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5 euro contro il fumo: 40mila firme per aumentare il prezzo di sigarette e sigarette elettroniche


In quattro anni il consumo di sigarette elettroniche è quasi raddoppiato. Secondo le stime, un aumento di 5 euro ridurrebbe i consumi del 37%

In Italia il consumo di sigarette elettroniche e prodotti a tabacco riscaldato continua a crescere, soprattutto tra i più giovani. In quattro anni la quota di utilizzatori è quasi raddoppiata: dal 3,9% del 2021 al 7,4% nel 2025, con un picco tra i 18 e i 34 anni dove si arriva al 16,5%.

È su questo scenario che si inserisce la campagna "5 euro contro il fumo", una proposta di legge di iniziativa popolare che punta ad aumentare di cinque euro il prezzo di tutti i prodotti da fumo e da inalazione di nicotina, comprese sigarette elettroniche e tabacco riscaldato. In poco più di tre mesi sono state raccolte 40mila firme, l'80% della soglia necessaria per portare il testo in Parlamento. L'iniziativa è promossa da AIOM, Fondazione AIRC e Fondazione Umberto Veronesi, insieme alla Fondazione AIOM.

L'idea alla base è semplice: usare il prezzo come leva diretta per ridurre i consumi. Secondo le stime dei promotori, un aumento di cinque euro potrebbe portare a un calo del 37% del consumo complessivo. Un impatto confermato dall'esperienza di altri Paesi europei. In Francia, tra il 2017 e il 2025, il prezzo medio è passato da 7,05 a 13 euro e la quota di fumatori adulti è scesa dal 27% al 18%. In Irlanda, nello stesso periodo, il prezzo è salito oltre i 15 euro con una riduzione simile dei consumatori.

In Italia i numeri restano alti: circa 10 milioni di fumatori e 93mila morti l'anno legati al tabacco. Ma il fronte sanitario insiste soprattutto su un punto: le sigarette elettroniche non rappresentano una vera alternativa. Secondo AIOM e Fondazione AIRC, la maggior parte degli utilizzatori di sigarette elettroniche e tabacco riscaldato è già fumatore tradizionale e un giovane su cinque inizia proprio da questi prodotti. Nel mirino c'è anche il consumo combinato, che secondo gli oncologi aumenta in modo significativo il rischio di tumori polmonari rispetto al fumo tradizionale da solo.

La proposta si inserisce così in un dibattito sempre più centrale sulla prevenzione: l’uso del prezzo come strumento di salute pubblica, già adottato in diversi Paesi europei, e il suo impatto sulle abitudini di consumo e sulle politiche sanitarie.

Questa voce è stata modificata (4 mesi fa)
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GPS tracker per cani e gatti: guida completa alla scelta e all’uso


Una guida completa ai GPS tracker per cani e gatti: cosa sono, come funzionano, quali tipologie esistono e quali caratteristiche valutare per scegliere il dispositivo più adatto e usarlo al meglio
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Basta un attimo — una distrazione al parco o un gatto che non rientra la sera — per capire come il monitoraggio degli animali domestici sia passato da semplice “extra” tecnologico a vera esigenza concreta. Con circa il 40% delle famiglie italiane che convivono con almeno un pet (dati ISTAT) e una crescente attenzione verso sicurezza e benessere, il segmento della pet tech sta vivendo un’evoluzione significativa: i GPS tracker per animali si stanno affermando come dispositivi sempre più diffusi, inserendosi in un mercato globale che, secondo le stime, potrebbe raggiungere i 3,5 miliardi di dollari entro il 2033. Ma come funzionano realmente queste soluzioni? Quali sono i loro limiti operativi e le reali aspettative d’uso? E soprattutto, quali parametri tecnici considerare prima dell’acquisto? A queste domande risponde Kippy, con una guida pratica basata su dati, casi d’uso concreti e un’analisi dei principali falsi miti.

“Nelle nostre recensioni, riceviamo spesso feedback di utenti convinti che un GPS tracker funzioni esattamente come il navigatore dello smartphone: sempre acceso, sempre preciso, in aggiornamento costante. Tecnicamente è possibile, ma non è quello di cui un cane o un gatto ha bisogno. Le loro abitudini sono molto diverse dalle nostre, e nella maggior parte dei casi un live tracking continuo non aggiunge sicurezza reale. Capire quando ha senso usarlo, e quando no, è il primo passo per trarre il massimo dal dispositivo, spiega Iacopo Buccarelli di Kippy.



Dreame Z30 Pro Aqua: aspirapolvere Wet & Dry innovativo
Dreame lancia Z30 Pro Aqua, un innovativo aspirapolvere Wet & Dry che combina aspirazione e lavaggio per ridefinire la pulizia smart in casa
TechpertuttiGuglielmo Sbano

GPS vs Bluetooth tracker


La prima distinzione da fare è quella tra GPS tracker con SIM integrata e Bluetooth tracker AirTag, tecnologie complementari e non alternative. Nel particolare, i Bluetooth tracker funzionano solo in prossimità di altri dispositivi abilitati: in particolare, se il gatto si allontana esce il raggio utile (generalmente tra i 10 e i 30 metri) il segnale si perde. I GPS tracker con SIM integrata, come Kippy Cat V2 o Kippy Dog, utilizzano invece la rete dati cellulare per localizzare l'animale, a qualsiasi distanza, in tutta Europa. Essi, infatti, non dipendono dalla presenza di altri dispositivi nelle vicinanze e consentono di ricevere la posizione direttamente sull'app, anche quando il gatto è a chilometri da casa, registrando i suoi spostamenti nel tempo, permettendo così di ricostruirne le abitudini.

"Live al centimetro", perché è un'aspettativa da correggere


Uno dei fraintendimenti più diffusi riguarda il concetto di “real time”: molti utenti si aspettano un tracciamento continuo al secondo, simile a un navigatore, ma nella pratica si tratta di una modalità specifica — come la Live tracking — che aumenta la frequenza degli aggiornamenti a intervalli di pochi secondi, con un impatto diretto sul consumo energetico. È una funzione utile in scenari dinamici o ad alta criticità (ad esempio in aree sconosciute), ma non pensata per un utilizzo continuativo: dispositivi come Kippy Dog possono arrivare fino a circa 15 giorni di autonomia in modalità standard, mentre in Live tracking la batteria si riduce a poche ore. Parallelamente, è fondamentale distinguere tra qualità del segnale GPS e copertura di rete cellulare: una rete debole può rallentare la trasmissione dei dati senza compromettere la precisione del posizionamento. Il GPS, infatti, opera efficacemente in ambienti outdoor, con una precisione media compresa tra 5 e 15 metri, mentre in spazi chiusi o coperti (abitazioni, garage) può degradare sensibilmente, con scostamenti anche fino a 50 metri. Comprendere queste variabili consente di interpretare correttamente le performance del dispositivo e di adattarne l’uso al contesto reale.

Cosa significa davvero "libertà controllata"


Il valore reale di un GPS tracker non sta nell'inseguire il proprio animale secondo per secondo, ma in tre funzionalità che trasformano il monitoraggio in strumento di cura e benessere quotidiano:

  1. alert e geofence: la notifica che scatta quando l'animale esce da un'area sicura prestabilita dal proprietario, come il giardino, il cortile o il perimetro del quartiere. Secondo dati interni di Kippy, 1 proprietario su 4 ha attivato il geofence almeno una volta nell'ultimo mese, dimostrando che il valore cercato dagli utenti è la sicurezza proattiva e non il monitoraggio passivo;
  2. storico dei movimenti e mappe di calore: le mappe di calore che mostrano i percorsi preferiti dell'animale e i suoi schemi di comportamento abituali. Sapere dove il gatto va di solito aiuta a capire, e ad agire, quando qualcosa cambia. Altra informazione utile da sapere è che la funzione “Live” con storico dei movimenti non è presente per i Bluetooth tracker come gli Air Tag;
  3. monitoraggio delle abitudini: passi, minuti di attività, ore di sonno; i dati raccolti dai tracker Kippy diventano uno specchio delle abitudini quotidiane degli animali: dal primo gennaio 2025 al 25 febbraio 2026, i cani e gatti monitorati hanno percorso complessivamente oltre 60 miliardi di passi, equivalenti a più di 11 milioni di km. Variazioni improvvise, come un calo nell'attività o movimenti anomali di notte, possono essere i primi segnali di malessere, rilevabili prima ancora di una visita veterinaria.


Gatti e collare, le regole di sicurezza che molti sottovalutano


A differenza dei cani, molti gatti non sono abituati a indossare un collare e possono reagire con fastidio o agitazione. Ecco perché è essenziale scegliere un collare con dimensioni e peso ridotti, e sgancio di sicurezza anti-strozzo. Tuttavia, il dispositivo migliore non basta se il momento dell'introduzione viene gestito male; per questo è importante attendere che il gatto abbia almeno 12 mesi di vita e raggiunga il peso minimo di 4 kg. Poi, non bisogna lasciarlo mai solo nelle prime ore dall'applicazione del collare. Altro punto fondamentale è l’osservazione del comportamento durante la fase di adattamento: un gatto che rifiuta il collare può farsi del male. Infine, ricaricare il dispositivo nelle ore di sonno dell'animale, così da garantire un monitoraggio continuativo.

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La crescente disponibilità di dati in tempo reale ha progressivamente reso i mercati finanziari più efficienti, abbattendo barriere tecnologiche ed economiche e riducendo drasticamente i costi operativi
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Cosa chiedersi prima dell'acquisto


Infine, prima di scegliere un dispositivo di tracciamento, è utile farsi alcune domande: “Il mio animale ha almeno qualche mese di vita e il peso minimo richiesto?”; “Vive principalmente in casa, in giardino, o outdoor?”; “Ho verificato la copertura di rete nella mia zona?”, e soprattutto, “Ho chiare le differenze tra GPS con SIM e Bluetooth tracker quale si adatta meglio alle mie esigenze e a quelle del mio pet?”.

“L'obiettivo non è tenere il proprio animale sotto sorveglianza costante, ma avere la serenità di sapere che, se qualcosa cambia, arriva subito un segnale. Conoscere le abitudini normali di un cane o di un gatto, ricevere un alert quando escono dall'area sicura, monitorare l'attività nel tempo, sono queste le funzioni utili ai proprietari e che trasformano un dispositivo tecnologico in uno strumento di cura quotidiana”, conclude Iacopo Buccarelli.



Dreame Z30 Pro Aqua: il nuovo aspirapolvere Wet & Dry che rivoluziona la pulizia


Dreame ha annunciato il lancio di Z30 Pro Aqua, un’aspirapolvere senza fili due-in-uno progettata per unire aspirazione a secco e lavaggio delle superfici in un unico dispositivo. Il nuovo modello di punta combina una potenza di aspirazione elevata con funzionalità avanzate per la pulizia a umido, consentendo la rimozione efficace dello sporco e delle macchie in un solo passaggio. Con Z30 Pro Aqua, l’azienda introduce un nuovo approccio nel segmento della pulizia domestica, rafforzando il proprio posizionamento come player innovativo nel mercato. Dreame Z30 Pro Aqua è inoltre dotata di un ciclo di autopulizia con acqua fresca e asciugatura ad aria calda, per un'esperienza di pulizia completa. Dreame Z30 Pro Aqua ha un prezzo di 599 euro, con un'offerta di lancio di 100 euro valida fino al 6 maggio. Il prodotto è disponibile sul sito ufficiale di Dreame, su Amazon e presso negozi di elettronica selezionati.

Crisi climatica in Italia: 376 eventi estremi e frane +42%
L’Italia affronta una crescente emergenza climatica: in occasione dell’Earth Day, cittadini e comunità si mobilitano con azioni concrete per contrastare il cambiamento climatico e promuovere la sostenibilità
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Pulizia Wet & Dry Avanzata


La Z30 Pro Aqua unisce la potente aspirazione di un’aspirapolvere senza filo di alta gamma alla funzione integrata di una lavapavimenti, consentendo di bagnare, strofinare e aspirare lo sporco in un unico passaggio, garantendo un'esperienza di pulizia rapida ed efficiente su diverse superfici.

AquaCycle 2.0: lavaggio Integrato


La spazzola AquaCycle 2.0 integra un sistema di pulizia sincronizzato in quattro fasi — spruzzo, raschiatura, strofinamento e aspirazione — progettato per gestire in modo efficace sia lo sporco umido che quello secco. Dreame dichiara che questo approccio consente fino a 40 minuti di lavaggio continuo e una copertura fino a 290 m², ottimizzando tempi ed efficienza.
La stazione di ricarica lava e asciuga automaticamente il rullo con aria calda fino a 70 °CLa stazione di ricarica lava e asciuga automaticamente il rullo con aria calda fino a 70 °C
Il sistema di gestione dell’acqua a tre zone separa acqua pulita, acqua sporca e detriti solidi in comparti distinti, garantendo un flusso costante di acqua fresca e un livello superiore di igiene. A completare il processo, la stazione di ricarica lava e asciuga automaticamente il rullo con aria calda fino a 70 °C, riducendo la manutenzione manuale e preparando il dispositivo all’uso successivo.
Le spazzole multi-superficie, dotate di tecnologie TangleCut e CelesTect, migliorano la visibilità durante la pulizia e prevengono l’aggrovigliamento dei capelliLe spazzole multi-superficie, dotate di tecnologie TangleCut e CelesTect, migliorano la visibilità durante la pulizia e prevengono l’aggrovigliamento dei capelli

Potenza da primato


Grazie alla tecnologia TurboMotor proprietaria, Z30 Pro Aqua sprigiona una potenza di aspirazione costante fino a 28.000 Pa, rimuovendo con facilità peli di animali domestici, polvere fine, briciole e detriti ostinati da qualsiasi superficie. L'avanzata tecnologia ciclonica genera una potente forza centrifuga che separa efficacemente la polvere e previene l'intasamento del filtro, garantendo un'aspirazione costante e senza cali di potenza dall'inizio alla fine.
Il sistema di filtraggio a cinque strati cattura polvere fine e particelle (compresi pollini e peli di animali domestici) con un'efficienza fino al 99,99%Il sistema di filtraggio a cinque strati cattura polvere fine e particelle (compresi pollini e peli di animali domestici) con un'efficienza fino al 99,99%
Grazie a una batteria LiPo ad alte prestazioni che assicura fino a 90 minuti di autonomia, questo sistema garantisce una pulizia accurata di abitazioni fino a 200 m² in un unico ciclo.

Design flessibile


Grazie al design pieghevole a 90°, l'asta di prolunga flessibile si adatta facilmente a diverse esigenze: si piega e si estende per raggiungere gli angoli più nascosti sotto letti, divani e spazi ristretti senza bisogno di accovacciarsi o spostare i mobili. La testina rotante con angolo di 180° garantisce inoltre una pulizia senza ostacoli anche in spazi ristretti.

ASUS UGen300: prima USB con motore IA per PC
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Trump fa perdere le primarie a cinque senatori statali in Indiana che gli avevano detto no


La vendetta del presidente contro i parlamentari statali che bocciarono la riforma dei collegi elettorali. In Ohio, Ramaswamy vince le primarie per il governatore.

Donald Trump ha vinto la sua battaglia di vendetta in Indiana. Cinque dei sette senatori statali repubblicani che lo scorso dicembre votarono contro il suo piano per ridisegnare i collegi elettorali del Congresso hanno perso le primarie di martedì 5 maggio contro i candidati sostenuti dal presidente. Un senatore uscente è riuscito a salvarsi, mentre in un'altra sfida stanno ancora contando i voti ed è impossibile sapere chi ha vinto. Il risultato dimostra la presa che Trump conserva sull'elettorato repubblicano e la sua capacità di punire chi lo sfida, anche in elezioni locali normalmente di scarso rilievo.

La vicenda nasce nell'autunno del 2025, quando il presidente lanciò una campagna nazionale per spingere gli Stati a guida repubblicana a ridisegnare i collegi della Camera in modo da favorire il partito alle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Diversi Stati come Texas e Florida si adeguarono rapidamente, mentre i democratici risposero con manovre analoghe in California e Virginia. L'Indiana avrebbe dovuto fare la sua parte. La nuova mappa proposta avrebbe garantito ai repubblicani tutti e nove i seggi alla Camera dello Stato, eliminando i due attualmente in mano ai democratici. La Camera statale, controllata dal partito di Trump, approvò il piano. Il Senato statale, pur a maggioranza repubblicana, lo bocciò: una minoranza di senatori del partito si unì ai democratici per affossare la riforma, nonostante le pressioni dirette del presidente.

Trump reagì con un post sui social in cui chiedeva che ogni repubblicano contrario alla riforma fosse sfidato alle primarie. Mantenne la promessa, sostenendo candidati alternativi contro sette degli otto senatori dissidenti che si ricandidavano quest'anno. I nomi dei vincitori sono ora noti: Trevor De Vries, Brian Schmutzler, Blake Fiechter, Tracey Powell e Michelle Davis hanno battuto rispettivamente i senatori uscenti Dan Dernulc, Linda Rogers, Travis Holdman, Jim Buck e Greg Walker. L'unico senatore in carica a salvarsi con certezza è stato Greg Goode, mentre la corsa di Spencer Deery è rimasta sospesa.

L'intervento del presidente ha trasformato primarie di solito ignorate in un evento nazionale. Secondo la società di monitoraggio AdImpact, sulle sette contese sono stati spesi circa dodici milioni di dollari in pubblicità, in gran parte da gruppi esterni allineati con Trump. I candidati sfidanti hanno usato la foto del presidente sui materiali elettorali e diffuso immagini di incontri alla Casa Bianca. I senatori uscenti hanno cercato di difendersi rivendicando le proprie credenziali conservatrici e gli appoggi di organizzazioni a tutela degli agricoltori, dei diritti delle armi e contro l'aborto. La sfida non è stata fra moderati e conservatori, ma fra chi accetta la subordinazione al presidente e chi rivendica autonomia.

Il risultato preoccupa altri repubblicani che hanno preso le distanze da Trump e affrontano ora primarie con avversari sostenuti dal presidente: il deputato Thomas Massie del Kentucky e il senatore Bill Cassidy della Louisiana. Pete Seat, ex collaboratore della Casa Bianca di George W. Bush e analista politico in Indiana, ha dichiarato al New York Times che la capacità di Trump di portare candidati sconosciuti dall'anonimato al Congresso o a un'aula statale resta intatta.

Le primarie hanno fatto emergere una frattura interna al partito repubblicano dell'Indiana, dominato dai conservatori da vent'anni. Da una parte il governatore Mike Braun, il vicegovernatore Micah Beckwith e parte della delegazione al Congresso si sono schierati con i candidati di Trump. Dall'altra l'ex governatore Mitch Daniels, considerato l'architetto della lunga egemonia repubblicana nello Stato, è diventato una voce critica contro la riforma dei collegi. L'ex vicepresidente Mike Pence, anch'egli ex governatore dell'Indiana, ha appoggiato uno dei senatori uscenti in difficoltà, Jim Buck, definendolo un uomo di integrità.

Con la vittoria dei candidati di Trump nelle primarie e con i loro probabili successi nelle elezioni generali di novembre nei collegi sicuri repubblicani, la riforma dei collegi della Camera potrebbe tornare in agenda. È difficile però che ciò avvenga prima delle elezioni di metà mandato del 2026. Una sentenza recente della Corte Suprema ha indebolito una disposizione chiave del Voting Rights Act, aprendo nuove possibilità per gli Stati di ridisegnare le mappe elettorali.

In Ohio le primarie hanno definito gli sfidanti per le elezioni di novembre. Vivek Ramaswamy, imprenditore farmaceutico di quarant'anni e candidato alle presidenziali repubblicane del 2024, ha vinto la nomination del partito per la corsa a governatore. Affronterà la democratica Amy Acton, sessantenne, ex direttrice del dipartimento della salute dello Stato sotto l'attuale governatore repubblicano Mike DeWine, che non può ricandidarsi per limite di mandati. L'Ohio non elegge un governatore democratico da quasi vent'anni, ma i sondaggi recenti indicano una corsa più equilibrata del previsto, complice il calo di consensi di Trump.

Ramaswamy ha raccolto oltre cinquanta milioni di dollari, inclusi venticinque milioni propri, e la sua campagna ha già speso oltre quindici milioni in pubblicità, attaccando Acton per le ordinanze di chiusura di scuole e attività economiche firmate durante la pandemia di Covid-19. La candidata democratica punta sul tema dell'accessibilità economica, sui prezzi della benzina in aumento e sull'inflazione. Entrambi i candidati hanno punti deboli. La ricchezza ostentata di Ramaswamy e la sua tendenza a esprimersi su molti temi gli hanno alienato parte della destra populista, mentre Acton è legata nell'immaginario degli elettori al periodo difficile del Covid.

Per il Senato, l'ex senatore democratico Sherrod Brown ha vinto la primaria del partito e tenterà di tornare a Washington sfidando il senatore repubblicano Jon Husted. Husted era stato nominato dal governatore DeWine per completare il mandato lasciato libero dal vicepresidente JD Vance. La corsa è considerata una delle poche occasioni di guadagno per i democratici, che per riprendere il controllo del Senato hanno bisogno di quattro seggi netti.

Nel nono distretto della Camera dell'Ohio, l'ex deputato statale Derek Merrin ha vinto le primarie repubblicane e affronterà la deputata democratica Marcy Kaptur, in carica dal 1983 e donna con la più lunga permanenza al Congresso. È una rivincita. Merrin perse contro Kaptur per meno di un punto percentuale nel 2024. Il distretto, già competitivo, è diventato più favorevole ai repubblicani dopo la riforma dei collegi dell'Ohio dello scorso autunno. Tra gli sconfitti delle primarie repubblicane c'è Madison Sheahan, ventinovenne ex vicedirettrice dell'agenzia federale per l'immigrazione e le dogane (Immigration and Customs Enforcement), arrivata terza. Aveva costruito la sua candidatura sull'immagine di esecutrice della politica migratoria del presidente, ma analisti politici hanno detto al Washington Post che il tema dell'immigrazione è stato superato dalle preoccupazioni economiche, soprattutto sul lavoro nel settore manifatturiero e sui dazi voluti da Trump.

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SteelSeries Arctis Nova Pro Omni: l’audio gaming diventa Hi-Res e multi-sistema


Il mondo del gaming audio continua a spingersi verso prodotti sempre più completi, pensati non solo per giocare meglio, ma anche per gestire chat vocali, musica, streaming, console, PC e smartphone senza dover cambiare cuffie ogni volta. In questo scenario arrivano le nuove SteelSeries Arctis Nova Pro Omni, un modello wireless premium che punta a unire qualità sonora ad alta risoluzione, controllo avanzato delle sorgenti e massima compatibilità con le piattaforme più usate dai giocatori.

Il lancio arriva in un momento simbolico per SteelSeries, che nel 2026 celebra il suo 25° anniversario. Il brand ha scelto di ampliare la propria gamma audio di fascia alta con un prodotto pensato per chi cerca un’unica soluzione per giocare su PC, console e dispositivi mobili, mantenendo al centro due aspetti chiave: audio Hi-Res Wireless e gestione simultanea di più dispositivi.

Audio Hi-Res Wireless a 96 kHz/24 bit


Il cuore delle Arctis Nova Pro Omni è la certificazione Hi-Res Wireless, con audio a 96 kHz/24 bit sia tramite connessione wireless a 2,4 GHz sia tramite Bluetooth. Si tratta di un dettaglio importante perché porta nel mondo delle cuffie gaming un approccio più vicino a quello dell’ascolto audiofilo, con una riproduzione pensata per offrire maggiore dettaglio, più precisione e una resa sonora più ampia. SteelSeries indica anche il supporto al codec LC3+, pensato per garantire audio wireless ad alta fedeltà e bassa latenza.

Per ottenere questa resa, le cuffie utilizzano driver magnetici al neodimio da 40 mm progettati su misura, con una risposta in frequenza estesa da 10 Hz a 40 kHz. Questo significa che il prodotto non nasce solo per enfatizzare esplosioni, colpi e bassi profondi, ma anche per restituire con maggiore chiarezza dettagli ambientali, dialoghi, passi e sfumature sonore che nei giochi competitivi possono fare la differenza.

OmniPlay: una sola cuffia per PC, console e smartphone


La vera particolarità delle SteelSeries Arctis Nova Pro Omni è la tecnologia OmniPlay, pensata per chi usa più sistemi durante la stessa sessione. Le cuffie possono funzionare con PC, PlayStation, Xbox, Nintendo Switch, smartphone e altri dispositivi, con la possibilità di gestire più sorgenti audio contemporaneamente. L’obiettivo è chiaro: eliminare il bisogno di scollegare, riconfigurare o cambiare cuffie quando si passa da una piattaforma all’altra.

Il sistema permette di mixare fino a quattro sorgenti audio contemporaneamente, combinando ad esempio audio di gioco da console, chat Discord da PC, Bluetooth dallo smartphone e ingresso line-in. È una funzione particolarmente interessante per streamer, creator e giocatori che usano più dispositivi insieme, ma anche per chi vuole semplicemente rispondere a una chiamata o ascoltare musica senza interrompere la partita.

Microfono ClearCast Pro con cancellazione AI


Un altro elemento centrale è il nuovo microfono ClearCast Pro, omnidirezionale e progettato per offrire una qualità vocale di livello professionale. SteelSeries parla di una resa “broadcast”, quindi pensata non solo per la chat in-game, ma anche per streaming, riunioni online e contenuti vocali più curati. Il microfono integra la cancellazione del rumore tramite intelligenza artificiale, con una riduzione dichiarata fino al 96% del rumore di fondo secondo test di laboratorio indipendenti.

Questo aspetto può essere particolarmente utile in ambienti rumorosi, dove tastiere meccaniche, ventole, voci in sottofondo o rumori domestici rischiano di disturbare la comunicazione. L’idea è quella di mantenere la voce più chiara e presente, senza costringere l’utente a intervenire continuamente sulle impostazioni audio.

ANC migliorata e modalità trasparenza


Le Arctis Nova Pro Omni integrano anche la cancellazione attiva del rumore, una funzione sempre più richiesta anche nelle cuffie gaming di fascia alta. Secondo SteelSeries, l’ANC è in grado di bloccare fino al 40% in più di rumore di fondo rispetto ai principali concorrenti, grazie a una potenza di elaborazione migliorata e a un algoritmo aggiornato. È presente anche la modalità trasparenza, utile quando si vuole restare consapevoli di ciò che accade intorno senza togliere le cuffie.

Questa combinazione rende il prodotto più versatile, perché non lo limita al solo utilizzo davanti al PC o alla console. Le cuffie possono diventare una soluzione completa anche per l’intrattenimento, la musica, i film o il lavoro da remoto.

Controllo audio in tempo reale con GameHub, app e Sonar


SteelSeries ha lavorato molto anche sulla parte software. Le cuffie possono essere gestite tramite GameHub, app mobile Arctis e software desktop SteelSeries GG/Sonar. In questo modo è possibile regolare sorgenti, volume, mix, equalizzazione e microfono in tempo reale, sia da PC sia da dispositivi mobili.

Un dettaglio interessante è la presenza di oltre 200 preset audio specifici per i giochi, pensati per ottimizzare la resa sonora in base al titolo. In un FPS competitivo, ad esempio, può essere utile enfatizzare passi e segnali ambientali; in un gioco narrativo, invece, può avere più senso privilegiare spazialità, dialoghi e colonna sonora.

Il GameHub con schermo OLED e rotella di controllo consente inoltre di intervenire rapidamente senza passare ogni volta dal software. È una scelta pratica, soprattutto per chi cambia spesso sorgente o vuole modificare il bilanciamento tra chat, gioco e Bluetooth durante la sessione.

Infinite Power: doppia batteria per non fermarsi


Uno dei limiti più fastidiosi delle cuffie wireless è la batteria. SteelSeries prova a superarlo con il sistema Infinite Power, basato su due batterie intercambiabili. Mentre una batteria è in uso, l’altra può essere ricaricata nel GameHub, permettendo così di continuare a giocare senza dover collegare le cuffie con un cavo o interrompere la sessione.

È una soluzione che SteelSeries ha già reso riconoscibile nella sua fascia alta e che qui assume ancora più senso, considerando il posizionamento premium del prodotto e l’idea di usarlo come hub audio principale per più dispositivi.

Design premium e tre colorazioni


Sul fronte estetico, le Arctis Nova Pro Omni mantengono un design elegante e meno aggressivo rispetto a molte cuffie gaming tradizionali. Sono disponibili nelle colorazioni Midnight Blue, Black e White, con cuscinetti in memory foam rivestiti in pelle vegana e archetto interno sospeso per distribuire meglio il peso durante le sessioni prolungate.

Anche questo conferma la volontà di SteelSeries di proporre un prodotto più trasversale, adatto non solo alla postazione gaming, ma anche a un utilizzo quotidiano più ampio.

Prezzo e disponibilità


Le SteelSeries Arctis Nova Pro Omni sono disponibili dal 5 maggio 2026 sul sito SteelSeries e presso rivenditori selezionati, con un prezzo di listino di 399,99 euro.

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Dalle Timberland ai modelli sostenibili: le scarpe che raccontano le generazioni


Dalle Timberland ai modelli sostenibili: le scarpe che raccontano le generazioni
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C’è stato un tempo in cui bastava abbassare lo sguardo per capire chi avevi davanti. Le scarpe, più di ogni altro dettaglio, raccontavano una storia: di provenienza, aspirazione, ribellione. In Italia, dagli anni ’80 a oggi, questo linguaggio silenzioso ha attraversato mode e generazioni, restando sorprendentemente eloquente.

Negli anni ’80 le scarpe erano bandiere. I paninari milanesi sfoggiavano gli scarponcini Timberland, tecnici e vistosi, spesso importati o comunque percepiti come “americani”, simbolo di benessere e desiderio di appartenenza a un mondo patinato. Al contrario, nelle sottoculture giovanili più politicizzate o alternative, si imponevano scarpe robuste, vissute, talvolta volutamente consumate, i Kickers: un rifiuto dell’omologazione e del consumismo. Già allora, la scelta non era mai neutra, gli esempi sono tanti, texani e camperos, Espadrillas, Superga, Sebago e Clarks.

Negli anni ’90 il discorso si stratifica. Le sneaker entrano nel quotidiano, è un caso mediatico la Nike Cortez di Forrest Gump, ma non tutte dicono la stessa cosa; esistono agli antipodi lo scarponcino Magnum e le Squalo sempre di Nike. C’è chi sceglie modelli minimalisti, quasi anonimi, per marcare una distanza dalle logiche di status, e chi invece rincorre le prime forme di culto del brand. Le scarpe diventano un codice più sottile: meno urlato, ma altrettanto significativo. Nelle città universitarie italiane, ad esempio, si poteva distinguere tra lo studente “impegnato” e quello più modaiolo anche da una suola.

Con i 2000 arriva l’esplosione del marchio come identità. Le scarpe si fanno riconoscibili a distanza, spesso costose, e diventano un investimento simbolico. Indossarle significa dichiarare un’appartenenza aspirazionale, All Stars, Air Jordan, Adidas: al successo, alla cultura pop globale, a un’estetica condivisa dai media. In parallelo, però, cresce anche una contro-narrazione: il vintage, il riuso, la ricerca del pezzo unico. Due modi opposti di dire “io”, entrambi affidati ai piedi.

Oggi il panorama è ancora più complesso. Le scarpe parlano di sostenibilità, di consapevolezza, di ibridazione tra sport e formale. Si possono indossare modelli di lusso con abiti casual o sneakers etiche con completi eleganti. L’identità non è più monolitica, ma frammentata, fluida. Eppure, il meccanismo resta lo stesso: scegliere una scarpa significa prendere posizione, anche quando si finge il contrario.

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Cuffie Jabra Evolve3 75 - Recensione


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Ci sono prodotti che capisci subito dove vogliono andare a parare, e le Jabra Evolve3 75 rientrano esattamente in questa categoria. Dopo averle utilizzate tra chiamate quotidiane, momenti di concentrazione e ascolto musicale, la sensazione che mi hanno lasciato è molto chiara: Jabra ha cercato di costruire una cuffia pensata prima di tutto per il lavoro moderno, ma senza darle quell’aspetto freddo e troppo tecnico che spesso allontana chi vuole usare lo stesso prodotto anche fuori dall’ufficio. Il risultato è una cuffia on-ear da 180 grammi, con ANC, fino a 22 ore di chiamate, fino a 110 ore di musica, supporto Bluetooth 5.3, ricarica rapida e funzioni software pensate per chi vive di call e produttività.

La prima cosa che mi ha colpito è stata proprio l’impostazione estetica. Le Jabra Evolve3 75 non sembrano la classica cuffia business che tieni sulla scrivania e basta. Hanno un design più pulito, più leggero alla vista, con una costruzione curata e senza il classico braccetto del microfono in evidenza. Questo dettaglio cambia parecchio la percezione del prodotto, perché le rende più discrete e più facili da indossare anche in contesti meno formali. Anche la struttura restituisce buone sensazioni, con anima in metallo, finitura opaca e una generale impressione di solidità senza appesantire troppo il corpo del prodotto.
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Una volta indossate, il punto forte emerge quasi subito: la leggerezza. Nelle prime ore si fanno sentire pochissimo, ed è uno di quei vantaggi che apprezzo davvero quando passo da una call all’altra senza tregua. I cuscinetti in tessuto traspirante aiutano a mantenere una sensazione piacevole e meno calda rispetto a tante soluzioni più chiuse, mentre il formato pieghevole le rende pratiche anche da portare in borsa. Questa è una di quelle cuffie che riesco a immaginare senza difficoltà su una scrivania, in uno zaino o addosso mentre mi sposto. E in un prodotto che vuole stare tra smart working, ufficio e mobilità, è esattamente il tipo di versatilità che mi aspetto.

