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Stripe vuole acquistare OpenRouter, la Cina multa Trip .com, USA contro Cop City


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon lunedì,
Stripe continua a crescere: mentre è in trattative per l'acquisizione di PayPal, ha puntato ad un altro player importante (ma nel mondo AI), cioè OpenRouter. Poi parleremo della maxi multa cinese contro Trip .com; parleremo di un caso legale che ruota attorno al sistema operativo GrapheneOS; e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Con il commento di Amir Ati.

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Intro + Prima notizia - Ep. 371 - Lunedì 27 luglio
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Il podcast
Notizie spiegate a voce, no AI. Ogni giorno.
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Notizie dal mondo


Le news di oggi, selezionate a mano.

Stripe in trattative per acquistare OpenRouter


Business
Stripe è in trattative per acquistare il più grande "marketplace" di modelli AI: OpenRouter permette l'accesso a tantissimi modelli diversi ma anche di confrontarli e passare dall'uno all'altro. La vendita potrebbe valere circa 10 miliardi di dollari (a maggio la startup era valutata 1,3 miliardi). Le trattative possono ancora fallire e altre grandi società tech stanno valutando un'acquisizione. Stripe è principalmente un processore di pagamenti e si sta espandendo in infrastrutture per l'AI e pagamenti in stablecoin. Quest'anno la sua valutazione ha toccato 159 miliardi di dollari. OpenRouter usa già Stripe per incassare i pagamenti dei propri clienti. Nel frattempo Stripe sta cercando di comprare anche PayPal ma quest'ultima ha giudicato l'offerta troppo bassa .
~
Fonte: The Wall Street Journal
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Multa antitrust da 765 milioni di dollari a Trip.com in Cina


Legge
L’autorità cinese per la regolamentazione del mercato ha inflitto a Trip.com una sanzione da 765 milioni di dollari per abuso di posizione dominante. Trip.com è il più grande fornitore cinese di servizi di viaggio online e controlla anche Ctrip, Qunar e Skyscanner. La sanzione comprende la confisca di circa 245 milioni di dollari di guadagni illeciti e una multa di circa 520 milioni di dollari, pari al 7,5% delle vendite realizzate in Cina nel 2025. L'accusa è che dal 2020 la società ha imposto ad alcuni hotel accordi di esclusiva in cambio di maggiore visibilità e ha obbligato altri a offrire sulla piattaforma i prezzi più bassi disponibili online. Ha anche abbassato automaticamente i prezzi quando rilevava tariffe inferiori altrove e ha penalizzato gli hotel non conformi: ha ridotto il loro traffico e trattenuto depositi sugli ordini. Il regolatore ha ordinato di cessare le penalizzazioni e restituire 18 milioni di dollari di depositi trattenuti. È l'azione antitrust cinese più significativa contro una grande piattaforma internet dalla stretta del 2021, quando Alibaba fu multata per 18,2 miliardi di yuan e Meituan per 3,44 miliardi.
~
Fonte: South China Morning Post
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Il governo USA contro un attivista di Cop City per GrapheneOS


Privacy
Il dipartimento di Giustizia USA vuole processare un attivista di Atlanta legato al movimento Stop Cop City che si oppone al centro di addestramento della polizia. L'accusa si basa su una legge federale poco nota che punisce la distruzione di beni per impedirne il sequestro. Il telefono dell'uomo usava GrapheneOS su un Google Pixel, che permette di cancellare tutti i dati inserendo un codice diverso per sbloccare il telefono. È la prima volta che la legge viene applicata a questo sistema operativo. Il 24 gennaio 2025 agenti federali hanno fermato l'uomo all'aeroporto di Atlanta al rientro da una vacanza. Era stato inserito in una lista di sorveglianza antiterrorismo per i presunti legami con il movimento. Durante l'interrogatorio ha chiesto quattro volte un avvocato senza ottenerlo, secondo le testimonianze in aula. Gli agenti non avevano un mandato e non gli hanno letto i diritti. Quando ha fornito il codice, lo schermo del telefono si è svuotato e il dispositivo si è riavviato. I difensori chiedono di escludere tutte le prove per violazione dei diritti costituzionali.
~
Fonte: the Guardian
Alternativa in italiano: non pervenuta

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Adesso su Google puoi accedere anche con un video video selfie invece che la password


Big tech
Selfie Video
è un nuovo metodo di accesso agli account Google. Serve quando l'utente dimentica la password o non ha a disposizione i dispositivi abituali usati per l'autenticazione. Per attivarlo l'utente registra un video seguendo una serie di movimenti guidati della testa, da un lato all'altro dello schermo. Al successivo tentativo di accesso può registrare un nuovo video selfie. Google lo confronta con quello registrato in fase di configurazione e verifica che si tratti di un video ripreso dal vivo. Il video di configurazione è archiviato cifrato e può essere cancellato in qualsiasi momento. Secondo Google la cifratura e le pratiche di sicurezza standard proteggono da tentativi di accesso sospetti e da impersonificazioni con deepfake.
~
Fonte: Fast Company
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Secondo uno studio di Google, l'AI affianca i lavoratori, non li sostituisce


Intelligenza Artificiale
Uno studio di ricercatori di Google dice che finora l'AI viene usata soprattutto come supporto ai lavoratori e non per automatizzare i loro compiti. La ricerca si basa su milioni di interazioni anonime con gli strumenti AI di Google in tutto il mondo. Negli Stati Uniti l'uso è diffuso in molte professioni ma resta "superficiale" perché copre solo una piccola parte dei compiti di ciascun lavoro. Le persone usano l'AI come strumento collaborativo, soprattutto per compiti cognitivi non ripetitivi che richiedono giudizio. Elettricisti e meccanici la usano molto come collaboratore pratico e caricano immagini e video per risolvere problemi più spesso degli impiegati. In casa serve per pratiche burocratiche, bilanci familiari e riparazioni domestiche. I ricercatori avvertono che con lo sviluppo della tecnologia l'uso potrebbe spostarsi verso l'automazione.
~
Fonte: The Wall Street Journal
Alternativa in italiano: [solo per supporter]

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Monday.com è l'ultima azienda tech a dare la colpa all'AI per i licenziamenti — ecco altre 20


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Notizie veloci


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OpenAI rende ChatGPT Health disponibile a tutti gli utenti negli Stati Uniti


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Kalshi chiede a Netflix di rimuovere il trailer del documentario "Prediction Games"


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Samsung Electronics conquista una partnership da 200 miliardi di dollari con Broadcom sui chip AI


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Tool del giorno

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Secondo uno studio di Google, l'AI affianca i lavoratori, non li sostituisce


Analizzati milioni di interazioni anonime con Gemini.
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In breve:


Uno studio di ricercatori di Google dice che finora l'AI viene usata soprattutto come supporto ai lavoratori e non per automatizzare i loro compiti. La ricerca si basa su milioni di interazioni anonime con gli strumenti AI di Google in tutto il mondo. Negli Stati Uniti l'uso è diffuso in molte professioni ma resta "superficiale" perché copre solo una piccola parte dei compiti di ciascun lavoro. Le persone usano l'AI come strumento collaborativo, soprattutto per compiti cognitivi non ripetitivi che richiedono giudizio. Elettricisti e meccanici la usano molto come collaboratore pratico e caricano immagini e video per risolvere problemi più spesso degli impiegati. In casa serve per pratiche burocratiche, bilanci familiari e riparazioni domestiche. I ricercatori avvertono che con lo sviluppo della tecnologia l'uso potrebbe spostarsi verso l'automazione.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Google Study Says AI Is Helping Workers, Not Replacing Them - WSJ
New research from the Gemini creator comes amid rising concern over the impact of AI on the labor market, New research from the Gemini creator comes amid rising concern over the impact of AI on the labor market
The Wall Street JournalJustin Lahart


Alternativa in italiano:

Google: l’AI aiuta il lavoro e non sostituisce i posti - AI4Business
Studio Google lavoro: l’AI oggi affianca più che sostituire. Ma restano rischi per giovani, salari, assunzioni e divari
AI4Business

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Stripe in trattative per acquistare OpenRouter


Il più grande marketplace di modelli AI.
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In breve:


Stripe è in trattative per acquistare il più grande "marketplace" di modelli AI: OpenRouter permette l'accesso a tantissimi modelli diversi ma anche di confrontarli e passare dall'uno all'altro. La vendita potrebbe valere circa 10 miliardi di dollari (a maggio la startup era valutata 1,3 miliardi). Le trattative possono ancora fallire e altre grandi società tech stanno valutando un'acquisizione. Stripe è principalmente un processore di pagamenti e si sta espandendo in infrastrutture per l'AI e pagamenti in stablecoin. Quest'anno la sua valutazione ha toccato 159 miliardi di dollari. OpenRouter usa già Stripe per incassare i pagamenti dei propri clienti. Nel frattempo Stripe sta cercando di comprare anche PayPal ma quest'ultima ha giudicato l'offerta troppo bassa .

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Exclusive | Stripe in Talks to Buy Buzzy AI-Model Marketplace OpenRouter - WSJ
The startup based in New York was most recently valued at $1.3 billion, but could fetch around $10 billion in a sale, The startup based in New York was most recently valued at $1.3 billion, but could fetch around $10 billion in a sale
The Wall Street JournalBerber Jin, Lauren Thomas and Kate Clark


Alternativa in italiano:

Stripe punta OpenRouter: l'acquisizione potrebbe valere 10 miliardi
Stripe tratta l’acquisto di OpenRouter, piattaforma AI valutata fino a 10 miliardi di dollari.
Tom's Hardware

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Adesso su Google puoi accedere anche con un video video selfie invece che la password


L'autenticazione avviene con movimenti guidati della testa.
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In breve:


Selfie Video è un nuovo metodo di accesso agli account Google. Serve quando l'utente dimentica la password o non ha a disposizione i dispositivi abituali usati per l'autenticazione. Per attivarlo l'utente registra un video seguendo una serie di movimenti guidati della testa, da un lato all'altro dello schermo. Al successivo tentativo di accesso può registrare un nuovo video selfie. Google lo confronta con quello registrato in fase di configurazione e verifica che si tratti di un video ripreso dal vivo. Il video di configurazione è archiviato cifrato e può essere cancellato in qualsiasi momento. Secondo Google la cifratura e le pratiche di sicurezza standard proteggono da tentativi di accesso sospetti e da impersonificazioni con deepfake.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Google will now let you log in with a selfie - Fast Company
Good news for the chronically forgetful; bad news for people attempting fraud.
Fast CompanyMaría José Gutiérrez Chávez


Alternativa in italiano:

Account Google, arriva il login con un video selfie: come funziona
Un video selfie potrà aiutare a recuperare l'accesso all'account Google quando non si riesce più ad accedere con i metodi tradizionali.
Punto Informatico

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Multa antitrust da 765 milioni di dollari a Trip.com in Cina


Per abuso di posizione dominante.
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In breve:


L’autorità cinese per la regolamentazione del mercato ha inflitto a Trip.com una sanzione da 765 milioni di dollari per abuso di posizione dominante. Trip.com è il più grande fornitore cinese di servizi di viaggio online e controlla anche Ctrip, Qunar e Skyscanner. La sanzione comprende la confisca di circa 245 milioni di dollari di guadagni illeciti e una multa di circa 520 milioni di dollari, pari al 7,5% delle vendite realizzate in Cina nel 2025. L'accusa è che dal 2020 la società ha imposto ad alcuni hotel accordi di esclusiva in cambio di maggiore visibilità e ha obbligato altri a offrire sulla piattaforma i prezzi più bassi disponibili online. Ha anche abbassato automaticamente i prezzi quando rilevava tariffe inferiori altrove e ha penalizzato gli hotel non conformi: ha ridotto il loro traffico e trattenuto depositi sugli ordini. Il regolatore ha ordinato di cessare le penalizzazioni e restituire 18 milioni di dollari di depositi trattenuti. È l'azione antitrust cinese più significativa contro una grande piattaforma internet dalla stretta del 2021, quando Alibaba fu multata per 18,2 miliardi di yuan e Meituan per 3,44 miliardi.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

China hits Trip.com with US$765 million antitrust penalty after 6-month investigation | South China Morning Post
The country’s biggest online travel services provider is accused of abusing its ‘dominant market position’.
South China Morning Post


Alternativa in italiano: non pervenuta

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Il governo USA contro un attivista di Cop City per GrapheneOS


Contenuti dello smartphone eliminati durante l'interrogatorio in aeroporto.
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In breve:


Il dipartimento di Giustizia USA vuole processare un attivista di Atlanta legato al movimento Stop Cop City che si oppone al centro di addestramento della polizia. L'accusa si basa su una legge federale poco nota che punisce la distruzione di beni per impedirne il sequestro. Il telefono dell'uomo usava GrapheneOS su un Google Pixel, che permette di cancellare tutti i dati inserendo un codice diverso per sbloccare il telefono. È la prima volta che la legge viene applicata a questo sistema operativo. Il 24 gennaio 2025 agenti federali hanno fermato l'uomo all'aeroporto di Atlanta al rientro da una vacanza. Era stato inserito in una lista di sorveglianza antiterrorismo per i presunti legami con il movimento. Durante l'interrogatorio ha chiesto quattro volte un avvocato senza ottenerlo, secondo le testimonianze in aula. Gli agenti non avevano un mandato e non gli hanno letto i diritti. Quando ha fornito il codice, lo schermo del telefono si è svuotato e il dispositivo si è riavviato. I difensori chiedono di escludere tutte le prove per violazione dei diritti costituzionali.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

US government targets Cop City protester over phone operating system | Atlanta | The Guardian
Concern over US effort to prosecute Sam Tunick, accused by authorities of wiping his phone using GrapheneOS
the Guardian


Alternativa in italiano: non pervenuta

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Come la Cina sta comprando le migliori PMI italiane.


Il paradosso è che aziende perfettamente redditizie, dotate di competenze rare e di relazioni consolidate con clienti europei, finiscono per essere acquisite non per difficoltà economiche, bensì per mancanza di alternative credibili sul mercato interno.
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Negli ultimi anni, mentre il flusso di nuovi investimenti cinesi verso l'Italia si è ridotto — sceso a soli 165 milioni di euro nel 2025, frenato dalla stretta di Pechino sui capitali in uscita e dai filtri europei come la golden power (il potere speciale che consente ai governi di vietare o condizionare l'acquisizione di società ritenute strategiche per la sicurezza nazionale) — la natura della presenza cinese già radicata nel tessuto produttivo italiano è cambiata. Non più grandi operazioni su gruppi quotati in Borsa, ma un consolidamento silenzioso del controllo su piccole e medie imprese manifatturiere non quotate.

Per le imprese italiane, questa trasformazione solleva interrogativi immediati. Se negli anni passati le acquisizioni cinesi si concentravano su marchi di lusso o su società quotate di grande visibilità — l'ingresso di ChemChina in Pirelli nel 2015, con un'operazione da 7,1 miliardi di euro che ne ha fatto il primo azionista, o la conquista di CIFA da parte di Zoomlion nel 2008, allora la più grande acquisizione cinese mai realizzata in Italia — oggi l'interesse si sposta verso realtà più piccole, meno esposte al controllo pubblico e spesso prive di difese regolatorie adeguate.

Parliamo di subfornitori di componentistica meccanica, aziende specializzate in automazione industriale, produttori di macchinari di precisione: realtà che rappresentano l'ossatura della manifattura italiana, ma che raramente dispongono di advisor finanziari o di piani di successione strutturati. L'assenza di una tutela specifica per le PMI, a differenza della golden power applicabile solo ad asset strategici di grandi dimensioni — il D.P.C.M. n. 179 del 2020 fissa la soglia a un fatturato annuo non inferiore a 300 milioni di euro e almeno 250 dipendenti, salvo eccezioni nel settore energetico — lascia un vuoto normativo che favorisce operazioni rapide e poco trasparenti.

La strategia delle acquisizioni discrete


Gli analisti del settore descrivono un nuovo approccio cinese fondato su un principio opposto alla visibilità. Le operazioni verrebbero condotte, secondo questa lettura, attraverso veicoli finanziari spesso registrati in giurisdizioni terze, con pacchetti di minoranza che consentono di entrare nel capitale senza superare le soglie di controllo che attiverebbero verifiche amministrative. In alcuni casi, l'investitore cinese acquisterebbe una quota iniziale contenuta, per poi incrementarla progressivamente negli anni successivi — una modalità che, se confermata, consentirebbe di aggirare i radar del governo italiano e di costruire posizioni di rilievo in settori dove l'Italia detiene competenze uniche a livello globale.

Dal punto di vista di Pechino, l'obiettivo è duplice. Da un lato, accedere a tecnologie e know-how che completano le filiere produttive cinesi, soprattutto in ambito di transizione energetica, robotica avanzata e componentistica per l'automotive elettrico. Dall'altro, garantirsi fornitori strategici in Europa, riducendo la dipendenza da catene di approvvigionamento esterne e costruendo basi operative dentro il mercato unico. In sostanza, si tratta di una penetrazione industriale, non solo finanziaria: non interessa il controllo formale dell'azienda, ma l'accesso privilegiato alle sue competenze e ai suoi mercati di sbocco.

Guerra commerciale Cina-USA: perché l’Italia rischia
Mentre gli USA alzano i dazi e la Cina li aggira producendo in Messico o Vietnam, l’Italia si ritrova esposta alle conseguenze della sovrapproduzione cinese.
L'Analista QuotidianoMariza Cibelle Dardi

Le fragilità del sistema italiano di fronte al nuovo fronte


L'Italia si trova esposta per ragioni strutturali. Il tessuto produttivo nazionale è composto per oltre il 90% da imprese con meno di cinquanta dipendenti, molte delle quali gestite da imprenditori prossimi al pensionamento e prive di piani di successione generazionale. In assenza di acquirenti domestici o di fondi italiani sufficientemente capitalizzati, l'offerta cinese — spesso generosa sul piano economico e rapida nelle tempistiche — risulta l'unica via percorribile per chi desidera cedere l'attività senza chiuderla. Il paradosso è che aziende perfettamente redditizie, dotate di competenze rare e di relazioni consolidate con clienti europei, finiscono per essere acquisite non per difficoltà economiche, bensì per mancanza di alternative credibili sul mercato interno.

A questo si aggiunge un deficit di monitoraggio. Mentre gli Stati Uniti hanno rafforzato il Committee on Foreign Investment e la Francia ha esteso il perimetro del controllo preventivo anche alle PMI in settori sensibili — con le richieste di autorizzazione salite da 272 nel 2023 a 384 nel 2025 — l'Italia continua ad applicare la golden power principalmente a operazioni che superano certe soglie di fatturato o che riguardano comparti espressamente indicati dalla normativa. Le transazioni su piccole realtà manifatturiere, anche se operanti in settori ad alta intensità tecnologica, sfuggono al controllo preventivo e vengono registrate solo a posteriori, quando ormai il trasferimento di proprietà è avvenuto.

Le risposte in campo e le traiettorie possibili


Non mancano segnali di reazione. Confindustria Giovani Imprenditori ha lanciato a marzo 2026 il progetto nazionale GenerAZIONI, un roadshow dedicato al passaggio generazionale nelle imprese familiari che affronta le dimensioni legale, fiscale ed economica della successione d'impresa. Parallelamente, si moltiplicano le iniziative di fondi di private equity italiani ed europei orientati alla manifattura, che cercano di intercettare le opportunità prima che vengano rilevate da investitori extraeuropei.

Sul piano normativo, un'estensione della golden power alle PMI resta per ora solo un'ipotesi discussa in sede tecnica — un dossier del Senato l'ha inclusa tra le opzioni di riforma possibili — mentre il dibattito parlamentare concretamente in corso nel 2026 si è mosso nella direzione opposta: la conversione del decreto-legge 175/2025 ha ridimensionato l'ambito di applicazione della golden power nel settore finanziario, per rispondere ai rilievi di una procedura d'infrazione della Commissione europea. La Legge annuale sulle PMI, in vigore dal 7 aprile 2026, affronta il tema del ricambio generazionale con misure di sostegno come il part-time incentivato, ma non introduce alcuna tutela specifica contro le acquisizioni estere.

A livello europeo, il nuovo regolamento sullo screening degli investimenti esteri diretti è già stato approvato — dal Parlamento europeo il 19 maggio 2026 e dal Consiglio l'8 giugno 2026 — e rafforzerà la capacità degli Stati membri di condividere informazioni e di bloccare operazioni considerate rischiose per la sicurezza economica dell'Unione. Le regole sostanziali, tuttavia, si applicheranno solo a partire dal 2028, diciotto mesi dopo l'entrata in vigore: un orizzonte che lascia scoperto l'intero periodo attuale. L'efficacia dello strumento dipenderà inoltre dalla volontà politica dei singoli governi di applicarlo con rigore, superando la tradizionale frammentazione delle competenze nazionali in materia di politica industriale. Per l'Italia, ciò significa dover scegliere tra la difesa del proprio patrimonio manifatturiero e l'attrazione di capitali esteri in un momento di scarsità di risorse pubbliche per il sostegno alle imprese.

Le domande de L'Analista


L'Italia ha un'alternativa per salvare le sue PMI, o il ricambio generazionale le spingerà tutte in mani estere? Golden Power sulle PMI: scudo necessario per l'industria o freno agli investimenti esteri?

Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)
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Vance e i vertici militari frenano Trump sull’escalation in Iran


Il vicepresidente e il generale Dan Caine hanno messo in guardia il presidente sull’esaurimento delle munizioni e sul rischio di vittime civili. Dopo la sospensione dei raid, Teheran ferma gli attacchi. Ma nello Stretto di Hormuz una petroliera colpisce una mina.

Gli Stati Uniti hanno interrotto venerdì notte la campagna di bombardamenti contro l’Iran dopo tredici notti consecutive di attacchi. Le operazioni sono “sospese”, ha dichiarato sabato alla CNN una fonte del Dipartimento della Difesa. Poche ore prima, durante una riunione alla Casa Bianca in cui Donald Trump valutava un allargamento della guerra, il vicepresidente JD Vance e il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore, avevano espresso forti perplessità sull’ipotesi.

Caine ha sollevato soprattutto il problema delle scorte di munizioni. Il generale ha spiegato a Trump e agli altri vertici dell’Amministrazione che le operazioni esaminate erano realizzabili e avrebbero probabilmente raggiunto gli obiettivi militari, ma li ha messi in guardia dalle conseguenze. Quasi tutti i consiglieri presenti hanno riconosciuto che gli Stati Uniti sarebbero stati in grado di condurre un attacco devastante, invitando però il presidente a considerare gli effetti indiretti e a lungo termine di una nuova escalation.

Durante la riunione è stato affrontato anche il rischio di vittime civili su vasta scala. Nell’ultima settimana Trump ha minacciato di colpire infrastrutture iraniane come strade, ponti e centrali elettriche: attacchi che, a seconda degli obiettivi e delle modalità, potrebbero violare il diritto internazionale umanitario.

Un’offensiva di questo tipo provocherebbe vittime e potrebbe privare ampie fasce della popolazione di elettricità, acqua e cibo, è stato spiegato al presidente. I consiglieri hanno inoltre indicato il pericolo di una crisi umanitaria dei rifugiati, di ritorsioni iraniane contro gli impianti energetici e di desalinizzazione del Golfo e di un ulteriore allargamento regionale del conflitto.

Non è chiaro se a determinare la sospensione dei raid siano stati i timori per le scorte, l’allarme sulle conseguenze umanitarie o una combinazione dei due fattori. Non si sa neppure quanto durerà la pausa. “Il presidente Trump ha sempre affermato con coerenza di preferire una soluzione diplomatica, ma continua a mantenere aperte tutte le opzioni nel caso in cui l’Iran prosegua le attività terroristiche nello Stretto di Hormuz o contro i nostri alleati”, ha dichiarato Steven Cheung, direttore della comunicazione della Casa Bianca.

Dopo le sanzioni che hanno messo in ginocchio l’economia iraniana e tredici giorni consecutivi di attacchi contro obiettivi militari, ha aggiunto, Teheran farebbe bene a lavorare a un accordo negoziato.

Guerra Usa-Iran · La pausa dei raid

Dopo tredici notti di raid sull’Iran, Washington si ferma

Nella riunione di venerdì alla Casa Bianca, il vicepresidente Vance e il generale Caine hanno frenato l’ipotesi di allargare la guerra: pesano le scorte di munizioni e il costo umanitario di un attacco alle infrastrutture.

Grafica di FocusAmerica

Il Pentagono: operazioni «in sospeso»

13
notti consecutive di attacchi americani su obiettivi militari iraniani, fino allo stop di venerdì notte


1ª notte 14ª: raid sospesi

Perché la pausa

I due freni emersi nella riunione alla Casa Bianca

Le scorte di munizioni

Il generale Caine ha avvertito Trump: gli obiettivi militari sono raggiungibili, ma le scorte americane restano fortemente ridotte — molte munizioni cedute all’Ucraina, altre consumate contro gli Houthi.

Il senatore Van Hollen: si stanno esaurendo anche gli intercettori che proteggono le truppe nella regione.

Il costo umanitario

Colpire strade, ponti e centrali elettriche — come minacciato da Trump nell’ultima settimana — potrebbe violare il diritto internazionale umanitario, hanno spiegato i consiglieri al presidente.

Quasi tutti hanno riconosciuto che l’attacco sarebbe stato devastante, invitando a valutarne gli effetti indiretti.

L’avvertimento dei consiglieri

I quattro rischi indicati a Trump


1Vittime civili su vasta scala

Un’offensiva sulle infrastrutture provocherebbe vittime e priverebbe ampie fasce della popolazione iraniana di elettricità, acqua e cibo.

2Una crisi dei rifugiati

Il collasso dei servizi essenziali rischierebbe di innescare flussi di profughi su scala regionale, con una crisi umanitaria difficile da contenere.

3Ritorsioni sugli impianti del Golfo

Teheran potrebbe colpire gli impianti energetici e di desalinizzazione dei Paesi del Golfo, vitali per l’acqua e l’elettricità della regione.

4Un conflitto ancora più ampio

Una nuova escalation aumenterebbe il rischio di trascinare nella guerra altri attori regionali, oltre ai Paesi vicini che già ospitano basi americane.

La tregua informale

Due pause speculari, nessun accordo

Washington
«Spazio ai negoziati»

Per l’ambasciatore all’Onu Waltz la pausa serve alla diplomazia. La Casa Bianca però tiene «aperte tutte le opzioni» se l’Iran colpirà nello Stretto di Hormuz o gli alleati.

Teheran
«Attacco per attacco»

L’Iran sospende gli attacchi finché lo faranno gli Usa, dice un alto funzionario a Reuters. Ma definisce la pausa «tattica più che reale» e promette una risposta su vasta scala a nuovi attacchi.

Lo Stretto di Hormuz

Il fronte aperto sulle rotte marittime

La petroliera sulla mina

Una petroliera è stata investita da un’esplosione dopo avere urtato una mina navale, secondo l’agenzia Tasnim: la nave si sarebbe allontanata dalla rotta indicata dall’Iran.

Il contenzioso sull’articolo 5

Per Teheran il Memorandum firmato dopo la guerra le affida rotte di navigazione e sminamento dello Stretto: il ministro degli Esteri Araghchi accusa Washington di averlo violato.

La mediazione dell’Oman

Muscat propone un consorzio regionale per la sicurezza marittima con contributi volontari; l’Iran pretende pagamenti obbligatori. «Qualche progresso» nei colloqui, ma nessuna intesa.

Fonte: CNN, Reuters, Fox News, ABC, Tasnim, The Jerusalem Post — luglio 2026

La tregua informale e il problema delle munizioni


L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite Mike Waltz ha fornito domenica la versione ufficiale della sospensione: Trump vuole concedere spazio ai negoziati, ha spiegato a Fox News. Le scorte di armamenti americane rimangono tuttavia fortemente ridotte e subirebbero nuove pressioni se gli attacchi riprendessero, come già riferito dalla CNN.

Waltz ha attribuito parte del problema agli aiuti forniti all’Ucraina. “Abbiamo ereditato una situazione difficile, con molte delle nostre munizioni cedute all’Ucraina”, ha detto, ricordando che altri armamenti sono stati impiegati contro gli Houthi e assicurando che il riarmo prosegue attraverso sistemi meno costosi e più rapidi da produrre.

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha replicato alla CNN che le Forze Armate statunitensi dispongono di tutto ciò che serve per operare nel momento e nel luogo scelti dal presidente.

Teheran ha risposto con una posizione speculare. Un alto funzionario iraniano ha dichiarato domenica a Reuters che il Paese sospenderà i propri attacchi finché gli Stati Uniti faranno altrettanto, secondo il principio dell’“attacco per attacco”, e che il messaggio è già stato trasmesso a Washington.

Lo stesso funzionario ha però definito la pausa “tattica più che reale” e ha avvertito che l’Iran è pronto a una risposta su vasta scala in caso di nuovi raid. Per due settimane Teheran aveva colpito i Paesi vicini che ospitano basi americane, mentre nel fine settimana non sono stati registrati nuovi attacchi.

Anche i democratici insistono sul problema delle munizioni. “Non saremmo mai dovuti entrare in questa guerra insensata e dovremmo porvi fine adesso”, ha dichiarato il senatore Chris Van Hollen ad ABC, durante il programma This Week. Secondo il senatore, gli Stati Uniti stanno consumando gli intercettori necessari a neutralizzare gli attacchi iraniani e a proteggere le proprie truppe nella regione.

La petroliera colpita e il negoziato sullo Stretto


Nello Stretto di Hormuz, intanto, la tensione rimane alta. Una petroliera è stata investita da un’esplosione dopo avere urtato una mina navale, secondo l’agenzia semiufficiale Tasnim, vicina ai Guardiani della rivoluzione. La nave avrebbe colpito l’ordigno dopo essersi allontanata dalla rotta indicata dall’Iran, ma le autorità di Teheran non hanno diffuso comunicazioni ufficiali sull’incidente.

Proprio sul controllo delle rotte marittime si è aperto un nuovo contenzioso. Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi accusa Washington di avere violato l’articolo 5 del Memorandum sottoscritto dopo la guerra, che secondo Teheran attribuisce all’Iran il compito di stabilire i percorsi di navigazione e condurre le operazioni di sminamento.

Iran e Oman, che svolge il ruolo di mediatore, avrebbero comunque compiuto “qualche progresso” sui negoziati per la sicurezza della navigazione, hanno riferito al Jerusalem Post due fonti informate. Non è però chiaro se Teheran accetterà la proposta sul tavolo.

Muscat ha suggerito la creazione di un consorzio regionale incaricato della sicurezza marittima, delle operazioni di ricerca e soccorso e di altre forme di cooperazione, con partecipazione e contributi economici volontari. L’Iran si è finora opposto, chiedendo pagamenti obbligatori e sostenendo che, in loro assenza, alle navi non potrebbe essere garantito il passaggio attraverso lo Stretto.

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha confermato che venerdì e sabato si sono svolti a Teheran colloqui con il viceministro degli Esteri dell’Oman. Li ha definiti costruttivi e ha assicurato che, nonostante l’incidente e le tensioni sul controllo delle rotte, il traffico marittimo nello Stretto non ha subito variazioni.

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La popolarità di Trump torna di nuovo giù verso i minimi del mandato (26 luglio)


Infornata di sondaggi negativi per la popolarità di Trump che torna a precipitare dalle montagne russe dopo un periodo positivo, con l’approvazione 10 punti più bassa rispetto al primo mandato.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana si registra un nuovo crollo della popolarità di Trump, con tutte le medie analizzate che vanno in una direzione concorde e segnalano una diminuzione netta di 1/2 punti percentuali.

Dopo un periodo più tranquillo che lasciava intravedere qualche segnale positivo, i numeri tornano a precipitare all’improvviso e toccano i livelli minimi di qualche mese fa, con il net rating che si riavvicina al -20.

Questa settimana è stato pubblicato uno dei sondaggi peggiori di sempre per Trump, da parte di American Research Group, con un tasso di approvazione che tocca il 30%.

La situazione per il tycoon continua ad essere negativa, ma rimane migliore rispetto a Joe Biden nella media nello stesso punto del mandato: circa 5 punti in più.

Il tasso di approvazione scende nuovamente al di sotto del 40% nelle medie analizzate, con la disapprovazione che torna invece a salire verso il 60%.

Questi numeri sono fino a otto-dieci punti inferiori rispetto a prima della guerra in Iran e, sul lungo periodo, non si intravedono spiragli positivi: molto dipenderà dagli sviluppi del negoziato con l'Iran, ormai vicino al fallimento, che potrebbe ripercuotersi negativamente sul quadro generale.

Ad ogni modo, il dato è superiore rispetto alla catastrofica media di Joe Biden nel luglio 2022; questo significa che l’approvazione di Trump non è la peggiore di sempre dopo diciotto mesi di presidenza. È di circa dieci punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie registrano trend identici, con Focus America e il sito di Silver che restano complessivamente circa 2-3 punti più bassi rispetto a RCP.

Come già accennato, dopo diciotto mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciotto mesi del suo primo mandato, ma al di sopra di quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 551 giorni di presidenza (-19,4 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, ad eccezione appunto di Biden, che con il suo -23,7 attraversava un periodo di grande sofferenza

Risulta indietro, come detto, rispetto al suo primo mandato, in cui era il doppio più popolare, a -9,6.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 39% e il 41%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 57%-58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi dei negoziati di pace con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
9 rilevazioni di 9 istituti — 26 luglio 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 1 sondaggio
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 5 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 3 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 26 luglio 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 39% (-0,6) - 57,9% (+0,7). In totale un net approval arrotondato di -18,9 (-1,3).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 41,1% (-) - 57,2% (+1,6). In totale un net rating di -16,1 (-1,6).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 38,8% (-1) - 58,2% (+0,9), con un net rating complessivo di -19,4 (-1,9). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

Questa voce è stata modificata (4 settimane fa)

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Pulviscolo #7-8


Quando è nata la mia passione per le riviste. Il nuovo libro che sto scrivendo. L'IA sta dando voce ai pensieri dell'umanità.


Questa è Pulviscolo, la mia rubrica mensile di link scelti e commentati: particelle di materia da leggere, guardare o ascoltare che meritano di non disperdersi nel flusso.

Un ricordo estivo a cui torno spesso è la prima rivista di videogiochi che ho sfogliato.

Si chiamava Game Power e se Prismo fosse ancora on line potrei linkarti il pezzo che Costanzo Raiser aveva scritto per raccontare gli albori dell'editoria videoludica italiana.

Purtroppo Prismo non esiste più; quindi ti devi fidare di me quando ti dico che Game Power fu una testata capace di cambiare il gioco, presentandosi come alternativa gonzo alla più compassata The Game Machine.

Le riconosco un'influenza enorme sullo scrittore che sono diventato. Per questo devo ringraziare mio nonno, che me la comprò durante una vacanza al mare dalle parti di Jesolo.

Era giugno. E quei fogli di carta coloratissimi, zeppi di battute e riferimenti culturali alti e bassi tutti da decifrare, mi piacquero così tanto che il mese dopo chiesi e ottenni di avere un altro numero.

E quando l'ho avuto tra le mani ho scoperto la consuetudine editoriale di numerare 7-8 l'uscita di luglio di un mensile cartaceo. Perché - è abbastanza ovvio - ad agosto la gente va in ferie ma la numerazione non può saltare, sia mai che la gente perda il conto e vada in confusione.

Ho ripescato questo aneddoto per dirti una cosa a cui probabilmente sei già arrivato: il blog va in ferie.

Per tutto il mese di agosto non uscirà nessun post. La pausa servirà a ricaricare le mie batterie e a farti venire voglia di tornare a leggermi quando riprenderò a pubblicare.

Se nel frattempo hai voglia di scrivermi, fallo. Leggo le mail e i commenti. Se posso, rispondo.

📥 Leggimi nella tua mail.


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Esce ogni settimana, la domenica sera.

Una donna con un vestito elegante e tacchi a spillo cammina per strada, osservata dalla commessa di un negozio con un grembiule bianco.Questo scatto di Ed Templeton mi fa impazzire. A te?

Ehi, sto scrivendo un libro nuovo!


E volevo dirlo a te prima che agli altri. L'ho iniziato qualche settimana fa, ma conto di fare il grosso del lavoro in autunno. Ah, ha già qualcuno che lo pubblica: uscirà per D Editore e sono davvero contento di collaborare con Emmanuele, perché è stato subito entusiasta dell'idea. Quale idea dici? Ah, giusto, non ti ho ancora detto che il libro parla di come la logica industriale digitale sta cambiando il modo in cui gli stati si fanno la guerra. La data di uscita ancora non c'è - devo prima finirlo - ma non preoccuparti, ti terrò aggiornato.
Droni di tipo quadricottero in in magazzino.

Imola, la città dei matti.


Questa primavera ho lavorato per HIBOU, una cooperativa di Imola che si occupa di soluzioni tecnologiche per la conservazione del patrimonio culturale. Il mio compito? Rendere accessibili tre testimonianze raccolte nel corso del lavoro per lo spazio museale LIMI, Laboratorio imolese sulla memoria delle istituzioni manicomiali. Un lavoro importante, perché per quasi un secolo i manicomi sono stati per Imola quelle che la FIAT è stata per Torino: l'attività economica attorno alla quale girava tutta l'economia della città. È nata una miniserie pensata per YouTube, di cui ti lascio qui la playlist. Mi farebbe piacere se tu la guardassi, perché quella dei manicomi (e della loro chiusura) è una memoria che ci riguarda tutte e tutti ed è importante tenerla viva. Se decidi di farlo ti chiedo una cortesia: guarda la playlist per intero (dura circa 30'). Oppure guarda un video alla volta, ma se lo fai guardalo fino alla fine. Sono cose che piacciono all'algoritmo.
youtube.com/embed/videoseries?…
Queste sono le cose che mi piace fare per lavoro. Se hai bisogno di qualcuno che diriga un progetto di comunicazione, scrivimi.

L'intelligenza artificiale è la voce di nostri pensieri.


Venkatesh Rao è il tipo di professionista a cui cerco di assomigliare. Di base è un consulente, ma allo stesso tempo scrive e fa ricerca. Qualche settimana fa, sulla sua newsletter - si chiama Contraptions - ha pubblicato un pezzo intitolato Strange Knowledgability. Parla della nascita del concetto di enciclopedicità e di come stia cambiando con l'avvento degli LLM. Verso la fine del testo c'è un passaggio che ho trovato verissimo e dice così: Back in the day, the most common compliment I got was something like “you put words to what I was thinking.” Now that function is well served by LLMs.

Strange Knowledgeability
Human knowing in perspectival encyclopedicity
ContraptionsVenkatesh Rao


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Zelensky accusa la Russia di passare all'Iran le immagini satellitari delle basi americane


Il presidente ucraino dice che condividerà con Washington le prove: il 19 e 20 luglio quattro basi aeree tra Bahrein, Giordania e Kuwait sarebbero finite nel mirino dei satelliti russi

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato sabato che condividerà con gli Stati Uniti le prove che la Russia sta aiutando l'Iran a individuare i bersagli delle basi americane in Medio Oriente attraverso la sorveglianza satellitare.

"Dall'inizio di luglio abbiamo registrato un'attiva sorveglianza satellitare russa sugli Stati del Golfo e sulle strutture militari americane che si trovano lì", ha detto Zelensky. "Queste immagini compaiono poi in Iran. Allo stesso tempo c'è una chiara correlazione tra le immagini satellitari russe di questi siti e gli attacchi iraniani, sia prima degli attacchi, in preparazione, sia dopo, per valutare i danni inflitti."

Il 19 e il 20 luglio quattro basi aeree sono finite nell'area di interesse dei satelliti russi, due in Bahrein, una in Giordania e una in Kuwait. "Lo scopo è chiaro. Nessuno di noi al mondo dovrebbe chiudere gli occhi davanti a un fatto molto semplice: il male cerca sempre il modo di peggiorare le cose e di diffondersi", ha detto il presidente ucraino. "La Russia deve essere fermata. Questa guerra deve essere fermata. La pressione sull'aggressore deve funzionare."

L'annuncio è arrivato nel videomessaggio serale pubblicato sul sito della presidenza ucraina, in cui Zelensky ha detto che darà istruzione ai servizi di intelligence di Kyiv di consegnare ai partner internazionali il materiale raccolto sul nuovo sostegno russo al regime iraniano.

Funzionari americani avevano riferito alla CBS News sei giorni dopo l'inizio del conflitto che la Russia stava fornendo all'Iran informazioni di intelligence sulle posizioni americane in Medio Oriente. L'accusa è tornata più volte sui giornali americani negli ultimi mesi, spesso con l'ipotesi di un coinvolgimento anche della Cina.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth, in un'audizione al Congresso questa settimana, ha risposto in modo poco chiaro alla domanda diretta se Russia e Cina stiano aiutando l'Iran, ma ha detto che lo stanno facendo. "C'è sicuramente un allineamento tra avversari, ci sono tentativi in questo senso e ci sono molti modi in cui lo scoraggiamo. La profondità e l'ampiezza della cosa devono restare classificate, ed è giusto così", ha detto Hegseth. "Ma ci sono modi in cui entrambi quei paesi stanno, a livelli diversi, agevolando alcune delle cose che l'Iran sta facendo, sì."

Il presidente Trump ha smentito il suo segretario alla Difesa pochi giorni dopo, scrivendo su Truth Social di non credere che Mosca e Pechino stiano aiutando Teheran. Ha citato il presidente cinese Xi Jinping e quello russo Vladimir Putin, dicendo che entrambi gli hanno assicurato di non essere coinvolti. "Quindi due grandi paesi di cui si parla spesso a proposito dell'Iran, a mio parere, non stanno partecipando", ha scritto Trump. "Se lo facessero, sarebbe molto negativo per loro, certamente non nel loro interesse."

Diciotto militari americani sono stati uccisi dall'inizio della guerra con l'Iran, quattro dei quali negli ultimi giorni: tre nell'attacco iraniano contro la base aerea Muwaffaq Salti in Giordania e uno durante la demolizione controllata di un drone iraniano in Iraq.

Nelle prime fasi del conflitto sei militari erano morti a marzo in un attacco iraniano contro un'installazione in Kuwait, altri sei nello stesso mese quando un aereo per il rifornimento in volo era precipitato in Iraq e uno in un attacco iraniano contro la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita.

Quasi cento militari americani sono rimasti feriti nel corso di questo mese negli attacchi aerei iraniani contro le basi della regione, secondo quanto hanno riferito funzionari americani la settimana scorsa. Gli Stati Uniti hanno circa 45.000 militari in Medio Oriente, oltre a numerose basi e a flotte aeronavali che possono essere spostate nell'area.

Zelensky ha chiesto ai partner missili per la difesa aerea, in primo luogo per i sistemi antiaerei Patriot, dicendo che possono salvare migliaia di vite e che dietro ogni decisione sulle consegne ci sono vite umane. Ha aggiunto che quando l'Ucraina sarà in grado di produrre i missili PAC-3, le munizioni intercettatrici usate dai Patriot, aiuterà con quelle anche chi nel mondo ha bisogno di protezione. Chi sta aiutando la Russia a prolungare la guerra, ha detto, deve rispondere di tutte le conseguenze globali del conflitto.


Trump riunisce i vertici militari sull'Iran, Teheran respinge la tregua proposta dall'Iraq


Il presidente Donald Trump ha riunito venerdì i vertici militari e i membri più importanti del suo governo per decidere se intensificare l'attacco contro l'Iran, a pochi giorni dall'incontro con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, atteso alla Casa Bianca martedì. Poche ore dopo, davanti ai giornalisti nello Studio Ovale, ha lasciato aperte entrambe le strade: "Siamo pronti ad andare, ma stiamo parlando con loro, quindi forse ci sarà un punto di rottura, forse no".

Nei 38 minuti di domande e risposte il presidente ha nominato sei volte le trattative con Teheran, dopo giorni in cui aveva fatto capire di essere pronto ad aumentare la pressione militare. "C'è un'uscita militare in cui andiamo avanti così come stiamo e possiamo anche aumentare la dose, distruggendo tutto quello che hanno. Oppure c'è una strategia più intelligente, che è fare un accordo. E loro vogliono fare un accordo", ha detto. Non ha risposto a una domanda su se gli attacchi che ha minacciato contro le infrastrutture civili iraniane possano essere considerati crimini di guerra secondo il diritto internazionale. Il giorno prima aveva parlato ad Axios di un attacco massiccio, più grande di qualsiasi altro visto finora nella guerra.

L'Iran ha respinto giovedì una proposta di tregua americana portata a Teheran dal primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, secondo funzionari iraniani. Il governo iracheno ha poi smentito la ricostruzione con un messaggio sui social. I dettagli della proposta non sono noti, ma i funzionari iraniani hanno detto che era l'unica offerta sul tavolo e che il loro governo non è interessato a un accordo temporaneo che lasci irrisolta la questione del controllo dello Stretto di Hormuz, il passaggio da cui prima della guerra transitava circa il 20% del petrolio mondiale.

Al-Zaidi ha incontrato a Teheran il presidente Masoud Pezeshkian, il capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. "Il problema non è passare i messaggi", ha detto Araghchi alla televisione di stato iraniana, aggiungendo che di mediatori Teheran e Washington ne hanno già abbastanza. "Il problema è la visione dell'America, che è illogica, avida e vuole controllare".

Venerdì mattina il Central Command, il comando militare statunitense responsabile del Medio Oriente, aveva completato la tredicesima notte consecutiva di bombardamenti. Gli obiettivi colpiti nelle ultime due settimane sono più di mille secondo funzionari militari americani, contro i circa 13.000 della campagna di 38 giorni iniziata il 28 febbraio e chiusa dalla tregua dell'8 aprile. Gli attacchi hanno riguardato radar costieri, lanciatori di missili antinave, piccole imbarcazioni d'attacco iraniane e un numero crescente di ponti ferroviari usati anche dai civili.

Il Pentagono ha spostato nella regione altri caccia F-16 dalla Germania e F-35 dalla Gran Bretagna, mentre i bombardieri a lungo raggio B-2 e B-52 di stanza negli Stati Uniti sono in stato di massima allerta e gli aerei per il rifornimento in volo sono stati avvicinati al Medio Oriente. Quasi venti navi da guerra sono nel Mare Arabico o nelle acque vicine, dove lanciano missili Tomahawk e fanno rispettare il blocco navale contro le navi commerciali che entrano nei porti iraniani o ne escono, reimposto dopo l'uscita di Trump all'inizio di luglio dal memorandum d'intesa che doveva chiudere il conflitto. Alla missione sono assegnati circa 50.000 militari americani tra la regione e l'Europa.

