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Popolarità Trump, segnali contrastanti in mezzo a nuovi venti di guerra (19 luglio)


L'approvazione di Trump è altalenante, con i nuovi sondaggi che vanno in una direzione più negativa rispetto alle ultime settimane, in un quadro che rimane incerto e suscettibile di variazioni a seconda degli imminenti sviluppi dal Medio Oriente.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana si registrano segnali completamente contrastanti nella popolarità di Trump, con le medie analizzate che vanno in direzioni opposte: una in aumento, due in discesa, con un disallineamento complessivo non trascurabile.

Quel che è certo è che i numeri rimangono intorno a una quota che arriva fino al -17 di net rating; questo livello è migliore rispetto alla media degli ultimi mesi, ma sempre ben lontana dal compensare le ingenti perdite subite da inizio anno ad oggi.

Questa settimana sono state pubblicate rilevazioni da parte di importanti network, come Ipsos, Echelon Insights, CNBC News e Independent Center, che sono mediamente sopra o più vicine al -20, rispetto alle rilevazioni delle scorse settimane che offrivano numeri migliori.

La situazione per il tycoon continua ad essere negativa, seppur ampiamente migliore rispetto a Joe Biden nella media nello stesso punto del mandato: circa 7 punti in più.

Il net rating cresce leggermente rispetto ai minimi toccati nel recente passato, con il tasso di approvazione intorno al 40% nelle medie analizzate, ma con la disapprovazione che, in quest'ultima settimana, torna a salire e fa un balzello verso il 60%.

Nonostante i piccoli segnali di vita dell'ultimo periodo, questi numeri sono fino a sei-otto punti inferiori rispetto a prima della guerra in Iran.

Sul lungo periodo, è da verificare la tenuta di questo quadro: molto dipenderà dagli sviluppi del negoziato con l'Iran, ormai vicino al fallimento e che potrebbe ripercuotersi negativamente sui dati.

Ad ogni modo, il dato è decisamente superiore rispetto alla catastrofica media di Joe Biden nel luglio 2022; questo significa che l’approvazione di Trump non è la peggiore di sempre dopo diciotto mesi di presidenza. È di circa otto punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie registrano segni inversi: Focus America e il sito di Silver segnalano un peggioramento di circa un punto, mentre RCP registra un miglioramento della stessa consistenza; gli istituti, in questo modo, si posizionano a circa tre punti di distanza tra di loro nel complesso.

Come già accennato, dopo diciotto mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciotto mesi del suo primo mandato, ma al di sopra di quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 544 giorni di presidenza (-17,5 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, ad eccezione appunto di Biden, che con il suo -24,3 attraversava un periodo di grande sofferenza

Risulta indietro, come detto, rispetto al suo primo mandato, in cui era molto più popolare, a -9,6.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 40% e il 41%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 56%-57%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi dei negoziati di pace con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
9 rilevazioni di 9 istituti — 19 luglio 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 1 sondaggio
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 5 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 3 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 19 luglio 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 39,6% (-0,1) - 57,2% (+0,7). In totale un net approval arrotondato di -17,6 (-0,8).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 41,1% (+0,1) - 55,6% (-0,9). In totale un net rating di -14,5 (+1).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 39,8% (+0,6) - 57,3% (+1,5), con un net rating complessivo di -17,5 (-0,9). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

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Leggere meno, scegliere meglio


Nel diluvio digitale, il problema non è trovare qualcosa da leggere, ma capire cosa merita davvero la nostra attenzione.

Non saprei più ritrovarla, ma ricordo bene una massima che ho incrociato tempo fa su X. Diceva, più o meno, che la qualità di ciò che impari è inversamente proporzionale alla quantità di informazioni che consumi.

Detto altrimenti: se leggi, ascolti o guardi qualcosa in maniera compulsiva - libri, articoli, podcast, documentari, tutorial; il formato non cambia nulla - probabilmente non stai imparando. Ti stai intrattenendo.

È un pensiero potente, perché mette in discussione un principio a cui ho creduto a lungo: più informazioni accumuli, più diventi capace di pensare.

Oggi la vedo diversamente. Imparare non è una questione di quantità, ma di qualità. E soprattutto di ciò che fai con quello che incontri.

Aver introdotto il metodo Zettelkasten nelle mie routine di lavoro e di scrittura ha senza dubbio contribuito a farmi arrivare a questa conclusione. Una conclusione che sfida un assunto profondamente radicato nella mia educazione — e forse nella nostra.

«Vuoi diventare grande? Leggi libri», dice Marco Paolini nella scena de Il racconto del Vajont in cui spiega com’è nato il suo amore per la lettura.

Eppure, dopo essere stato per decenni un lettore onnivoro, oggi leggo meno. Non soltanto perché ho meno tempo e più cose da fare, ma perché ho imparato a selezionare ciò che merita davvero la mia attenzione: quello che vale la pena leggere, ascoltare o guardare.

Selezionare, del resto, è uno dei principi alla base del metodo Zettelkasten. Ed è anche un ottimo modo per stare a galla nel diluvio di contenuti a cui siamo esposti ogni giorno.

Riducendo quasi a zero il costo di produrre e distribuire informazione, la tecnologia digitale ha fatto esplodere il numero di contenuti disponibili.

Prima di adottare il metodo, mi capitava spesso di aprire la mia app di read it later - uso Reader e mi trovo da dio - e scorrere le centinaia di articoli salvati. Ne sceglievo uno, lo leggevo e alla fine avevo la sensazione di aver fatto il mio dovere contro l’istupidimento imperante.

La verità - lo avrai intuito - è che mi stavo soltanto intrattenendo.

Chiariamoci: non c’è niente di male nell’intrattenersi con i contenuti online. Io lo faccio ancora, e di continuo. Ho solo smesso di pensare che equivalga automaticamente a migliorarmi.

Oggi, quando decido di leggere qualcosa di significativo, non mi basta più arrivare in fondo. Devo trasformarlo in un appunto, inserirlo nella slipbox in cui conservo il materiale che mi servirà per scrivere e collegarlo agli appunti che contiene già.

Questo rende la lettura più attiva e meno pigra. E ne aumenta l’attrito.

È un attrito salutare, che ha fatto bene alla mia capacità di scrivere testi migliori e con maggiore costanza. Perché ridurre la distanza tra lettura e scrittura significa svolgere in anticipo una parte del lavoro.

Ma lo Zettelkasten mi aiuta a lavorare meglio su ciò che ho già scelto. Non mi dice necessariamente che cosa valga la pena scegliere.

Per questo serve un secondo filtro.

All’inizio di quest’anno ho letto Antifragile di Nassim Nicholas Taleb. È un libro divertente e provocatorio, che gioca a mettere in discussione molti dei luoghi comuni con cui spieghiamo il funzionamento delle persone, delle cose e del mondo.

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Esce ogni settimana, la domenica sera.

A un certo punto Taleb introduce la legge di Lindy.

Il nome deriva da Lindy’s, una gastronomia di New York in cui alcuni comici si riunivano per discutere le novità del mondo dello spettacolo. Nel 1964 Albert Goldman raccontò una convinzione diffusa tra loro: poiché ogni comico disponeva di una quantità limitata di materiale, un’esposizione mediatica troppo intensa avrebbe finito per abbreviargli la carriera.

Da quella storia Benoît Mandelbrot ricavò poi un principio diverso e più generale, che Taleb avrebbe esteso alle cose non deperibili: libri, idee, tecnologie, opere culturali.

Secondo la legge di Lindy, più a lungo qualcosa è riuscito a sopravvivere, più a lungo è ragionevole aspettarsi che continui a farlo.

Il fatto che leggiamo ancora Shakespeare, per esempio, è uno degli indizi più forti del fatto che le sue opere continueranno a essere lette. Non possiamo dire lo stesso del bestseller più chiacchierato del momento, che potrebbe scomparire dalla conversazione nel giro di pochi mesi.

Naturalmente, questo non significa che tutto ciò che è vecchio sia migliore, giusto o vero.

La durata non è un certificato di qualità. È un’informazione.

Un’idea che ha attraversato generazioni ha superato più prove di un’idea comparsa ieri nel nostro feed. Questo non la rende infallibile, ma le attribuisce una probabilità maggiore di restare rilevante.

Applicata al principio di selezione su cui si basa il metodo Zettelkasten, la legge di Lindy diventa così una bussola per decidere a cosa dedicare attenzione e che cosa trascurare senza troppi problemi o sensi di colpa.

Quando scelgo che cosa leggere, posso chiedermi non soltanto: mi interessa? Mi serve? Ma anche: da quanto tempo questa cosa riesce a restare rilevante?

Lo Zettelkasten mi costringe a elaborare ciò che leggo. La legge di Lindy mi aiuta a decidere che cosa merita di essere elaborato.

Questo non significa ignorare il presente o leggere soltanto classici. Significa smettere di trattare ogni novità come se avesse lo stesso diritto di entrare nella nostra testa.

Dentro il diluvio dei contenuti, il tempo è forse il miglior editor che abbiamo a disposizione. Non è infallibile, ma è molto più severo di noi.

Tu come scegli ciò a cui dedicare attenzione? E quanto conta, nelle tue scelte, il fatto che qualcosa abbia già resistito alla prova del tempo?

Sono curioso di saperlo: scrivimelo nei commenti.

💡
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Israele spende decine di milioni di dollari per influenzare l'opinione pubblica americana


Tra le strategie ci sono messaggi scritti con l'intelligenza artificiale, pagamenti ai media conservatori e un contratto da oltre 45 milioni di dollari con Brad Parscale, storico alleato di Trump

Il governo israeliano sta spendendo decine di milioni di dollari per provare a cambiare l'opinione pubblica americana, diventata sempre più critica per la gestione delle guerre a Gaza e con l'Iran. Secondo un'inchiesta del Wall Street Journal, la campagna usa strategie inedite: milioni di messaggi scritti con l'intelligenza artificiale, pagamenti diretti ai media conservatori e contenuti creati apposta per orientare le risposte dei chatbot. Il 60% degli adulti americani ha oggi un'opinione sfavorevole di Israele, secondo un sondaggio condotto a marzo dal centro di ricerca Pew Research.

Nei giorni scorsi il vicepresidente JD Vance ha accusato la campagna di influenza israeliana di voler far fallire i negoziati degli Stati Uniti per chiudere il conflitto con l'Iran. Alcuni funzionari israeliani stanno "manipolando e cercando di cambiare l'opinione pubblica americana per far proseguire la guerra all'infinito", ha detto Vance al podcaster Joe Rogan. Brad Parscale, storico alleato del presidente Trump e l'uomo al centro dell'operazione, ha negato qualsiasi tentativo di minare i negoziati: "La minaccia esistenziale per Israele è la disinformazione, da qualsiasi parte provenga", ha detto in una recente intervista.

L’inchiesta

La campagna da 730 milioni per riconquistare l’America


Messaggi scritti con l’intelligenza artificiale, pagamenti ai media conservatori, contenuti pensati per i chatbot: così il governo israeliano prova a invertire un consenso ai minimi storici negli Stati Uniti.

Grafica di FocusAmericaLuglio 2026

Opinione in caduta, spesa record

Il giudizio degli americani
0%

vs

La risposta di Israele
0mln $

degli adulti ha un’opinione sfavorevole di Israele (Pew, marzo 2026)
il budget 2026 per la diplomazia pubblica, quasi 5 volte quello del 2025

Adulti USA con opinione sfavorevole di Israele

In quattro anni gli sfavorevoli sono cresciuti di 18 punti percentuali.

I contratti
Quanto vale la macchina dell’influenza
Gli importi dichiarati nei registri FARA del Dipartimento di Giustizia americano, citati dal Wall Street Journal.

Il contratto di Parscale vale 10.000 volte il compenso versato alla società degli influencer evangelici Stefanie e Caleb Rouse.

Le tattiche
Quattro leve per orientare l’opinione
Strumenti inediti per una campagna di influenza dichiarata al governo federale.

SMS di massa
Messaggi scritti dall’AI
Milioni di americani hanno ricevuto SMS da mittenti fittizi come «Emma» o «Sarah», a nome di un gruppo, Friends for Peace, che non risulta esistere.

Media conservatori
Radio e podcast di Salem
Il contratto prevedeva di integrare «messaggi narrativi» nei canali del gruppo, con oltre 500.000 $ spesi in pubblicità.

Intelligenza artificiale
Contenuti per i chatbot
Siti come Allyvia.org sono costruiti per far comparire risposte più favorevoli a Israele in chatbot come ChatGPT e Claude.

Geofencing
Pubblicità nelle megachurch
Un piano da oltre 3 milioni di dollari per raggiungere circa 4 milioni di fedeli evangelici e studenti cristiani nel Sud-Ovest.

La rete
Una presenza dichiarata senza precedenti
L’attività di influenza per governi esteri va registrata per legge presso il governo americano.

6+
società ingaggiate da Israele nell’ultimo anno

30+
persone registrate come agenti stranieri per Israele


posto atteso nel 2026 per spesa dichiarata in influenza negli USA

Fonte: Wall Street Journal; Pew Research Center (sondaggio del 23–29 marzo 2026 su 3.507 adulti); Jewish Telegraphic Agency. Importi dai registri FARA del Dipartimento di Giustizia. Dati aggiornati a luglio 2026.

Israele ha stanziato per il 2026 un budget da oltre 700 milioni di dollari per "plasmare la coscienza" e migliorare l'immagine del paese nel mondo, come ha detto alla fine dell'anno scorso il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar. Nell'ultimo anno il governo israeliano ha ingaggiato almeno sei società per la campagna negli Stati Uniti e oltre trenta persone, molte delle quali professionisti del marketing, si sono registrate come agenti stranieri per conto di Israele, come impone la legge americana a chi fa attività di influenza per governi esteri. Quest'anno il paese è avviato a diventare quello che spende di più in attività di influenza dichiarate al governo federale americano, ha detto Nick Cleveland-Stout, un ricercatore che studia il lobbying straniero al centro studi Quincy Institute. Gli alleati di Israele sostengono che la campagna serva a contrastare quelle condotte dall'Iran e dal movimento filopalestinese.

Milioni di americani hanno ricevuto negli ultimi mesi messaggi da mittenti con nomi come Emma o Sarah, a nome di un gruppo chiamato Friends for Peace, con domande del tipo: "Come pensi che i colloqui di pace di Stati Uniti e Israele con l'Iran influenzeranno la sicurezza globale?". I testi sono scritti con l'intelligenza artificiale e sono una parte del contratto da oltre 45 milioni di dollari che il governo israeliano ha firmato di recente con Parscale. L'operazione è gestita da Sparkfire, una società pagata 6,5 milioni di dollari fino a metà maggio, che sostiene che i suoi messaggi basati sull'intelligenza artificiale producono conversazioni più efficaci delle campagne tradizionali. Friends for Peace però non risulta esistere né come organizzazione non profit né come società. Alla domanda se sia un'organizzazione reale, Parscale ha risposto: "Cosa definite come una vera organizzazione?".

Parscale ha lavorato alle campagne presidenziali di Trump del 2016 e del 2020 ed è diventato noto per l'uso di Cambridge Analytica, la società che raccoglieva i dati degli utenti di Facebook. Oggi non è più in contatto regolare con il presidente, ma mantiene legami con la famiglia Trump. Alla fine del 2024 è volato in Israele per proporsi al governo, dicendo ai funzionari che le aziende da lui fondate o partecipate erano "probabilmente la più grande realtà al di fuori di Fox News nella lotta contro la disinformazione e l'odio verso gli ebrei". Il suo contratto è molto più grande di quelli firmati da altri consiglieri di Trump con governi stranieri come Arabia Saudita, India e Qatar, che in genere pagano i lobbisti decine di migliaia di dollari al mese.

Il lavoro di Parscale è finito sotto esame anche per il suo ruolo di responsabile della strategia di Salem Media, un conglomerato di radio e podcast conservatori che ospita conduttori popolari come Hugh Hewitt, Scott Jennings e Lara Trump. Il suo contratto iniziale con Israele prevedeva la "integrazione di messaggi narrativi" nei canali del gruppo. "Com'è possibile che la seconda rete di talk conservatrice del paese sia gestita da un agente straniero registrato?", ha detto Steve Bannon, ex capo stratega di Trump e a sua volta conduttore di un podcast molto seguito. Salem e Parscale hanno risposto che i conduttori non vengono pagati per dire cose specifiche su Israele e che i soldi sono stati spesi in oltre 500.000 dollari di pubblicità sulla rete. Molti dei conduttori di Salem difendono Israele da tempo e a volte usano argomenti simili tra loro.

Il team di Parscale crea anche siti, post e link con contenuti pro-Israele progettati in parte per far comparire risposte più positive sul paese nei chatbot di intelligenza artificiale come Claude o ChatGPT. In alcuni casi i chatbot hanno citato tra le loro fonti siti costruiti dal gruppo di Parscale, come Allyvia.org, dedicato all'alleanza tra Stati Uniti e Israele. Uno degli obiettivi, ha detto Parscale, è capire quali siano le maggiori preoccupazioni degli americani su Israele e contrastarle, riferendo le risposte al governo israeliano.

Un gruppo chiamato Show Faith by Works ha depositato documenti con un piano per inviare messaggi pro-Israele ai frequentatori delle megachurch, le grandi chiese evangeliche americane, e agli studenti dei college cristiani. Il gruppo sosteneva di poter raggiungere circa quattro milioni di persone nel Sud-Ovest del paese con il geofencing, una tecnica che invia pubblicità mirata ai telefoni presenti in una determinata area. Il progetto, dal costo di oltre 3 milioni di dollari, prevedeva di creare "associazioni positive con la Nazione di Israele" e di collegare "la popolazione palestinese a fazioni estremiste". Indicava anche l'attore Chris Pratt e il cestista Stephen Curry come esempi di testimonial ideali, ma un portavoce di Pratt ha detto che l'attore non è mai stato contattato. Il fondatore Chad Schnitger ha detto in una email che il gruppo ha poi cambiato direzione e che il budget è andato in gran parte alla costruzione di un museo itinerante.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu corteggia gli influencer conservatori e li ha incontrati in almeno due delle sue recenti visite negli Stati Uniti. Il calo del sostegno degli americani a Israele "è correlato quasi al 100% con la crescita geometrica dei social media", ha detto a maggio alla CBS nella trasmissione "60 Minutes". Alcuni documenti indicano che Israele e i suoi agenti registrati hanno pagato società di influencer, senza specificare compensi per i singoli post: una società degli influencer evangelici Stefanie e Caleb Rouse ha ricevuto l'anno scorso 4.500 dollari da una società ingaggiata da Israele per "promozione strategica di marketing". Yoav Davis, fondatore dell'account Instagram @Jews_of_NY, seguito da 193.000 persone, gestisce una società di marketing sotto contratto con Israele per un lavoro che comprendeva la partecipazione a riunioni con un "team di gestione degli influencer": sul suo profilo interviene spesso nei dibattiti sulla guerra, senza dichiarare se Israele abbia pagato post o viaggi. Parscale è a sua volta investitore di Influenceable, una società che paga gli influencer per i loro post, ma ha detto di non averne ingaggiati per Israele.

Il presidente Trump stesso, secondo chi ha ascoltato i suoi commenti, ha parlato in alcune raccolte fondi private del calo del sostegno pubblico verso Israele. Per Bannon, comunque, l'intera operazione ha un limite di fondo: "Stanno cercando di vendere qualcosa che non si può vendere".


Vance accusa Israele: "Una campagna d'influenza per prolungare la guerra con l'Iran"


Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha accusato alcuni settori del governo israeliano di star finanziando una campagna d'influenza per orientare l'opinione pubblica americana e sabotare i negoziati con l'Iran. "Ci sono persone all'interno del loro sistema — lo sappiamo senza alcun dubbio — che stanno cercando di manipolare e modificare l'opinione pubblica americana per far continuare la guerra all'infinito", ha dichiarato durante una conversazione di tre ore con il podcaster Joe Rogan. "Non per raggiungere un obiettivo, ma semplicemente per prolungarla all'infinito".

Le accuse di Vance segnano una nuova escalation nella frattura, ormai sempre più pubblica, tra Washington e il suo principale alleato in Medio Oriente ed arrivano inoltre in un momento particolarmente delicato: il cessate il fuoco con Teheran, che lo stesso Vance ha contribuito a negoziare il mese scorso, si sta sgretolando ogni giorno che passa tra nuovi attacchi iraniani contro le navi commerciali e raid americani, proseguiti per il quinto giorno consecutivo.

Influenzare l'opinione pubblica americana


Israele ha stanziato centinaia di milioni di dollari per consolidare negli Stati Uniti il sostegno alla guerra e migliorare la propria immagine nel mondo. Uno dei contratti è stato affidato a Brad Parscale, già responsabile in passato della campagna elettorale di Trump: il Wall Street Journal ne quantifica il valore complessivo in 45 milioni di dollari, mentre i documenti depositati ai sensi del Foreign Agents Registration Act e citati da Time indicano un compenso di 1,5 milioni al mese.

Nella sua intervista, Vance ha richiamato proprio l'articolo di Time, secondo il quale una parte di quei fondi sarebbe stata impiegata per finanziare influencer online che lo avevano attaccato. "Quando apro Time e scopro che esiste una vera e propria campagna d'influenza straniera, finanziata per far naufragare l'accordo al quale stavo lavorando, e che molte delle persone pagate mi attaccavano in modo completamente disonesto, la mia risposta è: andate all'inferno", ha affermato il vicepresidente. Poi ha aggiunto: "Io rappresento prima di tutto gli americani".

Da parte sua, Parscale ha respinto le accuse sui social: "Le affermazioni secondo cui avrei attaccato il memorandum o l'Amministrazione Trump sono false. Non esiste un solo elemento di prova che dimostri che io abbia agito contro l'amministrazione".

La frattura generazionale nel mondo conservatore


Le parole di Vance acquistano particolare rilievo perché provengono dall'uomo che molti considerano l'erede politico di Trump e che il presidente ha incaricato di negoziare la fine del conflitto. Veterano della guerra in Iraq, il vicepresidente, 41 anni, ha costruito la propria carriera proprio sull'opposizione alle "guerre infinite": nel 2023, quando era senatore, si schierò contro gli aiuti all'Ucraina e all'inizio di quest'anno ha sostenuto la via diplomatica con l'Iran, salvo poi allinearsi a Trump quando il presidente ha deciso di intervenire militarmente.

Dietro il nuovo scontro si intravede però una frattura più profonda nel campo conservatore. Il sostegno a Israele, per decenni considerato un caposaldo della politica repubblicana, viene ora sempre più contestato da una generazione più giovane, convinta che gli interessi israeliani non coincidano necessariamente con quelli americani. L'attivista conservatore Bob Vander Plaats descrive un vero divario generazionale: la Generazione Z guarda a Israele soprattutto attraverso una lente politica, mentre gli elettori più anziani continuano a farlo attraverso una lente biblica.

Anche sui media conservatori questa frattura è ben presente: Tucker Carlson denuncia da settimane quella che definisce "la guerra di Israele", Megyn Kelly ha avvertito il proprio pubblico che nessun americano dovrebbe morire per un Paese straniero e lo stesso Rogan, che aveva sostenuto Trump nel 2024, ha rotto pubblicamente con il presidente dopo la decisione di entrare in guerra contro l'Iran.

La crescente irritazione di Trump


Anche Trump ha manifestato una crescente insofferenza nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, accusandolo di aver continuato le operazioni militari di Israele in Libano permettere a rischio i negoziati. Vance, da parte sua, non si aspetta che questi negoziati seguano un percorso lineare: "Sarà tutto complicato, con molte interruzioni e altrettante ripartenze".

La sua conclusione, tuttavia, non lascia spazio ad alcuna ambiguità: "In questo momento Israele sta perdendo la battaglia per l'opinione pubblica negli Stati Uniti d'America. È un fatto semplice ed evidente". E i sondaggi più recenti sembrano dargli ragione: secondo il Pew Research Center, il 62% degli americani ha un'opinione sfavorevole del governo israeliano, contro il 32% che lo giudica positivamente. Un sondaggio Quinnipiac rileva inoltre che il 48% degli elettori ritiene che Washington sostenga eccessivamente Israele, la quota più alta registrata dal 2017. Nello stesso sondaggio appena il 20% esprime un giudizio favorevole su Netanyahu.


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L'America verso destra o verso sinistra? Due studi danno risposte opposte


Uno studio su Scientific Reports mostra che dagli anni Quaranta la destra fa più figli della sinistra; un'altra analisi sostiene che ogni nuova generazione è più a sinistra in economia.

Negli Stati Uniti chi ha idee di destra fa abbastanza figli da rimpiazzare la propria generazione, chi ha idee di sinistra no e questa differenza è comparsa solo negli ultimi decenni. Lo sostiene uno studio pubblicato su Scientific Reports da due ricercatori dell'Università di Vienna, Martin Fieder e Susanne Huber, che hanno confrontato quanti figli hanno avuto diciassette generazioni di americani nati tra il 1898 e il 1982.

I dati vengono dalla General Social Survey, una grande indagine periodica sulla società americana condotta dall'università di Chicago. Per le generazioni più antiche l'orientamento politico non faceva quasi differenza: fino a chi è nato tra il 1943 e il 1947, destra, centro e sinistra avevano più o meno lo stesso numero di figli, con un massimo per chi è nato tra il 1933 e il 1937.

Dalla generazione nata tra il 1943 e il 1947 il quadro cambia in modo netto. Chi ha idee di destra continua a fare figli intorno o sopra la soglia di 2,1 per donna, il livello sotto il quale una popolazione, a lungo andare, tende a ridursi. Chi ha idee di sinistra scende invece molto sotto quella soglia. Il centro resta nel mezzo, appena al di sotto del livello di sostituzione.

Demografia · Ideologia

Più figli a destra, più idee a sinistra: le due forze che si contendono l’America
Chi ha idee di destra fa abbastanza figli da rimpiazzare la propria generazione, chi ha idee di sinistra no. Ma ogni nuova generazione nasce più a sinistra sull’economia: due analisi sugli stessi dati indicano futuri opposti.

Idee di destra
Sulla soglia o sopra
La generazione si rimpiazza

Idee di sinistra
Molto sotto
La generazione si assottiglia

0,0
Figli per donna
la soglia di sostituzione

Grafica di FocusAmerica 17 generazioni · nati 1898–1982

1

Figli per donna, per orientamento
Dai nati negli anni Quaranta, i destini si separano

Per mezzo secolo l’orientamento politico non faceva quasi differenza. Dai nati tra il 1943 e il 1947 il tronco si spezza: la destra resta sulla soglia che garantisce il ricambio, la sinistra scivola molto sotto.


2,1 sostituzione
Max
1933–37
La svolta
nati 1943–47
Destra, centro e sinistra insieme
Sotto la soglia la generazione si assottiglia
Destra
Centro
Sinistra

Nati nel 1898Nati nel 1982
Destra · sulla soglia o sopra Centro · appena sotto Sinistra · molto sotto

Schema qualitativo. Ricostruzione della relazione descritta dallo studio: l’unico valore fissato è la soglia di sostituzione (2,1 figli per donna).

2

Modello di Lande-Arnold
Cosa spinge, cosa frena il numero di figli

Gli autori applicano alla fecondità un modello nato nella biologia evolutiva per studiare la selezione naturale. Tre fattori tirano in direzioni diverse.

← Meno figliPiù figli →

Idee di destraEffetto in forte crescita

Il peso cresce con forza dai nati negli anni Sessanta: nelle generazioni recenti il legame tra idee di destra e figli è sempre più stretto.

IstruzioneEffetto costante

Legata in modo costante a un numero minore di figli, generazione dopo generazione: il freno più stabile del modello.

Frequenza in chiesaEffetto debole, in calo

Legata a un numero maggiore di figli, ma con effetto più debole. E man mano che cresce il peso delle idee di destra, quello della pratica religiosa cala.

Le lunghezze delle barre rappresentano l’intensità relativa degli effetti come descritta dallo studio, non coefficienti numerici.

3

Un divario che non vale per tutti
Il legame politica-figli riguarda solo i bianchi

Analizzando separatamente i due gruppi, il quadro cambia radicalmente.

Americani bianchi

Le differenze si allargano
Nelle generazioni recenti destra e sinistra si separano sempre di più: è qui che nasce il divario.

Americani neri

Nessuna divaricazione chiara
La fecondità scende in tutti i gruppi politici avvicinandosi alla soglia, senza il divario destra-sinistra.

Una possibile spiegazione degli autori: tra gli afroamericani le etichette di destra e sinistra sono intese in modo meno uniforme, e contano quindi meno nei comportamenti.

4

L’altra analisi, stessi dati
Sull’economia, ogni generazione è un gradino più a sinistra

Un indice costruito su cinque domande sul ruolo dello Stato nell’economia e sull’aiuto ai poveri mostra un aumento quasi costante della sinistra economica lungo l’ultimo secolo.


← Più a sinistra
sull’economia
Generazioni
più anziane
Generazioni più giovani

1
Le idee restano. Le persone non diventano più conservatrici invecchiando: mantengono più o meno le stesse opinioni economiche per tutta la vita.

2
A ogni età. I più giovani sono più a sinistra dei più anziani in ogni fase della vita, non solo da ragazzi.

La conclusione
Sul futuro dell’America, le forze demografiche si contraddicono
Stessa indagine, stessa premessa — il destino di un paese si legge nelle generazioni — ma direzioni contrarie.

Forza 1 · I figli
La destra si riproduce di più
Spinge a destra
Se il divario di fecondità dura nel tempo e l’orientamento passa in parte dai genitori ai figli, la composizione ideologica del paese può spostarsi lentamente verso destra.

Forza 2 · Le idee
Ogni generazione nasce più a sinistra
Spinge a sinistra
Sui temi economici ogni generazione è più a sinistra della precedente, e le opinioni non cambiano con l’età: chi nasce a sinistra, a sinistra resta.

Una forza conta i figli, l’altra misura le idee: spingono il paese in senso contrario.Studi osservativi — nessuno dimostra un rapporto di causa ed effetto

Fonte M. Fieder e S. Huber (Università di Vienna), Scientific Reports, su dati della General Social Survey (Università di Chicago). Diciassette generazioni di americani nati tra il 1898 e il 1982.

Per misurare quanto l'orientamento politico pesa sul numero di figli gli autori hanno usato un metodo nato nella biologia evolutiva per studiare la selezione naturale, il modello di Lande-Arnold. Il peso delle idee di destra sulla fecondità è cresciuto con forza a partire da chi è nato negli anni Sessanta: nelle generazioni più recenti il legame tra idee di destra e numero di figli è diventato sempre più stretto, tanto che gli autori parlano di una selezione che potrebbe favorire l'orientamento di destra col passare del tempo.

Nello stesso modello l'istruzione è legata in modo costante a un numero minore di figli, mentre la frequenza in chiesa è legata a un numero maggiore, con un effetto però più debole. E man mano che cresce il peso delle idee di destra, quello della pratica religiosa cala.

Il legame tra politica e figli vale però solo per gli americani bianchi. Analizzando separatamente bianchi e neri, gli autori trovano che tra i bianchi le differenze si allargano nelle generazioni recenti, mentre tra i neri non emerge una divaricazione chiara: la fecondità è scesa in tutti i gruppi politici avvicinandosi alla soglia di sostituzione, senza il divario destra-sinistra visto tra i bianchi. Una possibile spiegazione, secondo gli autori, è che le etichette di destra e sinistra siano intese in modo meno uniforme tra gli afroamericani e contino quindi meno nei loro comportamenti.

Se questa differenza di fecondità durasse nel tempo e se l'orientamento politico passasse dai genitori ai figli, cosa che secondo gli autori avviene in parte per educazione e in parte per via ereditaria, la composizione ideologica del paese potrebbe spostarsi lentamente verso destra. I due ricercatori avvertono però che si tratta di uno studio osservativo, che non dimostra un rapporto di causa ed effetto: non si può escludere che sia il diventare genitori a rendere più conservatori, non il contrario.

Un'altra analisi sui dati della stessa General Social Survey arriva a una conclusione opposta sul futuro ideologico degli Stati Uniti, guardando alle opinioni invece che ai figli. Chi l'ha condotta mostra che ogni nuova generazione è più a sinistra della precedente sui temi economici, una tendenza che alimenta il dibattito su una svolta a sinistra del paese.

L'indice usato combina cinque domande della stessa indagine sul ruolo dello Stato nell'economia e sull'aiuto ai poveri. Le opinioni economiche degli americani oscillano molto da un anno all'altro, spesso al ritmo di chi governa. Questo rende difficile leggerne l'andamento nel breve periodo.

Separando queste oscillazioni di breve periodo dalla tendenza di fondo delle generazioni, resta un aumento quasi costante della sinistra economica lungo l'ultimo secolo. Ogni generazione è più a sinistra sull'economia di quella che l'ha preceduta e non diventa più conservatrice invecchiando: le stesse persone mantengono più o meno le loro idee economiche per tutta la vita. I più giovani sono più a sinistra dei più anziani a ogni età.

Le due analisi condividono la stessa premessa, cioè che il destino di un paese si legge nelle generazioni più che negli umori del momento, ma indicano direzioni diverse. La prima misura quanti figli fanno le persone e conclude che la destra si riproduce di più. La seconda misura le idee economiche e conclude che ogni nuova generazione nasce più a sinistra. Sul futuro ideologico dell'America, le due forze demografiche spingono in senso contrario.


Per Bernie Sanders gli Stati Uniti sono vicini a una rivoluzione politica


Il senatore Bernie Sanders è convinto che gli Stati Uniti siano vicini a una "rivoluzione politica" e attribuisce questa speranza alla serie di vittorie dei socialisti democratici nelle primarie di tutto il Paese. Il senatore del Vermont, indipendente di 84 anni, ha affidato il messaggio a un video di circa dieci minuti pubblicato sui social nei giorni scorsi, alla vigilia del 4 luglio, il 250esimo anniversario della Dichiarazione di indipendenza.

"Credo che sia forse possibile che questo Paese sia sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo", ha detto Sanders nel video. Il senatore ha aggiunto di non avere "una sfera di cristallo" per dire cosa accadrà, ma di provare ottimismo per quello che ha definito un "crescente consenso" attorno alle idee della sinistra: "Penso che ci sia un consenso sempre più ampio sul fatto che la nostra agenda sia l'agenda del popolo americano".

A dargli fiducia sono soprattutto i risultati elettorali delle ultime settimane. Sanders ha citato la vittoria di Melat Kiros, socialista democratica di 29 anni, che martedì ha battuto la deputata Diana DeGette in una primaria democratica per la Camera in Colorado. DeGette era in carica da quindici mandati e Sanders ha definito quel risultato una "enorme vittoria a sorpresa". Il senatore ha ricordato anche New York, dove il mese scorso tre candidati sostenuti dal sindaco socialista-democratico Zohran Mamdani hanno vinto le primarie per la Camera. In California, poi, è stata ammessa alla scheda elettorale una proposta di tassa sui miliardari.

When I look at the recent progressive victories in Colorado and elsewhere, and the successful organizing campaigns sprouting up across the country, I believe we may be on the brink of the political revolution we have been fighting for. pic.twitter.com/gBRG2Jxu2q
— Bernie Sanders (@BernieSanders) July 2, 2026


Sanders ha ricordato la partecipazione alle manifestazioni del movimento progressista, dai raduni "Fight Oligarchy" contro il potere dei ricchi agli eventi "No Kings" contro il presidente Donald Trump, con quelle che ha descritto come "milioni di persone in tutto il Paese". Ha citato le campagne di organizzazione sindacale che nascono e riescono in tutto il territorio e il sostegno dell'opinione pubblica ai sindacati, secondo lui ai massimi storici.

Il senatore ha spiegato che il suo movimento non è mai stato una questione di una singola persona da eleggere alla Casa Bianca. "La nostra rivoluzione politica, il nostro movimento dal basso, non è mai stato incentrato sull'elezione di una persona a presidente degli Stati Uniti, non Bernie Sanders, non nessun altro", ha detto. "Siamo un movimento per eleggere progressisti a ogni livello, per un governo che rappresenti tutti noi e non solo l'uno per cento".

Da qui l'appello al Partito Democratico, con cui Sanders siede in Senato pur non essendone iscritto. Non basta opporsi a Trump, ha detto: serve un partito pronto a sfidare "l'avidità e l'ideologia degli oligarchi che oggi controllano la vita economica, mediatica e politica" del Paese. Ha poi elencato le misure che a suo avviso i democratici dovrebbero fare proprie: la sanità pubblica per tutti con il programma Medicare for All, l'aumento del salario minimo, il superamento della sentenza Citizens United, con cui nel 2010 la Corte Suprema ha di fatto rimosso i limiti alle spese elettorali di aziende e gruppi privati, la costruzione di "milioni" di alloggi a prezzi accessibili e la fine di quelle che ha chiamato "guerre infinite e orribili".

Le parole di Sanders arrivano mentre Trump cerca di mettere in luce le divisioni interne ai democratici dopo l'avanzata dei candidati di sinistra. In un messaggio sul suo social Truth Social il presidente ha attaccato i "comunisti senza Dio" e ha rimproverato i vertici democratici di non saper contrastare l'ala più radicale del partito. "Hanno paura di perdere le elezioni, hanno paura del conflitto", ha scritto Trump. "Non sono abbastanza intelligenti o abbastanza duri per combattere questa piaga".

Nei confronti di Sanders il presidente ha usato in passato parole molto dure, definendolo "comunista", "pazzo" e "svitato". In altre occasioni lo ha però elogiato: nel 2019 disse che il senatore "ha perso il suo momento", ma che gli piaceva perché sul commercio "in un certo senso sarebbe d'accordo" con lui. Il quadro che Sanders descrive si intreccia anche con il dibattito sull'identità dei socialisti democratici, un'area del movimento progressista che negli ultimi mesi ha guadagnato peso ma la cui collocazione politica divide gli stessi commentatori di sinistra.


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Obama non sostiene nessuno in Michigan, ma un gruppo legato ad AIPAC lo usa negli spot


I sostenitori di Haley Stevens hanno speso 5 milioni di dollari per uno spot del 2018 in cui l'ex presidente la elogia. I critici dicono che può ingannare gli elettori in vista del voto del 4 agosto

Barack Obama non ha dato il suo appoggio a nessun candidato nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan, ma chi guarda la televisione nello Stato potrebbe pensare il contrario. I gruppi che sostengono la deputata Haley Stevens hanno speso 5 milioni di dollari per trasmettere quasi 4.000 volte uno spot in cui l'ex presidente elogia il suo lavoro nella task force che salvò l'industria dell'auto durante la crisi finanziaria del 2008. Secondo AdImpact, la società che monitora la pubblicità politica americana, è lo spot politico più trasmesso in Michigan nell'ultimo anno.

Le primarie si tengono il 4 agosto e mettono di fronte Stevens, la candidata più moderata, e Abdul El-Sayed, l'ex responsabile della sanità pubblica di Detroit che corre da progressista contro l'establishment del partito. Chi vince sfiderà a novembre l'ex deputato repubblicano Mike Rogers, favorito per la nomination del suo partito, in un'elezione che i democratici devono quasi certamente vincere per sperare di riconquistare il Senato.

Lo spot riprende un comizio del 2018 in cui Obama sosteneva la prima candidatura di Stevens alla Camera. "Lei era lì. Era una parte fondamentale della mia squadra che ha aiutato l'industria americana dell'auto a ripartire", dice l'ex presidente nel filmato, riferendosi al ruolo di Stevens come capo di gabinetto della task force per il salvataggio dell'auto, l'operazione con cui l'amministrazione Obama evitò il fallimento di General Motors e Chrysler. A finanziarlo è United Democracy Project, un super PAC, cioè un comitato che può raccogliere e spendere fondi illimitati purché non si coordini con la campagna del candidato, alimentato da AIPAC, la principale lobby filo-israeliana degli Stati Uniti, che ha investito quasi 30 milioni di dollari a sostegno di Stevens. Un altro gruppo che la appoggia manda in onda uno spot simile, con lo stesso audio di Obama, che si chiude con la frase "Se il presidente Obama si fida di lei, mi fido anch'io".

I gruppi esterni che sostengono Stevens hanno speso in tutto più di 50 milioni di dollari, mentre El-Sayed, che rifiuta i soldi dei comitati aziendali, ha ricevuto meno di un milione in pubblicità esterna.

La strategia punta soprattutto agli elettori neri, che nelle elezioni di metà mandato del 2022 erano circa un quarto dell'elettorato democratico del Michigan. David Axelrod, veterano degli strateghi democratici ed ex consigliere di Obama, ha detto alla CNN che la popolarità dell'ex presidente nel partito spiega perché i candidati continuano a suggerire un suo sostegno anche quando non c'è. Axelrod ha definito "scaltro" l'uso dei vecchi filmati, "soprattutto in uno Stato dove fino a un quarto del voto delle primarie può arrivare dagli afroamericani". L'ufficio di Obama non ha voluto commentare.

Gli avversari accusano la campagna pubblicitaria di ingannare gli elettori. Denzel McCampbell, consigliere comunale di Detroit che sostiene El-Sayed, ha detto che diversi elettori pensavano che Obama avesse appoggiato Stevens dopo aver visto gli spot. La cosa lo preoccupa perché "questa potrebbe essere l'unica occasione in cui le persone si sintonizzano sulla corsa". Keith Williams, presidente del caucus nero del partito democratico del Michigan e sostenitore di Stevens, difende invece gli spot: "Di cosa si lamentano? Non è una bugia. L'ha detto davvero". Wendell Anthony, presidente della sezione di Detroit della NAACP, la storica organizzazione per i diritti civili degli afroamericani, ha riassunto così la questione: "Che l'abbia formalmente appoggiata o no, non l'ha non appoggiata".

La tattica non è nuova. Nel 2025 alcuni gruppi esterni hanno speso milioni in spot con Obama a favore del ridisegno dei collegi elettorali in California e Virginia. Alle primarie per il Senato dell'Illinois di marzo entrambe le principali candidate hanno usato vecchi elogi dell'ex presidente ripresi da campagne passate.

El-Sayed ha dalla sua la UAW, il principale sindacato americano dell'auto, che lo ha appoggiato a giugno definendolo "qualcuno di cui possiamo fidarci". Questa settimana il sindacato ha annunciato una diffida contro A Stronger Michigan, uno dei super PAC pro Stevens che non ha rivelato i propri donatori, accusandolo di aver usato senza autorizzazione il logo della UAW nei suoi spot. Per rivolgersi agli elettori neri El-Sayed ha diffuso una pubblicità che ricorda come nel 2024 sia stato il primo leader musulmano americano ad appoggiare Kamala Harris per la presidenza. Il suo rapporto con Obama è però più complicato: in passato ha scritto che la politica dell'ex presidente non era andata abbastanza a fondo, una critica che la campagna di Stevens usa contro di lui.

Il ruolo di AIPAC è l'altro punto di scontro della corsa, in un anno in cui il sostegno americano a Israele divide le primarie democratiche in tutto il Paese. Stevens è tra le democratiche più stabilmente filo-israeliane della Camera, sostiene gli aiuti militari a Israele e la soluzione a due Stati, anche se in campagna elettorale ha criticato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. El-Sayed critica la leadership israeliana e le campagne militari a Gaza e in Iran. In un dibattito ha detto che AIPAC spende contro di lui perché lo considera "il candidato più pericoloso per la relazione tra Stati Uniti e Israele". Un portavoce di United Democracy Project ha difeso gli spot con Obama definendoli "solo fatti".

Nei suoi spot El-Sayed schiera invece il senatore progressista Bernie Sanders e punta sull'entusiasmo dei volontari, dopo che quest'anno i candidati della sinistra hanno vinto una serie di primarie a New York. Williams però ridimensiona il paragone: "Il Michigan non è New York", ha detto, ricordando che si tratta di uno Stato in bilico dove la corsa "arriverà al fotofinish".


Abdul El-Sayed, il progressista che in Michigan corre contro entrambi i partiti


Abdul El-Sayed, 41 anni, ex direttore della sanità pubblica di Detroit, è in vantaggio di misura nella maggior parte dei sondaggi per le primarie democratiche del Senato in Michigan, in programma il 4 agosto. Quando è entrato in corsa nell'aprile del 2025 molti nello stato lo consideravano una comparsa: nel 2018 aveva perso le primarie per governatore con 22 punti di distacco. Un reportage di Time, che lo ha seguito per due giorni di campagna nella penisola superiore del Michigan, racconta come la sua corsa anti-establishment abbia sorpreso il partito, spinto fuori dalla gara la senatrice statale Mallory McMorrow e conquistato l'appoggio di Bernie Sanders, di Alexandria Ocasio-Cortez e della United Auto Workers, il principale sindacato dell'auto.

Al dibattito televisivo di Mackinac Island, il raduno primaverile dell'establishment politico dello stato, El-Sayed ha proposto una tassa del 7 per cento sul patrimonio dei miliardari, il Medicare for All, cioè un sistema sanitario pubblico universale, e un'applicazione più dura delle leggi antitrust contro le aziende che si accordano per alzare i prezzi. A un certo punto ha sfidato gli altri candidati ad alzare la mano se non avevano mai ricevuto un assegno da Blue Cross Blue Shield of Michigan, la più grande assicurazione sanitaria dello stato e sponsor del dibattito: è stato l'unico a farlo, tra le risate del pubblico. Accanto a lui c'era la deputata Haley Stevens, la candidata preferita di Chuck Schumer, il capogruppo democratico al Senato.

La corsa in Michigan è diventata un test della divisione tra i democratici sulla risposta al secondo mandato di Trump: una parte del partito sostiene che gli stati in bilico si vincono rassicurando gli elettori moderati, un'altra pensa che la prudenza sia diventata un ostacolo e che gli elettori vogliano candidati disposti a sfidare i poteri consolidati. Il seggio è cruciale, perché senza il Michigan la strada dei democratici per riconquistare il Senato si complica molto. L'ex presidente del partito democratico dello stato Lon Johnson, che appoggia Stevens, ha detto a Time che la base progressista del Michigan è consistente "ma non basta per vincere". El-Sayed risponde con la storia elettorale recente dello stato, che nel 2016 scelse Sanders alle primarie democratiche e poi votò per Trump, nel 2020 per Biden e nel 2024 di nuovo per Trump: per lui gli elettori non chiedono un centrismo calibrato ma qualcuno che scuota lo status quo. El-Sayed attribuisce parte della sua ascesa nei sondaggi anche alle proteste per la guerra con l'Iran, che a suo dire ha confermato il messaggio della campagna: i gruppi di interesse radicati distorcono la politica americana.

La linea di frattura principale della primaria è Israele. Stevens riceve un consistente sostegno finanziario dall'AIPAC, la principale lobby filoisraeliana americana, ed è favorevole a continuare la vendita di armi americane a Israele. El-Sayed dice che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza, un'accusa avanzata da diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani e respinta da Israele, dal governo americano e dagli altri paesi del G7. Il tema pesa in Michigan, lo stato con la più grande concentrazione di arabi e musulmani del paese: la rabbia delle comunità arabo-americane verso l'amministrazione Biden per la guerra a Gaza ha spaccato la coalizione democratica nel 2024, tra elettori rimasti a casa e altri passati a Trump. El-Sayed, che se eletto sarebbe il primo senatore musulmano nella storia degli Stati Uniti, pensa che molti di quegli elettori si possano riconquistare se il partito fa i conti con ciò che li ha allontanati.

Martedì, nel primo dibattito dopo il ritiro di McMorrow, Stevens ha risposto agli attacchi sui suoi legami con la lobby filoisraeliana ricordando le sue critiche recenti a Benjamin Netanyahu. Poche ore prima il primo ministro israeliano, informato di quelle critiche dalla CNN, aveva detto che Stevens "sta probabilmente cercando di giustificare l'antisemitismo". Per El-Sayed quell'attacco era in realtà un favore politico: Netanyahu, ha detto, non la stava attaccando davvero, ma cercava di allontanare da lei l'immagine di sostenitrice convinta delle politiche israeliane.

Gli avversari considerano l'alleanza con Hasan Piker la sua più grande vulnerabilità. Piker è uno streamer di sinistra che trasmette su Twitch, una piattaforma di dirette video, e ha più di 8 milioni di follower sui social: è stato criticato per aver detto che "l'America si è meritata l'11 settembre" e che voterebbe "per Hamas invece che per Israele ogni singola volta". El-Sayed ha fatto campagna con lui nei campus universitari del Michigan, dove le loro dirette hanno contribuito alla sua ascesa. Ha rifiutato più volte di prenderne le distanze: a Time ha detto che l'establishment non capisce quanto siano impopolari quegli attacchi e che molti elettori vedono in lui "un democratico che non finge".

