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Richard Nixon è tornato di moda tra i giovani conservatori americani


Video con musica rap, cappellini e revisionismo sul Watergate: la destra vicina a Trump rilegge l'ex presidente come un precursore dell'"America First" abbattuto dal "deep state"

Più di mezzo secolo dopo il Watergate, Richard Nixon è tornato di moda tra i giovani conservatori americani. Video che montano filmati d'archivio del 37° presidente su basi rap di artisti come Drake e Biggie Smalls diventano virali su Instagram e YouTube, mentre gli influencer di destra indossano cappellini, felpe e marsupi con slogan come "Pretty Girls for Nixon" e "Nixon Now More Than Ever" ("Nixon ora più che mai"). I cappellini con la scritta "Nixonmaxxing", il termine con cui online viene chiamata questa nuova passione, sono andati esauriti in poche ore a inizio anno. Lo racconta un'analisi del Wall Street Journal, secondo cui dietro la moda ci sono una campagna coordinata per riabilitare la memoria dell'ex presidente e un attacco politico alle regole nate proprio dal Watergate.

Per una nuova generazione di conservatori Nixon non è più soltanto il presidente travolto dallo scandalo, ma un precursore dell'"America First": un presidente combattivo, detestato dalla stampa e assediato dagli investigatori, fatto cadere dallo stesso establishment che a loro giudizio ha poi preso di mira il presidente Donald Trump. Quella che era cominciata come una nostalgia fatta di meme e di saggi revisionisti circolati in ambienti intellettuali alternativi è oggi ripresa dai politici repubblicani più potenti del paese.

Il Watergate è considerato da decenni uno dei più gravi scandali politici della storia americana. Nel 1972 la polizia arrestò cinque uomini durante un'irruzione nella sede del Comitato nazionale del Partito Democratico e le indagini portarono alla luce i legami con la campagna per la rielezione di Nixon, oltre a un esteso tentativo della Casa Bianca di insabbiare tutto. Lo scandalo costrinse Nixon alle dimissioni nel 1974, mandò in carcere alcuni dei suoi collaboratori più stretti e aprì la strada a una stagione di leggi contro gli abusi del potere esecutivo.

"Credo che la sua eredità storica stia vivendo una piccola rinascita e credo meritatamente", ha detto a giugno il vicepresidente JD Vance durante un evento alla biblioteca presidenziale di Nixon a Yorba Linda, in California, l'archivio-museo che conserva le carte dell'ex presidente. Ha aggiunto: "Se il Watergate accadesse domani, sarebbe una notizia da 12 ore. L'idea che possa aver fatto cadere una presidenza è folle". Nella stessa occasione Vance ha paragonato la vittoria di Nixon del 1972 a quella di Trump del 2024, dicendo che le coalizioni che hanno riportato i due alla Casa Bianca erano più ampie e durature di quella di Ronald Reagan: per via dei cambiamenti demografici del paese "Reagan non avrebbe potuto ottenere la sua vittoria schiacciante nel 2024", mentre "Richard Nixon forse ci sarebbe riuscito".

La rinascita è anche il frutto di una campagna di relazioni pubbliche preparata da anni. La Nixon Foundation, la fondazione che gestisce la memoria dell'ex presidente, già nel 2018 ragionava su come sfruttare i cinquantesimi anniversari dei suoi successi, dallo sbarco sulla Luna alla riapertura dei rapporti con la Cina. "Abbiamo cinque anni e mezzo di cinquantesimi anniversari", ha ricordato al Wall Street Journal il presidente della fondazione Jim Byron, 33 anni, che di recente ha guidato per l'amministrazione Trump i National Archives, l'archivio federale degli Stati Uniti. La biblioteca di Nixon conserva più di 46 milioni di documenti e 3.700 ore di conversazioni registrate e la fondazione ha deciso di riconfezionare quel materiale in clip da meno di un minuto, che solo su YouTube raccolgono regolarmente milioni di visualizzazioni. In un video in bianco e nero Nixon pronuncia il celebre "I'm not a crook", "non sono un truffatore", su una base gangster rap; in un reel di Instagram il personaggio di Jon Hamm nella serie Mad Men descrive Nixon come "l'Abe Lincoln della California, un uomo che si è fatto da solo" e conclude: "In Kennedy vedo un cucchiaio d'argento. In Nixon vedo me stesso".

I meme funzionano da "droga di passaggio" verso la storia di Nixon, ha detto al giornale Matthew Foldi, 29 anni, direttore della testata conservatrice Washington Reporter, a cui la fondazione ha regalato uno dei cappellini in edizione limitata con la silhouette dell'ex presidente. Per il commentatore conservatore Shashank Tripathi, noto online come Comfortably Smug, Nixon è "un dito medio eterodosso contro l'establishment" ed è questo "l'ingresso per i giovani".

Le voci più influenti della destra mediatica hanno inoltre dipinto Nixon come una prima vittima del "deep state", l'apparato occulto di agenzie e burocrati che secondo i sostenitori di Trump complotterebbe contro i presidenti sgraditi. In una puntata dell'aprile 2024 vista più di 18 milioni di volte su YouTube, Tucker Carlson ha sostenuto che il Watergate fu un "colpo di stato del deep state" orchestrato da CIA e FBI. Joe Rogan ha poi ripetuto la tesi nel suo podcast, dicendo che "l'intera faccenda fu organizzata dal governo".

Il principale architetto del revisionismo è Geoff Shepard, un ex assistente di Nixon che all'epoca trascrisse i nastri della Casa Bianca e che ricorda di essere stato "furioso" con il presidente. Decenni dopo, riesaminando le carte originali del caso, ha cambiato idea: sostiene di aver scoperto memo interni su incontri segreti tra i procuratori e John Sirica, il giudice federale che presiedette i processi, e documenti dell'accusa mai visti prima che secondo lui mostrano i cambiamenti nelle testimonianze del consigliere legale della Casa Bianca John Dean.

Il legame tra Trump e Nixon è personale e risale a decenni fa. Nel 1982, meno di otto anni dopo le dimissioni, Trump scrisse all'ex presidente definendolo "uno dei grandi uomini di questo paese" e i due si scambiarono poi più di dieci lettere, in cui Nixon incoraggiava le sue ambizioni politiche. "Caro Donald, non so nulla dei dettagli delle tue attività imprenditoriali, ma il massiccio attacco dei media contro di te mi mette dalla tua parte!", gli scrisse Nixon nel 1990. Roger Stone, il consulente repubblicano che ha lavorato per entrambi e che ha un ritratto di Nixon tatuato sulla schiena, ha raccontato al quotidiano che Trump resta incuriosito dal suo predecessore e gli ha chiesto "diverse volte" perché Nixon si dimise invece di restare a combattere.

Oltre a ripulire l'immagine di Nixon, il movimento mette in discussione le riforme approvate dopo il Watergate per rafforzare i controlli sul potere presidenziale. Nel suo secondo mandato Trump si è mosso per smantellare molti di quei vincoli: ha sfidato i limiti al potere di spesa della presidenza, ha licenziato gli ispettori generali, i controllori indipendenti che vigilano sugli abusi dentro le agenzie federali, e ha messo alla prova le tutele dei funzionari pubblici di carriera.

"Il motivo per cui Nixon è importante per la destra è che l'America è rimasta sostanzialmente ferma al 1968", ha detto al giornale Christopher Rufo, l'attivista conservatore che ha consigliato Trump sullo smantellamento dell'apparato amministrativo federale. Le idee progressiste che animavano i nemici di Nixon, secondo Rufo, motivano oggi l'opposizione a Trump e preparano quella che definisce una "controrivoluzione": il primo passo per la destra è riprendersi la memoria dei propri eroi, un modo per "ritrovare la fiducia in sé stessi" e smettere di "delegare alla sinistra la propria percezione di sé". La Casa Bianca apprezza il paragone tra i due presidenti: "Il presidente Nixon smascherò il tradimento del deep state e dei media delle fake news", ha detto il portavoce Kush Desai, secondo cui decenni dopo Trump combatte con successo contro gli stessi interessi radicati.

Chuck Grassley, senatore repubblicano dell'Iowa e membro del Congresso in carica da più tempo, guarda invece con freddezza alla riscoperta. Grassley vinse per un soffio la sua elezione nel 1974, una delle rare vittorie repubblicane nell'anno in cui le dimissioni di Nixon trascinarono a fondo il partito: "Pensavamo che il Partito Repubblicano fosse morto", ha ricordato al quotidiano. Mezzo secolo dopo il suo giudizio sulla nostalgia per Nixon è netto: "Credo che il Partito Repubblicano abbia già abbastanza problemi senza doversi mettere a riabilitare qualcuno".

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Ocasio-Cortez parla sempre più come l'Obama del 2008


La deputata amplia il messaggio oltre il socialismo democratico in vista di una possibile corsa alla Casa Bianca nel 2028. La primaria in Michigan è il banco di prova della sinistra

Alexandria Ocasio-Cortez parla sempre più come il Barack Obama del 2008. Nei comizi delle ultime settimane la deputata di New York ha ampliato il suo messaggio oltre il socialismo democratico rivoluzionario, avvicinandolo allo spirito di "Change You Can Believe In", lo slogan con cui Obama conquistò la Casa Bianca, secondo un'analisi di Axios. Il cambio di registro arriva mentre Ocasio-Cortez prepara il terreno per una possibile candidatura alle presidenziali del 2028.

Questo fine settimana Ocasio-Cortez ha fatto campagna in Michigan per Abdul El-Sayed, il candidato progressista che corre per il Senato. A Detroit ha difeso le politiche di sinistra, ma ha costruito il discorso attorno a un attacco più universale alla politica tradizionale: "La risposta ai nostri problemi è ricorrere sempre allo stesso copione? Un copione che dice che per vincere dobbiamo difendere lo stesso status quo che ci sta affondando e che ci dice che l'aspirazione a cambiare il nostro governo e l'ambizione anche solo di provarci è folle? No, non è folle, Michigan".

Le parole ricordano quelle che Obama pronunciò davanti ai democratici dell'Iowa nel 2007: "Le solite campagne da manuale di Washington non basteranno in questa elezione. Per questo vi chiedo di smettere di accontentarvi di ciò che i cinici dicono che dobbiamo accettare. In questa elezione, in questo momento, puntiamo a ciò che sappiamo essere possibile". David Axelrod, ex consigliere di Obama, sente la stessa eco e ha detto ad Axios: "La gente dimentica quanto la campagna di Obama del 2008 fosse un'insurrezione contro la politica guasta di quei tempi. Le parole di Ocasio-Cortez, pur essendo sue, sono familiari nello spirito".

A maggio, in un comizio in Montana, Ocasio-Cortez aveva ripreso anche la retorica della speranza di Obama: "Chiedete al vostro vicino scettico di credere. È l'unica cosa che abbiamo. La nostra speranza è l'unica cosa che crea cambiamento. Ed è per questo che così tante persone provano a farcela togliere dalla testa". El-Sayed ha detto ad Axios che quando sentì parlare Obama per la prima volta pensò "non sapevo che la politica potesse suonare così" e che molti di quelli che oggi ascoltano Ocasio-Cortez provano la stessa sensazione.

Rispetto a Obama, Ocasio-Cortez difende posizioni più a sinistra: sostiene il Medicare for All, cioè un'assicurazione sanitaria pubblica per tutti, una moratoria sulla costruzione dei data center che alimentano l'intelligenza artificiale e una linea più scettica sugli accordi commerciali. Non è l'unica possibile candidata del 2028 a presentarsi come volto del cambiamento, ma a 36 anni ha meno legami con l'establishment rispetto agli altri.

La corsa al Senato in Michigan è diventata il banco di prova della sinistra per le elezioni di metà mandato del 2026 e per la corsa presidenziale del 2028. I democratici progressisti hanno vinto diverse primarie in questo ciclo, ma quasi sempre in zone già solidamente democratiche. Se El-Sayed vincesse la primaria, in cui i suoi avversari lo superano 12 a 1 nelle spese, e poi le elezioni generali in uno Stato in bilico come il Michigan, i progressisti lo leggerebbero come la conferma della loro tesi: i candidati che promettono di rompere lo status quo sono più eleggibili dei democratici centristi. Un successo simile darebbe a Ocasio-Cortez, o a un altro progressista, un argomento di eleggibilità nella primaria presidenziale del 2028.

Alleati e scettici di Ocasio-Cortez concordano su un punto: può allargare la coalizione progressista costruita dal senatore del Vermont Bernie Sanders. La considerano meno rigida e più pragmatica, con un rapporto meno ostile con i vertici del partito che le è però costato critiche da sinistra. Quest'anno è stata anche più selettiva di Sanders negli endorsement: non ha sostenuto la candidatura al Senato di Graham Platner in Maine e ha così evitato le conseguenze del suo ritiro dalla corsa dopo un'accusa di violenza sessuale.

Anche il rapporto con Obama distingue i due. Sanders criticò la sua amministrazione, in particolare sul commercio, e la sua campagna del 2016 contro Hillary Clinton fu per molti versi una critica di quegli anni. Ocasio-Cortez ha invece avuto alcuni contatti positivi con l'ex presidente dietro le quinte e, secondo una persona che conosce i loro rapporti, Obama è rimasto colpito dalle sue capacità di comunicatrice.

Tra i progressisti c'è già chi la considera in grado di vincere la presidenza. Shawn Fain, presidente della United Auto Workers, il sindacato dell'auto che sostiene El-Sayed, ha detto ad Axios che Ocasio-Cortez potrebbe "sicuramente" vincere in uno Stato come il Michigan e conquistare la Casa Bianca: "Si deciderà su chi i lavoratori credono che rappresenterà i loro interessi e chi percepiscono che si batterà per loro".


Abdul El-Sayed, il progressista che in Michigan corre contro entrambi i partiti


Abdul El-Sayed, 41 anni, ex direttore della sanità pubblica di Detroit, è in vantaggio di misura nella maggior parte dei sondaggi per le primarie democratiche del Senato in Michigan, in programma il 4 agosto. Quando è entrato in corsa nell'aprile del 2025 molti nello stato lo consideravano una comparsa: nel 2018 aveva perso le primarie per governatore con 22 punti di distacco. Un reportage di Time, che lo ha seguito per due giorni di campagna nella penisola superiore del Michigan, racconta come la sua corsa anti-establishment abbia sorpreso il partito, spinto fuori dalla gara la senatrice statale Mallory McMorrow e conquistato l'appoggio di Bernie Sanders, di Alexandria Ocasio-Cortez e della United Auto Workers, il principale sindacato dell'auto.

Al dibattito televisivo di Mackinac Island, il raduno primaverile dell'establishment politico dello stato, El-Sayed ha proposto una tassa del 7 per cento sul patrimonio dei miliardari, il Medicare for All, cioè un sistema sanitario pubblico universale, e un'applicazione più dura delle leggi antitrust contro le aziende che si accordano per alzare i prezzi. A un certo punto ha sfidato gli altri candidati ad alzare la mano se non avevano mai ricevuto un assegno da Blue Cross Blue Shield of Michigan, la più grande assicurazione sanitaria dello stato e sponsor del dibattito: è stato l'unico a farlo, tra le risate del pubblico. Accanto a lui c'era la deputata Haley Stevens, la candidata preferita di Chuck Schumer, il capogruppo democratico al Senato.

La corsa in Michigan è diventata un test della divisione tra i democratici sulla risposta al secondo mandato di Trump: una parte del partito sostiene che gli stati in bilico si vincono rassicurando gli elettori moderati, un'altra pensa che la prudenza sia diventata un ostacolo e che gli elettori vogliano candidati disposti a sfidare i poteri consolidati. Il seggio è cruciale, perché senza il Michigan la strada dei democratici per riconquistare il Senato si complica molto. L'ex presidente del partito democratico dello stato Lon Johnson, che appoggia Stevens, ha detto a Time che la base progressista del Michigan è consistente "ma non basta per vincere". El-Sayed risponde con la storia elettorale recente dello stato, che nel 2016 scelse Sanders alle primarie democratiche e poi votò per Trump, nel 2020 per Biden e nel 2024 di nuovo per Trump: per lui gli elettori non chiedono un centrismo calibrato ma qualcuno che scuota lo status quo. El-Sayed attribuisce parte della sua ascesa nei sondaggi anche alle proteste per la guerra con l'Iran, che a suo dire ha confermato il messaggio della campagna: i gruppi di interesse radicati distorcono la politica americana.

La linea di frattura principale della primaria è Israele. Stevens riceve un consistente sostegno finanziario dall'AIPAC, la principale lobby filoisraeliana americana, ed è favorevole a continuare la vendita di armi americane a Israele. El-Sayed dice che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza, un'accusa avanzata da diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani e respinta da Israele, dal governo americano e dagli altri paesi del G7. Il tema pesa in Michigan, lo stato con la più grande concentrazione di arabi e musulmani del paese: la rabbia delle comunità arabo-americane verso l'amministrazione Biden per la guerra a Gaza ha spaccato la coalizione democratica nel 2024, tra elettori rimasti a casa e altri passati a Trump. El-Sayed, che se eletto sarebbe il primo senatore musulmano nella storia degli Stati Uniti, pensa che molti di quegli elettori si possano riconquistare se il partito fa i conti con ciò che li ha allontanati.

Martedì, nel primo dibattito dopo il ritiro di McMorrow, Stevens ha risposto agli attacchi sui suoi legami con la lobby filoisraeliana ricordando le sue critiche recenti a Benjamin Netanyahu. Poche ore prima il primo ministro israeliano, informato di quelle critiche dalla CNN, aveva detto che Stevens "sta probabilmente cercando di giustificare l'antisemitismo". Per El-Sayed quell'attacco era in realtà un favore politico: Netanyahu, ha detto, non la stava attaccando davvero, ma cercava di allontanare da lei l'immagine di sostenitrice convinta delle politiche israeliane.

Gli avversari considerano l'alleanza con Hasan Piker la sua più grande vulnerabilità. Piker è uno streamer di sinistra che trasmette su Twitch, una piattaforma di dirette video, e ha più di 8 milioni di follower sui social: è stato criticato per aver detto che "l'America si è meritata l'11 settembre" e che voterebbe "per Hamas invece che per Israele ogni singola volta". El-Sayed ha fatto campagna con lui nei campus universitari del Michigan, dove le loro dirette hanno contribuito alla sua ascesa. Ha rifiutato più volte di prenderne le distanze: a Time ha detto che l'establishment non capisce quanto siano impopolari quegli attacchi e che molti elettori vedono in lui "un democratico che non finge".

Figlio di immigrati egiziani cresciuto a Bloomfield Hills, un sobborgo benestante a nord di Detroit, El-Sayed ha una laurea in medicina alla Columbia e un dottorato in sanità pubblica a Oxford, dove ha studiato da borsista Rhodes. È stato direttore della sanità di Detroit mentre la città usciva dalla bancarotta e poi della contea di Wayne, dove ha contribuito a un programma che cancellerà centinaia di milioni di dollari di debiti sanitari. A convincerlo a candidarsi è stato un messaggio della deputata progressista Rashida Tlaib all'inizio del 2025, quando il senatore democratico del Michigan Gary Peters decise di non ricandidarsi: "Habibi, questa sembra tua", gli scrisse.

La vittoria di Zohran Mamdani a New York a novembre ha trasformato la sua campagna, perché ha reso credibile l'idea che si potesse vincere. Mamdani gli aveva chiesto consigli prima di lanciare la propria corsa, ma El-Sayed respinge il paragone: "Non sono un socialista", dice, anche se molte delle sue proposte coincidono con l'agenda dei suoi sostenitori socialisti-democratici. Più che sostituire il capitalismo, che considera un buon modo di allocare le risorse su scala piccola e locale, vuole limitare le concentrazioni di potere che secondo lui lo hanno distorto.

Il probabile candidato repubblicano, l'ex deputato Mike Rogers, lo attacca da più di un mese con video che lo definiscono estremista e disonesto, dedicando molta meno attenzione a Stevens: un segno che i repubblicani lo considerano l'avversario più plausibile a novembre. La portavoce del comitato repubblicano per il Senato ha detto che El-Sayed vuole esportare in Michigan il "corridoio comunista" di New York. Molti democratici temono che quel bagaglio politico sia facile da sfruttare, ma El-Sayed prevede di battere Rogers di 7 punti. Del suo stesso partito non pensa molto meglio: sui democratici che hanno abbandonato la richiesta di abolire l'ICE, l'agenzia federale che si occupa delle espulsioni degli immigrati, risponde che "molti democratici sono deboli e codardi". E di Schumer, che sostiene Stevens, dice che dopo la vittoria alle primarie dovranno incontrarsi, ma che per quell'incontro ha "molto poco interesse".


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Hinge lancia "Opinioni su di te": la nuova funzione che permette agli amici di migliorare il tuo profilo


Hinge introduce "Opinioni su di te", una nuova funzione che coinvolge gli amici nella creazione del profilo. Ecco come funziona questa novità e perché punta a rendere i match più autentici e significativi
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Quando si parla di relazioni e dating, ci si rivolge sempre a un’altra persona per un confronto. Molto prima di un primo appuntamento, la maggior parte di noi ha già chiesto agli amici un parere su una foto del profilo, ha discusso su come rispondere a una domanda per presentarsi o ha chiesto aiuto per affrontare uno dei tanti momenti che accompagnano il mettersi in gioco.

I consigli sulla vita sentimentale


Secondo una ricerca dell'App di dating Hinge, infatti, il 79% di chi frequenta siti di incontri si rivolge ad amici e familiari per chiedere consigli sulla propria vita sentimentale. Le persone che ci conoscono meglio spesso ci aiutano a vedere e a condividere quelle parti di noi che sono più difficili da esprimere a parole.

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Sony presenta ufficialmente la RX10 V, la fotocamera bridge di quinta generazione pensata per i professionisti e gli appassionati di viaggi, sport e natura
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Il supporto di familiari ed amici


Hinge lancia “Opinioni su di te”, una nuova funzionalità che permette di invitare le persone che ci conoscono meglio a condividere brevi riflessioni autentiche direttamente sul profilo tramite testo, voce, video e foto. Per la prima volta, amici e familiari potranno contribuire nel far conoscere direttamente ai potenziali partner la personalità di un utente: il senso dell'umorismo, il modo in cui si illumina quando parli di qualcosa che ama o come si comporta con gli amici.
Fonte Hinge: screenshot della nuova funzionalitàFonte Hinge: screenshot della nuova funzionalità

Perché “Opinioni su di te”


Su Hinge, i suggerimenti per il profilo aiutano a esprimere la personalità, ma non sempre gli utenti sanno cosa condividere con gli altri: il 71% di essi, dichiara Hinge,chiedono aiuto con il proprio profilo, ma solo il 46% lo cerca davvero. Le persone che possono aiutare maggiormente, di solito, sono proprio lì accanto: l’amico che sa esattamente cosa ci fa ridere, il familiare che ci ha visto crescere e cambiare in ogni fase della vita sanno già cosa dire, hanno solo bisogno di un posto dove dirlo.

«Il dating è sempre stato un lavoro “di squadra”, ma fino ad ora non c’era un modo semplice per consentire alle persone che ci conoscono meglio di partecipare alla creazione del profilo su Hinge, ha affermato Ben Celebicic di Hinge - opinioni su di te dà spazio a chi è sempre al nostro fianco mentre cerchiamo l’anima gemella e offre ai potenziali partner un’idea più completa e autentica di chi siamo prima ancora di incontrarsi».


Come funziona “Opinioni su di te”


Nella sezione “Modifica profilo” del proprio profilo Hinge, gli utenti troveranno un’opzione per aggiungere “Opinioni su di te”. Cliccandoci sopra, gli utenti troveranno un link unico da inviare a chiunque faccia parte della loro vita, come amici, familiari o persone della loro cerchia più intima;

  • non è necessario avere un account Hinge per inviare un'opinione;
  • il link scade dopo 72 ore o quando 10 persone hanno risposto utilizzando questo link unico, a seconda di quale delle due condizioni si verifichi per prima.

Chi riceve il link sceglie uno spunto a cui rispondere e può inviare una risposta sotto forma di testo, foto, nota vocale o video:

  • una volta ricevute le risposte, l’utente su Hinge esamina ciascuna di esse e può sceglierne fino a tre da mostrare sul proprio profilo;
  • le “Opinioni su di te” possono essere sostituite o eliminate in qualsiasi momento, consentendo al profilo di evolversi di pari passo con l’utente.



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Un nuovo punto di contatto

“Opinioni su di te” si inserisce nel quadro dell'impegno costante di Hinge per aiutare le persone ad esprimersi in modo autentico. Grazie a funzionalità come “Your World Prompts”, “Prompt Feedback” e “Match Note”, Hinge si impegna a facilitare gli iscritti alla piattaforma nel raccontare la propria storia in un modo che rispecchi davvero la loro personalità. Dal 15 luglio scorso la funzione “Opinioni su di te” è disponibile per tutti gli utenti di Hinge in tutto il mondo.

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Sony RX10 V è ufficiale: la nuova fotocamera super zoom di quinta generazione per sport, natura e viaggi


Sony ha annunciato RX10 V, quinta generazione della serie RX10 di fotocamere "all-in-one". Fotocamera perfetta per gli appassionati, essa copre tutte le distanze focali, dal grandangolo al super teleobiettivo in un unico corpo macchina, ideale per ogni tipo di scatto. RX10 V aggiunge alle caratteristiche della RX10 l’AF con riconoscimento in tempo reale basato sull’intelligenza artificiale. Questa feature, oltre a garantire il riconoscimento del soggetto altamente accurato consente a questa fotocamera di gestire un’ampia varietà di contesti: dai momenti di vita quotidiana agli scenari naturalistici, alle giornate scolastiche dedicate allo sport e agli eventi atletici.

Come espandere la memoria dello smartphone con Lexar SL500
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La batteria ricaricabile della serie Z (NP-FZ100) estende la durata delle riprese fotografiche fino a circa 630 scatti (dati Sony), con un miglioramento di circa il 50% o più rispetto al modello precedente.

Caratteristiche principali della RX10 V

I 12 preset Creative Look consentono di ottenere i colori e le texture desiderati direttamente nella fotocameraI 12 preset Creative Look consentono di ottenere i colori e le texture desiderati direttamente nella fotocamera

  • elevata qualità dell’immagine e grande potenza espressiva: un obiettivo zoom che copre da 24 mm a 600mm è in grado di gestire qualsiasi situazione, dagli scatti di tutti i giorni alla fotografia sportiva e naturalistica più impegnativa. Il processore d’immagine Bionz Xr garantisce immagini di alta qualità con rumore ridotto e le tonalità della pelle, il cielo, il verde e altre scene naturali vengono riprodotti con alta risoluzione e fedele riproduzione dei colori e delle texture;


L’AF con il riconoscimento in tempo reale consente di tracciare i soggetti anche quando sono di spalleL’AF con il riconoscimento in tempo reale consente di tracciare i soggetti anche quando sono di spalle

  • riconoscimento del soggetto basato sull’IA: l’AF con il riconoscimento in tempo reale, alimentato da un’unità di elaborazione AI, riconosce persone, animali, uccelli, insetti, automobili, treni e aerei, e dispone anche di una modalità Auto che consente alla fotocamera di identificare automaticamente il tipo di soggetto. L’unità di elaborazione alimenta anche la tecnologia di stima della posa umana, consentendo il riconoscimento e il tracciamento anche quando i soggetti sono di spalle alla fotocamera o quando i volti sono oscurati da caschi o occhiali da sole. Basta toccare il soggetto desiderato per avviare il tracciamento in tempo reale, che segue costantemente il soggetto in movimento, consentendo di concentrarsi sulla composizione per lo scatto perfetto;
  • funzioni avanzate per i video: la fotocamera supporta la registrazione video 4K a 120p, compresa una riproduzione fluida in slow-motion fino a 5x in risoluzione 4K. La stabilizzazione d’immagine in Active Mode garantisce riprese video stabili anche a mano libera. Altre caratteristiche includono S-Cinetone, per ottenere facilmente colori e tonalità cinematografici, e S-Log3 per le riprese video in previsione della color correction in post-produzione.



  • facilità d’uso e prestazioni affidabili: la fotocamera è dotata di un mirino elettronico più grande, con risoluzione e ingrandimento superiori, dotato di un pannello OLED Quad-VGA da 0,5 con circa 3,68 milioni di punti. La RX10 V incorpora inoltre un monitor LCD da 3,0 pollici, aggiornato a circa 1,62 milioni di punti, che consente di visualizzare i soggetti nei minimi dettagli con elevata precisione. La disposizione dei pulsanti e il design dell’impugnatura, basati sulla filosofia di progettazione della serie α, insieme a un selettore multiplo altamente reattivo, che consente un funzionamento fluido in otto direzioni, garantiscono un utilizzo affidabile e intuitivo anche guardando attraverso il mirino. Per garantire l’affidabilità in una vasta gamma di condizioni di ripresa, la fotocamera presenta un design resistente alla polvere e all’umidità, oltre al supporto Wi-Fi (2,4/5 GHz) per un trasferimento dati veloce e stabile. Novità di questo modello, RX10 V supporta Creators’ App, il software proprietario di Sony che consente di connettersi ai propri smartphone per inviare file direttamente al cloud o allo smartphone, controllare la fotocamera da remoto e aggiornare le funzionalità e il software, migliorando la funzionalità e la praticità durante le riprese e la condivisione.

Disponibilità: La RX10 V è già disponibile sul sito ufficiale Sony.


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Trump ha smantellato l'agenzia che indagava sulle discriminazioni nelle aziende


L'ufficio del Dipartimento del Lavoro che dal 1965 vigilava sulle aziende con contratti federali è passato da 480 a 75 dipendenti: ferme 2.000 indagini, compresa quella sulle molestie in BAE Systems

Il governo americano ha smesso di controllare se le aziende che lavorano per lo Stato discriminano i propri dipendenti. Un'inchiesta del New York Times ricostruisce lo smantellamento dell'Office of Federal Contract Compliance Programs, l'ufficio del Dipartimento del Lavoro che dal 1965 indagava sulle discriminazioni nelle aziende con contratti federali: dall'insediamento di Trump i dipendenti sono passati da circa 480 a circa 75 e la proposta di bilancio del presidente ne prevede l'eliminazione completa. L'ordine esecutivo contro i programmi di diversità, equità e inclusione, firmato il 21 gennaio 2025, il giorno dopo il ritorno alla Casa Bianca, ha fermato quasi tutto il lavoro dell'ufficio, comprese le circa 2.000 indagini in programma per il 2025.

L'indagine più avanzata tra quelle bloccate riguardava BAE Systems, un'azienda che produce armi, veicoli e strumenti di sicurezza informatica per il Pentagono. Dopo due anni di lavoro, gli investigatori federali avevano accertato che in un cantiere navale della Marina a Norfolk, in Virginia, alcuni dirigenti chiedevano alle operaie sesso orale e altri contatti sessuali in cambio di promozioni e straordinari e che le lavoratrici nere erano pagate e promosse meno degli uomini. Il governo stava per proporre all'azienda un accordo: risarcimenti da milioni di dollari alle lavoratrici e riforme interne, pena il rischio di perdere circa 8 miliardi di dollari all'anno in contratti federali. L'ordine di Trump ha cancellato tutto. "Non mi è stato nemmeno permesso di contattare i lavoratori", ha detto al New York Times Sam Maiden, che ha guidato l'indagine su BAE prima di andare in pensione. BAE, che non ha mai ricevuto le conclusioni dell'inchiesta, sostiene che una verifica interna non ha confermato le accuse di molestie e discriminazioni.

L'ufficio era stato creato nel 1965 dal presidente Lyndon Johnson, in piena stagione dei diritti civili, per vietare ai fornitori del governo le discriminazioni basate su etnia, religione, genere e origine nazionale. A differenza della più nota commissione federale per le pari opportunità sul lavoro, che raccoglie le denunce individuali dei lavoratori di qualsiasi azienda, l'ufficio apriva verifiche d'iniziativa sulle imprese con contratti pubblici, spesso in modo casuale, partendo dall'idea che chi lavora con i soldi dei contribuenti debba rispettare standard esemplari. Quando Trump è tornato in carica, la sua giurisdizione copriva circa 35.000 aziende con 34 milioni di dipendenti, il 20% della forza lavoro americana. Tra il 2014 e il 2024 l'ufficio ha ottenuto 260,8 milioni di dollari di risarcimenti per 250.900 lavoratori: nel 2020, per esempio, ha accertato che Wells Fargo aveva discriminato 34.193 candidati neri, costringendo la banca a pagare loro 7,8 milioni di dollari.

Il cantiere di Norfolk era sotto osservazione da anni. Nel 2013, 166 operaie avevano fatto causa a BAE per molestie e discriminazioni, ottenendo un accordo da 3 milioni di dollari, ma alla scadenza delle tutele previste i problemi erano ricominciati e le lavoratrici si erano rivolte all'ufficio del Dipartimento del Lavoro. L'indagine, aperta nell'aprile 2022, aveva raccolto le testimonianze di centinaia di dipendenti, tra cui quasi 100 donne, e documentato graffiti sessisti e razzisti, soprannomi sessualmente espliciti e ritorsioni contro chi rifiutava le richieste dei dirigenti: valutazioni abbassate, straordinari negati, richiami disciplinari. Alcune lavoratrici hanno saputo che l'indagine era chiusa solo quando un giornalista del New York Times le ha contattate.

Tra le aziende che hanno evitato i controlli grazie all'ordine esecutivo c'è Tesla: l'ufficio aveva aperto una verifica sulla fabbrica di Fremont, in California, nell'ottobre 2024, mentre Elon Musk versava milioni di dollari alla campagna di Trump e alcuni dipendenti denunciavano insulti e immagini razziste nello stabilimento. Musk, la cui SpaceX è a sua volta un grande fornitore federale, detestava da tempo l'ufficio e le sue procedure ed era furioso per l'indagine su Tesla. Sono state cancellate anche le verifiche avviate nel 2024 su Amazon, Meta e Caterpillar, mentre Google ha evitato quella in calendario per il 2025: tutte e quattro le aziende hanno donato per l'insediamento di Trump e hanno poi contribuito alla costruzione del nuovo salone da ballo della Casa Bianca.

A guidare lo smantellamento l'amministrazione ha scelto Catherine Eschbach, un'avvocata d'impresa che aveva rappresentato SpaceX in altre pratiche con il Dipartimento del Lavoro e aveva fatto causa all'ufficio per conto di un'altra cliente, l'impresa di pulizie ABM. Arrivata nel marzo 2025, nella prima settimana ha chiesto ai dipendenti un'"autopsia" delle attività e delle regole dell'ufficio, ha ordinato di fermare gran parte del lavoro e ha annunciato tagli al personale in linea con l'agenda del DOGE, il dipartimento per l'efficienza governativa allora guidato da Musk. Centinaia di investigatori e avvocati sono stati messi in congedo o trasferiti, mentre i rimasti hanno dovuto scrivere l'abrogazione delle norme che vietavano le discriminazioni e imponevano ai fornitori ambienti di lavoro senza molestie. Restano in vigore solo le tutele per i veterani e le persone con disabilità, coperte da leggi separate. Per la Casa Bianca l'ufficio "è stato usato per promuovere e imporre pratiche di assunzione incostituzionali e razzialmente discriminatorie" e la sua chiusura protegge il diritto di ogni americano a essere giudicato sul merito.

Senza le verifiche d'ufficio molti lavoratori non sapranno mai di essere discriminati su salari, assunzioni e promozioni, perché queste disparità sono invisibili senza i dati che le aziende erano obbligate a consegnare. "Controllava i fornitori federali prima ancora che i lavoratori sapessero di essere discriminati. Ora quella supervisione non c'è più", ha detto al New York Times Jessica Stender, direttrice delle politiche di Equal Rights Advocates, un'organizzazione legale che rappresenta i lavoratori.

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Treasons


A few pending issues will be there waiting for the European Parliament, and for our outrage, when we come back.
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Before the season ends, we need to at least start covering a topic that, I believe, will dominate the next one: the Commission led by Ursula von der Leyen’s betrayal of the Union.

You’ve surely heard how the Commission "requested an emergency vote from Parliament on the chatControl issue and managed to push it through."

This is a way of talking about the issue without actually saying anything: a tactic that guarantees you a job in the media, the editor’s favor, and token appearances on so-called “in-depth” talk shows.

An asteroid could never strike them soon enough, so let’s try to cover this in a more informative way.

The Commission has twice submitted a measure to the European Parliament (the infamous “chatControl”) that is theoretically intended to protect minors and combat child pornography, but which:

  • does not protect minors (and never will)
  • does not combat child pornography (and never will)
  • institutionalizes mass surveillance (and always will)

No one asked for this measure except for Big Tech lobbyists, who want to cloak their despicable surveillance economy in legality, and their lackeys in the Commission.

The Commission’s first proposal was rejected by Parliament, then resubmitted in a form that was, if possible, even worse, and rejected again.

At that point, the Commission called for an urgency procedure for a matter that posed no urgency whatsoever, on the last day of Parliament’s session before the summer recess, for the sole purpose of counting the votes of absentees and abstainees as “in favor” (something the urgency procedure allows) thereby managing to have a measure deemed approved even though the majority of MEPs present had voted against it for the third time.

The net result of this measure is that, until 2028, Big Tech can preemptively monitor all content entrusted to it—text messages, audio, video, and images—under the theoretical pretext of combating child pornography, with two practical consequences:

  1. allowing Big Tech to profile the entire continent for its own interests—something it has, in fact, always been doing amid the Commission’s glacial indifference—and
  2. outsourcing state prerogatives to private actors outside the Union, whose interests are not even veiled.

At this point, we must ask: which side is the European Commission on? Because this is treason. In simpler times, princes and kings were thrown out the window or sent to the gallows for far less than this.

Let’s list a few of the misdeeds of this Commission of scoundrels (and this is not an exhaustive list; I’m just going off the top of my head) let’s see:

  • this latest decision, extorted from Parliament, regarding ChatControl;
  • the expansion of facial recognition by border police (FrontEx) under the pretext of the migrant crisis;
  • the sacrifice of European interests on the altar of U.S. interests regarding Trump’s tariffs, Ukraine, Russia, Palestine, and Iran—all crises provoked by the United States and which, curiously enough, harm the Union;
  • the refusal to acknowledge that NATO is now exclusively a tool of U.S. imperial policy that runs counter to European interests;
  • the unconditional acceptance of the idea that Europe must view increased military spending as a priority (obviously to the almost exclusive benefit of U.S. manufacturers) in the absence of any strategic vision, that is, regarding what we should be spending more on and against whom;

and so on.

There you have it. I’d like to start hearing from someone outside the Pirate Party who takes these issues to heart and puts on the agenda (for the second time, surprise!) a motion of no confidence against von der Leyen and her entire Commission of Russophobes and US lackeys.

It’s time for the European Parliament to wake up and start firmly rejecting the infiltration of Russophobic right-wing agendas and U.S. lackeys into the heart of European politics. I couldn’t care less if Merz has to prove that he’s not Merkel.

There are first-rate minds in the European Parliament, but still too many who are deluded into thinking the situation is somehow still normal. It isn’t.

The only thing the United States, Russia, and China agree on is that the European Union is an obstacle to their oligarchy. Europe’s response cannot be more military spending; that is not the arena where we can exert any influence. Our strength lies in our laws, which economic oligarchs hate just as much as they hate any rule.

Europe’s response must be to strengthen (no ifs, ands, or buts) the enforcement for the rules the continent has chosen to adopt: the GDPR, the DSA, the DMA, the AI Act, and the entire Digital Compact.

Only then can we begin to talk about the much-vaunted digital sovereignty.

I’m sick of reading the daily whining of subsidized oligopolists who pass themselves off as brilliant entrepreneurs.

I want a Europe that wakes up and states, quite simply, that in Europe, we choose our own rules; and that those rules, in Europe, apply to everyone.

So I wish the Parliament a relaxing and restoring summer. Because, come September, there’s work to be done.

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Garmin Signal Vhf 400 e Vhf 220


A fine maggio Garmin ha annunciato il lancio della nuovissima gamma di radio Signal VHF 400 e VHF 220. Signal è stato progettato per garantire una maggior controllo e consapevolezza in mare. È molto compatto e dotato di un comodo display touchscreen a colori da 3,5 pollici, pensato per un utilizzo anche in situazioni difficili e quindi semplice e intuitivo per un impiego anche nelle condizioni più impegnative. La funzione Automatic identification system (AIS) mostra la distanza, la rotta, la velocità e la posizione relativa di altre imbarcazioni circostanti, dotate dello stesso sistema e quindi offre un grande aiuto durante la navigazione. Utilizzando la funzione di riproduzione audio è possibile riascoltare sino a tre minuti di trasmissione da qualsiasi canale attivo. Il sistema è inoltre in grado di registrare simultaneamente fino a tre canali differenti e consente di ascoltare fino a sei canali contempo- raneamente. Nuovo anche il fist mic che sfrutta dei potenti algoritmi che permettono di eliminare automaticamente il rumore del vento, delle onde e del motore. E poi ancora, il sistema boat-to-boat per trasmissioni Digital selective calling (DSC), con le imbarcazioni nelle vicinanze inviando automaticamente informazioni utili per un eventuale soccorso. È inoltre possibile effettuare chiamate DSC direttamente dal display del chartplotter Ais Garmin in modo semplice e immediato. L’installazione è molto intuitiva e veloce, con un livello altissimo di integrazione e connettività, grazie alla compatibilità con i chartplotter Garmin.

garmin.com

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Vance dice che Epstein aveva legami con "i livelli più alti" dell'intelligence israeliana


Nel podcast di Joe Rogan il vicepresidente ha rilanciato teorie mai dimostrate sui rapporti tra Epstein e il Mossad, ammettendo che non ci sono documenti. Critiche dai repubblicani filoisraeliani.

Il vicepresidente americano JD Vance ha detto che Jeffrey Epstein, condannato per reati sessuali, aveva "chiaramente legami con i livelli più alti" dell'intelligence americana e israeliana. Le parole, pronunciate nel podcast di Joe Rogan, rilanciano teorie del complotto mai dimostrate che da tempo creano tensioni tra i conservatori e hanno provocato critiche anche dentro il Partito Repubblicano.

"La maggior parte della gente pensa che fosse del Mossad", il servizio di intelligence estera israeliano, ha detto Rogan, conduttore di uno dei podcast più seguiti degli Stati Uniti e frequente promotore di teorie del complotto, nella puntata di quasi tre ore uscita mercoledì 15 luglio. "Sì, Mossad o CIA, o qualche altro deep state, in America, in Israele o in un altro paese", ha risposto Vance, aggiungendo: "Aveva chiaramente legami con i livelli più alti dell'intelligence americana. Aveva chiaramente legami con i livelli più alti dell'intelligence israeliana". Nella stessa puntata il vicepresidente aveva accusato Israele di una campagna d'influenza per prolungare la guerra con l'Iran.

I milioni di file su Epstein resi pubblici dal governo americano non hanno però fornito alcuna prova conclusiva che fosse un agente o una risorsa del Mossad e lo stesso Vance lo ha riconosciuto: "Ho chiesto se ci fossero documenti che collegano direttamente Jeffrey Epstein alle nostre agenzie di intelligence o a quelle di qualcun altro e la risposta è no. Ma se quella roba fosse esistita, non esisterebbe nel 2026".

Teorie simili circolano da anni negli ambienti conservatori, promosse da figure influenti come Tucker Carlson, alleato di lunga data di Vance, e hanno attirato accuse di antisemitismo. Alcuni repubblicani vorrebbero da Vance una condanna più netta dell'antisemitismo e un sostegno più forte a Israele: i commenti a Rogan hanno intensificato quelle preoccupazioni.

L'ex deputato repubblicano di New York Peter King, forte sostenitore di Israele, ha definito le parole di Vance un segnale in codice rivolto a un'ala del partito che è "antisemita, anti-Israele, complottista e squilibrata". "Non è che tu sia un deputato alle prime armi. Sei il vicepresidente degli Stati Uniti", ha detto al New York Times. "Prima di indebolire un alleato, prima di indebolire le tue stesse agenzie di intelligence, devi sapere di cosa stai parlando".

L'ufficio del vicepresidente ha risposto al giornale con una nota in cui sostiene che tutto quello che Vance ha detto è vero e che suggerire il contrario è frutto di "malafede, stupidità o entrambe le cose", senza chiarire il senso delle sue parole. L'ufficio del primo ministro israeliano, da cui dipende il Mossad, non ha risposto a una richiesta di commento.