“Le Jabra Evolve3 75 mi hanno convinto perché uniscono qualità nelle call, leggerezza e funzioni intelligenti in una cuffia pensata per lavorare bene ogni giorno, senza rinunciare a un uso piacevole anche fuori dall’ufficio.”

Detto questo, sarebbe poco onesto fermarsi alla prima impressione. Più le ho usate, più mi sono resa conto che il vero nodo della recensione è tutto qui: il comfort è buono, ma non perfetto. Le Jabra Evolve3 75 sono cuffie sovraurali, quindi appoggiano sull’orecchio invece di avvolgerlo. Questa scelta le rende leggere, ariose e meno invasive, ma alla lunga presenta un conto. Nelle sessioni brevi e medie mi sono trovata bene, anche molto bene. Quando però si allungano davvero i tempi, con tante ore consecutive addosso, iniziano a comparire punti di pressione più evidenti. È un limite che si percepisce soprattutto nelle giornate più intense, quelle in cui le cuffie non le togli quasi mai. Ecco perché, nella mia esperienza, il loro comfort è convincente all’inizio e buono nel complesso, ma non impeccabile sul lunghissimo periodo. È un compromesso reale, e secondo me va detto chiaramente.
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Dove invece le Jabra Evolve3 75 iniziano davvero a farsi valere è nella vita di tutti i giorni, soprattutto quando entrano in gioco le funzioni pratiche. Qui si capisce che il prodotto è stato pensato per chi lavora sul serio con cuffie e microfono. I controlli fisici sono presenti, l’indicatore di occupato a 360 gradi è utile per segnalare quando non si vuole essere disturbati, e c’è tutta una serie di funzioni intelligenti che rendono l’esperienza molto più fluida. Ho trovato particolarmente comoda la pausa automatica quando si tolgono le cuffie e la ripresa quando le si rimette. Sembrano dettagli piccoli, ma quando passi ore tra contenuti audio, meeting e momenti di concentrazione diventano una comodità concreta, non una funzione da scheda tecnica. Anche la possibilità di personalizzare l’audio tramite le app Jabra aggiunge valore, perché permette di adattare il comportamento delle cuffie alle proprie abitudini con più libertà.

Sul fronte delle call è qui che, personalmente, ho trovato la parte più convincente della prova. Le Jabra Evolve3 75 integrano sei microfoni e un sistema di elaborazione della voce progettato per mantenere il parlato pulito e chiaro. Nella pratica si traduce in conversazioni più nitide, in una voce ben leggibile dall’altra parte e in una generale sensazione di affidabilità quando si lavora in ambienti normali, non perfettamente silenziosi. Per me è questo il punto in cui la cuffia mostra la sua vera identità. Non nasce per stupire con effetti speciali, ma per farti lavorare bene, e in chiamata questa filosofia si sente eccome. La qualità del parlato mi è sembrata solida, credibile, matura. In altre parole, è una cuffia che durante le videoconferenze mi ha dato quella tranquillità che cerco quando non voglio pensare allo strumento ma solo alla riunione.
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Naturalmente il comportamento cambia quando l’ambiente attorno si fa più difficile. In mezzo a rumori più aggressivi, voci molto vicine o spazi particolarmente caotici, il sistema di pulizia della voce continua a fare il suo lavoro, ma con qualche compromesso. La voce resta comprensibile, però tende a perdere un po’ di naturalezza. È il classico scenario in cui la tecnologia interviene per salvare la sostanza, anche se qualcosa del timbro originale si sacrifica. Non lo considero un difetto grave, anche perché nel mio utilizzo quotidiano la maggior parte delle chiamate avviene in ambienti ben più gestibili. Però è giusto chiarire che il meglio di sé le Jabra Evolve3 75 lo danno in ufficio, in casa, in coworking o comunque in contesti realistici, non estremi.

Mi è piaciuta anche la cancellazione attiva del rumore. Qui bisogna entrare nell’ottica giusta: l’ANC funziona, si sente, aiuta la concentrazione e rende l’ascolto più pulito, ma non bisogna aspettarsi un isolamento totale. La ragione è semplice e sta tutta nel formato on-ear. Una cuffia di questo tipo lascia passare una parte dell’ambiente in modo naturale, quindi il lavoro dell’elettronica è importante ma non può annullare del tutto ciò che la struttura lascia filtrare. Per come la vedo io, l’ANC delle Jabra Evolve3 75 è coerente con il prodotto: utile, concreto, efficace nel ridurre il brusio costante, ma non pensato per isolarti completamente dal mondo. Al contrario, ho trovato molto riuscita la modalità che lascia entrare i suoni esterni, perché permette di restare presenti nell’ambiente senza doversi togliere le cuffie ogni volta.
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Anche con la musica il comportamento mi ha lasciato una sensazione positiva. Le specifiche ufficiali parlano di un suono ricco e del supporto all’audio LC3, e in effetti l’ascolto è piacevole, con una resa che non tradisce la natura professionale del prodotto ma prova a spingersi oltre. Le voci sono chiare, i medi ben presenti e l’impostazione generale mi è sembrata più equilibrata che spettacolare. È una cuffia che ascolto volentieri con playlist, podcast, video e contenuti quotidiani, proprio perché restituisce un suono ordinato e mai affaticante. Non è quel tipo di cuffia che cerca di impressionare al primo secondo pompando tutto, ma una soluzione più misurata, che punta a rimanere gradevole anche dopo molte ore. E questo, nel contesto di un prodotto nato per accompagnare giornate lunghe, per me ha perfettamente senso.

La parte che mi ha convinto senza particolari riserve è la connettività. La gestione di due dispositivi contemporaneamente è una comodità reale, non un semplice plus da catalogo. Nella pratica significa passare dal computer allo smartphone con meno attrito, ed è esattamente il tipo di fluidità che oggi fa la differenza. A questo si aggiungono il supporto al Bluetooth Fast Pair, la presenza dell’adattatore Bluetooth dedicato e una gestione generale che mi è sembrata semplice e affidabile. Quando una cuffia nasce per la produttività, io mi aspetto soprattutto questo: che sparisca dalla mia attenzione e faccia il suo lavoro senza complicarmi la giornata. Le Jabra Evolve3 75, da questo punto di vista, mi sono sembrate davvero ben centrate.

SMARTPULSE
A CHI LE CONSIGLIO
Per chi le Jabra Evolve3 75 sono perfette, per chi vanno bene e per chi non sono la scelta più adatta.

✔ Perfetto per

Chi fa molte call e videoriunioni ogni giorno
Chi lavora in smart working, ufficio ibrido o coworking
Chi cerca cuffie leggere, pratiche e ricche di funzioni intelligenti

★ Ideale se

Vuoi usare le cuffie sia per lavorare sia per musica, podcast e contenuti multimediali
Ti interessa una buona autonomia con ricarica rapida e supporto Qi
Cerchi una connessione comoda tra PC e smartphone senza complicazioni

✖ Meno indicato per

Chi indossa le cuffie per tantissime ore consecutive senza pause
Chi vuole il massimo isolamento passivo o una cancellazione del rumore più aggressiva
Chi cerca un prodotto più economico e guarda soprattutto al prezzo

Suggerimento rapido basato sulla recensione Smartpulse
smartpulse.it

Poi c’è l’autonomia, altro capitolo importante. Jabra dichiara fino a 22 ore di conversazione e fino a 110 ore di riproduzione musicale, con in più una ricarica rapida che in 5 minuti promette fino a 5 ore di utilizzo. Sono numeri che, nella vita reale, si traducono in un prodotto estremamente comodo da gestire. Non ho mai avuto la sensazione di dover controllare continuamente la batteria, e questa per me è una qualità enorme in una cuffia da lavoro. La presenza della ricarica wireless Qi aggiunge una comodità ulteriore, soprattutto per chi già usa basi di ricarica sulla scrivania o sul comodino. In poche parole, da questo punto di vista le Jabra Evolve3 75 mi hanno dato proprio quella serenità che mi aspetto da un prodotto premium: le carichi, le usi e te ne dimentichi.
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Arrivando alla conclusione, le Jabra Evolve3 75 mi sono piaciute perché hanno una personalità precisa. Sono cuffie pensate per chi lavora spesso con la voce, vuole chiamate convincenti, desidera un prodotto leggero e non ama il look troppo professionale. Non sono perfette, perché il formato on-ear porta con sé un limite ergonomico che nelle giornate infinite si avverte. Però hanno carattere, coerenza e soprattutto una qualità di utilizzo che si percepisce subito nelle cose che contano davvero: praticità, chiarezza in chiamata, autonomia e versatilità. Le Jabra Evolve4 74 costano 399 euro, quindi non siamo davanti a un prodotto economico, ma la sensazione che mi hanno lasciato è quella di una cuffia costruita per rispondere bene a esigenze reali, non per riempire una scheda tecnica. E alla fine è proprio questo che me le ha fatte apprezzare: non cercano di essere tutto, ma fanno molto bene ciò per cui sono state progettate.

RECENSIONE SMARTPULSE
smartpulse.it

Jabra Evolve3 75
cuffie business • ANC • 6 microfoni • Bluetooth 5.3
Il voto premia l’ottima qualità nelle chiamate, la leggerezza, le funzioni intelligenti e l’autonomia molto convincente, mentre il comfort sul lungo periodo risente del design on-ear.

VOTO COMPLESSIVO
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Best Choice Smartpulse

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smartpulse.it
Valutazione della redazione Smartpulse

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Trump sospende l'operazione di scorta navale dopo un solo giorno


Il presidente americano ha annunciato la pausa del "Project Freedom" invocando "grandi progressi" verso un accordo con Teheran. Resta in vigore il blocco dei porti iraniani.
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Il presidente americano Donald Trump ha sospeso l'operazione militare di scorta delle navi commerciali attraverso lo stretto di Hormuz dopo appena un giorno dal suo avvio. L'annuncio è arrivato martedì 5 maggio in serata su Truth Social, con il presidente che ha invocato "grandi progressi" nei negoziati con l'Iran per giustificare la decisione.

Il "Project Freedom" era stato lanciato lunedì mattina con l'obiettivo di permettere a centinaia di navi commerciali bloccate nel Golfo Persico di attraversare in sicurezza lo stretto, un passaggio largo 21 miglia attraverso cui in tempo di pace transita un quinto della produzione mondiale di idrocarburi. Trump ha scritto che la sospensione durerà "un breve periodo per vedere se l'accordo può essere finalizzato e firmato", precisando che la decisione è stata presa "su richiesta del Pakistan e di altri paesi". Il blocco navale americano dei porti iraniani, entrato in vigore il 13 aprile, resta invece pienamente operativo.

La sospensione arriva al termine di una giornata segnata da forti tensioni e da una intensa attività diplomatica e mediatica dell'amministrazione americana. Nelle ore precedenti l'annuncio di Trump, il segretario alla difesa Pete Hegseth e il capo di stato maggiore congiunto, generale Dan Caine, avevano tenuto una conferenza stampa al Pentagono per difendere l'efficacia dell'operazione. Caine aveva indicato che oltre 22.500 marittimi a bordo di più di 1.550 navi commerciali erano in attesa di attraversare lo stretto e che il Central Command aveva istituito una "zona di sicurezza rafforzata" sul lato meridionale del passaggio. Lo stesso generale aveva precisato che dall'inizio del cessate il fuoco l'Iran ha colpito navi commerciali nove volte, ne ha sequestrate due e ha attaccato le forze americane più di dieci volte, azioni che secondo lui restano "al di sotto della soglia per riprendere operazioni di combattimento maggiori".

Hegseth ha definito l'iniziativa una missione "temporanea" e ha parlato di una "cupola rossa, bianca e blu" stabilita sopra lo stretto come "regalo diretto" alle altre nazioni. Il segretario alla difesa ha ribadito che il cessate il fuoco con l'Iran resta in vigore nonostante gli scambi di fuoco. Il segretario di stato Marco Rubio, parlando dalla Casa Bianca, aveva annunciato che la fase offensiva del conflitto, denominata "Operation Epic Fury", era ormai conclusa. "Abbiamo superato quella fase. Adesso siamo passati al Project Freedom", ha detto Rubio ai giornalisti, definendo l'operazione puramente "difensiva" e accusando l'Iran di tenere il mondo in ostaggio mettendo a rischio la vita degli equipaggi delle navi commerciali bloccate.

Sul piano diplomatico, Rubio ha annunciato che gli Stati Uniti presenteranno una risoluzione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per "difendere la libertà di navigazione e mettere in sicurezza lo stretto di Hormuz". Il testo, redatto insieme a Bahrein, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar, chiede all'Iran di cessare gli attacchi, le operazioni di minamento e la riscossione di qualsiasi pedaggio nel passaggio.

Lunedì, primo giorno dell'operazione, due cacciatorpediniere lanciamissili americani avevano attraversato lo stretto sotto il fuoco di missili da crociera, droni e motovedette iraniane, senza essere colpiti grazie alle contromisure difensive. Le forze americane avevano distrutto sei imbarcazioni veloci iraniane, secondo quanto riferito dall'ammiraglio Brad Cooper, comandante del Central Command. Teheran ha negato la perdita delle imbarcazioni e i media di stato iraniani hanno sostenuto di aver colpito una nave da guerra americana, circostanza smentita dagli Stati Uniti. Due navi battenti bandiera americana, la CS Anthem dell'operatore Crowley con sede in Florida e la Alliance Fairfax, sono riuscite a transitare lo stretto. Anche il gigante danese del trasporto marittimo Maersk ha annunciato l'uscita dal Golfo di una sua nave scortata da mezzi militari americani.

Le ore precedenti l'annuncio della sospensione sono state segnate da nuovi attacchi attribuiti all'Iran. Gli Emirati Arabi Uniti hanno comunicato di aver attivato per il secondo giorno consecutivo le proprie difese aeree per intercettare missili balistici, missili da crociera e droni. Teheran ha smentito categoricamente, attraverso il portavoce del comando militare Khatam Al-Anbiya, di aver condotto operazioni contro gli Emirati. I guardiani della rivoluzione, l'esercito ideologico della Repubblica islamica, avevano promesso una "ferma rappresaglia" contro qualunque nave avesse cercato di attraversare lo stretto senza seguire il corridoio imposto dall'Iran.

Sul fronte diplomatico, il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi è arrivato a Pechino, dove mercoledì ha incontrato l'omologo cinese Wang Yi. La Cina è il principale importatore di petrolio iraniano: prima della guerra oltre l'80 per cento delle esportazioni iraniane di greggio era diretto verso Pechino, secondo la società di analisi Kpler. Più della metà delle importazioni cinesi di greggio via mare proviene dal Medio Oriente e transita prevalentemente attraverso lo stretto. Rubio ha chiesto pubblicamente alla Cina di fare pressione su Teheran. La visita di Araghchi precede di pochi giorni quella di Trump a Pechino, prevista per il 14 e 15 maggio per un vertice con il presidente Xi Jinping.

Lo stesso Araghchi, prima della sospensione, aveva definito l'iniziativa americana "Project Deadlock", ovvero "progetto stallo", avvertendo che "non esiste soluzione militare a una crisi politica" e invitando Washington a non lasciarsi "trascinare di nuovo nel pantano". Il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha dichiarato che il paese è "pronto a qualunque dialogo" ma non ha mai ceduto e non cederà mai alla forza, accusando gli Stati Uniti di pretendere una sottomissione alle loro condizioni unilaterali. Il primo ministro iracheno Ali Al-Zaidi ha proposto la mediazione di Baghdad tra Washington e Teheran. Resta incerto il punto in cui si trovano effettivamente i negoziati. Trump, durante il fine settimana, aveva detto di aver ricevuto un nuovo piano di pace dall'Iran, dubitando però della sua adeguatezza perché Teheran "non ha ancora pagato un prezzo abbastanza alto". I nodi irrisolti includono il futuro del programma nucleare iraniano, il blocco americano dei porti e i pedaggi che l'Iran intendeva imporre nello stretto.

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Caso Garlasco, nuove audizioni: saranno sentite anche le gemelle Cappa


Paola e Stefania Cappa convocate come persone informate sui fatti insieme a Marco Poggi e Andrea Sempio nell’inchiesta sul delitto di Chiara Poggi

Nuovi sviluppi nell’indagine sul delitto di Garlasco. Oltre ad Andrea Sempio, gli inquirenti hanno disposto l’audizione anche di Paola e Stefania Cappa, cugine di Chiara Poggi, che saranno ascoltate come persone informate sui fatti nell’ambito del procedimento ormai giunto alle fasi conclusive.

Secondo quanto riportato dai social del Tg1, i carabinieri di Milano avrebbero già notificato gli inviti a comparire alle due sorelle, attese a Milano per l’interrogatorio fissato nelle prossime ore. Nella stessa inchiesta è previsto anche l’ascolto di Marco Poggi, fratello della vittima, che potrebbe essere sentito a Mestre.

Le audizioni si inseriscono nel nuovo filone investigativo riaperto sulla morte di Chiara Poggi, avvenuta nel 2007, e riguardano in particolare la ricostruzione delle sue relazioni personali e degli ultimi contatti prima del delitto. Le gemelle Cappa verranno interrogate anche su un presunto “approccio rifiutato” che, secondo alcune ipotesi investigative, potrebbe essere collegato al movente contestato ad Andrea Sempio.

Già nei giorni successivi all’omicidio, Paola Cappa aveva riferito ai carabinieri di un possibile interesse indesiderato nei confronti della cugina da parte di un ragazzo, parlando di un “approccio finito male”. Un elemento che oggi torna al centro degli accertamenti, insieme alle testimonianze raccolte all’epoca e alle nuove analisi sui dispositivi informatici.

Marco Poggi, già sentito più volte, potrebbe invece chiarire i rapporti tra la sorella e Sempio e il contesto familiare dell’epoca. Restano sotto esame anche alcuni file digitali presenti nel computer di casa Poggi, mentre gli inquirenti cercano riscontri a distanza di oltre diciotto anni dai fatti.

Le nuove audizioni rappresentano un passaggio cruciale per definire gli ultimi tasselli di un’inchiesta che continua a riaprire interrogativi rimasti irrisolti per quasi due decenni.

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Case di quartiere, quando l’aggregazione nasce dal basso


Nate in autonomia nel primo decennio del Duemila, a Torino sono otto, distribuite in sei diverse circoscrizioni
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A Torino gli sviluppi intorno alla chiusura del Comala, il centro per il protagonismo giovanile torinese che ha perso l’assegnazione del bando per il rinnovo della gestione dell’ex caserma La Marmora, hanno sollevato discussioni sull’importanza e sulla diffusione di spazi di aggregazione sociale in città.

I centri per il protagonismo giovanile sono definiti «spazi di socializzazione nati all’interno di immobili dell’amministrazione, nati con l’obiettivo di far incontrare giovani per sperimentare liberamente le proprie passioni creative e artistiche». In luoghi come questi, la partecipazione attiva della comunità che vive e frequenta il territorio è centrale e in molti casi serve a rispondere a bisogni e interessi dei cittadini attraverso servizi dedicati, spesso gratuiti o a costi accessibili.

Otto case in sei circoscrizioni

Lo sanno bene le Case di quartiere, tra le prime realtà cittadine a rappresentare un modello di esperienza comunitaria di questo tipo. Distribuite su sei circoscrizioni e aperte a cittadine e cittadini di ogni età, le Case di quartiere a Torino sono otto: i Bagni pubblici di Via Agliè a Barriera di Milano, Barrito a Nizza Millefonti, Casa del quartiere a San Salvario, Officine Caos a Vallette, Casa nel Parco a Mirafiori Sud, Cascina Roccafranca a Mirafiori Nord, Cecchi Point in Aurora e Più SpazioQuattro a San Donato.

«A differenza di come avvenuto in altre città, queste sono esperienze nate in autonomia dalla collettività, non su iniziativa dell’amministrazione comunale, ma in collaborazione con essa. Ognuna si è sviluppata secondo percorsi differenti, per esempio due in origine erano esclusivamente servizi di bagni pubblici, poi gli enti gestori hanno messo a disposizione ulteriori spazi e progetti trasformandoli in centri di partecipazione», ha detto a L’Unica Roberto Arnaudo, direttore della Rete delle Case del quartiere e coordinatore della Casa del quartiere di San Salvario.

Per contattare la Rete delle Case del quartiere puoi scrivere a info@retecasedelquartiere.org. La sede è in via Morgari 14, a Torino.

Le Case si sono costituite nel corso del primo decennio degli anni Duemila e oggi fanno parte di una rete comune che collabora con la Città di Torino, con il sostegno della Fondazione compagnia di san Paolo. «L’idea alla base è di offrire risorse, opportunità, attività educative e spazi aggregativi a più persone possibili. Gli enti del no profit che gestiscono le Case intercettano esigenze diffuse della popolazione locale e al contempo questi luoghi possono essere usati per sostenere iniziative di cittadinanza attiva, venendo messi a disposizione di gruppi informali, associazioni e altre realtà che condividono la programmazione della Casa», ha spiegato Arnaudo.

Secondo l’ultima valutazione di impatto sociale presentata a novembre 2025, le Case coinvolgono territori con 315.779 residenti, il 36,8 per cento della popolazione torinese. Tra settembre 2023 e agosto 2024 le attività realizzate sono aumentate del 20 per cento rispetto al 2022, per un totale di 2.188 iniziative, 199.340 partecipanti e 580.483 persone che hanno frequentato gli spazi nello stesso periodo. Le attività riguardano soprattutto l’inclusione sociale, l’educazione e l’ambiente, poi ci sono gli eventi culturali e i laboratori artistici. Il tutto viene portato avanti con la partecipazione di 1.017 partner, tra associazioni e gruppi informali di cittadini attivi, di cui il 94 per cento ha sede nel quartiere o comunque nella città di Torino.

Storie diverse con lo stesso obiettivo

Ogni Casa ha una propria storia, fortemente intrecciata a quella del territorio in cui sorge e alle persone che la attraversano. Come ha raccontato Arnaudo, le iniziative che prendono forma in questi luoghi sono variegate. Spesso lo svago si mescola ad attività di sostegno sociale. «A San Salvario per fronteggiare situazioni di fragilità collaboriamo con la rete Torino Solidale con attività di sostegno alimentare, sociale e di facilitazione digitale. Qui come a Barriera, si cerca anche di fare azioni di prevenzione in tema di spaccio e dipendenze. Ci sono poi iniziative di supporto alla genitorialità e agli adolescenti, doposcuola, estate ragazzi, ginnastica dolce per anziani, raccolta farmaci, consulenze giuridiche gratuite e servizi consolari per fare i documenti, fino all’esperienza della scuola popolare di musica, realizzata in collaborazione con il teatro Baretti».

L’inclusività delle Case è garantita di fatto dall’accessibilità economica dei servizi: l’88 per cento delle attività (eventi, laboratori, sportelli, corsi) sono gratuite oppure offerte a tariffe molto contenute rispetto a quelle sul mercato. A sua volta la Rete delle Case del quartiere si sostiene tramite autofinanziamento e bandi (per oltre il 58 per cento), con il contributo della Fondazione compagnia di san Paolo e la vendita di beni e servizi a soggetti privati, per un totale di 2,9 milioni di euro di introiti nel 2023 (in aumento del 52 per cento sul 2021).

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Le iniziative legate al territorio

Molti corsi e attività, poi, nascono su iniziativa degli abitanti. «Per esempio l’associazione dei genitori della scuola media vicina segnalava che molti bambini e bambine non avevano modo di essere seguiti durante la pausa pranzo, che dovevano trascorrere fuori dall’istituto, così abbiamo coinvolto un’associazione che va a prendere gli studenti e li porta alla Casa del quartiere di San Salvario per fare doposcuola», ha aggiunto Arnaudo. In alcuni casi le collaborazioni sono anche estemporanee e finalizzate a rispondere a bisogni specifici. Ad esempio, «un’associazione ivoriana nei prossimi giorni utilizzerà gli spazi per fare autofinanziamento con lo scopo di rimpatriare la salma di un concittadino deceduto».

Nella Casa di Barriera, dove gli storici bagni pubblici rappresentano un servizio a bassa soglia ancora attivo a cui si rivolgono molte persone nel quartiere, sono nate iniziative per affiancare i residenti che vogliono affrontare questioni complesse come la sicurezza e lo spaccio attraverso interventi costruttivi. «Promuoviamo sensibilizzazione e dialogo nel rispetto di tutti, cercando di rapportarci con empatia e cura alle persone che hanno problemi di dipendenza e si rivolgono a questo luogo anche solo per fare una doccia. Anche loro hanno diritto a uno spazio in cui stare e all’accesso all’acqua pubblica», ha detto a L’Unica Erika Mattarella, coordinatrice dei Bagni pubblici di Via Agliè.
Foto: profilo Instagram dei Bagni pubblici di Via Agliè
In un contesto in cui la povertà materiale convive con la mancanza di spazi di aggregazione sociale, gli abitanti realizzano momenti di condivisione e attività culturali per le vie di Barriera. «Stare insieme su strada serve a dire che questo quartiere è di tutti creando dei presidi di cittadinanza attiva contro lo spaccio e la violenza – ha aggiunto Mattarella –. Per molti residenti è anche importante portare il bello tra i palazzi abbandonati e decadenti, così insieme organizziamo iniziative di musica e arte partecipate».

Spostandosi a ovest della città, le Officine Caos sono un crocevia di riferimento per la popolazione di Vallette. Nata nei primi anni Duemila nell’enorme seminterrato abbandonato della chiesa Santa Maria di Nazareth, la riqualificazione di questa Casa di quartiere è avvenuta grazie a risorse pubbliche e private che nel 2012 hanno permesso la riapertura di circa duemila metri quadrati di spazio rimasto abbandonato per vent’anni.

Come ha raccontato Stefano Bosco, coordinatore delle Officine Caos, questo luogo continua a conservare la dimensione artistica che lo ha caratterizzato fin dagli inizi. L’obiettivo è anche quello di arrivare a tipi di pubblico con minori opportunità di accesso all’offerta culturale della città. «Abbiamo cominciato facendo spettacoli dal vivo in un’ottica di inclusione sociale e continuiamo a fare comunità attraverso l’arte partecipata. È il fil rouge con cui portiamo avanti iniziative per la ricerca attiva del lavoro rivolte ai NEET», cioè i giovani che non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione. «Ma anche per colmare il digital divide, e per la distribuzione di pacchi alimentari, tra le altre cose. Lavoriamo soprattutto con persone fragili, nell’ambito della salute mentale e con il vicino carcere Lorusso e Cutugno, ma anche con bambini e anziani».

La Casa di quartiere Vallette, oltre a ospitare una stagione teatrale di arti performative e due rassegne estive, è una residenza artistica che accoglie musicisti e teatranti da tutta Europa, favorendo l’interazione con il territorio. «Le realtà artistiche che arrivano qui si interfacciano in molti casi con la comunità, come nel caso di una compagnia di Marsiglia che ha costruito un percorso esperienziale con una classe elementare di una scuola del quartiere – ha spiegato Bosco –. In questo modo c’è scambio, co-progettazione e coinvolgimento degli abitanti, che a Vallette hanno un forte senso di appartenenza, ma anche una grande voglia di riscatto».

Questa puntata di L’Unica Torino termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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Si può fare. Si possono insegnare il rispetto, la condivisione, l’accoglienza, attraversando i conflitti e trasformandoli in dialogo. Lo aveva intuito Paulo Freire, il grande pedagogista brasiliano, quando, nei suoi anni di esilio, scrisse che nessuno educa nessuno, e nessuno si educa da solo: gli esseri umani si educano insieme, in relazione con il mondo. Non una lezione, dunque, ma un incontro.

Ed è esattamente da un incontro che è nato il progetto “Linee di dialogo - voci silenziose, giovani e anziani in dialogo per raccontare e trasformare il conflitto di genere”. Un’idea insolita: lo SPI di Alessandria (il sindacato pensionati della CGIL) ha portato un gruppo di over 60 al CIOFS, il Centro italiano opere femminili salesiane, una scuola professionale che, nonostante il nome, è frequentata anche da allievi maschi. Qui, guidati da un educatore e un artista, i pensionati hanno lavorato insieme agli studenti sul tema del rispetto tra ragazze e ragazzi e tra generazioni diverse.

L’incontro tra generazioni

I quattordicenni Amenta, Nicolas, Giulia e Selvete – insieme a Maurizio, Emilia e Patrizia, di qualche decennio più “grandi” – sono così diventati i protagonisti di un video che racconta i giorni degli incontri: i pensionati tornati sui banchi di scuola con carta colorata e forbici per creare immagini ed esempi, i dialoghi con i ragazzi, il cerchio umano fatto tenendosi mano nella mano, la speranza che le differenze di genere non diventino conflitto.
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«Quando abbiamo iniziato a immaginare questo progetto, avevamo un’intuizione semplice ma, allo stesso tempo, molto ambiziosa: creare uno spazio in cui generazioni diverse potessero incontrarsi davvero, senza ruoli predefiniti, senza etichette, senza la necessità di “dover dire la cosa giusta”. Uno spazio in cui fosse possibile ascoltare e ascoltarsi». Cecilia Garrone, giovane segretaria dello SPI CGIL, ha raccontato così l’idea a L’Unica. «Oggi, dopo questo percorso, possiamo dire che quell’intuizione si è trasformata in qualcosa di concreto, di vivo. Non solo un progetto, ma un’esperienza che ha lasciato tracce nelle persone che l’hanno attraversata».

“Linee di dialogo” non è un insieme di concetti “buonisti” dove si immagina un mondo da guardare con gli occhiali rosa. «Il conflitto non è qualcosa da evitare o da nascondere, ma qualcosa da attraversare», ha aggiunto Garrone. «E se viene affrontato in un contesto sicuro, accompagnato e rispettoso, può diventare una straordinaria occasione di crescita. In questo senso, lavorare sul tema della violenza di genere non ha significato solo parlarne in modo diretto, ma anche interrogarsi su tutto ciò che la precede: il linguaggio, gli stereotipi, i ruoli sociali, le aspettative che spesso diamo per scontate».

Non immaginate un tavolo con anziani che parlano come i professori e gli allievi fermi ad ascoltare. I ragazzi hanno portato domande, fragilità, il bisogno di essere ascoltati. «I pensionati hanno invece portato esperienza, memoria, ma soprattutto la capacità di mettersi in gioco senza giudizio», ha spiegato Garrone. «E in questo incontro è successo qualcosa di importante: le distanze si sono accorciate, le diffidenze iniziali si sono sciolte, e si è creata una relazione autentica. Credo che questo sia uno degli elementi più forti del progetto: aver dimostrato che la relazione tra generazioni non è solo possibile, ma necessaria. In una società che spesso separa, che divide per età, per ruoli, per appartenenze, creare spazi di incontro significa ricostruire comunità».

In gioco si è messo Giorgio Annone, responsabile di Linealab, l’agenza che ha realizzato il progetto e il video. «Questo è un percorso aperto, non completamente predefinito», ha detto a L’Unica. «Ci interessava lavorare su qualcosa di più sottile: il modo in cui stiamo nelle relazioni, il modo in cui ci parliamo, il modo in cui il conflitto si manifesta e si trasforma. E soprattutto ci interessava farlo mettendo davvero in relazione due mondi che spesso restano separati: quello dei ragazzi e quello degli adulti. Non in una forma simbolica, ma concreta».

Al centro c’è un’idea precisa: tutto passa attraverso il linguaggio. «L’intuizione centrale è stata questa: che il tema non fosse la violenza in sé, ma il linguaggio quotidiano attraverso cui la violenza passa, a volte in modo evidente, a volte in modo molto più sottile».

Parole e immagini

Salvatore Falzone ha costruito i percorsi come educatore e Fabio Orioli, responsabile del progetto artistico, li ha trasformati in piccoli sentieri creativi. Al progetto hanno partecipato la direttrice del CIOFS Maria Marcinnò e l’insegnante Alessia Travaino. «È stato impegnativo per la burocrazia, sono tutti ragazzi molto giovani, e non nascondo che ero piuttosto preoccupata. Ma il risultato è stato incredibile», ha detto ancora Garrone. «Il corpo, l’arte, la scrittura sono diventati strumenti per entrare in contatto con sé stessi e con gli altri: portare questo progetto in una scuola professionale è stata una scelta precisa. Crediamo che sia fondamentale investire proprio in quei contesti dove spesso arrivano meno opportunità di questo tipo. Non perché siano “più problematici”, ma perché hanno bisogno, come tutti, di spazi di riconoscimento, di ascolto, di crescita. E la risposta dei ragazzi ci ha dimostrato che questa scelta è stata giusta».

Non è un caso che l’iniziativa nasca in seno a un sindacato pensionati. Lo SPI CGIL porta con sé una genealogia precisa: quella dei corsi delle 150 ore, nati negli anni Settanta all’interno della CGIL per garantire il diritto all’istruzione degli operai. Il sindacato che entra a scuola non per rivendicare, ma per costruire cultura – questa volta inter-generazionale e di genere – è una forma di continuità con quella stagione, aggiornata alla contemporaneità.

Le istituzioni, tra annunci e contraddizioni

Alla presentazione del video c’erano i rappresentanti del Comune di Alessandria, che ha partecipato al progetto. «Linee di dialogo dimostra che quando la società civile e le istituzioni camminano insieme, il silenzio si rompe e il conflitto diventa evoluzione», ha commentato Roberta Cazzulo, assessora alle Politiche sociali e Pari opportunità. «Il cambiamento non si può basare solo sulle sanzioni, ma deve essere culturale, deve fondarsi sull’educazione al rispetto di genere partendo proprio dalle nuove generazioni. Quando mettiamo in dialogo memorie e linguaggi differenti, stimoliamo quell’empatia e responsabilità collettiva che sono l’unico vero antidoto alla violenza».