Figlio di immigrati egiziani cresciuto a Bloomfield Hills, un sobborgo benestante a nord di Detroit, El-Sayed ha una laurea in medicina alla Columbia e un dottorato in sanità pubblica a Oxford, dove ha studiato da borsista Rhodes. È stato direttore della sanità di Detroit mentre la città usciva dalla bancarotta e poi della contea di Wayne, dove ha contribuito a un programma che cancellerà centinaia di milioni di dollari di debiti sanitari. A convincerlo a candidarsi è stato un messaggio della deputata progressista Rashida Tlaib all'inizio del 2025, quando il senatore democratico del Michigan Gary Peters decise di non ricandidarsi: "Habibi, questa sembra tua", gli scrisse.

La vittoria di Zohran Mamdani a New York a novembre ha trasformato la sua campagna, perché ha reso credibile l'idea che si potesse vincere. Mamdani gli aveva chiesto consigli prima di lanciare la propria corsa, ma El-Sayed respinge il paragone: "Non sono un socialista", dice, anche se molte delle sue proposte coincidono con l'agenda dei suoi sostenitori socialisti-democratici. Più che sostituire il capitalismo, che considera un buon modo di allocare le risorse su scala piccola e locale, vuole limitare le concentrazioni di potere che secondo lui lo hanno distorto.

Il probabile candidato repubblicano, l'ex deputato Mike Rogers, lo attacca da più di un mese con video che lo definiscono estremista e disonesto, dedicando molta meno attenzione a Stevens: un segno che i repubblicani lo considerano l'avversario più plausibile a novembre. La portavoce del comitato repubblicano per il Senato ha detto che El-Sayed vuole esportare in Michigan il "corridoio comunista" di New York. Molti democratici temono che quel bagaglio politico sia facile da sfruttare, ma El-Sayed prevede di battere Rogers di 7 punti. Del suo stesso partito non pensa molto meglio: sui democratici che hanno abbandonato la richiesta di abolire l'ICE, l'agenzia federale che si occupa delle espulsioni degli immigrati, risponde che "molti democratici sono deboli e codardi". E di Schumer, che sostiene Stevens, dice che dopo la vittoria alle primarie dovranno incontrarsi, ma che per quell'incontro ha "molto poco interesse".


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Accuse di aggressione agli agenti dell’immigrazione, quasi un caso su due crolla in tribunale


L’inchiesta del New York Times su 558 incriminazioni: tra i procedimenti conclusi, il 46% è terminato con assoluzioni o archiviazioni e soltanto 4 imputati sono stati condannati in dibattimento. I giudici denunciano prove distrutte e accuse prive di fondamento.

L’Amministrazione Trump ha incriminato più di 550 persone per aggressione od ostruzione agli agenti federali impegnati nella campagna di espulsioni di massa. Quasi la metà dei procedimenti già conclusi, tuttavia, si è dissolta in tribunale. È quanto emerge da un’inchiesta del New York Times, la più completa condotta finora, basata sugli atti di ogni singolo caso, sulle trascrizioni delle udienze, su interviste e su decine di filmati degli arresti.

I numeri descrivono un’anomalia macroscopica per gli standard della giustizia federale americana. Delle 558 persone incriminate, 191 hanno visto cadere le accuse e 22 sono state assolte da una giuria; soltanto 4 sono state condannate al termine di un processo. Altre 246 hanno patteggiato, mentre 95 procedimenti sono ancora pendenti. Il Dipartimento di Giustizia ottiene normalmente una condanna o un patteggiamento in oltre il 90% dei procedimenti penali federali: il bilancio di questa campagna è lontanissimo da quella soglia.

Al centro della fallimentare strategia giudiziaria c’è una disposizione un tempo applicata di rado, la sezione 111 del Titolo 18 del codice federale, che prevede pene fino a 20 anni di carcere per chi aggredisce o ostacola con la forza un pubblico ufficiale. L’Amministrazione ne ha adottato un’interpretazione estensiva per arrestare chi intralciava le operazioni dell’ICE e della Border Patrol, al punto che durante alcune colluttazioni gli agenti gridavano “18 U.S.C. 111”.

Stati Uniti · Espulsioni di massa

Incriminati per aggressione agli agenti, ma in tribunale le accuse crollano


L’Amministrazione Trump ha incriminato 558 persone per aggressione od ostruzione agli agenti federali impegnati nelle espulsioni di massa. Quasi la metà dei procedimenti già conclusi si è dissolta davanti ai giudici, secondo un’inchiesta del New York Times.

Grafica di FocusAmerica

Il bilancio della campagna giudiziaria

Persone incriminate
558

Condanne in giudizio
4

per aggressione od ostruzione agli agenti federali
al termine di un processo con giuria

Alla base c’è la sezione 111 del Titolo 18 del codice federale: fino a 20 anni di carcere per chi aggredisce o ostacola con la forza un pubblico ufficiale. Una norma un tempo applicata di rado, oggi usata in modo estensivo contro manifestanti e immigrati.

Gli esiti

Come sono finiti i 558 procedimenti


Il conteggio del New York Times, basato sugli atti di ogni singolo caso, sulle trascrizioni delle udienze e su decine di filmati degli arresti.

Il confronto

Un bilancio lontanissimo dagli standard federali


Quota di procedimenti conclusi con una condanna o un patteggiamento.

Il 54% è calcolato sui 463 procedimenti già conclusi della campagna, esclusi i 95 ancora pendenti.

I casi persi

Perché le accuse non hanno retto


Le dinamiche ricorrenti nei 213 procedimenti persi o abbandonati dal governo.

Conteggi minimi documentati dall’inchiesta; le categorie possono sovrapporsi.

Fonte: The New York Times, luglio 2026 Procedimenti ex 18 U.S.C. § 111

Filmare gli agenti è diventato un reato


L’analisi dei 213 procedimenti persi o abbandonati dal governo rivela dinamiche ricorrenti. In decine di episodi, filmati e atti processuali mostrano che furono gli agenti a ricorrere per primi alla forza, con spinte, placcaggi o spray al peperoncino. Numerosi imputati sono stati assolti dopo aver invocato la legittima difesa. In oltre 100 casi, inoltre, i procuratori non hanno neppure sostenuto che gli agenti fossero rimasti feriti.

In almeno altri 7 episodi, le lesioni attribuite agli imputati erano state in realtà provocate dagli stessi agenti o dai loro colleghi. Un giudice, per esempio, ha respinto le accuse contro un immigrato dopo aver accertato che l’agente si era ferito con i frammenti del finestrino che aveva sfondato personalmente.

Almeno 25 persone sono state incriminate soltanto per aver filmato o seguito gli agenti, senza che venisse contestato loro alcun contatto fisico. In 65 casi i procuratori hanno ritirato o ridimensionato le accuse prima ancora della scadenza fissata per presentare le prove a un gran giurì o a un giudice.

Secondo diversi ex procuratori federali, una ritirata tanto rapida indica che quei procedimenti non avrebbero mai dovuto essere avviati. “Sembra emergere uno schema di accuse presentate senza alcun fondamento”, ha dichiarato al New York Times Jimmy L. Arce, ex procuratore federale di Chicago, secondo il quale alcuni imputati si sono visti “criminalizzare la libertà di parola”.

Prove distrutte e fatti travisati


In più di 30 occasioni i giudici hanno censurato la condotta del governo, definendola “flagrante”, “in malafede” e “scioccante per il senso universale di giustizia”. Due magistrati hanno accertato persino la distruzione intenzionale di prove.

A Laredo, un agente ha costretto una diciannovenne americana a cancellare definitivamente le fotografie scattate con il telefono. In California, invece, gli agenti hanno fatto riparare un veicolo che la difesa aveva chiesto di conservare intatto per sottoporlo a una perizia.

Il Dipartimento di Sicurezza Interna ha respinto le contestazioni. Secondo la portavoce Lauren Bis, l’aumento delle incriminazioni riflette “un massiccio incremento delle violenze e delle minacce contro le forze dell’ordine federali”. Gregory Bovino, ex comandante della Border Patrol e promotore delle tattiche più aggressive contro manifestanti e immigrati, è andato oltre: a suo giudizio, i procuratori che hanno lasciato cadere le accuse sono stati troppo timidi e “si è stati fin troppo cauti nel decidere chi incriminare”.

L’inchiesta documenta anche alcuni casi di effettiva violenza. Uno dei 4 uomini condannati da una giuria, per esempio, aveva trascinato per una novantina di metri un agente rimasto con un braccio incastrato nel finestrino della sua automobile. Ma, secondo il New York Times, il quadro complessivo suggerisce che il ricorso alla norma sia servito meno a proteggere gli agenti che a fornire una copertura legale all’intimidazione di manifestanti e immigrati.

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Tonni col Paracadute


Tra le varianti della pesca in drifting, vengono sempre prese in esame l'ancora o la deriva, ma dal Golfo di Napoli arriva una terza alternativa di origine professionale, da anni adottata anche dagli sportivi: il paracadute.
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foto in alto: il tonno è in assoluto la preda più ambita dei nostri mari, possente, instancabile e potente è in grado di mettere a dura prova anche il pescatore più esperto e navigato, specialmente se si tratta di un esemplare di taglia considerevole come questo, in apertura, catturato dall’autore.

Il drifting al tonno ha origini nel del Golfo del Leone in Francia e nasce con la barca ancorata. Da quel mare i pionieri del big game italiano l’hanno importato nelle acque antistanti la foce del Po, ricalcandone la tecnica e praticandola ancorati, nonostante la sensibile differenza di profondità. Nel frattempo nasceva una scuola parallela con la variante di pescare con la barca senz’ancora: ovvero trasportata dalla corrente e/o dal vento. Negli anni a seguire le due scuole si sono divulgate in tutt’Italia dividendo gli amanti di questa tecnica tra coloro che ritengono più valida la pesca all’ancora e chi pesca rigorosamente scarrocciando. Negli ultimi anni però è nata una terza corrente di pensiero che nasce nelle acque del golfo di Napoli. In questa regione infatti, a causa delle elevate profondità (raramente si pesca a meno di 200 metri di fondo) risulta molto impegnativo ancorare la barca, quindi l'unica alternativa sarebbe pescare in deriva, con il rischio di avere vento o corrente forti e quindi scarrocciare troppo velocemente. Queste difficoltà hanno ingegnato le fervide menti dei partenopei, facendogli studiare un sistema di pesca in drifting del tutto singolare: la pesca con il paracadute.
Quando l'attesa viene rotta dall'urlo interminabile del mulinello, tutta la noia passa per lasciare il posto all'adrenalina e questo ripaga ampiamente tutte le uscite a vuoto.
Deriva e ancora - La pesca ancorati e quella in movimento si differenziano notevolmente, soprattutto per quanto riguarda l’andamento della pastura e presentano entrambe vantaggi e svantaggi. Spesso chi è alle prime armi non si rende conto di ciò che accade durante la pasturazione e soprattutto dove va la scia di sardine, ma è un fattore importantissimo. La pesca senz’ancora è sicuramente più semplice e chiunque si a vicini al drifting lo fa pescando con la barca in movimento. In questa variante la barca viene trasportata più o meno velocemente dalla risultante di vento e corrente. Essendo l’opera morta molto maggiore rispetto a quella viva però, in genere è il vento ad essere dominante nella direzione della barca, rispetto alla corrente. Questo determina che la barca si muova nella direzione del vento e le lenze si stendano in direzione opposta. In questa situazione si noteranno le sardine della pastura andare verso le esche e tutto il contesto darà l’idea di creare una scia lunghissima pari allo spazio coperto dalla barca in movimento. In realtà è la barca ad allontanarsi dalla pastura, la quale gettata in acqua rimane più o meno dove sta, prendendo poi la direzione della corrente a noi ignota. Se la barca invece che essere spostata dal vento, vene spinta dalla corrente, la pastura potrebbe addirittura scendere di qualche metro per poi prendere la stessa direzione della barca e seguirla, percorrendo entrambi la direzione della corrente. Questo spesso porta i tonni sotto barca a 40-50 metri, perché la pastura affondando segue la barca e vi si pone sotto la perpendicolare. La pesca con la barca in movimento si basa sul concetto di compiere molta strada, aumentando le possibilità che un tonno incroci la scia di pastura e le segua fino alle esche. La pesca ancorati è diametralmente opposta. Quando la barca viene ancorata la prua si dispone controvento o controcorrente, a seconda dell’intensità del vento e di quanto questi sia dominante nei confronti della corrente. Le lenze si allontanano dalla barca portate dalla corrente e nella stessa direzione naviga la pastura. In questa situazione la pastura cammina lungo la corrente, qualsiasi direzione essa prenda, creando una scia lunga e omogenea che se incrociata dai tonni, li porta quasi sicuramente sulle esche.

Il paracadute - Le origini di questo sistema di rallentamento della barca sono sicuramente da ricercare tra i professionisti che anticamente pescavano i tonni con il cordino a mano. Trovandosi di fronte a condizioni impossibili da superare con i comuni sistemi di rallentamento (ancore galleggianti) hanno provato a rallentare la barca con un paracadute del tipo militare. Tale sistema, risultato da subito di grandissimo effetto, è stato poi acquisito dai pescatori sportivi napoletani e sorrentini, tra cui il compianto Giacomo Bot e Francesco Russo, precursori della pesca al tonno in queste acque.

Come funziona - Spesso il termine “paracadute” indica le ancore galleggianti di grande diametro, in questo caso ci troviamo di fronte a un vero e proprio paracadute circolare, con 30 cordini. Questo sistema però non funziona come un'ancora galleggiante la quale rallenta lo scarroccio della barca trascinata dalla risultante di vento e corrente. Il paracadute calato a diversi metri di profondità prende la corrente di mezzo-fondo e trascina la barca nella direzione di tale flusso d'acqua. Con la pratica si è visto che la sua portanza è tale da vincere la forza del vento e della corrente superficiale e far procedere la barca con una direzione ben precisa, che poi è quella che prenderà la pastura.
Il disegno esemplifica la situazione tipica, come descritta nel testo.
Paracadute a mare - Per chi pesca le prime volte a drifting con il paracadute, riuscire a capire ciò che sta succedendo sott'acqua non è sempre facilissimo, tutt’altro. Il paracadute viene calato in mare dalla parte opposta rispetto al culmine dei cordini e trascinato in acqua per eliminare le bolle d'aria dal suo interno, finché affonda. Da questo lato c'è una cimetta di recupero con un parabordo che sta in superficie. Quando è ben steso e non sono presenti bolle d'aria al suo interno lo si abbandona per poi fissarlo alla barca dal lato opposto (ovvero dalla parte dove in teoria dovrebbe esserci il vero paracadutista) mediante una cima lunga 25-50 metri che reca alla fine una piccola boa per il successivo abbandono in mare in caso di ferrata del tonno. Il paracadute affonda e si gonfia con la corrente, fino ad assumere un assetto ottimale. A questo punto questo grande ombrello prende la corrente di mezzo-fondo e trascina la barca nella stessa direzione.

La pesca - Pescando con il paracadute il primo effetto che si nota è l'andamento della pastura. Al contrario della “pesca ancorati” in cui la pastura si allontana dalla barca in corrente e della “pesca in deriva” in cui la barca si allontana dalla pastura perché trascinata dal vento, con il paracadute barca e pastura procedono alla stessa velocità della corrente. In questo modo si vedranno cadere le sarde sotto la perpendicolare della barca oppure trascinate via dalla corrente di superficie per poi tornare sotto la barca con la corrente di mezzo-fondo. Questa situazione crea un'ampia area pasturata sotto la barca, una nuvola che si muove con la corrente e con la barca. In questo modo si creano delle condizioni del tutto particolari per attirare i tonni nell'area pasturata, dove trovano le esche con l'amo. Un altro grande vantaggio che si ottiene pescando con il paracadute è che le lenze procedono alla stessa velocità di barca e corrente e non devono vincere l'attrito dell'acqua per affondare. Di conseguenza bastano zavorre leggerissime per posizionarle in pesca anche a 70-80 metri con il duplice vantaggio di avere dei complessi pescanti molto morbidi e fluttuanti nell'acqua.

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La primaria Dem per il governatore del Wisconsin è nel caos a un mese dal voto


La vicegovernatrice Rodriguez si è ritirata dopo lo scandalo sui conti della campagna: in testa restano la socialista Francesca Hong e Mandela Barnes, i centristi temono di perdere una corsa vincibile

La primaria democratica per la carica di governatore del Wisconsin è precipitata nel caos a meno di un mese dal voto dell'11 agosto. Venerdì la vicegovernatrice Sara Rodriguez, considerata tra le favorite, si è ritirata dalla corsa dopo una settimana di scandalo sui conti della sua campagna. La sua uscita lascia in testa ai sondaggi la deputata statale socialista-democratica Francesca Hong insieme all'ex vicegovernatore Mandela Barnes, uno scenario che allarma l'ala centrista del partito, convinta che una candidata così a sinistra rischi di far perdere ai democratici un'elezione considerata vincibile.

Lo scandalo che ha travolto Rodriguez è emerso nel giro di pochi giorni. La settimana scorsa la vicegovernatrice ha licenziato la sua responsabile di campagna, Kara Spencer, accusandola di aver gonfiato per mesi i dati sulle donazioni per centinaia di migliaia di dollari. Rodriguez ha raccontato in conferenza stampa di aver capito che qualcosa non andava quando alcuni spot televisivi già programmati non sono mai andati in onda: alcune fatture non erano state pagate e le contribuzioni erano state contate due volte, facendo sembrare la campagna molto più ricca di quanto fosse. Il rendiconto depositato mercoledì ha mostrato appena 35.000 dollari in cassa a fine giugno e un tentativo di correzione del giorno dopo ha generato altra confusione, facendo comparire per qualche ora oltre 600.000 dollari poi spariti di nuovo. Un legale della campagna ha segnalato il caso alla commissione etica del Wisconsin. "Sono profondamente ferita e tradita da quello che è successo", ha detto Rodriguez nel video con cui ha annunciato il ritiro, spiegando di non voler far diventare i suoi problemi finanziari "una nube su un'elezione che i democratici devono vincere".

La posta in gioco per il partito è alta. I democratici non controllano insieme la carica di governatore e le due camere statali del Wisconsin dal 2010 e il clima politico nazionale, favorevole all'opposizione, rende questa la loro migliore occasione da anni in uno Stato dove le elezioni si decidono spesso per pochi voti. Il vincitore della primaria affronterà con ogni probabilità il deputato repubblicano Tom Tiffany, che non ha sfidanti interni e aspetta il nome dell'avversario con quasi 3 milioni di dollari in cassa.

Hong, 37 anni, deputata statale di Madison ed ex proprietaria di un ristorante di ramen, è passata in pochi mesi da candidata semisconosciuta a prima nei sondaggi, sull'onda del momento favorevole che i socialisti democratici stanno vivendo in tutto il partito. In un'intervista a Politico ha respinto i dubbi sulla sua eleggibilità, indicando come prove della sua forza la rete di volontari, l'entusiasmo online e un programma centrato sull'abbassamento dei prezzi e sui limiti alla costruzione di data center. "La persona più eleggibile è quella che prende più voti", ha detto.

I centristi temono però il materiale che Hong offrirebbe agli avversari. In passato ha chiesto sui social l'abolizione della polizia, posizione da cui è poi tornata indietro, si è rifiutata di recitare il giuramento di fedeltà alla bandiera nelle sedute legislative e a maggio ha detto che il suo "mondo perfetto sarebbe un mondo senza prigioni". I repubblicani puntano già su di lei: l'associazione dei governatori repubblicani ha investito 2 milioni di dollari in spot televisivi che rilanciano i suoi vecchi appelli ad abolire l'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione, con l'obiettivo di farla conoscere e favorirne la vittoria nella primaria, mentre Tiffany ha scritto su X che "i socialisti hanno messo gli occhi sul Wisconsin".

Nemmeno Barnes rassicura del tutto il partito. L'ex vicegovernatore è in testa nei sondaggi insieme a Hong e il suo sondaggista sostiene che la corsa sia ormai a due, citando rilevazioni che lo danno avanti su Tiffany in un eventuale duello di novembre. Nel 2022 però Barnes ha perso per un punto la corsa al Senato contro il repubblicano Ron Johnson, dopo una campagna martellante contro le sue posizioni progressiste, un precedente che pesa ancora. Il governatore uscente Tony Evers, di cui è stato il vice, non lo ha appoggiato pubblicamente.

La sfiducia verso i due candidati in testa ha spinto una parte del partito a cercare un'alternativa. David Crowley, capo dell'amministrazione della contea di Milwaukee, si era ritirato meno di due settimane fa appoggiando Rodriguez, ma venerdì sera ha annunciato a Politico il suo rientro in corsa, con un comizio fissato per sabato alle 11 ora locale (le 18 in Italia). Secondo alcuni strateghi democratici, Evers starebbe valutando di sostenerlo. Altri dirigenti del partito considerano però la mossa poco realistica per i tempi strettissimi e temono che tolga voti soprattutto a Barnes, rendendo più facile la vittoria di Hong in un campo già affollato, dove restano anche la senatrice statale Kelda Roys e Joel Brennan, ex membro del governo statale di Evers, entrambi indietro nei sondaggi.

Nessuno dei candidati ha le risorse per approfittare davvero del vuoto lasciato da Rodriguez. Secondo i rendiconti del primo semestre, Hong e Roys hanno poco più di 400.000 dollari in cassa, Brennan 360.000, Crowley 315.000 e Barnes appena 204.000, nonostante abbia raccolto più fondi di tutti.


I socialisti Dem non sono mai stati così forti come ora


I socialisti americani non hanno mai avuto così tanto potere politico come oggi. Il mese scorso diversi parlamentari democratici in carica a New York e in Colorado hanno perso le primarie contro sfidanti della sinistra socialista, il prossimo sindaco di Washington DC dovrebbe essere un socialista e Bernie Sanders parla di un movimento "sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo". Un'analisi pubblicata sul New York Times ricostruisce due secoli di storia del socialismo americano per spiegare la novità di questa fase: per la prima volta i socialisti non corrono con un proprio partito, ma dentro quello democratico.

Il presidente Trump ha detto il mese scorso che il successo dei politici socialisti-democratici è "la minaccia più seria per il nostro paese dalla sua nascita" e lo ha paragonato a "una forma incontrollabile di cancro". Anche una parte dei vertici democratici li respinge: il deputato del New Jersey Josh Gottheimer ha detto che "se sei socialista, non sei un democratico", mentre un gruppo di deputati moderati ha firmato una lettera in cui dichiara "siamo capitalisti, non socialisti", nel timore che il partito appaia estremo e perda negli stati e nei collegi contendibili. I nuovi candidati hanno posizioni scomode per i dirigenti, come la fine di tutte le espulsioni di immigrati e lo stop agli aiuti militari a Israele.

Stati Uniti · La nuova sinistra
Due secoli di sconfitte da soli, ma ora i socialisti vincono presentandosi come democratici

Dalla comune utopista del 1825 al 6% di Eugene Debs, il socialismo americano non ha mai sfondato con un proprio partito. La nuova generazione ha cambiato strategia: candidarsi nelle primarie democratiche. E ha iniziato a vincere, da New York a Washington DC.
Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

Inizio anni 2000
5.000

Luglio 2026
120.000

Iscritti alla DSA,
la principale organizzazione socialista

Iscritti oggi: il massimo
nella storia americana

Il 4 luglio la Democratic Socialists of America ha superato il primato del partito di Debs, fermo dal 1912: mai il socialismo americano era stato così grande

Esplora l'analisi
ILa nuova strategia IIDue secoli di storia IIIPerché solo ora IVLo scontro interno

Il cambio di metodo
Fuori dal partito si è sempre perso, dentro si comincia a vincere
Per oltre un secolo i socialisti americani hanno corso con liste proprie, senza mai avvicinarsi al potere. Oggi quasi tutti i membri della DSA si candidano nelle primarie del Partito Democratico — ed è questa la vera novità storica.

Prima · 1901–2016
Con un proprio partito
6%
Il miglior risultato di sempre a livello nazionale: Eugene Debs alle presidenziali del 1912

Debs si candida cinque volte alla Casa Bianca, senza mai andare oltre
Le uniche vittorie arrivano nelle città, come Milwaukee

Oggi · 2025–26
Dentro le primarie democratiche
New York · Colorado · Washington DC
Dove i candidati socialisti hanno battuto alle primarie i democratici in carica nell'ultimo anno

A New York il sindaco Mamdani è arrivato dalle primarie democratiche
A Washington DC il prossimo sindaco dovrebbe essere un socialista

È la prima volta che un'organizzazione socialista di massa ha membri che quasi tutti decidono di candidarsi da democratici, invece che con una propria lista Michael Kazin · storico, Georgetown University

Dalla comune utopista alle primarie
Come il socialismo americano è arrivato fin qui
Tocca le tappe per leggere che cosa è successo. Le idee socialiste sono riemerse a ogni crisi, ma il movimento non ha mai avuto un partito vincente: la svolta è arrivata cambiando casa.

1825
New Harmony, l'utopia che fallisce in pochi anni

Robert Owen, industriale gallese del cotone inorridito dalle fabbriche inglesi dove bambini di 6 anni lavoravano 16 ore al giorno, fonda in Indiana una comunità dove tutto è condiviso. Si dissolve rapidamente.

1901
Nasce il Partito Socialista d'America

Mette insieme agricoltori delle Grandi Pianure, ebrei laici di New York e artigiani del Midwest, uniti dal rifiuto del grande capitale.

1912
Il tetto del 6 per cento e i «socialisti delle fognature»

Il sindacalista Eugene Debs tocca il suo massimo alle presidenziali. I sindaci socialisti di città come Milwaukee si guadagnano invece fama di buoni amministratori: risanano gli acquedotti, costruiscono biblioteche, parchi e scuole pubbliche.

1935
Le idee entrano nel New Deal, il partito resta fuori

Durante la Grande Depressione Roosevelt introduce la Social Security, il sistema pensionistico pubblico modellato su un'idea socialista, e con i lavori pubblici dà un impiego a milioni di disoccupati. La Guerra Fredda schiaccerà poi i socialisti sull'immagine dei comunisti, che in realtà erano spesso loro rivali.

1963
Due socialisti organizzano la marcia su Washington

A. Philip Randolph e Bayard Rustin mettono in piedi la manifestazione in cui Martin Luther King pronuncia il discorso «I have a dream».

1982
Harrington fonda la DSA con una strategia nuova

Michael Harrington, alleato di King, teorizza che i socialisti non vinceranno mai con una propria bandiera: devono trasformare il Partito Democratico, perseguendo «l'ala sinistra del possibile».

2008
La crisi finanziaria cambia una generazione

I millennial si laureano nel peggior mercato del lavoro dalla Grande Depressione. All'inizio del secolo la DSA contava appena 5.000 iscritti circa.

2016
Sanders sorprende alle primarie democratiche

Conquista i giovani e molti elettori indipendenti, più spaventati dall'insicurezza economica che da uno spauracchio sovietico svanito da decenni. Da quella campagna emergono Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani.

2025–26
La generazione delle primarie comincia a vincere

Parlamentari democratici in carica perdono le primarie contro sfidanti socialisti a New York e in Colorado; a Washington DC il prossimo sindaco dovrebbe essere un socialista.

Il terreno che rende possibile la svolta
Gli americani credono sempre meno nel capitalismo, i democratici nei loro vertici
Quando il mercato delude e tutto sembra troppo caro, il socialismo si presenta come una via d'uscita: i sondaggi mostrano quanto quel terreno si sia allargato in dieci anni.

«Il capitalismo americano funziona bene o abbastanza bene»
Quota di americani d'accordo, a dieci anni di distanza

2015

60%

2026

48%
−12 punti in dieci anni
Chi risponde che non funziona bene o non funziona affatto è passato nello stesso periodo dal 37% al 51%. Sondaggio Wall Street Journal-NORC, 11–18 giugno 2026.

Gli elettori democratici sono scontenti del proprio partito
Democratici e indipendenti vicini al partito che si dicono insoddisfatti o soddisfatti dei suoi dirigenti

Insoddisfatti

53%

Soddisfatti

45%

Sondaggio New York Times/Siena, maggio 2026. Il malcontento segue la sconfitta con Trump alle presidenziali del 2024.

120.000
Iscritti alla DSA a luglio 2026
Erano circa 5.000 all'inizio degli anni 2000

113.000
Il primato precedente, battuto dopo 114 anni
Il picco del Partito Socialista di Debs, nel 1912

6%
Il massimo mai ottenuto correndo da soli
Eugene Debs, presidenziali 1912

51%
Americani per cui il capitalismo non funziona
Erano il 37% nel 2015 (WSJ-NORC)

La battaglia dentro e fuori il partito
Trump li paragona a un cancro, una parte dei democratici li respinge
La crescita dei socialisti spaventa la Casa Bianca ma anche i dirigenti democratici, che temono di apparire estremi e di perdere nei collegi contendibili.

La minaccia più seria per il nostro Paese dalla sua nascita
Donald Trumppresidente degli Stati UnitiRepubblicano

Se sei socialista, non sei un democratico
Josh Gottheimerdeputato del New JerseyDemocratico

Siamo capitalisti, non socialisti
Lettera di un gruppo di deputati moderatipreoccupati di perdere nei collegi contendibiliDemocratici

Sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo
Bernie Sanderssenatore del Vermont, sul movimento socialistaSocialista-democratico

Che cosa chiedono i nuovi candidati

Sanità pubblica universaleUn'idea realizzata da tempo in Europa, al centro del programma della DSA
Stop a tutte le espulsioniLa fine delle deportazioni di immigrati, posizione scomoda per i vertici del partito
Stop agli aiuti militari a IsraeleLa richiesta che più divide i socialisti dai dirigenti democratici

Fonte Analisi del New York Times sulla storia del socialismo americano; sondaggi Wall Street Journal-NORC (11–18 giugno 2026) e New York Times/Siena (maggio 2026); dati sugli iscritti Democratic Socialists of America.

Lo storico della Georgetown University Michael Kazin, ex direttore di Dissent, una rivista della sinistra socialdemocratica, ha detto al New York Times che "è la prima volta che un'organizzazione socialista di massa ha membri che quasi tutti decidono di candidarsi da democratici, invece che con una propria lista". L'organizzazione è la Democratic Socialists of America (DSA), fondata nel 1982, il cui programma chiede tra le altre cose una sanità pubblica universale, un'idea realizzata da tempo in Europa. La strategia interna è meno rivoluzionaria ma molto più minacciosa per i vertici del partito, indeboliti dalla sconfitta con Trump nel 2024 e ormai incapaci di ignorare la crescita alla propria sinistra.

Per quasi due secoli i socialisti americani hanno perso correndo da soli, in un paese dove il movimento non ha mai davvero attecchito. I primi furono utopisti come Robert Owen, industriale gallese del cotone inorridito dalle condizioni delle fabbriche inglesi, dove bambini di 6 anni lavoravano 16 ore al giorno: nel 1825 si trasferì in Indiana e fondò la comunità di New Harmony, dove tutto doveva essere condiviso e che fallì in pochi anni. Il Partito Socialista, fondato nel 1901, mise insieme agricoltori delle Grandi Pianure, ebrei laici di New York e artigiani del Midwest uniti dal rifiuto del grande capitale. Il suo volto era il sindacalista Eugene V. Debs, che si candidò cinque volte alla presidenza: il suo miglior risultato fu il 6 per cento dei voti nel 1912. Alcuni socialisti vinsero invece nelle città: i sindaci di posti come Milwaukee, soprannominati "socialisti delle fognature", si costruirono una reputazione di buoni amministratori risanando gli acquedotti e costruendo biblioteche, parchi e scuole pubbliche.

La Guerra Fredda schiacciò poi i socialisti sull'immagine dei comunisti, che in realtà erano spesso loro rivali: dopo la rivoluzione bolscevica i comunisti americani formarono un partito proprio, che crebbe grazie ai finanziamenti sovietici mentre quello socialista perdeva iscritti. Le idee socialiste però riemergevano nelle crisi. Durante la Grande Depressione Franklin D. Roosevelt introdusse la Social Security, il sistema pensionistico pubblico modellato su un'idea socialista, e con i lavori pubblici, un'altra nozione socialista, diede un impiego a milioni di disoccupati per costruire opere come la diga di Hoover. Negli anni Sessanta due socialisti, A. Philip Randolph e Bayard Rustin, organizzarono la marcia su Washington del 1963 in cui Martin Luther King pronunciò il discorso "I have a dream".

Michael Harrington, alleato di King e cofondatore della DSA, teorizzò già alla fine degli anni Sessanta la strategia che funziona oggi: i socialisti non avrebbero mai avuto successo con una propria bandiera e dovevano trasformare il Partito Democratico, perseguendo "l'ala sinistra del possibile". Il suo libro "The Other America", un ritratto della povertà americana, spinse l'amministrazione di Lyndon B. Johnson a coinvolgerlo nella cosiddetta guerra alla povertà. Furono comunque decenni di declino: alla fine degli anni Ottanta il capitalismo trionfava sui regimi comunisti in dissoluzione e all'inizio del nuovo secolo la DSA contava circa 5.000 iscritti.

La svolta arrivò con la crisi finanziaria del 2008. I millennial si laurearono nel peggior mercato del lavoro dalla Grande Depressione e nel 2016 Sanders, che si definisce socialista-democratico, sorprese alle primarie presidenziali conquistando i giovani e molti elettori indipendenti, più spaventati dall'insicurezza economica che da uno spauracchio sovietico svanito da decenni. Da quella campagna vennero Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani, che hanno vinto a New York passando dalle primarie democratiche, e la generazione che questa primavera ha vinto con lo stesso metodo da New York al Colorado fino a Washington DC.

Più della metà dei democratici e degli indipendenti vicini al partito si dice frustrata dai suoi dirigenti, secondo un sondaggio New York Times/Siena, e meno della metà degli americani pensa che il capitalismo funzioni bene o abbastanza bene, contro il 60 per cento di dieci anni fa, secondo una rilevazione Wall Street Journal-NORC. Molti di questi elettori non vogliono più tornare allo status quo precedente a Trump, perché non credono più in quel sistema. Per l'autrice dell'analisi è esattamente il tipo di momento storico in cui il socialismo comincia ad avere senso per più persone: quando il mercato crolla e tutto sembra troppo caro, il socialismo si presenta con la visione di una via d'uscita. Per ora però, scrive, a essere rifatto è il partito, non il Paese.


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Troy Jackson è a un passo dalla nomination Dem per il Senato in Maine


L'ex presidente del Senato statale ha vinto quasi tutti i delegati eletti sabato e si avvicina alla candidatura contro la repubblicana Susan Collins, dopo il ritiro di Graham Platner

Troy Jackson, ex presidente del Senato statale del Maine, ha dominato la prima giornata di selezione dei delegati che sabato 25 luglio sceglieranno il nuovo candidato democratico al Senato degli Stati Uniti al posto di Graham Platner. Le liste di delegati collegate alla sua campagna hanno vinto almeno 290 dei 319 posti assegnati sabato in otto contee: a Jackson mancano appena 11 delegati per avere la maggioranza assoluta alla convention da cui uscirà lo sfidante della senatrice repubblicana Susan Collins.

Platner, l'ostricoltore che a giugno aveva vinto le primarie democratiche, si è ritirato il 10 luglio, quattro giorni dopo che Politico aveva rivelato l'accusa di una sua ex fidanzata, che sostiene di aver subito una violenza sessuale nel 2021. Platner respinge l'accusa. La legge dello stato affida al partito la scelta del sostituto, da comunicare entro il 27 luglio. A decidere saranno i 601 delegati della convention convocata a Bangor: 500 vengono eletti in questo fine settimana nei caucus, le riunioni locali con cui gli elettori democratici scelgono contea per contea i propri rappresentanti, mentre gli altri 101 sono membri di diritto del comitato statale del partito. I delegati non sono formalmente vincolati e alla convention potranno votare per chiunque.

Sabato Jackson ha fatto quasi il pieno nelle contee più popolose: 148 delegati su 149 nella contea di Cumberland, quella di Portland, la città più grande e più democratica dello stato, e tutti i 44 posti della contea di Penobscot. La sua campagna si è presentata ai caucus con gruppi organizzati di volontari, liste chiare di nomi da votare e il sostegno di oltre una decina di sindacati, il mondo da cui Jackson proviene. Le liste dei rivali condividevano tra loro anche più di cento nomi, mentre quella di Jackson non si sovrapponeva quasi con nessuno, segno di un'organizzazione superiore. Sabato sera Jackson ha ringraziato i sostenitori su X: "Siamo sulla buona strada per avere il governo che ci meritiamo". Domenica si vota nelle altre otto contee per gli ultimi 181 delegati.

Jackson, boscaiolo di Allagash, all'estremo nord dello stato, è in politica da oltre vent'anni, quasi tutti passati nel Senato del Maine, che ha presieduto dal 2018 al 2024. È cresciuto politicamente nei sindacati e a giugno era arrivato terzo alle primarie democratiche per la carica di governatore, una corsa in cui aveva ricevuto il sostegno del senatore Bernie Sanders e aveva fatto campagna al fianco di Platner. È stato tra i primi a chiedere il ritiro dell'ex alleato, ma ora si presenta come l'erede del suo movimento: "Il movimento che avete costruito può vincere", ha detto agli ex sostenitori di Platner lanciando la candidatura. Le sue posizioni ricalcano quelle dell'ex candidato: la sanità pubblica universale con il programma noto come "Medicare for All", più tasse sui miliardari, l'abolizione dell'ICE (Immigration and Customs Enforcement), l'agenzia federale che esegue arresti ed espulsioni degli immigrati, e lo stop agli aiuti militari a Israele.

I rivali più vicini sono usciti dal primo giorno di voto quasi senza possibilità. Nirav Shah, epidemiologo ed ex capo della sanità pubblica dello stato, e Shenna Bellows, segretaria di stato del Maine, la carica che organizza le elezioni, hanno ottenuto una manciata di delegati a testa sui 319 assegnati. Shah ha detto a Politico di aver telefonato personalmente a circa 500 aspiranti delegati e ha assicurato che continuerà a cercare di convincerli fino alla convention. In tutto i candidati alla nomination erano dodici.

Chi vincerà erediterà la rete di volontari costruita in un anno dalla campagna di Platner, che sosteneva di contarne 15.000. Una parte di quella rete si è organizzata nel Maine People Powered Movement e ha diffuso una lettera aperta con una piattaforma ispirata alla campagna dell'ex candidato, con l'espansione della sanità pubblica, una tassa minima sui miliardari e più diritti per i sindacati: Jackson, Shah e Bellows l'hanno sottoscritta subito. Quasi 4.000 persone si sono candidate come delegati e circa 11.000 si sono registrate per votare nei caucus.

Alcuni aspiranti delegati si sono ritrovati sulle liste di più campagne senza saperlo e in diverse contee i problemi tecnici con il voto online hanno costretto a prolungare le operazioni: sono gli intoppi di un processo messo in piedi dal partito in una decina di giorni. Nella contea di Cumberland un pareggio per l'ultimo posto disponibile è stato risolto estraendo un nome da un cappello da baseball. Tra gli ex sostenitori di Platner c'è anche chi contesta il metodo, perché a sostituire un candidato scelto da oltre 150.000 elettori alle primarie saranno 601 delegati.

Il seggio del Maine è al centro delle speranze dei democratici di riconquistare la maggioranza al Senato alle elezioni di medio termine di novembre. Collins, al quinto mandato, è l'unica senatrice repubblicana che si ricandida in uno stato in cui il presidente Donald Trump ha perso nel 2024. "È probabilmente la corsa più importante di tutto il paese", ha detto Jackson sabato ai giornalisti. Negli ultimi giorni tutti i candidati hanno attaccato Collins per il suo sostegno all'ICE, dopo che un agente dell'agenzia ha ucciso un uomo a Biddeford, sulla costa del Maine: in un dibattito televisivo giovedì Jackson ha detto che Collins, presidente della commissione del Senato che decide la spesa federale, "avrebbe dovuto essere in grado di fermare l'ICE".


I Dem del Maine hanno otto giorni per trovare lo sfidante di Susan Collins


I democratici del Maine hanno otto giorni per trovare il candidato che sfiderà a novembre la senatrice repubblicana Susan Collins. Il 25 luglio a Bangor 601 delegati del partito sceglieranno il sostituto di Graham Platner, il vincitore delle primarie di giugno, che si è ritirato la settimana scorsa dopo che Politico ha rivelato l'accusa di stupro di una sua ex compagna. Platner nega l'accusa.

La corsa è tra le più importanti delle elezioni di metà mandato: Collins, in Senato da cinque mandati, è l'unica senatrice repubblicana che quest'anno cerca la rielezione in uno stato vinto da Kamala Harris nel 2024 e il suo seggio è considerato decisivo da entrambi i partiti per il controllo del Senato.

Dodici candidati hanno presentato la candidatura entro la scadenza di mercoledì. Tra loro ci sono tre sconfitti delle primarie per governatore di giugno: la segretaria di Stato del Maine Shenna Bellows, che Collins aveva già battuto nel 2014, l'ex presidente del Senato statale Troy Jackson e Nirav Shah, ex responsabile della sanità pubblica dello stato. In corsa ci sono anche Jordan Wood, ex collaboratore del Congresso arrivato terzo nelle primarie del secondo distretto, Dan Kleban, cofondatore del birrificio Maine Beer Company, e David Costello, terzo nelle primarie per il Senato vinte da Platner.

Entro lunedì i candidati devono raccogliere 500 firme di elettori democratici registrati, di cui almeno 50 in ciascuna di otto contee diverse. Nel fine settimana i democratici si riuniranno in ognuna delle 16 contee dello stato per eleggere 500 dei 601 delegati alla convention, mentre gli altri 101 sono membri di diritto del comitato statale del partito. Più di 5.500 persone si sono già registrate per partecipare alle riunioni o candidarsi come delegate. I delegati non saranno vincolati a un candidato e per la nomination servirà superare il 50%, probabilmente dopo più turni di voto.

Le campagne di Bellows, Jackson e Shah hanno riattivato le reti di volontari delle corse per governatore per portare i propri sostenitori alle riunioni di contea, mentre Wood invita i democratici a partecipare senza costruire una propria lista di delegati, chiedendo un processo trasparente. Paige Loud, un'assistente sociale che aveva corso nelle primarie del secondo distretto, si è invece ritirata per protesta, accusando i candidati più ricchi di comprarsi i delegati e di riempire le sale di persone già impegnate con un candidato.

Giovedì sera i candidati si sono affrontati nel primo dibattito televisivo, divisi in due gruppi per via del numero. I toni sono stati civili, senza attacchi reciproci: il bersaglio comune è stata Collins, criticata per i suoi voti sulla Corte Suprema e per la lunga permanenza a Washington. Le differenze politiche tra i principali candidati sono minime e tutti si presentano come progressisti e oppositori del presidente Trump.

La prima domanda rivolta a tutti è stata quale fosse la migliore idea di Platner da portare avanti. Jackson ha scelto il "Medicare for All", la proposta di un sistema sanitario pubblico universale; Shah l'abolizione dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione; Wood la definizione di genocidio per la guerra di Israele a Gaza; Bellows la lotta alla corruzione di Washington. Platner aveva vinto le primarie con il 72% dei voti e la sua campagna contava più di 15.000 volontari. Nel corso della serata i candidati hanno alzato i toni contro l'ICE dopo il caso dell'uomo ucciso lunedì a Biddeford da un agente dell'agenzia.

Bellows ha accusato Collins di non fare abbastanza per fermare Trump sulla guerra in Iran e i moderatori le hanno ricordato che la senatrice ha votato una risoluzione per limitare i poteri di guerra del presidente. "Una settimana fa ero in vacanza", si è giustificata Bellows, che come Jackson e Shah fino a poche settimane fa correva per la carica di governatore e non si stava preparando a una campagna contro Collins.

Il 23 luglio, due giorni prima della convention, i candidati torneranno a confrontarsi in un dibattito organizzato dalla CNN insieme al quotidiano locale Bangor Daily News. Durerà due ore a partire dalle 20 ora della costa est (le 2 di notte in Italia), con le domande dei conduttori Jake Tapper e Dana Bash e del responsabile politico del giornale Michael Shepherd, davanti a un pubblico che comprenderà anche alcuni dei delegati.

Bernie Sanders, che aveva spinto l'ascesa di Platner, ha detto a Semafor che si tratta di "un momento senza precedenti" e che è meglio che i cittadini del Maine decidano da soli, senza influenze esterne. Anche il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer e il comitato del partito per le campagne al Senato restano neutrali, così come la senatrice Elizabeth Warren, che a marzo aveva appoggiato Platner. Le uniche critiche arrivano dai senatori dell'Illinois Dick Durbin e Tammy Duckworth, che rimproverano a Shah la gestione di un'epidemia mortale di legionella quando lavorava nello stato. Collins ha detto a Semafor che non sapere contro chi correrà "è certamente una situazione insolita".


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Sony RX10 V è ufficiale: la nuova fotocamera super zoom di quinta generazione per sport, natura e viaggi


Sony presenta ufficialmente la RX10 V, la fotocamera bridge di quinta generazione pensata per i professionisti e gli appassionati di viaggi, sport e natura
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Sony ha annunciato RX10 V, quinta generazione della serie RX10 di fotocamere "all-in-one". Fotocamera perfetta per gli appassionati, essa copre tutte le distanze focali, dal grandangolo al super teleobiettivo in un unico corpo macchina, ideale per ogni tipo di scatto. RX10 V aggiunge alle caratteristiche della RX10 l’AF con riconoscimento in tempo reale basato sull’intelligenza artificiale. Questa feature, oltre a garantire il riconoscimento del soggetto altamente accurato consente a questa fotocamera di gestire un’ampia varietà di contesti: dai momenti di vita quotidiana agli scenari naturalistici, alle giornate scolastiche dedicate allo sport e agli eventi atletici.

Come espandere la memoria dello smartphone con Lexar SL500
Lo spazio sullo smartphone non basta più? Con l’SSD portatile Lexar SL500 puoi espandere rapidamente la memoria disponibile, trasferire file ad alta velocità e gestire foto, video e documenti senza dipendere dal cloud o eliminare contenuti importanti
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


La batteria ricaricabile della serie Z (NP-FZ100) estende la durata delle riprese fotografiche fino a circa 630 scatti (dati Sony), con un miglioramento di circa il 50% o più rispetto al modello precedente.

Caratteristiche principali della RX10 V

I 12 preset Creative Look consentono di ottenere i colori e le texture desiderati direttamente nella fotocameraI 12 preset Creative Look consentono di ottenere i colori e le texture desiderati direttamente nella fotocamera

  • elevata qualità dell’immagine e grande potenza espressiva: un obiettivo zoom che copre da 24 mm a 600mm è in grado di gestire qualsiasi situazione, dagli scatti di tutti i giorni alla fotografia sportiva e naturalistica più impegnativa. Il processore d’immagine Bionz Xr garantisce immagini di alta qualità con rumore ridotto e le tonalità della pelle, il cielo, il verde e altre scene naturali vengono riprodotti con alta risoluzione e fedele riproduzione dei colori e delle texture;


L’AF con il riconoscimento in tempo reale consente di tracciare i soggetti anche quando sono di spalleL’AF con il riconoscimento in tempo reale consente di tracciare i soggetti anche quando sono di spalle

  • riconoscimento del soggetto basato sull’IA: l’AF con il riconoscimento in tempo reale, alimentato da un’unità di elaborazione AI, riconosce persone, animali, uccelli, insetti, automobili, treni e aerei, e dispone anche di una modalità Auto che consente alla fotocamera di identificare automaticamente il tipo di soggetto. L’unità di elaborazione alimenta anche la tecnologia di stima della posa umana, consentendo il riconoscimento e il tracciamento anche quando i soggetti sono di spalle alla fotocamera o quando i volti sono oscurati da caschi o occhiali da sole. Basta toccare il soggetto desiderato per avviare il tracciamento in tempo reale, che segue costantemente il soggetto in movimento, consentendo di concentrarsi sulla composizione per lo scatto perfetto;
  • funzioni avanzate per i video: la fotocamera supporta la registrazione video 4K a 120p, compresa una riproduzione fluida in slow-motion fino a 5x in risoluzione 4K. La stabilizzazione d’immagine in Active Mode garantisce riprese video stabili anche a mano libera. Altre caratteristiche includono S-Cinetone, per ottenere facilmente colori e tonalità cinematografici, e S-Log3 per le riprese video in previsione della color correction in post-produzione.