Ben Shapiro, noto podcaster conservatore, ebreo e forte sostenitore di Israele, ha scritto nella sua newsletter che l'intervista lo ha lasciato "preoccupato" e nel suo programma ha definito i commenti di Vance "indegni della carica" di vicepresidente: "I conservatori, in generale, non sono favorevoli alle teorie del complotto infondate, perché minano l'idea di avere la capacità di agire nel mondo". Sulla rivista online Tablet, dedicata a notizie e cultura ebraiche, il giornalista Lee Smith ha scritto che il vicepresidente "ha attaccato gli ebrei e diffuso voci infondate, per le quali ammette di non avere alcuna prova, su una sorta di oscuro complotto che coinvolge Jeffrey Epstein".

Epstein, che coltivava rapporti con persone potenti in tutto il mondo, ha avuto per anni un'amicizia e una relazione d'affari con Ehud Barak, ex primo ministro israeliano di centrosinistra. Barak ha raccontato che a presentargli Epstein fu il leader israeliano Shimon Peres nel 2002. Negli anni successivi ha partecipato a pranzi e cene nella residenza di Epstein a Manhattan e ha ricevuto circa 2,3 milioni di dollari da una fondazione legata a lui, mentre Epstein ha investito un milione di dollari in una società costituita da Barak nel 2015. "Epstein sembrava legato agli elementi di centrosinistra del deep state israeliano", ha detto Vance a Rogan. "L'ho sempre trovato affascinante".

I vertici israeliani hanno sempre negato un rapporto formale tra lo Stato e Epstein. A febbraio, dopo la pubblicazione delle email tra Epstein e Barak, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha scritto sui social: "L'insolito stretto rapporto di Jeffrey Epstein con Ehud Barak non suggerisce che Epstein lavorasse per Israele. Dimostra il contrario". L'anno scorso Carlson aveva rilanciato le teorie dal palco di una conferenza di Turning Point USA, una delle principali organizzazioni conservatrici americane, dicendo che alla domanda se Epstein lavorasse per il Mossad "ogni cittadino americano ha diritto a una risposta". L'ex primo ministro israeliano Naftali Bennett aveva replicato sui social che l'accusa era "categoricamente e totalmente falsa": "Epstein non ha mai lavorato per il Mossad. Questa accusa è una bugia diffusa da noti personaggi online come Tucker Carlson, che fingono di sapere cose che non sanno".

Vance ha comunque respinto la teoria infondata, avanzata da Rogan, secondo cui i file su Epstein sarebbero stati usati per ricattare l'amministrazione Trump e spingerla in guerra. Nel dibattito sul rapporto tra Stati Uniti e Israele si è descritto come un "moderato ragionevole": "Non ho mai sentito un argomento valido e convincente sul perché sarei antisemita, anche se molte persone mi hanno accusato di esserlo".


Vance accusa Israele: "Una campagna d'influenza per prolungare la guerra con l'Iran"


Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha accusato alcuni settori del governo israeliano di star finanziando una campagna d'influenza per orientare l'opinione pubblica americana e sabotare i negoziati con l'Iran. "Ci sono persone all'interno del loro sistema — lo sappiamo senza alcun dubbio — che stanno cercando di manipolare e modificare l'opinione pubblica americana per far continuare la guerra all'infinito", ha dichiarato durante una conversazione di tre ore con il podcaster Joe Rogan. "Non per raggiungere un obiettivo, ma semplicemente per prolungarla all'infinito".

Le accuse di Vance segnano una nuova escalation nella frattura, ormai sempre più pubblica, tra Washington e il suo principale alleato in Medio Oriente ed arrivano inoltre in un momento particolarmente delicato: il cessate il fuoco con Teheran, che lo stesso Vance ha contribuito a negoziare il mese scorso, si sta sgretolando ogni giorno che passa tra nuovi attacchi iraniani contro le navi commerciali e raid americani, proseguiti per il quinto giorno consecutivo.

Influenzare l'opinione pubblica americana


Israele ha stanziato centinaia di milioni di dollari per consolidare negli Stati Uniti il sostegno alla guerra e migliorare la propria immagine nel mondo. Uno dei contratti è stato affidato a Brad Parscale, già responsabile in passato della campagna elettorale di Trump: il Wall Street Journal ne quantifica il valore complessivo in 45 milioni di dollari, mentre i documenti depositati ai sensi del Foreign Agents Registration Act e citati da Time indicano un compenso di 1,5 milioni al mese.

Nella sua intervista, Vance ha richiamato proprio l'articolo di Time, secondo il quale una parte di quei fondi sarebbe stata impiegata per finanziare influencer online che lo avevano attaccato. "Quando apro Time e scopro che esiste una vera e propria campagna d'influenza straniera, finanziata per far naufragare l'accordo al quale stavo lavorando, e che molte delle persone pagate mi attaccavano in modo completamente disonesto, la mia risposta è: andate all'inferno", ha affermato il vicepresidente. Poi ha aggiunto: "Io rappresento prima di tutto gli americani".

Da parte sua, Parscale ha respinto le accuse sui social: "Le affermazioni secondo cui avrei attaccato il memorandum o l'Amministrazione Trump sono false. Non esiste un solo elemento di prova che dimostri che io abbia agito contro l'amministrazione".

La frattura generazionale nel mondo conservatore


Le parole di Vance acquistano particolare rilievo perché provengono dall'uomo che molti considerano l'erede politico di Trump e che il presidente ha incaricato di negoziare la fine del conflitto. Veterano della guerra in Iraq, il vicepresidente, 41 anni, ha costruito la propria carriera proprio sull'opposizione alle "guerre infinite": nel 2023, quando era senatore, si schierò contro gli aiuti all'Ucraina e all'inizio di quest'anno ha sostenuto la via diplomatica con l'Iran, salvo poi allinearsi a Trump quando il presidente ha deciso di intervenire militarmente.

Dietro il nuovo scontro si intravede però una frattura più profonda nel campo conservatore. Il sostegno a Israele, per decenni considerato un caposaldo della politica repubblicana, viene ora sempre più contestato da una generazione più giovane, convinta che gli interessi israeliani non coincidano necessariamente con quelli americani. L'attivista conservatore Bob Vander Plaats descrive un vero divario generazionale: la Generazione Z guarda a Israele soprattutto attraverso una lente politica, mentre gli elettori più anziani continuano a farlo attraverso una lente biblica.

Anche sui media conservatori questa frattura è ben presente: Tucker Carlson denuncia da settimane quella che definisce "la guerra di Israele", Megyn Kelly ha avvertito il proprio pubblico che nessun americano dovrebbe morire per un Paese straniero e lo stesso Rogan, che aveva sostenuto Trump nel 2024, ha rotto pubblicamente con il presidente dopo la decisione di entrare in guerra contro l'Iran.

La crescente irritazione di Trump


Anche Trump ha manifestato una crescente insofferenza nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, accusandolo di aver continuato le operazioni militari di Israele in Libano permettere a rischio i negoziati. Vance, da parte sua, non si aspetta che questi negoziati seguano un percorso lineare: "Sarà tutto complicato, con molte interruzioni e altrettante ripartenze".

La sua conclusione, tuttavia, non lascia spazio ad alcuna ambiguità: "In questo momento Israele sta perdendo la battaglia per l'opinione pubblica negli Stati Uniti d'America. È un fatto semplice ed evidente". E i sondaggi più recenti sembrano dargli ragione: secondo il Pew Research Center, il 62% degli americani ha un'opinione sfavorevole del governo israeliano, contro il 32% che lo giudica positivamente. Un sondaggio Quinnipiac rileva inoltre che il 48% degli elettori ritiene che Washington sostenga eccessivamente Israele, la quota più alta registrata dal 2017. Nello stesso sondaggio appena il 20% esprime un giudizio favorevole su Netanyahu.


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Troy Jackson sarà il candidato Dem al Senato in Maine


Nirav Shah, Shenna Bellows, Jordan Wood e Dan Kleban hanno lasciato la corsa democratica al Senato. Jackson ha superato i 301 delegati e sabato la convention di Bangor sceglie lo sfidante di Collins.

Troy Jackson potrebbe avere di fatto conquistato la candidatura democratica per il Senato degli Stati Uniti nel Maine. Domenica quattro dei suoi principali rivali si sono fatti da parte e, secondo un'analisi del Bangor Daily News, l'ex presidente del Senato statale può già contare su più della metà dei delegati che sabato 25 luglio, in una convention a Bangor, sceglieranno il sostituto di Graham Platner. Se il sostegno sarà confermato, a novembre Jackson sfiderà la senatrice repubblicana Susan Collins in una delle corse decisive per il controllo del Senato.

Alla convention voteranno 500 delegati eletti nel fine settimana nei caucus di contea, le assemblee locali del partito, insieme a 101 membri del comitato centrale democratico dello stato. Jackson era emerso come grande favorito già sabato, dopo la prima giornata di voto. Secondo i conteggi di Bloomberg, più del 90% dei circa 430 delegati scelti nelle 11 contee che avevano completato le operazioni entro domenica pomeriggio faceva parte della lista di sostenitori diffusa dalla sua campagna, mentre circa 70 delegati arriveranno dalle contee restanti. Per il Bangor Daily News è stata la contea di York, al confine con il New Hampshire, a portare sopra quota 301 i delegati impegnati a votarlo, più della metà dei voti dell'assemblea. "Grazie, contea di York. Siamo organizzati, siamo pronti e vinceremo. Solidarietà per sempre", ha scritto Jackson su X.

Corsa al Senato · Maine

Perché Troy Jackson ha già vinto la nomination


Prima ancora del voto della convention di Bangor, l’ex presidente del Senato del Maine ha superato la soglia dei delegati che serve per diventare il candidato democratico contro Susan Collins.

Grafica di FocusAmerica

La matematica della convention
0+

delegati già impegnati a votare Jackson:
la maggioranza scatta a quota 301

Soglia superata

Maggioranza: 301

0
601 votanti

Impegnati per Jackson Altri candidati o non assegnati

Alla convention votano 601 persone: 500 delegati eletti nei caucus di contea e 101 membri del comitato centrale democratico dello stato.

I caucus del fine settimana

Un dominio quasi totale nelle contee


Sabato e domenica le assemblee locali del partito hanno eletto i 500 delegati della convention. La lista dei sostenitori di Jackson ha fatto incetta di seggi.

Delegati delle 11 contee già conteggiate: quanti sono nella lista di Jackson oltre il 90%

Su circa 430 delegati eletti entro domenica pomeriggio (conteggio Bloomberg). Altri 70 circa arrivano dalle contee restanti.

La contea decisiva

Secondo il Bangor Daily News è stata la contea di York, al confine con il New Hampshire, a portare Jackson sopra quota 301: più della metà dei voti dell’assemblea, prima ancora che i caucus finissero.

Domenica 19 luglio

Il campo si svuota: quattro rivali si ritirano


Davanti ai numeri dei caucus, i principali sfidanti hanno lasciato la corsa in un solo giorno. Tre hanno annunciato subito il sostegno a Jackson.

Le tappe

Dalla caduta di Platner alla sfida a Collins


Tocca ogni tappa per i dettagli.

Attenzione

I delegati sono formalmente liberi: non hanno un obbligo legale di votare il candidato promesso. La nomina sarà ufficiale solo dopo il voto di sabato 25 luglio.

Fonte: Bangor Daily News, Bloomberg · dati al 19 luglio 2026

I delegati sono però formalmente liberi: non hanno un obbligo legale di votare il candidato promesso durante la selezione e la nomina sarà quindi ufficiale solo dopo il voto di sabato. Domenica hanno lasciato la corsa Nirav Shah, ex direttore del Center for Disease Control and Prevention del Maine, l'agenzia di salute pubblica dello stato; Shenna Bellows, segretaria di stato del Maine; Jordan Wood, ex collaboratore parlamentare a Washington; e Dan Kleban, cofondatore del birrificio Maine Beer Company. Shah, Wood e Kleban hanno annunciato subito il loro sostegno a Jackson, mentre Bellows ha motivato il passo indietro con la necessità di unire il partito contro Collins. "Oggi mi faccio da parte e lo faccio esattamente per la stessa ragione che mi aveva spinto a candidarmi: dobbiamo sconfiggere Susan Collins e il Partito Democratico deve essere unito per farlo", ha scritto Shah su X.

Platner, allevatore di ostriche e veterano di guerra, aveva vinto le primarie democratiche a giugno ed era visto come il simbolo del candidato capace di riportare al partito gli elettori della classe lavoratrice. Aveva superato le polemiche per un tatuaggio simile a un simbolo nazista e per vecchi post offensivi sui social, ma all'inizio di luglio si è ritirato davanti alle accuse circostanziate di violenza sessuale di una ex fidanzata, accuse che lui respinge.

Jackson ha costruito un profilo simile a quello di Platner: ex repubblicano passato su posizioni progressiste, è un boscaiolo di quinta generazione cresciuto nel Maine rurale e in una precedente corsa a governatore, persa, aveva puntato su tutele più forti per i lavoratori, sanità universale e tasse più alte per i più ricchi. Nella corsa per il Senato lo ha appoggiato Our Revolution, l'organizzazione progressista nata dai sostenitori del senatore del Vermont Bernie Sanders. "Il messaggio è inequivocabile: gli abitanti del Maine hanno votato perché un movimento continui", ha detto domenica in un comunicato il suo direttore esecutivo Joseph Geevarghese. La deputata statale Nina Milliken, delegata e referente della campagna di Jackson nella contea di Hancock, ha detto a Bloomberg che "la gente è davvero stufa".

Collins è considerata una delle senatrici repubblicane in carica più vulnerabili e la corsa del Maine è ritenuta decisiva per le speranze dei democratici di conquistare la maggioranza al Senato. Il presidente Donald Trump ha perso lo stato alle elezioni del 2024 e i democratici attaccano Collins per i suoi voti a favore delle politiche della Casa Bianca. La settimana scorsa, dopo che un agente federale ha ucciso un uomo colombiano proprio nel Maine, hanno criticato il suo sì a un pacchetto da 70 miliardi di dollari che finanzia i controlli sull'immigrazione fino alla fine del mandato di Trump.


Troy Jackson è a un passo dalla nomination Dem per il Senato in Maine


Troy Jackson, ex presidente del Senato statale del Maine, ha dominato la prima giornata di selezione dei delegati che sabato 25 luglio sceglieranno il nuovo candidato democratico al Senato degli Stati Uniti al posto di Graham Platner. Le liste di delegati collegate alla sua campagna hanno vinto almeno 290 dei 319 posti assegnati sabato in otto contee: a Jackson mancano appena 11 delegati per avere la maggioranza assoluta alla convention da cui uscirà lo sfidante della senatrice repubblicana Susan Collins.

Platner, l'ostricoltore che a giugno aveva vinto le primarie democratiche, si è ritirato il 10 luglio, quattro giorni dopo che Politico aveva rivelato l'accusa di una sua ex fidanzata, che sostiene di aver subito una violenza sessuale nel 2021. Platner respinge l'accusa. La legge dello stato affida al partito la scelta del sostituto, da comunicare entro il 27 luglio. A decidere saranno i 601 delegati della convention convocata a Bangor: 500 vengono eletti in questo fine settimana nei caucus, le riunioni locali con cui gli elettori democratici scelgono contea per contea i propri rappresentanti, mentre gli altri 101 sono membri di diritto del comitato statale del partito. I delegati non sono formalmente vincolati e alla convention potranno votare per chiunque.

Sabato Jackson ha fatto quasi il pieno nelle contee più popolose: 148 delegati su 149 nella contea di Cumberland, quella di Portland, la città più grande e più democratica dello stato, e tutti i 44 posti della contea di Penobscot. La sua campagna si è presentata ai caucus con gruppi organizzati di volontari, liste chiare di nomi da votare e il sostegno di oltre una decina di sindacati, il mondo da cui Jackson proviene. Le liste dei rivali condividevano tra loro anche più di cento nomi, mentre quella di Jackson non si sovrapponeva quasi con nessuno, segno di un'organizzazione superiore. Sabato sera Jackson ha ringraziato i sostenitori su X: "Siamo sulla buona strada per avere il governo che ci meritiamo". Domenica si vota nelle altre otto contee per gli ultimi 181 delegati.

Jackson, boscaiolo di Allagash, all'estremo nord dello stato, è in politica da oltre vent'anni, quasi tutti passati nel Senato del Maine, che ha presieduto dal 2018 al 2024. È cresciuto politicamente nei sindacati e a giugno era arrivato terzo alle primarie democratiche per la carica di governatore, una corsa in cui aveva ricevuto il sostegno del senatore Bernie Sanders e aveva fatto campagna al fianco di Platner. È stato tra i primi a chiedere il ritiro dell'ex alleato, ma ora si presenta come l'erede del suo movimento: "Il movimento che avete costruito può vincere", ha detto agli ex sostenitori di Platner lanciando la candidatura. Le sue posizioni ricalcano quelle dell'ex candidato: la sanità pubblica universale con il programma noto come "Medicare for All", più tasse sui miliardari, l'abolizione dell'ICE (Immigration and Customs Enforcement), l'agenzia federale che esegue arresti ed espulsioni degli immigrati, e lo stop agli aiuti militari a Israele.

I rivali più vicini sono usciti dal primo giorno di voto quasi senza possibilità. Nirav Shah, epidemiologo ed ex capo della sanità pubblica dello stato, e Shenna Bellows, segretaria di stato del Maine, la carica che organizza le elezioni, hanno ottenuto una manciata di delegati a testa sui 319 assegnati. Shah ha detto a Politico di aver telefonato personalmente a circa 500 aspiranti delegati e ha assicurato che continuerà a cercare di convincerli fino alla convention. In tutto i candidati alla nomination erano dodici.

Chi vincerà erediterà la rete di volontari costruita in un anno dalla campagna di Platner, che sosteneva di contarne 15.000. Una parte di quella rete si è organizzata nel Maine People Powered Movement e ha diffuso una lettera aperta con una piattaforma ispirata alla campagna dell'ex candidato, con l'espansione della sanità pubblica, una tassa minima sui miliardari e più diritti per i sindacati: Jackson, Shah e Bellows l'hanno sottoscritta subito. Quasi 4.000 persone si sono candidate come delegati e circa 11.000 si sono registrate per votare nei caucus.

Alcuni aspiranti delegati si sono ritrovati sulle liste di più campagne senza saperlo e in diverse contee i problemi tecnici con il voto online hanno costretto a prolungare le operazioni: sono gli intoppi di un processo messo in piedi dal partito in una decina di giorni. Nella contea di Cumberland un pareggio per l'ultimo posto disponibile è stato risolto estraendo un nome da un cappello da baseball. Tra gli ex sostenitori di Platner c'è anche chi contesta il metodo, perché a sostituire un candidato scelto da oltre 150.000 elettori alle primarie saranno 601 delegati.

Il seggio del Maine è al centro delle speranze dei democratici di riconquistare la maggioranza al Senato alle elezioni di medio termine di novembre. Collins, al quinto mandato, è l'unica senatrice repubblicana che si ricandida in uno stato in cui il presidente Donald Trump ha perso nel 2024. "È probabilmente la corsa più importante di tutto il paese", ha detto Jackson sabato ai giornalisti. Negli ultimi giorni tutti i candidati hanno attaccato Collins per il suo sostegno all'ICE, dopo che un agente dell'agenzia ha ucciso un uomo a Biddeford, sulla costa del Maine: in un dibattito televisivo giovedì Jackson ha detto che Collins, presidente della commissione del Senato che decide la spesa federale, "avrebbe dovuto essere in grado di fermare l'ICE".


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Shopping con l'intelligenza artificiale: oltre il 40% degli italiani è pronto ad affidare gli acquisti all'AI


L'AI è sempre più protagonista dello shopping online. Secondo una ricerca Adyen, oltre il 40% degli italiani si dice disposto a lasciare all'intelligenza artificiale il compito di scegliere e acquistare prodotti
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dyen ha presentato una nuova ricerca che evidenzia un interesse crescente verso l’intelligenza artificiale tra i consumatori italiani. Il 34% dei consumatori italiani dichiara di aver utilizzato assistenti AI per semplificare la propria esperienza di acquisto negli ultimi 12 mesi, e a guidare l’adozione sono soprattutto Gen Z e Millennial.

L’AI arriva fino al checkout


Il report mostra che il 43% dei consumatori italiani sarebbe oggi disponibile a lasciare che un assistente AI gestisca l’intero processo di acquisto, inclusa la finalizzazione della transazione, una volta impostati i criteri. La disponibilità è particolarmente elevata tra i Millennial (45%), che si dicono pronti a delegare all’AI l’acquisto per conto loro. L’apertura è significativa anche tra le altre generazioni: Gen X (42%), Gen Z (42%) e Baby Boomer (41%).

Tra chi usa assistenti AI quando fa shopping, il 65% dice che li aiuta a risparmiare tempo e il 64% concorda sul fatto che aiutino a orientarsi tra le troppe opzioni online. Inoltre, il 54% vorrebbe che i retailer impiegassero l’AI per suggerimenti proattivi sui prodotti, segnale di una domanda pronta per esperienze più guidate e automatizzate. I consumatori sono quindi pronti a vedere l’AI evolvere oltre le semplici raccomandazioni, fino a diventare un canale di vendita “di fiducia” in grado di gestire anche la transazione.

Sicurezza e trasparenza come fattori chiave


Nonostante l’entusiasmo, il passaggio da modalità di suggerimento a “personal shopper” dipende dalla fiducia. Alla domanda su cosa sia più importante per affidare all’AI la finalizzazione dell’acquisto, i consumatori italiani indicano come priorità processi di reso/rimborso e assistenza post-acquisto semplici e senza complicazioni. Seguono la fiducia che l’AI ottimizzi l’acquisto per il prezzo più basso o il miglior rapporto qualità-prezzo e chiarezza su chi sia responsabile (ad esempio provider AI, retailer o utente) in caso di errori o problemi. Restano molto rilevanti anche sicurezza dei dati di pagamento e privacy (32%) e la possibilità di rivedere e annullare l’acquisto dopo che l’AI l’ha selezionato. Per chi invece non è ancora pronto a delegare all’AI le proprie scelte di spesa, le principali preoccupazioni riguardano la perdita di controllo di ciò che si sta acquistando, mentre il 39% dice di non vederne la necessità perché “fare shopping è già abbastanza semplice”, e il 36% teme errori (ad esempio taglia, colore o prodotto sbagliato). Inoltre, il 36% indica timori legati a privacy e sicurezza dei dati di pagamento.

I retailer puntano sulla sicurezza


I retailer sono consapevoli sia dell’opportunità sia dei rischi legati all’AI. In Italia, l’80% afferma di essere aperto ad abilitare l’agentic commerce (ossia agenti AI autonomi in grado di acquistare direttamente per conto dei consumatori): il 41% lo considera una priorità strategica e il 48% dichiara di voler investire nella tecnologia entro i prossimi 12 mesi.

In linea con le aspettative dei consumatori, i retailer danno priorità a sicurezza e governance. Tra i fattori ritenuti più critici per l’adozione, il 30% cita la protezione completa dei dati sensibili per prevenire violazioni e frodi, a pari merito di chi esprime l’importanza di essere tutelati dai costi legati agli errori d’acquisto degli AI agent (30%), mentre il 29% ha dichiarato la necessità che tutti gli acquisti basati sull’AI siano conformi alle policy interne e alle normative di regolamentazione vigenti. Il 28% inoltre, indica l’integrazione semplice con sistemi e infrastrutture IT (idealmente con un’unica integrazione). Tra le ragioni che frenano l’adozione, la principale è il timore di perdere il rapporto diretto con il cliente (37%).

“Se da un lato una quota rilevante di retailer sta già dando priorità a questa tecnologia, dall’altro resta forte il timore di perdere la relazione diretta con il cliente - ha commentato Gabriele Bellezze di Adyen Italia - la direzione è rendere l’AI un canale aggiuntivo potente, che offra ai consumatori un nuovo modo di acquistare, garantendo però che il retailer mantenga il controllo sulla relazione e sui dati. Il punto non è solo la tecnologia: è la relazione.”



SBS lancia Track First: i nuovi smart tracker compatibili con Apple Find My e Google Find Hub


La partenza è sempre un intreccio di emozioni: entusiasmo, desiderio di scoperta e voglia di staccare dalla routine si mescolano spesso a dubbi e piccole preoccupazioni. Il timore di dimenticare qualcosa di importante, l’incertezza di aver organizzato tutto al meglio o la paura di perdere i propri oggetti personali possono trasformare l’attesa del viaggio in una fonte di stress. Poter contare su soluzioni affidabili, capaci di offrire controllo e sicurezza in ogni momento, può fare la differenza tra un viaggio vissuto con serenità e un’esperienza segnata dagli imprevisti.

Streaming e Pay TV: gli italiani hanno 3 abbonamenti
Il mercato dello streaming continua a crescere in Italia: ogni famiglia ha in media 3 abbonamenti tra piattaforme digitali e Pay TV
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


La linea Track First amplia l’offerta SBS dedicata alla localizzazione degli oggetti personali con una collezione composta da cinque accessori pensati per integrare il tracker direttamente nei prodotti di uso quotidiano: documenti, portafoglio, chiavi, bagagli, zaini e borse. Compatibili con Apple Find My e Google Find Hub, tutti i prodotti permettono di localizzare gli oggetti direttamente dallo smartphone e includono un allarme sonoro attivabile da app per facilitarne il ritrovamento.

Track My Passport: documenti sempre sotto controllo


Pensato per chi viaggia spesso, Track My Passport è il porta documenti con tracker integrato che riunisce in un unico accessorio tutto il necessario per la partenza. La tasca dedicata al passaporto, lo spazio per il boarding pass e gli slot porta carte fino a due tessere lo rendono una soluzione pratica e funzionale per avere i documenti essenziali sempre ordinati e rintracciabili. Discreto ed elegante, può essere inserito facilmente in tasca, nello zaino o nel bagaglio a mano, accompagnando ogni partenza con maggiore sicurezza. Prezzo: 49,95 euro.

Track My Wallet: portafoglio smart, compatto e sicuro


Per carte, tessere e banconote sempre ordinate e rintracciabili, Track My Wallet combina la praticità di un portacarte compatto con la sicurezza di un tracker integrato. Il design sottile lo rende facile da portare ovunque, mentre il sistema di estrazione rapida delle carte e la tasca per banconote con clip di fissaggio garantiscono praticità e ordine nella vita quotidiana e in viaggio. Discreto e funzionale, è pensato per chi desidera avere sempre con sé l’essenziale, con maggiore tranquillità. Prezzo: 39,95 euro.

Track My Bag: il localizzatore per valigia con etichetta integrata


Riconoscere e ritrovare il proprio bagaglio diventa più semplice con Track My Bag, il localizzatore per valigia con etichetta integrata. Permette di localizzare la valigia direttamente dallo smartphone e di attivare un allarme sonoro da app per individuarla più rapidamente. Lo spazio dedicato ai dati personali è protetto da una copertura che li rende visibili solo quando necessario, aggiungendo un ulteriore livello di sicurezza e discrezione. Pratico e facile da applicare, è pensato per accompagnare ogni partenza con maggiore tranquillità. Prezzo: 29,95 euro.

Track My Key: chiavi protette, ordinate e sempre rintracciabili


Con Track My Key, anche le chiavi diventano più facili da ritrovare. Grazie al tracker integrato, possono essere localizzate direttamente dallo smartphone, mentre la struttura con alloggio interno permette di custodire e organizzare le chiavi di casa. L’anello esterno consente inoltre di agganciare chiavi auto o altri piccoli oggetti essenziali. Una soluzione pratica e discreta per avere sempre tutto sotto controllo. Prezzo: 39,95 euro.

Track My Taggy: il tracker compatto per bagagli, zaini e borse


Compatto, leggero e minimale, Track My Taggy è il tracker pensato per chi è sempre in movimento e vuole tenere sotto controllo bagagli, zaini e borse in modo semplice e discreto. Permette di localizzare rapidamente gli oggetti personali più importanti direttamente dallo smartphone e di attivare un allarme sonoro da app per ritrovarli più facilmente. L’anello integrato facilita l’aggancio a zaini, borse e valigie, rendendolo ideale sia per il viaggio sia per l’uso quotidiano. Prezzo: 29,95 euro.

eBay: boom del collezionismo tra calcio e pop culture
Il collezionismo sta vivendo una nuova evoluzione. Su eBay prende sempre più piede la “beyond-the-game economy”, un fenomeno che unisce calcio, pop culture, trading card, memorabilia e oggetti da collezione, trasformando la passione dei fan in un mercato sempre più dinamico e globale
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Track First non è solo una gamma di accessori, ma un’evoluzione nel modo di viaggiare. Una linea pensata per accompagnare ogni spostamento con soluzioni smart, discrete e affidabili, capaci di offrire controllo e tranquillità in ogni momento del viaggio.


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realme UI sarà sostituita da ColorOS: rollout globale entro fine 2026


realme UI si prepara a lasciare spazio a ColorOS. La conferma arriva direttamente da realme attraverso una lettera aperta pubblicata da Chase Xu, Vice President e Chief Marketing Officer dell’azienda. La transizione coinvolgerà gradualmente il software degli smartphone del marchio e prenderà il via a livello globale entro la fine del 2026.

Si tratta di un cambiamento importante per realme, che negli ultimi anni ha utilizzato realme UI come elemento distintivo della propria esperienza Android. L’azienda ha però precisato che il passaggio non comporterà la scomparsa dell’identità visiva del brand. Le funzioni, le personalizzazioni e gli elementi grafici più riconoscibili verranno mantenuti anche all’interno della nuova piattaforma.

realme UI passerà gradualmente a ColorOS


Secondo lo statement ufficiale, realme UI verrà progressivamente sostituita dall’ultima versione di ColorOS, il sistema operativo sviluppato da OPPO sulla base di Android. Il rollout globale inizierà entro la fine dell’anno, ma al momento non è stata comunicata una data precisa.

La transizione non dovrebbe avvenire contemporaneamente su tutti i dispositivi. Come accade normalmente con gli aggiornamenti più importanti, la distribuzione potrebbe procedere per fasi, interessando inizialmente gli smartphone più recenti e successivamente gli altri modelli compatibili.

realme non ha ancora pubblicato la roadmap completa e non ha indicato quali telefoni riceveranno il nuovo software. L’elenco dei dispositivi idonei e le relative tempistiche saranno annunciati successivamente attraverso i canali ufficiali dell’azienda.

Alcune fonti internazionali fanno riferimento a ColorOS 17 come prima versione destinata agli smartphone realme. Tuttavia, nello statement diffuso per il mercato italiano viene utilizzata solamente l’espressione “ultima versione di ColorOS”. Per questo motivo, la numerazione definitiva dovrà essere confermata insieme alla roadmap ufficiale.

Perché realme ha scelto ColorOS


Il passaggio a ColorOS consentirà a realme di utilizzare una piattaforma software condivisa e di concentrare maggiormente le risorse dedicate allo sviluppo. realme UI e ColorOS presentano già numerosi punti in comune, tra cui componenti di sistema, applicazioni preinstallate, strumenti per la personalizzazione e diverse funzioni dedicate alla sicurezza e alla gestione del dispositivo.

L’unificazione potrebbe rendere più semplice il lavoro di sviluppo, manutenzione e ottimizzazione del software. Secondo realme, il nuovo sistema offrirà un’esperienza più fluida e intelligente, con prestazioni ottimizzate e funzioni AI avanzate.

Queste dichiarazioni indicano che l’aggiornamento non sarà limitato a un semplice cambio di nome. La società punta a migliorare la risposta del sistema, la gestione delle risorse e l’integrazione degli strumenti basati sull’intelligenza artificiale. I dettagli sulle singole funzioni, però, saranno disponibili soltanto con la presentazione della nuova versione.

La decisione segue una tendenza più ampia verso la condivisione delle risorse software tra i diversi marchi collegati all’ecosistema OPPO. Anche OnePlus ha annunciato un progressivo avvicinamento di OxygenOS a ColorOS, con l’obiettivo dichiarato di migliorare l’efficienza dei processi e la gestione degli aggiornamenti.

L’identità degli smartphone realme sarà mantenuta


Uno dei dubbi principali riguarda l’aspetto che assumerà ColorOS sui dispositivi realme. L’azienda ha chiarito che le caratteristiche distintive del marchio verranno preservate durante la transizione.

Questo significa che ColorOS sugli smartphone realme potrà mantenere elementi grafici e funzioni esclusive, differenziandosi dalla versione installata sui dispositivi OPPO. Icone, temi, animazioni, strumenti per il gaming e altre personalizzazioni potrebbero quindi continuare a seguire lo stile sviluppato da realme.

Non sarebbe una situazione completamente nuova. I primi smartphone realme utilizzavano infatti ColorOS prima dell’introduzione di realme UI nel 2020. Nel corso del tempo, le due piattaforme hanno continuato a condividere numerose caratteristiche, pur mantenendo nomi e personalizzazioni differenti.

Per gli utenti, il cambiamento potrebbe quindi risultare meno netto di quanto suggerisca il passaggio da un’interfaccia all’altra. Saranno comunque necessari test sui dispositivi aggiornati per capire quali parti di realme UI verranno effettivamente conservate e quali saranno sostituite dalle soluzioni native di ColorOS.

Cosa succederà agli smartphone non compatibili


realme ha fornito rassicurazioni anche per chi possiede un modello che non verrà incluso nel programma di aggiornamento. Gli smartphone esclusi dal passaggio a ColorOS continueranno a ricevere manutenzione software e supporto secondo quanto previsto per ogni prodotto.

Questo dovrebbe comprendere gli aggiornamenti correttivi e le patch di sicurezza ancora rientranti nel periodo di assistenza stabilito dal produttore. Non significa, quindi, che i telefoni privi di ColorOS verranno immediatamente abbandonati.

Resta da chiarire come sarà gestita la sovrapposizione tra i dispositivi che continueranno a utilizzare realme UI e quelli aggiornati alla nuova piattaforma. Maggiori informazioni arriveranno con la pubblicazione del calendario ufficiale.

Il futuro di realme in Italia


Nella comunicazione dedicata al nostro Paese, realme ha ribadito che l’Italia rimane un mercato strategico. L’azienda intende continuare a investire sul territorio e a proporre dispositivi e servizi destinati soprattutto a un pubblico giovane.

Il passaggio a ColorOS rientra quindi in una strategia globale che non modifica, almeno secondo quanto dichiarato, la presenza commerciale di realme sul mercato italiano. La gamma di smartphone continuerà a essere sviluppata mantenendo gli elementi caratteristici del marchio, mentre la componente software sarà progressivamente integrata nella piattaforma ColorOS.

Al momento, le informazioni confermate riguardano l’avvio del rollout entro la fine del 2026, la conservazione dell’identità realme e la continuità del supporto per i modelli non compatibili. La roadmap, la versione esatta di ColorOS e l’elenco degli smartphone interessati saranno comunicati in un secondo momento.

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DK10x40 - Tradimenti


Per non ripartire a freddo a Settembre, è meglio annotarci qualche motivo per farsi trovare già col dente avvelenato contro la Commissione von der Leyen.
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Ascolta l'episodio su Spreaker.com

Prima che la stagione finisca, dobbiamo almeno iniziare a coprire un argomento che, io credo, la farà da padrone nella prossima: il tradimento dell'Unione da parte della Commissione di Ursula von der Leyen.

Sigla.

Avrete sicuramente sentito come la Commissione abbia richiesto al Parlamento una votazione d'urgenza sulla questione chatControl, riuscendo a farla passare.

Questo è un modo di raccontare la cosa senza dire in effetti niente, che ti garantisce un lavoro nei media, la benevolenza dell'editore e inviti a gettone nelle trasmissioni del cosiddetto "approfondimento".

Sul quale e sulle quali un asteroide non cadrà mai troppo presto, quindi vediamo di raccontare la cosa in un modo più informativo.

La Commissione ha sottoposto per due volte al Parlamento un provvedimento (l'infame "chatControl") teoricamente a tutela dei minori e contro la pedopornografia, che:

  • non protegge i minori
  • non combatte la pedopornografia
  • istituzionalizza la sorveglianza di massa

Questo provvedimento non è stato chiesto da nessuno, se non dai lobbisti di BigTech, che vogliono ammantare di legalità la loro ignobile economia della sorveglianza, e i loro servi nella Commissione.

La proposta della Commissione è stata bocciata dal Parlamento, poi ripresentata in una forma se possibile peggiore, e bocciata di nuovo.

A questo punto la Commissione ha invocato una procedura d'urgenza per una materia che non ne aveva nessuna, nell'ultimo giorno di seduta del Parlamento prima della pausa estiva, al solo scopo di contabilizzare come "favorevoli" anche i voti degli assenti e degli astenuti, cosa che la procedura d'urgenza consente, riuscendo a far considerare approvato un provvedimento al quale la maggioranza dei parlamentari presenti ha votato contro per la terza volta.

Il risultato netto di questo provvedimento è che fino al 2028 Big Tech può controllare preventivamente tutti i contenuti che le vengono affidati, messaggi di testo, audio, video e immagini, con la scusa teorica del contrasto alla pedopornografia, e con due risultati pratici:

  1. permettere a BigTech di profilare l'intero continente per i propri interessi, cosa che peraltro sta facendo da sempre nella glaciale indifferenza della Commissione, e
  2. esternalizzare prerogative dello Stato ad attori privati, esterni all'Unione, perdipiù con interessi nemmeno velati.

A questo punto è doveroso chiedersi: in che squadra gioca la Commissione Europea? Perché questo è tradimento. In tempi più semplici, Principi e Re sono volati fuori dalla finestra o finiti al patibolo per meno di così.

Mettiamo assieme un po' di misfatti di questa Commissione di cialtroni, e non è un elenco esaustivo, sto solo andando a memoria, vediamo:

  • quest'ultima decisione estorta al Parlamento su ChatControl;
  • l'espansione del riconoscimento facciale da parte della polizia di frontiera con la scusa del problema dei migranti;
  • il sacrificio degli interessi europei sull'altare di quelli statunitensi per quanto riguarda i dazi di Trump, l'Ucraina, la Russia, la Palestina e l'Iran, tutte crisi provocate dagli Stati Uniti e che danneggiano l'Unione;
  • il rifiuto di riconoscere che la NATO è ormai esclusivamente lo strumento di una politica estera statunitense antitetica agli interessi europei;
  • l'accettazione incondizionata dell'idea che l'Europa debba vedere l'incremento delle spese in armamenti come una priorità, ovviamente a tutto vantaggio dei produttori statunitensi, in assenza di una qualsiasi visione strategica, cioè per cosa e contro chi occorra spendere di più in armi;

e così via.

Ecco. Io vorrei cominciare a sentire qualcuno al difuori del Partito Pirata che queste questioni le prende a cuore, e mette all'ordine del giorno, guarda caso per la seconda volta, una mozione di sfiducia contro la von der Leyen e tutta la sua Commissione di russofobi e servi degli americani.

È ora che il Parlamento Europeo si dia una svegliata, e cominci a respingere a scarpate le infiltrazioni dei temi delle destre russofobe e dei servi degli USA nel cuore della politica europea. Non me ne frega niente se Merz deve far vedere che lui non è la Merkel.

Nel Parlamento Europeo ci sono menti di prima categoria, ma ancora troppi illusi che la situazione sia in un qualche modo ancora normale. Non lo è. La sola cosa si cui Statio Uniti, Russia e Cina sono d'accordo è che l'Unione Europea è un ostacolo alla loro oligarchia.

La risposta europea non può essere più spese militari, non è quello il terreno su cui possiamo avere un qualche peso. Il nostro peso è nelle nostre leggi, che gli oligarchi economici odiano come odiano ogni regola.

La risposta dell'Europa deve essere l'incremento, senza se e senza ma, delle capacità e delle azioni di enforcement delle regole che il Continente ha scelto di darsi, il GDPR, il DSA, il DMA, l'AI Act, e tutto il digital compact.
Su questo, poi, si può cominciare a parlare della tanto decantata sovranità digitale.

Sono stufo di leggere ogni giorno i piagnistei di oligopolisti sovvenzionati che passano per imprenditori geniali.

Voglio un'Europa che si svegli e dica con assoluta semplicità che, in Europa, le regole ce le scegliamo da soli.

E che quelle regole, in Europa, valgono per tutti.

Quindi auguro al Parlamento un'estate ritemprante. Perché a Settembre c'è da lavorare.

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Trump fischiato alla finale del Mondiale


La Spagna ha battuto l'Argentina 1-0 ai supplementari in New Jersey. Il presidente, fischiato dagli oltre 80mila spettatori, ha premiato la squadra del Paese che aveva definito "senza speranza"

La Spagna ha vinto il suo secondo Mondiale battendo l'Argentina 1-0 ai tempi supplementari nella finale giocata domenica al MetLife Stadium di East Rutherford, in New Jersey. A consegnare la coppa ai giocatori è stato il presidente Trump, che due settimane prima aveva definito gli spagnoli "senza speranza" e "cattive persone". Quando è comparso sul campo per le celebrazioni, dagli oltre 80mila spettatori sono arrivati fischi.

Fuori dal campo Trump non ha mai nascosto l'ostilità verso la Spagna: ha criticato più volte il Paese e il suo primo ministro Pedro Sánchez per la spesa militare, l'immigrazione e il mancato sostegno alla guerra degli Stati Uniti contro l'Iran. "Non voglio avere niente a che fare con la Spagna", ha detto questo mese a un vertice NATO in Turchia, chiedendo di tagliare i rapporti commerciali con Madrid e aggiungendo: "Sono senza speranza. Cattive persone". Domenica ha dovuto mostrarsi diplomatico: ha messo le medaglie al collo dei giocatori di entrambe le squadre mentre scendevano i coriandoli.

I fischi erano cominciati già prima della partita: molti tifosi lo hanno fischiato rumorosamente quando è stato inquadrato sui maxischermi dello stadio durante l'inno americano. Trump ha assistito alla finale con la moglie Melania e con il presidente della FIFA Gianni Infantino, seduto dietro un vetro antiproiettile e vicino alla presidente messicana Claudia Sheinbaum e al primo ministro canadese Mark Carney. Tra gli spettatori c'erano anche Sánchez, che ha visto la Spagna tornare campione del mondo per la prima volta dal 2010, e il sindaco di New York Zohran Mamdani. L'Argentina puntava a diventare la prima nazionale a difendere il titolo dai tempi del Brasile del 1962.

Era la seconda volta in meno di sei settimane che Trump si prendeva la scena a una grande finale nell'area di New York. L'8 giugno aveva assistito al Madison Square Garden all'unica sconfitta dei New York Knicks nelle finali NBA contro i San Antonio Spurs, prima che la squadra vincesse cinque sere dopo il primo titolo in 53 anni. Anche domenica la sua presenza ha portato misure di sicurezza aggiuntive, chiusure e traffico intorno allo stadio. Meno di un'ora prima del fischio d'inizio Marine One, l'elicottero presidenziale, ha sorvolato l'impianto in una passerella voluta dallo stesso presidente.

La FIFA, la federazione internazionale del calcio, aveva assegnato il torneo a Stati Uniti, Canada e Messico nel 2018, durante il primo mandato di Trump, e Los Angeles ospiterà le Olimpiadi estive nel 2028. Il presidente presenta questi eventi come parte di una rinascita sportiva americana, ma la sua influenza sulla FIFA e su Infantino ha alimentato diverse polemiche. Durante il torneo Trump ha usato il suo peso politico per far annullare la squalifica di una stella della nazionale americana, punita per un fallo nella vittoria sulla Bosnia ed Erzegovina: la pressione ha funzionato e ha provocato le proteste del Belgio, della federazione calcistica europea e di molti tifosi. Il Belgio ha poi battuto gli Stati Uniti 4-1.

A un ricevimento della FIFA alla Trump Tower, venerdì sera, Trump ha raccontato di aver chiesto lui stesso a Infantino di presentare un reclamo contro la squalifica e ha difeso l'esito della vicenda dicendo che "è molto meglio com'è andata perché non c'è polemica. Hanno vinto la partita e la nostra squadra aveva tutti i suoi giocatori". Nella stessa occasione ha proposto di riportare il Mondiale negli Stati Uniti: "Questa volta lasceremo fuori Messico e Canada", ha detto.

Prima della finale Trump ha elogiato Infantino ai microfoni di Fox Sports, ricordando di avergli risposto, quando gli propose l'idea del Mondiale americano, che era una follia perché "non siamo un Paese del calcio". "E invece si è scoperto che siamo un Paese del calcio", ha aggiunto, definendo il torneo "una cosa bellissima da vedere".


