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Amazon vuole vendere i chip Trainium a data center esterni per sfidare Nvidia


Un mercato potenziale da 50 miliardi di dollari.
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In breve:


Amazon sta valutando di vendere i chip AI Trainium ad aziende esterne che gestiscono data center, una mossa che la metterebbe in concorrenza diretta con Nvidia. Il CEO Andy Jassy, nella lettera agli azionisti di aprile, ha stimato che una divisione chip standalone potrebbe generare circa 50 miliardi di dollari di ricavi annuali. Finora Amazon ha rifiutato richieste di vendita diretta dei chip, preferendo mantenere i clienti sull'infrastruttura AWS per monetizzare i servizi accessori. Il problema principale è la produzione: secondo Jassy, la capacità attuale di Trainium è già esaurita, così come quella del prossimo Trainium4, non ancora disponibile. Per vendere chip a terzi Amazon dovrebbe aumentare gli ordini da TSMC, dove Nvidia è già il cliente dominante.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Amazon hopes to challenge Nvidia more directly by selling its AI chips | TechCrunch
AWS is in talks to sell its chips to other data centers. CEO Andy Jassy has said this represents a $50 billion opportunity for the company.
TechCrunchJulie Bort


Alternativa in italiano:

Amazon conferma: i chip AI Trainium potrebbero uscire da AWS
AWS valuta la vendita diretta dei chip Trainium a clienti esterni: un passo che porterebbe Amazon più vicino al mercato di NVIDIA.
Tom's Hardware

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Hai ottimizzato tutto, tranne la banca


Cambiamo operatore, tariffe e app di continuo. Il conto corrente quasi mai, e in media ci restiamo quindici anni.
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Questo è un articolo sponsorizzato. Gli sponsor non influenzano la linea editoriale di Morning Tech, ma permettono al progetto di esistere.

Scopri Fineco

Siamo bravissimi a confrontare. L'operatore telefonico, la bolletta della luce, l'assicurazione dell'auto, l'abbonamento che usiamo poco. Su tutto cerchiamo l'opzione migliore, su una cosa no: la banca.

In Italia restiamo nella stessa banca in media quindici anni (dati Fineco). Non perché sia la migliore, ma perché a un certo punto smette di essere una scelta e diventa un'abitudine, come la strada per andare al lavoro: non la decidi più, la fai e basta.

C'è anche un motivo meno comodo da ammettere. Secondo l'indagine IACOFI di Banca d'Italia, l'alfabetizzazione finanziaria nel Paese resta bassa: 10,7 su 20 nell'indicatore complessivo e 4,6 su 10 sulle competenze digitali. Se non hai gli strumenti per capire davvero cosa fa la tua banca, il conto resta una decisione presa una volta sola e mai più rivista.

Ma nel frattempo qualcosa paghi. Sempre Banca d'Italia, nell'indagine sul costo dei conti, stima per il 2024 circa 101 euro l'anno di spesa media per un conto tradizionale, contro circa 31 euro per uno online. La stessa persona che soppesa due offerte di pasta al supermercato non si accorge di una differenza del settanta per cento sul conto in banca.

Il costo, però, è solo metà del discorso. L'altra metà è cosa ricevi in cambio.

Ma infatti, che cosa dovrebbe fare per te una banca oggi, nel 2026? Da una parte ci sono gli istituti di sempre, solidi ma costruiti su processi vecchi, dove per fare due operazioni passi da tre canali diversi. Dall'altra, le neobank nate dentro un'app, veloci ma che rimangono pur sempre dietro uno schermo.

Fineco prova a stare nel mezzo, e lo fa da prima che esistesse la parola fintech. È nata quasi ventisei anni fa con un'idea che allora sembrava strana: una sola piattaforma per tenere insieme conto, carte, trading, credito e investimenti, costruita in casa invece di assemblare pezzi comprati da fornitori esterni. Oggi parlare di banca e app nella stessa frase è normale. All'epoca non lo era.

Tutto è connesso: lo stipendio che entra, le spese, i pagamenti, gli investimenti che fai partire con due tap dallo stesso posto in cui guardi il saldo. Non sono mondi separati che ogni tanto si scambiano un'informazione.

E poi c'è la parte che un'app da sola non ti dà: le persone. Una rete di consulenti che ti segue quando devi decidere cosa fare dei tuoi soldi, perché un grafico non basta. La tecnologia fa la parte ripetitiva, qualcuno in carne e ossa fa quella difficile. Non la banca che ti mette in fila, non l'app che ti lascia solo.

Resta l'ultima scusa, quella sincera: cambiare è una rottura. Ed è il motivo per cui oggi Fineco offre il conto a canone zero. Apri, provi, e se funziona porti dentro il resto con calma. Tolto il canone, l'unico vero motivo per restare fermi è l'inerzia.

Non puoi cambiare la tua banca. Ma puoi cambiare banca. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Lingesso, direttore Marketing di Fineco.
Fabrizio Lingesso, direttore Marketing di Fineco.

Intervista

Perché gli italiani non cambiano banca?


"Per inerzia, soprattutto. La banca è l'unica cosa che teniamo vent'anni senza chiederci se sia ancora quella giusta. Il nostro lavoro è dare alle persone un motivo per farsi quella domanda."

Cosa rende Fineco diversa?


"La tecnologia ce la siamo costruita in casa, non l'abbiamo comprata a pezzi. Conto, trading e investimenti stanno nello stesso posto e si parlano tra loro. E accanto alla piattaforma c'è una rete di consulenti veri. Le macchine gestiscono la routine, le persone ci sono quando devi decidere."

Cosa ne pensa Morning Tech?


Vivo e lavoro nel mondo tech & finance e un po' mi imbarazza far parte di coloro che non hanno mai cambiato banca in quindici anni — eppure sì, me ne lamento anch'io.

Poi sono un grande fan degli ecosistemi di banking disegnati e sviluppati con attenzione meticolosa al dettaglio, e in Fineco ho visto un livello di cura non da poco. Tutte le loro piattaforme sono state sviluppate ad hoc (non si appoggiano a fornitori esterni) e nascono con l'idea di avere una experience eccellente per l'utente finale.

Sarà che sono UX Designer, ma per me vale tanto. Poi hanno una cosa che molte banche che vivono solo online non hanno, cioè una presenza reale di professionisti umani che ti seguono.

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La NASA sceglie Relativity Space dell'ex CEO di Google per la missione su Marte


Potrebbe essere il primo privato ad arrivarci.
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In breve:


La NASA ha assegnato a Relativity Space — la società missilistica acquisita dall'ex presidente esecutivo di Google Eric Schmidt — un contratto per costruire un veicolo spaziale, lanciarlo e portarlo in orbita attorno a Marte. La missione, chiamata Aeolus, prevede quattro strumenti scientifici per misurare quotidianamente polvere, vento e temperatura nell'atmosfera marziana, dati che secondo l'agenzia serviranno a rendere più sicuri gli atterraggi futuri, inclusi quelli con equipaggio. Il lancio è previsto per il 2028, un calendario stretto che obbliga Relativity a completare sia il veicolo sia il razzo Terran R in parallelo. C'è un grosso rischio perché Relativity non ha ancora raggiunto l'orbita e il suo primo razzo, Terran 1, ha fallito nel 2023.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

NASA picks Eric Schmidt's rocket company for Mars mission, setting up a race with SpaceX | TechCrunch
Relativity Space — a rocket maker acquired by former Google executive chair Eric Schmidt last year after stumbling on the path to orbit — might just beat SpaceX to Mars.
TechCrunchTim Fernholz


Alternativa in italiano:

HD Blog - La NASA sceglie il razzo di Eric Schmidt per andare su Marte

Questa voce è stata modificata (1 settimana fa)
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Trump annuncia che Apple produrrà chip negli USA insieme a Intel


Il titolo Intel vola +9% in premarket.
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In breve:


Trump ha annunciato via social che Apple produrrà chip negli Stati Uniti affidandosi alle fonderie di Intel. L'accordo, ancora privo di conferme ufficiali da entrambe le aziende, era stato anticipato dal Wall Street Journal a maggio: Intel produrrebbe chip basati su design Apple, seguendo lo stesso modello oggi usato da TSMC. L'ipotesi è che Intel si occupi dei processori di fascia bassa, come i chip M-series entry-level per iPad e Mac. La mossa è legata alla domanda AI che ha ridotto la capacità produttiva di TSMC.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Apple to Make Chips in US With Intel, Trump Says - MacRumors
Apple has agreed to work with Intel to manufacture some of its chips in the United States, U.S. president Trump said on Thursday. Intel's stock rose 9 percent in premarket trading following Trump's comments, which appeared in a social media post. Apple was up 0.6 percent in premarket trading.
MacRumors


Alternativa in italiano:

Intel sale del 9% dopo l'annuncio Trump sull'accordo con Apple per i chip USA
Intel accelera nel premarket dopo le parole di Trump su un accordo con Apple per progettare e produrre chip negli Stati Uniti.
Tom's Hardware

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Work-Life Balance: 9 Idee Pratiche per Ritrovare l'Equilibrio


Il work-life balance non si trova: si costruisce. Non serve più disciplina — servono confini e sistemi ripetibili. Nove idee pratiche per iniziare.

TL;DR

  • Il work-life balance non è dividere le ore al 50%: è proteggere energia, relazioni e salute mentre lavori in modo sostenibile.
  • Le 4 leve che contano: confini (tempo), priorità (energia mentale), recupero (corpo), relazioni (vita fuori dal lavoro).
  • Nove idee pratiche — tutte concrete, nessuna richiede più motivazione: richiedono confini e sistemi ripetibili.


C'è una domanda che fa capire in cinque secondi se il tuo equilibrio è fuori fase: se continui così per sei mesi, cosa pagherai? Stanchezza cronica, relazioni trascurate, salute messa in coda. Il conto arriva sempre — meglio leggerlo prima che presenti.

Il work-life balance non è trovare un numero magico di ore da dividere tra lavoro e vita. Non esiste un 50/50 che funziona per tutti, e non esiste nemmeno una giornata-tipo che rispetti questa proporzione. Quello che esiste è la differenza tra una vita in cui il lavoro mangia tutto e una in cui scegli consapevolmente dove va la tua energia.

Cosa Significa Davvero Work-Life Balance


L'equilibrio vita-lavoro è la capacità di proteggere energia, relazioni e salute mentre lavori in modo sostenibile. Non significa lavorare meno: significa evitare che un'unica area della vita — il lavoro, in genere — consumi tutte le altre senza lasciare nulla.

Quattro leve su cui si regge l'equilibrio:

LevaCosa proteggiAzione pratica
ConfiniTempo personaleOrari senza email
PrioritàEnergia mentaleTre obiettivi veri al giorno
RecuperoCorpo e luciditàPause e sonno non negoziabili
RelazioniVita fuori dal lavoroTempo pianificato con le persone importanti

9 Idee Pratiche per Ritrovare l'Equilibrio

1. Fermati davvero


Non una pausa caffè: una pausa vera. Quando è stata l'ultima volta che hai staccato dal lavoro per più di 48 ore senza controllare email o Slack? Il recupero attivo non è perder tempo — è la condizione perché la mente torni operativa. Pianifica i tuoi giorni liberi in anticipo come pianifichi le scadenze. Altrimenti arrivano per ultimi e non arrivano mai.

2. Definisci un confine digitale


L'iperconnessione non è solo un problema di tempo: è un problema di residuo cognitivo — la mente continua a elaborare anche quando non stai "formalmente" lavorando. Scegli un orario oltre il quale le notifiche si spengono (es. 21:00). Non è una regola morale: è una scelta operativa che protegge la tua capacità di recupero.

3. Identifica le tue priorità (vere)


Shannon L. Adler ha scritto: "La vita risponde a tre domande: cosa voglio? perché lo voglio? come posso ottenerlo?" Prima di aprire la to-do list, chiediti quali tre cose — se fatte oggi — avrebbero più impatto. Non dieci: tre. Il resto è negoziabile. Il problema di molte to-do list è che sono liste di urgenze, non di priorità reali.

4. Less is more (davvero)


Cinque attività importanti al giorno sono meglio di diciassette cose aperte. Il principio di Parkinson dice che il lavoro si espande fino a riempire il tempo disponibile. Se non metti un limite, la lista crescerà sempre. Scegli il tuo limite prima di iniziare la giornata, non a fine giornata quando sei già esausto.

5. Esprimi gratitudine come pratica (non come hashtag)


Tre cose per cui sei grato a fine giornata: è una pratica che ha una base psicologica solida — Emmons & McCullough hanno documentato come il diario della gratitudine migliori il benessere percepito nel tempo. Il punto non è diventare positivi a tutti i costi: è allenare la mente a notare cosa funziona, non solo cosa manca. Due minuti, preferibilmente sempre nello stesso momento della giornata.

6. Pianifica i periodi intensi in anticipo


Ci sono mesi in cui il carico aumenta inevitabilmente. Sapendolo prima, puoi alleggerire il calendario sociale in quei periodi invece di arrivare sorpreso e stressato. Se marzo e aprile sono storicamente frenetici, pianifica meno impegni personali in quei mesi — non perché la vita privata sia meno importante, ma perché gestire il picco sapendo che arriva è radicalmente diverso da subirlo.

7. Lavora sulla preoccupazione produttiva


La preoccupazione passiva — riprodurre gli stessi scenari in loop — è spesso uno stress da lavoro travestito da "pensare al futuro". La versione produttiva è diversa: identifica cosa puoi controllare, definisci una prossima azione concreta, poi smetti di girare in tondo. Gestire lo stress non significa eliminare le preoccupazioni — significa non lasciarle girare a vuoto.

8. Smart working strategico


Se il tuo lavoro lo permette, eliminare anche solo un giorno di spostamento a settimana libera tempo e energia che puoi redistribuire. Non è solo comodità: è una scelta su come allocare le risorse cognitive. Il pendolare cronico non perde solo ore: perde capacità di concentrazione e recupero che poi mancano nel resto della giornata.

9. Revisione settimanale (15 minuti)


Una volta a settimana — preferibilmente venerdì sera o domenica mattina — rivedi cosa hai fatto, cosa non hai fatto e perché. Non per giudicarti: per aggiustare. La programmazione settimanale è il sistema che tiene insieme tutte le altre idee. Senza una bussola settimanale, le buone intenzioni restano intenzioni.

Il Work-Life Balance È Davvero Raggiungibile?


Sì — ma non nel senso di trovare un equilibrio permanente e stabile. L'equilibrio vita-lavoro è dinamico: cambia con le stagioni, con i progetti, con la fase della vita. L'obiettivo non è uno stato fisso ma una capacità: accorgerti quando un'area sta prendendo troppo spazio e fare un aggiustamento prima che il costo diventi insostenibile.

La differenza tra chi lo raggiunge e chi no non è avere più tempo: è avere sistemi e confini invece di affidarsi alla forza di volontà del momento. Le nove idee di questo articolo funzionano solo se diventano abitudini, non se le applichi una volta dopo una settimana particolarmente pesante.

Vuoi un sistema strutturato? Il Protocollo include un percorso su abitudini, concentrazione e gestione dell'energia.

Domande frequenti

Cosa significa work-life balance?
Significa proteggere energia, relazioni e salute mentre lavori in modo sostenibile. Non è dividere il tempo in parti uguali tra lavoro e vita privata — quella proporzione varia per ognuno e cambia nel tempo. È evitare che un'area sola consumi tutto il resto.
Come si migliora il work-life balance in pratica?
Partendo da confini concreti: un orario oltre il quale le notifiche di lavoro si spengono, tre obiettivi prioritari invece di una lista infinita, pause di recupero pianificate. Non serve motivazione extra: serve ridisegnare l'architettura della giornata.
Il work-life balance è possibile con un lavoro molto impegnativo?
Sì, ma cambia forma. Con carichi intensi l'equilibrio non è quotidiano: è settimanale o mensile. Pianificare in anticipo i periodi di picco, alleggerire il calendario personale in quei momenti e garantirsi periodi di recupero vero dopo, è più realistico che cercare di "bilanciare" ogni singola giornata.
Quante ore bisogna lavorare per avere un buon work-life balance?
Non esiste un numero universale. Il problema non è la quantità di ore ma la qualità del recupero: se dopo il lavoro riesci davvero a staccare — fisicamente e mentalmente — anche periodi intensi sono sostenibili. Il segnale d'allarme non è "ho lavorato 10 ore": è "non riesco più a smettere di pensarci anche quando smetto."
Come spiegare al capo che ho bisogno di più equilibrio vita-lavoro?
Spostando il frame dalla percezione ("mi sento stressato") alla produttività ("il mio livello di performance dipende dalla qualità del recupero"). I confini lavorativi sostenibili beneficiano anche l'organizzazione: chi non recupera mai produce risultati peggiori nel tempo. Proponi una modifica concreta (es. no email dopo le 21, un giorno di smart working) con un periodo di prova.

Da Dove Iniziare


Scegli una sola delle nove idee — quella che senti più urgente. Non quella "più giusta": quella che, se la applicassi questa settimana, farebbe la differenza più concreta. Poi falla per due settimane. Poi aggiungi un'altra.

L'equilibrio non si trova in un giorno: si costruisce una scelta alla volta.


Concentrazione e deep work: la mappa del percorso


In breve

Riferimenti: APA e Digital Minimalism.

Il pillar Concentrazione collega sonno, ambiente e blocchi da 60–90 minuti con un solo output: difendi la fascia di picco, batch delle distrazioni digitali — focus è design, non forza di volontà sul telefono.

TL;DR

  1. Concentrazione = primi 15 minuti protetti, non maratone infinite.
  2. Deep work in blocchi da 60–90 min; shallow work in finestre.
  3. Time blocking e calendario operativo: percorso Tempo su /corsi/.
  4. Digital detox 72 giorni se il problema è lo scroll, non il desk.


Approfondisci nel blog: abitudini e sistemi · procrastinazione · concentrazione · identità e cambiamento · stoicismo pratico.

Il problema


Giornata piena, output scarso: di solito non manca il talento. Manca protezione dell'attenzione nei primi minuti del blocco.

Questa hub è il percorso Concentrazione & deep work su /corsi/. Per calendario, time blocking ed email: gestione del tempo e percorso Tempo. Mappa generale: hub produttività.

Tab, chat, «solo un secondo» sul telefono. Sensazione di aver lavorato senza misurare nulla. La colpa punta al carattere; spesso è ambiente e compito non definito.

Micro-azione oggi


Domani mattina: un blocco da 25 minuti, telefono in un'altra stanza, un tab, output scritto in una riga prima di partire.

Percorso in ordine


  1. Come migliorare la concentrazione
  2. Deep Work (riassunto operativo)
  3. Sistema operativo personale


Tempo protetto (percorso dedicato)


Non confondere focus con calendario:


Guide correlate



Protocollo


Protocollo, blocchi protetti, revisione settimanale, strumenti PDF sul percorso Tempo.


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MSI Claw 8 EX AI+ con Intel Arc G3: potenza estrema, ma il prezzo è altissimo


MSI Claw 8 EX AI+ potrebbe essere l'handheld più potente di tutti, ma avrebbe un costo elevato: almeno 1.699 dollari

Il panorama delle console portatili sta attraversando una fase di profonda trasformazione, segnata dall'arrivo di hardware sempre più potente ma anche da costi di produzione in costante ascesa. L'ultimo esempio di questa tendenza è il nuovo MSI Claw 8 EX AI+, presentato ufficialmente dopo il debutto al Computex. Il dispositivo è apparso sul sito ufficiale dell'azienda con un prezzo di listino di 1.799 dollari, posizionandosi in una fascia di mercato decisamente premium, nonostante alcuni rivenditori come Newegg lo propongano attualmente a una cifra leggermente inferiore, intorno ai 1.699 dollari.

Sotto la scocca, il sistema ha un chip di Intel: la nuova APU Arc G3 Extreme con grafica integrata Arc B390, affiancata da ben 32GB di memoria RAM LPDDR5X. Questa scelta tecnologica, sebbene garantisca prestazioni di alto livello, porta con sé sfide economiche non indifferenti. Andy Chu, responsabile del marketing dei prodotti del brand, ha ammesso apertamente che l'anno in corso si prospetta estremamente difficile sia per Intel che per i produttori di hardware originale (OEM). La causa principale risiede nell'impennata dei prezzi di componenti chiave come DRAM e memorie NAND, i cui costi sono lievitati negli ultimi mesi a causa della massiccia richiesta da parte dei grandi fornitori di servizi cloud per lo sviluppo dell'intelligenza artificiale. Nonostante MSI abbia cercato di stringere accordi privilegiati con i fornitori per contenere i costi, l'azienda avverte che la situazione potrebbe persino peggiorare, con il rischio concreto di ulteriori rincari nei prossimi mesi proprio a causa della saturazione delle linee di produzione.

Il confronto con la concorrenza evidenzia quanto il mercato degli handheld sia diventato oneroso. Persino dispositivi considerati un tempo bastioni dell'accessibilità, come lo Steam Deck di Valve, hanno visto crescere i propri prezzi: la versione OLED viene venduta a circa 949 dollari pur montando hardware di precedente generazione. D'altra parte, soluzioni come il ROG Ally X di ASUS con processore Ryzen Z2 Extreme si attestano sui 999 dollari. Il Claw 8 EX AI+ offre un salto prestazionale notevole rispetto a questi modelli, ma la differenza di prezzo rimane significativa. Resta il dubbio se una configurazione di memoria più contenuta, magari da 16GB o 24GB, avrebbe potuto rendere la console più competitiva senza sacrificare eccessivamente le performance, specialmente considerando che i dispositivi equipaggiati con chip AMD Strix Halo possono superare anche la soglia dei 2.000 dollari.

Fonte: www.tomshardware.com

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Amazon contro i suoi ingegneri: presunte ritorsioni dopo le critiche ai data center


Amazon avrebbe minacciato di licenziamento tre suoi ingegneri impegnati per il blocco dei data center a Seattle

La tensione tra Amazon e i suoi dipendenti ha raggiunto un nuovo apice a Seattle, dove tre ingegneri informatici hanno denunciato il colosso dell'e-commerce per presunte ritorsioni legate al loro attivismo civico. Patrick Schloesser, Darius Irani e Liesl Wigand si sono rivolti all'Ufficio per i Diritti Civili di Seattle dopo essere stati convocati d'urgenza dal dipartimento delle Risorse Umane della multinazionale. L'indagine interna è scattata subito dopo la loro testimonianza davanti al Consiglio comunale, durante la quale si erano espressi a favore di una moratoria sulla costruzione di nuovi data center in città. La vicenda solleva questioni cruciali sul confine tra politiche aziendali e diritti politici individuali, in un contesto urbano che protegge esplicitamente la libertà di espressione dei lavoratori.

Al centro della disputa c’è la presunta violazione delle politiche di comunicazione aziendale. Secondo Amazon, i dipendenti non avrebbero seguito le procedure necessarie per parlare in pubblico, rischiando di apparire come rappresentanti ufficiali della società. Tuttavia, gli ingegneri sostengono di essersi presentati esclusivamente a titolo personale, sottolineando il proprio ruolo all'interno del gruppo Amazon Employees for Climate Justice (AECJ). I lavoratori descrivono un clima intimidatorio: Schloesser ha raccontato di essere stato contattato improvvisamente tramite Zoom poco prima di una riunione, avvertendo immediatamente una sensazione di insicurezza. Sebbene l'azienda neghi l'intenzione di procedere al licenziamento, i dipendenti riferiscono che le Risorse Umane hanno esplicitamente menzionato possibili azioni disciplinari, inclusa la cessazione del rapporto di lavoro. La testimonianza degli ingegneri si inserisce in un dibattito più ampio riguardante l’impatto ambientale e sociale delle infrastrutture tecnologiche.

Seattle ha recentemente approvato una moratoria di un anno sui data center di grandi dimensioni per valutare gli effetti critici su consumo energetico, risorse idriche e infrastrutture cittadine. Si stima che i nuovi progetti proposti potrebbero richiedere una quantità di energia pari a un terzo del consumo medio giornaliero della città, consumando dieci volte più potenza rispetto agli impianti attuali. Questo scenario ha alimentato le preoccupazioni dei residenti e dei dipendenti attivisti, i quali ritengono che i benefici di tali espansioni vadano quasi esclusivamente alle grandi aziende tecnologiche, a scapito delle comunità locali e degli obiettivi climatici. La battaglia legale ora si sposta sul piano dei diritti civili. Seattle è una delle poche giurisdizioni negli Stati Uniti che vieta ai datori di lavoro privati di discriminare i dipendenti in base alle loro opinioni politiche o all'appartenenza a organizzazioni specifiche. L’avvocato dei tre lavoratori, Abby Lawlor, ha ribadito che questa protezione è stata fondamentale per dare ai membri del gruppo AECJ il coraggio di esporsi pubblicamente. Mentre Amazon difende le proprie policy interne per evitare interpretazioni errate delle posizioni aziendali, gli ingegneri continuano a denunciare quella che definiscono una cultura della paura, utilizzata per scoraggiare il dissenso anche quando si tratta di discorsi legalmente protetti.

