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Brutto incidente per Blue Origin: un razzo New Glenn esplode a Cape Canaveral


L'incidente al razzo New Glenn frena i piani spaziali di Jeff Bezos e Blue Origin, ostacolando la sfida a SpaceX di Elon Musk e i lanci dei satelliti Amazon.

Un grave incidente ha colpito Blue Origin, la compagnia spaziale guidata da Jeff Bezos. Durante un test statico dei motori presso la stazione della Space Force di Cape Canaveral, in Florida, il booster del razzo New Glenn, battezzato "No, It's Necessary", è esploso provocando gravi danni. Fonti interne a Blue Origin hanno riferito che la rampa di lancio è andata praticamente distrutta e che saranno necessari almeno sei mesi, se non di più, per completare le riparazioni e riprendere le operazioni. Questo imprevisto rappresenta un duro colpo in un momento cruciale per lo sviluppo dell'azienda. La battuta d'arresto complica notevolmente anche la competizione diretta con SpaceX di Elon Musk.

Amazon, anch'essa parte dell'impero di Bezos, fa affidamento sulla rapida cadenza di lancio del New Glenn per dispiegare in orbita la sua costellazione di satelliti Leo, per il suo servizio internet satellitarea banda larga, in competizione con Starlink. Le scadenze normative impongono ad Amazon di lanciare almeno la metà dei suoi oltre 3.200 satelliti entro luglio 2026: con i danni riportati nelle scorse ore, è improbabile che l'azienda riesca a raggiungere l'obiettivo. Nonostante Amazon collabori anche con altri vettori, inclusa la stessa SpaceX, la minore capacità di carico dei razzi Falcon 9 rispetto al New Glenn renderà difficile recuperare il tempo perduto senza un incremento significativo del numero di missioni.
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Le conseguenze del disastro potrebbero ripercuotersi anche sui programmi di esplorazione della NASA. Il New Glenn avrebbe dovuto lanciare il primo lander lunare Blue Moon entro la fine dell'anno, mentre l'agenzia governativa ha recentemente assegnato a Blue Origin un contratto per il trasporto di due rover in vista della missione Artemis 4, in programma per il 2028. Nonostante la gravità della situazione, il settore della difesa statunitense ha confermato il proprio supporto all'azienda: la U.S. Space Force e il National Reconnaissance Office hanno ribadito il proprio impegno verso i contratti già stipulati con Blue Origin. Gli analisti ritengono che, sebbene questo incidente rafforzi temporaneamente la posizione di SpaceX, il mercato necessiti comunque di valide alternative, garantendo a Blue Origin un ruolo di primo piano nel lungo termine.

Fonte: www.reuters.com

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A Minecraft Movie Squared: Kirsten Dunst sarà Alex nel sequel


Il secondo capitolo del film svela il titolo ufficiale, l'ingresso di Kirsten Dunst nel cast e un contest speciale per i videogiocatori.

L'universo cinematografico di Minecraft si espande con importanti novità. È stato infatti annunciato ufficialmente il titolo del sequel della pellicola uscita lo scorso anno, che si chiamerà "A Minecraft Movie Squared". Il nuovo capitolo porterà sul grande schermo una nuova storia e un cast arricchito da diversi volti noti di Hollywood, pronti a dare vita ai personaggi più iconici e amati della serie videoludica di Mojang. Tra le conferme più rilevanti spicca l'ingresso nel cast dell'attrice Kirsten Dunst, che interpreterà il ruolo di Alex, la controparte femminile del protagonista del gioco. Al suo fianco ci sarà un altro ritorno importante, quello di Matt Berry: dopo aver prestato la voce al personaggio di Nitwit nel primo film, l'attore interpreterà questa volta un personaggio umano in carne e ossa. Sebbene la sua identità rimanga ancora avvolta nel mistero, alcuni indizi emersi da una clip promozionale suggeriscono che possa trattarsi di Herobrine, la leggendaria e inquietante nemesi di Steve, il protagonista interpretato da Jack Black. Nel video, infatti, si sente Berry rifiutare un costume affermando che Steve non lo avrebbe mai indossato, alimentando le speculazioni dei fan.

Oltre alle novità sul cast, il regista Jared Hess e il Chief Creative Officer di Mojang, Jens Bergensten, hanno approfittato del Minecraft Live di maggio per presentare una singolare iniziativa dedicata alla community. Si tratta della "Minecraft Movie Build Challenge", un contest ufficiale che invita i giocatori di tutto il mondo a inviare le proprie creazioni virtuali più spettacolari e imponenti. La costruzione vincitrice di questa competizione sarà mostrata all'interno dei titoli di coda di "A Minecraft Movie Squared". Per poter ammirare sul grande schermo sia l'opera del vincitore del contest sia le nuove avventure dei protagonisti, gli appassionati dovranno tuttavia avere ancora un po' di pazienza: l'uscita ufficiale nelle sale cinematografiche di "A Minecraft Movie Squared" è infatti programmata per il 23 luglio 2027.

Fonte: www.theverge.com

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Intel svela i chip della serie Arc G: ecco la frontiera del gaming handheld


Intel svela i chip G3 e G3 Extreme al Computex, puntando su ray tracing, IA e integrazione con Windows per sfidare AMD.
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Intel ha deciso di rafforzare la propria presenza nel settore delle console portatili. Al Computex di Taiwan, l'azienda ha presentato i nuovi chip della serie Arc G, una famiglia di processori progettata specificamente per alimentare la prossima generazione di PC handheld. Nonostante il mercato dell'hardware e del gaming non stia passando un momento roseo, Intel prosegue con determinazione lo sviluppo del suo hardware dedicato ai videogiocatori, basandosi sulla solida architettura degli Intel Core Ultra 3 per offrire delle prestazioni elevate anche in mobilità.



I protagonisti di questa nuova linea sono i modelli Arc G3 e G3 Extreme, che integrano delle iGPU fino alla Intel Arc B390. Questa dotazione tecnica garantisce il supporto al ray tracing in tempo reale e alle tecnologie di upscaling basate sull'intelligenza artificiale tramite il sistema XeSS 3. Sotto la scocca, i chip vantano una configurazione ibrida composta da due P-Core, otto E-Core e quattro LP E-Core. Realizzati con l'avanzato processo produttivo 18A di Intel, questi processori includono inoltre il supporto alle ultime tecnologie di connettività, tra cui Wi-Fi 7 R2, Thunderbolt 4 e il Dual Bluetooth 6.

Un aspetto cruciale della proposta di Intel riguarda l'ottimizzazione dell'esperienza utente su Windows 11: i nuovi chip Arc G-Series sono stati progettati per lavorare in sinergia con la modalità Xbox a schermo intero del sistema operativo di Microsoft, riducendo sensibilmente le complicazioni causate dall'interfaccia standard. Inoltre, Intel ha introdotto la tecnologia proprietaria Precompiled Shaders, che permette di scaricare shader ottimizzati direttamente dal cloud invece di renderizzarli sul dispositivo, velocizzando il lancio dei titoli. Tra i giochi che beneficeranno inizialmente di questa funzione figurano titoli come Black Myth: Wukong, Call of Duty: Black Ops 6 e 7, nonché The Outer Worlds 2. L'impatto di questa nuova tecnologia si manifesterà concretamente sul mercato attraverso una serie di nuovi dispositivi pronti al debutto nei prossimi mesi. Tra i primi produttori ad adottare le soluzioni Arc G-Series figurano marchi di primo piano come Acer, con il suo Predator Atlas 8, MSI, che ha presentato il nuovo Claw 8 EX AI+, e OneXPlayer.

Fonte: www.engadget.com

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Apple Glasses: il lancio dei primi occhiali smart slitta alla fine del 2027


Il debutto degli occhiali intelligenti di Apple è previsto per il 2027, con un design versatile e funzionalità integrate per Siri e fotocamere.

Apple si prepara a ridefinire nuovamente un mercato tecnologico in espansione, puntando sul settore degli smartglasses. Stando alle indiscrezioni diffuse dal giornalista di Bloomberg Mark Gurman, il lancio dei primi occhiali intelligenti targati Apple è ora previsto per la fine del 2027. Nonostante i piani iniziali dell'azienda puntassero a un debutto commerciale già all'inizio del prossimo anno, il progetto avrebbe subito alcuni rallentamenti durante la fase di sviluppo. L'ingresso nel mercato degli smartglasses rappresenta un obiettivo prioritario per il (presto ex-) CEO Tim Cook, intenzionato a consolidare la categoria di prodotto in vista del passaggio di consegne a John Ternus, previsto per il mese di settembre.

Dal punto di vista estetico e costruttivo, gli Apple Glasses potrebbero presentarsi come un prodotto dal design curato e versatile, pensato per adattarsi a diverse preferenze. Apple starebbe testando internamente almeno quattro varianti di montature realizzate in plastica, che spaziano da forme rettangolari ampie, simili ai classici Ray-Ban Wayfarer, a un design più sottile che richiama lo stile degli occhiali indossati dallo stesso Tim Cook. Non mancheranno inoltre opzioni con lenti circolari o ovali di diverse dimensioni. Per quanto riguarda la gamma cromatica, l'azienda starebbe esplorando tonalità classiche e moderne come il nero, il blu oceano e il marrone chiaro, con fotocamere caratterizzate da lenti ovali orientate verticalmente.

Sul fronte delle funzionalità, il dispositivo mira a competere direttamente con i Ray-Ban Meta, posizionandosi nella fascia di prezzo tra i 200 e i 500 dollari. Gli occhiali saranno dotati di fotocamere integrate per catturare foto e video, oltre a microfoni e altoparlanti per gestire chiamate, ascoltare musica e interagire con Siri per ricevere notifiche o indicazioni stradali tramite Mappe. Tuttavia, a differenza dei modelli più avanzati della concorrenza, la prima generazione di occhiali Apple non dovrebbe includere display a realtà aumentata integrati nelle lenti. Sebbene la visione a lungo termine preveda l'evoluzione del prodotto in un dispositivo capace di potenziare le capacità visive umane, l'integrazione delle tecnologie AR avanzate sembra essere ancora lontana diversi anni. L'approccio di Apple appare dunque graduale: l'obiettivo iniziale è offrire un accessorio quotidiano funzionale ed elegante, capace di integrare l'ecosistema dei servizi della mela morsicata direttamente sul volto dell'utente.

Fonte: www.macrumors.com

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Trump ostenta indifferenza verso le elezioni di metà mandato


Il presidente ha detto in una riunione di gabinetto di non curarsi del voto di novembre, mentre cresce il malumore repubblicano per la guerra in Iran e il caro benzina.

Il presidente Donald Trump ha dichiarato di non curarsi delle elezioni di metà mandato. Lo ha detto mercoledì durante una riunione di gabinetto alla Casa Bianca, mentre parlava dei negoziati con l'Iran. "Pensavano di potermi sfiancare aspettando", ha detto riferendosi agli iraniani. "Si dicevano: lo logoreremo, tanto ha le elezioni di metà mandato. Ma a me non importa delle elezioni di metà mandato".

La frase richiama un'altra dichiarazione di inizio mese, quando, incalzato sull'impatto economico interno della guerra, il presidente aveva detto di non pensare alla situazione finanziaria degli americani. In entrambi i casi il ragionamento è lo stesso: impedire all'Iran di dotarsi di un'arma nucleare è una missione così importante per l'umanità da prevalere su qualsiasi preoccupazione interna, politica o economica. "Lo sto facendo per il mondo, non solo per noi", ha aggiunto nella riunione.

È improbabile che il presidente non tenga davvero alle elezioni di metà mandato, il cui esito determinerà gran parte del successo della seconda metà del suo ultimo mandato. Trump ha però assunto sempre più un atteggiamento di noncuranza di fronte alle difficoltà su più fronti: una guerra impopolare che si è protratta più a lungo di quanto avesse promesso, la creazione di un fondo pubblico che potrebbe favorire i suoi alleati e l'ossessione di rimodellare Washington secondo la propria visione di città dorata.

Alcuni repubblicani iniziano a chiedersi se nelle parole del presidente non ci sia un fondo di verità. Si domandano se un presidente attento alle elezioni si concentrerebbe ogni giorno su progetti personali costosi come una sala da ballo con bunker o la costruzione di una gabbia sul prato sud della Casa Bianca per un incontro di arti marziali che ospiterà per il suo ottantesimo compleanno. O se proporrebbe un fondo da 1,8 miliardi di dollari che potrebbe finire per pagare i suoi sostenitori coinvolti nell'assalto al Campidoglio. E si chiedono se non dovrebbe preoccuparsi del fatto che i suoi indici di gradimento e il prezzo della benzina si muovono in direzioni opposte.

Christopher Borick, sondaggista della Pennsylvania, ha dichiarato al New York Times che c'è motivo di credere che al presidente non importi più di tanto la sorte dei repubblicani candidati nei distretti più esposti. Durante i focus group con gli elettori e nei colloqui con dirigenti e operatori del partito nello Stato, ha raccontato, basta poco perché in privato i repubblicani esprimano il timore che il leader del partito non si curi di ciò che li attende dopo l'estate.

Per altri la frase del presidente non ha grande peso. Albert Eisenberg, stratega repubblicano specializzato nel raggiungere gli elettori ispanici della classe lavoratrice, ha detto che Trump stava in realtà mandando un messaggio all'Iran. Secondo lui il presidente tiene eccome alle elezioni ed è molto attivo nel sostenere candidati alle primarie. Sull'Iran, ha aggiunto, Trump sta pensando al proprio posto nei libri di storia, e se la vicenda si chiuderà mostrando che non si è trattato di una guerra senza fine, entro il voto nulla è ancora deciso.

Eisenberg ha però riconosciuto che alcune preoccupazioni legittime alimentano l'ansia di una parte dei repubblicani. C'è la sensazione, ha detto, che a Washington l'establishment repubblicano e l'amministrazione non mettano al centro le persone comuni, lo stesso errore che a suo dire condannò l'amministrazione Biden, accusata di aver oltrepassato il proprio mandato e di aver fatto lievitare i costi per i cittadini.

Giovedì, durante un briefing alla Casa Bianca, al segretario al Tesoro Scott Bessent è stato chiesto un commento sulle parole del presidente. Bessent ha risposto che si tratterebbe di una posizione da statista, frutto di una convinzione di fondo secondo cui la cosa più importante è che l'Iran non abbia mai un'arma nucleare. Ha aggiunto che entrambe le cose possono essere vere: andare bene alle elezioni e avere forse le basi per un accordo.

Matt Tuerk, sindaco democratico di Allentown, una città di medie dimensioni in una zona particolarmente contesa della Pennsylvania, ha osservato che il disinteresse del presidente per come gli americani vivono i prezzi è l'immagine speculare di ciò che si percepisce nel Paese. Le persone, ha detto, non pensano necessariamente alla guerra in Iran, ma ne avvertono con forza le conseguenze sul proprio bilancio familiare.

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Meta sta lavorando a un ciondolo IA e a quattro nuovi smartglasses


L'azienda di Menlo Park, secondo The Information, è al lavoro su diversi prodotti basati sull'intelligenza artificiale. Alcuni arriveranno nel 2026.
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Meta sta intensificando i suoi sforzi nel settore dell'hardware indossabile con un piano strategico estremamente ambizioso. Secondo quanto riportato da The Information, l'azienda guidata da Mark Zuckerberg starebbe sviluppando un innovativo ciondolo basato sull'intelligenza artificiale e si preparerebbe a lanciare fino a quattro nuovi modelli di occhiali smart entro la fine dell'anno in corso. Questa mossa punta a compensare le ingenti perdite finanziarie della divisione Reality Labs, che nel solo 2025 ha registrato un passivo di 19 miliardi di dollari. L'obiettivo è quello di trasformare l'hardware in punto d'accesso per gli utenti che intendono utilizzare i social e i servizi IA del colosso di Menlo Park.

Il progetto più atteso è il ciondolo IA, il cui sviluppo ha subito un'accelerazione dopo l'acquisizione della startup Limitless, avvenuta nel 2025. Il dispositivo si presenterà come un microfono Bluetooth da agganciare agli abiti, capace di ascoltare e registrare le interazioni quotidiane dell'utente. Grazie all'integrazione con l'intelligenza artificiale, il ciondolo sarà in grado di fornire riassunti, trascrizioni e un database consultabile di tutte le conversazioni e gli appunti vocali. Secondo Dan Siroker, CEO di Limitless, questa tecnologia rappresenta un passo fondamentale per portare una superintelligenza personale nella vita di tutti i giorni, rendendo i wearable uno strumento indispensabile per la produttività.

Parallelamente, Meta intende espandere la sua offerta di occhiali intelligenti. Oltre alle storiche collaborazioni con brand come Ray-Ban e Oakley, la società sta lavorando su diversi nuovo prototipi. Il calendario delle uscite appare serrato: un modello denominato "Modelo" dovrebbe debuttare già a giugno, seguito in autunno da "Luna" e da un aggiornamento della linea Ray-Ban. La serie di lanci per il 2026 si concluderà a dicembre con il modello "Mojito VIP". Tutti questi dispositivi saranno potenziati dai modelli linguistici di Meta e dall'agente virtuale Hatch, attualmente ancora in fase di perfezionamento nei laboratori dell'azienda. Per garantire la sostenibilità economica della divisione Reality Labs, Meta non punterà solo sulla vendita dei dispositivi, ma anche su un ecosistema di servizi a pagamento. Alex Himel, vicepresidente di Meta per i wearable, ha delineato una strategia basata su abbonamenti come "Wearables for Work" per il settore business e il sistema di pagamento Meta One per i consumatori. La società ha fissato un obiettivo di vendita ambizioso di 10 milioni di unità nella seconda metà del 2026. Zuckerberg ha confermato agli investitori che il focus futuro di Reality Labs sarà incentrato proprio su questi dispositivi, con la speranza che l'integrazione diffusa dell'AI possa finalmente risanare i bilanci della divisione hardware.

Fonte: www.engadget.com

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Scontri in Francia dopo la finale di Champions: oltre 890 arresti e 180 agenti feriti


Violenti disordini e saccheggi in tutto il Paese durante i festeggiamenti per il PSG. Il Viminale transalpino avvia indagini sui responsabili

Secondo quanto riportato dall’emittente Al Arabiya, i festeggiamenti seguiti alla vittoria del Paris Saint-Germain in Champions League si sono trasformati in una vasta operazione di ordine pubblico in Francia, con un bilancio di oltre 890 persone arrestate e decine di agenti delle forze dell’ordine rimasti feriti.

Il Ministero dell’Interno francese ha comunicato che gli arresti sono stati effettuati su tutto il territorio nazionale in relazione a episodi di disordini verificatisi nelle principali città dopo la finale europea. Le autorità hanno descritto l’intervento come una delle più ampie operazioni di sicurezza degli ultimi anni in occasione di celebrazioni sportive.

Secondo i dati forniti dal ministro dell’Interno Laurent Nunez, circa 180 tra poliziotti e gendarmi hanno riportato ferite durante gli scontri, avvenuti in particolare nelle aree urbane dove si erano concentrati migliaia di tifosi per i festeggiamenti.

Le forze dell’ordine erano state dispiegate in anticipo con un dispositivo rafforzato, ma nonostante le misure preventive si sono verificati episodi di vandalismo, incendi e saccheggi in diverse zone del Paese. In alcuni casi, la polizia è intervenuta con gas lacrimogeni e mezzi antisommossa per ristabilire l’ordine pubblico.

Le autorità francesi hanno sottolineato che gli arresti rientrano in un più ampio quadro di prevenzione e repressione dei disordini legati a grandi eventi sportivi, fenomeno che negli ultimi anni si è ripetuto in occasione di celebrazioni calcistiche nazionali e internazionali.

Il governo ha annunciato che verranno avviate indagini per identificare i responsabili dei disordini e per valutare eventuali ulteriori misure di sicurezza in vista di future manifestazioni pubbliche di grande afflusso.

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Trump annuncia di avere fermato Netanyahu sull'attacco a Beirut


Su Truth Social il presidente sostiene di avere ottenuto l'arresto delle truppe israeliane in marcia verso la capitale libanese, dopo telefonate con Netanyahu e con Hezbollah.

Il presidente Donald Trump ha annunciato sul suo social Truth di avere fermato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sull'attacco a Beirut, dopo una telefonata con il leader israeliano e un contatto con Hezbollah. "Ho avuto una telefonata molto produttiva con il primo ministro Bibi Netanyahu di Israele e non ci saranno truppe dirette a Beirut. Qualsiasi truppa fosse già in marcia è stata richiamata", ha scritto il presidente. Trump ha aggiunto di avere avuto "un'ottima telefonata con Hezbollah" grazie a "rappresentanti di alto livello" e di avere ottenuto un accordo per cui Israele non attaccherà il movimento sciita libanese e Hezbollah non attaccherà Israele.

L'annuncio è arrivato poche ore dopo che Netanyahu aveva ordinato all'esercito israeliano di attaccare i sobborghi meridionali di Beirut, noti come Dahiya, una roccaforte di Hezbollah. L'esercito israeliano aveva invitato i residenti a evacuare l'area "per la propria sicurezza", scatenando una fuga di migliaia di persone che hanno intasato le strade in uscita dal quartiere. Quando Trump è intervenuto, l'attacco non era ancora iniziato. Hezbollah è il principale alleato libanese dell'Iran.

L'offensiva israeliana in Libano è la più ampia da oltre venticinque anni. Domenica l'esercito israeliano ha annunciato di avere conquistato il castello crociato di Beaufort, in Libano meridionale, una posizione strategica che era stata simbolo della lunga occupazione israeliana del sud del paese, terminata nel 2000 dopo diciotto anni di presenza. Le truppe israeliane sono avanzate oltre il fiume Litani. Dalla ripresa dei combattimenti a marzo, secondo il ministero della Salute libanese, sono state uccise oltre 3.000 persone in Libano e secondo l'ONU gli sfollati hanno superato il milione.

L'Iran ha intanto annunciato la sospensione dei colloqui con gli Stati Uniti, proprio in reazione alle operazioni israeliane in Libano. La notizia è stata data dall'agenzia semi-ufficiale iraniana Tasnim, vicina alle Guardie rivoluzionarie, secondo cui la squadra negoziale iraniana sospende "i dialoghi e lo scambio di testi tramite mediatori" e si dice pronta a chiudere completamente lo Stretto di Hormuz. Tasnim ha citato come motivo "il proseguimento dei crimini del regime sionista in Libano" e il fatto che il Libano "era una delle precondizioni per il cessate il fuoco".

Un funzionario iraniano informato sui negoziati ha confermato la sospensione al Washington Post, spiegando che oltre alle operazioni israeliane in Libano hanno pesato anche le modifiche dell'ultimo momento ai termini dell'accordo imposte dai negoziatori statunitensi nel fine settimana, di cui Teheran non sarebbe stata informata. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva già messo in guardia su X: "Il cessate il fuoco tra l'Iran e gli Stati Uniti è inequivocabilmente un cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso il Libano. La sua violazione su un fronte è una violazione del cessate il fuoco su tutti i fronti".

