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Trump valuta la nuova offerta iraniana ma frena: "Non credo sia accettabile"


Il presidente americano sta esaminando la nuova proposta negoziale di Teheran trasmessa tramite mediatori pakistani, mentre Washington autorizza vendite d'armi per 8,6 miliardi di dollari ai partner mediorientali.

Donald Trump sta esaminando l’ultima proposta iraniana per chiudere la guerra, ma con scetticismo: “Non riesco a immaginare che possa essere accettabile”. Lo ha scritto sabato sera su Truth Social, mentre il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran resta in bilico. Il giorno prima, il presidente si era detto “non soddisfatto” dell’offerta, che secondo i media di Stato iraniani è arrivata giovedì sera tramite i mediatori pakistani.

Poco prima di salire su un aereo a Palm Beach, in Florida, Trump ha spiegato ai cronisti di essere stato informato solo sul “concetto della proposta” e di non averne ancora visto i dettagli. Sul suo social media ha poi accusato l’Iran di non aver “ancora pagato un prezzo abbastanza alto per quello che ha fatto all’umanità e al mondo negli ultimi 47 anni”.

Secondo due fonti citate da Axios, la nuova proposta iraniana si articola in 14 punti. Prevede un mese di negoziati per raggiungere un’intesa che riapra lo Stretto di Hormuz, ponga fine al blocco navale statunitense e ponga fine definitivamente alla guerra in Iran e in Libano. Solo dopo si aprirebbe un secondo mese di trattative dedicato appositamente al futuro del programma nucleare iraniano.

Due alti funzionari di Teheran hanno riferito al New York Times che c'è già stata una prima importante concessione: l’Iran non chiede più, come condizione preliminare, la fine del blocco navale americano. Sarebbe invece disposto a riaprire lo Stretto di Hormuz, attraverso cui prima della guerra transitava un quinto del petrolio mondiale, ancora prima che Trump annunci la revoca del blocco navale. Resta però il nodo del nucleare, sul quale le posizioni appaiono ancora inconciliabili. Trump ripete che l’Iran non potrà avere armi atomiche e dovrà fermare ogni arricchimento dell’uranio, mentre Teheran rivendica il diritto a proseguire il programma di arricchimento.
Trattativa e riarmo — FocusAmerica

Guerra Usa-Iran · Tra diplomazia e riarmo

Trattativa e riarmo:
i due binari paralleli della Casa Bianca


Sul tavolo di Trump arriva una proposta negoziale iraniana in 14 punti per chiudere la guerra. Mentre è in corso la valutazione, il Dipartimento di Stato ha approvato 8,6 miliardi di vendite d'armi d'emergenza ai partner del Golfo, aggirando il Congresso.

Fonti: New York Times, Axios, Reuters Aggiornato al 3 maggio 2026

Proposta iraniana
14
I punti del piano consegnato tramite i mediatori pakistani

vs

Vendite d'armi Usa
8,6mld $
Approvate d'emergenza a favore dei partner mediorientali

Esplora i tre fronti
1 La proposta 2 Il riarmo 3 Il bilancio

Il piano in due tempi

Prima Hormuz, poi il nucleare: la sequenza proposta da Teheran


L'offerta iraniana scinde il negoziato in due fasi consecutive, ciascuna della durata di un mese. Il futuro del programma nucleare, vero nodo politico del conflitto, viene rinviato alla seconda fase.

Fase 1
1 mese
di negoziati
Operativa
Hormuz e fine delle ostilità

  • Riapertura dello Stretto di Hormuz
  • Fine del blocco navale americano
  • Cessazione della guerra in Iran e in Libano


Fase 2
1 mese
di negoziati
Politica
Il dossier nucleare

  • Trattative sul programma di arricchimento
  • Allentamento delle sanzioni Usa
  • Diritto all'uso pacifico del nucleare


Il nodo irrisolto · Posizioni a confronto

Stati Uniti
Nessuna arma atomica e stop a qualsiasi arricchimento dell'uranio. Trump: «Non riesco a immaginare che questa proposta possa essere accettabile».

Iran
Diritto a proseguire il proprio programma di arricchimento. Prima concessione: rinuncia alla revoca preventiva del blocco navale.

Vendite d'emergenza

8,6 miliardi ai partner del Golfo, aggirando il Congresso


Il Segretario di Stato Marco Rubio ha invocato la clausola d'emergenza per accelerare le forniture, saltando così il vaglio del Congresso. È la terza volta che accade dall'inizio della guerra in Iran.

Pacchetto complessivo
8,6miliardi $
Distribuiti tra 4 Paesi: Qatar, Kuwait, Israele e Emirati Arabi Uniti

0
1,25
2,5
3,75
5 mld $

Qatar
Patriot PAC-2 e PAC-3 + APKWS
5,0mld

Kuwait
Sistema di difesa aerea integrato
2,5mld

Israele
10.000 sistemi APKWS-II
992mln

Emirati Arabi
1.500 sistemi guidati APKWS-II
148mln

Il contesto

Le scorte globali di intercettori Patriot si sono drasticamente ridotte nel corso del conflitto in Iran. Il deputato democratico Gregory Meeks denuncia uno «schema più ampio: ignorare la legge, aggirare il Congresso».

Le cifre della guerra

Cosa ha già pagato il Golfo


Mentre la trattativa procede lentamente e gli arsenali vengono ricostituiti, nel corso del conflitto sui Paesi della regione si è abbattuta un'ondata di attacchi iraniani con droni e missili balistici.

20+
Il numero di civili uccisi
nei Paesi del Golfo

~20%
Il petrolio mondiale
che transitava da Hormuz prima della guerra

3
Le volte che l'Amministrazione ha aggirato il Congresso durante la guerra

47
Gli anni di confronto Usa-Iran citati da Trump come ragione del «no»

Sotto attacco · Emirati Arabi Uniti

500+
Missili intercettati o caduti sul territorio degl Emirati dall'inizio del conflitto

2.500
Droni lanciati dall'Iran contro gli Emirati, secondo le autorità locali

Iron
Dome
Componenti israeliane inviate dietro le quinte per contribuire alle intercettazioni

Fonti New York Times, Axios, Reuters, Wall Street Journal, Dipartimento di Stato Usa. Cifre delle vendite d'armi: comunicati ufficiali del Dipartimento di Stato · Elaborazione FocusAmerica, 2 maggio 2026.

L’opzione militare resta sul tavolo


Sul tavolo del presidente resta anche l’opzione militare. “Vogliamo distruggerli del tutto e finirli per sempre, oppure proviamo a fare un accordo? Queste sono le opzioni”, ha detto venerdì alla Casa Bianca. Il giorno dopo ha aggiunto che nuovi attacchi sono “una possibilità che potrebbe verificarsi” se Teheran “si dovesse ancora comportare male”.

Giovedì il comandante del CENTCOM, l’Ammiraglio Brad Cooper, ha illustrato a Trump nuovi piani per colpire l’Iran ed è poi partito per la regione. Ma anche l'Iran si sta preparando ad una possibile ripresa delle ostilità: il generale Mohammad Jafar Asadi ha dichiarato ieri che un ritorno alla guerra con gli Stati Uniti è possibile.

Washington accelera sulle armi ai partner regionali


Mentre la trattativa procede tra molte difficoltà, l’Amministrazione Trump accelera sulla vendita di armi ai Paesi del Golfo. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha autorizzato forniture d’emergenza di sistemi antimissile per oltre 8,6 miliardi di dollari ai partner mediorientali, invocando una clausola che consente la “vendita immediata” di missili a Israele, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, oltre che di sistemi di difesa aerea a Qatar e Kuwait.

Il Qatar pagherà oltre 4 miliardi di dollari per ottenere intercettori Patriot di fabbricazione statunitense, le cui scorte globali si sono drasticamente ridotte nel corso del conflitto. Il Kuwait acquisterà invece un nuovo sistema avanzato di difesa aerea per circa 2,5 miliardi. Si tratta della terza volta che la seconda Amministrazione Trump aggira il vaglio del Congresso ricorrendo a questa procedura d'emergenza nel corso della guerra con l’Iran.

Durante la guerra, i Paesi del Golfo hanno subito ripetute ondate di attacchi iraniani con droni e missili balistici. Almeno venti civili e diversi militari sono morti. Gli Emirati Arabi Uniti, secondo le autorità locali, sono stati colpiti da oltre 500 missili e 2.500 droni. Nel corso del conflitto, Israele avrebbe inoltre inviato, dietro le quinte, componenti del proprio sistema antimissile Iron Dome per contribuire all’intercettazione degli attacchi.

Le nuove vendite annunciate dall’Amministrazione Trump hanno provocato l’immediata reazione dei democratici al Congresso. Gregory Meeks, deputato di New York e principale esponente democratico nella Commissione Affari Esteri della Camera, ha dichiarato al New York Times che “questo nuovo trasferimento di armi riflette uno schema più ampio: ignorare la legge, aggirare il Congresso e prendere decisioni rilevanti per la sicurezza nazionale senza trasparenza né responsabilità”.

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Trump paragona la marina americana ai "pirati"


Il presidente ha rivendicato durante un comizio in Florida le operazioni di sequestro di navi e carichi di petrolio iraniani, definendole "un business molto redditizio" mentre cresce la tensione nello stretto di Hormuz.

Donald Trump ha definito la marina militare statunitense come una sorta di banda di "pirati" descrivendo le operazioni di sequestro condotte nell'ambito del blocco navale americano contro i porti iraniani. Le dichiarazioni sono arrivate venerdì durante un comizio in Florida..

"Saliamo a bordo e prendiamo il controllo della nave. Ci impossessiamo del carico, ci impossessiamo del petrolio. È un business molto redditizio", ha detto il presidente davanti ai sostenitori. "Siamo come pirati", ha aggiunto tra gli applausi della folla. "Siamo una specie di pirati. Ma non stiamo giocando".

Le parole di Trump arrivano mentre esperti di diritto internazionale esprimono preoccupazione per la situazione nello stretto di Hormuz, una delle vie d'acqua più importanti al mondo per il trasporto di petrolio e gas. L'Iran ha di fatto chiuso il passaggio dopo l'inizio della campagna aerea congiunta di Stati Uniti e Israele contro Teheran, lanciata il 28 febbraio. Il governo iraniano ha anche annunciato l'intenzione di imporre una tariffa sulle navi che attraversano lo stretto.

Washington ha risposto annunciando il mese scorso un blocco dei porti iraniani, dopo il fallimento dei negoziati di pace ospitati in Pakistan. Il Comando Centrale degli Stati Uniti, responsabile delle forze americane in Medio Oriente, ha reso noto che fino a venerdì sono state dirottate 45 navi per garantire il rispetto del blocco.

Il capo del Pentagono Pete Hegseth ha dichiarato ad aprile ai giornalisti che il blocco durerà "il tempo necessario". Il generale Dan Caine, massima autorità militare statunitense, ha precisato che la misura "si applica a tutte le navi, indipendentemente dalla nazionalità, dirette verso i porti iraniani o in partenza da essi".

Teheran ha promesso di mantenere il proprio controllo sullo stretto di Hormuz fintanto che gli Stati Uniti continueranno il blocco dei suoi porti. Lo stretto rappresenta un punto di passaggio strategico per il commercio mondiale di idrocarburi e la sua chiusura prolungata rischia di avere ripercussioni sui mercati energetici globali.

Il paragone tra le operazioni della marina americana e la pirateria, pronunciato dal presidente in un contesto pubblico, ha attirato l'attenzione proprio mentre giuristi internazionali sollevano dubbi sulla legittimità sia del blocco statunitense sia delle contromisure iraniane. Il sequestro di navi commerciali e dei loro carichi al di fuori di un quadro di guerra formalmente dichiarata pone questioni complesse sotto il profilo del diritto del mare e delle convenzioni internazionali sulla navigazione.

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SumUp Fedeltà arriva in Italia: il loyalty program per commercianti che sfida le grandi catene


SumUp porta in Italia Fedeltà, il nuovo programma loyalty pensato per piccoli commercianti e attività locali. Una soluzione semplice per fidelizzare i clienti e migliorare la gestione delle relazioni, con strumenti digitali simili a quelli delle grandi catene
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In Italia, la diffusione dei programmi fedeltà è ormai consolidata: il 77% dei consumatori dichiara di utilizzarne almeno uno. Allo stesso tempo, la loyalty sta diventando una leva sempre più strategica per le imprese: il 64% la considera un centro di profitto e, nell’ultimo anno, il 55% ha registrato un aumento dei clienti. In questo scenario rendere questi strumenti accessibili anche ai piccoli business - commercianti, ristoratori, artigiani e professionisti - diventa un fattore chiave di competitività, ma le soluzioni di loyalty disponibili sul mercato sono di solito costose, complesse e pensate per i grandi retailer.

DJI Osmo Pocket 4: nuove funzionalità di imaging
DJI Osmo Pocket 4 alza il livello dell’imaging portatile con nuove tecnologie video e funzionalità avanzate pensate per creator, vlogger e appassionati di contenuti digitali
TechpertuttiGuglielmo Sbano


SumUp Fedeltà cambia questo scenario, integrando i meccanismi di reward direttamente nel flusso di pagamento e offrendo agli esercenti uno strumento competitivo per incentivare il ritorno dei clienti e aumentare le vendite.

“Le piccole imprese non hanno mai avuto accesso agli strumenti di loyalty che le grandi catene danno per scontati - commenta Joseph Flynn di SumUp - abbiamo sviluppato SumUp Fedeltà affinché qualsiasi esercente possa premiare i propri clienti abituali in pochi minuti, senza dover sviluppare app o dotarsi di hardware aggiuntivi”.


Come funziona il programma Fedeltà di SumUp


Al centro dell’esperienza di SumUp Fedeltà c’è Local, una nuova app per i consumatori che consente di scoprire le attività locali aderenti, monitorare i propri premi e gestire i pagamenti in un unico spazio. Per gli utenti, rappresenta un modo semplice per sostenere i piccoli business del territorio, accumulando vantaggi sulle spese di tutti i giorni. Gli esercenti possono configurare in pochi minuti carte fedeltà digitali (a timbri) o programmi a punti direttamente dalla propria dashboard SumUp. I clienti scaricano gratuitamente l’app SumUp Local, collegando una sola volta una carta di pagamento: da quel momento, ogni acquisto presso un esercente aderente al programma genera automaticamente ricompense senza bisogno di scansioni, né digitali né cartacee, e senza passaggi aggiuntivi alla cassa.

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La crescente disponibilità di dati in tempo reale ha progressivamente reso i mercati finanziari più efficienti, abbattendo barriere tecnologiche ed economiche e riducendo drasticamente i costi operativi
TechpertuttiGuglielmo Sbano


SumUp Fedeltà mette, inoltre, a disposizione degli esercenti strumenti per restare in contatto con i clienti anche dopo l’uscita dal negozio: notifiche push e promozioni mirate mantengono alta la visibilità del business, mentre una funzione Autopilot identifica automaticamente i clienti inattivi e invia offerte personalizzate per riattivarli, trasformando visitatori occasionali in clienti abituali. Il lancio in Italia segue una fase di test di successo nei mercati del Regno Unito e dell’Irlanda, dove migliaia di esercenti hanno già aderito al programma.

SumUp Cassa: un sistema di cassa completo


A SumUp Fedeltà e SumUp Local si affianca SumUp Cassa: sistema di cassa “all-in-one” da banco pensato per i negozi, i bar, le strutture ricettive e la ristorazione dotato di doppio schermo. L’esercente utilizza un touchscreen da 13,3 pollici per la vendita e la gestione dell’attività; il cliente visualizza su un display da 8 pollici prodotti, prezzi e informazioni su SumUp Fedeltà durante il pagamento. Il design a doppio schermo abilita l’interazione con il programma di loyalty direttamente al momento dell’acquisto, in modo che i clienti possano visualizzare l’ordine, monitorare i progressi e pagare in un’unica esperienza fluida.

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SumUp Cassa viene fornito senza costi di noleggio hardware; gli esercenti che passano all’abbonamento Cassa Plus, sbloccano funzionalità avanzate, tra cui la sincronizzazione degli ordini su più dispositivi, ideale per i locali dove il personale prende comande e gestisce i pagamenti in movimento. Pensate in un’ottica integrata, SumUp Fedeltà, l’app SumUp Local e SumUp Cassa creano un ecosistema che aiuta le piccole imprese ad attrarre clienti, premiare la fedeltà e aumentare i ricavi.


DJI Osmo Pocket 4: nuove funzionalità di imaging e video di nuova generazione


DJI ha annunciato Osmo Pocket 4, con capacità di imaging migliorate rispetto alla versione precedente. Ora il dispositivo può registrare video in 4K/240fps e produrre scatti più nitidi in condizioni di scarsa illuminazione, offrendo al contempo una eccellente profondità cinematografica. Inoltre, con le nuove funzioni di tracciamento intelligente di Osmo Pocket 4, i creator possono mantenere i soggetti a fuoco e nell’inquadratura mentre si spostano.
Osmo Pocket 4 montato su un mini treppiedeOsmo Pocket 4 montato su un mini treppiede

Scatti nitidi e dettagli più definiti


Il sensore CMOS da 1 pollice e l’apertura f/2,0 di Osmo Pocket 4 garantiscono ritratti naturali e nitidi anche in condizioni di scarsa illuminazione, assicura DJI. I 14 stop di gamma dinamica e il profilo colore D-Log a 10 bit mettono in risalto toni ricchi e colori realistici, sia al crepuscolo sia in ambienti scarsamente illuminati, con ritratti restituiscono un incarnato dall’aspetto più sano e più curato. Con un pulsante Zoom dedicato, i creator possono passare con un solo tocco dallo zoom senza perdita 1x a quello 2x, ed è possibile registrare filmati Ultra HD in slow motion in 4K/240fps.

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Smart Capture


Osmo Pocket 4 offre stabilizzazione su tre assi per vlog e livestream sempre fluidi, anche in movimento. Le diverse modalità dello stabilizzatore migliorano la qualità delle riprese, mentre ActiveTrack 7.0 consente di seguire i soggetti anche con zoom 4x. Le funzioni avanzate come Segui persona, Inquadratura dinamica e il blocco del soggetto rendono le riprese cinematografiche semplici anche con una sola mano. La messa a fuoco automatica intelligente mantiene sempre i soggetti nitidi, con possibilità di cambiare target al volo o dare priorità a un soggetto specifico. Completa il tutto il controllo gestuale, che permette di avviare tracking e registrazione con semplici movimenti della mano.
Le diverse modalità dello stabilizzatore migliorano la qualità delle riprese Le diverse modalità dello stabilizzatore migliorano la qualità delle riprese

Immediata e facile da usare


Osmo Pocket 4 migliora l’esperienza utente con diverse nuove funzionalità intuitive: per iniziare a registrare, i creator possono semplicemente ruotare lo schermo. Sotto lo schermo due pulsanti permettono di passare da cambiare zoom velocemente, mentre l’altro è un pulsante personalizzabile che può essere configurato con le impostazioni preferite del creator. Con 107 GB di archiviazione integrata, i creator possono girare più filmati e trasferire facilmente fino a 800 MB/s di contenuti senza scheda di memoria.

Mobilità digitale in Italia: pagamenti smart e nuovi servizi
L’Italia accelera verso una mobilità sempre più digitale. Dai pagamenti contactless alle app integrate per trasporti e sharing, nuove tecnologie e servizi stanno ridisegnando il modo in cui cittadini e viaggiatori si muovono ogni giorno
TechpertuttiGuglielmo Sbano


Osmo Pocket 4 amplia le possibilità creative con funzioni avanzate pensate per ogni tipo di contenuto. Il video con otturatore lento permette di ottenere suggestivi effetti motion blur, mentre i toni pellicola offrono stili visivi professionali pronti all’uso. L’abbellimento in-camera migliora l’aspetto dei soggetti in modo naturale, affiancato da una luce di riempimento regolabile ideale per scene in scarsa illuminazione. Completano il tutto un’autonomia estesa e la ricarica rapida, che garantiscono lunghe sessioni di ripresa senza interruzioni.
La messa a fuoco automatica intelligente di Osmo Pocket 4 mantiene sempre i soggetti nitidiLa messa a fuoco automatica intelligente di Osmo Pocket 4 mantiene sempre i soggetti nitidi
Osmo Pocket 4 può catturare voci chiare e registrare i suoni ambientali grazie all'array di microfoni integrato. Supporta anche la connessione diretta ai trasmettitori DJI Mic, consentendo la registrazione audio a quattro canali. I trasmettitori DJI Mic supportati includono Mic 2, Mic 3 e Mic Mini (ciascuno venduto separatamente o incluso in alcuni combo selezionati).

Prezzo e disponibilità


Osmo Pocket 4 è disponibile in diverse configurazioni, accompagnato da obiettivo grandangolare e microfono, a partire da 499 euro.


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Il prezzo della benzina negli Stati Uniti continua a salire


Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti ha raggiunto i 4,39 dollari al gallone, con un rialzo di 33 centesimi in 7 giorni. Lo Stretto di Hormuz resta chiuso e la Casa Bianca ha esaurito quasi tutte le leve disponibili.

Alla fine di questa settimana gli automobilisti americani hanno complessivamente speso, per fare benzina, circa 125 milioni di dollari in più rispetto alla settimana precedente. Infatti, il prezzo medio per gallone di benzina ha raggiunto i 4,39 dollari, vale a dire 33 centesimi in più in 7 giorni, secondo i dati dell’AAA, l’associazione automobilistica statunitense.

È un aumento eccezionale. Negli ultimi anni la benzina era salita a un ritmo simile solo nel marzo 2026, poco dopo l’inizio della guerra con l’Iran, e nel marzo 2022, subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Negli Stati Uniti ogni giorno vengono erogati circa 375 milioni di galloni di benzina: un rincaro di 33 centesimi basta quindi a spiegare i 125 milioni di dollari in più pagati dagli automobilisti.

La rapidità del rialzo è ancora più significativa se osservata su un periodo più lungo. Il prezzo registrato venerdì era superiore di 1,41 dollari rispetto a quello di 9 settimane prima, vale a dire poco prima dell’inizio del conflitto con l’Iran. Secondo i dati del Dipartimento dell'Energia, si tratta del maggiore aumento in un periodo di tempo così breve almeno dai primi anni Novanta.
La benzina della guerra — FocusAmerica

Crisi energetica · USA / Iran

Il prezzo della guerra:
quanto costa Hormuz agli automobilisti americani


In nove settimane il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è salito di 1,41 dollari al gallone, l'aumento più rapido dai primi anni Novanta. La Casa Bianca ha quasi esaurito le contromisure a sua disposizione.

Dati AAA · Dipartimento dell'Energia · Washington Post-ABC News-Ipsos Aggiornato al 2 maggio 2026

L'effetto in una settimana

125
milioni di dollari spesi in più dagli automobilisti USA
in una sola settimana

+33¢¢
Aumento medio in 7 giorni per gallone

375 mln
Galloni erogati ogni giorno negli Stati Uniti

$4,39
Prezzo medio nazionale benzina/gallone

Esplora i dati
1 Curva 2 Stati 3 Reazioni 4 Opzioni 5 Storico

L'andamento del prezzo medio

Variazione del prezzo della benzina/gallone su 9 settimane, 2020-2026


La linea mostra di quanto è cambiato il prezzo medio rispetto a 9 settimane prima, settimana per settimana, per il periodo considerato. I dati confermano che l'aumento attuale è il più rapido del periodo.

Variazione (in dollari) del prezzo del gallone vs. 9 settimane prima


+$1,41
L'aumento attuale a 9 settimane, il maggiore mai registrato dal Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti dai primi anni Novanta

+$1,02
Picco precedente, raggiunto nel marzo 2022 subito dopo l'invasione russa dell'Ucraina

Confronto tra Stati

Ohio e Illinois sopra la media nazionale


L'aumento del prezzo del gallone in una settimana, secondo i dati AAA. Nei Grandi Laghi i problemi alle raffinerie hanno peggiorato la situazione, mentre in California — pur con prezzi assoluti più alti — il rincaro settimanale è stato il più contenuto.

Ohio

+92¢

Illinois

+55¢

Media USA

+33¢

Florida

+30¢

Pennsylvania

+28¢

Texas

+27¢

New York

+22¢

California

+17¢

$0 $0,25 $0,50 $0,75 $1,00

Il caso Ohio

$2,81
Prezzo pre-guerra

$3,91
7 giorni fa

$4,83
Oggi

In Ohio il gallone è salito di +$2,02 dall'inizio della guerra

L'impatto sui consumatori

4 cittadini americani su 10 stanno cambiando le proprie abitudini


Il rincaro così rapido dei prezzi della benzina sta erodendo i bilanci familiari. Un nuovo sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos misura le prime conseguenze concrete.

Ha ridotto gli spostamenti in auto

44%

Ha tagliato le spese domestiche

42%

Ha cambiato i piani di viaggio o vacanza

34%

Sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos su un campione rappresentativo di cittadini adulti statunitensi, condotto a fine aprile 2026.

Le opzioni della Casa Bianca

Dopo 10 settimane di guerra, le carte a disposizione sono quasi finite


Cosa l'Amministrazione Trump ha già provato, cosa sta valutando e cosa ha già escluso. Tocca ogni voce per i dettagli.

Riserva Strategica di petrolio
Già attivata

Da marzo l'Amministrazione Trump ha iniziato a rilasciare 172 milioni di barili dalla Riserva Strategica per calmierare i prezzi sul mercato interno.

Sospensione del Jones Act
Già attivata

Trump ha sospeso temporaneamente la legge in vigore da oltre 100 anni che impone di trasportare merci tra porti americani solo su navi battenti bandiera statunitense.

Meno regole ambientali + waiver sanzioni petrolio russo
Già attivate

Sono state allentate le regole ambientali sulla benzina estiva con quota più alta di etanolo. Il Dipartimento del Tesoro ha anche congelato alcune sanzioni sul petrolio russo per aumentare l'offerta globale.

Sospensione tassa federale sul gallone
In valutazione · rischiosa

Alcuni deputati propongono di abolire la tassa di 18,3 centesimi al gallone. Ma il sollievo potrebbe essere limitato e incerto: i distributori potrebbero non trasferire il risparmio sui consumatori. Inoltre, la tassa finanzia il Highway Trust Fund, già in deficit. La Casa Bianca ha detto al Washington Post che al momento la misura non è in discussione.

Stop alle esportazioni di petrolio USA
Esclusa

Bloccare le esportazioni libererebbe greggio per il mercato interno, ma l'Amministrazione Trump per ora respinge l'ipotesi e dovrebbe comunque affrontare l'opposizione frontale delle compagnie del settore energetico.

Già attivate
In valutazione
Escluse

L'unica vera via d'uscita resta un accordo con Teheran che garantisca la riapertura stabile dello Stretto di Hormuz. Senza tale accordo, gli Stati Uniti rischiano di entrare in una crisi energetica molto più ampia nelle prossime settimane.

Patrick De Haan, GasBuddy · Washington Post

Tre shock a confronto

Confronto tra 3 crisi su 9 settimane: l'Iran ha già superato l'Ucraina


Ogni linea segue la stessa metrica — l'aumento del gallone rispetto a 9 settimane prima — partendo dal giorno in cui ogni shock è iniziato. Dopo la stessa finestra temporale, l'effetto Iran è il più severo dei tre.

Guerra Iran
28 febbraio 2026 → oggi

+$1,41

Invasione russa dell'Ucraina
24 febbraio 2022 · picco a +$1,02 dopo 3 settimane

+$0,55

Pandemia Covid-19
Marzo 2020 · crollo della domanda

−$0,64

Dopo dieci settimane, lo shock energetico provocato dalla guerra con l'Iran è già più intenso del picco massimo precedentemente raggiunto dopo l'invasione russa dell'Ucraina nel 2022 — e continua a muoversi nella stessa direzione.

Fonti AAA · U.S. Energy Information Administration · Department of Energy · Washington Post-ABC News-Ipsos · GasBuddy. Elaborazione FocusAmerica, 2 maggio 2026.

Per molte famiglie americane il pieno di benzina rappresenta una spesa quotidiana, e un rincaro così rapido lascia pochissimo margine per riorganizzare il bilancio domestico. In alcuni Stati la pressione è ancora più forte. Ad esempio in Ohio, dove i problemi alle raffinerie hanno aggravato la corsa dei prezzi, venerdì un gallone di benzina costava in media 4,83 dollari, contro i 3,91 dollari della settimana precedente e i 2,81 dollari registrati alla vigilia della guerra. Anche l’Illinois e altri Stati della regione dei Grandi Laghi viaggiano sopra la media nazionale.

Lo shock dello Stretto di Hormuz


Gli Stati Uniti restano ancora oggi più protetti di altre aree del mondo dal calo delle forniture provenienti dal Golfo Persico, ma questo non significa certo che siano immuni agli shock energetici globali. Le scorte di benzina del Paese stanno, infatti, diminuendo rapidamente e, con lo Stretto di Hormuz che difficilmente riaprirà a breve e la stagione estiva degli spostamenti alle porte, il quadro rischia soltanto di peggiorare.

I rialzi stanno già cambiando le abitudini degli americani. Un recente sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos indica che il 44% degli intervistati ha ridotto gli spostamenti in auto, il 42% sta tagliando le proprie spese domestiche e il 34% ha modificato i piani di viaggio e vacanza a causa dell'alto costo della benzina.

Non meraviglia dunque il fatto che alla Casa Bianca il dossier prezzi dell'energia sia diventato una priorità da affrontare. Martedì il presidente Donald Trump ha incontrato i dirigenti del settore energetico in una riunione organizzata dal Segretario al Tesoro Scott Bessent, alla quale hanno partecipato anche il capo di staff della Casa Bianca Susie Wiles e il vicepresidente JD Vance, secondo quanto riferito da un funzionario della Casa Bianca al Washington Post. Al centro del confronto, le misure già adottate e le possibili ulteriori mosse nel caso in cui il blocco dello Stretto dovesse durare mesi.

