crescerà sempre di più a causa del riscaldamento globale, soprattutto nelle aree a bassa quota. Per la località della val Mongia parliamo di un’altitudine ancora minore di Garessio, compresa tra i 1.100 e i 1.700 metri, con 8,8 chilometri di piste servite da una seggiovia biposto, uno skilift e due tapis roulant: non abbastanza per dirsi al sicuro nel futuro.

Inoltre, la viabilità rimane un punto critico. Sicuramente il lavoro fatto per riaprire il Tunnel di Tenda a fine giugno 2025, dopo cinque anni di fermo, ha contribuito a far ripartire uno snodo essenziale tra Italia e Francia, dando uno slancio concreto al turismo nei territori a cavallo dei due Paesi. «Siamo all’inizio di una stagione che sancisce la fine di un periodo difficile di grande e grave isolamento strutturale che abbiamo subito negli ultimi anni», aveva detto Alberto Cirio, presidente della Regione Piemonte, all’inizio della scorsa estate.

Vero, così come i diversi rinvii fatti per permettere alla stagione sciistica di decollare e i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti, ma resta comunque il fatto che gli interventi non sono conclusi e da qui al prossimo inverno ci saranno ancora diverse chiusure e momenti di passaggi limitati lungo la statale 20, senza che sia prevista alcuna misura di potenziamento dei treni. Se i collegamenti interni e i trasporti pubblici rimarranno insufficienti, sarà sempre più difficile gestire i flussi turistici e il rischio è che i picchi restino episodici e concentrati su poche località di punta.

Paesaggi vitivinicoli: più arrivi, meno case

Grande entusiasmo per i paesaggi vitivinicoli di Langhe, Monferrato e Roero, sito inserito nel 2014 nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, che ha avviato un progressivo percorso di valorizzazione turistica. A confermarlo sono innanzitutto i numeri presentati al grattacielo della Regione Piemonte: un aumento del 9,6 per cento degli arrivi (761.274 contro i 694.305 del 2024) e un incremento dell’11,9 per cento delle presenze (1.731.116 rispetto a 1.546.542 dell’anno precedente), superiori alla media regionale. Nel 2025 si è registrata una quota di presenze straniere superiore a quella italiana, con il 61 contro il 39 per cento. E in questo interesse internazionale, i primi cinque mercati esteri si confermano Svizzera (incluso il vicino Liechtenstein), Germania, Paesi Bassi, Francia e Stati Uniti.

L’obiettivo per il futuro è consolidare la qualità dell’offerta, lavorando anche sulla destagionalizzazione del turismo, così da non mettere eccessivamente sotto pressione le strutture ricettive. «Siamo soddisfatti e orgogliosi dei numeri estremamente positivi che, anche quest’anno, testimoniano un aumento dei turisti sulle nostre colline», ha commentato il presidente dell’ATL, Mariano Rabino. «L’incremento record delle presenze conferma un risultato frutto della strategia territoriale su cui stiamo lavorando con tutti i partner locali: costruzione del prodotto, valorizzazione e promozione, con l’obiettivo di offrire un’esperienza sempre più integrata, in cui l’enogastronomia si affianca ad azioni incisive, soprattutto nel settore outdoor. Questa diversificazione consente di allungare la stagione turistica, che negli ultimi anni registra infatti una crescita significativa anche nel periodo estivo».

Nonostante il lavoro degli enti di promozione, delle istituzioni e dei numerosi operatori del settore, la crescita esponenziale degli arrivi ha generato alcuni equilibri delicati, soprattutto per i residenti del basso Piemonte. Uno di questi riguarda l’esplosione degli affitti brevi. Secondo i dati dell’ATL Langhe Monferrato Roero, le locazioni turistiche sono passate da 437 strutture e circa duemila posti letto nel 2019 a 2.343 strutture, oltre 6.000 camere e più di 12.500 posti letto nel 2024, con un incremento superiore al 500 per cento in soli sei anni. Oggi rappresentano più del 37 per cento dell’offerta ricettiva complessiva delle colline Unesco (erano il 31,8 per cento nel 2023), mentre la quota alberghiera è scesa sotto il 19 per cento.
Le Langhe viste da Novello – Foto: L’Unica
Su piattaforme come Airbnb, prendendo come esempio la città di Alba, si contano quasi 300 alloggi attivi (circa 400 considerando l’intero mercato online). Non pochi, se si tiene conto che la capitale delle Langhe ha una popolazione di 31.069 abitanti: un alloggio turistico ogni ottanta persone circa. A Barolo, invece, online non si trova praticamente nessun alloggio in affitto tradizionale nel centro storico, mentre le locazioni brevi si moltiplicano a decine solo nel concentrico, e diventano centinaia se si allarga la ricerca alle frazioni e ai borghi vicini. Lo stesso discorso vale per molti altri piccoli comuni, come Monforte d’Alba.

A questo si aggiunge un altro elemento significativo: nel 2023, secondo la Gazzetta d’Alba, il 23,66 per cento degli immobili cittadini risultava non occupato stabilmente o destinato ad affitti turistici, pari a 4.416 unità su 18.668. Questa situazione evidenzia una crescente difficoltà, per chi vive o lavora ad Alba, nel trovare alloggi accessibili. Lo dimostra anche lo studio presentato il 4 febbraio in IV Commissione consiliare dall’impresa sociale LAB.IN.S.: la disponibilità reale di abitazioni si aggira tra le 200 e le 300 unità l’anno, a fronte di una domanda compresa tra 630 e 770, delineando un problema strutturale che assume i contorni di un paradosso. In questo contesto, i prezzi continuano a salire: i valori medi di vendita risultano nettamente superiori alla media regionale – 2.260 euro al metro quadrato ad Alba contro i circa 1.420 della media piemontese – mentre i canoni di affitto crescono a un ritmo vicino al 4 per cento annuo, oltre l’inflazione. Insomma una situazione che a lungo andare può scoraggiare i giovani e i nuclei familiari, invogliandoli a spostarsi in altri centri meno turistici e più economici, a fronte di una popolazione che già invecchia e scompare a grande velocità.

Questa puntata di L’Unica Cuneo termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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Case di quartiere, quando l’aggregazione nasce dal basso


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A Torino gli sviluppi intorno alla chiusura del Comala, il centro per il protagonismo giovanile torinese che ha perso l’assegnazione del bando per il rinnovo della gestione dell’ex caserma La Marmora, hanno sollevato discussioni sull’importanza e sulla diffusione di spazi di aggregazione sociale in città.

I centri per il protagonismo giovanile sono definiti «spazi di socializzazione nati all’interno di immobili dell’amministrazione, nati con l’obiettivo di far incontrare giovani per sperimentare liberamente le proprie passioni creative e artistiche». In luoghi come questi, la partecipazione attiva della comunità che vive e frequenta il territorio è centrale e in molti casi serve a rispondere a bisogni e interessi dei cittadini attraverso servizi dedicati, spesso gratuiti o a costi accessibili.

Otto case in sei circoscrizioni

Lo sanno bene le Case di quartiere, tra le prime realtà cittadine a rappresentare un modello di esperienza comunitaria di questo tipo. Distribuite su sei circoscrizioni e aperte a cittadine e cittadini di ogni età, le Case di quartiere a Torino sono otto: i Bagni pubblici di Via Agliè a Barriera di Milano, Barrito a Nizza Millefonti, Casa del quartiere a San Salvario, Officine Caos a Vallette, Casa nel Parco a Mirafiori Sud, Cascina Roccafranca a Mirafiori Nord, Cecchi Point in Aurora e Più SpazioQuattro a San Donato.

«A differenza di come avvenuto in altre città, queste sono esperienze nate in autonomia dalla collettività, non su iniziativa dell’amministrazione comunale, ma in collaborazione con essa. Ognuna si è sviluppata secondo percorsi differenti, per esempio due in origine erano esclusivamente servizi di bagni pubblici, poi gli enti gestori hanno messo a disposizione ulteriori spazi e progetti trasformandoli in centri di partecipazione», ha detto a L’Unica Roberto Arnaudo, direttore della Rete delle Case del quartiere e coordinatore della Casa del quartiere di San Salvario.

Per contattare la Rete delle Case del quartiere puoi scrivere a info@retecasedelquartiere.org. La sede è in via Morgari 14, a Torino.

Le Case si sono costituite nel corso del primo decennio degli anni Duemila e oggi fanno parte di una rete comune che collabora con la Città di Torino, con il sostegno della Fondazione compagnia di san Paolo. «L’idea alla base è di offrire risorse, opportunità, attività educative e spazi aggregativi a più persone possibili. Gli enti del no profit che gestiscono le Case intercettano esigenze diffuse della popolazione locale e al contempo questi luoghi possono essere usati per sostenere iniziative di cittadinanza attiva, venendo messi a disposizione di gruppi informali, associazioni e altre realtà che condividono la programmazione della Casa», ha spiegato Arnaudo.

Secondo l’ultima valutazione di impatto sociale presentata a novembre 2025, le Case coinvolgono territori con 315.779 residenti, il 36,8 per cento della popolazione torinese. Tra settembre 2023 e agosto 2024 le attività realizzate sono aumentate del 20 per cento rispetto al 2022, per un totale di 2.188 iniziative, 199.340 partecipanti e 580.483 persone che hanno frequentato gli spazi nello stesso periodo. Le attività riguardano soprattutto l’inclusione sociale, l’educazione e l’ambiente, poi ci sono gli eventi culturali e i laboratori artistici. Il tutto viene portato avanti con la partecipazione di 1.017 partner, tra associazioni e gruppi informali di cittadini attivi, di cui il 94 per cento ha sede nel quartiere o comunque nella città di Torino.

Storie diverse con lo stesso obiettivo

Ogni Casa ha una propria storia, fortemente intrecciata a quella del territorio in cui sorge e alle persone che la attraversano. Come ha raccontato Arnaudo, le iniziative che prendono forma in questi luoghi sono variegate. Spesso lo svago si mescola ad attività di sostegno sociale. «A San Salvario per fronteggiare situazioni di fragilità collaboriamo con la rete Torino Solidale con attività di sostegno alimentare, sociale e di facilitazione digitale. Qui come a Barriera, si cerca anche di fare azioni di prevenzione in tema di spaccio e dipendenze. Ci sono poi iniziative di supporto alla genitorialità e agli adolescenti, doposcuola, estate ragazzi, ginnastica dolce per anziani, raccolta farmaci, consulenze giuridiche gratuite e servizi consolari per fare i documenti, fino all’esperienza della scuola popolare di musica, realizzata in collaborazione con il teatro Baretti».

L’inclusività delle Case è garantita di fatto dall’accessibilità economica dei servizi: l’88 per cento delle attività (eventi, laboratori, sportelli, corsi) sono gratuite oppure offerte a tariffe molto contenute rispetto a quelle sul mercato. A sua volta la Rete delle Case del quartiere si sostiene tramite autofinanziamento e bandi (per oltre il 58 per cento), con il contributo della Fondazione compagnia di san Paolo e la vendita di beni e servizi a soggetti privati, per un totale di 2,9 milioni di euro di introiti nel 2023 (in aumento del 52 per cento sul 2021).

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Le iniziative legate al territorio

Molti corsi e attività, poi, nascono su iniziativa degli abitanti. «Per esempio l’associazione dei genitori della scuola media vicina segnalava che molti bambini e bambine non avevano modo di essere seguiti durante la pausa pranzo, che dovevano trascorrere fuori dall’istituto, così abbiamo coinvolto un’associazione che va a prendere gli studenti e li porta alla Casa del quartiere di San Salvario per fare doposcuola», ha aggiunto Arnaudo. In alcuni casi le collaborazioni sono anche estemporanee e finalizzate a rispondere a bisogni specifici. Ad esempio, «un’associazione ivoriana nei prossimi giorni utilizzerà gli spazi per fare autofinanziamento con lo scopo di rimpatriare la salma di un concittadino deceduto».

Nella Casa di Barriera, dove gli storici bagni pubblici rappresentano un servizio a bassa soglia ancora attivo a cui si rivolgono molte persone nel quartiere, sono nate iniziative per affiancare i residenti che vogliono affrontare questioni complesse come la sicurezza e lo spaccio attraverso interventi costruttivi. «Promuoviamo sensibilizzazione e dialogo nel rispetto di tutti, cercando di rapportarci con empatia e cura alle persone che hanno problemi di dipendenza e si rivolgono a questo luogo anche solo per fare una doccia. Anche loro hanno diritto a uno spazio in cui stare e all’accesso all’acqua pubblica», ha detto a L’Unica Erika Mattarella, coordinatrice dei Bagni pubblici di Via Agliè.
Foto: profilo Instagram dei Bagni pubblici di Via Agliè
In un contesto in cui la povertà materiale convive con la mancanza di spazi di aggregazione sociale, gli abitanti realizzano momenti di condivisione e attività culturali per le vie di Barriera. «Stare insieme su strada serve a dire che questo quartiere è di tutti creando dei presidi di cittadinanza attiva contro lo spaccio e la violenza – ha aggiunto Mattarella –. Per molti residenti è anche importante portare il bello tra i palazzi abbandonati e decadenti, così insieme organizziamo iniziative di musica e arte partecipate».

Spostandosi a ovest della città, le Officine Caos sono un crocevia di riferimento per la popolazione di Vallette. Nata nei primi anni Duemila nell’enorme seminterrato abbandonato della chiesa Santa Maria di Nazareth, la riqualificazione di questa Casa di quartiere è avvenuta grazie a risorse pubbliche e private che nel 2012 hanno permesso la riapertura di circa duemila metri quadrati di spazio rimasto abbandonato per vent’anni.

Come ha raccontato Stefano Bosco, coordinatore delle Officine Caos, questo luogo continua a conservare la dimensione artistica che lo ha caratterizzato fin dagli inizi. L’obiettivo è anche quello di arrivare a tipi di pubblico con minori opportunità di accesso all’offerta culturale della città. «Abbiamo cominciato facendo spettacoli dal vivo in un’ottica di inclusione sociale e continuiamo a fare comunità attraverso l’arte partecipata. È il fil rouge con cui portiamo avanti iniziative per la ricerca attiva del lavoro rivolte ai NEET», cioè i giovani che non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione. «Ma anche per colmare il digital divide, e per la distribuzione di pacchi alimentari, tra le altre cose. Lavoriamo soprattutto con persone fragili, nell’ambito della salute mentale e con il vicino carcere Lorusso e Cutugno, ma anche con bambini e anziani».

La Casa di quartiere Vallette, oltre a ospitare una stagione teatrale di arti performative e due rassegne estive, è una residenza artistica che accoglie musicisti e teatranti da tutta Europa, favorendo l’interazione con il territorio. «Le realtà artistiche che arrivano qui si interfacciano in molti casi con la comunità, come nel caso di una compagnia di Marsiglia che ha costruito un percorso esperienziale con una classe elementare di una scuola del quartiere – ha spiegato Bosco –. In questo modo c’è scambio, co-progettazione e coinvolgimento degli abitanti, che a Vallette hanno un forte senso di appartenenza, ma anche una grande voglia di riscatto».

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Il trenino è ripartito, ma i problemi restano


La riapertura parziale della ferrovia Genova-Casella scontenta turisti e residenti

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A metà tra un simbolo del turismo dell’entroterra genovese e un mezzo di trasporto fondamentale per studenti e pendolari che ogni giorno devono raggiungere il capoluogo, il trenino di Casella è tornato sui binari lo scorso 25 aprile. Una riapertura soltanto parziale – in termini sia di disponibilità sia di percorso – che non sembra aver risolto del tutto i problemi di un servizio che negli ultimi anni ha funzionato a singhiozzo.

Aperture, chiusure, bus sostitutivi, limitazioni del percorso. Da diverso tempo a questa parte gli abitanti di Casella, Sant’Olcese e non solo hanno dovuto fare i conti con tutti questi cambiamenti, che hanno avuto ripercussioni sulle attività commerciali della zona che, soprattutto nella stagione primaverile e in quella estiva, facevano grande affidamento sul flusso di turisti provenienti da Genova.

«In questo periodo è stato un disastro», hanno detto a L’Unica gli esercenti dietro al bancone della Pasticceria Mario, situata proprio di fronte al capolinea di Casella. «Adesso potrebbero esserci più turisti, ma la ripresa soltanto parziale non aiuta: se il treno non parte da Genova è difficile che i turisti facciano metà percorso in bus e metà percorso in treno. Per chi come noi fa affidamento sul turismo, la cosa più importante è la ripresa del collegamento diretto da Genova. Sui tempi non ci dicono nulla, ma continuiamo a sperare in una riapertura totale».
Foto: Emanuele Cavo
Quasi cento anni dalla prima corsa

Inaugurata ufficialmente nel 1929, fin dai primi anni la ferrovia Genova-Casella è entrata nel cuore dei genovesi, che la identificano come il “trenino di Casella”, un diminutivo quasi affettuoso che sottolinea il legame con la città e con i suoi abitanti.

I binari si estendono per oltre 24 chilometri, passando per undici ponti e tredici gallerie. Dai 93 metri di altitudine di piazza Manin, a Genova, si arriva ai 410 metri sul livello del mare del capolinea di Casella (il punto più alto si raggiunge con i 456 metri sul livello del mare di Crocetta d’Orero). Tra i mezzi che percorrono i binari, c’è anche il locomotore 29. Si tratta della locomotiva elettrica più antica ancora attiva in Italia, risalente al 1924 e oggetto di un restauro che l’ha resa un gioiello storico della linea.

Dopo decenni di idee e progetti e l’inizio dei lavori interrotto dallo scoppio della Prima guerra mondiale, la prima corsa aperta al pubblico venne effettuata il 1° settembre del 1929. Oltre a offrire fin da subito un collegamento con la città, a partire dagli anni Trenta i genovesi iniziarono a vedere il treno come un mezzo di trasporto ideale per raggiungere l’entroterra per le gite primaverili e nei periodi di villeggiatura.

Nel secondo dopoguerra la ferrovia Genova-Casella visse un periodo di incertezza e nel 1949 subentrò la gestione del Ministero dei Trasporti. L’impulso per i lavori di rinnovamento avvenne soltanto dopo la tragedia del gennaio del 1974, quando a seguito di una frana in località Sardorella si verificò il deragliamento di una locomotiva che causò una vittima. Nel corso dello stesso anno l’intera linea venne messa sotto sequestro e poté riaprire solo dopo l’esecuzione dei lavori più urgenti di messa in sicurezza.

A partire dal 2000 la gestione della ferrovia è passata prima a Ferrovie dello Stato, poi alla Regione Liguria e, infine, ad AMT, l’azienda del trasporto pubblico locale genovese.

Un servizio a singhiozzo

Da oltre dieci anni, la ferrovia Genova-Casella ha funzionato soltanto a intermittenza. I periodi di apertura si sono alternati con le chiusure totali o parziali e anche adesso il servizio non si può considerare ripristinato totalmente. Dalla ripartenza dello scorso 25 aprile, il trenino è tornato in funzione soltanto il sabato, la domenica e nei festivi e offre la copertura di circa metà percorso, dal capolinea di Casella fino alla fermata di Vicomorasso. Dal lunedì al venerdì e nella tratta tra Vicomorasso e il capolinea di piazza Manin il servizio è effettuato dai bus sostitutivi.

«Noi abitiamo qui a Casella e lo utilizzavamo soprattutto in primavera per andare a fare delle gite e delle camminate», hanno raccontato a L’Unica alcune signore ferme sulla banchina in attesa dell’arrivo del treno. «Però c’erano anche molti pendolari che prendevano il treno ogni giorno per andare a lavorare a Genova, così come tanti studenti che andavano a scuola. Adesso sarà aperto soltanto nei weekend e nei festivi, quindi non potrà avere questa funzione. Speriamo possano tornare a prenderlo i turisti, perché in questo periodo di fermo si è sentita tanto la mancanza delle persone che arrivavano con il trenino, anche per le attività commerciali».
Foto: Emanuele Cavo
Un futuro incerto

A fine marzo 2026 l’assessore ai Trasporti della Regione Liguria, Marco Scajola, ha effettuato un sopralluogo insieme ad alcuni amministratori locali e ai tecnici di AMT percorrendo la tratta tra Casella e Sant’Olcese. Una giornata che era molto attesa, ma che non ha portato i risultati sperati. Se da un lato proprio in quell’occasione era arrivato l’annuncio della parziale riapertura della tratta, dall’altro non erano arrivate delle date su un ripristino totale del servizio.

Questa situazione sembra ancor più un paradosso visti gli investimenti effettuati negli ultimi anni. Secondo quanto riportato dal TGR Liguria della RAI, dallo Stato sono arrivati 16 milioni di euro nel 2018 per migliorare la sicurezza ai quali se ne sono aggiunti altri 30 milioni stanziati nel 2020. La Regione Liguria, invece, spende più di 700 mila euro ogni anno per la manutenzione.

I problemi principali attualmente riguardano due frane: la prima in località Sardorella, la seconda in prossimità del Palo n°92 nel territorio comunale di Genova.

La sensazione di incertezza è ulteriormente cresciuta dopo le recenti dichiarazioni dell’assessore regionale alla Protezione civile, Giacomo Giampedrone, intervenuto a Telenord: «Ho letto commenti sulla mia assenza [al sopralluogo dell’assessore Scajola, ndr], ma la realtà è solo una, ossia che io della frana che minaccia i binari di Sant’Olcese non so nulla. Non ho alcun progetto e nessuno me ne ha informato. A oggi nulla è cambiato».

Le reazioni non si sono fatte attendere. «Sono affermazioni difficilmente comprensibili e lontane dalle realtà dei fatti», ha commentato Sara Dante, sindaca di Sant’Olcese. «L’amministrazione comunale ha segnalato la criticità in più occasioni e con atti formali, a partire da gennaio 2025, attraverso l’invio di diverse PEC agli uffici regionali competenti [...] A ciò si aggiungono ulteriori contatti, anche informali, con gli uffici dell’assessorato, finalizzati a sollecitare un sopralluogo e l’attivazione di un confronto tecnico, senza che a tali richieste sia mai seguito un riscontro concreto».

Mentre il futuro rimane incerto, il trenino di Casella continua a viaggiare a mezzo servizio. Il divario tra le risorse stanziate e i disservizi continui è evidente e pone interrogativi sulla gestione attuata in questi anni. La riapertura soltanto a metà, infatti, assume più le sembianze di una piccola tregua, che non riesce a sopperire alle esigenze di pendolari e studenti e che, al tempo stesso, rischia di portare benefici soltanto limitati anche dal punto di vista turistico. Ma per gli abitanti di Casella, di Sant’Olcese e di tutta la valle il trenino non è solo un collegamento con la città o un ricordo nostalgico di una gita fatta in passato: è uno strumento necessario a incentivare l’economia del territorio. E, come tale – a prescindere dalle polemiche politiche – andrebbe preservato. Con i fatti, e con chiarezza.

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Secondo l’ultima valutazione di impatto sociale presentata a novembre 2025, le Case coinvolgono territori con 315.779 residenti, il 36,8 per cento della popolazione torinese. Tra settembre 2023 e agosto 2024 le attività realizzate sono aumentate del 20 per cento rispetto al 2022, per un totale di 2.188 iniziative, 199.340 partecipanti e 580.483 persone che hanno frequentato gli spazi nello stesso periodo. Le attività riguardano soprattutto l’inclusione sociale, l’educazione e l’ambiente, poi ci sono gli eventi culturali e i laboratori artistici. Il tutto viene portato avanti con la partecipazione di 1.017 partner, tra associazioni e gruppi informali di cittadini attivi, di cui il 94 per cento ha sede nel quartiere o comunque nella città di Torino.

Storie diverse con lo stesso obiettivo

Ogni Casa ha una propria storia, fortemente intrecciata a quella del territorio in cui sorge e alle persone che la attraversano. Come ha raccontato Arnaudo, le iniziative che prendono forma in questi luoghi sono variegate. Spesso lo svago si mescola ad attività di sostegno sociale. «A San Salvario per fronteggiare situazioni di fragilità collaboriamo con la rete Torino Solidale con attività di sostegno alimentare, sociale e di facilitazione digitale. Qui come a Barriera, si cerca anche di fare azioni di prevenzione in tema di spaccio e dipendenze. Ci sono poi iniziative di supporto alla genitorialità e agli adolescenti, doposcuola, estate ragazzi, ginnastica dolce per anziani, raccolta farmaci, consulenze giuridiche gratuite e servizi consolari per fare i documenti, fino all’esperienza della scuola popolare di musica, realizzata in collaborazione con il teatro Baretti».

L’inclusività delle Case è garantita di fatto dall’accessibilità economica dei servizi: l’88 per cento delle attività (eventi, laboratori, sportelli, corsi) sono gratuite oppure offerte a tariffe molto contenute rispetto a quelle sul mercato. A sua volta la Rete delle Case del quartiere si sostiene tramite autofinanziamento e bandi (per oltre il 58 per cento), con il contributo della Fondazione compagnia di san Paolo e la vendita di beni e servizi a soggetti privati, per un totale di 2,9 milioni di euro di introiti nel 2023 (in aumento del 52 per cento sul 2021).