La Casa Bianca non ha confermato la rottura. Il presidente ha detto a NBC in una telefonata che gli iraniani "non ci hanno informato di questo" e ha invitato i critici a "starsene tranquilli, andrà tutto bene alla fine". Il rapporto di Tasnim non citava fonti governative e le sue affermazioni non sono state confermate in modo indipendente; commenti sui social media di alti funzionari iraniani non hanno indicato un ritiro dai colloqui.

I colloqui in corso ruotano intorno a un memorandum d'intesa che dovrebbe prolungare di sessanta giorni il cessate il fuoco e aprire una nuova fase di negoziati sul programma nucleare iraniano. Nel fine settimana Trump ha chiesto modifiche più dure al testo, in particolare sulla destinazione delle scorte di uranio arricchito iraniano e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Ha poi rinviato il documento al leader supremo iraniano Mojtaba Khamenei, di cui resta difficile sapere se abbia risposto. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha indicato come prerequisiti la consegna del combustibile nucleare e l'impegno a non sviluppare armi atomiche.

I mercati hanno reagito con forza ai segnali di rottura. Il prezzo del greggio Brent, riferimento internazionale, è salito di circa il 5 per cento sopra i 96 dollari al barile. Il greggio West Texas Intermediate, riferimento per gli Stati Uniti, è salito di circa il 7 per cento oltre i 93 dollari, secondo i dati riportati dal New York Times. I rendimenti dei titoli di stato statunitensi sono saliti sopra il 4,5 per cento mentre le borse europee hanno chiuso in calo dell'1 per cento. La Francia ha intanto chiesto una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza dell'ONU sull'escalation in Libano.

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L'Iran sospende i negoziati con gli Usa mentre Israele si prepara ad attaccare Beirut


Teheran reagisce duramente ai raid israeliani in Libano e annuncia lo stop ai colloqui di pace. Il prezzo del petrolio sale, mentre Israele minaccia di bombardare i sobborghi sud di Beirut.

L'Iran ha sospeso i negoziati di pace con gli Stati Uniti e minacciato di chiudere del tutto lo Stretto di Hormuz, in risposta alle operazioni militari israeliane in Libano. L'annuncio, diffuso oggi dall'agenzia semi-ufficiale Tasnim vicina ai Guardiani della Rivoluzione, ha fatto immediatamente salire il prezzo del petrolio. Il Brent, riferimento internazionale del greggio, è aumentato di circa il 5%, superando i 96 dollari al barile. Il West Texas Intermediate, parametro statunitense, ha guadagnato circa il 7%, portandosi sopra i 93 dollari.

Energia
Petrolio e guerra in Iran: prezzi e cronologia
Andamento WTI e Brent dal 27 febbraio 2026 — aggiornato al 1 giugno 2026
Dati storici

Grafico Cronologia
WTI + Brent Solo WTI Solo Brent

Elaborazione di Focus America su dati EIA, TradingEconomics, CNBC, Bloomberg e API FocusAmerica · Ultimo aggiornamento: 1 giugno 2026

La nuova escalation arriva dopo giorni di scontri a bassa intensità tra Iran e Stati Uniti, nonostante il cessate il fuoco dichiarato nella guerra che dalla fine di febbraio oppone Washington e Israele a Teheran. Proprio questa mattina l'esercito statunitense ha riferito di avere intercettato due missili balistici iraniani diretti contro le sue forze in Kuwait. Nessun militare è rimasto ferito. Donald Trump ha più volte sostenuto che gli Stati Uniti abbiano annientato le capacità militari iraniane. Le valutazioni dell'intelligence americana indicano però che Teheran conserva ancora consistenti riserve di missili e una forza militare rilevante.

I negoziati si arenano mentre il Libano torna al centro


I negoziati per revocare il blocco imposto dall'Iran sullo Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per il transito di petrolio e gas, e per porre fine alla guerra iniziata a fine ottobre sono finora andati avanti a singhiozzo. La scorsa settimana alcuni diplomatici avevano riferito che le delegazioni statunitense e iraniana erano riuscite a concordare una prima bozza di accordo, che avrebbe dovuto poi essere sottoposto ai leader dei due Paesi. Secondo tre funzionari che hanno parlato a condizione di anonimato, Trump avrebbe però spinto per irrigidire i termini, inviando a Teheran una versione modificata.

Da parte sua, l'Iran pretende anche che ogni accordo comprenda pure la fine degli attacchi israeliani in Libano. Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha scritto in maniera chiara sui social che il cessate il fuoco con gli Stati Uniti deve valere su tutti i fronti, compreso quello libanese. In un secondo avvertimento su X ha sostenuto che le operazioni israeliane in Libano stanno violando l'accordo e che Washington e Israele ne pagheranno le conseguenze.

Eppure proprio oggi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato all'esercito, insieme al Ministro della Difesa Israel Katz, di colpire il distretto di Dahieh, alla periferia sud di Beirut, nell'ambito della campagna militare in corso contro Hezbollah, il gruppo armato libanese sostenuto dall'Iran. In un comunicato congiunto, i due leader israeliani hanno denunciato ripetute violazioni del cessate il fuoco e hanno definito quel distretto il "quartier generale" del movimento terrorista. Poco dopo, l'esercito israeliano ha invitato in arabo i residenti di Dahieh a mettersi in salvo e migliaia di persone hanno già iniziato a lasciare la zona.

Da inizio aprile, con il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, Israele aveva in larga parte risparmiato la capitale libanese, pur continuando a colpire il sud e l'est del Paese. Hezbollah, dal canto suo, ha attaccato soldati israeliani in Libano e obiettivi nel nord di Israele. Il Libano ha accusato Israele anche di aver effettuati un attacco nei pressi dell'ospedale Jabal Amel, nella città meridionale di Tiro. Secondo l'agenzia di Stato libanese National News Agency, il raid ha centrato un incrocio, colpendo un edificio vicino e un parcheggio, e ha ferito diverse persone.

L'Iran minaccia ulteriori ritorsioni


In risposta alla nuova offensiva israeliana, le Forze Armate iraniane hanno minacciato nuove azioni contro Israele. L'avvertimento è arrivato dal comando centrale Khatam al-Anbiya: il comandante, generale Ali Abdollahi, ha invitato i residenti del nord di Israele e degli insediamenti militari nei territori occupati a lasciare la zona qualora i raid su Beirut fossero stati eseguiti come annunciato. In una dichiarazione ripresa dall'emittente di Stato iraniana IRIB, Abdollahi ha collegato l'avvertimento alle ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte israeliana.

Da parte sua, l'agenzia stampa iraniana Tasnim ha aggiunto che l'Iran e il suo "Asse della Resistenza" sono pronti a colpire nello Stretto di Hormuz e ad aprire altri fronti, compreso quello dello Stretto di Bab el-Mandeb, nel Mar Rosso.

Hezbollah offre la tregua, Israele e Usa scettici


Intanto, il presidente del Parlamento libanese Nabih Berri ha fatto sapere all'Amministrazione Trump che Hezbollah sarebbe pronto a un cessate il fuoco totale e immediato con Israele, di cui lui stesso garantirebbe il rispetto. Lo ha riferito ad Axios il suo principale consigliere, Ali Hamdan. Funzionari statunitensi e israeliani dubitano però che Berri possa davvero assicurare il rispetto dell'accordo da parte del movimento.

Nel fine settimana, ha spiegato Hamdan ad Axios, l'Amministrazione Trump aveva proposto una tregua parziale: Hezbollah avrebbe dovuto smettere di colpire il nord di Israele e, in cambio, Israele si sarebbe impegnato a non bombardare Beirut, per poi estendere gradualmente il cessate il fuoco ad altre aree. Berri ha risposto chiedendo invece una tregua piena, su terra, mare e cielo, con l'impegno israeliano a fermare anche le demolizioni di case nel sud del Libano. Sempre secondo Hamdan, Berri dispone di un canale diretto con il leader di Hezbollah Naeem Qassem, che vive in clandestinità.

Per settimane gli Stati Uniti avevano esortato Israele a non colpire Beirut, nel quadro di una più ampia spinta alla distensione per non ostacolare i negoziati in corso. Ieri, però, un funzionario americano ha lasciato intendere ad Axios che la posizione di Washington sarebbe potuta diventare più flessibile: "Gli Stati Uniti non si aspettano che Israele subisca attacchi continui contro i propri civili da parte di un'organizzazione terroristica", ha dichiarato.

Ciò nonostante, il governo libanese ha promesso di proseguire i negoziati con Israele nonostante le minacce su Beirut. "Alcuni purtroppo considerano il negoziato come una resa", ha dichiarato il presidente libanese Joseph Aoun. "Non lo è, non è una resa, né è una concessione. È l'unica soluzione per fermare le guerre con il minor danno possibile".

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Iran: il conflitto con gli USA frena l'oro verde, crollano le esportazioni di pistacchi


Crisi Hormuz e stop ai porti dimezzano l'export (-55%). Balzo di scorte invendute

La guerra tra Iran e Stati Uniti sta producendo effetti significativi anche su uno dei comparti agricoli più strategici dell'economia iraniana. Le esportazioni di pistacchi, prodotto simbolo del Paese e voce rilevante del commercio agroalimentare nazionale, hanno registrato un brusco rallentamento a causa delle difficoltà logistiche e delle restrizioni ai trasporti marittimi conseguenti al conflitto.

Secondo quanto riferito dall'agenzia Adnkronos, che cita l'ultimo rapporto mensile dell'Iran Pistachio Association, tra il 20 febbraio e il 20 marzo 2026 le spedizioni di pistacchi iraniani sono scese a circa 9.000 tonnellate, segnando una contrazione del 55% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. L'associazione attribuisce il calo allo scoppio delle ostilità tra Washington e Teheran, avvenuto il 28 febbraio, e alle limitazioni operative che hanno interessato il porto di Bandar Abbas e il traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz.

L'Iran è il secondo produttore mondiale di pistacchi e il settore rappresenta una delle principali fonti di esportazione agricola del Paese. Dall'inizio della stagione commerciale, compresa tra settembre 2025 e aprile 2026, le esportazioni hanno raggiunto 109.000 tonnellate equivalenti di pistacchi con guscio, con una diminuzione del 26% rispetto alla campagna precedente.

I dati evidenziano inoltre un netto rallentamento del ritmo di smaltimento delle scorte. Il rapporto tra esportazioni e disponibilità iniziali si è attestato al 45%, contro il 64% registrato nello stesso periodo dell'anno scorso e il 56% della media degli ultimi cinque anni. Un indicatore che, secondo gli operatori del settore, riflette le difficoltà nel raggiungere alcuni dei principali mercati di consumo tradizionalmente serviti attraverso le rotte del Golfo Persico.

Nel contesto delle restrizioni ai traffici marittimi, i Paesi della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), organizzazione che riunisce diverse ex repubbliche sovietiche, sono diventati la principale destinazione delle esportazioni mensili di pistacchi iraniani. Seguono la Turchia e il subcontinente indiano, mercati che hanno aumentato il proprio peso relativo nelle vendite estere del prodotto.

Di segno opposto l'andamento delle esportazioni verso l'Estremo Oriente. La quota di mercato riconducibile a quest'area geografica è infatti scesa dall'attuale 25% della precedente campagna commerciale all'8% dell'annata in corso, evidenziando un forte ridimensionamento dei flussi commerciali verso una delle aree tradizionalmente più importanti per il consumo di pistacchi.

L'associazione dei produttori sottolinea inoltre che le ostilità e le interruzioni delle spedizioni verso gli Emirati Arabi Uniti e altri Paesi del Golfo hanno inciso sul peso complessivo del comparto pistacchicolo all'interno delle esportazioni agricole iraniane. Dopo aver raggiunto un picco del 57% nel quinto mese della stagione commerciale, la quota è scesa al 42% nel mese successivo per poi stabilizzarsi al 43% nel settimo mese.

Secondo le stime dell'Iran Pistachio Association, in condizioni normali il settore avrebbe potuto superare per la prima volta la soglia del 50% sul totale delle esportazioni annuali. Le conseguenze del conflitto rendono però improbabile il raggiungimento di tale obiettivo, con il rapporto destinato a rimanere sotto questa soglia fino al termine della campagna commerciale.

Particolarmente significativo il dato relativo alle giacenze. Al termine del settimo mese della stagione commerciale, le scorte residue sono stimate in circa 114.000 tonnellate di pistacchi, un volume che potrebbe tradursi nel più elevato riporto di fine campagna mai registrato dal settore.

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Il Piano Casa? Un pacchetto di sconti per un problema che non è fiscale


Mercoledì 3 giugno le Commissioni Ambiente e Finanze della Camera riprendono l'esame del Piano Casa. Sul tavolo: Imu dimezzata per chi affitta a under 35 e genitori separati, riserva del 25% dell'edilizia pubblica agli anziani.
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Piano Casa? Il governo risponde con un pacchetto di sconti
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Le Commissioni Ambiente e Finanze della Camera riprendono mercoledì 3 giugno l'esame del Piano Casa, con un pacchetto di emendamenti che fotografa la frammentazione delle emergenze abitative italiane. Al centro della proposta: dimezzamento dell'Imu per chi affitta a giovani under 35 e genitori separati, e riserva del 25% dell'edilizia residenziale pubblica agli anziani. Due misure che confermano un approccio per categorie, dove lo Stato interviene con agevolazioni fiscali mirate invece di affrontare la scarsità strutturale di alloggi accessibili.

Come sempre ci ritroviamo in un mosaico di micro-incentivi che rischiano di lasciare invariato il problema di fondo: in Italia il patrimonio di edilizia residenziale pubblica si attesta al 3,8% dello stock abitativo complessivo — tra i valori più bassi d'Europa — con circa 55.000 alloggi sfitti per mancata manutenzione e meno di 53.000 nuove abitazioni autorizzate nel 2025, in calo del 4% sull'anno precedente. La domanda nelle fasce vulnerabili non trova risposta né nel mercato né nel pubblico.

Il taglio dell'Imu per affitti a giovani e separati riprende una logica già sperimentata con il canone concordato, dove lo sconto fiscale compensa parzialmente il minor canone richiesto. Ma i dati Istat mostrano che solo il 12% degli affitti in Italia segue questa formula, e la maggior parte resta concentrata nei grandi centri urbani dove le convenzioni tra Comuni e associazioni dei proprietari funzionano meglio. Per gli under 35, l'accesso alla locazione rimane difficile anche con incentivi fiscali: il reddito medio di un giovane lavoratore italiano è fermo attorno ai 1.200 euro netti mensili, mentre un bilocale a Milano supera gli 800 euro, a Roma si avvicina ai 700. Lo sconto sull'Imu al proprietario può liberare qualche appartamento in più sul mercato, ma non modifica l'equilibrio di fondo tra potere d'acquisto e costo abitativo.

Agli anziani il 25%, alle altre famiglie fragili il resto del niente


L'emendamento che riserva il 25% dell'edilizia pubblica agli over 65 fotografa un'altra emergenza: l'invecchiamento della popolazione nelle grandi città, dove molti anziani vivono soli in appartamenti privati troppo costosi o inadeguati, senza reti familiari vicine. Ma qui emerge il paradosso: l'edilizia residenziale pubblica in Italia conta circa 800.000 alloggi, contro i 5 milioni della Francia e i 4 della Germania. Riservare un quarto di una base già risicata significa destinare circa 200.000 unità agli anziani, in un Paese dove le domande inevase per alloggi popolari superano le 650.000. La misura risponde a un bisogno reale, ma lo fa sottraendo risorse ad altre categorie altrettanto fragili: famiglie monoreddito, disoccupati, migranti regolari con contratti precari.

Il punto critico è che l'Italia non costruisce edilizia pubblica da decenni. Gli ultimi grandi piani risalgono agli anni Ottanta, e da allora il patrimonio è stato in parte venduto, in parte lasciato deteriorare. Le Regioni gestiscono le assegnazioni, ma i fondi nazionali per nuove costruzioni sono sporadici e insufficienti. Eppure, le città italiane hanno ampi spazi dismessi, aree industriali abbandonate, caserme vuote: solo a Milano, il Piano di Governo del Territorio censisce oltre 1 milione di metri quadri di superficie da riconvertire. Il problema non è territoriale, ma di volontà politica e finanziaria. Senza un piano pluriennale di investimento pubblico nella casa, ogni emendamento diventa un cerotto su una ferita aperta.

In Austria il 60% della popolazione vive in alloggi sociali. In Italia si discute dell'Imu


L'intero impianto del Piano Casa si concentra sulla locazione, trascurando le altre forme di accesso all'abitare. In Austria, il 60% della popolazione di Vienna vive in edilizia sociale o cooperativa, con canoni calmierati e qualità costruttiva alta. In Germania, le Wohnungsbaugenossenschaften — cooperative edilizie — gestiscono oltre 2 milioni di alloggi, garantendo affitti stabili e partecipazione dei residenti alla gestione. In Italia, le cooperative di abitazione esistono, ma rappresentano una quota marginale e faticano ad accedere a suolo pubblico e finanziamenti agevolati. Il modello prevalente resta quello della proprietà privata o dell'affitto da privato, con il pubblico ridotto a regolatore fiscale invece che a costruttore e gestore diretto.

Gli sconti sull'Imu per affitti a categorie deboli possono funzionare se inseriti in una strategia più ampia: vincoli di destinazione a lungo termine, creazione di fondi immobiliari pubblici, integrazione con servizi sociali e sanitari per gli anziani. Ma presi isolatamente, rischiano di diventare un trasferimento di risorse pubbliche ai proprietari senza garanzie di impatto duraturo. In Francia, la Loi Pinel offre sgravi fiscali a chi costruisce nuovi alloggi e li affitta a canone moderato per almeno sei anni, con controlli stringenti. In Italia, ogni agevolazione è frammentata, regionale, soggetta a interpretazioni locali. Così i proprietari faticano a orientarsi, e i potenziali beneficiari non sanno nemmeno che esistono questi strumenti.

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Come Trump può intervenire militarmente a Cuba


L'arrivo della portaerei USS Nimitz nei Caraibi e l'incriminazione di Raúl Castro per omicidio aprono lo scenario di un'azione militare, ma gli ostacoli sono molti.

L'arrivo della portaerei USS Nimitz nei Caraibi questa settimana è l'ultima mossa con cui il Pentagono minaccia un intervento militare contro il regime comunista dell'Avana. Mentre i colloqui tra Washington e l'Avana sulla liberazione dei prigionieri politici e sull'apertura dell'economia cubana sono in stallo, gli Stati Uniti hanno iniziato a preparare il terreno militare e politico per un possibile intervento. Secondo gli analisti citati dal Financial Times, un'azione imminente resta improbabile e comporterebbe molti rischi, ma le probabilità che il presidente Trump ordini un attacco contro Cuba aumentano man mano che Washington prova a mostrare i muscoli.
Cuba nel mirino — FocusAmerica

Caraibi · La pressione di Trump su Cuba

Cuba nel mirino: le tre strade di Trump, e perché nessuna di queste è semplice


L'arrivo della portaerei USS Nimitz nei Caraibi apre una nuova fase di pressione su L'Avana. Ma il modello applicato al Venezuela a gennaio difficilmente potrà ripetersi: ogni opzione verso un cambio di regime si scontra con un nuovo ostacolo.

Fonte: Financial Times Analisti ed ex funzionari di difesa e intelligence

Altri presidenti ci hanno pensato per cinquanta, sessant'anni, ma sembra che sarò io a farlo.
Donald Trump, la scorsa settimana

Portaerei
USS Nimitz schierata nei Caraibi questa settimana

Sorveglianza
Voli di ricognizione intensificati attorno all'isola

Petrolio
Blocco quasi totale delle importazioni dell'isola da gennaio

Esplora lo scenario
1 Opzioni 2 Cuba ≠ Venezuela 3 Isola 4 Cronologia

Le carte sul tavolo

Tre opzioni per L'Avana, ciascuna con il suo ostacolo


Washington prepara il terreno militare e politico per un cambio di regime. Tocca ogni opzione per scoprire la mossa ipotizzata e il limite che la frena.

1

Il blitz, come in Venezuela
Catturare Raúl Castro con le forze speciali

La mossa
Replicare il raid di gennaio contro Maduro a Caracas. La base legale è già pronta: l'incriminazione di Raúl Castro per l'abbattimento di due aerei civili nel 1996.

L'ostacolo
Manca l'effetto sorpresa. Secondo un ex funzionario della Defence Intelligence Agency, sarebbe ingenuo pensare che Castro non venga ormai spostato di continuo.

2

L'attacco diretto
Colpire le Forze Armate cubane per far cadere il regime

La mossa
Aviazione e missili statunitensi potrebbero sopraffare facilmente l'esercito cubano, oggi ridotto, secondo gli esperti, a "uno scheletro" rispetto ai tempi della Guerra Fredda.

L'ostacolo
Il problema è il giorno dopo: senza un successore pronto e con un sistema politico monolitico, la caduta del regime lascerebbe "un vuoto completo", aprendo proprio quello scenario di nation-building che Trump ha giurato di evitare.

3

La stretta economica
Soffocare l'isola per obbligare il regime a un negoziato

La mossa
Nessuna azione militare. Stringere ancora di più la morsa contro un'isola già sotto un blocco petrolifero quasi totale, puntando sul collasso economico per ottenere un'apertura.

L'ostacolo
Una crisi umanitaria più ampia e una nuova potenziale ondata migratoria verso gli Stati Uniti sono uno scenario altamente indesiderato dalla Casa Bianca a pochi mesi dalle elezioni di midterm.

Perché il modello non regge

Il metodo usato in Venezuela a gennaio non funziona con Cuba


Quasi tutti gli elementi che resero possibile il cambio di vertice a Caracas mancano a Cuba.

Condizione
Venezuela
Cuba

Successore pronto a collaborare
A Caracas la vicepresidente Delcy Rodríguez

Leader d'opposizione credibile
María Corina Machado, premio Nobel

Effetto sorpresa
Inedito a gennaio, scontato oggi

Potere fratturato e aggirabile
A Cuba struttura monolitica, senza fazioni

Un regime molto più compatto di quello venezuelano: semmai assomiglia più all'Iran che al Venezuela.

Un ex alto funzionario statunitense, al Financial Times

Tre piani, tre diverse verità

Militarmente fragile, politicamente blindata, economicamente già al limite


La debolezza dell'isola sul piano militare non si traduce in una via d'uscita facile per Washington.

Sul piano militare
Un bersaglio facile
L'esercito cubano è ormai l'ombra di quello degli anni Settanta: mancano pezzi di ricambio, i piloti sono poco addestrati e le difese contro aerei e missili sono molto deboli ed inefficaci.

