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Trump minaccia dieci anni di carcere per chi danneggia lo specchio d'acqua del Lincoln Memorial


La grande vasca rifatta su volere del presidente è invasa dalle alghe e perde la vernice blu appena posata. Trump accusa sabotatori e minaccia dieci anni di carcere per i responsabili.

Il presidente Donald Trump ha minacciato fino a dieci anni di carcere per chiunque danneggi il grande specchio d'acqua che si trova davanti al Lincoln Memorial, a Washington. La vasca, conosciuta come Reflecting Pool, è diventata un caso politico dopo una ristrutturazione voluta dallo stesso presidente e finita male. Davanti all'acqua pattugliano ora agenti della Guardia nazionale e della polizia dei parchi nazionali.

Sul suo social network Truth Social Trump ha scritto che di tutte le statue e le fontane restaurate dalla sua amministrazione l'unica a essere vandalizzata è proprio la vasca, e ha ricordato che la distruzione di questi monumenti è punibile con dieci anni di carcere. "Chi farebbe una cosa del genere? Sono crimini molto gravi che riguardano la distruzione di monumenti nazionali. Anni di galera", aveva scritto nei giorni precedenti.

La vicenda nasce dalla decisione di rifare la vasca in vista del 4 luglio 2026, quando gli Stati Uniti celebreranno i 250 anni dall'indipendenza. Il presidente aveva criticato i predecessori per aver lasciato l'acqua verde e macchiata dalle alghe e aveva fatto verniciare il fondo di un blu come la bandiera americana, perché riflettesse meglio il Washington Monument. Il progetto è costato più di 14 milioni di dollari (12,25 milioni di euro). L'amministrazione ha speso oltre 16 milioni di dollari per rifare il fondo della vasca e per altri lavori.

Pochi giorni dopo la riapertura, all'inizio di giugno, il blu era già virato al verde per la proliferazione di alghe. Gli operai hanno versato perossido di idrogeno nell'acqua per eliminarle, ma poi pezzi del nuovo rivestimento hanno iniziato a staccarsi mentre le squadre aspiravano il fondo.

Trump ha respinto ogni responsabilità e ha parlato di "sabotatori" che avrebbero inciso il rivestimento o versato fertilizzante nell'acqua. Nello Studio Ovale ha detto ai giornalisti di avere la prova fotografica di un taglio di oltre cento metri praticato sul fondo della vasca. "L'ho visto. L'hanno tagliato in modo molto violento", ha dichiarato. L'amministrazione non ha però fornito elementi a sostegno e un taglio di quelle dimensioni non era visibile.

La polizia dei parchi nazionali ha reso noto che cinque persone sono state arrestate per "vandalismo" e altre cinque hanno ricevuto sanzioni. Non erano disponibili documenti pubblici a riguardo. La Casa Bianca ha rifiutato di consegnare copia dei verbali, citando indagini in corso.

Il contratto per rifare la superficie della vasca è stato assegnato senza una gara d'appalto completa alla Atlantic Industrial Coatings, una ditta della Virginia. Trump ha detto ai giornalisti che la responsabilità non è dell'impresa che ha eseguito i lavori. Molti dei cantieri avviati dal presidente a Washington e alla Casa Bianca sono stati criticati per i costi, per le condizioni poco trasparenti con cui sono stati affidati e per il loro carattere ostentato.

L'amministrazione si prepara intanto a svuotare la vasca per le riparazioni. Il National Park Service, il servizio federale dei parchi nazionali, ha chiesto il 16 giugno un permesso temporaneo per scaricare l'acqua in una fognatura collegata a un impianto di depurazione. Trump ha detto che servirà togliere l'acqua per sistemare "due piccole zone, due zone molto piccole".

In serata il presidente ha minacciato di fare causa alla rete televisiva ABC, uno dei suoi bersagli ricorrenti, accusandola di diffondere "informazioni ingannevoli" sulla vasca. Ha anche pubblicato l'immagine di un manifestante vestito da rana con un cartello, definendolo "un altro esempio di manifestante pazzo a favore delle alghe (probabilmente pagato)".

Trump ha collegato i presunti sabotaggi a un episodio della settimana precedente, quando sul prato del National Mall erano comparsi i numeri "86 47" tracciati sull'erba ingiallita. Le autorità ritengono che potessero essere una minaccia al presidente, il quarantasettesimo, dato che nello slang americano "86" significa "sbarazzarsi di". Per gli oppositori del presidente la vasca verde e scrostata è ormai la metafora di una presidenza mal riuscita.

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Recensione Dreame Aqua 10 Ultra Roller: il robot che ridefinisce il lavaggio dei pavimenti


Il robot aspirapolvere e lavapavimenti di Dreame introduce un innovativo sistema a rullo autopulente. Ecco come si comporta nella pulizia quotidiana, tra aspirazione potente, lavaggio avanzato e automazione completa
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Il Dreame Aqua 10 Ultra Roller si presenta come prodotto premium del brand, caratterizzato da linee eleganti e una costruzione curata. La configurazione iniziale richiede qualche minuto ma il processo resta semplice e intuitivo, grazie a un'app ben realizzata e a una procedura di mappatura rapida ed efficace. La scheda tecnica è senza dubbio uno dei suoi punti di forza: la batteria offre una buona autonomia, mentre la potenza di aspirazione si colloca ai vertici della categoria. Tra le caratteristiche più particolari troviamo un rullo, in luogo dei panni rotanti, che si auto-pulisce mentre esegue il compito assegnato, alla temperatura di 100 ℃. Inoltre, il sistema di superamento degli ostacoli è progettato per affrontare dislivelli fino a 8 cm con gradino doppio. Aqua 10 Ultra Roller rappresenta così una soluzione molto interessante di Dreame, pensata anche per quelle abitazioni con tappeti più spessi e piccoli gradini tra le stanze, quest'ultimo uno scenario piuttosto specifico. Da sottolineare anche la garanzia del produttore fino a tre anni, una scelta che testimonia la fiducia dell'azienda nella qualità e nell'affidabilità del prodotto. In occasione dei Prime Days, Aqua 10 Ultra Roller è disponibile al prezzo promozionale di 813 euro (386 euro di sconto rispetto al prezzo originale).

Robot Aspirapolvere

Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete


Scheda tecnica completa

Aspirazione
30.000 Pa

Batteria
6.400 mAh

Navigazione
LDS VersaLift

Spazzola Principale
Doppia HyperStream™ antigroviglio

Dimensioni Robot
350 × 350 × 97,5 mm

Altezza LDS Sollevato
120 mm

Peso Robot
5,8 kg

Peso Base
11,1 kg

Contenitore Polvere
220 ml

Acqua Robot
100 ml pulita
140 ml usata

Rilevamento Ostacoli
Doppia telecamera AI, luce strutturata 3D laterale e LED

Superamento Ostacoli
8 cm doppio gradino
4,2 cm gradino singolo

Controllo Vocale
Integrato e assistenti di terze parti

Lavaggio Moci
Acqua calda fino a 100°C

Serbatoi Base
4 L pulita
3,5 L sporca

Dimensioni Stazione Base
420 × 440 × 505 mm

Techpertutti.com • Specifiche dichiarate dal produttore

Design e configurazione: tutto al posto giusto


Il Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete adotta un design elegante e moderno che richiama quello degli altri modelli premium del produttore. Nella fattispecie, tra le novità interessanti introdotte dall'azienda rientra anche la stazione multifunzione e le sue dimensioni; in particolare, per chi intende posizionarla sotto mensole, mobili o in spazi con altezza limitata, le sue dimensioni esterne sono di circa 50cm in altezza, 42 in larghezza e 44cm in profondità.
La stazione all-in-one del Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete. Il robot stazione nel suo alloggiamentoLa stazione all-in-one del Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete. Il robot stazione nel suo alloggiamento
La gestione dell'acqua è stata progettata con particolare attenzione alla praticità: i serbatoi dell'acqua pulita e dell'acqua sporca sono alloggiati sotto il coperchio superiore e presentano una struttura che impedisce errori di inserimento durante il rimontaggio. Il serbatoio dell'acqua pulita può contenere fino a 4 litri, mentre quello dedicato alla raccolta dell'acqua sporca raggiunge una capacità di 3,5 litri. Entrambi sono robusti, dotati di maniglie ergonomiche e caratterizzati da una forma che facilita lo svuotamento senza causare schizzi accidentali.
I due serbatoi dell'acqua: l'accesso è sotto il coperchio superiore della stazione
Dietro il pannello frontale trovano posto il sacchetto per la raccolta automatica della polvere e i due serbatoi dedicati ai detergenti. Dreame include nella confezione anche due soluzioni specifiche: una per la pulizia quotidiana e una formulata per affrontare sporco organico più ostinato, particolarmente utile nelle abitazioni in cui vivono animali domestici. Si tratta di una dotazione interessante che contribuisce a rendere l'esperienza d'uso ancora più completa, anche se al momento non sono disponibili informazioni ufficiali sul costo dei ricambi.
Frontalmente: l'alloggio per il sacchetto polvere e il serbatoio per i detergentiFrontalmente: l'alloggio per il sacchetto polvere e il serbatoio per i detergenti (A soluzione per pavimenti, B soluzione specifica per eliminare odori lasciati da animali domestici)
L'installazione iniziale richiede pochi minuti. Attraverso l'app Dreamehome è sufficiente scansionare il codice QR presente sotto il coperchio del robot e seguire la procedura guidata per la connessione alla rete Wi-Fi. L'applicazione si conferma una delle più complete della categoria, offrendo una gestione avanzata delle mappe, la personalizzazione delle aree di pulizia, la definizione di zone vietate e numerose opzioni dedicate all'automazione.
L'App Dreamehome vanta un'interfaccia chiara ed intuitivaL'App Dreamehome vanta un'interfaccia chiara ed intuitiva
Molto buona anche l'integrazione con i sistemi di controllo vocale. Oltre al supporto per gli assistenti di terze parti, il robot dispone di un sistema proprietario che durante i test si è dimostrato rapido nel riconoscimento dei comandi e affidabile nell'esecuzione delle operazioni richieste. La combinazione tra software maturo, configurazione intuitiva e un elevato livello di automazione contribuisce a rendere il Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete un prodotto immediatamente pronto all'uso anche per chi si avvicina per la prima volta a un robot aspirapolvere di fascia premium.
Screehshot dell'App - sezione per l'impostazione dell'assistente vocaleScreehshot dell'App - sezione per l'impostazione dell'assistente vocale

Prestazioni di lavaggio e superamento ostacoli: il vero punto di forza


Tra gli aspetti più importanti del robot di Dreame rientra senz'altro quello delle prestazioni di lavaggio sui pavimenti duri. In questo contesto, infatti, Aqua 10 Ultra Roller si dimostra eccellente e rispetto ai tradizionali sistemi con panni rotanti e l'innovativo rullo fa la differenza, mantenendo costantemente elevata l'efficacia della pulizia. Alla base della tecnologia, un sistema composto da 12 ugelli che funziona "irrigando" continuamente il rullo di 260mm di lunghezza con acqua pulita, mentre una spatola in gomma raccoglie immediatamente l'acqua sporca convogliandola in un apposito serbatoio interno. Questo approccio consente al robot di pulire sempre con acqua fresca, evitando uno dei limiti più comuni dei modelli tradizionali, che tendono a trascinare sul pavimento un panno progressivamente più sporco durante la sessione di lavaggio.
Il sistema OmniSight 2.0 consente una navigazione precisa ed il rilevamento degli ostacoliIl sistema OmniSight 2.0 consente una navigazione precisa ed il rilevamento degli ostacoli
Nell'utilizzo quotidiano, i risultati dei test effettuati sono sicuramente convincenti: grazie alla potenza di 30.000pa i liquidi lasciati sul pavimento vengono efficacemente aspirati, così come macchie di caffè, residui di bevande zuccherate e impronte lasciate dalle scarpe nelle zone più frequentate della casa. Anche la pulizia lungo i bordi viene eseguita con risultati soddisfacenti, con il rullo estensibile che raggiunge efficacemente battiscopa e angoli.
Le due telecamere ed il sensore posizionato nella torretta retrattile, permettono un'alta precisione in prossimità dei bordiLe due telecamere ed il sensore posizionato nella torretta retrattile, permettono un'alta precisione in prossimità dei bordi
Un'altra caratteristica particolarmente interessante è il sistema Auto-Seal per la protezione dei tappeti. Si tratta di una soluzione ancora poco diffusa in questo settore: in particolare, quando l'Aqua10 Ultra Roller Complete rileva la presenza di un tappeto o si avvicina a una superficie tessile, un apposito schermo protettivo sigilla il rullo di lavaggio per evitare qualsiasi contatto tra l'acqua e il tappeto.
A sinistra: per una maggiore precisione, l'App consente di aggiungere manualmente la presenza di un tappeto. Al centro: il robot si solleva e attiva la funzione di aspirazione. A destra: un particolare del sistema Auto-Seal dove il rullo viene "sigillato" per eliminare qualsiasi contatto con il tappeto
Si tratta di un approccio differente rispetto alle soluzioni adottate dalla maggior parte della concorrenza e ha l'obiettivo è garantire una protezione ancora più efficace contro il rischio di umidità residua su tappeti, moquette e superfici tessili delicate. Tuttavia, come per qualsiasi tecnologia di questo tipo, l'efficacia può variare in presenza di tappeti particolarmente spessi o con strutture molto irregolari; in questi casi rimane comunque possibile sfruttare le funzioni dell'app Dreamehome per definire zone di esclusione dal lavaggio e ottenere un controllo ancora più preciso del comportamento del robot.

Molto interessante anche il sistema ProLeap dedicato al superamento degli ostacoli: il telaio è in grado di sollevarsi per affrontare dislivelli fino a 8 cm nel caso di gradini doppi e fino a 4,2 cm per ostacoli singoli. Si tratta di una caratteristica che può fare la differenza nelle abitazioni con soglie particolarmente elevate, tappeti spessi o passaggi complessi tra le stanze.
Tre fasi del sistema ProLeap: il robot si solleva per superare il battiportaTre fasi del sistema ProLeap: il robot si solleva per superare il battiporta
Durante i test, questa soluzione si è dimostrata estremamente efficace, consentendo al robot di superare ostacoli che mettono in difficoltà altri dispositivi simili. In particolare, il Dreame Aqua10 Ultra Roller è riuscito ad affrontare senza problemi una soglia di circa 5 cm, mostrando un'ottima padronanza nel superare questo tipo di ostacoli molto frequenti in prossimità delle finestre.

Manutenzione ridotta al minimo: il vero vantaggio di un top di gamma


Uno dei motivi per investire in un robot aspirapolvere di fascia premium è la possibilità di ridurre al minimo le attività di manutenzione quotidiana. Da questo punto di vista, il Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete mantiene le promesse, offrendo un livello di automazione tra i più avanzati attualmente disponibili sul mercato.
Il mocio a rullo si sgancia facilmente per la manutenzione periodica. Dreame include un secondo rullo nella confezioneIl mocio a rullo si sgancia facilmente per la manutenzione periodica. Dreame include un secondo rullo nella confezione
La stazione multifunzione gestisce in autonomia gran parte delle operazioni necessarie dopo ogni sessione di pulizia. Al termine del lavoro, il rullo viene lavato accuratamente e successivamente asciugato con aria calda a 70℃, una soluzione che contribuisce a prevenire la formazione di cattivi odori, muffe e accumuli di batteri. Durante il periodo di prova, il sistema si è dimostrato particolarmente efficace: il rullo è sempre risultato pulito e asciutto, senza quelle fastidiose tracce di umidità o gli odori sgradevoli che spesso caratterizzano i modelli più economici.
I due serbatoi del robotA sinistra: il contenitore della polvere alloggiato nella parte superiore del robot. Il suo filtro va periodicamente lavato. A destra: collocato in posizione opposta alla telecamera frontale, il serbatoio dell'acqua sporca raccolta dal rullo durante le fasi di operazione
Anche la gestione della polvere richiede un intervento minimo da parte dell'utente. Il contenitore interno viene svuotato automaticamente all'interno del sacchetto presente nella base, mentre i serbatoi dell'acqua pulita e dell'acqua sporca risultano facilmente accessibili e chiaramente identificabili, semplificando le operazioni di riempimento e svuotamento.
Particolare della pancia del robot: con il rullo, troviamo le due spazzole antigroviglio
Buono il comportamento della doppia spazzola HyperStream nella gestione di capelli e peli di animali domestici. La particolare struttura antigroviglio riduce sensibilmente il rischio di accumuli rispetto alle tradizionali spazzole con setole, limitando la necessità di interventi manuali. Nelle abitazioni con animali o persone dai capelli lunghi può comunque essere necessario effettuare controlli periodici.
La confezione del robot include una bottiglia di liquido detergente per pavimentiLa confezione del robot include una bottiglia di liquido detergente per pavimenti
L'app Dreamehome contribuisce ulteriormente a semplificare la manutenzione grazie a un sistema di monitoraggio intelligente dei componenti soggetti a usura. Filtri, spazzole, sacchetti e altri elementi vengono costantemente controllati, con notifiche che avvisano l'utente quando è necessario effettuare una pulizia o una sostituzione. Un approccio particolarmente utile per preservare nel tempo le prestazioni del robot e massimizzarne la durata operativa. Anche l'accesso ai componenti è stato progettato con attenzione. Il rullo può essere rimosso rapidamente senza l'utilizzo di utensili, il filtro è facilmente lavabile sotto acqua corrente e la manutenzione ordinaria risulta alla portata di qualsiasi utente, anche di chi non ha particolare esperienza con questa tipologia di prodotti. Nel complesso, il Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete offre un'esperienza estremamente "hands-off"; è proprio questo elevato livello di automazione a rappresentare una parte importante del valore aggiunto di un prodotto appartenente alla fascia premium del mercato.

App completa e navigazione intelligente


L'app Dreamehome offre un ottimo livello di controllo avanzato, consentendo di gestire in modo intuitivo ogni aspetto della pulizia domestica, dalla creazione delle mappe alla personalizzazione dei percorsi fino alla configurazione delle aree riservate. L'interfaccia fornisce una panoramica dettagliata dell'ambiente domestico, mostrando non solo la posizione della stazione base ma anche la copertura della rete Wi-Fi all'interno dell'abitazione, una funzione molto utile per verificare che robot e dock mantengano sempre una connessione stabile durante le operazioni di pulizia.
Screenshot dell'AppScreenshot dell'App: a sinistra l'avvio della mappatura rapida. Al centro e a destra: rispettivamente, le impostazioni in presenza di animali domestici e tappeti
La fase di mappatura iniziale non è stata rapida e precisa come mi attendevo. In particolare, in corrispondenza delle gambe di sedie ho notato qualche collisione di troppo (anche se appena accennata) e il rientro in casa dalla terrazza esterna ha richiesto un piccolo "aiuto". Tuttavia, occorre evidenziare come la rappresentazione grafica degli ambienti sia risultata accurata sin dal primo passaggio e la superficie scansionata comprendeva anche i balconi, un dettaglio non trascurabile dal momento che in occasione di altri test ho dovuto aggiungerlo manualmente.Una volta completata la scansione, è possibile modificare le stanze, creare zone vietate, impostare pareti virtuali e personalizzare le modalità di pulizia per ogni area della casa. La combinazione tra navigazione LDS VersaLift, telecamere AI, sensori tridimensionali e algoritmi avanzati che evitano gli ostacoli, consentono al Dreame Aqua 10 Ultra Roller Complete di mantenere sempre una traiettoria efficiente e muoversi con sicurezza anche in ambienti complessi, eliminando quelle "incertezze" emerse durante la fase iniziale di mappatura. Il sistema di riconoscimento degli oggetti, basato su AI può occasionalmente commettere errori nell'identificazione degli elementi presenti nell'abitazione, assegnando etichette non sempre corrette ad alcuni mobili o complementi d'arredo. Si tratta tuttavia di un limite che incide più sulla rappresentazione grafica della mappa che sull'effettiva capacità operativa del robot. Nel complesso, Dreamehome si conferma una delle piattaforme software più complete e mature del settore; pur con qualche margine di miglioramento la qualità della navigazione, le opzioni di personalizzazione e la gestione intelligente degli ambienti collocano il Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete tra i riferimenti della categoria anche sotto il profilo software.
fasi della navigazione del robotA sinistra: l'altezza ridotta del Dreame e la torretta retraibile gli consentono di passare agevolmente sotto i mobili. A destra: quando la luce è insufficiente, il robot naviga avvalendosi della luce led frontale

Autonomia e ricarica


A completare una dotazione tecnica già molto ricca troviamo una batteria da 6.400 mAh, una capacità che consente al Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete di affrontare senza difficoltà anche abitazioni di grandi dimensioni. Secondo i dati dichiarati dal produttore, l'autonomia può raggiungere fino a 175 minuti nelle condizioni più favorevoli. Nell'utilizzo reale, tuttavia, i risultati variano in base alla modalità selezionata e al livello di sporco presente. Durante le operazioni di sola aspirazione è possibile aspettarsi mediamente tra 110 e 120 minuti di lavoro continuativo mentre, utilizzando contemporaneamente aspirazione e lavaggio l'autonomia si attesta generalmente tra i 90 e i 100 minuti. Si tratta di valori più che adeguati per la maggior parte delle abitazioni, che permettono al robot di completare la pulizia di appartamenti e case di medie dimensioni con una singola carica. In caso di superfici particolarmente estese o di programmi di pulizia più intensivi, entra comunque in gioco la funzione di ricarica intelligente: quando il livello della batteria scende sotto una determinata soglia, il robot torna automaticamente alla stazione base, si ricarica e riprende il lavoro esattamente dal punto in cui era stato interrotto. La ricarica completa richiede circa tre ore e mezza, un tempo in linea con quello dei principali concorrenti della fascia premium. Da segnalare inoltre la presenza di una funzione dedicata alla tutela della batteria che consente di limitare la carica massima all'80%. Una caratteristica spesso presente su smartphone e notebook di fascia alta ma ancora poco diffusa nel settore dei robot aspirapolvere, utile per ridurre l'usura delle celle nel lungo periodo e preservare la capacità della batteria dopo anni di utilizzo.

Dreame alza ancora l'asticella


Con Aqua10 Ultra Roller Complete Dreame si conferma uno dei marchi più dinamici e ambiziosi del mercato, capace di introdurre soluzioni che vanno oltre il semplice incremento della potenza di aspirazione. Il dispositivo rappresenta una delle proposte più avanzate attualmente disponibili in circolazione grazie, soprattutto, al suo innovativo sistema di lavaggio con mocio a rullo. L'aspirazione da 30.000 Pa assicura prestazioni elevate su diverse superfici, la navigazione si dimostra precisa e affidabile, mentre la stazione multifunzione riduce al minimo le operazioni di manutenzione. A questo si aggiungono un software maturo, un'eccellente gestione degli ostacoli e una capacità di superare soglie che pochi concorrenti riescono a eguagliare. In conclusione, per chi desidera il massimo in termini di automazione, prestazioni di lavaggio e tecnologia, il Dreame Aqua10 Ultra Roller Complete rappresenta oggi una delle opzioni più convincenti dell'intero segmento premium, anche alla luce del consistente sconto adoperato dal bran in occasione del periodo promozionale.

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Tucker Carlson rompe con i repubblicani e li accusa di mettere Israele davanti all'America


Il commentatore conservatore, difensore del partito da 35 anni, dice di essere "fuori" e prevede che molti altri lo seguiranno. Non sosterrà nemmeno i democratici.

Tucker Carlson, uno dei commentatori più influenti del conservatorismo americano, ha annunciato di essere "fuori" dal Partito repubblicano e di non avere intenzione di votarlo in futuro. Secondo lui non sarà l'unico a prendere questa decisione. "E se sono fuori io, penso che lo siano anche molte altre persone", ha detto.

Carlson ha spiegato di aver difeso con convinzione i repubblicani per 35 anni e di non poterlo più fare. "Non sosterrei il Partito repubblicano. Non c'è alcuna possibilità che io sostenga il Partito repubblicano", ha dichiarato. Ha accusato il partito di aver "tradito" gli elettori, anteponendo la sicurezza nazionale di Israele a quella degli Stati Uniti.

"Come potrei io, o qualsiasi elettore americano, sostenere un partito politico che non è leale verso gli Stati Uniti. Che mette gli interessi di un Paese straniero al di sopra di quelli dei propri cittadini. Non è possibile votare per gente del genere e io non lo farò", ha aggiunto.

Il commentatore ha precisato che non sosterrà nemmeno i democratici e di non sapere come voterà in futuro. Le sue parole sono arrivate in un episodio del podcast Can't Be Censored, andato in onda giovedì e diventato virale online lunedì.

La rottura pubblica mette in evidenza le crescenti fratture all'interno della coalizione MAGA, il movimento nato attorno allo slogan Make America Great Again e costruito dal presidente Donald Trump. La guerra in Iran e la gestione dell'economia continuano a dividere i repubblicani.

Carlson fa parte di un gruppo di conservatori convinti che gli Stati Uniti siano entrati nella guerra in Iran su pressione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. È una tesi che il segretario di Stato Marco Rubio ha in parte confermato poco dopo l'inizio degli attacchi. Alcuni critici di Carlson hanno sostenuto che le sue posizioni siano antisemite.

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SpaceX di Musk non se la passa benissimo in borsa


Il titolo del gruppo di Elon Musk ha perso il 16,4% lunedì, terza seduta consecutiva in calo. In un solo giorno persi oltre 400 miliardi di valore, ma SpaceX resta nel top 10 mondiale.
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Lunedì 22 giugno l'azione di SpaceX, il gruppo aerospaziale di Elon Musk, ha perso il 16,4% a Wall Street, la borsa di New York, chiudendo a 154,60 dollari. È stata la terza seduta consecutiva in rosso per una società che appena dieci giorni prima aveva realizzato il più grande debutto in borsa della storia. In una sola giornata la sua capitalizzazione è scesa di 400,8 miliardi di dollari, la seconda perdita di valore più grande mai registrata in un giorno per un'azienda americana.