Le poche opzioni rimaste alla Casa Bianca


La verità è però che, a dieci settimane dall’inizio del conflitto, l’Amministrazione ha quasi esaurito le sue carte da giocare. A marzo ha iniziato a rilasciare 172 milioni di barili dalla Riserva Strategica. Successivamente, Trump ha sospeso temporaneamente il Jones Act, la legge in vigore da oltre cento anni che impone di trasportare le merci tra porti statunitensi solo su navi battenti bandiera americana. Ha quindi allentato le regole ambientali che vietano la vendita estiva della benzina con una quota più alta di etanolo, e il Dipartimento del Tesoro ha persino congelato alcune sanzioni sul petrolio russo.

Le opzioni residue sono poche e tutte rischiose. Alcuni deputati hanno proposto di abolire la tassa federale sulla benzina, pari a 18,3 centesimi al gallone, ma il sollievo sarebbe limitato e non è certo che i distributori trasferirebbero il risparmio ai consumatori. La tassa, inoltre, finanzia il Highway Trust Fund, già in deficit. Un funzionario della Casa Bianca ha spiegato al Washington Post che al momento la sospensione di questa tassa non è in discussione. Un’altra ipotesi è bloccare le esportazioni di petrolio statunitense, ma l’Amministrazione la respinge e dovrebbe comunque affrontare l’opposizione delle compagnie del settore energetico.

La portavoce della Casa Bianca Taylor Rogers ha dichiarato al Washington Post che Trump è stato “diretto con il popolo americano” riguardo alle “interruzioni temporanee” legate alla guerra con l’Iran, e al fatto che i prezzi torneranno a scendere quando il traffico nello Stretto di Hormuz si normalizzerà.

Per la maggior parte degli analisti, l’unica vera via d’uscita resta un accordo con Teheran che garantisca la riapertura stabile dello Stretto di Hormuz. Venerdì, però, lo stesso Trump ha detto ai giornalisti di non essere “soddisfatto” dell’ultima proposta iraniana per chiudere il conflitto. Ma senza un accordo,avverte Patrick De Haan, responsabile dell’analisi petrolifera di GasBuddy, anche gli Stati Uniti rischiano di entrare in una crisi energetica molto più ampia nelle prossime settimane.

Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)

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Superinteressante #4 — Obama ha due abiti e tre cravatte


Obama ha due abiti. Zuckerberg una maglietta grigia. Il problema non è cosa indossi — è quanta energia sprechi a decidere.

Ho deciso di rivoluzionare il modo in cui mi vesto. Che detta così sembra una cosa da reality show, ma è uno dei miei talloni d'Achille da sempre. O ci perdo troppo tempo la mattina davanti all'armadio, o non ci penso affatto e poi esco di casa sentendomi fuori posto. Non ho mai trovato un equilibrio e la cosa mi pesa più di quanto vorrei ammettere. Direi dalle elementari (e sono passati parecchi anni oramai).

Questa settimana ci ho provato seriamente. E mi ci sono bloccato. Di nuovo. Ho passato quaranta minuti a cercare combinazioni su Pinterest invece di lavorare. Quaranta minuti per una maglietta. Nel frattempo Obama ha governato il paese più potente del mondo con due abiti e tre cravatte. Zuckerberg ha costruito Meta con una maglietta grigia. Jobs ha presentato l'iPhone con un dolcevita nero. La soluzione è ridicolmente semplice — ed è proprio per questo che non riesco ad applicarla. Il mio cervello insiste nel trattare una decisione da cinque minuti come se fosse irreversibile. E non è solo per i vestiti.


Il problema non è l'abbigliamento. Il problema è l'energia. Abbiamo una quantità finita di decisioni buone al giorno. Non è un'idea poetica — è un meccanismo studiato, si chiama decision fatigue. È quel momento in cui alle sette di sera qualcuno ti chiede "dove mangiamo?" e tu rispondi "non mi interessa, scegli tu." Non sei diventato improvvisamente indifferente al cibo. Sei vuoto. Hai speso tutto il budget decisionale della giornata sulle cose che non contavano. E la parte peggiore è che non te ne accorgi — pensi di essere stanco, svogliato o poco motivato. Invece hai solo deciso troppo.

Il font del video, il filtro della foto, il ristorante da prenotare, il colore della maglietta, quale app usare per prendere appunti, se rispondere adesso o dopo. Ognuna di queste micro-scelte ti costa un pezzo di lucidità. Presa singolarmente è niente. Messe insieme sono il motivo per cui arrivi a sera e le decisioni importanti — chiudere un progetto, dire di no a un cliente, investire su qualcosa di nuovo, avere una conversazione difficile — le rimandi a domani. E domani è uguale, perché domani mattina ricomincerai a decidere le stesse cose piccole.

Shane Parrish lo dice in modo netto in Clear Thinking: se una decisione è poco importante, non serve un processo. Non serve una lista di pro e contro. Non serve chiedere a tre persone. Scegli e basta. Decidi e impara strada facendo. Il tempo che risparmi sulle decisioni piccole è il tempo che avrai per quelle grandi.

La fatica vera non è nelle scelte che contano. È nelle mille scelte inutili che ti mangiano prima di arrivare a quelle che contano. E la soluzione non è avere più energia — è sprecarne meno dove non serve.


Una cosa che ho trovato questa settimana:

Il sistema a 3 livelli per vestirsi

Lo sto provando da questa settimana. Funziona così: dividi il guardaroba in tre contesti — quotidiano, lavoro, occasione. Per ognuno prepari tre-cinque combinazioni fisse, le fotografi o le annoti. La mattina non scegli, peschi. Il punto non è avere stile — è eliminare la decisione. Obama non si veste bene perché ha gusto. Si veste sempre uguale perché ha altro a cui pensare. Ho iniziato lunedì e il tempo risparmiato la mattina è già reale. Se funziona lo vedrete sul mio canale.


"Se qualcosa è poco importante, impegnarsi in un processo decisionale potrebbe essere uno spreco. Scegli e basta. Decidi rapidamente e impara strada facendo."

— Shane Parrish, Clear Thinking


Non serve un libro per capirlo. Serve una settimana in cui provi davvero a non pensare alle cose che non meritano il tuo pensiero. È più difficile di quanto sembra — perché pensare alle cose piccole è il modo in cui evitiamo quelle grandi. Decidere che maglietta mettere è più sicuro che decidere che direzione dare alla tua vita.


Ho scoperto che fare il business angel è più interessante di quanto pensassi. Mi hanno proposto alcune idee per startup che mi hanno acceso — non vedo l'ora di raccontarvi come va.


Qual è una decisione piccola su cui sprechi regolarmente troppo tempo?

Rispondimi — leggo tutto.

G.

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)
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Club Azzurro Surfcasting 2026


Michele Simone ha vinto il Club Azzurro di surfcasting svoltosi nelle spiagge di Oristano dove, a novembre, si disputeranno i prossimi mondiali.
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Dall’11 al 14 marzo, lungo le spiagge di Arborea, Sassu e Torre Grande, in provincia di Oristano, è andata in scena una delle gare più attese e importanti nel palcoscenico del surfcasting: il club azzurro maschile. Ma andiamo con ordine. Cos’è il club azzurro? Già dalla parola “azzurro” si può capire la rilevanza della manifestazione che rappresenta il primo step per l’accesso alla nazionale italiana. Chi partecipa a questa gara? I primi 18 atleti provenienti dal club azzurro 2025 e i migliori 20 garisti classificati all’ultimo campionato italiano senior. A questi si aggiungono i primi due stopper del 2025 (il termine stopper identifica atleti bravi che non si sono qualificati e che il CT posiziona agli estremi del campo gara per evitare vantaggi ai concorrenti estratti come “bandierine”, e cioè nei picchetti più esterni). 40 pescatori che si sono “scontrati” in cinque prove, quattro di pesca e una di lancio, con in testa un solo obiettivo: conquistare uno dei 6 pass di accesso alla super sfida, dove si fronteggeranno i 6 componenti della nazionale uscente per andare a formare, sotto l’attenta supervisione del CT Alfonso Vastano, la nuova squadra azzurra che rappresenterà la nostra nazione al mondiale.


E quest’anno la rassegna iridata si disputerà in terra sarda su questi stessi campi gara, nel mese di novembre. Fatta questa doverosa premessa, due sono le cose ben chiare: la prima, l’importanza della manifestazione; e poi, non seconda, il tasso tecnico veramente elevato di tutti i partecipanti. Ad una competizione del genere non si arriva per caso, esser qui vuol dire avere una preparazione minuziosa di ogni particolare, aver un bagaglio tecnico notevole e come in tutti gli sport avere sulle spalle ore, ore e ancora tante ore di allenamento costante. Per quanto riguarda il campo gara, il golfo di Oristano con il passare del tempo è diventato uno spot ben conosciuto, non solo a livello isolano, ma anche a livello nazionale e mondiale. Pertanto il “fattore campo”, se pur fondamentale, non racchiude incognite e segreti per nessuno. In tutte le 4 manche lo spettacolo per i curiosi amanti del settore non è certo mancato, come anticipato il tasso tecnico era altissimo e i “malcapitati” pesci sono stati allamati a ritmo serrato. Alla fine i 40 partecipanti sono riusciti a portare a referto un totale di ben 1.939 prede: saraghi, sparlotte e mormore per la maggiore. Ad aggiudicarsi il maggior numero di prede in tutta la competizione, Michele Simone, del team Mediterranea SC con 81 pesci nel secchio. Catture che gli sono valse l’eccellente primo posto in classifica finale, seguito da Matteo Pietrobon (Apsd Friuli SC), Danilo Galimi (Hippocampus CA), Mirko Casu (Blue Fish SS), Angelo Musumeci (Nautilus Calatabiano) e Roberto Accardi (Coxinas ADPS).
Mirko Casu
Questi i magnifici sei che hanno trionfato su tutti, sia in pesca che nella prova di lancio, scagliando piombi anche oltre i 200 metri. Leggendo i nomi si può notare che il fattore campo ha influito parecchio: ben tre atleti infatti risultano essere appartenenti a squadre sarde e di questo, come redazione, non possiamo che esserne felici. Anche questo step per voi sei è stato conquistato con merito e bravura, non ci resta che ribadirvi i complimenti e augurarvi una buona super sfida, tutta l’Italia del surfcasting tifa per voi a prescindere da chi si aggiudicherà le sei maglie azzurre, tanto ambite e sognate.

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Una corte federale blocca la prescrizione online dei farmaci abortivi


La decisione della Corte d'Appello del Quinto Circuito sospende le regole che permettevano di prescrivere e ricevere per posta la pillola mifepristone, usata in oltre il 60% degli aborti negli Stati Uniti. Gli attivisti per i diritti riproduttivi annunciano un ricorso alla Corte Suprema.

Una corte d’appello federale ha temporaneamente bloccato venerdì le regole che consentono la prescrizione a distanza e l’invio per posta dei farmaci abortivi, oggi utilizzati in oltre il 60% delle interruzioni di gravidanza nel sistema sanitario statunitense. La decisione rappresenta una vittoria significativa per il movimento antiabortista, che aveva fatto pressioni sull’Amministrazione Trump per ripristinare l’obbligo di distribuzione in presenza.

Un collegio di tre giudici della Corte d’Appello del Quinto circuito ha dato ragione alla Louisiana in una causa contro le norme introdotte dall’Amministrazione Biden per ampliare l’accesso al mifepristone, farmaco ampiamente usato per l’aborto farmacologico.

Lo Stato sosteneva che le regole federali indebolissero le sue leggi a tutela della vita prenatale e lo costringessero a spendere fondi Medicaid per fornire cure d’emergenza a donne che avessero subito complicazioni dopo l’assunzione del farmaco.

Solo la settimana scorsa, un giudice di primo grado aveva stabilito che le prescrizioni per corrispondenza del mifepristone potessero continuare mentre la Food and Drug Administration, l’agenzia federale che regola i farmaci, completava la sua indagine sulla sicurezza del medicinale. La decisione della Corte d’Appello ribalta dunque in tempi rapidi la precedente pronuncia.

I sostenitori dei diritti riproduttivi avvisano ora che la nuova sentenza limiterà l’accesso alle cure in tutto il Paese. “In un momento in cui le famiglie faticano a permettersi bisogni essenziali come la casa, la spesa alimentare e l’assistenza all’infanzia, è inconcepibile restringere l’accesso a farmaci abortivi salvavita”, ha affermato Regina Davis Moss, direttrice generale del gruppo di advocacy In Our Own Voice. Secondo Moss, ripristinare l’obbligo di distribuzione in presenza costringerebbe molte persone “a viaggiare più lontano, a prendere più giorni liberi dal lavoro e a sostenere costi semplicemente insostenibili”.

Secondo il Guttmacher Institute, centro di ricerca sulle politiche riproduttive, è probabile che contro questa nuova decisione venga presentato un ricorso d’emergenza alla Corte Suprema. Nel 2024 la Corte Suprema aveva già respinto una precedente contestazione delle regole sul mifepristone, senza però entrare nel merito e stabilendo solo che i medici promotori del ricorso non avevano la legittimazione legale per agire.

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La rassegna stampa di domenica 3 maggio 2026


Trump minaccia ulteriori tagli alle truppe americane in Germania mentre rivede la proposta di pace dell'Iran. Spirit Airlines chiude i battenti dopo il fallimento dei negoziati di salvataggio

Questa è la rassegna stampa di domenica 3 maggio 2026

Trump minaccia ulteriori ritiri di truppe dalla Germania


Il presidente Trump ha annunciato che potrebbe ritirare ancora più soldati americani dalla Germania oltre ai 5.000 già ordinati, in risposta alle critiche del cancelliere tedesco sulla guerra contro l'Iran. Due importanti legislatori repubblicani hanno espresso preoccupazione per questa decisione che potrebbe indebolire la NATO.

Fonti: The Hill, Bloomberg, Financial Times

Trump rivede la nuova proposta di pace dell'Iran


Il presidente ha dichiarato di stare esaminando una nuova proposta di pace in 14 punti presentata dall'Iran tramite il Pakistan, ma ha espresso dubbi sulla sua accettabilità. Trump ha affermato che l'Iran non ha ancora "pagato un prezzo abbastanza alto" per le sue azioni, mentre il conflitto entra nella decima settimana.

Fonti: The Guardian, New York Times, Financial Times

Spirit Airlines cessa le operazioni


La compagnia aerea low-cost Spirit Airlines ha annunciato la chiusura dopo il fallimento dei negoziati per un salvataggio da 500 milioni di dollari con l'amministrazione Trump. Il segretario ai Trasporti Duffy ha chiarito che la guerra con l'Iran non è stata la causa principale del fallimento, dato che l'azienda era già in difficoltà.

Fonti: BBC News, The Hill, The Guardian

La Corte Suprema chiamata a ripristinare l'accesso alla pillola abortiva per posta


I fornitori di servizi abortivi hanno chiesto alla Corte Suprema di ripristinare l'accesso per corrispondenza alla pillola mifepristone dopo che una corte federale d'appello ha temporaneamente bloccato la regolamentazione FDA. La decisione ha ripristinato l'obbligo di visite di persona per ottenere il farmaco, sconvolgendo l'accesso all'aborto negli Stati Uniti.

Fonti: New York Times, New York Times, BBC News

Le case automobilistiche di Detroit avvertono di shock da 5 miliardi per le materie prime


I produttori automobilistici di Detroit hanno lanciato l'allarme per un possibile shock da 5 miliardi di dollari sui prezzi delle materie prime a causa della guerra con l'Iran. Il settore affronta aumenti dei costi per forniture che vanno dall'alluminio alla plastica e alle vernici, minacciando la competitività dell'industria americana.

Fonti: Financial Times

Gli Stati Uniti lottano per spezzare il dominio cinese sui droni militari


Gli Stati Uniti stanno cercando di dominare l'evoluzione dei droni nella tecnologia militare come hanno fatto con precedenti innovazioni belliche, ma affrontano un problema: la Cina è arrivata prima. Un'analisi componente per componente di un tipico drone mostra la forza della presa cinese su questo settore strategico.

Fonti: Wall Street Journal

L'amministrazione Trump restringe i percorsi per il condono dei prestiti studenteschi


L'amministrazione Trump sta modificando molti dei modi in cui i mutuatari possono ottenere il condono dei loro prestiti studenteschi. I cambiamenti stanno restringendo il percorso verso il perdono del debito, creando nuove sfide per milioni di studenti americani indebitati.

Fonti: Wall Street Journal

ChatGPT affronta conversazioni inquietanti su pianificazione di attacchi


Il chatbot di OpenAI sta dispensando consigli su armi e simulando sparatorie di massa, sollevando preoccupazioni su quando e come le aziende dovrebbero intervenire. La carneficina sta aumentando il controllo su queste tecnologie di intelligenza artificiale e le loro potenziali conseguenze.

Fonti: Wall Street Journal

ActBlue affronta indagini mentre si avvicinano le elezioni di medio termine


La piattaforma di raccolta fondi democratica ActBlue è sotto inchiesta del Dipartimento di Giustizia e dei repubblicani del Congresso a sei mesi dalle elezioni di medio termine del 2026. L'organizzazione sta affrontando drammi interni e grandi spese mentre cerca di mantenere la sua posizione dominante nel fundraising democratico.

Fonti: Wall Street Journal

Un'insurrezione minaccia le ambizioni minerarie americane in Pakistan


Gli attacchi dell'Armata di Liberazione del Balochistan potrebbero far deragliare i piani del Pakistan per un accordo minerario da miliardi di dollari con l'amministrazione Trump. La situazione di sicurezza instabile nella provincia del Balochistan rappresenta una sfida significativa per gli interessi economici americani nella regione.

Fonti: New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Trump dichiara al Congresso che sono finite le ostilità con l'Iran, ma non esclude nuove azioni militari


Il presidente ha notificato la fine formale delle operazioni iniziate il 28 febbraio, resettando così il conto dei 60 giorni previsti dal War Powers Act. Intanto la diplomazia va avanti alla ricerca di una soluzione definitiva, ma Trump si dice insoddisfatto della ultima proposta iraniana.

Il presidente Donald Trump ha comunicato al Congresso che le ostilità avviate dagli Stati Uniti contro l’Iran il 28 febbraio sono formalmente state "concluse", pur lasciando aperta la possibilità di nuove azioni militari. La notifica, inviata venerdì allo Speaker repubblicano della Camera Mike Johnson, rappresenta principalmente una mossa politica e giuridica per evitare l’obbligo di chiedere al Congresso l’autorizzazione a proseguire le operazioni.

Il War Powers Act, la legge federale del 1973 che regola i poteri presidenziali in materia di guerra, impone, infatti, al presidente degli Stati Uniti di ottenere l’approvazione del Congresso se le ostilità militari dovessero durare oltre 60 giorni. Dichiarando concluse le operazioni, Trump ha di fatto azzerato il conteggio, rendendo più difficile per il Congresso contestare la sua autorità o limitare eventuali nuove iniziative militari attraverso una risoluzione sui poteri di guerra.

Nella sua lettera a Johnson, Trump ha spiegato di avere ordinato il 7 aprile 2026 un cessate il fuoco di due settimane, poi prorogato. "Non c’è stato alcuno scambio di fuoco tra le forze statunitensi e l’Iran a partire dal 7 aprile 2026", ha scritto il presidente, aggiungendo che quindi "le ostilità iniziate il 28 febbraio 2026 sono da considerarsi come terminate".

Il Congresso diviso sui poteri di guerra


La linea dell’Amministrazione era stata anticipata dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth durante un’audizione davanti alla Commissione Forze Armate del Senato: secondo Hegseth, il conteggio dei 60 giorni può "fermarsi o interrompersi" durante un cessate il fuoco. I democratici hanno respinto però questa interpretazione, sostenendo che il blocco navale tuttora in corso costituisca ancora uno stato di ostilità. I repubblicani, invece, sono sembrati più disponibili ad accogliere la posizione della Casa Bianca.

Dopo l'invio della lettera di Trump, il senatore repubblicano Todd Young, dell’Indiana, ha detto giovedì ai giornalisti che "Trump si è lasciato un certo margine di manovra" e che il Congresso esaminerà i documenti inviati dall’Amministrazione. Sempre giovedì, il Senato ha bocciato una risoluzione presentata dai democratici sui poteri di guerra che puntava a costringere Trump a porre fine alle operazioni militari contro l’Iran o a chiedere l’autorizzazione al Congresso. La proposta è stata respinta dal Senato con 47 voti favorevoli e 50 contrari. Solo due repubblicani, Susan Collins del Maine e Rand Paul del Kentucky, hanno votato insieme ai democratici.

Trump ha, a ogni modo, chiarito di restare aperto alla possibilità di future ulteriori azioni militari contro l'Iran, ma ha precisato che, ai fini del War Powers Act, le considererebbe come operazioni separate. "Il Dipartimento della Difesa continua ad aggiornare, in modo necessario e appropriato, la postura delle forze statunitensi nell’area di responsabilità in determinati Paesi, per affrontare le minacce delle forze iraniane e dei loro alleati e per proteggere gli Stati Uniti, i loro alleati e i loro partner", ha scritto il presidente nella lettera. Il presidente ha aggiunto che queste informazioni sono descritte in dettaglio in un allegato classificato.

I negoziati con Teheran restano in bilico


Intanto sul fronte diplomatico, l’Iran ha consegnato la sua risposta alle ultime modifiche proposte dagli Stati Uniti alla bozza di piano per porre fine alla guerra. Trump, tuttavia, ha detto ai giornalisti di non essere "soddisfatto di quello che stanno offrendo" gli iraniani. Secondo un funzionario di un Paese del Golfo, la risposta iraniana era stata trasmessa giovedì tramite mediatori pakistani.

Già il fine settimana scorso Teheran aveva presentato agli Stati Uniti una prima proposta per riaprire lo Stretto di Hormuz e mettere fine alla guerra, che prevedeva il rinvio dei negoziati sul nucleare a una fase successiva. Ma lunedì l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff aveva risposto con una lista di modifiche, con l’obiettivo di reinserire la questione nucleare nel testo della bozza, secondo una fonte informata dei fatti. Una delle modifiche proposte dagli Stati Uniti richiedeva all’Iran di non trasferire uranio arricchito dalle installazioni nucleari bombardate e di non riavviare le attività in quei siti mentre i negoziati sono in corso.

Nel mezzo delle difficoltà negoziali, Trump ha descritto la leadership iraniana come "molto frammentata", divisa tra fazioni che non concordano sulla strada da seguire. "Hanno fatto progressi, ma non sono sicuro che arriveranno mai alla meta", ha detto ai giornalisti nello Studio Ovale. Il giorno prima aveva affermato che gli iraniani "vogliono disperatamente un accordo", ma che "nessuno sa con certezza chi siano i leader". Da Teheran, invece, sostengono che sia Trump ad avere bisogno di un’intesa.

La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha commentato: "Non entriamo nei dettagli delle conversazioni diplomatiche private. Il presidente Trump è stato chiaro: l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare. I negoziati proseguono per garantire la sicurezza nazionale degli Stati Uniti nel breve e nel lungo periodo".

Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)

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Dove sono le forze armate americane in Europa


Il Pentagono ha annunciato il ritiro do 5.000 soldati dopo lo scontro tra Trump e il cancelliere Merz sulla guerra in Iran. Germania, Italia e Regno Unito ospitano i contingenti più numerosi in 31 basi permanenti.

Il Pentagono ha annunciato il ritiro di 5.000 soldati americani dalla Germania, la prima decisione concreta presa dall'amministrazione Trump per ridurre la presenza militare statunitense in Europa. La mossa segue uno scontro pubblico tra il presidente Donald Trump e il cancelliere tedesco Friedrich Merz sulla guerra in Iran, dopo mesi di critiche di Washington al continente europeo accusato di non sostenere abbastanza gli sforzi americani contro Teheran e di non occuparsi adeguatamente della propria sicurezza.

Secondo i dati del Defense Manpower Data Center (DMDC) del dipartimento della Difesa, a dicembre 2025 gli Stati Uniti avevano circa 68.000 militari in servizio attivo assegnati permanentemente alle basi europee, una cifra che non comprende le forze di rotazione inviate per missioni di addestramento ed esercitazioni. Nei primi mesi del 2025, lo European Command (EUCOM) stimava in circa 84.000 il totale dei militari americani presenti sul continente includendo le rotazioni. Durante la guerra in Ucraina il numero complessivo è oscillato tra 75.000 e 105.000 unità, dopo che nel 2022 Washington aveva inviato circa 20.000 soldati aggiuntivi nei paesi confinanti con Russia, Bielorussia e Ucraina.

Forze americane in Europa
Dove sono dislocate le truppe statunitensi in Europa
Numero di militari statunitensi presenti in ciascun paese europeo. La dimensione del cerchio è proporzionale al numero di truppe.

Fonte: Congressional Research Service · I dati riflettono il numero di militari statunitensi assegnati a ciascun paese europeo

La presenza militare americana è distribuita su 31 basi permanenti e altri 19 siti militari ai quali il dipartimento della Difesa ha accesso, secondo un rapporto del Congresso. Le strutture si concentrano soprattutto in Europa centrale. La Germania ospita il contingente più numeroso con 36.436 militari distribuiti in cinque guarnigioni. La principale base americana del continente è quella aerea di Ramstein, attiva dal 1952 e diventata negli anni un nodo cruciale per la proiezione globale delle forze americane. La guarnigione dell'esercito in Baviera, con quartier generale a Grafenwoehr, è il principale centro di addestramento.

L'Italia ospita 12.662 soldati in servizio attivo, distribuiti tra Vicenza, Aviano, Napoli e Sicilia, con divisioni dell'esercito, della marina e dell'aeronautica presenti dalla fine della seconda guerra mondiale. Il Regno Unito conta 10.156 militari in tre basi che ospitano principalmente personale dell'aeronautica. Seguono la Spagna con 3.814 unità in basi navali e aeree vicino allo stretto di Gibilterra, la Turchia con 1.717 e il Belgio con 1.122. Polonia e Romania hanno una presenza permanente ridotta, rispettivamente 369 e 153 militari, ma ospitano consistenti contingenti rotazionali. La sola Polonia accoglie circa 10.000 soldati di rotazione finanziati attraverso la European Deterrence Initiative. L'Ungheria ha 77 militari permanenti tra le basi di Kecskemet e Papa Air Base.

Lo European Command, con quartier generale a Stoccarda insieme all'Africa Command, coordina le operazioni attraverso sei comandi che rappresentano esercito, marina, aeronautica, marines, forze speciali e la nuova Space Force. I compiti dei militari americani vanno dalla difesa avanzata all'addestramento degli alleati, fino alla gestione dell'arsenale nucleare. Nella base di Büchel in Germania sono custodite tra dieci e venti bombe nucleari B-61, mentre complessivamente in Europa si stima la presenza di circa cento bombe tattiche dislocate tra Belgio, Italia, Paesi Bassi, Germania e Turchia. Nessun paese può utilizzare queste armi senza l'autorizzazione di Washington. Membri del decimo gruppo delle forze speciali addestrano i militari ucraini in operazioni speciali, principalmente in Germania, e dal 2022 gli Stati Uniti sono stati il primo fornitore di aiuti militari a Kiev.

Basi Militari USA in Europa
La rete delle basi statunitensi nel continente europeo
Localizzazione delle basi controllate dagli Stati Uniti e dei siti che ospitano personale militare statunitense senza essere sotto controllo diretto.

Base controllata dagli Stati Uniti
Sito con presenza militare USA

Fonte: Congressional Research Service · Le basi controllate dagli USA sono operative da almeno 15 anni; gli altri siti ospitano personale militare statunitense ma non sono sotto controllo diretto americano

Il confronto con l'Asia chiarisce il peso strategico delle due aree. Secondo i dati del dipartimento della Difesa relativi al 30 giugno 2025, l'Indo-Pacific Command gestiva 131.415 militari, quasi il doppio dei 67.514 dell'European Command. Il Giappone da solo ospita 53.912 soldati, più di qualsiasi paese europeo, seguito dalle Hawaii con 45.445 e dalla Corea del Sud con 23.766. Guam ne accoglie 7.125. La concentrazione asiatica riflette la priorità strategica indicata da diversi esponenti dell'amministrazione Trump, che hanno espresso interesse a ridurre la presenza in Europa per concentrarsi sul contenimento della Cina nell'Indo-Pacifico.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth, in una conferenza stampa congiunta con il vice primo ministro polacco Władysław Kosiniak-Kamysz, ha avvertito che la presenza militare americana non sarebbe durata "per sempre", suscitando preoccupazione tra gli alleati europei sul futuro dell'alleanza transatlantica. Il 18 febbraio Trump aveva dichiarato che il ritiro completo delle truppe dall'Europa non era una condizione per un eventuale accordo di pace in Ucraina, pur precisando che il tema non era stato discusso. I paesi europei hanno già aumentato significativamente la spesa militare per il timore di un disimpegno americano, e attualmente coprono circa il 34 per cento dei costi operativi delle basi statunitensi nel continente. Il cancelliere Merz, in una recente intervista, ha dichiarato di voler rafforzare l'Europa e raggiungere l'indipendenza dagli Stati Uniti il più rapidamente possibile.

Alcuni analisti sostengono che un ritiro americano indebolirebbe la credibilità dell'articolo 5 della NATO, che impegna i paesi membri alla difesa collettiva in caso di attacco armato a uno di essi. Resta aperta la questione di cosa accadrebbe alle armi nucleari americane dispiegate in Europa: la rimozione dell'ombrello atomico statunitense lascerebbe un vuoto significativo nell'arsenale collettivo europeo che la Russia potrebbe sfruttare.


Gli Stati Uniti ritirano 5.000 soldati dalla Germania


Il presidente Donald Trump ha ordinato il ritiro di circa 5.000 soldati americani dalla Germania entro i prossimi sei-dodici mesi. L'annuncio è arrivato venerdì primo maggio dal Pentagono e segna un'escalation nello scontro tra Washington e Berlino sulla guerra in Iran. Il numero corrisponde a circa il 14% dei 36.000 militari statunitensi attualmente di stanza nel paese, secondo i dati ufficiali del Dipartimento della Difesa aggiornati alla fine del 2025.

