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Un dipendente italiano di Google è stato arrestato per aver usato informazioni riservate per guadagnare su Polymarket


Con vincite milionarie.
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In breve:


Michele Spagnuolo, ingegnere italiano di Google a Zurigo, è stato arrestato a New York con accuse di frode e riciclaggio. Secondo la denuncia, tra ottobre e dicembre 2025 avrebbe usato dati interni riservati di Google per scommettere su Polymarket, piattaforma dove si puntano soldi sull’esito di eventi futuri. In un caso avrebbe guadagnato 1,2 milioni di dollari prevedendo chi sarebbe stata la persona più cercata su Google nel 2025. L’account usato, AlphaRaccoon, era già sospettato perché indovinava con frequenza anomala. Google ha sospeso il dipendente; Polymarket dice di avere segnalato il caso alle autorità.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Un dipendente italiano di Google è stato arrestato con l’accusa di aver usato informazioni riservate per guadagnare su Polymarket
Il 36enne Michele Spagnuolo avrebbe sfruttato la sua posizione per fare insider trading e vincere scommesse sul prediction market
Wired ItaliaKate Knibbs and Edoardo Gerardo Zaccone

Riassunto completo:


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Popolarità Trump, prosegue lo stallo degli ultimi mesi (31 maggio)


Non si vede la luce in fondo al tunnel per Trump, che continua il saliscendi di pochi decimali da una settimana all'altra senza ottenere i guadagni significativi che gli servirebbero. I numeri continuano ad essere pessimi, ma non così lontani da quelli di Biden.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

In attesa degli sviluppi nei negoziati con l'Iran, prosegue un periodo piatto in cui da un punto di vista prettamente numerico non si segnalano scostamenti di rilievo da una settimana all’altra, con piccole oscillazioni decimali che non risollevano la popolarità di Trump dai livelli minimi in cui è caduto.

La situazione per il tycoon continua ad essere estremamente drammatica, ed è difficile trovare dei dati così negativi nella storia recente della politica americana.

Il net rating ondeggia intorno alla cifra record di -20, con il tasso di approvazione che ora è sotto al 40% nelle medie analizzate e con la disapprovazione non lontana dal 60%.

Sono numeri terrificanti, che non erano mai stati toccati nemmeno nei momenti peggiori del primo mandato e fino a dieci punti inferiori rispetto a prima della guerra in Iran.

Per il tycoon sarà difficile rialzarsi da questa situazione: soprattutto qualora non si arrivasse a una pace duratura o dovessero perdurare il caos e la paralisi della situazione, i numeri potrebbero scivolare ulteriormente verso il basso.

Il dato è peggiore di circa due punti rispetto alla già catastrofica media di Joe Biden nel maggio 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di qualunque presidente fino al giorno d’oggi dopo sedici mesi di presidenza, nonostante la distanza col suo predecessore si stia riducendo. Arriva addirittura a quasi undici punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie registrano segni opposti rispetto a sette giorni fa, con RCP e Focus America che segnalano unmodestomiglioramentoe Silver che rileva uno scostamento di poco conto.

Come già accennato, dopo più di sedici mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca sotto rispetto ai primi sedici mesi del suo primo mandato e di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 495 giorni di presidenza (-19,3 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, indietro come detto anche rispetto al suo primo mandato, in cui era ben più del doppio, a -8,8.

Anche Joe Biden, comunque, con il suo -17,7 non brillava particolarmente dopo sedici mesi di presidenza.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 38% e il 40%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi dei negoziati di pace con l’Iran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
5 rilevazioni di 5 istituti — 31 maggio 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 1 sondaggio
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 2 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 2 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 31 maggio 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,5% (-0,4) - 57,9% (-0,2). In totale un net approval arrotondato di -19,4 (-0,2).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 40% (+0,2) - 57,8% (-0,5). In totale un rating di -17,8 (+0,7).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 38,4% (-) - 57,7% (-1), con in totale un rating di -19,3 (+1). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)

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Pulviscolo #5


La crisi che è arrivata. Una fotografia di Petra Collins. Le parole giapponesi per dire turismo e altre mirabolanti meraviglie.
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Questa è Pulviscolo, la mia rubrica di link curati. Una selezione di particelle di materia da leggere, guardare o ascoltare una volta al mese.

🆘
A inizio marzo il mio profilo Facebook ha ricevuto uno strike. La foto di un data center che ho usato per illustrare un mio post era marcata falsa da un fact checker del Burkina Faso. Quel data center non è nel paese africano. E anche se non l'ho mai dato neanche a intendere, il fatto di averla pubblicata è una violazione che la piattaforma ritiene abbastanza grave da ridurre la visibilità dei miei contenuti. Questa scelta ha un impatto su questo blog, perché Facebook è il social che uso per farlo conoscere. Da quel momento, infatti, ha smesso di crescere. Se ti va, puoi aiutarmi fino a che la violazione è attiva: se vedi un post del blog su Facebook commenta, condividi o lascia un like. Quando non vedrai più questo messaggio saprai che la situazione si è risolta. 🙏.

Il 31 dicembre del 2025 sono andato a dormire con un progetto: dedicare il 2026 a rafforzare il mio profilo da scrittore. Il mio secondo romanzo riposava nel cassetto e in un documento stava prendendo forma il pitch del saggio sugli usi bellici di robotica e intelligenza artificiale che vorrei scrivere.

Il 1 gennaio mi sono svegliato con la sensazione che intorno a me fosse cambiato qualcosa. Non ho avuto subito ben chiaro cosa fosse cambiato, ma me ne sono accorto perché la voce delle persone con cui parlavo suonava come fratturata da una crepa invisibile.

Il suono di quella vibrazione aliena è diventato come un acufene piantato dentro la mia testa. Un pensiero - fisso, ossessivo, ricorrente - che mi comprimeva il torace tagliando il respiro.

Poi ho capito.

E più che un illuminazione è stato un processo. Come l'immagine che si rivela mano a mano che incastri l'uno con l'altro i pezzi di un puzzle.

Quel cambiamento apparentemente ignoto aveva un nome: crisi.

O recessione, se preferisci chiamarla con il lessico asettico che usano gli economisti sui giornali e in televisione.

La sostanza cambia poco. Perché a prescindere dalla parola che scegli per chiamarla, quando la crisi ti guarda negli occhi fa paura. O almeno l'ha fatta a me, che la incontravo per la prima volta da quando ho scelto l'indipendenza come dimensione professionale.

Altri, con cui mi è capitato di parlare, l'avevano già incontrata e parlare con loro è stato utile, perché ho capito che il contesto non valeva solo per me e, soprattutto, non era un giudizio su di me.

Scriverlo è più facile che viverlo. E accettarlo è ancora più difficile. Non ci riesco sempre, ma provo a farlo in ogni momento.

Alla fine di maggio arrivo così, con la necessità di tenere in equilibrio l'immagine di me che desideravo costruire - quella di autore - e l'immagine di me che mi serve per costruirla - quella di marketing strategist.

In tutto questo ci sono lezioni - che sto imparando - e nuove cose di cui dovrò essere consapevole. Una, su tutte, è che quando scegli l'indipendenza devi perseguirla fino in fondo.

Nel mio piccolo ci sto provando.

Questo blog e tutto quello che ci gira intorno fanno parte di questo sforzo. E in un certo senso ne fai parte anche tu che lo leggi.

Di questo ti ringrazio. E ora spazio alle cose belle 🙂.

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Esce ogni settimana, la domenica sera.


Una ragazza adolescente seduta in un prato.Un foto tratta della serie The Teenage Gaze di Petra Collins, che è una fotografa pazzesca.

Le parole giapponesi per dire turismo


Sono due. La prima, tradizionale, è 観光 (kankō). Tradotta alla lettera significa: "osservare la luce di un paese". La seconda, インバウンド (inbaundo), è una parola contemporanea che ricalca quella inglese inbound, ovvero in entrata. Nella distanza tra i significati di queste due parole - la prima rivolta a noi che osserviamo, la seconda a loro che arrivano - ci sono tutte le contraddizioni del turismo nell'epoca della globalizzazione armata, ben raccontate da Christopher Hobson in una delle ultime uscite di Imperfect notes on an imperfect world, che è una delle mie newsletter preferite. Ti consiglio di seguirla.

Bound to inbound
Nihon, noted
Imperfect notes on an imperfect worldChristopher Hobson


Dentro trovi anche un'affinità tra Giappone e Trentino che non ti aspetti.

La casa di produzione cinematografica che ha cambiato il modo in cui si promuovono i film


Il mio amico Pietro ha scritto un pezzo su A24, una casa di produzione cinematografica che ha iniziato a promuovere i suoi film come se fossero dei brand. Te lo consiglio se ti interessa capire come cambia la comunicazione all'epoca delle piattaforme.

A24, quando il cinema diventa brand - Link
In tempi di guerra dell’attenzione, cinema e marketing condividono sempre più le stesse strategie di hype. Da Spring Breakers a Marty Supreme, A24 mostra come una casa di produzione possa trasformarsi in un brand capace di costruire mondi e generare nuovi consumi.
LinkPriscilla De Pace

Un concerto bello di una band che adoro


Sono un pelo monotematico, me ne rendo conto, ma da qualche mese sono tornato ad ascoltare un sacco di roba punk, emo e hardcore. Tra le band che preferisco ci sono gli Stegosauro di cui è uscito da poco un live su Full HC, benemerito canale YouTube che documenta i live della scena italiana per chi, come me, ai concerti ci riesce ad andare una o due volte all'anno. E ti dirò di più, questi sono proprio i concerti che preferisco e che ti fanno capire che tipo di persona sono.
youtube.com/embed/LRm77ZXTtNI?…

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Amo molto sorseggiarne uno o due durante la giornata, meglio ancora se in compagnia. Se ti piace quello che scrivo puoi offrirmene un donando 1€. Per farlo non devi far altro che cliccare il pulsante e seguire le istruzioni.
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Le Nazioni Unite rischiano la bancarotta tra il braccio di ferro di Stati Uniti e Cina


Washington è in arretrato di oltre 4 miliardi di dollari e Pechino rinvia i pagamenti per ottenere leva politica. L'ONU prevede di restare senza liquidità entro metà agosto.

Le Nazioni Unite si avvicinano al collasso finanziario mentre Stati Uniti e Cina, i due principali contribuenti, trattengono i pagamenti dovuti per pesare sul controllo dell'organizzazione. Secondo un'inchiesta del Wall Street Journal, gli Stati Uniti sono in arretrato di oltre 4 miliardi di dollari, mentre Pechino deve ancora 455 milioni anche dopo aver versato quasi 850 milioni nel corso della visita del ministro degli Esteri Wang Yi.

Il segretario generale António Guterres ha parlato di una "corsa alla bancarotta" e di un "rischio molto concreto di collasso finanziario dell'organizzazione". Sulla traiettoria attuale l'ONU resterà senza liquidità entro metà agosto, proprio nei giorni in cui la procedura per scegliere il successore di Guterres entrerà nella fase decisiva. Le risorse di Washington e Pechino coprono insieme il 42% del bilancio ordinario.
La corsa alla bancarotta delle Nazioni Unite — FocusAmerica

Nazioni Unite · La crisi dei conti

La corsa alla bancarotta delle Nazioni Unite


Stati Uniti e Cina, i due maggiori contribuenti, stanno trattenendo i versamenti dovuti per aumentare il proprio peso sul controllo dell'organizzazione. Di questo passo, le Nazioni Unite rischiano di restare senza liquidità entro metà agosto.

Fonte: inchiesta del Wall Street Journal Senza liquidità entro metà agosto


0%
del bilancio
ordinario ONU

Due Paesi su 193

Stati Uniti e Cina insieme sostengono quasi metà del bilancio ordinario delle Nazioni Unite. Ed entrambi stanno trattenendo i pagamenti dovuti.

Stati Uniti · circa 22%
Cina · oltre il 20%
Altri 191 Paesi · 58%

Esplora in dettaglio
1Il debito 2Il collasso 3Le strategie 4Cronologia

Chi deve e quanto

Il debito americano vale quasi dieci volte quello cinese


Gli arretrati dovuti da Washington si dividono tra il bilancio ordinario e le missioni di pace. Pechino, dopo aver versato 850 milioni durante la visita del ministro Wang Yi, deve ancora 455 milioni.

Stati Uniti 4,28 mld $

Cina 455 mln $

Bilancio ordinario — 2,04 mld
Missioni di pace — 2,25 mld

42%
La quota del bilancio ordinario che dipende dai versamenti di Stati Uniti e Cina.

Con i due maggiori contribuenti che trattengono i propri fondi, il bilancio ordinario dell'ONU ha perso di colpo oltre due quinti delle proprie entrate.

Le conseguenze

Tagli record, ma i margini sono ormai quasi esauriti


Stretta dalla crisi di liquidità, le Nazioni Unite hanno ridotto la propria spesa come mai prima. Ma gran parte del bilancio resta incomprimibile: solo gli stipendi assorbono il 70% delle uscite.

Metà agosto
Le Nazioni Unite resteranno senza liquidità

3.000
Posti del segretariato eliminati, un record

70%
Delle spese assorbito dagli stipendi

75 anni
L'età della sede di New York, con la manutenzione rinviata

I tagli effettuati

  • Scale mobili spente e meno ore di lavoro per gli interpreti.
  • Ritiro accelerato dei caschi blu dalla Repubblica Democratica del Congo.
  • Rimborsi rinviati a Nepal e Bangladesh, tra i principali Paesi fornitori di caschi blu.


Il paradosso

Per risparmiare 700.000 dollari, il revisore dei conti ha dovuto chiudere uno degli ingressi della sede. I diplomatici hanno protestato per il disagio e il varco è stato riaperto due giorni dopo.

«Siamo intrappolati in un ciclo kafkiano», ha scritto Guterres agli Stati membri.

Due strategie opposte

Washington taglia apertamente, Pechino temporeggia


Entrambe le potenze usano i contributi come leva sull'organizzazione, ma con metodi e obiettivi diversi.

Stati Uniti Pressione diretta

Rifiutano di saldare il debito e condizionano ogni nuovo versamento a tagli più profondi. Hanno abbandonato l'Organizzazione Mondiale della Sanità e decine di altri programmi.

oltre 10 mld → 3,8 mld $
Aiuti umanitari annui, in forte calo

4,28 mld $Arretrati totali verso l'ONU
Dal 2027Rischio di perdere il voto nell'Assemblea generale

Cina Pressione silenziosa

Si presenta come difensore dell'organizzazione e «primo contributore di fatto». Ma dal 2022 rinvia le quote finali e usa il Gruppo dei 77 per ridurre la spesa per i diritti umani.

~5% → oltre 20%
La sua quota del bilancio ordinario, cresciuta in dieci anni

455 mln $Quote ancora da versare
MinimoIl contributo agli aiuti umanitari

La sequenza

Le tappe verso il collasso

Dieci anni fa
La Cina copriva circa il 5% del bilancio ordinario delle Nazioni Unite. Oggi supera il 20%.

Dal 2022
Pechino comincia a rinviare il versamento delle proprie quote per ottenere maggiore leva politica.

Dicembre 2025
Il Dipartimento di Stato americano avverte che le agenzie ONU «dovranno adattarsi, ridursi o morire». Viene chiusa anche l'Agenzia per lo Sviluppo americana USAID.

Maggio 2026
La Cina blocca una proposta per ridurre la paga dei caschi blu delle Nazioni Unite.

Metà agosto 2026
Data stimata in cui le Nazioni Unite resteranno senza liquidità, proprio mentre si avvia la scelta del successore di Guterres.

2027
Senza ulteriori versamenti, gli Stati Uniti rischiano di perdere il diritto di voto nell'Assemblea generale.

Fonte Wall Street Journal — Nazioni Unite. Quote di contribuzione al bilancio ordinario: Stati Uniti circa 22%, Cina oltre il 20%. Arretrati Usa: 2,037 mld (bilancio ordinario) e 2,247 mld (missioni di pace). Cifre in dollari · Maggio 2026.

L'Amministrazione del presidente Trump ha rifiutato di saldare il debito e ha lasciato decine di programmi e agenzie, tra cui l'Organizzazione mondiale della sanità, denunciando spese inutili e scelte politiche sbagliate. Gli arretrati statunitensi ammontano a 2,037 miliardi per il bilancio regolare e 2,247 miliardi per il peacekeeping. L'ambasciatore Mike Waltz ha promesso un versamento "sostanziale" ma lo ha condizionato a tagli più profondi. Senza pagamenti, gli Stati Uniti potrebbero perdere il diritto di voto nell'Assemblea generale già nel 2027, soglia che scatta quando gli arretrati superano due anni di contributi dovuti.

La Cina, che dieci anni fa contribuiva per circa il 5% del bilancio ed è ora al di sopra del 20%, si presenta come il principale difensore dell'organizzazione e in una stoccata agli Stati Uniti si definisce "di fatto il primo contributore finanziario". Ma dal 2022 ha cominciato a rinviare il versamento delle quote finali, una mossa che secondo gli analisti dell'ONU serve a ottenere leva politica. Un anno Pechino ha pagato solo il 27 dicembre.

Stretta dalla mancanza di cassa, l'ONU ha tagliato come mai in passato. Ha chiuso uffici ed eliminato 3.000 posti del segretariato, un record. Ha ridotto le ore degli interpreti, spento le scale mobili e rimandato la manutenzione del rivestimento pericolante della sede di New York, vecchia di 75 anni. Ha accelerato il ritiro dei caschi blu da punti caldi africani come la Repubblica Democratica del Congo e ha ritardato i rimborsi a Nepal e Bangladesh, paesi poveri che forniscono il grosso dei contingenti di peacekeeping.

Cosa accadrebbe in caso di insolvenza non è chiaro. Lo staff in tutto il mondo resterebbe senza stipendio e programmi alimentari e di sicurezza si fermerebbero. L'ONU non può prendere denaro a prestito e la sua leadership ha poteri limitati per ristrutturare le operazioni o licenziare i dipendenti, le cui retribuzioni assorbono il 70% delle spese. Sono i 193 Stati membri a decidere mandati e personale, e tendono ad aggiungere iniziative più che a ridurre i circa 40.000 programmi esistenti. Quando il revisore dei conti ha provato a chiudere uno degli ingressi sicuri della sede per risparmiare 700.000 dollari, i diplomatici si sono ribellati per il disagio e il varco è stato riaperto due giorni dopo.

I fondi non spesi a fine anno vengono restituiti agli Stati membri in proporzione a quanto devono, indipendentemente dal fatto che abbiano contribuito o meno. I pagamenti cronicamente in ritardo lasciano poco tempo per usare le risorse. I crediti accumulati ammontano a 299 milioni per il 2026, oltre il 9% del bilancio, e si stima saliranno a 400 milioni l'anno prossimo. "Siamo intrappolati in un ciclo kafkiano, ci viene chiesto di restituire denaro che non esiste", ha scritto Guterres ai membri chiedendo di modificare la regola.

L'amministrazione Trump ha riorganizzato il proprio sostegno volontario, parallelamente alla chiusura dell'Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale. I fondi vengono ora convogliati attraverso un unico dipartimento, l'Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari, con 3,8 miliardi già stanziati. Washington resta il principale finanziatore degli aiuti umanitari, ma la cifra è scesa dagli oltre 10 miliardi annui degli anni precedenti. Le nuove regole pongono vincoli sull'uso dei fondi e lasciano in sospeso il sostegno diretto ad agenzie specializzate come l'Unicef. "Le singole agenzie ONU dovranno adattarsi, ridursi o morire", ha dichiarato il Dipartimento di Stato a dicembre.

Anche altri donatori storici stanno riducendo i finanziamenti. Le politiche di austerità nel Regno Unito e in Germania e gli spostamenti a destra in Svezia e Paesi Bassi hanno ridotto le risorse per i programmi umanitari, mentre l'Argentina, come gli Stati Uniti, è uscita dall'OMS. "Gli Stati Uniti sono l'emblema della tendenza, ma non sono un caso unico", ha dichiarato al Wall Street Journal Thibault Camelli, ex diplomatico francese ora alla New York University ed esperto del bilancio ONU.

La pressione cinese è più sottile e passa attraverso il Comitato consultivo sulle questioni amministrative e di bilancio, l'organismo che controlla i conti dell'organizzazione. Pechino spesso parla per bocca del Gruppo dei 77, la coalizione di paesi in via di sviluppo. A maggio si è opposta a una proposta che avrebbe ridotto la paga dei peacekeeper, molti dei quali sono cinesi. Uno studio di una organizzazione non governativa pubblicato quest'anno ha ricostruito come la Cina abbia usato il G77 insieme alla Russia per spingere il comitato a tagliare la spesa per i diritti umani. Il contributo cinese ai programmi umanitari resta minimo.

"Gli Stati Uniti non pagano le quote e negli ultimi anni la Cina ha manipolato il sistema dei pagamenti", ha dichiarato al Wall Street Journal Jordie Hannum, responsabile delle relazioni Stati Uniti-ONU della United Nations Foundation.

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)

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One Pope After Another


My take on the new Encyclical from Pope Leo? None whatsoever.
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English translation of the Italian 10x33 episode, first aired on 29 May, 2026.

Do you know what I have to say about Pope Leo XIV’s new encyclical Magnifica Humanitas?

Nothing whatsoever.

You see, I don’t have any connections in the Vatican who’ll leak me the draft under strict embargo.

I don’t presume to read through 200 pages of doctrine and understand more than one percent of the references; I already struggle with a few simple passages from the Gospels in Enzo Bianchi’s Bible.

And I don’t even have the nerve to rely on an LLM to quote encyclicals and play the couch Vatican expert on social media.

But above all, I don’t look to St. Peter when it comes to ethics, and even less so when it comes to Artificial Intelligence. One of the problems with the debate on Artificial Intelligence is the constant and manipulative drift into metaphysics, and the political consequences of this drift. Faith just does not seem to me to be the most suitable starting point for discussing science, technology, and politics.

The Pope is entirely free to hold whatever opinion he wishes on any subject, and everyone is free to take it as their own reference point, but for me, what is sacred above all is the separation of Church and State, and therefore of politics and faith.

So I won’t try to explain to anyone whether the Church is for or against Artificial Intelligence, for or against the tech giants, or what significance a humanistic Artificial Intelligence might have for an organized religion.

It may sound strange to you, but I really have no opinion on the matter.

What I mean is, I have no opinions on the content, but I do have opinions on the act.

Let’s start with the basics.

An encyclical is first and foremost a marketing document, a strategic positioning document.

This is not meant to be a criticism. A book I read many years ago was titled “Jesus Washes Whiter, Or How the Church Invented Marketing.” It was written by a one-of-a-kind advertising executive, Bruno Ballardini, and it recognized something that almost everyone overlooks in favor of focusing on doctrinal content: the Church always engages in strategic communication, and it does so better and with greater awareness than any communications firm. It’s no coincidence that it’s been around for two thousand years.

To its secular counterparts of the moment, the Church has always said: we were here before you, and rest assured we will still be here after you, which is why your power and money cannot buy us; at most, if we come to an agreement, you can have our cautious and temporary proximity. Do you really want to count your chickens before they hatch?

And so, while the techbros blather incessaantly their millenarian delusions, while Europe’s only response to US language models is a French language model, while every manager and every shareholder revels in the idea of having work without workers, while the very idea of human labor is called into question, and millions of people see every certainty of the future vanish...

the Church steps in to say, “oh, but replacing work with Artificial Intelligence, burning through resources as if there were no tomorrow, sowing social insecurity, and automating war isn’t nice, you know? Maybe we should think it through more carefully.”

We must acknowledge that this is a masterstroke. Also because, according to what the newspaper commentaries say, it’s not as if Pope Leo said anything new. These are the same arguments that have been circulating since ChatGPT appeared, and not even all of them, nor even the most hard-hitting ones.

And since it’s a masterstroke, it’s even hard to notice that Pope Leo, in fact, doesn’t take any specific position for or against: he says there is potential, he says there are risks.

What profound insight, what ethical lighthouse!

One position is clear: the Encyclical states that Artificial Intelligence represents the future. But here's the rub: that's the techbro sales pitch.

The fact that Pope Leo starts by taking that sales pitch for granted is not a mere political act. For nitty-gritty politics, there are the cardinals, at most. A Pope in an encyclical sets the tone. He defines the context that, from that moment on, determines what is acceptable and how we will discuss it. The encyclical builds the Overton window.

The Pope is saying, “Gentlemen of Silicon Valley, you have these technological toys and a lot of money and power. We know a thing or two about power; welcome. Now let's talk.”

One has to admire the nonchalance with which those who are, to all intents and purposes, idolaters, who in other times would have been burned at the stake, are recognized as legitimate counterparts.

But that’s the way it is, and the reulst of this is that the Church positions itself as the necessary interlocutor in a dialogue in which, up to now, States have only proven their ineptitude.

This is not cynicism; it is what the Church has done since forever, and certainly since it "voluntarily" renounced temporal power, discovering that it could wield far greater influence without it.

Because there is also another thing going unnoticed. Everyone rightly points out the coincidence of dates between the publication of Pope Leo XIV’s Magnifica Humanitas and that of Pope Leo XIII’s Rerum Novarum.

Same pope’s name, same date: exegetes are having a field day; the Church is a master in references and allusions, and it certainly doesn’t have them written by ChatGPT.

But at a time when opposition to language models is reawakening civil society’s engagement in response to the lethargy of the political class and the greed of the business class, it occurs to me that Rerum Novarum itself made one thing very clear: that socialism was not the answer to conflicts in the world of work. My religion teacher explained this to me in high school.

And in a world where economic inequality is reaching levels known only in the Ancien Régime, I’m not surprised that the Church is taking a stand: any power is a good interlocutor, except the power of the masses, who have a habit of speaking of universal rights and equality. It’s hard to talk about power with those who argue that there should be no power other than that of the sovereign people. The masses reclaiming their rights tend to be godless and without the requisite fear of God, and the Good Shepherd needs a flock.

You say, you’re being anticlerical. Of course I’m anticlerical; I have a brain and a memory.

My brain lets me remember that in secular affairs, the Church always plays both sides, and carefully denied the entry of any other players. And my memory reminds me that Benedict XV called World War I “a useless slaughter,” but in 1917, after four years, millions of casualties, and evidence that the heirs to the Sacred Roman Empire were not going to win after all; his successor, Pius XI, signed the Lateran Pacts with Mussolini, a fascist dictator with a socialist and anticlerical past. Under the next Pope, Pius XII, after 1945 the Church offered shelter and escape routes to South America for hundreds of Nazi and Fascist leaders, while the Pope was busy excommunicating Christian communists while at the same time stating that both Communism and Capitalism were threats to the order and balance of the family hearth, which women were called upon to preserve.

More recently, Pope John Paul II is universally acclaimed for having supported (and, for many, helped bring about) the fall of the communist regimes in Poland and the rest of the countries behind the Iron Curtain; but it is the same Pope who smiled as he shook hands with the fascist dictator Pinochet, and turned a blind eye while the CIA and its henchmen massacred the priests in South America who took the Church’s verbal support for Liberation Theology too literally.

We could go on and on, but these are just examples. What I said at the beginning still holds true: I don’t look to St. Peter when it comes to science, ethics, or politics.

I want to see what will happen now. Whether everyone will fall into the trap and restrain themselves to commenting for or against whatever sounds like a proposal in the Encyclical, remaining rigidly within the papal Overton window, or whether we will finally have politicians capable of considering the rights and needs of their constituents and going beyond the statements of principle of those who, no matter who wins, with deep Christian compassion for the victims, will always sit alongside the victor.

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Trump dubita di Vance come suo erede per il 2028


Secondo un'analisi del New York Times, il presidente in privato si chiede se il vicepresidente abbia la stoffa per arrivare in fondo e lo paragona spesso al segretario di Stato Marco Rubio

Il presidente Donald Trump dubita in privato che il suo vice JD Vance abbia la stoffa per arrivare fino in fondo e diventare il suo erede politico nel 2028. A riportarlo è il New York Times, secondo cui nelle conversazioni con collaboratori e alleati, il presidente interrompe spesso le riunioni con la stessa domanda sul vicepresidente, e in genere si dà da solo la risposta: non ne è così sicuro.

Trump non sta abbandonando Vance. Lo coinvolge nelle decisioni più importanti, gli ha dato occasioni di alto profilo per costruirsi una piattaforma in vista del 2028 e si affida al vicepresidente quarantunenne per condurre le battaglie più dure contro gli avversari del Partito repubblicano. In un consiglio dei ministri di questa settimana, il presidente ha paragonato Vance a Eliot Ness, l'agente federale che combatté il crimine organizzato, per il suo lavoro contro le frodi negli Stati a guida democratica.

Il presidente da tempo conduce una sorta di sondaggio continuo sui suoi collaboratori più stretti, e sembra divertirsi a metterli alla prova per affermare il proprio dominio. Diverse persone della sua cerchia sono state oggetto di queste valutazioni semipubbliche sul loro rendimento e sul loro futuro. Con Vance però la posta in gioco è più alta: come probabile candidato repubblicano alla presidenza ed erede designato del movimento politico costruito da Trump, il vicepresidente dipende in modo decisivo dall'entusiasmo del sostegno che riceve dalla Casa Bianca.
L'erede in dubbio — FocusAmerica

Successione 2028 · Il nodo Vance

L'erede in dubbio: Trump non è più convinto di JD Vance


Il presidente ha affidato al vicepresidente le battaglie più dure, ma in privato si chiede sempre più spesso se abbia la stoffa per succedergli nel 2028. E intanto guarda con crescente interesse a un rivale: il Segretario di Stato Marco Rubio.

New York Times Ricostruzione sulla base di oltre dieci fonti

Il consenso di JD Vance

Tra i repubblicani
75%

contro

Nel Paese
39%

Ha un'opinione favorevole del vicepresidente (Pew, febbraio)
Approva il suo operato a livello nazionale (Quinnipiac)

Adorato dalla base elettorale MAGA, ma fermo al 39% nel resto del Paese: è questo squilibrio il vero problema di ogni erede di Trump.

Esplora l'analisi
1 Il duello 2 Le frizioni 3 Le zavorre 4 I numeri

JD Vance vs Marco Rubio

Due possibili eredi, una sola torcia da passare


Trump non ha ancora scelto chi dovrà sostituirlo. Per ora elogia entrambi, ma lascia intendere di non sostenere nessuno dei due. E Rubio, per i suoi incarichi, gli sta semplicemente più vicino: viaggia con lui e ne ha consolidato la fiducia.

A chi piace JD Vance? A chi piace Marco Rubio? — Le domande di Trump agli invitati durante una cena al Rose Garden

JD Vance
Vicepresidente

Marco Rubio
Segretario di Stato

Vicinanza fisica a Trump

Non vola sull'Air Force One

Viaggia spesso con il presidente

Tempo trascorso col presidente

Più defilato

Più di Vance, anche nei weekend in Florida

La carta vincente

Lealtà e presa sulla base MAGA

Trump si dice "molto colpito" dal suo lavoro

Il verdetto di Trump

"Molto probabilmente" sarà l'erede (estate scorsa)

Possibile candidato in un ticket presidenziale

Le frecciatine del presidente

Gli episodi che Trump rinfaccia a Vance


In privato parlando con collaboratori e alleati, il presidente torna spesso sulle volte in cui il vicepresidente, a suo giudizio, non si è dimostrato all'altezza. Tocca un episodio per leggere il dettaglio.

1
Il trofeo fatto cadere alla Casa Bianca

La scorsa primavera Vance fece cadere il trofeo del campionato nazionale di football di Ohio State sul prato sud della Casa Bianca. Trump ha ricordato spesso l'episodio, dicendosi contento che non fosse capitato a lui.

2
Le troppe vacanze

Il presidente ha tirato più volte in ballo il numero di vacanze che il vicepresidente si è preso da quando è in carica, ricordando che lui stesso in genere non ne fa.

3
Le riserve sulla guerra con l'Iran

Trump ha ricordato più volte, anche davanti allo stesso Vance, la sua iniziale contrarietà al conflitto: "Sono più amante della pace di te, ma ho dovuto farlo".

4
La missione diplomatica fallita in Pakistan

Il presidente ha messo in discussione anche la sua scelta di affidare a Vance la guida della delegazione inviata in Pakistan per un negoziato con l'Iran, poi fallito.

5
"Perché non sei più servile?"

A una colazione con i senatori repubblicani, Trump si è chiesto ad alta voce perché Vance non fosse deferente e servile come i funzionari cinesi di Xi Jinping: "JD si intromette nelle mie conversazioni!".

6
Persino le scarpe

Le critiche del presidente toccano anche dettagli minimi di stile, come le scarpe indossate dal vicepresidente.

Il percorso verso il 2028

Le zavorre che Vance si porta dietro


Per ottenere la nomination repubblicana per il 2028, il vicepresidente deve restare nelle grazie di Trump e ricucire con un partito diviso dalle sue scelte. Diverse mosse recenti gli si sono ritorte contro.

La guerra con l'Iran
Promessa rotta

Aveva costruito la propria ascesa sulla critica all'interventismo americano all'estero. Difendere il conflitto lo ha messo, secondo Tucker Carlson, in un "vicolo cieco" con la parte più anti intervista del suo elettorato.

Lo scontro con Papa Leone XIV
Controverso

Convertitosi al cattolicesimo nel 2019, JD Vance ha lo stesso assecondato gli attacchi di Trump al Pontefice, che si era espresso contro la guerra, invitandolo a restare sul terreno religioso.

La campagna per Orbán
Sconfitta

Si è speso in prima persona per l'alleato ungherese, che ha poi perso le elezioni e non è stato rieletto primo ministro. "E' tornato a mani vuote", l'accusa di un deputato repubblicano.

Il caso Indiana
Respinto

Inviato a convincere i repubblicani locali a ridisegnare le mappe elettorali, ha incassato un netto rifiuto. Per i funzionari statali è un "campanello d'allarme" sul passaggio di consegne tra lui e Trump.

Il fondo da 1,8 miliardi
Rivolta interna

Ha appoggiato la creazione di un fondo da 1,8 miliardi per le presunte vittime di "persecuzione politica". La mossa, sommata alla campagna di vendetta di Trump contro i suoi rivali politici, ha provocato una rivolta aperta persino nel Partito Repubblicano.

Il dato dei sondaggi

Forti nella base, deboli nel Paese


Tra gli elettori repubblicani Donald Trump e JD Vance viaggiano appaiati su consensi altissimi. Ma è fuori dal recinto degli elettori del Partito Repubblicano che il problema si fa evidente.

Consenso tra gli elettori repubblicani

Trumpapprova il suo operato (Quinnipiac)

73%

Vanceopinione favorevole (Pew)

75%

Per Vance cambia tutto al di fuori della base repubblicana

75%
Favorevoli tra i repubblicani

39%
Approvazione a livello nazionale

Il suo peso politico

Terza
Figura più riconoscibile della politica americana, dopo Trump e RFK Jr.

RNC
Presiede il Comitato Finanziario dei repubblicani: così ha accesso diretto ai grandi donatori

La posta in gioco

Trump resta ancora fortemente popolare tra i repubblicani nonostante il caro vita e i costi della guerra. Ma per arrivare alla Casa Bianca, Vance dovrà convincere il resto del Paese, non solo la base che già lo applaude.

Fonti The New York Times (ricostruzione su oltre dieci fonti) · Sondaggi Quinnipiac e Pew Research Center. Dati di consenso: Quinnipiac (settimana scorsa) e Pew (febbraio 2026).

Trump confronta spesso le prestazioni di Vance con i propri risultati. Ha detto ad alcuni alleati che il vicepresidente non ha mai vinto una corsa difficile senza il suo aiuto: fu proprio l'endorsement del presidente a farlo arrivare al traguardo nella combattuta primaria per il seggio al Senato dell'Ohio. Ha tirato in ballo anche il numero di vacanze che Vance si è preso da quando è in carica, dato che lui stesso in genere non ne fa. E ha ricordato più volte, anche davanti allo stesso Vance, la sua iniziale contrarietà all'avvio della guerra con l'Iran. "Sono più amante della pace di te, ma ho dovuto farlo", gli ha detto. Ha messo in dubbio anche la sua decisione di mandare una delegazione guidata dal vicepresidente a una sessione negoziale in Pakistan che è poi fallita.

Trump, sempre attento all'immagine della presidenza, ha insistito sui momenti in cui Vance non si è dimostrato all'altezza del ruolo. Ha ricordato spesso un episodio della primavera scorsa, quando il vicepresidente fece cadere il trofeo del campionato nazionale di football vinto da Ohio State sul prato sud della Casa Bianca. Il presidente ha detto di essere contento che non sia successo a lui.

La ricostruzione del Times si basa su interviste a oltre una decina di persone che conoscono in prima persona la dinamica tra i due. Alcune hanno chiesto l'anonimato per parlare dei ragionamenti del presidente. Il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca Steven Cheung ha respinto la ricostruzione: "Il vicepresidente Vance ha fatto un lavoro notevole nell'attuare l'agenda America First del presidente. Non c'è mai stato un vicepresidente nella storia con più poteri, e questo riflette il forte rapporto di fiducia tra i due".

Trump, che il mese prossimo compirà 80 anni, è diverso da Vance per generazione e per stile. Il vicepresidente è un millennial del Midwest cresciuto in condizioni difficili che ha trasformato quell'esperienza nel marchio della propria carriera politica. Il presidente è un costruttore immobiliare del Queens cresciuto nella ricchezza, che predilige ambienti dorati. Quando non è a Washington, Vance preferisce tornare a Cincinnati con la famiglia o ritirarsi a Camp David, la residenza boschiva dei presidenti che Trump nel suo secondo mandato ha visitato una sola volta.

Nelle riunioni Vance consulta spesso il cellulare e usa i social per litigare con i suoi critici. Trump posta molto su Truth Social ma non spende tempo a rispondere agli utenti online come fa il suo vice. La capa di gabinetto Susie Wiles ha consigliato a Vance di prendersi una pausa dai social, come hanno fatto altri funzionari della West Wing, perché ritengono quelle risse online sotto il livello del suo incarico. Vance ha risposto di essersi astenuto durante la Quaresima.

L'unica qualità che Trump apprezza più di ogni altra, e che Vance ha sempre mostrato, è la lealtà. Il vicepresidente ha messo da parte le sue riserve sulla guerra per difendere la gestione del conflitto del presidente e ha assunto il ruolo tradizionale di "guardia del corpo" politico contro i critici della Casa Bianca, perfino contro papa Leone XIV. Resta una figura popolare nella base MAGA. Il sondaggista storico di Trump Tony Fabrizio ha dichiarato al Times che il presidente nel 2024 scelse Vance come candidato vicepresidente proprio perché piaceva a quel tipo di elettori, descrivendolo come "un guerriero MAGA che ogni giorno avrebbe combattuto per le cose che il presidente voleva".

Nonostante questo, il presidente continua a punzecchiare Vance su questioni di sostanza e di stile, dalle scarpe alla tendenza a intervenire troppo nelle conversazioni. A novembre, durante una colazione con i senatori repubblicani, Trump si chiese ad alta voce perché il vicepresidente non fosse più servile, come i funzionari che lavorano per il presidente cinese Xi Jinping: "Perché non ti comporti così? JD non si comporta così! JD si intromette nelle conversazioni!". Donald Trump Jr., primogenito del presidente, ha invece difeso il vicepresidente in una dichiarazione affidata al suo portavoce: "Mio padre ripete sempre che JD è uno tosto e annienta le fake news, come la narrazione inventata di questa storia. Interviste, comizi, podcast: si presenta e dà spettacolo, è questo che importa a mio padre".

Per vincere la nomination del 2028 Vance deve restare nelle grazie del presidente e rassicurare un Partito repubblicano plasmato a immagine di Trump ma diviso dalle sue scelte. Per questo, come quasi tutti i vicepresidenti, ha dato priorità al rapporto con il capo. Pur avendo avuto perplessità sulla guerra con l'Iran, ha difeso lealmente la decisione di iniziarla. E ha appoggiato un'altra mossa controversa, la creazione di un fondo da 1,8 miliardi di dollari per compensare le vittime di quella che l'amministrazione definisce persecuzione politica. Sommato alle recenti rappresaglie di Trump contro alcuni parlamentari repubblicani, il fondo ha provocato una rivolta aperta nel partito.

Per Vance, che aveva costruito parte della propria ascesa politica sulla critica all'eccessivo interventismo americano all'estero, la guerra con l'Iran è un equilibrio difficile tra la lealtà al presidente e i sentimenti antimilitaristi di buona parte del suo elettorato. L'ex conduttore Tucker Carlson, un alleato che insieme alla deputata Marjorie Taylor Greene aveva raccomandato Vance per la candidatura, ha detto che la violazione della promessa elettorale di non coinvolgere gli Stati Uniti in conflitti all'estero lo ha messo in un "vicolo cieco". Sia Carlson sia Greene sono nel frattempo caduti in disgrazia con Trump. La stessa Greene ha avvertito che, se Vance dovesse candidarsi alla presidenza, avrà difficoltà a recuperare la fiducia dei repubblicani contrari alla guerra: "Non è più in una posizione in cui possa aggrapparsi alla sua vecchia reputazione. Non c'è più nulla che possa proteggerlo".

Mentre Vance lavora per puntellare le politiche dell'amministrazione, Trump riflette sul suo futuro. La scorsa estate il presidente disse che il vicepresidente era "molto probabilmente" il suo erede politico, aggiungendo però che anche il segretario di Stato Marco Rubio avrebbe potuto un giorno essere inserito in un ticket presidenziale. Da allora Trump ha più volte elogiato Rubio e ha detto a persone vicine quanto sia colpito dal lavoro che sta facendo. Rubio passa più tempo con il presidente di quanto ne passi Vance, come è tipico di un consigliere per la sicurezza nazionale. Viaggia spesso con Trump sull'Air Force One e ha consolidato il rapporto nei fine settimana in Florida. Vance invece, in quanto vicepresidente, non vola sullo stesso aereo del capo dello Stato.

A una cena nel Rose Garden questo mese, Trump ha chiesto ai suoi invitati chi preferissero tra i due: "A chi piace JD Vance?", "A chi piace Marco Rubio?". Ha lasciato intendere chiaramente di non sostenere nessuno dei due. In un'intervista a Fortune nello Studio Ovale, il presidente è tornato sulla questione: "Chi otterrà questa cosa sarà molto importante. E se viene fuori la persona sbagliata: disastro". Vance assisteva dal fondo della stanza mentre Trump rispondeva.

Vance è una delle figure più riconoscibili della politica americana, dopo Trump e il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. Uno dei suoi vantaggi è la carica di presidente del comitato finanziario del Comitato Nazionale Repubblicano, che gli garantisce accesso diretto ai grandi finanziatori. Per gli alleati dei due, il vicepresidente resta il candidato meglio piazzato per succedere a Trump: nonostante la preoccupazione diffusa per il caro vita e per i costi della guerra con l'Iran, il presidente continua a essere popolare tra gli elettori repubblicani.

Secondo un sondaggio Quinnipiac pubblicato la scorsa settimana, il 73 per cento degli elettori repubblicani approva il lavoro del presidente. Secondo un sondaggio Pew di febbraio, il 75 per cento degli elettori repubblicani ha un'opinione favorevole di Vance. Entrambi però sono complessivamente impopolari nel paese. L'indice di gradimento del presidente è al minimo del suo secondo mandato. Anche Vance fatica: solo il 39 per cento degli elettori approva il suo lavoro, sempre secondo Quinnipiac.