Sul piano politico
Una trappola
Sette decenni di partito unico hanno soffocato ogni alternativa: nessun successore, nessun leader d'opposizione. Far cadere il regime aprirebbe "un vuoto completo" per l'isola.

Sul piano economico
Già al limite
Il blocco petrolifero quasi totale imposto da Trump ha aggravato la crisi economica e dei servizi di base, sanità inclusa. Con l'estate, alcuni esperti temono una nuova ondata di migrazioni.

Diversi ex funzionari interpretano il rafforzamento militare statunitense come una forma di pressione per ottenere concessioni nei colloqui in stallo, più che come la preparazione di un attacco imminente.

Come si è arrivati qui

Dal 1996 alla portaerei nei Caraibi


Tocca un evento per i dettagli.

1996
Abbattuti due aerei civili

L'episodio è diventato oggi la base legale dell'incriminazione di Raúl Castro per omicidio, il pretesto giuridico per un eventuale blitz.

Luglio 2021
L'ondata di proteste a Cuba

Il più grande movimento di piazza da decenni: il precedente a cui guardano gli analisti nello scenario di una possibile caduta del regime in estate.

Gennaio 2026
Il raid in Venezuela e il blocco quasi totale su Cuba

Le forze speciali statunitensi catturano Maduro a Caracas. Nello stesso periodo gli Stati Uniti avviano il blocco quasi totale delle importazioni di petrolio verso L'Avana.

Questa settimana
La USS Nimitz arriva nei Caraibi

Crescono anche i voli di sorveglianza attorno all'isola. Il Pentagono prepara il terreno per un'invasione, mentre i colloqui con L'Avana restano in stallo.

Novembre 2026
Le elezioni di midterm

L'orizzonte politico che pesa sulle scelte della Casa Bianca: una nuova ondata migratoria sarebbe lo scenario più temuto alla vigilia del voto.

Fonte Financial Times — dichiarazioni di analisti ed ex funzionari di difesa e intelligence statunitensi. Elaborazione FocusAmerica.

"Altri presidenti ci hanno pensato per 50, 60 anni e sembra che sarò io a farlo", ha detto il presidente la scorsa settimana. I voli di sorveglianza statunitensi attorno all'isola sono aumentati, un passaggio di raccolta informazioni che spesso precede operazioni militari ma che secondo gli analisti viene usato anche per esercitare pressione sull'Avana.

La prima opzione sul tavolo sarebbe ripetere quanto fatto a gennaio in Venezuela, quando le forze speciali statunitensi catturarono il presidente Nicolás Maduro a Caracas. L'amministrazione ha posato le basi legali la scorsa settimana incriminando per omicidio l'ex presidente cubano Raúl Castro per l'abbattimento di due aerei civili nel 1996, esattamente come a gennaio l'incriminazione di Maduro era stata usata come pretesto giuridico per il raid. Per Trump questa opzione ha più di un vantaggio: evita un impegno militare di lungo periodo e in caso di successo metterebbe in mostra le capacità delle forze speciali. "È stato come guardare uno show televisivo", commentò il presidente dopo il blitz contro Maduro.

L'ostacolo principale è la totale mancanza di sorpresa. Mentre a gennaio l'idea di catturare un leader politico straniero appariva sorprendente, oggi non lo è più. "Bisognerebbe essere matti per pensare che Raúl Castro non venga spostato regolarmente in questo momento", ha dichiarato al Financial Times Chris Simmons, ex funzionario della Defence Intelligence Agency con un focus su Cuba. Un altro ex funzionario dell'intelligence ha aggiunto di aspettarsi che Castro si toglierebbe la vita prima di farsi catturare.

La seconda opzione è un attacco diretto alle forze armate cubane per provocare un cambio di regime distruggendone la capacità di combattere. Gli esperti militari ritengono che l'aviazione e i missili statunitensi potrebbero sopraffare facilmente l'esercito cubano, ormai ridotto a un'ombra di quello degli anni Settanta, quando Cuba era in prima linea nella guerra fredda e mandava soldati ed equipaggiamenti dalla Siria all'Angola. "L'esercito cubano è nel migliore dei casi un guscio vuoto di ciò che era e non rappresenta un deterrente se gli Stati Uniti decidono di usare tutta la forza", ha detto al Financial Times Frank Mora, ex alto funzionario della Difesa nell'amministrazione di Barack Obama. Le forze cubane scontano carenze gravi di pezzi di ricambio, scarso addestramento dei piloti e una capacità limitata di difendersi da missili e aerei. Il Pentagono non ha risposto alla richiesta di commento.

Anche un'azione militare riuscita lascerebbe aperta la domanda politica su cosa accadrebbe il giorno dopo. In Venezuela il raid contro Maduro ha aperto la strada alla vicepresidente Delcy Rodríguez, che si è dimostrata disposta a collaborare con Washington. Il sistema cubano è invece più rigido perché privo di fazioni e rivalità personali chiare. "Non esiste una versione cubana di Delcy. La fede rivoluzionaria può essersi affievolita, ma la struttura del potere è molto più radicata", ha dichiarato al Financial Times Michael Shifter dell'Inter-American Dialogue di Washington. Un ex alto funzionario statunitense lo ha definito un "regime molto più coerente di quello venezuelano. Semmai assomiglia più all'Iran che al Venezuela".

Manca anche un equivalente cubano di María Corina Machado, la leader dell'opposizione venezuelana premio Nobel che ha potuto presentarsi credibilmente come portavoce della maggioranza del Paese e iniziare a costruire un nuovo governo. Sette decenni di regime autoritario a partito unico hanno soffocato qualsiasi alternativa. Se il regime cadesse, la pressione sugli Stati Uniti per un intervento di lungo periodo per ricostruire l'economia e la politica cubane sarebbe enorme, esattamente il tipo di operazione di nation-building che il presidente ha giurato di evitare. "Se eliminassero il regime, ci sarebbe un vuoto completo", ha aggiunto Shifter.

Senza intervento militare, l'opzione che resta è stringere ulteriormente Cuba per forzare un'apertura negoziata. Dal gennaio scorso l'amministrazione applica un semi-blocco delle importazioni di petrolio sull'isola, che ha aggravato il collasso dell'economia e dei servizi di base, sanità inclusa. Alcuni esperti ritengono che con l'aumento di temperatura e umidità dell'estate possa scoppiare un'ondata di proteste, come accadde nel luglio del 2021. Per la Casa Bianca il rischio è che la strategia inneschi una crisi umanitaria più ampia e una nuova ondata migratoria verso gli Stati Uniti, scenario indesiderato a pochi mesi dalle elezioni di midterm di novembre.

Diversi ex funzionari della difesa e dell'intelligence statunitensi ritengono che il rafforzamento militare debba essere letto come una pressione sull'Avana per ottenere concessioni nei colloqui, più che come la preparazione di un attacco. "L'amministrazione sta cercando di far credere a Cuba che entreremo. Gli Stati Uniti continuano a tenere alta la pressione", ha dichiarato al Financial Times Renee Novakoff, ex funzionaria dell'intelligence statunitense.

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Crushed in Time: l'anteprima dell'avventura punta-e-stira


E se il meta-videogioco fosse giocabile?
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I videogiochi stanno diventando così meta, che la prossima avventura di Sherlock e Watson è un viaggio nel tempo tra le varie fasi di sviluppo del loro stesso videogioco. Si chiama Crushed in Time ed è uno spin-off di There Is No Game, il titolo punta e clicca da oltre un milione di copie vendute dello studio francese Draw Me a Pixel.

Tutto comincia al party di lancio proprio di Crushed in Time, quando, pochi minuti dopo l’uscita, il gioco riceve un review-bombing a causa dell’assenza di un personaggio. Chi gioca viene quindi risucchiato per fare da “narratore” nell’avventura dei due detective che ora hanno la missione di scoprire cosa è successo al personaggio del loro gioco.

Il gameplay è “stretchy”, questo vuol dire che, all’interno delle classiche vignette da gioco narrativo, ci sono una marea di oggetti interagilibi in modo elastico. Tramite dei puntini bianchi sarà possibile allungare mobili, porte, persone, oggetti e tutta una serie di altre cose per risolvere enigmi di ogni genere. Nel livello introduttivo è stato mostrato un enigma che prevedeva di prendere un pomello che da una porta e lanciarlo verso un cassetto per poi collegare un telefono alla corrente e così smuovere il pigro Sherlock dalla sua poltrona.

Il gioco è completamente doppiato e i personaggi sono responsivi alle azioni di chi gioca, soprattutto quando coinvolgono la loro faccia: si può schiaffeggiare Holmes quando fa troppo il supponente, un’ottima scelta di design da parte di Draw me a Pixel. Il gioco avrà una serie di aiuti “leggeri” per spiegare agli utenti direzioni e meccaniche degli Enigmi ma, come tengono a specificare gli sviluppatori, “il gioco e i suoi enigmi seguono sempre una logica, una struttura ancorata al mondo reale”.

Il potenziale unico e creativo del gioco, però, starà tutto nel mondo in cui le varie fasi di sviluppo verranno utilizzate a livello di gameplay e narrativo. “Visiterete l’alpha del gioco, la beta, e molti altri stadi di sviluppo precedenti”. Ci hanno mostrato il ritorno a un livello in cui le hotbox non erano solo visibili ma facevano parte degli enigmi. “Non giocherete a un videogioco, sarete bloccati dentro un videogioco” dicono gli sviluppatori. “Il vostro obiettivo sarà influenzare la storia e il mondo di gioco per aiutare i protagonisti a risolvere il caso.

Il gioco uscirà il 10 giugno e avrà una durata di circa 7-10 ore, a seconda dell’ingegno e dell’inventiva dell’utente. Sappiamo che ci saranno sei modi diversi di manipolare gli oggetti e nuovi personaggi che saranno fondamentali e completamente interagibili. Ora non resta che provare la nuova avventura punta e clicca “allungabile” di Draw me a Pixel per capire se il meta-videogioco riesce a intrattenere e stupire.

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Genitori esausti, non solo figli difficili


Schiacciati tra la solitudine quotidiana e il mito della famiglia perfetta, l'esaurimento di madri e padri smette di essere un limite personale. È il segnale d'allarme di un sistema che chiede troppo e supporta troppo poco.

Ogni volta che un adolescente esplode — urla, chiusura, apatia, rendimento scolastico in caduta libera — la domanda di rito è sempre la stessa: «Che cosa hanno sbagliato i genitori?». Negli ultimi anni si è moltiplicata la narrativa sui «ragazzi problematici», sulla «generazione che non regge». Un filone editoriale e mediatico florido, alimentato da psicologi, pedagogisti e opinion leader sui social. Quasi mai, però, ci si ferma a chiedere in che condizioni vivono gli adulti che dovrebbero rispondere con calma, presenza e tempo. Molto più raramente si mette al centro il corpo stanco di chi li cresce. Più che chiederci perché ci siano così tanti ragazzi difficili, dovremmo forse interrogarci su quanto abbiamo chiesto — senza ammetterlo — a una generazione di genitori già esausti.

La giornata tipo di molti genitori assomiglia a una corsa a ostacoli senza traguardo. Lavoro con orari estesi o imprevedibili, pendolarismo, messaggi del datore di lavoro che arrivano ben oltre la fine del turno, lista di incombenze domestiche che inizia appena si varca la porta di casa. Recuperare i figli, accompagnarli alle attività sportive, seguire i compiti, cucinare, spesso occuparsi anche di genitori anziani. Il tutto con un margine economico ridotto: bollette in crescita, affitti o mutui che erodono lo stipendio, servizi di supporto costosi o geograficamente irraggiungibili.

Il conflitto in famiglia esplode spesso sulle soglie più visibili — lo smartphone, i voti, le uscite serali — ma nasce da altrove. Nasce da una stanchezza che non è individuale né psicologica, ma strutturale. Quando si parla di «famiglie in difficoltà» si tende a psicologizzare il problema: genitori apprensivi, poco autorevoli, troppo presenti o troppo assenti. Manca quasi sempre la lente sulle condizioni materiali. Quanti giorni a settimana rientrano dopo le 19? Quante ore dormono? Qual è il peso del lavoro precario, del mutuo, delle spese impreviste che azzerano qualunque riserva?

I numeri dell'Ispettorato Nazionale del Lavoro sono inequivocabili: nel solo 2024 sono state convalidate 60.756 dimissioni e risoluzioni consensuali di genitori con figli entro i tre anni, di cui 42.237 donne (69,5%) e 18.519 uomini. Il rapporto di genere si conferma stabile intorno al 70/30 anche nella serie storica. E, soprattutto, la motivazione dichiarata: la difficoltà di conciliare cura e lavoro pesa per il 65,2% di tutte le motivazioni indicate e sale al 77,5% tra le convalide femminili. Nel dettaglio, il 47,5% delle motivazioni femminili è legato all'assenza o alla difficoltà di accesso ai servizi di cura, il 30% alle condizioni di lavoro incompatibili con la genitorialità. Non una scelta, piuttosto una resa. E la resa, quando avviene, lascia sul campo un adulto più fragile, economicamente più esposto, emotivamente più a corto di risorse.

Dentro quelle stesse motivazioni si legge la mappa concreta del problema: il 43,1% delle donne che si dimettono cita l'assenza di parenti di supporto, il 45% l'impossibilità di conciliare l'orario di lavoro con l'accudimento, il 36,4% giudica l'organizzazione del lavoro «particolarmente gravosa» o incompatibile con la cura della prole. È un ecosistema che scarica sull'adulto singolo il peso di tenere insieme welfare mancante, orari rigidi e reti familiari sempre più assenti.

I dati Istat 2023 confermano la distorsione strutturale che pesa sulle spalle di chi tiene insieme famiglia e occupazione. Il tasso di occupazione delle donne 25-49 anni con almeno un figlio sotto i sei anni si ferma al 56,6%, contro il 77,5% delle coetanee senza figli: oltre venti punti percentuali di scarto che misurano il costo reale della genitorialità sul mercato del lavoro. Il rapporto tra i due tassi — indicatore che vale 100 quando lo svantaggio è nullo — si attesta a 73,0, sostanzialmente fermo dal 2021.

Il divario è tutt'altro che uniforme sul territorio. Nel Mezzogiorno l'indicatore crolla a 66,6, con appena il 38% di occupazione tra le madri di bambini in età prescolare, contro il 66,9% del Nord e il 64,4% del Centro. È qui che l'assenza di servizi — nidi, tempo pieno scolastico, trasporti — si traduce in modo più diretto nell'uscita delle donne dal mercato del lavoro. E il gradiente sociale è altrettanto marcato: il rapporto raggiunge 91,1 tra le laureate, scende a 69,3 con il diploma e precipita a 49,0 per chi ha al massimo la licenza media. Il costo della genitorialità, in altre parole, non è distribuito equamente: lo pagano soprattutto le donne meno istruite e chi vive dove i servizi mancano.

A completare il quadro, l'indice di asimmetria nel lavoro familiare — la quota di lavoro domestico e di cura svolta dalla donna nelle coppie in cui entrambi i partner lavorano — si è fermato al 61,6% (media 2022/2023), stabile rispetto al biennio precedente, dopo anni di lento miglioramento. Il Mezzogiorno tocca il 70%, in ulteriore crescita. Significa che, anche quando entrambi i genitori lavorano, la parte «invisibile» della giornata — la cena, i compiti, il pediatra, il colloquio con la scuola, la lavatrice — resta prevalentemente sulle spalle di uno solo dei due adulti. È la seconda giornata di lavoro che non compare in nessun contratto e non paga nessun contributo.

Portare la fatica degli adulti al centro del dibattito non significa assolvere chi esercita male la propria responsabilità genitoriale. Significa riconoscere che il carico collettivo che abbiamo costruito — culturalmente, economicamente, politicamente — è, per molti, semplicemente insostenibile. Continuare a diagnosticare il malessere adolescenziale senza interrogarsi sulle condizioni di chi lo dovrebbe prevenire significa curare il sintomo e ignorare la malattia.

La letteratura scientifica lo dice da tempo: la salute mentale dei figli è correlata a quella dei genitori, e la salute mentale dei genitori è correlata a variabili molto concrete — reddito, ore di sonno, prevedibilità degli orari, disponibilità di reti di supporto. È la parte del dibattito che manca quasi sempre nei convegni sull'«emergenza adolescenti»: la crisi dei ragazzi non si spiega senza la crisi del tempo, del reddito e delle energie degli adulti che li circondano.

Ripensare le politiche per l'infanzia e l'adolescenza implicherà, inevitabilmente, ripensare anche il tempo e le risorse degli adulti che li circondano: orari e copertura dei servizi pubblici — a partire dai nidi, il cui accesso resta il collo di bottiglia strutturale del Paese —, costo reale degli strumenti di supporto psicologico ed educativo, congedi parentali effettivamente utilizzabili anche dai padri, diritto alla disconnessione dopo l'orario di lavoro, spazi di decompressione per chi ogni giorno porta un carico doppio.

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Gli americani non si fidano di Trump sui temi chiave


Su 21 questioni sondate da YouGov in 17 almeno metà degli intervistati non si fida per nulla del presidente, e la sfiducia investe anche FBI, ICE, Corte suprema e Congresso
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La maggioranza degli americani non si fida del presidente Donald Trump sulla quasi totalità dei principali temi di politica nazionale. Su 21 questioni sottoposte agli intervistati di un sondaggio YouGov di fine febbraio e inizio marzo, in 17 almeno la metà degli americani dichiara di non fidarsi "per nulla" del presidente. Lo segnala un'analisi della newsletter The Trendline della testata di sondaggi FiftyPlusOne, curata da Mary Radcliffe e G. Elliott Morris, che colloca il dato in una più ampia caduta della fiducia nelle istituzioni federali.

I temi su cui la sfiducia raggiunge i livelli più alti sono i diritti LGBTQ e le questioni transgender, dove il 58% degli intervistati dichiara di non fidarsi "per nulla" di Trump. Seguono la tutela dell'ambiente e le relazioni razziali al 57%, l'aborto e la democrazia al 55%, l'inflazione al 54%, la sanità, la Corte suprema e l'istruzione al 54-53%, le armi e la sicurezza sociale al 53%, il conflitto Ucraina-Russia al 52%. Anche sulle materie economiche la sfiducia è netta: il 51% non si fida sul commercio estero, il 50% sull'economia in generale, sulle tasse e sulla politica estera.

I quattro temi sui quali Trump regge meglio, ossia gli unici in cui la quota di chi non si fida "per nulla" scende sotto la metà degli intervistati, sono l'immigrazione (47%), la criminalità (48%), l'Iran (49%) e il conflitto israelo-palestinese (49%). L'immigrazione è anche l'unica materia in cui una quota significativa di intervistati, il 39%, dichiara di fidarsi "molto" del presidente, contro il 34% sulla criminalità e il 33% sulla politica estera.

Sondaggio · Stati Uniti
Su 17 dei 21 temi chiave la maggioranza degli americani non si fida per nulla di Trump
Fine febbraio - inizio marzo 2026 · YouGov
Focus America

Non si fida per nulla
Si fida un po'
Si fida molto

Diritti LGBTQ

58%

25%

Questioni transgender

58%

28%

Relazioni razziali

57%

25%

Ambiente

57%

23%

Aborto

55%

25%

Democrazia

55%

31%

Inflazione

54%

28%

Sanità

54%

25%

Corte suprema

54%

24%

Armi

53%

29%

Istruzione

53%

26%

Previdenza sociale

53%

25%

Conflitto Ucraina-Russia

52%

26%

Commercio estero

51%

32%

Politica estera

50%

33%

Economia

50%

32%

Tasse

50%

30%

Iran

49%

30%

Conflitto israelo-palestinese

49%

30%

Criminalità

48%

34%

Immigrazione

47%

39%

Elaborazione di Focus America su dati YouGov. Quote di intervistati che dichiarano di non fidarsi per nulla, di fidarsi un po' o di fidarsi molto del presidente Donald Trump sulla gestione di ciascun tema. La linea tratteggiata indica il 50%.

Sempre nello stesso sondaggio YouGov, il 54% degli intervistati ritiene che l'aggettivo "corrotto" si applichi "molto" a Trump e un altro 15% che si applichi "un po'": in totale sette americani su dieci associano il presidente al concetto di corruzione.

Un sondaggio dell'ottobre 2025 di Tavern Research per il Searchlight Institute, citato da FiftyPlusOne, mostra che la sfiducia è radicata e investe l'intera classe politica: il 71% degli elettori ritiene "probabile" che un tipico politico sia corrotto, contro il 16% che pensa il contrario. La definizione del termine resta però vaga: alla domanda su cosa intendano con "corruzione", solo il 31% indica spontaneamente "l'uso della carica pubblica per un guadagno personale".

Un sondaggio YouGov/Economist condotto tra il 15 e il 18 maggio rileva che il 59% degli intervistati ritiene che il presidente stia usando la propria carica per ottenere vantaggi economici personali, contro il 30% che è del parere opposto.

Un sondaggio RMG Research per Napolitan News Service del 18-19 maggio ha chiesto agli elettori quanto si fidino del governo federale per "fare la cosa giusta": solo il 5% lo fa "praticamente sempre", il 19% "la maggior parte delle volte". Il 43% si fida "solo qualche volta" e il 31% "raramente o mai". Quasi tre americani su quattro, in altre parole, sono diffidenti verso il proprio governo nazionale.

Un sondaggio Atlas Intel del 4-7 maggio estende la mappa della sfiducia alle principali istituzioni del paese. Maggioranze di americani dichiarano di avere poca o nessuna fiducia nell'ICE, l'agenzia federale per il controllo dell'immigrazione, nell'FBI, nelle università, nei principali media tradizionali, nella Corte suprema, nel Congresso e nelle grandi aziende tecnologiche. L'unica istituzione con un saldo netto positivo, e comunque modesto, sono le forze di polizia locali, con un vantaggio di 18 punti tra chi si fida e chi non si fida.

Un'indagine di Data for Progress condotta dal 17 al 20 aprile colloca i politici sul fondo della scala della fiducia: solo il 27% degli elettori probabili dichiara di fidarsi "abbastanza" o "molto" della classe politica, mentre il 69% dice di non fidarsi "molto" o "per nulla", per un saldo netto di meno 42 punti. Le aziende, nello stesso sondaggio, hanno un saldo negativo di 24 punti.

In un sondaggio dell'Università del Maryland condotto tra l'11 e il 19 marzo, il 78% degli intervistati ritiene che il governo di Washington "sia gestito da pochi grandi interessi che pensano a sé stessi", contro il 22% che lo vede "gestito a beneficio di tutti i cittadini". Un sondaggio di Navigator Research del 13-16 maggio indica che il 75% degli americani considera la democrazia statunitense "completamente o parzialmente rotta".