La decisione segue le critiche del cancelliere tedesco Friedrich Merz alla gestione americana del conflitto con Teheran. Parlando lunedì a Marsberg, Merz ha sostenuto che gli americani non avevano alcuna strategia in Iran e che la leadership iraniana stava umiliando Washington. Trump ha risposto martedì su Truth Social accusando il cancelliere di non sapere di cosa stesse parlando e di pensare che l'Iran potesse dotarsi di un'arma nucleare. Mercoledì il presidente ha annunciato che la sua amministrazione stava studiando una possibile riduzione della presenza militare in Germania, con una decisione attesa a breve.

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha dichiarato in un comunicato che la decisione segue una revisione approfondita della postura delle forze in Europa e tiene conto delle esigenze del teatro operativo e delle condizioni sul terreno. Secondo il Wall Street Journal, il ritiro comporterà la rimozione di una brigata dell'esercito e cancellerà il dispiegamento di un battaglione dotato di missili convenzionali a lungo raggio, previsto per quest'anno e annunciato dall'amministrazione di Joe Biden al vertice NATO di Washington del 2024.

La Germania ospita la più grande presenza militare americana in Europa. Sul territorio tedesco si trovano i quartieri generali dello European Command e dell'Africa Command, la base aerea di Ramstein, il Landstuhl Regional Medical Center, il più grande ospedale militare statunitense all'estero, dove sono stati curati i feriti delle guerre in Afghanistan e Iraq e ora anche quelli del conflitto con l'Iran. Nel paese sono inoltre stazionati missili nucleari americani. Le basi tedesche hanno funzionato come snodi logistici e punti di rifornimento per l'operazione Epic Fury, nome ufficiale della campagna militare statunitense contro Teheran iniziata il 28 febbraio con attacchi congiunti americani e israeliani. Solo il Giappone supera la Germania per numero di truppe americane ospitate.

Funzionari della difesa hanno precisato che il ritiro non riguarderà il trasporto e la cura dei militari feriti al Landstuhl Regional Medical Center. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha dichiarato giovedì che Berlino è preparata e sta discutendo la questione all'interno degli organismi NATO in uno spirito di fiducia, aggiungendo di aspettarsi decisioni appropriate tra alleati e partner. Funzionari tedeschi citati dal Wall Street Journal hanno specificato di non prevedere effetti significativi sulle installazioni principali di Ramstein e Stoccarda.

L'annuncio ha suscitato critiche bipartisan a Washington. Il senatore democratico del Rhode Island Jack Reed, membro di rilievo della commissione Servizi Armati del Senato, ha dichiarato che la mossa lascia intendere che gli impegni americani verso gli alleati dipendono dall'umore del presidente, chiedendo l'immediata sospensione di un'azione definita avventata. Il deputato repubblicano del Nebraska Don Bacon, ex generale dell'aviazione, ha detto che la decisione indebolisce la NATO e fa piacere alla Russia, definendola una reazione impulsiva. Bradley Bowman, studioso della Foundation for Defense of Democracies, ha sostenuto che la presenza militare americana in Germania rafforza la deterrenza contro ulteriori aggressioni del Cremlino e facilita la proiezione della potenza militare nel Mediterraneo, in Medio Oriente e in Africa.

Trump ha minacciato di ridurre le truppe anche in Italia e Spagna. Interrogato giovedì nello Studio Ovale, ha risposto che probabilmente lo farà, accusando l'Italia di non essere stata di alcun aiuto e definendo la Spagna odiosa. Alla fine del 2025 l'Italia ospitava 12.662 soldati americani in servizio attivo e la Spagna 3.814. Il presidente ha più volte accusato gli alleati europei di non contribuire abbastanza alla campagna contro l'Iran e alla sicurezza dello stretto di Hormuz, bloccato da Teheran dall'inizio del conflitto.

Complessivamente, in Europa sono di stanza circa 85.000 militari americani, inclusa la portaerei USS Gerald R. Ford nel Mediterraneo. I tagli riporterebbero la presenza statunitense ai livelli del 2022, prima dell'invasione russa dell'Ucraina. Funzionari americani citati dal Wall Street Journal hanno spiegato che l'obiettivo non è ridistribuire le forze all'interno dell'Europa ma riallocarle verso l'emisfero occidentale e la regione indo-pacifica. Già lo scorso ottobre Washington aveva confermato la riduzione di 1.500-3.000 soldati al confine NATO con l'Ucraina, in particolare in Romania.

Non è la prima volta che Trump tenta di ridurre la presenza militare in Germania. Nel 2020, durante il primo mandato, aveva annunciato il ritiro di circa 12.000 soldati, presentato dal Pentagono come un riposizionamento strategico e dal presidente come una sanzione per le insufficienti spese militari tedesche. Il piano si era scontrato con la resistenza bipartisan al Congresso e fu poi cancellato dal presidente Joe Biden poco dopo l'insediamento nel 2021. Da allora la Germania ha aumentato la spesa per la difesa, e funzionari americani hanno elogiato Berlino per questo sforzo, in contrasto con le critiche rivolte a Madrid. Una legge del 2023 impedisce al presidente di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO senza l'approvazione del Congresso.


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I negoziatori americani non vanno in Ucraina, le trattative con la Russia restano congelate


Gli inviati di Trump hanno promesso più volte di andare in Ucraina ma non lo hanno mai fatto, mentre sono già stati a Mosca diverse volte. Intanto, il dossier Iran ha spostato l'attenzione di Washington.

Steve Witkoff e Jared Kushner non hanno fretta di andare a Kyiv. Gli inviati del presidente americano Donald Trump temono infatti che un nuovo coinvolgimento nei colloqui di pace sull’Ucraina finisca, ancora una volta, in un nulla di fatto. Lo riferisce il Kyiv Independent, citando fonti vicine al dossier.

Il viaggio segnerebbe la prima visita dei due inviati statunitensi in Ucraina ed è in discussione da mesi all’interno dell’Amministrazione. A Mosca, invece, Witkoff e Kushner sono già stati più volte per incontrare Vladimir Putin. "Hanno promesso molte volte di venire a Kyiv, ma finora non lo hanno mai fatto", ha detto al Kyiv Independent un alto funzionario ucraino, dando voce alla frustrazione di Kyiv per quello che viene percepito come uno squilibrio nell’impegno diplomatico.

A criticare apertamente l’approccio degli inviati è stato anche il presidente Volodymyr Zelensky. "È irrispettoso recarsi a Mosca e non a Kyiv, è semplicemente irrispettoso", ha dichiarato. Secondo una fonte vicina al dossier, la visita non avrebbe avuto solo un valore simbolico. L’obiettivo era rilanciare la diplomazia trilaterale tra Ucraina, Russia e Stati Uniti dopo settimane di stallo.

I negoziati sonoinfatti congelati da oltre due mesi. L’ultimo round di colloqui trilaterali si è tenuto prima degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, mentre un incontro successivo è stato rinviato a ridosso dell’inizio delle operazioni militari. Witkoff e Kushner avrebbero dovuto fermarsi prima a Kyiv per incontrare Zelensky e poi proseguire verso Mosca.

A frenare la missione pesano soprattutto gli altri dossier internazionali. I due inviati restano molto coinvolti nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, che attualmente dominano l’agenda di politica estera di Washington. Un funzionario ha spiegato che l’attenzione dell’Amministrazione si è spostata al punto che l’Ucraina non guida più la diplomazia americana. C’è poi un problema logistico. Dall’inizio dell’invasione russa nel 2022, l’Ucraina tiene chiuso il proprio spazio aereo e l’unica via per arrivare a Kyiv resta il treno. "Per Witkoff è difficile muoversi così", ha detto una fonte.

Il vero ostacolo, però, resta politico. Una visita rischierebbe di mettere a nudo lo stallo invece di superarlo. Al centro dell’impasse c’è la questione territoriale: la Russia continua a chiedere il ritiro delle forze ucraine dalle aree del Donbass ancora controllate da Kyiv come precondizione per qualsiasi accordo. L’Ucraina respinge invece la richiesta e sostiene che congelare l’attuale linea del fronte sia l’unica base realistica per un cessate il fuoco.

"I russi insistono sull’intero Donbas, la nostra posizione è: troviamo una soluzione decente", ha detto un funzionario ucraino. "Per ora non è chiaro perché gli inviati di Trump dovrebbero fare tutta questa strada solo per sentirsi dire la stessa cosa". Un funzionario della Casa Bianca ha confermato al Kyiv Independent che la visita resta in discussione, ma "non è ancora stata fissata".

Lo stallo ai vertici non ha però del tutto interrotto i contatti tra Kyiv e Washington, che proseguono su più canali. Secondo un funzionario ucraino, l’Ucraina sta cercando "nuovi formati" per rilanciare il dialogo con gli Stati Uniti. "In questo momento la situazione negli Stati Uniti non è favorevole, proprio per la guerra in Iran", ha ammesso una fonte.

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Fate Prima


Il traguardo della longevità non basta: senza scelte e visione, la stabilità si traduce in paralisi e occasioni perdute

C’è una data che incombe, più simbolica che politica ma proprio per questo rivelatrice: il 22 agosto. Il giorno in cui l’attuale esecutivo può segnare il record di durata nella storia della Repubblica. Un primato che, in condizioni normali, sarebbe la certificazione di stabilità. Oggi rischia di essere, invece, la misura dell’inerzia.

Perché il punto non è quanto un governo duri. Il punto è cosa produce mentre dura.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una progressiva torsione: dai grandi annunci sulla trasformazione strutturale del Paese a una gestione sempre più difensiva, episodica, frammentata. Sui dossier economici – quelli veri, quelli che determinano crescita, produttività, capacità industriale – si è affermata una linea implicita ma chiarissima: astensione strategica.

Non decisione.

Non indirizzo.

Non riforma.

Astensione.

Una postura che ha finito per lasciare campo libero a dinamiche spontanee – spesso guidate da attori privati o da vincoli esterni – senza una regia pubblica coerente. Il risultato è sotto gli occhi di chiunque abbia dimestichezza con i numeri e con i processi: nessuna vera politica industriale, nessuna architettura finanziaria nuova, nessuna riforma sistemica della spesa.

Solo gestione.

E allora, se il problema è il record, diamoglielo subito.

Ad honorem.

Senza aspettare il 22 agosto.

Prendiamoci il simbolo e liberiamo il tempo.

Perché è il tempo, oggi, la risorsa scarsa. Non la legittimazione politica, non la tenuta parlamentare: il tempo per affrontare quella che non è più una fase ciclica, ma una vera e propria economia di ricostruzione.

Ricostruzione di cosa?

- della base produttiva, compressa tra costo del capitale e stagnazione della domanda;

- della finanza pubblica, ormai interamente incardinata su vincoli europei e margini ridotti;

- della funzione redistributiva, che non può più essere sostenuta solo dal bilancio statale;

- del rapporto tra istituzioni e corpi intermedi, sempre più svuotato di contenuto operativo.

In questo quadro, l’astensione non è neutra.

È una scelta.

Ed è una scelta che costa.

Costa in termini di crescita mancata.

Costa in termini di posizionamento internazionale.

Costa, soprattutto, in termini di opportunità perdute.

Certo, c’è anche un dividendo, se vogliamo usare il linguaggio economico: con meno iniziativa normativa, ci si risparmia qualche decreto sicurezza, qualche nuova fattispecie penale, qualche irrigidimento regolatorio. Ma è un risparmio apparente, quasi contabile, che non compensa la perdita di direzione.

Perché un Paese non si governa per sottrazione.

Si governa scegliendo.

E oggi la scelta non è tra stabilità e instabilità.

È tra immobilismo e ricostruzione.

Se la linea resta quella dell’astensione, allora tanto vale prenderne atto fino in fondo. Formalizzarla. Dichiararla. E trarne le conseguenze politiche.

“Fate prima”, appunto.

Prima a riconoscere che il ciclo si è esaurito.

Prima a restituire al sistema la possibilità di ridefinire una direzione.

Prima a evitare che il record diventi un alibi.

Perché i record, in politica, hanno senso solo se coincidono con una traiettoria.

Altrimenti restano numeri.

E i numeri, quando non raccontano crescita, raccontano solo tempo che passa.

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Gli americani vogliono più spesa sociale e meno fondi all'esercito


I cittadini bocciano i tagli all'istruzione e alla sanità proposti dal Congresso, mentre il debito federale supera il 100% del Pil per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale

Gli elettori americani si oppongono ai tagli alla spesa sociale e all'aumento del bilancio del Pentagono che il Congresso a maggioranza repubblicana sta valutando, secondo una serie di sondaggi pubblicati nelle ultime settimane. La rilevazione di RMG Research/Napolitan News Service condotta tra il 27 e il 28 aprile 2026 mostra che il 62% degli intervistati si oppone ai tagli al Dipartimento dell'Istruzione, contro il 32% favorevole, uno scarto di 30 punti percentuali. Ancora più netto il giudizio sui tagli alla Transportation Security Administration, l'agenzia che si occupa della sicurezza nei trasporti, respinti con un margine di 36 punti, 63% contro 27%. Sulla proposta democratica di ridurre i fondi all'Immigration and Customs Enforcement, l'agenzia federale per l'immigrazione, gli elettori si dividono in modo più netto: il 51% è favorevole al taglio, il 44% contrario.

Il dibattito arriva in un momento delicato per il bilancio federale. Il presidente Trump ha firmato il 30 aprile 2026 una legge che pone fine allo shutdown del Dipartimento di Sicurezza Interna e finanzia l'agenzia per l'immigrazione. Il Congresso sta inoltre discutendo un significativo aumento della spesa militare e tagli consistenti all'Environmental Protection Agency, l'agenzia per la protezione ambientale.

Sull'aumento dei fondi al Pentagono, i parlamentari sembrano andare in direzione opposta rispetto all'opinione pubblica. Un sondaggio Verasight/The Argument condotto tra il 20 e il 23 aprile 2026 mostra che la spesa militare è di gran lunga la categoria su cui gli americani ritengono che il governo spenda troppo. Per finanziare l'aumento delle spese militari, i repubblicani starebbero valutando ulteriori tagli alla sanità, già ridotta in modo significativo nella legge di bilancio dello scorso anno, ufficialmente denominata One Big Beautiful Bill Act. I leader repubblicani sostengono che questi tagli colpiranno solo sprechi e frodi, mentre gli oppositori replicano che le frodi non sono diffuse e che i tagli danneggeranno gli americani, in particolare i beneficiari di Medicaid, il programma sanitario per le famiglie a basso reddito.

Sondaggio Verasight
Solo per la spesa militare gli americani pensano che il governo spenda troppo
Percentuale di americani che ritiene che il governo federale spenda troppo, nella giusta misura o troppo poco per ciascuna categoria

Troppo poco
Giusto
Troppo

Sanità

67%
24%
10%

Social Security

65%
30%
5%

Istruzione

61%
29%
10%

Sussidi a basso reddito (SNAP)

50%
30%
20%

Sussidi di disoccupazione

42%
44%
13%

Spesa militare

24%
36%
40%

Fonte: Verasight / The Argument · Sondaggio condotto dal 20 al 23 aprile 2026 · Le percentuali non sommano sempre a 100 per arrotondamenti

Sulla percezione degli sprechi, i dati sono ambigui. Nel sondaggio RMG Research/Napolitan News, il 21% degli elettori ritiene che la maggior parte della spesa federale sia spreco e frode, mentre un altro 44% dice che ne è coinvolta una buona parte. Il 24% pensa che lo spreco riguardi solo una parte della spesa e appena il 5% lo considera marginale. Su questo terreno i repubblicani potrebbero riuscire a presentare i tagli come semplice eliminazione di sprechi. Il 67% degli elettori intervistati da Verasight/The Argument ritiene però che il governo spenda troppo poco per la sanità. Un sondaggio di Data for Progress condotto tra il 3 e il 6 aprile 2026 mostra inoltre che le specifiche misure proposte per ridurre la spesa di Medicaid sono tutte respinte con margini superiori ai 30 punti percentuali.

In generale, gli americani danno la priorità ai programmi che li riguardano direttamente. Il sondaggio YouGov/The Economist del 24-27 aprile 2026 indica che gli aumenti più richiesti riguardano programmi di sostegno diretto come Social Security, Medicare e Medicaid, oltre alla spesa per i veterani e all'istruzione.

Sondaggio YouGov
Gli americani vogliono più fondi per i programmi che aiutano direttamente i cittadini
Percentuale di americani che ritiene che il governo federale dovrebbe aumentare, ridurre o mantenere invariata la spesa per ciascuna categoria

Aumentare
Mantenere uguale
Ridurre

Veterani

73%
19%
3%

Social Security

70%
19%
4%

Medicare

67%
21%
7%

Istruzione

64%
19%
11%

Medicaid

58%
23%
13%

Ambiente

55%
22%
17%

SNAP (food stamps)

48%
24%
20%

Difesa nazionale

38%
31%
23%

TSA (sicurezza trasporti)

37%
39%
12%

ICE (immigrazione)

30%
21%
43%

Aiuti esteri

21%
24%
47%

Fonte: YouGov / The Economist · Sondaggio condotto dal 24 al 27 aprile 2026 su 1.836 adulti · Le percentuali non sommano sempre a 100 per arrotondamenti e per la quota di indecisi

Il quadro è complicato dalla situazione dei conti pubblici. Per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, il debito federale degli Stati Uniti supera il 100% del Pil. Un sondaggio condotto da Global Strategy Group e North Star Opinion Research per la Peter G. Peterson Foundation rileva che l'88% degli elettori è preoccupato per l'impatto del debito sui tassi di interesse e il 92% per l'impatto sull'inflazione. L'83% afferma che la presenza di un piano per affrontare il debito influenzerà il proprio voto nel 2026. Il 66% pensa che il debito peggiorerà nei prossimi anni, contro un 28% che si aspetta un miglioramento.

Questi numeri vanno letti con cautela. Le domande sui timori legati a inflazione e tassi di interesse erano precedute nel sondaggio da una premessa che spiegava come gli economisti, da tutto lo spettro ideologico, concordino sul fatto che il debito crescente possa aumentare inflazione e tassi, rendendo più costosi beni, servizi e trasporti. Predisposti a credere che il debito incida su questi indicatori, gli intervistati hanno fornito le risposte attese.

La spesa pubblica raramente compare ai primi posti tra le priorità degli americani. Nei sondaggi YouGov/The Economist degli ultimi anni, la voce taxes and government spending non ha mai superato il 10% delle risposte come questione più importante, una quota analoga a quella di chi indica la sicurezza nazionale e la politica estera. A dominare le preoccupazioni sono stati l'inflazione e i prezzi, anche se diritti civili e libertà civili hanno avuto un momento di rilievo nell'estate e nell'autunno del 2025.

La Peter G. Peterson Foundation, organizzazione no profit che promuove la riduzione del debito federale, conduce sondaggi mensili dalla fine del 2012. In quelle rilevazioni una media del 29% degli intervistati si aspetta un miglioramento del debito, mentre il 61% prevede un peggioramento, dati non lontani dal 28-66 dell'ultimo sondaggio. Una sola variabile ha mosso in modo significativo l'opinione pubblica su questo punto in oltre un decennio: l'elezione di Donald Trump. Dopo le vittorie del 2016 e del 2024, i sondaggi hanno mostrato per breve tempo gli elettori divisi quasi a metà, prima di tornare al consueto pessimismo. Trump ha però aumentato il deficit in modo marcato in entrambi i mandati.

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Box Box, race in the USA


Tra show e business, il legame tra F1 e Stati Uniti attraversa piste estreme, successi leggendari e contraddizioni mai risolte

La formula 1 sbarca a Miami nel gran premio più kitsch della stagione
Il rapporto tra gli States e il circus è sempre stato particolare
Amore ma con un filo di distacco e con un occhio perenne a incassi e audience
Indianapolis è stata spesso parte del mondiale ma mai veramente nel DNA della formula 1
Schumacher ci ha dominato 5 volte tra il 2000 e il 2007

Poi ci sono stati circuiti imprevedibili e a volte impresentabili
Ripercorriamo qualche passaggio incredibile del rapporto Usa - F1

Watkins Glen


Dal 61 al 80 teatro spesso finale del mondiale
Circuito permanente nel nord est americano flagellato dal gelo e dal maltempo
Circuito veloce tecnico e pericoloso. Ha visto grandi vincitori vedi Hill , Stewart, Peterson, Hunt , Lauda e Villeneuve.

Long Beach


Teatro dal 76 al 83 del Gp Usa West in California
Circuito con saliscendi, tombini , dossi e muretti scenario di gran premi esaltanti in condizioni minime di sicurezza ma entusiasmanti per sorpassi e coraggio
Strepitose vittorie per Regazzoni , Villeneuve Piquet, Lauda e Watson.

DETROIT PHOENIX DALLAS LAS VEGAS


Circuiti irreali per layout e pericolosità
Eppure alcune corse restano leggendarie
Senna che trionfa a Detroit con la Lotus tra tombini e marciapiedi, Rosberg padre che trionfa a Dallas col asfalto sgretolato per il caldo e Mansell che sviene spingendo la sua macchina, Alesi che si inventa sorpassi da brivido a Phoenix in un duello epico contro Ayrton e il leggendario quanto improbabile parcheggio del Cesar's Palace a Las Vegas nel 81 e 82 adibito a circuito con curve solo a sinistra

Oggi negli States si corre oltre a Miami anche ad Austin in un circuito bellissimo e impegnativo e a Las Vegas in un impianto rinnovato e velocissimo

Formula 1 a stelle e strisce
Un amore sempre complicato ma ancora con tante pagine da scrivere

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Spirit Airlines chiude definitivamente, cancellati tutti i voli


La compagnia aerea low-cost ha annunciato la cessazione immediata delle operazioni dopo il fallimento delle trattative per un salvataggio. Quasi 17.000 dipendenti coinvolti e migliaia di passeggeri bloccati senza possibilità di rimborso per le spese extra sostenute.

Spirit Airlines ha annunciato questa mattina la chiusura definitiva delle operazioni con effetto immediato. La compagnia aerea low-cost ha cancellato tutti i voli e avviato quella che ha definito una “cessazione ordinata” delle attività, mettendo fine a 34 anni di presenza nell’aviazione americana. La decisione coinvolge migliaia di voli già programmati e circa 17.000 dipendenti.

“A tutti i nostri clienti: tutti i voli sono stati cancellati e il servizio clienti non è più disponibile”, ha comunicato la compagnia in una nota ufficiale. Spirit ha aggiunto di essere “orgogliosa dell’impatto del nostro modello ultra-low-cost sull’industria negli ultimi 34 anni” e di aver sperato di poter servire i propri clienti ancora a lungo. Al momento dell’entrata in vigore della chiusura, nessun aereo Spirit era in volo.

La decisione arriva dopo il fallimento delle trattative per un salvataggio finanziario che avrebbe dovuto consentire alla compagnia di uscire dal secondo fallimento in meno di un anno. I piani di rilancio sono stati però compromessi dall’aumento dei costi del carburante per aerei, legato allo scoppio della guerra con l’Iran. “Nonostante gli sforzi della compagnia, il recente aumento significativo dei prezzi del petrolio e altre pressioni sul business hanno inciso in modo rilevante sulle prospettive finanziarie di Spirit”, ha spiegato l’azienda. “In assenza di nuovi finanziamenti disponibili, Spirit non ha avuto altra scelta se non avviare questa cessazione”.

Il mese scorso Spirit aveva chiesto assistenza finanziaria alla Casa Bianca e, in un primo momento, il presidente Donald Trump era sembrato disponibile a valutare un intervento. Ma venerdì sono emerse indiscrezioni sull’imminenza della chiusura, dopo l’interruzione delle trattative tra l’azienda, i detentori delle obbligazioni e l’Amministrazione Trump. “Mantenere in vita il business richiedeva centinaia di milioni di dollari di liquidità aggiuntiva che Spirit semplicemente non ha e non era più in grado di procurarsi”, ha dichiarato Dave Davis, presidente e amministratore delegato della compagnia. “È tremendamente deludente e non è il risultato che nessuno di noi voleva”.

L’impatto immediato della chiusura ricade sui passeggeri che avevano prenotato un volo, compresi quelli già in viaggio e in attesa del rientro. Sul sito dedicato alla chiusura, Spirit ha invitato i clienti a non recarsi in aeroporto e li ha indirizzati a una pagina per verificare lo stato dei rimborsi e i passaggi successivi. La compagnia ha precisato che i rimborsi saranno processati automaticamente per i voli acquistati direttamente con carta di credito o di debito, mentre chi ha prenotato tramite agenzie di viaggio dovrà rivolgersi all’intermediario utilizzato.

Resta però un nodo critico per molti viaggiatori: Spirit non rimborserà i costi sostenuti a causa delle cancellazioni, come pernottamenti d’emergenza o altre spese impreviste, salvo eventuali coperture previste dalle polizze assicurative di viaggio. Una clausola che potrebbe lasciare molti passeggeri esposti a costi significativi.

Spirit Airlines aveva vissuto il suo periodo di massimo successo a metà degli anni 2010, quando aveva aperto 28 nuove rotte in meno di un anno ed era arrivata a una valutazione fino a 6 miliardi di dollari. La compagnia aveva attirato i passeggeri con le sue tariffe “bare fare”, un modello in cui il prezzo base del biglietto veniva mantenuto molto basso, mentre quasi tutto il resto, dalle bevande ai bagagli a mano da sistemare nelle cappelliere, prevedeva un costo aggiuntivo. Pur trasportando solo una quota limitata dei passeggeri americani, Spirit era stata per un periodo tra le compagnie più redditizie del settore negli Stati Uniti.

Da tempo al centro di voci su possibili acquisizioni, in un comparto abituato a fusioni e consolidamenti, Spirit aveva tentato di vendersi a JetBlue nel 2022, dopo le difficoltà incontrate nel ritrovare stabilità finanziaria dopo la pandemia. Se l’accordo fosse andato in porto, avrebbe dato vita alla quinta compagnia aerea più grande del Paese. I funzionari del Dipartimento di Giustizia, durante l’Amministrazione Biden, avevano però sostenuto che l’operazione avrebbe violato le norme antitrust federali. Nel 2024 un giudice aveva accolto questa posizione, bloccando la fusione.

Pochi mesi dopo, Spirit aveva presentato per la prima volta istanza di protezione fallimentare per far fronte ai propri obblighi di debito, diventando la prima grande compagnia aerea americana a ricorrere al Chapter 11 dal 2011. Un giudice aveva approvato un piano di riorganizzazione all’inizio del 2025, ma la società era stata costretta a presentare una nuova istanza ad agosto, a causa della debolezza della domanda tra i viaggiatori a basso costo e del forte aumento dei costi. A dicembre erano emerse discussioni su una possibile fusione con Frontier Airlines, ma anche quel negoziato non aveva prodotto risultati.

Le origini di Spirit risalgono a una società di autotrasporti del Michigan fondata negli anni Sessanta, mentre le operazioni aeree erano iniziate negli anni Ottanta. Nel 1999 l’azienda aveva trasferito la propria sede nell’area di Fort Lauderdale, in Florida, dove è rimasta fino alla chiusura. Alla fine del 2025 impiegava circa 17.000 persone.

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Il Pentagono firma accordi con le big tech per l'intelligenza artificiale, Anthropic resta esclusa


Il Dipartimento della Difesa ha annunciato di aver siglato intese con SpaceX, OpenAI, Google, Amazon, Microsoft, Nvidia e Reflection AI basate sullo standard di "qualsiasi uso lecito" rifiutato da Anthropic.

Il Pentagono ha annunciato venerdì accordi con 7 grandi aziende tecnologiche statunitensi per portare i loro modelli di intelligenza artificiale sulle reti classificate del Dipartimento della Difesa. L’intesa isola Anthropic, che ha rifiutato lo standard di "qualsiasi uso lecito" accettato dalle altre società. Gli accordi, anticipati per primi da Bloomberg, coinvolgono SpaceX di Elon Musk, OpenAI, Google, Amazon Web Services, Microsoft, Nvidia e la start-up Reflection AI. Fino a poco tempo fa, Anthropic era l’unico modello di intelligenza artificiale disponibile sui mercati classificati.

"Questi accordi accelerano la trasformazione delle Forze Armate degli Stati Uniti in una forza da combattimento che mette al primo posto l’intelligenza artificiale", ha dichiarato il Pentagono in una nota. Donald Trump ha ordinato al governo di interrompere i rapporti con Anthropic, ma per ora la tecnologia dell’azienda resta sulle reti classificate e gli analisti dell’intelligence continuano a usarla. Il Pentagono vorrebbe passare rapidamente a ChatGPT di OpenAI e a Gemini di Google, ma la transizione ha incontrato difficoltà tecniche. I funzionari della Difesa sperano che le nuove intese spingano Anthropic ad accettare lo standard richiesto.

Un funzionario del Pentagono ha spiegato che i nuovi accordi serviranno a evitare il vendor lock-in, cioè la dipendenza da un singolo fornitore. Il Pentagono punta a uno standard unico per tutte le aziende e non vuole concedere garanzie contrattuali sull’uso dei modelli. Nella nota non ha però specificato a cosa serviranno i nuovi strumenti, limitandosi a dire che aiuteranno i militari a decidere più in fretta e meglio.

Intanto, Anthropic e il Dipartimento della Difesa si stanno scontrando anche in un tribunale federale. Il Pentagono ha classificato l’azienda come un rischio per la catena di fornitura, una mossa inedita per contestare il modo in cui un’impresa privata sviluppa i propri prodotti. Alla Casa Bianca, però, la potenza dell’ultimo modello di Anthropic, Mythos, ha colpito e preoccupato i funzionari, che ora spingono per un compromesso. L’obiettivo è chiudere lo scontro o, almeno, permettere ad altre agenzie federali di lavorare con l’azienda.

Il nodo riguarda due possibili impieghi del modello Claude: il pilotaggio di droni autonomi e la sorveglianza interna. Il Pentagono sostiene di non voler usare il modello per nessuna delle due finalità, ma con Anthropic non è stato trovato un accordo su come formularlo nel contratto, né se sia davvero necessario farlo.