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Le iniziative legate al territorio

Molti corsi e attività, poi, nascono su iniziativa degli abitanti. «Per esempio l’associazione dei genitori della scuola media vicina segnalava che molti bambini e bambine non avevano modo di essere seguiti durante la pausa pranzo, che dovevano trascorrere fuori dall’istituto, così abbiamo coinvolto un’associazione che va a prendere gli studenti e li porta alla Casa del quartiere di San Salvario per fare doposcuola», ha aggiunto Arnaudo. In alcuni casi le collaborazioni sono anche estemporanee e finalizzate a rispondere a bisogni specifici. Ad esempio, «un’associazione ivoriana nei prossimi giorni utilizzerà gli spazi per fare autofinanziamento con lo scopo di rimpatriare la salma di un concittadino deceduto».

Nella Casa di Barriera, dove gli storici bagni pubblici rappresentano un servizio a bassa soglia ancora attivo a cui si rivolgono molte persone nel quartiere, sono nate iniziative per affiancare i residenti che vogliono affrontare questioni complesse come la sicurezza e lo spaccio attraverso interventi costruttivi. «Promuoviamo sensibilizzazione e dialogo nel rispetto di tutti, cercando di rapportarci con empatia e cura alle persone che hanno problemi di dipendenza e si rivolgono a questo luogo anche solo per fare una doccia. Anche loro hanno diritto a uno spazio in cui stare e all’accesso all’acqua pubblica», ha detto a L’Unica Erika Mattarella, coordinatrice dei Bagni pubblici di Via Agliè.
Foto: profilo Instagram dei Bagni pubblici di Via Agliè
In un contesto in cui la povertà materiale convive con la mancanza di spazi di aggregazione sociale, gli abitanti realizzano momenti di condivisione e attività culturali per le vie di Barriera. «Stare insieme su strada serve a dire che questo quartiere è di tutti creando dei presidi di cittadinanza attiva contro lo spaccio e la violenza – ha aggiunto Mattarella –. Per molti residenti è anche importante portare il bello tra i palazzi abbandonati e decadenti, così insieme organizziamo iniziative di musica e arte partecipate».

Spostandosi a ovest della città, le Officine Caos sono un crocevia di riferimento per la popolazione di Vallette. Nata nei primi anni Duemila nell’enorme seminterrato abbandonato della chiesa Santa Maria di Nazareth, la riqualificazione di questa Casa di quartiere è avvenuta grazie a risorse pubbliche e private che nel 2012 hanno permesso la riapertura di circa duemila metri quadrati di spazio rimasto abbandonato per vent’anni.

Come ha raccontato Stefano Bosco, coordinatore delle Officine Caos, questo luogo continua a conservare la dimensione artistica che lo ha caratterizzato fin dagli inizi. L’obiettivo è anche quello di arrivare a tipi di pubblico con minori opportunità di accesso all’offerta culturale della città. «Abbiamo cominciato facendo spettacoli dal vivo in un’ottica di inclusione sociale e continuiamo a fare comunità attraverso l’arte partecipata. È il fil rouge con cui portiamo avanti iniziative per la ricerca attiva del lavoro rivolte ai NEET», cioè i giovani che non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione. «Ma anche per colmare il digital divide, e per la distribuzione di pacchi alimentari, tra le altre cose. Lavoriamo soprattutto con persone fragili, nell’ambito della salute mentale e con il vicino carcere Lorusso e Cutugno, ma anche con bambini e anziani».

La Casa di quartiere Vallette, oltre a ospitare una stagione teatrale di arti performative e due rassegne estive, è una residenza artistica che accoglie musicisti e teatranti da tutta Europa, favorendo l’interazione con il territorio. «Le realtà artistiche che arrivano qui si interfacciano in molti casi con la comunità, come nel caso di una compagnia di Marsiglia che ha costruito un percorso esperienziale con una classe elementare di una scuola del quartiere – ha spiegato Bosco –. In questo modo c’è scambio, co-progettazione e coinvolgimento degli abitanti, che a Vallette hanno un forte senso di appartenenza, ma anche una grande voglia di riscatto».

Questa puntata di L’Unica Torino termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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La rassegna stampa di venerdì 8 maggio 2026


La Cina vede un'America indebolita dal conflitto con l'Iran mentre i dazi di Trump vengono bloccati dal tribunale commerciale

Questa è la rassegna stampa di venerdì 8 maggio 2026

Un tribunale commerciale boccia i dazi globali del 10% di Trump


La Corte del Commercio Internazionale degli Stati Uniti ha dichiarato illegali i dazi globali del 10% imposti dal presidente Trump, stabilendo che le tasse sulle importazioni applicate sotto la Sezione 122 del Trade Act non sono "autorizzate dalla legge". La decisione rappresenta un duro colpo per l'agenda economica dell'amministrazione, arrivando a pochi mesi dopo che la Corte Suprema aveva già annullato precedenti imposte simili.

Fonti: New York Times, Financial Times, The Hill

La Cina considera gli USA un "gigante zoppicante" indebolito dalla guerra con l'Iran


Gli analisti cinesi sostengono che la capacità americana di scoraggiare la Cina in una guerra su Taiwan è indebolita dal massiccio dispiegamento di armi nel conflitto con l'Iran, dando a Pechino maggiore influenza in vista del prossimo vertice con il presidente Trump. La percezione di un'America militarmente sovraccaricata potrebbe alterare gli equilibri geopolitici nell'Indo-Pacifico.

Fonti: New York Times

Gli Stati Uniti e l'Iran si scontrano nello stretto di Hormuz


Le forze americane hanno colpito obiettivi militari iraniani dopo che l'Iran ha attaccato tre cacciatorpediniere USA che transitavano nello stretto di Hormuz. Il presidente Trump ha definito gli attacchi americani un "colpetto d'amore", ma l'escalation minaccia il fragile cessate il fuoco e potrebbe riaccendere le ostilità nonostante i colloqui di pace in corso.

Fonti: The Hill, Bloomberg

Il Tennessee approva una nuova mappa elettorale per eliminare l'ultimo seggio democratico


Il governatore repubblicano del Tennessee Bill Lee ha firmato una nuova mappa congressuale che smantella l'unico distretto a maggioranza nera dello stato, minacciando l'unico democratico nella delegazione di nove membri. La decisione arriva dopo una sentenza della Corte Suprema che ha indebolito il Voting Rights Act del 1965, mentre la NAACP ha presentato una petizione d'emergenza per bloccare il piano.

Fonti: New York Times, The Hill, The Guardian

Trump minaccia l'UE: accordo commerciale entro il 4 luglio o dazi molto più alti


Il presidente Trump ha fissato al 4 luglio la scadenza per la ratifica dell'accordo commerciale UE-USA, minacciando dazi "molto più alti" se l'Europa non rispetterà la deadline. Trump ha dichiarato di aver parlato con la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, concordando di concedere tempo fino al 250° compleanno del paese.

Fonti: Financial Times, The Guardian

Il Dipartimento di Stato revocherà i passaporti ai genitori morosi negli alimenti


A partire da venerdì, il Dipartimento di Stato inizierà a revocare i passaporti americani a migliaia di genitori che devono somme significative per gli alimenti non pagati. Le revoche inizieranno per coloro che devono 100.000 dollari o più, coinvolgendo circa 2.700 portatori di passaporto americano, per poi espandersi a quelli che devono 2.500 dollari o più.

Fonti: BBC News, The Guardian

Un cyberattacco colpisce Canvas, sistema utilizzato da migliaia di scuole


Un attacco informatico ha compromesso la piattaforma di apprendimento online Canvas, utilizzata da migliaia di istituzioni educative, proprio mentre gli studenti si preparano per gli esami finali. Un gruppo di hacker ha dichiarato di aver attaccato la società madre di Canvas ottenendo accesso ai dati di oltre 275 milioni di persone, anche se la maggior parte degli utenti ha riacquistato l'accesso al software nel tardo pomeriggio di giovedì.

Fonti: New York Times, ABC News

New York si avvicina al congelamento degli affitti promesso dal sindaco Mamdani


Il Rent Guidelines Board di New York ha votato per fissare un range dello 0-2% per gli aumenti degli affitti per circa un milione di appartamenti regolamentati, avvicinando la città al congelamento degli affitti promesso dal sindaco Zohran Mamdani. La decisione rappresenta il primo voto del comitato da quando Mamdani ha assunto la carica, approvando range che includevano zero aumenti.

Fonti: New York Times, Bloomberg

Un ex agente viene condannato per l'uccisione di Casey Goodson Jr. nell'Ohio


Jason Meade è stato dichiarato colpevole per l'uccisione mortale di Casey Goodson Jr. avvenuta nel 2020, mentre stava cercando un fuggitivo. Si tratta di un caso raro in cui un funzionario delle forze dell'ordine viene condannato per un'uccisione avvenuta durante il servizio, evidenziando i progressi nella responsabilizzazione della polizia.

Fonti: New York Times

Marco Rubio incontra Papa Leo XIV per distendere le tensioni USA-Vaticano


Il Segretario di Stato Marco Rubio ha incontrato Papa Leo XIV in un incontro a porte chiuse per discutere della "situazione in Medio Oriente e argomenti di interesse comune nell'emisfero occidentale". L'incontro segue i ripetuti attacchi del presidente Trump contro il leader della Chiesa cattolica e mira a rafforzare le relazioni tra Stati Uniti e Santa Sede.

Fonti: Semafor

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)

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Anthropic fa pace con SpaceX, Mira Murati contro Altman, i poteri di Musk dopo l'IPO


I tuoi 5 minuti di aggiornamento mattutino.
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La rassegna di oggi è gentilmente sponsorizzata da Ghost.

Buon venerdì,
abbiamo un nuovo contratto tra Anthropic e SpaceX, ovviamente di potenza di calcolo, ma il suo significato è anche strategico e molto più ampio. Poi vedremo la testimonianza di Mira Murati contro Altman; parleremo dei poteri e dell'immunità che avrebbe Musk dopo l'IPO di SpaceX, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Con il commento di Amir Ati.

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Intro + Prima Notizia - Ep. 319 - Venerdì 8 maggio
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Notizie dal mondo


Le news di oggi, selezionate a mano.

Anthropic e SpaceX annunciano un accordo sui data center e collaboreranno per quelli spaziali


Big Tech
Anthropic userà tutta la capacità di calcolo di Colossus 1, il data center di SpaceX a Memphis, ottenendo oltre 300 megawatt di infrastruttura per addestrare e far funzionare principalmente Claude Pro e Max. Anthropic e SpaceX hanno anche indicato l’interesse a sviluppare in futuro data center nello spazio, su scala di più gigawatt. L’accordo arriva dopo mesi di attacchi pubblici di Musk ad Anthropic e mentre xAI viene assorbita sotto il nuovo nome SpaceXAI. Il sito di Memphis resta contestato localmente per l’uso di turbine a gas naturale senza approvazione federale e l’impatto sull’aria.
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Fonte: CNBC
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Musk li ha attaccati fino a poco fa

A quanto pare adesso Musk avrebbe incontrato i dirigenti e avrebbe cambiato idea sul conto di Anthropic. È difficile...
[solo per supporter]

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Mira Murati, ex-CTO di OpenAI, ha testimoniato sulle presunte menzogne di Sam Altman


Legge
Mira Murati, ex CTO di OpenAI, ha testimoniato nel processo tra Elon Musk e Sam Altman. Ha raccontato un episodio del 2023, quando OpenAI stava preparando il lancio di un nuovo modello: secondo Murati, Altman le disse che non serviva il controllo interno previsto per valutare eventuali rischi prima della pubblicazione. Lei dice di avere poi scoperto che quella versione non era vera. Murati ha aggiunto che Altman dava spesso versioni diverse a persone diverse, creando sfiducia dentro OpenAI, e portando nel novembre 2023 alla sua rimozione dalla board, per poi essere reintegrato.
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Fonte: Gizmodo
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Il rischio della violenza

La cosa che mi preoccupa di tutta questa faccenda è che si vede un forte accanimento sulla personalità...
[solo per supporter]


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L'IPO di SpaceX conferirebbe un potere "inattaccabile" a Elon Musk


Big Tech
Secondo Reuters, SpaceX prepara l’IPO con una struttura che lascerebbe a Elon Musk il controllo della società anche dopo la quotazione. Musk possiede il 42,5% del capitale ma controlla già l’83,8% dei voti grazie ad azioni con voto rafforzato, e resterebbe sopra il 50% anche dopo la vendita di azioni al pubblico. Potrebbe nominare e sostituire il consiglio di amministrazione e controllare decisioni come fusioni e acquisizioni. SpaceX vuole anche imporre arbitrato obbligatorio: chi compra azioni rinuncerebbe al processo con giuria e alle class action contro società, dirigenti e banche coinvolte nell’IPO, concedendo a Musk un'immunità e un potere senza precedenti.
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Fonte: Ars Technica
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Molti teenager stanno aggirando i controlli sull'età con un baffo finto


Tecnologia
Secondo un sondaggio di Internet Matters su mille minori nel Regno Unito, circa metà dei ragazzi considera facili da aggirare i controlli online sull’età. Molti hanno confermato di essersi disegnati baffi o peli del viso con una matita da trucco per risultare adulti al riconoscimento facciale. Le verifiche dell’età si stanno diffondendo in Regno Unito, Stati Uniti e sulle grandi piattaforme, spesso tramite documenti o analisi del volto. La tecnologia non è ancora sicura: in alcuni casi è stato possibile aggirarla usando volti digitali ad alta definizione in 3d.
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Fonte: TechCrunch
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Saranno i robot umanoidi a dominare la nuova ondata di export cinese


Business
Secondo una ricerca di Morgan Stanley, i robot umanoidi possono diventare la prossima grande area di export industriale della Cina, dopo auto elettriche e batterie. La banca stima che la quota cinese nella manifattura mondiale possa salire dal 15% al 16,5% entro il 2030. Il vantaggio nasce dalla filiera: la Cina sta costruendo componenti, materiali e produzione interna, mentre Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud dipendono spesso da fornitori cinesi. Le aziende cinesi lanciano prima i modelli sul mercato interno e li migliorano sul campo. I rischi principali per la Cina sono dazi, timori sulla sicurezza e troppi investimenti, che potrebbero abbassare i prezzi ma ridurre i margini dei produttori.
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Fonte: Bloomberg
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Letture interessanti


In lingua inglese.

L'amministratore delegato di Anthropic afferma che l'azienda potrebbe crescere di 80 volte quest'anno


nytimes.com (eng)

Scrivere codice nel 2026: entusiasmo, timore e l'ondata in arrivo


amontalenti.com (eng)

I modelli open weight si stanno silenziosamente chiudendo, ed è un problema


martinalderson.com (eng)


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Notizie veloci


In lingua inglese.

Google ora offre fino a 1,5 milioni di dollari per alcune vulnerabilità di Android


bleepingcomputer.com (eng)

Google potrebbe finalmente consentire di rimuovere la barra di ricerca dalla schermata iniziale del Pixel


androidauthority.com (eng)

La modalità AI di Ricerca di Google riceve "consigli da esperti" da Reddit e dai social media


macrumors.com (eng)

Tool del giorno

Remarkable Paper Pure


Non so se vi siete mai concessi l'idea di un tablet paper-like; Remarkable è sicuramente uno dei brand più noti: adesso è uscito il "Paper Pure" che spinge ancora di più sulla sensazione di scrivere su carta.

Link: remarkable.com

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No al portafoglio perfetto: benvenuto all'anti-fragile


Il Convex Stack è un portafoglio anti-fragile per i prossimi 20 anni. Return Stacking, PAC e convessità battono l'illusione dell'ottimizzazione.

💡
Continuando la lettura accetti le politiche del sito.

C’è un momento preciso, nel percorso di ogni investitore che inizia a pianificare davvero, in cui non ci si chiede più "cosa posso comprare per fare soldi subito?", ma ci si comincia a domandare: "Perché sto comprando questo asset, e cosa succederà al mio piano quando tutto andrà a rotoli?"

​Questo articolo non è il resoconto di una sfida: provare a costruire un’architettura finanziaria capace di resistere per i prossimi 20 anni, non solo sulla carta, ma nella realtà caotica dei mercati finanziari.

Ottimizzazione: perché i backtest mentono


Online si trovano centinaia di portafogli "ottimizzati". Asset pesati al decimo di punto percentuale, Sharpe altissimi, grafici che salgono inesorabilmente alto a destra. Tutto appare perfetto, matematico, inevitabile.

​Il problema è che quasi tutti soffrono di Period Bias. Sono stati testati e validati sull'ultimo decennio abbondante, un'epoca d'oro in cui bastava comprare un indice globale per sentirsi infallibili. Ma quelle simulazioni perfette si sbriciolano rapidamente quando i mercati attraversano un decennio perduto (come il 2000-2010) o quando le obbligazioni, la storica "ancora di salvezza", colano a picco insieme alle azioni sotto i colpi dell'inflazione (come nel 2022).

La verità, per quanto scomoda, è una sola: non è possibile prevedere i rendimenti, ma è possibile gestire il rischio.

​Ottimizzare per il rendimento medio è inutile se questo ti costringe a subire un drawdown del 50% che ti spinge a vendere tutto in preda al panico.

Ho iniziato a costruire il Convex Stack rifiutando l'ottimizzazione accademica da laboratorio. Invece di cercare il portafoglio che rende di più se tutto va bene, ho costruito un'architettura anti-fragile, progettata per sopravvivere quando tutto va male.

Architettura: Return Stacking e Convessità


Il portafoglio Convex Stack combina cinque componenti con funzioni strutturalmente diverse:

  • NTSG per ottenere un'esposizione in leva moderata su azioni e bond globali occupando solo una parte del capitale.
  • AVWS inclina il portafoglio verso il premio small cap value, documentato da Fama e French per decenni.
  • DBMFE è il diversificatore vero: managed futures trend-following, che storicamente guadagna esattamente quando equity e bond perdono insieme.
  • PPFB è oro fisico, protezione dall'inflazione e dai cigni neri geopolitici.
  • WBTC è una piccola scommessa asimmetrica su Bitcoin — abbastanza per contare se va bene, abbastanza piccola da non distruggere il portafoglio se va male.

La struttura ha un nome preciso in letteratura: convex strategy. I guadagni sono più grandi delle perdite in intensità. Non in frequenza — si perde spesso poco, si guadagna meno spesso, ma di più.

Realtà: stress test, code spesse e Gauss


Ho processato i dati attraverso diverse versioni del mio codice Python, cercando di essere il mio critico più spietato. I backtest standard spesso usano la distribuzione di Gauss (la famosa "campana"), che ignora la realtà dei mercati: i crolli improvvisi e violenti, le cosiddette "code spesse".

La versione finale invece:

  • Mostra CAGR forward conservativi del 7–10–12% invece di estrarre aspettative dal periodo gonfiato.
  • Usa Block bootstrap invece di Monte Carlo gaussiano, perché i mercati reali hanno code spesse e non seguono la campana di Gauss.
  • Usa catene di proxy per estendere la storia al 2002, costruendo una serie di 284 mesi invece dei 79 originali.
  • Mostra esplicitamente quando i numeri non sono affidabili — per esempio i regimi macroeconomici con meno di 6 mesi di osservazioni vengono scartati, non presentati come analisi.

Il risultato storico indica uno Sharpe Ratio di 0.77 e un Max Drawdown del -19.6%. Dato non realistico. Gli stress test calibrati sulla crisi del 2008 e sulla stagflazione degli anni '70 mostrano che il drawdown da aspettarsi è tra il -35% e il -40%. Dato da digerire ed accettare per evitare di vendere tutto nel momento peggiore. Lo scenario base (P50) proietta comunque una wealth finale di circa €631k dopo 20 anni, partendo da €50k e un PAC di €500/mese (indicizzato al 4% annuo per correre dietro all'inflazione).

Pillola rossa: basta ottimizzare i decimali e alzare il PAC


Dopo migliaia di simulazioni del portafoglio, la lezione più brutale che ho imparato non riguarda gli asset.

La sensitivity analysis parla chiaro: raddoppiare il PAC da €500 a €1.000 al mese genera un impatto sulla ricchezza finale del +62%. Nessuna ottimizzazione maniacale dei pesi, nessuna scelta di un ETF "migliore" dello 0.10% di TER può minimamente competere con la forza del cashflow.

Il vero moltiplicatore della ricchezza non è l'asset allocation, ma la capacità di risparmio e la disciplina nel mantenere il piano.


Open Finance: scarica l'IPS e il codice Python


Ho deciso di rendere questo lavoro trasparente e riproducibile. Ho raccolto tutto in un Whitepaper + Investment Policy Statement (IPS) scaricabile gratuitamente e che include:

  • La struttura completa del portafoglio con strumenti UCITS acquistabili in Italia (ISIN inclusi)
  • Il dettaglio dei costi reali: TER, frizioni, tracking error verso gli strumenti americani usati nel backtest
  • Le proiezioni Monte Carlo per scenari bear/base/bull con 10.000 path
  • Le regole di rebalancing e le regole anti-panico per ogni fascia di drawdown
  • La sensitivity analysis del PAC: cosa succede se smetti, se riduci, se raddoppi
  • Gli stress test su Dot-com, GFC, stagflazione anni '70


Epilogo: cambia le ipotesi, non copiare i pesi


Il Convex Stack non è una verità universale, bensì la mia risposta a un orizzonte di 20 anni ed alla mia specifica tolleranza al rischio.

La finanza personale è, appunto, personale. Non copiare ciecamente i miei pesi. Prendi il codice, scarica il documento, cambia le ipotesi in base alla tua vita e guarda cosa succede ai numeri. La mappa non è il territorio, ma avere una mappa solida è l'unico modo per non perdersi quando cala la nebbia sui mercati.

Buona analisi!



Whitepaper + IPS
Convex Stack v15

convex_stack_v15_whitepaper_IPS.docx
40 KB

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Codice Python
Convex Stack v15

convex_stack_v15_extended.py
60 KB

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Arabia Saudita e Kuwait fanno marcia indietro: Trump pronto a riavviare l'operazione Project Freedom


I governi di Riyadh e Kuwait City ritirano le restrizioni imposte dopo il primo tentativo americano di scortare le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz. Il Pentagono prevede la ripresa di operazione Project Freedom già da questa settimana.

Arabia Saudita e Kuwait hanno revocato le restrizioni imposte all'uso americano delle proprie basi militari e del proprio spazio aereo. Cade così l'ostacolo principale al piano di Donald Trump per riaprire lo Stretto di Hormuz. Lo riferisce il Wall Street Journal, citando funzionari statunitensi e sauditi.

La decisione apre quindi la strada al riavvio di Project Freedom, l'operazione con cui la Marina americana punta a scortare le navi commerciali attraverso lo stretto sotto protezione aerea e navale. Le basi e i cieli sauditi e kuwaitiani sono, infatti, considerati indispensabili per il successo della missione, che richiede l'uso di una vasta flotta di aerei. Secondo funzionari del Pentagono, il riavvio dell'operazione potrebbe arrivare già questa settimana, dopo lo stop di 36 ore annunciato martedì sera.
La crisi delle 36 ore — FocusAmerica

Crisi nel Golfo · Project Freedom

La crisi durata 36 ore:
perché Trump ha frenato su Hormuz


L'Arabia Saudita e il Kuwait hanno chiuso basi e cieli all'aviazione americana, costringendo il Pentagono a sospendere l'operazione di scorta navale. Riavvio possibile già questa settimana, dopo la riapertura ora annunciata.

Fonti: Wall Street Journal · NBC News Funzionari USA, sauditi e del Pentagono

Durata della sospensione
36 ore

Il tempo in cui Project Freedom è rimasto fermo, dopo che i governo di Riyadh e Kuwait City hanno revocato l'accesso a basi e spazio aereo. La frattura più seria tra Washington e i partner del Golfo da anni.

Esplora la crisi
1 Sequenza 2 Forze in campo 3 Lo Stretto

Anatomia della crisi

Quattro mosse, una rottura, una marcia indietro


Dalla partenza di Project Freedom alla riapertura dei cieli sauditi: tocca una tappa per i dettagli.

1

Atto I · L'avvio
Inizia l'operazione Project Freedom. Le navi USA scortano i mercantili nello Stretto di Hormuz

L'operazione, annunciata a sorpresa dalla Casa Bianca, prevede l'uso di una ampia flotta aerea e navale americana per proteggere il traffico commerciale. Vengono fatte uscire dal Golfo Persico due navi battenti bandiera statunitense.

2

Atto II · La rappresaglia
L'Iran lancia 15 missili e droni: colpita Fujairah negli Emirati

Prima offensiva iraniana dal cessate il fuoco di inizio aprile. Missili cruise e droni anche contro unità navali USA e mercantili: gli americani affondano sei imbarcazioni veloci iraniane, ma alcune navi non statunitensi vengono colpite.

3

Atto III · La rottura
Riyadh e Kuwait City chiudono basi e spazi aerei. Stop di 36 ore

Dopo che il generale Caine ha definito gli attacchi iraniani "molestie di basso livello", i Paesi del Golfo temono di essere lasciati esposti. Bin Salman comunica a Trump le nuove restrizioni; il presidente prova a farlo recedere, senza riuscirci. Sui social attribuisce la pausa al Pakistan.

