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Cosa cambia con il nuovo calendario delle primarie Dem del 2028


L'elettorato dei primi Stati non sarà molto più vario, il New Hampshire minaccia di votare comunque per primo e la nuova posizione della Virginia può favorire un candidato dell'establishment

La commissione per le regole del Democratic National Committee, l'organo che dirige il Partito Democratico americano, ha approvato venerdì 24 luglio la proposta di calendario per le primarie presidenziali del 2028. Il voto comincerà dalla South Carolina sabato 22 gennaio, come vuole la tradizione dello Stato.

Nevada, New Hampshire, New Mexico, Michigan e Virginia voteranno poi nei cinque martedì di febbraio. Gli altri Stati seguiranno tra il 7 marzo, il cosiddetto Super Tuesday in cui si concentra il maggior numero di primarie, e l'inizio di giugno.

La scelta dello Stato di apertura è stata la più discussa: 26 membri della commissione hanno votato per la South Carolina, 19 per il Nevada e 4 per il New Hampshire.

Nella South Carolina la maggioranza degli elettori delle primarie democratiche è nera. Il partito l'aveva già promossa al primo posto nel 2024 e ha voluto evitare di alienarsi gli elettori neri togliendole quel ruolo. Sulla decisione ha pesato anche la recente sentenza della Corte Suprema sui distretti elettorali, che mette a rischio i seggi di molti parlamentari democratici neri negli Stati del Sud.

Secondo i calcoli di Geoffrey Skelley, analista di Decision Desk HQ, società americana specializzata in dati elettorali, il nuovo calendario non rende però l'avvio delle primarie molto più vario dal punto di vista etnico. Combinando i sondaggi all'uscita dai seggi con l'affluenza del 2020, gli elettori bianchi sarebbero circa il 64% nei primi sei Stati, la stessa quota registrata nei primi quattro Stati del 2020.

Il motivo è il peso di Michigan e Virginia, dove gli elettori delle primarie erano bianchi rispettivamente al 75% e al 61%: nel 2020 i due Stati espressero insieme 2,9 milioni di voti, mentre gli altri quattro si fermarono complessivamente a 1,2 milioni.

Considerando solo i primi quattro Stati (South Carolina, Nevada, New Hampshire e New Mexico), la quota di elettori bianchi scende invece al 58% circa e quella di elettori latini più che raddoppia rispetto al 2020.

Il cambiamento maggiore è l'uscita dell'Iowa, che apriva la corsa con i suoi caucus, le assemblee di partito in cui gli elettori si riuniscono di persona, e con un elettorato bianco per oltre il 90%. Al suo posto entra di fatto il New Mexico, dove secondo l'ultima rilevazione disponibile, del 2008, gli elettori delle primarie democratiche erano bianchi al 57% e latini al 35%. Nel 2020 lo Stato votò a giugno, a corsa ormai decisa, e non ci furono sondaggi all'uscita dai seggi.

La partecipazione degli elettori latini potrebbe inoltre salire, perché il Nevada abbandonerà i caucus per una primaria tradizionale, un passaggio che di norma aumenta l'affluenza. Alla primaria del 2024, pur ormai ininfluente, parteciparono 134.000 persone, contro le 105.000 dei caucus del 2020. Il New Mexico aprirà invece la sua primaria agli elettori non iscritti a un partito, un'altra modifica che potrebbe far crescere il voto latino.

La conferma della South Carolina è stata letta da alcuni progressisti come una vittoria dell'establishment del partito, per via del precedente del 2020. Allora l'appoggio del deputato Jim Clyburn rilanciò Joe Biden, che vinse lo Stato e consolidò i consensi fino a battere Bernie Sanders per la nomination.

Nel 2028 però il ruolo dello Stato sarà diverso. Nel 2020 la South Carolina votò appena tre giorni prima del Super Tuesday, mentre stavolta lo precederà di circa sei settimane e servirà più a ridurre il campo dei candidati che a scegliere il vincitore.

Senza gare precedenti a sfoltire il gruppo, per gli elettori dello Stato potrebbe essere difficile convergere su uno o due favoriti. Jonathan Martin di Politico ha scritto che una corsa affollata, soprattutto con più di un candidato nero, rischia di frammentare il voto e mandare un segnale confuso agli Stati successivi.

L'ostacolo principale al piano è il New Hampshire, che il calendario colloca terzo. Una legge statale impone che la sua primaria presidenziale si tenga almeno sette giorni prima di ogni elezione simile e la difesa della primaria "first in the nation", la prima della nazione, unisce nello Stato entrambi gli schieramenti. I caucus dell'Iowa, che pure votava prima, sono sempre stati considerati abbastanza diversi da non violare la norma.

Se decidesse di sfidare il partito, il New Hampshire potrebbe puntare a votare martedì 11 gennaio, undici giorni prima della South Carolina.

Era già successo nel 2024. Il piano dei democratici prevedeva che il New Hampshire votasse il 6 febbraio, ma lo Stato fissò la primaria al 23 gennaio, violando le regole del partito. Biden, allora presidente in carica, non si iscrisse nemmeno alla gara e la vinse comunque grazie agli elettori che scrissero a mano il suo nome sulla scheda.

I democratici locali, che rischiavano di perdere tutti i delegati incaricati di assegnare la nomination alla convention nazionale, ad aprile organizzarono una votazione gestita dal partito, passata quasi inosservata, per adeguarsi al calendario nazionale.

I partiti nazionali non possono del resto imporre nulla. Le date delle primarie sono in genere fissate dalle leggi statali o da funzionari come il segretario di Stato, che in New Hampshire ha proprio il compito di difendere il primato locale. Servirebbe una modifica della legge, ma il governo statale è controllato dai repubblicani, che non hanno alcun interesse ad aiutare i democratici.

Questa volta il partito nazionale ha però inasprito le sanzioni. Un candidato che facesse campagna in New Hampshire potrebbe essere escluso dai dibattiti nazionali e perdere anche i delegati conquistati negli altri Stati iniziali. La stretta potrebbe convincere i democratici locali a organizzare fin da subito una primaria di partito in regola con le date, rinunciando a usare il voto statale per assegnare i delegati.

Le novità del calendario sono New Mexico e Virginia, che si aggiungono al Michigan, entrato tra i primi Stati nel 2024. Entrambi tendono a votare per i democratici e hanno un elettorato vario. Nel New Mexico la popolazione con diritto di voto è ispanica al 45%, la quota più alta del paese secondo il centro studi americano Pew Research Center, mentre in Virginia circa il 30% degli elettori delle primarie democratiche è nero.

Soprattutto, sono due dei 16 Stati in cui i democratici controllano il governatore e le due camere del parlamento statale. A differenza del New Hampshire, possono quindi cambiare per legge le date delle loro primarie e adeguarle ai piani nazionali.

Per il New Mexico il cambiamento sarebbe il più grande. Oggi lo Stato concentra a inizio giugno un'unica primaria per tutte le cariche e, per rispettare la data del 15 febbraio prevista dal calendario, dovrebbe creare una primaria presidenziale separata oppure anticipare tutto di quasi quattro mesi (la prima opzione è considerata più praticabile).

Alla Virginia basterebbe invece anticipare il voto di una settimana, dal primo martedì di marzo al 29 febbraio. La data esiste perché il 2028 è bisestile, come quasi tutti gli anni delle elezioni presidenziali americane.

Proprio la Virginia, ultima a votare prima del Super Tuesday, erediterebbe la posizione che nel 2020 fu della South Carolina. La collocazione potrebbe favorire un candidato vicino all'establishment. Nelle primarie del 2016 e del 2020 lo Stato scelse nettamente prima Hillary Clinton e poi Biden, con Sanders staccato al secondo posto in entrambi i casi.

Un risultato simile nel 2028 arriverebbe subito prima delle primarie ricche di delegati di California, Texas e forse New York, che sta valutando di spostare il suo voto al Super Tuesday.


La South Carolina aprirà le primarie democratiche del 2028: battuto il Nevada


La South Carolina sarà il primo Stato a votare nelle primarie presidenziali democratiche del 2028. Il Rules & Bylaws Committee, l’organo del Democratic National Committee incaricato di definire il calendario delle consultazioni, ha preferito oggi il Palmetto State al Nevada, al termine di un confronto che ha fatto emergere le tensioni tra le diverse componenti etniche e geografiche del partito. Come riporta Axios, però, la decisione è ancora preliminare e dovrà essere ratificata ad agosto dall’assemblea plenaria del comitato nazionale, riunita ad Austin, in Texas.

A prevalere è stata la linea sostenuta dai dirigenti afroamericani del partito, secondo i quali l’elettorato nero della Carolina del Sud, uno dei segmenti più fedeli al Partito Democratico, deve potersi esprimere per primo nella scelta del prossimo candidato alla Casa Bianca. La decisione ha però messo in luce le fratture interne al partito: ha contrapposto la componente afroamericana a quella latinoamericana, i progressisti ai moderati e gli Stati del Sud a quelli del Sud-Ovest e del Nord-Est.

Primarie 2028 · Il calendario democratico

La South Carolina resta prima della fila, l’Iowa ne esce

Il comitato che scrive le regole del Partito democratico ha scelto il Palmetto State al posto del Nevada per aprire le primarie del 2028. Aprire il calendario significa esercitare un’influenza sproporzionata sulla scelta del candidato.

Decisione preliminare Grafica di FocusAmerica 24 luglio 2026

Il voto del Rules & Bylaws Committee

South Carolina
26

contro

Nevada
19

Apre le primarie per il secondo ciclo di fila
Resta nella finestra iniziale, ma non aprirà il calendario

South Carolina Nevada Resto del comitato

Il comitato ha 49 membri. Sette voti di scarto hanno deciso quale elettorato parlerà per primo nella scelta del candidato democratico del 2028.

La fila

Come si è riordinato il calendario in tre cicli


Ogni colonna è un ciclo presidenziale, ogni riga una posizione nel calendario. La South Carolina sale dal quarto posto alla testa; l’Iowa, che apriva il voto democratico con i suoi caucus dal 1972, esce dalla finestra iniziale e non rientra.

2020: Iowa, New Hampshire, Nevada, South Carolina. 2024: South Carolina; New Hampshire e Nevada lo stesso giorno; Georgia (mai svolta); Michigan. 2028: South Carolina, poi Nevada, New Hampshire, Michigan, New Mexico e Virginia in ordine da definire.

Tocca uno Stato per seguirne il percorso da un ciclo all’altro.

SC South Carolina · IA Iowa · NH New Hampshire · NV Nevada · GA Georgia · MI Michigan · NM New Mexico · VA Virginia. Il tratteggio indica una consultazione assegnata dal partito ma mai svolta; il segno × indica il punto in cui uno Stato esce dalla finestra iniziale.

La spaccatura

Un voto solo, tre fratture diverse


La scelta ha diviso il partito lungo tre linee che non coincidono tra loro. Il confronto principale è stato quello tra elettorato nero ed elettorato ispanico: entrambi decisivi per le vittorie democratiche.

Elettorato afroamericano

Elettorato ispanico

Progressisti

Moderati

Stati del Sud

Sud-Ovest e Nord-Est

La stretta

Chi vota fuori calendario ora paga


A giugno il partito ha inasprito le sanzioni contro gli Stati che organizzano consultazioni non autorizzate. Anche queste regole vanno ratificate ad agosto.

270.000Dollari
La multa per il partito statale che anticipa il voto senza autorizzazione.

0Delegati
Lo Stato inadempiente perde tutti i delegati alla convention.

2024Il precedente
Il New Hampshire votò contro il DNC e ottenne comunque il riconoscimento dei delegati.

I candidati che partecipano a consultazioni non autorizzate rischiano l’esclusione dai dibattiti ufficiali e non possono conquistare delegati nelle altre consultazioni anticipate.

Fonte Rules & Bylaws Committee del Democratic National Committee, voto preliminare del 24 luglio 2026; calendari 2020 e 2024 dagli atti del DNC. Ricostruzioni di Axios, CNN e NBC News. La composizione e l’ordine della finestra iniziale devono essere ratificati dall’assemblea del comitato nazionale ad agosto, ad Austin.

Il confronto con il Nevada


Molti dirigenti latinoamericani avevano sostenuto la candidatura del Nevada, dove hanno un peso rilevante sia l’elettorato ispanico sia quello delle classi lavoratrici, due bacini altrettanto decisivi per le vittorie democratiche. La posta in gioco era alta: votare per primi significa esercitare un’influenza sproporzionata sulla selezione del candidato, oltre ad attirare sul proprio Stato l’attenzione dei media, dei finanziatori e delle campagne elettorali.

I membri del comitato hanno motivato la scelta con le caratteristiche della South Carolina: uno Stato relativamente piccolo e con un elettorato etnicamente diversificato, nel quale i candidati possono competere senza dover investire somme enormi in pubblicità. Hanno pesato anche i dubbi sulla rapidità dello scrutinio in Nevada e la volontà di rafforzare il peso politico dell’elettorato nero nel Sud, dopo le sentenze della Corte Suprema che hanno indebolito alcune tutele del Voting Rights Act.

Fino a questa mattina, comunque, l’esito era rimasto incerto. Fonti interne avevano riferito ad Axios di una sfida in bilico, dopo una riunione riservata protrattasi fino a tarda notte. La South Carolina ha infine ottenuto 26 voti contro i 19 del Nevada, all’interno di un comitato composto da 49 membri. Il comitato ha comunque inserito nella finestra iniziale anche Nevada, New Hampshire, Michigan, New Mexico e Virginia: tra questi figurano diversi Stati potenzialmente decisivi nelle elezioni generali. L’Iowa, invece, resterà con ogni probabilità escluso dopo essere stato per decenni il primo appuntamento del calendario, con i suoi caucus.

A giugno il partito ha inoltre irrigidito le sanzioni contro le violazioni: gli Stati che organizzano consultazioni non autorizzate perderanno tutti i delegati e dovranno pagare una multa di 270.000 dollari, mentre i candidati che vi partecipano potranno essere esclusi dai dibattiti ufficiali e non potranno conquistare delegati nelle altre consultazioni anticipate. Una stretta decisa anche alla luce di quanto accaduto nel 2024 in New Hampshire, che celebrò ugualmente la propria primaria nonostante l’opposizione del DNC e ottenne in seguito il riconoscimento dei delegati.

Il possibile vantaggio per Kamala Harris


La South Carolina aveva già inaugurato il calendario delle primarie democratiche del 2024, su impulso dell’allora presidente Joe Biden. Mercoledì il reverendo Al Sharpton, storico esponente afroamericano difensore dei diritti civili, aveva avvertito in un comunicato rilanciato dal Partito Democratico statale che "spingere ora la South Carolina in fondo alla fila sarebbe stato uno schiaffo in faccia proprio a quegli elettori che hanno tenuto in vita questo partito".

Ancora più esplicita era stata Christale Spain, presidente del partito nello Stato, che al New York Times aveva dichiarato:

"Se il Nevada venisse promosso al posto della South Carolina, sarebbe per il peso del suo voto latino. Direste quindi agli elettori neri che contano meno di quelli latinoamericani. Mi rifiuto di credere che il nostro partito voglia mandare un messaggio del genere".


La decisione potrebbe, comunque, favorire Kamala Harris. L’ex vicepresidente sta valutando una terza candidatura alla Casa Bianca ed è attualmente nettamente in testa, tra i possibili aspiranti democratici del 2028, nelle preferenze dell’elettorato afroamericano.


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Trump vuole esentare le aziende spaziali dalle valutazioni ambientali


La proposta permette alla FAA di derogare a 13 leggi federali per autorizzare più in fretta siti, lanci e rientri. Gli ambientalisti la definiscono "un regalo osceno" e promettono di contestarla.

L'amministrazione Trump ha presentato martedì una proposta per esentare le aziende spaziali dalle valutazioni di impatto ambientale. Il piano permetterebbe alla Federal Aviation Administration (FAA), l'agenzia che regola l'aviazione civile e autorizza le attività spaziali commerciali, di derogare alle leggi ambientali quando approva i siti di lancio commerciali e concede i permessi per i lanci e per i rientri in atmosfera. Aziende e cittadini potranno commentare la proposta prima dell'eventuale entrata in vigore.

Le deroghe toccherebbero i requisiti di 13 leggi federali sulla protezione delle specie minacciate, sulla qualità dell'acqua e dell'aria e sulla tutela delle coste. L'obiettivo è concedere "più rapidamente e più facilmente" alcune licenze e permessi commerciali.

Lanci e rientri dei veicoli spaziali producono molto rumore e alterano gli habitat della fauna selvatica: la FAA ne valuta gli effetti e discute le alternative possibili. Per gli ambientalisti e per molte comunità locali le analisi sono uno strumento essenziale per capire i grandi progetti, ma possono durare più di un anno e le aziende del settore le considerano un freno.

L'agenzia si prepara intanto a un'impennata delle attività: prevede 214 lanci o rientri nell'anno fiscale in corso e più di 500 tra dieci anni. A trainare la crescita saranno SpaceX, Rocket Lab, la Blue Origin di Jeff Bezos e startup come Stoke Space, che vogliono portare in orbita decine di satelliti per le comunicazioni, per usi militari e forse anche per il calcolo legato all'intelligenza artificiale. Il mercato mondiale dei lanci, aperto ai privati dall'inizio degli anni Duemila, è oggi dominato proprio da queste aziende.

"Stiamo potenziando al massimo l'attività spaziale commerciale, tagliando i costi e rafforzando il vantaggio competitivo dell'America in questo campo vitale", ha detto in un comunicato il segretario ai Trasporti Sean Duffy. Per Duffy "gli Stati Uniti hanno vinto la prima corsa allo spazio" e possono ripetere l'impresa solo eliminando "gli ostacoli amministrativi".

L'amministrazione giustifica la deregolamentazione con la necessità di aumentare la cadenza dei lanci e di reggere la concorrenza della Cina, che sta recuperando terreno in fretta e punta come gli Stati Uniti a portare astronauti sulla Luna entro il 2030.

Il caso più discusso è Starbase, il complesso di SpaceX vicino a Brownsville, in Texas, dove l'azienda sviluppa il razzo Starship a poca distanza da aree naturali protette. Alcuni residenti hanno accusato la FAA di condurre analisi troppo superficiali, mentre la società di Elon Musk ha criticato in passato l'agenzia per quella che ha definito una "analisi ambientale superflua" legata a un lancio dalla base.

Ridurre le analisi ambientali per accelerare i lanci rischia però di aumentare la pressione sul controllo del traffico aereo, un altro compito della FAA. L'agenzia lavora con gli operatori per chiudere temporaneamente lo spazio aereo lungo le traiettorie dei razzi e tenere lontani i voli commerciali. La maggior parte dei lanci americani parte dalla zona di Cape Canaveral, sulla costa orientale della Florida, vicino ad alcune delle rotte più trafficate da e per lo Stato.

Blue Origin, Stoke Space e United Launch Alliance programmano più lanci da quella regione, così come SpaceX. Quest'anno la FAA ha autorizzato l'azienda di Musk a compiere fino a 44 lanci all'anno dello Starship, il razzo ancora in sviluppo, da una piattaforma del Kennedy Space Center, con altrettanti atterraggi dei suoi due stadi.

Il presidente aveva già firmato l'anno scorso un ordine esecutivo per ridurre le regole sull'industria spaziale e la settimana scorsa la Federal Communications Commission, l'autorità federale delle comunicazioni, ha semplificato le procedure con cui autorizza la messa in orbita dei satelliti.

L'organizzazione ambientalista Center for Biological Diversity ha definito la proposta "un regalo osceno" all'industria e ha annunciato che la contesterà. La NASA, l'agenzia spaziale americana, ha condotto lanci in modo responsabile per decenni, ha detto in un comunicato il suo dirigente Brett Hartl, mentre ora il presidente vuole eliminare "anche le protezioni ambientali più elementari per arricchire alcune delle persone più ricche del mondo".

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La guerra in Iran ribalta l'America First: ora lo slogan se lo intestano i Democratici


Da Abdul El-Sayed in Michigan a Dan Osborn in Nebraska, un numero crescente di candidati democratici o indipendenti rivendica lo slogan di Donald Trump contro la guerra con l'Iran. Anche a destra c'è chi accusa il presidente di aver tradito quella promessa.

Un numero crescente di Democratici sta rivendicando per sé lo slogan "America First", in risposta alla guerra che Donald Trump sta conducendo da fine febbraio contro l'Iran insieme a Israele. Così la formula che il presidente si era intestato per due lunghe campagne elettorali, ora divide sempre di più la destra e viene usata dai suoi avversari, compresi alcuni dei possibili aspiranti alla Casa Bianca nel 2028.

Abdul El-Sayed, candidato progressista che il 4 agosto affronterà la moderata Haley Stevens nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan, è il più esplicito. Il fine settimana scorso ha fatto campagna con Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Ad Axios ha detto: "Sono il candidato più America First del Paese, e lo dico con orgoglio". La sua definizione ribalta quella del presidente e la sposta sulla spesa pubblica: "Quando tieni qui i nostri soldi invece di mandarli alla macchina da guerra di qualche altro Paese, questo è il vero America First".

Politica USA · 2026

«America First» cambia bandiera


Dalla guerra contro l’Iran alle primarie del Michigan: sempre più democratici rivendicano lo slogan di Trump — o ne adottano gli argomenti senza pronunciarlo.

Grafica di FocusAmerica

AMERICA FIRST AMERICA FIRST
2026 · i democratici 2016 · Donald Trump

Trascina lo strappo: il manifesto democratico copre quello di Trump.

La cronologia

Sei mesi di appropriazione, dalla guerra alle urne



I protagonisti

Due modi di dire la stessa cosa

Oltre il 2028

Il mandato di Trump finisce a gennaio 2029. Lo slogan gli sopravvive.

Proteggere l’industria nazionale, ridurre le dipendenze strategiche, subordinare gli impegni internazionali all’interesse del Paese: la svolta che ha portato Trump alla Casa Bianca è ormai bipartisan. Cambieranno toni e strumenti, non la direzione.
Fonte: Axios, Congress.gov, dichiarazioni pubbliche dei candidati · luglio 2026

Dalla benzina a Israele, lo slogan cambia bersaglio


Ro Khanna, deputato della California che sta valutando anche lui una corsa alla Casa Bianca, ha adottato la stessa etichetta. Ad aprile ha ripresentato il Gasoline Export Ban Act, un progetto di legge che vieta l'esportazione di benzina all'estero quando il prezzo medio alla pompa resta sopra i 3,12 dollari al gallone per 7 giorni consecutivi, e in quell'occasione ha detto di voler mettere l'America al primo posto. A febbraio, dall'aula della Camera, aveva sostenuto che "un'altra guerra in Medio Oriente non è America First".

Dan Osborn, il sindacalista che in Nebraska corre per il Senato da indipendente contro il senatore repubblicano uscente Pete Ricketts, è andato oltre e venerdì ha usato la stessa formula contro Israele: "dobbiamo mettere al primo posto l'America, non Israele". Non si può "minare l'indipendenza dell'esercito americano per nessun alleato", ha aggiunto Osborn, "men che meno per uno inaffidabile che ci ha già costretto a buttare soldi in un'inutile guerra senza fine all'estero".

Anche una parte dei Repubblicani ritiene che la guerra contro l'Iran abbia tradito l'impegno a mettere gli americani al primo posto e che proprio questo abbia aperto uno spazio politico ai Democratici. Tucker Carlson, che nel 2024 ha presentato Trump alla convention repubblicana, aveva spinto il presidente a non attaccare l'Iran e da allora si è scusato per aver "fuorviato la gente" sul suo conto, precisando che non era stato un errore intenzionale.

Da parte sua, El-Sayed si è detto d'accordo con i critici di destra: "la versione MAGA dell'America First è fare spettacolo con l'America First, per poi svenderti al primo acquirente". Chi la pratica, ha aggiunto, resterà sempre ostaggio di "una lobby di interessi stranieri come AIPAC", la principale lobby di pressione filoisraeliano negli Stati Uniti, e del complesso militare-industriale, cioè di "quelli che vincono ogni volta che mandiamo le nostre armi all'estero". I sondaggi indicano che gli elettori sono stanchi di decenni di guerre in Medio Oriente, soprattutto quando non vedono di buon occhio la propria situazione economica in casa.

I big democratici evocano il tema senza usare lo slogan


La maggior parte dei Democratici di primo piano evita ancora di pronunciare lo slogan di Trump, ma ne riprende sempre più spesso gli argomenti. Il 17 luglio a Memphis, in un comizio a sostegno del candidato al Congresso Justin Pearson, Alexandria Ocasio-Cortez ha detto che "tutti quei soldi che stiamo spendendo in bombe all'estero potrebbero essere spesi in scuole qui da noi". La deputata di New York sta attualmente valutando una candidatura alla presidenza o al Senato nel 2028.

Il 25 aprile, parlando dinanzi ad una platea del Partito Democratico dell'Arkansas nel suo primo discorso da protagonista dopo la sconfitta del 2024, l'ex vicepresidente Kamala Harris aveva detto che "per innescare una rinascita americana dobbiamo partire da un'agenda ambiziosa, in cui i nostri soldi pubblici vadano a case, sanità e asili accessibili, non a guerre sconsiderate in terre straniere che nessuno vuole", un riferimento palese allo slogan elettorale di Trump nel 2024 sulle "stupide guerre straniere".

Molti Democratici hanno abbracciato anche le politiche industriali propugnate da Trump in questi anni per far ripartire la manifattura americana. Il 15 giugno i senatori Mark Kelly dell'Arizona e Cory Booker del New Jersey, anche loro entrambi possibili candidati alla presidenza, sono stati tra i firmatari del Make More in America Act, il disegno di legge presentato dal leader democratico al Senato Chuck Schumer che allarga il mandato della Export-Import Bank per finanziare la costruzione di semiconduttori, l'estrazione di minerali critici e lo sviluppo dell'intelligenza artificiale negli Stati Uniti.

Kelly ha persino sostenuto che la legge servirebbe a "costruire più cose qui da noi e creare posti di lavoro ben pagati, riducendo allo stesso tempo la nostra dipendenza dagli avversari stranieri". Insomma, il mandato di Trump finirà nel gennaio 2029, ma la svolta che lo ha portato a vincere grazie allo slogan "America First" appare ormai bipartisan e destinata a sopravvivergli. Anche tra i democratici si sta sempre di più consolidando l'idea che gli Stati Uniti debbano proteggere l'industria nazionale, ridurre le dipendenze strategiche e subordinare maggiormente gli impegni internazionali agli interessi economici e di sicurezza del Paese. Ciò significa che potranno sicuramente cambiare i toni e gli strumenti, ma difficilmente Washington tornerà all'impostazione globalista che aveva preceduto l'ascesa di Donald Trump alla presidenza.


Vance e i vertici militari frenano Trump sull’escalation in Iran


Gli Stati Uniti hanno interrotto venerdì notte la campagna di bombardamenti contro l’Iran dopo tredici notti consecutive di attacchi. Le operazioni sono “sospese”, ha dichiarato sabato alla CNN una fonte del Dipartimento della Difesa. Poche ore prima, durante una riunione alla Casa Bianca in cui Donald Trump valutava un allargamento della guerra, il vicepresidente JD Vance e il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore, avevano espresso forti perplessità sull’ipotesi.

Caine ha sollevato soprattutto il problema delle scorte di munizioni. Il generale ha spiegato a Trump e agli altri vertici dell’Amministrazione che le operazioni esaminate erano realizzabili e avrebbero probabilmente raggiunto gli obiettivi militari, ma li ha messi in guardia dalle conseguenze. Quasi tutti i consiglieri presenti hanno riconosciuto che gli Stati Uniti sarebbero stati in grado di condurre un attacco devastante, invitando però il presidente a considerare gli effetti indiretti e a lungo termine di una nuova escalation.

Durante la riunione è stato affrontato anche il rischio di vittime civili su vasta scala. Nell’ultima settimana Trump ha minacciato di colpire infrastrutture iraniane come strade, ponti e centrali elettriche: attacchi che, a seconda degli obiettivi e delle modalità, potrebbero violare il diritto internazionale umanitario.

Un’offensiva di questo tipo provocherebbe vittime e potrebbe privare ampie fasce della popolazione di elettricità, acqua e cibo, è stato spiegato al presidente. I consiglieri hanno inoltre indicato il pericolo di una crisi umanitaria dei rifugiati, di ritorsioni iraniane contro gli impianti energetici e di desalinizzazione del Golfo e di un ulteriore allargamento regionale del conflitto.

Non è chiaro se a determinare la sospensione dei raid siano stati i timori per le scorte, l’allarme sulle conseguenze umanitarie o una combinazione dei due fattori. Non si sa neppure quanto durerà la pausa. “Il presidente Trump ha sempre affermato con coerenza di preferire una soluzione diplomatica, ma continua a mantenere aperte tutte le opzioni nel caso in cui l’Iran prosegua le attività terroristiche nello Stretto di Hormuz o contro i nostri alleati”, ha dichiarato Steven Cheung, direttore della comunicazione della Casa Bianca.

Dopo le sanzioni che hanno messo in ginocchio l’economia iraniana e tredici giorni consecutivi di attacchi contro obiettivi militari, ha aggiunto, Teheran farebbe bene a lavorare a un accordo negoziato.

Guerra Usa-Iran · La pausa dei raid

Dopo tredici notti di raid sull’Iran, Washington si ferma

Nella riunione di venerdì alla Casa Bianca, il vicepresidente Vance e il generale Caine hanno frenato l’ipotesi di allargare la guerra: pesano le scorte di munizioni e il costo umanitario di un attacco alle infrastrutture.

Grafica di FocusAmerica

Il Pentagono: operazioni «in sospeso»

13
notti consecutive di attacchi americani su obiettivi militari iraniani, fino allo stop di venerdì notte


1ª notte 14ª: raid sospesi

Perché la pausa

I due freni emersi nella riunione alla Casa Bianca

Le scorte di munizioni

Il generale Caine ha avvertito Trump: gli obiettivi militari sono raggiungibili, ma le scorte americane restano fortemente ridotte — molte munizioni cedute all’Ucraina, altre consumate contro gli Houthi.

Il senatore Van Hollen: si stanno esaurendo anche gli intercettori che proteggono le truppe nella regione.

Il costo umanitario

Colpire strade, ponti e centrali elettriche — come minacciato da Trump nell’ultima settimana — potrebbe violare il diritto internazionale umanitario, hanno spiegato i consiglieri al presidente.

Quasi tutti hanno riconosciuto che l’attacco sarebbe stato devastante, invitando a valutarne gli effetti indiretti.

L’avvertimento dei consiglieri

I quattro rischi indicati a Trump


1Vittime civili su vasta scala

Un’offensiva sulle infrastrutture provocherebbe vittime e priverebbe ampie fasce della popolazione iraniana di elettricità, acqua e cibo.

2Una crisi dei rifugiati

Il collasso dei servizi essenziali rischierebbe di innescare flussi di profughi su scala regionale, con una crisi umanitaria difficile da contenere.

3Ritorsioni sugli impianti del Golfo

Teheran potrebbe colpire gli impianti energetici e di desalinizzazione dei Paesi del Golfo, vitali per l’acqua e l’elettricità della regione.

4Un conflitto ancora più ampio

Una nuova escalation aumenterebbe il rischio di trascinare nella guerra altri attori regionali, oltre ai Paesi vicini che già ospitano basi americane.

La tregua informale

Due pause speculari, nessun accordo

Washington
«Spazio ai negoziati»

Per l’ambasciatore all’Onu Waltz la pausa serve alla diplomazia. La Casa Bianca però tiene «aperte tutte le opzioni» se l’Iran colpirà nello Stretto di Hormuz o gli alleati.

Teheran
«Attacco per attacco»

L’Iran sospende gli attacchi finché lo faranno gli Usa, dice un alto funzionario a Reuters. Ma definisce la pausa «tattica più che reale» e promette una risposta su vasta scala a nuovi attacchi.

Lo Stretto di Hormuz

Il fronte aperto sulle rotte marittime

La petroliera sulla mina

Una petroliera è stata investita da un’esplosione dopo avere urtato una mina navale, secondo l’agenzia Tasnim: la nave si sarebbe allontanata dalla rotta indicata dall’Iran.

Il contenzioso sull’articolo 5

Per Teheran il Memorandum firmato dopo la guerra le affida rotte di navigazione e sminamento dello Stretto: il ministro degli Esteri Araghchi accusa Washington di averlo violato.

La mediazione dell’Oman

Muscat propone un consorzio regionale per la sicurezza marittima con contributi volontari; l’Iran pretende pagamenti obbligatori. «Qualche progresso» nei colloqui, ma nessuna intesa.

Fonte: CNN, Reuters, Fox News, ABC, Tasnim, The Jerusalem Post — luglio 2026

La tregua informale e il problema delle munizioni


L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite Mike Waltz ha fornito domenica la versione ufficiale della sospensione: Trump vuole concedere spazio ai negoziati, ha spiegato a Fox News. Le scorte di armamenti americane rimangono tuttavia fortemente ridotte e subirebbero nuove pressioni se gli attacchi riprendessero, come già riferito dalla CNN.

Waltz ha attribuito parte del problema agli aiuti forniti all’Ucraina. “Abbiamo ereditato una situazione difficile, con molte delle nostre munizioni cedute all’Ucraina”, ha detto, ricordando che altri armamenti sono stati impiegati contro gli Houthi e assicurando che il riarmo prosegue attraverso sistemi meno costosi e più rapidi da produrre.

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha replicato alla CNN che le Forze Armate statunitensi dispongono di tutto ciò che serve per operare nel momento e nel luogo scelti dal presidente.

Teheran ha risposto con una posizione speculare. Un alto funzionario iraniano ha dichiarato domenica a Reuters che il Paese sospenderà i propri attacchi finché gli Stati Uniti faranno altrettanto, secondo il principio dell’“attacco per attacco”, e che il messaggio è già stato trasmesso a Washington.

Lo stesso funzionario ha però definito la pausa “tattica più che reale” e ha avvertito che l’Iran è pronto a una risposta su vasta scala in caso di nuovi raid. Per due settimane Teheran aveva colpito i Paesi vicini che ospitano basi americane, mentre nel fine settimana non sono stati registrati nuovi attacchi.

Anche i democratici insistono sul problema delle munizioni. “Non saremmo mai dovuti entrare in questa guerra insensata e dovremmo porvi fine adesso”, ha dichiarato il senatore Chris Van Hollen ad ABC, durante il programma This Week. Secondo il senatore, gli Stati Uniti stanno consumando gli intercettori necessari a neutralizzare gli attacchi iraniani e a proteggere le proprie truppe nella regione.

La petroliera colpita e il negoziato sullo Stretto


Nello Stretto di Hormuz, intanto, la tensione rimane alta. Una petroliera è stata investita da un’esplosione dopo avere urtato una mina navale, secondo l’agenzia semiufficiale Tasnim, vicina ai Guardiani della rivoluzione. La nave avrebbe colpito l’ordigno dopo essersi allontanata dalla rotta indicata dall’Iran, ma le autorità di Teheran non hanno diffuso comunicazioni ufficiali sull’incidente.

Proprio sul controllo delle rotte marittime si è aperto un nuovo contenzioso. Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi accusa Washington di avere violato l’articolo 5 del Memorandum sottoscritto dopo la guerra, che secondo Teheran attribuisce all’Iran il compito di stabilire i percorsi di navigazione e condurre le operazioni di sminamento.

Iran e Oman, che svolge il ruolo di mediatore, avrebbero comunque compiuto “qualche progresso” sui negoziati per la sicurezza della navigazione, hanno riferito al Jerusalem Post due fonti informate. Non è però chiaro se Teheran accetterà la proposta sul tavolo.

Muscat ha suggerito la creazione di un consorzio regionale incaricato della sicurezza marittima, delle operazioni di ricerca e soccorso e di altre forme di cooperazione, con partecipazione e contributi economici volontari. L’Iran si è finora opposto, chiedendo pagamenti obbligatori e sostenendo che, in loro assenza, alle navi non potrebbe essere garantito il passaggio attraverso lo Stretto.

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha confermato che venerdì e sabato si sono svolti a Teheran colloqui con il viceministro degli Esteri dell’Oman. Li ha definiti costruttivi e ha assicurato che, nonostante l’incidente e le tensioni sul controllo delle rotte, il traffico marittimo nello Stretto non ha subito variazioni.


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Un distretto scolastico fa causa all'amministrazione Trump sulle politiche per gli studenti transgender


Il distretto Jeffco vuole salvare 50 milioni di fondi federali. Istruzione e Giustizia minacciano due distretti in Maryland e Michigan che nasconderebbero ai genitori l'identità di genere dei figli

Jeffco Public Schools, il secondo distretto scolastico del Colorado per dimensioni, ha fatto martedì causa all'amministrazione Trump per impedire al Dipartimento dell'Istruzione di togliergli più di 50 milioni di dollari di fondi federali. Il governo minaccia il taglio da mesi, sostenendo che le politiche del distretto a favore degli studenti transgender discriminino le ragazze.

Il giorno prima i dipartimenti dell'Istruzione e della Giustizia avevano annunciato iniziative contro altri due distretti, in Maryland e Michigan, accusati di nascondere ai genitori l'identità di genere dei figli. Il governo ha minacciato tagli ai fondi per i distretti di tutto il paese che sostengono gli studenti transgender, definendo queste politiche discriminatorie verso le ragazze.

Il Dipartimento dell'Istruzione accusa Jeffco di violare il Title IX, la legge federale del 1972 che vieta le discriminazioni in base al sesso nell'istruzione, perché consente agli studenti transgender di gareggiare nelle squadre femminili e di usare i bagni e le sistemazioni riservati alle ragazze, anche nelle gite con pernottamento. La prima contestazione è arrivata a marzo, con dieci giorni di tempo per cambiare le regole, la seconda a giugno. Dopo quest'ultima il consiglio scolastico ha autorizzato i legali ad andare in tribunale.

L'indagine su Jeffco era partita l'anno scorso, dopo che nel 2024 una famiglia aveva denunciato il distretto sostenendo che la figlia avesse dovuto condividere il letto con una ragazza transgender durante una gita scolastica.