Dall'inizio della guerra sono morti almeno 18 militari statunitensi e circa 570 sono rimasti feriti, quattro dei quali uccisi nelle ultime due settimane da attacchi iraniani contro basi americane. I senatori democratici della commissione Forze armate hanno chiesto giovedì al segretario alla Difesa Pete Hegseth "un resoconto completo e accurato" di tutti i militari uccisi o feriti, sostenendo che il dipartimento non ha fornito dati tempestivi e completi durante il conflitto e che le cifre diffuse finora sono state incoerenti. Il Pentagono aveva già taciuto per giorni su decine di feriti.

Gli Houthi, la milizia sciita alleata di Teheran che controlla gran parte dello Yemen, hanno aperto un secondo fronte marittimo dopo aver annunciato lunedì un blocco navale contro l'Arabia Saudita. Una nave saudita, la NCC Masa, ha riportato danni lievi allo scafo dopo essere stata colpita venerdì nel Mar Rosso, due giorni dopo l'attacco ad altre due imbarcazioni saudite. L'Arabia Saudita ha risposto bombardando obiettivi nella provincia di Hodeidah e sull'isola di Kamaran. Il ministero degli Esteri degli Houthi ha promesso "escalation per escalation".

Il fronte del Mar Rosso mette a rischio la rotta alternativa che Riyadh stava usando per aggirare la chiusura dello Stretto di Hormuz, esportando il proprio greggio attraverso un oleodotto che attraversa il paese da est a ovest fino a un porto sul Mar Rosso. Il petrolio Brent, il riferimento mondiale, è salito giovedì di oltre il 7% fino a 100,95 dollari al barile, superando quota 100 per la prima volta da maggio, per poi scendere intorno ai 96 dollari venerdì. Dall'inizio della guerra il greggio è rincarato di quasi il 40% e all'inizio dell'anno costava 60 dollari al barile.

Le due parti hanno raggiunto i limiti di quello che possono ottenere con la forza militare, secondo un'analisi del Wall Street Journal. Entrambi i governi hanno mostrato di essere disposti ad alzare il livello dello scontro, ma nessuno dei due riesce a ottenere un vantaggio decisivo sull'altro. Lo stallo aumenta il rischio che il conflitto vada avanti per altri mesi mentre ognuno cerca di costruirsi una posizione di forza.

"C'è una dinamica di escalation", ha detto al Wall Street Journal Alan Eyre, ex alto diplomatico statunitense che ha partecipato ai negoziati con l'Iran. "Non credo che l'amministrazione degli Stati Uniti abbia davvero un'idea chiara di cosa sta cercando di fare". Hamidreza Azizi, esperto di Iran dell'Istituto tedesco per gli affari internazionali e la sicurezza, ha detto alla stessa testata che nemmeno l'uso di una piccola arma nucleare contro un impianto atomico sotterraneo cambierebbe la sostanza delle cose. "Vedo entrambe le parti arrivare ai limiti di quello che i mezzi militari possono ottenere", ha detto.

Byran Clark, ex alto funzionario della Marina statunitense e oggi ricercatore dello Hudson Institute, un centro studi conservatore di Washington, ha detto che con l'ingresso degli Houthi gli iraniani hanno guadagnato un vantaggio nella scalata militare, senza però arrivare a dominarla, perché gli Stati Uniti possono ancora scegliere di attaccare obiettivi civili e adottare un approccio di guerra totale.

Le agenzie di intelligence americane ritengono che il nuovo leader supremo iraniano, l'ayatollah Mojtaba Khamenei, sia molto più interessato del padre e predecessore a dotarsi di un'arma nucleare, secondo funzionari informati sulle valutazioni. Ali Khamenei, ucciso all'inizio della guerra in un attacco israeliano condotto con l'aiuto dell'intelligence statunitense, aveva emesso una fatwa che vietava l'uso di armi atomiche. Il figlio non ha mai chiesto pubblicamente la bomba, ma sulla base di dichiarazioni pubbliche e conversazioni intercettate prima della guerra i servizi americani ritengono che punti a una testata termonucleare, miniaturizzabile e installabile su un missile a lungo raggio.

L'Iran ha spostato alcune centrifughe in un complesso sotterraneo fortificato nel centro del paese che gli americani chiamano Pickaxe Mountain, scavato troppo in profondità perché le bombe convenzionali statunitensi possano raggiungerlo. Teheran teme piuttosto un'incursione di terra e ha spostato truppe a difesa del sito. Le scorte di uranio altamente arricchito, il materiale di base per un ordigno, restano intatte e a disposizione del governo iraniano, mentre gli Stati Uniti sostengono che l'arricchimento non è ripartito. Rosemary Kelanic, direttrice del programma Medio Oriente del centro studi Defense Priorities, ha detto che la guerra e l'annuncio che gli Stati Uniti potrebbero aiutare l'Arabia Saudita ad arricchire uranio sul proprio territorio rendono "significativamente più probabile" che l'Iran cerchi di dotarsi dell'atomica.

Il Pakistan sta cercando di far ripartire i colloqui di pace tra Washington e Teheran, dopo una spinta iniziale della Cina, principale partner commerciale iraniano. Il ministro dell'Interno iraniano Eskandar Momeni è andato a Islamabad due volte in dieci giorni per discussioni esplorative e ha incontrato il capo delle forze armate pachistane Asim Munir. La notizia ha fatto salire le borse e scendere il prezzo del petrolio. Hegseth ha detto in Senato che Russia e Cina "stanno, a livelli diversi, favorendo alcune delle cose che l'Iran sta facendo", ma Trump ha scritto su Truth Social che, in base alle assicurazioni ricevute da Vladimir Putin e Xi Jinping, i due paesi non stanno partecipando alla guerra.

Il cambio di aereo con cui Trump ha lasciato la Turchia all'inizio di luglio, dopo il vertice della NATO, è stato deciso perché i servizi americani avevano giudicato credibile una minaccia di forze legate all'Iran contro il presidente e contro l'Air Force One: lo ha rivelato il New York Times. Trump era arrivato ad Ankara con il Boeing 747-8 donato dal Qatar, che non ha le stesse difese avanzate del vecchio aereo presidenziale. Il Secret Service, l'agenzia che protegge il presidente, gli aveva chiesto di cambiare velivolo per il volo di ritorno. Il presidente aveva sostenuto che si trattava solo di far visitare il nuovo aereo ai militari americani in Gran Bretagna, negando ragioni di sicurezza. Il direttore del Secret Service Sean Curran ha detto questa settimana che il livello di minaccia contro le persone protette dall'agenzia è il più alto mai registrato.

Centinaia di diplomatici americani e le loro famiglie, evacuati a febbraio dalle sedi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Giordania, Qatar e Oman, sono ancora a Washington senza sapere quando e se torneranno, secondo quanto riportato da NBC News. Otto ambasciate della regione restano sotto "ordered departure", la procedura che impone l'evacuazione obbligatoria. A fine agosto scade il termine di sei mesi entro cui il Dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano, deve decidere se le sedi diventeranno posti dove i diplomatici non possono portare la famiglia. Un portavoce ha detto che non è possibile fornire un calendario "perché il quadro della sicurezza resta in evoluzione".

Le ambasciate statunitensi in Iraq, Kuwait, Libano, Qatar, Bahrein, Oman, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania e a Gerusalemme hanno diffuso venerdì allerte di sicurezza che invitano gli americani a riconsiderare i viaggi nella regione, dopo un avviso mondiale del Dipartimento di Stato di due giorni prima. Le Guardie della rivoluzione iraniane hanno intanto avvertito i civili dei paesi che ospitano militari statunitensi di stare ad almeno 500 metri da qualsiasi edificio sospettato di ospitare personale americano.


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Trump voleva un altro candidato per il seggio di Lindsey Graham, poi ha scelto la sorella


Il presidente puntava sul deputato Russell Fry. Il governatore McMaster gli ha proposto Darline Graham e nello Studio Ovale è stata lei a chiedergli cosa pensasse di una sua candidatura al Senato.

Il mattino dopo la morte di Lindsey Graham, il presidente Trump aveva già in mente chi dovesse prenderne il posto al Senato: Russell Fry, un deputato poco conosciuto della South Carolina che considerava un fedelissimo. Pochi giorni dopo ha invece dato la sua benedizione a Darline Graham, la sorella del senatore scomparso, non solo per completare il mandato ma anche per il seggio pieno da sei anni. La ricostruzione di quella settimana è del New York Times, che ha raccolto il racconto di dieci persone informate sui fatti.

La scelta di una perfetta sconosciuta è una scommessa in un momento in cui il controllo di entrambe le camere del Congresso è in bilico. L'11 agosto la South Carolina vota la prima primaria repubblicana per un seggio del Senato senza un uscente in gara da più di vent'anni. Se nessun candidato supererà la metà dei voti, due settimane dopo si terrà un secondo turno tra i più votati.

Il governatore Henry McMaster, che nel 2016 è stato il primo eletto a livello statale a schierarsi con Trump, ha passato la notte della morte di Graham nella residenza del governatore insieme al suo staff. Prima hanno diffuso la notizia nella rete politica del senatore, poi hanno cominciato a discutere di chi dovesse sostituirlo. La mattina dopo McMaster aveva deciso: la persona giusta per traghettare il seggio fino al voto era Darline Graham, che vive in un sobborgo di Columbia e si occupa di diritti delle persone con disabilità.

I due fratelli avevano stretto un legame profondo dopo la morte dei genitori, avvenuta nell'arco di quindici mesi quando Lindsey Graham aveva 22 anni e la sorella 13. Il futuro senatore ne è poi diventato il tutore legale.

Domenica mattina McMaster ha chiamato il presidente, che ha proposto di affidare l'incarico temporaneo a Fry. Il deputato, 41 anni, aveva dimostrato la sua lealtà battendo Tom Rice, uno dei dieci repubblicani della Camera che avevano votato per l'impeachment di Trump dopo l'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Il governatore ha insistito su Darline Graham e ha raccontato quanto fosse stretto il rapporto con il fratello. Il presidente ha risposto che era un'ottima idea.

Poco dopo McMaster ha telefonato a Darline Graham, che tra le lacrime ha accettato di completare il mandato. Di una candidatura per il seggio pieno non si è parlato. Nelle ore successive il bulldog del governatore, Mac, si è sentito male per la stanchezza e McMaster ha continuato a rispondere alle telefonate sul seggio dall'ospedale veterinario.

Alla Casa Bianca Fry è rimasto per giorni il candidato in pista per la primaria. Il presidente e il deputato si scambiavano messaggi e sull'emittente conservatrice Newsmax Trump lo ha definito "eccezionale", dicendo che poteva immaginarlo come successore del suo amico.

Sulla sua candidatura sono però cresciuti i dubbi. Se Fry avesse vinto il seggio al Senato, avrebbe lasciato vuoto il suo alla Camera: l'elezione suppletiva per rimpiazzarlo non si sarebbe tenuta prima dell'inizio del 2027 e i repubblicani si sarebbero trovati con un voto in meno all'avvio della nuova legislatura.

Nello stesso periodo Darline Graham è stata ricevuta nello Studio Ovale, insieme al vicepresidente JD Vance, al segretario di Stato Marco Rubio e alla responsabile dello staff della Casa Bianca Susie Wiles. L'incontro è cominciato con i racconti su Lindsey Graham. Trump, che raramente mostra le proprie emozioni, è apparso colpito dalla perdita dell'amico.

I collaboratori gli hanno poi consegnato un elenco di nomi per la successione. C'era Trey Gowdy, ex deputato e conduttore di Fox News, che aveva già fatto sapere a più persone di non volere l'incarico. C'era Ralph Norman, che nel 2024 aveva sostenuto Nikki Haley alle primarie presidenziali e che il presidente ha scartato subito. C'era Fry, elogiato da Trump. C'era anche Darline Graham.

È stata lei a prendere la parola e a chiedere al presidente cosa ne pensasse di una sua candidatura. L'idea le era venuta nei giorni precedenti, dopo che diverse persone, da amici stretti a politici di rilievo nazionale, l'avevano incoraggiata a scendere in campo.

Darline Graham, 62 anni, è rispettata per il lavoro con cui aiuta le persone con disabilità a trovare un impiego, da ultimo come commissaria dell'agenzia statale che assiste i cittadini non vedenti. Trump è sembrato conquistato dall'idea e colpito dalla sua compostezza. Ha detto ai presenti che alcuni nomi della lista li detestava, altri gli piacevano, ma che ne amava uno solo: Darline Graham. Il giorno dopo l'ha appoggiata pubblicamente.

La neosenatrice è diventata la prima donna a rappresentare la South Carolina al Senato quando ha giurato, il 14 luglio, davanti a Chuck Grassley, senatore repubblicano dell'Iowa e presidente pro tempore dell'assemblea, la carica che spetta al più anziano dei senatori del partito di maggioranza. Nello Stato in pochi sanno qualcosa delle sue posizioni politiche al di là del legame con il fratello. Anche nel suo quartiere e a Columbia, la capitale, viene vista di rado. Lunedì ha rilasciato un'intervista a Sean Hannity su Fox News, ma finora non ha accettato di partecipare ai dibattiti con gli altri candidati.

I sondaggi della scorsa settimana danno in vantaggio su tutto il campo Ralph Norman, deputato dello House Freedom Caucus, il gruppo dei repubblicani più a destra alla Camera. Anche Fry è considerato competitivo, così come Mark Sanford, ex governatore ed ex deputato della South Carolina, la cui carriera politica è stata segnata da una relazione extraconiugale finita sui giornali. Per i democratici corre la pediatra Annie Andrews, in uno Stato saldamente repubblicano.

Interpellata sui giorni successivi alla morte di Graham, la Casa Bianca ha rimandato alle parole della portavoce Karoline Leavitt, che giovedì ha detto che il presidente si è convinto che Darline Graham avrebbe portato avanti "l'eredità di servizio pubblico del fratello in quello splendido Stato".

Alla vigilia dell'annuncio, rispondendo al messaggio di un'amica, la neosenatrice ha scritto di aver pregato a lungo e che, se avesse deciso di candidarsi, non lo avrebbe fatto per ambizione personale ma per portare avanti l'eredità di Lindsey e aiutare la gente della South Carolina. Il giorno dopo ha annunciato che si sarebbe candidata al seggio del fratello.


Lindsey Graham è stato il politico per eccellenza di quest'epoca


Lindsey Graham, il senatore repubblicano della South Carolina morto improvvisamente sabato sera, è stato a suo modo il politico per eccellenza di quest'epoca. Lo scrive la storica e giornalista Anne Applebaum in un'analisi pubblicata sull'Atlantic, in cui ricostruisce la parabola di un uomo che per metà carriera incarnò il patriottismo americano e la difesa delle alleanze democratiche, per poi trasformarsi, a suo giudizio, in un collaboratore rumoroso e opportunista del presidente.

Graham era nato e cresciuto in una piccola città della South Carolina. Quando i genitori morirono, lui non aveva ancora trent'anni: pagò gli studi a sé e alla sorella minore grazie a una borsa dell'ROTC, il programma che forma gli ufficiali della riserva nelle università americane, e poi allo stipendio dell'aeronautica militare. Divenne avvocato militare, prestò servizio nella Germania Ovest durante la Guerra fredda e rimase nella riserva per vent'anni, lavorando in Iraq e in Afghanistan anche da senatore. "L'aeronautica è stata una delle cose migliori che mi siano mai capitate", disse nel 2015. "Mi ha dato uno scopo più grande di me. Mi ha messo in compagnia di patrioti".

Come il suo amico John McCain, ricorda Applebaum, Graham credeva che l'America dovesse stare al centro di una vasta alleanza democratica. L'autrice racconta di averlo incontrato proprio in quel contesto, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco e in altri incontri euro-americani che il senatore frequentava con regolarità. Nel 2014 si era descritto all'Atlantic come un politico pragmatico e lontano dagli slogan populisti: "So che Washington è rotta, ma quello che è rotto è che tutti urlano e nessuno cerca di aggiustarla. Io ci sto provando".

Quando Donald Trump si affacciò alla politica americana, secondo Applebaum, Graham lo riconobbe subito per quello che era: il portavoce di un'ideologia estranea, radicalmente diversa dal patriottismo idealista che lui aveva praticato fin dall'infanzia. Nel 2015 lo definì "un istigatore d'odio razziale, uno xenofobo e un fanatico religioso" che doveva "andare all'inferno", oltre che "uno svitato". Trump, scrive l'autrice, in privato derideva i militari che Graham amava chiamandoli "fessi e perdenti" e metteva al centro della sua politica le falsità, il cinismo e l'avidità personale.

Dopo la vittoria di Trump, Graham rimase per un periodo in silenzio. Applebaum racconta di averlo visto nella primavera del 2016 a una di quelle conferenze in Europa: le sembrò troppo depresso per parlare. Poi, come molti altri repubblicani, prese la decisione di abbandonare i suoi ideali e di diventare, nelle parole dell'autrice, un "collaboratore" chiassoso e opportunista, un termine che lei accosta ai comportamenti di chi ha vissuto sotto occupazione politica o ha attraversato un cambio di regime. Giocava a golf con il presidente, lo giustificava in televisione e lo sostenne mentre smontava le alleanze che Graham aveva difeso per tutta la vita. Nel 2021 si rifiutò di votare per la sua condanna nel processo di impeachment seguito all'assalto al Campidoglio e al tentativo di rovesciare il risultato delle elezioni.

Le motivazioni di Graham restano per Applebaum un mistero: forse desiderava la vicinanza al potere, forse temeva di perdere il seggio al Senato e con quello ogni rilevanza. In fondo, scrive, doveva sapere di stare tradendo gli ideali della sua giovinezza.

Nel secondo mandato di Trump la sua posizione si era fatta, sempre secondo l'autrice, ancora più strana. Coerente con la vecchia idea dell'America come difensore delle democrazie, Graham sostenne l'Ucraina dopo l'invasione russa del 2022 e chiese il trasferimento di armi americane a Kyiv, con poco effetto su un presidente che, scrive Applebaum, ha maltrattato il presidente ucraino, ha fermato le forniture di armi nella speranza di costringere l'Ucraina alla resa e ha legami personali e d'affari di lunga data con la Russia. Graham fece comunque dieci viaggi in Ucraina, l'ultimo concluso il giorno prima di morire, e ripropose così tante volte la sua legge di sanzioni contro Mosca che il testo era diventato, nelle parole dell'autrice, una specie di barzelletta, l'"Aspettando Godot" del Congresso: sempre presentato, mai accettato da un presidente che non voleva creare problemi ai suoi amici russi. Allo stesso tempo continuava a compiacere Trump, appoggiando ogni giravolta della sua difesa contraddittoria della guerra americana in Iran.

Forse, conclude Applebaum, Graham capiva a qualche livello di aver tradito il codice morale con cui era cresciuto e forse per questo mantenne il suo attaccamento alla causa ucraina. Con la sua morte, per l'autrice, tace una delle poche voci nell'orbita di Trump che conservava ancora un legame con la vecchia Repubblica americana.


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I Campioni dell’Altura


Questo titolo italiano, non appartiene soltanto all’equipaggio vincitore. È il successo di un’intera associazione che ha saputo costruire nel tempo un gruppo unito, competente e animato dagli stessi valori sportivi.
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di Alessandro Gabrielli e Alberto Belfiori; ph: Al3photo

foto in alto: gioia e soddisfazione per l'intero podio, soprattutto per chi riuscirà a disputare il prossimo mondiale.

Il Campionato italiano assoluto di traina d’altura 2026, quest’anno disputato a fine giugno nella prestigiosa cornice del Porto Turistico di Roma, a Ostia, per la cura della Asd Electrowave Fishing, è uno degli appuntamenti più importanti della stagione agonistica nazionale. Due giornate di grande sport, emozioni e autentica cultura del mare. Uno sforzo importante, ripagato dalla perfetta riuscita dell’evento, che ha raccolto il consenso di atleti, accompagnatori e rappresentanti della federazione. Ben trentasei equipaggi, tra i migliori specialisti della traina d’altura provenienti da tutta Italia, si sono affrontati in un campo gara che ha offerto numerose catture e ha messo alla prova le capacità tecniche, le strategie e la determinazione di tutti i concorrenti.
Il campo gara.
Day one - Come da regolamento le specie che concorrono alla classifica di questa LXII edizione e che devono essere rilasciate sono: il tonno rosso (min. cm 80); l’aguglia imperiale (cm 130); Il marlin bianco (cm 130); il pesce spada (cm 130); l’alletterato, il tonno striato, la lampuga e l’alalunga (cm 60). Eventuali altri pesci sportivi lunghi almeno cm 60 sono validi se i relativi filmati, così come per le prede ufficiali, passano il vaglio della giuria. Alle 8:00 si parte.
La veloce corsa verso la mangianza.
La giornata è stupenda, soleggiata e con mare calmo. Il campo gara - dice Fabrizio Rossi, presidente del Ravenna fishing club - dista un trentina di miglia. L’area è conosciuta e di norma ci sono molti pesci. Per questo mi sono concesso il primo strike di giornata, un’alalunga purtroppo slamata dopo appena 30 secondi. Ma se io ho dato il la, in tanti mi hanno seguito, con numerose alalunghe e aguglie imperiali. La prima manche si è quindi conclusa, dopo 7 ore di gara, con uno strepitoso equipaggio di casa che ha preso le distanze. Nella classifica provvisoria, infatti, Electrowave fishing quasi doppia gli immediati inseguitori.
Pesce in murata per la misurazione con l'asta colorata (il verde arriva a cm 60, il bianco a 80, il roso a 130).
Day two - Col meteo immutato si torna in mare. L’arsenale consentito è di 7 canne per imbarcazione, classe 30 libbre. Ma la storia cambia - prosegue Rossi - abbiamo battuto le stesse rotte del giorno precedente e forse solo grazie alle 20 libbre, gestite da Giuseppe Negro e il sottoscritto, siamo riusciti a migliorarci, come pochi altri. Rientriamo in porto con un rosso all’attivo, una lampuga maschio di 12-13 chili e un’aguglia imperiale giudicata infine non valida.
Alla canna Gino Anastasia, in mare un'alalunga stimata oltre i 10 chili.L'aguglia imperiale, come tutti i rostrati, va sempre rilasciata.
Il vincitore - Ad aggiudicarsi il titolo di Campione italiano assoluto è stato il team del sodalizio organizzatore, composto da Alessandro Gabrielli (skipper), Alessandro Righi, Manuel Righi e Andrea Di Vincenzo. L’equipaggio, ha totalizzato sei strike, concretizzati con la cattura di cinque alalunghe e una splendida aguglia imperiale. Senza dubbio una prova di maturità agonistica che ha consentito al team di mantenere il comando della classifica e coronare un sogno inseguito con anni di sacrifici e allenamenti. Un ringraziamento speciale va al presidente dell’Asd Electrowave Fishing, Marco Scippa, per l’instancabile disponibilità, la capacità organizzativa e la cortesia. Una menzione particolare è dovuta al commissario tecnico Andrea Riccobello garista di grande esperienza e guida tecnica dell’associazione. Grazie a Dario Cangi, che ha seguito per mesi la complessa organizzazione. Grazie a Davide Magurno, Stefano Budini e Marco Porrega, impeccabile direttore di gara. E Ancora un grazie a Mirco Eusebi, Pasquale Scott Di Luzio, Mario Olivieri.

Buon mare a tutti.


Da sapere - I team sono composti da 3-4 elementi, uno dei quali funge da giudice a bordo di un’imbarcazione concorrente. Secondo il regolamento possono partecipare al massimo campionato i team del campionato italiano 2025; i team del podio del campionato italiano per società 2025; i primi due team dei vari campionati provinciali 2025, tre team se il numero di partecipanti era superiore a 10; i migliori team delle gare open in rapporto ai partecipanti; i team dei componenti delle squadre nazionali.


English version


This Italian title does not belong solely to the winning crew. It is the success of an entire club that has, over time, managed to build a united, skilled team driven by the same sporting values.

The 2026 Italian Open Deep-Sea Trolling Championship, held this year at the end of June in the prestigious setting of Rome’s Ostia Marina, organised by ASD Electrowave Fishing, is one of the most important events of the national competitive season. Two days of great sport, excitement and authentic maritime culture. A significant effort, rewarded by the event’s resounding success, which was widely praised by athletes, support staff and federation representatives. No fewer than thirty-six crews, comprising some of the finest deep-sea trolling specialists from across Italy, competed in a contest that yielded numerous catches and put the technical skills, strategies and determination of all competitors to the test.

Day 1 - In accordance with the regulations, the species counting towards the rankings for this 62nd edition – and which must be released – are: bluefin tuna (min. 80 cm); imperial garfish (130 cm); white marlin (130 cm); swordfish (130 cm); the blue marlin, striped tuna, dolphinfish and albacore (60 cm). Any other game fish measuring at least 60 cm are valid provided that the relevant video footage, as with the official catches, is approved by the jury. The competition begins at 8.00 am. It is a beautiful, sunny day and with calm seas. ‘The competition ground,’ says Fabrizio Rossi, president of the Ravenna Fishing Club, ‘is about thirty miles away. It’s a well-known area and there are usually plenty of fish there. That’s why I managed to land the first catch of the day – a skipjack tuna that, unfortunately, came off the hook after just 30 seconds.’ But whilst I got things off to a start, many others followed suit, landing numerous albacores and imperial garfish. The first round therefore concluded, after seven hours of competition, with a sensational home crew pulling clear. In the provisional standings, in fact, Electrowave Fishing has almost doubled the tally of their closest rivals.

Day 2 - With the weather unchanged, we head back out to sea. The permitted tackle consists of seven rods per boat, 30-pound class. But the story changes – continues Rossi – we followed the same routes as the previous day and perhaps only thanks to the 20-pound rods, handled by Giuseppe Negro and myself, did we manage to improve our performance, as few others did. We returned to port with one red fish to our credit, a male dolphinfish weighing 12–13 kilos and an imperial garfish that was ultimately deemed invalid.

The winner - The title of Italian Overall Champion was won by the team from the organising association, comprising Alessandro Gabrielli (skipper), Alessandro Righi, Manuel Righi and Andrea Di Vincenzo. The crew recorded six strikes, resulting in the catch of five albacores and a splendid imperial garfish. Undoubtedly a demonstration of competitive maturity that enabled the team to maintain the to top the league table and fulfil a dream pursued through years of sacrifice and training. Special thanks go to the president of ASD Electrowave Fishing, Marco Scippa, for his tireless support, organisational skills and courtesy. A special mention is due to the technical director Andrea Riccobello, a highly experienced angler and the association’s technical advisor. Thanks to Dario Cangi, who oversaw the complex organisation for months. Thanks to Davide Magurno, Stefano Budini and Marco Porrega, the impeccable competition director. And further thanks to Mirco Eusebi, Pasquale Scott Di Luzio and Mario Olivieri.

Fair winds to you all.


Good to know – Teams consist of 3–4 members, one of whom acts as a judge on board a competing boat. According to the regulations, the following teams are eligible to compete in the top-tier championship: teams from the 2025 Italian Championship; the podium-finishing teams from the 2025 Italian Club Championship; the top two teams from each of the various 2025 provincial championships (or three teams if there were more than 10 entrants); the best-performing teams from the open races, relative to the number of entrants; and teams comprising members of the national squads.

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Chi sono gli elettori della sinistra socialista americana


Un'analisi di Nate Silver su oltre 400.000 elettori mostra che il gruppo più democratico del paese, molto istruito ma con redditi medio-bassi, coincide con il bacino della DSA

Il gruppo di elettori più fedele al Partito Democratico negli Stati Uniti è quello di chi ha un titolo di studio superiore alla laurea ma un reddito familiare tra i 30.000 e i 60.000 dollari l'anno. Lo scrive l'analista Nate Silver sulla sua newsletter Silver Bulletin, sulla base dei dati del Cooperative Election Study, una grande indagine online condotta ogni uno o due anni: aggregando le risposte raccolte tra il 2016 e il 2024, Silver ha messo insieme un campione di oltre 400.000 elettori, abbastanza ampio da osservare anche gruppi piccoli che nei sondaggi normali si perdono. Quel gruppo, molto istruito ma con redditi medio-bassi, è anche il bacino a cui attinge la Democratic Socialists of America (DSA), la principale organizzazione della sinistra socialista americana.

L'analisi arriva dopo le primarie democratiche molto combattute in Michigan, Maine e New York, che hanno riacceso il dibattito sul ruolo della classe sociale nel voto americano. Candidati vicini al socialismo democratico come Graham Platner e Abdul El-Sayed rivendicano il sostegno della classe lavoratrice, ma nella pratica i loro consensi arrivano soprattutto dagli elettori laureati. Già prima degli scandali che lo hanno costretto al ritiro, Platner non andava meglio tra gli elettori senza laurea rispetto ai precedenti candidati democratici nel Maine, tutti sconfitti. A El-Sayed, che corre per il Senato in Michigan, i sondaggi attribuiscono un sostegno relativamente debole tra gli elettori neri.

Platner non ha completato il college ma viene da un contesto piuttosto privilegiato, tanto che Silver scrive che non sarebbe ingiusto definirlo "downwardly mobile", cioè in discesa lungo la scala sociale. El-Sayed è per certi versi l'opposto: figlio di immigrati, cresciuto in una buona scuola pubblica dei sobborghi di Detroit, con un percorso di studi e di carriera di grande successo. Per Silver le due biografie mostrano che la classe non coincide con il titolo di studio: è un intreccio di etnia, istruzione e reddito che non si lascia ridurre a un solo indicatore.

All'estremo opposto c'è il gruppo più repubblicano del paese: chi guadagna bene senza essere passato dal college. Circa il 60 per cento degli elettori con al massimo un diploma ma con redditi familiari sopra i 60.000 dollari ha preferito Donald Trump, l'attuale presidente, ai candidati democratici che lo hanno sfidato tra il 2016 e il 2024. Silver elenca alcune professioni tipiche di questo profilo: piccoli imprenditori, lavoratori autonomi, costruttori immobiliari, venditori di auto usate. Gli elettori repubblicani più convinti, insomma, non sono necessariamente quelli con più "ansia economica".

Dati · Politica USA

Molto istruiti, poco pagati: il gruppo più democratico d’America


Titolo post-laurea e redditi tra 30 e 60mila dollari: il gruppo più fedele ai democratici è anche il bacino della sinistra socialista (DSA). Il più repubblicano è l’esatto opposto: guadagna bene senza essere passato dal college.

Grafica di FocusAmerica

La mappa di classe del voto americano
Incrociando istruzione e reddito di oltre 400.000 elettori (2016–2024), i due poli del voto emergono agli angoli opposti. Seleziona un polo per i dettagli.

Rappresentazione schematica della griglia istruzione × reddito del Cooperative Election Study.

Il polo democratico Il polo repubblicano

Post-laurea · 30–60mila $ l’anno

Il gruppo più democratico del paese tra il 2016 e il 2024, secondo i dati del Cooperative Election Study analizzati da Nate Silver. È anche il bacino naturale della DSA: insegnanti, dipendenti del non profit, assistenti sociali, impiegati pubblici.

Un incrocio raro: lauree senza redditi alti
Istruzione e reddito di solito crescono insieme. Tra gli iscritti della DSA la combinazione opposta è molto più frequente che nel resto del paese.

Iscritti DSA con almeno una laurea (25 anni o più)80%

Iscritti DSA con redditi familiari sotto i 60.000 $45%

Laureati americani con redditi sotto i 60.000 $19%

×2,4
Tra gli iscritti dell’organizzazione la quota di laureati con redditi bassi (45%) è più del doppio di quella nazionale (19%).

Insegnanti Non profit Assistenti sociali Impiegati pubblici

Il doppio dei «molto liberal»
Su 100 elettori, quanti si definiscono «molto liberal», cioè molto progressisti: nel gruppo post-laurea con redditi medio-bassi sono il doppio della media.

10%
Tutto l’elettorato americano

21%
Post-laurea, redditi 30–60mila $

In linea con la media Oltre la media (+11 punti)

Tre elettorati, tre logiche
Disaggregando per etnia, il quadro cambia poco ma le leve del voto sono diverse.

Elettori bianchi
Istruzione
È la leva principale del voto; il reddito conta molto meno.

Elettori neri
95%
Voto democratico nel sottogruppo post-laurea con redditi 30–60mila $: probabilmente il più alto d’America.

Elettori ispanici
Reddito
Conta più dell’istruzione: chi guadagna cifre alte è nettamente più repubblicano.

Fonte: Silver Bulletin (Nate Silver) su dati Cooperative Election Study 2016–2024; sondaggio iscritti DSA 2021 · Luglio 2026

L'ultimo sondaggio interno della DSA, condotto nel 2021, mostra la stessa combinazione: l'80 per cento degli iscritti con almeno 25 anni aveva una laurea, ma il 45 per cento viveva in famiglie con redditi sotto i 60.000 dollari l'anno. È un incrocio raro, perché istruzione e reddito tendono a crescere insieme: nei dati del Cooperative Election Study solo il 19 per cento degli americani laureati ha redditi così bassi, circa la metà della quota registrata tra gli iscritti dell'organizzazione. Non si tratta di operai, ma nemmeno di privilegiati: le professioni più comuni tra i membri sono insegnanti, dipendenti di organizzazioni non profit, assistenti sociali e impiegati pubblici.

Silver richiama la tesi della "sovrapproduzione delle élite" (in inglese "elite overproduction") dello studioso Peter Turchin, secondo cui gli Stati Uniti producono troppi laureati rispetto ai posti di lavoro prestigiosi e ben pagati disponibili. Chi finisce in questa situazione ha spesso pesanti debiti universitari, è pessimista sulle proprie prospettive economiche ed è scontento di come vanno le cose nel paese, anche quando la sua condizione materiale è tutto sommato accettabile. Il suo status di classe resta ambiguo: privilegiato per certi aspetti, dalla parte degli esclusi per altri.

Il quadro cambia poco disaggregando i dati per etnia, una verifica necessaria dato che nel sondaggio del 2021 l'85 per cento degli iscritti della DSA si dichiarava bianco. Tra gli elettori bianchi le preferenze politiche dipendono soprattutto dall'istruzione e molto meno dal reddito; il gruppo più democratico resta quello con titoli post-laurea e redditi tra 30.000 e 60.000 dollari. Tra gli elettori neri, molto più uniformi e in larga maggioranza democratici, lo stesso sottogruppo vota democratico al 95 per cento, probabilmente il valore più alto dell'intero elettorato americano. Tra gli ispanici conta meno l'istruzione e più il reddito: chi guadagna cifre alte è nettamente più repubblicano, un dato che Silver collega agli alti tassi di imprenditoria di ispanici e asiatici e alla difficoltà dei democratici nel parlare agli americani con ambizioni imprenditoriali, poco attratti dai messaggi in stile DSA.

Gli stessi elettori istruiti e con redditi medio-bassi sono anche i più radicali nel definirsi. Il Cooperative Election Study chiede infatti di collocarsi su una scala che va da "molto liberal", cioè molto progressista, a "molto conservatore": sceglie la prima opzione circa il 10 per cento dell'elettorato, ma nel gruppo con istruzione post-laurea e redditi tra 30.000 e 60.000 dollari la quota sale al 21 per cento, il doppio della media. Chi si definisce così dà più peso degli altri ai temi culturali, come i diritti delle persone gay e trans, l'ambiente, i rapporti tra le etnie e il conflitto israelo-palestinese, mentre attribuisce a sanità e lavoro un'importanza nella media o poco sotto.

Il tema distintivo della campagna di El-Sayed, a parte il Medicare for All, la proposta di una sanità pubblica universale, è Gaza: gran parte della sua comunicazione si concentra sulle ingenti somme spese dall'AIPAC, la principale lobby filoisraeliana americana, e dai gruppi a essa legati a sostegno della sua avversaria Haley Stevens. Platner ha chiuso il messaggio con cui annunciava il ritiro con tre segnali culturali, "F*ck ICE. Free Palestine. Up the Hearts": un attacco all'ICE, l'agenzia federale che esegue le espulsioni degli immigrati irregolari, un richiamo alla Palestina e uno alla squadra di calcio di Portland, nel Maine.

Per Silver questa impostazione può essere politicamente sensata, soprattutto nel caso di El-Sayed, visto il numero relativamente alto di elettori arabo-americani in Michigan. I politici con una vera visione di lungo periodo sono rari, scrive, e la maggior parte si adatta all'elettorato che si ritrova: progressisti laureati, in gran parte giovani e bianchi, delusi dalle proprie opportunità economiche o dalla direzione del Partito Democratico. Del resto anche Bernie Sanders aveva un tempo posizioni relativamente moderate su immigrazione e armi, mentre il sindaco di New York Zohran Mamdani ha preso le distanze da alcune sue vecchie posizioni radicali sulla polizia.

Slogan come quelli scelti da Platner attirano tutti i democratici progressisti e laureati, ma con sbocchi diversi: chi è di sinistra sui temi culturali ed economicamente tranquillo tende a confluire in altre correnti del partito, mentre chi è di sinistra sui temi culturali ma insoddisfatto della propria condizione economica è il bersaglio naturale delle correnti anti-establishment come la DSA. I suoi iscritti non faticano necessariamente a pagare le bollette, ma sono sinceramente scontenti della propria posizione sociale e della direzione del paese; a elettori inquieti di ogni orientamento piace sentirsi parte di una lotta più ampia contro élite corrotte e ingiustizie. La scommessa dell'organizzazione, conclude Silver, è che restino per il socialismo, ma spesso è la battaglia culturale a farli entrare.


Graham Platner si ritira definitivamente dalla corsa al Senato in Maine


Graham Platner ha abbandonato definitivamente la corsa al Senato nel Maine. Venerdì l’ex candidato democratico ha depositato i documenti necessari a ritirare il proprio nome dalla scheda elettorale, mettendo così fine a una campagna iniziata con grande slancio e travolta alla fine dalle polemiche.

A determinare il suo ritiro è stata l’accusa formulata da una sua ex compagna, Jenny Racicot, che ha raccontato a Politico e alla CNN di essere stata costretta da Platner, nel 2021, ad avere un rapporto sessuale contro la propria volontà. Il candidato ha definito la ricostruzione “categoricamente falsa”, ma nel giro di pochi giorni ha perso il sostegno di gran parte del partito.

Tra i primi a chiedergli di farsi da parte sono stati il senatore progressista Bernie Sanders, fino ad allora suo alleato, e il leader della minoranza democratica al Senato Chuck Schumer. Il comitato elettorale dei democratici al Senato aveva inoltre avvertito che, senza il suo ritiro, non avrebbe investito nella competizione in Maine.

Sulla campagna di Platner pesavano già altre controversie: un tatuaggio sul petto riconducibile alla simbologia nazista, che il candidato ha dichiarato di aver coperto dopo averne scoperto il significato, e alcuni vecchi post pubblicati su Reddit. Platner aveva annunciato mercoledì l’intenzione di ritirarsi con un video di 11 minuti diffuso sui social, senza però presentare subito la documentazione necessaria. Il deposito di venerdì ha fugato i timori dei democratici, che temevano un ripensamento dell’ultimo minuto.

Un seggio decisivo per il controllo del Senato


La posta in gioco è particolarmente alta. Il seggio del Maine è considerato cruciale per gli equilibri del Senato: ai democratici servono 4 seggi in più per conquistare la maggioranza e quello occupato da Susan Collins è l’unico, tra quelli in palio, detenuto da una senatrice repubblicana in uno Stato a tendenza democratica. Collins, in carica dal 1997, punta a ottenere un sesto mandato.

Nella lettera inviata al Segretario di Stato del Maine e pubblicata su X, Platner ha rivendicato il consenso ottenuto durante le primarie. “Il 9 giugno, 156.084 cittadini del Maine hanno votato per un nuovo tipo di politica: una politica che rappresenta la gente comune, non i miliardari, gli oligarchi o l’establishment”, ha scritto, ricordando la vittoria conquistata con circa il 72% dei voti. “Con questa lettera voglio portare avanti il movimento che abbiamo costruito insieme e il futuro in cui crediamo”, ha aggiunto, prima di concludere con tre slogan: “F*ck ICE. Palestina libera. Up the Hearts”.

pic.twitter.com/gQzOXBJHJz
— Graham Platner for Senate (@grahamformaine) July 10, 2026


La scelta del nuovo candidato divide il partito


Prima di uscire di scena, Platner ha cercato senza successo di influenzare il processo di selezione del suo successore. Nel video pubblicato mercoledì aveva chiesto che la decisione “non venga presa nelle stanze chiuse, ma affidata alla volontà del popolo”. Un concetto ribadito anche nella lettera: “Il mio nome era sulla scheda elettorale, ma quella casella appartiene al popolo del Maine”.

Il Partito Democratico statale ha deciso di convocare una convention per scegliere il nuovo candidato che dovrà sostituirlo. All’assemblea dovrebbero partecipare circa 600 delegati: 500 designati dalle organizzazioni di contea e 100 appartenenti al comitato statale. Diversi aspiranti hanno già manifestato il proprio interesse, ma il metodo di selezione divide il partito.

L’ala progressista teme infatti che, così facendo, la scelta venga controllata dagli apparati del partito, mentre alcuni moderati paventano il rischio opposto: un’influenza eccessiva degli attivisti più a sinistra che rappresentano la base elettorale più fedele. In base alla legge statale, i democratici del Maine avranno tempo fino al 27 luglio per indicare chi sfiderà Collins alle elezioni di novembre.


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Crypto, cause milionarie e petrolio venezuelano: gli affari d’oro del secondo mandato di Trump


I ricavi delle aziende del presidente sono quasi quadruplicati, trainati dalle criptovalute. Intanto Washington ha incassato oltre 13 miliardi di dollari dal greggio venezuelano, ma sulla destinazione dei fondi regna il mistero.

I ricavi delle aziende di Donald Trump sono quasi quadruplicati tra il primo e il secondo mandato, passando dai 594 milioni di dollari del 2017 ai 2,24 miliardi del 2025, in termini reali. È quanto emerge da un’analisi del New York Times sulle dichiarazioni finanziarie del presidente, documenti che non consentono di ricostruirne con esattezza il patrimonio netto, ma offrono anche un quadro dettagliato delle entrate annuali. La trasformazione è radicale: nel 2017 quasi il 90% dei ricavi proveniva dal golf e dalle attività immobiliari negli Stati Uniti, il nucleo storico dell’impresa di famiglia, mentre oggi quel comparto rappresenta appena un quarto del totale.

A trainare la crescita sono soprattutto le criptovalute, un settore dal quale Trump non ricavava nulla nel 2017 e sul quale, oggi nuovamente da presidente, esercita un’enorme influenza politica e normativa. Le operazioni nel comparto in oggetto hanno generato 1,44 miliardi di dollari: 799 milioni da World Liberty Financial, la società controllata dalla famiglia, e 636 milioni dal memecoin $TRUMP.

Conflitti di interesse
Da 594 milioni a 2,24 miliardi: come Trump si arricchisce da presidente
Ricavi annuali delle aziende della famiglia Trump, in dollari reali, nel primo anno di ciascun mandato. Nel 2017 quasi il 90% veniva da golf e immobili negli Stati Uniti; nel 2025 quasi due terzi vengono dalle criptovalute, un settore che il presidente oggi regola.
Grafica di FocusAmerica

Ogni cella vale 10 milioni di dollari di ricavi

0 mln $
ricavi 2017

2017

0 mld $
ricavi 2025 · ×3,8 sul 2017

2025

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Ricavi 2017: 594 milioni di dollari (528 mln da golf e immobili USA). Ricavi 2025: 2,24 miliardi, di cui 1,44 mld dalle criptovalute, 549 mln da golf e immobili USA, 125 mln dall’estero, 117 mln da transazioni giudiziarie, 17 mln dal merchandising. Valori reali.

Fonte: analisi del New York Times sulle dichiarazioni finanziarie del presidente, luglio 2026. Valori in dollari reali, al netto dell’inflazione. Le celle sono arrotondate a 10 milioni di dollari.

Accordi all’estero, risarcimenti e merchandising


Al secondo posto figurano i progetti immobiliari e golfistici all’estero, che hanno prodotto 125 milioni di dollari, più del doppio rispetto al 2017. Durante il primo mandato Trump aveva vietato alla propria azienda di concludere nuovi accordi internazionali, ma quella restrizione è stata ora abbandonata e la società di famiglia continua anche a incassare dai progetti avviati nel periodo trascorso fuori dalla Casa Bianca.

Fino a 117 milioni di dollari sono arrivati invece da transazioni giudiziarie, in gran parte concluse a favore di Trump con gruppi tecnologici e dell’informazione come Meta e CBS. Una quota dei proventi è stata destinata alla futura biblioteca presidenziale e a una fondazione impegnata nella tutela del National Mall. Ma anche il merchandising ha assunto un peso significativo: la vendita di orologi, prodotti con il marchio Trump e una Bibbia in edizione speciale ha generato 17 milioni di dollari, quasi diciotto volte il dato del 2017.

Intervistato dal New York Times, Trump ha rivendicato la decisione di non imporre più limiti agli affari di famiglia. Durante il primo mandato, ha sostenuto, "non ho ricevuto alcun riconoscimento" per le restrizioni adottate volontariamente. La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha dichiarato al quotidiano newyorkese che Trump "era un uomo d’affari di enorme successo prima di diventare presidente ed è per questo che è stato eletto". La Casa Bianca continua a negare l’esistenza di qualsiasi conflitto di interessi.

I 13 miliardi scomparsi del petrolio venezuelano


Se gli affari della famiglia Trump sono almeno parzialmente ricostruibili attraverso le dichiarazioni ufficiali, un altro ingente flusso di denaro sta passando da Washington con una trasparenza assai minore. Secondo i calcoli del Financial Times, dall’inizio dell’anno l’Amministrazione statunitense ha incassato oltre 13 miliardi di dollari dalla vendita del petrolio venezuelano, le cui esportazioni sono passate sotto il controllo americano dopo la cattura di Nicolás Maduro a gennaio e l’insediamento della vicepresidente Delcy Rodríguez alla guida del Paese.

Il quotidiano britannico ha ricostruito la cifra incrociando i dati sulle spedizioni di greggio forniti dalla piattaforma Kpler con le stime di prezzo dell’agenzia Argus Media. Della destinazione di quei fondi, tuttavia, si sa pochissimo: il sito creato da Caracas per tracciarli riporta una sola operazione, un trasferimento da 300 milioni di dollari effettuato a marzo.

Le ricostruzioni ufficiali sono contraddittorie. L’ordine esecutivo firmato a gennaio attribuisce agli Stati Uniti un ruolo di "custode" e stabilisce che i fondi restino di proprietà del governo venezuelano. A giugno Trump ha invece affermato che Washington avrebbe recuperato una somma pari a "28 volte" il costo dell’operazione militare e che gli Stati Uniti starebbero "guadagnando molto" dalla vendita di questo petrolio. In precedenza, ad aprile, il funzionario del Dipartimento di Stato Michael Kozak aveva parlato di circa 3 miliardi di dollari trasferiti a Caracas, assicurando che i conti sarebbero stati sottoposti a revisione da KPMG e che sarebbero stati pubblicati rapporti trimestrali.