SpaceX si era quotata in borsa il 12 giugno a 135 dollari per azione, con un'offerta pubblica iniziale, cioè la prima vendita di azioni al pubblico, che ha raccolto oltre 85 miliardi di dollari, la più ricca di sempre. Nei primi giorni il titolo è schizzato del 50% e ha superato i 225 dollari martedì 16 giugno. In quel momento la società valeva quasi 3.000 miliardi di dollari ed era la quarta azienda al mondo, davanti ad Amazon e Microsoft.

Da quel picco è cominciata la discesa: entro giovedì la capitalizzazione era già scesa di circa 620 miliardi di dollari, a 2.370 miliardi, facendo scivolare SpaceX al settimo posto mondiale, dietro il produttore di chip taiwanese TSMC. Nonostante il crollo il titolo resta sopra il prezzo di collocamento di 135 dollari. La società conserva una capitalizzazione di circa 2.040 miliardi di dollari e rimane nel gruppo delle dieci maggiori società quotate al mondo, davanti al produttore di semiconduttori Broadcom e al colosso petrolifero saudita Saudi Aramco.

Mercati · Nasdaq
SpaceX vola al debutto e poi arretra: SPCX a 154,60 dollari
Prezzo di chiusura del titolo SPCX al Nasdaq — dall'IPO del 12 giugno al 22 giugno 2026
Focus America

Prezzo IPO
135,00 $
12 giugno 2026

Ultima chiusura
154,60 $
+14,5% sull'IPO

Massimo (16 giu)
201,80 $
−23,4% dal picco

220 $ 200 $ 180 $ 160 $ 140 $ Prezzo IPO 135,00 $ 160,95 192,50 201,80 191,82 185,00 154,60 12 giu 15 giu 16 giu 17 giu 18 giu 22 giu
Elaborazione di Focus America su dati di Investing.com (prezzi di chiusura giornalieri). Il 19 giugno il Nasdaq e' rimasto chiuso per il Juneteenth; la seduta del 23 giugno e' ancora in corso, quindi l'ultima chiusura disponibile e' quella del 22 giugno.

Patrick O'Hare, analista dei mercati, ha detto all'agenzia di stampa francese AFP che si tratta di un ripiego tecnico "normale" dopo l'impennata delle prime sedute. Giuseppe Sette, cofondatore della società di analisi Reflexivity, ha aggiunto in una nota che alcuni azionisti possiedono partecipazioni molto grandi, una condizione che può spingerli a vendere per incassare i guadagni nel breve periodo.

A pesare sul titolo ha contribuito anche l'acquisizione di Cursor, una startup specializzata nell'uso dell'intelligenza artificiale per scrivere codice informatico, che SpaceX ha annunciato martedì 16 giugno per 60 miliardi di dollari interamente in azioni. L'operazione comporta una diluizione di circa il 3,4%: per pagare l'acquisto la società emette nuove azioni e così la quota di ogni socio già presente si riduce.

SpaceX ha annunciato lunedì anche la sua prima emissione di obbligazioni, cioè titoli di debito con cui un'azienda prende in prestito denaro dagli investitori impegnandosi a restituirlo con gli interessi. La società vuole raccogliere fino a 20 miliardi di dollari per ripagare un prestito ponte ottenuto in precedenza, pur disponendo di circa 100,8 miliardi di dollari di liquidità al 19 giugno. L'annuncio del nuovo debito ha alimentato le vendite di lunedì.

KeyBanc ha avviato la copertura del titolo con un giudizio neutrale, senza fissare un prezzo obiettivo. L'analista Michael Leshock ha scritto che SpaceX ha grandi possibilità di crescita dirompente, ma che il mercato le ha già incorporate nel prezzo attuale, con un rapporto tra rischio e rendimento ormai equilibrato. Leshock ha spiegato che l'azienda è difficile da valutare, perché nessun'altra società mette insieme lanci di razzi, internet satellitare e intelligenza artificiale. Il titolo, ha calcolato, vale circa 29 volte i ricavi previsti per il 2027, una valutazione molto più alta di quella di quasi tutti i concorrenti nei settori spaziale, delle telecomunicazioni e dell'AI.

Secondo Leshock saranno i progressi di Starship, il grande razzo riutilizzabile che SpaceX sta sviluppando, a decidere il ritmo di crescita sia dei servizi di connettività come Starlink, la rete di internet satellitare del gruppo, sia dei futuri data center orbitali dedicati all'intelligenza artificiale.

Gli analisti di Morningstar avvertono da prima dell'IPO che SpaceX è "molto sopravvalutata" e che il suo valore di mercato poggia su tecnologie che la stessa società definisce nuove e non ancora collaudate. Dopo l'accordo per Cursor hanno abbassato la stima del valore equo del titolo a 62 dollari, dai 63 precedenti. Hanno indicato in 169 dollari il prezzo migliore possibile, raggiungibile solo se i ricavi dall'intelligenza artificiale miglioreranno.

Alcuni analisti descrivono SpaceX come l'ultima meme stock, un titolo gonfiato più dall'entusiasmo collettivo degli investitori che dai suoi conti. Ipek Ozkardeskaya, di Swissquote, ha detto che molti comprano l'azione nell'attesa che altri facciano lo stesso, spingendo il prezzo sempre più in alto. Ha aggiunto che la società "sta bruciando liquidità", perché il business di Starlink non riesce a compensare le forti spese per l'esplorazione spaziale. Franco Granda, di PitchBook, aveva scritto a marzo che SpaceX avrebbe potuto muoversi in borsa come Tesla, l'azienda di auto elettriche di Musk, ma con oscillazioni ancora più ampie.

Il debutto delle opzioni su SpaceX, martedì, ha dato agli investitori uno strumento in più per scommettere contro il titolo. Le opzioni sono contratti che permettono di puntare sul rialzo o sul ribasso di un'azione. Chris Murphy, analista di Susquehanna, ha scritto che, sulla base di questi scambi, c'è il 15% di probabilità che il titolo perda metà del suo valore nei prossimi tre mesi.

Timothy Horan, analista di Oppenheimer, ha invece promosso l'accordo per Cursor e ha alzato il suo prezzo obiettivo a 250 dollari entro la fine dell'anno, dai 190 precedenti. Per Horan l'intesa conviene a entrambe le parti, perché Cursor avrà accesso alla potenza di calcolo di SpaceX, mentre SpaceX ottiene la tecnologia, gli ingegneri e i dati della startup.

A muovere il titolo, più dei giudizi sui fondamentali, sono le dinamiche degli scambi. Sul mercato sono disponibili solo 639 milioni di azioni, una piccola parte degli oltre 13 miliardi che SpaceX ha in circolazione. Nei prossimi mesi dipendenti e primi investitori potranno iniziare a vendere le loro quote, finora bloccate da un vincolo temporaneo chiamato lockup. La domanda iniziale era stata enorme: nelle prime tre sedute gli investitori avevano comprato azioni SpaceX per 369,8 milioni di dollari, oltre il quadruplo di quanto versato nello stesso periodo su Nvidia.

Nel 2025 il fatturato di SpaceX è salito a 18,7 miliardi di dollari, in crescita del 33% sull'anno precedente, ma i costi sono aumentati ancora più in fretta e la società ha chiuso con una perdita netta di 4,9 miliardi di dollari.

Il calo ha eroso anche il patrimonio di Elon Musk. Secondo le stime di Forbes, a metà della scorsa settimana la sua ricchezza era già scesa di 67,8 miliardi di dollari, a circa 1.200 miliardi, dopo aver toccato il massimo storico di oltre 1.400 miliardi durante i giorni del rialzo. Musk resta comunque l'uomo più ricco del mondo, molto davanti al cofondatore di Google Larry Page.

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Il caso Mari è una resa


La polemica delle frasi su Michela Murgia sancisce l’irrilevanza del salotto culturale.

Lo scrittore Michele Mari forse ha detto certe frasi ingiuriose – anzi sessiste, intrise di una prospettiva patriarcale – sulla defunta scrittrice Michela Murgia, legandone, così è stato riportato, la produzione culturale all’aspetto fisico.

Il fatto sarebbe avvenuto su un pulmino (pardon: un van, pare che oggi si dica così) diretto a Bisceglie per il tour di presentazioni dei finalisti del Premio Strega, gruppo che annovera tanto Mari quanto Teresa Ciabatti, la scrittrice che l’ha accusato (pardon: call-outato, pare che oggi si dica così) di aver pronunciato quelle parole, che lui invece sostiene di non aver mai detto.

Sull’impalcatura traballante di questo he said/she said si è innestata una polemica che ho seguito prima distrattamente, scrollando sullo smartphone tra attese ferroviarie e pasti in osterie del centro Italia, e poi in modo più scrupoloso, sprofondando nelle grotte carsiche del meta-commento. Ho aggrottato le sopracciglia osservandola occupare la posizione centrale nelle homepage dei siti dei grandi quotidiani, spodestando la guerra in Iran e i Mondiali di calcio. E devo aver strabuzzato gli occhi scoprendo che è riuscita a far parlare per giorni diversi addetti ai lavori della cultura di cosa è stato detto, o non detto, in quel frangente.

Intendiamoci, a margine dell’innesco del chiacchiericcio c’è un sostrato di interesse sostanziale: Michela Murgia è stata oggetto di commentacci e cattiverie sessiste sul suo aspetto per tutta la vita, e ne ha parlato con intelligenza e acume nei suoi libri. Ridurne l’opera e lo stile a una presunta frustrazione dovuta a fattori estetici le fa un colossale torto, e se Michele Mari si fosse abbandonato a un commento del genere in presenza di una delle sue amiche più care – lui dice di non averlo fatto, ricordo – il frustrato, nel caso, sarebbe lui.

Ma il brusio di alcuni addetti ai lavori variamente inseriti nell’establishment della cultura, quest’Atlantide sempre più prossima a un’estinzione spettacolare, mi ha colpito per un altro motivo: mi è sembrato un grido di disperazione.

Provo a spiegarmi: l’assenza di riscontri oggettivi su quanto avvenuto davvero in quel van (se lo riscrivo fammi arrestare) non è condizione sufficiente a soffocare ogni commento sul nascere, ma dovrebbe quantomeno far adoperare certe cautele – o certi condizionali – nel discutere dei fatti oggetto di discordia.

E invece buonissima parte degli intervenuti al dibattito ha scelto di sposare acriticamente una premessa inverificabile, costruendo a piacimento a partire da quel primo tassello ipotetico: e così si è saltati con leggerezza ai settantenni delle «brigate Voltaire» che aggiungevano in fretta al carrello Amazon il libro di Mari, mentre dall’altro lato della barricata ci si affannava a ricondurre l’accaduto nei binari angusti delle pernacchie sul «politicamente corretto» alla pummarola. Il tutto nell’incredulità della maggior parte delle maestranze del mondo della parola, e nel disinteresse più radicale di quasi tutti gli altri.

Le squadre erano già fatte, come sempre: da una parte il riflesso incondizionato che assolve l’artista «scorretto», a prescindere dal fatto che sia stato scorretto per davvero; dall’altra, la contrazione involontaria che prova ad ampliare una bega da gruppo vacanze in Salento rendendola un referendum sulla società che cambia, sulla sua sensibilità e sulle sue regole di convivenza.

Ma quale che sia la propria posizione in merito alla querelle, una cosa su cui possiamo essere d’accordo è che, per come è stata impostata, non tocca nessuna questione strutturale, sistemica, pubblica: contestualizzata nella direzione dell’ennesimo dissing (prendo in prestito la definizione di Maria Grazia Calandrone su La Stampa, uno dei pochi commenti alla vicenda che valeva la pena leggere) tra squadrette di intellettuali, ha immediatamente perso ogni residuo portato di critica sociale.

Le chiose in cui sono prodotti i più alti rappresentanti del ceto intellettuale non hanno aiutato, va detto. Chiara Tagliaferri, scrittrice amica di Murgia, ha commentato su Repubblica:

Un van che sta portando in giro i finalisti del più importante e prestigioso premio letterario italiano non è un contesto privato. Le scrittrici e gli scrittori sono persone che forgiano, grazie ai loro libri, gli universi che noi abitiamo.


Lidia Ravera, parlando all’Ansa, si è profusa in un simile esercizio di suprematismo delle lettere:

Noi scrittrici e scrittori siamo dei privilegiati e ci corre l'obbligo, per restituire qualcosa di questo gigantesco dono, di sviluppare e condividere una superiore intelligenza del reale. Non siamo mai in vacanza, non possiamo essere sciocchini mai.


L’obbligo di uno scrittore o di una scrittrice, se ne esiste uno, è quello di scrivere libri, possibilmente belli: una «superiore intelligenza del reale» (di cui peraltro nei libri di Ravera non ravviso traccia: limite mio) ce l’hanno Claude e ChatGPT, forse.

Fuor di battuta: un simile inquadramento della cultura – non a caso, offerto da chi con la suddetta ha raggiunto posizioni di relativo potere – travisa volutamente ciò che la cultura è per la larga maggioranza del pubblico e dei lettori: al di là di ogni considerazione circa il distinguere uomini privati e artisti pubblici, nessuno ha mai chiesto ad autori e autrici di misurare le loro parole nel contesto di una trasferta di gruppo verso Bisceglie.

Discutere delle idee che queste parole comunicano, a valle dell’innesco della polemica, è legittimo, ci mancherebbe: ma immaginare un mondo in cui Artisti e Scrittori, dall’alto delle loro Muse, non si immischiano con le umane bassezze del volgo – che anzi hanno il compito di educare e «forgiare» – risulta non meno che ridicolo.

Che una scrittrice 75enne che ha venduto milioni di copie in cinquant’anni di carriera dica che «non è mai in vacanza», poverina, in quanto indefessamente votata alla ricerca di una «superiore intelligenza del reale» mi sembra persino più grave del dissing che intendeva commentare, perché restituisce una concezione dell’intellettuale rinchiuso nella sua proverbiale torre d’avorio, che in una riga ammette il suo privilegio e nella successiva lo rinsalda a colpi di retorica.

In questo senso, dicevo, l’intera polemichetta su cosa ha detto, non ha detto, forse ha detto Michele Mari mi sembra un canto del cigno di un settore sempre più condannato a parlarsi addosso, allo strapotere tardoimperiale dei circoletti, allo spirito di corpo, ai pulmini per iniziati. In una parola: all’irrilevanza.

A volte le parole dicono più di quello che dicono, ed è anzi una delle loro qualità principali: chi le usa per mestiere dovrebbe saperlo. Ma in questo caso, per quanto mi riguarda, il velo di Maya squarciato dal cicaleccio ha mostrato un panorama ancora più piccolo, inconsistente e autoreferenziale di quello a cui ci eravamo abituati.

I protagonisti più attivi di questo valzer di posizionamenti intrisi di nulla, che hanno ridotto a un’operetta da contrapposizione algoritmica il lascito di un’intellettuale brillante come Michela Murgia, si credono i re-filosofi della Repubblica di Platone, ma in realtà sono più simili ai sofisti delle Nuvole di Aristofane: sospesi a mezz’aria nel loro pensatoio, convinti di maneggiare i massimi sistemi, mentre sotto di loro il mondo procede senza nemmeno alzare lo sguardo.

E forse il problema, più che la frase detta o non detta su un van (aaaaah) per Bisceglie, è tutto qui; un pezzo del nostro ceto culturale non ha perso soltanto il contatto con la realtà: ha perso persino il pubblico davanti a cui fingere di interpretarla.

  • Proibire l’uso dei social media ai minori di 16 anni, come ora pensa di fare anche il Regno Unito, è una buona idea? Psicologi a confronto sul Guardian;

  • Quando l’anti-wokismo divora i suoi figli: ora il MAGA fa paura agli stessi personaggi che l’hanno coccolato;



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L’inceneritore ligure che spaventa l’Alessandrino


Si allarga la protesta contro l’ipotesi della Regione Liguria di costruire un termovalorizzatore a Cengio. Si temono inquinamenti lungo tutto il corso della Bormida. Ad Acqui l’ultima assemblea

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«Ex ACNA di Cengio e inceneritore dei rifiuti ligure in valle Bormida: quale futuro attende il nostro territorio dal punto di vista ambientale e della salute pubblica? Per rispondere a questa domanda e fare il punto su due questioni calde e strettamente interconnesse, giovedì 25 giugno, alle ore 20:30, si terrà un’importante assemblea presso la sala ex Kaimano di Acqui Terme».

È una chiamata alla partecipazione civica quella che il Comune ha rivolto alla popolazione di Acqui. Ed è anche l’effetto più recente dell’onda lunga di preoccupazione e proteste che ha investito il Piemonte da diversi mesi, di fronte all’ipotesi di realizzare nell’entroterra savonese un impianto di incenerimento della spazzatura prodotta evidentemente soprattutto a Genova.

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Fra le aree ritenute idonee dalla Regione Liguria, infatti, due sono situate giusto alle porte delle colline delle Langhe e dei territori celebrati dall’Unesco: il sito ex ACNA di Cengio, dove permane un’eredità pesante delle antiche produzioni chimiche che è stata solo in parte bonificata e messa in sicurezza, e la superficie comunale di Cairo Montenotte, anch’essa gravata da presenze industriali di notevole impatto.
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Quattro province, una valle

Non è strano che l’Alessandrino sia così legato al Savonese. È il lungo corso del fiume Bormida ad avere insegnato a questa zona di confine, che fra le regioni Piemonte e Liguria attraversa quattro province, a sentirsi parte di un’unica bio-regione, a sentirsi valle. Una valle che origina nelle montagne dell’entroterra ligure, per poi estendersi per centocinquanta chilometri nei territori del Cuneese, che diventano Astigiano e che, infine, ad Alessandria, confluiscono nella pianura lambita dal Tanaro.

Una lezione che la valle Bormida ha imparato con dolore. Gliel’ha insegnata nel profondo un inquinamento di centodiciassette anni, quando il fiume era nero, biologicamente morto, e una densa schiuma biancastra e maleodorante si formava nei vortici della corrente. Tanto durarono le produzioni dell’ACNA di Cengio. Ma maestra fu anche la devastante alluvione del 1994, con una piena che travolse e distrusse ogni cosa, fino a congiungersi con la tragica esondazione ad Alessandria.

Il dibattito del 25 giugno affronterà i due temi caldi del momento. Da un lato la questione inceneritore, con l’impatto ambientale sul tessuto locale e le possibili alternative sostenibili in un’ottica di economia circolare. Dall’altro lo stato dell’ex ACNA, con un focus sul monitoraggio del sito «per garantire che la guardia rimanga alta sulla tutela delle falde acquifere e della salute dei residenti», come si legge sull’invito del Comune di Acqui.

Gli eventi informativi e di sensibilizzazione degli abitanti si susseguono da diversi mesi e ora, per la prima volta, approderanno in provincia di Alessandria. La formula prevede un modello già collaudato, fatto di analisi tecniche puntuali, aggiornamenti procedurali, dettagli specifici, ma anche della ferma denuncia di un modo di agire da parte della Regione Liguria che finora non ha lasciato alcuno spazio al dialogo e al confronto con gli enti locali e i residenti, che non hanno mai perso l’occasione di dimostrare la loro ferma opposizione al progetto.

Gruppi di lavoro hanno riunito gli esperti nelle competenze ambientali, politiche, sanitarie, legali e gli esiti di quegli studi – sull’iniziativa della giunta Bucci di costruire l’inceneritore per chiudere il ciclo dei rifiuti – vengono restituiti al pubblico in forma divulgativa, che possa essere compresa da chiunque. Soprattutto, da queste parti la cittadinanza attiva ha una lunga storia che arriva da lontano: e la consapevolezza che sia di nuovo necessario impegnarsi per contrastare la minaccia si sta diffondendo rapidamente.

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L’inquinamento si espande per chilometri

Renato Galliano è il presidente dell’osservatorio del paesaggio “La prima Langa”, una delle sedici associazioni che partecipano al “Coordinamento No Inceneritore” nato negli ultimi mesi- «La minaccia dell’inceneritore a Cengio o a Cairo, con gravi danni ambientali e sanitari, ripercorre la stessa logica dell’ACNA», ha detto a L’Unica. «Effetti negativi sul territorio e sulle comunità che lo abitano. Benefici per il gruppo industriale che gestirà l’impianto. La storia si ripete, così come si ripete il coinvolgimento sociale, la contrarietà dei sindaci, l’attività delle associazioni e dei comitati. I cittadini vogliono uscire da questa gabbia della marginalità e poter intervenire rifiutando soluzioni inaccettabili per il proprio territorio e per le future generazioni».

È lui che di solito dal palco parla con chiarezza. «L’incenerimento dei rifiuti non è una soluzione», ha spiegato a L’Unica. «Crea inquinamento atmosferico con sostanze anche molto pericolose che si disperdono per chilometri, crea il 25-30 per cento di polveri tra sottili e leggere. Si tratta di un progetto industriale speculativo che non apporterà nessun beneficio alla comunità locale, ma che lascerà una pesante eredità ambientale per 20-30 anni. Occorre andare verso la raccolta differenziata, il riuso e il riciclo». Gli stessi obiettivi, peraltro, suggeriti dall’Unione europea in via prioritaria per la gestione dei rifiuti.

Daniela Prato è la portavoce del “Coordinamento No Inceneritore” ed è a capo delle numerose iniziative che coinvolgono da mesi gli attivisti: volantinaggi nei paesi, campagne social, anche flash mob. «Siamo contrari a un impianto del genere perché rappresenta un progetto obsoleto rispetto alle alternative, che prevedono prima di tutto la raccolta differenziata e il riciclo, cosa che sicuramente non si sta facendo abbastanza in Liguria e in particolare a Genova», ha detto. Effettivamente, i dati raccontano che nella Regione la separazione dei materiali non raggiunge il 60 per cento e nel capoluogo è di poco superiore al 50, quando la normativa europea chiede obiettivi del 65 per cento come minimo. «Basti invece pensare che in valle Bormida, dove vorrebbero bruciare i rifiuti, è attestata a soglie prossime all’80 per cento», ha fatto notare Prato. Oltre il danno, la beffa.

«Difendiamo la valle Bormida anche perché non è assolutamente un sito idoneo ad accogliere un inceneritore», ha continuato la portavoce del Coordinamento. «Prima di tutto, per le sue criticità pesanti a livello ambientale: abbiamo già pagato pregresse pianificazioni industriali, che devono ancora essere bonificate e di cui subiamo tuttora le conseguenze. In secondo luogo, perché almeno il 70 per cento dei rifiuti liguri arriva da una distanza di diverse decine di chilometri e questo appesantirebbe il traffico veicolare su infrastrutture viarie già congestionate. Infine perché la gestione ambientale nel nostro territorio è approssimativa: è sotto gli occhi di tutti. Abbiamo realtà come lo stoccaggio non regolare delle ceneri dell’inceneritore di Torino, aziende che sforano di benzoapirene: queste cose dimostrano che siamo una terra poco controllata, meglio ancora fuori controllo».

Ci sono inoltre condizioni naturali alla base delle preoccupazioni degli abitanti: «La conformazione geografica della vallata non permette un riciclo dell’aria: gli inquinanti ricadrebbero sul territorio», ha concluso Prato. «Da tempo chiediamo alla Regione Liguria una valorizzazione seria e costruttiva dei nostri luoghi: abbiamo coinvolto realtà come il basso Piemonte, che crede fermamente in una politica diversa e che verrebbe penalizzato in maniera pesante da questa scelta. Ecco perché continuiamo a informare le persone con le assemblee. Agiremo per vie legali, se ci sarà la presentazione di progetti concreti e se l’intento di costruire l’inceneritore in valle Bormida dovesse proseguire». Entro il 30 giugno, in base al bando regionale, le società interessate al business dovranno presentare i loro programmi di investimento. Cinque delle sei proposte preliminari finora inoltrate hanno già indicato la valle Bormida per la localizzazione.

Il sindaco di Acqui

In ogni caso non è ancora detta l’ultima parola. La questione è già arrivata in Parlamento, dove i deputati Angelo Bonelli e Marco Grimaldi (Alleanza verdi-sinistra) e il collega Andrea Giaccone (Lega) hanno presentato interrogazioni al ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. In consiglio regionale del Piemonte, a tenere caldo il tema con altrettanti atti formali ci hanno pensato, nei giorni scorsi, gli esponenti del Partito democratico Fabio Isnardi, Mauro Calderoni e Domenico Ravetti e quelli della Lega Fabio Carosso e Marco Protopapa. «Non bisogna abbassare la guardia», ha ammonito quest’ultimo.

In Liguria, l’opposizione di centrosinistra si è da tempo dichiarata con fermezza contraria alla costruzione di un inceneritore, promuovendo un ciclo dei rifiuti completamente sostenibile, con potenziamento della raccolta differenziata, riciclo spinto e riuso dei materiali, contestando l’ipotesi di nuovi carichi ambientali. Seguono da vicino la vicenda e si sono pronunciati contro l’impianto le Province di Cuneo e Asti, l’Unione montana alta Langa, mentre molti Comuni liguri e piemontesi hanno approvato delibere dello stesso tenore. Le parole più dure sono venute dal sindaco Danilo Rapetti: «Non possiamo che essere solidali con la nuova lotta della val Bormida», ha detto a L’Unica. «Questaè una terra che da cent’anni subisce angherie e che ha sempre saputo tenere la testa alta e la schiena dritta, fino a vincere le sue battaglie, sia pure al prezzo di molte preoccupazioni e, spesso, di sofferenza e morte. Un inceneritore sarebbe materia di cui discutere serenamente, ma non qui. In val Bormida un inceneritore sarebbe altamente e decisamente inopportuno. In memoria di ciò che è stato e a tutela di ciò che sarà».