4

Atto IV · Lo sblocco
Seconda telefonata Trump-MBS. Cieli e basi tornano accessibili

Il riavvio di Project Freedom è atteso già questa settimana. I mercantili seguiranno un corridoio ristretto, già bonificato dalle mine, scortati da cacciatorpediniere e velivoli americani.

Lo scontro nel Golfo

Cosa è successo sul campo durante l'operazione


I numeri dei primi giorni di Project Freedom, prima e dopo la pausa imposta da Riyadh.

Stati Uniti
Project Freedom

2
Navi battenti bandiera USA fatte uscire dal Golfo Persico

6
Imbarcazioni veloci iraniane affondate dalle forze americane

Corridoio
bonificato
Rotta ristretta, libera dalle mine, scortata da cacciatorpediniere

Iran
Rappresaglia

15
Missili cruise lanciati contro gli Emirati Arabi Uniti, oltre a diversi droni

Fujairah
colpita
Unico hub di esportazione petrolifera ancora operativo della monarchia

Missili cruise + droni
Lanciati anche contro unità navali USA e mercantili: alcune navi non americane colpite

Il punto di rottura
Le offensive iraniane sono state liquidate come molestie di basso livello dal capo di Stato Maggiore USA. È quel giudizio, riferiscono i funzionari sauditi, ad aver convinto Riyadh che gli Stati Uniti non fossero pronti a proteggere il Golfo in caso di escalation.
— Funzionari sauditi citati dal Wall Street Journal

L'infrastruttura della missione

Perché senza Riyadh e Kuwait City l'operazione si ferma


Project Freedom richiede una vasta flotta aerea: senza basi e cieli del Golfo, la copertura sopra lo Stretto è impossibile.

IRAN EMIRATI ARABI UNITI OMAN GOLFO PERSICO GOLFO DI OMAN Bandar Abbas Qeshm Khasab Capo Musandam Stretto di Hormuz ~33 km nel punto più stretto Corridoio di scorta USA
Rotta delle navi sotto scorta in acque omanite

~20%
Greggio mondiale che transitava da Hormuz prima della guerra

Vasta
Flotta aerea richiesta dall'operazione Project Freedom

2
Telefonate Trump-MBS per tentare di sbloccare la crisi

Senza la copertura aerea garantita da basi e spazio aereo del Golfo, la scorta sopra lo Stretto è impossibile. È questa la leva politica che Riyadh e Kuwait hanno messo sul tavolo per costringere Washington a tenere conto dei loro timori.

Fonti Wall Street Journal, NBC News (citando funzionari USA, sauditi e del Pentagono). Stima del transito petrolifero da Hormuz: U.S. Energy Information Administration. Aggiornato al riavvio annunciato di Project Freedom.

La frattura con Riyadh


Lo scontro tra Washington e Riyadh ha aperto la più seria crisi diplomatica tra i due Paesi degli ultimi anni. Trump ha avuto una serie di telefonate ad alto livello con il principe ereditario Mohammed bin Salman e, per giorni, si è temuto che potesse saltare l'intesa di sicurezza che lega le due capitali da decenni. Secondo i funzionari sauditi citati dal quotidiano americano, i governi di Riyadh e Kuwait City avevano chiuso basi e cieli dopo che alti dirigenti dell'Amministrazione Trump avevano minimizzato gli attacchi iraniani nel Golfo Persico seguiti all'avvio dell'operazione. I Paesi del Golfo temevano, infatti, che gli Stati Uniti non fossero pronti a proteggerli in caso di escalation.

Alla fine Project Freedom è stata sospesa martedì sera, dopo un colloquio in cui bin Salman ha comunicato a Trump le proprie preoccupazioni e la decisione di imporre le restrizioni. Il presidente americano ha provato a far recedere il leader saudita, senza riuscirci. Sui social, Trump ha poi attribuito la pausa a una richiesta non meglio definita del Pakistan e di altri Paesi.

L'accesso alle basi e allo spazio aereo saudita è stato però ripristinato dopo una seconda telefonata tra i due leader, riferiscono fonti di entrambi i governi. La notizia delle restrizioni imposte da Riyad era stata anticipata da NBC News e riportata da noi già questa mattina. Alla ripresa dell'operazione, secondo funzionari del Pentagono coinvolti nella pianificazione, le navi commerciali, in coordinamento con gli Stati Uniti, seguiranno un corridoio ristretto, già bonificato dalle mine, sotto la scorta di cacciatorpediniere e velivoli americani, per attraversare indenni lo Stretto.

La retromarcia di Trump sullo Stretto di Hormuz arriva dopo lo stop dell’Arabia Saudita
NBC News rivela un retroscena: l’Arabia Saudita ha sospeso l’uso delle sue basi militari dopo l’annuncio a sorpresa di “Project Freedom”. Il presidente ha dovuto fare marcia indietro per ripristinare l’accesso allo spazio aereo saudita per i militari americani.
Focus AmericaRedazione

La reazione dell'Iran


La reazione di Teheran al primo avvio dell'operazione era stata immediata. L'Iran ha colpito gli Emirati Arabi Uniti con 15 missili e diversi droni, centrando Fujairah, l'unico hub di esportazione petrolifera ancora operativo della monarchia. Si è trattato delle prime offensive militari iraniane da quando, il mese scorso, è entrato in vigore il cessate il fuoco con gli Stati Uniti.

L'operazione americana ha permesso di far uscire dal Golfo Persico due navi battenti bandiera statunitense, ma ha anche innescato uno scontro diretto: l'Iran ha lanciato missili cruise e droni contro unità navali americane e mercantili. Le forze statunitensi hanno intercettato i lanci e affondato sei imbarcazioni veloci iraniane. Teheran è però riuscita a colpire alcune navi non americane.

L'allarme di Riyadh è cresciuto dopo che il capo di Stato Maggiore delle Forze Armate statunitensi, il generale Dan Caine, ha definito gli attacchi iraniani "molestie di basso livello". In seguito, Trump e il Segretario alla Difesa Pete Hegseth hanno continuato a sostenere che il cessate il fuoco regge. I Paesi del Golfo temono però che, a questo punto, Teheran possa trarne una conclusione opposta: poter colpire i loro territori senza pagarne davvero il prezzo. Anche questa preoccupazione ha contribuito alla retromarcia di oggi.


La retromarcia di Trump sullo Stretto di Hormuz arriva dopo lo stop dell'Arabia Saudita


Il presidente Donald Trump ha dovuto fare marcia indietro sul piano per aiutare le navi bloccate ad attraversare lo Stretto di Hormuz, dopo che un Paese alleato chiave del Golfo – l'Arabia Saudita – ha limitato l’uso delle proprie basi e del proprio spazio aereo da parte delle forze armate statunitensi. A rivelarlo sono due funzionari americani a NBC News, secondo cui proprio questa decisione ha costretto la Casa Bianca a sospendere l’operazione.

Trump aveva sorpreso i suoi alleati del Golfo annunciando domenica pomeriggio sui social media il progetto, denominato "Project Freedom". L’annuncio avrebbe irritato, in particolare, la leadership saudita, che in risposta ha comunicato agli Stati Uniti che non avrebbe permesso più ai militari americani di far decollare aerei dalla Prince Sultan Airbase, a sud-est di Riyadh, né di sorvolare lo spazio aereo saudita per sostenere l’operazione. Una telefonata tra Trump e il principe ereditario Mohammed bin Salman non avrebbe risolto la questione, costringendo il presidente a sospendere Project Freedom pur di ripristinare l’accesso militare statunitense a quello spazio aereo, considerato cruciale.

Anche altri Paesi alleati del Golfo sarebbero stati colti di sorpresa. Il presidente avrebbe parlato con i leader del Qatar solo dopo l’avvio dell’operazione. Un diplomatico mediorientale ha riferito che gli Stati Uniti non si sono coordinati neppure con l’Oman su Project Freedom fino a dopo l’annuncio di Trump. Un funzionario della Casa Bianca ha però dichiarato che "gli alleati regionali sono stati informati in anticipo".
Il dietrofront di Trump su Project Freedom — FocusAmerica

Project Freedom · I retroscena dello stop

Project Freedom, le 36 ore
che hanno mostrato il vero peso di Riad


Trump annuncia domenica l’operazione per riaprire Hormuz. Trentasei ore dopo, il piano è già sospeso: l’Arabia Saudita ritira l’accesso alla Prince Sultan Airbase e al proprio spazio aereo, costringendo la Casa Bianca a fermare tutto.

Fonti: NBC News · PBS · Casa Bianca Aggiornato: 7 maggio 2026

Annuncio · Domenica
Trump lancia
Project Freedom
Si tratta di una operazione per scortare in sicurezza le navi attraverso lo Stretto di Hormuz, annunciata sui social

Stop · Martedì notte
Operazione
sospesa
La decisione arriva dopo che è stato fermato l'accesso alle Forze Armate americane alla base di Prince Sultan e allo spazio aereo del regno

Tra l'annuncio e lo stop sono passate circa 36 ore, e due sole navi sotto bandiera USA avrebbero completato il transito

Esplora la crisi
1 Cronologia 2 Le leve di Riad 3 Gli alleati 4 Negoziati

Le 36 ore di Project Freedom

Dall'annuncio sui social al dietrofront imposto da Riad


La sequenza ricostruita da NBC News mostra come l'operazione sia stata fermata dopo che l'Arabia Saudita ha vincolato la propria cooperazione militare con gli Stati Uniti al ritiro del piano.

Domenica pomeriggio
L'annuncio a sorpresa sui social
Trump comunica via social l'avvio di Project Freedom, operazione per rompere il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz. Gli alleati del Golfo non sono stati preavvisati.

Martedì mattina
Briefing al Pentagono e alla Casa Bianca
I responsabili della sicurezza nazionale illustrano l'iniziativa per buona parte della giornata. Il Comando Centrale annuncia il transito di due navi a bandiera americana, l'Iran smentisce.

Punto di rottura
Tra martedì e mercoledì
Riad blocca basi e spazio aereo
L'Arabia Saudita comunica agli Stati Uniti il divieto di far decollare i suoi aerei dalla base aerea Prince Sultan e di sorvolare il proprio territorio per sostenere l'operazione.

La telefonata
Trump-bin Salman: nessuna intesa
Una telefonata diretta tra il presidente e il principe ereditario saudita non risolve la questione. La Casa Bianca deve scegliere tra continuare l'operazione e l'accesso allo spazio aereo saudita.

~36 ore dopo l'avvio
Project Freedom viene sospesa
Trump ferma l'operazione e la presenta come "pausa breve" per finalizzare un accordo di pace. Le altre navi pronte al transito vengono fermate.

Cosa Riad ha negato a Washington

I tre asset sauditi che hanno bloccato l’operazione americana


Senza l’accesso alle basi e allo spazio aereo del regno, le forze Usa non avrebbero potuto operare lungo i confini iraniani. Secondo un funzionario americano, in alcuni casi non esistono alternative praticabili.

1

La base aerea Prince Sultan
A sud-est di Riyadh — pilastro dell'aviazione USA nel Golfo
Le Forze Armate americane vi mantengono caccia, velivoli cisterna e sistemi di difesa aerea. Riad ha autorizzato l'uso della base per sostenere la guerra in Iran, poi ha revocato temporaneamente il consenso dopo l'inizio di Project Freedom.
Accesso revocato

2

Lo spazio aereo saudita
Corridoio obbligato verso lo Stretto di Hormuz
Ai velivoli americani schierati nei Paesi vicini è stato consentito di sorvolare il territorio saudita per tutto il periodo della guerra in Iran. Riad ha bloccato anche questa autorizzazione dopo l'inizio del Project Freedom, isolando di fatto le forze USA dalla regione operativa.
Sorvolo negato

3

Il vincolo geografico
"Non esistono alternative", secondo un funzionario USA
«Per ragioni geografiche, serve la cooperazione dei partner regionali per utilizzare il loro spazio aereo lungo i confini»: così un funzionario americano a NBC News.
Fattore strutturale

Il fallimento del coordinamento

Come Trump ha sorpreso anche gli alleati del Golfo


L'operazione è stata lanciata via social senza una piena consultazione con i partner regionali. L'opposizione di Riad è il caso più clamoroso, ma non l'unico.

Arabia Saudita
Sorpresa dall'annuncio. La leadership saudita ha reagito con irritazione e ha imposto la sospensione dell'operazione come condizione per ripristinare l'accesso militare USA alle basi sul suo territorio ed al suo spazio aereo.

Veto Esito: stop al piano

Qatar
Trump avrebbe parlato con i leader del Qatar solo dopo l'avvio dell'operazione, secondo NBC News.

Avvisato dopo A operazione iniziata

Oman
Un diplomatico mediorientale riferisce che gli Stati Uniti non si sono coordinati con Muscat fino a dopo l'annuncio pubblico dell'operazione Project Freedom.

Nessuna coordinazione Solo dopo l'annuncio

La versione della Casa Bianca
Un funzionario della Casa Bianca afferma invece che "gli alleati regionali erano stati informati in anticipo": ricostruzione che però le fonti citate da NBC News contraddicono.

Il dopo Project Freedom

La pista diplomatica e la pressione in vista delle midterm

Penso che ci sia una buona possibilità che questa guerra finisca, e se non sarà così dobbiamo tornare a bombardarli a tappeto.Donald Trump · intervista a PBS

Gli attori sul tavolo

Proponente
Stati Uniti
Hanno presentato una nuova proposta. Trump punta a chiudere l'accordo con l'Iran prima del viaggio a Pechino della prossima settimana.

Mediatore
Pakistan
Teheran discuterà la nuova proposta con Islamabad, che agisce da intermediario tra le parti.

Destinatario
Iran
Sta esaminando la proposta. Ma un alto funzionario del Parlamento la liquida pubblicamente come irrealistica.

Le posizioni

Trump Ottimismo cauto, minaccia residua
"Vogliono fare un accordo. Nelle ultime 24 ore ci sono stati ottimi colloqui." Ma resta sul tavolo l'opzione di "tornare a bombardarli a tappeto".

Deputato iraniano Rifiuto pubblico
Un deputato iraniano ha definito la proposta americana come una "lista dei desideri che non diventerà mai realtà".

Giordania Lettura realista
"Gli iraniani non hanno più i mezzi economici per continuare. La loro economia sta fallendo, non possono più pagare gli stipendi."

La pressione interna
Sul presidente cresce la pressione politica in vista delle elezioni di midterm di novembre: i repubblicani devono difendere il margine ristretto alla Camera e la maggioranza al Senato. Allo stesso tempo, alcuni stretti consiglieri spingono Trump a "finire il lavoro" in Iran eliminando le residue capacità militari convenzionali del regime.

Fonti NBC News (ricostruzione di due funzionari americani e un diplomatico mediorientale), PBS (intervista a Trump), agenzia ISNA (dichiarazioni del Ministero degli Esteri iraniano), Comando Centrale USA · Aggiornato al 7 maggio 2026.

Il ruolo delle basi saudite e la protezione delle navi


Le Forze Armate americane mantengono aerei da combattimento, velivoli cisterna e sistemi di difesa aerea presso la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita. Riyadh aveva consentito agli Stati Uniti di far decollare aerei dalla base per sostenere la guerra in Iran, oltre a permettere agli aerei schierati nei Paesi vicini di sorvolare il territorio saudita. "A causa della geografia, è necessaria la cooperazione dei partner regionali per utilizzare il loro spazio aereo lungo i confini", ha spiegato un funzionario americano. In alcuni casi, ha aggiunto, non esistono alternative.

Trump aveva annunciato l’operazione Project Freedom nel fine settimana come uno strumento per rompere il blocco iraniano nello Stretto di Hormuz. I suoi principali responsabili della sicurezza nazionale hanno trascorso buona parte della giornata di martedì a illustrare l’iniziativa in briefing al Pentagono e alla Casa Bianca, prima che il presidente la interrompesse all’improvviso circa 36 ore dopo il suo avvio.

Secondo NBC News, le Forze armate statunitensi stavano preparando altre navi al transito attraverso lo Stretto quando l’operazione è stata fermata all’improvviso. Il Comando centrale degli Stati Uniti aveva annunciato in precedenza che due navi battenti bandiera americana erano riuscite ad attraversarlo, mentre l’Iran ha negato che il passaggio sia mai avvenuto. In un post sui social media, Trump ha cercato di ridimensionare lo stop, affermando che Project Freedom sarebbe stato invece "sospeso per un breve periodo di tempo" per verificare se un accordo per porre fine alla guerra potesse essere "finalizzato e firmato" entro quella finestra temporale.

I negoziati con l’Iran e la pressione su Trump


Intanto, l'Amministrazione Trump sta tentando di raggiungere un accordo negoziato per mettere fine alle ostilità. L’Iran sta esaminando una nuova proposta presentata dagli Stati Uniti, ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri Esmail Baghaei all’agenzia semiufficiale iraniana ISNA. Baghaei ha spiegato che Teheran ne discuterà con il Pakistan, che sta agendo da mediatore. Trump non ha fornito dettagli sul piano, ma ha sostenuto che la guerra potrebbe finire se "l’Iran accetta di fare ciò che è stato concordato". "Vogliono fare un accordo", ha detto dallo Studio Ovale, aggiungendo che nelle ultime 24 ore ci sono stati "ottimi colloqui".

Ma la verità è che la pressione politica sul presidente sta aumentando sempre di più in vista delle elezioni di midterm di novembre, quando i repubblicani dovranno difendere il loro ristretto margine di vantaggio alla Camera e la maggioranza al Senato. In un’intervista con PBS, Trump ha detto di sperare che i negoziatori statunitensi possano raggiungere un’intesa con il regime iraniano prima del suo viaggio a Pechino della prossima settimana, dove incontrerà il presidente cinese Xi Jinping. "Penso che ci sia una buona possibilità che questa guerra finisca, e se non sarà così dobbiamo tornare a bombardarli a tappeto", ha dichiarato.

Secondo diversi ex funzionari americani, alcuni stretti confidenti del presidente lo avrebbero incoraggiato a "finire il lavoro" in Iran, eliminando ciò che resta delle risorse militari convenzionali del regime. Intanto, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha incontrato mercoledì proprio i leader iraniani e ha affermato che è fondamentale mettere fine alla guerra il prima possibile. In un post sui social media, un alto funzionario del Parlamento iraniano ha però definito l’ultima proposta una "lista dei desideri che non diventerà mai realtà". Un funzionario giordano ha tuttavia dichiarato a NBC News che gli sforzi diplomatici in atto sono seri: "Gli iraniani non hanno più i mezzi economici per continuare. La loro economia sta fallendo, non possono più pagare gli stipendi".


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Egitto, la culla dei cetacei resta eccellenza mondiale: Wadi Al-Hitan confermata nella Green List IUCN


Standard d'élite per il santuario dei fossili: il sito del Fayoum premiato per la gestione sostenibile e la tutela dei giganti preistorici
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Il sito archeo-paleontologico di Wadi Al-Hitan, noto come la “Valle delle Balene”, ha ottenuto il rinnovo dell’inclusione nella Lista Verde delle aree protette dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), un riconoscimento internazionale riservato ai siti gestiti secondo standard elevati di tutela ambientale e gestione sostenibile.

La notizia è stata diffusa dalle autorità egiziane e riportata anche da Al Arabiya, secondo cui il riconoscimento conferma il ruolo del sito come esempio di eccellenza nella conservazione del patrimonio naturale e geologico. Il Ministero dello Sviluppo Locale e dell’Ambiente dell’Egitto ha sottolineato che la decisione è il risultato di una valutazione tecnica basata su criteri internazionali relativi alla governance, alla pianificazione della sostenibilità, alla gestione scientifica del territorio e alla protezione della biodiversità.

Situato all’interno dell’area protetta di Wadi El Rayan, nel governatorato di Fayoum, Wadi Al-Hitan è uno dei più importanti siti paleontologici al mondo per lo studio dell’evoluzione dei cetacei. Il sito conserva centinaia di reperti fossili risalenti a circa 40–42 milioni di anni fa, tra cui scheletri completi di antiche balene e resti di altre specie marine oggi estinte.

Tra i reperti più rilevanti figurano esemplari di Basilosaurus isis, una delle più grandi balene primitive conosciute, che poteva raggiungere lunghezze superiori ai 15 metri, e di Dorudon atrox, specie più piccola ma fondamentale per comprendere l’evoluzione dei cetacei moderni. Nel corso degli anni, le campagne di ricerca hanno permesso di documentare anche fossili di dugonghi, squali e altre forme di vita marina, contribuendo a delineare un ecosistema preistorico di straordinaria ricchezza.

Oltre al valore paleontologico, l’area riveste anche un’importanza ecologica significativa. Il sito e le zone circostanti ospitano specie animali oggi considerate rare o minacciate, tra cui la gazzella egiziana, il fennec, la volpe delle sabbie e numerosi uccelli migratori e rapaci.

Secondo le autorità egiziane, il riconoscimento internazionale rappresenta un’ulteriore conferma degli sforzi del Paese nella tutela e valorizzazione del patrimonio naturale, con particolare attenzione alla ricerca scientifica e alla conservazione a lungo termine di uno dei più importanti siti fossiliferi del pianeta.

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Serie A: Sky va all'attacco di Tim e Dazn, chiesto maxi-risarcimento da 1,9 miliardi


Offensiva legale a Milano: nel mirino l'intesa sui diritti TV 2021-24 già sanzionata dall'Antitrust per violazione della concorrenza

Si apre un nuovo capitolo nella lunga controversia sui diritti televisivi della Serie A relativi al triennio 2021-2024. Sky ha infatti avviato un’azione legale davanti al Tribunale di Milano nei confronti di Tim e Dazn, chiedendo un risarcimento danni che potrebbe arrivare fino a 1,9 miliardi di euro. Al centro della richiesta vi sarebbe l’intesa tra le due società, ritenuta lesiva della concorrenza e già oggetto di valutazioni da parte dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, il contenzioso si inserisce in un quadro più ampio di accertamenti amministrativi e giudiziari che negli ultimi anni hanno riguardato il cosiddetto “Deal Memo Distribution” sottoscritto nel gennaio 2021 tra Tim e Dazn, prima dell’assegnazione dei diritti televisivi della Serie A. Tale accordo è stato oggetto di istruttoria da parte dell’Antitrust, che ne ha contestato la natura potenzialmente restrittiva della concorrenza.

Nel corso del procedimento, l’Autorità ha ritenuto che l’intesa tra le due società avesse inciso sulle dinamiche competitive del mercato, limitando l’autonomia commerciale di Dazn e rafforzando l’integrazione con le offerte di Timvision. Il caso ha attraversato diversi gradi di giudizio amministrativo, con pronunciamenti del Tar del Lazio e del Consiglio di Stato che hanno confermato l’impianto dell’illecito.

A gennaio 2026, l’Antitrust ha inoltre rideterminato le sanzioni, fissandole in 3,6 milioni di euro per Dazn e 760.776 euro per Tim, rispetto alle cifre inizialmente stabilite. La nuova azione risarcitoria di Sky si aggiunge dunque a un contenzioso già ampiamente articolato, che potrebbe ora spostarsi sul piano civile con possibili ulteriori sviluppi nei prossimi mesi.

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Hantavirus, casi quasi raddoppiati in Argentina: l'allarme si allarga oltre la nave Hondius


Tre morti tra i passeggeri della crociera partita da Ushuaia. Bassetti: “Ora vanno rintracciati tutti i contatti”. Lo Spallanzani attivo nella sorveglianza europea

Tre morti, decine di casi sospetti e un'indagine epidemiologica che attraversa continenti e voli internazionali. Il focolaio di hantavirus legato alla nave da crociera MV Hondius, partita da Ushuaia, città argentina all'estremo sud della Patagonia, il 1° aprile verso l'Antartide, ha trasformato un'emergenza sanitaria locale in un caso seguito a livello globale. Sullo sfondo, una situazione argentina già critica: dal giugno 2025 il Paese ha registrato 101 contagi, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. L'Organizzazione Mondiale della Sanità lo indica già come il Paese con la più alta incidenza di hantavirus in America Latina.

Tre morti e un'indagine ancora aperta


Il primo a morire è stato un turista olandese di 70 anni, l'11 aprile. Sua moglie, 69 anni, è deceduta il 26 aprile. Il 2 maggio è morta una terza passeggera, di nazionalità tedesca. Tutti i casi sarebbero riconducibili al cosiddetto "virus delle Ande", l'unico ceppo di hantavirus noto per la capacità di trasmissione interumana.

Stabilire con precisione dove e quando sia avvenuto il contagio resta però difficile. Il virus ha un periodo di incubazione che può variare da una a otto settimane, il che rende complessa la ricostruzione della catena epidemiologica. I passeggeri potrebbero essersi infettati prima dell'imbarco, durante i trasferimenti tra Patagonia, Ushuaia e Cile, oppure successivamente a bordo. Secondo investigatori argentini citati da RaiNews, una delle ipotesi più accreditate riguarda un'escursione di birdwatching effettuata dalla coppia olandese nei dintorni di Ushuaia, prima della partenza.

“Il problema ora sono i contatti”


Con il rientro dei passeggeri nei rispettivi Paesi, l'attenzione si è spostata sugli spostamenti successivi alla crociera. Il virologo Matteo Bassetti ha indicato la direzione da seguire: «La nave non è più il problema. Il problema è rintracciare tutti i potenziali contatti». In un video diffuso sui social, Bassetti ha sottolineato come alcuni passeggeri risultati positivi abbiano poi viaggiato su voli internazionali e altri mezzi di trasporto. Tra i casi monitorati figura anche una hostess di un volo KLM, risultata positiva dopo aver avuto contatti con uno dei pazienti a bordo.