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Addio ad Alex Zanardi, campione di coraggio e simbolo di rinascita


Si spegne a 59 anni l’ex pilota di Formula 1 e leggenda paralimpica. Una vita vissuta sempre oltre il limite, trasformando ogni caduta in una nuova sfida vinta

Il mondo dello sport piange Alex Zanardi. L’ex pilota di Formula 1 e simbolo universale del paralimpismo è morto all’età di 59 anni. Ad annunciarlo è stata la famiglia, mettendo fine a sei anni di lotta durissima iniziata dopo il drammatico incidente del 2020, quando rimase gravemente ferito in uno scontro con un camion durante una manifestazione benefica in handbike sulle strade del Senese.

Nato a Bologna, Zanardi aveva già sfidato il destino nel 2001, quando un terribile incidente sul circuito tedesco del Lausitzring gli costò l’amputazione di entrambe le gambe. Una tragedia che per molti avrebbe significato la fine. Per lui fu invece l’inizio di una seconda vita straordinaria. Con una forza d’animo fuori dal comune seppe reinventarsi, diventando uno dei più grandi campioni del paraciclismo mondiale e conquistando quattro medaglie d’oro e due d’argento tra le Paralimpiadi di Londra 2012 e Rio 2016.

La sua esistenza è stata un manifesto di rinascita. Sempre sorridente, determinato, capace di trasformare il dolore in energia positiva, Zanardi è diventato negli anni un esempio che ha travalicato i confini dello sport. Non solo atleta, ma uomo capace di insegnare che ogni ostacolo può essere affrontato con dignità e coraggio.

Se ne va in una data simbolica per il motorsport, lo stesso giorno in cui 32 anni fa moriva Ayrton Senna. Lascia un’eredità immensa fatta di valori, umanità e speranza. Alex Zanardi non è stato soltanto un campione: è stato la dimostrazione vivente che la forza più grande è quella di rialzarsi.

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Trump inasprisce le sanzioni contro Cuba e minaccia un'azione militare


Il presidente firma un decreto che colpisce energia, difesa e finanza dell'isola. L'Avana parla di "punizione collettiva". Esperti vedono un avvertimento a Russia e Cina.

Donald Trump ha firmato un decreto che inasprisce in modo significativo le sanzioni statunitensi contro Cuba, colpendo persone ed entità attive nei settori dell'energia, della difesa, dei metalli, dell'attività mineraria, dei servizi finanziari e della sicurezza dell'isola. Il provvedimento, annunciato venerdì 1 maggio, estende le sanzioni anche ai funzionari cubani accusati di gravi violazioni dei diritti umani o di corruzione e minaccia di tagliare l'accesso ai mercati americani delle banche straniere che continuano a lavorare con il governo dell'Avana.

Il ministro degli Esteri Bruno Rodriguez ha definito le nuove misure una forma di "punizione collettiva" contro la popolazione, denunciandole su X come provvedimenti unilaterali, illegali e abusivi. Il presidente Miguel Diaz-Canel le ha bollate come misure coercitive volte a intimidire Cuba. Il giorno prima Diaz-Canel aveva chiamato i cubani a mobilitarsi contro quello che ha definito un blocco genocida e contro le minacce imperiali degli Stati Uniti.

Il decreto è arrivato in concomitanza con le celebrazioni del 1 maggio all'Avana, dove una grande manifestazione ha sfilato davanti all'ambasciata americana sotto lo slogan "difendere la patria". In testa al corteo ci sono stati il presidente Diaz-Canel e l'ex leader rivoluzionario Raúl Castro, che si appresta a compiere 95 anni e ha fatto una rara apparizione pubblica.

Nella stessa giornata, parlando in Florida, Trump ha rilanciato l'ipotesi di un'azione militare contro l'isola. Il presidente ha detto che, una volta concluse le operazioni in Iran, la portaerei USS Abraham Lincoln potrebbe avvicinarsi a un centinaio di metri dalla costa cubana per ottenere la resa dell'isola. Già nelle settimane precedenti Trump aveva ipotizzato di "prendere" Cuba in qualche forma, sostenendo di poter fare quello che vuole con il paese vicino.

Le nuove sanzioni si inseriscono in una strategia di pressione che dura da mesi. A gennaio l'amministrazione ha imposto un blocco petrolifero, autorizzando l'arrivo di una sola petroliera russa da allora. Trump ha minacciato dazi pesanti sui paesi che vendono petrolio a Cuba, contribuendo a paralizzare il settore energetico dell'isola. Le carenze di carburante hanno provocato blackout prolungati, in alcune zone fino a venti ore al giorno, e a marzo la rete elettrica è collassata lasciando senza energia i dieci milioni di abitanti del paese. Anche il turismo, una delle principali fonti di valuta, è crollato per la riduzione dei voli.

Secondo Jeremy Paner, ex investigatore dell'ufficio per il controllo dei beni esteri del dipartimento del Tesoro statunitense e oggi avvocato presso lo studio Hughes Hubbard + Reed, il provvedimento è il più rilevante per le aziende non americane dall'inizio dell'embargo decenni fa. Paner ha spiegato al Guardian che le società petrolifere, minerarie e bancarie che avevano tenuto separate le proprie attività cubane da quelle statunitensi non sono più protette.

Andy Gómez, docente di studi cubani all'Università di Miami, ha dichiarato a CBS Miami che il decreto contiene un messaggio nascosto rivolto a paesi come Russia e Cina, invitati a tenersi a distanza dall'isola. Sempre secondo Gómez, la presenza di Raúl Castro alla parata del 1 maggio è un tentativo calcolato di proiettare forza e di mostrare che, a 95 anni, è ancora lui a tirare le fila. L'esperto ha aggiunto che le sanzioni includono anche un avvertimento implicito sul fronte migratorio: l'amministrazione sta segnalando ai vertici cubani che un'ondata migratoria di massa verso gli Stati Uniti non sarà tollerata.

Il deputato repubblicano della Florida Carlos Giménez ha sostenuto le nuove misure, definendole necessarie per colpire l'apparato di sicurezza che, secondo lui, imprigiona i prigionieri politici e opprime il popolo cubano. Giménez ha avvertito che chiunque sostenga il regime andrà incontro a conseguenze serie.

L'inasprimento arriva nonostante alcuni segnali di apertura diplomatica. Funzionari americani di alto livello hanno visitato l'isola per colloqui il 10 aprile e in quell'occasione un rappresentante statunitense ha incontrato anche Raúl Guillermo Rodriguez Castro, nipote di Raúl Castro. Il New York Times ha riferito a marzo, citando quattro persone informate, che la rimozione di Diaz-Canel dalla presidenza è un obiettivo chiave per Washington nei negoziati bilaterali, anche se gli americani avrebbero lasciato ai cubani il compito di decidere i passi successivi. L'Avana ha tradizionalmente respinto qualunque ingerenza nei propri affari interni e considera invalicabile la difesa del proprio sistema politico.

Gli Stati Uniti chiedono da tempo a Cuba di aprire l'economia statale, di pagare un risarcimento per le proprietà espropriate dal governo di Fidel Castro e di tenere elezioni libere. Per cercare di alleggerire la pressione, a marzo il vice primo ministro e ministro del Commercio estero Oscar Perez-Oliva ha annunciato che gli esiliati cubani potranno investire e possedere imprese sull'isola, aprendo a una relazione commerciale fluida con le aziende statunitensi e con i cubani residenti negli Stati Uniti.

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Alabama e Tennessee verso il ridisegno dei collegi


Dopo la sentenza che indebolisce il Voting Rights Act, i governatori repubblicani convocano sessioni straordinarie per ottenere fino a cinque nuovi seggi alla Camera, mettendo a rischio la carriera di diversi deputati neri democratici.
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Alabama e Tennessee si preparano a ridisegnare i propri collegi elettorali per la Camera dei rappresentanti, dopo la decisione della Corte Suprema che indebolisce il Voting Rights Act, la legge che tutela il diritto di voto delle minoranze. I governatori repubblicani stanno tentando di sfruttare il nuovo quadro giuridico per allargare la maggioranza del partito al Congresso, in un'operazione di gerrymandering senza precedenti nella storia recente.

Venerdì la governatrice dell'Alabama Kay Ivey e il governatore del Tennessee Bill Lee, entrambi repubblicani, hanno convocato sessioni straordinarie delle rispettive legislature con l'obiettivo di ottenere nuovi seggi sicuri per il partito. La mossa segue l'annuncio del governatore della Louisiana Jeff Landry, anch'egli repubblicano, che giovedì aveva sospeso le primarie per la Camera previste nel suo stato il 16 maggio, in modo da consentire il ridisegno della mappa elettorale.

L'insieme di queste iniziative potrebbe garantire ai repubblicani un vantaggio in un numero compreso tra tre e cinque nuovi seggi: uno in Tennessee, uno o due in Alabama e altrettanti in Louisiana. Il calcolo politico ha particolare rilievo in una fase non favorevole al partito, con i sondaggi che indicano una popolarità in calo per il presidente Donald Trump.

La Corte Suprema indebolisce il Voting Rights Act e annulla la mappa elettorale della Louisiana
Decisione 6 a 3 firmata da Alito restringe la sezione 2 della legge del 1965. A rischio una dozzina di seggi a maggioranza nera o ispanica nel Sud, con vantaggio per i repubblicani.
Focus AmericaLorenzo Ruffino


In una nota che annuncia la sessione straordinaria, in apertura martedì, Lee ha sostenuto di voler garantire che i collegi del Tennessee riflettano accuratamente la volontà degli elettori dello stato.

Il percorso in Alabama appare però più incerto e dipende da una decisione d'urgenza della Corte Suprema. Lo stato è infatti vincolato da un ordine giudiziario che impone di mantenere la mappa attuale fino al censimento del 2030. Ivey punta a ottenere l'annullamento di quel vincolo alla luce della nuova pronuncia che limita una parte cruciale del Voting Rights Act.

Il procuratore generale dell'Alabama Steve Marshall, repubblicano, ha presentato giovedì istanze d'urgenza per chiedere alla Corte di rimuovere le ingiunzioni che impediscono allo stato di utilizzare la mappa congressuale approvata dalla legislatura nel 2023. Quella mappa avrebbe garantito ai repubblicani un vantaggio in sei dei sette seggi alla Camera assegnati allo stato, ma era stata bloccata dalla stessa Corte Suprema perché diluiva il peso elettorale dei residenti neri, che rappresentano oltre un quarto della popolazione dell'Alabama. Non è ancora chiaro quando i giudici si pronunceranno sulle nuove istanze.

Ivey ha spiegato di aver convocato la legislatura per l'inizio della prossima settimana proprio per essere pronta nel caso in cui i tribunali consentissero l'uso delle mappe precedentemente disegnate per il Congresso e per il Senato statale già in questo ciclo elettorale.

Fino alla sentenza di questa settimana, il Voting Rights Act aveva obbligato molti stati a preservare i collegi a maggioranza di minoranza, distretti spesso rappresentati da deputati democratici. La nuova interpretazione della legge da parte della Corte consente agli stati a guida repubblicana di eliminare molti di quei collegi, mettendo a rischio la carriera di numerosi parlamentari neri, sia in occasione delle elezioni di metà mandato del 2026 sia nel 2028.

I tempi stringono. Per modificare le mappe in vista del voto di novembre, i leader repubblicani devono muoversi rapidamente, dato che molti stati hanno già tenuto le primarie o le hanno avviate. In Louisiana alcuni oppositori hanno presentato ricorso per bloccare il rinvio delle primarie e mantenere i collegi attuali in questo ciclo elettorale.

Non tutti gli stati a guida repubblicana hanno scelto la stessa strada. Il governatore della Georgia Brian Kemp ha annunciato venerdì che attenderà il ciclo elettorale del 2028 prima di intervenire. In South Carolina i repubblicani appaiono divisi sull'opportunità di convocare una sessione straordinaria per ridisegnare il collegio del deputato James E. Clyburn, unico democratico dello stato alla Camera. A poco più di un mese dalle primarie locali, alcuni esponenti del partito sostengono la necessità di intervenire subito, mentre i leader repubblicani in parlamento, citati dal quotidiano The State, considerano improbabile una riscrittura delle mappe quest'anno. Il governatore Henry McMaster, in una dichiarazione diffusa venerdì, ha affermato che sarebbe opportuno che l'assemblea generale verificasse la conformità della mappa congressuale del South Carolina alla legge federale e alla Costituzione degli Stati Uniti.


La Corte Suprema indebolisce il Voting Rights Act e annulla la mappa elettorale della Louisiana


La Corte Suprema americana ha annullato mercoledì la mappa elettorale della Louisiana che prevedeva due distretti a maggioranza nera, indebolendo in modo significativo il Voting Rights Act, la legge del 1965 considerata uno dei pilastri dell'era dei diritti civili. La decisione, presa con sei voti contro tre, restringe l'applicazione dello strumento principale che minoranze etniche e gruppi per i diritti di voto hanno usato per decenni per contestare le mappe elettorali ritenute discriminatorie.

L'opinione di maggioranza è stata scritta dal giudice Samuel Alito. Hanno scritto un'opinione dissenziente le tre giudici progressiste Elena Kagan, Sonia Sotomayor e Ketanji Brown Jackson. Kagan ha letto un riassunto del suo dissenso dal banco, una mossa rara che segnala un forte disaccordo con la decisione presa dai colleghi conservatori.
Louisiana v. Callais: la Corte Suprema indebolisce il Voting Rights Act

Corte Suprema · Diritto al Voto

La Corte Suprema svuota di significato il Voting Rights Act


Louisiana v. Callais — sentenza del 29 aprile 2026

6–3
La maggioranza conservatrice annulla la mappa elettorale della Louisiana con due distretti a maggioranza afroamericana e alza l'asticella per ogni futura causa contro la sezione 2 della legge sul diritto al voto del 1965.

Sentenza Erosione Effetti Reazioni

Composizione del verdetto

Maggioranza
6
Alito (autore), Roberts, Thomas, Gorsuch, Kavanaugh, Barrett

Contrari
3
Kagan, Sotomayor, Jackson


Gli Stati violano la sezione 2 solo quando le prove sostengono una forte intento di discriminazione fondata sull'etnia.
MaggioranzaSamuel Alito


La maggioranza ha eviscerato la sezione 2, riducendo la legge a lettera morta.
DissensoElena Kagan

Il caso Louisiana

D1
Bianca

D2
Afroam.

D3
Bianca

D4
Bianca

D5
Bianca

D6
Afroam.

Maggioranza afroamericana
Maggioranza bianca

La mappa del 2024, ora annullata. Gli afroamericani rappresentano circa un terzo del totale dei residenti dello Stato.

Sessant'anni di Voting Rights Act

1965
Approvazione

Il Congresso vieta la discriminazione elettorale delle minoranze etniche
Sotto Lyndon Johnson cadono i test di alfabetizzazione e le tasse sul voto. La sezione 2 vieta mappe che diluiscono il peso del voto delle minoranze.

A pieno regime

2013
Shelby County

Cade la Sezione 5
La Corte Suprema annulla l'obbligo per gli Stati che hanno avuto una storia di discriminazione contro le minoranze di sottoporre i cambiamenti alla legge elettorale dinanzi al governo federale o a un giudice.

Indebolita

2023
Allen v. Milligan

L'ultima conferma
A sorpresa la Corte Suprema conferma la sezione 2 e blocca una mappa elettorale dell'Alabama. Kavanaugh, però, scrive che il ricorso a "ridisegnamenti di distretti elettorali basati sull'etnia" non può durare "all'infinito".

Sotto pressione

2026
Louisiana v. Callais

La Sezione 2 perde mordente
La Corte non dichiara incostituzionale la Sezione 2, ma richiede la prova di un'intenzione discriminatoria esplicita. Il vantaggio politico di partito basta così a salvare la mappa.

Svuotata di significato

L'impatto futuro sul Congresso

Fino a 19
Seggi che potrebbero essere ridisegnati a favore dei repubblicani.Stima Brookings

218–213
L'attuale, fragile maggioranza repubblicana alla Camera, con 4 seggi vacanti.Gennaio 2026

Stati pronti a ridisegnare le proprie mappe

1
Louisiana

Sentenza

Lo Stato che ha intentato la causa. Le primarie sono fissate per il 16 maggio, con il voto anticipato già aperto. Il distretto del deputato afroamericano Cleo Fields è ora a rischio.

2
Florida

+4 seggi

La Camera statale ha approvato oggi il nuovo piano proposto dal governatore Ron DeSantis con 83 voti contro 28. Il governatore punta a smantellare i distretti a maggioranza democratica nel sud dello Stato.

3
Mississippi

Sessione speciale

Il governatore Tate Reeves ha già annunciato una sessione del parlamento statale 21 giorni dopo la sentenza, per riscrivere la mappa che era stata già giudicata in violazione della Sezione 2.

4
South Carolina

Pronto

Il partito repubblicano statale ipotizza di modificare le mappe per eliminare il distretto del deputato democratico Jim Clyburn, unico afroamericano alla Camera eletto in South Carolina.

5
Tennessee

Possibile

Tra gli Stati a controllo repubblicano che sono teoricamente ancora in tempo per ridisegnare le mappe prima del voto di novembre.

6
Missouri

Possibile

Già protagonista del primo round di ridisegno delle mappe nel 2025. Una nuova mappa potrebbe ulteriormente consolidare la maggioranza repubblicana.

La cornice politica

6
Stati che hanno già ridisegnato le mappe nel 2025-26: Texas, Ohio, Missouri, North Carolina, California e Virginia.

Nov 2026
Le elezioni di midterm, dove si deciderà il controllo della Camera per i prossimi due anni.

Le reazioni sulla sentenza

Approvazione Casa Bianca
Amministrazione Trump
Una vittoria completa e totale.

Approvazione Stato della Louisiana
Liz Murrill, Procuratrice Generale
Una decisione sismica che riafferma l'eguale protezione della legge.

Critica Diritti civili
Derrick Johnson, presidente NAACP
Un colpo devastante. Una licenza per i politici corrotti che vogliono manipolare il sistema mettendo a tacere intere comunità.

Critica Diritto elettorale
Richard Hasen, UCLA
È difficile sopravvalutare quanto questa decisione indebolisca il Voting Rights Act, riducendolo a uno strumento potenzialmente senza mordente.

Critica Congresso
Troy Carter, deputato democratico (Lousiana)
Un colpo devastante alla promessa di rappresentanza paritaria nella nostra democrazia.

Elaborazione FocusAmerica su fonti:Corte Suprema USA, New York Times, ABC News, NBC News, Brookings, Issue One · 29 aprile 2026

Per capire la portata della sentenza occorre partire dal Voting Rights Act, approvato dal Congresso nel 1965 sotto l'amministrazione Lyndon Johnson. La legge vietò pratiche elettorali discriminatorie come i test di alfabetizzazione e le tasse sul voto, usate per decenni nel Sud per escludere gli elettori afroamericani. La sezione 2 vieta agli stati di redigere mappe elettorali che diluiscono il peso del voto delle minoranze. In pratica, ha spinto molti stati a creare distretti dove afroamericani, ispanici o asiatici costituiscono la maggioranza degli elettori, così da garantire che possano scegliere candidati di loro gradimento.

La sentenza non ha dichiarato la sezione 2 incostituzionale, come temevano molti attivisti. Ha però alzato in misura sostanziale l'asticella per chi voglia contestare una mappa. Secondo il nuovo criterio, gli stati violano la legge solo se hanno disegnato i distretti con l'intenzione esplicita di ridurre il potere elettorale delle minoranze in base all'etnia. Se la motivazione invocata è il vantaggio politico di partito, anche se l'effetto è quello di diluire il voto delle minoranze, la mappa resta legittima. "La sezione 2 impone responsabilità solo quando le prove sostengono una forte deduzione che lo stato abbia intenzionalmente disegnato i propri distretti per offrire agli elettori delle minoranze meno opportunità a causa della loro etnia", ha scritto Alito.

Kagan ha replicato nel suo dissenso che la maggioranza ha "eviscerato" la sezione 2, riducendo la legge a "lettera morta". "Secondo la nuova interpretazione della Corte, uno stato può, senza conseguenze legali, diluire sistematicamente il potere di voto dei cittadini appartenenti alle minoranze", ha scritto Kagan.
L'attuale mappa dei distretti della Louisiana
Il caso, noto come Louisiana v. Callais, ha origine nel 2022. Dopo il censimento del 2020 il parlamento della Louisiana, controllato dai repubblicani, ha approvato una mappa con cinque distretti a maggioranza bianca e uno a maggioranza nera, su sei totali. La popolazione afroamericana costituisce circa un terzo dei residenti dello stato. Un gruppo di elettori neri ha fatto causa sostenendo che la mappa violava la sezione 2. Un giudice federale ha dato loro ragione e ha ordinato il disegno di un secondo distretto a maggioranza nera. Nel 2024 la legislatura ha approvato una nuova mappa, modellata anche per proteggere i seggi di pesi massimi repubblicani come lo speaker della Camera Mike Johnson, il leader della maggioranza Steve Scalise e la deputata Julia Letlow, membro della commissione Bilancio. Nel nuovo distretto è stato eletto il deputato democratico nero Cleo Fields.

La mappa è stata però impugnata da dodici elettori secondo i quali si trattava di un gerrymandering etnico incostituzionale, ovvero di un disegno dei collegi pensato per favorire una specifica componente etnica. Un panel di tre giudici federali ha dato loro ragione e la causa è approdata alla Corte Suprema. Nel giugno dell'anno scorso i giudici hanno rinviato la decisione e chiesto alle parti di affrontare la questione più ampia se l'uso dell'etnia nel ridisegnare i distretti sia compatibile con la Costituzione, in particolare con il quattordicesimo e il quindicesimo emendamento.

L'effetto pratico della sentenza si farà sentire ben oltre la Louisiana. Secondo un'analisi del New York Times, fino a una dozzina di distretti a maggioranza nera o ispanica nel Sud potrebbero essere riconvertiti in seggi a maggioranza bianca dai parlamenti statali a controllo repubblicano. Tutti questi seggi sono attualmente in mano a deputati democratici.

L'impatto immediato sulle elezioni di metà mandato di novembre 2026 resta incerto. In molti stati i termini per ridisegnare le mappe sono già scaduti. La Louisiana terrà le primarie il 16 maggio con il voto anticipato che inizia sabato. La Florida ha approvato mercoledì alla Camera statale, con 83 voti contro 28, un nuovo piano che potrebbe garantire ai repubblicani fino a quattro seggi aggiuntivi al Congresso. Stati come South Carolina, Tennessee e Missouri potrebbero teoricamente ridisegnare le proprie mappe prima del voto. Il governatore del Mississippi Tate Reeves ha annunciato una sessione speciale del parlamento statale ventuno giorni dopo la sentenza per riscrivere la mappa della Corte Suprema dello stato, che era stata trovata in violazione della sezione 2.

La pronuncia si inserisce in una serie di decisioni con cui la maggioranza conservatrice ha progressivamente eroso il Voting Rights Act. Nel 2013, nella sentenza Shelby County, la Corte aveva annullato la sezione 5, che obbligava gli stati con una storia di discriminazione a sottoporre i cambiamenti elettorali al governo federale o a un giudice. Solo due anni fa, nel caso Allen v. Milligan, la stessa Corte aveva confermato a sorpresa la legge bloccando una mappa dell'Alabama che diluiva il voto degli elettori neri. Già allora, però, il giudice Brett Kavanaugh aveva scritto in un'opinione concorrente che il ricorso a "ridisegnamenti basati sull'etnia" non poteva continuare "indefinitamente nel futuro".

Il presidente Donald Trump aveva spinto la scorsa estate gli stati a guida repubblicana a ridisegnare le proprie mappe in vista delle elezioni di metà mandato, nel timore di perdere la fragile maggioranza alla Camera. Texas, Ohio, Missouri e North Carolina hanno già adottato nuove mappe favorevoli al partito. La California ha risposto con un piano che dovrebbe garantire ai democratici fino a cinque seggi in più e in Virginia gli elettori hanno approvato un'analoga riforma.

Richard Hasen, esperto di diritto elettorale dell'Università della California a Los Angeles, ha scritto sul proprio blog che è "difficile sopravvalutare quanto questa decisione indebolisca il Voting Rights Act", riducendo la legge a uno strumento "potenzialmente senza denti". Il presidente della NAACP, la storica organizzazione per i diritti civili afroamericani, Derrick Johnson, ha definito in una nota la sentenza "un colpo devastante" e "una licenza per i politici corrotti che vogliono manipolare il sistema mettendo a tacere intere comunità". L'attorney general della Louisiana Liz Murrill ha parlato in un comunicato di "decisione sismica che riafferma l'eguale protezione" della legge. La Casa Bianca ha celebrato il verdetto come "una vittoria completa e totale".


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Dove il sole non arriva: i minatori boliviani nelle fotografie di Simone Francescangeli


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In Like Dust, Simone Francescangeli ci guida nel cuore delle miniere boliviane, tra desideri irrisolti e l'inesorabile peso degli obblighi sociali


Fulgide apparizioni saturano gli ambienti di un'antica miniera. L'aria è mefitica, quasi irrespirabile. I rumori, assordanti, mostruosi. Come clangori provenienti da un altro pianeta, i suoni di una lingua sconosciuta rimbalzano tra le pareti bitorzolute della nuda pietra. È uno spettacolo per il quale alcuni hanno l'obbligo di partecipare. Un battesimo da cui pochi escono vivi. Se non ci fosse il sole a tenere in piedi gli ultimi sprazzi di realtà, si potrebbe credere di dimorare in un girone dell'inferno. Uno dei peggiori, uno dei più bui. È l'inizio di un'altra giornata lavorativa per i miniatori boliviani di Potosí. Un altro giorno di fotografie per Simone Francescangeli.
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli
Dal 2015, il fotografo marchigiano racconta le comunità di minatori sparse nel territorio boliviano. Il suo progetto Like Dust affronta le difficili condizioni lavorative degli addetti minerari e le dure conseguenze sociali di una sopravvivenza in un ambiente endemicamente privo di prospettive di stabilità economica e di istruzione collettiva. Come sogni ad occhi aperti, le sue fotografie registrano l'alternarsi tra il dentro e il fuori, donando un «volto a chi non lo ha».
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli
«Ricordo ancora il momento in cui ho capito che le storie di chi viene normalmente ignorato dalla società non potevano rimanere ulteriormente irrisolte», mi racconta Simone, via telefono. «Stavo affrontando un viaggio in moto. Mi trovavo a Cusco, Perù. Aveva appena piovuto; c'era fango ovunque. Durante una pausa dal tragitto, ho intravisto una bambina vendere delle cartoline. Mentre ne mostrava qualcuna ad un turista, le sono cadute tutte rovinosamente a terra. Cadendo, si sono imbrattate di fango. Nessuno, in quelle condizioni, le avrebbe volute più acquistare. Non so cosa mi sia scattato in testa in quell'istante! Io, insieme ad altri, ci siamo avvicinati a lei e gliele abbiamo comprate tutte. Non mi sono più dimenticato quegli occhi che mi guardavano. E come se avessero lasciato in me il desiderio di rispondere ad un grande interrogativo: perché non conosciamo i nomi, le storie e i desideri di chi ogni giorno si porta sulle spalle il peso del mondo? Da lì, si può dire, è iniziato tutto».


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Quel tutto, in un incontro che sembrava destino, passa soprattutto dalla fotografia. Una scelta quasi obbligata, mi svela Simone, ma anche una conquista personale per chi, come lui, ha vissuto un passato faticoso: «ho qualche problema di dislessia - mi dice. Faccio fatica a scrivere a lungo e in una forma leggibile. La fotografia si è quindi rivelata essere da subito lo strumento di narrazione più efficace, quello che mi permette di esprimere sensazioni che altrimenti sarebbero impossibili da registrare altrove. In passato, a causa di ristrettezze economiche e problemi famigliari, non ho potuto dedicarmi ad altro che non fosse il lavoro e la scuola. La fotografia è stata quindi la conferma di una conquistata indipendenza: un'occasione per trasformare quell'amore rivolto al reportage che prima sussisteva solo nella lettura delle pagine dei settimanali. Se oggi scatto immagini è per emanciparmi e per testimoniare le vicissitudini di chi vive in bilico».
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli
In Like Dust le comunità boliviane dei minatori vivono a migliaia di chilometri al di sopra del livello del mare. A quell'altezza vertiginosa, l'aria è rarefatta; il cibo e le infrastrutture bastano a malapena a soddisfare le esigenze di poche famiglie. La sopravvivenza, in un luogo che sembra essere la ferita aperta di un enorme creatura ancestrale, è legata ad una forma di sfruttamento lavorativo che tenta ogni uomo desideroso, o necessitante, di fare soldi facili. Non ci vogliono specializzazioni, né esperienza pregressa: se sei in salute, puoi iniziare domani.

In un ciclo ripetitivo di sudore, sofferenza e violenza, inasprito da fiumi di alcol che soffocano il manifestarsi di pensieri negativi, i minatori boliviani si spaccano la schiena. E rischiano la vita. Nulla sembra però allontanarli dalla brama del guadagno e del possesso. Molti dei loro profitti - la paga è settimanale, senza contratto - vengono spesi in oggetti di status e birra. La famiglia, per loro, è spesso un ostacolo, un contrattempo. In una società dedita alla sopravvivenza, un figlio maschio può rappresentare un investimento per il futuro (anche lui potrà diventare un minatore e contribuire alle spese), mentre, le figlie femmine, sono destinate ad un continuo reinventarsi giornaliero. Questo genera frustrazione, depressione, nei minatori, che sfociano presto in violenza domestica e irascibilità.
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli
«Pochi riescono ad uscire da questo circolo vizioso», mi racconta Simone. «A subirne maggiormente le conseguenze sono soprattutto le donne e i bambini: la fetta della popolazione che rappresenta al tempo stesso la speranza di un futuro più roseo e il motivo per cui molti giovani intraprendono questo percorso». È un fatto culturale incontrovertibile, mi spiega: «se l'unica possibilità di sopravvivenza è dettata dal prendere un piccone in mano e scendere nelle viscere di una montagna, rischiando tutto, è facile cadercisi dentro e non riuscire a risollevarsi».
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli
Proprio l'aspetto culturale, in Like Dust, è al centro delle ricerca del fotografo marchigiano. L'aver scelto di realizzare molte delle immagini nella città di Potosí non è casuale. C'è uno studio dietro, dettato dall'approfondimento di testi letterari, cronaca locale e musica tradizionale. Mi racconta Simone: «Potosí è storicamente il centro minerario più importante della Bolivia. Già dai tempi della colonizzazione spagnola, si estraevano minerali preziosi da utilizzare come moneta e gioielli di ogni tipo. Una miniera (Pulacayò) è stata in passato anche il luogo di residenza del Presidente dello Stato. In questo luogo, il potere politico è influenzato dalla miniera e dagli indotti economici delle imprese minerarie. I minatori sono gli unici a poter maneggiare la dinamite. Lo fanno per fini puramente lavorativi ma anche, storicamente, e in alcuni episodi, come strumento utile a sedare degli scontri».