  • facilità d’uso e prestazioni affidabili: la fotocamera è dotata di un mirino elettronico più grande, con risoluzione e ingrandimento superiori, dotato di un pannello OLED Quad-VGA da 0,5 con circa 3,68 milioni di punti. La RX10 V incorpora inoltre un monitor LCD da 3,0 pollici, aggiornato a circa 1,62 milioni di punti, che consente di visualizzare i soggetti nei minimi dettagli con elevata precisione. La disposizione dei pulsanti e il design dell’impugnatura, basati sulla filosofia di progettazione della serie α, insieme a un selettore multiplo altamente reattivo, che consente un funzionamento fluido in otto direzioni, garantiscono un utilizzo affidabile e intuitivo anche guardando attraverso il mirino. Per garantire l’affidabilità in una vasta gamma di condizioni di ripresa, la fotocamera presenta un design resistente alla polvere e all’umidità, oltre al supporto Wi-Fi (2,4/5 GHz) per un trasferimento dati veloce e stabile. Novità di questo modello, RX10 V supporta Creators’ App, il software proprietario di Sony che consente di connettersi ai propri smartphone per inviare file direttamente al cloud o allo smartphone, controllare la fotocamera da remoto e aggiornare le funzionalità e il software, migliorando la funzionalità e la praticità durante le riprese e la condivisione.

Disponibilità: La RX10 V è già disponibile sul sito ufficiale Sony.


Come espandere la memoria dello smartphone con l'SSD Lexar SL500


Oggi la creatività si muove insieme a chi la vive, e poterla portare in ogni luogo senza limiti è diventato fondamentale per chi lavora con immagini e video. Lo smartphone accompagna ogni creazione, pronto a trasformare idee ed emozioni in progetti multimediali, ovunque ci si trovi. Uno strumento così prezioso, seppur limitato da un dettaglio molte volte trascurato come lo spazio disponibile. La memoria interna si esaurisce in fretta e i modelli più capienti hanno costi elevati difficili da giustificare.

Navigazione mobile: il 50% degli italiani è stanco di pop-up e pubblicità invasive
Un’indagine Accessiway-YouGov rivela che per il 50% degli italiani pop-up, cookie e pubblicità invasive rappresentano il principale ostacolo nella navigazione da smartphone, evidenziando le sfide ancora aperte per l’accessibilità digitale e l’esperienza utente
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Per fotografi, videomaker e appassionati questo significa trasferimenti continui o compromessi sulla qualità, proprio quando la libertà creativa dovrebbe essere totale. Anche gli SSD esterni tradizionali spesso non sono la giusta risposta perché possono limitare la mobilità, con cavi e unità pendenti che finiscono per occupare una mano o una tasca, rendendo meno pratico lavorare in movimento.

Prestazioni elevate e mobilità senza compromessi per foto e video


In questo scenario nasce l’SSD portatile Lexar SL500, pensato per accompagnare i creator in ogni attività. Sottile, elegante e magnetico, si aggancia allo smartphone offrendo alte prestazioni e la possibilità di lavorare sui file in tempo reale, anche durante le registrazioni. Con la connettività USB 3.2 Gen 2×2, SL500 raggiunge velocità fino a 2.000 MB/s in lettura e 1.800 MB/s in scrittura, gestendo senza fatica video in alta risoluzione, progetti fotografici complessi e contenuti di grandi dimensioni.

Supporta la registrazione con il codec professionale Apple ProRes fino a 4K 60 FPS, disponibile a partire dall’iPhone 15 Pro, ed è compatibile con smartphone Android, PC, Mac, fotocamere e tutti i dispositivi dotati di porta USB-C. La protezione dei dati è garantita dalla crittografia Lexar DataShield AES a 256 bit, per sicurezza totale. L’archiviazione, per Lexar, non è solo un elemento fisico, ma un ecosistema completo pensato per rispondere alle esigenze di ogni utente.

In questa visione a 360 gradi si inserisce l’app Lexar, disponibile gratuitamente su App Store e Google Play, che permette il backup automatico di foto (incluse le Apple Live Photo) e video, estendendo e preservando in modo semplice la capacità di archiviazione dello smartphone.

vivo X Fold6 in Italia nel 2026: il pieghevole con fotocamera premium
vivo X Fold6 si prepara a entrare nella scena degli smartphone pieghevoli premium: il nuovo modello vivo punta su fotografia avanzata, design raffinato e tecnologie di nuova generazione. L’arrivo in Italia nel 2026 potrebbe segnare una nuova fase per il mercato foldable
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Prezzo e disponibilità

Disponibile in 1TB, 2TB e 4TB, Lexar SL500 con kit magnetico è acquistabile su lexar.nital.it al prezzo di partenza di 229 euro.

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Mamdani valuta l’arresto di Netanyahu a New York: “Il suo posto è all’Aia”


Il sindaco conferma al New York Times che la sua amministrazione sta verificando la possibilità di arrestare il premier israeliano durante l’Assemblea Generale dell’ONU di settembre. Netanyahu replica: “Sostiene Hamas e odia l’America”.

Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha confermato che la sua amministrazione sta ancora valutando la possibilità di arrestare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, atteso in città a settembre per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. “Credo che il posto del primo ministro Netanyahu sia all’Aia”, ha dichiarato a The Interview, il programma del New York Times condotto da Lulu Garcia-Navarro.

“È un criminale di guerra ricercato dalla Corte Penale Internazionale. E sappiate che si tratta di un’opinione condivisa da molti, semplicemente per le conseguenze che le sue azioni hanno prodotto in questi anni”.


Il principale ostacolo è però di natura giuridica. Mamdani ha ammesso di non sapere se disponga dell’autorità necessaria per ordinare alla polizia municipale, che dipende dalla sua amministrazione, di fermare un capo di governo straniero. La questione, ha spiegato, è al centro di “un confronto ancora in corso” con l’ufficio legale della città.

“Faremo tutto ciò che la legge ci consente di fare a New York, ma non scriveremo leggi su misura per raggiungere questo obiettivo”.


La posizione del sindaco non è nuova. Durante la campagna elettorale dello scorso anno, Mamdani aveva già dichiarato allo stesso quotidiano newyorkese che avrebbe ordinato l’arresto di Netanyahu in esecuzione del mandato emesso dalla Corte Penale Internazionale per il ruolo del premier nella guerra a Gaza, definita un genocidio sia dal sindaco sia da una commissione delle Nazioni Unite.

Netanyahu replica: “Sostiene Hamas e odia l’America”


La replica di Netanyahu, impegnato in Israele nella corsa per la rielezione, è arrivata durante un’intervista radiofonica con Sid Rosenberg, conduttore locale e frequente critico di Mamdani. Il premier ha affermato di non essere preoccupato e ha accusato il sindaco di sostenere Hamas:

“Condanna Israele, l’unica democrazia che difende fianco a fianco con gli Stati Uniti i valori americani”.


Poi ha aggiunto: “Chi difende? Hamas, che invoca apertamente il massacro di ogni ebreo sulla faccia della Terra”. Secondo Netanyahu, Mamdani “odia segretamente l’America”.

Sabato è intervenuto anche Danny Danon, ambasciatore israeliano presso l’ONU, accusando il sindaco di non contrastare con sufficiente determinazione l’antisemitismo in città. “Il primo ministro Netanyahu verrà a New York, parlerà con orgoglio all’Assemblea generale e proclamerà davanti al mondo la verità di Israele”, ha dichiarato Danon.

La frattura su Gaza attraversa i democratici


Le posizioni di Mamdani non sono più marginali all’interno del Partito Democratico americano. Questa settimana quasi la metà dei deputati democratici ha votato a favore dell’interruzione degli aiuti statunitensi a Israele. La misura è stata respinta, ma il risultato mostra quanto stia cambiando l’atteggiamento del partito nei confronti di uno degli alleati storici degli Stati Uniti in Medio Oriente.

Anche il sindaco di New York City conferma che la guerra a Gaza stia mobilitando gli elettori in tutto il Paese e cita le primarie democratiche per la Camera tenute il mese scorso a New York, vinte dai candidati da lui appoggiati. “È difficile immaginare una strategia politica più fallimentare di quella adottata dal nostro Paese nei confronti di Gaza e della Palestina”, ha affermato.

Nella sua intervista, Mamdani ha affrontato anche alcuni temi di politica nazionale. Ha accolto con favore l’ipotesi di una candidatura presidenziale di Alexandria Ocasio-Cortez nel 2028 — “Sarebbe brava in qualsiasi ruolo” — e ha criticato i metodi adottati dall’Amministrazione Trump sull’immigrazione.

Il sindaco si è comunque detto “disposto a collaborare con il governo federale” per i casi riguardanti immigrati condannati per reati gravi. Ha invece escluso qualsiasi cooperazione nell’applicazione civile delle norme sull’immigrazione con un’Amministrazione che, a suo giudizio, punta a espellere “la stragrande maggioranza delle persone”.

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I fratelli Tate arrestati a Miami: il Regno Unito chiede l'estradizione per stupro


Gli US Marshals hanno fermato i due influencer a Miami prima di un evento di boxe. La procura britannica ha annunciato 59 capi d'accusa, tra cui stupro e tratta, e ne ha chiesto l'estradizione

Andrew Tate e suo fratello Tristan sono stati arrestati sabato a Miami dagli US Marshals, l'agenzia federale statunitense che si occupa della cattura dei ricercati e delle estradizioni. I due influencer, tra i personaggi più controversi e seguiti di internet, sono stati fermati sulla base di un mandato secretato, mentre la procura britannica annunciava decine di nuove accuse nei loro confronti, tra cui stupro e tratta di esseri umani, e ne chiedeva l'estradizione nel Regno Unito.

La Crown Prosecution Service, la procura della corona britannica, ha portato a 59 i capi d'accusa complessivi contro i fratelli: 42 per Andrew Tate, che ha 39 anni, e 17 per Tristan, che ne ha 38. I reati contestati risalgono al periodo tra il luglio 2010 e l'agosto 2017 e riguardano sette presunte vittime, quattro delle quali identificate solo di recente. Le accuse comprendono stupro, organizzazione o facilitazione della tratta a fini di sfruttamento sessuale e lesioni personali. Andrew Tate deve rispondere anche di sfruttamento della prostituzione e di 19 capi d'accusa legati a immagini indecenti di un minore e a pornografia estrema.

Gli agenti federali hanno ammanettato i due fuori dal James L. Knight Center, nel centro di Miami, dove Andrew Tate quella sera avrebbe dovuto co-condurre un evento di boxe a mani nude. I fratelli dovrebbero comparire davanti al tribunale federale di Miami all'inizio della prossima settimana. Né gli US Marshals né il dipartimento di Giustizia hanno spiegato pubblicamente su quali basi sia stato emesso il mandato.

I due, che hanno la doppia cittadinanza americana e britannica e sono cresciuti a nord di Londra, si erano trasferiti in Romania nel 2016. Lì erano stati arrestati nel dicembre 2022 con l'accusa di aver attirato alcune donne per sfruttarle sessualmente, ma il processo non è mai iniziato per problemi legali e procedurali. L'anno scorso le autorità romene avevano permesso loro di lasciare il paese e i due erano volati in Florida su un jet privato.

I fratelli Tate sono ex kickboxer diventati influencer della cosiddetta "manosphere", la galassia online che promuove un'idea di mascolinità dominante e ostile al femminismo. Hanno milioni di follower su X, mentre Andrew Tate è stato bandito da YouTube, TikTok e Instagram per aver violato le regole contro l'incitamento all'odio: in passato si è definito lui stesso un misogino e ha sostenuto, tra le altre cose, che le donne vittime di violenza sessuale abbiano una parte di responsabilità per le aggressioni subite. Nel 2016 aveva partecipato al reality britannico "Big Brother", da cui era stato escluso dopo la diffusione di un video che sembrava mostrarlo mentre colpiva ripetutamente una donna con una cintura. I due sono sostenitori dichiarati del presidente Donald Trump.

I fratelli hanno sempre negato ogni accusa, sostenendo che le loro dichiarazioni violente e misogine siano state estrapolate dal contesto o fossero battute. Il loro avvocato Joseph McBride ha definito le nuove accuse britanniche "sporcizia e calunnie" pensate per far deragliare le cause per diffamazione che i due hanno intentato negli Stati Uniti e ha detto che "l'America non fa il lavoro sporco politico della Gran Bretagna".

Andrew Tate deve inoltre affrontare quest'anno nel Regno Unito un processo civile intentato da quattro donne che lo accusano di violenze fisiche e sessuali commesse tra il 2013 e il 2015: due dicono di aver avuto una relazione con lui, le altre due lavoravano per la sua azienda di webcam. Tate respinge le accuse e i suoi legali sostengono che tutti i rapporti sessuali fossero consensuali.

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La rassegna stampa di domenica 19 luglio 2026


Gli Stati Uniti colpiscono l'Iran dopo la morte di due militari in Giordania, mentre Trump rilancia le accuse di brogli elettorali dividendo i repubblicani; a Miami arrestati i fratelli Tate e il fumo degli incendi canadesi soffoca l'aria di milioni di americani

Questa è la rassegna stampa di domenica 19 luglio 2026

Gli Stati Uniti colpiscono l'Iran dopo la morte di due militari in Giordania


Due membri delle forze armate statunitensi sono stati uccisi e altri feriti in un attacco missilistico iraniano contro la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania, che ospita truppe americane. In risposta il Comando centrale (Centcom) ha lanciato una nuova ondata di raid contro obiettivi in Iran, mentre il presidente Trump ha definito la vicenda "molto triste". È la prima volta che soldati americani muoiono da quando i combattimenti sono ripresi due settimane fa, portando a 16 il totale delle vittime del conflitto.

Fonti: Axios, Bloomberg, The Hill

Trump rilancia le accuse di brogli e divide i repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato


Nel discorso in prima serata di giovedì il presidente ha ripreso le sue accuse di interferenze straniere nel voto statunitense, sostenendo che la Cina avrebbe ottenuto milioni di dati elettorali, e ha spinto per l'approvazione del SAVE America Act sui requisiti di identità degli elettori. La forzatura irrita diversi repubblicani, che temono ripercussioni alle elezioni di metà mandato. Alcune grandi reti televisive hanno scelto di non trasmettere il discorso in diretta, alimentando le polemiche sui media.

Fonti: The Hill

I fratelli Tate arrestati a Miami, il Regno Unito ne chiede l'estradizione


Gli influencer Andrew e Tristan Tate, noti per le loro posizioni misogine, sono stati arrestati a Miami dai marshal federali sulla base di un mandato sigillato. Le autorità britanniche ne chiedono l'estradizione dopo aver formalizzato 59 capi d'accusa, tra cui stupro e traffico di esseri umani, relativi a fatti compresi tra il 2010 e il 2017. I due fratelli sono da anni al centro di indagini penali in Europa.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, Fox News

Le parole di Vance su Epstein e Israele riecheggiano teorie del complotto


Il vicepresidente J.D. Vance ha affermato che vi sarebbero legami tra Jeffrey Epstein e i "più alti livelli" dell'intelligence israeliana, un'uscita che ha messo a disagio parte del suo stesso partito. Le dichiarazioni, secondo diversi osservatori, riprendono argomenti vicini alle teorie del complotto e rischiano di aprire nuove tensioni interne al fronte repubblicano.

Fonti: The New York Times

L'esperimento da 50 milioni di Israele per cambiare l'opinione pubblica americana


Secondo un'inchiesta, il governo israeliano sta impiegando intelligenza artificiale e pagamenti a media conservatori statunitensi per contrastare il crescente sentimento sfavorevole negli Stati Uniti sulla sua gestione delle guerre a Gaza e in Iran. L'operazione, del valore di circa 50 milioni di dollari, punta a orientare la percezione dell'opinione pubblica americana.

Fonti: The Wall Street Journal

Il Dipartimento di Giustizia riduce l'azione penale contro i reati d'impresa


I procuratori federali hanno rinunciato a incriminare diverse aziende in casi recenti, pur ritenendo che dirigenti di alto livello fossero coinvolti in condotte illecite. Il cambio di approccio segna un allentamento nella persecuzione dei reati societari da parte del Dipartimento di Giustizia.

Fonti: The Wall Street Journal

Mamdani valuta l'arresto del premier israeliano Netanyahu a New York


Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha dichiarato al New York Times di essere in "un'attiva conversazione" con l'ufficio legale della città per capire se abbia l'autorità di far arrestare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in caso di una sua visita per l'Assemblea generale delle Nazioni Unite in autunno. L'ipotesi apre un delicato scenario giuridico e diplomatico.

Fonti: The New York Times, The Hill

Il fumo degli incendi canadesi soffoca l'aria per milioni di americani


Oltre cento milioni di statunitensi sono interessati da allerte sulla qualità dell'aria mentre il fumo degli incendi in Canada e nel Minnesota settentrionale avvolge ampie zone del Paese. La vicenda ha alimentato tensioni diplomatiche: il premier dell'Ontario Doug Ford ha definito "assolutamente inaccettabili" le critiche rivolte al governo canadese dall'amministrazione Trump e da alcuni repubblicani.

Fonti: The Hill, The Hill

Un dissidente cubano liberato dall'Avana arriva negli Stati Uniti


Un artista e dissidente cubano è arrivato a Miami dopo cinque anni di detenzione, in un'insolita scarcerazione decisa dalle autorità dell'isola. Il rilascio avviene mentre Cuba è sottoposta a una campagna di pressione economica da parte dell'amministrazione del presidente Donald Trump.

Fonti: Bloomberg

Corsa al Senato: si muovono le sfide in Maine e Nebraska


In Maine l'ex presidente progressista del Senato statale Troy Jackson guadagna terreno nella corsa per sostituire Graham Platner, con metà delle contee che hanno già scelto i delegati per la convention. In Nebraska la candidata democratica Cindy Burbank ha presentato istanza di ritiro, un passo che potrebbe spianare la strada all'indipendente Dan Osborn, sostenuto dai vertici del partito, tra le proteste dei repubblicani.

Fonti: The New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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I Dem sono avanti di 26 punti tra chi detesta entrambi i partiti


Un americano su cinque boccia entrambi i partiti: per il sondaggista G. Elliott Morris questo gruppo sceglie i democratici 55 a 29 e vale da solo circa l'80% del loro vantaggio nazionale

Gli elettori americani che non sopportano né i democratici né i repubblicani, circa un quinto del totale, dicono che alle elezioni di metà mandato di novembre, quando si rinnovano la Camera e un terzo del Senato, voteranno in maggioranza per i democratici: 55% contro il 29% dei repubblicani, un vantaggio di 26 punti. Lo scrive il sondaggista G. Elliott Morris in un'analisi pubblicata sulla sua newsletter Strength In Numbers, secondo cui questo gruppo di scontenti vale da solo circa l'80% del vantaggio nazionale del partito.

Morris, insieme all'istituto demoscopico Verasight, ha chiesto a giugno a 2.000 americani di dare un voto da 0 a 100 a entrambi i partiti su un "termometro dei sentimenti", dove 0 indica totale freddezza e 100 piena simpatia. Circa un elettore registrato su cinque ha dato a entrambi un voto sotto il 50: sono i cosiddetti double haters, i "doppi odiatori" di cui gli analisti americani discutono da anni. Tra tutti gli altri elettori i democratici sono avanti di appena 2 punti, mentre nel complesso il partito è avanti di circa 7 punti nel cosiddetto generic ballot, la domanda su quale partito si voterebbe per il Congresso, un vantaggio che in altre rilevazioni arriva a 10 punti. Il grosso del margine democratico viene quindi proprio dagli scontenti.

Sondaggio · Midterm 2026
Gli elettori che detestano entrambi i partiti convergono sui democratici
Un elettore registrato su cinque boccia sia i democratici sia i repubblicani. Nel 2016 e nel 2024 questi «double haters» hanno premiato Trump: oggi puniscono chi governa.

Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

Quanti sono i «double haters»

0%
degli elettori registrati dà a entrambi i partiti un voto inferiore a 50 su 100

Ogni quadrato è l’1% degli elettori
E come voteranno?

Come votano
Dall’identità dichiarata alle urne: la progressione democratica

Tocca o clicca un colore per seguirne l’evoluzione nelle tre barre

+0
punti di vantaggio democratico tra i double haters nelle intenzioni di voto per la Camera (55% a 29%). Da soli valgono circa l’80% del margine nazionale dei democratici.

Quote percentuali tra gli elettori registrati che assegnano a entrambi i partiti un punteggio inferiore a 50 su un termometro di gradimento da 0 a 100: il 21% del totale, pari a 357 intervistati su un campione di 2.000 americani. Elaborazione di Focus America su dati del sondaggio Strength In Numbers/Verasight di giugno 2026.

A maggio il Pew Research Center, uno dei principali istituti di ricerca americani, aveva rilevato che il 26% degli adulti ha un'opinione negativa di entrambi i partiti, la quota più alta in oltre trent'anni di rilevazioni e più di quattro volte quella del 1994. Negli ultimi cicli elettorali questo tipo di elettore aveva premiato Donald Trump: nel 2016 e nel 2024 il presidente ha vinto con margini a doppia cifra tra chi aveva un'opinione negativa sia di lui sia dei suoi avversari, secondo gli exit poll, e li aveva conquistati anche nel 2020, quando però erano una fetta molto più piccola dell'elettorato. La definizione usata allora era leggermente diversa, basata sul giudizio sui candidati alla presidenza anziché sui partiti.

I doppi odiatori non sono simpatizzanti democratici nascosti nei dati. Alle presidenziali del 2024 il gruppo si era diviso: il 40% dice di aver votato per Kamala Harris, il 29% per Trump, il 15% per un altro candidato (una quota quattro volte superiore alla media) e il 16% non è andato a votare. Solo il 19% si definisce democratico e il 18% repubblicano, mentre il 64% si dice indipendente o senza partito.

Il 55% a favore dei democratici significa quindi che molti stanno cambiando campo. Tra i doppi odiatori che nel 2024 votarono Trump, il 71% resta con i repubblicani, ma circa uno su otto è passato ai democratici; tra quelli che votarono Harris la fedeltà è al 90% e solo il 4% si sposta a destra. Il gruppo decisivo è però quello dei non allineati: il 31% dei double haters nel 2024 votò per un terzo candidato o rimase a casa e oggi questi elettori scelgono i democratici 51 a 23. Chi era rimasto a casa due anni fa si sta spostando nettamente a sinistra, una tendenza che altre ricerche hanno rilevato nelle ultime settimane. Più l'avversione è intensa, più il fenomeno si accentua: restringendo la definizione a chi dà a entrambi i partiti un voto sotto il 40, il vantaggio democratico sale a 28 punti; sotto il 30 arriva a 32.

Il profilo di questi elettori è più giovane della media, con un'età mediana di 42 anni contro i 53 degli altri, e più maschile (55%). Dal punto di vista ideologico sono un gruppo misto: il 37% si definisce moderato, il 40% progressista e il 23% conservatore. Il 61% pensa che il Paese vada male e abbia bisogno di cambiamenti profondi e dirompenti, contro il 50% della media. E sono molto ostili al presidente: l'80% disapprova il suo operato, il 62% con forza, e sul termometro da 0 a 100 gli danno in media un voto di 20.

La spinta verso i democratici non nasce dalla simpatia: sul termometro il partito prende in media 22, contro il 16 dei repubblicani. Un indizio arriva da un'altra domanda del sondaggio: il 77% dei doppi odiatori pensa che dal secondo mandato di Trump abbiano tratto beneficio soprattutto i ricchi e le grandi aziende anziché il cittadino medio; il 60% ritiene che ne abbiano beneficiato molto di più. È una convinzione diffusa anche nel resto della popolazione (62%), ma tra gli scontenti è più intensa. Le loro priorità sono invece simili a quelle della media: il 36% indica prezzi e inflazione come principale problema del Paese, il 15% lavoro ed economia, il 13% elezioni e democrazia.

Morris propone due letture. La prima è che questi elettori, meno legati emotivamente ai partiti, votino in modo più "razionale" guardando ai risultati: quando l'economia va male puniscono chi governa. I dati sembrano confermarlo: il 46% si fida più dei democratici per affrontare i problemi principali del Paese, contro il 25% che si fida dei repubblicani. La seconda è che votino sistematicamente contro il partito che controlla la Casa Bianca: scelsero Trump nel 2016 e nel 2024, quando governavano i democratici, e ora votano contro i repubblicani. In ogni caso il gruppo non va ignorato: due terzi dicono che andrebbero sicuramente a votare se le elezioni si tenessero oggi, compresi molti di quelli che nel 2024 rimasero a casa.


Democratici avanti di 10 punti, un vantaggio che non si vedeva dall'onda blu del 2006


Il 49% degli adulti americani si identifica ora come democratico o come indipendente vicino al Partito Democratico, contro solo il 39% che si riconosce nei repubblicani. È quanto emerge dalle rilevazioni trimestrali sull'identificazione degli elettori americane condotte da Gallup nei primi 6 mesi del 2026. Un vantaggio di 10 punti che, in un anno di elezioni di metà mandato, non si registrava dal 2006 e che, a pochi mesi dal voto di novembre, ovviamente alimenta le speranze dei democratici di riprendere il controllo del Congresso.

Il confronto con i dati delle precedenti elezioni di metà mandato mostra quanto il dato sia eccezionale. In questa stessa rilevazione, nel 2022 i due partiti erano quasi in parità, con i repubblicani avanti di un solo punto, 45% a 44%. Nel 2018, invece, i democratici guidavano di 6 punti, nel 2014 di 3 e nel 2010 di 1, mentre nel 2002 si trovavano in perfetta parità. L'unico precedente davvero paragonabile risale al 2006, quando i democratici erano avanti di +10, 50% a 40%. Quell'anno alle elezioni di novembre travolsero il Partito Repubblicano di George W. Bush, guadagnando 31 seggi e riconquistando la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti dopo 12 anni, oltre a strappare anche la maggioranza al Senato grazie a 6 nuovi seggi guadagnati.

Midterm 2026 · Sondaggi
I democratici avanti di 10 punti: un vantaggio che in un anno di midterm mancava dal 2006

Nel primo semestre del 2026 il 49% degli adulti americani si identifica nel Partito Democratico o pende verso di esso, contro il 39% dei repubblicani. L’ultima volta che il divario fu così ampio, nel 2006, finì con un’onda blu.
Grafica di FocusAmerica 12 luglio 2026

Identificazione di partito · Media Gallup, primo semestre 2026

Democratici
0%
+10

Repubblicani
0%
Adulti che si dichiarano democratici o indipendenti vicini al partito
Adulti che si dichiarano repubblicani o indipendenti vicini al partito

Alla fine del 2024 i repubblicani erano ancora avanti di 4 punti: da allora il pendolo si è spostato di 14 punti verso i democratici.

La serie Gallup
Il collasso repubblicano dopo il voto del 2024
Quota di adulti che si identifica in ciascun partito, simpatizzanti inclusi. Medie trimestrali dal 2015. Tocca o sfiora il grafico per leggere ogni trimestre.
T2 2026 Dem 49% Rep 39% esplora sul grafico ↓

La conferma degli altri indicatori · Emerson College, aprile 2026

50–40
Voto generico per il Congresso, Dem contro Rep

40%
Approva l’operato del presidente Trump

56%
Boccia l’operato del presidente Trump

Il confronto storico
Solo il 2006 somiglia al 2026
Distacco nell’identificazione di partito negli anni di elezioni di metà mandato: a destra il vantaggio democratico, a sinistra quello repubblicano.

2002 Parità
2006 Dem +10
2010 Dem +1
2014 Dem +3
2018 Dem +6
2022 Rep +1
2026 Dem +10

Il vantaggio democratico non garantì sempre la vittoria: nel 2010 e nel 2014, con margini minimi, i repubblicani dominarono comunque le urne. Ma un +10 non si vedeva, appunto, dal 2006.

Il precedente
2006: l’onda blu che travolse Bush
Presidente repubblicano al secondo mandato, consenso in calo, una guerra impopolare, centristi in fuga: con gli stessi ingredienti di oggi, a novembre 2006 i democratici ripresero il Congresso.

+0
Seggi guadagnati alla Camera
Maggioranza riconquistata

+0
Seggi guadagnati al Senato
Maggioranza strappata al Gop

0
Anni di opposizione alla Camera interrotti quella notte
La Camera era repubblicana dal 1994

Le incognite
Un elettorato mai così sfuggente
Gallup invita alla prudenza: il vantaggio democratico poggia sul segmento più instabile dell’elettorato.


45% Indipendenti

Nel 2025 il 45% degli americani si è dichiarato indipendente: la quota più alta mai registrata da Gallup. Una parte enorme dell’elettorato che nessuno dei due partiti può considerare acquisita.

Gran parte dello spostamento è avvenuta tra gli indipendenti che pendono verso un partito: legami deboli, preferenze potenzialmente volatili.

L’immagine dei democratici resta ai minimi storici: il movimento riflette più il malcontento verso Trump che un ritrovato entusiasmo per l’opposizione.

Fonte Gallup, identificazione di partito tra gli adulti americani (medie trimestrali 2015–2026, simpatizzanti inclusi); Emerson College Polling, sondaggio nazionale di aprile 2026 tra gli elettori probabili.

Il collasso repubblicano dopo il voto del 2024


Il ribaltamento è stato rapido e si è consumato nel giro di poco più di un anno. Nell'ultimo trimestre del 2024, infatti, i repubblicani erano ancora avanti di 4 punti, con il 47% contro il 43% dei democratici. Da allora però sono scesi al 39%, mentre i democratici sono saliti al 49%: uno spostamento complessivo di 14 punti a favore di questi ultimi.

Anche altri indicatori descrivono una dinamica simile. Ad esempio un recente sondaggio dell'Emerson College, condotto ad aprile tra gli elettori probabili, attribuisce ai democratici esattamente 10 punti di vantaggio nel voto generico per il Congresso: 50% contro 40%. Nello stesso sondaggio il consenso per il presidente Donald Trump si fermava invece al 40%, mentre il 56% degli intervistati ne boccia l'operato.

Il precedente del 2006 e l'incognita degli indipendenti


Gallup invita tuttavia alla prudenza. Gran parte dello spostamento è avvenuta tra gli indipendenti che "pendono" verso uno dei due partiti: si tratta quindi di elettori con legami politici più deboli e preferenze potenzialmente volatili. I democratici, inoltre, stanno guadagnando terreno nonostante la loro immagine resti ai minimi storici. Il movimento sembra quindi riflettere più il malcontento verso Trump che un ritrovato entusiasmo per l'opposizione.

A rendere il quadro ancora più incerto contribuisce un altro record: nel 2025 il 45% degli americani si è dichiarato indipendente, la quota più alta mai rilevata sinora nelle rilevazioni Gallup. Si tratta di una parte enorme dell'elettorato che nessuno dei due partiti può considerare acquisita e che potrebbe ancora cambiare idea da qui a novembre. Ciò nonostante, il parallelo con il 2006 resta difficile da ignorare: anche allora alla Casa Bianca sedeva un presidente repubblicano al secondo mandato, con un consenso in calo, una guerra impopolare in corso e gli elettori centristi sempre più lontani dal partito di governo. Vent'anni dopo, molti degli ingredienti che hanno portato all'onda blu sembrano essere gli stessi.


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YOBY, il denaro entra nel laghetto


YOBY trasforma l’educazione finanziaria in scelte quotidiane: un prodotto nato per rendere il denaro meno astratto, meno solitario e finalmente discutibile.


Ci sono idee che arrivano già vestite da prodotto, con il mercato ben pettinato, le slide stirate e una previsione di crescita infilata nella tasca interna. YOBY non è arrivato così. È nato da una domanda più piccola, e proprio per questo più difficile: come si insegna a un bambino il valore del denaro senza trasformare l’infanzia in una riunione con il commercialista?

Si può spiegare che bisogna risparmiare, certo. Si possono usare grafici, salvadanai, paghette amministrate con la disciplina di una finanziaria domestica. Ma le abitudini non crescono perché qualcuno le ha illustrate bene. Crescono dentro le esperienze, nelle piccole scelte ripetute, nell’attesa di qualcosa che desideriamo, nel prezzo che scopriamo troppo alto, nell’oggetto comprato d’impulso e poi guardato con quel lieve sospetto che conoscono anche gli adulti davanti alla cyclette usata tre volte.

YOBY nasce per trasformare tutto questo in un luogo.

Non un corso con qualche punto premio incollato sopra. Non un’applicazione bancaria per adulti rimpicciolita e decorata con un papero. Non un foglio di calcolo travestito da gioco. Un mondo vero, costruito in tre dimensioni, dove ogni famiglia possiede il proprio laghetto, ogni componente può avere il proprio personaggio e il denaro smette di essere una materia astratta per diventare una scelta visibile.

Nel laghetto si esplora, si incontrano personaggi, si completano missioni e si raccolgono frammenti. Le conchiglie rappresentano il valore quotidiano, i semi le abitudini che hanno bisogno di tempo, le stelle i progressi e le piccole vittorie. Non sono soldi reali e non cercano di imitarli. Sono metafore maneggevoli, oggetti che permettono ai bambini di sperimentare senza trasformare ogni errore in una perdita e ogni decisione in un giudizio.

Il mondo di YOBY si sviluppa su più livelli. In superficie ci sono i laghetti della vita quotidiana, le relazioni, le prime scelte. Nel cielo abitano gli obiettivi più lontani, quelli che richiedono pazienza, continuità e la capacità di non divorare oggi tutto ciò che potrebbe servire domani. Nel sottosuolo si nascondono invece i costi invisibili, le conseguenze meno evidenti, le cose che sembrano convenienti finché la Talpa non accende una lampada e mostra ciò che era rimasto sotto il prezzo.

Poi, ogni martedì, arriva Loris.

Loris è un lemure e conduce una barca mercato. Compra, vende, tratta e probabilmente conosce il valore di una rapa meglio di molti analisti. Nel suo mercato i bambini possono sperimentare lo scambio e la negoziazione, scoprendo che prezzo e valore non sono la stessa cosa, che desiderare non significa necessariamente comprare e che rinunciare oggi non è sempre una sconfitta. A volte è soltanto una scelta che ha deciso di crescere.

Ogni personaggio di YOBY porta con sé un modo diverso di avvicinarsi al denaro. Non tiene lezioni e non distribuisce pagelle. Propone situazioni brevi, domande, missioni e conseguenze osservabili. Una risposta modifica qualcosa nel mondo, apre una conversazione, fa apparire un dubbio. Il gioco non dice al bambino che è stato bravo o cattivo. Gli mostra dove conduce una scelta e gli permette di guardarla insieme alla propria famiglia.

Questo è il punto centrale del progetto: YOBY non vuole insegnare ai bambini a occuparsi da soli del denaro. Vuole aiutare le famiglie a parlarne insieme.

Il denaro, in molte case, è ancora una presenza silenziosa. I bambini ne percepiscono gli effetti, ascoltano frammenti di conversazioni, vedono acquisti rimandati e desideri negoziati, ma raramente possiedono uno spazio adatto per fare domande. Gli adulti, a loro volta, spesso non sanno da dove cominciare. Temono di spiegare troppo, troppo poco, troppo presto o con parole che trasformano il tavolo della cucina in un seminario sul bilancio familiare.

YOBY prova a costruire un linguaggio comune. Una missione può diventare una domanda. Un oggetto da acquistare può aprire una discussione sul desiderio. Un obiettivo condiviso può mostrare cosa significhi aspettare. Il laghetto registra i progressi, cambia con la famiglia e rende visibile qualcosa che normalmente non lo è: il modo in cui le abitudini si formano un giorno dopo l’altro.

Lo stiamo costruendo in due. Io seguo la parte tecnica: il codice, l’architettura, l’intelligenza artificiale, le meccaniche di gioco, le integrazioni e tutti quegli ingranaggi invisibili che permettono a un papero di camminare, imparare e talvolta sembrare più saggio di noi. Stefano Lupicano segue l’organizzazione, le relazioni, le partnership, la pianificazione e il percorso che deve portare questo mondo fuori dai nostri computer e dentro famiglie, scuole e istituzioni.

La dimensione familiare è il primo nucleo, ma YOBY è pensato anche per le scuole. L’educazione finanziaria non dovrebbe limitarsi a una definizione imparata e restituita correttamente. Si comprende il valore scegliendo, aspettando, confrontando, scambiando e osservando le conseguenze. Una classe può usare lo stesso mondo per affrontare questi temi attraverso quiz, missioni e attività guidate, senza separare completamente ciò che viene appreso a scuola da ciò che accade a casa.

Costruire un prodotto destinato ai bambini significa però accettare una responsabilità supplementare. Non basta che funzioni. Non basta che sia bello, divertente o capace di trattenere l’attenzione. Deve sapere quando fermarsi, cosa non chiedere, quali porte lasciare chiuse.

Per questo ogni laghetto familiare è privato e controllato dagli adulti. I bambini non possono essere contattati da estranei. Non ci sono pubblicità nell’esperienza destinata ai minori e i loro dati non diventano combustibile per il marketing. La privacy, il controllo dei genitori e i principi del GDPR non sono pagine aggiunte alla fine del progetto, quando ormai tutto è stato costruito. Sono parte del modo in cui il mondo viene disegnato.

È una scelta tecnica, economica e perfino narrativa. Un luogo sicuro non è soltanto un luogo dal quale sono state eliminate le cose pericolose. È un luogo comprensibile, con confini visibili, nel quale un bambino può esplorare senza essere osservato da un mercato invisibile intento a misurare ogni esitazione.

YOBY è ancora in costruzione. Mancano territori, missioni, collezioni e personaggi. Alcune idee cambieranno forma, altre finiranno nel grande cassetto delle funzionalità splendide che avrebbero richiesto settantadue sviluppatori, tre anni e un allevamento professionale di castori. È il normale attrito tra ciò che immaginiamo e ciò che possiamo sostenere.

Ma YOBY esiste già.

Ha un dominio, un mondo, dei laghetti, dei personaggi e famiglie che possono iniziare a entrarci. Ha una struttura economica, una direzione educativa e una responsabilità precisa verso le persone per le quali viene costruito. Non è più una visione leggera che può cambiare senza conseguenze. È diventato un prodotto, e quindi qualcosa di cui dobbiamo prenderci cura.

Forse è proprio questo che YOBY prova a insegnare, ancora prima del risparmio e delle scelte finanziarie: le cose acquistano valore quando qualcuno dedica loro attenzione, tempo e continuità.

Anche un piccolo laghetto.

Anche un papero.

Anche un’abitudine che oggi sembra invisibile e domani, quasi senza fare rumore, sarà diventata parte di noi.

YOBY è online su yoby.fun. Il laghetto è aperto.

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Due soldati americani uccisi da missili iraniani in Giordania. L’Iran attacca il “Grande Satana”


Colpita la base aerea di Muwaffaq Salti: un soldato risulta disperso e quattro sono rimasti feriti. La Guida Suprema accusa Trump di aver violato l’accordo e minaccia “costi ancora più pesanti”.

Due militari americani sono stati uccisi e un terzo risulta disperso dopo un attacco iraniano con missili balistici contro la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania. Lo ha reso noto il Comando centrale degli Stati Uniti (Central Command, CENTCOM). Sono i primi caduti americani dalla ripresa dei combattimenti tra Stati Uniti e Iran, 8 giorni fa. Il bilancio complessivo delle perdite statunitensi dall’inizio della guerra sale così a 16 morti.

Almeno due missili balistici hanno colpito la base, che ospita militari e caccia statunitensi. I video diffusi sui social media mostrano l’impatto degli ordigni e una densa colonna di fumo levarsi dall’area subito dopo l’attacco.

Video shows Iranian ballistic missiles striking Muwaffaq Salti Air Base in Jordan overnight, killing two American servicemembers and injuring several others pic.twitter.com/UtJh6nEgF2
— Faytuks Network (@FaytuksNetwork) July 18, 2026


“Il 17 luglio due militari statunitensi in Giordania sono caduti in azione mentre il CENTCOM e le forze alleate contrastavano attacchi iraniani condotti con missili balistici e droni. Un altro militare risulta al momento disperso in azione”, ha comunicato il Comando in un post su X. Quattro soldati sono stati trasferiti in ospedali giordani e successivamente dimessi; altri, sottoposti ad accertamenti per ferite lievi, sono già tornati in servizio.

CENTCOM Statement on Recently Fallen, Missing U.S. Service Members

TAMPA, Fla. — On July 17, two U.S. service members in Jordan were killed in action as U.S. Central Command (CENTCOM) and partner forces defended against Iranian ballistic missile and drone attacks. Additionally,…
— U.S. Central Command (@CENTCOM) July 18, 2026


Khamenei accusa Trump di aver tradito l’accordo


Poche ore dopo, in una dichiarazione scritta rilanciata dai media di Stato iraniani, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha accusato il presidente Donald Trump di aver violato l’intesa raggiunta tra Washington e Teheran. “Le ripetute violazioni del memorandum d’intesa firmato dai presidenti di Iran e Stati Uniti da parte del Grande Satana hanno dimostrato ancora una volta quanto sia priva di valore e inaffidabile la firma del presidente americano”, ha scritto Khamenei.

Con l’espressione “Grande Satana”, la nuova Guida Suprema torna così al lessico tradizionale della retorica rivoluzionaria iraniana, già riaffiorato nei suoi interventi dei mesi scorsi dopo il fallimento dell’intesa con l’Amministrazione Trump. Nella stessa dichiarazione Khamenei ha definito “prepotenza, ambizioni egemoniche e brutalità” elementi “inseparabili del comportamento e della dottrina americani”. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, hanno “rivelato ancora una volta il loro vero volto, senza maschera”.

Khamenei ha quindi accusato Washington di “voler scatenare una nuova guerra” e ha avvertito che, se l’escalation dovesse proseguire, gli Stati Uniti pagheranno “costi ancora più pesanti” e subiranno “un disonore ancora maggiore”. L’Iran e “l’Asse della resistenza”, ha minacciato, hanno in serbo per gli americani “lezioni indimenticabili”.

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Il Segretario alla Sicurezza interna minaccia il carcere per i funzionari elettorali che non collaborano


Markwayne Mullin ha rilanciato le accuse infondate di Trump sui non cittadini nelle liste elettorali e minaccia multe e carcere per i funzionari statali che non collaborano con l'Amministrazione

Il Segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin ha minacciato venerdì i funzionari elettorali locali di multe e perfino del carcere se non collaboreranno con i tentativi dell'Amministrazione di cambiare le regole del voto. In una conferenza stampa, Mullin ha ripetuto molte delle accuse infondate sulla sicurezza delle elezioni americane che il presidente aveva rilanciato la sera prima in un discorso alla nazione in prima serata, promettendo di "scavare solo un po' più a fondo" rispetto a quanto detto da Trump.

"Se i funzionari elettorali, una volta che abbiamo dato loro le informazioni necessarie per rendere sicure le loro elezioni, scelgono di non farlo, allora quelle persone possono essere chiamate a risponderne con multe, con sanzioni e perfino, a seconda di quanto si va avanti, con il carcere", ha detto Mullin. Non è la prima minaccia di questo tipo: a inizio luglio il dipartimento di Giustizia ha inviato lettere ai 50 Stati e al District of Columbia prospettando azioni penali contro i funzionari che avessero conteggiato schede di non cittadini nelle prossime elezioni.

La Costituzione americana affida però il potere di regolare le elezioni al Congresso e agli Stati e non attribuisce alcuna autorità esplicita in materia al governo federale. Le pressioni di Mullin arrivano mentre il presidente e i suoi alleati cercano un controllo maggiore sull'infrastruttura elettorale del Paese in vista delle elezioni di metà mandato.

Al centro delle accuse c'è la cifra, mai documentata, di oltre 250.000 non cittadini che sarebbero iscritti alle liste elettorali di California, New Jersey, Nevada e Pennsylvania. Il numero non coincide del tutto con quanto lo stesso Mullin ha scritto giovedì ai funzionari della Pennsylvania: "Una revisione preliminare dei registri ha rivelato che potrebbero esserci fino a 14.576 non cittadini registrati per votare in Pennsylvania", si legge in una copia della lettera ottenuta dal New York Times. Né Trump né Mullin hanno spiegato come il governo sia arrivato a quei numeri.

L'analisi del governo sembra basarsi sui registri elettorali pubblici degli Stati, che per motivi di privacy sono privi di informazioni identificative importanti come i numeri di patente. Gli stessi documenti diffusi da Mullin ammettono che le identità delle persone individuate non sono ancora state verificate. Essere registrati non significa inoltre aver votato e lo status di cittadinanza può cambiare nel tempo, quindi il governo dovrebbe dimostrare che quelle persone non erano cittadini nel momento in cui hanno eventualmente votato. David Becker, direttore del Center for Election Innovation and Research, un'organizzazione indipendente che studia le elezioni, ha detto che l'amministrazione non è stata "trasparente sulla metodologia" e ha ricordato che stime simili vengono spesso riviste molto al ribasso dopo verifiche accurate.

Venerdì Mullin ha anche sostenuto che 28.000 non cittadini sarebbero stati individuati nelle liste di oltre 20 Stati che collaborano con il programma federale di verifica della cittadinanza. Secondo Becker la cifra è plausibile, ma equivale allo 0,04% dei 68 milioni di elettori di quegli Stati.

I funzionari di California, Pennsylvania e Nevada hanno respinto le accuse. "Il voto dei non cittadini resta estremamente raro", ha detto in un comunicato Shirley Weber, la segretaria di Stato democratica della California. Al Schmidt, segretario di Stato repubblicano della Pennsylvania, ha detto che "tutte le prove mostrano che il voto dei non cittadini è estremamente raro in tutto il Paese, inclusa la Pennsylvania". Da mesi l'amministrazione cerca di ottenere dagli Stati guidati dai democratici i registri elettorali completi e non oscurati: molti Stati si sono opposti per proteggere la privacy degli elettori e l'amministrazione ha perso diverse cause. Mullin ha ripetuto anche la minaccia di togliere i fondi federali agli Stati che non collaborano.

Il segretario ha rilanciato pure le teorie sulle interferenze straniere. Ha detto che l'Iran aveva violato i registri elettorali di alcuni Stati per "compromettere" il sistema che permette a militari e civili all'estero di votare. Il riferimento è a un episodio del 2020, quando hacker legati all'Iran entrarono in un database delle registrazioni in Alaska e diffusero un video che mostrava presunti voti fraudolenti dall'estero. Il voto mostrato nel video era falso e non è mai avvenuto, come stabilirono all'epoca gli stessi funzionari dell'amministrazione Trump e un'incriminazione del dipartimento di Giustizia contro due iraniani. John Ratcliffe, allora capo dell'intelligence e oggi direttore della CIA, lo disse pubblicamente in un discorso televisivo nel 2020: "Questo video e qualsiasi accusa su schede fraudolente di quel tipo non sono veri".

Mullin ha affermato inoltre che "avversari stranieri hanno componenti che sono parti vitali delle nostre macchine per il voto" e che i rivali degli Stati Uniti possono "cambiare la registrazione degli elettori e il vostro voto". Esperti di cybersicurezza e funzionari elettorali ripetono da anni che uno scenario del genere è estremamente improbabile, perché le macchine per il voto non sono in genere connesse a internet e quasi ogni ipotesi di manomissione richiederebbe l'accesso fisico ai dispositivi.

Mullin ha annunciato che la CISA, l'agenzia federale per la cybersicurezza che dipende dal suo dipartimento, pubblicherà entro 30 giorni un piano aggiornato per la sicurezza dell'infrastruttura elettorale degli Stati. Sotto la presidenza Trump quella stessa agenzia è stata svuotata e il lavoro federale sulla sicurezza delle elezioni è stato ridotto in modo netto.


Trump sostiene senza prove che le elezioni americane sono vulnerabili


Il presidente Donald Trump ha detto agli americani che il loro sistema elettorale è "vulnerabile" ad attacchi informatici e interferenze straniere, senza però portare prove che dei voti siano mai stati alterati. Nel discorso alla nazione annunciato da giorni e trasmesso dalla Casa Bianca giovedì alle 21, ora di Washington (le 3 del mattino di venerdì in Italia), Trump ha presentato la declassificazione di centinaia di pagine di documenti dell'intelligence che secondo lui dimostrano le falle del sistema e un insabbiamento durato anni. I documenti, pubblicati durante il discorso sul sito della Casa Bianca, descrivono però in gran parte vulnerabilità note da tempo e in alcuni casi contraddicono le affermazioni del presidente.