Nello stesso sondaggio dell'Università del Maryland il 62% degli intervistati afferma che i membri del Congresso "spesso o quasi sempre" antepongono gli interessi dei propri finanziatori elettorali al bene del paese. Eppure, alla domanda successiva, il 52% dichiara "abbastanza o molto probabile" che "nei prossimi decenni i leader del governo americano serviranno il bene comune più di quanto facciano oggi". Una piccola apertura di fiducia che, scrive FiftyPlusOne, "potrebbe semplicemente riflettere il fatto che quando si è al fondo l'unica direzione possibile è verso l'alto".

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Reolink OMVI: la nuova serie di telecamere a tripla lente punta su sicurezza a 360° e AI locale


Reolink amplia la sua gamma di soluzioni per la sicurezza smart con la nuova serie Reolink OMVI, una linea di telecamere a tripla lente pensata per offrire una copertura più completa degli ambienti domestici e professionali. La novità principale è l’unione tra una doppia lente panoramica superiore e una lente inferiore Pan-Tilt, capace di seguire i soggetti in movimento senza perdere la visione generale della scena.

Presentata a Monaco di Baviera e ora ufficialmente lanciata sul mercato, la gamma OMVI nasce per rispondere a una richiesta sempre più concreta: avere una videosorveglianza più precisa, più intelligente e meno dipendente da costi ricorrenti. Reolink punta infatti su registrazione locale, funzioni AI integrate nel dispositivo e compatibilità con microSD e NVR, mantenendo tutte le funzioni principali senza abbonamenti mensili.

Una telecamera che controlla tutto l’ambiente e segue i dettagli


Il cuore della serie OMVI è il sistema multi-lente. La parte superiore della telecamera offre una visione panoramica ampia, mentre la lente Pan-Tilt inferiore si occupa del tracciamento dei soggetti rilevati. In questo modo il sistema può mostrare sia il quadro generale dell’area monitorata, sia un’inquadratura ravvicinata del movimento rilevato.

La tecnologia SyncTrack permette alla lente Pan-Tilt di agganciarsi automaticamente agli oggetti individuati dalla telecamera panoramica. Il risultato è un tracciamento più fluido e continuo, utile soprattutto in aree ampie come cortili, ingressi, magazzini, negozi o zone esterne aziendali. A questo si aggiunge la funzione Auto Framing, che effettua uno zoom dinamico sul soggetto, lo mantiene al centro dell’inquadratura e continua a seguirlo finché resta nella scena.

Dal punto di vista pratico, l’utente può visualizzare contemporaneamente la panoramica e il dettaglio tramite app Reolink o client desktop. Inoltre, toccando un punto qualsiasi dell’immagine panoramica, è possibile orientare subito la lente Pan-Tilt verso quell’area specifica, così da analizzare meglio ciò che sta accadendo.

AI ReoNeura e archiviazione locale senza abbonamento


Un altro aspetto importante della nuova gamma è l’integrazione dell’AI ReoNeura, che porta alcune funzioni intelligenti direttamente sul dispositivo. La ricerca video locale basata su intelligenza artificiale consente di trovare più rapidamente i filmati, mentre il rilevamento eseguito on-device aiuta a ridurre i falsi allarmi.

Questa scelta è interessante perché rende la telecamera meno dipendente dal cloud e più orientata a un utilizzo quotidiano semplice. La serie supporta infatti l’archiviazione locale tramite microSD fino a 512 GB e sistemi NVR Reolink, senza richiedere costi mensili per accedere alle funzioni principali.

Per chi cerca una soluzione di sicurezza smart ma non vuole aggiungere un altro abbonamento alla lista delle spese mensili, questo approccio può fare la differenza.

Reolink OMVI 3i WiFi e OMVI 3i PoE: tripla lente da 18 MP


I primi modelli della nuova famiglia sono Reolink OMVI 3i WiFi e Reolink OMVI 3i PoE. Entrambi utilizzano un sistema a tripla lente da 18 MP, composto da una doppia lente panoramica da 10 MP e da una lente Pan-Tilt da 8 MP.

La copertura dichiarata arriva a 360°, con l’obiettivo di monitorare l’ambiente in modo più completo rispetto a una classica telecamera singola. La differenza principale tra i due modelli riguarda la connettività: la versione WiFi è più adatta a chi cerca un’installazione flessibile, mentre la variante PoE può essere più interessante per chi preferisce una connessione cablata stabile e alimentazione tramite cavo Ethernet.

Questa doppia opzione rende la serie OMVI 3i adatta sia alla casa sia a piccoli uffici, negozi e contesti professionali dove serve una copertura ampia ma con una configurazione non troppo complessa.

Reolink OMVI X16 PoE: il modello top con 24 MP e zoom ottico 16x


Al vertice della gamma si trova Reolink OMVI X16 PoE, il modello flagship premiato con il CES 2026 Innovation Award e con l’iF DESIGN AWARD 2026. Qui le prestazioni salgono in modo netto, con un sistema a tripla lente da 24 MP.

La configurazione combina una telecamera panoramica a doppia lente da 16 MP con una lente Pan-Tilt 4K da 8 MP dotata di zoom ottico 16x. Questa soluzione è pensata per mantenere un buon livello di dettaglio anche sui soggetti più distanti, senza affidarsi soltanto allo zoom digitale.

La struttura a tre motori permette una rotazione orizzontale continua a 360° e un’inclinazione verticale fino a 95°. È una soluzione pensata per ambienti più grandi o per situazioni in cui la sicurezza richiede un controllo più preciso, come ingressi aziendali, aree esterne estese, parcheggi o spazi commerciali.

Reolink Power-Efficient: sicurezza wireless con Qualcomm


Accanto alla serie OMVI, Reolink presenta anche la nuova serie Power-Efficient, sviluppata con l’integrazione della connettività Wi-Fi a micro-consumo Qualcomm QCC730. In questo caso l’obiettivo è diverso: offrire dispositivi di sicurezza wireless facili da installare, compatti e con un’autonomia più lunga.

La gamma comprende videocamere e videocitofoni a batteria pensati per chi non vuole intervenire sull’impianto elettrico o preferisce una soluzione più semplice da posizionare. Secondo quanto dichiarato dall’azienda, l’ottimizzazione energetica consente un’autonomia nettamente superiore rispetto agli standard di settore, con consumi ridotti e maggiore praticità nell’uso quotidiano.

Argus MagiCam e Video Doorbell di seconda generazione


Tra i prodotti principali della serie Power-Efficient troviamo Argus MagiCam, una telecamera a batteria da 2 MP completamente senza fili. Il design cubico e il sistema di montaggio magnetico la rendono semplice da installare e riposizionare, una caratteristica utile per chi vuole monitorare ambienti diversi senza una configurazione fissa.

Argus MagiCam integra il rilevamento umano direttamente sul dispositivo e promette fino a 9 mesi di autonomia della batteria, un dato interessante per una videocamera pensata per la massima flessibilità.

Il nuovo Video Doorbell di seconda generazione punta invece sulla sicurezza dell’ingresso di casa. Offre una visuale da testa a piedi in formato 1:1, risoluzione da 4 MP e rilevamento intelligente di persone, veicoli, animali e pacchi. Può funzionare con batteria ricaricabile, con autonomia dichiarata fino a 10 mesi, oppure essere collegato a un impianto di campanello già esistente per supportare la registrazione continua 24/7.

La gamma comprende anche Video Doorbell SE, un videocitofono WiFi da 3 MP con visuale 4:3, e la nuova E1 Swift, una telecamera PT da interno pensata per controllare animali domestici, neonati e bambini.

Prezzi e disponibilità in Europa


Reolink OMVI 3i PoE è disponibile da oggi con un prezzo consigliato di 289,99 euro. La versione OMVI 3i WiFi arriverà in Europa dal 20 luglio 2026 con un prezzo consigliato di 299,99 euro.

Il modello più avanzato, Reolink OMVI X16 PoE, sarà lanciato nel terzo trimestre del 2026 con un prezzo a partire da 450 euro. Per quanto riguarda la serie Power-Efficient, Argus MagiCam è già disponibile a 54,99 euro, mentre Video Doorbell di seconda generazione, Video Doorbell SE ed E1 Swift arriveranno nei principali mercati durante il terzo trimestre del 2026.

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Generali dietro la collina


De Gregori, artisti che si schierano e cosa significa oggi “schierarsi”.

L’altro giorno Francesco De Gregori, durante la conferenza stampa di presentazione del nuovo concerto/disco Nevergreen, al teatro Out Off di Milano, ha commentato la scelta personale degli artisti con un grande seguito di schierarsi su questioni politico-sociali di attualità. Il musicista ha detto (qui il video):

Provo sempre un certo imbarazzo quando leggo che un uomo di spettacolo, che quindi ha una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera così netta, apodittica, su questioni internazionali, di guerra e cose del genere, perché tutto il mondo che ci sta intorno va analizzato con estrema cura: il proclama buttato giù da un palco, o anche scritto in un appello, mi lascia abbastanza indifferente. Quegli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico su un dato... ma perché? Non sono abbastanza sensibili per conto loro? C’è bisogno che Springsteen gli dica che è contro l’amministrazione Trump? Non credo. È un ruolo che non mi sento di condividere.


Francesco De Gregori ha 75 anni e un posto da padre nobile nel cantautorato italiano, per cui non può stupirci che le sue parole abbiano avuto un’eco importante e generato molte reazioni: tra i critici c’è chi si è detto deluso (direi la maggioranza) e chi l’ha accusato di complicità morale con il genocidio a Gaza (mi pare un’esigua minoranza, nonostante ciò che sostengono editorialisti come Antonio Polito, che sul Corriere giunge ad accostare le shitstorm di questi giorni al “processo politico” che De Gregori subì sul palco del Palalido da estremisti armati di pistola; era la primavera del 1976).

De Gregori ha 75 anni e il diritto di non schierarsi, ovviamente: è nondimeno vero che l’ha fatto con le sue canzoni per decenni – come lui stesso ha ammesso durante la presentazione – e che questo inno alla “complessità”, per questo motivo, stride con la sua immagine pubblica.

Ma c’è anche un problema di pesi e misure. A seconda di ciò in cui crediamo, di quel che sosteniamo, tendiamo ad accusare senza applicare le stesse metriche a raggio più ampio; e così da una parte Polito, Walter Veltroni, Pierluigi Battista e l’editorialismo moderato sostengono con orgoglio l’elogio del dubbio degregoriano, ma senza pensare che probabilmente non avrebbero accolto allo stesso modo esitazioni analoghe sull’Ucraina o sui vaccini; d’altra parte, la presunta «sinistra illiberale» finge di non sapere che – per fortuna – nel mondo dello spettacolo esprimersi su Gaza oggi in genere non costa granché, mentre in casi in cui prendere pubblicamente posizione ha costi-opportunità maggiori (parliamo già soltanto della stessa Gaza fino a un anno e mezzo fa, o giù di lì) in pochi lo fanno davvero.

Come accade con una certa frequenza, il commento più intelligente, costruttivo e sensato sulla vicenda per me rimane quello di Zerocalcare. Il fumettista romano è intervenuto sulla vicenda dicendo (qui, in un altro video):

È ovvio che se c’è una persona che ha una voce pubblica e la usa per dire delle cose importanti io sono contento, però penso che la pretesa di farglielo fare per forza, a una persona che non se la sente e che magari dice delle cose così, per avere il plauso dei like o zittire le altre persone, non sia una cosa che fa bene anche alla causa stessa.


Bingo! Al di là di come il cantante De Gregori intenda il ruolo dell’artista, il punto più rilevante della polemichetta del giorno mi sembra il rapporto velenoso e distorto che si instaura tra gli artisti (ma ci metto dentro anche influencer e creator) e il loro pubblico di riferimento.

In parte certo, abbiamo sempre voluto che i nostri idoli somigliassero all’idea che avevamo di loro (d’altronde ascoltare in loop che «la storia siamo noi» è di per sé un’affermazione di valori politici). Ma in tempi recenti questa comprensibile aspettativa si è unita in una morsa letale all’appiattimento polarizzante di qualsiasi discorso e all’abbassamento della soglia minima di definizione dello “schierarsi”; col risultato che “si schiera” chi riposta un singolo video su Instagram e “si schiera” il duo Bob Vylan quando a Glastonbury, l’anno scorso, finisce addirittura indagato dalla polizia britannica per le sue frasi anti-IDF pronunciate sul palco in diretta internazionale.

Su questo versante “FdG” ha qualche ragione: tutti noi avremmo dozzine di esempi da fare, se ci venisse chiesto di indicare chi per qualche mese ha postato incessantemente su Gaza – magari additando, dall’alto della sua statura morale auto conferita, gli ignavi che “stavano zitti” del tutto o in parte – salvo poi tornare a ignorare il genocidio con nonchalance, non appena i riflettori mediatici globali sono stati ripuntati altrove. Insomma, un problema di partecipazione simbolica livellata a buon mercato – e per questo nociva – come dice Zerocalcare esiste.

Ma non mi pare che la Palestina sia il campo in cui ha fatto più danni, anzi: quantomeno, in questo caso, ha aiutato a ribilanciare coperture mediatiche tradizionali assai carenti. Credo infatti che De Gregori abbia scelto l’esempio peggiore possibile per articolare il suo ragionamento: sia il Trump ostacolato da Springsteen che la Gaza oggetto di appelli talvolta scialbi sono due campi in cui di complessità ce n’è poca, o meno che altrove: una popolazione viene vessata da uno Stato che opera al di fuori della legge e un presidente riorienta una potenza globale in senso antidemocratico e liberticida. Entrambi piani che è bene «analizzare con estrema cura», ci mancherebbe, ma la cui sostanza non è troppo lontana da questi succinti riassunti.

Nel suo Tradimento dei chierici, Julien Benda negli anni Venti del secolo scorso accusava gli intellettuali di aver rinunciato alla ricerca di una verità più alta per mettersi al servizio delle passioni politiche, che fossero esse nazionali, tribali o d’altro genere. Oggi però non abbiamo più soltanto chierici che tradiscono la verità per servire una parte, ma pubblici che chiedono ai loro chierici, cantanti, scrittori, fumettisti, attori e creator di produrre certificazioni di appartenenza ad alzo zero.

Chi finisce sul nostro schermo deve dimostrare di essere ancora dei nostri, possibilmente entro le successive ventiquattr’ore, nel formato previsto dalla piattaforma e con la formula condivisa dalla fandom. Se è una dinamica che per Gaza, dicevamo, a qualcosa è servita, si trova però anche innestata in una forma mentis politica che non produce quasi mai coraggio morale: produce conformismo, ansia da prestazione etica, dichiarazioni prudentemente tardive, indignazioni a basso costo e un clima di sospetto diffuso.

Questo non significa che il silenzio sia un’opzione migliore. Al centro moderato va spiegato che l’elogio del dubbio ha senso solo quando il dubbio non è un alibi, così come la complessità è una virtù quando aiuta a capire meglio, non quando serve a scansare l’evidenza. La soluzione, allora, forse risiede nel tornare a distinguere tra una parola che illumina – o dà voce – e una parola che serve solo a farci riconoscere tra simili.

La prima, quando si manifesta, può rivelarsi preziosa anche quand’è pronunciata da un palco o in un reel. La seconda, anche quando dice la cosa giusta, spesso aggiunge poco più di un rumore di fondo: rassicurante per chi lo emette, gratificante per chi lo applaude, ma quasi sempre inutile per la causa che pretende di servire.

  • Uno dei casi che hanno strutturato l’odierna strategia della destra cristiana americana nelle guerre culturali ha a che fare con Martin Scorsese;

  • Polarizzazioni da divano che hanno fatto, tra le altre vittime, anche Beyond Meat, quelli degli hamburger vegetali;

  • Lucy Knight ha passato un mese da tradwife – la donna “tradizionale”, casa e chiesa, spinta da un certo mondo online – e questo è il suo racconto.



🫰
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SoftBank sorpassa Toyota e diventa la prima società giapponese per valore di mercato


Il gruppo tecnologico raggiunge i vertici della Borsa di Tokyo con 48,89 trilioni di yen, superando il colosso auto dopo oltre vent’anni di leadership

Secondo quanto riportato da VC News, SoftBank Group è diventata la più grande società giapponese per capitalizzazione di mercato, raggiungendo un valore complessivo di circa 48,89 trilioni di yen (pari a circa 250 miliardi di dollari). Il risultato segna un passaggio storico nei mercati finanziari del Giappone, con il gruppo guidato da SoftBank che supera Toyota Motor Corporation, leader del settore automobilistico per oltre vent’anni.

Secondo i dati riportati, il sorpasso sarebbe avvenuto in un contesto di forte divergenza tra le performance dei due titoli negli ultimi mesi. A partire da marzo 2026, le azioni di Toyota avrebbero registrato un calo complessivo vicino al 24%, mentre nello stesso periodo i titoli di SoftBank avrebbero più che raddoppiato il proprio valore. Tale dinamica avrebbe contribuito in modo decisivo al cambio al vertice della classifica delle società giapponesi per capitalizzazione.

Il sorpasso rappresenta un cambiamento significativo nella struttura del mercato azionario giapponese, tradizionalmente dominato da grandi gruppi industriali e manifatturieri. La crescita di SoftBank, conglomerato attivo principalmente negli investimenti tecnologici e nel settore delle telecomunicazioni, evidenzia il peso crescente della finanza e del tech nell’economia globale e nipponica.

Toyota, storicamente simbolo dell’industria automobilistica giapponese e tra i principali esportatori mondiali, resta comunque uno dei gruppi più rilevanti a livello internazionale, nonostante la recente fase di contrazione del titolo. Gli analisti osservano che le oscillazioni dei mercati potrebbero riflettere fattori macroeconomici, dinamiche settoriali e aspettative divergenti sugli sviluppi futuri dell’industria automobilistica e tecnologica.

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Trump vuole cancellare i concerti per i 250 anni degli Stati Uniti e sostituirli con un suo comizio


Dopo il ritiro di diversi artisti dalla serie di eventi che si terranno sul National Mall per celebrare i 250 anni dalla nascita degli Stati Uniti, il presidente propone in cambio un comizio politico con lui al centro. Tra chi si è sfilato, Martina McBride e Bret Michaels.
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Donald Trump ha chiesto di cancellare i concerti previsti per i 250 anni degli Stati Uniti e di sostituirli con un grande comizio politico guidato da lui. La proposta è arrivata nel weekend, dopo il ritiro di diversi artisti dalla serie di eventi organizzati a Washington in vista delle celebrazioni del 4 luglio. "Dovremmo organizzare un gigantesco comizio MAKE AMERICA GREAT AGAIN per i 250 anni, invece di avere cantanti sopravvalutati, che nessuno vuole ascoltare, la cui musica è noiosa e che non fanno altro che lamentarsi", ha scritto Trump sulla sua piattaforma Truth Social. Poi ha aggiunto: "Cancellatelo".

L'evento sul National Mall perde artisti


I concerti avrebbero dovuto aprirsi il 25 giugno sul National Mall, nell'ambito di un grande programma celebrativo legato al 250esimo anniversario degli Stati Uniti. A organizzarli è stata Freedom 250, un'entità pubblico-privata sostenuta dallo stesso Trump. Poco dopo l'annuncio degli eventi, però, diversi musicisti hanno abbandonato il progetto, alcuni denunciando la sua politicizzazione. In origine gli artisti previsti erano nove.

Sulle celebrazioni pesano, infatti, da giorni accuse di faziosità. Il Segretario agli Interni Doug Burgum, coinvolto nell'organizzazione, le ha respinte alla CNN, difendendo come del tutto appropriato il ruolo del presidente nell'apertura degli eventi.

Trump era però già intervenuto dopo il ritiro del quarto e del quinto artista. "Capisco che gli artisti abbiano dei tentennamenti" a esibirsi, aveva scritto su Truth Social. Nello stesso messaggio aveva proposto di sostituire i musicisti, definiti "artisti di terza categoria e strapagati", e di salire lui stesso sul palco come attrazione principale, sostenendo di poter richiamare più pubblico di Elvis. Aveva poi chiesto ai suoi collaboratori di valutare "la fattibilità di un comizio AMERICA IS BACK" sul National Mall, con l'intento di tenere un discorso per "spingere il Paese in avanti".

McBride e Michaels si sfilano


Il giorno prima della nuova proposta del presidente si erano ritirati anche la cantante country Martina McBride e il rocker Bret Michaels, frontman dei Poison, band simbolo degli Anni Ottanta. "Purtroppo, ciò che ci era stato presentato come una celebrazione del nostro Paese si è trasformato in qualcosa di molto più divisivo rispetto a quanto avevo accettato all'inizio", ha scritto Michaels su Facebook.

Non è il primo tentativo di Trump di imprimere il proprio marchio sulle celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti. Il 14 giugno, giorno del suo ottantesimo compleanno, ospiterà un incontro di arti marziali miste in un'arena in costruzione sul prato della Casa Bianca. Nel frattempo, tra i pochi artisti ancora in programma restano soprattutto musicisti il cui momento di maggiore popolarità risale a decenni fa, come Vanilla Ice e C+C Music Factory. Sui social, la scaletta ha già raccolto una valanga di commenti sarcastici.

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Elizabeth Warren chiede di tassare l'intelligenza artificiale per finanziare sanità e istruzione gratuite


In un editoriale sul TIME la senatrice democratica del Massachusetts propone tasse sui data center, una patrimoniale sui miliardari del settore e l'aumento delle imposte sulle aziende.

La senatrice democratica del Massachusetts Elizabeth Warren ha proposto in un editoriale pubblicato sul TIME di introdurre tasse specifiche sull'intelligenza artificiale, sui data center e sui miliardari del settore, per evitare che i guadagni dell'industria si concentrino nelle mani di pochi. "Tassare l'intelligenza artificiale è uno dei modi in cui ci assicuriamo che i suoi guadagni vadano a beneficio di tutti gli americani e non vengano incanalati solo verso i pochi più ricchi", ha scritto.

Warren cita dichiarazioni di dirigenti del settore tecnologico che hanno messo in guardia dal rischio di "un livello di concentrazione della ricchezza che spezzerà la società" e dalla creazione di una "sottoclasse permanente". L'intelligenza artificiale, scrive la senatrice, sta creando "decine di miliardari del settore tecnologico" mentre le aziende licenziano lavoratori in nome dell'IA.

Per le famiglie che vivono vicino ai grandi data center i costi dell'elettricità sono saliti fino al 267 per cento negli ultimi cinque anni, secondo dati di Bloomberg citati nell'editoriale. "Non è una sorpresa che gli americani si presentino alle assemblee comunali per protestare contro i data center e che le comunità di tutto il paese si battano per moratorie sulla loro costruzione", scrive Warren.