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A Bosia il premio per chi sa osare


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Nel dialetto dell’Alta Langa la parola ancalau dice tutto. Indica chi vince la timidezza e, osando, sa innovare. Una parola che in molti, fuori da Bosia e dintorni, non avevano mai sentito prima che diventasse il nome di un premio.

Il 20 e 21 giugno prossimi, nel piccolo Comune di circa 170 abitanti nella provincia di Cuneo, va in scena la dodicesima edizione del Premio Ancalau, un evento pop e al tempo stesso culturale, capace di richiamare ogni anno imprenditori, intellettuali, artisti e soprattutto giovani startupper da tutta Italia. Nel tempo ha guadagnato un rilievo nazionale autentico, non costruito a tavolino, ma cresciuto con la forza delle idee e del territorio.

E se il Premio Ancalau esiste, è soprattutto merito di Silvio Saffirio. Creativo e imprenditore della pubblicità, grande protagonista degli anni d’oro degli spot televisivi, dodici anni fa ha dato vita all’associazione culturale Ancalau assieme al sindaco di Bosia, Ettore Secco, e coinvolgendo il fondatore di Eataly Oscar Farinetti e il presidente di Banca d’Alba, Tino Cornaglia. Una squadra molto attiva, con Saffirio deus ex machina capace di sfornare idee a raffica. Tra le altre cose, è stato lui l’ideatore della Pinacoteca all’aperto di Bosia, ovvero i murali dedicati ai Grandi di Langa, dipinti dall’artista Silver Veglia sulle facciate degli edifici del paese. È lui che ogni anno sceglie i soggetti da immortalare.
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Questa straordinaria e peculiare hall of fame è diventata a tutti gli effetti una risorsa turistica per Bosia. «Non abbiamo quasi più spazi per ospitare nuovi murali, per la prossima edizione staremo a vedere. Costruiremo nuove pareti», ha detto a L’Unica lo stesso Saffirio. «A parte gli scherzi, di sicuro ogni opera avrà un QR code a cui si potrà accedere per leggere la storia del personaggio raffigurato. In quattro lingue». Ora Saffirio si appresta a inaugurare l’ultimo murale, quello che renderà omaggio a Carlin Petrini, l’ideatore di Slow Food, un ancalau di diritto che avrebbe dovuto essere presente alle premiazioni di domenica 21 giugno.

L’omaggio a Carlo Petrini

«Ci aveva dato la sua disponibilità, sarebbe venuto molto volentieri», ha detto ancora Saffirio. «Non ce l’ha fatta, purtroppo. Noi in realtà avevamo in mente di non realizzare un altro murale, ci saremmo fermati per un anno. Ma, appresa la notizia, abbiamo cambiato subito il programma e il nostro Silver Veglia si è messo al lavoro per realizzare un nuovo ritratto. Così è nato il murale di Petrini, che sarà ben visibile proprio a fianco dello spazio dedicato al presidente Luigi Einaudi. E il riconoscimento di Propheta in patria che avevamo pensato per Carlin, lo consegneremo al rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche a Pollenzo, Bruno Perillo».

Durante la presentazione del Premio Ancalau, al grattacielo della Regione Piemonte (dove L’Unica era presente), il sindaco di Bosia, Secco, ha ricordato un aneddoto a proposito di Petrini: «Ricordo che eravamo impegnati nella giornata finale della prima edizione, a un certo punto mia moglie mi avvisa: guarda che sta arrivando Carlin. Ci siamo tutti messi in agitazione, era già allora, nel 2016, un personaggio importante. Era venuto a seguire la nostra iniziativa, perché molto incuriosito dalla formula che legava il territorio e le startup innovative. E alla fine, a tavola, ci confidò che quei tajarin che stava assaporando, assieme alla piacevole sorpresa dell’Ancalau, erano effettivamente valsi il viaggio».

Una bella soddisfazione. Saffirio invece ha ricordato che «all’epoca noi dello staff eravamo ancora troppo poveri per permetterci un servizio fotografico. Così non abbiamo immagini della visita di Carlin. In altre successive occasioni, per un motivo o per l’altro, non fu possibile averlo ospite. Come quando facemmo il gemellaggio tra la nostra nocciola tonda gentile e il cacao della regione messicana della Chontalpa, alla presenza dell’ambasciatore messicano. Petrini era impegnato da un’altra parte».

Ora il murale di Veglia completa un lungo percorso. Oscar Farinetti, dell’amico e sodale Carlin parla ancora al presente: «Lui è un personaggio pazzesco. Ne parlo come fosse vivo. Ci aveva già dato l’ok, sarebbe venuto volentieri a Bosia e per tutti sarebbe stato un momento molto bello, perché Carlin, più di chiunque dalle nostre parti, ha segnato il territorio. E non solo: è riuscito a portarlo a un livello mondiale. Ha trasferito il think local all’act global, a un livello veramente globale. Sono rarissime le persone che sono state capaci di farlo».

Farinetti è il fantasista del “team ancalau” e il suo entusiasmo per l’evento non si è mai incrinato nel corso di questi dodici anni: «È stata una gran bella idea, perché abbiamo creato un metodo per dare spazio ai giovani che vogliono imporre le loro idee. Il Premio Ancalau porta con sé un carattere di estrema modernità e al tempo stesso propone il recupero di tradizioni antiche straordinarie, legate a Bosia, comune incastonato nell’Alta Langa che riesce a dare un senso a tutto questo».

Una vetrina per le startup

Tornando a Saffirio, è sempre lui che ha pensato il “Torneo delle idee” per i giovani startupper, focus principale della manifestazione, costruendo nel tempo una rete di partner e sostenitori capace di trasformare ogni edizione in qualcosa di più di una semplice cerimonia. «Ancalau è stato in primo luogo una scoperta storica e antropologica per il numero stupefacente di inventori, imprenditori, innovatori e anche avventurosi che ebbe Bosia tra fine Ottocento e il Novecento», ha spiegato a L’Unica. «Si guadagnarono la nomea popolare di Ancalau di Bosia e ci doveva pur essere un motivo. Da qui a pensare di far rivivere questa memoria di coraggio, inventiva, riscatto e intraprendenza e allargarla all’intero territorio virtuoso della Langa e del Roero, il passo è stato facile».

Nel tempo sono stati aggiunti tanti tasselli, tutti significativi. Ha detto ancora Saffirio: «È una festa popolare? Sì, vedi la gente serena e gioiosa e il buon cibo non manca. È un evento culturale? Certo, ma vivo, dinamico. Si rivive in chiave attuale il passato, si onorano i Padri e le Madri, si rievocano i Grandi di Langa». E poi c’è lo sguardo che volge al futuro con le startup: un primo premio da 20 mila euro «in soldi veri, che di solito vengono versati la sera stessa dell’annuncio. Lo sottolineo perché spesso altre rassegne promettono riconoscimenti che poi non sono così tangibili». I numeri confermano: in dodici anni il torneo delle startup di Bosia ha visto sfilare 615 progetti e più di 1.200 partecipanti, attribuendo complessivamente 127 mila euro in premi. Sei dei talenti premiati negli anni sono stati poi selezionati dalla rivista Forbes tra i giovani under 30 più influenti d’Italia.

Tra i protagonisti del premio l’Orchestra Filarmonica Bosconerese, fondata nel 1912 a Bosconero, nel Canavese, scoperta e “agganciata” da Saffirio. Una presenza a suo modo simbolica: in oltre un secolo di attività l’orchestra non si fermò nemmeno durante le due guerre mondiali, è cresciuta dai venti fondatori agli attuali cinquanta elementi ed è diventata una vera orchestra di fiati arricchita di recente da violoncelli e contrabbasso. Ha suonato all’Auditorium RAI, al Piccolo Regio, al Teatro Carignano, spaziando dal repertorio classico al jazz fino ai ritmi sudamericani. Con l’Ancalau condivide qualcosa di essenziale: entrambi affondano le radici in un piccolo paese di provincia e non si sono mai arresi alle difficoltà. In una parola, osano.

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Tesla che presenta Megapod, Perplexity che lancia Brain, le scommesse finte di Polymarket


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon martedì,
oggi parleremo del nuovo progetto Megapod di Tesla, in diretta competizione con Nvidia. Poi vedremo il nuovo "Brain" di Perplexity; parleremo della campagna promozionale con scommesse finte compiuta da Polymarket, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Tesla ha presentato un nuovo hardware AI per data center chiamato Megapod


Business
Tesla ha depositato un trademark per un prodotto chiamato Megapod: un sistema hardware modulare per data center AI che comprende server, networking, distribuzione elettrica e raffreddamento venduti come unità integrata. La domanda è di tipo "intent-to-use", il che significa che il prodotto non esiste ancora. Il problema è che Tesla non ha un business consolidato nell'hardware di calcolo per terzi: il suo cluster AI interno, Cortex, gira su circa 67.000 GPU Nvidia H100, e il progetto Dojo è stato cancellato nell'agosto 2025 dopo che Musk lo ha definito "un vicolo cieco evolutivo". I chip AI5 e AI6 sono entrambi in ritardo — il primo di quasi due anni, il secondo di sei mesi — con la produzione di massa prevista non prima della fine del 2027. Il mercato che Megapod vorrebbe aggredire è già dominato da Nvidia.
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Perplexity lancia Brain, la memoria che impara dai propri errori


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Perplexity ha lanciato Brain, un sistema di memoria per il suo agente Computer che tiene traccia di ciò che l'agente ha fatto: quali fonti ha usato, quali correzioni ha ricevuto, cosa non ha funzionato. Dopo ogni sessione, Brain aggiorna un grafo di contesto che viene sintetizzato durante la notte in un wiki personale caricato automaticamente prima del task successivo. Secondo i dati interni di Perplexity, il sistema migliora la correttezza delle risposte del 25% sui task già affrontati, migliora il recall del 16% e riduce del 13% il costo dei task con contesto pesante. Brain è in Research Preview da oggi per gli abbonati Max (200 dollari al mese) ed Enterprise Max; i competitor open source come OpenClaw e Hermes offrono funzionalità simili da mesi, ma girano in locale su hardware proprio.
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"Per inerzia, soprattutto. La banca è l'unica cosa che teniamo vent'anni senza chiederci se sia ancora quella giusta. Il nostro lavoro è dare alle persone un motivo per farsi quella domanda."

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Polymarket pagava creator per scommesse completamente false sui social


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Polymarket ha pagato decine di creator sui social per girare video in cui vincevano grandi somme su scommesse predittive che in realtà non esistevano, secondo un'inchiesta del Wall Street Journal. La piattaforma ha costruito copie quasi perfette del proprio sito — tra cui uno raggiungibile all'URL poiymarket .com, con una 'i' maiuscola al posto della 'l' — su cui i creator simulavano puntate da centinaia di migliaia di dollari. Ai creator venivano corrisposti tra i 2.000 e i 3.000 dollari al mese, con istruzioni precise su cosa dire e indicazione di non rivelare il rapporto commerciale con Polymarket. Il WSJ ha esaminato 1.105 video di 10 creator, identificando scommesse false per un totale di 1,9 milioni di dollari; la campagna ha accumulato oltre 140 milioni di visualizzazioni su TikTok, YouTube e Instagram. Polymarket, la cui piattaforma principale è tecnicamente bloccata negli Stati Uniti dal 2022 per via di una sanzione CFTC, stava anche mirando specificatamente al pubblico americano: i creator venivano pagati solo se almeno il 60% degli spettatori era negli USA. Dopo il contatto del WSJ, il sito poiymarket.com.
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Tesla con autopilot sfonda una casa e uccide una donna


Legge
La NHTSA ha aperto una Special Crash Investigation sul sinistro avvenuto il 19 giugno in Texas, dove una Tesla Model 3 ha abbandonato la carreggiata ad alta velocità e si è schiantata contro un'abitazione privata. Una donna di 76 anni che si trovava in casa è morta in ospedale per le ferite riportate. Il conducente, risultato sobrio, ha dichiarato alla polizia che il veicolo stava operando con un sistema di guida autonoma al momento dell'impatto. Tesla non ha risposto alle richieste di commento. Pochi giorni prima del crash, i senatori dem Markey e Blumenthal avevano già scritto alla NHTSA chiedendo un'indagine formale sul Full Self-Driving, accusando Tesla di basare i propri dati sulla sicurezza su analisi fuorvianti.
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Fonte: bbc.com
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Europe 2031: a Bruxelles un esperimento dimostra la distruzione economica del continente


Politica
Un "thought experiment" chiamato Europe 2031, scritto da un think tank di Bruxelles legato alla Arq Foundation, ha ritratto un'Europa economicamente distrutta nel 2031 per non aver investito in AI, data center e robotica mentre USA e Cina dominavano il settore. Il documento è diventato virale nella settimana del G7, anche perché pubblicato un giorno prima che l'amministrazione Trump bloccasse l'accesso degli stranieri a Claude Fable, il modello AI di Anthropic — esattamente il tipo di scenario che lo scritto aveva prefigurato. Gli autori sostengono che l'Europa stia costruendo infrastrutture AI controllate da aziende americane senza garanzie di poterle usare. I critici riconoscono il valore dell'allarme ma osservano che alcuni dei mega-deal citati nel testo in quanto prove — come l'accordo da 100 miliardi tra OpenAI e Nvidia — sono già collassati.
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Fonte: the Guardian
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L'universo vuole solo imparare


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Il nuovo CEO di Apple deve ricostruire un team di design che ha perduto la rotta


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octet-stream.net (eng)

Jane Street, la potenza segreta di Wall Street, entra nella scena AI


wsj.com (eng)

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Vivo e lavoro nel mondo tech & finance e un po' mi imbarazza far parte di coloro che non hanno mai cambiato banca in quindici anni — eppure sì, me ne lamento anch'io.

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Sarà che sono UX Designer, ma per me vale tanto. Poi hanno una cosa che molte banche che vivono solo online non hanno, cioè una presenza reale di professionisti umani che ti seguono.

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Notizie veloci


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La scommessa anomala di Founders Fund sui pesci uccisi umanamente


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La Steam Machine di Valve arriva il 29 giugno a $1.049, ma probabilmente non riuscirete ancora ad acquistarla


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Microsoft tornerà a installare forzatamente l'app Microsoft 365 Copilot su Windows 11


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Brain per Perplexity Computer


Ecco la presentazione di Brain, il nuovo sistema di Perplexity per addestrare continuamente il suo agente "Computer."

Vedi video su youtube.com (eng - 1:06)

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Hai ottimizzato tutto, tranne la banca


Questo è un articolo sponsorizzato. Gli sponsor non influenzano la linea editoriale di Morning Tech, ma permettono al progetto di esistere.

Scopri Fineco

Siamo bravissimi a confrontare. L'operatore telefonico, la bolletta della luce, l'assicurazione dell'auto, l'abbonamento che usiamo poco. Su tutto cerchiamo l'opzione migliore, su una cosa no: la banca.

In Italia restiamo nella stessa banca in media quindici anni (dati Fineco). Non perché sia la migliore, ma perché a un certo punto smette di essere una scelta e diventa un'abitudine, come la strada per andare al lavoro: non la decidi più, la fai e basta.

C'è anche un motivo meno comodo da ammettere. Secondo l'indagine IACOFI di Banca d'Italia, l'alfabetizzazione finanziaria nel Paese resta bassa: 10,7 su 20 nell'indicatore complessivo e 4,6 su 10 sulle competenze digitali. Se non hai gli strumenti per capire davvero cosa fa la tua banca, il conto resta una decisione presa una volta sola e mai più rivista.

Ma nel frattempo qualcosa paghi. Sempre Banca d'Italia, nell'indagine sul costo dei conti, stima per il 2024 circa 101 euro l'anno di spesa media per un conto tradizionale, contro circa 31 euro per uno online. La stessa persona che soppesa due offerte di pasta al supermercato non si accorge di una differenza del settanta per cento sul conto in banca.

Il costo, però, è solo metà del discorso. L'altra metà è cosa ricevi in cambio.

Ma infatti, che cosa dovrebbe fare per te una banca oggi, nel 2026? Da una parte ci sono gli istituti di sempre, solidi ma costruiti su processi vecchi, dove per fare due operazioni passi da tre canali diversi. Dall'altra, le neobank nate dentro un'app, veloci ma che rimangono pur sempre dietro uno schermo.

Fineco prova a stare nel mezzo, e lo fa da prima che esistesse la parola fintech. È nata quasi ventisei anni fa con un'idea che allora sembrava strana: una sola piattaforma per tenere insieme conto, carte, trading, credito e investimenti, costruita in casa invece di assemblare pezzi comprati da fornitori esterni. Oggi parlare di banca e app nella stessa frase è normale. All'epoca non lo era.

Tutto è connesso: lo stipendio che entra, le spese, i pagamenti, gli investimenti che fai partire con due tap dallo stesso posto in cui guardi il saldo. Non sono mondi separati che ogni tanto si scambiano un'informazione.

E poi c'è la parte che un'app da sola non ti dà: le persone. Una rete di consulenti che ti segue quando devi decidere cosa fare dei tuoi soldi, perché un grafico non basta. La tecnologia fa la parte ripetitiva, qualcuno in carne e ossa fa quella difficile. Non la banca che ti mette in fila, non l'app che ti lascia solo.

Resta l'ultima scusa, quella sincera: cambiare è una rottura. Ed è il motivo per cui oggi Fineco offre il conto a canone zero. Apri, provi, e se funziona porti dentro il resto con calma. Tolto il canone, l'unico vero motivo per restare fermi è l'inerzia.

Non puoi cambiare la tua banca. Ma puoi cambiare banca. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Lingesso, direttore Marketing di Fineco.
Fabrizio Lingesso, direttore Marketing di Fineco.

Intervista

Perché gli italiani non cambiano banca?


"Per inerzia, soprattutto. La banca è l'unica cosa che teniamo vent'anni senza chiederci se sia ancora quella giusta. Il nostro lavoro è dare alle persone un motivo per farsi quella domanda."

Cosa rende Fineco diversa?


"La tecnologia ce la siamo costruita in casa, non l'abbiamo comprata a pezzi. Conto, trading e investimenti stanno nello stesso posto e si parlano tra loro. E accanto alla piattaforma c'è una rete di consulenti veri. Le macchine gestiscono la routine, le persone ci sono quando devi decidere."

Cosa ne pensa Morning Tech?


Vivo e lavoro nel mondo tech & finance e un po' mi imbarazza far parte di coloro che non hanno mai cambiato banca in quindici anni — eppure sì, me ne lamento anch'io.

Poi sono un grande fan degli ecosistemi di banking disegnati e sviluppati con attenzione meticolosa al dettaglio, e in Fineco ho visto un livello di cura non da poco. Tutte le loro piattaforme sono state sviluppate ad hoc (non si appoggiano a fornitori esterni) e nascono con l'idea di avere una experience eccellente per l'utente finale.

Sarà che sono UX Designer, ma per me vale tanto. Poi hanno una cosa che molte banche che vivono solo online non hanno, cioè una presenza reale di professionisti umani che ti seguono.

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Tesla ha presentato un nuovo hardware AI per data center chiamato Megapod


Sfida diretta a Nvidia nel mercato rack-scale.
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In breve:


Tesla ha depositato un trademark per un prodotto chiamato Megapod: un sistema hardware modulare per data center AI che comprende server, networking, distribuzione elettrica e raffreddamento venduti come unità integrata. La domanda è di tipo "intent-to-use", il che significa che il prodotto non esiste ancora. Il problema è che Tesla non ha un business consolidato nell'hardware di calcolo per terzi: il suo cluster AI interno, Cortex, gira su circa 67.000 GPU Nvidia H100, e il progetto Dojo è stato cancellato nell'agosto 2025 dopo che Musk lo ha definito "un vicolo cieco evolutivo". I chip AI5 e AI6 sono entrambi in ritardo — il primo di quasi due anni, il secondo di sei mesi — con la produzione di massa prevista non prima della fine del 2027. Il mercato che Megapod vorrebbe aggredire è già dominato da Nvidia.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Tesla plans to sell modular AI data center hardware called 'Megapod' | Electrek
Tesla wants to sell modular AI data center hardware, according to a new trademark application for a product called “Megapod.”...
ElectrekFred Lambert


Alternativa in italiano:

Elon Musk prova a sfidare NVIDIA sui datacenter IA: registrato il marchio Megapod
La compagnia di Elon Musk ha depositato il marchio Megapod negli Stati Uniti, puntando a vendere blocchi hardware preconfigurati per l'addestramento e l'inferenza dell'intelligenza artificiale
Hardware Upgrade

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Polymarket pagava creator per scommesse completamente false sui social


140 milioni di views generate con contenuti truffaldini.
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In breve:


Polymarket ha pagato decine di creator sui social per girare video in cui vincevano grandi somme su scommesse predittive che in realtà non esistevano, secondo un'inchiesta del Wall Street Journal. La piattaforma ha costruito copie quasi perfette del proprio sito — tra cui uno raggiungibile all'URL poiymarket .com, con una 'i' maiuscola al posto della 'l' — su cui i creator simulavano puntate da centinaia di migliaia di dollari. Ai creator venivano corrisposti tra i 2.000 e i 3.000 dollari al mese, con istruzioni precise su cosa dire e indicazione di non rivelare il rapporto commerciale con Polymarket. Il WSJ ha esaminato 1.105 video di 10 creator, identificando scommesse false per un totale di 1,9 milioni di dollari; la campagna ha accumulato oltre 140 milioni di visualizzazioni su TikTok, YouTube e Instagram. Polymarket, la cui piattaforma principale è tecnicamente bloccata negli Stati Uniti dal 2022 per via di una sanzione CFTC, stava anche mirando specificatamente al pubblico americano: i creator venivano pagati solo se almeno il 60% degli spettatori era negli USA. Dopo il contatto del WSJ, il sito poiymarket.com.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Polymarket's viral videos showed people winning big, but the bets were fake - Ars Technica
Winning" bets were made on cloned website and would have lost money, WSJ finds.
Ars Technica


Alternativa in italiano:

Polymarket paga i creator per pubblicare video con vincite fake?
Un report del Wall Street Journal accusa Polymarket di aver pagato video con scommesse e guadagni falsi, per attirare nuovi utenti.
Punto Informatico

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Europe 2031: a Bruxelles un esperimento dimostra la distruzione economica del continente


Letto da europarlamentari e funzionari britannici e tedeschi.
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In breve:


Un "thought experiment" chiamato Europe 2031, scritto da un think tank di Bruxelles legato alla Arq Foundation, ha ritratto un'Europa economicamente distrutta nel 2031 per non aver investito in AI, data center e robotica mentre USA e Cina dominavano il settore. Il documento è diventato virale nella settimana del G7, anche perché pubblicato un giorno prima che l'amministrazione Trump bloccasse l'accesso degli stranieri a Claude Fable, il modello AI di Anthropic — esattamente il tipo di scenario che lo scritto aveva prefigurato. Gli autori sostengono che l'Europa stia costruendo infrastrutture AI controllate da aziende americane senza garanzie di poterle usare. I critici riconoscono il valore dell'allarme ma osservano che alcuni dei mega-deal citati nel testo in quanto prove — come l'accordo da 100 miliardi tra OpenAI e Nvidia — sono già collassati.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

A viral doomsday scenario aims to shake Europe out of its AI complacency | AI (artificial intelligence) | The Guardian
Does a thought-experiment about US ascendancy in the technology say as much about AI jitters as it does about the reality?
the Guardian


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Tesla con autopilot sfonda una casa e uccide una donna


L'autista ha dichiarato di usare il Full Self-Driving.
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In breve:


La NHTSA ha aperto una Special Crash Investigation sul sinistro avvenuto il 19 giugno in Texas, dove una Tesla Model 3 ha abbandonato la carreggiata ad alta velocità e si è schiantata contro un'abitazione privata. Una donna di 76 anni che si trovava in casa è morta in ospedale per le ferite riportate. Il conducente, risultato sobrio, ha dichiarato alla polizia che il veicolo stava operando con un sistema di guida autonoma al momento dell'impatto. Tesla non ha risposto alle richieste di commento. Pochi giorni prima del crash, i senatori dem Markey e Blumenthal avevano già scritto alla NHTSA chiedendo un'indagine formale sul Full Self-Driving, accusando Tesla di basare i propri dati sulla sicurezza su analisi fuorvianti.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Tesla crash that killed a woman under US federal investigation
A Tesla driver on Friday said he was using ‘self-driving’ technology after his vehicle sped into a Texas home.
bbc.com


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Perplexity lancia Brain, la memoria che impara dai propri errori


Disponibile oggi per abbonati Max a $200/mese.
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In breve:


Perplexity ha lanciato Brain, un sistema di memoria per il suo agente Computer che tiene traccia di ciò che l'agente ha fatto: quali fonti ha usato, quali correzioni ha ricevuto, cosa non ha funzionato. Dopo ogni sessione, Brain aggiorna un grafo di contesto che viene sintetizzato durante la notte in un wiki personale caricato automaticamente prima del task successivo. Secondo i dati interni di Perplexity, il sistema migliora la correttezza delle risposte del 25% sui task già affrontati, migliora il recall del 16% e riduce del 13% il costo dei task con contesto pesante. Brain è in Research Preview da oggi per gli abbonati Max (200 dollari al mese) ed Enterprise Max; i competitor open source come OpenClaw e Hermes offrono funzionalità simili da mesi, ma girano in locale su hardware proprio.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Perplexity's AI Agent Now Has a Brain That Learns From Its Own Mistakes - Decrypt
Brain is a self-improving memory layer that tracks what Computer did, what worked, and what failed—then uses it overnight to make the next task faster and cheaper., Predict, earn, and engage with Myriad Markets interactive prediction markets on your favorite platforms and news sources., Predict, earn, and engage with Myriad Markets interactive prediction markets on your favorite platforms and news sources.
DecryptDecrypt / Jose Antonio Lanz


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L'arte di pensare chiaro: riassunto di Rolf Dobelli


99 bias cognitivi in capitoli da 3 pagine ciascuno. Dobelli mostra perché il cervello prende decisioni sbagliate — e come smettere di farti del male da solo.

