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Sergio Oggiano è il nuovo Campione sardo di pesca in apnea.


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Foto in alto: Edoardo Delrio, Francesco Piras, Sergio Oggiano, Daniele Petrollini, Fabio Pes, tutti qualificati per il prossimo Campionato italiano di pesca in apnea.

Dopo una stagione combattutissima, probabilmente una delle più intense degli ultimi anni, domenica 24 maggio è andato in scena l’atto conclusivo del Campionato Sardo di Pesca in Apnea. Teatro della gara, come da tradizione, è stata Villanova Monteleone, più precisamente il suggestivo campo gara della Speranza.

Un campionato lungo e impegnativo, caratterizzato da condizioni meteo spesso difficili, da un numero record di partecipanti - ben 76 atleti - e da un livello tecnico altissimo che ha reso incerta la classifica fino all’ultima prova.

Questa volta, però, il mare ha deciso di mostrare il suo volto migliore. Le condizioni meteomarine si sono presentate perfette sia fuori che dentro l’acqua: giornata praticamente estiva, mare calmo e una visibilità eccezionale, superiore ai venti metri di profondità.
Sergio Oggiano è il suo carniere.
In palio non c’era soltanto il titolo regionale, ormai conteso esclusivamente tra Sergio Oggiano de La Tana Aggius e Francesco Piras del Corallo Sub Alghero - con quest’ultimo obbligato alla vittoria per sperare nel sorpasso finale - ma anche gli ultimi posti disponibili per il Campionato Italiano. Una qualificazione ancora più ambita considerando che la rassegna tricolore di settembre si disputerà proprio nelle acque di Alghero.

Alle 8:30 i 31 atleti finalisti prendono il via sotto l’attento controllo del Direttore di Gara e presidente della società organizzatrice (Corallo Sub Alghero) , Giuseppe Sotgiu, affiancato dai giudici di gara Luisa Atzori e Massimo Cogotti.

Il campo gara della Speranza si sviluppa quasi interamente verso sud, poiché il tratto alla destra della spiaggia è interdetto dalla presenza della base militare. Dal punto di vista morfologico, il fondale è diviso in due macroaree ben distinte: una zona più bassa, composta da granito e lastre entro i 15-18 metri di profondità, e una seconda zona caratterizzata da grotto, alghe e batimetriche maggiori. In condizioni simili, capire rapidamente dove il pesce decide di stazionare diventa fondamentale.
Giuseppe Sotgiu e Daniele Petrolini.
Osservando la distribuzione degli atleti, soprattutto dei pescatori locali, appare subito evidente come il pesce sembri concentrato nella fascia meno profonda. Ma individuarlo non significa necessariamente catturarlo con facilità. La Speranza è un campo gara tecnico e spesso imprevedibile, dove esperienza, intuito e conoscenza del fondale fanno la differenza.

Le ore scorrono e dal mare iniziano ad arrivare notizie di numerose catture distribuite un po’ tra tutti i concorrenti. Alle 12:30 è fissato il termine della prova, ma la totale assenza di vento e il mare particolarmente calmo traggono in inganno più di un atleta nella gestione dei tempi di rientro. Saranno infatti ben sei i concorrenti squalificati per aver superato il tempo massimo consentito, tra questi anche alcuni nomi di primo piano.

Terminata la gara, atleti e accompagnatori si trasferiscono presso il ristorante albergo PedrAmare, splendida location affacciata sul mare, per il pranzo e le operazioni di pesatura.


Francesco Piras Carlo Fresu, premiati da Giuseppe Sotgiu.

Già osservando i carnieri in spiaggia si intuiva come quattro o cinque atleti avessero costruito prove nettamente superiori alla media. I primi colpi di scena arrivano durante la pesatura di Sergio Oggiano, autore di una prestazione straordinaria con ben otto prede valide. Un carniere che gli avrebbe garantito la vittoria di giornata, ma che viene purtroppo annullato dalla squalifica per ritardo.

La classifica resta quindi apertissima. Carlo Fresu dell’Apnea Team Sassari presenta quattro prede e due specie per un totale di 5.278 punti, risultato che gli vale il terzo gradino del podio e il premio per la preda più grossa, una bellissima orata da quasi 2 chili.


Francesco Piras e Carlo Fresu con i rispettivi carnieri.

Subito dopo è il turno di Daniele Petrollini, atleta di casa, che porta alla bilancia sei prede. Le specie sono soltanto due, ma il peso dei pesci gli consente di totalizzare 5.706 punti.

Cresce la tensione per la pesatura di Francesco Piras, costretto a vincere per conquistare il titolo regionale. Ma la bilancia, come spesso accade, regala gioie e dolori. Diversi pesci vengono scartati e il suo carniere finale, composto da cinque prede e quattro specie, si ferma a 5.664 punti. Meno di cinquanta punti lo separano dalla vittoria di giornata che va dunque a Petrolini, ma soprattutto dal titolo regionale, che conclude così al secondo posto.
Fabio Pes passa il testimone a Sergio Oggiano nuovo campione sardo di pesca in apnea.
È quindi il momento di celebrare il nuovo Campione Sardo: Sergio Oggiano. Una stagione straordinaria, impreziosita da tre vittorie di tappa, gli consegna meritatamente il titolo regionale 2026.

A lui vanno i complimenti personali e quelli di tutto il Comitato Regionale FIPSAS.

Complimenti anche agli atleti qualificati al prossimo Campionato Italiano: oltre al già citato Francesco Piras, ottengono il pass anche Edoardo Delrio (Apnea Team Sassari), Daniele Petrollini e Fabio Pes (Corallo sub Alghero).

Di nuovo, gli aspiranti al titolo di Campione italiano.di nuovo, gli aspiranti al titolo di Campione italiano.

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La Corte Suprema è molto meno schierata di quello che pensiamo


Nell'ultimo libro l'ex portavoce del Department of Justice Sarah Isgur sostiene che la Corte Suprema non è il blocco monolitico 6-3 raccontato dai media ma un 3-3-3 più sfaccettato

Sarah Isgur, ex portavoce del Dipartimento di Giustizia durante l'indagine sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016, ha pubblicato un libro intitolato Last Branch Standing con un obiettivo dichiarato: smontare la narrazione dominante sulla Corte Suprema degli Stati Uniti. Il modo più diffuso di descrivere oggi la Corte è dire che è "6-3", cioè composta da sei giudici nominati da presidenti repubblicani e tre da presidenti democratici, e che funziona di conseguenza come un blocco conservatore stabile al servizio del Partito Repubblicano. Secondo Isgur, oggi co-conduttrice del podcast Advisory Opinions e senior editor della rivista Dispatch, questa lettura è sbagliata: la Corte è un'istituzione molto più sfaccettata, e a suo giudizio è anche l'unico ramo del governo federale americano che continua a funzionare come i padri costituenti avrebbero voluto.

I numeri, sostiene l'autrice, contraddicono la narrazione del 6-3 monolitico. Negli Stati Uniti l'anno giudiziario della Corte Suprema va da ottobre a giugno e prende il nome dall'anno di inizio. Nell'anno giudiziario 2024-25 il 42% delle decisioni della Corte è stato unanime, mentre solo il 15% si è chiuso effettivamente con la spaccatura ideologica 6-3, cioè con i sei nominati repubblicani da un lato e i tre nominati democratici dall'altro. Negli ultimi vent'anni oltre il 90% dei casi è stato deciso con almeno un giudice di nomina democratica nella maggioranza. La cosiddetta Roberts Court, dal nome del giudice capo John Roberts in carica dal 2005, rovescia inoltre meno precedenti delle Corti del passato: 1,6 in media all'anno, contro i 3,1 della Warren Court degli anni Cinquanta e Sessanta e i 3,4 della Burger Court degli anni Settanta. Anche il volume di lavoro si è ridotto: la Corte tratta circa 60 casi all'anno, contro i 150 dei primi anni Ottanta, su circa 4.000 ricorsi ricevuti.

Per testare la solidità della narrazione mediatica Isgur racconta di aver dato in pasto a un modello di intelligenza artificiale tutti i ricorsi dell'anno giudiziario 2024-25 e di aver chiesto al modello di prevedere come sarebbero finiti i casi. L'algoritmo ha previsto un esito 6-3 ideologico nel 42% delle volte, quando nella realtà il 42% dei casi era stato deciso all'unanimità. I modelli linguistici, scrive l'autrice, riflettono la copertura della stampa, e il numero di volte in cui termini come "democratici", "repubblicani", "liberali" e "conservatori" sono applicati alla Corte sui giornali statunitensi è triplicato tra il 1980 e il 2023.

Per leggere correttamente la Corte, sostiene Isgur, servono due assi e non uno. L'asse orizzontale è quello ideologico classico, da liberale a conservatore. L'asse verticale è quello che l'autrice chiama istituzionalista: misura quanto un giudice tenga al precedente, alla coerenza della Corte nel tempo, alla legittimità complessiva dell'istituzione, alla scelta di decidere in modo ampio o ristretto. Un giudice istituzionalista preferisce non rovesciare le sentenze passate e cerca di scrivere decisioni il più condivise possibile; un giudice non istituzionalista è disposto a ribaltare i precedenti se li considera sbagliati. Su questo secondo asse Brett Kavanaugh e Neil Gorsuch, pur essendo entrambi giudici cresciuti nella Federalist Society, la rete dei giuristi conservatori americani, e quasi indistinguibili ideologicamente, sono lontanissimi: nell'anno giudiziario 2024-25 Kavanaugh ha votato più spesso con Elena Kagan e Sonia Sotomayor, due giudici di nomina democratica, che con Gorsuch. Allo stesso modo Kagan e Roberts, ideologicamente opposti, si trovano vicini sull'asse istituzionalista; mentre Ketanji Brown Jackson e Gorsuch, agli antipodi politici, condividono lo stesso disinteresse per il precedente.

Applicando i due assi insieme, Isgur sostiene che la Corte sia in realtà un 3-3-3. Da una parte ci sono tre giudici che lei chiama deciders, decisori, quasi sempre in maggioranza: il giudice capo Roberts e Amy Coney Barrett al 91% delle volte, Kavanaugh al 94%, un record per la Corte moderna. Sono i giudici di centro istituzionale, quelli che determinano l'esito di quasi tutti i casi. Dall'altra parte ci sono i tre conservatori più radicali, che l'autrice chiama honey badgers, "tassi del miele", un animale noto per la sua aggressività: Clarence Thomas, Samuel Alito e Gorsuch sono i meno istituzionalisti e i più disposti a rovesciare i precedenti, e in disaccordo tra loro in oltre il 40% dei casi. Infine i tre giudici di nomina democratica: Sotomayor, Kagan e Jackson. Il caso emblematico citato all'inizio del libro è una sentenza del 2023 sui drag show in Florida: voto 6-3, ma con Thomas, Alito e Gorsuch in dissenso, cioè con i tre conservatori più intransigenti dalla parte perdente.

Il cuore politico del libro non è però la Corte ma il Congresso. Secondo Isgur il Parlamento americano ha smesso di legiferare. Non completa nei tempi previsti la legge di bilancio annuale dal 1996 e ha delegato di fatto la produzione normativa al presidente, attraverso gli ordini esecutivi, e ai giudici, attraverso il contenzioso. In un'intervista al podcast GD Politics di Galen Druke, l'autrice ha detto che gli elettori americani "hanno mandato al Congresso persone che non vogliono fare i parlamentari, sembrano voler fare gli influencer su Instagram". Da qui, sostiene, l'impressione errata che ogni controversia politica si decida davanti alla Corte: in realtà il Congresso potrebbe correggere quasi tutte le sentenze approvando una legge, come fece negli anni Ottanta con il Voting Rights Act, la legge federale sul diritto di voto, o nel 2009 con il Lilly Ledbetter Act sulla parità salariale. Quando il presidente cancella il debito studentesco con un ordine esecutivo e la Corte lo annulla, secondo Isgur i titoli dei giornali sbagliano bersaglio: la Corte sta solo dicendo che il debito può essere cancellato per legge dal Congresso, non da un presidente che decide da solo.

Un'altra prova della tesi dell'autrice è il rapporto teso tra la Corte e il presidente Donald Trump, che pure ha nominato tre dei nove giudici. La prima amministrazione Trump ha avuto il tasso di successo più basso davanti alla Corte di qualsiasi presidenza dell'ultimo secolo, peggiore di quello di Obama, Biden e dello stesso Bush padre. Anche nel secondo mandato i giudici nominati da Trump hanno spesso votato contro l'amministrazione: sulle espulsioni rapide di stranieri sospettati di legami con gruppi criminali, sulla decisione di mettere alle dipendenze federali la Guardia Nazionale di alcuni Stati, sui dazi e, secondo la previsione dell'autrice, probabilmente anche sulla cittadinanza per nascita, ossia il principio per cui chiunque nasca su suolo americano è cittadino statunitense. Su quest'ultimo tema sono proprio i conservatori della Corte a difendere la lettura testuale del Quattordicesimo Emendamento contro l'argomento dell'amministrazione, che chiede di reinterpretarlo. Le critiche del presidente ai suoi stessi nominati, secondo l'autrice, sono una prova indiretta dell'indipendenza della Corte.

La parte più pessimistica del libro riguarda invece il sistema di nomina dei giudici. Fino al 2013 al Senato americano vigeva una regola informale chiamata filibuster: per chiudere il dibattito su una nomina servivano 60 voti su 100, e questo costringeva la maggioranza a cercare almeno qualche voto dall'opposizione, spingendo verso candidati moderati. Nel 2013 il leader democratico Harry Reid abolì la soglia dei 60 voti per le nomine dei tribunali federali inferiori, e nel 2017 il leader repubblicano Mitch McConnell la abolì anche per i giudici della Corte Suprema. Da allora bastano 51 voti, cioè la maggioranza semplice del proprio schieramento. Per Isgur è stato un disastro per la legittimità del giudiziario, perché ha trasformato il processo di conferma da una sorta di elezione generale, dove servono voti anche dall'altra parte, a una specie di primaria, dove contano solo i voti dei propri sostenitori. Il risultato sono giudici sempre più estremi: i nominati di Biden sono stati più liberali di quelli di Obama, quelli di Trump più conservatori di quelli di Bush figlio. L'attuale Corte, osserva l'autrice, è ancora un'eredità del vecchio sistema: tutti i suoi membri sono stati confermati quando il filibuster era ancora in vigore o era stato appena abolito. I prossimi nominati saranno il primo vero test della Corte post-filibuster.

Tra le riforme proposte nel libro Isgur predilige il modello "two-track", a due binari, elaborato dai giuristi Thomas Harvey e Thomas Koenig: un giudice potrebbe essere confermato o con 60 voti al primo passaggio, oppure con maggioranza semplice ma soggetta a un secondo voto del Senato dopo l'elezione successiva, lasciando così agli elettori il giudizio finale su chi stia agendo in buona fede. L'autrice è invece contraria sia all'allargamento del numero dei giudici sia all'introduzione di limiti di mandato. Aumentare il numero dei giudici, secondo lei, distruggerebbe la natura contromaggioritaria della Corte, cioè la sua funzione costituzionale di proteggere i diritti delle minoranze contro le maggioranze del momento. I limiti di mandato trasformerebbero invece le candidature in spot da campagna elettorale, con i candidati alla presidenza che annunciano i propri giudici come si fa con i vicepresidenti, selezionati per carisma più che per dottrina giuridica; e creerebbero incentivi perversi per i giudici in carica, che potrebbero ritardare le decisioni in base alla composizione futura della Corte.

La conclusione del libro è cauto-ottimista e quasi paternalistica. Per Isgur il problema non è la Corte ma la politica americana, e in particolare un Congresso che ha abdicato al proprio ruolo. L'autrice invita a discutere idee, presumere la buona fede degli avversari, votare alle primarie e ricostruire le istituzioni dal basso, e cita la lettera che George Washington scrisse nel 1790 alla congregazione ebraica di Newport, in cui l'America veniva descritta come una terra in cui "ciascuno siede in sicurezza sotto la propria vite e il proprio fico". Va detto che si tratta di una posizione che riflette il punto di vista di Isgur, repubblicana moderata e voce del mondo giuridico conservatore: i suoi dati sull'assenza di un blocco 6-3 monolitico sono verificabili, ma le sue conclusioni sulla natura sostanzialmente non partigiana della Corte e sulla bontà delle sue scelte istituzionali restano una tesi d'autore, non un dato neutro.

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Dramma a Dacca: sei neonati morti in ospedale, avviata un'inchiesta della polizia


Giallo nel reparto di terapia intensiva in Bangladesh. Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti un guasto al condizionatore

Le autorità del Bangladesh hanno avviato un’indagine sulla morte di sei neonati avvenuta nelle prime ore di mercoledì all’interno del reparto neonatale dell’Ospedale del College Medico Ad-Din di Dhaka. La Polizia Metropolitana di Dhaka (DMP) ha confermato di aver inviato immediatamente agenti sul posto dopo la segnalazione di una serie di decessi definiti “innaturali”, mentre proseguono gli accertamenti per chiarire le cause dell’accaduto.

Secondo quanto riferito da Xinhua News Agency, i bambini deceduti avevano un’età compresa tra uno e due giorni di vita. Le informazioni diffuse dalle autorità locali indicano che gli investigatori stanno raccogliendo testimonianze, documentazione clinica e dati tecnici relativi alle condizioni del reparto nel momento in cui si sono verificati i decessi.

A commentare l’episodio è stato Sheikh Zahidul Islam, alto funzionario della DMP, che ha dichiarato ai giornalisti: “Siamo giunti all’ospedale dopo aver ricevuto segnalazioni delle morti innaturali di sei bambini nel reparto neonatale”. Lo stesso funzionario ha precisato che le verifiche sono tuttora in corso e che, al momento, non è stata formulata alcuna conclusione ufficiale sulle responsabilità o sulle cause delle morti.

Secondo alcuni media locali, tra le ipotesi al vaglio vi sarebbe una possibile esposizione dei neonati a temperature particolarmente basse all’interno del reparto, forse causate dal sistema di climatizzazione dell’ospedale. Tuttavia, tale ricostruzione non è stata confermata dalle autorità competenti né dalla direzione sanitaria della struttura.

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Svolta per l'osteopatia: la professione è ufficialmente nel SSN


Firmato il decreto sulle equipollenze: definiti i criteri per i titoli pregressi e l'iscrizione all'albo degli specialisti

L’osteopatia entra ufficialmente a far parte del Servizio sanitario nazionale italiano. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’ultimo decreto attuativo relativo all’equipollenza dei titoli professionali, si conclude infatti il percorso normativo avviato negli anni scorsi per il riconoscimento della figura dell’osteopata come professione sanitaria.

Secondo quanto dichiarato da Sky TG24, il provvedimento rappresenta l’ultimo tassello della Legge 3 del 2018, che aveva istituito formalmente la professione sanitaria dell’osteopata all’interno dell’ordinamento italiano. Con il nuovo decreto vengono definiti i criteri per il riconoscimento dei titoli pregressi e dell’esperienza professionale maturata dagli operatori già attivi sul territorio nazionale.

L’ingresso dell’osteopatia nel SSN arriva al termine di un iter legislativo e amministrativo durato diversi anni. Dopo la legge istitutiva del 2018, il percorso è proseguito con il recepimento dell’Accordo Stato-Regioni del 2020 tramite il DPR n.131 del 2021, che ha definito il profilo professionale dell’osteopata e le relative competenze sanitarie. Nel 2023 è stato poi introdotto il corso di laurea universitario abilitante in Osteopatia, stabilendo così anche il quadro formativo ufficiale della professione.

Secondo quanto emerso, il decreto pubblicato nel maggio 2026 disciplina in particolare le modalità attraverso cui gli osteopati già operativi potranno ottenere il riconoscimento professionale sulla base dei titoli posseduti e dell’esperienza lavorativa maturata negli anni precedenti all’istituzione del percorso universitario.

Il riconoscimento viene considerato dagli operatori del settore un passaggio storico per la categoria. Mauro Longobardi, presidente del Registro Osteopati d’Italia (ROI), ha definito il completamento dell’iter “il compimento di un percorso” e “la consacrazione di un impegno collettivo” portato avanti negli ultimi anni.

Anche la Federazione nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP ha accolto positivamente il provvedimento. Il presidente Diego Catania ha dichiarato che gli Ordini sono pronti ad accogliere gli osteopati all’interno del sistema professionale sanitario italiano, sottolineando il lungo percorso affrontato dalla categoria per ottenere il riconoscimento istituzionale.

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Come Trump sta mettendo a dura prova la Costituzione americana


Per i 250 anni della Costituzione, alcuni studiosi sostengono che il documento fondatore degli Stati Uniti non riesce più a contenere un esecutivo aggressivo come quello di Trump

"Il primo uomo messo al timone sarà uno buono. Nessuno sa che tipo possa venire dopo. L'esecutivo si espanderà sempre, qui come altrove, finché non finirà in una monarchia". Sono parole pronunciate da Benjamin Franklin alla Convenzione costituzionale di Filadelfia nel giugno del 1787, riferite a George Washington. A 250 anni dalla nascita degli Stati Uniti, alcuni costituzionalisti consultati dal New York Times sostengono che il timore del fondatore stia diventando realtà con la seconda presidenza di Donald Trump.

I padri fondatori non erano ciechi davanti al pericolo di creare un nuovo tipo di re. La Costituzione che adottarono nel 1787 cercava un equilibrio, dando vita a quello che all'epoca era un ufficio del tutto inedito. Volevano un presidente deciso, reattivo e responsabile, ma anche un assetto costituzionale capace di frenare chi avesse aspirato a diventare un monarca.

I padri costituenti erano divisi sui modi per raggiungere quell'equilibrio. Alexander Hamilton, che alla convenzione difese un esecutivo eccezionalmente forte, propose addirittura un mandato a vita. Nei Federalist Papers scrisse che bisognava temere più i populisti di chi era impegnato a costruire un governo solido ed efficiente. "Di quegli uomini che hanno rovesciato le libertà delle repubbliche, la maggior parte ha iniziato la propria carriera corteggiando ossequiosamente il popolo; cominciando come demagoghi e finendo come tiranni".

La Costituzione che ne uscì è la più antica costituzione scritta nazionale ancora in vigore al mondo. Eppure, in occasione del 250esimo anniversario, alcuni studiosi sostengono che il documento non riesce più a fornire l'equilibrio che i fondatori avevano cercato. Il presidente ha usato il potere del governo federale per fare pressione su università, studi legali e organi di informazione. Ha indebolito l'indipendenza del Dipartimento di Giustizia ordinandogli di perseguire i propri nemici politici. Ha sfidato il Congresso bloccando le spese che gli erano state imposte. Ha ignorato innumerevoli ordini dei tribunali. Ha tagliato i fondi agli stati guidati dai democratici.

L'elenco non è esaustivo ed è possibile contestare singoli punti dell'accusa. Altri presidenti non sono stati sempre puntigliosi nel rispettare i comandi costituzionali. Ma la seconda presidenza Trump è diversa nel genere, secondo gli studiosi di diritto, e si avvicina alla visione massimalista del potere presidenziale che Franklin e gli altri fondatori temevano.