Negli ultimi tempi il vicepresidente è stato criticato negli ambienti conservatori per il sostegno alla guerra con l'Iran e per aver assecondato gli attacchi di Trump a papa Leone, che si era espresso contro il conflitto. Vance, che si è convertito al cattolicesimo nel 2019 a 35 anni, ha consigliato al pontefice di restare nel campo religioso. I critici lo descrivono come un trasformista politico. Il governatore del Kentucky Andy Beshear, considerato uno dei probabili candidati democratici alla presidenza nel 2028, ha accusato più volte Vance di esagerare le proprie radici operaie e di presentarsi come un figlio dell'Appalachia pur essendo nato a Middletown, Ohio, una città che non fa parte della regione. In un'intervista, Beshear ha aggiunto che Vance "governa in un modo che danneggia solo i luoghi da cui dice di venire".

Sul piano internazionale, Vance ha fatto campagna per un alleato della destra dura, l'ungherese Viktor Orban, che ha poi perso le elezioni e non è stato rieletto primo ministro. I consiglieri di Trump dicono che il presidente si aspettava quel risultato, ma voleva aiutare un alleato che gli era rimasto vicino negli anni in cui era considerato un paria politico. Sul piano interno, il test maggiore è arrivato la scorsa estate, quando alla Casa Bianca hanno chiesto a Vance di andare al parlamento dell'Indiana per convincere i repubblicani a ridisegnare le mappe elettorali dello Stato. I parlamentari hanno rifiutato e Trump ha poi condotto una campagna di rappresaglia, in larga parte riuscita, per togliere il seggio a chi gli si era opposto.

I funzionari locali ritengono che gli attacchi del presidente abbiano fatto danni di lungo periodo al Partito repubblicano e che Vance abbia davanti un percorso accidentato se decidesse di candidarsi alla presidenza. "Si è presentato a mani vuote in Indiana esattamente come si è presentato a mani vuote in Ungheria", ha detto al Times il deputato repubblicano Ed Clere, in carica da nove mandati nel sud dell'Indiana e tra coloro che hanno votato contro il ridisegno delle mappe. Clere, che si candiderà a sindaco di New Albany come indipendente alla fine del suo mandato, ha aggiunto che il coinvolgimento del vicepresidente in quella battaglia "dovrebbe essere un campanello d'allarme per chiunque pensi che Trump riuscirà a passare la torcia MAGA a Vance, o a chiunque altro".

Per ora Vance continua a viaggiare per il paese e per il mondo a sostegno dell'agenda del presidente. Questo mese è andato a Bangor, nel Maine, per un evento sulla lotta alle frodi, in cui ha detto a una folla di sostenitori che la corruzione si è radicata nello Stato sotto la governatrice democratica Janet Mills. Nella stessa folla, alcuni sostenitori entusiasti dell'idea che Vance possa guidare il partito nel 2028 indossavano cappellini con la scritta "Make America Healthy Again" e, sul retro, il nome di un altro possibile rivale: "KENNEDY".

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)

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Perché prendere Cuba non ha senso per Trump


Un'analisi del settimanale sostiene che, anche con la caduta del regime e la fine delle sanzioni, l'isola resterebbe poco attrattiva per ragioni strutturali precedenti all'embargo

Il blocco del carburante imposto a marzo dal presidente Donald Trump ha costretto a chiudere le raffinerie di nichel di Sherritt International, l'unico progetto di estrazione delle risorse a guida occidentale presente a Cuba da trent'anni. Il 15 maggio la società canadese ha annunciato l'uscita definitiva dall'isola; tre giorni dopo Ray Washburne, miliardario texano e amico del presidente, ha offerto di acquistare l'azienda, e Sherritt ha accettato. Secondo un'analisi pubblicata sull'Economist, è uno dei primi tasselli dello scenario in cui Washington spinge il regime cubano al collasso per poi favorire il ritorno dei capitali americani sull'isola.

L'Economist sostiene che, "anche senza il fardello dell'embargo e del comunismo", Cuba resterebbe "una cattiva prospettiva di investimento". I problemi economici dell'isola, scrive il settimanale, "precedono l'embargo di Trump e vanno ben oltre la cattiva gestione comunista". Le risorse naturali, fatta eccezione per il nichel, sono modeste; le poche industrie esistenti sono sottosviluppate o sovradimensionate; le infrastrutture (strade, edifici pubblici, ponti) si stanno deteriorando; il settore bancario è descritto come "minuscolo, instabile e per lo più di proprietà del regime".

Gli alberghi sul lungomare dell'Avana sono vuoti, cibo e medicine scarseggiano e nella maggior parte delle aree l'elettricità è disponibile soltanto per poche ore al giorno. I funzionari americani, riferisce l'Economist, "sostengono che si tratti di una situazione temporanea": stanno strangolando l'economia cubana, dicono, "per salvarla". L'idea, secondo il settimanale, è che una volta caduto il regime comunista l'economia si aprirà e una pioggia di investimenti arriverà dai miliardari trumpiani e dai ricchi emigrati cubani, molti dei quali vivono in Florida e nei Caraibi dopo essere fuggiti dalla brutalità dei Castro.

Un sondaggio del Miami Herald su 800 cubano-americani fotografa la prudenza della diaspora: solo il 2% sarebbe disposto a investire in una Cuba liberalizzata sotto il regime attuale, mentre il 51% lo farebbe in caso di caduta del regime. A Miami sessanta imprenditori si riuniscono una volta al mese per discutere come rilanciare l'economia cubana dopo i Castro; tra loro c'è Jorge Pérez, miliardario del settore immobiliare, che starebbe rispolverando piani scritti subito dopo il crollo dell'Unione Sovietica.
La scommessa cubana — FocusAmerica

La strategia di Trump su Cuba

La scommessa cubana: un affare solo se cade il regime


Washington strangola l'economia di Cuba per spingere il regime al collasso e riaprire l'isola ai capitali americani. Ma l'Economist avverte: anche senza embargo, Cuba resterebbe un cattivo investimento. E la diaspora lo sa bene.

Fonte: analisi dell'Economist Sondaggio Miami Herald su 800 cubano-americani

Su 100 cubano-americani, quanti investirebbero nell'isola

0 investono già oggi
0 solo se cade il regime
0 non lo farebbero mai

Tocca un gruppo per isolarlo

Anche nello scenario migliore investirebbe poco più della metà: 51 su 100. E l'Economist avverte che Cuba resterebbe comunque un cattivo affare.

Esplora in dettaglio
1 Lo scenario 2 La realtà 3 Il turismo 4 I rischi

Strangolare Cuba per salvarla

Washington sta soffocando l'economia cubana per far cadere il regime


L'uscita di Sherritt dall'isola, dopo trent'anni, è il primo tassello dello scenario in cui Washington intende spingere l'Avana al collasso per poi richiamare i capitali americani.

Marzo 2026
Trump impone il blocco del carburante

Il blocco del carburante costringe aalla chiusura delle raffinerie di nichel di Sherritt International, unico progetto di estrazione a guida occidentale presente a Cuba da ormai trent'anni.

16 marzo 2026
Cuba apre la proprietà agli espatriati

Le autorità autorizzano i cubani residenti all'estero a possedere integralmente attività economiche sull'isola. L'Economist scrive di non aver trovato nessuno disposto ad accettare questa offerta.

15 maggio 2026
Sherritt International annuncia la sua uscita dal mercato cubano

La società canadese lascia l'isola, ponendo così fine all'ultimo grande investimento occidentale rimasto a Cuba.

18 maggio 2026
L'offerta del miliardario Washburne

Ray Washburne, miliardario texano e amico del presidente, propone di acquistare l'azienda. Sherritt accetta: i capitali americani iniziano a rilevare gli asset lasciati liberi dall'Occidente.

La strategia di Washington

I funzionari americani parlano di una stretta temporanea: stanno strangolando l'economia cubana, dicono, «per salvarla». Il modello evocato è quello di Caracas, dove dopo la caduta di Maduro l'Amministrazione Trump ha spinto banche e imprese a investire.

Un cattivo investimento

Anche senza embargo, Cuba resterebbe un'economia in declino


I problemi dell'isola precedono il blocco di Trump e vanno oltre la cattiva gestione del regime comunista. Il crollo della produzione di zucchero ne è il simbolo più evidente.

Produzione di zucchero · tonnellate l'anno

Trent'anni fa 8 milioni

Nel 2023 350.000

−96%in una generazione

Eppure la canna da zucchero copre ancora un quinto dei terreni coltivati a Cuba. Macchinari decrepiti e uso eccessivo di fertilizzanti hanno frenato la produttività perfino nelle fattorie più avanzate.

Settore bancario
Minuscolo, instabile e in gran parte di proprietà del regime.

Elettricità
Disponibile solo poche ore al giorno nella maggior parte dell'isola'.

Alberghi dell'Avana
Le strutture sul lungomare restano in larga parte vuote.

Cibo e medicine
Scarseggiano in tutta l'isola, dopo anni di crisi degli approvvigionamenti.

L'unica vera risorsa

Il turismo è la scommessa più solida, ma resta molto indietro rispetto ai Paesi vicini


Prima del blocco generava circa un miliardo di dollari, pari al 10% delle entrate provenienti dall'estero. La Repubblica Dominicana, con una popolazione simile, ne incassa ventuno volte di più.

Entrate dal turismo · miliardi di dollari l'anno

Cuba prima del blocco 1 mld

Repubblica Dominicana popolazione simile 21 mld

A parità di popolazione, il Paese vicino caraibico incassa ventuno volte tanto. Le infrastrutture per accogliere i visitatori, scrive l'Economist, a Cuba esistono già: ma alberghi e resort restano in gran parte vuoti.

145 km
La distanza tra Cuba e le coste americane

1,2 mln
Arrivi di cittadini statunitensi in due anni dopo l'apertura di Obama nel 2016

~10%
Quota del turismo sulle entrate estere dell'isola

Il margine è minimo

Anche se il regime cadesse, l'affare resterebbe fragile


Diritti di proprietà incerti, possibili nuove rotture con Washington e una diaspora che, per ora, continua a non fidarsi.

1

Diritti di proprietà esposti al rischio
Anche se "neutralizzato", il regime potrebbe lo stesso revocare le licenze o ostacolare i diritti di proprietà degli investitori.

2

Rotture future con Washington
Un nuovo leader cubano anche se inizialmente filo-americano potrebbe in futuro rompere con gli Stati Uniti, esponendo chi ha investito nell'isola a nuove potenziali sanzioni.

3

Liquidità a carico degli Stati Uniti
Washington dovrebbe probabilmente finanziare il governo cubano finché le entrate fiscali non saranno tornate a crescere.

4

Un nuovo esodo giovanile di massa
La caduta del regime potrebbe svuotare ulteriormente un Paese che già oggi ha la popolazione più anziana delle Americhe.

Il bilancio dell'Economist

Sommando costi e incognite — incluso un eventuale intervento militare per rovesciare il regime — il guadagno atteso resta minimo. E intanto, all'offerta di piena proprietà del 16 marzo, non ha ancora risposto nessuno.

Fonte Analisi dell'Economist; sondaggio del Miami Herald su 800 cubano-americani. Dati riferiti a maggio 2026.

La fine del regime, scrive l'Economist, comporterebbe la fine del blocco del carburante e delle sanzioni che impediscono alle imprese americane di esportare a Cuba qualsiasi cosa diversa da cibo e medicine. L'economia, secondo il settimanale, "tornerebbe presto al livello precedente al blocco" e si libererebbe di decenni di controllo statale. L'analogia evocata è quella di Caracas, dove l'amministrazione Trump ha sollecitato banche e imprese americane a investire nei mesi successivi alla deposizione del presidente venezuelano.

Il turismo, prima del blocco di Trump, generava un miliardo di dollari, circa il 10% delle entrate estere dell'isola, nonostante i visitatori statunitensi siano vietati dall'embargo, sebbene Cuba si trovi a 145 chilometri dalle coste americane. L'ultima volta che Washington allentò le restrizioni, nel 2016 sotto Barack Obama, gli arrivi americani raggiunsero 1,2 milioni in due anni, superando i visitatori di ogni altro paese. La vicina Repubblica Dominicana, con una popolazione analoga, ricava 21 miliardi di dollari l'anno dal turismo. Le infrastrutture per gestire un'ondata di visitatori, secondo l'Economist, esistono già: il regime ha costruito grattacieli alberghieri e vasti resort in gran parte vuoti.

L'agricoltura, che impiega un quinto dei lavoratori cubani, è invece in declino strutturale. Trent'anni fa l'isola produceva otto milioni di tonnellate di zucchero; nel 2023 ne ha prodotte appena 350.000. Eppure la canna da zucchero copre ancora un quinto dei terreni coltivati. Gli investitori di Miami citati dall'Economist vorrebbero convertire quei terreni a tabacco, caffè e allevamento bovino, ma il settimanale avverte che "trasformare le aziende agricole è lento". L'uso eccessivo di fertilizzanti e i macchinari decrepiti, scrive l'Economist, frenano la produttività anche nelle fattorie più meccanizzate, "che ancora usano ruote idrauliche arrugginite".

La liberalizzazione, secondo l'Economist, "distruggerebbe le industrie meno competitive di Cuba", a partire dal manifatturiero. I medici che il regime affitta all'estero a pagamento, oggi la principale fonte di entrate del paese, potrebbero rientrare. Gli Stati Uniti, scrive il settimanale, "dovrebbero probabilmente fornire liquidità per far funzionare il governo" finché le entrate fiscali non si fossero riprese. La caduta del regime potrebbe inoltre innescare un nuovo esodo di giovani, in un paese che il settimanale definisce "il più anziano delle Americhe" dopo anni di emigrazione.

Tutto questo, conclude l'Economist, potrebbe tradursi in "un guadagno minimo" rispetto ai rischi di un eventuale intervento militare necessario per rovesciare il regime. Anche se il regime venisse "neutralizzato", potrebbe revocare licenze o manomettere i diritti di proprietà; un nuovo leader filo-americano, avverte il settimanale, potrebbe rompere in futuro con Washington, rischiando nuove sanzioni. Il 16 marzo le autorità cubane hanno autorizzato i cubani residenti all'estero a possedere interamente attività economiche sull'isola, ma l'Economist scrive di "non aver trovato nessuno disposto a cogliere l'offerta".

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Michela Vittoria Brambilla indagata, sotto esame i fondi destinati a una trasmissione televisiva


La Procura di Milano ipotizza un sistema di false fatturazioni legato alla realizzazione di "Dalla parte degli animali". Perquisizioni tra Milano, Torino e Roma

La deputata di Noi Moderati risulta indagata nell'ambito di un'inchiesta coordinata dalla Procura di Milano su presunte false fatturazioni legate alla realizzazione della trasmissione televisiva “Dalla parte degli animali”. L'indagine, affidata alla Guardia di Finanza, ha portato all'esecuzione di perquisizioni nelle sedi dell'Ente Nazionale della Cinofilia Italiana (Enci) e di tre società di produzione televisiva tra Milano, Torino e Roma. Secondo quanto riferito dagli inquirenti, gli accertamenti sono tuttora in corso e mirano a verificare la regolarità dei rapporti economici intercorsi tra i soggetti coinvolti.

La notizia è stata riportata da Lifeanimal, che ha dato conto degli sviluppi dell'inchiesta aperta dalla Procura milanese e delle attività investigative eseguite dalla Guardia di Finanza. Secondo quanto emerso, l'attenzione degli investigatori sarebbe concentrata sulle modalità con cui l'Enci avrebbe finanziato il programma televisivo condotto dalla parlamentare e sulla successiva destinazione delle somme erogate alle società di produzione.

L'indagine è coordinata dai pubblici ministeri Antonio Pansa e Giancarla Serafini, con il coordinamento dell'aggiunto Paolo Ielo. Nel registro degli indagati risultano iscritti almeno sei soggetti, tra cui il presidente dell'Enci, Espedito Massimo Muto. Gli investigatori ipotizzano un sistema di fatturazioni ritenute non corrispondenti a operazioni effettive, attraverso il quale parte dei fondi destinati alla produzione della trasmissione sarebbe stata successivamente trasferita come compenso per la conduzione del programma.

Secondo l'ipotesi accusatoria, ancora tutta da verificare nelle sedi competenti, il meccanismo avrebbe riguardato fatture per un valore complessivo di circa 1,5 milioni di euro. Gli inquirenti stanno ricostruendo il percorso delle risorse economiche, verificando la natura delle prestazioni fatturate e gli eventuali benefici fiscali che sarebbero derivati dalle operazioni contestate. Tra gli aspetti oggetto di approfondimento vi sono anche le ragioni che hanno portato l'Enci a sostenere economicamente la trasmissione televisiva.

La Procura ha precisato che le attività investigative in corso non riguardano direttamente l'attività politica o istituzionale della deputata. L'indagine si concentra esclusivamente sui rapporti economici e contrattuali relativi alla realizzazione del programma televisivo e ai flussi finanziari tra i soggetti coinvolti.

Sul caso è intervenuto anche Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione Report, sostenendo che l'inchiesta giudiziaria avrebbe preso avvio da precedenti approfondimenti giornalistici realizzati dal programma della Rai. In particolare, alcune inchieste firmate da Giulia Innocenzi avevano esaminato i finanziamenti ricevuti dalla trasmissione “Dalla parte degli animali” da parte dell'Enci a partire dal 2020.

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Trump è in "salute eccellente", secondo il suo medico


Il medico del presidente lo dichiara idoneo a governare. Ha guadagnato peso e sfiora la soglia dell'obesità, mentre alcuni medici esterni dubitano delle spiegazioni su lividi e gonfiori.

Il presidente Donald Trump "resta in salute eccellente" ed è "pienamente idoneo a svolgere tutti i compiti di comandante in capo e capo di Stato". Lo scrive il suo medico personale, il capitano della Marina Sean Barbabella, in un referto di tre pagine diffuso dalla Casa Bianca a tarda sera di venerdì, alcuni giorni dopo la visita di controllo a cui il presidente si è sottoposto martedì al Walter Reed National Military Medical Center. Trump, che compirà 80 anni il 14 giugno, è la persona più anziana ad aver assunto la presidenza degli Stati Uniti.

Il referto, secondo quanto riferito dalla Casa Bianca, raccoglie esami e studi diagnostici condotti nell'ultimo anno e le consultazioni con 22 specialisti di diverse istituzioni accademiche. È la terza visita di Trump al Walter Reed negli ultimi tredici mesi, dopo quella dell'aprile 2025 presentata come visita annuale e quella dell'ottobre 2025 descritta come controllo di follow-up. Il presidente ha ottenuto di nuovo il punteggio pieno, 30 su 30, al Montreal Cognitive Assessment, un test usato per individuare segni di demenza o declino cognitivo. Barbabella ha concluso che le funzioni cognitive e fisiche sono "eccellenti" e che il presidente ha mostrato uno "stato mentale normale".

Il dato che spicca nel referto è il peso. Trump, alto un metro e novanta, pesa circa 108 chilogrammi, sei in più rispetto all'esame dell'anno scorso. Secondo i calcoli dell'indice di massa corporea questo lo colloca tra le persone in sovrappeso, a meno di un chilo dalla soglia dell'obesità clinica. Il medico ha indicato di aver fornito "consulenza preventiva", con indicazioni su dieta, attività fisica da aumentare e un dimagrimento da proseguire. A parte il golf, Trump non pratica esercizio fisico regolare ed è noto per una dieta ricca di cibi salati e grassi come hamburger e patatine fritte.

Il presidente assume due farmaci per il colesterolo alto, rosuvastatina ed ezetimibe, e una dose quotidiana elevata di aspirina come misura preventiva contro infarti e ictus, rifiutando le linee guida mediche e i consigli dei suoi stessi medici di passare a un dosaggio più basso. Il referto sottolinea che Trump non ha mai fatto uso di tabacco né di alcol nel corso della vita.

Trump è stato spesso fotografato con lividi visibili sul dorso delle mani, che ha cercato di coprire con il fondotinta o con cerotti. Barbabella attribuisce le ecchimosi alle "frequenti strette di mano" e all'effetto "comune e benigno" della terapia con aspirina. Alcuni medici esterni hanno però giudicato improbabile questa spiegazione, osservando che i lividi sono comparsi anche sulla mano sinistra, quella non dominante.

Un altro disturbo segnalato è il gonfiore alle gambe, ricondotto alla insufficienza venosa cronica, una condizione in cui le valvole all'interno delle vene non funzionano correttamente e il sangue tende ad accumularsi nelle gambe. Il referto descrive un "lieve gonfiore" nella parte inferiore degli arti, in miglioramento rispetto all'anno scorso, senza ulteriori dettagli. Il rapporto dell'anno precedente non faceva alcuna menzione del problema e parlava di "normale flusso sanguigno e nessun gonfiore".

Il documento contiene anche alcuni passaggi insoliti per un referto medico. Barbabella sostiene che l'"età cardiaca" del presidente sarebbe di quattordici anni inferiore ai suoi 79, sulla base dei risultati di un'"analisi elettrocardiografica potenziata dall'intelligenza artificiale". Diversi medici indipendenti hanno definito questa misura un'aggiunta atipica per un rapporto sulla salute.

Trump ha presentato la visita come un successo. "Ho appena finito il mio controllo semestrale al Walter Reed Military Medical Center. È andato tutto PERFETTAMENTE", ha scritto sulla sua piattaforma Truth Social mentre lasciava la struttura. La definizione di "controllo semestrale" ha confuso diversi medici che si occupano di anziani, dato che per consuetudine e tradizione presidenziale la visita completa è annuale. I controlli a sei mesi, hanno spiegato, si fanno di solito per seguire una condizione in corso e non vengono classificati come visite complete.

I presidenti statunitensi non sono obbligati a sottoporsi a esami medici né a rivelare informazioni sulla propria salute, e la quantità di dati condivisi è variata nel tempo. Trump, i suoi medici e i suoi collaboratori hanno spesso diffuso comunicati vaghi o ottimistici sulle sue condizioni. Anche questa volta la diffusione del referto a tarda sera di venerdì, giorni dopo la visita, ha attirato critiche, sebbene esista una lunga tradizione di rapporti presidenziali resi pubblici con ritardo.

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Notion habit tracker: il template minimo che non abbandoni


Tracciare troppo. Dieci abitudini significano dieci occasioni di sentirti in fallo ogni sera.

Un habit tracker su Notion funziona solo se resta minimo: 2-3 abitudini al massimo e una spunta al giorno. Bastano una tabella con le abitudini in riga e i giorni in colonna. L'errore numero uno è gonfiarlo con dieci abitudini e venti proprietà: dopo una settimana smetti di aggiornarlo.

I template di habit tracker che giri online sono spesso bellissimi e inutili: troppe viste, troppe abitudini, troppa manutenzione. Ecco la versione che resta viva.

Il template minimo


Crea un database (o anche solo una tabella) con:

  • Una colonna Abitudine (2-3 righe, non di più).
  • Una casella di spunta per il giorno, oppure una proprietà data con una vista "oggi".
  • Una colonna Aggancio: dopo quale gesto già esistente la fai? È il principio della Formula ANCORA.

Niente streak counter complicati, niente grafici. La spunta è il rinforzo.

L'errore che fa abbandonare il tracker


Tracciare troppo. Dieci abitudini significano dieci occasioni di sentirti in fallo ogni sera. È lo stesso motivo per cui le abitudini non durano: troppo grandi, troppo presto. Meglio una abitudine spuntata per 30 giorni che dieci per tre.

Notion o carta?


Se vivi già dentro Notion, tienilo lì. Se invece ti serve qualcosa di immediato e fisico, la carta vince per visibilità. La domanda l'ho affrontata per intero in habit tracker digitale o cartaceo. La verità: conta tracciare, non il mezzo.

Cosa fare oggi (5 minuti)


Apri Notion, crea una tabella con due righe: le due abitudini che vuoi davvero. Aggiungi la spunta del giorno. Spuntala stasera. Domani di nuovo. Niente di più, per due settimane.

Quando vuoi un sistema di tracciamento già strutturato e collegato alle tue abitudini chiave, è dentro il Protocollo.

Domande frequenti

Come si crea un habit tracker su Notion?


Bastano una tabella con le abitudini in riga e i giorni in colonna, oppure un database con una casella di spunta al giorno. La regola è una sola: tienilo minimo, massimo 2-3 abitudini, altrimenti smetti di aggiornarlo dopo una settimana.

Quante abitudini tracciare su Notion?


Due o tre, non di più. Tracciare dieci abitudini è il modo più sicuro per abbandonare il tracker. Meglio una sola abitudine seguita per 30 giorni che dieci seguite per tre.

Meglio un habit tracker su Notion o su carta?


Dipende da te: la carta è immediata e visibile, Notion è comodo se vivi già lì dentro. Conta più tracciare con costanza che il mezzo. Approfondisci nel confronto tra tracker digitale e cartaceo.


Perché le abitudini non durano mai (e come renderle durature)


Le abitudini non durano perché le costruisci troppo grandi e troppo legate alla motivazione iniziale: quando l’entusiasmo cala, non resta nessun automatismo a reggerle. Un’abitudine dura solo quando è piccola, agganciata a un segnale fisso e ripetuta nello stesso contesto abbastanza a lungo da diventare automatica — cioè quando smette di richiedere una decisione.

Conosci il copione. Parti pieno di buone intenzioni, regge una settimana, forse due. Poi salti un giorno, poi due, e nel giro di un mese sei tornato esattamente al punto di partenza, con in più una bella dose di sensi di colpa. Ti dici che è mancanza di costanza. Ma la costanza è il sintomo, non la causa.

Il vero motivo per cui le abitudini mollano


Quasi sempre il problema è uno solo: hai puntato sull’entusiasmo invece che sull’automatismo.

L’entusiasmo è una marea: sale e scende, e tu non lo controlli. Se hai costruito la tua abitudine sopra la marea alta dei primi giorni, quando l’acqua si ritira il comportamento resta a secco. Per questo le abitudini grandi, ambiziose, che richiedono ogni giorno una bella spinta di volontà, sono le prime a crollare: la forza di volontà si esaurisce, e con lei l’abitudine.

Un’abitudine dura quando diventa automatica


La ricercatrice e i colleghi del King’s College London hanno una definizione utile: un’abitudine è un comportamento che, ripetuto in un contesto stabile, diventa automatico, cioè parte da solo in risposta a un segnale, senza che tu debba deciderlo. Lo spiega bene il lavoro di Benjamin Gardner sulla formazione delle abitudini: la chiave non è l’intensità, è la ripetizione nello stesso contesto.

Tradotto: non conta quanto ti impegni un giorno. Conta quante volte ripeti lo stesso piccolo gesto, attaccato allo stesso segnale, nello stesso posto. È noioso. Ed è esattamente per questo che funziona.

Perché "fare in grande" è la ricetta del fallimento


L’errore più comune è partire troppo in grande. Un’ora di palestra, trenta minuti di meditazione, dieci pagine di scrittura — tutto dal primo giorno. Sembra ambizione, è sabotaggio.

Più l’abitudine è grande, più energia richiede, più dipende dal fatto che tu abbia voglia. E i giorni in cui non hai voglia sono quelli che decidono se l’abitudine sopravvive. Rimpicciolisci finché il "non ho voglia" diventa irrilevante: due minuti, una pagina, una flessione. È il principio dei mini habits, e regge proprio perché toglie la motivazione dall’equazione.

Il momento esatto in cui quasi tutti mollano


C’è un nemico silenzioso delle abitudini: il cambio di contesto. Un trasloco, una vacanza, un nuovo lavoro, una settimana storta. Lo psicologo dell’Università di Bath Bas Verplanken studia proprio questo: quando l’ambiente attorno a te cambia, i segnali che facevano partire l’abitudine spariscono, e l’abitudine con loro.

Ecco perché tante routine crollano "senza motivo" dopo le ferie: non sei diventato pigro, è sparito il contesto che le innescava. La soluzione non è più disciplina, è ricostruire i segnali: è la logica per cui l’ambiente che progetti decide il tuo comportamento.

Come rendere un’abitudine davvero duratura: 4 condizioni


  1. Piccola. Così piccola da poterla fare anche nel giorno peggiore. La crescita viene dopo, non prima.
  2. Agganciata a un segnale fisso. "Dopo X farò Y". Il segnale fa partire l’abitudine al posto della tua memoria.
  3. Sempre nello stesso contesto. Stesso momento, stesso posto. La ripetizione nel contesto stabile è ciò che crea l’automatismo.
  4. Protetta dai cambi di scenario. Quando l’ambiente cambia, ricostruisci subito il segnale invece di aspettare che "torni la voglia".

Nessuna di queste condizioni ti chiede di volere di più. Tutte spostano il peso dalla motivazione alla struttura. Le regole della costanza partono esattamente da qui.

Il Protocollo: dove le abitudini smettono di crollare


Sapere che servono abitudini piccole, ancorate e ripetute è facile. Tenerle in piedi settimana dopo settimana, soprattutto quando la vita ci mette di traverso, è la parte difficile.

È il motivo per cui ho costruito il Protocollo: un sistema operativo per le abitudini che ti porta una settimana alla volta, segnale dopo segnale, a installarle finché diventano automatiche — senza affidarti alla marea dell’entusiasmo.

In sintesi


Le abitudini non muoiono per mancanza di carattere, ma per eccesso di ambizione e mancanza di struttura. Falle piccole, ancorale a un segnale, ripetile nello stesso contesto e proteggile dai cambi di scenario. Smetti di chiederti "come trovo la costanza?" e inizia a chiederti "come rendo questo gesto così automatico da non doverlo più decidere?".

Domande frequenti


Perché le abitudini non durano mai?
Perché vengono costruite troppo grandi e troppo dipendenti dalla motivazione iniziale. Quando l’entusiasmo cala — di solito dopo una o due settimane — non resta nessun automatismo a reggere il comportamento. Un’abitudine dura solo quando, ripetuta in un contesto stabile, diventa automatica e smette di richiedere una decisione.

Come si fa a rendere un’abitudine duratura?
Rendendola piccola, agganciandola a un segnale fisso della giornata e ripetendola sempre nello stesso contesto finché diventa automatica. La costanza in un ambiente stabile conta più dell’intensità. Meglio due minuti al giorno per mesi che un’ora al giorno per una settimana e poi più nulla.

Dopo quanto un’abitudine diventa automatica?
Dipende molto dalla persona e dall’abitudine, ma la ricerca sulla formazione delle abitudini indica che servono diverse settimane di ripetizione costante. Il punto critico è la fase iniziale, in cui l’automatismo non si è ancora formato e la voglia è già calata: è lì che serve un sistema, non più forza di volontà.


Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)
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Perché la tua lista di obiettivi non funziona (e cosa usare al posto)


Una lista di obiettivi è una fotografia del traguardo: "perdere 8 kg", "leggere 24 libri", "lanciare il progetto". Azioni concrete da applicare oggi.

La tua lista di obiettivi non funziona perché un obiettivo descrive un risultato lontano, non l'azione che fai oggi. Ti ricorda quanto sei distante dalla meta — e questo genera senso di colpa, non movimento. Al posto della lista ti serve un sistema: una review settimanale in cui scegli una sola azione da portare avanti questa settimana.

Ogni gennaio la stessa scena: scrivi otto obiettivi, ne abbandoni sei entro febbraio, e a dicembre ti senti in colpa. Il problema non sei tu. È lo strumento.

Perché la lista tradisce


Una lista di obiettivi è una fotografia del traguardo: "perdere 8 kg", "leggere 24 libri", "lanciare il progetto". Nessuna di queste frasi ti dice cosa devi fare lunedì mattina. Quando guardi la lista vedi solo la distanza tra dove sei e dove vorresti essere, e il cervello legge quella distanza come una minaccia. Così rimandi. È lo stesso meccanismo per cui continui a rimandare anche se sai cosa devi fare.

Dal risultato al sistema


Chi ottiene risultati nel tempo non insegue la lista: costruisce un sistema. Sposta l'attenzione dal "cosa voglio ottenere" al "cosa ripeto ogni settimana". È la stessa logica del sistema operativo personale: poche regole stabili che funzionano anche quando la motivazione è a zero. Ed è il motivo per cui spesso le abitudini non durano — le leghi alla voglia iniziale invece che a una struttura.

La review settimanale: il sistema in 15 minuti


Una volta a settimana, stesso giorno, stessa ora:

  1. Guardi la direzione (l'obiettivo come bussola, non come lista da spuntare).
  2. Verifichi l'unica azione della settimana scorsa: fatta o no? Cosa l'ha bloccata?
  3. Scegli una sola azione per i prossimi 7 giorni. Una.

Niente otto fronti aperti. Un'azione, ripetuta, misurata. È esattamente il principio della Formula ANCORA: piccolo, concreto, agganciato a qualcosa che già fai.

Cosa fare oggi (5 minuti)


Prendi il foglio dove hai scritto gli obiettivi. Non cancellarlo: tienilo come bussola. Sotto, scrivi una riga sola: "Questa settimana faccio ___". Mettila dove la vedi. Domenica prossima la verifichi e ne scegli un'altra. Questo è il sistema.

Se vuoi questa struttura già pronta, con la review guidata e il tracciamento di una azione alla volta, è il cuore del Protocollo.

Domande frequenti

Perché le liste di obiettivi non funzionano?


Perché un obiettivo descrive un risultato, ma non dice cosa fai oggi per arrivarci. La lista ti ricorda quanto sei lontano dalla meta, genera senso di colpa e non contiene nessuna azione eseguibile. Funziona molto meglio un sistema: una piccola azione ripetuta ogni settimana.

Cosa usare al posto della lista di obiettivi?


Una review settimanale: 15 minuti in cui scegli una sola azione da portare avanti nei prossimi 7 giorni e verifichi quella della settimana prima. Sposti il focus dal risultato lontano al comportamento di questa settimana.

Gli obiettivi servono ancora a qualcosa?


Sì, come direzione. Ti dicono dove andare, non come muoverti oggi. Tieni l'obiettivo come bussola, ma lavora ogni giorno su un sistema di abitudini misurabili che ti porta in quella direzione.


Perché continuo a rimandare anche se so cosa devo fare


Continui a rimandare anche se sai cosa devi fare perché la procrastinazione non è un problema di informazioni o di pigrizia, ma di emozioni: rimandi per sfuggire al disagio che quel compito ti provoca. Sapere cosa fare non cancella quel disagio, ecco perché sapere non basta. Si smette di rimandare rendendo il compito meno minaccioso e più facile da iniziare, non ripetendosi che "si dovrebbe".

È la tortura più assurda che ci infliggiamo: sappiamo benissimo cosa dovremmo fare, lo abbiamo persino scritto sulla lista, e lo rimandiamo lo stesso. Poi ci diamo del pigro, del disorganizzato, dell’incoerente. Quasi sempre ci stiamo dando la diagnosi sbagliata.

Non è pigrizia. È fuga emotiva


Lo psicologo Joseph Ferrari, tra i massimi studiosi del tema, lo ripete da anni: la procrastinazione non è un problema di gestione del tempo, ma di gestione delle emozioni. Non rimandi perché non sai organizzarti. Rimandi perché quel compito ti fa provare qualcosa di sgradevole — noia, ansia, paura di non farcela — e rimandare è il modo più rapido per togliere quella sensazione, subito.

Il problema è che il sollievo dura poco e il compito torna, più grande e più carico di ansia di prima. È un prestito emotivo a tassi da usura: stai bene ora, paghi il doppio dopo.

Per questo la pigrizia c’entra poco: chi procrastina spesso è ansioso e perfezionista, rimanda proprio perché la cosa gli importa troppo. Sono le stesse trappole mentali che ci tengono bloccati anche altrove.

L’equazione che spiega perché rimandi


C’è un altro modo, più freddo e utilissimo, per capire la procrastinazione. Lo psicologo Piers Steel l’ha riassunto in quella che chiama l’equazione della procrastinazione: la tua motivazione a fare una cosa cresce con quanto ti aspetti di riuscirci e con quanto valore le dai, e crolla con quanto sei impulsivo e con quanto è lontana la ricompensa.

Detto semplice: rimandi di più quando un compito ti sembra difficile o senza senso, la soddisfazione è lontana nel tempo, e accanto hai mille distrazioni a portata di clic. Cambia anche solo una di queste leve e la procrastinazione si sgonfia.

Cosa fare davvero (invece di "impegnarti di più")


Visto che il problema è emotivo e situazionale, la soluzione non è la disciplina. È togliere disagio e attrito.

  1. Rimpicciolisci il primo passo finché non fa più paura. Non "scrivo la relazione", ma "apro il documento e scrivo una riga". Il disagio nasce davanti alla montagna; il primo sasso non spaventa nessuno.
  2. Avvicina la ricompensa. Spezza il compito in pezzi che danno una piccola soddisfazione subito, invece di un premio lontanissimo.
  3. Allontana le distrazioni. L’impulsività si batte sull’ambiente, non con la volontà: telefono in un’altra stanza, schede chiuse, notifiche spente.
  4. Smetti di aspettare la voglia. L’azione viene prima della motivazione, non dopo. Lo stesso motivo per cui la forza di volontà non basta.

Se vuoi la mappa completa per uscire dal loop del rimando, parti da qui: come smettere di procrastinare.

Il Protocollo: agire senza aspettare la voglia


Capire perché rimandi è già metà del lavoro. L’altra metà è avere una struttura che ti fa partire anche nei giorni in cui il disagio vince.

È quello che fa il Protocollo: ti dà passi piccoli, inneschi chiari e un ambiente progettato perché l’azione parta da sola, senza dover prima sconfiggere l’ansia o trovare la motivazione.

In sintesi


Rimandi anche sapendo cosa fare perché la procrastinazione è una fuga dal disagio, non un difetto di volontà. Non ti serve sapere di più né "impegnarti di più": ti serve rendere il compito più piccolo, più vicino come ricompensa e più protetto dalle distrazioni. Cambia la domanda da "perché non riesco a obbligarmi?" a "come rendo questo primo passo così facile da non avere niente da cui fuggire?".

Domande frequenti


Perché continuo a rimandare anche se so cosa devo fare?
Perché la procrastinazione non è un problema di informazioni o di pigrizia, ma di emozioni. Rimandi per evitare il disagio che quel compito ti provoca: noia, ansia, paura di fallire. Sapere cosa fare non elimina quel disagio, quindi sapere non basta. Per smettere di rimandare devi rendere il compito meno minaccioso e più facile da iniziare, non ripeterti che "dovresti".

La procrastinazione è pigrizia?
No, spesso è il contrario. Molte persone che procrastinano sono ansiose e perfezioniste: rimandano proprio perché il compito conta troppo e temono di non essere all’altezza. La pigrizia è disinteresse; la procrastinazione è fuga emotiva da qualcosa che invece ti importa. Confonderle ti fa usare la cura sbagliata.

Come smettere di rimandare un compito che continuo a evitare?
Riduci la barriera emotiva e quella pratica: rendi il primo passo così piccolo da non fare paura (apri il documento, scrivi una riga), avvicina la ricompensa e allontana le distrazioni. Agire sulle emozioni e sull’ambiente funziona; ripeterti che devi avere più disciplina, no.


Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)
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Secondo cervello con Notion: il minimo vitale che funziona


Non è un archivio perfetto di tutto. È un posto fidato dove butti idee, appunti, link e compiti nel momento in cui arrivano, sapendo che li ritroverai.

Un secondo cervello su Notion non deve essere complicato: bastano tre aree — una casella di entrata, i progetti attivi e un archivio — più una sola abitudine, svuotare la casella una volta a settimana. Lo strumento conta meno del sistema: un Notion stracarico di template fa più danno di tre cartelle ordinate.

"Secondo cervello" suona ambizioso. In pratica è una cosa sola: tirare fuori dalla testa ciò che non devi ricordare a memoria, così la mente lavora invece di fare da magazzino.

Cos'è davvero un secondo cervello


Non è un archivio perfetto di tutto. È un posto fidato dove butti idee, appunti, link e compiti nel momento in cui arrivano, sapendo che li ritroverai. La fiducia è tutto: se non ti fidi del sistema, continui a tenere le cose in testa — e la testa si affolla.

Il minimo vitale su Notion


  • Casella di entrata (Inbox). Una pagina sola. Tutto entra qui, senza pensarci.
  • Progetti attivi. Solo ciò su cui stai lavorando ora. Massimo una manciata.
  • Archivio. Ciò che è chiuso o che potrebbe servire. Fuori dagli occhi.

Tre aree. Niente database annidati, niente dashboard con venti viste. La complessità è il modo più rapido per abbandonare il sistema, esattamente come succede quando costruisci abitudini troppo grandi.

L'abitudine che lo tiene vivo


Un secondo cervello non si rompe per mancanza di funzioni: si rompe per mancanza di manutenzione. Serve un'unica abitudine: una volta a settimana svuoti la casella di entrata e decidi per ogni voce — progetto, archivio o cestino. È la stessa review che regge il tuo sistema operativo personale. Aggancia questo momento a qualcosa che già fai, come insegna la Formula ANCORA.

Cosa fare oggi (5 minuti)


Apri Notion, crea tre pagine: Inbox, Progetti, Archivio. Fine. Per una settimana butta tutto nell'Inbox senza ordinarlo. Domenica fai il primo svuotamento. Hai un secondo cervello funzionante.

Vuoi inserirlo in un sistema di abitudini che regge nel tempo? È il lavoro del Protocollo.

Domande frequenti

Cos'è un secondo cervello su Notion?


È un sistema digitale dove raccogli idee, appunti e progetti fuori dalla testa, così la mente resta libera di pensare invece di ricordare. Su Notion bastano poche aree: una casella di entrata, i progetti attivi, un archivio. Tutto il resto è superfluo.

Notion è la scelta migliore per il secondo cervello?


Notion è ottimo se ti serve flessibilità e database collegati. Ma lo strumento conta meno del sistema: un secondo cervello disordinato su Notion è peggio di tre cartelle ordinate. Parti dal minimo vitale, non dai template da 200 blocchi.

Quanto tempo serve per costruire un secondo cervello?


Il minimo vitale si monta in un'ora. La parte che conta è l'abitudine quotidiana di buttarci dentro le cose e di svuotare la casella di entrata una volta a settimana. Senza quell'abitudine, qualsiasi sistema si riempie di rumore.

Questo articolo si collega al sistema Produttività e crescita personale e al percorso Hub Gestione del temposistemi, non motivazione.

Altri articoli su questo tema — archivio blog.


Perché le abitudini non durano mai (e come renderle durature)


Le abitudini non durano perché le costruisci troppo grandi e troppo legate alla motivazione iniziale: quando l’entusiasmo cala, non resta nessun automatismo a reggerle. Un’abitudine dura solo quando è piccola, agganciata a un segnale fisso e ripetuta nello stesso contesto abbastanza a lungo da diventare automatica — cioè quando smette di richiedere una decisione.

Conosci il copione. Parti pieno di buone intenzioni, regge una settimana, forse due. Poi salti un giorno, poi due, e nel giro di un mese sei tornato esattamente al punto di partenza, con in più una bella dose di sensi di colpa. Ti dici che è mancanza di costanza. Ma la costanza è il sintomo, non la causa.

Il vero motivo per cui le abitudini mollano


Quasi sempre il problema è uno solo: hai puntato sull’entusiasmo invece che sull’automatismo.

L’entusiasmo è una marea: sale e scende, e tu non lo controlli. Se hai costruito la tua abitudine sopra la marea alta dei primi giorni, quando l’acqua si ritira il comportamento resta a secco. Per questo le abitudini grandi, ambiziose, che richiedono ogni giorno una bella spinta di volontà, sono le prime a crollare: la forza di volontà si esaurisce, e con lei l’abitudine.

Un’abitudine dura quando diventa automatica


La ricercatrice e i colleghi del King’s College London hanno una definizione utile: un’abitudine è un comportamento che, ripetuto in un contesto stabile, diventa automatico, cioè parte da solo in risposta a un segnale, senza che tu debba deciderlo. Lo spiega bene il lavoro di Benjamin Gardner sulla formazione delle abitudini: la chiave non è l’intensità, è la ripetizione nello stesso contesto.