TL;DR

  • Il cervello usa scorciatoie (euristiche) utili per sopravvivere, disastrose per decidere. Dobelli cataloga 99 bias con un capitolo di 2–3 pagine per ciascuno.
  • Tre bias da conoscere subito: survivorship (vedi solo i vincitori), sunk cost (continui per il passato) e confirmation bias (cerchi prove per ciò che credi già).
  • Il libro si usa come manuale di emergenza: un capitolo a settimana, o prima di ogni decisione importante.


Hai mai rimpianto una decisione «ovvia» che in quel momento sembrava razionale? Hai continuato un progetto senza senso «perché ormai avevi investito»? Hai seguito l'opinione di tutti senza un motivo solido?

Non è stupidità. È come funziona il cervello umano: usa scorciatoie che erano utili per la sopravvivenza sulla savana e che oggi — nelle decisioni finanziarie, relazionali, lavorative — diventano trappole.

L'arte di pensare chiaro di Rolf Dobelli (Garzanti, 2013) cataloga 99 di questi errori cognitivi in capitoli da 2–3 pagine ciascuno: un bias, un esempio vivido, un antidoto concreto. Dobelli — scrittore e imprenditore svizzero — lo ha scritto partendo dall'incontro con la letteratura di Daniel Kahneman (Thinking, Fast and Slow), ma con un obiettivo diverso: non spiegare la psicologia cognitiva, ma darti strumenti pratici per smettere di farti del male da solo.

I 3 bias da conoscere prima di tutti gli altri

1. Survivorship bias — vedi solo i sopravvissuti


Leggi storie di startup da un milione. Senti di imprenditori che hanno lasciato il lavoro fisso e ce l'hanno fatta. Non leggi — mai — dei migliaia che hanno tentato la stessa cosa e fallito. I fallimenti sono invisibili.

Il consiglio di Dobelli: «Visita i cimiteri». Studia i fallimenti, non solo i vincitori, prima di prendere una decisione basata su «prove di successo».

2. Sunk cost — butti buoni soldi dopo cattivi


Continui a guardare un film noioso «perché hai già pagato». Tieni un progetto morto perché «ci hai messo due anni». Resti in una relazione che non funziona perché «abbiamo già investito tanto».

Il passato è irrecuperabile. Solo i costi futuri contano nelle decisioni razionali. Il sunk cost è uno dei bias più documentati — e più costosi — della psicologia cognitiva.

3. Confirmation bias — cerchi prove per ciò in cui credi già


Quando hai un'idea, leggi articoli che la confermano. Ignori quelli che la smentiscono. Il cervello filtra l'evidenza per proteggere le credenze esistenti.

L'antidoto di Dobelli: «Murder your darlings». Cerca attivamente prove contro la tua tesi preferita. Se l'idea regge, ne uscirà più solida. Se crolla, hai evitato un errore costoso.

Questi tre bias — e gli altri 96 — sono spiegati in dettaglio, con tabella e piano pratico, nella sezione riservata ai membri del Protocollo.

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Usa il cervello prima che lui usi te: riassunto di Paolo Borzacchiello


Il tuo cervello non lavora per te: lavora per l'abitudine. Borzacchiello mostra come uscire dal pilota automatico con 12 situazioni quotidiane e il dialogo BACKSTAGE tra Amigdala, Corteccia e Dopamina.

TL;DR

  • Il tuo cervello non lavora per te: lavora per l'abitudine, per il percorso già battuto. Borzacchiello mostra come uscire dal pilota automatico.
  • 12 situazioni quotidiane — stress, social, dolce serale, sindrome dell'impostore — con il dialogo BACKSTAGE tra Amigdala, Corteccia e Dopamina.
  • Il messaggio finale è scomodo: se deleghi tutto a ChatGPT e ai social, atrofizzi il muscolo che ti rende umano.


C'è una frase che Borzacchiello ripete durante le sue conferenze: «Il tuo cervello non è il tuo migliore amico — è il tuo coinquilino più abitudinario». Non fa quello che è meglio per te: fa quello che ha già fatto mille volte. Sinapsi comode, percorsi battuti, risposte automatiche.

Usa il cervello prima che lui usi te (Mondadori, 2024) è un manuale di autodifesa cognitiva: 12 situazioni reali della vita quotidiana — dall'interrogazione in classe allo scroll compulsivo, dal dolore fisico alla sindrome dell'impostore — in cui Borzacchiello apre il BACKSTAGE della mente e mostra cosa succede veramente quando reagiamo.

Paolo Borzacchiello è tra i massimi esperti italiani di intelligenza linguistica applicata: consulente, autore, co-creatore di HCE — Human Connections Engineering, la disciplina che studia come pensiamo, comunichiamo e interagiamo. Non è un manuale di PNL: è pop-neuroscience con dialoghi teatrali e esercizi pratici che Borzacchiello avverte: saltarli ha «conseguenze karmiche».

Di cosa parla davvero


Il libro ruota attorno a un cast fisso di «personaggi interni»: la Corteccia prefrontale (la regista razionale), l'Amigdala (la sentinella emotiva), il Nucleus accumbens (l'amante del piacere), più Dopamina, Serotonina, Cortisolo, Ossitocina, Endorfine. Questi personaggi litigano — in dialoghi ironici nel BACKSTAGE — ogni volta che la vita ti mette davanti a una scelta.

Il punto centrale: non è «colpa» tua se reagisci in modo automatico. Ma ora che lo sai, hai uno strumento in più. E quello strumento è la consapevolezza del meccanismo, non la forza di volontà.

I contenuti completi — tutti i 12 capitoli con il BACKSTAGE, gli esercizi pratici e il piano di lettura giorno per giorno — sono riservati ai membri del Protocollo.

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Claude Guillemot, co-fondatore di Ubisoft, muore in un incidente aereo


Claude Guillemot, il co-fondatore di Ubisoft, è morto il 19 giugno in seguito a un incidente aereo in Francia.

Il mondo dell'industria videoludica è in lutto per la tragica scomparsa di Claude Guillemot, uno dei cinque fratelli che nel 1986 hanno dato vita al colosso francese dei videogiochi Ubisoft. La morte di Guillemot è avvenuta nel pomeriggio del 19 giugno, a seguito di un drammatico incidente aereo che ha coinvolto un velivolo Cessna 421. Secondo quanto riportato inizialmente dalla testata Ouest France e successivamente confermato dall'azienda stessa, il velivolo è precipitato in un campo situato nei pressi dell'aeroporto di La Baule, sulla costa occidentale della Francia. Per le due persone a bordo, tra cui il sessantanovenne imprenditore, non c'è stato nulla da fare. Ubisoft ha espresso il proprio cordoglio attraverso un comunicato ufficiale, sottolineando l'immensa tristezza per la perdita di una figura chiave nella storia della fondazione del gruppo.

La società ha dichiarato che i pensieri di tutta l'azienda sono rivolti alla famiglia e ai cari di Claude in questo momento estremamente difficile, specificando che non verranno rilasciate ulteriori dichiarazioni per rispettare il dolore dei parenti. Insieme ai suoi fratelli, Claude Guillemot ha giocato un ruolo fondamentale nella trasformazione di Ubisoft da una piccola realtà familiare a uno dei principali editori di videogiochi a livello mondiale, capace di lanciare franchise di enorme successo internazionale come Assassin's Creed e Far Cry. Oltre al suo storico impegno in Ubisoft, dove sedeva stabilmente nel consiglio di amministrazione, Claude Guillemot ricopriva la prestigiosa carica di presidente e amministratore delegato di Guillemot Corp. Questa società è ampiamente nota nel settore tecnologico per la proprietà di marchi di riferimento come Hercules, specializzato in attrezzature per DJ, e Thrustmaster, leader nella produzione di periferiche di gioco di alta qualità. La sua visione imprenditoriale è stata determinante per diversificare l'attività della famiglia nel mercato dell'hardware e degli accessori, consolidando la presenza dei Guillemot nell'intero panorama tecnologico.

Fonte: www.engadget.com

Questa voce è stata modificata (1 settimana fa)
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GPT-5.6 in arrivo? OpenAI sfida la concorrenza con un nuovo major update per la sua IA


OpenAI potrebbe lanciare la nuova versione di ChatGPT, GPT-5.6, già il 25 giugno: i tester dicono che si tratterà di un grande passo avanti

Le indiscrezioni riguardanti il prossimo passo di OpenAI nel campo dei LLM si fanno sempre più insistenti. Secondo diverse fonti e segnalazioni provenienti da tester ed esperti del settore, l'azienda guidata da Sam Altman sarebbe pronta a lanciare GPT-5.6 già dalla prossima settimana. Sebbene non ci sia ancora una conferma ufficiale, le voci suggeriscono che il nuovo aggiornamento porterà miglioramenti significativi in termini di ragionamento logico, programmazione e gestione di contesti estesi. La nuova gamma dovrebbe includere le varianti Mini, Standard e Pro, con alcuni abbonati che sostengono di aver già avuto accesso a test preliminari attraverso una versione denominata GPT-5.5 Pro. I primi feedback degli utenti evidenziano un salto di qualità tangibile nella capacità di problem solving.

Alcuni tester su X hanno notato che l'intelligenza artificiale sembra ora più capace, richiedendo meno correzioni e offrendo risultati eccellenti fin dal primo tentativo. In particolare, il modello mostrerebbe una maggiore efficacia nella pianificazione di compiti complessi e multi-step. Questo potenziamento potrebbe essere legato all'incremento di un parametro interno di ragionamento, soprannominato Juice Value, passato da 768 a 960. Gli sviluppatori hanno segnalato che progetti che prima richiedevano decine di minuti di revisioni manuali possono ora essere completati con una precisione molto più alta, riducendo drasticamente i tempi di lavoro effettivo. Una delle novità più rilevanti riguarda l'espansione della finestra di contesto, che passerebbe da un milione a ben 1,5 milioni di token. Questo aggiornamento permetterebbe al modello di elaborare codebase massive, documenti di ricerca estremamente lunghi e flussi di lavoro complessi senza perdere la continuità delle informazioni.

Tuttavia, la qualità superiore sembra avere un costo in termini di temporali: molti utenti hanno riferito che GPT-5.6 impiega più tempo per rispondere, segno che OpenAI potrebbe aver privilegiato la profondità del ragionamento rispetto alla velocità pura. Casi d'uso estremi, come la creazione di un intero videogioco 3D con simulazione fisica, hanno richiesto oltre un'ora di elaborazione, ma con risultati qualitativamente superiori a qualsiasi versione precedente. Il possibile lancio di GPT-5.6, ipotizzato per il 25 giugno, si inserisce in un contesto di accesa competizione globale. Con i modelli cinesi come GLM-5.2 e le ultime evoluzioni di Anthropic che spingono i confini del coding, OpenAI punta a consolidare la sua leadership non solo attraverso la tecnologia, ma anche con una strategia di prezzi aggressiva.

Fonte: www.gizmochina.com

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NVIDIA Blackwell Next: avvistata la nuova architettura per GPU nel kernel Linux


NVIDIA potrebbe presto lanciare le schede video con architettura Blackwell Next: sono comparse nel kernel di Linux.

Gli ingegneri di NVIDIA hanno iniziato a tracciare il percorso per il futuro dell'hardware ad alte prestazioni, inserendo riferimenti a una nuova architettura denominata "Blackwell-Next" all'interno delle patch del kernel Linux. Questa scoperta, emersa durante lo sviluppo del ciclo Linux 7.2, suggerisce che l'azienda stia già preparando il terreno per la prossima generazione di schede video, concentrandosi sull'integrazione del supporto software necessario per la gestione dei driver. Il riferimento è apparso specificamente all'interno del driver VFIO dedicato ai sistemi NVGrace-GPU, indicando un'attenzione prioritaria verso l'hardware per data center e le piattaforme di virtualizzazione avanzata.

Dal punto di vista tecnico, la modifica introdotta dagli sviluppatori riguarda il modo in cui il driver verifica se la memoria della GPU è pronta dopo una fase di probe o di reset. Mentre l'attuale architettura Grace Blackwell si affida al percorso di polling BAR0, per i futuri chip "Blackwell Next" è stato implementato un controllo di prontezza basato sullo standard CXL DVSEC (Compute Express Link). Questa evoluzione sottolinea il passaggio verso standard di interconnessione più moderni ed efficienti, fondamentali per gestire i massicci carichi di lavoro richiesti dall'intelligenza artificiale e dal calcolo ad alte prestazioni nel cloud. Sebbene il nome "Blackwell-Next" compaia nei documenti tecnici, è importante contestualizzarlo all'interno della roadmap ufficiale di NVIDIA. L'azienda ha già confermato pubblicamente che la piattaforma successiva a Blackwell prenderà il nome di "Rubin". Presentata come la prossima grande rivoluzione per l'IA, l'architettura Rubin includerà non solo nuove GPU, ma anche le CPU Vera, le interconnessioni NVLink 6 e soluzioni di rete avanzate come ConnectX-9 e BlueField-4.

Resta da capire se "Blackwell-Next" rappresenti una versione intermedia o se sia semplicemente un nome in codice provvisorio utilizzato internamente prima del debutto commerciale delle soluzioni basate su Rubin. Un aspetto interessante riguarda la convergenza sempre più marcata tra i segmenti data center e consumer. Se in passato le architetture per i supercomputer e quelle per le schede video GeForce mantenevano nomenclature distinte, oggi questa distinzione appare meno netta. NVIDIA ha già mostrato come i sistemi RTX Spark utilizzeranno chip della serie N basati su Blackwell, con versioni basate su Rubin previste per il futuro. È quindi ragionevole ipotizzare che le innovazioni introdotte con Blackwell-Next e successivamente con l'architettura Feynman influenzeranno direttamente anche la prossima generazione di GPU per il mercato gaming, portando i vantaggi del calcolo accelerato e delle nuove tecnologie di memoria anche sulle scrivanie degli utenti finali.

Fonte: videocardz.com

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La Cina entra nella corsa per i data center spaziali: così vuole sfidare SpaceX di Elon Musk


La Cina ha fondato il Centro di Innovazione per l'Industria del Calcolo Spaziale, dedicato ai datacenter spaziali per l'IA.

Il governo cinese ha ufficialmente approvato la creazione del Centro di Innovazione per l'Industria del Calcolo Spaziale, una mossa volta a unire i principali attori della filiera tecnologica nazionale. L'obiettivo del centro è ambizioso: creare una rete di data center orbitanti basati sull'intelligenza artificiale, in grado di operare indipendentemente dalle reti energetiche terrestri. Questa iniziativa, che coinvolge produttori di razzi, aziende di semiconduttori e giganti dell'IA, mira a connettere l'intera catena industriale per potenziare il settore dell'Internet delle Cose (IoT) satellitare. Secondo quanto emerso, la mossa di Pechino ha anticipato di una settimana l'annuncio del satellite AI1 di Elon Musk, evidenziando una competizione sempre più serrata per il dominio del calcolo computazionale in orbita.

Il nuovo centro di ricerca si concentrerà su sei pilastri tecnologici fondamentali per rendere l'IA operativa nello spazio profondo. Tra questi spiccano lo sviluppo di chip nativi spaziali ad alta affidabilità e resistenza termica, e la creazione di grandi modelli linguistici (LLM) ottimizzati per funzionare in condizioni di energia limitata. L'infrastruttura orbitale è progettata per superare i colli di bottiglia logistici ed energetici che attualmente limitano lo sviluppo dei data center sulla Terra. Inoltre, il progetto prevede l'integrazione di sistemi di misurazione e controllo cloud terra-spazio e l'implementazione di servizi di potenza computazionale gestiti tramite operazioni tokenizzate, aprendo la strada a una nuova economia digitale spaziale.

La strategia cinese si differenzia nettamente dall'approccio adottato dalle aziende occidentali. Mentre SpaceX di Elon Musk e Blue Origin di Jeff Bezos procedono in modo indipendente, puntando su una forte integrazione verticale e su mega-fabbriche proprietarie, la Cina ha scelto la via della collaborazione forzata tra realtà industriali e istituzioni accademiche. Questo modello di alleanza industriale mira a condividere risorse e competenze per accelerare l'innovazione, contrapponendosi al modello americano dove la competizione tra singoli attori privati come Musk e Bezos rimane il motore principale del settore. Resta da vedere quale delle due filosofie risulterà vincente nella conquista della sovranità digitale nello spazio. Sebbene Elon Musk discuta di calcolo spaziale già dal 2023, l'impegno concreto di Pechino dimostra che il governo cinese considera la tecnologia orbitale una priorità assoluta per il futuro della nazione. Nonostante la Cina disponga di ampie infrastrutture terrestri e risorse energetiche, la decisione di investire massicciamente in data center spaziali indica una volontà chiara di non restare indietro nella nuova corsa all'IA spaziale. La possibilità di elaborare dati direttamente in orbita rappresenta una svolta tecnologica che potrebbe ridefinire gli equilibri di potere nel campo dell'intelligenza artificiale e delle comunicazioni satellitari nei prossimi anni.

Fonte: www.tomshardware.com

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Negli Stati Uniti i papà non sono mai stati così presenti nella vita dei figli


Nel 1965 i padri di figli piccoli dedicavano meno di 10 ore a settimana a casa e bambini, oggi quasi 30. Un'analisi smonta la teoria che il loro disimpegno spieghi il calo delle nascite.

Nel 1965 un padre americano sposato con figli piccoli dedicava in media meno di 10 ore a settimana alla cura dei bambini e ai lavori di casa. Nel 2024 ne dedica quasi 30. È uno dei dati di un'analisi firmata dal demografo Lyman Stone e pubblicata dall'Institute for Family Studies, un centro di ricerca americano sulla famiglia, che mette in discussione una delle spiegazioni più diffuse del calo delle nascite: l'idea che gli uomini non aiutino abbastanza in casa.

Le madri sposate con bambini piccoli, negli anni Trenta, passavano circa 55 ore a settimana tra lavoro domestico e cura dei figli, oggi poco più di 40. La diffusione di elettrodomestici come lavastoviglie e lavatrici ha alleggerito il carico delle donne, mentre quello degli uomini è cresciuto. Il risultato è che una coppia con figli piccoli, che nel 1965 sommava circa 50 ore a settimana di lavoro domestico e cura dei bambini, oggi ne mette insieme oltre 70.

Una parte di questo aumento dipende da come le persone raccontano il proprio tempo. I genitori di oggi tendono a registrare come cura dedicata ai figli dei momenti che in passato non venivano contati così. Il tempo di cura non è quindi cresciuto quanto suggeriscono i dati grezzi.

Non è però solo una questione di percezione. I padri trascorrono davvero più tempo con i figli rispetto a qualsiasi generazione precedente e oggi arrivano a quasi 45 ore a settimana. Il dato comprende anche le ore di sonno quando i bambini dormono nella stessa stanza o nel letto dei genitori, e molto dipende da come ciascuno interpreta l'essere "con" i figli. Il tempo che le madri passano con i bambini, al contrario, sembra essersi ridotto un po' negli ultimi anni.

Sommando ogni tipo di impegno, dal lavoro retribuito a quello domestico fino allo studio e alla cura dei figli e degli anziani, le madri e i padri sposati con bambini piccoli arrivano entrambi a circa 63 ore a settimana. Erano 60 nel 2005 e 58 nel 1965. Tra i due sessi non c'è una differenza statisticamente significativa nel tempo dedicato a mandare avanti la famiglia o a pagarne i costi.

Spingere gli uomini a fare di più in casa probabilmente non è la chiave per far risalire le nascite, visto che il loro contributo è già cresciuto molto. C'è poi un secondo elemento che colpisce: nonostante lavastoviglie, robot aspirapolvere e consegne a domicilio, il monte ore complessivo di lavoro delle coppie è salito invece di scendere. Il problema, allora, potrebbe non essere la divisione del lavoro tra i genitori ma la sua quantità.

Una possibile spiegazione arriva dal punto di vista dei figli. I ragazzi tra i 15 e i 17 anni passano oggi un po' più tempo con i genitori rispetto al passato, anche se di recente il dato è calato. È invece crollato il tempo che trascorrono da soli con gli amici, così come quello con adulti diversi dai genitori. Man mano che i ragazzi diventano meno autonomi e gli altri adulti si defilano dalla loro vita, sono i genitori a doversi fare avanti.

I padri americani di oggi passano più tempo con i figli, aiutano molto in casa e restano nella maggior parte dei casi i principali percettori di reddito della famiglia. Lontani dallo stereotipo del marito che sparisce per il golf o la caccia, hanno ridotto hobby e amicizie per dedicarsi alla famiglia più di chiunque prima di loro.

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GTA VI: trapelano i prezzi, la versione base costerà 90 euro?


GTA VI potrebbe costare 90 euro nella versione di base: il prezzo potrebbe poi salire fino a 200 euro nella Collector's Edition.

Il dibattito sul prezzo di lancio di GTA VI agita da tempo la comunità dei videogiocatori e gli analisti del settore. Fin da quando Michael Pachter di Wedbush Securities suggerì che Rockstar Games avrebbe potuto spingersi fino alla soglia dei 100 dollari, le speculazioni non si sono mai fermate. Oggi, a pochissimi giorni dall'apertura ufficiale dei preordini, prevista per giovedì 25 giugno su PlayStation 5 e Xbox Series X/S, nuove indiscrezioni sembrano confermare queste previsioni. Alcuni SKU provenienti dal database portoghese della nota catena di distribuzione FNAC mostrano infatti cifre superiori alla media attuale del mercato, scatenando preoccupazione tra i fan del franchise.

Secondo quanto riportato inizialmente da un utente sulla piattaforma ResetEra, l'immagine trapelata elenca diverse versioni del titolo con prezzi ben definiti. L'edizione standard, identificata come RS1, viene indicata a 89,99 euro, mentre una versione premium, la RS4, raggiunge i 119,99 euro. Il listino culmina con un'edizione da 199,99 euro, che corrisponderebbe alla Collector’s Edition. Sebbene alcuni identificativi intermedi siano stati tagliati dallo screenshot, è lecito ipotizzare che si tratti di ulteriori edizioni speciali posizionate in fasce di prezzo intermedie. Il sistema, inoltre, conferma la data di lancio del 19 novembre.

Nonostante in passato siano apparsi listini provvisori con prezzi variabili, la vicinanza temporale con l'apertura dei preordini e l'autorevolezza di un rivenditore multinazionale come FNAC suggeriscono che questi dati possano essere accurati. Se confermata, la scelta di Rockstar Games non sarebbe un caso isolato nell'industria; già lo scorso anno Nintendo aveva sorpreso il mercato posizionando Mario Kart World a 90 euro. La speranza per molti utenti rimane legata a una possibile riduzione del costo per le versioni digitali, pratica già osservata in altri titoli di punta del passato, ma l'impatto psicologico di una versione base a ridosso della soglia psicologica dei 100 euro resta un tema centrale nel panorama videoludico attuale. Con l’avvicinarsi di giovedì, l’attenzione mediatica è ai massimi livelli e la community è divisa tra chi accetta il rincaro e chi invece attenderà di vedere il prodotto finito. La domanda fondamentale è se il valore produttivo e l'attesa decennale per GTA VI giustifichino effettivamente un tale esborso economico per i consumatori finali. Resta da vedere se Rockstar Games confermerà ufficialmente questi listini o se si tratti di un posizionamento cautelativo da parte del retailer in attesa di comunicazioni definitive. In ogni caso, il settore sembra pronto a varcare una nuova soglia di prezzo per i titoli tripla A più attesi di questa generazione.

Fonte: wccftech.com

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Intel Raptor Lake Next: in arrivo i nuovi processori Core 200HX per laptop


Intel sarebbe ormai pronta al lancio di Raptor Lake Next, la nuova generazione di processori per laptop da gaming di fascia alta.

L'evoluzione dell'ecosistema Intel non accenna a fermarsi, portando con sé interessanti novità per il settore dei computer portatili da gaming. Secondo le ultime indiscrezioni, la nuova generazione di processori Raptor Lake Next non rimarrà confinato esclusivamente al mondo dei desktop, ma si estenderà anche al mercato mobile attraverso la nuova serie di processori Core 200. Questa mossa sembra focalizzarsi inizialmente sulla linea HX, ovvero quella fascia di componenti ad alta potenza destinata ai laptop da gaming e alle workstation portatili, che tradizionalmente utilizzano silicio derivato direttamente dalle architetture desktop per massimizzare le performance complessive.

La nuova gamma Core 200 (non-Ultra) si preannuncia particolarmente robusta sotto il profilo tecnico, puntando a consolidare la presenza di Intel nel segmento enthusiast. In cima alla piramide troviamo il modello Core 9, un processore che manterrà la configurazione di punta già vista nelle precedenti iterazioni di fascia alta, con un totale di 24 Core suddivisi in 8 P-Core e 16 E-Core. Questa architettura è specificamente pensata per gestire carichi di lavoro estremamente pesanti, garantendo fluidità nei videogiochi più esigenti e velocità nei processi di editing professionale. Intel sembra dunque intenzionata a mantenere la stabilità di una piattaforma già rodata, ottimizzandola ulteriormente per il segmento dei notebook ad alte prestazioni.