Saikrishna Prakash, professore di diritto all'Università della Virginia e autore del libro The Living Presidency: An Originalist Argument Against Its Ever-Expanding Powers, ritiene che la presidenza moderna sarebbe irriconoscibile per chi scrisse la Costituzione. "Penso che sarebbero sbalorditi, non solo da Trump, ma dall'ampiezza del potere esecutivo nell'era moderna".

L'ufficio che i fondatori crearono era diverso da qualsiasi altro capo dell'esecutivo del tempo. Mentre altri aspetti della Costituzione americana sono stati molto influenti, poche democrazie moderne ne hanno seguito la visione del potere esecutivo. Le eccezioni si trovano soprattutto in America Latina, dove le presidenze forti create nel diciannovesimo secolo sono spesso degenerate in dittature. I sistemi parlamentari, nei quali l'esecutivo emerge dalla legislatura e ne risponde, sono molto più diffusi.

I padri fondatori volevano un presidente meno potente del re contro cui si erano ribellati, ma più efficace dei governatori statali dell'epoca, che erano quasi privi di poteri, e dei primi ministri, che dipendevano dalle legislature. Madison, considerato il padre della Costituzione, era poco preparato al compito. Nell'aprile del 1787, scrivendo a Washington poco prima di partire per Filadelfia, ammise di non aver ancora elaborato un'opinione né sul modo in cui l'esecutivo dovesse essere costituito né sui poteri da affidargli. Michael McConnell, professore di diritto a Stanford e autore di The President Who Would Not Be King, lo ha descritto come una "personalità quintessenzialmente legislativa" con poche idee su come costruire un ramo esecutivo.

Hamilton alla convenzione propose un presidente con mandato a vita e potere di veto assoluto sulla legislazione. La Costituzione non andò così lontano: stabilì mandati di quattro anni per garantire una forma di responsabilità politica e permise al Congresso di superare i veti presidenziali con maggioranze di due terzi. Ma la sua impostazione di fondo rimase. Nei Federalist Papers scrisse che "l'energia nell'esecutivo è un elemento centrale nella definizione di buon governo". Madison, nello stesso ciclo di scritti, ammise che "l'accumulazione di tutti i poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, nelle stesse mani" poteva "essere giustamente definita la vera definizione di tirannia". Sostenne però che la Costituzione aveva risolto il problema con la separazione dei poteri e i pesi e contrappesi.

I padri fondatori credevano che la minaccia di impeachment e rimozione sarebbe stata un freno decisivo per il presidente. Immaginavano un Congresso geloso del proprio potere istituzionale, capace di mettere insieme non solo una maggioranza semplice alla Camera per accusare i presidenti di cattiva condotta, ma anche due terzi dei voti al Senato per condannarli e rimuoverli. Per quanto riguarda il timore di un demagogo, ha spiegato Prakash, pensavano che l'impeachment sarebbe stato lo strumento e si aspettavano che servisse a fare i conti con i mascalzoni.

I costituenti non avevano previsto lo sviluppo che avrebbe reso l'impeachment improbabile: la nascita dei partiti politici. Il riferimento classico su questo punto cieco è "Separation of Parties, Not Powers", articolo pubblicato sulla Harvard Law Review nel 2006 da Daryl Levinson e Richard Pildes. Gli autori scrissero che l'idea di una competizione politica autosufficiente incorporata nella struttura del governo viene ancora oggi descritta come il genio unico della Costituzione americana e la base stessa del successo della democrazia statunitense. La verità, scrissero, è più vicina al contrario: la competizione tra ramo legislativo ed esecutivo è stata sostituita dalla competizione tra i due grandi partiti, e la macchina che doveva andare da sola si è fermata.

Molti presidenti hanno messo alla prova i limiti della Costituzione. Thomas Jefferson realizzò l'acquisto della Louisiana pur ritenendolo incostituzionale. Abraham Lincoln sospese l'habeas corpus. Richard Nixon creò una cultura di illegalità esecutiva che culminò nello scandalo Watergate e nelle sue dimissioni. La generazione fondatrice potrebbe essere stata troppo ottimista sulla forza delle norme e delle aspettative, fondate in parte sul carattere integerrimo di Washington. McConnell ritiene che si aspettassero che il presidente fosse vincolato da un senso del dovere verso la legge e la Costituzione.

L'ascesa dei partiti politici, unita all'attuale estrema polarizzazione, ha reso rare le altre forme di controllo congressuale sul presidente. Nella storia degli Stati Uniti ci sono stati quattro impeachment presidenziali: Andrew Johnson, Bill Clinton e due volte Donald Trump. In nessuno dei quattro casi il Senato ha raggiunto i due terzi necessari per la condanna. Prakash sostiene che il Congresso potrebbe oggi ordinare all'esecutivo di obbligare gli agenti dell'Immigration and Customs Enforcement a mostrare i distintivi e a non indossare maschere, oppure proibire al presidente di usare la Guardia Nazionale per far rispettare la legge. "Hanno molta autorità. È solo che, nell'epoca moderna, è molto difficile esercitarla, perché metà del Congresso è in tasca al presidente e il presidente ha il diritto di veto".

Michael Klarman, professore di diritto a Harvard e autore del libro The Framers' Coup: The Making of the United States Constitution, ritiene che i padri costituenti non avrebbero potuto immaginare tutto ciò che sarebbe accaduto nei secoli successivi. Diffidavano della democrazia popolare. Inizialmente i senatori venivano scelti dalle legislature statali, per isolarli dalle passioni politiche del momento. Allo stesso modo, il collegio elettorale doveva essere composto da cittadini illuminati capaci di esercitare un giudizio indipendente sull'idoneità di chi sarebbe diventato presidente. Hamilton scrisse che "uomini scelti dal popolo per lo scopo speciale" di selezionare il presidente "saranno quelli più adatti a possedere le informazioni e la capacità di discernimento richieste per indagini così complesse".

Klarman osserva che i costituenti cercarono di creare un sistema resistente all'influenza populista e che, quando parlavano di ciò che gli interessi populisti potevano produrre, descrivevano in pratica un autoritario demagogico come Trump. Oggi quei freni di sicurezza non ci sono più: gli elettori scelgono direttamente i senatori e il collegio elettorale è una formalità. Una struttura disegnata da élite diffidenti della democrazia diretta si è spostata verso una forma molto più sensibile alla volontà popolare. Questo ha reso il governo più vulnerabile a quel tipo di populismo che i padri fondatori temevano, ma può anche fornire un contrappeso all'eccesso esecutivo, attraverso l'opinione pubblica, le strade e le urne.

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Biden fa causa per bloccare la pubblicazione delle registrazioni con il ghostwriter


L'ex presidente vuole impedire la consegna di 70 ore di audio alla Commissione giustizia della Camera guidata da Jim Jordan. Il rilascio era previsto per il 15 giugno

L'ex presidente Joe Biden ha fatto causa al Dipartimento di Giustizia per impedire la pubblicazione di settanta ore di registrazioni audio realizzate anni fa con il suo ghostwriter, lo scrittore Mark Zwonitzer. I nastri vennero raccolti durante la preparazione del libro di memorie pubblicato nel 2017, Promise Me, Dad: A Year of Hope, Hardship, and Purpose, dedicato alla figura del figlio Beau morto nel 2015.

Il Dipartimento di Giustizia ha annunciato che intende rilasciare i nastri e la loro trascrizione il 15 giugno, in risposta a una causa basata sul Freedom of Information Act presentata dalla Heritage Foundation nel 2024 e a una richiesta del presidente della Commissione giustizia della Camera Jim Jordan inoltrata a marzo. La causa di Biden chiede di bloccare in via permanente la consegna del materiale alla commissione.

Le registrazioni e le trascrizioni dovrebbero essere modificate per ragioni di privacy e non contengono informazioni classificate. Nel ricorso, gli avvocati di Biden sostengono che la richiesta della commissione è "un tentativo superficiale" di diffondere le sue conversazioni "per il gusto di esporle, fra altri scopi impropri". Il Dipartimento di Giustizia ha informato i legali dell'ex presidente della richiesta di Jordan il 19 marzo, anche se il documento era datato quattro giorni dopo.

Le settanta ore di audio parzialmente oscurate erano state ottenute dagli investigatori durante l'indagine del procuratore speciale Robert Hur sulla gestione di documenti classificati da parte di Biden, condotta nel 2023. I materiali erano destinati a un uso esclusivamente interno al potere esecutivo come elementi di prova, con la garanzia che Biden sarebbe stato avvertito in anticipo di eventuali divulgazioni a soggetti esterni, incluso il Congresso. Hur alla fine decise di non procedere con incriminazioni.

Il rapporto finale di Hur, lungo 388 pagine, descriveva Biden come "un uomo anziano simpatico e ben intenzionato, con una memoria scadente". Il procuratore notava anche che l'ex presidente "non ricordava, nemmeno con un margine di alcuni anni, quando suo figlio Beau era morto". Le trascrizioni parziali dei colloqui tra Biden e Hur, rese pubbliche nel 2024, mostravano che il presidente aveva qualche difficoltà a ricordare la cronologia degli eventi ma non aveva alcun problema a spiegare l'impatto profondo che la morte di Beau aveva avuto sulla sua vita.

L'amministrazione Biden aveva già diffuso le trascrizioni dei colloqui con Hur, ma la fuga di un file audio nel maggio dell'anno scorso aveva messo in discussione il modo in cui il procuratore speciale aveva caratterizzato quelle conversazioni. Nell'audio diffuso da Axios nel 2025, le pause e l'occasionale impastamento delle parole dell'ex presidente erano risultati più evidenti rispetto alla trascrizione.

Il ricorso depositato dai legali di Biden, riportato da Notus, sostiene che il Dipartimento di Giustizia aveva correttamente trattenuto i materiali in passato in base alle norme sul Freedom of Information Act che li esoneravano dalla divulgazione, soprattutto perché l'indagine è chiusa da anni. L'amministrazione del presidente Donald Trump avrebbe invertito improvvisamente la posizione del governo a febbraio. Secondo il ricorso, questa "inversione di rotta" è arrivata dopo che la stessa agenzia aveva già stabilito che la diffusione del materiale avrebbe rappresentato una violazione della privacy e dopo che Biden era rientrato nella vita privata da cittadino comune.

La causa sostiene inoltre che la richiesta della Commissione giustizia ha una finalità politica e non legislativa, citando un'intervista rilasciata da Jordan a Fox News questo mese. "Vorremmo vedere tutte queste informazioni, credo, per sottolineare ciò che i democratici stavano cercando di nascondere solo pochi anni fa", aveva dichiarato Jordan il 12 maggio.

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Milano, rissa tra gruppi finisce in tragedia: muore 22enne accoltellato


Caccia ai responsabili fuggiti in treno. Indagini tra video e testimonianze sulla notte di violenza

Una violenta lite scoppiata nella tarda serata di martedì sui binari della stazione di Milano Certosa si è conclusa con la morte di un giovane di 22 anni, colpito da una ferita da arma da taglio durante l’aggressione. La vittima è Gianluca Ibarra Silvera, residente nella zona nord-ovest del capoluogo lombardo, deceduto nelle prime ore della notte all’ospedale Fatebenefratelli dopo un disperato tentativo dei medici di salvarlo.

Secondo quanto riportato dal Il Fatto Quotidiano, l’episodio si sarebbe verificato intorno alle 22 lungo la banchina della stazione ferroviaria di via Mambretti, dove un acceso diverbio tra due gruppi di giovani sarebbe rapidamente degenerato in una colluttazione violenta. Nel giro di pochi minuti la situazione sarebbe precipitata tra spintoni, urla e inseguimenti lungo i binari, fino all’aggressione culminata con il ferimento mortale del 22enne.

In base alle prime ricostruzioni investigative, Gianluca Ibarra Silvera si trovava insieme ai fratelli e ad alcuni amici quando sarebbe stato affrontato da un gruppo composto da circa dieci persone. Diversi testimoni hanno riferito agli investigatori di aver assistito a momenti di forte tensione, con bottiglie infrante durante la rissa e almeno un’arma da taglio utilizzata nel corso dell’aggressione. Gli inquirenti stanno verificando se siano stati impiegati uno o più coltelli.

All’arrivo dei soccorritori del 118, il giovane era stato trovato gravemente ferito nei pressi del binario 6, in una pozza di sangue. I sanitari hanno tentato immediatamente le manovre di rianimazione sul posto prima del trasferimento d’urgenza all’ospedale Fatebenefratelli di Milano. Durante il tragitto, secondo quanto emerso, il 22enne avrebbe subito diversi arresti cardiocircolatori causati dalla massiccia perdita di sangue provocata dalla profonda ferita riportata alla gamba.

Nonostante i tentativi del personale medico, il giovane è morto intorno alle 2 di notte. Il fratello della vittima, coinvolto anch’egli nella colluttazione, è stato invece medicato all’ospedale Sacco per lievi abrasioni riportate a una mano e a una gamba, venendo successivamente dimesso.

Gli investigatori della Polizia Ferroviaria e della Squadra Mobile stanno ora lavorando per ricostruire con precisione la dinamica dell’accaduto e identificare tutti i partecipanti alla rissa. Dopo l’aggressione, infatti, parte del gruppo coinvolto si sarebbe allontanato rapidamente dalla stazione, con alcuni giovani che avrebbero fatto perdere le proprie tracce salendo a bordo di un treno diretto verso Treviglio prima dell’arrivo delle forze dell’ordine.

Sul luogo dell’omicidio sono stati repertati cocci di bottiglia, tracce ematiche e diversi oggetti abbandonati durante la fuga. Il telefono cellulare della vittima è stato rinvenuto accanto al corpo, elemento che al momento sembrerebbe escludere l’ipotesi di una rapina. Gli agenti stanno acquisendo le immagini registrate dalle telecamere di videosorveglianza presenti nella stazione e nelle aree circostanti per individuare eventuali responsabilità.

L’inchiesta procede con l’ipotesi di omicidio aggravato. Tra le piste al vaglio degli investigatori vi è anche la possibile presenza di gruppi giovanili legati ad ambienti di microcriminalità urbana, sebbene dai primi accertamenti non emergano elementi che facciano pensare a uno scontro organizzato o a un regolamento di conti premeditato. L’orientamento prevalente, allo stato attuale, è che la violenza sia esplosa improvvisamente a seguito di una discussione degenerata nel giro di pochi minuti.

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Trump dice di stare benissimo


Il presidente, che a giugno compirà 80 anni, ha trascorso più di tre ore al Walter Reed. La Casa Bianca non ha diffuso il referto. Cresce il dibattito sulla trasparenza dei dati sanitari.

Il presidente Donald Trump si è sottoposto martedì a una visita medica al Walter Reed National Military Medical Center di Bethesda, in Maryland, trascorrendovi più di tre ore. È il quarto controllo reso pubblico da quando è tornato alla Casa Bianca per il secondo mandato. La Casa Bianca lo ha descritto come un check-up preventivo medico e odontoiatrico, ma non ha diffuso un referto scritto. In un messaggio sui social network il presidente ha riferito di aver concluso la sua "visita semestrale" e che "tutto è risultato PERFETTO".

Trump ha 79 anni e a giugno ne compirà 80. È la persona più anziana mai eletta presidente degli Stati Uniti. Il suo predecessore Joe Biden lasciò la Casa Bianca a 82 anni dopo essersi ritirato dalla corsa presidenziale del 2024 in seguito alle preoccupazioni diffuse sulla sua età. Le condizioni di salute del nuovo presidente tornano ora sotto i riflettori in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

Un sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos condotto ad aprile ha rilevato che meno della metà degli adulti americani ritiene che il presidente abbia la lucidità mentale o la salute fisica necessarie per svolgere il suo incarico in modo efficace. "Credo che la preoccupazione per la salute fisica del presidente sia probabilmente ai massimi storici e penso che l'età avanzata sia la prima fonte di apprensione", ha dichiarato all'Associated Press il dottor Jeffrey Kuhlman, medico della Casa Bianca per oltre un decennio sotto Barack Obama, George W. Bush e Bill Clinton.

Per un presidente dell'età di Trump, un controllo completo dovrebbe includere test cardiaci approfonditi, screening per i tumori più comuni e una valutazione cognitiva, oltre a parametri di base come altezza, peso e pressione arteriosa, ha spiegato Kuhlman. La Casa Bianca non ha precisato quali esami siano stati effettuati durante la visita di martedì, ma si è detta sicura del risultato. "Il presidente Trump è il presidente più lucido e accessibile della storia americana, lavora senza sosta per risolvere i problemi e mantenere le promesse e gode di eccellente salute", ha affermato in una nota il portavoce della Casa Bianca Davis Ingle.

Nessuna legge obbliga i presidenti a rendere pubblici i loro dati sanitari e il grado di trasparenza è variato a seconda delle amministrazioni. Le precedenti relazioni mediche di Trump sono state criticate per la scarsità di dettagli e per statistiche guardate con scetticismo da alcuni medici. Da decenni le amministrazioni rilasciano risultati selezionati dei controlli presidenziali, ma i dati passano dal filtro della Casa Bianca e devono essere approvati dal presidente, alimentando interrogativi su cosa il pubblico vede davvero e cosa resta fuori.

A luglio il presidente è stato diagnosticato con un'insufficienza venosa cronica, una condizione comune negli anziani in cui il sangue tende a ristagnare nelle vene. Le fotografie scattate negli ultimi mesi lo hanno mostrato con piedi, caviglie e polpacci gonfi, sintomi descritti dalla Casa Bianca come un "lieve gonfiore" agli arti inferiori legato alla patologia. In pubblico il presidente appare spesso con del trucco a coprire i lividi sulle mani, attribuiti dalla Casa Bianca alle frequenti strette di mano e all'uso regolare di aspirina. In più occasioni è apparso assonnato durante le riunioni e ha chiuso gli occhi per lunghi tratti, pur negando di essersi addormentato.

L'ultimo controllo reso pubblico prima di questa visita, descritto come un follow-up di routine, risale allo scorso ottobre. Il medico personale del presidente diffuse allora un riepilogo di una sola pagina in cui Trump risultava in "salute eccezionale", senza ulteriori dettagli sui risultati specifici. La prima relazione medica del secondo mandato era stata pubblicata nell'aprile precedente.

Il mese scorso oltre trenta tra neurologi, psichiatri e altri esperti medici hanno firmato un documento in cui sostengono che il presidente è mentalmente inadatto a ricoprire l'incarico. Pur ammettendo di non averlo mai visitato, hanno parlato di un "declino sempre più pericoloso" del suo comportamento, basandosi su quelli che hanno definito "segni clinici oggettivamente osservabili di grave preoccupazione medica". Ingle ha respinto duramente le accuse: "Qualunque sedicente professionista medico che si presta a diagnosi a distanza o a false speculazioni per fini politici sta chiaramente venendo meno al giuramento di Ippocrate".

I detrattori del presidente indicano i suoi discorsi divaganti e la retorica a tratti bellicosa come segnali di un declino cognitivo. Alcuni dei controlli precedenti hanno incluso il Montreal Cognitive Assessment, un test usato per individuare demenza e disturbi cognitivi. I suoi medici hanno riferito un punteggio di 30 su 30 nei check-up del 2018 e del 2025.

Sara Rosenthal, bioeticista all'Università del Kentucky che studia la salute presidenziale, ha osservato all'Associated Press che i presidenti, come qualsiasi paziente, scelgono cosa rivelare delle proprie condizioni. Le domande sulla trasparenza, ha aggiunto, si fanno più pressanti man mano che gli Stati Uniti eleggono presidenti sempre più anziani. "Possiamo aspettarci una divulgazione molto limitata sullo stato di salute reale di qualsiasi presidente, a meno che non sia in salute perfetta", ha detto. Rosenthal ha proposto la creazione di un organismo medico indipendente che valuti e riferisca sulle condizioni di salute del presidente e di chi è in linea di successione.

La frequenza dei controlli medici del presidente non è inusuale per la sua età, secondo S. Jay Olshansky della University of Illinois-Chicago, che ha studiato la salute dei presidenti del passato. Si tratta, ha detto all'Associated Press, di una strategia per individuare i problemi quando sono ancora trattabili. Olshansky ritiene tuttavia che l'opinione pubblica meriti più dei riassunti diffusi dalla Casa Bianca, che a suo giudizio "possono essere soggetti a discrezione editoriale". Le cartelle cliniche complete e non censurate, ha sostenuto, dovrebbero essere rese pubbliche: "Nulla dovrebbe essere nascosto".

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Echo Generation 2 ha ottime vibe, ma niente di nuovo - recensione


Ci sono due segmenti di pubblico a cui il gioco piacerà, uno a cui non dirà nulla e un altro che potrebbe apprezzarlo solo a determinate condizioni
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Echo Generation 2 è un gioco divertente, con personalità e capace di incuriosire non poco chi lo prova. Purtroppo, a livello narrativo, meccanico e di progressione non offre niente di originale. Strutturalmente è un cardgame lineare con deckbuilding e una componente rpg molto leggera. Il suo motto è “il connubio perfetto tra Slay the Spire e Stranger Things” e in effetti ha le atmosfere paranormali anni’80 dello show di Netflix e le battaglie a suon di carte della hit australiana, solo che si limita ad affiancare le sue fonti di ispirazione principali senza mai fonderle davvero.

Il cast di personaggi principali è variegato e ognuno ha il suo deck (da ampliare e potenziare) con carte generiche (comuni a più personaggi) e carte uniche. Già nei primi livelli passare da una a tre carte per turno (con combo legate a effetti di stato e tipologie di armi diverse) è divertente ma, come in tutto il resto del gioco, si fa fatica a trovare qualcosa di nuovo e meccanicamente emozionante a cui aggrapparsi. Lo stesso si può dire per la storia: se non avete mai visto Stranger Things e vi appassiona il retro sci-fi, Echo Generation 2 vi farà divertire. Se invece avete visto o giocato ai prodotti a cui questo gioco fa riferimento, farete fatica a trovare una scintilla che faccia la differenza.

A suo favore c’è la grande varietà di stili di gioco disponibili che allo scoccare di ogni ora (la durata media di ciascun capitolo) costringono chi gioca a rinfrescarsi la memoria su sinergie, combo e meccaniche di break dei nemici. Dei mazzi, quello di Annata Z a tema zombie ci è piaciuto molto perché inizia a carburare molto in fretta. Tutti, però, prendono vita dopo i primi due o tre scontri perché arrivano nuove carte e punti abilità già nei primi minuti di ogni livello. Esplorare i livelli premia con carte, abilità passive e soldi (con cui comprare altre carte) in un flusso di gioco che non annoia, ma non incanta.

Echo Generation delude davvero solo su un aspetto: i nemici. Sono variegati per forme e dimensioni, ma hanno tutti lo stesso attacco. Ogni cattivo ha le sue animazioni, ma a livello pratico ogni attacco si riduce a un quick time event e a una percentuale della salute di chi gioca che sparisce. Ogni combattimento, quindi, diventa non uno scontro ma un management della propria salute aspettando di fare abbastanza danni al nemico per abbatterlo.

Echo Generation 2 non è un gioco fatto male, non ha una brutta storia, non delude a livello meccanico e non frustra nel suo level design o nella sua progressione. Purtroppo non stupisce in nessuna di queste categorie e non emoziona nemmeno quando tutte le sue componenti si mescolano in singoli istanti di gameplay pivotali.