Nonostante la preoccupazione, l'OMS mantiene una valutazione cauta: il rischio per la popolazione generale è considerato "basso". La trasmissione interumana dell'hantavirus rimane un'eccezione, associata quasi esclusivamente al ceppo delle Ande. Nella grande maggioranza dei casi il contagio avviene per via inalatoria, attraverso particelle contaminate provenienti da urine, saliva o feci di roditori infetti.

Il ruolo del clima e la risposta europea


A complicare il quadro si aggiunge il possibile contributo del cambiamento climatico. Diversi esperti argentini collegano l'aumento dei casi a temperature più alte, precipitazioni intense e alterazioni degli ecosistemi, fattori che avrebbero favorito la proliferazione dei roditori portatori del virus.

Sul fronte europeo, l'Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma è attivamente coinvolto nelle attività di coordinamento con l'ECDC e con la rete europea dei laboratori di riferimento per i virus emergenti. L'istituto partecipa alle attività di sorveglianza e supporto diagnostico per eventuali casi sospetti collegati al rientro dei passeggeri in Europa.

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I missili iraniani hanno danneggiato le basi americane molto più di quanto ammesso sinora


Un'analisi del Washington Post su immagini satellitari rivela danni a 15 siti militari Usa in Medio Oriente. 228 obiettivi distrutti, oltre a 7 militari morti e 400 feriti dall'inizio della guerra il 28 febbraio.

I missili e i droni iraniani hanno danneggiato o distrutto almeno 228 strutture e attrezzature in 15 basi militari statunitensi del Medio Oriente dall'inizio della guerra, il 28 febbraio scorso. Gli attacchi iraniani hanno colpito hangar, baracche militari, depositi di carburante, aerei, radar e sistemi di difesa aerea. Si tratta di un bilancio molto più grave di quello finora ammesso dalle autorità statunitensi. Lo rivela un'analisi del Washington Post basata su immagini satellitari ad alta risoluzione, in gran parte diffuse dai media iraniani, ma verificate in modo indipendente.

I giornalisti hanno esaminato oltre cento immagini satellitari diffuse dalle agenzie di stampa iraniane e ne hanno verificate 109 confrontandole con quelle del sistema satellitare europeo Copernicus e di Planet, una delle principali società commerciali del settore. Si tratta di una delle prime ricostruzioni complete dei danni subiti dalle forze americane nella regione. Nessuna delle immagini iraniane risulta manipolata.

Oggi acquisire immagini satellitari del Medio Oriente è particolarmente difficile. Vantor e Planet, due dei maggiori fornitori commerciali, hanno accettato la richiesta del governo statunitense, loro principale cliente, di limitare o sospendere a tempo indeterminato la diffusione di immagini della regione finché il conflitto è in corso. Le restrizioni sono scattate meno di due settimane dopo l'inizio della guerra.

Secondo gli esperti consultati dal Washington Post, l'entità dei danni mostra che l'esercito americano ha pesantemente sottovalutato le capacità di mira di Teheran e non ha protetto adeguatamente alcune basi dalla moderna guerra dei droni. "Gli attacchi iraniani sono stati precisi. Non sono presenti crateri casuali che indichino mancati bersagli", ha dichiarato al Washington Post Mark Cancian, consigliere senior del Center for Strategic and International Studies ed ex colonnello dei Marines. La precisione degli attacchi è coerente con quanto lo stesso quotidiano aveva già rivelato in precedenza: la Russia avrebbe fornito a Teheran informazioni di intelligence per colpire le forze americane.
I danni alle basi USA — FocusAmerica

Guerra USA-Iran · Bilancio dei danni

Le basi Usa sotto tiro:
l’inchiesta sui danni nascosti


Il Washington Post ha analizzato 109 immagini satellitari verificate: mostrano attacchi mirati contro 15 basi americane in Medio Oriente e danni ben più estesi di quelli finora riconosciuti da Washington.

Inchiesta Washington Post · Immagini Copernicus + Planet Periodo: 28 febbraio - 8 aprile 2026

Strutture danneggiate o distrutte
228
Edifici, hangar, depositi, radar, aerei e sistemi di difesa aerea

Basi americane colpite
15
Distribuite in Bahrein, Kuwait, Qatar, Giordania, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita

Oltre la metà dei danni si concentra in appena 4 basi, presenti in Stati che avevano autorizzato le forze americane ad attaccare l'Iran dal proprio territorio

Esplora il dossier
1 Le basi 2 I bersagli 3 Le difese 4 Il metodo

Il fronte più colpito

Oltre metà dei danni concentrata in 4 basi


I danni si sono concentrati nel quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein e in 3 basi militari americane in Kuwait. Da Bahrein e Kuwait erano partiti attacchi contro l’Iran, anche con sistemi HIMARS.

4
basi colpite duramente

>50%
dei danni totali

2
Paesi coinvolti

● Le 4 basi più colpite

1

QG Quinta Flotta BHR
Comando trasferito alla base di MacDill, in Florida

Estesi

Danno valutato Esteso · 10/10

2

Base aerea Ali al-Salem KWT
Hub aereo principale del Kuwait

Pesanti

Danno valutato Pesante · 9/10

3

Camp Arifjan KWT
Quartier generale regionale dell'esercito americano

Pesanti

Danno valutato Pesante · 8/10

4

Camp Buehring KWT
Centrale elettrica colpita dai missili iraniani

Pesanti

Danno valutato Pesante · 7/10

○ Altre basi colpite

5

Al-Udeid QAT
Sito di comunicazioni satellitari colpito

Selettivi

Danno valutato Selettivo · 4/10

6

Prince Sultan SAU
Aereo da comando E-3 Sentry distrutto

Mirati

Danno valutato Mirato · 3/10

7

Basi in Giordania ed Emirati JOR · UAE
Radar Thaad e depositi di carburante colpiti

Selettivi

Danno valutato Selettivo · 3/10

Due funzionari del Pentagono indicano che le forze americane potrebbero non rientrare presto in modo significativo nelle basi della regione. Se confermata, la scelta ridisegnerebbe la presenza militare Usa in Medio Oriente costruita negli ultimi 30 anni.

Cosa è stato colpito

Bersagli ad alto valore strategico, scelti con precisione chirurgica


L'Iran ha colpito infrastrutture critiche e sistemi di difesa avanzati. Secondo gli esperti, l'assenza di crateri casuali dimostra che gli attacchi non hanno mancato i bersagli.

228
Strutture totali colpite o distrutte

15
Basi militari coinvolte

1
Aereo da comando E-3 Sentry distrutto in Arabia Saudita

5
Depositi di carburante colpiti

Obiettivi strategici raggiunti

Sito comunicazioni satellitari
Base di al-Udeid, Qatar

Componenti del sistema antimissile Patriot
Bahrein e Kuwait

Radar del sistema antimissile Thaad
Giordania ed Emirati Arabi Uniti

Centrale elettrica
Camp Buehring, Kuwait

Edifici residenziali in più siti
"Per provocare vittime di massa", secondo Contested Ground

"Gli attacchi iraniani sono stati precisi. Non sono presenti crateri casuali che indichino mancati bersagli", afferma Mark Cancian, ex colonnello dei Marines e consigliere senior del CSIS.

L'erosione delle scorte

In 6 settimane consumata circa metà delle scorte di missili intercettori


Le stime del Center for Strategic and International Studies sul consumo di munizioni difensive tra il 28 febbraio e l'8 aprile rivelano un uso senza precedenti dei sistemi antimissile.

Intercettori Thaadutilizzati
53%

190 missili lanciati delle scorte pre-conflitto

Intercettori Patriotutilizzati
43%

1.060 missili lanciati delle scorte pre-conflitto

I piani per distruggere rapidamente le forze missilistiche e i droni iraniani hanno sottovalutato quanto Teheran avesse già raccolto informazioni sulle infrastrutture americane da colpire.

Kelly Grieco · Stimson Center

Come è stata condotta l'inchiesta

L'inchiesta basata sulle immagini iraniane verificate poi in modo indipendente


In assenza di immagini satellitari commerciali, i giornalisti del Washington Post hanno utilizzato le immagini diffuse dalle agenzie stampa iraniane, sottoponendole a verifica incrociata.

100+
Immagini satellitari iraniane esaminate

109
Immagini verificate in modo indipendente

I passaggi della verifica

1

Raccolta delle immagini iraniane
Oltre 100 immagini diffuse dalle agenzie di stampa di Teheran sono state esaminate dai reporter del Washington Post.

2

Confronto con le immagini Copernicus e Planet
Le immagini sono state verificate incrociandole con il sistema satellitare europeo Copernicus e con la società commerciale americana Planet.

3

Validazione finale
109 immagini risultano autentiche e non manipolate. Questo passaggio fornisce una delle prime ricostruzioni complete dei danni.

Perché immagini iraniane? Vantor e Planet, su richiesta del governo statunitense — loro principale cliente — hanno limitato o sospeso a tempo indeterminato la diffusione di immagini commerciali dal Medio Oriente. La restrizione è scattata meno di 2 settimane dopo l'inizio della guerra.

Fonte Washington Post · Verifica immagini Copernicus, Planet · Stime CSIS, Stimson Center · Periodo analizzato: 28 febbraio - 8 aprile 2026.

Le basi militari più colpite


Più della metà dei danni si concentra in 4 basi: il quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein e 3 siti militari in Kuwait, vale a dire la base aerea di Ali al-Salem, Camp Arifjan e Camp Buehring. Camp Arifjan ospita anche il quartier generale regionale dell'esercito americano. Un funzionario statunitense ha riferito al Washington Post che le basi in Bahrein e in Kuwait sono state tra le più colpite probabilmente perché i due Paesi hanno autorizzato attacchi contro l'Iran dal proprio territorio, compreso l'uso dei sistemi lanciarazzo HIMARS, capaci di colpire bersagli a circa 500 km di distanza.

I missili iraniani hanno raggiunto anche obiettivi di alto valore strategico come un sito di comunicazioni satellitari nella base di al-Udeid in Qatar, parti del sistema antimissile Patriot in Bahrein e Kuwait, una centrale elettrica a Camp Buehring, 5 depositi di carburante e radar del sistema antimissile Thaad in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti. Nella base di Prince Sultan, in Arabia Saudita, è stato inoltre distrutto un aereo da comando E-3 Sentry.

William Goodhind, ricercatore del progetto Contested Ground che ha esaminato le immagini, ha dichiarato al Washington Post che "gli iraniani hanno colpito deliberatamente edifici residenziali in più siti con l'intenzione di provocare vittime di massa".

Anche il consumo di munizioni difensive è stato molto elevato. Secondo una stima del Center for Strategic and International Studies, tra il 28 febbraio e l’8 aprile l’esercito americano ha lanciato almeno 190 missili intercettori Thaad e 1.060 missili intercettori Patriot, pari rispettivamente al 53% e al 43% delle scorte disponibili prima del conflitto. Kelly Grieco, ricercatrice dello Stimson Center, sostiene che i piani per distruggere rapidamente le forze missilistiche e i droni iraniani abbiano sottovalutato quanto l’Iran avesse già raccolto informazioni sulle infrastrutture americane da colpire.

Un funzionario americano ha descritto come "estesi" i danni subiti dal quartier generale della Quinta Flotta, il cui comando è stato trasferito temporaneamente alla base aerea di MacDill, in Florida. È improbabile che militari, contractor e personale civile tornino nella base in Bahrein nel breve periodo. Altri due funzionari del Pentagono hanno aggiunto che, a causa dei danni subiti, le forze americane potrebbero non tornare a breve in numero significativo nelle basi della regione: una prospettiva che, se confermata, ridisegnerebbe la presenza militare statunitense in Medio Oriente costruita negli ultimi 30 anni.

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Non chiamateli «bamboccioni »


Quando i salari sono fermi da anni e l'affitto di un monolocale si mangia tutto, restare a casa non è una comodità, ma una necessità.
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Non chiamateli «bamboccioni»
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Sintesi audio: per ogni dato e riferimento fa fede il testo.

L’idea è ancora quella: giovane adulto (o meno giovane) che vive nella stanza dell’adolescenza, poster tolti o coperti da una libreria improvvisata, portatile sulla scrivania dove prima c’erano i quaderni di scuola. Per anni la parola utilizzata è stata «bamboccione». Un’etichetta comoda, nata in un’altra fase economica, usata per descrivere chi, pur avendo un lavoro, restava dai genitori. La narrativa implicita: mancanza di autonomia, poca voglia di responsabilità, prolungamento dell’adolescenza. Oggi, guardando dentro molte case italiane, quel termine regge sempre meno.

Secondo il Rapporto annuale Istat, nel 2024 circa due giovani su tre tra i 18 e i 34 anni risultano ancora nel nucleo familiare originario, una quota cresciuta di oltre 8 punti percentuali rispetto all’inizio degli anni duemila.

Le mura domestiche diventano così un ammortizzatore sociale dove i genitori mettono a disposizione il patrimonio di una vita: una casa già pagata, le utenze garantite e un sostegno diretto alle spese quotidiane. I figli portano redditi incerti, competenze digitali, gestione di pratiche, supporto nella cura quotidiana. In salotto passano le bollette, le ricette elettroniche, gli home banking da decifrare.

Non è più, semplicemente, un giovane che «non se ne va». È una famiglia che mette in comune quello che ha per parare i colpi di un futuro incerto. Sullo sfondo ci sono città dove metà stipendio non basta nemmeno per un monolocale, affitti brevi che sottraggono appartamenti dal mercato tradizionale, contratti a tempo determinato che rendono difficile anche solo pensare a un mutuo. Uscire di casa, per molti, significherebbe sacrificare risparmi, tempo, capacità di fronteggiare imprevisti.

Tra le pareti domestiche si consumano micro-negoziati quotidiani: quote di spesa, turni e confini invisibili. Gli spazi si ibridano e si risemantizzano: l’ex cameretta si sforza di essere un monolocale, il soggiorno si fa ufficio per poi tornare stanza comune, mentre la cucina rimane il tavolo dove si decide tutto, dalle bollette alla spesa, e dove si impara a convivere di nuovo.

Lo stigma del «bamboccione» crolla non appena si guarda fuori dalla finestra. Tra case dai prezzi folli e lavori che non danno certezze, vivere con i genitori smette di essere un vizio e diventa l'ultima difesa possibile. Non è un problema di carattere, ma di sopravvivenza: la famiglia è diventata l'ammortizzatore di un sistema che ha smesso di dare ai giovani gli strumenti per camminare da soli.

Resta una domanda di fondo: quando i genitori di domani non avranno più alle spalle le case e i risparmi di quelli di oggi, chi reggerà il peso economico ed emotivo che finora è stato assorbito dalle mura domestiche? Il timore è che, finita questa generazione di «genitori-ammortizzatori», crolli l'intera impalcatura del nostro welfare privato.

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Eco Sport Day 2026, ad Aprilia una giornata tra ambiente, sport e grandi protagonisti dello spettacolo e dello sport italiano


Ad Aprilia una giornata tra incontri, sport e sostenibilità: ospiti nazionali, attività per famiglie e spettacoli fino a sera

Aprilia si prepara a vivere una giornata all’insegna dello sport, della sostenibilità e della partecipazione collettiva. Sabato 16 maggio torna infatti l’Eco Sport Day 2026, la manifestazione organizzata da Rida Ambiente presso il sito di via Gorgona, giunta alla sua seconda edizione e pronta a trasformarsi ancora una volta in un grande contenitore di eventi, incontri e attività aperte gratuitamente al pubblico.

L’iniziativa nasce con un obiettivo preciso: unire il mondo dello sport ai temi ambientali e alla cultura della sostenibilità, creando un momento di confronto concreto sui grandi temi che riguardano il territorio e il futuro delle comunità. Durante la giornata si parlerà infatti di economia circolare, trattamento dei rifiuti, gestione ambientale e sindrome Nimby, affrontando argomenti spesso al centro del dibattito pubblico attraverso interventi, testimonianze e approfondimenti.

Tra i momenti più attesi il talk dedicato all’ambiente, che vedrà la partecipazione di ospiti di rilievo nazionale come Chicco Testa, Jacopo Giliberto, Monica Tommasi dell’associazione Amici della Terra, il docente universitario Piero Sirini e l’avvocato Francesco Fonderico. A coordinare gli interventi sarà la giornalista del Tg5 Francesca Cenci. Grande curiosità anche per la presenza di Vincenzo Schettini, volto noto de “La fisica che ci piace”, capace di avvicinare migliaia di giovani alla scienza con un linguaggio diretto e coinvolgente.

Parallelamente ai momenti di confronto, l’evento offrirà un programma sportivo imponente, con strutture e attività distribuite lungo tutta l’area della manifestazione. Saranno presenti campi da calcio, basket, volley e rugby, oltre a spazi dedicati al salto in lungo, alla zumba, alla kickboxing e a percorsi ludici ispirati ai “giochi senza frontiere”, pensati per coinvolgere adulti, bambini e famiglie.

Numerosi anche gli ospiti del mondo sportivo. Ad Aprilia arriveranno Francesca Lollobrigida, campionessa olimpica e simbolo dello sport italiano, Simone Perrotta, campione del mondo con la Nazionale nel 2006, e Filippo Lanza, protagonista del volley italiano. Con loro momenti di incontro con il pubblico, premiazioni e testimonianze dedicate ai valori educativi dello sport.

Ampio spazio sarà dedicato anche al territorio e alle realtà associative locali. Parteciperanno scuole di danza, associazioni sportive, la palestra di Selciatella e l’associazione Raggio di Sole di Aprilia, contribuendo a trasformare la manifestazione in una vera festa della comunità.

Nel corso della giornata saranno organizzati laboratori dedicati al riuso creativo dei materiali di scarto, con attività rivolte soprattutto ai più giovani per promuovere una maggiore sensibilità ambientale attraverso esperienze pratiche e inclusive.

Non mancherà l’area ristoro, affidata a una cooperativa sociale, con proposte pensate per ogni esigenza alimentare, comprese opzioni vegetariane, vegane e gluten free. Previsti inoltre open bar, colazioni e punti ristoro attivi durante tutto l’evento.

Musica e spettacolo accompagneranno il pubblico dall’inizio alla fine della manifestazione: live music con il gruppo Galileo e cover dei Queen durante la pausa pranzo, DJ set e animazione diffusa renderanno l’atmosfera ancora più coinvolgente.

Gran finale in serata con la seconda edizione della “Rida Energy Night”, appuntamento dedicato alla kickboxing. Sul ring si contenderanno il titolo italiano ITMAO il campione Lorenzo Panaro e lo sfidante Stefan Duricic, in un match che si preannuncia tra i momenti più spettacolari dell’intera giornata.

Con l’edizione 2026, Eco Sport Day punta a consolidarsi come uno degli eventi più originali del territorio laziale, capace di mettere insieme sport, ambiente, formazione e socialità in un’unica grande esperienza aperta a tutti.

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La nuova strategia antiterrorismo di Trump prende di mira antifa, sinistra e Europa


Il documento di 16 pagine presentato dall'Amministrazione Trump ribalta l’approccio dell’era Biden, che era invece concentrato sui suprematisti bianchi, e inserisce per la prima volta gli antifa nei piani federali contro il terrorismo.

L'amministrazione Trump ha presentato mercoledì una nuova strategia nazionale antiterrorismo che mette al centro il contrasto alla violenza di sinistra, ad antifa e a quella che il documento definisce "ideologia di genere radicale". È la prima volta che un piano antiterrorismo della Casa Bianca cita esplicitamente il movimento antifa, segnando una netta discontinuità rispetto all'amministrazione Biden, che aveva invece concentrato gli sforzi federali sul suprematismo bianco e sui gruppi di estrema destra, come i Proud Boys.

Il nuovo documento, lungo 16 pagine, affronta anche la minaccia dei cartelli della droga, i rischi alla sicurezza nell'emisfero occidentale e la prevenzione dell'ingresso di armi di distruzione di massa nel territorio statunitense. Ma è il capitolo sulla violenza interna a segnare la svolta politica più evidente. "Le nostre attività di antiterrorismo daranno priorità anche alla rapida identificazione di gruppi politici secolari violenti la cui ideologia è anti-americana, radicalmente pro-transgender e anarchica", ha scritto Trump nel testo. Il presidente ha aggiunto che il governo userà "tutti gli strumenti costituzionalmente disponibili" per mappare questi gruppi, identificarne i membri e ricostruirne i legami con organizzazioni internazionali come antifa.

Sebastian Gorka, direttore per l'antiterrorismo dell'amministrazione Trump, ha parlato ai giornalisti di una "rinascita inquietante dell'ideologia violenta di sinistra" e ha collegato questa violenza all'ideologia di genere. Gorka ha citato tre casi recenti che le autorità attribuiscono alla disforia di genere: Aiden Hale, uomo transgender che nel 2023 uccise tre bambini di nove anni e tre adulti in una scuola cristiana di Nashville; Robin Westman, donna transgender che lo scorso anno uccise due bambini e ne ferì 28 in una chiesa cattolica di Minneapolis; Tyler Robinson, accusato dell'assassinio dell'attivista conservatore Charlie Kirk per la sua opposizione alle posizioni di Kirk sull'identità di genere.

I numeri sulla violenza di sinistra citati dall'amministrazione arrivano invece da uno studio del Center for Strategic and International Studies pubblicato lo scorso anno, secondo cui tale tipo di violenza è aumentata nell'ultimo decennio, soprattutto dopo la prima elezione di Trump nel 2016. Nel 2015 gli attentati e i piani terroristici di matrice di sinistra rappresentavano circa il 2% nel 2025 la quota è salita al 42%, il livello più alto mai registrato. Il 2025 è stato anche il primo anno dal 1994 in cui gli episodi di violenza politica di sinistra, 5, hanno superato quelli di destra, 1, e quelli di ispirazione jihadista, 2. Lo stesso studio, però, restituisce un quadro diverso sul lungo periodo: negli ultimi dieci anni gli estremisti di destra hanno compiuto 152 episodi di violenza negli Stati Uniti, uccidendo 112 persone, contro i 35 episodi e i 13 morti attribuiti alla sinistra. Gli attacchi jihadisti hanno causato 82 morti nello stesso arco di tempo.

È su questo squilibrio che si concentrano le critiche al piano. Matthew Levitt, esperto di terrorismo del Washington Institute, ha scritto su X che la strategia "non riconosce il terrorismo di destra come un problema" e ha definito la scelta "strampalata". Gorka ha replicato che anche i gruppi di destra non saranno immuni dall'azione federale in caso di violenza.

L'inserimento degli antifa nel piano anti terrorismo arriva dopo mesi di iniziative esecutive sullo stesso fronte. A settembre, dopo la morte di Kirk, Trump aveva firmato un ordine che designava il movimento antifa come organizzazione terroristica nazionale e incaricava il Dipartimento di Giustizia di "indagare, smantellare e disarticolare" le sue operazioni illegali. A marzo una giuria federale ha condannato per terrorismo 8 persone che l'accusa ha collegato al movimento antifa per una sparatoria avvenuta davanti a un centro per l'immigrazione in Texas: è la prima volta che l'accusa di sostegno materiale al terrorismo è stata contestata a presunti membri di antifa. La sentenza è attesa per il mese prossimo. L'azione si è estesa anche oltreconfine. Il Dipartimento di Stato ha designato come organizzazioni terroristiche quattro gruppi di sinistra europei: due in Grecia, uno in Germania e uno in Italia. Tale decisione blocca le risorse finanziarie di questi gruppi negli Stati Uniti e consente all'amministrazione di sorvegliare, indagare e perseguire i loro membri presenti sul suolo statunitense.

Il documento riserva alcune delle espressioni più dure all'Europa, definita un "incubatore di minacce terroristiche" alimentato dall'immigrazione di massa. "È chiaro a tutti che gruppi ostili ben organizzati sfruttano le frontiere aperte e gli ideali globalisti a esse associati. Più queste culture estranee crescono e più persistono le attuali politiche europee, più il terrorismo è garantito", si legge nel testo, che prosegue sostenendo che "in quanto culla della cultura e dei valori occidentali, l'Europa deve agire ora e fermare il suo declino voluto". Pur definendo le nazioni europee i partner antiterrorismo di lungo periodo più importanti per gli Stati Uniti, il rapporto afferma che il continente è insieme bersaglio del terrorismo e incubatore di minacce. La presa di posizione si colloca sulla scia della strategia di sicurezza nazionale pubblicata a dicembre 2025, che parlava di "cancellazione della civiltà" europea a causa dell'immigrazione.

Il secondo pilastro della strategia riguarda l'emisfero occidentale, espressione che nei documenti ufficiali americani comprende Nord e Sud America. La nuova dottrina prevede la neutralizzazione delle minacce emisferiche attraverso l'incapacitazione delle operazioni dei cartelli della droga. Da inizio settembre 2025 l'amministrazione conduce una campagna di attacchi militari contro imbarcazioni accusate di trasportare stupefacenti nelle acque latinoamericane, che ha causato almeno 191 morti. Il documento celebra anche la cattura, avvenuta a gennaio, dell'ex leader venezuelano Nicolas Maduro.