Trump ha accusato la Cina di aver comprato, rubato o ottenuto illegalmente 220 milioni di file con i dati degli elettori americani a partire dalla campagna elettorale del 2020: nomi, indirizzi, numeri di telefono e orientamento politico. Ha sostenuto che le agenzie di intelligence nascosero per anni queste informazioni a lui e al Congresso. La responsabilità sarebbe del "deep state", l'apparato di funzionari federali che secondo il presidente complotta contro di lui. Trump ha poi citato un presunto piano del governo venezuelano per manipolare digitalmente le macchine per il voto, presunte frodi nelle registrazioni degli elettori in Michigan nel 2020 e centinaia di migliaia di persone senza cittadinanza americana presenti nelle liste elettorali. "Non c'è nessun paese del Terzo mondo che abbia elezioni come le nostre", ha detto. L'accusa alla Cina era stata anticipata poche ore prima del discorso.

Nei 25 minuti del discorso Trump non ha mai sostenuto che la Cina abbia cambiato voti o alterato risultati: ha parlato di una campagna di influenza per orientare le percezioni dell'opinione pubblica americana. Ex alti funzionari hanno detto al Washington Post che non esiste alcuna prova di violazioni cinesi dei sistemi di registrazione degli elettori nel 2020 e che gran parte dei dati citati è pubblicamente disponibile. Lo stesso John Solomon, il giornalista conservatore che ha curato la declassificazione per la Casa Bianca, ha riconosciuto davanti ai giornalisti che l'intelligence non ha alcuna prova che una potenza straniera abbia cambiato voti nel 2020, nel 2022 o nel 2024. Trump ha invece nominato una sola volta la Russia, l'unico paese per cui le agenzie americane hanno accertato una vasta campagna di interferenza, condotta nel 2016 in suo favore.

Tra i documenti declassificati, un rapporto dell'intelligence del gennaio 2020 riconosce che Russia, Cina, Iran e Corea del Nord hanno la capacità di accedere ad alcuni sistemi elettorali americani, ma conclude che manipolarli su una scala sufficiente a cambiare l'esito del voto sarebbe difficile, perché le elezioni sono gestite in modo decentrato da stati e contee. Una valutazione già resa pubblica nel 2021 aveva stabilito che la Cina considerò una campagna di influenza sulle elezioni del 2020 ma decise di non attuarla. Un appunto della CIA precisa inoltre che i servizi americani non hanno mai confermato che il piano venezuelano sia stato messo in pratica. L'ambasciata cinese a Washington ha respinto le accuse: "La Cina non ha mai interferito e non interferirà mai nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti", ha detto un portavoce. Il presidente cinese Xi Jinping è atteso alla Casa Bianca a settembre.

🚨 The U.S. Election System is Broken.

Here’s what the disclosures reveal:

- Hundreds of millions of American voter files in the hands of foreign govs
- Voting machines & ballot-counting systems exposed to hacking & manipulation
- China & other adversaries actively trying to… pic.twitter.com/M7rW3xF9W4
— The White House (@WhiteHouse) July 17, 2026


Il dipartimento per la Sicurezza interna (DHS) ha comunicato a California, New Jersey, Nevada e Pennsylvania di aver individuato oltre 256mila potenziali non cittadini nelle loro liste elettorali, secondo lettere ottenute da Fox News. L'analisi si basa però su banche dati commerciali, meno affidabili di quelle governative: lo stesso documento del DHS indica che un sistema federale più accurato, applicato a 68 milioni di registrazioni in 25 stati, ha trovato 28mila casi. Negli Stati Uniti votare alle elezioni federali senza cittadinanza è illegale e succede molto di rado: il database della Heritage Foundation, un centro studi conservatore, conta meno di 100 casi confermati tra il 2002 e il 2022, su oltre un miliardo di voti espressi.

Trump ha detto di aver ordinato alle agenzie di intelligence, al dipartimento di Giustizia e all'FBI di indagare sul presunto insabbiamento e di incriminare i responsabili. Ha ordinato inoltre al DHS di segnalare a ogni stato i non cittadini presenti nelle liste elettorali, chiedendone la rimozione immediata. Soprattutto ha rinnovato la richiesta al Congresso di approvare il SAVE America Act, la legge che richiederebbe la prova di cittadinanza per registrarsi al voto e un documento d'identità con foto per votare, oltre a imporre agli stati di condividere le liste elettorali con il governo federale. Trump vuole aggiungere anche forti limiti al voto per posta. "L'unico motivo per cui non lo fareste è che volete imbrogliare", ha detto rivolto agli oppositori della legge.

La legge è passata alla Camera a febbraio ma è ferma al Senato, dove i repubblicani hanno 53 seggi su 100 e servono 60 voti per superare l'ostruzionismo dei democratici, tutti contrari. Anche alcuni senatori repubblicani sono scettici e il capogruppo John Thune ha ripetuto che i numeri non ci sono. Il senatore repubblicano Thom Tillis ha avvertito che continuare su questa strada significa "convincere il popolo americano che non può contare sui risultati delle elezioni". Per il leader democratico al Senato Chuck Schumer la legge è "morta in partenza".

Trump ha attaccato anche ABC e NBC, le due reti televisive che non hanno interrotto la programmazione per trasmettere il discorso, accusandole di essere "parte di un complotto" e chiedendo la revoca delle loro licenze. CBS ha mandato in onda solo una parte del discorso, accompagnata dalla verifica delle affermazioni del presidente. Fox News l'ha trasmesso per intero, ma ha precisato di non aver visto le prove citate da Trump.

Il governatore democratico della California Gavin Newsom ha scritto sui social che "l'America ha assistito ai vaneggiamenti di un re pazzo" e ha accusato il presidente di preparare il terreno per contestare i risultati che non gli piaceranno. I 24 governatori democratici hanno parlato in una dichiarazione congiunta di un tentativo di "intimidire e mettere a tacere gli elettori". Schumer ha parlato di "un patetico tentativo di Trump di negare ciò che tutti sappiamo essere vero: ha perso le elezioni del 2020".

Il discorso arriva a meno di quattro mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnovano tutta la Camera e un terzo del Senato: i repubblicani rischiano di perdere le maggioranze, mentre l'approvazione di Trump è ferma al 37 per cento secondo un sondaggio Washington Post-Ipsos. Trump sostiene da anni che le elezioni del 2020 gli furono rubate, dopo aver perso decine di ricorsi in tribunale. Dal ritorno alla Casa Bianca ha ridimensionato le strutture federali che proteggevano il voto, a partire dall'agenzia per la sicurezza informatica delle infrastrutture. In un'intervista al New York Times di gennaio ha detto di rimpiangere di non aver ordinato alla Guardia Nazionale di sequestrare le macchine per il voto negli stati in cui perse nel 2020.


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Il candidato repubblicano al Senato in Georgia ha legami con un influencer nazionalista bianco


David Alan Scheer II, marito della figlia di Mike Collins, diffonde teorie antisemite e immagini naziste a 1,5 milioni di follower. A novembre Collins sfiderà il democratico Jon Ossoff

Il genero di Mike Collins, il candidato repubblicano al Senato in Georgia sostenuto dal presidente Donald Trump, è un influencer nazionalista bianco che da anni diffonde online teorie del complotto antisemite e immagini naziste. Lo ha rivelato la CNN. David Alan Scheer II, sposato con Summer, la figlia di Collins, compare nelle foto di famiglia sul sito della campagna elettorale del candidato, era presente alla festa per la vittoria alle primarie repubblicane di giugno ed è registrato per votare in una proprietà di Collins, accanto alla casa del deputato in Georgia. Sembra inoltre aver realizzato video promozionali per l'azienda di autotrasporti di Collins.

Collins rappresenta il decimo distretto della Georgia alla Camera dal 2023. A novembre, alle elezioni di metà mandato che rinnovano parte del Congresso, sfiderà il senatore democratico uscente Jon Ossoff. Parte da sfavorito anche in uno stato che Trump ha vinto nel 2024: su Kalshi, un mercato delle previsioni dove si scommette sull'esito degli eventi, le sue probabilità di vittoria sono intorno al 16 per cento.

Scheer ha più di 1,5 milioni di follower tra TikTok, Instagram, YouTube e Telegram, dove pubblica contenuti su fitness, cristianesimo e mascolinità. Sulle stesse piattaforme ha promosso l'ideologia nazionalista bianca, ha diffuso teorie del complotto antisemite e ha chiesto l'espulsione dei musulmani dagli Stati Uniti. Su Instagram ha rilanciato post di Patriot Front, il gruppo neofascista e suprematista bianco che ha sfilato a Washington lo scorso 4 luglio con maschere bianche e bandiere confederate.

Poche settimane fa Scheer ha chiesto ai suoi follower su Telegram di votare in un sondaggio per decidere se dovesse realizzare un video su "perché la Gen-Z non odia Hitler". Lo ha poi cancellato, ma la CNN ha salvato il post. In un video su YouTube del novembre 2025 ha invocato la teoria dei "bolscevichi ebrei", una narrazione antisemita fatta propria dalla Germania nazista che dipingeva il comunismo come un complotto ebraico. Ha sostenuto che gli ebrei siano responsabili della pornografia, dell'omicidio di John Fitzgerald Kennedy, degli attentati dell'11 settembre e dell'assassinio dell'attivista conservatore Charlie Kirk. Ha ripetuto anche la teoria mai provata secondo cui Jeffrey Epstein lavorava per il Mossad, i servizi segreti israeliani, e ricattava i politici per spingerli su posizioni filoisraeliane. A un utente di YouTube che gli faceva notare i toni antisemiti dei suoi contenuti ha risposto che "non c'è niente di sbagliato nel nazionalismo bianco".

In un podcast dello scorso novembre Scheer ha detto che i bianchi vengono spinti verso l'estinzione e che riportare l'America a una popolazione di discendenza europea bianca richiederebbe di "ripulire la nostra terra dalle altre persone". Ha aggiunto di volere che somali, messicani e nigeriani restino nei loro paesi e ha detto: "credo che più una cultura è omogenea, più prospera".

In un post su Telegram dello scorso anno ha condiviso un'infografica secondo cui gli ebrei controllerebbero il governo americano attraverso il denaro, attribuendone la realizzazione alla moglie, cioè alla figlia di Collins. Nel giugno 2025 ha pubblicato su Instagram un meme tratto da un manifesto di propaganda nazista degli anni Trenta, con la scritta "voglio fare figli, non morire per Israele" e la didascalia "se non l'avete notato, abbiamo tutti un nemico comune".

La campagna di Collins non ha risposto alle domande della CNN su Scheer e sui suoi post. Un portavoce si è limitato a dire che il sostegno di Collins a Israele "è indiscutibile" e che è dimostrato dal suo lavoro al Congresso.

Scheer non è la prima figura di estrema destra nell'orbita di Collins. A maggio Slate ha rivelato che il suo capo dello staff, Kip Talley, partecipava a una chat di gruppo con i nazionalisti bianchi Nick Fuentes e Richard Spencer. Nello stesso mese Collins ha licenziato un collaboratore di lunga data che dall'account della campagna aveva deriso la moglie di un consulente di un candidato rivale e le sue accuse di violenza sessuale contro un ex conduttore televisivo.

Collins stesso ha negato la legittimità delle elezioni presidenziali del 2020 e ha difeso gli assalitori del Congresso del 6 gennaio 2021, dicendo che meritavano la grazia. Nel 2024, sotto la foto di un migrante venezuelano arrestato a New York con accuse poi cadute, scrisse che si poteva comprargli "un biglietto su Pinochet Air per un giro gratis in elicottero verso casa": un riferimento al regime del dittatore cileno Augusto Pinochet, che uccideva alcuni oppositori politici gettandoli dagli elicotteri. Il post fu rimosso da X per violazione delle regole sui discorsi violenti e poi ripristinato dopo un appello di Collins a Elon Musk.

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I documenti declassificati non confermano le accuse di Trump sulle elezioni


Le testate che hanno esaminato i file non trovano prove di brogli o interferenze che abbiano cambiato l'esito di un voto. E per l'intelligence manipolare le elezioni su larga scala sarebbe difficile

Le centinaia di documenti d'intelligence declassificati che la Casa Bianca ha diffuso per sostenere il discorso di giovedì sera del presidente Donald Trump sulle elezioni non confermano le sue accuse. Le testate che li hanno esaminati non hanno trovato prove che interferenze straniere o brogli abbiano mai cambiato il risultato di un'elezione americana, compresa quella del 2020 che Trump perse. In diversi passaggi, anzi, i rapporti dicono il contrario di quanto sostenuto dal presidente: i sistemi elettorali "sarebbero difficili da manipolare su una scala abbastanza ampia da alterare l'esito delle elezioni".

Nel discorso di 26 minuti Trump aveva accusato la Cina di essersi procurata illecitamente i dati di 220 milioni di elettori, aveva rilanciato un vecchio caso di presunte frodi in Michigan e aveva sostenuto che circa 278.000 persone senza cittadinanza americana risultano registrate per votare. BBC Verify, la squadra di verifica dei fatti dell'emittente britannica, ha analizzato i quattro pacchetti di documenti pubblicati dalla Casa Bianca, alcuni con ampie parti oscurate, senza trovare rivelazioni clamorose. Una parte consistente dei file ripropone informazioni pubbliche da anni. Una fonte a conoscenza diretta delle valutazioni dell'intelligence sul 2020 ha detto alla CNN che il materiale aggiuntivo raccolto all'epoca, una volta verificato, non era stato giudicato abbastanza credibile o rilevante da finire nei rapporti ufficiali.

Fact-checking · Elezioni USA

Le accuse di Trump, alla prova dei suoi stessi documenti


Cosa dicono davvero le centinaia di documenti d’intelligence che la Casa Bianca ha declassificato a sostegno del discorso del presidente sulle elezioni.

Grafica di FocusAmerica 18 luglio 2026

Non cittadini registrati al voto: l’accusa e la verifica

Secondo Trump
0

contro

Dove si controlla
0,00%

Stima diffusa dalla Casa Bianca, basata su banche dati commerciali e senza metodologia dichiarata
Quota di possibili non cittadini emersa dalla verifica federale su oltre 68 milioni di registrazioni in 25 Stati

Le testate che hanno esaminato i file non hanno trovato prove che brogli o interferenze straniere abbiano mai cambiato l’esito di un’elezione americana: in diversi passaggi, i rapporti dicono il contrario di quanto sostiene il presidente.

Accusa n. 1 · Cina
I dati di 220 milioni di elettori “rubati” da Pechino

Per il presidente, la prova che la Cina voleva interferire sul voto del 2020.

Cosa sostiene Trump
La Cina si è procurata illecitamente i dati di 220 milioni di elettori americani per interferire sulle elezioni.

Cosa dicono i documenti
La tabella che dovrebbe provare la cifra (204,8 milioni di record, datata 2016) è quasi interamente oscurata: il contesto non è ricostruibile.
Molti di quei dati sono pubblici o in vendita legale: nel 2022 un attore cinese ha scaricato le liste “pubblicamente disponibili” di sei Stati.
La valutazione ufficiale dell’intelligence, declassificata nel 2021, conclude “con alta fiducia” che nel 2020 la Cina non ha interferito sul voto.
Acquisizione di dati, non manipolazione del voto

Accusa n. 2 · Michigan
Le frodi “seppellite e insabbiate” di Muskegon

Nel 2020 una funzionaria elettorale segnalò tra 8.000 e 10.000 domande sospette di registrazione al voto. L’FBI ne verificò un campione.

Cosa sostiene Trump
Il dipartimento di Giustizia di Biden ha affossato le prove di una frode elettorale in Michigan.

Cosa dicono i documenti

Domande esaminate dall’FBI
107

Risultate effettivamente false
91

Iscrizioni finite nelle liste elettorali
0

Voti espressi grazie a quelle domande
0

Caso chiuso nel 2025 dall’FBI di Kash Patel: nessuna violazione penale

Accusa n. 3 · Non cittadini
I 278.000 non cittadini che sarebbero registrati al voto

Il numero più citato del discorso arriva da un documento di una sola pagina, che non spiega come la cifra sia stata calcolata.

Cosa sostiene Trump
Circa 278.000 persone senza cittadinanza americana risultano registrate per votare alle elezioni federali.

Cosa dicono i documenti

Stima della Casa Bianca
278.000

Banche dati commerciali, 4 Stati, metodo non spiegato

Verifica federale ufficiale
28.000

Oltre 68 milioni di registrazioni controllate in 25 Stati

I 28.000 casi (lo 0,04% del totale) sono segnalazioni ancora da confermare: il sistema scambia spesso per stranieri i cittadini naturalizzati. In alcune città, come San Francisco, i non cittadini possono peraltro votare legalmente alle elezioni locali.
Dove i controlli ci sono stati, la quota è lo 0,04%

La scala reale
Quanto è raro, davvero, il voto dei non cittadini

Ogni barra rappresenta il totale dei voti o degli iscritti esaminati. La linea rossa indica i casi accertati: a questa scala è quasi invisibile.

Heritage Foundation · conservatrice2002–2022
1 caso ogni 10 milioni di schede

Meno di 100 voti accertati di non cittadini su oltre un miliardo di schede votate

Brennan Center · progressistaVoto 2016
≈30 casi stimati su 23 milioni di voti

Circa un caso ogni 780.000 voti espressi nelle giurisdizioni esaminate

Audit dello UtahMaggio 2026
27 non cittadini su oltre 2 milioni di iscritti

Il 99,72% degli iscritti è stato verificato come cittadino americano

Nota: l’audit completo dello Utah, concluso a maggio 2026, ha aggiornato il dato preliminare di gennaio, che indicava un solo caso.

Il paradosso
Il rischio che l’intelligence aveva previsto
Quasi 1 americano su 2

crede comunque che i non cittadini votino in gran numero, secondo un sondaggio Reuters/Ipsos di aprile.

Le false narrazioni sulla vulnerabilità delle elezioni “potrebbero attecchire”; una violazione molto pubblicizzata minerebbe la fiducia nel voto “anche se non fosse stata usata per manipolare dati o sistemi”.

Memo dell’intelligence americana, gennaio 2020 — tra i documenti declassificati dalla Casa Bianca

Fonte Documenti declassificati dalla Casa Bianca (luglio 2026); BBC Verify; CNN; FactCheck.org; DHS; audit elettorale dello Utah (maggio 2026); Heritage Foundation; Brennan Center; Reuters/Ipsos.

I rapporti del National Intelligence Council, l'organo che riunisce le analisi delle agenzie di intelligence americane, riconoscono che Russia, Cina, Iran e Corea del Nord "hanno la capacità di accedere e potenzialmente manipolare" alcuni sistemi informatici legati alle elezioni, come le banche dati con i registri degli elettori. Gli stessi rapporti hanno però concluso che il sistema è decentralizzato, gestito da Stati e contee, e che verifiche successive al voto e schede cartacee farebbero "molto probabilmente" emergere qualsiasi manipolazione su larga scala. Un attacco informatico, si legge in uno dei rapporti del 2020, potrebbe ritardare le operazioni di voto o la pubblicazione dei risultati, "ma probabilmente non intaccherebbe l'integrità dei risultati certificati".

Sulla Cina i documenti confermano l'acquisizione di dati sugli elettori, non un'interferenza sul voto. Una nota della task force della Casa Bianca sulla trasparenza, datata 13 luglio, sostiene che i registri elettorali di almeno 18 Stati sono stati "compromessi" da Pechino e parla di oltre 200 milioni di record coinvolti, senza specificare il periodo. Il documento che dovrebbe provare la cifra è però quasi interamente oscurato: contiene una tabella con circa 204,8 milioni di record di "dati non specificati su elettori americani" datata 2016, di cui non è possibile ricostruire il contesto. Molte di queste informazioni sono peraltro pubbliche o acquistabili legalmente, perché diversi Stati vendono la parte pubblica delle proprie liste elettorali: un altro documento declassificato spiega che nel gennaio 2022 un attore cinese ha scaricato i dati di registrazione "pubblicamente disponibili" di sei Stati e che "le reali motivazioni della raccolta sono sconosciute".

La valutazione ufficiale dell'intelligence americana, declassificata già nel 2021, era arrivata a conclusioni opposte a quelle del presidente: nel 2020 non ci fu alcun segnale che "un attore straniero abbia tentato di alterare un qualsiasi aspetto tecnico del processo di voto" e la Cina "non ha messo in campo sforzi di interferenza", un giudizio formulato "con alta fiducia". Le agenzie accertarono invece una campagna di influenza russa a favore della rielezione di Trump e una iraniana contro di lui. Nei nuovi documenti c'è anche il memo di un alto funzionario in dissenso, secondo cui Pechino aveva compiuto "alcuni passi esplorativi di basso livello" per denigrare Trump e orientare la percezione degli elettori prima del voto.

Anche sul Michigan i file raccontano una vicenda diversa da quella del presidente, che parla di prove di frode "seppellite e insabbiate" e accusa il dipartimento di Giustizia di Biden di avere affossato l'indagine. Nell'autunno del 2020 una funzionaria elettorale della città di Muskegon segnalò migliaia di domande sospette di registrazione al voto, tra 8.000 e 10.000 secondo uno dei documenti, presentate da una collaboratrice di GBI Strategies, un'organizzazione vicina ai democratici che paga i propri attivisti per iscrivere nuovi elettori alle liste (negli Stati Uniti per votare bisogna prima registrarsi). L'FBI accertò che molte domande erano davvero false: su un campione di 107, 91 non trovavano riscontro nelle banche dati, con indirizzi inesistenti e firme non corrispondenti. Nessuna però portò a un'iscrizione nelle liste o a un voto. L'indagine durò quasi cinque anni, sotto entrambe le amministrazioni, e fu chiusa il 25 settembre 2025, quando l'FBI era già guidata da Kash Patel, nominato da Trump: l'agenzia concluse che "non è stata identificata alcuna violazione penale" e che gli attivisti "non erano stati istruiti a falsificare le informazioni". Il presidente ha detto di avere chiesto a Patel di riaprire il caso.

Il numero più citato del discorso, i circa 278.000 non cittadini che sarebbero registrati per votare, arriva da un documento di una sola pagina del dipartimento per la Sicurezza interna, secondo cui "oltre 250.000 non cittadini sono illegalmente registrati al voto" in California, Pennsylvania, New Jersey e Nevada. Il documento non spiega da dove arrivi la cifra né come sia stata verificata. La Casa Bianca ha riconosciuto che la stima si basa su banche dati commerciali, meno affidabili di quelle governative, usate perché i quattro Stati hanno rifiutato di sottoporre le liste al sistema federale di verifica della cittadinanza. Lo stesso documento riporta che questo sistema, applicato a oltre 68 milioni di registrazioni in 25 Stati, ha trovato 28.000 casi, circa lo 0,04% del totale. In alcune città, come San Francisco, le persone senza cittadinanza possono peraltro votare legalmente alle elezioni locali, per esempio per i consigli scolastici, il che spiegherebbe parte delle registrazioni in California.

All'inizio dell'anno lo Utah ha controllato l'intera lista elettorale dello Stato: su oltre 2 milioni di iscritti ha trovato una sola persona senza cittadinanza registrata e nessun caso di voto. Il database della Heritage Foundation, un centro studi conservatore, conta meno di 100 casi di voto da parte di non cittadini tra il 2002 e il 2022, su oltre un miliardo di schede votate, mentre un'analisi del Brennan Center, un istituto progressista, ne aveva stimati una trentina su più di 23 milioni di voti espressi nel 2016. Quasi metà degli americani crede comunque che i non cittadini votino in gran numero, secondo un sondaggio Reuters/Ipsos di aprile.

Tra i file c'è anche una valutazione della CIA di giugno sul Venezuela, per anni al centro delle teorie dei sostenitori di Trump sui brogli del 2020. Il memo dice che il governo venezuelano ha sviluppato la capacità di manipolare il voto elettronico nelle proprie elezioni, ma che questa dipendeva dal controllo diretto dell'intero processo: né Caracas né l'azienda Smartmatic, i cui sistemi sono usati negli Stati Uniti solo nella contea di Los Angeles, avevano la capacità "di manipolare l'esito di un'elezione fuori dal Venezuela".

La Casa Bianca ha presentato la pubblicazione dei documenti come un intervento per correggere le vulnerabilità prima delle elezioni di metà mandato di novembre, non come un tentativo di riaprire la discussione sul 2020. L'amministrazione ha però tagliato i fondi e ridimensionato le agenzie federali che negli ultimi anni monitoravano le interferenze straniere sulle campagne elettorali. E uno dei memo declassificati, del gennaio 2020, avvertiva di un rischio diverso da quelli elencati dal presidente: poiché "gran parte del pubblico probabilmente sa poco" di come vengono amministrate le elezioni, le false narrazioni sulla loro vulnerabilità "potrebbero attecchire". Una violazione molto pubblicizzata, aggiungeva il memo, minerebbe la fiducia nel voto "anche se non fosse stata usata per manipolare dati o sistemi".


Trump sostiene senza prove che le elezioni americane sono vulnerabili


Il presidente Donald Trump ha detto agli americani che il loro sistema elettorale è "vulnerabile" ad attacchi informatici e interferenze straniere, senza però portare prove che dei voti siano mai stati alterati. Nel discorso alla nazione annunciato da giorni e trasmesso dalla Casa Bianca giovedì alle 21, ora di Washington (le 3 del mattino di venerdì in Italia), Trump ha presentato la declassificazione di centinaia di pagine di documenti dell'intelligence che secondo lui dimostrano le falle del sistema e un insabbiamento durato anni. I documenti, pubblicati durante il discorso sul sito della Casa Bianca, descrivono però in gran parte vulnerabilità note da tempo e in alcuni casi contraddicono le affermazioni del presidente.

Trump ha accusato la Cina di aver comprato, rubato o ottenuto illegalmente 220 milioni di file con i dati degli elettori americani a partire dalla campagna elettorale del 2020: nomi, indirizzi, numeri di telefono e orientamento politico. Ha sostenuto che le agenzie di intelligence nascosero per anni queste informazioni a lui e al Congresso. La responsabilità sarebbe del "deep state", l'apparato di funzionari federali che secondo il presidente complotta contro di lui. Trump ha poi citato un presunto piano del governo venezuelano per manipolare digitalmente le macchine per il voto, presunte frodi nelle registrazioni degli elettori in Michigan nel 2020 e centinaia di migliaia di persone senza cittadinanza americana presenti nelle liste elettorali. "Non c'è nessun paese del Terzo mondo che abbia elezioni come le nostre", ha detto. L'accusa alla Cina era stata anticipata poche ore prima del discorso.

Nei 25 minuti del discorso Trump non ha mai sostenuto che la Cina abbia cambiato voti o alterato risultati: ha parlato di una campagna di influenza per orientare le percezioni dell'opinione pubblica americana. Ex alti funzionari hanno detto al Washington Post che non esiste alcuna prova di violazioni cinesi dei sistemi di registrazione degli elettori nel 2020 e che gran parte dei dati citati è pubblicamente disponibile. Lo stesso John Solomon, il giornalista conservatore che ha curato la declassificazione per la Casa Bianca, ha riconosciuto davanti ai giornalisti che l'intelligence non ha alcuna prova che una potenza straniera abbia cambiato voti nel 2020, nel 2022 o nel 2024. Trump ha invece nominato una sola volta la Russia, l'unico paese per cui le agenzie americane hanno accertato una vasta campagna di interferenza, condotta nel 2016 in suo favore.

Tra i documenti declassificati, un rapporto dell'intelligence del gennaio 2020 riconosce che Russia, Cina, Iran e Corea del Nord hanno la capacità di accedere ad alcuni sistemi elettorali americani, ma conclude che manipolarli su una scala sufficiente a cambiare l'esito del voto sarebbe difficile, perché le elezioni sono gestite in modo decentrato da stati e contee. Una valutazione già resa pubblica nel 2021 aveva stabilito che la Cina considerò una campagna di influenza sulle elezioni del 2020 ma decise di non attuarla. Un appunto della CIA precisa inoltre che i servizi americani non hanno mai confermato che il piano venezuelano sia stato messo in pratica. L'ambasciata cinese a Washington ha respinto le accuse: "La Cina non ha mai interferito e non interferirà mai nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti", ha detto un portavoce. Il presidente cinese Xi Jinping è atteso alla Casa Bianca a settembre.

🚨 The U.S. Election System is Broken.

Here’s what the disclosures reveal:

- Hundreds of millions of American voter files in the hands of foreign govs
- Voting machines & ballot-counting systems exposed to hacking & manipulation
- China & other adversaries actively trying to… pic.twitter.com/M7rW3xF9W4
— The White House (@WhiteHouse) July 17, 2026


Il dipartimento per la Sicurezza interna (DHS) ha comunicato a California, New Jersey, Nevada e Pennsylvania di aver individuato oltre 256mila potenziali non cittadini nelle loro liste elettorali, secondo lettere ottenute da Fox News. L'analisi si basa però su banche dati commerciali, meno affidabili di quelle governative: lo stesso documento del DHS indica che un sistema federale più accurato, applicato a 68 milioni di registrazioni in 25 stati, ha trovato 28mila casi. Negli Stati Uniti votare alle elezioni federali senza cittadinanza è illegale e succede molto di rado: il database della Heritage Foundation, un centro studi conservatore, conta meno di 100 casi confermati tra il 2002 e il 2022, su oltre un miliardo di voti espressi.

Trump ha detto di aver ordinato alle agenzie di intelligence, al dipartimento di Giustizia e all'FBI di indagare sul presunto insabbiamento e di incriminare i responsabili. Ha ordinato inoltre al DHS di segnalare a ogni stato i non cittadini presenti nelle liste elettorali, chiedendone la rimozione immediata. Soprattutto ha rinnovato la richiesta al Congresso di approvare il SAVE America Act, la legge che richiederebbe la prova di cittadinanza per registrarsi al voto e un documento d'identità con foto per votare, oltre a imporre agli stati di condividere le liste elettorali con il governo federale. Trump vuole aggiungere anche forti limiti al voto per posta. "L'unico motivo per cui non lo fareste è che volete imbrogliare", ha detto rivolto agli oppositori della legge.

La legge è passata alla Camera a febbraio ma è ferma al Senato, dove i repubblicani hanno 53 seggi su 100 e servono 60 voti per superare l'ostruzionismo dei democratici, tutti contrari. Anche alcuni senatori repubblicani sono scettici e il capogruppo John Thune ha ripetuto che i numeri non ci sono. Il senatore repubblicano Thom Tillis ha avvertito che continuare su questa strada significa "convincere il popolo americano che non può contare sui risultati delle elezioni". Per il leader democratico al Senato Chuck Schumer la legge è "morta in partenza".

Trump ha attaccato anche ABC e NBC, le due reti televisive che non hanno interrotto la programmazione per trasmettere il discorso, accusandole di essere "parte di un complotto" e chiedendo la revoca delle loro licenze. CBS ha mandato in onda solo una parte del discorso, accompagnata dalla verifica delle affermazioni del presidente. Fox News l'ha trasmesso per intero, ma ha precisato di non aver visto le prove citate da Trump.

Il governatore democratico della California Gavin Newsom ha scritto sui social che "l'America ha assistito ai vaneggiamenti di un re pazzo" e ha accusato il presidente di preparare il terreno per contestare i risultati che non gli piaceranno. I 24 governatori democratici hanno parlato in una dichiarazione congiunta di un tentativo di "intimidire e mettere a tacere gli elettori". Schumer ha parlato di "un patetico tentativo di Trump di negare ciò che tutti sappiamo essere vero: ha perso le elezioni del 2020".

Il discorso arriva a meno di quattro mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnovano tutta la Camera e un terzo del Senato: i repubblicani rischiano di perdere le maggioranze, mentre l'approvazione di Trump è ferma al 37 per cento secondo un sondaggio Washington Post-Ipsos. Trump sostiene da anni che le elezioni del 2020 gli furono rubate, dopo aver perso decine di ricorsi in tribunale. Dal ritorno alla Casa Bianca ha ridimensionato le strutture federali che proteggevano il voto, a partire dall'agenzia per la sicurezza informatica delle infrastrutture. In un'intervista al New York Times di gennaio ha detto di rimpiangere di non aver ordinato alla Guardia Nazionale di sequestrare le macchine per il voto negli stati in cui perse nel 2020.


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Midterm 2026, i democratici dominano la raccolta fondi per il Senato


I rendiconti depositati alla FEC certificano il vantaggio democratico nelle sfide decisive per il Senato. Il Partito Repubblicano può però contare sui super PAC e sui grandi donatori, e una recente sentenza della Corte Suprema potrebbe riequilibrare i rapporti di forza.

I candidati democratici al Senato stanno surclassando i loro avversari repubblicani nella raccolta fondi in quasi tutte le competizioni decisive per il controllo della Camera alta. È quanto emerge dai rendiconti trimestrali depositati alla Federal Election Commission, pubblicati mercoledì e analizzati dal New York Times. Un vantaggio finanziario che potrebbe rivelarsi determinante per il partito di opposizione, deciso a riconquistare il Senato nelle elezioni di metà mandato di novembre.

Il caso più clamoroso è quello del Texas. Dall'inizio dell'anno James Talarico, candidato democratico al Senato, ha raccolto 54,5 milioni di dollari attraverso il suo principale comitato elettorale, contro i soli 3,9 milioni dell'avversario repubblicano, il procuratore generale Ken Paxton. Nel solo secondo trimestre il confronto è stato di 27,4 milioni contro 2,2: un rapporto superiore a 12 a 1 in uno Stato nel quale i democratici non vincono una corsa per il Senato dal 1988.

Lo stesso schema si ripete nelle altre due sfide che con ogni probabilità decideranno il controllo del Senato. In Georgia il senatore uscente Jon Ossoff, principale bersaglio del Partito Repubblicano in questo ciclo elettorale, ha raccolto 19,6 milioni di dollari tra aprile e giugno, portando il totale dall'inizio dell'anno a 33,4 milioni. Il suo sfidante, il deputato Mike Collins, reduce da primarie logoranti, si è fermato a 2,2 milioni nello stesso periodo. All'inizio di luglio Ossoff disponeva di una liquidità oltre 20 volte superiore a quella del rivale.

In Ohio l'ex senatore Sherrod Brown ha raccolto 13,9 milioni di dollari nel trimestre, più del triplo dei 4 milioni ottenuti dal senatore repubblicano in carica Jon Husted. Complessivamente, nei 3 Stati chiave delle midterm — Texas, Georgia e Ohio — i candidati democratici hanno raccolto oltre sette volte più denaro dei rispettivi avversari.

Il vantaggio si estende a quasi tutta la mappa elettorale: Mary Peltola in Alaska ha raccolto 15,5 milioni di dollari contro i 3,6 di Dan Sullivan, mentre Roy Cooper in North Carolina ha ottenuto 16,1 milioni contro i 5,8 di Michael Whatley. Risultati favorevoli ai democratici arrivano anche dal New Hampshire, con Chris Pappas. L'unica eccezione è l'Iowa, dove la repubblicana Ashley Hinson conserva un lieve vantaggio. In Maine, invece, il quadro resta incerto: il ritiro di Graham Platner a luglio ha costretto il partito a cercare un nuovo candidato da contrapporre a Susan Collins.

Midterm 2026 · Filing FEC

La corsa dei soldi per il Senato

I candidati democratici dominano le donazioni dirette in quasi tutte le corse chiave. Ma i repubblicani rispondono con i super PAC dei miliardari, che hanno le casse molto più piene.

Grafica di FocusAmerica

Donazioni ai candidati

Super PAC
7 a 1
VS
+112 mln $
Il vantaggio combinato dei democratici nei tre Stati chiave: Texas, Georgia e Ohio

La liquidità in più del principale super PAC repubblicano sull'omologo dem

Piccoli donatori da una parte, miliardari e super PAC dall'altra: due macchine di finanziamento opposte

Esplora i dati
II candidatiIII super PACIIIVerso il 2028

Dove i democratici raccolgono di più
Milioni di dollari raccolti dai comitati elettorali principali da inizio 2026 nelle corse chiave per il Senato

DemocraticiRepubblicani

Dove sono in corso le primarie è indicato il candidato con la raccolta più alta per ciascun partito. Nel Maine Graham Platner si è ritirato a luglio; l'Iowa è l'unico Stato in cui la raccolta repubblicana è in vantaggio.

Il contrappeso repubblicano: super PAC e megadonatori
Casse e grandi assegni dichiarati alla FEC, in milioni di dollari. L'area dei cerchi è proporzionale alle cifre

Pro repubblicaniPro democraticiInteressi di settore

La variabile Corte Suprema
Una recente sentenza ha annullato i limiti federali alla spesa coordinata tra partiti e candidati: un vantaggio per i comitati repubblicani, molto più ricchi di quelli democratici.

Il tesoretto che guarda al 2028
Liquidità in cassa a inizio luglio dei potenziali candidati democratici alla Casa Bianca, in milioni di dollari: fondi trasferibili a un futuro comitato presidenziale

Prima di ogni ambizione presidenziale, Ossoff dovrà però spendere buona parte dei fondi per difendere il seggio in Georgia a novembre.

FonteFiling trimestrali FEC al 30 giugno 2026; analisi del New York Times

La potenza di fuoco dei super PAC repubblicani


Il vantaggio dei candidati democratici racconta però soltanto metà della storia. Se il partito domina nelle donazioni dirette, anche grazie alla mobilitazione dei piccoli finanziatori, il Partito Repubblicano conserva una straordinaria potenza di fuoco attraverso i super PAC sostenuti da miliardari e grandi aziende.

Il Senate Leadership Fund, il principale super PAC repubblicano impegnato nelle elezioni per il Senato, è arrivato a luglio con circa 112 milioni di dollari in più in cassa rispetto al suo omologo democratico, il Senate Majority PAC. Il dato non comprende i super PAC creati per sostenere singoli candidati repubblicani. A queste risorse si aggiungono quelle di MAGA Inc., il super PAC di Donald Trump, che all'inizio di giugno disponeva di 382 milioni di dollari in cassa: un patrimonio al quale i candidati repubblicani sperano di poter attingere durante la campagna per le elezioni di metà mandato.

I rendiconti mostrano anche il crescente attivismo dei grandi donatori conservatori. Il magnate delle spedizioni Dick Uihlein ha versato quasi 19 milioni di dollari nel secondo trimestre al proprio super PAC, Restoration of America. Dall'inizio del ciclo elettorale, lui e la moglie Liz hanno donato complessivamente quasi 70 milioni. Il gestore di hedge fund Ken Griffin ha superato i 36 milioni di dollari in contributi federali, compreso un assegno da 10 milioni versato al Senate Leadership Fund. Elon Musk ha invece destinato 5 milioni a un super PAC che sostiene la candidatura di Vivek Ramaswamy a governatore dell'Ohio e altri 4,25 milioni a iniziative politiche in Texas.

Sul fronte democratico, al contrario, le grandi donazioni restano relativamente rari. L'eccezione più significativa è Reid Hoffman, che il 30 giugno, ultimo giorno del periodo di rendicontazione, ha donato 10 milioni di dollari al super PAC alleato di Talarico. Cresce intanto il peso del denaro proveniente dalle imprese: l'industria delle scommesse sportive ha già versato 72 milioni nel proprio super PAC, Win for America. Nel solo ultimo trimestre DraftKings e FanDuel hanno contribuito rispettivamente con 14,5 e 7,5 milioni.

A modificare ulteriormente gli equilibri potrebbe essere una recente sentenza della Corte Suprema, che ha cancellato i limiti federali alla spesa coordinata tra partiti e candidati. La decisione dovrebbe consentire ai comitati repubblicani, finanziariamente molto più solidi di quelli democratici, di destinare con maggiore facilità le proprie risorse alle singole campagne.

Le casse del 2026 e le ambizioni per il 2028


I rendiconti offrono anche alcuni indizi sulla prossima corsa alla Casa Bianca. La legge americana consente infatti ai membri del Congresso di trasferire i fondi dei propri comitati elettorali a un eventuale comitato presidenziale. Diversi potenziali candidati democratici per il 2028 potrebbero quindi presentarsi ai nastri di partenza con risorse considerevoli.

Il senatore dell'Arizona Mark Kelly, che starebbe valutando una candidatura, è arrivato a luglio con circa 24,3 milioni di dollari in cassa. Cory Booker ne dispone di circa 23 milioni, il deputato californiano Ro Khanna di 16,9 milioni e Alexandria Ocasio-Cortez, che una parte dell'elettorato progressista vorrebbe in corsa, di quasi 16 milioni. La deputata democratica di New York si conferma così una delle più efficaci raccoglitrici di fondi del Congresso.

Il caso più significativo resta però quello di Jon Ossoff: con 42,6 milioni di dollari in cassa, il senatore della Georgia dispone della somma più elevata tra i possibili candidati democratici alla presidenza. Prima di coltivare qualsiasi ambizione per il 2028, tuttavia, dovrà impiegarne una parte consistente nella battaglia di novembre: una sfida che, insieme a quelle del Texas e dell'Ohio, potrebbe decidere chi controllerà il Senato degli Stati Uniti nei prossimi 2 anni.

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Trump chiede a Darline Graham di candidarsi al Senato per il seggio del fratello Lindsey


Il presidente promette "appoggio completo e totale" alla neosenatrice, nominata dopo la morte del fratello, se correrà nella primaria speciale dell'11 agosto in South Carolina
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Il presidente Donald Trump ha chiesto a Darline Graham, sorella minore del senatore repubblicano Lindsey Graham, morto improvvisamente lo scorso fine settimana, di candidarsi nella primaria speciale dell'11 agosto in South Carolina, il voto con cui i repubblicani sceglieranno il loro candidato per il seggio del fratello alle elezioni di novembre. Trump le ha promesso il suo "appoggio completo e totale" nel caso decidesse di correre. Graham, 62 anni, è stata nominata lunedì per completare il mandato del fratello, ha giurato martedì ed è la prima donna a rappresentare la South Carolina al Senato.

"Durante la sua visita ho chiesto a Darline, per il bene della nostra nazione, di candidarsi al Senato degli Stati Uniti nella primaria speciale repubblicana di martedì 11 agosto 2026", ha scritto venerdì su Truth Social, il suo social network, dopo averla ricevuta giovedì alla Casa Bianca. Trump l'ha definita una "persona spettacolare", ha aggiunto che "non ci sarebbe nessuno migliore per onorare l'eredità del suo amato fratello Lindsey" e ha chiuso il post con "Run, Darline, run!".

La CBS ha confermato che durante l'incontro alla Casa Bianca la neosenatrice ha fatto capire di stare valutando seriamente la candidatura, una possibilità anticipata da Semafor. Se decidesse di correre, partirebbe con un cognome molto riconoscibile e con l'appoggio del presidente.

Graham non è mai stata eletta a una carica pubblica. Ha lavorato a lungo nei servizi per le persone con disabilità e prima della nomina era commissaria della South Carolina Commission for the Blind, l'ente statale che assiste le persone cieche. Lunedì ha detto che con il sostegno dello staff del fratello si sente in grado di svolgere l'incarico.

Lindsey Graham, senatore dal 2003, era considerato il favorito per un quinto mandato a novembre e la sua morte ha fatto scattare una primaria lampo per sostituirlo sulla scheda. Le candidature si presentano tra il 21 e il 28 luglio e chi vince affronterà la democratica Annie Andrews per un mandato pieno di sei anni. La nomina di Darline Graham, decisa dal governatore Henry McMaster, copre invece solo i mesi che restano del mandato in corso, in scadenza a inizio gennaio.

L'altro senatore dello Stato, Tim Scott, che presiede anche il National Republican Senatorial Committee, il comitato che finanzia le campagne dei repubblicani per il Senato, si è mostrato aperto all'ipotesi di una sua candidatura: "Darline è partita finora in modo notevole", ha detto alla CBS. "Perché non lei?".

Il deputato repubblicano Ralph Norman ha detto mercoledì alla CNN che deciderà entro lunedì se entrare in corsa e che sta "valutando molte cose", tra cui le indicazioni su chi avrà l'appoggio del presidente: a Trump ha detto di avere bisogno del suo sostegno e di essere convinto di poter vincere. Venerdì ha ricevuto l'appoggio del senatore della Florida Rick Scott e ha risposto che sarebbe un onore lavorare al suo fianco al Senato.

Secondo Norman, il presidente ha parlato anche con altri due deputati dello Stato, Russell Fry e William Timmons. Timmons però si è schierato con Graham: ha definito la decisione di Trump di sostenerla "un omaggio appropriato all'eredità del senatore Lindsey Graham" e ha promesso di fare campagna per lei nelle prossime settimane. Tra i possibili candidati circolano anche i nomi della vicegovernatrice Pamela Evette e della deputata Nancy Mace, entrambe sconfitte quest'anno nella primaria repubblicana per la carica di governatore.

Il presidente si era già esposto per una candidata non ancora in campo a gennaio, quando aveva appoggiato la deputata Julia Letlow in Louisiana per sfidare il senatore in carica Bill Cassidy prima che lei annunciasse la sua decisione. Letlow è entrata in corsa pochi giorni dopo.


Perché la morte di Lindsey Graham complica i piani di Trump


Lindsey Graham è morto sabato sera a Washington, poche ore dopo essere rientrato da un viaggio in Ucraina e due giorni dopo aver compiuto 71 anni. Il senatore repubblicano della South Carolina era l'alleato più stretto del presidente al Congresso e la sua scomparsa toglie ai repubblicani un voto sicuro in una maggioranza del Senato già ridotta, a quattro mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre.

Le registrazioni delle chiamate ai soccorsi ottenute dal New York Times ricostruiscono gli ultimi momenti: sabato sera una donna ha segnalato da Baltimora che nella casa del senatore a Capitol Hill un uomo accusava dolori al petto, i paramedici hanno praticato a lungo la rianimazione e hanno chiesto alla polizia di aiutarli a forzare la porta. Graham è stato dichiarato morto alle 22:23, le 4:23 di domenica in Italia, al George Washington University Hospital. Secondo il referto preliminare del medico legale la causa è una dissezione aortica, una lacerazione dell'arteria principale che porta il sangue dal cuore, favorita dall'indurimento delle arterie. Trump ha raccontato di avergli parlato al telefono poco prima del malore e di averlo trovato solo stanco per il viaggio. "Era come un membro della famiglia per me", ha detto domenica a Meet the Press, il programma politico della NBC a cui Graham avrebbe dovuto partecipare proprio quella mattina, per la sessantaquattresima volta.

Nato nel 1955 a Central, un piccolo centro della South Carolina, Graham era il primo della sua famiglia ad arrivare all'università e aveva perso presto entrambi i genitori. Dopo la laurea in legge entrò nei servizi giuridici dell'aeronautica militare, che negli anni Ottanta lo mandò in Germania come procuratore militare per l'Europa. Nel 1994 fu eletto alla Camera nell'ondata repubblicana guidata da Newt Gingrich e si fece notare come uno degli accusatori di Bill Clinton nel processo di impeachment. Nel 2003 passò al Senato, dove prese il posto di Strom Thurmond, per quasi mezzo secolo senatore e storico oppositore del movimento per i diritti civili.

Al Senato legò la sua carriera a John McCain, il candidato repubblicano alla Casa Bianca del 2008, diventando il suo principale alleato sulle posizioni interventiste in politica estera. Con lui e con Joe Lieberman formò il trio dei "Three Amigos", provò più volte senza successo a far approvare riforme bipartisan dell'immigrazione e votò per confermare i due giudici della Corte Suprema nominati da Barack Obama, attirandosi le critiche della destra del partito.

Con Trump il rapporto cominciò con gli insulti. Nel 2016 Graham disse che avrebbe preferito "perdere senza Donald Trump che vincere con lui" e scrisse che i repubblicani, nominandolo, sarebbero stati distrutti e se lo sarebbero meritato; Trump rispose leggendo in pubblico il numero di cellulare del senatore durante un comizio. Dopo la vittoria, però, Graham cambiò rotta: cominciò a giocare a golf con il nuovo presidente e a rivendicare la propria vicinanza, una conversione che i repubblicani rimasti anti-Trump considerarono un voltafaccia interessato e che la morte di McCain, nel 2018, rese definitiva. Nello stesso anno la sua difesa furiosa di Brett Kavanaugh, il giudice della Corte Suprema che durante le audizioni di conferma era stato accusato di una violenza sessuale commessa da ragazzo, cementò il legame con il presidente, che domenica ha indicato proprio in quel momento la sua eredità più grande.