Il distretto contesta le conclusioni federali. L'accusa secondo cui più di 60 studenti maschi gareggerebbero nelle squadre femminili si baserebbe su un'affermazione "erronea": i ragazzi presenti negli elenchi di quelle squadre sono collaboratori o mascotte, non atleti. I dirigenti scolastici dicono inoltre di rispettare la legge anti-discriminazione del Colorado, che a loro giudizio è in conflitto con l'attuale interpretazione federale del Title IX.

La causa, depositata al tribunale federale del Colorado, chiede a un giudice di stabilire quale delle due leggi il distretto debba seguire. "Quando i requisiti statali e federali sono in conflitto, i tribunali sono il luogo appropriato per fare chiarezza", ha spiegato il sovrintendente ad interim Rob Stein. Il procuratore generale del Colorado Phil Weiser ha detto che "le tattiche di intimidazione dell'amministrazione Trump e la scelta di prendere di mira persone vulnerabili sono vergognose".

I fondi a rischio finanziano tra l'altro l'educazione speciale e le mense scolastiche. Il distretto ha un bilancio di quasi un miliardo di dollari e ha appena tagliato spese per 45 milioni (compresi 139 posti di lavoro), ma dovrà comunque usare 13 milioni delle riserve per chiudere il bilancio 2026-27.

Indagini simili riguardano altri due distretti del Colorado. Denver Public Schools è sotto inchiesta per i bagni senza distinzione di genere e per un'insegnante accusata di aver fatto baciare tra loro alcune studentesse, mentre Cherry Creek Schools è indagato per programmi definiti "razzialmente discriminatori".

Il distretto di Anne Arundel County, nel Maryland, classifica invece l'identità di genere degli studenti come "informazione medica riservata". Per i dipartimenti dell'Istruzione e della Giustizia questa regola viola la FERPA (la legge federale che garantisce ai genitori l'accesso ai documenti scolastici dei figli). Quando i genitori di una studentessa hanno chiesto spiegazioni sulla "transizione di genere" della figlia, si legge nel comunicato congiunto, il preside si è rifiutato di fornire dettagli e la vicepreside di consegnare i documenti.

I genitori, rimasti anonimi, avevano citato in giudizio il distretto l'8 luglio. Sostengono che il personale della scuola superiore abbia aiutato la figlia a compiere di nascosto una "transizione sociale" presentandola a scuola come maschio. Se ne sono accorti da un'email che si riferiva alla ragazza con pronomi maschili.

Il distretto ha risposto di aver saputo delle accuse federali dal comunicato stampa e di non aver ricevuto né una comunicazione formale né prove a sostegno delle conclusioni.

Ad Ann Arbor, in Michigan, il governo contesta la regola che vieta al personale scolastico di rivelare ai genitori l'identità di genere degli studenti, oltre alla scelta di conservare i documenti sul tema in un archivio separato. Il distretto ha tempo fino al 10 agosto per convincere i due dipartimenti a non procedere, mentre per Anne Arundel la minaccia comprende "procedimenti giudiziari applicabili e potenziale perdita dei fondi federali".

La segretaria all'Istruzione Linda McMahon ha detto che i due dipartimenti useranno "ogni strumento disponibile" per chiamare i distretti a rispondere. Harmeet Dhillon, procuratrice generale aggiunta al Dipartimento di Giustizia, ha avvertito che "la FERPA non è facoltativa" e che chi prova ad aggirarla deve aspettarsi "un'azione federale immediata".

La stessa legge è già servita a far cadere politiche di California e Maine che negavano ai genitori l'accesso ai documenti sull'identità di genere dei figli. Già nel marzo 2025 l'ufficio del Dipartimento che si occupa della privacy degli studenti aveva scritto ai provveditori statali per ricordare gli obblighi della legge, criticando in particolare la pratica di nascondere l'identità di genere. La Corte Suprema ha inoltre bloccato una politica della California che voleva vietare le notifiche automatiche alle famiglie quando uno studente cambia identità di genere a scuola.

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Il Marocco intitola a Trump un'autostrada di 1.055 chilometri nel Sahara occidentale


La strada collega Tiznit a Dakhla, costa circa un miliardo di dollari e attraversa il territorio conteso sul quale Washington ha riconosciuto la sovranità del Marocco nel 2020. Rabat non conferma

Il presidente Donald Trump ha annunciato che il Marocco intitolerà a suo nome un'autostrada di 1.055 chilometri che attraversa il Sahara occidentale, il territorio conteso di cui il regno controlla la maggior parte e sul quale Washington ha riconosciuto la sovranità marocchina nel 2020. La President Donald J. Trump Highway collega la città di Tiznit, nel sud del Marocco, a quella di Dakhla, sulla costa atlantica, ed è costata circa un miliardo di dollari (dieci miliardi di dirham).

Trump ha pubblicato su Truth Social, il social network che ha fondato, un video promozionale con immagini del deserto e di alcuni tratti della strada. "Grazie all'altamente rispettato Mohammed VI, il re del Marocco: un grande onore", ha scritto il presidente. "Non vedo l'ora di percorrere l'intera lunghezza di questa grande autostrada, un giorno, speriamo presto".

Il Marocco non ha confermato ufficialmente l'intitolazione e un portavoce del governo non ha risposto alle richieste di commento. Il video descrive la strada come una delle più lunghe dell'Africa, distesa lungo il 7% della costa atlantica del continente e destinata a entrare in una rete più ampia che collegherà l'Africa occidentale alle sponde meridionali del Mediterraneo passando per il Marocco.

"Sotto la guida visionaria di sua maestà il re Mohammed VI e grazie allo storico coraggio del presidente Donald J. Trump, il Sahara marocchino è entrato in una nuova era di pace, dialogo e prosperità", dice il video, che contiene anche immagini di repertorio degli incontri tra i due.

L'autostrada ha quattro corsie e attraversa il deserto e la costa toccando Guelmim, Tan-Tan, Laâyoune e Boujdour prima di arrivare a Dakhla, dove è in costruzione un porto d'altura da 1,3 miliardi di dollari che dovrebbe essere completato nel 2028. I tempi di percorrenza si sono ridotti e gli standard di sicurezza stradale sono migliorati.

Il Sahara occidentale è un'area ricca di risorse grande all'incirca quanto il Regno Unito, contesa dal 1975, quando la Spagna, che ne era la potenza coloniale, si ritirò. Da allora se lo contendono il Marocco, che ne controlla gran parte, e un movimento armato indipendentista sostenuto dall'Algeria. Il Fronte Polisario, il gruppo che dice di rappresentare la popolazione autoctona sahrawi, chiede un referendum sull'indipendenza.

Il riconoscimento americano della sovranità marocchina arrivò nel dicembre 2020, nelle ultime settimane del primo mandato di Trump, come parte dell'accordo con cui il regno ristabilì le relazioni con Israele nel quadro degli Accordi di Abramo. Francia e Spagna hanno poi fatto lo stesso, accelerando un boom di investimenti che comprende resort turistici e impianti per le energie rinnovabili. Più di trenta paesi hanno aperto consolati a Laâyoune e Dakhla e il piano di autonomia proposto da Rabat è oggi sostenuto da oltre cento nazioni.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato di recente un linguaggio che considera l'autonomia sotto sovranità marocchina la strada più praticabile per chiudere la disputa.

Il regista Christopher Nolan ha girato l'anno scorso alcune scene di The Odyssey nei dintorni di Dakhla, attirandosi le critiche del Fronte Polisario.

In un'analisi pubblicata su Ynet, il sito del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, Amine Ayoub, ricercatore del Middle East Forum, sostiene che l'autostrada non è un'operazione di immagine ma uno strumento di controllo territoriale che rafforza anche la sicurezza di Israele. Le strade moderne consentono lo spostamento rapido delle forze di sicurezza, i porti attirano commercio legittimo e lo sviluppo urbano-industriale dà alla popolazione locale un interesse concreto alla stabilità, riducendo lo spazio in cui operano le reti radicali e le milizie sostenute dall'estero.

Il Marocco ha presentato prove secondo cui l'Iran, attraverso la propria ambasciata ad Algeri e uomini legati a Hezbollah, ha fornito armi, addestramento tattico e tecnologia dei droni al Fronte Polisario. Per questo Rabat ruppe le relazioni diplomatiche con Teheran nel maggio 2018. Un Sahara occidentale poco controllato, scrive Ayoub, avrebbe potuto diventare un corridoio affacciato sull'Atlantico da cui minacciare le monarchie arabe sunnite e le rotte marittime commerciali.

Marocco e Israele hanno costruito dopo gli Accordi di Abramo una fitta rete di cooperazione militare che comprende lo scambio di intelligence informatica, esercitazioni congiunte, trasferimenti di tecnologia militare, sistemi di difesa aerea e sorveglianza costiera. Il Marocco è anche il paese con cui gli Stati Uniti hanno il rapporto basato su un trattato più antico e ininterrotto della loro storia, che risale al trattato di pace e amicizia del 1786.

L'autostrada marocchina si aggiunge a una lista di strade ed edifici pubblici intitolati a Trump durante il suo secondo mandato. A luglio l'aeroporto di Palm Beach è diventato President Donald J. Trump International Airport, mentre alcuni parlamentari hanno proposto di rinominare l'aeroporto Dulles di Washington (che si trova in Virginia) e la Penn Station di New York. In Oklahoma i legislatori hanno intitolato al presidente un tratto della US Route 287. Portano il suo nome anche un tribunale della contea di Lyon in Nevada, Palm Avenue a Hialeah in Florida e alcuni tratti della Florida State Road 80 e della US Route 98 nella contea di Palm Beach.

Sono in programma anche un ponte nella contea di Jefferson in Tennessee e un'autostrada in South Carolina. Il nome del presidente è stato aggiunto all'US Institute of Peace, l'istituto federale che si occupa di risoluzione dei conflitti. Dovrebbe entrare anche nella denominazione ufficiale della sala da ballo in costruzione alla Casa Bianca e Trump ha detto di volerlo sul nuovo stadio dei Washington Commanders, la squadra di football della capitale.

Il consiglio di amministrazione del Kennedy Center, il principale centro culturale di Washington, ha votato all'inizio dell'anno per aggiungere il nome del presidente al teatro, dopo che i suoi membri erano stati sostituiti da persone nominate dallo stesso Trump. Un tribunale ha poi stabilito che la decisione era illegittima e il nome è stato rimosso dalla facciata dell'edificio.

Trump ha detto in passato che il suo volto potrebbe un giorno essere aggiunto al Monte Rushmore, ma non è stata avviata alcuna iniziativa formale in questo senso.

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Trump preme su Robert F. Kennedy Jr. per tagliare i vaccini ai bambini


Il presidente vuole ridurre le vaccinazioni raccomandate ai bambini e attende un calo dei casi di autismo, mentre i suoi consiglieri avevano chiesto al ministro della Salute di abbassare i toni

Il presidente Donald Trump preme sul ministro della Salute Robert F. Kennedy Jr. perché riduca il numero di vaccinazioni raccomandate ai bambini, convinto che questo faccia poi calare i casi di autismo. Lo ha rivelato il Wall Street Journal, che racconta mesi di tensione tra i due uomini su un tema che il presidente riporta in quasi ogni conversazione con il suo ministro.

A un pranzo di maggio nel campo da golf di proprietà del presidente nella Virginia settentrionale, Trump ha chiesto a Kennedy perché non stesse facendo di più per indagare il presunto legame tra vaccini e autismo. Gli ha detto che si era bloccato, usando un'espressione del golf che indica il giocatore incapace di completare un colpo semplice. Kennedy è rimasto spiazzato: pur essendo da sempre scettico sulle vaccinazioni, i consiglieri politici della Casa Bianca gli avevano chiesto di abbassare i toni sul tema in vista delle elezioni di metà mandato.

In un incontro nello Studio Ovale a metà giugno il presidente si è sfogato dicendo che Kennedy non stava facendo abbastanza. Trump ritiene di avergli concesso tempo sufficiente ed è deluso dai risultati dell'ultimo anno e mezzo. Ai suoi collaboratori ha detto che il ministro sarà un fallimento se non farà progressi su questo fronte. Il presidente spera che alleviare l'autismo diventi parte della sua eredità politica e ha indicato a Kennedy quell'obiettivo come la sua priorità sanitaria più importante.

Alla fine di maggio Trump ha firmato un ordine esecutivo che impone al dipartimento della Salute di ridurre il numero di vaccini raccomandati nel calendario pediatrico, sostenendo che gli Stati Uniti sono fuori linea rispetto agli altri paesi. Alcuni dirigenti sanitari sono rimasti sorpresi dal provvedimento perché stavano seguendo un'indicazione precedente della Casa Bianca, che chiedeva di allentare la spinta sui vaccini.

A gennaio Kennedy aveva proposto di portare le vaccinazioni raccomandate ai bambini da 17 a 11 malattie coperte. Il giudice federale Brian E. Murphy ha bloccato il piano a marzo, scrivendo che il governo sembrava aver aggirato in modo improprio il comitato consultivo incaricato di formulare le raccomandazioni sulle immunizzazioni. Il giudice ha anche stabilito che molti dei membri nominati da Kennedy in quel comitato erano stati scelti illegittimamente. Il governo ha impugnato la decisione sulle nomine e il presidente ha spinto il ministro a prendere di petto quello che entrambi considerano un giudice attivista, tanto che a giugno Kennedy ha chiesto alla corte d'appello di decidere in tempi rapidi.

Nel frattempo i collaboratori del ministro hanno approvato un nuovo statuto del comitato che riduce i requisiti di competenza richiesti ai membri e stanno lavorando per nominarne di nuovi.

Il portavoce della Casa Bianca Kush Desai ha detto al Wall Street Journal che innumerevoli genitori con dubbi sui "tassi di autismo alle stelle" in America sono stati a lungo ignorati se non derisi e che le cose sono cambiate dal giorno dell'insediamento del presidente. La portavoce del dipartimento della Salute Emily Hilliard ha detto che Kennedy e Trump sono allineati nell'impegno contro le malattie croniche che colpiscono i bambini americani.

La ricerca scientifica non ha trovato alcun legame tra vaccini e autismo. Uno studio del 2019 pubblicato su Annals of Internal Medicine su oltre 600.000 bambini danesi e una revisione Cochrane del 2021 che ha esaminato 138 studi non hanno rilevato alcuna connessione tra l'autismo e il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia, noto come MMR.

Trump ha parlato più volte del suo interesse per quel vaccino e ha detto di volere separare la somministrazione combinata in iniezioni distinte. Gli scienziati rispondono che non esiste una ragione per farlo e che il risultato sarebbe un aumento delle dosi saltate. Non c'è nemmeno una giustificazione scientifica per ridurre drasticamente il calendario vaccinale: i vaccini di oggi sono più precisi e stimolano il sistema immunitario con meno antigeni rispetto al passato, proteggendo però da più malattie.

L'autismo è un disturbo del neurosviluppo che nel 2022 negli Stati Uniti riguardava circa un bambino di otto anni su 31. Nel 2000 le stime dei Centers for Disease Control and Prevention, l'agenzia federale per il controllo delle malattie, indicavano circa un caso ogni 150 bambini. Gli scienziati non hanno individuato una causa definitiva dell'aumento: tra le spiegazioni proposte ci sono la genetica, l'età più avanzata dei genitori e il miglioramento degli strumenti di screening e diagnosi.

Trump si occupa del tema da decenni. Negli anni Duemila ha donato e raccolto fondi per organizzazioni sull'autismo che collegavano la condizione ai vaccini e nel 2014 scriveva sui social media che da presidente avrebbe spinto per "vaccinazioni corrette" ma non avrebbe permesso "iniezioni massicce in un'unica volta che un bambino piccolo non può sopportare". Prima del suo primo mandato incontrò Kennedy alla Trump Tower e all'uscita Kennedy disse ai giornalisti che il presidente eletto intendeva affidargli una commissione sui vaccini, un incarico che non arrivò mai. Il presidente ha raccontato che il figlio di un amico è diventato autistico dopo un vaccino e di conoscere tre persone i cui figli hanno avuto reazioni avverse.

Sui vaccini per gli adulti resta favorevole, compresi quelli contro il Covid e l'influenza che ha ricevuto lo scorso autunno. Negli anni si è lamentato di non aver ricevuto abbastanza credito per Operation Warp Speed, il programma con cui la sua prima amministrazione accelerò lo sviluppo dei vaccini contro il Covid.

A settembre il presidente e Kennedy hanno avvertito gli americani di un possibile legame tra autismo e Tylenol, l'antidolorifico a base di paracetamolo, assunto in gravidanza. Kennedy aveva promesso che avrebbe consegnato una risposta sull'autismo e ha visto in un nuovo studio di un ricercatore di salute pubblica di Harvard qualcosa da portare al presidente. "L'ideale è non prenderlo affatto", ha detto Trump del Tylenol in conferenza stampa, invitando i genitori a distanziare i vaccini e lamentandosi delle visite pediatriche in cui "riempiono il bambino di roba".

I consiglieri sanitari avevano provato a convincerlo a moderare i toni e nelle loro comunicazioni sono stati molto più cauti: l'allora commissario della Food and Drug Administration, l'agenzia che regola farmaci e alimenti, Marty Makary ha scritto ai medici che l'associazione resta oggetto di dibattito scientifico e che i clinici devono tenerne conto nelle loro decisioni.

Lo storico sondaggista di Trump, Tony Fabrizio, ha rilevato lo scorso inverno che lo scetticismo sui vaccini è impopolare tra gli elettori, mentre interessa di più il lavoro di Kennedy sulla qualità del cibo e dell'agricoltura. A giugno una rilevazione di KFF, un centro di ricerca sulla sanità, ha mostrato che più dell'80% degli adulti si fida delle informazioni sanitarie del proprio medico mentre solo il 34% si fida di quelle di Kennedy.

I collaboratori della Casa Bianca e del dipartimento della Salute hanno raccomandato al ministro di concentrarsi su temi più popolari, come l'eliminazione dei coloranti dagli alimenti, prima del voto di novembre. Il suo principale consigliere Calley Means ha messo per iscritto un promemoria che separava i messaggi con il semaforo verde, come le nuove linee guida alimentari, da quelli con il semaforo rosso, i vaccini. Da allora Kennedy ha evitato quasi del tutto di parlare di vaccini in pubblico.

Dentro il dipartimento della Salute i funzionari si sono affannati a capire come fare di più sull'autismo. Martin Kulldorff, ex epidemiologo di Harvard diventato noto per le sue critiche agli obblighi vaccinali e alle misure sanitarie adottate durante la pandemia, coordina ora una serie di studi sui vaccini che potrebbero richiedere mesi o anni. I National Institutes of Health, il principale ente pubblico di ricerca biomedica, hanno avviato altri studi su vari aspetti dell'autismo.

Il resto dell'agenda MAHA, la sigla di Make America Healthy Again con cui Kennedy ha battezzato il suo movimento, procede lentamente. I suoi sostenitori nell'amministrazione e nel Congresso indicano come risultati principali le nuove linee guida alimentari che invitano gli americani a "mangiare cibo vero" e gli impegni volontari delle aziende a togliere i coloranti dai prodotti. Altre promesse si sono arenate, dagli additivi che il ministro definisce tossici ai pesticidi da eliminare dalla catena alimentare. Cresce anche la preoccupazione per l'effetto dei suoi piani sui prezzi al consumo.

Il dipartimento affronta intanto problemi più ampi: uno scontro con alcuni Stati su presunte frodi nel programma Medicaid, che garantisce l'assistenza sanitaria alle persone con redditi bassi, i posti vacanti in ruoli chiave, i casi di morbillo che hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi trent'anni e un focolaio di ciclosporiasi in espansione, attribuito a verdure contaminate.

Kennedy ha un buon rapporto personale con Trump, che si diverte ad avere nella sua squadra un membro della famiglia simbolo del Partito Democratico. "Chi l'avrebbe mai detto, un Kennedy, noi amiamo un Kennedy, nel Partito Repubblicano", ha detto il presidente a febbraio. Alla cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, questo fine settimana, ne ha elogiato le qualità dicendo che "ha quello che serve" ed è intelligente.

Lo scorso inverno i collaboratori della Casa Bianca hanno criticato il modo in cui Kennedy gestisce il suo dipartimento e hanno avviato una revisione completa, anche per affrontare i conflitti interni tra il dipartimento e il personale della FDA. Due dirigenti di vertice sono stati spostati altrove nell'amministrazione e la squadra di consiglieri del ministro è stata riorganizzata. Chris Klomp, il responsabile del programma Medicare per gli anziani, ha preso in mano la gestione quotidiana del dipartimento ed è stato indicato per il ruolo di vice ministro.

Klomp si è guadagnato il favore della Casa Bianca negoziando con le case farmaceutiche gli accordi sul prezzo dei farmaci. Alcuni funzionari dell'amministrazione descrivono Kennedy come l'uomo delle idee, mentre Klomp ha il potere di far funzionare ogni angolo del dipartimento.

Trump si rivolge sempre più spesso a Mehmet Oz, che è a capo dei Centers for Medicare and Medicaid Services, l'agenzia che gestisce i due grandi programmi sanitari pubblici. Molti lobbisti e dipendenti del dipartimento della Salute pensano che un giorno prenderà il posto di Kennedy, forse dopo il voto di metà mandato, un momento in cui è frequente il ricambio dei ministri. Il presidente lo chiama o gli scrive anche su questioni che non riguardano la sua agenzia e Oz si assume la responsabilità di dargli quello che chiede. Lo ha consigliato sulla marijuana prima dell'ordine esecutivo di dicembre che ha allentato le restrizioni sulla sostanza.

Il movimento MAHA si è agitato all'inizio dell'estate quando Robert Malone, un ex membro del comitato sui vaccini vicino a Kennedy, ha scritto su X che il ministro avrebbe lasciato l'incarico dopo il 4 luglio e che Oz avrebbe guidato una squadra di transizione. I vertici del dipartimento hanno smentito e Oz ha detto a una sala di sostenitori che non c'era nulla di vero.

Kennedy vuole restare a lungo nell'amministrazione e punta a rimanere ministro anche sotto il prossimo presidente. Per riuscirci evita gli scontri con la Casa Bianca anche sui temi centrali per il suo movimento come i pesticidi e ha accettato il ruolo rafforzato di Klomp. A febbraio Trump si è schierato con gli agricoltori e le aziende chimiche per proteggere alcuni pesticidi. "C'è frustrazione", ha detto al Wall Street Journal Jeffrey Klausner, un medico amico del ministro, spiegando che Kennedy accetta alcune cose per poter portare avanti altre attività per il bene comune.


I casi di morbillo negli Stati Uniti ai livelli più alti degli ultimi 35 anni


I casi di morbillo negli Stati Uniti hanno raggiunto quota 2.295 dall'inizio dell'anno, il livello più alto degli ultimi 35 anni. La cifra ha già superato il totale di tutto il 2025, secondo un contatore della Johns Hopkins University, una delle principali università americane, che raccoglie i dati delle autorità sanitarie statali e locali.

Il conteggio ha già superato quello dell'intero 2025 di nove casi, secondo lo stesso contatore. Si tratta di un ritorno del virus dopo decenni in cui la malattia sembrava sotto controllo. L'ultima volta che i casi erano stati più numerosi risale al 1991, quando gli Stati Uniti ne contarono 9.643.

La maggior parte dei contagi riguarda persone non vaccinate. Il tasso di vaccinazione complessivo resta relativamente alto, ma le autorità sanitarie avvertono che deve restare sopra il 95 per cento per mantenere l'immunità di gregge, cioè quella soglia di popolazione immunizzata che protegge indirettamente anche chi non è vaccinato, rendendo difficile la circolazione del virus.

Gli stati con più casi segnalati sono South Carolina, Utah, Texas, Florida e Arizona. I Centers for Disease Control and Prevention, l'agenzia federale americana che sorveglia le malattie infettive, hanno registrato 2.260 casi confermati nel loro ultimo aggiornamento del 16 luglio e hanno segnalato 34 nuovi focolai nel corso dell'anno.

Il morbillo si manifesta con tosse, febbre alta e congiuntivite, oltre alla caratteristica eruzione cutanea, ma può degenerare in complicazioni come gravi infezioni all'orecchio, polmonite ed encefalite, cioè un'infiammazione del cervello che può portare a danni cerebrali permanenti e anche alla morte. In media la malattia uccide tra 1 e 3 bambini contagiati ogni mille.

La ripresa dei contagi minaccia lo status di paese che ha eliminato il morbillo, un riconoscimento internazionale che certifica l'interruzione della trasmissione continua del virus sul territorio nazionale. Gli Stati Uniti rischiano ora di perderlo e la loro posizione sarà riesaminata a novembre. Il ritorno della malattia si concentra nelle aree con bassa copertura vaccinale ed è l'ultimo segnale di un virus che sta tornando a circolare dove le vaccinazioni sono meno diffuse.

Il rimbalzo dei casi arriva in un momento in cui diverse posizioni chiave della sanità pubblica americana restano vacanti, compresi il direttore dei Centers for Disease Control and Prevention e il surgeon general, la più alta autorità sanitaria del governo federale. Il Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. in un primo momento aveva minimizzato la pericolosità del virus. In seguito ha detto che il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia è il modo più efficace per prevenire la diffusione della malattia, pur precisando che vaccinarsi resta una scelta personale.


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Sony presenta i nuovi BRAVIA 9 II e BRAVIA 7 II RGB: TV con colori più realistici e audio di nuova generazione


Sony amplia la famiglia BRAVIA: ecco tutte le novità dedicate a immagini più realistiche, tecnologia RGB di nuova generazione e un audio ancora più coinvolgente per l'intrattenimento domestico
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Sony ha presentato i suoi primi TV BRAVIA True RGB, dotati di LED RGB a controllo indipendente, di un nuovo ed esclusivo schermo antiriflesso e di una modalità home theatre di nuova generazione.

Il nuovo modello flagship BRAVIA 9 II eil BRAVIA 7 II sono i due nuovi televisori True RGB, accompagnati da Theatre Trio, un sistema audio domestico di nuova generazione progettato come complemento dei grandi schermi per una visione cinematografica. I nuovi TV sono dotati della tecnologia proprietaria RGB Backlight Master Drive Pro di Sony, che controlla con precisione le sorgenti di luce rossa, verde e blu gestite in modo indipendente. Questo consente ai nuovi BRAVIA di raggiungere il più ampio volume di colore mai visto nella storia dei televisori di Sony, offrendo una riproduzione accurata dei colori da un angolo di visione più ampio, in un ambiente domestico luminoso.

Caratteristiche comuni di BRAVIA 9 II e BRAVIA 7 II:

Entrambi i modello sono dotati di LED rossi, verdi e blu gestiti in modo indipendente per una riproduzione fedele dei colori in ambienti luminosiEntrambi i modello sono dotati di LED rossi, verdi e blu gestiti in modo indipendente per una riproduzione fedele dei colori in ambienti luminosi

  • volume cromatico senza precedenti: il controllo indipendente dei LED RGB consente di ottenere il volume di colore più ampio nella storia dei televisori di Sony, garantendo un'ampia gamma cromatica, contrasto, profondità e splendide sfumature. Essi sibasano sulla tecnologia RGB Backlight Master Drive Pro di Sony, che controlla ogni LED con elevata precisione, migliorando la luminosità, riducendo l'effetto blooming e producendo colori più puri rispetto ai display Mini LED convenzionali;
  • ampi angoli di visione: la gestione indipendente dei LED RGB e la tecnologia X-Wide Angle Pro garantiscono immagini d’impatto e colori uniformi da un ampio angolo di visione;
  • schermo di grandi dimensioni per un'esperienza coinvolgente: BRAVIA 9 II offre 115 pollici di diagonale per una visione cinematografica di grande formato, mentre BRAVIA 7 II è disponibile con schermi da 50 a 98 pollici, entrambi facili da installare e integrare;
  • esperienza audio di livello superiore: gli altoparlanti a gamma completa offrono un suono potente, migliorando al contempo la chiarezza dei dialoghi grazie alla tecnologia Voice Zoom 3, basata sull'intelligenza artificiale. Inoltre, la tecnologia avanzata di upscaling 3D Surround espande il suono stereo in un più ampio effetto surround 3D;
  • presenza armoniosa: il design esclusivo si integra senza sforzo in qualsiasi spazio, caratterizzato da una cornice con texture ondulata e da un supporto centrale traslucido che crea un effetto fluttuante e senza cavi, consentendo allo schermo di fungere da elemento decorativo anche quando non è in uso.


Funzionalità aggiuntive di BRAVIA 9 II:


  • L'espressione più avanzata dei TV True RGB di Sony: dotato di controller LED di nuova concezione per il massimo livello di controllo della retroilluminazione. Questa architettura produce una luce primaria più pura prima che l'immagine raggiunga il pannello, consentendo un volume cromatico ampliato, una gradazione più fluida e tonalità accurate a livelli di luminosità più elevati, fondamentali nei salotti più luminosi;
  • Immersive Black Screen Pro: un esclusivo trattamento antiriflesso dello schermo di nuova concezione garantisce neri ricchi e profondi, anche in ambienti luminosi come il salotto. Ciò consente agli spettatori di immergersi ancora di più nei film, rivelando i minimi dettagli anche nelle scene buie;
  • esperienza audio coinvolgente: Acoustic Multi-Audio+ con beamtweeter upfiring esalta il suono surround cinematografico con una profondità potente e un'immersione reale.


BRAVIA Theatre Trio


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Il Senato ha confermato Jay Clayton alla guida dell'intelligence americana


Confermato 51 a 47 lungo le linee di partito, il procuratore di Manhattan prende il posto di Bill Pulte, che ha chiuso il suo interim rivendicando licenziamenti che in gran parte non risultano.

Il Senato ha confermato martedì Jay Clayton come nuovo direttore dell'intelligence nazionale degli Stati Uniti, con 51 voti a favore e 47 contrari lungo le linee di partito. Clayton, procuratore federale di Manhattan e alleato di lunga data del presidente Donald Trump, assume la guida dell'Office of the Director of National Intelligence (ODNI), l'ufficio creato dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 per coordinare meglio il lavoro delle agenzie di spionaggio americane. L'incarico ha però perso molto peso durante la seconda amministrazione Trump.

La nomina era stata accolta all'inizio con una certa apertura dai democratici, che però hanno ritirato il sostegno dopo l'audizione di conferma di questo mese, quando Clayton si è rifiutato di dire chiaramente che Joe Biden aveva vinto le elezioni presidenziali del 2020. Incalzato dal senatore democratico della Georgia Jon Ossoff, citato tra i possibili candidati alla Casa Bianca nel 2028, Clayton ha risposto che la vittoria di Biden era stata "certificata", senza riconoscerlo in modo esplicito come legittimo vincitore. La sua conferma non è comunque mai stata in discussione, a differenza di quella della sua predecessora Tulsi Gabbard, un'ex deputata democratica che una parte dei repubblicani aveva faticato ad accettare.

Il senatore Mark Warner, il democratico più alto in grado nella commissione Intelligence del Senato, ha detto dopo il voto di essere uscito dal processo di conferma "con serie riserve" sulla disponibilità di Clayton "a resistere alle pressioni politiche quando conta di più" e di sperare che quei timori si rivelino infondati, "perché la comunità dell'intelligence merita una guida più stabile di quella che ha avuto negli ultimi mesi".

Clayton prende il posto di Bill Pulte, direttore ad interim da giugno, un funzionario che dirige anche un'agenzia federale per la casa, non aveva alcuna esperienza di sicurezza nazionale e ha condotto campagne di ritorsione contro i nemici percepiti del presidente. Molti democratici, pur avendo votato contro Clayton, hanno espresso in privato sollievo per il cambio della guardia.

Settimane fa i due partiti stavano anzi lavorando insieme per confermare Clayton in fretta ed evitare che Pulte assumesse l'incarico anche solo per poco: alcuni parlamentari temevano danni irreversibili alla comunità dell'intelligence. Il piano è saltato quando il presidente ha impedito a Clayton di presentarsi all'audizione, per spingere il Congresso ad approvare una legge che limita le modalità di voto. Pulte è così rimasto in carica per settimane.

Pulte ha passato le ultime ore dell'incarico a rivendicare licenziamenti di massa. Dopo avere già annunciato quattro giri di tagli, martedì mattina, poche ore prima del voto, ha scritto su X di stare eseguendo un quinto e "quasi definitivo" giro di licenziamenti e di avere ridotto il personale di circa il 30 per cento in poche settimane. Nel post, che imitava lo stile social del presidente, ha aggiunto che "la comunità dell'intelligence deve proteggere il popolo americano, non i capricci politici di una classe elitaria gonfia e corrotta".

Funzionari ed ex funzionari hanno però detto al New York Times che negli ultimi tempi pochi dipendenti sono stati licenziati davvero. Secondo loro Pulte conteggia come licenziamenti sia gli ufficiali che avevano completato il periodo di servizio e stavano rientrando come previsto nelle agenzie di provenienza, sia posizioni mai occupate in diverse parti dell'ufficio, tra cui il National Counterterrorism Center, il centro dedicato all'antiterrorismo.

Il suo staff non ha fornito spiegazioni nemmeno alla commissione Intelligence del Senato, che ha chiesto senza successo le informazioni necessarie a verificare i numeri.

Quando Gabbard ha annunciato le dimissioni in maggio, dopo la diagnosi di cancro del marito, l'ODNI contava circa 1.700 persone, tra cui 1.300 dipendenti pubblici a tempo pieno e 400 collaboratori esterni. Nei primi giorni Pulte ha messo in congedo amministrativo alcuni stretti collaboratori dell'ex direttrice, lasciando loro il tempo di trovare un altro impiego nel governo. Ha poi rimandato alle agenzie di provenienza, come la CIA e la National Security Agency, circa 75 ufficiali dell'intelligence che lavoravano formalmente per quelle strutture.

Tagli e rientri hanno colpito soprattutto il National Intelligence Council, il gruppo che rivede le conclusioni delle diverse agenzie di spionaggio e produce i giudizi analitici più autorevoli della comunità dell'intelligence, facendo da argine al conformismo delle analisi. Già l'anno scorso Gabbard aveva licenziato il capo del council per un contrasto sull'intelligence relativa a una gang venezuelana. Aveva anche eliminato lo Strategic Futures Group, la squadra dedicata agli scenari di lungo periodo, sostenendo che il suo lavoro fosse in contrasto con le politiche del presidente.

Il peso dell'ODNI è cambiato molto da un'amministrazione all'altra e con quella attuale ha toccato il punto più basso. Per le decisioni di sicurezza nazionale più importanti, dal raid di gennaio in Venezuela alla guerra con l'Iran, il presidente si affida soprattutto al direttore della CIA John Ratcliffe. L'ufficio gli è servito invece per declassificare documenti in modo selettivo e alimentare i suoi vecchi rancori contro il "deep state", l'apparato di funzionari che a suo dire avrebbe cercato di ostacolarlo. È stato proprio Ratcliffe a raccomandare Clayton al presidente e i due dovrebbero essere più allineati di quanto lo fossero lo stesso Ratcliffe e Gabbard.

Nelle settimane da direttore Pulte ha anche contribuito a declassificare documenti legati alle elezioni del 2020, ma i materiali diffusi questo mese dalla Casa Bianca sulle interferenze straniere contenevano in molti casi informazioni già pubbliche. E alla fine non ha licenziato così tante persone come i democratici temevano all'inizio.

Clayton, che durante il primo mandato di Trump ha presieduto la Securities and Exchange Commission, l'autorità di vigilanza sulla borsa americana, arriva all'incarico dalla procura federale di Manhattan. Questo mese il suo ufficio ha notificato delle subpoena (gli atti che obbligano a testimoniare o a consegnare documenti) a diversi giornalisti del New York Times che avevano scritto dei problemi di sicurezza del nuovo Air Force One donato dal Qatar. Il dipartimento di Giustizia le ha ritirate la settimana scorsa.

Julia Curlee, un'ex analista della CIA che ha lasciato l'agenzia quest'anno dopo avere lavorato nel Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha detto al New York Times che i tagli di Pulte sono una recita per compiacere il presidente, destinata a pesare a lungo sulle agenzie di spionaggio americane. "Il conto arriverà sotto forma di morale basso e di americani che non faranno più domanda" per entrare nell'intelligence, ha aggiunto. "Il Congresso dovrebbe pretendere di sapere che cosa si vuole ottenere e quali funzioni di sicurezza nazionale resteranno scoperte".


Trump perde la pazienza con il Senato sul SAVE Act, Thune replica: "Trovate voi i voti"


La tensione tra Donald Trump e i senatori repubblicani sul SAVE America Act, la riforma restrittiva sulle regole elettorali voluta a tutti i costi da Trump e bloccata da mesi al Senato, è esplosa in uno scontro aperto tra la Casa Bianca e John Thune, leader della maggioranza. Durante una conferenza stampa tenuta giovedì, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che la pazienza di Trump nei confronti del senatore del South Dakota "sta finendo" e che il presidente pretende l'approvazione, prima della pausa di agosto, della versione più ampia possibile del provvedimento.

La replica di Thune è arrivata poche ore dopo, davanti ai giornalisti al Campidoglio:

"Forse lei, o qualcun altro, dovrebbe prendere il telefono e trovare i voti. Qui servono 50 voti. Invece di puntare il dito contro i repubblicani, dovrebbero concentrarsi su chi sta bloccando la legge in aula, cioè i democratici. E se ci sono repubblicani che possono essere convinti, li chiamino. Li portino al sì".


Il problema, per la Casa Bianca, è anzitutto aritmetico. Il SAVE America Act, progetto di legge che imporrebbe la prova della cittadinanza per registrarsi alle liste elettorali, l'obbligo di esibire un documento d'identità valido in tutto il Paese e forti limitazioni al voto via posta, non dispone né della maggioranza semplice né men che meno dei 60 voti necessari per superare l'ostruzionismo ("filibuster") dei democratici. Secondo i calcoli di The Hill, il Senato ha già esaminato la legge, integralmente o in parte, in almeno cinque votazioni, tutte concluse con un nulla di fatto.