Trump dopo cinque mesi di guerra con l'Iran non sa come uscirne


La guerra tra Stati Uniti e Iran doveva durare tra le quattro e le sei settimane ed è arrivata alla ventesima. Il cessate il fuoco mediato dal presidente a giugno è collassato tra attacchi notturni reciproci, martedì è ripartito il blocco navale americano contro i porti iraniani e le stime interne del Pentagono indicano che il conflitto potrebbe costare agli Stati Uniti fino a 100 miliardi di dollari, il triplo della cifra riconosciuta finora in pubblico.

Lunedì il presidente aveva annunciato un pedaggio del 20% sui carichi delle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato per il petrolio del Golfo Persico, in cambio della protezione americana dagli attacchi iraniani. Martedì lo ha cancellato dopo le telefonate dei leader arabi del Golfo, che non volevano pagarlo. L'annuncio contraddiceva la posizione della sua stessa amministrazione, secondo cui i pedaggi erano una violazione del diritto internazionale. Trump ha coperto la retromarcia dicendo ai giornalisti che quei paesi faranno "massicci investimenti" negli Stati Uniti, senza dare alcun dettaglio.

Secondo un'analisi del New York Times, il presidente ha trovato nell'Iran un avversario che non si piega agli strumenti con cui ha ottenuto risultati altrove, dalle pressioni sugli alleati della NATO alle minacce di dazi contro i partner commerciali. "Ha incontrato un paese che non è disposto a giocare secondo le sue regole, cioè piegarsi, baciare l'anello e dirgli quanto è bravo", ha detto al giornale Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins University che ha consigliato presidenti e segretari di Stato sul Medio Oriente. "Non credo che abbia una strategia sull'Iran", ha detto Abbas Milani, direttore degli studi iraniani all'università di Stanford: "Affronta queste cose d'istinto e con due obiettivi contraddittori. Da una parte continua a dire di voler fare un accordo e rendere l'Iran un'economia fiorente, dall'altra minaccia di annientarne la civiltà".

A giugno, quando aveva firmato il cessate il fuoco, Trump aveva elogiato i negoziatori iraniani definendoli "persone molto razionali", "forti" e "intelligenti". La settimana scorsa li ha chiamati "feccia" e "gente malata". Ai giornalisti che gli chiedevano cosa fosse cambiato in tre settimane ha risposto: "Li ho conosciuti". La tregua era peraltro un accordo limitato: doveva fermare i combattimenti per 60 giorni per permettere di negoziare i nodi veri, a partire dal futuro del programma nucleare iraniano, e non ha retto nemmeno fino a quella scadenza.

La partita è ormai una gara di resistenza, secondo un'analisi del Wall Street Journal: ciascuno dei due paesi aspetta che l'altro ceda per primo. Trump vorrebbe chiudere prima delle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnovano la Camera e un terzo del Senato, e prima che i prezzi della benzina tornino a salire. Teheran scommette di poter resistere al blocco navale più a lungo, nonostante un'economia già in caduta libera, senza però provocare un'escalation che lascerebbe a Trump solo le opzioni militari più estreme. Il petrolio Brent, il riferimento internazionale, è salito martedì a 84,73 dollari al barile, in aumento di oltre l'11% in due giorni; all'inizio della guerra aveva superato i 100 dollari.

Negli ultimi due mesi le forze americane hanno scortato più di 800 navi lungo la rotta meridionale dello stretto, vicino alla costa dell'Oman. Con la fine della tregua le Guardie rivoluzionarie iraniane sono riuscite a colpire e mettere fuori uso alcune navi su quella rotta con missili e droni, uccidendo e ferendo membri degli equipaggi. Caccia, droni ed elicotteri americani intercettano gran parte dei colpi, ma quelli lanciati dalla costa iraniana a distanza ravvicinata arrivano troppo in fretta per essere fermati. Gli Stati Uniti hanno inoltre scorte limitate di intercettori, i missili che servono ad abbattere quelli iraniani, un vincolo che rende rischioso per Trump prolungare il conflitto.

La stima interna del Pentagono sul costo complessivo della guerra è tra 80 e 100 miliardi di dollari, ha rivelato NBC News, il triplo dei circa 30 miliardi comunicati finora al Congresso. La cifra comprende oltre 30 miliardi per ricostruire le basi americane danneggiate dagli attacchi iraniani, di cui quasi uno solo per le strutture in Bahrein, la sostituzione di più di 40 aerei colpiti e il ripristino delle scorte di munizioni. Il Pentagono, rimasto a corto di fondi, ha chiesto al Congresso uno stanziamento supplementare di 68 miliardi, ma i parlamentari finora hanno mostrato poco interesse ad approvarlo e accusano il Dipartimento della Difesa di nascondere i costi reali. "È molto frustrante per il popolo americano che non si riesca ad avere una risposta chiara su quanto costi questa guerra", ha detto il senatore indipendente Angus King.

"Finché non muoiono americani, l'Iran sarà una questione secondaria per la maggior parte degli americani", ha detto al New York Times Elliott Abrams, ex funzionario per la sicurezza nazionale in diverse amministrazioni repubblicane, secondo cui la guerra non ha travolto l'agenda del presidente. Per Aaron David Miller, ex negoziatore americano per il Medio Oriente, il precedente è invece quello di Jimmy Carter, la cui presidenza fu segnata dalla crisi degli ostaggi in Iran del 1979-81: "L'Iran ha consumato e macchiato l'eredità di un presidente e potrebbe benissimo macchiare o rovinare quella di un altro".


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Popolarità Trump, segnali contrastanti in mezzo a nuovi venti di guerra (19 luglio)


L'approvazione di Trump è altalenante, con i nuovi sondaggi che vanno in una direzione più negativa rispetto alle ultime settimane, in un quadro che rimane incerto e suscettibile di variazioni a seconda degli imminenti sviluppi dal Medio Oriente.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana si registrano segnali completamente contrastanti nella popolarità di Trump, con le medie analizzate che vanno in direzioni opposte: una in aumento, due in discesa, con un disallineamento complessivo non trascurabile.

Quel che è certo è che i numeri rimangono intorno a una quota che arriva fino al -17 di net rating; questo livello è migliore rispetto alla media degli ultimi mesi, ma sempre ben lontana dal compensare le ingenti perdite subite da inizio anno ad oggi.

Questa settimana sono state pubblicate rilevazioni da parte di importanti network, come Ipsos, Echelon Insights, CNBC News e Independent Center, che sono mediamente sopra o più vicine al -20, rispetto alle rilevazioni delle scorse settimane che offrivano numeri migliori.

La situazione per il tycoon continua ad essere negativa, seppur ampiamente migliore rispetto a Joe Biden nella media nello stesso punto del mandato: circa 7 punti in più.

Il net rating cresce leggermente rispetto ai minimi toccati nel recente passato, con il tasso di approvazione intorno al 40% nelle medie analizzate, ma con la disapprovazione che, in quest'ultima settimana, torna a salire e fa un balzello verso il 60%.

Nonostante i piccoli segnali di vita dell'ultimo periodo, questi numeri sono fino a sei-otto punti inferiori rispetto a prima della guerra in Iran.

Sul lungo periodo, è da verificare la tenuta di questo quadro: molto dipenderà dagli sviluppi del negoziato con l'Iran, ormai vicino al fallimento e che potrebbe ripercuotersi negativamente sui dati.

Ad ogni modo, il dato è decisamente superiore rispetto alla catastrofica media di Joe Biden nel luglio 2022; questo significa che l’approvazione di Trump non è la peggiore di sempre dopo diciotto mesi di presidenza. È di circa otto punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie registrano segni inversi: Focus America e il sito di Silver segnalano un peggioramento di circa un punto, mentre RCP registra un miglioramento della stessa consistenza; gli istituti, in questo modo, si posizionano a circa tre punti di distanza tra di loro nel complesso.

Come già accennato, dopo diciotto mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciotto mesi del suo primo mandato, ma al di sopra di quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 544 giorni di presidenza (-17,5 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, ad eccezione appunto di Biden, che con il suo -24,3 attraversava un periodo di grande sofferenza

Risulta indietro, come detto, rispetto al suo primo mandato, in cui era molto più popolare, a -9,6.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 40% e il 41%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 56%-57%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi dei negoziati di pace con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
9 rilevazioni di 9 istituti — 19 luglio 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 1 sondaggio
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 5 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 3 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 19 luglio 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 39,6% (-0,1) - 57,2% (+0,7). In totale un net approval arrotondato di -17,6 (-0,8).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 41,1% (+0,1) - 55,6% (-0,9). In totale un net rating di -14,5 (+1).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 39,8% (+0,6) - 57,3% (+1,5), con un net rating complessivo di -17,5 (-0,9). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

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Leggere meno, scegliere meglio


Nel diluvio digitale, il problema non è trovare qualcosa da leggere, ma capire cosa merita davvero la nostra attenzione.

Non saprei più ritrovarla, ma ricordo bene una massima che ho incrociato tempo fa su X. Diceva, più o meno, che la qualità di ciò che impari è inversamente proporzionale alla quantità di informazioni che consumi.

Detto altrimenti: se leggi, ascolti o guardi qualcosa in maniera compulsiva - libri, articoli, podcast, documentari, tutorial; il formato non cambia nulla - probabilmente non stai imparando. Ti stai intrattenendo.

È un pensiero potente, perché mette in discussione un principio a cui ho creduto a lungo: più informazioni accumuli, più diventi capace di pensare.

Oggi la vedo diversamente. Imparare non è una questione di quantità, ma di qualità. E soprattutto di ciò che fai con quello che incontri.

Aver introdotto il metodo Zettelkasten nelle mie routine di lavoro e di scrittura ha senza dubbio contribuito a farmi arrivare a questa conclusione. Una conclusione che sfida un assunto profondamente radicato nella mia educazione — e forse nella nostra.

«Vuoi diventare grande? Leggi libri», dice Marco Paolini nella scena de Il racconto del Vajont in cui spiega com’è nato il suo amore per la lettura.

Eppure, dopo essere stato per decenni un lettore onnivoro, oggi leggo meno. Non soltanto perché ho meno tempo e più cose da fare, ma perché ho imparato a selezionare ciò che merita davvero la mia attenzione: quello che vale la pena leggere, ascoltare o guardare.

Selezionare, del resto, è uno dei principi alla base del metodo Zettelkasten. Ed è anche un ottimo modo per stare a galla nel diluvio di contenuti a cui siamo esposti ogni giorno.

Riducendo quasi a zero il costo di produrre e distribuire informazione, la tecnologia digitale ha fatto esplodere il numero di contenuti disponibili.

Prima di adottare il metodo, mi capitava spesso di aprire la mia app di read it later - uso Reader e mi trovo da dio - e scorrere le centinaia di articoli salvati. Ne sceglievo uno, lo leggevo e alla fine avevo la sensazione di aver fatto il mio dovere contro l’istupidimento imperante.

La verità - lo avrai intuito - è che mi stavo soltanto intrattenendo.

Chiariamoci: non c’è niente di male nell’intrattenersi con i contenuti online. Io lo faccio ancora, e di continuo. Ho solo smesso di pensare che equivalga automaticamente a migliorarmi.

Oggi, quando decido di leggere qualcosa di significativo, non mi basta più arrivare in fondo. Devo trasformarlo in un appunto, inserirlo nella slipbox in cui conservo il materiale che mi servirà per scrivere e collegarlo agli appunti che contiene già.

Questo rende la lettura più attiva e meno pigra. E ne aumenta l’attrito.

È un attrito salutare, che ha fatto bene alla mia capacità di scrivere testi migliori e con maggiore costanza. Perché ridurre la distanza tra lettura e scrittura significa svolgere in anticipo una parte del lavoro.

Ma lo Zettelkasten mi aiuta a lavorare meglio su ciò che ho già scelto. Non mi dice necessariamente che cosa valga la pena scegliere.

Per questo serve un secondo filtro.

All’inizio di quest’anno ho letto Antifragile di Nassim Nicholas Taleb. È un libro divertente e provocatorio, che gioca a mettere in discussione molti dei luoghi comuni con cui spieghiamo il funzionamento delle persone, delle cose e del mondo.

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Esce ogni settimana, la domenica sera.

A un certo punto Taleb introduce la legge di Lindy.

Il nome deriva da Lindy’s, una gastronomia di New York in cui alcuni comici si riunivano per discutere le novità del mondo dello spettacolo. Nel 1964 Albert Goldman raccontò una convinzione diffusa tra loro: poiché ogni comico disponeva di una quantità limitata di materiale, un’esposizione mediatica troppo intensa avrebbe finito per abbreviargli la carriera.

Da quella storia Benoît Mandelbrot ricavò poi un principio diverso e più generale, che Taleb avrebbe esteso alle cose non deperibili: libri, idee, tecnologie, opere culturali.

Secondo la legge di Lindy, più a lungo qualcosa è riuscito a sopravvivere, più a lungo è ragionevole aspettarsi che continui a farlo.

Il fatto che leggiamo ancora Shakespeare, per esempio, è uno degli indizi più forti del fatto che le sue opere continueranno a essere lette. Non possiamo dire lo stesso del bestseller più chiacchierato del momento, che potrebbe scomparire dalla conversazione nel giro di pochi mesi.

Naturalmente, questo non significa che tutto ciò che è vecchio sia migliore, giusto o vero.

La durata non è un certificato di qualità. È un’informazione.

Un’idea che ha attraversato generazioni ha superato più prove di un’idea comparsa ieri nel nostro feed. Questo non la rende infallibile, ma le attribuisce una probabilità maggiore di restare rilevante.

Applicata al principio di selezione su cui si basa il metodo Zettelkasten, la legge di Lindy diventa così una bussola per decidere a cosa dedicare attenzione e che cosa trascurare senza troppi problemi o sensi di colpa.

Quando scelgo che cosa leggere, posso chiedermi non soltanto: mi interessa? Mi serve? Ma anche: da quanto tempo questa cosa riesce a restare rilevante?

Lo Zettelkasten mi costringe a elaborare ciò che leggo. La legge di Lindy mi aiuta a decidere che cosa merita di essere elaborato.

Questo non significa ignorare il presente o leggere soltanto classici. Significa smettere di trattare ogni novità come se avesse lo stesso diritto di entrare nella nostra testa.

Dentro il diluvio dei contenuti, il tempo è forse il miglior editor che abbiamo a disposizione. Non è infallibile, ma è molto più severo di noi.

Tu come scegli ciò a cui dedicare attenzione? E quanto conta, nelle tue scelte, il fatto che qualcosa abbia già resistito alla prova del tempo?

Sono curioso di saperlo: scrivimelo nei commenti.

💡
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Israele spende decine di milioni di dollari per influenzare l'opinione pubblica americana


Tra le strategie ci sono messaggi scritti con l'intelligenza artificiale, pagamenti ai media conservatori e un contratto da oltre 45 milioni di dollari con Brad Parscale, storico alleato di Trump

Il governo israeliano sta spendendo decine di milioni di dollari per provare a cambiare l'opinione pubblica americana, diventata sempre più critica per la gestione delle guerre a Gaza e con l'Iran. Secondo un'inchiesta del Wall Street Journal, la campagna usa strategie inedite: milioni di messaggi scritti con l'intelligenza artificiale, pagamenti diretti ai media conservatori e contenuti creati apposta per orientare le risposte dei chatbot. Il 60% degli adulti americani ha oggi un'opinione sfavorevole di Israele, secondo un sondaggio condotto a marzo dal centro di ricerca Pew Research.

Nei giorni scorsi il vicepresidente JD Vance ha accusato la campagna di influenza israeliana di voler far fallire i negoziati degli Stati Uniti per chiudere il conflitto con l'Iran. Alcuni funzionari israeliani stanno "manipolando e cercando di cambiare l'opinione pubblica americana per far proseguire la guerra all'infinito", ha detto Vance al podcaster Joe Rogan. Brad Parscale, storico alleato del presidente Trump e l'uomo al centro dell'operazione, ha negato qualsiasi tentativo di minare i negoziati: "La minaccia esistenziale per Israele è la disinformazione, da qualsiasi parte provenga", ha detto in una recente intervista.

L’inchiesta

La campagna da 730 milioni per riconquistare l’America


Messaggi scritti con l’intelligenza artificiale, pagamenti ai media conservatori, contenuti pensati per i chatbot: così il governo israeliano prova a invertire un consenso ai minimi storici negli Stati Uniti.

Grafica di FocusAmericaLuglio 2026

Opinione in caduta, spesa record

Il giudizio degli americani
0%

vs

La risposta di Israele
0mln $

degli adulti ha un’opinione sfavorevole di Israele (Pew, marzo 2026)
il budget 2026 per la diplomazia pubblica, quasi 5 volte quello del 2025

Adulti USA con opinione sfavorevole di Israele

In quattro anni gli sfavorevoli sono cresciuti di 18 punti percentuali.

I contratti
Quanto vale la macchina dell’influenza
Gli importi dichiarati nei registri FARA del Dipartimento di Giustizia americano, citati dal Wall Street Journal.

Il contratto di Parscale vale 10.000 volte il compenso versato alla società degli influencer evangelici Stefanie e Caleb Rouse.

Le tattiche
Quattro leve per orientare l’opinione
Strumenti inediti per una campagna di influenza dichiarata al governo federale.

SMS di massa
Messaggi scritti dall’AI
Milioni di americani hanno ricevuto SMS da mittenti fittizi come «Emma» o «Sarah», a nome di un gruppo, Friends for Peace, che non risulta esistere.

Media conservatori
Radio e podcast di Salem
Il contratto prevedeva di integrare «messaggi narrativi» nei canali del gruppo, con oltre 500.000 $ spesi in pubblicità.

Intelligenza artificiale
Contenuti per i chatbot
Siti come Allyvia.org sono costruiti per far comparire risposte più favorevoli a Israele in chatbot come ChatGPT e Claude.

Geofencing
Pubblicità nelle megachurch
Un piano da oltre 3 milioni di dollari per raggiungere circa 4 milioni di fedeli evangelici e studenti cristiani nel Sud-Ovest.

La rete
Una presenza dichiarata senza precedenti
L’attività di influenza per governi esteri va registrata per legge presso il governo americano.

6+
società ingaggiate da Israele nell’ultimo anno

30+
persone registrate come agenti stranieri per Israele


posto atteso nel 2026 per spesa dichiarata in influenza negli USA

Fonte: Wall Street Journal; Pew Research Center (sondaggio del 23–29 marzo 2026 su 3.507 adulti); Jewish Telegraphic Agency. Importi dai registri FARA del Dipartimento di Giustizia. Dati aggiornati a luglio 2026.

Israele ha stanziato per il 2026 un budget da oltre 700 milioni di dollari per "plasmare la coscienza" e migliorare l'immagine del paese nel mondo, come ha detto alla fine dell'anno scorso il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar. Nell'ultimo anno il governo israeliano ha ingaggiato almeno sei società per la campagna negli Stati Uniti e oltre trenta persone, molte delle quali professionisti del marketing, si sono registrate come agenti stranieri per conto di Israele, come impone la legge americana a chi fa attività di influenza per governi esteri. Quest'anno il paese è avviato a diventare quello che spende di più in attività di influenza dichiarate al governo federale americano, ha detto Nick Cleveland-Stout, un ricercatore che studia il lobbying straniero al centro studi Quincy Institute. Gli alleati di Israele sostengono che la campagna serva a contrastare quelle condotte dall'Iran e dal movimento filopalestinese.

Milioni di americani hanno ricevuto negli ultimi mesi messaggi da mittenti con nomi come Emma o Sarah, a nome di un gruppo chiamato Friends for Peace, con domande del tipo: "Come pensi che i colloqui di pace di Stati Uniti e Israele con l'Iran influenzeranno la sicurezza globale?". I testi sono scritti con l'intelligenza artificiale e sono una parte del contratto da oltre 45 milioni di dollari che il governo israeliano ha firmato di recente con Parscale. L'operazione è gestita da Sparkfire, una società pagata 6,5 milioni di dollari fino a metà maggio, che sostiene che i suoi messaggi basati sull'intelligenza artificiale producono conversazioni più efficaci delle campagne tradizionali. Friends for Peace però non risulta esistere né come organizzazione non profit né come società. Alla domanda se sia un'organizzazione reale, Parscale ha risposto: "Cosa definite come una vera organizzazione?".

Parscale ha lavorato alle campagne presidenziali di Trump del 2016 e del 2020 ed è diventato noto per l'uso di Cambridge Analytica, la società che raccoglieva i dati degli utenti di Facebook. Oggi non è più in contatto regolare con il presidente, ma mantiene legami con la famiglia Trump. Alla fine del 2024 è volato in Israele per proporsi al governo, dicendo ai funzionari che le aziende da lui fondate o partecipate erano "probabilmente la più grande realtà al di fuori di Fox News nella lotta contro la disinformazione e l'odio verso gli ebrei". Il suo contratto è molto più grande di quelli firmati da altri consiglieri di Trump con governi stranieri come Arabia Saudita, India e Qatar, che in genere pagano i lobbisti decine di migliaia di dollari al mese.

Il lavoro di Parscale è finito sotto esame anche per il suo ruolo di responsabile della strategia di Salem Media, un conglomerato di radio e podcast conservatori che ospita conduttori popolari come Hugh Hewitt, Scott Jennings e Lara Trump. Il suo contratto iniziale con Israele prevedeva la "integrazione di messaggi narrativi" nei canali del gruppo. "Com'è possibile che la seconda rete di talk conservatrice del paese sia gestita da un agente straniero registrato?", ha detto Steve Bannon, ex capo stratega di Trump e a sua volta conduttore di un podcast molto seguito. Salem e Parscale hanno risposto che i conduttori non vengono pagati per dire cose specifiche su Israele e che i soldi sono stati spesi in oltre 500.000 dollari di pubblicità sulla rete. Molti dei conduttori di Salem difendono Israele da tempo e a volte usano argomenti simili tra loro.

Il team di Parscale crea anche siti, post e link con contenuti pro-Israele progettati in parte per far comparire risposte più positive sul paese nei chatbot di intelligenza artificiale come Claude o ChatGPT. In alcuni casi i chatbot hanno citato tra le loro fonti siti costruiti dal gruppo di Parscale, come Allyvia.org, dedicato all'alleanza tra Stati Uniti e Israele. Uno degli obiettivi, ha detto Parscale, è capire quali siano le maggiori preoccupazioni degli americani su Israele e contrastarle, riferendo le risposte al governo israeliano.

Un gruppo chiamato Show Faith by Works ha depositato documenti con un piano per inviare messaggi pro-Israele ai frequentatori delle megachurch, le grandi chiese evangeliche americane, e agli studenti dei college cristiani. Il gruppo sosteneva di poter raggiungere circa quattro milioni di persone nel Sud-Ovest del paese con il geofencing, una tecnica che invia pubblicità mirata ai telefoni presenti in una determinata area. Il progetto, dal costo di oltre 3 milioni di dollari, prevedeva di creare "associazioni positive con la Nazione di Israele" e di collegare "la popolazione palestinese a fazioni estremiste". Indicava anche l'attore Chris Pratt e il cestista Stephen Curry come esempi di testimonial ideali, ma un portavoce di Pratt ha detto che l'attore non è mai stato contattato. Il fondatore Chad Schnitger ha detto in una email che il gruppo ha poi cambiato direzione e che il budget è andato in gran parte alla costruzione di un museo itinerante.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu corteggia gli influencer conservatori e li ha incontrati in almeno due delle sue recenti visite negli Stati Uniti. Il calo del sostegno degli americani a Israele "è correlato quasi al 100% con la crescita geometrica dei social media", ha detto a maggio alla CBS nella trasmissione "60 Minutes". Alcuni documenti indicano che Israele e i suoi agenti registrati hanno pagato società di influencer, senza specificare compensi per i singoli post: una società degli influencer evangelici Stefanie e Caleb Rouse ha ricevuto l'anno scorso 4.500 dollari da una società ingaggiata da Israele per "promozione strategica di marketing". Yoav Davis, fondatore dell'account Instagram @Jews_of_NY, seguito da 193.000 persone, gestisce una società di marketing sotto contratto con Israele per un lavoro che comprendeva la partecipazione a riunioni con un "team di gestione degli influencer": sul suo profilo interviene spesso nei dibattiti sulla guerra, senza dichiarare se Israele abbia pagato post o viaggi. Parscale è a sua volta investitore di Influenceable, una società che paga gli influencer per i loro post, ma ha detto di non averne ingaggiati per Israele.

Il presidente Trump stesso, secondo chi ha ascoltato i suoi commenti, ha parlato in alcune raccolte fondi private del calo del sostegno pubblico verso Israele. Per Bannon, comunque, l'intera operazione ha un limite di fondo: "Stanno cercando di vendere qualcosa che non si può vendere".


Vance accusa Israele: "Una campagna d'influenza per prolungare la guerra con l'Iran"


Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha accusato alcuni settori del governo israeliano di star finanziando una campagna d'influenza per orientare l'opinione pubblica americana e sabotare i negoziati con l'Iran. "Ci sono persone all'interno del loro sistema — lo sappiamo senza alcun dubbio — che stanno cercando di manipolare e modificare l'opinione pubblica americana per far continuare la guerra all'infinito", ha dichiarato durante una conversazione di tre ore con il podcaster Joe Rogan. "Non per raggiungere un obiettivo, ma semplicemente per prolungarla all'infinito".

Le accuse di Vance segnano una nuova escalation nella frattura, ormai sempre più pubblica, tra Washington e il suo principale alleato in Medio Oriente ed arrivano inoltre in un momento particolarmente delicato: il cessate il fuoco con Teheran, che lo stesso Vance ha contribuito a negoziare il mese scorso, si sta sgretolando ogni giorno che passa tra nuovi attacchi iraniani contro le navi commerciali e raid americani, proseguiti per il quinto giorno consecutivo.

Influenzare l'opinione pubblica americana


Israele ha stanziato centinaia di milioni di dollari per consolidare negli Stati Uniti il sostegno alla guerra e migliorare la propria immagine nel mondo. Uno dei contratti è stato affidato a Brad Parscale, già responsabile in passato della campagna elettorale di Trump: il Wall Street Journal ne quantifica il valore complessivo in 45 milioni di dollari, mentre i documenti depositati ai sensi del Foreign Agents Registration Act e citati da Time indicano un compenso di 1,5 milioni al mese.

Nella sua intervista, Vance ha richiamato proprio l'articolo di Time, secondo il quale una parte di quei fondi sarebbe stata impiegata per finanziare influencer online che lo avevano attaccato. "Quando apro Time e scopro che esiste una vera e propria campagna d'influenza straniera, finanziata per far naufragare l'accordo al quale stavo lavorando, e che molte delle persone pagate mi attaccavano in modo completamente disonesto, la mia risposta è: andate all'inferno", ha affermato il vicepresidente. Poi ha aggiunto: "Io rappresento prima di tutto gli americani".

Da parte sua, Parscale ha respinto le accuse sui social: "Le affermazioni secondo cui avrei attaccato il memorandum o l'Amministrazione Trump sono false. Non esiste un solo elemento di prova che dimostri che io abbia agito contro l'amministrazione".

La frattura generazionale nel mondo conservatore


Le parole di Vance acquistano particolare rilievo perché provengono dall'uomo che molti considerano l'erede politico di Trump e che il presidente ha incaricato di negoziare la fine del conflitto. Veterano della guerra in Iraq, il vicepresidente, 41 anni, ha costruito la propria carriera proprio sull'opposizione alle "guerre infinite": nel 2023, quando era senatore, si schierò contro gli aiuti all'Ucraina e all'inizio di quest'anno ha sostenuto la via diplomatica con l'Iran, salvo poi allinearsi a Trump quando il presidente ha deciso di intervenire militarmente.

Dietro il nuovo scontro si intravede però una frattura più profonda nel campo conservatore. Il sostegno a Israele, per decenni considerato un caposaldo della politica repubblicana, viene ora sempre più contestato da una generazione più giovane, convinta che gli interessi israeliani non coincidano necessariamente con quelli americani. L'attivista conservatore Bob Vander Plaats descrive un vero divario generazionale: la Generazione Z guarda a Israele soprattutto attraverso una lente politica, mentre gli elettori più anziani continuano a farlo attraverso una lente biblica.

Anche sui media conservatori questa frattura è ben presente: Tucker Carlson denuncia da settimane quella che definisce "la guerra di Israele", Megyn Kelly ha avvertito il proprio pubblico che nessun americano dovrebbe morire per un Paese straniero e lo stesso Rogan, che aveva sostenuto Trump nel 2024, ha rotto pubblicamente con il presidente dopo la decisione di entrare in guerra contro l'Iran.

La crescente irritazione di Trump


Anche Trump ha manifestato una crescente insofferenza nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, accusandolo di aver continuato le operazioni militari di Israele in Libano permettere a rischio i negoziati. Vance, da parte sua, non si aspetta che questi negoziati seguano un percorso lineare: "Sarà tutto complicato, con molte interruzioni e altrettante ripartenze".

La sua conclusione, tuttavia, non lascia spazio ad alcuna ambiguità: "In questo momento Israele sta perdendo la battaglia per l'opinione pubblica negli Stati Uniti d'America. È un fatto semplice ed evidente". E i sondaggi più recenti sembrano dargli ragione: secondo il Pew Research Center, il 62% degli americani ha un'opinione sfavorevole del governo israeliano, contro il 32% che lo giudica positivamente. Un sondaggio Quinnipiac rileva inoltre che il 48% degli elettori ritiene che Washington sostenga eccessivamente Israele, la quota più alta registrata dal 2017. Nello stesso sondaggio appena il 20% esprime un giudizio favorevole su Netanyahu.


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L'America verso destra o verso sinistra? Due studi danno risposte opposte


Uno studio su Scientific Reports mostra che dagli anni Quaranta la destra fa più figli della sinistra; un'altra analisi sostiene che ogni nuova generazione è più a sinistra in economia.

Negli Stati Uniti chi ha idee di destra fa abbastanza figli da rimpiazzare la propria generazione, chi ha idee di sinistra no e questa differenza è comparsa solo negli ultimi decenni. Lo sostiene uno studio pubblicato su Scientific Reports da due ricercatori dell'Università di Vienna, Martin Fieder e Susanne Huber, che hanno confrontato quanti figli hanno avuto diciassette generazioni di americani nati tra il 1898 e il 1982.

I dati vengono dalla General Social Survey, una grande indagine periodica sulla società americana condotta dall'università di Chicago. Per le generazioni più antiche l'orientamento politico non faceva quasi differenza: fino a chi è nato tra il 1943 e il 1947, destra, centro e sinistra avevano più o meno lo stesso numero di figli, con un massimo per chi è nato tra il 1933 e il 1937.

Dalla generazione nata tra il 1943 e il 1947 il quadro cambia in modo netto. Chi ha idee di destra continua a fare figli intorno o sopra la soglia di 2,1 per donna, il livello sotto il quale una popolazione, a lungo andare, tende a ridursi. Chi ha idee di sinistra scende invece molto sotto quella soglia. Il centro resta nel mezzo, appena al di sotto del livello di sostituzione.

Demografia · Ideologia

Più figli a destra, più idee a sinistra: le due forze che si contendono l’America
Chi ha idee di destra fa abbastanza figli da rimpiazzare la propria generazione, chi ha idee di sinistra no. Ma ogni nuova generazione nasce più a sinistra sull’economia: due analisi sugli stessi dati indicano futuri opposti.

Idee di destra
Sulla soglia o sopra
La generazione si rimpiazza

Idee di sinistra
Molto sotto
La generazione si assottiglia

0,0
Figli per donna
la soglia di sostituzione

Grafica di FocusAmerica 17 generazioni · nati 1898–1982

1

Figli per donna, per orientamento
Dai nati negli anni Quaranta, i destini si separano

Per mezzo secolo l’orientamento politico non faceva quasi differenza. Dai nati tra il 1943 e il 1947 il tronco si spezza: la destra resta sulla soglia che garantisce il ricambio, la sinistra scivola molto sotto.


2,1 sostituzione
Max
1933–37
La svolta
nati 1943–47
Destra, centro e sinistra insieme
Sotto la soglia la generazione si assottiglia
Destra
Centro
Sinistra

Nati nel 1898Nati nel 1982
Destra · sulla soglia o sopra Centro · appena sotto Sinistra · molto sotto

Schema qualitativo. Ricostruzione della relazione descritta dallo studio: l’unico valore fissato è la soglia di sostituzione (2,1 figli per donna).

2

Modello di Lande-Arnold
Cosa spinge, cosa frena il numero di figli

Gli autori applicano alla fecondità un modello nato nella biologia evolutiva per studiare la selezione naturale. Tre fattori tirano in direzioni diverse.

← Meno figliPiù figli →

Idee di destraEffetto in forte crescita

Il peso cresce con forza dai nati negli anni Sessanta: nelle generazioni recenti il legame tra idee di destra e figli è sempre più stretto.

IstruzioneEffetto costante

Legata in modo costante a un numero minore di figli, generazione dopo generazione: il freno più stabile del modello.

Frequenza in chiesaEffetto debole, in calo

Legata a un numero maggiore di figli, ma con effetto più debole. E man mano che cresce il peso delle idee di destra, quello della pratica religiosa cala.

Le lunghezze delle barre rappresentano l’intensità relativa degli effetti come descritta dallo studio, non coefficienti numerici.

3

Un divario che non vale per tutti
Il legame politica-figli riguarda solo i bianchi

Analizzando separatamente i due gruppi, il quadro cambia radicalmente.

Americani bianchi

Le differenze si allargano
Nelle generazioni recenti destra e sinistra si separano sempre di più: è qui che nasce il divario.

Americani neri

Nessuna divaricazione chiara
La fecondità scende in tutti i gruppi politici avvicinandosi alla soglia, senza il divario destra-sinistra.

Una possibile spiegazione degli autori: tra gli afroamericani le etichette di destra e sinistra sono intese in modo meno uniforme, e contano quindi meno nei comportamenti.

4

L’altra analisi, stessi dati
Sull’economia, ogni generazione è un gradino più a sinistra

Un indice costruito su cinque domande sul ruolo dello Stato nell’economia e sull’aiuto ai poveri mostra un aumento quasi costante della sinistra economica lungo l’ultimo secolo.


← Più a sinistra
sull’economia
Generazioni
più anziane
Generazioni più giovani

1
Le idee restano. Le persone non diventano più conservatrici invecchiando: mantengono più o meno le stesse opinioni economiche per tutta la vita.

2
A ogni età. I più giovani sono più a sinistra dei più anziani in ogni fase della vita, non solo da ragazzi.

La conclusione
Sul futuro dell’America, le forze demografiche si contraddicono
Stessa indagine, stessa premessa — il destino di un paese si legge nelle generazioni — ma direzioni contrarie.

Forza 1 · I figli
La destra si riproduce di più
Spinge a destra
Se il divario di fecondità dura nel tempo e l’orientamento passa in parte dai genitori ai figli, la composizione ideologica del paese può spostarsi lentamente verso destra.

Forza 2 · Le idee
Ogni generazione nasce più a sinistra
Spinge a sinistra
Sui temi economici ogni generazione è più a sinistra della precedente, e le opinioni non cambiano con l’età: chi nasce a sinistra, a sinistra resta.

Una forza conta i figli, l’altra misura le idee: spingono il paese in senso contrario.Studi osservativi — nessuno dimostra un rapporto di causa ed effetto

Fonte M. Fieder e S. Huber (Università di Vienna), Scientific Reports, su dati della General Social Survey (Università di Chicago). Diciassette generazioni di americani nati tra il 1898 e il 1982.

Per misurare quanto l'orientamento politico pesa sul numero di figli gli autori hanno usato un metodo nato nella biologia evolutiva per studiare la selezione naturale, il modello di Lande-Arnold. Il peso delle idee di destra sulla fecondità è cresciuto con forza a partire da chi è nato negli anni Sessanta: nelle generazioni più recenti il legame tra idee di destra e numero di figli è diventato sempre più stretto, tanto che gli autori parlano di una selezione che potrebbe favorire l'orientamento di destra col passare del tempo.

Nello stesso modello l'istruzione è legata in modo costante a un numero minore di figli, mentre la frequenza in chiesa è legata a un numero maggiore, con un effetto però più debole. E man mano che cresce il peso delle idee di destra, quello della pratica religiosa cala.

Il legame tra politica e figli vale però solo per gli americani bianchi. Analizzando separatamente bianchi e neri, gli autori trovano che tra i bianchi le differenze si allargano nelle generazioni recenti, mentre tra i neri non emerge una divaricazione chiara: la fecondità è scesa in tutti i gruppi politici avvicinandosi alla soglia di sostituzione, senza il divario destra-sinistra visto tra i bianchi. Una possibile spiegazione, secondo gli autori, è che le etichette di destra e sinistra siano intese in modo meno uniforme tra gli afroamericani e contino quindi meno nei loro comportamenti.

Se questa differenza di fecondità durasse nel tempo e se l'orientamento politico passasse dai genitori ai figli, cosa che secondo gli autori avviene in parte per educazione e in parte per via ereditaria, la composizione ideologica del paese potrebbe spostarsi lentamente verso destra. I due ricercatori avvertono però che si tratta di uno studio osservativo, che non dimostra un rapporto di causa ed effetto: non si può escludere che sia il diventare genitori a rendere più conservatori, non il contrario.

Un'altra analisi sui dati della stessa General Social Survey arriva a una conclusione opposta sul futuro ideologico degli Stati Uniti, guardando alle opinioni invece che ai figli. Chi l'ha condotta mostra che ogni nuova generazione è più a sinistra della precedente sui temi economici, una tendenza che alimenta il dibattito su una svolta a sinistra del paese.

L'indice usato combina cinque domande della stessa indagine sul ruolo dello Stato nell'economia e sull'aiuto ai poveri. Le opinioni economiche degli americani oscillano molto da un anno all'altro, spesso al ritmo di chi governa. Questo rende difficile leggerne l'andamento nel breve periodo.

Separando queste oscillazioni di breve periodo dalla tendenza di fondo delle generazioni, resta un aumento quasi costante della sinistra economica lungo l'ultimo secolo. Ogni generazione è più a sinistra sull'economia di quella che l'ha preceduta e non diventa più conservatrice invecchiando: le stesse persone mantengono più o meno le loro idee economiche per tutta la vita. I più giovani sono più a sinistra dei più anziani a ogni età.

Le due analisi condividono la stessa premessa, cioè che il destino di un paese si legge nelle generazioni più che negli umori del momento, ma indicano direzioni diverse. La prima misura quanti figli fanno le persone e conclude che la destra si riproduce di più. La seconda misura le idee economiche e conclude che ogni nuova generazione nasce più a sinistra. Sul futuro ideologico dell'America, le due forze demografiche spingono in senso contrario.


Per Bernie Sanders gli Stati Uniti sono vicini a una rivoluzione politica


Il senatore Bernie Sanders è convinto che gli Stati Uniti siano vicini a una "rivoluzione politica" e attribuisce questa speranza alla serie di vittorie dei socialisti democratici nelle primarie di tutto il Paese. Il senatore del Vermont, indipendente di 84 anni, ha affidato il messaggio a un video di circa dieci minuti pubblicato sui social nei giorni scorsi, alla vigilia del 4 luglio, il 250esimo anniversario della Dichiarazione di indipendenza.

"Credo che sia forse possibile che questo Paese sia sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo", ha detto Sanders nel video. Il senatore ha aggiunto di non avere "una sfera di cristallo" per dire cosa accadrà, ma di provare ottimismo per quello che ha definito un "crescente consenso" attorno alle idee della sinistra: "Penso che ci sia un consenso sempre più ampio sul fatto che la nostra agenda sia l'agenda del popolo americano".

A dargli fiducia sono soprattutto i risultati elettorali delle ultime settimane. Sanders ha citato la vittoria di Melat Kiros, socialista democratica di 29 anni, che martedì ha battuto la deputata Diana DeGette in una primaria democratica per la Camera in Colorado. DeGette era in carica da quindici mandati e Sanders ha definito quel risultato una "enorme vittoria a sorpresa". Il senatore ha ricordato anche New York, dove il mese scorso tre candidati sostenuti dal sindaco socialista-democratico Zohran Mamdani hanno vinto le primarie per la Camera. In California, poi, è stata ammessa alla scheda elettorale una proposta di tassa sui miliardari.

When I look at the recent progressive victories in Colorado and elsewhere, and the successful organizing campaigns sprouting up across the country, I believe we may be on the brink of the political revolution we have been fighting for. pic.twitter.com/gBRG2Jxu2q
— Bernie Sanders (@BernieSanders) July 2, 2026


Sanders ha ricordato la partecipazione alle manifestazioni del movimento progressista, dai raduni "Fight Oligarchy" contro il potere dei ricchi agli eventi "No Kings" contro il presidente Donald Trump, con quelle che ha descritto come "milioni di persone in tutto il Paese". Ha citato le campagne di organizzazione sindacale che nascono e riescono in tutto il territorio e il sostegno dell'opinione pubblica ai sindacati, secondo lui ai massimi storici.

Il senatore ha spiegato che il suo movimento non è mai stato una questione di una singola persona da eleggere alla Casa Bianca. "La nostra rivoluzione politica, il nostro movimento dal basso, non è mai stato incentrato sull'elezione di una persona a presidente degli Stati Uniti, non Bernie Sanders, non nessun altro", ha detto. "Siamo un movimento per eleggere progressisti a ogni livello, per un governo che rappresenti tutti noi e non solo l'uno per cento".

Da qui l'appello al Partito Democratico, con cui Sanders siede in Senato pur non essendone iscritto. Non basta opporsi a Trump, ha detto: serve un partito pronto a sfidare "l'avidità e l'ideologia degli oligarchi che oggi controllano la vita economica, mediatica e politica" del Paese. Ha poi elencato le misure che a suo avviso i democratici dovrebbero fare proprie: la sanità pubblica per tutti con il programma Medicare for All, l'aumento del salario minimo, il superamento della sentenza Citizens United, con cui nel 2010 la Corte Suprema ha di fatto rimosso i limiti alle spese elettorali di aziende e gruppi privati, la costruzione di "milioni" di alloggi a prezzi accessibili e la fine di quelle che ha chiamato "guerre infinite e orribili".

Le parole di Sanders arrivano mentre Trump cerca di mettere in luce le divisioni interne ai democratici dopo l'avanzata dei candidati di sinistra. In un messaggio sul suo social Truth Social il presidente ha attaccato i "comunisti senza Dio" e ha rimproverato i vertici democratici di non saper contrastare l'ala più radicale del partito. "Hanno paura di perdere le elezioni, hanno paura del conflitto", ha scritto Trump. "Non sono abbastanza intelligenti o abbastanza duri per combattere questa piaga".

Nei confronti di Sanders il presidente ha usato in passato parole molto dure, definendolo "comunista", "pazzo" e "svitato". In altre occasioni lo ha però elogiato: nel 2019 disse che il senatore "ha perso il suo momento", ma che gli piaceva perché sul commercio "in un certo senso sarebbe d'accordo" con lui. Il quadro che Sanders descrive si intreccia anche con il dibattito sull'identità dei socialisti democratici, un'area del movimento progressista che negli ultimi mesi ha guadagnato peso ma la cui collocazione politica divide gli stessi commentatori di sinistra.


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Obama non sostiene nessuno in Michigan, ma un gruppo legato ad AIPAC lo usa negli spot


I sostenitori di Haley Stevens hanno speso 5 milioni di dollari per uno spot del 2018 in cui l'ex presidente la elogia. I critici dicono che può ingannare gli elettori in vista del voto del 4 agosto

Barack Obama non ha dato il suo appoggio a nessun candidato nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan, ma chi guarda la televisione nello Stato potrebbe pensare il contrario. I gruppi che sostengono la deputata Haley Stevens hanno speso 5 milioni di dollari per trasmettere quasi 4.000 volte uno spot in cui l'ex presidente elogia il suo lavoro nella task force che salvò l'industria dell'auto durante la crisi finanziaria del 2008. Secondo AdImpact, la società che monitora la pubblicità politica americana, è lo spot politico più trasmesso in Michigan nell'ultimo anno.

Le primarie si tengono il 4 agosto e mettono di fronte Stevens, la candidata più moderata, e Abdul El-Sayed, l'ex responsabile della sanità pubblica di Detroit che corre da progressista contro l'establishment del partito. Chi vince sfiderà a novembre l'ex deputato repubblicano Mike Rogers, favorito per la nomination del suo partito, in un'elezione che i democratici devono quasi certamente vincere per sperare di riconquistare il Senato.