Fonte: www.theverge.com

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DON'T NOD verso il fallimento? Tencent nega nuovi fondi per lo studio di Life is Strange


Don't Nod, lo studio francese dietro a Life is Strange e al recente Aphelion, si sarebbe visti interrotti i fondi di Tencent

DON’T NOD, la celebre software house nota per aver dato i natali alla serie Life is Strange e per il recente Aphelion, si trova a navigare in acque agitate. Lo studio francese sta cercando attivamente soluzioni per estendere la propria riserva di liquidità a seguito della decisione di Tencent di non procedere con ulteriori finanziamenti a breve termine. Questa mossa rappresenta un brusco cambiamento di rotta rispetto a soli cinque anni fa, quando il colosso tecnologico cinese aveva investito ben 30 milioni di euro nello studio, garantendo una stabilità che oggi sembra vacillare a causa di un mercato videoludico diventato estremamente complesso e competitivo.

Le preoccupazioni riguardo alla salute finanziaria dello studio sono emerse con forza dopo delle recenti dichiarazioni del giornalista francese Gauthier 'Gautoz' Andres, secondo il quale la società sarebbe ormai prossima all’esaurimento dei fondi. In una dichiarazione ufficiale rilasciata a Game Developer, DON’T NOD ha cercato di ridimensionare la gravità della situazione, pur confermando che Tencent ha negato nuovi capitali per i prossimi progetti. Il team di sviluppo ha spiegato che le attuali informative finanziarie riflettono obblighi contabili standard per le società quotate e non considerano appieno le numerose iniziative di finanziamento e preservazione della cassa che l’azienda sta mettendo in atto proprio in queste settimane. Per garantire la propria sopravvivenza e portare avanti lo sviluppo dei nuovi titoli, come il misterioso "Project P14", lo studio sta puntando su una gestione dei costi più rigorosa e su una struttura operativa ottimizzata. DON’T NOD ha ammesso che reperire capitali nel clima attuale dell’industria dei videogiochi è una sfida ardua, molto diversa dal panorama favorevole di qualche anno fa.

La software house sta lavorando per adattare la propria base di costi alle nuove condizioni di mercato, cercando di evitare gli scenari più drastici che hanno colpito altri studi indipendenti negli ultimi tempi, come licenziamenti di massa o la chiusura. Il futuro della società dipenderà in gran parte dal successo dei prossimi lanci e dalla capacità di attrarre nuovi partner commerciali. Sebbene non siano ancora noti i dati di Aphelion, lo studio ha già riconosciuto che il suo titolo precedente, Lost Records: Bloom & Rage, non ha raggiunto gli obiettivi di vendita sperati, aggravando la pressione economica.

Fonte: wccftech.com

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SteamOS 3.8 introduce il supporto a Steam Machine e alle console di terze parti


L'ultima versione di SteamOS, la 3.8.10, introduce il supporto alle Steam Machine e agli handheld di terze parti

Valve ha compiuto un passo significativo nell'evoluzione del suo ecosistema software con il rilascio di SteamOS 3.8.10. Questa versione del sistema operativo segna il passaggio del ramo 3.8 dallo stato di anteprima a quello stabile, portando con sé una serie di innovazioni che vanno ben oltre il semplice miglioramento della Steam Deck. La notizia più rilevante riguarda il supporto ufficiale per le Steam Machine, che esce finalmente dalla fase di test, suggerendo che l'uscita dei PC da salotto di Valve possa essere dietro l'angolo. Basato su una base di sistema Arch aggiornata e sul kernel Linux 6.16, l'aggiornamento introduce anche la possibilità di risvegliare il dispositivo dalla modalità sospensione tramite uno Steam Controller collegato, migliorando l'ergonomia d'uso per chi gioca su grandi schermi come i televisori. Sul fronte delle prestazioni, Valve ha integrato nuovi driver che garantiscono maggiore stabilità e fluidità.

Tra le novità tecniche spicca il supporto preliminare per l'HDMI VRR su dispositivi con uscita HDMI nativa e una gestione ottimizzata del frame pacing per i display a frequenza di aggiornamento variabile. Un cambiamento radicale interessa la modalità Desktop, che ora utilizza KDE Plasma 6.4.3 e adotta Wayland come protocollo predefinito. Questa transizione abilita funzionalità avanzate come il supporto ai display HDR esterni, una gestione del ridimensionamento più efficace per i televisori e una migliore compatibilità con gli schermi ruotati, rendendo l'esperienza desktop molto più moderna e versatile. Per i possessori di Steam Deck, l'aggiornamento include nuovi firmware BIOS per entrambi i modelli LCD e OLED. La versione LCD introduce aggiornamenti di sicurezza e opzioni per il risparmio energetico della memoria, mentre per il modello OLED è stato perfezionato il comportamento del LED di ricarica quando viene raggiunto il limite di carica impostato dall'utente. Valve ha inoltre risolto numerosi bug legati all'audio, alla connettività Bluetooth e al Wi-Fi, eliminando fastidiosi problemi di latenza e instabilità che affliggevano alcuni utenti dopo il risveglio del dispositivo.

L'aspetto forse più ambizioso di SteamOS 3.8 riguarda l'apertura verso hardware non prodotto da Valve. Il changelog evidenzia un massiccio ampliamento del supporto per console portatili di terze parti, tra cui Lenovo Legion Go, ASUS ROG Ally, MSI Claw e vari modelli OneXPlayer e GPD. Valve ha lavorato per ridurre la latenza dei controller su questi dispositivi e per migliorare la gestione della memoria video sui sistemi con GPU dedicate.

Fonte: videocardz.com

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Corsa all'IA: l'Europa arranca e gli USA acquistano l'80% dei chip, dice il CEO di ASML


Christophe Fouquet, il CEO di ASML, ha criticato l'approccio europeo all'intelligenza artificiale, spiegando che i rischi di arretratezza rispetto agli Stati Uniti restano elevati

L'Europa si trova in una posizione di netto svantaggio nella corsa globale all'intelligenza artificiale. A lanciare l'allarme è Christophe Fouquet, CEO di ASML, il colosso olandese fondamentale per la produzione di semiconduttori avanzati. Secondo Fouquet, il divario con gli Stati Uniti è evidente e preoccupante: attualmente, oltre l'80% dei chip più sofisticati prodotti a livello mondiale viene acquistato da aziende americane. Questa massiccia concentrazione di risorse evidenzia come gli USA stiano coltivando i veri leader dell'ecosistema IA, mentre il Vecchio Continente appare sensibilmente indietro rispetto alle dinamiche di mercato. Un elemento chiave di questa accelerazione tecnologica è rappresentato da progetti monumentali come il "Terafab" di Elon Musk. Questa iniziativa, concepita per supportare l'edge computing di Tesla e le operazioni di robotica, punta a una scala produttiva senza precedenti. Fouquet ha paragonato il fabbisogno di questo progetto a quello dei grandi impianti di produzione di memorie DRAM in Corea, capaci di processare milioni di wafer al mese. Musk, in passato, ha evidenziato che l'attuale produzione globale di semiconduttori è insufficiente a soddisfare sia le esigenze terrestri che quelle dei futuri data center spaziali, spingendo verso collaborazioni con partner come Intel.

Nonostante il fermento del mercato, il CEO di ASML ritiene che il ciclo dei semiconduttori legati all'intelligenza artificiale sia ancora nelle sue fasi iniziali. Sebbene le aziende del settore abbiano espresso una domanda altissima già dallo scorso anno, l'industria manifatturiera ha iniziato a rispondere concretamente solo verso la fine del 2023. Attualmente, i produttori stanno lavorando per espandere la propria capacità produttiva, ma questo processo di allineamento richiederà tempo. Secondo Fouquet, la priorità resta la costruzione dell'infrastruttura di produzione dell'hardware, alla quale seguirà solo in un secondo momento lo sviluppo delle applicazioni software. Un'altra sfida cruciale per il futuro riguarda i vincoli energetici, specialmente per i progetti più ambiziosi. Fouquet ha spiegato che i data center spaziali non si focalizzeranno solo sulla capacità di calcolo, ma cercheranno soprattutto di risolvere il problema del consumo energetico, che rappresenta il vero collo di bottiglia del settore.

Fonte: wccftech.com

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GTA VI: i preordini aprono il 25 giugno, uscita confermata a novembre


Rockstar Games e Take-Two hanno confermato che i preordini di GTA VI partiranno il 25 giugno e che il gioco uscirà il 19 novembre
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Rockstar Games, attraverso la sua società controllante Take-Two, ha ufficialmente annunciato che i preordini per l’attesissimo GTA VI saranno attivi a partire dal prossimo 25 giugno. La mossa conferma la volontà del publisher di avviare la massiccia macchina del marketing del suo titolo di punta proprio durante il periodo estivo, mantenendo fede alle promesse fatte nei mesi scorsi. La porta con sé una rassicurazione sulla data di uscita ufficiale, attualmente fissata per il 19 novembre. Insieme all'annuncio dell'apertura delle prevendite, Rockstar ha sollevato il velo sulla cover art ufficiale del gioco, che potete vedere qui sotto.
La cover art ufficiale di GTA VI
L'estetica rimane fedele alla tradizione iconica del franchise, presentando una composizione di immagini stilizzate che offrono un primo sguardo profondo all'ecosistema di una rinnovata Vice City. Tra i vari riquadri che compongono la copertina, è possibile scorgere diversi personaggi, armi, veicoli e persino animali, suggerendo la varietà e la densità di contenuti che i giocatori troveranno in questa nuova iterazione della serie. Sebbene non sia stato ancora rilasciato un nuovo trailer, gli esperti del settore speculano sulla possibilità che un nuovo filmato promozionale possa accompagnare proprio il lancio dei preordini la prossima settimana. Un aspetto cruciale sottolineato da questo annuncio riguarda la solidità della finestra di lancio prevista per la fine dell'anno.

Storicamente, Rockstar Games ha comunicato eventuali rinvii circa sei mesi prima della data di uscita dei suoi titoli. Essendo ormai entrati in tale finestra temporale senza alcuna comunicazione di slittamenti, le probabilità che il gioco rispetti la scadenza di novembre sono estremamente elevate. Tutto punta dunque verso il debutto di GTA VI su PlayStation 5 e Xbox Series X/S tra soli cinque mesi, confermando l'impegno dello studio nel rispettare la tabella di marcia iniziale.

Fonte: www.engadget.com

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Apple produrrà chip negli USA con Intel: l'annuncio di Trump


Apple tornerà a servirsi di Intel - precedentemente sostituita da TSMC - per la produzione dei chip per i suoi dispositivi, stando a un annuncio di Donald Trump.

Il presidente americano Donald Trump ha confermato che Apple ha accettato di collaborare con Intel per produrre parte dei suoi chip direttamente sul suolo americano. La notizia, inizialmente diffusa tramite un post sui social, ha generato un'immediata reazione positiva sui mercati finanziari. Il titolo di Intel ha registrato un balzo del 9% nelle contrattazioni pre-market, mentre Apple ha segnato un incremento più contenuto dello 0,6%. Sebbene non siano ancora giunti commenti ufficiali dalle due aziende, l'indiscrezione conferma le voci di un accordo preliminare già riportate in precedenza dalla stampa specializzata. L'intesa vedrebbe Intel assumere il ruolo di produttore per i processori progettati da Cupertino, ricalcando il modello operativo attualmente adottato dalla taiwanese TSMC, che di fatto verrebbe sostituita (se del tutto o in parte ancora non è dato saperlo).

Secondo le prime indiscrezioni, la produzione iniziale potrebbe concentrarsi sui componenti a minor tasso di innovazione, come i chip della serie M destinati a modelli selezionati di iPad e Mac. Questa transizione rappresenta un ritorno verso un partner nazionale di Apple, dopo che la Mela Morsicata aveva abbandonato l'architettura Intel in favore dei propri processori Apple Silicon basati sull'architettura Arm, a causa dei ripetuti ritardi nelle forniture che avevano rallentato il lancio di nuovi prodotti in passato. Il rinnovato interesse di Apple per Intel si inserisce in un contesto di profonda trasformazione per il produttore di chip statunitense. Sotto la guida del CEO Lip-Bu Tan, Intel ha intrapreso un ambizioso percorso di rilancio della propria divisione manifatturiera. I risultati di questa ristrutturazione sono evidenti: il valore azionario dell'azienda è cresciuto del 464% nell'ultimo anno, portando la capitalizzazione di mercato a oltre 600 miliardi di dollari.

Un ruolo cruciale è stato giocato anche dal governo degli Stati Uniti, che ha recentemente rafforzato il suo legame con l'azienda convertendo circa 8,9 miliardi di dollari di fondi del Chips Act in una partecipazione azionaria diretta in Intel. La decisione di Apple di diversificare la propria catena di approvvigionamento appare oggi come una necessità imprescindibile. Attualmente la produzione dei chip Apple Silicon dipende interamente da TSMC, una situazione che ha creato colli di bottiglia significativi negli approvvigionamenti. Durante l'ultima conferenza sui risultati finanziari, il CEO Tim Cook ha ammesso che la disponibilità di iPhone 17 è stata limitata proprio dalla carenza di processori A19 e A19 Pro. Con il boom dell'intelligenza artificiale che assorbe gran parte della capacità produttiva di TSMC, Apple si trova costretta a cercare alternative solide per garantire la produzione dei propri dispositivi di consumo senza restrizioni.

Fonte: www.macrumors.com

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Samsung Galaxy XR arriva nel Regno Unito: al via i pre-ordini


Samsung porta il suo visore Galaxy XR anche nel Regno Unito, dopo un lancio limitato a Stati Uniti e Corea del Sud.

Samsung ha annunciato l'espansione della disponibilità del suo atteso visore Galaxy XR nel Vecchio Continente, aprendo i pre-ordini per il dispositivo nel Regno Unito. Dopo il debutto dello scorso ottobre, il dispositivo era rimasto momento un'esclusiva della Corea del Sud e degli Stati Uniti. Lo sbarco in Europa rappresenta una tappa fondamentale nella strategia di Samsung per la realtà estesa. Il Galaxy XR viene proposto al pubblico britannico al prezzo di 1.699 sterline e, per il momento, la scelta cromatica è limitata alla variante Silver Shadow. Samsung ha inoltre confermato che le spedizioni per i primi acquirenti inizieranno a partire dall'8 luglio.

Insieme al visore, l'ecosistema del colosso di Suwon si arricchisce di due accessori pensati per migliorare l'esperienza d'uso del dispositivo: la custodia da viaggio Galaxy XR Travel Case e i controller Galaxy XR. Entrambi questi prodotti accessori sono stati posizionati sul mercato a un prezzo individuale di 249 sterline. Per celebrare il lancio nel Regno Unito, Samsung ha introdotto diverse offerte studiate per chi sceglie di acquistare il dispositivo durante questa fase iniziale. Fino al 30 settembre, è previsto uno sconto del 30% sull'acquisto dei controller o della custodia da viaggio, a condizione che vengano ordinati contestualmente al visore. Un'ulteriore promozione è riservata a chi predilige i pagamenti digitali: utilizzando il codice promozionale PAYPALXR entro il 7 luglio, i clienti possono ottenere una riduzione immediata di 100 sterline sul prezzo di acquisto del Galaxy XR, purché il pagamento venga processato tramite la piattaforma PayPal.

Infine, l'azienda coreana punta sull'integrazione del proprio ecosistema hardware per incentivare gli acquisti combinati. I consumatori britannici possono infatti beneficiare di uno sconto del 10% sul costo del visore se acquistato insieme a un qualsiasi smartphone della linea Galaxy. Allo stesso modo, l'acquisto del Galaxy XR permette di ottenere una riduzione del 10% per chi desidera aggiungere al proprio ordine anche un Galaxy Watch o un paio di auricolari Galaxy Buds. Tutte queste iniziative promozionali sono accessibili esclusivamente attraverso lo store online ufficiale di Samsung nel Regno Unito.

Fonte: www.gsmarena.com

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Trump prendeva in giro Zuckerberg e Bezos mostrando i loro messaggi adulatori


Secondo un nuovo libro di due giornalisti del New York Times, dopo il voto del 2024 Zuckerberg e Bezos cercarono di ingraziarsi Trump, che li derideva alle spalle con Elon Musk.

Mark Zuckerberg e Jeff Bezos hanno cercato di ingraziarsi Donald Trump dopo la vittoria alle elezioni del 2024 e in cambio lui li derideva alle spalle, mostrando agli ospiti i messaggi adulatori che gli avevano inviato. È quanto racconta un nuovo libro di Maggie Haberman e Jonathan Swan, due giornalisti del New York Times, di cui Wired ha ottenuto una copia prima dell'uscita, prevista per il 23 giugno.

Settimane dopo quegli incontri, Trump continuava a raccontare ai collaboratori come i due gli stessero "leccando il culo". "Non potreste credere ai messaggi che mi hanno mandato questi tizi della tecnologia. Devo farveli vedere", avrebbe detto ad alcuni ospiti.

Zuckerberg gli inviò la foto di una lettera scritta da uno dei suoi figli, in età da scuola elementare, in cui il bambino diceva di non vedere l'ora che arrivasse l'"età dell'oro dell'America", lo slogan che Trump aveva ripetuto nei comizi della campagna. Settimane più tardi, mentre mostrava ad alcuni ospiti i messaggi dell'amministratore delegato di Meta, il presidente si soffermò proprio su quella foto: la lettera era opera di uno dei suoi tre figli, il maggiore dei quali all'epoca aveva otto o nove anni.

Quando Zuckerberg arrivò a Mar-a-Lago, il club di Trump in Florida, poco dopo il Ringraziamento del 2024, il presidente fece partire dagli altoparlanti l'inno nazionale. Non era una versione qualsiasi: era quella incisa da un gruppo di detenuti per l'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, noto come J6 Prison Choir.

Durante una cena nello stesso club, Bezos parlò male del Washington Post, il quotidiano di sua proprietà, descrivendolo come uno dei suoi peggiori investimenti. Al presidente inviò anche un selfie con la sua allora fidanzata, Lauren Sánchez.

In una conversazione con Elon Musk riportata nel libro, Trump commentò così l'atteggiamento dei due: "Pensate a dov'erano questi tizi nel 2016. Mi odiavano. Facevano di tutto per buttarmi giù. E guardateli adesso". Musk, loro rivale nel settore tecnologico, sembrò divertirsi dell'umiliazione e rispose: "Servilismo di prima classe".

Anche Sundar Pichai, amministratore delegato di Google, e Tim Cook, alla guida di Apple, incontrarono il presidente entrante nelle settimane successive al voto.

Mesi dopo la cena con Trump, Bezos provò a ottenere un favore. Disse al presidente che era rischioso lasciare che SpaceX, l'azienda spaziale di Musk, dominasse i contratti spaziali del governo e gli suggerì di chiedere al vicesegretario alla Difesa Feinberg di garantire una "diversità tra gli appaltatori", così da aprire uno spiraglio per Blue Origin, l'azienda aerospaziale dello stesso Bezos. Il tentativo fallì: dopo essersi riconciliato con Musk, Trump ampliò invece l'accesso di SpaceX ai siti di lancio statunitensi.

Chi è vicino a Bezos sostiene che il fondatore di Amazon lavori con Trump come ha fatto con ogni presidente da Bill Clinton in poi e che in passato abbia donato 100 milioni di dollari per la biblioteca presidenziale di Barack Obama.

Il libro, intitolato Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump (Cambio di regime: dentro la presidenza imperiale di Donald Trump), ha già fatto discutere per altre rivelazioni, tra cui i tentativi della Casa Bianca di gestire le domande sui legami tra Trump e Jeffrey Epstein. Interpellata sul contenuto del volume, la Casa Bianca non ha replicato direttamente.

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Popolarità Trump, i venti di pace non portano al momento benefici (21 giugno)


In attesa degli sviluppi a seguito del memorandum siglato con Teheran, la popolarità di Trump non si smuove dalle latitudini toccate negli ultimi mesi, restando ben lontana da quella del primo mandato e sotto anche a quella di Biden.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Anche questa settimana si segnalano trend contrastanti, con una media in crescita e le altre due che rilevano un arretramento, rimanendo comunque nell'alveo dei numeri che hanno contraddistinto tutto il periodo dalla guerra in Iran in avanti: è evidente come la popolarità di Trump continui a galleggiare nei bassifondi e sia ben lontana dal risollevarsi dai livelli minimi in cui è caduta.

In attesa di capire se ci sarà un effetto per l'accordo di pace temporaneo con l'Iran, la situazione per il tycoon continua ad essere negativa e tra le peggiori della storia.

Il net rating continua ad attestarsi nei dintorni del -20, con il tasso di approvazione che rimane stabilmente sotto al 40% nelle medie analizzate e con la disapprovazione sempre non lontana dal 60%.

E' difficile riuscire ad estrapolare dati incoraggianti per il tycoon: questi numeri sono fino a otto-dieci punti inferiori rispetto a prima della guerra in Iran ed è al momento da verificare se e quando ci sarà un qualche tipo di rimbalzo a seguito del memorandum firmato a distanza questa settimana.

Sul lungo periodo, soprattutto qualora non si arrivasse a una pace duratura nei prossimi 60 giorni di negoziazioni, i numeri potrebbero addirittura scivolare ulteriormente verso il basso al posto di migliorare.

Il dato è anche peggiore della già catastrofica media di Joe Biden nel giugno 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di sempre dopo diciassette mesi di presidenza. È di oltre dieci punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie registrano segni inversi, con Silver che segnala unmiglioramento, mentre Focus America e RCP registrano una perdita netta; la discrepanza tra le medie è ora di circa 2 punti.

Come già accennato, dopo diciassette mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciassette mesi del suo primo mandato e di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 516 giorni di presidenza (-19,3 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo.

Risulta indietro, come detto, anche rispetto a Joe Biden, che con il suo -18,4 attraversava un periodo di grande sofferenza, e rispetto al suo primo mandato, in cui era il doppio più popolare, a -9,1.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 39% e il 40%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 57%-58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi dei negoziati di pace con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
10 rilevazioni di 10 istituti — 21 giugno 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 2 sondaggi
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 3 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 5 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 21 giugno 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 39,1% (+0,5) - 57,8% (-0,3). In totale un net approval arrotondato di -18,7 (+0,8).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 40,4% (-0,2) - 57,3% (+1,1). In totale un rating di -16,9 (-1,3).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 39,1% (+0,1) - 58,4% (+0,7), con in totale un rating di -19,3 (-0,6). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

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La mail di uno sconosciuto che conosco da dieci anni


Un piccolo apologo sul mistero, la serendipità e le inaspettate ricompense della scrittura online.
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Un paio di mesi fa mi ha scritto una persona che legge questo blog. Niente di strano: se mi segui, sai che attirare persone interessanti è uno dei motivi per cui lo scrivo.

Se parlassi in gergo performativo, potrei chiamare questo evento una “conversione” e, in effetti, in parte lo è. Ma non è questo che mi interessa. O meglio: non è di questo che voglio parlare.

Conosco la persona che mi ha scritto - si chiama Dirk - da almeno dieci anni. Da quando abbiamo rifatto insieme il sito di Lavoro Culturale, un blog con cui ho collaborato per qualche anno. Te lo ricordi?

Se non te lo ricordi, fa lo stesso. Quello che conta è un altro fatto: Dirk e io non ci siamo mai visti di persona e, fuori da quel contesto, non ci siamo quasi mai parlati. Almeno fino a quando, un paio di mesi fa, mi ha scritto.

Dirk però mi legge. È iscritto al sito dal 2024 e, da allora, ha aperto più della metà delle newsletter che gli ho mandato. Lo so perché il tasso di apertura e la data di iscrizione sono due dei pochi dati che registro e leggo a proposito di questo blog. Per tutto il resto sono cieco.

Anche questo, però, è un dettaglio secondario. Quello che conta davvero è ciò che Dirk mi ha mandato nella sua mail: una foto.
L'installazione Damokles II di Timm Ulrichs: viene descritta più avanti nel testo.
Collocato in quello che è facile riconoscere come uno spazio espositivo - un museo o una galleria, non posso dirlo con precisione - c’è un triangolo di metallo lucido, la cui base poggia saldamente a terra, sul pavimento della sala.