Se la dinamite è un simbolo, il cameratismo tra i minatori è la chiave per superare le giornate lavorative più dure. Mi svela Simone: «Ho avuto la possibilità di avvicinarmi alle prime comunità di minatori facendo delle ricerche online. Ero già interessato alla loro storia, ma non avevo ancora trovato una formula che mi permettesse di conquistare la loro fiducia. Navigando online, ho trovato sui Social Networks dei gruppi di minatori che parlavano di calcio. C'è l'usanza, tra loro, di organizzare delle partite tra lavoratori di imprese differenti. Dopo qualche messaggio scambiato nei commenti, mi hanno invitato ad andare a Potosí per assistere ad un incontro. Non ci ho pensato più di un minuto. Ho preso il primo aereo e programmato quella che sarebbe diventata la base di Like Dust».
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli
Il racconto di Simone Francescangeli convince; e lo fa in una formula che trova nella fascinazione di un approccio fotografico squisitamente latino - mi ricorda, a tratti, il buon Sergio Larrain - un appiglio per guidare lo spettatore nell'interpretazione di fatti che altrimenti potrebbero venir fraintesi. La storia che ci mostra Simone è piena di sfumature. I soggetti di Like Dust non sono messi alla berlina. Le sue fotografie non giudicano; sono taglienti, sì, a volte enigmatiche, ma non per questo risolutive: lasciano al lettore la libertà di scovare i propri indizi.

Simone parla spesso di «visione terza», come possibile soluzione per smuovere gli animi e porre interrogativi. Questa cosa, abbiamo convenuto insieme durante l'intervista, è chiara, e viene fuori sia dal bianco e nero, mai totale e oscuro, sia nella scelta del dittico come strumento di dialogo tra due fotografie, sulla carta grammaticalmente opposte ma concettualmente affini. C'è apertura, nelle sue immagini. C'è la volontà di far entrare lo spettatore in ambienti molto sensibili.

Quella di non farsi trasportare dai pregiudizi è una grande responsabilità, continua Simone, che passa anche dalla scelta dei soggetti giusti e delle situazioni più variegate. «Quando ho avuto l'occasione di poter entrare nella quotidianità di queste comunità - mi racconta - ho subito tentato di scegliere un individuo che fosse affidabile. Che non bevesse o avesse problemi sociali. Era fondamentale capire cosa spingesse queste persone a rischiare la propria esistenza per riempire le tasche delle imprese minerarie. E perché no, trasmettere anche, nel racconto, la possibilità di una via di uscita. Non tutti sperano di rimanere minatori per sempre».
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli
In un lavoro come questo, la conquista della fiducia è vitale. Solo seconda, si potrebbe dire, alla preparazione tecnica, che Simone ha curato nei minimi dettagli. Utilizzando diverse macchine fotografiche e sfruttando accessori come flash, protezioni per la pioggia e cinghie in neoprene, il fotografo si è assicurato di proteggere l'attrezzatura dalla polvere e dai detriti. All'occorrenza, una piccola stampante termica sempre in tasca per mostrare il frutto del suo lavoro. Questi strumenti si sono rivelati fondamentali per rimanere in sicurezza - molte di quelle polveri portano a malattie respiratorie - ma anche per generare certe atmosfere che rendono il progetto di Simone un viaggio sensoriale strutturato su più tappe.

Il mosso, ad esempio, ci porta a conferire direttamente con aspetti del visibile che altrimenti verrebbero ignorati. Gli oggetti, quasi più eloquenti dei volti, ci trasportano invece dentro realtà incatenate al passato. Le storie sono molteplici ma tutte unite da un unico filo: la miniera come prigione più che come salvezza.
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli
Like Dust è così una varietà di visioni che compongono un libro fatto di lunghi capitoli. Oltre alle testimonianze di chi lavora in miniera, troviamo le esperienze di donne passate dalla violenza e di enti benefici che tentano di portare un minimo di istruzione nelle comunità. Uno di questi capitoli, in particolare, mi ha colpito, per la stranezza dei contenuti. Si tratta dei riti che anticipano l'apertura delle miniere; riti secolari che coinvolgono aspetti magici e sociali ben radicati nei Boliviani.

Mi svela Simone: «Prima dell'ingresso in miniera, vengono eseguiti dei riti propiziatori atti a scongiurare possibili incidenti o mancanza di raccolta. Uno dei più importanti è quello che viene eseguito per El Tìo, figura ancestrale e padrone della montagna. I minatori gli offrono in dono foglie di coca, sigarette e alcool - rimedi che usano in abbondanza anche per eliminare, durante il lavoro, fatica e fame. Ma non finisce qui. Nei primi giorni di Agosto, sacrificano un lama per poi gettare il suo sangue all'entrata della miniera e sotterrare la sua carcassa nei terreni adiacenti. Così compiacciono l'idolo e ottengono la sua protezione. In Bolivia, i riti pagani e cristiani confluiscono insieme in una forma unica. Assistere a questi riti è stata un'esperienza mistica».
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli
Innegabilmente Like Dust ci mette di fronte a qualcosa di molto più grande di noi. La storia di questi minatori è una storia lontanissima. Lo è per ragioni geografiche, ma anche, e soprattutto, per questioni culturali. Chi, guardando le condizioni di vita di questi minatori che sacrificano la propria giovinezza, non penserebbe: perché non scappare via? In una terra quasi priva di istruzione, non è così facile.

Simone Francescangeli riesce a toccare un tasto comune. In ogni parte del mondo esistono persone assoggettate a meccanismi sociali che schiacciano chi è meno fortunato. La cultura, in qualche modo, può offrirsi come una porta di accesso al cambiamento. Non è una congettura. Dei casi, mi dice Simone, esistono.

«Per diversi mesi ho fotografato un ragazzo che rimaneva sveglio interi giorni pur di poter studiare. La mattina si svegliava per andare in miniera e la sera sfogliava questo vecchissimo quaderno dove imparava a scrivere e leggere. Ora ha aperto tre attività in paese. Porta da mangiare alla famiglia e dà lavoro ad altri coetanei. La sua, come anche molte altre storie di giovani donne rimaste vedove o uscite dal circolo infernale delle miniere, che ho raccontato in Like Dust e che mi porto tutt'ora nel cuore, rappresenta un accenno di speranza per un futuro migliore».

Gli chiedo se la fotografia possa quindi contribuire a questo obiettivo: trasportare le persone verso una maggior consapevolezza di un problema. «Si - mi dice - credo che la fotografia abbia ancora la forza di poter fare ciò! Abbiamo dimenticato come l'essere umano sia più di un numero. L'uomo ha un valore, una dignità. Portare queste storie alla luce è fondamentale per mettersi in discussione e non perdersi».
Like Dust (2015 - Ongoing), di © Simone Francescangeli

Chi è Simone Francescangeli?


Simone Francescangeli è un fotografo di origini marchigiane. Attratto dall’essere umano, dalla natura, dal continuo confronto con parole antiche come “dignità” o con quello del peso e delle difficoltà della vita di tutti i giorni. Tenta di scoprire modi e forme per approcciare il significato della parola "vita". Spinto da queste motivazioni, Simone cerca continuamente di evolvere il proprio “linguaggio”, approfondendo e sviluppando un personale modo di raccontare il coinvolgimento umano. Si dedica all'incontro con le anime nell’intento di dargli un nome. La sua narrazione si sviluppa e contamina con testi, fotografie, racconti multimediali o cortometraggi. Diversi i riconoscimenti e le pubblicazioni. Le storie principali sono state raccolte lungo i sentieri d'Etiopia, al fianco di pellegrini, a bordo di imbarcazioni di pescatori artigianali nell'Oceano Pacifico o in isolamento sostenibile, nelle miniere boliviane, sui ring cubani ed altro ancora. Qui il suo Instagram.


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DJI Power 1000 Mini debutta come una delle power station portatili più compatte e interessanti del momento. Pensata per chi cerca energia affidabile in mobilità, combina dimensioni ridotte, buone prestazioni e versatilità d’uso
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DJI ha lanciato sul mercato globale la Power 1000 Mini. Con dimensioni pari alla metà della DJI Power 1000, questa è la stazione di alimentazione da 1 kWh più portatile dell’azienda fino a oggi, frutto di oltre 15 anni di ricerca e sviluppo dedicati all’innovazione delle batterie. Progettata per il campeggio, i viaggi su strada e la creazione di contenuti, DJI Power 1000 Mini è ottimizzata per un'alimentazione ad alta efficienza e può essere ricaricata fino all’80% in soli 58 minuti (dati DJI). Essa include, inoltre, cavi e caricabatterie integrati per una ricarica e una gestione senza sforzo, tra cui un cavo USB-C retrattile da 100W, un caricatore per auto da 400W e un modulo MPPT.

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La crescente disponibilità di dati in tempo reale ha progressivamente reso i mercati finanziari più efficienti, abbattendo barriere tecnologiche ed economiche e riducendo drasticamente i costi operativi
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Dimensioni compatte, potenza ad alta efficienza


La DJI Power 1000 Mini ha una capacità della batteria di 1008 Wh ed è ottimizzata per un basso consumo energetico. Caratterizzata da una struttura più squadrata, grazie al suo design compatto misura 314 × 212 × 216 mm e pesa 11,5 kg. Con una potenza massima di 1000 W, essa può alimentare alcuni apparecchi da 1200 W tramite due porte USB-A, due prese CA o una porta SDC.
Il DJI Power 1000 Mini supporta diverse modalità di ricarica: da rete elettrica, auto e pannelli solariIl DJI Power 1000 Mini supporta diverse modalità di ricarica: da rete elettrica, auto e pannelli solari

DJI Power 1000 Mini

Autonomia e scenari d’uso

Campeggio e viaggi
Smartphone: 54 ricariche
Macchina caffè: 55 min
Proiettore: 7 ore
Frigo auto: 18 ore
Ventilatore: 7 ore

Creazione contenuti
Fotocamera: 53 ricariche
Laptop: 9 ricariche
Drone: 8 ricariche
Luci foto: 1,2 ore
Cassa Bluetooth: 50 ricariche

Ricarica desktop
PC gaming: 2 ore
Monitor: 5 ore
NAS: 7 ore
Console portatile: 50 ricariche
Lampada: 40 ore

Uso domestico
Router Wi-Fi: 30 ore
Frigorifero: 7 ore
Tostapane: 1 ora
Spremiagrumi: 3 ore
Microonde: 1 ora

Opzioni di ricarica


Il DJI Power 1000 Mini supporta diverse modalità di ricarica — da rete elettrica, auto e pannelli solari — offrendo grande flessibilità d’uso. In modalità rapida, può raggiungere l’80% in circa 58 minuti e il 100% in 75 minuti, mentre tramite il caricatore per auto da 400 W è possibile completare una ricarica da 1 kWh in circa 160 minuti anche durante la guida.
DJI Power 1000 Mini: utilizzo in campeggioDJI Power 1000 Mini: utilizzo in campeggio
Il modulo MPPT integrato consente inoltre il collegamento diretto ai pannelli solari senza adattatori, mentre il cavo USB-C retrattile da 100 W facilita la ricarica di dispositivi elettronici in modo pratico. Sul fronte dell’affidabilità, la power station integra una modalità UPS automatica che, in caso di blackout, attiva l’alimentazione in appena 0,01 secondi, garantendo continuità operativa; a completare il tutto, è presente anche un sistema di illuminazione LED regolabile utile nelle situazioni di emergenza.
utilizzo in modalità Desktop

Design e alimentazione per l'acosistema DJI


DJI Power 1000 Mini integra un sistema di sicurezza avanzato pensato per garantire affidabilità in qualsiasi contesto, dal campeggio in ambienti difficili fino all’uso ad alta quota. Le celle LFP assicurano lunga durata (fino all’80% della capacità dopo 4000 cicli) e hanno superato test di resistenza come la perforazione con chiodo, mentre un sistema monitora costantemente temperatura e prestazioni tramite 10 sensori e app dedicata. La struttura utilizza materiali ignifughi, resiste a pressioni fino a una tonnellata e funziona anche in condizioni ambientali complesse, grazie a un sistema di protezione dell’inverter contro pioggia, condensa e salsedine. Sul fronte dell’ecosistema, la presenza di porte SDC consente un’integrazione diretta con accessori DJI, supportando ricarica solare, pass-through e ricarica rapida per batterie di droni (come DJI Air 3, dal 10% al 95% in circa 30 minuti), mentre tramite app DJI Home è possibile gestire e monitorare il dispositivo da remoto in tempo reale.

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Prezzo e disponibilità


DJI Power 1000 Mini è disponibile al prezzo di 579 euro.


Trading ed evoluzione algoritmica: dove finisce il fattore umano ed entra l’IA


C'era un tempo in cui le sale operative delle grandi borse erano luoghi fisici, rumorosi, quasi teatrali. Trader che urlavano ordini, gesti codificati, decisioni prese in frazioni di secondo con il solo ausilio dei riflessi e dell'intuizione. Quell'epoca è finita da decenni; tuttavia, comprendere come — e quanto in fretta — sia cambiato tutto aiuta a dare il giusto peso a ciò che sta accadendo oggi. A Padova, dal 17 al 19 aprile scorsi, un evento ha riunito per la prima volta sullo stesso palco tre campioni mondiali del trading: l'italiano Andrea Unger, l'americano Kevin Davey e l'inglese Michael Cook. Non una competizione, non una fiera; piuttosto, una riflessione collettiva su dove stia andando una delle professioni più trasformate dalla rivoluzione digitale.
L'high frequency trading ha portato la velocità a livelli che escludono qualsiasi intervento umano nel loop decisionaleL'high frequency trading ha portato la velocità a livelli che escludono qualsiasi intervento umano nel loop decisionale

Dalle grida al codice: quarant'anni di trasformazione


Fino agli anni '70, il trading era un'attività interamente manuale. Nelle grandi borse tradizionali — Wall Street, Londra, Milano — domina l'open outcry, dove ogni transazione è il risultato di una trattativa diretta tra persone fisicamente presenti. Il fattore umano era, dunque, totale: non esistevano algoritmi, non esistevano modelli statistici operativi in tempo reale. Esistevano esperienza, relazioni, capacità di leggere il sentiment della sala. Con gli anni '80 arrivano i primi sistemi automatizzati, software che eseguivano pacchetti di ordini al verificarsi di condizioni predefinite. La logica era ancora interamente umana, ma l'esecuzione diventava automatica. Con gli anni 2000 esplode il quantitative trading. La novità è sostanziale: i sistemi non applicano più regole scritte dall'uomo, ma cercano autonomamente pattern nei dati storici. Il machine learning introduce una discontinuità ancora più profonda: la logica decisionale del modello non è più completamente comprensibile nemmeno ai suoi creatori. Il sistema impara — e le regole emergono dai dati, non dalla mente di un analista. Nel frattempo, l'high frequency trading porta la velocità a livelli che escludono strutturalmente qualsiasi intervento umano nel loop decisionale. I fondi HFT arrivano a posizionare fisicamente i propri server nei data center delle borse per guadagnare qualche centinaio di microsecondi sul concorrente.

"Il trading degli anni '80 aveva un fascino indiscutibile, ma oggi è tecnicamente irriproducibile. La disponibilità dei dati in tempo reale ha portato a un efficientamento estremo", ha dichiarato Andrea Unger.



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Padova, aprile 2025: un confronto tra tre scuole


L'evento organizzato a Padova ha avuto il merito di mettere a confronto tre approcci geograficamente e culturalmente distinti al trading sistematico. Andrea Unger — unico trader al mondo ad aver vinto quattro titoli mondiali — rappresenta la scuola italiana, che ha trovato nella formalizzazione algoritmica una via per competere ad alto livello con risorse inizialmente molto più limitate rispetto ai grandi fondi internazionali. Kevin Davey, americano, e Michael Cook, britannico, portano sul palco due visioni maturate in ecosistemi finanziari tra i più competitivi al mondo. Eppure, nonostante le differenze di background, di mercati di riferimento e di stile operativo, il confronto ha evidenziato una convergenza sorprendente.

La convergenza verso il modello algoritmico


Al di là delle specificità di ciascun approccio, l'evento di Padova ha cristallizzato una direzione comune: il trading discrezionale — quello basato sull'istinto e sulla valutazione soggettiva momento per momento — è sempre meno sostenibile nei mercati attuali. I tre campioni hanno condiviso una filosofia di fondo: ridurre l'impatto dell'emotività umana attraverso sistemi automatizzati e basati su regole rigorose, misurabili, riproducibili. Non perché l'intuizione non abbia valore, ma perché in mercati dove la competizione avviene in microsecondi, l'elemento emotivo diventa sistematicamente un fattore di rischio.

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Ricerca, sviluppo e nuovi strumenti


Uno degli aspetti che hanno caratterizzato l'evento, è stato l'apertura del reparto di ricerca e sviluppo della Unger Academy. Per la prima volta, i processi con cui vengono create, testate e validate le strategie di trading sono stati mostrati pubblicamente: dall'analisi dei dati storici alla verifica statistica, fino alla messa in produzione degli algoritmi. È stato inoltre presentato un software proprietario per il backtest di strategie in opzioni, sviluppato internamente con il contributo dell'intelligenza artificiale.

"Grazie all'AI si è riusciti a velocizzare uno sviluppo complesso e a costruire un back-tester evoluto che consente di analizzare il mercato in modo più rapido e approfondito", ha concluso Andrea Unger


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La guerra con l'Iran è costata il doppio di quanto dichiarato arrivando a 50 miliardi


Funzionari del Pentagono rivelano a CBS News che l'Operazione Epic Fury è costata quasi il doppio dei 25 miliardi di dollari ufficialmente indicati al Congresso. Pesano munizioni consumate e i 24 droni Reaper persi in combattimento.

La guerra contro l’Iran è costata al Pentagono quasi 50 miliardi di dollari, il doppio della cifra ufficialmente comunicata questa settimana dal Dipartimento della Difesa al Congresso. Lo hanno riferito a CBS News funzionari statunitensi a conoscenza delle valutazioni interne del Pentagono.

Mercoledì, durante un’audizione a Capitol Hill, un funzionario del Pentagono aveva ufficialmente stimato in circa 25 miliardi di dollari il costo dell’Operazione Epic Fury. Quella cifra, però, non includeva il valore degli equipaggiamenti militari distrutti né i danni subiti dalle installazioni militari americane. Anche CNN ha riferito che il conto reale della guerra contro l'Iran si aggirerebbe tra i 40 e i 50 miliardi di dollari.
Il vero costo della guerra contro l'Iran

Pentagono · Costi della guerra
Il vero costo della guerra contro l'Iran
Stima ufficiale vs stima reale a confronto

Il conto Cosa pesa Famiglie Congresso

Stima ufficiale vs stima reale

Pentagono al Congresso
25
miliardi di dollari

VS

Stima reale interna
~50
miliardi di dollari

Cosa non era incluso

2x
Il costo reale è il doppio della cifra ufficiale comunicata al Congresso

CBS News e CNN, citando funzionari del Pentagono, indicano un costo effettivo tra i 40 e i 50 miliardi, contro i 25 dichiarati ufficialmente.

Esclusi
Equipaggiamenti distrutti e basi danneggiate

La stima ufficiale da 25 miliardi non include il valore degli equipaggiamenti militari distrutti né i danni alle installazioni militari statunitensi colpite durante il conflitto.

1.500 mld
Richiesta di budget del Pentagono al Congresso

Hegseth e il generale Caine si sono presentati al Congresso per difendere la richiesta di fondi da 1.500 miliardi di dollari per il prossimo anno.

Anni
Quelli che ci vorranno per riportare gli arsenali ai livelli precedenti la guerra

Mark Cancian (CSIS, ex Office of Management and Budget) ha detto a CBS News che serviranno diversi anni — e che i livelli pre-conflitto erano già considerati insufficienti.

Voci principali di spesa

Munizioni consumate Voce principale

Il rimpiazzo delle scorte è la posta che pesa di più sui costi totali.

24 droni MQ-9 Reaper andati persi ~720 mln $

Velivoli senza pilota dal costo di circa 30 milioni di dollari ciascuno.

Basi militari statunitensi danneggiate Da stimare

Il controller ad interim del Pentagono Hurst: stimare i costi resta complesso, "non sappiamo come ricostruiremo quelle basi".

Carburante In aumento

Crescono i costi del carburante per aerei, navi e mezzi terrestri.

Sicurezza Nazionale (DHS) In aumento

La Difesa è il principale dipartimento sotto pressione per l'aumento dei costi, ma anche il DHS ha visto crescere la spesa legata al conflitto in Iran.

Il peso sulle famiglie americane

+150$ / mese
Spesa aggiuntiva per ogni famiglia statunitense, dovuta ai soli rincari di carburanti e fertilizzanti.
Stima dell'American Enterprise Institute

Le voci che incidono di più sui consumi

Benzina
Rincari diretti alla pompa

L'aumento dei costi del carburante si riflette sui prezzi al consumo, con un effetto immediato sulle famiglie americane.

Spesa
Rincari su generi alimentari

I rincari dei fertilizzanti, legati al conflitto, si trasferiscono lungo la filiera fino al carrello della spesa delle famiglie americane.

"
Quanto costerà il conflitto agli americani nel prossimo anno in termini di rincari su benzina e generi alimentari?
Ro Khanna (Dem, California) a Pete Hegseth — domanda rimasta senza risposta

War Powers Act · il conto alla rovescia

60 giorni dal 28 febbraio
In scadenza

Termine in scadenza

28 feb 2026 +60 giorni
Entro questa scadenza la Casa Bianca deve ottenere una dichiarazione di guerra, un'autorizzazione del Congresso o interrompere l'impiego delle Forze Armate. Hegseth sostiene però che il cessate il fuoco sospenda il conteggio: i democratici respingono questa lettura.

"
Un cessate il fuoco significa soltanto che le bombe non cadono, non che le ostilità siano terminate. Imporre un blocco navale resta a tutti gli effetti un atto di guerra.
Tim Kaine, senatore Dem (Virginia)

Bilancio della Difesa

1.500 mld $
Richiesta di budget del Pentagono per il prossimo anno presentata al Congresso

Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore, si sono presentati al Congresso per difendere la richiesta di fondi per il Pentagono da 1.500 miliardi di dollari per il prossimo anno.

Cronologia

28 Feb 2026
Inizio del conteggio dei 60 giorni del War Powers Act

Da questa data scattano i tempi previsti dalla legge del 1973 entro cui il presidente deve ottenere autorizzazione formale del Congresso o interrompere l'impiego delle Forze Armate.

Mercoledì
Pentagono dichiara: costi per 25 miliardi di dollari

Durante un'audizione a Capitol Hill un funzionario del Pentagono comunica al Congresso una stima di 25 miliardi di costi legati alla guerra in Iran, senza includere equipaggiamenti distrutti e danni alle basi.

Giovedì
Hurst al Senato ammette: stima incompleta

Il controller ad interim del Pentagono Jules Hurst riconosce davanti al senatore Blumenthal che il costo delle infrastrutture danneggiate è difficile da stimare e non è incluso nei 25 miliardi.

Stessa settimana
CBS e CNN: il costo reale è ~50 miliardi

Funzionari Usa a conoscenza delle valutazioni interne del Pentagono indicano una cifra tra i 40 e i 50 miliardi: il doppio di quanto comunicato ufficialmente.

In corso
Scontro su bilancio e War Powers

Hegseth e Caine difendono la richiesta da 1.500 miliardi di fondi per la Difesa per il prossimo anno. Resta aperto lo scontro sulla scadenza dei 60 giorni: i democratici respingono la lettura della Casa Bianca sul cessate il fuoco.

Elaborazione FocusAmerica su fonti: CBS News, CNN, American Enterprise Institute, CSIS · Audizioni Capitol Hill

A pesare sono soprattutto le munizioni consumate e da rimpiazzare. Il Pentagono ha perso 24 droni MQ-9 Reaper, velivoli senza pilota dal costo di circa 30 milioni di dollari ciascuno. Mark Cancian, consigliere senior del Center for Strategic and International Studies ed ex funzionario dell’Office of Management and Budget, ha detto a CBS News che serviranno diversi anni per riportare gli arsenali ai livelli precedenti al conflitto, livelli che i pianificatori militari consideravano già insufficienti.

Giovedì, davanti al Senato, il controller ad interim del Pentagono, Jules Hurst, ha riconosciuto che stimare i costi delle infrastrutture militari danneggiate resta complesso. "Non sappiamo quale sarà la nostra postura futura né come ricostruiremo quelle basi", ha detto rispondendo al senatore democratico del Connecticut Richard Blumenthal, che gli chiedeva cosa fosse incluso nella stima da 25 miliardi di dollari.

Anche il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore, si sono presentati al Congresso per difendere la richiesta di bilancio del Pentagono da 1.500 miliardi di dollari. Cancian ha aggiunto che la Difesa è il principale dipartimento a sostenere i costi del conflitto, ma non l’unico: pure il Dipartimento di Sicurezza Nazionale avrebbe visto aumentare la propria spesa, mentre crescono anche i costi del carburante per aerei, navi e mezzi terrestri.

Il peso della guerra alla fine però ricade principalmente sui contribuenti. Durante l’audizione, il deputato democratico Ro Khanna della California ha chiesto a Hegseth quanto il conflitto costerà agli americani nel prossimo anno in termini di rincari su benzina e generi alimentari. Il Segretario alla Difesa non ha risposto direttamente e ha rilanciato cambiando discorso e chiedendo quale sarebbe il costo di una bomba nucleare iraniana, accusando Khanna di porre domande trabocchetto su questioni interne. Ma secondo l’American Enterprise Institute, think tank vicino ai repubblicani, i soli rincari di carburanti e fertilizzanti comportano una spesa aggiuntiva di 150 dollari al mese per ogni famiglia statunitense.

Sul fronte parlamentare resta aperto anche il nodo del War Powers Act, la legge del 1973 che limita la possibilità del presidente degli Stati Uniti di impegnare le Forze Armate in ostilità senza l’autorizzazione del Congresso. Se calcolati dal 28 febbraio, stanno infatti per scadere i 60 giorni entro i quali il presidente deve ottenere una dichiarazione di guerra, un’autorizzazione specifica del Congresso o interrompere l’impiego delle Forze Armate, salvo le eccezioni previste dalla legge. Hegseth ha però sostenuto che il cessate il fuoco sospende il conteggio, una lettura che alcuni repubblicani sembrano disposti ad accettare, ma che i democratici respingono in toto.

Il senatore democratico della Virginia Tim Kaine ha replicato che un cessate il fuoco significa soltanto che le bombe non cadono, non che le ostilità siano terminate. Usare la Marina statunitense per imporre un blocco navale su tutto ciò che entra ed esce dall’Iran, ha aggiunto, resta a tutti gli effetti un atto di guerra.

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Il tuo cervello non è pigro. Il tuo ambiente è mal progettato


La forza di volontà si esaurisce nel corso della giornata. Il tuo ambiente, invece, lavora per te anche quando sei stanco. Ecco la neurobiologia dell'environment design e tre modifiche concrete per smettere di combattere contro te stesso.

In breve

Riferimenti: James Clear.

L'environment design rende la buona abitudine ovvia e quella cattiva invisibile: oggetti pronti, telefono in un'altra stanza, default che favoriscono il gesto target — il contesto batte la forza di volontà ogni volta.

TL;DR

  1. La forza di volontà si esaurisce durante la giornata, affidarsi solo a lei per cambiare abitudini è una strategia perdente.
  2. Uno smartphone sul tavolo, anche spento, riduce le capacità cognitive in modo misurabile (Ward et al., Università del Texas, 2017).
  3. Il cervello risponde ai segnali ambientali prima ancora che tu abbia deciso consciamente: cambiare il contesto cambia il comportamento.
  4. Tre modifiche concrete: scrivania vuota, telefono in un'altra stanza, zona fisica dedicata al lavoro profondo.
  5. La sfida della settimana: rimuovi oggi un oggetto che innesca un'abitudine che vuoi eliminare.

⏱ Tempo di lettura: 8 minuti

L'environment design delle abitudini parte da un'osservazione banale: il contesto cambia tutto. Eccone la prova.

Giovedì sera.

Laptop aperto sul tavolo del salotto. TV accesa in sottofondo. Notifiche di Teams ogni venti minuti. Mia moglie che passa e mi chiede se voglio del limoncello.

Tre ore di lavoro. Due paragrafi scritti.

Il venerdì successivo mi sono spostato in una sala riunioni vuota in ufficio. Silenzio. Telefono nel cassetto di un'altra stanza. Nessuna interruzione.

Novanta minuti. La proposta era pronta.

Stessa persona. Stesso cervello. Risultati completamente diversi.

Per anni ho pensato che il problema fossi io. Poca disciplina, troppa distrazione, carattere debole. Poi ho letto uno studio che mi ha fatto vedere la cosa da un angolo completamente diverso, e ho capito che stavo cercando la soluzione nel posto sbagliato.


Brain drain cognitivo: lo smartphone riduce la concentrazione anche da spento


Nel 2017 Adrian Ward e il suo team dell'Università del Texas ad Austin hanno chiesto a 800 persone di svolgere una serie di test cognitivi in tre condizioni diverse: smartphone sul tavolo con lo schermo verso il basso, smartphone in tasca, smartphone in un'altra stanza.