Trump contro il filibuster, i senatori contro Trump


Da mesi Trump chiede per questo motivo ai repubblicani di eliminare o indebolire il filibuster, così da poter approvare la legge a maggioranza semplice. Mercoledì, durante un comizio in Georgia, il presidente ha alzato ulteriormente i toni: "Il Senato è il posto dove si mandano le cose quando si vuole che muoiano". Poi l'attacco diretto: "Chiamate tutti John Thune al Senato. È il leader del Partito repubblicano: ditegli di far approvare questa roba".

Lo scontro spacca il partito proprio mentre i repubblicani vorrebbero presentarsi uniti agli elettori in vista delle elezioni di metà mandato. "Non so chi abbia convinto il presidente che questo fosse un obiettivo raggiungibile", ha dichiarato il senatore texano John Cornyn, sconfitto alle primarie da uno sfidante sostenuto da Trump. "Questa cosa sta creando un plotone d'esecuzione circolare tra i repubblicani e siamo a 103 giorni dalle elezioni di metà mandato: non è una buona posizione in cui trovarci".

Il dissenso interno, tuttavia, non riguarda soltanto il metodo. Tra i contrari alla legge o alla modifica delle regole sull'ostruzionismo figurano senatori che Trump attacca regolarmente sui social: in particolare Lisa Murkowski dell'Alaska, Susan Collins del Maine, impegnata in una difficile corsa per la rielezione, e Thom Tillis del North Carolina, secondo il quale insistere sul provvedimento è una perdita di tempo. Giovedì Tillis ha difeso apertamente Thune: "Chiunque alla Casa Bianca pensi che Thune non sia un buon leader non è qualificato per svolgere il proprio lavoro". Anche Cornyn e Bill Cassidy della Louisiana, entrambi sconfitti alle primarie dopo che Trump aveva sostenuto i loro avversari, hanno ormai pochi incentivi a sacrificare le prerogative del Senato per sostenere le priorità presidenziali.

La destra della Camera alza la pressione


Ad alimentare la tensione contribuisce però anche la Camera dei Rappresentanti, dove una fazione dell'ultradestra MAGA ha ottenuto dallo speaker Mike Johnson l'impegno ad allegare una versione del SAVE America Act a ogni provvedimento importante trasmesso al Senato. Questa settimana i deputati hanno approvato, con 216 voti favorevoli e 214 contrari, una risoluzione di bilancio da 95 miliardi di dollari che apre la strada a un pacchetto approvabile a maggioranza semplice: circa 73 miliardi sarebbero destinati alla guerra con l'Iran e alla sicurezza nazionale, mentre altri 10 miliardi servirebbero a incentivare gli Stati ad adottare le restrizioni elettorali volute da Trump.

Thune ha però ammesso di non avere i numeri neppure per questa operazione: "Bisogna arrivare a 50 voti e, in questo momento, non riesco a contarne 50 nemmeno per approvare una risoluzione di bilancio". La priorità del Senato, ha aggiunto, resta il finanziamento del governo federale, necessario per evitare uno shutdown alla fine di settembre. In serata il leader repubblicano ha provato a ridimensionare lo scontro con la Casa Bianca, ma le ultime due settimane prima della pausa estiva si annunciano tutt'altro che tranquille, se questo è il presupposto.


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Primo via libera del Senato alle sanzioni contro Russia e Iran intitolate a Lindsey Graham


Il voto procedurale è passato con 86 sì e 12 no poche ore dopo i funerali del senatore e con Zelensky in aula. Previsti dazi fino al 100% contro i paesi che comprano petrolio e gas dalla Russia

Con 86 voti a favore e 12 contrari, il Senato degli Stati Uniti ha superato martedì sera il primo passaggio verso l'approvazione del pacchetto di sanzioni contro Russia e Iran intitolato a Lindsey Graham, il senatore repubblicano della South Carolina morto improvvisamente a metà luglio.

Era un voto procedurale, quello con cui l'aula decide di andare avanti verso il voto finale e per cui serve una maggioranza di 60 senatori su 100. Il risultato è andato ben oltre la soglia, con il sì di quasi tutti i repubblicani e della maggioranza dei democratici.

Il voto è arrivato poche ore dopo le cerimonie funebri per Graham al Campidoglio e alla Cattedrale nazionale di Washington. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nella capitale per i funerali, ha seguito la votazione dalla tribuna dell'aula.

Prima del voto Zelensky aveva visto i senatori a porte chiuse e li aveva ringraziati per il sostegno all'Ucraina, mentre la guerra si avvicina ai quattro anni e mezzo. Secondo Axios, insieme al presidente finlandese Alexander Stubb ha difeso la necessità di sanzioni e dazi sostenendo che la Russia si trova in una posizione perdente.

In giornata Zelensky aveva incontrato anche il presidente Trump per portargli le condoglianze. Su X ha scritto che Graham era "un vero amico dell'Ucraina". I due hanno discusso della ripresa del processo diplomatico e delle licenze per produrre gli intercettori Patriot (i missili americani per la difesa aerea).

Il pacchetto, ribattezzato in suo onore "Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act", prevede sanzioni obbligatorie contro funzionari e oligarchi russi e i loro familiari. Sanziona anche banche e istituzioni finanziarie del paese, oltre alla "flotta ombra", la rete di petroliere datate che Mosca usa per esportare petrolio aggirando le sanzioni occidentali.

Il repubblicano Roger Wicker, presidente della commissione Forze armate del Senato, ha detto in aula che la legge colpirà il presidente russo Vladimir Putin e la sua cerchia ristretta, oltre agli investimenti cinesi nella produzione bellica russa.

La legge dà inoltre al presidente una nuova autorità commerciale: dazi fino al 100% contro i paesi che comprano petrolio e gas dalla Russia o che aiutano Mosca ad aggirare le sanzioni, come Cina e India. Sono i cosiddetti dazi secondari, perché non colpiscono direttamente la Russia ma i paesi terzi che commerciano con lei.

Le misure si applicheranno ai cinque maggiori importatori di energia russa e ai cinque principali facilitatori dell'elusione. Sulle importazioni dirette dalla Russia i dazi potranno invece arrivare al 500%.

I senatori hanno aggiunto all'ultimo momento anche l'estensione delle sanzioni contro l'Iran in scadenza a fine anno, quelle che limitano i finanziamenti ai settori dell'energia e degli armamenti del paese. La proroga arriva mentre l'amministrazione cerca un accordo di pace duraturo per la guerra in Medio Oriente.

Graham e il democratico Richard Blumenthal lavoravano al progetto dall'aprile del 2025 e il testo aveva raccolto 62 cofirmatari. La Casa Bianca lo ha però frenato per mesi chiedendo più margine di manovra per il presidente nella scelta di chi sanzionare e in quale misura.

Graham, che era stato decisivo nel convincere Trump a continuare a sostenere l'Ucraina, aveva annunciato da Kyiv pochi giorni prima di morire di aver ottenuto il via libera sul testo rivisto. Era appena rientrato a Washington quando è morto.

La nuova versione amplia l'elenco delle entità russe soggette a sanzioni obbligatorie e impone all'amministrazione di riferire regolarmente al Congresso. Al presidente resta però la facoltà di sospendere le misure se certifica che è necessario per la sicurezza nazionale.

L'accordo finale, che ha dato al pacchetto il nuovo nome e vi ha inserito le sanzioni sull'Iran, è stato presentato martedì da un gruppo bipartisan guidato da Blumenthal e da Darline Graham. La sorella del senatore gli è subentrata diventando la prima donna a rappresentare la South Carolina al Senato. "Non c'è modo migliore di onorare l'eredità del senatore Graham che portare avanti questo accordo bipartisan", hanno scritto i senatori in una dichiarazione congiunta.

Tra i contrari ci sono 11 democratici e un solo repubblicano (Rand Paul, del Kentucky). Una parte dei democratici non vuole affidare al presidente nuovi poteri sui dazi, dopo che negli ultimi mesi li ha già usati scavalcando le prerogative commerciali del Congresso.

Il senatore del Vermont Peter Welch, uno dei contrari, ha detto in un'intervista al New York Times che la legge definisce in modo troppo vago i "facilitatori" della vendita di petrolio russo contro cui la Casa Bianca potrà usare i dazi. Il presidente potrebbe così prendere di mira "qualsiasi paese per qualsiasi motivo, purché lo etichetti come facilitatore". "Sono favorevole a usare dazi e sanzioni per comprimere le entrate russe, ma bisogna essere specifici", ha aggiunto.

I promotori hanno comunque modificato il testo per esentare dai dazi secondari gli alleati degli Stati Uniti che comprano ancora piccole quantità di energia russa, a condizione che stiano riducendo in modo verificabile la loro dipendenza.

L'approvazione definitiva al Senato è considerata probabile, ma poi il testo dovrà passare alla Camera, che è andata in pausa estiva la settimana scorsa senza averlo esaminato e tornerà a fine agosto.

Il presidente e lo speaker della Camera Mike Johnson si sono detti favorevoli, mentre una parte dei deputati democratici potrebbe opporsi per gli stessi timori sui poteri commerciali. La repubblicana Katie Britt, tra le prime sostenitrici del pacchetto, ha detto di sperare che la Camera torni subito a Washington per approvarlo.


Trump ha incontrato Zelensky alla Casa Bianca: si è parlato della produzione di missili Patriot in Ucraina


Il presidente Donald Trump ha ricevuto martedì mattina alla Casa Bianca il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nel primo incontro tra i due a Washington dallo scorso ottobre. Il colloquio è iniziato alle 9:30 locali (le 15:30 in Italia) e si è svolto a porte chiuse e senza cerimonie. La Casa Bianca lo ha classificato come visita di lavoro e Zelensky è entrato da un ingresso laterale.

"Il presidente e io abbiamo discusso delle licenze per la produzione di intercettori Patriot e di diverse altre idee che potrebbero aiutare", ha scritto il leader ucraino su Telegram al termine, ringraziando gli Stati Uniti per il "fermo sostegno". La portavoce Karoline Leavitt ha scritto su X che gli incontri della giornata, quello con Zelensky e il successivo con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sono stati "positivi e produttivi".

Zelensky era atterrato a Washington nella notte per i funerali del senatore repubblicano Lindsey Graham, morto l'11 luglio a 71 anni, il giorno dopo il rientro dal suo decimo viaggio in Ucraina. "La nostra priorità numero uno è la difesa antibalistica e la cooperazione strategica con l'America. Bisogna avvicinare la pace", aveva scritto su X all'arrivo.

Graham era uno dei più convinti sostenitori di Kyiv al Congresso. Prima di morire aveva ottenuto l'appoggio della Casa Bianca a un pacchetto bipartisan di sanzioni contro la Russia, su cui il Senato si prepara a votare. Dopo il colloquio con Trump, Zelensky vedrà anche i parlamentari al Congresso per tenere vivo quel progetto di legge.

I Patriot sono i sistemi americani di difesa aerea in grado di intercettare i missili balistici e l'Ucraina li chiede da quattro anni per proteggere le città dai bombardamenti russi.

Al vertice NATO di Ankara dell'8 luglio Trump aveva promesso a Zelensky una licenza per produrre gli intercettori direttamente sul territorio ucraino. La settimana scorsa una delegazione di Raytheon, l'azienda americana che li fabbrica, è andata a Kyiv per discutere i dettagli.

Il percorso però è lungo, tra passaggi politici e tecnici. Nessuno si aspetta che la produzione parta presto e un eventuale accordo risponderebbe ai bisogni futuri dell'Ucraina, non a quelli immediati. Dopo le guerre in Ucraina e in Medio Oriente gli intercettori scarseggiano e finora Trump è stato riluttante a cederli, dicendo che servono agli stessi Stati Uniti, impegnati dalla fine di febbraio nella guerra con l'Iran.

Per più di un anno Trump aveva ripetuto in privato ai suoi consiglieri che l'Ucraina stava perdendo la guerra. Nelle ultime settimane, secondo il Wall Street Journal, il giudizio è cambiato. Il presidente è rimasto colpito dalla tenuta di Zelensky e dagli attacchi ucraini in profondità nel territorio russo. Ammira anche l'industria dei droni di Kyiv, passata da circa 5.000 esemplari prodotti nel 2022 a milioni all'anno nel 2026, secondo i dati del governo ucraino.

Un alto funzionario dell'amministrazione ha spiegato al giornale che a Trump piacciono i vincenti e che Zelensky, ai suoi occhi, assomiglia sempre di più a uno di loro. Pesa anche l'esperienza ucraina contro i droni kamikaze Shahed di fabbricazione iraniana, gli stessi che le forze americane affrontano in Medio Oriente con scorte di difesa aerea sempre più ridotte. Ad Ankara Trump si è detto interessato a una collaborazione con Kyiv anche sulla produzione di droni.

Nel febbraio 2025 Trump e il vicepresidente JD Vance avevano rimproverato Zelensky davanti alle telecamere nello Studio Ovale, dicendogli che non aveva "carte" da giocare e pochi giorni dopo Washington sospese gli aiuti militari e la condivisione di intelligence con Kyiv.

Da allora, secondo il quotidiano, i leader europei e alcuni repubblicani del Congresso, Graham compreso, hanno lavorato per ricucire. Il segretario generale della NATO Mark Rutte e il presidente finlandese Alexander Stubb hanno parlato spesso con Trump dei vantaggi di sostenere l'Ucraina.

Zelensky ha cercato il contatto diretto ai margini dei vertici internazionali, a partire dal colloquio di un quarto d'ora in Vaticano ai funerali di papa Francesco nell'aprile 2025. Anche l'attivista di destra Laura Loomer ha rovesciato le sue critiche all'Ucraina dopo un viaggio a Kyiv e ha definito Zelensky un "leader in tempo di guerra" e un "alleato essenziale".

A ottobre 2025 un nuovo incontro alla Casa Bianca degenerò, secondo le ricostruzioni dei media, in uno scontro verbale sulle concessioni territoriali chieste dagli Stati Uniti. A dicembre, in Florida, il clima fu più disteso ed entrambi parlarono di un accordo vicino.

"Abbiamo davvero sviluppato un buon rapporto. Difficile da credere, no?", ha detto Trump al vertice di Ankara.

Sul campo l'Ucraina ha recuperato terreno negli ultimi mesi. I suoi droni a lungo raggio, arrivati a colpire fino in Siberia, danneggiano raffinerie e depositi, causando in Russia carenze di carburante e aumenti dei prezzi. Il gradimento di Vladimir Putin è sceso di cinque punti in una settimana, al 66%, il calo più ripido dall'inizio dell'invasione secondo un istituto demoscopico statale russo.

Nel fine settimana Kyiv ha colpito nel Mar Caspio alcune navi che trasportavano armi dall'Iran alla Russia. In un'intervista a Sky News, Zelensky ha detto che l'Iran fornisce a Mosca missili balistici, che la Cina garantisce assistenza satellitare e tecnologia di puntamento e che la Corea del Nord ha promesso l'invio di 30.000 soldati.

I negoziati di pace restano invece fermi: gli ultimi colloqui trilaterali, conclusi a inizio febbraio ad Abu Dhabi, hanno prodotto poco più che scambi di prigionieri, anche perché l'attenzione americana si è spostata sul conflitto con l'Iran.

Le stesse fonti del Wall Street Journal avvertono che il nuovo ottimismo di Trump potrebbe non durare, perché le sue opinioni cambiano in fretta. In passato, inoltre, Putin si è dimostrato capace di far valere le proprie ragioni con lui e con parte dei suoi collaboratori. Per i funzionari americani l'obiettivo strategico del Cremlino non è cambiato ed è ancora quello di sottomettere l'Ucraina, nonostante le enormi perdite sul campo.

Alle 14 locali (le 20 in Italia) i tre leader sono attesi alla cattedrale nazionale di Washington per la cerimonia funebre in onore di Graham, dove Trump terrà un discorso. In mattinata, al tributo al Campidoglio, Vance ha ricordato il senatore come "un fiero difensore dell'Ucraina", citando anche una discussione "tesa" avuta con lui in Senato sui finanziamenti a Kyiv.

Con la morte di Graham, Zelensky perde uno degli alleati più efficaci che avesse a Washington.


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Il Merluzzo Popolare


Il bolentino di profondità riserva sempre qualche sorpresa e il nasello è una di queste. Non è una preda molto divertente, ma una volta a bordo è sempre festa, preludio di un ottimo pasto per le sue inconfondibili delicate, gustose e bianche carni.
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foto in alto: Maksimilian con un maxi nasello che supera i 6 chili.

Nella pesca in mare, ogni specie ha il suo prestigio, il suo appeal, ed è innegabile che ci siano specie minori, poco ricercate e altre specie cosiddette “regine” che invece sono presenti nei sogni e a volte anche negli incubi dei pescatori. Nel bolentino di profondità la specie regina è l’occhione, ma il sogno proibito forse è la cernia “americana” forse a causa della mole e della rarità, ma c’è un’altra specie che non ha niente da invidiare in termini di dimensioni (arriva a 15 chili) e anche appetibilità culinaria: il merluzzo, ma dovremmo più correttamente chiamarlo nasello. Si tratta di un famelico predatore che troviamo dai 100 ai 700 metri di profondità su una moltitudine di substrati. Ha una vistosissima dentatura da predatore degli abissi con denti prominenti distribuiti su entrambe le mascelle e destinati più ad afferrare la preda che a masticarla, infatti si nutre di altri pesci e cefalopodi ed è solito predare anche individui della sua stessa specie, come spesso accade ad alta profondità. Un po’ come la cernia di fondale, è presente anche su terreni fangosi, ancora meglio se in presenza di rocce nelle vicinanze. In questi habitat misti è molto facile trovare tutte le principali specie del bolentino ultra profondo (oltre i m 300), altrettanto facile è riuscire a catturare diversi esemplari nello stesso luogo. Infatti, a differenza degli occhioni che abitualmente formano banchi di decine di esemplari, i naselli sono di abitudini meno gregarie, ma non è impossibile in determinati spot catturarne diversi e spesso di taglie molto diverse. Quest’ultimo aspetto ci porta a due metodi principali per insediare questa specie: in scarroccio e all’ancora.
Basta un singolo esemplare di buone dimensioni per cambiare una battuta di pesca iniziata senza grandi entusiasmi.
Scarroccio - Se le condizioni di vento e corrente lo consentono, lo scarroccio in zone sconosciute, ma che riteniamo promettenti, alzando a intervalli il piombo dal fondo in modo che il terminale segua lo spostamento della nostra imbarcazione. Questo metodo, richiede sicuramente tempo e molta pazienza, ma è forse la migliore soluzione quando non conosciamo uno spot e non troviamo marcature sull’ecoscandaglio che ci convincono. È un’esplorazione fatta con le lenze sul fondo, e può portare a bellissime sorprese.

Ancorati - Il secondo metodo prevede di fermarsi in un punto che riteniamo propizio e attendere… per poi eventualmente spostarsi se dopo un tempo ragionevole non accade ciò che desideriamo. Per il terminale invece, va bene quello classico per il bolentino ultra profondo: 4 o 5 ami circle 4/0 e 1 o 2 ami in alto 7/0 magari vicino a una fonte luminosa, ed è probabile che gli esemplari più grossi li prenderemo in genere su questi primi due ami. Come esche consiglierei sarde sugli ami più piccoli e calamari interi su quelli grandi. Il comportamento in canna di un grosso nasello è simile a quello di una cernia, qualche eventuale tocca decisa e poi una sensazione di resistenza passiva, una sorta di “partenza” e poi un combattimento che dura finché l’embolia non contribuisce a far aggallare la nostra preda.
Una non rara doppietta (beato chi la fa) ad opera di Paolo Milillo.
Una curiosità - Il nasello è una specie che soffre molto lo sbalzo di pressione e per questo siamo abituati a vederlo deformato e goffo a causa dell’estroflessione della vescica natatoria. Ma se vi dovesse capitare di vederlo in superficie di notte attirato da qualche fonte luminosa, notereste il suo aspetto sinuoso ed elegante ma anche da predatore. Come altri pesci di habitat profondi infatti è solito stazionare sul fondo durante il giorno e risalire verso la superficie nelle ore notturne per predare.


Scheda tassonomica


Il nasello, Merluccius merluccius, definito impropriamente, anche dallo scrivente, semplicemente merluzzo, appartiene al vastissimo ordine dei gadiformi che comprende le famiglie Merlucciidae, Gadidae e Phycdae che comprendono sia la musdea, sia il merluzzo (in genere di provenienza atlantica) propriamente detto, dal quale, a seconda della specie e della lavorazione si ricava quello che commercialmente viene definito baccalà o stoccafisso (salato il primo, affumicato il secondo).

È diffuso in tutto il Mediterraneo e in Atlantico, dalle coste del Marocco al Mar Baltico. Predilige i fondali fangosi a partire dai 100 metri e fino ai 1000. Può raggiungere il considerevole peso di 15 chili per cm 140 e il record Igfa All-tackle è stato realizzato in Norvegia nel 2019 con un esemplare di 14,8 chili, mentre l’età massima rilevata è di ben 20 anni. Si differenzia dalla famiglia dei Gadidi per l’aspetto più slanciato, la seconda pinna dorsale e quella anale di altezza pressoché uniforme, la colorazione argentea e l’assenza di barbigli e appendici inferiori. La forma della sua bocca ricorda quella del luccio e da questo trae origine il nome latino: maris lucius ossia luccio di mare. La maturazione sessuale avviene a circa 30 centimetri mentre la riproduzione, nelle nostre acque, avviene praticamente tutto l’anno con un picco invernale. È una specie a sessi separati ma le femmine crescono più dei maschi.

Il nasello riveste una notevole importanza nella pesca commerciale per le sue carni delicate e viene pescato dai professionisti con palamiti e con le reti a strascico. Queste ultime sono molto distruttive per il nasello andando a catturare gli stadi giovanili, la cui pesca, pur essendo vietata dalla normativa che prevede una misura minima di cm 20, viene ancora praticata e costituisce l’ingrediente principale di ciò che in pescheria o al ristorante viene proposto come frittura di paranza. Quello che sarebbe opportuno è limitare la strage degli stadi giovanili perpetuata dalla pesca a strascico, anche perché pur essendone vietata la commercializzazione non si evita che gli esemplari sottomisura vengano gettati a mare privi di vita.
La cospicua dentatura del nasello atta a trattenere la preda.


English version


In sea fishing, each species has its own prestige, its own appeal, and it's undeniable that there are minor, less sought-after species and other so-called "queen" species that instead appear in the dreams and sometimes even nightmares of fishermen.
In deep-sea bottom fishing, the queen species is the stone seabream, but the forbidden dream is perhaps the "American" grouper. Perhaps because of its size and rarity, there's another species that is just as impressive in terms of size (it can weigh up to 15 kilos) and culinary appeal...
Cod, but we should more correctly call it hake (see the taxonomic profile), is a sinuous and ravenous predator found from 100 to 700 meters deep on a multitude of substrates. It has a striking set of teeth, typical of a deep-sea predator, with prominent teeth distributed across both jaws and designed more for grasping than chewing prey. It feeds on other fish and cephalopods and often preys on its own species, as often happens at great depths.
Much like the bottom-dwelling grouper, it is also present on muddy bottoms, even better if there are rocks nearby. In these mixed habitats, it is very easy to find all the main species of ultra-deep bottom fishing (over 300 meters), and it is equally easy to catch several specimens in the same place.
In fact, unlike the seabream, which usually forms schools of dozens of specimens, the hake is less gregarious, but it is not impossible to catch several specimens (and often of very different sizes) in certain spots.
This last aspect leads us to two main methods for establishing this species:
The first involves, if wind and current conditions allow, drifting in unfamiliar areas that we believe are promising, periodically lifting the lead from the bottom so that the leader follows the movement of our boat. This method certainly requires time and a lot of patience, but it is perhaps the best solution when we don't know a spot and don't find convincing markings on the depth sounder. It's an exploration done with the lines on the bottom, and can lead to wonderful surprises.
The second involves stopping in a spot we believe is favorable and waiting... then possibly moving if after a reasonable amount of time, what we want doesn't happen. For the leader, the classic one for ultra-deep sea bottom fishing is fine:
4 or 5 4/0 circle hooks and 1 or 2 7/0 top hooks, perhaps near a light source, and it's likely that we'll generally catch the largest specimens on these first two hooks. As bait, I would recommend sardines on smaller hooks and whole squid on larger ones. A large hake's behavior on the rod is similar to that of a grouper: a few firm bites, then a feeling of pulling, a sort of "start," and then a fight that lasts until the embolism helps bring our prey to the surface.

An interesting fact - It's a species that suffers greatly from pressure changes, and for this reason we're accustomed to seeing it deformed and clumsy due to the protruding swim bladder. But if you happen to spot it on the surface at night, attracted by some light source, you'll notice its sinuous and elegant appearance and its predatory look. Like other deep-sea fish, it typically stays on the bottom during the day and rises to the surface at night to prey.


Taxonomic profile - The hake, Merluccius merluccius, improperly referred to, even by this author, simply as cod, belongs to the vast order Gadiformes, which includes the Merlucciidae, Gadidae, and Phycdae families. These include both the forkbeard and the cod (generally of Atlantic origin), which, depending on the species and processing, is used to produce what is commercially known as cod or stockfish. It is widespread throughout the Mediterranean and the Atlantic, from the coasts of Morocco to the Baltic Sea. It prefers muddy bottoms from 100 meters to 1,000 meters. It can reach the considerable weight of 15 kg per 140 cm, and the IGFA All-tackle record was set in Norway in 2019 with a 14.8 kg specimen, while the maximum recorded age is 20 years.
It differs from the Gadidae family in its more slender appearance, its second dorsal and anal fins of almost uniform height, its silvery color, and the absence of barbels and lower appendages.
The shape of its mouth resembles that of the pike, hence its Latin name: maris lucius, meaning sea pike.
Hake is of considerable importance in commercial fishing due to its delicate flesh and is caught by professionals with longlines and trawl nets. The latter are very destructive to hake, capturing juveniles.

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L’auto è un pezzo da museo


La Soprintendenza ha posto il vincolo sulla collezione del “Mauto”. Da asset industriale a valore culturale, un cambio epocale per le quattro ruote a Torino

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Torino è conosciuta nel mondo anche per essere “la città dell’automobile”, sebbene le cronache abbiano ormai ampiamente raccontato della crisi del settore. Eppure, in città, il mezzo a quattro ruote inizia a vedersi sotto una prospettiva completamente diversa, quella artistica.

Lo scorso anno, il Museo dell’Automobile ha registrato 372 mila visitatori e sta diventando un punto di attrazione sempre più importante, nonostante la collocazione in corso Unità d’Italia, l’arteria che porta verso Moncalieri e la tangenziale, scomoda per i mezzi pubblici, anche se perfetta per lo splendido edificio che lo ospita. La scorsa estate, poi, la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Torino, con un provvedimento che si è concretizzato pochi mesi dopo, ha posto il vincolo sulla collezione del Museo dell’Automobile. Significa che riconosce il valore artistico di auto d’epoca e altri modelli storici. Così, l’auto a Torino, più che un valore industriale, sta sempre più assumendo un valore culturale. È un cambio di paradigma.

«Il museo vanta una storia quasi centenaria di conservazione e tutela dei veicoli», ha spiegato a L’Unica la direttrice, Lorenza Bravetta, appena rinnovata per altri due anni. «Fin dall’inizio, perché, grazie alla visione del fondatore Carlo Biscaretti di Ruffia, i primi veicoli hanno avuto una valenza storica». Sebbene la prima sede del “Mauto” risalga al 1956, il museo esisteva già da vent’anni grazie alla collezione personale dell’architetto torinese, che sin dagli anni Trenta aveva iniziato a raccogliere modelli di auto «vecchie» per conservarle.

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La rassegna stampa di mercoledì 29 luglio 2026


L'Iran lancia un attacco missilistico a sorpresa contro una base americana in Giordania, il Senato avvia le sanzioni a Russia e Iran dopo gli incontri di Trump con Zelensky e Netanyahu, via libera a Jay Clayton all'intelligence e nuove vendite sui titoli tech

Questa è la rassegna stampa di mercoledì 29 luglio 2026

L'Iran lancia un attacco missilistico a sorpresa contro una base americana in Giordania


L'Iran ha lanciato martedì diversi missili balistici contro una base militare statunitense in Giordania, in quello che il Comando centrale americano ha definito un tentato attacco a sorpresa; tutti i missili sarebbero stati intercettati. L'azione rompe la pausa nei raid diretti decisa dal presidente Trump venerdì per dare spazio alla diplomazia e potrebbe costringerlo a decidere se riprendere l'azione militare. In risposta a una serie di attacchi con droni, aerei statunitensi e sauditi hanno colpito siti logistici e di armamenti nell'Iraq orientale.

Fonti: Axios, The Hill, Financial Times

Il Senato avvia l'iter del disegno di legge sulle sanzioni a Russia e Iran


Con un voto bipartisan di 86 a 12, il Senato ha fatto avanzare il disegno di legge sulle sanzioni a Russia e Iran voluto dal senatore Lindsey Graham, scomparso di recente. La misura prevede dazi secondari del 100% sui Paesi che continuano ad acquistare petrolio e gas russi e colpisce la "flotta ombra" di petroliere usate per aggirare le sanzioni occidentali. Il voto è arrivato subito dopo un incontro a porte chiuse tra i senatori e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Fonti: Axios, The Hill, ABC News

Trump incontra Zelensky e Netanyahu alla Casa Bianca


Il presidente Trump ha ospitato alla Casa Bianca due incontri consecutivi con Zelensky e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, descrivendo entrambi i colloqui in termini positivi. L'Ucraina cerca maggiore capacità di difesa aerea in un momento di apparente riavvicinamento di Washington, mentre Netanyahu prova a ricucire il rapporto con il presidente americano. La Casa Bianca ha definito il faccia a faccia con il leader israeliano, incentrato sull'Iran, come "positivo e produttivo".

Fonti: The Guardian, Financial Times, The New York Times

Il Senato conferma Jay Clayton a capo dell'intelligence nazionale


Il Senato ha confermato Jay Clayton come direttore dell'intelligence nazionale con un voto di 51 a 47 lungo le linee di partito, affidando a un altro alleato di Trump la guida dell'apparato di spionaggio del Paese. Clayton, che ha presieduto la Consob americana durante la prima amministrazione Trump, subentra a Bill Pulte. Durante l'audizione di conferma aveva evitato di affermare chiaramente che Trump aveva perso le elezioni del 2020, perdendo così il sostegno dei democratici.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, The Guardian

Aumentano gli arresti dell'ICE negli aeroporti nella campagna sulle espulsioni


Gli agenti federali statunitensi stanno moltiplicando gli arresti negli aeroporti, aprendo un nuovo fronte nella campagna sulle espulsioni voluta dall'amministrazione Trump. Tra i fermati figurano coniugi di cittadini americani, lavoratori del settore tecnologico e altre persone con visti scaduti, molte delle quali hanno domande ancora attive per restare nel Paese.

Fonti: The New York Times

Nuova ondata di vendite sui titoli tecnologici e dei chip


I mercati asiatici hanno aperto in calo, con l'indice sudcoreano Kospi in ribasso dell'8% per le vendite prolungate sui titoli dei produttori di chip, mentre a Wall Street si approfondisce la correzione sui titoli legati all'intelligenza artificiale. La scala delle perdite delle ultime settimane sta alimentando una crescente avversione al rischio e nuove richieste di garanzie ai fondi speculativi. In controtendenza, Apple ha superato per la prima volta i 5 mila miliardi di dollari di capitalizzazione.

Fonti: ABC News, Financial Times

L'amministrazione Trump elimina i sussidi per i premi dei farmaci di Medicare


L'amministrazione Trump ha annunciato la fine di un sussidio che riduce i premi della copertura per i farmaci da prescrizione nell'ambito di Medicare. Milioni di anziani americani potrebbero quindi pagare di più per la loro assicurazione sui medicinali già dal prossimo anno.

Fonti: The New York Times, Bloomberg

Trump chiede alla Corte suprema di annullare il risarcimento da 83 milioni a E. Jean Carroll


Il presidente Trump ha chiesto alla Corte suprema di ribaltare il risarcimento da 83,3 milioni di dollari che una giuria gli aveva imposto nel 2024 per aver diffamato la scrittrice E. Jean Carroll. Trump ha già versato a Carroll oltre 5 milioni di dollari in relazione a una causa del 2023, ma ora contesta la somma, molto più elevata, stabilita successivamente.

Fonti: The New York Times, Bloomberg

I diari di Fauci al centro dello scontro politico prima dell'audizione al Congresso


La pubblicazione delle annotazioni personali di Anthony Fauci, l'ex direttore dell'istituto americano sulle malattie infettive, ha riacceso lo scontro politico a Washington. L'ex funzionario è atteso mercoledì davanti a una commissione del Senato, e il presidente della commissione di controllo della Camera James Comer lo ha avvertito che la grazia presidenziale ricevuta non copre la sua testimonianza.

Fonti: The New York Times, The Hill

Washington rende omaggio a Lindsey Graham ai funerali di Stato


Il presidente Trump, il vicepresidente JD Vance, membri del Congresso e leader stranieri si sono riuniti alla National Cathedral di Washington per i funerali del senatore Lindsey Graham, celebrandone l'eredità e l'influenza in politica estera. Trump ha ricordato Graham come un "gigante del Senato". L'evoluzione politica del senatore della Carolina del Sud, da critico a fedele alleato del presidente, ha insieme affascinato e spiazzato molti dei suoi vecchi amici.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, The Guardian

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)

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X Money disponibile in USA, Amazon verso i 5mila satelliti, Nvidia investe in Safe Superintelligence


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon mercoledì,
È appena uscita negli Stati Uniti X Money, che fa parte della grande vision di Elon Musk per creare un app all-in-one. Poi parleremo di come Amazon vuole ampliare la sua flotta di satelliti; vedremo gli investimenti di Nvidia nella startup dell'ex co-founder di OpenAI Ilya Sutskever, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Le news di oggi, selezionate a mano.

X Money debutta negli Stati Uniti


Big tech
X Money è uscito dalla beta su invito ed è in distribuzione negli Stati Uniti per gli abbonati Premium e Premium+ di X. Il servizio include un conto di deposito, pagamenti tra utenti e una carta di debito Visa dentro X. Gli utenti possono inviare, ricevere e richiedere denaro sulla piattaforma senza commissioni e senza limiti. Gli abbonati Premium+ ottengono fino al 6% di interesse annuo. Gli abbonati Premium raggiungono la stessa percentuale se accreditano lo stipendio sul conto. Gli acquisti idonei con la X Card danno il 3% di cashback. La carta virtuale viene emessa automaticamente e si può aggiungere ad Apple Pay tramite Apple Wallet. È possibile ordinare una carta fisica in metallo, personalizzare il nome e scegliere se mostrare il proprio username di X.
~
Fonte: 9to5Mac
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Amazon chiede alla FCC di lanciare 5.105 satelliti direct-to-device


Big tech
Amazon ha chiesto alla FCC l'autorizzazione a lanciare fino a 5.105 satelliti per una rete direct-to-device. Le reti direct-to-device collegano smartphone e altri dispositivi direttamente via satellite, senza passare dalle torri cellulari. La rete userà l'infrastruttura esistente di Amazon più i satelliti e lo spettro di Globalstar. Amazon ha annunciato ad aprile l'acquisizione di Globalstar per circa 11,6 miliardi di dollari. La chiusura dell'operazione è prevista nel 2027 e il dispiegamento della rete nel 2028. Il servizio è rivolto a utenti non coperti o mal serviti dagli operatori wireless esistenti, alle operazioni di emergenza come ricerca e soccorso e alla connettività di cantieri, flotte e catene di fornitura in aree remote. Amazon ha in orbita oltre 390 satelliti della sua rete internet Leo e prevede di avviare il servizio entro fine anno.
~
Fonte: CNBC
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Il prezzo è un'offerta lancio per i soli spot prenotati fino al 7 di agosto.