Appoggiata al vertice del triangolo c’è una trave, fatta anch’essa di un lucido metallo di colore argento su cui si riflette la luce che piove dal soffitto.

Una delle estremità della trave poggia a terra. L’altra è leggermente sollevata. L’insieme ricorda quelle altalene che si trovano nei parchi gioco solo che, al posto di una coppia di bambini intenti ad oscillare, sopra la trave c’è una sorta di ruota in pietra opaca che solleva uno snello arbusto d'ulivo.

Ho aperto la mail poco prima di uscire di casa insieme a mio figlio e l’ho letta - e guardata - di corsa. Dirk mi faceva una richiesta: dedicare all’opera qualche riga.

Fuori pioveva una una pioggia che, in poche ore, è diventata neve. Ci ho camminato attraverso e, lente, dieci parole hanno iniziato a cristallizzarsi intorno a quell’immagine: Nell'immenso schema delle cose, anche un peso può elevarci.

Hai mai avuto la sensazione che uno dei tanti ostacoli a cui la vita ci mette davanti abbia anche la forza di far librare il nostro spirito verso l’alto?

A me è capitato ed è stato come quando, dopo esserti allenato, il dolore che brucia i muscoli lascia spazio a una certa leggerezza che diventa presto consapevolezza di aver sbloccato qualcosa che ti ha permesse di raggiungere un livello ulteriore nel tuo percorso verso il bene.

Tutto, in Damokles II - così si chiama l’installazione, mi rivela Dirk un paio di mail più tardi - mi parla di questa ricerca di un equilibrio in cui la parte più complessa e dolorosa della nostra esistenza non è altro che la componente di un equilibrio tra ciò che potrebbe bloccarti a terra ma che possiede anche la forza di farti lasciare alle spalle ciò che ti trattiene.

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A firmarla è l’artista tedesco Timm Ulrichs - affettuosamente Dirk lo chiama Timmyboy - un “concettuale tedesco” di cui provo a chiedere di più alla mia amica Guia, che è tipo la persona più esperta di arte contemporanea che io conosca.

Purtroppo, mi confessa, non è all’altezza del compito perché si tratta di un artista che, mi scrive, “non ho mai approfondito.”

Ed è allora che decido di lasciare le cose come stanno. Non approfondisco neanche io. Lascio solo che la sua opera, potentissima, continui a chiamarmi, avvolta nella nebbia di un mistero che, forse, non diraderò mai.

E va di sicuro bene così. Ci sono eventi casuali che non hanno bisogno di spiegazioni ulteriori.

Semplicemente, accadono e, accadendo, ci lasciano domande che non smettiamo di farci.

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Trump vuole il controllo della ricerca scientifica


Un regolamento dell'ufficio bilancio della Casa Bianca darebbe ai funzionari di nomina politica il potere di scegliere quali ricerche finanziare e di cancellare i fondi già assegnati.

L'amministrazione Trump vuole togliere agli scienziati il controllo sulla distribuzione dei fondi pubblici per la ricerca e affidarlo a funzionari di nomina politica. A fine maggio l'Office of Management and Budget, l'ufficio della Casa Bianca che gestisce il bilancio federale, ha proposto un nuovo regolamento che darebbe a questi funzionari il potere di scegliere quali progetti finanziare e di cancellare in qualsiasi momento i finanziamenti già assegnati. È quanto denuncia Mark Histed, neuroscienziato che lavora da oltre dieci anni ai National Institutes of Health (NIH), la principale agenzia pubblica statunitense per la ricerca biomedica, in un'analisi pubblicata sull'Atlantic.

Per decenni il finanziamento della ricerca negli Stati Uniti ha seguito un principio: il giudizio scientifico non deve essere sostituito dalle pressioni politiche. Su questa base, secondo Histed, il paese ha costruito i suoi grandi successi, dai progressi nelle cure salvavita a un sistema universitario invidiato nel mondo, fino a un settore della tecnologia e delle biotecnologie molto vitale.

La proposta non riguarda solo la scienza ma fa parte di una visione più ampia che una parte dell'amministrazione Trump porta avanti da anni: spostare il potere dal Congresso e dalle agenzie federali verso il presidente e i funzionari da lui nominati. Questa idea attraversa Project 2025, il piano programmatico conservatore per la presidenza co-firmato da Russell Vought, oggi a capo dell'OMB. A sostenerla è una dottrina giuridica nota come teoria dell'esecutivo unitario.

La teoria dell'esecutivo unitario afferma che il presidente detiene tutto il potere esecutivo federale, come la formulò nel 1988 il giudice della Corte Suprema Antonin Scalia. Nella sua versione più estesa significa che il presidente può rivedere e dirigere ogni atto del ramo esecutivo e che il Congresso non può limitare questo potere, a meno che non sia la Costituzione a prevederlo.

Negli ultimi anni la Corte Suprema ha emesso una serie di sentenze in linea con questa teoria, molte delle quali sul potere del presidente di licenziare i vertici delle agenzie. La stessa dottrina sta dietro ad altre mosse dell'amministrazione in contrasto con il Congresso, come gli ordini di smantellare il Dipartimento dell'Istruzione e di demolire l'ala est della Casa Bianca per costruire una sala da ballo. Il nuovo regolamento estende questa logica all'assegnazione dei finanziamenti, comprese le agenzie scientifiche.

Elias Zerhouni, direttore dei NIH durante la presidenza di George W. Bush, ha spiegato all'inizio dell'anno la posta in gioco in dichiarazioni alla rivista Science. "Quando ero ai NIH, non mi è mai passato per la testa di poter dire che non avremmo pagato qualcosa per cui il Congresso aveva stanziato i fondi solo perché non era in linea con le mie politiche" ha detto. "Ma se quel potere viene dato all'esecutivo perché lo usi quando vuole, allora non ci sono più regole."

Il regolamento, secondo Histed, formalizzerebbe pratiche già in corso ai NIH: la cancellazione di finanziamenti, la revisione politica delle assegnazioni, il controllo su chi siede nei comitati che valutano i programmi di ricerca, perfino la modifica forzata di alcune parole nelle proposte di finanziamento.

Storicamente le agenzie scientifiche rispondevano al pubblico attraverso il Congresso, che fissava le priorità di lungo periodo affidandone l'attuazione ai funzionari pubblici. Il presidente aveva un ruolo indiretto: firmava le leggi o vi poneva il veto e poteva fare pressione sul Congresso, ma non interveniva direttamente. Nel 1971, quando Richard Nixon volle lanciare la sua "guerra al cancro", non ordinò ai NIH di cambiare le priorità: annunciò il piano e lavorò con il Congresso per approvare una legge, il National Cancer Act, che avviò lo sforzo nazionale di ricerca. Poteva nominare i vertici delle agenzie, ma non controllava i dettagli del loro lavoro.

Le agenzie come i NIH e la National Science Foundation, l'ente federale che finanzia la ricerca di base, rispondono anche a un'altra comunità: gli scienziati. I finanziamenti passano dalla revisione tra pari, il sistema con cui gruppi di esperti esterni, a rotazione, valutano i progetti di ricerca. Nel 2023 quasi 30.000 persone hanno fatto da revisori per i NIH e le loro valutazioni pesano molto sulle decisioni di finanziamento. Come nei mercati, dove la conoscenza diffusa di molti individui orienta le scelte, la revisione tra pari mette a frutto le competenze di tanti scienziati, che una pianificazione centrale decisa dalla Casa Bianca cancellerebbe.

L'amministrazione giustifica il cambiamento citando critiche di vecchia data, secondo cui la revisione tra pari rende gli scienziati prudenti e li porta a evitare i progetti più rischiosi. Per Histed il vero ostacolo alle idee ambiziose è invece il basso tasso di finanziamento. Quando veniva finanziato il 30% delle domande, i revisori potevano avere opinioni diverse e approvare anche progetti azzardati accanto a quelli sicuri. Ora che il tasso di successo è sceso in alcuni casi al 5%, serve la quasi unanimità e passano solo i progetti dall'esito più certo. Affidare il sistema al controllo presidenziale non risolverebbe il problema, perché i funzionari politici tendono a scegliere i lavori più appariscenti e ben presentati invece delle idee insolite ma promettenti che gli scienziati esperti sanno riconoscere.

La proposta ha già provocato la reazione del mondo scientifico. Diverse società scientifiche l'hanno condannata e hanno invitato i propri membri a inviare osservazioni. Holden Thorp, direttore della rivista Science, ha scritto in un editoriale che "è arrivato il momento di agire" e che la comunità scientifica deve "sommergere l'OMB di risposte".

Gli Stati Uniti stanno attraversando un cambiamento profondo del significato della separazione dei poteri. Un presidente concentrato sull'accrescere il proprio potere è sostenuto da una maggioranza della Corte Suprema favorevole a quella linea. Tra i suoi sostenitori c'è lo stesso presidente della Corte, John Roberts, secondo cui il capo dello Stato deve avere un controllo capillare sull'intero ramo esecutivo perché è l'unico, insieme al vicepresidente, a essere eletto dall'intera nazione. La teoria dell'esecutivo unitario implica che l'ultima parola sulle decisioni delle agenzie spetti ai funzionari nominati dal presidente, quali che siano le leggi approvate dal Congresso.

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I soldati americani restano al confine con il Messico a tempo indefinito


Da oltre un anno il Pentagono tiene 9.000 soldati lungo il confine sud, al costo di decine di milioni a settimana. In Congresso si teme un danno all'addestramento.

Da più di un anno il Pentagono, il dipartimento della Difesa americano, tiene schierati circa 9.000 soldati in servizio attivo lungo quasi 2.000 miglia di confine sudoccidentale con il Messico per contrastare migranti irregolari, trafficanti e cartelli della droga. Le truppe sono ancora lì, al costo di decine di milioni di dollari a settimana, anche se l'amministrazione Trump ha già raggiunto da mesi il suo obiettivo di ridurre drasticamente gli ingressi illegali.

Le pattuglie militari, che lavorano a stretto contatto con la Customs and Border Protection, l'agenzia doganale e di controllo delle frontiere, e con l'esercito messicano, hanno spinto i cartelli e i trafficanti messicani verso zone montuose più remote per sfuggire ai controlli. Ma le minacce ai soldati americani sono in aumento, dicono fonti ufficiali statunitensi.

Alcuni membri del Congresso si chiedono se le pattuglie siano il modo migliore di impiegare soldati in servizio attivo che altrimenti si starebbero addestrando per missioni in Europa orientale, Medio Oriente o nella regione indo-pacifica. Parlamentari e analisti indipendenti hanno espresso il timore che le missioni al confine distraggano dall'addestramento, prosciughino risorse e indeboliscano la prontezza operativa.

L'attività dei cartelli è aumentata lungo il confine a febbraio, dopo che le forze messicane, con l'aiuto della Central Intelligence Agency, l'agenzia di intelligence americana, hanno ucciso un noto capo di un cartello messicano conosciuto come El Mencho. Poco dopo, alcuni militari americani hanno scoperto che i loro telefoni erano stati violati e hanno iniziato a ricevere messaggi minatori, secondo fonti del Congresso.

"Sono molto preoccupata per questa operazione e per la sicurezza dei nostri Marine", ha detto Sara Jacobs, deputata democratica della California e membro della commissione Forze armate, durante un'audizione a marzo. "I nostri militari non si sono arruolati per fare i poliziotti dell'immigrazione e questa trovata politica sta mettendo a rischio le loro vite."

Le forze americane schierate al confine usano diversi sistemi anti-drone, ma il generale responsabile della difesa del territorio statunitense ha detto che molti soldati non dispongono di tecnologia adeguata per le pattuglie. "Ci pone una sfida diversa", ha detto il generale Gregory M. Guillot, capo del Northern Command, il comando militare incaricato di difendere il territorio degli Stati Uniti, durante una conferenza sulla sicurezza a Tampa il mese scorso.

A differenza delle guerre con i droni sui campi di battaglia dell'Ucraina o dell'Iran, in questo conflitto di confine non ci sono stati attacchi con droni da nessuna delle due parti né vittime americane, dicono fonti militari. La missione è anche diventata un banco di prova per tecnologie emergenti, tra cui dispositivi anti-drone, imbarcazioni a guida remota e sensori avanzati.

Guillot ha detto durante una cerimonia di cambio di comando in Arizona, il mese scorso, che per la prima volta l'esercito aveva condotto pattuglie congiunte con i soldati messicani usando radio criptate e laser ad alta energia per abbattere droni potenzialmente ostili gestiti dai cartelli.

"La mia missione è controllare il confine", ha detto il generale David W. Gardner, comandante della 101ª Divisione aviotrasportata, prima di cedere l'operazione al generale Taylor. "Restiamo concentrati sulla missione di sigillare il confine." Gardner ha aggiunto che le forze americane hanno disabilitato o abbattuto droni che i cartelli usano per trovare nuove rotte di contrabbando attorno alle pattuglie americane. "Gli attori illeciti trovano sempre più difficile raggiungere i loro obiettivi", ha detto.

L'esercito ha effettuato più di 800 voli di sorveglianza e ricognizione da quando la missione è iniziata, all'inizio del 2025, rispetto ai circa 160 dell'anno precedente, secondo il Northern Command. A supporto dell'operazione volano aerei da sorveglianza U-2 Dragon Lady, RC-135 Rivet Joint e RQ-4 Global Hawk. I soldati hanno sostenuto le forze dell'ordine, dispiegandosi in pattuglie a piedi, con elicotteri e veicoli da combattimento per fare da deterrente e dare alle autorità più occhi e orecchie sul terreno.

Queste attività sembrano scoraggiare i cartelli e rendere più difficile la vita ai trafficanti di esseri umani, ma i costi finanziari e le conseguenze sulla prontezza al combattimento a lungo termine restano poco chiari. Il senatore Jack Reed del Rhode Island, principale esponente democratico nella commissione Forze armate, ha espresso preoccupazione durante un'audizione il mese scorso per il fatto che la missione al confine stesse sottraendo fondi a importanti missioni di addestramento.

Reed ha detto che l'esercito doveva fare i conti con un ammanco di bilancio di quasi 2 miliardi di dollari, in gran parte perché il Department of Homeland Security, il ministero della Sicurezza interna, non aveva rimborsato le spese per le missioni di supporto al confine. "Ho ricevuto segnalazioni preoccupanti sulla possibilità di cancellare rotazioni di addestramento, ore di volo lasciate a terra e risorse ridotte per l'addestramento della Guardia nazionale e della Riserva", ha detto. "Sono costi reali per unità reali."

Non c'è una fine in vista per la missione militare al confine. Il Pentagono aveva detto lo scorso maggio che i primi quattro mesi dell'operazione erano costati 525 milioni di dollari, ma il dipartimento ha rifiutato di dire a quanto ammonti ora il costo totale.

L'esercito ha anche ampliato i propri poteri territoriali per aiutare a fermare i migranti. Il Pentagono ha creato cinque strisce di terra lungo il confine con il Messico, una in California, una in Arizona, una in New Mexico e due in Texas, trasformandole di fatto in parti delle vicine basi militari. I migranti che entrano in queste strisce sono considerati intrusi e possono essere fermati temporaneamente dai soldati americani fino all'arrivo degli agenti della polizia di frontiera. Finora l'esercito dice di aver fermato temporaneamente 116 persone in questi cinque settori prima che gli agenti li prendessero in custodia.

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Gli americani non sono convinti che l'accordo con l'Iran funzionerà


I primi tre sondaggi dopo la firma del Memorandum d'intesa mostrano un consenso ampio e trasversale, ma molti pensano che l'intesa convenga più a Teheran che a Washington e temono che salti.
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La maggioranza degli americani approva l'accordo annunciato tra Stati Uniti e Iran, lo considera un bene per il paese e soprattutto per l'economia, ma non è affatto sicura che servirà a chiudere davvero il conflitto. È quanto emerge dai primi tre sondaggi realizzati dopo la firma del Memorandum d'intesa tra i due paesi.

Il Memorandum è stato annunciato lunedì 15 giugno e fissa i termini di un possibile accordo di pace, aprendo una fase di negoziati di sessanta giorni per arrivare all'intesa definitiva. Tra i repubblicani al Congresso le reazioni sono state contrastanti, con alcuni che hanno espresso preoccupazione per punti chiave come la possibilità per l'Iran di accedere a 300 miliardi di dollari di fondi per la ricostruzione e il destino a lungo termine delle milizie alleate di Teheran.

Il primo sondaggio, condotto da RMG Research per la Napolitan News Service a partire dallo stesso 15 giugno e per due giorni, registra un certo ottimismo. Il 58 per cento degli elettori ritiene che l'accordo per porre fine alla guerra sarà un bene per gli Stati Uniti, contro il 20 per cento che lo giudica un male e il 21 per cento che non sa rispondere. La fiducia cresce sugli effetti economici: il 67 per cento pensa che l'intesa farà bene all'economia, solo il 18 per cento la ritiene dannosa e il 16 per cento è incerto.

Gli elettori sono però divisi sulla reale efficacia dell'accordo. Dopo aver spiegato che Stati Uniti e Iran avevano annunciato un'intesa per porre fine alla guerra, pur con alcuni dettagli ancora da definire nei sessanta giorni successivi, il sondaggio ha chiesto quanto fosse probabile che il conflitto finisse a breve. Solo il 13 per cento lo ha giudicato molto probabile e il 34 per cento abbastanza probabile, mentre il 32 per cento lo ritiene poco probabile e il 9 per cento per niente probabile. In totale, il 47 per cento crede che la guerra possa finire presto e il 41 per cento è convinto del contrario. Pur ritenendo che l'accordo gioverà al paese e all'economia, gli elettori non sembrano insomma certi che le cose andranno a buon fine durante la trattativa.

Il secondo sondaggio, di Quantus Insights, è stato realizzato nei due giorni successivi all'annuncio. Agli intervistati è stato spiegato che Stati Uniti e Iran avevano raggiunto un'intesa preliminare per fermare le ostilità, riaprire il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, una rotta cruciale per il petrolio mondiale, e avviare sessanta giorni di colloqui sul programma nucleare iraniano e sulle sanzioni. Alla domanda se approvassero l'accordo, il 56 per cento si è detto favorevole e solo il 13 per cento contrario, mentre il 16 per cento non lo approva né lo disapprova e il 15 per cento è incerto.

Il consenso è trasversale agli schieramenti. Tra gli elettori democratici solo il 10 per cento approva il modo in cui Trump sta svolgendo il suo lavoro da presidente, eppure il 48 per cento approva il Memorandum e appena il 16 per cento lo respinge. Tra i repubblicani l'approvazione sale al 66 per cento e tra gli indipendenti al 55 per cento.

Secondo un'analisi di FiftyPlusOne, però, il modo in cui era formulata la domanda potrebbe aver gonfiato un po' il consenso. Il quesito metteva l'accento su due risultati immediati, la fine delle ostilità e la riapertura dello Stretto di Hormuz, senza citare gli aspetti più controversi dell'intesa, come il fondo per la ricostruzione. Sono elementi ancora da negoziare, ma la loro assenza dalla domanda può aver fatto apparire la situazione un po' più rosea di quanto sia.

Il 74 per cento degli elettori vuole che la rinuncia dell'Iran al suo materiale nucleare diventi una condizione dell'accordo, una richiesta che però rischia di rivelarsi impossibile da soddisfare. Agli intervistati era stato spiegato che, come parte dell'intesa, gli Stati Uniti potrebbero spingere Teheran a cedere, rimuovere o distruggere le sue scorte di uranio altamente arricchito: il 63 per cento si è detto fortemente d'accordo nel renderlo una condizione e un altro 11 per cento abbastanza d'accordo.

Nel luglio 2025 gli Stati Uniti avevano bombardato i siti nucleari iraniani, seppellendo l'uranio arricchito in profondità nel sottosuolo. Secondo gli esperti, rimuovere quel materiale sarebbe estremamente difficile. Il Memorandum non chiede necessariamente di eliminarlo, ma prevede che venga smaltito attraverso una diluizione sul posto, un'operazione che a sua volta richiederebbe una complicata e rischiosa estrazione. Se quasi tre quarti dell'opinione pubblica pretende che la rinuncia al nucleare sia una condizione dell'accordo finale, molti rischiano di restare delusi.

Il terzo e ultimo sondaggio, condotto da YouGov il 18 giugno, ha chiesto agli americani se, qualora l'accordo definitivo previsto dal Memorandum venisse firmato, gli Stati Uniti o l'Iran si troverebbero in condizioni migliori rispetto a prima del conflitto. In entrambi i casi una leggera maggioranza relativa pensa che i due paesi staranno meglio: lo dice il 31 per cento a proposito dell'America e il 36 per cento a proposito dell'Iran.

Gli americani ritengono però che l'intesa convenga un po' più all'Iran che agli Stati Uniti. Cinque punti percentuali in più pensano che a starci meglio sarà Teheran rispetto a quanti lo credono per l'America. E di nove punti è più alta la quota di chi è convinto che gli Stati Uniti ne usciranno peggio rispetto a chi lo dice dell'Iran.

Anche qui la divisione politica è netta. Solo il 12 per cento degli elettori democratici pensa che l'America ne uscirà migliore, mentre il 45 per cento teme il contrario. Anche gli indipendenti pendono verso il pessimismo: il 24 per cento vede un beneficio per gli Stati Uniti e il 31 per cento un danno. Tra i repubblicani prevale invece l'ottimismo, con il 58 per cento convinto che l'accordo migliorerà la condizione del paese e solo il 6 per cento di parere opposto.

Sondaggio · Stati Uniti
Dall'accordo di pace gli americani vedono più vantaggi per l'Iran che per gli Stati Uniti
18 giugno 2026 · 2.894 americani · YouGov
Focus America

Starebbe peggio
Più o meno come prima
Non sa
Starebbe meglio

Stati Uniti

27%
25%
17%
31%

Iran

18%
26%
21%
36%

Quote di intervistati secondo cui, se Stati Uniti e Iran firmassero l'accordo di pace previsto dal memorandum d'intesa, ciascuno dei due paesi starebbe peggio, più o meno come prima oppure meglio rispetto a prima del conflitto; una parte non sa rispondere. La linea tratteggiata indica il 50%.

Nel complesso, gli americani approvano la firma dell'accordo, ne apprezzano alcuni termini e si aspettano ricadute positive sull'economia. Allo stesso tempo chiedono con forza che l'Iran rinunci al suo materiale nucleare o lo distrugga, un obiettivo che potrebbe rivelarsi irrealizzabile, ritengono di stretta misura che a guadagnarci sia più Teheran che Washington e restano poco convinti che l'intesa funzioni davvero.

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Pechino stringe il cappio attorno a Taiwan: navi da guerra sorvegliano l'isola ogni giorno


La Marina Militare cinese mantiene Taiwan sotto pressione costante con pattugliamenti su tutti i lati dell'isola. Una strategia cresciuta passo dopo passo dal 2020, scrive il Wall Street Journal.

Cinque o sei navi da guerra cinesi circondano Taiwan quasi senza interruzione, a ogni ora del giorno. Non è più soltanto un'esercitazione pensata per mostrare i muscoli: nel 2026 è diventata la normalità. Lo scrive il Wall Street Journal, che ha ricostruito l'aumento della pressione militare di Pechino sull'isola in questi anni attraverso dati forniti da funzionari militari dei Paesi della regione.

La Cina considera Taiwan parte integrante del proprio territorio e punta a riportarla sotto il suo controllo. Per farlo dispone di strumenti sempre più ampi, cresciuti insieme al peso globale di Pechino. Sul piano diplomatico, Xi Jinping usa l'influenza cinese per isolare Taipei e indebolire il sostegno americano, cruciale per la sicurezza dell'isola.

Sul piano militare, la Marina cinese pattuglia senza sosta le acque circostanti per trasmettere un messaggio ai 23 milioni di abitanti di Taiwan: resistere a un'annessione sarebbe inutile. Il principale strumento di questa campagna è una flotta ben equipaggiata e numericamente più grande di qualsiasi altra al mondo.

Il cappio, nave dopo nave


Per anni una sola nave da guerra cinese ha percorso avanti e indietro lo Stretto di Taiwan. La svolta è arrivata nel 2020, in modo silenzioso ma deciso. Quell'anno Pechino ha aggiunto altre due unità, una al largo della costa settentrionale e una davanti a quella meridionale. Due anni dopo, una quarta nave ha preso posizione a est, completando una presenza quasi ininterrotta su tutti e quattro i lati dell'isola. Una quinta unità si è poi aggiunta sul versante orientale nel 2024 e, da allora, nella stessa area è quasi sempre presente anche una sesta nave.