Se vi manca Stranger Things e non avete mai giocato a Slay the Spire, Echo Generation 2 vi farà divertire sul serio perché tutti i suoi modi di gestire l’azione con le carte vi risulteranno nuovi e affascinanti. Se adorate Slay the Spire e non avete mai visto Stranger Things, allora vi farà piacere avere una nuova ambientazione con focus narrativo per il vostro cardgame preferito. Se, per disgrazia, non ne potete più di Stranger Things e avete già consumato Slay the Spire 2, purtroppo il nuovo titolo di Cococucumber non ha tantissimo da offrirvi.

Echo Generation 2 sembra progettato apposta per la sezione “se ti è piaciuto questo allora gioca a…” del Game Pass dove sarà disponibile al day one. Sembra fatto per essere molto simile ad alcune cose ben precise in modo da non spostare nemmeno di un millimetro l’utente dalla sua comfort zone. I videogiochi per staccare il cervello servono, ma stupisce che il modello del prodotto di intrattenimento riempitivo per tenere un utente su una piattaforma sia già arrivato anche su Game Pass che sta diventando, nel bene e nel male, il vero Netflix dei videogiochi.

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Iran, difesa aerea abbatte caccia Usa: spunta un video social


Filmato mostra l'attacco durante un matrimonio. Teheran: "Velivolo intercettato da sistemi nazionali"
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Un filmato diffuso da Quds News Network mostrerebbe, secondo quanto sostenuto dalla stessa fonte, il momento in cui i sistemi di difesa aerea iraniani avrebbero intercettato e abbattuto un aereo da caccia statunitense. Le immagini, la cui autenticità non è stata verificata in modo indipendente, sarebbero state registrate durante una cerimonia nuziale.


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Nel video, circolato rapidamente sui social media e rilanciato da diversi canali informativi dell’area mediorientale, si osserva un velivolo in quota seguito da un’intensa attività contraerea. Pochi istanti dopo, un’esplosione nel cielo viene accompagnata dalle reazioni concitate dei presenti. Secondo le ricostruzioni diffuse da media vicini all’apparato iraniano, il bersaglio sarebbe stato un caccia americano impegnato in operazioni militari sopra il territorio iraniano o nelle immediate vicinanze dello spazio aereo conteso.

Le autorità iraniane sostengono che l’abbattimento sarebbe avvenuto grazie all’intervento coordinato dei sistemi di difesa aerea schierati nelle regioni occidentali del Paese. Negli ultimi anni Teheran ha investito significativamente nel rafforzamento delle proprie capacità antimissile e antiaeree, sviluppando sistemi nazionali come il Sevom Khordad.

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L'effetto Hormuz: il mercato del petrolio non tornerà mai come prima


L'intesa in arrivo potrebbe riportare sul mercato grandi volumi di greggio, ma i tempi di ripresa della produzione, i dazi iraniani e un premio di rischio più alto ridisegneranno permanentemente il mercato energetico.

Stati Uniti e Iran potrebbero annunciare nei prossimi giorni un accordo per la riapertura dello Stretto di Hormuz, mentre vanno avanti i negoziati sul nucleare. Secondo quanto riportato da Axios, l'intesa è ancora in via di definizione, ma il suo raggiungimento avrebbe un effetto immediato sul mercato del petrolio: riportare in circolazione grandi volumi di greggio proprio mentre le scorte globali si stanno riducendo a un ritmo record.

Il ritorno alla normalità, però, non sarà né rapido né completo. Secondo le stime dell'International Energy Agency, dopo l'eventuale bonifica delle mine serviranno almeno 2 o 3 mesi per ristabilire flussi di esportazione stabili. Anche i Paesi del Golfo avranno bisogno di mesi per recuperare la produzione persa durante l'interruzione della loro principale rotta di esportazione.

Nel breve periodo, la variabile decisiva sarà la fiducia degli operatori. "Tutto dipende dal fatto che i proprietari delle navi e i loro equipaggi si sentano sicuri nell'attraversare lo Stretto di Hormuz", afferma Ben Cahill, analista dell'Università del Texas ad Austin. Secondo Cahill, restano aperte 3 incognite: gli eventuali dazi imposti dall'Iran, le condizioni effettive di sicurezza del passaggio e il costo delle assicurazioni. Per questo la ripartenza potrebbe avvenire a singhiozzo.

Il nodo dei pedaggi iraniani


Teheran sta valutando nuovi pedaggi sulle petroliere che attraversano lo Stretto, anche se i funzionari iraniani evitano di definirle "pedaggi". Per Edward Fishman, ex funzionario del Dipartimento di Stato e oggi al Council on Foreign Relations, anche importi apparentemente contenuti di pedaggi potrebbero garantire all'Iran entrate molto rilevanti.

Intervistato dall'analista Rory Johnston nel podcast Oil Ground Up, Fishman ha stimato che le navi potrebbero pagare complessivamente decine di miliardi di dollari l'anno, fino a un massimo di 100 miliardi. "Anche pagando due milioni di dollari per una VLCC, una Very Large Crude Carrier, parliamo di un dollaro al barile, una cifra economicamente poco rilevante", ha spiegato. La sua previsione è che il settore privato finirà per accettare il maggior costo pur di far transitare le petroliere con sicurezza.

Il secondo indicatore da osservare sarà il premio di rischio geopolitico, cioè il sovrapprezzo che i mercati incorporano per proteggersi dall'incertezza. Dopo la guerra, questo premio potrebbe restare stabilmente più alto rispetto al passato, soprattutto perché l'Iran ha assunto una postura più assertiva nello Stretto. "Ci sarà un premio sul prezzo permanente, legato a un ambiente operativo permanentemente più rischioso", afferma Clayton Seigle, analista del Center for Strategic and International Studies.

Insomma, lo Stretto di Hormuz riaprirà, ma il mercato del petrolio non tornerà mai più quello di prima: i transiti saranno più costosi, gli operatori più prudenti e il rischio politico resterà una componente strutturale dei prezzi.

Oleodotti alternativi e più shale americano


La crisi ha già accelerato i progetti dei Paesi del Golfo per ridurre la dipendenza da Hormuz. A metà maggio gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l'intenzione di accelerare la costruzione di una nuova infrastruttura destinata a raddoppiare la capacità di esportazione petrolifera attraverso il porto di Fujairah, come riportato anche dalla CNBC. L'obiettivo è evidente: creare rotte alternative e diminuire l'esposizione alla vulnerabilità dello Stretto.

Nel frattempo, però, i prezzi più alti dovrebbero spingere anche i produttori americani ad aumentare la propria offerta. Prima della guerra, l'Energy Information Administration prevedeva una produzione domestica in calo da 13,6 milioni di barili al giorno nel 2026 a 13,3 milioni nel 2027. Nell'ultimo aggiornamento di metà maggio, invece, la stima indica una crescita fino a 14,1 milioni di barili al giorno l'anno prossimo.

La stessa tendenza emerge dai piani di investimento dello shale americano. Secondo i dati della società di consulenza energetica Enverus, riportati dal Financial Times, le società quotate negli Stati Uniti hanno aumentato di 490 milioni di dollari i programmi di investimento per il 2026 rispetto alle previsioni precedenti alla guerra.

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I sudafricani bianchi sono gli unici rifugiati ammessi negli Stati Uniti da mesi


Su 6.069 rifugiati accolti dall'amministrazione Trump, soltanto tre non sono sudafricani bianchi. La Casa Bianca ha più che raddoppiato il tetto previsto per questa comunità

Su 6.069 rifugiati accolti dagli Stati Uniti da ottobre, soltanto tre non sono sudafricani bianchi. Lo rivela un'elaborazione delle statistiche del Dipartimento di Stato pubblicata dal Telegraph. All'inizio del suo secondo mandato il presidente Donald Trump ha drasticamente ridotto l'ingresso generale dei rifugiati nel paese ma ha lasciato un'ampia eccezione mirata per gli afrikaner, la comunità di discendenza europea, soprattutto olandese, del Sudafrica.

Il presidente ha accusato il governo di Pretoria di portare avanti un "genocidio" contro i contadini afrikaner bianchi, un'accusa respinta con forza dalle autorità sudafricane. Nel maggio dello scorso anno Trump ha messo in imbarazzo il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa durante la sua visita alla Casa Bianca mostrandogli video che, secondo l'amministrazione statunitense, documenterebbero le persecuzioni subite dai bianchi del paese. "Stavano fuggendo", ha detto Trump chiedendo una "spiegazione" per quella che ha definito "una situazione molto triste". "Abbiamo migliaia di storie su questo, abbiamo documentari, abbiamo notizie giornalistiche, bisogna rispondere", ha aggiunto.

Lunedì il Dipartimento di Stato ha annunciato di voler più che raddoppiare il numero di posti di rifugiato disponibili per gli afrikaner nell'anno fiscale in corso, alzando il tetto da 7.500 a 17.500. Anna Kelly, portavoce della Casa Bianca, ha difeso l'ampliamento parlando con il Washington Post e ha definito "vergognoso" chi prova a "sminuire il trattamento spaventoso subito dagli afrikaner". Quella comunità, ha aggiunto, "non merita meno aiuto delle migliaia di rifugiati ammessi sotto l'amministrazione Biden".
I rifugiati di Trump — FocusAmerica

Immigrazione · Stati Uniti

Una sola eccezione:
chi sono i nuovi rifugiati d'America


Trump ha tagliato l'ingresso dei rifugiati al livello più basso di sempre. Ma per gli afrikaner — la comunità bianca sudafricana di origine europea — ha aperto una corsia preferenziale. I numeri raccontano una sproporzione totale.

Dati Dipartimento di Stato USA 1 ottobre 2025 — 30 aprile 2026

L'eccezione in due numeri

Sudafricani bianchi
6.066
afrikaner ammessi come rifugiati in sette mesi

Tutti gli altri
3
cittadini afghani — gli unici non sudafricani

99,95%
degli ingressi proviene da un solo paese e da una sola comunità etnica. Mai prima d'ora il programma rifugiati Usa era stato concentrato su un gruppo così ristretto.

Esplora i dati
1 La sproporzione 2 Le provenienze 3 Lo storico 4 Le tappe

Composizione degli ingressi

Su 100 rifugiati ammessi, 99 sono afrikaner


Ogni quadratino rappresenta l'1% degli ingressi. Per la precisione: 99,95% afrikaner, 0,05% di altre nazionalità — una proporzione così estrema che nel waffle anche il singolo quadratino nero sovrastima il peso reale dei "tutti gli altri".

Rifugiati ammessi negli Stati Uniti, FY 2026
1 quadratino = 1% del totale

Il quadratino nero in alto a destra rappresenta i 3 cittadini afghani. Per onestà di scala: anche questo unico quadratino è già il doppio della loro presenza effettiva (0,05%).

99,95% 6.066 afrikaner sudafricani bianchi
0,05% 3 afghani — gli unici non sudafricani

Negli ultimi mesi della presidenza Biden il programma rifugiati accoglieva ingressi da ogni regione del mondo. Oggi quel ventaglio si è chiuso: resta una sola comunità.

Da dove vengono i rifugiati

Prima e dopo: il ventaglio che si è chiuso


Confronto tra il mix di provenienze sotto Biden (anno fiscale 2024) e sotto Trump (i primi sette mesi del 2026 fiscale).

Sotto Biden
FY 2024 · oltre 100.000 rifugiati

Africa 40%
Asia 22%
M.O. 18%
A. Latina
Altri

Africa subsahariana40%
Asia / Pacifico22%
Medio Oriente18%
America Latina12%
Altri / Europa8%

Sotto Trump
FY 2026 (7 mesi) · 6.069 rifugiati

Sudafrica 99,95%

Sudafrica (afrikaner)99,95%
Afghanistan0,05%

70+
paesi sotto Biden

2
paesi sotto Trump

Per decenni il programma rifugiati Usa ha accolto persone in fuga da guerre e persecuzioni da decine di paesi. Oggi un solo paese rappresenta il 99,95% degli ingressi.

Il tetto annuale di rifugiati

Il limite più basso dall'istituzione del programma


Dalla riforma del 1980 in poi, nessun presidente aveva mai portato il tetto annuale sotto i 15 mila. Trump è andato oltre.

125.000

FY 2024
Biden

125.000

FY 2025
Biden

15.000

FY 2021
Trump I

7.500

FY 2026
Trump II

17.500

Nuovo cap
Mag '26

Tetto fissato dal presidente per ogni anno fiscale (1 ottobre — 30 settembre). Lunedì il Dipartimento di Stato ha innalzato il limite del FY 2026 da 7.500 a 17.500, riservato in via prevalente agli afrikaner.

Anche con il nuovo tetto a 17.500, il programma resta al livello più basso degli ultimi quarant'anni — ma con una destinazione ben precisa.

Come si è arrivati qui

Tocca un evento per i dettagli

Gennaio 2025
Trump congela l'intero programma rifugiati

Poche ore dopo il giuramento, il presidente sospende lo U.S. Refugee Admissions Program citando preoccupazioni sul vetting e sull'impatto sulle comunità locali.

Febbraio 2025
Eccezione per gli afrikaner sudafricani

Un ordine esecutivo prevede il reinsediamento degli afrikaner come "vittime di discriminazione razziale". Il governo di Pretoria respinge l'accusa di persecuzione.

Maggio 2025
Trump mostra a Ramaphosa i video del "genocidio"

Durante la visita del presidente sudafricano alla Casa Bianca, Trump proietta immagini che secondo l'amministrazione documenterebbero le persecuzioni contro i bianchi. "Stavano fuggendo", commenta.

Ottobre 2025
Tetto rifugiati fissato a 7.500, minimo storico

Il Federal Register ufficializza il limite più basso di sempre per l'anno fiscale 2026, "principalmente destinato agli afrikaner e ad altre vittime di discriminazione".

Maggio 2026
Il cap sale a 17.500, ma sempre per afrikaner

Il Dipartimento di Stato annuncia di più che raddoppiare i posti disponibili per la comunità bianca sudafricana. La Casa Bianca difende la scelta: "Non meritano meno aiuto degli altri".

Fonti Dipartimento di Stato USA, Federal Register, Telegraph, Washington Post, Associated Press, Christian Science Monitor, PassBlue. Dati aggiornati al 22 maggio 2026. Composizione regionale FY 2024 stimata su allocazioni regionali del Presidential Determination.

Trump ha inasprito le regole sull'immigrazione fin dal suo ritorno alla Casa Bianca. A dicembre dello scorso anno, dopo che due membri della Guardia Nazionale erano stati feriti a colpi d'arma da fuoco in un attacco attribuito dalle autorità a un migrante afghano, l'amministrazione ha annunciato un'ondata di cambiamenti che ha portato il presidente a inasprire o sospendere ogni forma di immigrazione illegale nel paese. Tra le misure ci sono una pausa nelle decisioni sull'asilo, una revisione dei casi trattati dall'amministrazione Biden e un "riesame" di alcuni titolari di green card.

Venerdì la Casa Bianca ha annunciato una nuova procedura più ampia. Lo United States Citizenship and Immigration Services ha comunicato che gli stranieri che vogliono modificare il proprio status migratorio per ottenere la green card non potranno più farlo restando negli Stati Uniti ma dovranno presentare la domanda dall'estero, attraverso il Dipartimento di Stato. "Uno straniero che si trovi negli Stati Uniti temporaneamente e voglia una green card deve tornare nel proprio paese di origine per chiederla", ha detto il Dipartimento per la sicurezza interna. "Questa politica permette al nostro sistema di immigrazione di funzionare come la legge intendeva, invece che incentivare le scappatoie".

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Ondata di calore, domani massima allerta a Torino, Bologna, Firenze e Roma


Attivi i bollettini giornalieri del Ministero della Salute su 27 città. I consigli per proteggersi nelle ore più critiche tra le 11 e le 18

È la prima ondata di calore dell'anno, ed è già da bollino rosso. Domani il livello massimo di emergenza scatterà su quattro grandi città italiane: Torino, Bologna, Firenze e Roma. Il Ministero della Salute ha attivato il Piano di previsione e prevenzione degli effetti del caldo, con bollettini giornalieri pubblicati dal 25 maggio al 20 settembre per 27 città italiane.

Il bollino rosso, livello 3, il massimo, indica un rischio elevato persistente per tre o più giorni consecutivi, con effetti negativi sulla salute "non solo per anziani, bambini e malati cronici, ma anche per persone sane e attive". Più dura l'ondata, più crescono i rischi.

La prima regola è semplice: stare fuori nelle ore più calde, tra le 11 e le 18, è sconsigliato. Niente attività fisica intensa all'aperto, niente spostamenti in auto senza aria condizionata. Chi resta in casa dovrebbe cercare la stanza più fresca, bagnarsi spesso con acqua fresca e sfruttare i luoghi pubblici climatizzati nelle ore di punta.

Sul fronte alimentare, il Ministero raccomanda di bere spesso evitando alcolici, bevande gassate e zuccherate. Meglio pasta e pesce rispetto alla carne, molta frutta e verdura fresca. Attenzione alla conservazione degli alimenti deperibili: con il caldo i rischi di contaminazione aumentano.

Chi prende farmaci non deve sospendere le terapie da solo, ma consultare il medico. I medicinali vanno tenuti lontani dal calore. E mai lasciare bambini o anziani in auto al sole, nemmeno per pochi minuti.

Il sistema di monitoraggio copre 27 città: Ancona, Bari, Bologna, Bolzano, Brescia, Cagliari, Campobasso, Catania, Civitavecchia, Firenze, Frosinone, Genova, Latina, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Perugia, Pescara, Reggio Calabria, Rieti, Roma, Torino, Trieste, Venezia, Verona e Viterbo. I bollettini sono pubblicati ogni giorno, dal lunedì al venerdì, sul portale del Ministero della Salute.

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Vance loda l'enciclica di Leone XIV sull'intelligenza artificiale


Il vicepresidente cattolico ha definito "profonde" alla NBC le parole del papa. Il documento è stato presentato con un co-fondatore di Anthropic, azienda bandita dall'amministrazione Trump

Il vicepresidente JD Vance ha elogiato la prima enciclica di papa Leone XIV, un testo teologico pieno di avvertimenti sugli sviluppi senza freni dell'intelligenza artificiale. In un'intervista esclusiva alla NBC News Vance, cattolico ma allo stesso tempo un convinto sostenitore dell'AI, ha definito "profonde" le parole del pontefice, pur ammettendo di aver letto solo "pezzi" del documento e i suoi riassunti.

L'enciclica, la prima di Leone XIV dall'insediamento dello scorso anno, invita a una moderazione che non blocca il progresso ma funziona come "esercizio di una cura responsabile per la famiglia umana". Il papa ha presentato il testo insieme a Christopher Olah, uno dei co-fondatori di Anthropic. Il coinvolgimento del colosso americano dell'intelligenza artificiale era stato visto come un possibile motivo di tensione con la Casa Bianca, dopo che l'amministrazione del presidente Donald Trump ha ordinato a tutte le agenzie federali di smettere di usare Anthropic. L'azienda aveva infatti rifiutato di concedere alle forze armate statunitensi un accesso senza restrizioni alle proprie tecnologie.

"Quello che ho letto sembra molto profondo, esattamente il tipo di cosa che ci si aspetta e si spera da un leader della chiesa", ha detto Vance. "Sulla morale, i principi non cambiano mai, ma il modo in cui li applichi sì, perché il mondo cambia". Per il vicepresidente le nuove tecnologie e i nuovi modi di interagire tra esseri umani impongono un aggiornamento della dottrina della "guerra giusta" e un ripensamento dell'intera dottrina sociale cattolica.

Vance ha letto come un segnale anche la scelta del nome del nuovo pontefice. "Penso che sia stato un cenno a Leone XIII, che diventò papa all'inizio dell'era industriale", ha detto. "Penso che Leone XIV stia diventando papa all'inizio dell'era dell'intelligenza artificiale, e sospetto che se attraverseremo questo passaggio con successo sarà in larga parte perché il papa e la chiesa sono in grado di offrire la leadership morale di cui abbiamo bisogno".

L'intervista era la prima dedicata alla presentazione del libro di Vance, Communion, in uscita il 16 giugno per HarperCollins. Il volume ripercorre il percorso di fede del vicepresidente: un'educazione protestante, una deriva verso l'ateismo e, nei mesi più recenti, la conversione al cattolicesimo. Battezzato nel 2019, Vance è il secondo cattolico a ricoprire la carica di vicepresidente dopo Joe Biden e il primo convertito al cattolicesimo nel ruolo. Fu fra le ultime persone a incontrare papa Francesco prima della sua morte lo scorso anno e tornò in Vaticano poche settimane dopo per l'insediamento di Leone XIV, primo pontefice nato negli Stati Uniti.

Vance ha confermato di aver eliminato X dal proprio telefono per la Quaresima, come aveva rivelato il mese scorso il sito Semafor. La Quaresima è terminata il 2 aprile ma il vicepresidente, noto per la sua tendenza a partecipare direttamente alle discussioni e ai dibattiti sui social, non ha ancora reinstallato l'applicazione, pur dicendo di volerlo fare prima o poi. "Non averla come distrazione mi ha reso molto più produttivo, non scorri continuamente quando hai cinque minuti, posso davvero leggere qualcosa", ha detto. Il suo account è rimasto attivo perché continua a scrivere molti dei post che vengono poi pubblicati dal suo staff.

La posizione di Vance sull'intelligenza artificiale, largamente favorevole al suo sviluppo e diffidente verso la regolamentazione pubblica, è stata plasmata in parte dal suo passato nel venture capital della Silicon Valley e dai rapporti coltivati con alcuni dei principali esponenti delle grandi aziende tecnologiche americane. Davanti a sondaggi che mostrano un'opinione pubblica preoccupata per l'avanzata dell'AI, il vicepresidente ha però iniziato di recente a esprimere più scetticismo in pubblico, insistendo per esempio sulla necessità che i nuovi modelli proteggano imprese e consumatori dalle vulnerabilità informatiche.

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Test Medicina: tenta di rubare i quiz, denunciata studentessa


Cyber-truffa per avere le domande in anticipo. La Polizia Postale le sequestra PC e smartphone

Una studentessa di 21 anni, domiciliata a Roma e iscritta a una facoltà universitaria diversa da Medicina, è stata denunciata dalla Polizia Postale con l’accusa di sostituzione di persona e tentato accesso abusivo a sistema informatico. Secondo quanto emerso dalle indagini, avrebbe tentato di ottenere in anticipo i quiz del test di ammissione ai corsi di laurea in Medicina e Chirurgia attraverso una presunta attività di phishing ai danni del consorzio interuniversitario Cineca.

Secondo quanto riportato da Tgcom24, l’inchiesta è stata coordinata dal Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica Emilia-Romagna ed è partita dopo una denuncia presentata proprio da Cineca, il consorzio che gestisce, tra le varie attività, anche le procedure informatiche relative ai test universitari di accesso a Medicina.

Stando alla ricostruzione degli investigatori, la giovane avrebbe predisposto una serie di false comunicazioni email realizzate appositamente per impersonare figure istituzionali e tentare così di acquisire illecitamente, prima della prova ufficiale, le domande dei test universitari. Gli inquirenti parlano di una campagna mirata, studiata per ingannare i destinatari e ottenere informazioni riservate legate alle selezioni accademiche.

L’attività investigativa, definita complessa dagli stessi investigatori, ha portato anche all’emissione di un decreto di perquisizione nei confronti della ragazza. Durante le operazioni effettuate presso il domicilio della studentessa, gli agenti della Polizia Postale hanno sequestrato diversi dispositivi informatici, ora al vaglio degli specialisti per ulteriori accertamenti tecnici.