La rottura sembrò definitiva la notte del 6 gennaio 2021, quando dopo l'assalto al Campidoglio Graham annunciò dall'aula del Senato la fine del sodalizio: "Contatemi fuori, adesso basta". Tornò al fianco di Trump nel giro di pochi mesi e fu tra i primi a sostenere la sua ricandidatura per il 2024. Nel secondo mandato ha presieduto la commissione Bilancio del Senato, ha contribuito ad approvare la grande legge fiscale e di spesa dell'estate scorsa ed è stato un consigliere informale di sicurezza nazionale, tra le voci più insistenti a favore dell'attacco all'Iran e delle sanzioni contro la Russia, spesso in tandem con il segretario di Stato Marco Rubio.

L'ultimo atto pubblico di Graham era arrivato venerdì in Ucraina, nel suo decimo viaggio nel paese dall'invasione russa del 2022. A Kyiv, dopo aver incontrato Volodymyr Zelensky, aveva annunciato l'intesa raggiunta con la Casa Bianca sul suo disegno di legge, a lungo frenato dallo stesso Trump, per sanzionare chi compra petrolio russo: "Non sono mai stato così ottimista sul fatto che abbiamo la formula per porre fine a questa guerra", aveva detto. Zelensky lo ha ricordato come "un vero difensore della libertà". Per l'Atlantic la sua morte, sommata all'assenza di Mitch McConnell, è un doppio colpo per l'ala pro-ucraina del partito, rimasta senza i suoi difensori più influenti proprio mentre il presidente sembrava convinto a sostenere le sanzioni.

Al Senato i repubblicani si ritrovano intanto con due voti in meno. McConnell, 84 anni, è ricoverato dal 14 giugno dopo una caduta e una polmonite, ora si trova in un centro di riabilitazione e non ha una data di rientro. A giugno le assenze repubblicane avevano già permesso al Senato di approvare una condanna simbolica della guerra contro l'Iran e, con i bombardamenti ripresi sullo Stretto di Hormuz, voti del genere potrebbero tornare in aula ed essere più difficili da bloccare.

Questa settimana il Senato discute la legge annuale che autorizza i programmi della difesa, dove Graham doveva avere un ruolo centrale nel dibattito. La commissione Bilancio resta invece senza presidente proprio mentre l'Amministrazione spinge per un terzo pacchetto di "reconciliation", la procedura che permette di approvare misure di bilancio a maggioranza semplice aggirando la soglia dei 60 voti normalmente richiesta al Senato: dentro dovrebbero entrare 350 miliardi di dollari per ricostituire gli arsenali del Pentagono svuotati dalla guerra con l'Iran. Graham doveva guidare l'operazione e ne aveva appena discusso con il segretario alla Difesa Pete Hegseth. I primi due senatori in linea per succedergli, Chuck Grassley e Mike Crapo, presiedono però già altre commissioni.

La nomina più a rischio è quella di Todd Blanche, ex avvocato personale di Trump scelto come procuratore generale, l'equivalente del ministro della Giustizia. Blanche testimonia mercoledì davanti alla commissione Giustizia del Senato, dove senza Graham i repubblicani sono rimasti in 11 contro 10 democratici e basta una sola defezione per bloccare tutto. Due senatori repubblicani, Thom Tillis e John Cornyn, non si sono ancora impegnati a votarlo e Blanche è criticato da mesi per la gestione dei documenti su Jeffrey Epstein e per un fondo da 1,8 miliardi di dollari che secondo i critici servirebbe a risarcire i sostenitori di Trump. Graham era considerato un sì sicuro.

Il SAVE America Act, la stretta elettorale chiesta da mesi dal presidente, perde invece il suo sostenitore più instancabile. La legge imporrebbe un documento d'identità con foto e la prova di cittadinanza per votare e limiterebbe il voto per posta: resta lontanissima dai 60 voti necessari, ma Graham l'aveva difesa in aula solo un mese fa e sabato sera aveva chiamato Trump anche per parlarne. "È un duro colpo per il SAVE America Act", ha detto il presidente domenica.

In South Carolina la corsa per il seggio è già aperta: il governatore Henry McMaster nominerà un sostituto fino a gennaio e la primaria lampo per scegliere il nuovo candidato repubblicano si terrà l'11 agosto. Il deputato Joe Wilson, il decano della delegazione dello stato, si è sfilato per non assottigliare la maggioranza repubblicana alla Camera, dove il partito ha due soli voti di margine. Trump ha detto di avere già in mente un nome che per ora non vuole fare.

Il giorno prima di morire, a Kyiv, Zelensky gli aveva chiesto come stesse. "Bene", aveva risposto Graham. "Più vecchio, più vecchio, ma non più saggio".


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Anti-woke a denti stretti


Il grande ritorno del “cancellato” Louis C.K. non fa ridere: segno che la comicità è cambiata.
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Il primo segno del nuovo special di Louis C.K. l’ho visto in una story su Instagram della mia comica italiana preferita, che ha fatto una foto al computer mentre lo stava guardando. Le ho chiesto «Approvi?» e lei ha risposto «mmm, un po’ delusa».

Non è la risposta che mi aspettavo. Forse era quella che speravo ma non quella che, conoscendo la riverenza di cui gode Louis C.K. in Italia, mi aspettavo di leggere. Nei giorni successivi ho scandagliato i profili dei comici, degli opinionisti e degli scrittori che negli ultimi anni si sono spesi a difendere il diritto naturale del comico americano a tornare sul trono che il #MeToo del 2017 gli aveva rubato da sotto il sedere. Ma anche sui loro profili non ho visto niente. Nessun “Il re è tornato”, nessun “Il grande maestro è salito di nuovo in cattedra”, nessun “Ci siamo ripresi tutto quello che era nostro”.

Così Ridiculous, il nuovo special di Louis C.K. che segna il suo ritorno su Netflix dopo otto anni e mezzo di confino industriale, me lo sono dovuto guardare da solo. E ho capito già dopo i primi dieci minuti qual era il motivo per cui nessuno dei suoi grandi difensori ne stava parlando: è uno spettacolo moscio. Molto moscio.

Ora, non voglio fare quello in canottiera che dal divano critica le prestazioni della nazionale di calcio: io non sono un comico, non scrivo battute di mestiere e quando mi capita di scrivere qualcosa che fa ridere, non so bene come sia successo. Ma amo la comicità come genere letterario, ho guardato sul computer e visto dal vivo dozzine di stand-up comedian statunitensi e italiani e mi piace entrare nelle dinamiche strutturali di come si tiene la tensione in una sala piena di gente pagante per un’ora. Insomma, non so fare la stand-up, ma so fare il pubblico. E in quanto pubblico, durante uno spettacolo comico mi aspetto perlomeno di ridere.

Ma guardando lo special di Louis C.K. non è successo quasi mai. Salvo solo un momento, verso i tre quarti dello spettacolo, in un blocco abbastanza classico sul dating a sessant’anni. L’unico momento che l’ho trovato onesto, in cui c’è una battuta che mi ha ricordato un po’ il Louis C.K. di dieci anni fa (e, non a caso, il momento che avevo visto screenshottato su Instagram).

Per chi non sapesse la storia di quello che è accaduto a Louis C.K. negli ultimi anni, e anche per chi pensa di saperla, ecco un brevissimo riassunto ragionato. Nel 2007 esce il primo special di un’ora di Louis C.K. su HBO, Shameless. Si capisce da subito che il suo stile è nuovo: racconti di vita reale da cui partono spirali surreali, le battute hanno un lungo set-up, articolato, e quando arriva la punchline, cioè lo scatto retorico che innesca la sorpresa e la risata da parte del pubblico, ci si accorge di star ridendo già da qualche minuto. È uno spettacolo di un’ora divisibile in tante clip di qualche minuto, ideali per YouTube, che è nato da poco. Quello che questo nuovo comico riesce a fare meglio di ogni altro è mescolare temi molto scurrili e tenere scene di vita familiare: si passa dalle vagine d’anatra nei ristoranti cinesi alle frustrazioni di un padre moderno che va al ristorante con le figlie piccole.

Louis C.K. forse non è il più bravo della sua generazione, ma diventa popolare perché è il più accessibile. Con i suoi racconti da papà divorziato, goffo, cinico e disgustoso riesce ad arruffianarsi il pubblico anche quando al Saturday Night Live fa un monologo di otto minuti su quanto devono piacere i bambini ai pedofili. Dicendo cose orrende ma ridendo mentre le dice, riesce a tenere il pubblico sulla linea del “vabbè ma non le pensa davvero, questo patatone”. Con lui ridono tutti, anche quelli – anzi, direi soprattutto quelli – che non conoscono e non capiscono le regole della comicità.

Dal 2012 al 2017 sembra trasformare in oro tutto quello in cui è coinvolto: la sua serie tv, le serie tv di altri, gli special, le ospitate nei late night, i cameo nei film di Hollywood, le settimane – non le serate – sold out al Madison Square Garden. Nel giro di pochi anni Louis C.K. diventa il comico più ricco e potente di tutti. E quando si avvicina troppo al sole, cominciano a circolare voci sulla sua abitudine – precedente alla grande celebrità – di masturbarsi nei backstage davanti alle colleghe. Lui nega in più occasioni, bolla tutto come dicerie.

Poi, il 9 novembre del 2017, a poco più di un mese dal reportage sul produttore di Hollywood Harvey Weinstein che ha dato l’origine al movimento #MeToo, il New York Times pubblica un articolo in cui cinque comiche testimoniano di essere state costrette a guardarlo mentre si masturbava in camerino, in due casi anche vedendosi bloccare la porta quando hanno tentato di andarsene. Il comico diffonde un comunicato stampa in cui ammette che le storie riportate dal giornale sono vere e che «dopo aver passato la vita a parlare di quello di cui mi pareva, ora farò un passo indietro e starò ad ascoltare». Cosa che poi però non ha fatto.

L’impero di Louis C.K. crolla. Un film in uscita cancellato, tutti i contratti con FX (Disney) annullati, tutte le piattaforme tolgono i suoi contenuti dai cataloghi. Cancellato. Negli anni si inizia a dire che con il #MeToo Louis C.K. ha perso tutto. Lo dicono soprattutto i comici maschi. In realtà Louis C.K. non ha perso le decine di milioni di dollari che aveva accumulato in dieci anni di magica carriera: ha perso quelli che avrebbe potuto fare in futuro. Si stima che in un giorno gli siano stati annullati contratti per 35 milioni di euro.

A “cancellare” Louis C.K, in ogni caso, non sono state né le femministe, né le persone trans, né le stesse colleghe costrette a guardarlo masturbarsi: è stato il capitalismo finanziario; sono stati i manager di Netflix, Disney e Sony con cui lui aveva contratti che si sono fatti due conti e l’hanno scaricato. Quello che Louis C.K ha pagato – anche per molti altri forse – non sono i suoi comportamenti sessuali, ma il suo potere. In un libro dello stand-up comedian Doug Stanhope c’è una foto in cui ha il pisello di fuori di fronte alla collega Sarah Silverman e a Louis C.K. in persona. Ma a Doug Stanhope nessuno ha mai rimproverato niente perché non ha mai avuto l’ambizione di essere il più grande di tutti e di andare bene alle famiglie. Louis C.K. ha ambito a essere un modello e, dato che non lo era nella realtà, ha pagato per questo.

La sua Sant’Elena civile è durata comunque molto poco. Sei mesi dopo era già sui palchi dei piccoli locali di stand-up, un anno dopo faceva spettacoli nei paesi in cui non ci potevano credere che uno così grande potesse arrivare da loro, tipo la Romania o l’Italia. Passo dopo passo ha ricostruito il suo impero, anche finanziario.

La forma della tragedia offrirebbe un passaggio per il riscatto e la riabilitazione, che è la catarsi: se si accetta di espiare la propria colpa civile attraverso l’ammissione della colpa e l’accettazione della punizione, allora il riscatto può essere addirittura più nobile della caduta. Louis C.K ha scelto, invece, la strada del vittimismo permaloso. Non ha mai affrontato lo scandalo che lo ha coinvolto, se non con una battuta ripetuta in ogni spettacolo sul «voi sapete qual è il mio kink: pensate se io sapessi i vostri».

Ma il punto della questione non era il suo kink: era aver fatto finta di non averlo per diventare famoso e, citando un noto giudice dei meme, «vorrei ricordarle che lei di questo si deve occupare». Non ha mai parlato delle persone di fronte alle quali si è masturbato, di cosa hanno passato, di quali sono stati i suoi errori. Di che cosa ha capito dopo essersi messo per la prima volta in ascolto. Ed è strano perché di fatto – e molti suoi colleghi sono d’accordo su questo – il caso che l’ha coinvolto sarebbe stato un ottimo materiale comico.

A quasi dieci anni dalla sua “cancellazione” il mondo è cambiato e, con esso, gli artisti che provano a raccontarlo, comici compresi. È nata la scena texana, capitanata da Joe Rogan e Tony Hinchcliffe, che l’offesa, il vittimismo e la permalosità li mettono nella struttura comica delle loro battute. Non si ride più insieme al pubblico di noi stessi, ma si ride degli altri, di quelli che non sono nel pubblico. È una forma di comicità escludente e quindi, al contrario di quello che aveva tentato di fare C.K. quindici anni prima, non può arrivare a tutti.

Louis C.K. è diventato il suo martire, quello che ha pagato il prezzo più alto del non si può più dire niente: lo invitano nei loro podcast, ne parlano di continuo come se fosse un reduce di guerra. Anche le piattaforme cambiano: dopo aver ottenuto tutto il possibile con gli abbonamenti diretti, la comicità deve appoggiarsi al mondo della pubblicità, deve creare interazione; e la velocità nell’interazione si costruisce con la cattiveria.

La nuova comicità vittimista è quello che serve alla nuova economia delle piattaforme: si raggiungono pubblici più piccoli, ma si raggiungono in maniera più veloce, con contenuti più scadenti ma a getto continuo. Ma le piattaforme devono anche allinearsi al governo Trump, che ha il potere di garantirgli permessi per data center e inquinamento deregolato per sostenere la loro crescita spropositata, e quindi mettono nei loro menù contenuti in linea con i gusti del re (anche perché molti di quei comici hanno contribuito a farlo eleggere, quel re).

I manager di Netflix, dopo essersi assicurati di non celebrare più il Pride Month, hanno fatto di nuovo due conti e hanno richiamato quello stesso Louis C.K. che avevano scaricato anni fa. E lo hanno cercato proprio per quello che è diventato: non più il grande comico per tutta la famiglia; ma un provocatore piccantino che piace quando fa venti minuti di battute sul molestare i bambini. E così il suo nuovo special Ridiculous, anziché essere un grande ritorno, risulta un minestrone mediocre, di cui i suoi stessi estimatori non parlano.

Per dieci anni la “cultura woke” è stata accusata di aver cancellato grandi maestri sventolando la scimitarra del politicamente corretto. Ma in realtà quel che è successo è che per alcuni anni c’è stato, in larga parte e non senza lati problematici, un movimento di opinione che chiedeva alle personalità pubbliche di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Oggi che l’esercito woke è stato sconfitto e che la resistenza machista e vittimista ha preso il potere, non sembra stia avvenendo una grande rivoluzione.

Sempre su Netflix è andato in onda il grottesco roast di Kevin Heart. Due ore di razzismo e antisemitismo in cui, eccezione fatta per il set perfetto di Katt Williams – che è stato uno dei pochi a scriversi tutto da solo, evitando così il bullismo generale – i 17 autori coordinati da Shane Gillis hanno tirato fuori battute violente ma soprattutto mediocri. Trascurabili. Che siccome non possono durare nel tempo, vanno sostituite da nuove battute mediocri. Questi soldati dell’esercito anti-woke sembrano più abili a cancellare sé stessi con la propria dimenticabilità che non a farsi cancellare dai movimenti di opinione progressisti.

Come il venerato maestro dice nel momento meno peggiore del nuovo spettacolo, dove si intravede un po’ dell’antica capacità di saper piacere al pubblico, «la vita ti insegna come avresti dovuto viverla». Una lezione che però Louis C.K. stesso è ancora molto lontano dal mettere in pratica.

  • Se i conservatori considerano la civiltà occidentale un canone a cui adeguarsi, perché un’Odissea con provenienze non-occidentali è un problema? Un buon punto di Matthew Yglesias;

  • Lo Stato di New York è diventato il primo negli USA a imporre una moratoria temporanea sulla costruzione di data center dedicati all'intelligenza artificiale.



🫰
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OPPO Reno16, ecco la nuova serie: design premium, fotografia intelligente e funzioni AI


OPPO amplia la famiglia Reno con la nuova serie Reno16, una gamma di smartphone che punta su design innovativo, fotografia evoluta e funzionalità basate sull'Intelligenza Artificiale
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OPPO ha presentato la serie Reno16, composta da Reno16, Reno16 Pro e Reno16 FS. Combinando il distintivo 3D Pop Planet Design con una suite di funzionalità di imaging e creatività basate sull’AI, ogni dispositivo della serie, promette Oppo, è pensato per rendere la cattura, l’editing e la condivisione dei contenuti più intuitive ed espressive.
Reno16 Pro Pop WhiteReno16 Pro Pop White

Un distintivo 3D Pop Planet Design


Ogni generazione Reno introduce una nuova identità di design, e la serie Reno16 porta avanti questa evoluzione con un look audace e distintivo. La versione Pop White integra per la prima volta nel settore la tecnologia 3D HoloVerse, creando un effetto visivo fluttuante ispirato alle nebulose, che cambia in base alla luce e al movimento. Su tutta la serie, la back cover monoblocco scolpita a freddo si integra in modo fluido con il modulo fotocamera, creando un aspetto pulito e continuo. Il design integrato risulta liscio al tatto e contribuisce a ridurre l’accumulo di polvere intorno all’area della fotocamera. Reno16 e 16 Pro sono dotati di un display compatto da 6,32 pollici, progettato per un utilizzo confortevole con una sola mano, completato da una cornice in alluminio di grado aerospaziale che offre una presa fresca e rassicurante. Reno16 FS propone invece uno schermo più ampio da 6,57 pollici, per un’esperienza di visione ancora più immersiva.
Il display del Reno16 Pro

Imaging creativo


La serie Reno16 è stata progettata pensando ai creator, per rendere sia la cattura sia l’editing dei contenuti più intuitivi, espressivi e divertenti. A partire dalla fotocamera selfie ultra-grandangolare da 50MP, con campo visivo di 100 gradi, diventa più semplice includere più persone nei selfie di gruppo e ottenere prospettive più dinamiche. Sul retro, tutti e tre i modelli integrano un sistema a tripla fotocamera composto da una fotocamera principale ad alta risoluzione con OIS, una fotocamera teleobiettivo per ritratti con zoom ottico di circa 3,5x e una fotocamera ultra-grandangolare per una maggiore flessibilità di inquadratura. Reno16 Pro porta la nitidezza delle immagini a un livello superiore grazie alla fotocamera principale Ultra Clear da 200MP, che consente agli utenti di ritagliare e ricomporre gli scatti mantenendo un elevato livello di dettaglio.

Shopping con l’intelligenza artificiale: il 75% degli italiani dice sì, ma teme la disinformazione
Gli assistenti di shopping basati sull’intelligenza artificiale conquistano sempre più italiani: il 75% si dichiara favorevole al loro utilizzo per confrontare prodotti, trovare offerte e ricevere consigli personalizzati.
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Novità per la serie Reno, Pop Cam introduce un’esperienza di scatto creativa dedicata, direttamente all’interno dell’app Fotocamera. Questa funzionalità permette di applicare con un solo tap stili di ispirazione vintage, come effetti Digicam, Instant Film e Light Leak, rendendo semplice la creazione di foto distintive, con atmosfere ed estetiche differenti. Oltre allo scatto, la serie Reno16 amplia anche le possibilità di editing creativo grazie al nuovo hub Create all’interno dell’app Foto, che riunisce una gamma di strumenti basati sull’AI pensati per uno storytelling più giocoso e personalizzato. La creazione video diventa ancora più fluida, stabile e versatile: la funzione 4K Auto Straighten Video consente di mantenere le riprese sempre dritte anche durante il movimento, offrendo risultati più naturali e professionali mentre si cammina o si registra in situazioni dinamiche. Con Dual View Video 2.0, è possibile registrare contemporaneamente con la fotocamera frontale e posteriore, e Zoom Free Video introduce una stabilizzazione migliorata.
Reno16 FS Purple Black

Esperienze AI più smart e personalizzate


La serie Reno16 combina il più recente ColorOS 16 con una gamma di esperienze intelligenti basate sull’AI, pensate per rendere le interazioni quotidiane più intuitive, personalizzate ed efficienti. In particolare, per la prima volta su un dispositivo della serie Reno, il nuovo AI Snap Key offre un accesso rapido ad AI Mind Space. Con una semplice pressione, consente agli utenti di catturare e organizzare istantaneamente i contenuti visualizzati sullo schermo. Progettato come hub informativo personalizzato, AI Mind Space aiuta a salvare facilmente dettagli importanti, ritrovare contenuti archiviati e gestire le informazioni quotidiane in modo più efficiente. All’interno di questa esperienza, AI Bill Manager è in grado di riconoscere e organizzare automaticamente pagamenti digitali e ricevute fisiche in registri di spesa e insight chiari. In viaggio, AI Menu Translation rende più semplici le esperienze culinarie all’estero, generando spiegazioni visive dei piatti stranieri che vanno oltre la semplice traduzione testuale, aiutando gli utenti a esplorare menu sconosciuti con maggiore sicurezza.

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Prestazioni affidabili


La serie Reno16 è progettata per supportare un utilizzo quotidiano intenso. Su tutta la gamma, batterie ad alta capacità da 6.000mAh o superiori garantiscono un’autonomia affidabile per l’intera giornata (dichiara Oppo), mentre Reno16 FS offre una batteria fino a 6.500mAh. Grazie al supporto alla ricarica rapida 45W SUPERVOOC su Reno16 FS e 80W SUPERVOOC su Reno16 e Reno16 Pro, la serie è progettata per stare al passo con stili di vita dinamici e sempre connessi. Reno16 Pro offre prestazioni fluide e reattive grazie alla piattaforma MediaTek Dimensity 8550 5G, insieme ad un sistema di raffreddamento migliorato e al supporto a refresh rate fino a 144Hz nei giochi compatibili. Reno16 garantisce inoltre prestazioni quotidiane affidabili grazie alla piattaforma mobile Snapdragon 7 Gen 4. La serie è inoltre progettata per offrire una maggiore resistenza negli ambienti quotidiani, con certificazioni di resistenza ad acqua e polvere IP68, IP69 e IP69K su tutti i modelli. Splash Touch e Glove Touch migliorano ulteriormente l’usabilità, mantenendo il display reattivo anche con mani bagnate o quando si indossano guanti.
Oppo Bubble

OPPO Bubble: un nuovo compagno per l’espressione creativa


Insieme alla serie Reno16, OPPO ha presentato anche Bubble, un nuovo dispositivo magnetico companion pensato per estendere l’espressione creativa oltre lo smartphone. Con un peso di soli 27.5 grammi, Bubble si aggancia magneticamente a cover compatibili o anelli magnetici ed è dotato di un vivace display AMOLED che funziona come monitor in tempo reale per la fotocamera posteriore. Permette agli utenti di visualizzare l’anteprima degli scatti mentre utilizzano la fotocamera posteriore, rendendo più semplice catturare selfie, foto di gruppo e composizioni creative. OPPO Bubble può anche funzionare come mirino remoto e controllo dello scatto fino a 10 metri di distanza, offrendo agli utenti la libertà di sperimentare scatti più creativi. Oltre alla fotografia, Bubble può essere utilizzato anche come elegante accessorio quotidiano se abbinato a supporti o laccetti compatibili.

Prezzi e disponibilità


In occasione del lancio della nuova Reno16 Series, OPPO propone speciali promozioni di lancio sui nuovi dispositivi della gamma:

  • Reno16 Pro, disponibile nella colorazione Pop White e Starlight Black, fino al 31 luglio è acquistabile a 899 euro (prezzo di listino 1099 euro) su oppostore.it e presso i principali rivenditori di prodotti elettronici;
  • Reno16, disponibile nelle colorazioni Pop White e Purple Black, fino al 31 luglio è acquistabile a 749 euro (prezzo di listino 899 euro) su oppostore.it e presso i principali rivenditori di prodotti elettronici;
  • Reno16 FS, disponibile nelle colorazioni Pop White e Purple Black, fino al 31 luglio è disponibile a 649 euro (valore 799 euro) su oppostore.it e presso i principali rivenditori di prodotti elettronici. Disponibile in vendita abbinata con la cover.

Shopping con l'intelligenza artificiale: il 78% degli italiani vorrebbe un assistente IA per gli acquisti online


Per molte persone in Italia, l’IA è ormai parte integrante della vita quotidiana: il 77% ha utilizzato consapevolmente applicazioni o funzionalità basate sull’intelligenza artificiale; il 69% ricorre a strumenti IA almeno più volte alla settimana. Per quanto riguarda gli acquisti, il 47% si è già fatto assistere da strumenti o funzionalità basati sull’IA. Con questo dato, l’Italia si colloca tra i Paesi europei più avanzati nell’utilizzo dell’IA per lo shopping online, dietro soltanto alla Spagna (50%) e davanti al Regno Unito (46%), alla Germania (41%), all’Austria (39%) e alla Francia (39%). L’atteggiamento generale verso l’IA in Italia evidenzia una combinazione di apertura e prudenza: l’84% concorda sul fatto che l’IA faccia risparmiare tempo, mentre il 67% ritiene che possa aiutare a prendere decisioni migliori. Tuttavia, il 65% teme per la protezione dei dati personali e il 66% afferma di fidarsi meno dell’IA quando si tratta di decisioni importanti.

Streaming e Pay TV: gli italiani hanno 3 abbonamenti
Il mercato dello streaming continua a crescere in Italia: ogni famiglia ha in media 3 abbonamenti tra piattaforme digitali e Pay TV
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

IA nello shopping online


Nello shopping online, l’IA viene utilizzata soprattutto quando aiuta a orientarsi e a semplificare il processo decisionale. Al primo posto si trova il confronto dei prezzi, indicato dal 52% degli italiani come l’ambito in cui l’IA sarebbe più utile. Seguono la ricerca di alternative (36%), l’individuazione dei prodotti più adatti (32%) e l’analisi delle recensioni (30%). Per gli italiani, il principale vantaggio dell’IA negli acquisti online è la possibilità di trovare prezzi migliori (27%), davanti al risparmio di tempo (25%) e alla consulenza personalizzata (17%).

Sempre più italiani aperti allo shopping assistito dall’IA


Guardando al futuro, un numero ancora maggiore di italiani si mostra favorevole allo shopping supportato dall’intelligenza artificiale: il 63% degli intervistati può immaginare di utilizzare strumenti IA per gli acquisti online in futuro. Il 59% ritiene che l’IA possa contribuire a prendere decisioni d’acquisto migliori.

Quasi quattro intervistati su cinque (78%) considererebbero utile un assistente IA capace di spiegare i prodotti, confrontare le diverse opzioni e aiutare a trovare il prezzo migliore. Nel confronto europeo, l’Italia si colloca dietro alla Spagna (80%) e davanti all’Austria e al Regno Unito (entrambi al 75%), alla Germania (73%) e alla Francia (70%). Il 43% degli intervistati in Italia può inoltre immaginare di completare in futuro l’intero processo d’acquisto all’interno di un assistente IA. In Spagna questa quota raggiunge quasi la metà degli intervistati (48%), seguita dal Regno Unito (41%), dall’Austria (38%) e dalla Germania (37%). Anche in questo caso, la Francia chiude la classifica con il 32%.

Il quadro che emerge è quello di un Paese particolarmente ricettivo verso l’intelligenza artificiale, ma con un approccio pragmatico: l’IA convince soprattutto quando aiuta a risparmiare, confrontare le opzioni e trovare il prezzo migliore, senza rinunciare a trasparenza, controllo e tutela dei dati personali.

Case vuote durante le vacanze: quasi 1 italiano su 2 torna indietro per un problema domestico
Una recente indagine evidenzia che quasi 1 persona su 2 è stata costretta a tornare a casa per un problema domestico reale o sospetto, confermando quanto sicurezza e monitoraggio dell’abitazione siano diventati aspetti centrali durante le assenze prolungate
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Jovan Protić di idealo ha commentato: “il valore dell'IA nello shopping non sarà misurato da quanto convincente possa sembrare un assistente, ma da quanto affidabili siano i suoi risultati. I consumatori hanno bisogno di prezzi accurati, offerte affidabili, informazioni trasparenti e indicazioni chiare. In idealo, il nostro ruolo è contribuire a garantire che i consumatori possano individuare offerte di cui fidarsi”.



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Decine di aerei cisterna americani verso Israele in vista di un'offensiva più ampia contro l'Iran


Trump valuta attacchi a centrali elettriche e siti nucleari per costringere Teheran a riaprire Hormuz. Al sesto giorno di raid il traffico di greggio nello stretto è quasi dimezzato
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Gli Stati Uniti invieranno decine di nuovi aerei cisterna in Israele in vista di una possibile espansione delle operazioni militari contro l'Iran. Lo ha rivelato Axios citando tre funzionari americani e israeliani, secondo cui l'amministrazione ha già informato il governo israeliano della decisione. Gli aerei cisterna servono a rifornire in volo i caccia e sono indispensabili per condurre raid a lunga distanza come quelli sul territorio iraniano.

Il presidente sta valutando un'offensiva su larga scala, molto più ampia degli attacchi in corso attorno allo Stretto di Hormuz, dopo che martedì gli sono stati presentati diversi nuovi piani militari in una riunione nella Situation Room, la sala operativa della Casa Bianca. Le opzioni comprendono il bombardamento di infrastrutture come le centrali elettriche, nuovi attacchi ai siti nucleari per seppellire ancora più in profondità l'uranio arricchito iraniano e un raid contro il sito sotterraneo di Pickaxe Mountain, sospettato di essere un impianto nucleare in costruzione. Trump non ha preso una decisione definitiva, ma appare disposto a intensificare la guerra fino a causare danni tali da convincere il regime a riaprire lo stretto e ad accettare le sue richieste sul programma nucleare. Secondo i funzionari, l'ordine potrebbe arrivare nei prossimi giorni.

Gli Stati Uniti hanno oggi circa 30 aerei cisterna all'aeroporto internazionale Ben Gurion, vicino a Tel Aviv, e altrettanti nell'aeroporto di Ramon, nel sud di Israele. Nei prossimi giorni ne arriverebbero diverse decine in più, riportando la flotta ai livelli dell'inizio della guerra. I militari americani preferiscono operare da Ben Gurion perché le altre basi della regione sono più esposte agli attacchi iraniani.

Per mesi le decine di aerei cisterna parcheggiati a Ben Gurion hanno intasato quasi completamente l'aeroporto, trasformando la loro presenza in un problema politico per il governo israeliano. Quando lo spazio aereo era chiuso e molte compagnie avevano sospeso i voli su Tel Aviv l'ingombro non pesava, ma ora l'aeroporto è tornato operativo, gli israeliani partono per le vacanze estive e nuovi velivoli americani potrebbero causare cancellazioni di massa a tre mesi dalle elezioni israeliane. La ministra dei trasporti Miri Regev, stretta alleata di Netanyahu, ha chiesto di spostare gli aerei americani o almeno di limitarne il numero, ma il ministero della difesa e l'esercito si sono opposti. La decisione finale spetta al primo ministro, che martedì ha avvertito Teheran: "Non contate sul fatto che tutto resterà tranquillo se ci attaccherete. Non contate su una replica, perché non sarà una replica: quella era già abbastanza potente. Questo sarà un evento diverso, molto più potente".

Venerdì gli attacchi americani sono arrivati al sesto giorno consecutivo. I raid hanno colpito almeno sette ponti attorno a Bandar Abbas, la città considerata lo snodo delle operazioni nello Stretto di Hormuz dei Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione iraniana, da cui passano munizioni, rifornimenti e rinforzi. Secondo i media di stato iraniani sono stati distrutti anche sei ponti stradali nel sud del paese, mentre il Comando centrale americano, che dirige le operazioni in Medio Oriente, ha annunciato la distruzione della torre di controllo del porto di Chabahar. Altri attacchi hanno riguardato la zona di Bushehr, dove si trova l'unica centrale nucleare iraniana. Il ministero dell'energia di Teheran ha chiesto alle famiglie di limitare l'uso dell'aria condizionata per i danni agli impianti elettrici, in piena ondata di caldo.

L'Iran ha risposto lanciando colpi contro le basi americane in Kuwait, Giordania, Bahrein e Qatar, uno dei principali mediatori tra Washington e Teheran. In Kuwait sono stati danneggiati un impianto di desalinizzazione e una centrale elettrica. L'esercito iraniano ha avvertito che se Trump colpirà davvero ponti e siti energetici "tutto ciò che finora è rimasto intatto grazie alla nobiltà dell'Iran sarà fatto a pezzi". Cina e Pakistan hanno chiesto a entrambe le parti di cessare le ostilità e riprendere il dialogo.

L'escalation è nata dagli attacchi iraniani alle petroliere in transito nello stretto e dalla richiesta di Teheran che ogni nave chieda il suo permesso prima di attraversarlo. Gli Stati Uniti hanno reagito ripristinando il blocco navale dei porti iraniani e cancellando l'esenzione dalle sanzioni sulle esportazioni di petrolio, due concessioni fatte con l'accordo di pace provvisorio firmato il mese scorso. I negoziati sul programma nucleare, che secondo l'intesa dovevano svolgersi in 60 giorni, si sono di fatto fermati. Dopo cinque mesi di conflitto Trump non ha ancora trovato una via d'uscita dalla guerra. "Nessuna delle due parti vuole questa escalation, ma entrambe sono diventate dipendenti da una spirale da cui non riescono a uscire", ha detto a Bloomberg TV Mehran Kamrava, professore di scienze politiche alla Georgetown University in Qatar.

Il traffico nello stretto è crollato negli ultimi dieci giorni. Secondo i dati di tracciamento navale raccolti da Bloomberg, la media mobile a sette giorni dei flussi di greggio è scesa a circa 5,5 milioni di barili al giorno, dai 9,4 milioni della settimana precedente, e il passaggio è ormai limitato quasi solo alle navi legate all'Iran che usano la rotta settentrionale approvata da Teheran. Il Brent è salito vicino agli 87 dollari al barile, con un aumento del 13% in una settimana, e negli Stati Uniti il prezzo della benzina è tornato vicino ai 4 dollari al gallone, circa un dollaro al litro: un problema per Trump in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnova il Congresso.


Trump annuncia un pedaggio americano del 20% nello Stretto di Hormuz e il blocco navale contro l'Iran


Il presidente Donald Trump ha annunciato lunedì il ripristino del blocco navale sui porti iraniani e l'introduzione di una tariffa del 20% su tutti i carichi che attraversano lo Stretto di Hormuz. In un post su Truth Social, il suo social network, Trump ha scritto che lo stretto "è aperto e resterà aperto, con o senza l'Iran" e che gli Stati Uniti saranno d'ora in poi conosciuti come "il guardiano dello Stretto di Hormuz". Per questo, "come questione di equità", verranno "rimborsati, con una tariffa del 20% su tutti i carichi trasportati, per tutti i costi necessari a garantire la sicurezza" di un tratto di mare che ha definito "molto volatile". Il processo, ha aggiunto, "inizierà immediatamente".

Poche ore prima, in un'intervista telefonica al programma Fox & Friends di Fox News, Trump aveva detto che gli Stati Uniti "si stanno prendendo lo stretto" e probabilmente lo gestiranno: "Lo sorveglieremo e ci faremo pagare per sorvegliarlo, un sacco di soldi". Il conto, ha spiegato, sarà presentato agli altri paesi: "Saremo rimborsati, perché le altre nazioni sono molto ricche. Sono dalla nostra parte e non ci si può aspettare che lo facciamo per niente". Nella stessa intervista si è lamentato dei negoziatori iraniani: "Ieri hanno avuto una riunione di 11 ore e tutto era stato concordato. Poi lasciano la stanza, richiamano e dicono che dovevano fare un paio di modifiche".

Il blocco dei porti iraniani era stato tolto poco più di tre settimane fa, nell'ambito del memorandum d'intesa firmato a metà giugno che aveva stabilito una tregua tra i due paesi e la riapertura dello stretto. Il primo blocco era iniziato in aprile, quando le forze americane avevano cominciato a intercettare e respingere le navi dirette verso le coste iraniane o in partenza da lì, per impedire a Teheran di guadagnare dalle esportazioni di petrolio. L'Iran lo aveva definito "pirateria", mentre per l'Organizzazione marittima internazionale, l'agenzia delle Nazioni Unite che regola la navigazione, nessun paese ha il diritto di bloccare il transito negli stretti usati per il trasporto internazionale. La Casa Bianca valutava da giorni il ritorno al blocco, mentre la tariffa del 20% è una novità e Trump non ha spiegato come funzionerà in pratica.

L'annuncio contraddice la posizione espressa meno di tre settimane fa dal segretario di Stato Marco Rubio, che aveva definito lo stretto "una via d'acqua internazionale" e aveva detto che "nessun paese può imporre pedaggi o tariffe su una via d'acqua internazionale: è il diritto internazionale vigente".

Sabato l'Iran aveva colpito una nave portacontainer battente bandiera cipriota e aveva chiuso di nuovo lo stretto, mentre da mercoledì le forze americane hanno colpito più di 300 obiettivi militari in Iran. L'ultima ondata di attacchi, nella notte tra domenica e lunedì, ha usato caccia, navi, droni aerei e per la prima volta droni marini, con l'obiettivo dichiarato di ridurre la capacità iraniana di attaccare le navi commerciali. Il traffico nello stretto, da cui prima della guerra passava un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale, è di nuovo crollato: domenica lo hanno attraversato solo 14 navi, il numero più basso da un mese secondo la società di dati marittimi Kpler, contro le oltre 130 al giorno prima del conflitto e le quasi 400 in una settimana dopo l'accordo di giugno.

Il comando militare congiunto iraniano, Khatam al-Anbiya, ha risposto che l'Iran non permetterà agli Stati Uniti di "interferire nella gestione" dello stretto e che le forze armate tratteranno "severamente" qualsiasi disturbo al passaggio delle navi commerciali fuori dalla rotta indicata da Teheran. Il portavoce ha avvertito anche gli altri paesi della regione: qualsiasi cooperazione o supporto logistico agli Stati Uniti "sarà considerato una guerra contro la sovranità e la sicurezza nazionale dell'Iran" e, se il conflitto si allargherà, "le fiamme della guerra avvolgeranno tutti i paesi della regione".

Dopo l'annuncio il prezzo del Brent, il petrolio di riferimento mondiale, è risalito verso gli 80 dollari al barile, in crescita di circa il 5% rispetto a venerdì. Negli Stati Uniti il prezzo medio della benzina è arrivato a 3,87 dollari al gallone (circa 3,8 litri), 7 centesimi in più rispetto a una settimana fa.

Per la BBC molti alleati degli Stati Uniti difficilmente accetteranno di pagare il 20% dei carichi e l'annuncio rischia di creare problemi al presidente anche in patria: alcuni parlamentari, anche repubblicani, si chiedono cosa abbiano ottenuto gli Stati Uniti dalla tregua e dai negoziati, mentre i prezzi della benzina risalgono a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato. L'annuncio potrebbe però anche essere un tentativo di far ripartire i negoziati e spingere altri paesi a farsi coinvolgere, una tattica che Trump ha già usato in passato.


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Trump vuole far pagare fino a 100.000 dollari al mese per vedere prima i suoi post social


La società della famiglia Trump ha presentato Truth API, che darà a banche e trader l'accesso più veloce ai post che muovono i mercati. Per i democratici è un modo di lucrare sulla presidenza

Trump Media & Technology Group, la società a maggioranza della famiglia Trump che controlla il social network Truth Social, ha presentato giovedì "Truth API", un flusso di dati a pagamento pensato per dare a banche e società di trading l'accesso più veloce ai post dei dieci account più influenti della piattaforma, a partire da quello del presidente. Il servizio partirà il 1° agosto, funzionerà 24 ore su 24 e includerà un archivio dei post dal 2022. La società dice di avere già firmato i primi contratti, senza rivelare i nomi dei clienti.

I prezzi ufficiali non sono stati comunicati, ma nelle trattative con i potenziali acquirenti l'azienda ha chiesto fino a 100.000 dollari al mese, secondo il Financial Times, che ha rivelato le cifre in discussione. Nelle ultime settimane ha proposto anche un piano scontato da 60.000 dollari al mese a chi si impegna per tre anni.

I post del presidente muovono regolarmente i mercati. Per le società di trading ad alta frequenza, che comprano e vendono titoli in automatico grazie ad algoritmi, un vantaggio di pochi millisecondi può valere centinaia di migliaia di dollari sulle operazioni più grandi. Il 9 aprile 2025, quando Trump annunciò su Truth Social la sospensione per 90 giorni di gran parte dei suoi nuovi dazi, l'indice S&P 500 guadagnò il 9,5 per cento; poche ore prima il presidente aveva scritto che era "un ottimo momento per comprare".

Un documento promozionale fatto circolare dalla società e visto dal quotidiano britannico elenca dieci "post documentati che hanno mosso i mercati": a quello di aprile 2025 attribuisce il "ripristino" di 4.000 miliardi di dollari di capitalizzazione dell'S&P 500, mentre a un post di giugno, in cui il presidente avvertiva che gli Stati Uniti avrebbero colpito l'Iran "molto duramente", collega un rialzo del petrolio del 6 per cento in una sola seduta. "Quando @realDonaldTrump pubblica un Truth, il mondo reagisce", si legge nel documento. Il presidente ha 12,9 milioni di follower sulla piattaforma.

La prospettiva di pagare una società legata al presidente per informazioni capaci di muovere i mercati ha creato malumori a Wall Street, ma diversi operatori si aspettano che il servizio troverà comunque clienti. Un dirigente di un hedge fund ha detto al Financial Times: "La gente pagherà perché è costretta. Se resti indietro su quella notizia, vieni schiacciato". Piattaforme come X vendono già flussi di dati ai trader algoritmici attraverso terminali finanziari come Bloomberg; per il grande pubblico, invece, la differenza di velocità sarebbe impercettibile.

Per Trump Media è il primo passo nella vendita di dati e una nuova fonte di ricavi, dopo anni di difficoltà a far crescere l'attività nei media di fronte a piattaforme molto più grandi. Tra gli account più seguiti di Truth Social ci sono quelli dei figli del presidente, Donald Trump Jr ed Eric Trump, e di sostenitori come Dan Bongino e Sean Hannity. L'amministratore delegato ad interim Kevin McGurn ha detto di aspettarsi che Truth API diventi "una fonte di ricavi significativa e continuativa" e ha accusato diverse società di raccogliere da mesi i dati della piattaforma violando le condizioni d'uso: "Creeremo molto attrito per quelli che non passano direttamente da noi".

Il presidente beneficia direttamente dell'operazione. Il Donald J. Trump Revocable Trust, il fondo amministrato dai suoi figli che ne gestisce gli investimenti, detiene circa 114,75 milioni di azioni di Trump Media, pari a circa il 41 per cento del capitale. La Casa Bianca sostiene che le attività della famiglia siano supervisionate dai figli, ma i proventi del trust spettano comunque a Trump.

Il senatore democratico Ron Wyden, il più alto in grado del suo partito nella commissione Finanze del Senato, ha detto che l'operazione avvantaggerà economicamente la famiglia Trump e "renderà ricchi i trader di Wall Street". Per la senatrice Elizabeth Warren, la democratica più alta in grado nella commissione che vigila sulle banche, si tratta di "uno schema scandaloso per lucrare sulla presidenza e arricchire Wall Street senza fare nulla per aiutare gli americani".

Secondo Donald Sherman, presidente di Citizens for Responsibility and Ethics in Washington, un'organizzazione indipendente che vigila sull'etica dei funzionari pubblici, l'accordo è contrario all'etica perché il presidente guadagna dai pagamenti per l'accesso rapido ai suoi stessi post, ma dalle informazioni disponibili è difficile stabilire se sia anche illegale. Le clausole della Costituzione sugli emolumenti, scritte per prevenire la corruzione, non si applicano a questo caso: vietano ai funzionari federali di accettare regali da governi stranieri senza l'approvazione del Congresso e al presidente di riceverne dagli Stati. Il divieto di comprare o vendere titoli sulla base di informazioni rilevanti non pubbliche, invece, non varrebbe se centinaia o migliaia di persone ricevessero i post in anticipo. "Non credo che il Congresso o le autorità di vigilanza abbiano mai contemplato che un presidente, o qualcuno capace di muovere i mercati, si facesse pagare per questo tipo di accesso", ha detto Sherman.

Dal ritorno alla Casa Bianca Trump e i suoi figli hanno accumulato grandi ricchezze, anche investendo in settori sostenuti e promossi dall'amministrazione. Le dichiarazioni patrimoniali pubblicate all'inizio di luglio mostrano che nel 2025 il presidente ha incassato più di 2 miliardi di dollari, in gran parte da attività legate alle criptovalute. Il titolo di Trump Media, che da inizio anno ha perso circa il 27 per cento, venerdì ha chiuso quasi invariato a 9,66 dollari: in Borsa la società vale circa 2,7 miliardi di dollari.


I figli di Trump puntano sulla difesa e incassano miliardi in contratti dal Pentagono


Donald Trump Jr. ed Eric Trump hanno costruito un portafoglio di investimenti nelle startup della tecnologia militare, beneficiando indirettamente delle nuove priorità di spesa del Pentagono. È quanto emerge da un'analisi del Washington Post, condotta incrociando le banche dati federali degli appalti con i registri del venture capital.

I fondi legati ai due figli di Trump hanno investito in oltre una decina di aziende del settore, nella maggior parte dei casi dopo la rielezione del padre. Da allora, queste società hanno ricevuto almeno 3,2 miliardi di dollari in commesse dirette dal governo federale, ai quali si aggiungono opzioni per futuri contratti del valore di 3,1 miliardi. Alcune sono inoltre entrate negli elenchi ristretti dei fornitori pre qualificati, ottenendo così l'accesso a gare riservate per un valore complessivo di quasi 200 miliardi di dollari.

Affari di famiglia · Pentagono

I figli di Trump investono nelle aziende che il Pentagono finanzia

Donald Trump Jr. ed Eric Trump hanno investito in 15 aziende della tecnologia militare, nella maggior parte dei casi dopo la rielezione del padre. Da allora quelle società hanno ottenuto miliardi in commesse federali, ricostruisce il Washington Post.

Grafica di FocusAmerica 14 luglio 2026

Quanto hanno ricevuto dal governo le aziende partecipate dai fratelli Trump

0,0mld $

In commesse dirette dal governo federale alle 15 aziende, dopo gli investimenti dei due fratelli

+3,1 mld $
In opzioni per contratti futuri già assegnate

~200 mld $
Il valore delle gare riservate a cui alcune hanno accesso come fornitori pre‑qualificati

Il Washington Post ha incrociato le banche dati federali degli appalti con i registri del venture capital: la maggior parte degli investimenti è arrivata dopo la rielezione del padre.

SpaceX e Anduril valgono da sole il 97% delle commesse dirette. Escluse le due, le altre 13 startup hanno comunque raccolto quasi 1,8 miliardi di dollari in impegni federali a lungo termine.

La rete

Due fondi, un portafoglio di 15 aziende


Gli investimenti dei due fratelli passano principalmente da due società.

Donald Trump Jr.
1789 Capital

Fondo con sede a Palm Beach che si richiama a un “capitalismo patriottico”. Ha investito in 11 delle 15 aziende, tra cui SpaceX di Elon Musk e il produttore di armamenti Anduril.

Eric Trump
American Ventures

Divisione della banca d’investimento Dominari Holdings, che ha sede nella Trump Tower di New York.

Aziende partecipate da 1789 Capital11 su 15

Ogni quadrato è una delle 15 aziende individuate dal Washington Post.

I casi

Appalti, prestiti e rally in Borsa: i tre casi più discussi


Che cosa è successo ad alcune aziende dopo l’ingresso dei Trump, secondo il Washington Post.