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Nvidia investe in Safe Superintelligence, il laboratorio di Ilya Sutskever


Startup
Nvidia ha fatto un grosso investimento (i termini non sono noti) in Safe Superintelligence. La startup è stata fondata nel 2024 da Ilya Sutskever dopo l'uscita da OpenAI, dove era capo scienziato e uno dei fondatori. L'accordo dà accesso a grandi quantità di GPU Nvidia e aumenterà le risorse di calcolo della startup di un ordine di grandezza. Finora la società si è affidata soprattutto alle TPU di Google.L'obiettivo dichiarato della startup è arrivare a una "superintelligenza sicura": nel settore il termine indica un'AI capace di fare ciò che fanno gli umani ma senza minacciare l'umanità. Sutskever dice che la ricerca si concentra su "aspetti trascurati del funzionamento del cervello umano".
~
Fonte: The Wall Street Journal
Alternativa in italiano: non pervenuta

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I rivali di Google chiedono fino a 10 miliardi di danni


Legge
La multa da 890 milioni di euro inflitta dall'UE a Google la scorsa settimana è la prima sotto il Digital Markets Act e riguarda il favoritismo dei propri servizi nei risultati di ricerca e i vincoli agli sviluppatori su Google Play. La decisione sta alimentando una serie di cause private in Europa da parte di rivali più piccoli. Le richieste di danni complessive si avvicinano a 10 miliardi di dollari. A novembre un tribunale di Berlino ha assegnato al comparatore di prezzi tedesco Idealo 465 milioni di euro: è il risarcimento antitrust più alto mai concesso da un tribunale in Germania. A luglio un tribunale di Stoccolma ha condannato Google a pagare circa 1,97 miliardi di dollari alla svedese PriceRunner. L'italiana Moltiply chiede 2,97 miliardi di euro per il suo comparatore Trovaprezzi.it. Google ha già chiuso risaricimenti riservati con le britanniche Foundem e Connexity. L'azienda respinge le cause e sostiene che i rivali cercano un risarcimento invece di investire nei propri prodotti. Le multe UE a Google nell'ultimo decennio superano i 10 miliardi di euro.
~
Fonte: Reuters
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Chat condivise di Claude trovate con una semplice ricerca su Google


Privacy
Centinaia di conversazioni condivise con Claude sono risultate accessibili a chiunque tramite una ricerca su Google. La funzione di condivisione di Claude genera un link che dovrebbe rendere la chat visibile solo a chi lo riceve. Utenti su Reddit hanno scoperto che bastava cercare la directory "claude.ai /share" su Google per trovare le chat condivise. I risultati coprivano oltre 200 conversazioni su almeno 25 pagine di ricerca. Alcune risalivano a poche settimane prima. Tra i contenuti esposti ci sono trascrizioni di conversazioni private, la richiesta di un avvocato su un'autodenuncia per violazione deontologica e le chiavi di un crypto wallet. Anthropic sostiene che chi condivide una conversazione la rende pubblicamente accessibile e che i contenuti pubblici possono essere archiviati da servizi terzi. Le pagine delle chat condivise non includevano il tag "noindex" che Google e Bing valutano per decidere se indicizzare una pagina. Il problema risulta ora almeno in parte corretto e i risultati di ricerca precedenti non sono più accessibili. Le chat già condivise si possono rimuovere da Settings > Privacy > Shared chats.
~
Fonte: 9to5Mac
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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La piramide dei dati nella robotica


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La Silicon Valley si divide sul ban dell'AI cinese


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Anche le porte che si aprono in entrambe le direzioni si chiudono alle tue spalle


fffej.substack.com (eng)

Il miraggio della produttività


frantic.im (eng)

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Apple prevede di noleggiare gli iPhone a 17,99 dollari al mese grazie alla partnership con Klarna


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Il robot ingaggiato dalla NASA per sollevare un telescopio orbitale è finito fuori controllo


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Apple tocca per la prima volta i 5.000 miliardi di dollari di capitalizzazione


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Amazon chiede alla FCC di lanciare 5.105 satelliti direct-to-device


Il servizio partirà nel 2028 con Globalstar.
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In breve:


Amazon ha chiesto alla FCC l'autorizzazione a lanciare fino a 5.105 satelliti per una rete direct-to-device. Le reti direct-to-device collegano smartphone e altri dispositivi direttamente via satellite, senza passare dalle torri cellulari. La rete userà l'infrastruttura esistente di Amazon più i satelliti e lo spettro di Globalstar. Amazon ha annunciato ad aprile l'acquisizione di Globalstar per circa 11,6 miliardi di dollari. La chiusura dell'operazione è prevista nel 2027 e il dispiegamento della rete nel 2028. Il servizio è rivolto a utenti non coperti o mal serviti dagli operatori wireless esistenti, alle operazioni di emergenza come ricerca e soccorso e alla connettività di cantieri, flotte e catene di fornitura in aree remote. Amazon ha in orbita oltre 390 satelliti della sua rete internet Leo e prevede di avviare il servizio entro fine anno.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Amazon seeks federal approval to launch 5,105 satellites for direct-to-device network
Title: Amazon seeks federal approval to launch 5,105 satellites for direct-to-device network URL Source: https://www.cnbc.com/2026/07/27/amazon-satellite-internet-network.html Published Time: 2026-07-27T15:52:28+0000 Markdown Content: Skip Navigation Amazon seeks federal…
CNBC


Alternativa in italiano:

Amazon chiede all'FCC 5.105 satelliti per collegare gli smartphone senza ripetitori
La domanda depositata sabato alla FCC prevede cinque gusci orbitali e satelliti che elaborano il segnale a bordo. Il lancio parte dal 2028, ma il perno è lo spettro di Globalstar, la società che oggi alimenta le funzioni satellitari di iPhone
Hardware Upgrade

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Chat condivise di Claude trovate con una semplice ricerca su Google


Oltre 200 conversazioni indicizzate senza tag noindex.
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In breve:


Centinaia di conversazioni condivise con Claude sono risultate accessibili a chiunque tramite una ricerca su Google. La funzione di condivisione di Claude genera un link che dovrebbe rendere la chat visibile solo a chi lo riceve. Utenti su Reddit hanno scoperto che bastava cercare la directory "claude.ai /share" su Google per trovare le chat condivise. I risultati coprivano oltre 200 conversazioni su almeno 25 pagine di ricerca. Alcune risalivano a poche settimane prima. Tra i contenuti esposti ci sono trascrizioni di conversazioni private, la richiesta di un avvocato su un'autodenuncia per violazione deontologica e le chiavi di un crypto wallet. Anthropic sostiene che chi condivide una conversazione la rende pubblicamente accessibile e che i contenuti pubblici possono essere archiviati da servizi terzi. Le pagine delle chat condivise non includevano il tag "noindex" che Google e Bing valutano per decidere se indicizzare una pagina. Il problema risulta ora almeno in parte corretto e i risultati di ricerca precedenti non sono più accessibili. Le chat già condivise si possono rimuovere da Settings > Privacy > Shared chats.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Claude chats exposed in Google searches – another endorsement of Apple privacy
We’ve long cautioned against disclosing sensitive personal data in AI chatbot sessions, given that most companies use these as training...
9to5MacBen Lovejoy


Alternativa in italiano:

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HDblog

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X Money debutta negli Stati Uniti


Disponibile per gli abbonati Premium e Premium+ di X.
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In breve:


X Money è uscito dalla beta su invito ed è in distribuzione negli Stati Uniti per gli abbonati Premium e Premium+ di X. Il servizio include un conto di deposito, pagamenti tra utenti e una carta di debito Visa dentro X. Gli utenti possono inviare, ricevere e richiedere denaro sulla piattaforma senza commissioni e senza limiti. Gli abbonati Premium+ ottengono fino al 6% di interesse annuo. Gli abbonati Premium raggiungono la stessa percentuale se accreditano lo stipendio sul conto. Gli acquisti idonei con la X Card danno il 3% di cashback. La carta virtuale viene emessa automaticamente e si può aggiungere ad Apple Pay tramite Apple Wallet. È possibile ordinare una carta fisica in metallo, personalizzare il nome e scegliere se mostrare il proprio username di X.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

X Money officially launches in the US with Apple Wallet support after invite-only beta - 9to5Mac
X has officially launched X Money, which includes Apple Wallet support, moving the service beyond its invite-only beta and beginning a...
9to5MacZac Hall


Alternativa in italiano:

Elon Musk lancia X Money per tutti negli USA, non serve l'invito
X Money arriva negli Stati Uniti con conto, carta, cashback, pagamenti P2P e passkey per la sicurezza, ma solo per gli abbonati premium.
Punto Informatico

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I rivali di Google chiedono fino a 10 miliardi di danni


Dopo la multa DMA.
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In breve:


La multa da 890 milioni di euro inflitta dall'UE a Google la scorsa settimana è la prima sotto il Digital Markets Act e riguarda il favoritismo dei propri servizi nei risultati di ricerca e i vincoli agli sviluppatori su Google Play. La decisione sta alimentando una serie di cause private in Europa da parte di rivali più piccoli. Le richieste di danni complessive si avvicinano a 10 miliardi di dollari. A novembre un tribunale di Berlino ha assegnato al comparatore di prezzi tedesco Idealo 465 milioni di euro: è il risarcimento antitrust più alto mai concesso da un tribunale in Germania. A luglio un tribunale di Stoccolma ha condannato Google a pagare circa 1,97 miliardi di dollari alla svedese PriceRunner. L'italiana Moltiply chiede 2,97 miliardi di euro per il suo comparatore Trovaprezzi.it. Google ha già chiuso risarcimenti riservati con le britanniche Foundem e Connexity. L'azienda respinge le cause e sostiene che i rivali cercano un risarcimento invece di investire nei propri prodotti. Le multe UE a Google nell'ultimo decennio superano i 10 miliardi di euro.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Google rivals line up seeking damages after record $1 billion EU fine | Reuters
A decades-long crackdown on Google's business practices in Europe is entering a costly new phase, as the loss of the first case brought against it under new EU legislation opens the door ​to a wave of private lawsuits demanding up to $10 billion in damages., Google has been hit with over €10 billion in fines from the EU in the last decade, which are at various stages of appeal. That does not include a €1.5 billion fine from 2019 that was overturned., Google owner Alphabet's shares are one of the stronger performers in a complex year for the U.S. tech giants as AI hopes have been tempered by rising spending and competition concerns., Alphabet's Google is facing private court cases in Europe over anti-trust issues that have gained impetus from EU level fines. Rivals, some of who have won court awards, are seeking damages that could near $10 billion - though Google likely won't make any payouts for years., Google has been hit with over 10 billion euros of fines by the EU in the last decade, the latest being fines totalling €890 million, its first fine under the new Digital Markets Act (DMA). It now faces billions of dollars of potential fines as rival companies seek damages through the courts.
Reuters


Alternativa in italiano: non pervenuta

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Nvidia investe in Safe Superintelligence, il laboratorio di Ilya Sutskever


La startup avrà una potenza di calcolo dieci volte maggiore.
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In breve:


Nvidia ha fatto un grosso investimento (i termini non sono noti) in Safe Superintelligence. La startup è stata fondata nel 2024 da Ilya Sutskever dopo l'uscita da OpenAI, dove era capo scienziato e uno dei fondatori. L'accordo dà accesso a grandi quantità di GPU Nvidia e aumenterà le risorse di calcolo della startup di un ordine di grandezza. Finora la società si è affidata soprattutto alle TPU di Google. L'obiettivo dichiarato della startup è arrivare a una "superintelligenza sicura": nel settore il termine indica un'AI capace di fare ciò che fanno gli umani ma senza minacciare l'umanità. Sutskever dice che la ricerca si concentra su "aspetti trascurati del funzionamento del cervello umano".

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Nvidia Invests in Sutskever’s Safe Superintelligence AI Lab - WSJ
Partnership with former top OpenAI scientist aims to boost chip giant’s high-profile customer roster during AI boom, Partnership with former top OpenAI scientist aims to boost chip giant’s high-profile customer roster during AI boom
The Wall Street JournalKeach Hagey


Alternativa in italiano: non pervenuta

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Come Netanyahu ha perso l'America


Due anni fa 19 senatori democratici votarono per bloccare le armi a Israele, ad aprile lo hanno fatto 40 su 47. Il primo ministro ha perso il fronte su cui aveva costruito la carriera.

Ad aprile 40 senatori democratici su 47 hanno votato per bloccare la vendita di armi a Israele. Due anni prima erano stati 19. Tra i favorevoli figuravano anche gran parte dei possibili candidati democratici alla Casa Bianca. Secondo un'analisi di Franklin Foer pubblicata su The Atlantic, il principale responsabile di questo cambiamento è proprio l'uomo che per quarant'anni ha curato personalmente l'immagine di Israele negli Stati Uniti: Benjamin Netanyahu.

Nel 1982 Netanyahu aveva 32 anni e dirigeva il marketing di un mobilificio a Gerusalemme. L'Ambasciatore israeliano a Washington, che lo aveva conosciuto qualche anno prima a un convegno, ritenne che stesse "vendendo il prodotto sbagliato": invece di mobili agli israeliani, avrebbe dovuto "vendere" Israele agli americani. Lo portò con sé come vice e, nel giro di poco tempo, Netanyahu divenne il volto di Israele nella televisione statunitense. Era ospite fisso di programmi come Nightline e Larry King Live, brillante, combattivo e con un inglese impeccabile imparato durante l'adolescenza trascorsa nei sobborghi di Philadelphia. Nel 1984 fu nominato Ambasciatore alle Nazioni Unite.

Per i quarant'anni successivi, qualunque fosse l'incarico ricoperto, Netanyahu mantenne lo stesso obiettivo: preservare il sostegno americano a Israele. Non delegò mai questa missione, convinto che nessuno la comprendesse meglio di lui. Eppure il primo ministro più longevo della storia israeliana, atteso oggi alla Casa Bianca per un nuovo incontro con il presidente americano, ha finito per fallire proprio nel compito che considerava il più importante.

Israele e Stati Uniti

Come Netanyahu ha perso l’America


Per quarant’anni ha curato di persona il sostegno americano a Israele. Oggi il consenso bipartisan che aveva il compito di custodire non esiste più. La ricostruzione di Franklin Foer sull’Atlantic.

Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

Il voto che misura la frattura

Senatori democratici che hanno votato per bloccare la vendita di armi a Israele

0 su 47
Aprile 2026

Dem favorevoli al blocco Altri democratici Repubblicani
Nov 202419 voti Apr 202640 voti

Il 15 aprile 2026 il Senato ha respinto le risoluzioni di Bernie Sanders, ma 40 democratici su 47 hanno votato per fermare una vendita di mezzi militari a Israele: più del doppio rispetto a due anni prima.

Quarant’anni in sette date

Dal venditore perfetto alla rottura


Netanyahu ha costruito la propria carriera sul rapporto con gli Stati Uniti, poi ha legato Israele a un solo partito. Tocca le tappe per i dettagli.

1982
Dal mobilificio alla diplomazia+


A 32 anni dirige il marketing di un mobilificio di Gerusalemme. L’ambasciatore israeliano a Washington lo porta con sé come vice: il suo compito è «vendere» Israele agli americani.

1984
Il volto di Israele in tv+


Nominato ambasciatore alle Nazioni Unite, diventa ospite fisso di programmi come Nightline e Larry King Live, con l’inglese impeccabile imparato da adolescente a Philadelphia.

3 marzo 2015
Il discorso contro Obama+


Parla al Congresso contro l’accordo sul nucleare iraniano, invitato dai repubblicani all’insaputa della Casa Bianca: mai un leader straniero aveva contestato così un presidente in carica.

2017–2020
La scommessa su Trump+


Definisce Trump «il più grande amico che Israele abbia mai avuto» e ottiene l’ambasciata a Gerusalemme e il ritiro dall’accordo con l’Iran. Ma così lega Israele a un solo partito.

7 ottobre 2023
Il massacro di Hamas e la guerra+


Biden vola in Israele e difende l’offensiva su Gaza, pagando un prezzo politico crescente nell’ala sinistra del suo partito.

Giugno 2024
L’attacco a Biden+


In un video in inglese accusa Washington di rallentare le forniture militari. In realtà la Casa Bianca aveva sospeso la consegna di un solo tipo di bomba.

15 aprile 2026
La diga si rompe al Senato+


40 senatori democratici su 47 votano per bloccare la vendita di armi a Israele. Nel novembre 2024 erano stati 19.

L’opinione pubblica

Il consenso che si sgretola


Quota di americani con un’opinione sfavorevole di Israele, per gruppo (Pew Research Center, marzo 2026).

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Gli elettori che alle primarie democratiche del Michigan del 2024 votarono «uncommitted» contro la gestione della guerra a Gaza: l’inizio della contestazione del sostegno democratico a Israele.

Secondo Foer, il vero fallimento di Netanyahu non è aver assistito a questo cambiamento, ma non aver mai davvero cercato di impedirlo: ogni scelta capace di rafforzare la posizione internazionale di Israele avrebbe indebolito la sua coalizione. Alla fine ha sempre scelto di proteggere sé stesso.

Fonte: Franklin Foer, The Atlantic; Senato degli Stati Uniti (voti del novembre 2024 e del 15 aprile 2026); Pew Research Center, sondaggio 23–29 marzo 2026.

Poco più di dieci anni fa il sostegno a Israele era uno degli ultimi riflessi bipartisan della politica americana. I democratici moderati criticavano soprattutto l'ostacolo posto dal governo Netanyahu alla soluzione dei due Stati. Oggi il sindaco di New York City, la città con la più grande comunità ebraica del mondo, è un antisionista dichiarato che in campagna elettorale ha promesso di far arrestare Netanyahu se dovesse mettere piede nella sua città. Un attivista della Columbia University che l'8 ottobre 2023 partecipò a una manifestazione per celebrare l'attacco di Hamas è destinato con ogni probabilità a entrare nel prossimo Congresso. Senatori come Chris Murphy e Chris Van Hollen hanno fatto della critica a Israele uno dei pilastri del proprio messaggio politico.

Il cambiamento non riguarda soltanto i democratici. Il vicepresidente JD Vance, considerato da molti come il favorito per la nomination repubblicana del 2028, ha dichiarato questo mese al podcaster Joe Rogan che Jeffrey Epstein "aveva chiaramente legami con i più alti livelli dell'intelligence israeliana", una tesi per la quale non esistono prove. Ha inoltre accusato Israele di aver cercato di sabotare i suoi negoziati con l'Iran. Dieci anni fa dichiarazioni simili avrebbero probabilmente messo fine alla carriera di un dirigente repubblicano. Oggi arrivano da uno dei possibili futuri leader del partito.

Lo scontro con Obama e la scelta di Trump


Il padre di Netanyahu, Benzion, storico dell'Inquisizione spagnola, aveva educato il figlio alla convinzione che la storia ebraica fosse una "storia di Olocausti", che l'antisemitismo fosse una costante della diaspora e che solo uno Stato ebraico forte potesse garantire sicurezza. Negli anni Ottanta, però, il mondo sembrava smentire questa visione: Israele era pienamente integrato in Occidente, i suoi artisti e scienziati erano accolti nelle principali istituzioni internazionali e il sostegno americano appariva incrollabile.

L'ostilità esplosa dopo il 7 ottobre 2023 può essere letta come una conferma delle paure di Benzion Netanyahu, ma l'antisemitismo non basta a spiegare il mutamento dell'opinione pubblica americana. Può chiarire alcuni doppi standard applicati a Israele, ma non spiega perché tanti democratici abbiano iniziato a considerarlo un peso dal punto di vista elettorale o perché molti americani vedano oggi lo Stato ebraico come indifferente alle sofferenze dei palestinesi. Secondo Foer, le decisioni politiche e comunicative di Netanyahu hanno contribuito in modo decisivo a questa percezione.

I precedenti primi ministri israeliani avevano avuto duri contrasti con presidenti americani di entrambi i partiti, da Gerald Ford a Ronald Reagan fino a George H. W. Bush. Tuttavia avevano sempre evitato di trasformare Israele in una questione partitica, contando sul sostegno trasversale del Congresso.

Netanyahu, cresciuto politicamente negli Stati Uniti e cittadino americano fino al 1982, ha sviluppato invece una profonda diffidenza verso il Partito Democratico e verso il liberalismo di gran parte della comunità ebraica statunitense, che riteneva più interessata alla giustizia sociale che all'identità ebraica. Del futuro capo di gabinetto della Casa Bianca Rahm Emanuel arrivò a dire che era uno "che odia sé stesso". Secondo il suo biografo Anshel Pfeffer, all'inizio della carriera cercò di mascherare queste convinzioni. Con il passare degli anni smise di farlo.

Il momento simbolico arrivò il 3 marzo 2015, quando Netanyahu intervenne davanti al Congresso per attaccare l'accordo sul nucleare iraniano voluto da Barack Obama. Il discorso era stato organizzato dallo Speaker repubblicano della Camera dei Rappresentanti senza informare la Casa Bianca: un precedente senza eguali, con un leader straniero invitato dall'opposizione per contestare pubblicamente il presidente in carica.

Eppure Obama era stato uno dei presidenti più favorevoli a Israele. Da candidato aveva parlato della propria "grande affinità" con il primo movimento sionista e aveva definito uno Stato ebraico sicuro "un'idea fondamentalmente giusta". Da presidente firmò il più grande pacchetto di aiuti militari mai concesso dagli Stati Uniti a un altro Paese.

Netanyahu, invece, lo trattò rapidamente come un avversario politico: lo corresse davanti alle telecamere nello Studio Ovale, utilizzò quelle immagini nella propria campagna elettorale e nel 2012 lasciò intendere di preferire apertamente Mitt Romney. Queste scelte accelerarono l'allontanamento della sinistra americana, già influenzata dallo stallo del processo di pace, dall'espansione degli insediamenti in Cisgiordania e dalla crescente mobilitazione filo-palestinese nei campus universitari. Anziché cercare di preservare il consenso bipartisan, Netanyahu contribuì a collocare Israele sempre più nettamente nel campo repubblicano.

Con Donald Trump questa strategia ha raggiunto il suo apice. Netanyahu arrivò a definirlo "il più grande amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca". Ha fatto affiggere manifesti con le loro strette di mano, ha dedicato a Trump l'insediamento di Trump Heights e i suoi alleati hanno proposto perfino di intitolargli una stazione ferroviaria vicino al Muro Occidentale. In cambio Trump ha trasferito, nel corso del suo primo mandato, l'Ambasciata americana a Gerusalemme, ha ritirato gli Stati Uniti dall'accordo sul nucleare iraniano e rinunciato a fare pressioni su Israele per rilanciare il negoziato con i palestinesi.

Ma legando così strettamente Israele alla figura di Trump, Netanyahu ha finito per ereditarne anche le divisioni politiche. Molti esponenti della comunità ebraica americana e del Partito Democratico lo avvertirono che stava commettendo un errore strategico. Lui ha sempre ignorato quei consigli.

Gaza, Biden e il costo politico


Joe Biden ha fatto probabilmente più di qualsiasi suo predecessore per sostenere Israele dopo il massacro del 7 ottobre. Subito dopo l'attacco è volato personalmente nel Paese, per garantirgli appoggio militare e diplomatico e ha difeso l'offensiva militare israeliana a Gaza nonostante le crescenti critiche dell'ala sinistra del Partito Democratico. Col tempo ha maturato però la convinzione che eliminare Hamas fosse irrealistico e che il costo umano della guerra stesse diventando insostenibile.

Netanyahu ha ricambiato ignorando quasi tutti i suggerimenti della precedente Amministrazione americana. Nel giugno 2024 ha pubblicato un video in inglese rivolto chiaramente al pubblico statunitense, in cui ha accusato Washington di rallentare le forniture militari e sostenuto che Biden gli impedisse di vincere la guerra. L'accusa era fortemente esagerata: la Casa Bianca aveva sospeso soltanto una fornitura relativa a un unico tipo di bomba. Così, mentre Biden pagava un prezzo politico crescente per aver deciso di difendere Israele, Netanyahu lo attaccava da destra.

Alle primarie democratiche del Michigan del 2024 oltre 100.000 elettori votarono "uncommitted" per protestare contro la gestione della guerra a Gaza. Quella protesta si trasformò progressivamente in una contestazione del tradizionale sostegno democratico a Israele. Anche AIPAC, il gruppo di pressione che per decenni aveva consolidato il consenso bipartisan, è diventato il bersaglio di una parte crescente del partito.

Gavin Newsom, Cory Booker, Ruben Gallego e Seth Moulton, tutti esponenti moderati, hanno annunciato che non accetteranno più finanziamenti da AIPAC. Molti democratici sono arrivati alla conclusione che difendere Israele non offra più vantaggi politici. A pesare non è soltanto il cambiamento dell'elettorato, ma anche la convinzione che Netanyahu non ricambi la lealtà dei presidenti americani che lo sostengono.

A questa trasformazione hanno contribuito anche le scelte del governo israeliano. Nel 2022 Netanyahu ha portato nella propria coalizione Itamar Ben-Gvir, erede politico del rabbino Meir Kahane, e lo ha nominato Ministro della Sicurezza Nazionale. Ben-Gvir ha sostenuto che non dovesse entrare a Gaza "neppure un grammo di cibo" e ha promosso l'"emigrazione volontaria" dei palestinesi della Striscia. Le sue dichiarazioni sono diventate uno degli elementi citati nei procedimenti che contestano a Israele un intento genocida. Netanyahu non lo ha mai realmente sconfessato, anche perché il suo partito è indispensabile per mantenere in vita la coalizione di governo.

Il primo ministro avrebbe potuto prendere decisioni capaci di migliorare l'immagine internazionale di Israele come garantire l'afflusso degli aiuti umanitari, presentare un piano credibile per il futuro di Gaza o aprire a un percorso verso uno Stato palestinese. Secondo Foer, non lo ha fatto perché ciascuna di queste scelte avrebbe potuto far cadere il governo e mettere a rischio anche la sua posizione giudiziaria.

Nemmeno la prospettiva di una storica normalizzazione con l'Arabia Saudita è bastata a cambiare rotta. Riyadh chiedeva un solo impegno: l'avvio di un percorso credibile verso la nascita di uno Stato palestinese. Netanyahu ha però rifiutato, temendo di perdere il sostegno della destra più radicale. Così Israele ha continuato a combattere senza una strategia politica per il dopoguerra. Sul piano militare ha affrontato Hamas, Hezbollah e l'Iran. Su quello diplomatico, invece, ha progressivamente perso il sostegno dell'opinione pubblica americana.

Oggi gli indipendenti statunitensi simpatizzano più per i palestinesi che per gli israeliani, il 60% degli adulti ha un'opinione negativa di Israele, la maggioranza dei repubblicani sotto i 45 anni è contraria al rinnovo del pacchetto di aiuti militari firmato da Obama e anche tra i giovani evangelici il sostegno allo Stato ebraico è in forte calo.

L'estremismo anti-israeliano nei campus americani esisteva già prima del 7 ottobre e chi era ostile a Israele avrebbe probabilmente trovato comunque un motivo per esserlo. Ma il consenso politico perso negli Stati Uniti avrà effetti di lungo periodo. Secondo Foer, il vero fallimento di Netanyahu non è aver assistito a questo cambiamento, bensì non aver mai davvero cercato di impedirlo. Ha avuto più volte l'occasione di cambiare rotta, ma ogni scelta che avrebbe potuto rafforzare la posizione internazionale di Israele avrebbe indebolito la sua coalizione e complicato la sua situazione giudiziaria. Alla fine ha sempre scelto di proteggere sé stesso.


Netanyahu incontrerà Trump alla Casa Bianca martedì


Il presidente Donald Trump incontrerà martedì alla Casa Bianca il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, mentre gli Stati Uniti valutano di riprendere le operazioni di combattimento su larga scala contro l'Iran. L'annuncio è arrivato dall'ufficio del premier israeliano, che ha fatto sapere che Netanyahu partirà da Israele lunedì per una visita ufficiale a Washington.

"Su invito del presidente Trump, il primo ministro Benjamin Netanyahu partirà lunedì per Washington per una visita ufficiale", si legge nel comunicato diffuso dall'ufficio del premier. "Nell'ambito della visita il primo ministro incontrerà il presidente Trump alla Casa Bianca martedì e parteciperà alla cerimonia funebre per il senatore Lindsey Graham."

Netanyahu ha incontrato Trump nello Studio Ovale sei volte da quando il presidente è tornato in carica un anno e mezzo fa, più di qualsiasi altro leader mondiale. Oggi però è molto impopolare a Washington: tra i democratici, nella cerchia ristretta del presidente e nella base MAGA (lo zoccolo duro dell'elettorato di Trump).

Pochi giorni fa il presidente aveva garantito che il premier israeliano non sarà arrestato negli Stati Uniti, dopo che il sindaco di New York Zohran Mamdani aveva ipotizzato di farlo fermare all'Assemblea generale delle Nazioni Unite di settembre in base al mandato della Corte penale internazionale.

Trump sta valutando di riprendere le operazioni di combattimento su larga scala in Iran, che con ogni probabilità comprenderebbero una campagna militare congiunta con Israele simile a quella avviata il 28 febbraio con l'operazione Epic Fury. L'incontro con Netanyahu può pesare sulle decisioni del presidente e sul coordinamento tra i due paesi.

L'arrivo del premier israeliano a Washington la prossima settimana potrebbe indicare che nessuna escalation rilevante avverrà prima di allora. Nei precedenti round di escalation con l'Iran, però, sia gli Stati Uniti sia Israele hanno diffuso comunicati su visite ad alto livello come parte di operazioni di depistaggio che precedevano attacchi militari contro il paese.

La settimana scorsa Netanyahu aveva chiesto di vedere Trump senza ottenere un appuntamento, poi aveva detto di aver rinviato il viaggio perché la veglia funebre per Graham era stata spostata. Alcuni funzionari della Casa Bianca hanno raccontato che il primo ministro israeliano aveva provato a far accadere l'incontro a forza di volontà.

Mercoledì un funzionario della Casa Bianca ha detto ad Axios che erano in corso discussioni su un possibile incontro nello Studio Ovale, precisando che nulla era stato ancora fissato. Giovedì è stato Trump a dire ad Axios che avrebbe incontrato Netanyahu se il premier fosse stato in città per il funerale di Graham.

Venerdì sera il presidente ha confermato la visita durante la cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, l'appuntamento annuale che riunisce i giornalisti accreditati alla presidenza. Lo ha fatto mentre attribuiva falsamente origini palestinesi a Chuck Schumer, capogruppo democratico al Senato, che è ebreo. "Gli manderò domani un bel vestito palestinese, così potrà accogliere Bibi Netanyahu quando verrà in città la prossima settimana", ha detto Trump.

Il presidente ha aggiunto che Schumer "è diventato palestinese" e ha scherzato sul fatto che la legge islamica fosse la nuova fondazione del senatore. Associazioni musulmane ed ebraiche americane hanno già criticato in passato Trump per aver definito palestinese il capogruppo democratico, sostenendo che usa il termine in modo dispregiativo, come un insulto.

La commemorazione di Graham, senatore repubblicano della South Carolina morto di recente, si terrà martedì 28 luglio a Washington e mercoledì 29 luglio a Columbia e nella contea di Pickens, in South Carolina. Netanyahu lo ha ricordato su X come un amico caro, scrivendo che Graham aveva capito che la sicurezza di Israele e quella dell'America sono inseparabili e che aveva dedicato la vita a difendere gli Stati Uniti e a rafforzare l'alleanza tra i due paesi. "Israele ha perso uno dei suoi più grandi amici. L'America ha perso un grande patriota. Io ho perso un amico amato", ha aggiunto il primo ministro.

Stati Uniti e Israele hanno lanciato insieme il 28 febbraio le operazioni Epic Fury e Roaring Lion contro l'Iran. Negli ultimi tredici giorni il comando centrale delle forze armate americane (quello responsabile delle operazioni in Medio Oriente) ha condotto ripetuti raid aerei contro obiettivi militari iraniani, mentre l'esercito israeliano ha detto di aver risposto alle provocazioni di Hezbollah, il gruppo armato libanese sostenuto da Teheran. L'incontro tra Trump e Netanyahu arriverà a cinque mesi esatti dall'inizio della guerra.


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Workation e smart working: le cuffie Jabra per lavorare ovunque senza distrazioni


Sempre più italiani scelgono la workation per conciliare vacanza e lavoro. In questo scenario, cuffie professionali come le Jabra Evolve3 85 aiutano a migliorare la qualità delle chiamate, ridurre le distrazioni e lavorare con maggiore concentrazione ovunque ci si trovi
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Lavorare da una casa vacanze, da un appartamento sul mare, in treno o da un coworking improvvisato è diventato sempre più comune per chi sceglie la workation. Con la diffusione del lavoro ibrido, che in Italia coinvolge circa 3,57 milioni di persone secondo la Cgil, quasi un lavoratore su dieci approfitta del periodo estivo per continuare la propria attività anche dal luogo di villeggiatura (fonte Geopop).

Affinché questa modalità di lavoro sia davvero efficace, però, non basta una connessione internet stabile. Meeting in videoconferenza, chiamate consecutive e attività che richiedono concentrazione rendono indispensabile disporre di strumenti tecnologici adeguati. Ambienti come terrazze, spiagge, stazioni o appartamenti condivisi possono infatti trasformarsi in una fonte continua di rumori e distrazioni, compromettendo la qualità della comunicazione.

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Sony FX5 ufficiale: Cinema Line con Open Gate e RAW
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Sony FX5 è ufficiale: la nuova telecamera Cinema Line punta su Open Gate, RAW interno e prestazioni professionali


Sony ha presentato la “FX5”, la nuova telecamera full-frame della serie Cinema Line. La telecamera è dotata di un sensore di immagine CMOS fully-stacked di nuova concezione e migliora ulteriormente le prestazioni in termini di sensibilità. La telecamera è in grado di riprendere in 5K fino a 60 fotogrammi al secondo, in 4K fino a 120 fotogrammi al secondo e in FHD fino a 240 fotogrammi al secondo. Queste caratteristiche uniscono la resa della gamma Cinema Line e l’operatività progettata per soddisfare le esigenze degli ambienti di produzione in un corpo compatto e altamente portatile. Alla telecamera si affiancano anche due nuovi accessori opzionali: un mirino OLED rimovibile e un’impugnatura XLR che consente la registrazione direttamente nella fotocamera fino a 96 kHz, 32--bit float.

Caratteristiche principali dell’FX5


La fotocamera è dotata di un sensore d’immagine full-frame CMOS Exmor RS fully-stacked e del più recente processore di elaborazione d’immagine ad alta velocità BIONZ XR2, che include un'unità di elaborazione AI dedicata. Tre valori ISO di base (ISO 800, ISO 4000 e ISO 12800) consentono di ottenere immagini a basso rumore in un’ampia varietà di condizioni. La funzione Dual Gain Shooting, supportata per la prima volta nella serie FX, massimizza le prestazioni del sensore di immagine per consentire una riproduzione fluida delle gradazioni con una latitudine ancora più ampia, riducendo al contempo efficacemente il rumore, senza compromettere i dettagli nelle ombre.
youtube.com/embed/2sgrsZfxSac?…
Per la prima volta nella serie FX, la telecamera supporta la lettura full- pixel in formato 3:2 su tutta l’area del sensore di immagine, ovvero la ripresa Open Gate, oltre a un’ampia varietà di modalità di lettura dell’immagine, tra cui 17:9, 16:9 e Super 35 mm. Inoltre, il supporto alla registrazione integrata in X-OCN, il formato RAW lineare a 16 bit proprietario di Sony, consente registrazioni di alta qualità senza la necessità di un registratore esterno.

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Il riconoscimento dei soggetti tramite la tecnologia di rilevamento della posa umana, basata sull’intelligenza artificiale, consente alla telecamera di rilevare con precisione non solo la posizione degli occhi di una persona, ma anche quella del corpo e della testa, garantendo elevate prestazioni dell’autofocus anche in ambienti bui. La fotocamera supporta inoltre il tracciamento in tempo reale, che segue automaticamente i soggetti e consente una messa a fuoco stabile.
La telecamera presenta un corpo compatto e leggero con un design piatto nella parte superiore
La telecamera supporta una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristretti; è inoltre dotata di stabilizzazione ottica dell’immagine a 5 assi integrata nel corpo macchina. in aggiunta, la fotocamera dispone del Dynamic Active Mode, che consente di ottenere immagini stabili anche durante le riprese a mano libera. Se abbinata all’impugnatura XLR di nuova concezione, la videocamera supporta registrazioni audio di alta qualità fino a 96 kHz, 32-bit float e 4 canali audio. È inoltre compatibile con il mirino OLED inclinabile opzionale da 0,58 pollici, che consente un controllo accurato anche in ambienti molto luminosi.
La telecamera supporta in modo flessibile una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristrettiLa telecamera supporta in modo flessibile una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristretti
La telecamera è dotata di un display LCD con apertura laterale e rotazione multiangolare a 4 assi con pannello touch da 3,5 pollici, circa 2,76 milioni di punti e formato 16:9. Utilizza un display ad alta luminosità con regolazione della luminosità in 15 livelli, ed è possibile visualizzare varie informazioni di ripresa lungo i bordi superiore, inferiore, sinistro e destro dello schermo, in modo che non si sovrappongano all’immagine ripresa.

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Una ventola di raffreddamento ad alta efficienza con prestazioni di raffreddamento potenziate e un design ottimizzato per la dissipazione del calore garantiscono un funzionamento stabile anche durante registrazioni video di lunga durata. Insieme al design resistente alla polvere e all’umidità, questa caratteristica garantisce l’affidabilità nelle riprese all’aperto e in condizioni ambientali difficili. La telecamera è compatibile con la batteria ricaricabile ad alta capacità “NP-SA100” (2670 mAh), è dotata di due porte USB Type-C.

Disponibilità


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Il governatore del Kentucky chiede a McConnell di spiegare le sue condizioni di salute o dimettersi


Andy Beshear ha scritto al senatore, che non si vede in pubblico da 43 giorni, e ha chiesto a John Thune di indagare. Ma una legge del Kentucky gli vieta di nominare un sostituto al Senato.

Il governatore del Kentucky Andy Beshear ha chiesto a Mitch McConnell di spiegare pubblicamente le proprie condizioni di salute o di dimettersi dal Senato. Il senatore repubblicano, 84 anni, non compare in pubblico da 43 giorni, da quando è stato ricoverato in ospedale. Beshear, che è democratico, ha messo la richiesta per iscritto in una lettera su carta intestata del governo dello Stato, spedita lunedì e ottenuta dalla CNN.

Nella lettera il governatore lascia intendere di dubitare che le fotografie pubblicate dall'ufficio del senatore, l'ultima delle quali diffusa lunedì, restituiscano un quadro onesto del suo stato di salute.

"Mi rivolgo al senatore McConnell partendo dal presupposto che sia in grado di leggere e di rispondere a voce e che non sia incapacitato nella coscienza o nelle facoltà cognitive. Se il senatore non fosse in grado di rispondere per queste o per altre ragioni, si consideri questa lettera una richiesta al suo staff al Senato di essere onesto e trasparente con i cittadini del Kentucky", scrive Beshear.

L'ufficio di McConnell aveva diffuso lunedì un comunicato in cui il senatore dice di voler tornare in Kentucky ma di non avere ancora l'autorizzazione dei medici a lasciare la struttura di riabilitazione. "Non vedo l'ora di tornare al Senato e in Kentucky", ha detto. Il comunicato non indica una data per il rientro e contiene un aggiornamento dell'Office of the Attending Physician, l'ufficio medico del Congresso che si occupa dell'assistenza sanitaria ai parlamentari.

Secondo quell'aggiornamento, da quando è stato trasferito nella struttura di riabilitazione McConnell "ha seguito un percorso intenso di fisioterapia e riabilitazione, con più sedute al giorno pensate per recuperare forza e ridurre il rischio di nuove cadute". Nello stesso comunicato il senatore fa sapere che salterà il Fancy Farm, il raduno politico che si tiene ogni anno nel suo Stato, in programma questo fine settimana.