Oggi le aziende pagano contributi previdenziali per i propri dipendenti ma ottengono sgravi fiscali per investire in tecnologia, un'asimmetria che secondo Warren incentiva i licenziamenti. "In un mondo dominato dall'intelligenza artificiale il nostro codice fiscale spinge le aziende a licenziare le persone e a sostituirle con l'IA. È sbagliato", scrive la senatrice. Per riequilibrare il quadro chiede di aumentare le imposte sulle società e sui capital gain e di chiudere le scappatoie fiscali, anche rafforzando l'imposta minima sulle multinazionali miliardarie che aveva contribuito a far approvare durante l'amministrazione di Joe Biden.

Warren rilancia poi la proposta di una patrimoniale sui miliardari, da tempo cavallo di battaglia della sua corrente. "Alcuni dei più ricchi degli Stati Uniti se la cavano pagando aliquote più basse di quelle di un'insegnante di scuola pubblica di Boston, perché il nostro sistema tassa il reddito ma non la ricchezza", scrive. I miliardari dell'intelligenza artificiale, accusa la senatrice, replicano il copione del passato: arricchirsi grazie alle valutazioni di Borsa e schivare le imposte che pagherebbero se quei guadagni fossero stati incassati come stipendio. "Jeff Bezos e Sam Altman non dovrebbero pagare aliquote più basse dei lavoratori che licenziano", aggiunge.

Warren propone inoltre di tassare direttamente le aziende del settore, a partire dai data center, controllati o gestiti per la maggior parte, secondo l'editoriale, da società che valgono mille miliardi di dollari. La proposta è quella di un'accisa "ragionevole" sull'energia consumata dagli impianti. "Un'imposta ben progettata si concentrerebbe sulle aziende che possono permettersela e crescerebbe in proporzione all'impatto dell'IA: più grande è il data center, più pagano", scrive la senatrice.

I proventi servirebbero a finanziare la sanità universale per chi perde il lavoro a causa dell'intelligenza artificiale, investimenti nell'istruzione gratuita, nuovi percorsi di apprendistato, una garanzia di lavoro ben retribuito per tutti gli americani e il rafforzamento dell'assicurazione contro la disoccupazione per "tenere a galla le famiglie" durante la transizione. "L'unico modo per arrivarci è riformare il nostro codice fiscale", scrive Warren.

Tra le altre minacce legate all'IA che la senatrice considera prioritarie ci sono gli attacchi informatici, capaci di colpire il sistema finanziario e la sicurezza nazionale. Warren chiede inoltre maggiore controllo su quello che definisce il "mondo opaco" del credito privato che finanzia gran parte delle operazioni dell'IA, perché secondo lei sta alimentando una bolla finanziaria che rischia di portare a un nuovo crollo economico.

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Metodo. — Undici Sistemi di Produttività


Per chi ha provato dieci app e non finisce niente. Undici metodi smontati senza fuffa: ne scegli uno e lo fai girare 14 giorni.

Hai provato GTD, time blocking, Pomodoro, Notion, tre app diverse e sei tornato alla lista infinita. Il problema non è la forza di volontà: è che ogni metodo promette di risolvere tutto e nessuno ti dice quale usare adesso, con la vita che hai oggi.

Metodo. smonta undici sistemi di produttività senza fuffa — da Getting Things Done al batching, dal time blocking alle micro-abitudini — e ti guida a sceglierne uno solo da testare per quattordici giorni. Niente matrice da consulente: due domande, un selettore a pagina 21, un tracker a pagina 23.

La tentazione sarà combinarli tutti. È esattamente la trappola da cui vieni. Questa guida esiste per uscirne con un solo sistema che gira, misurabile, prima di aggiungerne un altro.

Cosa include


  • PDF operativo, 38 pagine (~30 min prima lettura)
  • Panoramica comparativa di 11 metodi (pro, contro, quando ha senso)
  • Selettore a 2 domande per scegliere il metodo giusto adesso
  • Tracker 14 giorni per un solo metodo alla volta
  • Checklist anti-trappola «non usarli tutti insieme»
  • Inclusa nel Protocollo Membership (download diretto per membri)

Devo applicare tutti e undici i metodi?+

No — è l'errore che la guida ti impedisce di fare. Leggi tutto una volta, poi scegli un metodo con il selettore e tienilo per 14 giorni con il tracker.

Quanto tempo serve al giorno?+

Dipende dal metodo scelto: la guida indica tempi realistici (da 5 minuti a 30). L'impegno minimo del test è tenere un solo sistema, non ottimizzare undici.

È inclusa nel Protocollo?+

Sì. Se sei membro attivo, scarichi il PDF dalla dashboard senza ripagare. Lo stesso file è acquistabile singolarmente qui per chi vuole solo questa guida.

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Ebola, allarme rientrato: esito negativo per il paziente rientrato dal Congo


Lo Spallanzani esclude l'infezione per l'uomo tornato dal Congo. Il Ministero della Salute rassicura: “In Italia rischio molto basso”

È risultato negativo il test eseguito sul paziente rientrato dal Congo e ricoverato in via precauzionale all'ospedale Santissima Trinità di Cagliari. A renderlo noto è stato il Ministero della Salute attraverso un comunicato stampa pubblicato sul proprio sito, nel quale viene precisato che "il rischio in Italia resta molto basso".

Il caso aveva attirato l'attenzione delle autorità sanitarie dopo che l'uomo, rientrato in Italia nella giornata di sabato, aveva manifestato alcuni sintomi compatibili con un possibile quadro infettivo. Nella giornata successiva il paziente ha contattato il 118 ed è stato trasferito in condizioni di massima sicurezza presso il presidio ospedaliero del capoluogo sardo, dove è stato ricoverato in biocontenimento secondo le procedure previste dai protocolli sanitari vigenti.

Le analisi diagnostiche sono state effettuate dall'Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Spallanzani di Roma, centro di riferimento nazionale per la gestione e il monitoraggio delle patologie infettive ad alto rischio. Gli esami hanno escluso la presenza dell'infezione sospettata, consentendo così di chiarire rapidamente il quadro clinico del paziente.

Il Ministero della Salute ha sottolineato che tutte le procedure di prevenzione e controllo sono state applicate tempestivamente, a conferma dell'efficacia dei protocolli predisposti per la gestione dei casi sospetti provenienti da aree interessate da emergenze sanitarie. Le autorità sanitarie nazionali continuano inoltre a mantenere un costante raccordo con le strutture regionali della Sardegna per il monitoraggio della situazione.

Secondo quanto riferito dal Ministero, non emergono al momento elementi tali da destare particolare preoccupazione sul piano della salute pubblica. L'esito negativo degli accertamenti rappresenta un dato rassicurante e conferma il corretto funzionamento della rete di sorveglianza sanitaria attivata sul territorio nazionale.

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In Alaska Dan Sullivan sfiderà alle primarie il senatore Dan Sullivan


Un ex insegnante elementare omonimo del senatore repubblicano si è candidato al Senato. I repubblicani sospettano una mossa dei democratici per confondere gli elettori.

In Alaska un candidato di nome Dan Sullivan sfiderà alle primarie il senatore repubblicano Dan Sullivan. Dan J. Sullivan, ex insegnante di scuola elementare e barista di Petersburg, una piccola cittadina del sud-est dell'Alaska a circa 190 chilometri da Juneau, si è candidato negli ultimi giorni al seggio federale occupato dal senatore Dan S. Sullivan, ex marine ed ex funzionario del Dipartimento di Stato durante l'amministrazione di George W. Bush. Tra i due non risulta alcuna parentela.

L'omonimia rischia di mettere in difficoltà il senatore, già impegnato a respingere la sfida dell'ex deputata Mary Peltola, una democratica con un profilo indipendente che ha costruito la propria campagna sullo slogan "pesce, famiglia e libertà". In una corsa serrata, gli osservatori politici notano che bastano pochi elettori che votino per Dan J. Sullivan credendo di votare per il senatore a spostare l'esito.

Il National Republican Senatorial Committee, l'organismo che coordina le campagne dei senatori repubblicani, ha accusato i democratici di aver piazzato Dan J. Sullivan in lista per confondere l'elettorato e sottrarre voti al senatore. Il comitato sostiene che i metadati del comunicato stampa che annunciava la candidatura indicano come autrice Amber Lee, una consulente democratica che in passato aveva sostenuto Peltola. "I democratici stanno ricorrendo a manovre politiche ingannevoli", ha dichiarato Nick Puglia, portavoce del comitato. La campagna di Peltola ha smentito qualsiasi coordinamento attraverso il suo portavoce Harry Child.

In Alaska molti politici di entrambi gli schieramenti scartano l'ipotesi del candidato civetta. Gary Stevens, presidente repubblicano del Senato dello Stato e sostenitore del senatore Sullivan, ha definito "abbastanza improbabile" che il nuovo sfidante sia un piazzato democratico, pur ammettendo che diventerà "un problema di campagna per il senatore". La deputata statale Sara Hannan, democratica di Juneau, ha detto che Dan J. Sullivan viene visto nell'area come un repubblicano tradizionale scontento del sostegno del senatore al presidente Trump. Genevieve Mina, deputata statale democratica di Anchorage, ha attribuito il caso alla particolarità locale: "La politica dell'Alaska è nota per essere un po' bizzarra".

La deputata statale indipendente Rebecca Himschoot, il cui distretto comprende Petersburg, ha detto al New York Times che Dan J. Sullivan è un insegnante popolare che conosceva in occasioni sociali ma di cui non sa indicare le posizioni politiche. La candidatura, presentata pochi giorni prima della scadenza fissata per lunedì, non contiene alcun programma e non indica l'affiliazione partitica. "È tempo che l'Alaska elegga un Sullivan dalla loro parte", ha dichiarato Dan J. Sullivan in un comunicato.

Nel 2014, quando l'attuale senatore Sullivan venne eletto per la prima volta, sulle schede delle primarie comparve un altro Dan Sullivan, Dan A. Sullivan, allora sindaco di Anchorage e candidato per la carica di vicegovernatore. I nomi dei due Sullivan in corsa quest'anno dovrebbero apparire sulla scheda con l'iniziale del secondo nome per distinguerli, secondo i documenti della Divisione Elezioni dell'Alaska.

L'Alaska è uno dei pochi Stati su cui i democratici stanno puntando per provare a riconquistare la maggioranza al Senato. Il sistema elettorale prevede una primaria non partitica in cui i primi quattro candidati passano alle elezioni generali di novembre. Le primarie sono fissate per il 18 agosto. Lo Stato non elegge un democratico al Senato da quasi vent'anni, ma negli ultimi venticinque anni si è progressivamente spostato verso il centro nelle elezioni presidenziali: il presidente Trump l'ha vinto con uno scarto di circa quattordici punti percentuali nel 2024, in linea con i suoi margini in Texas, Iowa e Florida. La maggior parte degli elettori non è iscritta ad alcun partito e la senatrice Lisa Murkowski, una repubblicana centrista, è stata rieletta nel 2022 battendo una rivale sostenuta dal presidente.

Sulla scheda di novembre comparirà anche un'altra coppia di omonimi: il deputato Nick Begich III, repubblicano che nel 2024 sconfisse Peltola alla Camera e si ripresenta per la rielezione, mentre suo zio Tom Begich, democratico ed ex senatore statale, è in corsa per la carica di governatore.

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DJI Osmo Pocket 4P: la nuova camera compatta pensata per content creator e videomaker


DJI Osmo Pocket 4P debutta come nuova soluzione compatta per creator e videomaker, puntando su qualità video premium, stabilizzazione avanzata e design tascabile
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DJI ha presentato alla recente edizione di Cannes Osmo Pocket 4P, un dispositivo che segna una tappa fondamentale nell’evoluzione delle soluzioni cinematografiche portatili del brand. Da quando ha introdotto la categoria delle fotocamere con gimbal nel 2015 e lanciato una delle prime fotocamere tascabili con stabilizzatore al mondo nel 2018, DJI ha continuato a ridefinire il modo in cui i creator catturano il movimento e raccontano storie. Oggi, con Osmo Pocket 4P, l'azienda inaugura una nuova era di eccellenza nei sistemi gimbal portatili, dove capacità di filmmaking di livello professionale incontrano una reale portabilità tascabile.

Alert di prezzo, cashback e offerte: come gli italiani combattono il caro vita
Il caro vita spinge sempre più italiani a cercare sconti e promozioni online. Tra alert di prezzo, cashback e comparatori, cambia il modo di risparmiare nel 2026
TechpertuttiGuglielmo Sbano


Presentando la Osmo Pocket 4P su uno dei palcoscenici più prestigiosi del cinema mondiale, DJI segna un’evoluzione audace della serie Pocket, trasformandola da semplice strumento per creator a vero dispositivo di imaging cinematografico capace di storytelling di livello professionale.

Tecnologia e portabilità


La Osmo Pocket 4P rappresenta la convergenza tra tecnologia cinematografica di fascia alta e portabilità estrema. Dotata di un sistema di imaging di nuova generazione, la DJI Osmo Pocket 4P offre una gamma dinamica di livello cinematografico per una ricca profondità tonale, insieme a prestazioni colore 10-bit D-Log2 che consentono workflow professionali di color grading. Combinata con l’avanzata esperienza dell'azienda nella stabilizzazione, il dispositivo porta capacità cinematografiche professionali in un formato realmente tascabile.

La sua forma compatta, unita alle prestazioni di imaging cinematografico, rende la Osmo Pocket 4P una compagna ideale per i filmmaker indipendenti e un potente strumento narrativo per il documentario. Il debutto a Cannes rafforza l’idea che lo storytelling cinematografico non sia più confinato a grandi attrezzature, ma possa ora vivere in un dispositivo abbastanza piccolo da essere portato ovunque.

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Risponde alle esigenze dei creator


La DJI Osmo Pocket 4P introduce importanti innovazioni progettate per rispondere alle reali esigenze dei creator. Le capacità portrait migliorate offrono tonalità della pelle naturali e profondità cinematografica, consentendo uno storytelling più coinvolgente in interviste, vlog e contenuti narrativi. Le funzionalità zoom avanzate ampliano le possibilità creative, permettendo di catturare soggetti distanti mantenendo l’integrità dell’immagine. In condizioni di scarsa illuminazione, la tecnologia avanzata del sensore e gli algoritmi di imaging ottimizzati garantiscono riprese nitide e dettagliate, rendendo possibile filmare con sicurezza in situazioni difficili, dai paesaggi urbani notturni alle scene indoor. Queste innovazioni posizionano la Osmo Pocket 4P come un vero dispositivo di imaging professionale consumer, colmando il divario tra accessibilità e qualità cinematografica.
La Osmo Pocket 4P si inserisce in un movimento crescente in cui le fotocamere compatte stanno ridefinendo il modo in cui le storie vengono create e condiviseLa Osmo Pocket 4P si inserisce in un movimento crescente in cui le fotocamere compatte stanno ridefinendo il modo in cui le storie vengono create e condivise
Il debutto a Cannes della Osmo Pocket 4P evidenzia il suo potenziale di influenzare il futuro del cinematic vlogging, ispirare una nuova generazione di filmmaker mobile-first e guidare le tendenze globali dello storytelling visivo orientato al portrait. La DJI Osmo Pocket 4P sarà disponibile attraverso i canali ufficiali dell'azienda e presso i retail autorizzati. Maggiori dettagli arriveranno con l'ufficializzazione della data di lancio.


Alert di prezzo, cashback e offerte: come gli italiani combattono il caro vita


In un contesto segnato dal caro vita e dalla crescente pressione sulle spese quotidiane, il risparmio non è più soltanto una conseguenza dell’acquisto online, ma una vera e propria strategia di gestione economica personale. Oggi gli italiani pianificano di più, confrontano i prezzi con maggiore attenzione e monitorano nel tempo le variazioni di costo prima di decidere quando acquistare. È un cambiamento culturale che riflette un consumatore sempre più consapevole, informato e pragmatico.

Si acquista quando conviene


L’aumento dei costi fissi - dall’energia ai carburanti, passando per mutui, affitti e spese domestiche - ha inevitabilmente modificato il rapporto con i consumi. In questo scenario, il confronto dei prezzi è diventato uno strumento centrale nelle decisioni d’acquisto e gli alert di prezzo rappresentano sempre più una forma di pianificazione: non si acquista più solo quando emerge un bisogno, ma quando il prezzo è percepito come realmente conveniente.

La tecnologia la categoria più attenzionata


L’analisi degli alert impostati dagli utenti di Trovaprezzi.it nei primi mesi del 2026 evidenzia con nitidezza questa evoluzione. Le categorie più monitorate restano quelle legate alla tecnologia, a partire da smartphone ed elettronica di consumo. La sola categoria “Cellulari e Smartphone” ha registrato oltre 5.900 alert nel periodo analizzato del 2026, confermandosi tra le aree su cui gli utenti mostrano la maggiore sensibilità al prezzo.

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Tra i prodotti più monitorati compaiono alcuni degli smartphone di fascia alta più desiderati dagli utenti della piattaforma, come iPhone 17, iPhone 17 Pro, Samsung Galaxy S25, Samsung Galaxy S25 Ultra, Samsung Galaxy S26 Ultra, Google Pixel 10 Pro e Xiaomi 15T Pro. Si tratta di acquisti ad alto impegno economico, che spesso vengono monitorati per settimane o addirittura mesi in attesa del momento giusto. Questo comportamento rivela un consumatore che non rinuncia necessariamente alla tecnologia, ma che ha imparato a gestire l’acquisto in modo più razionale. L’alert di prezzo diventa così una sorta di “acquisto differito”: l’interesse per il prodotto nasce immediatamente, mentre la decisione finale viene rimandata fino a quando il prezzo scende sotto la soglia ritenuta accettabile.

Cresce l'interesse per salute, benessere e cura personale


Accanto alla tecnologia emerge però un secondo fenomeno particolarmente interessante: la crescente attenzione verso categorie legate alla salute, al benessere e alla cura personale. Nei primi mesi del 2026 i “Prodotti per il Viso” hanno raggiunto quasi i 2.000 alert, seguiti da “Profumi” e “Prodotti per il Corpo”. Anche categorie come integratori e farmaci da banco mostrano una crescita significativa dell’attenzione al prezzo. Questo è probabilmente uno dei segnali più rilevanti del cambiamento in atto. Negli ultimi anni il risparmio si è progressivamente esteso dalla logica del grande acquisto occasionale a una gestione continua delle spese ordinarie. Se in passato il confronto prezzi era associato soprattutto all’acquisto di grandi elettrodomestici o prodotti tecnologici costosi, oggi viene utilizzato anche per contenere i costi anche nelle categorie che rientrano nella routine quotidiana.

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Anche il confronto con gli anni precedenti conferma questa trasformazione. Nel 2024 e nel 2025 gli alert impostati nel medesimo periodo erano fortemente concentrati su grandi elettrodomestici, climatizzazione e prodotti legati alla casa. Nel 2025, ad esempio, la categoria “Cucine e Piani Cottura” aveva superato i 10.000 alert, segno di quanto il tema dei consumi energetici e delle spese domestiche fosse centrale nelle decisioni d’acquisto degli italiani. Nel 2026, pur restando centrale la tecnologia, si osserva invece un ampliamento dell’attenzione verso prodotti di uso più frequente, legati alla salute, alla cura della persona e al benessere quotidiano. È il segnale di un consumatore che cerca di recuperare margini di risparmio non solo sui grandi acquisti, ma anche sulle spese ricorrenti.

Un risparmio consapevole


In parallelo, l’evoluzione degli alert mostra come gli italiani abbiano sviluppato un rapporto via via più maturo con gli strumenti digitali. L’e-commerce non viene più vissuto esclusivamente come luogo dello sconto occasionale, ma come un ecosistema informativo che consente di osservare l’andamento dei prezzi, confrontare offerte e prendere decisioni più consapevoli. Il risparmio, in altre parole, non è più solo opportunistico: è guidato dai dati. In quest’ottica, gli alert di prezzo assumono quasi il ruolo di indicatori del clima economico percepito dai consumatori; essi raccontano un’Italia che continua a desiderare tecnologia, prodotti di qualità e beni premium, ma che allo stesso tempo cerca di difendere il proprio potere d’acquisto attraverso strumenti di monitoraggio, confronto e pianificazione. Il punto centrale non è tanto spendere meno, quanto acquistare meglio. E probabilmente è proprio questa la trasformazione più significativa del consumatore digitale contemporaneo: non più passivo davanti alle oscillazioni del mercato, ma attivo, strategico e sempre più determinato a decidere sulla base dei dati.


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In Wisconsin una candidata socialista è in testa nelle primarie Dem per il governatore


Ex cuoca di 37 anni, sostiene l'abolizione della polizia e vuole usare la Guardia nazionale contro gli agenti dell'ICE. Le primarie si terranno l'11 agosto.
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Francesca Hong, deputata democratica dell'assemblea statale del Wisconsin di 37 anni, ex cuoca e ristoratrice, è in testa in diverse rilevazioni delle primarie democratiche per la corsa al ruolo di governatore dello stato. Il sondaggio della Marquette University Law School di marzo le assegna il 14 per cento delle preferenze, contro l'11 per cento dell'ex vice governatore Mandela Barnes, mentre il 65 per cento degli elettori democratici risulta ancora indeciso. La sua candidatura è considerata sorprendente per uno stato che il presidente Donald Trump ha vinto di circa un punto alle elezioni del 2024.

Hong è la prima esponente di origine asiatica eletta nell'assemblea statale del Wisconsin, dove è entrata nel 2021 dopo una vittoria a sorpresa alle primarie del 2020 a Madison, in piena pandemia, da titolare di un piccolo ristorante. È madre single, militante democratica socialista e membro dei Democratic Socialists of America. La sua piattaforma prevede asili nido gratuiti, un salario minimo di 20 dollari l'ora e una moratoria totale sulla costruzione di nuovi data center. È una critica esplicita del governo israeliano e nel 2024 aveva guidato in Wisconsin la campagna "uninstructed" per spingere l'amministrazione di Joe Biden a chiedere il cessate il fuoco a Gaza.

Sondaggio · Wisconsin
Hong avanti di 3 punti su Barnes per le primarie democratiche per il governatore
11-18 marzo 2026 · 393 elettori registrati · Marquette University Law School
Focus America

Candidato%

Francesca Hong
Democratico

14,0%

Mandela Barnes
Democratico

11,0%

David Crowley
Democratico

3,0%

Sara Rodriguez
Democratico

3,0%

Pat Brennan
Democratico

2,0%

Indecisi
Non si esprime

65,0%

Elaborazione di Focus America su dati di Marquette University Law School

Il KFile della CNN ha ricostruito una serie di post in cui Hong ha invocato l'abolizione della polizia e che, a differenza di molti suoi colleghi di partito, non ha cancellato né ritrattato. Nel 2020 aveva scritto su X di sostenere "il taglio dei fondi alla polizia come primo passo verso la sua abolizione" e nel 2021 aveva aggiunto che "la polizia esiste per sostenere la supremazia bianca. Tagliare i fondi e poi abolire. La riforma non può essere un'opzione". In una risposta scritta alla CNN, Hong non ha smentito quella posizione: "Sebbene immagini un mondo in cui la sicurezza pubblica non sia sinonimo di forze dell'ordine, riconosco che questo cambio di paradigma è una visione di lunghissimo periodo".