Hadrian
Fabbriche automatizzate

900 mln $
Appalto della Marina

Costruisce stabilimenti automatizzati per i settori aerospaziale e militare. Ha ottenuto di recente dalla Marina un appalto da 900 milioni di dollari.

Vulcan Elements
Magneti in terre rare

620 mln $
Prestito del Pentagono

A fine 2025 ha ricevuto dal Pentagono un prestito da 620 milioni di dollari, superando nella procedura altre società che attendevano ancora il finanziamento.

Unusual Machines
Droni

≈×2
Il titolo in una seduta

Alla vigilia

Un giorno dopo

Le azioni hanno quasi raddoppiato il valore in una sola seduta dopo l’ingresso di Trump Jr. come investitore e consulente, pochi giorni dopo la vittoria elettorale del padre.

Le barre dei due importi sono in scala tra loro. Per Unusual Machines, il confronto mostra il valore del titolo prima e dopo l’annuncio.

Il contraddittorio

Le aziende negano favoritismi, gli esperti sollevano dubbi


Le società interpellate sostengono di avere vinto le commesse attraverso i rigorosi processi di selezione del Pentagono. E alcuni numeri sostengono la loro versione.

Avevano già rapporti con il governo prima degli investimenti10 su 15

Avevano contratti già durante l’Amministrazione Biden8 su 15

La difesa

“Non esistono conflitti di interesse”, dichiara la Casa Bianca. E per il Pentagono “nessuna azienda riceve un trattamento preferenziale”.

Anna Kelly, portavoce della Casa Bianca; Joel Valdez, portavoce del Pentagono

I dubbi

“È del tutto ragionevole dubitare delle motivazioni quando la famiglia Trump ne ricava un beneficio economico”.

Kathleen Clark, docente di diritto alla Washington University

Ad alimentare i dubbi è lo stesso Trump Jr., che ha raccontato di avere contribuito alla strategia di comunicazione del Dipartimento della Difesa e di avere affiancato il Segretario Pete Hegseth in alcune decisioni sul personale, pur non ricoprendo alcun incarico di governo.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su analisi del Washington Post, condotta incrociando le banche dati federali degli appalti con i registri del venture capital (PitchBook). Dati pubblicati il 13 luglio 2026.

Da SpaceX ai droni: la rete di investimenti dei Trump


Gli investimenti fanno capo principalmente a due società. Trump Jr. è socio di 1789 Capital, fondo con sede a Palm Beach che si richiama a un "capitalismo patriottico" e che ha investito in 11 delle 15 aziende individuate dal Washington Post, tra cui SpaceX di Elon Musk e il produttore di armamenti Anduril. Eric Trump opera invece attraverso American Ventures, divisione della banca d'investimento Dominari Holdings, con sede nella Trump Tower di New York.

Tra i casi esaminati figura Hadrian, azienda specializzata nella costruzione di fabbriche automatizzate per i settori aerospaziale e militare, che ha recentemente ottenuto dalla Marina un appalto da 900 milioni di dollari. Vulcan Elements, startup produttrice di magneti in terre rare, ha ricevuto alla fine del 2025 un prestito da 620 milioni di dollari dal Pentagono, superando nella procedura altre società che attendevano ancora il finanziamento. Unusual Machines, produttrice di droni, ha invece visto quasi raddoppiare il valore delle proprie azioni in una sola seduta dopo l'ingresso di Trump Jr. come investitore e consulente, pochi giorni dopo la vittoria elettorale del padre.

Le aziende negano favoritismi, gli esperti sollevano dubbi


Le società interpellate dal Washington Post sostengono di avere ottenuto le commesse attraverso i rigorosi processi di selezione del Pentagono, senza alcun intervento della famiglia presidenziale. 10 delle 15 aziende avevano già rapporti con il governo prima degli investimenti dei figli di Trump e 8 avevano ricevuto contratti già durante l'Amministrazione Biden. Anche la Casa Bianca respinge ogni accusa: "Non esistono conflitti di interesse", ha dichiarato la portavoce Anna Kelly. Il portavoce del Pentagono Joel Valdez ha assicurato, da parte sua, che "nessuna azienda riceve un trattamento preferenziale".

Gli esperti di etica pubblica restano però scettici. "Anche se non acquistare droni dalla Cina è nell'interesse pubblico, è del tutto ragionevole dubitare delle motivazioni quando la famiglia Trump ne ricava un beneficio economico", ha dichiarato Kathleen Clark, docente di diritto alla Washington University. Secondo Clark, i due figli di Trump dovrebbero rinunciare a operazioni di questo tipo, soprattutto alla luce dell'indebolimento dei controlli anticorruzione durante il secondo mandato di Trump.

Ad alimentare i dubbi sono anche le parole dello stesso Trump Jr., che durante una conferenza ha affermato di avere contribuito a definire la strategia di comunicazione del Dipartimento della Difesa e ha raccontato nel suo podcast di avere affiancato il Segretario Pete Hegseth in alcune decisioni sul personale.


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GPT-5.6 in tre, iOS 27 con Siri AI, Google e l'UE, il meglio della settimana


Le notizie più importanti della settimana, più l'editoriale.
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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon sabato,
questa settimana abbiamo visto il nuovo modello di punta di OpenAI; è uscita l'attesissimo iOS 27 con Siri AI; ci sono state grosse batoste per Google, inflitte dall'UE, e tanto altro ancora. L'editoriale invece vi dà un sacco di retroscena e dettagli sul perché Apple sta denunciando OpenAI. Buona lettura!

Editoriale del sabato


Ispirato alle notizie della settimana.
I retroscena della denuncia di Apple contro OpenAI

I retroscena della denuncia di Apple contro OpenAI


[...] Bloomberg calcola che OpenAI impieghi oggi oltre 400 ex dipendenti Apple, drenati in gran parte dai team di iPhone, Watch e AirPods, ma la denuncia ne nomina formalmente due, più una "co-cospiratrice", Yu-Ting "Alyssa" Peng, che non risulta imputata: un'assenza che M.G. Siegler, su Spyglass, legge come possibile indizio di una collaborazione con gli investigatori di Cupertino. [...]

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Notizie dal mondo


Le news di oggi, selezionate a mano.

OpenAI lancia GPT-5.6 in tre varianti


Intelligenza Artificiale
GPT-5.6 è la nuova famiglia di modelli di OpenAI e arriva in tre varianti: Sol (la più potente), Terra (intermedia) e Luna (la più economica). Secondo OpenAI, Sol è il suo miglior modello di coding di sempre: nell'Artificial Analysis Coding Agent Index raggiunge 80 punti, 2,8 sopra Fable 5 di Anthropic, con meno della metà dei token, metà del tempo e un costo inferiore di circa un terzo. Sam Altman ha detto alla CNBC che Sol è il 54% più efficiente nei token per i compiti di coding. L'azienda definisce 5.6 anche il suo modello più forte in cybersecurity: analisi delle minacce, revisione e correzione del codice e simulazioni di attacco sui propri sistemi per trovare falle. I modelli sono disponibili su ChatGPT, Codex e API: per milione di token Sol costa 5 dollari in input e 30 in output, Terra 2,50 e 15, Luna 1 e 6. OpenAI ha rilasciato anche ChatGPT Work che aiuta i team aziendali a scrivere documenti, fogli di calcolo e presentazioni su desktop, web e mobile.
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Fonte: TechCrunch
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Uscita la beta pubblica di iOS 27 con il nuovo Siri AI


Intelligenza Artificiale
La nuova Siri AI era finora riservata solo agli sviluppatori, ma con la beta pubblica di iOS 27 chiunque può ora provarla (al di fuori dell'Europa), prima del lancio ufficiale atteso a settembre. Apple l'aveva annunciata al WWDC di giugno. Siri AI accede a email, foto e messaggi sul dispositivo, risponde a ciò che appare sullo schermo e attinge a conoscenze generali come un chatbot moderno. È integrato in Spotlight e nella Dynamic Island e per la prima volta ha anche un'app dedicata. Funziona anche su iPad, Mac, Apple Watch, CarPlay, AirPods, Apple TV e Vision Pro. Dietro ci sono i Foundation Models di Apple e Private Cloud Compute: questi modelli nascono da una collaborazione con Google, che ha usato Gemini per creare versioni più piccole ed efficienti, addestrate però con dati proprietari Apple. Il sistema cloud impedisce ad Apple di accedere ai dati personali degli utenti. Con 2,5 miliardi di dispositivi attivi nel mondo, sarà il test più grande mai fatto per la risposta di Apple a ChatGPT e Gemini.
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Fonte: TechCrunch
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Il primo dispositivo di OpenAI sarà uno speaker senza schermo


Tecnologia
Il primo prodotto hardware di OpenAI sarà uno smart speaker senza schermo, con batteria ricaricabile per portarlo di stanza in stanza, secondo Bloomberg. Controllerà gli elettrodomestici smart, riprodurrà musica, risponderà a messaggi e domande usando ChatGPT. Ha camera e sensori per capire il contesto attorno a sé, più elementi meccanici che si muovono da soli per sembrare vivo. Attingerà a email e dati personali per conoscere il proprietario e diventare più proattivo nel tempo. Per parlare userà una versione avanzata della nuova modalità vocale GPT-Live, che ascolta e parla contemporaneamente. Al design lavorano Jony Ive e il suo studio LoveFrom, dopo l'acquisizione di io Products per 6,5 miliardi di dollari. La presentazione prevista quest'anno e la vendita nel 2027, ma Apple ha fatto causa per furto di segreti industriali e chiede un'ingiunzione che potrebbe bloccare le vendite.
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Fonte: Bloomberg.com
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L'UE obbliga Google ad aprire Android alle aziende AI rivali


Legge
Due nuove regole dell'UE obbligano Google a condividere i dati di ricerca e ad aprire Android alle aziende AI concorrenti. La Commissione ha rilevato che gli assistenti AI terzi (non prodotti da Google) non funzionano su Android allo stesso livello di Gemini. Ora Google deve consentirne l'attivazione vocale e permettere loro di eseguire compiti in background, come prenotare ristoranti tramite app di terze parti. Per la Commissione le misure favoriranno alternative a Google Search e a Gemini. Google contesta la decisione affermando che le regole eliminano protezioni costruite per la privacy, esporrebbero le ricerche degli europei a società sconosciute senza anonimizzazione adeguata e senza consenso, e metterebbero a rischio segreti commerciali e sicurezza nazionale. Bruxelles ha già imposto ad Apple l'interoperabilità con prodotti di terzi e a Meta lo smantellamento di funzioni come lo scorrimento infinito.
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Fonte: AP News
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Thinking Machines pubblica Inkling, il suo primo modello open-weight


Intelligenza Artificiale
Il primo modello AI di Thinking Machines si chiama Inkling ed è open-weight, quindi scaricabile e modificabile liberamente. La startup è stata fondata da Mira Murati dopo l'uscita da OpenAI. Il modello ha 975 miliardi di parametri totali ma ne attiva circa 41 miliardi per ogni compito, ed è addestrato su 45mila miliardi di token di testo, immagini, audio e video, anche se per ora risponde solo in testo. L'azienda ammette che non è il modello più potente in circolazione ma è una base che le aziende possono addestrare e adattare da sole tramite la piattaforma di personalizzazione Tinker. In un progetto con il fondo Bridgewater, un modello open riaddestrato sui dati finanziari interni ha raggiunto l'84,7% nei test di ragionamento finanziario, battendo i modelli proprietari a un quattordicesimo del costo. La scommessa è che l'AI adattata dalle singole organizzazioni possa battere i modelli generici di OpenAI, Anthropic e Google.
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Fonte: TechCrunch
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Meta entra nel mondo del vibe coding con Muse Spark 1.1


Intelligenza Artificiale
Muse Spark 1.1 è un modello multimodale per il coding agentico. Fa ragionamento multistep, corregge bug, gestisce flussi di lavoro digitali e migrazioni di codice su larga scala. La prima versione era stata annunciata ad aprile. Costa 1,25 dollari per milione di token in input e 4,25 in output, in linea con Claude Haiku 4.5 di Anthropic e GPT-5.6 Luna di OpenAI, anche se leggermente sopra. Per l'occasione Zuckerberg ha pubblicato su X per la prima volta dopo tre anni. Ha definito Spark un modello agentico e di coding forte a un prezzo molto basso e ha anticipato altri rilasci in arrivo. Nella stessa settimana Meta ha presentato anche il generatore di immagini Muse Image, SpaceXAI ha rilasciato Grok 4.5 e OpenAI la famiglia GPT-5.6.
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Fonte: TechCrunch
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OpenAI chiude il browser Atlas dopo meno di un anno


Intelligenza Artificiale
Atlas era il browser AI di OpenAI con ChatGPT integrato. Chiude a meno di un anno dal lancio di ottobre. Le funzioni agentiche testate su Atlas passano all'app desktop di ChatGPT e a una nuova estensione per Chrome. L'estensione accede al contesto della pagina visitata e permette di fare domande sui contenuti, riassumerli e avviare attività più lunghe. Concorre direttamente con il pannello laterale di Gemini. L'app desktop guadagna un browser interno più robusto per navigare, fare login e scaricare file senza uscire da ChatGPT. Un browser cloud separato gira sui server di OpenAI e serve agli agenti per completare compiti al posto dell'utente. La chiusura segue l'ordine di tagliare i progetti secondari arrivato mesi fa dall'ex responsabile delle applicazioni. Lo stesso taglio aveva già chiuso il generatore video Sora.
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Fonte: TechCrunch
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Poste Italiane vuole TIM per costruire l'infrastruttura AI italiana


Intelligenza Artificiale
Poste Italiane ha lanciato un'offerta da 13,5 miliardi di euro per comprare Telecom Italia, di cui possiede già il 20%. L'idea è creare un grande gruppo a controllo statale capace di costruire infrastruttura di calcolo distribuita per cloud e AI in tutta Italia, anche come fornitore di giganti come Amazon, Google e Microsoft. TIM è tra i primi tre operatori nazionali di data center con 125 megawatt installati. L'Italia ha solo il 15% circa della capacità della Germania. Il piano prevede di potenziare i nodi telecom esistenti e trasformare gli ex centri di smistamento postale in piccoli data center vicini agli utenti. TIM da sola non riuscirebbe a sostenere gli investimenti in 5G avanzato e cloud perché la privatizzazione di trent'anni fa l'ha caricata di debiti e la guerra dei prezzi sul mercato italiano ha eroso i profitti.
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Fonte: Reuters
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La Cina fa atterrare un razzo orbitale per la prima volta


Spazio
La Cina ha recuperato per la prima volta il primo stadio di un razzo durante un lancio orbitale. Il debutto del Long March 10B è avvenuto il 10 luglio dal sito commerciale di Hainan. Il primo stadio è rientrato verticalmente circa 6 minuti dopo la separazione ed è stato catturato da una rete montata su una nave in mare. Secondo l'azienda statale CASC è il primo recupero al mondo con un sistema a rete. Il satellite a bordo ha raggiunto l'orbita prevista. Il razzo è alto 63 metri e in configurazione riutilizzabile porta circa 16 tonnellate in orbita bassa. La Cina vuole far rivolare lo stesso stadio entro fine anno. Finora solo SpaceX aveva fatto atterrare in verticale razzi orbitali, oltre 600 volte.
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Fonte: Space
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Stripe e Advent offrono 53 miliardi di dollari per comprare PayPal


Business
Stripe e il fondo di private equity Advent hanno presentato nei giorni scorsi un'offerta congiunta per comprare PayPal. Propongono 60,50 dollari per azione, circa 53 miliardi in totale. Non è detto che PayPal accetti. La società è all'inizio di un piano di rilancio con un nuovo CEO in carica da marzo, dopo un profit warning legato alla crescita debole della funzionalità del checkout. Il piano prevede la riorganizzazione in tre divisioni, tagli ai costi per almeno 1,5 miliardi in due-tre anni e il licenziamento del 20% del personale. Al picco del 2021 PayPal valeva oltre 280 miliardi, oggi ne vale circa 42. Per alcuni analisti l'offerta è bassa e difficilmente il nuovo CEO la accetterà. Stripe e Advent potrebbero rilanciare fino a 70 dollari per azione.
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Fonte: The Wall Street Journal
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Su Google Play arrivano gli app store di terze parti


Big tech
Google dovrà iniziare a distribuire store alternativi dentro Google Play negli Stati Uniti dal 22 luglio. È l’effetto della causa antitrust avviata da Epic dopo la rimozione di Fortnite nel 2020: Google è stata ritenuta colpevole di aver ostacolato la concorrenza degli app store rivali. Gli store terzi avranno accesso di default al catalogo di Google Play, salvo scelta contraria degli sviluppatori. Google potrà addebitare 5.000 dollari l'anno agli store per la revisione di sicurezza e conformità, e potrà rimuovere dal programma gli store in cui oltre l'1% delle installazioni tentate risulta malware o software indesiderato.
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Fonte: Ars Technica
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OpenAI lancia una tastiera da 230 dollari per gestire gli agenti Codex


Intelligenza Artificiale
Da una collaborazione con Work Louder è nata una tastiera luminosa da 230 dollari per gestire gli agenti di coding di Codex. Si chiama Codex Micro: ha tasti che si illuminano per mostrare lo stato degli agenti, scorciatoie personalizzabili per le azioni più frequenti, un joystick per avviare i flussi di lavoro comuni e una manopola che regola quanto tempo e potenza di calcolo un agente dedica a un compito. Si configura dall'app desktop di ChatGPT.
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Fonte: TechCrunch
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Apple fa causa a OpenAI per furto di segreti industriali


Legge
Apple ha fatto causa a OpenAI in un tribunale federale della California per furto di segreti industriali. Secondo la denuncia, OpenAI avrebbe sottratto proprietà intellettuale di Apple per sviluppare il proprio hardware consumer, coinvolgendo ogni livello dell'azienda. Le accuse riguardano soprattutto ex dipendenti Apple passati a OpenAI. Il capo hardware di OpenAI è un ex vicepresidente Apple e avrebbe chiesto a candidati ancora in Apple di portare componenti riservati ai colloqui. OpenAI avrebbe anche istruito i dipendenti in uscita su come aggirare i controlli di sicurezza; inoltre farebbe usare ai fornitori una tecnica di finitura dei metalli inventata da Apple. Le due aziende avevano stretto una partnership nel 2024 per integrare ChatGPT in iPhone, ma i rapporti si sono raffreddati dopo che OpenAI ha comprato per 6,4 miliardi di dollari la startup hardware di Jony Ive. Il nuovo Siri in arrivo in autunno si baserà infatti su Gemini di Google. Apple chiede danni e un'ingiunzione per fermare l'uso dei suoi segreti. OpenAI nega ogni interesse per i segreti altrui.
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Fonte: CNBC
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Letture interessanti


In lingua inglese.

Ecco l'azienda appena quotata in borsa e sostenuta da Bezos che sta ricreando il sole e le stelle


sherwood.news (eng)

Il vibe coding è evaso dal terminale


platformer.news (eng)

AI 2040 e il culto dell'intelligenza


geohot.github.io (eng)

Il paradosso dell'informazione al contrario


snscratchpad.com (eng)

Notizie veloci


In lingua inglese.

Meta ritira la funzione di immagini AI pochi giorni dopo il lancio in seguito alle proteste sulla privacy


reuters.com (eng)

L'UE ordina a Instagram e Facebook di modificare le funzioni che creano dipendenza, pena sanzioni


reuters.com (eng)

Alcuni stati guidati dalla California fanno causa per bloccare l'accordo da 110 miliardi di dollari tra Paramount e Warner Bros Discovery


reuters.com (eng)

Microsoft corregge un record di 622 vulnerabilità, inclusi due zero-day attualmente sotto attacco


thehackernews.com (eng)

Apple in trattative con una startup che comprime i modelli AI per farli girare su iPhone


cnbc.com (eng)

Report: OnePlus si ritirerà dagli Stati Uniti e dall'Europa


macrumors.com (eng)

Google pubblica il primo teaser del Pixel 11 e mostra Pixel Glow [Video]


9to5google.com (eng)

SpaceX presenta il kit Starlink di nuova generazione V5: ecco le novità


teslarati.com (eng)

NotebookLM ora si chiama Gemini Notebook


blog.google (eng)

Video della settimana

youtube.com/embed/_oRgdlJUD18?…

iOS 27: le 5 novità da vedere subito


iOS 27 è appena uscito in versione pubblica ma in Europa non lo possiamo usare. Ecco alcune novità che per adesso possiamo vedere solo tramite video.

Vedi video su youtube.com (eng - 15:18)

Ringraziamo i nostri mecenati: Dario Di Lascio, Pietro Bodecchi e Simone Falcini.

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I retroscena della denuncia di Apple contro OpenAI


Vediamo tutti i dettagli, con nomi e cognomi.

Nel marzo del 1993 José Ignacio López de Arriortúa, capo degli acquisti mondiali di General Motors, lasciò Detroit per diventare dirigente di Volkswagen. Con lui partirono sette collaboratori fidati — i suoi «guerrieri» — e, secondo l'accusa di GM, decine di scatoloni di documenti riservati: listini dei fornitori, piani di prodotto, il progetto di una fabbrica ultraefficiente nota come Plant X. Gli inquirenti tedeschi trovarono parte di quelle carte in un appartamento di Wiesbaden usato da due membri del gruppo. La vicenda si chiuse nel gennaio 1997: Volkswagen versò a GM 100 milioni di dollari e si impegnò a comprare componenti del rivale per un altro miliardo. Nessun tribunale arrivò mai a una sentenza. Erano bastati quattro anni di avvocati, perquisizioni e diffidenza reciproca a fare il lavoro.

Venerdì 10 luglio Apple ha depositato alla corte federale della California del Nord una denuncia contro OpenAI, la controllata hardware io Products e due persone: Tang Tan, ex vicepresidente del product design a Cupertino e oggi responsabile dell'hardware di OpenAI, e Chang Liu, ingegnere elettronico con otto anni di Apple alle spalle.

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I socialisti Dem non sono mai stati così forti come ora


Le vittorie alle primarie di New York e Colorado spaventano Trump e i vertici Dem. Il New York Times ricostruisce due secoli di sconfitte del socialismo americano e la nuova strategia interna

I socialisti americani non hanno mai avuto così tanto potere politico come oggi. Il mese scorso diversi parlamentari democratici in carica a New York e in Colorado hanno perso le primarie contro sfidanti della sinistra socialista, il prossimo sindaco di Washington DC dovrebbe essere un socialista e Bernie Sanders parla di un movimento "sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo". Un'analisi pubblicata sul New York Times ricostruisce due secoli di storia del socialismo americano per spiegare la novità di questa fase: per la prima volta i socialisti non corrono con un proprio partito, ma dentro quello democratico.

Il presidente Trump ha detto il mese scorso che il successo dei politici socialisti-democratici è "la minaccia più seria per il nostro paese dalla sua nascita" e lo ha paragonato a "una forma incontrollabile di cancro". Anche una parte dei vertici democratici li respinge: il deputato del New Jersey Josh Gottheimer ha detto che "se sei socialista, non sei un democratico", mentre un gruppo di deputati moderati ha firmato una lettera in cui dichiara "siamo capitalisti, non socialisti", nel timore che il partito appaia estremo e perda negli stati e nei collegi contendibili. I nuovi candidati hanno posizioni scomode per i dirigenti, come la fine di tutte le espulsioni di immigrati e lo stop agli aiuti militari a Israele.

Stati Uniti · La nuova sinistra
Due secoli di sconfitte da soli, ma ora i socialisti vincono presentandosi come democratici

Dalla comune utopista del 1825 al 6% di Eugene Debs, il socialismo americano non ha mai sfondato con un proprio partito. La nuova generazione ha cambiato strategia: candidarsi nelle primarie democratiche. E ha iniziato a vincere, da New York a Washington DC.
Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

Inizio anni 2000
5.000

Luglio 2026
120.000

Iscritti alla DSA,
la principale organizzazione socialista

Iscritti oggi: il massimo
nella storia americana

Il 4 luglio la Democratic Socialists of America ha superato il primato del partito di Debs, fermo dal 1912: mai il socialismo americano era stato così grande

Esplora l'analisi
ILa nuova strategia IIDue secoli di storia IIIPerché solo ora IVLo scontro interno

Il cambio di metodo
Fuori dal partito si è sempre perso, dentro si comincia a vincere
Per oltre un secolo i socialisti americani hanno corso con liste proprie, senza mai avvicinarsi al potere. Oggi quasi tutti i membri della DSA si candidano nelle primarie del Partito Democratico — ed è questa la vera novità storica.

Prima · 1901–2016
Con un proprio partito
6%
Il miglior risultato di sempre a livello nazionale: Eugene Debs alle presidenziali del 1912

Debs si candida cinque volte alla Casa Bianca, senza mai andare oltre
Le uniche vittorie arrivano nelle città, come Milwaukee

Oggi · 2025–26
Dentro le primarie democratiche
New York · Colorado · Washington DC
Dove i candidati socialisti hanno battuto alle primarie i democratici in carica nell'ultimo anno

A New York il sindaco Mamdani è arrivato dalle primarie democratiche
A Washington DC il prossimo sindaco dovrebbe essere un socialista

È la prima volta che un'organizzazione socialista di massa ha membri che quasi tutti decidono di candidarsi da democratici, invece che con una propria lista Michael Kazin · storico, Georgetown University

Dalla comune utopista alle primarie
Come il socialismo americano è arrivato fin qui
Tocca le tappe per leggere che cosa è successo. Le idee socialiste sono riemerse a ogni crisi, ma il movimento non ha mai avuto un partito vincente: la svolta è arrivata cambiando casa.

1825
New Harmony, l'utopia che fallisce in pochi anni

Robert Owen, industriale gallese del cotone inorridito dalle fabbriche inglesi dove bambini di 6 anni lavoravano 16 ore al giorno, fonda in Indiana una comunità dove tutto è condiviso. Si dissolve rapidamente.

1901
Nasce il Partito Socialista d'America

Mette insieme agricoltori delle Grandi Pianure, ebrei laici di New York e artigiani del Midwest, uniti dal rifiuto del grande capitale.

1912
Il tetto del 6 per cento e i «socialisti delle fognature»

Il sindacalista Eugene Debs tocca il suo massimo alle presidenziali. I sindaci socialisti di città come Milwaukee si guadagnano invece fama di buoni amministratori: risanano gli acquedotti, costruiscono biblioteche, parchi e scuole pubbliche.

1935
Le idee entrano nel New Deal, il partito resta fuori

Durante la Grande Depressione Roosevelt introduce la Social Security, il sistema pensionistico pubblico modellato su un'idea socialista, e con i lavori pubblici dà un impiego a milioni di disoccupati. La Guerra Fredda schiaccerà poi i socialisti sull'immagine dei comunisti, che in realtà erano spesso loro rivali.

1963
Due socialisti organizzano la marcia su Washington

A. Philip Randolph e Bayard Rustin mettono in piedi la manifestazione in cui Martin Luther King pronuncia il discorso «I have a dream».

1982
Harrington fonda la DSA con una strategia nuova

Michael Harrington, alleato di King, teorizza che i socialisti non vinceranno mai con una propria bandiera: devono trasformare il Partito Democratico, perseguendo «l'ala sinistra del possibile».

2008
La crisi finanziaria cambia una generazione

I millennial si laureano nel peggior mercato del lavoro dalla Grande Depressione. All'inizio del secolo la DSA contava appena 5.000 iscritti circa.

2016
Sanders sorprende alle primarie democratiche

Conquista i giovani e molti elettori indipendenti, più spaventati dall'insicurezza economica che da uno spauracchio sovietico svanito da decenni. Da quella campagna emergono Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani.

2025–26
La generazione delle primarie comincia a vincere

Parlamentari democratici in carica perdono le primarie contro sfidanti socialisti a New York e in Colorado; a Washington DC il prossimo sindaco dovrebbe essere un socialista.

Il terreno che rende possibile la svolta
Gli americani credono sempre meno nel capitalismo, i democratici nei loro vertici
Quando il mercato delude e tutto sembra troppo caro, il socialismo si presenta come una via d'uscita: i sondaggi mostrano quanto quel terreno si sia allargato in dieci anni.

«Il capitalismo americano funziona bene o abbastanza bene»
Quota di americani d'accordo, a dieci anni di distanza

2015

60%

2026

48%
−12 punti in dieci anni
Chi risponde che non funziona bene o non funziona affatto è passato nello stesso periodo dal 37% al 51%. Sondaggio Wall Street Journal-NORC, 11–18 giugno 2026.

Gli elettori democratici sono scontenti del proprio partito
Democratici e indipendenti vicini al partito che si dicono insoddisfatti o soddisfatti dei suoi dirigenti

Insoddisfatti

53%

Soddisfatti

45%

Sondaggio New York Times/Siena, maggio 2026. Il malcontento segue la sconfitta con Trump alle presidenziali del 2024.

120.000
Iscritti alla DSA a luglio 2026
Erano circa 5.000 all'inizio degli anni 2000

113.000
Il primato precedente, battuto dopo 114 anni
Il picco del Partito Socialista di Debs, nel 1912

6%
Il massimo mai ottenuto correndo da soli
Eugene Debs, presidenziali 1912

51%
Americani per cui il capitalismo non funziona
Erano il 37% nel 2015 (WSJ-NORC)

La battaglia dentro e fuori il partito
Trump li paragona a un cancro, una parte dei democratici li respinge
La crescita dei socialisti spaventa la Casa Bianca ma anche i dirigenti democratici, che temono di apparire estremi e di perdere nei collegi contendibili.

La minaccia più seria per il nostro Paese dalla sua nascita
Donald Trumppresidente degli Stati UnitiRepubblicano

Se sei socialista, non sei un democratico
Josh Gottheimerdeputato del New JerseyDemocratico

Siamo capitalisti, non socialisti
Lettera di un gruppo di deputati moderatipreoccupati di perdere nei collegi contendibiliDemocratici

Sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo
Bernie Sanderssenatore del Vermont, sul movimento socialistaSocialista-democratico

Che cosa chiedono i nuovi candidati

Sanità pubblica universaleUn'idea realizzata da tempo in Europa, al centro del programma della DSA
Stop a tutte le espulsioniLa fine delle deportazioni di immigrati, posizione scomoda per i vertici del partito
Stop agli aiuti militari a IsraeleLa richiesta che più divide i socialisti dai dirigenti democratici

Fonte Analisi del New York Times sulla storia del socialismo americano; sondaggi Wall Street Journal-NORC (11–18 giugno 2026) e New York Times/Siena (maggio 2026); dati sugli iscritti Democratic Socialists of America.

Lo storico della Georgetown University Michael Kazin, ex direttore di Dissent, una rivista della sinistra socialdemocratica, ha detto al New York Times che "è la prima volta che un'organizzazione socialista di massa ha membri che quasi tutti decidono di candidarsi da democratici, invece che con una propria lista". L'organizzazione è la Democratic Socialists of America (DSA), fondata nel 1982, il cui programma chiede tra le altre cose una sanità pubblica universale, un'idea realizzata da tempo in Europa. La strategia interna è meno rivoluzionaria ma molto più minacciosa per i vertici del partito, indeboliti dalla sconfitta con Trump nel 2024 e ormai incapaci di ignorare la crescita alla propria sinistra.

Per quasi due secoli i socialisti americani hanno perso correndo da soli, in un paese dove il movimento non ha mai davvero attecchito. I primi furono utopisti come Robert Owen, industriale gallese del cotone inorridito dalle condizioni delle fabbriche inglesi, dove bambini di 6 anni lavoravano 16 ore al giorno: nel 1825 si trasferì in Indiana e fondò la comunità di New Harmony, dove tutto doveva essere condiviso e che fallì in pochi anni. Il Partito Socialista, fondato nel 1901, mise insieme agricoltori delle Grandi Pianure, ebrei laici di New York e artigiani del Midwest uniti dal rifiuto del grande capitale. Il suo volto era il sindacalista Eugene V. Debs, che si candidò cinque volte alla presidenza: il suo miglior risultato fu il 6 per cento dei voti nel 1912. Alcuni socialisti vinsero invece nelle città: i sindaci di posti come Milwaukee, soprannominati "socialisti delle fognature", si costruirono una reputazione di buoni amministratori risanando gli acquedotti e costruendo biblioteche, parchi e scuole pubbliche.

La Guerra Fredda schiacciò poi i socialisti sull'immagine dei comunisti, che in realtà erano spesso loro rivali: dopo la rivoluzione bolscevica i comunisti americani formarono un partito proprio, che crebbe grazie ai finanziamenti sovietici mentre quello socialista perdeva iscritti. Le idee socialiste però riemergevano nelle crisi. Durante la Grande Depressione Franklin D. Roosevelt introdusse la Social Security, il sistema pensionistico pubblico modellato su un'idea socialista, e con i lavori pubblici, un'altra nozione socialista, diede un impiego a milioni di disoccupati per costruire opere come la diga di Hoover. Negli anni Sessanta due socialisti, A. Philip Randolph e Bayard Rustin, organizzarono la marcia su Washington del 1963 in cui Martin Luther King pronunciò il discorso "I have a dream".

Michael Harrington, alleato di King e cofondatore della DSA, teorizzò già alla fine degli anni Sessanta la strategia che funziona oggi: i socialisti non avrebbero mai avuto successo con una propria bandiera e dovevano trasformare il Partito Democratico, perseguendo "l'ala sinistra del possibile". Il suo libro "The Other America", un ritratto della povertà americana, spinse l'amministrazione di Lyndon B. Johnson a coinvolgerlo nella cosiddetta guerra alla povertà. Furono comunque decenni di declino: alla fine degli anni Ottanta il capitalismo trionfava sui regimi comunisti in dissoluzione e all'inizio del nuovo secolo la DSA contava circa 5.000 iscritti.

La svolta arrivò con la crisi finanziaria del 2008. I millennial si laurearono nel peggior mercato del lavoro dalla Grande Depressione e nel 2016 Sanders, che si definisce socialista-democratico, sorprese alle primarie presidenziali conquistando i giovani e molti elettori indipendenti, più spaventati dall'insicurezza economica che da uno spauracchio sovietico svanito da decenni. Da quella campagna vennero Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani, che hanno vinto a New York passando dalle primarie democratiche, e la generazione che questa primavera ha vinto con lo stesso metodo da New York al Colorado fino a Washington DC.

Più della metà dei democratici e degli indipendenti vicini al partito si dice frustrata dai suoi dirigenti, secondo un sondaggio New York Times/Siena, e meno della metà degli americani pensa che il capitalismo funzioni bene o abbastanza bene, contro il 60 per cento di dieci anni fa, secondo una rilevazione Wall Street Journal-NORC. Molti di questi elettori non vogliono più tornare allo status quo precedente a Trump, perché non credono più in quel sistema. Per l'autrice dell'analisi è esattamente il tipo di momento storico in cui il socialismo comincia ad avere senso per più persone: quando il mercato crolla e tutto sembra troppo caro, il socialismo si presenta con la visione di una via d'uscita. Per ora però, scrive, a essere rifatto è il partito, non il Paese.


Perché il socialismo non ha mai attecchito negli Stati Uniti: i dubbi di Marx ed Engels


Bernie Sanders, Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez guidano un movimento socialista che punta a conquistare il Partito Democratico e che ha qualche possibilità di esprimere il candidato alla Casa Bianca nel 2028. La loro sfida più grande, però, non sono gli avversari interni: è una tradizione politica che respinge il socialismo da sempre, come avevano capito già Karl Marx e Friedrich Engels. In un'analisi pubblicata sulla National Review, Rich Lowry ripercorre i tentativi dei due padri del comunismo di spiegare perché la rivoluzione proletaria non arrivava proprio nel paese dove la loro teoria la prevedeva per prima.

Secondo la teoria di Marx, gli Stati Uniti erano il paese capitalista più avanzato del mondo e si stavano industrializzando a grande velocità: dovevano quindi essere i più vicini alla rivoluzione socialista, considerata inevitabile. "Il paese industrialmente più sviluppato mostra a quello meno sviluppato l'immagine del suo futuro", scrisse Marx nel Capitale. Le previsioni in questo senso furono innumerevoli: nel 1907 un dirigente dei socialdemocratici tedeschi arrivò a dire che "gli americani saranno i primi a inaugurare una repubblica socialista".

La rivoluzione però non arrivò e i due dovettero spiegare il ritardo. Marx indicò la mobilità dei lavoratori americani, che impediva la formazione di una classe di diseredati: "Il salariato di oggi è domani un contadino indipendente o un artigiano che lavora per conto proprio. Scompare dal mercato del lavoro, ma non finisce nell'ospizio dei poveri".

Engels aggiunse altri due elementi. Il primo era l'assenza di un passato feudale: gli americani, scrisse, "sono conservatori nati, proprio perché l'America è così puramente borghese, così del tutto priva di un passato feudale e perciò orgogliosa della sua organizzazione puramente borghese". Il secondo era la prosperità: "Il tenore di vita dell'operaio americano è considerevolmente più alto perfino di quello britannico", osservò Engels, "e questo da solo basta a tenerlo indietro ancora per qualche tempo".

Anche gli intellettuali di sinistra americani si sono interrogati a lungo sul fallimento del socialismo nel loro paese. Il politologo Seymour Martin Lipset, nel libro scritto con Gary Marks It Didn't Happen Here: Why Socialism Failed in the United States, ricorda che questi attribuirono il fallimento a un insieme di caratteristiche e valori che chiamarono "eccezionalismo americano", un termine poi adottato dai conservatori come descrizione positiva del paese. Lipset e Marks passarono in rassegna le spiegazioni possibili: la difficoltà di farsi spazio in un sistema dominato da due soli partiti, la rigidità ideologica del Partito Socialista d'America a inizio Novecento e l'incapacità del partito e del movimento sindacale di lavorare insieme. Ma conclusero che il fattore più profondo era la cultura del paese, fondata sull'individualismo e sulla diffidenza verso lo Stato: prima della Grande Depressione perfino le organizzazioni dei lavoratori americane erano ostili all'intervento statale.

Qualche successo locale il socialismo americano lo ottenne comunque a inizio Novecento, soprattutto a Milwaukee. I Democratic Socialists of America, la principale organizzazione socialista del paese, stanno cominciando a replicare quei risultati e sono in condizione di giocarsi una posta più alta, anche se dovranno superare le resistenze radicate nella società americana.

Negli anni Trenta il socialista radicale Leon Samson descrisse l'americanismo come "un assenso solenne a una manciata di nozioni definitive, democrazia, libertà, opportunità, a cui l'americano aderisce razionalisticamente proprio come un socialista aderisce al suo socialismo: perché gli fa bene, perché gli dà lavoro, perché, così pensa, gli garantisce la felicità". La sua conclusione era che "l'americanismo ha funzionato da sostituto del socialismo".

Sanders, Mamdani e Ocasio-Cortez puntano a rovesciare questa dinamica e a sostituire l'americanismo con il socialismo. Per Lowry è un progetto che va contro la tradizione e i costumi del paese e sul quale perfino Marx ed Engels avevano dei dubbi.


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La Casa Bianca sospende l'addetto al teleprompter che scommetteva sui discorsi di Trump


Gabriel Perez ha vinto più di 100.000 dollari su Kalshi puntando sulle parole che il presidente avrebbe detto nei discorsi che conosceva in anticipo. Il caso è al vaglio del regolatore federale

La Casa Bianca ha sospeso senza stipendio l'addetto al teleprompter di Donald Trump, accusato di aver sfruttato la conoscenza anticipata dei discorsi del presidente per vincere più di 100.000 dollari in scommesse online. ABC News ha rivelato giovedì che Gabriel Perez, il tecnico che dal 2016 gestisce lo schermo da cui il presidente legge i suoi interventi, faceva puntate sulla piattaforma Kalshi, un mercato di predizione dove gli utenti possono scommettere anche sulle parole e sulle frasi che verranno pronunciate nei discorsi pubblici.

Secondo Kalshi, Perez scommetteva su parole comuni destinate a comparire negli interventi di Trump, come nomi di paesi e termini economici. Le puntate hanno riguardato anche i grandi discorsi, tra cui quello sullo stato dell'Unione che il presidente ha tenuto a inizio anno davanti al Congresso. Le scommesse passavano dal mercato "Mentions", la sezione della piattaforma dedicata proprio alle parole dei discorsi pubblici.

I sistemi di sorveglianza della società hanno segnalato le operazioni a marzo: Kalshi ha congelato i fondi sul conto di Perez e ha trasmesso il caso alla Commodity Futures Trading Commission (CFTC), l'agenzia federale che regola i derivati finanziari e i mercati di predizione. "Il team di sorveglianza di Kalshi ha subito segnalato, indagato e trasmesso queste operazioni", ha detto Robert DeNault, responsabile legale della piattaforma. Le regole di Kalshi vietano le scommesse basate su informazioni ottenute grazie al proprio lavoro e da poco la società chiede agli utenti di dichiarare per chi lavorano.

Secondo il New York Times, Perez sta trattando con i regolatori federali un accordo per chiudere le accuse e finora ha collaborato.

Karoline Leavitt, la portavoce della Casa Bianca, ha detto che il presidente considera la vicenda "una vergogna". "Questa persona non sarà più qui", ha aggiunto in conferenza stampa, spiegando che la decisione è stata presa dallo stesso Trump. Alla domanda se altri dipendenti della Casa Bianca siano sospettati di usare informazioni riservate sui mercati di predizione, Leavitt ha risposto: "Non che io sappia".

I sospetti di scommesse con informazioni riservate sui mercati di predizione si sono moltiplicati negli ultimi mesi. Ad aprile tre candidati sono stati scoperti a puntare sulle proprie corse elettorali. A giugno le autorità federali hanno aperto un'indagine sull'ex deputato George Santos per una scommessa sulla sua presenza al discorso sullo stato dell'Unione. A marzo la Casa Bianca aveva avvertito il personale di non usare informazioni riservate su queste piattaforme, poche settimane prima che i procuratori federali accusassero un soldato delle forze speciali dell'esercito di aver sfruttato informazioni classificate per scommettere su Polymarket, il principale concorrente di Kalshi, sulla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro.

I mercati di predizione permettono di scommettere su eventi di ogni tipo, dalle elezioni statali alle partite dei Mondiali di calcio. Il settore, dominato da Kalshi e Polymarket, muove decine di miliardi di dollari all'anno ed è regolato a livello federale dalla CFTC, a differenza del resto del gioco d'azzardo americano, controllato dai singoli stati. Queste piattaforme, vietate in Francia e in altri paesi europei, hanno sollevato dubbi sulla compatibilità con le leggi statali sul gioco e sulla possibilità che vengano manipolate da chi dispone di informazioni riservate: nei mesi scorsi diversi conti avevano guadagnato circa 1,2 milioni di dollari puntando sulla data di avvio delle operazioni militari americane contro l'Iran poche ore prima dei primi attacchi.

L'attenzione per i guadagni legati alla presidenza riguarda anche Trump: nelle sue ultime dichiarazioni patrimoniali il presidente ha riportato ricavi per 1,2 miliardi di dollari nel 2025 dai suoi affari in criptovalute, mentre gli investitori perdevano denaro su mercati che Trump ha cercato di proteggere da una regolamentazione più severa. Più di 500 milioni sono arrivati dalla vendita di nuovi prodotti digitali della sua società World Liberty Financial e oltre 600 milioni dalle meme coin con la sua faccia vendute da CIC Digital: sia i token sia le monete hanno poi perso gran parte del loro valore. Giovedì la sua azienda di media ha annunciato che farà pagare l'accesso prioritario ai post pubblicati su Truth Social, compresi quelli del presidente che possono muovere i mercati finanziari.

Proprio giovedì sera, la notte tra giovedì e venerdì in Italia, Trump era atteso in prima serata televisiva con un discorso su sicurezza elettorale e macchine per il voto. Su Kalshi gli utenti scommettevano che avrebbe pronunciato più di tre volte espressioni come "Save America Act", "fraud" e "Iran".


Due milioni di dollari a Trump dal gruppo coreano colpito dai dazi americani


Base Group, principale investitore di una società sudcoreana dell'alluminio che contesta i dazi imposti dal Dipartimento del Commercio su alcune esportazioni verso gli Stati Uniti, ha versato lo scorso anno 2 milioni di dollari alla holding di Donald Trump. Il pagamento è emerso per la prima volta dalla dichiarazione patrimoniale annuale del presidente, pubblicata alla fine di giugno.

Il documento offre una spiegazione piuttosto vaga: la somma sarebbe collegata a una "lettera d'intenti" e rappresenterebbe una "commissione di sviluppo non rimborsabile". Interpellate dal New York Times, la società e la famiglia Trump hanno riferito che il versamento riguarda un progetto golfistico non ancora annunciato.

Conflitti d’interesse · Gli affari esteri del presidente

Coinvolto in un contenzioso sui dazi americani, un gruppo coreano ha versato 2 milioni alla holding di Trump

Il versamento di Base Group — principale investitore di Korea Aluminium, società dell’alluminio sotto indagine del Dipartimento del Commercio — compare nella dichiarazione patrimoniale del presidente. La Trump Organization lo attribuisce a un progetto golfistico non ancora annunciato e nega ogni legame con il contenzioso.

Grafica di FocusAmerica 15 luglio 2026

La cifra al centro del caso
0
Dollari

versati nel 2025 alla holding di Donald Trump, indicati nella dichiarazione patrimoniale come una «commissione di sviluppo non rimborsabile» legata a una «lettera d’intenti».

Base Group nega di aver violato le norme commerciali statunitensi. La Trump Organization definisce «pura finzione» ogni legame tra il pagamento e i dazi.

Il rapporto

Quasi dieci anni per avvicinare la famiglia Trump


Prima del versamento, una lunga rete di relazioni commerciali.

Da anni
Base Group distribuisce in esclusiva in Corea del Sud i vini a marchio Trump.

Lo scorso febbraio
Eric Trump ospite nella sede di Base Group a Seul: al centro dell’incontro, come aumentare gli scambi commerciali tra Corea e Stati Uniti.

2025
Il pagamento da 2 milioni di dollari alla holding del presidente.

La proporzione

Due milioni sono una frazione minima degli incassi del presidente


Nel 2025 la holding di Trump ha dichiarato entrate per oltre 2,24 miliardi di dollari. Il pagamento coreano ne è appena una scheggia.

Redditi dichiarati nel 2025 2,24 mld $

Criptovalute 1,4 mld Altri redditi 715 mln Attività estere 125 mln
Dentro le attività estere

Attività estere in 13 Paesi 125 mln $

Regno Unito, India, Qatar, Arabia Saudita, Romania, Turchia, Vietnam, Emirati… 2 mln
Base Group

Il pagamento vale meno di un millesimo dei redditi dichiarati dal presidente nel 2025. Una somma modesta per la holding; per Korea Aluminium, in gioco c’è un dazio che potrebbe salire al 105%.

Il contenzioso

Il dazio su Korea Aluminium potrebbe quasi quadruplicare


Una vicenda che parte da Washington nel 2022 e non è ancora chiusa. Apri ogni tappa per i dettagli.

Le posizioni delle parti

Fonte New York Times; dichiarazione patrimoniale del presidente (U.S. Office of Government Ethics), luglio 2026. Valori dichiarati, non profitti, arrotondati. Il New York Times non ha trovato prove di interventi del presidente o della famiglia a favore delle due società.

Un rapporto coltivato da quasi dieci anni


Base Group cerca da quasi un decennio di consolidare i rapporti con la famiglia Trump. La società distribuisce in esclusiva in Corea del Sud i vini a marchio Trump e, più recentemente, ha ospitato Eric Trump nella propria sede centrale a Seul. Durante l'incontro, avvenuto a febbraio, si è discusso di come incrementare gli scambi commerciali tra Corea del Sud e Stati Uniti, secondo quanto riferito da un dirigente del gruppo.

Queste iniziative coincidono con le difficoltà di Korea Aluminium, società collegata a Base Group, che ha ridotto le esportazioni verso gli Stati Uniti dopo che il Dipartimento del Commercio ha stabilito che alcune aziende sudcoreane hanno aggirato i dazi sull'alluminio prodotto in Cina. Il New York Times non ha trovato prove che Trump o un membro della sua famiglia siano intervenuti presso funzionari americani in favore delle due società. Base Group, da parte sua, nega di aver violato le norme commerciali statunitensi.