Ogni passo è arrivato dopo uno sviluppo politico sgradito a Pechino. "Ogni step rappresenta una stretta del cappio", ha detto al Wall Street Journal Michael Dahm, ex ufficiale dell'intelligence della marina statunitense e oggi ricercatore al Mitchell Institute for Aerospace Studies.

Con l'aumento del numero delle navi è cambiata anche la composizione della flotta. L'assetto, un tempo basato soprattutto su fregate, comprende oggi anche cacciatorpediniere più grandi, segno di un atteggiamento sempre più assertivo da parte di Pechino. La Cina sta costruendo cacciatorpediniere a ritmo serrato e, secondo il quotidiano statunitense, oggi ne possiede almeno 48.
Il cappio attorno a Taiwan — FocusAmerica

Taiwan · La pressione militare di Pechino

Il cappio stretto attorno a Taiwan, nave dopo nave
Per anni una sola nave da guerra cinese ha pattugliato lo Stretto. Dal 2020 Pechino ne ha aggiunte una dopo l'altra, fino a circondare l'isola su tutti e quattro i lati. Oggi cinque o sei unità sono presenti quasi senza interruzione, a ogni ora del giorno.
Fonte: Wall Street Journal Funzionari militari della regione · 2026

Fino al 2019

Oggi · 2026
1

5–6
Nave da guerra
nello Stretto

Navi attorno all'isola,
quasi senza sosta

In sei anni l'accerchiamento navale si è esteso da un solo lato a tutti e quattro

Esplora l'analisi
IIl cappio IILa stretta IIILe cause IVI numeri

L'accerchiamento, anno per anno
Come la flotta cinese ha circondato l'isola
Tocca gli anni qui sotto per vedere come ogni nuova nave ha chiuso un lato in più attorno a Taiwan, completando una presenza quasi ininterrotta.

CINA TAIWAN OCEANO PACIFICO Stretto Taipei '19 '20 '20 '22 '24 '25

2019
1 nave

2020
3 navi

2022
4 navi

2024
5 navi

Oggi
5–6 navi

Fino al 2019
Una sola nave da guerra cinese percorre avanti e indietro lo Stretto di Taiwan.

Fregate (assetto iniziale)
Cacciatorpediniere (oggi)

La sequenza dell'accerchiamento
Ogni passo, una stretta in più del cappio
Tocca un anno per i dettagli. Ogni nuova posizione è arrivata in modo silenzioso ma deciso.

Fino al 2019
Una sola nave nello Stretto

Per anni una singola unità cinese pattuglia avanti e indietro il braccio di mare che separa l'isola dalla terraferma.

2020
Due nuove navi: a nord e a sud

Pechino aggiunge un'unità al largo della costa settentrionale e una davanti a quella meridionale. L'accerchiamento prende forma su tre lati.

2022
La quarta nave chiude il lato est

Una quarta unità prende posizione a est, completando una presenza quasi ininterrotta su tutti e quattro i lati dell'isola.

2024
Una quinta unità sul versante orientale

Si aggiunge una quinta nave a est. Da allora, nella stessa area è quasi sempre presente anche una sesta unità.

2026
Cinque o sei navi, ogni ora del giorno

L'assetto, un tempo basato su fregate, comprende oggi anche cacciatorpediniere più grandi: il segno di un atteggiamento sempre più assertivo da parte di Pechino.

Il 2020 come spartiacque
Ogni stretta è arrivata dopo uno sviluppo politico sgradito a Pechino
I funzionari indicano il 2020 come il vero punto di svolta. Ma la pressione è cresciuta in risposta a una catena di eventi percepiti come sfavorevoli a Pechino.

2019

Xi anticipa la scadenza militare al 2027
Ordina alle Forze Armate cinesi di prepararsi a prendere Taiwan con la forza entro il 2027, anticipando il precedente traguardo del 2035. Non una data d'invasione, ma di prontezza militare.

2020

La rielezione di Tsai Ing-wen
Taiwan rielegge la presidente, ferma difensore dell'autonomia dell'isola. A Pechino il risultato è letto come uno schiaffo politico.

2022

La visita di Nancy Pelosi a Taipei
La trasferta della Speaker della Camera USA fa salire ancora il dispositivo militare cinese attorno all'isola.

2024

Nuove elezioni e l'episodio dei pescatori
Un altro risultato elettorale taiwanese sfavorevole a Pechino e la morte di due pescatori cinesi in uno scontro con la guardia costiera di Taipei fanno aumentare ulteriormente la tensione.

La pressione in cifre
Una flotta più grande di qualsiasi altra al mondo
Il principale strumento della campagna di pressione cinese è una Marina numericamente superiore a ogni altra, costruita a ritmo serrato.

48+
Cacciatorpediniere in dotazione alla marina cinese
Costruiti a ritmo serrato

23 mln
Abitanti di Taiwan, destinatari del messaggio di Pechino

~2 sett.
Permanenza in mare di ogni nave, prima della rotazione
Per addestrare più equipaggi

24 mn
La zona contigua rivendicata da Taipei, in miglia nautiche
Talvolta "sfiorata" dalle navi cinesi

40
Pattugliamenti di prontezza contati da Taiwan lo scorso anno
15 finora quest'anno

48 ore
Durata ormai frequente del "botta e risposta" tra le due Marine

«Ogni step rappresenta una stretta del cappio», ha detto al WSJ Michael Dahm, ex ufficiale dell'intelligence della marina statunitense. La pressione pesa soprattutto sulla Marina taiwanese, assai più piccola e a corto di personale.

Fonte Wall Street Journal, su dati di funzionari militari della regione e del Ministero della Difesa di Taiwan. Mappa: Natural Earth. Analisi 2026.

Il 2020 come spartiacque


I funzionari che hanno parlato con il Wall Street Journal indicano il 2020 come il vero punto di svolta. Un anno prima, Xi aveva ordinato alle forze armate cinesi di prepararsi entro il 2027 a prendere Taiwan con la forza, se ne avessero ricevuto l'ordine, anticipando la precedente scadenza del 2035. Non si tratta di una data già fissata per l'invasione, ma di un traguardo di prontezza militare. Imponeva comunque un'accelerazione.

Sempre nel 2020, Taiwan ha rieletto presidente Tsai Ing-wen, che si era presentata come una ferma difensora della democrazia e dell'autonomia dell'isola dall'influenza cinese. A Pechino quel risultato è stato letto come uno schiaffo politico.

A far crescere ancora il dispositivo militare cinese sono arrivati altri eventi: la visita dell'allora speaker della Camera dei Rappresentanti americana Nancy Pelosi a Taipei nel 2022, il risultato di un'altra elezione taiwanese sfavorevole a Pechino nel 2024 e la morte di due pescatori cinesi in uno scontro con la guardia costiera taiwanese, sempre nello stesso anno.

"Sfiorare il confine"


I pattugliamenti continui non servono soltanto a mandare messaggi politici. Ogni giorno offrono alle forze cinesi l'occasione di raccogliere dati ed esperienza in acque dove un giorno potrebbero combattere. In tempo di pace, ogni nave resta in mare circa due settimane, poi viene sostituita da un'altra unità. Pechino non impiega un piccolo gruppo fisso di imbarcazioni, ma le manda a rotazione, così da addestrare più equipaggi e abituarli a operare nell'area.

Di norma le navi restano fuori dalla zona contigua di 24 miglia nautiche rivendicata da Taipei, ma non sempre. In alcune fasi avviano i cosiddetti pattugliamenti congiunti di prontezza al combattimento, operazioni più intense durante le quali si spingono qualche miglio più all'interno. È una manovra studiata, che alcuni funzionari definiscono "sfiorare il confine".

Taiwan, che ne ha contati 40 lo scorso anno e 15 finora quest'anno, risponde inviando navi da guerra e unità della guardia costiera a seguire quelle cinesi finché non si allontanano. Questo botta e risposta dura sempre più a lungo, ormai spesso fino a 48 ore. La pressione pesa molto sulla Marina taiwanese, assai più piccola di quella cinese e a corto di personale. Le navi devono infatti restare pronte a intervenire in ogni momento, con effetti diretti sulla manutenzione ordinaria e sui tempi di riposo degli equipaggi.

Intanto la Cina raccoglie informazioni sempre più preziose sulle forze di Taiwan: come si muovono, come operano, come comunicano e come reagiscono. Per Taipei significa avere meno opzioni, meno luoghi dove nascondersi e meno margini per ingannare l'avversario. Operare a est dell'isola consente inoltre a Pechino di studiare anche quelle acque e individuare i possibili rifugi dei sottomarini taiwanesi, un vantaggio che in caso di guerra complicherebbe non poco anche l'intervento delle forze americane.

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La ricchezza di Musk si regge sulla fede


Secondo un'analisi di Adam Bonica il patrimonio dell'uomo più ricco del mondo dipende dalla fiducia collettiva nelle sue promesse di futuro, non dai profitti reali delle sue aziende.

Elon Musk è la prima persona al mondo a possedere un patrimonio superiore ai mille miliardi di dollari, 1.320 miliardi per la precisione. Eppure le due aziende su cui si fonda quella ricchezza, Tesla e SpaceX, nel 2025 hanno chiuso i conti con una perdita complessiva. Secondo un'analisi del professore di scienze politiche Adam Bonica il valore della sua fortuna non misura più i guadagni delle sue società, ma la fiducia collettiva nella sua capacità di costruire un futuro che non è ancora arrivato. È un meccanismo che l'autore definisce "capitalismo del culto".

Questo mese SpaceX si è quotata in borsa a una valutazione vicina ai 1.770 miliardi di dollari, la più grande offerta pubblica iniziale della storia. Nel 2025 l'azienda ha però perso 4,9 miliardi di dollari e le perdite stanno accelerando: solo nel primo trimestre del 2026 il rosso è stato di 4,28 miliardi, a fronte di un deficit accumulato di 41,3 miliardi. Tesla, dal canto suo, l'anno scorso ha guadagnato 3,8 miliardi, un profitto reale ma ordinario. Messe insieme, le due società su cui poggia la più grande fortuna personale della storia hanno registrato una perdita netta nel 2025.

Bonica precisa che non si tratta di aziende prive di valore e che il punto non è se valgano qualcosa. La vera domanda riguarda il divario, cioè i mille miliardi di dollari di valore che stanno sopra qualsiasi cifra spiegabile con i profitti o con le condizioni di mercato, e ciò che riempie quel vuoto. A riempirlo, sostiene, è una fede di tipo particolare, la fiducia in un solo uomo capace di consegnare il futuro: Marte, l'intelligenza artificiale generale, cioè un'IA capace quanto la mente umana, un robot umanoide in ogni garage. Il mercato sta valutando una profezia, scrive, e il profeta coincide con l'oggetto stesso dell'investimento. Per rendere l'idea Bonica ha costruito un grafico che rappresenta i grandi patrimoni con un pixel ogni mille dollari: la barra di Musk si allunga per un tratto lunghissimo e chi vuole può scorrere la versione interattiva.

Le bolle economiche sono un fenomeno noto, dai tulipani del Seicento alle azioni delle dot-com fino ai titoli gonfiati dai social. Ma una bolla classica è diffusa, perché la mania si attacca a un settore o a una categoria di beni e non a una singola persona. Per questo prima o poi si sgonfia: a sostenerla è soltanto la psicologia delle folle, che a un certo punto si disperde. Quella costruita attorno a Musk è diversa, sostiene Bonica, perché la fiducia è personalizzata e si lega a lui, che è insieme il gestore delle aziende, il profeta del loro futuro e il bene che viene valutato. Questo manda in cortocircuito il meccanismo che di solito corregge le bolle.

Il consiglio di amministrazione di Tesla concede a Musk tutto ciò che chiede e, per Bonica, non è un caso. Dall'esterno sembra un fallimento clamoroso della governance aziendale, ma dall'interno è una scelta razionale: il consiglio sa che la valutazione di Tesla dipende quasi interamente dall'uomo e dal culto costruito attorno a lui. Senza Musk, Tesla sarebbe soltanto un'azienda automobilistica, con un valore di mercato pari a una frazione di quello attuale.

La caratteristica del capitalismo del culto, secondo Bonica, è che opera fuori dai normali meccanismi di responsabilità. Un bilancio deve quadrare, una profezia no. Finché un numero sufficiente di persone crede in Musk, la fede si autoalimenta: abbassa il costo del capitale, gli permette di raccogliere 75 miliardi di dollari in una sola operazione, che servono a pagare la promessa successiva, la quale a sua volta rinnova la fiducia.

La profezia, però, è più fragile di quanto il prezzo lasci intendere. Dove le aziende di Musk hanno fatto progressi reali, scrive Bonica, il merito è stato degli ingegneri assunti. Il segnale più chiaro è una promessa che lui ripete da quasi dieci anni, quella delle Tesla a guida completamente autonoma, mai arrivata, mentre Waymo, il servizio di taxi senza conducente, faceva già circolare le sue auto sulle strade pubbliche da anni. Sul terreno a lui più simbolico, insomma, il profeta non è arrivato per primo.

Pagare le aziende di Musk così sopra la media, continua l'analisi, significa credere a più cose improbabili nello stesso momento. La prima è che i risultati passati non solo predicano il futuro ma ne siano largamente superati, che il meglio debba ancora venire. La seconda è che Musk riesca a continuare ad attrarre i migliori ingegneri, mentre i più bravi tra i giovani, che possono scegliere dove lavorare, osservano i suoi saluti a braccio teso, la sua adesione a teorie del complotto razziste, gli attacchi sistematici alle persone transgender e l'intelligenza artificiale dell'azienda che a un certo punto ha iniziato a definirsi "MechaHitler". La terza, la più ardita, è che Tesla e SpaceX non solo creino nuovi mercati, come il robot domestico o la flotta di taxi a guida autonoma, ma li conquistino quasi per intero. L'auto elettrica doveva essere proprio un mercato di quel tipo, ma il concorrente BYD ha superato Tesla e il resto dell'industria ha colmato il distacco.

Bonica ricorda che la democrazia funziona con il meccanismo opposto a quello di un culto, fatto di responsabilità, deliberazione e stato di diritto, e che Musk ha aggirato tutti e tre questi pilastri. Ha smantellato agenzie federali attraverso il DOGE, il dipartimento per l'efficienza governativa che ha guidato, ha licenziato funzionari pubblici per decreto e ha trasformato la sua piattaforma in uno strumento per destabilizzare elezioni all'estero.

Esiste anche una lettura più semplice della stessa valutazione, che Bonica giudica forse la più solida: il mercato non starebbe scommettendo su razzi e robot, ma sull'accesso al potere e sull'influenza politica. Musk è più vicino al potere statale di qualunque altro industriale nella storia americana recente. Quella vicinanza è un vantaggio concreto, perché fa vincere appalti, plasma le regole che vincolano i rivali e sgombra il campo dalla concorrenza. Questa settimana il Dipartimento di Giustizia, l'equivalente americano del ministero della giustizia, è intervenuto a sostegno di Musk in una causa che coinvolge una sua società. Comprare le sue azioni, scrive Bonica, significa comprare il peso dello Stato messo sul piatto della bilancia. È il modo in cui ci si arricchisce nella Russia di Putin, stando vicino al trono quando si dividono i bottini e non inventando un mercato. In questa lettura Musk non è una scommessa sul genio ma sulla corruzione.

Un collega di Bonica, Jacob Grumbach, descrive in un nuovo documento di lavoro il patto che sta sotto questo sistema. Un miliardario che possiede insieme una piattaforma di informazione e un grande impero economico esposto alla regolazione affronta un calcolo che un normale editore non conosce. Gestire la piattaforma per massimizzarne i profitti significa produrre ciò che fa una stampa che funziona, cioè controllo del potere e giornalismo critico, ma è proprio quella responsabilità a tassare, regolare e limitare il resto del suo patrimonio. La mossa razionale diventa allora far fallire l'azienda di informazione, perché un governo autoritario paga alla ricchezza concentrata un premio che la democrazia non garantisce: tasse più basse, controlli antitrust blandi, appalti indirizzati. E quel premio cresce con la ricchezza, al punto che comprare una piattaforma da 44 miliardi di dollari e distruggerne il valore diventa non un errore ma un investimento, il prezzo per disattivare la responsabilità che la stampa dovrebbe produrre.

Gli oligarchi non vanno in pensione, scrive Bonica, ma cadono in disgrazia. A volte è il protettore a rivoltarsi contro di loro, come Mikhail Khodorkovsky, l'uomo più ricco della Russia finito in una cella, o Evgenij Prigozhin, da fornitore del Cremlino precipitato in un cratere in un campo. Altre volte è il protettore politico a cadere e allora sono gli oligarchi a fuggire: quando Viktor Orbán ha perso il potere in Ungheria all'inizio del 2026, i suoi uomini hanno cominciato a lasciare il paese con i loro miliardi. Per Musk, legato a un presidente americano impopolare, la fuga è l'uscita più probabile.

Musk non ha inventato questo meccanismo, conclude Bonica, lo ha solo portato più lontano di chiunque prima di lui. Il pericolo non è che il culto sia irrazionale, perché i culti hanno una loro coerenza interna ed è proprio quella a renderli duraturi. Il problema è che la più grande fortuna personale della storia poggia su una base che non finge più di dipendere da ciò che le aziende guadagnano. Allo stesso tempo è venuto meno il consueto meccanismo di correzione, per cui non è previsto alcun atterraggio morbido. A reggere quella scommessa sono i fondi pensione che detengono il titolo, gli indici che quasi tutti possiedono e la fiducia di milioni di risparmiatori: in un certo senso, il conto è di tutti.

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La sfida al Senato in Texas si gioca sulla mascolinità


Il repubblicano Ken Paxton dipinge il democratico James Talarico come debole e punta sul machismo degli elettori latini, che nel 2024 hanno spostato a destra il Rio Grande Valley votando Trump.

Nella corsa al Senato in Texas il candidato repubblicano Ken Paxton attacca la mascolinità del suo avversario democratico James Talarico con un obiettivo preciso in testa: gli elettori ispanici. Paxton, procuratore generale dello Stato, punta a presentare il rivale come un uomo troppo debole per rappresentare il Texas a Washington. Talarico, deputato del parlamento statale, risponde con una sua idea di virilità fondata sul servizio e sull'integrità.

La sfida è diventata aspra molto presto, con uno scontro aperto su chi sia più uomo. Lo staff di Paxton vede uno spazio tra gli elettori ispanici del Texas, che negli ultimi cicli elettorali si sono spostati nettamente a destra. "Il machismo è importante per questi elettori, sapere chi è un combattente e chi è debole", ha detto al Wall Street Journal Nick Maddux, consigliere della campagna di Paxton.

Nel 2024 il Rio Grande Valley, l'area al confine con il Messico storicamente democratica, è passato ai repubblicani per la prima volta a memoria d'uomo, votando al 52% per il presidente Donald Trump. La campagna di Paxton ritiene che l'immagine da uomo duro proiettata da Trump lo abbia aiutato in Texas, anche tra chi più in basso nella scheda ha votato per i democratici. Negli ultimi mesi sono però comparsi i primi segnali di un calo del sostegno repubblicano tra gli elettori latini, nella regione e a livello nazionale.

Ancora prima di vincere il ballottaggio delle primarie repubblicane il mese scorso, la campagna di Paxton aveva iniziato a chiamare Talarico "Low-T", un riferimento al basso livello di testosterone, dopo aver testato diversi soprannomi sprezzanti. "Alcuni lo conoscono come Tofu Talarico, altri lo chiamano Six-Gender Jimmy", ha detto Paxton sorridendo, tra gli applausi, alla festa per la vittoria del ballottaggio. "Altri lo chiamano semplicemente Low-T Talarico."

Un importante comitato di azione politica che sostiene Paxton ha diffuso spot con lo slogan "Low-T Talarico, troppo debole per il Texas". Stephen Miller, consigliere del presidente, ha scritto sui social definendo Talarico il "primo candidato transgender al Senato" del partito, cosa non vera. In un'intervista a Fox News il deputato repubblicano Brandon Gill, alleato di Paxton, lo ha definito "effeminato" e "a malapena etero". Citizens for Sanity, un comitato vicino a Trump, ha acquistato uno spot con un video falso creato con l'intelligenza artificiale che mostra Talarico in abito femminile mentre canta dei bambini transgender.

Talarico ha scelto di accettare il tema della mascolinità, raccontando del padre adottivo che tagliava di nascosto il prato del vicino quando nessuno guardava. Ne ha approfittato per colpire Paxton, alle prese con un divorzio chiesto dalla moglie con l'accusa di infedeltà. "Un uomo si assume le responsabilità, mantiene gli impegni verso la famiglia e i vicini e fa la cosa giusta anche quando nessuno lo guarda", ha detto in un comizio. "Ecco cosa i veri uomini non fanno: non mentono e non imbrogliano per tutta la vita."

Mike Madrid, esperto del voto latino e consulente repubblicano critico verso Paxton, considera uno stereotipo l'idea che gli elettori ispanici siano attratti dal machismo. "Sono gli errori che vedo fare ai repubblicani da trent'anni, quando hai dei ragazzi bianchi a Washington che usano caricature da cartone animato", ha detto Madrid, tra i fondatori del Lincoln Project, il gruppo di repubblicani contrari a Trump.

Gli elettori latini indicano da diversi cicli elettorali l'economia e il costo della vita come la loro priorità, un terreno su cui i democratici contano quest'anno, con l'inflazione che resta alta. Questa settimana il 65% degli elettori latini a livello nazionale disapprovava l'operato di Trump, secondo la media dei sondaggi del Cook Political Report, in crescita rispetto al 53% di marzo 2025, quando era iniziata la rilevazione.

Maddux sostiene che l'obiettivo della campagna non è l'aspetto fisico, ma presentare la corsa come una scelta tra "un combattente che condivide i nostri valori e ha passato la carriera a difenderli" e "un progressista radicale travestito con l'abito della domenica". I repubblicani hanno rilanciato vecchie dichiarazioni di Talarico, come quando ha definito Dio non binario.

Paxton ha una carriera politica forgiata negli scandali. È sopravvissuto a un'incriminazione per frode sui titoli finanziari, risolta con un accordo prima del processo, e a una messa in stato d'accusa nella camera bassa dello Stato a guida repubblicana, da cui è stato assolto dal Senato statale. Talarico, studioso della Bibbia dal volto giovanile, era il più giovane parlamentare del Texas quando entrò in carica nel 2018, a 29 anni.

Nelle primarie democratiche del 3 marzo Talarico ha battuto la deputata Jasmine Crockett con il 62% contro il 35% nelle contee con oltre il 60% di elettori latini, secondo l'Associated Press, l'agenzia di stampa americana, contro il 53% a 46% su scala statale. Nelle stesse contee gli elettori delle primarie repubblicane avevano preferito il senatore John Cornyn a Paxton, 44% a 39%, salvo poi sostenere Paxton nel ballottaggio di maggio, con un'affluenza più bassa. Robert Cantu, presidente del partito repubblicano nella contea di Hidalgo, prevede una corsa molto combattuta a novembre.

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Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni


La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.

Questa è la proiezione di Focus America sulle elezioni di midterm del 3 novembre 2026, che viene aggiornata più volte al giorno sulla base dei sondaggi pubblici. Medie e proiezioni sono calcolate da noi. Qui sotto trovate il quadro d'insieme: chi è avanti alle elezioni della Camera dei Rappresentanti e del Senato e come si distribuiscono i seggi. Non si tratta di una proiezione definitiva, ma piuttosto di una fotografia destinata a cambiare giorno dopo giorno, da qui al voto.

Il "generic ballot" è una delle domande classiche dei sondaggi americani: alle elezioni per il Congresso, voterebbe il candidato democratico o quello repubblicano? Noi ne calcoliamo la media nazionale, mettendo insieme i sondaggi pubblici disponibili. È un dato che però va letto con prudenza in quanto è calcolato a livello nazionale, mentre la maggioranza della Camera dei Rappresentanti si decide collegio per collegio, trattandosi di un sistema elettorale maggioritario a turno unico.

Inoltre i democratici tendono ad accumulare molti voti in eccesso nelle grandi città: per questo un vantaggio nel voto popolare potrebbe non tradursi automaticamente in una maggioranza di seggi. Questo porta anche ad un altro limite: storicamente questa media tende a sovrastimare i democratici, e inoltre mancano ancora diversi mesi al voto, il che significa che l'andamento potrebbe cambiare nel corso del tempo. Nonostante tutto questo, il generic ballot resta il segnale più utile per capire l'orientamento politico degli elettori a livello nazionale e per questo motivo ha spesso anticipato abbastanza bene il risultato finale.