Secondo i democratici della Commissione Esteri, però, quei rapporti non sono mai stati pubblicati. La scorsa settimana lo stesso Kozak ha riassunto così il meccanismo davanti al Congresso: "Sono soldi loro, ma devono avere il nostro permesso per usarli".

L’economia venezuelana, intanto, non riparte. Il petrolio rappresenta circa un quarto del PIL e la sospensione parziale delle sanzioni aveva alimentato le attese di un forte rimbalzo. La crescita ufficiale nel primo trimestre si è invece fermata al 2,5%, il livello più basso da quasi cinque anni. Secondo l’economista venezuelano Francisco Rodríguez, del Center for Economic and Policy Research, una possibile spiegazione è che gli Stati Uniti non abbiano trasferito a Caracas l’intero ammontare dei ricavi ottenuti dalla vendita di petrolio. José Guerra, economista ed ex parlamentare dell’opposizione, è ancora più netto:

"Dove sono finiti i soldi? Non c’è trasparenza e il governo americano non ci informa".


La questione è diventata ancora più urgente dopo i due terremoti del 24 giugno, che secondo le Nazioni Unite hanno provocato danni a edifici e infrastrutture per circa 37 miliardi di dollari. Washington ha stanziato 386 milioni di dollari in aiuti e inviato centinaia di militari. L’incaricato d’affari statunitense a Caracas, John Barrett, ha assicurato che una parte dei proventi petroliferi sarà destinata alla ricostruzione, senza però precisare l’importo.

Così la pressione politica cresce in entrambi i partiti. Il deputato democratico Joaquin Castro ha denunciato al Financial Times un’operazione fatta "di petrolio, potere e corruzione", con il Congresso "tenuto all’oscuro". La deputata repubblicana della Florida María Elvira Salazar ha chiesto invece la pubblicazione di rapporti dettagliati sui fondi ricevuti dalla vendita del petrolio venezuelano. Se a novembre i democratici dovessero conquistare almeno una delle due Camere, ha osservato l’ex consigliere della Casa Bianca Benjamin Gedan, la destinazione del denaro venezuelano diventerebbe un obiettivo naturale per indagini del Congresso, mandati di comparizione, audizioni e richieste formali di documenti.

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Joe Manchin lancia un comitato per far eleggere candidati indipendenti al Congresso


L'ex senatore della West Virginia ha riunito con la figlia Heather i candidati di California, Montana, Idaho e Iowa. Se ne eleggeranno anche uno solo, pensano di poter incidere sul 2028.

Joe Manchin è tornato in politica un anno e mezzo dopo aver lasciato il Senato e ha lanciato l'Independent Leadership Council, un comitato che vuole reclutare e sostenere candidati indipendenti in tutto il paese. L'ex senatore della West Virginia, 78 anni, guida l'iniziativa insieme alla figlia Heather, ex dirigente di un'azienda farmaceutica.

"Non stiamo cercando di fondare un altro partito", ha detto Manchin alla CNN in un'intervista fatta insieme alla figlia. "Stiamo cercando una persona che possa impegnarsi del tutto a essere un indipendente con una voce indipendente. Può votare con i democratici e con i repubblicani quando hanno ragione e parlare contro di loro quando sbagliano." A Semafor ha detto che l'obiettivo è "costruire una vera rete di indipendenti".

Il comitato ha esordito giovedì con un incontro in West Virginia a cui hanno partecipato quattro candidati: il deputato della California Kevin Kiley, ex repubblicano che si ricandida da indipendente, Seth Bodnar, candidato indipendente al Senato in Montana, Todd Achilles, candidato indipendente al Senato in Idaho e Michael Bridgford, candidato indipendente alla Camera in Iowa. Il gruppo sta guardando anche alle corse in Alaska e nello Stato di Washington.

Il 45% degli americani adulti si definisce indipendente, il livello più alto mai registrato, secondo un sondaggio Gallup diffuso all'inizio dell'anno. In diversi Stati i candidati indipendenti al Congresso stanno raccogliendo finanziamenti consistenti e attirando l'attenzione degli avversari dei due grandi partiti. Con Camera e Senato divisi quasi a metà, i Manchin ritengono che anche un solo parlamentare indipendente possa pesare molto nel prossimo Congresso.

"Non ne servono molti per dire: forza gente, datevi una regolata", ha detto Manchin. "Possono metterli in ginocchio e far capire alla gente che così è una follia."

Il vertice servirà come primo confronto con i candidati, ma se decideranno di sostenerli i Manchin potranno fare campagna per loro di persona, raccogliere fondi e aiutarli a organizzarsi sul territorio. Se riusciranno a far eleggere anche un solo candidato a novembre, padre e figlia pensano di poter incidere sulle prossime elezioni presidenziali. "La nostra speranza è che questo sia una specie di progetto pilota, un esperimento per dimostrare che si può fare", ha detto Heather Manchin.

Del gruppo fanno parte anche Adam Brandon e Seth Cohen, consulenti dell'Independent Center, un'organizzazione senza scopo di lucro che promuove gli elettori indipendenti. Brandon ha guidato il gruppo conservatore FreedomWorks, mentre Cohen è stato dirigente di Forbes Media ed è un sostenitore del diritto di voto.

Manchin ha lasciato il Senato nel gennaio 2025 dopo aver passato gli ultimi mesi del mandato da indipendente, al termine di decenni da democratico. Da allora ha pubblicato un libro e ha promosso l'organizzazione centrista della figlia, Americans Together. Ha continuato anche a farsi vedere a Washington. Il mese scorso ha partecipato a un dibattito sul debito pubblico all'American Enterprise Institute, un centro studi conservatore, moderato da un suo ex collega, il repubblicano Rob Portman dell'Ohio. "Manchin a volte è democratico, a volte indipendente, a volte repubblicano", ha detto Portman. "Non so bene dove sia oggi." "Nemmeno io", ha risposto Manchin.

Critico della sinistra progressista, Manchin è preoccupato dall'avanzata dei socialisti democratici che stanno vincendo le primarie del Partito Democratico in tutto il paese, un risultato che attribuisce a un partito "senza una figura nazionale". Ritiene però che anche i repubblicani siano troppo condizionati dai loro estremi e sostiene che la soluzione siano le primarie aperte, quelle a cui può votare qualunque elettore e non solo chi si è registrato con quel partito. "Con le primarie chiuse sono riusciti a dirottare il sistema", ha detto, citando le recenti primarie di New York in cui i candidati sostenuti dal sindaco Zohran Mamdani, socialista democratico, sono andati bene. "In un sistema chiuso sono riusciti a fare meglio degli altri."

Al Senato di oggi Manchin non vede più politici disposti a mediare come faceva lui e ha detto di non sapere quali senatori dicano ai colleghi: "Forza ragazzi, parliamone. Sediamoci. Risolviamola." "Questo mi preoccupa", ha aggiunto.

Sul senatore della Pennsylvania John Fetterman, le cui frustrazioni con il Partito Democratico hanno fatto ipotizzare un suo addio, Manchin ha detto che "deve fare quello con cui John si sente a suo agio", ma lo ha descritto come politicamente distante: "È a favore di tutte le posizioni democratiche più dure, quelle che io non condividevo."

Manchin aveva valutato una candidatura alla presidenza nel 2024 con il gruppo centrista No Labels, ma adesso esclude di tornare a candidarsi. "Non mi vedo di nuovo nella mischia, davvero no", ha detto. "Ci ho provato per 42, 43, 44 anni e ho avuto un discreto successo nel lavorare con persone di entrambe le parti e nel farle incontrare. Ora sto cercando di aiutare le persone in giro per il paese che vogliono lo stesso risultato."

In California Kiley si ricandida da indipendente in un collegio che il ridisegno delle circoscrizioni a metà decennio ha reso favorevole ai democratici. A novembre sfiderà il democratico Richard Pan e continua intanto a far parte del gruppo repubblicano alla Camera. In un'intervista ha detto di voler contribuire a costruire una rete di sostegno per i candidati indipendenti come lui e di essere contento di lavorare con Manchin: "Ha dimostrato, quando era in carica, di essere disposto ad andare contro entrambe le parti quando serviva per fare gli interessi dei suoi elettori."

I candidati indipendenti restano svantaggiati sul piano organizzativo, perché devono ottenere l'accesso alla scheda elettorale, che per chi non corre con un grande partito non è scontato, e raccogliere fondi senza una rete alle spalle. In Montana Bodnar, ex rettore dell'Università del Montana, è in una situazione di stallo con la candidata democratica Alani Bankhead, che ha resistito alle pressioni per ritirarsi e lasciargli un confronto diretto con il repubblicano Kurt Alme.

In Nebraska è andata diversamente: la candidata democratica al Senato Cindy Burbank ha chiuso la campagna per lasciare campo libero a Dan Osborn, indipendente che nel 2024 aveva ottenuto un buon risultato e che adesso sfida il senatore repubblicano Pete Ricketts. In Alaska le possibilità dell'indipendente Bill Hill sono migliorate dopo che il suo principale avversario democratico, il pastore Matt Schultz, si è ritirato e lo ha appoggiato.

Hill, pescatore ed ex sovrintendente scolastico della sua zona, corre in un campo affollato alla primaria del 18 agosto, aperta ai candidati di tutti i partiti sulla stessa scheda, per l'unico seggio dello Stato alla Camera, oggi occupato dal repubblicano Nick Begich. Ha detto di aver votato in passato per i repubblicani Lisa Murkowski e Ted Stevens, di essere favorevole al diritto all'aborto e allo stesso tempo al Secondo emendamento, quello sul diritto di portare armi, perché per chi come lui vive di pesca le armi da fuoco sono uno strumento di lavoro. Quasi due terzi degli elettori dell'Alaska non sono registrati con nessuno dei due grandi partiti.


Il malcontento sull'economia pesa su Trump, ma ai Dem non basta per il Senato


La maggioranza degli americani boccia la gestione dell'economia del presidente Trump e i democratici sono favoriti alla Camera, mentre il Senato resta apertissimo. È il quadro tracciato dalle Power Rankings di Fox News, le previsioni elettorali della rete televisiva, a poco più di tre mesi dalle elezioni di midterm di novembre, quando si rinnovano tutta la Camera e un terzo del Senato.

Il saldo tra chi approva e chi disapprova la gestione economica di Trump è sceso a -37 punti, 13 in meno rispetto a marzo 2025, secondo i sondaggi di Fox News. Le rilevazioni di Washington Post e Ipsos, le ultime pubblicate la settimana scorsa, registrano nello stesso periodo un calo di 24 punti, fino a -32.

Il costo della vita è il fattore più importante per il 46% degli elettori, secondo un sondaggio condotto a giugno da Reuters e Ipsos. Le politiche del presidente però c'entrano solo in parte: in cima alla lista delle spese che preoccupano gli americani ci sono la sanità (28%) e la casa (19%), mentre il cibo (18%) e la benzina (15%), i beni più colpiti dai dazi e dalla guerra con l'Iran, vengono dopo.

Il 72% degli adulti di classe media e l'86% di quelli di classe operaia ritengono che il sistema politico ed economico del Paese giochi contro di loro, secondo dati raccolti dal Wall Street Journal: entrambe le percentuali sono cresciute di oltre 30 punti in dieci anni. Il malcontento non riguarda quindi solo i prezzi, ma le fondamenta stesse dell'economia americana.

I democratici, da partito all'opposizione, partono avvantaggiati. Sono avanti di circa quattro punti nel "generic ballot", i sondaggi che chiedono per quale partito si voterebbe al Congresso senza indicare i candidati. Hanno anche riconquistato un piccolo margine nell'identificazione di partito, con il 47% degli americani che si dice democratico contro il 43% repubblicano secondo Pew Research Center, un istituto di ricerca, e sono in vantaggio in diverse corse statali, tra cui Georgia e North Carolina.

Sono però vantaggi contenuti: gli elettori non amano lo status quo, ma non sono convinti che i democratici risolveranno i loro problemi. Se si aggiungono i seggi guadagnati dai repubblicani con il ridisegno dei collegi elettorali e una mappa del Senato favorevole, il risultato è un elettorato che si sente democratico ma non è detto che voti democratico.

Il Senato è un testa o croce. Se ogni partito vincesse tutti i seggi che pendono dalla sua parte, democratici e repubblicani arriverebbero a 48 seggi a testa e la maggioranza si deciderebbe in quattro Stati considerati "toss-up", cioè in perfetto equilibrio: Alaska, Iowa, Maine e Ohio. In Maine i democratici hanno appena scelto il loro candidato. Altre proiezioni pubblicate nei giorni scorsi arrivano a conclusioni simili: Camera ai democratici, Senato ai repubblicani.

Per arrivare a 51 seggi i democratici devono vincere tre delle quattro corse in bilico e allo stesso tempo difendere Georgia, Michigan e New Hampshire e strappare ai repubblicani la North Carolina, Stati che pendono dalla loro parte ma restano molto competitivi. Sei di questi otto Stati hanno votato per Trump nel 2024, la metà con margini a doppia cifra, per uno scarto medio di 7,8 punti.

La storia recente mostra che non serve un'ondata per ribaltare il Senato: nel 2024 Trump vinse il voto nazionale di appena 1,5 punti, ma conquistò tutti e sette gli Stati in bilico. A novembre potrebbe succedere lo stesso, in una direzione o nell'altra: vittorie democratiche di misura nelle corse chiave e una spazzata repubblicana negli Stati che decidono la maggioranza, o viceversa.

Il Michigan è la corsa più interessante della mappa. Se la primaria democratica premierà il progressista Abdul El-Sayed, il test sarà capire se un messaggio populista di sinistra, centrato su "Medicare for All", la proposta di un'assicurazione sanitaria pubblica universale, funziona in uno Stato in bilico. Se vincerà la moderata deputata Haley Stevens, la sua sfida sarà unire il partito e dimostrare che gli elettori vogliono un messaggio di centrosinistra anti-Trump. Lo Stato non elegge un senatore repubblicano da 30 anni e per Fox News parte come tendente ai democratici, anche se i loro margini di vittoria si sono ridotti. Il probabile candidato repubblicano, l'ex deputato Mike Rogers, è considerato ideale dal suo partito, ma nel 2024 perse di misura nonostante condizioni favorevoli.

L'Iowa sembrava saldamente repubblicano dal 2016, quando gli elettori bianchi della classe operaia si mobilitarono in massa per Trump. In un sondaggio recente di Fox News, però, il candidato democratico al Senato Josh Turek, deputato statale, è avanti di quattro punti sulla deputata repubblicana Ashley Hinson, 50% a 46%, e il candidato democratico a governatore ha un vantaggio di nove punti. Altre rilevazioni mostrano una corsa più stretta, ma il quadro resta quello di un testa a testa.

In Texas i repubblicani vincono ogni corsa per il Senato dal 1990 e lo Stato parte come tendente ai repubblicani. I democratici puntano sul deputato statale James Talarico e considerano vulnerabile il suo avversario, il procuratore generale del Texas Ken Paxton, per i suoi scandali. Nelle ultime settimane Talarico ha ridotto le distanze nei sondaggi, ma entrambi i candidati restano diversi punti sotto la maggioranza. Nel 2018 il democratico Beto O'Rourke perse per soli 2,6 punti.

Alla Camera i democratici partono avanti, ma la vittoria non è garantita. Nelle elezioni di metà mandato dell'era Trump il partito del presidente ha perso in media 25 seggi. Il ridisegno dei collegi deciso dai parlamenti statali repubblicani vale però al partito circa una decina di seggi, fino a nove dei quali tra Florida e Texas, mentre il referendum voluto dal governatore democratico della California Gavin Newsom ne ha recuperati tra tre e cinque per i democratici.

I democratici partono con 211 seggi classificati nelle loro categorie, sette in meno dei 218 necessari per la maggioranza: vincere più di una manciata di corse in bilico basterebbe per riprendere la Camera. I seggi in bilico però tendono a essere vinti e persi insieme e in una buona serata i repubblicani potrebbero non solo mantenere il controllo, ma perfino allargare la loro maggioranza risicata.


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Il Caffè di Techpertutti: Il riepilogo tech della settimana (26 luglio)


Prenditi una pausa: ecco le novità dal mondo Tech degli ultimi 6 giorni spiegate in modo semplice
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☕ Buona domenica! Ecco il tuo caffè tech: le notizie della settimana spiegate facili

🚀 La notizia della settimana:


Samsung rinnova la sua famiglia di smartphone pieghevoli con Galaxy Z Fold8 Ultra, Galaxy Z Fold8 e Galaxy Z Flip8. Ecco tutte le novità su design, Galaxy AI, prestazioni e funzionalità pensate per adattarsi a ogni stile di vita

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⭐In breve


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  • Shopping con l'intelligenza artificiale: oltre il 40% degli italiani è pronto ad affidare gli acquisti all'AI
  • Hinge lancia "Opinioni su di te": la nuova funzione che permette agli amici di migliorare il tuo profilo
  • LG Signature Oled T arriva in Italia: il primo TV trasparente e wireless rivoluziona il mercato
  • Caldo estivo e smartphone: i consigli di Swappie per evitare danni alla batteria
  • Sony FX5 è ufficiale: la nuova telecamera Cinema Line punta su Open Gate, RAW interno e prestazioni professionali
  • Hypershell X Series arriva in Europa: l'esoscheletro intelligente che rivoluziona le attività outdoor

🔎
Tech sotto la lente: l'Intelligenza Artificiale nei motori di ricerca Avrai notato che quando fai una ricerca su Google o su altri siti, spesso appare un box colorato in alto che ti fornisce un riassunto automatico scritto da un'Intelligenza Artificiale. - Come funziona: invece di costringerti a cliccare su dieci siti diversi per trovare una risposta, l'AI legge quelle pagine al posto tuo e ti offre una sintesi immediata.
A cosa fare attenzione: l'AI non è infallibile. A volte può fare confusione ("allucinare") e unire informazioni corrette a dati completamente inventati.
Il consiglio: usa questi riassunti per farti un'idea rapida, ma se stai cercando informazioni importanti (come consigli medici, legali o finanziari), scorri sempre verso il basso e verifica le fonti storiche del web.


Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8 ufficiali: i nuovi pieghevoli AI che cambiano il modo di lavorare e divertirsi


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Samsung ha annunciato ieri la nuova serie Galaxy Z, con il debutto di Galaxy Z Fold8 in un innovativo form factor. Quest'ultimo, in particolare, porta gli standard Ultra di Galaxy nel mondo dei pieghevoli, offrendo il massimo della produttività e della creazione di contenuti grazie a uno spazio di lavoro più ampio. Frutto di sette generazioni di innovazione nei dispositivi pieghevoli e di una profonda conoscenza delle esigenze dei consumatori, la nuova serie Galaxy Z offre una scelta più ampia che mai, con tre esperienze distinte progettate per rispondere a esigenze diverse.
Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8 aprono un nuovo capitolo nel mondo dei dispositivi pieghevoliSamsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8 aprono un nuovo capitolo nel mondo dei dispositivi pieghevoli
Galaxy AI è stata ottimizzata per ciascuno di questi form factor; il multitasking è ancora più semplice sugli ampi schermi di Galaxy Fold8 e Galaxy Fold8 Ultra, mentre la FlexWindow progettata per l’AI di Flip8 mantiene informazioni rilevanti e scorciatoie sempre a portata di mano.

Galaxy Z Fold8: una nuova esperienza Galaxy Fold


Galaxy Z Fold8 introduce un formato progettato per passare con facilità dalle interazioni rapide sul display esterno a esperienze di visione, lettura e gioco più coinvolgenti sullo schermo principale. Grazie al formato Fold più leggero di sempre, a proporzioni del display intuitive e a prestazioni di lunga durata, questo modello rende ancora più semplice vivere al meglio i contenuti. Il device è stato progettato per adattarsi al modo in cui le persone utilizzano lo smartphone durante la giornata: con un peso di soli 201 grammi, è il Galaxy Z Fold più leggero di sempre e abbina la piattaforma Snapdragon 8 Elite Gen 5 for Galaxy a una batteria da 4.800 mAh, offrendo prestazioni elevate e un'autonomia pensata per un utilizzo prolungato.
Il display esterno ha un formato di 10:16, mentre aperto lo schermo interno diventa di 4:3Il display esterno ha un formato di 10:16, mentre aperto lo schermo interno diventa di 4:3
Il display esterno in formato 10:16 garantisce un'esperienza pratica per le attività quotidiane, mentre lo schermo interno 4:3 offre una superficie più ampia e immersiva per guardare video, giocare, leggere articoli ed e-book o lavorare con più contenuti contemporaneamente, adattandosi in modo naturale alle diverse modalità d'uso. La nuova tecnologia Flex Titanium di Samsung introduce una struttura del display basata sul titanio, progettata per rendere i dispositivi pieghevoli più sottili senza comprometterne la resistenza. Grazie alla combinazione di una pellicola in lega di titanio e di una piastra in titanio migliorata, Flex Titanium contribuisce a ridurre la visibilità la piega. Galaxy Z Fold8 perfeziona anche l’esperienza di apertura del dispositivo, bilanciando meccanica della cerniera, tensione del display e forza magnetica offrendo un’apertura più fluida, leggera e naturale.
In tutta la nuova serie Galaxy Z, l’eccellenza ingegneristica del display rappresenta la base di un’esperienza pieghevole ancora più evolutaIn tutta la nuova serie Galaxy Z, l’eccellenza ingegneristica del display rappresenta la base di un’esperienza pieghevole ancora più evoluta

Esperienza fotografica versatile e intuitiva


Galaxy Z Fold8 è pensato per aiutare gli utenti a catturare e condividere gli attimi che attirano la loro attenzione. Che si tratti di un paesaggio, di una foto di gruppo o di un momento spontaneo in movimento, Galaxy Z Fold8 rende più semplice scattare, modificare e condividere foto e video nella vita di tutti i giorni.
Le due fotocamere da 50 MP del Galaxy Z Fold8 garantiscono dettagli ad alta risoluzioneLe due fotocamere da 50 MP del Galaxy Z Fold8 garantiscono dettagli ad alta risoluzione

Galaxy Z Fold8 Ultra


Ultra rappresenta il più alto livello Galaxy in termini di prestazioni, funzionalità e innovazione. Con Galaxy Z Fold8 Ultra, questo standard incontra il design pieghevole più avanzato di Samsung. Il foldable è pensato per offrire ai creator la massima libertà, dallo scatto all’editing, grazie a un sistema di fotocamere di livello Ultra e a strumenti creativi che rendono più semplice realizzare contenuti di qualità professionale con un unico dispositivo.
Z Fold8 Ultra è stato progettato per offrire ai creatori maggiore libertà, dalla ripresa al montaggioZ Fold8 Ultra è stato progettato per offrire ai creatori maggiore libertà, dalla ripresa al montaggio
Sul fronte fotografico, Galaxy Z Fold8 Ultra punta su una fotocamera principale da 200 MP con supporto HDR anche alla massima risoluzione, per immagini ancora più dettagliate e realistiche. La nuova ultra-grandangolare da 50 MP migliora la qualità di paesaggi, foto di gruppo e scatti macro, mentre la modalità Nightography aggiornata assicura foto e video più luminosi e definiti anche in condizioni di scarsa illuminazione. Per i creator, completano la dotazione la registrazione video in 8K con codec APV e la funzione Cine LUT, che permette di ottenere direttamente dallo smartphone un look cinematografico.

Caldo estivo e smartphone: i consigli di Swappie per proteggere la batteria
Le temperature elevate possono mettere a dura prova lo smartphone, causando surriscaldamento, cali di prestazioni e un deterioramento più rapido della batteria
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Potenza, batteria e raffreddamento


Galaxy Z Fold8 Ultra è progettato per offrire prestazioni elevate anche nelle attività più impegnative, dal multitasking alla creazione di contenuti con l'intelligenza artificiale. Il nuovo Snapdragon 8 Elite Gen 5 for Galaxy garantisce maggiore velocità e fluidità, mentre la batteria da 5.000 mAh assicura un'autonomia sufficiente per un'intera giornata di lavoro e intrattenimento. Completano la dotazione la nuova ricarica rapida da 45 W con architettura a doppio circuito, pensata per una ricarica più efficiente, e un sistema di raffreddamento con camera in grafite più ampia, che mantiene il dispositivo stabile e reattivo anche sotto carichi di lavoro intensi.
La batteria ancora più capiente da 5.000 mAh garantisce una maggiore autonomiaLa batteria ancora più capiente da 5.000 mAh garantisce una maggiore autonomia

Galaxy Z Flip8


Galaxy Z Flip8 è progettato per coloro che desiderano uno smartphone dinamico quanto il proprio stile di vita. Pensato per interazioni rapide, espressione personale ed esperienze AI, Z Flip8 porta la potenza di Galaxy AI ancor più vicino all’uso quotidiano grazie a una FlexWindow ripensata e alla versatilità unica del formato Flip. Con un peso di appena 180 g1 e uno spessore di soli 6,1 mm, è il Galaxy Z Flip più sottile e leggero di sempre, ideato per mettere informazioni, azioni e creatività sempre a portata di mano.
La nuova FlexWindow porta app, informazioni utili e azioni direttamente sul display esternoLa nuova FlexWindow porta app, informazioni utili e azioni direttamente sul display esterno

FlexCam per selfie più espressivi


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Disponibilità e prezzi


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Galaxy Z Fold8 Ultra sarà acquistabile nelle seguenti configurazioni:

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  • da 12GB + 512GB ad un prezzo di 2.499 euro;
  • da 16GB + 1TB ad un prezzo di 2.899 euro.

Galaxy Z Fold8 sarà acquistabile nelle seguenti configurazioni:

  • da 12GB + 256GB ad un prezzo di 2.099 euro;
  • da 12GB + 512GB ad un prezzo di 2.299 euro;
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Netanyahu incontrerà Trump alla Casa Bianca martedì


Il primo ministro israeliano partirà lunedì per Washington e parteciperà anche al funerale del senatore Lindsey Graham. Ha già incontrato il presidente sei volte nello Studio Ovale.
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Il presidente Donald Trump incontrerà martedì alla Casa Bianca il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, mentre gli Stati Uniti valutano di riprendere le operazioni di combattimento su larga scala contro l'Iran. L'annuncio è arrivato dall'ufficio del premier israeliano, che ha fatto sapere che Netanyahu partirà da Israele lunedì per una visita ufficiale a Washington.

"Su invito del presidente Trump, il primo ministro Benjamin Netanyahu partirà lunedì per Washington per una visita ufficiale", si legge nel comunicato diffuso dall'ufficio del premier. "Nell'ambito della visita il primo ministro incontrerà il presidente Trump alla Casa Bianca martedì e parteciperà alla cerimonia funebre per il senatore Lindsey Graham."

Netanyahu ha incontrato Trump nello Studio Ovale sei volte da quando il presidente è tornato in carica un anno e mezzo fa, più di qualsiasi altro leader mondiale. Oggi però è molto impopolare a Washington: tra i democratici, nella cerchia ristretta del presidente e nella base MAGA (lo zoccolo duro dell'elettorato di Trump).

Pochi giorni fa il presidente aveva garantito che il premier israeliano non sarà arrestato negli Stati Uniti, dopo che il sindaco di New York Zohran Mamdani aveva ipotizzato di farlo fermare all'Assemblea generale delle Nazioni Unite di settembre in base al mandato della Corte penale internazionale.

Trump sta valutando di riprendere le operazioni di combattimento su larga scala in Iran, che con ogni probabilità comprenderebbero una campagna militare congiunta con Israele simile a quella avviata il 28 febbraio con l'operazione Epic Fury. L'incontro con Netanyahu può pesare sulle decisioni del presidente e sul coordinamento tra i due paesi.

L'arrivo del premier israeliano a Washington la prossima settimana potrebbe indicare che nessuna escalation rilevante avverrà prima di allora. Nei precedenti round di escalation con l'Iran, però, sia gli Stati Uniti sia Israele hanno diffuso comunicati su visite ad alto livello come parte di operazioni di depistaggio che precedevano attacchi militari contro il paese.

La settimana scorsa Netanyahu aveva chiesto di vedere Trump senza ottenere un appuntamento, poi aveva detto di aver rinviato il viaggio perché la veglia funebre per Graham era stata spostata. Alcuni funzionari della Casa Bianca hanno raccontato che il primo ministro israeliano aveva provato a far accadere l'incontro a forza di volontà.

Mercoledì un funzionario della Casa Bianca ha detto ad Axios che erano in corso discussioni su un possibile incontro nello Studio Ovale, precisando che nulla era stato ancora fissato. Giovedì è stato Trump a dire ad Axios che avrebbe incontrato Netanyahu se il premier fosse stato in città per il funerale di Graham.

Venerdì sera il presidente ha confermato la visita durante la cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, l'appuntamento annuale che riunisce i giornalisti accreditati alla presidenza. Lo ha fatto mentre attribuiva falsamente origini palestinesi a Chuck Schumer, capogruppo democratico al Senato, che è ebreo. "Gli manderò domani un bel vestito palestinese, così potrà accogliere Bibi Netanyahu quando verrà in città la prossima settimana", ha detto Trump.

Il presidente ha aggiunto che Schumer "è diventato palestinese" e ha scherzato sul fatto che la legge islamica fosse la nuova fondazione del senatore. Associazioni musulmane ed ebraiche americane hanno già criticato in passato Trump per aver definito palestinese il capogruppo democratico, sostenendo che usa il termine in modo dispregiativo, come un insulto.

La commemorazione di Graham, senatore repubblicano della South Carolina morto di recente, si terrà martedì 28 luglio a Washington e mercoledì 29 luglio a Columbia e nella contea di Pickens, in South Carolina. Netanyahu lo ha ricordato su X come un amico caro, scrivendo che Graham aveva capito che la sicurezza di Israele e quella dell'America sono inseparabili e che aveva dedicato la vita a difendere gli Stati Uniti e a rafforzare l'alleanza tra i due paesi. "Israele ha perso uno dei suoi più grandi amici. L'America ha perso un grande patriota. Io ho perso un amico amato", ha aggiunto il primo ministro.

Stati Uniti e Israele hanno lanciato insieme il 28 febbraio le operazioni Epic Fury e Roaring Lion contro l'Iran. Negli ultimi tredici giorni il comando centrale delle forze armate americane (quello responsabile delle operazioni in Medio Oriente) ha condotto ripetuti raid aerei contro obiettivi militari iraniani, mentre l'esercito israeliano ha detto di aver risposto alle provocazioni di Hezbollah, il gruppo armato libanese sostenuto da Teheran. L'incontro tra Trump e Netanyahu arriverà a cinque mesi esatti dall'inizio della guerra.


Trump garantisce che Netanyahu non sarà arrestato negli Stati Uniti


Il presidente Donald Trump ha assicurato che il premier israeliano Benjamin Netanyahu non sarà arrestato negli Stati Uniti quando arriverà a New York, a settembre, per l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Lo ha scritto lunedì 20 luglio su Truth Social, il suo social network, dopo che il sindaco della città aveva sollevato quella possibilità. Netanyahu, ha promesso Trump, "non sarà arrestato, in nessun modo" finché si trova in territorio americano.

A far nascere il caso è stato Zohran Mamdani, sindaco democratico di New York, che nei giorni scorsi aveva ipotizzato di far fermare il premier israeliano durante il vertice del Palazzo di Vetro, il grande raduno annuale dei capi di Stato e di governo che si tiene ogni settembre nella sede dell'ONU. In un'intervista al New York Times, Mamdani ha detto di aver aperto un confronto con l'ufficio legale del Comune per capire se ne avesse il potere, aggiungendo che "il posto di Netanyahu è all'Aia" perché "è un criminale di guerra". Ha però precisato di non voler forzare le norme: "faremo tutto ciò che la legge di New York mi consente di fare".

Il riferimento è al mandato d'arresto emesso contro Netanyahu dalla Corte penale internazionale, il tribunale con sede all'Aia che indaga sui crimini più gravi come genocidio e crimini contro l'umanità. Il mandato, deciso il 21 novembre 2024, accusa il premier israeliano e l'ex ministro della difesa Yoav Gallant di aver usato la fame come arma di guerra e di aver colpito deliberatamente la popolazione civile nella striscia di Gaza. Le contestazioni riguardano la guerra scatenata da Israele dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Israele ha sempre respinto le accuse.

Le autorità israeliane e americane hanno bocciato subito l'idea del sindaco. Danny Danon, ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite, ha parlato di una minaccia "vuota" e ha accusato Mamdani di fare "teatro politico" per eccitare la sua base più radicale. Non esiste alcuna base legale per un arresto, ha spiegato, ricordando che gli Stati Uniti non riconoscono la giurisdizione della Corte penale internazionale e non fanno parte dello Statuto di Roma, il trattato che l'ha istituita nel 1998. Danon ha citato anche l'accordo del 1947 sulla sede dell'ONU, che impegna le autorità americane a non ostacolare il transito dei rappresentanti degli Stati membri diretti al Palazzo di Vetro.

Sulla stessa linea Mike Waltz, ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, che ha definito impossibile un arresto: l'accordo del 1947 garantisce protezioni diplomatiche ai capi di governo in visita e l'autorità federale prevale sulle volontà di un sindaco.

Dietro la vicenda c'è l'ostilità dichiarata dell'amministrazione Trump verso la Corte penale internazionale, che punta a smantellare. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha scritto sul Wall Street Journal che Washington vuole evitare un mondo in cui soldati, agenti e leader eletti americani possano essere trascinati davanti a un tribunale internazionale. Nel suo messaggio Trump ha legato la difesa del premier israeliano al suo ruolo nella guerra contro l'Iran, sostenendo che a dover essere arrestati semmai sono i dirigenti di Teheran.

Non tutti i critici di Israele hanno appoggiato Mamdani. Ro Khanna, deputato democratico della California e possibile candidato alla Casa Bianca nel 2028, ha detto a Fox News di ritenere che il caso di Netanyahu debba proseguire in tribunale, ma che l'ONU debba comunque accoglierlo: "può venire all'Assemblea", ha aggiunto, dicendosi contrario a "creare uno spettacolo".

Esponente dell'ala sinistra dei democratici, Mamdani aveva già definito Israele un "regime di apartheid" e l'offensiva nella striscia di Gaza un "genocidio", pur schierandosi più volte contro l'antisemitismo. Netanyahu lo ha accusato di sostenere Hamas, mentre il suo ufficio ha definito la Corte penale internazionale un tribunale fantoccio, privo di giurisdizione sugli israeliani e sugli americani.


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Trump sospende gli attacchi sull'Iran perché mancano le munizioni


Il vicepresidente e il generale Dan Caine hanno messo in guardia sui rischi dell'escalation e sull'esaurimento degli intercettori Patriot. È la prima pausa dopo tredici notti di bombardamenti

Gli Stati Uniti hanno fermato i bombardamenti sull'Iran dopo tredici notti consecutive di raid. Il presidente Donald Trump ha ordinato ai militari di non colpire venerdì e sabato le operazioni erano "in sospeso", secondo un funzionario del Dipartimento della Difesa. La decisione è arrivata al termine di una riunione alla Casa Bianca in cui il presidente si era confrontato con i vertici militari e i membri del gabinetto per decidere se allargare la guerra.

Il vicepresidente JD Vance e il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto e più alto ufficiale delle forze armate americane, hanno espresso dubbi sull'escalation durante quella riunione: lo ha rivelato la CNN. Caine ha detto a Trump che le opzioni militari sul tavolo si potevano eseguire con successo, poi ha messo in guardia sulle conseguenze possibili.

Il generale ha insistito soprattutto sulle scorte di munizioni americane, che si stanno assottigliando. Le riserve di intercettori antimissile Patriot (il sistema che protegge le basi americane della regione dai missili iraniani) sono il vincolo principale.

Le discussioni riservate si sono concentrate sull'inventario in calo delle difese aeree americane in Medio Oriente, secondo il New York Times. Caine ha avvertito in privato che riprendere le grandi operazioni di combattimento era fattibile ma avrebbe ridotto in modo pericoloso gli intercettori a disposizione del Central Command (il comando militare americano responsabile del Medio Oriente). Lo stesso giornale aveva riferito in aprile che il Pentagono aveva già usato più di 1.200 intercettori Patriot, ciascuno da oltre 4 milioni di dollari. I militari dicono che da allora la situazione è peggiorata.

Sulla decisione pesano anche il timore di una guerra che si allarga a tutto il Medio Oriente, l'allontanamento degli alleati del Golfo esposti agli attacchi iraniani, una nuova stretta sull'economia mondiale e le crisi energetica e migratoria in crescita.

Tre soldati americani sono stati uccisi in Giordania venerdì della settimana scorsa, quando un missile balistico ha superato le difese aeree impegnate a respingere un'ondata di missili e droni iraniani. In quindici giorni gli attacchi iraniani contro obiettivi americani in Medio Oriente hanno ucciso quattro militari.

Le basi in Giordania, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti sono sotto tiro pesante. Un attacco americano di grandi dimensioni avrebbe con ogni probabilità provocato una rappresaglia più dura, caricando ancora le difese aeree.

Il missile che l'Iran usa di più è il Kheibar Shekan, un'arma economica e mobile con una gittata di almeno 1.450 chilometri. In alcune versioni la testata si stacca nella fase finale del volo e un piccolo motore le permette di correggere la direzione mentre si avvicina al bersaglio a quasi 10.000 chilometri orari, un comportamento che rende più difficile individuarla e abbatterla.

Gli americani e i loro partner hanno abbattuto la maggior parte di questi missili, ma alcuni colpi sono passati. Un intercettore americano o israeliano costa tra 2 e 15 milioni di dollari a seconda del sistema, molto più dell'arma che deve fermare. "Gli iraniani hanno capito durante la guerra che i Kheibar Shekan sono ottimi perché costano poco, sono flessibili nei sistemi di lancio e sono piuttosto efficaci", ha detto al Wall Street Journal Nicole Grajewski, esperta di strategia iraniana a Sciences Po.

Da quando la tregua è saltata, Teheran ha colpito ripetutamente gli alloggi dei militari americani nelle basi della regione e i radar che reggono le difese aeree.

"Il presidente Trump è sempre stato coerente nel dire che preferisce una soluzione diplomatica, ma continua a mantenere tutte le opzioni se l'Iran prosegue le attività terroristiche nello Stretto di Hormuz o contro gli alleati", ha dichiarato il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca Steven Cheung. Tra le sanzioni che hanno messo in ginocchio l'economia iraniana e i tredici giorni di attacchi contro obiettivi militari, ha aggiunto, "sarebbe saggio che l'Iran lavorasse a un accordo negoziato".

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha detto che le forze armate americane hanno "tutto quello che serve per agire nel momento e nel luogo scelti dal presidente".

Pochi nella cerchia ristretta del presidente e dentro il Pentagono ritenevano che l'escalation avrebbe prodotto i risultati sperati. Un alto funzionario americano ha detto di dubitare che riprendere le grandi operazioni di combattimento avrebbe riportato l'Iran al tavolo delle trattative, perché i raid ottengono l'effetto opposto: tengono compatto il paese e permettono ai suoi leader di spostare l'attenzione su una minaccia esterna.

Molti consiglieri, tra cui il genero del presidente Jared Kushner, indicano una strada meno rischiosa fatta di negoziati e pressione economica prolungata.

In pubblico Trump ha tenuto aperte entrambe le possibilità. "Siamo pronti a fare fuoco", ha detto ai giornalisti venerdì pomeriggio. "Siamo pronti ad andare, ma stiamo parlando con loro, quindi forse ci sarà un punto di svolta, forse no." Giovedì aveva detto ad Axios di stare valutando "un attacco massiccio" e "più grande che mai".

Venerdì ha ricevuto dai militari un piano di attacco come quelli che aveva approvato ogni pomeriggio per due settimane, ma non ha dato il via libera: lo ha rivelato Axios. Poco dopo ha detto che la strategia "più intelligente" è "fare un accordo".

L'ordine di sospendere i raid è arrivato alcune ore dopo l'arrivo a Teheran di una delegazione dell'Oman, che sta discutendo una nuova intesa sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Nel negoziato ci sono stati progressi e un accordo tra Oman e Iran potrebbe arrivare nel fine settimana, dopodiché toccherebbe a Trump decidere se accettarlo.

Alla cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, venerdì sera, il presidente ha detto di non credere che l'Iran sia pronto a un accordo in questo momento, "ma sono disposto ad ascoltare".

Il gabinetto di sicurezza israeliano e le forze armate si aspettavano un nuovo round di attacchi americani venerdì e si erano preparati a un'offensiva di grandi dimensioni che avrebbe potuto provocare una rappresaglia iraniana contro Israele. Gli israeliani sono stati informati solo venerdì sera che Trump non aveva approvato altri raid.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu arriva negli Stati Uniti lunedì e incontrerà il presidente martedì. È la prima visita da quando a febbraio ha sostenuto l'offensiva congiunta contro l'Iran, cominciata poche settimane dopo.

Il Pentagono ha continuato a spostare mezzi e rifornimenti in Medio Oriente. Sono arrivati caccia F-16 dalla Germania e F-35 dalla Gran Bretagna, che si aggiungono a decine di aerei e droni d'attacco già schierati nelle basi a terra e su due portaerei.

I bombardieri B-2 e B-52 negli Stati Uniti sono in stato di allerta e questa settimana un B-1B partito dalla Gran Bretagna ha colpito obiettivi dei Guardiani della rivoluzione. Quasi venti navi da guerra sono in posizione nel Mar Arabico o nelle acque vicine e circa 50.000 militari americani nella regione e in Europa sono assegnati alla missione.

In quindici giorni il Central Command ha colpito più di mille obiettivi, contro i circa 13.000 della campagna di 38 giorni cominciata il 28 febbraio e chiusa dalla tregua dell'8 aprile. I raid hanno preso di mira radar costieri, lanciatori di missili antinave e la flotta di piccole imbarcazioni d'assalto iraniane, oltre a un numero crescente di ponti ferroviari che servono ai civili ma permettono anche di rifornire la costa meridionale vicino allo stretto.

Il blocco navale sulle navi dirette ai porti iraniani o in partenza da quelli ha dato risultati parziali. Dal 14 luglio il Central Command ha dirottato dodici navi commerciali, ne ha messe fuori uso due e ne ha ispezionate altre due.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto martedì che la Cina ha ridotto di circa il 40% gli acquisti di greggio iraniano negli ultimi mesi. Venerdì il Dipartimento del Tesoro ha sanzionato nove aziende e quattro persone legate al finanziere iraniano Babak Zanjani.

Stati Uniti e Regno Unito stanno organizzando a Londra una riunione ad alto livello sulla creazione di una coalizione internazionale per proteggere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, a cui dovrebbero partecipare il segretario alla Difesa Pete Hegseth e Caine. Washington vuole che gli alleati mandino nella regione mezzi antimine, navi militari e droni. La riapertura dello stretto alle navi commerciali è il passaggio decisivo di qualsiasi via d'uscita americana dalla guerra.

Il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile venerdì, con il Brent salito di oltre il 7% fino a 100,95 dollari prima di scendere intorno a 98.

L'Ucraina ha colpito nel Mar Caspio una nave cargo che trasportava forniture militari tra Iran e Russia uccidendo un membro dell'equipaggio. Gli Houthi, la milizia yemenita sostenuta da Teheran, hanno rivendicato attacchi contro due impianti energetici sauditi sul Mar Rosso in risposta ai raid sauditi sulle zone che controllano in Yemen.

Non è chiaro se la pausa continuerà. Le forze armate americane stanno ancora preparando i piani per un eventuale ritorno alle grandi operazioni di combattimento, ma il presidente non ha dato ordini in quella direzione e in caso di ripresa dei raid i militari possono muoversi con un preavviso breve. La guerra dura da quasi cinque mesi.


Trump riunisce i vertici militari sull'Iran, Teheran respinge la tregua proposta dall'Iraq


Il presidente Donald Trump ha riunito venerdì i vertici militari e i membri più importanti del suo governo per decidere se intensificare l'attacco contro l'Iran, a pochi giorni dall'incontro con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, atteso alla Casa Bianca martedì. Poche ore dopo, davanti ai giornalisti nello Studio Ovale, ha lasciato aperte entrambe le strade: "Siamo pronti ad andare, ma stiamo parlando con loro, quindi forse ci sarà un punto di rottura, forse no".

Nei 38 minuti di domande e risposte il presidente ha nominato sei volte le trattative con Teheran, dopo giorni in cui aveva fatto capire di essere pronto ad aumentare la pressione militare. "C'è un'uscita militare in cui andiamo avanti così come stiamo e possiamo anche aumentare la dose, distruggendo tutto quello che hanno. Oppure c'è una strategia più intelligente, che è fare un accordo. E loro vogliono fare un accordo", ha detto. Non ha risposto a una domanda su se gli attacchi che ha minacciato contro le infrastrutture civili iraniane possano essere considerati crimini di guerra secondo il diritto internazionale. Il giorno prima aveva parlato ad Axios di un attacco massiccio, più grande di qualsiasi altro visto finora nella guerra.

L'Iran ha respinto giovedì una proposta di tregua americana portata a Teheran dal primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, secondo funzionari iraniani. Il governo iracheno ha poi smentito la ricostruzione con un messaggio sui social. I dettagli della proposta non sono noti, ma i funzionari iraniani hanno detto che era l'unica offerta sul tavolo e che il loro governo non è interessato a un accordo temporaneo che lasci irrisolta la questione del controllo dello Stretto di Hormuz, il passaggio da cui prima della guerra transitava circa il 20% del petrolio mondiale.

Al-Zaidi ha incontrato a Teheran il presidente Masoud Pezeshkian, il capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. "Il problema non è passare i messaggi", ha detto Araghchi alla televisione di stato iraniana, aggiungendo che di mediatori Teheran e Washington ne hanno già abbastanza. "Il problema è la visione dell'America, che è illogica, avida e vuole controllare".

Venerdì mattina il Central Command, il comando militare statunitense responsabile del Medio Oriente, aveva completato la tredicesima notte consecutiva di bombardamenti. Gli obiettivi colpiti nelle ultime due settimane sono più di mille secondo funzionari militari americani, contro i circa 13.000 della campagna di 38 giorni iniziata il 28 febbraio e chiusa dalla tregua dell'8 aprile. Gli attacchi hanno riguardato radar costieri, lanciatori di missili antinave, piccole imbarcazioni d'attacco iraniane e un numero crescente di ponti ferroviari usati anche dai civili.

Il Pentagono ha spostato nella regione altri caccia F-16 dalla Germania e F-35 dalla Gran Bretagna, mentre i bombardieri a lungo raggio B-2 e B-52 di stanza negli Stati Uniti sono in stato di massima allerta e gli aerei per il rifornimento in volo sono stati avvicinati al Medio Oriente. Quasi venti navi da guerra sono nel Mare Arabico o nelle acque vicine, dove lanciano missili Tomahawk e fanno rispettare il blocco navale contro le navi commerciali che entrano nei porti iraniani o ne escono, reimposto dopo l'uscita di Trump all'inizio di luglio dal memorandum d'intesa che doveva chiudere il conflitto. Alla missione sono assegnati circa 50.000 militari americani tra la regione e l'Europa.