Le autorità stanno verificando l’eventuale presenza di ulteriori elementi utili a chiarire la portata del tentativo e accertare se vi siano stati eventuali complici o ulteriori tentativi di accesso ai sistemi informatici collegati alle procedure universitarie.

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La fine della wellness obsession: perché gli italiani stanno abbandonando la cultura della performance


Dal fenomeno del bed rot alla “batteria sociale”, cresce tra Gen Z e Millennials il rifiuto della produttività tossica e della wellness obsession. Un cambiamento culturale che sta ridefinendo benessere, socialità e rapporto con la performance
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Per anni il benessere è stato raccontato solo come obiettivi da raggiungere, calorie da tracciare e routine da ottimizzare, Oggi qualcosa è cambiato: secondo la ricerca “The Wellbeing Flow”, realizzata da Ipsos Doxa in occasione del lancio della nuova Huawei Watch Fit 5 Series, l’85% degli italiani prende decisioni legate al proprio benessere seguendo l’umore del momento. Un dato che fotografa una trasformazione molto più profonda del wellness trend, secondo cui gli italiani non stanno più cercando la performance perfetta, ma un modo sostenibile per gestire la propria energia mentale. Non a caso, il 61% dichiara di voler mantenere abitudini sane “senza diventare ossessivo”, mentre l’approccio ultra-performativo basato sul tracking estremo sopravvive ormai solo in una nicchia (7%). La wellness culture si sta allontanando dall’idea di ottimizzazione continua per avvicinarsi a un nuovo bisogno collettivo: il 28% si riconosce invece nella cosiddetta “soft life”, un approccio che privilegia il sentirsi più leggeri, più presenti e meno sotto pressione.

Gli italiani vogliono capire quando sono mentalmente scarichi


La ricerca mostra come il linguaggio stesso del wellbeing sia cambiato. Oggi non si parla più solo di passi, calorie o allenamenti, ma di “social battery”, “brain fog”, “wellness snacking” e “bed rot”. Segnali di una società che sta trasformando il benessere in una questione emotiva prima ancora che fisica. Gli italiani vogliono capire quando sono mentalmente scarichi, quando hanno bisogno di staccare, quando la mente è in overload e quando invece riescono finalmente a sentirsi lucidi e presenti. Tra gli indicatori che nostri connazionali desiderano monitorare di più riguardano la sfera mentale ed energetica: il 41% vorrebbe comprendere meglio la propria stabilità emotiva, il 39% monitorare la reale energia fisica e il 31% migliorare la qualità del recupero e del sonno.

La differenze generazionali


In questo scenario emerge una distanza culturale molto netta tra Millennials e Gen Z. I primi sembrano vivere il wellbeing come una forma di equilibrio pragmatico: cercano pianificazione flessibile (58%), desiderano una tecnologia capace di guidarli senza essere invasiva (28%) e sono la generazione più attenta alla propria “social battery”, cioè alla gestione dell’energia sociale e relazionale.

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La Gen Z, invece, vive il benessere come un pendolo emotivo. È la generazione che più alterna estremi apparentemente opposti: da una parte il “bed rot”, ovvero il rifugiarsi a letto senza fare nulla per recuperare energie (15%), dall’altra workout ad alta intensità (14%), utilizzati come valvola di sfogo mentale. Non è contraddizione: è un nuovo modo di regolare le proprie energie. Per la Gen Z il benessere non è più una routine stabile, ma una continua oscillazione tra spegnersi e riaccendersi e infatti il 37% si aspetta dalla tecnologia un approccio più empatico, capace di adattarsi a queste esigenze quotidiane anziché imporre schemi fissi.

Il benessere si consuma a piccole dosi


Anche il modo di ricaricarsi racconta questa trasformazione. I Millennials cercano soprattutto natura (42%), pratiche di riequilibrio mentale come yoga, meditazione e respirazione profonda (20%) e rituali più strutturati. La Gen Z preferisce invece esperienze brevi, immediate e leggere: piccoli momenti di “wellness snacking” (34%), attività playful e ludiche capaci di offrire sollievo emotivo immediato (33%) . Il benessere diventa qualcosa da consumare a piccole dosi durante la giornata, più vicino a una pausa mentale che a una disciplina rigida.

Un cambiamento che sta ridefinendo anche il ruolo della tecnologia


Se i primi wearable servivano principalmente a misurare, oggi le persone (37%) chiedono dispositivi capaci di comprendere stress, recupero, energia e stati emotivi. Non basta più contare i passi: serve una tecnologia che sappia interpretare il modo in cui ci sentiamo.
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È in questo contesto che Huawei propone un ampio ecosistema di dispositivi pensati per intercettare bisogni e stili di vita diversi. In particolare, la nuova Watch Fit 5 Seriesrappresenta il punto di incontro tra due mondi solo apparentemente distanti: quello dei Millennials, che cercano controllo flessibile e strumenti di supporto alla gestione della propria energia, e quello della Gen Z, che vive il benessere in modo più istintivo, emotivo e frammentato.

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Con il concept “Spark Your Vibes”, Huawei ridefinisce il concetto di wellbeing tecnologico, spostando l’attenzione dalla performance continua a un approccio più equilibrato e sostenibile. La Watch Fit 5 Series integra funzioni avanzate per il monitoraggio di sonno, stress e frequenza cardiaca insieme a strumenti più intuitivi come mini-workout e tracking emotivo, adattandosi ai ritmi quotidiani delle persone. Centrale anche l’autonomia prolungata della batteria, pensata per accompagnare uno stile di vita sempre più dinamico. Il wearable si propone così come un alleato flessibile del benessere personale, in linea con una nuova visione della salute mentale e fisica meno rigida e più autentica.


HUAWEI WATCH FIT 5 Series ufficiale: più salute, fitness intelligente e design premium al polso


Huawei ha da qualche giorno presentato la WATCH FIT 5 Series. Si tratta di eleganti dispositivi indossabili che uniscono funzionalità avanzate per la salute e il fitness a un design alla moda.

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Colori vibranti e un ampio display


HUAWEI WATCH FIT 5 è disponibile in cinque varianti colore: grigio-verde, viola, verde, bianco e nero, mentre la versione FIT 5 Pro si mette in mostra nelle varianti arancione, bianco e nero. Quest'ultima versione vanta un innovativo design "oil-filling" che mantiene i colori vividi; l'edizione Pro bianca si spinge anche oltre perchè ottenuta utilizzato un trattamento superficiale chiamato Micro-Arc Oxid (MAO) per la scocca dello smartwatch.
Huawei Watch Fit 5 Pro in versione Orange
Si tratta di una tecnologia evoluta dell’anodizzazione che crea uno strato ceramico sopra l’alluminio, migliorando la durezza della superficie, la resistenza all’usura e la protezione contro i graffi. Il WATCH FIT 5 presenta un display da 1,82 pollici, mentre WATCH FIT 5 Pro vanta un display in vetro zaffiro 2.5D da 1,92 pollici, caratterizzato da cornici nere ultrasottili da 1,8 mm. Con una luminosità di picco di 3.000 nit (dati HUAWEI), il display della versione Pro garantisce una chiarezza cristallina anche alla luce diretta del sole, reso ancora più fluido da frequenze di aggiornamento adattive da 1 Hz a 60 Hz.
Huawei Watch Fit 5 in versione Purple

Il divertimento incontra la professionalità


La WATCH FIT 5 Series introduce la modalità Mini-Workout, un modo innovativo per mantenersi attivi, ideale soprattutto per chi ha poco tempo a disposizione. Non sono necessari attrezzi o spazi dedicati: grazie a un simpatico compagno, un panda interattivo sul quadrante, è possibile eseguire rapidamente sessioni di esercizio, dalla durata di 30 secondi a diversi minuti. Per gli appassionati di outdoor, lo smartwatch rileva automaticamente l'attività ciclistica aiutando gli utenti a comprendere meglio le proprie prestazioni. La versione Pro si spinge oltre, offrendo un supporto approfondito per le attività outdoor professionali. I golfisti, invece, possono accedere a mappe vettoriali di oltre 17.000 campi globali, con la visuale del green che ruota automaticamente per allinearsi al loro campo visivo, consentendo una precisa analisi dello swing.
I nuovi smartwatch Huawei dedicano particolare attenzione alla salute cardiovascolare e femminileI nuovi smartwatch Huawei dedicano particolare attenzione alla salute cardiovascolare e femminile

Monitoraggio del benessere


Con i nuovi smartwatch HUAWEI trasforma il monitoraggio della salute da passivo a proattivo, dedicando particolare attenzione alla salute cardiovascolare e femminile. L'edizione Pro è dotata di funzionalità avanzate come l'analisi dell'aritmia basata sulle onde di polso (fibrillazione atriale), un'app ECG e il rilevamento della rigidità arteriosa. Inoltre, è presente un valido supporto alla gestione della salute femminile attraverso un sensore di temperatura che traccia le tendenze della temperatura del polso. Questo consente di monitorare il ciclo mestruale e il giorno dell'ovulazione, aiutando così le donne a comprendere meglio il proprio corpo.

I pagamenti contactless


I pagamenti digitali e contactless sono ormai diventati parte integrante della quotidianità per i possessori di smartwatch. L'introduzione di Curve Pay sui dispositivi HUAWEI WATCH rende i pagamenti in movimento e senza smartphone ancora più accessibili, e rappresenta un elemento centrale dell'impegno di Huawei nel portare la tecnologia indossabile sempre più vicina all'utente.

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Batteria ad alto silicio


WATCH FIT 5 Series è dotata di una batteria ad alto contenuto di silicio. Secondo i dati dell'azienda, la batteria garantisce fino a 10 giorni di autonomia con uso leggero e 7 giorni con uso regolare. Una singola ricarica copre un'intera settimana di spostamenti quotidiani o viaggi brevi, eliminando la preoccupazione di ricariche frequenti.

Prezzi e disponibilità


La WATCH FIT 5 Series offre piena compatibilità con i principali dispositivi Android e iOS ed è disponibile a partire da 199,00 euro.


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Il Senato del South Carolina respinge di nuovo la riforma dei collegi voluta da Trump


I senatori repubblicani hanno bocciato la nuova mappa congressuale che avrebbe eliminato l'unico distretto a maggioranza nera dello stato, rappresentato dal democratico James Clyburn.

Il Senato del South Carolina ha respinto martedì la nuova mappa congressuale voluta dal presidente Donald Trump, mettendo fine per ora al tentativo di ridisegnare i collegi elettorali dello stato prima delle elezioni di metà mandato. Il voto contrario alla mozione per chiudere il dibattito è arrivato a sorpresa da una camera a maggioranza repubblicana e rappresenta uno schiaffo alla Casa Bianca, che da mesi spinge gli stati controllati dal partito a riscrivere i confini dei collegi per consolidare la stretta maggioranza alla Camera dei rappresentanti.

La proposta avrebbe cancellato l'unico distretto a maggioranza nera del South Carolina, quello rappresentato dal deputato democratico James Clyburn, una delle figure storiche del partito. La Camera statale aveva approvato la mappa la settimana precedente nella speranza di applicarla alle elezioni di metà mandato di novembre. Per riuscirci, i legislatori puntavano a indire nuove primarie ad agosto nei distretti coinvolti, dato che il voto originariamente fissato per il 9 giugno era già in calendario.

Martedì è cominciato il voto anticipato per le primarie di giugno e proprio questo elemento ha capovolto i numeri al Senato. Alcuni senatori repubblicani che inizialmente avevano sostenuto il piano hanno cambiato idea, ritenendo troppo tardivo modificare le regole con un'elezione già in corso. "Né la mia coscienza né il mio buon senso mi permettono di fermare un'elezione che è già iniziata", ha detto il senatore repubblicano Richard Cash, motivando il proprio voto con la questione dei tempi.

Subito dopo il voto un altro repubblicano di peso, il senatore Tom Davis, ha attaccato l'intera operazione. Una precedente revisione delle mappe, ha ricordato, era stata istruita in nove mesi di lavoro, mentre questa volta si è proceduto in poche settimane. "Abbiamo completamente esternalizzato il nostro obbligo costituzionale di preparare una mappa elettorale congressuale a un consulente di Washington", ha dichiarato Davis. "Non abbiamo idea, nessuna idea, di come quella mappa sia stata costruita".

Alla Casa Bianca il risultato ha colto i collaboratori del presidente di sorpresa. Alcuni hanno parlato a NBC News di un "tradimento", spiegando di non aver ricevuto alcun preavviso dal governatore repubblicano Henry McMaster. "Sapevamo da sempre che sarebbe stato un percorso accidentato, mai una garanzia", ha detto uno di loro alla rete. "Ma i voti c'erano nel passaggio precedente e nulla era cambiato". Secondo la stessa fonte, l'allerta sul cambio di umore in Senato è arrivata dal procuratore generale dello stato, Alan Wilson, e da un paio di senatori.

McMaster, che pochi giorni prima aveva convocato una sessione straordinaria del Parlamento statale per spingere la riforma, ha commentato la sconfitta con un messaggio su X. Il governatore si è detto "fiducioso che un giorno la delegazione congressuale del South Carolina sarà interamente repubblicana", aggiungendo di essere "deluso che quel giorno non sia ancora arrivato". Ha poi invitato gli elettori a partecipare alle primarie di giugno e i legislatori ad approvare il bilancio dello stato.

Il South Carolina non è il primo stato a guida repubblicana a sottrarsi alla pressione del presidente sul tema delle mappe elettorali. A dicembre il Senato dell'Indiana aveva bocciato una proposta analoga nonostante l'insistenza della Casa Bianca. Trump ha risposto questo mese sostenendo cinque sfidanti alle primarie repubblicane contro i legislatori che si erano opposti al suo piano. Tutti i membri del Senato statale del South Carolina saranno in corsa per la rielezione nel 2028, una scadenza che potrebbe esporli a iniziative simili da parte della base più vicina al presidente.

Il leader della maggioranza repubblicana al Senato statale, Shane Massey, aveva già manifestato perplessità nelle settimane precedenti, sostenendo che il sistema politico funziona meglio quando entrambi i partiti sono vitali. "Credo che il nostro stato sia più forte con partiti vivaci. Penso che, nel complesso, siamo più forti quando c'è uno scontro di idee", ha affermato Massey. "I repubblicani sono più forti quando il Partito democratico è vivace e competitivo".

Anche la macchina elettorale dello stato aveva segnalato problemi pratici. Secondo Conway Belangia, direttore esecutivo della commissione elettorale del South Carolina, applicare i nuovi confini per il voto di quest'anno sarebbe costato altri sei milioni di dollari e avrebbe richiesto l'organizzazione di un secondo turno di primarie ad agosto, in tempi giudicati difficilmente compatibili con il normale funzionamento dei seggi.

Il South Carolina è uno degli stati che dopo una sentenza della Corte Suprema dello scorso mese sul gerrymandering razziale hanno avviato la riscrittura dei collegi a metà decennio. Florida e Tennessee hanno già approvato nuove mappe, mentre i repubblicani della Louisiana stanno facendo avanzare la propria proposta. Alcune di queste partite sono ancora aperte nei tribunali: martedì un collegio di giudici federali ha bloccato l'Alabama dall'utilizzare una mappa disegnata dai repubblicani che avrebbe potuto fruttare al partito un seggio in più alla Camera. Il procuratore generale dell'Alabama, Steve Marshall, ha annunciato che lo stato presenterà ricorso alla Corte Suprema.

La battaglia sui collegi non si esaurirà con le elezioni di novembre. I repubblicani di Georgia e Mississippi sono pronti a presentare nuove mappe in vista del ciclo elettorale 2028 e i legislatori del South Carolina potrebbero seguire la stessa strada.

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Wedding Season: la guida per l'ospite perfetto


Outfit, brindisi e regali: come sopravvivere ai matrimoni estivi senza fare passi falsi

Giugno è alle porte e come ogni anno porta con sé non solo l’estate ma la temuta stagione dei matrimoni.
Per le spose la stagione migliore per fare da cornice al loro giorno speciale, per gli invitati e le invitate un campo minato nel quale ogni passo sbagliato potrebbe essere l’ultimo.

Si parte così dalle basi, quali colori non indossare - a meno che non sia richiesto nell’invito - bianco, nero, viola e rosso, la protagonista è la sposa e a meno che qualche invitata no si senta Ursula la strega del mare, sarebbe gradito, anche, non portare sfortuna.

Nella migliore delle ipotesi poi, si dovrebbero anche evitare accessori troppo vistosi, mai abiti troppo corti, attillati o con scollature da capogiro e volgari, non c’è sempre bisogno di un’abito su misura, spesso, almeno oggi, si può optare per un completo o un set coordinato, un abito fantasia e spesso ci si può azzardare ad evitare il tacco alto, puntando su friulane, mocassini, ballerine o sneakers eleganti.
Tra le varie cose da evitare sono da citare i discorsi agli sposi zeppi riferimenti a quanto vissuto sulla propria pelle illo tempore con aneddoti su aneddoti, spesso carini e divertenti, sconsigliato è parlare di sbronze e momenti eccessivamente imbarazzanti di fronte ad una schiera di parenti a volte mummificati; al buon invitato si chiede, non di snaturarsi sia chiaro, ma di posticipare l’amore per il prosecco almeno il tempo delle prime quattro portate del pranzo o cena di nozze, affinché, al momento di massimo giubilo sarà abbastanza buio da non essere riconosciuti ed etichettati come clown del matrimonio.

Infine i regali; se si è amici stretti o familiari la scelta è semplice, si ricorre alla busta con denaro o alla lista di nozze, per chi ancora la fa; per gli amici alla lontana, coi quali si ha confidenza ma non troppa trovare il regalo ideale è un po’ più complicato, ma si può puntare sul semplice che è sempre una strategia vincente.

Gli sposi si conoscono e si sa se preferiscono caffè, vino, birra o amari, una coppia di bicchieri particolari può essere una buona scelta, da Ichendorf a Guzzini passando per Anna+Nina, come un decenter di Alessi o un sottobottiglia o sottobicchieri come quelli de La Corallina, un buon profumo per ambienti dalle candele di Jo Malone ai diffusori per ambiente Dr Vranjes e Lampe Berger o uno svuotatasche, come quelli di Fornasetti o Bitossi Home, che fa sempre comodo.

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In Texas Paxton vince le primarie repubblicane per il Senato


Il procuratore generale del Texas, sostenuto da Trump, ha sconfitto il senatore in carica John Cornyn. A novembre sfiderà il democratico James Talarico in una corsa competitiva.
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Ken Paxton, procuratore generale del Texas, ha vinto le primarie repubblicane per il Senato sconfiggendo nettamente John Cornyn, senatore in carica da quattro mandati, in un ballottaggio che ha visto il candidato sostenuto dal presidente Donald Trump prevalere con un margine di oltre 25 punti percentuali. Con l'80% dei voti scrutinati, Paxton era al 64% contro il 36% di Cornyn. A novembre sfiderà il democratico James Talarico in quella che si annuncia come la corsa per il Senato più competitiva che il Texas abbia visto da decenni.

Si tratta del secondo senatore repubblicano in carica a perdere una primaria in meno di due settimane. All'inizio del mese Bill Cassidy non era riuscito nemmeno ad arrivare al ballottaggio in Louisiana, dopo che il presidente si era schierato contro di lui. Prima di questo ciclo elettorale, nessun senatore in carica aveva perso una primaria dal 2017. Trump ha approvato la candidatura di Paxton una settimana prima del voto, con un comunicato in cui ha elogiato la sua "lealtà". L'endorsement è arrivato dopo mesi di esitazione e ha infuriato molti senatori repubblicani che avevano spinto per il sostegno a Cornyn.

Primarie repubblicane
Texas, ballottaggio per il Senato degli Stati Uniti
Primarie repubblicane per il Senato — 26 maggio 2026
Focus America

CandidatoVoti%

Ken Paxton
Procuratore generale del Texas

882.948
63,9%

John Cornyn
Senatore uscente

499.568
36,1%

1.382.516voti
>95% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati di Associated Press e New York Times

Paxton, 63 anni, porta nella corsa per Washington un curriculum costellato di scandali. È stato messo sotto accusa dalla Camera del Texas nel 2023 con un voto di impeachment voluto dal suo stesso partito, ma è stato assolto dal Senato statale dopo un processo di nove giorni incentrato sull'accusa di aver abusato del suo ufficio per favorire un investitore immobiliare. È stato incriminato per frode sui titoli pochi mesi dopo essere entrato in carica nel 2014, una vicenda risolta solo nel 2024 con un accordo che gli ha imposto di pagare quasi 300.000 dollari di risarcimento senza ammettere alcuna colpa. L'estate scorsa la moglie Angela Paxton, anch'essa senatrice statale repubblicana, ha chiesto il divorzio "su basi bibliche" accusandolo di adulterio.

Cornyn, 74 anni, ha avuto una carriera politica di primo piano nel partito repubblicano texano e nazionale. Dal 2013 al 2019 è stato il numero due dei repubblicani al Senato come whip della maggioranza e nel 2024 ha sfiorato l'elezione a leader della maggioranza. Ha negoziato la legge bipartisan sul controllo delle armi firmata da Joe Biden nel 2022, dopo la strage nella scuola elementare di Uvalde, in Texas. È stato anche tra i protagonisti dell'approvazione del First Step Act, la riforma del sistema penale promossa durante il primo mandato di Trump. Ma proprio il voto sulla legge sulle armi è stato uno dei principali argomenti usati dai suoi avversari per accusarlo di non essere abbastanza fedele alla base conservatrice.

La primaria è stata la più costosa nella storia americana. Secondo la società di monitoraggio dei media AdImpact, sono stati spesi circa 128 milioni di dollari in pubblicità tra primarie e ballottaggio. Almeno 92 milioni sono stati impiegati per sostenere Cornyn, che ha avuto l'appoggio del National Republican Senatorial Committee e di gran parte dei grandi donatori del partito. Paxton è stato sopravanzato sulla pubblicità di circa 80 milioni di dollari, ma ha comunque vinto. Nel suo discorso della vittoria a Plano ha rivendicato di aver battuto "150 milioni di dollari e tutti gli attacchi del mondo" e ha ringraziato Trump definendolo "la forza più potente della politica".

L'ultima possibilità di sopravvivenza per Cornyn si è dissolta con l'endorsement presidenziale arrivato la settimana scorsa. Nel suo messaggio di sostegno a Paxton, Trump ha scritto che Cornyn "non era stato di sostegno quando i tempi erano duri", riferendosi al fatto che il senatore aveva accettato la vittoria di Biden nel 2020 e aveva detto nel 2023 che il "tempo di Trump era passato". Paxton, al contrario, aveva guidato la causa legale per ribaltare il risultato delle presidenziali del 2020 e aveva intentato decine di azioni giudiziarie contro le amministrazioni Obama e Biden.

La sconfitta di Cornyn rischia di avere ripercussioni anche al Senato. I senatori repubblicani sono in fermento dopo la scelta del presidente di sostenere uno sfidante interno contro un loro collega popolare. Secondo un'analisi del New York Times, alcuni senatori si sentono ora meno incentivati a votare con il presidente, soprattutto sui provvedimenti più controversi come i finanziamenti per la sala da ballo della Casa Bianca e un fondo da 1,8 miliardi di dollari per ricompensare presunte vittime di persecuzione politica. Con soli 53 senatori repubblicani, bastano pochi voti contrari a far deragliare le iniziative dell'amministrazione.