A differenza che alla Camera dei Rappresentanti, il Senato si rinnova solo per un terzo dei seggi ogni due anni. Ciò significa che a novembre 2026 andranno al voto solo 35 seggi su 100, mentre i senatori eletti negli altri 65 resteranno in carica fino ai prossimi cicli elettorali. Tra i seggi non in gioco, 34 sono controllati dai democratici e 31 repubblicani. Questo significa che la maggioranza si deciderà nei 35 seggi in palio: ai democratici ne servono 17 per arrivare a quota 51 e conquistare il controllo del Senato; ai repubblicani, che oggi detengono la maggioranza, basterebbe invece arrivare a 50, perché in caso di parità il voto decisivo spetta al vicepresidente, attualmente un repubblicano.

La nostra proiezione mostra una corsa pressoché in equilibrio. Per i democratici, le migliori possibilità di conquista sono i seggi oggi detenuti dai repubblicani in North Carolina, Texas e Maine. Restano più difficili, ma comunque da tenere d'occhio, le sfide in Ohio, Iowa e Alaska. Dove non ci sono ancora sondaggi sufficienti, partiamo dai "fondamentali", vale a dire l'andamento storico dello Stato a destra o a sinistra nelle ultime elezioni, il clima politico nazionale e il vantaggio insito di chi è già in carica e in corsa per la rielezione.

Per la Camera dei Rappresentanti prevediamo invece il risultato in tutti i 435 collegi dove si vota. Ove non esistono sondaggi sufficienti, come nel caso del Senato, partiamo dai "fondamentali": come ha votato quel collegio in passato, il clima politico nazionale e il vantaggio di chi è già in carica. La nostra proiezione tiene già conto del ridisegno delle mappe elettorali del 2026, che nel complesso favorisce i repubblicani. Inoltre, quando per un singolo collegio sono disponibili sondaggi locali, non li usiamo solo per quella singola sfida: li consideriamo anche come un segnale utile per prevedere l'andamento del voto in distretti politicamente simili, cioè con una storia e caratteristiche elettorali paragonabili.

Ma quanto deve essere ampio il vantaggio nazionale dei democratici perché si traduca davvero in una maggioranza alla Camera? Per rispondere abbiamo costruito una curva dei seggi: partendo dalla nostra proiezione collegio per collegio, abbiamo simulato cosa accadrebbe spostando il margine nazionale verso i democratici o verso i repubblicani, contando ogni volta quanti seggi otterrebbero i democratici. Ne emerge un punto importante: per come sono disegnati i collegi e per come si distribuisce il voto, ai democratici non basta vincere il voto popolare di poco. Servono all'incirca tre punti di vantaggio nazionale per raggiungere la soglia dei 218 seggi che assegna la maggioranza. Al di sotto la Camera resta ai repubblicani, al di sopra passa ai democratici. Per avere un riferimento, un'onda come quella del 2018, quando i democratici vinsero il voto di oltre otto punti, darebbe una maggioranza ampia, mentre uno scenario come il 2024, vinto dai repubblicani, la lascerebbe saldamente a destra.

Fin qui il quadro d'insieme. Ma come si presenta ogni singola sfida? Nella tabella che segue abbiamo raccolto tutte le corse, collegio per collegio alla Camera e Stato per Stato al Senato, con i candidati dei due partiti, il margine che proiettiamo e il nostro rating, dal seggio sicuro a quello in bilico. Si può filtrare per Stato o per categoria e ordinare le sfide dalla più contesa a quella dal vantaggio più netto. Dove le primarie non si sono ancora svolte i candidati restano "da definire", e accanto a ogni gara indichiamo se la nostra stima nasce dai sondaggi locali o, in loro assenza, dai fondamentali.
› Nota metodologica completa

I sondaggi che usiamo sono quelli pubblici raccolti dal New York Times. Le medie e le proiezioni, invece, sono calcolate da noi e vengono aggiornate più volte al giorno. Per ogni sondaggio teniamo una sola rilevazione, scegliendo il campione più utile disponibile. La priorità va ai "probabili elettori", cioè alle persone considerate più propense a votare; poi agli "elettori registrati"; infine, se non c'è altro, al campione di tutti gli "adulti". In genere i sondaggi sui probabili elettori sono i più indicativi del risultato finale.

Come calcoliamo le medie


La nostra media non è una semplice media aritmetica dei sondaggi. Usiamo invece una media bayesiana: questo significa che partiamo da una stima iniziale e la aggiorniamo ogni volta che arriva un nuovo sondaggio. Ogni nuova rilevazione corregge la stima precedente, ma non tutte hanno lo stesso peso. La regola è invece la seguente:

  • Pesano di più i sondaggi degli istituti più affidabili, vale a dire con campioni più ampi e meglio costruiti, e quelli basati sui probabili elettori;
  • Pesano meno, invece, i sondaggi commissionati da una delle due parti politiche, che vengono trattati con maggiore cautela.

Nel nostro calcolo, inoltre, correggiamo anche il cosiddetto house effect, cioè la tendenza storica di un istituto a favorire leggermente un partito rispetto all'altro. Infine, se un sondaggio risulta molto anomalo rispetto agli altri, non viene eliminato: resta nella media, ma con un peso minore.

Perché la curva cambia giorno per giorno


Per aggiornare la media nel corso del tempo usiamo un filtro di Kalman. In pratica, si tratta di un metodo che combina la stima del giorno precedente con i nuovi sondaggi disponibili. Ciò significa sostanzialmente che, quando arrivano nuove rilevazioni, la curva si muove. Quando invece non ci sono nuovi sondaggi, la stima resta sostanzialmente ferma, ma di converso aumenta l'incertezza. Ciò ci permette di fare in modo che la stima della previsione arrivi sempre fino a oggi, mentre la banda attorno alla media, cioè l'intervallo entro cui con il 95% di probabilità si trova il valore reale, tende ad allargarsi nei periodi (o nella previsione delle sfide) per cui abbiamo a disposizione pochi dati.

Cosa facciamo quando mancano i sondaggi locali


Per alcune sfide al Senato e per diversi collegi poco competitivi della Camera i sondaggi locali sono spesso pochi, o mancano del tutto. In questi casi, per poter fornire una stima del risultato, ci basiamo principalmente sui "fondamentali": si tratta, in linea generale, di tutti gli elementi che permettono di stimare una corsa anche in assenza di sondaggi.

I fondamentali principali sono 3:

  1. come ha votato quello Stato o quel singolo collegio nelle elezioni precedenti, sia presidenziali sia per il Congresso;
  2. qual è il clima politico nazionale attuale;
  3. se uno dei candidati è già in carica, perché i candidati uscenti in corsa per la rielezione hanno spesso un vantaggio insito dovuto al fatto che sono più riconosciuti dei propri rivali.

I "fondamentali" vanno considerati come il punto di partenza di ogni previsione. Questo significa anche però che, man mano che arrivano sondaggi locali, il loro peso diminuisce e la proiezione si avvicina progressivamente ai dati più attendibili sulla singola sfida.

Come funziona la proiezione della Camera


Per la previsione sulla Camera dei Rappresentanti partiamo dal voto del novembre 2024, ricalcolato sui nuovi confini dei distretti elettorali del 2026. Questo passaggio è importante perché molti collegi hanno cambiato forma dopo il ridisegno delle mappe, e quindi non basta guardare al vecchio risultato per lo stesso distretto.

Su quella base applichiamo lo spostamento politico nazionale, ma non in modo identico per tutti i collegi. Ogni collegio ha una sua "elasticità": alcuni seguono molto il vento nazionale, altri si muovono poco perché hanno un elettorato più stabile e già schierato.

Per questo uno stesso spostamento nazionale può pesare molto in un collegio competitivo e reattivo, ma molto meno in un collegio più rigido. Aggiungiamo poi il vantaggio dell'uscente: vale circa due punti alla Camera, di più al Senato, ma viene conteggiato solo se il deputato o il senatore in carica si ricandida. Se il seggio è aperto, questo vantaggio scompare.

Infine, quando ci sono sondaggi in un singolo collegio, li usiamo prima di tutto per aggiornare quella corsa. In misura più limitata, però, li consideriamo anche come un segnale per collegi politicamente simili, cioè con una storia elettorale e una composizione paragonabili.

Come classifichiamo le corse


Ogni corsa viene classificata in base al margine previsto. Sotto i 3 punti la consideriamo "in bilico". Con margini più ampi passa poi nelle categorie "lean", "likely" e "solid", a seconda di quanto è netto il vantaggio di un partito.

Resta un'avvertenza generale: mancano ancora mesi al voto del 3 novembre 2026. Le proiezioni indicano lo stato della corsa oggi, non il risultato finale. L'opinione pubblica può ancora cambiare, e con nuovi sondaggi possono cambiare anche le nostre stime.

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Mamdani usa la sua forza per cambiare il Partito Democratico


Il sindaco socialista-democratico appoggia sfidanti contro deputati uscenti del suo partito. Bernie Sanders lo affianca, i repubblicani lo usano come spauracchio nei collegi in bilico.

A sei mesi dal suo insediamento, il sindaco di New York Zohran Mamdani usa la propria popolarità per provare a cambiare il Partito democratico dall'interno, anche a costo di sfidare i vertici del suo stesso partito. A pochi giorni dalle primarie dello Stato, le elezioni interne con cui i partiti scelgono i candidati da schierare al voto generale, il trentaquattrenne socialista-democratico appoggia una serie di sfidanti contro deputati democratici uscenti.

Mamdani, fino a poco tempo fa attaccato dai leader di entrambi gli schieramenti, ha visto crescere il proprio peso politico al punto da ricevere elogi sia dal presidente Donald Trump sia da ex critiche democratiche come la governatrice di New York Kathy Hochul. Ne scrive PBS News.

Giovedì il sindaco ha affiancato il senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders a un comizio a Brooklyn pensato per spingere al voto i candidati vicini alle sue idee, due dei quali corrono contro deputati democratici in carica nelle primarie di martedì. "Vede questa opportunità, che possiamo cambiare radicalmente il Partito democratico", ha detto Faiz Shakir, consigliere di Sanders e amico di Mamdani. Come Sanders, ha aggiunto, Mamdani non agisce per ripicca verso la leadership ma sostiene candidati con una visione migliore, ed è "pronto a perdere, se sarà il caso".

Nel tredicesimo distretto, che comprende parti dell'alta Manhattan e del Bronx, Mamdani ha appoggiato l'organizzatrice politica Darializa Avila Chevalier contro il deputato Adriano Espaillat, presidente del gruppo dei parlamentari ispanici al Congresso. Nel decimo distretto sostiene l'ex revisore dei conti della città di New York Brad Lander, che sfida il deputato in carica Dan Goldman. Nel settimo appoggia la deputata statale socialista-democratica Claire Valdez contro l'erede designata dalla deputata uscente Nydia Velazquez.

I candidati di Mamdani hanno ripreso in larga parte il programma che ha portato lui al municipio, concentrato sull'alto costo della vita e sull'immagine di volti nuovi non legati ai grandi interessi economici. La guerra di Israele a Gaza occupa un posto centrale: Lander, Valdez e Avila Chevalier descrivono i loro avversari democratici come troppo morbidi verso Israele, riprendendo le critiche del sindaco ai leader del Paese.

"In questo momento c'è una grande insoddisfazione per il modo in cui la dirigenza del partito ha agito, senza opporsi con abbastanza forza a Trump", ha detto Valdez all'Associated Press, che spera di portare a Washington un alleato del sindaco. Il suo avversario alle primarie, il presidente del distretto di Brooklyn Antonio Reynoso, si è definito sfavorito pur avendo l'appoggio della deputata uscente. Mamdani, ha detto, ha uno status da celebrità mai visto prima e quando appoggia qualcuno questo "conta", al punto da aver fatto pendere la bilancia in una corsa che altrimenti lo vedrebbe favorito.

Alla Camera, i democratici sono sorpresi che Mamdani si sia rivelato meno dannoso del temuto per il partito nei collegi in bilico. Le sue scelte hanno però aggravato le divisioni interne, soprattutto tra i moderati che temono che il suo marchio di sinistra radicale finisca per danneggiare l'intero partito. Hakeem Jeffries, leader della minoranza democratica alla Camera e anche lui newyorkese, ha provato a contrastare gli sfidanti sostenuti da Mamdani, appoggiando e facendo campagna per i deputati in carica.

Jeffries e Mamdani hanno scelto di scontrarsi solo nelle primarie, evitando litigi pubblici che alimenterebbero il racconto repubblicano di un Partito democratico allo sbando. "I democratici devono capire come gridare nelle aree in cui siamo d'accordo e sussurrare in quelle in cui divergiamo", ha detto Antjuan Seawright, stratega democratico che collabora con i deputati del partito. Gli alleati di Jeffries riconoscono che Mamdani ha rimotivato gli elettori democratici e preferiscono che resti concentrato sul governo di New York piuttosto che girare il Paese.

I repubblicani puntano invece a dare visibilità a Mamdani a prescindere dalle preferenze dei democratici di Washington. I loro operatori hanno cercato di collegarlo ai candidati democratici alla Camera nei collegi in bilico di California, Colorado e Wisconsin, e ritengono che la sua figura peserà anche nelle corse decisive a New York e nel New Jersey. La scommessa è che i democratici più esposti non possano prendere troppo nettamente le distanze da lui senza inimicarsi gli elettori progressisti.

"Il marchio socialista di Zohran Mamdani è tossico quanto può esserlo", ha detto Mike Marinella, portavoce del comitato che finanzia le campagne dei repubblicani alla Camera, definendolo lo spauracchio ideale da usare contro i democratici in un momento in cui, a suo dire, il partito è senza un leader e senza un messaggio. Shakir, il consigliere di Sanders, ha invitato i repubblicani a provarci: Sanders cita Mamdani in quasi ogni discorso nei suoi comizi in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo anno, e "la folla impazzisce".

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Vance dice che Trump ha uno dei quozienti intellettivi più alti tra tutti i presidenti americani


Il vicepresidente si dice "imbarazzato" per aver dubitato in passato dell'intelligenza del presidente, che nel 2016 aveva definito un possibile "Hitler d'America".

Il vicepresidente JD Vance ha detto che il presidente Donald Trump ha uno dei quozienti intellettivi più alti, se non il più alto, tra tutti i presidenti della storia americana.

Vance ha fatto questa affermazione durante un'intervista al podcast The Diary of A CEO, nella quale si è detto "imbarazzato" ripensando al 2016, quando non credeva che Trump fosse una persona intelligente e arrivò a definirlo un possibile "Hitler d'America". "Lo ricordo bene, era il 2016, e con il senno di poi è tutto così stupido", ha detto a proposito di quel suo vecchio giudizio. "La gente diceva che era stupido, o che non era molto sveglio".

Il vicepresidente ha poi elogiato senza riserve le capacità del presidente. "È super intelligente, legge molto, capisce le persone a livello istintivo meglio di chiunque altro io abbia mai conosciuto, ma è anche, in termini di puro quoziente intellettivo, una persona molto intelligente", ha aggiunto.

La sua affermazione più netta è arrivata subito dopo. "Se sottoponessi Donald Trump a un test del quoziente intellettivo insieme agli altri 45, 46 presidenti che gli Stati Uniti hanno avuto, garantisco che sarebbe vicino alla cima o in cima", ha detto. "Tutti i media americani nel 2016 avevano convinto almeno me che non fosse una persona intelligente". I test del quoziente intellettivo misurano la capacità di ragionare, risolvere problemi ed elaborare rapidamente le informazioni.

Se fosse vero, un risultato del genere collocherebbe Trump, che ha 80 anni e una laurea in economia all'Università della Pennsylvania, accanto ad alcune delle figure più intelligenti della storia americana. Tra queste c'è John Quincy Adams, che gli storici considerano il presidente più intelligente di sempre: parlava sette lingue e gli viene attribuito un quoziente intellettivo stimato di 175. C'è anche Thomas Jefferson, autore della Dichiarazione di Indipendenza e lettore così appassionato da possedere oltre 6.000 volumi nella sua biblioteca personale, che poi vendette alla Biblioteca del Congresso dopo che gli inglesi avevano dato alle fiamme la collezione nazionale originale nel 1814.

Trump, però, ha avuto diversi episodi che hanno messo in dubbio la sua intelligenza. Nel 2020, durante una conferenza stampa sul Covid-19, chiese se si potessero iniettare nel corpo disinfettanti come la candeggina per curare il virus. Quest'anno si è vantato di aver ottenuto un "perfetto 30 su 30" in un test cognitivo, che in realtà era uno screening per la demenza. Nel 2019 sostenne che le pale eoliche provocassero in qualche modo il cancro.

L'intervista fa parte del giro promozionale che Vance sta dedicando in questi giorni al suo nuovo libro di memorie, Communion: Finding My Way Back to Faith, già stroncato da recensioni durissime, tra cui quelle del conservatore Wall Street Journal e di The Cut, particolarmente critica nel raccontare la sua vita familiare e la sua conversione al cattolicesimo intorno ai 35 anni.

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Bernie Sanders vuole metà delle aziende di intelligenza artificiale


Il senatore del Vermont propone un fondo sovrano da quasi 7 mila miliardi di dollari, finanziato con le azioni delle aziende AI, per pagare oltre 1.000 dollari l'anno a ogni cittadino

Bernie Sanders, senatore indipendente del Vermont, ha presentato una proposta di legge per trasferire al pubblico americano una quota delle maggiori aziende di intelligenza artificiale del paese, mentre queste corrono verso valutazioni da mille miliardi di dollari. Il testo, mostrato per primo all'agenzia di stampa Associated Press, prevede una tassa una tantum del 50% sulle azioni di queste società.

La tassa finanzierebbe un fondo sovrano, simile a quelli usati da molti paesi e da alcuni Stati americani, che secondo le stime di Sanders varrebbe circa 7 mila miliardi di dollari. Un fondo sovrano è un veicolo pubblico che investe e gestisce ricchezza per conto dello Stato. Genererebbe centinaia di miliardi all'anno, da destinare a pagamenti diretti ai cittadini e a programmi per sanità, istruzione e casa.

A differenza di una tassa tradizionale, le aziende dovrebbero versare azioni invece di contanti, rendendo di fatto il pubblico americano un grande azionista delle principali società del settore. La tassa si applicherebbe alle imprese che raggiungono 200 milioni di dollari di vendite annue legate all'intelligenza artificiale, comprese quelle che dovessero superare quella soglia in futuro.

Una commissione indipendente di sette persone, nominata dal presidente e confermata dal Senato, gestirebbe il fondo. Userebbe le azioni con diritto di voto per bloccare le decisioni dannose per i cittadini e spingere politiche a loro favore, secondo il riassunto del testo.

Sanders propone un dividendo annuo del 5%, che si tradurrebbe in pagamenti diretti di oltre 1.000 dollari a ogni americano. Se le aziende crescessero, i guadagni andrebbero a beni pubblici come istruzione, casa e sanità. Il senatore sostiene che i contribuenti non subirebbero perdite nel caso in cui le valutazioni delle aziende calassero. "Non perderemo soldi, anche se la bolla scoppia", ha detto.

"I benefici non possono andare semplicemente a una manciata di aziende ricche. Saranno condivisi dal popolo americano", ha dichiarato Sanders in un'intervista mercoledì. "Il pubblico deve avere un posto importante al tavolo per assicurarsi che non accadano cose terribili alle persone comuni e che l'intelligenza artificiale le aiuti, invece di danneggiarle".

L'idea di dare ai cittadini una quota nell'intelligenza artificiale ha raccolto interesse da figure distanti tra loro come il presidente Donald Trump e l'amministratore delegato di OpenAI Sam Altman. La proposta di Sanders però va molto oltre: chiede la proprietà pubblica della metà delle maggiori aziende del settore e un'influenza diretta sulle loro decisioni.

Trump, che ha firmato un ordine per far verificare volontariamente al governo i nuovi modelli di intelligenza artificiale, ha parlato della possibilità che lo Stato detenga una quota nelle aziende del settore. "C'è qualcosa di molto interessante, diventa quasi una partnership con il pubblico americano", ha detto. OpenAI ad aprile ha proposto di creare un fondo pubblico che dia a ogni cittadino una quota nella crescita economica trainata dall'intelligenza artificiale.

Anthropic, una delle principali concorrenti di OpenAI valutata di recente 965 miliardi di dollari, si è mostrata aperta a idee simili. Il suo amministratore delegato Dario Amodei ha scritto che un reddito di base universale potrebbe essere finanziato con tasse sulle aziende rilevanti. Mercoledì Trump ha partecipato a una sessione dedicata all'intelligenza artificiale al vertice del G7 in Francia con i principali leader del settore, tra cui Altman e Amodei.

La spinta di Sanders resta molto più aggressiva di queste aperture. Nel suo incontro con Altman, i due sono rimasti distanti sulla dimensione della quota che andrebbe al pubblico, secondo le persone presenti.

"Penso che persone come Sam Altman e Trump, che possono essere sensibili a questa idea, stiano dicendo: stiamo facendo soldi a palate, quindi facciamo i bravi e magari ci compriamo il consenso del pubblico restituendo il 5% dei profitti al governo", ha detto Sanders. "Non è di questo che parliamo. Parliamo di due cose molto diverse".

Il tour "Fighting Oligarchy" di Sanders ha attirato folle numerose in tutto il paese l'anno scorso, con la partecipazione di esponenti di primo piano come la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, democratica di New York. Alla domanda se intende portare in campagna elettorale il tema della proprietà dell'intelligenza artificiale e delle disuguaglianze, Sanders ha risposto di sì.

Altri candidati usano lo stesso messaggio in vista delle elezioni di metà mandato, intercettando l'ansia degli elettori verso la tecnologia. La candidata democratica al Senato in Michigan Mallory McMorrow ha presentato un piano per proteggere i lavoratori nell'era dell'intelligenza artificiale, mentre il candidato democratico alla Camera a New York Alex Bores ha fatto della regolamentazione del settore un tema della sua campagna.

I progetti di data center in tutto il paese hanno suscitato l'opposizione dei residenti, preoccupati per la domanda di elettricità, il consumo d'acqua e l'impatto ambientale. Alcuni Stati un tempo desiderosi di attirare queste strutture, tra cui Ohio e Virginia, hanno iniziato a riconsiderare gli incentivi fiscali.

Circa il 70% degli studenti universitari considera l'intelligenza artificiale una minaccia per le proprie prospettive di lavoro, secondo un sondaggio del 2025 dell'Institute of Politics della Harvard Kennedy School. "I lavoratori saranno cacciati dai loro posti di lavoro mentre i miliardari e i multimiliardari diventeranno ancora più ricchi", ha detto Sanders. "Gli americani ne sono consapevoli e non vogliono che accada".

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Nuovo attacco di Trump a Meloni: "vuole essere mia amica per migliorare nei sondaggi"


Il presidente americano torna a attaccare la premier sui social: la accusa di aver negato le piste italiane durante la guerra contro l'Iran e di cercarlo ora solo per convenienza politica. Torna a salire la tensione tra Roma e Washington.
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Donald Trump non chiude la lite con Giorgia Meloni, anzi la rilancia. In un nuovo messaggio su Truth Social il presidente degli Stati Uniti torna ad attaccare la presidente del Consiglio italiana (sbagliando anche il suo nome, "Gigiorgia"), accusandola di averlo cercato per una foto durante il vertice G7 e di volere ora ricucire il rapporto soltanto per risalire nei sondaggi. "Vuole essere di nuovo amica per far salire i suoi numeri nei sondaggi. No, grazie", scrive, firmandosi "President DJT".

Nel suo post Trump sostiene che Meloni gli abbia chiesto "più e più volte" una foto insieme al G7 e collega il suo calo di popolarità in Italia alla scelta di non aver assecondato Washington sull'Iran. Secondo il presidente, la presidente del Consiglio avrebbe negato agli Stati Uniti l'uso delle piste e degli aeroporti italiani durante l'offensiva, definendo quel rifiuto "un grande disagio logistico".

Trump ricorda poi che gli Stati Uniti spendono "centinaia di miliardi di dollari l'anno" per proteggere l'Italia e gli altri alleati della NATO, che mette tra virgolette come "cosiddetti" alleati. La chiusura è netta: dopo aver "sconfitto militarmente l'Iran", afferma, ora la premier "vuole tornare amica" solo per interesse.