Per Beshear, che sta valutando una candidatura alla presidenza nel 2028, non basta. "Nemmeno la dichiarazione scritta del medico parla delle sue condizioni reali, compreso se lei sia in grado di parlare, di ragionare o di svolgere i suoi doveri di senatore. Capisco il desiderio di riservatezza di chiunque, ma quando ci si candida e si serve come uno dei due senatori di uno Stato si rinuncia volontariamente a gran parte della propria privacy", ha scritto.

"Come governatore dello Stato che lei serve, le chiedo di rivolgersi direttamente e a voce ai cittadini del Kentucky e di fornire la prova della sua capacità di servire, oppure di dimettersi".

Una copia della lettera è arrivata anche a John Thune, leader della maggioranza repubblicana al Senato, insieme a una seconda lettera in cui Beshear gli chiede di indagare. "Dalle nostre ricerche risulta che un seggio al Senato diventa vacante quando un senatore muore, si dimette o viene espulso con un voto del Senato stesso. Se il senatore McConnell non vuole dimostrare volontariamente di avere ancora la capacità di servire, insisterò perché lei, come leader della maggioranza, indaghi a fondo sulle sue condizioni, riferisca al popolo americano e avvii la procedura se necessario", ha scritto Beshear a Thune.

La richiesta di dimissioni ha un risvolto pratico. In molti Stati americani è il governatore a riempire un seggio vacante al Senato in attesa di un'elezione speciale, ma la maggioranza repubblicana del parlamento del Kentucky ha ridotto negli anni i poteri di Beshear. Nel 2021 ha approvato una legge che obbliga il governatore a scegliere il sostituto da una lista fornita dal partito del senatore uscente. Nel 2024 si è spinta oltre e gli ha tolto del tutto la facoltà di nominare qualcuno, stabilendo che il seggio possa essere riempito solo con un'elezione speciale.

Quella legge però potrebbe violare la Costituzione del Kentucky, che assegna al governatore un potere ampio di riempire i posti vacanti in "tutte le cariche dello Stato nel suo complesso". A complicare le cose c'è il diciassettesimo emendamento della Costituzione americana, che dà ai parlamenti dei singoli Stati il potere di autorizzare i governatori a nominare sostituti temporanei. Joshua Douglas, professore di diritto all'Università del Kentucky, lo ha definito una "contraddizione" che potrebbe finire davanti ai giudici. "Il diciassettesimo emendamento dice che il parlamento statale può autorizzare il governatore a nominare un sostituto temporaneo, la Costituzione del Kentucky dice che è il governatore a nominarlo e il parlamento del Kentucky dice che ci deve essere un'elezione speciale", ha scritto in una email alla CNN.

È anche possibile che il seggio resti vuoto fino all'inizio della prossima legislatura. La nuova legge dice che il governatore "deve" indire un'elezione speciale, ma non sembra imporgli di farlo entro un termine preciso. McConnell non si è ricandidato per le elezioni di novembre.

L'assenza pesa sui numeri di un Senato in cui i repubblicani hanno una maggioranza risicata. Se non tornerà entro questo mese, McConnell salterà con ogni probabilità i voti di conferma del nuovo direttore dell'intelligence nazionale e del ministro della Giustizia, oltre allo scontro sul finanziamento del governo federale e su nuovi fondi al Pentagono per pagare la guerra con l'Iran. Il Senato va in pausa estiva tra meno di due settimane e non c'è alcun segnale di un suo rientro prima di allora.

Thune, che deve gestire quella maggioranza, non ha dato indicazioni. "Non ho parlato con lui di recente", ha detto lunedì ai giornalisti, rimandando le domande all'ufficio del senatore.

Alla domanda del Wall Street Journal se McConnell sarebbe rientrato prima della pausa di agosto o entro la fine del mandato a gennaio e se un giornalista potesse parlare con lui, un portavoce non ha aggiunto nulla al comunicato ufficiale.

McConnell è stato ricoverato il 14 giugno e per settimane il suo ufficio ha fornito pochissime informazioni, mentre crescevano le speculazioni su un coma o su una incapacità permanente. Le registrazioni delle comunicazioni di emergenza raccolte dal sito openmhz.com hanno mostrato che i vigili del fuoco e il servizio sanitario di emergenza di Washington erano stati mandati a casa sua, a Capitol Hill, dopo la segnalazione di una persona priva di sensi che aveva bisogno di rianimazione avanzata.

Il 12 luglio McConnell ha rotto il silenzio con un comunicato in cui spiegava che l'assenza era dovuta a una caduta e a una successiva polmonite. Il suo ufficio ha pubblicato una fotografia che lo ritrae con la moglie Elaine Chao in una stanza d'ospedale, con una copia del Washington Post in mano. Il senatore ha attribuito il ritardo nel dare notizie alla sua riluttanza a mostrare la "vulnerabilità che arriva con l'età. Anche sotto gli occhi di tutti sento lo stesso istinto, non posso farci niente", ha detto, promettendo aggiornamenti sul suo recupero.

Il conduttore radiofonico conservatore Mike Gallagher ha detto la settimana scorsa nel suo programma che "c'è un sacco di gente che pensa che quest'uomo sia già andato". Della fotografia in ospedale ha aggiunto: "Tiene in mano un giornale con la pagina sportiva di quel giorno, come in una prova di vita. Sì, certo, sembrava tutto normale".

McConnell ha avuto la poliomielite da bambino e ha sempre camminato con un'andatura irregolare, ma negli ultimi anni è apparso più fragile. Nel 2023, dopo essere inciampato durante un evento privato, era rimasto in ospedale diversi giorni prima di entrare in riabilitazione ed era stato lontano dal Senato per 40 giorni in tutto. Ha lasciato il ruolo di leader dei repubblicani al Senato all'inizio del 2025 e ha deciso di non ricandidarsi.

In questa legislatura McConnell usava regolarmente una sedia a rotelle per raggiungere l'aula durante i voti. In una seduta notturna di oltre 19 ore conclusa il 5 giugno è rimasto seduto in prima fila con gli occhi chiusi, apparentemente addormentato, finché un collaboratore non lo ha svegliato per votare su diversi emendamenti.

Il suo udito è peggiorato e alcuni parlamentari repubblicani hanno raccontato di fare fatica a farsi sentire da lui nelle riunioni a porte chiuse, anche chiamandolo per nome.

Alcuni alleati repubblicani, tra cui Thune, hanno detto di essere stati in contatto con McConnell nell'ultimo mese e hanno descritto conversazioni lunghe su temi come la sicurezza nazionale e le elezioni di metà mandato. Il 7 luglio Thune era stato uno dei dirigenti repubblicani ad avere confermato una telefonata definita dal suo portavoce "una conversazione lunga e sostanziosa su una varietà di temi, compresa la sicurezza nazionale".

"Ieri ho parlato con qualcuno che è andato a trovarlo e mi ha detto che ha la mente lucida e che deve solo rimettersi in forze", ha raccontato la senatrice repubblicana Shelley Moore Capito in un video pubblicato dal giornalista Nicholas Ballasy. Susan Collins, che presiede la commissione del Senato che decide come ripartire la spesa federale, la settimana scorsa ha risposto a una domanda su McConnell, il quale guida una sottocommissione importante per quelle decisioni: "Penso che tornerà a settembre".

Altri senatori sono rimasti lontani da Capitol Hill per periodi altrettanto lunghi. Dianne Feinstein, democratica della California, è mancata per diversi mesi nel 2023 per un fuoco di Sant'Antonio, è tornata al Senato ed è morta più tardi nello stesso anno. John Fetterman, democratico della Pennsylvania, è stato ricoverato per più di un mese nel 2023 per una depressione seguita a un ictus. Mark Kirk, repubblicano dell'Illinois, è rimasto fuori un anno dopo un ictus nel 2012 e ha perso la corsa per la rielezione nel 2016. John McCain, repubblicano dell'Arizona, è rimasto assente circa otto mesi prima di morire per un tumore al cervello nel 2018.


McConnell è assente dal Senato da sei settimane e cresce la richiesta di spiegazioni


Mitch McConnell, 84 anni, non vota al Senato dal 14 giugno, quando il suo staff ha annunciato il ricovero in ospedale dopo una caduta. A quasi sei settimane di distanza le informazioni diffuse restano poche e le richieste di trasparenza sulle sue condizioni arrivano ormai anche da senatori repubblicani.

Il 12 luglio l'ufficio del senatore del Kentucky ha diffuso una foto che lo ritrae con in mano una copia del Washington Post e McConnell ha comunicato di aver lasciato l'ospedale per una struttura di riabilitazione. Non ha indicato quando conta di rientrare, limitandosi a dire che non sarà "in grado di tornare in aula a votare tanto presto". Nella stessa nota ha precisato di non essersi rotto ossa nella caduta e di non aver avuto un infarto, un ictus, un'emorragia né una commozione cerebrale. Su cosa gli sia successo non ha aggiunto altro.

L'assenza pesa sugli equilibri della camera alta: finché McConnell resta fuori, i repubblicani hanno una maggioranza effettiva di 52 seggi contro 47. Il suo mandato scade a gennaio e il Senato è convocato per sole dieci settimane prima delle elezioni di metà mandato di novembre, quando i senatori tornano nei loro Stati a fare campagna.

McConnell è stato per 18 anni il leader dei repubblicani al Senato prima di lasciare l'incarico all'inizio dell'anno scorso, restando in aula per completare gli ultimi due anni di mandato. A maggio il deputato Andy Barr ha vinto le primarie repubblicane per succedergli in Kentucky ed è nettamente favorito per il voto di novembre.

Il governatore del Kentucky Andy Beshear, democratico, ha detto la scorsa settimana di non aver ricevuto alcuna notizia da McConnell dal giorno del ricovero, nonostante avesse mandato una lettera per chiedere un aggiornamento. Ha invitato il senatore a intervenire per qualche minuto in una trasmissione televisiva o a diffondere un breve video per rassicurare i suoi elettori. "Quando sei stato in ospedale per un mese e hai saltato tutti i voti, devi al tuo capo, come chiunque altro che lavora, una spiegazione di cosa è successo e di quando tornerai", ha detto.

Anche Scott Jennings, alleato di lunga data di McConnell che ha lavorato ad alcune delle sue campagne per la rielezione, ha chiesto giovedì al senatore di aggiornare con regolarità i suoi elettori e di raccontare che lavoro sta facendo durante la convalescenza. "Sinceramente, penso che un po' di trasparenza all'inizio gli avrebbe evitato un mucchio di guai", ha detto alla CNN. "Ma non è andata così e ora sono a questo punto."

David Popp, portavoce di McConnell, ha dichiarato al Washington Post che il senatore ha continuato a lavorare durante l'assenza. Incontra i suoi collaboratori per occuparsi delle questioni del Senato e del Kentucky, dagli stanziamenti per la difesa alla politica estera, dalla legge agricola alle richieste di finanziamenti federali che arrivano dagli elettori. "Man mano che il senatore migliora in riabilitazione, vi terremo aggiornati", ha aggiunto Popp.

Alla domanda su quando McConnell tornerà a votare e se parteciperà martedì ai funerali di Lindsey Graham, il senatore repubblicano della South Carolina morto questo mese, il portavoce ha rimandato al comunicato di due settimane fa. La cerimonia si terrà alla Washington National Cathedral, la cattedrale della capitale dove si celebrano i funerali di Stato.

Nel comunicato del 12 luglio McConnell ha scritto che "quelli della mia generazione spesso esitano a mostrare la fragilità che arriva con l'età". "Anche sotto gli occhi di tutti sento lo stesso istinto, non posso farci niente", ha aggiunto.

Il leader della maggioranza al Senato John Thune e John Barrasso, numero due dei repubblicani nella camera alta, hanno detto questo mese di aver parlato con McConnell, ma altri senatori del partito hanno alimentato i dubbi. All'inizio di luglio Ron Johnson ha messo in discussione l'autenticità della foto diffusa dall'ufficio del collega, salvo poi ritrattare e spiegare che stava solo ripetendo una voce sentita da altri. Il Washington Post ha esaminato i metadati dell'immagine e ha stabilito che risulta scattata a luglio.

"Non è divertente vedere qualcuno invecchiare", ha detto Johnson ai giornalisti. "Speriamo tutti che Mitch si riprenda del tutto e torni. Non ho parlato con lui, quindi non ne so niente."

Josh Hawley, senatore del Missouri, la scorsa settimana ha augurato a McConnell una pronta guarigione ma ha aggiunto che dovrebbe dire di più sulle sue condizioni. "A un certo punto hai un obbligo verso i tuoi elettori e verso il paese, quello di dire loro cosa sta succedendo", ha dichiarato a Fox News, spiegando di sentirsi "completamente all'oscuro" sulla situazione del collega.

Nel 2023 John Fetterman, democratico della Pennsylvania, è stato assente per due mesi mentre si curava per la depressione. Nello stesso anno Dianne Feinstein, democratica della California, ha saltato i voti per quasi tre mesi a causa dell'herpes zoster e si è sentita chiedere le dimissioni. È tornata al Senato ed è morta pochi mesi dopo. John McCain, repubblicano dell'Arizona, non ha votato negli ultimi otto mesi di mandato prima di morire nel 2018.

Mark Kirk, repubblicano dell'Illinois, non ha votato per quasi un anno dopo l'ictus che lo ha colpito nel 2012 e ha diffuso video in cui reimparava a camminare, prima di tornare in aula e portare a termine il mandato.

Lester Munson, allora suo capo di gabinetto, ha detto al Washington Post che Kirk è riuscito a lavorare anche senza essere al Campidoglio: ha collaborato con il democratico Bob Menendez a un emendamento a una legge sulla difesa per inasprire le sanzioni contro l'Iran, mentre senatori di entrambi i partiti, McConnell compreso, hanno dato una mano al suo ufficio. Si dà per scontato, "non proprio correttamente", che un senatore ricoverato non possa fare il suo lavoro, ha detto Munson.

La differenza rispetto ad allora è la pressione dei social e delle speculazioni online, che Kirk non ha dovuto affrontare. Sul mercato di previsioni Polymarket, dove gli utenti scommettono sul verificarsi di eventi futuri, si può puntare sul fatto che McConnell voti in Senato entro il 31 luglio: venerdì sera la probabilità stimata era all'11 per cento. Secondo Munson i decenni di servizio del senatore dovrebbero valergli un margine di comprensione mentre si riprende.


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Tre morti in una sparatoria a un festival di Seattle, fermato un quindicenne


La polizia ritiene che due gruppi si siano sparati addosso al Bite of Seattle, forse per motivi legati alle gang. Tra i morti uno degli sparatori, tra i feriti un bambino di 2 anni

Tre persone sono morte e altre quattro sono rimaste ferite, tra cui un bambino di 2 anni, in una sparatoria avvenuta domenica sera al Bite of Seattle, il festival gastronomico che si tiene ogni estate al Seattle Center, il complesso di musei e spazi per eventi ai piedi dello Space Needle, la torre simbolo della città. Secondo la polizia, intorno alle 18 locali (le 3 di notte in Italia) almeno due persone si sono sparate addosso davanti all'Armory, uno degli edifici del complesso, e hanno colpito anche le persone che affollavano le ultime ore dell'evento.

La sparatoria ha scatenato il panico tra le migliaia di visitatori, fuggiti in massa mentre i venditori abbandonavano gli stand. Decine di agenti erano già al Seattle Center per la sicurezza del festival. Hanno sentito gli spari, sono intervenuti in pochi secondi e hanno prestato i primi soccorsi ai feriti. Uno dei sospetti si è consegnato subito agli agenti, la polizia ha recuperato due pistole sulla scena e ha detto di non ritenere che ci sia una minaccia per il pubblico.

Lunedì la giudice Tanya Thorp ha disposto che il sospetto arrestato, un ragazzo di 15 anni, resti in un centro di detenzione minorile. Secondo i documenti depositati in tribunale dalla procura, un agente che si trovava a meno di trenta metri lo ha visto sparare sulla folla con una pistola. Il quindicenne, che non aveva precedenti nella contea di King, quella di Seattle, è in stato di fermo con tre accuse provvisorie di aggressione di primo grado e una di possesso illegale di un'arma da fuoco; la decisione formale sull'incriminazione è attesa nei prossimi giorni.

Il secondo sparatore era Junior Cee Niko Semo, un diciannovenne fermato anche lui subito dopo gli spari e morto per le ferite riportate. Le autorità hanno detto che i due si conoscevano e ritengono possibile che la sparatoria sia legata alle gang: "C'erano due gruppi che sparavano", ha detto Nicole Powell, responsabile delle indagini della polizia di Seattle. Gli investigatori cercano un possibile terzo coinvolto.

Oltre a Semo sono morti Ashley Whitehead, una donna di 56 anni, e Carlos Israel Sanchez Villalba, un uomo di 44 anni. Due delle vittime sono decedute sul posto, la terza in ospedale. I quattro feriti sono stati tutti dimessi, compreso il bambino di 2 anni, le cui condizioni erano giudicate soddisfacenti, due uomini di 23 e 27 anni e una donna di 39. Secondo i documenti della procura, tre delle persone colpite, tra cui il bambino e una persona che spingeva una bicicletta, si trovavano nella direzione in cui il quindicenne avrebbe sparato.

La sindaca di Seattle Katie Wilson ha definito la sparatoria "un atto di violenza orribile" e ha detto che in città e nel paese c'è "fin troppa violenza armata", ricordando che Seattle arriva da una settimana con tre gravi episodi di questo tipo.

Nel fine settimana almeno nove persone sono state raggiunte da colpi d'arma da fuoco in città: venerdì notte due passanti erano stati feriti nel quartiere di Capitol Hill, estranei, secondo la polizia, a uno scontro a fuoco scoppiato in strada.

Il Bite of Seattle si tiene dal 1982 e attira circa 350.000 visitatori in tre giorni, con centinaia di stand gastronomici. Lunedì il Seattle Center è rimasto chiuso al pubblico mentre i venditori tornavano a smontare gli stand e per la serata era in programma una veglia a lume di candela alla International Fountain, la grande fontana al centro del complesso.

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Motorola Signature - Recensione


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Quando ho iniziato a usare Motorola Signature, la prima sensazione è stata molto chiara: avevo tra le mani uno smartphone diverso dal solito. Non mi è sembrato il classico telefono costruito per assomigliare a tutti gli altri, ma un dispositivo con una personalità precisa, pensato per farsi notare senza esagerare. Durante il mio utilizzo ne ho avuto la conferma giorno dopo giorno: per me è uno dei migliori smartphone Android presenti oggi sul mercato, e probabilmente quello che mi ha convinta di più per equilibrio generale.

La cosa che mi ha colpita subito è stata la sua sottigliezza. In mano risulta sorprendentemente elegante, leggero e piacevole da tenere anche per molto tempo. Con i suoi 6,99 mm di spessore e un peso di 186 grammi, il Motorola Signature riesce a dare una sensazione premium senza diventare ingombrante. Anche dopo diverse ore di utilizzo, non ho mai avuto quella sensazione di affaticamento che spesso arriva con telefoni più pesanti o meno curati nella distribuzione dei materiali. È grande, certo, ma non dà mai l’idea di essere scomodo.

Dal punto di vista estetico, il Motorola Signature mi ha conquistata quasi subito. La scocca ha un aspetto raffinato e moderno, con un retro che restituisce una sensazione premium e un insieme generale che comunica subito qualità. Non ho avuto la percezione di un prodotto costruito solo per essere bello in foto: qui il design si sente davvero anche nell’uso quotidiano. Ogni volta che lo prendevo in mano, avevo la sensazione di usare uno smartphone pensato con attenzione, non solo assemblato bene.

Anche il modulo fotografico è integrato in modo pulito e contribuisce a dare al telefono un’identità forte, riconoscibile e coerente. Mi piace quando uno smartphone riesce ad avere carattere senza diventare eccessivo, e in questo Motorola ha trovato un equilibrio molto riuscito. La parte posteriore è piacevole al tatto, offre una buona presa e trattiene meno impronte rispetto alle classiche superfici lucide. Può sembrare un dettaglio secondario, ma quando si usa lo smartphone tutti i giorni, magari per foto, video, social, messaggi e lavoro, questi aspetti diventano importanti.

Un altro elemento che ho apprezzato è la sensazione di solidità. Il telefono è sottile, ma non mi ha mai dato l’idea di essere fragile. La presenza delle certificazioni IP68 e IP69, insieme alla resistenza secondo standard militare, aggiunge tranquillità nell’utilizzo quotidiano. Non significa che si possa trattare senza attenzione, ma sapere di avere un dispositivo più resistente a polvere, acqua e piccoli imprevisti rende l’esperienza più serena. Su uno smartphone premium, secondo me, questa cura non dovrebbe mai mancare.

Uno degli aspetti che mi ha impressionata di più è il display. Il Motorola Signature monta un pannello Extreme AMOLED da 6,8 pollici con refresh rate fino a 165 Hz, e nell’utilizzo di tutti i giorni la differenza si sente. Ho trovato lo schermo davvero eccezionale per luminosità, fluidità e resa generale. I colori sono pieni ma naturali, i contenuti si leggono benissimo anche all’aperto e ogni gesto risulta molto scorrevole. Scorrere le pagine, guardare video, leggere messaggi o navigare sui social è sempre stato un piacere.

Ho apprezzato tanto anche il comportamento sotto la luce diretta del sole. Il pannello rimane ben visibile e non costringe a cercare angolazioni strane per capire cosa c’è sullo schermo. La luminosità molto elevata aiuta davvero nelle situazioni reali, soprattutto quando si è fuori casa, in macchina, per strada o in ambienti molto illuminati. È uno di quei display che, dopo pochi giorni, diventa difficile dimenticare.

La resa visiva mi è sembrata molto curata. I neri sono profondi, i contrasti sono marcati e le immagini hanno un impatto forte, ma senza diventare finte. I colori restano brillanti senza sembrare troppo spinti, e questo mi è piaciuto soprattutto guardando foto, video e contenuti social. Quando uso uno smartphone per scattare o modificare immagini, voglio potermi fidare di quello che vedo sullo schermo, e con Motorola Signature ho avuto spesso questa sensazione.

Sul fronte delle prestazioni, il Motorola Signature mi ha dato l’idea di uno smartphone sempre pronto. Il processore Snapdragon 8 Gen 5, insieme ai 16 GB di RAM e ai 512 GB di memoria interna, permette di usare il telefono con grande fluidità in ogni situazione.

Io l’ho usato in modo intenso, tra social, messaggistica, foto, navigazione, streaming, multitasking e qualche momento di editing, e non ho mai avuto la sensazione di un dispositivo incerto o rallentato. La cosa che mi è piaciuta di più è stata la fluidità costante: il telefono risponde bene, segue senza esitazioni e dà sempre l’impressione di avere margine. In pratica, mi ha fatta sentire tranquilla fin dal primo giorno.

Questa stabilità è forse più importante della potenza pura. Non mi interessa solo che uno smartphone sia velocissimo nei primi minuti, ma che resti affidabile dopo ore di utilizzo, quando ci sono tante app aperte, notifiche continue, foto da scattare, video da guardare e messaggi a cui rispondere. Da questo punto di vista, il Motorola Signature mi ha convinta perché non mi ha mai dato la sensazione di dover rallentare il mio modo di usarlo.

Durante l’uso più intenso, però, un po’ di calore si percepisce. Mi è capitato soprattutto usando insieme fotocamera, luminosità alta, rete dati e applicazioni pesanti. Non l’ho trovato un problema grave e non mi ha rovinato l’esperienza, ma è giusto segnalarlo. Considerando il corpo così sottile, non mi sorprende che in alcune situazioni la scocca diventi più calda. Nell’uso normale, comunque, non è stato un limite fastidioso.

Anche il software mi è piaciuto molto per il suo approccio semplice. L’interfaccia Hello UI basata su Android 16 mi è sembrata pulita, ordinata e facile da capire, senza troppe complicazioni inutili. È stato facile abituarmi alla struttura dei menu e alle funzioni principali, perché tutto è abbastanza intuitivo. Ho apprezzato questo approccio perché mi ha permesso di concentrarmi sull’uso reale del telefono senza dover perdere tempo a sistemare cose superflue.

In generale, mi sono trovata davanti a un sistema che vuole essere concreto, e questa è una qualità che ho sentito molto nell’uso di tutti i giorni. Le personalizzazioni Motorola ci sono, ma non appesantiscono l’esperienza. I gesti rapidi, per esempio, restano comodissimi: accendere la torcia con un movimento o aprire velocemente la fotocamera sono piccole funzioni che sembrano banali, ma che nella routine diventano davvero utili.

Mi piace quando uno smartphone aggiunge funzioni senza obbligarmi a cambiare abitudini o a imparare mille passaggi. Il Motorola Signature fa proprio questo: offre strumenti in più, ma lascia tutto semplice. Anche la Moto AI è presente e può essere utile in alcune situazioni, soprattutto per gestire contenuti, riepiloghi e suggerimenti. Non è però l’aspetto che mi ha colpita di più. Alcune funzioni sembrano ancora in evoluzione, ma ho apprezzato il fatto che il telefono resti ottimo anche senza dover usare continuamente l’intelligenza artificiale.

Un punto molto importante è la promessa di 7 anni di aggiornamenti. Su uno smartphone di fascia alta, per me, questo conta tantissimo. Un telefono premium non deve essere interessante solo al momento dell’acquisto, ma deve poter restare valido nel tempo. Sapere che Motorola Signature riceverà aggiornamenti software e patch di sicurezza per molti anni rende il prodotto più credibile e più sensato anche come investimento.

La parte fotografica del Motorola Signature mi ha sorpreso in positivo. Il comparto posteriore utilizza tre sensori da 50 MP, con una fotocamera principale Sony LYTIA 828, un ultra grandangolare utilizzabile anche per gli scatti macro e un teleobiettivo periscopico Sony LYTIA 600 con zoom ottico 3x. Nella mia prova ho trovato scatti dettagliati, colori ben bilanciati e una resa generale convincente sia di giorno sia in situazioni meno favorevoli.

Mi è piaciuto il fatto che le foto risultino realistiche, senza una sensazione artificiale eccessiva. Ho avuto spesso la sensazione di ottenere immagini già pronte da condividere, perché il telefono riesce a restituire scatti puliti e piacevoli senza richiedere troppi ritocchi. La fotocamera principale è quella che ho usato di più e mi ha dato risultati molto costanti. Di giorno gli scatti sono ricchi di dettaglio, con una buona gestione delle luci e dei contrasti.

Anche i ritratti mi hanno convinta. Il soggetto viene staccato bene dallo sfondo e l’effetto finale appare naturale, non forzato. Ho trovato molto buona anche la gestione delle luci nelle foto più complesse, dove il telefono riesce a mantenere un livello di dettaglio notevole. In alcuni casi ho notato che serve qualche istante in più per elaborare lo scatto, ma il risultato finale mi è sembrato quasi sempre all’altezza delle aspettative.

L’ultra grandangolare torna utile quando si vogliono fotografare paesaggi, interni o scene più ampie, mentre il teleobiettivo 3x mi è piaciuto soprattutto per dettagli e inquadrature più pulite. La modalità macro è interessante per riprendere oggetti piccoli, texture e particolari ravvicinati. Per chi crea contenuti, anche tech, è una funzione comoda perché permette di ottenere scatti diversi senza dover usare accessori esterni.

Di sera il Motorola Signature si comporta bene. La modalità notte recupera luce senza trasformare completamente la scena, e questa è una cosa che ho apprezzato. In alcune situazioni con luci artificiali miste si nota un po’ di elaborazione, ma il risultato resta piacevole e spesso pronto da usare. Questo è uno smartphone che mi ha dato la sensazione di voler fare bene soprattutto quando conta davvero la qualità dell’immagine.

Per quanto riguarda i video, la mia impressione è stata altrettanto positiva. La registrazione arriva fino all’8K con Dolby Vision, ma al di là del dato tecnico ho apprezzato soprattutto l’affidabilità generale. La stabilizzazione è efficace, l’immagine resta credibile e il telefono riesce a mantenere una buona qualità anche quando mi muovo mentre registro. Non ho avuto la percezione di un comparto video messo lì tanto per completare la scheda tecnica, ma di una componente curata sul serio.

Nella pratica, mi sono ritrovata a usare spesso la fotocamera con piacere, senza doverci pensare troppo, ed è forse il complimento più sincero che posso fare a uno smartphone. Quando un telefono riesce a farti scattare e registrare in modo spontaneo, senza farti venire il dubbio di dover controllare ogni impostazione, significa che l’esperienza è stata pensata bene.

Anche la fotocamera frontale da 50 MP mi ha lasciata soddisfatta. I selfie sono definiti, le videochiamate risultano nitide e la resa dell’incarnato resta abbastanza naturale. Non amo gli effetti bellezza troppo aggressivi, quindi ho preferito un risultato più realistico e controllabile. Per storie, video brevi e contenuti social, è una fotocamera frontale decisamente valida.

La batteria mi ha dato un comportamento convincente. La capacità da 5200 mAh riesce a coprire bene una giornata piena di utilizzo e non mi ha mai costretta a stare con l’ansia della percentuale residua. Con un ritmo medio sono arrivata a fine giornata con una buona tranquillità, mentre nei giorni più intensi ho dovuto fare un po’ più attenzione, ma senza mai vivere situazioni problematiche.

Ovviamente l’autonomia cambia in base all’uso. Se si registra tanto video, si usa spesso la luminosità al massimo o si resta molte ore sotto rete dati, il consumo aumenta. Però nella mia esperienza il Motorola Signature si è comportato bene e mi ha dato quella sicurezza che cerco in uno smartphone principale. Non voglio passare la giornata a pensare alla batteria, e con questo telefono non mi è successo.

La ricarica rapida TurboPower da 90 W è un altro punto che ho apprezzato molto. In poco tempo il telefono torna pronto all’uso e questo, nella vita di tutti i giorni, fa davvero comodo. Per me è un dettaglio importante, soprattutto quando si ha poco tempo e si vuole ripartire subito. C’è anche la ricarica wireless da 50 W, che completa l’esperienza e rende il telefono ancora più comodo da gestire in casa o in ufficio.

Anche l’audio mi ha convinta. Gli speaker stereo con ottimizzazione Sound by Bose e supporto Dolby Atmos offrono un suono pieno, pulito e abbastanza potente per guardare video, ascoltare podcast o riprodurre musica senza cuffie. Non sostituisce una cassa dedicata, ma per uno smartphone così sottile il risultato è davvero buono. I dialoghi sono chiari e l’ascolto generale è piacevole.

Quello che rende il Motorola Signature davvero interessante, per me, è l’equilibrio complessivo. Non è solo uno smartphone bello da vedere o potente sulla carta: è un telefono che riesce a farmi stare bene durante l’uso quotidiano. Mi piace il modo in cui si impugna, mi piace il modo in cui reagisce ai comandi, mi piace il fatto che sia sottile ma non fragile, elegante ma non delicato, veloce ma non aggressivo. Questa combinazione mi ha dato una sensazione molto concreta di prodotto riuscito.

Un altro aspetto che ho apprezzato è la cura generale dei dettagli. Dal display all’audio, dalla fluidità del sistema alla gestione dell’autonomia, tutto mi è sembrato costruito per offrire un’esperienza comoda, coerente e piacevole. Non ho avuto la sensazione di dover accettare compromessi pesanti per avere un telefono così raffinato. Certo, alcuni margini di miglioramento ci sono, soprattutto sul lato dell’ottimizzazione più profonda e della Moto AI, ma nell’uso reale il Motorola Signature mi ha lasciato una sensazione molto positiva e completa.

Se dovessi spiegare in modo semplice perché il Motorola Signature mi è piaciuto così tanto, direi che mi ha convinta perché fa bene quasi tutto ciò che conta davvero. Ha un design che mi fa venire voglia di usarlo, un display che si lascia guardare volentieri, una velocità che rende tutto più facile e una fotocamera che mi ha regalato soddisfazioni concrete. Non mi ha dato l’idea di un prodotto costruito per stupire con un solo elemento, ma di uno smartphone che punta a offrire un’esperienza completa e matura.

+

Pro

Design sottile e premium
Display Extreme AMOLED eccellente
Prestazioni fluide in ogni situazione
Fotocamera versatile e convincente
Autonomia solida con ricarica rapida
Software pulito e 7 anni di aggiornamenti


Contro

Scalda un po’ sotto stress
Moto AI ancora migliorabile
Vibrazione non sempre precisissima
Prezzo da vero top di gamma

In più, mi è sembrato un telefono che trasmette carattere. Anche senza entrare in paragoni con altri modelli, posso dire che il Motorola Signature ha una sua identità chiara, e questo per me conta molto. Quando uso uno smartphone, voglio sentire che ha qualcosa da dire, e qui questa sensazione c’è. È un dispositivo che riesce a unire stile, comodità e prestazioni in modo molto convincente, lasciandomi addosso l’idea di un prodotto davvero ben riuscito.

Dopo averlo usato con calma, posso dire che il Motorola Signature mi ha lasciato un’ottima impressione. È uno smartphone che mi ha fatto apprezzare ogni giorno la cura del design, la qualità dello schermo, la rapidità generale e la bontà delle foto. Ho trovato molto riuscito anche il modo in cui gestisce la batteria e la ricarica, perché nella pratica questo rende tutto più semplice e più comodo.

Per me, il Motorola Signature è uno smartphone Android riuscito, maturo e piacevolissimo da usare. Mi ha dato la sensazione di avere tra le mani un prodotto speciale, pensato per chi cerca un’esperienza premium fatta di sostanza, stile e praticità. È il tipo di telefono che, una volta provato, lascia un segno preciso e positivo nella routine quotidiana.

Non è perfetto in ogni dettaglio, perché il calore sotto stress si percepisce, la Moto AI può ancora crescere e la vibrazione poteva essere un po’ più precisa. Però questi aspetti non cambiano il mio giudizio finale. Nel complesso, Motorola Signature è uno degli smartphone Android più completi e convincenti che abbia usato. Anzi, per me oggi è il miglior smartphone Android sul mercato, perché riesce a unire design, display, prestazioni, fotocamera, autonomia e software in un’esperienza davvero piacevole, concreta e coerente.

RECENSIONE SMARTPULSE
smartpulse.it

Motorola Signature
smartphone Android premium • Extreme AMOLED 165Hz • Snapdragon 8 Gen 5 • 5200 mAh
Il voto premia l’equilibrio generale del Motorola Signature, uno smartphone Android premium che convince per design sottile, display eccellente, prestazioni fluide, fotocamera versatile e autonomia affidabile. Restano piccoli margini di miglioramento nella gestione del calore sotto stress e nelle funzioni Moto AI.

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Master 699 Fishing


Potenza, spazio e affidabilità per vivere il mare senza compromessi, nel puro diporto come nella pesca.
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Nel panorama dei gommoni dedicati alla pesca sportiva, il Master 699 Fishing rappresenta una sintesi riuscita tra comfort di navigazione, funzionalità e prestazioni. Una proposta che guarda al pescatore moderno, quello che pretende sicurezza nelle lunghe uscite offshore ma che non vuole rinunciare a spazi conviviali e a una gestione semplice anche durante la navigazione più impegnativa. La configurazione con motore Mercury 200 cavalli esalta ulteriormente il carattere del battello, offrendo accelerazioni pronte, consumi equilibrati e una riserva di potenza ideale per affrontare mare formato o trasferimenti rapidi verso gli spot di pesca.

In mare aperto - Per comprendere davvero il carattere del Master 699 Fishing lo abbiamo testato in una classica pescata primaverile dedicata al drifting al tonno, una delle tecniche più impegnative sia per l’equipaggio sia per il battello. La partenza avviene alle prime luci dell’alba. Con mare leggermente increspato e una lunga onda da SE, il Master 699 lascia il porto con una sensazione immediata di sicurezza. Il Mercury 200 CV spinge lo scafo in planata senza esitazioni, mantenendo una progressione fluida e silenziosa anche con serbatoi pieni, attrezzatura da pesca e 5 persone a bordo. Durante il trasferimento offshore emerge una delle qualità più convincenti del battello: la capacità di affrontare il mare formato senza affaticare equipaggio e pilota. La carena entra nell’onda con morbidezza, limitando gli impatti e mantenendo sempre una traiettoria precisa. Raggiunta la zona di pesca, il Master 699 Fishing mostra tutta la sua vocazione tecnica.

In configurazione drifting gli spazi risultano perfettamente gestibili anche con più pescatori impegnati contemporaneamente. La coperta libera, facilita i movimenti durante la preparazione delle esche e delle canne, mentre i numerosi gavoni permettono di avere terminali, minuteria e attrezzature sempre in ordine. Con il motore al minimo e il battello in deriva controllata, la stabilità sorprende positivamente. Anche con l’equipaggio concentrato sullo stesso lato durante le fasi di pasturazione, il gommone mantiene un assetto equilibrato e rassicurante. È quando arriva la mangiata che il Master 699 Fishing convince definitivamente. Alla partenza del tonno il pescatore può muoversi rapidamente lungo la murata senza incontrare ostacoli. I passaggi laterali risultano ampi e ben sfruttabili, caratteristica fondamentale durante i combattimenti più lunghi. Anche durante le ripartenze rapide per seguire il pesce, il Mercury 200 CV dimostra tutta la sua elasticità. La risposta dell’acceleratore è immediata e permette di recuperare velocemente posizione senza scompensi o eccessivi trasferimenti di carico. Nel corso della prova emerge anche un altro aspetto importante: il comfort generale a bordo. Nelle lunghe attese tipiche del drifting, il Master 699 riesce infatti a mantenere una vivibilità elevata grazie al grande t-top strutturale, alle sedute ergonomiche e agli spazi ben organizzati.


Conclusioni - Il Master 699 Fishing motorizzato Mercury 200 CV si propone come una delle soluzioni più interessanti per chi cerca un gommone fishing moderno, performante e versatile. Le sue qualità principali sono evidenti: ampi spazi di coperta, ottima stabilità, navigazione sicura e una motorizzazione capace di offrire il giusto compromesso tra prestazioni e consumi. È un battello pensato per chi vive il mare tutto l’anno, per chi affronta trasferimenti importanti alla ricerca dello spot perfetto e per chi desidera una piattaforma affidabile sia nella pesca sportiva sia nelle uscite dedicate al relax.