I risultati hanno smentito quello che la maggior parte di noi dà per scontato.

Chi aveva il telefono in un'altra stanza ha ottenuto i punteggi più alti, non perché fosse più intelligente degli altri, ma perché non sprecava risorse cognitive per resistere all'impulso di guardarlo. Anche se il telefono era spento. Anche se era capovolto. Anche se il soggetto era convinto di non pensarci.

Questo consumo silenzioso si chiama brain drain cognitivo: il cervello usa una parte della sua capacità di elaborazione per tenere sotto controllo la presenza dello stimolo, indipendentemente dalla tua intenzione consapevole.

Ann Graybiel, neuroscienziata del MIT che studia la formazione delle abitudini da trent'anni, ha documentato come i gangli della base, la struttura cerebrale che gestisce i comportamenti automatici, risponda ai segnali ambientali prima ancora che la corteccia prefrontale abbia finito di elaborare la situazione.

Il tuo cervello vede il telefono, attiva il loop, consuma attenzione. Tutto questo senza che tu te ne accorga, e senza che tu abbia deciso nulla.

Non è debolezza. È meccanica neurale.


Il loop cue-routine-reward parte sempre da un segnale ambientale


In breve: il comportamento automatico si innesca quasi sempre da un segnale fisico, visivo, olfattivo, spaziale, non da un pensiero conscio. Rimuovere o modificare quel segnale è il modo più diretto per interrompere il loop, prima ancora di allenare qualsiasi forza di volontà.

Pensa all'ultima volta che hai aperto il frigo senza avere fame. O controllato il telefono trenta secondi dopo averlo già controllato. O iniziato a sgranocchiare qualcosa mentre guardavi la TV senza neanche deciderlo consciamente.

Il modello classico dell'abitudine, segnale → routine → ricompensa, descrive esattamente questo meccanismo. E il punto cruciale, quello che si sottovaluta quasi sempre, è che il segnale nella maggior parte dei casi non è un pensiero. È un input ambientale.

Vedi il telefono → pensi alle notifiche → lo controlli.
Vedi i biscotti sul piano della cucina → pensi allo zucchero → li mangi.
Entri nel salotto con il divano → il tuo sistema nervoso si prepara al riposo → la concentrazione scende.

Il comportamento inizia prima che tu abbia deciso consciamente di farlo. E finché il segnale è lì, continuerà a partire.

Come approfondito nel riassunto de Il Potere delle Abitudini, comprendere la struttura del loop è il primo passo, ma da sola non basta. Bisogna intervenire sull'ambiente.


Ego depletion e autocontrollo: perché la forza di volontà si esaurisce


In breve: la corteccia prefrontale funziona come un muscolo, si affatica con l'uso. Costruire un ambiente che riduce le tentazioni non è pigrizia: è l'unica strategia che funziona anche quando sei esausto.

Immagina la forza di volontà come la batteria del tuo telefono.

La mattina è al 100%. Ogni volta che dici no a qualcosa, all'impulso di controllare le notifiche, al biscotto che ti passa davanti, alla tentazione di rimandare, scende di qualche punto. Nel tardo pomeriggio sei già esaurito, anche se hai fatto poco fisicamente.

Andrew Huberman, neuroscienziato della Stanford University, descrive questo processo con precisione: la corteccia prefrontale, la struttura che gestisce autocontrollo, pianificazione e decisioni complesse, si comporta esattamente come un muscolo. Si stanca. E quando è stanca, i sistemi più "antichi" del cervello prendono il sopravvento: quelli orientati al piacere immediato, alla comodità, alla risposta automatica agli stimoli.

Il ricercatore Roy Baumeister ha studiato questo fenomeno per decenni, chiamandolo ego depletion: la capacità di autoregolazione si riduce nel corso della giornata in modo misurabile. I giudici concedono la libertà condizionale più spesso la mattina che nel pomeriggio. Le persone mangiano peggio la sera. Le abitudini si rompono più facilmente quando si è stanchi.

Questo meccanismo l'ho approfondito nel post sulla forza di volontà, dove i dati di Baumeister mostrano esattamente quanti minuti dura prima di esaurirsi.

Non è una questione di carattere. È fisiologia.

E allora la domanda cambia: invece di chiederti come avere più forza di volontà, ha molto più senso chiedersi come costruire un ambiente dove ne hai bisogno di meno.

Questo è l'environment design applicato alle abitudini: non lottare contro te stesso, ma modificare il contesto in modo che il comportamento desiderato diventi il percorso di minor resistenza.

Come ho scritto nell'articolo sul mito dei 21 giorni, le abitudini si consolidano per ripetizione contestuale, e il contesto giusto può accelerare questo processo in modo significativo.


Environment design abitudini: tre modifiche che hanno cambiato tutto


Dopo l'episodio della sala riunioni, ho passato una settimana a osservare il mio ambiente. Cosa stava lì a distogliermi l'attenzione? Cosa rendeva certi comportamenti automatici?

Ho fatto tre cambiamenti. Nessuno dei tre ha richiesto più di dieci minuti.

1. Ho svuotato la scrivania


Sul piano: laptop e quaderno. Nient'altro. Nessun oggetto che non sia direttamente legato al lavoro che sto facendo in quel momento.

La ricerca sull'attentional residue della psicologa Sophie Leroy ha mostrato che ogni oggetto non correlato al compito attuale crea una micro-distrazione cognitiva, un pensiero sospeso che rimane attivo in background e consuma elaborazione mentale, anche quando non ci stai pensando consapevolmente.

Una scrivania vuota non è minimalismo estetico. È una scelta cognitiva.

2. Ho messo il telefono in un'altra stanza


Non in silenzioso. Non capovolto. In un altro locale, durante i blocchi di lavoro.

La prima volta che l'ho fatto pensavo fosse esagerato. L'effetto sulla qualità dell'attenzione nei primi venti minuti di lavoro era così evidente che mi sono chiesto come avessi fatto prima.

C'è un altro dato che vale la pena citare: Gloria Mark dell'Università della California, Irvine, ha calcolato che dopo un'interruzione digitale servono in media 23 minuti per tornare al livello di concentrazione precedente. Non è il minuto che perdi a guardare il telefono. È tutto il tempo che il cervello impiega per riportare l'attenzione dove era.

Ho scritto su questo nel pezzo sul prezzo della distrazione , il costo reale di ogni interruzione è molto più alto di quanto sembri.

3. Ho designato un posto fisico per il lavoro profondo


Il cervello impara per associazione spaziale. Se lavori sempre sul divano dove ti rilassi, il tuo sistema nervoso riceve un segnale ambivalente ogni volta che ti siedi lì: devo lavorare o riposarmi? Consuma energia cercando di risolvere il conflitto.

Ho designato una sedia specifica, in un angolo preciso del mio studio, usata solo per il lavoro che richiede concentrazione profonda. Quando mi siedo lì, il mio cervello sa già cosa sta per succedere.

Il meccanismo è lo stesso che spiega perché è così difficile dormire quando si lavora a letto: l'associazione spaziale si rompe, e il segnale ambientale sovrascrive la stanchezza biologica. Ne ho parlato in dettaglio nell'articolo sulle abitudini per aumentare l'energia.


Come applicarlo a qualsiasi abitudine


Il principio funziona nelle due direzioni.

Vuoi costruire un'abitudine? Rendi il comportamento desiderato il percorso di minor resistenza.

  • Vuoi leggere di più? Il libro va sul comodino, aperto alla pagina giusta, non sullo scaffale.
  • Vuoi fare stretching la mattina? Il tappetino va a terra la sera prima.
  • Vuoi bere più acqua? La borraccia va sul tavolo di lavoro, sempre piena.

Vuoi eliminare un'abitudine? Aumenta l'attrito verso il comportamento indesiderato.

  • Vuoi mangiare meno zucchero? I biscotti non devono essere sul piano della cucina, devono stare in un armadio alto, dietro altri oggetti, fuori dalla linea visiva.
  • Vuoi usare meno il telefono la sera? Caricalo in cucina invece che sul comodino.
  • Vuoi procrastinare di meno al computer? Elimina i segnalibri ai social dalla barra del browser.

Ogni punto di attrito in più riduce la frequenza del comportamento in modo statisticamente misurabile, non perché aumenti la tua forza di volontà, ma perché riduce l'esposizione al segnale iniziale.

Quello che etichettiamo come "pigrizia" o "mancanza di disciplina" è spesso semplicemente una risposta a un ambiente progettato male. Ho approfondito questo meccanismo nell'articolo sulla procrastinazione , ti sorprenderà quante volte il problema non è la motivazione, ma il contesto.

Per chi vuole capire come funziona davvero rimanere concentrati al lavoro nel lungo periodo, l'environment design è il punto di partenza più efficace che conosco.


Una cosa sola da fare oggi


Non ti chiedo di ristrutturare casa o comprare nulla.

Ti chiedo una cosa sola: individua un oggetto nel tuo ambiente che innesca un'abitudine che vuoi eliminare, e rimuovilo dal campo visivo.

Un cassetto. Un altro ripiano. Una borsa. Ovunque, basta che non sia lì a portarti via attenzione.

Un cambiamento piccolo. Concreto. E osserva cosa succede nei prossimi sette giorni.

FAQ


Cos'è l'environment design applicato alle abitudini?
La pratica di modificare il contesto fisico per rendere automatici i comportamenti desiderati e aumentare l'attrito verso quelli indesiderati, basandosi sui segnali ambientali che innescano il loop abitudinario. In pratica: cambiare l'ambiente invece di combattere la propria natura.
Perché la forza di volontà da sola non basta per cambiare abitudini?
La corteccia prefrontale si esaurisce nel corso della giornata (ego depletion, Baumeister). Ogni decisione, ogni "no" a un impulso consuma risorse cognitive. Modificare il contesto rimuove la necessità di esercitare autocontrollo in modo continuativo, ed è una strategia che funziona anche quando sei stanco.
È davvero provato che lo smartphone riduce la concentrazione anche quando è spento?
Sì. Ward et al. (2017, Università del Texas) ha dimostrato che la sola presenza fisica dello smartphone riduce le performance cognitive in modo misurabile. L'effetto scompare solo quando il dispositivo si trova fisicamente in un'altra stanza.
Come si usa l'environment design per costruire nuove abitudini?
Rendi il comportamento desiderato il percorso di minor resistenza: metti visibile e a portata di mano tutto ciò che serve per l'abitudine che vuoi costruire. Il libro sul comodino aperto. Il tappetino già a terra. La borraccia sul tavolo. Il cervello segue i segnali ambientali, prepara quelli giusti.
Da dove inizio se voglio applicare l'environment design?
Da un solo cambiamento: identifica un oggetto che innesca un comportamento indesiderato e spostalo fuori dalla tua linea visiva. Un cambiamento piccolo e concreto è più efficace di una ristrutturazione totale. Inizia oggi, osserva i risultati nei prossimi sette giorni.

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Gli Stati Uniti ritirano 5.000 soldati dalla Germania


Il Pentagono ha annunciato il ritiro entro un anno. La decisione arriva dopo le critiche del cancelliere tedesco alla strategia americana contro Teheran. A rischio anche le truppe in Italia e Spagna.

Il presidente Donald Trump ha ordinato il ritiro di circa 5.000 soldati americani dalla Germania entro i prossimi sei-dodici mesi. L'annuncio è arrivato venerdì primo maggio dal Pentagono e segna un'escalation nello scontro tra Washington e Berlino sulla guerra in Iran. Il numero corrisponde a circa il 14% dei 36.000 militari statunitensi attualmente di stanza nel paese, secondo i dati ufficiali del Dipartimento della Difesa aggiornati alla fine del 2025.

La decisione segue le critiche del cancelliere tedesco Friedrich Merz alla gestione americana del conflitto con Teheran. Parlando lunedì a Marsberg, Merz ha sostenuto che gli americani non avevano alcuna strategia in Iran e che la leadership iraniana stava umiliando Washington. Trump ha risposto martedì su Truth Social accusando il cancelliere di non sapere di cosa stesse parlando e di pensare che l'Iran potesse dotarsi di un'arma nucleare. Mercoledì il presidente ha annunciato che la sua amministrazione stava studiando una possibile riduzione della presenza militare in Germania, con una decisione attesa a breve.

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha dichiarato in un comunicato che la decisione segue una revisione approfondita della postura delle forze in Europa e tiene conto delle esigenze del teatro operativo e delle condizioni sul terreno. Secondo il Wall Street Journal, il ritiro comporterà la rimozione di una brigata dell'esercito e cancellerà il dispiegamento di un battaglione dotato di missili convenzionali a lungo raggio, previsto per quest'anno e annunciato dall'amministrazione di Joe Biden al vertice NATO di Washington del 2024.

La Germania ospita la più grande presenza militare americana in Europa. Sul territorio tedesco si trovano i quartieri generali dello European Command e dell'Africa Command, la base aerea di Ramstein, il Landstuhl Regional Medical Center, il più grande ospedale militare statunitense all'estero, dove sono stati curati i feriti delle guerre in Afghanistan e Iraq e ora anche quelli del conflitto con l'Iran. Nel paese sono inoltre stazionati missili nucleari americani. Le basi tedesche hanno funzionato come snodi logistici e punti di rifornimento per l'operazione Epic Fury, nome ufficiale della campagna militare statunitense contro Teheran iniziata il 28 febbraio con attacchi congiunti americani e israeliani. Solo il Giappone supera la Germania per numero di truppe americane ospitate.

Funzionari della difesa hanno precisato che il ritiro non riguarderà il trasporto e la cura dei militari feriti al Landstuhl Regional Medical Center. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha dichiarato giovedì che Berlino è preparata e sta discutendo la questione all'interno degli organismi NATO in uno spirito di fiducia, aggiungendo di aspettarsi decisioni appropriate tra alleati e partner. Funzionari tedeschi citati dal Wall Street Journal hanno specificato di non prevedere effetti significativi sulle installazioni principali di Ramstein e Stoccarda.

L'annuncio ha suscitato critiche bipartisan a Washington. Il senatore democratico del Rhode Island Jack Reed, membro di rilievo della commissione Servizi Armati del Senato, ha dichiarato che la mossa lascia intendere che gli impegni americani verso gli alleati dipendono dall'umore del presidente, chiedendo l'immediata sospensione di un'azione definita avventata. Il deputato repubblicano del Nebraska Don Bacon, ex generale dell'aviazione, ha detto che la decisione indebolisce la NATO e fa piacere alla Russia, definendola una reazione impulsiva. Bradley Bowman, studioso della Foundation for Defense of Democracies, ha sostenuto che la presenza militare americana in Germania rafforza la deterrenza contro ulteriori aggressioni del Cremlino e facilita la proiezione della potenza militare nel Mediterraneo, in Medio Oriente e in Africa.

Trump ha minacciato di ridurre le truppe anche in Italia e Spagna. Interrogato giovedì nello Studio Ovale, ha risposto che probabilmente lo farà, accusando l'Italia di non essere stata di alcun aiuto e definendo la Spagna odiosa. Alla fine del 2025 l'Italia ospitava 12.662 soldati americani in servizio attivo e la Spagna 3.814. Il presidente ha più volte accusato gli alleati europei di non contribuire abbastanza alla campagna contro l'Iran e alla sicurezza dello stretto di Hormuz, bloccato da Teheran dall'inizio del conflitto.

Complessivamente, in Europa sono di stanza circa 85.000 militari americani, inclusa la portaerei USS Gerald R. Ford nel Mediterraneo. I tagli riporterebbero la presenza statunitense ai livelli del 2022, prima dell'invasione russa dell'Ucraina. Funzionari americani citati dal Wall Street Journal hanno spiegato che l'obiettivo non è ridistribuire le forze all'interno dell'Europa ma riallocarle verso l'emisfero occidentale e la regione indo-pacifica. Già lo scorso ottobre Washington aveva confermato la riduzione di 1.500-3.000 soldati al confine NATO con l'Ucraina, in particolare in Romania.

Non è la prima volta che Trump tenta di ridurre la presenza militare in Germania. Nel 2020, durante il primo mandato, aveva annunciato il ritiro di circa 12.000 soldati, presentato dal Pentagono come un riposizionamento strategico e dal presidente come una sanzione per le insufficienti spese militari tedesche. Il piano si era scontrato con la resistenza bipartisan al Congresso e fu poi cancellato dal presidente Joe Biden poco dopo l'insediamento nel 2021. Da allora la Germania ha aumentato la spesa per la difesa, e funzionari americani hanno elogiato Berlino per questo sforzo, in contrasto con le critiche rivolte a Madrid. Una legge del 2023 impedisce al presidente di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO senza l'approvazione del Congresso.

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La rassegna stampa di sabato 2 maggio 2026


Trump afferma che le ostilità con l'Iran sono terminate, ritira 5.000 soldati dalla Germania e una corte d'appello blocca l'accesso postale alla pillola abortiva

Questa è la rassegna stampa di sabato 2 maggio 2026

Trump afferma che le ostilità con l'Iran sono "terminate"


Il presidente Trump ha informato il Congresso in una lettera che le ostilità con l'Iran sono "terminate" a causa del cessate il fuoco, sostenendo che non ha più bisogno dell'autorizzazione del Congresso per continuare le operazioni militari. La mossa arriva mentre venerdì segna i 60 giorni dall'inizio del conflitto, scadenza prevista dalla Legge sui Poteri di Guerra per ottenere l'approvazione congressuale.

Fonti: New York Times, BBC, The Guardian

Gli Stati Uniti ritirano 5.000 soldati dalla Germania


Il Pentagono ha annunciato il ritiro di circa 5.000 soldati americani dalla Germania nei prossimi 6-12 mesi, in seguito alle tensioni con il cancelliere Friedrich Merz che aveva criticato la strategia americana in Iran definendo gli USA "umiliati". La decisione porta il numero di truppe ai livelli pre-2022 e rappresenta una rappresaglia diplomatica di Trump.

Fonti: New York Times, Financial Times, The Guardian

Una corte d'appello blocca l'accesso postale alla pillola abortiva


La Quinta Corte d'Appello degli Stati Uniti ha bloccato temporaneamente la possibilità per i medici di prescrivere la pillola abortiva mifepristone attraverso la telemedicina e di inviarla per posta. La decisione, presa in una causa intentata dalla Louisiana contro la FDA, limita l'accesso al metodo più comune per l'interruzione di gravidanza negli USA.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal, The Hill

Il Pentagono stima che il blocco navale è costato 4,8 miliardi all'Iran


Il Dipartimento della Difesa ha stimato che il blocco navale americano ha fatto perdere all'Iran circa 4,8 miliardi di dollari in ricavi petroliferi. Il blocco, istituito più di due settimane fa, è una delle azioni utilizzate dal presidente Trump per esercitare pressioni sull'Iran durante il conflitto in corso.

Fonti: The Hill

Un giudice federale blocca le espulsioni di 3.000 rifugiati yemeniti


Un giudice federale di Manhattan ha bloccato l'amministrazione Trump dal costringere circa 3.000 rifugiati yemeniti a lasciare gli Stati Uniti, ordinando un'estensione temporanea dello status di protezione temporanea. La decisione arriva mentre una causa legale per preservare le protezioni è in corso, con il giudice che ha sottolineato i rischi per la sicurezza nel rimpatriare persone in un paese in conflitto armato.

Fonti: New York Times, The Guardian

Spirit Airlines si prepara alla chiusura dopo il fallimento del salvataggio


La compagnia aerea low-cost Spirit Airlines si sta preparando a cessare le operazioni dopo che i colloqui per un salvataggio governativo da 500 milioni di dollari sono falliti. Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno ancora "valutando" un possibile salvataggio ma procederebbe solo "se fosse un buon affare" per il governo americano.

Fonti: New York Times, Financial Times, The Hill

Gli Stati Uniti approvano vendite di armi per 9 miliardi al Medio Oriente


Il Segretario di Stato Marco Rubio ha approvato trasferimenti accelerati di armi a Israele, Kuwait, Qatar e Emirati Arabi Uniti, aggirando la revisione congressuale standard. Le vendite includono missili di difesa aerea e sistemi di guida laser, mentre il cessate il fuoco con l'Iran appare sempre più fragile e le tensioni regionali aumentano.

Fonti: Bloomberg

Trump sostiene Andy Barr per il Senato del Kentucky


Il presidente Trump ha dato il suo sostegno al rappresentante Andy Barr nella corsa per sostituire l'ex leader della maggioranza del Senato Mitch McConnell nel Kentucky. L'endorsement arriva dopo che il candidato sostenuto da Musk, Nate Morris, ha ritirato la sua candidatura annunciando che si unirà all'amministrazione Trump.

Fonti: New York Times, Bloomberg

Il presidente del Bard College si dimette dopo le rivelazioni sui legami con Epstein


Leon Botstein, presidente del Bard College da 50 anni, ha annunciato il suo ritiro dopo che un'indagine indipendente ha rivelato che aveva fatto circa 25 visite alla casa di Jeffrey Epstein e non era stato trasparente sui suoi legami con il finanziere condannato. L'inchiesta ha trovato che le sue interazioni frequenti "avrebbero potuto allertarlo" sulla possibilità di facilitare gli abusi di Epstein.

Fonti: New York Times, The Guardian, Wall Street Journal

Gli Stati del Sud si muovono per ridisegnare i collegi elettorali


I governatori repubblicani dell'Alabama e del Tennessee hanno convocato sessioni speciali dei rispettivi parlamenti statali per considerare nuove mappe congressuali, dopo una decisione della Corte Suprema che ha ristretto l'ambito del Voting Rights Act. Le sessioni inizieranno lunedì prossimo per discutere potenziali modifiche ai distretti elettorali prima delle elezioni di novembre.

Fonti: The Hill, New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Il Diavolo veste Prada 2 (2026)


Ma sapete che... niente male? Molto godibile, fatto apposta per chi ha amato il primo e vuole un filo di "closure" per alcuni personaggi... non so, è stata una serata cinema piuttosto piacevole anche se, ecco, non è proprio il film da guardare per la trama.
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Mortal Kombat (2021)


Devo fare coming out: ho giocato davvero pochissimo a Mortal Kombat da ragazzino (sempre stato dal lato "Tekken") quindi conosco giusto a spanne l'universo, la lore & co. Sarà (anche) per questo che ho apprezzato particolarmente 'sto film?

Niente fraintendimenti: non è il film della vita eh, ma... un film godibilissimo in tranquillità e cazzeggio senza troppe pretese. Carico a palla per andare a vedere il secondo a breve nei cinema con mister Karl "Butcher" Urban (sì, The Boys fa male).

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The Martian (2015)


Rivisto obbligatoriamente dopo Project Hail Mary: so che non è "un film per tutti" ma porca miseria che bel film! Divertente, interessante, intrattenente e senza momenti morti anche nella versione estesa (vabbeh forse uno verso la fine in quel caso).

Gran film.

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Exit 8 (2025)


Sapevo davvero pochissimo su questo IP prima di guardare il film (forse avevo giusto visto il video di Yotobi che ci giocava, credo) eppure ho trovato molto ben fatto il "clima" in cui ti porta questo film.

Da fan dei "loop" e dei film girati in un ambiente chiuso e limitato ho apprezzato praticamente tutto, consigliato!

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Send help (2026)


Aspettative sotto terra (non so manco io come mai) e film che si è rivelato UN FILO meglio di quanto avessi previsto anche se nel complesso, per quanto scorrevole, non mi ha lasciato praticamente nulla.

Si inizio che finale un po' meh.

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The Boys - Stagione 4 (2025)


Per qualche motivo avevo mollato The Boys alla stagione 3 (e il "qualche motivo" è che mi aveva annoiato non poco, forse un filo ripetitivo o forse troppo "reale"? Non ricordo): aver recuperato la quarta stagione tutta di fila prima della quinta è stato un bene: ottima rampa di lancio per la quinta ed ultima stagione che sto seguendo in diretta.
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I figli di Trump entrano nell'affare del tungsteno in Kazakistan finanziati dal governo Usa


Donald Trump Jr. ed Eric Trump hanno investito nella società che si è fusa con Cove Kaz Capital, gruppo che ha ottenuto fino a 1,6 miliardi di dollari di sostegno federale per estrarre tungsteno in Kazakistan.

Donald Trump Jr. ed Eric Trump hanno investito in una società che oggi controlla uno dei più grandi progetti di tungsteno al mondo, finanziato fino a 1,6 miliardi di dollari dal governo statunitense guidato dal padre. Lo rivela il Financial Times, che ha ricostruito le tappe finanziarie e diplomatiche dell’operazione.

Il 22 settembre il presidente del Kazakistan, Kassym-Jomart Tokayev, ha comunicato al suo omologo americano Donald Trump l’intenzione di affidare un importante progetto di tungsteno a Cove Kaz Capital, un gruppo di investitori statunitensi in concorrenza con aziende rivali cinesi e russe. La stampa ha rivelato l'esistenza dell'intesa informale il 21 ottobre. Il 6 novembre Cove Capital, società madre di Cove Kaz, e la Compagnia Mineraria Nazionale del Kazakistan hanno annunciato un accordo per sviluppare quella che definiscono "la più grande miniera di tungsteno non ancora sfruttata al mondo".

I due figli del presidente a quel punto erano già entrati nell’affare. Ad agosto avevano acquisito una partecipazione nel gruppo edile Skyline Builders attraverso un veicolo finanziario gestito da una controllata di Dominari Securities. L’entità dell’investimento iniziale non è stata resa pubblica. Il 28 ottobre hanno rafforzato la loro posizione partecipando a un collocamento privato che ha raccolto quasi 24 milioni di dollari. Tre giorni dopo Skyline Builders ha annunciato l’acquisizione del 20% di Kaz Resources, controllata da Cove Capital, per 20 milioni di dollari. Giovedì le tre società si sono fuse: la nuova entità si chiamerà Kaz Resources e sarà quotata al Nasdaq.

Don Jr ed Eric Trump siedono nel consiglio consultivo di Dominari dalla fine del 2024 e detengono una quota anche nella capogruppo Dominari Holdings. Non è la prima volta che entrano a far parte di un progetto del genere riguardante minerali critici. Lo scorso anno l'Amministrazione Trump ha siglato un accordo da 600 milioni di dollari con il produttore di terre rare Vulcan Elements, pochi mesi dopo che 1789 Capital, fondo di venture capital di Donald Trump Jr, aveva investito nella stessa azienda.

A sostenere il progetto sono due agenzie controllate dal governo federale statunitense, l’Export-Import Bank e la Development Finance Corporation, che lo scorso anno hanno emesso lettere di interesse per un totale massimo di 1,6 miliardi di dollari a favore dello sfruttamento dei giacimenti di Northern Katpar e Upper Kairakty, nel Kazakistan centrale. Cove Kaz ne controlla oggi il 70%. I democratici hanno più volte sollevato dubbi sui potenziali conflitti di interesse legati agli investimenti della famiglia presidenziale.

Al momento, però, non ci sono elementi che indichino che Donald Trump Jr. ed Eric Trump conoscessero l’imminente assegnazione del contratto quando hanno investito in Skyline Builders, né che abbiano influenzato la decisione. "Donald Jr. è un investitore passivo in American Ventures e non ha alcun ruolo operativo nella società", ha dichiarato il portavoce del figlio maggiore del presidente. "Non si interfaccia con il governo federale per conto di nessuna delle aziende in cui investe o che consiglia". Eric Trump non ha invece risposto alle richieste di commento.

L’amministratore delegato di Cove, Pini Althaus, ha detto al Financial Times di non aver mai parlato direttamente con i fratelli Trump e di non conoscere l’entità delle loro partecipazioni. Ha però ammesso che Cove ha ricevuto "assistenza diretta dal presidente Trump, dal Segretario di Stato [Marco] Rubio e dal Segretario al Commercio [Howard] Lutnick" per ottenere i diritti di sfruttamento del giacimento kazako.

Il tungsteno è un metallo strategico per la difesa, utilizzato in utensili da perforazione, proiettili perforanti e missili a energia cinetica. L’Amministrazione Trump punta a costruire nuove catene di approvvigionamento per i minerali critici, tra cui proprio il tungsteno, e a ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dalla Cina. "Il tungsteno è oggi l’oggetto del desiderio del Pentagono, lo vogliono a qualsiasi prezzo", ha dichiarato al Financial Times Christopher Ecclestone, stratega minerario del gruppo di ricerca londinese Hallgarten & Company.

Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)

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Trump alza al 25% i dazi su auto e camion europei: "L'Ue non rispetta l'accordo commerciale"


Il presidente annuncia su Truth Social l'aumento dal 15% al 25% dalla prossima settimana. Esenzione solo per i costruttori europei che produrranno i propri veicoli negli Stati Uniti.

Il presidente Donald Trump ha annunciato che dalla prossima settimana porterà al 25% i dazi su auto e camion provenienti dall’Unione Europea. Il presidente americano ha accusato Bruxelles di non rispettare l’accordo commerciale firmato lo scorso anno.

“Sulla base del fatto che l’Unione Europea non sta rispettando l’accordo commerciale concordato, la prossima settimana aumenterò i dazi applicati all’Unione Europea su auto e camion che entrano negli Stati Uniti”, ha scritto Trump su Truth Social. Nello stesso post, il presidente ha precisato che le case automobilistiche europee saranno esentate solo se sposteranno la produzione negli Stati Uniti: “Se produrranno auto e camion in stabilimenti americani, non ci sarà alcun dazio”.

Attualmente le merci europee in ingresso negli Stati Uniti pagano un dazio del 15%, così come fissato dall’intesa raggiunta lo scorso luglio nel campo da golf di Trump a Turnberry, in Scozia. Quell’accordo aveva permesso all’UE di evitare i dazi del 30% che Trump aveva minacciato nei mesi precedenti, dopo l’ondata tariffaria del cosiddetto “Liberation Day” di aprile. In cambio, l’Europa si era impegnata a investire negli Stati Uniti e a modificare alcune regole interne per favorire le esportazioni americane.
Dazi USA-UE: il tetto del 15% si sgretola

Guerra commerciale · 1 maggio 2026
Il tetto del 15% sulle merci UE si sgretola
Trump porta al 25% i dazi su auto e camion europei. Esenti solo le case che producono negli Stati Uniti.