Il nuovo post arriva al culmine di uno scontro che va avanti da ieri, quando Trump ha raccontato in un'intervista telefonica a La7, nel programma L'Aria che tira, che Meloni lo aveva "implorato" di fare una foto con lei al G7 e che lui aveva accettato solo perché gli "faceva pena". La premier aveva replicato con un video sui social: "Sono allibita. Io e l'Italia non imploriamo mai", aggiungendo che si trattava di "dichiarazioni totalmente inventate".

Trump aveva poi ribadito le accuse in una telefonata con la NBC News:

"È vero. Lei non c'è stata per noi. Era una mia grande fan, ma non la voglio più come fan perché non c'è stata, insieme al gruppo dei Paesi NATO, sulla questione dello Stretto".


Il nodo resta il mancato sostegno militare. Roma ha negato agli Stati Uniti l'uso della base di Sigonella, in Sicilia, per le operazioni legate al conflitto, una scelta letta come la volontà del governo italiano di tenersi fuori da un coinvolgimento diretto. La frattura è riesplosa ad aprile, quando Meloni aveva difeso Papa Leone XIV dopo gli attacchi di Trump al Pontefice e aveva definito "inaccettabili" le parole del presidente. Da lì lo scambio di attacchi non si è più fermato.

Lo scontro ha già prodotto conseguenze diplomatiche. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annullato la visita negli Stati Uniti prevista per il 21 e 22 giugno: "Le parole gravi e offensive del Presidente Trump verso il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni offendono tutta l'Italia", ha scritto. Anche il vicepremier Matteo Salvini si è schierato: "Chi attacca Giorgia Meloni attacca tutti noi". Più duro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, secondo cui Trump "sta distruggendo i rapporti storici" tra Stati Uniti ed Europa.

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Trump chiede all'Europa 350 miliardi per gli aiuti all'Ucraina, ma i conti non tornano


Il presidente americano sostiene che gli alleati europei della NATO debbano rimborsare anche le spese sostenute da Washington sotto Biden. La cifra, però sembra totalmente inventata e non trova riscontro nei dati ufficiali.

Donald Trump vuole che i Paesi europei restituiscano agli Stati Uniti 350 miliardi di dollari. Secondo il presidente americano, sarebbe questa infatti la somma spesa da Washington per gli aiuti militari all'Ucraina durante l'Amministrazione di Joe Biden. Trump ha rilanciato la richiesta parlando dalla base militare di Andrews, dove ha raccontato di aver ricordato ai leader europei quanto, a suo dire, avrebbero ricevuto dagli Stati Uniti. "Vi abbiamo dato, pensateci, 350 miliardi di dollari, aerei, armi di ogni tipo e molto altro", ha detto.

Una cifra smentita dai dati ufficiali


È la stessa cifra che Trump ripete da mesi, ma i conti ufficiali raccontano un'altra storia. Secondo le verifiche di diverse testate indipendenti, dall'invasione russa del 2022 il Congresso americano ha stanziato per l'Ucraina circa 174-183 miliardi di dollari: molto meno dei 350 miliardi rivendicati dal presidente. Trump sostiene inoltre che Biden non abbia mai chiesto agli alleati europei di contribuire, anche se, secondo lui, avrebbe dovuto farlo. "Bastava dire agli europei: pagateci e basta", ha affermato. E quando avrebbe chiesto perché non avessero versato nulla, gli avrebbero risposto: "Nessuno ce l'ha chiesto".

La smentita di Zelensky


Non è la prima volta che Trump solleva la questione. Già nel febbraio 2025 aveva denunciato la mancanza di una rendicontazione adeguata sugli aiuti a Kyiv, stimando il contributo statunitense in oltre 300 miliardi di dollari. All'epoca Volodymyr Zelensky aveva respinto quella ricostruzione. Il presidente ucraino aveva calcolato il costo complessivo della guerra per il suo Paese in circa 320 miliardi di dollari: 120 miliardi finanziati internamente e 200 coperti dal sostegno di Stati Uniti e alleati europei. Secondo Kyiv, gli aiuti militari americani ammontavano a 67 miliardi, a cui si aggiungevano 31,5 miliardi di sostegno finanziario diretto: cifre lontanissime dai 350 miliardi rivendicati oggi da Trump.

Nel frattempo, però la linea di Washington è cambiata. Nel novembre 2025 la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha annunciato la fine del finanziamento americano diretto alla guerra. Gli Stati Uniti, tuttavia, continuano a vendere armi ai Paesi della NATO, che poi le trasferiscono a Kyiv attraverso il programma PURL: in questo schema sono gli europei ad acquistare gli armamenti direttamente dai produttori americani e a pagarne il conto.

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Working class hero


Alex Bores, ex Palantir e candidato a New York alle Midterm, è un esempio per la sinistra mondiale.

A guardarlo da qui, cioè da un Paese in cui il dibattito sull’intelligenza artificiale oscilla tra il feticismo acritico-entusiasta da convegno aziendale e il panico da editoriale apocalittico, Alex Bores sembra un personaggio senza trama. Un candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti cresciuto nell’Upper East Side di Manhattan, con un master in informatica, un passato a Palantir, il sostegno di pezzi importanti del mondo sindacale, posizioni avanzate sul benessere animale e una campagna elettorale trasformata dalla Silicon Valley in un referendum sulla regulation dell’intelligenza artificiale sembra difficile da inquadrare.

Dicendo «working class hero» si pensa all’iconografia del progressismo novecentesco: fabbriche, tute blu, comizi davanti ai cancelli. E Bores non è un minatore del Galles o un operaio della Rust Belt: è un tecnico diventato politico, un figlio di Manhattan che conosce abbastanza bene i codici del potere da capire dove vanno tirati i fili. Ma di questi tempi – e a tre giorni dalla chiusura della sua campagna elettorale – è l’eroe del popolo che merita il nostro sostegno.

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Trump svela il nuovo Air Force One regalato dal Qatar, "l'aereo più lussuoso del mondo"


Il Boeing 747-8 da 400 milioni di dollari, dono del governo qatariota, sostituirà il vecchio jet presidenziale. Resta aperto il nodo etico sul regalo da una potenza straniera.

Il presidente Donald Trump ha mostrato per la prima volta venerdì 19 giugno il Boeing 747-8 che diventerà il nuovo Air Force One, l'aereo presidenziale americano, un velivolo da 400 milioni di dollari ricevuto in regalo l'anno scorso dal governo del Qatar.

Trump è sceso dalla scaletta del jet all'interno di un hangar della base militare di Joint Base Andrews, alle porte di Washington, che da decenni funge da aeroporto presidenziale. "Non ce ne sarà mai uno così. È molto particolare. È considerato l'aereo più lussuoso del mondo", ha detto davanti a una platea di militari. "Quando è stato costruito, è stato costruito a un livello che probabilmente non si vedrà mai più".

L'aereo ha una nuova livrea rossa, bianca, oro e blu navy, al posto delle due tonalità di azzurro più chiaro degli Air Force One storici. Trump ha detto che l'hangar in cui parlava è stato costruito apposta per ospitare il jet, molto più grande del precedente, e che il velivolo aprirà un grande sorvolo di Washington il 4 luglio, giorno del 250° anniversario degli Stati Uniti.

NEW AIR FORCE ONE! ✈️🇺🇸 pic.twitter.com/8DcY6ZErsy
— The White House (@WhiteHouse) June 19, 2026


L'aeronautica militare americana ha annunciato in un comunicato che l'aereo inizierà presto i "voli di messa in servizio", una sorta di "esame finale" prima di poter trasportare il presidente. Ha spiegato di aver dato priorità all'operatività rispetto all'estetica, lasciando "l'allestimento interno pressoché invariato": le rifiniture di lusso, le poltrone in pelle e i pannelli in legno lucido dovrebbero quindi restare al loro posto.

Per preparare piloti e tecnici al nuovo modello, l'anno scorso l'aeronautica ha preso in leasing un 747-8 e ne ha acquistato un altro che era stato in servizio per Lufthansa. I contribuenti hanno pagato anche per "un modello tridimensionale completo degli interni", usato per l'addestramento prima dell'arrivo dell'aereo qatariota.

Il nuovo velivolo sostituisce il 747-200 di grado militare, la cui sigla è VC-25A, che ha servito i presidenti per oltre trent'anni. Trump è tornato dall'Europa giovedì mattina proprio sul vecchio jet, a cui lo staff della Casa Bianca ha dedicato messaggi di addio sui social. Il primo presidente a volare su quell'aereo fu George H.W. Bush nel 1990: da allora ha effettuato 223 viaggi internazionali in 96 paesi, per un totale di 6 milioni di miglia.

Il regalo ha sollevato importanti interrogativi etici e costituzionali, in particolare sui limiti ai doni che un presidente può ricevere da una potenza straniera, oltre a dubbi sulla sicurezza legati all'uso di un aereo appartenuto a un governo estero per una funzione delicata come il trasporto del presidente.

Gli aerei adattati a Air Force One sono dotati di sistemi di difesa avanzati, in grado di disturbare i radar nemici e i sistemi di puntamento a infrarossi. Sono equipaggiati anche con dispositivi che disperdono frammenti metallici per ingannare i missili guidati dai radar e con esche termiche per accecare quelli a guida infrarossa.

Trump ha respinto le critiche secondo cui accettare un aereo in dono da un governo straniero crea un conflitto di interessi o un rischio per la sicurezza. "Perché i nostri militari, e quindi i nostri contribuenti, dovrebbero essere costretti a pagare centinaia di milioni di dollari quando possono averlo gratis da un paese che vuole premiarci per un lavoro ben fatto", aveva scritto l'anno scorso su Truth Social, il suo social network. "Solo uno sciocco non accetterebbe questo regalo a nome del nostro Paese".

Il governo americano ha ordinato a Boeing due nuovi 747, le cui sigle saranno VC-25B, ma il programma ha accumulato ritardi e costi superiori al previsto: gli aerei erano attesi per il 2024 e ora arriveranno a metà 2028. Il jet qatariota servirà da soluzione temporanea fino ad allora, per alleggerire la flotta ormai datata.

Un Boeing 747-8 nuovo vale circa 400 milioni di dollari e anche l'adattamento per la flotta presidenziale costerà centinaia di milioni: il segretario dell'aeronautica ha detto a una commissione della Camera che la spesa sarà "probabilmente meno di 400 milioni". Trump insegue da tempo l'idea di sostituire l'aereo presidenziale, tanto da tenere un modellino con i nuovi colori sul tavolino dello Studio Ovale.

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Gin Tonnic


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Tartare di tonno rosso al Gin Tonic

Il segreto per far funzionare questo piatto apparentemente eccentrico è giocare sulle consistenze e sulle note botaniche del gin senza coprire la delicatezza del tonno. Qua propongo una versione cruda in forma di tartare, fresca e in grado di esaltare le note effervescenti del cocktail. Il Gin Tonic è il re dei contrasti: fresco, frizzante e apparentemente semplice. Ma è proprio quel retrogusto amaro il tratto distintivo che trasforma una banale mistura dissetante in un capolavoro di equilibrio. Quel finale secco e pungente non è un errore di percorso: è l'anima stessa del drink. Ecco perché quel sapore è così affascinante, ed è quello che andremo a cercare, con moderazione. Allacciate i grembiuli!

In cambusa (ingredienti x 2 persone)

Un filetto di tonno rosso (abbattuto) da g 400 circa; 1 cetriolo; 1 cucchiaio di gin; acqua tonica qb; olio Evo; pepe nero; pepe rosa; sale di Maldon
Thunnus thynnusfrancesco
PREPARAZIONI

Tartare di tonno: per questa preparazione il tonno deve essere abbattuto, per garantirne la sicurezza alimentare. Tagliate il tonno a cubetti regolari di circa 1 centimetro di lato. Lasciatelo marinare in una ciotola per non più di 10 minuti con un cucchiaio di gin e qualche bacca di pepe rosa pestata. Mescolate delicatamente con un cucchiaio. Fate attenzione a non eccedere con il tempo di marinatura altrimenti l’alcool finirà per cuocere le fibre del pesce, rovinandolo.

Riduzione di tonica: Per richiamare l'amaro della tonica possiamo usare una riduzione. Fate bollire l'acqua tonica finché non si dimezza di volume e diventa leggermente sciropposa. Lasciatela raffreddare completamente e mettete da parte.

Cetriolo: lavate e sbucciate il cetriolo. Tagliatelo di lungo eliminando la parte con i semi con un cucchiaino. Se il cetriolo è particolarmente compatto potete lasciare i semi. La polpa residua va tagliata a fette sottili e poi a ba- stoncini sottili (taglio a julienne), per poi tagliarli trasversalmente a cubetti di circa 2 millimetri di lato. Pepate e salate leggermente, aggiungendo un filo di olio Evo. Mettete da parte.

IMPIATTAMENTO

Con l’aiuto di due coppapasta disposti concentricamente disponete le tartare al centro con un cucchiaio, senza pressare eccessivamente. Nell’altro introducete la brunoise di cetriolo, avendo cura di mantenere un livello più basso rispetto a quello del tonno. Cospargete con qualche goccia della riduzione di acqua tonica, completando con un filo di olio Evo, una bella macinata di pepe fresco e qualche cristallo di sale di Maldon. Il Gin Tonnic è pronto.

Con un bicchiere di Posidonia gin

Non si può che abbinare questa pietanza a un bel Gin Tonic fresco e aromatico. Per prepararne uno eccellente è necessario, come sempre, usare materie prime di qualità, a cominciare dal gin. Per questa preparazione vi consiglio il Posidonia gin, prodotto in Sardegna da una azienda di Villasimius, utilizzando oltre naturalmente alle bacche di ginepro anche l’estratto proveniente da una pianta marina che gli conferisce note iodate e di frutti di mare. In un bicchiere idoneo pieno di ghiaccio (personalmente apprezzo molto il gin balloon con lo stelo) versate il gin e successivamente l’acqua tonica delicatamente per non perderne l’effervescenza. I rapporti gin/tonica classici sono 1:3 o 1:2 a seconda dei gusti personali. Mescolate delicatamente e aggiungete qualche foglia di erba aromatica mediterranea. Con questo Gin adoro il rosmarino. Una cannuccia e via.


La pesca al tonno rosso è contingentata. Per gli sportivi la stagione va da metà giugno a metà ottobre, salvo chiusura anticipata per raggiungimento delle quote assegnate.

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vivo WATCH GT 2 debutta in Italia: design premium, display immersivo e batteria da record


vivo WATCH GT 2 arriva ufficialmente in Italia portando con sé un design elegante, un ampio display e una delle autonomie più interessanti della categoria. Scopri caratteristiche, funzionalità e dettagli.
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Vivo ha annunciato il lancio in Italia del vivo WATCH GT 2, il nuovo smartwatch progettato per offrire un’esperienza d’uso immersiva, luminosa e personalizzabile. Dotato di un ampio display Amoled da 2,07 pollici, una lunga autonomia, modalità sportive avanzate, quadranti personalizzabili e funzioni smart integrate, vivo WATCH GT 2 è pensato per ogni momento della giornata, unendo stile, praticità e connettività.

Acquisti online: i 6 falsi miti sull’e-commerce da sfatare nel 2026
Gli acquisti online sono sempre più diffusi, ma molti consumatori continuano a credere a convinzioni errate su prezzi, sicurezza e affidabilità. Ecco i 6 falsi miti sull’e-commerce che influenzano ancora le decisioni di acquisto e le strategie delle aziende nel 2026
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Un display più grande per un’esperienza d’uso più immersiva


vivo WATCH GT 2 è dotato di un display Amoled da 2,07 pollici con frequenza di aggiornamento a 60 Hz, luminosità di picco fino a 2400 nit e cornici ultra-sottili di 1,8 mm. Lo schermo curvo 2.5D senza bordi contribuisce a creare un’esperienza visiva elegante, garantendo una leggibilità ottimale in qualsiasi condizione di luce, sia durante gli spostamenti quotidiani sia all’aperto sotto la luce diretta del sole.
vivo Watch GT 2 nella versione Stellar Whitevivo Watch GT 2 nella versione Stellar White
Con il suo design squadrato dalle linee pulite, il WATCH GT 2 dona al polso un’estetica raffinata, moderna. La variante Obsidian Black si distingue per la nuova cornice in alluminio nero lucido, ottenuta attraverso molteplici processi di lucidatura di precisione che ne esaltano il carattere premium. La versione Stellar White propone invece un look più delicato e contemporaneo. Grazie ai quadranti personalizzabili, ai temi dinamici, ai cinturini intercambiabili e alla funzione Always-On Display, è possibile adattare lo smartwatch al proprio stile e alle diverse occasioni della giornata.

Fino a 25 giorni di autonomia


vivo WATCH GT 2 è progettato per offrire un'esperienza leggera, senza pensieri e sempre connessa. Secondo quanto dichiarato dal brand, in modalità Bluetooth lo smartwatch garantisce fino a 25 giorni di autonomia, che diventano 17 giorni con un utilizzo tipico e 14 giorni con la funzione Always On Display attivata. Che si sia in ufficio, in palestra o in viaggio, WATCH GT 2 è progettato per rimanere sempre al passo con il ritmo della giornata.

Monitoraggio sportivo avanzato, incluse modalità dedicate a padel e tennis


Tra le principali novità introdotte da vivo spicca la modalità professionale dedicata a padel e tennis, due delle discipline sportive più amate in Italia. Grazie agli algoritmi proprietari, che integrano funzioni di analisi della camminata - Gait Analysis - e suggerimenti basati sull’intelligenza artificiale, il dispositivo è in grado di monitorare parametri come frequenza cardiaca, calorie consumate e distribuzione dei colpi, inclusi diritti e rovesci, aiutando anche gli sportivi amatoriali a comprendere meglio le proprie prestazioni.
vivo Watch GT 2 nella versione Obsidian Blackvivo Watch GT 2 nella versione Obsidian Black
In aggiunta agli sport di racchetta, vivo WATCH GT 2 supporta oltre 100 modalità sportive suddivise in 9 categorie, con programmi dedicati alla corsa, monitoraggio dei percorsi, tracciamento delle attività quotidiane, e feedback vocali ottimizzati per specifiche discipline. La resistenza all’acqua fino a 5 ATM consente inoltre di utilizzarlo con tranquillità anche durante attività acquatiche.

Benessere sotto controllo


Il WATCH GT 2 integra un sistema avanzato di monitoraggio della salute basato sull’intelligenza artificiale, in grado di rilevare in modo continuo frequenza cardiaca, saturazione dell’ossigeno nel sangue (SpO₂), qualità del sonno, livelli di stress e rumore ambientale, con la possibilità di effettuare controlli aggiuntivi in qualsiasi momento. Gli avvisi intelligenti consentono di monitorare eventuali variazioni della frequenza cardiaca in tempo reale, mentre la sincronizzazione con l’app vivo Health permette di consultare facilmente dati e trend nel tempo, offrendo una panoramica completa del proprio benessere.
Per gli utenti iPhone, lo smartwatch garantisce, inoltre, la piena compatibilità con iOS, supportando funzioni come il controllo remoto della fotocamera, la gestione della musica, la sincronizzazione delle notifiche e il monitoraggio del ciclo mestruale, offrendo così la massima flessibilità all'interno di ecosistemi di dispositivi differenti.

Estate 2026: il vademecum Roborock per una casa sempre pronta agli ospiti
L’estate è sinonimo di visite improvvise e momenti da condividere. Con il vademecum Roborock scopri come mantenere la casa sempre pulita e accogliente grazie alle più moderne tecnologie per la pulizia domestica
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Connettività smart per la vita di tutti i giorni


Basato su vivo BlueOS, il WATCH GT 2 offre un’esperienza d’uso fluida e intuitiva. Lo smartwatch è compatibile sia con dispositivi Android sia iOS, garantendo una connessione semplice e immediata all’interno di ecosistemi differenti. Inoltre, il dispositivo dispone di un chip NFC per la memorizzazione dei badge di accesso, consentendo di entrare in uffici o complessi residenziali compatibili con un semplice tocco. Integrato nel dispositivo, infine, Gemini AI Assistant che permette di gestire richieste in linguaggio naturale, supporta la traduzione delle chiamate e la generazione di riepiloghi, offrendo un supporto pratico nelle attività quotidiane.

Prezzi e disponibilità


vivo WATCH GT 2 è disponibile a partire da 149 euro sullo store ufficiale di vivo - vivostore.it/ e sul canale ufficiale di vivo su Amazon.


Acquisti online, sicurezza e prezzi: i 6 falsi miti sull’e-commerce da sfatare nel 2026


Oggigiorno comprare online rappresenta un gesto quotidiano, basti pensare che le previsioni per la fine del 2026 indicano una spesa media giornaliera in Italia di circa 182 milioni di euro. Sebbene la propensione degli italiani ad acquistare in rete sia elevata, quante delle convinzioni legate allo shopping online corrispondono effettivamente alla realtà? Mentre le piattaforme digitali diventano la prima opzione di acquisto per milioni di italiani, parallelamente si diffondono i luoghi comuni.

Amazfit Balance Ultra e Balance 3: i nuovi smartwatch ufficiali
I dispositivi integrano strumenti avanzati per il monitoraggio di attività fisica, recupero e benessere, offrendo un’esperienza sempre più completa per sportivi e appassionati di fitness
TechpertuttiGuglielmo Sbano

I falsi miti


Glint, sulla base dell’esperienza accumulata con i suoi partner, ha realizzato un’analisi dei principali falsi miti che caratterizzano il mondo dell’ecommerce e prova a fare chiarezza.

  1. “Online costa sempre meno”: per lungo tempo, il settore delle vendite digitali è stato legato al concetto di risparmio e promozioni imperdibili. Tuttavia, lo scenario attuale mostra un consumatore più evoluto che, pur non ignorando il fattore economico, privilegia sempre più l'efficienza logistica e l'immediatezza del servizio, ricercando nello shop online del brand un’esperienza d’acquisto in linea con quella fisica. Dietro uno store online esistono inoltre costi strutturali importanti: dalla logistica al marketing, fino all’assistenza clienti, che rendono sempre meno sostenibile la competizione basata esclusivamente sul ribasso dei prezzi,
  2. “I pagamenti online non sono sicuri”: la diffidenza verso i pagamenti digitali continua a essere uno dei timori più diffusi, nonostante l’evoluzione dei sistemi di sicurezza abbia reso le transazioni online estremamente protette. Sebbene le stime indichino che le frodi globali legate all’e-commerce sono destinate a crescere, toccando i 100 miliardi di dollari entro il 2029 (nel 2024 erano circa 44 miliardi), crittografia avanzata, autenticazione biometrica e verifiche multilivello permettono oggi di acquistare in modo sicuro, soprattutto sui siti attendibili. I principali rischi derivano piuttosto da comportamenti poco consapevoli, come affidarsi a portali non trasparenti o lasciarsi attrarre da offerte irrealistiche. Come riconoscere un sito affidabile? Sicuramente verificando la presenza del protocollo HTTPS nella barra dell’indirizzo, oltre alla presenza dei dati societari chiaramente visibili a fondo pagina;
  3. “Aprire un e-commerce basta per vendere”: uno degli errori più comuni è considerare l’e-commerce una semplice vetrina digitale. In realtà, uno store online richiede investimenti continui e una gestione costante, sia dal punto di vista tecnologico sia da quello dell’esperienza utente. Performance tecniche e facilità di navigazione incidono direttamente sulle conversioni: pagine lente, checkout farraginosi o costi nascosti mostrati soltanto alla fine del percorso d’acquisto rappresentano ancora oggi alcune delle principali cause di abbandono del carrello;
  4. “L’online sostituirà completamente il negozio fisico”: negli anni il dibattito sul rapporto tra retail tradizionale ed e-commerce è stato spesso raccontato come una contrapposizione. In realtà, i modelli più efficaci si stanno evolvendo verso un’integrazione armoniosa tra fisico e digitale. L’esempio più calzante è il “click & collect”: il servizio che consente all’utente di acquistare online e ritirare il prodotto in negozio, generando quindi traffico diretto al punto vendita fisico;
  5. “Le recensioni bastano per capire se un sito è affidabile”: le recensioni online restano uno strumento importante, ma non sempre sufficiente per valutare l’affidabilità di un e-commerce anche a causa della presenza di strumenti in grado di falsificarle. Per questo motivo, oltre ai commenti sul sito, è importante affidarsi a piattaforme esterne che valutano l’affidabilità di un brand. Inoltre, imparare a leggere le recensioni partendo da quelle a tre stelle, solitamente le più dettagliate e oneste, consente di individuare più agilmente i commenti reali;
  6. “L’esperienza d’acquisto termina con il pagamento”: molte aziende investono budget significativi per portare il cliente fino all'acquisto, ma trascurano completamente il post-vendita. Un servizio clienti lento o peggio ancora inesistente, la mancanza di un tracciamento chiaro della spedizione, una gestione complessa di un problema logistico: basta uno di questi elementi per compromettere l'intera esperienza. Inoltre, è importante ricordare che mantenere un cliente già conquistato costa decisamente meno che acquisirne uno nuovo.