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Proprio qui si apre una contraddizione difficile da ignorare. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito integra l’educazione all’affettività e all’empatia nei programmi di educazione civica, ma di fatto respinge l’idea di una materia autonoma, chiedendo di introdurre il consenso informato dei genitori per le attività sessuo-affettive. Un ostacolo per la realizzazione di qualsiasi iniziativa, mentre le notizie di cronaca travolgono ogni visione ottimistica. Nel frattempo, Paesi come la Svezia hanno reso l’educazione relazionale e sessuale curricolare dal 1955.

E forse la soluzione inizia da qui, dai piccoli passi in una scuola professionale di provincia, dove i ragazzi creano un ambiente in cui tutti si sentono riconosciuti. «Non possiamo pensare che basti un laboratorio per cambiare le cose, ma possiamo dire che è possibile iniziare un percorso», ha detto Garrone. È esattamente questa la logica del processo di civilizzazione: lenta, fragile, eppure reale.

A fare una promessa è stata Antonella Albanese, segretaria nazionale di SPI CGIL: «Linee di dialogo non si esaurisce qui: è solo l’inizio di un progetto più ampio per il futuro, pronto a crescere e a trasformarsi in nuove esperienze. Abbiamo l’ambizione di coinvolgere sempre di più i giovani e il mondo della scuola, su temi capaci di avvicinare e mettere in relazione le diverse generazioni», ha detto dal palco.

«In fondo – ha concluso Garrone – è proprio da qui che si costruisce una cultura del rispetto: non dalle parole più giuste, ma dalle relazioni più vere».

Questa puntata di L’Unica Alessandria termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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La rassegna stampa di mercoledì 6 maggio 2026


Trump mette in pausa l'operazione nello Stretto di Hormuz mentre i prezzi del petrolio calano. Primarie decisive in Indiana e Ohio, con vittorie per i candidati sostenuti dal presidente

Questa è la rassegna stampa di mercoledì 6 maggio 2026

Trump sospende l'operazione "Project Freedom" nello Stretto di Hormuz


Il presidente Trump ha annunciato martedì sera la sospensione dell'operazione militare statunitense nello Stretto di Hormuz, citando "grandi progressi" verso un accordo con l'Iran. La decisione arriva dopo che i prezzi del petrolio sono calati e le azioni sono salite in seguito al cambio di rotta del presidente.

Fonti: New York Times, The Hill, Bloomberg

I candidati sostenuti da Trump vincono le primarie repubblicane in Indiana


Almeno cinque dei sette sfidanti sostenuti da Trump hanno sconfitto i senatori statali repubblicani in carica che si erano opposti al suo piano di ridistribuzione dei collegi elettorali. La vittoria rappresenta un importante successo per il presidente che aveva minacciato di far fuori i legislatori che avevano contrastato i suoi desideri.

Fonti: The Guardian, New York Times, The Hill

Vivek Ramaswamy vince le primarie per governatore dell'Ohio


L'imprenditore e candidato presidenziale del 2024 Vivek Ramaswamy ha ottenuto la nomination repubblicana per governatore dell'Ohio, sconfiggendo Casey Putsch. Ramaswamy affronterà la democratica Amy Acton nelle elezioni generali di novembre per sostituire il governatore Mike DeWine, che ha raggiunto il limite di mandati.

Fonti: Bloomberg, BBC, The Hill

Sherrod Brown e Jon Husted si sfideranno per il Senato dell'Ohio


Il democratico Sherrod Brown e il repubblicano Jon Husted hanno vinto le rispettive primarie per il Senato dell'Ohio, preparando il terreno per quella che dovrebbe essere una delle corse più competitive e costose delle elezioni di medio termine. Il seggio è una delle priorità democratiche nel tentativo del partito di riconquistare il controllo del Senato.

Fonti: The Guardian, The Hill

Marco Rubio tiene il primo briefing alla Casa Bianca come segretario di Stato


Il segretario di Stato Marco Rubio ha tenuto martedì il suo primo briefing stampa alla Casa Bianca, sostituendo temporaneamente la portavoce Karoline Leavitt in congedo di maternità. Durante l'incontro, Rubio ha difeso l'operazione nello Stretto di Hormuz e ha affrontato le crescenti preoccupazioni per l'aumento dei prezzi del carburante, sostenendo che gli Stati Uniti sono in una posizione "molto fortunata".

Fonti: The Guardian, The Hill

La polizia dell'Illinois indagherà su una sparatoria mortale dell'ICE


La polizia statale dell'Illinois ha annunciato che esaminerà la sparatoria di Silverio Villegas-Gonzalez avvenuta la scorsa estate durante una repressione dell'immigrazione illegale nell'area di Chicago. L'incidente è parte delle controverse operazioni di espulsione dell'amministrazione Trump che hanno suscitato preoccupazioni sui diritti civili.

Fonti: New York Times

Un gruppo repubblicano lancia una campagna da 8 milioni di dollari contro i tagli di Musk


Un gruppo guidato da repubblicani sta investendo 8 milioni di dollari nelle elezioni di medio termine per contrastare i tagli agli aiuti proposti da Elon Musk attraverso il suo "Doge". L'iniziativa emerge come una potenziale vulnerabilità per il partito di Trump nei distretti in bilico.

Fonti: Financial Times

I democratici del Michigan mantengono la maggioranza al Senato statale


Il democratico Chedrick Greene ha vinto l'elezione speciale per il Senato del Michigan, preservando la stretta maggioranza del suo partito nella camera. Con la vittoria di Greene nel 35° distretto, il vantaggio democratico si espande da 19-18 a 20-18, facilitando il percorso per far avanzare la legislazione.

Fonti: The Hill, ABC News

La FDA approva alcune sigarette elettroniche aromatizzate dopo le pressioni di Trump


L'agenzia per i farmaci ha approvato martedì la commercializzazione di quattro sigarette elettroniche aromatizzate prodotte dalla compagnia Glas Inc., in quello che l'agenzia descrive come uno sforzo per ridurre l'uso di questi prodotti tra i minorenni. L'approvazione arriva dopo le segnalazioni di pressioni dell'amministrazione Trump sull'agenzia.

Fonti: The Hill

Il ministro degli esteri iraniano si reca in Cina per colloqui diplomatici


Il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi ha incontrato la sua controparte cinese Wang Yi a Pechino, in una visita che mette in evidenza gli stretti legami tra i due partner strategici. L'incontro avviene a pochi giorni dall'arrivo previsto di Trump nella capitale cinese, evidenziando le connessioni geopolitiche tra il conflitto iraniano e le relazioni USA-Cina.

Fonti: Bloomberg, ABC News

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

Questa voce è stata modificata (4 mesi fa)

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Meta analizzerà altezza e struttura ossea per identificare se gli utenti sono minorenni


A partire dai contenuti che pubblicano gli utenti.
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In breve:


Meta userà un sistema di intelligenza artificiale per individuare account di utenti sotto i 13 anni su Facebook e Instagram. Il controllo analizza foto e video pubblicati dagli utenti cercando segnali generali come altezza e struttura ossea, senza identificare una persona specifica, e li combina con testi, commenti, bio, didascalie e riferimenti come compleanni o classe scolastica. Se l’account viene considerato sotto l’età minima, viene disattivato finché l’utente non completa la verifica dell’età. La mossa arriva dopo una multa da 375 milioni di dollari in New Mexico.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Meta will use AI to analyze height and bone structure to identify if users are underage | TechCrunch
The visual analysis system is now operating in select countries, but Meta says it’s working toward a broader rollout.
TechCrunchAisha Malik

Riassunto completo:


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Musk vs OpenAI: settimana 2, nuove verifiche dell'età di Meta, un robot da compagnia del creatore di Roomba


I tuoi 5 minuti di aggiornamento mattutino.
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La rassegna di oggi è gentilmente sponsorizzata da Ghost.

Buon mercoledì,
oggi leggeremo insieme un articolo del Wall Street Journal che riassume cosa è accaduto durante la seconda settimana di maxi processo tra Musk e OpenAI. Poi parleremo delle nuove verifiche dell'età di Meta; del robot da compagnia di Colin Angle, il co-creatore di Roomba, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Con il commento di Amir Ati.

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Intro + Prima notizia - Ep. 317 - Mercoledì 6 maggio
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Notizie dal mondo


Le news di oggi, selezionate a mano.

Inizia la seconda settimana del megaprocesso di Elon Musk contro OpenAI


Legge
È iniziata la seconda settimana del processo di Musk contro OpenAI con la testimonianza di Greg Brockman, presidente e cofondatore della società. I legali di Musk hanno insistito sui suoi interessi economici: la sua quota in OpenAI varrebbe circa 30 miliardi di dollari e Brockman possiede partecipazioni in aziende che lavorano con OpenAI. Musk sostiene di avere versato 38 milioni di dollari a un progetto nato come non profit e poi trasformato in una struttura orientata al profitto. Chiede di rimuovere Altman e Brockman, annullare la riorganizzazione societaria e trasferire fino a 180 miliardi di dollari alla parte non profit. OpenAI replica che Musk conosceva e appoggiava l’evoluzione commerciale del progetto, ma avrebbe cambiato posizione dopo non essere riuscito a ottenere il controllo della società. Qualche giorno fa Musk avrebbe inviato un messaggio privato ad Altman per patteggiare ma quest'ultimo non accettava le sue richieste, così Musk ha replicato che "entro il weekend sarete i leader più odiati al mondo."
~
Fonte: The Wall Street Journal
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Meta analizzerà altezza e struttura ossea per identificare se gli utenti sono minorenni


Intelligenza Artificiale
Meta userà un sistema di intelligenza artificiale per individuare account di utenti sotto i 13 anni su Facebook e Instagram. Il controllo analizza foto e video pubblicati dagli utenti cercando segnali generali come altezza e struttura ossea, senza identificare una persona specifica, e li combina con testi, commenti, bio, didascalie e riferimenti come compleanni o classe scolastica. Se l’account viene considerato sotto l’età minima, viene disattivato finché l’utente non completa la verifica dell’età. La mossa arriva dopo una multa da 375 milioni di dollari in New Mexico.
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Fonte: TechCrunch
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Il pioniere del famoso aspirapolvere Roomba lancia un robot AI da compagnia


Robotica
Colin Angle, cofondatore di iRobot e tra i creatori del famoso Roomba, ha presentato Familiar, un robot domestico pensato per fare compagnia. Ha quattro zampe, dimensioni simili a un piccolo cane e un aspetto volutamente non identico a un animale reale o a un umano. Non parla ma emette suoni, ascolta le frasi delle persone e usa l’intelligenza artificiale per adattare nel tempo il proprio comportamento alla casa e alle abitudini degli utenti. Il progetto nasce nella nuova società Familiar Machines & Magic, fondata dopo l’uscita di Colin Angle da iRobot nel 2024. Gli impieghi riguardano la compagnia per anziani e il supporto emotivo in generale.
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Fonte: AP News
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La solitudine

Possiamo pensare che i robot da compagnia possano avere grande adozione soltanto nella fascia di età più anziana ma...
[solo per supporter]

Il Roomba

L'aspirapolvere Roomba nasce nel 2002 dentro iRobot, azienda del MIT che fino ad allora lavorava più su robot militari...
[solo per supporter]

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Uber vuole trasformare i suoi milioni di autisti in una rete di dati da rivendere alle aziende


Intelligenza Artificiale
Uber vuole trasformare la propria rete di autisti in una gigantesca infrastruttura di raccolta dati per i veicoli autonomi. L’idea nasce da AV Labs, programma annunciato a gennaio 2026 e oggi limitato a poche auto gestite direttamente dall’azienda e dotate di sensori. In futuro, però, Uber ha intenzione di estendere il modello agli autisti: se anche solo una parte dei suoi milioni di veicoli montasse kit di sensori, la società raccoglierebbe molte più scene di traffico reale di una normale flotta autonoma. Quei dati servirebbero ad aziende come Wayve per addestrare modelli, testare software in simulazione su corse reali e interrogare una “AV cloud” già classificata.
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Fonte: TechCrunch
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Amazon sta trasformando i suoi magazzini nel prossimo AWS


Business
Amazon ha lanciato Amazon Supply Chain Services, una piattaforma che vende ad altre aziende la logistica costruita in vent’anni per sé stessa: magazzini, preparazione ordini, trasporto via mare, aereo e camion, fino alla consegna finale. È una mossa simile, almeno nella logica, ad AWS: trasformare un’infrastruttura interna enorme in un servizio per il mercato. Il punto forte è la scala: secondo ShipMatrix, la sua rete di consegna dell’ultimo chilometro muove più pacchi di UPS, FedEx e del servizio postale USA. Il servizio sarà aperto anche a chi vende su canali concorrenti come Walmart, Shopify o TikTok Shop.
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Fonte: The Wall Street Journal
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Letture interessanti


In lingua inglese.

OpenAI vuole quotarsi in borsa. Prima, però, Sarah Friar deve far crescere l'azienda.


wsj.com (eng)

Se potessi creare il mio GitHub


matduggan.com (eng)

SpaceX ha speso oltre 15 miliardi di dollari su Starship e ora corre per rendere i lanci spaziali frequenti come i voli di linea


thenextweb.com (eng)

Curiosi casi di ingegneria finanziaria nel settore biotech


owlposting.com (eng)


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Notizie veloci


In lingua inglese.

Coinbase licenzierà il 14% del personale


techcrunch.com (eng)

SpaceX avvia i lavori per la costruzione di un impianto solare destinato ad alimentare i data center spaziali


notateslaapp.com (eng)

OpenAI rilascia GPT-5.5 Instant, un nuovo modello predefinito per ChatGPT


techcrunch.com (eng)

Video del giorno

youtube.com/embed/JstGCPsj9wg?…

Come le aziende tech ti dicono bugie


Questa collaborazione tra due dei più grandi tech youtuber del pianeta non presenta teorie complottiste; piuttosto spiega molto chiaramente come la corsa all'upgrade delle prestazioni sia oramai diventata un piccolo teatro.

Vedi video su youtube.com (eng - 24:46)

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Inizia la seconda settimana del megaprocesso di Elon Musk contro OpenAI


In breve:


È iniziata la seconda settimana del processo di Musk contro OpenAI con la testimonianza di Greg Brockman, presidente e cofondatore della società. I legali di Musk hanno insistito sui suoi interessi economici: la sua quota in OpenAI varrebbe circa 30 miliardi di dollari e Brockman possiede partecipazioni in aziende che lavorano con OpenAI. Musk sostiene di avere versato 38 milioni di dollari a un progetto nato come non profit e poi trasformato in una struttura orientata al profitto. Chiede di rimuovere Altman e Brockman, annullare la riorganizzazione societaria e trasferire fino a 180 miliardi di dollari alla parte non profit. OpenAI replica che Musk conosceva e appoggiava l’evoluzione commerciale del progetto, ma avrebbe cambiato posizione dopo non essere riuscito a ottenere il controllo della società. Qualche giorno fa Musk avrebbe inviato un messaggio privato ad Altman per patteggiare ma quest'ultimo non accettava le sue richieste, così Musk ha replicato che "entro il weekend sarete i leader più odiati al mondo."

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

The Wall Street Journal - Elon Musk Megatrial Kicks Off Second Week With Scrutiny of OpenAI Exec’s Finances

Riassunto completo:


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Il pioniere del famoso aspirapolvere Roomba lancia un robot AI da compagnia


Non parla ma emette suoni e si adatta con il tempo, grazie all'IA.
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In breve:


Colin Angle, cofondatore di iRobot e tra i creatori del famoso Roomba, ha presentato Familiar, un robot domestico pensato per fare compagnia. Ha quattro zampe, dimensioni simili a un piccolo cane e un aspetto volutamente non identico a un animale reale o a un umano. Non parla ma emette suoni, ascolta le frasi delle persone e usa l’intelligenza artificiale per adattare nel tempo il proprio comportamento alla casa e alle abitudini degli utenti. Il progetto nasce nella nuova società Familiar Machines & Magic, fondata dopo l’uscita di Colin Angle da iRobot nel 2024. Gli impieghi riguardano la compagnia per anziani e il supporto emotivo in generale.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Roomba pioneer aims to crack the household market again with an AI-powered pet robot
The robotics pioneer who helped unleash the Roomba vacuum is now betting that you might one day replace your beloved dog or cat with a plush robot that follows you around your home and adapts to your daily habits.
AP NewsMatt O’Brien

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Uber vuole trasformare i suoi milioni di autisti in una rete di dati da rivendere alle aziende


Sarebbe la rete più grande al mondo.
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In breve:


Uber vuole trasformare la propria rete di autisti in una gigantesca infrastruttura di raccolta dati per i veicoli autonomi. L’idea nasce da AV Labs, programma annunciato a gennaio 2026 e oggi limitato a poche auto gestite direttamente dall’azienda e dotate di sensori. In futuro, però, Uber ha intenzione di estendere il modello agli autisti: se anche solo una parte dei suoi milioni di veicoli montasse kit di sensori, la società raccoglierebbe molte più scene di traffico reale di una normale flotta autonoma. Quei dati servirebbero ad aziende come Wayve per addestrare modelli, testare software in simulazione su corse reali e interrogare una “AV cloud” già classificata.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Uber wants to turn its millions of drivers into a sensor grid for self-driving companies | TechCrunch
Praveen Neppalli Naga, Uber’s chief technology officer, revealed the plan in an interview at TechCrunch’s StrictlyVC event in San Francisco on Thursday night, describing it as a natural extension of a nascent program the company announced in late January called AV Labs.
TechCrunchConnie Loizos

Riassunto completo:


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Amazon sta trasformando i suoi magazzini nel prossimo AWS


A potrebbe diventare il player più grande già da subito.

In breve:


Amazon ha lanciato Amazon Supply Chain Services, una piattaforma che vende ad altre aziende la logistica costruita in vent’anni per sé stessa: magazzini, preparazione ordini, trasporto via mare, aereo e camion, fino alla consegna finale. È una mossa simile, almeno nella logica, ad AWS: trasformare un’infrastruttura interna enorme in un servizio per il mercato. Il punto forte è la scala: secondo ShipMatrix, la sua rete di consegna dell’ultimo chilometro muove più pacchi di UPS, FedEx e del servizio postale USA. Il servizio sarà aperto anche a chi vende su canali concorrenti come Walmart, Shopify o TikTok Shop.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

The Wall Street Journal - Amazon Built a Massive Supply Chain for Itself. Now It’s for Hire.

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Inizia la seconda settimana del megaprocesso di Elon Musk contro OpenAI


Ci sono già tante tensioni.

In breve:


È iniziata la seconda settimana del processo di Musk contro OpenAI con la testimonianza di Greg Brockman, presidente e cofondatore della società. I legali di Musk hanno insistito sui suoi interessi economici: la sua quota in OpenAI varrebbe circa 30 miliardi di dollari e Brockman possiede partecipazioni in aziende che lavorano con OpenAI. Musk sostiene di avere versato 38 milioni di dollari a un progetto nato come non profit e poi trasformato in una struttura orientata al profitto. Chiede di rimuovere Altman e Brockman, annullare la riorganizzazione societaria e trasferire fino a 180 miliardi di dollari alla parte non profit. OpenAI replica che Musk conosceva e appoggiava l’evoluzione commerciale del progetto, ma avrebbe cambiato posizione dopo non essere riuscito a ottenere il controllo della società. Qualche giorno fa Musk avrebbe inviato un messaggio privato ad Altman per patteggiare ma quest'ultimo non accettava le sue richieste, così Musk ha replicato che "entro il weekend sarete i leader più odiati al mondo."

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

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Il bizzarro podcast di Robert Kennedy Jr.


Il segretario alla Salute ha lanciato un podcast che nelle prime due puntate ospita uno chef televisivo e il pugile Mike Tyson, mentre il movimento MAHA mostra segnali di crisi.

Robert Kennedy Jr., segretario alla Salute e ai Servizi Umani degli Stati Uniti, ha lanciato il mese scorso un podcast presentato come parte di una "nuova era di radicale trasparenza nel governo". Nel video di lancio aveva promesso di affrontare le cause profonde dell'epidemia di malattie croniche, sostenendo che gli americani sono stati spinti per decenni a fidarsi del sistema sanitario mentre i loro figli si ammalavano sempre di più. Il programma, secondo le sue intenzioni, avrebbe ospitato medici indipendenti, scienziati e protagonisti dell'innovazione medica. Le prime due puntate hanno preso una direzione diversa.

L'avvio del Secretary Kennedy Podcast, da non confondere con il precedente RFK Jr. Podcast su temi simili, arriva in una fase difficile per il movimento MAHA, l'acronimo che riunisce i sostenitori della linea di Kennedy sulla salute pubblica. Secondo quanto riportato, la Casa Bianca ha chiesto a Kennedy di moderare i toni contro i vaccini in vista delle elezioni di metà mandato e il comitato politico MAHA PAC sarebbe a corto di fondi. Il presidente Trump ha ritirato la candidatura di Casey Means, influencer della salute e alleata stretta di Kennedy, alla carica di Surgeon General, l'ufficiale sanitario più alto in grado del paese. Un giudice federale ha inoltre sciolto il gruppo di consulenti sui vaccini scelto da Kennedy, ritenendo i suoi membri non qualificati.

Forse non a caso, nelle prime due puntate Kennedy evita il tema dei vaccini e si concentra sull'alimentazione, privilegiando ospiti famosi rispetto a contenuti di politica sanitaria. Il dipartimento della Salute non ha risposto alle richieste di commento di Wired, che ha pubblicato l'analisi a firma di Emily Mullin.

Il primo episodio è dedicato a un'intervista con Robert Irvine, chef noto per i suoi programmi su Food Network. Irvine racconta il suo lavoro a Fort Hood, base militare in Texas, dove ha contribuito a riformare la mensa con un'iniziativa privata chiamata 42 Bistro, basata su cibi freschi e poco lavorati. Sostiene di aver abbattuto i costi negoziando con i fornitori e che la qualità del servizio attira "file fuori dalla porta". Non spiega quale fosse il menù precedente né dettaglia i nuovi piatti, oltre a citare pollo a basso contenuto di sodio e melone a fette. Irvine aveva già collaborato con le forze armate durante l'amministrazione Biden per introdurre pasti pronti più sani, un dettaglio che nel podcast non viene menzionato. Negli anni passati il conduttore era stato al centro di un'inchiesta giornalistica che aveva rivelato esagerazioni nel suo curriculum, tra cui la presunta preparazione della torta nuziale di Carlo e Diana. Irvine produce inoltre una linea di barrette proteiche, FitCrunch, contenenti ingredienti del tipo che molti nutrizionisti sconsigliano.

Nell'intervista Irvine sostiene che mangiare bene è soprattutto questione di scelte intelligenti nella spesa. L'affermazione ignora però l'andamento dei prezzi. Secondo il dipartimento dell'Agricoltura statunitense, a marzo i prezzi di manzo e vitello erano superiori di oltre il 12 per cento rispetto a marzo 2025, il pollame era cresciuto dell'1,5 per cento e le verdure fresche del 7,5 per cento. I costi alimentari sono attesi in aumento di quasi il 3 per cento nel corso dell'anno e proprio le proteine animali, centrali nella nuova piramide alimentare proposta dall'amministrazione, sono tra i prodotti più colpiti dai rincari. Irvine attribuisce le cattive abitudini alimentari soprattutto alla mancanza di educazione, ma né lui né Kennedy citano altri fattori chiave come il costo, l'accessibilità e il tempo necessario per preparare i pasti. I cibi confezionati e ultra-processati restano popolari perché convenienti, a lunga conservazione e a basso costo per caloria, e le ricerche mostrano che molti adulti continuano a consumarli pur sapendo che non dovrebbero.

Il secondo episodio dura appena quindici minuti e ospita il pugile Mike Tyson, presentato da Kennedy come uno dei suoi "eroi", senza riferimenti alla condanna per stupro ai danni di una minorenne che Tyson scontò nei primi anni Novanta. Tyson era già apparso in uno spot trasmesso durante il Super Bowl, in linea con il movimento MAHA, dedicato al "cibo vero". Nell'intervista racconta di essere cresciuto in un quartiere dove i cibi ultra-processati erano una "prelibatezza", perché la sua famiglia non aveva soldi per altro, e ricorda la sorella morta poco oltre i vent'anni per un infarto legato all'obesità. Descrive inoltre comportamenti alimentari che ricordano i disturbi tipici degli sport con limiti di peso, dicendo di smettere di mangiare quando non si trova in forma. Non viene menzionata la dieta vegana che il pugile ha seguito per anni per migliorare la propria salute.

.@MikeTyson is fighting for a healthier America.

Watch #TheSecretaryKennedyPodcast ⬇️ pic.twitter.com/Kyt3Kx7b5d
— Secretary Kennedy (@SecKennedy) April 29, 2026


Quando Kennedy chiede come aiutare le persone che vivono nei quartieri urbani senza accesso a cibo fresco, riconoscendo l'esistenza dei cosiddetti deserti alimentari, Tyson risponde che servono più mentori che insegnino a mangiare in modo corretto. La conoscenza nutrizionale e il sostegno di familiari e amici sono effettivamente importanti per cambiare abitudini, ma il podcast non si spinge oltre questo livello generico. Mancano consigli pratici sulla preparazione dei pasti o suggerimenti su proteine a basso costo. Kennedy, soprattutto, non fornisce mai una definizione di cibo "processato" o "ultra-processato", pur indicandoli come il principale nemico, e non indica quali ingredienti evitare. Le barrette FitCrunch dello stesso Irvine rientrerebbero con ogni probabilità nella categoria.

Medici e autorità sanitarie raccomandano da decenni una dieta più sana e gli americani sanno in larga maggioranza che dovrebbero alimentarsi meglio. Resta da capire in che modo il podcast del segretario alla Salute possa contribuire concretamente a questo obiettivo, considerato anche che Kennedy ha dichiarato di nutrirsi soltanto di carne e cibi fermentati.

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L'intelligenza artificiale non sembra più una bolla


I ricavi del settore dell'intelligenza artificiale stanno raggiungendo le aspettative gonfiate degli ultimi anni. Gli agenti autonomi che scrivono codice hanno trasformato il mercato e ribaltato il dibattito sulla bolla.

Sei mesi fa il settore dell'intelligenza artificiale sembrava una bolla pronta a scoppiare. Le aziende investivano centinaia di miliardi di dollari, in gran parte presi a prestito, per costruire nuovi data center senza una strada chiara verso la redditività. Oggi lo scenario è completamente diverso e una sola azienda incarna il cambiamento: Anthropic, fino a poco tempo fa considerata la concorrente minore di OpenAI, sta crescendo più velocemente di qualsiasi impresa nella storia del capitalismo. I suoi ricavi aumentano molto più rapidamente di quelli di Zoom durante la pandemia, di Google nei primi anni Duemila e persino di Standard Oil durante la Gilded Age. Se il ritmo attuale dovesse continuare, all'inizio del prossimo anno Anthropic incasserebbe più denaro di qualsiasi altra azienda al mondo.

A raccontare questa svolta è un'analisi pubblicata sull'Atlantic. La causa del cambiamento si riassume in due parole: Claude Code. Quando Anthropic ha rilasciato l'aggiornamento del suo prodotto di punta a novembre, l'intelligenza artificiale ha attraversato una soglia invisibile, passando da gadget interessante a tecnologia capace di cambiare la vita. Con Claude Code una squadra di agenti autonomi può prendere il controllo del computer di un utente e completare in pochi minuti o ore compiti di programmazione che prima richiedevano giorni o settimane di lavoro umano. Spesso il prodotto finale necessita di poche correzioni, se non nessuna.

Ethan Mollick, codirettore del Generative AI Lab dell'università della Pennsylvania, ha dichiarato all'Atlantic che si tratta di un salto qualitativo: per anni ci sono stati chatbot capaci soprattutto di parlare, ora sono arrivati agenti capaci di agire.
L'accelerazione Anthropic — FocusAmerica

Intelligenza artificiale

L'accelerazione di Anthropic:
la crescita più rapida nella storia del capitalismo


In due mesi il run rate annuale è raddoppiato. La svolta porta un nome — Claude Code — e sta trascinando con sé l'intero settore tecnologico, dai chip al cloud.

Fonte: The Atlantic Maggio 2026

Run rate annualizzato

Due mesi fa
$14 mld
Stima dei ricavi sui 12 mesi successivi

Oggi
$30 mld
Più del doppio in soli 60 giorni

Se il ritmo continuasse, all'inizio del 2027 Anthropic fatturerebbe più di qualsiasi altra azienda al mondo

Esplora i dati
1 Accelerazione 2 Onda d'urto 3 Lavoro 4 Dibattito

La curva del run rate

Da rivale minore a protagonista: il salto in due mesi


Anthropic, fino a poco tempo fa considerata un’inseguitrice di OpenAI, ha più che raddoppiato la stima dei ricavi annualizzati tra l’inizio e la fine del primo trimestre 2026.

Miliardi di dollari · Run rate annualizzato

2 mesi fa

$14 mld

Oggi

$30 mld

Il dettaglio
Nel primo trimestre 2026 Anthropic è cresciuta 4 volte di più di quanto Google abbia fatto in 3 anni durante il suo periodo di massima espansione, secondo Jim VandeHei di Axios.

Confronti storici di crescita

Anthropic — 2026Run rate $14 → $30 mld in 2 mesi

Zoom — pandemia 2020Crescita pandemica

Google — primi anni DuemilaEspansione del motore di ricerca

Standard Oil — Gilded AgeAscesa del monopolio petrolifero

L'onda d'urto sul settore

La domanda IA traina cloud, chip e infrastrutture


Crescita dei ricavi anno su anno, dati aggiornati a febbraio 2026. La spinta arriva soprattutto dalle aziende di intelligenza artificiale.

CoreWeaveAffitto chip e data center

+168%

MicronProduzione chip · ricavi quasi triplicati

~3×

Google CloudServizi cloud

+48%

MicrosoftCloud Azure

+39%

AmazonAWS

+24%

OpenAIRicavi annualizzati · dic-feb

~+20%

La domanda è ora così alta che le infrastrutture non bastano più. Anthropic ha limitato l'uso dei suoi strumenti nelle ore di punta; OpenAI ha ritirato l'app per la generazione video per liberare capacità di calcolo. Persino il quarto miglior chip Nvidia, uscito nel 2022, costa oggi più di 3 anni fa.

L'effetto sul lavoro

Da chatbot ad agenti: la soglia invisibile è stata attraversata


Con Claude Code l'IA è passata da gadget interessante a tecnologia che cambia la vita: agenti autonomi prendono il controllo dei computer e completano in minuti compiti che richiedevano giorni.


Software prodotto dal team SemiAnalysis a parità di personale

90%
Quota del lavoro di un dottorato in informatica che Claude può svolgere

+50%
Aziende USA con almeno un abbonamento IA — da ~25% a oltre la metà

−10%
Forza lavoro tagliata da Meta. Zuckerberg: "Una persona, oggi, basta"

L'esperimento METR · Sviluppatori con vs senza IA

Anno scorso
−20%

Test ripetuto
+20%

Un anno fa i programmatori che usavano l'IA erano il 20% più lenti dei colleghi. Ripetuto con gli strumenti aggiornati, il risultato si è ribaltato: il 20% più veloci. Stima probabilmente prudente: alcuni sviluppatori più assidui si sono rifiutati di partecipare al test senza IA.

Per anni abbiamo avuto chatbot capaci soprattutto di parlare. Ora sono arrivati agenti capaci di fare.
Ethan Mollick · Generative AI Lab, Penn

Bolla o nuova economia?

Le due tesi sul futuro dell'accelerazione


Anthropic prevede di creare profitti nel 2028, OpenAI nel 2030. La domanda è se il ritmo attuale sia sostenibile fino a quegli anni.

▲ Tesi rialzista
Ogni lavoro intellettuale può essere sostituito a tendere

  • Tutti i lavori di conoscenza condividono la stessa struttura: leggere, applicare, produrre, verificare
  • La programmazione è solo l'inizio dello spettro
  • Diritto, finanza, consulenza e marketing sono più vicini al codice che alla narrativa
  • Gli agenti già lavorano di notte e consegnano i risultati al mattino


▼ Tesi ribassista
Il boom resterà confinato al codice

  • Programmare ha condizioni ideali per l'IA: dati abbondanti, esiti oggettivi
  • Memorie legali e campagne di marketing non hanno benchmark oggettivi
  • Le aziende stanno costruendo data center per una domanda che potrebbe non arrivare mai
  • Paragone con la bolla del mercato immobiliare USA del 2006-2007


Lo studio MIT · 3.000 compiti reali da colletti bianchi
Quota di compiti completati al livello di un dirigente

Metà 2024

50%

Inizio 2026

65%

2029 (proj.)

80-95%

Si tratta di compiti che a un umano richiederebbero 3-4 ore di lavoro. La proiezione 2029 è la stima degli autori dello studio sull'attuale ritmo di miglioramento.

Fonte The Atlantic — analisi sulla crescita di Anthropic e dell'industria IA. Dati: SemiAnalysis, Goldman Sachs, MIT, METR, Epoch AI, Axios. Crescita ricavi cloud comunicata dalle aziende a febbraio 2026.

Le conseguenze per i settori che dipendono dal software sono enormi. Jordan Nanos, membro dello staff tecnico della società di ricerca sui semiconduttori SemiAnalysis, ha raccontato che il suo piccolo team produce oggi quattro volte più software rispetto allo scorso anno, pur avendo lo stesso numero di dipendenti. Tim Fist, direttore delle politiche per le tecnologie emergenti all'Institute for Progress, ha detto di sentirsi quasi ridicolo a portare avanti il proprio dottorato in informatica perché Claude può svolgere il novanta per cento del lavoro. Meta ha annunciato il licenziamento del dieci per cento della propria forza lavoro e Mark Zuckerberg ha spiegato agli investitori che progetti che richiedevano grandi squadre possono ora essere completati da una sola persona molto talentuosa.