In una recente apparizione in un podcast, ripresa dalla testata locale conservatrice Heartland Post, Hong ha detto che da governatore avrebbe usato la Guardia nazionale per arrestare gli agenti dell'ICE, l'agenzia federale per le espulsioni. "Non voglio che continuiamo a basarci sulle forze dell'ordine, ma se la Guardia nazionale deve essere qui ad arrestare gli agenti dell'ICE, devi rispondere alla violenza autorizzata dallo stato con altre parti dello stato", ha detto. Hong ha definito ripetutamente gli agenti dell'ICE "esecutori del fascismo" e l'anno scorso ha presentato un pacchetto di proposte di legge per impedire all'agenzia di operare nel Wisconsin. La proposta non è arrivata al voto nell'assemblea controllata dai repubblicani.

Contro il candidato repubblicano Tom Tiffany, deputato federale appoggiato dal presidente Trump e unico contendente del proprio partito, Hong è data perdente di 33 punti nel sondaggio Marquette di marzo e di 34 punti in quello di febbraio. Una rilevazione di Patriot Polling, di una società meno qualificata, la dà perdente di 57 punti. Gli altri candidati democratici reggono meglio l'urto: contro Tiffany, secondo il sondaggio TIPP di marzo, l'attuale vice governatrice Sara Rodriguez è data avanti di 3 punti e Barnes di 2 punti.

Il think tank di centro-sinistra Third Way ha pubblicato il mese scorso un memo in cui scrive che "se i democratici sperano di battere i repubblicani in distretti rossi e viola, allora non possono presentare candidati lontani dal mainstream del proprio territorio". Hong respinge l'accusa e in un'intervista a Politico Playbook ha detto che il vero problema del partito è "non ascoltare cosa sentono gli elettori".

Un'ondata più ampia di candidati di sinistra con credenziali da classe lavoratrice è in corsa quest'anno alle primarie democratiche per cariche federali e statali, alimentata dalla popolarità del sindaco di New York Zohran Mamdani e dalla svolta verso il populismo economico in un contesto di forte preoccupazione per il costo della vita. Abdul El-Sayed corre a sinistra di Haley Stevens e Mallory McMorrow nelle primarie del Senato in Michigan. Zach Wahls, sostenuto dalla senatrice Elizabeth Warren, sfida Josh Turek, appoggiato dal leader della minoranza al Senato Chuck Schumer, per la nomination democratica in Iowa. Nell'ottavo distretto del Colorado Manny Rutinel corre contro la più moderata Shannon Bird. In Maine Graham Platner ha visto la propria corsa rafforzarsi dopo il ritiro della governatrice Janet Mills, che era appoggiata da Schumer.

Hong ha raccolto circa 635 mila dollari in donazioni, secondo i registri ufficiali del Wisconsin, contro gli oltre due milioni di Barnes e gli 850 mila del responsabile esecutivo della contea di Milwaukee David Crowley. La sua campagna punta a convertire i donatori occasionali in sostenitori ricorrenti e usa canali poco tradizionali, fra cui le dirette dello streamer progressista Mike from PA e della tiktoker Mercury Stardust, seguita da 2,6 milioni di persone. Lo staff dichiara di avere 3.000 volontari attivi, di avere organizzato 250 eventi nello stato e di averne in programma altri 230 nei prossimi mesi.

Milwaukee ha avuto tre sindaci socialisti tra il 1910 e il 1960, Emil Seidel, Daniel Hoan e Frank Zeidler, in una tradizione politica con radici nel primo Novecento. Nel 2016 Bernie Sanders ha vinto 71 delle 72 contee dello stato alle primarie democratiche. Il voto per scegliere lo sfidante democratico di Tiffany è fissato per l'11 agosto.

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Roma, il cinema che riapre gli archivi: UnArchive trasforma i filmati dimenticati in nuove letture del presente


Un festival tra Trastevere e memoria visiva che recupera materiali d’archivio e li rilegge in chiave critica contro l’overload digitale

Nel tempo dell’eccesso di immagini, dove tutto viene consumato e dimenticato con velocità crescente, esiste un festival che compie un gesto controcorrente: tornare agli archivi per interrogare il presente. È questa la forza di UnArchive Found Footage Fest, la rassegna internazionale dedicata al riuso creativo delle immagini d’archivio che, ancora una volta, trasforma Roma in un laboratorio di memoria viva.

Non si tratta soltanto di cinema sperimentale. UnArchive mette in discussione il nostro rapporto con le immagini e, in fondo, con la storia stessa. Pellicole dimenticate, filmati domestici, materiali politici, documenti televisivi e frammenti anonimi vengono sottratti alla polvere degli scaffali per acquisire nuovi significati. Il “found footage”, pratica artistica basata sul riutilizzo di immagini preesistenti, diventa così uno strumento critico potentissimo: ciò che era stato registrato ieri torna a parlarci oggi, spesso con una lucidità sorprendente.

In un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale e dalla produzione infinita di contenuti digitali, il valore culturale dell’archivio assume una centralità inedita. Non più deposito statico del passato, ma materia viva da manipolare, reinterpretare, condividere. UnArchive coglie perfettamente questa trasformazione, proponendo film, performance, installazioni e incontri che attraversano linguaggi e discipline diverse. Il festival dimostra che la memoria non è mai neutrale: ogni immagine contiene un punto di vista, una rimozione, una possibilità narrativa ancora inespressa.

La scelta di diffondere gli eventi in diversi luoghi del quartiere Trastevere rafforza inoltre l’idea di un festival “aperto”, urbano, comunitario. Non un tempio elitario per addetti ai lavori, ma uno spazio di confronto tra artisti, studiosi, studenti e pubblico. È significativo che proprio il riuso delle immagini riesca oggi a generare nuove forme di socialità culturale.

C’è poi un aspetto politico, forse il più importante. Recuperare gli archivi significa sottrarre la memoria all’oblio e alla semplificazione. In tempi di informazioni rapide e narrazioni superficiali, il cinema del riuso invita invece a rallentare lo sguardo, a dubitare, a ricostruire connessioni. È un atto di resistenza culturale.
UnArchive non celebra nostalgicamente il passato: lo riaccende. E ci ricorda che ogni immagine dimenticata può ancora contenere una domanda urgente sul nostro presente.

Per maggiori informazioni e per consultare il programma completo dell'evento: unarchivefest.it/

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Trump è entrato nella fase dello stallo nelle sue guerre


Secondo un'analisi del New York Times le promesse di vittorie rapide del presidente in Iran, Ucraina e a Gaza si sono scontrate con la realtà. I tre conflitti restano impantanati.

Le promesse del presidente Donald Trump di vittorie rapide e nette in Iran, Ucraina e a Gaza si sono scontrate con la realtà, e i tre interventi sono entrati nella fase dello stallo. È la tesi di un'analisi del New York Times firmata da David Sanger, uno dei più noti commentatori americani di politica estera e sicurezza nazionale. Trump ama i successi militari e diplomatici veloci e decisivi, scrive l'autore: sulla scrivania dello Studio Ovale tiene i modellini dei bombardieri B-2 che meno di un anno fa distrussero in una sola notte tre siti nucleari iraniani.

Nelle prime settimane del conflitto con l'Iran Trump parlava spesso di replicare il suo "successo in Venezuela", definito "lo scenario perfetto": rovesciare un leader scomodo con un rapido blitz dei commando e sostituirlo con un successore docile e amico di Washington. La guerra con l'Iran si trova invece chiaramente in una fase di stallo. Quando il presidente dichiarò il cessate il fuoco il 7 aprile, scrisse sui social che la fine delle operazioni di combattimento sarebbe stata condizionata all'"apertura completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz". Non è andata così.

Anche se i traffici nello stretto riprendessero in base al memorandum d'intesa ancora in fase di negoziato, il futuro dei programmi nucleare e missilistico iraniani resterebbe dov'era a febbraio, secondo l'analisi: bloccato in una nuova trattativa che l'amministrazione assicura sarà "a tempo determinato", probabilmente 60 giorni. Gli iraniani percepiscono però la forte riluttanza di Trump a riprendere operazioni militari molto impopolari negli Stati Uniti, e secondo la maggior parte degli esperti Teheran cercherà di trascinare i negoziati per mesi o anni, come ha già fatto con le amministrazioni precedenti.

La guerra in Ucraina, al quinto anno, è il conflitto che Trump si era vantato di poter chiudere in 24 ore. Sedici mesi dopo l'insediamento il presidente la cita ormai di rado, e il segretario di Stato Marco Rubio si è lamentato di essere stanco di perdere tempo in negoziati infiniti, lasciando intendere che sarebbe contento se un altro paese volesse subentrare in quel ruolo. I russi hanno fatto capire con discrezione di essere stanchi delle visite periodiche dell'inviato speciale Steve Witkoff e del genero del presidente Jared Kushner, secondo persone a conoscenza dei negoziati. Vogliono un processo diplomatico stabile, con gruppi di lavoro e riunioni regolari, oltre a un ambasciatore americano a Mosca, una carica vacante da quasi un anno.

Gli ucraini si sentono oggi più forti. I loro droni a lungo raggio e i missili di fabbricazione interna raggiungono in profondità il territorio russo, colpendo siti energetici, fabbriche e laboratori che producono componenti chiave per gli armamenti, e a volte obiettivi a Mosca. Una dei capi dei servizi di intelligence britannici, Anne Keast-Butler, ha detto la scorsa settimana che quasi mezzo milione di soldati russi sono stati uccisi in un conflitto che il presidente russo Vladimir Putin pensava di chiudere in poche settimane. Parlando ai giornalisti, Rubio ha mostrato di aver rinunciato all'idea di avvicinare le due parti a un accordo in tempi brevi: "Gli Stati Uniti sono pronti a fare tutto il possibile per facilitare la fine di questa guerra. E speriamo che a un certo punto si presenti l'occasione di poter di nuovo svolgere quel ruolo".

L'errore dell'amministrazione, secondo alcuni esperti citati nell'analisi, è stato affidarsi troppo a telefonate sporadiche e a visite di inviati speciali, senza l'impegno quotidiano della diplomazia tradizionale. Thomas Graham, diplomatico statunitense che servì a Mosca prima del crollo dell'Unione Sovietica e gestì un dialogo strategico con il Cremlino durante l'amministrazione di George W. Bush, ha dichiarato al New York Times che il conflitto "è maturo per una conclusione". "L'umore a Mosca è cambiato. Il campo di battaglia è diverso: gli ucraini hanno congelato la linea del fronte. I problemi economici della Russia crescono e affiora un certo malcontento politico. Dentro il Cremlino si discute di come presentare tutto questo come una vittoria". Manca però ancora, ha aggiunto, un vero processo negoziale istituzionalizzato, "più di un paio di inviati che parlano con Putin".

A Gaza Trump volò in Israele per celebrare il rilascio degli ultimi ostaggi vivi catturati nell'attacco terroristico del 7 ottobre 2023, esaltando un piano in venti punti che partiva dal disarmo di Hamas, prevedeva una forza internazionale di stabilizzazione e puntava a trasformare il territorio in una distesa di torri di uffici in vetro e resort sul mare. Otto mesi dopo Hamas non ha disarmato, se non in falsi video generati con l'intelligenza artificiale, uno dei quali diffuso dallo stesso Trump lo ritraeva mentre prende il sole con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Arrivano più aiuti, ma i palestinesi dormono ancora nelle tende, le macerie infestate dai topi non sono state rimosse e la scorsa settimana Netanyahu ha annunciato che l'esercito israeliano estenderà il proprio controllo a circa il 70 per cento dell'enclave.

La nuova amministrazione palestinese che Trump aveva detto sarebbe stata operativa nel giro di mesi non è mai entrata nel territorio per guidarne la ricostruzione. Il suo "consiglio di pace", che avrebbe dovuto sovrintendere ai lavori e agli investimenti, è a malapena partito, mentre Israele continua i bombardamenti quasi ogni giorno.

Tutto questo, osserva Sanger, potrebbe essere l'esito inevitabile di un presidente dalle grandi ambizioni che si scontra con i limiti della realtà internazionale, oppure il frutto di un eccesso di sicurezza dopo i primi successi militari in Iran e Venezuela. Un collaboratore del presidente ha riassunto così il problema: distruggere siti nucleari dall'alto è ciò che l'America sa fare meglio, controllare gli eventi politici in paesi come Iran, Russia e Ucraina è ciò che gli Stati Uniti sanno fare peggio. Richard Fontaine, ex stretto consigliere del senatore John McCain e oggi a capo del Center for a New American Security, ha dichiarato al New York Times che "la politica estera tende a essere un'impresa lunga e difficile" e che spesso "è la gestione costante e la capacità di portare a termine le cose a fare la differenza, non l'annuncio solenne e drammatico".

L'Iran resta la forma di stallo più complessa. Durante i negoziati di febbraio a Ginevra, Witkoff disse in un'intervista a Fox News che Trump era "curioso di sapere perché non avessero capitolato". Il presidente aveva dichiarato che l'unico esito accettabile sarebbe stata una "resa incondizionata" di Teheran. Nulla di tutto questo è avvenuto. Sanger racconta di aver chiesto al presidente, sul volo di ritorno dalla Cina a metà maggio, perché riprendere l'azione militare avrebbe dovuto avvicinarlo ai suoi obiettivi più di quanto avesse fatto la prima ondata di attacchi. Trump ha reagito elencando i bersagli colpiti e indicando l'aviazione e la marina iraniane devastate, senza mai spiegare perché l'Iran non avesse rinunciato all'uranio arricchito né al programma missilistico, e ha definito "traditori" il giornale e il giornalista.

Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale dell'ex presidente Joe Biden e protagonista dei negoziati con l'Iran ai tempi di Barack Obama, ha sintetizzato la situazione: "Ha provato a bombardare l'Iran, ha provato a bloccarlo, ha provato a intimidirlo, ed è bloccato". Anche un eventuale accordo, nota l'analisi, aprirebbe solo una nuova trattativa destinata a prolungarsi. Come ha osservato Fontaine, "il problema più ristretto dell'arricchimento iraniano in corso era risolvibile con i bombardamenti, almeno nel medio termine. Il problema più ampio della Repubblica islamica no".

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Dallo Shadow IT allo Shadow AI: il rischio invisibile che molte aziende stanno ignorando


Scritto in data 20.4.2026

Stavo preparando un articolo sullo Shadow IT, un fenomeno che chi lavora nel mondo IT conosce bene da anni. Software installati senza autorizzazione, strumenti acquistati con carte aziendali senza passare dai processi interni, applicazioni usate dai team senza il coinvolgimento dell’IT. In sostanza, tecnologia introdotta in azienda fuori da qualsiasi governance.

Mentre raccoglievo materiale, mi sono però reso conto che il vero problema si era già spostato altrove.

Oggi molte organizzazioni continuano a preoccuparsi dello Shadow IT tradizionale, mentre al loro interno sta crescendo qualcosa di molto più rapido, silenzioso e difficile da controllare: lo Shadow AI, cioè l’utilizzo di strumenti di Intelligenza Artificiale non approvati o non governati dall’azienda.

La differenza è sostanziale. Un software installato senza controllo può generare inefficienza, problemi di compatibilità o vulnerabilità tecniche. Un sistema AI usato senza regole può invece esporre dati sensibili, trasferire proprietà intellettuale all’esterno, produrre errori decisionali e creare rischi normativi o reputazionali.

I numeri raccontano che il problema è già reale


Non si tratta di uno scenario futuro. È qualcosa che sta già accadendo.

Secondo il report BlackFog 2026, il 49% dei dipendenti dichiara di utilizzare strumenti AI non autorizzati dall’azienda. Ancora più significativo è ciò che viene inserito dentro queste piattaforme: il 33% carica dati aziendali, ricerche o dataset interni; il 27% inserisce dati relativi ai dipendenti; il 23% utilizza informazioni finanziarie o commerciali.

Fonte: BlackFog – Shadow AI Threat Grows Inside Enterprises

Tradotto in termini semplici: molte persone stanno già spostando contenuti aziendali verso strumenti esterni, spesso senza una reale consapevolezza delle conseguenze.

Il problema non nasce dalla cattiva fede


Nella maggior parte dei casi non c’è intenzione di violare regole o mettere a rischio l’azienda. C’è il desiderio di lavorare meglio e più velocemente.

Un contratto da riassumere. Un foglio Excel da analizzare. Un’offerta commerciale da riscrivere. Un report da sintetizzare. Un testo da migliorare.

L’AI rende tutto immediato e proprio questa semplicità abbassa la percezione del rischio. Bastano pochi secondi per copiare e incollare informazioni interne dentro una piattaforma gratuita.

Ma la vera domanda non è quanto sia comodo farlo. La vera domanda è: che fine fanno quei dati?

Dove vengono memorizzati? Per quanto tempo restano disponibili? Possono essere utilizzati per addestrare modelli futuri? Sono gestiti in linea con le policy aziendali? Sono compatibili con GDPR, AI Act e requisiti di compliance interna?

Se queste domande non hanno risposta, il problema esiste già.

Anche il management sta sottovalutando il fenomeno


Uno degli aspetti più interessanti emersi dal report BlackFog riguarda il top management. Il 69% dei dirigenti e membri del C-level intervistati dichiara di privilegiare velocità e produttività rispetto a privacy e sicurezza nell’adozione dell’AI.

È un segnale chiaro: in molte aziende l’innovazione sta correndo più veloce della governance.

Questo scenario viene confermato anche da Gartner, secondo cui entro il 2030 oltre il 40% delle imprese subirà incidenti legati alla Shadow AI, con impatti di sicurezza o compliance. Inoltre, il 69% delle organizzazioni sospetta o ha evidenze dell’uso di strumenti GenAI pubblici vietati o non approvati internamente.

Fonte Gartner Newsroom:
Gartner Identifies Critical GenAI Blind Spots That CIOs Must Urgently Address

Il messaggio è semplice: non siamo davanti a eccezioni isolate, ma a una tendenza strutturale.

La domanda interna di AI è già esplosa


Un ulteriore elemento arriva dalle analisi discusse da Harvard Business Review, basate su studi MIT e osservazioni sul comportamento delle organizzazioni. Il quadro mostra che in moltissime aziende i dipendenti stanno già utilizzando strumenti AI personali o non governati, mentre le imprese non hanno ancora introdotto piattaforme ufficiali o policy mature.

Secondo queste ricerche, oltre il 90% delle aziende ha persone che utilizzano strumenti AI personali per attività lavorative.

Fonte: Harvard Business Review – The Hidden Demand for AI Inside Your Company

In altre parole, la domanda interna di AI esiste già. Ciò che manca, spesso, è la risposta organizzativa.

Perché lo Shadow AI è più pericoloso dello Shadow IT


Lo Shadow IT tradizionale introduceva strumenti non controllati. Lo Shadow AI trasferisce invece conoscenza aziendale all’esterno.

Ogni prompt può contenere know-how operativo, strategie commerciali, pricing, codice sorgente, dati clienti, curriculum, valutazioni HR, report interni o processi proprietari.

Molte aziende continuano a proteggere server, reti e dispositivi, ma il patrimonio più prezioso spesso non si trova lì. Si trova nei contenuti che le persone generano ogni giorno.

Come affrontarlo davvero


Bloccare l’AI non è realistico, né intelligente. Governarla sì.

Le aziende dovrebbero prima di tutto offrire strumenti ufficiali, sicuri e semplici da usare. Quando non esiste un’alternativa interna, i dipendenti ne cercano inevitabilmente una esterna.

Serve poi una policy chiara, scritta in modo comprensibile, che spieghi cosa può essere inserito nei sistemi AI e cosa deve restare fuori. Senza regole pratiche, le policy restano documenti inutili.

È altrettanto importante investire nella formazione. Molti comportamenti rischiosi non derivano da malizia, ma da inconsapevolezza.

Infine, esiste una regola molto concreta che ogni azienda dovrebbe adottare immediatamente: mai inserire in strumenti AI gratuiti o consumer contratti, dati clienti, informazioni HR, documenti strategici, codice proprietario o contenuti riservati.

La vera domanda che ogni azienda dovrebbe porsi


Non è se i dipendenti stiano già usando l’AI.

Molto probabilmente lo stanno già facendo.

La domanda corretta è se la stiano usando sotto controllo o fuori controllo.

Perché lo Shadow IT di ieri installava software non autorizzato. Lo Shadow AI di oggi esporta conoscenza aziendale con un semplice copia-incolla.

E molte organizzazioni se ne renderanno conto solo quando il danno sarà già avvenuto.

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Gaza, lunghe file davanti alle mense popolari: centinaia di persone in attesa di un pasto


Il filmato mostra la folla stremata in coda per ore per una razione con recipienti davanti alle cucine solidali
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Un video diffuso da Eye On Palestine mostra lunghe e compatte file di persone davanti alle mense popolari (tkeyat) nella Striscia di Gaza, dove uomini, donne e bambini attendono per ricevere una porzione di cibo. Le immagini documentano una situazione di forte pressione sulle strutture di assistenza alimentare, in un contesto segnato dalla persistente emergenza umanitaria che interessa l'enclave palestinese.

Nella ripresa si osservano decine di persone in coda con pentole, contenitori e recipienti di fortuna, allineate lungo le strade in attesa della distribuzione di pasti preparati dalle cucine comunitarie. La fila si estende per diversi metri e procede lentamente, mentre gli operatori cercano di gestire l'afflusso di cittadini giunti per ottenere cibo per sé e per le proprie famiglie.

Le immagini evidenziano il ruolo sempre più centrale delle mense popolari nella vita quotidiana della popolazione locale. In numerose aree della Striscia, queste strutture rappresentano una delle poche fonti di sostentamento disponibili per migliaia di persone che dipendono dagli aiuti alimentari. Diverse organizzazioni umanitarie hanno segnalato negli ultimi mesi un aumento della domanda di assistenza e difficoltà crescenti nel reperimento delle forniture necessarie per garantire la continuità delle distribuzioni.


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Molti dei presenti rimangono in fila per lunghi periodi sotto il sole, nella speranza di ricevere una razione di cibo. Le pentole vuote e i contenitori portati dai residenti testimoniano la necessità di assicurarsi anche una quantità limitata di alimenti, in una situazione caratterizzata dalla scarsità di risorse disponibili.