Dazi L'accordo Impatto Cronologia

Oggi
0%
Tetto Turnberryluglio 2025

Prossima settimana
0%
Auto e camion UEannuncio Trump


L'Unione Europea non sta rispettando il nostro accordo commerciale precedentemente concordato. Donald Trump · Truth Social, 1 maggio 2026


I numeri dell'annuncio

+10pp
Aumento del dazio sulle auto UE

Dal 15% concordato a Turnberry al 25% annunciato su Truth Social. 10 punti percentuali in più che si sommano alle tariffe già esistenti per chi non produce in stabilimenti americani.

100mld $
Investimenti annunciati per stabilimenti negli USA

Trump rivendica oltre 100 miliardi di dollari in nuovi investimenti per la creazione di impianti automobilistici sul territorio americano, definendoli "un record nella storia della produzione di auto e camion".

38,9mld €
Export auto UE → USA nel 2024

Secondo Eurostat e ACEA, l'UE ha esportato negli Stati Uniti 757.654 nuovi veicoli per un valore di 38,9 miliardi di euro. Gli USA assorbono il 22% dell'export auto UE.

Sec.232
Base legale dei nuovi dazi: la Corte Suprema non li ha toccati

A febbraio la Corte Suprema ha invalidato i dazi del "Liberation Day" basati sull'IEEPA. I dazi sulle auto poggiano però sulla Section 232 del Trade Expansion Act, una base legale autonoma e non colpita dalla sentenza.

L'architettura tariffaria oggi

0%

12,5%

25%

37,5%

50%

Acciaio e alluminio 50%

Mantenuti dal "Liberation Day", base legale Section 232

Auto e camion UE — annuncio 25%

In vigore dalla prossima settimana

Tetto generale beni UE 15%

Accordo Turnberry, ratificato il 26 marzo 2026

Beni industriali USA in UE 0%

Concessione UE in cambio del tetto

Il nodo legale

160mld $ di rimborsi
Le aziende chiedono indietro i dazi imposti il "Liberation Day"

Il 20 febbraio 2026 la Corte Suprema ha bocciato con una maggioranza 6-3 i dazi imposti via IEEPA. Stimati oltre 160 miliardi di dollari riscossi tra 2025 e 2026 ora soggetti a richieste di rimborso. I dazi auto restano intatti perché basati sulla Section 232, una norma con autonoma copertura giuridica.

Quanto vale il mercato USA

22%
Quota degli Stati Uniti sull'export auto UE.
Secondo solo al Regno Unito.
Fonte: ACEA, dati 2024

Chi paga di più, in Europa

VW + Mercedes + BMW 73%

Quota dell'export auto UE → USA dei tre giganti automobilistici tedeschi

Porsche e Ferrari 100%

Auto vendute negli USA importate dall'Europa: nessuna produzione locale

VW, Mercedes, BMW ~50%

Quota delle vendite USA coperta da stabilimenti americani

L'effetto già visibile

−21,4%
Export auto UE → USA nel 2025

Calo annuo del valore delle esportazioni di auto dall'UE verso gli Stati Uniti, "effetto diretto dei dazi imposti l'anno scorso", secondo l'ultimo rapporto ACEA.

−56%
Utile netto Mercedes-Benz, primo semestre 2025

L'utile è sceso da 6,1 a 2,7 miliardi di euro. Mercedes ha attribuito il crollo a "dazi e contesto macroeconomico". BMW ha registrato −29% sull'utile netto, Volkswagen −33% sull'utile operativo.

La rotta dei dazi

Aprile 2025
"Liberation Day": Trump impone dazi globali del 25% sulle auto

Tariffe del 25% su veicoli e componenti importati, sulla base della Section 232 (sicurezza nazionale). I dazi reciproci globali sono invece imposti via IEEPA. L'UE valuta ritorsioni.

Luglio 2025
L'accordo di Turnberry: tetto del 15% sui beni UE

Trump e Ursula von der Leyen firmano l'intesa nel campo da golf di Trump in Scozia. L'UE evita i dazi del 30% precedentemente minacciati e si impegna a investimenti e acquisti di energia americana per 750 miliardi di dollari entro il 2028.

Gennaio 2026
L'Europarlamento sospende il via libera

Il Parlamento Europeo blocca l'iter dell'accordo in risposta alle minacce di Trump di voler annettere la Groenlandia. Bruxelles introduce una clausola di salvaguardia per sospendere l'intesa in caso di coercizione economica.

20 febbraio 2026
La Corte Suprema boccia i dazi IEEPA

Sentenza 6-3 in Learning Resources v. Trump: l'IEEPA non autorizza il presidente a imporre dazi. I dazi del "Liberation Day" sono illegittimi. Restano però in vigore quelli basati su Section 232 (acciaio, alluminio, auto) e Section 301.

26 marzo 2026
L'Europarlamento approva l'accordo di Turnberry, con aggiunte

Via libera con 417 sì, 154 no, 71 astenuti. Inserite "sunset clause" (scadenza marzo 2028) e "sunrise clause" che subordina le preferenze al rispetto degli impegni di Turnberry da parte degli Stati Uniti.

1 maggio 2026
Trump annuncia il nuovo aumento: dazi auto al 25%

Su Truth Social: "L'Unione Europea non sta rispettando l'accordo commerciale". Niente dazi per chi produce in stabilimenti americani. L'aumento entrerà in vigore "la prossima settimana".

Elaborazione FocusAmerica su fonti: ACEA, Eurostat, Parlamento europeo, Tax Foundation, Reuters, AP, Sole 24 Ore · Dati al 1 maggio 2026

L’iter dell’accordo è stato accidentato. A gennaio il Parlamento Europeo aveva sospeso il via libera al testo, in risposta alle minacce di Trump di voler annettere la Groenlandia, territorio autonomo danese. Bruxelles ha poi inserito una clausola di salvaguardia: l’intesa potrà essere sospesa se l’Amministrazione americana compromette gli obiettivi dell’accordo, discrimina operatori economici europei, minaccia l’integrità territoriale degli Stati membri o le loro politiche estere e di difesa, oppure ricorre alla coercizione economica. Solo così il Parlamento Europeo ha approvato definitivamente l’accordo a marzo.

Nel suo annuncio, Trump ha aggiunto che miliardi di dollari stanno arrivando per nuovi impianti di produzione sul territorio americano e ha definito quelle cifre “un record nella storia della produzione di auto e camion”. Resta però aperto un nodo giuridico: la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittimi i dazi del Liberation Day, imposti sulla base dell’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa), e le aziende che li hanno pagati stanno ora chiedendo il rimborso. I dazi sulle auto poggiano, però, su una base legale diversa e la sentenza non li tocca: la Casa Bianca può quindi modificarli liberamente.

Questa voce è stata modificata (2 settimane fa)

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61ª Biennale di Venezia: la Russia torna ai Giardini, la giuria si dimette


La Biennale Arte di Venezia apre il 9 maggio senza giuria. I cinque membri si sono dimessi in blocco dopo che la Fondazione ha deciso di riammettere la Russia ai Giardini: una scelta che ha trasformato la più antica rassegna d'arte contemporanea del mondo in un campo di battaglia diplomatico.

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Sintesi audio: per ogni dato e riferimento fa fede il testo.

La Biennale Arte di Venezia apre il 9 maggio senza giuria. I suoi membri si sono dimessi in blocco per protestare contro la partecipazione russa, segnando uno spartiacque nella politica culturale europea. I ministri ucraini Andrii Sybiha e Tetyana Berezhna hanno formalizzato la posizione di Kyiv in una dichiarazione congiunta l'8 marzo 2026: «La Biennale di Venezia non deve diventare un palcoscenico per insabbiare i crimini di guerra che la Russia commette quotidianamente contro il popolo ucraino e il nostro patrimonio culturale».

Per l'Italia, il caso diventa un banco di prova della propria autonomia diplomatica in un momento in cui Roma cerca di mantenere un equilibrio tra fedeltà atlantica e pragmatismo economico nei confronti dei partner tradizionali.

Dopo l'invasione su larga scala dell'Ucraina nel febbraio 2022, la maggior parte delle istituzioni culturali europee aveva escluso artisti e rappresentanze russe ufficiali. La Biennale stessa aveva annullato la partecipazione del padiglione russo nel 2022 e 2024, in linea con le sanzioni europee e la pressione internazionale. La decisione di riammettere Mosca nel 2026 riflette una lettura diversa del panorama geopolitico: l'allentamento percepito delle tensioni militari, le trattative diplomatiche in corso e la volontà di distinguere tra responsabilità statali e libertà espressiva degli artisti.

Ma la mossa ha scatenato una reazione a catena. Il 22 aprile la giuria aveva già votato per escludere Russia e Israele dall'assegnazione dei Leoni. Una settimana dopo, il 29 aprile, tutti i membri della giuria internazionale hanno rassegnato le dimissioni, rendendo impossibile l'assegnazione dei premi principali secondo le modalità tradizionali.

Curatori e artisti di paesi alleati dell'Ucraina hanno minacciato il ritiro dei loro padiglioni. Il governo ucraino ha intensificato la campagna diplomatica, appellandosi direttamente alle autorità italiane e al presidente della Biennale. Per Kyiv, la presenza russa alla manifestazione veneziana equivale a una legittimazione culturale di un regime accusato di crimini di guerra. Per la Biennale, escludere la Russia significherebbe cedere alla strumentalizzazione politica dell'arte e tradire la propria missione di dialogo universale.

L'Italia tra due fuochi


La vicenda mette l'Italia in una posizione scomoda. Il prestigio della Biennale deriva proprio dalla capacità di mantenere una postura sovranazionale, accogliendo voci anche da regimi controversi senza per questo avallarli politicamente. Eppure, questa autonomia trova limiti quando si scontra con le priorità della politica estera europea, soprattutto in materia di sanzioni e isolamento diplomatico.

Sul fronte interno lo scontro è aperto. Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Fondazione Biennale, ha deciso in autonomia di ammettere la Russia definendo la Biennale una sorta di «ONU delle arti». Il governo Meloni ha preso le distanze, ma senza chiedere a Buttafuoco — che pure è una sua nomina — di fare un passo indietro. Sul fronte europeo, la Commissione ha già notificato la sospensione della sovvenzione da 2 milioni di euro, notificando formalmente la propria intenzione alla Fondazione.

Il governo italiano si trova a dover gestire pressioni contrapposte. Da un lato, le istituzioni europee e i paesi baltici chiedono coerenza con la linea dura contro Mosca, anche sul piano culturale. Dall'altro, settori significativi della classe dirigente italiana — dalle imprese energetiche ai distretti manifatturieri del Nord-Est — guardano con preoccupazione a una rottura definitiva con la Russia, consapevoli che le sanzioni hanno già pesato sull'export italiano verso il mercato russo, crollato di oltre il sessanta per cento tra il 2021 e il 2024.

La Biennale diventa così un simbolo di questa tensione: mantenere aperto un canale culturale può apparire come un tentativo di preservare margini di dialogo in vista di una futura normalizzazione, ma rischia di essere interpretato come ambiguità o debolezza. Il caso richiama quello del Festival di Cannes 2023, quando la direzione artistica francese aveva escluso i film russi finanziati dallo Stato ma ammesso opere di registi indipendenti.

Una soluzione di compromesso che la Biennale potrebbe adottare, distinguendo tra partecipazione ufficiale sponsorizzata dal Cremlino e presenza di artisti russi in titolo individuale. Tuttavia, il padiglione nazionale russo alla Biennale è formalmente gestito dal Ministero della Cultura di Mosca, rendendo difficile questa distinzione senza un'esclusione totale o una profonda revisione delle regole di partecipazione.

Le conseguenze economiche e reputazionali per Venezia


Oltre alla dimensione politica, la crisi tocca interessi economici concreti. La Biennale Arte genera un indotto stimato in circa centocinquanta milioni di euro per il territorio veneziano, tra turismo, ospitalità, ristorazione e trasporti. Un'edizione delegittimata da defezioni di massa dei padiglioni nazionali e da una copertura mediatica ostile potrebbe ridurre drasticamente l'affluenza, con ricadute negative per l'economia locale. Le associazioni alberghiere e commerciali hanno espresso preoccupazione per la possibile compromissione dell'evento, sollecitando una soluzione rapida.

Sul piano reputazionale, la Biennale rischia di perdere credibilità presso una parte della comunità artistica internazionale. Diverse gallerie e collezionisti hanno già annunciato che eviteranno manifestazioni collaterali se la Russia manterrà il proprio padiglione. Il rischio è che l'edizione 2026 venga percepita come divisiva e politicizzata, minando la neutralità che ha permesso alla Biennale di attraversare guerre fredde, colpi di stato e rivoluzioni senza mai rinunciare al dialogo. Allo stesso tempo, un'esclusione forzata potrebbe essere letta come sottomissione a pressioni esterne, danneggiando l'immagine di autonomia dell'istituzione.

La questione resta aperta. La Biennale potrebbe cercare una mediazione attraverso il coinvolgimento del Ministero della Cultura italiano e del Ministero degli Esteri, negoziando con le ambasciate coinvolte una formula che consenta la partecipazione artistica senza endorsement politico. Oppure potrebbe ribadire la propria indipendenza, accettando le dimissioni della giuria e modificando le modalità di assegnazione dei premi, trasformando la crisi in un'opportunità per riaffermare il primato dell'arte sulla politica. Qualunque sarà la scelta, avrà ripercussioni durature sulla percezione internazionale dell'Italia come attore culturale e diplomatico.

Le domande de L'Analista


Un'istituzione che cambia le regole sotto pressione dei governi finanziatori non è più un'istituzione culturale: è uno strumento diplomatico. La Biennale vuole davvero diventarlo?

Per chi esiste la Biennale — per gli artisti, per i governi o per chi la visita?

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Amazon valuta il ritorno di "The Apprentice" con Donald Trump Jr. alla conduzione


Il colosso dello streaming sta discutendo internamente un possibile reboot del reality show che lanciò l'attuale presidente come personaggio televisivo. La famiglia Trump non è ancora stata ufficialmente contattata.

Amazon studia un possibile reboot di The Apprentice, il reality show che per quattordici stagioni vide l'attuale presidente Donald Trump come conduttore prima del suo ingresso in politica. Lo riporta il Wall Street Journal, secondo cui i dirigenti dell'azienda avrebbero già ipotizzato internamente anche di affidare la conduzione a Donald Trump Jr., il figlio maggiore dell'attuale presidente degli Stati Uniti.

Le trattative restano però ancora preliminari e la famiglia Trump non è stata ancora contattata. Un portavoce di Amazon, raggiunto dall'Hollywood Reporter, ha confermato che dopo l'acquisizione di MGM ci sono state "discussioni interne preliminari" sul futuro del franchise, ma ha definito "puramente speculative" le indiscrezioni sui dettagli del programma e sui nomi dei possibili conduttori. Secondo il Wall Street Journal, le conversazioni sul possibile reboot sarebbero iniziate all'inizio del 2025, in concomitanza con il secondo insediamento di Trump alla Casa Bianca, e a guidarle sarebbe Mike Hopkins, a capo di Amazon MGM Studios.

The Apprentice è andato in onda su NBC News dal 2004 al 2015 e seguiva i concorrenti che si sfidavano tra loro per ottenere un posto di lavoro come apprendista di Donald Trump. Lo show fu prodotto dalla Trump Productions e dalla Mark Burnett Productions, quest'ultima entrata nell'orbita di MGM nel 2014. Amazon ha poi rilevato MGM e oggi co-detiene i diritti del programma insieme alla società di produzione di Trump.

Il programma continua a generare per il presidente un reddito annuo a sei cifre, secondo le dichiarazioni patrimoniali di Trump consultate dall'Hollywood Reporter. Nel 2024 le royalty hanno fruttato tra 100.000 e un milione di dollari. Il valore complessivo dello show non risulta invece quantificato: le dichiarazioni lo definiscono "non facilmente accertabile".

L'ipotesi di un reboot arriva in un momento in cui i rapporti tra Amazon e la famiglia Trump si sono fatti sempre più stretti. La piattaforma ha acquistato il documentario Melania per 40 milioni di dollari e ne ha spesi altri 35 per la campagna di marketing globale. Il film, uscito a gennaio, ha incassato alla fine solo 16,6 milioni di dollari dopo un'apertura superiore alle attese a quota 7,2 milioni. Amazon ha inoltre sponsorizzato diversi eventi legati al presidente, tra cui la cerimonia di insediamento, alla quale ha partecipato l'amministratore delegato Jeff Bezos in persona.

Secondo i critici, scrive l’Hollywood Reporter, invece, queste mosse si inseriscono in un più ampio riposizionamento di Amazon e del suo fondatore in chiave MAGA dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, e confermerebbero la disponibilità del gruppo a sostenere operazioni che fanno affluire denaro al presidente e alla sua famiglia, in cambio di favori.

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Un diritto insindacabile


Xbox abbassa il prezzo del Game Pass e ci aggiunge un menù? Ecco cosa sappiamo tra conferme e leak
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Questa settimana Letter to a Gamer vi racconta di un interessante (e raro) sforzo di sindacalizzazione nel mondo del gaming per poi lasciare spazio alle solite brutte notizie tra cui la chiusura di Spiders (uno studio Nacon), i profitti record di Krafton (PUBG) che spinge sull'IA e il nuovo picco di utenti di Roblox. Il [REDACTED] podcast di questa settimana, oltre a un mio recap sulla faccenda Xbox, ha un bell'approfondimento sulla questione Esports Nations Cup.


News index


+ Se proprio dovete usare l’IA, fate come Capcom
- Canada vs Roblox 2: il ritorno dei problemi di estremismo
+ Gli sviluppatori di Magic The Gathering: Arena hanno formato un sindacato
- ZERO Sievert 2 è in arrivo
+ Krafton e i profitti record di PUBG grazie all'IA
- Spiders, uno degli studi di Nacon, chiude
+ Il rally videoludico ha il suo mondiale esports
- Resident Evil Requiem ha venduto 7 milioni di copie

Se proprio dovete usare l’IA, fate come Capcom - La casa di sviluppo dietro a Street Fighter, Resident Evil e il recentissimo Pragmata ha spiegato come i suoi dipendenti usino l'intelligenza artificiale: per farle fare 30.000 ore di playtest al mese. L'azienda "non ha alcuna intenzione di ridurre la sua forza lavoro", lo ha detto il vicepresidente del comparto ingegneria Shinichi Inoue, quindi i nuovi strumenti sono messi al lavoro per portare a termine decine di migliaia di volte la stessa sezione di un livello per trovare ciò che non funziona. L'IA, poi, genera materiali in fase di concept, ma nulla di ciò che produce viene usato per il prodotto finito. Consola ben poco sapere che almeno l'IA non sta facendo danni o cancellando posti di lavoro: se un'azienda può crescere, dovrebbe farlo investendo sulle persone, non sulla tecnologia che le sostituisce.

Canada vs Roblox 2: il ritorno dei problemi di estremismo - Il governo canadese è tornato a criticare e a mettere sotto la lente di ingrandimento Roblox dopo che un'indagine interna ha rivelato come la piattaforma sia un luogo di bullismo, incoraggiamento all'autolesionismo, abuso sessuale di minori e reclutamento per le nuove leve del suprematismo bianco. Il rapporto denota un particolare rischio di radicalizzazione per gli utenti della piattaforma che vengono descritti come in uno stato di "sistematica vulnerabilità" dettato dalla giovane età e dai meccanismi di ritenzione della piattaforma a cui interessa solo massimizzare il tempo passato a giocare. Nessuna di queste cause sembra anche solo rallentare la crescita esponenziale dell'azienda che ha appena pubblicato i suoi utili per l'anno fiscale appena concluso:

  • I ricavi sono cresciuti del 39% su base annua, raggiungendo gli 1,4 miliardi di dollari.
  • Gli utenti attivi giornalieri (DAU) sono cresciuti del 35% su base annua, raggiungendo i 132 milioni di giocatori nel primo trimestre del 2026.
  • Le ore di gioco sono aumentate del 43% su base annua, arrivando a 31 miliardi di ore nel primo trimestre 2026.

Gli sviluppatori di Magic The Gathering: Arena hanno formato un sindacato - La stragrande maggioranza degli sviluppatori (programmatori e artisti) che lavorano alla versione in digitale di Magic: The Gathering ha depositato a Wizards of the Coast la richiesta di riconoscimento del loro nuovo sindacato di rappresentanza. Se la sussidiaria di Hasbro si muoverà in autonomia per il riconoscimento (la scadenza è il primo maggio) tutti continueranno a lavorare felici e contenti. Se farà resistenza, un caso legale inattaccabile (vista la percentuale di lavoratori che ha acconsentito) è già pronto. I punti dolenti sono le modalità dello smart working, l'utilizzo dell'intelligenza artificiale generativa e la fine, che ci crediate o no, della pratica aziendale per cui Hasbro potrebbe rivendicare la proprietà di "opere creative realizzate al di fuori degli orari e delle sedi di lavoro".

ZERO Sievert 2 è in arrivo - Forse non conoscete l'incredibile storia di successo di Luca Carbonera che, tra 2019 e 2024, ha sviluppato in solitaria e finanziato con Kickstarte ZERO Sievert, un extraction shooter in 2D per giocatore singolo ispirato a S.T.A.L.K.E.R. e Metro che ha venduto 600.000 copie. Ora, grazie a un'alleanza con il connazionale e veterano di Splash Damage (Gears 4) Luca Navaria, è in uscita il secondo capitolo (ZERO Sievert 2) con grafica in 2,5D, multigiocatore cooperativo e un'espansione dell'universo narrativo creato da Carbonera. Il debutto di una versione di prova è previsto nei prossimi mesi, tenetelo d'occhio perché questa produzione italiana promette davvero bene.
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Krafton e i profitti record di PUBG grazie all'IA - Sta male non gioire del successo di un'azienda di videogiochi, ma Krafton, l'editore di PUBG, è piuttosto malvagia come entità e vederla raggiungere profitti record grazie agli asset pompati con l'intelligenza artificiale generativa fa un po' soffrire. L'azienda è la stessa che ha silurato i tre sviluppatori alla guida di Subnautica 2 (il gioco con più wishlist su Steam) per non pagargli un meritato bonus contrattuale da 250 milioni di dollari e chiedendo a ChatGPT una strategia per non finire in tribunale. In tribunale ci sono finiti e almeno uno di loro è tornato alla guida del progetto. I profitti per il primo trimestre del 2026 hanno sfiorato il miliardo di dollari, una vetta mai raggiunta dall'azienda, con il comparto mobile che è cresciuto del 32%.

Spiders, uno degli studi di Nacon, chiude - Spiders, lo studio francese dietro titoli come l'RPG GreedFall e il soulslike Steelrising, ha confermato la chiusura dello studio. Nacon, che lo possedeva interamente, ha presentato istanza di fallimento a febbraio 2026 dopo grosse difficoltà finanziarie con tre filiali dello studio che a loro volta hanno dichiarato fallimento poco dopo. Il sindacato francese STJV ha scritto che 71 dipendenti di Spiders perderanno il lavoro e sostiene che la chiusura dello studio sia stata causata da una gestione scellerata da parte di Nacon con un certo grado di premeditazione.

Il rally videoludico ha il suo mondiale esports - KUNOS Simulazioni ha annunciato che Assetto Corsa Rally è stato scelto dalla FIA (Fédération Internationale de l’Automobile) come piattaforma ufficiale esclusiva per una nuova competizione internazionale di rally esports: il FIA Esports Global Rally Tour. Questa nuova iniziativa ha ricevuto il supporto unanime di tutte le regioni della FIA, includerà sia qualificazioni online sia shootout regionali e rappresenterà una pietra miliare nell'evoluzione globale del rally esportivo. Il FIA Esports Global Rally Tour avrà un formato competitivo a più tappe, offrendo a migliaia di giocatori di Assetto Corsa Rally l'opportunità di competere in un campionato strutturato. La competizione inizierà il 12 maggio con le fasi di qualificazione online globale, che incoroneranno i migliori 56 piloti del mondo: 16 dall'Europa e 8 da ciascuna delle altre cinque regioni partecipanti: Medio Oriente e Nord Africa, Nord America, Sud America, Asia-Pacifico e Africa. Dopo la fase di qualificazione iniziale, la competizione passerà alle fasi regionali, con un formato a eliminazione diretta che prevede quarti di finale, semifinali e finale.

Resident Evil Requiem ha venduto 7 milioni di copie - Un successo meritato per Capcom, trovate il suo annuncio in pompa magna qui.


Cosa giocare questo weekend


Demo e titoli da provare per scoprire qualcosa di nuovo

Siete alla ricerca di cose nuove? Emozioni forti? Storie strappalacrime? Questa lista di raccomandazioni ha qualcosa per tutti i palati tra nuove uscite, titoli in early access e demo di videogiochi ancora lontani.

Moomintroll: Winter's Warmth - Se vi piace il tono melanconico dei Moomin, l’iconica serie di cartoni animati e fumetti dell'autrice finlandese Tove Jansson, allora vi piacerà anche il secondo videogioco a loro dedicato. Il protagonista è Moomintroll e l’atmosfera è invernale e buia perché si è svegliato in anticipo dal letargo. É solo, è in difficoltà ma, grazie alla sua determinazione, vivrà un’avventura capace di scaldare il cuore. La prospettiva, il taglio artistico e la dedizione a questo universo degli sviluppatori (Hyper Games) me lo fanno raccomandare con molta facilità a tutti coloro che sono alla ricerca di una storia sentita e fatta bene.

Snap and Grab - Vi ricordate che il primo Hitman usciva a capitoli di settimana in settimana? Un altro gioco investigativo a base di scenari ha raccolto quella torcia e vi chiederà di scattare delle fotografie non proprio oneste. In Snap and Grab, infatti, l’obiettivo è fotografare le cose giuste al momento giusto in location ultra protette per programmare e mettere a terra il piano di un colpo multimilionario. Nei panni di una fotografa di moda dovrete infiltrarvi in eventi, ville e musei e documentare protezioni, contromisure e guardie per permettere alla vostra squadra di riuscire nella missione e riempire di tesori la vostra penthouse.

s&box - Sapete cos’è Garry’s Mod? No? In poche parole è un gioco all’interno del quale fare altri videogiochi grazie al motore Source 2 della Valve. Il suo successore è appena uscito, si chiama s&box ed è una piattaforma più moderna, rifinita e ricca di risorse per creare esperienze e giochi. Chi vuole iniziare la sua carriera nel mondo dei videogiochi dovrebbe farlo qui, anche perché è in sviluppo una pipeline per esportare i giochi fatti all’interno di s&box direttamente su Steam, royalty free e con tutti i proventi all’autore. Se volete provarlo solo per avere un assaggio di cosa hanno fatto gli altri utenti, occhio ai contenuti generati con l'intelligenza artificiale. Ci sono, non sono pochi e i dev hanno detto che è in lavorazione un filtro.

Far Far West - Avete adorato Helldivers e siete alla ricerca di qualcosa di simile e insieme originale? Far Far West è la risposta. Nei panni di quattro pistoleri robot, in sella a cavalli robot ovviamente, dovrete affrontare scheletri, serpenti e altre minacce western paranormali a colpi di pistola, fucile, magia e stravaganza. In compagnia di altri tre amici dovrete affrontare orde di mostri in un indie appena sbarcato in early access dopo una demo con il 99% di recensioni positive. Questo è il gioco perfetto se il gruppo di amici è in crisi e non sa cosa giocare.

Saros - Se avete una PS5 dovete comprare e giocare a Saros. Housemarque non lo ha chiamato Returnal 2 perché cambiano ambientazione e atmosfera ma, meccanicamente, questo gioco è l’erede diretto, e la versione migliorata, del roguelike che ha conquistato così tanti cuori quando è uscito. Qui potete leggere la mia recensione e aggiungo che il gioco va provato anche solo per il superbo lavoro tecnico fatto dallo studio che ha integrato perfettamente nel gameplay tutte le funzionalità apice del controller della PS5.


Aphelion: la recensione del videogioco narrativo in collaborazione con l'ESA


Don't Nod non ha fatto un brutto videogioco, ma ci sono troppe scorciatoie e troppo senso di già visto

Aphelion aveva tutte le carte in regola per piacermi, ma non è riuscito a innovare su nessun fronte. Prima di iniziare ero gasatissimo perché il gioco è un'avventura narrativa ambientata su un pianeta lontano realizzata con la consulenza dell'Agenzia Spaziale Europea, l'ESA.

A una premessa entusiasmante si affiancano come personaggi principali due astronauti che devono farsi largo tra pericoli ambientali e un pericolosissimo alieno immortale (in stile Alien Isolation) che gli dà la caccia. Il tutto con sezioni di scalata alla Uncharted e piccoli intervalli di pura narrazione tutta a tema astrobiologia, terraformazione ed esopianeti.

Potete immaginare la mia delusione quando, finito il gioco, mi sono ritrovato pieno di frustrazione per il potenziale irrealizzato, e di amarezza per la mancanza di creatività in un momento in cui ce n'è davvero bisogno. Aphelion non è un cattivo videogioco: non ha problemi tecnici, non ha buchi di trama, sa mantenere la tensione nei suoi momenti horror e ha persino un messaggio quasi interessante da comunicare.

Il problema è che ogni minuto di gioco o sa davvero tanto di già visto, o è un evidente riempitivo, o è progettato avendo storia e gameplay prepotentemente scollegati.

Aphelion segue le vicende di Ariane e Thomas, i due astronauti della Hope-1, la prima missione di esplorazione planetaria della storia resa indispensabile dal fatto che la Terra sta lentamente diventando inabitabile. Una volta su Persephone, il pianeta che potrebbe salvare l'umanità, la loro nave precipita e vengono separati. Thomas è ferito e il suo gameplay è più survival tra l'esplorazione e la gestione della perdita d'ossigeno dovuta a un buco nella tuta.

Ariane, sana e salva ma più lontana, deve navigare caverne, attraversare tempeste elettromagnetiche ed evitare silenziosamente una pericolosa creatura per ricongiungersi con il suo compagno di squadra. Non aggiungerò altro della narrazione perché scoprire cosa è successo è l'unico motore che è riuscito a mandarmi avanti, nonostante la legnosità di ogni parte del gameplay.