Dall'inizio della guerra sono morti almeno 18 militari statunitensi e circa 570 sono rimasti feriti, quattro dei quali uccisi nelle ultime due settimane da attacchi iraniani contro basi americane. I senatori democratici della commissione Forze armate hanno chiesto giovedì al segretario alla Difesa Pete Hegseth "un resoconto completo e accurato" di tutti i militari uccisi o feriti, sostenendo che il dipartimento non ha fornito dati tempestivi e completi durante il conflitto e che le cifre diffuse finora sono state incoerenti. Il Pentagono aveva già taciuto per giorni su decine di feriti.

Gli Houthi, la milizia sciita alleata di Teheran che controlla gran parte dello Yemen, hanno aperto un secondo fronte marittimo dopo aver annunciato lunedì un blocco navale contro l'Arabia Saudita. Una nave saudita, la NCC Masa, ha riportato danni lievi allo scafo dopo essere stata colpita venerdì nel Mar Rosso, due giorni dopo l'attacco ad altre due imbarcazioni saudite. L'Arabia Saudita ha risposto bombardando obiettivi nella provincia di Hodeidah e sull'isola di Kamaran. Il ministero degli Esteri degli Houthi ha promesso "escalation per escalation".

Il fronte del Mar Rosso mette a rischio la rotta alternativa che Riyadh stava usando per aggirare la chiusura dello Stretto di Hormuz, esportando il proprio greggio attraverso un oleodotto che attraversa il paese da est a ovest fino a un porto sul Mar Rosso. Il petrolio Brent, il riferimento mondiale, è salito giovedì di oltre il 7% fino a 100,95 dollari al barile, superando quota 100 per la prima volta da maggio, per poi scendere intorno ai 96 dollari venerdì. Dall'inizio della guerra il greggio è rincarato di quasi il 40% e all'inizio dell'anno costava 60 dollari al barile.

Le due parti hanno raggiunto i limiti di quello che possono ottenere con la forza militare, secondo un'analisi del Wall Street Journal. Entrambi i governi hanno mostrato di essere disposti ad alzare il livello dello scontro, ma nessuno dei due riesce a ottenere un vantaggio decisivo sull'altro. Lo stallo aumenta il rischio che il conflitto vada avanti per altri mesi mentre ognuno cerca di costruirsi una posizione di forza.

"C'è una dinamica di escalation", ha detto al Wall Street Journal Alan Eyre, ex alto diplomatico statunitense che ha partecipato ai negoziati con l'Iran. "Non credo che l'amministrazione degli Stati Uniti abbia davvero un'idea chiara di cosa sta cercando di fare". Hamidreza Azizi, esperto di Iran dell'Istituto tedesco per gli affari internazionali e la sicurezza, ha detto alla stessa testata che nemmeno l'uso di una piccola arma nucleare contro un impianto atomico sotterraneo cambierebbe la sostanza delle cose. "Vedo entrambe le parti arrivare ai limiti di quello che i mezzi militari possono ottenere", ha detto.

Byran Clark, ex alto funzionario della Marina statunitense e oggi ricercatore dello Hudson Institute, un centro studi conservatore di Washington, ha detto che con l'ingresso degli Houthi gli iraniani hanno guadagnato un vantaggio nella scalata militare, senza però arrivare a dominarla, perché gli Stati Uniti possono ancora scegliere di attaccare obiettivi civili e adottare un approccio di guerra totale.

Le agenzie di intelligence americane ritengono che il nuovo leader supremo iraniano, l'ayatollah Mojtaba Khamenei, sia molto più interessato del padre e predecessore a dotarsi di un'arma nucleare, secondo funzionari informati sulle valutazioni. Ali Khamenei, ucciso all'inizio della guerra in un attacco israeliano condotto con l'aiuto dell'intelligence statunitense, aveva emesso una fatwa che vietava l'uso di armi atomiche. Il figlio non ha mai chiesto pubblicamente la bomba, ma sulla base di dichiarazioni pubbliche e conversazioni intercettate prima della guerra i servizi americani ritengono che punti a una testata termonucleare, miniaturizzabile e installabile su un missile a lungo raggio.

L'Iran ha spostato alcune centrifughe in un complesso sotterraneo fortificato nel centro del paese che gli americani chiamano Pickaxe Mountain, scavato troppo in profondità perché le bombe convenzionali statunitensi possano raggiungerlo. Teheran teme piuttosto un'incursione di terra e ha spostato truppe a difesa del sito. Le scorte di uranio altamente arricchito, il materiale di base per un ordigno, restano intatte e a disposizione del governo iraniano, mentre gli Stati Uniti sostengono che l'arricchimento non è ripartito. Rosemary Kelanic, direttrice del programma Medio Oriente del centro studi Defense Priorities, ha detto che la guerra e l'annuncio che gli Stati Uniti potrebbero aiutare l'Arabia Saudita ad arricchire uranio sul proprio territorio rendono "significativamente più probabile" che l'Iran cerchi di dotarsi dell'atomica.

Il Pakistan sta cercando di far ripartire i colloqui di pace tra Washington e Teheran, dopo una spinta iniziale della Cina, principale partner commerciale iraniano. Il ministro dell'Interno iraniano Eskandar Momeni è andato a Islamabad due volte in dieci giorni per discussioni esplorative e ha incontrato il capo delle forze armate pachistane Asim Munir. La notizia ha fatto salire le borse e scendere il prezzo del petrolio. Hegseth ha detto in Senato che Russia e Cina "stanno, a livelli diversi, favorendo alcune delle cose che l'Iran sta facendo", ma Trump ha scritto su Truth Social che, in base alle assicurazioni ricevute da Vladimir Putin e Xi Jinping, i due paesi non stanno partecipando alla guerra.

Il cambio di aereo con cui Trump ha lasciato la Turchia all'inizio di luglio, dopo il vertice della NATO, è stato deciso perché i servizi americani avevano giudicato credibile una minaccia di forze legate all'Iran contro il presidente e contro l'Air Force One: lo ha rivelato il New York Times. Trump era arrivato ad Ankara con il Boeing 747-8 donato dal Qatar, che non ha le stesse difese avanzate del vecchio aereo presidenziale. Il Secret Service, l'agenzia che protegge il presidente, gli aveva chiesto di cambiare velivolo per il volo di ritorno. Il presidente aveva sostenuto che si trattava solo di far visitare il nuovo aereo ai militari americani in Gran Bretagna, negando ragioni di sicurezza. Il direttore del Secret Service Sean Curran ha detto questa settimana che il livello di minaccia contro le persone protette dall'agenzia è il più alto mai registrato.

Centinaia di diplomatici americani e le loro famiglie, evacuati a febbraio dalle sedi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Giordania, Qatar e Oman, sono ancora a Washington senza sapere quando e se torneranno, secondo quanto riportato da NBC News. Otto ambasciate della regione restano sotto "ordered departure", la procedura che impone l'evacuazione obbligatoria. A fine agosto scade il termine di sei mesi entro cui il Dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano, deve decidere se le sedi diventeranno posti dove i diplomatici non possono portare la famiglia. Un portavoce ha detto che non è possibile fornire un calendario "perché il quadro della sicurezza resta in evoluzione".

Le ambasciate statunitensi in Iraq, Kuwait, Libano, Qatar, Bahrein, Oman, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania e a Gerusalemme hanno diffuso venerdì allerte di sicurezza che invitano gli americani a riconsiderare i viaggi nella regione, dopo un avviso mondiale del Dipartimento di Stato di due giorni prima. Le Guardie della rivoluzione iraniane hanno intanto avvertito i civili dei paesi che ospitano militari statunitensi di stare ad almeno 500 metri da qualsiasi edificio sospettato di ospitare personale americano.


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I democratici del Maine scelgono Troy Jackson per sfidare Susan Collins


Una convention straordinaria ha nominato l’ex presidente del Senato statale dopo il ritiro di Graham Platner. Il seggio è tra i più contesi nella battaglia per il controllo del Senato.
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I democratici del Maine hanno scelto questa mattina Troy Jackson, ex presidente del Senato statale, come candidato contro la senatrice repubblicana Susan Collins. La convention straordinaria riunita a Bangor lo ha nominato con 566 voti su 571 delegati, dopo il ritiro di Graham Platner. L’unica altra candidata rimasta in corsa, la dirigente del settore biofarmaceutico Saundra Pelletier, ha ottenuto cinque voti.

Jackson aveva di fatto conquistato la nomination già il fine settimana precedente, quando i democratici dello Stato avevano approvato a larghissima maggioranza la lista di delegati da lui indicata. “Siamo sulla buona strada per ottenere il governo che ci meritiamo”, aveva dichiarato allora in un video rivolto ai sostenitori. Platner aveva abbandonato la corsa il 10 luglio, travolto da un’accusa di violenza sessuale che ha sempre respinto.

Convention democratica · Maine
I democratici del Maine scelgono Troy Jackson contro Susan Collins
Convention straordinaria di Bangor — voto dei 571 delegati
Focus America

CandidatoVoti%

Troy Jackson
Ex presidente del Senato statale

566
99,1%

Saundra Pelletier
Dirigente del settore biofarmaceutico

5
0,9%

571delegati
Voto concluso

Graham Platner si è ritirato dalla corsa prima del voto. Elaborazione di Focus America.

La scommessa progressista per conquistare il Senato


La scelta di Jackson rafforza l’ala sinistra del partito, che punta ancora una volta su un candidato progressista per sottrarre ai repubblicani uno dei seggi decisivi nella battaglia per la maggioranza al Senato. Collins è l’unica senatrice repubblicana chiamata a difendere il proprio seggio in uno Stato vinto da Kamala Harris nel 2024. Per conquistare il controllo del Senato a novembre, i democratici devono ottenere 4 seggi in più.

La campagna presenta Jackson come un taglialegna di quinta generazione e un “combattente di lungo corso per i diritti dei lavoratori”. A giugno si era classificato terzo alle primarie democratiche per la carica di governatore, sostenuto dal senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders. Il suo programma prevede il Medicare for All, la fine dei finanziamenti pubblici all’esercito israeliano, l’abolizione dell’Immigration and Customs Enforcement e una tutela federale del diritto all’aborto.

I repubblicani si preparano da settimane ad attaccare il candidato che avrebbe sostituito Platner, qualunque fosse stato il suo nome. Il giorno stesso della nomination, il Senate Leadership Fund, il comitato legato alla leadership repubblicana del Senato, ha annunciato un investimento da 42 milioni di dollari contro Jackson. Al candidato democratico restano ora 101 giorni per ridurre il vantaggio di Collins e provare a conquistare, nelle elezioni del 3 novembre, uno dei seggi da cui potrebbe dipendere il controllo del Senato.

Questa voce è stata modificata (4 settimane fa)

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Trump vuole sbloccare i fondi congelati del Venezuela per pagare la ricostruzione


L'Amministrazione punta sull'oro alla Banca d'Inghilterra, sulle riserve del Fondo monetario internazionale e sui conti offshore per non spendere oltre i 386 milioni di dollari già impegnati

L'Amministrazione Trump e il governo venezuelano stanno cercando il modo di sbloccare miliardi di dollari di beni congelati all'estero per pagare la ricostruzione dopo i due terremoti del 24 giugno, senza far ricadere altri costi sui contribuenti americani. Lo ha rivelato Bloomberg. Il piano è aiutare il governo della presidente ad interim Delcy Rodríguez a ricostruire senza andare molto oltre i 386 milioni di dollari che Washington ha già impegnato. Il Venezuela resta bloccato nell'accesso a miliardi di dollari depositati presso il Fondo monetario internazionale, a vari conti offshore e all'oro custodito nella Banca d'Inghilterra, la banca centrale britannica.

Il presidente Donald Trump, che da sempre critica i coinvolgimenti all'estero, vuole evitare di impegnare finanziamenti consistenti mantenendo però un controllo di lungo periodo sul paese, dentro la sua "Donroe Doctrine" per riportare l'America Latina sotto l'influenza degli Stati Uniti. Washington coordina strettamente le sue mosse con Rodríguez da quando ha rimosso Nicolás Maduro con un raid notturno il 3 gennaio.

"Faremo di più. I venezuelani faranno di più", ha detto il segretario di Stato Marco Rubio ai giornalisti il 19 luglio. "Stiamo cercando di aiutarli ad avere accesso anche a finanziamenti e crediti globali per la ricostruzione. Stanno ancora lavorando a una stima del costo totale e sarà consistente, sia per la rimozione delle macerie sia per costruire cose nuove." I terremoti hanno provocato danni per 19,6 miliardi di dollari a edifici e infrastrutture secondo la Banca mondiale e hanno ucciso finora quasi 5.400 persone, con migliaia di feriti. Gli esperti dicono che serviranno anni per ricostruire. Ogni ritardo o intoppo nei finanziamenti aumenta la pressione perché siano gli Stati Uniti a mettere altri soldi.

Venezuela · La ricostruzione

Washington vuole ricostruire il Venezuela con i soldi del Venezuela


I due terremoti del 24 giugno hanno causato danni per 19,6 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti ne hanno impegnati 386 milioni e ora cercano di sbloccare i beni venezuelani congelati all’estero per coprire il resto.

Grafica di FocusAmerica

Il conto
Chi paga i 19,6 miliardi di danni

Ogni quadratino vale 100 milioni di dollari. La griglia intera è il danno stimato dalla Banca mondiale: il 18% del prodotto interno lordo venezuelano.
19,6 miliardi di dollari
Danni diretti a edifici e infrastrutture, stima della Banca mondiale del 23 luglio 2026.

386 milioni impegnati da Washington — meno di 2 dollari ogni 100 di danni

108 quadratini restano vuoti — 10,8 miliardi senza copertura

Le stime
Le stime sul costo del disastro non concordano

Le tre cifre che circolano misurano cose diverse: il valore di ciò che è crollato, il danno complessivo alle infrastrutture, il costo di ricostruire con edifici più sicuri.

Il piano d’emergenza per i primi sei mesi, presentato dal governo Rodríguez, ne chiede 296 milioni: lo 0,6% della stima più alta.

Il costo politico
I terremoti hanno bruciato il consenso di Delcy Rodríguez

In quattro mesi l’approvazione della presidente ad interim è scesa di tredici punti e la disapprovazione è salita di diciannove. Il sondaggio è stato raccolto tra il 26 e il 30 giugno, subito dopo le scosse.

Disapprova Approva

Febbraio 2026Giugno 2026

Cosa viene prima, il voto o la ricostruzione?
Eleggere un nuovo presidente45,7%
Ricostruire il paese32,6%

Di chi si fidano i venezuelani per la ricostruzione
Il governo degli Stati Uniti75%
Delcy Rodríguez24%

È il paradosso su cui poggia la strategia della Casa Bianca: la presidente che Washington sostiene è molto meno popolare di Washington stessa.

Come ci siamo arrivati
Sette mesi di controllo americano

Fonte: Banca mondiale, Global Rapid Damage Estimation, 23 luglio 2026; UNDP, 3 luglio 2026; Dipartimento di Stato degli Stati Uniti; AtlasIntel per Bloomberg News, rilevazione 26-30 giugno 2026 su 2.581 intervistati; Bloomberg.

Il valore dell’oro custodito a Londra è calcolato su 30 tonnellate al prezzo di 4.056 dollari l’oncia del 24 luglio 2026. La stima dei conti offshore è prudenziale e indicata come tale.

Washington vuole controllare con attenzione come il Venezuela usa il denaro, vista la storia di corruzione e sprechi del paese. È una delle ragioni per cui l'erogazione dei fondi è lenta e metodica. Lo stesso approccio prudente vale per i ricavi della vendita del petrolio venezuelano. Il governo Rodríguez ha già prelevato 346 milioni di dollari dalle riserve che il Paese detiene al Fondo monetario internazionale, un'operazione diventata possibile solo perché il Venezuela ha ripristinato i rapporti con l'istituzione, con l'appoggio americano.

Restano circa 4,2 miliardi di dollari in diritti speciali di prelievo, l'attivo di riserva che il Fondo assegna ai paesi membri e che può essere scambiato con un altro membro, o con un gruppo di membri, in dollari o in altre valute. Chi li usa deve però pagare gli interessi sulla differenza tra le proprie disponibilità e le assegnazioni ricevute, un calcolo che complica la scelta per Caracas.

Il 14 aprile gli Stati Uniti hanno allentato una sanzione in vigore da sette anni sulla banca centrale venezuelana e su altri istituti bancari statali, un passo che dovrebbe aiutare il governo a riprendere il controllo di circa 30 tonnellate d'oro custodite nella Banca d'Inghilterra. L'oro è al momento bloccato da una causa legata al riconoscimento, da parte del governo britannico, di un governo di opposizione dopo le elezioni contestate del 2018. Ci sono poi altri conti offshore in banche di tutto il mondo, con potenzialmente centinaia di milioni di dollari.

Gran parte degli aiuti americani è arrivata sotto forma di finanziamenti a organizzazioni internazionali come Catholic Relief Services e Unicef, insieme a forniture come kit per l'igiene destinati ai sopravvissuti. "Per Trump la sfida sarà presentare il Venezuela come un salvadanaio e non come un caso di beneficenza", ha detto Benjamin Gedan, direttore del programma America Latina dello Stimson Center, un centro studi di Washington. "Sarà difficile, vista la devastazione dei terremoti, che si aggiunge a una lunga lista preesistente di problemi del clima degli investimenti."

Rimettere in piedi il paese servirebbe agli Stati Uniti a garantirsi crescita economica, stabilità politica e una serie di progetti redditizi nel petrolio e nelle infrastrutture per le imprese americane, che potrebbero investire fino a 100 miliardi di dollari nel prossimo decennio per risollevare l'apparato petrolifero venezuelano, ormai in pessime condizioni. Alcuni funzionari americani insistono che la ricostruzione debba rafforzare e non sostituire la strategia complessiva di Washington, perché il terremoto non ha cambiato la logica economica su cui quella politica si regge. Trump ha detto spesso che aumentare la produzione di petrolio in Venezuela conviene a entrambi i paesi. Anche dopo i terremoti i funzionari venezuelani hanno continuato a spingere per chiudere accordi che facciano ripartire la produzione.

I terremoti hanno eroso ancora il sostegno popolare a Rodríguez. Le famiglie colpite hanno attribuito a lei e al resto del movimento chavista, al potere da due decenni, la responsabilità di una risposta all'emergenza lenta e incerta. Il suo indice di disapprovazione è salito al 63,3% a giugno, quasi cinque punti in più rispetto a maggio. Quasi due terzi degli intervistati hanno bocciato la gestione del dopo terremoto. Il 45,7% ha detto che eleggere un nuovo presidente è una priorità più alta della ricostruzione, contro il 32,6% che preferisce ricostruire prima.

"La risposta al terremoto ha messo in evidenza il fatto che Rodríguez e il suo governo si comportano come se avessero bisogno dell'alleanza con gli Stati Uniti e la volessero", ha detto James Bosworth, fondatore della società di analisi del rischio politico Hxagon. "Vuole più sostegno americano, aiuti, finanziamenti e persino cooperazione militare." La debolezza crescente della presidente ad interim in patria può finire per rafforzare la mano di Washington.

Gli Stati Uniti hanno anche appoggiato la ripresa dei colloqui tra il governo e una parte dell'opposizione, che dovrebbero cominciare il primo agosto tra l'Assemblea nazionale eletta democraticamente nel 2015 e l'attuale parlamento. L'obiettivo è creare le condizioni per elezioni "credibili, libere e corrette", ha detto Michael Kozak, alto funzionario del Dipartimento di Stato per gli affari dell'emisfero occidentale, in un'audizione al Senato.

Dai colloqui resta esclusa María Corina Machado, premio Nobel per la pace e di gran lunga la leader dell'opposizione più popolare. Vive fuori dal Venezuela da quando ha lasciato il paese per ritirare il premio, prima della caduta di Maduro. I suoi tentativi di rientrare sono stati bloccati dai funzionari locali che collaborano con gli Stati Uniti. La sua assenza dalla discussione sulle elezioni rende più difficile per l'Amministrazione Trump dimostrare in modo convincente di stare riportando il Venezuela alla democrazia.

"Il punto debole della politica americana è che la pessima risposta ai terremoti del governo di Delcy Rodríguez ha stancato la gente rispetto agli Stati Uniti che lavorano con lei sulla promessa di un domani migliore", ha detto David Smilde, professore di sociologia ed esperto di Venezuela alla Tulane University di New Orleans.

Parlando il 23 luglio a Manila, Rubio ha detto che spetterà "ai venezuelani" decidere se Machado avrà un ruolo nella transizione politica del paese, aggiungendo di ritenere che possa averlo. Ogni riconciliazione duratura, ha detto, richiederà una rappresentanza ampia della società venezuelana. Ha descritto Machado come un "elemento importante" con una sua base di consenso e ha avvertito che le transizioni politiche richiedono tempo, soprattutto dopo tanti anni di chavismo, la versione venezuelana del socialismo.

Se il sostegno a Rodríguez continuerà a indebolirsi, o se cresceranno le proteste sulla gestione dei terremoti, il presidente dovrà decidere se il suo impegno per il futuro del Venezuela vale anche per l'attuale leader. "Trump ha una storia di cambi di idea e di tagli delle perdite quando la situazione gli si rivolta contro", ha detto Bosworth. "Se la situazione si rivolta contro di lei, Trump potrebbe voltare le spalle al regime al potere in Venezuela già domani."

Il presidente ha sempre evitato mosse che imponessero una permanenza di lungo periodo delle truppe americane in Venezuela. L'attacco iniziale per rimuovere Maduro è stato condotto quasi interamente dall'aria, con i militari entrati e usciti rapidamente dal paese. Dopo il terremoto gli Stati Uniti hanno mandato personale militare per le operazioni di soccorso e ne restano circa mille.

C'è poca voglia di ripetere l'investimento finanziario richiesto dalle occupazioni passate di paesi come l'Iraq e l'Afghanistan, con i soldati sul terreno per periodi prolungati, ha detto Kimberly Breier, che ha guidato l'ufficio per gli affari dell'emisfero occidentale del Dipartimento di Stato nella prima Amministrazione Trump. "L'idea è ridurre al minimo l'uso dei soldi dei contribuenti americani, o assicurarsi che tutto quello che viene usato venga restituito nel lungo periodo", ha detto. "Non è un'inversione a 180 gradi degli Stati Uniti sulla costruzione di uno Stato. Ma gli Stati Uniti verranno a dare sostegno e ad aiutarli a ricostruire? Certo."


La ricostruzione del Venezuela è un problema da 37 miliardi di dollari per gli Stati Uniti


I due terremoti che il 24 giugno hanno colpito la costa settentrionale del Venezuela hanno ucciso più di 5.000 persone e causato danni alle infrastrutture per circa 37 miliardi di dollari secondo le Nazioni Unite, l'equivalente di circa un terzo del Pil annuale del paese. La ricostruzione ricade in gran parte sugli Stati Uniti: da quando a gennaio le forze speciali americane hanno catturato l'ex presidente Nicolás Maduro, l'amministrazione Trump dice di controllare i ricavi petroliferi e le finanze dello Stato venezuelano e di governare di fatto il paese. Fino a poche settimane fa Washington si preparava a raccogliere i frutti di questa improbabile alleanza, con le riserve di petrolio più grandi del mondo e vasti giacimenti minerari che si stavano aprendo agli investitori americani.

Venezuela · il terremoto del 24 giugno

Dopo il sisma, ricostruire il Venezuela tocca agli Stati Uniti

Le due scosse hanno ucciso più di 5.000 persone e causato danni per 37 miliardi di dollari, un terzo del Pil. Washington, che dalla cattura di Maduro controlla di fatto il paese, guida una ricostruzione che non può permettersi di fallire.

Grafica di FocusAmerica

Due scosse in 39 secondi

24 giugno
M 7,2
M 7,5
39 secondi dopo


37mld $
di danni diretti a edifici e infrastrutture, secondo la prima stima dell’UNDRR

Equivalgono a un terzo del Pil annuale del Venezuela

Danni del sismaPil annuale del Venezuela

5.069
vittime accertate al 17 luglio

69.000
edifici danneggiati o distrutti

26.000
persone rimaste per strada

Gli aiuti in scala

386 milioni di aiuti, 37 miliardi di danni


In meno di un mese il Dipartimento di Stato ha stanziato più aiuti di quanti gli Stati Uniti ne abbiano dati ad altri paesi terremotati di recente. Ma il disastro è di un altro ordine di grandezza: qui ogni quadrato vale 386 milioni di dollari, l’intero stanziamento americano.

Danni stimati · 37 mld $ Aiuti americani · 386 mln $

Per confronto: il debito estero che Caracas vuole ristrutturare, circa 200 miliardi, varrebbe da solo più di 500 quadrati.

Circa l’1%. Dei 96 quadrati che servono a coprire i danni, Washington finora ne ha riempito uno: il resto della ricostruzione dipende da sanzioni, conti esteri congelati e un debito che il Venezuela non può ripagare da solo.

Le cause dei crolli

Perché i palazzi sono venuti giù


Molti degli edifici crollati appartenevano alla Gran Misión Vivienda, il programma di case popolari di Hugo Chávez. Quattro fattori li hanno resi vulnerabili: tocca ogni voce per aprirla.

Il boom Milioni di case costruite in fretta +

Con la Gran Misión Vivienda, Chávez consolidò il consenso costruendo milioni di alloggi popolari. I controlli sui prezzi inondarono il mercato di tondino e cemento a basso costo, e gli appalti andarono a imprese di paesi avversari degli Stati Uniti, come Iran, Cina e Bielorussia.

I materiali Polistirolo tra le lastre di cemento +

Nei palazzi popolari della costa il polistirolo era usato come riempitivo tra le lastre di cemento. Appartamenti venduti come antisismici si sono ridotti in cumuli di metallo contorto e compensato, come il complesso costruito da un’impresa turca che Chávez celebrava come simbolo della sua rivoluzione.

L’abbandono Nessuno pagava la manutenzione +

Dopo anni di iperinflazione, i residenti non avevano soldi per le riparazioni: le infiltrazioni d’acqua trascurate hanno indebolito le strutture e con ogni probabilità contribuito ai crolli. Nel paese mutui e assicurazioni sulla casa sono quasi inesistenti.

Il terreno Sedimenti morbidi e corruzione +

Molti edifici sorgevano su sedimenti morbidi che amplificano le scosse, spiega al Wall Street Journal l’ingegnere Alejandro Linayo. Altri erano fragili per le costruzioni scadenti, frutto di una corruzione diffusa che ha svuotato un codice edilizio altrimenti solido.

La partita della ricostruzione

Che cosa chiede Caracas, che cosa fa Washington


La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha usato la crisi per rilanciare le sue richieste agli Stati Uniti, che la considerano essenziale per stabilizzare il paese.

Caracas chiede

Delcy Rodríguez, presidente ad interim

Allentare ulteriormente le sanzioni americane
Riaprire l’accesso ai conti all’estero, compreso l’oro depositato alla Banca d’Inghilterra
Ristrutturare un debito da circa 200 miliardi di dollari

Washington fa

Marco Rubio, segretario di Stato

386 milioni di dollari di assistenza in meno di un mese
Soldati per riparare l’aeroporto e distribuire gli aiuti
Regia di una ricostruzione «rapida, sicura e attenta ai rischi»

La priorità secondo la CAF, la banca di sviluppo dell’America Latina: costruire subito case per le 26.000 persone rimaste per strada, prima che emergano problemi di sicurezza, governance e igiene.

Fonte: Onu/UNDRR, Oregon State University, Dipartimento di Stato Usa, Wall Street Journal · Dati al 20 luglio 2026

I ricercatori della Oregon State University stimano che 69mila edifici siano stati danneggiati o distrutti nelle comunità sulla costa come Catia La Mar, a 45 minuti di auto da Caracas, nello stato di La Guaira. Migliaia di persone dormono negli stadi da baseball e per strada. A Playa Grande sono crollate sia le torri residenziali affacciate sul mare, dove i venezuelani più ricchi della capitale passavano i fine settimana, sia i palazzi popolari costruiti a basso costo, con il polistirolo usato come riempitivo tra le lastre di cemento. Le stesse comunità costiere erano già state spazzate via dalle frane mortali del 1999.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha promesso una risposta che coinvolge l'intero governo. I soldati americani hanno ispezionato i danni, supervisionato le riparazioni dell'aeroporto e distribuito aiuti. In meno di un mese il Dipartimento di Stato ha fornito 386 milioni di dollari di assistenza, più di quanto gli Stati Uniti abbiano dato ad altri paesi colpiti di recente da terremoti, nonostante l'anno scorso Washington abbia smantellato la sua principale agenzia per gli aiuti all'estero. L'8 luglio il Dipartimento ha detto che sta pianificando con i funzionari venezuelani una ricostruzione che dovrà essere "rapida, sicura e attenta ai rischi per sostenere la ripresa di lungo periodo". Ángel Cárdenas, specialista di infrastrutture della CAF, la banca di sviluppo dell'America Latina, ha detto durante un evento dell'Atlantic Council, un centro studi di Washington, che la priorità dovrebbe essere costruire case per le circa 26mila persone rimaste per strada, per evitare che più avanti emergano problemi di sicurezza, governance e igiene.

La presidente ad interim Delcy Rodríguez è già stata contestata per la gestione delle operazioni di ricerca e soccorso e una ricostruzione mancata rischia di alimentare nuove proteste. È un problema per la sua tenuta al potere, ma anche per l'amministrazione americana, che la considera essenziale per i suoi piani di stabilizzazione del Venezuela. Rodríguez ha usato la crisi per rilanciare le sue richieste a Washington: allentare ulteriormente le sanzioni e riaprire l'accesso ai conti che il governo detiene all'estero, compresi i lingotti d'oro depositati alla Banca d'Inghilterra. Il suo principale consigliere economico, Calixto Ortega Sánchez, ha detto lunedì che i costi del terremoto peseranno sui piani per ristrutturare un debito di circa 200 miliardi di dollari. Dopo un decennio di depressione economica che lo ha lasciato in bancarotta, il governo venezuelano ha poche possibilità di ricostruire da solo.

Molti dei palazzi crollati appartenevano alla Gran Misión Vivienda, il programma con cui Hugo Chávez, il defunto leader socialista, fece costruire milioni di case popolari consolidando il consenso dei suoi elettori. I rigidi controlli sui prezzi inondarono il mercato di tondino e cemento a basso costo e alimentarono un boom edilizio, mentre gli appalti andarono a società di paesi avversari degli Stati Uniti come Iran, Cina e Bielorussia. Un complesso che Chávez celebrava come simbolo della sua rivoluzione socialista, costruito da un'impresa turca, si è ridotto in cumuli di metallo contorto e compensato. Gli appartamenti erano stati venduti come antisismici, ma i residenti non avevano soldi per la manutenzione e le infiltrazioni d'acqua trascurate hanno indebolito le strutture, contribuendo probabilmente ai crolli.

Alejandro Linayo, ingegnere venezuelano specializzato in disastri naturali, ha detto al Wall Street Journal che molti edifici sorgevano su sedimenti morbidi che amplificano le scosse, mentre altri erano vulnerabili per le costruzioni scadenti, frutto di una corruzione diffusa che ha svuotato un codice edilizio altrimenti solido. Secondo Linayo, che durante il governo Chávez lavorò a un progetto finanziato dal Giappone sulla riduzione dei danni da disastri naturali, gli Stati Uniti potrebbero avere un ruolo importante nella supervisione degli studi tecnici sulle cause dei crolli, un passaggio necessario per evitare nuove calamità nella ricostruzione.

Per molti venezuelani perdere la casa significa perdere tutti i risparmi. Mutui e assicurazioni sulla casa sono quasi inesistenti nel paese, dopo anni di iperinflazione e la perdita di valore del bolivar, la valuta nazionale. Juan Barrios, l'economista che guidava le analisi sul Venezuela della Banca Interamericana di Sviluppo negli anni della crisi, ha detto al Wall Street Journal che una delle coperture più diffuse era "risparmiare in cemento", cioè parcheggiare i soldi nell'unico bene a prova di inflazione a portata di mano: cemento, blocchi e acciaio.


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Trump minaccia nuovi dazi contro l'Unione Europea dopo la multa a Google


Il presidente annuncia un'indagine commerciale ai sensi della Section 301 dopo la sanzione da un miliardo di dollari inflitta al colosso tecnologico. È la stessa norma sulla quale poggiano i nuovi dazi entrati in vigore dopo la bocciatura della Corte Suprema.

Donald Trump ha minacciato di imporre "un nuovo dazio sostanziale" all'Unione Europea come ritorsione per le sanzioni inflitte da Bruxelles alle aziende tecnologiche statunitensi. L'avvertimento è arrivato il giorno dopo che la Commissione Europea ha multato Google per un miliardo di dollari in base al Digital Markets Act, accusando il gigante del web statunitense di avere favorito indebitamente i propri servizi e imposto restrizioni agli sviluppatori di applicazioni.

"Gli Stati Uniti d'America non sono un salvadanaio per l'Europa, né permetteremo che lo diventino", ha scritto il presidente su Truth Social, annunciando l'apertura di un'indagine commerciale ai sensi della Section 301 del Trade Act del 1974.

"L'Unione Europea pagherà un prezzo molto alto per questa condotta illegale e altamente immorale. Le sanzioni saranno interamente annullate e prevediamo che un dazio sostanziale sarà imposto nel più breve tempo possibile".


La Section 301 è diventata lo strumento principale utilizzato dall'amministrazione per introdurre nuove tariffe. La norma, tuttavia, non consente di agire dall'oggi al domani: richiede un'istruttoria formale e una fase di consultazione pubblica, con indagini che possono protrarsi per mesi. In compenso, permette ai negoziatori americani di scegliere, prodotto per prodotto, quali merci colpire e quali escludere, offrendo un margine di manovra che i poteri emergenziali non garantivano. Ma anche se l'indagine sull'Unione Europea partisse immediatamente, dunque, i nuovi dazi difficilmente entrerebbero in vigore a breve.

La multa a Google si inserisce nella più ampia stretta di Bruxelles sui grandi gruppi tecnologici americani. Nell'ultimo anno la Commissione Europea ha sanzionato anche Apple e Meta, accusandole di abusare del proprio potere di mercato. Jamieson Greer, rappresentante degli Stati Uniti per il Commercio, ha avvertito questa settimana che i provvedimenti europei "rappresentano un rischio concreto per la stabilità delle relazioni commerciali transatlantiche". Secondo Greer, le sanzioni complessivamente pagate da Google superano il 2% del bilancio dell'Unione Europea.

All'inizio del mese, in un'intervista ad Axios, Greer era stato ancora più esplicito: "Non lasceremo che l'Europa controlli la regolamentazione globale delle nostre aziende". Le società americane, aveva aggiunto, offrono gratuitamente ai consumatori numerosi servizi. Lo scontro rischia ora di compromettere l'accordo commerciale negoziato lo scorso anno da Trump con l'Unione Europea. Diversi funzionari europei hanno già sostenuto che l'introduzione di nuovi dazi costituirebbe una violazione dell'intesa.

Stati Uniti · Politica commerciale

I nuovi dazi recuperano meno del 60% del gettito perduto con la sentenza della Corte Suprema


Dopo la sentenza di febbraio la Casa Bianca ha ricostruito le tariffe su basi giuridiche diverse. Il gettito atteso entro il 2036 scende da 1.700 a 950 miliardi di dollari, e a giugno le dogane hanno restituito agli importatori più di quanto abbiano incassato.

Grafica di FocusAmerica 24 luglio 2026

Per consultare questa infografica interattiva è necessario attivare JavaScript.


Giugno 2026 · incassi doganali, miliardi di dollari

A giugno le dogane americane hanno restituito più di quanto abbiano incassato

Seleziona una colonna per leggere il dettaglio.

Il gettito Le basi giuridiche Il fronte europeo

Il nuovo sistema vale poco più della metà di quello annullato


Gettito atteso entro il 2036, in miliardi di dollari. Le nuove tariffe poggiano su tre misure distinte.

In sei mesi l’impalcatura giuridica dei dazi è stata rifatta due volte


Le quattro leggi su cui l’amministrazione ha appoggiato le tariffe, e che cosa ne resta oggi.

Bruxelles multa Google, Washington apre un’indagine commerciale


Aliquote in vigore dal 24 luglio 2026. In blu le tariffe fondate sulla Section 301, in rosso quella fondata sulla Section 338.

Fonte Committee for a Responsible Federal Budget, Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, Corte Suprema (Learning Resources v. Trump), Commissione Europea.

Il nuovo sistema di dazi


Poche ore prima del messaggio di Trump erano già entrati in vigore dazi compresi tra il 10% e il 12,5% sulle merci provenienti da decine di Paesi, compresi quelli dell'Unione Europea. Anche questi dazi sono stati imposti attraverso la Section 301, sulla quale poggia gran parte del sistema tariffario ricostruito dalla Casa Bianca negli ultimi sei mesi.

Il 20 febbraio la Corte Suprema aveva infatti annullato, con 6 voti contro 3, i dazi emergenziali adottati in base all'International Emergency Economic Powers Act (IEEPA). La soluzione temporanea introdotta subito dopo attraverso la Section 122 aveva successivamente raggiunto il limite massimo di 150 giorni previsto dalla legge, costringendo così l'Amministrazione a individuare una nuova base giuridica per i propri dazi.

Le aliquote del nuovo sistema sono generalmente inferiori a quelle previste dal regime emergenziale. Le esenzioni ricalcano in larga parte quelle precedenti e riguardano le materie prime la cui tassazione comprometterebbe le forniture interne, i beni che gli Stati Uniti non producono in quantità sufficienti e i prodotti sui quali i dazi provocherebbero danni all'intera economia. Sono inoltre escluse diverse merci agricole, componenti aeronautici, semilavorati industriali, minerali e farmaci.

Secondo il Committee for a Responsible Federal Budget, i nuovi dazi permetteranno di recuperare meno del 60% del gettito venuto meno dopo la sentenza della Corte Suprema. Il centro studi stima che i dazi entrati in vigore nella notte, insieme al prelievo del 25% sul Brasile, produrranno circa 950 miliardi di dollari entro il 2036, contro gli 1.700 miliardi attesi dal precedente regime emergenziale.

Il calcolo comprende anche il dazio del 50% sul Canada, che non rientra però nella Section 301: si fonda invece sulla Section 338 del Tariff Act del 1930 e riguarda una selezione limitata di merci, soprattutto automobili, bevande alcoliche e prodotti lattiero-caseari. Nel complesso, i dazi introdotti dall'Amministrazione a partire da gennaio 2025 genereranno circa 825 miliardi di dollari in meno rispetto alle stime pubblicate a febbraio dal Congressional Budget Office. Il debito federale raggiungerebbe così il 122% del prodotto interno lordo nel 2036, anziché il 120% previsto nello scenario di riferimento.

I ricorsi e l'incognita del gettito


Queste proiezioni presuppongono che i nuovi dazi, a differenza dei precedenti, superino l'esame dei tribunali e rimangano così in vigore. Il primo ricorso è stato presentato lo stesso giorno del loro annuncio: il Liberty Justice Center si è rivolto alla Corte del Commercio internazionale per conto di due piccole imprese, sostenendo che l'Amministrazione Trump stia utilizzando impropriamente la Section 301 per reintrodurre i dazi già dichiarati illegittimi dalla Corte Suprema.

La Casa Bianca respinge però nettamente l'interpretazione secondo cui i nuovi dazi sarebbero state introdotte per sostituire quelli bocciati dalla Corte Suprema. Un alto funzionario dell'Amministrazione Trump ha spiegato che l'entrata in vigore delle misure è stata fatta coincidere con la scadenza dei dazi temporanei solo per garantire continuità e prevedibilità alle imprese americane.

Il Tesoro, intanto, sta ancora smantellando il vecchio sistema tariffario. A giugno gli incassi doganali netti sono scesi a –25,6 miliardi di dollari: i rimborsi versati agli importatori hanno infatti superato le entrate generate dalle nuove riscossioni.

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Il petrolio oltre i 100 dollari fa saltare la scommessa di Trump sulla benzina


Stretto di Hormuz, Mar Rosso e Mar Nero sotto attacco: il Brent guadagna oltre 25 dollari al barile dall'inizio di luglio. La benzina supera i 4 dollari al gallone e il 46% degli americani afferma che il prezzo dei carburanti influenzerà il proprio voto.

Il Brent ha superato brevemente i 100 dollari al barile giovedì, dopo l'attacco rivendicato dagli Houthi yemeniti contro due petroliere saudite lungo una delle rotte alternative allo Stretto di Hormuz. Come riporta Politico, le petroliere sono così ora esposte ad attacchi simultanei lungo tre delle principali rotte marittime mondiali. Il greggio di riferimento internazionale è perciò rincarato di oltre 25 dollari dall'inizio del mese, quando Donald Trump ha dichiarato concluso il fragile cessate il fuoco con l'Iran.

Nello Stretto di Hormuz, in appena 48 ore, l'Iran ha colpito tre petroliere in transito nel corridoio meridionale che avrebbe dovuto essere protetto dagli Stati Uniti, secondo la società di intelligence marittima Windward. Teheran ha poi chiesto agli alleati Houthi di prendere di mira le navi nello Stretto di Bab el-Mandeb, attraverso il quale passa il greggio che l'Arabia Saudita ha dirottato dal Golfo Persico verso il porto occidentale di Yanbu.

Secondo Lloyd's List Intelligence, dall'inizio della guerra le esportazioni da Yanbu sono quintuplicate, fino al blocco annunciato questa settimana dagli Houthi. La sola minaccia aveva già indotto alcune petroliere a invertire la rotta; successivamente il gruppo è passato all'azione. Una delle navi è stata colpita da un "proiettile non identificato", ha riferito lo United Kingdom Maritime Trade Operations, il centro britannico che monitora la sicurezza della navigazione commerciale.

Il terzo fronte caldo è il Mar Nero. L'oleodotto che trasporta il petrolio kazako fino al porto russo di Novorossijsk si è fermato dopo l'intensificarsi degli attacchi ucraini contro le petroliere in attesa di carico, quattro delle quali sono state colpite in pochi giorni. Se l'interruzione dovesse protrarsi per più di una settimana, dai mercati potrebbero venire a mancare complessivamente 25 milioni di barili, ha stimato a Politico Artem Abramov di Rystad Energy.

Per questo motivo, la Casa Bianca ha intimato a Kyiv di interrompere gli attacchi contro le petroliere non russe, secondo un funzionario dell'Amministrazione citato in forma anonima. Washington considera infatti l'oleodotto un'infrastruttura essenziale per portare in Europa il petrolio del Kazakistan, riducendo la dipendenza dalle forniture russe.

Shock petrolifero · Midterm 2026

Tre rotte del petrolio bloccate, il conto arriva alle pompe americane


L'Iran colpisce le navi a Hormuz, gli Houthi bloccano Bab el-Mandeb, gli attacchi ucraini fermano l'oleodotto sul Mar Nero. Il Brent ha chiuso sopra i 100 dollari e la benzina americana ha superato i 4 dollari al gallone, a tre mesi dal voto di metà mandato.

Grafica di FocusAmerica

Brent, chiusura di giovedì 23 luglio
$ al barile

Il greggio di riferimento internazionale ha toccato 102 dollari durante la seduta: non accadeva da fine maggio.

Rivedi la sequenza

I tre fronti

Le petroliere sono sotto tiro su tre rotte contemporaneamente


Ogni volta che una via d'uscita si chiude, il greggio si sposta sulla successiva. Da giovedì sono tutte e tre compromesse.

Il conto alla pompa

La benzina è tornata sopra i 4 dollari al gallone in tre settimane


Media nazionale della benzina normale rilevata dall'American Automobile Association. La linea tratteggiata è la proiezione di Eurasia Group se lo Stretto di Hormuz resta chiuso.

Prezzo rilevato Proiezione Eurasia Group

Il cuscinetto

Le scorte che hanno frenato i rincari sono quasi esaurite


L'11 marzo l'International Energy Agency e i suoi 32 Paesi membri hanno deciso un rilascio coordinato. Washington ha già consumato la maggior parte della sua quota.

Rilascio coordinato IEA e 32 Paesi membri

Quota statunitense già immessa sul mercato

L'Amministrazione Trump ha rallentato il ritmo dei rilasci residui.

«La crisi comincia adesso, perché ormai abbiamo consumato tutto quel petrolio».

Amy Jaffe, docente di energia alla New York University, a Politico

Il prezzo politico

A novembre gli elettori votano anche con il pieno di benzina


Sondaggio condotto da Public First per Politico fra il 12 e il 15 luglio, confrontato con i prezzi per codice postale rilevati da OPIS.

Quanti sovrastimano il rincaro nella propria zona

Seggio repubblicano Altri seggi

Fonte: Politico, Lloyd's List Intelligence, Windward, Rystad Energy, American Automobile Association, International Energy Agency, New York Times, Public First e OPIS · dati aggiornati al 23 luglio 2026.

Il Brent ha chiuso a 100,69 dollari il 23 luglio, con un massimo di 102 dollari durante la seduta.

Le scorte diminuiscono, la benzina rincara


L'escalation rischia però di mandare in frantumi la strategia con cui la Casa Bianca sperava di abbassare il prezzo dei carburanti prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Giovedì la benzina ha raggiunto i 4,09 dollari al gallone, 15 centesimi in più rispetto alla settimana precedente, secondo l'American Automobile Association. Un rincaro particolarmente pericoloso per i repubblicani, chiamati a difendere maggioranze ristrette in entrambe le camere del Congresso.

"Molti repubblicani pensavano di avere già toccato il fondo tra la fine della primavera e l'inizio dell'estate, ma ora scoprono che si può scendere ancora", ha dichiarato a Politico Mark Jones, politologo del Baker Institute for Public Policy della Rice University. Anche una rapida soluzione del conflitto, ha aggiunto, difficilmente si tradurrebbe in un calo dei prezzi alla pompa prima del voto.

Nel frattempo, i margini di intervento si stanno restringendo sempre di più. Le scorte globali, ancora abbondanti a febbraio, quando è cominciata la guerra, sono ormai scese a livelli critici. Il rilascio coordinato di 400 milioni di barili, deciso l'11 marzo dall'International Energy Agency insieme ai suoi 32 Paesi membri, ha contribuito per mesi a contenere i rincari, insieme alla riduzione degli acquisti cinesi.