Scendendo leggermente di gamma, la serie Core 7 presenterà due varianti distinte che ridefiniscono gli equilibri prestazionali medi del mercato mobile. La prima configurazione prevede 8 P-Core affiancati da 12 E-Core, mentre la seconda opzione utilizzerà uno schema da 6 P-Core e 8 E-Core. Quest'ultima scelta è di particolare interesse per gli analisti, poiché in passato una simile dotazione era solitamente riservata alla fascia inferiore. Un dettaglio rilevante emerso dai recenti leak riguarda la destinazione d'uso specifica di questi nuovi chip. L'assenza del supporto alle tecnologie vPro e SIPP suggerisce chiaramente che la linea Raptor Lake Next HX non sia rivolta al mercato aziendale: al contrario, questi processori sono stati concepiti per il mercato consumer, con un occhio di riguardo per i videogiocatori e i creatori di contenuti che cercano potenza bruta e affidabilità senza la necessità di suite di gestione remota.

Fonte: videocardz.com

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Apple: 20 nuovi prodotti pronti al debutto tra il 2026 e il 2027


Apple si starebbe preparando a un autunno di fuoco, caratterizzato dal lancio di almeno 20 nuovi dispositivi tra fine 2026 e inizio 2027

Apple potrebbe rinnovare il suo parco prodotti nei prossimi 12 mesi. Una serie di indiscrezioni fornite da Mark Gurman di Bloomberg traccia una roadmap estremamente ambiziosa che prevede il lancio di circa venti nuovi prodotti della Mela Morsicata tra la fine del 2026 e il 2027. Questo piano di espansione non riguarderà solo i tradizionali aggiornamenti hardware annuali, ma segnerà l'ingresso di Cupertino in nuove categorie di prodotto, spinte da una versione di Siri profondamente rinnovata e più intelligente, capace di sfruttare appieno l'ecosistema dell'intelligenza artificiale. Il settore degli smartphone sarà il fulcro di questa evoluzione, con la serie iPhone 18 Pro che introdurrà il potente chip A20 Pro e innovazioni tecniche come l'apertura variabile per le fotocamere e il nuovo modem C2 per la navigazione satellitare.

Tuttavia, la vera rivoluzione sarà rappresentata dal tanto atteso iPhone Ultra, il primo modello pieghevole dell'azienda. Questo dispositivo dovrebbe vantare un display interno da 7,7 pollici, supportato da un sistema operativo (iOS 27)ottimizzato per il multitasking. In occasione del ventesimo anniversario dello smartphone, Apple starebbe inoltre progettando dei modelli celebrativi caratterizzati da display quasi privi di bordi e vetri curvi. Novità sostanziali interesseranno anche le linee Mac e iPad, con un focus particolare sulle prestazioni e sul design. Entro l'inizio del 2027 è previsto il debutto del MacBook Ultra, un portatile completamente riprogettato con display OLED touch screen e chip della serie M6. Questo dispositivo segnerà un punto di svolta storico, offrendo un'interfaccia di macOS ottimizzata per il tocco.

Parallelamente, la linea iPad mini riceverà un importante aggiornamento con l'introduzione di schermi OLED e una struttura resistente all'acqua, mentre i computer desktop come Mac Studio e Mac Mini beneficeranno del passaggio ai chip di generazione M5. Infine, Apple punta a rafforzare la sua presenza nel settore della domotica e dei dispositivi indossabili. È in arrivo un inedito hub per la smart home dotato di uno schermo da 7 pollici, chip A18 e supporto nativo per FaceTime. Per quanto riguarda i wearable, gli Apple Watch Series 12 e Ultra 4 introdurranno nuovi sensori per la salute e funzionalità satellitari estese, come l'invio di foto e l'utilizzo di mappe offline in assenza di rete cellulare. A completare questo ambizioso quadro tecnologico saranno le AirPods Ultra, equipaggiate con fotocamere per l'intelligenza visiva, e i primi smart glasses targati Apple, pronti a ridefinire il concetto di realtà assistita.

Fonte: www.macrumors.com

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Nothing cancella il nuovo CMF Phone: i costi della RAM bloccano la produzione


Nothing ha deciso di cancellare il nuovo CMF Phone a causa dell'aumento dei prezzi delle memorie RAM

Il mercato degli smartphone si trova ad affrontare una sfida senza precedenti che ha colpito direttamente i piani di espansione di Nothing. L'azienda, nota per il suo approccio innovativo e il design distintivo, ha confermato la cancellazione del lancio del successore del CMF Phone 2 Pro, originariamente previsto per l'anno in corso. La decisione, comunicata attraverso i canali social dal co-fondatore Akis Evangelidis, non dipende da problemi di progettazione interna, ma dalla crisi globale dei prezzi delle memorie RAM, il cui vertigionoso aumento sta mettendo a dura prova l'intero settore tecnologico.

A lot of you have been asking when the next CMF phone is coming and as always we'd rather be transparent.

CMF Phone 2 Pro was a product we were incredibly proud of. It even won Budget Phone of the Year from MKBHD and the response from all of you made it even more special.

We…
— Akis Evangelidis (@AkisEvangelidis) June 19, 2026


Evangelidis ha spiegato che il marchio CMF, nato per offrire dispositivi accessibili senza compromettere la qualità, non è attualmente in grado di realizzare un nuovo smartphone che rappresenti un reale passo avanti tecnologico a un prezzo coerente con la propria filosofia di mercato. Proseguire con il lancio avrebbe significato dover scendere a compromessi eccessivi sulle prestazioni o, in alternativa, proporre il dispositivo a una cifra troppo elevata per il pubblico di riferimento. Di conseguenza, il team ha preferito fermare lo sviluppo del nuovo smartphone per concentrarsi su altri progetti che non risentano in modo così drastico delle attuali fluttuazioni del mercato dei semiconduttori. La gravità della situazione è stata confermata anche dal CEO di Nothing, Carl Pei, il quale ha rivelato dati allarmanti riguardo alla struttura dei costi dei dispositivi moderni.

Secondo Pei, per il Nothing Phone 4A i costi delle memorie sono raddoppiati nel breve arco di tempo intercorso tra la fase decisionale e il lancio effettivo, per poi raddoppiare nuovamente nel periodo successivo. Questa dinamica ha trasformato la RAM nel componente più costoso di uno smartphone, superando persino elementi tradizionalmente onerosi come il processore o il display. Si tratta di un fenomeno globale che non risparmia nemmeno i giganti del settore: persino Apple, attraverso le parole di Tim Cook, ha recentemente ammesso che la situazione è diventata insostenibile, portando a un necessario adeguamento dei prezzi di vendita per i consumatori finali. Nonostante lo stop forzato alla linea di smartphone CMF per quest'anno, il futuro del brand rimane promettente. Evangelidis ha rassicurato i fan dichiarando che l'azienda è pronta a lanciare diversi nuovi prodotti e ad esplorare categorie merceologiche completamente inedite che verranno svelate nei prossimi mesi. Inoltre, il co-fondatore ha lasciato intendere che la stagione dei lanci per il marchio principale Nothing non è affatto conclusa, suggerendo che potrebbero esserci altre sorprese in arrivo prima della fine dell'anno.

Fonte: www.theverge.com

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Ci sono persone con cui siamo in contatto da anni sui social, ma che non conosciamo davvero.

Poi succede che una di loro ti scrive una mail e ti apre la porta verso un universo sconosciuto. Ed è una cosa stupenda, che dà un senso nuovo allo stare on line.

👉 flaviopintarelli.it/2026/06/21…


La mail di uno sconosciuto che conosco da dieci anni


Un paio di mesi fa mi ha scritto una persona che legge questo blog. Niente di strano: se mi segui, sai che attirare persone interessanti è uno dei motivi per cui lo scrivo.

Se parlassi in gergo performativo, potrei chiamare questo evento una “conversione” e, in effetti, in parte lo è. Ma non è questo che mi interessa. O meglio: non è di questo che voglio parlare.

Conosco la persona che mi ha scritto - si chiama Dirk - da almeno dieci anni. Da quando abbiamo rifatto insieme il sito di Lavoro Culturale, un blog con cui ho collaborato per qualche anno. Te lo ricordi?

Se non te lo ricordi, fa lo stesso. Quello che conta è un altro fatto: Dirk e io non ci siamo mai visti di persona e, fuori da quel contesto, non ci siamo quasi mai parlati. Almeno fino a quando, un paio di mesi fa, mi ha scritto.

Dirk però mi legge. È iscritto al sito dal 2024 e, da allora, ha aperto più della metà delle newsletter che gli ho mandato. Lo so perché il tasso di apertura e la data di iscrizione sono due dei pochi dati che registro e leggo a proposito di questo blog. Per tutto il resto sono cieco.

Anche questo, però, è un dettaglio secondario. Quello che conta davvero è ciò che Dirk mi ha mandato nella sua mail: una foto.
L'installazione Damokles II di Timm Ulrichs: viene descritta più avanti nel testo.
Collocato in quello che è facile riconoscere come uno spazio espositivo - un museo o una galleria, non posso dirlo con precisione - c’è un triangolo di metallo lucido, la cui base poggia saldamente a terra, sul pavimento della sala.

Appoggiata al vertice del triangolo c’è una trave, fatta anch’essa di un lucido metallo di colore argento su cui si riflette la luce che piove dal soffitto.

Una delle estremità della trave poggia a terra. L’altra è leggermente sollevata. L’insieme ricorda quelle altalene che si trovano nei parchi gioco solo che, al posto di una coppia di bambini intenti ad oscillare, sopra la trave c’è una sorta di ruota in pietra opaca che solleva uno snello arbusto d'ulivo.

Ho aperto la mail poco prima di uscire di casa insieme a mio figlio e l’ho letta - e guardata - di corsa. Dirk mi faceva una richiesta: dedicare all’opera qualche riga.

Fuori pioveva una una pioggia che, in poche ore, è diventata neve. Ci ho camminato attraverso e, lente, dieci parole hanno iniziato a cristallizzarsi intorno a quell’immagine: Nell'immenso schema delle cose, anche un peso può elevarci.

Hai mai avuto la sensazione che uno dei tanti ostacoli a cui la vita ci mette davanti abbia anche la forza di far librare il nostro spirito verso l’alto?

A me è capitato ed è stato come quando, dopo esserti allenato, il dolore che brucia i muscoli lascia spazio a una certa leggerezza che diventa presto consapevolezza di aver sbloccato qualcosa che ti ha permesse di raggiungere un livello ulteriore nel tuo percorso verso il bene.

Tutto, in Damokles II - così si chiama l’installazione, mi rivela Dirk un paio di mail più tardi - mi parla di questa ricerca di un equilibrio in cui la parte più complessa e dolorosa della nostra esistenza non è altro che la componente di un equilibrio tra ciò che potrebbe bloccarti a terra ma che possiede anche la forza di farti lasciare alle spalle ciò che ti trattiene.

Esplora con me nuovi mondi.


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Una mail a settimana (più o meno). Ti cancelli quando vuoi.

A firmarla è l’artista tedesco Timm Ulrichs - affettuosamente Dirk lo chiama Timmyboy - un “concettuale tedesco” di cui provo a chiedere di più alla mia amica Guia, che è tipo la persona più esperta di arte contemporanea che io conosca.

Purtroppo, mi confessa, non è all’altezza del compito perché si tratta di un artista che, mi scrive, “non ho mai approfondito.”

Ed è allora che decido di lasciare le cose come stanno. Non approfondisco neanche io. Lascio solo che la sua opera, potentissima, continui a chiamarmi, avvolta nella nebbia di un mistero che, forse, non diraderò mai.

E va di sicuro bene così. Ci sono eventi casuali che non hanno bisogno di spiegazioni ulteriori.

Semplicemente, accadono e, accadendo, ci lasciano domande che non smettiamo di farci.

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Perché gli appelli a salvare la democrazia non convincono gli elettori di Trump


Una ricerca tra gli elettori conservatori di Trump in Wyoming, Michigan e South Carolina: non rifiutano la democrazia, ma istituzioni che a loro avviso hanno tradito i valori fondanti del paese

Gli elettori conservatori che hanno votato Trump non pensano che l'America debba smettere di essere una democrazia: pensano che le sue istituzioni abbiano tradito i valori che le rendevano legittime. È la ragione per cui la strategia con cui molti democratici provano a riconquistarli, dipingere il presidente come una minaccia per la democrazia, finora ha fallito. Lo sostengono Katy Osborn e Scott Warren in un'analisi pubblicata sull'Atlantic, basata su mesi di interviste e osservazione diretta della vita quotidiana di decine di elettori di Trump in tre contee del Wyoming, del Michigan e della South Carolina.

Il ragionamento dei critici di Trump è lineare: il 49,8 per cento di chi lo ha votato nel 2024 non avrebbe capito quanto il presidente sia ostile alla democrazia, e una volta compresa la minaccia di una deriva autoritaria si allontanerebbe da lui. Le interviste raccontano una realtà diversa. Molti di questi elettori venerano l'impianto costituzionale degli Stati Uniti, le elezioni libere, lo Stato di diritto e perfino il collegio elettorale, il sistema indiretto con cui si elegge il presidente americano. Quello che rifiutano non è la democrazia, ma istituzioni che a loro avviso si sono allontanate dai valori per cui erano nate.

Quei valori, secondo la ricerca, ruotano attorno a quattro pilastri: la fede, intesa come idea che l'autorità morale venga prima di quella politica; la famiglia, vista come nucleo primario della vita sociale; la libertà, soprattutto dall'invadenza dello Stato; e il radicamento nella comunità locale, contrapposto all'astrazione nazionale. Per gli intervistati, le istituzioni pubbliche americane hanno abbandonato questo ethos morale e per questo hanno perso legittimità. La domanda che si pongono non è se l'America debba essere una democrazia, ma se la democrazia americana sia rimasta fedele a ciò che la rende legittima.

Il dato di sfondo è il crollo della fiducia nelle istituzioni nazionali, scesa secondo i rilevamenti del Pew Research Center ai minimi storici. Gli autori legano questo crollo a un'esperienza diffusa tra le persone incontrate: scuole pubbliche, ospedali e agenzie federali che hanno deluso le aspettative, mentre chiese e organizzazioni religiose o legate ai valori comunitari hanno riempito il vuoto, offrendo assistenza e sostegno nei momenti di difficoltà. Da qui l'idea che ridare potere alle istituzioni statali suoni vuoto, e che la fiducia dei democratici nelle istituzioni appaia ingenua e senza radici morali.

Questa disillusione si è indurita in una visione del mondo che considera regole e norme democratiche sacrificabili quando non difendono ciò che per questi elettori è moralmente essenziale. Le norme, in questa lettura, sono soltanto consuetudini, il modo in cui le cose si sono sempre fatte, e quindi possono essere stravolte senza scandalo.

Resta la domanda di come persone tanto legate alla fede e alla famiglia possano votare un uomo che critica i leader religiosi e sfida molti standard etici. La risposta che emerge dalle interviste è che questi elettori non valutano Trump come un modello dei loro valori, ma come il loro difensore. Diversi intervistati gli riconoscono di aver protetto le loro comunità e il loro lavoro, in particolare nelle zone minerarie: la cancellazione delle restrizioni dell'era Biden sull'estrazione del carbone ha fatto tornare il lavoro in aree del paese che non sono riuscite o non hanno voluto convertirsi ad altro, e questo ha reso il presidente un eroe in quei territori.

La stessa logica spiega come questi elettori conciliino la loro preferenza per un governo piccolo e locale con l'uso aggressivo del potere federale da parte di Trump. Per molti, quel potere è una risposta necessaria a istituzioni ostili che avrebbero violato il loro mandato costituzionale. Quando l'FBI, la polizia federale americana, indaga su Trump, quando le agenzie governative impongono i vaccini o quando il Dipartimento dell'Istruzione, il ministero federale che incide sui programmi scolastici, interviene sui curricula locali, questi elettori ritengono che le istituzioni abbiano superato la loro autorità legittima. Reprimendo questi presunti abusi, secondo loro, Trump non infrange le regole ma difende il fondamento che le regole dovrebbero proteggere.

Da qui la conclusione degli autori: gli attivisti che vogliono difendere la democrazia americana dalle spinte autoritarie stanno seguendo una strategia destinata a fallire. Difendono processi democratici astratti, norme e procedure, dando per scontato che tutti li considerino legittimi e degni di essere salvati. Ma quell'argomento non fa presa su chi è convinto che proprio quelle norme abbiano abbandonato i valori fondamentali del paese. Pochi vogliono preservare un sistema che ritengono abbia smesso da tempo di servire al suo scopo.

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Gli americani condividono gli ideali fondativi degli Stati Uniti


Per un sondaggio dell'American Enterprise Institute il 74% degli americani ha letto la Dichiarazione di indipendenza, ma su valori comuni e orgoglio nazionale Gen Z e boomer sono lontani

A pochi mesi dalle celebrazioni per i 250 anni della Dichiarazione di indipendenza, la maggior parte degli americani dice di conoscere i documenti fondativi del proprio paese e di condividerne gli ideali, dalla libertà di parola a quella di religione fino alle pari opportunità. Sotto questa superficie di continuità, però, si è aperto un divario generazionale profondo: sull'orgoglio di essere americani, sulla fiducia nel futuro del paese e sul ruolo della scuola nel trasmettere un'identità comune, i più giovani e gli anziani la pensano in modo molto diverso.

Il quadro emerge da un ampio sondaggio dell'American Enterprise Institute, un centro studi di Washington, realizzato dal suo Survey Center on American Life su 5.306 adulti tra il 12 e il 18 febbraio 2026. La ricerca riprende un'indagine condotta quasi trent'anni fa dalla Public Agenda Foundation, un'organizzazione di ricerca sull'opinione pubblica, che nel 1998 aveva intervistato i genitori americani in piena battaglia nazionale sull'educazione bilingue e sul multiculturalismo nelle scuole. Confrontare le due fotografie permette di capire che cosa è cambiato e che cosa è rimasto uguale nel modo in cui gli americani guardano alla propria storia.

Il sondaggio arriva mentre il paese discute persino sulla propria data di nascita, se gli Stati Uniti siano nati nel 1776, l'anno della Dichiarazione, oppure nel 1619, quando arrivarono nelle colonie i primi schiavi africani. Nonostante la forte polarizzazione e la sfiducia verso le istituzioni, i risultati mostrano che gli americani credono ancora nel valore di guardare al proprio passato.

La familiarità con i testi fondativi resta diffusa ma ineguale. Alla domanda se avessero mai letto la Dichiarazione di indipendenza, il 29% ha risposto di averla letta per intero e un altro 45% in parte, mentre il 26% non l'ha mai aperta. Pesa il livello di istruzione: ha letto il testo completo più di un terzo dei laureati, contro il 21% di chi ha al massimo il diploma. E pesa l'età: tra i giovani della Gen Z l'ha letta per intero il 23%, contro il 35% dei baby boomer, oggi ultrasessantenni.

Sulla conoscenza della storia gli americani si rivelano più ferrati sul passato remoto che su quello recente. L'85% sa spiegare che cosa celebra il 4 luglio e il 70% le cause della guerra civile, mentre scende al 55% chi sa indicare i diritti garantiti dal Bill of Rights (la Carta dei diritti) e al 48% chi conosce le ragioni della Guerra fredda. Anche qui i più giovani ne sanno meno: sul significato del 4 luglio risponde bene il 77% della Gen Z contro il 91% dei boomer.

Gli americani non sembrano troppo allarmati da queste lacune. Il 91% considera molto importante che gli studenti imparino le competenze scolastiche di base e il 77% le competenze sociali, ma solo il 63% dice lo stesso delle idee e della storia che tengono insieme tutti gli americani. È proprio sull'educazione civica che si apre il divario generazionale più ampio: la giudica molto importante il 50% della Gen Z contro il 78% dei boomer, ventotto punti di differenza.

Pur dando priorità ad altre materie, gli americani non liquidano l'importanza di trasmettere gli ideali nazionali. Il 68% pensa che la società debba insegnare attivamente ai ragazzi che cosa significa essere americani, contro il 31% per cui è qualcosa che si impara crescendo. Anche su questo i giovani sono più tiepidi: lo dice il 56% della Gen Z contro l'81% dei boomer.

Allo stesso tempo gli americani, soprattutto i più giovani, sono restii a giudicare chi sa poco di storia. Solo il 24% della Gen Z considererebbe un "cattivo cittadino" chi non sa praticamente nulla dei Padri fondatori, contro il 46% dei boomer. Ampio anche il divario politico: lo pensa il 27% dei democratici e il 53% dei repubblicani, ventisei punti di scarto.

Il 75% ritiene comunque che gli studenti delle superiori debbano essere obbligati a studiare la Dichiarazione quest'anno, in occasione del 250esimo anniversario, mentre solo il 23% è contrario. Tornano le differenze: favorevoli il 61% della Gen Z contro l'86% dei boomer, il 69% dei democratici contro il 90% dei repubblicani. L'81% pensa inoltre che studiare i principi politici dei fondatori possa aiutare le decisioni di oggi.

Il 63% giudica molto importante insegnare come la schiavitù e la discriminazione razziale abbiano plasmato la storia del paese, una quota che sale al 74% tra gli intervistati neri e scende al 58% tra gli asiatici. Molto più in basso il ruolo del cristianesimo nella fondazione, considerato molto importante dal 31%, e i temi legati all'identità LGBTQ, fermi al 17%. Il 48% ritiene molto importante insegnare come l'attività umana contribuisca al cambiamento climatico e il 41% i benefici del capitalismo di libero mercato.

Sul tema della diversità il 27% pensa che le scuole vi dedichino troppa attenzione, il 34% troppo poca e il 36% quella giusta. Sul danno storico subito dagli afroamericani il 24% parla di attenzione eccessiva e il 42% di attenzione insufficiente: a dire che non se ne parla abbastanza è il 75% degli intervistati neri contro il 34% dei bianchi.

Pur senza grandi differenze tra uomini e donne nel complesso, tra i giovani il genere conta molto. Sul fatto che le scuole non dedichino abbastanza attenzione alle conquiste delle donne per la parità lo pensa il 57% delle ragazze della Gen Z contro il 40% dei coetanei maschi. E sull'attenzione al danno storico subito dagli afroamericani il divario tra ragazze e ragazzi della stessa generazione è di sedici punti, 53% contro 37%. È la conferma di un fenomeno già documentato dal Survey Center on American Life: le giovani donne assumono posizioni più progressiste dei loro coetanei.

Anche se sono favorevoli a studiare la storia di genere e di etnia, gli americani non vogliono che ciò vada a scapito di un'identità comune. Il 78% pensa che il posto migliore dove i ragazzi imparano l'orgoglio per la propria identità etnica sia la famiglia e il 69% che la scuola sia il luogo dove imparare che cosa significa essere americani. Su quest'ultimo punto la distanza generazionale è netta: d'accordo il 51% della Gen Z contro l'80% dei boomer. Sullo sforzo speciale che le scuole dovrebbero fare per insegnare i valori americani ai nuovi immigrati sono favorevoli il 63% della Gen Z e l'84% dei boomer, il 64% dei democratici e l'86% dei repubblicani.

Sui valori scolpiti nella Dichiarazione e nella Costituzione la maggioranza resta compatta. L'82% giudica assolutamente essenziale che ci siano pari opportunità a prescindere da etnia, religione o genere, il 79% il diritto di ciascuno alle proprie convinzioni religiose, il 72% l'idea che con il lavoro duro si possa migliorare la propria condizione, il 66% il diritto di protestare e criticare il governo senza timore di punizioni e il 59% la tolleranza. Per ciascuno di questi valori meno di un americano su dieci ne nega del tutto l'importanza.

I giovani, però, guardano ad alcuni di questi pilastri con occhi diversi. Considera essenziale la libertà religiosa il 71% della Gen Z contro l'86% dei boomer. E il valore del lavoro duro convince il 67% dei giovani contro il 78% degli anziani. È un'eco di un sondaggio del Pew Research Center, un istituto di ricerca demoscopica, secondo cui nel 2024 il 68% degli over 65 riteneva ancora possibile realizzare il sogno americano, contro il 39% degli under 29. Conta anche l'istruzione: considera essenziale la tolleranza il 51% di chi ha al massimo il diploma, contro il 66% dei laureati.

Il distacco più vistoso riguarda l'idea stessa di eccezionalismo americano. A definire gli Stati Uniti un paese unico, che rappresenta qualcosa di speciale nel mondo, è il 72% dei bianchi, il 58% degli asiatici e il 55% degli ispanici, mentre gli intervistati neri si dividono quasi a metà, 49% contro 46%. Ma è soprattutto l'età a pesare: lo pensa appena il 52% della Gen Z contro l'80% dei boomer. E tra i giovani conta il genere: le ragazze della Gen Z si dividono a metà tra chi considera il paese unico e chi lo giudica né migliore né peggiore degli altri, mentre tra i coetanei maschi il 58% lo ritiene eccezionale.

Solo il 26% della Gen Z ritiene assolutamente essenziale insegnare a scuola che la nazione è fondamentalmente buona, contro il 61% dei boomer. Un divario di venticinque punti separa le due generazioni anche sulla necessità di insegnare ad apprezzare le libertà garantite dalla Costituzione e dal Bill of Rights, 59% contro 84%.