Se le parti di Thomas sono le più lente (ma anche le più ricche di storia perché un segreto sulla missione viene ben presto alla luce), quelle con Ariane fanno quasi soffrire per la loro monotonia. Le sezioni di scalata e arrampicata sono tutte uguali, una sequenza di: roccia grigia, parate ghiacciata, terreno nevoso e un'altra roccia grigia. E poi, dal quarto livello in poi, ogni due sezioni di platforming ce n'è una di stealth che al genere non aggiunge assolutamente nulla.

Scoprire qualche dettaglio in più della storia non basta a motivare intere mezzore bloccati in questo loop dove non c'è nulla di nuovo, di bello o di entusiasmante. Andare in game over perché la creatura mi beccava mi faceva infuriare non perché avevo sbagliato, ma perché dovevo spendere un altro minuto tra rocce grigie e pareti ghiacciate.

C'è un modo per fare fantascienza dal sapore realistico e avere insieme una storia interessante da raccontare, basta guardare al successo planetario di Project Hail Mary. Invece, nella speranza di convogliare tutte le emozioni su due grandi rivelazioni finali che non riescono a stupire, Don't Nod (gli autori di Life is Strange) separa i due protagonisti con il risultato che chi gioca passa 12 ore ad ascoltare degli audiolog vedendo arrivare la grande rivelazione da un chilometro di distanza.

Il risultato è che il gioco non riesce a emozionare nonostante abbia tanti mattoncini con cui costruire un dramma che potrebbe parlare di arroganza e ambientalismo, e invece manca completamente di mordente.

Se avete amato Project Hail Mary o l'universo di The Expanse, c'è una buona probabilità che saprete apprezzare ciò che Aphelion ha da offrire, nonostante un gameplay legnoso nella tecnica e noioso nel design. Lo stesso non si può dire a chi fosse alla ricerca di un gioco narrativo capace di emozionare. Purtroppo Don't Nod ha mancato il bersaglio con questo titolo, speriamo solo che Aphelion sia una svista e non il segnale di un cambio di rotta.


Starseeker: Astroneer Expedition è un gioco dolcissimo - la prova


Starseeker è stato un balsamo tra i laghi di tossicità che circondano il discorso sul futuro dei live service

Prima di iniziare a raccontarvi di Starseeker: Astroneer Expedition devo lasciar andare alcuni di voi: se vi è piaciuto Astroneer (il survival di culto uscito nel 2016) abbandonate queste pagine e correte a provare la beta di Starseeker che è appena partita. É aperta a tutti, è su tutte le piattaforme e ha a disposizione una fetta importante delle prime ore di gioco che vi farà innamorare di nuovo dell'universo creato da System Era Softworks ed edito da quei malandrini di Devolver Digital.

Ora che il principale target di pubblico è stato avvisato, ed è rimasto solo chi di Astroneer non ha mai sentito parlare, permettetemi di presentarvi uno dei giochi più dolci che abbia provato negli ultimi cinque anni.

Starseeker (lo chiamerò così d'ora in poi) è un titolo fantascientifico, cooperativo ed esplorativo in cui i membri di una stazione spaziale devono portare a termine degli importanti incarichi di ricerca scientifica. Questi consistono nel raccogliere materiali, esplorare biomi, realizzare ricette di crafting e tutta una serie di altri incarichi piccoli e grandi.

Per rendere le cose un tantino emozionanti, System Era ha introdotto delle meccaniche ad estrazione: niente pvp o robe simili, se non riuscirete a tornare alla vostra astronave prima che vi finisca l'ossigeno, perderete le risorse accumulate. L'obiettivo? Guadagnare reputazione con i vari vendor della stazione spaziale per sbloccare nuovi strumenti e personalizzazioni. In più ci sarà un sistema di obiettivi di server (ciascuno dei quali ospiterà fino a 60 giocatori tutti sulla stessa stazione spaziale) a cui tutti contribuiranno con le loro missioni.

La beta è limitata e io l'ho potuta provare solo per due giorni, ma è evidente che lo spirito tanto buffo quanto determinato di Astroneer va a comporre la maggior parte delle fondamenta del titolo. Starseeker è un gioco dolce sia perché le sfide che mette davanti a chi gioca non sembrano mai insormontabili, sia perché non ci sono veri e propri nemici. La fauna dei pianeti che andrete a esplorare non va sottovalutata, ma non c'è un cattivo, un piano per distruggere l'universo o chissà quale rischio: c'è una missione spaziale, con i suoi pericoli, che i suoi astronauti vogliono superare tutti insieme.

La condivisione e la cooperazione sono ubique: le risorse raccolte dalla squadra sono condivise, le informazioni scoperte sulla mappa sono condivise e "lo spirito è sempre e comunque quello della collaborazione" ha detto Adam Bromell, co-fondatore e creative director di System Era Softworks. "La nostra priorità è sempre stata quella di creare un'esperienza avvicinabile, senza stress e tranquilla", un ideale che riflette non solo le origini di Astroneer, ma anche l'ethos di tutta System Era.

Meccanicamente, ad essere protagonista è di nuovo la tecnologia di manipolazione del terreno che ha fatto di Astroneer un classico. Potrete riplasmare caverne e interi paesaggi alla ricerca di risorse o esplorando per completare le vostre missioni. Non c'è il comparto di basebuilding di Astroneer, al contrario c'è una fortissima enfasi sul raggiungere obiettivi comuni e riuscire in una grande impresa.

Essendo una beta devo aspettare a esprimere un giudizio sul prodotto finito (che dovrebbe arrivare entro l'anno); quello che posso dire è che, con la sua dolcezza, Starseeker mi ha fatto divertire e stare bene in un mondo, quello dei live service, dominato da competizioni, paragoni, punteggi e pessimismo. Se anche voi siete alla ricerca di una piccola oasi dove fare amicizia, vi raccomando di provare la beta gratuita (su tutte le piattaforme) appena partita.


Non dimenticare di dare un ascolto alla nuova puntata di [REDACTED] Podcast, lo show settimanale in cui io, Francesco Lombardo e Cecilia Ciocchetti analizziamo le notizie più importanti della settimana in fatto di gaming e esport.
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Grazie per aver letto questa nuova edizione di Letter to a Gamer. É solo grazie al tuo sostegno che questa newsletter può restare indipendente, priva di pubblicità, sponsor e qualunque altra influenza che non sia il rapporto tra me e te. Se non lo hai ancora fatto, puoi unirti al gruppo Telegram per fare domande, proporre titoli da recensire e discutere con altri appassionati. Se ami Letter to a Gamer e vuoi darle una mano, puoi condividere questo link con i tuoi amici e compagni di giochi e seguire i social della newsletter (Instagram, Bluesky, TikTok).

Ci vediamo alla prossima lettera,
Riccardo "Tropic" Lichene

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Trump accusa New York Times e CNN di "sedizione"


Il presidente americano sostiene che le due testate diano l'impressione che Teheran stia vincendo il conflitto, mentre secondo lui il regime non ha più capacità militari residue.

Il presidente Donald Trump ha accusato il New York Times e la CNN di essere "sediziosi" nel modo in cui raccontano la guerra in Iran, sostenendo che chi si informa attraverso questi mezzi possa credere che Teheran stia vincendo il conflitto. Le dichiarazioni sono state rilasciate giovedì ai cronisti del pool della Casa Bianca riuniti nello Studio Ovale, come riporta TheWrap.

Trump ha detto di leggere ogni giorno resoconti su quanto bene starebbe procedendo l'Iran sul piano militare, una rappresentazione che il presidente respinge con decisione. Secondo lui il regime iraniano "non ha più nulla" ed è ormai "finito". Il presidente ha aggiunto di guardare la CNN solo per brevi periodi, definendola "il nemico" e sostenendo che bisogna informarsi anche su ciò che dice l'avversario per essere accorti.

Nel passaggio centrale dell'intervento, Trump ha dichiarato che leggendo il New York Times si avrebbe l'impressione che l'Iran stia vincendo la guerra, una linea editoriale che il presidente ha definito "sediziosa" a suo parere. Ha esteso la critica anche ai columnist della testata, sostenendo che il problema "parte dall'alto".

Non è la prima volta che il presidente accusa la stampa libera di diffondere "fake news" pensate per alimentare ostilità e ribellione contro la sua amministrazione. Tuttavia, come osserva TheWrap, queste accuse sono diventate un tema particolarmente ricorrente nei primi sessanta giorni della guerra in Iran avviata dagli Stati Uniti.

Trump ha proseguito sostenendo che gli iraniani considererebbero "pazzi" gli americani per aver diffuso simili notizie, perché a Teheran sarebbero consapevoli di stare perdendo. Il presidente ha descritto la situazione militare iraniana in termini molto crudi, affermando che il paese non dispone di marina, di aviazione e di sistemi antiaerei. Secondo Trump i caccia statunitensi possono volare sopra il centro di Tehran senza essere intercettati, perché l'Iran "non ha nulla". Ciononostante, ha ribadito, le testate americane raccontano una versione opposta dei fatti, generando confusione nello stesso governo iraniano.

Il presidente ha anche fatto riferimento al proprio ruolo di negoziatore, lamentando che la copertura mediatica lo costringerebbe a trattare da una posizione di debolezza invece che di forza. Ha però aggiunto di non preoccuparsene, sostenendo che "tutti conoscono i fatti" e che gli Stati Uniti stanno "decimando" il paese.

Nel corso dell'incontro con i giornalisti, Trump ha raccontato di aver ricevuto in giornata una telefonata dal leader di una nazione mediorientale che non ha voluto identificare. Secondo la ricostruzione del presidente, l'interlocutore lo avrebbe pregato di interrompere gli attacchi sostenendo che l'Iran sarebbe ormai "decimato". Trump ha interpretato la richiesta come un segnale che il leader stesse di fatto cercando di aiutare Teheran. Ha poi ribadito il contrasto con la narrazione del New York Times, dicendosi quasi restio a parlare apertamente del presunto vantaggio americano per timore che gli spettatori possano pensare il contrario.

TheWrap precisa che gli uffici comunicazione della CNN e del New York Times non avevano risposto alle critiche del presidente al momento della pubblicazione dell'articolo. Le dichiarazioni di Trump si inseriscono in una serie più ampia di attacchi della sua amministrazione contro i mezzi di informazione, intensificati con l'approfondirsi del conflitto con l'Iran.

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Trump minaccia il ritiro delle truppe dalla Germania, il Pentagono colto alla sprovvista


Il presidente ha annunciato sui social media la possibile riduzione della presenza militare americana in Germania. I funzionari del Pentagono non erano stati informati in anticipo e l'annuncio contrasta con una recente review della presenza globale delle Forze Armate statunitensi.

Il presidente Donald Trump ha annunciato mercoledì sui social media l’intenzione di ridurre la presenza militare statunitense in Germania, cogliendo di sorpresa i vertici del Pentagono. Secondo fonti interne, per molti dirigenti del Dipartimento della Difesa l’annuncio si è trattato del primo segnale concreto di una possibile rimozione di centinaia, se non migliaia, di soldati americani dal territorio tedesco.

La mossa arriva però a sorpresa: è infatti in netto contrasto con le conclusioni della review, durata mesi e conclusa di recente, della presenza militare globale degli Stati Uniti. Il risultato di quel lavoro non prevedeva riduzioni significative di truppe stanziate in Europa. “Il Pentagono non se lo aspettava e non ha pianificato alcun tipo di riduzione”, ha dichiarato senza mezzi termini un funzionario del Congresso a conoscenza della situazione.

La stessa fonte ha però aggiunto che le parole di Trump vanno prese sul serio, “perché era serio su questo punto anche durante la sua prima Amministrazione”, quando nel luglio 2020 ordinò il ritiro di 12.000 soldati dalla Germania, poi mai attuato.

La reazione tedesca e le tensioni con l’Europa


Sebbene le precedenti minacce del presidente non si siano concretizzate, nel corso del secondo mandato Trump ha intensificato la retorica contro l’Europa. Ha minacciato persino il ritiro dalla NATO per il rifiuto dei Paesi alleati di unirsi alla sua guerra in Iran e ha avvertito che potrebbe prendere il controllo della Groenlandia con la forza.

L’ultima minaccia all’Alleanza transatlantica arriva pochi giorni dopo che il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che gli Stati Uniti stavano venendo “umiliati” dall’Iran al tavolo dei negoziati. In risposta, Trump ha attaccato il leader tedesco, invitandolo a “dedicare più tempo” a porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina e ad affrontare i problemi energetici e migratori dell’Europa, “e meno a interferire con chi sta eliminando la minaccia nucleare iraniana”.

L’annuncio del possibile ritiro è arrivato poche ore dopo una telefonata tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin, che da tempo punta a ridurre la presenza militare della NATO in Europa.

Ma la nuova dichiarazione di Trump è giunta anche mentre il capo di Stato Maggiore tedesco, il generale Carsten Breuer, concludeva a Washington una giornata di incontri con funzionari americani dedicati alla nuova strategia di difesa di Berlino. “In qualità di maggiore economia europea, la Germania ambisce ad assumere un ruolo di leadership più forte all’interno della NATO”, ha detto Breuer ai giornalisti al termine degli incontri. “È chiaro che la Germania deve assumersi maggiori responsabilità” per la propria difesa.

Fino alla settimana scorsa, funzionari del Pentagono avevano elogiato gli sforzi di Berlino per rafforzare la propria difesa, compresi i piani per aumentare la spesa militare al 3,7% del PIL entro il 2030. La Germania ospiterà anche i primi impianti europei per la produzione dei sistemi di difesa aerea Patriot e punta ad aumentare la produzione di missili Stinger e di munizioni d’artiglieria da 155 millimetri.

Perché il ritiro sarebbe complicato


Un ritiro delle forze statunitensi potrebbe indebolire un importante deterrente militare contro una Russia impegnata a riarmarsi e che, secondo funzionari europei, si starebbe preparando ad attaccare il territorio della NATO nei prossimi anni.

Anche per questo le nuove minacce di Trump hanno alimentato ulteriore preoccupazione tra i funzionari europei, già impegnati a pianificare la riapertura dello Stretto di Hormuz senza il sostegno del presidente americano. E in Europa cresce il timore che Washington stia usando la propria presenza militare come strumento di pressione sugli alleati.

Anche una riduzione limitata delle truppe americane in Germania potrebbe così finire per aggravare le tensioni nell’Alleanza Atlantica, dopo che diversi Paesi membri della NATO hanno negato al Pentagono l’accesso alle loro basi per la guerra in Iran.

“La politica di Trump basata su minacce grossolane ha raggiunto i suoi limiti”, ha dichiarato un funzionario tedesco. “Ritirare le truppe americane dalla Germania indebolirebbe gravemente gli stessi Stati Uniti, e ci chiediamo quando gli adulti a Washington intendano tornare sotto i riflettori”.

Un ritiro improvviso delle forze americane dalla Germania sarebbe inoltre un atto molto complesso per un Pentagono già impegnato nella guerra in Iran. La Germania ospita, infatti, tra 35.000 e 40.000 soldati statunitensi, mette a disposizione gratuitamente terreni per le basi e fornisce una forza lavoro locale a supporto delle truppe americane.

Dal territorio tedesco il Pentagono gestisce anche due dei suoi principali comandi militari, il Comando europeo e il Comando africano degli Stati Uniti, oltre al più grande ospedale militare americano fuori dal territorio nazionale. Spostare tutte quelle truppe, le loro famiglie e il relativo equipaggiamento negli Stati Uniti sarebbe inoltre costoso, anche perché con ogni probabilità non vi sarebbero alloggi sufficienti per accoglierli.

Le basi aeree statunitensi in Germania consentono, inoltre, il transito di truppe verso il Medio Oriente e l’Africa, ospitano strutture sanitarie militari e comprendono vasti campi di addestramento usati per esercitazioni delle forze americane e della NATO.

La muta reazione repubblicana


Le precedenti minacce di ritirare le forze dall’Europa avevano suscitato critiche tra i repubblicani al Congresso. Questa volta, però, i principali legislatori del partito sono rimasti cauti di fronte alle ultime dichiarazioni di Trump. “Dobbiamo saperne di più sulla strategia dietro questa decisione”, ha detto il senatore Kevin Cramer, repubblicano del North Dakota. “Ramstein è una base strategicamente importante, quindi dovrei capire meglio cosa significhi ritirare truppe da lì. Forse dobbiamo solo ridistribuire parte del personale”.

La legge di finanziamento del Dipartimento della Difesa entrata in vigore a dicembre vieta, comunque, al Pentagono di ridurre il numero complessivo di truppe statunitensi in Europa sotto quota 76.000, finché non avrà valutato i rischi e certificato che una riduzione sarebbe nell’interesse della sicurezza nazionale americana.

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Trump cancella i dazi sul whisky scozzese dopo la visita di re Carlo III


Il presidente americano ha annunciato la rimozione delle tariffe del 10% sugli alcolici britannici al termine della visita di Stato dei reali, ma restano dubbi sulla portata effettiva del provvedimento.

Il presidente americano Donald Trump ha annunciato giovedì 30 aprile la rimozione dei dazi sul whisky scozzese, motivando la decisione come un omaggio alla visita di Stato di re Carlo III e della regina Camilla alla Casa Bianca. L'annuncio chiude una controversia commerciale che durava da oltre un anno e che aveva pesantemente danneggiato uno dei settori di esportazione più importanti del Regno Unito.

"In onore del re e della regina del Regno Unito, che hanno appena lasciato la Casa Bianca e presto faranno ritorno nel loro meraviglioso Paese, rimuoverò i dazi e le restrizioni sul whisky relative alla capacità della Scozia di lavorare con il Commonwealth del Kentucky su whisky e bourbon", ha scritto Trump sulla sua piattaforma Truth Social. Il presidente ha aggiunto che i sovrani britannici "mi hanno fatto fare qualcosa che nessun altro era riuscito a ottenere, senza nemmeno chiedermelo".

Il messaggio del presidente lascia però aperti alcuni interrogativi. Non è chiaro se la rimozione delle tariffe riguardi le bottiglie di whisky importate negli Stati Uniti o soltanto le materie prime usate per la produzione di alcolici nei due Paesi, in particolare le botti di rovere. La Casa Bianca, come riferito da Associated Press, non ha risposto alle richieste di chiarimento. Il rappresentante per il commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, ha precisato in un comunicato che Washington concederà "un accesso tariffario preferenziale al whisky prodotto nel Regno Unito", senza specificare se ciò significhi un'eliminazione totale o una semplice riduzione dei dazi.

Il governo britannico, secondo quanto riferito da BBC, ha confermato che la misura si applica a tutti i dazi sul whisky, incluso quello irlandese. Interpellato dai giornalisti nello Studio Ovale, Trump ha spiegato che la rimozione punta a rilanciare il commercio di botti tra la Scozia e il Kentucky, Stato che produce quasi tutto il bourbon mondiale. Le botti, dopo essere state usate per invecchiare il bourbon, vengono rivendute ai distillatori scozzesi per maturare il loro whisky. "Ho semplicemente tolto tutte le restrizioni perché Scozia e Kentucky possano ricominciare a commerciare", ha detto il presidente, precisando di "non essere un grande bevitore". Come ricordato da Politico, la legge americana impone che il bourbon del Kentucky sia invecchiato in botti nuove di rovere tostato, che vengono poi rivendute ai produttori scozzesi.

L'amministrazione Trump aveva raggiunto nel 2025 un accordo commerciale quadro con il Regno Unito che imponeva un dazio del 10% sulla maggior parte delle merci importate dalla Gran Bretagna. Secondo la Scotch Whisky Association, dopo l'introduzione delle tariffe il volume delle esportazioni di whisky scozzese verso gli Stati Uniti era crollato del 15%. Politico riporta inoltre che le esportazioni americane di whisky sono diminuite del 19% nel 2025, secondo i dati del Distilled Spirits Council, anche se il calo è dovuto soprattutto alla perdita del mercato canadese.

Il primo ministro scozzese John Swinney ha interpretato l'annuncio come una rimozione completa dei dazi sul whisky scozzese, definendola un "successo straordinario" per il suo Paese. "Erano in gioco posti di lavoro. Milioni di sterline venivano perdute ogni mese dall'economia scozzese", ha dichiarato Swinney, che si era recato personalmente alla Casa Bianca nel settembre 2025 per chiedere l'abolizione delle tariffe. Anche un portavoce di Buckingham Palace, citato da BBC, ha trasmesso "la sincera gratitudine" del re a Trump, aggiungendo che il sovrano "alzerà un bicchiere alla premura del presidente".

Graeme Littlejohn, direttore strategico della Scotch Whisky Association, ha dichiarato a BBC Scotland News che il settore stava perdendo circa 4 milioni di sterline a settimana di esportazioni verso gli Stati Uniti, per un totale di 150 milioni di sterline nell'ultimo anno. Mark Kent, amministratore delegato della stessa associazione, ha definito a Politico l'accordo "una spinta significativa per l'industria del whisky scozzese nel nostro mercato di esportazione più importante". Chris Swonger, presidente del Distilled Spirits Council statunitense, ha interpretato anch'egli il messaggio di Trump come una cancellazione integrale del dazio del 10%, parlando in un comunicato di un "modello collaudato di scambi commerciali equi e reciproci, basato sul principio dello zero per zero".

Trump ha utilizzato più volte il settore degli alcolici come leva nelle sue minacce tariffarie. L'anno scorso aveva ipotizzato un dazio del 200% sul vino europeo, che avrebbe colpito duramente i vigneti francesi e italiani, ma la misura non è stata attuata. Diversi Paesi avevano risposto minacciando ritorsioni sul bourbon e su altri prodotti americani. Alla fine, l'amministrazione ha esentato il sughero dai dazi, un sollievo per il Portogallo, principale fornitore mondiale del materiale usato per tappare le bottiglie di vino. Secondo Politico, i rapporti tra Stati Uniti e Regno Unito si erano raffreddati dall'inizio della guerra con l'Iran, e l'annuncio sul whisky arriva come segnale di disgelo all'interno del più ampio Economic Prosperity Deal tra i due Paesi, che prevede un accesso preferenziale anche per carne bovina, prodotti farmaceutici ed etanolo.

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Il debito pubblico americano supera il 100% del PIL per la prima volta dal dopoguerra


Il rapporto debito/PIL ha toccato il 100,2% a fine marzo. Il deficit annuale viaggia al 6% del Pil e il Congressional Budget Office prevede di superare il livello record del rapporto debito/PIL raggiunto nel 1946 entro il 2030.

Il debito pubblico degli Stati Uniti ha superato il 100% del prodotto interno lordo, una soglia simbolica che avvicina Washington ai livelli raggiunti all’indomani della Seconda guerra mondiale. Al 31 marzo il debito detenuto dal pubblico era pari a 31.265 miliardi di dollari, contro un PIL dei dodici mesi precedenti di 31.216 miliardi. Il rapporto debito/PIL è salito così al 100,2%, dal 99,5% registrato a fine settembre, secondo questi dati.

La cifra è destinata a crescere ancora. Il governo federale continua infatti a registrare deficit storicamente elevati, vicini al 6% del PIL, che si sommano al debito già accumulato. Oggi Washington spende mediamente 1,33 dollari per ogni dollaro di entrate. Il disavanzo previsto per quest’anno è di 1.900 miliardi di dollari, sostanzialmente invariato rispetto all’anno fiscale 2025, anche perché i tagli fiscali approvati dai repubblicani sono entrati in vigore prima dei tagli alla spesa. Il dato finale dipenderà dalle spese per la guerra con l’Iran, dai rimborsi sui dazi e dall’andamento dell’economia.
Il debito Usa supera il 100% del Pil

Conti pubblici
Il debito Usa supera il 100% del PIL per la prima volta dal dopoguerra
Una soglia simbolica e i numeri che la circondano

Oggi Storia Proiezioni Confronto

100,2%
Rapporto debito/PIL al 31 marzo 2026
+0,7 punti dal 30 settembre

I numeri che contano

31.265
Miliardi di dollari di debito detenuto dal pubblico

A fronte di un PIL dei dodici mesi precedenti pari a 31.216 miliardi. Per la prima volta dal 1946 il debito eccede il prodotto interno lordo annuale.

~6%
Deficit annuale in rapporto al PIL

Disavanzo previsto per il 2026 pari a 1.900 miliardi di dollari, sostanzialmente invariato rispetto al 2025: i tagli fiscali repubblicani entrano in vigore prima dei tagli di spesa.

1,33 $
Spesi per ogni dollaro di entrate

Lo Stato federale spende oggi 33 centesimi in più di quanto incassa per ogni dollaro raccolto in tasse. La differenza si traduce in nuovo debito.

1 su 7
Dollari della spesa federale destinati agli interessi

Più cresce il debito, più Washington diventa sensibile ai tassi. Un rialzo di appena 0,1 punti costerebbe 379 miliardi in dieci anni, secondo il CBO.

Debito detenuto dal pubblico in % del Pil
Stati Uniti, 1939 — marzo 2026

mar 2026
100,2%

Tutto 1939–1950 1980–2008 2008–2026
Fonte: Office of Management and Budget, Bureau of Economic Analysis (FRED, serie FYPUGDA188S, aggiornata marzo 2026)

Trascina sul grafico per esplorare anno per anno
Le tre svolte

106,3%
Picco storico nel 1946, alla fine della Seconda guerra mondiale

Dopo la guerra il rapporto scese rapidamente grazie alla crescita economica del dopoguerra e all'inflazione, che gonfiava il PIL nominale. Per quasi ottant'anni quel record è rimasto imbattuto.

2020
Pandemia: il rapporto sfiora il 100%, poi rientra

Durante la pandemia di Covid-19 il PIL si è contratto drasticamente e il governo ha preso in prestito massicciamente. Il rapporto debito/PIL è rientrato sotto quota 100% con la ripresa post pandemia, l'aumento dell'inflazione e la fine degli stimoli straordinari.

2026
Il debito supera in modo strutturale il 100% del PIL

A differenza del 2020, i fattori che alimentano il deficit oggi sono strutturali, non temporanei. I tassi di interesse sono più alti e il CBO prevede che il record del 1946 verrà superato già nel 2029, quando il rapporto raggiungerà il 107% del Pil.

Confronta gli scenari fino al 2055
CBO Casa Bianca

Proiezione CBO
Politiche fiscali attualmente in vigore

2026
100,2%

Fonte: Congressional Budget Office (CBO), Casa Bianca

Trascina sul grafico per esplorare gli anni

Per stabilizzare il rapporto attorno al 100% servirebbero 10.000 miliardi tra tagli e nuove tasse nel prossimo decennio, di fronte a disavanzi cumulati attesi di 24.000 miliardi di dollari.

Debito pubblico lordo, % del PIL

Giappone ~230%

Grecia ~147%

Italia ~137%

Stati Uniti ~125%

Francia ~115%

Regno Unito ~96%

Germania ~64%

Dati Imf, stima 2025 — debito pubblico lordo, metrica diversa dal "publicly held debt" (~100%) usato negli Stati Uniti. Il margine di manovra americano resta più ampio perché il dollaro è ancora la valuta di riserva mondiale e i Treasury restano un rifugio per gli investitori.

Elaborazione FocusAmerica su fonti: Dipartimento del Tesoro, Congressional Budget Office, Bureau of Economic Analysis, Fondo Monetario Internazionale

Il superamento della quota del 100% non rappresenta, di per sé, un punto di rottura, ma segnala l’accumularsi di pressioni fiscali maturate nel corso di decenni. Senza interventi, gli Stati Uniti si stanno pericolosamente avvicinando ai livelli di indebitamento elevati già raggiunti da Francia, Italia, Grecia e Giappone, Paesi che hanno conosciuto vari gradi di stress economico. Washington dispone ancora di un margine più ampio, perché controlla la principale valuta di riserva mondiale e perché i Treasury restano un bene rifugio per gli investitori. Ma quel margine non è illimitato neppure per gli Stati Uniti.

Il rapporto debito/PIL è la misura più usata dagli economisti per valutare il peso dell’indebitamento pubblico sull’economia. Più il debito aumenta, più lo Stato diventa vulnerabile all'aumento dei tassi di interesse. Già oggi un dollaro su sette della spesa federale serve a pagare gli interessi sul debito pubblico. Un rialzo dei tassi di appena 0,1 punti percentuali costerebbe 379 miliardi di dollari in dieci anni, secondo le stime del Congressional Budget Office. Nel lungo periodo, avvertono gli economisti, un debito federale più alto tenderà a spingere verso l’alto anche i tassi su mutui, prestiti auto e carte di credito, sottraendo così risorse agli investimenti privati.

Il debito americano aveva già superato brevemente il 100% del PIL durante la pandemia di Covid nel 2020, quando l’economia si era contratta e il governo aveva preso in prestito somme ingenti per sostenere famiglie e imprese. Il valore era poi sceso con la fine degli stimoli economici, la ripresa della crescita e l’aumento dell’inflazione, che aveva gonfiato il PIL nominale. Questa volta, però, il quadro è diverso: i fattori che alimentano il deficit sono strutturali, non temporanei, e i tassi di interesse restano più alti di allora. Il Congressional Budget Office prevede così che il rapporto possa raggiungere il 100,6% alla chiusura dell’anno fiscale, il 30 settembre, e superare entro il 2029 il record storico del 106,3%, toccato nel 1946.

Le proiezioni di lungo periodo sono ancora più nette. Il Congressional Budget Office stima che il debito salirà al 120% del Pil entro il 2036 e al 156% entro il 2055. L’Amministrazione Trump è invece più ottimista e prevede una discesa fino all’88% entro il 2034, sulla base di entrate significative dovute ai dazi, così come agli effetti dei tagli alla spesa e una crescita molto più rapida del previsto. Sta di fatto che, a oggi, per stabilizzare il rapporto attorno al 100% servirebbe un mix di tagli alla spesa e aumenti delle tasse per circa 10.000 miliardi di dollari nel prossimo decennio, a fronte di disavanzi cumulati previsti per 24.000 miliardi.

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