Gli Stati Uniti hanno partecipato all'operazione immettendo sul mercato 172 milioni di barili della riserva strategica. L'Amministrazione Trump, tuttavia, ha già completato oltre il 60% dei rilasci programmati e ora ne ha rallentato il ritmo. "La crisi comincia adesso, perché ormai abbiamo consumato tutto quel petrolio", ha spiegato a Politico Amy Jaffe, docente di energia alla New York University.

Gregory Brew, analista di Eurasia Group, ha avvertito sulla stessa testata che le raffinerie statunitensi stanno già lavorando al massimo della capacità. Se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto, il prezzo della benzina potrebbe così salire fino a 4,50 dollari al gallone e avvicinarsi ai 5 dollari tra settembre e ottobre, nel pieno della campagna elettorale per le elezioni di midterm.

Le conseguenze si estendono anche al credito. Il rendimento dei titoli di Stato statunitensi a dieci anni è salito questa settimana al 4,7%, rispetto a meno del 4% alla fine di febbraio, mentre il tasso medio sui mutui trentennali a interesse fisso è tornato al 6,58%, come scrive il New York Times. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent aveva indicato proprio il rendimento del decennale come uno dei principali indicatori del successo dell'amministrazione nella lotta al costo della vita.

Gli analisti, tuttavia, non concordano sulle cause dell'aumento. "La guerra in Iran non aiuta, ma non è affatto evidente che il rendimento del decennale sia spinto dal rischio di inflazione", ha dichiarato al New York Times Jonathan Hill, stratega di Barclays. A suo giudizio pesano maggiormente le aspettative di crescita alimentate dall'intelligenza artificiale e le preoccupazioni per l'aumento del deficit pubblico.

Il prezzo politico della crisi


Sul piano elettorale conta però soprattutto la percezione degli americani. Nei sondaggi più recenti, tre su cinque sovrastimano l'aumento del prezzo della benzina nella propria zona, secondo un sondaggio condotto per Politico da Public First tra il 12 e il 15 luglio e confrontato con i prezzi per codice postale rilevati da OPIS. Nello specifico tendono a sovrastimare l'aumento circa il 70% degli elettori di Kamala Harris del 2024, contro il 54% di quelli di Trump.

Il 46% degli americani afferma inoltre che il costo dei carburanti influenzerà il proprio voto a novembre, mentre il 63% indica la guerra con l'Iran come la causa principale dei rincari. Tredici dei distretti congressuali più contesi hanno registrato aumenti superiori alla media nazionale e nove di questi sono attualmente rappresentati da deputati repubblicani.

Di fronte a questa difficile situazione, la portavoce della Casa Bianca Taylor Rogers ha ribadito giovedì che i prezzi torneranno ai livelli precedenti al conflitto man mano che le Forze Armate statunitensi ridurranno la capacità dell'Iran di colpire le navi nello Stretto di Hormuz. Trump, da parte sua, ha assicurato questa settimana che le considerazioni elettorali non influenzeranno le sue decisioni in Medio Oriente.

Intanto però dietro le quinte si lavora a una possibile via d'uscita. Stati Uniti e Regno Unito intendono, infatti, convocare la prossima settimana, nella capitale britannica, una riunione dedicata alla formazione di una coalizione internazionale per proteggere la navigazione nello Stretto, secondo quanto riferito ad Axios da due diplomatici europei e altre due fonti informate. Molti dei governi coinvolti pongono però una condizione: la cessazione preventiva dei combattimenti, senza la quale una missione internazionale difficilmente sarebbe praticabile.

Questa voce è stata modificata (4 settimane fa)

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Laura Loomer va a Kyiv e ammette di essere "caduta nella propaganda russa"


L'influencer MAGA più vicina a Trump ha intervistato Zelensky a Kyiv dopo anni passati a rilanciare le tesi del Cremlino. Il presidente ha elogiato l'intervista e martedì lo vedrà a Washington

L'influencer di estrema destra Laura Loomer, una delle voci più ascoltate dal presidente Donald Trump, ha passato la settimana a Kyiv e ha rinnegato pubblicamente anni di posizioni filorusse sulla guerra in Ucraina. Giovedì ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel giardino del palazzo Mariinsky e venerdì ha pubblicato l'intervista, registrata per il suo programma su Rumble, la piattaforma video molto usata dalla destra americana.

Trump ha elogiato l'intervista sul suo social network con un "Very good!!!" e la Casa Bianca ha confermato che martedì incontrerà Zelensky a Washington. Il presidente ucraino, che nell'intervista aveva detto che sarebbe probabilmente andato negli Stati Uniti per il funerale del senatore Lindsey Graham, arriverà mentre al Congresso è in discussione la nuova versione del testo sulle sanzioni contro la Russia.

Loomer ha 33 anni, si presenta come "giornalista d'investigazione" e ha quasi due milioni di follower su X, dove per anni ha minimizzato l'invasione russa e rilanciato le tesi del Cremlino. Il primo allarme aereo passato a Kyiv le ha fatto subito cambiare idea. "Ho appena vissuto il mio primo allarme aereo in Ucraina. Sirene che suonano. Succede ogni giorno a ogni ucraino", ha scritto durante il viaggio. "Ho detto spesso che non me ne importava. A ripensarci, non è stato molto gentile da parte mia dirlo". Poi ha aggiunto che serve chiarezza morale.

Fino a pochi giorni fa Loomer definiva l'Ucraina "un paese pieno di apologeti dei nazisti" e la descriveva come guidata da "un apologeta dei jihadisti". La prima formula è la stessa che la Russia usa da anni per giustificare l'invasione. A Kyiv ha ammesso di aver creduto che l'esercito ucraino fosse pieno di nazisti inquadrati nel battaglione Azov e di aver dato una volta a Zelensky dell'"ebreo nazista che odia sé stesso", per poi riconoscere di essere "caduta nella propaganda russa". Nella svolta ha pesato l'incontro con Moshe Reuven Azman, rabbino capo dell'Ucraina, che l'ha ricevuta nella sinagoga centrale di Kyiv e le ha raccontato i bombardamenti quotidiani, i bambini e i civili uccisi, le città e i villaggi distrutti.

WATCH:

Laura Loomer Interviews Ukrainian President Volodymyr Zelenskyy @ZelenskyyUa at Mariinsky Palace in Kyiv, Ukraine. 🇺🇦 🇺🇸

Enjoy! @APUkraine @POTUS @WhiteHouse @KremlinRussia_E pic.twitter.com/6o53trow9X
— Laura Loomer (@LauraLoomer) July 24, 2026


Loomer ha poi visitato la cattedrale della Dormizione della Lavra delle Grotte di Kyiv, uno dei luoghi religiosi più importanti del paese, colpita a giugno da un attacco russo con droni che secondo l'UNESCO ha provocato danni gravi all'interno e all'esterno. Mosca ha negato ogni responsabilità e ha sostenuto, senza portare prove, che a colpire il complesso sia stato un missile Patriot ucraino di fabbricazione americana uscito fuori rotta per via della sua età. In un video girato dentro la chiesa Loomer ha accusato Vladimir Putin di ipocrisia per come presenta la Russia come potenza cristiana: "Non credo si possa dire di proteggere il cristianesimo se si cerca di colpire con un drone Gesù Cristo".

Nell'intervista Zelensky ha detto che il suo rapporto con Trump è decisamente migliorato rispetto allo scontro nello Studio Ovale del febbraio 2025, quando il presidente americano e il vicepresidente JD Vance lo attaccarono davanti alle telecamere. Il punto di svolta, ha spiegato, fu la breve conversazione tra i due nella basilica di San Pietro nell'aprile 2025, in occasione del funerale di papa Francesco: un momento storico, lo ha definito, perché in 15 o 20 minuti le relazioni cambiarono.

Il governo ucraino non ha organizzato il viaggio. Dmytro Lytvyn, portavoce di Zelensky, ha spiegato che nessuna istituzione ucraina se n'è occupata e che l'ufficio del presidente ha saputo della presenza di Loomer nel Paese dai social. L'ufficio di Zelensky l'ha comunque ringraziata pubblicamente, scrivendo che serve coraggio per venire in Ucraina e non lasciarsi scoraggiare dalla propaganda russa o dalle sirene antiaeree. Ad accompagnarla c'erano anche due alti funzionari ucraini, Serhiy Kyslytsya e Tetyana Berezhna.

Il viaggio conta perché Loomer non è una commentatrice qualsiasi. Nel 2025 ottenne il licenziamento del direttore della National Security Agency, l'agenzia americana che si occupa di intercettazioni e sicurezza delle comunicazioni, il generale Timothy Haugh, dopo un incontro nello Studio Ovale in cui presentò a Trump una lista di consiglieri per la sicurezza nazionale che considerava "talpe dei democratici" e "traditori" dello Stato profondo. Secondo il libro Regime Change, scritto dai giornalisti del New York Times Maggie Haberman e Jonathan Swan, quell'incontro si chiuse con l'ordine del presidente ai suoi collaboratori di sbarazzarsi nel dubbio di tutti quanti e di licenziarli.

Sulle nuove sanzioni Loomer si è schierata a favore del testo in discussione al Congresso e ha chiesto di allargare il fronte per raccogliere i voti necessari. "La Russia finanzia l'Iran e gli fornisce esplosivi per uccidere soldati americani, mentre l'Iran ha chiesto l'assassinio del presidente Trump", ha scritto. "Gli Stati Uniti devono spezzare l'economia russa finché non si sottometterà alla pace".

Anton Gerashchenko, blogger molto seguito ed ex consigliere del governo ucraino, ha definito l'intervista con Loomer come molto importante e necessaria, perché registra la rottura pubblica di una parte del movimento MAGA con le narrazioni e la propaganda russe.

Ed in effetti anche altri esponenti del mondo MAGA, il movimento che ruota attorno allo slogan Make America Great Again, stanno cambiando posizione sull’Ucraina. Tim Pool, podcaster di estrema destra con 2,7 milioni di follower su X, che in passato ha ricevuto finanziamenti da un'agenzia russa e detto di non saperlo, giovedì ha scritto che l'Ucraina combatte per la propria sopravvivenza contro un dittatore malvagio e che adesso vede l'importanza di una vittoria ucraina.

L'ala filo russa MAGA perde così sempre più terreno. Tucker Carlson, l'ex presentatore di Fox News che oggi produce un suo programma autonomo, continua a rilanciare le tesi del Cremlino davanti a un pubblico molto ampio, come fa l'influencer complottista Candace Owens, che era stata invitata a Mosca a giugno insieme ai fratelli Tate, arrestati questa settimana a Miami per essere estradati nel Regno Unito, dove sono accusati di stupro e di tratta di esseri umani a fini di sfruttamento sessuale. Il loro peso presso Trump è però minore che in passato.

Anche il tono ufficiale della Casa Bianca verso Mosca è cambiato negli ultimi mesi. Nel primo anno di mandato Trump aveva maltrattato Zelensky alla Casa Bianca, nel febbraio 2025, prima di riservare un'accoglienza calorosa a Putin in Alaska il 15 agosto. Il presidente, che sognava un accordo di pace rapido anche a costo di sacrificare gli interessi di Kyiv, mostra ora sempre più segni di insofferenza verso il capo del Cremlino, poco disposto a chiudere un conflitto impantanato nel Donbass, mentre i droni ucraini a lungo raggio martellano il territorio russo.

La Russia intanto continua a colpire l'Ucraina. Venerdì un attacco con missili balistici in pieno giorno ha ucciso dieci persone nella regione di Kyiv e ne ha ferite quasi cento, mentre altre cinque sono morte a Sloviansk, nell'est del Paese, per una bomba lanciata da un aereo. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha detto che l'Amministrazione Trump continua ad essere pronta a contribuire a mettere fine alla guerra ma ha ammesso che non esiste una strada rapida verso un accordo.


Tucker Carlson definisce Trump "debole" per aver lasciato che Israele spingesse gli Stati Uniti in guerra con l'Iran


Tucker Carlson, una delle voci più influenti della destra americana ed ex conduttore dell'emittente televisiva conservatrice Fox News, ha definito il presidente Donald Trump un uomo "debole" che ha lasciato che Israele spingesse gli Stati Uniti nella guerra con l'Iran. Lo ha detto in un'intervista del 15 luglio al podcast di Mishal Husain, giornalista di Bloomberg, tornando ad attaccare un presidente di cui per anni è stato alleato.

Husain gli ha chiesto se fosse arrivato il momento di ritenere Trump "pienamente responsabile" della ripresa della guerra e ha motivato la domanda con il fatto che il presidente è "l'uomo più potente del mondo". Carlson ha respinto la premessa: "Non penso che sia l'uomo più potente del mondo. L'ho ritenuto direttamente responsabile, è colpa sua: è il presidente degli Stati Uniti, è stato eletto. Quello è il suo lavoro e una parte enorme del lavoro consiste nel resistere alle pressioni di forze esterne".

Molti presidenti del passato, ha proseguito, sono riusciti a respingere i "tentativi di controllarli" da parte di governi stranieri; Trump invece non ha trovato la forza di fare altrettanto. "È debole. Non faccio finta del contrario", ha detto Carlson. "Ma è anche un'affermazione verificabile nei fatti che Israele ci ha spinto in questa guerra e che Trump glielo ha permesso". Lo ha riconosciuto davanti alle telecamere, ha aggiunto, lo stesso segretario di Stato, il capo della diplomazia americana: "Quindi non è una teoria del complotto. È un fatto".

Il governo degli Stati Uniti, secondo Carlson, "non vuole, o forse non può" contrastare le ingerenze di Israele. L'ex conduttore critica il presidente sulla guerra con l'Iran da mesi e negli ultimi tempi ha dedicato a Israele una parte crescente dei suoi interventi. A giugno aveva detto: "Quello che sappiamo per certo è che gli Stati Uniti sono entrati in guerra con l'Iran, una guerra che stiamo perdendo e che di fatto abbiamo già perso, a causa delle pressioni del primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu". Negli stessi giorni aveva annunciato ufficialmente il suo addio al Partito Repubblicano.

Trump ha sempre respinto la ricostruzione secondo cui sarebbe stato Israele a trascinarlo nel conflitto e ha rivendicato in più occasioni il pieno controllo delle decisioni. A marzo aveva detto: "Semmai, potrei essere stato io a forzare la mano a Israele". A giugno aveva ribadito che Israele "non ha scelta" e dovrà accettare qualsiasi accordo lui decida di concludere con l'Iran. "Decido io. Decido tutto io", ha detto in un'intervista al Financial Times, aggiungendo che non è Netanyahu a decidere.


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Focus America è ora anche su LinkedIn e Instagram


Da alcune settimane siamo su due nuovi canali, oltre a Facebook, Twitter, Bluesky, Telegram e WhatsApp.

Focus America da alcune settimane è anche su LinkedIn e su Instagram. Sono due nuovi spazi in cui pubblichiamo i nostri articoli, i grafici e gli aggiornamenti su politica, economia e società degli Stati Uniti, per chi preferisce seguirci su questi canali.

Su LinkedIn condividiamo soprattutto le analisi e gli approfondimenti, pensati per chi vuole capire cosa succede negli Stati Uniti oltre la notizia del giorno. Su Instagram trovate i contenuti più visivi, con i grafici e le immagini che accompagnano i nostri pezzi.

Chi ci segue già lo sa, ma vale la pena ricordare tutti gli altri canali su cui Focus America è presente. Siamo su Facebook, dove pubblichiamo i nostri articoli e raccogliamo i commenti dei lettori, e su Twitter, il canale più adatto per seguire in tempo reale gli aggiornamenti sulle notizie americane.

Siamo anche su Bluesky, il social network alternativo a Twitter nato negli Stati Uniti, dove pubblichiamo gli stessi contenuti per chi si è spostato su questa piattaforma.

Per chi preferisce ricevere gli aggiornamenti direttamente sul telefono ci sono due canali. Il primo è su Telegram, dove pubblichiamo i link ai nuovi articoli man mano che escono. Il secondo è il canale WhatsApp, pensato per chi usa soprattutto questa applicazione e vuole restare aggiornato senza cercare i contenuti altrove.

Il sito resta il posto in cui pubblichiamo per intero gli articoli e le analisi. I canali social servono a segnalare i nuovi pezzi e a raggiungere chi ci scopre da lì, ma il lavoro completo è sempre su focusamerica.it.

Aprire i profili su LinkedIn e Instagram fa parte del tentativo di far conoscere Focus America a un pubblico più ampio. Ogni condivisione, ogni like e ogni nuovo iscritto aiuta i nostri contenuti a circolare e a raggiungere più lettori interessati a capire cosa succede negli Stati Uniti.

Su tutti questi canali pubblichiamo lo stesso lavoro che trovate sul sito. Potete scegliere quello che usate di più e seguirci lì. Grazie a chi ci legge e a chi vorrà iscriversi anche sui nuovi profili.

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Hypershell X Series arriva in Europa: l'esoscheletro intelligente che rivoluziona le attività outdoor


Hypershell X Series arriva ufficialmente in Europa portando un esoscheletro intelligente progettato per supportare camminate, trekking e attività outdoor. Ecco caratteristiche, tecnologie e tutto quello che c'è da sapere sul nuovo dispositivo indossabile
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Hypershell ha presentato la nuova X Series, il primo esoscheletro al mondo con intelligenza artificiale end-to-end certificato da TÜV Rheinland. Basato sulla tecnologia HyperIntuition, l’algoritmo proprietario di controllo del movimento che utilizza l'intelligenza artificiale, la nuova X Series è progettata per offrire un sostegno più naturale, immediato e sincronizzato con i movimenti dell’utilizzatore, e grazie a un sistema di indossabilità migliorato e a un motore di nuova generazione, la gamma garantisce un'assistenza ultraveloce e una risposta intuitiva. Disponibile nei modelli X Ultra S, X Max S e X Pro S, la serie offre diversi livelli di supporto, autonomia e adattabilità al terreno per escursionisti, appassionati di outdoor, persone attive over 60 e professionisti che trascorrono lunghi periodi in piedi.

Shopping con l’AI: oltre il 40% degli italiani affiderebbe gli acquisti all’AI
L’AI è sempre più protagonista dello shopping online. Secondo una ricerca Adyen, oltre il 40% degli italiani si dice disposto a lasciare all’intelligenza artificiale il compito di scegliere e acquistare prodotti
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Dal laboratorio alle operazioni sul campo


HyperLIFT, il programma di test sul campo "Lifesaving Innovation” porta la tecnologia degli esoscheletri oltre i laboratori per studiare come supportare le squadre di ricerca e soccorso in operazioni reali riducendo l'affaticamento e migliorando la sicurezza operativa. Nel 2026, l’azienda collaborerà con oltre 50 organizzazioni SAR per test sul campo, feedback e sviluppo di casi d’uso concreti.

Un supporto basato sull'intelligenza artificiale


HyperIntuition segna il passaggio di Hypershell dalla tradizionale modellazione del movimento basata su regole al controllo del movimento end-to-end tramite AI, unendo percezione, riconoscimento, previsione e pianificazione in un unico sistema continuo. Grazie a questa tecnologia, la nuova serie è in grado di adattarsi in modo più naturale ai movimenti complessi, offrendo un supporto che risulta più sincronizzato e intuitivo negli ambienti dinamici all'aperto. Secondo dati TÜV Rheinland, Hypershell X raggiunge il 97,5% di sincronizzazione con l’andatura su terreni variabili e risponde in 0,31 secondi, raggiungendo una velocità superiore del 64,5% rispetto alla generazione precedente. È il primo esoscheletro consumer al mondo certificato attraverso test di ingegneria dei fattori umani.
Hypershell X Ultra S
Hypershell Shelly, il primo agente basato sull'intelligenza artificiale nel settore degli esoscheletri consumer, è ora disponibile per il beta testing. Gli utenti possono interagire con Shelly tramite messaggi di testo o comandi vocali per controllare il proprio esoscheletro, scoprirne le funzionalità e personalizzare la propria esperienza.

Progettato per attività impegnative all'aria aperta


Con il modello di punta Hypershell X Ultra S in testa, la nuova serie introduce una serie di miglioramenti a livello di componenti, comfort e resistenza, pensati per un utilizzo all'aperto più lungo, intenso e impegnativo. Le versioni X Ultra S e Max S utilizzano il sistema motore M-One Ultra di nuova generazione di Hypershell, progettato per garantire un'assistenza più efficiente su diversi terreni. Dotato di un'architettura con avvolgimento e riempimento delle scanalature ottimizzati, il sistema offre un'efficienza di conversione energetica fino al 90% con una riduzione del 50% della dispersione termica. I test certificati SGS confermano ulteriormente la capacità di M-One Ultra di ridurre il consumo di ossigeno fino al 39,2% e la frequenza cardiaca fino al 42,7%, diminuendo al contempo il carico muscolare e migliorando le prestazioni atletiche complessive.
Il sistema di vestibilità offre inoltre maggiori comfort, stabilità e sostegnoIl sistema di vestibilità offre inoltre maggiori comfort, stabilità e sostegno
Un innovativo cuscinetto in vita a tre zone si adatta naturalmente alle diverse corporature per una vestibilità personalizzata, mentre la struttura antiscivolo in silicone a nido d'ape garantisce aderenza e stabilità durante il movimento. Un cuscinetto ergonomico per la schiena migliora ulteriormente il comfort grazie al supporto aggiuntivo per la zona lombare.
X Ultra S: il modello è dotato di un tubo della leva dell'anca in lega di titanio aerospaziale stampato in 3D
Il modello X Ultra S è dotato di un tubo della leva dell'anca in lega di titanio aerospaziale stampato in 3D — una novità assoluta nel settore — e di una struttura delle gambe in composito di fibra di carbonio, testati per oltre un milione di cicli di oscillazione ad alta coppia. Con certificazione IP54 contro acqua e polvere e operatività garantita tra -20° e 60° C, la gamma è progettata per affrontare condizioni esterne diversificate, anche estreme.

Sony RX10 V: La Nuova Super Zoom per Sport e Natura
Sony presenta ufficialmente la RX10 V, la fotocamera bridge di quinta generazione pensata per i professionisti e gli appassionati di viaggi, sport e natura
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Disponibilità

La nuova Hypershell X Series è disponibile con prezzi che vanno da 999 euro per il modello X Pro S, fino a 1999 euro del modello X Ultra S. 🪄

DREAME X60 Pro Ultra Complete


La tecnologia UltraExtend a due bracci estende la spazzola laterale fino a 12 cm e il mocio fino a 18 cm, per una copertura di bordi e angoli certificata al 100%.

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Shopping con l'intelligenza artificiale: oltre il 40% degli italiani è pronto ad affidare gli acquisti all'AI


Adyen ha presentato una nuova ricerca che evidenzia un interesse crescente verso l’intelligenza artificiale tra i consumatori italiani. Il 34% dei consumatori italiani dichiara di aver utilizzato assistenti AI per semplificare la propria esperienza di acquisto negli ultimi 12 mesi, e a guidare l’adozione sono soprattutto Gen Z e Millennial.

L’AI arriva fino al checkout


Il report mostra che il 43% dei consumatori italiani sarebbe oggi disponibile a lasciare che un assistente AI gestisca l’intero processo di acquisto, inclusa la finalizzazione della transazione, una volta impostati i criteri. La disponibilità è particolarmente elevata tra i Millennial (45%), che si dicono pronti a delegare all’AI l’acquisto per conto loro. L’apertura è significativa anche tra le altre generazioni: Gen X (42%), Gen Z (42%) e Baby Boomer (41%).

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Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Tra chi usa assistenti AI quando fa shopping, il 65% dice che li aiuta a risparmiare tempo e il 64% concorda sul fatto che aiutino a orientarsi tra le troppe opzioni online. Inoltre, il 54% vorrebbe che i retailer impiegassero l’AI per suggerimenti proattivi sui prodotti, segnale di una domanda pronta per esperienze più guidate e automatizzate. I consumatori sono quindi pronti a vedere l’AI evolvere oltre le semplici raccomandazioni, fino a diventare un canale di vendita “di fiducia” in grado di gestire anche la transazione.

Sicurezza e trasparenza come fattori chiave


Nonostante l’entusiasmo, il passaggio da modalità di suggerimento a “personal shopper” dipende dalla fiducia. Alla domanda su cosa sia più importante per affidare all’AI la finalizzazione dell’acquisto, i consumatori italiani indicano come priorità processi di reso/rimborso e assistenza post-acquisto semplici e senza complicazioni. Seguono la fiducia che l’AI ottimizzi l’acquisto per il prezzo più basso o il miglior rapporto qualità-prezzo e chiarezza su chi sia responsabile (ad esempio provider AI, retailer o utente) in caso di errori o problemi. Restano molto rilevanti anche sicurezza dei dati di pagamento e privacy (32%) e la possibilità di rivedere e annullare l’acquisto dopo che l’AI l’ha selezionato. Per chi invece non è ancora pronto a delegare all’AI le proprie scelte di spesa, le principali preoccupazioni riguardano la perdita di controllo di ciò che si sta acquistando, mentre il 39% dice di non vederne la necessità perché “fare shopping è già abbastanza semplice”, e il 36% teme errori (ad esempio taglia, colore o prodotto sbagliato). Inoltre, il 36% indica timori legati a privacy e sicurezza dei dati di pagamento.

I retailer puntano sulla sicurezza


I retailer sono consapevoli sia dell’opportunità sia dei rischi legati all’AI. In Italia, l’80% afferma di essere aperto ad abilitare l’agentic commerce (ossia agenti AI autonomi in grado di acquistare direttamente per conto dei consumatori): il 41% lo considera una priorità strategica e il 48% dichiara di voler investire nella tecnologia entro i prossimi 12 mesi.

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Le smart home non sono più una semplice tendenza, ma una realtà consolidata anche in Italia. Sempre più persone scelgono dispositivi connessi e sistemi di automazione per rendere la casa più sicura, efficiente e confortevole
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In linea con le aspettative dei consumatori, i retailer danno priorità a sicurezza e governance. Tra i fattori ritenuti più critici per l’adozione, il 30% cita la protezione completa dei dati sensibili per prevenire violazioni e frodi, a pari merito di chi esprime l’importanza di essere tutelati dai costi legati agli errori d’acquisto degli AI agent (30%), mentre il 29% ha dichiarato la necessità che tutti gli acquisti basati sull’AI siano conformi alle policy interne e alle normative di regolamentazione vigenti. Il 28% inoltre, indica l’integrazione semplice con sistemi e infrastrutture IT (idealmente con un’unica integrazione). Tra le ragioni che frenano l’adozione, la principale è il timore di perdere il rapporto diretto con il cliente (37%).

“Se da un lato una quota rilevante di retailer sta già dando priorità a questa tecnologia, dall’altro resta forte il timore di perdere la relazione diretta con il cliente - ha commentato Gabriele Bellezze di Adyen Italia - la direzione è rendere l’AI un canale aggiuntivo potente, che offra ai consumatori un nuovo modo di acquistare, garantendo però che il retailer mantenga il controllo sulla relazione e sui dati. Il punto non è solo la tecnologia: è la relazione.”



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XIX Big Fish Tournament


Ventotene incorona il team Black Night in un’edizione entusiasmante tra agonismo, eccellenza culinaria e solidarietà, come da tradizione Big Fish.
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foto in alto: spettacolare colpo d'occhio del Porto Romano di Ventotene durante la serata finale del Big Fish.

Si è svolta a Ventotene, all’inizio di luglio, la XIX edizione del Big Fish Tournament, appuntamentto di traina d’altura organizzato impeccabilmente da Nicla e Nestore Grassucci. Iniziata tra le difficoltà per il maltempo di giovedi 2 luglio, e per la scomparsa dell’amico Ciro, come da suo volere, si è svolta regolarmente con 42 team dei 55 iscritti. Venerdì e sabato, si sono svolte in un piacevolissimo clima informale e goliardico (molti gli habitué) le due giornate di pesca, in un campo di gara di circa 200 miglia quadrate, posizionato tra Ventotene e Ponza su fondali da 500 a 1000 metri. Il particolare meccanismo di attribuzione dei punti mirava a premiare le catture dei rostrati, del pesce spada in particolare, il vero “big fish”! Nonostante numerosi avvistamenti a galla e qualche presunto attacco, nessun equipaggio è riuscito a portarlo a pagliolo. Di contro, specialmente nella prima giornata, sono stati registrati numerosi strike, anche doppi e tripli: alalunghe e tonni striati, aguglie imperiali e qualche tonno rosso (per queste ultime specie era previsto il rilascio). Il termine della prima giornata vede in testa Prince 25 con Marco Valerio Alessandrini che conta due aguglie imperiali. La seconda giornata c’è stato il sorpasso di Black Knight e l’intramontabile Riccardo Fanelli, giunti in testa, per la cattura di quasi tutti i pesci ammessi, col criterio premiale legato alla diversità di specie, sopravanzando di 3500 punti il secondo classificato, il team Fly Fish.
Black Night sul podio.
Come diceva Gigi Proietti, “al cavaliere nero non glie devi rompere il ...”. Infine al terzo posto si è classificato Black Shark al suo esordio a Ventotene.

Il nostro torneo - Emblematica è la frase di Paolo, durante la cena finale: “Maks... ma cosa abbiamo combinato?”. Riavvolgiamo il nastro: nè io, nè Paolo (Milillo) avevamo mai partecipato a una gara di pesca, entrambi non siamo di indole competitiva e nonostante la sviscerata passione per la pesca, quest’ultima è solo una buona scusa per stare in mare. L’idea è nata parlando con Davide Acone che poi all’ultimo ha dovuto rinunciare, ma da subito mi è piaciuto lo spirito e il regolamento: tanto divertimento e poco stress, almeno queste erano le premesse. Ci iscriviamo all’ultimo, aggiungendo il nostro amico Luca Lamberti e il figlio Gaetano, non avendo neanche idea di come chiamare il team, optando poi per il nome del gommone, un Panamera 10.0 Cabin che ci siamo divertiti ad allestire in funzione pesca-diporto.
Il team Black Shark con le splendide t-shirt tecniche fornite dall'organizzazione. Da sn: il sottoscritto (Maksimilian Capone, Paolo Milillo, Gaetano e Luca Lamberti
L’avvicinamento - Partiamo da Salerno quando Giove Pluvio decide di far ricadere sul golfo di Napoli tutta l’acqua evaporata nei giorni precedenti… e quindi, inevitabilmente, non potendo anticipare la partenza, ci ritroviamo giovedì mattina a Nerano, invece che a mangiare spaghetti, a ripararci dal diluvio e dal vento. Passato il peggio doppiamo Punta Campanella, ma onde corte di 2 metri ci costringono a una seconda fermata, a Capri, e non vi nascondo che ho pensato di virare verso casa: la sicurezza viene sempre prima di tutto. Alla fine, abbandonata l’idea di un dietro front, alle 15:00 molliamo Capri e arriviamo a Ventotene con il sole, provati ma felici.

Day one - Dopo il briefing di venerdì mattina usciamo dal porto per le procedure di partenza: è davvero emozionante vedere tutti questi fisherman lanciati a manetta verso il campo gara. Ci mettiamo in assetto di traina con 7 canne (2 minnow e 5 kona), gli ultimi a poppa con bird ed esche generose: cm 25-30. Non conoscendo il campogara iniziamo da uno spigolo e dopo un quarto d’ora siamo in pesca. In radio si susseguono gli strike, doppio strike, triplo strike, alalunga a bordo, lampuga a bordo, aguglia rilasciata, ecc., mentre Nestore elargisce a tutti un vibrante “Ottimo!”. Dopo un’ora è strike anche per noi, ma dopo 10 secondi, il mulinello si ferma senza nean-che darci il tempo di trasmettere lo strike al vhf. La giornata va via cosi, cambiando le esche, la velocità, le rotte (percorrendo anche quelle degli strike altrui), ascoltando in radio qualche litigio sulle precedenze, e ancora strike su strike, con un senso di frustrazione crescente per cui spegniamo l’apparecchio, riacceso solo per sentire lo strike degli amici di Ituna e per il fine di gara di Nestore. Al rientro in porto ci consola il fatto che su 40 team solo 25 hanno catture e dieci di questi con appena una preda valida. Noi non avevamo alcuna velleità, solo una voglia matta di non chiudere con due cappotti e poter vivere l’esperienza di gridare strike in radio e compiere le procedure necessarie a validare la cattura. Meno male che durante gli incroci in pesca abbiamo scoperto che le ultime esche erano lontanissime dalle barche, in più, sbirciando nei pozzetti, tra un aperitivo e una chiacchiera, scopriamo che le esche della concorrenza sono più piccole delle nostre. Naturalmente ci siamo adeguati.
Marcello Mazzella (Silmar 4), con una splendida lampuga da copertina portata a pagliolo durante la gara.
Day two - Sabato siamo di nuovo in mare, con un meteo migliore, e l’idea di spegnere la radio al primo strike… se non fossimo stati noi a farlo. Dopo neanche mezz’ora veniamo premiati da un attacco su un kona intermedio. Paolo è bravo e freddo a dare filo, e gli attacchi diventano in tutto 4. A un certo punto, sempre Paolo, ferra e trova resistenza dall’altra parte del filo: “Preso!”. Vista la reazione eravamo sicuri che fosse un’aguglia e emozionato anch’io, alla radio grido finalmente il mio “strike”. Dopo averla portata sottobordo e filmato il rilascio festeggiamo rilassati. Ora la radio può restare accesa! Il ritmo degli strike diminuisce e a metà giornata parte l’ultima canna, con un kona di White Monkey. Abbiamo ritirato tutte le altre canne e dopo un po' una bellissima alalunga giace a pagliolo. Neanche il tempo di rimettere le canne in acqua che osserviamo un paio di attacchi a galla. Il mare è calmissimo e vediamo bene un rostrato sulle esche intermedie. Le proviamo tutte: accelera, decelera, molla l’esca, ma… niente. Guardo Paolo e gli propongo un’inversione di marcia, nonostante lo spazio sia limitato perché ci sono altre due barche ai nostri lati. Ci proviamo lo stesso. In virata però sono costretto a stringere ancora e le due esche lontane si accavallano costringendoci al recupero, delle lenze ormai imbrogliate. Torniamo in pesca e assistiamo a un attacco a galla. È strike!!! La strategia ha funzionato e dopo un po' rilasciamo un’altra aguglia. Poi nulla, ma rientriamo contenti in porto con la speranza di esser entrati tra i primi 10 viste le scarse catture del giorno. A cena la sorpresa finale, seguendo l’archetipo narrativo del “Viaggio dell’eroe”, esce la classifica provvisoria, e siamo terzi! Il team esordiente Black Shark conquista inaspettatamente il terzo posto e non vi nascondo di aver provato quasi un po' di imbarazzo sul palco durante la premiazione. Ma per come ci siamo comportati in gara, soprattutto nella cattura delle due aguglie, penso che ce lo siamo meritato. Ringraziamo Nestore e Nicla e tutti i partecipanti. Sarà impossibile non essere della partita anche l’anno prossimo.
Il momento del rilascio di un'aguglia imperiale.

Il Punto di Nestore Grassucci


Si è conclusa con uno straordinario successo la 19ª edizione del Big Fish Tournament svoltasi a Ventotene dal 2 al 5 luglio. Nonostante un meteo incerto la maggior parte dei team è riuscita a raggiungere l’isola e, con il successivo miglioramento delle condizioni meteo-marine, la manifestazione si è svolta nel migliore dei modi. Al momento del via, ben 42 team su 55 iscritti, erano pronti alla partenza. Il campo di gara, a debita distanza dalla Riserva Marina di Ventotene e Santo Stefano, ha regalato giornate intense e ricche di adrenalina. Nel pieno rispetto dell'ecosistema marino e seguendo il rigido protocollo della manifestazione che promuove attivamente il rilascio del pescato, si sono registrati tantissimi strike e moltissimi rilasci. Dopo due giornate di gara agguerrite, il titolo della 19ª edizione è andato al Team Black Knight. L'equipaggio proveniente in parte dalla Calabria, Lazio, Lombardia, composto da Domenico Scopelliti, Riccardo Fanelli, Fabio Smorto, Guido Tritto, Fausto Frattaroli, Pasquale Catalano e Niccolò Cantucci ha sbaragliato la concorrenza totalizzando ben 16.500 punti grazie a un bottino eccezionale: un'aguglia imperiale, un tonno rosso, una lampuga e tre alalunghe. Il secondo gradino del podio è stato conquistato dal Team Fly Fish proveniente da Sardegna, Sicilia, Lazio (Mario Antonio Galleri, Viviana Callea, Davide Galleri, Pierluigi Bottini e Paola Pesanisi) che ha totalizzato 13.000 punti portando a termine le catture di un'aguglia imperiale, un tonno rosso e due alalunghe. Terzo posto d'onore per il Team Black Shark proveniente dalla Campania (Maksimilian Capone, Paolo Milillo, Luca Lamberti e Gaetano Lamberti) che, con due aguglie imperiali e un'alalunga, ha chiuso a quota 12.500 punti.

Premi - Il prestigio del BIG FISH TOUR si riflette anche nel livello dei premi messi in palio dai partner dell'evento. Il main partner Raymarine ha confermato il suo ruolo di leader tecnologico offrendo ai primi classificati strumentazioni di bordo di ultimissima generazione: un AXIOM2 Pro 16 RVM, un Package Autopilota Evolution EV-200 e un AXIOM2 Pro 12 RVM. Raymarine ha inoltre dato vita a un seguitissimo contest a sorteggio, mettendo in palio una termocamera portatile Flir Ocean Scout Pro, accessorio fondamentale per la sicurezza nella navigazione notturna e controsole. Notevole anche il contributo degli altri sponsor tecnici: Italcanna ha premiato i pescatori con 5 splendide canne Black Slim (20-30 libbre), 3 prestigiosi mulinelli Gladiator 4/0, oltre a borse e gadget esclusivi; White Monkey ha offerto set completi di esche e teaser per i primi dieci classificati, tra cui la novità Ragnarok Tube; Mustad ha fornito una serie di coltelli sfilettatori professionali per il podio della gara dei crudi e ai team premiati del BIG FISH; La nuova piattaforma Fishoo ha partecipato attivamente offrendo 5 buoni acquisto del valore di 100 € ciascuno e buoni sconto per tutti i partecipanti.

Brigata - Il livello della competizione gastronomica è stato elevatissimo grazie anche agli stimoli arrivati da una giuria d'eccezione. Un grande contributo è arrivato dal Maestro del Sale Paolo Santoro (esperto di oli e sali), che ha affascinato il pubblico con un intervento formativo volto a spiegare l'uso dei diversi tipi di sale e le regole di abbinamento per esaltare il pesce crudo. Al suo fianco, in veste di co-giudice, ha presenziato il mastro oleario Paolo Fiormonti del Frantoio Orsini, azienda che insieme alla cantina Casale del Giglio ha firmato i premi enogastronomici d'eccellenza della serata (vini e oli biologici pregiati pluripremiati).
Pescatori-chef alle prese con la gara dei crudi.

Ricetta vincitrice


Tramonto sul Mare - dell’aspirante chef Raffaele Caputo - team Tonno Subito

Ingredienti per due porzioni: g 300 di ventresca ben pulita di alalunga precedentemente abbattuta; g 150 di melone (1 classica fetta); g 50 di pesca sbucciata e abbastanza dura; 1 lime per la marinatura; pepe, sale e olio evo quanto basta per la marinatura; olio all’arancia Orsini; qualche foglia di menta; zest di limone e cristalli di sale per la chiusura del piatto.

Passaggi: tagliare a dadini uguali il pesce e la frutta; spremere il lime e condire con pepe, sale e olio evo quanto basta; unire i dadetti di pesce e frutta e mescolarli delicatamente insieme alla salsetta per marinare il tutto per qualche minuto; a seguire, utilizzare un coppa pasta per dare la forma e prima di sfilare condire con un po di olio di arancia Orsini; guarnire con qualche foglia di menta, zest di limone e cristalli di sale.


Smile House - Il vero cuore pulsante del Big Fish Tournament rimane la responsabilità sociale. Durante le giornate di gara a Ventotene sono state issate sui divergenti delle imbarcazioni oltre 200 bandierine di Smile House Fondazione ETS. Questo eccezionale risultato fa parte del progetto "One Strike One Smile", nato dalla collaborazione tra la Fondazione e l'Associazione Autentico Mare: per ogni pesce allamato, i team issavano la bandierina a cui corrispondeva una donazione volontaria finalizzata a sostenere i percorsi di cura (chirurgia, logopedia e supporto psicologico) per i bambini con malformazioni cranio-maxillo-facciali. La Targa Speciale Smile House Fondazione ETS per il maggior numero di "strike solidali" è stata assegnata al Team Ticket To Ride (composto dal capitano Massimo Bottiglieri, Gabriele Varrella, Giovanni Trombetta, Michele Regine, Crescenzo Mendella e Kristian Di Sarno), distintosi per generosità, spirito di squadra e continuità sociale.

Si ringrazia - Comune e comunità di Ventotene, Capitaneria di Porto, Guardia di Finanza e Carabinieri. La famiglia Alleati. Le persone e le attività che partecipano nell’organizzazione, in particolare Pietro Pennacchio, Simone Piciucchi e Modesto Sportiello.


Un nostalgico pensiero per Ciro, pilastro del Big Fish, il cui ricordo rimarrà indissolubilmente legato a questo mare.


Strategia vincente


Tra Ponza, Ventotene e Ischia, si pesca su batimetriche, comprese tra i m 1500 e 2000, anche 2500, relativamente vicine alle isole, dove generalmente si spostano i predatori pelagici per la presenza del krill alla base della loro alimentazione. Quest'anno le cose sono andate diversamente. Il giorno precedente al Big Fish catturammo un paio di pesci mentre rientravamo in porto, su un fondale di circa 700 metri. Profondità alla quale non avevamo mai pescato prima, soprattutto nei precedenti Big Fish. Alla partenza tutti si sono diretti verso le solite quote, noi invece ci siamo fermati appena scoperta la batimetrica dei 500 e abbiamo avuto subito un primo strike di un’aguglia imperiale che poi si è slamata. A quel punto abbiamo impostato la prima giornata sui 700-800 metri, catturando un’aguglia imperiale, un’alalunga e una lampuga. Ovviamente il secondo giorno abbiamo ripetuto la stessa strategia ottenendo il risultato che ci ha portato alla vittoria. Riccardo Fanelli


English version


XIX Big Fish Tournament

Ventotene crowns Team Black Knight in an exciting edition combining competitive sport fishing, culinary excellence and charity, in true Big Fish tradition.

The 19th edition of the Big Fish Tournament, the prestigious offshore trolling competition flawlessly organized by Nicla and Nestore Grassucci, took place in Ventotene at the beginning of July. Despite a difficult start due to the bad weather on Thursday, July 2, and the passing of their friend Ciro, the event was held as he would have wished, with 42 of the 55 registered teams taking part. Friday and Saturday featured two enjoyable days of fishing in a relaxed and convivial atmosphere, with many returning participants. The competition area covered approximately 200 square miles between Ventotene and Ponza, over depths ranging from 500 to 1,000 metres. The tournament's unique scoring system was designed to reward catches of billfish - particularly swordfish, considered the ultimate "big fish." Although numerous surface sightings and several suspected attacks were reported, no crew succeeded in bringing one aboard. On the other hand, especially during the opening day, anglers experienced numerous strikes, including double and triple hook-ups, involving albacore tuna, skipjack tuna, Mediterranean spearfish and a few Atlantic bluefin tuna, with the latter species being released according to tournament rules. At the end of Day One, Prince 25, skippered by Marco Valerio Alessandrini, led the standings thanks to two Mediterranean spearfish. During the second day, however, Black Knight, led by the evergreen Riccardo Fanelli, moved into first place after catching nearly every eligible species. Thanks to the bonus points awarded for species diversity, the team finished 3,500 points ahead of the runners-up, Team Fly Fish. As the late Italian actor Gigi Proietti famously joked: "You don't mess with the Black Knight..." Third place went to Black Shark, making an impressive debut at the Ventotene tournament.


Our Tournament

Paolo summed it up perfectly during the closing dinner: "Maks... what on earth have we done?"

Let's rewind - Neither Paolo Milillo nor I had ever entered a fishing competition before. Neither of us is naturally competitive and, despite our deep passion for fishing, we have always considered it simply the perfect excuse to spend time at sea. The idea came up while talking with Davide Acone, who unfortunately had to withdraw at the last minute. From the very beginning, however, I liked both the spirit of the event and its regulations: plenty of fun and very little stress—or at least that was the promise. We registered at the last minute, adding our friend Luca Lamberti and his son Gaetano to the crew. We didn't even know what to call the team, eventually choosing the name of our boat, a Panamera 10.0 Cabin, which we had enthusiastically outfitted for both fishing and cruising.

The Journey to Ventotene - We left Salerno just as Jupiter Pluvius seemed determined to dump every drop of moisture that had evaporated over the Gulf of Naples during the previous days. Unable to postpone our departure, we found ourselves taking shelter from torrential rain and strong winds in Nerano on Thursday morning, instead of enjoying the area's famous spaghetti. Once the worst had passed, we rounded Punta Campanella, only to encounter short, steep two-metre waves that forced us to stop again in Capri. I must admit that I seriously considered turning back. Safety always comes first. In the end, we abandoned the idea of returning home. At 3:00 p.m. we departed Capri and reached Ventotene under clear skies—tired, but genuinely happy.

Day One


Following Friday morning's briefing, we left the harbour for the official starting procedures. Watching dozens of sportfishing boats charging at full throttle toward the fishing grounds was truly exhilarating. We deployed our trolling spread with seven rods—two rigged with minnows and five with kona lures. The furthest lines were fitted with birds and generously sized lures measuring 25–30 cm. Since we were unfamiliar with the fishing grounds, we decided to begin along a drop-off and were fishing within fifteen minutes. The VHF radio quickly came alive: "Strike!" "Double strike!" "Triple strike!" "Albacore aboard!" "Mahi-mahi aboard!" "Spearfish released!" Each report was enthusiastically followed by Nestore's unmistakable "Excellent!" After about an hour, we finally had our own strike. Unfortunately, just ten seconds later the reel stopped abruptly, without even giving us enough time to announce it over the radio. The rest of the day followed much the same pattern. We experimented with different lures, adjusted our trolling speed, changed our routes—often passing through areas where other crews had reported strikes. We even listened to the occasional argument over right-of-way between competing boats. Meanwhile, the radio continued to buzz with strike after strike. Our frustration steadily increased until we finally switched it off. We only turned it back on to hear our friends aboard Ituna report a strike and later to receive Nestore's official end-of-fishing announcement. Back in port, we took some comfort in the fact that only 25 of the 40 competing teams had landed a valid catch, and ten of those had managed just a single scoring fish. We had never entered the tournament expecting to win. Our only real ambition was to avoid finishing with two blank days and to experience the thrill of calling "Strike!" over the VHF and carrying out the procedures required to validate a catch. Fortunately, while crossing paths with other competitors during the day, we discovered that our furthest trolling lures were running far too far behind the boat. Then, while enjoying an aperitif and chatting around the docks, we discreetly peeked into other cockpits and noticed that nearly everyone else was fishing with significantly smaller lures. Naturally, we adapted our spread.