Il terzo asse della strategia è il contrasto al jihadismo internazionale. Sono indicati come obiettivi Al Qaeda, responsabile degli attacchi dell'11 settembre 2001, Al Qaeda nella Penisola Arabica, lo Stato Islamico dell'Iraq e della Siria, ISIS-Khorasan e i Fratelli Musulmani, descritti da Gorka come l'antenato dei moderni gruppi jihadisti. Il consigliere ha spiegato che i successi sul campo di battaglia hanno reso la minaccia più diffusa e meno centralizzata, come dimostra l'attacco con un camion a New Orleans il primo gennaio 2025. La strategia punta ora a tagliare i finanziamenti per il reclutamento. "Dobbiamo demoralizzare, degradare e delegittimare", ha detto Gorka. "Stiamo prendendo l'ideologia molto sul serio".

Un cambiamento di impostazione rispetto al passato riguarda il ruolo internazionale degli Stati Uniti. Gorka ha respinto l'idea che Washington debba difendere tutti i Paesi del mondo da ogni minaccia. "Rifiutiamo il concetto di poliziotto globale", ha dichiarato ai giornalisti. "America First non significa America da sola". Il consigliere ha annunciato che funzionari americani incontreranno gli alleati venerdì per discutere come rafforzare le rispettive strategie antiterrorismo. Tra le richieste c'è un maggiore coinvolgimento nella riapertura dello Stretto di Hormuz, dove l'Iran attacca il traffico commerciale. "Misureremo la vostra serietà come partner e alleati da quanto portate al tavolo", ha detto Gorka, aggiungendo che gli Stati Uniti si aspettano "di più" dai loro partner.

In una dichiarazione, Trump ha collegato la nuova strategia agli impegni assunti nei primi giorni del suo secondo mandato. "Come parte del mio impegno a difendere l'America da tutti i nemici, stranieri e interni, stiamo lavorando di nuovo per schiacciare la minaccia del terrorismo", ha affermato il presidente, ricordando il monito già pronunciato dopo la prima missione antiterrorismo della nuova amministrazione: "Se ferite gli americani o state pianificando di ferirli, vi troveremo e vi uccideremo".

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UniCredit: accordo per l'uscita parziale dalla Russia. Cessione a investitore degli Emirati Arabi


Addio a AO Bank tramite spin-off entro il 2027. Impatto da 3 miliardi ma beneficio patrimoniale di 35 punti base

UniCredit ha annunciato la firma di un accordo non vincolante finalizzato alla cessione di parte delle proprie attività in Russia a un investitore privato consolidato con sede negli Emirati Arabi Uniti. L’operazione rappresenta un ulteriore passo nel percorso di progressiva riduzione della presenza del gruppo bancario italiano nel mercato russo, avviato dopo l’inasprimento del contesto geopolitico e normativo internazionale.

Secondo quanto riferito dall’ANSA, l’acquirente individuato da UniCredit sarebbe un investitore “con relazioni di lungo corso con la comunità istituzionale e imprenditoriale locale”, nei cui confronti il gruppo bancario ha dichiarato di avere effettuato tutte le previste verifiche di conformità e due diligence richieste dalle normative vigenti.

L’operazione prevede una riorganizzazione strutturata delle attività della controllata russa AO Bank attraverso uno spin-off parziale. In base allo schema delineato, una parte delle attività verrà trasferita in una nuova entità separata (“New Bank”), che resterà interamente controllata da UniCredit, mentre la restante parte confluirà nella cosiddetta “Remaining Bank”, destinata a essere ceduta integralmente all’investitore emiratino.

La banca ha spiegato che il processo è stato progettato con l’obiettivo di garantire continuità operativa e stabilità sia per la clientela sia per i dipendenti coinvolti. Durante tutte le fasi della transazione, i clienti corporate occidentali e russi non soggetti a sanzioni continueranno ad avere accesso ai servizi di pagamento internazionale da e verso la Russia, in particolare nelle operazioni denominate in euro e dollari statunitensi.

Per quanto riguarda il personale della controllata russa, UniCredit ha sottolineato che la riorganizzazione consentirà la creazione di due istituti distinti, ciascuno con strategie operative e obiettivi autonomi. La banca ha evidenziato che la transizione sarà gestita in modo graduale e coordinato, con l’intento di limitare le ricadute organizzative interne.

Dal punto di vista finanziario, il gruppo prevede che l’operazione comporti un impatto negativo cumulato a conto economico compreso tra 3 e 3,3 miliardi di euro. Di questa cifra, circa 1,6-1,8 miliardi deriverebbero dall’effetto della riserva cambi contabilizzata a conto economico, componente definita dall’istituto come non monetaria e priva di effetti diretti sul capitale.

UniCredit ha tuttavia precisato che la transazione non avrà impatti sugli obiettivi di utile netto previsti dal piano strategico “UniCredit Unlocked 2028-2030”, poiché eventuali effetti negativi aggiuntivi rispetto alle ipotesi già incorporate verrebbero compensati da altre misure. Nessuna conseguenza, inoltre, sarebbe prevista sulla politica di distribuzione agli azionisti, dal momento che gli effetti dell’operazione saranno esclusi dal calcolo dell’utile netto ai fini distributivi.

Sul piano patrimoniale, l’istituto stima un beneficio complessivo sul capitale pari a circa 35 punti base. In particolare, l’impatto negativo iniziale stimato al closing, compreso tra 20 e 25 punti base, sarebbe compensato dalla significativa riduzione della perdita residua nello scenario estremo, che scenderebbe a circa 30-40 punti base rispetto ai circa 93 punti base registrati nel primo trimestre del 2026.

Il perfezionamento definitivo dell’operazione è atteso nel corso del primo semestre del 2027. La conclusione resta subordinata alla firma degli accordi vincolanti, all’attuazione dello spin-off previsto e all’ottenimento delle necessarie autorizzazioni da parte delle autorità regolamentari competenti.

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Gaza, crisi sanitaria: esaurito il 47% dei farmaci essenziali


Mancano anche l'87% dei reagenti di laboratorio e il 59% dei materiali di consumo. Ospedali al collasso, stop a diagnosi e cure urgenti

Secondo quanto riportato da Quds News Network, che cita dati diffusi dal Ministero della Salute di Gaza, il 47% dei farmaci essenziali nella Striscia risulta attualmente esaurito. Le autorità sanitarie locali riferiscono inoltre che il 59% dei materiali di consumo medicali e l’87% dei materiali destinati alle analisi di laboratorio non sarebbero più disponibili nelle strutture ospedaliere del territorio.

La situazione viene descritta come una delle più gravi registrate dall’inizio del conflitto. La carenza di medicinali starebbe compromettendo il funzionamento ordinario di ospedali, pronto soccorso e reparti di terapia intensiva, con effetti diretti soprattutto sui pazienti cronici e sui feriti che necessitano di cure continuative. Secondo le informazioni diffuse dal Ministero della Salute di Gaza, le scorte residue sarebbero insufficienti a garantire la continuità dei trattamenti in numerose strutture sanitarie ancora operative.

Tra i farmaci maggiormente interessati dall’esaurimento figurerebbero antibiotici, antidolorifici, medicinali per le emergenze e prodotti utilizzati nei reparti chirurgici e oncologici. Le autorità sanitarie locali sostengono che la riduzione delle forniture mediche in ingresso nella Striscia abbia aggravato progressivamente la crisi, limitando la capacità del sistema sanitario di rispondere alle necessità della popolazione civile.

Parallelamente, il forte deficit di materiali per laboratorio e banche del sangue starebbe causando rallentamenti nelle diagnosi e nelle procedure mediche più urgenti. In alcuni ospedali sarebbero già terminati i reagenti necessari per esami fondamentali, inclusi quelli impiegati nel monitoraggio dei pazienti in condizioni critiche.

Organizzazioni internazionali e agenzie umanitarie hanno più volte espresso preoccupazione per le condizioni del sistema sanitario nella Striscia di Gaza, definito “estremamente fragile” anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Secondo diverse fonti umanitarie, la disponibilità di medicinali, carburante e attrezzature mediche resta largamente inferiore al fabbisogno quotidiano necessario per sostenere le attività ospedaliere.

Il Ministero della Salute di Gaza ha quindi rivolto un nuovo appello alla comunità internazionale e alle organizzazioni umanitarie affinché vengano garantiti corridoi per l’ingresso di medicinali e forniture sanitarie, nel tentativo di evitare un ulteriore deterioramento dell’assistenza medica nella Striscia.

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Trump non ha ancora capito come funziona l'Iran


L'amministrazione punta sulla pressione economica e sul blocco dello Stretto di Hormuz, ma Teheran resiste e gli analisti dubitano che la strategia funzioni nei tempi sperati dal presidente.

Il presidente Donald Trump continua a cercare la formula vincente per piegare l'Iran, ma ogni nuovo strumento di pressione si è finora rivelato insufficiente. L'analisi del New York Times firmata da Steven Erlanger, corrispondente diplomatico per l'Europa che segue l'Iran dalla rivoluzione islamica del 1978-79, ricostruisce la sequenza di tentativi che non hanno prodotto il risultato cercato e illustra perché la strategia americana rischia di restare senza esito.

Il primo tentativo è stato l'attacco aereo del giugno scorso, che secondo Trump avrebbe dovuto "obliterare" il programma nucleare iraniano. È seguita la campagna aerea condotta con Israele a febbraio, pensata per provocare un cambio di regime e una sollevazione popolare. Poi è arrivata la scommessa sul blocco navale per spezzare il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz. Adesso il presidente ha annunciato un piano, di cui si conoscono pochi dettagli, per scortare fuori dallo stretto le navi rimaste bloccate. Teheran ha risposto con missili e droni, e per ora la maggior parte delle petroliere evita di attraversare il passaggio.

Funzionari e analisti sentiti dal quotidiano newyorkese ritengono che la convinzione di Trump di poter ottenere la capitolazione iraniana sia una lettura errata della strategia, della psicologia e della capacità di adattamento della Repubblica islamica. Il governo iraniano è convinto di avere il coltello dalla parte del manico e di poter sopportare la pressione economica più a lungo di quanto Trump possa tollerare il rialzo dei prezzi dell'energia provocato dall'interruzione del traffico nello stretto.

Ali Vaez, direttore del progetto Iran dell'International Crisis Group, ha dichiarato al New York Times che ogni volta che la pressione non ha prodotto il risultato cercato, Trump ha cercato un nuovo strumento di coercizione convinto che gli avrebbe consegnato la vittoria. Secondo Vaez la pressione può funzionare nel tempo, ma senza una porta aperta diventa un esercizio inutile: senza una via d'uscita che salvi la faccia e un accordo reciprocamente vantaggioso, non si arriva a nessuna intesa.

Suzanne Maloney, esperta di Iran e direttrice del programma di politica estera della Brookings Institution, ha osservato che gli Stati Uniti possono certamente infliggere ulteriori danni all'economia iraniana, ma Teheran ha resistito a pressioni superiori a quelle sopportate da qualsiasi altra economia nella storia, senza che ciò abbia provocato il collasso del regime o posizioni più ragionevoli. L'Iran è uno Stato così autoritario che mancano i meccanismi politici interni capaci di spingere verso il compromesso, e il regime giustizia regolarmente i manifestanti. Maloney si è detta scettica sul fatto che il blocco possa avere successo nei tempi necessari all'economia globale e alle prospettive di Trump nelle elezioni di metà mandato.

Martedì Trump ha definito "straordinario" il blocco americano dello Stretto di Hormuz, sostenendo che nessuno lo sfiderà. Ha ripetuto che "l'Iran vuole un accordo", accusando però i suoi leader di "fare giochetti", parlando con lui per poi negare in televisione di averlo fatto.

Sanam Vakil, direttrice del programma Medio Oriente e Nord Africa di Chatham House, ha spiegato al New York Times che il conflitto è una prova di forza tra due paesi che si conoscono poco, essendo stati raramente nella stessa stanza, e che hanno approcci culturali al negoziato molto diversi. Secondo Vakil il presidente non comprende davvero cosa spinge gli iraniani: non prendono decisioni in base al prodotto interno lordo, altrimenti avrebbero firmato un accordo anni fa.

Trump sembra aver sopravvalutato la difficoltà economica iraniana. Scommette sul fatto che la capacità di Teheran di stoccare il petrolio estratto ma non esportato si esaurirà presto, costringendo a concessioni significative. Il presidente ha sostenuto che se l'Iran non riprenderà a movimentare il greggio, l'intera infrastruttura petrolifera "esploderà", aggiungendo che secondo Teheran restano "circa tre giorni" prima che ciò accada. Si tratta di una sopravvalutazione evidente. Gli esperti sono divisi, ma alcuni ritengono che l'Iran abbia almeno diverse settimane prima di dover fermare le pompe. Ad aprile l'Iran esportava circa 1,81 milioni di barili al giorno e può ridurre la produzione continuando a stoccare petrolio in petroliere vuote o vecchie, ciascuna in grado di contenere circa due milioni di barili, spedendone una parte via strada e ferrovia verso il Pakistan. Durante il primo mandato di Trump, Teheran ridusse la produzione a circa 200 mila barili al giorno senza danni significativi alle infrastrutture.

Brett Erickson di Obsidian Risk Advisors ha dichiarato al quotidiano americano che l'Iran non è nemmeno vicino a iniziare a chiudere i pozzi. Le sanzioni e il blocco avranno qualche effetto, ma non esiste uno scenario realistico in cui producano il risultato necessario nei tempi utili al presidente, e questa è una delle ragioni per cui ora Trump sta tentando il nuovo piano per rompere il blocco iraniano. Anche se la guerra finisse oggi, ha aggiunto Erickson, ci vorrebbero diversi mesi prima del ritorno alla normalità.

In passato sanzioni americane e internazionali pesanti hanno effettivamente portato Teheran al tavolo delle trattative. Anni di colloqui condussero all'accordo nucleare del 2015, con cui l'Iran accettò limiti stringenti al programma di arricchimento per oltre un decennio in cambio della rimozione della maggior parte delle sanzioni. Teheran rispettò l'intesa, ma Trump nel 2018, durante il suo primo mandato, la abbandonò e reimpose dure sanzioni economiche nella politica della "massima pressione", per costringere a un accordo più restrittivo. Nonostante le forti difficoltà economiche e la decisione iraniana di ridurre drasticamente l'estrazione, non si arrivò a nessuna nuova intesa.

Un anno dopo, falliti i tentativi europei di aggirare le sanzioni americane, l'Iran iniziò a violare i limiti all'arricchimento. Da allora ha prodotto uranio altamente arricchito vicino al livello militare in quantità sufficiente, secondo le stime, a costruire dieci ordigni nucleari, qualora decidesse di farlo. Lo stock di circa 440 chilogrammi è ritenuto intatto, e Teheran ora afferma che non negozierà nulla sul programma nucleare finché le ostilità non cesseranno e non avrà garanzie sul fatto che non riprenderanno.

Colloqui riservati con gli americani proseguono perché il regime vede questo momento di stallo come un'occasione per risolvere il conflitto storico con gli Stati Uniti. Ma è cosa diversa dal cedere sotto coercizione. L'Iran vorrebbe un accordo, ha spiegato Vaez, ma i suoi leader sono convinti che arrendersi alla pressione inviti soltanto altra pressione futura. Per questo Teheran vuole mantenere il controllo dello stretto e imporre pedaggi per finanziare la ricostruzione, senza fidarsi della promessa di alcun presidente americano sulla rimozione delle sanzioni. Non vogliono sopravvivere a una guerra calda per congelarsi in una pace fredda.

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Anthropic userà il data center di Musk per raddoppiare i limiti di Claude


L'azienda di San Francisco userà l'intera capacità di calcolo del Colossus 1 di Memphis, raddoppiando i limiti di utilizzo per gli abbonati paganti e gli sviluppatori.

Anthropic ha annunciato mercoledì 6 maggio un accordo con SpaceX per utilizzare l'intera capacità del Colossus 1, il più grande centro dati di Elon Musk, situato a Memphis, in Tennessee. L'intesa permetterà alla rivale di OpenAI di superare la cronica carenza di potenza di calcolo che da mesi limita l'accesso al suo modello Claude, fornendo oltre 300 megawatts di nuova capacità entro la fine del mese, distribuita su più di 220.000 processori Nvidia.

L'annuncio è stato fatto da Ami Vora, direttrice dei prodotti di Anthropic, sul palco di Code with Claude, la conferenza annuale dell'azienda per gli sviluppatori. Vora ha spiegato che l'accordo consentirà di raddoppiare i limiti di utilizzo dei modelli Claude per gli abbonati ai piani Pro, Max, Team ed Enterprise, eliminando i tetti durante le ore di punta, e di aumentare in modo significativo il volume delle richieste che gli sviluppatori possono inviare al modello avanzato Claude Opus tramite l'Application Programming Interface.

We’ve agreed to a partnership with @SpaceX that will substantially increase our compute capacity.

This, along with our other recent compute deals, means that we’ve been able to increase our usage limits for Claude Code and the Claude API.
— Claude (@claudeai) May 6, 2026


Anthropic stava attraversando una fase critica. Molti abbonati professionali si lamentavano da tempo di esaurire la propria quota in meno di venti minuti con i modelli più potenti, e a marzo l'azienda era stata costretta a ridurre i limiti di utilizzo nelle ore di punta per mancanza di processori sufficienti a soddisfare tutte le richieste. Secondo i dati diffusi da Anthropic, lo sviluppatore medio passa ormai almeno venti ore alla settimana usando Claude Code, lo strumento di programmazione assistita dell'azienda.

La situazione di xAI, il laboratorio di intelligenza artificiale di Musk, è opposta. L'azienda si trova in sovraccapacità e utilizzava solo una piccola parte della potenza di Colossus. Il centro dati ospita decine di migliaia di chip Nvidia avanzati, dai modelli H100 e H200 ai più recenti GB200, ed è stato costruito in 122 giorni. La struttura è oggetto di forti critiche locali per l'inquinamento provocato dalle turbine a gas installate per alimentarla senza un permesso ambientale federale, e per il consumo massiccio di acqua. Il mese scorso manifestanti ambientalisti hanno protestato vicino a un incontro con gli investitori di SpaceX in vista della prossima quotazione in borsa.

Mercoledì pomeriggio Musk ha annunciato sul social network X che xAI sarà sciolta come società autonoma e completamente integrata in SpaceX, che l'aveva assorbita all'inizio di febbraio. La nuova entità si chiamerà SpaceXAI. Le attività di addestramento dei modelli di xAI sono state spostate sul Colossus 2, il centro dati gemello in costruzione nella stessa area.

L'accordo segna una svolta nei rapporti tra Musk e Anthropic. A febbraio il miliardario aveva accusato l'azienda di sviluppare un'intelligenza artificiale con pregiudizi razziali e sessuali, definendola misanthropic and evil e sostenendo che Anthropic odia la civiltà occidentale. Mercoledì Musk ha cambiato posizione, scrivendo su X di aver trascorso la settimana precedente con i dirigenti di Anthropic per capire come lavorano per garantire che Claude sia utile all'umanità, e di esserne rimasto colpito. Ha aggiunto che SpaceX fornirà capacità di calcolo anche ad altre aziende di intelligenza artificiale che si impegnano in modo analogo, con condizioni e prezzi equi, come già fa con i lanci satellitari per i concorrenti.

Nel comunicato che ha accompagnato l'annuncio, Anthropic ha precisato di aver espresso interesse a collaborare con SpaceX per sviluppare diversi gigawatts di potenza di calcolo orbitale, ovvero centri dati nello spazio. Si tratta di uno degli obiettivi principali di Musk e uno dei motori della prossima quotazione in borsa di SpaceX, prevista già per il mese prossimo. Ryan Mallory, amministratore delegato dell'operatore di centri dati Flexential, ha dichiarato a Reuters che il fatto che aziende serie discutano di capacità di calcolo nello spazio mostra quanto aggressivamente il mercato cerchi energia e dimensioni.

Same here.

By way of background for those who care, I spent a lot of time last week with senior members of the Anthropic team to understand what they do to ensure Claude is good for humanity and was impressed.

Everyone I met was highly competent and cared a great deal about…
— Elon Musk (@elonmusk) May 6, 2026


Per sostenere la crescita Anthropic ha rafforzato anche le partnership con i tre giganti del cloud computing. Ha rinnovato l'accordo con Amazon Web Services, suo partner storico, estendendolo a installazioni in Asia ed Europa, e ha siglato un'intesa multimiliardaria con Amazon. Secondo quanto riportato da The Information, l'azienda si è impegnata a spendere 200 miliardi di dollari per i servizi cloud e i chip TPU di Google. I contratti di Anthropic e OpenAI rappresentano ora più della metà dei 2.000 miliardi di dollari di ordini arretrati presso i principali fornitori di cloud computing come Amazon, Microsoft e Google, sempre secondo The Information. Anthropic addestra e fa funzionare Claude su una varietà di processori, dai trainium di AWS ai TPU di Google ai GPU di Nvidia.

L'azienda è impegnata in una battaglia diretta con OpenAI per fornire agenti di intelligenza artificiale alle imprese, programmi semiautonomi capaci di scrivere codice, analizzare grandi quantità di documenti o gestire pratiche mediche. Martedì Anthropic ha presentato dieci agenti pensati per banche, assicurazioni e gestori patrimoniali, in grado di redigere presentazioni commerciali, effettuare verifiche regolamentari o analizzare bilanci. Lo stesso giorno OpenAI ha annunciato una partnership con il colosso della revisione contabile PwC. Mercoledì Anthropic ha anche presentato una nuova funzione chiamata dreaming, attualmente in fase di anteprima per la ricerca, che permette ai sistemi di intelligenza artificiale di apprendere rivedendo il lavoro tra una sessione e l'altra, individuando schemi e aggiornando i file che memorizzano le preferenze degli utenti.

Anthropic, fondata nel 2021 da un gruppo di dirigenti e ricercatori usciti da OpenAI, è attualmente in trattativa con gli investitori per una raccolta di capitali che valuterebbe la società 900 miliardi di dollari, secondo quanto riportato dalla CNBC. L'azienda è anche in contenzioso con l'amministrazione Trump. A marzo il Pentagono ha dichiarato Anthropic un rischio per la catena di approvvigionamento, escludendola dai contratti con le forze armate statunitensi dopo il fallimento delle trattative sull'uso dei suoi modelli. Anthropic ha fatto causa all'amministrazione a San Francisco e Washington per ribaltare la decisione, e il procedimento è in corso. Nel frattempo il dipartimento della Difesa ha iniziato a usare il modello Grok di xAI insieme a quelli di altre aziende.

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Race for the Cure 2026: oggi al Circo Massimo iniziano quattro giorni per la salute e la solidarietà


Fino al 10 maggio Roma ospita la 27esima edizione della manifestazione di Komen Italia. Domenica la corsa al Circo Massimo, venerdì debutta "La Race sotto le stelle"

Da oggi 7 maggio fino al 10, il Circo Massimo diventa il più grande villaggio della prevenzione d'Italia. La Race for the Cure, alla sua 27esima edizione, porta a Roma quattro giornate gratuite di sport, medicina e intrattenimento sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica.

Protagoniste sono le "donne in rosa", donne che stanno affrontando o hanno affrontato il tumore al seno, punto di riferimento per le circa 56.000 donne che ogni anno in Italia ricevono questa diagnosi. "Si cammina, si corre o semplicemente si sta insieme per dare forza alle donne in rosa", ricorda il professor Riccardo Masetti, fondatore di Komen Italia, "condividendo emozioni, paure, speranze e gioie che accompagnano la difficile esperienza del tumore al seno".

Il momento centrale è domenica 10 maggio, con la partenza alle ore 10 da via Petroselli. Per la prima volta il percorso da 10 chilometri sarà aperto anche ai corridori amatoriali. Domani sera debutta invece "La Race sotto le stelle", una maratona di teatro-cabaret con Antonio Giuliani.

Quest'anno l'edizione si distingue per una spinta verso l'inclusione. Oltre ai percorsi medici gratuiti dedicati a fasce d'età specifiche, Komen Italia lancia tre nuovi progetti: uno rivolto alle donne over 65 escluse dai programmi regionali di screening, uno nelle carceri femminili e uno per le madri caregiver di figli con disabilità, categorie che, come osserva la presidente Alba Di Leone, tendono a mettere la propria salute in secondo piano. "È una grande festa che celebra la vita e la tenacia delle donne che si confrontano con questa malattia", conclude Di Leone.

In 26 anni Komen Italia ha investito oltre 35 milioni di euro in ricerca e prevenzione, raggiungendo oltre 310mila donne con esami gratuiti in 20 regioni. Un modello che la Race porta oggi al Circo Massimo e durante l'anno in altre sei città italiane: la prevenzione come rete nazionale, non come evento isolato.

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Quando lo Stato ti chiede di fare tutto dallo smartphone


Chi ha uno smartphone recente, una buona connessione e dimestichezza digitale riesce a cavarsela; tutti gli altri rischiano di perdersi tra notifiche, schermate poco chiare e aggiornamenti obbligatori.
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L'ultimo sportello: la trappola del cittadino digitale
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Sintesi audio: per ogni dato e riferimento fa fede il testo.