Sugli artefici della fondazione gli americani mantengono un giudizio equilibrato. L'83% concorda che i Padri fondatori meritino rispetto per come hanno costruito il paese, ma il 75% pensa anche che per capirne l'impatto occorra esaminare la loro tolleranza verso la schiavitù accanto ai loro meriti. Un altro 75% ritiene che il paese, pur imperfetto, abbia fatto progressi sostanziali nel rimediare a torti come la schiavitù. Sull'affermazione più netta, secondo cui l'America non potrà mai superare l'eredità della schiavitù, il 43% si dice d'accordo e il 53% in disaccordo.

Qui le divisioni per etnia e per orientamento politico diventano profonde. Sull'eredità della schiavitù che non si potrà mai superare concorda il 67% degli intervistati neri contro il 36% dei bianchi. Tra democratici e repubblicani ci sono circa quaranta punti di distanza sia sul rispetto dovuto ai fondatori sia sui progressi compiuti. La stessa frattura era emersa nel 2022 in una ricerca dell'organizzazione More in Common, secondo cui l'88% dei democratici e il 52% dei repubblicani riteneva importante insegnare la storia del razzismo in America. Sul rispetto per i fondatori, invece, anche le generazioni restano lontane, 73% tra i giovani e 91% tra i boomer.

Trent'anni fa i genitori con figli in età scolare erano molto più inclini di oggi ad accentuare la visione positiva del paese. Riteneva l'America un paese unico l'84% dei genitori nel 1998, contro il 62% di oggi. Considerava assolutamente essenziale insegnare a scuola che l'America è fondamentalmente buona il 67% allora e il 42% nel 2026. Metà dei genitori, nel 1998, si sarebbe arrabbiata con un insegnante che criticava di continuo il sistema economico e politico americano: oggi lo farebbe solo il 32%.

I genitori di oggi sono anche più disposti ad accettare un approccio critico alla storia nazionale. Nel 1998 il 25% si sarebbe arrabbiato se un insegnante avesse insistito sui maltrattamenti subiti dalle minoranze nella storia americana, oggi lo farebbe il 15%. È cambiato anche il modo di giudicare gli altri: nel 2026 l'85% considera un cattivo cittadino chi si rifiuta di lavorare con persone di etnia o origine diversa, contro il 72% del 1998, mentre è sceso dall'89% al 77% chi giudica essenziale il diritto di ciascuno alle proprie convinzioni religiose, un possibile segno della crescente disaffezione religiosa.

Non mancano gli elementi di continuità. Il sostegno ad alcuni valori civici è quasi invariato: il diritto di protestare e criticare il governo passa dal 67% al 64%, le pari opportunità dall'88% all'81% e il valore del lavoro duro dal 79% al 72%. In entrambe le rilevazioni i genitori mettono le competenze scolastiche e sociali di base davanti alla conoscenza della storia comune. E l'idea che gli americani diano per scontate le proprie libertà resta diffusa, anche se in calo: la pensava così il 90% dei genitori nel 1998 e il 77% nel 2026.

La distanza tra giovani e anziani attraversa tutto il sondaggio. Resta da capire se l'effetto di moderazione che di solito accompagna l'età cambierà le opinioni della Gen Z, come è successo con le generazioni precedenti. Gli autori ricordano che tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta i baby boomer avevano più o meno l'età dei ragazzi di oggi e molti diffidavano delle istituzioni, indignati per la guerra del Vietnam, eppure oggi il loro patriottismo appare solido. Persistono anche le differenze per etnia, con l'esperienza unica e tragica della schiavitù che continua a segnare il modo in cui gli afroamericani guardano al paese. Il rapporto, firmato da Karlyn Bowman e Nicole Penn, individua nell'anniversario di quest'estate l'occasione per riflettere su come gli americani pensano oggi al passato, al presente e al futuro del loro paese.

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Pesca Revolution è a Santa Giusta


Sabato 20 giugno, Alessandro Caria, atleta di punta dell’Anda Arborea, che fra gli altri titoli vanta la vittoria al Magrini di 2 anni fa, e il terzo posto dell’edizione di quest’anno, ha lanciato la sua scommessa!

Aprire un nuovo negozio di pesca a Santa Giusta, creando così una nuova realtà in una zona in cui la pesca sportiva è sicuramente fra gli hobby più praticati in tutte le fasce di età.

L’enorme punto vendita, con uno spazio espositivo a dir poco planetario, si propone tanto al pescatore ricreativo occasionale, quanto all’agonista, con un immenso ventaglio di prodotti che abbraccia tutti i maggiori marchi del settore: Veret, Colmic, Trabucco, Yuki, AQS per citarne solo alcuni.



La disponibilità e la competenza di Alessandro costituiscono la migliore garanzia per coloro che vorranno recarsi da Pesca Revolution, sito in via Giovanni XXIII al civico 21 a Santa Giusta.
Al centro Alessandro alla premiazione del Memorial Alessandro Magrini del 2024.
In bocca al lupo ad Ale e il suo staff per questa nuova avventura.

info: +39 348 932 4943

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Il memoir religioso di J.D. Vance e la fede che lo assolve


Il vicepresidente racconta la sua conversione al cattolicesimo sul modello di Sant'Agostino, ma dal libro emerge un uomo che non dubita mai di sé.

J.D. Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, ha pubblicato un nuovo libro di memorie intitolato Communion, in cui racconta la propria conversione al cattolicesimo. Le 304 pagine ricalcano la forma delle Confessioni di Sant'Agostino, il testo con cui il santo descrisse il proprio tormento e la svolta verso Dio. Ma secondo un'analisi pubblicata su New York Magazine e firmata da Sarah Jones, dal libro emerge un uomo che non dubita mai di sé e che adotta una fede capace soltanto di confermarlo.

Il percorso religioso di Vance corre parallelo alla sua ascesa pubblica, da un'infanzia operaia al successo del libro Hillbilly Elegy, fino al Senato e alla vicepresidenza. La "fede conflittuale" ereditata dal padre, un uomo immerso nelle guerre culturali e nelle profezie bibliche, lascia il posto all'ateismo, che a sua volta cede al cattolicesimo. A differenza di Sant'Agostino, che rinunciò ai propri obiettivi mondani, Vance non abbandona mai le sue ambizioni e le trasforma in potere.

Nel libro Vance riconosce che molto di ciò che lo attirava nella vita di intellettuale pubblico era il prestigio. Ammette che fare l'opinionista "paga incredibilmente bene", anche se dice di aver apprezzato soprattutto la flessibilità. Quando, dopo la vittoria di Trump nel 2016, va in televisione in prima serata, prova disprezzo per il clima di lutto nella redazione e per le persone in lacrime. Anni prima aveva considerato quelle stesse persone "sensate e razionali", scrive, e i credenti come suo padre degli irrazionali. Poi ha cambiato giudizio.

Furono determinanti per la sua conversione una conferenza tenuta da Peter Thiel, il miliardario che fu tra i suoi primi finanziatori, e la lettura del filosofo René Girard. Vance racconta del padre che rifiutò la chemioterapia per un tumore all'esofago, convinto che Dio lo avrebbe guarito. "Dio non lo ha guarito. È morto pochi giorni dopo", scrive nel libro. Alla moglie Usha, che non è credente, ha detto con ammirazione che ha "il più grande divario tra ambizione e capacità" che abbia mai visto in una persona.

Il dettaglio più rivelatore riguarda il rapporto con il papa. In un saggio pubblicato anni fa sulla rivista cattolica The Lamp, Vance aveva scritto che troppi cattolici americani non mostravano la dovuta deferenza al papato, trattando il pontefice come una figura politica da criticare o lodare a piacimento. In Communion la frase cambia: ora scrive che troppi cattolici trattano il papa come una figura politica e dovrebbero invece tenere una rispettosa distanza dalle vicende vaticane. La deferenza è sparita.

Nel frattempo Vance è diventato vicepresidente e ha attirato l'ostilità del Vaticano. Papa Francesco era stato un critico delle politiche migratorie di Trump e di Vance in particolare, ma il libro omette questi dettagli e molto altro. Non si trova traccia di quando Vance accusò falsamente gli immigrati haitiani di Springfield, in Ohio, di mangiare cani e gatti, dichiarazioni che scatenarono un'ondata di odio e una serie di minacce di bombe. Non si parla dei bambini migranti che in un centro di detenzione in Texas hanno trovato muffa e vermi nel cibo, né di Nurul Amin Shah Alam, un rifugiato rohingya cieco abbandonato dalla polizia di frontiera davanti a un locale chiuso a Buffalo, dove vagò per giorni fino a morire per la rottura di un'ulcera. Vance loda Elon Musk per i posti di lavoro portati negli Stati Uniti, ma tace sul DOGE, il dipartimento per l'efficienza governativa, e sullo smantellamento di USAID, l'agenzia americana per gli aiuti allo sviluppo.

Una sola volta, nel libro, Vance ammette un errore: la frase sulle "donne single con i gatti" a cui aveva attribuito il declino degli Stati Uniti. La definisce "una sciocchezza", ma sostiene che aveva indebolito il punto giusto che voleva esprimere, cioè che la società americana è diventata ostile a chi vuole avere figli. Dice di non temere la propria morte fisica, ma solo la fine della sua civiltà. "Temo di lasciare ai miei figli un mondo in cui le persone non visitano più le tombe dei loro antenati", scrive. La conclusione dell'analisi è che in Communion non c'è alcuna trasformazione, perché Vance si attribuisce sempre ragione e non mette mai in discussione il proprio merito.

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Gli elettori Dem sono mobilitati ma furiosi con i loro leader


A pochi mesi dalle elezioni di metà mandato l'attivismo alla base non è mai stato così alto, ma cresce la rabbia per un partito che non ha fatto i conti con la sconfitta del 2024.

A pochi mesi dalle elezioni di metà mandato, le consultazioni che a metà del mandato presidenziale rinnovano l'intera Camera e un terzo del Senato, la base militante del Partito democratico non è mai stata così mobilitata. È però anche furiosa con i propri vertici, che a suo giudizio non hanno fatto i conti con la sconfitta del 2024. Lo racconta un'analisi di Elaine Godfrey pubblicata sull'Atlantic.

I numeri dell'attivismo sono cresciuti molto da quando il presidente Donald Trump è tornato alla Casa Bianca. Indivisible, una rete nazionale di gruppi di attivisti progressisti, dichiara di avere circa 2.800 sezioni attive, più del doppio rispetto a prima del voto del 2024. Tramite Run for Something, organizzazione che aiuta i giovani a candidarsi, nel solo 2025 si sono iscritte circa 80.000 persone intenzionate a correre per una carica, più di quante lo avessero fatto in tutto il primo mandato di Trump. Red, Wine & Blue, gruppo nato nel 2019 per mobilitare gli elettori indecisi delle periferie residenziali, ha accolto 200.000 nuovi iscritti dopo il secondo insediamento del presidente.

La terza marcia di protesta "No Kings", il movimento anti-Trump nato dopo il suo ritorno al potere, ha radunato a marzo otto milioni di partecipanti secondo gli organizzatori, il che la renderebbe la più grande manifestazione in un solo giorno nella storia americana. Un esempio della spinta dal basso è GRR, sigla di Grass Roots Resistance, un gruppo di donne delle periferie di Cleveland, in Ohio, nato una settimana dopo la prima vittoria di Trump e cresciuto da una decina di iscritte a oltre duecento.

Il tono di questo attivismo è più arrabbiato e disperato rispetto al 2018, l'ultima volta che si votò per le elezioni di metà mandato con Trump alla Casa Bianca. "Nel 2018 c'era una resistenza guidata dall'alto", ha detto all'Atlantic Amanda Litman, direttrice di Run for Something. "Questa volta non è stato così". A guidare è stata la base, e gli elettori più fedeli sono in collera in parte con Trump, ma anche con i propri leader.

Tra volontari e finanziatori cresce l'insofferenza per quella che Yasmin Radjy, direttrice del gruppo progressista Swing Left, ha definito all'Atlantic la "sclerosi culturale" interna alle organizzazioni democratiche. La domanda che si sente ripetere, ha detto, è cosa stiano facendo i democratici di diverso rispetto al 2024 per essere sicuri di vincere. A quella domanda non è arrivata una vera risposta dall'apparato del partito.

Ken Martin, presidente del Democratic National Committee, l'organo che dirige il Partito democratico a livello nazionale, ha pubblicato l'attesa analisi sulla sconfitta del 2024 solo dopo una lunga campagna di pressioni, alimentata anche dai conduttori del podcast progressista Pod Save America. Il risultato è stato un rapporto incompleto e con poche conclusioni chiare.

L'immagine del partito è il primo dei problemi irrisolti: più strateghi hanno detto all'Atlantic che il marchio democratico è "nel cesso". Un sondaggio di inizio anno ha mostrato che, per il pubblico americano, il partito è più popolare dell'Iran ma meno popolare dell'intelligenza artificiale. A questo si aggiunge che i leader sono detestati eppure restano al loro posto: Chuck Schumer, leader della minoranza al Senato, è pronto a tornare leader della maggioranza se i democratici riconquisteranno la camera alta, pur essendo più impopolare di Trump secondo alcuni sondaggi.

Il consenso degli osservatori è che a novembre andrà comunque bene ai democratici. Riconquisteranno con ogni probabilità la Camera e, se saranno fortunati in Ohio, North Carolina, Maine e Alaska, potrebbero riprendersi anche il Senato. Nessuna di queste eventuali vittorie sarebbe però merito di un messaggio nuovo o di una trasformazione del partito. Il successo è atteso soprattutto perché l'alternativa è peggiore: Trump è un presidente storicamente impopolare che ha trascinato il Paese in un nuovo conflitto mediorientale, con l'effetto di far salire i prezzi e di diffondere un senso di precarietà.

"Vinceremo una serie di seggi a novembre? Sì. Abbiamo l'entusiasmo per portarlo avanti fino al 2028? Sì", ha detto all'Atlantic Kelly Dietrich, fondatore del National Democratic Training Committee, organizzazione che forma i candidati democratici. "Abbiamo l'infrastruttura che ci serve per farlo? No". Dietrich ha proposto un fondo per investire nelle elezioni statali e locali anche negli anni senza grandi appuntamenti nazionali, e indica come modello gruppi conservatori come Turning Point USA e il Leadership Institute, capaci di costruire fiducia e una base di volontari al di là del livello federale.

Susan Polakoff Shaw, tra le animatrici di GRR, ha detto che l'entusiasmo nel gruppo non è mai stato così alto e che quest'anno "sembra il 2018 sotto steroidi". L'interrogativo che resta, ha detto Radjy, è se tutta questa energia stia costruendo qualcosa di duraturo o sia solo un castello di sabbia, con il rischio di svegliarsi nel 2027 e accorgersi di dover ancora costruire le strutture necessarie a vincere sul lungo periodo.

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Newsom scommette su Biden in vista del 2028


Il governatore della California difende da diciotto mesi l'ex presidente e la sua famiglia, mentre quasi tutti gli altri aspiranti alla Casa Bianca prendono le distanze.

Gavin Newsom scommette che restare al fianco di Joe Biden lo premierà tra gli elettori democratici più di quanto lo farebbe prendere le distanze dall'ex presidente. È la strada opposta a quella scelta da quasi tutti gli altri possibili candidati in vista delle primarie democratiche del 2028, le elezioni interne con cui il partito sceglie il proprio candidato alla presidenza. Il governatore della California ha passato gli ultimi diciotto mesi a corteggiare l'ex presidente e la sua famiglia e a difenderne in pubblico l'operato, mentre gli altri se ne allontanavano.

Un appoggio pubblico di Biden potrebbe pesare molto. Tra gli elettori delle primarie democratiche, soprattutto neri e latini, l'ex presidente conserva un forte affetto, nonostante la sua impopolarità presso l'elettorato più ampio.

Newsom difende senza esitazioni l'eredità di Biden e la sua famiglia. Ne ricorda la capacità di far approvare grandi leggi con il sostegno di entrambi i partiti e ne elogia il carattere, in contrasto con quella che definisce la "puerilità" del presidente Trump. "Non volterò mai le spalle a Joe Biden", ha detto davanti a una folla in South Carolina all'inizio di quest'anno. Lo ha definito "uno dei presidenti di maggior successo dell'ultimo secolo" lo scorso autunno ad ABC News, pur ammettendo divergenze sulla politica migratoria di Biden, un tema che ha penalizzato i democratici nel 2024.

Per Newsom l'amministrazione Biden è stata "una lezione magistrale di politiche pubbliche", come ha detto in un'intervista a marzo. "Sono fortunato ad averlo conosciuto, a difenderlo e a difendere il suo carattere e a continuare a difendere il suo operato", ha aggiunto. La scorsa settimana ha ospitato nel suo podcast Hunter Biden, figlio dell'ex presidente, che ha più volte alluso a Newsom come prossimo presidente. "Verrò a fare campagna per te o contro di te, a seconda di cosa ti aiuta di più", gli ha detto Hunter, riprendendo una vecchia battuta del padre.

Joe Biden e il suo entourage oggi guardano a Newsom con molto più favore rispetto agli altri possibili candidati del 2028, compresa la sua ex vicepresidente Kamala Harris, secondo quanto riferisce Axios. Nel suo libro 107 Days, uscito l'anno scorso, Harris ha criticato con durezza Biden e l'ex first lady Jill Biden, definendo "un'incoscienza" la decisione dell'ex presidente di ricandidarsi a 81 anni. Letto quel passaggio durante la promozione del proprio libro, Jill Biden ha replicato seccamente alla NBC: "È il suo punto di vista e se la pensava così, avrebbe dovuto dirlo".

Anche altri aspiranti alla Casa Bianca criticano apertamente gli anni di Biden e la sua scelta di ricandidarsi. "Voglio che ammettiamo che l'amministrazione Biden ha commesso errori piuttosto gravi", ha detto a Semafor il senatore democratico del Connecticut Chris Murphy. Il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro ha criticato il modo in cui l'amministrazione ha applicato, o non applicato, alcune politiche: in un podcast ha ricordato che in Pennsylvania nessuno è stato collegato a internet veloce e a prezzi accessibili grazie alla legge voluta da Biden, perché i fondi stanziati non sono mai arrivati a destinazione.

Biden resta impopolare presso la maggioranza degli americani, ma gli elettori neri e latini, gruppi decisivi in una primaria democratica, lo sostengono molto di più. Un sondaggio realizzato il mese scorso dalla CNN con l'istituto SSRS ha rilevato che il 57% degli americani ha un'opinione positiva di Barack Obama, contro appena il 30% per Biden. Tra gli afroamericani il 53% giudica Biden in modo positivo e tra i latini la quota è del 40%, mentre solo il 23% dei bianchi la pensa allo stesso modo.

Allinearsi a Biden comporta però dei rischi per Newsom, oltre alle critiche all'operato dell'ex presidente. Dopo il disastroso dibattito del giugno 2024 contro Donald Trump, in cui Biden non riuscì a portare a termine i suoi ragionamenti, Newsom fu uno dei più strenui difensori della sua idoneità a restare in carica. Lo scorso novembre, alla trasmissione Meet the Press della NBC, sostenne di non aver mai visto Biden comportarsi come sul palco del dibattito, con "un'eccezione" che lo aveva colpito, una raccolta fondi nel sud della California: "Siamo rimasti tutti un po' sorpresi", disse, attribuendo l'episodio agli intensi spostamenti e al fuso orario.

Interpellato da Axios a marzo sul fatto che Biden potrebbe essere presidente oggi se fosse stato rieletto, Newsom non rispose direttamente ma disse che "i problemi di salute sono evidentemente accelerati", riferendosi alla diagnosi di cancro dell'ex presidente.

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Trump ha sottovalutato l'orgoglio nazionale degli altri paesi


Il presidente ha confuso il nazionalismo che lo aveva premiato con un progetto di dominio americano. In Iran e in Canada ha trovato resistenza, non sottomissione.

Il presidente Donald Trump ha costruito la sua carriera politica sul nazionalismo, eppure il suo errore più sorprendente nel secondo mandato è stato proprio aver sottovalutato l'orgoglio nazionale degli altri popoli. Secondo un'analisi di Alexander Burns pubblicata su Politico, il presidente ha confuso il nazionalismo di destra, che mette l'identità di un paese sopra le istituzioni internazionali, con una variante tutta americana che pretende di sostituire le risoluzioni delle Nazioni Unite con i proclami pubblicati su Truth Social, il social network che Trump ha fondato.

In Iran il presidente era convinto di poter eliminare rapidamente i vertici del paese, piegarlo con i bombardamenti e insediare al loro posto un governo docile, tutto senza usare truppe di terra. È andata diversamente: lo stallo è durato mesi, ha fatto salire i prezzi dell'energia e indebolito l'economia mondiale. I generali e i religiosi al potere a Teheran hanno preferito mesi di bombardamenti americani a una resa immediata, una reazione che qualunque nazionalista avrebbe dovuto prevedere.

L'attenzione di Trump per la forza dell'orgoglio nazionale era stata a lungo una delle sue armi politiche migliori. Già negli anni Ottanta attaccava l'OPEC, l'organizzazione dei paesi esportatori di petrolio. Nel 2016 aveva applaudito la Brexit, l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea, al punto di definirsi "Mr. Brexit". Nel 2024 ha vinto la presidenza promettendo agli americani di riprendere il controllo del proprio destino, lo stesso slogan, "riprendere il controllo", che era stato il cuore della campagna britannica per lasciare l'Unione.

Il cambiamento è stato notato anche dai suoi ammiratori. Jordan Bardella, probabile candidato alla presidenza francese per il Rassemblement National, partito di estrema destra, in un'intervista a Politico ha detto che il Trump del secondo mandato è molto diverso da quello del primo. Gli Stati Uniti, ha spiegato, si comportano ormai come un "impero", mentre il presidente gli appare "estremamente instabile e in continuo cambiamento". Bardella ha respinto ogni interesse per l'appoggio di Trump: "Non abbiamo bisogno di accettare né di aprire la porta ad alcuna forma di interferenza".

Le pressioni di Trump hanno funzionato in alcuni paesi, quasi sempre i più deboli. Nel 2025 ha appoggiato il candidato poi vincitore alle presidenziali in Polonia. In America Latina lui e la sua amministrazione hanno aiutato a far eleggere candidati di loro gradimento in Argentina e Honduras, paesi politicamente instabili ed economicamente fragili che dipendono dall'aiuto degli Stati Uniti. In Venezuela la strategia di colpire i vertici del potere è riuscita ed è culminata nella cattura del leader venezuelano Nicolás Maduro.

Il limite di questa strategia si è visto in Canada. Nell'inverno del 2025 Trump minacciava l'indipendenza del paese e lo chiamava il "cinquantunesimo Stato", evocando un'annessione agli Stati Uniti, che ne contano cinquanta. Persino Stephen Harper, ex primo ministro conservatore e avversario del Partito Liberale al governo, è tornato in prima linea per dichiarare a un evento a Ottawa che varrebbe la pena subire "qualunque livello di danno" pur di proteggere la libertà del Canada. Se fosse ancora primo ministro, ha aggiunto, "sarei pronto a impoverire il paese pur di non farlo annettere, se questa fosse l'alternativa".

Con l'Unione Europea, la NATO e le Nazioni Unite, invece, il presidente fa quello che vuole e non paga alcun prezzo politico. La ragione è semplice: nessun leader e nessun elettore direbbe mai di essere disposto a impoverire il proprio paese per difendere i poteri della Commissione Europea o gli impegni dei trattati della NATO. L'orgoglio nazionale è una forza potente, mentre le istituzioni sovranazionali non suscitano la stessa fedeltà. Per questo ignorare le Nazioni Unite non costa nulla al presidente, mentre minacciare un paese come l'Iran o il Canada provoca una resistenza tenace.

L'attenzione di Trump per l'orgoglio nazionale resta una delle poche cose che tengono unito il Partito Repubblicano. Ma dopo tutto questo agitarsi imperiale, secondo l'analisi, il presidente potrebbe non recuperare mai la chiarezza di obiettivi degli anni in cui si faceva chiamare "Mr. Brexit". Lo spazio politico che ha lasciato aperto verrà riempito da qualcun altro. Gli americani guarderanno ai suoi possibili successori, in entrambi i partiti, per una nuova versione del nazionalismo statunitense, in un mondo diventato più confuso e pericoloso rispetto al 2016.

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Motorola moto g87 ufficiale: sensore da 200 MP e la migliore fotocamera mai realizzata su uno smartphone Moto G


Il dispositivo debutta con una fotocamera principale da 200 MP, un display OLED luminoso, una batteria capiente e nuove funzionalità basate sull’intelligenza artificiale
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Motorola ha recentemente presentato il nuovo moto g87, definendo un nuovo standard all’interno della famiglia moto g. Secondo quanto dichiarato dal brand, il device introduce la migliore fotocamera moto g di sempre con un sensore da 200MP, insieme al display Extreme AMOLED 1.5K da 6,78 pollici più luminoso mai visto su un dispositivo moto g, un audio più potente rispetto alla generazione precedente e protezione subacquea IP66, IP68 e IP69. Portando queste funzionalità avanzate a un prezzo più accessibile, Motorola prosegue la sua missione di democratizzare la tecnologia e offrire più potenza, creatività e prestazioni nei momenti che contano di più.