Lo spot riprende un comizio del 2018 in cui Obama sosteneva la prima candidatura di Stevens alla Camera. "Lei era lì. Era una parte fondamentale della mia squadra che ha aiutato l'industria americana dell'auto a ripartire", dice l'ex presidente nel filmato, riferendosi al ruolo di Stevens come capo di gabinetto della task force per il salvataggio dell'auto, l'operazione con cui l'amministrazione Obama evitò il fallimento di General Motors e Chrysler. A finanziarlo è United Democracy Project, un super PAC, cioè un comitato che può raccogliere e spendere fondi illimitati purché non si coordini con la campagna del candidato, alimentato da AIPAC, la principale lobby filo-israeliana degli Stati Uniti, che ha investito quasi 30 milioni di dollari a sostegno di Stevens. Un altro gruppo che la appoggia manda in onda uno spot simile, con lo stesso audio di Obama, che si chiude con la frase "Se il presidente Obama si fida di lei, mi fido anch'io".

I gruppi esterni che sostengono Stevens hanno speso in tutto più di 50 milioni di dollari, mentre El-Sayed, che rifiuta i soldi dei comitati aziendali, ha ricevuto meno di un milione in pubblicità esterna.

La strategia punta soprattutto agli elettori neri, che nelle elezioni di metà mandato del 2022 erano circa un quarto dell'elettorato democratico del Michigan. David Axelrod, veterano degli strateghi democratici ed ex consigliere di Obama, ha detto alla CNN che la popolarità dell'ex presidente nel partito spiega perché i candidati continuano a suggerire un suo sostegno anche quando non c'è. Axelrod ha definito "scaltro" l'uso dei vecchi filmati, "soprattutto in uno Stato dove fino a un quarto del voto delle primarie può arrivare dagli afroamericani". L'ufficio di Obama non ha voluto commentare.

Gli avversari accusano la campagna pubblicitaria di ingannare gli elettori. Denzel McCampbell, consigliere comunale di Detroit che sostiene El-Sayed, ha detto che diversi elettori pensavano che Obama avesse appoggiato Stevens dopo aver visto gli spot. La cosa lo preoccupa perché "questa potrebbe essere l'unica occasione in cui le persone si sintonizzano sulla corsa". Keith Williams, presidente del caucus nero del partito democratico del Michigan e sostenitore di Stevens, difende invece gli spot: "Di cosa si lamentano? Non è una bugia. L'ha detto davvero". Wendell Anthony, presidente della sezione di Detroit della NAACP, la storica organizzazione per i diritti civili degli afroamericani, ha riassunto così la questione: "Che l'abbia formalmente appoggiata o no, non l'ha non appoggiata".

La tattica non è nuova. Nel 2025 alcuni gruppi esterni hanno speso milioni in spot con Obama a favore del ridisegno dei collegi elettorali in California e Virginia. Alle primarie per il Senato dell'Illinois di marzo entrambe le principali candidate hanno usato vecchi elogi dell'ex presidente ripresi da campagne passate.

El-Sayed ha dalla sua la UAW, il principale sindacato americano dell'auto, che lo ha appoggiato a giugno definendolo "qualcuno di cui possiamo fidarci". Questa settimana il sindacato ha annunciato una diffida contro A Stronger Michigan, uno dei super PAC pro Stevens che non ha rivelato i propri donatori, accusandolo di aver usato senza autorizzazione il logo della UAW nei suoi spot. Per rivolgersi agli elettori neri El-Sayed ha diffuso una pubblicità che ricorda come nel 2024 sia stato il primo leader musulmano americano ad appoggiare Kamala Harris per la presidenza. Il suo rapporto con Obama è però più complicato: in passato ha scritto che la politica dell'ex presidente non era andata abbastanza a fondo, una critica che la campagna di Stevens usa contro di lui.

Il ruolo di AIPAC è l'altro punto di scontro della corsa, in un anno in cui il sostegno americano a Israele divide le primarie democratiche in tutto il Paese. Stevens è tra le democratiche più stabilmente filo-israeliane della Camera, sostiene gli aiuti militari a Israele e la soluzione a due Stati, anche se in campagna elettorale ha criticato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. El-Sayed critica la leadership israeliana e le campagne militari a Gaza e in Iran. In un dibattito ha detto che AIPAC spende contro di lui perché lo considera "il candidato più pericoloso per la relazione tra Stati Uniti e Israele". Un portavoce di United Democracy Project ha difeso gli spot con Obama definendoli "solo fatti".

Nei suoi spot El-Sayed schiera invece il senatore progressista Bernie Sanders e punta sull'entusiasmo dei volontari, dopo che quest'anno i candidati della sinistra hanno vinto una serie di primarie a New York. Williams però ridimensiona il paragone: "Il Michigan non è New York", ha detto, ricordando che si tratta di uno Stato in bilico dove la corsa "arriverà al fotofinish".


Abdul El-Sayed, il progressista che in Michigan corre contro entrambi i partiti


Abdul El-Sayed, 41 anni, ex direttore della sanità pubblica di Detroit, è in vantaggio di misura nella maggior parte dei sondaggi per le primarie democratiche del Senato in Michigan, in programma il 4 agosto. Quando è entrato in corsa nell'aprile del 2025 molti nello stato lo consideravano una comparsa: nel 2018 aveva perso le primarie per governatore con 22 punti di distacco. Un reportage di Time, che lo ha seguito per due giorni di campagna nella penisola superiore del Michigan, racconta come la sua corsa anti-establishment abbia sorpreso il partito, spinto fuori dalla gara la senatrice statale Mallory McMorrow e conquistato l'appoggio di Bernie Sanders, di Alexandria Ocasio-Cortez e della United Auto Workers, il principale sindacato dell'auto.

Al dibattito televisivo di Mackinac Island, il raduno primaverile dell'establishment politico dello stato, El-Sayed ha proposto una tassa del 7 per cento sul patrimonio dei miliardari, il Medicare for All, cioè un sistema sanitario pubblico universale, e un'applicazione più dura delle leggi antitrust contro le aziende che si accordano per alzare i prezzi. A un certo punto ha sfidato gli altri candidati ad alzare la mano se non avevano mai ricevuto un assegno da Blue Cross Blue Shield of Michigan, la più grande assicurazione sanitaria dello stato e sponsor del dibattito: è stato l'unico a farlo, tra le risate del pubblico. Accanto a lui c'era la deputata Haley Stevens, la candidata preferita di Chuck Schumer, il capogruppo democratico al Senato.

La corsa in Michigan è diventata un test della divisione tra i democratici sulla risposta al secondo mandato di Trump: una parte del partito sostiene che gli stati in bilico si vincono rassicurando gli elettori moderati, un'altra pensa che la prudenza sia diventata un ostacolo e che gli elettori vogliano candidati disposti a sfidare i poteri consolidati. Il seggio è cruciale, perché senza il Michigan la strada dei democratici per riconquistare il Senato si complica molto. L'ex presidente del partito democratico dello stato Lon Johnson, che appoggia Stevens, ha detto a Time che la base progressista del Michigan è consistente "ma non basta per vincere". El-Sayed risponde con la storia elettorale recente dello stato, che nel 2016 scelse Sanders alle primarie democratiche e poi votò per Trump, nel 2020 per Biden e nel 2024 di nuovo per Trump: per lui gli elettori non chiedono un centrismo calibrato ma qualcuno che scuota lo status quo. El-Sayed attribuisce parte della sua ascesa nei sondaggi anche alle proteste per la guerra con l'Iran, che a suo dire ha confermato il messaggio della campagna: i gruppi di interesse radicati distorcono la politica americana.

La linea di frattura principale della primaria è Israele. Stevens riceve un consistente sostegno finanziario dall'AIPAC, la principale lobby filoisraeliana americana, ed è favorevole a continuare la vendita di armi americane a Israele. El-Sayed dice che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza, un'accusa avanzata da diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani e respinta da Israele, dal governo americano e dagli altri paesi del G7. Il tema pesa in Michigan, lo stato con la più grande concentrazione di arabi e musulmani del paese: la rabbia delle comunità arabo-americane verso l'amministrazione Biden per la guerra a Gaza ha spaccato la coalizione democratica nel 2024, tra elettori rimasti a casa e altri passati a Trump. El-Sayed, che se eletto sarebbe il primo senatore musulmano nella storia degli Stati Uniti, pensa che molti di quegli elettori si possano riconquistare se il partito fa i conti con ciò che li ha allontanati.

Martedì, nel primo dibattito dopo il ritiro di McMorrow, Stevens ha risposto agli attacchi sui suoi legami con la lobby filoisraeliana ricordando le sue critiche recenti a Benjamin Netanyahu. Poche ore prima il primo ministro israeliano, informato di quelle critiche dalla CNN, aveva detto che Stevens "sta probabilmente cercando di giustificare l'antisemitismo". Per El-Sayed quell'attacco era in realtà un favore politico: Netanyahu, ha detto, non la stava attaccando davvero, ma cercava di allontanare da lei l'immagine di sostenitrice convinta delle politiche israeliane.

Gli avversari considerano l'alleanza con Hasan Piker la sua più grande vulnerabilità. Piker è uno streamer di sinistra che trasmette su Twitch, una piattaforma di dirette video, e ha più di 8 milioni di follower sui social: è stato criticato per aver detto che "l'America si è meritata l'11 settembre" e che voterebbe "per Hamas invece che per Israele ogni singola volta". El-Sayed ha fatto campagna con lui nei campus universitari del Michigan, dove le loro dirette hanno contribuito alla sua ascesa. Ha rifiutato più volte di prenderne le distanze: a Time ha detto che l'establishment non capisce quanto siano impopolari quegli attacchi e che molti elettori vedono in lui "un democratico che non finge".

Figlio di immigrati egiziani cresciuto a Bloomfield Hills, un sobborgo benestante a nord di Detroit, El-Sayed ha una laurea in medicina alla Columbia e un dottorato in sanità pubblica a Oxford, dove ha studiato da borsista Rhodes. È stato direttore della sanità di Detroit mentre la città usciva dalla bancarotta e poi della contea di Wayne, dove ha contribuito a un programma che cancellerà centinaia di milioni di dollari di debiti sanitari. A convincerlo a candidarsi è stato un messaggio della deputata progressista Rashida Tlaib all'inizio del 2025, quando il senatore democratico del Michigan Gary Peters decise di non ricandidarsi: "Habibi, questa sembra tua", gli scrisse.

La vittoria di Zohran Mamdani a New York a novembre ha trasformato la sua campagna, perché ha reso credibile l'idea che si potesse vincere. Mamdani gli aveva chiesto consigli prima di lanciare la propria corsa, ma El-Sayed respinge il paragone: "Non sono un socialista", dice, anche se molte delle sue proposte coincidono con l'agenda dei suoi sostenitori socialisti-democratici. Più che sostituire il capitalismo, che considera un buon modo di allocare le risorse su scala piccola e locale, vuole limitare le concentrazioni di potere che secondo lui lo hanno distorto.

Il probabile candidato repubblicano, l'ex deputato Mike Rogers, lo attacca da più di un mese con video che lo definiscono estremista e disonesto, dedicando molta meno attenzione a Stevens: un segno che i repubblicani lo considerano l'avversario più plausibile a novembre. La portavoce del comitato repubblicano per il Senato ha detto che El-Sayed vuole esportare in Michigan il "corridoio comunista" di New York. Molti democratici temono che quel bagaglio politico sia facile da sfruttare, ma El-Sayed prevede di battere Rogers di 7 punti. Del suo stesso partito non pensa molto meglio: sui democratici che hanno abbandonato la richiesta di abolire l'ICE, l'agenzia federale che si occupa delle espulsioni degli immigrati, risponde che "molti democratici sono deboli e codardi". E di Schumer, che sostiene Stevens, dice che dopo la vittoria alle primarie dovranno incontrarsi, ma che per quell'incontro ha "molto poco interesse".


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Accuse di aggressione agli agenti dell’immigrazione, quasi un caso su due crolla in tribunale


L’inchiesta del New York Times su 558 incriminazioni: tra i procedimenti conclusi, il 46% è terminato con assoluzioni o archiviazioni e soltanto 4 imputati sono stati condannati in dibattimento. I giudici denunciano prove distrutte e accuse prive di fondamento.

L’Amministrazione Trump ha incriminato più di 550 persone per aggressione od ostruzione agli agenti federali impegnati nella campagna di espulsioni di massa. Quasi la metà dei procedimenti già conclusi, tuttavia, si è dissolta in tribunale. È quanto emerge da un’inchiesta del New York Times, la più completa condotta finora, basata sugli atti di ogni singolo caso, sulle trascrizioni delle udienze, su interviste e su decine di filmati degli arresti.

I numeri descrivono un’anomalia macroscopica per gli standard della giustizia federale americana. Delle 558 persone incriminate, 191 hanno visto cadere le accuse e 22 sono state assolte da una giuria; soltanto 4 sono state condannate al termine di un processo. Altre 246 hanno patteggiato, mentre 95 procedimenti sono ancora pendenti. Il Dipartimento di Giustizia ottiene normalmente una condanna o un patteggiamento in oltre il 90% dei procedimenti penali federali: il bilancio di questa campagna è lontanissimo da quella soglia.

Al centro della fallimentare strategia giudiziaria c’è una disposizione un tempo applicata di rado, la sezione 111 del Titolo 18 del codice federale, che prevede pene fino a 20 anni di carcere per chi aggredisce o ostacola con la forza un pubblico ufficiale. L’Amministrazione ne ha adottato un’interpretazione estensiva per arrestare chi intralciava le operazioni dell’ICE e della Border Patrol, al punto che durante alcune colluttazioni gli agenti gridavano “18 U.S.C. 111”.

Stati Uniti · Espulsioni di massa

Incriminati per aggressione agli agenti, ma in tribunale le accuse crollano


L’Amministrazione Trump ha incriminato 558 persone per aggressione od ostruzione agli agenti federali impegnati nelle espulsioni di massa. Quasi la metà dei procedimenti già conclusi si è dissolta davanti ai giudici, secondo un’inchiesta del New York Times.

Grafica di FocusAmerica

Il bilancio della campagna giudiziaria

Persone incriminate
558

Condanne in giudizio
4

per aggressione od ostruzione agli agenti federali
al termine di un processo con giuria

Alla base c’è la sezione 111 del Titolo 18 del codice federale: fino a 20 anni di carcere per chi aggredisce o ostacola con la forza un pubblico ufficiale. Una norma un tempo applicata di rado, oggi usata in modo estensivo contro manifestanti e immigrati.

Gli esiti

Come sono finiti i 558 procedimenti


Il conteggio del New York Times, basato sugli atti di ogni singolo caso, sulle trascrizioni delle udienze e su decine di filmati degli arresti.

Il confronto

Un bilancio lontanissimo dagli standard federali


Quota di procedimenti conclusi con una condanna o un patteggiamento.

Il 54% è calcolato sui 463 procedimenti già conclusi della campagna, esclusi i 95 ancora pendenti.

I casi persi

Perché le accuse non hanno retto


Le dinamiche ricorrenti nei 213 procedimenti persi o abbandonati dal governo.

Conteggi minimi documentati dall’inchiesta; le categorie possono sovrapporsi.

Fonte: The New York Times, luglio 2026 Procedimenti ex 18 U.S.C. § 111

Filmare gli agenti è diventato un reato


L’analisi dei 213 procedimenti persi o abbandonati dal governo rivela dinamiche ricorrenti. In decine di episodi, filmati e atti processuali mostrano che furono gli agenti a ricorrere per primi alla forza, con spinte, placcaggi o spray al peperoncino. Numerosi imputati sono stati assolti dopo aver invocato la legittima difesa. In oltre 100 casi, inoltre, i procuratori non hanno neppure sostenuto che gli agenti fossero rimasti feriti.

In almeno altri 7 episodi, le lesioni attribuite agli imputati erano state in realtà provocate dagli stessi agenti o dai loro colleghi. Un giudice, per esempio, ha respinto le accuse contro un immigrato dopo aver accertato che l’agente si era ferito con i frammenti del finestrino che aveva sfondato personalmente.

Almeno 25 persone sono state incriminate soltanto per aver filmato o seguito gli agenti, senza che venisse contestato loro alcun contatto fisico. In 65 casi i procuratori hanno ritirato o ridimensionato le accuse prima ancora della scadenza fissata per presentare le prove a un gran giurì o a un giudice.

Secondo diversi ex procuratori federali, una ritirata tanto rapida indica che quei procedimenti non avrebbero mai dovuto essere avviati. “Sembra emergere uno schema di accuse presentate senza alcun fondamento”, ha dichiarato al New York Times Jimmy L. Arce, ex procuratore federale di Chicago, secondo il quale alcuni imputati si sono visti “criminalizzare la libertà di parola”.

Prove distrutte e fatti travisati


In più di 30 occasioni i giudici hanno censurato la condotta del governo, definendola “flagrante”, “in malafede” e “scioccante per il senso universale di giustizia”. Due magistrati hanno accertato persino la distruzione intenzionale di prove.

A Laredo, un agente ha costretto una diciannovenne americana a cancellare definitivamente le fotografie scattate con il telefono. In California, invece, gli agenti hanno fatto riparare un veicolo che la difesa aveva chiesto di conservare intatto per sottoporlo a una perizia.

Il Dipartimento di Sicurezza Interna ha respinto le contestazioni. Secondo la portavoce Lauren Bis, l’aumento delle incriminazioni riflette “un massiccio incremento delle violenze e delle minacce contro le forze dell’ordine federali”. Gregory Bovino, ex comandante della Border Patrol e promotore delle tattiche più aggressive contro manifestanti e immigrati, è andato oltre: a suo giudizio, i procuratori che hanno lasciato cadere le accuse sono stati troppo timidi e “si è stati fin troppo cauti nel decidere chi incriminare”.

L’inchiesta documenta anche alcuni casi di effettiva violenza. Uno dei 4 uomini condannati da una giuria, per esempio, aveva trascinato per una novantina di metri un agente rimasto con un braccio incastrato nel finestrino della sua automobile. Ma, secondo il New York Times, il quadro complessivo suggerisce che il ricorso alla norma sia servito meno a proteggere gli agenti che a fornire una copertura legale all’intimidazione di manifestanti e immigrati.

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Tonni col Paracadute


Tra le varianti della pesca in drifting, vengono sempre prese in esame l'ancora o la deriva, ma dal Golfo di Napoli arriva una terza alternativa di origine professionale, da anni adottata anche dagli sportivi: il paracadute.
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foto in alto: il tonno è in assoluto la preda più ambita dei nostri mari, possente, instancabile e potente è in grado di mettere a dura prova anche il pescatore più esperto e navigato, specialmente se si tratta di un esemplare di taglia considerevole come questo, in apertura, catturato dall’autore.

Il drifting al tonno ha origini nel del Golfo del Leone in Francia e nasce con la barca ancorata. Da quel mare i pionieri del big game italiano l’hanno importato nelle acque antistanti la foce del Po, ricalcandone la tecnica e praticandola ancorati, nonostante la sensibile differenza di profondità. Nel frattempo nasceva una scuola parallela con la variante di pescare con la barca senz’ancora: ovvero trasportata dalla corrente e/o dal vento. Negli anni a seguire le due scuole si sono divulgate in tutt’Italia dividendo gli amanti di questa tecnica tra coloro che ritengono più valida la pesca all’ancora e chi pesca rigorosamente scarrocciando. Negli ultimi anni però è nata una terza corrente di pensiero che nasce nelle acque del golfo di Napoli. In questa regione infatti, a causa delle elevate profondità (raramente si pesca a meno di 200 metri di fondo) risulta molto impegnativo ancorare la barca, quindi l'unica alternativa sarebbe pescare in deriva, con il rischio di avere vento o corrente forti e quindi scarrocciare troppo velocemente. Queste difficoltà hanno ingegnato le fervide menti dei partenopei, facendogli studiare un sistema di pesca in drifting del tutto singolare: la pesca con il paracadute.
Quando l'attesa viene rotta dall'urlo interminabile del mulinello, tutta la noia passa per lasciare il posto all'adrenalina e questo ripaga ampiamente tutte le uscite a vuoto.
Deriva e ancora - La pesca ancorati e quella in movimento si differenziano notevolmente, soprattutto per quanto riguarda l’andamento della pastura e presentano entrambe vantaggi e svantaggi. Spesso chi è alle prime armi non si rende conto di ciò che accade durante la pasturazione e soprattutto dove va la scia di sardine, ma è un fattore importantissimo. La pesca senz’ancora è sicuramente più semplice e chiunque si a vicini al drifting lo fa pescando con la barca in movimento. In questa variante la barca viene trasportata più o meno velocemente dalla risultante di vento e corrente. Essendo l’opera morta molto maggiore rispetto a quella viva però, in genere è il vento ad essere dominante nella direzione della barca, rispetto alla corrente. Questo determina che la barca si muova nella direzione del vento e le lenze si stendano in direzione opposta. In questa situazione si noteranno le sardine della pastura andare verso le esche e tutto il contesto darà l’idea di creare una scia lunghissima pari allo spazio coperto dalla barca in movimento. In realtà è la barca ad allontanarsi dalla pastura, la quale gettata in acqua rimane più o meno dove sta, prendendo poi la direzione della corrente a noi ignota. Se la barca invece che essere spostata dal vento, vene spinta dalla corrente, la pastura potrebbe addirittura scendere di qualche metro per poi prendere la stessa direzione della barca e seguirla, percorrendo entrambi la direzione della corrente. Questo spesso porta i tonni sotto barca a 40-50 metri, perché la pastura affondando segue la barca e vi si pone sotto la perpendicolare. La pesca con la barca in movimento si basa sul concetto di compiere molta strada, aumentando le possibilità che un tonno incroci la scia di pastura e le segua fino alle esche. La pesca ancorati è diametralmente opposta. Quando la barca viene ancorata la prua si dispone controvento o controcorrente, a seconda dell’intensità del vento e di quanto questi sia dominante nei confronti della corrente. Le lenze si allontanano dalla barca portate dalla corrente e nella stessa direzione naviga la pastura. In questa situazione la pastura cammina lungo la corrente, qualsiasi direzione essa prenda, creando una scia lunga e omogenea che se incrociata dai tonni, li porta quasi sicuramente sulle esche.

Il paracadute - Le origini di questo sistema di rallentamento della barca sono sicuramente da ricercare tra i professionisti che anticamente pescavano i tonni con il cordino a mano. Trovandosi di fronte a condizioni impossibili da superare con i comuni sistemi di rallentamento (ancore galleggianti) hanno provato a rallentare la barca con un paracadute del tipo militare. Tale sistema, risultato da subito di grandissimo effetto, è stato poi acquisito dai pescatori sportivi napoletani e sorrentini, tra cui il compianto Giacomo Bot e Francesco Russo, precursori della pesca al tonno in queste acque.

Come funziona - Spesso il termine “paracadute” indica le ancore galleggianti di grande diametro, in questo caso ci troviamo di fronte a un vero e proprio paracadute circolare, con 30 cordini. Questo sistema però non funziona come un'ancora galleggiante la quale rallenta lo scarroccio della barca trascinata dalla risultante di vento e corrente. Il paracadute calato a diversi metri di profondità prende la corrente di mezzo-fondo e trascina la barca nella direzione di tale flusso d'acqua. Con la pratica si è visto che la sua portanza è tale da vincere la forza del vento e della corrente superficiale e far procedere la barca con una direzione ben precisa, che poi è quella che prenderà la pastura.
Il disegno esemplifica la situazione tipica, come descritta nel testo.
Paracadute a mare - Per chi pesca le prime volte a drifting con il paracadute, riuscire a capire ciò che sta succedendo sott'acqua non è sempre facilissimo, tutt’altro. Il paracadute viene calato in mare dalla parte opposta rispetto al culmine dei cordini e trascinato in acqua per eliminare le bolle d'aria dal suo interno, finché affonda. Da questo lato c'è una cimetta di recupero con un parabordo che sta in superficie. Quando è ben steso e non sono presenti bolle d'aria al suo interno lo si abbandona per poi fissarlo alla barca dal lato opposto (ovvero dalla parte dove in teoria dovrebbe esserci il vero paracadutista) mediante una cima lunga 25-50 metri che reca alla fine una piccola boa per il successivo abbandono in mare in caso di ferrata del tonno. Il paracadute affonda e si gonfia con la corrente, fino ad assumere un assetto ottimale. A questo punto questo grande ombrello prende la corrente di mezzo-fondo e trascina la barca nella stessa direzione.

La pesca - Pescando con il paracadute il primo effetto che si nota è l'andamento della pastura. Al contrario della “pesca ancorati” in cui la pastura si allontana dalla barca in corrente e della “pesca in deriva” in cui la barca si allontana dalla pastura perché trascinata dal vento, con il paracadute barca e pastura procedono alla stessa velocità della corrente. In questo modo si vedranno cadere le sarde sotto la perpendicolare della barca oppure trascinate via dalla corrente di superficie per poi tornare sotto la barca con la corrente di mezzo-fondo. Questa situazione crea un'ampia area pasturata sotto la barca, una nuvola che si muove con la corrente e con la barca. In questo modo si creano delle condizioni del tutto particolari per attirare i tonni nell'area pasturata, dove trovano le esche con l'amo. Un altro grande vantaggio che si ottiene pescando con il paracadute è che le lenze procedono alla stessa velocità di barca e corrente e non devono vincere l'attrito dell'acqua per affondare. Di conseguenza bastano zavorre leggerissime per posizionarle in pesca anche a 70-80 metri con il duplice vantaggio di avere dei complessi pescanti molto morbidi e fluttuanti nell'acqua.

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La primaria Dem per il governatore del Wisconsin è nel caos a un mese dal voto


La vicegovernatrice Rodriguez si è ritirata dopo lo scandalo sui conti della campagna: in testa restano la socialista Francesca Hong e Mandela Barnes, i centristi temono di perdere una corsa vincibile

La primaria democratica per la carica di governatore del Wisconsin è precipitata nel caos a meno di un mese dal voto dell'11 agosto. Venerdì la vicegovernatrice Sara Rodriguez, considerata tra le favorite, si è ritirata dalla corsa dopo una settimana di scandalo sui conti della sua campagna. La sua uscita lascia in testa ai sondaggi la deputata statale socialista-democratica Francesca Hong insieme all'ex vicegovernatore Mandela Barnes, uno scenario che allarma l'ala centrista del partito, convinta che una candidata così a sinistra rischi di far perdere ai democratici un'elezione considerata vincibile.

Lo scandalo che ha travolto Rodriguez è emerso nel giro di pochi giorni. La settimana scorsa la vicegovernatrice ha licenziato la sua responsabile di campagna, Kara Spencer, accusandola di aver gonfiato per mesi i dati sulle donazioni per centinaia di migliaia di dollari. Rodriguez ha raccontato in conferenza stampa di aver capito che qualcosa non andava quando alcuni spot televisivi già programmati non sono mai andati in onda: alcune fatture non erano state pagate e le contribuzioni erano state contate due volte, facendo sembrare la campagna molto più ricca di quanto fosse. Il rendiconto depositato mercoledì ha mostrato appena 35.000 dollari in cassa a fine giugno e un tentativo di correzione del giorno dopo ha generato altra confusione, facendo comparire per qualche ora oltre 600.000 dollari poi spariti di nuovo. Un legale della campagna ha segnalato il caso alla commissione etica del Wisconsin. "Sono profondamente ferita e tradita da quello che è successo", ha detto Rodriguez nel video con cui ha annunciato il ritiro, spiegando di non voler far diventare i suoi problemi finanziari "una nube su un'elezione che i democratici devono vincere".

La posta in gioco per il partito è alta. I democratici non controllano insieme la carica di governatore e le due camere statali del Wisconsin dal 2010 e il clima politico nazionale, favorevole all'opposizione, rende questa la loro migliore occasione da anni in uno Stato dove le elezioni si decidono spesso per pochi voti. Il vincitore della primaria affronterà con ogni probabilità il deputato repubblicano Tom Tiffany, che non ha sfidanti interni e aspetta il nome dell'avversario con quasi 3 milioni di dollari in cassa.

Hong, 37 anni, deputata statale di Madison ed ex proprietaria di un ristorante di ramen, è passata in pochi mesi da candidata semisconosciuta a prima nei sondaggi, sull'onda del momento favorevole che i socialisti democratici stanno vivendo in tutto il partito. In un'intervista a Politico ha respinto i dubbi sulla sua eleggibilità, indicando come prove della sua forza la rete di volontari, l'entusiasmo online e un programma centrato sull'abbassamento dei prezzi e sui limiti alla costruzione di data center. "La persona più eleggibile è quella che prende più voti", ha detto.

I centristi temono però il materiale che Hong offrirebbe agli avversari. In passato ha chiesto sui social l'abolizione della polizia, posizione da cui è poi tornata indietro, si è rifiutata di recitare il giuramento di fedeltà alla bandiera nelle sedute legislative e a maggio ha detto che il suo "mondo perfetto sarebbe un mondo senza prigioni". I repubblicani puntano già su di lei: l'associazione dei governatori repubblicani ha investito 2 milioni di dollari in spot televisivi che rilanciano i suoi vecchi appelli ad abolire l'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione, con l'obiettivo di farla conoscere e favorirne la vittoria nella primaria, mentre Tiffany ha scritto su X che "i socialisti hanno messo gli occhi sul Wisconsin".

Nemmeno Barnes rassicura del tutto il partito. L'ex vicegovernatore è in testa nei sondaggi insieme a Hong e il suo sondaggista sostiene che la corsa sia ormai a due, citando rilevazioni che lo danno avanti su Tiffany in un eventuale duello di novembre. Nel 2022 però Barnes ha perso per un punto la corsa al Senato contro il repubblicano Ron Johnson, dopo una campagna martellante contro le sue posizioni progressiste, un precedente che pesa ancora. Il governatore uscente Tony Evers, di cui è stato il vice, non lo ha appoggiato pubblicamente.

La sfiducia verso i due candidati in testa ha spinto una parte del partito a cercare un'alternativa. David Crowley, capo dell'amministrazione della contea di Milwaukee, si era ritirato meno di due settimane fa appoggiando Rodriguez, ma venerdì sera ha annunciato a Politico il suo rientro in corsa, con un comizio fissato per sabato alle 11 ora locale (le 18 in Italia). Secondo alcuni strateghi democratici, Evers starebbe valutando di sostenerlo. Altri dirigenti del partito considerano però la mossa poco realistica per i tempi strettissimi e temono che tolga voti soprattutto a Barnes, rendendo più facile la vittoria di Hong in un campo già affollato, dove restano anche la senatrice statale Kelda Roys e Joel Brennan, ex membro del governo statale di Evers, entrambi indietro nei sondaggi.

Nessuno dei candidati ha le risorse per approfittare davvero del vuoto lasciato da Rodriguez. Secondo i rendiconti del primo semestre, Hong e Roys hanno poco più di 400.000 dollari in cassa, Brennan 360.000, Crowley 315.000 e Barnes appena 204.000, nonostante abbia raccolto più fondi di tutti.


I socialisti Dem non sono mai stati così forti come ora


I socialisti americani non hanno mai avuto così tanto potere politico come oggi. Il mese scorso diversi parlamentari democratici in carica a New York e in Colorado hanno perso le primarie contro sfidanti della sinistra socialista, il prossimo sindaco di Washington DC dovrebbe essere un socialista e Bernie Sanders parla di un movimento "sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo". Un'analisi pubblicata sul New York Times ricostruisce due secoli di storia del socialismo americano per spiegare la novità di questa fase: per la prima volta i socialisti non corrono con un proprio partito, ma dentro quello democratico.

Il presidente Trump ha detto il mese scorso che il successo dei politici socialisti-democratici è "la minaccia più seria per il nostro paese dalla sua nascita" e lo ha paragonato a "una forma incontrollabile di cancro". Anche una parte dei vertici democratici li respinge: il deputato del New Jersey Josh Gottheimer ha detto che "se sei socialista, non sei un democratico", mentre un gruppo di deputati moderati ha firmato una lettera in cui dichiara "siamo capitalisti, non socialisti", nel timore che il partito appaia estremo e perda negli stati e nei collegi contendibili. I nuovi candidati hanno posizioni scomode per i dirigenti, come la fine di tutte le espulsioni di immigrati e lo stop agli aiuti militari a Israele.

Stati Uniti · La nuova sinistra
Due secoli di sconfitte da soli, ma ora i socialisti vincono presentandosi come democratici

Dalla comune utopista del 1825 al 6% di Eugene Debs, il socialismo americano non ha mai sfondato con un proprio partito. La nuova generazione ha cambiato strategia: candidarsi nelle primarie democratiche. E ha iniziato a vincere, da New York a Washington DC.
Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

Inizio anni 2000
5.000

Luglio 2026
120.000

Iscritti alla DSA,
la principale organizzazione socialista

Iscritti oggi: il massimo
nella storia americana

Il 4 luglio la Democratic Socialists of America ha superato il primato del partito di Debs, fermo dal 1912: mai il socialismo americano era stato così grande

Esplora l'analisi
ILa nuova strategia IIDue secoli di storia IIIPerché solo ora IVLo scontro interno

Il cambio di metodo
Fuori dal partito si è sempre perso, dentro si comincia a vincere
Per oltre un secolo i socialisti americani hanno corso con liste proprie, senza mai avvicinarsi al potere. Oggi quasi tutti i membri della DSA si candidano nelle primarie del Partito Democratico — ed è questa la vera novità storica.

Prima · 1901–2016
Con un proprio partito
6%
Il miglior risultato di sempre a livello nazionale: Eugene Debs alle presidenziali del 1912

Debs si candida cinque volte alla Casa Bianca, senza mai andare oltre
Le uniche vittorie arrivano nelle città, come Milwaukee

Oggi · 2025–26
Dentro le primarie democratiche
New York · Colorado · Washington DC
Dove i candidati socialisti hanno battuto alle primarie i democratici in carica nell'ultimo anno

A New York il sindaco Mamdani è arrivato dalle primarie democratiche
A Washington DC il prossimo sindaco dovrebbe essere un socialista

È la prima volta che un'organizzazione socialista di massa ha membri che quasi tutti decidono di candidarsi da democratici, invece che con una propria lista Michael Kazin · storico, Georgetown University

Dalla comune utopista alle primarie
Come il socialismo americano è arrivato fin qui
Tocca le tappe per leggere che cosa è successo. Le idee socialiste sono riemerse a ogni crisi, ma il movimento non ha mai avuto un partito vincente: la svolta è arrivata cambiando casa.

1825
New Harmony, l'utopia che fallisce in pochi anni

Robert Owen, industriale gallese del cotone inorridito dalle fabbriche inglesi dove bambini di 6 anni lavoravano 16 ore al giorno, fonda in Indiana una comunità dove tutto è condiviso. Si dissolve rapidamente.

1901
Nasce il Partito Socialista d'America

Mette insieme agricoltori delle Grandi Pianure, ebrei laici di New York e artigiani del Midwest, uniti dal rifiuto del grande capitale.

1912
Il tetto del 6 per cento e i «socialisti delle fognature»

Il sindacalista Eugene Debs tocca il suo massimo alle presidenziali. I sindaci socialisti di città come Milwaukee si guadagnano invece fama di buoni amministratori: risanano gli acquedotti, costruiscono biblioteche, parchi e scuole pubbliche.

1935
Le idee entrano nel New Deal, il partito resta fuori

Durante la Grande Depressione Roosevelt introduce la Social Security, il sistema pensionistico pubblico modellato su un'idea socialista, e con i lavori pubblici dà un impiego a milioni di disoccupati. La Guerra Fredda schiaccerà poi i socialisti sull'immagine dei comunisti, che in realtà erano spesso loro rivali.

1963
Due socialisti organizzano la marcia su Washington

A. Philip Randolph e Bayard Rustin mettono in piedi la manifestazione in cui Martin Luther King pronuncia il discorso «I have a dream».

1982
Harrington fonda la DSA con una strategia nuova

Michael Harrington, alleato di King, teorizza che i socialisti non vinceranno mai con una propria bandiera: devono trasformare il Partito Democratico, perseguendo «l'ala sinistra del possibile».

2008
La crisi finanziaria cambia una generazione

I millennial si laureano nel peggior mercato del lavoro dalla Grande Depressione. All'inizio del secolo la DSA contava appena 5.000 iscritti circa.

2016
Sanders sorprende alle primarie democratiche

Conquista i giovani e molti elettori indipendenti, più spaventati dall'insicurezza economica che da uno spauracchio sovietico svanito da decenni. Da quella campagna emergono Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani.

2025–26
La generazione delle primarie comincia a vincere

Parlamentari democratici in carica perdono le primarie contro sfidanti socialisti a New York e in Colorado; a Washington DC il prossimo sindaco dovrebbe essere un socialista.

Il terreno che rende possibile la svolta
Gli americani credono sempre meno nel capitalismo, i democratici nei loro vertici
Quando il mercato delude e tutto sembra troppo caro, il socialismo si presenta come una via d'uscita: i sondaggi mostrano quanto quel terreno si sia allargato in dieci anni.

«Il capitalismo americano funziona bene o abbastanza bene»
Quota di americani d'accordo, a dieci anni di distanza

2015

60%

2026

48%
−12 punti in dieci anni
Chi risponde che non funziona bene o non funziona affatto è passato nello stesso periodo dal 37% al 51%. Sondaggio Wall Street Journal-NORC, 11–18 giugno 2026.

Gli elettori democratici sono scontenti del proprio partito
Democratici e indipendenti vicini al partito che si dicono insoddisfatti o soddisfatti dei suoi dirigenti

Insoddisfatti

53%

Soddisfatti

45%

Sondaggio New York Times/Siena, maggio 2026. Il malcontento segue la sconfitta con Trump alle presidenziali del 2024.

120.000
Iscritti alla DSA a luglio 2026
Erano circa 5.000 all'inizio degli anni 2000

113.000
Il primato precedente, battuto dopo 114 anni
Il picco del Partito Socialista di Debs, nel 1912

6%
Il massimo mai ottenuto correndo da soli
Eugene Debs, presidenziali 1912

51%
Americani per cui il capitalismo non funziona
Erano il 37% nel 2015 (WSJ-NORC)

La battaglia dentro e fuori il partito
Trump li paragona a un cancro, una parte dei democratici li respinge
La crescita dei socialisti spaventa la Casa Bianca ma anche i dirigenti democratici, che temono di apparire estremi e di perdere nei collegi contendibili.

La minaccia più seria per il nostro Paese dalla sua nascita
Donald Trumppresidente degli Stati UnitiRepubblicano

Se sei socialista, non sei un democratico
Josh Gottheimerdeputato del New JerseyDemocratico

Siamo capitalisti, non socialisti
Lettera di un gruppo di deputati moderatipreoccupati di perdere nei collegi contendibiliDemocratici

Sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo
Bernie Sanderssenatore del Vermont, sul movimento socialistaSocialista-democratico

Che cosa chiedono i nuovi candidati

Sanità pubblica universaleUn'idea realizzata da tempo in Europa, al centro del programma della DSA
Stop a tutte le espulsioniLa fine delle deportazioni di immigrati, posizione scomoda per i vertici del partito
Stop agli aiuti militari a IsraeleLa richiesta che più divide i socialisti dai dirigenti democratici

Fonte Analisi del New York Times sulla storia del socialismo americano; sondaggi Wall Street Journal-NORC (11–18 giugno 2026) e New York Times/Siena (maggio 2026); dati sugli iscritti Democratic Socialists of America.

Lo storico della Georgetown University Michael Kazin, ex direttore di Dissent, una rivista della sinistra socialdemocratica, ha detto al New York Times che "è la prima volta che un'organizzazione socialista di massa ha membri che quasi tutti decidono di candidarsi da democratici, invece che con una propria lista". L'organizzazione è la Democratic Socialists of America (DSA), fondata nel 1982, il cui programma chiede tra le altre cose una sanità pubblica universale, un'idea realizzata da tempo in Europa. La strategia interna è meno rivoluzionaria ma molto più minacciosa per i vertici del partito, indeboliti dalla sconfitta con Trump nel 2024 e ormai incapaci di ignorare la crescita alla propria sinistra.

Per quasi due secoli i socialisti americani hanno perso correndo da soli, in un paese dove il movimento non ha mai davvero attecchito. I primi furono utopisti come Robert Owen, industriale gallese del cotone inorridito dalle condizioni delle fabbriche inglesi, dove bambini di 6 anni lavoravano 16 ore al giorno: nel 1825 si trasferì in Indiana e fondò la comunità di New Harmony, dove tutto doveva essere condiviso e che fallì in pochi anni. Il Partito Socialista, fondato nel 1901, mise insieme agricoltori delle Grandi Pianure, ebrei laici di New York e artigiani del Midwest uniti dal rifiuto del grande capitale. Il suo volto era il sindacalista Eugene V. Debs, che si candidò cinque volte alla presidenza: il suo miglior risultato fu il 6 per cento dei voti nel 1912. Alcuni socialisti vinsero invece nelle città: i sindaci di posti come Milwaukee, soprannominati "socialisti delle fognature", si costruirono una reputazione di buoni amministratori risanando gli acquedotti e costruendo biblioteche, parchi e scuole pubbliche.

La Guerra Fredda schiacciò poi i socialisti sull'immagine dei comunisti, che in realtà erano spesso loro rivali: dopo la rivoluzione bolscevica i comunisti americani formarono un partito proprio, che crebbe grazie ai finanziamenti sovietici mentre quello socialista perdeva iscritti. Le idee socialiste però riemergevano nelle crisi. Durante la Grande Depressione Franklin D. Roosevelt introdusse la Social Security, il sistema pensionistico pubblico modellato su un'idea socialista, e con i lavori pubblici, un'altra nozione socialista, diede un impiego a milioni di disoccupati per costruire opere come la diga di Hoover. Negli anni Sessanta due socialisti, A. Philip Randolph e Bayard Rustin, organizzarono la marcia su Washington del 1963 in cui Martin Luther King pronunciò il discorso "I have a dream".

Michael Harrington, alleato di King e cofondatore della DSA, teorizzò già alla fine degli anni Sessanta la strategia che funziona oggi: i socialisti non avrebbero mai avuto successo con una propria bandiera e dovevano trasformare il Partito Democratico, perseguendo "l'ala sinistra del possibile". Il suo libro "The Other America", un ritratto della povertà americana, spinse l'amministrazione di Lyndon B. Johnson a coinvolgerlo nella cosiddetta guerra alla povertà. Furono comunque decenni di declino: alla fine degli anni Ottanta il capitalismo trionfava sui regimi comunisti in dissoluzione e all'inizio del nuovo secolo la DSA contava circa 5.000 iscritti.

La svolta arrivò con la crisi finanziaria del 2008. I millennial si laurearono nel peggior mercato del lavoro dalla Grande Depressione e nel 2016 Sanders, che si definisce socialista-democratico, sorprese alle primarie presidenziali conquistando i giovani e molti elettori indipendenti, più spaventati dall'insicurezza economica che da uno spauracchio sovietico svanito da decenni. Da quella campagna vennero Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani, che hanno vinto a New York passando dalle primarie democratiche, e la generazione che questa primavera ha vinto con lo stesso metodo da New York al Colorado fino a Washington DC.

Più della metà dei democratici e degli indipendenti vicini al partito si dice frustrata dai suoi dirigenti, secondo un sondaggio New York Times/Siena, e meno della metà degli americani pensa che il capitalismo funzioni bene o abbastanza bene, contro il 60 per cento di dieci anni fa, secondo una rilevazione Wall Street Journal-NORC. Molti di questi elettori non vogliono più tornare allo status quo precedente a Trump, perché non credono più in quel sistema. Per l'autrice dell'analisi è esattamente il tipo di momento storico in cui il socialismo comincia ad avere senso per più persone: quando il mercato crolla e tutto sembra troppo caro, il socialismo si presenta con la visione di una via d'uscita. Per ora però, scrive, a essere rifatto è il partito, non il Paese.


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Troy Jackson è a un passo dalla nomination Dem per il Senato in Maine


L'ex presidente del Senato statale ha vinto quasi tutti i delegati eletti sabato e si avvicina alla candidatura contro la repubblicana Susan Collins, dopo il ritiro di Graham Platner

Troy Jackson, ex presidente del Senato statale del Maine, ha dominato la prima giornata di selezione dei delegati che sabato 25 luglio sceglieranno il nuovo candidato democratico al Senato degli Stati Uniti al posto di Graham Platner. Le liste di delegati collegate alla sua campagna hanno vinto almeno 290 dei 319 posti assegnati sabato in otto contee: a Jackson mancano appena 11 delegati per avere la maggioranza assoluta alla convention da cui uscirà lo sfidante della senatrice repubblicana Susan Collins.