Lo scorso anno il think tank Model Evaluation & Threat Research aveva condotto un esperimento in cui sviluppatori venivano assegnati casualmente a svolgere compiti con o senza intelligenza artificiale. Con sorpresa generale i programmatori che usavano l'IA risultavano il venti per cento più lenti, in parte perché passavano molto tempo a correggere gli errori del software. Recentemente gli stessi ricercatori hanno ripetuto l'esperimento con gli strumenti più aggiornati e il risultato si è ribaltato: gli sviluppatori con l'IA hanno completato i compiti circa il venti per cento più velocemente. La stima è probabilmente prudente, perché alcuni utilizzatori più assidui si sono rifiutati di partecipare al secondo test pur di non rinunciare ai loro strumenti abituali.

Le aziende non hanno più dubbi sull'investire in questi prodotti. Secondo una stima la quota di imprese americane con almeno un abbonamento a pagamento a uno strumento di intelligenza artificiale è passata da circa un quarto all'inizio del 2025 a oltre la metà oggi. Ricercatori di Goldman Sachs che hanno intervistato quaranta società di software a metà aprile hanno rilevato che molte stanno superando i budget iniziali per l'IA di ordini di grandezza, con alcune che già spendono fino al dieci per cento dei costi totali del lavoro tecnico. Gabriela Borges, analista del software di Goldman Sachs, ha dichiarato all'Atlantic che la velocità con cui le aziende stanno adottando questi strumenti è sorprendente, perché di solito le imprese impiegano molto più tempo dei consumatori ad adattarsi alle nuove tecnologie.

L'economia del settore si è capovolta. Sei mesi fa gli investimenti in data center sembravano correre più della domanda, oggi la domanda cresce così rapidamente che le aziende non hanno l'infrastruttura fisica per soddisfarla. Anthropic ha dovuto limitare l'uso dei suoi strumenti durante le ore di punta e OpenAI ha ritirato la sua applicazione per la generazione di video per liberare capacità di calcolo. I semiconduttori sono talmente richiesti che persino il quarto miglior chip di Nvidia, uscito nel 2022, costa oggi più di tre anni fa.

Negli ultimi due mesi il run rate annuale di Anthropic, ovvero la stima dei ricavi dei prossimi dodici mesi calcolata sul mese corrente, è passato da quattordici a trenta miliardi di dollari. Come ha osservato Jim VandeHei di Axios, nel primo trimestre di quest'anno Anthropic è cresciuta quattro volte di più di quanto abbia fatto Google in tre anni nel periodo di massima espansione. I ricavi annualizzati di OpenAI sono aumentati di quasi il venti per cento da dicembre a febbraio. Google, Microsoft e Amazon hanno comunicato a febbraio una crescita dei ricavi del cloud rispettivamente del quarantotto, trentanove e ventiquattro per cento rispetto all'anno precedente, spinta soprattutto dalle aziende di IA. CoreWeave, società che affitta chip e spazio nei data center, ha visto i ricavi annuali crescere del centosessantotto per cento e quelli del produttore di chip Micron sono quasi triplicati. Azeem Azhar, analista di settore molto citato, ha dichiarato all'Atlantic che questo ritmo non è normale e che persino i più convinti sostenitori dell'IA sono stati colti di sorpresa dalla velocità di crescita.

I modelli alla base di tutto questo continuano a migliorare. All'inizio di aprile Anthropic ha annunciato Mythos, un nuovo modello così potente da non essere stato rilasciato al pubblico. Mythos ha superato praticamente ogni parametro di valutazione, completando compiti complessi di programmazione e risolvendo problemi di livello universitario in vari campi. Il modello ha anche scoperto vulnerabilità informatiche rimaste nascoste per decenni, motivo per cui la sua diffusione è stata limitata. Il GPT-5.5 appena rilasciato da OpenAI non è molto distante. Jean-Stanislas Denain, ricercatore senior di Epoch AI, ha dichiarato all'Atlantic che già prima di Mythos si vedeva una forte accelerazione nei progressi del settore.

Restano però voci critiche. Le principali aziende di IA, comprese OpenAI e Anthropic, incassano molto ma non sono ancora redditizie: stanno spendendo tutto e oltre per coprire lo sviluppo dei modelli successivi. Anthropic prevede di diventare profittevole nel 2028 e OpenAI nel 2030. La domanda è se l'attuale ritmo di crescita sia sostenibile per quegli anni.

La tesi pessimista parte dall'idea che lo sviluppo software sia diverso dal resto del lavoro intellettuale. Programmare comporta enormi quantità di dati di addestramento, una gamma relativamente limitata di esiti possibili e risultati valutabili in modo oggettivo: condizioni ideali per l'automazione tramite IA. Una memoria legale o una campagna di marketing non possono essere confrontate con un parametro oggettivo di eccellenza ed esistono pochi dati specifici per addestrare i sistemi su questi compiti. Paul Kedrosky, managing partner di SK Ventures e research fellow del MIT, sostenitore della tesi della bolla, ha dichiarato all'Atlantic che anche se i lavoratori intellettuali useranno l'IA per alcune mansioni, l'impatto non sarà paragonabile a quello visto sui programmatori. Le aziende stanno investendo ancora più denaro in chip e infrastrutture in vista di una domanda futura: se il boom resterà confinato alla programmazione, quando i nuovi data center saranno pronti non ci saranno abbastanza clienti per ripagarli. Kedrosky paragona la situazione al mercato immobiliare americano del 2006 e 2007, quando l'eccesso di domanda spinse a costruire più case di quante la gente potesse permettersi.

Una scuola di pensiero opposta sostiene che la maggior parte dei lavori intellettuali condivide la stessa struttura di base e può quindi essere automatizzata. Un gruppo di analisti di SemiAnalysis ha argomentato che ogni lavoro di conoscenza, programmazione inclusa, si compone di quattro elementi: leggere informazioni, applicare conoscenze esistenti, produrre un output strutturato e verificarlo rispetto a uno standard. La programmazione ha qualità che facilitano l'IA, come la quantità di dati disponibili e gli standard oggettivi di verifica, ma questo non rende il campo unico. Mollick ha spiegato all'Atlantic che esiste uno spettro, con la programmazione a un'estremità e attività dagli esiti difficili da giudicare, come la narrativa breve, all'altra: gran parte del lavoro intellettuale come diritto, finanza, consulenza e marketing si colloca nel mezzo, e molte mansioni di queste professioni sono probabilmente più vicine al lato della programmazione.

Uno studio del MIT ha provato a quantificare la capacità dei sistemi di IA di svolgere circa tremila compiti reali da colletti bianchi, come la progettazione di un programma educativo o la creazione di un piano di lancio di un prodotto. I risultati venivano valutati da esperti umani e considerati completi se ritenuti adatti a essere inviati a un dirigente senza modifiche. A metà del 2024 i modelli più avanzati riuscivano a completare il cinquanta per cento di compiti che a un umano avrebbero richiesto tre o quattro ore, poco più di un anno dopo la quota era salita al sessantacinque per cento. A questo ritmo gli autori stimano che i sistemi di IA saranno in grado di completare tra l'ottanta e il novantacinque per cento dei compiti basati sul testo entro il 2029. Matthias Mertens, coautore dello studio, ha dichiarato all'Atlantic che il ritmo di miglioramento non è veloce come quello visto nella programmazione, ma resta comunque molto rapido.

Lo studio considerava solo i chatbot. Gli strumenti agentici come Claude Cowork sono in grado di prendere il controllo del computer di un lavoratore e svolgere una serie di compiti non legati alla programmazione, dalla creazione di presentazioni PowerPoint all'invio di email fino alla pianificazione di riunioni. Azhar ha raccontato all'Atlantic che quando il suo team prepara il lancio di un prodotto fa generare ai propri agenti un panel di clienti artificiali rappresentativi della clientela reale, organizza con loro un focus group, ne ricava un rapporto e lo trasforma in una lista di miglioramenti specifici. Tutto questo avviene mentre i responsabili dormono e il risultato li attende al risveglio. Si tratta, ha detto, di un processo che prima richiedeva un'intera squadra e mesi di tempo, e che ora viene ripetuto tre volte alla settimana.

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Trump avverte: "Kiev perde territori nonostante le armi USA, serve la pace"


Il tycoon loda l'abilità diplomatica di Zelensky ma sollecita un cambio di rotta: "Negoziati necessari per fermare l'avanzata russa"

Le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sulla situazione in Ucraina riaccendono l’attenzione internazionale sul conflitto in corso. Secondo quanto riportato da Slavyangrad, Trump ha affermato che le forze ucraine “stanno perdendo territori”, delineando un quadro critico dell’andamento militare sul campo.

Sempre secondo Slavyangrad, nel corso delle sue osservazioni il presidente ha sottolineato come Kiev continui a sostenere le proprie operazioni militari grazie alle forniture di armamenti provenienti dagli Stati Uniti, anche attraverso i Paesi membri della NATO. Un elemento che evidenzia il ruolo centrale del supporto occidentale nella capacità operativa ucraina, ma che solleva al contempo interrogativi sulla durata e sull’efficacia di tale sostegno nel lungo periodo.

Trump ha inoltre descritto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky come un “uomo astuto”, riconoscendone le abilità nel mantenere il supporto internazionale a favore di Kiev. La dichiarazione, riportata ancora dalla fonte Slavyangrad, si inserisce in un contesto diplomatico complesso, in cui i rapporti tra Washington e Kiev continuano a rappresentare un elemento chiave per gli sviluppi del conflitto.

Il presidente statunitense ha infine ribadito l’impegno degli Stati Uniti verso una soluzione pacifica della crisi, lasciando intendere la disponibilità a percorrere canali negoziali per una possibile de-escalation. Tuttavia, non sono stati forniti dettagli concreti su eventuali iniziative diplomatiche o tempistiche.

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Eat That Frog: Perché il Metodo di Brian Tracy Funziona (Neuroscienze e Protocollo)


Il motivo per cui rimandi sempre il compito più importante non è pigrizia: è neurobiologia. Scopri il metodo Eat That Frog e il protocollo in 5 passi per affrontare la tua rana ogni mattina.

In breve

Eat the frog: fai prima il compito più scomodo nella fascia di picco, con prossima azione definita — una rana al giorno, non cinque priorità uguali che paralizzano.

Hub di riferimento: questo articolo fa parte del percorso come smettere di procrastinare — il blocco emotivo, l'ambiente senza frizione e la regola del mai-due, in sequenza.

TL;DR

  1. 1La mattina la corteccia prefrontale è al picco: ogni compito rimandato consuma risorse cognitive che non recuperi nel pomeriggio.
  2. 2I compiti incompleti continuano a occupare la memoria di lavoro (effetto Zeigarnik): rimandare non alleggerisce, amplifica il peso.
  3. 3La rana si sceglie la sera prima, non al mattino: meno decisioni all'alba = più energia per il lavoro che conta davvero.
  4. 4Il protocollo in 5 passi: scegli la rana la sera → prepara il materiale → zero email al mattino → 25 minuti di focus → pausa guadagnata.
  5. 5Ogni piccola vittoria mattutina costruisce autoefficacia: non stai solo completando un compito, stai riscrivendo il tuo modello di te stesso.

● Tempo di lettura stimato: 8 minuti

Era il 2004. Brian Tracy pubblicava un libro con un titolo assurdo: "Eat That Frog", Mangia quella rana.

La metafora viene da una citazione attribuita a Mark Twain: "Mangia una rana viva la mattina presto e non ti succederà niente di peggio per il resto della giornata."

Eat That Frog significa questo: affronta per primo il compito più importante, e più scomodo, della giornata, quando le tue risorse cognitive sono al massimo. Non perché sei coraggioso. Perché il tuo cervello funziona così.

Da allora, quel libro è diventato uno dei manuali di produttività più venduti al mondo. Milioni di persone lo usano ogni giorno. Ma la domanda vera è un'altra: perché funziona davvero? Non per ispirazione. Non per magia. Per neuroscienze.

In questo articolo ti spiego esattamente come funziona il meccanismo, come identificare la tua rana e come costruire un protocollo pratico per farlo ogni mattina, senza forza di volontà.

Cos'è Realmente il Problema


Permettimi di farti una domanda diretta.

C'è qualcosa che stai rimandando in questo momento? Qualcosa di importante, che sai che dovresti fare, ma che ogni giorno finisce nella seconda metà della to-do list, o peggio, che non ci finisce nemmeno?

Se la risposta è sì, non è pigrizia. Non è mancanza di motivazione. È neurobiologia.

Il cervello ha un sistema di gestione delle risorse cognitive molto preciso. La mattina, dopo il sonno, la corteccia prefrontale, quella responsabile delle decisioni, della pianificazione e del controllo degli impulsi, è al massimo della sua efficienza. Ogni decisione presa, ogni distrazione subita, ogni notifica aperta consuma quello che i neuroscienziati chiamano ego depletion: l'esaurimento progressivo delle risorse decisionali.

Il risultato? Quella rana che alle 9 di mattina avresti potuto mangiare in 25 minuti, alle 15:00 sembra un dinosauro impossibile da affrontare.

Non è cambiato il compito. Sei cambiato tu.

Perché Rimandi Proprio Quello che Conta


Qui entra in gioco un altro meccanismo cerebrale: l'evitamento esperienziale.

Il cervello percepisce i compiti ad alto impatto, quelli che richiedono concentrazione vera, creatività, decisioni difficili, come fonti di incertezza. E l'incertezza attiva la stessa risposta neurologica di una minaccia fisica: l'amigdala si accende, il sistema limbico cerca una via di fuga.

Così fai tre cose urgenti e inutili. Apri le email. Guardi i social. Ti dici che lo farai dopo pranzo, quando sei più fresco.

Il problema è che questo evitamento non allevia il disagio. Lo amplifica. Ogni ora che passa senza aver affrontato il compito principale genera un carico cognitivo aggiuntivo, il cervello non smette di pensarci. È quello che la psicologa Bluma Zeigarnik ha dimostrato già nel 1927: i compiti incompleti rimangono attivi nella memoria di lavoro e consumano risorse mentali in modo continuativo.

In pratica: non stai riposando mentre rimandi. Stai pagando un affitto mentale su qualcosa che non hai ancora fatto.

Se vuoi capire come questo ciclo si radica nel comportamento quotidiano, ho analizzato il meccanismo in modo più approfondito nell'articolo su come battere la procrastinazione.

Come Riconoscere la Tua Rana


La rana non è sempre il compito più difficile della giornata. A volte è il più scomodo. A volte è solo quello che ha più impatto sul risultato finale.

Usa questi tre segnali per identificarla:

1. È il compito con il maggiore impatto sul tuo obiettivo prioritario, non quello più urgente, quello più rilevante per dove vuoi arrivare. Spesso è invisibile nella lista perché non ha scadenze che urlano.

2. È quello che rimandi da più giorni, o settimane. Se hai difficoltà a rispondere, è già la risposta: la rana è il compito che salti mentalmente quando pensi alla tua to-do list.

3. È quello a cui pensi involontariamente, anche quando dovresti fare altro. Questo è il segnale più preciso: il cervello ci torna sopra perché sa che è irrisolto.

Un test pratico: alla fine della giornata, qual è la cosa che senti di NON aver fatto? Quella è la tua rana. E con ogni probabilità, è anche quella che hai rimandato da stamattina.

La Differenza tra Urgente e Importante


Stephen Covey, nel suo Le 7 Regole per Avere Successo, ha descritto uno dei modelli più utili per capire come gestiamo il tempo: la matrice delle priorità.

Esistono quattro categorie di attività:

  • Importante e urgente, le crisi, le scadenze, le emergenze
  • Importante e non urgente, la strategia, la formazione, i progetti chiave ← qui vive la rana
  • Non importante e urgente, le email, le notifiche, le richieste degli altri
  • Non importante e non urgente, i social, le distrazioni, le perdite di tempo

La rana quasi sempre vive nel secondo quadrante: è importante, ma non urgente, quindi non urla. Non ti manda notifiche. Non ti stressa con scadenze immediate. Per questo finisce sempre dopo le cose "urgenti" che in realtà non spostano nulla.

Il paradosso è questo: più tempo passi nel quadrante delle urgenze, più crisi generi, e meno tempo hai per le cose che contano davvero.

Il Metodo Eat That Frog: Come Funziona Davvero


Brian Tracy ha costruito il suo metodo attorno a un principio neuroscientificamente solido: fare la cosa più importante per prima, quando le risorse cognitive sono al massimo.

Ma c'è una parte del metodo che viene spesso ignorata.

Tracy non dice semplicemente "fai la cosa difficile". Dice: sceglila il giorno prima. Questo dettaglio cambia tutto.

Perché? Perché se devi decidere cosa fare al mattino mentre sei ancora a metà caffè, stai già consumando le tue risorse decisionali. Se invece la rana è già identificata la sera prima, la mattina puoi semplicemente eseguire, senza deliberare.

Meno decisioni mattutine = più energia per il lavoro che conta.

Il Protocollo della Prima Ora


Questo non è un consiglio generico. È un sistema replicabile in 5 passi esatti:

La sera prima:

Passo 1. Identifica UN solo compito prioritario per la mattina successiva. Scrivilo su carta o in un file dedicato.

Passo 2. Prepara tutto il materiale necessario: tab aperti, documenti, note. Rimuovi ogni attrito in anticipo.

La mattina:

Passo 3. Niente email, niente social, niente news prima del primo blocco di lavoro. Zero. Nemmeno uno sguardo.

Passo 4. Lavora 25 minuti sulla rana, focus totale, modalità aereo se necessario.

Passo 5. Solo dopo aver iniziato, concediti una pausa: un caffè, una canzone. Te la sei guadagnata.

Il punto critico non è completare tutto. È iniziare. Una volta che il cervello è in moto su un compito, l'effetto Zeigarnik si inverte: invece di consumare risorse per ricordartelo, inizia a spingere verso il completamento. L'inerzia lavora per te, non contro di te.

Se non hai 25 minuti, usane 10. L'obiettivo della prima sessione è rompere la resistenza iniziale, non finire.

Gli Errori più Comuni (e Come Evitarli)

Errore 1, Scegliere la rana al mattino


Come spiegato sopra, decidere cosa fare mentre sei già nel mezzo della giornata è già una sconfitta. La rana si sceglie la sera prima. Sempre.

Errore 2, Confondere "difficile" con "importante"


Non è la stessa cosa. Un compito può essere difficile e irrilevante. La rana è il compito che sposta il risultato, anche se tecnicamente non è il più complesso.

Errore 3, Aprire email prima del primo blocco


Le email sono la trappola perfetta: sembrano lavoro, ma sono lavoro degli altri. Ogni email letta prima del primo blocco è un momento in cui hai ceduto l'agenda della tua giornata a qualcun altro.

Errore 4, Aspettare "il momento giusto"


Il momento giusto non esiste. Esiste il momento in cui sei disposto ad iniziare nonostante l'imperfetto. Aspettare la condizione perfetta è solo procrastinazione con un vestito elegante.

Errore 5, Avere troppe rane


Se hai cinque priorità, non ne hai nessuna. Una rana al giorno. Il resto è urgenza.

Quando la Rana Sembra Troppo Grande


Alcune rane sono così grandi che anche solo guardarle crea paralisi. In questi casi, il problema non è la mancanza di volontà, è la mancanza di un punto d'ingresso chiaro.

La soluzione è quello che i ricercatori chiamano implementation intention: invece di dire "lavorerò al progetto X", dici "alle 9:00 di martedì aprirò il documento Y e scriverò i primi tre paragrafi".

La specificità disinnesca la resistenza cerebrale. Il cervello non deve più decidere cosa fare, deve solo eseguire un'istruzione già definita.

Se il compito sembra insormontabile, dividilo nella sua prima azione fisica concreta. Non "scrivi il report" ma "apri il documento e scrivi il titolo". Non "chiama il cliente difficile" ma "cerca il suo numero e salvalo sullo schermo".

La prima azione concreta è la chiave che apre tutto il resto.

Il Collegamento con la Procrastinazione


Iniziare dai compiti difficili non è solo una tecnica di produttività. È uno degli strumenti più efficaci per spezzare il ciclo della procrastinazione cronica.

La procrastinazione non è pigrizia. È una risposta emotiva a compiti percepiti come minacciosi, noiosi o ansiogeni. Ogni volta che rimandi, stai rinforzando il messaggio implicito: "questo compito è pericoloso, meglio evitarlo."

Ogni volta che invece lo affronti, anche solo per 10 minuti, mandi al cervello il segnale opposto: "ce la faccio." Questo accumulo graduale di piccole vittorie mattutine ricostruisce nel tempo quella che i neuroscienziati chiamano autoefficacia percepita: la fiducia concreta nelle proprie capacità.

Non stai solo completando un compito. Stai riscrivendo il tuo modello di te stesso.

Domande Frequenti su Eat That Frog

Devo sempre iniziare dal compito più difficile? +
No. Devi iniziare dal compito più importante che stai evitando. A volte è difficile, a volte è solo scomodo. La parola chiave non è "difficile", è "rimandato da troppo tempo". L'obiettivo è affrontare per primo quello che ha il maggiore impatto sul tuo obiettivo prioritario, non quello che richiede più sforzo tecnico.
E se la giornata è già piena di urgenze fin dal mattino? +
Le urgenze arrivano sempre, è la natura del lavoro e della vita. Per questo la rana va affrontata prima di aprire email, messaggi e notifiche. Una volta che hai mangiato la rana, le urgenze possono arrivare: hai già fatto la cosa che conta. Se aspetti che le urgenze finiscano per fare il lavoro importante, aspetti per sempre.
E se non ho 25 minuti liberi al mattino? +
Riduci a 10. Poi a 5. L'obiettivo iniziale è rompere l'inerzia, non completare tutto in una sessione. Un cervello che ha iniziato è neurobiologicamente diverso da uno che non ha ancora iniziato: l'effetto Zeigarnik inizia a lavorare a tuo favore, spingendo verso il completamento invece di generare peso cognitivo passivo.
Perché farlo al mattino e non la sera? +
Perché la mattina hai meno attriti esterni, meno richieste delle persone attorno a te e il massimo di energia decisionale. La sera il serbatoio è vuoto, è il momento della giornata in cui la corteccia prefrontale è più affaticata dopo ore di decisioni, interazioni e stimoli. Quella rana sembrerà più pesante del doppio.
Cosa faccio se non riesco a identificare la mia rana? +
Chiediti: "Se potessi fare solo una cosa oggi, quale avrebbe il maggiore impatto sul mio obiettivo più importante?" Quella è la rana. Un secondo test: alla fine della giornata, qual è la cosa che senti di non aver fatto? Con ogni probabilità, era già la rana di stamattina.


Risposta rapida: Eat That Frog significa affrontare per prima la cosa più importante, e più scomoda, della giornata. Funziona perché sfrutta il picco di energia decisionale mattutina e svuota la testa dal peso psicologico del rimando.


Ricapitolando


Il metodo Eat That Frog funziona perché è costruito su tre pilastri neurobiologici solidi:

  • Energia cognitiva al picco, il mattino è il momento migliore per i compiti che richiedono concentrazione vera
  • Effetto Zeigarnik invertito, iniziare sposta il carico mentale da peso passivo a spinta attiva verso il completamento
  • Autoefficacia accumulata, ogni piccola vittoria mattutina rafforza la fiducia concreta nelle proprie capacità

Non hai bisogno di motivazione extra. Non hai bisogno di svegliarti alle 5. Hai bisogno di un sistema: scegli la rana la sera prima, proteggila dalla prima distrazione, inizia entro i primi 30 minuti della giornata.

Il resto segue da solo.


Approfondisci:


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La forza di volontà dura 43 minuti: smettila di farci affidamento


In breve

Roy Baumeister lo ha dimostrato nel 1998: la forza di volontà è una risorsa finita. Ogni decisione la consuma un po'. Ecco perché i piani più ambiziosi crollano, e cosa costruire al loro posto. Azioni piccole e sistemi ripetibili su Cambia le Tue Abitudini — non motivazione del momento.

TL;DR

  • La forza di volontà è una risorsa limitata che si esaurisce nel corso della giornata: lo dimostra la ricerca sull'ego depletion di Roy Baumeister (1998)
  • I piani falliscono perché vengono costruiti assumendo willpower infinita, questa è la fallacia della pianificazione (Kahneman)
  • Le implementation intentions di Gollwitzer aumentano il tasso di successo dell'91% eliminando la decisione in tempo reale
  • L'environment design riduce la necessità di autocontrollo modificando il contesto fisico prima ancora che il problema si presenti
  • Smettere di fare affidamento sulla forza di volontà non è debolezza: è la strategia più intelligente disponibile

Era un lunedì mattina. Ero in aereo, camicia nuova, riunione importante all'atterraggio.

A metà volo, un bottone che vola via.

Non perché fossi fuori forma, ma avevo preso +5 kg rispetto al mio peso, e quella camicia non aveva intenzione di fingere il contrario. Quella mattina ho deciso: basta. Nutrizionista, piano alimentare, disciplina totale.

Per tre mesi sono stato impeccabile. Pesavo tutto. Zero aperitivi, zero dolci. A 75 kg esatti mi sono guardato allo specchio e ho pensato: "Ce l'ho fatta."

Due mesi dopo ero esattamente dove avevo iniziato.

Quello che mi ha colpito non era essere ricaduto. Era capire perché. Non avevo perso la voglia. Non ero diventato pigro. Avevo esaurito qualcosa che non sapevo fosse esauribile.

Non importa quanta forza di volontà tu abbia. Se il sistema non c'è, prima o poi la batteria si scarica, e torni al punto di partenza. Ecco cosa dice la scienza, e cosa fare invece.

L'esperimento che ha cambiato tutto


Nel 1998, Roy Baumeister e i suoi colleghi alla Case Western Reserve University condussero un esperimento rimasto un classico della psicologia sociale.

I partecipanti venivano divisi in due gruppi. Di fronte a entrambi: un piatto con biscotti freschi appena sfornati e un piatto di ravanelli. Al primo gruppo era permesso mangiare i biscotti. Al secondo, solo i ravanelli. Nessun biscotto.

Qualche minuto dopo, entrambi i gruppi venivano messi di fronte a un puzzle geometrico impossibile da risolvere. Il tempo che ci mettevano a rinunciare era la misura.

I risultati erano netti: chi aveva dovuto resistere ai biscotti abbandonava il puzzle molto prima. Non perché fosse meno intelligente. Non perché fosse meno motivato. Ma perché aveva già speso una parte delle sue risorse cognitive nel semplice atto di non mangiare quello che aveva di fronte.

Baumeister chiamò questo fenomeno ego depletion: la forza di volontà funziona come un muscolo. Si affatica. E quando è affaticato, le sue prestazioni calano, in qualsiasi ambito.

Questa scoperta ha cambiato il modo in cui la psicologia studia il comportamento umano. Non siamo macchine razionali con accesso illimitato all'autocontrollo. Siamo organismi biologici con riserve finite, che si esauriscono attraverso l'uso.

Perché la forza di volontà è sopravvalutata come strategia


La ricerca di Baumeister ha aperto un campo enorme. Studi successivi hanno mostrato che la forza di volontà viene consumata non solo da resistenze fisiche, ma da:

  • Decisioni ripetute, ogni scelta, anche piccola, erode le riserve (il fenomeno del decision fatigue)
  • Soppressione emotiva, cercare di non mostrare quello che senti richiede autocontrollo
  • Attenzione sostenuta, concentrarsi a lungo depleta le stesse risorse del self-control
  • Gestione del conflitto, contenere la frustrazione in una riunione difficile costa quanto resistere ai biscotti

Il giudice israeliano Shai Danziger ha documentato questo fenomeno nel mondo reale: analizzando oltre 1.000 udienze di libertà condizionale, ha trovato che i detenuti che comparivano davanti alla commissione al mattino presto ricevevano libertà condizionale nel 65% dei casi. Quelli che comparivano a fine sessione quasi 0%. Stessi criteri, stessi reati, riserve cognitive completamente diverse.

La forza di volontà non è un difetto di carattere. È una risorsa biologica che si depleta con l'uso.

Il problema non è quanta ne hai. Il problema è che la stai usando come se fosse infinita.

La fallacia della pianificazione: perché i tuoi piani continuano a fallire


C'è un secondo meccanismo che si sovrappone all'ego depletion, e lo rende ancora più pericoloso.

Daniel Kahneman, premio Nobel per l'economia e autore di Thinking, Fast and Slow, lo chiama fallacia della pianificazione: quando pianifichiamo il futuro, tendiamo sistematicamente a sopravvalutare le nostre risorse disponibili e a sottovalutare gli ostacoli che incontreremo.

In pratica: costruisci i tuoi piani con la versione migliore di te in mente. Quella riposata, motivata, senza distrazioni. E poi affidi l'esecuzione alla versione reale, quella stanca, sovraccarica, che ha già preso cinquanta decisioni prima che tu arrivi al momento critico.

Questo è esattamente quello che mi è successo con il nutrizionista.

Per tre mesi ho funzionato perfettamente. Avevo un obiettivo chiaro (75 kg), una pressione esterna (il professionista che mi monitorava), e un ricordo vivido della camicia. Quella struttura temporanea faceva il lavoro al posto della forza di volontà.

Quando quella struttura è sparita, obiettivo raggiunto, pressione allentata, memoria sbiadita, non restava nulla. Solo la mia forza di volontà esaurita a reggere un comportamento che non aveva altre fondamenta.

Il piano funzionava. Il sistema non esisteva.

La differenza tra un piano e un sistema


Un piano dice: voglio fare X.
Un sistema dice: quando succede Y, faccio automaticamente X.

Questa distinzione, apparentemente sottile, è la differenza tra chi mantiene le abitudini nel lungo periodo e chi ricomincia da zero ogni tre mesi.

Peter Gollwitzer, professore di psicologia alla New York University, ha dedicato trent'anni a studiare esattamente questa differenza. La sua ricerca sulle implementation intentions, letteralmente, "intenzioni di implementazione", ha mostrato qualcosa di notevole.

Partecipanti a cui veniva chiesto di formulare l'obiettivo come "mi allenerò di più" avevano tassi di successo paragonabili al gruppo di controllo. Partecipanti a cui veniva chiesto di specificare quando, dove e come, "se è martedì mattina e mi sveglio, allora metto le scarpe da ginnastica prima ancora di toccare il telefono", avevano tassi di successo medi del 91% più alti.

Stessa motivazione. Stesso obiettivo. Risultato completamente diverso.

Perché? Perché l'implementation intention automatizza la decisione. Il cervello non deve attingere alle sue riserve di autocontrollo per decidere se fare o non fare. Ha già deciso. In un momento in cui l'energia cognitiva era alta. La risposta comportamentale diventa quasi riflessiva.

Come spiegano le ricerche di Ann Graybiel al MIT sui gangli basali, che abbiamo esplorato la settimana scorsa nel dettaglio del meccanismo cerebrale delle abitudini, il cervello è progettato per automatizzare i comportamenti ripetuti. Il compito non è aumentare la forza di volontà. È creare le condizioni perché l'automatismo si installi.

Environment design: cambia il campo da gioco


Il secondo strumento, complementare alle implementation intentions, è l'environment design.

Il principio è semplice: il comportamento che conta non è quello che scegli consapevolmente. È quello che fai di default quando sei stanco, distratto, o semplicemente non stai pensando.

James Clear, in Atomic Habits, chiama questo "rendere visibile il comportamento desiderato e invisibile quello indesiderato." L'idea: invece di aumentare la forza di volontà, abbassa l'attrito per il comportamento che vuoi e alzalo per quello che non vuoi.

Esempi concreti:

  • Vuoi allenarti la mattina? Metti le scarpe da ginnastica davanti alla porta la sera prima. Non accanto all'armadio, davanti alla porta.
  • Vuoi leggere invece di scrollare? Lascia il libro sul cuscino. Carica il telefono in un'altra stanza.
  • Vuoi mangiare meno dolci? Non comprarli. Non è forza di volontà: è rimuovere la decisione dall'equazione.

La ricerca è chiara: l'ambiente fisico predice il comportamento in misura molto maggiore di quanto riconosciamo. Non perché siamo deboli. Ma perché il cervello prende continuamente scorciatoie cognitive, e l'ambiente decide quale scorciatoia prendere.

Modificare l'ambiente è la strategia più efficiente disponibile, perché funziona anche quando la batteria è scarica.

Il protocollo in 3 passi


Ecco la sequenza operativa.

Passo 1, Mappa i tuoi momenti ad alta depletion
Identifica le 3 finestre della giornata in cui la tua forza di volontà è storicamente al minimo. Per la maggior parte delle persone: dopo le riunioni di metà mattina, il rientro a casa nel pomeriggio, e la sera dopo cena. Quelli non sono i momenti per installare nuove abitudini difficili. Sono i momenti per sistemi automatici.

Passo 2, Costruisci un if-then per ogni comportamento target
Per ogni abitudine che vuoi costruire, formula: "Se [contesto specifico], allora [azione specifica]." Ancora meglio: usa l'habit stacking, aggancia l'abitudine nuova a una che hai già. "Dopo il caffè del mattino, faccio 5 minuti di lettura." Nessuna decisione richiesta.

Passo 3, Riprogetta un solo elemento dell'ambiente questa settimana
Non la dieta. Non la routine completa. Un elemento. Quello che triggera il comportamento che vuoi eliminare o installare. Cambia la sua visibilità, la sua posizione fisica, la sua accessibilità. Un cambiamento solo, misurato nei risultati.

Questa è la sfida della settimana, per i membri Protocollo c'è il protocollo completo con mappa interattiva dei trigger e checklist per l'environment redesign. Puoi accedervi qui.