Nuove truffe WhatsApp: bastano pochi messaggi per perdere 770 euro
Secondo una recente indagine, bastano pochi messaggi per indurre le vittime a condividere informazioni sensibili o effettuare pagamenti che possono causare perdite fino a 770 euro. Ecco come funziona il raggiro e quali segnali non devi ignorare.
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Un comparto fotografico più avanzato


Nel cuore del dispositivo si trova il miglior sistema fotografico moto g di motorola, dotato di un sensore principale ultra-risoluzione da 200MP con Stabilizzazione Ottica dell'Immagine (OIS). La tecnologia Ultra Pixel migliora la sensibilità alla luce per immagini più luminose e vivide, mentre lo zoom 2x senza perdite permette agli utenti di fissare l'azione senza sacrificare i dettagli. Il sistema fotografico del moto g87 si estende oltre il sensore principale con un obiettivo ultra-grandangolare da 8MP che aiuta a catturare più di ogni scena e una fotocamera selfie da 32MP che rende i ritratti nitidi e gradevoli. Funzionalità basate sull'IA rendono più facile che mai catturare immagini espressive e dall'aspetto professionale. Con diverse lunghezze focali, da una visuale completa (24mm) a una visuale ampia (35mm) o standard (50mm), è possibile esplorare diverse prospettive per raccontare storie visive più ricche.
Motorola moto G87 nella versione Overture

Il display moto g più luminoso di sempre


Una volta acquisiti, i contenuti prendono vita sull'ultra-luminoso display Extreme AMOLED 1.5K da 6,78 pollici. Moto g87 offre dettagli più nitidi, colori vividi e una chiarezza elevata, grazie alla modalità High Brightness e a una risoluzione del 17% superiore rispetto al Full HD standard, aumentando automaticamente la luminosità dello schermo fino a 5000 nits per un'eccellente visibilità anche alla luce diretta del sole, assicura Motorola. Una frequenza di aggiornamento di 120Hz consente uno scorrimento fluido sia durante il gioco sia durante il passaggio tra le app.

Una nuova dimensione di audio


A completare l'esperienza visiva, moto g87 introduce un significativo salto in avanti nella tecnologia audio, offrendo un suono fino al 280% più potente rispetto al suo predecessore, rendendo le voci più chiare e il suono più ricco in tutti i contenuti di intrattenimento. Inoltre, i doppi altoparlanti stereo con Dolby Atmos e certificazione Hi-Res Audio creano un'esperienza d'ascolto immersiva e cinematografica.
Motorola moto G87 nella versione Blue AtollMotorola moto G87 nella versione Blue Atoll

Standard di protezione avanzati


Moto g87 combina un design premium con una robusta durabilità. Disponibile in tre colori selezionati da Pantone, il dispositivo è protetto da Corning Gorilla Glass 7i per una resistenza a cadute e graffi 2 volte superiore, protezione subacquea IP66, IP68 e IP69, e durabilità MIL‑STD‑810H per resistere a cadute fino a 1,2 metri. Con un'ulteriore resistenza agli urti di livello militare, moto g87 è progettato per gestire urti, cadute e impatti quotidiani.

ASUS ROG: arriva il primo notebook gaming con doppio schermo OLED da 16 pollici
Una soluzione pensata per gamer, creator e professionisti che cercano prestazioni elevate, multitasking avanzato e un’esperienza visiva senza compromessi.
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Prestazioni fluide


Dotato della piattaforma MediaTek Dimensity 6400, moto g87 offre prestazioni 5G fluide. Con un massimo di 12 GB di RAM (espandibile a 24 GB con RAM Boost), è possibile fare multitasking senza sforzo tra app, giochi e intrattenimento. Con la sua batteria da 5200 mAh, moto g87 fornisce energia per tutto il giorno, mentre la ricarica TurboPower 30 offre ore di utilizzo in pochi minuti. Lo smartphone integra anche novità in termini di innovazioni software di motorola, tra cui Hello UX per la personalizzazione, Moto Secure per le funzionalità di protezione del dispositivo e Smart Connect per un utilizzo multi-dispositivo senza interruzioni. Inoltre, Android 16 aggiunge una personalizzazione più intelligente e una maggiore privacy, mentre funzionalità Google come Chat con Gemini e Cerchia per cercare forniscono assistenza rapida e accesso senza sforzo alle informazioni.

Prezzi e disponibilità


moto g87 è disponibile al prezzo di 449 euro.


Bastano pochi messaggi su WhatsApp per perdere 770 euro: l’allarme degli esperti sulle nuove truffe


Per la prima volta, un nuovo studio globale condotto da Kaspersky ha quantificato quanto le truffe via messaggio siano diventate rapide, costose ed emotivamente devastanti. Basandosi sulle testimonianze delle vittime di frodi in Italia, la ricerca dimostra come i truffatori sfruttino i messaggi quotidiani per sottrarre denaro e dati personali nel giro di pochi minuti, causando conseguenze finanziarie ed emotive di lunga durata.

Un singolo messaggio, dall’aspetto attendibile, può provocare una perdita media fino a 770 euro per vittima, con oltre la metà (56%) delle truffe in Italia che va a buon fine entro 30 minuti. In molti casi, le vittime cadono nella trappola ancora più rapidamente, consegnando denaro o dati personali prima ancora che sorga il minimo dubbio. Dietro questi messaggi apparentemente innocui si nasconde un’organizzazione criminale globale in rapida espansione, che opera su scala industriale e utilizza l’intelligenza artificiale per fingersi familiari, amici e brand affidabili. Questo fenomeno ha dato vita a un vero e proprio “mercato” del furto d’identità, alimentato da denaro e dati personali rubati, lasciando le vittime senza risparmi, sconvolte e con profonde ferite emotive.

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Truffati in pochi minuti


Dalle e-mail di lavoro alle chat con la famiglia, fino agli aggiornamenti sulle consegne, le app di messaggistica rappresentano oggi il cuore pulsante della vita quotidiana. Ma sono diventate anche il canale preferito dai truffatori. Queste truffe nascono spesso proprio sulle piattaforme che le persone utilizzano ogni giorno, con 3 canali in testa alla classifica italiana: WhatsApp (54%), SMS/iMessage (35%) e Instagram (20%). Sebbene questo dato non sorprenda, considerando l’enorme quantità di messaggi che le persone ricevono quotidianamente, ciò che colpisce davvero è la velocità con cui queste truffe riescono ad andare a segno. In Italia, più della metà delle vittime (56%) ha consegnato denaro o fornito informazioni personali entro 30 minuti, mentre il 23% lo ha fatto in meno di cinque minuti. Inoltre, per mantenere alta la pressione sulle vittime i truffatori raramente restano confinati su un’unica piattaforma. Il 43% delle truffe coinvolge infatti più canali, passando dagli SMS a WhatsApp o da WhatsApp a Telegram, imitando conversazioni e notifiche quotidiane per evitare di destare sospetti.

I truffatori utilizzano contesti riconoscibili, ambienti sociali familiari e norme linguistiche consolidate per far credere alle vittime che le loro decisioni siano razionali e ragionevoli in quel momento. In realtà, costruiscono false realtà che portano le persone a compiere azioni dannose senza rendersene conto”, ha spiegato Elisabeth Carter, linguista forense e criminologa presso la Kingston University di Londra.

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L’impatto economico è immediato e pesa sulle famiglie


Anche le conseguenze economiche sono estremamente pesanti. Il 36% delle vittime ha subito una perdita finanziaria, rileva lo studio Kaspersky, mentre il 38% il furto di dati personali come numeri di telefono, indirizzi e-mail, informazioni sull’abitazione o credenziali di accesso. In media, ogni persona ha perso 770 euro per una singola truffa, una cifra che può incidere profondamente sulla vita quotidiana. In un periodo segnato dalla crisi del costo della vita, una perdita di questo tipo può equivalere a un mese di spesa alimentare, ai costi dei mezzi di trasporto, alle spese per l’assistenza all’infanzia o al pagamento delle bollette. Sebbene il 34% delle persone abbia subito perdite inferiori a 115 euro, il danno complessivo resta significativo. E per molti la situazione è ancora più grave: il 19% ha perso oltre 1.158 euro, un duro colpo finanziario per la maggior parte delle famiglie. Inoltre, le truffe raramente rappresentano un episodio isolato: oltre un quarto (29%) delle vittime dichiara di essere stato truffato tre o più volte negli ultimi sei mesi. Questo dimostra come i truffatori tendano a colpire ripetutamente le stesse persone una volta individuata una possibile vulnerabilità.

L’effetto IA: le truffe colpiscono tutte le generazioni


Gli autori delle truffe non prendono più di mira soltanto i meno esperti o gli anziani. I dati mostrano che le vittime appartengono a tutte le generazioni, dalla Generazione Z alla Generazione X, a conferma del fatto che esperienza e dimestichezza digitale offrono una protezione limitata. Questo cambiamento è guidato dall’intelligenza artificiale: imitando stile di scrittura, tono di voce e perfino relazioni personali, i truffatori riescono a rendere i messaggi falsi incredibilmente realistici, al punto da superare i dubbi istintivi delle persone, indipendentemente dal loro livello di competenza tecnologica. E il prezzo da pagare non si limita alla perdita economica e l’impatto emotivo può protrarsi a lungo nel tempo.

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L’importanza della protezione online


Poiché persone di tutte le età fanno sempre più fatica a distinguere i messaggi falsi da quelli autentici, la crescita delle truffe via messaggistica basate sull’intelligenza artificiale ha generato una vera e propria crisi di fiducia. Kaspersky consiglia quindi di adottare un approccio più prudente e di affiancare buone abitudini digitali a strumenti di protezione progettati per contrastare truffe che fanno leva su velocità e urgenza. Ecco alcuni consigli utili:

  • fermati un attimo prima di reagire: i messaggi che richiedono un’azione urgente, un pagamento o l’invio di dati personali rappresentano un chiaro segnale di allarme. Bastano pochi secondi di pausa per interrompere il meccanismo del truffatore;
  • verifica le identità in modo indipendente: utilizza metodi di verifica sicuri, controlla i profili attraverso canali differenti e richiedi ulteriori conferme in caso di dubbio;
  • proteggi i tuoi account con password complesse: utilizzare password uniche e gestirle tramite password manager aiuta ad adottare buone pratiche di sicurezza, evitando il riutilizzo della stessa password su più account. In questo modo, anche se un account viene compromesso, gli altri restano protetti;
  • presta attenzione ai link e alle notifiche sospette: molte truffe arrivano attraverso link presenti nelle app di messaggistica o nelle e-mail che sembrano autentici. Adeguati trumenti di sicurezza possono aiutare a monitorare l’attività del dispositivo, individuare comportamenti sospetti e segnalare link dannosi prima che causino danni.

“Questa nuova ondata di truffe via messaggio è progettata per risultare indistinguibile dalla comunicazione quotidiana - ha affermato Marc Riverodi Kaspersky - inoltre, l’intelligenza artificiale sta accelerando questa tendenza, aiutando i truffatori a imitare in modo convincente marchi, voci familiari e relazioni personali su larga scala”.


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Per il 2028 i riflettori sono sui due senatori Dem della Georgia


Jon Ossoff e Raphael Warnock hanno vinto più volte in uno Stato in bilico che vale 16 grandi elettori: per questo potrebbero finire in cima alla scheda, come candidati o come vice.

Per costruire il ticket presidenziale del 2028, i democratici hanno una riserva preziosa nei due senatori della Georgia, Jon Ossoff e Raphael Warnock. È la tesi di un'analisi pubblicata su Politico: il momento è propizio perché uno dei due finisca in cima alla scheda, come candidato alla presidenza o alla vicepresidenza.

Warnock è il pastore della Ebenezer Baptist Church di Atlanta, la chiesa che fu di Martin Luther King Jr. Nei suoi primi anni al Senato ha lavorato per rassicurare gli elettori della Georgia di non essere un radicale, con spot in cui passeggiava col cane o compariva immerso fino alla vita in un campo di arachidi, il prodotto simbolo dello Stato. Ora può guardare allo scenario nazionale, grazie a un libro che mescola spiritualità e politica, ai viaggi per sostenere altri candidati e al ruolo di padrone di casa dal proprio pulpito. Pete Buttigieg e Alexandria Ocasio-Cortez, entrambi tra i possibili aspiranti democratici, hanno già fatto tappa tra i banchi della Ebenezer quest'anno.

Ossoff, che ha figli piccoli, ha smentito di voler correre per la presidenza. Le voci sul suo futuro nazionale non lo aiutano mentre cerca la rielezione in uno Stato difficile per i democratici anche negli anni favorevoli, e mentre i repubblicani non aspettano altro che dipingerlo come un beniamino della sinistra nazionale. Sarebbe inoltre molto meno appetibile, come candidato o come vice, se perdesse la corsa per il proprio seggio questo autunno.

Warnock, dal canto suo, sembra apprezzare il doppio ruolo di legislatore a Washington durante la settimana e di predicatore ad Atlanta la domenica. Un incarico nazionale significherebbe rinunciare alla parte del predicatore.

C'è poi la questione, tutt'altro che secondaria, di perdere uno dei seggi al Senato che per i democratici sono decisivi. Ossoff e Warnock risultano meno interessanti, come candidati alla Casa Bianca o come vice, se un repubblicano vince le elezioni per il governatore della Georgia questo autunno e potesse poi nominare un repubblicano a coprire uno dei due seggi.

Detto questo, c'è un argomento solido a favore della presenza di uno dei due sul ticket. Come candidato alla presidenza o alla vicepresidenza, Ossoff o Warnock potrebbero aiutare a conquistare uno Stato che vale 16 grandi elettori, voti del collegio elettorale di cui il partito ha molto bisogno. Negli Stati Uniti il presidente non viene eletto direttamente dal voto popolare nazionale, ma dai grandi elettori assegnati Stato per Stato, e la Georgia ne mette in palio sedici.

Pesa anche il sistema elettorale della Georgia, dove per essere eletti bisogna superare il 50 per cento dei voti, altrimenti si va al ballottaggio. Per questo meccanismo i due senatori hanno già vinto più tornate statali nonostante siano in carica da relativamente poco. Tra le elezioni del 2020 e quelle del 2022, Warnock ha conquistato la Georgia in quattro consultazioni. Se Ossoff prevarrà a novembre, avrà vinto lo Stato almeno due volte, tre se dovrà di nuovo passare per un ballottaggio.

Lo spostamento della popolazione americana verso la Sun Belt, la fascia di Stati del Sud e del Sud-Ovest, rende sempre più necessario per i democratici essere competitivi lì. Se Florida e Texas restano fuori portata, o comunque difficili e costosi da contendere, diventa vitale per il partito conquistare Stati come Georgia, Arizona e North Carolina. E, escluso il Texas, la Georgia è lo Stato etnicamente più vario del Sud.

Ossoff, che è ebreo e ha la madre cresciuta in Australia, e Warnock, afroamericano laureato al Morehouse College e cresciuto nelle case popolari di Savannah, hanno il vantaggio di essere meridionali senza essere troppo legati a una sola regione. Si troverebbero a loro agio tanto a Macon, in Georgia, quanto in Michigan.

Entrambi risponderebbero all'assioma dello stratega democratico David Axelrod, secondo cui il Paese elegge "rimedi, non repliche" del presidente uscente. Il millennial misurato e il pastore pacato si porrebbero in netto contrasto con il presidente Donald Trump, descritto da Axelrod come il provocatore sboccato e ottantenne in carica.

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Pechino stringe il cappio attorno a Taiwan: navi da guerra sorvegliano l'isola ogni giorno


Cinque o sei navi da guerra cinesi circondano Taiwan quasi senza interruzione, a ogni ora del giorno. Non è più soltanto un'esercitazione pensata per mostrare i muscoli: nel 2026 è diventata la normalità. Lo scrive il Wall Street Journal, che ha ricostruito l'aumento della pressione militare di Pechino sull'isola in questi anni attraverso dati forniti da funzionari militari dei Paesi della regione.

La Cina considera Taiwan parte integrante del proprio territorio e punta a riportarla sotto il suo controllo. Per farlo dispone di strumenti sempre più ampi, cresciuti insieme al peso globale di Pechino. Sul piano diplomatico, Xi Jinping usa l'influenza cinese per isolare Taipei e indebolire il sostegno americano, cruciale per la sicurezza dell'isola.

Sul piano militare, la Marina cinese pattuglia senza sosta le acque circostanti per trasmettere un messaggio ai 23 milioni di abitanti di Taiwan: resistere a un'annessione sarebbe inutile. Il principale strumento di questa campagna è una flotta ben equipaggiata e numericamente più grande di qualsiasi altra al mondo.

Il cappio, nave dopo nave


Per anni una sola nave da guerra cinese ha percorso avanti e indietro lo Stretto di Taiwan. La svolta è arrivata nel 2020, in modo silenzioso ma deciso. Quell'anno Pechino ha aggiunto altre due unità, una al largo della costa settentrionale e una davanti a quella meridionale. Due anni dopo, una quarta nave ha preso posizione a est, completando una presenza quasi ininterrotta su tutti e quattro i lati dell'isola. Una quinta unità si è poi aggiunta sul versante orientale nel 2024 e, da allora, nella stessa area è quasi sempre presente anche una sesta nave.

Ogni passo è arrivato dopo uno sviluppo politico sgradito a Pechino. "Ogni step rappresenta una stretta del cappio", ha detto al Wall Street Journal Michael Dahm, ex ufficiale dell'intelligence della marina statunitense e oggi ricercatore al Mitchell Institute for Aerospace Studies.

Con l'aumento del numero delle navi è cambiata anche la composizione della flotta. L'assetto, un tempo basato soprattutto su fregate, comprende oggi anche cacciatorpediniere più grandi, segno di un atteggiamento sempre più assertivo da parte di Pechino. La Cina sta costruendo cacciatorpediniere a ritmo serrato e, secondo il quotidiano statunitense, oggi ne possiede almeno 48.
Il cappio attorno a Taiwan — FocusAmerica

Taiwan · La pressione militare di Pechino

Il cappio stretto attorno a Taiwan, nave dopo nave
Per anni una sola nave da guerra cinese ha pattugliato lo Stretto. Dal 2020 Pechino ne ha aggiunte una dopo l'altra, fino a circondare l'isola su tutti e quattro i lati. Oggi cinque o sei unità sono presenti quasi senza interruzione, a ogni ora del giorno.
Fonte: Wall Street Journal Funzionari militari della regione · 2026

Fino al 2019

Oggi · 2026
1

5–6
Nave da guerra
nello Stretto

Navi attorno all'isola,
quasi senza sosta

In sei anni l'accerchiamento navale si è esteso da un solo lato a tutti e quattro

Esplora l'analisi
IIl cappio IILa stretta IIILe cause IVI numeri

L'accerchiamento, anno per anno
Come la flotta cinese ha circondato l'isola
Tocca gli anni qui sotto per vedere come ogni nuova nave ha chiuso un lato in più attorno a Taiwan, completando una presenza quasi ininterrotta.

CINA TAIWAN OCEANO PACIFICO Stretto Taipei '19 '20 '20 '22 '24 '25

2019
1 nave

2020
3 navi

2022
4 navi

2024
5 navi

Oggi
5–6 navi

Fino al 2019
Una sola nave da guerra cinese percorre avanti e indietro lo Stretto di Taiwan.

Fregate (assetto iniziale)
Cacciatorpediniere (oggi)

La sequenza dell'accerchiamento
Ogni passo, una stretta in più del cappio
Tocca un anno per i dettagli. Ogni nuova posizione è arrivata in modo silenzioso ma deciso.

Fino al 2019
Una sola nave nello Stretto

Per anni una singola unità cinese pattuglia avanti e indietro il braccio di mare che separa l'isola dalla terraferma.

2020
Due nuove navi: a nord e a sud

Pechino aggiunge un'unità al largo della costa settentrionale e una davanti a quella meridionale. L'accerchiamento prende forma su tre lati.

2022
La quarta nave chiude il lato est

Una quarta unità prende posizione a est, completando una presenza quasi ininterrotta su tutti e quattro i lati dell'isola.

2024
Una quinta unità sul versante orientale

Si aggiunge una quinta nave a est. Da allora, nella stessa area è quasi sempre presente anche una sesta unità.

2026
Cinque o sei navi, ogni ora del giorno

L'assetto, un tempo basato su fregate, comprende oggi anche cacciatorpediniere più grandi: il segno di un atteggiamento sempre più assertivo da parte di Pechino.

Il 2020 come spartiacque
Ogni stretta è arrivata dopo uno sviluppo politico sgradito a Pechino
I funzionari indicano il 2020 come il vero punto di svolta. Ma la pressione è cresciuta in risposta a una catena di eventi percepiti come sfavorevoli a Pechino.

2019

Xi anticipa la scadenza militare al 2027
Ordina alle Forze Armate cinesi di prepararsi a prendere Taiwan con la forza entro il 2027, anticipando il precedente traguardo del 2035. Non una data d'invasione, ma di prontezza militare.

2020

La rielezione di Tsai Ing-wen
Taiwan rielegge la presidente, ferma difensore dell'autonomia dell'isola. A Pechino il risultato è letto come uno schiaffo politico.

2022

La visita di Nancy Pelosi a Taipei
La trasferta della Speaker della Camera USA fa salire ancora il dispositivo militare cinese attorno all'isola.

2024

Nuove elezioni e l'episodio dei pescatori
Un altro risultato elettorale taiwanese sfavorevole a Pechino e la morte di due pescatori cinesi in uno scontro con la guardia costiera di Taipei fanno aumentare ulteriormente la tensione.

La pressione in cifre
Una flotta più grande di qualsiasi altra al mondo
Il principale strumento della campagna di pressione cinese è una Marina numericamente superiore a ogni altra, costruita a ritmo serrato.

48+
Cacciatorpediniere in dotazione alla marina cinese
Costruiti a ritmo serrato

23 mln
Abitanti di Taiwan, destinatari del messaggio di Pechino

~2 sett.
Permanenza in mare di ogni nave, prima della rotazione
Per addestrare più equipaggi

24 mn
La zona contigua rivendicata da Taipei, in miglia nautiche
Talvolta "sfiorata" dalle navi cinesi

40
Pattugliamenti di prontezza contati da Taiwan lo scorso anno
15 finora quest'anno

48 ore
Durata ormai frequente del "botta e risposta" tra le due Marine

«Ogni step rappresenta una stretta del cappio», ha detto al WSJ Michael Dahm, ex ufficiale dell'intelligence della marina statunitense. La pressione pesa soprattutto sulla Marina taiwanese, assai più piccola e a corto di personale.

Fonte Wall Street Journal, su dati di funzionari militari della regione e del Ministero della Difesa di Taiwan. Mappa: Natural Earth. Analisi 2026.

Il 2020 come spartiacque


I funzionari che hanno parlato con il Wall Street Journal indicano il 2020 come il vero punto di svolta. Un anno prima, Xi aveva ordinato alle forze armate cinesi di prepararsi entro il 2027 a prendere Taiwan con la forza, se ne avessero ricevuto l'ordine, anticipando la precedente scadenza del 2035. Non si tratta di una data già fissata per l'invasione, ma di un traguardo di prontezza militare. Imponeva comunque un'accelerazione.

Sempre nel 2020, Taiwan ha rieletto presidente Tsai Ing-wen, che si era presentata come una ferma difensora della democrazia e dell'autonomia dell'isola dall'influenza cinese. A Pechino quel risultato è stato letto come uno schiaffo politico.

A far crescere ancora il dispositivo militare cinese sono arrivati altri eventi: la visita dell'allora speaker della Camera dei Rappresentanti americana Nancy Pelosi a Taipei nel 2022, il risultato di un'altra elezione taiwanese sfavorevole a Pechino nel 2024 e la morte di due pescatori cinesi in uno scontro con la guardia costiera taiwanese, sempre nello stesso anno.

"Sfiorare il confine"


I pattugliamenti continui non servono soltanto a mandare messaggi politici. Ogni giorno offrono alle forze cinesi l'occasione di raccogliere dati ed esperienza in acque dove un giorno potrebbero combattere. In tempo di pace, ogni nave resta in mare circa due settimane, poi viene sostituita da un'altra unità. Pechino non impiega un piccolo gruppo fisso di imbarcazioni, ma le manda a rotazione, così da addestrare più equipaggi e abituarli a operare nell'area.

Di norma le navi restano fuori dalla zona contigua di 24 miglia nautiche rivendicata da Taipei, ma non sempre. In alcune fasi avviano i cosiddetti pattugliamenti congiunti di prontezza al combattimento, operazioni più intense durante le quali si spingono qualche miglio più all'interno. È una manovra studiata, che alcuni funzionari definiscono "sfiorare il confine".

Taiwan, che ne ha contati 40 lo scorso anno e 15 finora quest'anno, risponde inviando navi da guerra e unità della guardia costiera a seguire quelle cinesi finché non si allontanano. Questo botta e risposta dura sempre più a lungo, ormai spesso fino a 48 ore. La pressione pesa molto sulla Marina taiwanese, assai più piccola di quella cinese e a corto di personale. Le navi devono infatti restare pronte a intervenire in ogni momento, con effetti diretti sulla manutenzione ordinaria e sui tempi di riposo degli equipaggi.

Intanto la Cina raccoglie informazioni sempre più preziose sulle forze di Taiwan: come si muovono, come operano, come comunicano e come reagiscono. Per Taipei significa avere meno opzioni, meno luoghi dove nascondersi e meno margini per ingannare l'avversario. Operare a est dell'isola consente inoltre a Pechino di studiare anche quelle acque e individuare i possibili rifugi dei sottomarini taiwanesi, un vantaggio che in caso di guerra complicherebbe non poco anche l'intervento delle forze americane.

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Suzuki conquista il Redcrest 2026


Suzuki celebra la vittoria di Jacob Wheeler al Redcrest 2026, il torneo che rappresenta il vertice assoluto del Bass Fishing professionistico mondiale. Il campione statunitense, supportato da Suzuki Marine USA, ha conquistato il titolo a aprile sul Table Rock Lake, nel Missouri.
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Il Redcrest è l’evento conclusivo del Bass Pro Tour, il principale circuito professionistico organizzato dalla Major League Fishing (MLF), una delle più importanti organizzazioni mondiali dedicate alla pesca sportiva agonistica “catch & release”. Il Bass Pro Tour 2026 riunisce 51 tra i migliori pescatori professionisti al mondo, mentre il Redcrest è riservato esclusivamente agli atleti che si qualificano attraverso i risultati ottenuti durante la stagione agonistica.