Platner, l'ostricoltore che a giugno aveva vinto le primarie democratiche, si è ritirato il 10 luglio, quattro giorni dopo che Politico aveva rivelato l'accusa di una sua ex fidanzata, che sostiene di aver subito una violenza sessuale nel 2021. Platner respinge l'accusa. La legge dello stato affida al partito la scelta del sostituto, da comunicare entro il 27 luglio. A decidere saranno i 601 delegati della convention convocata a Bangor: 500 vengono eletti in questo fine settimana nei caucus, le riunioni locali con cui gli elettori democratici scelgono contea per contea i propri rappresentanti, mentre gli altri 101 sono membri di diritto del comitato statale del partito. I delegati non sono formalmente vincolati e alla convention potranno votare per chiunque.

Sabato Jackson ha fatto quasi il pieno nelle contee più popolose: 148 delegati su 149 nella contea di Cumberland, quella di Portland, la città più grande e più democratica dello stato, e tutti i 44 posti della contea di Penobscot. La sua campagna si è presentata ai caucus con gruppi organizzati di volontari, liste chiare di nomi da votare e il sostegno di oltre una decina di sindacati, il mondo da cui Jackson proviene. Le liste dei rivali condividevano tra loro anche più di cento nomi, mentre quella di Jackson non si sovrapponeva quasi con nessuno, segno di un'organizzazione superiore. Sabato sera Jackson ha ringraziato i sostenitori su X: "Siamo sulla buona strada per avere il governo che ci meritiamo". Domenica si vota nelle altre otto contee per gli ultimi 181 delegati.

Jackson, boscaiolo di Allagash, all'estremo nord dello stato, è in politica da oltre vent'anni, quasi tutti passati nel Senato del Maine, che ha presieduto dal 2018 al 2024. È cresciuto politicamente nei sindacati e a giugno era arrivato terzo alle primarie democratiche per la carica di governatore, una corsa in cui aveva ricevuto il sostegno del senatore Bernie Sanders e aveva fatto campagna al fianco di Platner. È stato tra i primi a chiedere il ritiro dell'ex alleato, ma ora si presenta come l'erede del suo movimento: "Il movimento che avete costruito può vincere", ha detto agli ex sostenitori di Platner lanciando la candidatura. Le sue posizioni ricalcano quelle dell'ex candidato: la sanità pubblica universale con il programma noto come "Medicare for All", più tasse sui miliardari, l'abolizione dell'ICE (Immigration and Customs Enforcement), l'agenzia federale che esegue arresti ed espulsioni degli immigrati, e lo stop agli aiuti militari a Israele.

I rivali più vicini sono usciti dal primo giorno di voto quasi senza possibilità. Nirav Shah, epidemiologo ed ex capo della sanità pubblica dello stato, e Shenna Bellows, segretaria di stato del Maine, la carica che organizza le elezioni, hanno ottenuto una manciata di delegati a testa sui 319 assegnati. Shah ha detto a Politico di aver telefonato personalmente a circa 500 aspiranti delegati e ha assicurato che continuerà a cercare di convincerli fino alla convention. In tutto i candidati alla nomination erano dodici.

Chi vincerà erediterà la rete di volontari costruita in un anno dalla campagna di Platner, che sosteneva di contarne 15.000. Una parte di quella rete si è organizzata nel Maine People Powered Movement e ha diffuso una lettera aperta con una piattaforma ispirata alla campagna dell'ex candidato, con l'espansione della sanità pubblica, una tassa minima sui miliardari e più diritti per i sindacati: Jackson, Shah e Bellows l'hanno sottoscritta subito. Quasi 4.000 persone si sono candidate come delegati e circa 11.000 si sono registrate per votare nei caucus.

Alcuni aspiranti delegati si sono ritrovati sulle liste di più campagne senza saperlo e in diverse contee i problemi tecnici con il voto online hanno costretto a prolungare le operazioni: sono gli intoppi di un processo messo in piedi dal partito in una decina di giorni. Nella contea di Cumberland un pareggio per l'ultimo posto disponibile è stato risolto estraendo un nome da un cappello da baseball. Tra gli ex sostenitori di Platner c'è anche chi contesta il metodo, perché a sostituire un candidato scelto da oltre 150.000 elettori alle primarie saranno 601 delegati.

Il seggio del Maine è al centro delle speranze dei democratici di riconquistare la maggioranza al Senato alle elezioni di medio termine di novembre. Collins, al quinto mandato, è l'unica senatrice repubblicana che si ricandida in uno stato in cui il presidente Donald Trump ha perso nel 2024. "È probabilmente la corsa più importante di tutto il paese", ha detto Jackson sabato ai giornalisti. Negli ultimi giorni tutti i candidati hanno attaccato Collins per il suo sostegno all'ICE, dopo che un agente dell'agenzia ha ucciso un uomo a Biddeford, sulla costa del Maine: in un dibattito televisivo giovedì Jackson ha detto che Collins, presidente della commissione del Senato che decide la spesa federale, "avrebbe dovuto essere in grado di fermare l'ICE".


I Dem del Maine hanno otto giorni per trovare lo sfidante di Susan Collins


I democratici del Maine hanno otto giorni per trovare il candidato che sfiderà a novembre la senatrice repubblicana Susan Collins. Il 25 luglio a Bangor 601 delegati del partito sceglieranno il sostituto di Graham Platner, il vincitore delle primarie di giugno, che si è ritirato la settimana scorsa dopo che Politico ha rivelato l'accusa di stupro di una sua ex compagna. Platner nega l'accusa.

La corsa è tra le più importanti delle elezioni di metà mandato: Collins, in Senato da cinque mandati, è l'unica senatrice repubblicana che quest'anno cerca la rielezione in uno stato vinto da Kamala Harris nel 2024 e il suo seggio è considerato decisivo da entrambi i partiti per il controllo del Senato.

Dodici candidati hanno presentato la candidatura entro la scadenza di mercoledì. Tra loro ci sono tre sconfitti delle primarie per governatore di giugno: la segretaria di Stato del Maine Shenna Bellows, che Collins aveva già battuto nel 2014, l'ex presidente del Senato statale Troy Jackson e Nirav Shah, ex responsabile della sanità pubblica dello stato. In corsa ci sono anche Jordan Wood, ex collaboratore del Congresso arrivato terzo nelle primarie del secondo distretto, Dan Kleban, cofondatore del birrificio Maine Beer Company, e David Costello, terzo nelle primarie per il Senato vinte da Platner.

Entro lunedì i candidati devono raccogliere 500 firme di elettori democratici registrati, di cui almeno 50 in ciascuna di otto contee diverse. Nel fine settimana i democratici si riuniranno in ognuna delle 16 contee dello stato per eleggere 500 dei 601 delegati alla convention, mentre gli altri 101 sono membri di diritto del comitato statale del partito. Più di 5.500 persone si sono già registrate per partecipare alle riunioni o candidarsi come delegate. I delegati non saranno vincolati a un candidato e per la nomination servirà superare il 50%, probabilmente dopo più turni di voto.

Le campagne di Bellows, Jackson e Shah hanno riattivato le reti di volontari delle corse per governatore per portare i propri sostenitori alle riunioni di contea, mentre Wood invita i democratici a partecipare senza costruire una propria lista di delegati, chiedendo un processo trasparente. Paige Loud, un'assistente sociale che aveva corso nelle primarie del secondo distretto, si è invece ritirata per protesta, accusando i candidati più ricchi di comprarsi i delegati e di riempire le sale di persone già impegnate con un candidato.

Giovedì sera i candidati si sono affrontati nel primo dibattito televisivo, divisi in due gruppi per via del numero. I toni sono stati civili, senza attacchi reciproci: il bersaglio comune è stata Collins, criticata per i suoi voti sulla Corte Suprema e per la lunga permanenza a Washington. Le differenze politiche tra i principali candidati sono minime e tutti si presentano come progressisti e oppositori del presidente Trump.

La prima domanda rivolta a tutti è stata quale fosse la migliore idea di Platner da portare avanti. Jackson ha scelto il "Medicare for All", la proposta di un sistema sanitario pubblico universale; Shah l'abolizione dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione; Wood la definizione di genocidio per la guerra di Israele a Gaza; Bellows la lotta alla corruzione di Washington. Platner aveva vinto le primarie con il 72% dei voti e la sua campagna contava più di 15.000 volontari. Nel corso della serata i candidati hanno alzato i toni contro l'ICE dopo il caso dell'uomo ucciso lunedì a Biddeford da un agente dell'agenzia.

Bellows ha accusato Collins di non fare abbastanza per fermare Trump sulla guerra in Iran e i moderatori le hanno ricordato che la senatrice ha votato una risoluzione per limitare i poteri di guerra del presidente. "Una settimana fa ero in vacanza", si è giustificata Bellows, che come Jackson e Shah fino a poche settimane fa correva per la carica di governatore e non si stava preparando a una campagna contro Collins.

Il 23 luglio, due giorni prima della convention, i candidati torneranno a confrontarsi in un dibattito organizzato dalla CNN insieme al quotidiano locale Bangor Daily News. Durerà due ore a partire dalle 20 ora della costa est (le 2 di notte in Italia), con le domande dei conduttori Jake Tapper e Dana Bash e del responsabile politico del giornale Michael Shepherd, davanti a un pubblico che comprenderà anche alcuni dei delegati.

Bernie Sanders, che aveva spinto l'ascesa di Platner, ha detto a Semafor che si tratta di "un momento senza precedenti" e che è meglio che i cittadini del Maine decidano da soli, senza influenze esterne. Anche il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer e il comitato del partito per le campagne al Senato restano neutrali, così come la senatrice Elizabeth Warren, che a marzo aveva appoggiato Platner. Le uniche critiche arrivano dai senatori dell'Illinois Dick Durbin e Tammy Duckworth, che rimproverano a Shah la gestione di un'epidemia mortale di legionella quando lavorava nello stato. Collins ha detto a Semafor che non sapere contro chi correrà "è certamente una situazione insolita".


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Sony RX10 V è ufficiale: la nuova fotocamera super zoom di quinta generazione per sport, natura e viaggi


Sony presenta ufficialmente la RX10 V, la fotocamera bridge di quinta generazione pensata per i professionisti e gli appassionati di viaggi, sport e natura
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Sony ha annunciato RX10 V, quinta generazione della serie RX10 di fotocamere "all-in-one". Fotocamera perfetta per gli appassionati, essa copre tutte le distanze focali, dal grandangolo al super teleobiettivo in un unico corpo macchina, ideale per ogni tipo di scatto. RX10 V aggiunge alle caratteristiche della RX10 l’AF con riconoscimento in tempo reale basato sull’intelligenza artificiale. Questa feature, oltre a garantire il riconoscimento del soggetto altamente accurato consente a questa fotocamera di gestire un’ampia varietà di contesti: dai momenti di vita quotidiana agli scenari naturalistici, alle giornate scolastiche dedicate allo sport e agli eventi atletici.

Come espandere la memoria dello smartphone con Lexar SL500
Lo spazio sullo smartphone non basta più? Con l’SSD portatile Lexar SL500 puoi espandere rapidamente la memoria disponibile, trasferire file ad alta velocità e gestire foto, video e documenti senza dipendere dal cloud o eliminare contenuti importanti
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


La batteria ricaricabile della serie Z (NP-FZ100) estende la durata delle riprese fotografiche fino a circa 630 scatti (dati Sony), con un miglioramento di circa il 50% o più rispetto al modello precedente.

Caratteristiche principali della RX10 V

I 12 preset Creative Look consentono di ottenere i colori e le texture desiderati direttamente nella fotocameraI 12 preset Creative Look consentono di ottenere i colori e le texture desiderati direttamente nella fotocamera

  • elevata qualità dell’immagine e grande potenza espressiva: un obiettivo zoom che copre da 24 mm a 600mm è in grado di gestire qualsiasi situazione, dagli scatti di tutti i giorni alla fotografia sportiva e naturalistica più impegnativa. Il processore d’immagine Bionz Xr garantisce immagini di alta qualità con rumore ridotto e le tonalità della pelle, il cielo, il verde e altre scene naturali vengono riprodotti con alta risoluzione e fedele riproduzione dei colori e delle texture;


L’AF con il riconoscimento in tempo reale consente di tracciare i soggetti anche quando sono di spalleL’AF con il riconoscimento in tempo reale consente di tracciare i soggetti anche quando sono di spalle

  • riconoscimento del soggetto basato sull’IA: l’AF con il riconoscimento in tempo reale, alimentato da un’unità di elaborazione AI, riconosce persone, animali, uccelli, insetti, automobili, treni e aerei, e dispone anche di una modalità Auto che consente alla fotocamera di identificare automaticamente il tipo di soggetto. L’unità di elaborazione alimenta anche la tecnologia di stima della posa umana, consentendo il riconoscimento e il tracciamento anche quando i soggetti sono di spalle alla fotocamera o quando i volti sono oscurati da caschi o occhiali da sole. Basta toccare il soggetto desiderato per avviare il tracciamento in tempo reale, che segue costantemente il soggetto in movimento, consentendo di concentrarsi sulla composizione per lo scatto perfetto;
  • funzioni avanzate per i video: la fotocamera supporta la registrazione video 4K a 120p, compresa una riproduzione fluida in slow-motion fino a 5x in risoluzione 4K. La stabilizzazione d’immagine in Active Mode garantisce riprese video stabili anche a mano libera. Altre caratteristiche includono S-Cinetone, per ottenere facilmente colori e tonalità cinematografici, e S-Log3 per le riprese video in previsione della color correction in post-produzione.



  • facilità d’uso e prestazioni affidabili: la fotocamera è dotata di un mirino elettronico più grande, con risoluzione e ingrandimento superiori, dotato di un pannello OLED Quad-VGA da 0,5 con circa 3,68 milioni di punti. La RX10 V incorpora inoltre un monitor LCD da 3,0 pollici, aggiornato a circa 1,62 milioni di punti, che consente di visualizzare i soggetti nei minimi dettagli con elevata precisione. La disposizione dei pulsanti e il design dell’impugnatura, basati sulla filosofia di progettazione della serie α, insieme a un selettore multiplo altamente reattivo, che consente un funzionamento fluido in otto direzioni, garantiscono un utilizzo affidabile e intuitivo anche guardando attraverso il mirino. Per garantire l’affidabilità in una vasta gamma di condizioni di ripresa, la fotocamera presenta un design resistente alla polvere e all’umidità, oltre al supporto Wi-Fi (2,4/5 GHz) per un trasferimento dati veloce e stabile. Novità di questo modello, RX10 V supporta Creators’ App, il software proprietario di Sony che consente di connettersi ai propri smartphone per inviare file direttamente al cloud o allo smartphone, controllare la fotocamera da remoto e aggiornare le funzionalità e il software, migliorando la funzionalità e la praticità durante le riprese e la condivisione.

Disponibilità: La RX10 V è già disponibile sul sito ufficiale Sony.


Come espandere la memoria dello smartphone con l'SSD Lexar SL500


Oggi la creatività si muove insieme a chi la vive, e poterla portare in ogni luogo senza limiti è diventato fondamentale per chi lavora con immagini e video. Lo smartphone accompagna ogni creazione, pronto a trasformare idee ed emozioni in progetti multimediali, ovunque ci si trovi. Uno strumento così prezioso, seppur limitato da un dettaglio molte volte trascurato come lo spazio disponibile. La memoria interna si esaurisce in fretta e i modelli più capienti hanno costi elevati difficili da giustificare.

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Per fotografi, videomaker e appassionati questo significa trasferimenti continui o compromessi sulla qualità, proprio quando la libertà creativa dovrebbe essere totale. Anche gli SSD esterni tradizionali spesso non sono la giusta risposta perché possono limitare la mobilità, con cavi e unità pendenti che finiscono per occupare una mano o una tasca, rendendo meno pratico lavorare in movimento.

Prestazioni elevate e mobilità senza compromessi per foto e video


In questo scenario nasce l’SSD portatile Lexar SL500, pensato per accompagnare i creator in ogni attività. Sottile, elegante e magnetico, si aggancia allo smartphone offrendo alte prestazioni e la possibilità di lavorare sui file in tempo reale, anche durante le registrazioni. Con la connettività USB 3.2 Gen 2×2, SL500 raggiunge velocità fino a 2.000 MB/s in lettura e 1.800 MB/s in scrittura, gestendo senza fatica video in alta risoluzione, progetti fotografici complessi e contenuti di grandi dimensioni.

Supporta la registrazione con il codec professionale Apple ProRes fino a 4K 60 FPS, disponibile a partire dall’iPhone 15 Pro, ed è compatibile con smartphone Android, PC, Mac, fotocamere e tutti i dispositivi dotati di porta USB-C. La protezione dei dati è garantita dalla crittografia Lexar DataShield AES a 256 bit, per sicurezza totale. L’archiviazione, per Lexar, non è solo un elemento fisico, ma un ecosistema completo pensato per rispondere alle esigenze di ogni utente.

In questa visione a 360 gradi si inserisce l’app Lexar, disponibile gratuitamente su App Store e Google Play, che permette il backup automatico di foto (incluse le Apple Live Photo) e video, estendendo e preservando in modo semplice la capacità di archiviazione dello smartphone.

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Prezzo e disponibilità

Disponibile in 1TB, 2TB e 4TB, Lexar SL500 con kit magnetico è acquistabile su lexar.nital.it al prezzo di partenza di 229 euro.

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Questo SSD portatile è stato progettato specificamente per le esigenze moderne: grazie al suo esclusivo aggancio magnetico, si fissa perfettamente sul retro dei dispositivi compatibili, trasformandosi in un'estensione invisibile e sicura del telefono.

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Mamdani valuta l’arresto di Netanyahu a New York: “Il suo posto è all’Aia”


Il sindaco conferma al New York Times che la sua amministrazione sta verificando la possibilità di arrestare il premier israeliano durante l’Assemblea Generale dell’ONU di settembre. Netanyahu replica: “Sostiene Hamas e odia l’America”.

Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha confermato che la sua amministrazione sta ancora valutando la possibilità di arrestare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, atteso in città a settembre per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. “Credo che il posto del primo ministro Netanyahu sia all’Aia”, ha dichiarato a The Interview, il programma del New York Times condotto da Lulu Garcia-Navarro.

“È un criminale di guerra ricercato dalla Corte Penale Internazionale. E sappiate che si tratta di un’opinione condivisa da molti, semplicemente per le conseguenze che le sue azioni hanno prodotto in questi anni”.


Il principale ostacolo è però di natura giuridica. Mamdani ha ammesso di non sapere se disponga dell’autorità necessaria per ordinare alla polizia municipale, che dipende dalla sua amministrazione, di fermare un capo di governo straniero. La questione, ha spiegato, è al centro di “un confronto ancora in corso” con l’ufficio legale della città.

“Faremo tutto ciò che la legge ci consente di fare a New York, ma non scriveremo leggi su misura per raggiungere questo obiettivo”.


La posizione del sindaco non è nuova. Durante la campagna elettorale dello scorso anno, Mamdani aveva già dichiarato allo stesso quotidiano newyorkese che avrebbe ordinato l’arresto di Netanyahu in esecuzione del mandato emesso dalla Corte Penale Internazionale per il ruolo del premier nella guerra a Gaza, definita un genocidio sia dal sindaco sia da una commissione delle Nazioni Unite.

Netanyahu replica: “Sostiene Hamas e odia l’America”


La replica di Netanyahu, impegnato in Israele nella corsa per la rielezione, è arrivata durante un’intervista radiofonica con Sid Rosenberg, conduttore locale e frequente critico di Mamdani. Il premier ha affermato di non essere preoccupato e ha accusato il sindaco di sostenere Hamas:

“Condanna Israele, l’unica democrazia che difende fianco a fianco con gli Stati Uniti i valori americani”.


Poi ha aggiunto: “Chi difende? Hamas, che invoca apertamente il massacro di ogni ebreo sulla faccia della Terra”. Secondo Netanyahu, Mamdani “odia segretamente l’America”.

Sabato è intervenuto anche Danny Danon, ambasciatore israeliano presso l’ONU, accusando il sindaco di non contrastare con sufficiente determinazione l’antisemitismo in città. “Il primo ministro Netanyahu verrà a New York, parlerà con orgoglio all’Assemblea generale e proclamerà davanti al mondo la verità di Israele”, ha dichiarato Danon.

La frattura su Gaza attraversa i democratici


Le posizioni di Mamdani non sono più marginali all’interno del Partito Democratico americano. Questa settimana quasi la metà dei deputati democratici ha votato a favore dell’interruzione degli aiuti statunitensi a Israele. La misura è stata respinta, ma il risultato mostra quanto stia cambiando l’atteggiamento del partito nei confronti di uno degli alleati storici degli Stati Uniti in Medio Oriente.

Anche il sindaco di New York City conferma che la guerra a Gaza stia mobilitando gli elettori in tutto il Paese e cita le primarie democratiche per la Camera tenute il mese scorso a New York, vinte dai candidati da lui appoggiati. “È difficile immaginare una strategia politica più fallimentare di quella adottata dal nostro Paese nei confronti di Gaza e della Palestina”, ha affermato.

Nella sua intervista, Mamdani ha affrontato anche alcuni temi di politica nazionale. Ha accolto con favore l’ipotesi di una candidatura presidenziale di Alexandria Ocasio-Cortez nel 2028 — “Sarebbe brava in qualsiasi ruolo” — e ha criticato i metodi adottati dall’Amministrazione Trump sull’immigrazione.

Il sindaco si è comunque detto “disposto a collaborare con il governo federale” per i casi riguardanti immigrati condannati per reati gravi. Ha invece escluso qualsiasi cooperazione nell’applicazione civile delle norme sull’immigrazione con un’Amministrazione che, a suo giudizio, punta a espellere “la stragrande maggioranza delle persone”.

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I fratelli Tate arrestati a Miami: il Regno Unito chiede l'estradizione per stupro


Gli US Marshals hanno fermato i due influencer a Miami prima di un evento di boxe. La procura britannica ha annunciato 59 capi d'accusa, tra cui stupro e tratta, e ne ha chiesto l'estradizione

Andrew Tate e suo fratello Tristan sono stati arrestati sabato a Miami dagli US Marshals, l'agenzia federale statunitense che si occupa della cattura dei ricercati e delle estradizioni. I due influencer, tra i personaggi più controversi e seguiti di internet, sono stati fermati sulla base di un mandato secretato, mentre la procura britannica annunciava decine di nuove accuse nei loro confronti, tra cui stupro e tratta di esseri umani, e ne chiedeva l'estradizione nel Regno Unito.

La Crown Prosecution Service, la procura della corona britannica, ha portato a 59 i capi d'accusa complessivi contro i fratelli: 42 per Andrew Tate, che ha 39 anni, e 17 per Tristan, che ne ha 38. I reati contestati risalgono al periodo tra il luglio 2010 e l'agosto 2017 e riguardano sette presunte vittime, quattro delle quali identificate solo di recente. Le accuse comprendono stupro, organizzazione o facilitazione della tratta a fini di sfruttamento sessuale e lesioni personali. Andrew Tate deve rispondere anche di sfruttamento della prostituzione e di 19 capi d'accusa legati a immagini indecenti di un minore e a pornografia estrema.

Gli agenti federali hanno ammanettato i due fuori dal James L. Knight Center, nel centro di Miami, dove Andrew Tate quella sera avrebbe dovuto co-condurre un evento di boxe a mani nude. I fratelli dovrebbero comparire davanti al tribunale federale di Miami all'inizio della prossima settimana. Né gli US Marshals né il dipartimento di Giustizia hanno spiegato pubblicamente su quali basi sia stato emesso il mandato.

I due, che hanno la doppia cittadinanza americana e britannica e sono cresciuti a nord di Londra, si erano trasferiti in Romania nel 2016. Lì erano stati arrestati nel dicembre 2022 con l'accusa di aver attirato alcune donne per sfruttarle sessualmente, ma il processo non è mai iniziato per problemi legali e procedurali. L'anno scorso le autorità romene avevano permesso loro di lasciare il paese e i due erano volati in Florida su un jet privato.

I fratelli Tate sono ex kickboxer diventati influencer della cosiddetta "manosphere", la galassia online che promuove un'idea di mascolinità dominante e ostile al femminismo. Hanno milioni di follower su X, mentre Andrew Tate è stato bandito da YouTube, TikTok e Instagram per aver violato le regole contro l'incitamento all'odio: in passato si è definito lui stesso un misogino e ha sostenuto, tra le altre cose, che le donne vittime di violenza sessuale abbiano una parte di responsabilità per le aggressioni subite. Nel 2016 aveva partecipato al reality britannico "Big Brother", da cui era stato escluso dopo la diffusione di un video che sembrava mostrarlo mentre colpiva ripetutamente una donna con una cintura. I due sono sostenitori dichiarati del presidente Donald Trump.

I fratelli hanno sempre negato ogni accusa, sostenendo che le loro dichiarazioni violente e misogine siano state estrapolate dal contesto o fossero battute. Il loro avvocato Joseph McBride ha definito le nuove accuse britanniche "sporcizia e calunnie" pensate per far deragliare le cause per diffamazione che i due hanno intentato negli Stati Uniti e ha detto che "l'America non fa il lavoro sporco politico della Gran Bretagna".

Andrew Tate deve inoltre affrontare quest'anno nel Regno Unito un processo civile intentato da quattro donne che lo accusano di violenze fisiche e sessuali commesse tra il 2013 e il 2015: due dicono di aver avuto una relazione con lui, le altre due lavoravano per la sua azienda di webcam. Tate respinge le accuse e i suoi legali sostengono che tutti i rapporti sessuali fossero consensuali.

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La rassegna stampa di domenica 19 luglio 2026


Gli Stati Uniti colpiscono l'Iran dopo la morte di due militari in Giordania, mentre Trump rilancia le accuse di brogli elettorali dividendo i repubblicani; a Miami arrestati i fratelli Tate e il fumo degli incendi canadesi soffoca l'aria di milioni di americani

Questa è la rassegna stampa di domenica 19 luglio 2026

Gli Stati Uniti colpiscono l'Iran dopo la morte di due militari in Giordania


Due membri delle forze armate statunitensi sono stati uccisi e altri feriti in un attacco missilistico iraniano contro la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania, che ospita truppe americane. In risposta il Comando centrale (Centcom) ha lanciato una nuova ondata di raid contro obiettivi in Iran, mentre il presidente Trump ha definito la vicenda "molto triste". È la prima volta che soldati americani muoiono da quando i combattimenti sono ripresi due settimane fa, portando a 16 il totale delle vittime del conflitto.

Fonti: Axios, Bloomberg, The Hill

Trump rilancia le accuse di brogli e divide i repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato


Nel discorso in prima serata di giovedì il presidente ha ripreso le sue accuse di interferenze straniere nel voto statunitense, sostenendo che la Cina avrebbe ottenuto milioni di dati elettorali, e ha spinto per l'approvazione del SAVE America Act sui requisiti di identità degli elettori. La forzatura irrita diversi repubblicani, che temono ripercussioni alle elezioni di metà mandato. Alcune grandi reti televisive hanno scelto di non trasmettere il discorso in diretta, alimentando le polemiche sui media.

Fonti: The Hill

I fratelli Tate arrestati a Miami, il Regno Unito ne chiede l'estradizione


Gli influencer Andrew e Tristan Tate, noti per le loro posizioni misogine, sono stati arrestati a Miami dai marshal federali sulla base di un mandato sigillato. Le autorità britanniche ne chiedono l'estradizione dopo aver formalizzato 59 capi d'accusa, tra cui stupro e traffico di esseri umani, relativi a fatti compresi tra il 2010 e il 2017. I due fratelli sono da anni al centro di indagini penali in Europa.

Fonti: The New York Times, The Wall Street Journal, Fox News

Le parole di Vance su Epstein e Israele riecheggiano teorie del complotto


Il vicepresidente J.D. Vance ha affermato che vi sarebbero legami tra Jeffrey Epstein e i "più alti livelli" dell'intelligence israeliana, un'uscita che ha messo a disagio parte del suo stesso partito. Le dichiarazioni, secondo diversi osservatori, riprendono argomenti vicini alle teorie del complotto e rischiano di aprire nuove tensioni interne al fronte repubblicano.

Fonti: The New York Times

L'esperimento da 50 milioni di Israele per cambiare l'opinione pubblica americana


Secondo un'inchiesta, il governo israeliano sta impiegando intelligenza artificiale e pagamenti a media conservatori statunitensi per contrastare il crescente sentimento sfavorevole negli Stati Uniti sulla sua gestione delle guerre a Gaza e in Iran. L'operazione, del valore di circa 50 milioni di dollari, punta a orientare la percezione dell'opinione pubblica americana.

Fonti: The Wall Street Journal

Il Dipartimento di Giustizia riduce l'azione penale contro i reati d'impresa


I procuratori federali hanno rinunciato a incriminare diverse aziende in casi recenti, pur ritenendo che dirigenti di alto livello fossero coinvolti in condotte illecite. Il cambio di approccio segna un allentamento nella persecuzione dei reati societari da parte del Dipartimento di Giustizia.

Fonti: The Wall Street Journal

Mamdani valuta l'arresto del premier israeliano Netanyahu a New York


Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha dichiarato al New York Times di essere in "un'attiva conversazione" con l'ufficio legale della città per capire se abbia l'autorità di far arrestare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in caso di una sua visita per l'Assemblea generale delle Nazioni Unite in autunno. L'ipotesi apre un delicato scenario giuridico e diplomatico.

Fonti: The New York Times, The Hill

Il fumo degli incendi canadesi soffoca l'aria per milioni di americani


Oltre cento milioni di statunitensi sono interessati da allerte sulla qualità dell'aria mentre il fumo degli incendi in Canada e nel Minnesota settentrionale avvolge ampie zone del Paese. La vicenda ha alimentato tensioni diplomatiche: il premier dell'Ontario Doug Ford ha definito "assolutamente inaccettabili" le critiche rivolte al governo canadese dall'amministrazione Trump e da alcuni repubblicani.

Fonti: The Hill, The Hill

Un dissidente cubano liberato dall'Avana arriva negli Stati Uniti


Un artista e dissidente cubano è arrivato a Miami dopo cinque anni di detenzione, in un'insolita scarcerazione decisa dalle autorità dell'isola. Il rilascio avviene mentre Cuba è sottoposta a una campagna di pressione economica da parte dell'amministrazione del presidente Donald Trump.

Fonti: Bloomberg

Corsa al Senato: si muovono le sfide in Maine e Nebraska


In Maine l'ex presidente progressista del Senato statale Troy Jackson guadagna terreno nella corsa per sostituire Graham Platner, con metà delle contee che hanno già scelto i delegati per la convention. In Nebraska la candidata democratica Cindy Burbank ha presentato istanza di ritiro, un passo che potrebbe spianare la strada all'indipendente Dan Osborn, sostenuto dai vertici del partito, tra le proteste dei repubblicani.

Fonti: The New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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I Dem sono avanti di 26 punti tra chi detesta entrambi i partiti


Un americano su cinque boccia entrambi i partiti: per il sondaggista G. Elliott Morris questo gruppo sceglie i democratici 55 a 29 e vale da solo circa l'80% del loro vantaggio nazionale

Gli elettori americani che non sopportano né i democratici né i repubblicani, circa un quinto del totale, dicono che alle elezioni di metà mandato di novembre, quando si rinnovano la Camera e un terzo del Senato, voteranno in maggioranza per i democratici: 55% contro il 29% dei repubblicani, un vantaggio di 26 punti. Lo scrive il sondaggista G. Elliott Morris in un'analisi pubblicata sulla sua newsletter Strength In Numbers, secondo cui questo gruppo di scontenti vale da solo circa l'80% del vantaggio nazionale del partito.

Morris, insieme all'istituto demoscopico Verasight, ha chiesto a giugno a 2.000 americani di dare un voto da 0 a 100 a entrambi i partiti su un "termometro dei sentimenti", dove 0 indica totale freddezza e 100 piena simpatia. Circa un elettore registrato su cinque ha dato a entrambi un voto sotto il 50: sono i cosiddetti double haters, i "doppi odiatori" di cui gli analisti americani discutono da anni. Tra tutti gli altri elettori i democratici sono avanti di appena 2 punti, mentre nel complesso il partito è avanti di circa 7 punti nel cosiddetto generic ballot, la domanda su quale partito si voterebbe per il Congresso, un vantaggio che in altre rilevazioni arriva a 10 punti. Il grosso del margine democratico viene quindi proprio dagli scontenti.

Sondaggio · Midterm 2026
Gli elettori che detestano entrambi i partiti convergono sui democratici
Un elettore registrato su cinque boccia sia i democratici sia i repubblicani. Nel 2016 e nel 2024 questi «double haters» hanno premiato Trump: oggi puniscono chi governa.

Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

Quanti sono i «double haters»

0%
degli elettori registrati dà a entrambi i partiti un voto inferiore a 50 su 100

Ogni quadrato è l’1% degli elettori
E come voteranno?

Come votano
Dall’identità dichiarata alle urne: la progressione democratica

Tocca o clicca un colore per seguirne l’evoluzione nelle tre barre

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punti di vantaggio democratico tra i double haters nelle intenzioni di voto per la Camera (55% a 29%). Da soli valgono circa l’80% del margine nazionale dei democratici.

Quote percentuali tra gli elettori registrati che assegnano a entrambi i partiti un punteggio inferiore a 50 su un termometro di gradimento da 0 a 100: il 21% del totale, pari a 357 intervistati su un campione di 2.000 americani. Elaborazione di Focus America su dati del sondaggio Strength In Numbers/Verasight di giugno 2026.

A maggio il Pew Research Center, uno dei principali istituti di ricerca americani, aveva rilevato che il 26% degli adulti ha un'opinione negativa di entrambi i partiti, la quota più alta in oltre trent'anni di rilevazioni e più di quattro volte quella del 1994. Negli ultimi cicli elettorali questo tipo di elettore aveva premiato Donald Trump: nel 2016 e nel 2024 il presidente ha vinto con margini a doppia cifra tra chi aveva un'opinione negativa sia di lui sia dei suoi avversari, secondo gli exit poll, e li aveva conquistati anche nel 2020, quando però erano una fetta molto più piccola dell'elettorato. La definizione usata allora era leggermente diversa, basata sul giudizio sui candidati alla presidenza anziché sui partiti.

I doppi odiatori non sono simpatizzanti democratici nascosti nei dati. Alle presidenziali del 2024 il gruppo si era diviso: il 40% dice di aver votato per Kamala Harris, il 29% per Trump, il 15% per un altro candidato (una quota quattro volte superiore alla media) e il 16% non è andato a votare. Solo il 19% si definisce democratico e il 18% repubblicano, mentre il 64% si dice indipendente o senza partito.

Il 55% a favore dei democratici significa quindi che molti stanno cambiando campo. Tra i doppi odiatori che nel 2024 votarono Trump, il 71% resta con i repubblicani, ma circa uno su otto è passato ai democratici; tra quelli che votarono Harris la fedeltà è al 90% e solo il 4% si sposta a destra. Il gruppo decisivo è però quello dei non allineati: il 31% dei double haters nel 2024 votò per un terzo candidato o rimase a casa e oggi questi elettori scelgono i democratici 51 a 23. Chi era rimasto a casa due anni fa si sta spostando nettamente a sinistra, una tendenza che altre ricerche hanno rilevato nelle ultime settimane. Più l'avversione è intensa, più il fenomeno si accentua: restringendo la definizione a chi dà a entrambi i partiti un voto sotto il 40, il vantaggio democratico sale a 28 punti; sotto il 30 arriva a 32.

Il profilo di questi elettori è più giovane della media, con un'età mediana di 42 anni contro i 53 degli altri, e più maschile (55%). Dal punto di vista ideologico sono un gruppo misto: il 37% si definisce moderato, il 40% progressista e il 23% conservatore. Il 61% pensa che il Paese vada male e abbia bisogno di cambiamenti profondi e dirompenti, contro il 50% della media. E sono molto ostili al presidente: l'80% disapprova il suo operato, il 62% con forza, e sul termometro da 0 a 100 gli danno in media un voto di 20.

La spinta verso i democratici non nasce dalla simpatia: sul termometro il partito prende in media 22, contro il 16 dei repubblicani. Un indizio arriva da un'altra domanda del sondaggio: il 77% dei doppi odiatori pensa che dal secondo mandato di Trump abbiano tratto beneficio soprattutto i ricchi e le grandi aziende anziché il cittadino medio; il 60% ritiene che ne abbiano beneficiato molto di più. È una convinzione diffusa anche nel resto della popolazione (62%), ma tra gli scontenti è più intensa. Le loro priorità sono invece simili a quelle della media: il 36% indica prezzi e inflazione come principale problema del Paese, il 15% lavoro ed economia, il 13% elezioni e democrazia.

Morris propone due letture. La prima è che questi elettori, meno legati emotivamente ai partiti, votino in modo più "razionale" guardando ai risultati: quando l'economia va male puniscono chi governa. I dati sembrano confermarlo: il 46% si fida più dei democratici per affrontare i problemi principali del Paese, contro il 25% che si fida dei repubblicani. La seconda è che votino sistematicamente contro il partito che controlla la Casa Bianca: scelsero Trump nel 2016 e nel 2024, quando governavano i democratici, e ora votano contro i repubblicani. In ogni caso il gruppo non va ignorato: due terzi dicono che andrebbero sicuramente a votare se le elezioni si tenessero oggi, compresi molti di quelli che nel 2024 rimasero a casa.


Democratici avanti di 10 punti, un vantaggio che non si vedeva dall'onda blu del 2006


Il 49% degli adulti americani si identifica ora come democratico o come indipendente vicino al Partito Democratico, contro solo il 39% che si riconosce nei repubblicani. È quanto emerge dalle rilevazioni trimestrali sull'identificazione degli elettori americane condotte da Gallup nei primi 6 mesi del 2026. Un vantaggio di 10 punti che, in un anno di elezioni di metà mandato, non si registrava dal 2006 e che, a pochi mesi dal voto di novembre, ovviamente alimenta le speranze dei democratici di riprendere il controllo del Congresso.

Il confronto con i dati delle precedenti elezioni di metà mandato mostra quanto il dato sia eccezionale. In questa stessa rilevazione, nel 2022 i due partiti erano quasi in parità, con i repubblicani avanti di un solo punto, 45% a 44%. Nel 2018, invece, i democratici guidavano di 6 punti, nel 2014 di 3 e nel 2010 di 1, mentre nel 2002 si trovavano in perfetta parità. L'unico precedente davvero paragonabile risale al 2006, quando i democratici erano avanti di +10, 50% a 40%. Quell'anno alle elezioni di novembre travolsero il Partito Repubblicano di George W. Bush, guadagnando 31 seggi e riconquistando la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti dopo 12 anni, oltre a strappare anche la maggioranza al Senato grazie a 6 nuovi seggi guadagnati.

Midterm 2026 · Sondaggi
I democratici avanti di 10 punti: un vantaggio che in un anno di midterm mancava dal 2006

Nel primo semestre del 2026 il 49% degli adulti americani si identifica nel Partito Democratico o pende verso di esso, contro il 39% dei repubblicani. L’ultima volta che il divario fu così ampio, nel 2006, finì con un’onda blu.
Grafica di FocusAmerica 12 luglio 2026

Identificazione di partito · Media Gallup, primo semestre 2026

Democratici
0%
+10

Repubblicani
0%
Adulti che si dichiarano democratici o indipendenti vicini al partito
Adulti che si dichiarano repubblicani o indipendenti vicini al partito

Alla fine del 2024 i repubblicani erano ancora avanti di 4 punti: da allora il pendolo si è spostato di 14 punti verso i democratici.

La serie Gallup
Il collasso repubblicano dopo il voto del 2024
Quota di adulti che si identifica in ciascun partito, simpatizzanti inclusi. Medie trimestrali dal 2015. Tocca o sfiora il grafico per leggere ogni trimestre.
T2 2026 Dem 49% Rep 39% esplora sul grafico ↓

La conferma degli altri indicatori · Emerson College, aprile 2026

50–40
Voto generico per il Congresso, Dem contro Rep

40%
Approva l’operato del presidente Trump

56%
Boccia l’operato del presidente Trump

Il confronto storico
Solo il 2006 somiglia al 2026
Distacco nell’identificazione di partito negli anni di elezioni di metà mandato: a destra il vantaggio democratico, a sinistra quello repubblicano.

2002 Parità
2006 Dem +10
2010 Dem +1
2014 Dem +3
2018 Dem +6
2022 Rep +1
2026 Dem +10

Il vantaggio democratico non garantì sempre la vittoria: nel 2010 e nel 2014, con margini minimi, i repubblicani dominarono comunque le urne. Ma un +10 non si vedeva, appunto, dal 2006.

Il precedente
2006: l’onda blu che travolse Bush
Presidente repubblicano al secondo mandato, consenso in calo, una guerra impopolare, centristi in fuga: con gli stessi ingredienti di oggi, a novembre 2006 i democratici ripresero il Congresso.

+0
Seggi guadagnati alla Camera
Maggioranza riconquistata

+0
Seggi guadagnati al Senato
Maggioranza strappata al Gop

0
Anni di opposizione alla Camera interrotti quella notte
La Camera era repubblicana dal 1994

Le incognite
Un elettorato mai così sfuggente
Gallup invita alla prudenza: il vantaggio democratico poggia sul segmento più instabile dell’elettorato.


45% Indipendenti

Nel 2025 il 45% degli americani si è dichiarato indipendente: la quota più alta mai registrata da Gallup. Una parte enorme dell’elettorato che nessuno dei due partiti può considerare acquisita.

Gran parte dello spostamento è avvenuta tra gli indipendenti che pendono verso un partito: legami deboli, preferenze potenzialmente volatili.

L’immagine dei democratici resta ai minimi storici: il movimento riflette più il malcontento verso Trump che un ritrovato entusiasmo per l’opposizione.

Fonte Gallup, identificazione di partito tra gli adulti americani (medie trimestrali 2015–2026, simpatizzanti inclusi); Emerson College Polling, sondaggio nazionale di aprile 2026 tra gli elettori probabili.

Il collasso repubblicano dopo il voto del 2024


Il ribaltamento è stato rapido e si è consumato nel giro di poco più di un anno. Nell'ultimo trimestre del 2024, infatti, i repubblicani erano ancora avanti di 4 punti, con il 47% contro il 43% dei democratici. Da allora però sono scesi al 39%, mentre i democratici sono saliti al 49%: uno spostamento complessivo di 14 punti a favore di questi ultimi.

Anche altri indicatori descrivono una dinamica simile. Ad esempio un recente sondaggio dell'Emerson College, condotto ad aprile tra gli elettori probabili, attribuisce ai democratici esattamente 10 punti di vantaggio nel voto generico per il Congresso: 50% contro 40%. Nello stesso sondaggio il consenso per il presidente Donald Trump si fermava invece al 40%, mentre il 56% degli intervistati ne boccia l'operato.

Il precedente del 2006 e l'incognita degli indipendenti


Gallup invita tuttavia alla prudenza. Gran parte dello spostamento è avvenuta tra gli indipendenti che "pendono" verso uno dei due partiti: si tratta quindi di elettori con legami politici più deboli e preferenze potenzialmente volatili. I democratici, inoltre, stanno guadagnando terreno nonostante la loro immagine resti ai minimi storici. Il movimento sembra quindi riflettere più il malcontento verso Trump che un ritrovato entusiasmo per l'opposizione.

A rendere il quadro ancora più incerto contribuisce un altro record: nel 2025 il 45% degli americani si è dichiarato indipendente, la quota più alta mai rilevata sinora nelle rilevazioni Gallup. Si tratta di una parte enorme dell'elettorato che nessuno dei due partiti può considerare acquisita e che potrebbe ancora cambiare idea da qui a novembre. Ciò nonostante, il parallelo con il 2006 resta difficile da ignorare: anche allora alla Casa Bianca sedeva un presidente repubblicano al secondo mandato, con un consenso in calo, una guerra impopolare in corso e gli elettori centristi sempre più lontani dal partito di governo. Vent'anni dopo, molti degli ingredienti che hanno portato all'onda blu sembrano essere gli stessi.


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YOBY, il denaro entra nel laghetto


YOBY trasforma l’educazione finanziaria in scelte quotidiane: un prodotto nato per rendere il denaro meno astratto, meno solitario e finalmente discutibile.


Ci sono idee che arrivano già vestite da prodotto, con il mercato ben pettinato, le slide stirate e una previsione di crescita infilata nella tasca interna. YOBY non è arrivato così. È nato da una domanda più piccola, e proprio per questo più difficile: come si insegna a un bambino il valore del denaro senza trasformare l’infanzia in una riunione con il commercialista?