Tradotto: non conta quanto ti impegni un giorno. Conta quante volte ripeti lo stesso piccolo gesto, attaccato allo stesso segnale, nello stesso posto. È noioso. Ed è esattamente per questo che funziona.

Perché "fare in grande" è la ricetta del fallimento


L’errore più comune è partire troppo in grande. Un’ora di palestra, trenta minuti di meditazione, dieci pagine di scrittura — tutto dal primo giorno. Sembra ambizione, è sabotaggio.

Più l’abitudine è grande, più energia richiede, più dipende dal fatto che tu abbia voglia. E i giorni in cui non hai voglia sono quelli che decidono se l’abitudine sopravvive. Rimpicciolisci finché il "non ho voglia" diventa irrilevante: due minuti, una pagina, una flessione. È il principio dei mini habits, e regge proprio perché toglie la motivazione dall’equazione.

Il momento esatto in cui quasi tutti mollano


C’è un nemico silenzioso delle abitudini: il cambio di contesto. Un trasloco, una vacanza, un nuovo lavoro, una settimana storta. Lo psicologo dell’Università di Bath Bas Verplanken studia proprio questo: quando l’ambiente attorno a te cambia, i segnali che facevano partire l’abitudine spariscono, e l’abitudine con loro.

Ecco perché tante routine crollano "senza motivo" dopo le ferie: non sei diventato pigro, è sparito il contesto che le innescava. La soluzione non è più disciplina, è ricostruire i segnali: è la logica per cui l’ambiente che progetti decide il tuo comportamento.

Come rendere un’abitudine davvero duratura: 4 condizioni


  1. Piccola. Così piccola da poterla fare anche nel giorno peggiore. La crescita viene dopo, non prima.
  2. Agganciata a un segnale fisso. "Dopo X farò Y". Il segnale fa partire l’abitudine al posto della tua memoria.
  3. Sempre nello stesso contesto. Stesso momento, stesso posto. La ripetizione nel contesto stabile è ciò che crea l’automatismo.
  4. Protetta dai cambi di scenario. Quando l’ambiente cambia, ricostruisci subito il segnale invece di aspettare che "torni la voglia".

Nessuna di queste condizioni ti chiede di volere di più. Tutte spostano il peso dalla motivazione alla struttura. Le regole della costanza partono esattamente da qui.

Il Protocollo: dove le abitudini smettono di crollare


Sapere che servono abitudini piccole, ancorate e ripetute è facile. Tenerle in piedi settimana dopo settimana, soprattutto quando la vita ci mette di traverso, è la parte difficile.

È il motivo per cui ho costruito il Protocollo: un sistema operativo per le abitudini che ti porta una settimana alla volta, segnale dopo segnale, a installarle finché diventano automatiche — senza affidarti alla marea dell’entusiasmo.

In sintesi


Le abitudini non muoiono per mancanza di carattere, ma per eccesso di ambizione e mancanza di struttura. Falle piccole, ancorale a un segnale, ripetile nello stesso contesto e proteggile dai cambi di scenario. Smetti di chiederti "come trovo la costanza?" e inizia a chiederti "come rendo questo gesto così automatico da non doverlo più decidere?".

Domande frequenti


Perché le abitudini non durano mai?
Perché vengono costruite troppo grandi e troppo dipendenti dalla motivazione iniziale. Quando l’entusiasmo cala — di solito dopo una o due settimane — non resta nessun automatismo a reggere il comportamento. Un’abitudine dura solo quando, ripetuta in un contesto stabile, diventa automatica e smette di richiedere una decisione.

Come si fa a rendere un’abitudine duratura?
Rendendola piccola, agganciandola a un segnale fisso della giornata e ripetendola sempre nello stesso contesto finché diventa automatica. La costanza in un ambiente stabile conta più dell’intensità. Meglio due minuti al giorno per mesi che un’ora al giorno per una settimana e poi più nulla.

Dopo quanto un’abitudine diventa automatica?
Dipende molto dalla persona e dall’abitudine, ma la ricerca sulla formazione delle abitudini indica che servono diverse settimane di ripetizione costante. Il punto critico è la fase iniziale, in cui l’automatismo non si è ancora formato e la voglia è già calata: è lì che serve un sistema, non più forza di volontà.


Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)
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Procrastinazione cronica: 5 segnali e un protocollo di 14 giorni


Il compito che rimandi ti fa provare qualcosa di sgradevole — paura di non farcela, perfezionismo, noia. Azioni concrete da applicare oggi.

La procrastinazione cronica non è pigrizia né cattiva organizzazione: è un modo per sfuggire al disagio che un compito ti provoca. Si riconosce da cinque segnali — rimandi quasi tutto ciò che conta, l'ansia cresce vicino alla scadenza, riempi il tempo con attività secondarie, ti dai del pigro, provi sollievo immediato quando rinvii. Si esce riducendo l'attrito di partenza, una abitudine alla volta.

C'è differenza tra rimandare ogni tanto e rimandare come stile di vita. La seconda logora: lavoro, autostima, sonno. Vediamo come riconoscerla e come romperla.

I 5 segnali della procrastinazione cronica


  1. Rimandi ciò che conta, non ciò che è facile. Le cose secondarie le fai subito; quella importante slitta sempre.
  2. L'ansia cresce con l'avvicinarsi della scadenza invece di spingerti ad agire prima.
  3. Ti riempi di compiti-alibi: pulisci la scrivania, rispondi a mail inutili, riordini i file.
  4. Ti dai del pigro anche quando in altri ambiti sei iper-efficiente.
  5. Provi sollievo quando rimandi, subito seguito da senso di colpa.

Se ti ritrovi in tre o più, non è un difetto di carattere. È un loop. Lo stesso descritto in perché continuo a rimandare anche se so cosa devo fare.

Non è pigrizia: è gestione delle emozioni


Il compito che rimandi ti fa provare qualcosa di sgradevole — paura di non farcela, perfezionismo, noia. Rinviare cancella quell'emozione per qualche ora. Il cervello impara: "rimandare = sollievo". Ecco perché sapere cosa fare non basta, ed ecco perché la sera la forza di volontà crolla.

Il protocollo di 14 giorni


Una sola abitudine bersaglio. Quattordici giorni. Tre regole:

  • Primo passo ridicolo. Non "scrivo la relazione" ma "apro il file e scrivo una riga". L'attrito di partenza è il vero nemico.
  • Separa iniziare da finire. Il tuo unico obiettivo è cominciare. Spesso, una volta partito, continui — ma non è obbligatorio.
  • Finestre brevi e fisse. 10–15 minuti agganciati a qualcosa che già fai, come nella Formula ANCORA.


Cosa fare oggi (5 minuti)


Scegli il compito che stai rimandando da più tempo. Scrivi il suo "primo passo ridicolo" — qualcosa che richiede meno di due minuti. Fallo adesso. Domani, stessa ora, di nuovo. Hai iniziato il protocollo.

Se vuoi i 14 giorni strutturati, con il tracciamento e l'aggancio serale, è ciò che fa il Protocollo.

Domande frequenti

Quali sono i sintomi della procrastinazione cronica?


Rimandare quasi ogni compito importante, sentire ansia crescente man mano che la scadenza si avvicina, iniziare mille cose secondarie per evitare quella che conta, darti del pigro pur sapendo che non lo sei, e provare sollievo immediato quando rimandi seguito da senso di colpa.

La procrastinazione cronica è un problema psicologico?


Non è una malattia, ma non è nemmeno pigrizia. È un modo per gestire emozioni sgradevoli — ansia, paura di fallire, perfezionismo — evitando il compito che le scatena. Per questo la forza di volontà da sola non basta: devi rendere il compito meno minaccioso.

Come si smette di procrastinare in modo cronico?


Riducendo l'attrito di partenza: definisci un primo passo così piccolo da sembrare ridicolo, separa la fase di inizio da quella di completamento, e lavora a finestre brevi. Un protocollo di 14 giorni su una sola abitudine alla volta rompe il loop.

Questo articolo si collega al sistema Produttività e crescita personale e al percorso Hub Abitudinisistemi, non motivazione.

Altri articoli su questo tema — archivio blog.


Perché continuo a rimandare anche se so cosa devo fare


Continui a rimandare anche se sai cosa devi fare perché la procrastinazione non è un problema di informazioni o di pigrizia, ma di emozioni: rimandi per sfuggire al disagio che quel compito ti provoca. Sapere cosa fare non cancella quel disagio, ecco perché sapere non basta. Si smette di rimandare rendendo il compito meno minaccioso e più facile da iniziare, non ripetendosi che "si dovrebbe".

È la tortura più assurda che ci infliggiamo: sappiamo benissimo cosa dovremmo fare, lo abbiamo persino scritto sulla lista, e lo rimandiamo lo stesso. Poi ci diamo del pigro, del disorganizzato, dell’incoerente. Quasi sempre ci stiamo dando la diagnosi sbagliata.

Non è pigrizia. È fuga emotiva


Lo psicologo Joseph Ferrari, tra i massimi studiosi del tema, lo ripete da anni: la procrastinazione non è un problema di gestione del tempo, ma di gestione delle emozioni. Non rimandi perché non sai organizzarti. Rimandi perché quel compito ti fa provare qualcosa di sgradevole — noia, ansia, paura di non farcela — e rimandare è il modo più rapido per togliere quella sensazione, subito.

Il problema è che il sollievo dura poco e il compito torna, più grande e più carico di ansia di prima. È un prestito emotivo a tassi da usura: stai bene ora, paghi il doppio dopo.

Per questo la pigrizia c’entra poco: chi procrastina spesso è ansioso e perfezionista, rimanda proprio perché la cosa gli importa troppo. Sono le stesse trappole mentali che ci tengono bloccati anche altrove.

L’equazione che spiega perché rimandi


C’è un altro modo, più freddo e utilissimo, per capire la procrastinazione. Lo psicologo Piers Steel l’ha riassunto in quella che chiama l’equazione della procrastinazione: la tua motivazione a fare una cosa cresce con quanto ti aspetti di riuscirci e con quanto valore le dai, e crolla con quanto sei impulsivo e con quanto è lontana la ricompensa.

Detto semplice: rimandi di più quando un compito ti sembra difficile o senza senso, la soddisfazione è lontana nel tempo, e accanto hai mille distrazioni a portata di clic. Cambia anche solo una di queste leve e la procrastinazione si sgonfia.

Cosa fare davvero (invece di "impegnarti di più")


Visto che il problema è emotivo e situazionale, la soluzione non è la disciplina. È togliere disagio e attrito.

  1. Rimpicciolisci il primo passo finché non fa più paura. Non "scrivo la relazione", ma "apro il documento e scrivo una riga". Il disagio nasce davanti alla montagna; il primo sasso non spaventa nessuno.
  2. Avvicina la ricompensa. Spezza il compito in pezzi che danno una piccola soddisfazione subito, invece di un premio lontanissimo.
  3. Allontana le distrazioni. L’impulsività si batte sull’ambiente, non con la volontà: telefono in un’altra stanza, schede chiuse, notifiche spente.
  4. Smetti di aspettare la voglia. L’azione viene prima della motivazione, non dopo. Lo stesso motivo per cui la forza di volontà non basta.

Se vuoi la mappa completa per uscire dal loop del rimando, parti da qui: come smettere di procrastinare.

Il Protocollo: agire senza aspettare la voglia


Capire perché rimandi è già metà del lavoro. L’altra metà è avere una struttura che ti fa partire anche nei giorni in cui il disagio vince.

È quello che fa il Protocollo: ti dà passi piccoli, inneschi chiari e un ambiente progettato perché l’azione parta da sola, senza dover prima sconfiggere l’ansia o trovare la motivazione.

In sintesi


Rimandi anche sapendo cosa fare perché la procrastinazione è una fuga dal disagio, non un difetto di volontà. Non ti serve sapere di più né "impegnarti di più": ti serve rendere il compito più piccolo, più vicino come ricompensa e più protetto dalle distrazioni. Cambia la domanda da "perché non riesco a obbligarmi?" a "come rendo questo primo passo così facile da non avere niente da cui fuggire?".

Domande frequenti


Perché continuo a rimandare anche se so cosa devo fare?
Perché la procrastinazione non è un problema di informazioni o di pigrizia, ma di emozioni. Rimandi per evitare il disagio che quel compito ti provoca: noia, ansia, paura di fallire. Sapere cosa fare non elimina quel disagio, quindi sapere non basta. Per smettere di rimandare devi rendere il compito meno minaccioso e più facile da iniziare, non ripeterti che "dovresti".

La procrastinazione è pigrizia?
No, spesso è il contrario. Molte persone che procrastinano sono ansiose e perfezioniste: rimandano proprio perché il compito conta troppo e temono di non essere all’altezza. La pigrizia è disinteresse; la procrastinazione è fuga emotiva da qualcosa che invece ti importa. Confonderle ti fa usare la cura sbagliata.

Come smettere di rimandare un compito che continuo a evitare?
Riduci la barriera emotiva e quella pratica: rendi il primo passo così piccolo da non fare paura (apri il documento, scrivi una riga), avvicina la ricompensa e allontana le distrazioni. Agire sulle emozioni e sull’ambiente funziona; ripeterti che devi avere più disciplina, no.


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GTD vs Sistema Operativo Personale: quale ti serve davvero


Il cuore di GTD è semplice e potente: nulla resta nella testa. Tutto va in una casella di entrata, poi decidi cosa farne.

GTD (Getting Things Done) è un metodo per gestire i compiti: catturi tutto in un posto fidato, lo chiarisci, lo organizzi e lo rivedi. Un sistema operativo personale è più ampio: include i compiti ma anche le abitudini, l'energia e le regole con cui decidi. In una frase: GTD gestisce le cose da fare, il sistema operativo personale gestisce te.

Sono spesso messi in contrapposizione, ma rispondono a due bisogni diversi. Capire quale ti serve ti evita di montare un sistema enorme per un problema piccolo — o viceversa.

Cosa fa bene GTD


Il cuore di GTD è semplice e potente: nulla resta nella testa. Tutto va in una casella di entrata, poi decidi cosa farne. Più una review settimanale che rimette ordine. Su questo GTD è insuperato, ed è lo stesso principio del secondo cervello.

Dove GTD si ferma


GTD ti dice come gestire i compiti, ma quasi nulla su come rendere durature le abitudini o su come proteggere l'energia nelle ore giuste. È un sistema di task, non di comportamenti. Per questo molti applicano GTD alla perfezione per due settimane e poi mollano: la lista è ordinata, ma manca il motore che li fa tornare ogni giorno.

Il sistema operativo personale


Un sistema operativo personale mette insieme tre livelli: i compiti (qui GTD lavora benissimo), le abitudini costruite con la Formula ANCORA, e le decisioni ricorrenti. Non sostituisce GTD: lo include come modulo.

Quale scegliere


  • Ti perdi tra mille cose da fare? Parti da GTD ridotto: una casella di entrata, una review settimanale.
  • Il problema è la costanza? Ti serve il sistema operativo personale, centrato sulle abitudini.


Cosa fare oggi (5 minuti)


Apri una pagina e scrivi tutto ciò che hai in testa, senza ordine. Questa è la cattura di GTD. Poi cerchia l'unica cosa che, se diventasse abitudine, cambierebbe la settimana: quello è il punto da cui parte il tuo sistema operativo. Lo costruisci passo passo nel Protocollo.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra GTD e un sistema operativo personale?


GTD (Getting Things Done) è un metodo per gestire compiti e cose da fare: cattura, chiarisci, organizza, rivedi, esegui. Un sistema operativo personale è più ampio: include i compiti ma anche le abitudini, l'energia e le regole con cui prendi decisioni. GTD gestisce le task; il sistema operativo gestisce te.

GTD funziona ancora oggi?


Sì, i principi di GTD restano validi, soprattutto la cattura di tutto in un posto fidato e la review settimanale. Il limite è che GTD si concentra sulle cose da fare e dice poco su come costruire abitudini durature o gestire l'energia.

Meglio GTD o un sistema più semplice?


Se ti perdi tra mille compiti, parti da GTD ridotto all'osso: una casella di entrata e una review settimanale. Se invece il problema è la costanza, ti serve un sistema operativo personale centrato sulle abitudini, non solo sulle task.


Secondo cervello con Notion: il minimo vitale che funziona


Un secondo cervello su Notion non deve essere complicato: bastano tre aree — una casella di entrata, i progetti attivi e un archivio — più una sola abitudine, svuotare la casella una volta a settimana. Lo strumento conta meno del sistema: un Notion stracarico di template fa più danno di tre cartelle ordinate.

"Secondo cervello" suona ambizioso. In pratica è una cosa sola: tirare fuori dalla testa ciò che non devi ricordare a memoria, così la mente lavora invece di fare da magazzino.

Cos'è davvero un secondo cervello


Non è un archivio perfetto di tutto. È un posto fidato dove butti idee, appunti, link e compiti nel momento in cui arrivano, sapendo che li ritroverai. La fiducia è tutto: se non ti fidi del sistema, continui a tenere le cose in testa — e la testa si affolla.

Il minimo vitale su Notion


  • Casella di entrata (Inbox). Una pagina sola. Tutto entra qui, senza pensarci.
  • Progetti attivi. Solo ciò su cui stai lavorando ora. Massimo una manciata.
  • Archivio. Ciò che è chiuso o che potrebbe servire. Fuori dagli occhi.

Tre aree. Niente database annidati, niente dashboard con venti viste. La complessità è il modo più rapido per abbandonare il sistema, esattamente come succede quando costruisci abitudini troppo grandi.

L'abitudine che lo tiene vivo


Un secondo cervello non si rompe per mancanza di funzioni: si rompe per mancanza di manutenzione. Serve un'unica abitudine: una volta a settimana svuoti la casella di entrata e decidi per ogni voce — progetto, archivio o cestino. È la stessa review che regge il tuo sistema operativo personale. Aggancia questo momento a qualcosa che già fai, come insegna la Formula ANCORA.

Cosa fare oggi (5 minuti)


Apri Notion, crea tre pagine: Inbox, Progetti, Archivio. Fine. Per una settimana butta tutto nell'Inbox senza ordinarlo. Domenica fai il primo svuotamento. Hai un secondo cervello funzionante.

Vuoi inserirlo in un sistema di abitudini che regge nel tempo? È il lavoro del Protocollo.

Domande frequenti

Cos'è un secondo cervello su Notion?


È un sistema digitale dove raccogli idee, appunti e progetti fuori dalla testa, così la mente resta libera di pensare invece di ricordare. Su Notion bastano poche aree: una casella di entrata, i progetti attivi, un archivio. Tutto il resto è superfluo.

Notion è la scelta migliore per il secondo cervello?


Notion è ottimo se ti serve flessibilità e database collegati. Ma lo strumento conta meno del sistema: un secondo cervello disordinato su Notion è peggio di tre cartelle ordinate. Parti dal minimo vitale, non dai template da 200 blocchi.

Quanto tempo serve per costruire un secondo cervello?


Il minimo vitale si monta in un'ora. La parte che conta è l'abitudine quotidiana di buttarci dentro le cose e di svuotare la casella di entrata una volta a settimana. Senza quell'abitudine, qualsiasi sistema si riempie di rumore.

Questo articolo si collega al sistema Produttività e crescita personale e al percorso Hub Gestione del temposistemi, non motivazione.

Altri articoli su questo tema — archivio blog.


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Automatizzare le abitudini su iPhone con Comandi e promemoria


Un'abitudine ha bisogno di un segnale che la fa partire. Se quel segnale vive solo nella tua memoria, prima o poi lo perdi.

Puoi automatizzare le abitudini su iPhone usando l'app Comandi (Shortcuts) e i promemoria basati su orario o luogo: imposti un'automazione che parte da un evento — la sveglia, l'arrivo a casa, la mezzanotte — e ti propone l'azione. L'iPhone diventa l'innesco esterno, così non devi ricordartelo. Resta un supporto, non un sostituto della costanza.

La maggior parte delle abitudini non salta perché ti manca la voglia, ma perché manca l'innesco: nessuno ti ricorda di farle nel momento giusto. Qui il telefono aiuta davvero.

L'idea: spostare l'innesco fuori dalla testa


Un'abitudine ha bisogno di un segnale che la fa partire. Se quel segnale vive solo nella tua memoria, prima o poi lo perdi. Mettere l'innesco nell'iPhone è la versione digitale dell'habit stacking: agganci la nuova azione a un momento preciso e affidabile.

Comandi (Shortcuts): automazioni utili


  • Per orario: alle 22:30 il telefono ti apre la nota del diario o ti ricorda di preparare l'ambiente per il mattino.
  • Per luogo: quando arrivi a casa, parte il promemoria della camminata o dello stretching.
  • Concatenata alla sveglia: spegnere la sveglia avvia il comando "bicchiere d'acqua + 3 respiri".

Aggancia sempre l'azione a un gesto che già fai: è il principio della Formula ANCORA.

Il limite da conoscere


Il promemoria ti ricorda di iniziare, ma non costruisce l'abitudine al posto tuo. Per le azioni che eviti per disagio — non per dimenticanza — il problema è emotivo, ed è lo stesso meccanismo della procrastinazione: lì la notifica da sola non basta. Automatizza ciò che dimentichi, non ciò da cui scappi.

Cosa fare oggi (5 minuti)


Apri Comandi, crea un'automazione personale "Ora del giorno" all'orario in cui vuoi una micro-abitudine. Falla aprire l'app o mandare un promemoria con l'azione scritta in modo concreto ("bevi un bicchiere d'acqua", non "stai in salute"). Provala stasera.

Per scegliere quali abitudini valga la pena ancorare e tracciare, parti dal Protocollo.

Domande frequenti

Come automatizzare le abitudini su iPhone?


Con l'app Comandi (Shortcuts) e i promemoria basati su orario o luogo. Crei un'automazione che parte da un evento — la sveglia, l'arrivo a casa, la mezzanotte — e ti propone l'azione dell'abitudine. L'iPhone diventa l'innesco esterno, così non devi ricordartelo.

Le automazioni iPhone bastano per creare un'abitudine?


No, sono un supporto. Il promemoria ti ricorda di iniziare, ma l'abitudine si forma solo ripetendo l'azione. Usa l'automazione come innesco e aggancio, non come sostituto della costanza.

Quali abitudini conviene automatizzare?


Quelle che dimentichi per mancanza di innesco, non per mancanza di voglia: bere acqua, una pausa di respiro, scrivere la riga del diario, preparare l'ambiente la sera. Per quelle che eviti per disagio emotivo, il promemoria da solo non basta.

Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)
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Il Tao della Leadership nell'Era dell'AI — Jack Myers (FusionFlow)


Riassunto di "Il Tao della Leadership nell’Era dell’AI" di Jack Myers: il modello FusionFlow e i 5 principi taoisti — armonia, flessibilità, equilibrio, semplicità, integrità — per integrare l’AI senza svuotare il team.

In breve

Il Tao della Leadership nell’Era dell’AI di Jack Myers spiega come integrare l’intelligenza artificiale senza svuotare il team di creatività e fiducia. Il modello FusionFlow traduce cinque principi taoisti — armonia, flessibilità, equilibrio, semplicità, integrità — in strumenti di leadership concreti, più dieci direttive per il lavoro ibrido.

C’è una scena che forse riconosci. Introduci l’AI nel lavoro, i numeri migliorano, i report sono più veloci. E intanto, in riunione, cala il silenzio: le persone smettono di proporre idee. Va tutto meglio sulla carta e qualcosa, sottotraccia, si sta rompendo.

È esattamente il paradosso che Jack Myers mette a fuoco in Il Tao della Leadership nell’Era dell’AI: puoi ottimizzare tutto e, nel farlo, perdere ciò che conta davvero — la creatività, la fiducia, la spinta delle persone a metterci la testa. La sua tesi è che la soluzione non arrivi da più tecnologia, ma da una vecchia idea cinese di 2.500 anni fa.

Chi è Jack Myers


Myers non guarda l’AI da fuori. È uno degli analisti dei media americani più longevi, uno che si definisce "ecologista dei media": studia come le organizzazioni si adattano — o crollano — quando una tecnologia cambia le regole del gioco.

Negli anni Ottanta ha documentato il declino della TV broadcast: i leader rigidi affondarono, quelli flessibili sopravvissero. Oggi applica la stessa lente all’AI, con il vantaggio di chi quel film l’ha già visto una volta. È un punto a suo favore: non è l’ennesimo guru dell’AI, è un osservatore di lungo corso.

Il problema che il libro affronta: il "modello Bizarro"


Myers chiama "modello Bizarro" la deriva in cui i dipendenti diventano semplici estensioni delle macchine: eseguono, ottimizzano, smettono di pensare. L’AI implementata male accelera questa china. Implementata bene fa l’opposto: libera tempo per il pensiero, la collaborazione, i problemi complessi.

La domanda quindi non è se usare l’AI. È come usarla senza distruggere quello che già funziona. Ed è una domanda di leadership, non di tecnologia — lo stesso terreno di cosa significhi davvero guidare delle persone.

FusionFlow: cinque principi taoisti tradotti in pratica


Il cuore del libro prende dal Tao Te Ching, il testo fondante del taoismo, cinque principi e li trasforma in strumenti di leadership per il 2025. Non filosofia da incorniciare: leve operative.

  • Armonia. Integra AI e lavoro umano senza creare una gerarchia tra chi padroneggia le macchine e chi resta indietro. I team migliori costruiscono flussi dove tecnologia e persona si rafforzano, non si fanno concorrenza.
  • Flessibilità. I leader rigidi perdono. Flessibilità non è debolezza: è cambiare approccio quando cambia il contesto. Myers lo vide nella TV degli anni Ottanta, lo rivede oggi con l’AI.
  • Equilibrio. KPI in salita e morale in discesa non è un successo. Misura anche l’energia del team, non solo i risultati a breve termine — altrimenti stai vincendo la battaglia e perdendo la guerra.
  • Semplicità. FusionFlow abbatte i silos: meno strati di approvazione, meno riunioni per giustificare altre riunioni. L’AI rende possibile semplificare, se scegli di farlo invece di aggiungere complessità.
  • Integrità. Diversità, inclusione ed equità non sono caselle etiche da spuntare: sono prerequisiti di team che generano idee nuove. Trattarle come "compliance" significa sprecarle.


Le 10 direttive per la leadership ibrida


La parte più operativa del libro affronta il lavoro post-COVID: dieci direttive per chi guida team distribuiti tra ufficio, remoto e fusi orari diversi.

L’idea di fondo è netta: la leadership ibrida non è una versione annacquata di quella in presenza. È un modello diverso, con regole proprie. Chi la tratta come un’eccezione temporanea perde terreno rispetto a chi la costruisce come metodo stabile. È un tema che si lega bene a un’altra lettura: il leader calmo, sulla leadership che non urla per farsi seguire.

A chi serve (e a chi no)


Diciamolo con onestà, così non sprechi tempo.

Leggilo se: guidi un team, gestisci progetti complessi, o stai introducendo l’AI e senti già quella tensione del "numeri su, energia giù". Myers ti dà il vocabolario per diagnosticarla e un metodo per affrontarla prima che diventi crisi.

Lascia perdere se: cerchi un manuale tecnico sull’AI (questo è un libro di leadership), oppure lavori in completa autonomia senza nessuno da guidare. In quel caso i cinque principi restano utili, ma come abitudini mentali, non come metodo aziendale.

Come applicarlo con il Protocollo


Myers scrive di organizzazioni, ma FusionFlow funziona anche su scala individuale: armonia, flessibilità, equilibrio, semplicità e integrità sono cinque abitudini mentali prima che cinque regole aziendali. Il punto, come sempre, non è capirle — è praticarle finché diventano il tuo modo di lavorare di default.

Ed è il lavoro del Protocollo: trasformare un principio in un’abitudine concreta. Questo libro si abbina bene a chi sta lavorando sulla gestione delle priorità e sulla resilienza ai cambiamenti di contesto. Se ti interessa la leadership come pratica quotidiana, vale anche Managing Oneself di Peter Drucker: gestire gli altri parte dal gestire se stessi.

Dove trovarlo


The Tao of Leadership in the AI Era (Jack Myers, 2025) è disponibile in lingua inglese nelle principali librerie online. Non risulta a oggi una traduzione italiana ufficiale: se non leggi in inglese, i cinque principi di questo riassunto ti danno comunque l’ossatura del metodo.

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Trump attacca Papa Leone XIV per il suo incontro in Vaticano con il sindaco di Chicago


Dopo l'incontro in Vaticano tra Leone XIV e il sindaco Brandon Johnson, il presidente ha attaccato entrambi su Truth Social. Il sindaco ha replicato criticando il presidente per la guerra in Iran.

Donald Trump ha nuovamente attaccato Papa Leone XIV e questa volta anche il sindaco afroamericano di Chicago Brandon Johnson dopo il loro incontro in Vaticano, sostenendo che qualcuno avrebbe dovuto sconsigliare al Pontefice tale incontro. "Qualcuno dovrebbe spiegare al Papa che il sindaco di Chicago è inutile, e che l'Iran non può avere un'arma nucleare", ha scritto il presidente degli Stati Uniti su Truth Social.

Al messaggio ha allegato gli screenshot di alcuni post pubblicati da Johnson su X, in cui il sindaco appariva accanto al Pontefice. Nelle immagini, Johnson consegnava a Leone XIV una piccola bandiera di Chicago. In un altro scatto, i due sorridevano reggendo un cappellino dei Chicago Cubs, nonostante il Papa sia un noto tifoso dei White Sox. Leone XIV è il primo pontefice statunitense ed è nato proprio a Chicago.

Il sindaco Johnson è arrivato in Vaticano alla guida di una delegazione di 46 persone e ha portato al Pontefice alcuni simboli della loro comune città, tra cui i diplomi conseguiti dai genitori del papa alla DePaul University e una selezione di cimeli dei Cubs. Il sindaco ha raccontato che con Leone XIV ha parlato di giustizia sociale, ma, alla fine, ha spiegato, l'incontro è stato soprattutto una conversazione tra due uomini di Chicago: uno alla guida della città, l'altro alla guida della Chiesa Cattolica.

Johnson ha risposto alle accuse di Trump con una dichiarazione durissima. "I cittadini di Chicago ne hanno abbastanza della blasfema guerra di Trump in Iran. Qualcuno dovrebbe spiegare al presidente che sta solo rendendo più difficile alle famiglie lavoratrici arrivare a fine mese", ha detto il sindaco.

Il precedente


Il nuovo attacco ha riacceso lo scontro pubblico tra Trump e il Pontefice. Il presidente aveva già criticato in passato Leone XIV per le sue posizioni sulla guerra con l'Iran e lo aveva definito "debole" sulla criminalità, sostenendo che il Papa fosse favorevole a un Iran dotato di armi nucleari. "Non voglio un Papa che pensa sia giusto che l'Iran abbia un'arma nucleare. Non voglio un Papa che pensa sia terribile che l'America abbia attaccato il Venezuela", aveva scritto Trump.

Poi aveva aggiunto: "Non voglio un Papa che critica il Presidente degli Stati Uniti perché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto". Aveva inoltre accusato Leone XIV di "mettere in pericolo molti cattolici e molte persone" assecondando, a suo dire, lo sviluppo dell'arsenale nucleare iraniano. Leone XIV aveva replicato di non avere "alcuna paura dell'Amministrazione Trump, né di proclamare ad alta voce il messaggio del Vangelo, che è ciò che credo di essere qui a fare, ciò che la Chiesa è qui a fare".

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La Cattura del Mese


Questa splendida spigolona vale l'abbonamento a Mondo Pesca.
Buongiorno amici di Mondo Pesca, ecco la foto di una bellissima spigola che ho pescato a spinning con un falcetto, un’esca siliconica. La cattura è avvenuta nel golfo di Lamezia Terme. Ciao a tutti e alla prossima da Piero Cacia.
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In Maine il candidato Dem mandava messaggi sessualmente espliciti a diverse donne


Lo scoop del Wall Street Journal arriva a pochi giorni dalle primarie del 9 giugno e si aggiunge a una serie di rivelazioni sui post Reddit e su un tatuaggio collegato al nazismo.

Pochi giorni dopo che Graham Platner aveva annunciato la propria candidatura al Senato per il Maine, la moglie ha informato lo staff elettorale di un potenziale problema politico già scoperto sul telefono del marito: messaggi sessualmente espliciti con diverse donne. Lo ha rivelato uno scoop del Wall Street Journal, confermato in parallelo dal New York Times.

Amy Gertner, sposata con Platner nel 2023, aveva trovato i messaggi nella primavera del 2025, nei primi mesi del matrimonio. A fine agosto, mentre alcuni collaboratori conducevano una verifica interna sul proprio candidato, Gertner ha riferito l'esistenza di quei messaggi a una collaboratrice della campagna che considerava un'amica, per assicurarsi che non rappresentassero un rischio per la corsa elettorale. Lo staff aveva poi deciso che la vicenda era una questione privata, gestita dalla coppia attraverso un percorso di terapia di coppia.

La rivelazione non aveva fermato la campagna: il comizio del Labor Day del 2025 si era svolto come previsto davanti a migliaia di persone, con l'appoggio ufficiale del senatore del Vermont Bernie Sanders. Gertner, in una dichiarazione diffusa attraverso la campagna del marito, si è detta "profondamente ferita" da quella che descrive come la rottura della fiducia da parte della collaboratrice. "Confidai dettagli profondamente personali sul mio matrimonio a una persona che consideravo un'amica", ha scritto.

L'ex direttrice politica della campagna, Genevieve McDonald, ha confermato alla CNN di essere stata la destinataria delle confidenze e che lo staff aveva valutato la vicenda come un possibile problema politico. Gertner ha aggiunto: "So chi è Graham. Conosco l'uomo che ho sposato e il marito che è stato per me nei giorni migliori e in quelli peggiori della mia vita. Questo non è cambiato e non cambierà".

Le primarie democratiche del Maine si svolgeranno il 9 giugno e i democratici puntano sulla corsa di Platner per strappare il seggio alla senatrice repubblicana Susan Collins e tentare di riconquistare il Senato. Il candidato è un allevatore di ostriche e veterano dei Marines senza esperienza politica precedente, esploso sulla scena nazionale grazie a una piattaforma progressista incentrata sull'appello al voto operaio e su una politica estera non interventista.

Platner ha già dovuto affrontare nelle ultime settimane la diffusione di post controversi dal suo account Reddit, poi cancellato, in cui minimizzava la violenza sessuale e scriveva in modo volgare di lavoratrici del sesso e di masturbazione. In un post del dicembre 2019, raccontando di un politico che frequentava un bar di Washington dove lavorava come barista, Platner aveva scritto che quell'uomo "si ubriacava e si vantava di tutte le donne con cui andava a letto che non erano sua moglie", aggiungendo: "Ho una bussola morale piuttosto flessibile su queste cose". La campagna ha rifiutato di commentare quel post.

Il candidato ha inoltre ammesso di avere coperto un tatuaggio collegato al nazismo. Inizialmente aveva sostenuto di non essersi reso conto del significato del simbolo, fatto in gioventù durante il servizio militare, ma un'inchiesta della KFile della CNN ha mostrato che in un thread sui social del 2019 Platner aveva discusso esplicitamente del Totenkopf, il teschio con le ossa incrociate adottato dalle SS. In altri post poi ritrattati si era definito "comunista" e aveva descritto i poliziotti come "bastardi".

Il Wall Street Journal ha verificato anche l'esistenza di un account attivo del candidato su Kik, app di messaggistica privata spesso usata per incontri sessuali. Il profilo, registrato nel 2016 con un identificativo simile ad altri suoi vecchi account social, mostra un selfie a torso nudo di Platner con un asciugamano intorno alla vita. La campagna ha spiegato che il candidato aveva da tempo cancellato l'app dal telefono ma non aveva disattivato l'account.

Le rivelazioni stanno alimentando un dibattito interno al Partito democratico sul carattere e sul giudizio del candidato e fornendo materiale ai repubblicani. Alcuni esponenti democratici temono di essersi legati a una figura che non è stata sottoposta a una verifica approfondita e che rischia di compromettere le speranze del partito alle elezioni di midterm di novembre. La governatrice del Maine Janet Mills, che aveva sfidato Platner alle primarie e aveva utilizzato i post di Reddit in uno spot d'attacco, ha sospeso la propria campagna a pochi giorni dal voto del 9 giugno.

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Nuovo TP-Link Archer 8: il router Wi-Fi 8 che punta a rivoluzionare la rete domestica


TP-Link debutta nel mondo Wi-Fi 8 con Archer 8, un router pensato per garantire connessioni più veloci, stabili e ottimizzate per gaming, streaming e smart home
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TP-Link ha annunciato Archer 8, primo router Wi-Fi 8 dell’azienda, sviluppato sulla base dell’emergente standard IEEE 802.11bn. Prossimo al debutto nel mese di ottobre 2026, Archer 8 rappresenta un nuovo passo nella strategia TP-Link orientata a garantire reti domestiche sempre più stabili, reattive e performanti, anche negli ambienti più complessi e densamente connessi.

nubia Neo 5 GT ufficiale in Italia: gaming, AI e design futuristico
nubia Neo 5 GT debutta in Italia puntando su gaming ad alte prestazioni, intelligenza artificiale integrata e un design futuristico pensato per distinguersi nel panorama degli smartphone mobile gaming
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Per TP-Link conta la qualità dell'esperienza


Con l’aumento costante del numero di dispositivi presenti all’interno delle abitazioni, TP-Link ritiene che la nuova generazione Wi-Fi debba andare oltre la semplice velocità teorica di picco, concentrandosi sulla qualità dell’esperienza reale. Archer 8 nasce proprio per rispondere ad alcune delle problematiche più diffuse nelle reti domestiche moderne, come velocità instabili tra stanze diverse, congestione causata da numerosi dispositivi connessi, roaming mesh non ottimale e picchi di latenza durante attività ad alta intensità di traffico come gaming online, videochiamate e streaming.

I primi test in laboratorio confermano il potenziale del Wi-Fi 8


TP-Link ha condotto test interni controllati confrontando le prime implementazioni Wi-Fi 8 con soluzioni Wi-Fi 7 in scenari che simulano condizioni domestiche reali. Secondo l’azienda, i risultati preliminari evidenziano in modo concreto come il Wi-Fi 8 sia progettato per migliorare sensibilmente l’esperienza d’uso quotidiana, andando oltre i valori teorici di velocità. Le prime sperimentazioni hanno mostrato, infatti, miglioramenti a parità di distanza e condizioni di segnale, tra cui:

  • trasmissione dati più veloce, conun incremento fino al 33%, grazie a migliorie nella modulazione e codifica del segnale che consentono di mantenere velocità elevate e stabili anche a maggiore distanza;
  • fino al 24% di throughput aggiuntivo grazie a tecnologie di modulazione differenziata, sviluppate per migliorare la stabilità quando la qualità del segnale varia tra gli stream spaziali;
  • fino al 15% di incremento delle prestazioni tra access point multipli operanti in ambienti ad alta interferenza, grazie a sistemi evoluti di coordinamento dello spazio inutilizzato;
  • fino al 30% di miglioramento delle prestazioni del segnale in ambienti multi-piano con singolo dispositivo connesso, e tra il 10% e il 20% in scenari multi-device, grazie all’architettura avanzata delle antenne dell’azienda e all’ottimizzazione assistita dall’intelligenza artificiale;
  • incremento della sensibilità in ricezione compreso tra 1 e 3 dB sulle bande 5 GHz e 6 GHz, ottenuto tramite avanzate ottimizzazioni RF, per garantire una copertura più stabile e affidabile in tutta l’abitazione.

Insieme, questi miglioramenti sono progettati per ridurre i cali improvvisi di velocità, aumentare la stabilità nelle reti con molti dispositivi connessi, ottimizzare le performance delle infrastrutture mesh e mantenere una latenza ridotta anche nelle condizioni più difficili.
TP-Link Archer 8 introduce un nuovo approccio anche dal punto di vista progettuale, unendo design ricercato e soluzioni ingegneristiche avanzateTP-Link Archer 8 introduce un nuovo approccio anche dal punto di vista progettuale, unendo design ricercato e soluzioni ingegneristiche avanzate

Archer 8: design premium e tecnologia evoluta


La struttura minimalista ed elegante è pensata per coniugare estetica premium e funzionalità, con dettagli come le finiture micro-texturizzate, le linee scolpite con precisione e una luce frontale soffusa. Sotto il profilo tecnico, Archer 8 integra un sistema evoluto di gestione termica, un’architettura avanzata delle antenne, ottimizzazioni RF e funzionalità di intelligenza artificiale dedicate alla gestione della rete, con l’obiettivo di offrire connessioni più affidabili e prestazioni elevate anche negli ambienti domestici più esigenti.

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Una roadmap completa dedicata al Wi-Fi 8


Archer 8 rappresenta il primo tassello di una più ampia strategia aziendale dedicata al Wi-Fi 8, pensata per portare la nuova generazione di connettività in diversi scenari d’uso domestici: dai router di alta gamma ai sistemi mesh per tutta la casa, fino alle soluzioni travel e agli adattatori client, TP-Link anticipa una delle strategie Wi-Fi 8 più complete del mercato consumer, progettata per offrire connessioni più affidabili, minore latenza e prestazioni più stabili negli scenari d’uso reali. Il lancio ufficiale del nuovo router è previsto per il prossimo ottobre. Vi terremo informati.


nubia Neo 5 GT arriva in Italia: smartphone gaming con AI integrata e design futuristico


Nubia ha annunciato l’arrivo sul mercato italiano di nubia Neo 5 GT. Si tratta di un nuovo smartphone gaming progettato per offrire prestazioni elevate, raffreddamento professionale e funzionalità AI avanzate. Presentato in anteprima al MWC Barcellona 2026, nubia Neo 5 GT è ora disponibile in Italia in due versioni caratterizzate da design differenti, pensate per adattarsi a stili ed esperienze d’uso diverse: una variante dal look minimal, studiata per offrire comfort ed eleganza nell’utilizzo quotidiano, e una versione dal design più marcatamente gaming, arricchita da dettagli estetici dedicati e illuminazione RGB integrata.