Secondo quanto riportato da organismi internazionali e operatori umanitari, la crisi alimentare nella Striscia di Gaza continua a destare preoccupazione. Le cucine comunitarie, note localmente come "tkeyat", sono diventate negli ultimi mesi un punto di riferimento essenziale per una parte significativa della popolazione, mentre le difficoltà di approvvigionamento e la riduzione delle scorte alimentari mettono sotto pressione il sistema di assistenza.

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Abitudini degli italiani: dati, statistiche e tendenze 2024-2025


I dati Istat raccontano abitudini italiane in trasformazione: meno sport al Sud, più schermi ovunque, cena a tavola che resiste. Ecco i numeri che contano.

TL;DR

  1. L'Italia invecchia (età media 46,6 anni) e le abitudini dominanti sono sempre più quelle di adulti e over 65 — non solo dei giovani su TikTok.
  2. Il 34,2% degli italiani è sedentario, ma il divario territoriale è enorme: dal 15% di Bolzano al 53,7% in Basilicata.
  3. Solo il 16,5% mangia abbastanza frutta e verdura; il 68% si siede ancora a tavola ogni giorno, ma il 32% mangia almeno un pasto in piedi.
  4. 43 milioni di italiani usano i social (73% della popolazione); WhatsApp è la piattaforma più diffusa, TikTok quella dove si passa più tempo.
  5. Tempo libero: 3 ore e 23 minuti nei feriali, 4 ore e 49 nei festivi — ma sempre più assorbito da schermi, non da sport o cultura.


Pensi di conoscere le abitudini degli italiani perché vivi qui. Colazione al bar, pranzo della domenica, due ore di WhatsApp in famiglia. Giusto — ma i numeri raccontano anche un'altra storia: un paese che invecchia, si connette di più, si muove di meno (a Sud), mangia meno "mediterraneo" di quanto racconti a te stesso, e passa sempre più tempo davanti a uno schermo.

Ho messo insieme i dati più recenti — Istat su salute e stili di vita, tempo libero 2024, Cittadini e ICT, Digital 2024, Isfort sulla mobilità — non per fare il sociologo da armadio, ma per capire dove siamo davvero. Se vuoi cambiare le tue abitudini, devi prima sapere in che paese (e in che contesto) stai cercando di cambiarle.

Chi sono gli italiani oggi — e perché conta per le abitudini


Al 1° gennaio 2024 l'età media in Italia ha raggiunto 46,6 anni. Gli over 65 sono quasi un quarto della popolazione. L'indice di vecchiaia — over 65 rispetto agli under 15 — è al 199,8%: praticamente due anziani per ogni giovane.

Perché te lo dico? Perché quando parli di "abitudini italiane" stai spesso proiettando quelle dei ventenni su Milano su 60 milioni di persone. La maggioranza del paese ha un ritmo, un corpo e un rapporto con la tecnologia molto diversi. Le abitudini che dominano la conversazione pubblica non sono necessariamente quelle che dominano la vita reale.

Se ti interessa come si formano e si mantengono le routine nel tempo — non solo i numeri aggregati — la guida sulle abitudini parte da lì: ambiente, ripetizione, identità. I dati qui sotto sono il terreno su cui quelle leve agiscono.

Salute e movimento: il paradosso italiano

Sedentarietà in calo, ma non per tutti


Nel 2023 la quota di sedentari — persone di 14 anni e più che non praticano né sport né attività fisica — è scesa al 34,2%, dal 36,3% del 2022. Bene, a livello nazionale. Poi apri la mappa e il quadro si incrina.

In Basilicata la sedentarietà tocca il 53,7%. In provincia autonoma di Bolzano resta intorno al 15%. Nel Nord-Est oltre il 70% della popolazione è fisicamente attiva; nel Mezzogiorno quasi due persone su tre non fanno sport.

Non è pigrizia "culturale". È infrastrutture, lavoro, clima, tempo disponibile, accesso a spazi. Cambiare abitudine di movimento a Matera non è la stessa cosa che a Trento — e fingere il contrario è come consigliare la palestra alle 6 del mattino a chi fa turni.

Gli over 65: la sorpresa positiva


Tra gli over 65 la pratica sportiva è più che raddoppiata in vent'anni: dal 6,7% del 2003 al 16,4% del 2023. Una generazione che non si arrende al divano — almeno in parte. Se cerchi modelli di abitudini che migliorano la vita dopo i 60, i numeri dicono che non sei solo.

Alimentazione: mito mediterraneo vs. spesa reale


La dieta mediterranea è il brand export dell'Italia. In tavola, però, la situazione è meno idilliaca. Solo il 16,5% della popolazione di 3 anni e più consuma almeno quattro porzioni di frutta o verdura al giorno.

La spesa racconta priorità diverse:

  • Oltre il 69% delle famiglie compra regolarmente surgelati
  • Il 65% acquista prodotti a marchio del distributore
  • Quasi il 59% usa lo scatolame con regolarità

Rapidità, durata, rispesa. Non "salute" in astratto. Il 60% fa la spesa settimanale; il 27% ancora giornaliera — la spesa sotto casa che riduce sprechi e tiene fresco il cibo.

Nel 2025 circa il 68% degli italiani si siede a tavola almeno una volta al giorno (soprattutto a cena). Nel weekend sale all'82%. Ma il 32% consuma almeno un pasto al giorno in piedi o in modo informale — colazione in due minuti, pranzo alla scrivania — contro un ~20% stimato dieci anni fa.

La cena resta il rituale più curato: oltre metà delle famiglie cucina ogni sera, ~30 minuti in media. Il pranzo domenicale con la famiglia resiste soprattutto al Sud e nei centri piccoli. Se vuoi lavorare sul cibo senza diete da guru, parte da abitudini alimentari concrete — non dal piatto instagrammabile che nessuno replica il martedì sera.

Digitale: 43 milioni connessi, un solo paese?

Internet e il divario generazionale


Nel 2024 circa 43 milioni di italiani sono attivi sui social — 73% della popolazione. L'81,9% della popolazione di 6 anni e più ha usato Internet nei tre mesi precedenti l'indagine, +2,4 punti rispetto al 2023.

Tra gli 11 e i 54 anni l'uso supera il 93%. Tra i 65-74 anni scende al 68,1%. Oltre i 75 anni crolla al 31,4%. Ma la direzione è chiara: +7,6 punti tra i 65-74enni e +6,7 tra gli over 75 in un solo anno.

Il gap Nord-Sud resta: oltre il 93% delle famiglie con Internet al Nord e Centro; sotto l'80% in alcune regioni meridionali.

Dove passiamo il tempo online


Secondo Digital 2024, la classifica per utenti mensili in Italia include YouTube (~37 milioni), Facebook (~35,8 milioni), Instagram (~32,9 milioni). WhatsApp è usata dal 90,3% degli italiani — la più "amata", preferita dal 40,7% degli utenti.

TikTok concentra il tempo più lungo per utente: oltre 32 ore al mese, contro ~16 ore su Facebook. Non è "solo roba da ragazzi": è dove finisce una fetta crescente del tempo libero di chiunque abbia lo smartphone in tasca.

Cosa cerchiamo online? Informazione (73%), news (67,5%), tutorial (62,8%), ispirazione (59,7%). Il 91% guarda video sui social. L'84% gioca ai videogiochi almeno ogni tanto.

Se senti che "non riesci a concentrarti" e passi 2 ore e mezza al giorno sul telefono, non è un difetto morale. È design. Vale la pena leggere cosa succede al sonno e alla tecnologia — e decidere se la tua abitudine digitale è scelta o default.

Tempo libero, cultura e lettura

Quanto tempo libero abbiamo davvero


Nel 2024 gli italiani hanno in media 3 ore e 23 minuti di tempo libero al giorno nei feriali e 4 ore e 49 minuti nei festivi. Rispetto al 2015 i feriali sono cresciuti (erano 3h09); i festivi sono leggermente calati (da 5h05).

Il punto non è quanto tempo hai. È dove va. Streaming, social, gaming assorbono una parte sempre più grossa di quelle ore — spesso senza che te ne accorga, perché non sembra "tempo libero sprecato", sembra riposo.

Cultura fuori casa: ripresa, ma non ai livelli pre-Covid


Il 64,4% della popolazione di 6 anni e più ha fatto almeno un'attività culturale fuori casa in un anno — cinema, musei, concerti, teatro. Picco tra i 18-34 anni.

Le attività più frequenti nel 2025: sagre e feste popolari (53%), musei e mostre (50%), cinema (48%), spettacoli all'aperto (42%), concerti (39%). La spesa media mensile per cultura si attesta intorno ai 94 euro — in crescita rispetto al 2024, ma sotto i 113 euro pre-pandemia.

Lettura: ancora un paese a metà


Solo il 40,1% ha letto almeno un libro nell'ultimo anno. Più lettori al Nord-Centro (in alcune aree oltre il 47%); meno al Sud e tra anziani con bassa scolarizzazione. L'ebook resta di nicchia (15% degli utenti Internet); il 46,1% legge però giornali e riviste online.

Mobilità e lavoro: meno spostamenti, stessi chilometri


Ogni giorno feriale la popolazione tra 14 e 85 anni effettua circa 100 milioni di spostamenti — un quarto in meno rispetto agli anni 2000, secondo il Rapporto Isfort. Meno viaggi, spesso più lunghi: i chilometri percorsi sono calati solo del 10%.

Lo smart working ha spostato colazioni, pranzi e abitudini di movimento. Meno caffè al bar in transito, più pasti informali in casa, meno pendolarismo quotidiano per chi può permetterselo — e più stress da auto per chi no.

Nord vs Sud: un paese, due velocità

IndicatoreNord (indicativo)Sud (indicativo)
Sedentarietà~15–25% (Bolzano min.)~50–54% (Basilicata max.)
Famiglie con Internet>93%<80% in alcune regioni
Pratica sportiva>70% (Nord-Est)<40% (Mezzogiorno)
Lettura libri>47% in alcune areeSotto media nazionale
Rituali socialiSmart working, nucleo familiareFamiglia estesa, sagre, pranzo domenicale

Al Nord convivenza senza matrimonio, single in città, smart working più diffuso. Al Sud restano più forti famiglia allargata, nonni che accudiscono, giovani adulti che restano in casa — abitudini che proteggono e abitudini che intrappolano, a seconda di chi le vive.

Tre generazioni, tre paesi nello stesso paese


18–34 anni: alta partecipazione culturale, TikTok e Instagram, gaming, sport ma anche sedentarietà estrema. Concerti, cinema, serate fuori.

35–54 anni: smart working, e-commerce, gestione digitale dei servizi. Generazione ibrida: rituali familiari + vita online piena.

65+: più attivi di quanto il cliché dica; più connessi anno dopo anno. WhatsApp con i figli, Facebook per le news, servizi sanitari digitali in crescita.

Non esiste "l'abitudine italiana". Esistono abitudini filtrate per età, reddito, territorio e lavoro. Chi ti vende un metodo universale senza chiederti in quale di queste fasce ti metti sta vendendo fumo.

Cosa puoi fare con questi dati (senza farti prendere dall'ansia da confronto)


Leggere le statistiche e sentirsi "indietro" è un'abitudine a sé. Non serve. Serve usare i numeri come specchio, non come sentenza.

Tre domande pratiche:

  1. Quale abitudine stai copiando da un contesto che non è il tuo? (Il runner milanese che lavora in smart working non vive la stessa giornata di un operaio in provincia.)
  2. Dove il tuo ambiente ti spinge senza che tu te ne accorga? (Telefono, surgelati in promozione, assenza di marciapiedi — design dell'ambiente, non forza di volontà.)
  3. Quale rituale italiano ti protegge già? (Cena a tavola, passeggiata domenicale, caffè al bar come pausa sociale — non buttare tutto via per inseguire il biohacking americano.)

Le trappole mentali sulle abitudini nascono spesso dal confronto con un "italiano medio" che non esiste. I dati Istat servono a disinnescarlo.

Se vuoi un sistema per cambiare una abitudine alla volta — con tracker, sfide e una community che ci lavora ogni settimana — entra in Protocollo.

Domande frequenti

Quante ore di tempo libero hanno gli italiani ogni giorno?
Nel 2024, secondo Istat, gli italiani dispongono in media di 3 ore e 23 minuti di tempo libero al giorno nei feriali e di 4 ore e 49 minuti nei giorni festivi.
Quanti italiani usano i social media?
Circa 43 milioni di italiani sono attivi sui social nel 2024, pari al 73% della popolazione. WhatsApp è la piattaforma più diffusa (90,3% degli italiani).
Quanti italiani praticano sport o sono sedentari?
Nel 2023 il 34,2% degli italiani di 14 anni e più è sedentario. Il dato varia molto per territorio: dal 15% circa in provincia autonoma di Bolzano al 53,7% in Basilicata.
Gli italiani seguono ancora la dieta mediterranea?
Solo il 16,5% consuma almeno quattro porzioni di frutta o verdura al giorno. La maggioranza compra regolarmente surgelati (69%) e prodotti a marchio del distributore (65%).
Esistono differenze nelle abitudini tra Nord e Sud Italia?
Sì, e sono marcate: più attività fisica e accesso al digitale al Nord; più sedentarietà e minore penetrazione di Internet al Sud, ma anche rituali sociali e familiari più radicati (pranzo domenicale, sagre, famiglia estesa).
Gli italiani mangiano ancora a tavola ogni giorno?
Nel 2025 circa il 68% si siede a tavola almeno una volta al giorno (soprattutto a cena); nel weekend l'82%. Il 32% consuma almeno un pasto al giorno in modo informale o in piedi.
Quanto tempo trascorrono gli italiani online?
In media quasi 6 ore al giorno online in totale. Da smartphone si arriva a circa 2 ore e 38 minuti al giorno (70 ore al mese), con incremento rispetto all'anno precedente.

Questo articolo si collega al sistema Produttività e crescita personale e al percorso Hub Abitudinisistemi, non motivazione.

Altri articoli su questo tema — archivio blog.


Le psicotrappole: perché il tuo cervello sabota le abitudini (e come uscirne)


In breve

Riferimenti: B.J. Fogg e Wendy Wood.

Le trappole mentali sabotano le abitudini con pensieri «tutto o niente» e rimando: sostituiscili con gesti piccoli tracciati, identità («sono chi fa X») e rientro dopo uno scivolone — mai due giorni saltati di fila.

Hai mai cominciato una dieta di lunedì, sbagliato un pasto il mercoledì, e pensato: "Che tanto ormai, la settimana è già rovinata"?

Sì. Lo so.

E sai cosa? Non è solo la dieta. È la palestra che rimandi al prossimo lunedì. È il libro sul comodino che aspetta da tre mesi. È il progetto che "inizierai quando avrai più tempo", e il momento giusto non arriva mai.

Non è debolezza. Non è mancanza di volontà. È una psicotrappola, un meccanismo automatico del tuo cervello che si attiva senza chiederti il permesso, senza avvisarti, e spesso senza che tu te ne accorga.

Il problema non è che non vuoi cambiare.

Il problema è che stai usando la testa sbagliata per farlo.


TL;DR, Quello che trovi in questo articolo:

  • Le psicotrappole sono meccanismi mentali automatici che sabotano il cambiamento prima ancora che tu te ne accorga
  • Le 5 più pericolose per chi lavora sulle abitudini: bias di conferma, pensiero tutto-o-niente, effetto "che tanto ormai", procrastinazione emotiva, identità bloccata
  • Non è una colpa tua, sono risposte evolutive che ora giocano contro di te
  • Il Protocollo Anti-Psicotrappola: 4 mosse concrete per disarmarle oggi

Cos'è una psicotrappola (e perché nessuno te lo spiega davvero)


Una psicotrappola è un pattern cognitivo automatico che il cervello esegue per risparmiare energia, ma che, nel contesto delle abitudini moderne, finisce per sabotarti.

Il tuo cervello non è cattivo. È efficiente. Ha imparato a creare scorciatoie neurali che funzionavano benissimo nella savana africana, e meno bene nel 2026.

Pensa al tuo cervello come a un sistema operativo scritto 200.000 anni fa. Funziona ancora benissimo per la maggior parte delle cose. Ma alcune funzionalità legacy, le psicotrappole, sono diventate bug.

E come ogni bug, si possono debuggare. Questa guida è il tuo debugger.


Le 5 psicotrappole che sabotano le tue abitudini

1. Il bias di conferma, Vedi solo ciò che già credi


Stai cercando di correre ogni mattina. Il primo giorno esci, fa freddo, rientri stanco. Quel piccolo disagio rinforza la voce nella tua testa che già sapeva che "non sei un tipo da corsa".

Il bias di conferma è la tendenza del cervello a cercare, ricordare e pesare di più le informazioni che confermano ciò che già crede. Daniel Kahneman lo descrive in dettaglio in Pensieri lenti e veloci come uno dei bias più difficili da aggirare, proprio perché opera sotto la soglia della coscienza. Il paradosso è che più sei intelligente, più sei bravo a costruire argomentazioni convincenti a favore di ciò che già credi, e più è difficile smontarle.

Risultato: inizi a raccogliere "prove" che il cambiamento non fa per te, anche quando le prove reali dicono il contrario.

La trappola: non è che non ci riesci. È che cerchi inconsciamente le conferme del fatto che non puoi riuscirci. Ci sei già passato, vero?


2. Il pensiero tutto-o-niente, Il perfezionismo che uccide il progresso


O fai la settimana perfetta di allenamento, o è come se non avessi fatto niente. O segui la dieta al 100%, o hai fallito.

Questo schema ha una base neurologica precisa: il cervello prefrontale, quello che ragiona con calma, viene sovrastato dall'amigdala, quella che reagisce in fretta. Quando percepisci uno sbaglio, scatta la risposta di minaccia. E la risposta di minaccia non conosce le sfumature: tutto o niente.

Il problema è che il progresso reale non è mai lineare. James Clear, in Atomic Habits, usa questa metafora: non è il singolo allenamento a cambiarti, è la direzione. Se sei all'80%, sei comunque nella direzione giusta.

Il pensiero tutto-o-niente ti fa scendere dall'autobus perché non sei salito alla fermata giusta. Ma l'autobus passa di nuovo. Sempre.


3. L'effetto "che tanto ormai", Il sabotatore più subdolo


Questo meccanismo ha un nome scientifico: What the Hell Effect. È stato studiato dalla psicologa Janet Polivy e descrive un pattern ben documentato: una volta rotto il "codice" di un comportamento virtuoso, il cervello tende a capitalizzare sulla trasgressione per giustificarne altre.

Hai mangiato il dolce dopo pranzo. Che tanto ormai. Ecco la pizza a cena. Che tanto ormai. E il gelato dopo.

La trappola non è il dolce. È il ragionamento che segue il dolce.

Ogni abitudine funziona su tre elementi: segnale, routine, ricompensa. L'effetto "che tanto ormai" entra esattamente nella fase di routine e la fa deragliare. Riconoscerlo nel momento in cui accade è già metà della battaglia, e smentisce anche il mito dei 21 giorni per formare un'abitudine, che non considera quanto siano fragili le routine nelle prime settimane.


4. La procrastinazione emotiva, Non è pigrizia, è regolazione


La procrastinazione non è un problema di gestione del tempo. È un problema di regolazione emotiva.

Quando eviti di iniziare, il tuo cervello non sta calcolando male le priorità. Sta cercando di evitare un'emozione scomoda: la paura di non essere abbastanza, l'ansia da prestazione, il senso di inadeguatezza.

So che ti senti in colpa quando procrastini. Ma la colpa è la trappola nella trappola: più ti giudichi, più il cervello cerca di proteggerti dal giudizio futuro rimandando ancora. È un loop, e uscirne richiede compassione, non frustrazione.

Studi dell'Università di Sheffield (Sirois & Pychyl, 2013) mostrano che i procrastinatori cronici hanno livelli di cortisolo significativamente più alti rispetto alla media. Il cervello usa la distrazione come meccanismo di difesa contro il disagio emotivo anticipato.

Risultato: aspetti il momento giusto. Ma il momento giusto non arriva mai, perché non è mai stato un problema di timing.


5. L'identità bloccata, "Io sono fatto così"


"Non sono disciplinato." "Sono sempre stato pigro." "Non ho la testa per queste cose."

Quante volte hai detto queste frasi a te stesso? Magari le hai sentite da qualcun altro, anni fa, un genitore, un professore, un capo. E le hai fatte tue, come se fossero un fatto biologico immutabile invece di una storia che qualcuno ti ha raccontato.

Queste frasi sembrano descrizioni di chi sei. In realtà sono previsioni su chi sarai. E il cervello, un organo straordinariamente compiacente, farà di tutto per confermarle.

La neuroplasticità dimostra che il cervello si rimodella in base alle esperienze ripetute. Ma questa stessa plasticità vale anche per le credenze negative: ogni volta che pensi "sono fatto così", stai rinforzando un circuito neurale che rende il cambiamento più difficile.

L'identità non è un punto di partenza. È un punto di arrivo.

È il motivo per cui il lavoro sulle abitudini è inseparabile dal lavoro sui pensieri che hai su te stesso. Se vuoi capire come i tuoi pensieri automatici costruiscono (o demoliscono) la tua identità, l'articolo non sei i tuoi pensieri è il punto di partenza giusto.


Il Protocollo Anti-Psicotrappola, 4 mosse concrete


Ora che sai cosa ti blocca, ecco come disarmarlo. Non serve la forza di volontà. Serve un sistema.

Mossa 1, Nomina la trappola.
Quando senti il pensiero automatico, dagli un nome ad alta voce (o per iscritto): "Questo è il mio pensiero tutto-o-niente." Sembra banale. Non lo è. Il solo atto di nominarla crea distanza tra te e il pensiero, è il principio della defusione cognitiva dell'ACT (Acceptance and Commitment Therapy). La trappola perde potere nel momento in cui smette di essere invisibile.

Mossa 2, Abbassa l'asticella al minimo assoluto.
L'abitudine che non puoi fallire deve essere irrisoriamente facile. Se cadi nel tutto-o-niente, la regola è: anche solo le scarpe ai piedi contano. Anche solo aprire il quaderno. Il punto è non rompere la catena, non la perfezione dell'esecuzione. Come scrive Clear in Atomic Habits: "Mai saltare due volte di fila." Uno è un incidente. Due è l'inizio di una nuova abitudine.

Mossa 3, Recupera subito, mai lunedì.
L'effetto "che tanto ormai" si disarma nel momento esatto in cui decidi di non seguirlo. Se hai saltato l'allenamento il mercoledì, giovedì è già una vittoria, spesso la vittoria più importante della settimana, perché è quella che il cervello non si aspettava. Non aspettare il reset settimanale: ogni momento è un punto di ripartenza valido.