Cosa ci dice la neurobiologia


Quando smettiamo di usare la forza di volontà come strategia principale e iniziamo a costruire sistemi, stiamo lavorando con il cervello invece che contro di esso.

La corteccia prefrontale, la parte del cervello deputata al controllo cosciente, alla pianificazione e all'autocontrollo, è anche la più energeticamente costosa. È l'ultima a svilupparsi evolutivamente, la prima a cedere sotto stress o fatica.

I gangli basali, al contrario, gestiscono i comportamenti automatizzati con un consumo energetico minimo. Non hanno bisogno di motivazione. Non si affaticano. Una volta che una routine è installata a questo livello, si esegue praticamente da sola.

L'obiettivo non è usare di più la corteccia prefrontale. È trasferire gradualmente i comportamenti importanti ai circuiti automatici, attraverso ripetizione in contesti stabili, implementation intentions, e design dell'ambiente.

Questo è ciò che Ann Graybiel al MIT ha documentato in decenni di ricerca sui topi e successivamente confermato negli esseri umani: le abitudini consolidate liberano la corteccia prefrontale per i problemi che richiedono davvero pensiero cosciente.

La trappola dell'obiettivo raggiunto


C'è un ultimo punto che vale la pena esplicitare, perché è quello che mi ha fatto ricadere, e che probabilmente hai vissuto anche tu.

Quando raggiungiamo un obiettivo, il cervello riduce la pressione motivazionale. Il desiderio che ci ha spinto si allenta. Questa è la sua funzione normale: il sistema di ricompensa si regola.

Il problema è costruire un sistema che dipende dall'obiettivo non ancora raggiunto come fonte di energia. Quando l'obiettivo scompare, perché lo hai raggiunto, o perché hai smesso di crederci, il sistema crolla.

I sistemi duraturi non dipendono dall'obiettivo. Dipendono dal processo, da abitudini ancorate a contesti stabili che continuano a funzionare indipendentemente da come ti senti quel giorno.

Come emerge anche da chi ha analizzato il lato oscuro del miglioramento personale: la differenza tra chi esegue e chi rimanda non è il livello di motivazione. È la presenza o assenza di un sistema che funziona anche quando la motivazione non c'è.


FAQ


La forza di volontà davvero si esaurisce, o è solo una teoria controversa?
L'ego depletion di Baumeister ha attraversato un momento di critica scientifica intorno al 2016, quando alcuni meta-analisi ne hanno messo in discussione la dimensione dell'effetto. Tuttavia, il consenso attuale è che l'effetto esiste, è forse meno drammatico di quanto i primi studi suggerissero, ma reale. La conclusione pratica rimane: affidarsi esclusivamente alla forza di volontà è una strategia fragile, indipendentemente dalla dimensione esatta dell'effetto.

Quanto tempo ci vuole per costruire un'abitudine senza forza di volontà?
Lo studio più rigoroso su questo tema, pubblicato da Phillippa Lally dell'University College London, ha monitorato 96 persone per 12 settimane e trovato che il tempo mediano per automatizzare un'abitudine era 66 giorni, con una variazione da 18 a 254 giorni. Il mito dei 21 giorni è falso. Ma la variabilità enorme suggerisce qualcosa di importante: non è una questione di tempo, è una questione di contesto stabile e ripetizione. Un approfondimento completo si trova qui.

Cosa fare nei momenti in cui la forza di volontà è davvero azzerata?
Proprio per questo esistono i sistemi. L'obiettivo dell'environment design e delle implementation intentions è rendere il comportamento desiderato quello di default, il comportamento pigro, quello che non richiede decisione. Nei momenti di depletion totale, l'unica strategia che funziona è quella che non richiede energia cognitiva.

Posso aumentare la mia forza di volontà con la pratica?
Ricerche di Muraven e Baumeister suggeriscono che, analogamente a un muscolo, la forza di volontà può migliorare con esercizio progressivo. Ma questo non cambia la conclusione strategica: costruire sistemi è più affidabile che puntare sulla forza bruta, esattamente come costruire un'auto è più efficiente che correre più forte.

L'environment design funziona per tutti i tipi di abitudine?
Sì, ma con sfumature. Per abitudini con un forte componente fisica (alimentazione, esercizio, sonno), l'ambiente fisico è determinante. Per abitudini cognitive o emotive (concentrazione, gestione dello stress, meditazione), sono più rilevanti le implementation intentions e i rituali di contesto. La Guida del Protocollo di questa settimana distingue i due casi con un protocollo specifico.


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Il silenzio tra due fuochi: la realtà psicologica vista da dentro l’Iran


La vita tra guerra e controllo autoritario causa una particolare condizione psicologica.
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Il silenzio tra due fuochi la realta psicologica dentro lIran
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Ripubblicazione — Articolo di Bahareh Sahebi, tradotto da Laura Carlevero, pubblicato originariamente con il titolo «Il silenzio tra due fuochi: la realtà psicologica dentro l'Iran» su Global Voices il 26 marzo 2026 e ripubblicato ai sensi della licenza Creative Commons Attribuzione 3.0. La sintesi audio è un adattamento redazionale a cura de «L'Analista».

Mentre i missili israeliani ed americani colpiscono l'Iran, nel paese la vita quotidiana prosegue sotto la visibile presenza delle forze di sicurezza. A partire dalle proteste scoppiate lo scorso 28 dicembre, i gruppi per i diritti umani riportano un aumento delle pattuglie armate e dei posti di blocco sulle principali strade e incroci cittadini.

Soldati e membri della milizia Basij armati di fucili militari fermano le auto, interrogano i pedoni e, in molti casi, chiedono di sbloccare i cellulari per verificare messaggi, foto e social media.

Molti iraniani oggi vivono tra due fuochi convergenti: dall'alto la minaccia di bombardamenti indiscriminati e missili dalla guerra crescente da parte di Israele e degli Stati Uniti; dal basso la pressione costante di uno stato che continua ad arrestare, uccidere e intensificare i controlli sulla popolazione.

Quello che spesso viene tralasciato nei discorsi geopolitici è l'ambiente psicologico che si crea a causa di queste condizioni. Quando i civili vivono in condizioni sia di guerra che di governo autoritario, i comportamenti si riorganizzano puntando alla sopravvivenza. Fanno attenzione a cosa dire, dove andare, di chi avere fiducia e quando restare in silenzio. Quello che, dall'esterno, appare come passività, può invece essere la tranquilla logica di sopravvivenza in condizioni dove un singolo messaggio, conversazione od associazione può avere conseguenze che cambiano la vita.

In queste condizioni, il silenzio può diffondersi nella società in una maniera spesso non compresa dall'esterno. Se esprimere dissenso può portare a punizioni od isolamento, molte persone restano in silenzio anche se intimamente in disaccordo. Nel tempo, questo crea un'immagine di consenso pubblico dove nessuno esiste veramente.

Le dichiarazioni del capo della magistratura iraniana, trasmesse alla televisione di stato, hanno lanciato un avvertimento: “Tutti coloro che diranno o faranno qualcosa in linea con il volere dei regimi americano e sionista saranno considerati essere dalla parte del nemico e trattati secondo i principi islamici rivoluzionari vigenti in periodo di guerra.” Altri avvertimenti sono stati indirizzati agli espatriati, suggerendo agli iraniani all'estero che “simpatizzare, sostenere o cooperare” con la guerra statunitense-israeliana contro il Paese potrebbe portare a confisca delle proprietà in Iran e conseguenze legali in caso di ritorno.

Le vite al di là della geopolitica


Molte delle discussioni internazionali in merito all'Iran si concentrano sulla geopolitica e le lotte di potere locali. All'interno del paese, però, la vita di ogni giorno è regolata da qualcosa di molto più immediato. La popolazione deve affrontare guerra e repressione vivendo in un'economia tesa ed affrontando difficoltà crescenti per soddisfare le necessità di base.

I momenti come questi non sono solo crisi geopolitiche. Sono crisi psicologiche. Le decisioni prese da governi ed eserciti rimodellano l'ambiente in cui milioni di persone comuni devono pensare, parlare e sopravvivere mentre il loro destino viene gestito da decisioni ben al di fuori del loro controllo.

Nel tempo, queste situazioni rimodellano i comportamenti. Le persone imparano a controllare il proprio ambiente verificando i rischi, evitando le conversazioni che potrebbero attirare l'attenzione e misurando con attenzione le parole. I sociologi lo chiamano comportamento adattivo di sopravvivenza. I singoli adattano le proprie azioni non perché siano d'accordo con le forze al potere, ma perché il costo della sfida è troppo alto.

Nonostante gli sforzi dello stato a favore dell'unità interna durante la guerra, molti segmenti della popolazione continuano a rifiutare la Repubblica Islamica. Però, in un paese dove il dissenso può comportare l'incarcerazione o la condanna a morte, il silenzio non può venire frainteso con il consenso. La paura composta da repressione e guerra sopprime l'espressione pubblica.

Tra due pericoli


Nella maggior parte delle guerre i civili temono i campi di battaglia. Nei regimi autoritari, temono il loro stesso governo. Oggi, in Iran, i due pericoli esistono in contemporanea.

Lo stato iraniano praticamente non ha fornito nessuna protezione significativa ai civili durante il conflitto. Non ci sono ripari pubblici diffusi, non c'è un sistema nazionale funzionante di riparo antiaereo e, in molte zone, nemmeno sirene di allarme per avvisare la popolazione dell'arrivo dei missili. Per molti residenti il primo avviso di un attacco imminente è sentire o vedere l'esplosione.

In alcune città i residenti raccontano di riunioni notturne sui tetti per guardare i missili che solcano il cielo, convinti che l'aria aperta possa offrire una maggiore possibilità di sopravvivenza rispetto all'essere intrappolati nel crollo degli edifici. Questo è il tipo di calcoli che i civili sono costretti a fare quando i bombardamenti da parte degli USA e di Israele sono indiscriminati e lo stato non offre protezione.

Il paese sta ancora anche ricuperando lo shock delle esecuzioni avvenute durante le proteste di gennaio e febbraio, quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco contro i dimostranti in diverse città. Le famiglie sono ancora in lutto. Le comunità stanno ancora processando le violenze. In quest'atmosfera, la paura e il dolore danno forma alla risposta della popolazione ai nuovi pericoli della guerra.

Per molti iraniani, le bombe che oggi cadono un giorno finiranno. Le guerre finiscono. Gli attacchi aerei cessano. Ma la minaccia rappresentata dalla Repubblica Islamica persiste da quasi mezzo secolo. Lo stato ha ripetutamente risposto alle crisi con arresti, esecuzioni e controlli intensificati. Per chi vive nel paese, queste storie danno forma all'esperienza di vita del momento.

Fuori dal paese il loro silenzio viene speso frainteso. Nei commenti dei global media ed online, l'assenza di una visibile protesta di opposizione in Iran durante la guerra, mentre le manifestazioni organizzate dal governo vengono amplificate dal totale controllo dello stato sull'informazione interna, è stata interpretata come dimostrazione che gli iraniani non stanno cercando un cambiamento politico e si stanno schierando a fianco del governo a fronte di un nemico esterno.

Ma il silenzio pubblico raramente corrisponde ad un accordo. Quando esprimere dissenso comporta il rischio di venire imprigionati, subire violenza, o venire uccisi, il popolo nasconde le proprie opinioni in pubblico, specialmente in tempo di guerra, ed esprime le proprie ben diverse opinioni solamente in privato. Gli studiosi della politica descrivono questa dinamica come falsificazione delle preferenze.

Pericolo ed incertezza


Dall'inizio della guerra il governo ha ripetutamente imposto interruzioni delle comunicazioni e gravi restrizioni ad internet. Buona parte della popolazione ha scarso accesso all'informazione al di fuori di quelli che sono i suoi immediati intorni. In questa situazione, anche la coscienza di base risulta frammentata. Molta dell'informazione che esce dall'Iran ora viaggia in piccoli segmenti: brevi video, un messaggio vocale inviato sommessamente tramite un contatto fidato, un breve testo che conferma che qualcuno è al sicuro.

Il flusso di informazioni che circonda il conflitto si è interrotto. Le discussioni pubbliche si sono irrigidite, suddividendosi in schieramenti narrativi contrapposti, plasmati da presupposti e lealtà differenti. I commentatori interpretano gli eventi secondo cornici ideologiche, evidenziando fatti che rafforzano le loro posizioni e tralasciando quelli che la complicano.

Eventi complessi vengono ridotti a storie semplificate volte a mobilitare il pubblico anziché informarlo. In questo processo, la sofferenza dei civili diventa secondaria alla narrativa costruita attorno ad essa.

Le discussioni che si sviluppano all'estero possono essere distanti dalla vita quotidiana. in Iran la popolazione affronta interruzioni di energia, strade militarizzate, tensioni economiche e la costante incertezza di ciò potrebbe portare il giorno seguente. Le famiglie si preoccupano per i parenti che vivono in altre città e che non possono raggiungere. I messaggi non vengono consegnati. Le voci corrono più in fretta delle informazioni affidabili.

Dietro a queste discussioni si sviluppano le vite della gente comune, raramente visibili nei dibattiti geopolitici. Una bambina a Bushehr va a scuola portandosi dietro l'ansia, cosciente che la sua classe potrebbe diventare bersaglio di un attacco missilistico da parte di Israele o degli USA. Una madre a Tehran passa da farmacia a farmacia alla ricerca dei farmaci chemioterapici che mantengono vivo suo figlio, ma che oggi sono diventati introvabili o insostenibili.

Per molte famiglie queste non sono astratte discussioni politiche. Sono realtà che si formano giorno per giorno. Chi vive in Iran, oggi, non è un personaggio di una discussione geopolitica. È un essere mano che affronta pericoli straordinari ed incertezze. Per gli iraniani, oggi, la vita viene vissuta esattamente in questo ambiente psicologico.

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Trump tra guerra e trattativa: l'Iran attacca le navi nel Golfo, ma il presidente esita a rispondere


Teheran ha colpito navi militari e commerciali nel primo giorno dell'operazione "Project Freedom", pensata per riaprire lo Stretto di Hormuz. La Casa Bianca valuta una rappresaglia, ma teme una nuova escalation.

Donald Trump deve ancora decidere se ordinare nuovi raid contro l'Iran o ignorare le provocazioni di Teheran e continuare a puntare sulla trattativa, mentre funzionari statunitensi e israeliani citati da Axios ritengono che il presidente possa alla fine autorizzare la ripresa delle ostilità entro la settimana, se lo stallo dovesse proseguire.

Ieri le forze iraniane hanno lanciato missili da crociera contro due navi della Marina statunitense nello Stretto di Hormuz. Hanno colpito anche obiettivi commerciali nella regione e negli Emirati Arabi Uniti, come ha riferito al Wall Street Journal il comandante del Central Command, l'ammiraglio Brad Cooper. Il Central Command ha risposto affondando con elicotteri Apache i motoscafi iraniani che disturbavano il traffico marittimo. Ma oggi il Ministero della Difesa degli Emirati ha denunciato un nuovo attacco iraniano con missili e droni, respinto dai sistemi di difesa aerea.

Gli attacchi sono arrivati poche ore dopo l'avvio di "Project Freedom", l'operazione con cui Washington intende fornire aiuto alle navi commerciali per attraversare lo Stretto di Hormuz in sicurezza. Un alto funzionario dell'amministrazione, riferisce Axios, aveva avvertito Teheran domenica del lancio imminente di questa operazione, chiedendo di non interferire. L'avvertimento è coinciso con il post pubblicato la sera stessa da Trump su Truth Social, in cui il presidente prometteva una risposta dura in caso contrario.

Secondo il Wall Street Journal, Trump aveva confidato ai collaboratori la propria frustrazione: il blocco navale imposto il 13 aprile, pur efficace contro l'economia iraniana, non ha spinto Teheran a cedere sul proprio programma nucleare. Il presidente ha quindi valutato diverse opzioni militari, dal colpire il restante 25% degli obiettivi iraniani nella lista del Pentagono all'autorizzare scorte navali per le petroliere, e alla fine ha scelto la via intermedia del lancio di "Project Freedom".
Lo stallo di Trump sull'Iran — FocusAmerica

Crisi Usa-Iran · Il dilemma di Trump

Trump tra due fuochi:
la settimana decisiva per la guerra


Cessate il fuoco sempre più fragile, attacchi iraniani nello Stretto di Hormuz, "Project Freedom" che non decolla. Funzionari Usa e israeliani citati da Axios ritengono che il presidente possa autorizzare la ripresa delle ostilità entro la settimana, se lo stallo dovesse proseguire.

Fonti: Axios · Wall Street Journal Aggiornato 5 maggio 2026

Stato del conflitto
Cessate il fuoco che regge a fatica, mentre Trump valuta se ordinare nuovi raid o ignorare le provocazioni di Teheran
Decisione finale attesa entro 7 giorni

Via diplomatica
Negoziato tramite il Pakistan
Teheran sostiene che ci siano stati progressi. Hegseth e Caine ridimensionano gli scontri.

Via militare
Ripresa delle ostilità
Pressione interna tra i repubblicani. Possibilità di colpire il 25% degli obiettivi restanti nella lista del Pentagono.

Esplora la crisi
1 Hormuz 2 Cronologia 3 Le voci 4 Le opzioni

Project Freedom in stallo

L'operazione lanciata per riaprire lo Stretto di Hormuz non sta producendo i risultati attesi


Washington avrebbe dovuto scortare le navi commerciali nello Stretto. Le compagnie di navigazione, però, non si fidano: i transiti sotto bandiera Usa restano bloccati.

Transiti navali sotto bandiera Usa

Prime 24h
2
sole navi attraversano lo Stretto

Giorno seguente
0
nessun transito registrato

Annunciate
100+
navi in fila secondo Hegseth

2
NAVI USA
colpite da missili cruise iraniani

25%
OBIETTIVI
non ancora colpiti nella lista del Pentagono

13 apr
BLOCCO NAVALE
imposto da Trump, efficace ma non risolutivo

7 apr
CESSATE IL FUOCO
ancora in vigore ma sotto pressione costante

Il blocco navale, pur efficace contro l'economia iraniana, non ha spinto Teheran a cedere sul programma nucleare. Trump ha quindi scelto la via intermedia di "Project Freedom" tra le altre opzioni sul tavolo.

— Ricostruzione del Wall Street Journal

3 settimane di crisi

Dal blocco navale al primo scontro post-tregua


Tocca un evento per leggere il dettaglio. Il pallino rosso indica la giornata in corso.

13 Aprile
Trump impone il blocco navale all'Iran

Misura efficace contro l'economia iraniana ma incapace, secondo il Wall Street Journal, di spingere Teheran a cedere sul nucleare.

7 Aprile
Entra in vigore il cessate il fuoco

Il cessate il fuoco entra in vigore e regge per qualche settimana. Trump, davanti agli scontri successivi, eviterà di dichiarare violazioni iraniane: segnale che intende sorvolare sulle provocazioni iraniane.

Domenica
Avvertimento Usa a Teheran via Truth Social

Un alto funzionario informa l'Iran del lancio imminente di "Project Freedom" e chiede di non interferire. La sera Trump pubblica su Truth Social un post che promette una risposta dura in caso di violazioni.

Ieri
Missili iraniani contro due navi Usa nello Stretto

Forze iraniane lanciano missili cruise contro due unità della Marina statunitense. Colpiti anche obiettivi commerciali e gli Emirati Arabi Uniti. Il Central Command risponde affondando con elicotteri Apache i motoscafi iraniani.

Oggi
Nuovo attacco iraniano respinto dagli Emirati

Il Ministero della Difesa di Abu Dhabi denuncia un attacco con missili e droni, respinto dai sistemi di difesa aerea. Trump definisce gli scontri una "mini guerra" e una "piccola deviazione".

Prossima settimana
Vertice Trump–Xi rischia di essere oscurato dalla crisi con l'Iran

Bessent ha chiesto a Pechino di convincere Teheran ad allentare la presa su Hormuz. Ma il Ministero del Commercio cinese ha appena ordinato a 5 raffinerie di non rispettare le sanzioni Usa sul petrolio iraniano.

Le posizioni a Washington

Una sola crisi, 4 letture diverse


All'interno dell'Amministrazione e del fronte repubblicano, lo stallo viene giudicato in modo molto differente. Tocca per espandere ogni posizione.

Attesa

Donald Trump
Presidente degli Stati Uniti
«Una mini guerra, una piccola deviazione che sta funzionando molto bene.»

Davanti a un gruppo di piccoli imprenditori alla Casa Bianca, Trump minimizza gli scontri. Non dichiara che Teheran ha violato il cessate il fuoco: segnale di disponibilità a sorvolare sulle provocazioni iraniane. Ai suoi collaboratori, secondo il Wall Street Journal, ha confidato la propria frustrazione per uno stallo che non sblocca il dossier nucleare.

De-escal.

Pete Hegseth · Dan Caine
Segretario alla Difesa · Capo di Stato Maggiore
«Le mosse di Teheran restano sotto la soglia che giustificherebbe la ripresa di operazioni di combattimento su larga scala.»

Il Pentagono ridimensiona gli scontri. Hegseth attribuisce gli attacchi a iniziative autonome del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie islamiche, non sempre allineate con i negoziatori iraniani. Conferma che Washington comunica con Teheran sia apertamente sia attraverso canali riservati. Le Forze Armate, precisa, sono comunque pronte a riprendere la guerra se Trump lo ordinerà.

Escalation

Lindsey Graham
Senatore repubblicano (South Carolina)
«Un attacco breve, forte e doloroso. Il comportamento iraniano non è quello di un regime che cerca soluzioni diplomatiche.»

Sostenitore convinto dell'intervento militare in Iran, Graham accusa Teheran di aver violato il cessate il fuoco e chiede una risposta dura. La sua posizione rappresenta la pressione del fronte repubblicano interno sul presidente.

Negoziato

Abbas Araghchi
Ministro degli Esteri iraniano
«I negoziati con gli Stati Uniti, mediati dal Pakistan, stanno facendo progressi.»

Il capo della diplomazia iraniana sostiene la pista del dialogo e invita l'Amministrazione Trump a non lasciarsi trascinare di nuovo nel "pantano". Nel frattempo, però, le forze iraniane continuano a colpire navi e infrastrutture nello Stretto e negli Emirati.

Cosa c'era sul tavolo

Le tre opzioni militari valutate da Trump

Frustrato dallo stallo, il presidente ha esaminato un ventaglio di mosse prima di optare per la via intermedia. Una sola, finora, è stata effettivamente lanciata.

1

Colpire il restante 25% degli obiettivi
Completare la lista di siti iraniani predisposta dal Pentagono. Opzione più aggressiva, sostenuta dal fronte repubblicano interno guidato da Graham.

2

"Project Freedom"Scelta
Operazione di assistenza alle navi commerciali per attraversare lo Stretto in sicurezza. Via intermedia, lanciata dopo l'avvertimento iraniano via Truth Social.

3

Scorte navali per le petroliere
Coinvolgimento diretto della Marina statunitense nella protezione del traffico petrolifero. Opzione scartata in favore di una formula più contenuta.

L'incognita Pechino
La Cina sabota la richiesta americana

5
raffinerie cinesi a cui Pechino ha ordinato di non rispettare le sanzioni Usa sul petrolio iraniano

Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha esortato la Cina a convincere Teheran ad allentare la presa su Hormuz. La mossa del Ministero del Commercio cinese rende improbabile un'accoglienza favorevole — proprio mentre si avvicina il vertice Trump-Xi.

Fonti Axios, Wall Street Journal, conferenza stampa Pentagono. Dichiarazioni di Trump, Hegseth, Caine, Graham e Araghchi. Aggiornamento al 5 maggio 2026.

La Casa Bianca prende tempo


Alla Casa Bianca, davanti a un gruppo di piccoli imprenditori, Trump ha minimizzato gli scontri di ieri definendoli una "mini guerra" e una "piccola deviazione" che, a suo dire, sta funzionando "molto bene". In particolare, il presidente non ha dichiarato che Teheran ha violato il cessate il fuoco entrato in vigore il 7 aprile, segnale che è disposto a sorvolare sugli scontri.

Nella conferenza stampa tenutasi oggi, anche il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il capo di Stato Maggiore, il generale Dan Caine, hanno ridimensionato le azioni iraniane e ribadito che il cessate il fuoco regge. Caine ha detto che le mosse di Teheran restano sotto la soglia che giustificherebbe la ripresa di operazioni di combattimento su larga scala. Hegseth le ha attribuite a iniziative autonome del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie islamiche, non sempre allineate con i negoziatori iraniani, e ha aggiunto che gli Stati Uniti comunicano con Teheran sia apertamente sia attraverso canali riservati. Entrambi hanno precisato che le forze armate sono pronte a riprendere la guerra, se Trump lo ordinerà.

Sul fronte interno, però, la pressione cresce. Il senatore repubblicano Lindsey Graham, sostenitore dell'intervento militare in Iran, ha detto che, secondo lui, Teheran ha violato il cessate il fuoco e ha invitato Trump a rispondere con un attacco "breve, forte e doloroso", perché il comportamento iraniano, a suo giudizio, non è quello di un regime che vuole cercare una soluzione diplomatica.

Le navi restano ferme, Pechino osserva


Per ora l'operazione americana non sta comunque producendo i risultati attesi. Nelle prime 24 ore solo due navi battenti bandiera statunitense hanno attraversato lo Stretto, mentre il giorno successivo non ne è passata nessuna. Hegseth ha parlato di centinaia di navi in fila, pronte a transitare, ma le compagnie di navigazione sembrano non fidarsi delle rassicurazioni di Washington.

Allo stesso tempo, il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha sostenuto che i negoziati con gli Stati Uniti, mediati dal Pakistan, stanno facendo progressi, e ha invitato l'Amministrazione Trump a non lasciarsi trascinare di nuovo nel "pantano".

La nuova crisi rischia anche di oscurare il vertice della prossima settimana tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping. Il sSegretario al Tesoro Scott Bessent ha infatti esortato Pechino a convincere Teheran ad allentare la presa sullo Stretto. La scorsa settimana, però, il Ministero del Commercio cinese ha ordinato a 5 raffinerie cinesi di non rispettare le sanzioni statunitensi legate ai loro rapporti con il settore petrolifero iraniano: un segnale che rende improbabile un'accoglienza favorevole della richiesta americana.

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Giornata Nazionale della Pediatria: "Società adultocentrica, nascite ai minimi storici"


A Roma confronto tra esperti, istituzioni e associazioni. SIP: "Il pediatra è anche garante dei diritti dell'infanzia"

In un'Italia con le nascite ai minimi storici e una crescente pressione sulle famiglie, il pediatra sta assumendo un ruolo che va oltre la dimensione clinica. Non solo medico dell'infanzia, ma figura chiamata a leggere le trasformazioni sociali e le nuove fragilità dei bambini. È questo il messaggio al centro della Giornata Nazionale della Pediatria, in programma oggi, 5 maggio 2026, all'Auditorium del Ministero della Salute a Roma, promossa dalla Società Italiana di Pediatria.

Il titolo scelto per l'edizione di quest'anno "Il pediatra che sarà… in un mondo adultocentrico" pone una domanda che va oltre la clinica: quale spazio resta oggi all'infanzia nelle politiche pubbliche, nei servizi e nelle priorità del Paese.

Il punto di partenza è un dato demografico ormai strutturale. Le nascite in Italia sono scese sotto le 355mila unità annue, un nuovo minimo storico, in un contesto in cui il tema della denatalità resta spesso ai margini del dibattito pubblico.

Nel corso della giornata la Società Italiana di Pediatria insiste su un punto: la pediatria non è solo una disciplina clinica. Il pediatra viene descritto come una figura sempre più "di frontiera", chiamata a leggere i cambiamenti sociali prima ancora che sanitari. Non solo cura, ma interpreta i bisogni evolutivi, accompagna le famiglie e si confronta quotidianamente con fragilità nuove: salute mentale, disuguaglianze sociali, impatto del digitale e difficoltà educative.

L'iniziativa si svolge alla presenza del Ministro della Salute Orazio Schillaci e del Sottosegretario Marcello Gemmato, insieme a rappresentanti del mondo scientifico e delle principali associazioni del settore pediatrico e sanitario. Le conclusioni sono affidate a Pietro Ferrara, vicepresidente SIP.

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Gli Emirati Arabi lasciano l'Opec. Così il Mediterraneo torna centrale


L'uscita degli Emirati dall'OPEC segna il tramonto dei vecchi monopoli petroliferi. L'Italia al bivio: esposta alla volatilità dei prezzi, ma proiettata verso un ruolo guida nel Mediterraneo, che torna a essere il centro nevralgico della sicurezza energetica europea.
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L'addio degli Emirati Arabi Uniti all'Opec segna la fine di un'illusione: quella che il prezzo del petrolio potesse ancora essere governato da un tavolo comune. Abu Dhabi ha scelto di affrancarsi dai vincoli produttivi imposti dal cartello, spalancando la strada a una competizione aperta tra produttori mediorientali in cui l'Italia, per geografia e dipendenza energetica, si trova in prima linea. Mentre il mercato globale dell'energia è sotto pressione per la crisi dello Stretto di Hormuz e le tensioni tra Iran e Stati Uniti, il Mediterraneo torna a essere l'epicentro di una partita in cui le imprese italiane devono ridefinire strategie e alleanze.

Gli Emirati producono circa 3,2 milioni di barili al giorno, ma le loro riserve tecnicamente estraibili superano i 100 miliardi di barili. Restare nell'Opec significava rinunciare a incrementare la produzione oltre le quote concordate, proprio mentre la domanda asiatica — Cina e India in testa — continua a crescere. La scelta di Abu Dhabi non è ideologica: è una mossa commerciale che punta a conquistare quote di mercato sottraendole all'Arabia Saudita e, soprattutto, a garantirsi margini di manovra quando Riad cerca di sostenere i prezzi tagliando l'offerta. Per l'Italia, questo vuol dire una cosa semplice: il petrolio diventa più economico a breve termine, ma meno prevedibile nel medio.

La dipendenza italiana dal greggio mediorientale non è un dettaglio tecnico, è un vincolo strutturale. Nel 2025 il 42% delle importazioni petrolifere italiane è arrivato da paesi del Golfo, con l'Iraq primo fornitore seguito dall'Arabia Saudita. La rottura dell'Opec apre scenari contrastanti: da un lato, una maggiore disponibilità di barili potrebbe calmierare i prezzi al consumo, alleggerendo la bolletta energetica delle famiglie e delle imprese manifatturiere; dall'altro, la volatilità aumenta. Senza un coordinamento tra produttori, il rischio è che oscillazioni improvvise dei prezzi travolgano settori industriali — dalla chimica alla logistica — che dipendono da contratti a termine e previsioni stabili.

L’Italia rischia di restare senza farmaci e strumenti chirurgici
Il blocco delle rotte commerciali e il rincaro energetico rendono l’approvvigionamento di cure e strumenti chirurgici in Italia sempre più proibitivo, rischiando di svuotare gli scaffali delle farmacie ospedaliere.
L'AnalistaMariza Cibelle Dardi

Lo Stretto di Hormuz e il nodo iraniano


L'uscita emiratina arriva mentre lo Stretto di Hormuz, arteria attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale, è teatro di crescenti tensioni. L'Iran ha intensificato le minacce di blocco del passaggio in risposta alle sanzioni americane rinnovate dall'amministrazione statunitense. Teheran controlla militarmente la sponda nord dello Stretto e dispone di capacità missilistiche e navali sufficienti a rendere credibile la minaccia. Per l'Italia, che importa greggio prevalentemente via mare attraverso rotte che toccano il Canale di Suez e poi il Mediterraneo, ogni interruzione del flusso da Hormuz si traduce in un aumento immediato dei costi di trasporto e in una corsa agli approvvigionamenti alternativi.

Il governo italiano ha finora puntato sulla diversificazione, rafforzando i legami con l'Azerbaijan e la Libia, ma le quantità in gioco non sono paragonabili. L'Algeria fornisce gas, non petrolio sufficiente a compensare eventuali shock mediorientali. E la Libia resta un partner instabile, con una produzione che oscilla tra i 900mila e 1,2 milioni di barili al giorno a seconda degli equilibri interni. Gli Emirati, liberi dai vincoli Opec, potrebbero diventare un fornitore più flessibile per l'Europa, ma solo se Roma si muove in anticipo sulle capitali concorrenti.

Il ruolo dell'Eni e il Mediterraneo orientale


L'Eni ha asset produttivi in quasi tutti i paesi del Nord Africa e mantiene partnership storiche con Abu Dhabi attraverso joint venture nel settore upstream. L'uscita degli Emirati dall'Opec offre all'azienda italiana margini per negoziare contratti di fornitura più ampi, meno vincolati alle logiche di contingentamento che Riad ha sempre imposto al cartello. Ma la partita non si gioca solo sul petrolio. Il gas naturale liquefatto rappresenta la vera frontiera strategica: gli Emirati stanno espandendo la capacità di esportazione di GNL, e l'Italia — con i suoi rigassificatori a Piombino, Rovigo e il futuro impianto di Gioia Tauro — può posizionarsi come hub di redistribuzione verso il centro Europa.

Il Mediterraneo orientale offre un'altra carta da giocare: i giacimenti di gas scoperti tra Cipro, Egitto e Israele potrebbero ridurre la dipendenza italiana dal metano russo, ma richiedono infrastrutture e accordi politici che tardano ad arrivare. Il gasdotto EastMed, che dovrebbe collegare Israele all'Italia attraverso la Grecia, è fermo per mancanza di finanziamenti europei. Intanto, la Turchia moltiplica le perforazioni esplorative nelle acque cipriote, complicando ogni tentativo di coordinamento regionale. L'uscita emiratina dall'Opec dimostra che chi non si muove per tempo rischia di restare ai margini delle nuove catene di approvvigionamento.