Si può spiegare che bisogna risparmiare, certo. Si possono usare grafici, salvadanai, paghette amministrate con la disciplina di una finanziaria domestica. Ma le abitudini non crescono perché qualcuno le ha illustrate bene. Crescono dentro le esperienze, nelle piccole scelte ripetute, nell’attesa di qualcosa che desideriamo, nel prezzo che scopriamo troppo alto, nell’oggetto comprato d’impulso e poi guardato con quel lieve sospetto che conoscono anche gli adulti davanti alla cyclette usata tre volte.

YOBY nasce per trasformare tutto questo in un luogo.

Non un corso con qualche punto premio incollato sopra. Non un’applicazione bancaria per adulti rimpicciolita e decorata con un papero. Non un foglio di calcolo travestito da gioco. Un mondo vero, costruito in tre dimensioni, dove ogni famiglia possiede il proprio laghetto, ogni componente può avere il proprio personaggio e il denaro smette di essere una materia astratta per diventare una scelta visibile.

Nel laghetto si esplora, si incontrano personaggi, si completano missioni e si raccolgono frammenti. Le conchiglie rappresentano il valore quotidiano, i semi le abitudini che hanno bisogno di tempo, le stelle i progressi e le piccole vittorie. Non sono soldi reali e non cercano di imitarli. Sono metafore maneggevoli, oggetti che permettono ai bambini di sperimentare senza trasformare ogni errore in una perdita e ogni decisione in un giudizio.

Il mondo di YOBY si sviluppa su più livelli. In superficie ci sono i laghetti della vita quotidiana, le relazioni, le prime scelte. Nel cielo abitano gli obiettivi più lontani, quelli che richiedono pazienza, continuità e la capacità di non divorare oggi tutto ciò che potrebbe servire domani. Nel sottosuolo si nascondono invece i costi invisibili, le conseguenze meno evidenti, le cose che sembrano convenienti finché la Talpa non accende una lampada e mostra ciò che era rimasto sotto il prezzo.

Poi, ogni martedì, arriva Loris.

Loris è un lemure e conduce una barca mercato. Compra, vende, tratta e probabilmente conosce il valore di una rapa meglio di molti analisti. Nel suo mercato i bambini possono sperimentare lo scambio e la negoziazione, scoprendo che prezzo e valore non sono la stessa cosa, che desiderare non significa necessariamente comprare e che rinunciare oggi non è sempre una sconfitta. A volte è soltanto una scelta che ha deciso di crescere.

Ogni personaggio di YOBY porta con sé un modo diverso di avvicinarsi al denaro. Non tiene lezioni e non distribuisce pagelle. Propone situazioni brevi, domande, missioni e conseguenze osservabili. Una risposta modifica qualcosa nel mondo, apre una conversazione, fa apparire un dubbio. Il gioco non dice al bambino che è stato bravo o cattivo. Gli mostra dove conduce una scelta e gli permette di guardarla insieme alla propria famiglia.

Questo è il punto centrale del progetto: YOBY non vuole insegnare ai bambini a occuparsi da soli del denaro. Vuole aiutare le famiglie a parlarne insieme.

Il denaro, in molte case, è ancora una presenza silenziosa. I bambini ne percepiscono gli effetti, ascoltano frammenti di conversazioni, vedono acquisti rimandati e desideri negoziati, ma raramente possiedono uno spazio adatto per fare domande. Gli adulti, a loro volta, spesso non sanno da dove cominciare. Temono di spiegare troppo, troppo poco, troppo presto o con parole che trasformano il tavolo della cucina in un seminario sul bilancio familiare.

YOBY prova a costruire un linguaggio comune. Una missione può diventare una domanda. Un oggetto da acquistare può aprire una discussione sul desiderio. Un obiettivo condiviso può mostrare cosa significhi aspettare. Il laghetto registra i progressi, cambia con la famiglia e rende visibile qualcosa che normalmente non lo è: il modo in cui le abitudini si formano un giorno dopo l’altro.

Lo stiamo costruendo in due. Io seguo la parte tecnica: il codice, l’architettura, l’intelligenza artificiale, le meccaniche di gioco, le integrazioni e tutti quegli ingranaggi invisibili che permettono a un papero di camminare, imparare e talvolta sembrare più saggio di noi. Stefano Lupicano segue l’organizzazione, le relazioni, le partnership, la pianificazione e il percorso che deve portare questo mondo fuori dai nostri computer e dentro famiglie, scuole e istituzioni.

La dimensione familiare è il primo nucleo, ma YOBY è pensato anche per le scuole. L’educazione finanziaria non dovrebbe limitarsi a una definizione imparata e restituita correttamente. Si comprende il valore scegliendo, aspettando, confrontando, scambiando e osservando le conseguenze. Una classe può usare lo stesso mondo per affrontare questi temi attraverso quiz, missioni e attività guidate, senza separare completamente ciò che viene appreso a scuola da ciò che accade a casa.

Costruire un prodotto destinato ai bambini significa però accettare una responsabilità supplementare. Non basta che funzioni. Non basta che sia bello, divertente o capace di trattenere l’attenzione. Deve sapere quando fermarsi, cosa non chiedere, quali porte lasciare chiuse.

Per questo ogni laghetto familiare è privato e controllato dagli adulti. I bambini non possono essere contattati da estranei. Non ci sono pubblicità nell’esperienza destinata ai minori e i loro dati non diventano combustibile per il marketing. La privacy, il controllo dei genitori e i principi del GDPR non sono pagine aggiunte alla fine del progetto, quando ormai tutto è stato costruito. Sono parte del modo in cui il mondo viene disegnato.

È una scelta tecnica, economica e perfino narrativa. Un luogo sicuro non è soltanto un luogo dal quale sono state eliminate le cose pericolose. È un luogo comprensibile, con confini visibili, nel quale un bambino può esplorare senza essere osservato da un mercato invisibile intento a misurare ogni esitazione.

YOBY è ancora in costruzione. Mancano territori, missioni, collezioni e personaggi. Alcune idee cambieranno forma, altre finiranno nel grande cassetto delle funzionalità splendide che avrebbero richiesto settantadue sviluppatori, tre anni e un allevamento professionale di castori. È il normale attrito tra ciò che immaginiamo e ciò che possiamo sostenere.

Ma YOBY esiste già.

Ha un dominio, un mondo, dei laghetti, dei personaggi e famiglie che possono iniziare a entrarci. Ha una struttura economica, una direzione educativa e una responsabilità precisa verso le persone per le quali viene costruito. Non è più una visione leggera che può cambiare senza conseguenze. È diventato un prodotto, e quindi qualcosa di cui dobbiamo prenderci cura.

Forse è proprio questo che YOBY prova a insegnare, ancora prima del risparmio e delle scelte finanziarie: le cose acquistano valore quando qualcuno dedica loro attenzione, tempo e continuità.

Anche un piccolo laghetto.

Anche un papero.

Anche un’abitudine che oggi sembra invisibile e domani, quasi senza fare rumore, sarà diventata parte di noi.

YOBY è online su yoby.fun. Il laghetto è aperto.

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Due soldati americani uccisi da missili iraniani in Giordania. L’Iran attacca il “Grande Satana”


Colpita la base aerea di Muwaffaq Salti: un soldato risulta disperso e quattro sono rimasti feriti. La Guida Suprema accusa Trump di aver violato l’accordo e minaccia “costi ancora più pesanti”.

Due militari americani sono stati uccisi e un terzo risulta disperso dopo un attacco iraniano con missili balistici contro la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania. Lo ha reso noto il Comando centrale degli Stati Uniti (Central Command, CENTCOM). Sono i primi caduti americani dalla ripresa dei combattimenti tra Stati Uniti e Iran, 8 giorni fa. Il bilancio complessivo delle perdite statunitensi dall’inizio della guerra sale così a 16 morti.

Almeno due missili balistici hanno colpito la base, che ospita militari e caccia statunitensi. I video diffusi sui social media mostrano l’impatto degli ordigni e una densa colonna di fumo levarsi dall’area subito dopo l’attacco.

Video shows Iranian ballistic missiles striking Muwaffaq Salti Air Base in Jordan overnight, killing two American servicemembers and injuring several others pic.twitter.com/UtJh6nEgF2
— Faytuks Network (@FaytuksNetwork) July 18, 2026


“Il 17 luglio due militari statunitensi in Giordania sono caduti in azione mentre il CENTCOM e le forze alleate contrastavano attacchi iraniani condotti con missili balistici e droni. Un altro militare risulta al momento disperso in azione”, ha comunicato il Comando in un post su X. Quattro soldati sono stati trasferiti in ospedali giordani e successivamente dimessi; altri, sottoposti ad accertamenti per ferite lievi, sono già tornati in servizio.

CENTCOM Statement on Recently Fallen, Missing U.S. Service Members

TAMPA, Fla. — On July 17, two U.S. service members in Jordan were killed in action as U.S. Central Command (CENTCOM) and partner forces defended against Iranian ballistic missile and drone attacks. Additionally,…
— U.S. Central Command (@CENTCOM) July 18, 2026


Khamenei accusa Trump di aver tradito l’accordo


Poche ore dopo, in una dichiarazione scritta rilanciata dai media di Stato iraniani, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha accusato il presidente Donald Trump di aver violato l’intesa raggiunta tra Washington e Teheran. “Le ripetute violazioni del memorandum d’intesa firmato dai presidenti di Iran e Stati Uniti da parte del Grande Satana hanno dimostrato ancora una volta quanto sia priva di valore e inaffidabile la firma del presidente americano”, ha scritto Khamenei.

Con l’espressione “Grande Satana”, la nuova Guida Suprema torna così al lessico tradizionale della retorica rivoluzionaria iraniana, già riaffiorato nei suoi interventi dei mesi scorsi dopo il fallimento dell’intesa con l’Amministrazione Trump. Nella stessa dichiarazione Khamenei ha definito “prepotenza, ambizioni egemoniche e brutalità” elementi “inseparabili del comportamento e della dottrina americani”. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, hanno “rivelato ancora una volta il loro vero volto, senza maschera”.

Khamenei ha quindi accusato Washington di “voler scatenare una nuova guerra” e ha avvertito che, se l’escalation dovesse proseguire, gli Stati Uniti pagheranno “costi ancora più pesanti” e subiranno “un disonore ancora maggiore”. L’Iran e “l’Asse della resistenza”, ha minacciato, hanno in serbo per gli americani “lezioni indimenticabili”.

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Il Segretario alla Sicurezza interna minaccia il carcere per i funzionari elettorali che non collaborano


Markwayne Mullin ha rilanciato le accuse infondate di Trump sui non cittadini nelle liste elettorali e minaccia multe e carcere per i funzionari statali che non collaborano con l'Amministrazione

Il Segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin ha minacciato venerdì i funzionari elettorali locali di multe e perfino del carcere se non collaboreranno con i tentativi dell'Amministrazione di cambiare le regole del voto. In una conferenza stampa, Mullin ha ripetuto molte delle accuse infondate sulla sicurezza delle elezioni americane che il presidente aveva rilanciato la sera prima in un discorso alla nazione in prima serata, promettendo di "scavare solo un po' più a fondo" rispetto a quanto detto da Trump.

"Se i funzionari elettorali, una volta che abbiamo dato loro le informazioni necessarie per rendere sicure le loro elezioni, scelgono di non farlo, allora quelle persone possono essere chiamate a risponderne con multe, con sanzioni e perfino, a seconda di quanto si va avanti, con il carcere", ha detto Mullin. Non è la prima minaccia di questo tipo: a inizio luglio il dipartimento di Giustizia ha inviato lettere ai 50 Stati e al District of Columbia prospettando azioni penali contro i funzionari che avessero conteggiato schede di non cittadini nelle prossime elezioni.

La Costituzione americana affida però il potere di regolare le elezioni al Congresso e agli Stati e non attribuisce alcuna autorità esplicita in materia al governo federale. Le pressioni di Mullin arrivano mentre il presidente e i suoi alleati cercano un controllo maggiore sull'infrastruttura elettorale del Paese in vista delle elezioni di metà mandato.

Al centro delle accuse c'è la cifra, mai documentata, di oltre 250.000 non cittadini che sarebbero iscritti alle liste elettorali di California, New Jersey, Nevada e Pennsylvania. Il numero non coincide del tutto con quanto lo stesso Mullin ha scritto giovedì ai funzionari della Pennsylvania: "Una revisione preliminare dei registri ha rivelato che potrebbero esserci fino a 14.576 non cittadini registrati per votare in Pennsylvania", si legge in una copia della lettera ottenuta dal New York Times. Né Trump né Mullin hanno spiegato come il governo sia arrivato a quei numeri.

L'analisi del governo sembra basarsi sui registri elettorali pubblici degli Stati, che per motivi di privacy sono privi di informazioni identificative importanti come i numeri di patente. Gli stessi documenti diffusi da Mullin ammettono che le identità delle persone individuate non sono ancora state verificate. Essere registrati non significa inoltre aver votato e lo status di cittadinanza può cambiare nel tempo, quindi il governo dovrebbe dimostrare che quelle persone non erano cittadini nel momento in cui hanno eventualmente votato. David Becker, direttore del Center for Election Innovation and Research, un'organizzazione indipendente che studia le elezioni, ha detto che l'amministrazione non è stata "trasparente sulla metodologia" e ha ricordato che stime simili vengono spesso riviste molto al ribasso dopo verifiche accurate.

Venerdì Mullin ha anche sostenuto che 28.000 non cittadini sarebbero stati individuati nelle liste di oltre 20 Stati che collaborano con il programma federale di verifica della cittadinanza. Secondo Becker la cifra è plausibile, ma equivale allo 0,04% dei 68 milioni di elettori di quegli Stati.

I funzionari di California, Pennsylvania e Nevada hanno respinto le accuse. "Il voto dei non cittadini resta estremamente raro", ha detto in un comunicato Shirley Weber, la segretaria di Stato democratica della California. Al Schmidt, segretario di Stato repubblicano della Pennsylvania, ha detto che "tutte le prove mostrano che il voto dei non cittadini è estremamente raro in tutto il Paese, inclusa la Pennsylvania". Da mesi l'amministrazione cerca di ottenere dagli Stati guidati dai democratici i registri elettorali completi e non oscurati: molti Stati si sono opposti per proteggere la privacy degli elettori e l'amministrazione ha perso diverse cause. Mullin ha ripetuto anche la minaccia di togliere i fondi federali agli Stati che non collaborano.

Il segretario ha rilanciato pure le teorie sulle interferenze straniere. Ha detto che l'Iran aveva violato i registri elettorali di alcuni Stati per "compromettere" il sistema che permette a militari e civili all'estero di votare. Il riferimento è a un episodio del 2020, quando hacker legati all'Iran entrarono in un database delle registrazioni in Alaska e diffusero un video che mostrava presunti voti fraudolenti dall'estero. Il voto mostrato nel video era falso e non è mai avvenuto, come stabilirono all'epoca gli stessi funzionari dell'amministrazione Trump e un'incriminazione del dipartimento di Giustizia contro due iraniani. John Ratcliffe, allora capo dell'intelligence e oggi direttore della CIA, lo disse pubblicamente in un discorso televisivo nel 2020: "Questo video e qualsiasi accusa su schede fraudolente di quel tipo non sono veri".

Mullin ha affermato inoltre che "avversari stranieri hanno componenti che sono parti vitali delle nostre macchine per il voto" e che i rivali degli Stati Uniti possono "cambiare la registrazione degli elettori e il vostro voto". Esperti di cybersicurezza e funzionari elettorali ripetono da anni che uno scenario del genere è estremamente improbabile, perché le macchine per il voto non sono in genere connesse a internet e quasi ogni ipotesi di manomissione richiederebbe l'accesso fisico ai dispositivi.

Mullin ha annunciato che la CISA, l'agenzia federale per la cybersicurezza che dipende dal suo dipartimento, pubblicherà entro 30 giorni un piano aggiornato per la sicurezza dell'infrastruttura elettorale degli Stati. Sotto la presidenza Trump quella stessa agenzia è stata svuotata e il lavoro federale sulla sicurezza delle elezioni è stato ridotto in modo netto.

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Il candidato repubblicano al Senato in Georgia ha legami con un influencer nazionalista bianco


David Alan Scheer II, marito della figlia di Mike Collins, diffonde teorie antisemite e immagini naziste a 1,5 milioni di follower. A novembre Collins sfiderà il democratico Jon Ossoff

Il genero di Mike Collins, il candidato repubblicano al Senato in Georgia sostenuto dal presidente Donald Trump, è un influencer nazionalista bianco che da anni diffonde online teorie del complotto antisemite e immagini naziste. Lo ha rivelato la CNN. David Alan Scheer II, sposato con Summer, la figlia di Collins, compare nelle foto di famiglia sul sito della campagna elettorale del candidato, era presente alla festa per la vittoria alle primarie repubblicane di giugno ed è registrato per votare in una proprietà di Collins, accanto alla casa del deputato in Georgia. Sembra inoltre aver realizzato video promozionali per l'azienda di autotrasporti di Collins.

Collins rappresenta il decimo distretto della Georgia alla Camera dal 2023. A novembre, alle elezioni di metà mandato che rinnovano parte del Congresso, sfiderà il senatore democratico uscente Jon Ossoff. Parte da sfavorito anche in uno stato che Trump ha vinto nel 2024: su Kalshi, un mercato delle previsioni dove si scommette sull'esito degli eventi, le sue probabilità di vittoria sono intorno al 16 per cento.

Scheer ha più di 1,5 milioni di follower tra TikTok, Instagram, YouTube e Telegram, dove pubblica contenuti su fitness, cristianesimo e mascolinità. Sulle stesse piattaforme ha promosso l'ideologia nazionalista bianca, ha diffuso teorie del complotto antisemite e ha chiesto l'espulsione dei musulmani dagli Stati Uniti. Su Instagram ha rilanciato post di Patriot Front, il gruppo neofascista e suprematista bianco che ha sfilato a Washington lo scorso 4 luglio con maschere bianche e bandiere confederate.

Poche settimane fa Scheer ha chiesto ai suoi follower su Telegram di votare in un sondaggio per decidere se dovesse realizzare un video su "perché la Gen-Z non odia Hitler". Lo ha poi cancellato, ma la CNN ha salvato il post. In un video su YouTube del novembre 2025 ha invocato la teoria dei "bolscevichi ebrei", una narrazione antisemita fatta propria dalla Germania nazista che dipingeva il comunismo come un complotto ebraico. Ha sostenuto che gli ebrei siano responsabili della pornografia, dell'omicidio di John Fitzgerald Kennedy, degli attentati dell'11 settembre e dell'assassinio dell'attivista conservatore Charlie Kirk. Ha ripetuto anche la teoria mai provata secondo cui Jeffrey Epstein lavorava per il Mossad, i servizi segreti israeliani, e ricattava i politici per spingerli su posizioni filoisraeliane. A un utente di YouTube che gli faceva notare i toni antisemiti dei suoi contenuti ha risposto che "non c'è niente di sbagliato nel nazionalismo bianco".

In un podcast dello scorso novembre Scheer ha detto che i bianchi vengono spinti verso l'estinzione e che riportare l'America a una popolazione di discendenza europea bianca richiederebbe di "ripulire la nostra terra dalle altre persone". Ha aggiunto di volere che somali, messicani e nigeriani restino nei loro paesi e ha detto: "credo che più una cultura è omogenea, più prospera".

In un post su Telegram dello scorso anno ha condiviso un'infografica secondo cui gli ebrei controllerebbero il governo americano attraverso il denaro, attribuendone la realizzazione alla moglie, cioè alla figlia di Collins. Nel giugno 2025 ha pubblicato su Instagram un meme tratto da un manifesto di propaganda nazista degli anni Trenta, con la scritta "voglio fare figli, non morire per Israele" e la didascalia "se non l'avete notato, abbiamo tutti un nemico comune".

La campagna di Collins non ha risposto alle domande della CNN su Scheer e sui suoi post. Un portavoce si è limitato a dire che il sostegno di Collins a Israele "è indiscutibile" e che è dimostrato dal suo lavoro al Congresso.

Scheer non è la prima figura di estrema destra nell'orbita di Collins. A maggio Slate ha rivelato che il suo capo dello staff, Kip Talley, partecipava a una chat di gruppo con i nazionalisti bianchi Nick Fuentes e Richard Spencer. Nello stesso mese Collins ha licenziato un collaboratore di lunga data che dall'account della campagna aveva deriso la moglie di un consulente di un candidato rivale e le sue accuse di violenza sessuale contro un ex conduttore televisivo.

Collins stesso ha negato la legittimità delle elezioni presidenziali del 2020 e ha difeso gli assalitori del Congresso del 6 gennaio 2021, dicendo che meritavano la grazia. Nel 2024, sotto la foto di un migrante venezuelano arrestato a New York con accuse poi cadute, scrisse che si poteva comprargli "un biglietto su Pinochet Air per un giro gratis in elicottero verso casa": un riferimento al regime del dittatore cileno Augusto Pinochet, che uccideva alcuni oppositori politici gettandoli dagli elicotteri. Il post fu rimosso da X per violazione delle regole sui discorsi violenti e poi ripristinato dopo un appello di Collins a Elon Musk.

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I documenti declassificati non confermano le accuse di Trump sulle elezioni


Le testate che hanno esaminato i file non trovano prove di brogli o interferenze che abbiano cambiato l'esito di un voto. E per l'intelligence manipolare le elezioni su larga scala sarebbe difficile

Le centinaia di documenti d'intelligence declassificati che la Casa Bianca ha diffuso per sostenere il discorso di giovedì sera del presidente Donald Trump sulle elezioni non confermano le sue accuse. Le testate che li hanno esaminati non hanno trovato prove che interferenze straniere o brogli abbiano mai cambiato il risultato di un'elezione americana, compresa quella del 2020 che Trump perse. In diversi passaggi, anzi, i rapporti dicono il contrario di quanto sostenuto dal presidente: i sistemi elettorali "sarebbero difficili da manipolare su una scala abbastanza ampia da alterare l'esito delle elezioni".

Nel discorso di 26 minuti Trump aveva accusato la Cina di essersi procurata illecitamente i dati di 220 milioni di elettori, aveva rilanciato un vecchio caso di presunte frodi in Michigan e aveva sostenuto che circa 278.000 persone senza cittadinanza americana risultano registrate per votare. BBC Verify, la squadra di verifica dei fatti dell'emittente britannica, ha analizzato i quattro pacchetti di documenti pubblicati dalla Casa Bianca, alcuni con ampie parti oscurate, senza trovare rivelazioni clamorose. Una parte consistente dei file ripropone informazioni pubbliche da anni. Una fonte a conoscenza diretta delle valutazioni dell'intelligence sul 2020 ha detto alla CNN che il materiale aggiuntivo raccolto all'epoca, una volta verificato, non era stato giudicato abbastanza credibile o rilevante da finire nei rapporti ufficiali.

Fact-checking · Elezioni USA

Le accuse di Trump, alla prova dei suoi stessi documenti


Cosa dicono davvero le centinaia di documenti d’intelligence che la Casa Bianca ha declassificato a sostegno del discorso del presidente sulle elezioni.

Grafica di FocusAmerica 18 luglio 2026

Non cittadini registrati al voto: l’accusa e la verifica

Secondo Trump
0

contro

Dove si controlla
0,00%

Stima diffusa dalla Casa Bianca, basata su banche dati commerciali e senza metodologia dichiarata
Quota di possibili non cittadini emersa dalla verifica federale su oltre 68 milioni di registrazioni in 25 Stati

Le testate che hanno esaminato i file non hanno trovato prove che brogli o interferenze straniere abbiano mai cambiato l’esito di un’elezione americana: in diversi passaggi, i rapporti dicono il contrario di quanto sostiene il presidente.

Accusa n. 1 · Cina
I dati di 220 milioni di elettori “rubati” da Pechino

Per il presidente, la prova che la Cina voleva interferire sul voto del 2020.

Cosa sostiene Trump
La Cina si è procurata illecitamente i dati di 220 milioni di elettori americani per interferire sulle elezioni.

Cosa dicono i documenti
La tabella che dovrebbe provare la cifra (204,8 milioni di record, datata 2016) è quasi interamente oscurata: il contesto non è ricostruibile.
Molti di quei dati sono pubblici o in vendita legale: nel 2022 un attore cinese ha scaricato le liste “pubblicamente disponibili” di sei Stati.
La valutazione ufficiale dell’intelligence, declassificata nel 2021, conclude “con alta fiducia” che nel 2020 la Cina non ha interferito sul voto.
Acquisizione di dati, non manipolazione del voto

Accusa n. 2 · Michigan
Le frodi “seppellite e insabbiate” di Muskegon

Nel 2020 una funzionaria elettorale segnalò tra 8.000 e 10.000 domande sospette di registrazione al voto. L’FBI ne verificò un campione.

Cosa sostiene Trump
Il dipartimento di Giustizia di Biden ha affossato le prove di una frode elettorale in Michigan.

Cosa dicono i documenti

Domande esaminate dall’FBI
107

Risultate effettivamente false
91

Iscrizioni finite nelle liste elettorali
0

Voti espressi grazie a quelle domande
0

Caso chiuso nel 2025 dall’FBI di Kash Patel: nessuna violazione penale

Accusa n. 3 · Non cittadini
I 278.000 non cittadini che sarebbero registrati al voto

Il numero più citato del discorso arriva da un documento di una sola pagina, che non spiega come la cifra sia stata calcolata.

Cosa sostiene Trump
Circa 278.000 persone senza cittadinanza americana risultano registrate per votare alle elezioni federali.

Cosa dicono i documenti

Stima della Casa Bianca
278.000

Banche dati commerciali, 4 Stati, metodo non spiegato

Verifica federale ufficiale
28.000

Oltre 68 milioni di registrazioni controllate in 25 Stati

I 28.000 casi (lo 0,04% del totale) sono segnalazioni ancora da confermare: il sistema scambia spesso per stranieri i cittadini naturalizzati. In alcune città, come San Francisco, i non cittadini possono peraltro votare legalmente alle elezioni locali.
Dove i controlli ci sono stati, la quota è lo 0,04%

La scala reale
Quanto è raro, davvero, il voto dei non cittadini

Ogni barra rappresenta il totale dei voti o degli iscritti esaminati. La linea rossa indica i casi accertati: a questa scala è quasi invisibile.

Heritage Foundation · conservatrice2002–2022
1 caso ogni 10 milioni di schede

Meno di 100 voti accertati di non cittadini su oltre un miliardo di schede votate

Brennan Center · progressistaVoto 2016
≈30 casi stimati su 23 milioni di voti

Circa un caso ogni 780.000 voti espressi nelle giurisdizioni esaminate

Audit dello UtahMaggio 2026
27 non cittadini su oltre 2 milioni di iscritti

Il 99,72% degli iscritti è stato verificato come cittadino americano

Nota: l’audit completo dello Utah, concluso a maggio 2026, ha aggiornato il dato preliminare di gennaio, che indicava un solo caso.

Il paradosso
Il rischio che l’intelligence aveva previsto
Quasi 1 americano su 2

crede comunque che i non cittadini votino in gran numero, secondo un sondaggio Reuters/Ipsos di aprile.

Le false narrazioni sulla vulnerabilità delle elezioni “potrebbero attecchire”; una violazione molto pubblicizzata minerebbe la fiducia nel voto “anche se non fosse stata usata per manipolare dati o sistemi”.

Memo dell’intelligence americana, gennaio 2020 — tra i documenti declassificati dalla Casa Bianca

Fonte Documenti declassificati dalla Casa Bianca (luglio 2026); BBC Verify; CNN; FactCheck.org; DHS; audit elettorale dello Utah (maggio 2026); Heritage Foundation; Brennan Center; Reuters/Ipsos.

I rapporti del National Intelligence Council, l'organo che riunisce le analisi delle agenzie di intelligence americane, riconoscono che Russia, Cina, Iran e Corea del Nord "hanno la capacità di accedere e potenzialmente manipolare" alcuni sistemi informatici legati alle elezioni, come le banche dati con i registri degli elettori. Gli stessi rapporti hanno però concluso che il sistema è decentralizzato, gestito da Stati e contee, e che verifiche successive al voto e schede cartacee farebbero "molto probabilmente" emergere qualsiasi manipolazione su larga scala. Un attacco informatico, si legge in uno dei rapporti del 2020, potrebbe ritardare le operazioni di voto o la pubblicazione dei risultati, "ma probabilmente non intaccherebbe l'integrità dei risultati certificati".

Sulla Cina i documenti confermano l'acquisizione di dati sugli elettori, non un'interferenza sul voto. Una nota della task force della Casa Bianca sulla trasparenza, datata 13 luglio, sostiene che i registri elettorali di almeno 18 Stati sono stati "compromessi" da Pechino e parla di oltre 200 milioni di record coinvolti, senza specificare il periodo. Il documento che dovrebbe provare la cifra è però quasi interamente oscurato: contiene una tabella con circa 204,8 milioni di record di "dati non specificati su elettori americani" datata 2016, di cui non è possibile ricostruire il contesto. Molte di queste informazioni sono peraltro pubbliche o acquistabili legalmente, perché diversi Stati vendono la parte pubblica delle proprie liste elettorali: un altro documento declassificato spiega che nel gennaio 2022 un attore cinese ha scaricato i dati di registrazione "pubblicamente disponibili" di sei Stati e che "le reali motivazioni della raccolta sono sconosciute".

La valutazione ufficiale dell'intelligence americana, declassificata già nel 2021, era arrivata a conclusioni opposte a quelle del presidente: nel 2020 non ci fu alcun segnale che "un attore straniero abbia tentato di alterare un qualsiasi aspetto tecnico del processo di voto" e la Cina "non ha messo in campo sforzi di interferenza", un giudizio formulato "con alta fiducia". Le agenzie accertarono invece una campagna di influenza russa a favore della rielezione di Trump e una iraniana contro di lui. Nei nuovi documenti c'è anche il memo di un alto funzionario in dissenso, secondo cui Pechino aveva compiuto "alcuni passi esplorativi di basso livello" per denigrare Trump e orientare la percezione degli elettori prima del voto.

Anche sul Michigan i file raccontano una vicenda diversa da quella del presidente, che parla di prove di frode "seppellite e insabbiate" e accusa il dipartimento di Giustizia di Biden di avere affossato l'indagine. Nell'autunno del 2020 una funzionaria elettorale della città di Muskegon segnalò migliaia di domande sospette di registrazione al voto, tra 8.000 e 10.000 secondo uno dei documenti, presentate da una collaboratrice di GBI Strategies, un'organizzazione vicina ai democratici che paga i propri attivisti per iscrivere nuovi elettori alle liste (negli Stati Uniti per votare bisogna prima registrarsi). L'FBI accertò che molte domande erano davvero false: su un campione di 107, 91 non trovavano riscontro nelle banche dati, con indirizzi inesistenti e firme non corrispondenti. Nessuna però portò a un'iscrizione nelle liste o a un voto. L'indagine durò quasi cinque anni, sotto entrambe le amministrazioni, e fu chiusa il 25 settembre 2025, quando l'FBI era già guidata da Kash Patel, nominato da Trump: l'agenzia concluse che "non è stata identificata alcuna violazione penale" e che gli attivisti "non erano stati istruiti a falsificare le informazioni". Il presidente ha detto di avere chiesto a Patel di riaprire il caso.

Il numero più citato del discorso, i circa 278.000 non cittadini che sarebbero registrati per votare, arriva da un documento di una sola pagina del dipartimento per la Sicurezza interna, secondo cui "oltre 250.000 non cittadini sono illegalmente registrati al voto" in California, Pennsylvania, New Jersey e Nevada. Il documento non spiega da dove arrivi la cifra né come sia stata verificata. La Casa Bianca ha riconosciuto che la stima si basa su banche dati commerciali, meno affidabili di quelle governative, usate perché i quattro Stati hanno rifiutato di sottoporre le liste al sistema federale di verifica della cittadinanza. Lo stesso documento riporta che questo sistema, applicato a oltre 68 milioni di registrazioni in 25 Stati, ha trovato 28.000 casi, circa lo 0,04% del totale. In alcune città, come San Francisco, le persone senza cittadinanza possono peraltro votare legalmente alle elezioni locali, per esempio per i consigli scolastici, il che spiegherebbe parte delle registrazioni in California.

All'inizio dell'anno lo Utah ha controllato l'intera lista elettorale dello Stato: su oltre 2 milioni di iscritti ha trovato una sola persona senza cittadinanza registrata e nessun caso di voto. Il database della Heritage Foundation, un centro studi conservatore, conta meno di 100 casi di voto da parte di non cittadini tra il 2002 e il 2022, su oltre un miliardo di schede votate, mentre un'analisi del Brennan Center, un istituto progressista, ne aveva stimati una trentina su più di 23 milioni di voti espressi nel 2016. Quasi metà degli americani crede comunque che i non cittadini votino in gran numero, secondo un sondaggio Reuters/Ipsos di aprile.

Tra i file c'è anche una valutazione della CIA di giugno sul Venezuela, per anni al centro delle teorie dei sostenitori di Trump sui brogli del 2020. Il memo dice che il governo venezuelano ha sviluppato la capacità di manipolare il voto elettronico nelle proprie elezioni, ma che questa dipendeva dal controllo diretto dell'intero processo: né Caracas né l'azienda Smartmatic, i cui sistemi sono usati negli Stati Uniti solo nella contea di Los Angeles, avevano la capacità "di manipolare l'esito di un'elezione fuori dal Venezuela".

La Casa Bianca ha presentato la pubblicazione dei documenti come un intervento per correggere le vulnerabilità prima delle elezioni di metà mandato di novembre, non come un tentativo di riaprire la discussione sul 2020. L'amministrazione ha però tagliato i fondi e ridimensionato le agenzie federali che negli ultimi anni monitoravano le interferenze straniere sulle campagne elettorali. E uno dei memo declassificati, del gennaio 2020, avvertiva di un rischio diverso da quelli elencati dal presidente: poiché "gran parte del pubblico probabilmente sa poco" di come vengono amministrate le elezioni, le false narrazioni sulla loro vulnerabilità "potrebbero attecchire". Una violazione molto pubblicizzata, aggiungeva il memo, minerebbe la fiducia nel voto "anche se non fosse stata usata per manipolare dati o sistemi".


Trump si prepara a pubblicare documenti riservati per mettere in dubbio le elezioni di metà mandato


Una task force della Casa Bianca che sta esaminando migliaia di pagine di documenti riservati dell'intelligence e delle forze dell'ordine, alla ricerca di presunte irregolarità nelle elezioni americane, inizierà a pubblicarli entro poche settimane. Lo hanno detto due funzionari a conoscenza del dossier a MS NOW. La pubblicazione rientra in una serie di iniziative con cui il presidente e i suoi collaboratori tornano a mettere in discussione il risultato delle elezioni del 2020, sostengono l'esistenza di frodi elettorali diffuse e puntano a ridurre la fiducia del pubblico nelle elezioni di metà mandato di novembre, che decideranno il controllo del Congresso.

All'operazione parteciperà l'ufficio del direttore dell'intelligence nazionale, l'organismo che coordina le agenzie di spionaggio americane. Il suo capo ad interim, Bill Pulte, non ha esperienza di intelligence, è allo stesso tempo il massimo responsabile federale per le politiche della casa ed è accusato dai democratici di usare a fini politici le informazioni del governo. Secondo i democratici, Trump lo ha messo in quel ruolo per aiutare i repubblicani alle elezioni di metà mandato e, potenzialmente, per limitare il voto dei loro elettori. L'anno scorso Pulte ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di incriminare diversi avversari politici del presidente, tra cui la procuratrice generale di New York Letitia James, sulla base di informazioni sui mutui ottenute dalle banche dati governative. Nessuno di quei casi si è concluso con una condanna.

"Non credo che abbiamo mai visto un'amministrazione così ostile al diritto di voto e a elezioni libere e corrette", ha detto a MS NOW Jonathan Diaz, responsabile per i diritti di voto del Campaign Legal Center, un'organizzazione di vigilanza sull'etica pubblica. Per David Becker, ex avvocato della sezione per i diritti di voto del Dipartimento di Giustizia, la pubblicazione avrà poca presa sulla maggioranza degli americani: "È facile presentarsi a una conferenza stampa e buttare lì un documento di mille pagine con dentro accuse riciclate e già smentite di anni fa", ha detto, ricordando che ogni presunta illegalità dovrebbe comunque superare il vaglio dei tribunali. Becker ha detto di non temere la pubblicazione, perché quella del 2020 "è l'elezione più esaminata della storia mondiale", ma di temere che la Casa Bianca e il governo federale siano diventati "forse il principale amplificatore della disinformazione" che punta a delegittimare la democrazia americana.

Martedì Harmeet Dhillon, una dirigente del Dipartimento di Giustizia nominata da Trump, ha minacciato di azione penale i funzionari elettorali di tutti gli stati nel caso conteggino schede votate da persone senza cittadinanza americana, secondo alcune lettere visionate da MS NOW. La minaccia rilancia una teoria del complotto promossa da Trump e smentita da tempo: le ricerche e le verifiche degli stati hanno accertato che il voto dei non cittadini è estremamente raro, riguarda un numero minimo di schede e non è organizzato in modo coordinato. La vicegovernatrice repubblicana dello Utah, Deidre Henderson, che è la massima responsabile elettorale del suo stato, ha scritto sui social che una decina di tribunali ha giudicato illegali le precedenti richieste con cui Dhillon voleva ottenere dagli stati i dati privati degli elettori. "Stamattina è arrivata un'altra lettera d'amore dal Dipartimento di Giustizia, piena di minacce di azione penale", ha scritto Henderson. "È un comportamento davvero bizzarro per l'agenzia federale che dovrebbe proteggere i diritti civili".

Questa settimana Dhillon ha anche comunicato ai funzionari del Michigan che il Dipartimento di Giustizia invierà osservatori federali in tre città a forte maggioranza democratica, tra cui Lansing, durante le primarie statali del 4 agosto. Il Michigan ospita a novembre una corsa molto contesa per il Senato e, proprio a Lansing, un seggio della Camera in bilico che entrambi i partiti considerano decisivo. A fine giugno la FEMA, l'agenzia federale per la gestione delle emergenze, ha pubblicato nuovi requisiti che impongono agli stati di rivedere il modo in cui organizzano le elezioni, pena la perdita dei fondi federali antiterrorismo assegnati dal Dipartimento della Sicurezza Interna, da cui la FEMA dipende.

"Trump ha adottato un approccio che coinvolge l'intero governo per influenzare i risultati elettorali", ha detto a MS NOW Mark Blumberg, che per vent'anni ha indagato sui casi di diritto di voto nella divisione per i diritti civili del Dipartimento di Giustizia. "Potrebbe essere assolutamente catastrofico". Oltre a Pulte, Trump ha nominato procuratore generale ad interim Todd Blanche, il suo ex avvocato difensore, e ha messo alla guida dell'FBI Kash Patel, un suo ex collaboratore alla Casa Bianca. Secondo gli esperti di elezioni, i tre non hanno alcun ruolo legale nell'amministrazione del voto o nel conteggio delle schede: possono indagare sulle interferenze straniere, ma la Costituzione stabilisce che fissare le regole del voto e contare le schede spetta solo ai funzionari statali e locali, in alcuni casi al Congresso.

Con un ordine esecutivo della scorsa primavera Trump ha provato a riscrivere unilateralmente le regole elettorali federali e a usare il servizio postale per limitare chi può votare, una cosa mai tentata da nessun presidente nella storia americana. Nei giorni scorsi la sua amministrazione ha anche svuotato la commissione federale che aiuta gli stati a organizzare le elezioni, licenziandone i due commissari democratici.

All'inizio dell'anno l'allora direttrice dell'intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, accompagnò gli agenti dell'FBI che, con un mandato firmato da un giudice, portarono via centinaia di scatoloni di schede e registri elettorali del 2020 da un seggio della contea di Fulton, in Georgia, un'area a forte maggioranza democratica. Gli esperti temono che Pulte possa fare qualcosa di simile il giorno del voto di novembre: ottenere un mandato, presentarsi in un seggio e assistere al sequestro di registri e macchine per il voto da parte dell'FBI, con la motivazione di un'indagine federale su presunte interferenze straniere. Per Jessica Marsden, legale dell'organizzazione non profit Protect Democracy, un'operazione del genere potrebbe interrompere il voto o il conteggio dei risultati. I democratici chiederebbero probabilmente ai giudici federali di ordinare la restituzione delle macchine, citando una legge del 1948 che vieta ad agenti federali armati e soldati di entrare nei seggi.

Marsden sta invitando i funzionari elettorali locali a chiedere fin da ora ai legali e alle forze dell'ordine di stati e contee come risponderebbero se l'FBI provasse a sequestrare con la forza macchine, registri o schede, in modo da proteggere la catena di custodia del materiale elettorale fino alla proclamazione dei risultati. Tra gli altri scenari che gli esperti considerano possibili ci sono osservatori del Dipartimento di Giustizia che a Detroit e Lansing annunciano presunti voti di non cittadini e raid dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione, nelle aree democratiche di stati in bilico come Texas e Georgia, che scoraggerebbero il voto dei cittadini naturalizzati per paura di un arresto. "Non ha precedenti", ha detto Marsden. "Se nel 2010 mi aveste detto che avremmo fatto questa conversazione, non ci avrei creduto".


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Midterm 2026, i democratici dominano la raccolta fondi per il Senato


I rendiconti depositati alla FEC certificano il vantaggio democratico nelle sfide decisive per il Senato. Il Partito Repubblicano può però contare sui super PAC e sui grandi donatori, e una recente sentenza della Corte Suprema potrebbe riequilibrare i rapporti di forza.

I candidati democratici al Senato stanno surclassando i loro avversari repubblicani nella raccolta fondi in quasi tutte le competizioni decisive per il controllo della Camera alta. È quanto emerge dai rendiconti trimestrali depositati alla Federal Election Commission, pubblicati mercoledì e analizzati dal New York Times. Un vantaggio finanziario che potrebbe rivelarsi determinante per il partito di opposizione, deciso a riconquistare il Senato nelle elezioni di metà mandato di novembre.

Il caso più clamoroso è quello del Texas. Dall'inizio dell'anno James Talarico, candidato democratico al Senato, ha raccolto 54,5 milioni di dollari attraverso il suo principale comitato elettorale, contro i soli 3,9 milioni dell'avversario repubblicano, il procuratore generale Ken Paxton. Nel solo secondo trimestre il confronto è stato di 27,4 milioni contro 2,2: un rapporto superiore a 12 a 1 in uno Stato nel quale i democratici non vincono una corsa per il Senato dal 1988.

Lo stesso schema si ripete nelle altre due sfide che con ogni probabilità decideranno il controllo del Senato. In Georgia il senatore uscente Jon Ossoff, principale bersaglio del Partito Repubblicano in questo ciclo elettorale, ha raccolto 19,6 milioni di dollari tra aprile e giugno, portando il totale dall'inizio dell'anno a 33,4 milioni. Il suo sfidante, il deputato Mike Collins, reduce da primarie logoranti, si è fermato a 2,2 milioni nello stesso periodo. All'inizio di luglio Ossoff disponeva di una liquidità oltre 20 volte superiore a quella del rivale.

In Ohio l'ex senatore Sherrod Brown ha raccolto 13,9 milioni di dollari nel trimestre, più del triplo dei 4 milioni ottenuti dal senatore repubblicano in carica Jon Husted. Complessivamente, nei 3 Stati chiave delle midterm — Texas, Georgia e Ohio — i candidati democratici hanno raccolto oltre sette volte più denaro dei rispettivi avversari.

Il vantaggio si estende a quasi tutta la mappa elettorale: Mary Peltola in Alaska ha raccolto 15,5 milioni di dollari contro i 3,6 di Dan Sullivan, mentre Roy Cooper in North Carolina ha ottenuto 16,1 milioni contro i 5,8 di Michael Whatley. Risultati favorevoli ai democratici arrivano anche dal New Hampshire, con Chris Pappas. L'unica eccezione è l'Iowa, dove la repubblicana Ashley Hinson conserva un lieve vantaggio. In Maine, invece, il quadro resta incerto: il ritiro di Graham Platner a luglio ha costretto il partito a cercare un nuovo candidato da contrapporre a Susan Collins.

Midterm 2026 · Filing FEC

La corsa dei soldi per il Senato

I candidati democratici dominano le donazioni dirette in quasi tutte le corse chiave. Ma i repubblicani rispondono con i super PAC dei miliardari, che hanno le casse molto più piene.