C’era una volta l’impiegato allo sportello: una presenza reale a cui poter dire «non capisco». Oggi quella voce è stata sostituita da un’interfaccia digitale. Ma quando l'app si blocca o il linguaggio burocratico si fa indecifraabile, il silenzio dello schermo è assoluto. Siamo naufraghi digitali, abbandonati a un software che non sa cosa sia l'aiuto e a un algoritmo che non prevede l'errore umano.

Per fare l’ISEE, chiedere un bonus, controllare un pagamento, non si va più alla sede Inps, non si fa la fila al Caf: si apre un’app, si cerca una voce di menu nascosta in mezzo alle altre e si spera di ricordare la password giusta.

La scena è sempre più comune. Una persona seduta al tavolo della cucina, lo smartphone in mano, l’ansia di sbagliare un passaggio. Prima lo SPID o la CIE, con l’app che chiede di inquadrare il volto o di inserire un codice. Poi l’accesso a Inps Mobile o a IO: notifiche arretrate, messaggi in burocratese, un elenco di servizi in cui non è immediato capire da dove si comincia. Il tutto mentre magari scorrono altre notifiche, di lavoro o familiari. Una pratica che una volta si faceva davanti a un impiegato ora si fa da soli, a casa, con il telefono che vibra.

Dal punto di vista delle amministrazioni, il ragionamento fila. Centralizzare in poche app la comunicazione con i cittadini riduce i costi, velocizza alcune procedure, permette di tracciare meglio le richieste. Un pagamento che prima richiedeva moduli, sportello, carte, oggi può viaggiare come una notifica o un messaggio in un’area riservata. Il modello è quello del «cittadino digitale»: meno carta, meno file, più autonomie.

Dal punto di vista di chi usa questi strumenti, però, la giornata si complica. Non basta più «avere diritto» a una prestazione: bisogna sapere che esiste, riconoscere la notifica giusta in mezzo alle altre, ricordarsi di aprire l’app quando serve, saper leggere schermate che non sempre parlano la lingua delle persone. Un cambio di versione del sistema operativo, un telefono che non supporta più gli aggiornamenti, una connessione ballerina possono bastare a trasformare una pratica in un incubo.

Il risultato è un welfare che si sposta, pezzo dopo pezzo, dentro lo smartphone. Non è di per sé un male. Può essere un enorme vantaggio per chi vive lontano dagli uffici, per chi lavora con orari rigidi, per chi ha una buona familiarità con gli strumenti digitali. Ma rende ancora più netto il confine tra chi possiede tutti i requisiti – dispositivo recente, connessione, competenze – e chi si muove al limite: telefono vecchio, giga contati, paura di sbagliare.

Dentro a queste app, lo Stato chiede al cittadino di diventare un po’ operatore di sé stesso. Compilare moduli, controllare date, interpretare messaggi di errore. Gli sportelli fisici restano, ma spesso come ultima istanza, non come prima scelta. E chi non riesce a districarsi tra SPID, PIN, codici temporanei si ritrova a dipendere da familiari, patronati, amici più smanettoni. La promessa di autonomia digitale rischia di tradursi, per alcuni, in una nuova dipendenza.

C’è anche un tema di fiducia e trasparenza. L’app ti dice che hai una comunicazione importante, ma non sempre è chiaro quanto sia urgente, che cosa succede se non la apri in tempo, come cambiano gli importi se non aggiorni un dato. Prima un errore veniva intercettato (non sempre, ma più spesso) da un essere umano allo sportello. Oggi può scivolare silenzioso in un sistema automatizzato, fino a trasformarsi in un conguaglio inatteso, in un bonus perso, in una richiesta di rimborso.

Il giorno in cui il tuo smartphone smetterà di aggiornarsi
Un giorno apri l’app store e ti compare un messaggio che non avevi mai visto: il tuo dispositivo non è più compatibile con l’ultima versione. Succede con un social, con l’app della banca, con il sistema operativo.
L'AnalistaMariza Cibelle Dardi


Per chi progetta queste piattaforme, il compito non è banale. Devono tenere insieme esigenze molto diverse: sicurezza elevata, rispetto delle norme, chiarezza per l’utente finale. Ma la logica con cui sono costruite resta, in molti casi, quella del ministero, non quella della cucina in cui si fanno i conti. Un linguaggio pensato per chi conosce già le sigle e le procedure, pochi test reali con persone che si avvicinano a quell’app solo una o due volte l’anno, quando serve davvero.

La domanda da farsi è meno tecnica di quanto sembri: che cosa significa, per un Paese, spostare una parte decisiva del rapporto tra cittadini e Stato dentro un oggetto che non tutti possiedono nelle stesse condizioni? Non parliamo solo di chi non ha uno smartphone – minoranza, ma non sparita – bensì di chi ha dispositivi al limite, connessioni precarie, poca dimestichezza.

Se l’accesso al welfare, alle agevolazioni, alle comunicazioni fiscali passa sempre di più da lì, il rischio è che il divario digitale non sia più solo una questione di «servizi in più» ma di diritti effettivi. Chi sta dalla parte comoda della frattura potrà gestire tutto in autonomia, magari in pausa pranzo. Chi sta dall’altra dovrà faticare il doppio, o rinunciare.

«Cittadino digitale» non dovrebbe significare «cittadino obbligato a essere bravo con le app». Dovrebbe significare che lo Stato usa il digitale per semplificare, non per scaricare complessità sulle persone. Se il primo contatto con una prestazione non è un volto dietro uno sportello, ma una schermata su uno smartphone, quella schermata è, a tutti gli effetti, la nuova faccia del welfare. Vale la pena chiedersi quanto sia leggibile, accogliente, umana. E chi resta fuori dall’inquadratura.

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Aggressioni antisemite negli Stati Uniti al livello più alto dal 1979


Nel 2025 l'Anti-Defamation League ha contato 203 aggressioni contro ebrei, tre vittime e un calo complessivo degli episodi del 33%. New York resta l'epicentro con 860 incidenti.

Le aggressioni fisiche contro ebrei negli Stati Uniti hanno raggiunto nel 2025 il livello più alto dal 1979. Lo ha reso noto mercoledì l'Anti-Defamation League (ADL), l'organizzazione che dal 1913 monitora l'antisemitismo nel paese, presentando il suo rapporto annuale sugli incidenti antisemiti.

Il quadro che emerge è ambivalente. Da un lato, gli episodi complessivi di antisemitismo sono diminuiti in modo significativo: l'ADL ne ha registrati 6.274 nel 2025, il 33% in meno rispetto al 2024. Si tratta comunque del terzo dato più alto mai rilevato. Dall'altro lato, la violenza fisica contro persone ebree è aumentata. Le aggressioni sono passate da 196 nel 2024 a 203 nel 2025 e quelle commesse con armi letali sono salite da 23 a 32.

Tre persone sono state uccise in attacchi antisemiti nel corso dell'anno. È la prima volta dal 2019 che negli Stati Uniti si registrano omicidi motivati da odio verso gli ebrei. Tra gli episodi più gravi ci sono una sparatoria al Capital Jewish Museum di Washington, un attacco con bottiglie molotov contro una manifestazione per gli ostaggi israeliani in Colorado e l'accoltellamento di un uomo ebreo a New York. Un ordigno incendiario ha inoltre colpito la residenza del governatore della Pennsylvania Josh Shapiro, che è ebreo, mentre la sua famiglia si trovava all'interno.

La distribuzione geografica conferma la concentrazione degli episodi nelle grandi aree metropolitane. New York guida la classifica con 1.160 incidenti e 90 aggressioni, seguita dalla contea di Los Angeles con 398 episodi e dal New Jersey settentrionale. La sola New York City ha registrato 860 incidenti, di gran lunga il dato più alto a livello nazionale.

Il calo più marcato si è verificato nei campus universitari, a lungo al centro delle polemiche per le proteste legate al conflitto a Gaza. L'ADL ha contato 583 incidenti negli atenei, il 66% in meno rispetto ai 1.694 del 2024. Gli episodi collegati alle manifestazioni contro Israele sono crollati dell'83%. L'organizzazione era stata criticata in passato per aver incluso nel conteggio le proteste pro-palestinesi, ma sostiene di considerarle solo quando emergono elementi chiaramente antisemiti, come l'uso di stereotipi.

Oren Segal, vicepresidente dell'ADL responsabile del contrasto all'estremismo, ha dichiarato ad Axios che il calo non va interpretato come un segnale di progresso. L'antisemitismo, ha spiegato, resta "normalizzato" nel dibattito pubblico e sui social media e si mantiene su livelli storicamente elevati. Segal ha sottolineato che gli ebrei negli Stati Uniti continuano a essere molestati, aggrediti e presi di mira in media 17 volte al giorno.

I dati preliminari dell'FBI esaminati da Axios mostrano che i crimini d'odio contro gli ebrei sono diminuiti nel 2025, mentre il totale dei crimini d'odio è rimasto storicamente alto. Quelli contro latinos e sikh hanno toccato il livello più alto mai registrato. Brian Levin, esperto di crimini d'odio che ha elaborato i dati preliminari, ha avvertito che le cifre relative agli episodi antisemiti potrebbero crescere quando altri dipartimenti di polizia invieranno i rapporti definitivi.

Il fenomeno non riguarda solo gli Stati Uniti. In Europa una serie di accoltellamenti, incendi dolosi e atti vandalici contro le sinagoghe ha portato all'apertura di indagini antiterrorismo e al rafforzamento delle misure di sicurezza per le comunità ebraiche. Un'analisi citata nel rapporto ha rilevato un aumento del 34% degli episodi antisemiti nel mondo dopo l'inasprimento del conflitto in Medio Oriente.

I dati raccolti dal Center on Extremism dell'ADL non includono solo i crimini d'odio in senso stretto, definiti come atti violenti motivati da etnia, colore della pelle, orientamento sessuale, religione o nazionalità della vittima. Comprendono anche casi di molestie verbali e discorsi tenuti nei campus universitari.

Tra le iniziative che secondo l'ADL stanno contribuendo a ridurre i pregiudizi antiebraici ci sono i programmi di costruzione di alleanze tra comunità diverse. La fondazione Blue Square Alliance Against Hate del proprietario dei New England Patriots Robert Kraft sta organizzando "cene dell'unità" che mettono insieme studenti neri ed ebrei per ricucire alleanze storiche indebolite dopo il 7 ottobre. Programmi simili come la Tikkun Olam Initiative e le collaborazioni tra Hillel e lo United Negro College Fund puntano sull'impegno tra comunità e sulla costruzione di coalizioni.
Antisemitismo negli Stati Uniti — FocusAmerica

ADL · Audit annuale 2025

Antisemitismo negli Stati Uniti


Gli incidenti complessivi calano del 33%, ma le aggressioni fisiche raggiungono il livello più alto dal 1979. Per la prima volta dal 2019, tre persone sono state uccise.

1 Aggressioni 2 Incidenti totali

La violenza fisica

Aggressioni antisemite negli Stati Uniti, 2020-2025


Le aggressioni fisiche contro persone ebree sono cresciute di oltre sei volte in cinque anni, raggiungendo nel 2025 il dato più alto dal 1979.

33 2020 88 2021 111 2022 161 2023 196 2024 203 2025

Il quadro generale

Incidenti antisemiti negli Stati Uniti, 2016-2025


Il totale degli incidenti, che include molestie, atti vandalici e aggressioni, scende a 6.274 nel 2025 dopo il picco del 2024. Resta comunque il terzo dato più alto mai registrato.

1.267 '16 1.986 '17 1.879 '18 2.107 '19 2.026 '20 2.717 '21 3.698 '22 8.873 '23 9.354 '24 6.274 '25

Fonte Anti-Defamation League — Audit of Antisemitic Incidents annuale. I dati 2020-2025 delle aggressioni e i totali 2016-2025 includono incidenti di molestie, vandalismo e aggressioni fisiche segnalati e verificati dal Center on Extremism dell'ADL.

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Abusi e stalking nella Nazionale Paralimpica: arrestato Matteo Bonacina


Omertà e minacce per coprire le violenze: l’inchiesta svela un sistema di soprusi sulle atlete azzurre tra ricatti sportivi e silenzi complici

Il campione paralimpico di tiro con l’arco Matteo Bonacina è stato posto agli arresti domiciliari nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Roma che ipotizza, a vario titolo, reati legati ad abusi sessuali, molestie e stalking ai danni di diverse donne appartenenti all’ambiente della nazionale italiana “Para-Archery”. L’indagine coinvolge anche il direttore tecnico della squadra nazionale, Guglielmo Donato Fuchsova, indagato per stalking aggravato.

La notizia è stata riportata dall’agenzia di stampa ANSA, che cita gli atti dell’ordinanza cautelare emessa dall’autorità giudiziaria romana. Secondo quanto emerge dalle accuse formulate dagli inquirenti, Bonacina avrebbe posto in essere, nel corso degli anni, comportamenti persecutori e molestie nei confronti di almeno sei donne, tra cui alcune atlete e componenti della nazionale paralimpica.

Gli episodi contestati coprirebbero un arco temporale iniziato nel 2013 e proseguito fino agli ultimi mesi. Gli investigatori descrivono una serie di condotte considerate reiterate e invasive: dalle presunte molestie fisiche all’invio di messaggi a sfondo sessuale, fino a richieste esplicite di rapporti e all’invio di immagini intime. Alcuni episodi sarebbero avvenuti durante trasferte sportive e raduni della squadra nazionale.

Tra gli elementi riportati nell’ordinanza vi sarebbe anche un episodio risalente al periodo delle Olimpiadi di Parigi 2024, quando Bonacina avrebbe chiesto a una atleta azzurra di consegnargli un perizoma rosso da utilizzare come “portafortuna”. In un’altra circostanza, sempre secondo l’accusa, avrebbe tentato di abusare sessualmente di una componente della delegazione nella stanza d’albergo in cui alloggiava.

L’inchiesta richiama inoltre un episodio del 2019 che avrebbe coinvolto una giovane arciere paralimpica allora quindicenne. Gli atti parlano di molestie avvenute nell’ambito delle attività sportive federali. Le presunte vittime avrebbero riferito agli investigatori di aver subito per anni un clima di forte pressione psicologica e intimidazione all’interno del gruppo sportivo.

Bonacina, campione del mondo nel 2023 in Repubblica Ceca, era già stato raggiunto da un provvedimento di sospensione cautelare disposto dal tribunale federale sportivo. Proprio la trasmissione di quella documentazione alla Procura di Roma avrebbe contribuito all’apertura dell’indagine penale. Nel provvedimento sportivo si faceva riferimento a presunti comportamenti di “abuso psicologico, molestia e abuso sessuale”.

Parallelamente, la Procura capitolina contesta al direttore tecnico Guglielmo Donato Fuchsova un ruolo omissivo e intimidatorio nella gestione della vicenda. Secondo l’impianto accusatorio, il dirigente avrebbe tollerato per lungo tempo le condotte attribuite all’atleta, pur essendo secondo gli inquirenti pienamente a conoscenza delle segnalazioni interne. Gli viene inoltre contestata l’aggravante di aver agito ai danni di persone con disabilità.

Nell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari si legge che il comportamento del direttore tecnico avrebbe contribuito a creare “un clima di terrore” all’interno della nazionale. Le atlete avrebbero temuto ripercussioni sportive e il rischio di esclusione dalle convocazioni qualora avessero denunciato gli episodi o manifestato dissenso. Secondo gli atti, Fuchsova avrebbe più volte invitato le sportive a “tollerare” i comportamenti dell’atleta in ragione dei risultati ottenuti in gara.

Il dirigente, attraverso una dichiarazione riportata dagli organi di stampa, ha respinto le accuse sostenendo di aver appreso “da fonti giornalistiche” del rigetto, da parte del giudice, della richiesta di misura cautelare avanzata nei suoi confronti dalla Procura. Fuchsova ha dichiarato di confidare “nell’operato della magistratura” e nell’esito del procedimento sportivo ancora pendente davanti al Collegio di Garanzia dello Sport.

Per quanto riguarda Bonacina, il gip sottolinea nelle motivazioni delle esigenze cautelari “la modalità compulsiva” con cui si sarebbero manifestate le presunte condotte. Il giudice parla di un quadro caratterizzato da “compulsività predatoria sessuale”, evidenziando come richiami, diffide e contestazioni ricevuti nel tempo non avrebbero prodotto alcun effetto dissuasivo.

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Le password non bastano più: l’allarme nel Password Day 2026 tra AI e hacker


In occasione della Giornata mondiale della password 2026, cresce l’allarme sulla sicurezza: anche le password complesse possono essere violate da AI, malware e reti criminali online. Ecco perché e quali alternative adottare
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Il panorama delle minacce informatiche si è trasformato in pochi anni in una vera e propria economia industrializzata del Cybercrime-as-a-Service (CaaS), oggi ulteriormente potenziata dall’intelligenza artificiale generativa. In questo contesto, il tradizionale consiglio di utilizzare password complesse con numeri e simboli appare ormai superato: anche una chiave di accesso lunga 16 caratteri può risultare inefficace se un malware di tipo infostealer riesce a estrarla direttamente dalla cache del browser, oppure se viene inconsapevolmente condivisa dall’utente in strumenti di AI non controllati. Per comprendere davvero il moderno ecosistema del furto di identità è necessario andare oltre la semplice schermata di login e osservare da vicino la relazione sempre più stretta tra dark web, Telegram e tecnologie basate sull’AI.

Case vacanza nei borghi italiani: gli stranieri prenotano 20 giorni prima | TechPerTutti
Secondo l’analisi di Ruralis su 574 strutture in tutta Italia, i turisti stranieri prenotano le case vacanza nei borghi con quasi tre settimane di anticipo rispetto agli italiani.
TechpertuttiGuglielmo Sbano


Il mercato sommerso ha subito un massiccio cambiamento di piattaforma - ha affermato David Gubiani di Check Point Software Technologies - i tradizionali forum del Dark Web vengono ora utilizzati principalmente per stabilire la credibilità dei venditori, mentre gli acquirenti vengono rapidamente indirizzati verso canali Telegram privati e bot automatizzati per transazioni immediate. Questo cambiamento ha accelerato la velocità con cui i dati rubati vengono monetizzati”.


Da un lato, l’eccesso di account compromessi nel settore intrattenimento e social ha fatto crollare i prezzi, con profili Facebook venduti a circa 45 dollari e account Gmail tra i 60 e i 65 dollari; dall’altro, nel comparto finanziario e aziendale i valori salgono sensibilmente, con carte di credito vendute tra i 10 e i 40 dollari ma accessi verificati a conti bancari o wallet di criptovalute che possono superare i 1.000 dollari. Ancora più redditizio è il mercato degli Initial Access Brokers, che vendono accessi diretti a reti aziendali tramite VPN o RDP: secondo Rapid7, il prezzo medio parte da circa 2.700 dollari e può superare i 113.000 dollari per credenziali con privilegi amministrativi elevati.

L'epidemia delle password


L'efficacia di questi database rubati dipende interamente dalla psicologia umana. Nonostante anni di avvertimenti, gli utenti continuano a riutilizzare le password, sostengono gli esperti di Check Point, e il 94% delle password viene riutilizzato su due o più account. I dati del Data Breach Investigations Report 2025 di Verizon mostrano che solo il 3% delle password soddisfa i requisiti di complessità; così,quando una piattaforma viene violata, gli attacchi automatizzati sbloccano istantaneamente i profili utente su centinaia di altri servizi.

La minaccia legata al fattore umano


Questo aspetto non riguarda solo il riutilizzo delle password. Si assiste a una moltitudine di dipendenti che inavvertitamente inseriscono informazioni sensibili aziendali direttamente negli strumenti di IA. Secondo il LayerX Browser Security Report 2025, il copia-incolla nei browser ha superato i trasferimenti di file come principale vettore di esfiltrazione dei dati aziendali. Un enorme 45% dei dipendenti utilizza attivamente strumenti di IA, e il 77% di questi utenti incolla i dati direttamente nei prompt dell'IA, il che è pericoloso. Secondo Check Point Research, nel mese di marzo 2026, 1 su 28 prompt GenAI inviati da ambienti aziendali presentava un alto rischio di fuga di dati sensibili, con un impatto sul 91% delle organizzazioni che utilizzano regolarmente strumenti GenAI. Quando questi strumenti di IA vengono compromessi, la società di intelligence sulle minacce Group-IB ha riferitoche almeno 225.000 set di credenziali OpenAI/ChatGPT sono stati messi in vendita sul dark web dopo essere stati raccolti da infostealer.

Apple WWDC 2026 torna la settimana dell’8 giugno: cosa aspettarsi
La Worldwide Developers Conference di Apple torna la settimana dell’8 giugno. L’evento dedicato agli sviluppatori porterà novità su iOS, macOS, AI e sull’intero ecosistema Apple
TechpertuttiGuglielmo Sbano

I suggerimenti degli esperti


Secondo Check Point, per contrastare un ecosistema di minacce sempre più evoluto è necessario adottare un approccio multilivello che superi definitivamente il concetto tradizionale di password. La prima linea di difesa passa dall’adozione di soluzioni passwordless basate su standard come FIDO2, che eliminano alla radice il rischio di phishing e furto di credenziali, rendendo inutilizzabili eventuali dati intercettati dagli attaccanti. Parallelamente, diventa fondamentale implementare un modello Zero Trust incentrato sull’identità, in cui ogni tentativo di accesso viene verificato con rigore attraverso l’integrazione tra sistemi di Endpoint Detection and Response (EDR) e Identity Threat Detection and Response (ITDR), così da individuare anomalie comportamentali sia sui dispositivi sia sugli account. Un ulteriore punto critico riguarda il browser, sempre più spesso utilizzato come vettore di attacco, soprattutto in combinazione con strumenti di intelligenza artificiale: per questo le aziende dovrebbero adottare browser aziendali o estensioni di sicurezza capaci di monitorare e bloccare la condivisione non autorizzata di dati sensibili. Infine, in un contesto in cui la vendita di credenziali avviene in tempo reale su canali sempre più accessibili, è indispensabile attivare un monitoraggio continuo del dark web e di piattaforme come Telegram, anticipando le minacce e individuando eventuali dati compromessi prima che vengano sfruttati dagli attori malevoli o immessi nei circuiti del cybercrime organizzato.


Chi prenota prima le case vacanza nei borghi italiani? I dati (e gli algoritmi) parlano chiaro


Nel settore degli affitti brevi, chi arriva prima vince. E a farlo meglio, almeno quando si parla di borghi italiani, sono i turisti stranieri. È quanto emerge dall'analisi interna di Ruralis, che gestisce 574 strutture su tutto il territorio nazionale. I dati relativi alle prenotazioni per il periodo aprile-giugno 2026 mostrano una differenza netta: gli ospiti internazionali prenotano con una finestra media di 99 giorni di anticipo, contro gli 80 giorni degli italiani. Quasi tre settimane di vantaggio che, tradotte in occupazione effettiva, possono fare la differenza tra una stagione piena e una a mezzo ritmo.

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TechpertuttiGuglielmo Sbano

La mappa dei mercati: chi prenota, quanto e con quanto anticipo


Sul fronte del volume, il mercato domestico guida ancora con circa il 59% delle prenotazioni totali. Tra gli stranieri, gli Stati Uniti si confermano il mercato più attivo con il 12%, seguiti da Germania (9%) e Francia (8%). Il restante 13% è distribuito tra altri mercati europei e internazionali. Tuttavia, se si incrocia il dato del volume con quello dell'anticipo, il quadro cambia radicalmente. A prenotare con maggiore anticipo sono, infatti:

  • Regno Unito: 128 giorni;
  • Australia: 116 giorni;
  • Germania: 112 giorni;
  • Paesi Bassi: 108 giorni;
  • Repubblica Ceca: 103 giorni;
  • Italia: 80 giorni.

È chiaro come questi dati non siano semplicemente una curiosità statistica, ma rivelano che l’ospite straniero, pianificando con ben quattro mesi di anticipo, ha quasi sempre aspettative precise, ha già scelto la destinazione in modo consapevole e tende a completare il soggiorno senza cancellazioni dell'ultimo minuto. Ancora una volta, i dati Ruralis confermano questo profilo: le strutture con politica di cancellazione moderata o flessibile e classificate come "entire home", ovvero intera proprietà esclusiva e non stanza privata, sono quelle che performano meglio tra le top 50 più prenotate.

I filtri che convertono: cosa cerca davvero chi prenota


Forse il dato più interessante dal punto di vista tecnologico riguarda i filtri di ricerca più utilizzati per il periodo primaverile. Ruralis ha analizzato il comportamento degli utenti sulle principali piattaforme e il risultato ribalta un luogo comune: per le destinazioni nei borghi, non è la posizione geografica a fare la differenza, ma l'esperienza promessa dall'annuncio.

I tre elementi più cercati, nell'ordine:

  1. Piscina o idromassaggio
  2. Vigneti e attività a contatto con la natura
  3. Vista mare

Sono tutti filtri esperienziali, non logistici. Chi cerca un borgo non digita "vicino a Roma" o "in Toscana": cerca cosa farà durante il soggiorno, non solo dove dormirà. Per un proprietario, questo significa che ottimizzare l'annuncio con le parole chiave e le foto giuste ha un impatto diretto sulla visibilità algoritmica sulle piattaforme di prenotazione.