Alan Garten, responsabile legale della Trump Organization, ha assicurato al quotidiano che il pagamento non ha alcun legame con il contenzioso commerciale. "Operiamo da decenni nel golf, nell'ospitalità e nel settore immobiliare e abbiamo concluso transazioni con innumerevoli aziende in tutto il mondo", ha dichiarato. "Qualsiasi insinuazione secondo cui questa operazione sarebbe stata motivata da ragioni diverse da legittime considerazioni commerciali è pura finzione".

Gli affari esteri della holding del presidente


Il caso si inserisce in un quadro senza precedenti nella storia americana moderna. Trump conserva interessi economici personali in quasi trenta iniziative imprenditoriali all'estero. Prima del suo primo mandato, lui e la famiglia si erano impegnati a non sottoscrivere nuovi accordi internazionali durante la presidenza. Una promessa che però è stata abbandonata all'inizio del secondo mandato.

I 2 milioni versati da Base Group rappresentano soltanto una piccola parte degli almeno 125 milioni di dollari incassati nel 2025 dalla holding del presidente attraverso attività in tredici Paesi, tra cui Regno Unito, India, Qatar, Arabia Saudita, Romania, Turchia, Vietnam ed Emirati Arabi Uniti. Una somma comunque modesta rispetto ad altre fonti di reddito: nello stesso anno, gli affari nel settore delle criptovalute avrebbero fruttato al presidente 1,4 miliardi di dollari.

Storici ed ex funzionari interpellati dal New York Times sottolineano che rapporti finanziari diretti di questa portata tra un presidente e soggetti stranieri non hanno precedenti. George W. Bush vendette la propria quota nella squadra di baseball dei Texas Rangers mentre valutava la candidatura alla Casa Bianca; Ronald Reagan liquidò le proprie partecipazioni azionarie; Calvin Coolidge non volle neppure acquistare una casa. "Non ho mai visto nulla di simile", ha dichiarato Peter J. Wallison, già consigliere della Casa Bianca e funzionario del Dipartimento del Tesoro durante l'Amministrazione Reagan. "Crea conflitti di interesse e rende difficile per un presidente decidere, oppure rischia di condizionarne le scelte".

Il dazio potrebbe salire al 105%


Il contenzioso risale almeno al 2022, quando il Dipartimento del Commercio dell'Amministrazione Biden avviò un'indagine sulle aziende sudcoreane sospettate di aiutare i produttori cinesi ad aggirare i dazi sull'alluminio. Nel 2023 l'indagine concluse che Pechino cercava di eludere le misure antidumping facendo transitare i propri prodotti attraverso società coreane. Due anni dopo furono introdotti dazi specifici su alcune importazioni provenienti da fornitori sudcoreani, tra cui proprio la Korea Aluminium, le cui vendite negli Stati Uniti ne hanno risentito.

Il mese scorso il Dipartimento del Commercio ha comunicato di aver ricevuto da un'associazione americana del settore una richiesta di estensione dei dazi, senza fare alcun riferimento ai rapporti con il presidente. Nei giorni scorsi l'agenzia ha inoltre adottato una decisione preliminare che porterebbe al 105% l'aliquota sulle esportazioni di Korea Aluminium, quasi quattro volte il livello attuale. La decisione definitiva però non è ancora stata presa.

La Casa Bianca respinge ogni sospetto. "Non esistono conflitti di interesse", ha dichiarato al New York Times il portavoce Kush Desai. Emily Davis, portavoce dell'International Trade Administration del Dipartimento del Commercio, ha definito questi procedimenti "quasi giudiziari e apolitici", escludendo qualsiasi interferenza politica.


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Russia e Cina hanno un piano segreto per neutralizzare Starlink


Un'inchiesta di The Insider, Der Spiegel e Le Monde mostra una cooperazione militare tra Mosca e Pechino molto più profonda di quanto dichiarato: dalla guerra ai satelliti di Elon Musk alla difesa antimissile.

Russia e Cina hanno studiato insieme un piano per neutralizzare Starlink, la rete di internet satellitare di Elon Musk, e stanno collaborando nel settore militare molto più di quanto ammettano pubblicamente. A rivelarlo sono documenti riservati sottratti a forum militari sino-russi mai resi pubblici, al centro di un'inchiesta condotta da The Insider, Der Spiegel e Le Monde.

I materiali comprendono quattro presentazioni mostrate nel novembre 2023 al Terzo Forum sino-russo per la cooperazione tecnico-militare di Canton, un appuntamento bilaterale ricorrente ma mai pubblicizzato, così come un protocollo firmato a Mosca nel giugno dello stesso anno. I documenti coprono in totale 5 ambiti: armi spaziali e distruzione di satelliti, difesa aerea e antimissile integrata, droni "a sciame", nuovi veicoli corazzati e aviazione militare.

Documenti riservati

Mosca e Pechino progettano insieme la guerra del futuro, a partire da Starlink


Presentazioni segrete e un protocollo firmato rivelano quanto la cooperazione militare tra Russia e Cina sia più profonda di quanto i due Paesi ammettano.

Grafica di FocusAmerica 9 luglio 2026

秘密 · СЕКРЕТНО · riservato Canton · nov 2023

5
Gli ambiti della cooperazione militare segretasecondo i documenti del forum sino-russo di Canton

1Armi spaziali e anti‑satellite
2Difesa aerea e antimissile
3Droni “a sciame”
4Veicoli corazzati
5Aviazione militare

Le prove: 4 presentazioni mostrate al forum di Canton nel novembre 2023 e un protocollo firmato a Mosca nel giugno dello stesso anno.

I tre pilastri dell’intesa
1Starlink 2Lo scudo 3Il baratto

Il piano in tre fasi per neutralizzare la rete di Musk


Per Pechino, Starlink non è un servizio commerciale ma un’infrastruttura militare: la sua architettura distribuita, senza un nodo centrale, richiede una strategia a escalation crescente.

1

Fase uno

Pressione legale e diplomatica
Azioni internazionali per frenare l’espansione della costellazione satellitare.

2

Fase due

Occupazione di frequenze e disturbo
Sottrarre a Starlink le frequenze e le orbite necessarie alla crescita, bloccando il segnale in aree selezionate con interferenze elettromagnetiche.

3

Fase tre

Distruzione fisica della rete
Prima malware diffuso attraverso i terminali degli utenti, poi armi a basso costo per abbattere i satelliti più in fretta di quanto SpaceX riesca a sostituirli.

Già in campo
Secondo l’intelligence NATO, un dispositivo russo sarebbe già in grado di disturbare i ricevitori Starlink a terra entro un raggio di circa 16 km.

Uno scudo congiunto contro i missili ipersonici americani


Il protocollo firmato a Mosca il 5 giugno 2023 con Rosoboronexport, Almaz‑Antey e NPO Almaz fissa obiettivi che superano l’S‑500 “Prometheus”, il sistema russo più avanzato.

0 km
Gittata massima dei missili balistici da intercettare

0 g
Accelerazione laterale dei bersagli da colpire

0 km
Quota massima d’ingaggio dei missili ipersonici

Possibile entrata in servizio
~ 2030

2023 · firma del protocollo2030

Perché conta
“Questo è il sancta sanctorum, qualcosa che né la Russia né l’Unione Sovietica hanno mai voluto condividere” — Pavel Luzin, Saratoga Foundation.

Esperienza di guerra russa in cambio di tecnologia cinese


Alla base dell’intesa c’è uno scambio: i dati raccolti da Mosca sul campo di battaglia contro l’industria e i componenti di Pechino.

Mosca offre
L’esperienza maturata al fronte

  • Dati di combattimento sull’uso dei droni raccolti in Ucraina
  • Know‑how operativo su guerra elettronica e tattiche reali


Pechino offre
La potenza industriale e tecnologica

  • 160 tipi di droni prodotti, ma quasi mai testati in combattimento
  • Semiconduttori e componenti: moduli IA, sensori, batterie, memorie


Il risultato sul campo
Il drone russo V2U vola già in Ucraina con moduli di intelligenza artificiale, sensori, batterie e memorie cinesi. E secondo l’UE, la Cina ha addestrato centinaia di soldati russi.

Fonte: inchiesta di The Insider, Der Spiegel e Le Monde
Elaborazione FocusAmerica su dati The Insider

Il dossier dedicato a Starlink porta la firma della China Aerospace Science and Technology Corporation, il principale appaltatore spaziale statale cinese. La rete satellitare di Musk viene descritta non come un semplice servizio commerciale, ma come un'infrastruttura militare: un sistema di navigazione alternativo quando il GPS viene disturbato e una piattaforma di sorveglianza ad alta precisione. La sua forza, secondo gli autori del documento, risiede nell'architettura distribuita, priva di un nodo centrale: disturbare una stazione di terra o abbattere un singolo satellite non basta a fermarla.

Per superare questo ostacolo, i ricercatori cinesi propongono quindi una strategia in 3 fasi. La prima prevede pressioni legali e diplomatiche per limitare l'espansione della costellazione. La seconda punta a occupare frequenze e orbite necessarie alla crescita di Starlink, affiancando a questa mossa un sistema di disturbo elettromagnetico capace di bloccare il segnale in aree selezionate. La terza contempla la distruzione fisica della rete: prima attraverso attacchi informatici per diffondere malware nei terminali, poi con armi a basso costo in grado di eliminare i satelliti più rapidamente di quanto SpaceX riesca a sostituirli.

Il patto su difesa antimissile e armi ipersoniche


Alcuni segnali indicano che quei piani siano già in fase avanzata di implementazioni. Pubblicazioni legate all'Esercito Popolare di Liberazione cinese hanno parlato più volte di scenari basati su armi laser e missili anti-satellite. Per quanto riguarda la Russia invece, i servizi di intelligence della NATO stanno seguendo con attenzione un progetto che prevederebbe il rilascio di nuvole di piccoli proiettili per lacerare i pannelli solari dei satelliti, mentre un dispositivo russo sarebbe già in grado di disturbare i ricevitori Starlink a terra entro un raggio di circa 16 km.

Il cuore della cooperazione tra i due Paesi, però, è un altro. Il 5 giugno 2023 una delegazione militare cinese guidata dal colonnello Tong Xiaofeng, alto funzionario della Commissione Militare Centrale cinese, ha firmato a Mosca con i produttori russi Rosoboronexport, Almaz-Antey e NPO Almaz un protocollo per sviluppare insieme un sistema di difesa aerea e antimissile capace di intercettare missili ipersonici americani.

Il documento fissa obiettivi molto ambiziosi: intercettare missili balistici a medio raggio fino a 4.000 km, colpire bersagli capaci di accelerazioni laterali fino a 25 g e ingaggiare missili ipersonici a quote fino a 40 km. Si tratta di soglie che supererebbero qualsiasi sistema anti missile oggi in dotazione all'esercito russo, compreso il più avanzato di tutti, l'S-500 "Prometheus". "Questo è il sancta sanctorum, qualcosa che né la Russia né l'Unione Sovietica hanno mai voluto condividere", ha dichiarato a The Insider l'esperto militare Pavel Luzin, della Saratoga Foundation. Secondo Justin Bronk, del Royal United Services Institute di Londra, il sistema antimissile congiunto russo-cinese potrebbe entrare in servizio intorno al 2030.

Insomma, la neutralità rivendicata da Pechino appare ormai sempre più difficile da sostenere. "Ufficialmente il messaggio è: non siamo coinvolti, aiutiamo entrambe le parti. Ma di fatto non c'è più alcuna neutralità", ha dichiarato Alexander Gabuev, del Carnegie Russia Eurasia Center. E senza i semiconduttori cinesi, ha aggiunto il ricercatore di Harvard Dmitry Gorenburg, "la Russia non sarebbe stata in grado di sostenere la propria industria della difesa negli ultimi quattro anni".

Il baratto tra esperienza russa e tecnologia cinese


I documenti mettono a nudo anche il baratto che c'è alla base dell'intesa tra i due Paesi: l'esperienza russa maturata sul campo in cambio della tecnologia cinese. Una presentazione dell'Accademia delle Scienze Militari cinese propone di formalizzare lo scambio di know how sui droni. Pechino ne produce 160 tipi, ma le ha impiegate raramente in combattimento; Mosca, al contrario, dispone di una grande quantità di dati raccolti al fronte sull'uso dei propri droni. I risultati si vedono già in Ucraina, dove il drone russo V2U funziona con moduli di intelligenza artificiale, sensori, batterie e memorie cinesi, secondo documenti dell'intelligence militare ucraina del 2025.

Il rapporto si sta rovesciando anche nell'aviazione. Una presentazione della AVIC afferma che la Cina ha ormai "la capacità e la volontà di contribuire allo sviluppo della tecnologia aeronautica russa". "La cosa più interessante di queste slide è che sono i cinesi a cercare l'aiuto della Russia, mentre di solito accade il contrario", ha commentato a The Insider un ex ufficiale dell'Aeronautica americana.

Il sostegno cinese alla guerra russa, secondo l'inchiesta, va ben oltre. Esperti cinesi avrebbero consigliato Mosca sulla costruzione di una fabbrica di droni kamikaze e contribuito successivamente a creare una rete capace di riportare online i soldati russi al fronte dopo che, all'inizio del 2026, Starlink aveva tagliato il servizio agli utenti non registrati in territorio ucraino. A metà giugno, l'Alta Rappresentante della Politica Estera dell'Unione Europea Kaja Kallas ha dichiarato che Bruxelles ha ottenuto informazioni verificate sull'addestramento di centinaia di soldati russi da parte cinese.

Musk, intanto, da parte sua elogia da tempo il governo di Pechino e non ha fatto mistero neppure di riferirsi alla isola autonoma di Taiwan come "parte integrante" della Cina. Musk non ha neppure mai lasciato intendere di sapere che lo stesso governo avrebbe cospirato con la Russia per distruggere uno dei suoi asset più preziosi. Interpellata dai media al centro dello scoop, SpaceX non ha voluto commentare.

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I Dem del Maine hanno otto giorni per trovare lo sfidante di Susan Collins


Dopo il ritiro di Graham Platner, accusato di stupro, 601 delegati sceglieranno il 25 luglio a Bangor il nuovo candidato al Senato. Nel primo dibattito i candidati hanno attaccato solo Susan Collins

I democratici del Maine hanno otto giorni per trovare il candidato che sfiderà a novembre la senatrice repubblicana Susan Collins. Il 25 luglio a Bangor 601 delegati del partito sceglieranno il sostituto di Graham Platner, il vincitore delle primarie di giugno, che si è ritirato la settimana scorsa dopo che Politico ha rivelato l'accusa di stupro di una sua ex compagna. Platner nega l'accusa.

La corsa è tra le più importanti delle elezioni di metà mandato: Collins, in Senato da cinque mandati, è l'unica senatrice repubblicana che quest'anno cerca la rielezione in uno stato vinto da Kamala Harris nel 2024 e il suo seggio è considerato decisivo da entrambi i partiti per il controllo del Senato.

Dodici candidati hanno presentato la candidatura entro la scadenza di mercoledì. Tra loro ci sono tre sconfitti delle primarie per governatore di giugno: la segretaria di Stato del Maine Shenna Bellows, che Collins aveva già battuto nel 2014, l'ex presidente del Senato statale Troy Jackson e Nirav Shah, ex responsabile della sanità pubblica dello stato. In corsa ci sono anche Jordan Wood, ex collaboratore del Congresso arrivato terzo nelle primarie del secondo distretto, Dan Kleban, cofondatore del birrificio Maine Beer Company, e David Costello, terzo nelle primarie per il Senato vinte da Platner.

Entro lunedì i candidati devono raccogliere 500 firme di elettori democratici registrati, di cui almeno 50 in ciascuna di otto contee diverse. Nel fine settimana i democratici si riuniranno in ognuna delle 16 contee dello stato per eleggere 500 dei 601 delegati alla convention, mentre gli altri 101 sono membri di diritto del comitato statale del partito. Più di 5.500 persone si sono già registrate per partecipare alle riunioni o candidarsi come delegate. I delegati non saranno vincolati a un candidato e per la nomination servirà superare il 50%, probabilmente dopo più turni di voto.

Le campagne di Bellows, Jackson e Shah hanno riattivato le reti di volontari delle corse per governatore per portare i propri sostenitori alle riunioni di contea, mentre Wood invita i democratici a partecipare senza costruire una propria lista di delegati, chiedendo un processo trasparente. Paige Loud, un'assistente sociale che aveva corso nelle primarie del secondo distretto, si è invece ritirata per protesta, accusando i candidati più ricchi di comprarsi i delegati e di riempire le sale di persone già impegnate con un candidato.

Giovedì sera i candidati si sono affrontati nel primo dibattito televisivo, divisi in due gruppi per via del numero. I toni sono stati civili, senza attacchi reciproci: il bersaglio comune è stata Collins, criticata per i suoi voti sulla Corte Suprema e per la lunga permanenza a Washington. Le differenze politiche tra i principali candidati sono minime e tutti si presentano come progressisti e oppositori del presidente Trump.

La prima domanda rivolta a tutti è stata quale fosse la migliore idea di Platner da portare avanti. Jackson ha scelto il "Medicare for All", la proposta di un sistema sanitario pubblico universale; Shah l'abolizione dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione; Wood la definizione di genocidio per la guerra di Israele a Gaza; Bellows la lotta alla corruzione di Washington. Platner aveva vinto le primarie con il 72% dei voti e la sua campagna contava più di 15.000 volontari. Nel corso della serata i candidati hanno alzato i toni contro l'ICE dopo il caso dell'uomo ucciso lunedì a Biddeford da un agente dell'agenzia.

Bellows ha accusato Collins di non fare abbastanza per fermare Trump sulla guerra in Iran e i moderatori le hanno ricordato che la senatrice ha votato una risoluzione per limitare i poteri di guerra del presidente. "Una settimana fa ero in vacanza", si è giustificata Bellows, che come Jackson e Shah fino a poche settimane fa correva per la carica di governatore e non si stava preparando a una campagna contro Collins.

Il 23 luglio, due giorni prima della convention, i candidati torneranno a confrontarsi in un dibattito organizzato dalla CNN insieme al quotidiano locale Bangor Daily News. Durerà due ore a partire dalle 20 ora della costa est (le 2 di notte in Italia), con le domande dei conduttori Jake Tapper e Dana Bash e del responsabile politico del giornale Michael Shepherd, davanti a un pubblico che comprenderà anche alcuni dei delegati.

Bernie Sanders, che aveva spinto l'ascesa di Platner, ha detto a Semafor che si tratta di "un momento senza precedenti" e che è meglio che i cittadini del Maine decidano da soli, senza influenze esterne. Anche il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer e il comitato del partito per le campagne al Senato restano neutrali, così come la senatrice Elizabeth Warren, che a marzo aveva appoggiato Platner. Le uniche critiche arrivano dai senatori dell'Illinois Dick Durbin e Tammy Duckworth, che rimproverano a Shah la gestione di un'epidemia mortale di legionella quando lavorava nello stato. Collins ha detto a Semafor che non sapere contro chi correrà "è certamente una situazione insolita".


Anche l'uomo ucciso dall'ICE in Maine non era l'obiettivo degli agenti


Per la seconda volta in sei giorni un agente dell'ICE, l'agenzia federale americana che si occupa dei controlli sull'immigrazione e delle espulsioni, ha ucciso un uomo alla guida della sua auto che non era l'obiettivo dell'operazione in corso. Joan Sebastian Guerrero, un colombiano di 26 anni, è stato colpito lunedì 13 luglio verso le 7 del mattino (le 13 in Italia) a Biddeford, una città costiera di circa 22mila abitanti nel Maine, nel nord-est degli Stati Uniti. Il 7 luglio a Houston, in Texas, era stato ucciso in circostanze simili Lorenzo Salgado Araujo, un messicano di 52 anni.

Il dipartimento della sicurezza interna, il ministero da cui dipende l'ICE, ha diffuso la sua versione solo dodici ore dopo i fatti. Gli agenti stavano sorvegliando l'ultimo indirizzo conosciuto di un immigrato irregolare destinatario di un ordine definitivo di espulsione, un uomo è uscito dalla casa in auto e gli agenti hanno tentato di fermarlo. A quel punto, secondo il comunicato, "il veicolo ha tentato di fuggire" e un agente, "temendo per la sicurezza pubblica", ha aperto il fuoco. Il conducente è stato colpito ed è morto per le ferite. Il comunicato non spiega perché l'uomo rappresentasse un pericolo per la sicurezza pubblica. In una comunicazione separata inviata ad alcuni membri del Congresso il dipartimento ha usato parole più nette, sostenendo che il conducente aveva usato il veicolo come un'arma contro le forze dell'ordine.

La comunicazione ufficiale è stata contraddittoria. Il senatore del Maine Angus King, un indipendente, ha riferito che il segretario alla sicurezza interna Markwayne Mullin gli aveva detto in un primo momento che l'uomo ucciso era destinatario di un mandato d'arresto e di un ordine di espulsione. Poche ore dopo Mullin lo ha richiamato per correggersi: Guerrero non era l'obiettivo dell'operazione. Secondo la Maine Immigrants' Rights Coalition, un'organizzazione per i diritti degli immigrati in contatto con la famiglia, Guerrero aveva un permesso di lavoro e un numero di previdenza sociale, un dato che le autorità federali non hanno confermato. Faceva il fattorino, era sposato e aveva una figlia piccola. L'ambasciata della Colombia sta assistendo la famiglia e ha chiesto chiarimenti al dipartimento sulle circostanze della morte.

Nessun video completo dei fatti è finora emerso e nessuno degli agenti indossava una telecamera, nonostante l'amministrazione si fosse impegnata a estenderne l'uso. I testimoni avevano descritto un'auto bianca speronata dai veicoli degli agenti e il conducente estratto dall'abitacolo mentre perdeva sangue dalla testa. L'inchiesta è affidata all'ispettore generale del dipartimento, il suo organo di controllo interno, insieme all'FBI. Anche il procuratore generale del Maine ha aperto un'indagine. L'agente che ha sparato è stato sospeso in attesa dei risultati.

Il caso ricalca quello di Houston. Gli agenti cercavano altre due persone e avevano scambiato il furgone di Salgado Araujo per quello dell'obiettivo. Secondo la versione ufficiale l'uomo aveva tentato la fuga e usato il mezzo contro gli agenti, ma i familiari che viaggiavano con lui la smentiscono e anche in quel caso non c'erano telecamere in funzione. Il procuratore della contea di Harris ha emesso una ventina di mandati di comparizione per raccogliere prove e testimonianze, lamentando che il governo federale non condivide le prove con i suoi investigatori. Il Senato del Messico ha condannato la morte di 17 cittadini messicani legata all'azione delle autorità americane dell'immigrazione durante il secondo mandato del presidente, chiedendo indagini approfondite su ogni caso.

La governatrice del Maine, la democratica Janet Mills, ha scritto che la correzione di Mullin "rende questa tragedia ancora più inquietante e rivoltante" e che mette in luce "il modo sconsiderato e disordinato in cui vengono condotte le operazioni di controllo dell'immigrazione nel Maine e in tutto il paese". Centinaia di persone hanno manifestato per le strade di Biddeford, anche davanti agli uffici della senatrice repubblicana Susan Collins, che ha chiesto un'indagine "completa e imparziale". Per King la sparatoria è il risultato della quota di 2.000 arresti al giorno imposta agli agenti dalla Casa Bianca: "È un modo terribile di dare istruzioni alle forze dell'ordine", ha detto alla CNN.

Guerrero è l'undicesima persona uccisa dagli agenti federali dell'immigrazione dal ritorno del presidente alla Casa Bianca, nel gennaio 2025, e la quinta colpita mentre era alla guida. Secondo un conteggio del New York Times, dall'anno scorso gli agenti federali hanno sparato contro più di 20 persone, in diversi casi con ricostruzioni ufficiali poi smentite dai video, mentre gli arresti giornalieri di immigrati sono raddoppiati nell'ultima settimana di giugno e continuano a crescere. Seth Stoughton, ex agente di polizia e professore di diritto all'Università della South Carolina, aveva spiegato a Mother Jones che da decenni le polizie americane addestrano gli agenti a non mettersi davanti a un veicolo in movimento e a non sparare ai conducenti, perché colpire chi guida non ferma l'auto: la trasforma "da missile guidato in missile senza guida".

Mullin è arrivato alla guida del dipartimento quest'anno, dopo la rimozione di Kristi Noem, criticata per la gestione delle operazioni in Minnesota, dove a gennaio gli agenti federali hanno ucciso due cittadini americani, Renee Good e Alex Pretti. Le loro morti, riprese in video e diffuse sui social, avevano innescato grandi proteste a Minneapolis e contribuito a rendere impopolare la politica anti-immigrazione del presidente. Anche nel Maine un'operazione su larga scala era iniziata a gennaio con centinaia di arresti: si chiamava "Operation Catch of the Day", un riferimento all'industria della pesca dello Stato, e da allora i residenti di Biddeford riferiscono una presenza frequente degli agenti nella zona.


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Intervista a Valeria Malacasa


Un’intervista a Valeria Malacasa sull’accessibilità web, sul design inclusivo e su quel cambio di prospettiva necessario per costruire siti pensati davvero per tutte le persone.
Valeria Malacasa è una web designer e UX/Ul designer torinese.
Dal 2016 progetta e sviluppa siti wèb e interfacce web, sia per brand privati sia per enti della Pubblica Amministrazione italiana.
Nel 2026 ha creato la newsletter Switch su Linkedin, attraverso cui condivide approfondimenti su accessiblità web, inclusività, web design, usabilità web e ottimizzazione delle web performance, è autrice del libro "Switch on - Accessibilità".


1. Valeria, partiamo semplice: perché un libro sull’accessibilità web proprio adesso? C’è stato un episodio, un progetto o una frustrazione professionale che ti ha fatto dire: “Ok, questa cosa va messa in ordine”?

Qui (su LinkedIn ndr.) ho iniziato a pubblicare contenuti educativi e divulgativi sull’accessibilità web verso inizio 2026, e ho trovato subito un bel riscontro.

In particolare, un mio follower ha commentato così un post sullo skip link: “Sto imparando più da te che in tanti corsi che ho seguito”. Altri mi hanno scritto, privatamente e non, che con il mio linguaggio semplice riuscivo a spiegare concetti anche complessi senza renderli noiosi.

Questo mi ha dato la spinta che serviva!

Ho capito di avere delle cose da dire e che serviva uno strumento che avvicinasse i professionisti all’accessibilità web, in un format “entry level”, che andasse dritto al punto.

2. Switch On: Accessibilità è il tuo primo libro. Cosa ti ha spinta a trasformare competenze, esempi e checklist in una guida strutturata?

Lavoro su progetti della Pubblica Amministrazione da inizio 2022, e in questi anni ho capito che sull’accessibilità web ci sono ancora molti pregiudizi e barriere, che scoraggiano designer e developer.

Primo fra tutti: l’idea che l’accessibilità web sia difficile, sia da studiare che da applicare.

In realtà, molte delle best practice sono semplici, più di quanto si pensi!

Ma se per studiare l’accessibilità si parte dalla documentazione ufficiale di W3C o da un manuale di 350 pagine su normative, storia dell'accessibilità digitale e spiegazione completa delle WCAG (gli standard internazionali dell’accessibilità web), è chiaro che ci si può scoraggiare e lasciar perdere l’argomento, delegando a figure specializzate.

È soprattutto per questo che ho voluto creare una guida pratica, ben strutturata, agile e focalizzata solo su ciò che serve realmente nel lavoro quotidiano di web designer e web developer, perché una volta arrivati all’ultima pagina i lettori pensino: “Allora, non è poi così complicato fare un sito web accessibile!”.

3. A chi hai pensato mentre lo scrivevi: designer, sviluppatori, agenzie, freelance, clienti finali? Chi vorresti che lo tenesse aperto accanto al monitor mentre lavora?

Principalmente è scritto per web designer, o comunque per chi si occupa della progettazione grafica e dello sviluppo di siti web.

Ho scritto il libro portando la mia esperienza di web designer e ho seguito esattamente il processo di lavorazione dei miei progetti, partendo da una panoramica sull’accessibilità, per poi arrivare al progetto grafico, allo sviluppo, alla creazione dei contenuti tramite linguaggio inclusivo, e infine al test.

4. Molti trattano l’accessibilità come una verifica finale, quasi una revisione da fare quando il sito è già finito. Perché secondo te è un errore?

L’idea che un prodotto o servizio debba poter essere utilizzato da tutte le persone, indipendentemente dalle loro condizioni fisiche e mentali, dalla presenza o meno di disabilità, deve entrare nel progetto fin dall’inizio.

Trattarla solo a fine progetto porta principalmente due svantaggi:

  1. livello di accessibilità basso o inesistente;
  2. maggiore investimento per la revisione.

Un esempio concreto: gli scivoli dei marciapiedi.

Se un marciapiede non ha uno scivolo che consenta un passaggio agevole a persone in carrozzina, persone con ridotta capacità motoria o persone che portano un passeggino, che si fa? I due scenari, di solito, sono:

  1. nel peggiore dei casi, il marciapiede rimane così, e con esso la barriera architettonica;
  2. nel migliore dei casi, il marciapiede viene spaccato e viene aggiunto lo scivolo, con un costo per la collettività in termini pecuniari e di tempistiche.

Se, invece, quel marciapiede fosse stato realizzato fin da subito con gli scivoli adeguati, il problema non si sarebbe posto, le tempistiche e i costi di realizzazione sarebbero stati pressoché identici e la barriera architettonica non si sarebbe mai presentata.

Ho un po’ semplificato, ma il concetto vale anche per l’accessibilità web.

Rimettere mano al codice e alla grafica di un’interfaccia può costare settimane di sviluppo, con conseguenti costi che verrebbero praticamente azzerati se invece si includesse l’accessibilità fin da subito.

Spesso, sono proprio questi costi di rifacimento a bloccare, e le interfacce rimangono non accessibili.

5. Qual è il falso mito più duro da smontare sull’accessibilità web? Quello che senti ripetere più spesso e che ti fa venire voglia di lanciare un validatore WCAG dalla finestra.

Ce ne sono parecchi e la reazione è più o meno quella!

Probabilmente, quello che mi dà più fastidio - e che ho incluso anche nel libro - è che l’accessibilità web riguardi solo poche persone.

Sono due gli aspetti di questo falso mito che bisogna smontare.

Prima di tutto, l’accessibilità web riguarda potenzialmente chiunque, non solo persone con disabilità. Pensa al contrasto colore: è utile per persone ipovedenti, ma anche per chi usa il telefono sotto il sole o con una luminosità ridotta. Un po’ come lo scivolo del marciapiede di cui parlavo prima: è fondamentale per persone in carrozzina, ma utile anche a me che porto mio figlio nel passeggino o a una persona che usa temporaneamente le stampelle.

In secondo luogo, c’è una ragione più etica per cui questo pregiudizio non ha senso.

Se le persone che possono giovare di un sito web accessibile fossero, effettivamente, poche, questa sarebbe una buona ragione per escluderle? Perché una persona cieca o sorda dovrebbe “valere meno” di cento persone non cieche e non sorde? E se quell’unica persona con disabilità fosse proprio quella giusta per il sito web, che ha bisogno di chiedere un preventivo o richiedere una demo del prodotto venduto?

Un altro vantaggio non da poco, nel web design, è che un codice HTML pulito e semantico è utile sia per gli screen reader sia per i bot dei motori di ricerca e le AI, per cui ha ripercussioni positive sulla SEO e la GEO.

6. Nel libro parli di design accessibile, contrasto cromatico, HTML semantico, ARIA, screen reader e navigazione da tastiera. Da dove dovrebbe iniziare chi oggi si sente davanti a un labirinto?

Non ti mentirò: le regole di accessibilità sono tante, alcune più semplici, altre meno, e non tutte le buone pratiche sono codificate nelle WCAG. L’accessibilità web passa da vari aspetti, visivi e non, tutti importanti allo stesso modo.

La buona notizia è che non bisogna necessariamente conoscerli tutti!

Il design è il primo passo, perché se ci sono problemi di accessibilità, questi si presenteranno anche in fase di sviluppo, ma non si può negare che usare codice HTML semantico sia alla base di un’interfaccia accessibile.

Per questo il mio libro è un buon punto di partenza, perché individua solo le regole essenziali e permette di avere una panoramica sul tema.

7. Se dovessi indicare tre errori comuni che rendono un sito meno accessibile, quali sceglieresti? Quelli piccoli, quotidiani, apparentemente innocui, ma capaci di chiudere porte in faccia agli utenti.

Sono gli errori che vedo fare più di frequente - e, tra l’altro, quelli che si risolvono anche più facilmente - :

  1. rapporto di contrasto fra testo e sfondo insufficiente;
  2. uso di tag HTML <button> per i link e di <a> per i bottoni;
  3. mancanza dello skip link all’inizio della pagina.

Sono tre errori “piccoli”, semplici da risolvere, ma che per una persona che usa screen reader, con impedimenti visivi o con difficoltà nell’uso di mouse e trackpad, rendono la navigazione complessa e frustrante.

8. Quanto pesa l’accessibilità nella qualità complessiva di un sito? In altre parole: un sito accessibile è “solo” più inclusivo, o è anche progettato meglio?

Per me, l’accessibilità pesa tanto quanto tutti gli altri aspetti qualitativi, dall’estetica all’ottimizzazione delle conversioni.

Molte best practice di accessibilità hanno ripercussioni importanti sulla SEO, sull’usabilità e sulle conversioni.

Un sito web molto bello, ma non accessibile, probabilmente avrà un HTML sporco e non semantico, contenuti che cambiano tramite JavaScript, elementi visivi complessi da percepire e usare, e questo non è un male solo per le persone con disabilità: è un male per tutti i visitatori e una potenziale perdita di opportunità di business e branding per chi in quel sito web ha investito del denaro.

Un sito accessibile porta benefici a chiunque lo visiti, di conseguenza anche al brand che con quel sito vuole ottenere risultati concreti.

9. Cosa possono fare concretamente agenzie e team per integrare l’accessibilità nel processo senza trasformarla in una montagna burocratica?

Prima di tutto, bisogna capire cos’è l’accessibilità web e perché è importante.

È una parte imprescindibile del nostro lavoro ed è il motivo per cui ho inserito questo argomento nella prima parte del mio libro.

Bisogna abbandonare ogni pregiudizio, capire su quali principi si basa l’accessibilità e quali benefici porta, non solo ai visitatori di un sito web ma a tutti gli stakeholder.

Successivamente, si può partire dal mio libro, oppure studiare manuali più completi, ma indubbiamente a un certo punto bisogna aprire il sito web di W3C e studiare le WCAG, almeno quelle di livello A e AA e che si applicano al progetto realizzato.

Ci sono poi altri aspetti normativi da approfondire, come la dichiarazione di accessibilità e il meccanismo di feedback. Qui, affrontare la burocrazia è inevitabile nel caso in cui il sito web rientri negli obblighi previsti dalla Legge Stanca o dal recente European Accessibility Act.

10. Se una persona finisse il tuo libro e decidesse di cambiare una sola cosa nel modo in cui progetta o sviluppa siti web, quale vorresti che fosse?

Vorrei che quella persona imparasse a farsi sempre delle domande, che poi è il motivo per cui ho creato il progetto Switch.

Se la persona che ha letto il libro iniziasse un nuovo sito web, e al momento di scrivere il codice HTML del logo in alto a sinistra si chiedesse: “Un momento, ma se lo scrivo in questo modo, poi lo screen reader lo legge correttamente?” allora avrò certamente raggiunto il mio obiettivo!

Potete conoscere meglio Valeria su LinkedIn: linkedin.com/in/valeriamalacas… o sul suo sito web: valeriamalacasa.it

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Quel che resta di Xbox


Xbox sta affilando la mannaia, è arrivato lo Steam Next Fest e l'addio a Destiny 2
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Dopo una piccola pausa estiva, torna Letter to a Gamer giusto in tempo per trovare l’industria del gaming sulla soglia dell’abisso. Tra Sony che cancella il formato fisico, i licenziamenti nucleari di Xbox e Bungie e gli studi liquidati, è evidente che il videogioco come industria è nel pieno di una contrazione che, grazie all’ingordigia dell’industria dell’IA, potrebbe durare per anni. Oltre alle notizie e alle raccomandazioni, però, vi aspettano la recensione di uno stupidissimo party game e un sorvolo dell’ultima Tennocon, l’evento annuale in cui Digital Extreme racconta il futuro dei suoi giochi, Warframe e Soulframe.


News index


- Niente speedrunning per i sauditi
+ Xbox e Sony: due settimane di passi falsi
- Id Software si rimette in piedi dopo l’ondata di licenziamenti
+ Niente più Pokémon Unite negli esports di Pokémon
- Un nuovo Fallout forzato su Obsidian
+ In centinaia contro i licenziamenti di Xbox
- GTA 6 ha avuto la più massiccia campagna di preordini di sempre
+ Overwatch interrompe lo sviluppo di Stadium

Niente speedrunning per i sauditi - L'organizzazione di beneficienza che organizza eventi di speedrunning Games Done Quick (GDQ) ha cancellato una diretta sponsorizzata dallo sviluppatore giapponese SNK, di proprietà saudita, poche ore dopo averla annunciata. L'annuncio della partnership, che aveva al centro il popolarissimo Metal Slug, ha suscitato polemiche a causa delle ormai documentate violazioni dei diritti umani dell’Arabia Saudita e della campagna di “sportwashing" che la nazione sta portando avanti sia con gli sport tradizionali sia con gli esport, soprattutto attraverso la Esports World Cup attualmente in corso a Parigi. GDQ ha dichiarato che "non accetterà i fondi derivanti da questa sponsorizzazione né continuerà a collaborare con questo sponsor".

Xbox e Sony: due settimane di passi falsi - Dal taglio del formato fisico per la casa giapponese a quello di 3200 posti di lavoro da parte della sussidiaria di Microsoft, in due settimane Sony e Xbox hanno perso montagne di punti agli occhi dei consumatori nel nome dei tempi che cambiano e dei costi da tagliare. Sony ha ucciso il cd perché “l’80% degli acquisti sono in digitale”, senza specificare che in quel’80% ci sono i giochi disponibili solo in digitale e che la mossa gli garantisce di tenersi il 100% dei ricavi dei suoi first party e una grossa fetta delle vendite dei giochi di altri studi, diventando una monopolio di fatto. Xbox ha lamentato margini sottoterra e insostenibili dopo l’annuncio da parte di Microsoft di profitti record per il 2025. Davvero in quei 101 miliardi di utili fatti nel 2025 non c’era lo spazio per tenersi double Fine e Ninja Theory e non licenziare migliaia di persone?

Id Software si rimette in piedi dopo l’ondata di licenziamenti - Dopo giorni di speculazione sul futuro della storica casa di Doom e Quake (e soprattutto sul suo motore grafico proprietario) id Software ha detto di avere ancora “un team abbastanza grande" per realizzare i propri giochi, nonostante i significativi licenziamenti subiti. Id ha scritto che "il team attuale ha all'incirca le stesse dimensioni di quello di quando stavamo realizzando Doom (2016)". In seguito alla pubblicazione della dichiarazione, è trapelata la notizia che id sarebbe nelle fasi iniziali di produzione di un nuovo gioco di Doom e che il motore grafico id Tech è al sicuro con 2 dozzine di persone al lavoro per perfezionarlo”, ha detto un rappresentante di Xbox.

Niente più Pokémon Unite negli esports di Pokémon - The Pokemon Company ha deciso di rimuovere Pokemon Unite dal suo circuito competitivo per il 2027. La decisione è stata annunciata nell'ambito di un aggiornamento più ampio che illustra i piani per il Championship del 2027. Oltre alle regole di qualificazione riviste, alle categorie di età e alle sedi degli eventi, Play! Pokemon ha confermato che Unite non sarà più incluso né nel circuito competitivo regolare, né nei Campionati Mondiali Pokemon. Unite è entrato a far parte dei mondiali di Pokemon nel 2022 ed è stato l’unica competizione a squadre dell'evento. Il Campionato del 2026 di Unite ha in palio premi per un totale di oltre 1 milione di dollari, di cui 500.000 riservati al team vincitore.

Un nuovo Fallout forzato su Obsidian - Obsidian Entertainment inizierà a brevissimo lo sviluppo di un nuovo gioco della serie Fallout sotto la direzione di Josh Sawyer, game director di Fallout: New Vegas. L’annuncio è arrivato dopo il "reset" aziendale di Xbox, che prevede una maggiore attenzione ai franchise di punta a scapito, nel caso di Obsidian, di progetti meno prestigiosi. Diversi progetti non ancora annunciati sono stati cancellati dallo studio, tra cui un sequel di Avowed e un gioco di ruolo che era "strutturalmente e tematicamente" simile a Fallout. L’azienda ha deciso, però, di continuare in autonomia lo sviluppo di Avowed 2 nella speranza, secondo Jason Schrier, di far vedere a Microsoft che il traguardo è così vicino che vale la pena finire di investirci”.

In centinaia contro i licenziamenti di Xbox - I dipendenti di ZeniMax e Bethesda si sono riuniti davanti alla sede principale dell'azienda a Rockville, nel Maryland, per protestare contro la recente ondata di licenziamenti decisi dalla dirigenza di Xbox. Anche il sindaco di Rockville e un consigliere comunale hanno partecipato alla manifestazione per offrire il loro sostegno non solo ai dipendenti licenziati, ma a quegli ulteriori 1600 tagli che avverranno entro l'anno fiscale 2026 e che stanno creando un'atmosfera di terrore e incertezza in tutti gli studi Xbox.

GTA 6 ha avuto la più massiccia campagna di preordini di sempre - Secondo Newzoo, la campagna di preordini di Grand Theft Auto 6 è la più redditizia mai registrata. La società di analisi e ricerche di mercato nel settore dei videogiochi ha pubblicato un nuovo report sulla prima settimana di preordini del nuovo titolo Rockstar basata sui dati di spesa digitale. Utilizzando come riferimento la distribuzione dei giocatori di GTA 5 nel mondo, Newzoo ha stimato che la spesa totale globale nella prima settimana di preordini si aggira intorno ai 260 milioni di dollari, 180 dei quali tra USA ed Europa. "Questo segna l'inizio della campagna di preordini di un videogioco più forte mai registrata", ha scritto la società.

Overwatch interrompe lo sviluppo di Stadium - I dati non perdonano, visto che solo il 3% della playerbase gioca alla modalità Stadium (quella in stile MOBA introdotta l’anno scorso), blizzard ha deciso che interromperà lo sviluppo attivo di Stadium. Questo non vuol dire che la modalità chiuderà, ma non verranno aggiunti eroi o mappe. Le prossime stagioni vedranno solo il reset del rank competitivo, l’aggiunta di qualche ricompensa cosmetica ed eventuali interventi di bilanciamento. La buona notizia è che il 20% dell’utenza è ancora appassionato della modalità 6v6 che continuerà a essere supportata, bilanciata e studiata per una maggiore integrazione.


Cosa giocare questo weekend


Demo e titoli da provare per scoprire qualcosa di nuovo

Siete alla ricerca di cose nuove? Emozioni forti? Storie strappalacrime? Questa lista di raccomandazioni ha qualcosa per tutti i palati tra nuove uscite, titoli in early access e demo di videogiochi ancora lontani.

Palworld 1.0 - Forse non sapevate che all suo debutto da 2 milioni di giocatori contemporanei, Palworld non era proprio “uscito”, era in early access. Ora, con la versione 1.0 il Pokémon con le armi è pronto a stupire nuovamente e questo suo secondo lancio è già nella top 20 dei lanci più di successo di sempre su Steam. Più Poké… ehm… Pal, più cose da fare, più armi e, soprattutto, una endgame fatto e finito sono i suoi punti forti e dopo averci passato qualche ora è facile dire che se lo avete amato in early access ora ci sono un sacco di cose in più con cui divertirsi. Se non lo avete mai provato e vi piacciono i survival crafting e il creature collecting allora il gioco ha un bel pacchetto con cui intrattenervi per decine di ore.

The Incident at Galley House - Un dispositivo per guardare attraverso il tempo, una casa in cui sono morte diverse persone e un mistero da risolvere a decenni di distanza: queste sono le premesse di the Incident at Valley House, il nuovo deduction game degli autori di The Roottrees Are Dead. Dovrete ricostruire chi ha fatto che cose e, soprattutto, quando per permettere al vostro dispositivo di recuperare delle onde radio rimaste sospese nel tempo. Il gioco è per un pubblico ultra specifico: gli amanti delle storie da detective con abbondanza di enigmi, note da prenndere e ricostruzioni da fare. Se appartenete a questo segmento The Incident at Galley House ha molto da offrirvi.

D-topia - Annapurna Interactive pubblica un progetto giapponese cozy, utopico e realizzato solo da due veterani di Level 5, gli autori dei giochi del Professor Layton. Il gioco è ambientato in un’utopia dove chi gioca veste i panni di un umano il cui lavoro è gestire l’IA incaricata della felicità dei residenti di una struttura. Il gameplay, tranquillo e mai troppo complicato, è un intrecciarsi di storie personali e dilemmi sull rapporto tra uomini e macchine senzienti. Se siete alla ricerca di un gioco che stimola il cervello senza mettervi in difficoltà, D-Topia saprà accontentarvi.

Denshattack - Qualcuno ha detto gioco di skate arcade in cui il protagonista è un treno che deve fare la rivoluzione distruggendo le mega corporazioni giapponesi a colpi di grind e trick? Bene, perché è esattamente quello che Denshattack ha da offrire: avere dei riflessi pronti è indispensabile e il premio per la vostra coordinazione sarà un tributo a Jet Set Radio coi fiocchi in cui tutto si muove a velocità smodata e un’escalation di follia generale è sempre dietro l’angolo.


Heave Ho 2 è un ibrido che funziona tra friendslop e rage-game: la recensione


Non sono molti i giochi che hanno il coraggio di fare il party game assurdo e sfidare la competizione della grande N: Heave Ho 2 è uno di loro

La premessa di Heave Ho 2 è molto semplice: un gruppo di curiose pallotte con due braccia (minimo 2 massimo 4) deve tenersi per mano per raggiungere la fine di ogni livello e mollare qualche scorreggia ben piazzata nel frattempo. É un gioco a tre bottoni: uno per aggrappare la mano destra alle superfici, uno per aggrappare la sinistra e un altro (il joystick) per controllare la direzione delle braccia.

Non c’è una storia, non c’è progressione e non ci sono fronzoli: Heave ho 2 è una party game fatto e finito con l’obiettivo esplicito di scatenare risate quando, inevitabilmente, la catena umana si romperà e partiranno gli insulti per capire di chi è la colpa. Questo è il suo obiettivo e, dopo una prova in due e in quattro usando una Nintendo Switch, si può dire che lo raggiunge in pieno. Ha qualche elemento di rage game tra i suoi ingranaggi, cosa che nel 90% dei casi aumenta il numero di risate, ma occhio a quel 10%, una vostro ospite potrebbe accumulare non poca frustrazione.

In un mondo di Meccha Chamelion, Peak, Rv There Yet e una lunga serie di altri titoli per far divertire un gruppo di amici, perché scegliere Heave Ho 2? Un fattore di attrattiva è indubbiamente il suo multiplayer locale: non servono quattro persone ognuna con la sua copia del gioco per divertirsi: basta un padrone di casa con abbastanza controller. Un altro punto forte è la semplicità: la cooperazione richiesta è unicamente limitata ai riflessi necessari a premere 2 bottoni a tempo, nient’altro. Ci sono un sacco di livelli di difficoltà crescente che non durano più di 2 minuti ciascuno (almeno all’inizio) e le ambientazioni cambiano piuttosto in fretta: in tre serate il gioco è pressoché concluso.

A remargli contro c’è, per via delle poche cose che possono fare i personaggi, un gameplay che potrebbe iniziare ad annoiare dopo un’oretta. Ogni tanto, poi, è come se il gioco volesse fare troppo rumore tra le grida dei suoi personaggini la colonna sonora a base di voci ridicole e tutti i suoi effetti sonori: c’è una po’ il rischio sovra-stimolazione se si è in quattro e si parla tanto, ma il sonoro è assolutamente irrilevante per superare i livelli, disattivarlo non toglierà nulla all’esperienza.

In conclusione, Heave Ho 2 è un party game che non ha paura di essere apertamente stupido, in puro stile Devolver, e ha tutto quello che serve per risollevare le sorti di una serata che si sta arenando. Forse non riuscirà a portare sulle sue spalle il peso di un’intera rimpatriata visto il rischio ripetitività, ma vi darà una mano a divertirvi con i vostri invitati. Se la passione per il titolo di Le Cartel Studio dovesse esplodere, si può anche andare avanti online sia nella modalità cooperativa sia in quella versus.