Le domande de L'Analista


L'Italia è davvero in grado di sfruttare la maggiore disponibilità di greggio emiratino, oppure le imprese italiane resteranno ancorate a contratti con i fornitori tradizionali, perdendo l'occasione di diversificare a condizioni migliori?


L'Italia rischia di restare senza farmaci salvavita e strumenti chirurgici


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Perché la guerra nel Golfo mette in crisi le nostre farmacie
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Sintesi audio: per ogni dato e riferimento fa fede il testo.

Due mesi di conflitto nello Stretto di Hormuz hanno già prodotto un effetto domino sulla catena logistica globale che colpisce direttamente il sistema sanitario italiano. Il blocco parziale del transito marittimo attraverso il principale collo di bottiglia energetico mondiale ha fatto schizzare i costi di trasporto delle materie prime farmaceutiche del 35%, con conseguenze immediate sulla produzione di medicinali essenziali e dispositivi medici. L'80% dei principi attivi utilizzati dall'industria farmaceutica europea proviene dall'Asia orientale, principalmente da Cina e India, e passa proprio da quelle rotte ora sotto pressione militare.

Il Servizio Sanitario Nazionale italiano si trova esposto su un doppio fronte. Da un lato, i maggiori costi di approvvigionamento si traducono in una pressione insostenibile su un bilancio già sotto tensione: la spesa farmaceutica ospedaliera, ferma a 14,2 miliardi di euro nel 2025, rischia di superare i 19 miliardi nel 2026 senza alcun aumento corrispondente delle prestazioni erogate. Dall'altro, la dipendenza strutturale dalle forniture asiatiche per dispositivi medici monouso, dalle siringhe ai ventilatori polmonari, espone le regioni italiane al rischio di nuove carenze simili a quelle vissute durante la pandemia.

La lezione cinese che l'Europa ignora


Mentre Washington e Teheran si logorano in uno scontro senza vincitori apparenti, Pechino osserva e trae conclusioni operative. L'interruzione delle rotte commerciali attraverso il Golfo Persico ha confermato ai pianificatori cinesi quanto sia vulnerabile un sistema logistico globale basato su pochi snodi marittimi controllabili militarmente. La risposta cinese è stata immediata: accelerazione degli investimenti nelle Nuove Vie della Seta terrestri e potenziamento delle rotte commerciali attraverso l'Artico, percorsi alternativi che bypassano completamente gli stretti mediorientali.

L'Italia ha fino ad oggi considerato la Belt and Road Initiative principalmente come opportunità commerciale o rischio geopolitico, a seconda delle stagioni politiche. Adesso emerge una terza dimensione: la resilienza del welfare. Le regioni settentrionali, più integrate nelle catene del valore manifatturiere tedesche, subiscono già ritardi nelle forniture di componentistica per apparecchiature diagnostiche. La Lombardia ha segnalato tempi di attesa raddoppiati per la manutenzione straordinaria di TAC e risonanze magnetiche, con pezzi di ricambio bloccati nei porti del Golfo o dirottati su rotte alternative che allungano i tempi di consegna di tre settimane.

Crisi Iran: perché il manifatturiero italiano è a rischio
Le Nazioni Unite avvertono: la guerra in Iran rischia di cancellare anni di benessere mondiale. Per l’Italia è un colpo durissimo. Le nostre fabbriche funzionano a gas e, se i prezzi esplodono, produrre diventa troppo caro. Siamo i primi a pagare il conto di questa crisi energetica.
L'AnalistaMariza Cibelle Dardi

Perché l'Italia è ancora dipendente dall'estero per i farmaci salvavita


L'Unione Europea aveva promesso, dopo la pandemia, una rilocalizzazione parziale della produzione di principi attivi farmaceutici. Il piano, annunciato nel 2022 con stanziamenti per 3,5 miliardi di euro, ha prodotto risultati modesti. Soltanto il 15% dei principi attivi considerati strategici viene oggi prodotto in territorio comunitario. L'Italia, seconda manifattura farmaceutica europea dopo la Germania, dipende ancora per il 73% da importazioni asiatiche per antibiotici, antinfiammatori e farmaci oncologici di base.

La guerra in Iran ha rivelato quanto sia fragile la promessa di un'autonomia strategica europea nel settore sanitario. I prezzi dei container marittimi sulla rotta Asia-Mediterraneo sono triplicati in otto settimane, passando da 2.800 a 8.400 dollari per unità. Le compagnie di navigazione applicano inoltre sovrapprezzi assicurativi del 20-30% per i transiti nel Golfo, quando questi vengono ancora effettuati. Molte preferiscono circumnavigare l'Africa aggiungendo quindici giorni di navigazione, con costi aggiuntivi che i produttori farmaceutici stanno già scaricando sul prezzo finale.

Il sistema dei farmaci equivalenti, pilastro della sostenibilità del SSN, vacilla sotto questi aumenti. Le gare regionali per l'aggiudicazione di forniture ospedaliere, basate su margini ristretti e concorrenza al ribasso, stanno andando deserte in diverse aree terapeutiche. Tre grandi produttori di generici hanno già comunicato alle Regioni l'impossibilità di onorare i contratti siglati prima dell'escalation bellica, chiedendo rinegoziazioni al rialzo del 25-35%.

Crisi nel Golfo: il Made in Italy agroalimentare sotto scacco
Dal metano ai fertilizzanti, fino al carrello della spesa: così le tensioni nel Golfo colpiscono un sistema agroalimentare italiano ancora fortemente dipendente dall’estero.
L'AnalistaMariza Cibelle Dardi

Taiwan e lo scenario peggiore per il welfare italiano


Se Pechino sta studiando il conflitto americano in Iran, lo fa soprattutto in funzione di Taiwan. Uno scenario di blocco navale o intervento militare nello Stretto di Taiwan avrebbe conseguenze di magnitudo superiore per l'Europa. Taiwan produce il 63% dei semiconduttori mondiali avanzati, componenti essenziali per apparecchiature mediche digitali, sistemi di telemedicina e diagnostica per immagini di ultima generazione. Un'interruzione di quella produzione per sei mesi metterebbe fuori uso progressivamente l'intero parco tecnologico ospedaliero italiano, impossibile da sostituire rapidamente.

Il Ministero della Salute ha avviato, in silenzio, una ricognizione delle scorte strategiche di farmaci salvavita e dispositivi medici critici. I dati preliminari indicano autonomie medie di 45-60 giorni per la maggior parte delle categorie terapeutiche, insufficienti in caso di interruzione prolungata delle forniture. Il Piano Pandemico 2024-2028 aveva previsto l'incremento delle scorte strategiche al 25% del fabbisogno annuale, ma i finanziamenti sono rimasti sulla carta. La guerra in Iran dimostra quanto quella scelta possa costare cara.

Gli ospedali italiani hanno già iniziato a razionalizzare l'uso di materiali monouso importati, privilegiando forniture alternative quando disponibili. Ma per molte categorie di dispositivi, dalle valvole cardiache ai cateteri specialistici, non esistono alternative immediate alla produzione asiatica. Il personale sanitario si trova così a gestire non solo la pressione ordinaria su un sistema sottofinanziato, ma anche l'incertezza crescente sulla disponibilità futura degli strumenti di lavoro.

Le domande de L'Analista


L'Europa aveva promesso di riportare la produzione di farmaci "a casa" dopo il Covid: perché siamo ancora fermi al palo mentre la Cina sta già creando rotte alternative per proteggere i propri interessi?

Perché le gare d'appalto negli ospedali stanno fallendo? È possibile che i produttori smettano di consegnare farmaci perché produrli e trasportarli costa ormai troppo rispetto ai prezzi fissati dallo Stato?

Visto che Taiwan produce quasi tutti i chip per le macchine mediche, cosa succederebbe alla nostra sanità se scoppiasse una guerra anche lì? Saremmo in grado di riparare i macchinari dei nostri ospedali?

L'Italia ha scorte di farmaci per appena due mesi: è un tempo sufficiente per proteggere i pazienti fragili o stiamo sottovalutando il pericolo?


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Cina, Russia e Corea del Nord hanno usato la guerra in Iran per studiare le armi americane


Le tre potenze rivali stanno osservando in tempo reale capacità e limiti dell’arsenale statunitense, dai missili Tomahawk ai sistemi Patriot, mentre Washington consuma in poche settimane scorte che richiederanno anni per essere ricostituite.

Cina, Russia e Corea del Nord stanno sfruttando la guerra tra Stati Uniti e Iran come un’occasione rara: osservare in combattimento reale alcune delle armi americane più avanzate e individuarne i punti deboli. Lo scrive il Wall Street Journal in un’analisi sulle implicazioni del conflitto per i tre principali rivali strategici di Washington.

I tre Paesi hanno visto all’opera per la prima volta il missile di precisione PrSM, lanciato da piattaforme mobili, e il nuovo drone d’attacco a basso costo Lucas. Hanno inoltre assistito al rapido consumo di munizioni chiave dell’arsenale Usa, dai Tomahawk a lungo raggio agli intercettori Patriot. E hanno, soprattutto, osservato con piacere come i droni iraniani, economici e prodotti in serie, siano riusciti a colpire basi americane e alleati del Golfo pesantemente fortificati.

Interrogato dal Congresso su cosa stia imparando Pechino da questo conflitto, l’ammiraglio Samuel Paparo, comandante delle forze americane nel Pacifico, ha risposto: "Credo abbiano visto la potenza delle armi piccole e a basso costo". Una lezione che pesa anche in vista di un possibile scenario di guerra contro Taiwan.
Il laboratorio Iran — FocusAmerica

Operazione Epic Fury · Analisi

Il laboratorio Iran:
cosa stanno imparando Cina, Russia e Corea del Nord dal conflitto


Per la prima volta i tre rivali strategici di Washington osservano in combattimento reale alcune delle armi americane più avanzate. E vedono il loro arsenale consumarsi a velocità record davanti a droni iraniani da poche decine di migliaia di dollari.

Fonti: Wall Street Journal · CSIS · CENTCOM 39 giorni di campagna aerea e missilistica

Obiettivi colpiti
13.000
In Iran dal 28 febbraio, secondo il Central Command statunitense

vs

Tempo di ricostruzione
6 anni
Per riportare l'arsenale americano ai livelli pre-conflitto

Per 4 dei 7 sistemi chiave, il consumo ha superato il 50% delle scorte

Esplora l'analisi
1 Scorte 2 Osservatori 3 Asimmetria 4 Novità

Munizioni consumate in 39 giorni

Quanto si sono svuotati i depositi americani


Stime del Center for Strategic and International Studies sui 7 sistemi d'arma più impiegati nella campagna contro l'Iran, rispetto alle scorte pre-belliche del Pentagono.

THAAD Intercettori antimissile
~61%

Stock pre-guerra: 360Consumati: ~290

Patriot PAC-3 Intercettori antiaerei
~61%

Stock pre-guerra: 2.330Consumati: fino a 1.430

PrSM Missili di precisione · debutto
>45%

Lanciati da HIMARSRange oltre 500 km

SM-3 Intercettori navali AEGIS
>30%

Difesa antimissile balisticaLanciati da cacciatorpediniere

Tomahawk Missili cruise
~27%

Stock pre-guerra: 3.100Consumati: oltre 850

JASSM-ER Missili stealth lanciati dall'aria
~23%

Stock pre-guerra: 4.400Consumati: oltre 1.000

SM-6 Missili polivalenti navali
~10%

Difesa aerea + antiaereaSistema più moderno

Il Pentagono sminuisce il rischio: gli Stati Uniti non rischiano di restare senza munizioni in questo conflitto. Ma per ricostituire l'arsenale potrebbero servire fino a sei anni, e la vera finestra di vulnerabilità si apre proprio nel Pacifico occidentale.

Le tre lezioni in tempo reale

Cosa hanno imparato i tre rivali strategici di Washington


Il Wall Street Journal ricostruisce le diverse priorità con cui Pechino, Mosca e Pyongyang osservano la campagna americana. Tocca per esplorare ciascuna posizione.

Cina
L'arena come laboratorio vivente

Parte dell'arsenale militare iraniano nasce da reverse engineering su tecnologia cinese o usa componenti cinesi. Pechino punta ad ottenere il prima possibile i dati operativi del conflitto per testare le proprie armi contro la difesa americana avanzata, soprattutto in vista di un possibile scenario di guerra contro Taiwan.

«Credo vedano la potenza delle munizioni piccole e a basso costo».
Amm. Samuel Paparo, comandante forze USA nel Pacifico

10.000
Droni Shahed prodotti al mese da Teheran


Scenario in cui Pechino vede l'arsenale USA

Russia
Lezioni utili dall'Ucraina alla NATO

Mosca osserva come si comportano le armi USA contro i droni iraniani che condividono molta tecnologia con quelli russi. Dopo l'invasione dell'Ucraina, Mosca ha comprato migliaia di Shahed e avviato una propria produzione, già usata in sciami con missili ipersonici per saturare i Patriot forniti all'Ucraina.

«Molto di ciò che i russi stanno preparando per una guerra in Europa possono impararlo adesso in Medio Oriente».
Nicole Grajewski, Sciences Po

2
Radar THAAD distrutti tra Giordania ed Emirati

2022
Anno di avvio import droni iraniani da parte russa

Corea del Nord
La conferma del deterrente nucleare

Per Pyongyang la lezione è la più diretta: il conflitto rafforza l'idea che le armi nucleari siano l'unico vero deterrente contro un attacco esterno. Lo stesso parallelo arriva, capovolto, da Washington — dove il Segretario alla Difesa Hegseth indica la Corea del Nord come giustificazione dell'azione contro Teheran.

«La Corea del Nord è la lezione. Tutti pensavano che non dovesse avere un'arma nucleare».
Pete Hegseth, Segretario alla Difesa USA

2019
Ultimo anno di colloqui USA sul disarmo

Mar '26
Discorso di Kim sulla scelta «giusta»

Il calcolo dei costi

Quando un drone iraniano da poche migliaia di dollari abbatte un sistema da centinaia di milioni


È la lezione che Pechino, Mosca e Pyongyang stanno mettendo nero su bianco. Confronto tra il valore degli asset americani colpiti e quello dei sistemi iraniani impiegati.

Sistema USA distrutto
Radar AN/TPY-2 THAAD
~$500-1.000 mln
Per unità · Muwaffaq Salti, Giordania

Arma iraniana
Drone Shahed-136
$20-60.000
Per unità monouso

Rapporto: fino a 50.000 a 1 in favore dell'attaccante

Difesa USA
Intercettore PAC-3 Patriot
~$4 mln
Per missile

Arma iraniana
Drone Shahed-136
$35.000
Costo medio

Rapporto: 114 a 1 in favore dell'attaccante

Difesa USA
Intercettore THAAD
~$15,5 mln
Per lancio · 150+ usati nel 2025

Arma iraniana
Missile balistico
~$100.000
Stima media costo missile classe Shahab

Rapporto: oltre 150 a 1 in favore dell'attaccante

La conclusione del Wall Street Journal

Cina, Russia e Corea del Nord ora sanno con maggiore precisione cosa accumulare, sviluppare e proteggere per sopravvivere ai primi giorni di un eventuale conflitto con Washington. La lezione non è solo teorica: vale per Taiwan, per la NATO orientale, per la penisola coreana.

Le novità testate sul campo di battaglia

Tre debutti sotto gli occhi dei rivali


Il conflitto ha portato in combattimento per la prima volta sistemi pensati per scenari ben diversi da quello iraniano, in particolare il Pacifico occidentale e la guerra a basso costo.

Esordio PrSM Increment 1 4 marzo 2026

Missile balistico di precisione lanciato da sistemi lanciamissile HIMARS. Sviluppato per contrastare le capacità A2/AD cinesi nel Pacifico, è stato impiegato per la prima volta contro obiettivi iraniani — un test che la Cina ha potuto osservare in tempo reale.

500+ kmRange operativo
$1,6-3,5 mlnCosto unitario
45Prodotti nel 2026

Esordio Drone LUCAS 28 febbraio 2026

Drone d'attacco monouso ricavato dal reverse engineering dello Shahed-136 iraniano. La risposta americana — economica e scalabile — alla logica della guerra a basso costo che gli avversari stanno perfezionando.

~$35.000Costo unitario
800 kmRange
~18 kgCarico esplosivo

Stress test F-5 iraniano contro Patriot 25 aprile 2026

Un caccia iraniano F-5, vecchio di decenni, ha eluso a bassa quota il sistema antimissile Patriot e bombardato una base USA in Kuwait. La dimostrazione che improvvisazione e tempismo possono ancora battere sistemi integrati di alto livello.

10+Siti radar colpiti
7Paesi del Golfo coinvolti
$5+ mldStime danni totali

Fonti Wall Street Journal · Center for Strategic and International Studies (rapporto del 21 aprile 2026, autori Mark F. Cancian e Chris H. Park) · CENTCOM · CNN · ABC News. Stime sulle scorte ricavate da documenti di bilancio del Pentagono. Analisi del 2 maggio 2026.

Parte dell'armamento militare iraniano nasce da reverse engineering su tecnologia cinese o utilizza componenti cinesi. Per questo Pechino punta ad accedere il prima possibile ai dati operativi del conflitto, ha spiegato al Wall Street Journal Nadia Helmy, esperta di Cina all’Università egiziana di Beni Suef. "L’arena iraniana funziona come un laboratorio vivente per testare l’efficacia della tecnologia cinese contro armi occidentali avanzate", ha detto.

Anche Mosca sta ricavando dal conflitto insegnamenti preziosi. La Russia osserva come le armi americane si comportano contro i droni iraniani che condividono molta tecnologia con quelli russi: informazioni utili sia per la guerra in Ucraina sia per un eventuale futuro scontro militare con i Paesi NATO. Dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, Mosca ha comprato migliaia di droni Shahed iraniani e ha poi avviato una propria produzione di questi droni. In Ucraina ha già usato sciami di droni combinati con missili ipersonici per saturare e distruggere unità Patriot.

Nel conflitto in corso, i droni iraniani sarebbero riusciti a colpire anche il sistema di difesa Thaad, un altro intercettore statunitense di fascia alta. Secondo due fonti citate dal Wall Street Journal, avrebbero già distrutto radar Thaad in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti. “Molto di ciò su cui i russi si stanno preparando per una guerra in Europa possono impararlo adesso in Medio Oriente”, ha dichiarato al quotidiano americano Nicole Grajewski, esperta di relazioni tra Russia e Iran a Sciences Po.

Per Pyongyang la lezione è ancora più diretta: il conflitto rafforza l’idea che le armi nucleari siano l’unico vero deterrente contro un attacco esterno. In un discorso pronunciato a marzo, Kim Jong Un ha ribadito che la scelta di non rinunciare all’arsenale atomico si è dimostrata “giusta”. La Corea del Nord non tiene colloqui formali sul disarmo nucleare con Washington dal 2019. Lo stesso parallelo, ma in senso opposto, è stato tracciato dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth, che ha indicato Pyongyang come argomento a sostegno dell’azione militare contro Teheran: “La Corea del Nord è la lezione. Tutti pensavano che non dovesse avere un’arma nucleare”.

Dall’inizio dell’operazione Epic Fury, il 28 febbraio, gli Stati Uniti hanno colpito oltre 13.000 obiettivi in Iran, eliminando i vertici di Teheran, infrastrutture militari chiave e più di 150 mezzi navali, secondo il Central Command. Ma il costo per le scorte americane è stato molto alto. Secondo un rapporto del Center for Strategic and International Studies, per quattro delle sette munizioni chiave, il consumo ha già superato il 50% delle scorte prebelliche.. Tra queste ci sarebbero più di 1.000 missili Tomahawk e tra 190 e 370 intercettori Patriot. Ricostituire del tutto l’arsenale offensivo e difensivo americano potrebbe richiedere fino a sei anni.

Il Pentagono nega però che ci siano problemi. Il portavoce Sean Parnell ha dichiarato che le Forze Armate americane "hanno tutto ciò che serve per agire nel momento e nel luogo scelti dal presidente". Anche il rapporto del CSIS conferma che gli Stati Uniti non rischiano di restare senza munizioni se il cessate il fuoco dell’8 aprile dovesse finire improvvisamente. Il problema riguarda piuttosto le guerre future: grazie all'Iran, ora Cina, Russia e Corea del Nord ora sanno con maggiore precisione cosa accumulare, sviluppare e proteggere per sopravvivere ai primi giorni di un eventuale conflitto con Washington.

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Meloni contro le foto fake: "Generate con l'IA per colpirmi"


La premier denuncia sui social la circolazione di scatti manipolati: "Ingannano i cittadini. Verificate prima di credere"

In un post pubblicato sui propri social, la premier ha denunciato la circolazione, negli ultimi giorni, di alcune fotografie manipolate che la ritrarrebbero in situazioni non reali. Le immagini, secondo quanto dichiarato, sarebbero state create con tecniche di generazione artificiale e diffuse online con l’intento di danneggiarne l’immagine pubblica. Nel messaggio, Meloni ha sottolineato come, pur riconoscendo ironicamente una certa “qualità” nella realizzazione di almeno uno dei contenuti, resti centrale la questione della disinformazione e dell’uso strumentale di tecnologie avanzate.

Il passaggio chiave del post riguarda proprio il rischio sistemico legato ai cosiddetti deepfake: contenuti audiovisivi alterati o interamente sintetici, capaci di simulare con elevato realismo volti, espressioni e contesti. La presidente del Consiglio ha evidenziato come tali strumenti possano “ingannare, manipolare e colpire chiunque”, ampliando il perimetro della vulnerabilità ben oltre la sfera politica o istituzionale.

Nel suo intervento, Meloni ha inoltre posto l’accento sulla disparità tra chi dispone di strumenti e visibilità per difendersi e chi, invece, può trovarsi esposto senza adeguate tutele. “Io posso difendermi. Molti altri no”, ha osservato, indicando implicitamente una criticità che riguarda cittadini comuni, categorie professionali e soggetti più fragili.

A chiusura del messaggio, la premier ha richiamato a una responsabilità condivisa nell’ecosistema digitale, sintetizzata in una raccomandazione: verificare l’autenticità dei contenuti prima di considerarli attendibili e, soprattutto, prima di condividerli. Un invito che si inserisce in un dibattito più ampio sulla necessità di rafforzare gli strumenti di verifica, alfabetizzazione mediatica e regolamentazione delle tecnologie emergenti.

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Gli attentati in Pakistan rallentano un progetto minerario americano


Il 31 gennaio una serie di attacchi coordinati ha colpito la provincia del Balochistan, dove Washington punta sulla miniera di rame e oro di Reko Diq. Il gruppo separatista Bla controlla porzioni crescenti del territorio.

Il 31 gennaio una serie di attacchi coordinati ha colpito la provincia pakistana del Balochistan e ha messo a rischio uno dei principali investimenti minerari americani all'estero. Lo ricostruisce un'inchiesta del New York Times, basata su immagini verificate e su interviste a membri del governo provinciale e dei gruppi insurrezionali.

In un solo giorno, il Baluchistan Liberation Army, Bla, ha colpito la capitale Quetta e le strade che portano alla miniera di Reko Diq, una delle maggiori riserve non sfruttate di rame e oro al mondo. Nella zona della residenza del primo ministro del governo provinciale, un attentatore suicida ha fatto esplodere un'autobomba. Altri assalti hanno preso di mira banche e snodi viari della città. La strada principale verso Reko Diq è stata bloccata in più punti.

"Questo tipo di attacco richiede un certo grado di sostegno popolare, controllo territoriale e potenza di fuoco", ha dichiarato al New York Times Abdul Basit, esperto di militanza nell'Asia meridionale con sede a Singapore. "Realizzarlo in pieno giorno senza queste componenti non è possibile".

Un investimento strategico per Stati Uniti e Pakistan


Reko Diq è destinata a diventare il principale asset della partnership mineraria tra Stati Uniti e Pakistan. L’investimento americano è stato approvato dall’Export-Import Bank, ma ora lo sviluppo del progetto subirà un rallentamento. La canadese Barrick Mining Corporation, che ne possiede il 50%, ha annunciato uno slittamento fino alla metà del 2027, motivato dai problemi di sicurezza in Pakistan.

Il quadro è reso ancora più instabile dal conflitto in Medio Oriente tra Stati Uniti, Israele e Iran. I funzionari pakistani temono che un vuoto di potere nell'Iran orientale consenta a gruppi come il Bla di rifornirsi più facilmente, muoversi più liberamente lungo il confine poroso e attaccare i convogli che trasportano minerali e operatori. Nel Balochistan hanno guadagnato terreno anche altri due gruppi armati: Tehreek-e-Taliban Pakistan, noto come Taliban pakistani, e la filiale regionale dello Stato islamico.

Le radici dell'insurrezione e la risposta del governo


Il Balochistan è la più grande delle 4 province pakistane, estesa quanto la Germania, ma è anche la più povera. L'insurrezione dei baluci è nata nel 1948, un anno dopo l'indipendenza del Pakistan, quando il nuovo Stato annetté la regione nonostante le richieste di autogoverno. Da allora il movimento si alimenta del senso di sovranità perduta e della convinzione, diffusa tra i baluci, che l'élite pakistana e le aziende straniere saccheggino le risorse locali, offrendo lavori sottopagati nelle miniere, trattenendo i ricavi e senza investire in infrastrutture, scuole o sanità.

Dal 2021 al 2025 gli attacchi terroristici e le vittime nella provincia sono più che triplicati, secondo il Pak Institute for Peace Studies, centro di ricerca con sede a Islamabad. Solo nel luglio 2025 ne sono stati registrati 150. Il governo ha risposto con una repressione manu militari che, secondo le organizzazioni per i diritti umani, colpisce anche gli attivisti politici. Le autorità ammettono che 195 persone sono scomparse nella provincia nell'estate scorsa, mentre le associazioni dei diritti umani denunciano numeri molto più alti.

"La situazione è fuori controllo", ha ammesso al New York Times Abdul Malik Baloch, ex primo ministro della provincia. "Il governo provoca invece di cercare di placare gli animi". Il primo ministro in carica Sarfraz Bugti ha però escluso il dialogo con i militanti: "La violenza ci ha portato solo sangue e sottosviluppo. Non possiamo negoziare con la canna del fucile".

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Alba in Adriatico


È solo un presentimento! Quando sai che le condizioni di pesca sono ottimali, la speranza si accende, e diventa sempre più insistente quando ti rendi conto che tutto si muove per il meglio. E non ti meravigli se succede, se il presentimento diventa realtà, e il tuo sogno si avvera.
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foto in alto: l’autore con un magnifico tonno alletterato.

Ci sono uscite che iniziano prima ancora di salire in barca. È quella sensazione che ti accompagna già dalla sera prima, quando sai che le condizioni sono giuste e che là fuori qualcosa si muoverà. Da Pila partiamo all’alba, con il mare calmo e una luce ancora incerta. A bordo con me Michele e Mauro. Rotta verso il largo, occhi attenti e strumentazione sotto controllo: in queste situazioni, più che cercare il pesce, si cercano i segnali. E i segnali arrivano. Gabbiani in attività, continui tuffi, acqua che si increspa in modo anomalo. La mangianza è attiva e ben visibile. Riduciamo subito l’andatura e ci posizioniamo per non disturbare il branco, mantenendo la distanza giusta per effettuare lanci lunghi ed efficaci. Per l’occasione ho deciso di testare un setup nuovo, pensato proprio per questo tipo di pesca veloce e dinamica: Criminal Popping g 60-120 abbinata a Tica Talisman 5500. Un’accoppiata che si è dimostrata subito equilibrata, con una buona riserva di potenza e ottima gestione degli artificiali. In acqua vanno i nuovi Vultus 90 e le gomme Crazy Tuna, lavorati con recuperi rapidi alternati a jerkate decise, fondamentali per imitare il comportamento del foraggio in fuga durante le mangianze.
Michele mentre combatte un instancabile alletterato ormai al game over.
La prima azione arriva improvvisa. Michele è il primo ad avere il contatto: un attacco violento, deciso, di quelli che fanno pensare a un pesce importante, probabilmente un grosso tonno rosso. L’esca viene colpita con cattiveria, ma il pesce non resta ferrato. Un episodio tipico nelle fasi più concitate della mangianza, quando la competizione alimentare porta ad attacchi rapidi e spesso imprecisi. Resta però la conferma che sotto il branco si muovono predatori di livello. L’attività è alta e continuiamo a lavorare l’area con attenzione. Pochi minuti dopo arriva la mia occasione. Su un lancio lungo, appena il Vultus tocca l’acqua l’attacco è fulmineo. Ferrata immediata e il pesce parte deciso, sfruttando tutta la sua velocità. La canna lavora in progressione, il mulinello gestisce senza incertezze le fughe più energiche. Il combattimento è breve ma intenso. Quando il pesce arriva sotto il gommone, il riflesso non lascia dubbi: è un tonno alletterato. Una cattura che ripaga l’attesa e conferma l’efficacia del lavoro fatto in acqua.
Jury, felicissimo, con la preda della giornata.
La mattinata prosegue seguendo gli spostamenti della mangianza, alternando fasi molto attive ad altre più tranquille. In queste situazioni diventa fondamentale leggere il mare, anticipare i movimenti del branco e mantenere sempre un approccio discreto. Dal punto di vista tecnico, l’attrezzatura si è dimostrata pienamente adeguata: buona capacità di lancio, reattività e affidabilità anche sotto stress. Elementi essenziali quando si affrontano pesci veloci e combattivi come tunnidi e affini. Ma oltre agli aspetti tecnici, resta soprattutto l’esperienza.Il momento dell’attacco, la ferrata, il pesce che parte deciso. L’adrenalina che sale e il silenzio che si rompe all’improvviso. Sono questi gli istanti che rendono lo spinning sulle mangianze una delle forme di pesca più coinvolgenti in assoluto. Un’uscita breve, ma intensa. Di quelle che bastano a ricordarti perché, ogni volta, vale la pena essere lì… prima dell’alba.

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Leader Trend, Meloni boom di follower ad aprile, segnali di ripresa per Renzi e Bonelli, Salis protagonista su Instagram


Analisi Arcadia: la Premier sfiora mezzo milione di nuovi contatti. In ripresa Renzi e Bonelli, exploit di Silvia Salis su Instagram

Nel mese di aprile, il monitoraggio della dinamica dei fandom social dei principali leader politici italiani, elaborato nell’ambito dell’analisi mensile Leader Trend dell’agenzia di comunicazione Arcadia, restituisce un quadro articolato dell’attenzione digitale e delle reazioni dell’opinione pubblica online.

L’analisi, basata su una serie di KPI relativi agli account social, misura sia la crescita delle community sia il livello di interazione e sentiment generato da dichiarazioni, posizionamenti e attività comunicative dei leader.

Crescita dei fandom: Meloni in testa, Vannacci accelera


Il dato più rilevante riguarda la performance di Giorgia Meloni, i cui canali social registrano una crescita significativa: nel solo mese di aprile, il fandom della presidente del Consiglio ha guadagnato poco meno di mezzo milione di nuovi follower. Un incremento che consolida ulteriormente la sua centralità nel panorama digitale politico italiano.

Accanto a questo dato, emerge l’espansione marcata di Roberto Vannacci, con un aumento consistente soprattutto su Instagram e Facebook. Il leader di Futuro Nazionale ha superato, per numero di nuovi follower acquisiti nel mese, figure di primo piano come Elly Schlein e Giuseppe Conte.

Segnali di ripresa si registrano anche per Matteo Renzi, che torna a crescere superando lo stesso Conte, e per Angelo Bonelli. Quest’ultimo, in particolare, ottiene un risultato rilevante su Instagram, probabilmente legato alla forte esposizione mediatica derivante dalla partecipazione al podcast Pulp, che ha generato un’elevata polarizzazione del dibattito online.

Engagement: Meloni domina i like


Sul fronte dell’engagement, il primato resta saldamente nelle mani di Giorgia Meloni. I suoi account social totalizzano complessivamente oltre 7 milioni di like nel mese di aprile, confermando una capacità di mobilitazione digitale superiore rispetto agli altri leader monitorati.

Frequenza di pubblicazione: Calenda il più attivo


Per quanto riguarda la produzione di contenuti, è l’account X (ex Twitter) di Carlo Calenda a distinguersi per volume: ben 323 post pubblicati tra il 1° e il 30 aprile, un dato che evidenzia una strategia comunicativa basata su un’elevata frequenza e presenza costante nel dibattito online.

Hate Parade: crescono i commenti negativi


L’analisi include anche la consueta “Hate Parade”, che misura la variazione percentuale dei commenti negativi sulle pagine Facebook dei leader rispetto al mese precedente. Ad aprile, il maggiore incremento è attribuito a Carlo Calenda, con un +33%, seguito da Roberto Vannacci con un +28%. Si tratta di indicatori che segnalano un aumento della polarizzazione e delle reazioni critiche nei confronti delle rispettive attività comunicative.

Focus locale: il caso Silvia Salis


All’interno del report trova spazio anche un approfondimento dedicato alla sindaca di Genova, Silvia Salis. Nel solo mese di aprile, Salis registra un incremento superiore ai 310 mila nuovi follower, un dato particolarmente rilevante nel panorama locale. La crescita più consistente si concentra su Instagram, con oltre 238 mila nuovi iscritti, delineando un trend che, pur destinato probabilmente a stabilizzarsi, evidenzia un forte interesse nei confronti della sua figura.

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Kamala Harris compra casa a Malibu


L'ex vicepresidente ha acquistato una villa da 8,15 milioni di dollari a Point Dume. I residenti la interpretano come segnale di ritiro, mentre i sondaggi la danno favorita per le primarie democratiche.