Quotidianamente ci confrontiamo con consumatori e aziende che, in base alle diverse esigenze, ci raccontano le loro convinzioni spesso infondate sull’e-commerce. Per i consumatori è imprescindibile che un sito online garantisca la massima sicurezza nel momento del pagamento, e con la tecnologia di oggi è possibile rimuovere questo timore”, ha commentato Pietro Gerolimetto di Glint.



Ricerche online: l’AI cambia le abitudini degli italiani
Sempre più utenti utilizzano chatbot e assistenti AI per trovare negozi, ristoranti e servizi attraverso domande naturali e conversazioni, segnando il passaggio dalle tradizionali keyword a un’esperienza di ricerca più intuitiva e personalizzata
TechpertuttiGuglielmo Sbano


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Trump scommette che all'Iran interessino più i soldi del potere


Secondo il settimanale britannico l'accordo che chiude la guerra è solo promesse di denaro: petrolio di nuovo esportabile, sanzioni rimosse e un fondo da 300 miliardi per Teheran.

Dopo aver fallito nel tentativo di sconfiggere l'Iran con le bombe, il presidente Donald Trump punta ora sui soldi. È la lettura dell'Economist, secondo cui l'accordo che ha chiuso la guerra è "tutto carota e nessun bastone": la promessa di moltissimo denaro a Teheran, a patto che convinca Trump di aver abbandonato ogni piano per costruire un'arma nucleare. Per il settimanale britannico è una scommessa enorme e improbabile.

L'intesa, scrive l'Economist, rinuncia a molti degli obiettivi di guerra di Trump. Non ci sarà alcun cambio di regime, nessun aiuto alla popolazione oppressa dell'Iran, nessun limite ai missili balistici di Teheran né al suo sostegno alle milizie alleate nella regione. L'accordo si concentra invece su due punti.

Il primo è la riapertura dello Stretto di Hormuz, il passaggio dove, secondo il settimanale, emergono "la follia" della guerra di Trump e l'umiliazione della sua marcia indietro. Prima dei combattimenti le navi avevano libero transito; dopo i 60 giorni previsti dall'accordo potrebbero dover pagare un pedaggio.

Il secondo punto è il programma nucleare, sul quale il regime non ha quasi concesso nulla. La promessa di non dotarsi di una bomba è vecchia. L'Iran diluirà le sue scorte di uranio arricchito e discuterà il resto del programma, ma le questioni sono complesse e, scrive l'Economist, Teheran è abilissima a tirare le cose per le lunghe.

L'Iran può esportare da subito petrolio e prodotti derivati. A seconda dei progressi dei negoziati, gli Stati Uniti sbloccheranno beni per decine di miliardi di dollari, toglieranno le sanzioni e contribuiranno a creare un fondo di almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo. Trump è stanco della guerra e, se le truppe americane se ne andranno entro 30 giorni come previsto, la sua capacità di usare la forza sarà limitata.

Il regime ha così un'occasione senza precedenti per scambiare le armi nucleari con denaro e investimenti. A differenza dei presidenti che lo hanno preceduto, scrive l'Economist, Trump non si cura della democrazia. Avendo già trasformato lo stretto in un'arma, l'Iran potrebbe vedere meno utilità nelle bombe atomiche. Il regime, impopolare in patria, avrebbe bisogno di quei soldi.

Ci sono però molte ragioni per cui questa scommessa può fallire, scrive l'Economist. I leader della linea dura iraniana non hanno motivo di fidarsi dell'America e si aspettano che Israele provi a far saltare l'accordo. L'influenza regionale a cui aspirano nasce proprio dall'essere il nemico del "Grande Satana", il nome con cui l'Iran indica gli Stati Uniti, e il programma nucleare offre prestigio e, forse, protezione. Gli ispettori faranno fatica a impedire gli imbrogli e i dirigenti iraniani saranno tentati di prendere i soldi senza rinunciare davvero alla bomba.

Per Israele, che aveva sostenuto questa guerra, il risultato è una delusione amara. Aveva combattuto fianco a fianco con gli americani, ma Trump lo ha poi escluso dai negoziati e ha indebolito la sua campagna contro Hezbollah, il movimento sciita libanese. Questo, secondo l'Economist, potrebbe costare al primo ministro Benjamin Netanyahu la rielezione di ottobre. La guerra è stata un fallimento strategico, perché l'Iran resta una minaccia: Netanyahu ha messo alla prova fin dove l'America fosse disposta a spingersi, e non è bastato per far prevalere Israele. Chiunque gli succederà dovrà mettere a punto una nuova dottrina di sicurezza.

I Paesi del Golfo, secondo l'analisi, devono ricostruirsi la reputazione di oasi di prosperità in un vicinato violento, ma i droni e i missili iraniani continueranno a essere una minaccia. Gli oleodotti che aggirano lo Stretto di Hormuz aiuteranno, però il Golfo dovrà anche rivedere la propria sicurezza, perché nessuno può sapere con quanta disponibilità l'America sarà disposta a combattere in futuro. Alcuni Stati cercheranno modi per scoraggiare l'Iran: gli Emirati Arabi Uniti potrebbero puntare a legami ancora più stretti con Israele. Altri proveranno ad accomodarsi con Teheran, altri ancora a tenere una via di mezzo.

Trump, conclude l'Economist, non avrebbe mai dovuto iniziare questa guerra. Ancora una volta basa la sua via d'uscita sull'idea che le persone siano disposte a tutto per i soldi. Ma la prima regola della diplomazia, ricorda il settimanale, è non immaginare che l'avversario ragioni come noi.

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SpaceX fa il botto in Borsa, Musk "trillionario", Anthropic disabilita Fable 5, il meglio della settimana


Le notizie più importanti della settimana, più l'editoriale.
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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon sabato,
la notizia più importante della settimana è sicuramente l'IPO di SpaceX e i fatti annessi: Elon Musk che diventa il primo "trilionario" della storia, l'acquisizione di Cursor. Ma c'è anche in corso una guerra fredda tra Anthropic e la Casa Bianca, che oggi abbiamo analizzato da un'angolazione un po' insolita, sul nostro editoriale. Buona lettura!

Editoriale del sabato


Ispirato alle notizie della settimana.

"Woke AI": la guerra fredda tra Anthropic e la Casa Bianca viene da lontano


Avete presente il movimento "Woke"? Nato nel gergo afroamericano e rilanciato dal movimento Black Lives Matter, oggi è una forma di protesta tipica della sinistra che si è estesa alla critica del linguaggio ma anche all'assetto culturale e alle istituzioni.

Facciamo un passo indietro. Il 23 luglio 2025 Donald Trump firma l'ordine esecutivo 14319, intitolato, senza giri di parole [...]

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Notizie dal mondo


Le news di oggi, selezionate a mano.

SpaceX fa il botto in Borsa e Musk diventa "trilionario"


Finanza
SpaceX ha concluso il suo primo giorno di contrattazioni al Nasdaq con un rialzo del 19%, chiudendo a 160,95 dollari per azione dopo aver raccolto 75 miliardi di dollari nella più grande IPO di sempre. Le azioni, quotate con il ticker SPCX a un prezzo di collocamento di 135 dollari, hanno aperto a 150 dollari e raggiunto un massimo intraday di 176,52 dollari, portando la capitalizzazione di mercato a 2,1 trilioni di dollari. Nel post-market il titolo ha guadagnato un ulteriore 3,7%, spingendo la market cap oltre i 2,2 trilioni. Elon Musk, che detiene una quota significativa della società, è diventato il primo triliardario della storia sommando le sue partecipazioni in SpaceX e Tesla. L'unica divisione redditizia dell'azienda resta Starlink, mentre SpaceX ha accumulato perdite totali per 41,3 miliardi di dollari dal 2002. Più di 500 milioni di azioni hanno cambiato mano nel corso della giornata, avvicinando il record di scambi del debutto di Facebook nel 2012. I titoli dei concorrenti spaziali hanno subito forti cali, con Firefly Aerospace in perdita del 18% e Virgin Galactic del 34%.
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Fonte: CNBC
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Anthropic disabilita Fable 5 e Mythos 5 per ordine del governo USA


Legge
Il governo americano ha ordinato ad Anthropic di bloccare l'accesso ai modelli Fable 5 e Mythos 5, citando autorità in materia di sicurezza nazionale. L'ordine è arrivato venerdì alle 17:21 ora di New York e impone di sospendere l'accesso a qualsiasi cittadino straniero, compresi i dipendenti dell'azienda. Per garantire la conformità, Anthropic ha disabilitato entrambi i modelli per tutti i clienti senza distinzioni. Gli altri modelli non sono stati toccati. Secondo Anthropic, i due modelli erano stati annunciati solo tre giorni prima e si basano su Claude Mythos Preview, rilasciato ad aprile con capacità avanzate di cybersecurity. Il governo non ha fornito motivazioni pubbliche. Anthropic ha dichiarato che la misura non rispetta i criteri di trasparenza e correttezza tecnica che ritiene necessari per interventi di questo tipo.
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Fonte: CNBC
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Meta smantella l'acquisizione da 2 miliardi di Manus su ordine di Pechino


Big tech
Meta ha avviato lo smantellamento operativo della sua acquisizione da 2 miliardi di dollari della startup di agenti AI Manus, tagliando l'accesso ai sistemi interni e bloccando la condivisione dei dati. La mossa segue un ordine di dismissione emesso da Pechino circa due mesi fa, per motivi di sicurezza nazionale. I dipendenti Meta adesso non possono più usare gli strumenti Manus per progetti interni. I co-fondatori di Manus starebbero valutando di raccogliere circa 1 miliardo di dollari da investitori esterni per riacquistare la startup, con l'ipotesi di una joint venture cinese e una quotazione a Hong Kong. Gli investitori occidentali hanno già ricevuto i proventi dell'acquisizione. Parallelamente, le autorità cinesi hanno esteso le restrizioni ai viaggi all'estero per ricercatori e dirigenti di aziende private.
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Fonte: TechCrunch
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Starmer annuncia il ban dei social media per i minori di 16 anni nel Regno Unito


Legge
Il primo ministro britannico Keir Starmer ha annunciato il divieto di accesso ai social media per i minori di 16 anni nel Regno Unito, con entrata in vigore prevista per la primavera del 2027. Il piano blocca il download di TikTok, Instagram, Snapchat, YouTube, Facebook e X agli under 16, e vieta agli under 18 i chatbot romantici a sfondo sessuale. Le grandi piattaforme — Meta, YouTube e Snapchat — hanno risposto criticando la misura: secondo loro spingerebbe i ragazzi verso servizi non regolamentati e meno sicuri. Starmer ha difeso la scelta citando danni alla salute mentale e il sostegno di nove genitori su dieci emerso dalla consultazione pubblica governativa. Il governo punta a far progettare all'Ofcom un sistema di verifica dell'età entro ottobre.
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Fonte: the Guardian
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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SpaceX acquisisce Cursor per 60 miliardi di dollari in azioni


Business
A pochi giorni dal debutto in borsa sul Nasdaq — il più grande della storia — SpaceX ha annunciato l'acquisizione di Cursor, startup specializzata in coding assistito da AI, per 60 miliardi di dollari interamente in azioni. L'operazione rappresenta una diluizione del 3,4% rispetto alla valutazione IPO di SpaceX e dovrebbe chiudersi nel terzo trimestre del 2025, se passano le approvazioni regolamentari. Cursor, fondata nel 2022, ha superato il miliardo di dollari di RAR (Recurring Annual Revenue) a novembre. Anthropic controlla circa il 50% del mercato coding AI, rispetto al 26% di Cursor. Se l'acquisizione saltasse, SpaceX ha concordato di pagare a Cursor una penale da 1,5 miliardi più 8,5 miliardi in risorse computazionali.
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Fonte: CNBC
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Snap lancia Specs, i suoi primi occhiali AR da 2.195 dollari


Tecnologia
Snap ha presentato Specs, i suoi primi occhiali di realtà aumentata pensati per il grande pubblico, al prezzo di 2.195 dollari pre-ordinabili con un deposito rimborsabile di 200 dollari. Il CEO Evan Spiegel li definisce "il computer spaziale più capace, più consapevole e più accessibile oggi disponibile": gli Specs hanno lenti trasparenti che sovrappongono elementi digitali al mondo reale, insieme a quasi quattro ore di autonomia, connettività Bluetooth e supporto per agenti AI tramite integrazioni con Claude di Anthropic, Codex di OpenAI e Cursor. La spedizione è prevista entro fine anno in USA, UK e Francia.
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Fonte: CNBC
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Fox acquista Roku per 22 miliardi di dollari


Business
Fox ha annunciato l'acquisizione di Roku in un'operazione da circa 22 miliardi di dollari in contanti e azioni, uno dei più grandi deal media degli ultimi anni. L'operazione unisce i canali news e sport di Fox, il servizio streaming gratuito Tubi e la piattaforma per connected TV di Roku, che conta 100 milioni di famiglie iscritte. Secondo Fox, la società combinata diventerà la terza realtà televisiva degli Stati Uniti per audience, con accesso diretto a dati pubblicitari più granulari. Fox ha ottenuto un prestito da 12 miliardi di dollari per finanziare l'operazione. La chiusura è attesa nella prima metà del 2027.
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Fonte: TechCrunch
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AirPods con fotocamera, iPhone "speciale" e iPhone pieghevole arriveranno nel 2027


Tecnologia
Apple sta preparando per la seconda metà del 2027 quella che internamente considera la sua più grande ondata di nuovi prodotti: AirPods con fotocamere integrate, un iPhone pieghevole di seconda generazione e un iPhone speciale per i 20 anni del dispositivo. Gli AirPods con camera, nome in codice B798, erano attesi per il 2026 ma sono slittati a causa dei ritardi nello sviluppo dell'AI: le fotocamere nei gambi non serviranno a scattare foto, ma a fornire contesto visivo a Siri, permettendo all'assistente di riconoscere oggetti e ambienti circostanti. L'iPhone per l'anniversario, disponibile in due misure, avrà un display quasi senza bordi con vetro curvo sui lati. Tutti e tre i prodotti saranno lanciati sotto la guida del nuovo CEO John Ternus. Apple sta già testando questi dispositivi insieme a iOS 28, l'aggiornamento software nome in codice Bell previsto per il 2027.
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Fonte: bloomberg.com
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Il Trump T1 Phone è una copia dell'HTC U24 Pro


Tecnologia
Un teardown condotto da iFixit ha confermato che il Trump T1 Phone è sostanzialmente una versione modificata dell'HTC U24 Pro, smartphone mid-range lanciato nel 2024. Le due schede madri sono intercambiabili senza problemi: iFixit ha montato il mainboard dell'HTC nel Trump T1 e il dispositivo ha funzionato senza difficoltà. Le differenze sono minime — flash della fotocamera in posizione leggermente diversa, griglia speaker di forma differente — mentre i componenti principali sono identici: chipset Snapdragon 7 Gen 3, 12 GB di RAM, 512 GB di storage. La differenza più rilevante riguarda la batteria: il Trump T1 monta una cella da 19,35 Wh prodotta nelle Filippine con ricarica massima a 30W, contro i 17,23 Wh e i 60W dell'HTC. Trump Mobile, che aveva inizialmente comunicato la produzione negli Stati Uniti, ha già ritrattato parlando di sola "assemblatura" americana. Secondo PhoneArena, il dispositivo è quasi certamente prodotto dallo stesso ODM cinese che fabbrica l'U24 Pro, senza coinvolgimento diretto di HTC. Il prezzo promozionale è fissato a 499 dollari, identico alla versione 512 GB dell'HTC U24 Pro.
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Fonte: PhoneArena
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Letture interessanti


In lingua inglese.

Fare niente a lavoro


www.seangoedecke.com (eng)

Il superpotere della sicurezza di Anthropic


stratechery.com (eng)

Sei diventato più veloce. La tua azienda no.


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L'IA ha già ucciso i libri di how-to?


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Notizie veloci


In lingua inglese.

Sam Bankman-Fried perde il ricorso per annullare la condanna per frode crypto


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Un giudice USA archivia la causa di xAI di Musk contro OpenAI per segreti commerciali


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GTA 6 potrebbe polverizzare tutti i record di vendita con oltre 45 milioni di unità vendute il giorno del lancio, secondo Piper Sandler


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iPhone 17 non riceverà le funzionalità di punta di iOS 27: ecco perché


9to5mac.com (eng)

Apple sta per rendere inutile Hide My Email


arseniyshestakov.com (eng)

Apple spiega perché il grande rinnovamento di Siri in iOS 27 ha richiesto così tanto tempo


9to5mac.com (eng)

Tool del giorno

Framer 3.0


È uscita la versione 3.0 di Framer, che oltre che presentare una UI nuova, introduce agenti che possono disegnare, analizzare e organizzare il tuo sito, parlando anche con Claude Code o Codex; oltre che la possibilità di creare nuovi "branch" di design e una community dove i designer possono guadagnare.

Link: framer.com

Ringraziamo i nostri mecenati: Dario Di Lascio, Pietro Bodecchi e Simone Falcini.


"Woke AI": la guerra fredda tra Anthropic e la Casa Bianca viene da lontano


Avete presente il movimento "Woke"? Nato nel gergo afroamericano e rilanciato dal movimento Black Lives Matter, oggi è una forma di protesta tipica della sinistra che si è estesa alla critica del linguaggio ma anche all'assetto culturale e alle istituzioni.

Facciamo un passo indietro. Il 23 luglio 2025 Donald Trump firma l'ordine esecutivo 14319, intitolato, senza giri di parole, Preventing Woke AI in the Federal Government. Lo Stato federale comprerà soltanto modelli linguistici «truth-seeking» e ideologicamente neutrali, che non incorporino «dogmi» come la diversità, l'equità e l'inclusione; e i fornitori che violano questi «Unbiased AI Principles» possono vedersi addossare i costi se il contratto dovesse saltare.

Tradotto, per vendere modelli al governo americano, devi dimostrare di non essere «woke».

Ma cosa vuol dire, in concreto, un'AI «woke»? L'espressione nasce nel febbraio 2024. Google lancia il generatore di immagini di Gemini e gli utenti scoprono che, alla richiesta generativa dell'immagine di un soldato tedesco del 1943, restituisce nazisti neri e asiatici; ai Padri Fondatori americani dà i tratti di donne e di persone di colore; genera un papa nero e vichinghi neri. Alla richiesta di «una coppia bianca», invece, Gemini si rifiuta, per non «perpetuare stereotipi dannosi». Google sospende la funzione e si scusa per le «imprecisioni». L'ordine esecutivo di Trump, un anno dopo, citerà quell'episodio come prova.

Oltre al caso Gemini, c'è una letteratura accademica che ha misurato l'orientamento politico dei modelli. David Rozado, nel 2024, ha sottoposto 24 modelli linguistici a test di orientamento politico standard: 23 di questi si collocavano a sinistra. Due ricerche peer-reviewed degli economisti Hartmann (2023) e Motoki (2024) hanno individuato nei chatbot una preferenza costante per posizioni progressiste e ambientaliste; uno studio del 2026 (Chen et al., arXiv, gennaio 2026) ha rilevato che i partiti di destra venivano descritti in termini sistematicamente più negativi. Persino uno studio di Stanford ha registrato che a percepire una tendenza a sinistra sono tanto gli elettori democratici quanto quelli repubblicani. E Claude, il modello di Anthropic finito nel mirino di Washington, in un'analisi comparativa del 2024 è stato classificato come «Outsider Left».

L'ordine esecutivo, però, è stato criticato. La Brookings Institution lo giudica vago e politicizzato. Le tecniche che provano a correggere le discriminazioni già documentate dell'AI — nelle assunzioni, nella giustizia penale, nella sanità — rischiano di finire bollate come «woke» ed escluse dagli appalti. E imporre per decreto la «neutralità ideologica» è a sua volta una scelta ideologica, presa da un'amministrazione: Trump si è vantato di aver reso il movimento «woke» non più "cool," parole sue. Dopodiché spunta Musk che presenta Grok come il chatbot «anti-woke», e allora fuori Anthropic, dentro xAI.

Del resto, un modello perfettamente neutrale forse non esiste. Ogni filtro è una decisione su cosa conti come «accurato» o «dannoso», presa da qualcuno: rifiutare una «coppia bianca» e generare un nazista nero nascono entrambi da istruzioni umane, e così pure ogni «non posso aiutarti con questa richiesta» di un chatbot. Quello che cambia, allora, è chi quell'inclinazione la sceglie — un'azienda, un governo — e quanto è disposto a dichiararla.

Su questo sfondo va letto lo scontro di queste settimane. L'amministrazione tratta Anthropic da «radical left, woke company», e il 12 giugno ha usato per la prima volta i poteri di export control per spegnere i suoi modelli di punta, Fable 5 e Mythos 5, per ogni cittadino straniero al mondo, esplicitando "motivi di sicurezza nazionale." Non vogliamo dire che lo abbia fatto per la posizione «anti-woke» del governo, perché non lo sapremo mai, ma potrebbe avere inciso.

Gli LLM oramai hanno acquisito un potere molto simile a quello dei media. Anzi, molti studi dimostrano quanto gli utenti si fidino molto di più del proprio chatbot personale che di un'informazione trovata online o sui social media. Che il governo USA si impegni a tenere fuori l'ideologia «woke» dai chatbot e quindi dalle case di ogni cittadino del mondo, non è soltanto un "fastidio ideologico" ma una manovra legata al consenso elettorale.


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"Woke AI": la guerra fredda tra Anthropic e la Casa Bianca viene da lontano


Il punto di vista che forse non avevi ancora considerato.

Avete presente il movimento "Woke"? Nato nel gergo afroamericano e rilanciato dal movimento Black Lives Matter, oggi è una forma di protesta tipica della sinistra che si è estesa alla critica del linguaggio ma anche all'assetto culturale e alle istituzioni.

Facciamo un passo indietro. Il 23 luglio 2025 Donald Trump firma l'ordine esecutivo 14319, intitolato, senza giri di parole, Preventing Woke AI in the Federal Government. Lo Stato federale comprerà soltanto modelli linguistici «truth-seeking» e ideologicamente neutrali, che non incorporino «dogmi» come la diversità, l'equità e l'inclusione; e i fornitori che violano questi «Unbiased AI Principles» possono vedersi addossare i costi se il contratto dovesse saltare.

Tradotto, per vendere modelli al governo americano, devi dimostrare di non essere «woke».

Ma cosa vuol dire, in concreto, un'AI «woke»? L'espressione nasce nel febbraio 2024. Google lancia il generatore di immagini di Gemini e gli utenti scoprono che, alla richiesta generativa dell'immagine di un soldato tedesco del 1943, restituisce nazisti neri e asiatici; ai Padri Fondatori americani dà i tratti di donne e di persone di colore; genera un papa nero e vichinghi neri. Alla richiesta di «una coppia bianca», invece, Gemini si rifiuta, per non «perpetuare stereotipi dannosi». Google sospende la funzione e si scusa per le «imprecisioni». L'ordine esecutivo di Trump, un anno dopo, citerà quell'episodio come prova.

Oltre al caso Gemini, c'è una letteratura accademica che ha misurato l'orientamento politico dei modelli. David Rozado, nel 2024, ha sottoposto 24 modelli linguistici a test di orientamento politico standard: 23 di questi si collocavano a sinistra. Due ricerche peer-reviewed degli economisti Hartmann (2023) e Motoki (2024) hanno individuato nei chatbot una preferenza costante per posizioni progressiste e ambientaliste; uno studio del 2026 (Chen et al., arXiv, gennaio 2026) ha rilevato che i partiti di destra venivano descritti in termini sistematicamente più negativi. Persino uno studio di Stanford ha registrato che a percepire una tendenza a sinistra sono tanto gli elettori democratici quanto quelli repubblicani. E Claude, il modello di Anthropic finito nel mirino di Washington, in un'analisi comparativa del 2024 è stato classificato come «Outsider Left».

L'ordine esecutivo, però, è stato criticato. La Brookings Institution lo giudica vago e politicizzato. Le tecniche che provano a correggere le discriminazioni già documentate dell'AI — nelle assunzioni, nella giustizia penale, nella sanità — rischiano di finire bollate come «woke» ed escluse dagli appalti. E imporre per decreto la «neutralità ideologica» è a sua volta una scelta ideologica, presa da un'amministrazione: Trump si è vantato di aver reso il movimento «woke» non più "cool," parole sue. Dopodiché spunta Musk che presenta Grok come il chatbot «anti-woke», e allora fuori Anthropic, dentro xAI.