DJI Osmo Pocket 4: nuove funzionalità di imaging
DJI Osmo Pocket 4 alza il livello dell’imaging portatile con nuove tecnologie video e funzionalità avanzate pensate per creator, vlogger e appassionati di contenuti digitali
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Il vantaggio competitivo è una questione di timing (e di dati)


Incrociando tutti i dati — anticipo delle prenotazioni, provenienza internazionale, filtri di ricerca e performance delle strutture — Ruralis traccia una finestra operativa chiara per i proprietari. Le strutture che performano meglio tra le top 50 più prenotate hanno due caratteristiche in comune: politica di cancellazione moderata o flessibile e classificazione come entire home, ovvero proprietà esclusiva.

“Quello che emerge con chiarezza per questa primavera è che i mercati esteri si muovono prima e con una disponibilità di spesa più alta. Di conseguenza, un proprietario che ha l'annuncio aggiornato e il calendario aperto in questo periodo ha un vantaggio competitivo concreto rispetto a chi aspetta l'estate per prepararsi", spiega Nicolas Verderosa di Ruralis.


Un patrimonio da valorizzare (anche con i dati)


Il quadro che emerge dalla ricerca di Ruralis va oltre la semplice analisi stagionale. In Italia esistono centinaia di migliaia di case nei borghi inutilizzate per gran parte dell'anno. Metterle a reddito attraverso gli affitti brevi significa non solo intercettare una domanda in crescita, ma anche preservare il valore dell'immobile nel tempo. E oggi, chi sa leggere i dati di prenotazione — anticipi, nazionalità, filtri di ricerca — ha uno strumento in più per farlo in modo efficace.


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L'FBI ha aperto un'indagine su una giornalista che ha scritto un articolo critico sul direttore Patel


L'inchiesta riguarda le fonti di un reportage di The Atlantic sulle abitudini lavorative di Patel. Si tratta di un caso insolito perché non coinvolge informazioni classificate. Il portavoce dell'FBI nega l'esistenza dell'indagine.

L'FBI ha avviato un'indagine penale sulle fughe di notizie concentrata su Sarah Fitzpatrick, giornalista di The Atlantic che il mese scorso ha firmato un articolo molto critico sulle abitudini lavorative del direttore Kash Patel. Lo hanno riferito a MS NOW due persone a conoscenza della vicenda. L'inchiesta è stata definita come "altamente insolita" perché non riguarda la divulgazione di informazioni classificate e perché appare invece focalizzata sulle fonti che hanno parlato con una reporter.

Secondo le fonti, l'indagine è condotta da agenti di un'unità specializzata con sede a Huntsville, in Alabama. Di norma, questo tipo di inchieste riguarda funzionari governativi sospettati di aver rivelato segreti di Stato o documenti classificati. I giornalisti che ricevono e pubblicano quelle informazioni sono stati tradizionalmente coinvolti solo come potenziali testimoni, non come oggetto dell'indagine.

Fitzpatrick aveva citato circa una ventina di fonti anonime in un lungo articolo in cui raccontava che il consumo di alcol e il comportamento irregolare di Patel avevano suscitato forte preoccupazione tra i funzionari dell'FBI. Secondo il reportage, Patel beveva fino a ubriacarsi e, in alcune occasioni, il suo servizio di sicurezza avrebbe avuto difficoltà a svegliarlo al mattino. Patel ha subito fatto causa a The Atlantic, sostenendo che l'articolo contenesse falsità e danneggiasse la sua reputazione. La testata e la giornalista hanno difeso il lavoro svolto, affermando di aver ricevuto ulteriori conferme dopo la pubblicazione.

Un'indagine di questo tipo potrebbe consentire agli agenti dell'FBI di ottenere i tabulati telefonici della giornalista, inserire il suo nome e le sue informazioni nei database dell'agenzia ed esaminare i suoi contatti sui social media. Non è noto quali passi investigativi siano stati compiuti finora. Le fonti che hanno parlato con MS NOW, alle quali è stato garantito l'anonimato per poter discutere liberamente di una questione delicata, hanno detto che tra alcuni agenti dell'FBI assegnati al caso c'è profonda preoccupazione per questo approccio. "Sanno che non dovrebbero farlo", ha detto una fonte. "Ma se non vanno avanti, potrebbero perdere il lavoro. Sei dannato se lo fai e dannato se non lo fai".

Il portavoce dell'FBI Ben Williamson ha però negato l'esistenza dell'indagine a MS NOW. "Questo è completamente falso. Non esiste alcuna indagine di questo tipo e la reporter che menzionate non è affatto sotto inchiesta", ha dichiarato. Ha poi aggiunto:

"Ogni volta che viene pubblicata una falsa affermazione da parte di fonti anonime che non viene contestata, i media si fanno passare per vittime tramite indagini che non esistono".


Da parte sua, in una dichiarazione a MS NOW, il direttore di The Atlantic Jeffrey Goldberg ha detto:

"Avremo ulteriori commenti da fare quando ne sapremo di più. Se fosse vero, si tratterebbe di un attacco vergognoso, illegale e pericoloso alla libertà di stampa e al Primo Emendamento. Difenderemo Sarah e tutti i nostri reporter che vengono sottoposti a molestie governative semplicemente per aver perseguito la verità".


Le regole del Dipartimento di Giustizia sui reporter


Il Dipartimento di Giustizia ha sempre applicato standard molto elevati per emettere citazioni in giudizio nei confronti dei giornalisti o per ottenere i loro tabulati telefonici nelle indagini penali. Storicamente, ha cercato testimonianze o registri di questo tipo solo nei casi di fughe di informazioni classificate e dopo che gli investigatori avevano esaurito tutti gli altri mezzi per identificare la persona, o le persone, responsabili della divulgazione illegale di materiale sensibile.

Durante le amministrazioni di George W. Bush e Barack Obama, l'FBI ha ottenuto solo molto raramente i tabulati telefonici dei reporter e nell'ambito di indagini su funzionari governativi sospettati di aver divulgato informazioni classificate in violazione dell'Espionage Act.

Durante l'Amministrazione del presidente Joe Biden, il procuratore generale Merrick Garland ha rafforzato ulteriormente le protezioni per le fonti dei giornalisti. La decisione è arrivata dopo la scoperta, all'inizio del 2021, che il Dipartimento di Giustizia, durante la prima presidenza Trump, aveva ottenuto segretamente i registri di giornalisti del Washington Post, della CNN e del New York Times nell'ambito di indagini sulle fughe di segreti governativi legati all'inchiesta sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016 e ad altre questioni di sicurezza nazionale.

Nel luglio 2021 Garland ha emanato una direttiva che vietava ai procuratori federali di sequestrare i registri dei giornalisti impegnati in normali attività giornalistiche, salvo circostanze straordinarie. Tra queste rientravano i casi in cui i reporter fossero sospettati di lavorare per agenti di una potenza straniera o per organizzazioni terroristiche, oppure situazioni che comportassero un rischio imminente per vite umane.

Nello stesso mese, Garland ha ordinato una revisione completa dell'uso, da parte del Dipartimento di Giustizia, di citazioni in giudizio e ordini rivolti ai fornitori di servizi telefonici e internet per ottenere testimonianze e registri dei reporter. La revisione ha portato, nell'ottobre 2022, all'adozione di una nuova e più ampia policy sui media che ha codificato le restrizioni e imposto ai procuratori federali di ottenere l'approvazione del procuratore generale per eseguire un mandato di perquisizione nella casa o nell'ufficio di un reporter, e quella del vice procuratore generale per citare in giudizio la testimonianza di un giornalista.

"Queste norme riconoscono il ruolo cruciale che una stampa libera e indipendente svolge nella nostra democrazia", ha dichiarato Garland nell'ottobre 2022. "Poiché la libertà di stampa richiede che i membri dei media abbiano la libertà di investigare e riportare le notizie, le nuove norme sono intese a fornire una protezione rafforzata ai membri dei media da certi strumenti e azioni delle forze dell'ordine che potrebbero ostacolare irragionevolmente l'attività giornalistica".

Ma la nuova Procuratrice Generale di Trump, Pam Bondi, ha abrogato la policy di Garland nell'aprile 2025, in meno di tre mesi dall'insediamento, abbassando così drasticamente gli standard richiesti ai procuratori federali per ottenere quei registri. Le modifiche introdotte da Bondi, tuttavia, hanno riconosciuto che richiedere testimonianze e registri dei reporter attraverso citazioni e mandati di perquisizione è una tecnica "da utilizzare solo come ultima risorsa".

I precedenti che coinvolgono altri giornalisti


Il mese scorso, il New York Times ha riportato che l'FBI aveva iniziato a indagare su una sua reporter per presunte violazioni delle leggi sullo stalking, dopo la pubblicazione di un articolo sul servizio di sicurezza dell'FBI assegnato alla fidanzata di Patel. L'FBI ha detto al giornale che, pur ritenendo "aggressivo" il metodo di lavoro della reporter, non stava portando avanti una indagine.

A gennaio 2026, l'FBI ha condotto una perquisizione autorizzata dal tribunale, e senza precedenti, nella casa della reporter del Washington Post Hannah Natanson, sequestrandole due computer, un registratore, un orologio Garmin, un telefono e un hard disk portatile. Natanson non era sotto indagine: l'inchiesta riguardava invece un amministratore di sistema con abilitazione di sicurezza top secret, accusato di aver ottenuto e condiviso illegalmente materiali classificati.

Due giudici federali hanno finora impedito al governo di esaminare i dispositivi della giornalista. Lunedì Natanson ha ricevuto il premio Pulitzer per il servizio pubblico per i suoi reportage sui licenziamenti di massa da parte del DOGE durante la riorganizzazione del governo federale voluta da Trump all'inizio del suo secondo mandato.

Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)

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Ucraina: la Norvegia stanzia 300 milioni di dollari per armi USA


Oslo guida il programma NATO PURL con un contributo record di 1,2 miliardi. Zelensky: "Fondamentale per la difesa aerea"

La Norvegia ha annunciato lo stanziamento di circa 300 milioni di dollari per sostenere l’acquisto di armamenti destinati all’Ucraina, nell’ambito del programma internazionale PURL (Prioritized Ukraine Requirements List), iniziativa coordinata in ambito NATO per accelerare la fornitura di equipaggiamenti militari.

Secondo quanto riportato da insiderua.net e confermato da fonti internazionali, il finanziamento pari a circa 2,8 miliardi di corone norvegesi sarà utilizzato per l’acquisizione di armi di produzione statunitense, con particolare attenzione ai sistemi di difesa aerea e ai missili antibalistici, attualmente considerati tra le priorità strategiche di Kiev.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha espresso pubblicamente il proprio apprezzamento per il contributo di Oslo, sottolineando come tali risorse consentano di colmare carenze critiche nella difesa del Paese, in particolare nel contrasto agli attacchi missilistici. Il capo di Stato ha evidenziato che il sostegno rientra in un impegno più ampio della Norvegia all’interno del programma PURL.

Nel dettaglio, Zelenskyy ha dichiarato che il contributo complessivo norvegese all’iniziativa supera 1,2 miliardi di dollari, rappresentando, allo stato attuale, il più consistente tra quelli messi a disposizione dai Paesi aderenti al meccanismo multilaterale.

Il programma PURL costituisce uno degli strumenti principali attraverso cui gli alleati occidentali finanziano direttamente l’acquisto di sistemi d’arma per l’Ucraina, con l’obiettivo di velocizzare le forniture e rafforzare le capacità difensive nel contesto del conflitto in corso con la Russia.

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La retromarcia di Trump sullo Stretto di Hormuz arriva dopo lo stop dell'Arabia Saudita


NBC News rivela un retroscena: l'Arabia Saudita ha sospeso l'uso delle sue basi militari dopo l'annuncio a sorpresa di "Project Freedom". Il presidente ha dovuto fare marcia indietro per ripristinare l'accesso allo spazio aereo saudita per i militari americani.

Il presidente Donald Trump ha dovuto fare marcia indietro sul piano per aiutare le navi bloccate ad attraversare lo Stretto di Hormuz, dopo che un Paese alleato chiave del Golfo – l'Arabia Saudita – ha limitato l’uso delle proprie basi e del proprio spazio aereo da parte delle forze armate statunitensi. A rivelarlo sono due funzionari americani a NBC News, secondo cui proprio questa decisione ha costretto la Casa Bianca a sospendere l’operazione.

Trump aveva sorpreso i suoi alleati del Golfo annunciando domenica pomeriggio sui social media il progetto, denominato "Project Freedom". L’annuncio avrebbe irritato, in particolare, la leadership saudita, che in risposta ha comunicato agli Stati Uniti che non avrebbe permesso più ai militari americani di far decollare aerei dalla Prince Sultan Airbase, a sud-est di Riyadh, né di sorvolare lo spazio aereo saudita per sostenere l’operazione. Una telefonata tra Trump e il principe ereditario Mohammed bin Salman non avrebbe risolto la questione, costringendo il presidente a sospendere Project Freedom pur di ripristinare l’accesso militare statunitense a quello spazio aereo, considerato cruciale.

Anche altri Paesi alleati del Golfo sarebbero stati colti di sorpresa. Il presidente avrebbe parlato con i leader del Qatar solo dopo l’avvio dell’operazione. Un diplomatico mediorientale ha riferito che gli Stati Uniti non si sono coordinati neppure con l’Oman su Project Freedom fino a dopo l’annuncio di Trump. Un funzionario della Casa Bianca ha però dichiarato che "gli alleati regionali sono stati informati in anticipo".
Il dietrofront di Trump su Project Freedom — FocusAmerica

Project Freedom · I retroscena dello stop

Project Freedom, le 36 ore
che hanno mostrato il vero peso di Riad


Trump annuncia domenica l’operazione per riaprire Hormuz. Trentasei ore dopo, il piano è già sospeso: l’Arabia Saudita ritira l’accesso alla Prince Sultan Airbase e al proprio spazio aereo, costringendo la Casa Bianca a fermare tutto.

Fonti: NBC News · PBS · Casa Bianca Aggiornato: 7 maggio 2026

Annuncio · Domenica
Trump lancia
Project Freedom
Si tratta di una operazione per scortare in sicurezza le navi attraverso lo Stretto di Hormuz, annunciata sui social

Stop · Martedì notte
Operazione
sospesa
La decisione arriva dopo che è stato fermato l'accesso alle Forze Armate americane alla base di Prince Sultan e allo spazio aereo del regno

Tra l'annuncio e lo stop sono passate circa 36 ore, e due sole navi sotto bandiera USA avrebbero completato il transito

Esplora la crisi
1 Cronologia 2 Le leve di Riad 3 Gli alleati 4 Negoziati

Le 36 ore di Project Freedom

Dall'annuncio sui social al dietrofront imposto da Riad


La sequenza ricostruita da NBC News mostra come l'operazione sia stata fermata dopo che l'Arabia Saudita ha vincolato la propria cooperazione militare con gli Stati Uniti al ritiro del piano.

Domenica pomeriggio
L'annuncio a sorpresa sui social
Trump comunica via social l'avvio di Project Freedom, operazione per rompere il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz. Gli alleati del Golfo non sono stati preavvisati.

Martedì mattina
Briefing al Pentagono e alla Casa Bianca
I responsabili della sicurezza nazionale illustrano l'iniziativa per buona parte della giornata. Il Comando Centrale annuncia il transito di due navi a bandiera americana, l'Iran smentisce.

Punto di rottura
Tra martedì e mercoledì
Riad blocca basi e spazio aereo
L'Arabia Saudita comunica agli Stati Uniti il divieto di far decollare i suoi aerei dalla base aerea Prince Sultan e di sorvolare il proprio territorio per sostenere l'operazione.

La telefonata
Trump-bin Salman: nessuna intesa
Una telefonata diretta tra il presidente e il principe ereditario saudita non risolve la questione. La Casa Bianca deve scegliere tra continuare l'operazione e l'accesso allo spazio aereo saudita.

~36 ore dopo l'avvio
Project Freedom viene sospesa
Trump ferma l'operazione e la presenta come "pausa breve" per finalizzare un accordo di pace. Le altre navi pronte al transito vengono fermate.

Cosa Riad ha negato a Washington

I tre asset sauditi che hanno bloccato l’operazione americana


Senza l’accesso alle basi e allo spazio aereo del regno, le forze Usa non avrebbero potuto operare lungo i confini iraniani. Secondo un funzionario americano, in alcuni casi non esistono alternative praticabili.

1

La base aerea Prince Sultan
A sud-est di Riyadh — pilastro dell'aviazione USA nel Golfo
Le Forze Armate americane vi mantengono caccia, velivoli cisterna e sistemi di difesa aerea. Riad ha autorizzato l'uso della base per sostenere la guerra in Iran, poi ha revocato temporaneamente il consenso dopo l'inizio di Project Freedom.
Accesso revocato

2

Lo spazio aereo saudita
Corridoio obbligato verso lo Stretto di Hormuz
Ai velivoli americani schierati nei Paesi vicini è stato consentito di sorvolare il territorio saudita per tutto il periodo della guerra in Iran. Riad ha bloccato anche questa autorizzazione dopo l'inizio del Project Freedom, isolando di fatto le forze USA dalla regione operativa.
Sorvolo negato

3

Il vincolo geografico
"Non esistono alternative", secondo un funzionario USA
«Per ragioni geografiche, serve la cooperazione dei partner regionali per utilizzare il loro spazio aereo lungo i confini»: così un funzionario americano a NBC News.
Fattore strutturale

Il fallimento del coordinamento

Come Trump ha sorpreso anche gli alleati del Golfo


L'operazione è stata lanciata via social senza una piena consultazione con i partner regionali. L'opposizione di Riad è il caso più clamoroso, ma non l'unico.

Arabia Saudita
Sorpresa dall'annuncio. La leadership saudita ha reagito con irritazione e ha imposto la sospensione dell'operazione come condizione per ripristinare l'accesso militare USA alle basi sul suo territorio ed al suo spazio aereo.

Veto Esito: stop al piano

Qatar
Trump avrebbe parlato con i leader del Qatar solo dopo l'avvio dell'operazione, secondo NBC News.

Avvisato dopo A operazione iniziata

Oman
Un diplomatico mediorientale riferisce che gli Stati Uniti non si sono coordinati con Muscat fino a dopo l'annuncio pubblico dell'operazione Project Freedom.

Nessuna coordinazione Solo dopo l'annuncio

La versione della Casa Bianca
Un funzionario della Casa Bianca afferma invece che "gli alleati regionali erano stati informati in anticipo": ricostruzione che però le fonti citate da NBC News contraddicono.

Il dopo Project Freedom

La pista diplomatica e la pressione in vista delle midterm

Penso che ci sia una buona possibilità che questa guerra finisca, e se non sarà così dobbiamo tornare a bombardarli a tappeto.Donald Trump · intervista a PBS

Gli attori sul tavolo

Proponente
Stati Uniti
Hanno presentato una nuova proposta. Trump punta a chiudere l'accordo con l'Iran prima del viaggio a Pechino della prossima settimana.

Mediatore
Pakistan
Teheran discuterà la nuova proposta con Islamabad, che agisce da intermediario tra le parti.

Destinatario
Iran
Sta esaminando la proposta. Ma un alto funzionario del Parlamento la liquida pubblicamente come irrealistica.

Le posizioni

Trump Ottimismo cauto, minaccia residua
"Vogliono fare un accordo. Nelle ultime 24 ore ci sono stati ottimi colloqui." Ma resta sul tavolo l'opzione di "tornare a bombardarli a tappeto".

Deputato iraniano Rifiuto pubblico
Un deputato iraniano ha definito la proposta americana come una "lista dei desideri che non diventerà mai realtà".

Giordania Lettura realista
"Gli iraniani non hanno più i mezzi economici per continuare. La loro economia sta fallendo, non possono più pagare gli stipendi."

La pressione interna
Sul presidente cresce la pressione politica in vista delle elezioni di midterm di novembre: i repubblicani devono difendere il margine ristretto alla Camera e la maggioranza al Senato. Allo stesso tempo, alcuni stretti consiglieri spingono Trump a "finire il lavoro" in Iran eliminando le residue capacità militari convenzionali del regime.

Fonti NBC News (ricostruzione di due funzionari americani e un diplomatico mediorientale), PBS (intervista a Trump), agenzia ISNA (dichiarazioni del Ministero degli Esteri iraniano), Comando Centrale USA · Aggiornato al 7 maggio 2026.

Il ruolo delle basi saudite e la protezione delle navi


Le Forze Armate americane mantengono aerei da combattimento, velivoli cisterna e sistemi di difesa aerea presso la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita. Riyadh aveva consentito agli Stati Uniti di far decollare aerei dalla base per sostenere la guerra in Iran, oltre a permettere agli aerei schierati nei Paesi vicini di sorvolare il territorio saudita. "A causa della geografia, è necessaria la cooperazione dei partner regionali per utilizzare il loro spazio aereo lungo i confini", ha spiegato un funzionario americano. In alcuni casi, ha aggiunto, non esistono alternative.

Trump aveva annunciato l’operazione Project Freedom nel fine settimana come uno strumento per rompere il blocco iraniano nello Stretto di Hormuz. I suoi principali responsabili della sicurezza nazionale hanno trascorso buona parte della giornata di martedì a illustrare l’iniziativa in briefing al Pentagono e alla Casa Bianca, prima che il presidente la interrompesse all’improvviso circa 36 ore dopo il suo avvio.

Secondo NBC News, le Forze armate statunitensi stavano preparando altre navi al transito attraverso lo Stretto quando l’operazione è stata fermata all’improvviso. Il Comando centrale degli Stati Uniti aveva annunciato in precedenza che due navi battenti bandiera americana erano riuscite ad attraversarlo, mentre l’Iran ha negato che il passaggio sia mai avvenuto. In un post sui social media, Trump ha cercato di ridimensionare lo stop, affermando che Project Freedom sarebbe stato invece "sospeso per un breve periodo di tempo" per verificare se un accordo per porre fine alla guerra potesse essere "finalizzato e firmato" entro quella finestra temporale.

I negoziati con l’Iran e la pressione su Trump


Intanto, l'Amministrazione Trump sta tentando di raggiungere un accordo negoziato per mettere fine alle ostilità. L’Iran sta esaminando una nuova proposta presentata dagli Stati Uniti, ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri Esmail Baghaei all’agenzia semiufficiale iraniana ISNA. Baghaei ha spiegato che Teheran ne discuterà con il Pakistan, che sta agendo da mediatore. Trump non ha fornito dettagli sul piano, ma ha sostenuto che la guerra potrebbe finire se "l’Iran accetta di fare ciò che è stato concordato". "Vogliono fare un accordo", ha detto dallo Studio Ovale, aggiungendo che nelle ultime 24 ore ci sono stati "ottimi colloqui".

Ma la verità è che la pressione politica sul presidente sta aumentando sempre di più in vista delle elezioni di midterm di novembre, quando i repubblicani dovranno difendere il loro ristretto margine di vantaggio alla Camera e la maggioranza al Senato. In un’intervista con PBS, Trump ha detto di sperare che i negoziatori statunitensi possano raggiungere un’intesa con il regime iraniano prima del suo viaggio a Pechino della prossima settimana, dove incontrerà il presidente cinese Xi Jinping. "Penso che ci sia una buona possibilità che questa guerra finisca, e se non sarà così dobbiamo tornare a bombardarli a tappeto", ha dichiarato.

Secondo diversi ex funzionari americani, alcuni stretti confidenti del presidente lo avrebbero incoraggiato a "finire il lavoro" in Iran, eliminando ciò che resta delle risorse militari convenzionali del regime. Intanto, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha incontrato mercoledì proprio i leader iraniani e ha affermato che è fondamentale mettere fine alla guerra il prima possibile. In un post sui social media, un alto funzionario del Parlamento iraniano ha però definito l’ultima proposta una "lista dei desideri che non diventerà mai realtà". Un funzionario giordano ha tuttavia dichiarato a NBC News che gli sforzi diplomatici in atto sono seri: "Gli iraniani non hanno più i mezzi economici per continuare. La loro economia sta fallendo, non possono più pagare gli stipendi".

Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)

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UK: carceri, detenuti stranieri costano 629 milioni di sterline


Analisi evidenzia il peso fiscale sul sistema penitenziario. Cresce il dibattito su rimpatri e accordi bilaterali

I contribuenti britannici sostengono un costo stimato di circa 629 milioni di sterline per la gestione dei cittadini stranieri detenuti nelle carceri del Regno Unito. Il dato emerge da un’analisi finanziaria riportata da ZeroHedge, che ha esaminato l’impatto economico della popolazione carceraria non britannica sul sistema penitenziario nazionale.

Secondo quanto evidenziato, la cifra comprende le spese operative complessive degli istituti penitenziari, tra cui sicurezza, personale, mantenimento delle strutture e servizi essenziali per i detenuti. A queste si aggiungono eventuali costi accessori legati alla gestione amministrativa e logistica dei cittadini stranieri, inclusi processi di identificazione, trasferimenti internazionali e cooperazione con le autorità dei Paesi di origine.