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Pensato per i giovani gamer e per gli utenti che cercano potenza, fluidità e versatilità nell’utilizzo quotidiano, nubia Neo 5 GT si distingue per essere l’unico smartphone della sua categoria a integrare una vera ventola di raffreddamento attiva all’interno di un design completamente piatto, senza sporgenze della fotocamera, progettato per offrire una presa più stabile e confortevole durante il gioco.
Nubia Neo 5 Gt

Raffreddamento attivo e prestazioni stabili


Per assicurare prestazioni elevate e frame rate costanti anche durante le sessioni gaming più intense, nubia Neo 5 GT combina una ventola di raffreddamento attiva con un sistema di dissipazione termica da 29.508 mm² e uno speciale Through-Flow Duct Design che convoglia aria fresca direttamente verso CPU e batteria. Il sistema fa parte della piattaforma Cold-Core Trinity ed è supportato dal VC Cooling System, progettato per mantenere temperature stabili anche sotto stress. Il dispositivo è alimentato dal processore gaming MediaTek Dimensity 7400 a 4 nm, supportato da memoria dinamica LPDDR Max fino a 6.400 Mbps e dal motore di ottimizzazione NeoTurbo Engine, sviluppato per gestire in modo intelligente le risorse del sistema e offrire prestazioni fluide e stabili. Grazie alla tecnologia Memory Fusion, la RAM può essere espansa fino a 20 GB per migliorare ulteriormente multitasking e reattività.nubia Neo 5 GT è inoltre ufficialmente certificato per il gameplay fino a 120 FPS su Garena Free Fire e MLBB e supporta fino a 90 FPS su Delta Force. La connettività è ottimizzata dall’antenna gaming a 360°, progettata per mantenere una connessione stabile in qualsiasi posizione di impugnatura.
Nubia Neo 5 GT BlackNubia Neo 5 GT Black

Esperienza gaming immersiva


Per garantire un controllo preciso e immediato durante il gaming competitivo, nubia Neo 5 GT integra i Neo Trigger 5.0 a 550 Hz con supporto al controllo a quattro dita, una latenza inferiore a 5,5 ms e touch sampling istantaneo fino a 3.049 Hz.Il display OLED da 6,8 pollici con risoluzione 1.5K offre immagini dettagliate e una visibilità ottimizzata anche all’aperto, mentre la certificazione SGS Eye Care contribuisce a ridurre l’affaticamento visivo durante le sessioni prolungate. L’algoritmo Magic Touch 3.0 mantiene inoltre elevata la reattività del display anche nelle situazioni di utilizzo più intense.L’esperienza immersiva è completata dai doppi speaker stereo con DTS:X Ultra, da una risposta aptica più precisa e da un sistema di illuminazione dinamica sincronizzato con il gameplay. Per migliorare il comfort durante le lunghe sessioni di gioco, il dispositivo include inoltre un cavo con connettore a 90°, progettato per ridurre l’ingombro durante l’utilizzo in orizzontale.
nubia Neo 5 GT 5G - Obsidian Blacknubia Neo 5 GT 5G - Obsidian Black

AI integrata e utilizzo quotidiano


Attraverso AI Game Space 5.0, nubia Neo 5 GT integra AI Copilot Demi 2.0, un assistente intelligente pensato per supportare durante il gioco con informazioni in tempo reale, gestione smart delle notifiche e risposta automatica ai messaggi, così da non interrompere l’esperienza gaming. Oltre al gaming, lo smartphone è progettato per accompagnare gli utenti anche nelle attività quotidiane grazie a una batteria da 6.210 mAh con ricarica rapida da 45W e funzione Bypass Charging, che alimenta direttamente il dispositivo durante il gioco contribuendo a ridurre il surriscaldamento. Il comparto fotografico include una doppia fotocamera AI con sensore principale da 50 MP e sensore di profondità da 2 MP, oltre a una fotocamera frontale da 16 MP. nubia Neo 5 GT integra, inoltre, funzionalità AI dedicate alla produttività e alla creatività e supporta la tecnologia NFC.

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COSORI amplia la sua gamma kitchen con TwinFry Compact, una nuova linea di friggitrici ad aria Dual Blaze pensata per garantire cottura uniforme, praticità quotidiana e maggiore versatilità in cucina
TechpertuttiGuglielmo Sbano

Prezzo e disponibilità


Il dispositivo Nubia è disponibile in Italia in due versioni, entrambe nella colorazione Black: la versione con design minimale configurazione 8 /256 GB al prezzo di 399,90 euro.La versione con design gaming dedicato, illuminazione RGB integrata e configurazione 12 /256 GB è disponibile al prezzo di 449,90 euro. Entrambe le versioni sono disponibili su Amazon, presso i principali negozi di elettronica di consumo e operatori telefonici.


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Perché continuo a rimandare anche se so cosa devo fare


Rimandi anche sapendo cosa fare perché la procrastinazione è una fuga emotiva, non pigrizia. Ecco cosa fare davvero per smettere.

Continui a rimandare anche se sai cosa devi fare perché la procrastinazione non è un problema di informazioni o di pigrizia, ma di emozioni: rimandi per sfuggire al disagio che quel compito ti provoca. Sapere cosa fare non cancella quel disagio, ecco perché sapere non basta. Si smette di rimandare rendendo il compito meno minaccioso e più facile da iniziare, non ripetendosi che "si dovrebbe".

È la tortura più assurda che ci infliggiamo: sappiamo benissimo cosa dovremmo fare, lo abbiamo persino scritto sulla lista, e lo rimandiamo lo stesso. Poi ci diamo del pigro, del disorganizzato, dell’incoerente. Quasi sempre ci stiamo dando la diagnosi sbagliata.

Non è pigrizia. È fuga emotiva


Lo psicologo Joseph Ferrari, tra i massimi studiosi del tema, lo ripete da anni: la procrastinazione non è un problema di gestione del tempo, ma di gestione delle emozioni. Non rimandi perché non sai organizzarti. Rimandi perché quel compito ti fa provare qualcosa di sgradevole — noia, ansia, paura di non farcela — e rimandare è il modo più rapido per togliere quella sensazione, subito.

Il problema è che il sollievo dura poco e il compito torna, più grande e più carico di ansia di prima. È un prestito emotivo a tassi da usura: stai bene ora, paghi il doppio dopo.

Per questo la pigrizia c’entra poco: chi procrastina spesso è ansioso e perfezionista, rimanda proprio perché la cosa gli importa troppo. Sono le stesse trappole mentali che ci tengono bloccati anche altrove.

L’equazione che spiega perché rimandi


C’è un altro modo, più freddo e utilissimo, per capire la procrastinazione. Lo psicologo Piers Steel l’ha riassunto in quella che chiama l’equazione della procrastinazione: la tua motivazione a fare una cosa cresce con quanto ti aspetti di riuscirci e con quanto valore le dai, e crolla con quanto sei impulsivo e con quanto è lontana la ricompensa.

Detto semplice: rimandi di più quando un compito ti sembra difficile o senza senso, la soddisfazione è lontana nel tempo, e accanto hai mille distrazioni a portata di clic. Cambia anche solo una di queste leve e la procrastinazione si sgonfia.

Cosa fare davvero (invece di "impegnarti di più")


Visto che il problema è emotivo e situazionale, la soluzione non è la disciplina. È togliere disagio e attrito.

  1. Rimpicciolisci il primo passo finché non fa più paura. Non "scrivo la relazione", ma "apro il documento e scrivo una riga". Il disagio nasce davanti alla montagna; il primo sasso non spaventa nessuno.
  2. Avvicina la ricompensa. Spezza il compito in pezzi che danno una piccola soddisfazione subito, invece di un premio lontanissimo.
  3. Allontana le distrazioni. L’impulsività si batte sull’ambiente, non con la volontà: telefono in un’altra stanza, schede chiuse, notifiche spente.
  4. Smetti di aspettare la voglia. L’azione viene prima della motivazione, non dopo. Lo stesso motivo per cui la forza di volontà non basta.

Se vuoi la mappa completa per uscire dal loop del rimando, parti da qui: come smettere di procrastinare.

Il Protocollo: agire senza aspettare la voglia


Capire perché rimandi è già metà del lavoro. L’altra metà è avere una struttura che ti fa partire anche nei giorni in cui il disagio vince.

È quello che fa il Protocollo: ti dà passi piccoli, inneschi chiari e un ambiente progettato perché l’azione parta da sola, senza dover prima sconfiggere l’ansia o trovare la motivazione.

In sintesi


Rimandi anche sapendo cosa fare perché la procrastinazione è una fuga dal disagio, non un difetto di volontà. Non ti serve sapere di più né "impegnarti di più": ti serve rendere il compito più piccolo, più vicino come ricompensa e più protetto dalle distrazioni. Cambia la domanda da "perché non riesco a obbligarmi?" a "come rendo questo primo passo così facile da non avere niente da cui fuggire?".

Domande frequenti


Perché continuo a rimandare anche se so cosa devo fare?
Perché la procrastinazione non è un problema di informazioni o di pigrizia, ma di emozioni. Rimandi per evitare il disagio che quel compito ti provoca: noia, ansia, paura di fallire. Sapere cosa fare non elimina quel disagio, quindi sapere non basta. Per smettere di rimandare devi rendere il compito meno minaccioso e più facile da iniziare, non ripeterti che "dovresti".

La procrastinazione è pigrizia?
No, spesso è il contrario. Molte persone che procrastinano sono ansiose e perfezioniste: rimandano proprio perché il compito conta troppo e temono di non essere all’altezza. La pigrizia è disinteresse; la procrastinazione è fuga emotiva da qualcosa che invece ti importa. Confonderle ti fa usare la cura sbagliata.

Come smettere di rimandare un compito che continuo a evitare?
Riduci la barriera emotiva e quella pratica: rendi il primo passo così piccolo da non fare paura (apri il documento, scrivi una riga), avvicina la ricompensa e allontana le distrazioni. Agire sulle emozioni e sull’ambiente funziona; ripeterti che devi avere più disciplina, no.


Le psicotrappole: perché il tuo cervello sabota le abitudini (e come uscirne)


In breve

Riferimenti: B.J. Fogg e Wendy Wood.

Le trappole mentali sabotano le abitudini con pensieri «tutto o niente» e rimando: sostituiscili con gesti piccoli tracciati, identità («sono chi fa X») e rientro dopo uno scivolone — mai due giorni saltati di fila.

Hai mai cominciato una dieta di lunedì, sbagliato un pasto il mercoledì, e pensato: "Che tanto ormai, la settimana è già rovinata"?

Sì. Lo so.

E sai cosa? Non è solo la dieta. È la palestra che rimandi al prossimo lunedì. È il libro sul comodino che aspetta da tre mesi. È il progetto che "inizierai quando avrai più tempo", e il momento giusto non arriva mai.

Non è debolezza. Non è mancanza di volontà. È una psicotrappola, un meccanismo automatico del tuo cervello che si attiva senza chiederti il permesso, senza avvisarti, e spesso senza che tu te ne accorga.

Il problema non è che non vuoi cambiare.

Il problema è che stai usando la testa sbagliata per farlo.


TL;DR, Quello che trovi in questo articolo:

  • Le psicotrappole sono meccanismi mentali automatici che sabotano il cambiamento prima ancora che tu te ne accorga
  • Le 5 più pericolose per chi lavora sulle abitudini: bias di conferma, pensiero tutto-o-niente, effetto "che tanto ormai", procrastinazione emotiva, identità bloccata
  • Non è una colpa tua, sono risposte evolutive che ora giocano contro di te
  • Il Protocollo Anti-Psicotrappola: 4 mosse concrete per disarmarle oggi

Cos'è una psicotrappola (e perché nessuno te lo spiega davvero)


Una psicotrappola è un pattern cognitivo automatico che il cervello esegue per risparmiare energia, ma che, nel contesto delle abitudini moderne, finisce per sabotarti.

Il tuo cervello non è cattivo. È efficiente. Ha imparato a creare scorciatoie neurali che funzionavano benissimo nella savana africana, e meno bene nel 2026.

Pensa al tuo cervello come a un sistema operativo scritto 200.000 anni fa. Funziona ancora benissimo per la maggior parte delle cose. Ma alcune funzionalità legacy, le psicotrappole, sono diventate bug.

E come ogni bug, si possono debuggare. Questa guida è il tuo debugger.


Le 5 psicotrappole che sabotano le tue abitudini

1. Il bias di conferma, Vedi solo ciò che già credi


Stai cercando di correre ogni mattina. Il primo giorno esci, fa freddo, rientri stanco. Quel piccolo disagio rinforza la voce nella tua testa che già sapeva che "non sei un tipo da corsa".

Il bias di conferma è la tendenza del cervello a cercare, ricordare e pesare di più le informazioni che confermano ciò che già crede. Daniel Kahneman lo descrive in dettaglio in Pensieri lenti e veloci come uno dei bias più difficili da aggirare, proprio perché opera sotto la soglia della coscienza. Il paradosso è che più sei intelligente, più sei bravo a costruire argomentazioni convincenti a favore di ciò che già credi, e più è difficile smontarle.

Risultato: inizi a raccogliere "prove" che il cambiamento non fa per te, anche quando le prove reali dicono il contrario.

La trappola: non è che non ci riesci. È che cerchi inconsciamente le conferme del fatto che non puoi riuscirci. Ci sei già passato, vero?


2. Il pensiero tutto-o-niente, Il perfezionismo che uccide il progresso


O fai la settimana perfetta di allenamento, o è come se non avessi fatto niente. O segui la dieta al 100%, o hai fallito.

Questo schema ha una base neurologica precisa: il cervello prefrontale, quello che ragiona con calma, viene sovrastato dall'amigdala, quella che reagisce in fretta. Quando percepisci uno sbaglio, scatta la risposta di minaccia. E la risposta di minaccia non conosce le sfumature: tutto o niente.

Il problema è che il progresso reale non è mai lineare. James Clear, in Atomic Habits, usa questa metafora: non è il singolo allenamento a cambiarti, è la direzione. Se sei all'80%, sei comunque nella direzione giusta.

Il pensiero tutto-o-niente ti fa scendere dall'autobus perché non sei salito alla fermata giusta. Ma l'autobus passa di nuovo. Sempre.


3. L'effetto "che tanto ormai", Il sabotatore più subdolo


Questo meccanismo ha un nome scientifico: What the Hell Effect. È stato studiato dalla psicologa Janet Polivy e descrive un pattern ben documentato: una volta rotto il "codice" di un comportamento virtuoso, il cervello tende a capitalizzare sulla trasgressione per giustificarne altre.

Hai mangiato il dolce dopo pranzo. Che tanto ormai. Ecco la pizza a cena. Che tanto ormai. E il gelato dopo.

La trappola non è il dolce. È il ragionamento che segue il dolce.

Ogni abitudine funziona su tre elementi: segnale, routine, ricompensa. L'effetto "che tanto ormai" entra esattamente nella fase di routine e la fa deragliare. Riconoscerlo nel momento in cui accade è già metà della battaglia, e smentisce anche il mito dei 21 giorni per formare un'abitudine, che non considera quanto siano fragili le routine nelle prime settimane.


4. La procrastinazione emotiva, Non è pigrizia, è regolazione


La procrastinazione non è un problema di gestione del tempo. È un problema di regolazione emotiva.

Quando eviti di iniziare, il tuo cervello non sta calcolando male le priorità. Sta cercando di evitare un'emozione scomoda: la paura di non essere abbastanza, l'ansia da prestazione, il senso di inadeguatezza.

So che ti senti in colpa quando procrastini. Ma la colpa è la trappola nella trappola: più ti giudichi, più il cervello cerca di proteggerti dal giudizio futuro rimandando ancora. È un loop, e uscirne richiede compassione, non frustrazione.

Studi dell'Università di Sheffield (Sirois & Pychyl, 2013) mostrano che i procrastinatori cronici hanno livelli di cortisolo significativamente più alti rispetto alla media. Il cervello usa la distrazione come meccanismo di difesa contro il disagio emotivo anticipato.

Risultato: aspetti il momento giusto. Ma il momento giusto non arriva mai, perché non è mai stato un problema di timing.


5. L'identità bloccata, "Io sono fatto così"


"Non sono disciplinato." "Sono sempre stato pigro." "Non ho la testa per queste cose."

Quante volte hai detto queste frasi a te stesso? Magari le hai sentite da qualcun altro, anni fa, un genitore, un professore, un capo. E le hai fatte tue, come se fossero un fatto biologico immutabile invece di una storia che qualcuno ti ha raccontato.

Queste frasi sembrano descrizioni di chi sei. In realtà sono previsioni su chi sarai. E il cervello, un organo straordinariamente compiacente, farà di tutto per confermarle.

La neuroplasticità dimostra che il cervello si rimodella in base alle esperienze ripetute. Ma questa stessa plasticità vale anche per le credenze negative: ogni volta che pensi "sono fatto così", stai rinforzando un circuito neurale che rende il cambiamento più difficile.

L'identità non è un punto di partenza. È un punto di arrivo.

È il motivo per cui il lavoro sulle abitudini è inseparabile dal lavoro sui pensieri che hai su te stesso. Se vuoi capire come i tuoi pensieri automatici costruiscono (o demoliscono) la tua identità, l'articolo non sei i tuoi pensieri è il punto di partenza giusto.


Il Protocollo Anti-Psicotrappola, 4 mosse concrete


Ora che sai cosa ti blocca, ecco come disarmarlo. Non serve la forza di volontà. Serve un sistema.

Mossa 1, Nomina la trappola.
Quando senti il pensiero automatico, dagli un nome ad alta voce (o per iscritto): "Questo è il mio pensiero tutto-o-niente." Sembra banale. Non lo è. Il solo atto di nominarla crea distanza tra te e il pensiero, è il principio della defusione cognitiva dell'ACT (Acceptance and Commitment Therapy). La trappola perde potere nel momento in cui smette di essere invisibile.

Mossa 2, Abbassa l'asticella al minimo assoluto.
L'abitudine che non puoi fallire deve essere irrisoriamente facile. Se cadi nel tutto-o-niente, la regola è: anche solo le scarpe ai piedi contano. Anche solo aprire il quaderno. Il punto è non rompere la catena, non la perfezione dell'esecuzione. Come scrive Clear in Atomic Habits: "Mai saltare due volte di fila." Uno è un incidente. Due è l'inizio di una nuova abitudine.

Mossa 3, Recupera subito, mai lunedì.
L'effetto "che tanto ormai" si disarma nel momento esatto in cui decidi di non seguirlo. Se hai saltato l'allenamento il mercoledì, giovedì è già una vittoria, spesso la vittoria più importante della settimana, perché è quella che il cervello non si aspettava. Non aspettare il reset settimanale: ogni momento è un punto di ripartenza valido.

Mossa 4, Costruisci prove di identità.
Ogni piccola azione coerente è una prova che stai diventando qualcuno. Non qualcuno che "cerca di allenarsi", qualcuno che si allena. Scrivi quelle prove: un diario, una nota vocale, un segno su un calendario. Il cervello ha bisogno di evidenza concreta per aggiornare le sue credenze su di te. Dagli quella evidenza, giorno dopo giorno.


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FAQ, Domande frequenti sulle psicotrappole


Come faccio a riconoscere una psicotrappola nel momento in cui si attiva?
Il segnale più affidabile è un cambio improvviso di umore o motivazione senza una causa esterna evidente. Se un momento fa eri determinato e un secondo dopo pensi "tanto non serve a niente", è quasi certamente una psicotrappola al lavoro. Il metodo più efficace è tenere un piccolo diario delle situazioni in cui molli, i pattern emergono in fretta.

Il pensiero tutto-o-niente è davvero così diffuso?
Molto più di quanto si pensi. La ricerca cognitivo-comportamentale lo identifica come uno dei distorsioni cognitive più comuni, presente in oltre il 70% dei casi di blocco comportamentale. Non è un tratto di personalità, è un'abitudine di pensiero, e come tale si può modificare.

Quanto tempo ci vuole per uscire da una psicotrappola?
Non c'è un numero magico, e chi te lo dà sta semplificando troppo. La variabile che conta di più è la consapevolezza: una volta che riesci a nominare la trappola nel momento in cui si attiva, i tempi si accorciano drasticamente. Per la maggior parte delle persone, 3-4 settimane di pratica consapevole producono una differenza misurabile.

Posso eliminare le psicotrappole definitivamente?
Probabilmente no, e non è nemmeno l'obiettivo. Il cervello continuerà a proporre scorciatoie automatiche. L'obiettivo non è spegnere il meccanismo, ma imparare a non seguirlo ciecamente. Con la pratica, il gap tra il pensiero automatico e la tua risposta si allarga: in quel gap c'è la libertà di scegliere.


Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)
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Atomic Habits funziona davvero? Cosa tenere e cosa manca


Atomic Habits funziona, ma non per magia: i principi sono solidi, manca l’esecuzione. Ecco cosa tenere del libro e cosa ti serve oltre.

Atomic Habits funziona, ma non per magia: i suoi principi — partire piccoli, progettare l’ambiente, legare le abitudini all’identità — sono solidi e supportati dalla ricerca. Il limite è che il libro spiega cosa fare ma non ti accompagna nel farlo. Senza un sistema di esecuzione, le idee restano sulla carta.

Atomic Habits ha venduto milioni di copie, e con ragione. Ma se l’hai letto e ti ritrovi con gli stessi problemi di prima, la domanda è legittima: funziona davvero, o è l’ennesimo libro che ti illumina e ti lascia dov’eri? La risposta onesta è: dipende da cosa ti aspetti che faccia.

Cosa funziona davvero (e perché)


I tre pilastri del libro reggono bene alla prova della ricerca.

L’ambiente. L’idea che progettare il contesto conti più della motivazione è tra le più solide. La ricercatrice di Cambridge Theresa Marteau studia da anni come piccoli cambiamenti nell’ambiente modifichino il comportamento più di mille buoni propositi. È il cuore anche di come l’ambiente decide ciò che fai.

Partire piccoli. Anche questo regge: ridurre l’azione finché l’attrito sparisce è il modo più affidabile per non dipendere dalla voglia.

La gratificazione differita. Il libro insiste sul valore delle scelte piccole ripetute. È il territorio del celebre esperimento del marshmallow dello psicologo Walter Mischel: saper rinviare una piccola ricompensa immediata per una più grande nel tempo è una competenza reale — e, buona notizia, allenabile con la struttura giusta.

Cosa manca al libro


Qui sta il punto. Atomic Habits è una mappa eccellente, ma una mappa non cammina al posto tuo.

Manca l’esecuzione guidata: il libro ti spiega i principi e poi ti lascia solo davanti alla parte più dura, cioè applicarli ogni giorno, nei giorni storti, quando la vita si mette di traverso. E manca un lavoro esplicito sugli ostacoli: immaginare la versione migliore di te è piacevole, ma senza prevedere cosa ti bloccherà — e decidere in anticipo come rispondere — l’entusiasmo si schianta al primo imprevisto.

Non a caso chi legge il libro spesso parte fortissimo e molla dopo due settimane: è lo stesso motivo per cui la forza di volontà non basta. Servono i principi più una struttura che li faccia rispettare.

Gli errori di chi applica Atomic Habits


  1. Cambiare dieci abitudini insieme. Il libro entusiasma, e parti su tutti i fronti. Risultato: nessuno regge.
  2. Capire e non fare. Sottolinei mezzo libro e ti senti già migliorato. Ma un’abitudine si forma ripetendo, non leggendo.
  3. Ignorare gli ostacoli. Pianifichi la versione ideale della giornata e zero piani B per quando salta tutto.


Dal libro al sistema


Se hai amato Atomic Habits, la mossa giusta non è rileggerlo: è dargli un motore. Il Protocollo prende quei principi — piccolo, ambiente, identità — e li trasforma in esecuzione: una abitudine alla volta, con inneschi, piani per gli ostacoli e tracciamento. Se invece vuoi prima il quadro completo del libro, qui trovi il riassunto di Atomic Habits.

In sintesi


Atomic Habits funziona come mappa: i principi sono giusti e dimostrati. Non funziona come sostituto dell’azione, perché nessun libro cammina per te. Trattalo per quello che è — un’ottima introduzione — e poi affidati a un sistema che trasformi quei principi in gesti quotidiani. La domanda non è "il libro funziona?", ma "cosa mi fa applicare ciò che il libro mi ha insegnato?".

Domande frequenti


Atomic Habits funziona davvero?
Sì, i suoi principi funzionano: partire piccolo, progettare l’ambiente e legare le abitudini all’identità sono idee solide e supportate dalla ricerca. Il limite non è nei principi, ma nel fatto che un libro spiega cosa fare e non ti accompagna nel farlo. Senza un sistema di esecuzione, le idee restano teoria.

Cosa manca ad Atomic Habits?
Manca l’esecuzione guidata. Il libro ti dà ottimi concetti ma ti lascia solo davanti alla parte difficile: applicarli ogni giorno, gestire i giorni storti, affrontare gli ostacoli concreti. Manca anche un lavoro esplicito sugli ostacoli: immaginare il risultato non basta, serve prevedere cosa ti bloccherà e come rispondere.

Vale la pena leggere Atomic Habits?
Sì, come introduzione ai meccanismi delle abitudini è uno dei libri migliori. Ma trattalo per quello che è: una mappa, non il viaggio. Dopo averlo letto ti serve un sistema che trasformi i suoi principi in azioni quotidiane, altrimenti rischi di averlo capito senza averlo applicato.


Il tuo cervello non è pigro. Il tuo ambiente è mal progettato


In breve

Riferimenti: James Clear.

L'environment design rende la buona abitudine ovvia e quella cattiva invisibile: oggetti pronti, telefono in un'altra stanza, default che favoriscono il gesto target — il contesto batte la forza di volontà ogni volta.

TL;DR

  1. La forza di volontà si esaurisce durante la giornata, affidarsi solo a lei per cambiare abitudini è una strategia perdente.
  2. Uno smartphone sul tavolo, anche spento, riduce le capacità cognitive in modo misurabile (Ward et al., Università del Texas, 2017).
  3. Il cervello risponde ai segnali ambientali prima ancora che tu abbia deciso consciamente: cambiare il contesto cambia il comportamento.
  4. Tre modifiche concrete: scrivania vuota, telefono in un'altra stanza, zona fisica dedicata al lavoro profondo.
  5. La sfida della settimana: rimuovi oggi un oggetto che innesca un'abitudine che vuoi eliminare.

⏱ Tempo di lettura: 8 minuti

L'environment design delle abitudini parte da un'osservazione banale: il contesto cambia tutto. Eccone la prova.

Giovedì sera.

Laptop aperto sul tavolo del salotto. TV accesa in sottofondo. Notifiche di Teams ogni venti minuti. Mia moglie che passa e mi chiede se voglio del limoncello.

Tre ore di lavoro. Due paragrafi scritti.

Il venerdì successivo mi sono spostato in una sala riunioni vuota in ufficio. Silenzio. Telefono nel cassetto di un'altra stanza. Nessuna interruzione.

Novanta minuti. La proposta era pronta.

Stessa persona. Stesso cervello. Risultati completamente diversi.

Per anni ho pensato che il problema fossi io. Poca disciplina, troppa distrazione, carattere debole. Poi ho letto uno studio che mi ha fatto vedere la cosa da un angolo completamente diverso, e ho capito che stavo cercando la soluzione nel posto sbagliato.


Brain drain cognitivo: lo smartphone riduce la concentrazione anche da spento


Nel 2017 Adrian Ward e il suo team dell'Università del Texas ad Austin hanno chiesto a 800 persone di svolgere una serie di test cognitivi in tre condizioni diverse: smartphone sul tavolo con lo schermo verso il basso, smartphone in tasca, smartphone in un'altra stanza.

I risultati hanno smentito quello che la maggior parte di noi dà per scontato.

Chi aveva il telefono in un'altra stanza ha ottenuto i punteggi più alti, non perché fosse più intelligente degli altri, ma perché non sprecava risorse cognitive per resistere all'impulso di guardarlo. Anche se il telefono era spento. Anche se era capovolto. Anche se il soggetto era convinto di non pensarci.

Questo consumo silenzioso si chiama brain drain cognitivo: il cervello usa una parte della sua capacità di elaborazione per tenere sotto controllo la presenza dello stimolo, indipendentemente dalla tua intenzione consapevole.

Ann Graybiel, neuroscienziata del MIT che studia la formazione delle abitudini da trent'anni, ha documentato come i gangli della base, la struttura cerebrale che gestisce i comportamenti automatici, risponda ai segnali ambientali prima ancora che la corteccia prefrontale abbia finito di elaborare la situazione.

Il tuo cervello vede il telefono, attiva il loop, consuma attenzione. Tutto questo senza che tu te ne accorga, e senza che tu abbia deciso nulla.

Non è debolezza. È meccanica neurale.


Il loop cue-routine-reward parte sempre da un segnale ambientale


In breve: il comportamento automatico si innesca quasi sempre da un segnale fisico, visivo, olfattivo, spaziale, non da un pensiero conscio. Rimuovere o modificare quel segnale è il modo più diretto per interrompere il loop, prima ancora di allenare qualsiasi forza di volontà.

Pensa all'ultima volta che hai aperto il frigo senza avere fame. O controllato il telefono trenta secondi dopo averlo già controllato. O iniziato a sgranocchiare qualcosa mentre guardavi la TV senza neanche deciderlo consciamente.

Il modello classico dell'abitudine, segnale → routine → ricompensa, descrive esattamente questo meccanismo. E il punto cruciale, quello che si sottovaluta quasi sempre, è che il segnale nella maggior parte dei casi non è un pensiero. È un input ambientale.

Vedi il telefono → pensi alle notifiche → lo controlli.
Vedi i biscotti sul piano della cucina → pensi allo zucchero → li mangi.
Entri nel salotto con il divano → il tuo sistema nervoso si prepara al riposo → la concentrazione scende.

Il comportamento inizia prima che tu abbia deciso consciamente di farlo. E finché il segnale è lì, continuerà a partire.

Come approfondito nel riassunto de Il Potere delle Abitudini, comprendere la struttura del loop è il primo passo, ma da sola non basta. Bisogna intervenire sull'ambiente.


Ego depletion e autocontrollo: perché la forza di volontà si esaurisce


In breve: la corteccia prefrontale funziona come un muscolo, si affatica con l'uso. Costruire un ambiente che riduce le tentazioni non è pigrizia: è l'unica strategia che funziona anche quando sei esausto.

Immagina la forza di volontà come la batteria del tuo telefono.

La mattina è al 100%. Ogni volta che dici no a qualcosa, all'impulso di controllare le notifiche, al biscotto che ti passa davanti, alla tentazione di rimandare, scende di qualche punto. Nel tardo pomeriggio sei già esaurito, anche se hai fatto poco fisicamente.

Andrew Huberman, neuroscienziato della Stanford University, descrive questo processo con precisione: la corteccia prefrontale, la struttura che gestisce autocontrollo, pianificazione e decisioni complesse, si comporta esattamente come un muscolo. Si stanca. E quando è stanca, i sistemi più "antichi" del cervello prendono il sopravvento: quelli orientati al piacere immediato, alla comodità, alla risposta automatica agli stimoli.

Il ricercatore Roy Baumeister ha studiato questo fenomeno per decenni, chiamandolo ego depletion: la capacità di autoregolazione si riduce nel corso della giornata in modo misurabile. I giudici concedono la libertà condizionale più spesso la mattina che nel pomeriggio. Le persone mangiano peggio la sera. Le abitudini si rompono più facilmente quando si è stanchi.

Questo meccanismo l'ho approfondito nel post sulla forza di volontà, dove i dati di Baumeister mostrano esattamente quanti minuti dura prima di esaurirsi.

Non è una questione di carattere. È fisiologia.

E allora la domanda cambia: invece di chiederti come avere più forza di volontà, ha molto più senso chiedersi come costruire un ambiente dove ne hai bisogno di meno.

Questo è l'environment design applicato alle abitudini: non lottare contro te stesso, ma modificare il contesto in modo che il comportamento desiderato diventi il percorso di minor resistenza.

Come ho scritto nell'articolo sul mito dei 21 giorni, le abitudini si consolidano per ripetizione contestuale, e il contesto giusto può accelerare questo processo in modo significativo.


Environment design abitudini: tre modifiche che hanno cambiato tutto


Dopo l'episodio della sala riunioni, ho passato una settimana a osservare il mio ambiente. Cosa stava lì a distogliermi l'attenzione? Cosa rendeva certi comportamenti automatici?

Ho fatto tre cambiamenti. Nessuno dei tre ha richiesto più di dieci minuti.

1. Ho svuotato la scrivania


Sul piano: laptop e quaderno. Nient'altro. Nessun oggetto che non sia direttamente legato al lavoro che sto facendo in quel momento.

La ricerca sull'attentional residue della psicologa Sophie Leroy ha mostrato che ogni oggetto non correlato al compito attuale crea una micro-distrazione cognitiva, un pensiero sospeso che rimane attivo in background e consuma elaborazione mentale, anche quando non ci stai pensando consapevolmente.

Una scrivania vuota non è minimalismo estetico. È una scelta cognitiva.

2. Ho messo il telefono in un'altra stanza


Non in silenzioso. Non capovolto. In un altro locale, durante i blocchi di lavoro.

La prima volta che l'ho fatto pensavo fosse esagerato. L'effetto sulla qualità dell'attenzione nei primi venti minuti di lavoro era così evidente che mi sono chiesto come avessi fatto prima.

C'è un altro dato che vale la pena citare: Gloria Mark dell'Università della California, Irvine, ha calcolato che dopo un'interruzione digitale servono in media 23 minuti per tornare al livello di concentrazione precedente. Non è il minuto che perdi a guardare il telefono. È tutto il tempo che il cervello impiega per riportare l'attenzione dove era.

Ho scritto su questo nel pezzo sul prezzo della distrazione , il costo reale di ogni interruzione è molto più alto di quanto sembri.

3. Ho designato un posto fisico per il lavoro profondo


Il cervello impara per associazione spaziale. Se lavori sempre sul divano dove ti rilassi, il tuo sistema nervoso riceve un segnale ambivalente ogni volta che ti siedi lì: devo lavorare o riposarmi? Consuma energia cercando di risolvere il conflitto.

Ho designato una sedia specifica, in un angolo preciso del mio studio, usata solo per il lavoro che richiede concentrazione profonda. Quando mi siedo lì, il mio cervello sa già cosa sta per succedere.

Il meccanismo è lo stesso che spiega perché è così difficile dormire quando si lavora a letto: l'associazione spaziale si rompe, e il segnale ambientale sovrascrive la stanchezza biologica. Ne ho parlato in dettaglio nell'articolo sulle abitudini per aumentare l'energia.


Come applicarlo a qualsiasi abitudine


Il principio funziona nelle due direzioni.

Vuoi costruire un'abitudine? Rendi il comportamento desiderato il percorso di minor resistenza.

  • Vuoi leggere di più? Il libro va sul comodino, aperto alla pagina giusta, non sullo scaffale.
  • Vuoi fare stretching la mattina? Il tappetino va a terra la sera prima.
  • Vuoi bere più acqua? La borraccia va sul tavolo di lavoro, sempre piena.

Vuoi eliminare un'abitudine? Aumenta l'attrito verso il comportamento indesiderato.

  • Vuoi mangiare meno zucchero? I biscotti non devono essere sul piano della cucina, devono stare in un armadio alto, dietro altri oggetti, fuori dalla linea visiva.
  • Vuoi usare meno il telefono la sera? Caricalo in cucina invece che sul comodino.
  • Vuoi procrastinare di meno al computer? Elimina i segnalibri ai social dalla barra del browser.

Ogni punto di attrito in più riduce la frequenza del comportamento in modo statisticamente misurabile, non perché aumenti la tua forza di volontà, ma perché riduce l'esposizione al segnale iniziale.

Quello che etichettiamo come "pigrizia" o "mancanza di disciplina" è spesso semplicemente una risposta a un ambiente progettato male. Ho approfondito questo meccanismo nell'articolo sulla procrastinazione , ti sorprenderà quante volte il problema non è la motivazione, ma il contesto.

Per chi vuole capire come funziona davvero rimanere concentrati al lavoro nel lungo periodo, l'environment design è il punto di partenza più efficace che conosco.


Una cosa sola da fare oggi


Non ti chiedo di ristrutturare casa o comprare nulla.

Ti chiedo una cosa sola: individua un oggetto nel tuo ambiente che innesca un'abitudine che vuoi eliminare, e rimuovilo dal campo visivo.

Un cassetto. Un altro ripiano. Una borsa. Ovunque, basta che non sia lì a portarti via attenzione.

Un cambiamento piccolo. Concreto. E osserva cosa succede nei prossimi sette giorni.

FAQ


Cos'è l'environment design applicato alle abitudini?
La pratica di modificare il contesto fisico per rendere automatici i comportamenti desiderati e aumentare l'attrito verso quelli indesiderati, basandosi sui segnali ambientali che innescano il loop abitudinario. In pratica: cambiare l'ambiente invece di combattere la propria natura.
Perché la forza di volontà da sola non basta per cambiare abitudini?
La corteccia prefrontale si esaurisce nel corso della giornata (ego depletion, Baumeister). Ogni decisione, ogni "no" a un impulso consuma risorse cognitive. Modificare il contesto rimuove la necessità di esercitare autocontrollo in modo continuativo, ed è una strategia che funziona anche quando sei stanco.
È davvero provato che lo smartphone riduce la concentrazione anche quando è spento?
Sì. Ward et al. (2017, Università del Texas) ha dimostrato che la sola presenza fisica dello smartphone riduce le performance cognitive in modo misurabile. L'effetto scompare solo quando il dispositivo si trova fisicamente in un'altra stanza.
Come si usa l'environment design per costruire nuove abitudini?
Rendi il comportamento desiderato il percorso di minor resistenza: metti visibile e a portata di mano tutto ciò che serve per l'abitudine che vuoi costruire. Il libro sul comodino aperto. Il tappetino già a terra. La borraccia sul tavolo. Il cervello segue i segnali ambientali, prepara quelli giusti.
Da dove inizio se voglio applicare l'environment design?
Da un solo cambiamento: identifica un oggetto che innesca un comportamento indesiderato e spostalo fuori dalla tua linea visiva. Un cambiamento piccolo e concreto è più efficace di una ristrutturazione totale. Inizia oggi, osserva i risultati nei prossimi sette giorni.


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Migliori app per abitudini 2026: quale serve davvero


Non esiste l’app per abitudini migliore in assoluto: la migliore è quella che apri ogni giorno. Ecco i 4 tipi, come scegliere e l’errore da evitare.

Non esiste l’app per le abitudini migliore in assoluto nel 2026: la migliore è quella semplice che apri davvero ogni giorno. Le app aiutano con promemoria e tracciamento, ma nessuna costruisce l’abitudine al posto tuo. Conta il sistema dietro l’app, non l’app in sé.

So perché sei qui: speri che esista l’app giusta, quella che finalmente ti renderà costante. Te lo dico con affetto: non esiste. Ma esiste l’app giusta per te, ed esiste soprattutto un modo intelligente di usarla. Mettiamo ordine.

Cosa rende davvero utile un’app per le abitudini


Le funzioni che contano sono poche, e sono sempre le stesse. La ricercatrice Susan Michie (University College London), che ha catalogato le tecniche di cambiamento del comportamento, individua tra le più efficaci proprio quelle che una buona app dovrebbe offrire: promemoria legati a un momento preciso, auto-monitoraggio del comportamento e obiettivi chiari.

Tutto il resto — badge, classifiche, grafici colorati — è contorno. Spesso è anzi un problema: più l’app è complicata, più energia spendi a gestirla invece che a fare l’abitudine.

I 4 tipi di app (e a chi servono)


  • Gamification (es. Habitica): trasformano le abitudini in un gioco di ruolo con punti e ricompense. Ottime se la sfida e i premi ti motivano; rischiose se finisci a giocare invece di agire.
  • Minimaliste (es. Streaks): poche abitudini, una griglia da non spezzare. Perfette se ami la semplicità e ti basta la catena di giorni come spinta.
  • Benessere (es. Finch): legano le abitudini alla cura di sé e a un compagno virtuale. Adatte a chi risponde meglio a un tono gentile che a numeri e prestazioni.
  • Basate sull’identità (es. Atoms, dal mondo di Atomic Habits): puntano sul "che tipo di persona voglio diventare" più che sul conteggio. Utili se ti motiva l’identità più del dato.


Come scegliere in 30 secondi

Se sei...Tipo di app
Competitivo, ti piacciono i giochiGamification
Essenziale, odi le distrazioniMinimalista
Sensibile, ti serve gentilezzaBenessere
Motivato dal "chi voglio diventare"Identità

Se preferisci la carta a qualsiasi schermo, è una scelta legittima: ne ho parlato qui, partendo dai mini habits.

L’errore che rende inutile qualsiasi app


Scaricare l’app e pensare di aver risolto. L’app è un cruscotto: ti mostra i numeri, non guida al posto tuo. Se l’abitudine non ha un innesco chiaro e un ambiente che la favorisce, nessuna app la salverà. Conta più come progetti l’ambiente che quale icona hai sul telefono.

Il Protocollo: il sistema dietro l’app


Qualunque app scegli, la domanda resta: cosa stai tracciando, e c’è una struttura sotto? Il Protocollo è quel sistema: ti dà la sequenza e gli inneschi, e l’app diventa solo il termometro che conferma che funziona. Se vuoi uno strumento di riflessione su carta, parti dal Decision Journal.

In sintesi


Nel 2026 la migliore app per le abitudini è quella che apri ogni giorno senza pensarci, scelta in base a com’è fatta la tua testa. Ma resta un cruscotto: il motore è il sistema. Smetti di cercare l’app perfetta e inizia a chiederti se c’è una struttura sotto ciò che traccia.

Domande frequenti


Qual è la migliore app per le abitudini nel 2026?
Non esiste una migliore in assoluto: la migliore è quella semplice che apri davvero ogni giorno. Le app servono per ricordarti e tracciare, ma nessuna costruisce l’abitudine al posto tuo. Scegli in base al tipo di abitudine e alla tua personalità — gamification, minimalismo, benessere o identità — e diffida di quelle troppo complesse.

Le app per le abitudini funzionano davvero?
Funzionano come supporto, non come soluzione. Le funzioni utili sono poche e note: promemoria, auto-monitoraggio e obiettivi chiari. Sono tecniche di cambiamento del comportamento efficaci, ma solo se sotto c’è un sistema. Un’app piena di statistiche su un’abitudine senza struttura registra soltanto i tuoi fallimenti.

Meglio un’app gratis o a pagamento per le abitudini?
Conta più la semplicità che il prezzo. Molte app gratuite e minimali battono quelle a pagamento piene di funzioni che non userai. Paga solo se una funzione specifica ti fa restare costante davvero. Il valore non è nell’app, è nel sistema e nella costanza con cui la usi.


Il tuo cervello non è pigro. Il tuo ambiente è mal progettato


In breve

Riferimenti: James Clear.

L'environment design rende la buona abitudine ovvia e quella cattiva invisibile: oggetti pronti, telefono in un'altra stanza, default che favoriscono il gesto target — il contesto batte la forza di volontà ogni volta.

TL;DR

  1. La forza di volontà si esaurisce durante la giornata, affidarsi solo a lei per cambiare abitudini è una strategia perdente.
  2. Uno smartphone sul tavolo, anche spento, riduce le capacità cognitive in modo misurabile (Ward et al., Università del Texas, 2017).
  3. Il cervello risponde ai segnali ambientali prima ancora che tu abbia deciso consciamente: cambiare il contesto cambia il comportamento.
  4. Tre modifiche concrete: scrivania vuota, telefono in un'altra stanza, zona fisica dedicata al lavoro profondo.
  5. La sfida della settimana: rimuovi oggi un oggetto che innesca un'abitudine che vuoi eliminare.

⏱ Tempo di lettura: 8 minuti

L'environment design delle abitudini parte da un'osservazione banale: il contesto cambia tutto. Eccone la prova.

Giovedì sera.

Laptop aperto sul tavolo del salotto. TV accesa in sottofondo. Notifiche di Teams ogni venti minuti. Mia moglie che passa e mi chiede se voglio del limoncello.

Tre ore di lavoro. Due paragrafi scritti.

Il venerdì successivo mi sono spostato in una sala riunioni vuota in ufficio. Silenzio. Telefono nel cassetto di un'altra stanza. Nessuna interruzione.

Novanta minuti. La proposta era pronta.

Stessa persona. Stesso cervello. Risultati completamente diversi.

Per anni ho pensato che il problema fossi io. Poca disciplina, troppa distrazione, carattere debole. Poi ho letto uno studio che mi ha fatto vedere la cosa da un angolo completamente diverso, e ho capito che stavo cercando la soluzione nel posto sbagliato.


Brain drain cognitivo: lo smartphone riduce la concentrazione anche da spento


Nel 2017 Adrian Ward e il suo team dell'Università del Texas ad Austin hanno chiesto a 800 persone di svolgere una serie di test cognitivi in tre condizioni diverse: smartphone sul tavolo con lo schermo verso il basso, smartphone in tasca, smartphone in un'altra stanza.

I risultati hanno smentito quello che la maggior parte di noi dà per scontato.

Chi aveva il telefono in un'altra stanza ha ottenuto i punteggi più alti, non perché fosse più intelligente degli altri, ma perché non sprecava risorse cognitive per resistere all'impulso di guardarlo. Anche se il telefono era spento. Anche se era capovolto. Anche se il soggetto era convinto di non pensarci.