Day Two


Saturday greeted us with calmer seas and improved weather. Our plan was simple: switch off the radio after the first strike...unless, of course, we were the ones to hook up first. Less than thirty minutes after lines in, we were rewarded with a strike on one of our middle kona lures. Paolo handled the situation with remarkable composure, skillfully feeding line to the fish, while three more attacks followed in rapid succession.Then, suddenly, he struck hard and immediately felt solid resistance. "We're on!"Judging by the fish's behaviour, we were convinced it was a Mediterranean spearfish. Equally excited, I finally had the chance to shout my own "Strike!" over the VHF radio. After bringing the fish alongside, filming the release and watching it swim away in perfect condition, we could finally relax. Now the radio could stay on. As the day progressed, the pace of strikes slowed considerably. Around midday our final hook-up came on a White Monkey kona lure. We had already cleared all the other rods, and after a short fight a beautiful albacore lay on the deck. Barely had we reset our spread when we spotted a pair of surface attacks nearby. The sea was almost mirror calm, allowing us to clearly see a billfish following the middle lures. We tried everything. Speed up. Slow down. Drop the lure back. Nothing. I looked at Paolo and suggested making a U-turn, even though there was very little room because two other boats were fishing close by. We decided to try anyway. During the turn I was forced to tighten the manoeuvre further, causing the two long lines to cross and tangle, forcing us to retrieve the spread. Once everything had been sorted out, we resumed trolling. Moments later we witnessed another spectacular surface attack. Strike!The strategy had worked. A short while later we successfully released another Mediterranean spearfish. Nothing else happened for the remainder of the day, but we headed back to port satisfied, convinced that, given the generally poor catches, we might just have secured a place in the top ten. Then came the surprise during the awards dinner. Following the classic narrative arc of the hero's journey, the provisional standings were announced... We were third. On its tournament debut, Team Black Shark had unexpectedly claimed a place on the podium. I must admit that, standing there during the prize-giving ceremony, I felt almost embarrassed. But considering the way we had approached the competition—especially the careful handling and successful release of our two spearfish—I believe we truly deserved it. Our sincere thanks go to Nestore and Nicla, as well as to every participant who made the event so memorable. After such an experience, missing next year's Big Fish Tournament is simply not an option.

Nestore Grassucci's Perspective


The 19th Big Fish Tournament, held in Ventotene from 2 to 5 July, concluded with outstanding success. Despite uncertain weather conditions, most of the teams successfully reached the island and, as sea conditions improved, the event unfolded under the best possible circumstances. At the official start, 42 of the 55 registered teamslined up for the competition.

The fishing grounds, located at a safe distance from the Ventotene and Santo Stefano Marine Protected Area, provided two exciting days of action and adrenaline. In full respect of the marine ecosystem and in accordance with the tournament's strict conservation protocol, which actively promotes catch-and-release fishing, competitors recorded numerous strikes and an impressive number of successful releases. After two fiercely contested days, the Team Black Knight claimed the title of the 19th Big Fish Tournament.

The winning crew—representing Calabria, Lazio and Lombardy and consisting of Domenico Scopelliti, Riccardo Fanelli, Fabio Smorto, Guido Tritto, Fausto Frattaroli, Pasquale Catalano and Niccolò Cantucci—dominated the competition with 16,500 points, thanks to an outstanding catch comprising one Mediterranean spearfish, one Atlantic bluefin tuna, one mahi-mahi (dolphinfish) and three albacore tuna.

Second place went to Team Fly Fish, representing Sardinia, Sicily and Lazio (Mario Antonio Galleri, Viviana Callea, Davide Galleri, Pierluigi Bottini and Paola Pesanisi), who scored 13,000 points with one Mediterranean spearfish, one Atlantic bluefin tuna and two albacore tuna.

Third place was secured by Team Black Shark, from Campania (Maksimilian Capone, Paolo Milillo, Luca Lamberti and Gaetano Lamberti), whose catch of two Mediterranean spearfish and one albacore tuna earned 12,500 points.


Awards


The prestige of the Big Fish Tournament is reflected not only in the competition itself but also in the outstanding prizes provided by the event partners.

Raymarine, the tournament's main partner, once again confirmed its position as a leader in marine electronics by awarding the top three teams with state-of-the-art navigation equipment:

  • AXIOM2 Pro 16 RVM
  • Evolution EV-200 Autopilot Package
  • AXIOM2 Pro 12 RVM

Raymarine also organised a popular prize draw, awarding a FLIR Ocean Scout Pro handheld thermal camera, an essential safety device for night navigation and reduced-visibility conditions.

The other technical partners also made significant contributions.

Italcanna awarded anglers with five Black Slim trolling rods (20–30 lb), three prestigious Gladiator 4/0 reels, together with exclusive bags and accessories.

White Monkey supplied complete lure and teaser sets for the top ten teams, including its latest Ragnarok Tube teaser.

Mustad provided professional filleting knives for both the podium finishers in the raw-fish culinary competition and the winning teams of the Big Fish Tournament.

The new online platform Fishoo also supported the event by offering five €100 gift vouchers, together with discount coupons for every participant.


La Brigata


The culinary competition reached an exceptionally high standard, thanks in part to an outstanding judging panel.

A particularly valuable contribution came from Paolo Santoro, known as the Master of Salt and an expert in salts and olive oils. His educational presentation fascinated the audience by explaining how different types of salt should be used and paired to enhance the flavour of raw fish.

Joining him on the judging panel was master olive oil producer Paolo Fiormonti, of Frantoio Orsini. Together with Casale del Giglio Winery, the company sponsored the evening's prestigious gastronomic awards, featuring premium, award-winning organic wines and extra virgin olive oils.


Smile House


The true heart of the Big Fish Tournament continues to be its commitment to social responsibility.

Throughout the competition, more than 200 Smile House Foundation flags were hoisted on the outriggers of participating boats.

This remarkable achievement forms part of the "One Strike, One Smile" initiative, created through the partnership between Smile House Foundation ETS and the Autentico Mare Association.

For every fish hooked, teams raised a Smile House flag corresponding to a voluntary donation supporting medical treatment programmes—including surgery, speech therapy and psychological care—for children affected by cranio-maxillofacial malformations.

The Smile House Foundation Special Award for the highest number of "charity strikes" was presented to Team Ticket To Ride—captained by Massimo Bottiglieri, together with Gabriele Varrella, Giovanni Trombetta, Michele Regine, Crescenzo Mendella and Kristian Di Sarno—in recognition of their generosity, teamwork and outstanding commitment to the charitable initiative.


Acknowledgements


Special thanks go to the Municipality and community of Ventotene, the Harbour Master's Office, the Italian Coast Guard, the Guardia di Finanza and the Carabinieri.

The organisers also wish to thank the Alleati family, together with everyone who contributed to the success of the event, especially Pietro Pennacchio, Simone Piciucchi and Modesto Sportiello.

Finally, a heartfelt thought is dedicated to Ciro, a true pillar of the Big Fish Tournament, whose memory will forever remain inseparably linked to these waters.


Winning Strategy


by Riccardo Fanelli

Between Ponza, Ventotene and Ischia, anglers usually target pelagic predators along bathymetric contours ranging from 1,500 to 2,000 metres, and sometimes as deep as 2,500 metres, relatively close to the islands where these fish gather to feed on krill. This year, however, conditions were different. The day before the tournament, while returning to port, we caught a couple of fish over a depth of about 700 metres—an area where we had never fished before, especially during previous editions of the Big Fish Tournament. At the start, most competitors headed straight for the traditional offshore grounds. We chose a different approach. As soon as we reached the 500-metre contour, we began trolling and immediately hooked a Mediterranean spearfish, although it eventually threw the hook. That convinced us to spend the entire first day fishing over 700–800 metres, where we landed one Mediterranean spearfish, one albacore tuna and one mahi-mahi. Naturally, we repeated exactly the same strategy on the second day—and it proved to be the winning decision.


Winning Raw Fish Recipe – Big Fish Brigata 2026

Sunset over the Sea


by aspiring chef Raffaele Caputo – Team Tonno Subito

Ingredients (2 servings)


  • 300 g previously blast-frozen albacore tuna belly, trimmed and cleaned
  • 150 g melon (approximately one slice)
  • 50 g firm peeled peach
  • Juice of 1 lime
  • Extra virgin olive oil
  • Salt and black pepper
  • Orsini orange-infused olive oil
  • Fresh mint leaves
  • Lemon zest
  • Flaky sea salt crystals


Method


Dice the tuna and fruit into evenly sized cubes.

Prepare a marinade by combining the lime juice with extra virgin olive oil, salt and black pepper.

Add the tuna and fruit to the marinade and gently mix for a few minutes.

Using a ring mould, shape the tartare on the serving plate.

Before removing the mould, drizzle with Orsini orange-infused olive oil.

Finish with fresh mint leaves, grated lemon zest and a sprinkle of flaky sea salt.

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Il divieto della Francia, Presence di OpenAI, le CPU di Nvidia, il meglio della settimana


Le notizie più importanti della settimana, più l'editoriale.
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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon sabato,
questa settimana la Francia ha approvato per la prima volta il divieto dei social media per gli under 16. Poi il colpo grosso a Intel e AMD perché Nvidia ha presentato la sua CPU; è uscito Presence di OpenAI, e tanto altro ancora. L'editoriale invece parla nei dettagli di un altro grosso evento della settimana: due modelli di OpenAI che evadono i limiti di sicurezza durante un test trovando una vulnerabilità mai individuata prima e hackerano la famosa piattaforma Hugging Face. Buona lettura!

Editoriale del sabato


Ispirato alle notizie della settimana.
Forse avete sottovalutato l'IA che è evasa per hackerare Hugging Face

Forse avete sottovalutato l'IA che è evasa per hackerare Hugging Face


Dieci anni fa, OpenAI pubblicò un post che fu il primo del suo genere, ma ai tempi era come sorridere curiosi di fronte a un cucciolo di leone che tira fuori le unghie. Oggi, stesso problema, il cucciolo è cresciuto.

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Notizie dal mondo


Le news di oggi, selezionate a mano.

OpenAI lancia Presence per gestire agenti AI nelle aziende


Intelligenza Artificiale
Presence è un nuovo servizio di OpenAI che fornisce agenti AI dentro le aziende. Il software collega gli agenti a dati interni, policy, software esistenti e flussi di lavoro. Automatizza parti dell'assistenza clienti, delle vendite e attività come problemi di fatturazione, pratiche assicurative e richieste IT dei dipendenti. Le aziende possono testare gli agenti con simulazioni, guardrail, revisione umana e valutatori automatici che controllano gli output. Dopo il lancio lo strumento di vibe coding Codex di OpenAI indaga i problemi e suggerisce aggiornamenti. Il servizio include tecnologia vocale e chat basata su AI. Il setup è svolto "a mano" da ingegneri di OpenAI o partner designati. Secondo Business Insider la mossa serve a entrare nel software aziendale, dove i prodotti sono più difficili da sostituire, mentre la concorrenza sui modelli AI cresce e i prezzi calano.
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Fonte: Business Insider
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La Francia approva il divieto dei social sotto i 15 anni


Politica
Il parlamento francese ha approvato il divieto di accesso ai social media per i minori di 15 anni. Senato e Assemblea nazionale hanno votato la legge il 21 luglio. Dal 1° settembre i minori di 15 anni non potranno aprire un account su certe piattaforme (ancora non sappiamo quali). Quest'ultime avranno altri quattro mesi per chiudere gli account già esistenti. Dovranno anche usare sistemi di verifica dell'età approvati dal garante francese della privacy. La Francia è il primo paese europeo con un divieto di questo tipo. L'Australia applica da dicembre un divieto per i minori di 16 anni su Facebook, Snapchat, TikTok e YouTube.
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Fonte: Reuters
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Ex founder di Twitter lancia Buzz, nuovo competitor di Slack


Startup
Buzz è una piattaforma di chat per il lavoro che mette persone e agenti AI nelle stesse conversazioni. L'ha annunciata Jack Dorsey, il creatore di Twitter, ed è sviluppata dalla sua società Block. L'interfaccia somiglia a Slack, con agenti AI nativi e gestione dei progetti GitHub dalla stessa finestra. La piattaforma è indipendente dal modello AI usato, decentralizzata e open source, e punta a ridurre la dipendenza da Slack e GitHub. Il codice sorgente è pubblico e i team possono costruire e installare nuove funzioni in autonomia. L'app desktop è gratuita e disponibile per macOS, Windows e Linux. La stessa Buzz dichiara che il prodotto è in fase iniziale.
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Fonte: TechCrunch
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Nvidia lancia la sua prima CPU di nome Vera


Tecnologia
Nvidia ha pubblicato specifiche, benchmark e dettagli architetturali della sua CPU Vera. I chip sono stati consegnati a giugno a clienti tra cui OpenAI, Anthropic e SpaceX. È la prima CPU server che Nvidia progetta dal core, senza usare design pronti di Arm. Offrirebbe prestazioni superiori del 50% rispetto ai chip x86 di Intel e AMD nei carichi degli agenti AI, perché privilegia la velocità del singolo core, la banda di memoria e la latenza per tenere occupate le GPU. Intel e AMD controllano oggi il mercato delle CPU server con quote intorno al 67% e al 33% ma Nvidia sta arrivando. OpenAI prevede di installare Vera in grandi quantità da questo trimestre.
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Fonte: CNBC
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Anthropic vuole affittare la potenza di calcolo di Meta per 10 miliardi


Intelligenza Artificiale
L'accordo per ottenere potenza di calcolo AI dai data center di Meta, proposto da Anthropic, varrebbe fino a 10 miliardi di dollari in due anni, con pagamenti mensili e possibilità di uscita anticipata per entrambe. Le trattative sono in fase iniziale e potrebbero non portare a nulla. La cifra è circa un terzo dell'accordo da 45 miliardi in tre anni firmato da Anthropic con SpaceX a maggio. Per Meta sarebbe una nuova fonte di ricavi. Quest'anno spenderà fino a 145 miliardi, più del doppio dei 72 dell'anno scorso, e ha ammesso che potrebbe costruire più data center del necessario rispetto al bisogno effettivo dei suoi prodotti AI. Zuckerberg ha detto agli investitori che vendere capacità in eccesso è un'opzione se l'azienda si trovasse ad aver costruito troppo.
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Fonte: nytimes.com
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SpaceX sta trattando con il Pentagono per fornire potenza di calcolo AI


Business
Le trattative tra SpaceX e il Dipartimento della Difesa sono in corso e potrebbero saltare. Negli ultimi mesi SpaceX ha firmato accordi simili con Anthropic e Google e vuole espandere il business cloud per competere con fornitori come CoreWeave a prezzi più bassi. Il Pentagono dipende già da SpaceX per lanci di razzi e satelliti, e alcuni funzionari temono un'eccessiva dipendenza da Musk. Intanto il Pentagono chiede al Congresso 30 miliardi di dollari per un programma di acquisto di chip AI di fascia alta. Affittare capacità di calcolo si sta rivelando più redditizio della vendita di Grok. Gli accordi con Anthropic, Google e la startup Reflection AI potrebbero valere decine di miliardi di dollari di ricavi annui.
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Fonte: The Wall Street Journal
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Il primo razzo privato indiano raggiunge l'orbita al primo tentativo


Spazio
Il primo razzo orbitale sviluppato da un'azienda privata in India ha raggiunto l'orbita al primo tentativo. Si chiama Vikram-1, lo ha costruito la startup Skyroot Aerospace ed è decollato sabato dallo spazioporto di Sriharikota. È alto 22 metri e porta fino a 350 kg in orbita bassa. Ha raggiunto i 450 km di quota previsti e rilasciato due piccoli satelliti. I debutti dei razzi orbitali privati falliscono quasi sempre. SpaceX impiegò quattro tentativi con il Falcon 1 e anche l'Electron di Rocket Lab fallì al primo lancio. Skyroot ha raccolto circa 160 milioni di dollari, vale 1,1 miliardi e ha oltre 1.000 dipendenti con età media di 28 anni. Il governo indiano vuole passare da circa 5 a 50 lanci l'anno entro fine decennio. Un secondo lancio del Vikram-1 potrebbe arrivare entro fine anno.
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Fonte: Ars Technica
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Apple corregge la falla di Hide My Email dopo un anno


Cybersecurity
Apple ha corretto una falla nella funzione Hide My Email che permetteva a terzi di risalire all'indirizzo email reale degli utenti. Hide My Email fa parte dell'abbonamento a pagamento iCloud+ e genera indirizzi anonimi da usare per iscriversi a siti e servizi. Il bug faceva trapelare l'indirizzo reale ai mittenti quando un'email inviata a un indirizzo nascosto veniva rifiutata come spam, anche se legittima, e l'indirizzo finiva nei log dei server di posta. Apple conosceva il problema da giugno 2025, quando il co-fondatore del servizio di rimozione dati EasyOptOuts lo ha segnalato. Nei mesi successivi ha detto più volte di aver risolto, ma la falla restava sfruttabile. La patch è arrivata il 3 luglio 2026, dopo un articolo di 404 Media di inizio luglio. Nei test di chi ha scoperto la falla, insieme a dei volontari, il 100% degli indirizzi provati era vulnerabile. Gli indirizzi reali collegati a indirizzi Hide My Email creati prima del 7 luglio 2026 potrebbero essere ancora presenti in log di terze parti. Contro Apple è stata depositata una class action che chiede il rimborso degli abbonamenti e un'ingiunzione per la "condotta ingannevole".
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Fonte: 404 Media
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Samsung mostra i Galaxy Glasses con Android XR


Tecnologia
I Galaxy Glasses di Samsung usano il sistema operativo Android XR di Google e arriveranno in autunno. La collezione include almeno quattro montature firmate Gentle Monster e Warby Parker. Gli occhiali non hanno display integrato. Hanno fotocamere per foto e video e microfoni per le funzioni AI; supportano Google Gemini e l'assistente Bixby di Samsung. Si collegano a telefoni Android e orologi Wear OS. Permettono di rispondere alle chiamate, ascoltare musica e scattare foto. Nelle demo del Galaxy Unpacked l'assistente riassume appunti di riunioni e indica i passaggi di una ricetta. La visuale degli occhiali si può usare nelle riunioni di Google Meet. La batteria dura nove ore. Prezzo e data esatta di uscita non sono stati comunicati.
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Fonte: mashable.com
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Approvato in UE il chip di Science Corporation che ridà la vista


Scienza
Il dispositivo PRIMA di Science Corporation ha ottenuto il marchio CE per la vendita in Europa. Il device ripristina una visione funzionale nelle persone che l'hanno persa per degenerazione maculare senile. Un chip viene impiantato dietro l'occhio con un intervento ambulatoriale di un'ora e degli occhiali dotati di telecamera trasmettono le immagini al chip. Un paziente in Francia ha letto un romanzo di 300 pagine, dice l'azienda. La FDA americana ha concesso al dispositivo una designazione che è il primo passo verso una revisione accelerata per due rare forme di cecità. Ogni dispositivo costerà centinaia di migliaia di dollari. Sono in corso trattative con i sistemi sanitari europei sui rimborsi. Il lancio commerciale parte dalla Germania, dove si sono svolti i trial clinici. Il primo intervento potrebbe avvenire a settembre. Il fondatore e CEO di Science Corporation è cofondatore ed ex presidente di Neuralink.
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Fonte: TechCrunch
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Notizie veloci


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Video della settimana

youtube.com/embed/8Hx2yvWSgs0?…

Il Samsung Z Fold 8


Ecco un ottimo video recap e hands-on delle tre nuove uscite di pieghevoli firmati Samsung.

Vedi video su youtube.com (eng - 9:23)

Ringraziamo i nostri mecenati: Dario Di Lascio, Pietro Bodecchi e Simone Falcini.


Apple Fixes Hide My Email Vulnerability After 404 Media Coverage


Apple says it has fixed a vulnerability in its Hide My Email feature which let essentially anyone figure out a user’s real email address which was supposed to be protected by the feature. Apple only fixed the vulnerability after 404 Media wrote about it at the start of July, despite Apple knowing about the issue for more than a year.

The news also follows the filing of a class action lawsuit against Apple over the vulnerability.

On Wednesday Apple told 404 Media it deployed a patch for the issue on July 3, which the company says has fully resolved the issue.

Hide My Email is part of Apple’s paid iCloud+ product. It lets customers quickly create a new, anonymous email address they can then use to sign up to websites, services, or email people with. The generated email addresses typically contain two random words followed by a number and the @icloud.com domain. I use it heavily so hackers may have a harder time cross-referencing my activity and accounts across data breaches, for example.

💡
Do you know about any other privacy issues like this? I would love to hear from you. Using a non-work device, you can message me securely on Signal at joseph.404 or send me an email at joseph@404media.co.

Tyler Murphy, co-founder of EasyOptOuts, discovered he was able to find the real email address of Hide My Email users. At the time, Murphy said, “We don't know the full scope of the issue, but in our limited tests with volunteers, 100% of Hide My Email addresses were exploitable.” That included mine, which we tested.

Murphy first reported the issue to Apple in June 2025. Over the subsequent months, Apple said it was looking into the issue and said it had fixed it; Murphy found it was still exploitable; and Apple again said it was looking into it. Murphy, thinking Apple may not fix the issue at all, then contacted 404 Media, around a year after Apple learned of the vulnerability.

When 404 Media first covered the issue several weeks ago, we did not include any details on how it worked because Apple had not fixed it. Meaning, if we published more specifics, third parties might figure out how to exploit it and reveal peoples’ real email addresses.
playlist.megaphone.fm?p=TBIEA2…
Now Apple says it has been fixed, we can add that, in simple terms, it required sending a target Hide My Email user a message that got rejected as spam. “We don't know how often hidden email addresses were leaked in email logs. For many major email hosts, the leak was triggered simply by an email being automatically rejected as spam, even if it was a legitimate message. Such emails probably didn't make it to your inbox, so you can’t review your spam folder to learn whether you were affected,” Murphy and EasyOptOut co-founder Ben Weiner said in a new statement.

“The bug that caused Apple's Hide My Email to leak hidden email addresses to senders has been fixed. However, we don't think the risk to Hide My Email users has been eliminated. Because non-malicious emails could bounce, revealing your hidden email address, and because mail transfer logs are often retained, we'd assume that any hidden email address linked to a Hide My Email address created before July 7, 2026, may have been exposed and could still be in third-party logs,” they added.

The class action lawsuit against Apple seeks full recovery of the subscription costs customers paid for the feature and an injunction against Apple for its “deceptive conduct,” PCMag reported.


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Forse avete sottovalutato l'IA che è evasa per hackerare Hugging Face


Spesso c'è chi ci marcia o esagera, ma non è questo il caso.

Dieci anni fa, OpenAI pubblicò un post che fu il primo del suo genere, ma ai tempi era come sorridere curiosi di fronte a un cucciolo di leone che tira fuori le unghie. Oggi, stesso problema, il cucciolo è cresciuto.

Il post di OpenAI, dicembre 2016. Ci comunicano che l'azienda ha addestrato un agente a giocare a CoastRunners, un videogioco di corse in barca, con una singola istruzione: «fai più punti possibili». L'agente scoprì che non serviva finire la gara. In una laguna isolata, tre bersagli si rigeneravano di continuo, e bastava girare in tondo colpendoli con il giusto tempismo — andando a fuoco, sbattendo contro le altre barche, procedendo contromano — per accumulare in media il 20% di punti in più di chi tagliava il traguardo nel modo previsto. Jack Clark e Dario Amodei, che firmarono il post, scrissero che quel comportamento, "innocuo e divertente nel contesto di un videogioco", indicava però un problema più generale: è difficile dire a una macchina esattamente cosa vogliamo, e così le diamo obiettivi approssimativi che lei ottimizza alla lettera. Il fenomeno ha un nome, reward hacking.

Nove giorni fa, il 16 luglio 2026 non si parla più di videogiochi: Hugging Face — la piattaforma dove sviluppatori di tutto il mondo pubblicano e condividono modelli di intelligenza artificiale e dataset — ha comunicato di aver contenuto un'intrusione nella propria infrastruttura di produzione, un attacco "guidato, dall'inizio alla fine, da un sistema di agenti autonomi". Cinque giorni dopo OpenAI ha ammesso di essere il problema: due suoi modelli, GPT-5.6 Sol e un modello più capace non ancora rilasciato, con i limiti di sicurezza in ambito cyber disattivati (per la valutazione), erano sotto test su ExploitGym, un banco di prova che misura quanto un modello sappia trovare e sfruttare vulnerabilità informatiche.

L'ambiente doveva essere sigillato, senza accesso a internet. I modelli hanno cercato a lungo un'uscita e l'hanno trovata in una vulnerabilità mai documentata prima — una zero-day — in un componente interno che faceva da ponte verso i registri di pacchetti software. Da lì, scalate di privilegi e spostamenti laterali da un sistema interno all'altro, fino a un nodo connesso alla rete. A quel punto hanno dedotto che le soluzioni del test erano ospitate proprio su Hugging Face, e sono andati a prenderle: un dataset malevolo, credenziali rubate, altre falle concatenate fino a eseguire codice sui server dell'azienda. Oltre 17.000 azioni in un solo fine settimana.

Per ricostruire l'accaduto, Hugging Face ha provato a usare i modelli commerciali di punta ma questi si sono rifiutati, allora ha dovuto ripiegare su GLM 5.2, un modello open-weight della cinese Z.ai, tenuto sui propri server.

Che i modelli stessero arrivando qui era prevedibile: uno studio dell'AI Security Institute britannico, nel marzo 2025, li vedeva completare l'80% dei passaggi necessari a prendere il controllo di una porzione di un sistema esterno e, quattro mesi dopo, il 100%. Roman Yampolskiy, ricercatore di sicurezza all'Università di Louisville, ha detto a Fortune che sistemi simili "sono fondamentalmente imprevedibili e in ultima analisi incontrollabili." Jack Clark — oggi a capo delle policy di Anthropic, lo stesso che dieci anni fa firmò il post sul videogioco della barca — ha invece elogiato OpenAI per aver reso pubblico l'incidente, perché è raccontando questi episodi, nonostante ogni incentivo a tacere, che il settore capisce dove si trova.

Nel giro di giorni la risposta politica ha preso forma al Congresso: il 23 luglio i deputati Ted Lieu e Nathaniel Moran hanno presentato l'AI Kill Switch Act, che obbligherebbe le aziende a poter rallentare, sospendere o spegnere i propri modelli, con il Dipartimento della Sicurezza Interna abilitato a ordinarlo. Sono, in gran parte, le stesse proposte che a Washington circolavano da anni, quando i rischi erano ipotesi da convegno. La barca del 2016 girava in tondo in una laguna, all'interno di un videogioco. Gli agenti di oggi, da Mythos in poi, possono controllare e anche distruggere.

Questa voce è stata modificata (4 settimane fa)
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La South Carolina aprirà le primarie democratiche del 2028: battuto il Nevada


Il Comitato per le Regole del Democratic National Committee ha scelto il Palmetto State al termine di un confronto sul peso dell’elettorato nero e di quello latinoamericano. La decisione, che potrebbe avvantaggiare Kamala Harris, dovrà essere ratificata ad agosto dall’assemblea plenaria del partito.

La South Carolina sarà il primo Stato a votare nelle primarie presidenziali democratiche del 2028. Il Rules & Bylaws Committee, l’organo del Democratic National Committee incaricato di definire il calendario delle consultazioni, ha preferito oggi il Palmetto State al Nevada, al termine di un confronto che ha fatto emergere le tensioni tra le diverse componenti etniche e geografiche del partito. Come riporta Axios, però, la decisione è ancora preliminare e dovrà essere ratificata ad agosto dall’assemblea plenaria del comitato nazionale, riunita ad Austin, in Texas.

A prevalere è stata la linea sostenuta dai dirigenti afroamericani del partito, secondo i quali l’elettorato nero della Carolina del Sud, uno dei segmenti più fedeli al Partito Democratico, deve potersi esprimere per primo nella scelta del prossimo candidato alla Casa Bianca. La decisione ha però messo in luce le fratture interne al partito: ha contrapposto la componente afroamericana a quella latinoamericana, i progressisti ai moderati e gli Stati del Sud a quelli del Sud-Ovest e del Nord-Est.

Primarie 2028 · Il calendario democratico

La South Carolina resta prima della fila, l’Iowa ne esce

Il comitato che scrive le regole del Partito democratico ha scelto il Palmetto State al posto del Nevada per aprire le primarie del 2028. Aprire il calendario significa esercitare un’influenza sproporzionata sulla scelta del candidato.

Decisione preliminare Grafica di FocusAmerica 24 luglio 2026

Il voto del Rules & Bylaws Committee

South Carolina
26

contro

Nevada
19

Apre le primarie per il secondo ciclo di fila
Resta nella finestra iniziale, ma non aprirà il calendario

South Carolina Nevada Resto del comitato

Il comitato ha 49 membri. Sette voti di scarto hanno deciso quale elettorato parlerà per primo nella scelta del candidato democratico del 2028.

La fila

Come si è riordinato il calendario in tre cicli


Ogni colonna è un ciclo presidenziale, ogni riga una posizione nel calendario. La South Carolina sale dal quarto posto alla testa; l’Iowa, che apriva il voto democratico con i suoi caucus dal 1972, esce dalla finestra iniziale e non rientra.

2020: Iowa, New Hampshire, Nevada, South Carolina. 2024: South Carolina; New Hampshire e Nevada lo stesso giorno; Georgia (mai svolta); Michigan. 2028: South Carolina, poi Nevada, New Hampshire, Michigan, New Mexico e Virginia in ordine da definire.

Tocca uno Stato per seguirne il percorso da un ciclo all’altro.

SC South Carolina · IA Iowa · NH New Hampshire · NV Nevada · GA Georgia · MI Michigan · NM New Mexico · VA Virginia. Il tratteggio indica una consultazione assegnata dal partito ma mai svolta; il segno × indica il punto in cui uno Stato esce dalla finestra iniziale.

La spaccatura

Un voto solo, tre fratture diverse


La scelta ha diviso il partito lungo tre linee che non coincidono tra loro. Il confronto principale è stato quello tra elettorato nero ed elettorato ispanico: entrambi decisivi per le vittorie democratiche.

Elettorato afroamericano

Elettorato ispanico

Progressisti

Moderati

Stati del Sud

Sud-Ovest e Nord-Est

La stretta

Chi vota fuori calendario ora paga


A giugno il partito ha inasprito le sanzioni contro gli Stati che organizzano consultazioni non autorizzate. Anche queste regole vanno ratificate ad agosto.

270.000Dollari
La multa per il partito statale che anticipa il voto senza autorizzazione.

0Delegati
Lo Stato inadempiente perde tutti i delegati alla convention.

2024Il precedente
Il New Hampshire votò contro il DNC e ottenne comunque il riconoscimento dei delegati.

I candidati che partecipano a consultazioni non autorizzate rischiano l’esclusione dai dibattiti ufficiali e non possono conquistare delegati nelle altre consultazioni anticipate.

Fonte Rules & Bylaws Committee del Democratic National Committee, voto preliminare del 24 luglio 2026; calendari 2020 e 2024 dagli atti del DNC. Ricostruzioni di Axios, CNN e NBC News. La composizione e l’ordine della finestra iniziale devono essere ratificati dall’assemblea del comitato nazionale ad agosto, ad Austin.

Il confronto con il Nevada


Molti dirigenti latinoamericani avevano sostenuto la candidatura del Nevada, dove hanno un peso rilevante sia l’elettorato ispanico sia quello delle classi lavoratrici, due bacini altrettanto decisivi per le vittorie democratiche. La posta in gioco era alta: votare per primi significa esercitare un’influenza sproporzionata sulla selezione del candidato, oltre ad attirare sul proprio Stato l’attenzione dei media, dei finanziatori e delle campagne elettorali.

I membri del comitato hanno motivato la scelta con le caratteristiche della South Carolina: uno Stato relativamente piccolo e con un elettorato etnicamente diversificato, nel quale i candidati possono competere senza dover investire somme enormi in pubblicità. Hanno pesato anche i dubbi sulla rapidità dello scrutinio in Nevada e la volontà di rafforzare il peso politico dell’elettorato nero nel Sud, dopo le sentenze della Corte Suprema che hanno indebolito alcune tutele del Voting Rights Act.

Fino a questa mattina, comunque, l’esito era rimasto incerto. Fonti interne avevano riferito ad Axios di una sfida in bilico, dopo una riunione riservata protrattasi fino a tarda notte. La South Carolina ha infine ottenuto 26 voti contro i 19 del Nevada, all’interno di un comitato composto da 49 membri. Il comitato ha comunque inserito nella finestra iniziale anche Nevada, New Hampshire, Michigan, New Mexico e Virginia: tra questi figurano diversi Stati potenzialmente decisivi nelle elezioni generali. L’Iowa, invece, resterà con ogni probabilità escluso dopo essere stato per decenni il primo appuntamento del calendario, con i suoi caucus.

A giugno il partito ha inoltre irrigidito le sanzioni contro le violazioni: gli Stati che organizzano consultazioni non autorizzate perderanno tutti i delegati e dovranno pagare una multa di 270.000 dollari, mentre i candidati che vi partecipano potranno essere esclusi dai dibattiti ufficiali e non potranno conquistare delegati nelle altre consultazioni anticipate. Una stretta decisa anche alla luce di quanto accaduto nel 2024 in New Hampshire, che celebrò ugualmente la propria primaria nonostante l’opposizione del DNC e ottenne in seguito il riconoscimento dei delegati.

Il possibile vantaggio per Kamala Harris


La South Carolina aveva già inaugurato il calendario delle primarie democratiche del 2024, su impulso dell’allora presidente Joe Biden. Mercoledì il reverendo Al Sharpton, storico esponente afroamericano difensore dei diritti civili, aveva avvertito in un comunicato rilanciato dal Partito Democratico statale che "spingere ora la South Carolina in fondo alla fila sarebbe stato uno schiaffo in faccia proprio a quegli elettori che hanno tenuto in vita questo partito".

Ancora più esplicita era stata Christale Spain, presidente del partito nello Stato, che al New York Times aveva dichiarato:

"Se il Nevada venisse promosso al posto della South Carolina, sarebbe per il peso del suo voto latino. Direste quindi agli elettori neri che contano meno di quelli latinoamericani. Mi rifiuto di credere che il nostro partito voglia mandare un messaggio del genere".


La decisione potrebbe, comunque, favorire Kamala Harris. L’ex vicepresidente sta valutando una terza candidatura alla Casa Bianca ed è attualmente nettamente in testa, tra i possibili aspiranti democratici del 2028, nelle preferenze dell’elettorato afroamericano.

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Le minacce contro Trump e gli altri funzionari americani sono aumentate del 40% in un anno


Il Secret Service ha indagato su circa 10.000 casi dall'inizio del 2026 e i ricoveri psichiatrici sono decuplicati. Venerdì la cena dei corrispondenti, rinviata ad aprile dopo un attacco a Trump

Le minacce contro le persone protette dal Secret Service, l'agenzia federale incaricata della sicurezza del presidente e dei principali funzionari americani, sono aumentate di circa il 40% in un anno. Dall'inizio del 2026 l'agenzia ha indagato su circa 10.000 casi, a metà anno. "Stiamo osservando un aumento di circa il 40% rispetto a questo periodo dell'anno scorso", ha detto ad Axios il portavoce del Secret Service Anthony Guglielmi. L'ondata di casi costringe l'agenzia a dedicare più agenti e più risorse investigative alla protezione dei funzionari, con il rischio di indebolire le altre operazioni.

Un alto funzionario dell'agenzia ha detto ai giornalisti che l'ambiente di minaccia per le persone protette "è il più alto che abbiamo mai visto" e che i casi "stanno aumentando in volume e complessità". Gli interventi legati alla salute mentale sono decuplicati rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso: comprendono segnalazioni e ricoveri psichiatrici, volontari e coatti, di persone incontrate dagli agenti durante l'attività di protezione.

Oltre al presidente, il Secret Service protegge i giudici della Corte Suprema, i membri del governo, gli ex presidenti, i candidati alla presidenza e i leader stranieri in visita negli Stati Uniti. Una settimana fa la giudice della Corte Suprema Amy Coney Barrett aveva detto a una sottocommissione della Camera che il livello di minaccia per lei e per gli altri giudici federali "è davvero alto".

L'aumento dei casi arriva alla vigilia della cena dell'associazione dei corrispondenti della Casa Bianca, in programma venerdì al Waldorf Astoria di Washington con la partecipazione del presidente. La cena originale era stata sospesa ad aprile, quando un uomo armato aveva cercato di superare un punto di controllo dentro il Washington Hilton mentre Trump partecipava all'evento. L'uomo, il trentunenne californiano Cole Tomas Allen, è stato bloccato dagli agenti prima di raggiungere la sala ed è accusato di aver tentato di assassinare il presidente.

"Ci aspettiamo che si presentino persone malintenzionate. È semplicemente la realtà in cui ci troviamo", ha detto il direttore del Secret Service Sean Curran durante un incontro con la stampa sulla sicurezza della cena, aggiungendo che l'evento viene trattato "come qualsiasi altro luogo in cui va il presidente".

Il vicedirettore Matthew Quinn si è detto "molto" preoccupato per la possibilità che i droni vengano usati per attaccare le persone protette. "La minaccia è reale. Guardate l'Ucraina. È solo questione di tempo prima che arrivi negli Stati Uniti", ha detto, citando i droni controllati via fibra ottica e i "dark drones" e definendo il lavoro dell'agenzia "una rincorsa costante" per stare al passo. Quinn ha però assicurato che la Casa Bianca è "molto sicura" e che la tecnologia impiegata nei siti protetti è all'avanguardia.

Martedì un giornalista ha chiesto a Trump se si sente al sicuro, considerati i diversi attentati alla sua vita. "Mi sento sicuro. Perché non dovrei sentirmi sicuro?", ha risposto il presidente. Nel luglio 2024 Trump era scampato per poco a un attentato durante un comizio a Butler, in Pennsylvania, quando Thomas Crooks aprì il fuoco uccidendo uno spettatore e ferendo gravemente altre due persone. Due mesi dopo un agente del Secret Service sparò a un altro uomo armato nascosto tra i cespugli ai margini del golf club di Trump a West Palm Beach, in Florida: l'uomo, Ryan Routh, è stato condannato per tentato assassinio del presidente e sta scontando l'ergastolo.

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Trump perde la pazienza con il Senato sul SAVE Act, Thune replica: "Trovate voi i voti"


La Casa Bianca attacca il leader della maggioranza per lo stallo del SAVE America Act. Thune risponde: "Prendete il telefono e trovate i voti". Ma al Senato la legge non ha i numeri per passare.

La tensione tra Donald Trump e i senatori repubblicani sul SAVE America Act, la riforma restrittiva sulle regole elettorali voluta a tutti i costi da Trump e bloccata da mesi al Senato, è esplosa in uno scontro aperto tra la Casa Bianca e John Thune, leader della maggioranza. Durante una conferenza stampa tenuta giovedì, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che la pazienza di Trump nei confronti del senatore del South Dakota "sta finendo" e che il presidente pretende l'approvazione, prima della pausa di agosto, della versione più ampia possibile del provvedimento.

La replica di Thune è arrivata poche ore dopo, davanti ai giornalisti al Campidoglio:

"Forse lei, o qualcun altro, dovrebbe prendere il telefono e trovare i voti. Qui servono 50 voti. Invece di puntare il dito contro i repubblicani, dovrebbero concentrarsi su chi sta bloccando la legge in aula, cioè i democratici. E se ci sono repubblicani che possono essere convinti, li chiamino. Li portino al sì".


Il problema, per la Casa Bianca, è anzitutto aritmetico. Il SAVE America Act, progetto di legge che imporrebbe la prova della cittadinanza per registrarsi alle liste elettorali, l'obbligo di esibire un documento d'identità valido in tutto il Paese e forti limitazioni al voto via posta, non dispone né della maggioranza semplice né men che meno dei 60 voti necessari per superare l'ostruzionismo ("filibuster") dei democratici. Secondo i calcoli di The Hill, il Senato ha già esaminato la legge, integralmente o in parte, in almeno cinque votazioni, tutte concluse con un nulla di fatto.

Trump contro il filibuster, i senatori contro Trump


Da mesi Trump chiede per questo motivo ai repubblicani di eliminare o indebolire il filibuster, così da poter approvare la legge a maggioranza semplice. Mercoledì, durante un comizio in Georgia, il presidente ha alzato ulteriormente i toni: "Il Senato è il posto dove si mandano le cose quando si vuole che muoiano". Poi l'attacco diretto: "Chiamate tutti John Thune al Senato. È il leader del Partito repubblicano: ditegli di far approvare questa roba".

Lo scontro spacca il partito proprio mentre i repubblicani vorrebbero presentarsi uniti agli elettori in vista delle elezioni di metà mandato. "Non so chi abbia convinto il presidente che questo fosse un obiettivo raggiungibile", ha dichiarato il senatore texano John Cornyn, sconfitto alle primarie da uno sfidante sostenuto da Trump. "Questa cosa sta creando un plotone d'esecuzione circolare tra i repubblicani e siamo a 103 giorni dalle elezioni di metà mandato: non è una buona posizione in cui trovarci".

Il dissenso interno, tuttavia, non riguarda soltanto il metodo. Tra i contrari alla legge o alla modifica delle regole sull'ostruzionismo figurano senatori che Trump attacca regolarmente sui social: in particolare Lisa Murkowski dell'Alaska, Susan Collins del Maine, impegnata in una difficile corsa per la rielezione, e Thom Tillis del North Carolina, secondo il quale insistere sul provvedimento è una perdita di tempo. Giovedì Tillis ha difeso apertamente Thune: "Chiunque alla Casa Bianca pensi che Thune non sia un buon leader non è qualificato per svolgere il proprio lavoro". Anche Cornyn e Bill Cassidy della Louisiana, entrambi sconfitti alle primarie dopo che Trump aveva sostenuto i loro avversari, hanno ormai pochi incentivi a sacrificare le prerogative del Senato per sostenere le priorità presidenziali.

La destra della Camera alza la pressione


Ad alimentare la tensione contribuisce però anche la Camera dei Rappresentanti, dove una fazione dell'ultradestra MAGA ha ottenuto dallo speaker Mike Johnson l'impegno ad allegare una versione del SAVE America Act a ogni provvedimento importante trasmesso al Senato. Questa settimana i deputati hanno approvato, con 216 voti favorevoli e 214 contrari, una risoluzione di bilancio da 95 miliardi di dollari che apre la strada a un pacchetto approvabile a maggioranza semplice: circa 73 miliardi sarebbero destinati alla guerra con l'Iran e alla sicurezza nazionale, mentre altri 10 miliardi servirebbero a incentivare gli Stati ad adottare le restrizioni elettorali volute da Trump.

Thune ha però ammesso di non avere i numeri neppure per questa operazione: "Bisogna arrivare a 50 voti e, in questo momento, non riesco a contarne 50 nemmeno per approvare una risoluzione di bilancio". La priorità del Senato, ha aggiunto, resta il finanziamento del governo federale, necessario per evitare uno shutdown alla fine di settembre. In serata il leader repubblicano ha provato a ridimensionare lo scontro con la Casa Bianca, ma le ultime due settimane prima della pausa estiva si annunciano tutt'altro che tranquille, se questo è il presupposto.

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I droni ucraini colpiscono l'Amazon russa e portano la guerra nella vita del ceto medio


In una settimana i droni ucraini hanno distrutto cinque magazzini dell'Amazon russa: almeno nove morti e danni fino a 4,4 miliardi di dollari, mentre la crisi del carburante alimenta l'inflazione

In una settimana i droni ucraini hanno colpito cinque poli logistici di Wildberries, la più grande azienda di e-commerce della Russia, l'equivalente locale di Amazon. Gli attacchi hanno ucciso almeno nove persone e causato danni stimati tra i 3 e i 4,4 miliardi di dollari, secondo la società di ricerca moscovita Data Insight. Sabato i droni hanno distrutto due strutture, tra cui un vasto complesso alle porte di Mosca dove l'incendio è stato spento dopo più di due giorni. Nella notte tra martedì e mercoledì sono stati colpiti altri due centri nel sud del paese, nelle regioni di Krasnodar e Stavropol.

Wildberries è al centro della vita quotidiana russa: fondata nel 2004, ha 81 milioni di utenti al mese e circa 48mila dipendenti. Centinaia di migliaia di venditori terzi usano la sua piattaforma come vetrina per vendere di tutto, dai vestiti alle PlayStation. Secondo i dati della Camera di commercio russa, il suo mercato online vale da solo circa il 3 per cento del prodotto interno lordo del paese.

La maggior parte dei danni riguarda la merce dei venditori andata bruciata nei magazzini, non gli edifici dell'azienda. Molti venditori temono di non essere risarciti: meno di due settimane prima degli attacchi Wildberries aveva modificato il contratto con i fornitori per escludere ogni responsabilità in caso di attacchi con droni e la sua polizza assicurativa non copre questo tipo di eventi. La fondatrice Tatyana Kim, la donna più ricca della Russia, ha promesso aiuti e ha detto che l'azienda ha iniziato a pagare i venditori più piccoli che hanno perso le scorte nell'attacco vicino a Mosca.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha giustificato gli attacchi dicendo che i poli logistici colpiti riforniscono l'esercito russo di componenti per droni, strumenti di navigazione e altro equipaggiamento. Una verifica del Wall Street Journal sul sito di Wildberries mostra che tra i prodotti in vendita ci sono droni e giubbotti antiproiettile, ma la stragrande maggioranza dell'offerta è di natura civile. Serhii Kuzan, presidente del centro studi di Kyiv Ukrainian Security and Cooperation Center, ha detto alla CNBC che gli attacchi hanno un doppio scopo: indebolire l'economia russa e ridurre le capacità del suo apparato militare-industriale. Le perdite, ha aggiunto, provocheranno probabilmente un'ondata di fallimenti tra le piccole e medie imprese. Secondo Kuzan questa tattica continuerà, perché permette all'Ucraina di infliggere danni economici enormi con risorse limitate. La Russia ha risposto agli attacchi del fine settimana colpendo i centri logistici di Nova Poshta, una specie di FedEx ucraina.

Gli attacchi ai magazzini arrivano dopo mesi di raid ucraini sulle raffinerie, che hanno già provocato una diffusa carenza di carburante. A luglio più di metà della capacità di raffinazione russa è fuori uso, secondo le stime della società texana di dati energetici IIR Energy. Per la prima volta da anni la Russia ha dovuto importare benzina, mentre gli automobilisti aspettano per ore in coda ai distributori. In una nota di ricerca la società di analisi Oxford Economics ha scritto che "la crisi del carburante è probabilmente lo shock più visibile per i cittadini comuni dalla mobilitazione di nuove truppe nel settembre 2022".