Il futuro di Warframe e Soulframe: gli annunci della Tennoconn 2026


Digital Extremes ha svelato due importanti aggiornamenti per i suoi live service free to play

Digital Extremes ha appena finito di celebrare 11 anni di TennoCon con una Tenno Live piena zeppa di annunci. Warframe Tau è stato sicuramente il protagonista: è il prossimo capitolo narrativo del gioco e introdurrà un nuovo sistema planetario (il primo nella storia del gioco) sempre gratuitamente per tutti. Soulframe, la versione fantasy ecopunk e sword and sorcery di Warframe, invece, ha presentato un nuovo percorso di progressione e le tanto attese cavalcature.

Le grandi novità di Warframe


A fare da headliner, oltre alla nuova ambientazione, c'era Brysko, il nuovo Warframe a tema detective in stile noir, che avrà un monologo interiore doppiato da Matthew Mercer (Cassidy di Overwatch). Con l'aggiornamento arriverà anche Portau, un gioco di carte basato sulle meccaniche del poker: sarà l'avverarsi del sogno di molti utenti di "avere Balatro dentro Warframe". Citrine Prime Access farà da evento principale dell'autunno insieme a una nuova versione del Nightwave, il battle pass gratuito di Warframe, intitolata Shockwave e presentata dal Protoframe Amir (Volt). Visto che prima o poi tocca a tutti, è stata anche lanciata una collaborazione ufficiale con Fortnite.
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“Quando abbiamo lanciato Warframe quasi 14 anni fa, non avremmo mai immaginato cosa sarebbe diventato davvero”, ha dichiarato Rebecca Ford, Creative Director di Warframe. “Con la community al nostro fianco, il nostro piccolo progetto nato dalla passione è sbocciato in qualcosa di più, qualcosa di significativo che va oltre le metriche commerciali, oltre il numero di giocatori, oltre i dati e le cifre. Ora, guardiamo oltre le stelle verso questo nuovo capitolo e ci inchiniamo profondamente con la massima gratitudine alla nostra community che si è fidata di noi, ci ha rispettato e ci ha aiutato a plasmare questo piccolo grande gioco in qualcosa di più di quanto avremmo mai potuto immaginare. Warframe è per voi, Tau è per voi, e siamo entusiasti di intraprendere questo viaggio insieme a voi.”

Soulframe è sempre più vicino al lancio


Tra le rivelazioni più interessanti della grande giornata di Digital Extremes c'è stata l'anteprima della prossima Favola di Soulframe: si chiama Warsongs e ha come antagonista principale Ben Starr (Clair Obscur: Expedition 33) nei panni di Tempest Bayor. Le favole, come i grossi update narrativi di Warframe, sono avventure su binari molto cinematiche che portano avanti il comparto narrativo e introducono nuovi personaggi e abilità. Ad attendere i giocatori in autunno ci sarà un nuovo percorso di progressione, un nuovo boss, il Mendicant Reinbreaker e le tanto attese cavalcature.
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"Il nostro approccio alla narrazione in Soulframe si è concentrato molto sulla redenzione, con archi narrativi positivi incentrati sulla salvezza e non necessariamente sulla distruzione del corpo e dell'anima umana", ha detto Geoff Crookes, Direttore Creativo di Soulframe. "La vita offre molti percorsi verso la redenzione e, con la Favola Warsongs, stiamo cercando di esplorare un pizzico di questo contrasto per dimostrare il necessario equilibrio per la coesistenza. La crescita non avviene veramente senza un certo livello di disperazione e paura. Questi sono importanti meccanismi narrativi che sono incredibilmente vicini all'esperienza umana e al percorso della vita. Questi temi non sono facili da affrontare, ma sono essenziali per la nostra esistenza come abitanti temporanei di Alca (la regione che fa da mappa e ambientazione a Soulframe ndr). Speriamo che la nostra community, e i giocatori che scoprono Soulframe per la prima volta oggi, trovino un senso di connessione con tutto questo".


Non dimenticare di dare un ascolto alla nuova puntata di [REDACTED] Podcast, lo show settimanale in cui io, Francesco Lombardo e Cecilia Ciocchetti analizziamo le notizie più importanti della settimana in fatto di gaming e esport.
youtu.be/Q8y39VMCf1w


Grazie per aver letto questa nuova edizione di Letter to a Gamer. É solo grazie al sostegno di chi legge che questa newsletter può restare indipendente, priva di pubblicità, sponsor e qualunque altra influenza che non sia il rapporto autore e lettore. Chi si innnamora di Letter to a Gamer e vule darle una mano può condividere questo link con i propri amici e compagni di giochi e seguire i social della newsletter (Instagram, Bluesky, TikTok). C'è anche un gruppo Telegram per fare domande, proporre titoli da recensire e discutere con altri appassionati.

Ci vediamo alla prossima lettera,
Riccardo "Tropic" Lichene

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Trump appoggia il fondatore di MyPillow come governatore del Minnesota


Il presidente ha definito l'imprenditore "uno dei più grandi e laboriosi patrioti d'America". Nei sondaggi per le elezioni di novembre la democratica Amy Klobuchar è avanti di 17 punti su di lui

Donald Trump ha annunciato mercoledì il suo sostegno a Mike Lindell nella corsa a governatore del Minnesota. In un post sul suo social network Truth Social, il presidente ha definito il fondatore dell'azienda di cuscini MyPillow "uno dei più grandi e laboriosi patrioti d'America" e ha scritto che ha "sacrificato" più di quasi chiunque altro "combattendo per il nostro paese, soprattutto quando si tratta di integrità elettorale", un riPostsferimento agli anni passati da Lindell a diffondere teorie screditate sui presunti brogli delle presidenziali del 2020. "Mike sarà spettacolare! Ama davvero il Minnesota, come me, e vuole riportarlo fuori dall'oblio e dall'imbarazzo. Può farcela!", ha aggiunto Trump, che lo ha chiamato "l'uomo dei cuscini".

La primaria repubblicana si terrà l'11 agosto e nello stato è già possibile votare in anticipo. L'appoggio arriva alla vigilia del discorso alla nazione che Trump terrà giovedì in prima serata e che, secondo il presidente, sarà dedicato alla sicurezza elettorale. Lindell, diventato famoso in tutto il paese con gli spot televisivi dei suoi cuscini, è da anni uno dei sostenitori più accesi di Trump e ne ha rilanciato le false affermazioni secondo cui la sconfitta del 2020 contro Joe Biden fu frutto di brogli. Ringraziando il presidente sui social, Lindell ha risposto con lo slogan "Rendiamo di nuovo grande il Minnesota".

Alla primaria partecipano anche la presidente della Camera statale Lisa Demuth, l'imprenditore Kendall Qualls, che a maggio ha ottenuto l'appoggio ufficiale del Partito Repubblicano del Minnesota, il candidato governatore del 2022 Scott Jensen e la deputata statale Peggy Bennett. Nessuno dei rivali ha criticato la scelta del presidente: Qualls ha detto in un video ai sostenitori che Trump "è esattamente ciò di cui il nostro paese aveva bisogno nell'ultimo decennio", aggiungendo però che "questa corsa non si vincerà con gli appoggi nazionali. La decideranno i conservatori del Minnesota".

Nei sondaggi per le elezioni generali Lindell è il più debole tra i repubblicani. Una rilevazione realizzata a giugno per il quotidiano Star Tribune e altri media locali dà la senatrice democratica Amy Klobuchar avanti 53% a 36% nel confronto diretto con lui, con l'11% di indecisi: contro nessun altro candidato repubblicano la senatrice ottiene un margine così ampio. Klobuchar è avanti anche su Qualls (48% a 37%) e su Demuth (48% a 40%) ed è la favorita nel campo democratico, dove è in corsa da gennaio.

Il seggio è vacante perché il governatore democratico Tim Walz, candidato alla vicepresidenza nel 2024, ha rinunciato a un terzo mandato; nel 2022 aveva battuto Jensen di 7,7 punti. Trump ha attaccato più volte il governatore uscente definendolo incompetente e ha accusato la sua amministrazione di aver permesso frodi diffuse nella spesa federale per l'assistenza all'infanzia, usando una retorica razzista contro la comunità di immigrati somali dello stato, indicata come origine delle presunte frodi. Sulla gestione statale di quei programmi sono in corso indagini.

Sulla candidatura pesa anche una questione di residenza: Lindell è nato in Minnesota e lì ha costruito MyPillow, ma per diversi anni è stato registrato per votare in Texas e in un atto giudiziario dell'anno scorso si è definito "un cittadino del Texas". Da allora ha detto ai giornalisti di aver ristabilito la residenza in Minnesota e di poter rispettare la legge statale, che impone ai candidati governatore di vivere nello stato per almeno un anno prima delle elezioni generali.

La campagna ha anche pochi soldi: secondo i registri statali sul finanziamento elettorale, dal lancio della candidatura a dicembre Lindell ha raccolto poco più di un milione di dollari e a fine maggio aveva circa 12.000 dollari in cassa, mentre lui sostiene di aver già raccolto circa 3 milioni. Parlando mercoledì con il Minnesota Reformer, Lindell ha detto che con l'appoggio di Trump "i soldi affluiranno da tutto il paese". Il sito ha anche rivelato che non ha pagato circa 48.000 dollari di imposte sulla proprietà per la sua casa da 2,5 milioni di dollari a Tonka Bay: "L'anno scorso non avevo i soldi", ha ammesso, aggiungendo che il ritardo comporta solo interessi e una penalità.

Nella stessa intervista Lindell ha ripetuto di credere che Trump abbia vinto in Minnesota nel 2020, pur ammettendo di non poterlo dire "al 100% in un senso o nell'altro". In realtà il presidente ha perso lo stato in tutte e tre le sue candidature: di 1,5 punti contro Hillary Clinton nel 2016, di 7 contro Biden nel 2020 e di 4 contro Kamala Harris nel 2024. Da governatore, ha detto, vorrebbe eliminare l'imposta statale sul reddito o quella sulle vendite, compensando con una tassa più alta sugli acquisti online.

A novembre si vota per il governatore in 36 stati: oggi 26 stati hanno un governatore repubblicano e 24 uno democratico. Il partito del presidente considera il Minnesota una delle occasioni migliori per strappare uno stato agli avversari, nonostante la debole popolarità di Trump e il malcontento degli elettori per l'economia. Klobuchar ha aperto la campagna parlando della stretta migratoria dell'amministrazione, durante la quale gli agenti federali hanno ucciso due residenti del Minnesota, dell'assassinio di una leader del parlamento statale e di una sparatoria in una scuola che ha ucciso diversi bambini, tutti fatti avvenuti nell'ultimo anno. La senatrice ha promesso "una revisione da cima a fondo del nostro governo statale" per individuare "sprechi, frodi e abusi" e ha preso le distanze da Walz, dicendo di non amare lo status quo e di volere un cambiamento.

Il bilancio di Trump nelle primarie repubblicane per governatore è finora misto. In Georgia il suo candidato, il vicegovernatore Burt Jones, ha perso contro Rick Jackson, un miliardario della sanità che ha speso più di 100 milioni di dollari, in gran parte suoi, per conquistare la candidatura; in Iowa il deputato Randy Feenstra è stato battuto dall'imprenditore Zach Lahn. Dopo quelle sconfitte, al ballottaggio della primaria in South Carolina il presidente ha appoggiato entrambi i candidati, il procuratore generale Alan Wilson e la vicegovernatrice Pamela Evette, dopo aver inizialmente sostenuto solo quest'ultima; ha vinto Wilson. Anche in altre corse Trump è rimasto concentrato sul 2020: in Georgia ha appoggiato per il Senato il deputato Mike Collins ricordando che il rivale, l'ex allenatore di football Derek Dooley, aveva riconosciuto la legittimità dell'elezione di Biden. Le elezioni generali in Minnesota si terranno il 3 novembre.


Trump terrà giovedì un discorso alla nazione sulle elezioni del 2020


Donald Trump terrà giovedì un discorso televisivo alla nazione alle 21, ora della costa est degli Stati Uniti (le 3 del mattino di venerdì in Italia). Il presidente lo ha scritto lunedì sul suo social network Truth Social senza indicare l'argomento, ma un funzionario dell'amministrazione ha detto a Reuters che il discorso riguarderà l'intelligence appena declassificata sulle indagini relative alle elezioni americane e quelle che la Casa Bianca considera falle delle macchine per il voto, in grado in teoria di permettere intrusioni informatiche straniere. La notizia era stata anticipata dall'emittente televisiva MS Now.

Il riferimento è al voto del 2020, che Trump sostiene da anni di aver perso per colpa di brogli di massa a favore di Joe Biden. Nessuna prova è mai emersa: tribunali, ricontrolli delle schede e il Dipartimento di Giustizia del suo primo mandato non hanno trovato frodi, mentre l'agenzia federale per la sicurezza informatica definì quel voto "il più sicuro della storia americana".

Un consigliere del presidente ha descritto ad Axios il discorso come un "potpourri" che comprenderà le elezioni, un aggiornamento sull'Iran e qualsiasi altro tema Trump ritenga importante. Finora Trump ha tenuto pochi interventi in prima serata dalla Casa Bianca e vuole farne di più, ha spiegato il consigliere, perché questi discorsi "danno un senso di importanza" a quello che dice. Il presidente vuole anche rilanciare il SAVE America Act, una legge ferma al Congresso che introdurrebbe requisiti rigidi di identificazione per votare. Per fare pressione aveva detto al Congresso che non avrebbe firmato la legge bipartisan sulla casa se prima non fosse passata la sua stretta sul voto: il testo è entrato in vigore nei giorni scorsi senza la firma presidenziale.

L'annuncio è arrivato poche ore dopo che Trump aveva detto che avrebbe reimposto il blocco navale contro l'Iran, insieme a un pedaggio del 20% su tutte le navi in transito nello Stretto di Hormuz. La situazione con Teheran "cambia di minuto in minuto, ma è una cosa che vuole affrontare", ha detto il consigliere ad Axios. L'ultimo grande discorso televisivo del presidente risale al primo aprile, quando difese per la prima volta in modo completo la guerra contro l'Iran, iniziata più di un mese prima con la campagna militare condotta insieme a Israele. Il conflitto ha fatto salire il prezzo del petrolio e scendere i consensi di Trump.

Da oltre un anno l'amministrazione cerca di aumentare la supervisione federale sull'organizzazione delle elezioni e di cambiare il modo in cui gli americani votano, un tentativo che secondo gli esperti legali toglierebbe potere agli stati in violazione della Costituzione. Con il controllo repubblicano del Congresso in gioco alle elezioni di metà mandato di novembre, democratici ed esperti di sicurezza elettorale temono che l'amministrazione voglia interferire. Presentando il 2020 come illegittimo, dicono diversi esperti, Trump prepara il terreno per contestare eventuali sconfitte repubblicane e per indebolire i democratici se riconquisteranno il Congresso.

Un'analisi forense consegnata l'anno scorso da Mojave Research, una società esterna ingaggiata da Tulsi Gabbard quando era direttrice dell'intelligence nazionale, la carica che coordina le agenzie di spionaggio americane, ha trovato difetti in alcune macchine per il voto sequestrate a Porto Rico, ma nessuna prova di manomissioni. Secondo Reuters, prima di lasciare l'incarico a giugno Gabbard ha prodotto anche un rapporto che descrive vulnerabilità significative delle macchine e propone rimedi come l'aggiornamento del software: la Casa Bianca ne ha però rinviato la pubblicazione. Al suo posto Trump ha nominato ad interim Bill Pulte, il direttore dell'agenzia federale che regola i mutui, e lo ha autorizzato a declassificare i documenti legati al voto del 2020.

La Casa Bianca ha anche creato di recente una task force per riesaminare alcuni aspetti dell'elezione del 2020, a cui lavora il giornalista John Solomon, ex collaboratore di Fox News. Solomon ha chiesto accesso ai file di un'analisi che dissentiva dalla valutazione diffusa nel 2021 dall'intelligence americana, secondo cui nessun attore straniero aveva tentato o era riuscito ad alterare "alcun aspetto tecnico" del voto del 2020. Quel documento, preparato dal National Intelligence Council, il principale organo di analisi dell'intelligence, insieme a CIA, FBI, NSA e altre agenzie, concludeva che il presidente russo Vladimir Putin aveva autorizzato operazioni di influenza per favorire Trump e per minare la fiducia nel processo elettorale, che la Cina aveva preso in considerazione un intervento senza poi attuarlo e che l'Iran aveva condotto una campagna di influenza contro la candidatura di Trump.

I funzionari elettorali si dicono fiduciosi che le macchine siano adeguatamente sicure e ricordano che non è mai emersa alcuna prova di intrusioni straniere che abbiano cambiato i risultati delle elezioni passate.


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L'FBI valuta l'IA per verificare le firme sulle schede elettorali sequestrate in Georgia


L'agenzia ha discusso l'impiego dell'intelligenza artificiale per confrontare le firme su circa 150.000 schede elettorali sequestrate a Fulton County relative alle elezioni 2020. Gli esperti mettono in dubbio l'affidabilità del metodo.

L'FBI sta valutando la possibilità di ricorrere all'intelligenza artificiale per verificare l'autenticità delle firme su decine di migliaia di buste contenenti le schede elettorali per corrispondenza sequestrate a Fulton County, in Georgia. Lo rivela ProPublica, che ha esaminato comunicazioni interne dell'agenzia e raccolto la testimonianza di uno specialista tecnico del Bureau coinvolto nel progetto. È l'ultimo capitolo della nuova e senza precedenti indagine voluta dall'Amministrazione Trump sulle elezioni presidenziali del 2020.

Il presidente sostiene da anni, senza prove, che la vittoria gli sia stata sottratta e ha più volte puntato il dito contro la Georgia, dove fu sconfitto da Joe Biden per appena 11.779 voti. A gennaio l'FBI ha perquisito gli uffici elettorali di Fulton County, roccaforte democratica dello Stato, sequestrando centinaia di scatoloni di materiale: circa 700, secondo ProPublica. Tra i documenti figurano le buste relative a circa 150.000 schede postali, 116.000 delle quali contenevano voti per Biden.

Centinaia di analisti mobilitati


Il ricorso all'IA per il confronto delle firme era ancora allo studio alla fine di giugno, ma non è chiaro se il progetto sia stato successivamente avviato. Secondo un memorandum interno esaminato dalla testata, il Bureau ha intanto assegnato all'indagine su Fulton County 260 analisti provenienti dagli uffici territoriali di tutto il Paese. MS Now ha riferito che due di loro sarebbero stati licenziati dopo essersi rifiutati di partecipare. Tra i compiti assegnati figura anche il confronto di un elenco di 175.000 elettori con una banca dati commerciale, per verificare, tra le altre cose, se siano ancora in vita.

Il progetto prevede di confrontare le firme sulle buste con quelle presenti su altri documenti elettorali, come i moduli di registrazione al voto. Dalle comunicazioni interne emerge però che ogni firma verrebbe comparata con un solo campione esterno: una base troppo limitata che, secondo gli esperti, aumenta sensibilmente il rischio di segnalare false discrepanze. Gli specialisti certificati e i sistemi bancari più affidabili utilizzano normalmente diversi campioni di confronto.

Lo specialista tecnico dell'FBI ha spiegato che, disponendo di una quantità sufficiente di dati, l'analisi potrebbe risultare "abbastanza accurata". L'esito dipenderebbe però dalla soglia scelta per individuare le possibili frodi: "Spetta a chi costruisce il sistema stabilire le linee guida". Il Bureau avrebbe preso in considerazione anche prodotti commerciali sviluppati da società come OpenAI e Anthropic.

I dubbi sull'affidabilità del metodo


All'interno dell'agenzia cresce il timore che l'indagine possa risentire di pressioni politiche. Alcuni funzionari starebbero cercando di ridimensionare le aspettative, evidenziando i limiti di un'analisi delle firme condotta su una scala così vasta, mentre i vertici continuerebbero a insistere sul progetto. "Sono tutti convinti che, trovino qualcosa oppure no, andranno avanti", ha dichiarato la fonte.

Anche gli esperti del settore esprimono forti dubbi. Linton Mohammed, ex presidente dell'American Society of Questioned Document Examiners, ha ricordato a ProPublica che "le firme cambiano, a differenza del DNA o delle impronte digitali", e si è detto scettico sulla capacità dell'IA di svolgere un esame affidabile.

Studi e inchieste giornalistiche hanno inoltre rilevato che il confronto delle firme porta a respingere in misura sproporzionata le schede degli elettori appartenenti alle minoranze etniche, dei giovani, degli anziani e delle persone con disabilità. Un politologo chiamato come perito in una causa intentata in Ohio nel 2020 stimò che, per ogni scheda illegittima intercettata, ne venissero scartate 32 valide.

Le accuse degli attivisti conservatori sulla presunta mancata verifica delle firme a Fulton County, che hanno contribuito a innescare il sequestro di gennaio, erano peraltro già state esaminate. Sia un osservatore indipendente sia lo States United Democracy Center le avevano in precedenza giudicate infondate.

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Il Pentagono misurerà ogni anno il testosterone dei militari sopra i 30 anni


Hegseth aggiunge il test ai controlli sanitari annuali e offre la terapia sostitutiva a chi ha valori bassi. I medici sconsigliano gli screening di routine e avvertono dei rischi per la fertilità

Ogni militare americano con più di 30 anni farà ogni anno un test del testosterone. Lo ha annunciato il segretario alla Difesa Pete Hegseth in un video pubblicato su X, presentando l'iniziativa come un modo per mantenere le truppe "sul fronte più avanzato della letalità". Chi risulterà avere valori bassi potrà scegliere di sottoporsi alla terapia sostitutiva del testosterone, che reintegra l'ormone con iniezioni, cerotti, gel o impianti sottocutanei.

Il test entrerà a far parte della valutazione sanitaria periodica, l'esame obbligatorio dal 2016 con cui il Pentagono misura le condizioni fisiche, la salute mentale e l'idoneità al dispiegamento dei militari. Sarà obbligatorio dai 30 anni in su, mentre i più giovani potranno chiederlo su base volontaria.

"Investiamo molto in armi, piattaforme ed equipaggiamento, ma il nostro vantaggio tattico più decisivo sarà sempre il singolo combattente", ha detto Hegseth nel video. "Questa iniziativa non riguarda il potenziamento artificiale: riguarda il ripristino e l'ottimizzazione delle capacità naturali". Al video Hegseth ha allegato la scritta "The High-T Department of War", il Dipartimento della Guerra ad alto testosterone: "High-T" è una moda diffusa sui social da influencer che invitano gli uomini a cercare livelli elevati dell'ormone per preservare forza e mascolinità.

La promozione della mascolinità tradizionale è una costante ricorrente dell'amministrazione Trump. A gennaio il segretario alla Salute Robert F. Kennedy ha dichiarato che Mehmet Oz, a capo dell'agenzia federale che gestisce i programmi sanitari pubblici Medicare e Medicaid, aveva esaminato le cartelle cliniche del presidente e vi aveva trovato "i livelli di testosterone più alti che abbia mai visto in una persona sopra i 70 anni". Ad aprile la Food and Drug Administration, l'agenzia federale che regola i farmaci, ha ampliato l'accesso alla terapia sostitutiva dopo decenni in cui ne raccomandava la prescrizione solo agli uomini con problemi medici nella produzione dell'ormone.

Hegseth, ex membro della Guardia Nazionale ed ex conduttore di Fox News, ha già imposto ai militari standard di forma fisica più severi, che richiedono a tutti di superare uno "standard maschile". Lo scorso settembre, in un discorso davanti a centinaia di alti ufficiali a Quantico, in Virginia, ha detto di non voler vedere militari sovrappeso né "generali e ammiragli grassi".

Circa il 5,6% degli uomini tra i 30 e i 79 anni ha una carenza di testosterone, che può causare perdita di massa muscolare, affaticamento, aumento di peso e disfunzioni sessuali ed è associata a diabete, malattie cardiovascolari, osteoporosi e depressione. Il calo dell'ormone con l'età è però considerato un normale segno dell'invecchiamento: dopo i 30-40 anni i livelli scendono di circa l'1% l'anno. La stessa Food and Drug Administration non approva la terapia sostitutiva per gli uomini che non soffrono di ipogonadismo, una condizione medica legata al malfunzionamento degli organi che producono il testosterone.

Le principali società mediche del settore, come la Endocrine Society e l'American Urological Association, sconsigliano gli screening di routine per l'ipogonadismo nella popolazione maschile generale. Helen Bernie, urologa e direttrice della medicina sessuale e riproduttiva maschile alla Indiana University, ha dichiarato a NOTUS che un singolo risultato basso non deve portare direttamente a una diagnosi o a una cura: i livelli vanno misurati due volte al mattino presto e valutati insieme ai sintomi, perché mancanza di sonno, allenamenti intensi, variazioni di peso, malattie e alcuni farmaci possono abbassare temporaneamente il testosterone. "Lo screening dovrebbe aprire la porta a una valutazione medica ponderata, non automaticamente a una prescrizione", ha detto. La terapia inoltre può compromettere la produzione di spermatozoi e la fertilità, soprattutto nei più giovani.

Il Pentagono ha rifiutato di commentare oltre il contenuto del video e non ha risposto alle domande sulle indicazioni della Food and Drug Administration a proposito della terapia sostitutiva.


La fissazione di Trump per la bellezza maschile allarmava i suoi collaboratori


Maggie Haberman, corrispondente del New York Times dalla Casa Bianca e tra le giornaliste che seguono Donald Trump da più tempo, ha detto in un'intervista pubblicata domenica dal podcast "Talk Easy" che il presidente ha "una fissazione e una fascinazione per l'aspetto maschile". La sua predilezione per gli uomini attraenti e per la mascolinità classica è nota da tempo, ma nel primo mandato, ha raccontato la giornalista, aveva allarmato molte persone della sua amministrazione.

Il conduttore Sam Fragoso le ha chiesto direttamente se l'interesse del presidente per l'aspetto degli uomini vada oltre la semplice ammirazione. Fragoso ha ricordato che Trump ha descritto diversi uomini della sua amministrazione come "usciti direttamente dal casting", li ha definiti belli e affascinanti e ha elogiato le doti fisiche del golfista Arnold Palmer. Il conduttore ha poi chiesto con ironia se Trump "celebri il Pride dopo giugno", riferendosi al mese dell'orgoglio LGBT. "Non so se Donald Trump abbia mai celebrato il Pride, punto", ha risposto Haberman. "Ma di certo ha una fissazione e una fascinazione per l'aspetto maschile."

Haberman ha detto che questa attenzione è cresciuta nel secondo mandato. "Era qualcosa che nel primo mandato aveva sorpreso molte persone della sua amministrazione e lui è diventato molto più esplicito. Di certo in campagna elettorale e adesso", ha aggiunto.

Fragoso ha chiesto in particolare dell'apparente infatuazione del presidente per Zohran Mamdani, il sindaco socialista-democratico di New York. Trump lo ha invitato nello Studio Ovale, ma lo ha anche definito "un bastardo comunista duro e puro". "Parla molto anche dell'aspetto delle donne", ha risposto Haberman. "Ma sì, Mamdani è generalmente considerato un uomo giovane e di bell'aspetto e penso che il presidente abbia un tipo su quel fronte".

Haberman ha appena pubblicato "Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump", scritto con il collega del New York Times Jonathan Swan. Il libro racconta il primo anno del secondo mandato di Trump e le differenze tra l'amministrazione attuale e quella del primo mandato.


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Huawei FreeClip 2 S: i nuovi auricolari open-ear che uniscono design elegante e audio di alta qualità


HUAWEI FreeClip 2 S portano una nuova interpretazione degli auricolari open-ear, combinando un design raffinato, comfort prolungato, qualità audio avanzata e funzioni intelligenti
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Huawei ha presentato ufficialmente le FreeClip 2 S, gli auricolari che segnano una nuova evoluzione nel connubio tra stile e comfort. Oltre a confermare l'eccellenza in termini di ergonomia e prestazioni, questo modello introduce un design ispirato all'estetica luminosa. La custodia di ricarica, pur mantenendo dimensioni compatte, è stata riprogettata per custodire anche piccoli accessori, offrendo una sintesi perfetta tra eleganza e praticità.

Huawei MatePad Pro Max ufficiale: il nuovo tablet premium
Huawei amplia la sua gamma di tablet con il nuovo MatePad Pro Max, un dispositivo premium che punta su design ultra sottile e leggero, prestazioni di alto livello e funzionalità avanzate per produttività, creatività e intrattenimento
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Dal lancio dei suoi primi auricolari con design a clip nel 2023, Huawei ha continuato a esplorare nuovi form factor e linguaggi di stile nel segmento dei dispositivi open-ear. Le FreeClip 2, elevano ulteriormente l'esperienza audio open-ear grazie a funzionalità di ascolto adattivo e a una chiarezza del suono pensata per ogni scenario, preservando la comodità d'uso.

Estetica luminosa


Ispirato a una fusione tra lucentezza metallica e toni naturali, il design delle FreeClip 2 S si esprime in due colorazioni di tendenza: blu e argento.
La custodia di ricarica è stata sottoposta a oltre 100 processi di precisione per ottenere la sua silhouette arrotondata, simmetrica e splendidamente riflettenteLa custodia di ricarica è stata sottoposta a oltre 100 processi di precisione per ottenere la sua silhouette arrotondata, simmetrica e splendidamente riflettente
All'apertura, gli auricolari si rivelano in tutta la loro brillantezza: disposti l'uno accanto all'altro come gioielli preziosi, trasformano ogni utilizzo in un piccolo rituale di stile. Lo spazio interno utilizzabile è stato ampliato del 20% , consentendo di riporre non solo gli auricolari, ma anche piccoli orecchini. Una soluzione tanto elegante quanto funzionale, che garantisce la massima praticità d'uso senza intaccare la compattezza.

Con un peso di soli 5,1 g per singolo auricolare, le FreeClip 2 S offrono una straordinaria sensazione di leggerezza introducendo, al contempo, il luminoso archetto Airy C-bridge. Realizzato in silicone liquido, l'archetto è rifinito attraverso 22 rigorosi processi di miscelazione e spruzzatura della vernice per ottenere una finitura metallica a specchio ultra-lucida.

Acustica avanzata e chiarezza cristallina


Gli auricolari, inoltre, elevano l'esperienza d'ascolto grazie a un algoritmo avanzato di volume adattivo, promette Huawei. Essi integrano un chip audio proprietario e un processore NPU AI che supportano funzioni come la percezione in tempo reale dell'ambiente circostante e la regolazione intelligente di volume e voce. Grazie a un sistema di rilevamento bidirezionale che identifica i rumori ambientali e normalizza l'intensità della sorgente audio, gli auricolari adattano il suono in modo intuitivo al livello di ascolto preferito.

HUAWEI FreeClip 2: comfort open-ear e design C-Bridge
HUAWEI FreeClip 2 puntano su comfort quotidiano e ascolto open-ear adattivo grazie all’innovativo design C-Bridge, pensato per un uso prolungato
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


In combinazione con la tecnologia di miglioramento adattivo della voce, le FreeClip 2 S offrono un'esperienza audio cristallina e trasparente, ideale sia per la musica sia per gli audiolibri. Gli auricolari sono inoltre dotati di un driver a doppio diaframma in grado di riprodurre fedelmente sia le sfumature più delicate delle voci sia l'impatto profondo dei bassi, per una qualità sonora eccezionale.

Disponibilità, prezzi e assistenza


FreeClip 2 S sono disponibili su Huawei Store e presso i principali negozi di elettronica di consumo a 229 euro. Fino al 17 agosto, utilizzando il coupon ACSFREECLIP2S, è previsto uno sconto di 30 euro. Inoltre, con l’acquisto è incluso in omaggio un paio di charm esclusivi firmati Les Néréides.

HUAWEI FreeClip 2S


Gli auricolari che segnano una nuova evoluzione nel connubio tra stile e comfort.

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Huawei MatePad Pro Max è ufficiale: il nuovo tablet ultra sottile e leggero punta tutto su potenza e autonomia


Huawei ha annunciato il nuovissimo MatePad Pro Max. Il tablet è caratterizzato da un design ultra leggero e sottile, un display OLED flessibile PaperMatte da 13.2 pollici, una produttività equiparabile a quella di un PC e una vasta gamma di strumenti dedicati alla creatività. Huawei MatePad Pro Max è stato progettato per offrire un'esperienza di smart working ancora più professionale grazie a un tablet flagship potente, versatile ed elegante. Che si tratti di gestire attività complesse, sostenere periodi di lavoro prolungati o supportare l’intero flusso creativo dall’ispirazione alla produzione di contenuti, il dispositivo consente di fare molto grazie a un'esperienza d'uso fluida e potente.

LG Sound Suite arriva in Italia: audio surround con Dolby Atmos FlexConnect
La soluzione permette di creare un impianto home theater flessibile, adattando automaticamente il suono alla disposizione degli speaker per un’esperienza immersiva e personalizzata
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Ultra-sottile, leggero ma incredibilmente robusto


Per migliorare la portabilità dei tablet a grande schermo, MatePad Pro Max sfrutta al massimo ogni millimetro di spazio interno grazie a un innovativo design dei componenti e a un'architettura interna minimalista. Il risultato è una rivoluzionaria architettura che ridefinisce il concetto di sottigliezza per un tablet: nella versione PaperMatte Edition esso pesa appena 509g e ha uno spessore di soli 4.7 mm. Nonostante il design ultrasottile, il devcie garantisce un'elevata affidabilità grazie a una scocca in lega di alluminio, a una struttura interna con travi portanti e a giunzioni a incastro rinforzate, caratteristiche che lo rendono il primo tablet del settore a ottenere la certificazione TÜV Rheinland Ultra-thin Bending Resistance.
Il MatePad Pro Max da diverse prospettiveIl MatePad Pro Max da diverse prospettive

Un display premium, immersivo e senza notch


Per quanto riguarda il display il tablet vanta una cornice ultra-sottile di soli 3.55 mm e un rapporto schermo-corpo del 94%, offrendo un'esperienza visiva priva di bordi. Il display OLED flessibile PaperMatte da 13.2" con risoluzione 3K eccelle nella riduzione dei riflessi e nel comfort visivo, tale da aggiudicarsi la certificazione TÜV Rheinland Full Care Display 5.0.

Prestazioni, audio, colori realistici e autonomia


Rispetto al precedente modello, il MatePad Pro Max offre prestazioni complessive superiori del 20% e una dissipazione del calore migliorata del 30%. Sul fronte audio, il tablet è dotato di un sistema a sei altoparlanti con crossover e un'innovativa unità bassi a quattro driver, capace di riprodurre bassi profondi per un'esperienza d'ascolto incredibilmente immersiva. La batteria ad alto contenuto di silicio da 9.760 mAh garantisce un'autonomia che copre fino a 13,6 ore di utilizzo (dati Huawei). Inoltre, MatePad Pro Max è il primo tablet a introdurre la tecnologia Huawei True-to-Color Camera che, combinata con la fotocamera posteriore ultra-HD da 50 MP, assicura una precisione millimetrica nella fedeltà e nella riproduzione dei colori.
Il tablet è dotato di un sistema a sei altoparlanti con crossover e un'innovativa unità bassi a quattro driverIl tablet è dotato di un sistema a sei altoparlanti con crossover e un'innovativa unità bassi a quattro driver

Un salto di qualità per la produttività e la creatività


MatePad Pro Max eleva la produttività mobile a un nuovo livello, offrendo un'efficienza straordinaria. L'esperienza è completata dalla tastiera HUAWEI Glide, caratterizzata da un layout full-size a sei righe con una corsa dei tasti di 1.8 mm e dotata di un ampio touchpad attivo su tutta la superficie, che supporta il clic in ogni suo punto per offrire un'esperienza d'uso e d'interazione del tutto simile a quella di un laptop. Realizzata con materiali in lega leggera ad alta resistenza, la tastiera sfoggia un design ultrasottile e minimalista, impreziosito da un'innovativa custodia a scomparsa per la stilo che unisce ricarica e custodia in un'unica soluzione.
MatePad Pro Max eleva la produttività mobile a un nuovo livello grazie alla tastiera, caratterizzata da un layout full-size a sei righeMatePad Pro Max eleva la produttività mobile a un nuovo livello grazie alla tastiera, caratterizzata da un layout full-size a sei righe
L'applicazione GoPaint continua a mettere a disposizione strumenti creativi di livello professionale, mentre Notes offre uno spazio semplice e intuitivo per prendere appunti in totale libertà.

Nothing Phone (4b) ufficiale: Snapdragon, AMOLED 120 Hz e AI
Nothing Phone (4b) porta l’esperienza Nothing a un nuovo livello con processore Snapdragon, display Super AMOLED a 120 Hz, fotocamera da 50 MP con stabilizzazione ottica (OIS) e le nuove funzionalità Essential AI.
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Disponibilità e prezzi


MatePad Pro Max è ufficialmente disponibile per l'acquisto su Huawei Store al prezzo di 1299 euro. Durante il periodo di lancio, e fino al 31 luglio, al prodotto saranno applicati 100 euro di sconto con in omaggio la M-Pencil Pro. Il prodotto include anche una tastiera.

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I giorni più lunghi di Genova


Venticinque anni fa la morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda. Le prime parole del padre: «Oggi abbiamo due vittime, mio figlio e quel ragazzo che ha sparato»

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Il padre e il figlio si sentono al telefono alle tre del pomeriggio. È il 20 luglio del 2001, un venerdì, il venerdì del G8: i tre giorni che hanno stravolto Genova e l’hanno trasformata in un set a cielo aperto, dove si sono girati racconti drammatici per giornali, reti tv e internet in tutto il mondo.

Perché non è un venerdì qualunque, quello in cui padre e figlio si sentono al telefono nel primo pomeriggio, ma loro non lo sanno né lo immaginano. Il ragazzo, il figlio, ha 23 anni, si chiama Carlo, Carlo Giuliani, anche se gli amici lo chiamano Carletto, o Titti, come il cartone animato, perché un po’ lo ricorda: è mingherlino e con il viso ancora da adolescente.

Carlo Giuliani nei suoi vent’anni ancora tutti da vivere ha passato momenti di crisi, ha attraversato la fragilità di chi vorrebbe trovare la propria strada e un pizzico di felicità. A lui è capitato di ricorrere a droghe, e adesso, quasi a mettersi alla prova, dà una mano a chi si occupa di tossicodipendenti. È andato a vivere da solo, ha lasciato la casa dei genitori, il padre è sindacalista della CGIL, con cui ha un rapporto complesso, ma gli amici gli stanno accanto.

In quel pomeriggio, lui dice al padre che andrà in piazza Manin sulla collina di Castelletto, ma in realtà prima fa un salto in Carignano, quartiere bene della città, dove abitano due suoi amici. Uno è il figlio di un importante personaggio della politica amministrativa. «Che succede laggiù?», chiede Carlo. E indica la Fiera del mare che è stata trasformata nel quartier generale dei poliziotti della Celere, arrivati da Roma e non solo. Uno spiazzo protetto da container dove gli agenti soffrono per il caldo. «Ma sì, andiamo un po’ a vedere cosa succede», racconterà dopo uno degli amici.

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Come eravamo prima del boom


In un romanzo di Elena Varvello Alba torna nel passato, quando nel centro storico vivevano «i pezzenti» e la Ferrero era una pasticceria in via Maestra

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Prima della città diventata capitale internazionale del turismo enogastronomico, c’era un’Alba povera, attraversata dalle tensioni del ventennio fascista e dalle scelte della Resistenza. È quella città che Elena Varvello restituisce nel suo romanzo “La vita sempre” (Guanda, 2026), un viaggio nelle radici di un territorio e nelle storie private che ne hanno costruito l’identità. Al centro del lavoro della scrittrice torinese, vincitrice del premio Mondello e finalista al Campiello, ci sono le esistenze dei nonni, due giovani cresciuti a cavallo tra le guerre mondiali.

Lui, Francesco, viene da una famiglia benestante – il padre è macellaio nella centrale via Cavour –, cresce con una madre anaffettiva, frequenta l’università a Torino ma in città preferisce passare il tempo a giocare a carte e a inseguire le donne. Lei, Teresa, nasce in una «via di pezzenti», via Macrino, una zona che oggi è invece compresa nel centro storico, con prezzi tutt’altro che popolari. La madre fa la sarta, il fratello Giuseppe è disabile e il padre è tornato dalla Prima guerra mondiale mutilato nel corpo e distrutto nell’anima.

Attraverso il loro incontro e le loro vicende – che li porteranno prima a diventare una coppia, nonostante le difficoltà familiari ed economiche, poi a separarsi e ad affrontare un epilogo drammatico – Varvello racconta non soltanto una storia d’amore e di formazione, ma anche il ritratto di una generazione travolta dalla storia nel momento in cui si affacciava alla vita adulta.

Mettere su carta emozioni, dubbi e fragilità di due ragazzi costretti a diventare grandi in fretta è anche il tentativo di ricucire uno strappo aperto da oltre settant’anni, attraverso la letteratura, per ridare vita a ciò che si è interrotto troppo bruscamente. Allo stesso tempo, il romanzo è un monito a non dimenticare ciò che è accaduto, per non perdere un tratto profondo dell’identità delle Langhe e dell’intero Cuneese.

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Stripe vuole comprare PayPal, Google obbligata ad aprirsi ai rivali, arrivano gli app store di terzi su Google Play


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon venerdì,
avevamo già parlato dell'intenzione di Stripe di acquistare PayPal ma in questi giorni è arrivata la notizia dell'offerta. Poi parleremo di due grandi colpi che accusa Google: l'apertura di Android alle aziende AI terze e l'ammissione di app store esterni all'interno di Google Play. Questo e tanto altro, buona lettura!

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Podcast quotidiano


Con il commento di Amir Ati.

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Intro + Prima Notizia - Ep. 366 - Venerdì 17 luglio
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Il podcast
Notizie spiegate a voce, no AI. Ogni giorno.
Durata media: 10 minuti.

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Notizie dal mondo


Le news di oggi, selezionate a mano.

Stripe e Advent offrono 53 miliardi di dollari per comprare PayPal


Business
Stripe e il fondo di private equity Advent hanno presentato nei giorni scorsi un'offerta congiunta per comprare PayPal. Propongono 60,50 dollari per azione, circa 53 miliardi in totale. Non è detto che PayPal accetti. La società è all'inizio di un piano di rilancio con un nuovo CEO in carica da marzo, dopo un profit warning legato alla crescita debole della funzionalità del checkout. Il piano prevede la riorganizzazione in tre divisioni, tagli ai costi per almeno 1,5 miliardi in due-tre anni e il licenziamento del 20% del personale. Al picco del 2021 PayPal valeva oltre 280 miliardi, oggi ne vale circa 42. Per alcuni analisti l'offerta è bassa e difficilmente il nuovo CEO la accetterà. Stripe e Advent potrebbero rilanciare fino a 70 dollari per azione.
~
Fonte: The Wall Street Journal
Alternativa in italiano: Punto Informatico

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L'UE obbliga Google ad aprire Android alle aziende AI rivali


Legge
Due nuove regole dell'UE obbligano Google a condividere i dati di ricerca e ad aprire Android alle aziende AI concorrenti. La Commissione ha rilevato che gli assistenti AI terzi (non prodotti da Google) non funzionano su Android allo stesso livello di Gemini. Ora Google deve consentirne l'attivazione vocale e permettere loro di eseguire compiti in background, come prenotare ristoranti tramite app di terze parti. Per la Commissione le misure favoriranno alternative a Google Search e a Gemini. Google contesta la decisione affermando che le regole eliminano protezioni costruite per la privacy, esporrebbero le ricerche degli europei a società sconosciute senza anonimizzazione adeguata e senza consenso, e metterebbero a rischio segreti commerciali e sicurezza nazionale. Bruxelles ha già imposto ad Apple l'interoperabilità con prodotti di terzi e a Meta lo smantellamento di funzioni come lo scorrimento infinito.
~
Fonte: AP News
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Su Google Play arrivano gli app store di terze parti


Big tech
Google dovrà iniziare a distribuire store alternativi dentro Google Play negli Stati Uniti dal 22 luglio. È l’effetto della causa antitrust avviata da Epic dopo la rimozione di Fortnite nel 2020: Google è stata ritenuta colpevole di aver ostacolato la concorrenza degli app store rivali. Gli store terzi avranno accesso di default al catalogo di Google Play, salvo scelta contraria degli sviluppatori. Google potrà addebitare 5.000 dollari l'anno agli store per la revisione di sicurezza e conformità, e potrà rimuovere dal programma gli store in cui oltre l'1% delle installazioni tentate risulta malware o software indesiderato.
~
Fonte: Ars Technica
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Gli operai Hyundai scioperano contro i robot umanoidi Atlas


Cronaca
Migliaia di operai Hyundai a Ulsan, in Corea del Sud, hanno avviato uno sciopero parziale dopo 15 round di trattative fallite sul piano di introdurre robot umanoidi in fabbrica. È la prima volta che uno stabilimento di automobili legato a questo tipo di automazione robotica, viene fermato da uno sciopero. Dal 13 al 15 luglio i turni sono stati accorciati di due ore, dal 20 al 22 luglio sono previsti stop di quattro ore. Hyundai vuole installare oltre 25.000 robot Atlas di Boston Dynamics negli stabilimenti Hyundai e Kia, a partire dalle fabbriche americane nel 2028. Ogni robot costa circa 130.000 dollari e secondo un'analista di Samsung Securities si ripaga in circa due anni di lavoro. Un analista di Macquarie stima che a 100.000 dollari il costo operativo scenderebbe sotto il salario minimo federale americano di 7,25 dollari l'ora.
~
Fonte: Ars Technica
Alternativa in italiano: today.it

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La Cina limita i fidanzati AI perché vuole più crescita demografica


Legge
In Cina sono entrate in vigore nuove regole sui chatbot da compagnia. Le norme vietano di incoraggiare la dipendenza emotiva degli utenti e le relazioni virtuali con i minori. Le aziende devono sottoporre i chatbot a una valutazione regolatoria prima del lancio e il governo può chiudere quelli ritenuti non sicuri. Alibaba e ByteDance hanno già disattivato alcune funzioni. Dietro c'è la crisi demografica: nel 2025 la popolazione è scesa per il quarto anno consecutivo a 1,405 miliardi e la natalità ha toccato il minimo storico. Secondo un ricercatore del Carnegie Endowment, Pechino teme che le relazioni con i chatbot allontanino le persone dal matrimonio e dai figli. California e New York hanno approvato leggi più leggere, che obbligano i chatbot a ricordare ogni tre ore agli utenti di non essere umani.
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Fonte: The Wall Street Journal
Alternativa in italiano: Punto Informatico

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La nuova era di WhatsApp


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Notizie veloci


In lingua inglese.

Google pubblica il primo teaser del Pixel 11 e mostra Pixel Glow [Video]


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SpaceX presenta il kit Starlink di nuova generazione V5: ecco le novità


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NotebookLM ora si chiama Gemini Notebook


blog.google (eng)

Tool del giorno

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Dopo tanto lavoro, Ghost ha finalmente attivato la federazione Activitypub (e non solo). Ma quali sono le newsletter e i blog italiani basati su #Ghost?

@Discussioni sul Fediverso italiano

Al momento questi sono quelli che abbiamo censito e che ricondividiamo per tutti gli interessati:

1) oradecima by Martino Wong: @oradecima by Martino Wong
2) Dungeonauta: @Dungeonauta
3) Monryse: @MonRyse
4) Mindthechart Intelligence: @MindTheChart Intelligence
5) Restworld: @Restworld Blog
6) Il Blog di Davide Benesso: @Davide Benesso: curiosità e automiglioramento
7) Gaming Review: @GamingReview.it
8) WPC Tech: @WPC Tech
9) The Submarine: @The Submarine
10) Manolo Macchetta: @Manolo Macchetta
11) Flavio Pintarelli: @Flavio Pintarelli | Writer & Strategist
12) Giovanni Bertagna: @Giovanni Bertagna - Blog

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in reply to Zone di Transizione

sinceramente avrò poco più di 100 utenti al giorno e WordPress lo conosco abbastanza bene ormai (ci ho sviluppato anche qualche plugin). Ricominciare da zero, passare ad una vps, vuol dire spendere di più e dover re-imparare tutto da zero 😅
This entry was edited (9 months ago)