Talarico, deputato statale di 37 anni e seminarista presbiteriano, ha raccolto 27 milioni di dollari nel primo trimestre, più di quanto qualsiasi candidato repubblicano al Senato abbia raccolto nell'intero ciclo. Paxton, al contrario, ha raccolto poco più di 7 milioni di dollari nell'intera campagna. I dirigenti del partito repubblicano a Washington hanno avvertito che la sua candidatura potrebbe costringere il partito a dirottare fino a 100 milioni di dollari per difendere il seggio, riducendo le risorse disponibili per altre corse competitive in stati come Alaska, North Carolina, Maine e Ohio. Subito dopo il voto, il Cook Political Report ha spostato la previsione per la corsa da "Likely Republican" a "Lean Republican".

I democratici non vincono un'elezione su base statale in Texas dal 1994 e Trump ha vinto lo stato di 13,6 punti nel 2024. Ma diversi indicatori suggeriscono che la corsa è davvero in gioco. Secondo un'analisi del giornalista e analista G. Elliott Morris, i sondaggi mostrano Talarico in leggero vantaggio su Paxton, mentre il generic ballot nazionale viaggia su un D+6 o D+7, simile a quello del 2018, quando Beto O'Rourke perse contro Ted Cruz per appena 2,6 punti. La popolarità di Trump in Texas è di circa 20 punti sotto zero tra gli elettori registrati e le aree metropolitane di Houston e Dallas-Fort Worth mostrano approvazione netta negativa. Le elezioni speciali del ciclo in corso hanno inoltre visto una partecipazione democratica superiore alla media e una tendenza degli elettori ispanici, particolarmente numerosi in Texas, a tornare verso i democratici.

Christian Menefee, 38 anni, ha sconfitto Al Green, 78 anni, nel distretto 18 della Camera, diventando il primo democratico ad abbattere un collega in carica nel ciclo 2026. I due sono stati spinti a scontrarsi dal ridisegno dei collegi voluto lo scorso anno dai repubblicani texani per cercare di ottenere fino a cinque seggi in più al Congresso. Lo scontro è stato interpretato come un test della voglia di ricambio generazionale tra gli elettori democratici, due anni dopo il ritiro di Biden dalla corsa per la rielezione. Decisivo anche il sostegno di Fairshake, il principale super PAC dell'industria delle criptovalute, che ha investito 6,5 milioni di dollari per sostenere Menefee e colpire Green, critico del settore e membro della Commissione servizi finanziari della Camera.

Nell'area di Dallas, l'ex deputato Colin Allred ha sconfitto Julie Johnson, che lo aveva sostituito al Congresso quando lui aveva tentato senza successo la corsa al Senato nel 2024. Per la sostituzione di Paxton come procuratore generale, il senatore statale Mayes Middleton, autofinanziatosi con 17 milioni di dollari, ha battuto il deputato Chip Roy, conservatore di linea dura che in passato ha avuto attriti con Trump. Nel distretto 35 attorno a San Antonio, il repubblicano Carlos De La Cruz, sostenuto da Trump, ha sconfitto John Lujan, appoggiato dal governatore Greg Abbott. Sul fronte democratico nello stesso distretto, il vicesceriffo Johnny Garcia ha battuto Maureen Galindo, una terapista sessuale le cui dichiarazioni su Israele, tra cui la proposta di trasformare un centro di detenzione per migranti in "una prigione per sionisti americani", avevano spinto i leader democratici nazionali, da Hakeem Jeffries ad Alexandria Ocasio-Cortez, a denunciarla pubblicamente.

Negli altri ballottaggi repubblicani, l'endorsement di Trump si è confermato più decisivo di quello del governatore Abbott o dei dirigenti di partito a Washington. Tra i democratici, invece, la serata ha mostrato una base sempre meno disposta a confermare i parlamentari più anziani, soprattutto quando i collegi ridisegnati costringono due titolari a sfidarsi.

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Intervista molto interessante a Leonello Bertolucci per comprendere come realizzare un processo fotografico e alcune indicazioni di come scegliere le foto.

Un canale da seguire con altre interviste interessanti.

youtube.com/live/NJ37o_ddEqU?s…

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Accuse di Bortnikov su Ucraina e Nato: "Hub di traffici illeciti e laboratori biologici"


Pesanti affermazioni del capo dei servizi russi su presunte reti criminali e minacce ai confini

Secondo quanto dichiarato dal direttore dell’FSB (Servizio federale per la sicurezza della Federazione Russa), Aleksandr Bortnikov, l’Ucraina si sarebbe trasformata nel più grande snodo di contrabbando di armi in Europa e in una piattaforma utilizzata per attività che includerebbero attacchi terroristici, sperimentazione di armamenti e flussi di finanziamento illeciti legati al traffico di stupefacenti.

Le affermazioni, presentate in un contesto di forte tensione geopolitica tra Russia e Ucraina, descrivono inoltre presunti collegamenti tra reti criminali transnazionali e gruppi definiti terroristici, senza che tali elementi siano stati verificati in modo indipendente.

Nel corso delle stesse dichiarazioni, Bortnikov ha sostenuto anche l’esistenza di strutture e laboratori biologici collegati alla NATO in prossimità dei confini russi, inserendo tali affermazioni in un quadro più ampio di accuse rivolte all’Alleanza Atlantica. La notizia, così come riportata, è attribuita alla società di analisi geopolitica Eurasia Group, che viene indicata come fonte delle dichiarazioni diffuse.

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Carpe Difficili


Dopo la pioggia arriva sempre il sereno. È un detto che vale anche nella pesca; dopo i periodi “no”, se la passione è vera, la ruota gira nel verso giusto.
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foto in alto: Alessio Marongiu con una regina pescata all'inizio di aprile.

In ogni nostra passione possono capitare dei periodi difficili dove tutte le cose non vanno per il verso giusto. E questo succede anche se ci mettiamo impegno e sacrificio. Spesso mi trovo da solo in fiume guardando lo scorrere dell'acqua, ascoltando il rumore del vento che fa muovere le foglie, annusando il profumo della natura. A volte il non riuscire a catturare nulla per ore e ore crea sconforto, soprattutto se ciò si protrae per molte sessioni. Ma i momenti difficili servono per assaporare ancor di più le situazioni favorevoli e le rendono uniche e speciali. Nei periodi “no”, quando non si riesce a catturare o peggio, i pochi pesci che allamiamo si liberano sotto i nostri occhi, bisogna capire la causa che ha portato a tutto ciò, cercando di analizzare il problema e trovare una soluzione. Ad esempio, se ci intestardiamo a lanciare sempre nello stesso spot, pasturando assiduamente, è probabile che le catture diminuiscano considerevolmente. Meglio cambiare zona lasciano in stand-by quel settore.

Il cambio di spot ci aiuta a ritrovare stimoli, soprattutto se veniamo da una serie di cappotti. Se di uno spot vogliamo capire il suo potenziale allora è meglio adottare una pasturazione di condizionamento per poi “martellare” quella zona costantemente con battute di pesca. Questo può garantirci dei risultati positivi, ma dovremo sempre mettere in preventivo alcune giornate no. Con tanti anni di pesca alle spalle posso tranquillamente dire che per avere dei risultati in pesca non bisogna mai tralasciare la pasturazione preventiva e la costanza di pesca. Alcuni dei miei record personali sono arrivati proprio grazie a questo, scegliendo bene lo spot e pasturandoci a dovere. Come ho già scritto in precedenti articoli in questa rivista, la pasturazione preventiva è alla base di questa disciplina. Richiamare il pesce nella zona desiderata è fondamentale. Ed è solo insistendo che arriveranno dei risultati. Certo poi tutto dipende da cosa cerchiamo e da quello che lo spot può offrire, ma se ci impegniamo e iniziamo con una lunga campagna di pasturazione, non dobbiamo cedere alle prime difficoltà perché siamo nella strada giusta e verremo premiati.
L’arrivo di un temporale: situazione che cambia il comportamento dei pesci.
Pensare positivo - Se vogliamo iniziare un percorso per capire il potenziale di uno spot allora dobbiamo mettere in conto errori, sbagli e situazioni sfortunate. Ricordiamoci che la più bella vittoria è quella che deve ancora arrivare. Se viviamo la nostra passione in solitaria, allora nulla deve essere lasciato al caso, perchè ogni cattura, lo ribadisco, vale oro! Gran parte delle mie sessioni le ho svolte nei fiumi del mio paese nel sud Sardegna e al 90% sempre in solitaria. Mi piace stare da solo in pesca, proprio per ricaricare le pile e affrontare la vita di tutti i giorni; il carp fishing mi trasmette delle sensazioni positive. I momenti difficili sono frequenti; quante volte sarà capitato anche a voi di andare a pesca con le condizioni ottimali e non riuscire a catturare nemmeno un pesce? Il bello della pesca è proprio questo, il fascino del non sapere, del non vedere cosa succede al di sotto dello specchio d'acqua che stiamo affrontando. È questo qualcosa che rende tutto magico e ci fa vivere continuamente nel nostro “mondo dei sogni”. La parola giusta è reagire; reagire agli sbagli, ai momenti no e soprattutto alle difficoltà superflue che non hanno nulla a che vedere con i problemi della vita di tutti i giorni. Ecco perchè tutto bisogna viverlo senza ossessioni, senza pressioni, perchè l'importante è essere lì in pesca sulle sponde a fare ciò che amiamo e ciò che ci far star bene.


Due immagini dello stesso invaso ma scattate a distanza di un mese; è evidente come tutta la morfologia del territorio sia stata modificata dalle abbondanti piogge.

Variabili - Tra le variabili che hanno contraddistinto questo inizio anno negli spot che frequento, le forti piogge e il freddo hanno avuto una grande importanza. L’inverno piovoso ha fatto sì che si riempissero gli invasi e tutti i fiumi e laghi della Sardegna sono stati caratterizzati da questo fenomeno. I fiumi sardi hanno riversato grandi quantità di acqua in mare, trascinando detriti e materiali di ogni genere. Molte carpe anche di taglia sono state trascinate sino in mare. Una situazione anomala che non si manifestava da tantissimi anni e che ha di fatto bloccato l'arrivo della frega, evento che abitualmente si svolge a inizio primavera. Ecco spiegato uno dei motivi di alcune sessioni negative, anche se possono essere tante altre come lo spostamento della zona di alimentazione causata dalle piene che trasforma il fondale. Sono momenti complicati da affrontare con la massima preparazione senza lasciar nulla al caso. Ad esempio, se pensiamo al vestiario, mai come in questo caso dobbiamo usare l’attrezzatura di prima qualità, necessaria per garantirci il massimo comfort sotto la pioggia e il vento forte. Massima attenzione all'azione di pesca e soprattutto, quando stiamo andando a guadinare la nostra preda, facciamo attenzione a dove mettiamo i piedi per evitare di inciampare su qualche sasso o peggio ancora di scivolare e finire in acqua. Prudenza e attenzione sono alla base del nostro hobby e non preoccupiamoci troppo per un pesce perso, perchè tanto non è questo che ci potrà fermare, anzi!

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I cantieri al Parco del Meisino vanno avanti, ma gli ambientalisti non si arrendono


Tra i promotori della protesta contro la Cittadella dello sport progettata dal Comune c’è anche l’attore di “Camera Café” Roberto Accornero. Il Comune annuncia che l’inaugurazione è prevista tra pochi mesi

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Tra Torino e San Mauro, dove confluiscono il Po, la Stura di Lanzo e la Dora Riparia, c’è un’oasi naturalistica straordinaria con l’isolone di Bertolla che ospita uccelli acquatici molto rari. È il Parco del Meisino, uno dei luoghi fin qui meno urbanizzati di Torino. Una fascia verde enorme, poco distante dal centro della città ma abbastanza defilata da conservare ancora qualcosa di raro: a chi passeggia ammirando il fiume, regala infatti la sensazione di entrare in un ambiente spontaneo e prezioso. Sentieri sterrati, zone umide, boschi sviluppati senza un vero controllo paesaggistico, prati invasi dalla vegetazione, suoni della natura. Un luogo imperfetto, ma proprio per questo capace di diventare negli anni un rifugio naturale per centinaia di specie animali e vegetali.

Il progetto del Comune

Oggi, però, questo paesaggio è attraversato da camion e mezzi di cantiere, al lavoro per la realizzazione di un progetto finanziato con oltre 11 milioni di euro del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) che continua ad alimentare uno scontro sempre più duro tra Comune e ambientalisti.

Il piano si chiama “Centro di educazione sportiva e ambientale” ed è stato promosso dall’amministrazione comunale come una grande operazione di riqualificazione urbana e sportiva nell’area dell’ex galoppatoio militare. L’obiettivo? Creare strutture adatte a sport come arrampicata, running, mountain bike, tiro con l’arco, ciclocross, cricket e fitwalking, e attività meno conosciute come il pump track (una pista ricca di dossi per le biciclette BMX) o il disc golf (un percorso simile al golf con dei canestri al posto delle buche e dischi tipo frisbee invece di mazze e palline).

Secondo il comitato “Salviamo il Meisino”, il progetto porterà alla trasformazione definitiva di una riserva naturale in uno spazio semi-urbanizzato, destinato a perdere proprio quelle caratteristiche che lo rendevano unico.

«Gli ambientalisti protestano, a volte in modo piuttosto duro», ha detto a L’Unica Domenico Carretta, assessore allo Sport del Comune. «Non ho dimenticato di quando qualcuno scandiva “Carretta in galera”, o addirittura “Morte a Carretta”. Ma dimenticano alcune cose: ad esempio che quando era in funzione il galoppatoio militare, al Meisino si facevano anche le esercitazioni con i carri armati... Il progetto è andato avanti: la Cittadella dello sport sarà inaugurata tra pochi mesi, e parte delle loro osservazioni sono state recepite. Ad esempio, la pista per il pump track è stata spostata nell’area occupata da un vecchio campo da calcio. A cose fatte vedremo come risponderà la cittadinanza: io credo che risponderà bene».

Le proteste degli ambientalisti

Tra i volti più noti della protesta c’è Roberto Accornero, attore torinese conosciuto dal grande pubblico soprattutto per gli episodi di Camera Café, dove recita il ruolo del severo direttore delle risorse umane, impegnato da anni nelle battaglie ambientaliste cittadine, in particolare sulla questione degli alberi urbani di corso Belgio e del verde pubblico. Accornero segue da vicino anche la vicenda del Meisino e – dialogando con L’Unica – parte da una riflessione più ampia sul meccanismo dei fondi PNRR: «Siamo un po’ agli sgoccioli», ha detto. «Questa operazione aveva dei tempi collegati al PNRR che è fonte di una serie di dolori e di disastri, perché sono soldi che arrivano e bisogna intercettarli in fretta. Una volta intercettati, però, questi progetti che normalmente richiederebbero grande cura e ponderatezza vengono accelerati all’improvviso. E il problema è che spesso si procede senza una vera valutazione delle conseguenze».

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Per Accornero il Meisino non rappresenta una vicenda isolata. Anche nel caso di corso Belgio, dove il Comune aveva deciso l’abbattimento di una serie di alberi, «il meccanismo è sempre lo stesso. C’è un finanziamento, bisogna spenderlo e allora si tirano fuori vecchi progetti o vecchie idee urbanistiche. Si volevano sostituire integralmente le alberate indipendentemente dalla salute degli alberi, una cosa totalmente anacronistica. Oggi sappiamo benissimo che un albero adulto non è un arredo urbano. Scientificamente è acquisito da decenni che finché un albero non è realmente pericoloso va mantenuto, perché nulla può sostituire i benefici offerti da un grande albero sano».

La gestione del verde pubblico

Secondo l’attore, il problema nasce anche dal modo in cui oggi viene gestito il verde pubblico: «Una volta esistevano i giardinieri comunali, c’era una gestione continua e puntuale, Torino ne aveva oltre 500. Adesso ne sono rimasti 26 che si occupano solo dei giardini aulici. Tutto funziona per appalti, progetti, lotti. Ma ogni albero è un individuo, non puoi ragionare a blocchi. Invece ormai si fa così: tagliamo tutto e ripiantiamo. Peccato che i nuovi alberi in città abbiano spesso aspettative di vita molto basse. Ci sono studi internazionali che parlano di venti o trent’anni. E intanto nel frattempo hai perso decenni di ombra, assorbimento di anidride carbonica, raffrescamento urbano».

Il Meisino, in questo quadro, rappresentava per molti ambientalisti un esempio quasi spontaneo di equilibrio naturale. «Il parco aveva sviluppato delle caratteristiche casuali ma preziosissime proprio perché era stato lasciato relativamente tranquillo», ha aggiunto Accornero. «Si era ricreata una naturalità che forse, se avessimo voluto progettarla artificialmente, non saremmo riusciti a ottenere. Ci sono più di 230 specie di uccelli censite, animali protetti, tassi, ricci. Noi stessi abbiamo installato delle fototrappole e documentato una presenza molto importante di tassi proprio sotto all’insediamento programmato».

Secondo il comitato, però, il progetto sarebbe andato avanti senza reali approfondimenti naturalistici. «Si ammette che non c’è stato il tempo per sopralluoghi approfonditi sulla fauna. Ma allora come fai a dire che l’impatto è sostenibile? Noi abbiamo visto con i nostri occhi mezzi pesanti attraversare prati, allargare piste, entrare in aree teoricamente non coinvolte. Sono stati uccisi dei ricci, animali protetti. Chi controllava davvero?».
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Una delle questioni più dibattute riguarda il ruolo dell’ente che gestisce le Aree Protette del Po piemontese, che inizialmente aveva espresso forti perplessità sul progetto. Elena Sargiotto, tra le figure più attive del comitato “Salviamo il Meisino”, ha ricostruito una cronologia che secondo gli ambientalisti mostra tutte le contraddizioni della vicenda. «All’inizio l’ex direttrice dell’ente aveva detto chiaramente che quel progetto non si poteva fare, perché violava il piano d’area della riserva naturale del Po piemontese», ha spiegato a L’Unica. «Non si potevano ristrutturare certi edifici e non si potevano inserire strutture sportive neppure nella parte meno protetta della zona. Poi però, mesi dopo e senza modifiche sostanziali al progetto, l’ente ha cambiato completamente posizione e ha dichiarato l’intervento compatibile».

Per il comitato il cambiamento sarebbe stato soprattutto politico. «Il presidente dell’ente, Roberto Saini, ha sostenuto il progetto apertamente. Poi è arrivato un nuovo presidente che è addirittura un cacciatore ed è anche presidente di un’associazione di cacciatori di uccelli migratori. Può immaginare quale sensibilità ambientale ci sia dietro», ha aggiunto Sargiotto.

Il Parco sta già cambiando volto

La battaglia legale e amministrativa intanto continua. Una delle questioni centrali riguarda i tempi del cantiere. «La data del 15 settembre 2025 veniva presentata come inderogabile. Dicevano che non sarebbero state possibili proroghe neppure in caso di maltempo», ha sostenuto ancora Sargiotto, aggiungendo però che poi ne sono state chieste tre al dipartimento dello Sport della presidenza del Consiglio e sono state tutte concesse. «L’ultima scadeva il 28 febbraio. Dopo quella data non ci risulta alcuna nuova autorizzazione formale, eppure i lavori stanno andando avanti».

Secondo gli ambientalisti, il prolungamento del cantiere cambia radicalmente anche il quadro ambientale originario. «Questo progetto PNRR avrebbe dovuto rispettare il principio europeo DNSH - Do no significant harm, cioè non causare danni significativi all’ambiente. Le valutazioni erano state fatte ipotizzando un cantiere di 433 giorni e una sola stagione di nidificazione coinvolta. Adesso quei tempi si stanno praticamente raddoppiando. Quella valutazione non è più valida».

Nel frattempo, il parco sta già cambiando. Una delle opere più contestate è la passerella ciclopedonale da circa 1,4 milioni di euro. «Sono stati abbattuti alberi per collegare due aree che in realtà erano già collegate da un sottopassaggio poco distante – ha detto Accornero –. Hanno giustificato l’intervento con l’esigenza della ciclovia VENTO, ma lo stesso Paolo Pileri, uno degli ideatori del progetto, che si occupa di consumo di suolo e insegna al Politecnico di Milano, ha spiegato che quell’intervento lì non aveva senso».

Il professor Pileri, in passato, ha avuto anche un vivace scambio di opinioni con Francesco Tresso, l’assessore al Verde Pubblico. «La passerella è stata costruita in modo molto poco impattante», ha commentato Tresso con L’Unica. «In tutto sono stati tagliati non più di una trentina di alberi, ma ne abbiamo piantati più di 800. Abbiamo ristrutturato una cascina abbandonata da anni, tra l’altro piena di amianto: servirà ai frequentatori del parco per avere informazioni, alle scolaresche che verranno in visita. È una costruzione che c’era anche prima, usata da decenni per usi impropri a partire dalla prostituzione. L’unico cemento lo abbiamo usato lì, senza aggiungere niente. Per dire, è stata scartata anche l’idea di metterci un bar. L’obiettivo è di attrezzare uno spazio per offrire ai cittadini un’area di sport e benessere, rispettando il parco, le sue esigenze e anche le sue attuali utilizzazioni. Un esempio? Sono anni che i giovani pachistani che vivono e studiano in città vanno al Meisino a giocare a cricket, il loro sport nazionale. Presto avranno un campo attrezzato per farlo in sicurezza».
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Secondo gli ambientalisti, il problema non è solo paesaggistico ma culturale: «Il Meisino era un luogo frequentato in modo molto rispettoso. Non si vedevano cartacce, non si sentiva musica, non c’erano episodi di vandalismo. Adesso invece si vedono monopattini, barbecue, fuochi, casse bluetooth. Le persone stanno iniziando a percepirlo come un parco urbano qualsiasi, non più come una riserva naturale».

Sargiotto ha insistito proprio su questo cambio di percezione: «Abbiamo già visto picnic in mezzo ai boschi, barbecue in aree dove prima nessuno si sarebbe sognato di entrare. La gente si comporta diversamente perché il luogo stesso sta cambiando identità. E quando una riserva naturale perde la sua identità, la perde per sempre».

Il Meisino è diventato anche il simbolo di una contraddizione più generale. Da una parte cresce la sensibilità ambientale, aumentano i festival dedicati al verde, le campagne sugli alberi e sul clima; dall’altra, però, continuano grandi interventi urbanistici all’interno delle aree naturali: «È greenwashing – ha confermato Sargiotto –. Tutti parlano di sostenibilità, di nuovi alberi, di transizione ecologica. Ma poi si continua a consumare suolo e a distruggere ecosistemi maturi».

Secondo Accornero, inoltre, «c’è una grande paura costruita attorno agli alberi. Si alimenta continuamente il timore dell’albero che cade. Ma è un errore di percezione. In Italia i morti causati dagli alberi sono pochissimi rispetto a qualsiasi altro rischio urbano. Però quella paura giustifica tagli, abbattimenti, interventi radicali». Intanto il cantiere continua e nessuno oggi sa con certezza quando finirà davvero. «Prima si parlava di marzo, poi di giugno – ha detto Sargiotto –. Non abbiamo idea delle tempistiche reali. Ma intanto il danno c’è già stato».