Del resto, un modello perfettamente neutrale forse non esiste. Ogni filtro è una decisione su cosa conti come «accurato» o «dannoso», presa da qualcuno: rifiutare una «coppia bianca» e generare un nazista nero nascono entrambi da istruzioni umane, e così pure ogni «non posso aiutarti con questa richiesta» di un chatbot. Quello che cambia, allora, è chi quell'inclinazione la sceglie — un'azienda, un governo — e quanto è disposto a dichiararla.

Su questo sfondo va letto lo scontro di queste settimane. L'amministrazione tratta Anthropic da «radical left, woke company», e il 12 giugno ha usato per la prima volta i poteri di export control per spegnere i suoi modelli di punta, Fable 5 e Mythos 5, per ogni cittadino straniero al mondo, esplicitando "motivi di sicurezza nazionale." Non vogliamo dire che lo abbia fatto per la posizione «anti-woke» del governo, perché non lo sapremo mai, ma potrebbe avere inciso.

Gli LLM oramai hanno acquisito un potere molto simile a quello dei media. Anzi, molti studi dimostrano quanto gli utenti si fidino molto di più del proprio chatbot personale che di un'informazione trovata online o sui social media. Che il governo USA si impegni a tenere fuori l'ideologia «woke» dai chatbot e quindi dalle case di ogni cittadino del mondo, non è soltanto un "fastidio ideologico" ma una manovra legata al consenso elettorale.

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Come l'Iran ha umiliato Trump con l'accordo che chiude la guerra


Per il giornalista Graeme Wood Washington esce dal conflitto con poco più di prima, mentre Teheran incassa garanzie di sicurezza e 300 miliardi di dollari di investimenti.

L'accordo che ha chiuso la guerra tra Stati Uniti e Iran è "un'umiliazione" per Washington. È la tesi del giornalista Graeme Wood in un'analisi pubblicata sull'Atlantic, secondo cui gli Stati Uniti escono dal conflitto con poco più di quanto avessero prima, mentre l'Iran ottiene garanzie di sicurezza e una grande quantità di denaro.

L'intesa, scrive Wood, lascia l'Iran uno Stato teocratico libero di armarsi con missili balistici e droni e di "uccidere i propri cittadini". Dopo un periodo di 60 giorni di libero passaggio nello Stretto di Hormuz, secondo l'autore Teheran avrà la facoltà di regolare il traffico marittimo che attraversa quel braccio di mare.

Per Wood, vedere il presidente e i suoi collaboratori difendere l'accordo è per certi versi umiliante quanto l'accordo stesso. "Se altri Paesi hanno" missili balistici, ha detto Trump al vertice del G7, "è un po' ingiusto" che l'Iran "non ne abbia qualcuno". L'eliminazione di quei missili era uno degli obiettivi principali della guerra, un conflitto in cui sono morti migliaia di iraniani e più di una decina di americani.

Lo stesso presidente ha detto che gli Stati Uniti avrebbero potuto continuare a bombardare "per altre tre settimane, due settimane, quattro settimane, due anni" ma che in quel caso "non avreste mai avuto lo Stretto di Hormuz aperto". Tenere aperto quello stretto, ricorda Wood, è uno dei compiti principali della Marina degli Stati Uniti, e per questo quelle parole suonano come l'ammissione che l'esercito americano non è in grado di svolgere il proprio lavoro.

L'umiliazione, per Wood, è cosa diversa dalla sconfitta. Solo gli Stati Uniti sono stati umiliati, ma entrambi i Paesi hanno subito una perdita pesante. La sconfitta americana è la più evidente: una perdita di prestigio e la conferma che neppure un Paese ricco può imporre la propria volontà a uno povero ma determinato.

La sconfitta dell'Iran è più sottile. I Paesi confinanti, scrive Wood, prima lo consideravano un vicino problematico e ora lo vedono come una minaccia vera e propria, e per questo si stanno armando e cercano vie per aggirare lo Stretto di Hormuz. L'economia iraniana è un disastro da circa 15 anni ed è ormai "completamente a pezzi", e l'autore si chiede chi vorrà investire in un Paese il cui governo "si regge sulla brutalità ed è guidato secondo i capricci di una giunta a capo della quale c'è un fanatico religioso malconcio".

La migliore difesa dell'accordo dal punto di vista americano, secondo Wood, tiene conto proprio di queste difficoltà economiche e politiche dell'Iran, che hanno più probabilità di far cadere il regime di qualsiasi ulteriore azione militare. Una seconda difesa possibile è che non si tratti di un vero accordo, perché entrambe le parti avevano intenzione di non rispettarlo già prima di firmarlo.

Un funzionario americano ha detto alla CNN che "non bisognerebbe leggere troppo nel linguaggio" dell'intesa, perché il cuore dell'accordo sono le "intese che abbiamo l'uno con l'altro". Gran parte del testo, scrive Wood, è così vago da risultare privo di significato, al contrario dell'accordo sul nucleare negoziato da Barack Obama, che prevedeva ispezioni dettagliate e invasive che non compaiono in nessun documento citato dai collaboratori del presidente.

Lo stesso funzionario ha aggiunto che il linguaggio del documento è calibrato per permettere ai dirigenti iraniani di "dire quello che devono dire per la loro politica interna". Per Wood questo riflette una lettura della leadership iraniana che ha sentito anche da funzionari di amministrazioni precedenti, comprese quelle democratiche: i suoi capi sarebbero sensibili all'adulazione e considererebbero l'irritazione e l'umiliazione degli americani un fine in sé.

"L'umiliazione è il punto", scrive Wood. L'Iran ha ottenuto che gli Stati Uniti firmassero un documento che gli stessi americani hanno descritto come degradante, mortificante, una capitolazione totale. Poco importa, secondo l'autore, se l'accordo non si realizzerà mai o se ogni sua parte si rivelerà meno vantaggiosa del previsto.

L'Iran, ricorda Wood, non aveva mai vinto una guerra, e i colpi che era riuscito a infliggere a Stati Uniti, Israele e ai propri cittadini erano stati finora "modesti e furtivi", sotto forma di attentati e azioni indirette attraverso milizie alleate. L'esistenza di un'intesa con termini umilianti per l'America è per Teheran un capitale simbolico ed emotivo che nessun regime iraniano aveva mai avuto dalla Rivoluzione islamica del 1979.

I 300 miliardi di dollari di investimenti, scrive Wood, non sono l'occasione più grande per l'Iran. Più prezioso sarebbe un cambio di rotta della dirigenza verso le riforme, con l'abbandono di alcuni dogmi del passato: gli attuali leader si sono presentati come i salvatori della Repubblica islamica e con quella credibilità potrebbero introdurre cambiamenti considerati necessari, che apparirebbero controrivoluzionari se proposti da chiunque altro.

"L'Iran ha vinto la guerra, o almeno non l'ha persa", conclude Wood. "La pace è ancora tutta da giocare."

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Trump impone ai dipendenti dei parchi nazionali le spille di Freedom 250


Chi rifiuta di indossare le spille del gruppo creato dai consiglieri del presidente per le celebrazioni dei 250 anni rischia un richiamo disciplinare. Lo scrive Mother Jones.

L'amministrazione Trump sta ordinando ai dipendenti del National Park Service, l'agenzia federale che gestisce i parchi nazionali americani, di indossare delle spille che promuovono Freedom 250, il gruppo incaricato di organizzare le celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti. Alcuni dipendenti hanno raccontato di essere stati minacciati di richiami disciplinari se si rifiutano di appuntarsele agli eventi che celebrano la Dichiarazione di Indipendenza. Lo ha rivelato la rivista Mother Jones, sulla base di email interne e dei resoconti di chi lavora nell'agenzia.

Freedom 250 è un gruppo semi-privato creato alla fine dello scorso anno dai consiglieri del presidente per prendere il controllo dell'organizzazione dell'anniversario. I critici sostengono che abbia trasformato le celebrazioni in una festa di parte per Trump, con un legame sempre più debole con le idee della Rivoluzione americana. I dipendenti del servizio dei parchi ritengono che indossare la spilla equivalga a una dichiarazione politica, paragonabile a mettersi in testa un cappello MAGA, il copricapo rosso legato allo slogan "Make America Great Again" e diventato il simbolo del movimento del presidente.

Il gruppo è nato in contrapposizione ad America250, l'organizzazione creata dal Congresso un decennio fa per pianificare le commemorazioni. America250 è obbligata per legge a tenere eventi bipartisan e a rispondere a una commissione nominata dal Congresso, di cui fanno parte anche i democratici. Aveva organizzato la parata militare voluta da Trump, ma ha sollevato obiezioni quando il presidente ha preteso eventi sempre più di parte e sfarzosi. Da quelle tensioni è nata la decisione dell'amministrazione di lanciare Freedom 250, un'entità che il presidente può controllare di fatto.

Secondo i critici, Freedom 250 permette a Trump di organizzare con più libertà eventi che funzionano anche da comizi elettorali, di raccogliere fondi privati da aziende in cerca di buoni rapporti con l'amministrazione e di non rendere pubblico quanto tutto questo costi ai contribuenti. Il gruppo è una società a responsabilità limitata che opera sotto la National Park Foundation, l'ente non-profit partner del servizio dei parchi. Spende denaro pubblico ma non si è sottoposto al controllo del Congresso, al punto che i democratici lo hanno definito un gruppo di "dark money", cioè finanziato da fondi di origine non trasparente.

Le celebrazioni hanno già incluso una grande parata militare per il 79esimo compleanno del presidente, seguita per l'80esimo da un incontro di arti marziali miste sponsorizzato da una società di criptovalute sul prato della Casa Bianca. Il giorno dopo Trump ha annunciato che la festa del 4 luglio sul National Mall, la grande spianata di Washington dove si tengono le principali manifestazioni del paese e momento clou dell'anniversario, avrebbe ospitato un suo comizio.

Diversi critici sostengono che l'ordine sia illegale, perché i dipendenti federali non possono svolgere attività politica di parte mentre sono in servizio. "Obbligare il personale del Park Service, in uniforme o no, a indossare una spilla con il logo registrato di Freedom 250 è illegale, punto", ha dichiarato a Mother Jones Tim Whitehouse, direttore esecutivo di Public Employees for Environmental Responsibility, un'organizzazione che tutela i lavoratori pubblici. Secondo Whitehouse l'obbligo, oltre a violare i diritti dei dipendenti, finisce probabilmente per arricchire con fondi federali i fornitori vicini a Trump.

Il 13 aprile un memo interno firmato da Charles Cuvelier, direttore associato del servizio dei parchi e indirizzato ai sovrintendenti dei parchi nazionali, ha "fortemente incoraggiato" i dipendenti non in uniforme a portare la spilla e ha "autorizzato" quelli in divisa, con istruzioni minuziose: "La spilla va portata centrata e a un quarto di pollice sopra la targhetta con il nome", si legge nel documento. Indossarla, ha scritto Cuvelier, è un segno di "spirito di corpo". Il memo però non arrivava a imporne l'uso.

A trasformare l'incoraggiamento in obbligo sono stati gli ordini verbali. Molti sovrintendenti e capi divisione hanno imposto a voce ai sottoposti di indossare la spilla agli eventi dell'anniversario, dicendo di trasmettere disposizioni arrivate da Washington. La pratica non è uniforme: alcuni dipendenti hanno detto di non aver ricevuto alcun ordine, mentre altrove i supervisori hanno avvertito che il rifiuto avrebbe comportato un richiamo ufficiale, primo gradino di una scala disciplinare che può arrivare fino al licenziamento.

Il segretario agli Interni Doug Burgum, che ha l'autorità sul servizio dei parchi, ha sostenuto con convinzione l'agenda dell'anniversario e ha incaricato l'agenzia di appoggiare i piani di Freedom 250, pur avendo affermato di non sapere come il gruppo fosse finito a operare sotto il suo dipartimento. Già a gennaio l'amministrazione aveva iniziato a mettere ai margini America250, dirottando verso Freedom 250 i fondi destinati al primo gruppo e ordinando ai dipendenti di promuovere solo la nuova organizzazione.

Il Dipartimento degli Interni non ha risposto direttamente alla domanda se le spille siano obbligatorie. Un portavoce ha respinto le critiche come un attacco dei media progressisti e ha assicurato che gli oggetti vengono distribuiti gratuitamente a tutti i dipendenti dei parchi, senza però indicare quanto siano costati. Online versioni simili si vendono tra gli 8 e i 10 dollari l'una, per un'agenzia che conta circa 20.000 dipendenti. Secondo il memo le spille sono fornite da Ace Specialties, un'azienda della Louisiana che vanta un passato nella vendita di gadget della campagna di Trump, compreso il cappello MAGA, e si presenta come fornitore di abbigliamento "per repubblicani". Gli ordini, indica un altro documento interno, vanno effettuati in quantità di almeno 100 pezzi.

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L'amministrazione Trump rinuncia a smantellare la rete di osservazione degli oceani


La National Science Foundation ferma il piano dopo che il Senato, con voti di entrambi i partiti, aveva approvato una legge per bloccarlo. Alcuni strumenti erano già stati rimossi.

L'amministrazione Trump ha rinunciato a smantellare la più grande rete americana di osservazione degli oceani, una decisione presa a maggio che aveva scatenato una protesta trasversale al Congresso, fino a coinvolgere senatori repubblicani. La marcia indietro è arrivata giovedì 18 giugno, all'indomani del voto con cui il Senato aveva approvato una legge per fermare lo smantellamento.

A finanziare il sistema è la National Science Foundation, l'agenzia federale americana che sostiene la ricerca scientifica, nota con la sigla NSF. L'agenzia ha annunciato che non procederà "con ulteriori rimozioni o ridimensionamenti delle attrezzature" e che metterà in pausa il piano, convocando un gruppo di esperti per individuare "un percorso sostenibile" per il futuro della rete.

Si tratta dell'Ocean Observatories Initiative, una rete creata nel 2016 e composta da circa 900 strumenti collocati in profondità nelle acque dell'Atlantico e del Pacifico, progettati per resistere alle pressioni enormi e alla salinità corrosiva degli abissi. L'installazione è costata circa 370 milioni di dollari (poco più di 310 milioni di euro) ed era pensata per restare in funzione per venticinque anni.

A fine maggio la NSF aveva annunciato che avrebbe iniziato a rimuovere boe e altre attrezzature sottomarine ancorate al fondale al largo delle coste di Oregon, Washington, Alaska, North Carolina e di un'area tra la Groenlandia e l'Islanda nota come mare di Irminger. L'agenzia aveva spiegato che lo smantellamento avrebbe permesso di risparmiare 48 milioni di dollari l'anno in costi operativi, una cifra che però rappresenta una frazione minima della spesa pubblica federale.

Parte delle attrezzature era già stata tirata fuori dall'acqua. La NSF ha fatto sapere di aver rimosso alcuni strumenti al largo di Oregon e Washington, ma di stare ora preparando "piani per riposizionare l'attrezzatura dopo la revisione". Edward Dever, professore di oceanografia alla Oregon State University che aiuta a gestire gli strumenti di quella zona, ha detto al New York Times che l'agenzia aveva tolto sei delle sette piattaforme di profondità dotate di sensori. Trovare le navi necessarie a sostituirle potrebbe richiedere diversi mesi, perché le imbarcazioni vengono di solito prenotate con circa un anno di anticipo.

Per dieci anni gli scienziati hanno usato i dati di questi strumenti per capire come l'oceano assorbe i gas serra dall'atmosfera, come le ondate di calore marine possano colpire la pesca e quanto sia vicino il rischio di collasso di una corrente oceanica fondamentale dell'Atlantico. I pescatori controllavano i dati in tempo reale su vento e onde prima di uscire in mare, e i meteorologi usavano le osservazioni per migliorare le previsioni di uragani e tsunami.

Il dietrofront è arrivato dopo una forte reazione contraria. Il Senato aveva approvato mercoledì, con il consenso unanime dell'aula, una misura per impedire al governo di usare fondi federali per smantellare il sistema finché la NSF non avesse condotto una valutazione approfondita della rete, con il contributo di scienziati e comunità costiere. L'amministrazione Trump aveva già provato a tagliare i fondi del programma negli ultimi due anni, ma in entrambi i casi il Congresso aveva ripristinato i finanziamenti.

La legge è stata promossa dai senatori Jeff Merkley, democratico dell'Oregon, e Lisa Murkowski, repubblicana dell'Alaska. In un'intervista al New York Times, Murkowski ha criticato l'amministrazione per non aver consultato il Congresso prima di iniziare a togliere alcune attrezzature. "La NSF è andata avanti da sola, non solo unilateralmente, ma davvero senza alcun preavviso", ha detto. La senatrice ha aggiunto che la pesca in Alaska si affida ai dati oceanici per capire come l'aumento delle temperature stia minacciando alcune specie, e ha definito la rinuncia allo smantellamento "una vittoria enorme per le comunità costiere e i pescatori di tutto il paese".

Merkley ha definito il progetto di smantellamento "una stupidità suprema". Zoe Lofgren, deputata democratica della California e prima esponente del suo partito nella commissione Scienza della Camera, ha accolto con favore il ripensamento ma ha avvertito che non è ancora chiaro quanti danni siano già stati fatti. "Questo squallido piano era illegale", ha dichiarato alla CNN, aggiungendo che i prossimi passi della NSF dovranno consistere nel sostituire tutti gli strumenti già rimossi.

Le proteste erano arrivate anche dall'estero. Dopo l'annuncio dello smantellamento, l'Unione europea aveva fatto sapere che avrebbe rafforzato la propria osservazione degli oceani con un investimento da 92 milioni di euro (circa 107 milioni di dollari). La mossa era stata pianificata molto prima della retromarcia americana, ma a Bruxelles ne avevano sottolineato il contrasto. "Segnali estremamente preoccupanti arrivano dall'altra sponda dell'Atlantico", aveva detto Costas Kadis, commissario europeo per la pesca e gli oceani.

Anche l'organizzazione non governativa Ocean Conservancy ha salutato la decisione come una scelta di "buon senso". "Semplicemente non potevamo permetterci di liberarci" di questa infrastruttura, ha dichiarato Chris Robbins dell'organizzazione in un comunicato trasmesso all'Agence France-Presse. La NSF ha assicurato di restare "impegnata nelle scienze oceaniche" e in una gestione responsabile delle proprie infrastrutture di ricerca.

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Toy Story 5 e la tecnologia come restrizione o liberazione


La saga di Toy Story torna al cinema con un quinto capitolo che mette in discussione la tecnologia e allo stesso tempo la esalta, sfruttandone le possibilità per una resa visiva sbalorditiva.
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Toy Story 5 è in qualche modo il film della “restaurazione”, dopo che il precedente - il bellissimo e frainteso Toy Story 4 - aveva deciso di porre delle domande completamente nuove per la saga, mettendo in scena i giocattoli non esclusivamente in relazione a chi li possedeva, ma esplorando la possibilità (fino a quel momento preclusa) per loro di essere liberi e indipendenti (anche cinematograficamente: strada poi tentata maldestramente con Lightyear). Toy Story 4 sfruttava l’espediente Pixar più classico e abusato - quello di mettere i propri personaggi nella condizione di dover lottare continuamente per rimanere insieme - e lo disinnescava progressivamente, arrivando a mettere in discussione la necessità stessa di restare uniti per sempre e raccontando la perdita come un passaggio necessario per crescere (o addirittura come qualcosa da ricercare per ricominciare da capo). Emblematico di ciò era il nuovo giocattolo Forky, la cui aspirazione principale era quella di essere gettato nell’immondizia dalla quale proveniva. Toy Story 5, da questo punto di vista, è un film molto più convenzionale, che segue l’ormai ampiamente collaudata formula dei sequel Pixar e si “limita” a rimettere in scena una narrazione già familiare cambiandone alcuni elementi fondamentali. Come avvenuto ne Gli Incredibili 2 e in Alla ricerca di Dory (diretto dallo stesso Andrew Stanton), innanzitutto c’è un cambio di protagonista e di genere (sessuale): stavolta tutta l’avventura è nelle mani di Jessie, “woman in charge” che lotta contro l’obsolescenza dei giocattoli, sostituiti dai nuovi dispositivi elettronici e connessi in rete, che totalizzano l’attenzione di quei bambini che un tempo giocavano invece con bambole e pupazzi. Si ricompone la coppia con Woody e Buzz e si relegano tutti gli altri personaggi in ruoli assolutamente secondari (anche Forky e Bo Peep, che invece erano centrali nel precedente episodio).

Per ovvie ragioni, però, un film di Toy Story non può essere aprioristicamente contro la tecnologi”, neanche quando questa diventa il “villain” che i nostri eroi di pezza e di plastica devono sconfiggere. Non può farlo perché quella di Toy Story è la saga cinematografica che più di tutte le altre ha scommesso sull’avanzamento tecnologico (quello dell’animazione digiale) per poter raccontare le proprie storie, esaltandolo come strumento indispensabile per emozionare lo spettatore e facendosi sempre più complessa e sofisticata capitolo dopo capitolo. Il gusto del pubblico, però, negli ultimi anni è cambiato e gli spettatori hanno cominciato a premiare quei film animati che si allontanavano dal fotorealismo per proporre uno stile che contaminasse l’animazione digitale con tecniche di animazione più tradizionali. Questo è diventato ben presto il nuovo standard del cinema d’animazione e non è un caso che anche la Pixar si sia dovuta adattare, fino ad annunciare il suo primo lungometraggio (Gatto, in uscita nel 2027) con uno stile completamente differente rispetto a quello con cui era andata avanti dal 1995 a oggi. Toy Story 5, in qualche modo, presenta una conciliazione tra questi due modi di intendere l’animazione, spingendo come mai prima d’ora il pedale sul fotorealismo e sul miracolo tecnologico della sua animazione digitale, ma anche lasciando spazio a sequenze che hanno uno aspetto completamente differente e che per la prima volta nella saga “sporcano” la computer grafica con altre tecniche e aprono alla possibilità di una nuova resa visiva di quegli stessi personaggi che abbiamo imparato negli anni a conoscere esclusivamente nei loro sempre più immacolati e pulitissimi modelli poligonali.

Come esemplificato nella parabola di redenzione della “cattiva” Lilypad, tavoletta digitale che altera il benessere psicofisico di Bonnie, la tecnologia non è un male in sé, ma lo può diventare a seconda di come viene utilizzata e programmata. È per questo che tutti i dispositivi digitali con cui Jessie avrà a che fare nel corso della sua avventura si riveleranno alla fine davvero “utili” solo nel momento in cui verranno utilizzati al di fuori delle funzioni per cui erano stati inizialmente concepiti. Solo contravvenendo al proprio scopo “di fabbrica” potranno effettivamente offrire un proprio contributo alla storia. Uno stesso dispositivo può essere sfruttato per connettere davvero le persone, favorendo la creazione di legami reali, ma anche per schernire, bullizzare, alienare. Sta tutto qui il senso di questo quinto capitolo della saga Pixar, nell’affermare che la tecnologia può essere sia una costrizione che una liberazione. E questo è vero anche sul piano metacinematografico, se applichiamo lo stesso ragionamento nel campo del cinema d’animazione. Nessun film di Toy Story è stato così bello visivamente, così complesso, con così tanti personaggi ed elementi a schermo che si muovono simultaneamente. La tecnologia, in questo senso, intesa come sofisticazione degli strumenti digitali impiegati per la realizzazione del film, è una risorsa per i suoi protagonisti, che così possono compiere azioni che erano impossibili in precedenza. Ma anche per raccontare le emozioni con un’efficacia e un dinamismo prima inaccessibili (come evidente nella bellissima scena di un bacio sospeso) e per ampliare le possibilità di caratterizzazione, dove invece prima si rendeva necessario semplificare, omologare, standardizzare (il fatto che Blaze abbia quei riccioli lì sembra un dettaglio banale, ma non lo è, da un punto di vista tecnico).

Alla fine, quindi, come sempre accade nei film della Pixar, questo Toy Story 5 finisce per rivelare qualcosa anche di chi lo ha realizzato e delle sfide che i suoi animatori devono oggi affrontare, nel paradosso di avere a disposizione una tecnologia che permette loro di fare tutto, anche cose inimmaginabili fino a qualche anno fa, e comunque dover lottare affinché la loro immaginazione, la loro fantasia, la loro capacità di creare storie non venga soffocata e anestetizzata.
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