Dopo l'invasione dell'Ucraina del 2022 l'economia russa aveva retto meglio del previsto: colpita dalle sanzioni, Mosca ha riorientato i commerci verso la Cina e altri paesi non occidentali, i prodotti dei marchi occidentali usciti dal paese sono rimasti in vendita grazie a rivenditori non ufficiali e la spesa militare ha spinto la crescita nel 2023 e nel 2024. Ora l'aumento dei prezzi del carburante alimenta l'inflazione e ha costretto la banca centrale a rallentare i tagli dei tassi di interesse. L'indice principale della Borsa di Mosca ha perso quasi un quarto del suo valore da inizio anno e la settimana scorsa è sceso al livello più basso da ottobre 2022, mentre il ministero delle Finanze ha sospeso le nuove emissioni di titoli di Stato dopo una forte vendita sul mercato dei bond. Tra marzo e maggio il 60 per cento dei russi ha detto a Gallup, la società americana di sondaggi, che le condizioni economiche della propria zona stanno peggiorando: è il dato più alto mai registrato e la prima volta che una maggioranza risponde in modo negativo da quando la domanda viene posta, nel 2006.

Il presidente russo Vladimir Putin non mostra alcuna intenzione di ridimensionare i suoi obiettivi militari in Ucraina. Mercoledì ha definito "temporanea" la crisi del carburante in una riunione televisata con i responsabili economici del governo, mentre il portavoce del Cremlino ha condannato gli attacchi a Wildberries. Maxim Mironov, professore di finanza alla IE Business School di Madrid e critico della guerra, ha detto al Wall Street Journal che gli attacchi ucraini avranno un impatto economico limitato, ma il loro effetto psicologico è già rilevante: "Per anni Putin ha venduto la storia che i combattimenti erano da qualche parte ai margini dell'impero, che era un'operazione militare speciale e che tutto era normale. Ora le persone hanno cominciato a sentirla, per le code ai distributori, per gli incendi. In Russia ognuno vede la guerra dalla propria finestra".

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Una crisi RAMificata


E Nintendo ha due avventure legali per non farsi mancare nulla
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Si continua a soffrire per l'ingordigia di componenti dell'industria dell'IA e la più onesta al riguardo continua ad essere Valve. Nintendo al centro di un paio di polemiche e il reset di Xbox continua a trascinarsi, ma almeno avremo più Fallout. Le raccomandazioni vi faranno sudare e gridare "Scotland Forever", la recensione è di un geniale, piccolo, roguelike e lo speciale parla del futuro di Marathon dopo il debutto della modalità PvE.


News index


- Continua la crisi dei componenti, Valve suona l’allarme
+ Bethesda conferma tanti nuovi Fallout e Zenimax è al lavoro su Elder scrolls 6
- Niente brevetto per la cattura con sfera a Nintendo
+ Nintendo non vuole restituire i rimborsi dei dazi
- La petizione per Destiny 3 ha toccato quota 400.000 firme
+ Come funziona la retrocompatibilità di Xbox su Pc

Continua la crisi dei componenti, Valve suona l’allarme - La fine della crisi dei componenti è ancora lontana e Valve prepara la sua utenza a nuovi aumenti dei prezzi. La Steam Machine costa 1.049 dollari, un prezzo che Valve ha ammesso essere ben al di sopra di quello che aveva inizialmente previsto e i prezzi attuali dei suoi componenti sono già più alti rispetto a quando Valve ha prodotto il primo lotto di Steam Machine. "Onestamente, la situazione sta ancora peggiorando", ha dichiarato a Bloomberg l'ingegnere di Valve Yazan Aldehayyat. "I prezzi di ciò che si trova attualmente sugli scaffali dei negozi, secondo le nostre osservazioni, sono in ritardo di almeno tre-sei mesi rispetto alla fornitura all'ingrosso".

Bethesda conferma tanti nuovi Fallout e Zenimax è al lavoro su Elder scrolls 6 - Bethesda Game Studios ha confermato le indiscrezioni secondo cui Obsidian Entertainment sta sviluppando un nuovo gioco di Fallout e ha dichiarato che sono in lavorazione le versioni rimasterizzate di Fallout 3 e Fallout: New Vegas. Anche Fallout 5 è attualmente in fase di pre-produzione in Bethesda e sarà realizzato con il Creation Engine 3, il motore grafico proprietario che ha reso famosa l'azienda anche per il suo oceano di bug. É arrivata anche la conferma che Bethesda Game Studios collaborerà più "da vicino" con ZeniMax Online Studios (ZOS), lo sviluppatore di The Elder Scrolls Online, sull'intero franchise di The Elder Scrolls. Ricordiamo che ZOS ha recentemente perso più di 200 dipendenti come parte dei 1.600 licenziamenti immediati previsti da Xbox, non sappiamo se l'azienda verrà ulteriormente colpita con i 1600 ulteriori licenziamenti che sono previsti entro luglio 2027. Bethesda ha detto anche che The Elder Scrolls VI è il suo "obiettivo di sviluppo principale" e che è "dove avevamo pianificato di essere", nonostante sia stato annunciato più di otto anni fa.

Niente brevetto per la cattura con sfera a Nintendo - In un'altra vittoria per la creatività nel mondo dei videogiochi, l'Ufficio brevetti giapponese ha emesso un nuovo rifiuto per una domanda di brevetto presentata da Nintendo, e precedentemente respinta, riguardante le meccaniche di cattura dei mostri su schermi touchscreen. La notizia della decisione è arrivata dopo il lancio di Palworld 1.0 il 10 luglio 2026, che ha raggiunto un picco di 498.456 giocatori Steam contemporanei quel giorno e ha portato il famoso "Pokémon con le pistole" a superare il traguardo delle 30 milioni di copie vendute.

Nintendo non vuole restituire i rimborsi dei dazi - Sempre Nintendo ha chiesto a un tribunale di respingere una causa legale presentata da alcuni videogiocatori che sostengono che la grande N stia violando la legge perché non ha intenzione di restituire ai consumatori i rimborsi dei dazi doganali imposti negli Stati Uniti (e che il governo americano gli rimborserà). La risposta dell'azienda è stata: i consumatori "hanno ricevuto esattamente ciò per cui hanno pagato" quando hanno acquistato i prodotti Nintendo a prezzi maggiorati lo scorso anno. "I querelanti non hanno diritto a un rimborso semplicemente a causa di sviluppi legali intervenuti nel frattempo in relazione ai dazi doganali". Nintendo ha aumentato il prezzo della Switch 1 nel 2025 in seguito all'imposizione di dazi doganali statunitensi a livello globale, dazi che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha poi dichiarato illegali avviando un processo di rimborso alle aziende, molte delle quali, come Nintendo, non vogliono far tornare questi soldi nelle tasche dei consumatori da cui provengono.

La petizione per Destiny 3 ha toccato quota 400.000 firme - Oltre 400.000 fan di Destiny hanno firmato una petizione per chiedere a Sony di finanziare la realizzazione di Destiny 3, dopo che Bungie ha confermato l'interruzione degli aggiornamenti per Destiny 2 lo scorso maggio. La petizione su Change.org è stata avviata da Harley Casto, il quale ha affermato che "il desiderio di nuove avventure, trame inedite e caratteristiche di gioco innovative è palpabile tra i giocatori di tutto il mondo". A fine maggio aveva raggiunto 170.000 firme, ma da allora è salita a oltre 400.000, con molti che hanno condiviso storie su quanto la serie sia importante per loro.

Come funziona la retrocompatibilità di Xbox su Pc - É appena uscito in versione "early release" il progetto di retrocompatibilità per PC Windows dei giochi Xbox. Il rollout della funzionalità è iniziato con quattro giochi per la prima Xbox che sono ora disponibili per PC e dispositivi portatili come la ROG Xbox Ally). I quattro giochi disponibili, come annunciato sul blog ufficiale Xbox Wire, sono: Blinx: The Time Sweeper, Conker: Live and Reloaded, Crimson Skies: High Road to Revenge e Fuzion Frenzy. I fan possono acquistare questi giochi su Pc, e in futuro è prevista l'aggiunta di altri titoli. I giochi sono inclusi anche in tutti i livelli di abbonamento a Xbox Game Pass.


Cosa giocare questo weekend


Demo e titoli da provare per scoprire qualcosa di nuovo

Siete alla ricerca di cose nuove? Emozioni forti? Storie strappalacrime? Questa lista di raccomandazioni ha qualcosa per tutti i palati tra nuove uscite, titoli in early access e demo di videogiochi ancora lontani.

Scarlet Deer Inn - Avete mai visto un gioco in cui i personaggi sono interamente ricamati a mano? Scarlet Deer Inn è proprio questo e ha da offrire un gameplay loop da platformer in cui risolvere un mistero avvolto nel folklore slavo. Il suo punto forte è sicuramente lo stile artistico, che è davvero un qualcosa di unico. Non ci sono grandi innovazioni di gameplay ma la storia promette benissimo e ad accompagnarvi ci saranno ricami di ottima fattura e fondali artisticamente molto curati

Tears of Metal - L’offerta di Tears of Metal è molto semplice: un roguelike hack and slash ambientato in Scozia in cui si prendono gli invasori a mazzate con tanto di cornamuse in sottofondo. É giocabile in cooperativa o in solitaria, ha un sistema di potenziamenti singoli e di squadra molto profondo e ha il potenziale per conquistare anche gli amanti dei gestionali/strategici grazie al suo sistema di gestione dei minion. C’è tanto nel gioco che ha una personalità forte e il potenziale per riempire tante serate di ignoranza in un gruppo di amici.

Lifted - Il modo migliore per descrivere questo gioco è: Tomb Raider per bambini. Lifted è un platformer in 3D che prende strutture di game design e linee narrative del mondo di Lara Croft e le semplifica addolcendole per un pubblico di giovanissimi. Personaggi a quadratoni e dialoghi semplici non devono trarvi in inganno: il gameplay è molto accessibile ma c’è ed è fatto bene. I livelli hanno il loro senso, hanno una progressione ben studiata e sanno intrattenere anche gli adulti.

Desktop Explorer - Se siete o vi sentite Millennial, questo gioco vi prenderà per il bavero e non vi lascerà più andare. Dovrete indagare su un computer con un sistema operativo in stile Windows 95 per risolvere un mistero. File, screensaver, giochi e immagini diventano enigmi da ricomporre e decifrare in un’atmosfera da primi giorni dei creepypasta fatta molto bene. Scoprirete chi ha usato quel Pc, perché è tutto così strano e farete la conoscenza del cugino simpatico di Clippy.


Kaz è il nuovo re dei roguelike ultra-rapidi: la recensione


Non basta un’esperienza validissima di base, Kaz moltiplica il divertimento tra modificatori e modi di giocare

Il disclamer all’inizio di Kaz dice: “Alla tua tastiera questo gioco potrebbe non piacere”. Dopo una settimana a consumare le frecce direzionali del roguelike firmato Kalinarm, possiamo confermarlo. In Kaz l’obiettivo è eliminare i nemici passandoci sopra presenti su una plancia formata da quadrati in abbastanza poco tempo o in abbastanza mosse per raggiungere l’obiettivo di ciascun livello. Come in ogni roguelike ci sono modificatori, potenziamenti, malus e altre variabili per rendere il gioco sempre fresco, ma il suo punto di maggior forza è la sua doppia modalità.

Kaz può essere giocato sia come una sfida contro il tempo, eliminando quanti più nemici possibile prima che scada il timer, sia come un gioco strategico, per cui è necessario raggiungere un certo punteggio con una numero limitato di mosse a disposizione. C’è una modalità competitiva per cui tutti i giocatori competono sullo stesse mappe e con gli stessi modificatori per tutta la settimana per poi incoronare un vincitore. C’è anche una classifica generale per far lottare i giocatori tra loro alla conquista del primo posto.

Di partita in partita si completano sfide che ricompensano chi gioca con dei crediti da utilizzare per sbloccare nuove modalità, tutte identificate da tre lettere. Al cambiare di modalità cambia il tema estetico dei personaggi e delle plance (molto bella quella post-apocalittica), e un effetto esplosivo o di modifica della run che avviene una volta per livello. Che stiate giocando nella frenesia della sfida a tempo o una mossa per volta, ogni nuova modalità aggiunge un pizzico di novità che tiene vivo l’interesse per Kaz.

Raccomandiamo un utilizzo del gioco come lo zenzero nel sushi: usatelo per pulirvi il palato alla fine di una sessione di gioco, come intervallo tra una task lavorativa e l’altra o per risvegliare il cervello se un particolare compito vi annoia. Una partita non dura più di 5 minuti (a meno di diventare davvero molto bravi) e il livello di sfida richiesto è tale per cui non consuma energia, ma rimette in moto la testa dopo giornate lunghe e noiose.

Oltre all’ovvio consumo dell’hardware quando si gioca contro il tempo, Kaz ha un solo altro piccolo difetto: quando si arriva lontano in alcune run, dei potenziamenti diventano obbligatori. Dopo ogni livello chi gioca può dotarsi di uno dei tre potenziamenti che il gioco ha da offrire: alcuni di questi, primo fra tutti la possibilità di saltare le caselle vuote, diventano obbligatori per raggiungere gli obiettivi piuttosto complessi richiesti dal livello 20 in poi. Il sistema di progressione è buono e lascia a chi gioca la possibilità di esprimersi, ma solo al di sotto di un certo livello di difficoltà, superato il quale servono alcuni bonus ed è imperativo evitare alcuni Malus. E vi verrà male alle mani se giocate più di un’ora alla volta, garantito.

Se siete alla ricerca di un gioco dal guizzo arcade, dal gameplay semplice e assolutamente adrenalinico, allora Kaz farà al caso vostro. Lo stesso si può dire per chi vuole cimentarsi con uno strategico apparentemente banale ma che diventa assolutamente diabolico di livello in livello.


Joe Ziegler lascia Marathon, e ora?


La modalità PvE è un passo nella direzione giusta: basterà a dare allo studio la fiducia in sé stesso di cui ha bisogno?

Il Game director di Marathon, Joe Ziegler, ha lasciato la Bungie in una mossa comune per il mercato videoludico, ma che ha riaperto il discorso sulla salute dell’extraction shooter. Ziegler è arrivato alla Bungie nel 2022 come designer su Destiny 2 per poi approdare alla direzione di Marathon in un momento molto delicato: il veterano dello studio ed ex game director del gioco Christopher Barrett era appena stato allontanato dopo gravi accuse di molestie nei confronti di alcune colleghe (questione poi portata in tribunale e risolta a porte chiuse) e il gioco non era sulla strada giusta. L’ex game director di Valorant (12 anni in totale alla Riot) è arrivato, ha trasformato il titolo in un hero shooter e lo ha portato all’uscita nel corso dei 2 anni successivi.

Ziegler ha annunciato che sarà Del Chafe III a prendere il suo posto come Game Director del gioco dopo essere stato assistant game director su Marathon. Chafe lavora in Bungie dal 2011, dove ha iniziato come designer su Destiny 1 prima di diventare design director su Destiny 2. Julia Nardin diventerà la direttrice creativa dopo essere stata la direttrice narrativa e, ancora prima, aver coordinato diversi progetti di Destiny 2 tra cui The Final Shape.

Capita spesso che a dirigere un live service non sia lo stesso game director che lo ha portato fino al lancio. L’esempio classico è proprio lo stesso Ziegler che ha portato Valorant fino all'uscita per poi lasciarlo in mano al suo successore. L’abbandono del progetto da parte del suo timoniere, però, non potrebbe arrivare a un momento peggiore. I numeri parlano chiaro: quello di Marathon è un pubblico di dediti appassionati che apprezzano i sistemi dl gioco, ma che non basta a tenere in piedi un’azienda come Bungie, soprattutto ora che non ci sono nuovi contenuti per Destiny 2 in arrivo.

6000 giocatori contemporanei di sabato sera su Steam (più un 50% in più dalle console) non permettono né di tenere in piedi uno studio, né (nel lungo periodo) di creare quel supporto necessario ad ampliare il gioco per un pubblico più casual. Sono in tanti ad auspicare “un momento Rainbow Six Siege” per Marathon, ovvero un processo di ridefinizione del pubblico e della monetizzazione (probabilmente con il passaggio a free to play), che consacri il gioco a evergreen del panorama live service. Il problema è che il miracolo Siege è successo otto anni fa, in un mercato videoludico completamente diverso.

Marathon ha già la reputazione di essere un gioco sudato (è il suo bello), complesso (profondo) e in cui è difficile progredire: è difficilissimo immaginare una soluzione che dia il la per un’adozione se non di massa almeno sufficiente a tenere in piedi da sola uno studio grazie alle rendite stagionali. Non aiuta il fatto che la seconda stagione abbia mancato diversi obiettivi: non c’è stato un vero reset a causa di loot troppo buono come ricompensa delle stagioni passate e per un bug alle casse della nuova mappa; non c’è una nuova componente narrativa; non c’è una vera progressione (vedi il primo punto) e il nuovo sistema delle statistiche del giocatore (Cradle) è passato dall’essere una novità interessante a un qualcosa di dimenticabile perché i sudati l’hanno maxata in meno di una settimana. La soluzione potrebbe essere una modalità PvE fatta come si deve, ma sappiamo che non era nei piani di Ziegler e che è in cantiere da poco.

Nell’attesa di una modalità PvE vera e propria prevista per le prossime stagioni, Bungie ha deciso di mettere a terra una modalità PvE scollegata dall’economia exctraction per testare le acque. Si chiama Vaulbreaker, è ambientata nella mappa Chryo Archive ed è un primo passo nella direzione giusta. Si entra solo con uno sponsored kit apposito, non si possono estrarre armi e potenziamenti raccolti e la valuta della modalità è l’unica cosa che esce dalla mappa insieme a chi gioca e si può spendere in un apposita sezione dell’armeria per avere armi ed equipaggiamento da usare nella modalità a estrazione.

In mappa c’è solo la squadra di chi gioca con l’obiettivo di aprire quanti più caveau possibili e, dopo un po’ di run, provare anche ad abbattere il Compiler, il nemico endgame tanto ambito. Riuscirci non è cosa da poco. Gli sponsored kit non hanno scudi o zaino all'inizio (si possono migliorare col tempo) e prima di affrontarlo facendo tutte le sue meccaniche bisogna aprire tre caveau. I nemici sono tosti, la salute è poca e il tempo ancora meno: è una versione un po’ più rilassata dell’esperienza di Marathon, ma potrebbe non essere ciò di cui il gioco ha bisogno.

Provandola si sente lo sforzo degli sviluppatori nel cercare di rendere l’esperienza più tranquilla, meno punitiva e che non rompa l’economia di gioco come ha fatto l’inizio della stagione 2. Per ritrovare la magia di Destiny 2, però, serve una power fantasy fatta bene, e Marathon è progettato per farti sentire l’ultimo sopravvissuto, non il re dell’universo. Come esperienza PvE, poi, potrebbe non esserci la longevità necessaria senza del loot memorabile e, soprattutto senza una storia. I numeri danno un briciolo di speranza: picco giornaliero più che raddoppiato nei primi due giorni.

Se Bungie decidesse, dalla prossima stagione, di mettere i suoi contenuti narrativi al centro della modalità PvE e lasciando al PvP il loop da extraction e il grind sudato, forse non farà nuovi record di giocatori contemporanei, ma potrebbe vendere un bel po’ di copie tra chi è alla ricerca di una storia da scoprire attraverso il gunplay sopraffino di Bungie.


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Ci vediamo alla prossima lettera,
Riccardo "Tropic" Lichene

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)
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Perché negli Stati Uniti si può votare senza un documento


Gli Stati Uniti non hanno una carta d’identità nazionale, le elezioni sono amministrate da oltre 8.000 giurisdizioni e la cittadinanza viene normalmente autocertificata. Il progetto di legge voluto da Trump introdurrebbe una prova documentale per registrarsi e un documento fotografico per votare.

Per un elettore italiano, abituato a presentare al seggio la carta d’identità e la tessera elettorale, il sistema americano può apparire quasi paradossale: in 14 Stati e nel District of Columbia la maggior parte degli elettori può votare di persona senza mostrare alcun documento, mentre gli altri 36 Stati prevedono una qualche forma di identificazione, in 24 casi con fotografia. L’assenza di un documento non significa però assenza di controlli: l’identità viene generalmente verificata confrontando la firma o altri dati personali con quelli già presenti nelle liste elettorali. Esistono inoltre requisiti federali specifici per alcuni cittadini che votano per la prima volta dopo essersi registrati per posta senza una precedente verifica.

Ad ogni modo questa particolarità, profondamente radicata nella storia istituzionale del Paese, è oggi al centro dello scontro sul SAVE America Act, la proposta di legge sostenuta da Donald Trump che introdurrebbe nuovi obblighi documentali per le elezioni federali. Per comprenderne la portata bisogna partire da una caratteristica fondamentale degli Stati Uniti: il Paese non ha mai istituito una carta d’identità nazionale obbligatoria, storicamente percepita come uno strumento di controllo federale incompatibile con la tradizione libertaria americana. Il documento più diffuso è quindi la patente di guida, rilasciata dai singoli Stati, che non è però obbligatoria né posseduta da tutti.

Anche l’amministrazione elettorale è fortemente decentralizzata. Negli Stati Uniti esistono più di 8.000 giurisdizioni elettorali locali e, nella maggior parte del Paese, sono gli enti locali a organizzare concretamente il voto. Ogni Stato mantiene una banca dati centralizzata degli elettori, ma il governo federale non ha mai istituito un registro elettorale nazionale.

A differenza di quanto avviene in molte democrazie comparabili, non esiste inoltre un sistema nazionale e universale di registrazione automatica. L’iscrizione nelle liste elettorali rimane spesso un’iniziativa del cittadino, anche se circa metà degli Stati ha introdotto meccanismi automatici collegati ai rapporti con la motorizzazione o con altre amministrazioni pubbliche. Nel modulo di registrazione l’elettore dichiara, sotto pena di spergiuro, di essere cittadino americano, mentre gli altri dati identificativi possono essere confrontati con banche dati statali e federali. Non esiste però un archivio federale completo della cittadinanza che consenta agli uffici elettorali di verificare sistematicamente ogni dichiarazione.

Il voto illegale da parte di un non cittadino è punibile con una multa e fino a un anno di carcere. Una falsa dichiarazione consapevole di cittadinanza presentata per registrarsi o votare può invece comportare fino a cinque anni. Per gli stranieri possono esserci anche conseguenze sul piano dell’immigrazione, compresa l’espulsione, attraverso un procedimento separato.

Dall’Indiana al SAVE America Act


Sebbene alcuni Stati chiedessero già forme di identificazione, prima delle elezioni del 2006 nessuno imponeva a tutti gli elettori di presentare un documento governativo con fotografia come condizione per la validità del voto. L’Indiana ha approvato nel 2005 la prima legge rigida di questo tipo, applicata dalle elezioni dell’anno successivo e confermata dalla Corte Suprema nel 2008. Da allora il tema è diventato una delle principali linee di frattura tra i due partiti: i repubblicani chiedono requisiti sempre più severi in nome dell’integrità elettorale, mentre i democratici temono che questi vincoli possano escludere cittadini pienamente legittimati a votare.

Il SAVE Act, acronimo di Safeguard American Voter Eligibility Act, rappresenta il punto d’arrivo di questo scontro. La proposta di legge vieterebbe agli Stati di accettare una nuova iscrizione alle liste per le elezioni federali senza che il richiedente presenti personalmente una prova documentale della cittadinanza. Il requisito potrebbe applicarsi anche agli aggiornamenti della registrazione, per esempio dopo un trasferimento, un cambio di nome o, a seconda delle regole statali, una modifica dell’affiliazione partitica.

Tra i documenti ammessi figurano un passaporto statunitense valido o un documento Real ID che indichi espressamente la cittadinanza. La maggior parte delle patenti e dei Real ID ordinari rilasciati negli Stati Uniti non contiene però questa informazione. Inoltre il certificato di nascita non sarebbe sufficiente da solo, ma dovrebbe essere anche accompagnato da un documento governativo con fotografia. Anche un documento militare sarebbe utilizzabile soltanto insieme a un certificato di servizio che riporti il luogo di nascita negli Stati Uniti.

La Camera ha approvato il SAVE Act il 10 aprile 2025 con 220 voti contro 208. L’11 febbraio 2026 ha poi approvato, con 218 voti contro 213, una versione più ampia denominata SAVE America Act. Oltre alla prova di cittadinanza per registrarsi, la nuova proposta di legge richiede un documento governativo con fotografia per votare e introduce requisiti specifici per consentire il voto postale. Impone inoltre agli Stati di sottoporre al Dipartimento per la Sicurezza Interna, attraverso il sistema SAVE, ogni nominativo presente nelle liste elettorali. Prevede inoltre conseguenze penali per chi, consapevolmente e intenzionalmente, registri una persona priva della documentazione richiesta.

Al Senato, tuttavia, il provvedimento resta bloccato. Per superare l’ostruzionismo ("filibuster") dei democratici servono 60 voti, mentre i repubblicani dispongono di soli 53 seggi e non hanno ottenuto il sostegno bipartisan necessario. Anche la senatrice repubblicana Lisa Murkowski si è opposta all’avanzamento della proposta.

Una possibile strada alternativa passa quindi dalla riconciliazione di bilancio, una procedura facilitata che consente di approvare a maggioranza semplice misure riguardanti spesa, entrate e debito. Il 22 luglio la Camera dei Rappresentanti ha così adottato, con 216 voti contro 214, la risoluzione di bilancio H.Con.Res. 113. Il nuovo testo assegna alla Commissione per l’Amministrazione della Camera un margine di bilancio fino a 10 miliardi di dollari per elaborare una futura proposta, ma non stanzia ancora materialmente quei fondi e non introduce i requisiti del SAVE America Act.

Secondo l’ipotesi sostenuta dallo Speaker della Camera Mike Johnson, il futuro provvedimento di riconciliazione potrebbe utilizzare questo margine per finanziare sovvenzioni destinate agli Stati che adottino la prova documentale della cittadinanza e il documento fotografico come previsto dalla proposta di Trump. Gli esponenti repubblicani più conservatori continuano però a chiedere un obbligo nazionale anziché un programma di incentivi. Ma al Senato le disposizioni puramente elettorali potrebbero essere escluse dalla riconciliazione di bilancio in base alla Byrd Rule, che vieta di inserire nella procedura facilitata a maggioranza semplice norme i cui effetti finanziari siano soltanto marginali rispetto all’obiettivo politico. Il leader della maggioranza John Thune ha perciò riconosciuto che il SAVE America Act, almeno nella sua forma attuale, non dispone dei voti necessari.

Stati Uniti · Diritto di voto

La prova di cittadinanza che divide l’America


Il SAVE America Act, sostenuto da Trump, imporrebbe la prova di cittadinanza per registrarsi e un documento con fotografia per votare alle elezioni federali. Il fenomeno da combattere è raro; la platea che rischia nuovi ostacoli è enorme.

Grafica di FocusAmerica Dati a luglio 2026

Il voto dei non cittadini · Elezioni 2016, 42 giurisdizioni

Voti esaminati
0mln

Casi sospetti
0

esaminati dal Brennan Center
segnalati per indagini: lo 0,0001% del totale

Ingrandimento ×1

La barra rappresenta i 23,5 milioni di voti: solo a ingrandimento ×10.000 i 30 casi sospetti (in rosso) diventano visibili a occhio nudo. Tocca la barra per rivedere l’animazione.


Per intercettare casi così rari, i nuovi obblighi documentali ricadrebbero su 21,3 milioni di cittadini che oggi non hanno una prova di cittadinanza a portata di mano.

Le regole oggi

In 14 Stati e a Washington DC si vota senza documento


Gli Stati Uniti non hanno una carta d’identità nazionale: al seggio l’identità viene spesso verificata confrontando la firma con le liste elettorali. Tocca i segmenti per il dettaglio delle 51 giurisdizioni (50 Stati più DC).

15 12 24
Documento con fotografia (24 Stati). La prima legge rigida è dell’Indiana: approvata nel 2005, applicata dal 2006 e confermata dalla Corte Suprema nel 2008. Da allora il tema divide i due partiti.
Nessun documento (14 + DC) Documento senza foto (12) Documento con foto (24)

L’iter a Washington

La Camera approva con margini sempre più stretti


Tre voti in quindici mesi, tutti sul filo dei seggi. Al Senato, invece, la strada resta sbarrata dall’ostruzionismo democratico.

10 apr 2025

SAVE Act
220 sì – 208 no

+12 voti

11 feb 2026

SAVE America Act
218 sì – 213 no

+5 voti

22 lug 2026

Risoluzione di bilancio H.Con.Res. 113
216 sì – 214 no

+2 voti

La risoluzione del 22 luglio apre la via della riconciliazione di bilancio: assegna fino a 10 miliardi di dollari di margine, ma non contiene ancora gli obblighi del SAVE America Act.

Il muro del Senato
53 seggi repubblicani su 60 necessari –7

Per superare il filibuster servono 60 voti e persino la repubblicana Lisa Murkowski si è opposta. La riconciliazione a maggioranza semplice rischia però di infrangersi sulla Byrd Rule, che esclude le norme senza effetti di bilancio sostanziali: lo stesso leader della maggioranza John Thune ammette che i voti, oggi, non ci sono.

Il paradosso del consenso

Otto americani su dieci approvano, ma il fenomeno resta raro


Il principio piace a una larghissima maggioranza bipartisan. I numeri del voto illegale raccontano però un fenomeno marginale, anche se non inesistente.

Il consenso (Gallup, ottobre 2024)

Favorevoli al documento con foto al seggio84%

Favorevoli alla prova di cittadinanza alla registrazione83%

La realtà (Reuters, luglio 2026)

129
persone incriminate per voto illegale di non cittadini dal 1996 a oggi

73
condannate o dichiaratesi colpevoli

La falla del New Jersey. Nel luglio 2026 lo Stato ha reso noto che un errore informatico aveva iscritto alle liste circa 6.600 persone dichiaratesi non cittadine: meno di 400 hanno votato. Nessuna prova di un piano organizzato, ma i controlli amministrativi possono fallire.

Chi rischia di restare fuori

Milioni di cittadini senza i documenti richiesti


La maggior parte delle patenti e dei Real ID non indica la cittadinanza e il certificato di nascita da solo non basterebbe. Tocca le voci per approfondire.

21,3 mln Cittadini senza prova di cittadinanza a portata di mano +
Il 9,1% degli americani in età di voto, secondo il sondaggio SSRS del 2023 per VoteRiders, l’Università del Maryland e il Brennan Center. Almeno 3,8 milioni dichiarano di non possedere alcun documento di cittadinanza.

12% Elettori registrati senza i documenti previsti dalla proposta +
La stima del Bipartisan Policy Center: né un passaporto valido né la combinazione di certificato di nascita e documento con foto immediatamente disponibili. Il divario è soprattutto economico e sociale: pesano reddito, istruzione e distanza dagli uffici pubblici.

1 su 3 Donne sposate senza documenti con il nome legale attuale +
Circa l’80% delle americane cambia cognome con il matrimonio. Secondo una stima dell’Institute for Responsive Government — organizzazione critica verso la legge — un terzo non ha documenti che riportino il nome legale attuale. Gli Stati potrebbero accettare certificati di matrimonio o dichiarazioni giurate, con regole però diverse da Stato a Stato.

31.000 Il precedente del Kansas: registrazioni bloccate o sospese +
Una legge statale analoga bloccò o sospese oltre 31.000 registrazioni di cittadini. Un tribunale federale la annullò nel 2018, la decisione fu confermata in appello nel 2020 e la Corte Suprema rifiutò di esaminare il ricorso dello Stato.

Fonte: Brennan Center; Gallup (ott. 2024); Reuters (lug. 2026); sondaggio SSRS 2023 per VoteRiders, Univ. del Maryland e Brennan Center; Bipartisan Policy Center; Institute for Responsive Government; Congress.gov · Dati a luglio 2026

Un principio popolare, ma un fenomeno raro


I sostenitori della riforma voluta da Trump possono contare su un consenso molto ampio intorno ai suoi principi generali. Secondo un sondaggio Gallup dell’ottobre 2024, l’84% degli americani è favorevole all’obbligo di presentare un documento con fotografia al seggio e l’83% sostiene la richiesta di una prova di cittadinanza al momento della prima registrazione. Il sondaggio non descriveva però gli obblighi procedurali contenuti nel SAVE America Act: il sostegno alle due misure in astratto non può quindi essere automaticamente interpretato come consenso verso l’intero provvedimento.

L’argomento dei favorevoli è comunque di principio: se la cittadinanza è già un requisito per votare, verificarla con un documento rappresenterebbe una misura di buon senso. Ma i dati disponibili indicano che il voto dei non cittadini è raro, sebbene non inesistente. Uno studio del Brennan Center sulle elezioni del 2016 ha individuato, tra 23,5 milioni di voti espressi in 42 giurisdizioni selezionate, circa 30 casi sospetti segnalati per ulteriori indagini o per un possibile procedimento giudiziario: lo 0,0001% del totale.

Un’inchiesta pubblicata da Reuters nel luglio 2026 ha individuato, dall’entrata in vigore della legge federale del 1996, solo 129 persone incriminate per voto illegale da parte di non cittadini, 73 delle quali condannate o dichiaratesi colpevoli. Pochi giorni dopo, il New Jersey ha però reso noto un caso più esteso: un errore informatico aveva permesso l'iscrizione alle liste elettorali di circa 6.600 persone che si erano dichiarate non cittadine, sebbene meno di 400 di loro abbiano effettivamente votato. Non ci sono prove che l’episodio abbia alterato l’esito di alcuna elezione, mentre le circostanze dei singoli voti restano oggetto di indagine, ma l’episodio dimostra comunque che i controlli amministrativi possono fallire e offre ai sostenitori della riforma un ulteriore argomento.

A fronte di un fenomeno numericamente limitato, i critici temono invece effetti molto più ampi sugli aventi diritto. Citano a supporto di questa posizione un sondaggio condotto nel 2023 da SSRS per VoteRiders, l’Università del Maryland e il Brennan Center, secondo cui il 9,1% dei cittadini americani in età di voto, pari a 21,3 milioni di persone, non possedeva o non aveva accesso immediato a un documento che provasse la cittadinanza. Almeno 3,8 milioni dichiaravano di non possederne alcuno. Un’analisi più recente del Bipartisan Policy Center, basata su una definizione documentale più vicina a quella della proposta, stima che circa il 12% degli elettori registrati non abbia immediatamente disponibile un passaporto valido oppure la combinazione di certificato di nascita e documento fotografico.

Il peso dei nuovi requisiti non sarebbe neppure distribuito uniformemente. Nel sondaggio del 2023 quasi l’11% dei cittadini non bianchi dichiarava di non avere immediatamente disponibili documenti di cittadinanza, contro poco più dell’8% dei cittadini bianchi. L’analisi del Bipartisan Policy Center rileva invece soprattutto una marcata disparità economica e sociale: le persone con redditi più elevati e un livello d’istruzione maggiore hanno più probabilità di possedere i documenti richiesti.

Per i cittadini a basso reddito e per chi vive in zone rurali o remote, procurarsi i certificati e presentarli personalmente potrebbe comportare costi, spostamenti e ostacoli difficili da superare. Il testo impone agli Stati di prevedere "accomodamenti ragionevoli" per le persone con disabilità, ma non stabilisce nel dettaglio come debbano essere organizzati. Le organizzazioni che rappresentano i nativi americani avvertono, in particolare, che l’obbligo di recarsi presso un ufficio elettorale potrebbe gravare sulle comunità tribali più lontane dai centri amministrativi.

Il quadro non è però univoco. Analizzando i dati del 2024 e tenendo conto di reddito, istruzione e altre caratteristiche, il Bipartisan Policy Center ha rilevato che gli elettori asiatici hanno meno probabilità dei bianchi di disporre dei documenti richiesti, mentre per gli elettori neri la probabilità risulta maggiore. Per gli ispanici e per gli altri gruppi esaminati non emerge uno svantaggio statisticamente significativo. Non è quindi dimostrato che la legge penalizzerebbe indistintamente tutte le comunità non bianche. È più fondato il rischio che gli oneri aggiuntivi ricadano su alcuni gruppi minoritari e, soprattutto, sui cittadini con meno risorse economiche, minore mobilità o accesso più difficile agli uffici pubblici.

Il caso più discusso riguarda però le donne che hanno cambiato cognome. Secondo il Pew Research Center, il 79% delle donne statunitensi in matrimoni eterosessuali ha assunto il cognome del coniuge. Il Center for American Progress, organizzazione contraria alla proposta, ha stimato che fino a 69 milioni di donne potrebbero avere un certificato di nascita non corrispondente al nome legale attuale. Non si tratta, però, di un dato amministrativo ufficiale e la stima non indica quante avrebbero effettivamente difficoltà a registrarsi secondo le nuove norme proposte.

Il testo impone infatti agli Stati di predisporre una procedura che consenta di risolvere la discrepanza attraverso documenti supplementari, come il certificato di matrimonio, oppure mediante una dichiarazione giurata. Le modalità concrete rimarrebbero però affidate ai singoli Stati, con il rischio di creare regole differenti e ulteriori passaggi burocratici. I precedenti statali alimentano inoltre i dubbi. In Kansas una legge analoga bloccò o sospese la registrazione di oltre 31.000 cittadini. Un tribunale federale ne vietò definitivamente l’applicazione nel 2018; la decisione fu confermata in appello nel 2020 e, nello stesso anno, la Corte Suprema rifiutò di esaminare il ricorso dello Stato.

Dietro la disputa tecnica c’è quindi una scelta politica di fondo: decidere quanto affidarsi ai controlli amministrativi e alle banche dati pubbliche e quanto, invece, imporre al singolo elettore di produrre preventivamente documenti specifici. Da una parte c’è l’obiettivo di colmare falle reali, come quella emersa in New Jersey, e di rendere verificabile un requisito già previsto dalla legge, mentre dall’altra il rischio è di ostacolare l’accesso al voto di cittadini pienamente legittimati per contrastare un fenomeno che, nel complesso, come abbiamo visto, resta estremamente raro. È proprio su questo equilibrio tra integrità elettorale e diritto di partecipazione che si gioca il futuro del SAVE America Act e, più in generale, del sistema elettorale americano.

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La chiusura di USAID ha aumentato la fame e ridotto l'attività economica in Africa


Due economisti italiani hanno misurato con i satelliti gli effetti dello stop agli aiuti deciso da Trump: meno attività economica e milioni di persone in più in emergenza alimentare

Lo smantellamento di USAID, l'agenzia federale americana per gli aiuti allo sviluppo, ha ridotto l'attività economica nelle zone dell'Africa che li ricevevano e ha spinto milioni di persone verso l'emergenza alimentare. È la conclusione di uno studio diffuso a fine maggio da due economisti italiani, Marcella Nicolini dell'Università di Pavia e Fabio Sabatini della Sapienza di Roma, che hanno trattato la chiusura improvvisa dell'agenzia come un esperimento naturale, cioè un evento esterno e imprevisto, del tutto slegato dalle condizioni locali africane, che permette di misurare che cosa succede quando il più grande programma di aiuti bilaterali del mondo si ferma da un giorno all'altro.

Il 28 gennaio 2025, otto giorni dopo l'insediamento del presidente Trump, il Dipartimento di Stato ordinò lo stop immediato di tutte le attività finanziate da USAID, operativa dal 1961 e con un bilancio di circa 45 miliardi di dollari nell'ultimo anno fiscale, un terzo dei quali destinato all'Africa subsahariana. Nel giro di poche settimane il DOGE, il Dipartimento per l'efficienza governativa, annunciò la cancellazione di circa l'83 per cento dei programmi attivi, mentre il personale veniva messo in congedo e poi licenziato. L'ordine era retroattivo e non prevedeva alcuna chiusura ordinata: gli stipendi dei dipendenti locali rimasero non pagati, i carichi di cibo e medicine si fermarono nei porti, le cliniche rifornite da PEPFAR, il programma americano contro l'HIV, restarono senza antiretrovirali e i servizi di assistenza agli agricoltori furono interrotti a metà stagione.

★ USAID · Lo studio
Dove USAID si è fermata, l’Africa si è spenta
Due economisti italiani hanno misurato dai satelliti l’impatto della chiusura improvvisa dell’agenzia americana: meno attività economica attorno ai progetti e milioni di persone in più verso la fame.
Grafica di FocusAmerica

28 gennaio 2025 · ordine di stop a tutte le attività

Kinshasa
−25%
luminosità notturna

Lusaka
−32%
luminosità notturna

Luminosità media rispetto all’anno precedente attorno ai due maggiori centri operativi dell’agenzia, dopo lo stop del gennaio 2025.

Lo shock
Il più grande programma di aiuti bilaterali al mondo, chiuso in poche settimane
83%
dei programmi attivi cancellati dal DOGE dopo l’ordine del Dipartimento di Stato

45 miliardi $ · bilancio dell’ultimo anno fiscale
1/3 destinato all’Africa subsahariana
operativa dal 1961

L’ordine era retroattivo e senza chiusura ordinata: stipendi locali non pagati, cibo e medicine fermi nei porti, cliniche del programma anti-HIV PEPFAR senza antiretrovirali.

L’economia
Un colpo locale, concentrato attorno ai siti dei progetti

−1,8%
di PIL cumulato in quindici mesi nelle zone attorno a un progetto con esposizione media: circa 1,4 punti di crescita annua in meno

500 m 10 km 25 km: effetto nullo

Il calo è uno scalino improvviso alla data dello stop, non un rallentamento graduale: si sono fermati insieme stipendi, uffici, magazzini e distribuzioni. L’effetto è massimo nei primi 500 metri e non si vede più oltre i 25 chilometri.

La fame
Milioni di persone oltre la soglia della crisi alimentare

1
Minima

2
Stress

3
Crisi

4
Emergenza

5
Carestia

+2,7 mln
persone in più in crisi alimentare o peggio (fase 3+) attribuibili allo stop

+1,6 mln
persone in più in emergenza alimentare (fase 4)

Stima sulle 110 aree della rilevazione IPC di settembre 2025, che copre circa 400 milioni di persone nell’Africa subsahariana.
L’effetto è cresciuto nel tempo: esaurite le scorte nei magazzini dei partner locali, il secondo semestre è stato peggiore del primo. Per gli autori le stime sono un limite inferiore, anche perché manca l’Etiopia, tra i maggiori beneficiari.

Chi paga
Lo shock colpisce dove le difese sono più deboli

Paesi con istituzioni deboli
effetto pieno

Paesi con istituzioni democratiche solide
≈ 1/14 dell’effetto

Aree già in crisi alimentare prima dello stop
effetto pieno

Aree più sicure
effetto nullo

Lo stop non spinge in emergenza chi stava relativamente bene: fa superare la soglia a chi era già al margine.

Fonte: M. Nicolini (Università di Pavia) e F. Sabatini (Sapienza Università di Roma), «The Economic Impact of the USAID Shutdown», SSRN, maggio 2026. Attività economica: luminosità notturna satellitare attorno a 1.374 siti di progetto in 50 paesi africani. Fame: classificazione IPC per 388 aree di 27 paesi. Periodo: gennaio 2017 – aprile 2026.

Gli autori misurano l'attività economica con la luminosità notturna rilevata dai satelliti attorno a 1.374 località di progetto in 50 paesi africani: le luci viste dallo spazio sono un indicatore standard dell'economia locale dove i dati ufficiali sono scarsi. La fame viene invece misurata con la classificazione IPC, un'iniziativa congiunta di agenzie internazionali che divide le crisi alimentari in cinque fasi di gravità crescente, in cui la fase 3 indica la crisi e la fase 4 l'emergenza, disponibile per 388 aree subnazionali di 27 paesi. Il metodo confronta, dentro lo stesso paese, le zone più esposte ai fondi di USAID con quelle meno esposte, prima e dopo lo stop, tra gennaio 2017 e aprile 2026.

Dopo il gennaio 2025 la luminosità notturna è calata in modo netto entro dieci chilometri dai progetti, con l'effetto più forte nei primi 500 metri e nullo oltre i 25 chilometri, segno che il colpo è stato locale e legato proprio ai siti finanziati. Il calo è uno scalino improvviso alla data dello stop, non un rallentamento graduale: si sono fermati insieme stipendi, uffici, magazzini e distribuzioni. Attorno ai due maggiori centri operativi dell'agenzia il fenomeno si vede a occhio nudo: rispetto all'anno precedente la luminosità media è scesa del 25 per cento nell'area di Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, dove i progetti avevano ricevuto 877 milioni di dollari tra il 2017 e il 2020. In quella di Lusaka, in Zambia, è scesa del 32 per cento. Tradotto in prodotto interno lordo, per le zone attorno a un progetto con esposizione media lo studio stima una perdita cumulata dell'1,8 per cento in quindici mesi, pari a circa 1,4 punti di crescita annua.

Nelle aree più esposte agli aiuti umanitari la quota di popolazione in emergenza alimentare è salita rispetto a quelle meno esposte: per un'area con esposizione media lo studio calcola 1,3 punti percentuali di popolazione in più in fase 4 e 2,1 punti in più in fase 3 o peggio a ogni rilevazione. Aggregando le 110 aree della rilevazione di settembre 2025, che copre circa 400 milioni di persone nell'Africa subsahariana, lo stop degli aiuti risulta responsabile di circa 1,6 milioni di persone in più in emergenza e 2,7 milioni in più in crisi alimentare o peggio. L'effetto è cresciuto nel tempo: nei primi mesi le scorte accumulate nei magazzini dei partner locali hanno attutito il colpo, poi si sono esaurite e il secondo semestre dopo lo shock è stato peggiore del primo. Per gli autori le stime sono un limite inferiore, sia perché l'effetto era ancora in corso alla fine del periodo osservato sia perché manca l'Etiopia, uno dei maggiori beneficiari, che non ha pubblicato analisi aggiornate.

Quasi tutto l'effetto sulla fame si concentra nei paesi con le istituzioni più deboli: dove le istituzioni democratiche sono più solide l'impatto stimato è circa un quattordicesimo, perché quegli stati riescono meglio ad assorbire lo shock e a compensarlo con risposte proprie. Colpisce inoltre le popolazioni già fragili: nelle aree che prima dello stop avevano una quota di persone in crisi alimentare sopra la mediana l'effetto è pieno, in quelle più sicure è nullo. Lo stop, scrivono gli autori, non spinge in emergenza chi stava relativamente bene: fa superare la soglia a chi era già al margine.