Questo consumo silenzioso si chiama brain drain cognitivo: il cervello usa una parte della sua capacità di elaborazione per tenere sotto controllo la presenza dello stimolo, indipendentemente dalla tua intenzione consapevole.

Ann Graybiel, neuroscienziata del MIT che studia la formazione delle abitudini da trent'anni, ha documentato come i gangli della base, la struttura cerebrale che gestisce i comportamenti automatici, risponda ai segnali ambientali prima ancora che la corteccia prefrontale abbia finito di elaborare la situazione.

Il tuo cervello vede il telefono, attiva il loop, consuma attenzione. Tutto questo senza che tu te ne accorga, e senza che tu abbia deciso nulla.

Non è debolezza. È meccanica neurale.


Il loop cue-routine-reward parte sempre da un segnale ambientale


In breve: il comportamento automatico si innesca quasi sempre da un segnale fisico, visivo, olfattivo, spaziale, non da un pensiero conscio. Rimuovere o modificare quel segnale è il modo più diretto per interrompere il loop, prima ancora di allenare qualsiasi forza di volontà.

Pensa all'ultima volta che hai aperto il frigo senza avere fame. O controllato il telefono trenta secondi dopo averlo già controllato. O iniziato a sgranocchiare qualcosa mentre guardavi la TV senza neanche deciderlo consciamente.

Il modello classico dell'abitudine, segnale → routine → ricompensa, descrive esattamente questo meccanismo. E il punto cruciale, quello che si sottovaluta quasi sempre, è che il segnale nella maggior parte dei casi non è un pensiero. È un input ambientale.

Vedi il telefono → pensi alle notifiche → lo controlli.
Vedi i biscotti sul piano della cucina → pensi allo zucchero → li mangi.
Entri nel salotto con il divano → il tuo sistema nervoso si prepara al riposo → la concentrazione scende.

Il comportamento inizia prima che tu abbia deciso consciamente di farlo. E finché il segnale è lì, continuerà a partire.

Come approfondito nel riassunto de Il Potere delle Abitudini, comprendere la struttura del loop è il primo passo, ma da sola non basta. Bisogna intervenire sull'ambiente.


Ego depletion e autocontrollo: perché la forza di volontà si esaurisce


In breve: la corteccia prefrontale funziona come un muscolo, si affatica con l'uso. Costruire un ambiente che riduce le tentazioni non è pigrizia: è l'unica strategia che funziona anche quando sei esausto.

Immagina la forza di volontà come la batteria del tuo telefono.

La mattina è al 100%. Ogni volta che dici no a qualcosa, all'impulso di controllare le notifiche, al biscotto che ti passa davanti, alla tentazione di rimandare, scende di qualche punto. Nel tardo pomeriggio sei già esaurito, anche se hai fatto poco fisicamente.

Andrew Huberman, neuroscienziato della Stanford University, descrive questo processo con precisione: la corteccia prefrontale, la struttura che gestisce autocontrollo, pianificazione e decisioni complesse, si comporta esattamente come un muscolo. Si stanca. E quando è stanca, i sistemi più "antichi" del cervello prendono il sopravvento: quelli orientati al piacere immediato, alla comodità, alla risposta automatica agli stimoli.

Il ricercatore Roy Baumeister ha studiato questo fenomeno per decenni, chiamandolo ego depletion: la capacità di autoregolazione si riduce nel corso della giornata in modo misurabile. I giudici concedono la libertà condizionale più spesso la mattina che nel pomeriggio. Le persone mangiano peggio la sera. Le abitudini si rompono più facilmente quando si è stanchi.

Questo meccanismo l'ho approfondito nel post sulla forza di volontà, dove i dati di Baumeister mostrano esattamente quanti minuti dura prima di esaurirsi.

Non è una questione di carattere. È fisiologia.

E allora la domanda cambia: invece di chiederti come avere più forza di volontà, ha molto più senso chiedersi come costruire un ambiente dove ne hai bisogno di meno.

Questo è l'environment design applicato alle abitudini: non lottare contro te stesso, ma modificare il contesto in modo che il comportamento desiderato diventi il percorso di minor resistenza.

Come ho scritto nell'articolo sul mito dei 21 giorni, le abitudini si consolidano per ripetizione contestuale, e il contesto giusto può accelerare questo processo in modo significativo.


Environment design abitudini: tre modifiche che hanno cambiato tutto


Dopo l'episodio della sala riunioni, ho passato una settimana a osservare il mio ambiente. Cosa stava lì a distogliermi l'attenzione? Cosa rendeva certi comportamenti automatici?

Ho fatto tre cambiamenti. Nessuno dei tre ha richiesto più di dieci minuti.

1. Ho svuotato la scrivania


Sul piano: laptop e quaderno. Nient'altro. Nessun oggetto che non sia direttamente legato al lavoro che sto facendo in quel momento.

La ricerca sull'attentional residue della psicologa Sophie Leroy ha mostrato che ogni oggetto non correlato al compito attuale crea una micro-distrazione cognitiva, un pensiero sospeso che rimane attivo in background e consuma elaborazione mentale, anche quando non ci stai pensando consapevolmente.

Una scrivania vuota non è minimalismo estetico. È una scelta cognitiva.

2. Ho messo il telefono in un'altra stanza


Non in silenzioso. Non capovolto. In un altro locale, durante i blocchi di lavoro.

La prima volta che l'ho fatto pensavo fosse esagerato. L'effetto sulla qualità dell'attenzione nei primi venti minuti di lavoro era così evidente che mi sono chiesto come avessi fatto prima.

C'è un altro dato che vale la pena citare: Gloria Mark dell'Università della California, Irvine, ha calcolato che dopo un'interruzione digitale servono in media 23 minuti per tornare al livello di concentrazione precedente. Non è il minuto che perdi a guardare il telefono. È tutto il tempo che il cervello impiega per riportare l'attenzione dove era.

Ho scritto su questo nel pezzo sul prezzo della distrazione , il costo reale di ogni interruzione è molto più alto di quanto sembri.

3. Ho designato un posto fisico per il lavoro profondo


Il cervello impara per associazione spaziale. Se lavori sempre sul divano dove ti rilassi, il tuo sistema nervoso riceve un segnale ambivalente ogni volta che ti siedi lì: devo lavorare o riposarmi? Consuma energia cercando di risolvere il conflitto.

Ho designato una sedia specifica, in un angolo preciso del mio studio, usata solo per il lavoro che richiede concentrazione profonda. Quando mi siedo lì, il mio cervello sa già cosa sta per succedere.

Il meccanismo è lo stesso che spiega perché è così difficile dormire quando si lavora a letto: l'associazione spaziale si rompe, e il segnale ambientale sovrascrive la stanchezza biologica. Ne ho parlato in dettaglio nell'articolo sulle abitudini per aumentare l'energia.


Come applicarlo a qualsiasi abitudine


Il principio funziona nelle due direzioni.

Vuoi costruire un'abitudine? Rendi il comportamento desiderato il percorso di minor resistenza.

  • Vuoi leggere di più? Il libro va sul comodino, aperto alla pagina giusta, non sullo scaffale.
  • Vuoi fare stretching la mattina? Il tappetino va a terra la sera prima.
  • Vuoi bere più acqua? La borraccia va sul tavolo di lavoro, sempre piena.

Vuoi eliminare un'abitudine? Aumenta l'attrito verso il comportamento indesiderato.

  • Vuoi mangiare meno zucchero? I biscotti non devono essere sul piano della cucina, devono stare in un armadio alto, dietro altri oggetti, fuori dalla linea visiva.
  • Vuoi usare meno il telefono la sera? Caricalo in cucina invece che sul comodino.
  • Vuoi procrastinare di meno al computer? Elimina i segnalibri ai social dalla barra del browser.

Ogni punto di attrito in più riduce la frequenza del comportamento in modo statisticamente misurabile, non perché aumenti la tua forza di volontà, ma perché riduce l'esposizione al segnale iniziale.

Quello che etichettiamo come "pigrizia" o "mancanza di disciplina" è spesso semplicemente una risposta a un ambiente progettato male. Ho approfondito questo meccanismo nell'articolo sulla procrastinazione , ti sorprenderà quante volte il problema non è la motivazione, ma il contesto.

Per chi vuole capire come funziona davvero rimanere concentrati al lavoro nel lungo periodo, l'environment design è il punto di partenza più efficace che conosco.


Una cosa sola da fare oggi


Non ti chiedo di ristrutturare casa o comprare nulla.

Ti chiedo una cosa sola: individua un oggetto nel tuo ambiente che innesca un'abitudine che vuoi eliminare, e rimuovilo dal campo visivo.

Un cassetto. Un altro ripiano. Una borsa. Ovunque, basta che non sia lì a portarti via attenzione.

Un cambiamento piccolo. Concreto. E osserva cosa succede nei prossimi sette giorni.

FAQ


Cos'è l'environment design applicato alle abitudini?
La pratica di modificare il contesto fisico per rendere automatici i comportamenti desiderati e aumentare l'attrito verso quelli indesiderati, basandosi sui segnali ambientali che innescano il loop abitudinario. In pratica: cambiare l'ambiente invece di combattere la propria natura.
Perché la forza di volontà da sola non basta per cambiare abitudini?
La corteccia prefrontale si esaurisce nel corso della giornata (ego depletion, Baumeister). Ogni decisione, ogni "no" a un impulso consuma risorse cognitive. Modificare il contesto rimuove la necessità di esercitare autocontrollo in modo continuativo, ed è una strategia che funziona anche quando sei stanco.
È davvero provato che lo smartphone riduce la concentrazione anche quando è spento?
Sì. Ward et al. (2017, Università del Texas) ha dimostrato che la sola presenza fisica dello smartphone riduce le performance cognitive in modo misurabile. L'effetto scompare solo quando il dispositivo si trova fisicamente in un'altra stanza.
Come si usa l'environment design per costruire nuove abitudini?
Rendi il comportamento desiderato il percorso di minor resistenza: metti visibile e a portata di mano tutto ciò che serve per l'abitudine che vuoi costruire. Il libro sul comodino aperto. Il tappetino già a terra. La borraccia sul tavolo. Il cervello segue i segnali ambientali, prepara quelli giusti.
Da dove inizio se voglio applicare l'environment design?
Da un solo cambiamento: identifica un oggetto che innesca un comportamento indesiderato e spostalo fuori dalla tua linea visiva. Un cambiamento piccolo e concreto è più efficace di una ristrutturazione totale. Inizia oggi, osserva i risultati nei prossimi sette giorni.


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Come non mollare la palestra dopo il primo mese


Molli la palestra dopo un mese perché conti sulla voglia e sull’abbonamento. Ecco il sistema (e il trucco di Katy Milkman) per restare costante.

Si molla la palestra dopo il primo mese perché ci si affida alla motivazione e all’abbonamento pagato, ma nessuno dei due regge: il prezzo non ti porta dentro e la voglia svanisce. La costanza arriva solo quando l’allenamento diventa un automatismo facile da iniziare e legato a qualcosa che ti piace già fare.

Gennaio: palestra piena. Marzo: deserto. Ogni anno la stessa storia, con le stesse persone — spesso noi. E ogni anno diamo la colpa alla solita "mancanza di costanza", come se fosse un difetto di fabbrica. Non lo è. È che stai usando gli strumenti sbagliati.

Il prezzo dell’abbonamento non ti porta in palestra


Partiamo da un dato che fa riflettere. Gli economisti Stefano DellaVigna e Ulrike Malmendier, in una ricerca diventata un classico (“Paying Not to Go to the Gym”), hanno mostrato che chi compra abbonamenti mensili in palestra ci va così poco che pagherebbe di meno andando con un biglietto singolo a ogni visita.

Traduzione: il portafoglio non è un buon allenatore. Abbiamo pagato, ci sentiamo a posto con la coscienza, e ci andiamo lo stesso pochissimo. Se il tuo unico "sistema" è aver speso dei soldi, sei già a metà strada verso il divano.

La voglia non è il motore (e non lo sarà mai)


Il secondo errore è aspettare di "averne voglia". La voglia di allenarsi è la cosa meno affidabile del mondo: c’è quando non serve e sparisce quando servirebbe. Costruirci sopra un’abitudine è come costruire una casa sulla sabbia.

Chi si allena da anni non ha più voglia di te. Ha semplicemente smesso di chiedersi se ne ha. Ha reso l’allenamento una cosa che si fa e basta, come lavarsi i denti — lo stesso motivo per cui la forza di volontà da sola non basta e serve un sistema sotto.

Il trucco di Katy Milkman: abbina, non resisti


Qui arriva un’idea utilissima della ricercatrice della Wharton Katy Milkman: il temptation bundling, l’abbinamento delle tentazioni. Funziona così: leghi un’attività che dovresti fare ma rimandi (allenarti) a una che ami ma di cui ti senti in colpa (guardare la tua serie, ascoltare quel podcast).

Ti concedi la serie solo mentre sei sul tapis roulant. Il podcast preferito solo in palestra. All’improvviso non devi più trascinarti ad allenarti: ci vai perché vuoi sapere come va a finire la puntata. Hai smesso di combattere contro te stesso e hai messo le due voglie dalla stessa parte.

Il sistema "non mollare" in 4 mosse


  1. Orario fisso, non "quando posso". "Quando posso" significa mai. Blocca i giorni e gli orari come fossero riunioni a cui non puoi mancare.
  2. Riduci l’attrito di partenza. Borsa pronta la sera prima, palestra sul tragitto casa-lavoro. Ogni ostacolo in meno è un allenamento in più.
  3. Parti ridicolmente piccolo. I primi giorni l’obiettivo è solo presentarsi: venti minuti bastano. La costanza prima dell’intensità — è la base delle regole della costanza.
  4. Abbina una ricompensa immediata. Il temptation bundling di Milkman: lega l’allenamento a qualcosa che ami già. E sfrutta l’ambiente a tuo favore.


Il Protocollo: trasformare l’allenamento in automatismo


Sapere queste cose è facile. Tenerle insieme per i mesi che servono a far diventare la palestra parte di te è la parte dove quasi tutti scivolano via.

È per questo che esiste il Protocollo: un sistema operativo per le abitudini che ti accompagna passo passo a installare l’allenamento come automatismo, senza contare sulla voglia che a marzo, puntuale, non c’è più.

In sintesi


Non molli la palestra perché sei debole, ma perché ti affidi a due alleati inaffidabili: il prezzo dell’abbonamento e la voglia. Sostituiscili con un sistema — orario fisso, attrito basso, partenza piccola, ricompensa abbinata — e l’allenamento smette di essere una battaglia. La domanda non è "come trovo la motivazione?", ma "come rendo l’allenamento così facile e piacevole da non doverla cercare?".

Domande frequenti


Perché mollo sempre la palestra dopo un mese?
Perché ti affidi alla motivazione e a un abbonamento pagato, ma nessuno dei due basta. Gli studi mostrano che paghiamo gli abbonamenti molto più di quanto li usiamo: il costo da solo non ci porta in palestra. Serve un sistema — un orario fisso, un innesco chiaro e qualcosa che renda l’allenamento piacevole — non un’altra dose di buoni propositi.

Come mantenere la costanza in palestra?
Rendi l’allenamento il più automatico e il meno faticoso possibile da iniziare: orario fisso, borsa già pronta, palestra sul tragitto. Abbina l’allenamento a qualcosa che ami già fare (una serie, un podcast) così smetti di doverti convincere. E parti piccolo: meglio venti minuti costanti che un’ora che salti.

È normale non avere voglia di allenarsi?
Sì, ed è proprio per questo che la voglia non può essere il tuo motore. Chi si allena da anni non ha più voglia degli altri: ha tolto la decisione dall’equazione rendendo l’allenamento un automatismo. La voglia arriva quasi sempre dopo aver iniziato, non prima.


Il tuo cervello non è pigro. Il tuo ambiente è mal progettato


In breve

Riferimenti: James Clear.

L'environment design rende la buona abitudine ovvia e quella cattiva invisibile: oggetti pronti, telefono in un'altra stanza, default che favoriscono il gesto target — il contesto batte la forza di volontà ogni volta.

TL;DR

  1. La forza di volontà si esaurisce durante la giornata, affidarsi solo a lei per cambiare abitudini è una strategia perdente.
  2. Uno smartphone sul tavolo, anche spento, riduce le capacità cognitive in modo misurabile (Ward et al., Università del Texas, 2017).
  3. Il cervello risponde ai segnali ambientali prima ancora che tu abbia deciso consciamente: cambiare il contesto cambia il comportamento.
  4. Tre modifiche concrete: scrivania vuota, telefono in un'altra stanza, zona fisica dedicata al lavoro profondo.
  5. La sfida della settimana: rimuovi oggi un oggetto che innesca un'abitudine che vuoi eliminare.

⏱ Tempo di lettura: 8 minuti

L'environment design delle abitudini parte da un'osservazione banale: il contesto cambia tutto. Eccone la prova.

Giovedì sera.

Laptop aperto sul tavolo del salotto. TV accesa in sottofondo. Notifiche di Teams ogni venti minuti. Mia moglie che passa e mi chiede se voglio del limoncello.

Tre ore di lavoro. Due paragrafi scritti.

Il venerdì successivo mi sono spostato in una sala riunioni vuota in ufficio. Silenzio. Telefono nel cassetto di un'altra stanza. Nessuna interruzione.

Novanta minuti. La proposta era pronta.

Stessa persona. Stesso cervello. Risultati completamente diversi.

Per anni ho pensato che il problema fossi io. Poca disciplina, troppa distrazione, carattere debole. Poi ho letto uno studio che mi ha fatto vedere la cosa da un angolo completamente diverso, e ho capito che stavo cercando la soluzione nel posto sbagliato.


Brain drain cognitivo: lo smartphone riduce la concentrazione anche da spento


Nel 2017 Adrian Ward e il suo team dell'Università del Texas ad Austin hanno chiesto a 800 persone di svolgere una serie di test cognitivi in tre condizioni diverse: smartphone sul tavolo con lo schermo verso il basso, smartphone in tasca, smartphone in un'altra stanza.

I risultati hanno smentito quello che la maggior parte di noi dà per scontato.

Chi aveva il telefono in un'altra stanza ha ottenuto i punteggi più alti, non perché fosse più intelligente degli altri, ma perché non sprecava risorse cognitive per resistere all'impulso di guardarlo. Anche se il telefono era spento. Anche se era capovolto. Anche se il soggetto era convinto di non pensarci.

Questo consumo silenzioso si chiama brain drain cognitivo: il cervello usa una parte della sua capacità di elaborazione per tenere sotto controllo la presenza dello stimolo, indipendentemente dalla tua intenzione consapevole.

Ann Graybiel, neuroscienziata del MIT che studia la formazione delle abitudini da trent'anni, ha documentato come i gangli della base, la struttura cerebrale che gestisce i comportamenti automatici, risponda ai segnali ambientali prima ancora che la corteccia prefrontale abbia finito di elaborare la situazione.

Il tuo cervello vede il telefono, attiva il loop, consuma attenzione. Tutto questo senza che tu te ne accorga, e senza che tu abbia deciso nulla.

Non è debolezza. È meccanica neurale.


Il loop cue-routine-reward parte sempre da un segnale ambientale


In breve: il comportamento automatico si innesca quasi sempre da un segnale fisico, visivo, olfattivo, spaziale, non da un pensiero conscio. Rimuovere o modificare quel segnale è il modo più diretto per interrompere il loop, prima ancora di allenare qualsiasi forza di volontà.

Pensa all'ultima volta che hai aperto il frigo senza avere fame. O controllato il telefono trenta secondi dopo averlo già controllato. O iniziato a sgranocchiare qualcosa mentre guardavi la TV senza neanche deciderlo consciamente.

Il modello classico dell'abitudine, segnale → routine → ricompensa, descrive esattamente questo meccanismo. E il punto cruciale, quello che si sottovaluta quasi sempre, è che il segnale nella maggior parte dei casi non è un pensiero. È un input ambientale.

Vedi il telefono → pensi alle notifiche → lo controlli.
Vedi i biscotti sul piano della cucina → pensi allo zucchero → li mangi.
Entri nel salotto con il divano → il tuo sistema nervoso si prepara al riposo → la concentrazione scende.

Il comportamento inizia prima che tu abbia deciso consciamente di farlo. E finché il segnale è lì, continuerà a partire.

Come approfondito nel riassunto de Il Potere delle Abitudini, comprendere la struttura del loop è il primo passo, ma da sola non basta. Bisogna intervenire sull'ambiente.


Ego depletion e autocontrollo: perché la forza di volontà si esaurisce


In breve: la corteccia prefrontale funziona come un muscolo, si affatica con l'uso. Costruire un ambiente che riduce le tentazioni non è pigrizia: è l'unica strategia che funziona anche quando sei esausto.

Immagina la forza di volontà come la batteria del tuo telefono.

La mattina è al 100%. Ogni volta che dici no a qualcosa, all'impulso di controllare le notifiche, al biscotto che ti passa davanti, alla tentazione di rimandare, scende di qualche punto. Nel tardo pomeriggio sei già esaurito, anche se hai fatto poco fisicamente.

Andrew Huberman, neuroscienziato della Stanford University, descrive questo processo con precisione: la corteccia prefrontale, la struttura che gestisce autocontrollo, pianificazione e decisioni complesse, si comporta esattamente come un muscolo. Si stanca. E quando è stanca, i sistemi più "antichi" del cervello prendono il sopravvento: quelli orientati al piacere immediato, alla comodità, alla risposta automatica agli stimoli.

Il ricercatore Roy Baumeister ha studiato questo fenomeno per decenni, chiamandolo ego depletion: la capacità di autoregolazione si riduce nel corso della giornata in modo misurabile. I giudici concedono la libertà condizionale più spesso la mattina che nel pomeriggio. Le persone mangiano peggio la sera. Le abitudini si rompono più facilmente quando si è stanchi.

Questo meccanismo l'ho approfondito nel post sulla forza di volontà, dove i dati di Baumeister mostrano esattamente quanti minuti dura prima di esaurirsi.

Non è una questione di carattere. È fisiologia.

E allora la domanda cambia: invece di chiederti come avere più forza di volontà, ha molto più senso chiedersi come costruire un ambiente dove ne hai bisogno di meno.

Questo è l'environment design applicato alle abitudini: non lottare contro te stesso, ma modificare il contesto in modo che il comportamento desiderato diventi il percorso di minor resistenza.

Come ho scritto nell'articolo sul mito dei 21 giorni, le abitudini si consolidano per ripetizione contestuale, e il contesto giusto può accelerare questo processo in modo significativo.


Environment design abitudini: tre modifiche che hanno cambiato tutto


Dopo l'episodio della sala riunioni, ho passato una settimana a osservare il mio ambiente. Cosa stava lì a distogliermi l'attenzione? Cosa rendeva certi comportamenti automatici?

Ho fatto tre cambiamenti. Nessuno dei tre ha richiesto più di dieci minuti.

1. Ho svuotato la scrivania


Sul piano: laptop e quaderno. Nient'altro. Nessun oggetto che non sia direttamente legato al lavoro che sto facendo in quel momento.

La ricerca sull'attentional residue della psicologa Sophie Leroy ha mostrato che ogni oggetto non correlato al compito attuale crea una micro-distrazione cognitiva, un pensiero sospeso che rimane attivo in background e consuma elaborazione mentale, anche quando non ci stai pensando consapevolmente.

Una scrivania vuota non è minimalismo estetico. È una scelta cognitiva.

2. Ho messo il telefono in un'altra stanza


Non in silenzioso. Non capovolto. In un altro locale, durante i blocchi di lavoro.

La prima volta che l'ho fatto pensavo fosse esagerato. L'effetto sulla qualità dell'attenzione nei primi venti minuti di lavoro era così evidente che mi sono chiesto come avessi fatto prima.

C'è un altro dato che vale la pena citare: Gloria Mark dell'Università della California, Irvine, ha calcolato che dopo un'interruzione digitale servono in media 23 minuti per tornare al livello di concentrazione precedente. Non è il minuto che perdi a guardare il telefono. È tutto il tempo che il cervello impiega per riportare l'attenzione dove era.

Ho scritto su questo nel pezzo sul prezzo della distrazione , il costo reale di ogni interruzione è molto più alto di quanto sembri.

3. Ho designato un posto fisico per il lavoro profondo


Il cervello impara per associazione spaziale. Se lavori sempre sul divano dove ti rilassi, il tuo sistema nervoso riceve un segnale ambivalente ogni volta che ti siedi lì: devo lavorare o riposarmi? Consuma energia cercando di risolvere il conflitto.

Ho designato una sedia specifica, in un angolo preciso del mio studio, usata solo per il lavoro che richiede concentrazione profonda. Quando mi siedo lì, il mio cervello sa già cosa sta per succedere.

Il meccanismo è lo stesso che spiega perché è così difficile dormire quando si lavora a letto: l'associazione spaziale si rompe, e il segnale ambientale sovrascrive la stanchezza biologica. Ne ho parlato in dettaglio nell'articolo sulle abitudini per aumentare l'energia.


Come applicarlo a qualsiasi abitudine


Il principio funziona nelle due direzioni.

Vuoi costruire un'abitudine? Rendi il comportamento desiderato il percorso di minor resistenza.

  • Vuoi leggere di più? Il libro va sul comodino, aperto alla pagina giusta, non sullo scaffale.
  • Vuoi fare stretching la mattina? Il tappetino va a terra la sera prima.
  • Vuoi bere più acqua? La borraccia va sul tavolo di lavoro, sempre piena.

Vuoi eliminare un'abitudine? Aumenta l'attrito verso il comportamento indesiderato.

  • Vuoi mangiare meno zucchero? I biscotti non devono essere sul piano della cucina, devono stare in un armadio alto, dietro altri oggetti, fuori dalla linea visiva.
  • Vuoi usare meno il telefono la sera? Caricalo in cucina invece che sul comodino.
  • Vuoi procrastinare di meno al computer? Elimina i segnalibri ai social dalla barra del browser.

Ogni punto di attrito in più riduce la frequenza del comportamento in modo statisticamente misurabile, non perché aumenti la tua forza di volontà, ma perché riduce l'esposizione al segnale iniziale.

Quello che etichettiamo come "pigrizia" o "mancanza di disciplina" è spesso semplicemente una risposta a un ambiente progettato male. Ho approfondito questo meccanismo nell'articolo sulla procrastinazione , ti sorprenderà quante volte il problema non è la motivazione, ma il contesto.

Per chi vuole capire come funziona davvero rimanere concentrati al lavoro nel lungo periodo, l'environment design è il punto di partenza più efficace che conosco.


Una cosa sola da fare oggi


Non ti chiedo di ristrutturare casa o comprare nulla.

Ti chiedo una cosa sola: individua un oggetto nel tuo ambiente che innesca un'abitudine che vuoi eliminare, e rimuovilo dal campo visivo.

Un cassetto. Un altro ripiano. Una borsa. Ovunque, basta che non sia lì a portarti via attenzione.

Un cambiamento piccolo. Concreto. E osserva cosa succede nei prossimi sette giorni.

FAQ


Cos'è l'environment design applicato alle abitudini?
La pratica di modificare il contesto fisico per rendere automatici i comportamenti desiderati e aumentare l'attrito verso quelli indesiderati, basandosi sui segnali ambientali che innescano il loop abitudinario. In pratica: cambiare l'ambiente invece di combattere la propria natura.
Perché la forza di volontà da sola non basta per cambiare abitudini?
La corteccia prefrontale si esaurisce nel corso della giornata (ego depletion, Baumeister). Ogni decisione, ogni "no" a un impulso consuma risorse cognitive. Modificare il contesto rimuove la necessità di esercitare autocontrollo in modo continuativo, ed è una strategia che funziona anche quando sei stanco.
È davvero provato che lo smartphone riduce la concentrazione anche quando è spento?
Sì. Ward et al. (2017, Università del Texas) ha dimostrato che la sola presenza fisica dello smartphone riduce le performance cognitive in modo misurabile. L'effetto scompare solo quando il dispositivo si trova fisicamente in un'altra stanza.
Come si usa l'environment design per costruire nuove abitudini?
Rendi il comportamento desiderato il percorso di minor resistenza: metti visibile e a portata di mano tutto ciò che serve per l'abitudine che vuoi costruire. Il libro sul comodino aperto. Il tappetino già a terra. La borraccia sul tavolo. Il cervello segue i segnali ambientali, prepara quelli giusti.
Da dove inizio se voglio applicare l'environment design?
Da un solo cambiamento: identifica un oggetto che innesca un comportamento indesiderato e spostalo fuori dalla tua linea visiva. Un cambiamento piccolo e concreto è più efficace di una ristrutturazione totale. Inizia oggi, osserva i risultati nei prossimi sette giorni.


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Habit tracker digitale o cartaceo: quale funziona davvero


App o quaderno per tracciare le abitudini? Conta più tracciare che il mezzo. Ecco come scegliere — e l'errore che li rende inutili entrambi.

Tra un habit tracker digitale e uno cartaceo non esiste un vincitore assoluto: conta molto più tracciare che il mezzo. Le app vincono su promemoria e statistiche, la carta vince su consapevolezza e impegno. Il tracker migliore è semplicemente quello che riesci a usare ogni giorno senza abbandonarlo.

Ti svelo subito dove sta l'inghippo, così non perdi tempo: passi giorni a scegliere l'app perfetta, scarichi quella con i grafici più belli, e dopo due settimane non la apri più. Il problema non era l'app. Eri tu che cercavi nello strumento una motivazione che lo strumento non può darti.

Mettiamo ordine, perché la domanda "digitale o cartaceo?" è quella sbagliata. Ma ci arriviamo.

Prima cosa: tracciare funziona davvero?


Sì, e non è un'opinione. Una meta-analisi pubblicata dall'American Psychological Association, che ha analizzato oltre 100 studi, ha mostrato che monitorare i progressi verso un obiettivo aumenta in modo significativo la probabilità di raggiungerlo.

Il meccanismo è semplice: ciò che misuri diventa visibile, e ciò che è visibile è più difficile da ignorare. Una casella vuota sul calendario pesa. Una catena di giorni spuntati non la vuoi spezzare. È lo stesso principio per cui l'ambiente che progetti decide il tuo comportamento: rendi visibile l'abitudine e metà del lavoro è fatto.

Quindi la vera domanda non è "carta o app", è "qual è il sistema che mi fa tracciare ogni giorno senza mollare". Il mezzo è un dettaglio. Ma è un dettaglio che, scelto male, ti fa abbandonare. Vediamo i due.

Quando vince il digitale


Le app fanno una cosa che la carta non può fare: ti ricordano di esistere.

Il promemoria push è il loro superpotere. Se la tua abitudine non ha ancora un innesco solido nella giornata, la notifica fa da sveglia. In più hai statistiche automatiche, sincronizzazione su più dispositivi, e l'hai sempre in tasca. Per abitudini numeriche — passi, acqua, allenamenti, lettura — il digitale è imbattibile.

Il rischio: complessità. Le app piene di grafici, livelli e gamification creano attrito. Apri l'app, ci sono dieci cose da configurare, e l'energia che doveva andare nell'abitudine va nella gestione del tracker. La regola è una sola: se l'app è più complicata dell'abitudine che traccia, hai scelto male.

Quando vince la carta


Il cartaceo ha un vantaggio che il digitale non avrà mai: ti costringe a fermarti.

Scrivere a mano è più lento, e questo è un pregio. La lentezza ti obbliga a essere presente, a elaborare quello che annoti invece di taggarlo distrattamente. Non è romanticismo: studi sulla scrittura a mano — raccontati anche da Scientific American — mostrano che scrivere a mano attiva un'elaborazione più profonda rispetto al digitare.

Per le abitudini legate alla testa — un diario delle decisioni, una riga di riflessione la sera, il monitoraggio dell'umore — la carta vince quasi sempre. È esattamente la logica dietro il Decision Journal: scrivere a mano una decisione la rende reale in un modo che un campo di testo non riesce a replicare.

Il rischio della carta: niente promemoria. Se ti dimentichi del quaderno, il quaderno non ti viene a cercare. Funziona solo se ha un posto fisso e visibile.

Digitale o cartaceo: la comparativa rapida

CriterioApp (digitale)Quaderno (cartaceo)
Promemoria automaticiSì (vantaggio forte)No
Statistiche e storicoAutomaticiManuali
Consapevolezza / riflessioneBassaAlta
Attrito di avvioVariabile (spesso alto)Bassissimo
Distrazioni vicineSì (è nel telefono)No
Ideale perAbitudini numeriche, conteggiDecisioni, umore, riflessione

Guarda l'ultima riga: la scelta non dipende dal tuo gusto, ma dal tipo di abitudine. Conti qualcosa? App. Rifletti su qualcosa? Carta. Tutte e due insieme? Va benissimo, purché ognuna abbia il suo posto.

L'errore che rende inutili entrambi


Ed eccoci al punto vero. Qualunque tracker, di carta o digitale, è solo un termometro: ti dice la temperatura, non cambia il clima.

La maggior parte delle persone tratta il tracker come se fosse il sistema. Lo è invece il termometro del sistema. Spuntare la casella non costruisce l'abitudine: la registra. Se sotto non c'è una struttura — un innesco chiaro, un'azione piccola, un ambiente progettato — il tracker ti mostra solo, giorno dopo giorno, che stai fallendo. E un termometro che segna febbre non ti cura.

È lo stesso equivoco di chi pensa di reggere tutto sulla motivazione: la forza di volontà non basta, e nemmeno il tracker più bello. Serve il sistema sotto. Le regole della costanza contano più dello strumento che scegli.

Il Protocollo: il sistema sotto il tracker


Un tracker da solo ti dice se stai mantenendo un'abitudine. Non ti dice come costruirla e tenerla in piedi quando la voglia finisce.

È per questo che ho creato il Protocollo: un sistema operativo per le abitudini in cui il tracciamento è solo l'ultimo pezzo, non il primo. Prima viene la struttura — innesco, azione minima, ambiente — poi il tracker diventa quello che deve essere: un termometro che conferma che il sistema funziona. Se vuoi una versione cartacea già pronta per la riflessione quotidiana, parti dal Decision Journal.

In sintesi


Digitale o cartaceo è una falsa scelta. App per quello che conti, carta per quello su cui rifletti, e nessuno dei due se sotto manca il sistema. Smetti di cercare il tracker perfetto e inizia a chiederti: cosa sto tracciando, e c'è una struttura che rende quell'abitudine facile da ripetere?

Il miglior tracker del mondo, su un'abitudine senza sistema, registra solo i tuoi fallimenti con grande precisione.

Domande frequenti


È meglio un habit tracker digitale o cartaceo?
Dipende da te, ma conta molto più tracciare che il mezzo. Le app vincono su promemoria, statistiche e portabilità; la carta vince su consapevolezza e impegno, perché scrivere a mano costringe a fermarsi e riflettere. Scegli quello che riesci davvero a usare ogni giorno: il tracker migliore è quello che non abbandoni.

Tracciare le abitudini funziona davvero?
Sì. Una meta-analisi pubblicata dall'American Psychological Association ha mostrato che monitorare i progressi verso un obiettivo aumenta in modo significativo la probabilità di raggiungerlo. Il monitoraggio rende visibile il comportamento, e ciò che vedi sei più portato a mantenerlo. L'effetto è più forte quando il dato è registrato fisicamente.

Qual è la migliore app per tracciare le abitudini?
Non esiste una app migliore in assoluto: la migliore è quella semplice che apri ogni giorno senza pensarci. Diffida delle app troppo complesse, piene di statistiche e gamification: l'attrito di gestirle ti fa mollare. Una checklist minimale o persino le note del telefono battono l'app più completa che smetti di aprire dopo una settimana.


Il tuo cervello non è pigro. Il tuo ambiente è mal progettato


In breve

Riferimenti: James Clear.

L'environment design rende la buona abitudine ovvia e quella cattiva invisibile: oggetti pronti, telefono in un'altra stanza, default che favoriscono il gesto target — il contesto batte la forza di volontà ogni volta.

TL;DR

  1. La forza di volontà si esaurisce durante la giornata, affidarsi solo a lei per cambiare abitudini è una strategia perdente.
  2. Uno smartphone sul tavolo, anche spento, riduce le capacità cognitive in modo misurabile (Ward et al., Università del Texas, 2017).
  3. Il cervello risponde ai segnali ambientali prima ancora che tu abbia deciso consciamente: cambiare il contesto cambia il comportamento.
  4. Tre modifiche concrete: scrivania vuota, telefono in un'altra stanza, zona fisica dedicata al lavoro profondo.
  5. La sfida della settimana: rimuovi oggi un oggetto che innesca un'abitudine che vuoi eliminare.

⏱ Tempo di lettura: 8 minuti

L'environment design delle abitudini parte da un'osservazione banale: il contesto cambia tutto. Eccone la prova.

Giovedì sera.

Laptop aperto sul tavolo del salotto. TV accesa in sottofondo. Notifiche di Teams ogni venti minuti. Mia moglie che passa e mi chiede se voglio del limoncello.

Tre ore di lavoro. Due paragrafi scritti.

Il venerdì successivo mi sono spostato in una sala riunioni vuota in ufficio. Silenzio. Telefono nel cassetto di un'altra stanza. Nessuna interruzione.

Novanta minuti. La proposta era pronta.

Stessa persona. Stesso cervello. Risultati completamente diversi.

Per anni ho pensato che il problema fossi io. Poca disciplina, troppa distrazione, carattere debole. Poi ho letto uno studio che mi ha fatto vedere la cosa da un angolo completamente diverso, e ho capito che stavo cercando la soluzione nel posto sbagliato.


Brain drain cognitivo: lo smartphone riduce la concentrazione anche da spento


Nel 2017 Adrian Ward e il suo team dell'Università del Texas ad Austin hanno chiesto a 800 persone di svolgere una serie di test cognitivi in tre condizioni diverse: smartphone sul tavolo con lo schermo verso il basso, smartphone in tasca, smartphone in un'altra stanza.

I risultati hanno smentito quello che la maggior parte di noi dà per scontato.

Chi aveva il telefono in un'altra stanza ha ottenuto i punteggi più alti, non perché fosse più intelligente degli altri, ma perché non sprecava risorse cognitive per resistere all'impulso di guardarlo. Anche se il telefono era spento. Anche se era capovolto. Anche se il soggetto era convinto di non pensarci.

Questo consumo silenzioso si chiama brain drain cognitivo: il cervello usa una parte della sua capacità di elaborazione per tenere sotto controllo la presenza dello stimolo, indipendentemente dalla tua intenzione consapevole.

Ann Graybiel, neuroscienziata del MIT che studia la formazione delle abitudini da trent'anni, ha documentato come i gangli della base, la struttura cerebrale che gestisce i comportamenti automatici, risponda ai segnali ambientali prima ancora che la corteccia prefrontale abbia finito di elaborare la situazione.

Il tuo cervello vede il telefono, attiva il loop, consuma attenzione. Tutto questo senza che tu te ne accorga, e senza che tu abbia deciso nulla.

Non è debolezza. È meccanica neurale.


Il loop cue-routine-reward parte sempre da un segnale ambientale


In breve: il comportamento automatico si innesca quasi sempre da un segnale fisico, visivo, olfattivo, spaziale, non da un pensiero conscio. Rimuovere o modificare quel segnale è il modo più diretto per interrompere il loop, prima ancora di allenare qualsiasi forza di volontà.

Pensa all'ultima volta che hai aperto il frigo senza avere fame. O controllato il telefono trenta secondi dopo averlo già controllato. O iniziato a sgranocchiare qualcosa mentre guardavi la TV senza neanche deciderlo consciamente.

Il modello classico dell'abitudine, segnale → routine → ricompensa, descrive esattamente questo meccanismo. E il punto cruciale, quello che si sottovaluta quasi sempre, è che il segnale nella maggior parte dei casi non è un pensiero. È un input ambientale.

Vedi il telefono → pensi alle notifiche → lo controlli.
Vedi i biscotti sul piano della cucina → pensi allo zucchero → li mangi.
Entri nel salotto con il divano → il tuo sistema nervoso si prepara al riposo → la concentrazione scende.

Il comportamento inizia prima che tu abbia deciso consciamente di farlo. E finché il segnale è lì, continuerà a partire.

Come approfondito nel riassunto de Il Potere delle Abitudini, comprendere la struttura del loop è il primo passo, ma da sola non basta. Bisogna intervenire sull'ambiente.


Ego depletion e autocontrollo: perché la forza di volontà si esaurisce


In breve: la corteccia prefrontale funziona come un muscolo, si affatica con l'uso. Costruire un ambiente che riduce le tentazioni non è pigrizia: è l'unica strategia che funziona anche quando sei esausto.

Immagina la forza di volontà come la batteria del tuo telefono.

La mattina è al 100%. Ogni volta che dici no a qualcosa, all'impulso di controllare le notifiche, al biscotto che ti passa davanti, alla tentazione di rimandare, scende di qualche punto. Nel tardo pomeriggio sei già esaurito, anche se hai fatto poco fisicamente.

Andrew Huberman, neuroscienziato della Stanford University, descrive questo processo con precisione: la corteccia prefrontale, la struttura che gestisce autocontrollo, pianificazione e decisioni complesse, si comporta esattamente come un muscolo. Si stanca. E quando è stanca, i sistemi più "antichi" del cervello prendono il sopravvento: quelli orientati al piacere immediato, alla comodità, alla risposta automatica agli stimoli.

Il ricercatore Roy Baumeister ha studiato questo fenomeno per decenni, chiamandolo ego depletion: la capacità di autoregolazione si riduce nel corso della giornata in modo misurabile. I giudici concedono la libertà condizionale più spesso la mattina che nel pomeriggio. Le persone mangiano peggio la sera. Le abitudini si rompono più facilmente quando si è stanchi.

Questo meccanismo l'ho approfondito nel post sulla forza di volontà, dove i dati di Baumeister mostrano esattamente quanti minuti dura prima di esaurirsi.

Non è una questione di carattere. È fisiologia.

E allora la domanda cambia: invece di chiederti come avere più forza di volontà, ha molto più senso chiedersi come costruire un ambiente dove ne hai bisogno di meno.

Questo è l'environment design applicato alle abitudini: non lottare contro te stesso, ma modificare il contesto in modo che il comportamento desiderato diventi il percorso di minor resistenza.

Come ho scritto nell'articolo sul mito dei 21 giorni, le abitudini si consolidano per ripetizione contestuale, e il contesto giusto può accelerare questo processo in modo significativo.


Environment design abitudini: tre modifiche che hanno cambiato tutto


Dopo l'episodio della sala riunioni, ho passato una settimana a osservare il mio ambiente. Cosa stava lì a distogliermi l'attenzione? Cosa rendeva certi comportamenti automatici?

Ho fatto tre cambiamenti. Nessuno dei tre ha richiesto più di dieci minuti.

1. Ho svuotato la scrivania


Sul piano: laptop e quaderno. Nient'altro. Nessun oggetto che non sia direttamente legato al lavoro che sto facendo in quel momento.

La ricerca sull'attentional residue della psicologa Sophie Leroy ha mostrato che ogni oggetto non correlato al compito attuale crea una micro-distrazione cognitiva, un pensiero sospeso che rimane attivo in background e consuma elaborazione mentale, anche quando non ci stai pensando consapevolmente.

Una scrivania vuota non è minimalismo estetico. È una scelta cognitiva.

2. Ho messo il telefono in un'altra stanza


Non in silenzioso. Non capovolto. In un altro locale, durante i blocchi di lavoro.

La prima volta che l'ho fatto pensavo fosse esagerato. L'effetto sulla qualità dell'attenzione nei primi venti minuti di lavoro era così evidente che mi sono chiesto come avessi fatto prima.