Negli ultimi anni, la questione è stata oggetto di dibattito politico e istituzionale nel Regno Unito. Alcuni osservatori sottolineano la necessità di rafforzare gli accordi bilaterali per il trasferimento dei detenuti nei Paesi d’origine, con l’obiettivo di ridurre i costi a carico dei contribuenti. Altri, invece, evidenziano come tali procedure possano risultare complesse e dipendenti da variabili giuridiche e diplomatiche.

Parallelamente, esperti del settore penitenziario richiamano l’attenzione sull’importanza di garantire standard adeguati di detenzione, indipendentemente dalla nazionalità dei detenuti, nel rispetto delle normative internazionali sui diritti umani.

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Canelli, il ritorno della tradizione


Il 20 e 21 giugno andrà in scena la rievocazione storica, ma senza battaglia
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Dopo dieci anni di assenza, il 20 giugno prossimo la città di Canelli è pronta a ritrasformarsi in un borgo seicentesco. Ci saranno ancora soldati, musici, artisti di strada, contadini e tutti i personaggi tipici dell’epoca, ma questa volta i fucili non spareranno nemmeno un colpo.

La rievocazione storica, che in passato attirava decine di migliaia di visitatori desiderosi di immergersi nel clima delle guerre di successione del Ducato di Monferrato (1613-1617), non si chiamerà più “Assedio”, ma “Canelli 1613”: un salto nel passato che riporta ai mesi precedenti agli scontri e ai conflitti bellici.

Una scelta dell’Associazione Colline 50 – subentrata al precedente gruppo storico nell’organizzazione dell’evento – e condivisa con l’amministrazione comunale, guidata dalla sindaca Roberta Giovine, dovuta alla volontà di ripartire con una versione light, così da riprendere gradualmente l’iniziativa e gestire al meglio le risorse economiche, tra le cause dello stop degli anni passati, in vista delle future edizioni della manifestazione.

«Vogliamo evocare il momento in cui si sentivano già rumori di guerra, ma non era ancora scoppiata. Sarà un assedio senza battaglia: un clima tranquillo, con animazioni e i primi accampamenti militari che iniziano a controllare chi entra nel borgo, se è amico o nemico», ha spiegato a L’Unica Mauro Stroppiana, vicesindaco di Canelli. «Il tentativo è di ripartire come era nata all’inizio la rievocazione: come una piccola manifestazione locale, una festa del paese dove tutti partecipavano».

Le origini

Per comprendere meglio l’importanza di questo evento, è utile fare un passo indietro. A raccontare le origini della manifestazione è uno dei fondatori, Pier Sergio Bobbio: «La rievocazione l’abbiamo ideata Giovanni Vassallo e io durante un memorabile viaggio tra Canelli e la Lunigiana, dove stavamo andando a incontrare un gruppo musicale da invitare a Canelli. L’idea nacque perché, all’epoca, la Regione Piemonte invitava i Comuni a ideare eventi turistici capaci di unire storia, gastronomia e territorio».

Lo spunto arrivò dalla musica. «Grazie a un assiduo frequentatore della biblioteca, Masino Scaglione, venni a conoscenza di un’opera lirica di fine Ottocento, “L’Assedio di Canelli”, che raccontava in forma tardo-ottocentesca un episodio eroico realmente accaduto agli inizi del Seicento. Scartata l’idea di riproporre l’opera, per la mancanza degli spartiti musicali – era rimasto soltanto il libretto – decidemmo di puntare su una rievocazione storica. Proprio durante quel viaggio gettammo le basi di quella che sarebbe diventata la rievocazione».

Dal 1992 prese così il via un evento destinato a diventare un punto di riferimento prima a livello regionale e poi nazionale. «Siamo arrivati ad avere quasi duemila figuranti in costume. I canellesi erano moltissimi: erano coinvolte quasi tutte le associazioni di volontariato, oltre alle scuole elementari e medie», ha raccontato Bobbio. «Molte associazioni offrivano pasti rigorosamente seicenteschi. Partecipavano anche gruppi provenienti dall’estero, in particolare da Inghilterra e Svizzera. È difficile fare stime precise, ma nei due giorni si ipotizzavano fino a 20 mila visitatori».
Una panoramica dell’area all’interno delle mura ricostruite su progetto di Carlo Leva, scenografo di Sergio Leone. Assedio di Canelli 2003 – Foto: Pier Sergio Bobbio
La storia

L’evento rievoca un episodio legato alle guerre di successione del Ducato del Monferrato, che all’inizio del XVII secolo coinvolsero anche Canelli, situata in un’area contesa tra i Savoia e il Monferrato, allora sotto influenza spagnola. Dopo la morte nel 1612 del duca di Mantova (e di Monferrato) Francesco IV Gonzaga – marito di Margherita, figlia di Carlo Emanuele I di Savoia – e del primogenito Francesco, il sovrano sabaudo cercò di espandere i propri domini sostenendo i diritti della nipote Maria, considerata l’unica erede legittima; a prendere il potere fu però il fratello minore del defunto, Ferdinando Gonzaga. Per rafforzare la propria posizione il principe di Piemonte tentò allora di ottenere l’appoggio di Francia, Venezia e altri Stati italiani, senza però riuscirvi. Decise quindi di agire militarmente, occupando centri strategici come Trino, Alba e Moncalvo. Nonostante le intimidazioni del governatore spagnolo di Milano, arrivò a dichiarare guerra alla Spagna, una delle maggiori potenze europee di quel periodo. Il conflitto si concluse nel 1615 con la pace di Asti, con la quale Carlo Emanuele I accettò di smobilitare l’esercito e di rinunciare alle proprie pretese sul Monferrato.

A riassumere che cosa successe alla città ci sono le parole di Oscar Bielli, sindaco per tre mandati a partire dal 1994: «Nel giugno del 1613, approfittando della scarsa presenza di soldati nelle fortificazioni, Carlo Gonzaga, duca di Nevers, attraversò il fiume Belbo con un reggimento di cavalleria, uno di fanteria e diversi cannoni, ponendo l’assedio alla città. Le truppe monferrine tentarono in più modi di entrare in Canelli, ma la piccola guarnigione rimasta fu aiutata in modo determinante dalla popolazione che, con non pochi sacrifici, riuscì a resistere a tutti gli attacchi e a reagire in modo decisivo. I nemici furono costretti a ritirarsi con grande gioia di tutta la popolazione. Il duca di Savoia per ringraziamento e per premiare gli uomini e le donne di Canelli del loro comportamento li esentò per 30 anni, con apposito decreto, dal pagamento delle tasse».

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Ricreando questa atmosfera, durante la rievocazione i visitatori si trovavano immersi in un continuo via vai di soldati e ufficiali, tra spari di artiglieria, combattimenti e scene di vita quotidiana: contadini in fuga con i loro animali, carri carichi di suppellettili, osterie e taverne animate anche da malfattori e accattoni. Non mancavano controlli e ispezioni a sorpresa. A tutti venivano infatti consegnati due documenti da portare sempre con sé. Il primo, chiamato “Tiletto” e vidimato nelle postazioni militari disseminate lungo il borgo, fungeva da lasciapassare, permettendo ai visitatori di dimostrare di non essere nemici ed evitare così la gogna o la berlina. Il secondo era la “Bulletta di sanità” che attestava la buona salute e certificava di non essere “appestati”.

La nuova edizione senza la battaglia

Da questa eredità, ma alla luce di nuove esigenze e con un diverso gruppo organizzatore, la macchina è ripartita. La proposta di rilanciare la manifestazione arriva dall’associazione Colline 50, composta da giovani canellesi desiderosi di animare la comunità.

«Questo non sarà più l’Assedio di Canelli come lo ricordavamo. Si chiamerà “Canelli 1613” perché ci collochiamo due o tre mesi prima del grande assedio», ha spiegato a L’Unica Elena Trinchero, presidente di Colline 50. «Siamo affiancati da storici, tra cui Alessandro Fiscelli, e supportati da Gianluigi Bera e Annamaria Tosti, che ci guidano verso una ricostruzione il più possibile corretta».
Assedio di Canelli 2000 – Foto: Morra
L’obiettivo è creare un momento di festa: «Ci saranno giochi, taverne, osterie, musiche e spettacoli. Vogliamo riprodurre una Canelli seicentesca viva, allegra e giovane, con anche un grande mercato storico». Ampio spazio sarà dedicato ai più giovani, con il coinvolgimento delle scuole – dall’infanzia alle superiori – e con il contributo degli studenti dell’indirizzo turistico, ai quali è stata affidata la gestione del canale TikTok dell’evento. «Puntiamo molto sui ragazzi: ci sarà anche il gruppo Canelli Crew, che si occuperà dei giochi storici e di coinvolgere sia adulti sia bambini», ha aggiunto Trinchero.

La manifestazione si svilupperà su due giornate: «Sabato 20 giugno si inizierà intorno alle 17 e si proseguirà fino a mezzanotte; domenica 21 dalle 10 alle 18». Il percorso interesserà gran parte della città, partendo da piazza Cavour (all’altezza dell’infopoint) e attraversando via 20 Settembre, piazza Aosta, via G. B. Giuliani e piazza Gioberti fino a San Tommaso, per poi proseguire verso la Sternia e raggiungere il piazzale Villanuova, coinvolgendo anche il centro storico alto.

I costi e la sostenibilità

«Abbiamo deciso di non riproporre la “Grande Battaglia”, sia per una questione economica, dato che i costi oggi sono molto elevati, sia per motivi legati alla sicurezza. L’evento sarà più contenuto, ma comunque molto coinvolgente». L’organizzazione resta in capo all’associazione Colline 50: «Siamo un gruppo piccolo, quattro o cinque persone attive e, per questo, avevamo bisogno di un supporto logistico da parte dell’amministrazione. Abbiamo inoltre avviato una collaborazione con la Fondazione Egri di Torino per gli aspetti teatrali e organizzativi. Saranno coinvolte cinque pro loco e tutti i ristoranti canellesi, sia all’interno sia all’esterno delle mura».

Anche per il vicesindaco Mauro Stroppiana il tema dei costi è centrale per il futuro dell’iniziativa, in modo che non si arresti più come avvenuto sotto la giunta Gabusi. «Dieci anni fa non si parlava di sostenibilità; oggi è un tema imprescindibile su tutti i fronti. Abbiamo scelto di realizzare una manifestazione basata su un forte coinvolgimento delle risorse locali, del volontariato e dei finanziamenti raccolti tramite sponsor», ha spiegato Stroppiana. «Dalle dichiarazioni del 2016, che non ho motivo di ritenere inesatte, emerge come si fosse arrivati a una situazione finanziariamente non più sostenibile, anche a causa di una macchina organizzativa molto complessa. Forse, con il tempo, erano venute meno anche le motivazioni».

Il 2026 sarà quindi un anno pilota per valutare come proseguire. «Non puntiamo alla perfezione, altrimenti si rischia di non partire mai. Una città dinamica è una città che sperimenta e accetta di mettersi alla prova», ha aggiunto il vicesindaco. «Se qualcosa non funziona, lo si corregge senza polemiche. È successo anche con le luci di Natale: il primo anno è stato difficile, mentre l’anno scorso sono state apprezzate da tutti. Quando si avviano nuovi progetti si fanno investimenti. Siamo una città industriale, abituata a sperimentare».

L’appuntamento per “Canelli 1613” è il 20 e il 21 giugno 2026 a Canelli, in provincia di Asti. A questo link trovate tutte le informazioni necessarie.


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Mattoncino su mattoncino viene su un grande mondo, quello di Lego. A dire il vero, più che un mondo è un universo con molte sfaccettature: gioco per bambini o per incalliti collezionisti, strumento di comunicazione e socializzazione, può diventare espressione artistica oppure, addirittura, essere leva imprenditoriale. Dal 9 maggio, a Savigliano, Lego sarà anche una mostra. Una di quelle che cambiano il modo di osservare. Si chiama “Monumentini”, e sarà allestita a Palazzo Muratori Cravetta.

Una mostra dove i monumenti italiani non sembrano più distanti o addirittura irraggiungibili: diventano accessibili. Con i mattoncini si mette in atto un ribaltamento sottile, ma evidente. La Mole Antonelliana, il Duomo di Milano o la Fontana di Trevi non perdono importanza nella versione in scala. Al contrario, acquistano chiarezza. Come se togliere grandezza restituisse senso.

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Costruire, smontare, ricostruire

L’autore dei “monumentini” è Luca Petraglia, artista milanese, classe 1991. «Da un certo giorno non ho più smesso di costruire e i mattoncini Lego sono diventati la mia arte», ha raccontato a L’Unica. Quel “certo giorno” risale a quando era bambino, quando una scatola aperta per caso è diventata un gioco irrinunciabile. Tutto il percorso artistico di Petraglia è all’insegna della continuità e di un mantra inesauribile: «Costruire è tanto importante quanto smontare e poi ricostruire».

Le opere sono interpretazioni fedeli. Petraglia lavora sulla struttura, sulla geometria, sull’equilibrio degli edifici. Elimina il superfluo, trattiene l’essenziale. È una forma di sintesi, più che di riproduzione.
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«Mi è sempre piaciuto riprodurre le città», ha detto ancora. Infatti, ciò che emerge dal suo lavoro non è una sequenza di monumenti isolati, ma un vero sistema che si sviluppa in una sorta di geografia culturale. In ogni città, anche la più piccola, c’è un edificio che la rappresenta: spesso è una chiesa, un centro, un punto di riferimento per gli abitanti.

Il lavoro di Petraglia parte proprio da lì, dalla funzione dei luoghi, prima ancora che dalla loro forma. Ma un altro elemento attraversa tutte le opere: il tempo. Costruire con i Lego significa accettare una lentezza inevitabile. Non esistono scorciatoie. Ogni errore impone di tornare indietro, smontare e rifare. È un processo che assomiglia più all’artigianato che alla produzione di una multinazionale del gioco. E infatti Petraglia lavora per stratificazione, per tentativi. Nel suo studio, passa anche quindici ore al giorno tra i mattoncini. Un dato che più che stupire, spiega: dietro all’apparente leggerezza del risultato c’è una disciplina rigorosa.

A volte può succedere che il contesto che accoglie la mostra amplifichi il messaggio. Fino a domenica 3 maggio i “monumentini” di Petraglia sono esposti nell’Imbiancheria del Vajro, a Chieri, sulla collina torinese. Non è una sala neutra, ma uno spazio che porta con sé una storia industriale, una memoria concreta. Qui i “monumentini” dialogano con macchinari, filature e, ancora una volta, trasformazioni. Anche la ciminiera distrutta nel 2019 è ritornata, ricostruita in miniatura. Non come nostalgia, ma come presenza.
Foto: Profilo Facebook di Luca Petraglia
Non soltanto bambini

Il pubblico risponde: famiglie, curiosi e persone che forse non entrerebbero mai in una mostra di architettura. Gli appassionati, ovviamente, rappresentano la parte più rilevante. Del resto, ci sarà un motivo se esistono in tutto il mondo gruppi organizzati di giocatori. Anche a Cuneo, dove dal 2016 i soci di Alter Lego organizzano incontri per ritrovarsi e costruire ogni volta nuove esperienze marchiate Lego, alternando mostre (l’ultima il 29 marzo alle Gallerie del territorio a Madonna dell’Olmo) alle attività di sostegno per i bambini ricoverati in ospedale.

Ma l’azienda danese che dal 1932 costruisce i mattoncini ha fondamenta ben più solide di quelle in plastica bucherellata. Nel 2025 ha chiuso con ricavi in crescita a doppia cifra e utili in aumento. Un dato in forte controtendenza, quando una parte consistente del settore giocattoli rallenta tra inflazione, contrazione dei consumi e cambiamento delle abitudini. Questo proprio perché Lego non è soltanto un produttore di giocattoli ma un ecosistema con set per bambini, collezioni per adulti, collaborazioni con grandi franchise, prodotti sempre più complessi e segmentati. Non esiste più un solo pubblico. Esistono pubblici diversi, con esigenze diverse.

Negli ultimi anni il segmento degli adulti è diventato centrale. Non è un dettaglio. È un cambio di paradigma. Il mattoncino non è più solo gioco, ma esperienza. Costruire diventa un’attività che ha a che fare con il tempo libero, con la concentrazione, perfino con il benessere. In questo senso Lego intercetta una domanda nuova: quella di attività manuali, lente, in un contesto sempre più digitale.

Se ti interessa partecipare alla mostra “Monumentini” a Savigliano a questo link trovi tutte le informazioni necessarie.

Un “gioco serio” per i manager

Che Lego non sia solo montare mattoncini su mattoncini lo sanno bene i manager che hanno sperimentato il metodo Lego serious play, pensato per aiutare a lavorare sulle idee attraverso modelli tridimensionali. L’obiettivo? Migliorare comunicazione, creatività e capacità di affrontare problemi complessi. Chi utilizza questo metodo lo spiega in modo diretto: costruire con le mani permette di «rendere visibili concetti che altrimenti resterebbero astratti». Un approccio che, a prima vista, può sembrare paradossale: usare un gioco per affrontare temi complessi come strategia, identità aziendale o gestione dei conflitti.

«È un metodo sviluppato 22 anni fa e che ha portato alla creazione di uno spin-off della Lego. È una strategia che mira a sbloccare un potenziale che altrimenti rimarrebbe inespresso», ha spiegato a L’Unica Per Kristiansen, manager danese che ha divulgato in Piemonte questa metodologia. «Tutti lavorano con l’idea di fare bene, ma non sempre riescono a trovare le parole per dirlo. Con questo percorso acquisiscono una voce. Il principio è semplice. I partecipanti costruiscono con i mattoncini modelli che rappresentano idee, problemi o scenari. Non si parte da una discussione astratta, ma da un oggetto concreto. Con i Lego i bambini costruiscono la loro realtà e il concetto vale anche per gli adulti: i mattoncini sono una metafora. Questo permette di rispondere anche alle domande più difficili, come ad esempio: chi sei?».

La risposta non arriva dalle parole, ma da ciò che si costruisce. «Sì, perché quello scenario che realizziamo dice chi siamo, chi vorremmo essere, chi sono i nostri antagonisti. Così, sul piano del business, emerge anche che cosa manca all’azienda, quali valori». Il lavoro si sviluppa in gruppo. Ogni partecipante costruisce il proprio modello, ma il passaggio decisivo arriva alla fine, quando tutto viene unito. «La riunione si conclude con una sintesi: si crea un’unica struttura, un paesaggio che unisce tutte le creazioni e in qualche modo le comprende. Ci sono fili che collegano i lavori: è lì che emerge la visione comune». Il metodo viene utilizzato in contesti diversi: dal team building al problem solving, fino alla simulazione di scenari complessi. «Può essere utile per valutare situazioni reali. Ad esempio, se crolla la borsa: quali sono le conseguenze possibili?».

Gioco, formazione, arte: tutti i volti dei mattoncini

Poi c’è la sostenibilità. Tema centrale, ma anche delicato. Lego ha investito in materiali alternativi alla plastica tradizionale, in processi produttivi più efficienti, in un racconto aziendale che mette al centro la responsabilità ambientale. Non è un percorso concluso, ma è diventato un elemento identitario. Tutto questo spiega la crescita, ma non basta ancora. Lego è uno dei pochi prodotti che riesce a stare contemporaneamente in più dimensioni. È gioco, ma anche collezione. È passatempo, ma anche strumento educativo. È oggetto, ma anche linguaggio.

E qui torniamo a ciò che si vedrà in mostra a Savigliano. Il lavoro di Luca Petraglia è una dimostrazione concreta di questa trasformazione. I mattoncini diventano architettura, racconto, interpretazione. Non perdono la loro natura, ma la estendono. Che cosa resta dopo aver visitato la mostra? Non solo la meraviglia tecnica o la precisione dei dettagli. Ma la sensazione che costruire sia ancora uno dei modi più concreti per capire il mondo.

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La rassegna stampa di giovedì 7 maggio 2026


L'Iran valuta la proposta di pace degli Stati Uniti mentre Trump minaccia nuovi bombardamenti. I democratici criticano la testimonianza di Lutnick sui legami con Epstein

Questa è la rassegna stampa di giovedì 7 maggio 2026

L'Iran valuta la proposta di pace americana per porre fine alla guerra


L'Iran sta esaminando una proposta di pace americana di una pagina per porre fine al conflitto che ha chiuso lo Stretto di Hormuz da oltre due mesi. Il presidente Trump ha dichiarato che la guerra "finirà rapidamente" se l'Iran accetterà l'accordo, minacciando al contempo bombardamenti "a un livello e intensità molto più alti" in caso di rifiuto. Il Pentagono ha confermato di aver attaccato una petroliera iraniana che tentava di violare il blocco americano.

Fonti: Bloomberg Politics, BBC News, The Hill News

I democratici attaccano la testimonianza di Lutnick sui legami con Epstein


Il segretario al Commercio Howard Lutnick ha testimoniato davanti al Comitato per la supervisione della Camera sui suoi legami con Jeffrey Epstein, dopo che i documenti hanno rivelato contatti continuati anche dopo la condanna dell'ex finanziere. I democratici hanno definito la sua testimonianza "disonesta" e un "insabbiamento scandaloso", con il deputato Ro Khanna che ha affermato che Trump lo licenzierebbe se vedesse il video della deposizione.

Fonti: NYT > Top Stories, The Hill News, US news | The Guardian

Un giudice rilascia la presunta nota di suicidio di Epstein


Un giudice federale ha reso pubblica per la prima volta una presunta nota di suicidio scritta a mano da Jeffrey Epstein, che il suo ex compagno di cella disse di aver trovato nascosta in un romanzo grafico. La nota è stata rilasciata nell'ambito del procedimento legale del compagno di cella di Epstein, anche se il New York Times non ha potuto autenticare che sia stata effettivamente scritta da Epstein.

Fonti: NYT > Top Stories, The Hill News, US news | The Guardian

Un giudice stabilisce che l'FBI può tenere le schede elettorali della Georgia


Un giudice federale ha stabilito che il Dipartimento di Giustizia può trattenere le schede elettorali del 2020 e altri materiali sequestrati dall'FBI dalla contea di Fulton in Georgia. La decisione è legata alle affermazioni non provate del presidente Trump secondo cui le elezioni del 2020 sarebbero state viziate da frodi che hanno portato alla sua sconfitta. La contea, a maggioranza democratica, dovrebbe fare appello.

Fonti: NYT > Top Stories, US news | The Guardian, Bloomberg Politics

L'amministrazione Trump presenta una nuova strategia antiterrorismo contro l'Europa


L'amministrazione Trump ha accusato l'Europa di essere un "incubatore" per il terrorismo alimentato dalle migrazioni di massa, in una nuova strategia antiterrorismo di 16 pagine guidata da Sebastian Gorka. La strategia si concentra anche sullo sradicare gli "estremisti violenti di sinistra" e i gruppi "radicalmente pro-transgender", intensificando gli attacchi politici dell'amministrazione conservatrice contro gli oppositori.

Fonti: US news | The Guardian, The Hill News

I repubblicani del Tennessee presentano una mappa congressuale controversa


L'Assemblea Generale del Tennessee dovrebbe approvare rapidamente una nuova mappa congressuale che divide Memphis, una città a maggioranza nera che costituisce la maggior parte dell'unico distretto democratico dello stato. La proposta ha attirato la testimonianza dell'attivista per i diritti di voto Stacey Abrams, che si è opposta al ridisegnamento dei confini considerato discriminatorio.

Fonti: NYT > Top Stories, The Hill News

I prezzi del carburante per le compagnie aeree aumentano del 56% a marzo


Il Dipartimento dei Trasporti ha riportato che i costi del carburante per le compagnie aeree sono aumentati del 56% a marzo, il primo mese completo dopo lo scoppio della guerra in Iran. L'industria aeronautica ha avvertito l'amministrazione Trump sull'impatto economico dei prezzi elevati del carburante per jet, chiedendo una rapida fine del conflitto nel Medio Oriente.

Fonti: The Hill News, WSJ.com: Politics

La vittoria di Trump in Indiana dimostra la presa sui repubblicani


Il presidente Trump ha ottenuto una netta vittoria nelle primarie repubblicane dell'Indiana, riuscendo a mobilitare i sostenitori del partito per aiutarlo a rimuovere i legislatori statali republicani che lo avevano contrariato. Il risultato invia un chiaro segnale per le elezioni di medio termine, nonostante i bassi tassi di approvazione e le divisioni MAGA, dimostrando la sua continua influenza sulla base repubblicana.

Fonti: NYT > Top Stories, The Hill News

L'ex procuratore speciale Jack Smith critica il Dipartimento di Giustizia "corrotto"


In un evento privato a Washington il mese scorso, Jack Smith, l'ex procuratore speciale, ha accusato i leader del Dipartimento di Giustizia di prendere di mira le persone per l'azione penale per compiacere e impressionare il presidente. Smith ha definito il dipartimento "corrotto" da Trump e dai suoi alleati, fornendo una rara critica pubblica dell'approccio dell'amministrazione alla giustizia.

Fonti: NYT > Top Stories

Ted Turner, magnate dei media che lanciò la CNN, muore a 87 anni


Ted Turner, il magnate dei media che rivoluzionò le notizie televisive lanciando la Cable News Network (CNN) nel 1980, è morto all'età di 87 anni. Turner fu un pioniere della moderna cultura delle notizie 24 ore su 24 e trasformò il panorama mediatico americano con la sua visione innovativa dell'informazione continua.

Fonti: BBC News

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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