Mossa 4, Costruisci prove di identità.
Ogni piccola azione coerente è una prova che stai diventando qualcuno. Non qualcuno che "cerca di allenarsi", qualcuno che si allena. Scrivi quelle prove: un diario, una nota vocale, un segno su un calendario. Il cervello ha bisogno di evidenza concreta per aggiornare le sue credenze su di te. Dagli quella evidenza, giorno dopo giorno.


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FAQ, Domande frequenti sulle psicotrappole


Come faccio a riconoscere una psicotrappola nel momento in cui si attiva?
Il segnale più affidabile è un cambio improvviso di umore o motivazione senza una causa esterna evidente. Se un momento fa eri determinato e un secondo dopo pensi "tanto non serve a niente", è quasi certamente una psicotrappola al lavoro. Il metodo più efficace è tenere un piccolo diario delle situazioni in cui molli, i pattern emergono in fretta.

Il pensiero tutto-o-niente è davvero così diffuso?
Molto più di quanto si pensi. La ricerca cognitivo-comportamentale lo identifica come uno dei distorsioni cognitive più comuni, presente in oltre il 70% dei casi di blocco comportamentale. Non è un tratto di personalità, è un'abitudine di pensiero, e come tale si può modificare.

Quanto tempo ci vuole per uscire da una psicotrappola?
Non c'è un numero magico, e chi te lo dà sta semplificando troppo. La variabile che conta di più è la consapevolezza: una volta che riesci a nominare la trappola nel momento in cui si attiva, i tempi si accorciano drasticamente. Per la maggior parte delle persone, 3-4 settimane di pratica consapevole producono una differenza misurabile.

Posso eliminare le psicotrappole definitivamente?
Probabilmente no, e non è nemmeno l'obiettivo. Il cervello continuerà a proporre scorciatoie automatiche. L'obiettivo non è spegnere il meccanismo, ma imparare a non seguirlo ciecamente. Con la pratica, il gap tra il pensiero automatico e la tua risposta si allarga: in quel gap c'è la libertà di scegliere.


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Il Tuna Tube


Esca grossa pesce grosso! Questo lo sappiamo da sempre senza che venissero da oltreoceano a insegnarcelo. Però loro, gli americani, ci mostrano come tenerle vive in barca, le esche, anche se sono pesci di tre o quattro chili.

Ricordo che quando, a fine anni 80, iniziai a praticare la traina col vivo a ricciole con mio padre e Alberto, fortissimo pescatore e grandissimo amico, con il mitico gommone BAT Nordic 66, non si utilizzava ancora la vasca col vivo. Per tenere arzille le esche, prettamente aguglie di generose dimensioni, a quei tempi veniva utilizzata “l’agugliera”, un sistema formato da un semplice trave di dacron di circa 10 metri, affondato con un piombo guardiano di un chilo fissato all’estremità. A distanza di un metro uno dall’altro venivano, collegati, tramite un’asola, girella e moschettone, i terminali di nylon (ø mm 0,25) armati con la stessa matassina protagonista della cattura. Con questo sistema le aguglie rimanevano vitali perché non subivano alcuno shock e venivano trasportate sotto l’imbarcazione alla velocità di traina di un nodo e mezzo. Col passare degli anni è comparsa la vasca del vivo e, relativamente di recente, il tuna tube.

Con la prima, oggi, manteniamo in vivo le aguglie e altre specie di pesci-esca, e i cefalopodi (seppia e calamaro). Col secondo, risolviamo finalmente il problema delle esche voluminose (tunnidi) per i grossi predatori. Infatti un grosso serranide, come la cernia bruna, o un pelagico di mole, come una ricciola o un tonno, difficilmente disdegna un pescione di un chilo o più, che sia palamita, alletterato o tombarello, oppure un grosso sgombride come un lanzardo di 25-30 centimetri ben innescato e trainato sopra al nodo davanti alle loro grosse fauci. Questi pesci però, in natura stanno sempre in moto e a velocità spesso sostenute per ossigenarsi. Come conciliarne la disponibilità in barca se la vasca del vivo non ce lo permette?


Il tuna tube è molto diffuso sui fisherman americani per tenere vitali i bonitos, tunnidi oceanici di qualche chilo che sono utilizzati come esche vive per la pesca di grandi rostrati e tonni. Oggi, sul mercato, si trovano numerose soluzioni, anche artigianali che risultano le più economiche. Peró per garantire la vitalità dei tunnidi risulta molto importante non trascurare alcuni aspetti costruttivi dei tuna tube e dotarsi in barca di un ottimale impianto di ossigenazione.

Tuna tube - Qui entra in gioco il tuna tube, un sistema di ossigenazione concepito dai pescatori di marlin d’oltreoceano, grandi e storici consumatori di queste esche. Il tuna tube è un contenitore più o meno cilindrico che consente di alloggiare o incastrare il pesce, a testa in giù. Nel cilindro, una potente pompa fa defluire dal basso una notevole quantità d’acqua che ossigena le esche, grosse anche 3 o 4 chili, come se nuotassero contro corrente. Con questo sistema i tunnidi da sacrificare sopravvivono anche un’intera giornata. Attualmente si trovano sul mercato sistemi molto accattivanti, anche con 4, 6 o più tuna tube in serie, peraltro spesso rivestiti all’interno di un costoso gelcoat blu scuro. I più recenti sono conici, ma tutti possono essere installati nella murata o nello specchio di poppa. In verità all’iniziale forma cilindrica e a quella conica il design si è evoluto grazie a una leggera compressione laterale del contenitore, che così meglio si adatta alla fisicità dell’esca. Gli americani, nelle attuali realizzazioni, evitano il giunto o raccordo a 90 gradi, perché aumenta le perdite di carico riducendo il flusso e la pressione di oltre il 30%, e questo risulta essere un grave problema in quanto riduce la vitalità del tunnide il quale, inoltre, non ama la turbolenza del flusso e le bolle. Altro aspetto consigliato è quello di installare un ugello di diametro ridotto (anche da ¾ di pollice) che crea un po' lo stesso effetto di quando mettiamo il pollice sopra l'estremità di un tubo da giardino, arricchendo il flusso con una miscela ben ossigenata, che risulta maggiormente vitale per l'esca.
Anche la cernia sa apprezzare le grosse esche.
Come realizzarlo in casa - Con un po' di manualità e pazienza è possibile realizzare in casa il tuna tube, con meno di 50 euro. Materiale occorrente: 2 tubi di cm 50 di scarico pluviale (quello arancione per intenderci) da 110 o 125 a seconda delle dimensioni che preferiamo, 110 è consigliabile per tunnidi sotto kg 1, 125 per superiori al chilo); 2 innesti a forma conica sempre per pluviale (di colore arancione) per l’afflusso dell’acqua; 2 raccordi maschi da giardinaggio del diametro tale da poterli inserire negli innesti conici; 1 raccordo a T a cui si accoppia l’innesto rapido di alimentazione del flusso d’acqua (eventualmente si consiglia con un sezionatore/rubinetto in modo da dirottare il flusso su un unico tuna tube); 1 innesto rapido da giardinaggio; 1 tubetto di colla per pvc come per esempio il tangit; bombolette vernice epox colore nero per gli interni; una placchetta in plexiglass per eventuale fissaggio a parete o murata dei tuna tube; viteria varia (perni e bulloni) inox A4 per eventuale fissaggio nell’imbarcazione. La realizzazione è abbastanza semplice in quanto una volta tagliati i tubi della lunghezza desiderata, si passerà a incollare i due innesti a forma conica col tangit, per poi incollare al loro interno i due raccordi da giardinaggio. Si terminerà l’operazione con l’assemblaggio del raccordo a T da preferire al centro dei due tuna tube in maniera tale da ripartire il flusso e la portata in maniera uniforme sui due tubi e alle due prede. È consigliabile inserire in prossimità del raccordo a T anche un rubinetto sezionatore. In questo modo, quanto avremo un’esca solamente, possiamo chiudere il rubinetto in modo da bypassare il tuna tube inutilizzato e indirizzare il 100% del flusso di acqua direttamente all’unico tunnide da ossigenare. Un punto di attenzione importante è la scelta dell’innesto a forma conica che deve essere con il foro centrale e non laterale in quanto il flusso d’acqua deve avvenire al centro del tubo e proprio nella bocca del tunnide per poterlo ossigenare al meglio. Il passaggio finale è la verniciatura. Il colore nero all’interno è gradito per “tranquillizzare” le esche, mentre all’esterno potete optare per qualsiasi personalizzazione.
L’autore con un tonno, grande predatore anche mediterraneo che non disdegna l’esca grossa.
Fisso o amovibile? - Nel sistema di montaggio fisso si predilige il posizionamento a poppa e a pochi metri dalla presa di aspirazione della pompa in modo da sfruttare appieno il flusso. Sui migliori fisherman americani si vedono spesso, soluzioni integrate all’interno dello specchio di poppa conferendo armonia al pozzetto e a tutta l’imbarcazione. Qualora invece optassimo per un sistema di fissaggio amovibile si consiglia di dotare i tuna tube di due ganci superiori in modo da poterli ancorare dove ci farà più comodo come ad esempio, una battagliola.

Alimentazione - L’alimentazione necessita di una pompa con un’elevata portata e pressione. Pertanto è estremamente consigliata la pompe autoclave o meglio pompe di sentina di elevata portata, in modo da tenere in vita a lungo i tunnidi. Alcune soluzioni prevedono impianti stagni con più pompe che lavorano all’interno di una scatola, sempre stagna, fissata al di sotto della linea di galleggiamento che viene alimentata da una presa a mare. Tale soluzione con due o tre pompe, consentirà di raddoppiare o triplicare la portata d’acqua e garantire una corretta ossigenazione senza turbolenze anche quandi si utilizza un sistema multiplo con più di 3 tuna tube.


English version


I remember that when, in the late 1980s, I began live-bait trolling for amberjack with my father and Alberto, a very strong fisherman and a great friend, on the legendary BAT Nordic 66 inflatable, live wells were not yet used. To keep the bait lively, mainly large garfish, at that time we used the "agugliera", a system made from a simple Dacron mainline about 10 meters long, sunk with a one-kilo downrigger weight fixed at the end. One meter apart, using a loop, swivel and snap, nylon leaders of 0.25 millimeters were attached, rigged with the same little skein that had caught the bait. With this system the garfish stayed lively because they suffered no shock and were carried under the boat at a trolling speed of one and a half knots.

Over the years the live well appeared and, relatively recently, the tuna tube. With the first, today, we keep alive garfish and other baitfish species, as well as cephalopods such as cuttlefish and squid. With the second, we finally solve the problem of bulky baits, tuna-family fish, for large predators. In fact, a large serranid such as a dusky grouper, or a big pelagic such as an amberjack or tuna, will hardly disdain a one-kilo-plus fish, whether bonito, little tunny or bullet tuna, or a large mackerel such as a 25- to 30-centimeter chub mackerel, well rigged and trolled over the spot in front of their big jaws.

These fish, however, are naturally always moving, often at sustained speed, in order to oxygenate themselves. How can we make them available on board if the live well does not allow it? The tuna tube is very common on American sport-fishing boats for keeping bonitos alive, ocean tuna-family fish of a few kilos used as live baits for large billfish and tuna. Today there are many solutions on the market, including homemade ones, which are the cheapest. But to guarantee the vitality of tuna-family baits, it is very important not to neglect certain construction details of tuna tubes and to equip the boat with an optimal oxygenation system.

Tuna tube - Here the tuna tube comes into play, an oxygenation system conceived by overseas marlin fishermen, great and historic users of these baits. A tuna tube is a more or less cylindrical container that allows the fish to be housed or wedged head-down. In the cylinder, a powerful pump sends a large amount of water upward from below, oxygenating baits even three or four kilos in size as if they were swimming against the current. With this system, tuna-family baits intended for sacrifice can survive even an entire day. Currently there are very attractive systems on the market, even with four, six or more tuna tubes in series, often lined inside with expensive dark-blue gelcoat. The most recent are conical, but all can be installed in the gunwale or transom. In truth, from the initial cylindrical shape and the conical version, the design has evolved thanks to slight lateral compression of the container, which better adapts to the body of the bait.

In current builds, Americans avoid the 90-degree joint or elbow because it increases head loss, reducing flow and pressure by more than 30 percent; this is a serious problem because it reduces the vitality of the tuna-family bait, which also does not like turbulent flow and bubbles. Another recommended aspect is to install a reduced-diameter nozzle, even three-quarters of an inch, which creates a little of the same effect as when we put a thumb over the end of a garden hose, enriching the flow with a well-oxygenated mixture that is more vital for the bait.

How to make one at home - With a little manual skill and patience, it is possible to build a tuna tube at home for less than 50 euros. Required materials: two 50-centimeter rainwater drain pipes, the orange kind, 110 or 125 millimeters depending on the size preferred, 110 being recommended for tuna-family baits under one kilo and 125 for those over a kilo; two conical drainpipe fittings, also orange, for water inflow; two male garden-hose fittings of a diameter that allows them to be inserted into the conical fittings; one T fitting to which the quick-connect water-flow supply is coupled, preferably with a shutoff valve so the flow can be diverted to a single tuna tube; one garden quick connector; one tube of PVC glue such as Tangit; black epoxy spray paint for the interiors; a Plexiglas plate for possible wall or gunwale mounting of the tuna tubes; assorted A4 stainless-steel screws and bolts for mounting on the boat.

Construction is quite simple. Once the pipes have been cut to the desired length, the two conical fittings are glued with Tangit, then the two garden fittings are glued inside them. The operation ends with assembly of the T fitting, preferably placed in the center between the two tuna tubes so as to distribute flow and output evenly to both tubes and both baits. It is advisable to place a shutoff valve near the T fitting. This way, when we have only one bait, we can close the valve to bypass the unused tube and direct 100 percent of the water flow to the single tuna-family bait that needs oxygenating.

An important point is the choice of the conical fitting, which must have the central hole and not a side hole, because the water flow must enter the center of the tube and precisely into the mouth of the tuna-family bait in order to oxygenate it as well as possible. The final step is painting. Black on the inside is useful for calming the baits, while on the outside you can choose any personalization.

Fixed or removable? - In a fixed mounting system, stern positioning is preferred, only a few meters from the pump intake, in order to take full advantage of the flow. On the best American sport-fishing boats, integrated solutions are often seen inside the transom, giving harmony to the cockpit and the whole boat. If instead we choose a removable mounting system, it is advisable to equip the tuna tubes with two upper hooks so they can be anchored wherever most convenient, for example on a rail.

Power supply - The supply requires a pump with high flow and pressure. Therefore an autoclave pump is strongly recommended, or better, high-flow bilge pumps, in order to keep tuna-family baits alive for a long time. Some solutions use sealed systems with several pumps working inside a sealed box mounted below the waterline and fed by a sea intake. Such a solution with two or three pumps will double or triple water flow and guarantee correct oxygenation without turbulence even when a multiple system with more than three tuna tubes is used.

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L'arresto di un dipendente italiano di Google, l'UE che multa Temu, la funzione antifurto di iPhone


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Comunicazione: ricordiamo che domani 2 giugno 2026, per la Festa della Repubblica, Morning Tech si prenderà una pausa. Ci vediamo mercoledì 3 giugno!

Buon lunedì,
i mercati predittivi hanno fortificato il rischio di insider trading: oggi vedremo il secondo arresto all'interno di Google che riguarda proprio un dipendente italiano. Poi parleremo della maxi multa della Commissione Europea a Temu; vedremo la nuova funzione antifurto di iPhone; e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Le news di oggi, selezionate a mano.

Un dipendente italiano di Google è stato arrestato per aver usato informazioni riservate per guadagnare su Polymarket


Business
Michele Spagnuolo, ingegnere italiano di Google a Zurigo, è stato arrestato a New York con accuse di frode e riciclaggio. Secondo la denuncia, tra ottobre e dicembre 2025 avrebbe usato dati interni riservati di Google per scommettere su Polymarket, piattaforma dove si puntano soldi sull’esito di eventi futuri. In un caso avrebbe guadagnato 1,2 milioni di dollari prevedendo chi sarebbe stata la persona più cercata su Google nel 2025. L’account usato, AlphaRaccoon, era già sospettato perché indovinava con frequenza anomala. Google ha sospeso il dipendente; Polymarket dice di avere segnalato il caso alle autorità.
~
Fonte: Wired Italia

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Temu multata dalla Commissione Europea per vendita di beni non sicuri


Legge
La Commissione europea ha multato Temu per 200 milioni di euro perché, secondo Bruxelles, non ha controllato abbastanza la vendita di prodotti illegali o non sicuri nell’Unione europea. La decisione si appoggia al Digital Services Act, la legge UE che obbliga le grandi piattaforme a valutare e ridurre i rischi per gli utenti. Durante l’indagine, l’UE ha fatto acquisti in incognito e ha trovato caricabatterie sotto gli standard minimi di sicurezza e giocattoli con rischi chimici o di soffocamento. Temu dovrà presentare entro il 28 agosto un piano correttivo e può fare ricorso. Bruxelles sta verificando anche Shein e AliExpress.
~
Fonte: The New York Times
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Apple sta sviluppando un anti-furto per iPhone che blocca subito i telefoni rubati


Big tech
Apple sta lavorando a una funzione antifurto che blocca automaticamente l’iPhone se viene strappato di mano al proprietario. Il sistema, emerso nel codice analizzato da 9to5Mac, userebbe sensori come giroscopio e accelerometro per riconoscere un movimento improvviso; potrebbe anche usare Apple Watch per capire se il telefono si allontana bruscamente dal polso. Dopo il blocco si attiverebbe Stolen Device Protection, che limita l’accesso a password, carte e impostazioni sensibili quando l’utente è lontano da luoghi familiari. Per cambiare la password dell’Apple Account può imporre anche un’attesa di un’ora. Non è ancora chiaro quando arriverà.
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Fonte: MacRumors
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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La NASA seleziona Blue Origin di Jeff Bezos per la prima di tre missioni lunari senza equipaggio


Spazio
La NASA ha scelto Blue Origin per la prima di tre missioni lunari senza equipaggio previste nel 2026, pensate per preparare una futura base sulla Luna. La missione iniziale, Moon Base One, dovrebbe partire in autunno con Endurance, un lander cargo di Blue Origin, e porterà strumenti scientifici vicino al polo sud lunare, nell’area Shackleton de Gerlache Ridge. Blue Origin riceverà 230,4 milioni di dollari per ciascuna delle prime due missioni, con gran parte dei costi coperti dall’azienda. La NASA prevede oltre dodici missioni successive per testare rover, trasporti, logistica e sistemi di sopravvivenza. Una base operativa lunare è indicata tra il 2029 e il 2032.
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Fonte: The Guardian
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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L'Illinois approva una legge storica sulla regolamentazione dell'IA


Legge
L’Illinois ha approvato una legge per imporre limiti e obblighi alle aziende che sviluppano sistemi di intelligenza artificiale avanzati. Entrerà in vigore il 1° gennaio 2027 se sarà firmata dal governatore JB Pritzker. Il testo non permette ai privati di fare causa direttamente, ma prevede sanzioni civili per le imprese che violano le regole. Il deputato Daniel Didech, promotore della legge, dice che sarebbe servita una norma federale, ma il Congresso non ha ancora agito. La senatrice Mary Edly-Allen sostiene che la legge non sia pesante e che sia stata pensata per prevenire i danni più gravi ma senza bloccare l’innovazione.
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Fonte: Ars Technica
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Un dipendente italiano di Google è stato arrestato per aver usato informazioni riservate per guadagnare su Polymarket


In breve:


Michele Spagnuolo, ingegnere italiano di Google a Zurigo, è stato arrestato a New York con accuse di frode e riciclaggio. Secondo la denuncia, tra ottobre e dicembre 2025 avrebbe usato dati interni riservati di Google per scommettere su Polymarket, piattaforma dove si puntano soldi sull’esito di eventi futuri. In un caso avrebbe guadagnato 1,2 milioni di dollari prevedendo chi sarebbe stata la persona più cercata su Google nel 2025. L’account usato, AlphaRaccoon, era già sospettato perché indovinava con frequenza anomala. Google ha sospeso il dipendente; Polymarket dice di avere segnalato il caso alle autorità.

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Un dipendente italiano di Google è stato arrestato con l’accusa di aver usato informazioni riservate per guadagnare su Polymarket
Il 36enne Michele Spagnuolo avrebbe sfruttato la sua posizione per fare insider trading e vincere scommesse sul prediction market
Wired ItaliaKate Knibbs and Edoardo Gerardo Zaccone

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La NASA seleziona Blue Origin di Jeff Bezos per la prima di tre missioni lunari senza equipaggio


Verso la base operativa lunare.
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Nasa selects Jeff Bezos’s Blue Origin for first of three uncrewed lunar missions
Three lunar landings are planned for this year in preparation for the construction of a $20bn moon base
The GuardianRichard Luscombe

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L'Illinois approva una legge storica sulla regolamentazione dell'IA


Gli stati iniziano ad organizzarsi in assenza di legge federali.
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Temu multata dalla Commissione Europea per vendita di beni non sicuri


Sotto gli standard di sicurezza e pericolosi per i bambini.

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The New York Times - Temu Hit With Fine in E.U. Over Sales of Unsafe Goods

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Apple sta sviluppando un antifurto per iPhone che blocca subito i telefoni rubati


Userebbe il giroscopio, l'accelerometro e anche l'Apple Watch.
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Apple Developing iPhone Anti-Snatching Feature That Locks Stolen Phones Instantly
Apple is developing a new feature that will lock your iPhone if it’s snatched from your hand by a thief, according to Apple code seen by 9to5Mac. The option will use the gyroscope, accelerometer, and other sensors to determine when an iPhone has been grabbed. It’ll also rely on a paired Apple Watch to detect when the iPhone has suddenly moved away from the owner’s wrist.
MacRumorsJuli Clover

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Un dipendente italiano di Google è stato arrestato per aver usato informazioni riservate per guadagnare su Polymarket


Con vincite milionarie.
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Michele Spagnuolo, ingegnere italiano di Google a Zurigo, è stato arrestato a New York con accuse di frode e riciclaggio. Secondo la denuncia, tra ottobre e dicembre 2025 avrebbe usato dati interni riservati di Google per scommettere su Polymarket, piattaforma dove si puntano soldi sull’esito di eventi futuri. In un caso avrebbe guadagnato 1,2 milioni di dollari prevedendo chi sarebbe stata la persona più cercata su Google nel 2025. L’account usato, AlphaRaccoon, era già sospettato perché indovinava con frequenza anomala. Google ha sospeso il dipendente; Polymarket dice di avere segnalato il caso alle autorità.

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Il 36enne Michele Spagnuolo avrebbe sfruttato la sua posizione per fare insider trading e vincere scommesse sul prediction market
Wired ItaliaKate Knibbs and Edoardo Gerardo Zaccone

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