C'è un altro dato che vale la pena citare: Gloria Mark dell'Università della California, Irvine, ha calcolato che dopo un'interruzione digitale servono in media 23 minuti per tornare al livello di concentrazione precedente. Non è il minuto che perdi a guardare il telefono. È tutto il tempo che il cervello impiega per riportare l'attenzione dove era.

Ho scritto su questo nel pezzo sul prezzo della distrazione , il costo reale di ogni interruzione è molto più alto di quanto sembri.

3. Ho designato un posto fisico per il lavoro profondo


Il cervello impara per associazione spaziale. Se lavori sempre sul divano dove ti rilassi, il tuo sistema nervoso riceve un segnale ambivalente ogni volta che ti siedi lì: devo lavorare o riposarmi? Consuma energia cercando di risolvere il conflitto.

Ho designato una sedia specifica, in un angolo preciso del mio studio, usata solo per il lavoro che richiede concentrazione profonda. Quando mi siedo lì, il mio cervello sa già cosa sta per succedere.

Il meccanismo è lo stesso che spiega perché è così difficile dormire quando si lavora a letto: l'associazione spaziale si rompe, e il segnale ambientale sovrascrive la stanchezza biologica. Ne ho parlato in dettaglio nell'articolo sulle abitudini per aumentare l'energia.


Come applicarlo a qualsiasi abitudine


Il principio funziona nelle due direzioni.

Vuoi costruire un'abitudine? Rendi il comportamento desiderato il percorso di minor resistenza.

  • Vuoi leggere di più? Il libro va sul comodino, aperto alla pagina giusta, non sullo scaffale.
  • Vuoi fare stretching la mattina? Il tappetino va a terra la sera prima.
  • Vuoi bere più acqua? La borraccia va sul tavolo di lavoro, sempre piena.

Vuoi eliminare un'abitudine? Aumenta l'attrito verso il comportamento indesiderato.

  • Vuoi mangiare meno zucchero? I biscotti non devono essere sul piano della cucina, devono stare in un armadio alto, dietro altri oggetti, fuori dalla linea visiva.
  • Vuoi usare meno il telefono la sera? Caricalo in cucina invece che sul comodino.
  • Vuoi procrastinare di meno al computer? Elimina i segnalibri ai social dalla barra del browser.

Ogni punto di attrito in più riduce la frequenza del comportamento in modo statisticamente misurabile, non perché aumenti la tua forza di volontà, ma perché riduce l'esposizione al segnale iniziale.

Quello che etichettiamo come "pigrizia" o "mancanza di disciplina" è spesso semplicemente una risposta a un ambiente progettato male. Ho approfondito questo meccanismo nell'articolo sulla procrastinazione , ti sorprenderà quante volte il problema non è la motivazione, ma il contesto.

Per chi vuole capire come funziona davvero rimanere concentrati al lavoro nel lungo periodo, l'environment design è il punto di partenza più efficace che conosco.


Una cosa sola da fare oggi


Non ti chiedo di ristrutturare casa o comprare nulla.

Ti chiedo una cosa sola: individua un oggetto nel tuo ambiente che innesca un'abitudine che vuoi eliminare, e rimuovilo dal campo visivo.

Un cassetto. Un altro ripiano. Una borsa. Ovunque, basta che non sia lì a portarti via attenzione.

Un cambiamento piccolo. Concreto. E osserva cosa succede nei prossimi sette giorni.

FAQ


Cos'è l'environment design applicato alle abitudini?
La pratica di modificare il contesto fisico per rendere automatici i comportamenti desiderati e aumentare l'attrito verso quelli indesiderati, basandosi sui segnali ambientali che innescano il loop abitudinario. In pratica: cambiare l'ambiente invece di combattere la propria natura.
Perché la forza di volontà da sola non basta per cambiare abitudini?
La corteccia prefrontale si esaurisce nel corso della giornata (ego depletion, Baumeister). Ogni decisione, ogni "no" a un impulso consuma risorse cognitive. Modificare il contesto rimuove la necessità di esercitare autocontrollo in modo continuativo, ed è una strategia che funziona anche quando sei stanco.
È davvero provato che lo smartphone riduce la concentrazione anche quando è spento?
Sì. Ward et al. (2017, Università del Texas) ha dimostrato che la sola presenza fisica dello smartphone riduce le performance cognitive in modo misurabile. L'effetto scompare solo quando il dispositivo si trova fisicamente in un'altra stanza.
Come si usa l'environment design per costruire nuove abitudini?
Rendi il comportamento desiderato il percorso di minor resistenza: metti visibile e a portata di mano tutto ciò che serve per l'abitudine che vuoi costruire. Il libro sul comodino aperto. Il tappetino già a terra. La borraccia sul tavolo. Il cervello segue i segnali ambientali, prepara quelli giusti.
Da dove inizio se voglio applicare l'environment design?
Da un solo cambiamento: identifica un oggetto che innesca un comportamento indesiderato e spostalo fuori dalla tua linea visiva. Un cambiamento piccolo e concreto è più efficace di una ristrutturazione totale. Inizia oggi, osserva i risultati nei prossimi sette giorni.


Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)
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Perché le abitudini non durano mai (e come renderle durature)


Le abitudini non durano perché le fai troppo grandi e legate alla motivazione. Ecco perché crollano e come renderle automatiche e durature.

Le abitudini non durano perché le costruisci troppo grandi e troppo legate alla motivazione iniziale: quando l’entusiasmo cala, non resta nessun automatismo a reggerle. Un’abitudine dura solo quando è piccola, agganciata a un segnale fisso e ripetuta nello stesso contesto abbastanza a lungo da diventare automatica — cioè quando smette di richiedere una decisione.

Conosci il copione. Parti pieno di buone intenzioni, regge una settimana, forse due. Poi salti un giorno, poi due, e nel giro di un mese sei tornato esattamente al punto di partenza, con in più una bella dose di sensi di colpa. Ti dici che è mancanza di costanza. Ma la costanza è il sintomo, non la causa.

Il vero motivo per cui le abitudini mollano


Quasi sempre il problema è uno solo: hai puntato sull’entusiasmo invece che sull’automatismo.

L’entusiasmo è una marea: sale e scende, e tu non lo controlli. Se hai costruito la tua abitudine sopra la marea alta dei primi giorni, quando l’acqua si ritira il comportamento resta a secco. Per questo le abitudini grandi, ambiziose, che richiedono ogni giorno una bella spinta di volontà, sono le prime a crollare: la forza di volontà si esaurisce, e con lei l’abitudine.

Un’abitudine dura quando diventa automatica


La ricercatrice e i colleghi del King’s College London hanno una definizione utile: un’abitudine è un comportamento che, ripetuto in un contesto stabile, diventa automatico, cioè parte da solo in risposta a un segnale, senza che tu debba deciderlo. Lo spiega bene il lavoro di Benjamin Gardner sulla formazione delle abitudini: la chiave non è l’intensità, è la ripetizione nello stesso contesto.

Tradotto: non conta quanto ti impegni un giorno. Conta quante volte ripeti lo stesso piccolo gesto, attaccato allo stesso segnale, nello stesso posto. È noioso. Ed è esattamente per questo che funziona.

Perché "fare in grande" è la ricetta del fallimento


L’errore più comune è partire troppo in grande. Un’ora di palestra, trenta minuti di meditazione, dieci pagine di scrittura — tutto dal primo giorno. Sembra ambizione, è sabotaggio.

Più l’abitudine è grande, più energia richiede, più dipende dal fatto che tu abbia voglia. E i giorni in cui non hai voglia sono quelli che decidono se l’abitudine sopravvive. Rimpicciolisci finché il "non ho voglia" diventa irrilevante: due minuti, una pagina, una flessione. È il principio dei mini habits, e regge proprio perché toglie la motivazione dall’equazione.

Il momento esatto in cui quasi tutti mollano


C’è un nemico silenzioso delle abitudini: il cambio di contesto. Un trasloco, una vacanza, un nuovo lavoro, una settimana storta. Lo psicologo dell’Università di Bath Bas Verplanken studia proprio questo: quando l’ambiente attorno a te cambia, i segnali che facevano partire l’abitudine spariscono, e l’abitudine con loro.

Ecco perché tante routine crollano "senza motivo" dopo le ferie: non sei diventato pigro, è sparito il contesto che le innescava. La soluzione non è più disciplina, è ricostruire i segnali: è la logica per cui l’ambiente che progetti decide il tuo comportamento.

Come rendere un’abitudine davvero duratura: 4 condizioni


  1. Piccola. Così piccola da poterla fare anche nel giorno peggiore. La crescita viene dopo, non prima.
  2. Agganciata a un segnale fisso. "Dopo X farò Y". Il segnale fa partire l’abitudine al posto della tua memoria.
  3. Sempre nello stesso contesto. Stesso momento, stesso posto. La ripetizione nel contesto stabile è ciò che crea l’automatismo.
  4. Protetta dai cambi di scenario. Quando l’ambiente cambia, ricostruisci subito il segnale invece di aspettare che "torni la voglia".

Nessuna di queste condizioni ti chiede di volere di più. Tutte spostano il peso dalla motivazione alla struttura. Le regole della costanza partono esattamente da qui.

Il Protocollo: dove le abitudini smettono di crollare


Sapere che servono abitudini piccole, ancorate e ripetute è facile. Tenerle in piedi settimana dopo settimana, soprattutto quando la vita ci mette di traverso, è la parte difficile.

È il motivo per cui ho costruito il Protocollo: un sistema operativo per le abitudini che ti porta una settimana alla volta, segnale dopo segnale, a installarle finché diventano automatiche — senza affidarti alla marea dell’entusiasmo.

In sintesi


Le abitudini non muoiono per mancanza di carattere, ma per eccesso di ambizione e mancanza di struttura. Falle piccole, ancorale a un segnale, ripetile nello stesso contesto e proteggile dai cambi di scenario. Smetti di chiederti "come trovo la costanza?" e inizia a chiederti "come rendo questo gesto così automatico da non doverlo più decidere?".

Domande frequenti


Perché le abitudini non durano mai?
Perché vengono costruite troppo grandi e troppo dipendenti dalla motivazione iniziale. Quando l’entusiasmo cala — di solito dopo una o due settimane — non resta nessun automatismo a reggere il comportamento. Un’abitudine dura solo quando, ripetuta in un contesto stabile, diventa automatica e smette di richiedere una decisione.

Come si fa a rendere un’abitudine duratura?
Rendendola piccola, agganciandola a un segnale fisso della giornata e ripetendola sempre nello stesso contesto finché diventa automatica. La costanza in un ambiente stabile conta più dell’intensità. Meglio due minuti al giorno per mesi che un’ora al giorno per una settimana e poi più nulla.

Dopo quanto un’abitudine diventa automatica?
Dipende molto dalla persona e dall’abitudine, ma la ricerca sulla formazione delle abitudini indica che servono diverse settimane di ripetizione costante. Il punto critico è la fase iniziale, in cui l’automatismo non si è ancora formato e la voglia è già calata: è lì che serve un sistema, non più forza di volontà.


Il tuo cervello non è pigro. Il tuo ambiente è mal progettato


In breve

Riferimenti: James Clear.

L'environment design rende la buona abitudine ovvia e quella cattiva invisibile: oggetti pronti, telefono in un'altra stanza, default che favoriscono il gesto target — il contesto batte la forza di volontà ogni volta.

TL;DR

  1. La forza di volontà si esaurisce durante la giornata, affidarsi solo a lei per cambiare abitudini è una strategia perdente.
  2. Uno smartphone sul tavolo, anche spento, riduce le capacità cognitive in modo misurabile (Ward et al., Università del Texas, 2017).
  3. Il cervello risponde ai segnali ambientali prima ancora che tu abbia deciso consciamente: cambiare il contesto cambia il comportamento.
  4. Tre modifiche concrete: scrivania vuota, telefono in un'altra stanza, zona fisica dedicata al lavoro profondo.
  5. La sfida della settimana: rimuovi oggi un oggetto che innesca un'abitudine che vuoi eliminare.

⏱ Tempo di lettura: 8 minuti

L'environment design delle abitudini parte da un'osservazione banale: il contesto cambia tutto. Eccone la prova.

Giovedì sera.

Laptop aperto sul tavolo del salotto. TV accesa in sottofondo. Notifiche di Teams ogni venti minuti. Mia moglie che passa e mi chiede se voglio del limoncello.

Tre ore di lavoro. Due paragrafi scritti.

Il venerdì successivo mi sono spostato in una sala riunioni vuota in ufficio. Silenzio. Telefono nel cassetto di un'altra stanza. Nessuna interruzione.

Novanta minuti. La proposta era pronta.

Stessa persona. Stesso cervello. Risultati completamente diversi.

Per anni ho pensato che il problema fossi io. Poca disciplina, troppa distrazione, carattere debole. Poi ho letto uno studio che mi ha fatto vedere la cosa da un angolo completamente diverso, e ho capito che stavo cercando la soluzione nel posto sbagliato.


Brain drain cognitivo: lo smartphone riduce la concentrazione anche da spento


Nel 2017 Adrian Ward e il suo team dell'Università del Texas ad Austin hanno chiesto a 800 persone di svolgere una serie di test cognitivi in tre condizioni diverse: smartphone sul tavolo con lo schermo verso il basso, smartphone in tasca, smartphone in un'altra stanza.

I risultati hanno smentito quello che la maggior parte di noi dà per scontato.

Chi aveva il telefono in un'altra stanza ha ottenuto i punteggi più alti, non perché fosse più intelligente degli altri, ma perché non sprecava risorse cognitive per resistere all'impulso di guardarlo. Anche se il telefono era spento. Anche se era capovolto. Anche se il soggetto era convinto di non pensarci.

Questo consumo silenzioso si chiama brain drain cognitivo: il cervello usa una parte della sua capacità di elaborazione per tenere sotto controllo la presenza dello stimolo, indipendentemente dalla tua intenzione consapevole.

Ann Graybiel, neuroscienziata del MIT che studia la formazione delle abitudini da trent'anni, ha documentato come i gangli della base, la struttura cerebrale che gestisce i comportamenti automatici, risponda ai segnali ambientali prima ancora che la corteccia prefrontale abbia finito di elaborare la situazione.

Il tuo cervello vede il telefono, attiva il loop, consuma attenzione. Tutto questo senza che tu te ne accorga, e senza che tu abbia deciso nulla.

Non è debolezza. È meccanica neurale.


Il loop cue-routine-reward parte sempre da un segnale ambientale


In breve: il comportamento automatico si innesca quasi sempre da un segnale fisico, visivo, olfattivo, spaziale, non da un pensiero conscio. Rimuovere o modificare quel segnale è il modo più diretto per interrompere il loop, prima ancora di allenare qualsiasi forza di volontà.

Pensa all'ultima volta che hai aperto il frigo senza avere fame. O controllato il telefono trenta secondi dopo averlo già controllato. O iniziato a sgranocchiare qualcosa mentre guardavi la TV senza neanche deciderlo consciamente.

Il modello classico dell'abitudine, segnale → routine → ricompensa, descrive esattamente questo meccanismo. E il punto cruciale, quello che si sottovaluta quasi sempre, è che il segnale nella maggior parte dei casi non è un pensiero. È un input ambientale.

Vedi il telefono → pensi alle notifiche → lo controlli.
Vedi i biscotti sul piano della cucina → pensi allo zucchero → li mangi.
Entri nel salotto con il divano → il tuo sistema nervoso si prepara al riposo → la concentrazione scende.

Il comportamento inizia prima che tu abbia deciso consciamente di farlo. E finché il segnale è lì, continuerà a partire.

Come approfondito nel riassunto de Il Potere delle Abitudini, comprendere la struttura del loop è il primo passo, ma da sola non basta. Bisogna intervenire sull'ambiente.


Ego depletion e autocontrollo: perché la forza di volontà si esaurisce


In breve: la corteccia prefrontale funziona come un muscolo, si affatica con l'uso. Costruire un ambiente che riduce le tentazioni non è pigrizia: è l'unica strategia che funziona anche quando sei esausto.

Immagina la forza di volontà come la batteria del tuo telefono.

La mattina è al 100%. Ogni volta che dici no a qualcosa, all'impulso di controllare le notifiche, al biscotto che ti passa davanti, alla tentazione di rimandare, scende di qualche punto. Nel tardo pomeriggio sei già esaurito, anche se hai fatto poco fisicamente.

Andrew Huberman, neuroscienziato della Stanford University, descrive questo processo con precisione: la corteccia prefrontale, la struttura che gestisce autocontrollo, pianificazione e decisioni complesse, si comporta esattamente come un muscolo. Si stanca. E quando è stanca, i sistemi più "antichi" del cervello prendono il sopravvento: quelli orientati al piacere immediato, alla comodità, alla risposta automatica agli stimoli.

Il ricercatore Roy Baumeister ha studiato questo fenomeno per decenni, chiamandolo ego depletion: la capacità di autoregolazione si riduce nel corso della giornata in modo misurabile. I giudici concedono la libertà condizionale più spesso la mattina che nel pomeriggio. Le persone mangiano peggio la sera. Le abitudini si rompono più facilmente quando si è stanchi.

Questo meccanismo l'ho approfondito nel post sulla forza di volontà, dove i dati di Baumeister mostrano esattamente quanti minuti dura prima di esaurirsi.

Non è una questione di carattere. È fisiologia.

E allora la domanda cambia: invece di chiederti come avere più forza di volontà, ha molto più senso chiedersi come costruire un ambiente dove ne hai bisogno di meno.

Questo è l'environment design applicato alle abitudini: non lottare contro te stesso, ma modificare il contesto in modo che il comportamento desiderato diventi il percorso di minor resistenza.

Come ho scritto nell'articolo sul mito dei 21 giorni, le abitudini si consolidano per ripetizione contestuale, e il contesto giusto può accelerare questo processo in modo significativo.


Environment design abitudini: tre modifiche che hanno cambiato tutto


Dopo l'episodio della sala riunioni, ho passato una settimana a osservare il mio ambiente. Cosa stava lì a distogliermi l'attenzione? Cosa rendeva certi comportamenti automatici?

Ho fatto tre cambiamenti. Nessuno dei tre ha richiesto più di dieci minuti.

1. Ho svuotato la scrivania


Sul piano: laptop e quaderno. Nient'altro. Nessun oggetto che non sia direttamente legato al lavoro che sto facendo in quel momento.

La ricerca sull'attentional residue della psicologa Sophie Leroy ha mostrato che ogni oggetto non correlato al compito attuale crea una micro-distrazione cognitiva, un pensiero sospeso che rimane attivo in background e consuma elaborazione mentale, anche quando non ci stai pensando consapevolmente.

Una scrivania vuota non è minimalismo estetico. È una scelta cognitiva.

2. Ho messo il telefono in un'altra stanza


Non in silenzioso. Non capovolto. In un altro locale, durante i blocchi di lavoro.

La prima volta che l'ho fatto pensavo fosse esagerato. L'effetto sulla qualità dell'attenzione nei primi venti minuti di lavoro era così evidente che mi sono chiesto come avessi fatto prima.

C'è un altro dato che vale la pena citare: Gloria Mark dell'Università della California, Irvine, ha calcolato che dopo un'interruzione digitale servono in media 23 minuti per tornare al livello di concentrazione precedente. Non è il minuto che perdi a guardare il telefono. È tutto il tempo che il cervello impiega per riportare l'attenzione dove era.

Ho scritto su questo nel pezzo sul prezzo della distrazione , il costo reale di ogni interruzione è molto più alto di quanto sembri.

3. Ho designato un posto fisico per il lavoro profondo


Il cervello impara per associazione spaziale. Se lavori sempre sul divano dove ti rilassi, il tuo sistema nervoso riceve un segnale ambivalente ogni volta che ti siedi lì: devo lavorare o riposarmi? Consuma energia cercando di risolvere il conflitto.

Ho designato una sedia specifica, in un angolo preciso del mio studio, usata solo per il lavoro che richiede concentrazione profonda. Quando mi siedo lì, il mio cervello sa già cosa sta per succedere.

Il meccanismo è lo stesso che spiega perché è così difficile dormire quando si lavora a letto: l'associazione spaziale si rompe, e il segnale ambientale sovrascrive la stanchezza biologica. Ne ho parlato in dettaglio nell'articolo sulle abitudini per aumentare l'energia.


Come applicarlo a qualsiasi abitudine


Il principio funziona nelle due direzioni.

Vuoi costruire un'abitudine? Rendi il comportamento desiderato il percorso di minor resistenza.

  • Vuoi leggere di più? Il libro va sul comodino, aperto alla pagina giusta, non sullo scaffale.
  • Vuoi fare stretching la mattina? Il tappetino va a terra la sera prima.
  • Vuoi bere più acqua? La borraccia va sul tavolo di lavoro, sempre piena.

Vuoi eliminare un'abitudine? Aumenta l'attrito verso il comportamento indesiderato.

  • Vuoi mangiare meno zucchero? I biscotti non devono essere sul piano della cucina, devono stare in un armadio alto, dietro altri oggetti, fuori dalla linea visiva.
  • Vuoi usare meno il telefono la sera? Caricalo in cucina invece che sul comodino.
  • Vuoi procrastinare di meno al computer? Elimina i segnalibri ai social dalla barra del browser.

Ogni punto di attrito in più riduce la frequenza del comportamento in modo statisticamente misurabile, non perché aumenti la tua forza di volontà, ma perché riduce l'esposizione al segnale iniziale.

Quello che etichettiamo come "pigrizia" o "mancanza di disciplina" è spesso semplicemente una risposta a un ambiente progettato male. Ho approfondito questo meccanismo nell'articolo sulla procrastinazione , ti sorprenderà quante volte il problema non è la motivazione, ma il contesto.

Per chi vuole capire come funziona davvero rimanere concentrati al lavoro nel lungo periodo, l'environment design è il punto di partenza più efficace che conosco.


Una cosa sola da fare oggi


Non ti chiedo di ristrutturare casa o comprare nulla.

Ti chiedo una cosa sola: individua un oggetto nel tuo ambiente che innesca un'abitudine che vuoi eliminare, e rimuovilo dal campo visivo.

Un cassetto. Un altro ripiano. Una borsa. Ovunque, basta che non sia lì a portarti via attenzione.

Un cambiamento piccolo. Concreto. E osserva cosa succede nei prossimi sette giorni.

FAQ


Cos'è l'environment design applicato alle abitudini?
La pratica di modificare il contesto fisico per rendere automatici i comportamenti desiderati e aumentare l'attrito verso quelli indesiderati, basandosi sui segnali ambientali che innescano il loop abitudinario. In pratica: cambiare l'ambiente invece di combattere la propria natura.
Perché la forza di volontà da sola non basta per cambiare abitudini?
La corteccia prefrontale si esaurisce nel corso della giornata (ego depletion, Baumeister). Ogni decisione, ogni "no" a un impulso consuma risorse cognitive. Modificare il contesto rimuove la necessità di esercitare autocontrollo in modo continuativo, ed è una strategia che funziona anche quando sei stanco.
È davvero provato che lo smartphone riduce la concentrazione anche quando è spento?
Sì. Ward et al. (2017, Università del Texas) ha dimostrato che la sola presenza fisica dello smartphone riduce le performance cognitive in modo misurabile. L'effetto scompare solo quando il dispositivo si trova fisicamente in un'altra stanza.
Come si usa l'environment design per costruire nuove abitudini?
Rendi il comportamento desiderato il percorso di minor resistenza: metti visibile e a portata di mano tutto ciò che serve per l'abitudine che vuoi costruire. Il libro sul comodino aperto. Il tappetino già a terra. La borraccia sul tavolo. Il cervello segue i segnali ambientali, prepara quelli giusti.
Da dove inizio se voglio applicare l'environment design?
Da un solo cambiamento: identifica un oggetto che innesca un comportamento indesiderato e spostalo fuori dalla tua linea visiva. Un cambiamento piccolo e concreto è più efficace di una ristrutturazione totale. Inizia oggi, osserva i risultati nei prossimi sette giorni.


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Corso online o sistema per le abitudini: quale funziona davvero


Un corso ti dà informazioni, un sistema ti fa agire. Per cambiare un’abitudine sapere non basta: ecco perché un sistema batte quasi sempre un corso.

Per cambiare le abitudini un sistema funziona quasi sempre meglio di un corso online: il corso ti dà informazioni, ma cambiare comportamento non è un problema di informazioni, è un problema di esecuzione ripetuta. Funziona ciò che ti accompagna nel fare ogni giorno, non ciò che ti riempie di nozioni che poi restano sulla carta.

Quanti corsi hai comprato con le migliori intenzioni? E quanti ne hai finiti? E di quelli finiti, quanti ti hanno davvero cambiato un’abitudine? Se la risposta ti mette a disagio, non è colpa tua: è che il corso, da solo, è lo strumento sbagliato per questo lavoro.

La differenza vera: un corso informa, un sistema fa agire


Un corso e un sistema risolvono due problemi diversi, e confonderli è il motivo per cui spendi soldi e non cambia niente.

Il corso lavora sulla tua testa: ti spiega, ti illustra, ti convince. Un sistema lavora sui tuoi giorni: ti dice cosa fare oggi, ti dà un innesco, ti tiene in carreggiata domani. Il primo riempie un vuoto di conoscenza. Il secondo riempie il vuoto tra il sapere e il fare — che è dove vivono tutte le tue buone intenzioni fallite.

Perché il corso da solo non cambia le abitudini


C’è un motivo persino fisiologico. Già alla fine dell’Ottocento lo psicologo tedesco Hermann Ebbinghaus descrisse quella che oggi chiamiamo curva dell’oblio: senza applicazione e ripetizione, dimentichiamo gran parte di ciò che impariamo nel giro di pochi giorni.

Tradotto: guardi il corso, ti senti illuminato, e una settimana dopo ti resta in mano il 20% scarso, per di più sotto forma di teoria. La conoscenza che non diventa azione evapora. Lo aveva capito un secolo fa anche Maria Montessori, costruendo un metodo intero sull’idea che si impara facendo, non ascoltando: la mano insegna alla testa, non il contrario.

Sapere non è fare


Hai presente quando sai benissimo cosa dovresti fare e non lo fai? Ecco. Avere l’informazione e metterla in pratica sono due cose separate da un abisso.

Per questo un corso può lasciarti più informato e ugualmente fermo: ti ha dato il "cosa", non il "come ci arrivo davvero ogni giorno". Cambiare un’abitudine è meno una questione di sapere e più una di ripetere il gesto giusto nel contesto giusto, finché parte da solo. Ed è anche il motivo per cui la forza di volontà da sola non basta: serve una struttura, non più nozioni.

Quando serve un corso e quando serve un sistema

Ti serve...Scegli un corsoScegli un sistema
Capire un argomento nuovoNo
Avere una visione d’insiemeIn parte
Cambiare un comportamento quotidianoNo
Restare costante nel tempoNo
Passare dal "so" al "faccio"No

Non sono nemici. Il corso ti dà il perché, il sistema gestisce il come. Il problema nasce quando compri un corso aspettandoti che faccia il lavoro di un sistema.

Il Protocollo è un sistema, non un corso


Ho costruito il Protocollo proprio su questa distinzione. Non è un corso che guardi e archivi: è un sistema operativo che ti dà una cosa da fare alla volta, una settimana alla volta, con inneschi e tracciamento, finché l’abitudine regge da sola. Se invece cerchi prima la visione d’insieme dei temi, dai un’occhiata ai percorsi.

In sintesi


Un corso ti rende più informato; un sistema ti rende diverso. Se vuoi capire, prendi un corso. Se vuoi cambiare un’abitudine, ti serve una struttura che ti faccia agire ogni giorno. Smetti di chiederti "quale corso compro?" e inizia a chiederti "cosa mi fa davvero eseguire, non solo capire?".

Domande frequenti


È meglio un corso online o un sistema per cambiare le abitudini?
Per cambiare un’abitudine un sistema batte quasi sempre un corso. Il corso ti dà informazioni, ma cambiare comportamento non è un problema di informazioni: è un problema di esecuzione ripetuta. Un sistema ti accompagna nel fare, giorno dopo giorno, mentre un corso finisce nella cartella dei "lo guardo poi".

Perché finisco i corsi e non cambia niente?
Perché sapere non è fare. Senza applicazione immediata dimentichi la maggior parte di ciò che impari nel giro di pochi giorni, e anche ciò che ricordi resta teoria. Il cambiamento arriva solo quando trasformi la nozione in un’azione piccola e ripetuta in un contesto stabile: è questo che un buon sistema struttura e un corso no.

Allora i corsi online non servono a niente?
Servono, ma per un altro scopo: capire un argomento, avere una visione d’insieme, ispirarti. Non sono progettati per farti agire ogni giorno. Se l’obiettivo è cambiare un comportamento, usa il corso per imparare il "perché" e un sistema per gestire il "come" nella pratica.

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Perché la sera non hai più forza di volontà (e come rimediare)


La sera cedi non perché sei debole, ma per decision fatigue: la forza di volontà si esaurisce a ogni scelta. Ecco 4 mosse per non dipenderne.

La sera non hai più forza di volontà perché è una risorsa che si consuma a ogni decisione, tentazione e stress della giornata: è la cosiddetta decision fatigue. Quando arrivi al divano la batteria è quasi scarica, ed è normale cedere. La soluzione non è resistere di più, ma ridurre le decisioni e le tentazioni serali e spostare le scelte importanti al mattino.

Riconosci la scena? Di giorno sei una persona ragionevole. Poi cala il sole e, puntuale, arrivano le patatine, lo scroll infinito, il "domani inizio davvero". Ti senti incoerente. Non lo sei: sei semplicemente scarico, e c’è un motivo preciso.

Non sei tu. È la decision fatigue


La decision fatigue è il deterioramento della qualità delle decisioni dopo una lunga sequenza di scelte. Più decisioni prendi nel corso della giornata, meno lucidità e autocontrollo ti restano per quelle successive.

Pensaci: appena sveglio decidi se alzarti subito, cosa indossare, cosa mangiare, a quale mail rispondere prima. Sono centinaia di micro-scelte, e ognuna preleva un po’ di carica dalla stessa batteria. Il concetto è imparentato con l’esaurimento dell’autocontrollo studiato da Roy Baumeister: l’autocontrollo non è un tratto fisso, è un serbatoio che si svuota.

Lo studio dei giudici che spiega le tue serate


C’è un esperimento che rende tutto chiarissimo. Il ricercatore Shai Danziger e i suoi colleghi hanno analizzato migliaia di decisioni di alcuni giudici sulla libertà condizionale. Risultato: a inizio giornata i giudici concedevano la condizionale molto più spesso; con l’avvicinarsi della stanchezza la percentuale crollava verso lo zero, per poi risalire subito dopo una pausa con spuntino.

Stesso giudice, stesso caso, esito diverso a seconda dell’ora e della stanchezza. Se succede a giudici esperti su decisioni serie, immagina cosa succede a te alle 22 davanti al frigo. Non è una colpa morale: è biologia delle decisioni.

Perché combatterla a forza di volontà peggiora le cose


L’istinto è dirsi "stasera resisto". Ma usare la forza di volontà per vincere un problema di forza di volontà esaurita è come spegnere un incendio con la benzina. Più ti sforzi, più consumi quel poco che resta, più la scelta successiva ti trova scoperto.

La via d’uscita non è la disciplina: è il design. Se vuoi il quadro generale del perché conviene non dipendere dalla volontà, lo trovi qui: forza di volontà e abitudini.

4 mosse per non dipendere dalla forza di volontà serale


  1. Sposta le scelte importanti al mattino. Quando la batteria è carica. Decisioni che contano, lavoro difficile, conversazioni delicate: prima, non dopo cena.
  2. Automatizza le decisioni ripetitive. Cosa mangiare, cosa indossare, quando allenarti. Ogni decisione che elimini è carica risparmiata per ciò che conta.
  3. Progetta la sera, non affidarti alla resistenza. Quello che non vuoi fare la sera, rendilo difficile da fare: telefono in un’altra stanza, niente schifezze in casa. È la logica dell’ambiente che decide il comportamento.
  4. Proteggi il sonno. La stanchezza accelera l’esaurimento dell’autocontrollo. Dormire bene ricarica la batteria del giorno dopo: ecco perché il sonno regge tutto il resto.


Il Protocollo: decidere meno, riuscire di più


Il vero antidoto alla decision fatigue è ridurre il numero di decisioni che la tua giornata ti chiede. Ed è esattamente ciò che fa un sistema di abitudini: trasforma le scelte ripetute in automatismi, così non devi spendere volontà per farle.

È il cuore del Protocollo: un sistema operativo per le abitudini che toglie decisioni dalla tua giornata, una settimana alla volta, così alla sera ti resta energia per vivere invece che per resistere.

In sintesi


La sera cedi non perché sei debole, ma perché hai finito una risorsa che si consuma a ogni scelta. Smettila di programmare battaglie di volontà per le 22: sposta le decisioni importanti al mattino, automatizza il resto e progetta l’ambiente serale. La domanda giusta non è "come resisto stasera?", ma "come faccio ad avere meno cose da decidere quando sono scarico?".

Domande frequenti


Perché la sera non ho più forza di volontà?
Perché la forza di volontà è una risorsa che si consuma durante la giornata: ogni decisione, ogni tentazione respinta e ogni stress prelevano dalla stessa batteria. È la decision fatigue. La sera arrivi quasi scarico, e cedi su cibo, schermi e rinvii. Non è debolezza di carattere, è esaurimento prevedibile.

Come si combatte la decision fatigue?
Non resistendo di più, ma riducendo il numero di decisioni e tentazioni a fine giornata. Sposta le scelte importanti al mattino, quando la batteria è carica; automatizza le decisioni ripetitive (cosa mangiare, cosa indossare); e progetta la sera in modo che la scelta giusta sia già pronta e la tentazione lontana.

È vero che le decisioni peggiorano con la stanchezza?
Sì. Quando la capacità di autocontrollo si esaurisce, tendiamo a scegliere l’opzione più facile o a rimandare del tutto. Uno studio molto citato sui giudici mostra che le decisioni cambiano in base al momento della giornata e alla stanchezza accumulata. Per questo le scelte importanti vanno prese quando sei fresco, non a fine serata.

Questo articolo si collega al sistema Produttività e crescita personale e al percorso Hub Abitudinisistemi, non motivazione.

Altri articoli su questo tema — archivio blog.


Il tuo cervello non è pigro. Il tuo ambiente è mal progettato


In breve

Riferimenti: James Clear.

L'environment design rende la buona abitudine ovvia e quella cattiva invisibile: oggetti pronti, telefono in un'altra stanza, default che favoriscono il gesto target — il contesto batte la forza di volontà ogni volta.

TL;DR

  1. La forza di volontà si esaurisce durante la giornata, affidarsi solo a lei per cambiare abitudini è una strategia perdente.
  2. Uno smartphone sul tavolo, anche spento, riduce le capacità cognitive in modo misurabile (Ward et al., Università del Texas, 2017).
  3. Il cervello risponde ai segnali ambientali prima ancora che tu abbia deciso consciamente: cambiare il contesto cambia il comportamento.
  4. Tre modifiche concrete: scrivania vuota, telefono in un'altra stanza, zona fisica dedicata al lavoro profondo.
  5. La sfida della settimana: rimuovi oggi un oggetto che innesca un'abitudine che vuoi eliminare.

⏱ Tempo di lettura: 8 minuti

L'environment design delle abitudini parte da un'osservazione banale: il contesto cambia tutto. Eccone la prova.

Giovedì sera.

Laptop aperto sul tavolo del salotto. TV accesa in sottofondo. Notifiche di Teams ogni venti minuti. Mia moglie che passa e mi chiede se voglio del limoncello.

Tre ore di lavoro. Due paragrafi scritti.

Il venerdì successivo mi sono spostato in una sala riunioni vuota in ufficio. Silenzio. Telefono nel cassetto di un'altra stanza. Nessuna interruzione.

Novanta minuti. La proposta era pronta.

Stessa persona. Stesso cervello. Risultati completamente diversi.

Per anni ho pensato che il problema fossi io. Poca disciplina, troppa distrazione, carattere debole. Poi ho letto uno studio che mi ha fatto vedere la cosa da un angolo completamente diverso, e ho capito che stavo cercando la soluzione nel posto sbagliato.


Brain drain cognitivo: lo smartphone riduce la concentrazione anche da spento


Nel 2017 Adrian Ward e il suo team dell'Università del Texas ad Austin hanno chiesto a 800 persone di svolgere una serie di test cognitivi in tre condizioni diverse: smartphone sul tavolo con lo schermo verso il basso, smartphone in tasca, smartphone in un'altra stanza.

I risultati hanno smentito quello che la maggior parte di noi dà per scontato.

Chi aveva il telefono in un'altra stanza ha ottenuto i punteggi più alti, non perché fosse più intelligente degli altri, ma perché non sprecava risorse cognitive per resistere all'impulso di guardarlo. Anche se il telefono era spento. Anche se era capovolto. Anche se il soggetto era convinto di non pensarci.

Questo consumo silenzioso si chiama brain drain cognitivo: il cervello usa una parte della sua capacità di elaborazione per tenere sotto controllo la presenza dello stimolo, indipendentemente dalla tua intenzione consapevole.

Ann Graybiel, neuroscienziata del MIT che studia la formazione delle abitudini da trent'anni, ha documentato come i gangli della base, la struttura cerebrale che gestisce i comportamenti automatici, risponda ai segnali ambientali prima ancora che la corteccia prefrontale abbia finito di elaborare la situazione.

Il tuo cervello vede il telefono, attiva il loop, consuma attenzione. Tutto questo senza che tu te ne accorga, e senza che tu abbia deciso nulla.

Non è debolezza. È meccanica neurale.


Il loop cue-routine-reward parte sempre da un segnale ambientale


In breve: il comportamento automatico si innesca quasi sempre da un segnale fisico, visivo, olfattivo, spaziale, non da un pensiero conscio. Rimuovere o modificare quel segnale è il modo più diretto per interrompere il loop, prima ancora di allenare qualsiasi forza di volontà.

Pensa all'ultima volta che hai aperto il frigo senza avere fame. O controllato il telefono trenta secondi dopo averlo già controllato. O iniziato a sgranocchiare qualcosa mentre guardavi la TV senza neanche deciderlo consciamente.

Il modello classico dell'abitudine, segnale → routine → ricompensa, descrive esattamente questo meccanismo. E il punto cruciale, quello che si sottovaluta quasi sempre, è che il segnale nella maggior parte dei casi non è un pensiero. È un input ambientale.

Vedi il telefono → pensi alle notifiche → lo controlli.
Vedi i biscotti sul piano della cucina → pensi allo zucchero → li mangi.
Entri nel salotto con il divano → il tuo sistema nervoso si prepara al riposo → la concentrazione scende.

Il comportamento inizia prima che tu abbia deciso consciamente di farlo. E finché il segnale è lì, continuerà a partire.

Come approfondito nel riassunto de Il Potere delle Abitudini, comprendere la struttura del loop è il primo passo, ma da sola non basta. Bisogna intervenire sull'ambiente.


Ego depletion e autocontrollo: perché la forza di volontà si esaurisce


In breve: la corteccia prefrontale funziona come un muscolo, si affatica con l'uso. Costruire un ambiente che riduce le tentazioni non è pigrizia: è l'unica strategia che funziona anche quando sei esausto.

Immagina la forza di volontà come la batteria del tuo telefono.

La mattina è al 100%. Ogni volta che dici no a qualcosa, all'impulso di controllare le notifiche, al biscotto che ti passa davanti, alla tentazione di rimandare, scende di qualche punto. Nel tardo pomeriggio sei già esaurito, anche se hai fatto poco fisicamente.

Andrew Huberman, neuroscienziato della Stanford University, descrive questo processo con precisione: la corteccia prefrontale, la struttura che gestisce autocontrollo, pianificazione e decisioni complesse, si comporta esattamente come un muscolo. Si stanca. E quando è stanca, i sistemi più "antichi" del cervello prendono il sopravvento: quelli orientati al piacere immediato, alla comodità, alla risposta automatica agli stimoli.

Il ricercatore Roy Baumeister ha studiato questo fenomeno per decenni, chiamandolo ego depletion: la capacità di autoregolazione si riduce nel corso della giornata in modo misurabile. I giudici concedono la libertà condizionale più spesso la mattina che nel pomeriggio. Le persone mangiano peggio la sera. Le abitudini si rompono più facilmente quando si è stanchi.

Questo meccanismo l'ho approfondito nel post sulla forza di volontà, dove i dati di Baumeister mostrano esattamente quanti minuti dura prima di esaurirsi.

Non è una questione di carattere. È fisiologia.

E allora la domanda cambia: invece di chiederti come avere più forza di volontà, ha molto più senso chiedersi come costruire un ambiente dove ne hai bisogno di meno.

Questo è l'environment design applicato alle abitudini: non lottare contro te stesso, ma modificare il contesto in modo che il comportamento desiderato diventi il percorso di minor resistenza.

Come ho scritto nell'articolo sul mito dei 21 giorni, le abitudini si consolidano per ripetizione contestuale, e il contesto giusto può accelerare questo processo in modo significativo.


Environment design abitudini: tre modifiche che hanno cambiato tutto


Dopo l'episodio della sala riunioni, ho passato una settimana a osservare il mio ambiente. Cosa stava lì a distogliermi l'attenzione? Cosa rendeva certi comportamenti automatici?

Ho fatto tre cambiamenti. Nessuno dei tre ha richiesto più di dieci minuti.

1. Ho svuotato la scrivania


Sul piano: laptop e quaderno. Nient'altro. Nessun oggetto che non sia direttamente legato al lavoro che sto facendo in quel momento.

La ricerca sull'attentional residue della psicologa Sophie Leroy ha mostrato che ogni oggetto non correlato al compito attuale crea una micro-distrazione cognitiva, un pensiero sospeso che rimane attivo in background e consuma elaborazione mentale, anche quando non ci stai pensando consapevolmente.

Una scrivania vuota non è minimalismo estetico. È una scelta cognitiva.

2. Ho messo il telefono in un'altra stanza


Non in silenzioso. Non capovolto. In un altro locale, durante i blocchi di lavoro.

La prima volta che l'ho fatto pensavo fosse esagerato. L'effetto sulla qualità dell'attenzione nei primi venti minuti di lavoro era così evidente che mi sono chiesto come avessi fatto prima.

C'è un altro dato che vale la pena citare: Gloria Mark dell'Università della California, Irvine, ha calcolato che dopo un'interruzione digitale servono in media 23 minuti per tornare al livello di concentrazione precedente. Non è il minuto che perdi a guardare il telefono. È tutto il tempo che il cervello impiega per riportare l'attenzione dove era.

Ho scritto su questo nel pezzo sul prezzo della distrazione , il costo reale di ogni interruzione è molto più alto di quanto sembri.

3. Ho designato un posto fisico per il lavoro profondo


Il cervello impara per associazione spaziale. Se lavori sempre sul divano dove ti rilassi, il tuo sistema nervoso riceve un segnale ambivalente ogni volta che ti siedi lì: devo lavorare o riposarmi? Consuma energia cercando di risolvere il conflitto.

Ho designato una sedia specifica, in un angolo preciso del mio studio, usata solo per il lavoro che richiede concentrazione profonda. Quando mi siedo lì, il mio cervello sa già cosa sta per succedere.

Il meccanismo è lo stesso che spiega perché è così difficile dormire quando si lavora a letto: l'associazione spaziale si rompe, e il segnale ambientale sovrascrive la stanchezza biologica. Ne ho parlato in dettaglio nell'articolo sulle abitudini per aumentare l'energia.


Come applicarlo a qualsiasi abitudine


Il principio funziona nelle due direzioni.

Vuoi costruire un'abitudine? Rendi il comportamento desiderato il percorso di minor resistenza.