Kamala Harris ha comprato una villa da 8,15 milioni di dollari a Malibu in California e nel quartiere quasi nessuno crede che si candiderà di nuovo alla presidenza. La casa di 370 metri quadrati si trova a Point Dume, un'enclave esclusiva della costa californiana, e secondo Politico i residenti leggono l'acquisto come un segnale di ritiro dalla vita politica più che come trampolino per una nuova corsa elettorale.

L'ex vicepresidente, sconfitta da Donald Trump nel 2024, resta una figura centrale del Partito democratico. I sondaggi la collocano in cima o vicino al vertice nelle preferenze per le primarie presidenziali del 2028. Harris stessa ha detto pubblicamente che sta riflettendo su una nuova candidatura. Ha mantenuto un profilo visibile con un tour promozionale del suo libro che ha registrato il tutto esaurito e parteciperà come ospite principale a una raccolta fondi politica in Nevada, uno Stato chiave nelle elezioni americane.

Il quartiere di Point Dume ospita una concentrazione rara di celebrità. Vi hanno avuto casa Bob Dylan, Barbra Streisand, Anthony Kiedis, Sergey Brin, Julia Roberts e re Abdullah II di Giordania. La villa di Harris ha quattro camere da letto, vista panoramica sull'oceano, un green privato per il golf, una vasca per l'immersione in acqua fredda e una sauna. Si trova a poca distanza dalla residenza di Brin, cofondatore di Google, che vale circa 50 milioni di dollari.

Proprio l'ostentazione di lusso rappresenta il primo problema politico secondo diversi consulenti interpellati da Politico. Reed Galen, cofondatore del Lincoln Project, il super PAC contrario a Trump, ha dichiarato che è difficile immaginare qualcosa di più distante dagli americani comuni di una proprietà da otto milioni circondata da ville da cinquanta milioni a Malibu. Il riferimento storico è al caso di Mitt Romney, candidato repubblicano alla presidenza nel 2012, il cui ascensore privato per automobili da 55.000 dollari diventò per i democratici il simbolo della sua distanza dalla classe media americana.

Non tutti gli analisti concordano. Marc Adelman, consulente politico con clienti nel settore dell'intrattenimento, ha detto a Politico che l'acquisto di una casa non smentisce affatto l'ipotesi di una candidatura. Secondo Adelman, Harris è ancora pienamente nel gioco politico e considera seriamente una nuova corsa. Persone vicine all'ex vicepresidente confermano che la decisione non è stata presa.

Matt Littman, consulente politico ed ex autore di discorsi del presidente Joe Biden, ha sostenuto a Politico che possedere una residenza appartata ha senso indipendentemente dalle ambizioni elettorali. Littman ha osservato che è preferibile acquistare una propria casa di villeggiatura piuttosto che dipendere dalla generosità dei donatori politici, una pratica che a suo giudizio andrebbe evitata. Ha aggiunto che Malibu, come luogo di soggiorno, batte largamente alternative come il ranch texano di un ex presidente.

Other potenziali candidati alla presidenza per il 2028 possiedono più di una residenza. Il governatore dell'Illinois JB Pritzker, miliardario, ha posseduto una casa per le vacanze alle Bahamas, una sul lago di Ginevra in Wisconsin chiamata Casa del Sueño e proprietà equestri in Wisconsin e Florida. Il governatore della California Gavin Newsom ha acquistato una villa da 9,1 milioni di dollari nella contea di Marin alla fine del 2024, in aggiunta a una residenza nell'area di Sacramento.

Diversi presidenti americani hanno avuto residenze fuori Washington. Richard Nixon possedeva una tenuta sul mare a San Clemente, George W. Bush un ranch a Crawford in Texas, Trump utilizza Mar-a-Lago a Palm Beach come buen retiro.

La nuova casa di Harris si trova a circa 29 chilometri dall'abitazione di Brentwood di proprietà del marito Doug Emhoff dal 2012. La residenza di Brentwood, di circa 325 metri quadrati, ha generato problemi di sicurezza e traffico per i vicini. Persone vicine alla coppia hanno spiegato che la strada stretta su cui si affaccia, con auto parcheggiate lungo i bordi, rende complicata la protezione adeguata dell'ex vicepresidente. Emhoff continua a possedere quella casa, che resta un punto d'appoggio in città.

Il dato politico del quartiere contraddice una percezione diffusa tra alcuni residenti. Branden Williams, agente immobiliare di lusso intervistato da Politico, ha definito Point Dume un quartiere trumpiano e ha espresso scontento per l'arrivo di Harris come vicina. Ha anche fatto riferimento al periodo in cui Harris era procuratrice distrettuale di San Francisco, sostenendo che avrebbe rovinato la città. I dati elettorali raccontano però una storia diversa: nelle elezioni del 2024, il seggio che comprende il nuovo quartiere di Harris ha votato in larghissima maggioranza per lei contro Trump.

Esiste comunque una corrente di spostamento a destra in alcuni ambienti benestanti della zona. Brin, secondo recenti notizie, si è progressivamente avvicinato a posizioni conservatrici dopo anni di sostegno a cause progressiste. Nel quartiere ha vissuto in passato anche Robert F. Kennedy Jr.

Un portavoce di Harris ha rifiutato di commentare la vicenda.

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Fate Prima (Seconda puntata)


La politica è tale quando decide. Il solo fattore della stabilità indebolisce la rappresentanza

Chi ha letto la prima puntata potrebbe averla interpretata come un attacco frontale al governo in carica. Sarebbe una lettura comoda. E, soprattutto, sbagliata.

Non è questo il punto.

Il punto è un altro, più strutturale, più profondo: la forma che la politica italiana assume quando smette di decidere.

Quello che abbiamo descritto non è un giudizio su un esecutivo specifico. È la fotografia di un ciclo. Un ciclo che si è reso visibile subito dopo il referendum, quando – in pochi – avevamo indicato una via alternativa, radicale ma lineare:

dimettersi.

Andare al voto.

Oppure, se proprio necessario, esorcizzare un governo tecnico dichiarandolo per ciò che è e circoscrivendone la durata: fine legislatura, mandato chiaro, responsabilità definite.

Non è andata così.

Si è scelta una terza via, quella più tipicamente italiana: non decidere apertamente e lasciare che la soluzione emerga per stratificazione.

Oggi quella stratificazione è diventata visibile. Non più solo nei retroscena, ma nel chiacchiericcio sempre meno sommerso della politica e dei politologi.

Prende forma un’ipotesi che fino a poco tempo fa sarebbe stata considerata eccentrica, se non provocatoria:

un governo “Salis”, sostenuto da una convergenza trasversale che vede nel baricentro di Forza Italia – o, più precisamente, nei berluscones – l’elemento di stabilizzazione di un centro-sinistra moderato.

Un’operazione che, se letta senza infingimenti, presenta caratteristiche già viste.

Non è un governo politico nel senso classico.

Non è un governo tecnico nel senso dichiarato.

È qualcosa di diverso:

un governo tecnico mascherato da politico.

La storia recente offre precedenti. Non serve nemmeno scomodare archetipi lontani: basta ricordare il caso di Siena, dove dinamiche formalmente politiche hanno finito per coprire esigenze di stabilizzazione sistemica ben più profonde.

La logica è sempre la stessa:

- si costruisce una figura simbolicamente forte, ma funzionalmente neutra;

- si aggregano attorno ad essa forze che, in condizioni ordinarie, sarebbero alternative;

- si sposta il baricentro dalla rappresentanza alla gestione;

- si riduce il conflitto visibile per aumentare la capacità di tenuta.

Il risultato è un ibrido.

Un esecutivo che non nasce per attuare un programma, ma per tenere insieme un sistema.

Ed è qui che torna il senso della prima puntata.

“Fate prima” non era – e non è – un invito alla caduta di qualcuno.

È un invito a rendere esplicito ciò che già si sta formando.

Perché il rischio non è il cambio di governo.

Il rischio è la trasformazione silenziosa della forma di governo.

Quando la politica abdica alla decisione, il sistema si difende costruendo soluzioni di equilibrio. Ma queste soluzioni, per loro natura, tendono a sottrarsi al confronto democratico pieno. Si presentano come inevitabili. Tecniche. Necessarie.

E invece sono scelte.

Scelte che ridefiniscono gli assetti:

- tra maggioranza e opposizione;

- tra rappresentanza e amministrazione;

- tra politica e tecnocrazia.

Un “governo Salis” – al netto dei nomi, che in Italia contano meno delle funzioni – rappresenterebbe esattamente questo passaggio:

la normalizzazione del governo tecnico dentro una veste politica.

Non un’eccezione, ma un modello.

E allora la questione torna ad essere quella iniziale.

Se questa è la traiettoria, tanto vale dirlo.

Se questa è la soluzione, tanto vale formalizzarla.

Ancora una volta: fate prima.

Prima a chiarire la natura delle scelte.

Prima a restituire trasparenza al sistema.

Prima a evitare che le forme si svuotino lasciando intatte solo le funzioni.

Perché una democrazia può reggere anche governi tecnici.

Può reggere anche grandi coalizioni.

Fa più fatica a reggere

le finzioni prolungate.

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L'Iowa torna contendibile nel 2026: la crisi dell’agricoltura mette in difficoltà i repubblicani


Dazi, chiusure di strutture sanitarie e costi in aumenti spingono gli analisti a classificare come incerte sia la corsa per il governatore che quella per due seggi alla Camera in uno Stato vinto da Trump con 13 punti alle elezioni di novembre 2024.

L’Iowa torna contendibile nel 2026, nonostante Donald Trump lo abbia vinto con 13 punti di vantaggio nel 2024 e la sua delegazione congressuale a Washington sia composta interamente da repubblicani. In vista del voto di novembre 2026, gli analisti classificano ora come incerte sia la corsa per il governatore che due delle quattro sfide per i seggi della Camera dei Rappresentanti. Lo Stato era stato in larga parte abbandonato dai democratici: nel 2023 il Comitato Nazionale Democratico gli aveva persino tolto il tradizionale primo posto nel calendario delle primarie presidenziali, interrompendo una consuetudine durata quasi mezzo secolo.

A spiegare il nuovo equilibrio è soprattutto la crisi economica che colpisce le aree rurali. I dazi voluti dall’Amministrazione Trump hanno frenato per un anno il commercio delle materie prime agricole, mentre a seguito della guerra in Iran sono aumentati i prezzi di carburanti, fertilizzanti e altri beni essenziali. A questo si aggiungono le recenti chiusure di alcune strutture sanitarie, che costringono i pazienti a percorrere distanze sempre maggiori per curarsi, in uno Stato dove i casi di tumore sono in aumento. Democratici e parte della classe medica attribuiscono quelle chiusure ai tagli ai finanziamenti federali per la sanità approvati su iniziativa repubblicana. "È una tempesta perfetta di sofferenza", ha dichiarato Sue Dvorsky, ex presidente del Partito Democratico dell’Iowa.
Iowa contendibile — FocusAmerica

Midterm 2026 · Iowa

L'Iowa torna contendibile:
tre sfide aperte in uno Stato dato per perso dai democratici


Trump ha vinto lo Stato con 13 punti nel 2024, la attuale delegazione al Congresso è interamente repubblicana. Ma gli analisti classificano ora come incerte la corsa per il governatore e 2 seggi alla Camera. Dietro la svolta, una crisi economica nelle aree rurali e l'effetto dei dazi.

Fonti: Cook Political Report · National Journal · Iowa Secretary of State Aggiornamento: maggio 2026

IOWA

3
Sfide ora classificate come incerte: governatore e 2 seggi alla Camera

+13
Punti di vantaggio di Trump nel 2024 in Iowa

2006
L'ultima volta che l'Iowa ha eletto un governatore democratico

Esplora le sfide
1 Panoramica 2 Governatore 3 Camera 4 Senato

Le 4 corse federali e statali

3 sfide su 4 sono ora considerate incerte


Di seguito i rating di Cook Political Report e National Journal per le principali sfide elettorali dell'Iowa nel 2026.

Governatore
Reynolds (R) si ritira · Sand (D) vs vincitore primarie repubblicane

In bilico

Camera — 1° distretto
Miller-Meeks (R) cerca la rielezione · Bohannan (D) lo sfida

In bilico

Camera — 3° distretto
Nunn (R) cerca la rielezione · Trone Garriott (D) lo sfida

In bilico

Senato
Ernst (R) si ritira · Hinson (R) probabile candidata repubblicana

Probabilmente R

Elettori registrati in Iowa · 1° aprile 2026

Repubblicani 701.962
Indipendenti 595.859
Democratici 503.365

I repubblicani mantengono un vantaggio di registrazione di oltre 198.000 elettori sui democratici. Ma gli indipendenti — quasi 596.000 — superano i democratici e potrebbero essere decisivi a novembre.

La sfida più aperta

Reynolds si ritira dopo 15 anni di governatorato repubblicano


Per la prima volta dal 2006 la corsa è aperta senza un candidato uscente. Sui due fronti: il democratico Rob Sand corre senza sfidanti per le primarie. Tra i repubblicani, primarie affollate e divisive il 2 giugno.

Democratico
Rob Sand
Revisore dei conti dello Stato. Unico democratico attualmente eletto a una carica statale.
13,2 mln $
Cash a disposizione

vs

Repubblicano (favorito)
Randy Feenstra
Deputato federale del 4° distretto. Affronta primarie contro 4 sfidanti.
3,2 mln $
Cash a disposizione

Il divario finanziario
maggiore liquidità
Sand entra nella corsa con 4 volte la cassa a disposizione del suo probabile rivale repubblicano. Sondaggi interni di entrambi i partiti, citati da Cook Political Report, lo darebbero in vantaggio di alcuni punti su Feenstra.

Evoluzione del rating Cook Political Report

Mag '25
Solido R

Lug '25
Probabile R

Dic '25
Possibile R

Apr '26
In bilico

I 2 seggi sotto osservazione

2 distretti, 2 deputati repubblicani in cerca di rielezione


Nel primo trimestre del 2026, entrambi gli sfidanti democratici hanno superato i loro avversari nella raccolta fondi. Tocca una scheda per i dettagli.

1

1° distretto · Iowa centro-sud
La sfida più incerta

Uscente · R
Mariannette Miller-Meeks
Eletta nel 2020 con 6 voti di scarto

vs

Sfidante · D
Christina Bohannan
Professoressa di diritto, Università dell'Iowa

È la terza candidatura consecutiva di Bohannan. Nel 2024 fu sconfitta da Miller-Meeks per circa 800 voti. La deputata uscente è abituata a vincere con margini estremamente stretti — al primo mandato nel 2020 si impose con 6 voti su quasi 394.000 schede.

3

3° distretto · Des Moines
Include la capitale dello Stato

Uscente · R
Zach Nunn
Punta sull'immagine bipartisan

vs

Sfidante · D
Sarah Trone Garriott
Pastora luterana, senatrice statale

Nunn rivendica un piazzamento tra i primi dieci nell'indice di bipartitismo del Lugar Center e della Georgetown University per il 2023. Cita l'intervento per difendere posti di lavoro nel Dipartimento dell'Agricoltura durante i tagli del DOGE guidato da Elon Musk. Incontrerà il vicepresidente Vance durante la sua prossima visita nello Stato.

La sfida più dura — e cosa la rende possibile

Il seggio al Senato e i fattori dietro la svolta


Per il seggio lasciato libero da Joni Ernst i democratici sono meno ottimisti. Ma il quadro generale racconta una "tempesta perfetta" che spiega il riposizionamento dell'intero Stato.

Senato — Seggio Ernst

Probabile sfidante · D
Josh Turek
Deputato statale, ex medagliato paralimpico (basket in carrozzina)

Probabile candidata · R
Ashley Hinson
Deputata federale del 2° distretto. Favorita alle primarie GOP

Cook Political Report: Probabilmente R

"Una tempesta perfetta di sofferenza"

Dazi e crisi agricola — Le tariffe Trump hanno frenato per un anno il commercio delle materie prime agricole, colpendo l'economia rurale dello Stato.

Effetto guerra in Iran — Aumento dei prezzi di carburanti, fertilizzanti e altri beni essenziali per gli agricoltori dello Stato.

Chiusure sanitarie — In uno Stato con tumori in aumento, alcune strutture sanitarie hanno chiuso di recente. Democratici e parte della classe medica le legano ai tagli federali alla sanità.

È una tempesta perfetta di sofferenza. — Sue Dvorsky, ex presidente del Partito Democratico dell'Iowa

Fonti Cook Political Report (rating aggiornato 9 aprile 2026), National Journal, Iowa Secretary of State (registrazione al voto al 1° aprile 2026), Iowa Ethics and Campaign Disclosure Board (raccolta fondi) · Elaborazione FocusAmerica · Aggiornamento al 2 maggio 2026.

La corsa per il governatore


La sfida per il governatore è la più aperta. La governatrice repubblicana Kim Reynolds ha rinunciato a un terzo mandato, lasciando per la prima volta dal 2006 la competizione aperta senza un candidato uscente in carica. Tra i repubblicani, la battaglia per le primarie ha già messo in luce divisioni profonde. Il deputato Randy Feenstra, che rappresenta le contee più conservatrici dello Stato, era finora il favorito, ma fatica a imporsi e diversi esponenti del partito dubitano della sua capacità di vincere.

"Il deputato Feenstra è sotto di 12 punti rispetto a Rob Sand", ha sostenuto Adam Steen, ex direttore del dipartimento dei servizi amministrativi dell’Iowa, durante un dibattito che Feenstra ha disertato. Anche Todd Blodgett, attivista repubblicano del nord dello Stato che ha lavorato alla Casa Bianca di Reagan, e Rich Schwarm, ex presidente del Partito repubblicano dell’Iowa, hanno espresso dubbi sulla competitività del candidato e sulla mobilitazione dell’elettorato repubblicano in autunno. Lo staff di Feenstra però respinge le critiche e rivendica una carriera elettorale senza sconfitte.

Sul fronte democratico, Rob Sand, oggi l’unico esponente democratico eletto a una carica statale, quella di revisore dei conti dello Stato dell'Iowa, corre senza sfidanti per la nomination e può quindi dedicarsi già alla sfida di novembre. La sua strategia punta a intercettare gli indipendenti e una parte dell’elettorato repubblicano deluso: cita spesso la Bibbia, possiede due pistole, va a caccia di cervi in autunno e apre i suoi eventi facendo cantare al pubblico alcune strofe di America the Beautiful. Gli indipendenti potrebbero essere decisivi a novembre: in base ai dati della registrazione al voto, al 1 aprile l’Iowa contava 701.962 elettori repubblicani registrati, 503.365 democratici e 595.859 indipendenti.

I democratici sono meno ottimisti, invece, di poter vincere il seggio al Senato lasciato libero dalla senatrice repubblicana Joni Ernst. A guidare la corsa per la nomination democratica è Josh Turek, deputato statale ed ex medagliato paralimpico nel basket in carrozzina, che dovrebbe sfidare la deputata repubblicana Ashley Hinson. Cook Political Report classifica la sfida come "probabilmente repubblicana".

Due seggi alla Camera sotto osservazione


Le due corse alla Camera considerate incerte riguardano invece i seggi dei deputati repubblicani Zach Nunn e Mariannette Miller-Meeks, entrambi in cerca di rielezione. Un segnale della mobilitazione democratica arriva dalla raccolta fondi: nei primi tre mesi del 2026, i loro probabili sfidanti hanno superato entrambi gli uscenti repubblicani. Nunn, che incontrerà Vance durante la prossima visita del vicepresidente nello Stato, rivendica un piazzamento tra i primi dieci nell’indice di bipartitismo del Lugar Center e della Georgetown University per il 2023.

Cita inoltre, come prova del suo peso a Washington, l’intervento che nel 2025 ha salvato posti di lavoro al Dipartimento dell’Agricoltura durante i tagli del Dipartimento dell'Efficienza Governativa guidato da Elon Musk. A sfidarlo nel distretto che include anche la capitale Des Moines è Sarah Trone Garriott, pastora luterana e senatrice statale democratica.

Nell’altro distretto contendibile, che copre l’Iowa centrale e meridionale, ci riprova per la terza volta la democratica Christina Bohannan, professoressa di diritto all’Università dell’Iowa, sconfitta nel 2024 per circa ottocento voti. Miller-Meeks, che ha rifiutato un’intervista, è però già abituata a vincere con margini stretti: ha ottenuto il suo primo mandato nel 2020 con soli 6 voti di scarto su quasi 394.000 schede conteggiate.

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)

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XXXVI Memorial Magrini


Oristano ospiterà, dal 28 maggio al 1 giugno, la trentaseiesima edizione del Memorial Magrini. La più classica e storica gara di surfcasting italiana è da sempre organizzata dai ragazzi dell’Hippocampus club Cagliari, capitanati da Claudio Murtas. La prima serata sarà dedicata al Bigger Fish, competizione dove vince la preda più grossa. Nella giornata di venerdì chi vorrà potrà partecipare allo stage di lancio tecnico con il campione del mondo Biagio Morra. Sabato 30 e domenica 31 maggio si disputeranno le due manche del trofeo, con la formula a picchetto singolo, nelle spiagge di Sassu e Arborea. Come ormai da alcuni anni, il campo base sarà la comoda struttura del Resort Horse Country, ad Arborea. magrini@hippocampusclub.it
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Chi prenota prima le case vacanza nei borghi italiani? I dati (e gli algoritmi) parlano chiaro


Secondo l'analisi di Ruralis su 574 strutture in tutta Italia, i turisti stranieri prenotano le case vacanza nei borghi con quasi tre settimane di anticipo rispetto agli italiani.
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Nel settore degli affitti brevi, chi arriva prima vince. E a farlo meglio, almeno quando si parla di borghi italiani, sono i turisti stranieri. È quanto emerge dall'analisi interna di Ruralis, che gestisce 574 strutture su tutto il territorio nazionale. I dati relativi alle prenotazioni per il periodo aprile-giugno 2026 mostrano una differenza netta: gli ospiti internazionali prenotano con una finestra media di 99 giorni di anticipo, contro gli 80 giorni degli italiani. Quasi tre settimane di vantaggio che, tradotte in occupazione effettiva, possono fare la differenza tra una stagione piena e una a mezzo ritmo.

Kaspersky: oltre 1 milione di conti bancari compromessi
Il nuovo report Kaspersky rivela oltre 1 milione di conti bancari compromessi e un aumento significativo del furto di credenziali, segnando una crescita delle minacce finanziarie nel panorama digitale
TechpertuttiGuglielmo Sbano

La mappa dei mercati: chi prenota, quanto e con quanto anticipo


Sul fronte del volume, il mercato domestico guida ancora con circa il 59% delle prenotazioni totali. Tra gli stranieri, gli Stati Uniti si confermano il mercato più attivo con il 12%, seguiti da Germania (9%) e Francia (8%). Il restante 13% è distribuito tra altri mercati europei e internazionali. Tuttavia, se si incrocia il dato del volume con quello dell'anticipo, il quadro cambia radicalmente. A prenotare con maggiore anticipo sono, infatti:

  • Regno Unito: 128 giorni;
  • Australia: 116 giorni;
  • Germania: 112 giorni;
  • Paesi Bassi: 108 giorni;
  • Repubblica Ceca: 103 giorni;
  • Italia: 80 giorni.

È chiaro come questi dati non siano semplicemente una curiosità statistica, ma rivelano che l’ospite straniero, pianificando con ben quattro mesi di anticipo, ha quasi sempre aspettative precise, ha già scelto la destinazione in modo consapevole e tende a completare il soggiorno senza cancellazioni dell'ultimo minuto. Ancora una volta, i dati Ruralis confermano questo profilo: le strutture con politica di cancellazione moderata o flessibile e classificate come "entire home", ovvero intera proprietà esclusiva e non stanza privata, sono quelle che performano meglio tra le top 50 più prenotate.

I filtri che convertono: cosa cerca davvero chi prenota


Forse il dato più interessante dal punto di vista tecnologico riguarda i filtri di ricerca più utilizzati per il periodo primaverile. Ruralis ha analizzato il comportamento degli utenti sulle principali piattaforme e il risultato ribalta un luogo comune: per le destinazioni nei borghi, non è la posizione geografica a fare la differenza, ma l'esperienza promessa dall'annuncio.

I tre elementi più cercati, nell'ordine:

  1. Piscina o idromassaggio
  2. Vigneti e attività a contatto con la natura
  3. Vista mare

Sono tutti filtri esperienziali, non logistici. Chi cerca un borgo non digita "vicino a Roma" o "in Toscana": cerca cosa farà durante il soggiorno, non solo dove dormirà. Per un proprietario, questo significa che ottimizzare l'annuncio con le parole chiave e le foto giuste ha un impatto diretto sulla visibilità algoritmica sulle piattaforme di prenotazione.

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Il vantaggio competitivo è una questione di timing (e di dati)


Incrociando tutti i dati — anticipo delle prenotazioni, provenienza internazionale, filtri di ricerca e performance delle strutture — Ruralis traccia una finestra operativa chiara per i proprietari. Le strutture che performano meglio tra le top 50 più prenotate hanno due caratteristiche in comune: politica di cancellazione moderata o flessibile e classificazione come entire home, ovvero proprietà esclusiva.

“Quello che emerge con chiarezza per questa primavera è che i mercati esteri si muovono prima e con una disponibilità di spesa più alta. Di conseguenza, un proprietario che ha l'annuncio aggiornato e il calendario aperto in questo periodo ha un vantaggio competitivo concreto rispetto a chi aspetta l'estate per prepararsi", spiega Nicolas Verderosa di Ruralis.


Un patrimonio da valorizzare (anche con i dati)


Il quadro che emerge dalla ricerca di Ruralis va oltre la semplice analisi stagionale. In Italia esistono centinaia di migliaia di case nei borghi inutilizzate per gran parte dell'anno. Metterle a reddito attraverso gli affitti brevi significa non solo intercettare una domanda in crescita, ma anche preservare il valore dell'immobile nel tempo. E oggi, chi sa leggere i dati di prenotazione — anticipi, nazionalità, filtri di ricerca — ha uno strumento in più per farlo in modo efficace.


Kaspersky: oltre 1 milione di conti bancari compromessi, cresce il furto di credenziali


In un contesto in cui le minacce informatiche nel settore finanziario si sono progressivamente orientate verso il furto di credenziali e il riutilizzo dei dati, nel corso dell’ultimo anno oltre un milione di conti bancari online sono stati compromessi. Gli autori degli attacchi stanno infatti abbandonando i tradizionali malware bancari per PC, affidandosi sempre più al social engineering e ai mercati del dark web, mentre il malware finanziario per dispositivi mobili continua a diffondersi. Informazioni dettagliate sulle attuali tendenze delle minacce informatiche nel settore finanziario sono disponibili nel nuovo report Kaspersky.

Phishing finanziario


Il phishing finanziario tradizionale non è scomparso. Nel 2025, le pagine che imitano i negozi online hanno dominato il panorama (48,5%, con un aumento del 10,3% rispetto al 2024), seguite dalle banche (26,1%, in calo del 16,5%) e dai sistemi di pagamento (25,5%, in crescita del 6,2%). Il calo del phishing bancario potrebbe indicare che questi servizi stanno diventando più difficili da imitare con successo, spingendo i truffatori verso modalità più semplici per accedere alle finanze private. Gli attaccanti stanno inoltre adattando le proprie campagne alle abitudini digitali regionali: in particolare, in Medio Oriente il phishing finanziario è fortemente concentrato sull’e-commerce (85,8%), segno di una forte dipendenza da esche legate alla vendita online. In Africa, invece, prevale il phishing bancario (53,75%), suggerendo possibili lacune nella sicurezza degli account. L’America Latina presenta una distribuzione più equilibrata, con una maggiore incidenza sia dell’e-commerce (46,3%) sia degli attacchi alle banche (42,25%). In Asia-Pacifico e in Europa, invece, si osserva una distribuzione più uniforme tra tutte e tre le categorie, indice di strategie di attacco diversificate.
Fonte Kaspersky: distribuzione dei casi rilevati di pagine di phishing finanziario per categoria (banche/negozi online/sistemi di pagamento), a livello globale e per regione, 2025

Malware finanziario


Nel 2025 è proseguito il calo degli utenti colpiti da malware finanziari per PC, anche perché sempre più persone utilizzano dispositivi mobili per gestire le proprie finanze. Parallelamente, però, gli attacchi alle app bancarie mobili sono aumentati significativamente: nel 2025 si è registrato un incremento di 1,5 volte rispetto all’anno precedente.
Fonte Kaspersky: andamento del numero di utenti vittime di malware bancario tradizionale per PC, al mese, 2023–2025

Minacce finanziarie e dark web


Accanto al malware finanziario tradizionale, gli infostealer hanno avuto un ruolo sempre più rilevante nel favorire la criminalità finanziaria, sia su PC sia su dispositivi mobili. Questi malware raccolgono credenziali di accesso, cookie, numeri di carte bancarie, frasi seed dei portafogli crittografici e dati di compilazione automatica da browser e applicazioni. Tali informazioni vengono poi utilizzate dagli aggressori per l’appropriazione indebita di account o per frodi bancarie dirette. I dati Kaspersky evidenziano un forte aumento dei rilevamenti di infostealer: sui PC, a livello globale, si è registrata una crescita del 59% tra il 2024 e il 2025 (in Europa la crescita è stata del 48%), alimentando così gli attacchi basati sulle credenziali.

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Secondo Kaspersky Digital Footprint Intelligence (DFI), nel 2025 oltre un milione di conti bancari online, appartenenti alle 100 banche mondiali più grandi, sono stati compromessi tramite infostealer, con credenziali condivise liberamente sul dark web. I Paesi con il numero mediano più elevato di conti compromessi per banca sono India, Spagna e Brasile. Inoltre, il 74% delle carte di pagamento compromesse da infostealer e pubblicate sul dark web, identificate dal team DFI nel 2025, risultava ancora valido a marzo 2026. Ciò significa che gli attaccanti possono continuare a utilizzare carte rubate anche mesi o anni dopo il furto.
Fonte Kaspersky: il numero mediano di conti compromessi per banca nei primi 10 paesi
Il dark web è diventato un punto nevralgico per la criminalità informatica in ambito finanziario. Le credenziali rubate e le carte bancarie raccolte dagli infostealer vengono aggregate, riorganizzate e vendute su queste piattaforme, mentre i kit di phishing vengono offerti come servizi pronti all’uso. Si crea così un ecosistema autosufficiente, in cui il furto di dati e le frodi si alimentano a vicenda, rendendo gli attacchi scalabili e accessibili anche a truffatori poco esperti”, ha commentato Polina Tretyak, Kaspersky Digital Footprint Intelligence Analyst.


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Sciopero scuola il 6 e 7 maggio: nel mirino le prove Invalsi


Sciopero di due giorni con diverse sigle coinvolte. Il 6 maggio manifestazione davanti al Ministero dell’Istruzione a Roma

Due giorni di sciopero della scuola, il 6 e 7 maggio, coincidono con le prove Invalsi e potrebbero bloccarne lo svolgimento in molte scuole primarie. Docenti, personale ATA e dirigenti incrociano le braccia con modalità diverse a seconda delle sigle sindacali.

La protesta è guidata da Cobas, Usb e altre sigle sindacali di base, che contestano apertamente i test Invalsi, definiti “inutili e dannosi”. I sindacati puntano esplicitamente a impedirne lo svolgimento, accusando i test di aver diffuso nelle scuole la pratica del teaching to test a scapito della didattica attiva.

Il 6 maggio è previsto anche uno sciopero breve che riguarda i docenti della scuola primaria impegnati nelle prove Invalsi, limitato alle attività connesse ai test, come correzione e inserimento dei dati. Nella stessa giornata è prevista anche una manifestazione a Roma, alle ore 10, davanti al Ministero dell’Istruzione.

Le rivendicazioni vanno oltre i test. I sindacati contestano la riforma degli istituti tecnici e professionali, che prevede la riduzione del percorso da cinque a quattro anni, e criticano il rinnovo contrattuale, giudicato insufficiente rispetto all’aumento del costo della vita. Tra le richieste anche nuove assunzioni, maggiore attenzione al sostegno per gli studenti con disabilità e opposizione all’autonomia differenziata.

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La Florida approva il gerrymandering della mappa elettorale


Il governatore ha approvato una ridefinizione dei collegi che porterebbe il vantaggio repubblicano da 20-8 a 24-4. Già depositato un ricorso che parla di uno dei gerrymandering più estremi della storia americana.

Il governatore della Florida Ron DeSantis ha firmato lunedì la legge che ridisegna i collegi elettorali per la Camera dei Rappresentanti, una modifica che potrebbe consegnare ai repubblicani fino a quattro seggi aggiuntivi alle elezioni di metà mandato di novembre. La firma è arrivata pochi giorni dopo l'approvazione del testo da parte del Parlamento statale, controllato dai repubblicani, e ha innescato immediatamente un ricorso in tribunale.

DeSantis ha annunciato la firma con un post sulla piattaforma X, accompagnato dall'immagine dei nuovi collegi. La nuova mappa modifica 21 dei 28 distretti congressuali della Florida. Attualmente la delegazione dello Stato è composta da 20 repubblicani e 8 democratici, un equilibrio definito quattro anni fa da una mappa già voluta da DeSantis. Con il nuovo disegno, il vantaggio repubblicano potrebbe salire a 24 seggi su 28.

I quattro deputati democratici i cui collegi vengono ridisegnati sono Kathy Castor, Jared Moskowitz, Darren Soto e Debbie Wasserman Schultz. Tutti e quattro hanno annunciato l'intenzione di ricandidarsi, anche se alcuni stanno valutando di correre in distretti diversi rispetto a quelli attuali. Moskowitz ha detto a Politico che, pur non avendo preso una decisione definitiva, se si candidasse sceglierebbe il 25esimo distretto, una zona costiera del sud della Florida con molti elettori ebrei che comprende circa metà del suo collegio attuale. È un'area che alle presidenziali del 2024 ha votato per Donald Trump, ma che alcuni consulenti repubblicani considerano ancora contendibile.