Grafica di FocusAmerica

Donazioni ai candidati

Super PAC
7 a 1
VS
+112 mln $
Il vantaggio combinato dei democratici nei tre Stati chiave: Texas, Georgia e Ohio

La liquidità in più del principale super PAC repubblicano sull'omologo dem

Piccoli donatori da una parte, miliardari e super PAC dall'altra: due macchine di finanziamento opposte

Esplora i dati
II candidatiIII super PACIIIVerso il 2028

Dove i democratici raccolgono di più
Milioni di dollari raccolti dai comitati elettorali principali da inizio 2026 nelle corse chiave per il Senato

DemocraticiRepubblicani

Dove sono in corso le primarie è indicato il candidato con la raccolta più alta per ciascun partito. Nel Maine Graham Platner si è ritirato a luglio; l'Iowa è l'unico Stato in cui la raccolta repubblicana è in vantaggio.

Il contrappeso repubblicano: super PAC e megadonatori
Casse e grandi assegni dichiarati alla FEC, in milioni di dollari. L'area dei cerchi è proporzionale alle cifre

Pro repubblicaniPro democraticiInteressi di settore

La variabile Corte Suprema
Una recente sentenza ha annullato i limiti federali alla spesa coordinata tra partiti e candidati: un vantaggio per i comitati repubblicani, molto più ricchi di quelli democratici.

Il tesoretto che guarda al 2028
Liquidità in cassa a inizio luglio dei potenziali candidati democratici alla Casa Bianca, in milioni di dollari: fondi trasferibili a un futuro comitato presidenziale

Prima di ogni ambizione presidenziale, Ossoff dovrà però spendere buona parte dei fondi per difendere il seggio in Georgia a novembre.

FonteFiling trimestrali FEC al 30 giugno 2026; analisi del New York Times

La potenza di fuoco dei super PAC repubblicani


Il vantaggio dei candidati democratici racconta però soltanto metà della storia. Se il partito domina nelle donazioni dirette, anche grazie alla mobilitazione dei piccoli finanziatori, il Partito Repubblicano conserva una straordinaria potenza di fuoco attraverso i super PAC sostenuti da miliardari e grandi aziende.

Il Senate Leadership Fund, il principale super PAC repubblicano impegnato nelle elezioni per il Senato, è arrivato a luglio con circa 112 milioni di dollari in più in cassa rispetto al suo omologo democratico, il Senate Majority PAC. Il dato non comprende i super PAC creati per sostenere singoli candidati repubblicani. A queste risorse si aggiungono quelle di MAGA Inc., il super PAC di Donald Trump, che all'inizio di giugno disponeva di 382 milioni di dollari in cassa: un patrimonio al quale i candidati repubblicani sperano di poter attingere durante la campagna per le elezioni di metà mandato.

I rendiconti mostrano anche il crescente attivismo dei grandi donatori conservatori. Il magnate delle spedizioni Dick Uihlein ha versato quasi 19 milioni di dollari nel secondo trimestre al proprio super PAC, Restoration of America. Dall'inizio del ciclo elettorale, lui e la moglie Liz hanno donato complessivamente quasi 70 milioni. Il gestore di hedge fund Ken Griffin ha superato i 36 milioni di dollari in contributi federali, compreso un assegno da 10 milioni versato al Senate Leadership Fund. Elon Musk ha invece destinato 5 milioni a un super PAC che sostiene la candidatura di Vivek Ramaswamy a governatore dell'Ohio e altri 4,25 milioni a iniziative politiche in Texas.

Sul fronte democratico, al contrario, le grandi donazioni restano relativamente rari. L'eccezione più significativa è Reid Hoffman, che il 30 giugno, ultimo giorno del periodo di rendicontazione, ha donato 10 milioni di dollari al super PAC alleato di Talarico. Cresce intanto il peso del denaro proveniente dalle imprese: l'industria delle scommesse sportive ha già versato 72 milioni nel proprio super PAC, Win for America. Nel solo ultimo trimestre DraftKings e FanDuel hanno contribuito rispettivamente con 14,5 e 7,5 milioni.

A modificare ulteriormente gli equilibri potrebbe essere una recente sentenza della Corte Suprema, che ha cancellato i limiti federali alla spesa coordinata tra partiti e candidati. La decisione dovrebbe consentire ai comitati repubblicani, finanziariamente molto più solidi di quelli democratici, di destinare con maggiore facilità le proprie risorse alle singole campagne.

Le casse del 2026 e le ambizioni per il 2028


I rendiconti offrono anche alcuni indizi sulla prossima corsa alla Casa Bianca. La legge americana consente infatti ai membri del Congresso di trasferire i fondi dei propri comitati elettorali a un eventuale comitato presidenziale. Diversi potenziali candidati democratici per il 2028 potrebbero quindi presentarsi ai nastri di partenza con risorse considerevoli.

Il senatore dell'Arizona Mark Kelly, che starebbe valutando una candidatura, è arrivato a luglio con circa 24,3 milioni di dollari in cassa. Cory Booker ne dispone di circa 23 milioni, il deputato californiano Ro Khanna di 16,9 milioni e Alexandria Ocasio-Cortez, che una parte dell'elettorato progressista vorrebbe in corsa, di quasi 16 milioni. La deputata democratica di New York si conferma così una delle più efficaci raccoglitrici di fondi del Congresso.

Il caso più significativo resta però quello di Jon Ossoff: con 42,6 milioni di dollari in cassa, il senatore della Georgia dispone della somma più elevata tra i possibili candidati democratici alla presidenza. Prima di coltivare qualsiasi ambizione per il 2028, tuttavia, dovrà impiegarne una parte consistente nella battaglia di novembre: una sfida che, insieme a quelle del Texas e dell'Ohio, potrebbe decidere chi controllerà il Senato degli Stati Uniti nei prossimi 2 anni.

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Trump chiede a Darline Graham di candidarsi al Senato per il seggio del fratello Lindsey


Il presidente promette "appoggio completo e totale" alla neosenatrice, nominata dopo la morte del fratello, se correrà nella primaria speciale dell'11 agosto in South Carolina
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Il presidente Donald Trump ha chiesto a Darline Graham, sorella minore del senatore repubblicano Lindsey Graham, morto improvvisamente lo scorso fine settimana, di candidarsi nella primaria speciale dell'11 agosto in South Carolina, il voto con cui i repubblicani sceglieranno il loro candidato per il seggio del fratello alle elezioni di novembre. Trump le ha promesso il suo "appoggio completo e totale" nel caso decidesse di correre. Graham, 62 anni, è stata nominata lunedì per completare il mandato del fratello, ha giurato martedì ed è la prima donna a rappresentare la South Carolina al Senato.

"Durante la sua visita ho chiesto a Darline, per il bene della nostra nazione, di candidarsi al Senato degli Stati Uniti nella primaria speciale repubblicana di martedì 11 agosto 2026", ha scritto venerdì su Truth Social, il suo social network, dopo averla ricevuta giovedì alla Casa Bianca. Trump l'ha definita una "persona spettacolare", ha aggiunto che "non ci sarebbe nessuno migliore per onorare l'eredità del suo amato fratello Lindsey" e ha chiuso il post con "Run, Darline, run!".

La CBS ha confermato che durante l'incontro alla Casa Bianca la neosenatrice ha fatto capire di stare valutando seriamente la candidatura, una possibilità anticipata da Semafor. Se decidesse di correre, partirebbe con un cognome molto riconoscibile e con l'appoggio del presidente.

Graham non è mai stata eletta a una carica pubblica. Ha lavorato a lungo nei servizi per le persone con disabilità e prima della nomina era commissaria della South Carolina Commission for the Blind, l'ente statale che assiste le persone cieche. Lunedì ha detto che con il sostegno dello staff del fratello si sente in grado di svolgere l'incarico.

Lindsey Graham, senatore dal 2003, era considerato il favorito per un quinto mandato a novembre e la sua morte ha fatto scattare una primaria lampo per sostituirlo sulla scheda. Le candidature si presentano tra il 21 e il 28 luglio e chi vince affronterà la democratica Annie Andrews per un mandato pieno di sei anni. La nomina di Darline Graham, decisa dal governatore Henry McMaster, copre invece solo i mesi che restano del mandato in corso, in scadenza a inizio gennaio.

L'altro senatore dello Stato, Tim Scott, che presiede anche il National Republican Senatorial Committee, il comitato che finanzia le campagne dei repubblicani per il Senato, si è mostrato aperto all'ipotesi di una sua candidatura: "Darline è partita finora in modo notevole", ha detto alla CBS. "Perché non lei?".

Il deputato repubblicano Ralph Norman ha detto mercoledì alla CNN che deciderà entro lunedì se entrare in corsa e che sta "valutando molte cose", tra cui le indicazioni su chi avrà l'appoggio del presidente: a Trump ha detto di avere bisogno del suo sostegno e di essere convinto di poter vincere. Venerdì ha ricevuto l'appoggio del senatore della Florida Rick Scott e ha risposto che sarebbe un onore lavorare al suo fianco al Senato.

Secondo Norman, il presidente ha parlato anche con altri due deputati dello Stato, Russell Fry e William Timmons. Timmons però si è schierato con Graham: ha definito la decisione di Trump di sostenerla "un omaggio appropriato all'eredità del senatore Lindsey Graham" e ha promesso di fare campagna per lei nelle prossime settimane. Tra i possibili candidati circolano anche i nomi della vicegovernatrice Pamela Evette e della deputata Nancy Mace, entrambe sconfitte quest'anno nella primaria repubblicana per la carica di governatore.

Il presidente si era già esposto per una candidata non ancora in campo a gennaio, quando aveva appoggiato la deputata Julia Letlow in Louisiana per sfidare il senatore in carica Bill Cassidy prima che lei annunciasse la sua decisione. Letlow è entrata in corsa pochi giorni dopo.


Perché la morte di Lindsey Graham complica i piani di Trump


Lindsey Graham è morto sabato sera a Washington, poche ore dopo essere rientrato da un viaggio in Ucraina e due giorni dopo aver compiuto 71 anni. Il senatore repubblicano della South Carolina era l'alleato più stretto del presidente al Congresso e la sua scomparsa toglie ai repubblicani un voto sicuro in una maggioranza del Senato già ridotta, a quattro mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre.

Le registrazioni delle chiamate ai soccorsi ottenute dal New York Times ricostruiscono gli ultimi momenti: sabato sera una donna ha segnalato da Baltimora che nella casa del senatore a Capitol Hill un uomo accusava dolori al petto, i paramedici hanno praticato a lungo la rianimazione e hanno chiesto alla polizia di aiutarli a forzare la porta. Graham è stato dichiarato morto alle 22:23, le 4:23 di domenica in Italia, al George Washington University Hospital. Secondo il referto preliminare del medico legale la causa è una dissezione aortica, una lacerazione dell'arteria principale che porta il sangue dal cuore, favorita dall'indurimento delle arterie. Trump ha raccontato di avergli parlato al telefono poco prima del malore e di averlo trovato solo stanco per il viaggio. "Era come un membro della famiglia per me", ha detto domenica a Meet the Press, il programma politico della NBC a cui Graham avrebbe dovuto partecipare proprio quella mattina, per la sessantaquattresima volta.

Nato nel 1955 a Central, un piccolo centro della South Carolina, Graham era il primo della sua famiglia ad arrivare all'università e aveva perso presto entrambi i genitori. Dopo la laurea in legge entrò nei servizi giuridici dell'aeronautica militare, che negli anni Ottanta lo mandò in Germania come procuratore militare per l'Europa. Nel 1994 fu eletto alla Camera nell'ondata repubblicana guidata da Newt Gingrich e si fece notare come uno degli accusatori di Bill Clinton nel processo di impeachment. Nel 2003 passò al Senato, dove prese il posto di Strom Thurmond, per quasi mezzo secolo senatore e storico oppositore del movimento per i diritti civili.

Al Senato legò la sua carriera a John McCain, il candidato repubblicano alla Casa Bianca del 2008, diventando il suo principale alleato sulle posizioni interventiste in politica estera. Con lui e con Joe Lieberman formò il trio dei "Three Amigos", provò più volte senza successo a far approvare riforme bipartisan dell'immigrazione e votò per confermare i due giudici della Corte Suprema nominati da Barack Obama, attirandosi le critiche della destra del partito.

Con Trump il rapporto cominciò con gli insulti. Nel 2016 Graham disse che avrebbe preferito "perdere senza Donald Trump che vincere con lui" e scrisse che i repubblicani, nominandolo, sarebbero stati distrutti e se lo sarebbero meritato; Trump rispose leggendo in pubblico il numero di cellulare del senatore durante un comizio. Dopo la vittoria, però, Graham cambiò rotta: cominciò a giocare a golf con il nuovo presidente e a rivendicare la propria vicinanza, una conversione che i repubblicani rimasti anti-Trump considerarono un voltafaccia interessato e che la morte di McCain, nel 2018, rese definitiva. Nello stesso anno la sua difesa furiosa di Brett Kavanaugh, il giudice della Corte Suprema che durante le audizioni di conferma era stato accusato di una violenza sessuale commessa da ragazzo, cementò il legame con il presidente, che domenica ha indicato proprio in quel momento la sua eredità più grande.

La rottura sembrò definitiva la notte del 6 gennaio 2021, quando dopo l'assalto al Campidoglio Graham annunciò dall'aula del Senato la fine del sodalizio: "Contatemi fuori, adesso basta". Tornò al fianco di Trump nel giro di pochi mesi e fu tra i primi a sostenere la sua ricandidatura per il 2024. Nel secondo mandato ha presieduto la commissione Bilancio del Senato, ha contribuito ad approvare la grande legge fiscale e di spesa dell'estate scorsa ed è stato un consigliere informale di sicurezza nazionale, tra le voci più insistenti a favore dell'attacco all'Iran e delle sanzioni contro la Russia, spesso in tandem con il segretario di Stato Marco Rubio.

L'ultimo atto pubblico di Graham era arrivato venerdì in Ucraina, nel suo decimo viaggio nel paese dall'invasione russa del 2022. A Kyiv, dopo aver incontrato Volodymyr Zelensky, aveva annunciato l'intesa raggiunta con la Casa Bianca sul suo disegno di legge, a lungo frenato dallo stesso Trump, per sanzionare chi compra petrolio russo: "Non sono mai stato così ottimista sul fatto che abbiamo la formula per porre fine a questa guerra", aveva detto. Zelensky lo ha ricordato come "un vero difensore della libertà". Per l'Atlantic la sua morte, sommata all'assenza di Mitch McConnell, è un doppio colpo per l'ala pro-ucraina del partito, rimasta senza i suoi difensori più influenti proprio mentre il presidente sembrava convinto a sostenere le sanzioni.

Al Senato i repubblicani si ritrovano intanto con due voti in meno. McConnell, 84 anni, è ricoverato dal 14 giugno dopo una caduta e una polmonite, ora si trova in un centro di riabilitazione e non ha una data di rientro. A giugno le assenze repubblicane avevano già permesso al Senato di approvare una condanna simbolica della guerra contro l'Iran e, con i bombardamenti ripresi sullo Stretto di Hormuz, voti del genere potrebbero tornare in aula ed essere più difficili da bloccare.

Questa settimana il Senato discute la legge annuale che autorizza i programmi della difesa, dove Graham doveva avere un ruolo centrale nel dibattito. La commissione Bilancio resta invece senza presidente proprio mentre l'Amministrazione spinge per un terzo pacchetto di "reconciliation", la procedura che permette di approvare misure di bilancio a maggioranza semplice aggirando la soglia dei 60 voti normalmente richiesta al Senato: dentro dovrebbero entrare 350 miliardi di dollari per ricostituire gli arsenali del Pentagono svuotati dalla guerra con l'Iran. Graham doveva guidare l'operazione e ne aveva appena discusso con il segretario alla Difesa Pete Hegseth. I primi due senatori in linea per succedergli, Chuck Grassley e Mike Crapo, presiedono però già altre commissioni.

La nomina più a rischio è quella di Todd Blanche, ex avvocato personale di Trump scelto come procuratore generale, l'equivalente del ministro della Giustizia. Blanche testimonia mercoledì davanti alla commissione Giustizia del Senato, dove senza Graham i repubblicani sono rimasti in 11 contro 10 democratici e basta una sola defezione per bloccare tutto. Due senatori repubblicani, Thom Tillis e John Cornyn, non si sono ancora impegnati a votarlo e Blanche è criticato da mesi per la gestione dei documenti su Jeffrey Epstein e per un fondo da 1,8 miliardi di dollari che secondo i critici servirebbe a risarcire i sostenitori di Trump. Graham era considerato un sì sicuro.

Il SAVE America Act, la stretta elettorale chiesta da mesi dal presidente, perde invece il suo sostenitore più instancabile. La legge imporrebbe un documento d'identità con foto e la prova di cittadinanza per votare e limiterebbe il voto per posta: resta lontanissima dai 60 voti necessari, ma Graham l'aveva difesa in aula solo un mese fa e sabato sera aveva chiamato Trump anche per parlarne. "È un duro colpo per il SAVE America Act", ha detto il presidente domenica.

In South Carolina la corsa per il seggio è già aperta: il governatore Henry McMaster nominerà un sostituto fino a gennaio e la primaria lampo per scegliere il nuovo candidato repubblicano si terrà l'11 agosto. Il deputato Joe Wilson, il decano della delegazione dello stato, si è sfilato per non assottigliare la maggioranza repubblicana alla Camera, dove il partito ha due soli voti di margine. Trump ha detto di avere già in mente un nome che per ora non vuole fare.

Il giorno prima di morire, a Kyiv, Zelensky gli aveva chiesto come stesse. "Bene", aveva risposto Graham. "Più vecchio, più vecchio, ma non più saggio".


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Anti-woke a denti stretti


Il grande ritorno del “cancellato” Louis C.K. non fa ridere: segno che la comicità è cambiata.
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Il primo segno del nuovo special di Louis C.K. l’ho visto in una story su Instagram della mia comica italiana preferita, che ha fatto una foto al computer mentre lo stava guardando. Le ho chiesto «Approvi?» e lei ha risposto «mmm, un po’ delusa».

Non è la risposta che mi aspettavo. Forse era quella che speravo ma non quella che, conoscendo la riverenza di cui gode Louis C.K. in Italia, mi aspettavo di leggere. Nei giorni successivi ho scandagliato i profili dei comici, degli opinionisti e degli scrittori che negli ultimi anni si sono spesi a difendere il diritto naturale del comico americano a tornare sul trono che il #MeToo del 2017 gli aveva rubato da sotto il sedere. Ma anche sui loro profili non ho visto niente. Nessun “Il re è tornato”, nessun “Il grande maestro è salito di nuovo in cattedra”, nessun “Ci siamo ripresi tutto quello che era nostro”.

Così Ridiculous, il nuovo special di Louis C.K. che segna il suo ritorno su Netflix dopo otto anni e mezzo di confino industriale, me lo sono dovuto guardare da solo. E ho capito già dopo i primi dieci minuti qual era il motivo per cui nessuno dei suoi grandi difensori ne stava parlando: è uno spettacolo moscio. Molto moscio.

Ora, non voglio fare quello in canottiera che dal divano critica le prestazioni della nazionale di calcio: io non sono un comico, non scrivo battute di mestiere e quando mi capita di scrivere qualcosa che fa ridere, non so bene come sia successo. Ma amo la comicità come genere letterario, ho guardato sul computer e visto dal vivo dozzine di stand-up comedian statunitensi e italiani e mi piace entrare nelle dinamiche strutturali di come si tiene la tensione in una sala piena di gente pagante per un’ora. Insomma, non so fare la stand-up, ma so fare il pubblico. E in quanto pubblico, durante uno spettacolo comico mi aspetto perlomeno di ridere.

Ma guardando lo special di Louis C.K. non è successo quasi mai. Salvo solo un momento, verso i tre quarti dello spettacolo, in un blocco abbastanza classico sul dating a sessant’anni. L’unico momento che l’ho trovato onesto, in cui c’è una battuta che mi ha ricordato un po’ il Louis C.K. di dieci anni fa (e, non a caso, il momento che avevo visto screenshottato su Instagram).

Per chi non sapesse la storia di quello che è accaduto a Louis C.K. negli ultimi anni, e anche per chi pensa di saperla, ecco un brevissimo riassunto ragionato. Nel 2007 esce il primo special di un’ora di Louis C.K. su HBO, Shameless. Si capisce da subito che il suo stile è nuovo: racconti di vita reale da cui partono spirali surreali, le battute hanno un lungo set-up, articolato, e quando arriva la punchline, cioè lo scatto retorico che innesca la sorpresa e la risata da parte del pubblico, ci si accorge di star ridendo già da qualche minuto. È uno spettacolo di un’ora divisibile in tante clip di qualche minuto, ideali per YouTube, che è nato da poco. Quello che questo nuovo comico riesce a fare meglio di ogni altro è mescolare temi molto scurrili e tenere scene di vita familiare: si passa dalle vagine d’anatra nei ristoranti cinesi alle frustrazioni di un padre moderno che va al ristorante con le figlie piccole.

Louis C.K. forse non è il più bravo della sua generazione, ma diventa popolare perché è il più accessibile. Con i suoi racconti da papà divorziato, goffo, cinico e disgustoso riesce ad arruffianarsi il pubblico anche quando al Saturday Night Live fa un monologo di otto minuti su quanto devono piacere i bambini ai pedofili. Dicendo cose orrende ma ridendo mentre le dice, riesce a tenere il pubblico sulla linea del “vabbè ma non le pensa davvero, questo patatone”. Con lui ridono tutti, anche quelli – anzi, direi soprattutto quelli – che non conoscono e non capiscono le regole della comicità.

Dal 2012 al 2017 sembra trasformare in oro tutto quello in cui è coinvolto: la sua serie tv, le serie tv di altri, gli special, le ospitate nei late night, i cameo nei film di Hollywood, le settimane – non le serate – sold out al Madison Square Garden. Nel giro di pochi anni Louis C.K. diventa il comico più ricco e potente di tutti. E quando si avvicina troppo al sole, cominciano a circolare voci sulla sua abitudine – precedente alla grande celebrità – di masturbarsi nei backstage davanti alle colleghe. Lui nega in più occasioni, bolla tutto come dicerie.

Poi, il 9 novembre del 2017, a poco più di un mese dal reportage sul produttore di Hollywood Harvey Weinstein che ha dato l’origine al movimento #MeToo, il New York Times pubblica un articolo in cui cinque comiche testimoniano di essere state costrette a guardarlo mentre si masturbava in camerino, in due casi anche vedendosi bloccare la porta quando hanno tentato di andarsene. Il comico diffonde un comunicato stampa in cui ammette che le storie riportate dal giornale sono vere e che «dopo aver passato la vita a parlare di quello di cui mi pareva, ora farò un passo indietro e starò ad ascoltare». Cosa che poi però non ha fatto.

L’impero di Louis C.K. crolla. Un film in uscita cancellato, tutti i contratti con FX (Disney) annullati, tutte le piattaforme tolgono i suoi contenuti dai cataloghi. Cancellato. Negli anni si inizia a dire che con il #MeToo Louis C.K. ha perso tutto. Lo dicono soprattutto i comici maschi. In realtà Louis C.K. non ha perso le decine di milioni di dollari che aveva accumulato in dieci anni di magica carriera: ha perso quelli che avrebbe potuto fare in futuro. Si stima che in un giorno gli siano stati annullati contratti per 35 milioni di euro.

A “cancellare” Louis C.K, in ogni caso, non sono state né le femministe, né le persone trans, né le stesse colleghe costrette a guardarlo masturbarsi: è stato il capitalismo finanziario; sono stati i manager di Netflix, Disney e Sony con cui lui aveva contratti che si sono fatti due conti e l’hanno scaricato. Quello che Louis C.K ha pagato – anche per molti altri forse – non sono i suoi comportamenti sessuali, ma il suo potere. In un libro dello stand-up comedian Doug Stanhope c’è una foto in cui ha il pisello di fuori di fronte alla collega Sarah Silverman e a Louis C.K. in persona. Ma a Doug Stanhope nessuno ha mai rimproverato niente perché non ha mai avuto l’ambizione di essere il più grande di tutti e di andare bene alle famiglie. Louis C.K. ha ambito a essere un modello e, dato che non lo era nella realtà, ha pagato per questo.

La sua Sant’Elena civile è durata comunque molto poco. Sei mesi dopo era già sui palchi dei piccoli locali di stand-up, un anno dopo faceva spettacoli nei paesi in cui non ci potevano credere che uno così grande potesse arrivare da loro, tipo la Romania o l’Italia. Passo dopo passo ha ricostruito il suo impero, anche finanziario.

La forma della tragedia offrirebbe un passaggio per il riscatto e la riabilitazione, che è la catarsi: se si accetta di espiare la propria colpa civile attraverso l’ammissione della colpa e l’accettazione della punizione, allora il riscatto può essere addirittura più nobile della caduta. Louis C.K ha scelto, invece, la strada del vittimismo permaloso. Non ha mai affrontato lo scandalo che lo ha coinvolto, se non con una battuta ripetuta in ogni spettacolo sul «voi sapete qual è il mio kink: pensate se io sapessi i vostri».

Ma il punto della questione non era il suo kink: era aver fatto finta di non averlo per diventare famoso e, citando un noto giudice dei meme, «vorrei ricordarle che lei di questo si deve occupare». Non ha mai parlato delle persone di fronte alle quali si è masturbato, di cosa hanno passato, di quali sono stati i suoi errori. Di che cosa ha capito dopo essersi messo per la prima volta in ascolto. Ed è strano perché di fatto – e molti suoi colleghi sono d’accordo su questo – il caso che l’ha coinvolto sarebbe stato un ottimo materiale comico.

A quasi dieci anni dalla sua “cancellazione” il mondo è cambiato e, con esso, gli artisti che provano a raccontarlo, comici compresi. È nata la scena texana, capitanata da Joe Rogan e Tony Hinchcliffe, che l’offesa, il vittimismo e la permalosità li mettono nella struttura comica delle loro battute. Non si ride più insieme al pubblico di noi stessi, ma si ride degli altri, di quelli che non sono nel pubblico. È una forma di comicità escludente e quindi, al contrario di quello che aveva tentato di fare C.K. quindici anni prima, non può arrivare a tutti.

Louis C.K. è diventato il suo martire, quello che ha pagato il prezzo più alto del non si può più dire niente: lo invitano nei loro podcast, ne parlano di continuo come se fosse un reduce di guerra. Anche le piattaforme cambiano: dopo aver ottenuto tutto il possibile con gli abbonamenti diretti, la comicità deve appoggiarsi al mondo della pubblicità, deve creare interazione; e la velocità nell’interazione si costruisce con la cattiveria.

La nuova comicità vittimista è quello che serve alla nuova economia delle piattaforme: si raggiungono pubblici più piccoli, ma si raggiungono in maniera più veloce, con contenuti più scadenti ma a getto continuo. Ma le piattaforme devono anche allinearsi al governo Trump, che ha il potere di garantirgli permessi per data center e inquinamento deregolato per sostenere la loro crescita spropositata, e quindi mettono nei loro menù contenuti in linea con i gusti del re (anche perché molti di quei comici hanno contribuito a farlo eleggere, quel re).

I manager di Netflix, dopo essersi assicurati di non celebrare più il Pride Month, hanno fatto di nuovo due conti e hanno richiamato quello stesso Louis C.K. che avevano scaricato anni fa. E lo hanno cercato proprio per quello che è diventato: non più il grande comico per tutta la famiglia; ma un provocatore piccantino che piace quando fa venti minuti di battute sul molestare i bambini. E così il suo nuovo special Ridiculous, anziché essere un grande ritorno, risulta un minestrone mediocre, di cui i suoi stessi estimatori non parlano.

Per dieci anni la “cultura woke” è stata accusata di aver cancellato grandi maestri sventolando la scimitarra del politicamente corretto. Ma in realtà quel che è successo è che per alcuni anni c’è stato, in larga parte e non senza lati problematici, un movimento di opinione che chiedeva alle personalità pubbliche di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Oggi che l’esercito woke è stato sconfitto e che la resistenza machista e vittimista ha preso il potere, non sembra stia avvenendo una grande rivoluzione.

Sempre su Netflix è andato in onda il grottesco roast di Kevin Heart. Due ore di razzismo e antisemitismo in cui, eccezione fatta per il set perfetto di Katt Williams – che è stato uno dei pochi a scriversi tutto da solo, evitando così il bullismo generale – i 17 autori coordinati da Shane Gillis hanno tirato fuori battute violente ma soprattutto mediocri. Trascurabili. Che siccome non possono durare nel tempo, vanno sostituite da nuove battute mediocri. Questi soldati dell’esercito anti-woke sembrano più abili a cancellare sé stessi con la propria dimenticabilità che non a farsi cancellare dai movimenti di opinione progressisti.

Come il venerato maestro dice nel momento meno peggiore del nuovo spettacolo, dove si intravede un po’ dell’antica capacità di saper piacere al pubblico, «la vita ti insegna come avresti dovuto viverla». Una lezione che però Louis C.K. stesso è ancora molto lontano dal mettere in pratica.

  • Se i conservatori considerano la civiltà occidentale un canone a cui adeguarsi, perché un’Odissea con provenienze non-occidentali è un problema? Un buon punto di Matthew Yglesias;

  • Lo Stato di New York è diventato il primo negli USA a imporre una moratoria temporanea sulla costruzione di data center dedicati all'intelligenza artificiale.



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OPPO Reno16, ecco la nuova serie: design premium, fotografia intelligente e funzioni AI


OPPO amplia la famiglia Reno con la nuova serie Reno16, una gamma di smartphone che punta su design innovativo, fotografia evoluta e funzionalità basate sull'Intelligenza Artificiale
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OPPO ha presentato la serie Reno16, composta da Reno16, Reno16 Pro e Reno16 FS. Combinando il distintivo 3D Pop Planet Design con una suite di funzionalità di imaging e creatività basate sull’AI, ogni dispositivo della serie, promette Oppo, è pensato per rendere la cattura, l’editing e la condivisione dei contenuti più intuitive ed espressive.
Reno16 Pro Pop WhiteReno16 Pro Pop White

Un distintivo 3D Pop Planet Design


Ogni generazione Reno introduce una nuova identità di design, e la serie Reno16 porta avanti questa evoluzione con un look audace e distintivo. La versione Pop White integra per la prima volta nel settore la tecnologia 3D HoloVerse, creando un effetto visivo fluttuante ispirato alle nebulose, che cambia in base alla luce e al movimento. Su tutta la serie, la back cover monoblocco scolpita a freddo si integra in modo fluido con il modulo fotocamera, creando un aspetto pulito e continuo. Il design integrato risulta liscio al tatto e contribuisce a ridurre l’accumulo di polvere intorno all’area della fotocamera. Reno16 e 16 Pro sono dotati di un display compatto da 6,32 pollici, progettato per un utilizzo confortevole con una sola mano, completato da una cornice in alluminio di grado aerospaziale che offre una presa fresca e rassicurante. Reno16 FS propone invece uno schermo più ampio da 6,57 pollici, per un’esperienza di visione ancora più immersiva.
Il display del Reno16 Pro

Imaging creativo


La serie Reno16 è stata progettata pensando ai creator, per rendere sia la cattura sia l’editing dei contenuti più intuitivi, espressivi e divertenti. A partire dalla fotocamera selfie ultra-grandangolare da 50MP, con campo visivo di 100 gradi, diventa più semplice includere più persone nei selfie di gruppo e ottenere prospettive più dinamiche. Sul retro, tutti e tre i modelli integrano un sistema a tripla fotocamera composto da una fotocamera principale ad alta risoluzione con OIS, una fotocamera teleobiettivo per ritratti con zoom ottico di circa 3,5x e una fotocamera ultra-grandangolare per una maggiore flessibilità di inquadratura. Reno16 Pro porta la nitidezza delle immagini a un livello superiore grazie alla fotocamera principale Ultra Clear da 200MP, che consente agli utenti di ritagliare e ricomporre gli scatti mantenendo un elevato livello di dettaglio.

Shopping con l’intelligenza artificiale: il 75% degli italiani dice sì, ma teme la disinformazione
Gli assistenti di shopping basati sull’intelligenza artificiale conquistano sempre più italiani: il 75% si dichiara favorevole al loro utilizzo per confrontare prodotti, trovare offerte e ricevere consigli personalizzati.
Techpertutti.comGuglielmo Sbano


Novità per la serie Reno, Pop Cam introduce un’esperienza di scatto creativa dedicata, direttamente all’interno dell’app Fotocamera. Questa funzionalità permette di applicare con un solo tap stili di ispirazione vintage, come effetti Digicam, Instant Film e Light Leak, rendendo semplice la creazione di foto distintive, con atmosfere ed estetiche differenti. Oltre allo scatto, la serie Reno16 amplia anche le possibilità di editing creativo grazie al nuovo hub Create all’interno dell’app Foto, che riunisce una gamma di strumenti basati sull’AI pensati per uno storytelling più giocoso e personalizzato. La creazione video diventa ancora più fluida, stabile e versatile: la funzione 4K Auto Straighten Video consente di mantenere le riprese sempre dritte anche durante il movimento, offrendo risultati più naturali e professionali mentre si cammina o si registra in situazioni dinamiche. Con Dual View Video 2.0, è possibile registrare contemporaneamente con la fotocamera frontale e posteriore, e Zoom Free Video introduce una stabilizzazione migliorata.
Reno16 FS Purple Black

Esperienze AI più smart e personalizzate


La serie Reno16 combina il più recente ColorOS 16 con una gamma di esperienze intelligenti basate sull’AI, pensate per rendere le interazioni quotidiane più intuitive, personalizzate ed efficienti. In particolare, per la prima volta su un dispositivo della serie Reno, il nuovo AI Snap Key offre un accesso rapido ad AI Mind Space. Con una semplice pressione, consente agli utenti di catturare e organizzare istantaneamente i contenuti visualizzati sullo schermo. Progettato come hub informativo personalizzato, AI Mind Space aiuta a salvare facilmente dettagli importanti, ritrovare contenuti archiviati e gestire le informazioni quotidiane in modo più efficiente. All’interno di questa esperienza, AI Bill Manager è in grado di riconoscere e organizzare automaticamente pagamenti digitali e ricevute fisiche in registri di spesa e insight chiari. In viaggio, AI Menu Translation rende più semplici le esperienze culinarie all’estero, generando spiegazioni visive dei piatti stranieri che vanno oltre la semplice traduzione testuale, aiutando gli utenti a esplorare menu sconosciuti con maggiore sicurezza.

SBS Track First: smart tracker con Apple Find My e Google
Ideali per ritrovare chiavi, portafogli, documenti, borse e bagagli, i nuovi accessori SBS consentono di monitorare gli oggetti direttamente dallo smartphone in modo semplice e immediato
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Prestazioni affidabili


La serie Reno16 è progettata per supportare un utilizzo quotidiano intenso. Su tutta la gamma, batterie ad alta capacità da 6.000mAh o superiori garantiscono un’autonomia affidabile per l’intera giornata (dichiara Oppo), mentre Reno16 FS offre una batteria fino a 6.500mAh. Grazie al supporto alla ricarica rapida 45W SUPERVOOC su Reno16 FS e 80W SUPERVOOC su Reno16 e Reno16 Pro, la serie è progettata per stare al passo con stili di vita dinamici e sempre connessi. Reno16 Pro offre prestazioni fluide e reattive grazie alla piattaforma MediaTek Dimensity 8550 5G, insieme ad un sistema di raffreddamento migliorato e al supporto a refresh rate fino a 144Hz nei giochi compatibili. Reno16 garantisce inoltre prestazioni quotidiane affidabili grazie alla piattaforma mobile Snapdragon 7 Gen 4. La serie è inoltre progettata per offrire una maggiore resistenza negli ambienti quotidiani, con certificazioni di resistenza ad acqua e polvere IP68, IP69 e IP69K su tutti i modelli. Splash Touch e Glove Touch migliorano ulteriormente l’usabilità, mantenendo il display reattivo anche con mani bagnate o quando si indossano guanti.
Oppo Bubble

OPPO Bubble: un nuovo compagno per l’espressione creativa


Insieme alla serie Reno16, OPPO ha presentato anche Bubble, un nuovo dispositivo magnetico companion pensato per estendere l’espressione creativa oltre lo smartphone. Con un peso di soli 27.5 grammi, Bubble si aggancia magneticamente a cover compatibili o anelli magnetici ed è dotato di un vivace display AMOLED che funziona come monitor in tempo reale per la fotocamera posteriore. Permette agli utenti di visualizzare l’anteprima degli scatti mentre utilizzano la fotocamera posteriore, rendendo più semplice catturare selfie, foto di gruppo e composizioni creative. OPPO Bubble può anche funzionare come mirino remoto e controllo dello scatto fino a 10 metri di distanza, offrendo agli utenti la libertà di sperimentare scatti più creativi. Oltre alla fotografia, Bubble può essere utilizzato anche come elegante accessorio quotidiano se abbinato a supporti o laccetti compatibili.

Prezzi e disponibilità


In occasione del lancio della nuova Reno16 Series, OPPO propone speciali promozioni di lancio sui nuovi dispositivi della gamma:

  • Reno16 Pro, disponibile nella colorazione Pop White e Starlight Black, fino al 31 luglio è acquistabile a 899 euro (prezzo di listino 1099 euro) su oppostore.it e presso i principali rivenditori di prodotti elettronici;
  • Reno16, disponibile nelle colorazioni Pop White e Purple Black, fino al 31 luglio è acquistabile a 749 euro (prezzo di listino 899 euro) su oppostore.it e presso i principali rivenditori di prodotti elettronici;
  • Reno16 FS, disponibile nelle colorazioni Pop White e Purple Black, fino al 31 luglio è disponibile a 649 euro (valore 799 euro) su oppostore.it e presso i principali rivenditori di prodotti elettronici. Disponibile in vendita abbinata con la cover.

Shopping con l'intelligenza artificiale: il 78% degli italiani vorrebbe un assistente IA per gli acquisti online


Per molte persone in Italia, l’IA è ormai parte integrante della vita quotidiana: il 77% ha utilizzato consapevolmente applicazioni o funzionalità basate sull’intelligenza artificiale; il 69% ricorre a strumenti IA almeno più volte alla settimana. Per quanto riguarda gli acquisti, il 47% si è già fatto assistere da strumenti o funzionalità basati sull’IA. Con questo dato, l’Italia si colloca tra i Paesi europei più avanzati nell’utilizzo dell’IA per lo shopping online, dietro soltanto alla Spagna (50%) e davanti al Regno Unito (46%), alla Germania (41%), all’Austria (39%) e alla Francia (39%). L’atteggiamento generale verso l’IA in Italia evidenzia una combinazione di apertura e prudenza: l’84% concorda sul fatto che l’IA faccia risparmiare tempo, mentre il 67% ritiene che possa aiutare a prendere decisioni migliori. Tuttavia, il 65% teme per la protezione dei dati personali e il 66% afferma di fidarsi meno dell’IA quando si tratta di decisioni importanti.

Streaming e Pay TV: gli italiani hanno 3 abbonamenti
Il mercato dello streaming continua a crescere in Italia: ogni famiglia ha in media 3 abbonamenti tra piattaforme digitali e Pay TV
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

IA nello shopping online


Nello shopping online, l’IA viene utilizzata soprattutto quando aiuta a orientarsi e a semplificare il processo decisionale. Al primo posto si trova il confronto dei prezzi, indicato dal 52% degli italiani come l’ambito in cui l’IA sarebbe più utile. Seguono la ricerca di alternative (36%), l’individuazione dei prodotti più adatti (32%) e l’analisi delle recensioni (30%). Per gli italiani, il principale vantaggio dell’IA negli acquisti online è la possibilità di trovare prezzi migliori (27%), davanti al risparmio di tempo (25%) e alla consulenza personalizzata (17%).

Sempre più italiani aperti allo shopping assistito dall’IA


Guardando al futuro, un numero ancora maggiore di italiani si mostra favorevole allo shopping supportato dall’intelligenza artificiale: il 63% degli intervistati può immaginare di utilizzare strumenti IA per gli acquisti online in futuro. Il 59% ritiene che l’IA possa contribuire a prendere decisioni d’acquisto migliori.

Quasi quattro intervistati su cinque (78%) considererebbero utile un assistente IA capace di spiegare i prodotti, confrontare le diverse opzioni e aiutare a trovare il prezzo migliore. Nel confronto europeo, l’Italia si colloca dietro alla Spagna (80%) e davanti all’Austria e al Regno Unito (entrambi al 75%), alla Germania (73%) e alla Francia (70%). Il 43% degli intervistati in Italia può inoltre immaginare di completare in futuro l’intero processo d’acquisto all’interno di un assistente IA. In Spagna questa quota raggiunge quasi la metà degli intervistati (48%), seguita dal Regno Unito (41%), dall’Austria (38%) e dalla Germania (37%). Anche in questo caso, la Francia chiude la classifica con il 32%.

Il quadro che emerge è quello di un Paese particolarmente ricettivo verso l’intelligenza artificiale, ma con un approccio pragmatico: l’IA convince soprattutto quando aiuta a risparmiare, confrontare le opzioni e trovare il prezzo migliore, senza rinunciare a trasparenza, controllo e tutela dei dati personali.

Case vuote durante le vacanze: quasi 1 italiano su 2 torna indietro per un problema domestico
Una recente indagine evidenzia che quasi 1 persona su 2 è stata costretta a tornare a casa per un problema domestico reale o sospetto, confermando quanto sicurezza e monitoraggio dell’abitazione siano diventati aspetti centrali durante le assenze prolungate
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Jovan Protić di idealo ha commentato: “il valore dell'IA nello shopping non sarà misurato da quanto convincente possa sembrare un assistente, ma da quanto affidabili siano i suoi risultati. I consumatori hanno bisogno di prezzi accurati, offerte affidabili, informazioni trasparenti e indicazioni chiare. In idealo, il nostro ruolo è contribuire a garantire che i consumatori possano individuare offerte di cui fidarsi”.



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Decine di aerei cisterna americani verso Israele in vista di un'offensiva più ampia contro l'Iran


Trump valuta attacchi a centrali elettriche e siti nucleari per costringere Teheran a riaprire Hormuz. Al sesto giorno di raid il traffico di greggio nello stretto è quasi dimezzato
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Gli Stati Uniti invieranno decine di nuovi aerei cisterna in Israele in vista di una possibile espansione delle operazioni militari contro l'Iran. Lo ha rivelato Axios citando tre funzionari americani e israeliani, secondo cui l'amministrazione ha già informato il governo israeliano della decisione. Gli aerei cisterna servono a rifornire in volo i caccia e sono indispensabili per condurre raid a lunga distanza come quelli sul territorio iraniano.

Il presidente sta valutando un'offensiva su larga scala, molto più ampia degli attacchi in corso attorno allo Stretto di Hormuz, dopo che martedì gli sono stati presentati diversi nuovi piani militari in una riunione nella Situation Room, la sala operativa della Casa Bianca. Le opzioni comprendono il bombardamento di infrastrutture come le centrali elettriche, nuovi attacchi ai siti nucleari per seppellire ancora più in profondità l'uranio arricchito iraniano e un raid contro il sito sotterraneo di Pickaxe Mountain, sospettato di essere un impianto nucleare in costruzione. Trump non ha preso una decisione definitiva, ma appare disposto a intensificare la guerra fino a causare danni tali da convincere il regime a riaprire lo stretto e ad accettare le sue richieste sul programma nucleare. Secondo i funzionari, l'ordine potrebbe arrivare nei prossimi giorni.

Gli Stati Uniti hanno oggi circa 30 aerei cisterna all'aeroporto internazionale Ben Gurion, vicino a Tel Aviv, e altrettanti nell'aeroporto di Ramon, nel sud di Israele. Nei prossimi giorni ne arriverebbero diverse decine in più, riportando la flotta ai livelli dell'inizio della guerra. I militari americani preferiscono operare da Ben Gurion perché le altre basi della regione sono più esposte agli attacchi iraniani.

Per mesi le decine di aerei cisterna parcheggiati a Ben Gurion hanno intasato quasi completamente l'aeroporto, trasformando la loro presenza in un problema politico per il governo israeliano. Quando lo spazio aereo era chiuso e molte compagnie avevano sospeso i voli su Tel Aviv l'ingombro non pesava, ma ora l'aeroporto è tornato operativo, gli israeliani partono per le vacanze estive e nuovi velivoli americani potrebbero causare cancellazioni di massa a tre mesi dalle elezioni israeliane. La ministra dei trasporti Miri Regev, stretta alleata di Netanyahu, ha chiesto di spostare gli aerei americani o almeno di limitarne il numero, ma il ministero della difesa e l'esercito si sono opposti. La decisione finale spetta al primo ministro, che martedì ha avvertito Teheran: "Non contate sul fatto che tutto resterà tranquillo se ci attaccherete. Non contate su una replica, perché non sarà una replica: quella era già abbastanza potente. Questo sarà un evento diverso, molto più potente".