L’edizione 2026 ha visto 35 professionisti, provenienti dal massimo livello competitivo della disciplina, confrontarsi e gareggiare al Redcrest. Il montepremi complessivo del Campionato mondiale è stato di oltre 700.000 dollari, con un premio di 300.000 dollari destinato al vincitore.



TECNICA DEL CATCH AND RELEASE

La competizione utilizza il particolare format sviluppato da MLF, che si basa sul peso complessivo dei black bass (noti in Italia come persico trota) catturati. Il Campionato mondiale adotta un sistema catch and release integrale e immediato. Ogni pesce che supera la misura minima viene portato a bordo, slamato, pesato immediatamente da un ufficiale di gara tramite un'apposita bilancia digitale e rilasciato subito nell'acqua. Nessun pesce viene trattenuto, neanche nelle vasche del vivo, tutelando al massimo la salute e la sopravvivenza del pescato.

Il punteggio, pertanto, viene aggiornato in tempo reale, creando una competizione altamente spettacolare sia per gli atleti sia per il pubblico.

DF250 KURO

In questo contesto dove strategia, rapidità decisionale, capacità di lettura dello spot e continui spostamenti rappresentano elementi decisivi, l’affidabilità dell’imbarcazione e del fuoribordo assumono un’importanza fondamentale.

Wheeler ha affrontato la competizione a bordo di una bassboat equipaggiata con un fuoribordo Suzuki DF250ATLSS Stealth Line, un modello che nel mercato italiano è presente come Suzuki DF250 KURO in configurazione con gambo lungo, ora presente anche sul mercato italiano a € 27.350 IVA e pre-rig inclusi, montaggio escluso.

L’unità termica che lo equipaggia è un “big block” a 6 cilindri a V inclinati di 55° da 4.028 cc, che nella gamma dei fuoribordo ad alte prestazioni di Suzuki è sicuramente fra quelle di maggior successo. Un motore estremamente performante, rivisitato tecnologicamente grazie all’incessante lavoro di ricerca e sviluppo degli ingegneri di Suzuki Motor Corporation.

Fra le sue varie fiche tecniche rilevanti si evidenzia il piede, che è stato progettato con una pinna asimmetrica, per ridurre gli attriti in acqua e migliorare la stabilità nelle virate. Inoltre, il profilo della scatola del cambio, la posizione e il profilo dei filtri dell’acqua sono stati modificati per migliorare l’esperienza di navigazione e la resistenza alla cavitazione. Questo fuoribordo incorpora anche dei supporti superiori più rigidi per migliorare la stabilità ai massimi regimi.

Il DF250 KURO offre un design slanciato, un look elegante e al contempo sportivo, caratterizzato dalla livrea Matte Black (nero opaco), prese d’aria laterali, la scritta SUZUKI in rilievo ed il logo KURO apposto sulla parte posteriore. Il fuoribordo è protetto da una finitura esterna che previene la corrosione aumentando l’adesione della vernice alla lega di alluminio del monoblocco, creando così una barriera impenetrabile.

CHI È JACOB WHEELER

Jacob Wheeler, un atleta statunitense nato nel 1990, è considerato uno dei migliori agonisti di Bass Fishing della sua generazione. Ha ottenuto successi nelle principali competizioni americane come FLW, Bassmaster Elite Series e Major League Fishing (MLF). È noto per la sua versatilità tecnica, capacità strategica e continuità di rendimento nei tornei professionistici.

RISULTATI DELLA GARA

Il campione americano ha catturato 21 pesci validi per un peso complessivo di 51 libbre e 11 once, pari a circa 23,4 kg, conquistando il titolo con un ampio margine sugli avversari e centrando il suo primo successo al Redcrest dopo diversi piazzamenti di vertice nelle edizioni precedenti.

Desideriamo congratularci con Jacob Wheeler per la sua vittoria al Redcrest 2026”, ha dichiarato Shuichi Mishima, Managing Officer ed Executive General Manager Marine Operations di Suzuki. “Siamo felici che sia riuscito a conquistare questo titolo che aveva sfiorato più volte in passato. Nelle competizioni di Bass Fishing, oltre alle prestazioni, l’affidabilità e la durabilità del motore sono fattori determinanti per il successo. Riteniamo che le caratteristiche del DF250ATLSS Stealth Line, unite alle capacità e al giudizio di Wheeler, abbiano contribuito a questo risultato.”

PARTNERSHIP IN ITALIA CON FIPSAS (Federazione Italiana Pesca Sportiva Attività Subacquee e Nuoto Pinnato)

Il successo ottenuto negli Stati Uniti assume un significato particolare anche per il mercato italiano. Suzuki è infatti partner della FIPSAS e sostiene attivamente il mondo del Bass Fishing nazionale, inclusa anche la Nazionale Italiana di Pesca ai Predatori con Esche Artificiali da Natante. La squadra, selezionata attraverso stage annuali, partecipa regolarmente ai Campionati del Mondo di specialità in acque interne, contribuendo alla crescita di una disciplina che negli ultimi anni ha visto aumentare interesse e partecipazione anche nel nostro Paese.

Il risultato di Wheeler conferma come il Bass Fishing professionistico rappresenti oggi un banco di prova particolarmente severo per uomini e mezzi. In un contesto nel quale ogni dettaglio fa la differenza, affidabilità, robustezza e continuità di rendimento rimangono qualità essenziali, valori che Suzuki promuove sia nelle competizioni internazionali sia attraverso il proprio impegno a sostegno della pesca sportiva agonistica.

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Midjourney lancia uno scanner fisico, Apple produrrà chip in USA, la NASA sceglie Relativity Space


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon lunedì,
oggi parleremo di MidJourney che lancia uno spinoff insolito nel mondo dell'hardware. Poi parleremo di Apple che inizierà a produrre chip in USA perché TSMC non ne fornisce abbastanza; vedremo il nuovo contratto tra la NASA e l'ex CEO di Google, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Midjourney lancia uno scanner a ultrasuoni per la salute personale


Startup
Midjourney è conosciuta per il suo servizio di generazione di immagini tramite AI. Ha annunciato il suo primo progetto hardware: il Midjourney Scanner, una macchina a ultrasuoni whole-body che, secondo il CEO David Holz, non ha precedenti e supera l'MRI su diversi fronti. Il dispositivo richiede che l'utente sia parzialmente immerso in acqua e debutterà in spazi chiamati Midjourney Spa — il primo a San Francisco, in uno spazio da oltre 2.300 metri quadrati con saune, vasche idromassaggio e palestra. L'obiettivo dichiarato è arrivare a una flotta di 50.000 scanner. Per ora senza AI a bordo, la tecnologia punta a ottenere progressivamente le approvazioni FDA fino a supportare migliaia di diagnosi, con ambizioni terapeutiche entro un orizzonte di dieci anni.
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Fonte: bloomberg.com
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Trump annuncia che Apple produrrà chip negli USA insieme a Intel


Big tech
Trump ha annunciato via social che Apple produrrà chip negli Stati Uniti affidandosi alle fonderie di Intel. L'accordo, ancora privo di conferme ufficiali da entrambe le aziende, era stato anticipato dal Wall Street Journal a maggio: Intel produrrebbe chip basati su design Apple, seguendo lo stesso modello oggi usato da TSMC. L'ipotesi è che Intel si occupi dei processori di fascia bassa, come i chip M-series entry-level per iPad e Mac. La mossa è legata alla domanda AI che ha ridotto la capacità produttiva di TSMC.
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Fonte: MacRumors
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Perché gli italiani non cambiano banca?

"Per inerzia, soprattutto. La banca è l'unica cosa che teniamo vent'anni senza chiederci se sia ancora quella giusta. Il nostro lavoro è dare alle persone un motivo per farsi quella domanda."

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La NASA sceglie Relativity Space dell'ex CEO di Google per la missione su Marte


Spazio
La NASA ha assegnato a Relativity Space — la società missilistica acquisita dall'ex presidente esecutivo di Google Eric Schmidt — un contratto per costruire un veicolo spaziale, lanciarlo e portarlo in orbita attorno a Marte. La missione, chiamata Aeolus, prevede quattro strumenti scientifici per misurare quotidianamente polvere, vento e temperatura nell'atmosfera marziana, dati che secondo l'agenzia serviranno a rendere più sicuri gli atterraggi futuri, inclusi quelli con equipaggio. Il lancio è previsto per il 2028, un calendario stretto che obbliga Relativity a completare sia il veicolo sia il razzo Terran R in parallelo. C'è un grosso rischio perché Relativity non ha ancora raggiunto l'orbita e il suo primo razzo, Terran 1, ha fallito nel 2023.
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Fonte: TechCrunch
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Amazon vuole vendere i chip Trainium a data center esterni per sfidare Nvidia


Business
Amazon sta valutando di vendere i chip AI Trainium ad aziende esterne che gestiscono data center, una mossa che la metterebbe in concorrenza diretta con Nvidia. Il CEO Andy Jassy, nella lettera agli azionisti di aprile, ha stimato che una divisione chip standalone potrebbe generare circa 50 miliardi di dollari di ricavi annuali. Finora Amazon ha rifiutato richieste di vendita diretta dei chip, preferendo mantenere i clienti sull'infrastruttura AWS per monetizzare i servizi accessori. Il problema principale è la produzione: secondo Jassy, la capacità attuale di Trainium è già esaurita, così come quella del prossimo Trainium4, non ancora disponibile. Per vendere chip a terzi Amazon dovrebbe aumentare gli ordini da TSMC, dove Nvidia è già il cliente dominante.
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Fonte: TechCrunch
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ChatGPT scende sotto il 50% di market share per la prima volta


Business
Per la prima volta da quando esiste, ChatGPT ha perso la maggioranza assoluta del mercato degli assistenti AI. A fine maggio la quota di OpenAI era scesa al 46,4%, mentre Gemini di Google saliva al 27,7% e Claude di Anthropic al 10,3%. In termini assoluti ChatGPT resta il chatbot più usato al mondo, con 1,1 miliardi di utenti mensili — ed è l'app ad aver raggiunto il miliardo più velocemente nella storia — ma la concorrenza cresce. Il calo è attribuito sia all'integrazione di Gemini nell'ecosistema Google, sia alla reputazione di Claude per la produttività: il 13% degli utenti di Anthropic paga un abbonamento, il tasso di conversione più alto del settore. Ha pesato anche il contratto di OpenAI con il Dipartimento della Difesa americano, che a febbraio ha provocato un'impennata di disinstallazioni.
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Fonte: TechCrunch
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Come il pricing a consumo sta mettendo alla prova l'economia dell'IA


bloomberg.com (eng)

L'America si sta avviando verso la settimana lavorativa infinita


theatlantic.com (eng)

Un'audace missione di salvataggio satellitare è nata in tempi record, ma funzionerà?


arstechnica.com (eng)

Perché la "fisicità aggrovigliata" del genoma umano potrebbe confondere l'AI


quantamagazine.org (eng)

Lo sponsor della settimana

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Vivo e lavoro nel mondo tech & finance e un po' mi imbarazza far parte di coloro che non hanno mai cambiato banca in quindici anni — eppure sì, me ne lamento anch'io.

Poi sono un grande fan degli ecosistemi di banking disegnati e sviluppati con attenzione meticolosa al dettaglio, e in Fineco ho visto un livello di cura non da poco. Tutte le loro piattaforme sono state sviluppate ad hoc (non si appoggiano a fornitori esterni) e nascono con l'idea di avere una experience eccellente per l'utente finale.

Sarà che sono UX Designer, ma per me vale tanto. Poi hanno una cosa che molte banche che vivono solo online non hanno, cioè una presenza reale di professionisti umani che ti seguono.

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Notizie veloci


In lingua inglese.

L'executive di Meta alla guida dell'AI overhaul lascia dopo due mesi


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Tutte le nuove funzionalità di iOS 27 che vale la pena conoscere


techcrunch.com (eng)

Telegram perde il ricorso contro il blocco temporaneo dell'app in India


reuters.com (eng)

Video del giorno

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Abbiamo creato il vostro telefono dei sogni


Questo bel video mostra il team della Nothing Content presentare un concept phone basato sui feedback della community.

Vedi video su youtube.com (eng - 07:45)

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Ringraziamo i nostri mecenati: Dario Di Lascio, Pietro Bodecchi e Simone Falcini.


Hai ottimizzato tutto, tranne la banca


Questo è un articolo sponsorizzato. Gli sponsor non influenzano la linea editoriale di Morning Tech, ma permettono al progetto di esistere.

Scopri Fineco

Siamo bravissimi a confrontare. L'operatore telefonico, la bolletta della luce, l'assicurazione dell'auto, l'abbonamento che usiamo poco. Su tutto cerchiamo l'opzione migliore, su una cosa no: la banca.

In Italia restiamo nella stessa banca in media quindici anni (dati Fineco). Non perché sia la migliore, ma perché a un certo punto smette di essere una scelta e diventa un'abitudine, come la strada per andare al lavoro: non la decidi più, la fai e basta.

C'è anche un motivo meno comodo da ammettere. Secondo l'indagine IACOFI di Banca d'Italia, l'alfabetizzazione finanziaria nel Paese resta bassa: 10,7 su 20 nell'indicatore complessivo e 4,6 su 10 sulle competenze digitali. Se non hai gli strumenti per capire davvero cosa fa la tua banca, il conto resta una decisione presa una volta sola e mai più rivista.

Ma nel frattempo qualcosa paghi. Sempre Banca d'Italia, nell'indagine sul costo dei conti, stima per il 2024 circa 101 euro l'anno di spesa media per un conto tradizionale, contro circa 31 euro per uno online. La stessa persona che soppesa due offerte di pasta al supermercato non si accorge di una differenza del settanta per cento sul conto in banca.

Il costo, però, è solo metà del discorso. L'altra metà è cosa ricevi in cambio.

Ma infatti, che cosa dovrebbe fare per te una banca oggi, nel 2026? Da una parte ci sono gli istituti di sempre, solidi ma costruiti su processi vecchi, dove per fare due operazioni passi da tre canali diversi. Dall'altra, le neobank nate dentro un'app, veloci ma che rimangono pur sempre dietro uno schermo.

Fineco prova a stare nel mezzo, e lo fa da prima che esistesse la parola fintech. È nata quasi ventisei anni fa con un'idea che allora sembrava strana: una sola piattaforma per tenere insieme conto, carte, trading, credito e investimenti, costruita in casa invece di assemblare pezzi comprati da fornitori esterni. Oggi parlare di banca e app nella stessa frase è normale. All'epoca non lo era.

Tutto è connesso: lo stipendio che entra, le spese, i pagamenti, gli investimenti che fai partire con due tap dallo stesso posto in cui guardi il saldo. Non sono mondi separati che ogni tanto si scambiano un'informazione.

E poi c'è la parte che un'app da sola non ti dà: le persone. Una rete di consulenti che ti segue quando devi decidere cosa fare dei tuoi soldi, perché un grafico non basta. La tecnologia fa la parte ripetitiva, qualcuno in carne e ossa fa quella difficile. Non la banca che ti mette in fila, non l'app che ti lascia solo.

Resta l'ultima scusa, quella sincera: cambiare è una rottura. Ed è il motivo per cui oggi Fineco offre il conto a canone zero. Apri, provi, e se funziona porti dentro il resto con calma. Tolto il canone, l'unico vero motivo per restare fermi è l'inerzia.

Non puoi cambiare la tua banca. Ma puoi cambiare banca. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Lingesso, direttore Marketing di Fineco.
Fabrizio Lingesso, direttore Marketing di Fineco.

Intervista

Perché gli italiani non cambiano banca?


"Per inerzia, soprattutto. La banca è l'unica cosa che teniamo vent'anni senza chiederci se sia ancora quella giusta. Il nostro lavoro è dare alle persone un motivo per farsi quella domanda."

Cosa rende Fineco diversa?


"La tecnologia ce la siamo costruita in casa, non l'abbiamo comprata a pezzi. Conto, trading e investimenti stanno nello stesso posto e si parlano tra loro. E accanto alla piattaforma c'è una rete di consulenti veri. Le macchine gestiscono la routine, le persone ci sono quando devi decidere."

Cosa ne pensa Morning Tech?


Vivo e lavoro nel mondo tech & finance e un po' mi imbarazza far parte di coloro che non hanno mai cambiato banca in quindici anni — eppure sì, me ne lamento anch'io.

Poi sono un grande fan degli ecosistemi di banking disegnati e sviluppati con attenzione meticolosa al dettaglio, e in Fineco ho visto un livello di cura non da poco. Tutte le loro piattaforme sono state sviluppate ad hoc (non si appoggiano a fornitori esterni) e nascono con l'idea di avere una experience eccellente per l'utente finale.

Sarà che sono UX Designer, ma per me vale tanto. Poi hanno una cosa che molte banche che vivono solo online non hanno, cioè una presenza reale di professionisti umani che ti seguono.

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ChatGPT scende sotto il 50% di market share per la prima volta


Gemini e Claude erodono il dominio di OpenAI.
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In breve:


Per la prima volta da quando esiste, ChatGPT ha perso la maggioranza assoluta del mercato degli assistenti AI. A fine maggio la quota di OpenAI era scesa al 46,4%, mentre Gemini di Google saliva al 27,7% e Claude di Anthropic al 10,3%. In termini assoluti ChatGPT resta il chatbot più usato al mondo, con 1,1 miliardi di utenti mensili — ed è l'app ad aver raggiunto il miliardo più velocemente nella storia — ma la concorrenza cresce. Il calo è attribuito sia all'integrazione di Gemini nell'ecosistema Google, sia alla reputazione di Claude per la produttività: il 13% degli utenti di Anthropic paga un abbonamento, il tasso di conversione più alto del settore. Ha pesato anche il contratto di OpenAI con il Dipartimento della Difesa americano, che a febbraio ha provocato un'impennata di disinstallazioni.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

ChatGPT's market share slips below 50% for first time | TechCrunch
The chatbot still remains the most popular AI assistant worldwide with over 1.1 billion monthly users, followed by Gemini with 662 million and Claude with 245 million.
TechCrunchIvan Mehta


Alternativa in italiano:

HD Blog - ChatGPT perde il dominio: sotto il 50% per la prima volta

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Midjourney lancia uno scanner a ultrasuoni per la salute personale


Il primo hardware della startup famosa per la generazione di immagini..
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In breve:


Midjourney è conosciuta per il suo servizio di generazione di immagini tramite AI. Ha annunciato il suo primo progetto hardware: il Midjourney Scanner, una macchina a ultrasuoni whole-body che, secondo il CEO David Holz, non ha precedenti e supera l'MRI su diversi fronti. Il dispositivo richiede che l'utente sia parzialmente immerso in acqua e debutterà in spazi chiamati Midjourney Spa — il primo a San Francisco, in uno spazio da oltre 2.300 metri quadrati con saune, vasche idromassaggio e palestra. L'obiettivo dichiarato è arrivare a una flotta di 50.000 scanner. Per ora senza AI a bordo, la tecnologia punta a ottenere progressivamente le approvazioni FDA fino a supportare migliaia di diagnosi, con ambizioni terapeutiche entro un orizzonte di dieci anni.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

AI Startup Midjourney Pivots to Health With Ultrasound Machine

bloomberg.com


Alternativa in italiano:

Il futuro della medicina? Midjourney vuole scansionare il tuo corpo in 60 secondi
Midjourney ha annunciato Midjourney Medical, un progetto di imaging corporeo basato su ultrasuoni e una vasca di sensori, con scansioni complete del corpo in circa 60 secondi. Il sistema, integrato in spa dedicate, punta a generare mappe 3D ad alta risoluzione, con roadmap fino a una rete globale di scanner.
Hardware Upgrade

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Amazon vuole vendere i chip Trainium a data center esterni per sfidare Nvidia


Un mercato potenziale da 50 miliardi di dollari.
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In breve:


Amazon sta valutando di vendere i chip AI Trainium ad aziende esterne che gestiscono data center, una mossa che la metterebbe in concorrenza diretta con Nvidia. Il CEO Andy Jassy, nella lettera agli azionisti di aprile, ha stimato che una divisione chip standalone potrebbe generare circa 50 miliardi di dollari di ricavi annuali. Finora Amazon ha rifiutato richieste di vendita diretta dei chip, preferendo mantenere i clienti sull'infrastruttura AWS per monetizzare i servizi accessori. Il problema principale è la produzione: secondo Jassy, la capacità attuale di Trainium è già esaurita, così come quella del prossimo Trainium4, non ancora disponibile. Per vendere chip a terzi Amazon dovrebbe aumentare gli ordini da TSMC, dove Nvidia è già il cliente dominante.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Amazon hopes to challenge Nvidia more directly by selling its AI chips | TechCrunch
AWS is in talks to sell its chips to other data centers. CEO Andy Jassy has said this represents a $50 billion opportunity for the company.
TechCrunchJulie Bort


Alternativa in italiano:

Amazon conferma: i chip AI Trainium potrebbero uscire da AWS
AWS valuta la vendita diretta dei chip Trainium a clienti esterni: un passo che porterebbe Amazon più vicino al mercato di NVIDIA.
Tom's Hardware

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Hai ottimizzato tutto, tranne la banca


Cambiamo operatore, tariffe e app di continuo. Il conto corrente quasi mai, e in media ci restiamo quindici anni.
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Siamo bravissimi a confrontare. L'operatore telefonico, la bolletta della luce, l'assicurazione dell'auto, l'abbonamento che usiamo poco. Su tutto cerchiamo l'opzione migliore, su una cosa no: la banca.

In Italia restiamo nella stessa banca in media quindici anni (dati Fineco). Non perché sia la migliore, ma perché a un certo punto smette di essere una scelta e diventa un'abitudine, come la strada per andare al lavoro: non la decidi più, la fai e basta.

C'è anche un motivo meno comodo da ammettere. Secondo l'indagine IACOFI di Banca d'Italia, l'alfabetizzazione finanziaria nel Paese resta bassa: 10,7 su 20 nell'indicatore complessivo e 4,6 su 10 sulle competenze digitali. Se non hai gli strumenti per capire davvero cosa fa la tua banca, il conto resta una decisione presa una volta sola e mai più rivista.

Ma nel frattempo qualcosa paghi. Sempre Banca d'Italia, nell'indagine sul costo dei conti, stima per il 2024 circa 101 euro l'anno di spesa media per un conto tradizionale, contro circa 31 euro per uno online. La stessa persona che soppesa due offerte di pasta al supermercato non si accorge di una differenza del settanta per cento sul conto in banca.

Il costo, però, è solo metà del discorso. L'altra metà è cosa ricevi in cambio.

Ma infatti, che cosa dovrebbe fare per te una banca oggi, nel 2026? Da una parte ci sono gli istituti di sempre, solidi ma costruiti su processi vecchi, dove per fare due operazioni passi da tre canali diversi. Dall'altra, le neobank nate dentro un'app, veloci ma che rimangono pur sempre dietro uno schermo.

Fineco prova a stare nel mezzo, e lo fa da prima che esistesse la parola fintech. È nata quasi ventisei anni fa con un'idea che allora sembrava strana: una sola piattaforma per tenere insieme conto, carte, trading, credito e investimenti, costruita in casa invece di assemblare pezzi comprati da fornitori esterni. Oggi parlare di banca e app nella stessa frase è normale. All'epoca non lo era.

Tutto è connesso: lo stipendio che entra, le spese, i pagamenti, gli investimenti che fai partire con due tap dallo stesso posto in cui guardi il saldo. Non sono mondi separati che ogni tanto si scambiano un'informazione.

E poi c'è la parte che un'app da sola non ti dà: le persone. Una rete di consulenti che ti segue quando devi decidere cosa fare dei tuoi soldi, perché un grafico non basta. La tecnologia fa la parte ripetitiva, qualcuno in carne e ossa fa quella difficile. Non la banca che ti mette in fila, non l'app che ti lascia solo.

Resta l'ultima scusa, quella sincera: cambiare è una rottura. Ed è il motivo per cui oggi Fineco offre il conto a canone zero. Apri, provi, e se funziona porti dentro il resto con calma. Tolto il canone, l'unico vero motivo per restare fermi è l'inerzia.

Non puoi cambiare la tua banca. Ma puoi cambiare banca. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Lingesso, direttore Marketing di Fineco.
Fabrizio Lingesso, direttore Marketing di Fineco.

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"Per inerzia, soprattutto. La banca è l'unica cosa che teniamo vent'anni senza chiederci se sia ancora quella giusta. Il nostro lavoro è dare alle persone un motivo per farsi quella domanda."

Cosa rende Fineco diversa?


"La tecnologia ce la siamo costruita in casa, non l'abbiamo comprata a pezzi. Conto, trading e investimenti stanno nello stesso posto e si parlano tra loro. E accanto alla piattaforma c'è una rete di consulenti veri. Le macchine gestiscono la routine, le persone ci sono quando devi decidere."

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Vivo e lavoro nel mondo tech & finance e un po' mi imbarazza far parte di coloro che non hanno mai cambiato banca in quindici anni — eppure sì, me ne lamento anch'io.

Poi sono un grande fan degli ecosistemi di banking disegnati e sviluppati con attenzione meticolosa al dettaglio, e in Fineco ho visto un livello di cura non da poco. Tutte le loro piattaforme sono state sviluppate ad hoc (non si appoggiano a fornitori esterni) e nascono con l'idea di avere una experience eccellente per l'utente finale.

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