  • Vuoi leggere di più? Il libro va sul comodino, aperto alla pagina giusta, non sullo scaffale.
  • Vuoi fare stretching la mattina? Il tappetino va a terra la sera prima.
  • Vuoi bere più acqua? La borraccia va sul tavolo di lavoro, sempre piena.

Vuoi eliminare un'abitudine? Aumenta l'attrito verso il comportamento indesiderato.

  • Vuoi mangiare meno zucchero? I biscotti non devono essere sul piano della cucina, devono stare in un armadio alto, dietro altri oggetti, fuori dalla linea visiva.
  • Vuoi usare meno il telefono la sera? Caricalo in cucina invece che sul comodino.
  • Vuoi procrastinare di meno al computer? Elimina i segnalibri ai social dalla barra del browser.

Ogni punto di attrito in più riduce la frequenza del comportamento in modo statisticamente misurabile, non perché aumenti la tua forza di volontà, ma perché riduce l'esposizione al segnale iniziale.

Quello che etichettiamo come "pigrizia" o "mancanza di disciplina" è spesso semplicemente una risposta a un ambiente progettato male. Ho approfondito questo meccanismo nell'articolo sulla procrastinazione , ti sorprenderà quante volte il problema non è la motivazione, ma il contesto.

Per chi vuole capire come funziona davvero rimanere concentrati al lavoro nel lungo periodo, l'environment design è il punto di partenza più efficace che conosco.


Una cosa sola da fare oggi


Non ti chiedo di ristrutturare casa o comprare nulla.

Ti chiedo una cosa sola: individua un oggetto nel tuo ambiente che innesca un'abitudine che vuoi eliminare, e rimuovilo dal campo visivo.

Un cassetto. Un altro ripiano. Una borsa. Ovunque, basta che non sia lì a portarti via attenzione.

Un cambiamento piccolo. Concreto. E osserva cosa succede nei prossimi sette giorni.

FAQ


Cos'è l'environment design applicato alle abitudini?
La pratica di modificare il contesto fisico per rendere automatici i comportamenti desiderati e aumentare l'attrito verso quelli indesiderati, basandosi sui segnali ambientali che innescano il loop abitudinario. In pratica: cambiare l'ambiente invece di combattere la propria natura.
Perché la forza di volontà da sola non basta per cambiare abitudini?
La corteccia prefrontale si esaurisce nel corso della giornata (ego depletion, Baumeister). Ogni decisione, ogni "no" a un impulso consuma risorse cognitive. Modificare il contesto rimuove la necessità di esercitare autocontrollo in modo continuativo, ed è una strategia che funziona anche quando sei stanco.
È davvero provato che lo smartphone riduce la concentrazione anche quando è spento?
Sì. Ward et al. (2017, Università del Texas) ha dimostrato che la sola presenza fisica dello smartphone riduce le performance cognitive in modo misurabile. L'effetto scompare solo quando il dispositivo si trova fisicamente in un'altra stanza.
Come si usa l'environment design per costruire nuove abitudini?
Rendi il comportamento desiderato il percorso di minor resistenza: metti visibile e a portata di mano tutto ciò che serve per l'abitudine che vuoi costruire. Il libro sul comodino aperto. Il tappetino già a terra. La borraccia sul tavolo. Il cervello segue i segnali ambientali, prepara quelli giusti.
Da dove inizio se voglio applicare l'environment design?
Da un solo cambiamento: identifica un oggetto che innesca un comportamento indesiderato e spostalo fuori dalla tua linea visiva. Un cambiamento piccolo e concreto è più efficace di una ristrutturazione totale. Inizia oggi, osserva i risultati nei prossimi sette giorni.


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Sveglia presto senza fatica: il sistema che funziona davvero


Svegliarsi presto senza fatica non è forza di volontà al mattino: è luce, sonno e un sistema serale. Ecco come costruirlo passo passo.

Svegliarsi presto senza fatica non dipende dalla forza di volontà al mattino, ma da quello che fai la sera prima e da come usi la luce. La fatica del risveglio nasce dal debito di sonno e da un ritmo circadiano disallineato: sistemate quelle due cose, alzarsi smette di essere una battaglia.

Partiamo da una verità scomoda: se ogni mattina combatti con la sveglia, il problema non sei tu alle sette. È quello che hai fatto — o non hai fatto — la sera prima.

Lo so, suona strano. Tutti i contenuti sul "diventare mattinieri" ti dicono di mettere la sveglia dall'altra parte della stanza e di stringere i denti. Funziona per tre giorni. Poi torni a premere snooze come prima, convinto di non avere abbastanza disciplina. Ma la disciplina, qui, non c'entra quasi nulla.

Perché la sveglia presto sembra impossibile (e non è pigrizia)


Quando ti svegli e ti senti un sacco di patate, di solito succede una di due cose.

La prima: hai un debito di sonno. Sei andato a letto tardi e pretendi di alzarti presto, quindi stai semplicemente dormendo poco. Nessun trucco al mondo rende leggero un risveglio dopo cinque ore di sonno. I dati del CDC sono chiari: un adulto ha bisogno di almeno 7 ore. Sotto quella soglia, la sveglia presto è solo autolesionismo programmato.

La seconda: il tuo ritmo circadiano — l'orologio interno che regola sonno e veglia — è spostato rispetto all'ora in cui suona la sveglia. Il corpo crede che siano ancora le cinque del mattino e ti tiene in modalità "spento". Non è una questione di carattere: è biologia.

In entrambi i casi, agire sul momento del risveglio è inutile. È come provare a non sudare invece di abbassare il riscaldamento. Lo stesso errore, in fondo, di chi prova a cambiare un'abitudine a colpi di volontà: la forza di volontà da sola non basta, serve un sistema.

Il segreto non è la mattina. È la sera prima


Vuoi un risveglio facile? Costruiscilo dodici ore prima.

La qualità con cui ti alzi è quasi interamente decisa da come chiudi la giornata: a che ora vai a letto, quanta luce artificiale ti spari negli occhi, quanto sei carico di caffeina e schermi. Tutto quello che fai dalle nove di sera in poi è la vera "sveglia" di domani.

Il colpevole numero uno è la luce blu degli schermi nell'ultima ora: dice al cervello che è ancora giorno e ritarda la produzione di melatonina. Ne ho parlato qui: come la tecnologia ti sta rubando il sonno. E se vuoi capire davvero quanto il sonno regge tutto il resto — energia, umore, decisioni — leggi il potere del sonno.

La luce è la tua sveglia naturale


C'è uno strumento gratis e potentissimo che quasi nessuno usa: la luce del mattino.

Esporti alla luce naturale subito dopo esserti alzato manda un segnale fortissimo all'orologio interno: "è giorno, attiva la sveglia". Col tempo, questo anticipa il tuo ritmo circadiano e rende il risveglio progressivamente più facile, perché il corpo inizia a prepararsi a svegliarsi prima ancora che suoni l'allarme. La Sleep Foundation lo conferma: la luce è il principale regolatore del ciclo sonno-veglia.

In pratica: apri le tende appena sveglio, o ancora meglio esci cinque minuti. Niente app, niente integratori. Solo il segnale che il tuo corpo aspetta da sempre.

Il sistema "sveglia senza fatica" in 4 passi


Smetti di affidarti alla forza di volontà delle sette di mattina (che, tra l'altro, è il momento in cui ne hai meno). Costruisci invece queste quattro condizioni.

  1. Orario di sonno costante, anche nel weekend. Il corpo ama la prevedibilità. Andare a letto e alzarsi sempre alla stessa ora vale più di qualsiasi sveglia intelligente. È il pilastro di una buona igiene del sonno.
  2. Spegnimento serale, non addormentamento forzato. Nell'ultima ora: luci basse, schermi via, niente lavoro. Non puoi "decidere" di dormire, puoi solo creare le condizioni perché succeda.
  3. Luce appena sveglio. Tende aperte o cinque minuti fuori. È il bottone "on" del tuo ritmo circadiano.
  4. Sveglia lontana dal letto + prima azione pronta. Devi alzarti per spegnerla, e una volta in piedi hai già metà del lavoro fatto. Lascia pronta una sola azione semplice (un bicchiere d'acqua, le scarpe) così il cervello non deve decidere niente.

Nota il filo conduttore: nessuno di questi passi ti chiede di "volerlo di più". Tolgono l'attrito e usano la biologia a tuo favore.

E se proprio non sei mattiniero?


Ottima domanda, e onesta. Esistono i cronotipi: c'è chi è geneticamente più serale. Ma "non sono mattiniero" è quasi sempre una via di mezzo tra una vera tendenza e un ritmo rovinato da anni di abitudini serali sbagliate.

La buona notizia: il ritmo circadiano si sposta. Non in una notte, ma in qualche settimana di costanza sì. Non devi diventare la persona delle cinque del mattino — devi solo spostare il tuo orologio di quel tanto che ti serve, gradualmente, anticipando di 15 minuti alla volta. L'ho organizzato passo passo nel protocollo risveglio in 21 giorni. E se ti interessa il legame tra sonno, energia e risultati, qui trovi le regole su energia e sonno.

Il Protocollo: rendere il risveglio un automatismo


Sapere cosa fare è metà dell'opera. L'altra metà è tenere insieme orario di sonno, luce e routine abbastanza a lungo da farli diventare automatici — senza ricominciare da capo ogni lunedì.

È quello per cui ho costruito il Protocollo: un sistema operativo per le abitudini che ti accompagna giorno per giorno, così la sveglia presto smette di essere un atto di volontà e diventa semplicemente come funzioni.

In sintesi


Svegliarsi presto senza fatica non è un superpotere riservato ai disciplinati. È il risultato prevedibile di tre cose: dormire abbastanza, andare a letto a un orario costante e prendere luce al mattino. Smetti di chiederti "come trovo la forza di alzarmi?" e inizia a chiederti "come rendo il mio corpo pronto ad alzarsi?".

La sveglia delle sette si vince alle dieci della sera prima.

Domande frequenti


Come svegliarsi presto senza fatica?
Non agendo sul mattino, ma sulla sera prima e sulla luce. Vai a letto a un orario costante, riduci gli schermi nell'ultima ora, esponiti alla luce naturale appena sveglio e tieni la sveglia lontana dal letto. La fatica del risveglio nasce dal debito di sonno e da un ritmo circadiano disallineato, non dalla pigrizia.

Perché faccio fatica ad alzarmi anche se dormo abbastanza?
Spesso è inerzia del sonno: ti svegli nel mezzo di una fase profonda, o il tuo ritmo circadiano è spostato rispetto all'orario della sveglia. Anche poca luce al mattino e troppa luce artificiale la sera contribuiscono. La soluzione è regolarizzare l'orario di sonno e usare la luce come segnale, non aumentare la forza di volontà.

È vero che bisogna svegliarsi alle 5 del mattino?
No. L'ora esatta non ha nulla di magico: conta dormire a sufficienza (per gli adulti almeno 7 ore) e mantenere un orario costante. Una sveglia alle 5 con 5 ore di sonno è controproducente. Meglio un orario sostenibile e regolare che un'ora eroica che non riesci a mantenere.

Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)
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Vale la pena pagare una membership per la crescita personale?


Una membership di crescita personale vale i soldi solo se ti dà struttura e impegno, non motivazione. Ecco quando conviene davvero e quando no.

Pagare una membership per la crescita personale vale la pena solo se ti dà ciò che gratis non trovi: struttura, sequenza e un impegno che ti tiene costante. Non vale nulla se paghi per altri contenuti motivazionali da guardare passivamente — di quelli internet è già pieno. La domanda giusta non è "i contenuti valgono il prezzo", ma "questo abbonamento mi fa agire diversamente".

Te lo dico da chi una membership la vende: la maggior parte delle membership di crescita personale non vale i soldi che chiede. Ed è importante che tu lo sappia prima di tirare fuori la carta, perché il motivo per cui la maggior parte non vale niente è anche il motivo per cui una minoranza vale ogni centesimo.

Facciamo chiarezza, senza venderti niente per i primi minuti.

Cosa stai pagando davvero (e non sono i contenuti)


Apriamo con la verità più scomoda per chi vende corsi: i contenuti, oggi, sono gratis.

Qualsiasi concetto di crescita personale — abitudini, produttività, gestione del tempo, mentalità — lo trovi spiegato meglio e gratis su YouTube, nei libri da 12 euro, in mille articoli (compreso questo blog). Se paghi una membership per "accedere ai contenuti", stai comprando acqua mentre piove.

Quello che internet gratis non ti dà è tre cose: una sequenza (cosa fare prima e cosa dopo), un contesto che ti tiene costante, e un impegno che ti costa qualcosa abbandonare. È lì che una membership può valere i soldi. Non nell'informazione, ma nella struttura attorno all'informazione.

Perché pagare, di per sé, aumenta i risultati


C'è un motivo psicologico per cui pagare funziona, ed è più interessante di quanto sembri.

Il pagamento agisce da commitment device: un piccolo vincolo che imposti oggi per condizionare il tuo comportamento di domani. Quando hai investito dei soldi, sei più portato a presentarti — non vuoi sprecare quello che hai pagato. Lo stesso meccanismo per cui chi prenota un personal trainer ci va più di chi "si allena quando ha voglia".

Non è il prezzo a cambiarti: è l'impegno che il prezzo rende concreto. E qui c'è una sottigliezza utile — un abbonamento mensile, che senti ripartire ogni mese, spesso tiene più sveglia la costanza di un pagamento unico che dimentichi il giorno dopo. La ricerca sull'autocontrollo (American Psychological Association) lo conferma: i sistemi di supporto esterni reggono dove la sola volontà cede.

Tradotto: una membership non sostituisce il tuo impegno, lo struttura. È la stessa ragione per cui la forza di volontà da sola non basta e serve un sistema attorno.

Quando NON vale la pena pagare


Resto onesto, perché preferisco un lettore che non paga a uno che si pente.

Non pagare una membership se:

  • Cerchi motivazione, non struttura. Se vuoi quella scarica di entusiasmo che dura due giorni, la trovi gratis e ti durerà comunque due giorni. Pagarla non la allunga.
  • Hai già un sistema che funziona. Se sei costante da solo, una membership ti darebbe solo altri contenuti da accumulare. Tienti i tuoi soldi.
  • La compri d'impulso dopo un video motivazionale. Quello non è impegno, è euforia. Aspetta 48 ore: se la vuoi ancora, allora è una decisione.
  • Promette "trasformazione" a tre cifre. Diffida del prezzo alto venduto come miracolo. Il prezzo non è proporzionale al cambiamento: lo è la costanza con cui usi quello che paghi.


Le 3 domande da farti prima di pagare


Prima di abbonarti a qualsiasi cosa — la mia compresa — rispondi a queste tre.

  1. Mi dà una sequenza o solo un archivio? Un archivio enorme di contenuti è un peso, non un aiuto. Una sequenza che ti dice cosa fare oggi è oro.
  2. Mi tiene costante o mi intrattiene? La differenza tra una membership che cambia la vita e una che svuota il portafoglio è tutta qui.
  3. Posso uscirne facilmente? Una membership onesta ti lascia andare quando vuoi e ti offre un periodo di prova. Se ti incastra con vincoli, il valore non è nel prodotto ma nella trappola.

Se vuoi capire cosa significa davvero un percorso strutturato, dai un'occhiata ai percorsi e a come è organizzata la crescita personale fatta per sistemi e non per slogan.

Cosa offre il Protocollo (e a che prezzo)


Visto che sono arrivato fin qui senza venderti niente, ora posso dirti cosa ho costruito — e tu hai gli strumenti per giudicarlo da solo.

Il Protocollo non è un archivio di contenuti motivazionali: è un sistema operativo per le abitudini. Dentro trovi una sequenza (le 52 sfide dell'anno, una settimana alla volta), 300+ strategie operative, 40+ guide e tracker pratici, e una newsletter esclusiva che ti tiene sul pezzo. Costa 10 euro al mese, oppure 79 euro l'anno (6,58 al mese, 35% di risparmio). Hai 7 giorni gratis e cancelli quando vuoi.

Detto con la stessa onestà di prima: vale la pena se ti serve struttura e impegno per essere costante. Se quella costanza ce l'hai già, tienti i tuoi soldi — e continua a leggere il blog gratis.

In sintesi


Pagare una membership di crescita personale non è giusto né sbagliato in assoluto. È giusto se compri struttura, sequenza e impegno; è uno spreco se compri l'ennesima dose di motivazione. Non chiederti "vale i soldi", chiediti "mi fa agire in modo diverso da come agirei gratis". Se la risposta è sì, è uno dei migliori investimenti che puoi fare. Se è no, nessun prezzo lo renderà vero.

Domande frequenti


Vale la pena pagare una membership per la crescita personale?
Vale la pena solo se ti dà ciò che non trovi gratis: struttura, sequenza e un impegno che ti tiene costante. Non vale la pena se paghi per altri contenuti motivazionali da consumare passivamente, di cui internet è già pieno. La domanda giusta non è "i contenuti valgono il prezzo", ma "questo abbonamento mi fa agire in modo diverso".

Perché pagare aiuta a essere più costanti?
Perché il pagamento funziona da commitment device: un piccolo costo che scegli in anticipo per vincolare il tuo comportamento futuro. Quando hai investito dei soldi sei più portato a presentarti, per non sprecarli. Non è il prezzo in sé a cambiarti, ma l'impegno che rende concreto. Per questo un abbonamento mensile, che senti ogni mese, a volte motiva più di un pagamento unico dimenticato.

Quanto dovrebbe costare una membership di crescita personale?
Non c'è un prezzo giusto in assoluto: conta il rapporto tra quanto spendi e quanto cambia il tuo comportamento. Una membership da pochi euro al mese che ti rende costante vale più di un corso da centinaia di euro che guardi una volta. Diffida sia del troppo caro venduto come trasformazione, sia del troppo economico che non ti chiede nessun impegno reale.

Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)
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Hegseth attacca l'Europa: smettete di fare la morale e spendete per la difesa


Il segretario alla difesa statunitense, parlando allo Shangri-La Dialogue, ha rimproverato gli alleati europei di ignorare le richieste americane di aumentare la spesa militare.

Il segretario alla difesa statunitense Pete Hegseth ha attaccato di nuovo gli alleati europei di Washington, accusandoli di avere "troppo a lungo" ignorato le richieste americane di rafforzare la propria difesa e invitandoli a smettere di "fare la morale". L'intervento è arrivato sabato 30 maggio nel corso di un discorso al Dialogo di Shangri-La, la principale conferenza sulla difesa dell'area indo-pacifica che si tiene ogni anno a Singapore.

Hegseth ha avvertito che sono in arrivo "decisioni importanti" sulla sicurezza europea, senza fornire dettagli. "L'Europa e la NATO devono prendere decisioni importanti, e ne saprete di più presto", ha detto il segretario alla difesa. Il riferimento è alla volontà del presidente Donald Trump di ridurre la presenza militare statunitense nel continente, un tema tornato al centro del dibattito nelle ultime settimane dopo il rifiuto europeo di sostenere la guerra americana contro l'Iran.

Il capo del Pentagono ha elogiato i paesi asiatici, che a suo dire "hanno capito da tempo che il fondamento di un partenariato duraturo non poggia su valori idealistici, ma su un allineamento concreto degli interessi nazionali". "Quando i nostri interessi convergono, agiamo insieme con determinazione. Quando i nostri interessi divergono, ci adattiamo con pragmatismo, senza drammi e senza fare la morale. Penso che l'Europa occidentale potrebbe prenderne nota", ha aggiunto.

Nel passaggio più duro del discorso, Hegseth ha rimproverato alle capitali europee di avere a lungo coltivato "una retorica globalista vuota su un ordine internazionale fondato sulle regole, mentre aprivano le frontiere e svuotavano i loro eserciti". Gli appelli rivolti agli alleati europei perché spendessero di più per la propria difesa, ha aggiunto, "sono rimasti lettera morta per troppo tempo". "Adesso stanno finalmente recuperando il terreno perduto".

Sotto la pressione di Trump, l'Alleanza atlantica si è data lo scorso anno l'obiettivo di investire collettivamente nella difesa il 5 per cento del PIL dei suoi membri, una soglia molto lontana dai livelli attuali della maggior parte dei paesi coinvolti. Nel corso di una recente riunione della NATO in Svezia, il segretario di stato statunitense Marco Rubio aveva confermato agli europei che dovranno imparare a convivere con un numero minore di soldati americani sul loro territorio.

In assenza di rappresentanti europei di peso, è toccato al ministro della difesa australiano Richard Marles replicare alle accuse. L'ordine internazionale fondato sulle regole non è perfetto, ha riconosciuto Marles, ma "il compito che abbiamo davanti, tutti noi compresi i grandi attori, è quello di riformare quell'ordine, non di smantellarlo". Quando le regole vengono applicate, ha aggiunto il ministro australiano, "gli stati più piccoli hanno capacità di azione e autonomia decisionale", mentre quando "le regole cedono il passo alla forza, la sovranità diventa prerogativa dei più potenti, e nessuno stato in questa sala, indipendentemente dalle sue dimensioni, ne trae vantaggio".

Sulla Cina, Hegseth ha moderato i toni rispetto al passato. L'anno scorso aveva descritto l'assertività militare cinese come "una minaccia reale e imminente", scatenando l'ira di Pechino. Stavolta si è limitato a riconoscere "una preoccupazione legittima per l'inedito potenziamento militare cinese e per l'espansione delle sue attività militari", senza spingersi oltre. L'aggiustamento di tono riflette il clima cordiale del recente vertice tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping.

Il segretario alla difesa non si è pronunciato sulla possibile vendita di armi statunitensi a Taiwan, da 14 miliardi di dollari, che Trump ha recentemente definito "una buona carta negoziale" nei colloqui commerciali con Pechino. Si è limitato a osservare che "un Oceano Pacifico dominato da una singola potenza egemone sconvolgerebbe gli equilibri regionali e minerebbe la stabilità che tutti cerchiamo di preservare".

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Trump chiede modifiche all'accordo con l'Iran


Il presidente vuole rafforzare le clausole sul materiale nucleare e sullo Stretto di Hormuz. Intanto un attacco missilistico iraniano ferisce alcuni americani in Kuwait.

Il presidente Donald Trump ha chiesto di modificare l'intesa che i suoi inviati avevano negoziato con la controparte iraniana, durante una riunione nella Situation Room della Casa Bianca venerdì. Lo riferisce Axios, citando un alto funzionario dell'amministrazione e una seconda fonte informata sulla vicenda. Trump vuole l'accordo e conta di chiuderlo presto, ma punta a rafforzare alcuni punti che gli stanno a cuore, in particolare quelli che riguardano il materiale nucleare iraniano. La sua richiesta ha aperto un nuovo giro di trattative tra le parti che potrebbe durare diversi giorni.

Nella sua forma attuale il memorandum d'intesa contiene l'impegno dell'Iran a non dotarsi di un'arma nucleare, ma nessuna concessione specifica oltre a questo. Il testo prevede una finestra di 60 giorni per negoziare gli impegni nucleari di Teheran e l'alleggerimento delle sanzioni da parte degli Stati Uniti. I primi temi sul tavolo sarebbero come smaltire le scorte di uranio arricchito iraniano e come limitare ulteriori arricchimenti.

Trump vuole intervenire proprio su questa parte. "Si tratta di maggiori dettagli su come gli Stati Uniti ottengono il materiale e sui tempi", ha detto un alto funzionario dell'amministrazione ad Axios, riferendosi all'uranio arricchito. Secondo la seconda fonte il presidente vuole anche modificare alcune formulazioni sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Allo stesso funzionario è stato detto che servirebbero circa tre giorni prima che gli iraniani diano una risposta. "Sono letteralmente nelle caverne e non usano la posta elettronica", ha aggiunto.

Le condizioni poste da Washington restano tre. Il segretario al Tesoro Scott Bessent le ha indicate come prerequisiti per qualsiasi accordo: la riapertura di Hormuz, la consegna dell'uranio altamente arricchito e la fine del programma nucleare iraniano. Un funzionario della Casa Bianca ha ribadito che Trump "farà solo un accordo che sia positivo per l'America, soddisfi le sue linee rosse e garantisca che l'Iran non possa mai possedere un'arma nucleare".

La televisione di stato iraniana ha riferito sabato dell'esistenza di una nuova bozza che assegnerebbe alla Repubblica islamica "l'autorità esclusiva di determinare la natura delle navi in transito" nello stretto, un punto che gli Stati Uniti difficilmente accetteranno. La stessa bozza, definita "non ufficiale" e non "finalizzata", prevederebbe l'impegno americano a dare all'Iran accesso a 12 miliardi di dollari di fondi congelati entro 60 giorni, da versare direttamente alle banche iraniane senza restrizioni. La Casa Bianca ha smentito che Teheran riceverà i fondi.

Sul fronte iraniano la diffidenza resta alta. Il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha detto di non avere "alcuna fiducia nelle garanzie o nelle parole" e che "nessuna azione verrà intrapresa prima che l'altra parte agisca". Funzionari iraniani hanno fatto sapere ai media di stato di non avere ancora approvato il testo finale, mentre nei giorni scorsi alcuni funzionari statunitensi sostenevano che Teheran fosse pronta a firmare e che tutto dipendesse da Trump.

Mentre i negoziati proseguivano senza esito, un attacco missilistico ha ferito alcuni americani in una base aerea in Kuwait. Secondo una persona a conoscenza diretta dei fatti sentita da Bloomberg, un missile balistico iraniano ha causato ferite lievi a circa cinque persone, tra cui contractor e personale in servizio attivo. Il missile è stato intercettato ma i detriti caduti hanno provocato i feriti. Un drone d'attacco MQ-9 Reaper è stato distrutto e almeno un altro gravemente danneggiato. Ciascun velivolo costa circa 30 milioni di dollari.

Il fragile cessate il fuoco ha comunque retto. Il blocco navale che sorveglia lo stretto ha messo fuori uso venerdì una nave battente bandiera del Gambia diretta verso un porto iraniano. Un aereo americano ha disabilitato l'imbarcazione colpendo la sala macchine con un missile Hellfire dopo che l'equipaggio aveva ignorato più di venti avvertimenti, ha riferito il Comando centrale statunitense.

I segnali da Washington restano contrastanti. Giovedì i funzionari avevano confermato che i negoziatori avevano raggiunto un memorandum d'intesa per prolungare il cessate il fuoco di 60 giorni e avviare ulteriori colloqui sul nucleare, in attesa del via libera di Trump. Poche ore dopo Bessent ha evitato di riconoscere l'esistenza di un'intesa preliminare e il vicepresidente JD Vance ha detto ai giornalisti che le parti stavano ancora discutendo "un paio di punti linguistici". In un discorso preparato in California, Bessent ha lasciato intendere che gli Stati Uniti potrebbero rimuovere alcune sanzioni sull'Iran, a seconda dell'evoluzione della situazione.

Trump ha insistito di non volersi far mettere fretta su un cattivo accordo, pur respingendo le accuse secondo cui la guerra sarebbe il tipo di pantano militare contro cui ha messo in guardia per anni. Il conflitto, che ha definito una "incursione", ha superato di gran lunga la stima iniziale di quattro o sei settimane. I sondaggi mostrano che gli americani disapprovano la guerra e i prezzi della benzina in aumento alimentano i timori per l'economia. In pubblico Trump ha detto di non curarsi della pressione politica.

Restano aperti diversi nodi sullo stretto. Il Qatar ha aperto alla possibilità di negoziare una tariffa temporanea che le navi in transito pagherebbero all'Iran per servizi come lo sminamento, ma si è opposto a un pedaggio permanente, rifiutato anche da Stati Uniti, Europa e altri paesi del Golfo. Il Tesoro americano ha ribadito che i cittadini statunitensi non possono stringere accordi con l'Iran per attraversare in sicurezza lo stretto, neppure senza pagare alcun pedaggio, pena il rischio di sanzioni. Le autorità dell'Oman hanno invitato alla prudenza dopo l'avvistamento di un oggetto galleggiante, sospettato di essere una mina navale, nelle proprie acque territoriali.

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In Texas il Dem Talarico è avanti su Paxton nella corsa per il Senato


Un sondaggio dà il democratico al 47% contro il 44% del procuratore generale. Il vantaggio nasce da moderati e indipendenti. Un terzo degli elettori di Cornyn lo abbandona.
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Il democratico James Talarico è in vantaggio su Ken Paxton nella corsa per il Senato federale in Texas, secondo un sondaggio che fotografa una sfida che fino a pochi mesi fa nessuno avrebbe ritenuto possibile in uno stato profondamente repubblicano. La rilevazione di Texas Public Opinion Research assegna a Talarico il 47% contro il 44% del procuratore generale dello stato, un margine di tre punti che rientra nel margine di errore della rilevazione, condotta su 1.670 elettori probabili tra il 27 e il 28 maggio 2026, con un margine di errore di 2,8 punti percentuali.

Il candidato libertario Ted Brown raccoglie l'1% e il 7% degli elettori resta indeciso, mentre il 2% dichiara che non voterebbe in questa corsa. Tra gli indecisi messi alle strette, il 19% propende per Paxton e il 17% per Talarico, con il 13% orientato verso Brown e la metà ancora incerta. Il quadro complessivo descrive una competizione apertissima in uno stato che non elegge un democratico a livello statale dal 1994 e che il presidente Donald Trump ha vinto di oltre tredici punti nel 2024.

Sondaggio · Texas
In Texas Talarico avanti di 3 punti su Paxton per il Senato
27-28 maggio 2026 · 1.670 elettori probabili (±2,8%) · Texas Public Opinion Research
Focus America

Candidato%

James Talarico
Democratico

47,0%

Ken Paxton
Repubblicano

44,0%

Ted Brown
Libertario

1,0%

Indecisi

7,0%

Elaborazione di Focus America su dati di Texas Public Opinion Research

Il vantaggio di Talarico poggia su due gruppi: gli elettori moderati e gli indipendenti. Tra chi si definisce moderato, il democratico conduce con un margine di 57 punti, il 72% contro il 15%. Tra gli indipendenti il distacco è ancora più ampio, 64% contro 21%, con un margine di 43 punti. Quando agli elettori si chiede quale candidato sia più vicino alle proprie idee politiche, Talarico viene scelto dal 43% contro il 41% di Paxton, e anche su questa misura il democratico domina tra moderati e indipendenti. Il 24% degli elettori descrive Talarico come un "moderato", mentre il 75% considera Paxton "molto" o "abbastanza" conservatore.

La spaccatura più netta è quella legata all'istruzione. Talarico è avanti di trenta punti tra gli elettori laureati, mentre Paxton mantiene un vantaggio di ventuno punti tra chi non ha un titolo universitario. Sul piano dell'etnia, il democratico domina tra gli elettori neri con un margine di 38 punti, il 64% contro il 26%. Tra gli elettori bianchi la corsa è in perfetto equilibrio, 46% per Paxton e 45% per Talarico. Tra gli elettori latini, particolarmente numerosi in Texas, è Paxton a essere leggermente avanti, 46% contro 42%, un divario che rientra nel margine di errore.

Il tema che pesa di più è il costo della vita. Il 23% degli elettori lo indica come la prima priorità, più del doppio di qualsiasi altro tema, e su questo terreno gli intervistati si fidano più di Talarico. Il 45% ritiene che il democratico comprenda meglio le difficoltà economiche dei lavoratori texani, contro il 40% che sceglie Paxton, e il 44% pensa che farebbe di più per abbassare i costi e migliorare la situazione finanziaria delle famiglie, contro il 40% del repubblicano.

La debolezza di Paxton emerge dai dati sulla popolarità. Il procuratore generale ha un saldo di gradimento di meno 19 punti, con il 38% di giudizi favorevoli e il 57% di sfavorevoli, ed è la seconda figura politica più impopolare tra quelle testate, dopo il senatore uscente John Cornyn che ha sconfitto nelle primarie. Paxton resta indietro rispetto a Trump, che ha un saldo di meno 3, al governatore Greg Abbott, fermo a meno 6, e perfino a un generico "candidato repubblicano", che raccoglie un saldo positivo di sei punti. Talarico, al contrario, ha il secondo miglior saldo di gradimento tra tutte le figure rilevate, più 7, con il 47% di giudizi favorevoli e il 40% di sfavorevoli.

Il dato più rivelatore riguarda gli elettori repubblicani che avevano votato Cornyn al ballottaggio delle primarie. Solo il 44% di loro dichiara ora di voler sostenere Paxton, mentre il 30% afferma che voterebbe per Talarico e il 23% è indeciso o non voterebbe. Tra chi è passato al democratico, più della metà spiega la propria scelta con i problemi giudiziari e la corruzione attribuiti a Paxton, e un ulteriore 13% cita le sue vicende morali personali. Solo il 10% indica una ragione positiva a favore di Talarico, segno che per questi elettori il voto è soprattutto un giudizio sul carattere del candidato repubblicano.

Le altre due corse statali rilevate dal sondaggio vedono invece i repubblicani avanti. Nella sfida per il governatore, Abbott conduce sulla democratica Gina Hinojosa con il 46% contro il 41% e un 9% di indecisi, anche se Hinojosa è avanti tra indipendenti, moderati, laureati ed elettori neri. Per la procura generale, il senatore statale repubblicano Mayes Middleton è davanti al democratico Nathan Johnson, 44% contro 39%, con il 13% ancora indeciso. In entrambe le corse i democratici mantengono un vantaggio marcato tra indipendenti e moderati, gli stessi gruppi che spingono Talarico in testa nella corsa per il Senato.

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Hegseth dice che l'allarme sul riarmo cinese è reale


Al Dialogo di Shangri-La il capo del Pentagono loda gli alleati asiatici che spendono di più per la difesa, ammorbidisce i toni verso Pechino e rinvia le decisioni su Taipei al presidente

Il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha definito "legittimo l'allarme" per il rafforzamento militare cinese nell'Indo-Pacifico, ma ha ammorbidito il tono usato lo scorso anno contro Pechino e non ha dato garanzie su Taiwan. Parlando sabato 30 maggio al Dialogo di Shangri-La, il forum sulla sicurezza che si tiene a Singapore e riunisce per tre giorni responsabili politici e militari di circa 45 paesi, Hegseth ha detto che Washington cerca "un equilibrio stabile, favorevole ma duraturo, nel quale nessuno Stato, Cina inclusa, possa imporre la propria egemonia e mettere in discussione la sicurezza o la prosperità della nostra nazione e dei nostri alleati".

È il primo grande discorso di politica della difesa dopo il vertice di metà maggio tra il presidente Donald Trump e il leader cinese Xi Jinping a Pechino, durante il quale i due hanno concordato un nuovo quadro di "stabilità strategica costruttiva" tra le due maggiori economie del mondo. Hegseth, presente al vertice, ha riferito che i due leader hanno deciso di costruire "una relazione costruttiva basata su equità e reciprocità", riconoscendo che le due nazioni "proteggeranno con determinazione i rispettivi interessi" pur cercando accordi vantaggiosi dove gli interessi coincidono.

L'anno scorso, alla stessa conferenza, Hegseth aveva irritato Pechino accusando la Cina di prepararsi "attivamente, ogni giorno" a prendere Taiwan. Quest'anno il registro è cambiato: il segretario ha parlato di un approccio "forte, silenzioso e chiaro", ha rivendicato che il rapporto con la Cina "non è mai stato così solido" e ha allo stesso tempo affermato che esiste "un allarme legittimo di fronte alla portata storica del rafforzamento militare cinese e all'espansione delle sue attività militari nella regione e oltre". Gli Stati Uniti, ha aggiunto, non vogliono "confronti inutili" e insistono perché "la Cina rispetti la nostra posizione di lunga data nella regione".

Il nodo Taiwan resta irrisolto. Hegseth ha assicurato che "non c'è alcun cambiamento" nella posizione di Washington sull'isola, ma ha precisato che ogni decisione su future vendite di armi a Taipei "spetterà al presidente". Trump aveva già pubblicamente messo in discussione un nuovo pacchetto di armamenti da 14 miliardi di dollari, definendolo "un'ottima merce di scambio nelle trattative" con Pechino. In un'intervista televisiva durante la visita in Cina, il presidente aveva inoltre sembrato rimproverare Taipei: "Non ho voglia che qualcuno dichiari l'indipendenza e che poi noi dobbiamo fare 15.000 chilometri per fare la guerra", invitando le due parti a "abbassare la temperatura".

Il Taiwan Relations Act, in vigore dal 1979, obbliga gli Stati Uniti a fornire all'isola i mezzi per la propria difesa, ma Washington mantiene una politica di "ambiguità strategica" sull'eventuale intervento militare in caso di attacco cinese. Xi non ha mai escluso l'uso della forza per riprendersi quella che considera una provincia ribelle. Nell'incontro di Pechino aveva avvertito gli Stati Uniti che "la questione di Taiwan è la più importante delle relazioni sino-americane" e che, se mal gestita, i due paesi "si scontreranno, o entreranno addirittura in conflitto".

L'omissione di Taiwan ha pesato anche nell'elenco dei paesi indicati da Hegseth come "alleati modello" per aver aumentato la spesa militare: Australia, India, Indonesia, Giappone, Malesia, Filippine, Corea del Sud, Singapore, Thailandia e Vietnam. Taiwan e Nuova Zelanda non sono stati nominati. L'ex ministro della Difesa taiwanese Andrew Yang ha notato l'esclusione, dichiarando allo Straits Times che la questione del sostegno americano "può essere risolta solo dal presidente Trump: cosa si può farci?". Hegseth, interpellato dal pubblico, non ha risposto direttamente a una domanda sulle vendite di armi a Taipei.

Il capo del Pentagono ha smentito quanto detto nelle settimane precedenti dal segretario ad interim della Marina americana Hung Cao, secondo il quale le vendite di armi a Taiwan erano state sospese per garantire munizioni sufficienti alle operazioni militari contro l'Iran. Hegseth ha definito le scorte americane "in ottimo stato" e si è detto fiducioso anche sui "ritmi futuri di produzione". "Hung Cao è straordinario, ma non collegherei le due cose", ha aggiunto.

L'amministrazione Trump pretende che alleati e partner spendano il 3,5% del prodotto interno lordo in difesa, e ha minacciato conseguenze per i paesi che "approfittano gratuitamente della generosità del contribuente americano". Hegseth ha annunciato che le nazioni pronte a raccogliere la sfida saranno "messe in cima alla fila" per vendite accelerate di armi, collaborazione industriale e condivisione di intelligence. Ha riservato parole dure all'Europa, accusata di essersi lasciata distrarre da "una retorica globalista vuota sull'ordine internazionale basato sulle regole", e ha contrapposto agli alleati europei i partner asiatici, che a suo dire fondano le alleanze sull'"allineamento concreto degli interessi nazionali" e non su "valori idealistici".

La senatrice democratica Tammy Duckworth, dell'Illinois, in delegazione congressuale a Singapore, ha contestato le rassicurazioni di Hegseth. "L'ultima strategia di difesa nazionale redatta da Trump e Hegseth declassa l'importanza dell'Indo-Pacifico, al contrario di quanto era avvenuto nel primo mandato Trump", ha detto ai giornalisti a margine della conferenza, accusando l'amministrazione di "fare il filo a Pechino" e di lasciarsi distrarre da guerre avviate in altre parti del mondo a scapito degli impegni nella regione.

Il ministro della Difesa australiano Richard Marles, paese citato tra gli "alleati modello", ha replicato nel discorso successivo che l'ordine internazionale basato sulle regole "non è perfetto, ma il compito davanti a noi, anche delle grandi potenze, è la sua ristrutturazione, non il suo smantellamento". "Quando le regole valgono, gli Stati più piccoli hanno una loro autonomia. Quando le regole cedono alla forza, la sovranità diventa appannaggio dei potenti, e nessuno Stato di questa sala è ben servito da questo esito", ha aggiunto.

Hegseth non ha menzionato né la guerra in Ucraina né quella in Iran nel suo discorso. Interrogato sull'Iran, si è limitato a dire che Trump gli ha assicurato che, alla conclusione dei negoziati con Teheran, "qualunque accordo sarà un buon accordo". La Cina, considerata da Washington la principale rivale, ha inviato per il secondo anno consecutivo una semplice delegazione di esperti militari e ricercatori: il ministro della Difesa Dong Jun non era presente.

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Trump ha aiutato le grandi aziende a eludere 40 miliardi di dollari


Un'inchiesta del New York Times sui bilanci di quasi 500 società mostra l'esplosione dell'elusione dopo il ritiro di Trump dall'accordo OCSE sulla tassa minima globale

Le grandi aziende americane hanno evitato almeno 40 miliardi di dollari di tasse sul reddito dall'inizio del 2025, grazie a sussidiarie collocate in paradisi fiscali come Malta, Bermuda, Cipro, Svizzera, Lussemburgo e Cayman. Lo ha rivelato un'inchiesta del New York Times, che ha analizzato i bilanci di quasi 500 società quotate statunitensi.

Il risparmio è stato reso possibile dalla decisione del presidente Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti, il primo giorno del suo secondo mandato, da un accordo internazionale negoziato in tredici anni dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico per imporre una tassa minima globale del 15% sulle imprese. Dopo il ritiro americano, l'OCSE ha accettato di esentare le società statunitensi dalla maggior parte delle regole anti-elusione concordate con decine di altri paesi.

L'analisi del New York Times si basa su una nuova regola contabile federale che, per la prima volta, obbliga le società quotate a indicare nei bilanci annuali presentati alla Securities and Exchange Commission l'importo preciso delle tasse evitate in ogni singola giurisdizione estera. Le cifre rese pubbliche, però, riflettono solo il beneficio finanziario dichiarato agli investitori e non gli effettivi versamenti mancati al fisco americano. La regola obbliga inoltre a indicare un paradiso fiscale solo quando il risparmio supera il 5% del totale dovuto all'aliquota statunitense piena, una soglia che sottostima ulteriormente il fenomeno.
I 40 miliardi nei paradisi fiscali — FocusAmerica

Inchiesta New York Times · Fisco

Le multinazionali americane hanno evitato 40 miliardi di tasse


Quasi 500 società quotate negli Stati Uniti hanno spostato i profitti in paradisi fiscali come Malta, Bermuda e Svizzera. La strada si è aperta quando Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall'accordo OCSE sulla tassazione minima globale.

Fonte: inchiesta del New York Times Bilanci di quasi 500 società quotate Usa

Tasse sul reddito evitate dall'inizio del 2025
40 miliardidi dollari

È la stima minima emersa dai bilanci di quasi 500 società quotate. Gli esperti avvertono che il valore reale è molto più alto: le aziende dichiarano agli investitori il beneficio finanziario, non i versamenti effettivi mancati al fisco.

40 miliardi basterebbero a triplicare il bilancio annuale dell'agenzia federale per l'aviazione, o di quella per le dogane e il controllo delle frontiere.

Esplora l'inchiesta
1Il meccanismo 2Le rotte 3I casi 4Il caso Abbott

Come è diventato possibile?

Trump ha ritirato gli Stati Uniti dalla tassazione minima globale, e l'OCSE esenta le aziende americane


Per anni decine di Paesi hanno costruito un argine comune allo spostamento dei profitti nei paradisi fiscali. Il ritiro americano dall'accordo ne ha smontato l'impianto in pochi mesi.

1

13 anni di negoziati
L'OCSE ha costruito con decine di Paesi una tassazione minima globale del 15% sulle imprese, pensata per fermare lo spostamento dei profitti verso i paradisi fiscali.

2

Il primo giorno del secondo mandato
Trump ritira gli Stati Uniti dall'accordo internazionale, il giorno stesso del suo insediamento.

3

L'esenzione
Dopo il ritiro americano, l'OCSE ha accettato di esentare le società statunitensi dalla maggior parte delle regole anti-elusione concordate con gli altri Paesi.

4

La soglia che nasconde i numeri
Le aziende devono dichiarare di usufruire di un paradiso fiscale solo quando il risparmio in termini di tassazione supera il 5% del dovuto. Così il fenomeno reale resta in parte invisibile.