A guidare entrambi gli effetti è la componente umanitaria del portafoglio di USAID, cioè aiuti alimentari, trasferimenti di denaro e risposta alle emergenze, che valeva circa un terzo dei fondi; sul calo delle luci pesa anche il settore agricolo, con programmi come Feed the Future. Il settore sociale e sanitario, che con PEPFAR e gli altri programmi valeva più della metà delle erogazioni, non mostra invece effetti misurabili nei primi quindici mesi. Gli aiuti di Francia, Regno Unito, Germania e Cina non presentano nulla di simile nello stesso periodo: il segnale è specifico di USAID, non un generico peggioramento delle zone che ricevono aiuti. Un altro studio citato dagli autori ha documentato con gli stessi dati un aumento degli scontri armati nelle regioni storicamente più esposte all'agenzia.

Per gli autori la vicenda è "un esperimento naturale senza precedenti nella storia dell'assistenza bilaterale allo sviluppo": un programma attivo da più di sessant'anni, che versava diversi miliardi di dollari l'anno alla sola Africa, è stato chiuso in poche settimane per una decisione politica interna agli Stati Uniti, senza preavviso né transizione.


Il DOGE doveva sciogliersi, ma è ancora ovunque


Il DOGE, il dipartimento per l'efficienza governativa affidato a Elon Musk per tagliare la spesa federale, doveva cancellare sé stesso entro il 4 luglio 2026. A qualche settimana dalla scadenza, però, i suoi uomini e la sua agenda sono ancora sparsi nel governo americano: secondo un'analisi del Washington Post basata su atti giudiziari e documenti ufficiali, una ventina di persone assunte o selezionate tramite il DOGE continua a lavorare nell'esecutivo e a rimodellare la burocrazia federale dietro le quinte.

Musk e l'imprenditore Vivek Ramaswamy furono incaricati di guidare la struttura alla fine del 2024, con la promessa di tagliare 2.000 miliardi di dollari dal bilancio federale e di chiudere tutto entro 18 mesi. Oggi il sito del DOGE, costruito per documentare i risparmi, è fermo e l'account su X pubblica pochissimo. Il progetto però non è morto: "Il DOGE è uno stile di vita. Non finisce mai", ha scritto su X l'ex membro dello staff Katie Miller proprio il 4 luglio, il giorno della presunta scadenza.

Tra gli ex membri rimasti ci sono Gavin Kliger, oggi responsabile dei dati al Pentagono, e Jeremy Lewin, consigliere del Segretario di Stato Marco Rubio: dopo aver supervisionato gran parte dello smantellamento di USAID, l'agenzia americana per gli aiuti internazionali, Lewin dirige ora i programmi di assistenza estera del Dipartimento di Stato. Alla General Services Administration, l'agenzia che gestisce immobili e forniture del governo, l'ex ingegnere di Tesla Thomas Shedd è ancora registrato come collaboratore governativo speciale pur senza alcun incarico ufficiale apparente. L'elenco completo dei membri del DOGE non è mai stato reso pubblico e l'amministrazione si è opposta in tribunale alle richieste di rivelarne le identità, emerse solo in parte grazie a ricorsi e richieste di accesso agli atti.

Molti degli ex DOGE rimasti nel governo lavorano al National Design Studio, la struttura creata dalla Casa Bianca per modernizzare i siti governativi e guidata da Joe Gebbia, cofondatore di Airbnb. Secondo due persone vicine all'organizzazione, i suoi membri la considerano l'erede spirituale del DOGE: conta un centinaio di persone e si occupa di progetti come TrumpRx e il ridisegno della piramide alimentare, un'evoluzione della missione originaria ma con un mandato molto ridotto. Il capo ingegnere è Edward Coristine, noto come "Big Balls", che a 19 anni ottenne come dipendente del DOGE l'accesso ad agenzie come il Dipartimento di Stato e quello della Sicurezza Interna.

L'amministrazione ha fatto marcia indietro su molti piani del DOGE, annullando tagli e riassumendo lavoratori. La spesa federale complessiva è anzi aumentata nell'ultimo anno, al contrario di quanto promesso da Musk, e le agenzie stanno accelerando le assunzioni dopo che centinaia di migliaia di dipendenti federali se ne sono andati l'anno scorso. Secondo le stime della Partnership for Public Service, un'organizzazione non profit che si occupa di pubblica amministrazione, i tagli del DOGE e dell'amministrazione sono costati all'economia più di 165 miliardi di dollari, oltre 1.028 dollari per contribuente, tra benefici persi dei fondi cancellati, buonuscite, spese legali e costi delle riassunzioni.

Il DOGE divide anche i repubblicani. Il vicepresidente JD Vance ha lanciato una task force contro le frodi senza mai associarla al lavoro di Musk, dicendo a Fox News a febbraio che "è un peccato che nessuno abbia mai provato a guardare in modo sistematico a quanta frode c'è nel governo federale". Il senatore Thom Tillis del North Carolina ha chiesto conto dei risparmi in un'audizione con Russell Vought, il direttore dell'ufficio del bilancio della Casa Bianca: "Ci sono state molte affermazioni su miliardi e miliardi di dollari di risparmi. Voglio solo sapere dove li avete registrati e dove posso vederli". I democratici continuano a cavalcare la rabbia contro il DOGE e chiedono indagini sull'accesso dei suoi membri ai dati sensibili.

I tagli agli aiuti esteri, alla ricerca e ai fondi per le discipline umanistiche continuano intanto a produrre effetti. Organizzazioni sanitarie africane hanno detto che la riduzione degli aiuti ha ostacolato la risposta globale a un'epidemia mortale di Ebola e il Dipartimento dell'Agricoltura ha dovuto rincorrere il ritorno di un parassita del bestiame dopo i tagli al personale. Una precedente inchiesta del Washington Post aveva documentato la morte di bambini in Congo in attesa di farmaci salvavita bloccati dai tagli, mentre per un'analisi di Oxfam le riduzioni degli aiuti americani porteranno "al primo aumento della mortalità infantile sotto i cinque anni di questo secolo". Musk ha negato tutto: "Non c'è nemmeno un solo bambino morto!", ha scritto su X a giugno. "Se ci fosse, sarebbe la notizia di apertura in tutto il mondo!"

Alla Social Security Administration, l'ente della previdenza sociale americana, la presenza del DOGE è oggetto di una causa in corso. I suoi membri avevano ottenuto l'accesso alle banche dati più sensibili del governo, con le informazioni personali di tutti gli americani vivi e morti, senza trovare le frodi che Musk sosteneva esistessero. In tribunale l'amministrazione ha dichiarato che tutti i membri del DOGE hanno lasciato l'ente, ma il gruppo legale Democracy Forward ha replicato che il responsabile informatico Michael Russo si era identificato in passato come DOGE e che il capo dell'ufficio legale Mark Steffensen si era battuto per far entrare i suoi membri nelle banche dati: entrambi lavorano ancora lì. La giudice federale Ellen Lipton Hollander ha respinto il tentativo di archiviare il caso per l'avvenuta scadenza del DOGE: "Come un'azienda che chiude", ha scritto in un'ordinanza del 26 giugno, "l'organizzazione temporanea DOGE non può sfuggire alla responsabilità per la condotta tenuta mentre esisteva semplicemente raggiungendo la sua data di scadenza".

Alcuni progetti più limitati del DOGE vanno comunque avanti, come la digitalizzazione delle pratiche pensionistiche federali conservate in una miniera della Pennsylvania: a fine giugno l'ufficio che gestisce il personale federale ha annunciato che smetterà di spedire documenti cartacei alla miniera, dopo che gli ingegneri del DOGE hanno costruito un sito per sostituire i moduli di carta. Musk, già l'anno scorso, aveva lasciato intendere che il progetto gli sarebbe sopravvissuto: "C'è bisogno di Buddha per il buddismo?", disse mentre il suo periodo al governo finiva. "Non era forse più forte dopo la sua morte?"


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Michigan, Wisconsin e Minnesota sono i prossimi test per la sinistra americana


Dopo le vittorie in stati sicuri come New York e Colorado, i progressisti sfidano i moderati su un terreno più conteso. I centristi temono che candidati troppo a sinistra perdano elezioni vincibili

I candidati progressisti hanno vinto una serie di primarie democratiche quest'estate, battendo parlamentari in carica e lanciando nuove figure della sinistra in territori sicuri come New York e il Colorado. Nelle prossime settimane si sposteranno su un terreno più difficile: le primarie in Michigan, Wisconsin e Minnesota diranno se gli elettori democratici degli stati più contesi vogliono mandare candidati di sinistra a elezioni generali dall'esito incerto.

La sinistra del partito ritiene che, con la frustrazione diffusa per le disuguaglianze e il costo della vita, i candidati anti-establishment possano vincere le primarie, portare gli elettori alle urne in autunno e segnalare al partito che deve tornare alle sue radici populiste. "Dobbiamo essere disposti a riconoscere gli errori che ci hanno portato in questa situazione, perché non è solo che Donald Trump ha vinto, è che i democratici hanno perso", ha detto domenica la deputata Alexandria Ocasio-Cortez a un comizio per Abdul El-Sayed, il candidato progressista che sostiene alle primarie per il Senato in Michigan.

L'ascesa di questi candidati preoccupa i democratici moderati, convinti che la base militante del partito rischi di nominare figure destinate a perdere elezioni vincibili. "Rischiamo di perdere corse che potremmo altrimenti vincere se andiamo troppo a sinistra in stati come il Michigan, che ha votato per Donald Trump un anno e mezzo fa", ha detto al New York Times Matt Bennett, cofondatore di Third Way, un think tank democratico centrista.

In Michigan la primaria per il Senato del 4 agosto oppone El-Sayed, ex responsabile della sanità della contea di Wayne sostenuto anche dal senatore Bernie Sanders, alla deputata Haley Stevens, eletta nei sobborghi a nord di Detroit. El-Sayed critica duramente il governo israeliano, propone il "Medicare for all", un sistema di sanità pubblica universale, e sembra avere un leggero vantaggio nei sondaggi. Nella corsa stanno girando decine di milioni di dollari.

Stevens, una moderata filoisraeliana appoggiata dal leader della minoranza al Senato Chuck Schumer, può però contare su un netto vantaggio pubblicitario: la sua campagna ha ricevuto quasi 30 milioni di dollari legati all'American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), la più influente lobby filoisraeliana americana, più altri 20 milioni da super PAC, comitati elettorali che possono raccogliere fondi senza limiti, con donatori non dichiarati. I sondaggi indicano che gli elettori neri preferiscono Stevens, mentre El-Sayed punta sui giovani e sull'elettorato più progressista dello stato: l'esito dipenderà da quanto quella massa di denaro sposterà voti e da chi andrà davvero a votare.

In Wisconsin la deputata statale Francesca Hong, 37 anni, socialista-democratica, sta salendo nel campo affollato della primaria per il governatore dell'11 agosto e sostiene che le sue posizioni possano attrarre operai e agricoltori in uno degli stati più contesi del paese. La sua ascesa preoccupa i democratici convinti che un candidato associato al socialismo non possa vincere un governatorato nel cuore del paese, che il partito considera un presidio per le sue ambizioni nazionali.

La vicegovernatrice Sara Rodriguez, considerata da una parte del partito l'alternativa moderata più credibile, si è ritirata dopo le rivelazioni sulla cattiva gestione dei fondi della sua campagna. Il suo ritiro ha spinto David Crowley, capo dell'esecutivo della contea di Milwaukee che aveva già abbandonato la corsa, a rientrare e a incassare subito l'appoggio del governatore uscente Tony Evers. Tutto questo caos potrebbe favorire Hong.

Il Minnesota non è uno stato in bilico: ha due senatori democratici, un governatore democratico e non vota un repubblicano per la presidenza dai tempi di Nixon. La primaria dell'11 agosto per il seggio della senatrice uscente Tina Smith è comunque interessante: la deputata Angie Craig, che dal 2018 difende un distretto del sud dello stato strappato ai repubblicani, sfida la vicegovernatrice Peggy Flanagan, sostenuta da Sanders e dalla senatrice Elizabeth Warren. Craig si presenta come una scelta pragmatica, pronta a sfidare il suo stesso partito; Flanagan l'ha definita una "corporate Democrat", una democratica vicina alle aziende, e dice di essere lei quella disposta alle battaglie più dure. Il governatore Tim Walz resta neutrale.

Le sfide progressiste non riguardano solo le corse statali. A St. Louis l'ex deputata Cori Bush, membro della "Squad", il gruppo delle parlamentari più a sinistra del partito, ci riprova contro il deputato Wesley Bell, che l'aveva battuta nel 2024 con l'aiuto delle forti spese dei gruppi filoisraeliani. In Michigan il deputato Shri Thanedar deve difendersi dalla sfida del deputato statale Donavan McKinney, 34 anni, sostenuto da Sanders e dalla deputata Rashida Tlaib.


Obama non sostiene nessuno in Michigan, ma un gruppo legato ad AIPAC lo usa negli spot


Barack Obama non ha dato il suo appoggio a nessun candidato nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan, ma chi guarda la televisione nello Stato potrebbe pensare il contrario. I gruppi che sostengono la deputata Haley Stevens hanno speso 5 milioni di dollari per trasmettere quasi 4.000 volte uno spot in cui l'ex presidente elogia il suo lavoro nella task force che salvò l'industria dell'auto durante la crisi finanziaria del 2008. Secondo AdImpact, la società che monitora la pubblicità politica americana, è lo spot politico più trasmesso in Michigan nell'ultimo anno.

Le primarie si tengono il 4 agosto e mettono di fronte Stevens, la candidata più moderata, e Abdul El-Sayed, l'ex responsabile della sanità pubblica di Detroit che corre da progressista contro l'establishment del partito. Chi vince sfiderà a novembre l'ex deputato repubblicano Mike Rogers, favorito per la nomination del suo partito, in un'elezione che i democratici devono quasi certamente vincere per sperare di riconquistare il Senato.

Lo spot riprende un comizio del 2018 in cui Obama sosteneva la prima candidatura di Stevens alla Camera. "Lei era lì. Era una parte fondamentale della mia squadra che ha aiutato l'industria americana dell'auto a ripartire", dice l'ex presidente nel filmato, riferendosi al ruolo di Stevens come capo di gabinetto della task force per il salvataggio dell'auto, l'operazione con cui l'amministrazione Obama evitò il fallimento di General Motors e Chrysler. A finanziarlo è United Democracy Project, un super PAC, cioè un comitato che può raccogliere e spendere fondi illimitati purché non si coordini con la campagna del candidato, alimentato da AIPAC, la principale lobby filo-israeliana degli Stati Uniti, che ha investito quasi 30 milioni di dollari a sostegno di Stevens. Un altro gruppo che la appoggia manda in onda uno spot simile, con lo stesso audio di Obama, che si chiude con la frase "Se il presidente Obama si fida di lei, mi fido anch'io".

I gruppi esterni che sostengono Stevens hanno speso in tutto più di 50 milioni di dollari, mentre El-Sayed, che rifiuta i soldi dei comitati aziendali, ha ricevuto meno di un milione in pubblicità esterna.

La strategia punta soprattutto agli elettori neri, che nelle elezioni di metà mandato del 2022 erano circa un quarto dell'elettorato democratico del Michigan. David Axelrod, veterano degli strateghi democratici ed ex consigliere di Obama, ha detto alla CNN che la popolarità dell'ex presidente nel partito spiega perché i candidati continuano a suggerire un suo sostegno anche quando non c'è. Axelrod ha definito "scaltro" l'uso dei vecchi filmati, "soprattutto in uno Stato dove fino a un quarto del voto delle primarie può arrivare dagli afroamericani". L'ufficio di Obama non ha voluto commentare.

Gli avversari accusano la campagna pubblicitaria di ingannare gli elettori. Denzel McCampbell, consigliere comunale di Detroit che sostiene El-Sayed, ha detto che diversi elettori pensavano che Obama avesse appoggiato Stevens dopo aver visto gli spot. La cosa lo preoccupa perché "questa potrebbe essere l'unica occasione in cui le persone si sintonizzano sulla corsa". Keith Williams, presidente del caucus nero del partito democratico del Michigan e sostenitore di Stevens, difende invece gli spot: "Di cosa si lamentano? Non è una bugia. L'ha detto davvero". Wendell Anthony, presidente della sezione di Detroit della NAACP, la storica organizzazione per i diritti civili degli afroamericani, ha riassunto così la questione: "Che l'abbia formalmente appoggiata o no, non l'ha non appoggiata".

La tattica non è nuova. Nel 2025 alcuni gruppi esterni hanno speso milioni in spot con Obama a favore del ridisegno dei collegi elettorali in California e Virginia. Alle primarie per il Senato dell'Illinois di marzo entrambe le principali candidate hanno usato vecchi elogi dell'ex presidente ripresi da campagne passate.

El-Sayed ha dalla sua la UAW, il principale sindacato americano dell'auto, che lo ha appoggiato a giugno definendolo "qualcuno di cui possiamo fidarci". Questa settimana il sindacato ha annunciato una diffida contro A Stronger Michigan, uno dei super PAC pro Stevens che non ha rivelato i propri donatori, accusandolo di aver usato senza autorizzazione il logo della UAW nei suoi spot. Per rivolgersi agli elettori neri El-Sayed ha diffuso una pubblicità che ricorda come nel 2024 sia stato il primo leader musulmano americano ad appoggiare Kamala Harris per la presidenza. Il suo rapporto con Obama è però più complicato: in passato ha scritto che la politica dell'ex presidente non era andata abbastanza a fondo, una critica che la campagna di Stevens usa contro di lui.

Il ruolo di AIPAC è l'altro punto di scontro della corsa, in un anno in cui il sostegno americano a Israele divide le primarie democratiche in tutto il Paese. Stevens è tra le democratiche più stabilmente filo-israeliane della Camera, sostiene gli aiuti militari a Israele e la soluzione a due Stati, anche se in campagna elettorale ha criticato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. El-Sayed critica la leadership israeliana e le campagne militari a Gaza e in Iran. In un dibattito ha detto che AIPAC spende contro di lui perché lo considera "il candidato più pericoloso per la relazione tra Stati Uniti e Israele". Un portavoce di United Democracy Project ha difeso gli spot con Obama definendoli "solo fatti".

Nei suoi spot El-Sayed schiera invece il senatore progressista Bernie Sanders e punta sull'entusiasmo dei volontari, dopo che quest'anno i candidati della sinistra hanno vinto una serie di primarie a New York. Williams però ridimensiona il paragone: "Il Michigan non è New York", ha detto, ricordando che si tratta di uno Stato in bilico dove la corsa "arriverà al fotofinish".


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Sony FX5 è ufficiale: la nuova telecamera Cinema Line punta su Open Gate, RAW interno e prestazioni professionali


Sony amplia la famiglia Cinema Line con la nuova FX5, una telecamera professionale progettata per filmmaker e content creator
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Sony ha presentato la “FX5”, la nuova telecamera full-frame della serie Cinema Line. La telecamera è dotata di un sensore di immagine CMOS fully-stacked di nuova concezione e migliora ulteriormente le prestazioni in termini di sensibilità. La telecamera è in grado di riprendere in 5K fino a 60 fotogrammi al secondo, in 4K fino a 120 fotogrammi al secondo e in FHD fino a 240 fotogrammi al secondo. Queste caratteristiche uniscono la resa della gamma Cinema Line e l’operatività progettata per soddisfare le esigenze degli ambienti di produzione in un corpo compatto e altamente portatile. Alla telecamera si affiancano anche due nuovi accessori opzionali: un mirino OLED rimovibile e un’impugnatura XLR che consente la registrazione direttamente nella fotocamera fino a 96 kHz, 32--bit float.

Caratteristiche principali dell’FX5


La fotocamera è dotata di un sensore d’immagine full-frame CMOS Exmor RS fully-stacked e del più recente processore di elaborazione d’immagine ad alta velocità BIONZ XR2, che include un'unità di elaborazione AI dedicata. Tre valori ISO di base (ISO 800, ISO 4000 e ISO 12800) consentono di ottenere immagini a basso rumore in un’ampia varietà di condizioni. La funzione Dual Gain Shooting, supportata per la prima volta nella serie FX, massimizza le prestazioni del sensore di immagine per consentire una riproduzione fluida delle gradazioni con una latitudine ancora più ampia, riducendo al contempo efficacemente il rumore, senza compromettere i dettagli nelle ombre.
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Per la prima volta nella serie FX, la telecamera supporta la lettura full- pixel in formato 3:2 su tutta l’area del sensore di immagine, ovvero la ripresa Open Gate, oltre a un’ampia varietà di modalità di lettura dell’immagine, tra cui 17:9, 16:9 e Super 35 mm. Inoltre, il supporto alla registrazione integrata in X-OCN, il formato RAW lineare a 16 bit proprietario di Sony, consente registrazioni di alta qualità senza la necessità di un registratore esterno.

Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8: tutte le novità
Samsung rinnova la sua famiglia di smartphone pieghevoli con Galaxy Z Fold8 Ultra, Galaxy Z Fold8 e Galaxy Z Flip8. Ecco tutte le novità su design, Galaxy AI, prestazioni e funzionalità pensate per adattarsi a ogni stile di vita
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Il riconoscimento dei soggetti tramite la tecnologia di rilevamento della posa umana, basata sull’intelligenza artificiale, consente alla telecamera di rilevare con precisione non solo la posizione degli occhi di una persona, ma anche quella del corpo e della testa, garantendo elevate prestazioni dell’autofocus anche in ambienti bui. La fotocamera supporta inoltre il tracciamento in tempo reale, che segue automaticamente i soggetti e consente una messa a fuoco stabile.
La telecamera presenta un corpo compatto e leggero con un design piatto nella parte superiore
La telecamera supporta una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristretti; è inoltre dotata di stabilizzazione ottica dell’immagine a 5 assi integrata nel corpo macchina. in aggiunta, la fotocamera dispone del Dynamic Active Mode, che consente di ottenere immagini stabili anche durante le riprese a mano libera. Se abbinata all’impugnatura XLR di nuova concezione, la videocamera supporta registrazioni audio di alta qualità fino a 96 kHz, 32-bit float e 4 canali audio. È inoltre compatibile con il mirino OLED inclinabile opzionale da 0,58 pollici, che consente un controllo accurato anche in ambienti molto luminosi.
La telecamera supporta in modo flessibile una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristrettiLa telecamera supporta in modo flessibile una varietà di stili di ripresa, tra cui a mano libera, utilizzo con gimbal e in spazi ristretti
La telecamera è dotata di un display LCD con apertura laterale e rotazione multiangolare a 4 assi con pannello touch da 3,5 pollici, circa 2,76 milioni di punti e formato 16:9. Utilizza un display ad alta luminosità con regolazione della luminosità in 15 livelli, ed è possibile visualizzare varie informazioni di ripresa lungo i bordi superiore, inferiore, sinistro e destro dello schermo, in modo che non si sovrappongano all’immagine ripresa.

Caldo estivo e smartphone: i consigli di Swappie per proteggere la batteria
Le temperature elevate possono mettere a dura prova lo smartphone, causando surriscaldamento, cali di prestazioni e un deterioramento più rapido della batteria
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Elevata affidabilità


Una ventola di raffreddamento ad alta efficienza con prestazioni di raffreddamento potenziate e un design ottimizzato per la dissipazione del calore garantiscono un funzionamento stabile anche durante registrazioni video di lunga durata. Insieme al design resistente alla polvere e all’umidità, questa caratteristica garantisce l’affidabilità nelle riprese all’aperto e in condizioni ambientali difficili. La telecamera è compatibile con la batteria ricaricabile ad alta capacità “NP-SA100” (2670 mAh), è dotata di due porte USB Type-C.

Disponibilità


La Sony FX5 è già disponibile in preordine e sarà in vendita da agosto.

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Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8 ufficiali: i nuovi pieghevoli AI che cambiano il modo di lavorare e divertirsi


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Samsung ha annunciato ieri la nuova serie Galaxy Z, con il debutto di Galaxy Z Fold8 in un innovativo form factor. Quest'ultimo, in particolare, porta gli standard Ultra di Galaxy nel mondo dei pieghevoli, offrendo il massimo della produttività e della creazione di contenuti grazie a uno spazio di lavoro più ampio. Frutto di sette generazioni di innovazione nei dispositivi pieghevoli e di una profonda conoscenza delle esigenze dei consumatori, la nuova serie Galaxy Z offre una scelta più ampia che mai, con tre esperienze distinte progettate per rispondere a esigenze diverse.
Samsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8 aprono un nuovo capitolo nel mondo dei dispositivi pieghevoliSamsung Galaxy Z Fold8 Ultra, Fold8 e Flip8 aprono un nuovo capitolo nel mondo dei dispositivi pieghevoli
Galaxy AI è stata ottimizzata per ciascuno di questi form factor; il multitasking è ancora più semplice sugli ampi schermi di Galaxy Fold8 e Galaxy Fold8 Ultra, mentre la FlexWindow progettata per l’AI di Flip8 mantiene informazioni rilevanti e scorciatoie sempre a portata di mano.

Galaxy Z Fold8: una nuova esperienza Galaxy Fold


Galaxy Z Fold8 introduce un formato progettato per passare con facilità dalle interazioni rapide sul display esterno a esperienze di visione, lettura e gioco più coinvolgenti sullo schermo principale. Grazie al formato Fold più leggero di sempre, a proporzioni del display intuitive e a prestazioni di lunga durata, questo modello rende ancora più semplice vivere al meglio i contenuti. Il device è stato progettato per adattarsi al modo in cui le persone utilizzano lo smartphone durante la giornata: con un peso di soli 201 grammi, è il Galaxy Z Fold più leggero di sempre e abbina la piattaforma Snapdragon 8 Elite Gen 5 for Galaxy a una batteria da 4.800 mAh, offrendo prestazioni elevate e un'autonomia pensata per un utilizzo prolungato.
Il display esterno ha un formato di 10:16, mentre aperto lo schermo interno diventa di 4:3Il display esterno ha un formato di 10:16, mentre aperto lo schermo interno diventa di 4:3
Il display esterno in formato 10:16 garantisce un'esperienza pratica per le attività quotidiane, mentre lo schermo interno 4:3 offre una superficie più ampia e immersiva per guardare video, giocare, leggere articoli ed e-book o lavorare con più contenuti contemporaneamente, adattandosi in modo naturale alle diverse modalità d'uso. La nuova tecnologia Flex Titanium di Samsung introduce una struttura del display basata sul titanio, progettata per rendere i dispositivi pieghevoli più sottili senza comprometterne la resistenza. Grazie alla combinazione di una pellicola in lega di titanio e di una piastra in titanio migliorata, Flex Titanium contribuisce a ridurre la visibilità la piega. Galaxy Z Fold8 perfeziona anche l’esperienza di apertura del dispositivo, bilanciando meccanica della cerniera, tensione del display e forza magnetica offrendo un’apertura più fluida, leggera e naturale.
In tutta la nuova serie Galaxy Z, l’eccellenza ingegneristica del display rappresenta la base di un’esperienza pieghevole ancora più evolutaIn tutta la nuova serie Galaxy Z, l’eccellenza ingegneristica del display rappresenta la base di un’esperienza pieghevole ancora più evoluta

Esperienza fotografica versatile e intuitiva


Galaxy Z Fold8 è pensato per aiutare gli utenti a catturare e condividere gli attimi che attirano la loro attenzione. Che si tratti di un paesaggio, di una foto di gruppo o di un momento spontaneo in movimento, Galaxy Z Fold8 rende più semplice scattare, modificare e condividere foto e video nella vita di tutti i giorni.
Le due fotocamere da 50 MP del Galaxy Z Fold8 garantiscono dettagli ad alta risoluzioneLe due fotocamere da 50 MP del Galaxy Z Fold8 garantiscono dettagli ad alta risoluzione

Galaxy Z Fold8 Ultra


Ultra rappresenta il più alto livello Galaxy in termini di prestazioni, funzionalità e innovazione. Con Galaxy Z Fold8 Ultra, questo standard incontra il design pieghevole più avanzato di Samsung. Il foldable è pensato per offrire ai creator la massima libertà, dallo scatto all’editing, grazie a un sistema di fotocamere di livello Ultra e a strumenti creativi che rendono più semplice realizzare contenuti di qualità professionale con un unico dispositivo.
Z Fold8 Ultra è stato progettato per offrire ai creatori maggiore libertà, dalla ripresa al montaggioZ Fold8 Ultra è stato progettato per offrire ai creatori maggiore libertà, dalla ripresa al montaggio
Sul fronte fotografico, Galaxy Z Fold8 Ultra punta su una fotocamera principale da 200 MP con supporto HDR anche alla massima risoluzione, per immagini ancora più dettagliate e realistiche. La nuova ultra-grandangolare da 50 MP migliora la qualità di paesaggi, foto di gruppo e scatti macro, mentre la modalità Nightography aggiornata assicura foto e video più luminosi e definiti anche in condizioni di scarsa illuminazione. Per i creator, completano la dotazione la registrazione video in 8K con codec APV e la funzione Cine LUT, che permette di ottenere direttamente dallo smartphone un look cinematografico.

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Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Potenza, batteria e raffreddamento


Galaxy Z Fold8 Ultra è progettato per offrire prestazioni elevate anche nelle attività più impegnative, dal multitasking alla creazione di contenuti con l'intelligenza artificiale. Il nuovo Snapdragon 8 Elite Gen 5 for Galaxy garantisce maggiore velocità e fluidità, mentre la batteria da 5.000 mAh assicura un'autonomia sufficiente per un'intera giornata di lavoro e intrattenimento. Completano la dotazione la nuova ricarica rapida da 45 W con architettura a doppio circuito, pensata per una ricarica più efficiente, e un sistema di raffreddamento con camera in grafite più ampia, che mantiene il dispositivo stabile e reattivo anche sotto carichi di lavoro intensi.
La batteria ancora più capiente da 5.000 mAh garantisce una maggiore autonomiaLa batteria ancora più capiente da 5.000 mAh garantisce una maggiore autonomia

Galaxy Z Flip8


Galaxy Z Flip8 è progettato per coloro che desiderano uno smartphone dinamico quanto il proprio stile di vita. Pensato per interazioni rapide, espressione personale ed esperienze AI, Z Flip8 porta la potenza di Galaxy AI ancor più vicino all’uso quotidiano grazie a una FlexWindow ripensata e alla versatilità unica del formato Flip. Con un peso di appena 180 g1 e uno spessore di soli 6,1 mm, è il Galaxy Z Flip più sottile e leggero di sempre, ideato per mettere informazioni, azioni e creatività sempre a portata di mano.
La nuova FlexWindow porta app, informazioni utili e azioni direttamente sul display esternoLa nuova FlexWindow porta app, informazioni utili e azioni direttamente sul display esterno

FlexCam per selfie più espressivi


Galaxy Z Flip8 potenzia l’esperienza fotografica distintiva di Samsung sui dispositivi Flip, trasformando i momenti quotidiani in contenuti ancora più creativi grazie ad angolazioni flessibili, anteprime in tempo reale e strumenti esclusivi per Flip. Da scatti senza mani all’anteprima in tempo reale, dai video selfie sul display esterno ai caratteristici mirror selfie, Galaxy Z Flip8 consente di creare, controllare e condividere contenuti di qualità senza il bisogno di usare accessori aggiuntivi.
Dalle riprese a mani libere e dall’anteprima in tempo reale ai video selfie Flip8 aiuta a creare senza dover ricorrere ad attrezzature aggiuntiveDalle riprese a mani libere e dall’anteprima in tempo reale ai video selfie Flip8 aiuta a creare senza dover ricorrere ad attrezzature aggiuntive
Galaxy Z Flip8 migliora l'esperienza fotografica con una fotocamera da 50 MP supportata dal ProVisual Engine, che assicura selfie più dettagliati, tonalità della pelle naturali e un effetto bokeh più realistico. La Modalità Flex permette di scattare foto e registrare video a mani libere da diverse angolazioni, mentre il Camcorder Grip e lo stabilizzatore con funzione Blocco orizzontale garantiscono riprese più fluide anche in movimento. Completano le novità Scatto personalizzato, per sfruttare al meglio la FlexWindow nei selfie, e Vista specchio, che trasforma il display esterno in uno specchio per controllare rapidamente il proprio look.

Disponibilità e prezzi


Galaxy Z Fold8 Ultra, Galaxy Z Fold8 e Galaxy Z Flip8 sono già disponibili per il preordine. Tutti i modelli saranno disponibili in Italia nelle colorazioni Graphite e Cream; Galaxy Z Fold8 Ultra sarà inoltre disponibile nella variante Violet Shadow e in quella Green Shadow, quest’ultima esclusiva online; Galaxy Z Fold8 nella colorazione Lavender e in quella esclusiva online Pistachio; e Galaxy Z Flip8 nella variante Pink e Mint, quest’ultima esclusiva online.

Galaxy Z Fold8 Ultra sarà acquistabile nelle seguenti configurazioni:

  • da 12GB + 256GB ad un prezzo di 2.299 euro;
  • da 12GB + 512GB ad un prezzo di 2.499 euro;
  • da 16GB + 1TB ad un prezzo di 2.899 euro.

Galaxy Z Fold8 sarà acquistabile nelle seguenti configurazioni:

  • da 12GB + 256GB ad un prezzo di 2.099 euro;
  • da 12GB + 512GB ad un prezzo di 2.299 euro;
  • da 16GB + 1TB ad un prezzo di 2.699 euro.

Galaxy Z Flip8 sarà acquistabile nelle seguenti configurazioni:

  • da 12GB + 256GB ad un prezzo di 1.379 euro;
  • da 12GB + 512GB ad un prezzo di 1.579 euro.

Per chi acquista su Samsung.com e Samsung Shop App i nuovi Galaxy serie Z può approfittare di vantaggi fino al 6 agosto 2026.

Consigliato da Techpertutti

Samsung Galaxy Z Flip7


Il Samsung Galaxy Z Flip7 è lo smartphone pieghevole compatto pensato per chi cerca design, praticità e funzionalità AI in un unico dispositivo

  • 📷 Fotocamera da 50 MP con Galaxy AI: selfie e foto di alta qualità, modalità Flex e strumenti intelligenti per scatti creativi.
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Trump valuta un "attacco massiccio" contro l'Iran mentre gli Houthi entrano in guerra


Il presidente parla ad Axios di un attacco "più grande che mai" mentre gli Houthi colpiscono due petroliere saudite e il petrolio supera i 100 dollari. Teheran ha respinto la proposta di tregua

Il presidente Donald Trump ha detto ad Axios che sta valutando di riprendere le operazioni militari su larga scala contro l'Iran, con attacchi più grandi di quelli condotti finora nella guerra iniziata a febbraio. "Sto valutando un attacco massiccio. Più grande che mai. Sono vicino a prendere una decisione. Siamo pronti", ha detto giovedì in una breve intervista. Trump non ha indicato una scadenza e due funzionari americani hanno confermato che nessun nuovo ordine è stato dato ai militari.

Secondo il presidente, gli iraniani "vogliono negoziare" ma non sono pronti a chiudere un accordo: "Non hanno ancora ricevuto abbastanza dolore". Trump ha aggiunto che Israele "si unirebbe in due minuti" a una nuova offensiva, ma che "non abbiamo bisogno di nessuno" per lanciarla. Nei giorni scorsi aveva già minacciato di colpire le infrastrutture iraniane e il sito nucleare sotterraneo di Pickaxe Mountain, dove si sospetta che l'Iran abbia nascosto le centrifughe per l'arricchimento dell'uranio.

Le forze americane hanno intanto completato la tredicesima notte consecutiva di bombardamenti sull'Iran, colpendo depositi di droni, siti di sorveglianza costiera e infrastrutture logistiche per ridurre la capacità iraniana di attaccare le navi commerciali nello Stretto di Hormuz. Sul fronte diplomatico, dopo che nelle scorse settimane diversi mediatori avevano provato senza successo a far ripartire i negoziati, giovedì l'Iran ha respinto una proposta di tregua di Trump portata a Teheran dal primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, come ha rivelato il New York Times. Il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha detto ai media locali che non serve un altro mediatore: "Il problema non è far passare messaggi. Il problema è l'atteggiamento dell'America".

La guerra si è allargata anche a un nuovo fronte. Gli Houthi, i ribelli sciiti dello Yemen sostenuti dall'Iran, hanno colpito con missili e droni due petroliere saudite nel Mar Rosso, la Encelia e la Layla, pochi giorni dopo aver annunciato un blocco navale contro le navi legate all'Arabia Saudita. È un colpo pesante per il mercato dell'energia: con lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso dall'Iran, il Mar Rosso era diventato la rotta alternativa con cui Riyadh esporta il suo petrolio.

Trump ha risposto su Truth Social avvertendo che d'ora in poi gli Stati Uniti riterranno l'Iran responsabile degli attacchi degli Houthi, definiti "un surrogato o un delegato" di Teheran, e che in caso di nuovi lanci "una punizione militare pesante sarà inflitta all'Iran e, naturalmente, agli stessi Houthi". Il presidente ha anche annunciato che i danni alle navi saranno ripagati con i fondi iraniani congelati che gli Stati Uniti "possiedono e controllano": le stime su questi fondi variano tra 24 e 100 miliardi di dollari, in gran parte fuori dal territorio americano. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito l'idea un precedente "incendiario".

L'attacco alle petroliere ha spinto il prezzo del petrolio Brent sopra i 100 dollari al barile per la prima volta da maggio. Rispetto alla vigilia della guerra il greggio costa circa il 40 per cento in più e negli Stati Uniti un gallone di benzina (3,8 litri) è arrivato a 4,09 dollari, il 37 per cento in più. Mercoledì solo 15 navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, contro le circa 130 al giorno di prima del conflitto.

La Camera dei rappresentanti ha approvato per la seconda volta, con 214 voti a favore e 208 contrari, una risoluzione che chiede a Trump di fermare la guerra o di ottenere l'autorizzazione del Congresso per continuarla. Quattro repubblicani hanno votato con i democratici, gli stessi della prima risoluzione di giugno. Il voto è in gran parte simbolico e il Senato ha respinto una misura analoga con 49 voti contro 47, con la sola repubblicana Susan Collins a favore. La guerra resta molto impopolare: secondo un sondaggio Washington Post-Ipsos della scorsa settimana, solo il 29 per cento degli americani la sostiene.

Nonostante il malumore politico, i preparativi militari accelerano. Il Wall Street Journal ha rivelato che negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno spostato verso il Medio Oriente forze speciali, squadroni di caccia e personale medico per dare al presidente opzioni più aggressive, mentre i bombardieri nelle basi americane e britanniche sono in stato di massima allerta e oltre 150 medici sono arrivati all'ospedale militare di Landstuhl, in Germania. Dall'inizio del conflitto sono morti almeno 18 militari americani e circa 570 sono rimasti feriti. In Iran, secondo il ministero della Salute di Teheran, i soli raid ripresi a fine giugno hanno ucciso 55 persone e ne hanno ferite 629, mentre i morti dall'inizio della guerra sono almeno 1.700.

Secondo un'analisi dell'Atlantic, l'Amministrazione sta conducendo questa nuova fase del conflitto senza ammettere di essere in guerra: da quando i raid sono ripresi nessun alto funzionario ne ha parlato pubblicamente, il Pentagono non tiene una conferenza stampa da maggio, il Congresso non ha ricevuto briefing riservati e il segretario alla Difesa Pete Hegseth in audizione ha definito la guerra "un'operazione". Il segretario di Stato Marco Rubio, in visita nelle Filippine, ha detto ai giornalisti che i bombardamenti continueranno: "Il prezzo continuerà a salire ogni singola notte finché non torneranno in sé".


Trump minaccia di bombardare ponti e centrali elettriche in Iran e prepara l'escalation


Per il dodicesimo giorno consecutivo gli Stati Uniti hanno bombardato l'Iran e il presidente Trump ha minacciato di distruggere "un ponte o una centrale elettrica", anche dentro o vicino Teheran, ogni volta che l'Iran colpirà una nave nello Stretto di Hormuz, il passaggio da cui prima della guerra transitava un quinto del petrolio mondiale. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha risposto sui social che la dottrina difensiva del suo paese è "occhio per occhio" e che qualsiasi aggressione contro le infrastrutture iraniane "comporterà una risposta potente e decisiva". Attacchi deliberati contro infrastrutture civili possono costituire un crimine di guerra per il diritto internazionale. L'ultima ondata di raid americani, conclusa alle 22:30 di mercoledì ora di Washington (le 4:30 di giovedì in Italia), ha colpito depositi di missili e droni, oltre a sistemi di difesa aerea, mentre l'Iran ha rivendicato nuovi attacchi contro obiettivi militari americani in Kuwait.

La guerra, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi americani e israeliani contro il programma nucleare iraniano, si sta allargando al Mar Rosso. Gli Houthi, il gruppo armato yemenita alleato dell'Iran, hanno rivendicato mercoledì l'attacco con missili e droni a due petroliere saudite, la Encelia e la Layla, il primo da quando lunedì hanno annunciato un blocco navale contro i porti dell'Arabia Saudita. L'autorità saudita dei trasporti ha confermato l'attacco a una delle due navi e ha detto che l'equipaggio è salvo. Da mesi Riyadh esporta milioni di barili di petrolio al giorno attraverso il Mar Rosso per aggirare lo Stretto di Hormuz, dove il traffico è quasi fermo: martedì lo hanno attraversato nove navi, contro le circa 130 di prima della guerra. Il Brent, il prezzo di riferimento mondiale del petrolio, è salito a circa 94 dollari al barile, il 30% in più dall'inizio del conflitto. Negli Stati Uniti la benzina costa in media più di 4 dollari al gallone (circa 3,8 litri), il 36% in più da fine febbraio.

Mercoledì il presidente ha assistito nella base aerea di Dover, in Delaware, al rientro delle salme di quattro soldati tra i 19 e i 30 anni. Il tenente Tyler James Feehan, la soldatessa Isabella Gonzales e la sergente Angel Rampersad sono stati uccisi venerdì scorso in un attacco iraniano contro gli alloggi della base aerea giordana di Muwaffaq Salti; il sergente Michael Emmanuel Swinton è morto in Iraq durante la detonazione controllata di un drone iraniano. Prima della cerimonia Trump ha detto ai giornalisti che tutti e quattro avevano detto "con molta forza" che non si può permettere all'Iran di avere un'arma nucleare, senza spiegare come conoscesse le loro opinioni: le famiglie non hanno mai parlato pubblicamente delle posizioni dei loro cari sul conflitto. Era la terza volta che il presidente partecipava alla cerimonia dall'inizio di una guerra che ha ucciso 18 militari americani e ne ha feriti circa 550, perdite che in parte il Pentagono aveva taciuto. Una decina di militari feriti gravemente è stata trasferita questo mese in un ospedale militare americano in Germania. Secondo la Human Rights Activists News Agency, un'organizzazione per i diritti umani che si occupa dell'Iran, i civili iraniani uccisi sono almeno 1.700.

Le immagini satellitari e i video verificati dal New York Times mostrano che l'Iran mantiene la capacità di colpire con precisione obiettivi americani, nonostante l'amministrazione sostenga di averne ridotto o distrutto le capacità militari. Nelle due settimane dalla rottura del cessate il fuoco gli attacchi iraniani hanno raggiunto nove installazioni usate dagli Stati Uniti in Medio Oriente, danneggiando alloggi, hangar, rifugi per droni e sistemi radar. Nella sola base di Muwaffaq Salti almeno 20 strutture sono state distrutte o danneggiate. Sono stati colpiti anche Tower 22, un avamposto americano al confine tra Giordania e Siria, e un radar in Kuwait completato appena sei mesi fa. Verificare i danni è difficile perché il governo americano chiede ai fornitori di immagini satellitari di non diffondere foto della regione per proteggere le truppe, mentre l'Iran diffonde le immagini dei propri attacchi a scopo di propaganda.

Il Wall Street Journal ha rivelato che nell'ultima settimana il Pentagono ha spostato verso il Medio Oriente forze speciali, squadroni di caccia e armamenti. Oltre 150 medici sono inoltre arrivati all'ospedale militare di Landstuhl, in Germania, dove vengono curati i feriti dal fronte. Secondo Axios, martedì un bombardiere a lungo raggio B-1, capace di trasportare 24 bombe da 2.000 libbre (circa 900 chili), è decollato dal Regno Unito per colpire obiettivi dei Guardiani della Rivoluzione, il principale corpo militare iraniano: è la prima missione di questo tipo dalla ripresa dei combattimenti. Trump valuta un ritorno a operazioni di combattimento su larga scala, che secondo funzionari americani e israeliani potrebbe arrivare entro giorni. Ha inoltre ripetuto la minaccia di colpire "molto presto e molto pesantemente" Pickaxe Mountain, il sito sotterraneo nell'Iran centrale dove Teheran avrebbe spostato le centrifughe per arricchire l'uranio.

Solo il 29% degli americani sostiene il conflitto secondo un sondaggio Washington Post-Ipsos pubblicato la settimana scorsa. Secondo un sondaggio di Politico, anche tra gli elettori MAGA, la base più fedele del presidente, la quota di chi ritiene che la guerra valga il suo costo economico è scesa a poco più di un terzo, dal 50% di maggio. Una persona vicina alla Casa Bianca ha detto a Politico che il presidente "è ormai pienamente consapevole che l'unica strada verso la vittoria che vuole è del tutto impossibile politicamente" perché gli americani non sosterrebbero l'escalation necessaria: "Abbiamo più americani morti e una situazione politicamente impossibile". Trump sostiene il contrario: "Gli americani non vogliono la benzina cara, ma non sono contro la guerra", ha detto mercoledì citando un sondaggio che non ha specificato.

La Camera ha approvato mercoledì con 216 voti a favore e 212 contrari la legge annuale sulla difesa da 1.150 miliardi di dollari e, con 216 voti a 214, una cornice di bilancio da 95 miliardi che include 73 miliardi aggiuntivi per il Pentagono e le agenzie di intelligence, in gran parte per coprire i costi della guerra. Il consenso bipartisan che di solito accompagna queste leggi è venuto meno: solo sei democratici hanno votato a favore della prima misura e nessuno della seconda, con l'accusa al Congresso di non voler limitare l'uso della forza da parte dell'amministrazione. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha stimato che la guerra costerà circa 37,5 miliardi di dollari entro la fine di settembre e alcuni capitoli dei bilanci di Marina e Aeronautica, in esaurimento per il conflitto, finiranno entro poche settimane.

La sera, a un comizio in Georgia, il presidente ha detto che gli Stati Uniti "non hanno bisogno dello Stretto di Hormuz" perché, sommando la produzione americana e quella del Venezuela, controllano "circa il 62% del mercato petrolifero mondiale", ma che continueranno a combattere "perché non possiamo lasciare che l'Iran abbia un'arma nucleare". Ha definito la guerra una "schermaglia" e ha detto che l'Iran vuole un accordo perché "viene colpito così duramente", ma non è pronto a firmarlo. I mediatori del Qatar intanto continuano a trattare con funzionari americani, iraniani e dell'Oman per riaprire lo stretto e fermare i combattimenti, ma Teheran non ha accettato l'ultima proposta.


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