E forse è proprio questo il punto più doloroso per chi per mesi ha provato a fermare il progetto: la sensazione che alcune trasformazioni, una volta avviate, diventino irreversibili. «Una volta che hai tagliato un albero non puoi più riattaccarlo – ha concluso Accornero –. E certe perdite non riguardano solo noi. Riguardano anche le generazioni future».

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Settembre si avvicina e con esso l’entrata in vigore di un riordino che i docenti degli istituti tecnici della provincia di Cuneo giudicano, senza mezzi termini, un passo indietro. In un appello indirizzato al ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, la Rete cuneese degli istituti tecnici – 163 membri, 423 firme raccolte – chiede la sospensione dell’applicazione della riforma a partire dall’anno scolastico 2026/2027 e il rinvio al 2027/2028, con l’apertura di un confronto reale con la comunità scolastica. Un confronto che, denunciano i firmatari, non c’è mai stato. La Rete, nata in provincia di Cuneo, è nel frattempo confluita in una rete nazionale che conta oggi oltre duemila persone, a dimostrazione che il disagio non è un fenomeno locale.

La contestazione va ben oltre i docenti. «La protesta contro la riforma degli istituti tecnici è portata avanti e coinvolge studenti, genitori, persone alleate: un po’ tutti i componenti della comunità educativa», ha spiegato Marisa De Simone del sindacato FLC (Federazione Lavoratori della Conoscenza) CGIL di Cuneo, che segue da vicino la mobilitazione cuneese.

Due riforme, non una

Le riforme che riguardano gli istituti tecnici sono due. La prima è il “modello 4+2” che andrebbe a sostituire l’attuale modello basato su cinque annualità: avviato in via sperimentale circa due anni fa, prevede che gli istituti tecnici possano strutturare il percorso in un quadriennio seguito da un biennio superiore a carattere professionalizzante. Ma la normativa vigente non consente di ridurre il numero degli anni scolastici senza una sperimentazione deliberata dal collegio dei docenti: così il ministero ha invitato le scuole a votare l’adesione alla sperimentazione. In provincia di Cuneo, ha spiegato De Simone a L’Unica, «sono stati attivati alcuni 4+2, pochi, e alcuni non sono partiti per carenza di iscritti».

Il secondo intervento di riforma è il riordino dei percorsi quinquennali, ed è quello che ha generato la mobilitazione più intensa. A differenza del 4+2, questo non è stato oggetto di delibera volontaria: «Il ministero lo ha imposto con decreto alle scuole subito dopo il termine delle iscrizioni», ha detto ancora De Simone. «Il collegio dei docenti ha dovuto deliberare con le modalità e i criteri per gestire il numero delle ore, la flessibilità, le classi di concorso e così via». Una riforma calata dall’alto, con tempi strettissimi e con classi di concorso ancora non definite a pochi mesi dall’avvio.

Il riordino quinquennale prevede di accorpare, nel biennio iniziale, chimica, fisica, scienze e geografia in un’unica disciplina, riducendo il monte ore dedicato alle materie scientifiche. Nel triennio, tagli analoghi colpirebbero l’italiano e le lingue straniere, a favore di contenuti professionalizzanti modellati sulle esigenze delle imprese del territorio. A rischio è anche la compresenza tra docenti di teoria e docenti tecnico-pratici. «Uno strumento didattico che nell’istruzione tecnica non è un accessorio, ma una struttura portante. È nella dialettica tra sapere astratto e applicazione concreta che si costruisce la competenza tecnica autentica», ha concluso la rappresentante della CGIL.

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Una questione di modello educativo

I firmatari non si limitano a contestare i tagli orari. L’appello affronta una questione di fondo: quale idea di scuola emerge dalle recenti politiche del ministero? La riforma, scrivono, si inserisce in un disegno più ampio – nuove indicazioni nazionali, docente tutor, alternanza scuola-lavoro, spinta verso la “scuola digitale” – che tende a imporre come unica possibile una “scuola delle competenze” intesa in senso riduttivo: addestramento alla prestazione osservabile e immediatamente spendibile.

Contro questa visione, i docenti ne propongono un’altra: la competenza autentica non è il fare fine a sé stesso, ma l’esito di processi cognitivi complessi, fondati su conoscenze disciplinari solide e sulla capacità di pensare, interpretare e innovare. Ciò che va superato non è la scuola delle discipline, ma la didattica meccanica, l’apprendimento superficiale, la trasmissione dei saperi priva di senso. Le discipline, insegnate in modo significativo e integrato, rimangono la condizione necessaria per sviluppare autonomia intellettuale e pensiero critico.

I numeri che pesano

A sostenere le preoccupazioni dei docenti ci sono dati che riguardano l’intero sistema universitario italiano. Le analisi di Massimo Attanasio, professore ordinario di Scienze economiche, aziendali e statistiche all’Università di Palermo, e di Mariano Porcu, professore ordinario di Statistica sociale all’Università di Cagliari, pubblicate su la Repubblica, mostrano che nel periodo 2015-2020 il 32 per cento degli immatricolati alle lauree triennali e magistrali a ciclo unico proveniva da istituti tecnici o professionali: circa 260 mila nuovi iscritti all’anno alle lauree triennali, più 37 mila a quelle magistrali a ciclo unico.

Ma gli stessi dati rivelano una disparità strutturale: la probabilità di iscriversi all’università è oggi pari a circa il 90 per cento per i diplomati dei licei classici e scientifici, scende al 50 per gli studenti degli istituti tecnici e degli altri licei, si ferma al 17 per chi proviene dai percorsi professionali. Una riforma che comprime ulteriormente la formazione di base rischierebbe, secondo i firmatari dell’appello, di allargare questo divario, in contraddizione con gli obiettivi del Piano orientamento universitario 2022-2025, finanziato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), che punta proprio ad aumentare il numero di studenti universitari intervenendo sulle fasce più fragili. Inoltre, la scelta del percorso secondario avviene a quattordici anni ed è fortemente influenzata dal contesto socioeconomico di provenienza: cristallizzare le traiettorie formative a quell’età significa, nei fatti, cristallizzare le disuguaglianze.

La via crucis dei precari

C’è di più. La riforma del quinquennio rischia di innescare un’ulteriore crisi nel mondo del precariato scolastico. Chi lavora nella scuola pubblica lo sa: abilitarsi e riuscire a entrare in un istituto – o semplicemente tenersi stretto un rapporto di lavoro – è sempre più difficile, frutto di scelte politiche fallimentari che si sono stratificate nel tempo.

E c’è chi questa via crucis la sta documentando episodio per episodio: Chiara Rapalino, docente precaria cuneese, ha lanciato un podcast intitolato “Crucis - la scuola italiana in 14 stazioni”. Il titolo non ha bisogno di spiegazioni: il percorso di reclutamento dei docenti italiani – concorsi dai tempi biblici, graduatorie provinciali stratificate, algoritmi, punteggi acquistabili – è, per chi lo vive dall’interno, una “passione” nel senso più letterale del termine.

Nel suo secondo episodio, Rapalino si sofferma sul sistema dei punteggi e su come la riforma degli istituti tecnici rischi di aggravarlo. Meno ore in cattedra significano meno posizioni disponibili, più concorrenza tra precari, e quindi pressione crescente ad accumulare punti nelle graduatorie per non perdere la sede. A marzo 2026, racconta, le è arrivata una newsletter di un noto centro di formazione universitario telematico che sfruttava esplicitamente l’annuncio della riforma per vendere corsi: «Quando le ore diminuiscono, le scuole devono tagliare e lo fanno in base al punteggio. Arrivare con pochi punti: rischio concreto. Arrivare con più punti: margine di sicurezza».
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Il meccanismo, ha denunciato Rapalino, non è una semplice distorsione burocratica. «L’aspetto antropologico più inquietante è la creazione di una gerarchia basata sul censo, non sul merito»: chi dispone di due o tremila euro da investire in certificazioni – linguistiche, informatiche, master annuali – comprate attraverso enti di formazione con esami a crocette e soluzioni già pronte, scavalca chi, con anni di servizio in classe e una preparazione pedagogica solida, non può permettersi quell’acquisto.

Come ha documentato un’inchiesta della redazione di Fanpage nel gennaio 2025, con un investimento di circa 3.600 euro è possibile ottenere in poco tempo 22 punti in graduatoria, equivalenti a due anni di supplenze svolte tra i banchi. La conclusione di Rapalino è netta: «Finché il punteggio sarà una merce acquistabile su un sito web, la nostra scuola non sarà mai un luogo di merito. Sarà solo un mercato».

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La nuova Ferrari Luce non piace, Huawei risolve il problema dei chip, il motore ipersonico giapponese


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon mercoledì,
è finalmente uscita la nuova Ferrari Luce, completamente elettrica, ma i titoli sono già scesi del 6%; poi parleremo di una nuova tecnologia di costruzione chip di Huawei; del motore ipersonico giapponese che farebbe Tokyo-New York in due ore, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Le news di oggi, selezionate a mano.

Presentata la Ferrari Luce disegnata dallo storico designer di Apple Jony Ive: non è andata bene


Tecnologia
Ferrari ha presentato Luce, la sua prima supercar elettrica da 640.000 dollari, disegnata con Jony Ive e Marc Newson. Il design ha diviso il pubblico: linee pulite, superfici lisce, angoli arrotondati, tetto quasi tutto in vetro e corpo in alluminio l’hanno fatta sembrare a molti più un prodotto tech che una Ferrari tradizionale. Dopo il lancio, le azioni Ferrari sono scese di circa il 6%. Luce usa un sistema audio che genera un rombo artificiale dentro e fuori la macchina durante l’accelerazione.
~
Fonte: Forbes
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Lo stato delle auto elettriche

Chi si sta allontanando? Sono tantissime le aziende che hanno rinviato o ridimensionato e di seguito citiamo...
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Huawei avrebbe trovato una soluzione dopo la crisi di chip per le restrizioni


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Huawei dice di avere sviluppato un'architettura di nome "LogicFolding", che consiste in un metodo diverso per creare chip più potenti sovrapponendo più strati di circuiti invece di affidarsi solo alla miniaturizzazione tradizionale, oggi legata ai macchinari ASML che la Cina non può acquistare per le restrizioni USA. L’azienda sostiene di lavorarci da sei anni, di avere già prodotto 381 modelli di chip con questa architettura e di volerla usare nei prossimi chip Kirin per smartphone. L’obiettivo dichiarato è arrivare entro il 2031 a una densità paragonabile ai processi da 1,4 nanometri. Huawei non ha ancora presentato verifiche indipendenti; potrebbero esserci problemi di surriscaldamento, software e uso su larga scala nei data center.
~
Fonte: The Wall Street Journal
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Nuovo motore ipersonico giapponese: due ore da Tokyo a New York


Spazio
L'azienda JAXA ha testato a terra un motore ramjet per un futuro aereo ipersonico, pensato per volare a "Mach 5", cioè cinque volte la velocità del suono. La prova, svolta a Kakuda con tre università giapponesi, ha simulato un volo a circa 25 chilometri di quota, dove l’aria è rarefatta e le superfici del velivolo possono superare i 1.000 °C. Il test ha verificato soprattutto motore, struttura e protezione termica: secondo i ricercatori, l’interno è rimasto a temperature compatibili con elettronica e sistemi di controllo. Non è ancora un volo reale: il prossimo passo sarà montare il modello su un razzo sonda per una prova a Mach 5. L’obiettivo commerciale è negli anni 2040.
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Fonte: BGR
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La Cina ha lanciato embrioni artificiali in orbita per scoprire se è possibile avere bambini nello spazio


Spazio
La Cina ha inviato sulla stazione spaziale Tiangong modelli artificiali di embrioni ricavati da cellule staminali umane, per studiare se le prime fasi dello sviluppo embrionale possano funzionare nello spazio. I campioni, partiti il 10 maggio con il cargo Tianzhou-10, sono rimasti circa cinque giorni in orbita e poi congelati per il rientro. Non sono embrioni umani veri e non possono diventare una persona, ma simulano passaggi iniziali come l’adesione all’utero e la formazione dei primi tessuti. Gli stessi campioni sono stati coltivati anche a Terra, così da confrontare gli effetti di microgravità e radiazioni. L’obiettivo è capire i rischi per una futura riproduzione umana su Luna o Marte.
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Fonte: Gizmodo
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Papa Leone paragona la minaccia dell'IA alla "Torre di Babele"


Intelligenza Artificiale
Papa Leone XIV ha dedicato all’intelligenza artificiale l’enciclica “Magnifica Humanitas”, un testo cattolico che indirizza i credenti su questioni di rilievo pubblico. Il testo paragona il rischio dell’AI alla "Torre di Babele": una tecnologia costruita dall’alto, guidata da potere ed efficienza, in cui le persone vengono adattate al sistema invece che il sistema ai bisogni delle persone. Il papa critica la concentrazione di modelli, infrastrutture e capitali nelle mani di pochi soggetti privati e chiede regole solide, controlli indipendenti e responsabilità pubblica. I temi concreti sono lavoro, condizioni nelle filiere tecnologiche, consumo energetico dei data center e armi autonome, che secondo Leone XIV possono rendere l’uso della forza più facile e meno controllato dagli esseri umani.
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Fonte: The Wall Street Journal
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Presentata la Ferrari Luce disegnata dallo storico designer di Apple Jony Ive: non è andata bene


In breve:


Ferrari ha presentato Luce, la sua prima supercar elettrica da 640.000 dollari, disegnata con Jony Ive e Marc Newson. Il design ha diviso il pubblico: linee pulite, superfici lisce, angoli arrotondati, tetto quasi tutto in vetro e corpo in alluminio l’hanno fatta sembrare a molti più un prodotto tech che una Ferrari tradizionale. Luce usa un sistema audio che genera un rombo artificiale dentro e fuori la macchina durante l’accelerazione. Dopo il lancio, le azioni Ferrari sono scese di circa il 6%.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Ferrari Luce Sparks Controversy Online—And Among Investors
Jony Ive, former Apple executive, is credited with designing the iMac’s famous translucent case and the Apple Watch.
ForbesMary Whitfill Roeloffs

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Presentata la Ferrari Luce disegnata dallo storico designer di Apple Jony Ive: non è andata bene


Il titolo è sceso di circa il 6%.
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In breve:


Ferrari ha presentato Luce, la sua prima supercar elettrica da 640.000 dollari, disegnata con Jony Ive e Marc Newson. Il design ha diviso il pubblico: linee pulite, superfici lisce, angoli arrotondati, tetto quasi tutto in vetro e corpo in alluminio l’hanno fatta sembrare a molti più un prodotto tech che una Ferrari tradizionale. Luce usa un sistema audio che genera un rombo artificiale dentro e fuori la macchina durante l’accelerazione. Dopo il lancio, le azioni Ferrari sono scese di circa il 6%.

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Ferrari Luce Sparks Controversy Online—And Among Investors
Jony Ive, former Apple executive, is credited with designing the iMac’s famous translucent case and the Apple Watch.
ForbesMary Whitfill Roeloffs

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Huawei avrebbe trovato una soluzione dopo la crisi di chip per le restrizioni


Un nuovo metodo di costruzione che stava sviluppando da sei anni.

In breve:


Huawei dice di avere sviluppato un'architettura di nome "LogicFolding", che consiste in un metodo diverso per creare chip più potenti sovrapponendo più strati di circuiti invece di affidarsi solo alla miniaturizzazione tradizionale, oggi legata ai macchinari ASML che la Cina non può acquistare per le restrizioni USA. L’azienda sostiene di lavorarci da sei anni, di avere già prodotto 381 modelli di chip con questa architettura e di volerla usare nei prossimi chip Kirin per smartphone. L’obiettivo dichiarato è arrivare entro il 2031 a una densità paragonabile ai processi da 1,4 nanometri. Huawei non ha ancora presentato verifiche indipendenti; potrebbero esserci problemi di surriscaldamento, software e uso su larga scala nei data center.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

The Wall Street Journal - Huawei Says It Has Workaround to Match Leading Chips

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Nuovo motore ipersonico giapponese: due ore da Tokyo a New York


Il primo test è andato bene.

In breve:


L'azienda JAXA ha testato a terra un motore ramjet per un futuro aereo ipersonico, pensato per volare a "Mach 5", cioè cinque volte la velocità del suono. La prova, svolta a Kakuda con tre università giapponesi, ha simulato un volo a circa 25 chilometri di quota, dove l’aria è rarefatta e le superfici del velivolo possono superare i 1.000 °C. Il test ha verificato soprattutto motore, struttura e protezione termica: secondo i ricercatori, l’interno è rimasto a temperature compatibili con elettronica e sistemi di controllo. Non è ancora un volo reale: il prossimo passo sarà montare il modello su un razzo sonda per una prova a Mach 5. L’obiettivo commerciale è negli anni 2040.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

BGR - Japan's New Hypersonic Engine Could Make 2-Hour Flights To The US A Reality

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La Cina ha lanciato embrioni artificiali in orbita per scoprire se è possibile avere bambini nello spazio


Per capire se possiamo riprodurci su Marte.
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In breve:


La Cina ha inviato sulla stazione spaziale Tiangong modelli artificiali di embrioni ricavati da cellule staminali umane, per studiare se le prime fasi dello sviluppo embrionale possano funzionare nello spazio. I campioni, partiti il 10 maggio con il cargo Tianzhou-10, sono rimasti circa cinque giorni in orbita e poi congelati per il rientro. Non sono embrioni umani veri e non possono diventare una persona, ma simulano passaggi iniziali come l’adesione all’utero e la formazione dei primi tessuti. Gli stessi campioni sono stati coltivati anche a Terra, così da confrontare gli effetti di microgravità e radiazioni. L’obiettivo è capire i rischi per una futura riproduzione umana su Luna o Marte.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

China Launched Artificial Embryos to Orbit to Find Out If We Can Have Space Babies
Human reproduction beyond Earth is no longer reserved for science fiction.
GizmodoPassant Rabie

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Papa Leone paragona la minaccia dell'IA alla "Torre di Babele"


Denuncia il potere in mano a pochi.

In breve:


Papa Leone XIV ha dedicato all’intelligenza artificiale l’enciclica “Magnifica Humanitas”, un testo cattolico che indirizza i credenti su questioni di rilievo pubblico. Il testo paragona il rischio dell’AI alla "Torre di Babele": una tecnologia costruita dall’alto, guidata da potere ed efficienza, in cui le persone vengono adattate al sistema invece che il sistema ai bisogni delle persone. Il papa critica la concentrazione di modelli, infrastrutture e capitali nelle mani di pochi soggetti privati e chiede regole solide, controlli indipendenti e responsabilità pubblica. I temi concreti sono lavoro, condizioni nelle filiere tecnologiche, consumo energetico dei data center e armi autonome, che secondo Leone XIV possono rendere l’uso della forza più facile e meno controllato dagli esseri umani.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

The Wall Street Journal - Pope Leo Compares AI Threat to Biblical ‘Tower of Babel’

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Stati Uniti, criminalità e mortalità in forte calo: cosa può imparare l'Europa


L'aspettativa di vita degli uomini Usa è salita a 77,3 anni e gli omicidi sono ai minimi storici. Le possibili lezioni per l'Europa dietro un cambiamento inatteso.

Per decenni gli Stati Uniti sono stati l'esempio di una società malsana e pericolosa, con tassi altissimi di criminalità violenta e obesità e un'aspettativa di vita bassa e ferma. In termini assoluti molto di questo resta vero, ma come spiega il Financial Times, la direzione di marcia sta cambiando.

L'aspettativa di vita maschile negli Stati Uniti ha raggiunto i 77,3 anni, un anno e mezzo in più rispetto a un decennio fa. Nel Regno Unito il guadagno equivalente è stato di appena sei mesi, in Germania sostanzialmente nullo. Il divario di longevità rispetto all'Europa occidentale è destinato quest'anno a toccare il livello più basso dal 2012. Dopo la pandemia gli americani non sono soltanto tornati ai livelli precedenti al Covid o all'esplosione del fentanyl: l'aspettativa di vita è in una risalita da record.

I tassi di omicidio e di criminalità negli Stati Uniti non sono solo rientrati dopo l'ondata di violenza che ha attraversato il paese tra il 2020 e il 2023, ma stanno segnando minimi storici in città e Stati di tutto il paese.

Violenza e droghe colpiscono in modo sproporzionato i giovani e per questo hanno pesato molto sulla media dell'aspettativa di vita americana. Con il rientro di questi due fenomeni distorsivi emergono le tendenze di fondo della salute e della società statunitense, meno cupe di quanto molti immaginassero.

Negli Stati Uniti i tassi di mortalità per cancro sono più bassi che in Europa occidentale e calano più velocemente. I cattivi risultati sanitari degli americani si concentrano nelle patologie legate agli stili di vita, come malattie cardiovascolari e diabete, mentre il cancro colpisce un ampio spettro di persone a prescindere dai comportamenti individuali. Per questo i tassi di mortalità oncologica sono un indicatore più diretto della qualità del sistema sanitario. Su questo terreno la spesa sanitaria americana, più alta della media, produce risultati superiori alla media.

L'ampia diffusione negli Stati Uniti dei farmaci anti-obesità della classe GLP-1 potrebbe ridurre in prospettiva anche il peso delle patologie legate al sovrappeso, alimentando un ulteriore recupero.

L'ondata di violenza che ha investito gli Stati Uniti tra il 2020 e il 2022, nei mesi successivi all'omicidio di George Floyd, è coincisa con un arretramento della polizia americana dall'attività di contrasto in prima linea. Il peso esatto di questo fattore rispetto agli altri è ancora discusso, ma il suo ruolo è ampiamente riconosciuto. Una conferma arriva anche dal Regno Unito, dove la chiusura di stazioni di polizia durante gli anni dell'austerità è stata seguita da rialzi netti dei crimini violenti nelle aree circostanti.

Un contributo meno discusso al calo della criminalità è venuto dalla spesa pubblica per la ripresa post pandemica. I governi locali statunitensi hanno destinato miliardi di dollari alla sicurezza pubblica e alle infrastrutture di comunità. Quell'iniezione inattesa di risorse ha permesso ai funzionari locali di affrontare problemi di lungo periodo come la riqualificazione di aree di degrado urbano e la sperimentazione di nuovi approcci contro la violenza armata. A Detroit i fondi dell'American Rescue Plan sono stati usati per finanziare gruppi locali chiamati ShotStoppers, ai quali è stato promesso un bonus pari al 100 per cento del finanziamento iniziale in caso di riduzione delle sparatorie. Le aree in cui questi gruppi sono intervenuti hanno registrato cali molto più ampi rispetto al resto della città.

Il quadro statunitense di governi locali ben finanziati capaci di affrontare i propri problemi più pressanti contrasta con quello del Regno Unito, dove i fondi dei governi locali non si sono mai ripresi dalle misure di austerità e le risorse restano al limite mentre le infrastrutture si deteriorano.

Per molti aspetti il sistema americano resta una lezione su cosa non fare in tema di criminalità e sanità. Ma quando una situazione difficile migliora oltre ogni ragionevole previsione vale la pena chiedersi cosa stia funzionando.