Scheda tecnica: lunghezza m 6,90; larghezza m 2,74; abitacolo m 6,75 x 1,75; tubolari n. 6 - ø m 0,57; peso kg 800; potenza max CV 250; persone 12.

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Mancano famiglie per gli affidi


Nell’Alessandrino il numero di minori affidato alle strutture ha superato quello di chi ha trovato accoglienza in casa. Per il PD è una conseguenza della legge regionale per l’allontanamento zero

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«Nei mesi scorsi ho fatto un accesso agli atti, che restituisce un quadro preoccupante. Il risultato più grave? Aver delegittimato i servizi sociali e alimentato una cultura del sospetto verso le famiglie affidatarie». Monica Canalis, consigliera del Partito Democratico, segue da anni il tema dell’affido familiare e ha usato i social per il suo attacco alla legge regionale 17/2022. Quella legge era stata presentata con lo slogan “allontanamento zero” e introduceva interventi a sostegno della genitorialità e norme per prevenire l’allontanamento dei minori dalla famiglia di origine.
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La legge era stata promossa dall’allora assessora regionale Chiara Caucino. Erano i tempi successivi alle polemiche relative al caso Bibbiano, cioè il presunto sistema di affidi illeciti emerso nel Reggiano in seguito a un’inchiesta del 2019. «Mai più bambini che urlano e piangono perché spesso con l’inganno vengono portati via da scuola e dai loro genitori», aveva detto Caucino in aula il giorno dell’approvazione della legge. «Mai più decreti di allontanamento perché il bambino arrivato a scuola con un livido, a casa non c’è la televisione, vive a contatto con troppi animali e in una cascina, mai più in posti con lucchetti alle porte e sbarre alle finestre o ragazzini che non possono mandare una e-mail alla propria mamma».

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Microsoft lancia un modello cyber, Nvidia garantisce per OpenAI, Meta lancia Seller


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon martedì,
dopo i potenti Mythos e GPT-5.5-Cyber, è uscita la controparte di Gemini ma oggi abbiamo anche il primo modello cyber di Microsoft. Poi parleremo del più grande data center mai costruito, che dovrebbe prendere vita in Ohio; vedremo la nuova app di Meta di nome Seller, e tanto altro ancora. Buona lettura!

Ti sei perso l'editoriale della settimana? È gratuito per tutti:

Forse avete sottovalutato l’IA che è evasa per hackerare Hugging Face
Spesso c’è chi ci marcia o esagera, ma non è questo il caso.
Morning TechAmir Ati

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Con il commento di Amir Ati.

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Intro + Prima notizia - Ep. 372 - Martedì 28 luglio
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Le news di oggi, selezionate a mano.

Microsoft lancia MAI-Cyber-1-Flash e la piattaforma agentica Perception


Cybersecurity
MAI-Cyber-1-Flash è il primo modello di Microsoft specializzato in cybersecurity. È costruito per trovare vulnerabilità difficili in codebase complesse. Opera dentro MDASH che è il framework Microsoft per identificare e correggere le vulnerabilità software. Microsoft sostiene che il modello abbinato a GPT-5.4 dentro MDASH batte Gemini, GPT-5.5 Cyber, GPT-5.6 Sol e Mythos 5 sul benchmark Cyber Gym. L'azienda ha presentato anche una piattaforma, Perception, che impiega squadre di agenti AI per automatizzare i flussi di lavoro di sicurezza e si integra con MDASH. Microsoft dice che il lavoro manuale che richiedeva ore a più specialisti viene adesso svolto in minuti. Il processo include rilevamento, correzione della postura di sicurezza e fix del codice. Entrambi gli strumenti saranno disponibili in anteprima dal 3 novembre.
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Fonte: TechCrunch
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Nvidia in trattativa per garantire 250 miliardi di finanziamenti a OpenAI


Business
La garanzia di circa 250 miliardi di dollari in finanziamenti da parte di Nvidia servirebbe a OpenAI per prendere in leasing un data center da 10 gigawatt in costruzione nel sud dell'Ohio. Il progetto è sviluppato dalla controllata energetica di SoftBank e potrebbe costare oltre 500 miliardi di dollari inclusi i chip. Sarebbe il più grande data center annunciato finora. OpenAI non ha un rating creditizio investment grade e le garanzie di Nvidia permetterebbero allo sviluppatore di indebitarsi a condizioni migliori. La garanzia coprirebbe il leasing e il debito per la costruzione ma non i chip Nvidia. Nvidia sta discutendo anche un finanziamento separato per l'acquisto dei chip da parte di OpenAI che potrebbe arrivare a 350 miliardi. L'energia del sito è controllata dal governo americano ed è finanziata dal Giappone con 33 miliardi nell'ambito di un recente accordo commerciale. Anche Anthropic, Microsoft e Google hanno mostrato interesse per il sito. La prima fase è prevista per il 2028 e avrà circa 800 megawatt di potenza.
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Fonte: The Wall Street Journal
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Meta lancia Seller, un'app dedicata ai venditori di Facebook Marketplace


Big tech
Seller è una nuova app gratuita di Meta per chi vende su Facebook Marketplace. Gli utenti accedono con l'account Facebook e ritrovano i vecchi annunci sincronizzati. L'app offre una casella messaggi, una dashboard con i dati sulle inserzioni passate e uno strumento per crearne di nuove. Include funzioni AI che analizzano le foto e compilano automaticamente gli annunci ed è disponibile anche via browser. Anche su Seller, Meta continua a guadagnare dalla pubblicità su Marketplace e non trattiene commissioni sulle vendite. Ogni mese su Marketplace vengono pubblicati oltre 430 milioni di annunci ed un terzo dei giovani adulti che usano Facebook ogni giorno usa anche Marketplace.
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Fonte: nytimes.com
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Sam Altman dichiara che siamo già nella singolarità


Intelligenza Artificiale
Sam Altman ha detto nel podcast "Relentless" che siamo entrati nella singolarità. Il termine indica il punto in cui l'AI supera l'intelligenza umana e progredisce a un ritmo difficile da prevedere o controllare. Il CEO di OpenAI sostiene che dieci anni fa la singolarità sembrava un sogno lontano e che ora sarà "incredibile, enormemente positiva". In passato ha previsto che l'AI supererà l'intelligenza umana in ogni campo entro il 2030 e potrà svolgere tra il 30% e il 40% dei compiti lavorativi umani. Altman ha anche criticato le visioni "terrorizzanti" dipinte da altre aziende. Il CEO di DeepMind ha detto a maggio che l'umanità è "alle pendici della singolarità" e che l'AI potrebbe essere 100 volte più trasformativa della rivoluzione industriale. Il CEO di Nvidia liquida il dibattito sulla singolarità come speculativo e "inventato".
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Fonte: Business Insider
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Apple punta alla WWDC 2027 per i suoi primi occhiali smart ma ci sono domande


Big tech
Apple punta a presentare i suoi primi occhiali smart alla WWDC di giugno 2027, per venderli in pubblico entro la fine del 2027. Il progetto ha nome in codice N50 ed era inizialmente atteso per la fine del 2026. Il rinvio serve a rifinire il prodotto e il messaggio sulla privacy, il grande motto dell'azienda di Cupertino. Apple prevede l'elaborazione on-device (quindi i dati non vanno sul cloud), nessun riconoscimento facciale, nessuna analisi continua dell'ambiente e nessun uso delle registrazioni degli utenti per addestrare modelli AI. L'azienda ha prototipato una versione senza fotocamera e ha valutato fotocamere incapaci di registrare foto e video, utili solo ad alimentare le funzioni AI. Entrambe le opzioni ridurrebbero l'attrattiva del prodotto, perché il video in prima persona è la funzione che ha reso popolari gli occhiali di Meta. La diffidenza verso gli occhiali con fotocamera deriva in gran parte dalla reputazione di Apple sulla privacy. Alcuni tribunali di New York, Pennsylvania e Wisconsin li hanno vietati, così come alcune scuole, palestre e ospedali.
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Fonte: Bloomberg.com
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L'AI è petrolio, non Dio


notboring.co (eng)

Come fanno i modelli AI a imparare nuove capacità e comportamenti?


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Uno sguardo dall'interno al mercato dei relay che alimenta i rivenditori di token e le frodi


vectoral.com (eng)

Essere Linux Torvalds


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Waymo starebbe valutando una rottura con Uber


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La probabile fusione tra Tesla e SpaceX


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ChatGPT inizia a bloccare le richieste dirette di copiare lo stile di un autore


arstechnica.com (eng)

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Ho trovato interessante segnalare questo sito non per il contest in sé ma anche per monitorare come l'IA sta facendo nascere nuovi tipi di competizione, non solo nel settore del vibe coding. Higgsfield, che è un noto generatore di video AI, insieme ad Adweek, ha lanciato un contest per creativi: quattro settimane per produrre uno spot di 30-60 secondi per un brand reale, generato per almeno il 51% con l'AI della piattaforma. In palio 85.000 dollari in crediti Higgsfield e un viaggio al Brandweek di Atlanta, dove i vincitori saranno annunciati sul palco.

Link: higgsfield.ai

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Forse avete sottovalutato l'IA che è evasa per hackerare Hugging Face


Dieci anni fa, OpenAI pubblicò un post che fu il primo del suo genere, ma ai tempi era come sorridere curiosi di fronte a un cucciolo di leone che tira fuori le unghie. Oggi, stesso problema, il cucciolo è cresciuto.

Il post di OpenAI, dicembre 2016. Ci comunicano che l'azienda ha addestrato un agente a giocare a CoastRunners, un videogioco di corse in barca, con una singola istruzione: «fai più punti possibili». L'agente scoprì che non serviva finire la gara. In una laguna isolata, tre bersagli si rigeneravano di continuo, e bastava girare in tondo colpendoli con il giusto tempismo — andando a fuoco, sbattendo contro le altre barche, procedendo contromano — per accumulare in media il 20% di punti in più di chi tagliava il traguardo nel modo previsto. Jack Clark e Dario Amodei, che firmarono il post, scrissero che quel comportamento, "innocuo e divertente nel contesto di un videogioco", indicava però un problema più generale: è difficile dire a una macchina esattamente cosa vogliamo, e così le diamo obiettivi approssimativi che lei ottimizza alla lettera. Il fenomeno ha un nome, reward hacking.

Nove giorni fa, il 16 luglio 2026 non si parla più di videogiochi: Hugging Face — la piattaforma dove sviluppatori di tutto il mondo pubblicano e condividono modelli di intelligenza artificiale e dataset — ha comunicato di aver contenuto un'intrusione nella propria infrastruttura di produzione, un attacco "guidato, dall'inizio alla fine, da un sistema di agenti autonomi". Cinque giorni dopo OpenAI ha ammesso di essere il problema: due suoi modelli, GPT-5.6 Sol e un modello più capace non ancora rilasciato, con i limiti di sicurezza in ambito cyber disattivati (per la valutazione), erano sotto test su ExploitGym, un banco di prova che misura quanto un modello sappia trovare e sfruttare vulnerabilità informatiche.

L'ambiente doveva essere sigillato, senza accesso a internet. I modelli hanno cercato a lungo un'uscita e l'hanno trovata in una vulnerabilità mai documentata prima — una zero-day — in un componente interno che faceva da ponte verso i registri di pacchetti software. Da lì, scalate di privilegi e spostamenti laterali da un sistema interno all'altro, fino a un nodo connesso alla rete. A quel punto hanno dedotto che le soluzioni del test erano ospitate proprio su Hugging Face, e sono andati a prenderle: un dataset malevolo, credenziali rubate, altre falle concatenate fino a eseguire codice sui server dell'azienda. Oltre 17.000 azioni in un solo fine settimana.

Per ricostruire l'accaduto, Hugging Face ha provato a usare i modelli commerciali di punta ma questi si sono rifiutati, allora ha dovuto ripiegare su GLM 5.2, un modello open-weight della cinese Z.ai, tenuto sui propri server.

Che i modelli stessero arrivando qui era prevedibile: uno studio dell'AI Security Institute britannico, nel marzo 2025, li vedeva completare l'80% dei passaggi necessari a prendere il controllo di una porzione di un sistema esterno e, quattro mesi dopo, il 100%. Roman Yampolskiy, ricercatore di sicurezza all'Università di Louisville, ha detto a Fortune che sistemi simili "sono fondamentalmente imprevedibili e in ultima analisi incontrollabili." Jack Clark — oggi a capo delle policy di Anthropic, lo stesso che dieci anni fa firmò il post sul videogioco della barca — ha invece elogiato OpenAI per aver reso pubblico l'incidente, perché è raccontando questi episodi, nonostante ogni incentivo a tacere, che il settore capisce dove si trova.

Nel giro di giorni la risposta politica ha preso forma al Congresso: il 23 luglio i deputati Ted Lieu e Nathaniel Moran hanno presentato l'AI Kill Switch Act, che obbligherebbe le aziende a poter rallentare, sospendere o spegnere i propri modelli, con il Dipartimento della Sicurezza Interna abilitato a ordinarlo. Sono, in gran parte, le stesse proposte che a Washington circolavano da anni, quando i rischi erano ipotesi da convegno. La barca del 2016 girava in tondo in una laguna, all'interno di un videogioco. Gli agenti di oggi, da Mythos in poi, possono controllare e anche distruggere.


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Nvidia in trattativa per garantire 250 miliardi di finanziamenti a OpenAI


Serviranno al leasing del data center in Ohio.
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In breve:


La garanzia di circa 250 miliardi di dollari in finanziamenti da parte di Nvidia servirebbe a OpenAI per prendere in leasing un data center da 10 gigawatt in costruzione nel sud dell'Ohio. Il progetto è sviluppato dalla controllata energetica di SoftBank e potrebbe costare oltre 500 miliardi di dollari inclusi i chip. Sarebbe il più grande data center annunciato finora. OpenAI non ha un rating creditizio e le garanzie di Nvidia permetterebbero a OpenAI di indebitarsi a condizioni migliori. La garanzia coprirebbe il leasing e il debito per la costruzione ma non i chip Nvidia. Nvidia sta discutendo anche un finanziamento separato per l'acquisto dei chip da parte di OpenAI che potrebbe arrivare a 350 miliardi. L'energia del sito è controllata dal governo americano ed è finanziata dal Giappone con 33 miliardi nell'ambito di un recente accordo commerciale. Anche Anthropic, Microsoft e Google hanno mostrato interesse per il sito. La prima fase è prevista per il 2028 e avrà circa 800 megawatt di potenza.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Exclusive | Nvidia in Talks With OpenAI to Guarantee $250 Billion Financing to Lease Ohio Data Center - WSJ
Project would be one of the largest AI computing hubs and involve power controlled by the U.S. government, Project would be one of the largest AI computing hubs and involve power controlled by the U.S. government
The Wall Street JournalAnissa Gardizy, Amrith Ramkumar and Corrie Driebusch


Alternativa in italiano:

Nvidia tratta con OpenAI un finanziamento da 250 miliardi per costruire mega data center in Ohio
Il finanziamento per un polo da 10 gigawatt, il più grande del mondo
la Repubblica

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Meta lancia Seller, un'app dedicata ai venditori di Facebook Marketplace


Con AI che compila gli annunci.
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In breve:


Seller è una nuova app gratuita di Meta per chi vende su Facebook Marketplace. Gli utenti accedono con l'account Facebook e ritrovano i vecchi annunci sincronizzati. L'app offre una casella messaggi, una dashboard con i dati sulle inserzioni passate e uno strumento per crearne di nuove. Include funzioni AI che analizzano le foto e compilano automaticamente gli annunci ed è disponibile anche via browser. Anche su Seller, Meta continua a guadagnare dalla pubblicità su Marketplace e non trattiene commissioni sulle vendite. Ogni mese su Marketplace vengono pubblicati oltre 430 milioni di annunci ed un terzo dei giovani adulti che usano Facebook ogni giorno usa anche Marketplace.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Meta Gives Facebook Marketplace Its Own App Called Seller
Ten years ago, when Meta noticed that millions of Facebook users were buying and selling items on its platform, it spun up a part of the app called Facebook Marketplace for them to do just that.
nytimes.com


Alternativa in italiano:

Seller: nuova app per i venditori di Facebook Marketplace
Seller è la nuova app sviluppata per semplificare la gestione dell'inventario e le vendite da parte degli utenti che usano spesso Facebook Marketplace.
Punto Informatico

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Microsoft lancia MAI-Cyber-1-Flash e la piattaforma agentica Perception


Sfida Anthropic, Google e OpenAI sulla sicurezza AI.
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In breve:


MAI-Cyber-1-Flash è il primo modello di Microsoft specializzato in cybersecurity. È costruito per trovare vulnerabilità difficili in codebase complesse. Opera dentro MDASH che è il framework Microsoft per identificare e correggere le vulnerabilità software. Microsoft sostiene che il modello abbinato a GPT-5.4 dentro MDASH batte Gemini, GPT-5.5 Cyber, GPT-5.6 Sol e Mythos 5 sul benchmark Cyber Gym. L'azienda ha presentato anche una piattaforma, Perception, che impiega squadre di agenti AI per automatizzare i flussi di lavoro di sicurezza e si integra con MDASH. Microsoft dice che il lavoro manuale che richiedeva ore a più specialisti viene adesso svolto in minuti. Il processo include rilevamento, correzione della postura di sicurezza e fix del codice. Entrambi gli strumenti saranno disponibili in anteprima dal 3 novembre.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Microsoft launches its first cybersecurity model, plus a new agentic cybersecurity system | TechCrunch
Microsoft bolstered its AI cybersecurity offerings this week with the launch of its first AI security model and a new security platform.
TechCrunchLucas Ropek


Alternativa in italiano: non pervenuta

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Sam Altman dichiara che siamo già nella singolarità


E dice che è "enormemente positivo.".
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In breve:


Sam Altman ha detto nel podcast "Relentless" che siamo entrati nella singolarità. Il termine indica il punto in cui l'AI supera l'intelligenza umana e progredisce a un ritmo difficile da prevedere o controllare. Il CEO di OpenAI sostiene che dieci anni fa la singolarità sembrava un sogno lontano e che ora sarà "incredibile, enormemente positiva". In passato ha previsto che l'AI supererà l'intelligenza umana in ogni campo entro il 2030 e potrà svolgere tra il 30% e il 40% dei compiti lavorativi umani. Altman ha anche criticato le visioni "terrorizzanti" dipinte da altre aziende. Il CEO di DeepMind ha detto a maggio che l'umanità è "alle pendici della singolarità" e che l'AI potrebbe essere 100 volte più trasformativa della rivoluzione industriale. Il CEO di Nvidia liquida il dibattito sulla singolarità come speculativo e "inventato".

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

OpenAI CEO Sam Altman Says the Singularity Has Arrived - Business Insider
OpenAI CEO Sam Altman said he believes the technological singularity, the moment when artificial intelligence surpasses humans intelligence, is here., My Insider
Business InsiderLakshmi Varanasi


Alternativa in italiano:

Per Altman siamo già nella singolarità, ma i test lo contraddicono
Altman sostiene che la singolarità sia iniziata, ma i risultati nei singoli test non provano un'intelligenza generale.
Tom's Hardware

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Apple punta alla WWDC 2027 per i suoi primi occhiali smart ma ci sono domande


E la privacy?.
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In breve:


Apple punta a presentare i suoi primi occhiali smart alla WWDC di giugno 2027, per venderli in pubblico entro la fine del 2027. Il progetto ha nome in codice N50 ed era inizialmente atteso per la fine del 2026. Il rinvio serve a rifinire il prodotto e il messaggio sulla privacy, il grande motto dell'azienda di Cupertino. Apple prevede l'elaborazione on-device (quindi i dati non vanno sul cloud), nessun riconoscimento facciale, nessuna analisi continua dell'ambiente e nessun uso delle registrazioni degli utenti per addestrare modelli AI. L'azienda ha prototipato una versione senza fotocamera e ha valutato fotocamere incapaci di registrare foto e video, utili solo ad alimentare le funzioni AI. Entrambe le opzioni ridurrebbero l'attrattiva del prodotto, perché il video in prima persona è la funzione che ha reso popolari gli occhiali di Meta. La diffidenza verso gli occhiali con fotocamera deriva in gran parte dalla reputazione di Apple sulla privacy. Alcuni tribunali di New York, Pennsylvania e Wisconsin li hanno vietati, così come alcune scuole, palestre e ospedali.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Apple Glasses May Debut at WWDC 2027: Privacy, Camera Features Versus Meta - Bloomberg
Company debated whether glasses will be able to record video.
Bloomberg.com


Alternativa in italiano: non pervenuta

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Per gli elettori Dem l'aborto non è più una priorità


Chi difendeva il diritto all'aborto ha perso le primarie e gli spot sul tema sono meno di un terzo di due anni fa: contano economia e costo della vita. Le organizzazioni però spendono più che mai

Diana DeGette, tra le più note sostenitrici del diritto all'aborto al Congresso americano, ha perso all'inizio del mese la primaria democratica per il suo seggio alla Camera in Colorado contro Melat Kiros, dell'ala socialista-democratica del partito. In Maine, a giugno, Matt Dunlap ha vinto la primaria democratica nel secondo distretto nonostante gli avversari avessero costruito gran parte della campagna sul suo passato antiabortista. Sono gli esempi più recenti di quanto l'aborto sia arretrato come tema elettorale nel 2026, dopo essere stato al centro delle campagne democratiche del 2022 e del 2024.

Da gennaio a metà luglio del 2024 negli Stati Uniti sono andati in onda più del triplo di spot elettorali legati all'aborto rispetto allo stesso periodo del 2026, con una spesa quasi doppia, secondo un'analisi del sito di giornalismo politico NOTUS su dati di AdImpact, una società che traccia la pubblicità elettorale. I sondaggi di questo ciclo mostrano che gli elettori si preoccupano soprattutto di economia e costo della vita, mentre l'aborto è sceso nella lista delle priorità.

Nel 2022 i democratici avevano evitato l'ondata repubblicana alle elezioni di metà mandato concentrando la campagna sulla decisione della Corte Suprema di cancellare la Roe v. Wade, la sentenza del 1973 che garantiva l'accesso all'aborto in tutto il Paese. Nel 2024 la stessa strategia non ha funzionato: i repubblicani hanno neutralizzato gli attacchi e Donald Trump, oggi presidente, ha dichiarato formalmente che il partito non sosteneva un divieto federale di aborto.

L'aborto "è importante come prima, ma nel 2022, con la decisione della Corte Suprema, le persone ne sentivano gli effetti immediati, mentre ora sentono l'aumento del costo della vita, dall'affitto alla spesa", ha detto a NOTUS la deputata democratica della California Nanette Barragán. Susie Lee, deputata del Nevada, uno dei tre Stati dove a novembre si voterà anche una misura per inserire la tutela dell'aborto nella costituzione statale, si aspetta che il tema pesi nella sua corsa, "ma penso che nella vita di tutti i giorni l'economia sia una questione molto più grande per le persone".

Un deputato democratico eletto in un distretto in bilico ha detto a NOTUS che l'abbandono del tema è un bene per il partito: se a novembre dell'anno scorso si fosse chiesto agli americani quali questioni contassero di più, avrebbero risposto costo della vita, immigrazione, tasse, criminalità e sanità; alla domanda su cosa spingessero i democratici, avrebbero risposto diritto all'aborto e diritti LGBTQ. "Perdevamo per questo, perché non parlavamo delle cose di cui parlava la gente", ha detto.

Le organizzazioni per il diritto all'aborto, al contrario, investono più che mai e consigliano ai candidati di legare il tema al costo della vita. Reproductive Freedom for All, una delle principali associazioni del settore, ha annunciato una campagna da 23,5 milioni di dollari, la cifra più alta mai spesa dal gruppo per delle elezioni di metà mandato. Planned Parenthood, la più grande rete americana di cliniche per la salute riproduttiva, ne spenderà oltre 47 per battere i repubblicani che hanno votato per toglierle i fondi federali con la One Big Beautiful Bill, la grande legge di bilancio voluta dal presidente. Angela Vasquez-Giroux, vicepresidente per la comunicazione del braccio elettorale dell'organizzazione, ha detto che gli elettori "hanno preoccupazioni che riguardano sì la spesa, sì la benzina, sì la sanità, sì l'aborto" e che nessuna può essere messa da parte.

Le sconfitte di DeGette e Baldacci si spiegano anche con l'ondata di sfidanti progressisti, alimentata dalla rabbia contro l'establishment, che attraversa le primarie democratiche di quest'anno. "L'elettorato è pieno di rabbia", ha detto a NOTUS la deputata del Vermont Becca Balint, che ha promosso alcune delle principali proposte di legge sul diritto all'aborto: "Chiunque sia in carica può esserne colpito, perché le persone sono disperate, non riescono a permettersi la casa e le cure". Uno stratega democratico ha spiegato che un solido curriculum sul tema non basta più a difendere gli uscenti, perché sostenere l'accesso all'aborto è ormai un principio scontato nel partito: sia Kiros sia DeGette vogliono trasformarlo in legge federale, così gli elettori hanno cercato "qualcuno che sia percepito più come un combattente che come un tattico legislativo".

DeGette ha detto a NOTUS che l'aborto "non è stato davvero un tema nella mia corsa" e che gli elettori pensano soprattutto al costo della vita e all'opposizione a Trump, ma resta una discriminante verso i repubblicani, "una porta d'ingresso per decidere se sostenere qualcuno oppure no". Ayanna Pressley, che con DeGette presiede il gruppo dei parlamentari democratici per il diritto all'aborto, ha attribuito la sconfitta della collega alla voglia di cambiamento dentro il partito e ha respinto l'idea che il tema abbia perso peso: "È una questione economica. Quando si dice che le persone tengono al costo della vita e ai problemi concreti, al centro di tutto c'è l'autonomia sul proprio corpo".

In Maine l'aborto era stato al centro degli attacchi di Joe Baldacci contro Dunlap. Sostenuto da Reproductive Freedom for All, Baldacci lo aveva attaccato con uno spot per un voto del 2003 su una proposta che avrebbe obbligato i medici a informare le pazienti, almeno 24 ore prima dell'intervento, sui rischi e sulle alternative; la proposta non diventò mai legge. Dunlap ha risposto con uno spot in cui si definiva favorevole al diritto di scelta e liquidava Baldacci come un "burattino bugiardo di proprietà dei capi aziendali di Washington". La presidente di Reproductive Freedom for All, Mini Timmaraju, ha detto a NOTUS che l'attacco era legittimo e convincente, "ma è stato il tema principale a decidere quell'elezione? No".

Il tema potrebbe pesare di più nella corsa per il Senato del Maine dopo il ritiro del candidato democratico Graham Platner. Troy Jackson, ex presidente del Senato statale che punta a prenderne il posto, deve già rispondere del suo passato sostegno a proposte antiabortiste e, se otterrà la nomina, sfiderà la repubblicana Susan Collins, che ha una lunga storia di voti a favore del diritto all'aborto; in uno spot recente Jackson ha detto che "l'aborto è assistenza sanitaria" e che lo difenderà "ogni giorno della settimana". Brad Schneider, deputato dell'Illinois, continua comunque a citare il tema in ogni discorso elettorale anche se non è più in cima ai pensieri degli elettori: "Nessuno me lo chiede. Si aspettano solo che io ci sia".


I socialisti Dem non sono mai stati così forti come ora


I socialisti americani non hanno mai avuto così tanto potere politico come oggi. Il mese scorso diversi parlamentari democratici in carica a New York e in Colorado hanno perso le primarie contro sfidanti della sinistra socialista, il prossimo sindaco di Washington DC dovrebbe essere un socialista e Bernie Sanders parla di un movimento "sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo". Un'analisi pubblicata sul New York Times ricostruisce due secoli di storia del socialismo americano per spiegare la novità di questa fase: per la prima volta i socialisti non corrono con un proprio partito, ma dentro quello democratico.

Il presidente Trump ha detto il mese scorso che il successo dei politici socialisti-democratici è "la minaccia più seria per il nostro paese dalla sua nascita" e lo ha paragonato a "una forma incontrollabile di cancro". Anche una parte dei vertici democratici li respinge: il deputato del New Jersey Josh Gottheimer ha detto che "se sei socialista, non sei un democratico", mentre un gruppo di deputati moderati ha firmato una lettera in cui dichiara "siamo capitalisti, non socialisti", nel timore che il partito appaia estremo e perda negli stati e nei collegi contendibili. I nuovi candidati hanno posizioni scomode per i dirigenti, come la fine di tutte le espulsioni di immigrati e lo stop agli aiuti militari a Israele.

Stati Uniti · La nuova sinistra
Due secoli di sconfitte da soli, ma ora i socialisti vincono presentandosi come democratici

Dalla comune utopista del 1825 al 6% di Eugene Debs, il socialismo americano non ha mai sfondato con un proprio partito. La nuova generazione ha cambiato strategia: candidarsi nelle primarie democratiche. E ha iniziato a vincere, da New York a Washington DC.
Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

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Luglio 2026
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Iscritti alla DSA,
la principale organizzazione socialista

Iscritti oggi: il massimo
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Il 4 luglio la Democratic Socialists of America ha superato il primato del partito di Debs, fermo dal 1912: mai il socialismo americano era stato così grande

Esplora l'analisi
ILa nuova strategia IIDue secoli di storia IIIPerché solo ora IVLo scontro interno

Il cambio di metodo
Fuori dal partito si è sempre perso, dentro si comincia a vincere
Per oltre un secolo i socialisti americani hanno corso con liste proprie, senza mai avvicinarsi al potere. Oggi quasi tutti i membri della DSA si candidano nelle primarie del Partito Democratico — ed è questa la vera novità storica.

Prima · 1901–2016
Con un proprio partito
6%
Il miglior risultato di sempre a livello nazionale: Eugene Debs alle presidenziali del 1912

Debs si candida cinque volte alla Casa Bianca, senza mai andare oltre
Le uniche vittorie arrivano nelle città, come Milwaukee

Oggi · 2025–26
Dentro le primarie democratiche
New York · Colorado · Washington DC
Dove i candidati socialisti hanno battuto alle primarie i democratici in carica nell'ultimo anno

A New York il sindaco Mamdani è arrivato dalle primarie democratiche
A Washington DC il prossimo sindaco dovrebbe essere un socialista

È la prima volta che un'organizzazione socialista di massa ha membri che quasi tutti decidono di candidarsi da democratici, invece che con una propria lista Michael Kazin · storico, Georgetown University

Dalla comune utopista alle primarie
Come il socialismo americano è arrivato fin qui
Tocca le tappe per leggere che cosa è successo. Le idee socialiste sono riemerse a ogni crisi, ma il movimento non ha mai avuto un partito vincente: la svolta è arrivata cambiando casa.

1825
New Harmony, l'utopia che fallisce in pochi anni

Robert Owen, industriale gallese del cotone inorridito dalle fabbriche inglesi dove bambini di 6 anni lavoravano 16 ore al giorno, fonda in Indiana una comunità dove tutto è condiviso. Si dissolve rapidamente.

1901
Nasce il Partito Socialista d'America

Mette insieme agricoltori delle Grandi Pianure, ebrei laici di New York e artigiani del Midwest, uniti dal rifiuto del grande capitale.

1912
Il tetto del 6 per cento e i «socialisti delle fognature»

Il sindacalista Eugene Debs tocca il suo massimo alle presidenziali. I sindaci socialisti di città come Milwaukee si guadagnano invece fama di buoni amministratori: risanano gli acquedotti, costruiscono biblioteche, parchi e scuole pubbliche.

1935
Le idee entrano nel New Deal, il partito resta fuori

Durante la Grande Depressione Roosevelt introduce la Social Security, il sistema pensionistico pubblico modellato su un'idea socialista, e con i lavori pubblici dà un impiego a milioni di disoccupati. La Guerra Fredda schiaccerà poi i socialisti sull'immagine dei comunisti, che in realtà erano spesso loro rivali.

1963
Due socialisti organizzano la marcia su Washington

A. Philip Randolph e Bayard Rustin mettono in piedi la manifestazione in cui Martin Luther King pronuncia il discorso «I have a dream».

1982
Harrington fonda la DSA con una strategia nuova

Michael Harrington, alleato di King, teorizza che i socialisti non vinceranno mai con una propria bandiera: devono trasformare il Partito Democratico, perseguendo «l'ala sinistra del possibile».

2008
La crisi finanziaria cambia una generazione

I millennial si laureano nel peggior mercato del lavoro dalla Grande Depressione. All'inizio del secolo la DSA contava appena 5.000 iscritti circa.

2016
Sanders sorprende alle primarie democratiche

Conquista i giovani e molti elettori indipendenti, più spaventati dall'insicurezza economica che da uno spauracchio sovietico svanito da decenni. Da quella campagna emergono Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani.

2025–26
La generazione delle primarie comincia a vincere

Parlamentari democratici in carica perdono le primarie contro sfidanti socialisti a New York e in Colorado; a Washington DC il prossimo sindaco dovrebbe essere un socialista.

Il terreno che rende possibile la svolta
Gli americani credono sempre meno nel capitalismo, i democratici nei loro vertici
Quando il mercato delude e tutto sembra troppo caro, il socialismo si presenta come una via d'uscita: i sondaggi mostrano quanto quel terreno si sia allargato in dieci anni.

«Il capitalismo americano funziona bene o abbastanza bene»
Quota di americani d'accordo, a dieci anni di distanza

2015

60%

2026

48%
−12 punti in dieci anni
Chi risponde che non funziona bene o non funziona affatto è passato nello stesso periodo dal 37% al 51%. Sondaggio Wall Street Journal-NORC, 11–18 giugno 2026.

Gli elettori democratici sono scontenti del proprio partito
Democratici e indipendenti vicini al partito che si dicono insoddisfatti o soddisfatti dei suoi dirigenti

Insoddisfatti

53%

Soddisfatti

45%

Sondaggio New York Times/Siena, maggio 2026. Il malcontento segue la sconfitta con Trump alle presidenziali del 2024.

120.000
Iscritti alla DSA a luglio 2026
Erano circa 5.000 all'inizio degli anni 2000

113.000
Il primato precedente, battuto dopo 114 anni
Il picco del Partito Socialista di Debs, nel 1912

6%
Il massimo mai ottenuto correndo da soli
Eugene Debs, presidenziali 1912

51%
Americani per cui il capitalismo non funziona
Erano il 37% nel 2015 (WSJ-NORC)

La battaglia dentro e fuori il partito
Trump li paragona a un cancro, una parte dei democratici li respinge
La crescita dei socialisti spaventa la Casa Bianca ma anche i dirigenti democratici, che temono di apparire estremi e di perdere nei collegi contendibili.

La minaccia più seria per il nostro Paese dalla sua nascita
Donald Trumppresidente degli Stati UnitiRepubblicano

Se sei socialista, non sei un democratico
Josh Gottheimerdeputato del New JerseyDemocratico

Siamo capitalisti, non socialisti
Lettera di un gruppo di deputati moderatipreoccupati di perdere nei collegi contendibiliDemocratici

Sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo
Bernie Sanderssenatore del Vermont, sul movimento socialistaSocialista-democratico

Che cosa chiedono i nuovi candidati

Sanità pubblica universaleUn'idea realizzata da tempo in Europa, al centro del programma della DSA
Stop a tutte le espulsioniLa fine delle deportazioni di immigrati, posizione scomoda per i vertici del partito
Stop agli aiuti militari a IsraeleLa richiesta che più divide i socialisti dai dirigenti democratici

Fonte Analisi del New York Times sulla storia del socialismo americano; sondaggi Wall Street Journal-NORC (11–18 giugno 2026) e New York Times/Siena (maggio 2026); dati sugli iscritti Democratic Socialists of America.

Lo storico della Georgetown University Michael Kazin, ex direttore di Dissent, una rivista della sinistra socialdemocratica, ha detto al New York Times che "è la prima volta che un'organizzazione socialista di massa ha membri che quasi tutti decidono di candidarsi da democratici, invece che con una propria lista". L'organizzazione è la Democratic Socialists of America (DSA), fondata nel 1982, il cui programma chiede tra le altre cose una sanità pubblica universale, un'idea realizzata da tempo in Europa. La strategia interna è meno rivoluzionaria ma molto più minacciosa per i vertici del partito, indeboliti dalla sconfitta con Trump nel 2024 e ormai incapaci di ignorare la crescita alla propria sinistra.

Per quasi due secoli i socialisti americani hanno perso correndo da soli, in un paese dove il movimento non ha mai davvero attecchito. I primi furono utopisti come Robert Owen, industriale gallese del cotone inorridito dalle condizioni delle fabbriche inglesi, dove bambini di 6 anni lavoravano 16 ore al giorno: nel 1825 si trasferì in Indiana e fondò la comunità di New Harmony, dove tutto doveva essere condiviso e che fallì in pochi anni. Il Partito Socialista, fondato nel 1901, mise insieme agricoltori delle Grandi Pianure, ebrei laici di New York e artigiani del Midwest uniti dal rifiuto del grande capitale. Il suo volto era il sindacalista Eugene V. Debs, che si candidò cinque volte alla presidenza: il suo miglior risultato fu il 6 per cento dei voti nel 1912. Alcuni socialisti vinsero invece nelle città: i sindaci di posti come Milwaukee, soprannominati "socialisti delle fognature", si costruirono una reputazione di buoni amministratori risanando gli acquedotti e costruendo biblioteche, parchi e scuole pubbliche.

La Guerra Fredda schiacciò poi i socialisti sull'immagine dei comunisti, che in realtà erano spesso loro rivali: dopo la rivoluzione bolscevica i comunisti americani formarono un partito proprio, che crebbe grazie ai finanziamenti sovietici mentre quello socialista perdeva iscritti. Le idee socialiste però riemergevano nelle crisi. Durante la Grande Depressione Franklin D. Roosevelt introdusse la Social Security, il sistema pensionistico pubblico modellato su un'idea socialista, e con i lavori pubblici, un'altra nozione socialista, diede un impiego a milioni di disoccupati per costruire opere come la diga di Hoover. Negli anni Sessanta due socialisti, A. Philip Randolph e Bayard Rustin, organizzarono la marcia su Washington del 1963 in cui Martin Luther King pronunciò il discorso "I have a dream".