La nuova mappa raggruppa gli elettori democratici di Orlando in un unico distretto, costringendo i deputati Soto e Maxwell Frost a contendersi gli stessi elettori. Nell'area di Tampa Bay i collegi passano da due a tre, rafforzando il 13esimo distretto repubblicano della deputata Anna Paulina Luna e indebolendo quello democratico della Castor. Gli elettori democratici di Miami vengono concentrati in tre distretti stretti lungo la costa. Il seggio della Wasserman Schultz, figura storica del Comitato Nazionale Democratico, viene di fatto cancellato.

Il ricorso è stato depositato presso un giudice statale dall'organizzazione per i diritti civili Equal Ground Education Fund insieme a un gruppo di 19 elettori della Florida, assistiti dallo studio legale Elias Law Group. La causa chiede al tribunale di bloccare la nuova mappa e di ripristinare quella approvata nel 2022. I ricorrenti sostengono che il governatore e il Parlamento abbiano violato gli standard anti-gerrymandering approvati dagli elettori, secondo cui i collegi non possono essere ridisegnati per finalità partigiane o per favorire o danneggiare i deputati in carica. Nel testo del ricorso si legge che il piano del 2026, secondo i parametri tradizionali del gerrymandering partigiano, è uno dei più estremi della storia americana e che statistiche di questo tipo non si verificano per caso, ma sono il prodotto di scelte deliberate compiute da professionisti con strumenti sofisticati e un obiettivo partigiano dichiarato.

Il riferimento normativo è l'emendamento Fair Districts, approvato dagli elettori della Florida nel 2010, che vieta di disegnare collegi per favorire o sfavorire un partito o un deputato in carica. Gli avvocati di DeSantis hanno sostenuto che questi standard non vadano più applicati perché lo scorso anno la Corte Suprema della Florida ha stabilito che le tutele per le minoranze contenute nello stesso emendamento non dovevano essere seguite in modo rigido. Secondo la difesa del governatore, l'emendamento costituirebbe un pacchetto unitario che non può essere scomposto. Un alto collaboratore di DeSantis ha ammesso la settimana scorsa di aver utilizzato dati politici nel processo di disegno dei collegi, una possibile violazione degli standard Fair Districts.

DeSantis chiede una nuova mappa dall'estate scorsa. Tra le motivazioni indicate ci sono la crescita della popolazione della Florida e la possibilità che la Corte Suprema federale limiti l'uso del fattore etnico nel disegno dei collegi. La nuova mappa, però, si basa sugli stessi dati del censimento del 2020 utilizzati per quella precedente, già approvata da tribunali statali e federali. La Florida non aveva mai effettuato una ridefinizione dei collegi a metà decennio senza un ordine giudiziario, nonostante in passato abbia conosciuto fasi di forte crescita demografica.

L'ufficio del governatore sostiene che la nuova mappa sia stata disegnata in modo neutrale rispetto all'etnia. Questa impostazione ha portato a una significativa riformulazione di un distretto del sud della Florida che era stato della deputata Sheila Cherfilus-McCormick, dimessasi all'inizio di questo mese. I democratici contestano la tesi della neutralità etnica e indicano la Florida centrale, dove gli elettori ispanici, in maggioranza di origine portoricana, sono stati divisi tra più collegi.

La decisione della Corte Suprema federale sul caso della Louisiana, arrivata la scorsa settimana mentre i parlamentari della Florida discutevano la nuova mappa, ha indebolito con un voto di 6 a 3 la parte del Voting Rights Act del 1965 che consentiva ai legislatori di disegnare i collegi per garantire la rappresentanza delle minoranze etniche. La legge resta formalmente in vigore, ma diventa più difficile chiedere ai tribunali di ridisegnare i distretti a tutela delle minoranze. DeSantis ha indicato come esempio di gerrymandering razziale a favore degli elettori afroamericani il vecchio Distretto 20, che si estendeva tra le contee di Broward e Palm Beach. Il nuovo Distretto 20 è interamente compreso nella contea di Broward.

L'iniziativa della Florida si inserisce in una più ampia battaglia nazionale sulla ridefinizione dei collegi in vista delle elezioni di metà mandato. Trump ha chiesto agli Stati a guida repubblicana di ridisegnare le mappe per favorire il proprio partito. Il Texas è stato il primo a muoversi, seguito dalla risposta di Stati a guida democratica come la California. Alla Camera dei Rappresentanti i repubblicani hanno attualmente un vantaggio di 217 a 212 sui democratici, con un deputato indipendente e cinque seggi vacanti.

I tempi per un intervento dei tribunali sono stretti. Le iscrizioni ufficiali alle candidature per la Camera in Florida si aprono l'8 giugno a mezzogiorno e si chiudono il 12 giugno alla stessa ora. Il leader della minoranza democratica alla Camera Hakeem Jeffries ha attaccato duramente la nuova mappa, accusando DeSantis di cercare l'appoggio di Trump dopo la sconfitta delle sue ambizioni presidenziali nel 2024. Anche all'interno del Partito Repubblicano alcuni esponenti temono che il ridisegno aggressivo possa rivelarsi un boomerang, mettendo a rischio diversi deputati repubblicani al pari di quelli democratici.

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Provincia, il tempo ritrovato tra lavoro e vita


Nei piccoli centri equilibrio concreto, ambizione silenziosa e mestieri che resistono: un modello attuale e sostenibile
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C’è un tempo diverso, nei piccoli paesi di provincia. Non è solo una questione di lentezza, ma di misura: le giornate sembrano dilatarsi quel tanto che basta per farci entrare dentro tutto, il lavoro e la vita, senza che l’uno divori l’altra. Qui il concetto di equilibrio non è una formula da manuale, ma una pratica quotidiana. Si lavora, certo, ma si riesce ancora a pranzare a casa, a salutare per nome chi si incontra per strada, a chiudere la bottega con la luce che cala senza la sensazione di aver perso qualcosa altrove.

Il cosiddetto work-life balance, spesso inseguito nelle grandi città come un miraggio, nei paesi assume una forma concreta. Non perché manchino le difficoltà — il lavoro non è mai facile, ovunque — ma perché il contesto restituisce un senso di proporzione. Il tempo non è soltanto produttività: è relazione, è comunità, è appartenenza. E in questo equilibrio imperfetto ma autentico si ritrova una qualità della vita che sfugge alle statistiche.

Eppure, sarebbe un errore pensare che la provincia sia sinonimo di rinuncia o di ambizione ridotta. L’ambizione, quella vera, non dipende dalla geografia ma dalla volontà. È una forza silenziosa che può nascere ovunque, anche in una strada secondaria o in una piazza poco trafficata. Aprire un’attività in un piccolo paese è spesso un atto di coraggio, ma anche di visione: significa credere che si possa creare valore lì dove si è, senza dover necessariamente partire.
C’è qualcosa di profondamente contemporaneo in questa scelta. In un’epoca che spinge alla mobilità continua, restare — o tornare — diventa quasi rivoluzionario. Non si tratta di chiudersi, ma di radicarsi. Di costruire qualcosa di proprio, con una dimensione umana, dove il cliente non è un numero ma un volto conosciuto. È un modo diverso di intendere il successo: meno appariscente, forse, ma più duraturo.

E poi ci sono i mestieri, quelli che portano con sé il profumo del tempo. Le botteghe artigiane resistono come piccoli presìdi di identità: c’è Francesco Pierini, originario di Andria che ha trasformato l’arte di calzolaio, che ripara scarpe consumate restituendo loro una seconda vita, in un sogno realizzato; il sarto che cuce su misura non solo abiti, ma storie e chi è appassiona di moda e crea da una passione un negozio, come Deborah Foti che a Montecatini Terme e Pescia ha creato il suo negozio, Memiorà, dove segue e guida le clienti come se fossero figlie tra abiti ideati da lei e grandi brand. Figure che sembrano appartenere a un’altra epoca e che invece continuano a essere incredibilmente attuali. Non è solo nostalgia: è il riconoscimento di un sapere che non può essere sostituito.

Il ritorno alle origini è un grande espediente letterario, molti sono gli esempi nel cinema e nella letteratura, in cui i protagonisti tornano nei luoghi d’infanzia lasciandosi alle spalle la vita frenetica della città, riscoprendo quindi la spontaneità della vita ed il tempo lento e dilatato come in Chiamami col tuo nome romanzo di Andrè Aciman, nel quale i due protagonisti si cercano e si ritrovano in una dimensione romantica incorniciata dalle scogliere della Liguria di ponente; The Dressmaker di Rosalie Ham, romanzo gotico ambientato a Dungatar un piccolo paese australiano nel quale la protagonista Tilly, facendo ritorno, riporta a galla vecchie ferite, rancori e segreti, sconvolgendo gli equilibri della comunità col suo talento; e, infine, Nuovo Cinema Paradiso, di Giuseppe Tornatore, lungometraggio in cui un regista affermato torna con la mente al suo paese in Sicilia, dove ha scoperto il cinema e tra nostalgia e rimpianti si confronta con scelte sbagliate ed affetti dimenticati.

In questi luoghi, il gesto ripetuto diventa esperienza, e l’esperienza diventa valore. C’è una bellezza discreta nel vedere mani esperte all’opera, nel sapere che dietro ogni oggetto c’è una storia, un volto, una competenza costruita nel tempo. E forse è proprio questa continuità tra passato e presente a rendere la vita di provincia così profondamente romantica.

Non è un romanticismo ingenuo, ma consapevole. Sa delle difficoltà, delle opportunità che a volte mancano, delle scelte che pesano. Ma proprio per questo riesce a dare senso a ciò che resta: il tempo condiviso, il lavoro fatto con cura, la possibilità di costruire qualcosa che non sia soltanto utile, ma anche significativo.

In fondo, la provincia non è un luogo minore. È uno spazio diverso, dove il tempo, l’ambizione e il lavoro si intrecciano in modo più umano. E forse, oggi più che mai, è proprio da qui che si può ripartire.

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Sinagoghe e case ebraiche imbrattate con svastiche a New York


Cinque luoghi vandalizzati in poche ore nel quartiere di Forest Hills e Rego Park. La polizia di New York cerca almeno quattro sospetti. Il sindaco Mamdani: "Atto di odio antisemita per seminare paura".

Svatische scritte come "Heil Hitler" sono comparse all'alba di lunedì su sinagoghe, abitazioni private e un'auto nel quartiere di Queens, a New York. La polizia sta cercando almeno quattro persone responsabili di una serie coordinata di atti vandalici a sfondo antisemita avvenuti nell'arco di poche ore in cinque luoghi diversi della zona, abitata da una numerosa comunità ebraica.

L'episodio più grave ha colpito la sinagoga Congregation Machane Chodosh, nel quartiere di Forest Hills. La svastica è stata dipinta proprio sopra una targa commemorativa dedicata ai sopravvissuti della Notte dei cristalli, il pogrom nazista del 1938 contro gli ebrei tedeschi considerato da molti storici l'inizio della Shoah. La targa ricorda le congregazioni i cui membri furono uccisi perché ebrei. La sinagoga era stata costruita proprio da rifugiati tedeschi scampati alle persecuzioni naziste, ha ricordato il rabbino Yosef Mendelson. Si tratta del primo episodio del genere subito dalla congregazione in sedici anni.

A circa un miglio di distanza, intorno all'una e mezza di notte, le telecamere di sicurezza hanno ripreso quattro persone mentre imbrattavano un'abitazione privata a Forest Hills. Anche il Rego Park Jewish Center, un'altra sinagoga della zona, è stato preso di mira: sui muri esterni sono comparse svastiche e la scritta "Hitler" in vernice rossa. L'edificio ospita anche un asilo per bambini in età prescolare e un centro per anziani. Altre svastiche sono state dipinte su una porta di garage e sul finestrino di una casa vicina.

I numeri della polizia di New York indicano un'escalation preoccupante. Pur rappresentando solo il 10 per cento della popolazione cittadina, gli ebrei sono stati il bersaglio del 60 per cento dei crimini d'odio registrati nell'ultimo mese. Secondo dati della polizia citati da Le Monde, gli episodi antisemiti sono aumentati del 182 per cento tra gennaio 2025 e gennaio 2026 nella metropoli, che ospita la più grande comunità ebraica al di fuori di Israele.

Il sindaco Zohran Mamdani, democratico, ha condannato l'accaduto definendosi "inorridito e indignato". In un messaggio pubblicato sui social media ha scritto che non si tratta di semplice vandalismo ma di un atto deliberato di odio antisemita pensato per generare paura. Ha aggiunto che non c'è posto per l'antisemitismo a Queens né altrove in città e si è detto solidale con i vicini ebrei, la cui sicurezza, dignità e appartenenza non sono negoziabili. La task force della polizia dedicata ai crimini d'odio sta indagando.

La posizione di Mamdani sulla questione è oggetto di forti tensioni con parte della comunità ebraica della città. Il sindaco, sostenitore della causa palestinese e autore in passato di dichiarazioni che hanno definito Israele un "regime di apartheid", è stato accusato da membri della comunità ebraica di alimentare con le sue posizioni politiche l'aumento dell'antisemitismo, accusa che Mamdani respinge. In un commento sui social media, un gruppo locale ha sostenuto che il sindaco non prende sul serio l'aumento dei casi di antisemitismo.

Julie Menin, presidente del consiglio comunale di New York e prima persona ebrea a ricoprire questa carica, ha visitato i luoghi vandalizzati insieme ad altri consiglieri comunali. Ha dichiarato che quando i rabbini e i fedeli sono arrivati per pregare quella mattina, invece di trovare la consueta comunità accogliente si sono trovati davanti segnali terrificanti di odio e minacce di violenza. Menin ha sottolineato la necessità di intensificare il lavoro educativo per contrastare questo tipo di odio, soprattutto quando si manifesta attraverso simboli nazisti.

Anche il leader della minoranza democratica alla Camera, Hakeem Jeffries, e il senatore Chuck Schumer hanno condannato gli atti vandalici. Jeffries ha definito l'episodio una "vandalizzazione antisemita coordinata" e ha sostenuto che i simboli nazisti e l'ideologia mortifera che rappresentano non possono mai essere normalizzati. Schumer ha parlato di un fatto che si è verificato nel cuore di una delle comunità ebraiche più storiche di Queens.

L'episodio si inserisce in una serie di azioni antisemite che negli ultimi mesi hanno colpito la comunità ebraica di New York. Sono stati presi di mira parchi giochi, luoghi di culto e la metropolitana. A gennaio, due adolescenti erano stati arrestati e accusati di crimini d'odio dopo che decine di svastiche erano state dipinte su un parco giochi di Brooklyn.

I graffiti non sono stati rimossi immediatamente per consentire alle indagini di procedere e sono stati cancellati nel corso della giornata di lunedì. Al momento non sono stati effettuati arresti.

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Russia, Putin sempre più nei bunker: il 70% del tempo dedicato alla guerra


Fonti FT: il leader si isola in strutture protette a Krasnodar e Valdai. Drastico calo delle uscite pubbliche

Il presidente russo Vladimir Putin trascorre una quota crescente del proprio tempo operativo in strutture sotterranee altamente protette, concentrando la propria attività sulla gestione diretta della guerra. È quanto emerge da ricostruzioni pubblicate dal Financial Times, basate su fonti vicine al Cremlino e a servizi d’intelligence europei.

Secondo tali fonti, negli ultimi mesi si sarebbe registrato un cambiamento significativo nelle abitudini del leader russo: Putin e il suo nucleo familiare avrebbero ridotto drasticamente la permanenza nelle tradizionali residenze nei pressi di Mosca e nella regione di Valdai, privilegiando invece la permanenza prolungata in bunker sotterranei, anche nell’area meridionale di Krasnodar.

Il rafforzamento delle misure di sicurezza attorno al presidente appare strettamente connesso a un contesto percepito come sempre più instabile. Le stesse fonti riferiscono di un incremento delle preoccupazioni per possibili minacce, tra cui attacchi mirati e tentativi di destabilizzazione interna, che avrebbero contribuito ad accentuare il ricorso a infrastrutture protette.

In questo quadro, si inserisce anche un mutamento nello stile di governo. Il Financial Times evidenzia come Putin stia dedicando la maggior parte del proprio tempo, circa il 70%, alla conduzione delle operazioni militari e al monitoraggio quotidiano dell’andamento del conflitto. Le fonti descrivono un coinvolgimento diretto e dettagliato, con attenzione anche a elementi operativi minori, come la situazione nei centri abitati più piccoli.

Il restante tempo sarebbe destinato ad attività istituzionali, tra cui incontri diplomatici e dossier economici, che tuttavia appaiono oggi secondari rispetto alla gestione della guerra.

Parallelamente, si osserva una contrazione delle apparizioni pubbliche del presidente. Rispetto all’anno precedente, le uscite ufficiali risultano sensibilmente diminuite, mentre una parte della comunicazione istituzionale continuerebbe a essere veicolata tramite contenuti registrati.

Analisti citati dalla stampa internazionale interpretano questa evoluzione come un segnale di crescente isolamento decisionale, accompagnato da una centralizzazione delle scelte strategiche nelle mani del presidente.

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Pensionati a scuola, faccia a faccia tra generazioni


Ad Alessandria il progetto “Linee di dialogo”: un gruppo di over 60 incontra i ragazzi per discutere del rispetto tra generi ed età diversi
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Si può fare. Si possono insegnare il rispetto, la condivisione, l’accoglienza, attraversando i conflitti e trasformandoli in dialogo. Lo aveva intuito Paulo Freire, il grande pedagogista brasiliano, quando, nei suoi anni di esilio, scrisse che nessuno educa nessuno, e nessuno si educa da solo: gli esseri umani si educano insieme, in relazione con il mondo. Non una lezione, dunque, ma un incontro.

Ed è esattamente da un incontro che è nato il progetto “Linee di dialogo - voci silenziose, giovani e anziani in dialogo per raccontare e trasformare il conflitto di genere”. Un’idea insolita: lo SPI di Alessandria (il sindacato pensionati della CGIL) ha portato un gruppo di over 60 al CIOFS, il Centro italiano opere femminili salesiane, una scuola professionale che, nonostante il nome, è frequentata anche da allievi maschi. Qui, guidati da un educatore e un artista, i pensionati hanno lavorato insieme agli studenti sul tema del rispetto tra ragazze e ragazzi e tra generazioni diverse.

L’incontro tra generazioni

I quattordicenni Amenta, Nicolas, Giulia e Selvete – insieme a Maurizio, Emilia e Patrizia, di qualche decennio più “grandi” – sono così diventati i protagonisti di un video che racconta i giorni degli incontri: i pensionati tornati sui banchi di scuola con carta colorata e forbici per creare immagini ed esempi, i dialoghi con i ragazzi, il cerchio umano fatto tenendosi mano nella mano, la speranza che le differenze di genere non diventino conflitto.
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«Quando abbiamo iniziato a immaginare questo progetto, avevamo un’intuizione semplice ma, allo stesso tempo, molto ambiziosa: creare uno spazio in cui generazioni diverse potessero incontrarsi davvero, senza ruoli predefiniti, senza etichette, senza la necessità di “dover dire la cosa giusta”. Uno spazio in cui fosse possibile ascoltare e ascoltarsi». Cecilia Garrone, giovane segretaria dello SPI CGIL, ha raccontato così l’idea a L’Unica. «Oggi, dopo questo percorso, possiamo dire che quell’intuizione si è trasformata in qualcosa di concreto, di vivo. Non solo un progetto, ma un’esperienza che ha lasciato tracce nelle persone che l’hanno attraversata».

“Linee di dialogo” non è un insieme di concetti “buonisti” dove si immagina un mondo da guardare con gli occhiali rosa. «Il conflitto non è qualcosa da evitare o da nascondere, ma qualcosa da attraversare», ha aggiunto Garrone. «E se viene affrontato in un contesto sicuro, accompagnato e rispettoso, può diventare una straordinaria occasione di crescita. In questo senso, lavorare sul tema della violenza di genere non ha significato solo parlarne in modo diretto, ma anche interrogarsi su tutto ciò che la precede: il linguaggio, gli stereotipi, i ruoli sociali, le aspettative che spesso diamo per scontate».

Non immaginate un tavolo con anziani che parlano come i professori e gli allievi fermi ad ascoltare. I ragazzi hanno portato domande, fragilità, il bisogno di essere ascoltati. «I pensionati hanno invece portato esperienza, memoria, ma soprattutto la capacità di mettersi in gioco senza giudizio», ha spiegato Garrone. «E in questo incontro è successo qualcosa di importante: le distanze si sono accorciate, le diffidenze iniziali si sono sciolte, e si è creata una relazione autentica. Credo che questo sia uno degli elementi più forti del progetto: aver dimostrato che la relazione tra generazioni non è solo possibile, ma necessaria. In una società che spesso separa, che divide per età, per ruoli, per appartenenze, creare spazi di incontro significa ricostruire comunità».

In gioco si è messo Giorgio Annone, responsabile di Linealab, l’agenza che ha realizzato il progetto e il video. «Questo è un percorso aperto, non completamente predefinito», ha detto a L’Unica. «Ci interessava lavorare su qualcosa di più sottile: il modo in cui stiamo nelle relazioni, il modo in cui ci parliamo, il modo in cui il conflitto si manifesta e si trasforma. E soprattutto ci interessava farlo mettendo davvero in relazione due mondi che spesso restano separati: quello dei ragazzi e quello degli adulti. Non in una forma simbolica, ma concreta».

Al centro c’è un’idea precisa: tutto passa attraverso il linguaggio. «L’intuizione centrale è stata questa: che il tema non fosse la violenza in sé, ma il linguaggio quotidiano attraverso cui la violenza passa, a volte in modo evidente, a volte in modo molto più sottile».

Parole e immagini

Salvatore Falzone ha costruito i percorsi come educatore e Fabio Orioli, responsabile del progetto artistico, li ha trasformati in piccoli sentieri creativi. Al progetto hanno partecipato la direttrice del CIOFS Maria Marcinnò e l’insegnante Alessia Travaino. «È stato impegnativo per la burocrazia, sono tutti ragazzi molto giovani, e non nascondo che ero piuttosto preoccupata. Ma il risultato è stato incredibile», ha detto ancora Garrone. «Il corpo, l’arte, la scrittura sono diventati strumenti per entrare in contatto con sé stessi e con gli altri: portare questo progetto in una scuola professionale è stata una scelta precisa. Crediamo che sia fondamentale investire proprio in quei contesti dove spesso arrivano meno opportunità di questo tipo. Non perché siano “più problematici”, ma perché hanno bisogno, come tutti, di spazi di riconoscimento, di ascolto, di crescita. E la risposta dei ragazzi ci ha dimostrato che questa scelta è stata giusta».

Non è un caso che l’iniziativa nasca in seno a un sindacato pensionati. Lo SPI CGIL porta con sé una genealogia precisa: quella dei corsi delle 150 ore, nati negli anni Settanta all’interno della CGIL per garantire il diritto all’istruzione degli operai. Il sindacato che entra a scuola non per rivendicare, ma per costruire cultura – questa volta inter-generazionale e di genere – è una forma di continuità con quella stagione, aggiornata alla contemporaneità.

Le istituzioni, tra annunci e contraddizioni

Alla presentazione del video c’erano i rappresentanti del Comune di Alessandria, che ha partecipato al progetto. «Linee di dialogo dimostra che quando la società civile e le istituzioni camminano insieme, il silenzio si rompe e il conflitto diventa evoluzione», ha commentato Roberta Cazzulo, assessora alle Politiche sociali e Pari opportunità. «Il cambiamento non si può basare solo sulle sanzioni, ma deve essere culturale, deve fondarsi sull’educazione al rispetto di genere partendo proprio dalle nuove generazioni. Quando mettiamo in dialogo memorie e linguaggi differenti, stimoliamo quell’empatia e responsabilità collettiva che sono l’unico vero antidoto alla violenza».

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Proprio qui si apre una contraddizione difficile da ignorare. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito integra l’educazione all’affettività e all’empatia nei programmi di educazione civica, ma di fatto respinge l’idea di una materia autonoma, chiedendo di introdurre il consenso informato dei genitori per le attività sessuo-affettive. Un ostacolo per la realizzazione di qualsiasi iniziativa, mentre le notizie di cronaca travolgono ogni visione ottimistica. Nel frattempo, Paesi come la Svezia hanno reso l’educazione relazionale e sessuale curricolare dal 1955.

E forse la soluzione inizia da qui, dai piccoli passi in una scuola professionale di provincia, dove i ragazzi creano un ambiente in cui tutti si sentono riconosciuti. «Non possiamo pensare che basti un laboratorio per cambiare le cose, ma possiamo dire che è possibile iniziare un percorso», ha detto Garrone. È esattamente questa la logica del processo di civilizzazione: lenta, fragile, eppure reale.

A fare una promessa è stata Antonella Albanese, segretaria nazionale di SPI CGIL: «Linee di dialogo non si esaurisce qui: è solo l’inizio di un progetto più ampio per il futuro, pronto a crescere e a trasformarsi in nuove esperienze. Abbiamo l’ambizione di coinvolgere sempre di più i giovani e il mondo della scuola, su temi capaci di avvicinare e mettere in relazione le diverse generazioni», ha detto dal palco.

«In fondo – ha concluso Garrone – è proprio da qui che si costruisce una cultura del rispetto: non dalle parole più giuste, ma dalle relazioni più vere».

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Mattoncino su mattoncino viene su un grande mondo, quello di Lego. A dire il vero, più che un mondo è un universo con molte sfaccettature: gioco per bambini o per incalliti collezionisti, strumento di comunicazione e socializzazione, può diventare espressione artistica oppure, addirittura, essere leva imprenditoriale. Dal 9 maggio, a Savigliano, Lego sarà anche una mostra. Una di quelle che cambiano il modo di osservare. Si chiama “Monumentini”, e sarà allestita a Palazzo Muratori Cravetta.

Una mostra dove i monumenti italiani non sembrano più distanti o addirittura irraggiungibili: diventano accessibili. Con i mattoncini si mette in atto un ribaltamento sottile, ma evidente. La Mole Antonelliana, il Duomo di Milano o la Fontana di Trevi non perdono importanza nella versione in scala. Al contrario, acquistano chiarezza. Come se togliere grandezza restituisse senso.

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Costruire, smontare, ricostruire

L’autore dei “monumentini” è Luca Petraglia, artista milanese, classe 1991. «Da un certo giorno non ho più smesso di costruire e i mattoncini Lego sono diventati la mia arte», ha raccontato a L’Unica. Quel “certo giorno” risale a quando era bambino, quando una scatola aperta per caso è diventata un gioco irrinunciabile. Tutto il percorso artistico di Petraglia è all’insegna della continuità e di un mantra inesauribile: «Costruire è tanto importante quanto smontare e poi ricostruire».

Le opere sono interpretazioni fedeli. Petraglia lavora sulla struttura, sulla geometria, sull’equilibrio degli edifici. Elimina il superfluo, trattiene l’essenziale. È una forma di sintesi, più che di riproduzione.
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«Mi è sempre piaciuto riprodurre le città», ha detto ancora. Infatti, ciò che emerge dal suo lavoro non è una sequenza di monumenti isolati, ma un vero sistema che si sviluppa in una sorta di geografia culturale. In ogni città, anche la più piccola, c’è un edificio che la rappresenta: spesso è una chiesa, un centro, un punto di riferimento per gli abitanti.

Il lavoro di Petraglia parte proprio da lì, dalla funzione dei luoghi, prima ancora che dalla loro forma. Ma un altro elemento attraversa tutte le opere: il tempo. Costruire con i Lego significa accettare una lentezza inevitabile. Non esistono scorciatoie. Ogni errore impone di tornare indietro, smontare e rifare. È un processo che assomiglia più all’artigianato che alla produzione di una multinazionale del gioco. E infatti Petraglia lavora per stratificazione, per tentativi. Nel suo studio, passa anche quindici ore al giorno tra i mattoncini. Un dato che più che stupire, spiega: dietro all’apparente leggerezza del risultato c’è una disciplina rigorosa.

A volte può succedere che il contesto che accoglie la mostra amplifichi il messaggio. Fino a domenica 3 maggio i “monumentini” di Petraglia sono esposti nell’Imbiancheria del Vajro, a Chieri, sulla collina torinese. Non è una sala neutra, ma uno spazio che porta con sé una storia industriale, una memoria concreta. Qui i “monumentini” dialogano con macchinari, filature e, ancora una volta, trasformazioni. Anche la ciminiera distrutta nel 2019 è ritornata, ricostruita in miniatura. Non come nostalgia, ma come presenza.
Foto: Profilo Facebook di Luca Petraglia
Non soltanto bambini

Il pubblico risponde: famiglie, curiosi e persone che forse non entrerebbero mai in una mostra di architettura. Gli appassionati, ovviamente, rappresentano la parte più rilevante. Del resto, ci sarà un motivo se esistono in tutto il mondo gruppi organizzati di giocatori. Anche a Cuneo, dove dal 2016 i soci di Alter Lego organizzano incontri per ritrovarsi e costruire ogni volta nuove esperienze marchiate Lego, alternando mostre (l’ultima il 29 marzo alle Gallerie del territorio a Madonna dell’Olmo) alle attività di sostegno per i bambini ricoverati in ospedale.

Ma l’azienda danese che dal 1932 costruisce i mattoncini ha fondamenta ben più solide di quelle in plastica bucherellata. Nel 2025 ha chiuso con ricavi in crescita a doppia cifra e utili in aumento. Un dato in forte controtendenza, quando una parte consistente del settore giocattoli rallenta tra inflazione, contrazione dei consumi e cambiamento delle abitudini. Questo proprio perché Lego non è soltanto un produttore di giocattoli ma un ecosistema con set per bambini, collezioni per adulti, collaborazioni con grandi franchise, prodotti sempre più complessi e segmentati. Non esiste più un solo pubblico. Esistono pubblici diversi, con esigenze diverse.

Negli ultimi anni il segmento degli adulti è diventato centrale. Non è un dettaglio. È un cambio di paradigma. Il mattoncino non è più solo gioco, ma esperienza. Costruire diventa un’attività che ha a che fare con il tempo libero, con la concentrazione, perfino con il benessere. In questo senso Lego intercetta una domanda nuova: quella di attività manuali, lente, in un contesto sempre più digitale.

Se ti interessa partecipare alla mostra “Monumentini” a Savigliano a questo link trovi tutte le informazioni necessarie.

Un “gioco serio” per i manager

Che Lego non sia solo montare mattoncini su mattoncini lo sanno bene i manager che hanno sperimentato il metodo Lego serious play, pensato per aiutare a lavorare sulle idee attraverso modelli tridimensionali. L’obiettivo? Migliorare comunicazione, creatività e capacità di affrontare problemi complessi. Chi utilizza questo metodo lo spiega in modo diretto: costruire con le mani permette di «rendere visibili concetti che altrimenti resterebbero astratti». Un approccio che, a prima vista, può sembrare paradossale: usare un gioco per affrontare temi complessi come strategia, identità aziendale o gestione dei conflitti.

«È un metodo sviluppato 22 anni fa e che ha portato alla creazione di uno spin-off della Lego. È una strategia che mira a sbloccare un potenziale che altrimenti rimarrebbe inespresso», ha spiegato a L’Unica Per Kristiansen, manager danese che ha divulgato in Piemonte questa metodologia. «Tutti lavorano con l’idea di fare bene, ma non sempre riescono a trovare le parole per dirlo. Con questo percorso acquisiscono una voce. Il principio è semplice. I partecipanti costruiscono con i mattoncini modelli che rappresentano idee, problemi o scenari. Non si parte da una discussione astratta, ma da un oggetto concreto. Con i Lego i bambini costruiscono la loro realtà e il concetto vale anche per gli adulti: i mattoncini sono una metafora. Questo permette di rispondere anche alle domande più difficili, come ad esempio: chi sei?».

La risposta non arriva dalle parole, ma da ciò che si costruisce. «Sì, perché quello scenario che realizziamo dice chi siamo, chi vorremmo essere, chi sono i nostri antagonisti. Così, sul piano del business, emerge anche che cosa manca all’azienda, quali valori». Il lavoro si sviluppa in gruppo. Ogni partecipante costruisce il proprio modello, ma il passaggio decisivo arriva alla fine, quando tutto viene unito. «La riunione si conclude con una sintesi: si crea un’unica struttura, un paesaggio che unisce tutte le creazioni e in qualche modo le comprende. Ci sono fili che collegano i lavori: è lì che emerge la visione comune». Il metodo viene utilizzato in contesti diversi: dal team building al problem solving, fino alla simulazione di scenari complessi. «Può essere utile per valutare situazioni reali. Ad esempio, se crolla la borsa: quali sono le conseguenze possibili?».

Gioco, formazione, arte: tutti i volti dei mattoncini

Poi c’è la sostenibilità. Tema centrale, ma anche delicato. Lego ha investito in materiali alternativi alla plastica tradizionale, in processi produttivi più efficienti, in un racconto aziendale che mette al centro la responsabilità ambientale. Non è un percorso concluso, ma è diventato un elemento identitario. Tutto questo spiega la crescita, ma non basta ancora. Lego è uno dei pochi prodotti che riesce a stare contemporaneamente in più dimensioni. È gioco, ma anche collezione. È passatempo, ma anche strumento educativo. È oggetto, ma anche linguaggio.

E qui torniamo a ciò che si vedrà in mostra a Savigliano. Il lavoro di Luca Petraglia è una dimostrazione concreta di questa trasformazione. I mattoncini diventano architettura, racconto, interpretazione. Non perdono la loro natura, ma la estendono. Che cosa resta dopo aver visitato la mostra? Non solo la meraviglia tecnica o la precisione dei dettagli. Ma la sensazione che costruire sia ancora uno dei modi più concreti per capire il mondo.

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