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UE, svolta sui fondi di coesione: 1,5 miliardi ai Baltici per la difesa


Bruxelles usa le risorse territoriali per blindare il fronte est contro le minacce ibride

L’Unione Europea ha approvato per la prima volta il trasferimento di 1,5 miliardi di euro provenienti dal Fondo europeo di sviluppo regionale con l’obiettivo di rafforzare le capacità difensive degli Stati baltici, in un contesto segnato dal crescente deterioramento della sicurezza nell’Europa orientale. L’annuncio è stato reso noto dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha collegato la misura alle recenti tensioni regionali e agli sviluppi legati all’incursione di droni attribuita all’Ucraina.

Secondo quanto riportato da Eurasia Group, la decisione rappresenta un passaggio significativo nella politica europea di gestione delle risorse comunitarie, poiché segna l’utilizzo di fondi tradizionalmente destinati alla coesione economica e territoriale per finalità direttamente connesse alla sicurezza e alla difesa. L’iniziativa coinvolge in particolare i Paesi che negli ultimi anni hanno incrementato le proprie richieste di sostegno militare e infrastrutturale alla luce delle tensioni con la Russia.

La riallocazione dei fondi europei sarebbe destinata al potenziamento delle infrastrutture strategiche, dei sistemi di sorveglianza e delle capacità di risposta rapida lungo il fianco orientale dell’UE. Bruxelles considera infatti l’area baltica uno dei punti più sensibili sotto il profilo della sicurezza continentale, soprattutto dopo l’intensificarsi degli episodi legati all’utilizzo di droni e alle attività ibride nella regione.

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Femminicidi, dati UE: record di vittime a Est, Italia sotto la media


Report Eurostat: Lettonia prima per omicidi di donne. Nel nostro Paese il tasso è cinque volte inferiore

La violenza omicidiaria contro le donne continua a rappresentare una delle emergenze sociali più grigi del continente europeo. Tuttavia, i dati più recenti diffusi a livello comunitario delineano una geografia della violenza molto diversa da quella spesso percepita nel dibattito pubblico: i tassi più elevati di donne vittime di omicidio si concentrano soprattutto nei Paesi dell’Europa nord-orientale e centro-orientale, mentre l’Italia si colloca stabilmente al di sotto della media europea.

Secondo quanto riportato da Dagospia, che cita uno studio dell’European Parliamentary Research Service (EPRS), il centro studi del Parlamento europeo, elaborato sui dati Eurostat relativi al 2023, nei 24 Paesi dell’Unione europea che hanno trasmesso dati completi sono state uccise almeno 1.432 donne, pari a una vittima ogni sei ore.

Il dato che colpisce maggiormente riguarda il forte divario territoriale tra gli Stati membri. In cima alla classifica figura la Lettonia, con un tasso di 2,75 omicidi di donne ogni 100mila abitanti di sesso femminile. Un valore che risulta quasi sette volte superiore rispetto a quello registrato in Italia, fermo a 0,4 vittime ogni 100mila donne.

Dopo la Lettonia si collocano Lituania (1,81), Austria (0,99), Bulgaria (0,91) e Germania (0,89), tutte ampiamente sopra la media dell’Unione europea, attestata a 0,67. L’Italia, con 118 vittime accertate nel 2023, risulta invece quart’ultima tra i 24 Paesi monitorati, confermando un’incidenza significativamente inferiore rispetto a gran parte del continente.

L’analisi evidenzia dunque un’Europa divisa in due aree distinte: da una parte i Paesi dell’Europa nord-orientale, caratterizzati da livelli di violenza letale contro le donne particolarmente elevati; dall’altra gli Stati mediterranei, tra cui l’Italia, che presentano tassi più contenuti pur senza essere immuni dal fenomeno.

Anche restringendo il focus ai femminicidi,categoria statistica per la quale sono disponibili dati completi solo in 17 Stati membri, la distribuzione geografica resta sostanzialmente invariata. Ancora una volta la Lettonia registra il valore più alto, con 1,8 femminicidi ogni 100mila donne, seguita da Lituania (1,14), Austria (0,64), Germania (0,60) e Ungheria (0,58).

La media europea dei femminicidi si attesta a 0,42 vittime ogni 100mila donne. L’Italia, con 96 casi registrati e un tasso di 0,32, si mantiene al di sotto del dato continentale. In termini proporzionali, il livello lettone supera di oltre cinque volte quello italiano.

Gli esperti sottolineano comunque come i dati più bassi registrati in alcuni Paesi non debbano essere interpretati come un ridimensionamento del problema. La violenza contro le donne continua infatti a rappresentare una criticità strutturale in tutta Europa e, secondo il report, le misure di contrasto adottate negli ultimi anni non hanno ancora prodotto un calo significativo delle statistiche complessive.

L’indagine dell’EPRS richiama inoltre l’attenzione sulla necessità di uniformare i criteri di raccolta dei dati tra gli Stati membri, dal momento che non tutti i Paesi europei adottano le stesse definizioni statistiche di femminicidio e violenza di genere. Una frammentazione che rende più complesso il confronto diretto tra le diverse realtà nazionali.

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In un angolo degli Stati Uniti si parla il basco


Dai pastori arrivati con la corsa all'oro al festival Jaialdi di Boise, la lingua europea più antica documentata è viva nell'Ovest americano grazie a una comunità di oltre un secolo.

In un angolo dell'Idaho si parla la lingua europea più antica documentata. A Boise, capitale dello Stato nordoccidentale, una comunità di origine basca tiene viva una tradizione arrivata negli Stati Uniti più di un secolo fa con la corsa all'oro. La storia, raccontata dall'Economist, è tornata d'attualità per una controversia parlamentare locale che ha sfiorato la diplomazia internazionale.

La House Bill 561, presentata dal deputato Ted Hill all'assemblea legislativa dell'Idaho, vietava in origine ai governi locali di esporre bandiere che non fossero quelle di Stati ufficiali. L'obiettivo era impedire al Comune di Boise di esibire la bandiera arcobaleno. Il provvedimento ha però allarmato il presidente dei Paesi Baschi, regione autonoma della Spagna settentrionale, che ha inviato una lettera al parlamento dell'Idaho. La preoccupazione riguardava lo Ikurrina, la bandiera basca, che ogni cinque anni sventola in città durante Jaialdi, il festival da 40.000 persone ospitato dalla comunità. Hill ha così proposto un'eccezione apposita per la bandiera basca, preoccupato che la legge perdesse consensi.

La presenza basca nell'Ovest americano risale alla corsa all'oro in California, a metà Ottocento. I primi migranti arrivarono cercando fortuna nelle miniere e si spostarono poi nella pastorizia. Entro il 1900 una catena migratoria fece seguire ai nipoti la strada degli zii e i pastori baschi si diffusero sulle terre federali di tutto l'Ovest. Hanno lasciato una traccia visibile: oltre 25.000 messaggi in lingua basca incisi sui tronchi degli alberi sono stati censiti nei boschi della regione.

Per decenni l'integrazione ha messo a rischio la lingua. Le generazioni più anziane spinsero figli e nipoti a parlare solo inglese e ad abbandonare il basco, considerato un ostacolo all'assimilazione. Negli anni Settanta sembrava ormai destinato a scomparire, ha raccontato all'Economist Dave Bieter, ex sindaco di Boise. Oggi, racconta, quando gioca al Mus, un gioco di carte tipicamente basco, circa un terzo dei partecipanti parla la lingua.

A Boise il gruppo musicale Txantxangorriak si ritrova il martedì sera con trikis, una sorta di fisarmonica, e panderos, tamburelli, cantando in basco. Poco lontano c'è la rosticceria Ansots Basque Chorizos & Catering e più avanti la Boiseko Ikastola, l'unica scuola materna in lingua basca degli Stati Uniti. Nel paese esistono circa quaranta club baschi, concentrati soprattutto nei territori dell'Ovest dove i pastori si stabilirono oltre un secolo fa.

La controversia parlamentare in Idaho ha messo in luce quanto la minoranza basca sia oggi parte integrante della vita politica e sociale dell'Ovest americano. Una comunità arrivata per cercare oro e pascoli ha trasformato un angolo di Idaho in un piccolo lembo della Spagna nordorientale. Una lingua che in Europa è considerata la più antica documentata continua a essere parlata, cantata e insegnata anche dall'altra parte dell'Atlantico.

Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)

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Mythos, l'intelligenza artificiale che fa tremare le banche. Francoforte convoca i vertici


Non era mai successo che un'intelligenza artificiale mostrasse una capacità simile di scardinare le difese digitali delle banche europee. Dietro l'allarme della BCE si nasconde lo spettro di attacchi coordinati in grado di compromettere in ore ciò che oggi resiste per giorni.

La Banca centrale europea ha convocato per martedì 26 maggio un vertice straordinario con i responsabili della sicurezza informatica dei principali istituti di credito dell'Eurozona. Al centro dell'incontro, Claude Mythos, il nuovo modello di intelligenza artificiale sviluppato da Anthropic, capace di superare i sistemi di difesa cyber attualmente impiegati dalle banche europee. La notizia, diffusa dall'ANSA, arriva in un momento in cui l'intero sistema finanziario continentale sta accelerando sulla digitalizzazione dei servizi, esponendo al tempo stesso superfici di attacco sempre più ampie. Per l'Italia, dove il settore bancario vale oltre il 260% del PIL e dove gli istituti hanno investito 2,8 miliardi di euro in cybersicurezza nel 2025, la minaccia assume contorni particolarmente delicati.

Non è la prima volta che le autorità di vigilanza europee lanciano un allarme, ma la convocazione d'urgenza da parte di Francoforte segnala un salto qualitativo nella percezione del rischio. Mythos rappresenta una categoria nuova di minaccia: non un malware tradizionale, ma un sistema di intelligenza artificiale generativa addestrato specificamente per identificare vulnerabilità nei protocolli di sicurezza bancari, adattarsi in tempo reale alle contromisure e sfruttare falle che gli strumenti di scansione convenzionali non rilevano. Secondo Frank Elderson, vicepresidente della BCE, il modello è in grado di decodificare patch di sicurezza e trasformarle in vulnerabilità sfruttabili in poche ore — operazioni che oggi richiedono giorni a team specializzati. Anthropic ha limitato la distribuzione del modello a un ristretto gruppo di grandi aziende tecnologiche e finanziarie nell'ambito del Progetto Glasswing, pensato per tappare le falle prima che modelli analoghi diventino diffusi.

Quando la difesa insegue l'attacco: il ritardo italiano


Il panorama italiano mostra una vulnerabilità specifica. Gli istituti di credito nazionali hanno sì aumentato gli investimenti in sicurezza informatica, ma gran parte delle risorse è stata destinata alla conformità normativa — DORA, NIS2, PSD3 — piuttosto che all'innovazione tecnologica pura. Il risultato è un'architettura difensiva spesso basata su soluzioni legacy, integrate con strati successivi di protezione che aumentano la complessità senza necessariamente rafforzare la resilienza complessiva. Banche come Intesa Sanpaolo e UniCredit hanno sviluppato centri di eccellenza interni, ma la maggior parte degli istituti di medie dimensioni dipende ancora da fornitori esterni, spesso gli stessi per molte realtà, creando punti di fragilità sistemica.

Il nodo non riguarda solo la capacità di risposta tecnica, ma anche quella organizzativa. La governance della sicurezza informatica nelle banche italiane resta frammentata: responsabilità distribuite tra direzione IT, risk management, compliance e sicurezza fisica, senza sempre un coordinamento efficace. Quando un attacco sfrutta intelligenza artificiale avanzata, la velocità di reazione diventa determinante, e strutture rigide faticano a tenere il passo. L'Associazione Bancaria Italiana ha avviato dal 2024 un tavolo permanente sulla cyber resilience, con simulazioni di stress test congiunti, ma la partecipazione resta volontaria e disomogenea.

La risposta europea tra regolamentazione e innovazione


La BCE non si limita a convocare. Contestualmente al vertice, Francoforte sta lavorando con l'Autorità bancaria europea per definire standard minimi comuni sulla capacità di rilevamento delle minacce basate su intelligenza artificiale. Si parla di requisiti quantitativi: tempi massimi di individuazione di anomalie comportamentali, soglie di falsi positivi accettabili, capacità di isolamento dei sistemi compromessi entro finestre temporali definite. L'obiettivo è evitare che la difesa rimanga ancorata a logiche reattive, quando gli attacchi si sono fatti predittivi.

Ma la regolamentazione da sola non basta. Alcuni istituti stanno sperimentando l'uso di intelligenza artificiale difensiva, modelli addestrati a prevedere le mosse di sistemi ostili e a generare contromisure automatiche. La francese BNP Paribas ha ampliato la partnership con Mistral AI per rafforzare le proprie difese cyber contro minacce di nuova generazione. Sono segnali di un cambio di paradigma, ma ancora isolati. La maggior parte delle banche europee attende indicazioni dall'alto, esponendosi nel frattempo a un divario tecnologico con gli attaccanti che si allarga settimana dopo settimana.

Il caso Mythos solleva anche interrogativi sulla trasparenza e sulla condivisione delle informazioni. Se un modello di intelligenza artificiale riesce a penetrare i sistemi di una banca, quali dati vengono esposti? E chi viene informato? Le normative europee impongono notifiche rapide alle autorità e, in certi casi, ai clienti, ma i tempi di reazione restano spesso inadeguati. Durante l'attacco ransomware che ha colpito nel 2025 una media banca tedesca, ci sono voluti quattro giorni prima che i clienti venissero avvisati della potenziale compromissione dei dati personali. Con Mythos, che opera con velocità superiori, quei quattro giorni potrebbero tradursi in perdite irreparabili.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)
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Italia Viva firma la campagna politica dell'anno. FdI risponde con le stesse armi


Manifesti in stile Ventennio nelle stazioni. La replica di Fratelli d'Italia: “Finché ci sarà lei, niente inciuci”

“Qvando c'era lei i treni arrivavano in ritardo”. Un manifesto affisso nelle grandi stazioni ferroviarie italiane, grafiche in stile anni Trenta, font tipico del Ventennio. Italia Viva ha lanciato tra le campagne politiche più discusse degli ultimi anni, e la risposta di Fratelli d'Italia non si è fatta attendere: stesso stile grafico, messaggio opposto. “Finché ci sarà lei, nessun inciucio di palazzo”.

La campagna, intitolata “Qvando c'era lei”, con la V al posto della U, richiamo deliberato all'estetica fascista usato in chiave ironica e dissacrante, nasce in prima istanza per convincere i sostenitori a versare il 2x1000 a Italia Viva, ma con un obiettivo più ampio: colpire il governo Meloni sui temi su cui aveva vinto le elezioni nel 2022: costo della vita, crescita economica, pressione fiscale, sicurezza. I manifesti, pubblicati sul profilo Instagram ufficiale di Italia Viva, mostrano dati concreti: i giovani che lasciano l'Italia, il PIL tra i peggiori d'Europa, il debito pubblico in salita, la pressione fiscale a livelli record.

Il manifesto sui treni e il caso nelle stazioni


Il contenuto che ha fatto esplodere il caso è il manifesto collocato accanto ai tabelloni degli orari nelle stazioni di Roma e Milano: “Qvando c'era lei i treni arrivavano in ritardo”. Una frase che rovescia ironicamente il noto luogo comune sul fascismo, “quando c'era lui i treni arrivavano in orario”. La concessionaria pubblicitaria Grandi Stazioni ha chiesto di modificare le affissioni. Italia Viva ha gridato alla censura. Il risultato era già stato raggiunto.

La replica di FdI: stessa estetica, messaggio opposto


Fratelli d'Italia ha scelto di rispondere sul terreno della comunicazione visiva, usando a sua volta i caratteri tipografici del Ventennio. “Finché ci sarà lei, niente soldi all'estero ai parlamentari”, recita un post, in riferimento alla norma approvata per limitare le conferenze pagate di Renzi all'estero. “Finché ci sarà lei, nessun inciucio di palazzo. La volontà popolare verrà rispettata”, si legge in un altro. Nasce così un duello inedito nella comunicazione politica italiana recente: a colpi di manifesti, con la stessa estetica del Ventennio e due messaggi opposti.

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Lombardia, l'industria cresce ma tra gli imprenditori c'è sfiducia


La manifattura lombarda registra una crescita nel consuntivo recente, eppure gli imprenditori guardano ai prossimi mesi con pessimismo crescente.
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Lombardia, l'industria cresce ma tra gli imprenditori c'è sfiducia
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L'analisi di Unioncamere Lombardia fotografa un paradosso: i bilanci del trimestre precedente mostrano segni positivi, ma in alcuni settori le aspettative degli imprenditori per il futuro segnano una frenata rispetto all'ottimismo di inizio anno. Non si tratta di un dato marginale. La Lombardia produce circa il 23% del PIL manifatturiero italiano e concentra oltre 800.000 imprese attive: quando la locomotiva rallenta nella fiducia, l'intero convoglio nazionale ne risente.

Il divario tra performance effettiva e sentiment degli imprenditori segnala una frattura psicologica più che contabile. Le aziende hanno chiuso ordini, fatturato, mantenuto l'occupazione. Eppure percepiscono un orizzonte insostenibile. Questa discrasia si spiega con fattori strutturali che sfuggono al controllo delle singole imprese: il costo dell'energia elettrica per l'industria italiana è circa il 30% superiore alla media europea e del 15% rispetto alla Germania, nonostante le misure di compensazione. La dipendenza dalle catene globali del valore espone inoltre la manifattura lombarda — fortemente integrata nei circuiti dell'export — alle tensioni commerciali tra Unione Europea, Stati Uniti e Cina, dove i dazi si moltiplicano e le previsioni cambiano trimestre per trimestre.

Allarme: economia italiana verso la stagnazione
Confindustria ha lanciato un severo avvertimento: «L’economia si sta deteriorando, con un rischio concreto di stagnazione o peggio».
L'Analista | Giornale Indipendente di Economia e TecnologiaRedazione

Il peso delle filiere corte e la scommessa della transizione verde


La specificità lombarda risiede nella densità delle filiere. Meccanica, tessile-moda, chimica-plastica, agroalimentare: settori interconnessi in cui il problema di uno diventa rapidamente il problema di molti. Quando un fornitore di componentistica automotive rallenta, l'effetto si propaga a valle e a monte. Gli imprenditori non guardano solo i propri dati, osservano quelli dei clienti e dei fornitori. E qui emergono segnali contraddittori: da un lato la domanda internazionale di macchinari italiani tiene, dall'altro i committenti europei posticipano investimenti in attesa di chiarezza normativa sulla transizione ecologica.

La direttiva europea sulla due diligence ambientale e sociale nelle catene di fornitura, insieme agli obblighi crescenti sul bilancio di sostenibilità, impone alle PMI lombarde investimenti che molte non hanno ancora quantificato. Le grandi imprese trasferiscono i requisiti ESG lungo la filiera, ma raramente condividono risorse o competenze per adeguarsi. Si crea così un clima di incertezza operativa che deprime le aspettative anche in presenza di ordini stabili. Molte aziende lombarde hanno già avviato progetti di efficientamento energetico e economia circolare, il problema è l'assenza di un quadro regolatorio stabile che consenta di pianificare investimenti pluriennali senza il rischio di cambi normativi improvvisi.

Mancano le competenze: il divario tra scuola e imprese
Non è solo una questione di PIL: il divario tra Nord e Sud si gioca oggi sugli investimenti in capitale umano e automazione. Mentre le imprese innovative garantiscono stabilità, la carenza di profili qualificati e il ritardo del Mezzogiorno rischiano di trasformare il PNRR in un’occasione sprecata.
L'Analista | Giornale Indipendente di Economia e TecnologiaMariza Cibelle Dardi

Energia, credito e ricambio generazionale


Il nodo del credito si aggiunge al quadro. Le PMI manifatturiere lombarde hanno beneficiato negli anni passati di garanzie pubbliche e tassi bassi. Con il rialzo dei tassi di interesse europei, il costo del capitale circolante è aumentato sensibilmente. Le banche hanno inasprito le condizioni di accesso al credito, specialmente per investimenti in tecnologie digitali o verdi, percepiti come più rischiosi. Molte imprese familiari, inoltre, affrontano il passaggio generazionale senza un piano di successione definito: secondo elaborazioni su campioni provinciali lombardi, circa il 40% delle PMI manifatturiere è guidato da imprenditori con più di 60 anni, e la maggior parte non ha ancora individuato un successore interno o esterno.

Eppure non mancano segnali di controtendenza. Le imprese che hanno investito in automazione e digitalizzazione registrano margini operativi superiori del 15-20% rispetto alla media di settore. I consorzi di filiera, come quelli della meccanica bresciana o del tessile comasco, stanno costruendo piattaforme condivise per l'approvvigionamento energetico e la formazione del personale. Alcune realtà hanno iniziato a internalizzare competenze strategiche prima delegate a consulenti esterni, riducendo la dipendenza da servizi costosi e costruendo capacità interne di analisi e previsione.

Cosa dice l'Europa?


La Regione Lombardia ha stanziato fondi per la transizione 4.0 e per il sostegno alle filiere strategiche, ma l'efficacia di questi strumenti dipende dalla capacità delle imprese di accedere rapidamente alle risorse e di coordinarsi tra loro. La frammentazione resta un problema: migliaia di piccole imprese eccellenti, ma poco connesse tra loro, competono invece di cooperare. L'esperienza francese dei pôles de compétitivité o quella tedesca dei cluster industriali regionali mostra che l'innovazione e la competitività si costruiscono attraverso piattaforme condivise, non solo attraverso incentivi fiscali.

A livello europeo, il dibattito sul «Made in Europe» e sulla sovranità industriale apre spazi per politiche di sostegno alle filiere strategiche. L'Italia ha l'opportunità di giocare un ruolo centrale, a patto di presentarsi con progetti di sistema e non con richieste settoriali frammentate. La manifattura lombarda, per densità e qualità, può diventare il laboratorio di un nuovo modello industriale europeo: meno dipendente dalle importazioni asiatiche, più integrato nelle tecnologie verdi, capace di attrarre talenti giovani.

Il pessimismo degli imprenditori lombardi non è irrazionale: è la risposta lucida a un contesto che cambia più velocemente delle capacità di adattamento delle imprese. Ma è anche un segnale di vigilanza. Le aspettative cupe possono tradursi in cautela eccessiva e investimenti rinviati, oppure spingere a cercare alleanze, innovare processi, ripensare modelli di business. La differenza la faranno le scelte dei prossimi mesi: aspettare che il contesto si stabilizzi, o costruire le condizioni per competere dentro l'instabilità.


Confindustria lancia l'allarme: economia italiana verso la stagnazione


Il capoeconomista di Confindustria, Andrea Fontana, ha lanciato un severo avvertimento sullo stato dell'economia italiana: «L'economia si sta deteriorando, con un rischio concreto di stagnazione o peggio». Il riferimento è al rallentamento generalizzato dei settori produttivi, con particolare attenzione alle costruzioni che stanno frenando dopo anni di crescita sostenuta.

Fontana ha collegato esplicitamente le prospettive negative alla persistenza delle tensioni geopolitiche: «Serve uno stop alla guerra, altrimenti la recessione è dietro l'angolo». Il riferimento implicito è al conflitto in Ucraina e alle sue ripercussioni su energia e catene di approvvigionamento.

L'allarme arriva in un momento delicato per l'economia europea, già frenata da inflazione ancora elevata e domanda interna debole. Per l'Italia, un ritorno alla stagnazione significherebbe mettere a rischio il percorso di riduzione del debito pubblico e complicare ulteriormente le prospettive occupazionali, soprattutto nel settore manifatturiero.