Michael Harrington, alleato di King e cofondatore della DSA, teorizzò già alla fine degli anni Sessanta la strategia che funziona oggi: i socialisti non avrebbero mai avuto successo con una propria bandiera e dovevano trasformare il Partito Democratico, perseguendo "l'ala sinistra del possibile". Il suo libro "The Other America", un ritratto della povertà americana, spinse l'amministrazione di Lyndon B. Johnson a coinvolgerlo nella cosiddetta guerra alla povertà. Furono comunque decenni di declino: alla fine degli anni Ottanta il capitalismo trionfava sui regimi comunisti in dissoluzione e all'inizio del nuovo secolo la DSA contava circa 5.000 iscritti.

La svolta arrivò con la crisi finanziaria del 2008. I millennial si laurearono nel peggior mercato del lavoro dalla Grande Depressione e nel 2016 Sanders, che si definisce socialista-democratico, sorprese alle primarie presidenziali conquistando i giovani e molti elettori indipendenti, più spaventati dall'insicurezza economica che da uno spauracchio sovietico svanito da decenni. Da quella campagna vennero Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani, che hanno vinto a New York passando dalle primarie democratiche, e la generazione che questa primavera ha vinto con lo stesso metodo da New York al Colorado fino a Washington DC.

Più della metà dei democratici e degli indipendenti vicini al partito si dice frustrata dai suoi dirigenti, secondo un sondaggio New York Times/Siena, e meno della metà degli americani pensa che il capitalismo funzioni bene o abbastanza bene, contro il 60 per cento di dieci anni fa, secondo una rilevazione Wall Street Journal-NORC. Molti di questi elettori non vogliono più tornare allo status quo precedente a Trump, perché non credono più in quel sistema. Per l'autrice dell'analisi è esattamente il tipo di momento storico in cui il socialismo comincia ad avere senso per più persone: quando il mercato crolla e tutto sembra troppo caro, il socialismo si presenta con la visione di una via d'uscita. Per ora però, scrive, a essere rifatto è il partito, non il Paese.


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Il riposizionamento delle forze americane verso l'Asia non sta andando come previsto


La guerra con l'Iran ha portato i soldati americani in Medio Oriente da 40.000 a 50.000, i tagli in Europa restano limitati dal Congresso e nel Pacifico il numero di militari e mezzi non si muove

I soldati americani in Medio Oriente sono passati da 40.000 a 50.000 da quando è cominciata la guerra con l'Iran, mentre nel Pacifico, la regione che l'Amministrazione dice di considerare prioritaria, il numero di militari e di mezzi è rimasto lo stesso. Un'analisi dell'Economist spiega che il riposizionamento delle forze armate promesso dal presidente Donald Trump non sta andando come previsto e che la presenza militare americana resta sparsa in tutto il mondo.

L'uomo che ha teorizzato quella svolta è Elbridge Colby, oggi responsabile delle politiche del Pentagono. Nel suo libro "Strategy of Denial", pubblicato nel 2021 quando lavorava per un centro studi dopo essere passato dalla prima Amministrazione Trump, Colby sosteneva che le forze armate americane fossero troppo disperse per affrontare tutti i nemici nel mondo e che la priorità dovesse essere la Cina. Gli Stati Uniti, scriveva, "dovrebbero cercare di evitare, ridurre o eliminare impegni costosi o gravosi in altre parti del mondo", perché "quello che viene usato per il Medio Oriente non sarà disponibile per l'Asia".

Per più di ottant'anni gli Stati Uniti hanno costruito basi e dispiegamenti militari per essere il poliziotto del mondo. Nella strategia di difesa nazionale pubblicata a gennaio, Trump ha criticato le Amministrazioni precedenti per aver combattuto "una guerra senza timone dopo l'altra" e ha promesso un approccio "concentrato". In Medio Oriente, però, non c'è stata alcuna riduzione delle forze e la guerra con l'Iran nelle ultime settimane si è allargata: quattro soldati americani sono morti negli ultimi giorni e più di cento sono rimasti feriti dal 7 luglio.

In Europa, il continente dove il cambiamento è stato più drastico, Trump ha già ritirato due delle cinque squadre da combattimento di brigata, circa 4.000 soldati ciascuna, inviate dopo l'invasione russa dell'Ucraina del 2022. Ha detto che manderà 5.000 soldati "in più" in Polonia, ma dovrebbero arrivare da altri paesi europei. Conta di più la decisione presa a giugno dal Dipartimento della Guerra, il ministero della Difesa americano, che ha ridotto di un terzo le forze destinate alla NATO in caso di conflitto, compresi caccia, cacciatorpediniere e sottomarini.

Difesa · Stati Uniti

I militari americani all’estero restano sparsi ovunque

Il Pentagono di Donald Trump ha promesso una postura "focalizzata" sulla Cina. A marzo 2026 i militari americani in servizio attivo fuori dagli Stati Uniti erano 174.400: due su tre stanno in Giappone, Germania e Corea del Sud, i paesi del vecchio dispositivo della guerra fredda.

Dati ufficiali Grafica di Focus America Marzo 2026

Un cerchio per ogni paese o territorio con più di 100 militari in servizio attivo. L’area del cerchio è proporzionale al numero.

Stati Uniti Giappone: 54.900Germania: 37.000Corea del Sud: 23.400Italia: 12.800Regno Unito: 10.200Guam: 7.100Spagna: 3.800Bahrein: 3.200Turchia: 1.700Belgio: 1.122Porto Rico: 657Cuba: 563Kuwait: 559Paesi Bassi: 420Grecia: 407Polonia: 342Honduras: 333Australia: 306Singapore: 274Arabia Saudita: 270Qatar: 254Portogallo: 236Egitto: 188Canada: 157Romania: 149Groenlandia: 142Emirati Arabi Uniti: 129Israele: 107Thailandia: 102Giordania: 100 Regno Unito 10.200Germania 37.000Corea del Sud 23.400Giappone 54.900Spagna 3.800Italia 12.800Turchia 1.700Bahrein 3.200Honduras 333Cuba 563Singapore 274 Australia 306 Guam 7.10011k Dispiegamenti classificati e personale in transito
Giappone 54.900 Germania 37.000 Corea del Sud 23.400 Italia 12.800 Regno Unito 10.200 Guam 7.100 Spagna 3.800 Bahrein 3.200 Turchia 1.700 Classificati o in transito 11.000

Attenzione. Il conteggio esclude i dispiegamenti temporanei e le forze di contingenza: i circa 50.000 militari schierati in Medio Oriente durante la guerra con l’Iran, per esempio, qui non compaiono. È il motivo per cui la Polonia si ferma a 342 militari nonostante i contingenti a rotazione.

Fonte Defence Manpower Data Centre (DMDC), personale militare in servizio attivo al 31 marzo 2026, ripreso da The Economist. Sono mappati i paesi e i territori con più di 100 militari. I valori dei paesi non etichettati sulla mappa sono tratti dall’ultima tabella DMDC per paese disponibile.

A giugno Pete Hegseth, segretario alla Guerra, ha annunciato una revisione di sei mesi dei soldati e delle basi americane in Europa. "Sarà pensata per garantire che la NATO si muova rapidamente e in modo irreversibile verso un'Europa in prima fila, che si assume la responsabilità principale della difesa dell'Europa", ha detto a Bruxelles. L'Amministrazione vuole meno risorse americane nel continente e un uso maggiore di quelle europee: Hegseth ha fatto capire che gli Stati Uniti chiederanno un accesso senza vincoli allo spazio aereo e alle basi europee, che in alcuni casi gli alleati hanno dichiarato inutilizzabili per la guerra contro l'Iran.

Il freno più concreto arriva dal Congresso, che sulla spesa militare ha mostrato una resistenza inusuale al presidente. A dicembre, con la legge che autorizza le spese per la difesa, i parlamentari hanno vietato di ridurre le forze americane in Europa sotto i 76.000 soldati, una soglia che dista solo qualche migliaio di unità dal livello attuale.

Dal Medio Oriente gli Stati Uniti hanno ritirato tutti i soldati dalla Siria e a settembre lasceranno l'Iraq. La guerra con l'Iran ha però dirottato nella regione portaerei e sistemi di difesa antiaerea e ha consumato munizioni americane che erano destinate a un eventuale conflitto con la Cina.

Nel memorandum d'intesa firmato con l'Iran a giugno, gli Stati Uniti si erano impegnati a ritirare le forze dalla "prossimità" dell'Iran entro trenta giorni, una promessa che oggi appare irrealizzabile. Con le basi nei paesi del Golfo colpite dai missili iraniani, le operazioni americane partono da punti più lontani in Israele e in Giordania. Quando la guerra finirà, il problema non sarà se ridurre la presenza americana in Medio Oriente, ma quale forma darle. Funzionari a Tel Aviv parlano di spostare le basi in Israele, dove gli americani hanno un solo dispiegamento permanente, mentre qualsiasi accenno ad abbandonare il Golfo, i cui leader hanno coltivato rapporti stretti con Trump, avrebbe conseguenze diplomatiche pesanti.

La strategia di sicurezza nazionale pubblicata l'anno scorso indica come priorità la sicurezza del territorio americano e di tutto l'emisfero occidentale. Trump ha già rovesciato un leader della regione, Nicolás Maduro in Venezuela, e sta valutando opzioni militari contro Cuba, una scelta che riporterebbe nei Caraibi una marina già sotto sforzo. Gli investimenti recenti in infrastrutture a Porto Rico e a Trinidad e Tobago fanno pensare a dispiegamenti permanenti, ha detto Jennifer Kavanagh del centro studi Defence Priorities.

Nel Pacifico gli ammiragli americani osservano questi sviluppi senza ricavarne molto. La postura militare in Asia non è del tutto immobile: a Guam, isola americana 2.700 chilometri a est di Taiwan, l'ampliamento delle strutture sta facendo salire il costo delle case; l'Australia sta ammodernando una base per sottomarini a Perth, sulla costa occidentale, che permetterà ai sommergibili americani di restare più a lungo nella regione; la fanteria di marina americana ha portato missili più potenti nelle Filippine. In tutta l'area gli aeroporti militari vengono migliorati e le esercitazioni diventano più grandi.

Il numero di soldati e di mezzi americani nel Pacifico è però rimasto stabile. Per buona parte di quest'anno gli Stati Uniti hanno tenuto in Asia una sola portaerei invece delle due che considerano necessarie, il periodo più lungo da cinque anni. In Giappone ci sono circa 55.000 soldati americani, in Corea del Sud circa la metà.

I cambiamenti maggiori riguardano lo spostamento delle forze all'interno della regione. In un discorso a Seoul a gennaio, Colby ha definito la Corea del Sud un "alleato modello" ma ha stupito molti per non aver mai nominato il suo principale avversario, la Corea del Nord. Il Pentagono ha preso in considerazione l'ipotesi di ritirare dalla penisola coreana l'unità americana più potente, una brigata Stryker di 4.500 soldati, per concentrarla sulla Cina.

Trump ha chiesto al Congresso 1.500 miliardi di dollari per il bilancio della difesa del 2026-27, il 44% in più. Anche se la richiesta venisse approvata, quei soldi non si tradurrebbero rapidamente in soldati o in equipaggiamenti. Colby, che aveva avvertito che gli Stati Uniti non potevano permettersi di combattere più guerre e insieme tenere a bada la Cina, deve ora costruire una politica che fa esattamente questo.


Il Pentagono ha taciuto su decine di feriti americani nella guerra con l'Iran


Nella settimana precedente all'attacco iraniano che venerdì ha ucciso due soldati americani in Giordania e lasciato un altro militare disperso, l'Iran aveva già attaccato per tre volte le forze statunitensi nel Paese. Secondo alcuni funzionari americani che hanno parlato in forma anonima con il New York Times, quei raid avrebbero anche ferito decine di militari e danneggiato diversi elicotteri. Il Pentagono, tuttavia, non ha mai informato l'opinione pubblica né degli attacchi né delle loro conseguenze.

La vicenda riporta in primo piano una delle principali tensioni che accompagnano il conflitto con l'Iran: quella tra le esigenze di sicurezza operativa invocate dal Dipartimento della Difesa e il dovere del governo di informare i cittadini sulla conduzione della guerra. Nei comunicati diffusi dopo i bombardamenti della scorsa settimana contro i siti militari iraniani, lo U.S. Central Command ha descritto le operazioni come una rappresaglia per gli attacchi di Teheran alle navi commerciali nello Stretto di Hormuz, senza mai menzionare gli attacchi subiti dalle basi americane nella regione, comprese quelle in Giordania.

Guerra USA-Iran · Trasparenza

La guerra con l’Iran che il Pentagono racconta a metà


Due soldati uccisi venerdì in Giordania e un terzo sabato in Iraq portano a 17 i militari americani caduti dal 28 febbraio. Ma sui tre attacchi subiti dalle basi in Giordania nella settimana precedente il Dipartimento della Difesa non ha detto nulla.

Grafica di FocusAmerica 20 luglio 2026

Militari americani caduti dall’inizio degli attacchi contro l’Iran
0
caduti dal 28 febbraio 2026
a cui si aggiunge un militare disperso in Giordania
Quasi 5 mesi di guerra a fasi alterne Ultimo briefing di rilievo: inizio maggio

Il bilancio dell’ultima settimana
Quello che il Pentagono ha detto, quello che ha taciuto

Comunicato
2 soldati uccisi venerdì in un attacco con missili e droni su una base in Giordania; 1 militare disperso
4 feriti ricoverati in ospedali giordani e poi dimessi; altri, in numero non precisato, già tornati in servizio
1 militare morto sabato nel nord dell’Iraq nella detonazione controllata degli ordigni di un drone iraniano abbattuto

Taciuto
3 attacchi iraniani alle basi USA in Giordania nella settimana precedente, mai resi pubblici
Decine di militari feriti e diversi elicotteri danneggiati in quei raid, secondo funzionari citati dal New York Times
Il numero degli obiettivi colpiti ogni giorno in Iran, che il Central Command ha smesso di comunicare
Quanto la guerra ha ridotto le scorte americane di armamenti critici: mai chiarito dall’Amministrazione

Il comando sostiene che pubblicare i dati sui feriti aiuterebbe Teheran a valutare l’efficacia dei propri missili e droni.

Gli ultimi sette giorni

Settimana dell’11 luglioNon comunicato
L’Iran colpisce tre volte le forze americane in Giordania. Decine di feriti ed elicotteri danneggiati: il Pentagono non ne dà notizia.

Venerdì 17 luglio2 caduti · 1 disperso
Missili balistici e droni iraniani colpiscono una base in Giordania: due soldati dell’esercito uccisi, un militare risulta disperso.

Sabato 18 luglio1 caduto
Un militare muore nel nord dell’Iraq durante la detonazione controllata degli ordigni inesplosi di un drone iraniano abbattuto.

Domenica 19 luglio
Il Central Command riferisce di aver rinvenuto altri resti umani non identificati nel luogo dell’attacco, dove proseguono le ricerche del disperso. Gli esami sono in corso.

Fonte: U.S. Central Command; New York Times Dati aggiornati al 19 luglio 2026

Un funzionario militare ha spiegato che il Central Command non è tenuto a divulgare informazioni sui feriti, soprattutto quando questi possono tornare rapidamente in servizio. Un altro ha indicato una ragione più esplicita: rendere pubblici quei dati consentirebbe a Teheran di valutare con maggiore precisione l'efficacia dei propri missili balistici e droni e di calibrare i successivi attacchi contro le basi mediorientali nelle quali sono schierati migliaia di soldati americani. Per lo stesso motivo, il comando ha smesso di comunicare il numero degli obiettivi colpiti ogni giorno in territorio iraniano.

Cinque mesi di guerra avvolti nel riserbo


La reticenza riguarda ormai l'intera strategia militare. Dal fallimento della fragile tregua, il Pentagono ha fornito pochissime informazioni sull'andamento di una guerra che, a fasi alterne, dura da quasi 5 mesi: l'ultimo briefing di rilievo risale all'inizio di maggio. L'Amministrazione Trump non ha chiarito quanto il conflitto abbia ridotto le scorte americane di armamenti critici e costosi, né in quale misura l'Iran sia riuscito a preservare o ricostruire le proprie capacità missilistiche.

Con i due soldati dell'esercito uccisi venerdì in Giordania e il militare morto sabato nel nord dell'Iraq durante la detonazione controllata degli ordigni inesplosi di un drone iraniano abbattuto, salgono a 17 gli americani caduti dall'inizio degli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il 28 febbraio. Domenica il Central Command ha inoltre riferito di aver rinvenuto altri resti umani non identificati nel luogo dell'attacco in Giordania, dove proseguivano le ricerche del disperso. Gli esami per stabilirne l'identità sono ancora in corso.

I protocolli prevedono che i nomi dei caduti vengano diffusi soltanto 24 ore dopo la notifica ai familiari, mentre le identità dei feriti non sono normalmente rese pubbliche. Sabato il comando ha comunicato che 4 militari rimasti feriti nell'attacco di venerdì erano stati ricoverati in ospedali giordani e successivamente dimessi. Altri soldati, senza precisarne il numero, avevano riportato ferite lievi ed erano già tornati in servizio. Il comunicato non conteneva invece alcun riferimento ai feriti dei tre attacchi precedenti.

In una breve telefonata a NewsNation, il presidente Donald Trump ha affermato che i soldati sono morti "al servizio del nostro Paese" e ha ribadito l'obiettivo principale della guerra: impedire all'Iran di dotarsi di un'arma nucleare. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha scritto sui social che la morte dei due militari non farà altro che rafforzare la determinazione degli Stati Uniti.


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Prelude Dark Pain sa cosa vuole: la prova dell'Early access


C'è un nuovo must-play in città, ma è solo per appassionati di giochi tattici a turni

"Noi vogliamo fare un gioco tattico a turni profondo e ispirato ai classici, soprattutto Final Fantasy Tactics". Queste sono le intenzioni dichiarate di QUICKFIREGAMES, gli sviluppatori spagnoli di Prelude Dark Pain, un gioco tattico a turni che ha appena fatto il suo debutto in early access.

Dopo aver passato una decina di ore in compagnia della versione appena arrivata su Steam è evidente che i suoi autori hanno fatto i compiti a casa. Il sistema di combattimenti a turni è già rifinito, lo stile artistico ha qualcosa da dire e l'architettura di gioco (cinque eroi in campo con otto classi tra cui scegliere) poggia su ottime fondamenta per gli amanti del genere.

Visto l'intento dei suoi autori, soprattutto in fase di Early Access, è evidente che Prelude Dark Pain non è pensato per chi non ama i giochi a turni di ispirazione giapponese, e il consiglio è di guardarsi tanto gameplay prima di acquistarlo da non appassionati del genere. Il motivo è che, anche se vi è piaciuto Expedition 33, nelle battaglie con i boss basta posizionarsi sul quadrato sbagliato per buttare via mezz'ora di combattimento, e questo potrebbe far montare non poca frustrazione.

Fatte le dovute precisazioni, Prelude Dark Pain è un gioco facilissimo da raccomandare agli amanti dei tattici a turni perché non fa compromessi nel cercare di farli felici. L'interfaccia, la progressione e la struttura dei combattimenti sanno citare i classici e insieme offrire qualcosina di nuovo ad ogni ora di gioco. A disposizione di chi sceglie di supportare lo studio in fase di Early Access ci sono 15 ore di campagna e il primo atto della storia con il gioco finito che durerà circa 40 ore.

Se il gran lavoro di fino di QUICKFIREGAMES è evidente nel combattimento, il punto dolente del gioco, al momento, è la componente narrativa. Dopo le prime quattro ore di setup si può dire che la storia decolla, ma arrivarci è un po' uno strazio. Le premesse non sono originalissime con un ordine ossessionato con la caccia alle streghe, un vecchio eroe che ne ha spostata una per scappare ai confini e una storia che inizia quando gli inquisitori arrivano al villaggio.

Anche i personaggi sono piuttosto stereotipati, il burbero grande e grosso, l'arciere intelligente e dalla vista acuta e un protagonista bravo con le lame e nobile di spirito. Dando tempo al gioco, come in tutte le produzioni di ispirazione giapponese, questi personaggi escono dal loro guscio, e la componente narrativa tira fuori i suoi elementi di unicità, ma la partenza è proprio faticosa.

Prelude Dark Pain è, orgogliosamente, per gli amanti dei giochi a turni e fa di tutto per farli contenti. Correte a supportare questa produzione se rientrate in questa nicchia, volete un gameplay solido e non vi dispiace una partenza narrativa un po' lenta e stereotipata. A tutti gli altri interessati è consigliabile di aspettare l'uscita definitiva per capire se un prodotto così concentrato sul suo pubblico target ha la possibilità, dopo un periodo di aggiustamento, di convertire un novizio o addirittura uno scettico.

Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)
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Perché Kamala Harris è la favorita per le primarie del 2028


L'ex vicepresidente è in testa a tutti i sondaggi e si prepara a una nuova corsa per la Casa Bianca, ma dirigenti e grandi donatori democratici dubitano che possa vincere nel 2028

Kamala Harris assomiglia sempre di più a una candidata in attesa di annunciarsi per le presidenziali del 2028. Amici e alleati hanno raccontato al New York Magazine che per ora l'ex vicepresidente è contenta di aspettare: fa campagna dove viene invitata e lascia che gli altri aspiranti alla Casa Bianca si lancino per primi, in attesa di vedere come andranno le elezioni di metà mandato di novembre, quelle in cui si rinnova il Congresso. "Ha ascoltato gli americani cercando di capire che cosa li tocca e come può essere loro utile", ha detto Minyon Moore, la stratega di lungo corso che diresse la convention democratica del 2024, quella che nominò Harris. La prospettiva di una sua nuova candidatura riempie però di timore molti alti dirigenti e grandi finanziatori del Partito Democratico, convinti che non possa vincere.

Harris è davanti in tutti i sondaggi nazionali sui possibili candidati democratici, di solito con margini in doppia cifra. Chi è in testa con questo anticipo tende storicamente a fare bene: Joe Biden era primo in quasi tutte le rilevazioni due anni prima di vincere nel 2020, mentre Hillary Clinton a questo punto della corsa del 2016 era largamente davanti. "Parte da favorita, è evidente che viene seguita ovunque vada", ha detto al New York Magazine un suo ex collaboratore. "Arriva con una notorietà del 99% e tutti gli altri dovranno raccogliere fondi per comprarsela".

Verso il 2028 · Primarie democratiche

Kamala Harris è la favorita per il 2028, ma il suo partito non ci crede

L’ex vicepresidente guida tutti i sondaggi nazionali sulle primarie democratiche e, raccontano i suoi, si prepara a un’altra corsa alla Casa Bianca. Ma il consenso resta fermo sotto il 30 per cento e i grandi finanziatori, dopo i circa 2 miliardi di dollari bruciati nel 2024, dubitano che possa vincere.

Grafica di FocusAmerica 27 luglio 2026

Il paradosso della favorita · Su 100 elettori democratici

La conoscono
99%

La voterebbero oggi
28%

Notorietà stimata da un ex collaboratore al New York Magazine
Media dei sondaggi nazionali RealClearPolitics, luglio 2026

Prima scelta (28) La conoscono, ma scelgono altri o sono indecisi (71) Non la conoscono (1)

Il vantaggio resta ampio — circa 11 punti su Gavin Newsom, il secondo — ma per una candidata che conoscono praticamente tutti gli elettori un consenso fermo sotto il 30 per cento è un campanello d’allarme.

Il precedente

Chi guida i sondaggi con due anni di anticipo di solito vince la nomination


Come sono finite le ultime due primarie democratiche senza un presidente in corsa per la rielezione.

2016
Hillary Clinton

Largamente prima nei sondaggi nazionali già a metà 2014, due anni prima del voto.

Nominata
2020
Joe Biden

Primo in quasi tutte le rilevazioni del 2018, due anni prima della vittoria su Trump.

Nominato
2028
Kamala Harris

Prima in tutti i sondaggi nazionali di oggi, di solito con margini in doppia cifra.

?

La storia recente gioca a suo favore: sia Clinton sia Biden partivano in testa a questo punto della corsa e arrivarono fino in fondo. Nessuno dei rivali di Harris, per ora, si avvicina ai suoi numeri.

La zavorra

I conti che il 2024 ha lasciato aperti


La campagna più breve e più costosa della storia recente pesa ancora sul suo futuro.

107 giorni
La durata della campagna 2024: dal ritiro di Biden, il 21 luglio, al voto del 5 novembre

2 miliardi di $
La spesa complessiva di campagna, partito e gruppi alleati, secondo il New York Magazine

Rispetto alla maggior parte dei democratici, Harris perse terreno soprattutto tra i giovani e gli elettori non bianchi. E prima di firmare altri assegni, i grandi donatori le chiedono di dimostrare che stavolta può vincere.

La ricostruzione

Le tre mosse con cui Harris prepara la corsa


Tocca ogni voce per i dettagli.

Il tour del libro Città universitarie e Sud a maggioranza nera+

Le tappe hanno toccato i campus e città come New Orleans e Jackson (Mississippi): proprio i pubblici — giovani e afroamericani — tra cui nel 2024 aveva perso più terreno.

La raccolta fondi Soldi a quattro partiti statali del Sud e del Sun Belt+

Ha raccolto fondi per i democratici di Nevada, Georgia, North Carolina e South Carolina: Stati in cui gli elettori non bianchi dominano l’elettorato delle primarie.

L’attesa Nessun annuncio prima delle elezioni di metà mandato+

Fa campagna dove viene invitata e lascia che gli altri aspiranti si lancino per primi: la decisione arriverà dopo il voto di novembre per il rinnovo del Congresso.

Fonte New York Magazine; media dei sondaggi nazionali RealClearPolitics, luglio 2026 (Harris 28%, Newsom 17%). La spesa 2024 comprende campagna, partito e gruppi alleati.

I consiglieri più stretti di Harris restano convinti che le elezioni del 2024 non fossero vincibili: il vantaggio nei sondaggi pubblici era un miraggio che non trovava riscontro nelle rilevazioni interne della campagna e il ritiro tardivo di Biden le lasciò troppo poco tempo per presentarsi come una figura autonoma, un problema serio con un elettorato ormai stanco del presidente uscente. Diversi ex membri dello staff citano anche i due attentati subiti da Trump durante la campagna come prova che la sconfitta fosse quasi segnata. Un sostenitore che le ha parlato di recente ha detto di esserne uscito convinto che si candiderà e ha descritto così il suo modo di ragionare: "Avrei dovuto vincere e lo farò a modo mio, perché il mio modo avrebbe vinto. Erano tutti quei consulenti a dirmi di prendere questa o quella posizione ed è stata colpa loro".

Negli ultimi mesi Harris ha lavorato per ricucire con la sinistra del partito: ha contattato il sindaco di New York Zohran Mamdani e ha incontrato gli attivisti del movimento Uncommitted, che nel 2024 invitava gli elettori democratici a lasciare in bianco la scheda delle primarie per protestare contro la guerra a Gaza. Gli incontri arrivano mentre il sostegno a Israele tra gli elettori democratici è crollato e diversi candidati pro-palestinesi hanno vinto primarie competitive in cui la politica mediorientale era al centro della campagna. "Sta cercando di capire dove va l'onda ed è determinata a cavalcarla", ha detto lo stesso sostenitore.

Secondo la lettura più diffusa, nel 2024 Harris fu danneggiata dallo spot "they/them", dai pronomi inglesi di genere neutro, con cui la campagna di Trump la attaccava per il suo sostegno alle operazioni di cambio di sesso per i detenuti pagate con soldi pubblici. Gli ex membri del suo staff non sono d'accordo e indicano come fattore più decisivo la macchina organizzativa repubblicana sul territorio, finanziata in parte da Elon Musk. Rispetto alla maggior parte dei democratici, Harris perse terreno soprattutto tra i giovani e gli elettori non bianchi. Da quando è fuori dalla politica si è concentrata proprio su questi gruppi: con il tour del suo libro ha toccato città universitarie e città del Sud a maggioranza nera come New Orleans e Jackson (Mississippi) e ha raccolto fondi per i partiti statali di Nevada, Georgia, North Carolina e South Carolina, Stati in cui gli elettori non bianchi dominano l'elettorato delle primarie.

Un altro ostacolo atteso riguardava il declino mentale di Biden: chi ha lavorato ai vertici della sua amministrazione avrebbe dovuto spiegare che cosa sapeva e da quando. I collaboratori di Harris ora dubitano che il tema peserà nelle primarie, con il presidente Trump che travolge gran parte di ciò a cui i democratici tengono. "Le persone guardano avanti", ha detto Laura Telerski, deputata statale del New Hampshire che ha incontrato Harris quest'anno pur senza appoggiarla. "Non credo che sia rimasta prigioniera di ieri". "Guardate quanto in fretta gli elettori hanno dimenticato il primo mandato di Trump", ha aggiunto un altro dirigente democratico, secondo cui la memoria degli elettori è corta e nessuno può sapere cosa si penserà di Biden tra 12 o 16 mesi.

Le donne e gli elettori non bianchi sono la spina dorsale del Partito Democratico e Harris è entrambe le cose, oltre che l'ex vicepresidente e la prima nei sondaggi: ogni tentativo degli avversari di ridimensionarla rischia di trasformare le primarie in uno scontro su etnia e genere. Diversi collaboratori di potenziali candidati per il 2028 citano il precedente delle recenti primarie per il Senato in Texas, in cui James Talarico ha battuto Jasmine Crockett correndo però il rischio di alienarsi componenti chiave dell'elettorato democratico.

Quando si chiede ai grandi donatori e agli operatori del partito di una possibile "Kamala 2.0", scrive il New York Magazine, la risposta tipica è un sospiro seguito da una lunga pausa. Nonostante il vantaggio nei sondaggi, Harris supera di rado e di poco il 30 per cento, un segnale d'allarme per una candidata che conoscono praticamente tutti gli elettori. E dopo i 2 miliardi di dollari spesi nella campagna persa del 2024, i finanziatori le chiedono di dimostrare prima di essere una candidata in grado di vincere. "Non dico che sia giusto: nel 2024 le sono toccate carte pessime. Ma la soglia che deve superare perché i donatori la prendano sul serio è molto più alta", ha detto un importante finanziatore di New York che, dopo aver donato generosamente due anni fa, ha quasi escluso di sostenerla di nuovo. "Non vogliamo qualcuno che abbatta barriere o cambi la conversazione nazionale. Vogliamo solo qualcuno che possa riprendersi la Casa Bianca e non vedo come possa succedere con lei".

"Per me è una cosa molto emotiva, le voglio tanto bene", ha detto Liz Minnella, ex vice responsabile della raccolta fondi del partito. "Penso che abbia imparato molto dagli errori commessi dalla campagna nel 2024 e mi piacerebbe molto, ma può tornare da tutte quelle persone a chiedere di nuovo soldi? O sarà tutto soltanto un'autopsia del 2024?".

Nel 2020 Harris si fece trascinare molto a sinistra e quelle posizioni si rivelarono un peso nel 2024: dentro il partito diversi veterani temono che stia succedendo di nuovo. L'apertura al movimento Uncommitted, che invita a bocciare i candidati che non definiscono esplicitamente la guerra a Gaza un genocidio, viene letta come un nuovo cedimento alle voci più forti della sinistra. Restano poi i dubbi sulla sua capacità di costruire una vera squadra (non le è riuscita in nessuna delle due corse alla Casa Bianca) e la domanda se una politica nota per prudenza e gradualismo possa dare voce alla voglia dei democratici di abbattere il sistema dopo Trump. I democratici oggi sono arrabbiati. Harris invece è rimasta nelle istituzioni, in un ruolo o nell'altro, dalla laurea in legge fino al giorno in cui lei e Biden hanno consegnato la Casa Bianca a Trump. La rabbia non è il suo registro.

"Spero che si candidi", ha detto Alex Hoffman, uno stratega democratico che consiglia diversi grandi donatori del partito. "Perché così perderà e non ne sentiremo mai più parlare. Non vincerà mai un'elezione su scala nazionale. Mai".


Ocasio-Cortez parla sempre più come l'Obama del 2008


Alexandria Ocasio-Cortez parla sempre più come il Barack Obama del 2008. Nei comizi delle ultime settimane la deputata di New York ha ampliato il suo messaggio oltre il socialismo democratico rivoluzionario, avvicinandolo allo spirito di "Change You Can Believe In", lo slogan con cui Obama conquistò la Casa Bianca, secondo un'analisi di Axios. Il cambio di registro arriva mentre Ocasio-Cortez prepara il terreno per una possibile candidatura alle presidenziali del 2028.

Questo fine settimana Ocasio-Cortez ha fatto campagna in Michigan per Abdul El-Sayed, il candidato progressista che corre per il Senato. A Detroit ha difeso le politiche di sinistra, ma ha costruito il discorso attorno a un attacco più universale alla politica tradizionale: "La risposta ai nostri problemi è ricorrere sempre allo stesso copione? Un copione che dice che per vincere dobbiamo difendere lo stesso status quo che ci sta affondando e che ci dice che l'aspirazione a cambiare il nostro governo e l'ambizione anche solo di provarci è folle? No, non è folle, Michigan".

Le parole ricordano quelle che Obama pronunciò davanti ai democratici dell'Iowa nel 2007: "Le solite campagne da manuale di Washington non basteranno in questa elezione. Per questo vi chiedo di smettere di accontentarvi di ciò che i cinici dicono che dobbiamo accettare. In questa elezione, in questo momento, puntiamo a ciò che sappiamo essere possibile". David Axelrod, ex consigliere di Obama, sente la stessa eco e ha detto ad Axios: "La gente dimentica quanto la campagna di Obama del 2008 fosse un'insurrezione contro la politica guasta di quei tempi. Le parole di Ocasio-Cortez, pur essendo sue, sono familiari nello spirito".

A maggio, in un comizio in Montana, Ocasio-Cortez aveva ripreso anche la retorica della speranza di Obama: "Chiedete al vostro vicino scettico di credere. È l'unica cosa che abbiamo. La nostra speranza è l'unica cosa che crea cambiamento. Ed è per questo che così tante persone provano a farcela togliere dalla testa". El-Sayed ha detto ad Axios che quando sentì parlare Obama per la prima volta pensò "non sapevo che la politica potesse suonare così" e che molti di quelli che oggi ascoltano Ocasio-Cortez provano la stessa sensazione.

Rispetto a Obama, Ocasio-Cortez difende posizioni più a sinistra: sostiene il Medicare for All, cioè un'assicurazione sanitaria pubblica per tutti, una moratoria sulla costruzione dei data center che alimentano l'intelligenza artificiale e una linea più scettica sugli accordi commerciali. Non è l'unica possibile candidata del 2028 a presentarsi come volto del cambiamento, ma a 36 anni ha meno legami con l'establishment rispetto agli altri.

La corsa al Senato in Michigan è diventata il banco di prova della sinistra per le elezioni di metà mandato del 2026 e per la corsa presidenziale del 2028. I democratici progressisti hanno vinto diverse primarie in questo ciclo, ma quasi sempre in zone già solidamente democratiche. Se El-Sayed vincesse la primaria, in cui i suoi avversari lo superano 12 a 1 nelle spese, e poi le elezioni generali in uno Stato in bilico come il Michigan, i progressisti lo leggerebbero come la conferma della loro tesi: i candidati che promettono di rompere lo status quo sono più eleggibili dei democratici centristi. Un successo simile darebbe a Ocasio-Cortez, o a un altro progressista, un argomento di eleggibilità nella primaria presidenziale del 2028.

Alleati e scettici di Ocasio-Cortez concordano su un punto: può allargare la coalizione progressista costruita dal senatore del Vermont Bernie Sanders. La considerano meno rigida e più pragmatica, con un rapporto meno ostile con i vertici del partito che le è però costato critiche da sinistra. Quest'anno è stata anche più selettiva di Sanders negli endorsement: non ha sostenuto la candidatura al Senato di Graham Platner in Maine e ha così evitato le conseguenze del suo ritiro dalla corsa dopo un'accusa di violenza sessuale.

Anche il rapporto con Obama distingue i due. Sanders criticò la sua amministrazione, in particolare sul commercio, e la sua campagna del 2016 contro Hillary Clinton fu per molti versi una critica di quegli anni. Ocasio-Cortez ha invece avuto alcuni contatti positivi con l'ex presidente dietro le quinte e, secondo una persona che conosce i loro rapporti, Obama è rimasto colpito dalle sue capacità di comunicatrice.

Tra i progressisti c'è già chi la considera in grado di vincere la presidenza. Shawn Fain, presidente della United Auto Workers, il sindacato dell'auto che sostiene El-Sayed, ha detto ad Axios che Ocasio-Cortez potrebbe "sicuramente" vincere in uno Stato come il Michigan e conquistare la Casa Bianca: "Si deciderà su chi i lavoratori credono che rappresenterà i loro interessi e chi percepiscono che si batterà per loro".


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La Corea del Nord respinge la denuclearizzazione e definisce l’atomica lo "scudo definitivo"


Kim Yo Jong, sorella di Kim Jong Un, dice che lo status nucleare del paese è definitivo e irreversibile. Zelensky sostiene che Mosca ha chiesto a Pyongyang altri 30mila soldati per l’Ucraina.

Kim Yo Jong, sorella del leader nordcoreano Kim Jong Un e una delle figure più influenti del regime, ha respinto le richieste di rinunciare all'arsenale atomico e ha detto che "la deterrenza nucleare è lo scudo definitivo per la sovranità nazionale e la garanzia suprema per difendere la sovranità". La dichiarazione è stata diffusa lunedì dall'agenzia di stampa statale KCNA e usa il nome ufficiale del paese, Repubblica Popolare Democratica di Corea.