La riforma fiscale del 2017 firmata dallo stesso Trump, che prevede 5.500 miliardi di tagli, aveva introdotto una tassazione sui profitti spostati all'estero. Ma una scappatoia legale ha permesso alle aziende di mescolare i bilanci dei ricavi dei Paesi a tassazione normale con quelli a tassazione zero, annullando di fatto la norma.

La destinazione preferita

Malta è diventata il principale rifugio dei profitti americani


I profitti che le multinazionali statunitensi attribuiscono alla piccola isola del Mediterraneo sono esplosi in soli 5 anni.

2017 134 mln $

2022 5,6 mld $

×42 in 5 anni. E secondo i consulenti, oggi la cifra è molto più alta.
Profitti attribuiti dalle multinazionali Usa a Malta · International Tax Observatory (Paris School of Economics)

Le giurisdizioni usate
Malta Bermuda Svizzera Irlanda Singapore Cipro Jersey Lussemburgo Cayman

Una direttiva europea del 2022 ha permesso a un piccolo gruppo di Paesi, Malta compresa, di rinviare l'applicazione della tassazione minima: lì entrerà in vigore solo alla fine del 2029.

Caso per caso

Dalle bibite alle scarpe: quanto hanno risparmiato, e dove


Una selezione dei casi documentati dall'inchiesta. Tocca un'azienda per leggere i dettagli.

Thermo Fisher Scientific
Malta

3,5mld $

Produttrice di apparecchiature scientifiche, ha pagato 3,5 miliardi di dollari in meno di tasse l'anno scorso passando per Malta. Come altre aziende presenti nell'inchiesta, beneficia allo stesso tempo di ingenti finanziamenti pubblici federali.

Pepsi
Bermuda, Svizzera, Irlanda, Singapore

691mln $

Ha spostato all'estero oltre 29 miliardi di dollari di ricavi. Una sua sussidiaria alle Bermuda, finanziata con un prestito infragruppo da oltre 26 miliardi, ha sede presso uno studio legale che ospita migliaia di altre società di comodo. Solo nel 2025 queste filiali hanno permesso di ridurre di quasi un terzo la tassazione versata dal gruppo.

American Express
Jersey

423mln $

Ha evitato di pagare 423 milioni di dollari di tasse grazie alla creazione di sue unità con sede nell'isola di Jersey, paradiso fiscale che si trova nel Canale della Manica.

Honeywell
Svizzera

301mln $

Ha usato unità con sede in Svizzera per ridurre l'aliquota media di oltre un quarto, pari a 301 milioni di dollari. Nell'ultimo decennio l'azienda ha incassato oltre 30 miliardi di dollari in contratti con il Dipartimento della Difesa.

S&P Global
Malta

269mln $

La società di rating ha ridotto i suoi versamenti fiscali di 269 milioni di dollari attraverso l'uso delle filiali maltesi.

Yum Brands
Malta

121mln $

Proprietaria di Taco Bell, KFC e Pizza Hut, ha risparmiato 121 milioni di dollari di tasse grazie alla stessa rotta maltese.

Crocs
Malta

47mln $

Ha risparmiato 47 milioni di dollari di tasse grazie a Malta, dove però non ha alcun ufficio.

Il caso limite

Abbott ha spostato i suoi profitti a Malta 13 giorni prima che le Bermuda introducessero la tassazione minima globale


Il gigante farmaceutico americano ha attribuito tutti i suoi profitti globali a una sussidiaria maltese priva di dipendenti.

2023
Abbott crea una sussidiaria alle Bermuda, dove l'imposta sulle imprese non esiste.

19 dicembre 2024
Le Bermuda stanno per introdurre un'imposta del 15% dal gennaio 2025, per adeguarsi alle nuove regole OCSE. A 13 giorni dalla scadenza, Abbott sposta la residenza fiscale della sua sussidiaria a Malta.

Gennaio 2025
L'aliquota del 15% entra in vigore alle Bermuda. Ma la sussidiaria di Abbott si è ormai già spostata a Malta, fuori dalla portata della nuova tassazione minima, almeno fino alla fine del 2029.

17 mld $
Utile della sussidiaria maltese, più del profitto globale dell'intera Abbott

0
Imposte sui redditi versate, in qualunque Paese

>1 mld $
I risparmi fiscali che ora il fisco americano gli sta contestando

Una transazione da 8 miliardi di deduzioni «abusiva e priva di sostanza economica». — L'accusa dell'IRS, l'agenzia fiscale americana, ad Abbott

Fonte Inchiesta del New York Times su quasi 500 società quotate statunitensi; dati dell'International Tax Observatory (Paris School of Economics). Le cifre riflettono il beneficio dichiarato agli investitori, non i versamenti effettivi mancati al fisco americano.

I casi documentati dall'inchiesta coprono quasi ogni settore dell'economia americana. American Express ha evitato 423 milioni di dollari di tasse grazie a unità nell'isola di Jersey. PayPal ha quasi dimezzato l'imposta del 2025 sfruttando società a Singapore. Stanley Black & Decker ha tagliato il conto di 27 milioni di dollari, circa un terzo del totale, attraverso Cipro. Crocs ha risparmiato 47 milioni a Malta, dove non ha alcun ufficio. La società di rating S&P Global ha tagliato 269 milioni di dollari attraverso filiali maltesi. Yum Brands, proprietaria di Taco Bell, KFC e Pizza Hut, ne ha risparmiati 121 milioni con la stessa rotta.

La piccola isola di Malta nel Mediterraneo è la destinazione preferita. Secondo i dati dell'International Tax Observatory, centro studi della Paris School of Economics, i profitti attribuiti dalle multinazionali americane a Malta sono passati da 134 milioni di dollari nel 2017 a 5,6 miliardi nel 2022, e secondo i consulenti oggi il dato è molto più alto. La direttiva europea del 2022 sulla tassa minima ha consentito a un piccolo gruppo di paesi, compresa Malta, di rinviarne l'applicazione: la tassa entrerà in vigore solo alla fine del 2029.

Il caso più estremo è quello di Abbott Laboratories, gigante farmaceutico americano, che ha attribuito tutti i suoi profitti globali a una sussidiaria maltese priva di dipendenti. Nel 2023 la società aveva creato un'unità alle Bermuda, dove non esisteva l'imposta sulle imprese. Quando però le Bermuda hanno introdotto un'aliquota del 15% per adeguarsi all'OCSE, in vigore dal gennaio 2025, Abbott ha agito 13 giorni prima della scadenza: il 19 dicembre 2024 ha spostato la residenza fiscale della sussidiaria a Malta. Nel 2024 quella stessa entità ha dichiarato 17 miliardi di dollari di utile netto, una cifra superiore al profitto globale dell'intera Abbott, e zero imposte sui redditi in qualunque paese. Lo scorso anno Malta ha permesso al gruppo di tagliare di quasi il 20% l'imposta, pari a 336 milioni di dollari. L'IRS, il fisco americano, sta contestando oltre un miliardo di dollari di risparmi dichiarati da Abbott, sostenendo che una transazione da 8 miliardi di deduzioni fosse "abusiva e priva di sostanza economica".

Diverse società che usano paradisi fiscali beneficiano nello stesso tempo di ingenti finanziamenti pubblici federali. Thermo Fisher Scientific, produttrice di apparecchiature scientifiche, ha tagliato 3,5 miliardi di dollari di tasse l'anno scorso tramite Malta. Honeywell, che nell'ultimo decennio ha incassato oltre 30 miliardi di dollari in contratti con il dipartimento della Difesa, ha usato unità svizzere per ridurre l'aliquota di oltre un quarto, pari a 301 milioni.

Pepsi ha spostato in Irlanda e poi alle Bermuda i ricavi di vendite di concentrati di bevande e alimenti in tutto il mondo per almeno 29 miliardi di dollari. Una sussidiaria di Pepsi alle Bermuda ha finanziato l'operazione con un prestito infragruppo da oltre 26 miliardi e da allora ha incassato almeno 7 miliardi di utili attraverso il pagamento degli interessi dello stesso prestito. L'unità ha sede presso uno studio legale che fornisce indirizzo a migliaia di società di comodo simili. Soltanto nel 2025 le filiali di Pepsi a Bermuda, Svizzera, Irlanda e Singapore hanno tagliato l'imposta del gruppo di quasi un terzo, ovvero 691 milioni di dollari.

"Assecondare il rifiuto americano di partecipare alle riforme globali apre la porta agli abusi", ha dichiarato al New York Times Philip Marcovici, ex responsabile della divisione fiscale europea dello studio legale Baker McKenzie. Anche per Elizabeth Stevens, avvocata dello studio Caplin & Drysdale, la riforma fiscale del 2017 firmata dallo stesso Trump, da 5,5 mila miliardi di dollari di tagli, "non risolve il problema dello spostamento dei profitti". Quella legge aveva introdotto una tassa sui guadagni trasferiti nei paradisi fiscali, ma con una scappatoia che consente alle aziende di mescolare i bilanci dei paesi a tassazione normale con quelli dei paesi a tassazione zero, neutralizzando di fatto il prelievo.

Rebecca Burch, responsabile del fisco internazionale al dipartimento del Tesoro, ha rivendicato il ritiro americano dal cosiddetto Pilastro 2 dell'OCSE. "Non arriveremo all'epoca d'oro dell'America finché non rimuoveremo alcuni degli ostacoli e finché non ci toglieremo Pillar 2 dalle spalle", ha dichiarato qualche mese dopo la decisione. Burch è una ex lobbista dello studio EY, meglio noto come Ernst & Young.

Secondo Anh Persson, professoressa di contabilità all'università dell'Illinois a Urbana-Champaign, l'effetto reale di questi schemi è molto superiore ai 40 miliardi di dollari emersi dai bilanci, perché le società comunicano agli investitori il beneficio finanziario e non l'ammontare effettivo dei versamenti non effettuati. Per dare un'idea della cifra, 40 miliardi di dollari basterebbero a triplicare il bilancio annuale dell'agenzia federale per l'aviazione o di quella per la dogana e il controllo delle frontiere.

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)

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Zelensky chiede aiuto a Trump per difendersi dai missili balistici russi


Il presidente ucraino ha chiesto alla Casa Bianca altri sistemi antimissile Patriot, mentre la Russia intensifica gli attacchi aerei e minaccia nuovi raid aerei su Kyiv.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha scritto al suo omologo statunitense Donald Trump per avvertirlo che l'Ucraina sta esaurendo i missili per i propri sistemi di difesa aerea, in particolare quelli in grado di intercettare i missili balistici. Il nuovo appello arriva mentre la Russia sta intensificando gli attacchi aerei contro il territorio ucraino e minaccia apertamente una nuova ondata di raid a lungo raggio contro Kyiv, compresi attacchi contro quelli che Mosca definisce i "centri decisionali" dell'Ucraina.

"Quando si tratta di difesa aerea contro i missili, contiamo sui nostri amici", si legge nella lettera. "Quando si tratta di difenderci dai missili balistici, dipendiamo quasi esclusivamente dagli Stati Uniti."

2 / Zelensky's letter to Trump and Congress (pages 2-5) pic.twitter.com/SHxicJzfzj
— Barak Ravid (@BarakRavid) May 27, 2026


L'appello per nuovi Patriot


I funzionari ucraini temono che le scorte limitate di missili intercettori Patriot e di altri sistemi forniti dall'Occidente non siano sufficienti a sostenere il ritmo dei bombardamenti russi. "È davvero dura sul fronte della difesa anti-balistica", ha detto al Kyiv Independent una persona a conoscenza della questione. Secondo la stessa fonte, l'Ambasciatrice ucraina negli Stati Uniti, Olha Stefanishyna, ha fatto circolare la lettera alla Casa Bianca, allo speaker della Camera Mike Johnson e ad altri membri del Congresso.

Il testo riflette anche la preoccupazione di Kyiv per le difficoltà nel procurarsi armi attraverso il programma Prioritized Ukraine Requirements List (PURL), il meccanismo che consente ai Paesi alleati della NATO di finanziare l'acquisto di armamenti statunitensi destinati all'Ucraina. "L'attuale ritmo delle consegne attraverso il programma PURL non sta più al passo con la realtà della minaccia che affrontiamo", scrive Zelensky. "Chiedo il suo aiuto per proteggere i cieli dell'Ucraina dai missili russi."

Il presidente ucraino rivolge poi un appello diretto alle istituzioni statunitensi. "A nome del popolo ucraino, chiedo rispettosamente al presidente e al Congresso degli Stati Uniti di restare impegnati", scrive. "E di aiutarci a ottenere questo strumento di protezione vitale contro il terrore russo: i missili Patriot PAC-3 e altri sistemi, per fermare i missili balistici russi e gli altri attacchi missilistici."

Le difese aeree ucraine sotto pressione


L'ultima offensiva russa su larga scala ha mostrato quanto sia forte la pressione sulle difese aeree ucraine. Secondo l'aeronautica di Kyiv, nella notte del 24 maggio le forze russe hanno lanciato in una sola notte 90 missili e 600 droni. La carenza di sistemi anti-missile era già emersa nelle settimane precedenti. Il 16 aprile Zelensky aveva ordinato al comandante dell'aeronautica, Mykola Oleshchuk, di contattare con urgenza i Paesi che avevano promesso missili intercettori Patriot, dopo aver lanciato l'allarme sul livello critico raggiunto dalle riserve a disposizione di Kyiv.

Mosca accompagna sempre più spesso l'escalation militare con minacce pubbliche. Il 25 maggio ha annunciato una nuova ondata di attacchi a lungo raggio su Kiev, presentandoli come una ritorsione per un attacco ucraino nella regione illegalmente occupata di Luhansk. La Russia ha sostenuto che il raid avesse colpito un dormitorio di studenti, mentre Kyiv ha dichiarato di aver preso di mira una struttura di comando per droni russi.

Lo stesso giorno, il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha detto in una telefonata al Segretario di Stato statunitense Marco Rubio che Mosca stava pianificando attacchi contro i "centri decisionali" ucraini, invitando Washington a evacuare l'ambasciata statunitense a Kyiv. Nella sua lettera, comunque, Zelensky si dice convinto che i cieli dell'Ucraina possano ancora essere protetti. "La maggior parte dei missili russi può essere fermata", afferma.

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)

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Casa all'estero per i figli. Perché gli italiani tornano a investire a Londra e New York


Un numero crescente di famiglie preferisce acquistare un appartamento nelle città universitarie di destinazione — Londra, New York, Boston, Amsterdam — anziché versare quattro o cinque anni di affitto a fondo perduto, trasformando una necessità abitativa in un investimento.

Quando una famiglia italiana acquista un bilocale a Bloomsbury o a Brooklyn per il figlio universitario, non risolve solo una necessità logistica: trasferisce patrimonio oltreconfine. Invece di versare anni di affitto a fondo perduto, molte famiglie preferiscono infatti investire nelle grandi mete accademiche — da Londra e New York fino a Boston e Amsterdam. Un fenomeno che si affianca a una mobilità giovanile sempre sostenuta: gli ultimi dati della Fondazione Migrantes contano oltre 6,4 milioni di italiani residenti all'estero, quasi uno su nove. Sebbene manchi un dato ufficiale sulle sole immatricolazioni negli atenei anglofoni, l'orientamento del ceto medio verso l'acquisto immobiliare all'estero trova conferme diffuse tra gli operatori.

Per le famiglie con adeguate disponibilità, la necessità di un alloggio universitario si trasforma così in una scelta finanziaria precisa: un modo per diversificare il patrimonio all'estero e — se i figli decidono di fermarsi — per coprirsi dai rischi di cambio tra euro, sterlina e dollaro.

Il mercato osservato dagli operatori del settore


Allo stato attuale mancano rilevazioni ufficiali in grado di misurare con esattezza il fenomeno: quanti nuclei familiari acquistino ogni anno un immobile oltreconfine per motivi di studio, con quale investimento medio e quale profilo reddituale, rimane un dato mai sintetizzato dagli osservatori di settore. Le uniche stime arrivano così sul campo, direttamente da chi opera sul mercato. È il caso di Valeria Cusimano, partner a Londra di Gabetti International, che al Corriere della Seraevidenzia l'aumento costante di famiglie benestanti pronte a scommettere sulle metropoli estere con piccoli tagli immobiliari, pensati per accompagnare i figli durante il percorso universitario e il successivo ingresso nel lavoro globale.

I dati di contesto sintetizzano la portata dei mercati coinvolti: a Londra un’abitazione costa in media circa 511.000 sterline (intorno ai 7.700 sterline al metro quadro), con canoni d'affitto mensili che superano le 2.200 sterline. A Manhattan il prezzo medio sale a circa 769.000 dollari — oltre 22.000 dollari al metro quadro — con affitti medi superiori ai 5.400 dollari al mese. Nel 2025 il mercato londinese ha registrato un rialzo dei prezzi del 2,5% e un +4,7% nelle transazioni. A Manhattan, invece, il 74% delle compravendite dell’ultimo trimestre del 2025 si è chiuso senza ricorrere a mutui, a dimostrazione della grande liquidità presente su queste piazze. Mancano invece stime ufficiali sul budget medio o sul profilo reddituale delle sole famiglie italiane che investono per motivi di studio: in assenza di riscontri verificabili, questi dati non vengono volutamente indicati.

Un paracadute finanziario


L’acquisto di un immobile all’estero per motivi di studio unisce l'investimento sul futuro dei figli alla protezione del patrimonio familiare. I dati del Rapporto AlmaLaurea evidenziano una spinta netta verso l'estero, soprattutto nei settori ad alta specializzazione. A cinque anni dal titolo, lavora oltreconfine l'11,3% dei laureati in informatica e ICT, il 10,3% in ambito scientifico e l'8,2% in ingegneria industriale. A fare da traino è la spinta salariale: lo stipendio medio all'estero sfiora i 2.900 euro netti al mese, superando del 61,7% quello italiano. Sebbene il 38,2% degli occupati fuori dai confini escluda un ritorno, un significativo 15,3% lo ritiene del tutto probabile, dimostrando che il legame con il Paese non si spezza del tutto.

Parallelamente, l'operazione garantisce un'efficace diversificazione geografica e valutaria. Londra rimane la meta di riferimento per chi punta su Imperial College, LSE o King's College, complici i valori del Prime Central London che trattano ancora a circa il 25% sotto i picchi del 2014, offrendo un'interessante finestra d'ingresso nel medio-lungo termine. Negli Stati Uniti l'attenzione delle famiglie si concentra sui mercati di New York e Boston, mentre in Europa cresce l'interesse per Amsterdam e Berlino, favorite da un'ampia offerta formativa in lingua inglese e da costi d'accesso più contenuti rispetto alle metropoli anglosassoni.

L'effetto sulle città italiane


Questa tendenza intercetta in modo diretto le criticità del mercato del lavoro italiano, dove la disoccupazione giovanile si attesta al 21,6% secondo le rilevazioni Istat. In questo contesto, la casa oltreconfine diventa una vera e propria polizza di garanzia per mettere al riparo la nuova generazione dai rischi occupazionali del Paese. Un'operazione che comporta tuttavia ripercussioni chiare su più livelli. Sul piano dei flussi finanziari, i capitali investiti nel mattone estero alimentano l'uscita di risparmio privato, riducendo la liquidità destinata al mercato immobiliare domestico.

Emerge poi un tema di divario sociale, dato che la possibilità di internazionalizzare il patrimonio resta appannaggio esclusivo delle famiglie più abbienti, ampliando la forbice con chi non dispone delle risorse necessarie per sostenere l'operazione. Allo stesso tempo, la forte attrattiva degli atenei stranieri sottrae una quota importante di domanda abitativa a piazze universitarie chiave come Milano, Bologna o Padova. Sebbene il fenomeno mantenga una dimensione di nicchia, la nascita di prodotti bancari dedicati e di piattaforme per la gestione degli immobili a distanza conferma il costante interesse degli operatori per questo segmento.

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Anthropic supera OpenAI e diventa la startup di AI più valutata al mondo


Il round di finanziamento Serie H da 65 miliardi di dollari porta la valutazione della società che ha sviluppato Claude a 965 miliardi, vicino alla soglia dei mille miliardi

Anthropic ha chiuso un round di finanziamento da 65 miliardi di dollari che porta la sua valutazione a 965 miliardi, superando OpenAI e diventando la startup di intelligenza artificiale più valutata al mondo. La società che ha sviluppato il chatbot Claude ha annunciato l'operazione giovedì, in quello che potrebbe essere l'ultimo round privato prima della quotazione in borsa.

Il finanziamento, denominato Serie H, è stato guidato da Altimeter Capital, Dragoneer, Greenoaks e Sequoia Capital, e co-guidato da Capital Group, Coatue, D1 Capital Partners, GIC, ICONIQ e XN. Tra gli investitori istituzionali ci sono Baillie Gifford, Blackstone, Brookfield, D.E. Shaw Ventures, DST Global, Fidelity Management & Research, Jane Street, Lightspeed Venture Partners e Temasek. Una parte dell'operazione, pari a 15 miliardi di dollari, è composta da impegni già presi in precedenza dai grandi fornitori di servizi cloud, inclusi 5 miliardi da Amazon.

La nuova valutazione quasi triplica il valore di Anthropic rispetto a febbraio, quando la società era stata valutata 380 miliardi di dollari nel precedente round Serie G da 30 miliardi. Lo scarto rispetto al principale concorrente è significativo: OpenAI è stata valutata 852 miliardi di dollari a fine marzo, dopo aver chiuso un round record da 122 miliardi.

I ricavi di Anthropic sono cresciuti rapidamente grazie alla diffusione tra i clienti enterprise e in particolare all'assistente di programmazione Claude Code. La società ha dichiarato che il run-rate dei ricavi ha superato i 47 miliardi di dollari nel mese di maggio, in netto aumento rispetto ai 30 miliardi di inizio anno e ai 10 miliardi di ricavi annuali del 2025. Il Wall Street Journal ha riferito che la società punta al primo trimestre in utile operativo della sua storia, con una crescita dei ricavi attesa del 130 per cento.

"Claude è sempre più indispensabile per la nostra crescente comunità globale di clienti, e lavoriamo senza sosta per rendere strumenti come Claude Code e Cowork più utili, più potenti e più adattabili alle loro esigenze", ha dichiarato Krishna Rao, direttore finanziario di Anthropic, nel comunicato ufficiale della società. "Questo finanziamento ci aiuterà a soddisfare la domanda storica che stiamo affrontando, a rimanere alla frontiera della ricerca e a portare Claude in più luoghi in cui si lavora".

Le risorse raccolte serviranno a finanziare la ricerca su sicurezza e interpretabilità dei modelli, a espandere la capacità di calcolo per soddisfare la domanda di Claude e a sviluppare i prodotti e le partnership su cui i clienti fanno affidamento. Anthropic ha siglato di recente accordi con Amazon per cinque gigawatt di nuova capacità di calcolo, con Google e Broadcom per altri cinque gigawatt di TPU di nuova generazione, e con SpaceX per l'accesso ai chip grafici nei centri di calcolo Colossus 1 e Colossus 2. Claude è il primo modello di frontiera disponibile su tutte e tre le principali piattaforme cloud al mondo: Amazon Web Services, Google Cloud e Microsoft Azure.

Micron, Samsung e SK hynix entrano nel round come partner strategici per le infrastrutture e forniscono ad Anthropic le tecnologie di memoria, di archiviazione e i chip logici necessari per scalare la capacità di calcolo al ritmo richiesto dai clienti.

Anthropic si è progressivamente orientata verso il mercato enterprise e i servizi di programmazione, una scelta che la distingue da alcuni concorrenti più focalizzati sul mercato consumer. La società si è anche posizionata come la più attenta ai temi di sicurezza dell'intelligenza artificiale. Uno dei suoi co-fondatori era presente all'inizio di maggio alla pubblicazione dell'enciclica di Papa Leone, un testo di oltre 43.000 parole che metteva in guardia dai pericoli dell'intelligenza artificiale e chiedeva di porre dei limiti alla tecnologia.

La società resta coinvolta in una controversia legale con il Pentagono, dopo aver rifiutato di rimuovere alcuni vincoli che avrebbero permesso di usare Claude per la sorveglianza di massa interna o per sistemi d'arma autonomi letali, capaci di uccidere senza intervento umano. Il governo degli Stati Uniti ha utilizzato Claude per operazioni militari, inclusi gli attacchi missilistici contro l'Iran e la cattura del leader venezuelano Nicolás Maduro.

La Casa Bianca ha attenuato le tensioni con Anthropic nelle ultime settimane, dopo che la società ha annunciato di voler trattenere il rilascio del suo ultimo modello Mythos per preoccupazioni di cybersicurezza. L'episodio ha generato una piccola crisi geopolitica: diversi Paesi hanno espresso preoccupazione per le vulnerabilità dei sistemi finanziari e delle infrastrutture critiche, e il vicepresidente JD Vance ha telefonato ai vertici delle società di intelligenza artificiale per chiedere collaborazione.

Anthropic si appresta inoltre a essere una forza influente nelle elezioni di midterm, destinando milioni di dollari ad attività di lobbying e a Super Pac che sostengono candidati e proposte legislative in linea con la sua visione sulla regolamentazione del settore. La società ha chiesto una maggiore supervisione pubblica sulla tecnologia, una posizione che la differenzia dagli altri leader del comparto e da OpenAI, che invece spingono per un quadro regolatorio più leggero.

Il round Serie H potrebbe essere l'ultimo finanziamento privato di Anthropic. La società sta preparando dietro le quinte la propria quotazione in borsa, anche se i tempi restano incerti. OpenAI dovrebbe depositare nelle prossime settimane il prospetto riservato per l'offerta pubblica iniziale e punta a quotarsi entro settembre. SpaceX, che a febbraio ha incorporato la sua startup di intelligenza artificiale, ha già depositato il prospetto presso la Securities and Exchange Commission e mira a una valutazione di 2.000 miliardi di dollari nell'IPO.

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Checco Conti


Non è difficile per un livornese, stringere un rapporto profondo col suo mare. Forse, è per questo, per essere libero di immergersi e godersi le emozioni più semplici del mondo di sotto che Francesco ha rinunciato, senza nessun pentimento, a una promettente carriera agonistica.

foto sopra: è innegabile, la cernia è la preda preferita del nostro protagonista del mese.

Toscana terra di subacquei, di pescatori in apnea, di campioni. È stata forse l’ultima regione italiana, dal Lazio in su, ad abbandonare l’attività agonista di più alto livello e lasciare campo libero alle isole e più in generale al sud. Nonostante questo handicap, nel fulcro territoriale della civiltà etrusca, la popolarità dello sport è ancora notevole e non sempre legato alle competizioni. Francesco Conti, ad esempio, classe 1991, labronico verace, non ha esitato, nonostante risultati incoraggianti, ad abbandonare l’ambiente delle gare, per una via indipendente e non più avara di emozioni. In famiglia, da giovanissimo, vedeva il babbo entrare in acqua di nero vestito, o mollare gli ormeggi per calare un palamito o un bolentino. Ovvio che an-che la progenie fosse attratta dal mezzo liquido, ancor più quando, sempre il babbo, invitava Checco e il suo inseparabile amichetto, a riempire il retino di granchi e gamberetti. Adolescente, con un arco costruito dalle mani esperte del genitore, alimenta la passione subacquea e la caccia, alla spese di qualunque essere vivente: boccacce, sogliole e granchi in primis.
Quando una corvina è super, arriva a tre chili, ma Checco non si accontenta e il mese scorso ne pesca una di ben 3,5 chili.
Quando sei diventato un vero pescasub? Beh, io credevo di esserlo già da giovanissimo, quando nelle estati, ai bagni di Antignano, impugnavo il mio primo fucile: una sorta di rudimentale pistola con elastici cortissimi, costruita da mio babbo su una base Mares. Ma, nonostante Simone e io cavalcassimo lo scooter sette giorni su sette, per andare a pesca, e entusiasmo a parte, lo start più credibile corrisponde all’iscrizione al primo corso di apnea al Ciga sub Garibaldi. Avrò avuto 17-18 anni e credevo di essere un giovane Maiorca. Ma rimasi molto stupito dalla mia ignoranza e dall’efficacia di quel breve periodo didattico. Guadagnai al volo 10 metri di profondità. Seguì, naturalmente, un corso di pescasub, le gare sociali e le selettive. Vinsi tre regionali e nel 2018 a Cecina, alle Secche di Vada, un campionato italiano a squadre con Falciani e Panariello.

Quindi sei un agonista? No! Ho praticato per un po’ ma appena mi sono reso conto che la competizione comprime la libertà e l’essenza stessa della pesca, limitando quello che per me è sempre stato un divertimento, ho preferito farmi da parte e riappropriarmi dei miei spazi, sebbene infiniti, e riconciliarmi col mio mare.


Se non è bruna è bianca, come questo splendido esemplare. Benché le ricciole dalle sue parti siano quasi scomparse viste le tecniche di pesca adottate dai professionisti, eccolo con un bell’esemplare pescato recentemente.

Cosa ti ha lasciato l’agonismo? Non so, oltre l’amicizia di tanti appassionati, a essere positivi direi gli sponsor: Polo Sub da sempre e Meandros più di recente.

Parlaci di una cattura importante. Tralasciamo saraghi e orate che hanno caratterizzato le mie prime battute credibili mi piace ricordare questa. Come al solito ero a pesca in gommone fuori da Livorno, C’era un po’ di mare, “acquetta” come la chiamiamo noi, ma trasparente e cristallina. Era primavera. Alla prima immersione notai tanti saraghi abbrancati su una pozza di sabbia nel grotto e alcune corvinette sui tre etti. Arrivato a distanza di 5-6 metri, stranamente i pesci non cercavano la fuga. Comunque continuai a scrutare il fondo finché quella che a prima vista sembrava una roccia si trasformò in cernia, sortì e si infilò in uno spacco. Ormai la mia autonomia era al limite e risalii per una boccata di ossigeno. Al secondo tuffo, arrivato quasi a tiro riconobbi nell’ombra le classiche macchie gialle. Sparai con sicurezza nella schiena, ma dovetti risalire ancora una volta, riscendere, doppiarla e finalmente accomodarla sul pagliolato. Era la mia prima cernia. Pesò 7,5 chili e finì al cartoccio sulla brace. Ma quella cattura non fu importante perché cernia, perché bel pesce e perché poi fu festa. Il fatto di averla inizialmente scambiata per una roccia mi aprii un mondo. Mi fece considerare che pur non vedendolo il pesce può essere lì e chissà quanti ne persi per colpa della mia superficialità. Oggi è molto difficile che il fatto si ripeta.
Francesco, impegnato istruttore Fipsas di pesca in apnea, con una grossa bruna strappata al grotto delle sue secche livornesi.
Quindi, il tuo spot preferito? Diciamo quello più frequentato? Il Secco di fuori. Una decina di miglia da Livorno, verso occidente. È una grande secca di modesta profondità che si estende dall’Area marina protetta Secche della Meloria, a un’ampia zona di grotto con poca sabbia e posidonia, che guarda sempre a ovest, naturalmente in acque libere da vincoli. L’acqua è limpida, generalmente, con 12 metri circa di visibilità, a meno delle fastidiose libecciate che intorbidiscono l’acqua e limitano la visibilità e 5-6 metri. Si tratta di una zona ancora ricca che beneficia dell’imposta tranquillità dell’area marina protetta, dove ancora s’incontrano dentici anche grossi, corvinoni da paura (l’ultimo sparato il mese scorso pesava 3,5 chili), saraghi che raramente arrivano al chilo e cernie che non di rado sfondano quota 20.

Come organizzi un’uscita di pesca? Intanto sono legato ai turni del mio lavoro. Esco molto spesso ma in mare non ci sto tanto, al massimo 5 ore. Chiaramente mi muovo compatibilmente con le previsioni meteo, ma in generale la destinazione più frequente è il Secco di fuori. Se invece entra lo scirocco mi spingo a sud in acque limpide e fondali insoliti ma più impegnativi, dai 28 ai 36 metri. Qui pesco a segnale su lastre isolate nel fango, assistito dall’ormai indispensabile motore elettrico di prua. Ci sono saraghi, mostelle, corvine e ancora cernie. Ho la fortuna di ormeggiare il gommone a 10 metri dalla cantina del club, un appoggio fantastico con doccia e acqua calda. In 25 minuti di navigazione sono sul Secco di fuori e in appena 10 nelle poste a sud.

L’attrezzatura? Fucili Meandros, prevalentemente l’85 con tahitiana da 6,75 e doppia gomma da 14. Muta Polo Sub liscio spaccato da 5,5, 6,5, o 8,5 e pantalo-ne da mm 3 a 5. Maschera Salvimar Noa a volume ridotto classico. Pinne Meandros X pro da cm 70 circa, in carbonio con durezza intermedia. Gommone Joker Boat 19 con 40-60 Selva Xrs.

Dove ti piacerebbe pescare? Beh, è difficile trovare alternative. Capraia è quasi del tutto circondata da un parco naturale; Gorgona, allo stesso modo è inaccessibile, anch’essa compresa nel Parco nazionale dell’arcipelago toscano; un tempo la Corsica era molto attraente. Oggi purtroppo le regole locali sono molto restrittive: un dentice a gommone, corvine e cernie vietate... non vale più la pena.

La tua performance migliore? Non saprei, forse la cernia di 5 chili sparata su un segnale a 42,8 metri trovato a bolentino a sud di Livorno.


English version


Tuscany is a land of divers, spearfishers and champions. It was perhaps the last Italian region, from Lazio upward, to abandon high-level competitive activity and leave the field open to the islands and, more generally, the south. Despite this handicap, in the territorial heart of Etruscan civilization, the popularity of the sport is still considerable and not always linked to competitions. Francesco Conti, for example, born in 1991 and a true Livornese, did not hesitate, despite encouraging results, to leave the competition environment for an independent path that is no less rich in emotion.

In his family, from a very young age, he saw his father enter the water dressed in black, or cast off to set a longline or bottom-fishing rig. It was obvious that the offspring too would be attracted to the liquid element, even more so when his father invited Checco and his inseparable little friend to fill a net with crabs and shrimps. As a teenager, with a bow built by his father's expert hands, he fed his underwater passion and hunting instinct at the expense of any living creature: gobies, soles and crabs first of all.

When did you become a real spearfisher? Well, I thought I already was when I was very young, during summers at the Antignano bathing establishments, holding my first speargun: a sort of rudimentary pistol with very short bands, built by my father on a Mares base. But although Simone and I rode the scooter seven days a week to go fishing, enthusiasm aside, the more credible start came with my enrollment in the first apnea course at Ciga Sub Garibaldi. I must have been 17 or 18 and thought I was a young Maiorca. But I was very surprised by my ignorance and by the effectiveness of that brief teaching period. I gained 10 meters of depth at once. Naturally, a spearfishing course followed, then club competitions and qualifiers. I won three regional championships and, in 2018 at Cecina, on the Secche di Vada, an Italian team championship with Falciani and Panariello.

So you are a competitor? No. I competed for a while, but as soon as I realized that competition compresses freedom and the very essence of fishing, limiting what for me had always been fun, I preferred to step aside and take back my spaces, however infinite, and reconcile with my sea.

What did competition leave you? I do not know. Besides the friendship of many enthusiasts, to be positive I would say the sponsors: Polo Sub from the beginning and Meandros more recently.

Tell us about an important catch. Leaving aside the seabream and gilt-head bream that characterized my first credible outings, I like to remember this one. As usual, I was fishing from an inflatable boat outside Livorno. There was a little sea, "acquetta" as we call it, but transparent and crystal clear. It was spring. On the first dive I noticed many seabream gathered over a patch of sand in the grotto and some small brown meagre of about 300 grams. When I got within five or six meters, strangely, the fish did not try to flee. In any case, I kept scanning the bottom until what at first seemed to be a rock turned into a grouper, moved out and slipped into a crack. My breath-hold was at its limit and I surfaced for a breath of oxygen. On the second dive, when I was almost in range, I recognized the classic yellow spots in the shadow. I shot confidently into its back, but had to surface again, go down once more, put in a second shot and finally settle it on the floorboards. It was my first grouper. It weighed 7.5 kilos and ended up cooked in foil over the embers. But that catch was not important because it was a grouper, because it was a beautiful fish, or because it then became a feast. The fact that I had initially mistaken it for a rock opened up a world to me. It made me consider that even if you do not see it, the fish may be there, and who knows how many I had lost because of my superficiality. Today it is very difficult for that to happen again.

So what is your favorite spot? Let's say the one I frequent most: the Secco di Fuori. About ten miles from Livorno, toward the west. It is a large, fairly shallow shoal that extends from the Secche della Meloria Marine Protected Area to a wide grotto zone with little sand and Posidonia, naturally facing west in waters free of restrictions. The water is generally clear, with about 12 meters of visibility, except during annoying southwesterlies that cloud the water and limit visibility to five or six meters. It is still a rich area that benefits from the imposed tranquility of the marine protected area, where one still encounters even large dentex, frighteningly big brown meagre, the last one shot last month weighed 3.5 kilos, seabream that rarely reach a kilo, and groupers that not infrequently exceed 20 kilos.

How do you organize a fishing trip? First of all, I am tied to my work shifts. I go out very often but do not stay long at sea, at most five hours. Obviously I move according to the weather forecast, but in general the most frequent destination is the Secco di Fuori. If instead a sirocco wind comes in, I push south into clear waters and unusual but more demanding bottoms, from 28 to 36 meters. There I fish on marks over isolated slabs in mud, assisted by the now indispensable bow electric motor. There are seabream, forkbeards, brown meagre and still groupers. I am lucky to moor the inflatable 10 meters from the club cellar, a fantastic base with shower and hot water. In 25 minutes of navigation I am on the Secco di Fuori and in just 10 minutes at the southern spots.

The equipment? Meandros spearguns, mainly the 85 with a 6.75 Tahitian shaft and double 14-millimeter bands. Polo Sub open-cell smooth wetsuit of 5.5, 6.5 or 8.5 millimeters and trousers from 3 to 5 millimeters. Salvimar Noa classic low-volume mask. Meandros X Pro fins, about 70 centimeters, carbon, medium stiffness. Joker Boat 19 inflatable with Selva XRS 40-60.

Where would you like to fish? Well, it is hard to find alternatives. Capraia is almost entirely surrounded by a natural park; Gorgona is likewise inaccessible, also included in the Tuscan Archipelago National Park. Once Corsica was very attractive. Today, unfortunately, local rules are very restrictive: one dentex per boat, brown meagre and groupers prohibited. It is no longer worth it.

Your best performance? I do not know, perhaps the five-kilo grouper shot on a mark at 42.8 meters found while bottom fishing south of Livorno.

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Il telefono dorato di Trump arriva sul mercato, ma le prime recensioni lo stroncano


Lo smartphone T1 della Trump Mobile è stato inviato per ora solo a due testate americane. Le recensioni parlano di un dispositivo già vecchio, mentre la promessa del "Made in USA" è stata fortemente ridimensionata.

Lo smartphone dorato della famiglia Trump è arrivato nelle mani dei primi recensori dopo quasi un anno di rinvii, e il debutto è stato disastroso. Le uniche due testate americane che lo hanno ricevuto, CNET e NBC News, lo descrivono come un dispositivo debole, superato e molto lontano dalle promesse iniziali. La Trump Mobile, l'azienda di telefonia legata alla famiglia del presidente, aveva presentato il T1 Phone nella seconda metà di giugno 2025. Il comunicato ufficiale prometteva un prezzo di 499 dollari, l'uscita ad agosto e, soprattutto, un telefono interamente progettato e prodotto negli Stati Uniti.

Molti esperti avevano giudicato fin dall'inizio quella promessa irrealistica: negli Stati Uniti manca l'infrastruttura necessaria per costruire da zero uno smartphone di quel tipo e gran parte della componentistica dovrebbe comunque essere importata. Gli scettici avevano ragione. Ad agosto 2025 il telefono non è arrivato e il lancio è stato rinviato più volte. Nel frattempo, sul sito ufficiale sono cambiate periodicamente sia le caratteristiche del dispositivo sia le formule usate per descriverne l'origine americana. È cambiato anche il design. A febbraio 2026 un lettore di The Verge ha notato che il nuovo aspetto ricordava l'U24 Pro della taiwanese HTC. L'azienda ha però dichiarato di non produrre dispositivi per partner esterni, alimentando il sospetto che il T1 riprenda semplicemente il design di un modello già esistente.

Un debutto fantasma


Le prime due unità sono arrivate solo a maggio 2026, ai giornalisti di CNET e NBC News. A oltre due settimane dall'annuncio delle spedizioni, The Verge non aveva ancora ricevuto il telefono prenotato e non era riuscito a trovare un solo cliente che lo avesse già ottenuto, o che avesse almeno ricevuto una conferma di spedizione. L'azienda, nota la testata, non aveva nemmeno chiesto l'indirizzo di consegna né addebitato l'intera somma, oltre ai 100 dollari già versati per il preordine.

Le recensioni concordano su un punto: il T1 sembra un prodotto già nato vecchio. Brian Chun, corrispondente di NBC News, ha notato la presenza dell'ingresso per le cuffie, abbandonato da tempo dai principali altri produttori, come possibile indizio di una base hardware già datata. CNET sottolinea inoltre che né la scatola né le istruzioni indicano dove sia stato prodotto il dispositivo o quale azienda lo abbia realizzato. Mancano persino specifiche tecniche complete: il sito parla di un processore Snapdragon, senza precisare quale.

Se la base fosse davvero l'HTC U24 Pro, come diversi indizi lasciano pensare, il telefono monterebbe un processore Snapdragon 7 Gen 3 di fine 2023, un chip già considerato modesto al momento del suo debutto. Nei test di CNET il "trampofono" si colloca al livello di modelli usciti tra il 2020 e il 2022, sotto smartphone di fascia media più recenti come il Samsung Galaxy S25 FE o l'economico iPhone 17e. Nell'uso quotidiano, dalla navigazione ai video su YouTube, il dispositivo resta comunque funzionante. La batteria tiene in modo accettabile e la fotocamera principale da 50 megapixel produce scatti discreti, anche se resta indietro rispetto a telefoni usciti diversi anni fa.

Il "Made in USA" diventa assemblaggio


Anche la promessa del telefono interametne americano è stata fortemente ridimensionata. Mostrando il dispositivo, Chun ha rilevato che Trump Mobile ha rinunciato alla formula "Con orgoglio costruito in America". Sulla scatola del T1 compare ora infatti la dicitura "Con orgoglio assemblato negli Stati Uniti". L'azienda avrebbe così cercato di evitare contestazioni della Federal Trade Commission, l'autorità statunitense per il commercio, dato che negli Stati Uniti l'uso della prima formula è regolato in modo rigoroso.

Restano poi i difetti più visibili. Sulla cover posteriore la bandiera statunitense è sbagliata: invece delle tredici strisce previste, ne compaiono undici in alcune immagini e appena nove in altre. Lo stesso errore appare anche nei materiali promozionali e sul sito ufficiale, al punto che alcuni giornalisti hanno ipotizzato l'uso dell'intelligenza artificiale per generarli. Chun ha confermato che la bandiera è sbagliata anche sull'esemplare reale ricevuto dalla redazione. Anche il colore dorato non ha convinto i recensori, che lo hanno paragonato alla tinta dell'urina di una persona disidratata. Il corpo opaco, inoltre, trattiene facilmente le impronte.

Infine, anche i numeri raccontano un lancio difficile. Secondo una recente fuga di dati, Trump Mobile avrebbe circa 10 mila clienti e 30 mila preordini: cifre decisamente modeste per un prodotto costruito attorno al nome del presidente e lanciato con la promessa di portare sul mercato uno smartphone patriottico, americano e accessibile a tutti.

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