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L'Islanda valuta di entrare nell'Ue dopo le minacce di Trump sulla Groenlandia


Il governo islandese prepara un referendum estivo per avviare i colloqui di adesione all'UE. La crisi della Groenlandia ha riaperto il dibattito su difesa ed economia

L'Islanda è in Europa, ma non nell'Unione Europea, e per lungo tempo questa condizione è andata bene a un Paese che ha difeso con tenacia la propria indipendenza e il controllo sulla sua industria della pesca. Le minacce ripetute del presidente Donald Trump di "prendere" la Groenlandia, il vicino più prossimo dell'isola, hanno però spinto i circa 400mila islandesi a dibattere seriamente un'ipotesi fino a pochi mesi fa impensabile: aderire all'UE.

La premier islandese Kristrun Frostadottir ha dichiarato al New York Times in un'intervista nel suo ufficio a Reykjavik che "la crisi della Groenlandia ha decisamente toccato un nervo scoperto" e che la politica estera ha assunto un peso molto maggiore nella testa degli elettori. "Le cose sono decisamente cambiate", ha detto la premier. Il governo sta preparando un referendum, atteso già per l'estate, per decidere se avviare colloqui esplorativi di adesione con Bruxelles. Il processo potrebbe richiedere anni, ma il solo fatto che il dibattito sia aperto segnala un cambiamento reale.

L'Islanda è un acquisto attraente per l'Unione Europea. Si trova in mezzo all'Atlantico settentrionale, alla porta dell'Artico, e offrirebbe a Bruxelles un punto d'appoggio importante in una regione dove le superpotenze si contendono il dominio. È un Paese ricco e supera quasi sempre i Paesi UE su indicatori come la parità di genere e l'aspettativa di vita.

Per gli islandesi l'attrattiva dell'Unione Europea riguarda soprattutto la stabilità. Molti hanno reagito con sgomento quando il presidente ha confuso il loro Paese con la Groenlandia e di fronte alle notizie che Billy Long, designato come nuovo ambasciatore americano a Reykjavik, aveva scherzato sull'Islanda come possibile 52esimo stato. Long si è poi scusato.

Pochi pensano che il presidente minaccerebbe l'Islanda direttamente. Il Paese però è l'unico membro della NATO senza forze armate e ha sempre fatto affidamento sull'alleanza, e in particolare sugli Stati Uniti, per la propria difesa. Ora che Washington appare un alleato meno affidabile, alcuni islandesi sentono il bisogno di un'assicurazione. L'Unione Europea non è una forza militare, ma ha nei suoi trattati una clausola poco conosciuta che può essere usata per la difesa reciproca. A marzo Bruxelles e Reykjavik hanno firmato un partenariato per la sicurezza e la difesa.

"La gente sente di poter essere costretta a scegliere una parte", ha spiegato Eirikur Bergmann, professore di scienze politiche all'Università di Bifrost, in Islanda. "E a quel punto in realtà c'è una sola parte da scegliere".

L'esito del dibattito potrebbe dipendere dal pesce. La pesca rappresenta una quota molto rilevante dell'economia islandese e gli islandesi hanno osservato con allarme negli ultimi anni i tagli alle quote di pesca subiti dall'Irlanda, Paese membro dell'UE, che hanno colpito duramente le comunità costiere. Alcuni segnali fanno tuttavia sperare che Bruxelles possa essere disposta a un compromesso sulle quote se ciò permettesse di portare l'Islanda nel blocco.

L'altro fronte è quello economico. La corona islandese è da tempo una valuta volatile, mentre l'euro è stabile. L'inflazione in Islanda è oggi intorno al 5,2 per cento, quasi il doppio di quella dell'area euro. I prodotti alimentari risultano cari anche a causa delle tasse sui prodotti importati dall'Unione, e per molti islandesi l'adesione e l'adozione dell'euro appaiono come una scommessa migliore, in grado di rendere la spesa quotidiana meno costosa.

I primi sondaggi indicano che un eventuale referendum sull'avvio dei colloqui di adesione si concluderebbe con un esito incerto, con i due schieramenti molto vicini. Il dibattito si annuncia anomalo per il livello di divisione politica che sta producendo in un Paese piccolo e abitualmente coeso. La discussione sull'Europa, già emersa in passato, non era mai sembrata così concreta come ora che la pressione esterna proveniente dalla Casa Bianca ha cambiato il calcolo di costi e benefici.

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La Sicurezza in Mare di Sea Fend


Sea Fend presenta il sistema brevettato di ausilio al galleggiamento delle imbarcazioni. Un sistema innovativo capace di trasformare un’emergenza estrema in una situazione gestibile. È questa la rivoluzione introdotta da Sea Fend, protagonista al Marina di Varazze
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Il debutto è avvenuto in occasione del Match Race 2026, dove l’azienda ha presentato in anteprima esclusiva il proprio sistema brevettato di ausilio al galleggiamento, una tecnologia unica al mondo progettata per intervenire in caso di danneggiamento dello scafo o rischio di affondamento.

L’evento, dedicato alla nautica contemporanea tra regate, networking ed experience a bordo, ha acceso i riflettori su una delle sfide più importanti del settore: rendere la navigazione sempre più sicura, sostenibile ed efficiciente.

Il cuore dell’innovazione Sea Fend risiede in un sistema intelligente che, in caso di incidente o falla, rilascia e gonfia istantaneamente speciali galleggianti interni, capaci di mantenere l’imbarcazione a galla. Una soluzione che consente all’equipaggio di gestire l’emergenza in sicurezza e, in molti casi, di raggiungere il porto limitando conseguenze ben più gravi.

Una tecnologia che supera il concetto tradizionale di sicurezza passiva e introduce un nuovo approccio nella nautica: prevenire il danno prima che diventi irreversibile.

In un contesto internazionale in cui la sicurezza marittima è sempre più centrale, i dati mostrano quanto il tema della prevenzione sia strategico. Secondo le stime UNESCO, nel mondo esistono oltre 3 milioni di relitti sottomarini, mentre ogni anno si registrano tra gli 85 e i 100 grandi naufragi. Nel Mediterraneo sono censiti oltre 15.641 naufragi documentati, mentre l’Agenzia Europea per la Sicurezza Marittima (EMSA) registra ogni anno oltre 2.600 sinistri marittimi nelle acque europee. Numeri che evidenziano l’importanza di investire in tecnologie innovative capaci di aumentare gli standard di sicurezza e ridurre le conseguenze di incidenti e avarie.

In questo scenario Sea Fend si distingue per una visione che unisce innovazione tecnologica, sostenibilità e tutela della vita umana. Il sistema, infatti, non solo contribuisce a salvare vite, ma riduce anche l’impatto ambientale degli affondamenti, prevenendo dispersioni di carburante, oli e materiali in mare e limitando la formazione di nuovi relitti sommersi.

Accanto al valore umano e ambientale, Sea Fend rappresenta anche un vantaggio concreto per armatori e operatori del settore, contribuendo a ridurre costi di recupero, riparazione, fermo tecnico e danni assicurativi legati a un eventuale affondamento. Un elemento che rende il sistema particolarmente interessante sia per la nautica da diporto sia per il comparto professionale.

Il dispositivo è progettato per adattarsi a differenti tipologie di unità navali: barche di nuova costruzione, imbarcazioni già esistenti, mezzi professionali e unità militari, integrandosi senza modifiche estetiche invasive e aumentando valore, affidabilità e prestigio dell’imbarcazione stessa.

A rendere ancora più avanzata la tecnologia Sea Fend è la presenza di una app dedicata che consente il monitoraggio continuo dell’imbarcazione da remoto, con tracciamento GPS, controllo dello stato della barca e notifiche automatiche ai contatti di emergenza. Una funzione che amplia ulteriormente il concetto di sicurezza, offrendo protezione proattiva e rassicurazione sia a chi si trova a bordo sia a familiari e partner a terra.

Sea Fend è un progetto di Save Our Ship S.r.l., realtà con sede a Modena nata nel cuore dell’Emilia Romagna, espressione autentica dell’eccellenza manifatturiera e dell’ingegno Made in Italy. Un’azienda che ha scelto di investire in ricerca e sviluppo per creare una tecnologia originale e destinata a ridefinire gli standard della sicurezza nautica internazionale.

La presentazione al Marina di Varazze rappresenta un nuovo passo nel percorso di crescita di Sea Fend, confermando come il futuro della nautica passi sempre più attraverso tecnologie capaci di coniugare sicurezza, sostenibilità, innovazione e valore economico.

seafend.it

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Una corte federale boccia di nuovo la mappa congressuale dell'Alabama


La corte ha giudicato la mappa congressuale del 2023 affetta da discriminazione razziale intenzionale e ha imposto di tornare al piano disegnato dallo special master per il voto di novembre.

Una corte federale in Alabama ha bloccato lo Stato dall'usare la propria mappa congressuale del 2023 per le elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Il collegio composto da tre giudici federali ha deciso il 26 maggio che il piano elettorale approvato dal parlamento statale era "inquinato da discriminazione razziale intenzionale" ai danni degli elettori neri.

La decisione, contenuta in un'ordinanza di 102 pagine firmata dal giudice della corte d'appello Stanley Marcus e dai giudici distrettuali Anna Manasco e Terry Moorer, impone al segretario di Stato dell'Alabama, Wes Allen, di continuare a usare la mappa già adottata per le elezioni del 2024, disegnata senza criteri di natura etnica da uno special master nominato dal tribunale.

Nel 2023 il parlamento dell'Alabama, a maggioranza repubblicana, aveva approvato una mappa congressuale con un solo distretto a maggioranza nera sui sette totali. Una precedente sentenza della stessa corte federale, confermata poi dalla Corte suprema, aveva stabilito che i distretti avrebbero dovuto essere due, dato il peso demografico della popolazione afroamericana concentrata nella Black Belt e lungo la costa del Golfo.

Ad aprile la Corte suprema ha emesso una sentenza, Louisiana v. Callais, che ha ridimensionato la portata della Sezione Due del Voting Rights Act, la legge federale del 1965 che proibisce le pratiche elettorali discriminatorie su base razziale. Subito dopo la decisione, il parlamento dell'Alabama ha approvato di nuovo la mappa del 2023, nel pieno di una tornata elettorale già in corso, scommettendo sul fatto che il nuovo standard fissato dalla Corte suprema avrebbe legittimato il piano.

La Corte suprema ha effettivamente permesso allo Stato di muoversi in quella direzione, dando il via libera all'uso del piano del 2023 mentre il voto per corrispondenza era già iniziato. Gli elettori neri che da anni contestano la mappa hanno però chiesto al tribunale federale un'ingiunzione d'urgenza, sostenendo che la decisione della Corte suprema su Callais non eliminava un altro problema. La mappa resta infatti una violazione del Quattordicesimo Emendamento per discriminazione razziale intenzionale.

Il tribunale ha accolto la tesi dei ricorrenti. Nell'ordinanza scrive che il parlamento dell'Alabama "non può usare Callais per legittimare la decisione, presa prima di Callais, di insistere nella diluizione discriminatoria del voto che noi e la Corte suprema abbiamo accertato". E aggiunge che lo Stato "non può usare Callais per legittimare la serie di scelte specifiche e inusuali con cui ha radicato quella diluizione".

La corte ha ricostruito le mosse procedurali con cui il parlamento statale ha approvato la mappa, definendole un netto scostamento dalle prassi ordinarie. Tra queste, l'adozione di motivazioni legislative inedite pensate per ostacolare la creazione di un secondo distretto a maggioranza nera e la decisione di preservare i distretti della costa del Golfo spezzando invece le comunità della Black Belt.

I giudici hanno respinto anche l'argomento dello Stato secondo cui le scelte sulla mappa sarebbero state dettate da motivi politici e non razziali. "Questo enorme fascicolo non contiene alcuna prova di un movente partitico", scrivono nell'ordinanza. La mappa, secondo la corte, ha distribuito gli elettori neri tra i vari distretti "almeno in parte perché sono neri".

La sentenza arriva a meno di tre mesi dalle primarie speciali fissate per l'11 agosto. Lo Stato aveva infatti rinviato le primarie del 19 maggio in quattro distretti congressuali in attesa di capire quale mappa sarebbe stata utilizzata. Gli elenchi elettorali restano organizzati secondo la mappa dello special master usata fino a pochi giorni fa. I giudici hanno ritenuto amministrativamente più semplice mantenere quel piano piuttosto che imporre un riassegnamento d'urgenza degli elettori ai distretti del 2023.

L'ordinanza sarà quasi certamente impugnata davanti alla Corte suprema, che ha già esaminato la causa in più occasioni. La decisione segna comunque un punto fermo: anche dopo Callais, i tribunali federali possono ancora bloccare una mappa elettorale ritenuta intenzionalmente discriminatoria sulla base del Quattordicesimo Emendamento. È una via stretta ma praticabile, dopo che la Corte suprema ha reso molto più difficile usare la Sezione Due del Voting Rights Act per contestare la diluizione del voto delle minoranze.

Il caso, noto come Allen v. Milligan, è una delle diverse battaglie sulla ridistrettazione che si stanno combattendo negli Stati del Sud dopo la sentenza di aprile della Corte suprema, con cause analoghe in Louisiana, Georgia e Tennessee. La mappa appena ritenuta incostituzionale era stata approvata, scrivono i giudici, per "evadere le inequivocabili richieste degli ordini della corte".

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DK10x32 - Trantran e piccole vittorie


Le notizie sono il solito trantran: infurianti, demoralizzanti, o noiose; per fortuna ogni tanto si riesce a portare a casa una piccola vittoria.
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Ascolta l'episodio su Spreaker.com

Le notizie sono il solito trantran: infurianti, demoralizzanti, o noiose; per fortuna ogni tanto si riesce a portare a casa una piccola vittoria.

Sigla.

Google


Settimana passata sono stato sommerso da news su Google I/O, il festival per i fanboi di Google, e dai relativi commenti. La mia reazione è stata la noia.

E non perché Sundar Pichai e Demis Hassabis portino sul palco il carisma di un bradipo e l'impatto culturale di un vaso di petunie.

Noia perché Google, come Meta, come tutta la Silicon Valley, ha smesso di pensare da anni. Continuano a servirci merda riscaldata e ci dicono che è zuppa. Fate un viaggio nel tempo, andate per esempio all'episodio 35 della seconda stagioNE, "Onore Al Compagno Google", era il Marzo del 2018. A sentire i cantori, secondo i quali un anno di tecnologia è una generazione, il 2018 è praticamente le guerre risorgimentali. Oppure divertitevi con il più esplicito episodio 12, settima stagione "Algopirla verso il Reich Millenario (contro il Lungotermismo)", quello è più recente, parliamo solo del 22 Dicembre 2022.

L'annuncio attuale di Google, che la ricerca passerà obbligatoriamente attraverso il filtro di un modello linguistico che interpreterà per noi domande e risposte, risparmiandoci la fatica di dover capire qualcosa delle une e delle altre, non è una novità più di quanto lo sia il fatto che il modello di business di Google e di tutti i GAFAM è quello di gatekeeper, ossia di parassita. Il suo modello di utente è una scimmia ammaestrata con una carta di credito.

Non esattamente un'idea nuova. Sono almeno dieci anni che parliamo di economia estrattiva, di tecnofeudalesimo, di gatekeeping. Nella ricerca mediata da modelli linguistici non c'è niente che non ci fosse già nelle anteprime automatiche, e prima ancora nell'idea che la seconda pagina dei risultati di ricerca fosse il cimitero degli elefanti.

La sorpresa, per chi si sorprende con poco, è quanto sia semplice rivendere sempre la stessa idea facendola passare per novità.

Ma ci sono anche delle piccole soddisfazioni. Per esempio, nell'irresistibile corsa a divorare i propri figli, Google ha appena decretato la morte della stessa industria su cui ha costruito la propria fortuna, la SEO, Search Engine Optimisation, ovvero la raccolta di trucchi per cercare di ottenere un miglior piazzamento nei risultati di ricerca.

Nonostante quello che tanti hanno voluto credere, è sempre stato un gioco truccato. Dal momento in cui ha scoperto la redditività delle pubblicità online, Google ha sempre avuto il controllo assoluto sui risultati del proprio "algoritmo" (si sentono le virgolette?). Il fatto che a cadenza regolare le regole cambiassero, e quindi fosse necessario rifare da capo l'"ottimizzazione" serviva soltanto a mantenere l'illusione che la posizione nei risultati non fosse solo funzione del budget investito.

Il modello di business non è cambiato: Google guadagna discriminando l'accesso al Web. Prima con la ricerca, poi con la SEO, poi con i risultati sponsorizzati, poi con i sommari automatici, poi con le anteprime AI, e adesso fornendo direttamente i contenuti del Web come se fossero un proprio servizio.

I più stagionati fra voi ricorderanno le discussioni dotte in cui l'esperto SEO di turno faceva notare che la maggioranza dei visitatori del sito canistracci.it "proveniva" da Google. E tutti i direttori a bofonchiare che occorreva investire soldi in Google. Nessuno che fosse disposto a notare che gli utenti "arrivavano" da Google su canistracci.it perché Google è un motore di ricerca e gli utenti avevano cercato canistracci.

La bontà dei risultati si è vista nel tempo: gli inserzionisti sono migrati su Google perché non aveva senso spendere in qualcuno che anziché puntare sui propri contenuti pagava Google per la propria visibilità. E i siti, non sapendo più come raccogliere pubblicità, distribuiscono quella che gli passa Google.

Solo che non siamo nel 2010. Google sta ripetendo per la terza o quarta volta la stessa manovra, confidando che tutti gli altri siano troppo stupidi per costruire delle alternative. Ma le alternative ci sono.

L'Unione, con tutti i suoi limiti che non sono pochi, ha la miglior legislazione digitale sul pianeta per contenere lo strapotere degli oligopolisti, a partire dal DSA e dal DMA, il GDPR, il resto del Digital Compact e da Novembre la PLD2.

Il guaio è che una Commissione di molluschi che gonfia il petto, quando si parla di spese militari inutili, perché "l'Europa deve tornare a contare sullo scacchiere internazionale", ma poi sospende una multa miliardaria a Google per abuso di posizione dominante non è esattamente quello che ci serve adesso.

Abbiamo bisogno di gente con una spina dorsale, non di filoatlantici con deliri di potenza novecenteschi.

Anche la discussione sulla sovranità digitale, che pure è un tema importante, è gestita in modo ridicolo come questione di "campioni nazionali". Non abbiamo nessun bisogno di campioni nazionali. Abbiamo bisogno di imporre il rispetto delle nostre leggi in primis, di investimenti continentali in infrastruttura, e di revocare l'articolo 6 della direttiva sul copyright del 2000: il cosiddetto accordo anti-circonvenzione, che impedisce alle aziende europee di costruire soluzioni per i difetti delle tecnologie statunitensi, incluso il fatto che la migrazione dei dati è esclusivamente nelle loro mani.

Certo, il Digital Markets Act impone l'interoperabilità.
Ma l'interoperabilità non serve a niente fino a quando è una gentile concessione degli oligopolisti, che possono renderla difficile a piacimento per "motivi tecnici".

Se non possiamo imporre le nostre leggi a casa nostra e ci neghiamo da soli strumenti per esportare i nostri dati fuori dalle piattaforme statunitensi, anche e soprattutto senza il loro beneplacito, tanto vale che restiamo a casa a fare la parmigiana di melanzane, ci guadagniamo in salute.

Veniamo alla buona notizia.

Una (piccola) vittoria


Se mi seguite da un po' sapete che per me Joseph Weizenbaum è un punto di riferimento, sia quando si fa critica del digitale che quando si parla di chatbot, quelli il marketing chiama "intelligenze artificiali".

Per quelli nuovi, Joseph Weizenbaum fu quell'informatico tedesco-statunitense che creò ELIZA, il primo chatbot, nel 1966.

A differenza dei techbro odierni, Weizenbaum osservò ciò che aveva creato, vide gli effetti che aveva sulle persone, quel che vide non gli piacque, e passò i successivi vent'anni a ragionare su cosa ci fosse di sbagliato nell'approccio imperante alle tecnologie del digitale.

Il risultato fu un libro splendido, "Il potere del computer e la ragione umana", che dice già tutto quello che quarant'anni dopo la compagnia di giro degli esperti a gettone tralascia volutamente in articolesse, interviste improbabili alla Intelligenza Artificiale, e convegni.

Per dirne una, fu Weizenbaum a scrivere

il punto non è se una macchina possa ragionare come un essere umano. Il punto è se debba farlo.


Che, capirete, è a galassie di distanza dai millenarismi dei tardoadolescenti imbolsiti che oggi passano per pensatori, e pure rivoluzionari.

Ad ogni modo, quel libro di Weizenbaum, in Italia è fuori stampa da quasi trentacinque anni, a malapena reperibile in qualche circuito provinciale di biblioteche. Il che, visto i temi di attualità, secondo me è imperdonabile.

Ragion per cui, mesi fa ho fatto un sondaggio sul canale ed è emerso che non sono il solo che vorrebbe averne una copia. Tanto più se considerate che il 2026 è il 60mo anniversario della creazione di ELIZA.

Ecco, la buona notizia è che dopo solo sette mesi di telefonate, blandizie, assicurazioni, invocazioni di divinità colpevolmente dimenticate dalla storia, l'editore si è convinto a fare una ristampa, e siccome gliel'ho chiesto, anche una versione ePub.

A breve dovrei avere date, costi e tutti i dettagli ma ci sono già alcuni punti fermi:

  • versione a stampa e anche versione ePub,
  • uscita a cavallo dell'estate
  • acquistabile online sul sito dell'editore.

E non solo: il libro sarà in vendita al Linux Day a Pordenone il prossimo 24 ottobre, con un adesivo speciale di DataKnightmare. E ci sarò anche io, per portare un po' di allegria e leggerezza, quindi se quel weekend siete liberi, ci vediamo a Pordenone.

Parlando di Pordenone, devo assolutamente ringraziare Alain Modolo, che rappresenta il Linux User Group locale, che mi ha aiutato a spargere la voce e a raccogliere interesse. Assieme, abbiamo garantito la vendita del numero di copie sufficienti a giustificare una ristampa, ma il mio sogno è che con qualche mese di preavviso e il passaparola, il libro sia un successo commerciale.

Non per interesse mio, perché a me non verrà nemmeno un euro, ma per Weizenbaum, per quello che ha da dire a sessant'anni di distanza, e per dimostrare che esiste ancora una cultura della tecnologia che non è marketing né techporn.

Quindi preparatevi, fate girare la voce, prendetene una copia per i vostri figli, fate una lista di persone che blaterano di intelligenza artificiale e regalateglielo. Il fatto che il libro torni a circolare dopo trentacinque anni è una piccola vittoria di cui ringrazio tutti voi.

Facciamola valere.

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in reply to simone righini

ciao simone, scusa il ritardo, ma ho dovuto scapicollarmi in italia perché mamma ha avuto delle complicanze che alla fine se la sono portata via. Per non farci mancare nulla, l'odissea editorial nel frattempo si è allungata, devo avere altre notizie settimana entrante, dopodiché ti prenoto. grazie!,W (però se mi tooti come @dataknightmare@mastodon.xyz ti leggo più in fretta).