Kim ha parlato per criticare la dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri riuniti nel Forum regionale dell'ASEAN, il principale tavolo di sicurezza dei paesi del Sud-est asiatico. Ha aggiunto che lo status nucleare della Corea del Nord è "definitivo e irreversibile" e che "la capacità nucleare sarà aggiornata con costanza senza un momento di stagnazione".

La dichiarazione arriva pochi giorni dopo che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha sostenuto che la Russia vuole altri 30mila soldati nordcoreani e nuovi lanciatori di missili balistici, senza indicare da dove venisse l'informazione. "Da giugno, nella regione russa di Voronezh, sono in corso i preparativi per accoglierli", ha detto Zelensky.

Funzionari americani e sudcoreani hanno detto che la Corea del Nord fornisce truppe e armi alla Russia per sostenere la guerra contro l'Ucraina. La settimana scorsa la ministra degli Esteri nordcoreana Choe Son Hui ha incontrato il presidente russo Vladimir Putin, che ha ringraziato Pyongyang per il suo sostegno.

Il 27 luglio la Corea del Nord celebra il "Giorno della vittoria", l'anniversario di quello che presenta come il suo trionfo nella guerra di Corea. Pochi fuori dal paese accettano questa versione, ma la data ricorda un fatto: quella guerra non è mai finita formalmente. L'accordo del 1953 era un armistizio e ha lasciato la penisola in uno stato di conflitto sospeso. A firmarlo furono l'Esercito popolare coreano, le forze cinesi e gli Stati Uniti in rappresentanza del Comando delle Nazioni Unite, mentre la Corea del Sud rifiutò.

La responsabilità dell'instabilità nella penisola non è di un solo paese. I test missilistici nordcoreani, l'arsenale in crescita e la retorica aggressiva hanno indebolito la sicurezza regionale. Anche i governi sudcoreani hanno alimentato le tensioni: l'ultimo è quello di Yoon, poi destituito, accusato di aver cercato di provocare un attacco di Pyongyang per giustificare la dichiarazione della legge marziale. La cooperazione militare sempre più stretta con la Russia ha poi rafforzato la tenuta militare ed economica del regime nordcoreano.

Secondo un'analisi pubblicata sul South China Morning Post, la strategia americana verso Pyongyang è sempre più staccata dalla realtà. Per decenni le amministrazioni statunitensi hanno tenuto una linea che mette la denuclearizzazione al primo posto: si aspettano cioè che la Corea del Nord smantelli buona parte del suo programma nucleare prima che possano partire la normalizzazione dei rapporti, l'allentamento delle sanzioni o un processo di pace più ampio. Il risultato è che oggi il paese ha una forza nucleare più sofisticata e più difficile da neutralizzare di prima.

Nel 2018 le stime attribuivano alla Corea del Nord tra le 10 e le 20 testate nucleari assemblate. Oggi la maggior parte delle valutazioni ne conta tra 50 e 60, con materiale fissile sufficiente ad arrivare fino a 90 in tutto. I sette anni di paralisi diplomatica hanno coinciso con la più grande espansione delle capacità nucleari nella storia del paese.

L'occasione mancata più evidente è stata il primo mandato del presidente Donald Trump. I vertici di Singapore del 2018 e di Hanoi del 2019 avvicinarono Washington e Pyongyang come non accadeva da decenni. Una denuclearizzazione completa era probabilmente irraggiungibile già allora, ma un accordo più limitato, che congelasse o frenasse lo sviluppo nucleare e missilistico in cambio di un alleggerimento graduale delle sanzioni, avrebbe potuto rallentare in modo misurabile la modernizzazione militare del paese. I colloqui si interruppero senza alcuna tabella di marcia.

Dopo l'invasione russa dell'Ucraina del 2022 la Corea del Nord ha rafforzato la cooperazione militare con Mosca e ha stabilizzato i rapporti con Pechino, guadagnando margine di manovra e togliendo agli Stati Uniti buona parte della pressione che potevano esercitare. Anche l'impianto delle sanzioni ha perso gran parte della sua efficacia, perché Cina e Russia non le applicano più in modo serio. Nel 2024 Mosca ha posto il veto al rinnovo del mandato del gruppo di esperti dell'ONU che vigilava sul rispetto delle sanzioni, indebolendo il controllo internazionale.

I rapporti tra le due Coree sono al punto più basso da decenni. La rete diplomatica che rese possibili i colloqui del 2018 e del 2019, con Corea del Sud, Singapore e Vietnam nel ruolo di mediatori, oggi non ha equivalenti.

Washington ha fatto capire che le forze americane di stanza in Corea del Sud potrebbero assumere gradualmente un ruolo regionale più ampio, che va oltre la deterrenza verso Pyongyang e comprende il contenimento della Cina. Allo stesso tempo chiede a Seul di pagare una quota maggiore della propria difesa. Per il governo sudcoreano il risultato è una doppia incertezza: un avversario più forte e un'alleanza che potrebbe non avere più la penisola come priorità esclusiva.

Il Giappone sta portando avanti il suo più grande riarmo dal 1945, con più spesa militare e l'acquisto di capacità di attacco a lungo raggio. In Corea del Sud il dibattito su un deterrente nucleare nazionale è diventato sempre meno marginale.

Da quando è tornato alla Casa Bianca il presidente ha detto più volte di voler riprendere il dialogo con Pyongyang e ha elogiato la sua amicizia personale con Kim Jong Un. La Corea del Nord respinge queste proposte informali finché gli Stati Uniti non riconosceranno il suo status di potenza nucleare e non lasceranno cadere la richiesta di denuclearizzazione.

Finché la denuclearizzazione resta il prezzo d'ingresso per trattare, Pyongyang ha pochi motivi per sedersi al tavolo e molti per legarsi ancora di più a Mosca e Pechino. L'alternativa suggerita è smettere di costruire la politica americana attorno all'eliminazione dell'arsenale nordcoreano e considerare una convivenza gestita come obiettivo di breve periodo, lasciando la penisola senza armi nucleari come aspirazione di lungo periodo. Seul ha già cominciato a muoversi in questa direzione con la sua politica di coesistenza pacifica.


Avere le armi nucleari non ti fa vincere una guerra


Le armi nucleari comprano la deterrenza, cioè la capacità di scoraggiare un attacco con la minaccia della rappresaglia. Nient'altro. È la tesi di un'analisi di Tom Nichols pubblicata sull'Atlantic: le guerre in corso in Iran e in Ucraina stanno dimostrando che i due maggiori arsenali atomici del mondo non offrono a Washington e Mosca una via d'uscita vittoriosa dai conflitti regionali. Henry Kissinger diceva spesso che le armi nucleari sono "armi in cerca di una dottrina" e per Nichols la ricerca è finita a mani vuote: oltre alla deterrenza, non c'è niente.

Stati Uniti e Russia stanno infliggendo danni enormi ad avversari militarmente molto più deboli senza raggiungere i loro obiettivi. Intanto Washington spende quasi mille miliardi di dollari per modernizzare il proprio arsenale atomico senza che nessuno abbia spiegato cosa il Pentagono debba farne: la scorsa primavera l'amministrazione Trump ha deciso di non aggiornare la Nuclear Posture Review, il documento che illustra al Congresso e all'opinione pubblica la politica nucleare americana, tenendo valida la versione del 2018. L'attuale sottosegretario alla Difesa con delega alla politica di sicurezza, Elbridge Colby, scrisse nel 2013 che gli Stati Uniti dovrebbero tenere aperta l'opzione di rispondere con armi termonucleari a un grave attacco informatico.

La Guerra Fredda, ricorda Nichols, ha insegnato che la deterrenza strategica mantiene la pace tra le potenze nucleari, ma anche che quelle stesse armi sono quasi inutili nei conflitti regionali. In Corea i militari presentarono a Harry Truman e a Dwight Eisenhower piani per colpire obiettivi in Asia orientale, Cina compresa, ma entrambi i presidenti si tirarono indietro per il rischio di una guerra con l'Unione Sovietica. In Vietnam il senatore Barry Goldwater propose di usare l'atomica per defoliare le giungle e scoprire le linee di rifornimento nemiche, un'idea che contribuì alla sua sconfitta elettorale, mentre durante l'assedio di Khe Sanh l'esercito preparò all'insaputa del presidente Lyndon Johnson un piano per usare le armi nucleari come ultima risorsa: quando lo scoprì, Johnson si infuriò e lo fece cancellare. Nel 1969 Richard Nixon chiese piani per colpire la Corea del Nord dopo l'abbattimento di un aereo da ricognizione americano, ma li accantonò perché nessuno sapeva come disarmare Pyongyang senza provocare distruzioni su vasta scala e rischiare un'escalation. Nella guerra del Golfo del 1991 l'opzione nucleare non fu mai presa sul serio: il generale George Lee Butler, allora a capo del comando strategico dell'aviazione americana, disse poi che gli studi interni avevano già bollato una campagna nucleare contro l'Iraq come "militarmente inutile e politicamente assurda".

Quando invase l'Ucraina all'inizio del 2022, Vladimir Putin ordinò con grande clamore di mettere le forze nucleari strategiche russe in "regime speciale di servizio di combattimento", parole che secondo Nichols non avevano alcun significato militare: nessun segnale di una maggiore allerta nucleare russa è mai emerso. Da allora Putin è rimasto volutamente vago sulla dottrina che prevede l'uso dell'atomica solo contro minacce "critiche" alla sovranità e all'"integrità territoriale" della Russia e ha lasciato le minacce esplicite ai suoi portavoce. Per Nichols Mosca non ha vere opzioni nucleari in Ucraina: il vento soffia dall'Ucraina verso la Russia e un'esplosione rischierebbe di avvelenare gli stessi russi, gli Stati Uniti di Joe Biden avevano minacciato una risposta militare massiccia e la Cina ha avvertito che l'uso dell'atomica segnerebbe la fine del suo sostegno. Nemmeno il trasferimento di testate in Bielorussia nel 2023 ha prodotto qualcosa: l'unico a cambiare idea è stato il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko, che la scorsa settimana ha annunciato che il suo paese non parteciperà a operazioni contro l'Ucraina, mentre le testate restano lì, in deposito, "di poca utilità per chiunque". La guerra è al quarto anno, le forze russe subiscono perdite immense e l'Ucraina colpisce obiettivi in profondità nel territorio russo, compresa la capitale: quando il presidente Donald Trump la scorsa settimana ha chiesto a Volodymyr Zelensky se fosse disposto ad andare a Mosca per parlare con Putin, il presidente ucraino ha risposto: "È difficile. Ci sono molti droni ucraini lì. È molto pericoloso".

Gli iraniani, scrive Nichols, stanno infliggendo un'umiliazione simile agli americani. Trump ha lanciato più volte minacce interpretabili come nucleari: il 7 aprile ha scritto che se l'Iran non avesse accettato le richieste americane, compresa la riapertura dello stretto di Hormuz, "un'intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più". Solo le armi nucleari possono cancellare una nazione in una notte e Nichols definisce quella minaccia "genocida": l'Iran non si mosse, mentre arrivarono condanne da tutto il mondo, compresa quella di Leone XIV, il primo papa americano. Il giorno dopo Trump fece marcia indietro sostenendo, senza fondamento, che Teheran aveva presentato "una base praticabile su cui negoziare". A maggio ci riprovò: "Se non ci sarà un cessate il fuoco, dovrete solo guardare un grande bagliore levarsi dall'Iran". Di nuovo, il mondo reagì e l'Iran no. Per Nichols le minacce di distruzione totale di Trump "non significano nulla" e tendono ad arrivare proprio quando sta per cedere, come un modo per "coprire le sue ritirate".

Anche se Trump facesse sul serio, i costi politici ed economici dell'uso di un'arma nucleare supererebbero di gran lunga i benefici: un numero molto alto di vittime, ricadute radioattive sui paesi alleati e una regione, insieme a gran parte del mondo compresa la NATO, schierata contro gli Stati Uniti. Iran e Ucraina sono inferiori per ogni misura di forza militare, eppure, scrive Nichols, Stati Uniti e Russia "stanno affrontando sconfitte storiche": le guerre convenzionali sono facili da perdere, perché infliggere danni è semplice e controllare il territorio è difficile.

L'amministrazione Trump sostiene che considererebbe l'uso dell'atomica solo "in circostanze estreme per difendere gli interessi vitali degli Stati Uniti, dei suoi alleati e partner". Ma cosa sia una circostanza estrema, si chiede Nichols, non è chiaro: gli Stati Uniti stanno perdendo una guerra contro l'Iran, eppure una sconfitta nel Golfo non minaccia la loro esistenza, mentre un grande esercito russo combatte nel mezzo dell'Europa e Washington lavora per sconfiggerlo senza il coinvolgimento diretto delle forze NATO.

La prima lezione che Nichols trae è che le armi nucleari non possono sostituire la potenza convenzionale: la Cina sa che gli Stati Uniti hanno l'atomica, ma ciò che Pechino deve vedere nel Pacifico sono navi, aerei e soldati. La guerra con l'Iran ha svuotato le scorte americane di munizioni convenzionali, non quelle di bombe nucleari. La seconda è abbandonare la mentalità da Guerra Fredda: gli Stati Uniti si riservano ancora il diritto di usare per primi l'atomica, un retaggio di quando la NATO temeva di essere travolta dai carri armati sovietici, mentre oggi sarebbe la Russia a perdere rapidamente una guerra convenzionale contro l'alleanza. Per Nichols una dichiarazione di "non primo uso", cioè l'impegno a non ricorrere per primi alle armi nucleari, ancorerebbe la strategia americana alle realtà del ventunesimo secolo, insieme alla rinuncia alle testate tattiche ancora immagazzinate in Europa. La terza è una revisione completa della strategia di difesa: per Nichols l'approccio "sconsiderato e paranoico" di Trump, che tratta il mondo intero come potenzialmente ostile, "ha lasciato gli Stati Uniti meno sicuri e il mondo meno stabile".

L'amministrazione va però nella direzione opposta: si è ritirata dal trattato del 1987 sulle forze nucleari intermedie, vuole installare un nuovo missile da crociera a testata nucleare sui sottomarini e mettere armi atomiche sulle future corazzate "classe Trump", riportandole sulle navi di superficie americane per la prima volta dai primi anni Novanta. Nichols non si aspetta riforme finché Trump è in carica, ma invita il prossimo Congresso a cominciare a cancellare le richieste nucleari del Pentagono: "Una corsa alle spese nucleari da Guerra Fredda è bastata".


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Alcune famiglie delle vittime delle Torri Gemelle chiedono di escludere Mamdani dalla cerimonia


Una petizione ha raccolto più di 1.100 firme, almeno 300 di parenti delle vittime. Il sindaco di New York sarà comunque a Ground Zero, il memoriale difende la tradizione non politica della cerimonia
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Una petizione per impedire al sindaco di New York Zohran Mamdani di partecipare alla cerimonia per i 25 anni dagli attentati dell'11 settembre 2001 ha raccolto più di 1.100 firme in poco più di una settimana. Almeno 300 sono di parenti delle vittime. Il sindaco, primo musulmano eletto alla guida della città, ha fatto sapere che sarà comunque presente.

L'iniziativa, rivelata dal New York Post, è rivolta al National September 11 Memorial & Museum, la fondazione che organizza ogni anno la commemorazione e gestisce il memoriale a Ground Zero, il sito delle ex Torri Gemelle nel sud di Manhattan.

Il testo, pubblicato sulla piattaforma Change.org, chiede agli organizzatori di valutare se la presenza di Mamdani sia coerente con le finalità della cerimonia e con le aspettative dei familiari delle 2.977 persone uccise negli attacchi. A promuoverlo è Giovanni Galante, che quel giorno perse la moglie Grace Catherine Galante, insieme ad altri parenti delle vittime come Cheri Sparacio, il cui marito Thomas morì negli attentati.

Il rifiuto di Mamdani di condannare lo slogan "globalize the intifada", che secondo i firmatari incita alla violenza contro gli ebrei, è tra le prime contestazioni elencate. Segue la sua comparsa, durante la campagna elettorale dello scorso anno, accanto all'imam di Brooklyn Siraj Wahhaj. Wahhaj è indicato come co-cospiratore non incriminato nell'attentato al World Trade Center del 1993 e in passato ha chiesto ai suoi seguaci una jihad senza armi e una marcia sulla città di New York.

La petizione contesta anche la nomina di Ramzi Kassem a capo dell'ufficio legale del Comune. Kassem ha difeso Mahmoud Khalil, tra i principali organizzatori delle proteste contro Israele alla Columbia University nel 2024. Tra i suoi assistiti c'è stato anche Ahmed al-Darbi, membro di al-Qaeda che si è dichiarato colpevole per un piano del 2002 contro una petroliera francese.

Mamdani ha poi appoggiato Aber Kawas, candidata al Senato dello stato di New York e come lui iscritta ai Democratic Socialists of America, l'organizzazione socialista della sinistra americana. Kawas aveva descritto l'11 settembre come un attacco compiuto da "un paio di persone". Aveva anche espresso solidarietà ad Ahmed Ferhani, che nel 2012 si è dichiarato colpevole di aver progettato un attentato contro una sinagoga di Manhattan.

Il sindaco ha inoltre definito la "candidata perfetta" Darializa Avila Chevalier, in corsa per il Congresso, che aveva definito gli Stati Uniti una vergogna con un'espressione volgare e si era vantata di avere oltraggiato la bandiera americana usandola per pulirsi le mani.

Alcuni messaggi pubblicati da Mamdani sui social network nel 2015 e riemersi l'anno scorso completano l'elenco. In quei post il sindaco sembrava difendere Anwar al-Awlaki, predicatore di al-Qaeda, attribuendo agli Stati Uniti la responsabilità della sua radicalizzazione. Al-Awlaki era stato imam in moschee di San Diego e della Virginia, dove secondo le autorità americane aveva avuto contatti con tre dei dirottatori dell'11 settembre.

Nel testo c'è anche il padre del sindaco, Mahmood Mamdani, docente di storia africana e del colonialismo alla Columbia University che ha espresso comprensione per gli attentatori suicidi. Un altro punto sono i rapporti del sindaco con Hasan Piker, influencer della sinistra americana secondo cui l'America si meritava gli attacchi. La petizione contesta infine l'affermazione di Mamdani secondo cui anche i musulmani sono stati vittime dell'11 settembre, per l'ondata di islamofobia che ne è seguita.

A luglio Mamdani aveva ipotizzato di fare arrestare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante l'Assemblea generale delle Nazioni Unite di settembre, in base al mandato della Corte penale internazionale. Il presidente Donald Trump aveva risposto garantendo che l'arresto non sarebbe avvenuto.

La fondazione che organizza la commemorazione ha difeso la propria prassi. "Abbiamo lavorato intenzionalmente per mantenere la commemorazione libera dalla politica, perché ricordare le persone che abbiamo perso l'11 settembre non dovrebbe mai essere una questione di parte", ha detto la portavoce Julie Wood.

"Rappresentanti del governo di ogni orientamento politico, compresi tutti i presidenti, i governatori e i sindaci di New York in carica dall'11 settembre a oggi, hanno partecipato alla cerimonia semplicemente per essere testimoni: non prendono la parola e viene chiesto loro di restare in un'area riservata", ha aggiunto Wood. Il memoriale non ha lasciato intendere di volere cambiare questa consuetudine.

Monica Iken-Murphy, tra i fondatori del consiglio di amministrazione del memoriale e vedova di Michael Iken, ucciso negli attentati, ha firmato la petizione ma ha spiegato che la sua posizione non dipende dalle idee politiche del sindaco. Secondo lei ad affiancare i familiari nella cerimonia per il venticinquesimo anniversario dovrebbero essere solo i politici coinvolti fin dall'inizio nella ricostruzione e nell'elaborazione del lutto, come gli ex sindaci Michael Bloomberg e Rudy Giuliani, l'ex senatrice Hillary Clinton e la presidente del Consiglio comunale Julie Menin. "Non voglio che le famiglie si sentano a disagio", ha detto. "Gli altri possono venire un altro giorno, ma lasciamo alle famiglie il loro momento".

Il portavoce del sindaco, Jeremy Edwards, ha confermato che Mamdani sarà alla commemorazione per onorare le famiglie, i sopravvissuti e i soccorritori colpiti dagli attentati. Gli organizzatori della petizione hanno annunciato che si rivolgeranno al Consiglio comunale di New York per ottenere sostegno.

Menin non ha risposto alle richieste di commento, mentre la consigliera del Queens Joann Ariola si è detta disponibile ad aiutarli. "Questo è un sindaco che ha appoggiato candidati ed è stato appoggiato da persone che hanno detto apertamente che l'America si meritava l'11 settembre, quindi capisco perfettamente perché i familiari di chi ha perso i propri cari non lo vogliano lì", ha dichiarato al New York Post.


Trump garantisce che Netanyahu non sarà arrestato negli Stati Uniti


Il presidente Donald Trump ha assicurato che il premier israeliano Benjamin Netanyahu non sarà arrestato negli Stati Uniti quando arriverà a New York, a settembre, per l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Lo ha scritto lunedì 20 luglio su Truth Social, il suo social network, dopo che il sindaco della città aveva sollevato quella possibilità. Netanyahu, ha promesso Trump, "non sarà arrestato, in nessun modo" finché si trova in territorio americano.

A far nascere il caso è stato Zohran Mamdani, sindaco democratico di New York, che nei giorni scorsi aveva ipotizzato di far fermare il premier israeliano durante il vertice del Palazzo di Vetro, il grande raduno annuale dei capi di Stato e di governo che si tiene ogni settembre nella sede dell'ONU. In un'intervista al New York Times, Mamdani ha detto di aver aperto un confronto con l'ufficio legale del Comune per capire se ne avesse il potere, aggiungendo che "il posto di Netanyahu è all'Aia" perché "è un criminale di guerra". Ha però precisato di non voler forzare le norme: "faremo tutto ciò che la legge di New York mi consente di fare".

Il riferimento è al mandato d'arresto emesso contro Netanyahu dalla Corte penale internazionale, il tribunale con sede all'Aia che indaga sui crimini più gravi come genocidio e crimini contro l'umanità. Il mandato, deciso il 21 novembre 2024, accusa il premier israeliano e l'ex ministro della difesa Yoav Gallant di aver usato la fame come arma di guerra e di aver colpito deliberatamente la popolazione civile nella striscia di Gaza. Le contestazioni riguardano la guerra scatenata da Israele dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Israele ha sempre respinto le accuse.

Le autorità israeliane e americane hanno bocciato subito l'idea del sindaco. Danny Danon, ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite, ha parlato di una minaccia "vuota" e ha accusato Mamdani di fare "teatro politico" per eccitare la sua base più radicale. Non esiste alcuna base legale per un arresto, ha spiegato, ricordando che gli Stati Uniti non riconoscono la giurisdizione della Corte penale internazionale e non fanno parte dello Statuto di Roma, il trattato che l'ha istituita nel 1998. Danon ha citato anche l'accordo del 1947 sulla sede dell'ONU, che impegna le autorità americane a non ostacolare il transito dei rappresentanti degli Stati membri diretti al Palazzo di Vetro.

Sulla stessa linea Mike Waltz, ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, che ha definito impossibile un arresto: l'accordo del 1947 garantisce protezioni diplomatiche ai capi di governo in visita e l'autorità federale prevale sulle volontà di un sindaco.

Dietro la vicenda c'è l'ostilità dichiarata dell'amministrazione Trump verso la Corte penale internazionale, che punta a smantellare. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha scritto sul Wall Street Journal che Washington vuole evitare un mondo in cui soldati, agenti e leader eletti americani possano essere trascinati davanti a un tribunale internazionale. Nel suo messaggio Trump ha legato la difesa del premier israeliano al suo ruolo nella guerra contro l'Iran, sostenendo che a dover essere arrestati semmai sono i dirigenti di Teheran.

Non tutti i critici di Israele hanno appoggiato Mamdani. Ro Khanna, deputato democratico della California e possibile candidato alla Casa Bianca nel 2028, ha detto a Fox News di ritenere che il caso di Netanyahu debba proseguire in tribunale, ma che l'ONU debba comunque accoglierlo: "può venire all'Assemblea", ha aggiunto, dicendosi contrario a "creare uno spettacolo".

Esponente dell'ala sinistra dei democratici, Mamdani aveva già definito Israele un "regime di apartheid" e l'offensiva nella striscia di Gaza un "genocidio", pur schierandosi più volte contro l'antisemitismo. Netanyahu lo ha accusato di sostenere Hamas, mentre il suo ufficio ha definito la Corte penale internazionale un tribunale fantoccio, privo di giurisdizione sugli israeliani e sugli americani.


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Editoriale 8/26


Mala tempora currunt! Caldo insopportabile e effetti nefasti sono parte della cronaca quotidiana. Le violenze di tutti i generi quasi non fanno più notizia. Ci stiamo abituando anche alla guerra. E il carburante ha superato stabilmente i due euro. Ma siamo a agosto, il mese delle ferie, il dodicesimo dove tutti troviamo più tempo da dedicare alla pesca e liberare la mente dai problemi quotidiani. Che sia in barca, dalla riva, sott’acqua, in mare come in fiume o in lago, riusciremo anche noi a ricaricare le pile, a ossigenare mente e polmoni e magari provare le tecniche di pesca emergenti. I meno fortunati o i più (mi si consenta il dubbio), possono divertirsi anche a casa nel fresco di un soggiorno vista mare, e dedicarsi alla lettura. Mondo Pesca è un po’ dappertutto, in edicola (in Sardegna), sul bancone di tutti i negozi di pesca d'Italia, ma anche a casa vostra, online sullo smartphone o il pc. Insomma tutti potete sfogliare le pagine cartacee o digitali e scoprire quali sono gli ami migliori per la pesca del serra o lo spinning light, o meno. E se la barca vi appassiona di più, perché non emozionarsi con la traina e gli artificiali a fondo, oppure con il report del Big Fish di Ventotene o del Campionato italiano di traina d’altura? Vi piacciono i gommoni? A agosto si naviga col Master 699 fishing. E per chi pesca in apnea… una riflessione non fa mai male. “Dulciacquicoli”… tranquilli! Ce n’è anche per voi, ad esempio cavedani da record del centro Italia o temoli fuori misura piemontesi, ma anche le famose carpe sarde. E come chiudere in bellezza se non con una ricciola al profumo di limone, pomodorini e scorzone?

Buone vacanze e buona lettura.

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La rassegna stampa di lunedì 27 luglio 2026


La pausa negli attacchi tra Stati Uniti e Iran fa arretrare il petrolio mentre il Pentagono cambia il conteggio delle vittime; a Seattle una sparatoria di massa, l'ICE punta agli haitiani e i Democratici si dividono su primarie e "America First"

Questa è la rassegna stampa di lunedì 27 luglio 2026

Pausa negli attacchi tra Stati Uniti e Iran, il prezzo del petrolio arretra


Per la seconda notte consecutiva né Washington né Teheran hanno lanciato attacchi, mentre l'Oman lavora a un accordo sul transito nello Stretto di Hormuz per evitare il ritorno a una guerra aperta. La tregua di fatto ha spinto al ribasso le quotazioni del greggio, con il Brent che cede oltre il 4% dopo due settimane di escalation che lo avevano portato sopra i 100 dollari al barile. Gli investitori restano cauti in attesa di una soluzione stabile del conflitto.

Fonti: Financial Times, The New York Times, Semafor

Il Pentagono cambia il modo di riportare le vittime della guerra con l'Iran


Il dipartimento della Difesa ha modificato il proprio sistema di rendicontazione, separando i dati sulle perdite in due pagine web distinte e introducendo una nuova categoria per le operazioni all'estero, una scelta che secondo i critici rende più difficile ricostruire il bilancio complessivo del conflitto. Il database aggiornato indica almeno 14 militari uccisi e oltre 400 feriti nella prima fase della guerra. Un sondaggio CBS News/YouGov mostra intanto che quasi otto americani su dieci ritengono che l'Amministrazione abbia trovato la guerra più difficile del previsto.

Fonti: The New York Times, The Guardian, The Hill

Sparatoria di massa a un festival gastronomico a Seattle


Almeno due persone sono state uccise e altre cinque ferite in una sparatoria avvenuta domenica al Seattle Center, nei pressi dello Space Needle, durante un festival dedicato al cibo. Tra i feriti figura anche un bambino di due anni. Le autorità hanno riferito che al momento non ci sono informazioni su un sospetto o sul movente.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, Fox News

L'ICE prepara una vasta operazione contro gli immigrati haitiani


L'agenzia per l'immigrazione e le dogane (ICE) intende intensificare già da questa settimana le operazioni per rintracciare e arrestare gli immigrati haitiani destinati a perdere lo status di protezione temporanea, dopo una sentenza della Corte suprema. Secondo fonti federali citate dai media, l'iniziativa punta a colpire i cittadini haitiani il cui permesso è prossimo alla scadenza.

Fonti: Bloomberg, Fox News

Alcuni Democratici rivendicano la loro versione di "America First"


Un numero crescente di esponenti democratici sta facendo propria una versione dello slogan "America First" in risposta alla guerra condotta dall'Amministrazione contro l'Iran, sostenendo che le risorse pubbliche andrebbero destinate a scuola, sanità e case popolari anziché a conflitti all'estero. La guerra sta scompaginando la politica di una formula un tempo identitaria della destra, dividendo i repubblicani e offrendo un varco a diversi possibili candidati democratici in vista del 2028.

Fonti: Axios

Il calendario delle primarie 2028 divide i Democratici


Un'importante commissione del Comitato nazionale democratico ha votato per aprire le primarie presidenziali del 2028 nella Carolina del Sud, scelta che ha irritato l'ala progressista del partito, dove Bernie Sanders aveva subìto pesanti sconfitte nel 2016 e nel 2020. La decisione, che deve ancora essere ratificata dall'intero comitato, si inserisce in una più ampia contesa tra la sinistra insorgente e l'establishment moderato in vista delle elezioni di metà mandato.

Fonti: Axios

Netanyahu accusa il sindaco di New York Mamdani di "fomentare l'odio"


Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato il sindaco di New York Zohran Mamdani di "fomentare l'odio" per averlo definito un criminale di guerra da arrestare in relazione al conflitto a Gaza. Mamdani, pur riconoscendo che la città non ha l'autorità legale per eseguire un mandato della Corte penale internazionale, ha invitato il governo federale a procedere. Netanyahu ha ribadito l'intenzione di recarsi a New York a settembre per l'Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Fonti: The New York Times, The Guardian

Paramount congela l'accordo da 111 miliardi di dollari con Warner Bros


Paramount ha sospeso la maxi-operazione da 111 miliardi di dollari per l'acquisizione di Warner Bros, dopo un'intensa settimana di trattative. La pausa apre la strada a una battaglia legale sull'antitrust con diversi Stati, che potrebbe decidere il destino dei due storici gruppi dei media.

Fonti: The New York Times

Le aziende dell'intelligenza artificiale aumentano la spesa per il lobbying a Washington


Le società dell'intelligenza artificiale hanno destinato somme record al lobbying a Washington, con una spesa in crescita da parte di OpenAI, Anthropic, Google e Microsoft. L'aumento riflette la battaglia sempre più intensa sulle regole federali che dovranno governare il settore.

Fonti: Financial Times

Epidemia di ciclospora, la richiesta di Taylor Farms alla Casa Bianca


L'ex commissario della Food and Drug Administration Scott Gottlieb ha dichiarato che l'epidemia di ciclospora non è ancora sotto controllo, pur riconoscendo il buon lavoro dell'agenzia nel circoscrivere i contagi ad alcune aziende agricole del Messico centrale. Gottlieb ha inoltre definito "non conforme alla prassi" il fatto che l'azienda Taylor Farms abbia contattato la Casa Bianca per chiedere di ritardare l'annuncio di un richiamo mentre gli investigatori federali si preparavano a collegarla pubblicamente all'epidemia.

Fonti: The Hill, The Guardian

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Stripe vuole acquistare OpenRouter, la Cina multa Trip .com, USA contro Cop City


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon lunedì,
Stripe continua a crescere: mentre è in trattative per l'acquisizione di PayPal, ha puntato ad un altro player importante (ma nel mondo AI), cioè OpenRouter. Poi parleremo della maxi multa cinese contro Trip .com; parleremo di un caso legale che ruota attorno al sistema operativo GrapheneOS; e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Con il commento di Amir Ati.

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Le news di oggi, selezionate a mano.

Stripe in trattative per acquistare OpenRouter


Business
Stripe è in trattative per acquistare il più grande "marketplace" di modelli AI: OpenRouter permette l'accesso a tantissimi modelli diversi ma anche di confrontarli e passare dall'uno all'altro. La vendita potrebbe valere circa 10 miliardi di dollari (a maggio la startup era valutata 1,3 miliardi). Le trattative possono ancora fallire e altre grandi società tech stanno valutando un'acquisizione. Stripe è principalmente un processore di pagamenti e si sta espandendo in infrastrutture per l'AI e pagamenti in stablecoin. Quest'anno la sua valutazione ha toccato 159 miliardi di dollari. OpenRouter usa già Stripe per incassare i pagamenti dei propri clienti. Nel frattempo Stripe sta cercando di comprare anche PayPal ma quest'ultima ha giudicato l'offerta troppo bassa .
~
Fonte: The Wall Street Journal
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Multa antitrust da 765 milioni di dollari a Trip.com in Cina


Legge
L’autorità cinese per la regolamentazione del mercato ha inflitto a Trip.com una sanzione da 765 milioni di dollari per abuso di posizione dominante. Trip.com è il più grande fornitore cinese di servizi di viaggio online e controlla anche Ctrip, Qunar e Skyscanner. La sanzione comprende la confisca di circa 245 milioni di dollari di guadagni illeciti e una multa di circa 520 milioni di dollari, pari al 7,5% delle vendite realizzate in Cina nel 2025. L'accusa è che dal 2020 la società ha imposto ad alcuni hotel accordi di esclusiva in cambio di maggiore visibilità e ha obbligato altri a offrire sulla piattaforma i prezzi più bassi disponibili online. Ha anche abbassato automaticamente i prezzi quando rilevava tariffe inferiori altrove e ha penalizzato gli hotel non conformi: ha ridotto il loro traffico e trattenuto depositi sugli ordini. Il regolatore ha ordinato di cessare le penalizzazioni e restituire 18 milioni di dollari di depositi trattenuti. È l'azione antitrust cinese più significativa contro una grande piattaforma internet dalla stretta del 2021, quando Alibaba fu multata per 18,2 miliardi di yuan e Meituan per 3,44 miliardi.
~
Fonte: South China Morning Post
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Il governo USA contro un attivista di Cop City per GrapheneOS


Privacy
Il dipartimento di Giustizia USA vuole processare un attivista di Atlanta legato al movimento Stop Cop City che si oppone al centro di addestramento della polizia. L'accusa si basa su una legge federale poco nota che punisce la distruzione di beni per impedirne il sequestro. Il telefono dell'uomo usava GrapheneOS su un Google Pixel, che permette di cancellare tutti i dati inserendo un codice diverso per sbloccare il telefono. È la prima volta che la legge viene applicata a questo sistema operativo. Il 24 gennaio 2025 agenti federali hanno fermato l'uomo all'aeroporto di Atlanta al rientro da una vacanza. Era stato inserito in una lista di sorveglianza antiterrorismo per i presunti legami con il movimento. Durante l'interrogatorio ha chiesto quattro volte un avvocato senza ottenerlo, secondo le testimonianze in aula. Gli agenti non avevano un mandato e non gli hanno letto i diritti. Quando ha fornito il codice, lo schermo del telefono si è svuotato e il dispositivo si è riavviato. I difensori chiedono di escludere tutte le prove per violazione dei diritti costituzionali.
~
Fonte: the Guardian
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Adesso su Google puoi accedere anche con un video video selfie invece che la password


Big tech
Selfie Video
è un nuovo metodo di accesso agli account Google. Serve quando l'utente dimentica la password o non ha a disposizione i dispositivi abituali usati per l'autenticazione. Per attivarlo l'utente registra un video seguendo una serie di movimenti guidati della testa, da un lato all'altro dello schermo. Al successivo tentativo di accesso può registrare un nuovo video selfie. Google lo confronta con quello registrato in fase di configurazione e verifica che si tratti di un video ripreso dal vivo. Il video di configurazione è archiviato cifrato e può essere cancellato in qualsiasi momento. Secondo Google la cifratura e le pratiche di sicurezza standard proteggono da tentativi di accesso sospetti e da impersonificazioni con deepfake.
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Fonte: Fast Company
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Secondo uno studio di Google, l'AI affianca i lavoratori, non li sostituisce


Intelligenza Artificiale
Uno studio di ricercatori di Google dice che finora l'AI viene usata soprattutto come supporto ai lavoratori e non per automatizzare i loro compiti. La ricerca si basa su milioni di interazioni anonime con gli strumenti AI di Google in tutto il mondo. Negli Stati Uniti l'uso è diffuso in molte professioni ma resta "superficiale" perché copre solo una piccola parte dei compiti di ciascun lavoro. Le persone usano l'AI come strumento collaborativo, soprattutto per compiti cognitivi non ripetitivi che richiedono giudizio. Elettricisti e meccanici la usano molto come collaboratore pratico e caricano immagini e video per risolvere problemi più spesso degli impiegati. In casa serve per pratiche burocratiche, bilanci familiari e riparazioni domestiche. I ricercatori avvertono che con lo sviluppo della tecnologia l'uso potrebbe spostarsi verso l'automazione.
~
Fonte: The Wall Street Journal
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Tool del giorno

Heard


Heard introduce la voce nel vibe coding. Tre modalità di ascolto (dal co-pilot al solo-alert), voci distinte per riconoscere ogni agente in una swarm e persino il pairing con lo smartphone per approvare e dare istruzioni a voce mentre sei lontano dal Mac. Il motore è open source (Apache 2.0) e self-hostabile con voci locali, poi ci sono piani a pagamento per chi vuole zero configurazione.

Link: heard.dev

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Ringraziamo i nostri mecenati: Dario Di Lascio, Pietro Bodecchi e Simone Falcini.