Venerdì gli attacchi americani sono arrivati al sesto giorno consecutivo. I raid hanno colpito almeno sette ponti attorno a Bandar Abbas, la città considerata lo snodo delle operazioni nello Stretto di Hormuz dei Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione iraniana, da cui passano munizioni, rifornimenti e rinforzi. Secondo i media di stato iraniani sono stati distrutti anche sei ponti stradali nel sud del paese, mentre il Comando centrale americano, che dirige le operazioni in Medio Oriente, ha annunciato la distruzione della torre di controllo del porto di Chabahar. Altri attacchi hanno riguardato la zona di Bushehr, dove si trova l'unica centrale nucleare iraniana. Il ministero dell'energia di Teheran ha chiesto alle famiglie di limitare l'uso dell'aria condizionata per i danni agli impianti elettrici, in piena ondata di caldo.

L'Iran ha risposto lanciando colpi contro le basi americane in Kuwait, Giordania, Bahrein e Qatar, uno dei principali mediatori tra Washington e Teheran. In Kuwait sono stati danneggiati un impianto di desalinizzazione e una centrale elettrica. L'esercito iraniano ha avvertito che se Trump colpirà davvero ponti e siti energetici "tutto ciò che finora è rimasto intatto grazie alla nobiltà dell'Iran sarà fatto a pezzi". Cina e Pakistan hanno chiesto a entrambe le parti di cessare le ostilità e riprendere il dialogo.

L'escalation è nata dagli attacchi iraniani alle petroliere in transito nello stretto e dalla richiesta di Teheran che ogni nave chieda il suo permesso prima di attraversarlo. Gli Stati Uniti hanno reagito ripristinando il blocco navale dei porti iraniani e cancellando l'esenzione dalle sanzioni sulle esportazioni di petrolio, due concessioni fatte con l'accordo di pace provvisorio firmato il mese scorso. I negoziati sul programma nucleare, che secondo l'intesa dovevano svolgersi in 60 giorni, si sono di fatto fermati. Dopo cinque mesi di conflitto Trump non ha ancora trovato una via d'uscita dalla guerra. "Nessuna delle due parti vuole questa escalation, ma entrambe sono diventate dipendenti da una spirale da cui non riescono a uscire", ha detto a Bloomberg TV Mehran Kamrava, professore di scienze politiche alla Georgetown University in Qatar.

Il traffico nello stretto è crollato negli ultimi dieci giorni. Secondo i dati di tracciamento navale raccolti da Bloomberg, la media mobile a sette giorni dei flussi di greggio è scesa a circa 5,5 milioni di barili al giorno, dai 9,4 milioni della settimana precedente, e il passaggio è ormai limitato quasi solo alle navi legate all'Iran che usano la rotta settentrionale approvata da Teheran. Il Brent è salito vicino agli 87 dollari al barile, con un aumento del 13% in una settimana, e negli Stati Uniti il prezzo della benzina è tornato vicino ai 4 dollari al gallone, circa un dollaro al litro: un problema per Trump in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnova il Congresso.


Trump annuncia un pedaggio americano del 20% nello Stretto di Hormuz e il blocco navale contro l'Iran


Il presidente Donald Trump ha annunciato lunedì il ripristino del blocco navale sui porti iraniani e l'introduzione di una tariffa del 20% su tutti i carichi che attraversano lo Stretto di Hormuz. In un post su Truth Social, il suo social network, Trump ha scritto che lo stretto "è aperto e resterà aperto, con o senza l'Iran" e che gli Stati Uniti saranno d'ora in poi conosciuti come "il guardiano dello Stretto di Hormuz". Per questo, "come questione di equità", verranno "rimborsati, con una tariffa del 20% su tutti i carichi trasportati, per tutti i costi necessari a garantire la sicurezza" di un tratto di mare che ha definito "molto volatile". Il processo, ha aggiunto, "inizierà immediatamente".

Poche ore prima, in un'intervista telefonica al programma Fox & Friends di Fox News, Trump aveva detto che gli Stati Uniti "si stanno prendendo lo stretto" e probabilmente lo gestiranno: "Lo sorveglieremo e ci faremo pagare per sorvegliarlo, un sacco di soldi". Il conto, ha spiegato, sarà presentato agli altri paesi: "Saremo rimborsati, perché le altre nazioni sono molto ricche. Sono dalla nostra parte e non ci si può aspettare che lo facciamo per niente". Nella stessa intervista si è lamentato dei negoziatori iraniani: "Ieri hanno avuto una riunione di 11 ore e tutto era stato concordato. Poi lasciano la stanza, richiamano e dicono che dovevano fare un paio di modifiche".

Il blocco dei porti iraniani era stato tolto poco più di tre settimane fa, nell'ambito del memorandum d'intesa firmato a metà giugno che aveva stabilito una tregua tra i due paesi e la riapertura dello stretto. Il primo blocco era iniziato in aprile, quando le forze americane avevano cominciato a intercettare e respingere le navi dirette verso le coste iraniane o in partenza da lì, per impedire a Teheran di guadagnare dalle esportazioni di petrolio. L'Iran lo aveva definito "pirateria", mentre per l'Organizzazione marittima internazionale, l'agenzia delle Nazioni Unite che regola la navigazione, nessun paese ha il diritto di bloccare il transito negli stretti usati per il trasporto internazionale. La Casa Bianca valutava da giorni il ritorno al blocco, mentre la tariffa del 20% è una novità e Trump non ha spiegato come funzionerà in pratica.

L'annuncio contraddice la posizione espressa meno di tre settimane fa dal segretario di Stato Marco Rubio, che aveva definito lo stretto "una via d'acqua internazionale" e aveva detto che "nessun paese può imporre pedaggi o tariffe su una via d'acqua internazionale: è il diritto internazionale vigente".

Sabato l'Iran aveva colpito una nave portacontainer battente bandiera cipriota e aveva chiuso di nuovo lo stretto, mentre da mercoledì le forze americane hanno colpito più di 300 obiettivi militari in Iran. L'ultima ondata di attacchi, nella notte tra domenica e lunedì, ha usato caccia, navi, droni aerei e per la prima volta droni marini, con l'obiettivo dichiarato di ridurre la capacità iraniana di attaccare le navi commerciali. Il traffico nello stretto, da cui prima della guerra passava un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale, è di nuovo crollato: domenica lo hanno attraversato solo 14 navi, il numero più basso da un mese secondo la società di dati marittimi Kpler, contro le oltre 130 al giorno prima del conflitto e le quasi 400 in una settimana dopo l'accordo di giugno.

Il comando militare congiunto iraniano, Khatam al-Anbiya, ha risposto che l'Iran non permetterà agli Stati Uniti di "interferire nella gestione" dello stretto e che le forze armate tratteranno "severamente" qualsiasi disturbo al passaggio delle navi commerciali fuori dalla rotta indicata da Teheran. Il portavoce ha avvertito anche gli altri paesi della regione: qualsiasi cooperazione o supporto logistico agli Stati Uniti "sarà considerato una guerra contro la sovranità e la sicurezza nazionale dell'Iran" e, se il conflitto si allargherà, "le fiamme della guerra avvolgeranno tutti i paesi della regione".

Dopo l'annuncio il prezzo del Brent, il petrolio di riferimento mondiale, è risalito verso gli 80 dollari al barile, in crescita di circa il 5% rispetto a venerdì. Negli Stati Uniti il prezzo medio della benzina è arrivato a 3,87 dollari al gallone (circa 3,8 litri), 7 centesimi in più rispetto a una settimana fa.

Per la BBC molti alleati degli Stati Uniti difficilmente accetteranno di pagare il 20% dei carichi e l'annuncio rischia di creare problemi al presidente anche in patria: alcuni parlamentari, anche repubblicani, si chiedono cosa abbiano ottenuto gli Stati Uniti dalla tregua e dai negoziati, mentre i prezzi della benzina risalgono a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato. L'annuncio potrebbe però anche essere un tentativo di far ripartire i negoziati e spingere altri paesi a farsi coinvolgere, una tattica che Trump ha già usato in passato.


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Trump vuole far pagare fino a 100.000 dollari al mese per vedere prima i suoi post social


La società della famiglia Trump ha presentato Truth API, che darà a banche e trader l'accesso più veloce ai post che muovono i mercati. Per i democratici è un modo di lucrare sulla presidenza

Trump Media & Technology Group, la società a maggioranza della famiglia Trump che controlla il social network Truth Social, ha presentato giovedì "Truth API", un flusso di dati a pagamento pensato per dare a banche e società di trading l'accesso più veloce ai post dei dieci account più influenti della piattaforma, a partire da quello del presidente. Il servizio partirà il 1° agosto, funzionerà 24 ore su 24 e includerà un archivio dei post dal 2022. La società dice di avere già firmato i primi contratti, senza rivelare i nomi dei clienti.

I prezzi ufficiali non sono stati comunicati, ma nelle trattative con i potenziali acquirenti l'azienda ha chiesto fino a 100.000 dollari al mese, secondo il Financial Times, che ha rivelato le cifre in discussione. Nelle ultime settimane ha proposto anche un piano scontato da 60.000 dollari al mese a chi si impegna per tre anni.

I post del presidente muovono regolarmente i mercati. Per le società di trading ad alta frequenza, che comprano e vendono titoli in automatico grazie ad algoritmi, un vantaggio di pochi millisecondi può valere centinaia di migliaia di dollari sulle operazioni più grandi. Il 9 aprile 2025, quando Trump annunciò su Truth Social la sospensione per 90 giorni di gran parte dei suoi nuovi dazi, l'indice S&P 500 guadagnò il 9,5 per cento; poche ore prima il presidente aveva scritto che era "un ottimo momento per comprare".

Un documento promozionale fatto circolare dalla società e visto dal quotidiano britannico elenca dieci "post documentati che hanno mosso i mercati": a quello di aprile 2025 attribuisce il "ripristino" di 4.000 miliardi di dollari di capitalizzazione dell'S&P 500, mentre a un post di giugno, in cui il presidente avvertiva che gli Stati Uniti avrebbero colpito l'Iran "molto duramente", collega un rialzo del petrolio del 6 per cento in una sola seduta. "Quando @realDonaldTrump pubblica un Truth, il mondo reagisce", si legge nel documento. Il presidente ha 12,9 milioni di follower sulla piattaforma.

La prospettiva di pagare una società legata al presidente per informazioni capaci di muovere i mercati ha creato malumori a Wall Street, ma diversi operatori si aspettano che il servizio troverà comunque clienti. Un dirigente di un hedge fund ha detto al Financial Times: "La gente pagherà perché è costretta. Se resti indietro su quella notizia, vieni schiacciato". Piattaforme come X vendono già flussi di dati ai trader algoritmici attraverso terminali finanziari come Bloomberg; per il grande pubblico, invece, la differenza di velocità sarebbe impercettibile.

Per Trump Media è il primo passo nella vendita di dati e una nuova fonte di ricavi, dopo anni di difficoltà a far crescere l'attività nei media di fronte a piattaforme molto più grandi. Tra gli account più seguiti di Truth Social ci sono quelli dei figli del presidente, Donald Trump Jr ed Eric Trump, e di sostenitori come Dan Bongino e Sean Hannity. L'amministratore delegato ad interim Kevin McGurn ha detto di aspettarsi che Truth API diventi "una fonte di ricavi significativa e continuativa" e ha accusato diverse società di raccogliere da mesi i dati della piattaforma violando le condizioni d'uso: "Creeremo molto attrito per quelli che non passano direttamente da noi".

Il presidente beneficia direttamente dell'operazione. Il Donald J. Trump Revocable Trust, il fondo amministrato dai suoi figli che ne gestisce gli investimenti, detiene circa 114,75 milioni di azioni di Trump Media, pari a circa il 41 per cento del capitale. La Casa Bianca sostiene che le attività della famiglia siano supervisionate dai figli, ma i proventi del trust spettano comunque a Trump.

Il senatore democratico Ron Wyden, il più alto in grado del suo partito nella commissione Finanze del Senato, ha detto che l'operazione avvantaggerà economicamente la famiglia Trump e "renderà ricchi i trader di Wall Street". Per la senatrice Elizabeth Warren, la democratica più alta in grado nella commissione che vigila sulle banche, si tratta di "uno schema scandaloso per lucrare sulla presidenza e arricchire Wall Street senza fare nulla per aiutare gli americani".

Secondo Donald Sherman, presidente di Citizens for Responsibility and Ethics in Washington, un'organizzazione indipendente che vigila sull'etica dei funzionari pubblici, l'accordo è contrario all'etica perché il presidente guadagna dai pagamenti per l'accesso rapido ai suoi stessi post, ma dalle informazioni disponibili è difficile stabilire se sia anche illegale. Le clausole della Costituzione sugli emolumenti, scritte per prevenire la corruzione, non si applicano a questo caso: vietano ai funzionari federali di accettare regali da governi stranieri senza l'approvazione del Congresso e al presidente di riceverne dagli Stati. Il divieto di comprare o vendere titoli sulla base di informazioni rilevanti non pubbliche, invece, non varrebbe se centinaia o migliaia di persone ricevessero i post in anticipo. "Non credo che il Congresso o le autorità di vigilanza abbiano mai contemplato che un presidente, o qualcuno capace di muovere i mercati, si facesse pagare per questo tipo di accesso", ha detto Sherman.

Dal ritorno alla Casa Bianca Trump e i suoi figli hanno accumulato grandi ricchezze, anche investendo in settori sostenuti e promossi dall'amministrazione. Le dichiarazioni patrimoniali pubblicate all'inizio di luglio mostrano che nel 2025 il presidente ha incassato più di 2 miliardi di dollari, in gran parte da attività legate alle criptovalute. Il titolo di Trump Media, che da inizio anno ha perso circa il 27 per cento, venerdì ha chiuso quasi invariato a 9,66 dollari: in Borsa la società vale circa 2,7 miliardi di dollari.


I figli di Trump puntano sulla difesa e incassano miliardi in contratti dal Pentagono


Donald Trump Jr. ed Eric Trump hanno costruito un portafoglio di investimenti nelle startup della tecnologia militare, beneficiando indirettamente delle nuove priorità di spesa del Pentagono. È quanto emerge da un'analisi del Washington Post, condotta incrociando le banche dati federali degli appalti con i registri del venture capital.

I fondi legati ai due figli di Trump hanno investito in oltre una decina di aziende del settore, nella maggior parte dei casi dopo la rielezione del padre. Da allora, queste società hanno ricevuto almeno 3,2 miliardi di dollari in commesse dirette dal governo federale, ai quali si aggiungono opzioni per futuri contratti del valore di 3,1 miliardi. Alcune sono inoltre entrate negli elenchi ristretti dei fornitori pre qualificati, ottenendo così l'accesso a gare riservate per un valore complessivo di quasi 200 miliardi di dollari.

Affari di famiglia · Pentagono

I figli di Trump investono nelle aziende che il Pentagono finanzia

Donald Trump Jr. ed Eric Trump hanno investito in 15 aziende della tecnologia militare, nella maggior parte dei casi dopo la rielezione del padre. Da allora quelle società hanno ottenuto miliardi in commesse federali, ricostruisce il Washington Post.

Grafica di FocusAmerica 14 luglio 2026

Quanto hanno ricevuto dal governo le aziende partecipate dai fratelli Trump

0,0mld $

In commesse dirette dal governo federale alle 15 aziende, dopo gli investimenti dei due fratelli

+3,1 mld $
In opzioni per contratti futuri già assegnate

~200 mld $
Il valore delle gare riservate a cui alcune hanno accesso come fornitori pre‑qualificati

Il Washington Post ha incrociato le banche dati federali degli appalti con i registri del venture capital: la maggior parte degli investimenti è arrivata dopo la rielezione del padre.

SpaceX e Anduril valgono da sole il 97% delle commesse dirette. Escluse le due, le altre 13 startup hanno comunque raccolto quasi 1,8 miliardi di dollari in impegni federali a lungo termine.

La rete

Due fondi, un portafoglio di 15 aziende


Gli investimenti dei due fratelli passano principalmente da due società.

Donald Trump Jr.
1789 Capital

Fondo con sede a Palm Beach che si richiama a un “capitalismo patriottico”. Ha investito in 11 delle 15 aziende, tra cui SpaceX di Elon Musk e il produttore di armamenti Anduril.

Eric Trump
American Ventures

Divisione della banca d’investimento Dominari Holdings, che ha sede nella Trump Tower di New York.

Aziende partecipate da 1789 Capital11 su 15

Ogni quadrato è una delle 15 aziende individuate dal Washington Post.

I casi

Appalti, prestiti e rally in Borsa: i tre casi più discussi


Che cosa è successo ad alcune aziende dopo l’ingresso dei Trump, secondo il Washington Post.

Hadrian
Fabbriche automatizzate

900 mln $
Appalto della Marina

Costruisce stabilimenti automatizzati per i settori aerospaziale e militare. Ha ottenuto di recente dalla Marina un appalto da 900 milioni di dollari.

Vulcan Elements
Magneti in terre rare

620 mln $
Prestito del Pentagono

A fine 2025 ha ricevuto dal Pentagono un prestito da 620 milioni di dollari, superando nella procedura altre società che attendevano ancora il finanziamento.

Unusual Machines
Droni

≈×2
Il titolo in una seduta

Alla vigilia

Un giorno dopo

Le azioni hanno quasi raddoppiato il valore in una sola seduta dopo l’ingresso di Trump Jr. come investitore e consulente, pochi giorni dopo la vittoria elettorale del padre.

Le barre dei due importi sono in scala tra loro. Per Unusual Machines, il confronto mostra il valore del titolo prima e dopo l’annuncio.

Il contraddittorio

Le aziende negano favoritismi, gli esperti sollevano dubbi


Le società interpellate sostengono di avere vinto le commesse attraverso i rigorosi processi di selezione del Pentagono. E alcuni numeri sostengono la loro versione.

Avevano già rapporti con il governo prima degli investimenti10 su 15

Avevano contratti già durante l’Amministrazione Biden8 su 15

La difesa

“Non esistono conflitti di interesse”, dichiara la Casa Bianca. E per il Pentagono “nessuna azienda riceve un trattamento preferenziale”.

Anna Kelly, portavoce della Casa Bianca; Joel Valdez, portavoce del Pentagono

I dubbi

“È del tutto ragionevole dubitare delle motivazioni quando la famiglia Trump ne ricava un beneficio economico”.

Kathleen Clark, docente di diritto alla Washington University

Ad alimentare i dubbi è lo stesso Trump Jr., che ha raccontato di avere contribuito alla strategia di comunicazione del Dipartimento della Difesa e di avere affiancato il Segretario Pete Hegseth in alcune decisioni sul personale, pur non ricoprendo alcun incarico di governo.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su analisi del Washington Post, condotta incrociando le banche dati federali degli appalti con i registri del venture capital (PitchBook). Dati pubblicati il 13 luglio 2026.

Da SpaceX ai droni: la rete di investimenti dei Trump


Gli investimenti fanno capo principalmente a due società. Trump Jr. è socio di 1789 Capital, fondo con sede a Palm Beach che si richiama a un "capitalismo patriottico" e che ha investito in 11 delle 15 aziende individuate dal Washington Post, tra cui SpaceX di Elon Musk e il produttore di armamenti Anduril. Eric Trump opera invece attraverso American Ventures, divisione della banca d'investimento Dominari Holdings, con sede nella Trump Tower di New York.

Tra i casi esaminati figura Hadrian, azienda specializzata nella costruzione di fabbriche automatizzate per i settori aerospaziale e militare, che ha recentemente ottenuto dalla Marina un appalto da 900 milioni di dollari. Vulcan Elements, startup produttrice di magneti in terre rare, ha ricevuto alla fine del 2025 un prestito da 620 milioni di dollari dal Pentagono, superando nella procedura altre società che attendevano ancora il finanziamento. Unusual Machines, produttrice di droni, ha invece visto quasi raddoppiare il valore delle proprie azioni in una sola seduta dopo l'ingresso di Trump Jr. come investitore e consulente, pochi giorni dopo la vittoria elettorale del padre.

Le aziende negano favoritismi, gli esperti sollevano dubbi


Le società interpellate dal Washington Post sostengono di avere ottenuto le commesse attraverso i rigorosi processi di selezione del Pentagono, senza alcun intervento della famiglia presidenziale. 10 delle 15 aziende avevano già rapporti con il governo prima degli investimenti dei figli di Trump e 8 avevano ricevuto contratti già durante l'Amministrazione Biden. Anche la Casa Bianca respinge ogni accusa: "Non esistono conflitti di interesse", ha dichiarato la portavoce Anna Kelly. Il portavoce del Pentagono Joel Valdez ha assicurato, da parte sua, che "nessuna azienda riceve un trattamento preferenziale".

Gli esperti di etica pubblica restano però scettici. "Anche se non acquistare droni dalla Cina è nell'interesse pubblico, è del tutto ragionevole dubitare delle motivazioni quando la famiglia Trump ne ricava un beneficio economico", ha dichiarato Kathleen Clark, docente di diritto alla Washington University. Secondo Clark, i due figli di Trump dovrebbero rinunciare a operazioni di questo tipo, soprattutto alla luce dell'indebolimento dei controlli anticorruzione durante il secondo mandato di Trump.

Ad alimentare i dubbi sono anche le parole dello stesso Trump Jr., che durante una conferenza ha affermato di avere contribuito a definire la strategia di comunicazione del Dipartimento della Difesa e ha raccontato nel suo podcast di avere affiancato il Segretario Pete Hegseth in alcune decisioni sul personale.


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GPT-5.6 in tre, iOS 27 con Siri AI, Google e l'UE, il meglio della settimana


Le notizie più importanti della settimana, più l'editoriale.
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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon sabato,
questa settimana abbiamo visto il nuovo modello di punta di OpenAI; è uscita l'attesissimo iOS 27 con Siri AI; ci sono state grosse batoste per Google, inflitte dall'UE, e tanto altro ancora. L'editoriale invece vi dà un sacco di retroscena e dettagli sul perché Apple sta denunciando OpenAI. Buona lettura!

Editoriale del sabato


Ispirato alle notizie della settimana.
I retroscena della denuncia di Apple contro OpenAI

I retroscena della denuncia di Apple contro OpenAI


[...] Bloomberg calcola che OpenAI impieghi oggi oltre 400 ex dipendenti Apple, drenati in gran parte dai team di iPhone, Watch e AirPods, ma la denuncia ne nomina formalmente due, più una "co-cospiratrice", Yu-Ting "Alyssa" Peng, che non risulta imputata: un'assenza che M.G. Siegler, su Spyglass, legge come possibile indizio di una collaborazione con gli investigatori di Cupertino. [...]

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Notizie dal mondo


Le news di oggi, selezionate a mano.

OpenAI lancia GPT-5.6 in tre varianti


Intelligenza Artificiale
GPT-5.6 è la nuova famiglia di modelli di OpenAI e arriva in tre varianti: Sol (la più potente), Terra (intermedia) e Luna (la più economica). Secondo OpenAI, Sol è il suo miglior modello di coding di sempre: nell'Artificial Analysis Coding Agent Index raggiunge 80 punti, 2,8 sopra Fable 5 di Anthropic, con meno della metà dei token, metà del tempo e un costo inferiore di circa un terzo. Sam Altman ha detto alla CNBC che Sol è il 54% più efficiente nei token per i compiti di coding. L'azienda definisce 5.6 anche il suo modello più forte in cybersecurity: analisi delle minacce, revisione e correzione del codice e simulazioni di attacco sui propri sistemi per trovare falle. I modelli sono disponibili su ChatGPT, Codex e API: per milione di token Sol costa 5 dollari in input e 30 in output, Terra 2,50 e 15, Luna 1 e 6. OpenAI ha rilasciato anche ChatGPT Work che aiuta i team aziendali a scrivere documenti, fogli di calcolo e presentazioni su desktop, web e mobile.
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Fonte: TechCrunch
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Uscita la beta pubblica di iOS 27 con il nuovo Siri AI


Intelligenza Artificiale
La nuova Siri AI era finora riservata solo agli sviluppatori, ma con la beta pubblica di iOS 27 chiunque può ora provarla (al di fuori dell'Europa), prima del lancio ufficiale atteso a settembre. Apple l'aveva annunciata al WWDC di giugno. Siri AI accede a email, foto e messaggi sul dispositivo, risponde a ciò che appare sullo schermo e attinge a conoscenze generali come un chatbot moderno. È integrato in Spotlight e nella Dynamic Island e per la prima volta ha anche un'app dedicata. Funziona anche su iPad, Mac, Apple Watch, CarPlay, AirPods, Apple TV e Vision Pro. Dietro ci sono i Foundation Models di Apple e Private Cloud Compute: questi modelli nascono da una collaborazione con Google, che ha usato Gemini per creare versioni più piccole ed efficienti, addestrate però con dati proprietari Apple. Il sistema cloud impedisce ad Apple di accedere ai dati personali degli utenti. Con 2,5 miliardi di dispositivi attivi nel mondo, sarà il test più grande mai fatto per la risposta di Apple a ChatGPT e Gemini.
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Fonte: TechCrunch
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Il primo dispositivo di OpenAI sarà uno speaker senza schermo


Tecnologia
Il primo prodotto hardware di OpenAI sarà uno smart speaker senza schermo, con batteria ricaricabile per portarlo di stanza in stanza, secondo Bloomberg. Controllerà gli elettrodomestici smart, riprodurrà musica, risponderà a messaggi e domande usando ChatGPT. Ha camera e sensori per capire il contesto attorno a sé, più elementi meccanici che si muovono da soli per sembrare vivo. Attingerà a email e dati personali per conoscere il proprietario e diventare più proattivo nel tempo. Per parlare userà una versione avanzata della nuova modalità vocale GPT-Live, che ascolta e parla contemporaneamente. Al design lavorano Jony Ive e il suo studio LoveFrom, dopo l'acquisizione di io Products per 6,5 miliardi di dollari. La presentazione prevista quest'anno e la vendita nel 2027, ma Apple ha fatto causa per furto di segreti industriali e chiede un'ingiunzione che potrebbe bloccare le vendite.
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Fonte: Bloomberg.com
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L'UE obbliga Google ad aprire Android alle aziende AI rivali


Legge
Due nuove regole dell'UE obbligano Google a condividere i dati di ricerca e ad aprire Android alle aziende AI concorrenti. La Commissione ha rilevato che gli assistenti AI terzi (non prodotti da Google) non funzionano su Android allo stesso livello di Gemini. Ora Google deve consentirne l'attivazione vocale e permettere loro di eseguire compiti in background, come prenotare ristoranti tramite app di terze parti. Per la Commissione le misure favoriranno alternative a Google Search e a Gemini. Google contesta la decisione affermando che le regole eliminano protezioni costruite per la privacy, esporrebbero le ricerche degli europei a società sconosciute senza anonimizzazione adeguata e senza consenso, e metterebbero a rischio segreti commerciali e sicurezza nazionale. Bruxelles ha già imposto ad Apple l'interoperabilità con prodotti di terzi e a Meta lo smantellamento di funzioni come lo scorrimento infinito.
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Fonte: AP News
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Thinking Machines pubblica Inkling, il suo primo modello open-weight


Intelligenza Artificiale
Il primo modello AI di Thinking Machines si chiama Inkling ed è open-weight, quindi scaricabile e modificabile liberamente. La startup è stata fondata da Mira Murati dopo l'uscita da OpenAI. Il modello ha 975 miliardi di parametri totali ma ne attiva circa 41 miliardi per ogni compito, ed è addestrato su 45mila miliardi di token di testo, immagini, audio e video, anche se per ora risponde solo in testo. L'azienda ammette che non è il modello più potente in circolazione ma è una base che le aziende possono addestrare e adattare da sole tramite la piattaforma di personalizzazione Tinker. In un progetto con il fondo Bridgewater, un modello open riaddestrato sui dati finanziari interni ha raggiunto l'84,7% nei test di ragionamento finanziario, battendo i modelli proprietari a un quattordicesimo del costo. La scommessa è che l'AI adattata dalle singole organizzazioni possa battere i modelli generici di OpenAI, Anthropic e Google.
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Fonte: TechCrunch
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Meta entra nel mondo del vibe coding con Muse Spark 1.1


Intelligenza Artificiale
Muse Spark 1.1 è un modello multimodale per il coding agentico. Fa ragionamento multistep, corregge bug, gestisce flussi di lavoro digitali e migrazioni di codice su larga scala. La prima versione era stata annunciata ad aprile. Costa 1,25 dollari per milione di token in input e 4,25 in output, in linea con Claude Haiku 4.5 di Anthropic e GPT-5.6 Luna di OpenAI, anche se leggermente sopra. Per l'occasione Zuckerberg ha pubblicato su X per la prima volta dopo tre anni. Ha definito Spark un modello agentico e di coding forte a un prezzo molto basso e ha anticipato altri rilasci in arrivo. Nella stessa settimana Meta ha presentato anche il generatore di immagini Muse Image, SpaceXAI ha rilasciato Grok 4.5 e OpenAI la famiglia GPT-5.6.
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Fonte: TechCrunch
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OpenAI chiude il browser Atlas dopo meno di un anno


Intelligenza Artificiale
Atlas era il browser AI di OpenAI con ChatGPT integrato. Chiude a meno di un anno dal lancio di ottobre. Le funzioni agentiche testate su Atlas passano all'app desktop di ChatGPT e a una nuova estensione per Chrome. L'estensione accede al contesto della pagina visitata e permette di fare domande sui contenuti, riassumerli e avviare attività più lunghe. Concorre direttamente con il pannello laterale di Gemini. L'app desktop guadagna un browser interno più robusto per navigare, fare login e scaricare file senza uscire da ChatGPT. Un browser cloud separato gira sui server di OpenAI e serve agli agenti per completare compiti al posto dell'utente. La chiusura segue l'ordine di tagliare i progetti secondari arrivato mesi fa dall'ex responsabile delle applicazioni. Lo stesso taglio aveva già chiuso il generatore video Sora.
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Fonte: TechCrunch
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Poste Italiane vuole TIM per costruire l'infrastruttura AI italiana


Intelligenza Artificiale
Poste Italiane ha lanciato un'offerta da 13,5 miliardi di euro per comprare Telecom Italia, di cui possiede già il 20%. L'idea è creare un grande gruppo a controllo statale capace di costruire infrastruttura di calcolo distribuita per cloud e AI in tutta Italia, anche come fornitore di giganti come Amazon, Google e Microsoft. TIM è tra i primi tre operatori nazionali di data center con 125 megawatt installati. L'Italia ha solo il 15% circa della capacità della Germania. Il piano prevede di potenziare i nodi telecom esistenti e trasformare gli ex centri di smistamento postale in piccoli data center vicini agli utenti. TIM da sola non riuscirebbe a sostenere gli investimenti in 5G avanzato e cloud perché la privatizzazione di trent'anni fa l'ha caricata di debiti e la guerra dei prezzi sul mercato italiano ha eroso i profitti.
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Fonte: Reuters
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La Cina fa atterrare un razzo orbitale per la prima volta


Spazio
La Cina ha recuperato per la prima volta il primo stadio di un razzo durante un lancio orbitale. Il debutto del Long March 10B è avvenuto il 10 luglio dal sito commerciale di Hainan. Il primo stadio è rientrato verticalmente circa 6 minuti dopo la separazione ed è stato catturato da una rete montata su una nave in mare. Secondo l'azienda statale CASC è il primo recupero al mondo con un sistema a rete. Il satellite a bordo ha raggiunto l'orbita prevista. Il razzo è alto 63 metri e in configurazione riutilizzabile porta circa 16 tonnellate in orbita bassa. La Cina vuole far rivolare lo stesso stadio entro fine anno. Finora solo SpaceX aveva fatto atterrare in verticale razzi orbitali, oltre 600 volte.
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Fonte: Space
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Stripe e Advent offrono 53 miliardi di dollari per comprare PayPal


Business
Stripe e il fondo di private equity Advent hanno presentato nei giorni scorsi un'offerta congiunta per comprare PayPal. Propongono 60,50 dollari per azione, circa 53 miliardi in totale. Non è detto che PayPal accetti. La società è all'inizio di un piano di rilancio con un nuovo CEO in carica da marzo, dopo un profit warning legato alla crescita debole della funzionalità del checkout. Il piano prevede la riorganizzazione in tre divisioni, tagli ai costi per almeno 1,5 miliardi in due-tre anni e il licenziamento del 20% del personale. Al picco del 2021 PayPal valeva oltre 280 miliardi, oggi ne vale circa 42. Per alcuni analisti l'offerta è bassa e difficilmente il nuovo CEO la accetterà. Stripe e Advent potrebbero rilanciare fino a 70 dollari per azione.
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Fonte: The Wall Street Journal
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Su Google Play arrivano gli app store di terze parti


Big tech
Google dovrà iniziare a distribuire store alternativi dentro Google Play negli Stati Uniti dal 22 luglio. È l’effetto della causa antitrust avviata da Epic dopo la rimozione di Fortnite nel 2020: Google è stata ritenuta colpevole di aver ostacolato la concorrenza degli app store rivali. Gli store terzi avranno accesso di default al catalogo di Google Play, salvo scelta contraria degli sviluppatori. Google potrà addebitare 5.000 dollari l'anno agli store per la revisione di sicurezza e conformità, e potrà rimuovere dal programma gli store in cui oltre l'1% delle installazioni tentate risulta malware o software indesiderato.
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Fonte: Ars Technica
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OpenAI lancia una tastiera da 230 dollari per gestire gli agenti Codex


Intelligenza Artificiale
Da una collaborazione con Work Louder è nata una tastiera luminosa da 230 dollari per gestire gli agenti di coding di Codex. Si chiama Codex Micro: ha tasti che si illuminano per mostrare lo stato degli agenti, scorciatoie personalizzabili per le azioni più frequenti, un joystick per avviare i flussi di lavoro comuni e una manopola che regola quanto tempo e potenza di calcolo un agente dedica a un compito. Si configura dall'app desktop di ChatGPT.
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Fonte: TechCrunch
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Apple fa causa a OpenAI per furto di segreti industriali


Legge
Apple ha fatto causa a OpenAI in un tribunale federale della California per furto di segreti industriali. Secondo la denuncia, OpenAI avrebbe sottratto proprietà intellettuale di Apple per sviluppare il proprio hardware consumer, coinvolgendo ogni livello dell'azienda. Le accuse riguardano soprattutto ex dipendenti Apple passati a OpenAI. Il capo hardware di OpenAI è un ex vicepresidente Apple e avrebbe chiesto a candidati ancora in Apple di portare componenti riservati ai colloqui. OpenAI avrebbe anche istruito i dipendenti in uscita su come aggirare i controlli di sicurezza; inoltre farebbe usare ai fornitori una tecnica di finitura dei metalli inventata da Apple. Le due aziende avevano stretto una partnership nel 2024 per integrare ChatGPT in iPhone, ma i rapporti si sono raffreddati dopo che OpenAI ha comprato per 6,4 miliardi di dollari la startup hardware di Jony Ive. Il nuovo Siri in arrivo in autunno si baserà infatti su Gemini di Google. Apple chiede danni e un'ingiunzione per fermare l'uso dei suoi segreti. OpenAI nega ogni interesse per i segreti altrui.
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Fonte: CNBC
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I retroscena della denuncia di Apple contro OpenAI


Vediamo tutti i dettagli, con nomi e cognomi.

Nel marzo del 1993 José Ignacio López de Arriortúa, capo degli acquisti mondiali di General Motors, lasciò Detroit per diventare dirigente di Volkswagen. Con lui partirono sette collaboratori fidati — i suoi «guerrieri» — e, secondo l'accusa di GM, decine di scatoloni di documenti riservati: listini dei fornitori, piani di prodotto, il progetto di una fabbrica ultraefficiente nota come Plant X. Gli inquirenti tedeschi trovarono parte di quelle carte in un appartamento di Wiesbaden usato da due membri del gruppo. La vicenda si chiuse nel gennaio 1997: Volkswagen versò a GM 100 milioni di dollari e si impegnò a comprare componenti del rivale per un altro miliardo. Nessun tribunale arrivò mai a una sentenza. Erano bastati quattro anni di avvocati, perquisizioni e diffidenza reciproca a fare il lavoro.

Venerdì 10 luglio Apple ha depositato alla corte federale della California del Nord una denuncia contro OpenAI, la controllata hardware io Products e due persone: Tang Tan, ex vicepresidente del product design a Cupertino e oggi responsabile dell'hardware di OpenAI, e Chang Liu, ingegnere elettronico con otto anni di Apple alle spalle.

Stessa storia, cambiano gli oggetti di scena: al posto degli scatoloni c'è un laptop aziendale che Liu, secondo l'atto, non avrebbe mai restituito dopo le dimissioni di inizio 2026, e con cui avrebbe scaricato decine di file su prodotti non annunciati: specifiche tecniche, presentazioni di ingegneria, dati di progetto. In un messaggio citato nella denuncia e ripreso da TechCrunch il 13 luglio, Liu scriveva a un collega: «LOL, ho scoperto che posso ancora accedere allo storage di rete». Tan, secondo la denuncia, avrebbe cominciato prima ancora di andarsene, inviando a sé stesso email con informazioni sui fornitori; una volta a OpenAI avrebbe condotto i colloqui di assunzione usando i nomi in codice interni dei progetti come grimaldelli per far parlare i candidati, chiedendo a dipendenti Apple ancora in servizio di portare «componenti veri» per sessioni di «show and tell». Un fornitore avrebbe persino eseguito per OpenAI una tecnica proprietaria di finitura dei metalli, convinto che Apple avesse dato il permesso.

Bloomberg calcola che OpenAI impieghi oggi oltre 400 ex dipendenti Apple, drenati in gran parte dai team di iPhone, Watch e AirPods, ma la denuncia ne nomina formalmente due, più una "co-cospiratrice", Yu-Ting "Alyssa" Peng, che non risulta imputata: un'assenza che M.G. Siegler, su Spyglass, legge come possibile indizio di una collaborazione con gli investigatori di Cupertino. Jony Ive, volto pubblico dell'hardware di OpenAI, nell'atto non compare mai. Apple sostiene di aver scoperto gli accessi di Liu già a febbraio e di aver contattato OpenAI senza mai ricevere risposta; il 14 maggio, però, Mark Gurman rivelava su Bloomberg che era semmai OpenAI a valutare un'azione legale contro Apple, per i ricavi deludenti dell'integrazione di ChatGPT in Siri. Otto settimane dopo è arrivata la denuncia — per Siegler, OpenAI ha punzecchiato l'orso finché l'orso non si è svegliato.

I precedenti di Cupertino suggeriscono che Apple riesce spesso a ottenere ciò che vuole prima ancora della sentenza — anzi, la sentenza non è così importante. Bloomberg Intelligence stimava il 13 luglio che Apple otterrà probabilmente misure cautelari mirate — materiali contesi isolati, prove preservate, conformità certificata — con l'effetto di rallentare i piani hardware di OpenAI. Intanto candidarsi a OpenAI significa, per un dipendente Apple, finire sotto la lente della sicurezza interna, e i fornitori — una comunità piccola, in cui Apple pesa più di chiunque — hanno un motivo in più per esitare. OpenAI, che secondo Bloomberg tiene fermo l'obiettivo di annunciare il primo dispositivo entro l'anno e lanciarlo nel 2027, dovrà attraversare tutto questo mentre prepara la quotazione in borsa. La discovery del processo, poi, taglierebbe in entrambe le direzioni: Apple vedrebbe finalmente cosa sta costruendo OpenAI, ma costringerebbe anche Apple, storicamente allergica a mostrare le proprie carte, a consegnare documenti e comunicazioni interne agli avvocati di OpenAI.

Il 10 giugno 2024, sul palco della WWDC, Apple presentava l'integrazione di ChatGPT in iOS come un pezzo del proprio futuro. Due anni dopo, nell'atto, descrive l'attività hardware di OpenAI come «marcia fino al torsolo», e TechCrunch ha fatto notare quanto la metafora del frutto guasto, scelta proprio dall'azienda della mela, suoni poco casuale. Eddy Cue, testimoniando al processo antitrust su Google nel maggio 2025, aveva ammesso che tra dieci anni un iPhone potrebbe non servire più. Nel gennaio 1997, quando Volkswagen staccò l'assegno, il danno che contava era già fatto: quattro anni di energie spese in aule di tribunale invece che sulle auto. Anche tra Apple e OpenAI la posta vera saranno gli anni che il processo consumerà, e la domanda è chi può permettersi meno di perderli: Apple, che deve ancora costruire la sua intelligenza artificiale, o OpenAI, che deve ancora costruire il suo primo oggetto.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)
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I socialisti Dem non sono mai stati così forti come ora


Le vittorie alle primarie di New York e Colorado spaventano Trump e i vertici Dem. Il New York Times ricostruisce due secoli di sconfitte del socialismo americano e la nuova strategia interna

I socialisti americani non hanno mai avuto così tanto potere politico come oggi. Il mese scorso diversi parlamentari democratici in carica a New York e in Colorado hanno perso le primarie contro sfidanti della sinistra socialista, il prossimo sindaco di Washington DC dovrebbe essere un socialista e Bernie Sanders parla di un movimento "sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo". Un'analisi pubblicata sul New York Times ricostruisce due secoli di storia del socialismo americano per spiegare la novità di questa fase: per la prima volta i socialisti non corrono con un proprio partito, ma dentro quello democratico.

Il presidente Trump ha detto il mese scorso che il successo dei politici socialisti-democratici è "la minaccia più seria per il nostro paese dalla sua nascita" e lo ha paragonato a "una forma incontrollabile di cancro". Anche una parte dei vertici democratici li respinge: il deputato del New Jersey Josh Gottheimer ha detto che "se sei socialista, non sei un democratico", mentre un gruppo di deputati moderati ha firmato una lettera in cui dichiara "siamo capitalisti, non socialisti", nel timore che il partito appaia estremo e perda negli stati e nei collegi contendibili. I nuovi candidati hanno posizioni scomode per i dirigenti, come la fine di tutte le espulsioni di immigrati e lo stop agli aiuti militari a Israele.

Stati Uniti · La nuova sinistra
Due secoli di sconfitte da soli, ma ora i socialisti vincono presentandosi come democratici

Dalla comune utopista del 1825 al 6% di Eugene Debs, il socialismo americano non ha mai sfondato con un proprio partito. La nuova generazione ha cambiato strategia: candidarsi nelle primarie democratiche. E ha iniziato a vincere, da New York a Washington DC.
Grafica di FocusAmerica Luglio 2026

Inizio anni 2000
5.000

Luglio 2026
120.000

Iscritti alla DSA,
la principale organizzazione socialista

Iscritti oggi: il massimo
nella storia americana

Il 4 luglio la Democratic Socialists of America ha superato il primato del partito di Debs, fermo dal 1912: mai il socialismo americano era stato così grande

Esplora l'analisi
ILa nuova strategia IIDue secoli di storia IIIPerché solo ora IVLo scontro interno

Il cambio di metodo
Fuori dal partito si è sempre perso, dentro si comincia a vincere
Per oltre un secolo i socialisti americani hanno corso con liste proprie, senza mai avvicinarsi al potere. Oggi quasi tutti i membri della DSA si candidano nelle primarie del Partito Democratico — ed è questa la vera novità storica.

Prima · 1901–2016
Con un proprio partito
6%
Il miglior risultato di sempre a livello nazionale: Eugene Debs alle presidenziali del 1912

Debs si candida cinque volte alla Casa Bianca, senza mai andare oltre
Le uniche vittorie arrivano nelle città, come Milwaukee

Oggi · 2025–26
Dentro le primarie democratiche
New York · Colorado · Washington DC
Dove i candidati socialisti hanno battuto alle primarie i democratici in carica nell'ultimo anno

A New York il sindaco Mamdani è arrivato dalle primarie democratiche
A Washington DC il prossimo sindaco dovrebbe essere un socialista

È la prima volta che un'organizzazione socialista di massa ha membri che quasi tutti decidono di candidarsi da democratici, invece che con una propria lista Michael Kazin · storico, Georgetown University

Dalla comune utopista alle primarie
Come il socialismo americano è arrivato fin qui
Tocca le tappe per leggere che cosa è successo. Le idee socialiste sono riemerse a ogni crisi, ma il movimento non ha mai avuto un partito vincente: la svolta è arrivata cambiando casa.

1825
New Harmony, l'utopia che fallisce in pochi anni

Robert Owen, industriale gallese del cotone inorridito dalle fabbriche inglesi dove bambini di 6 anni lavoravano 16 ore al giorno, fonda in Indiana una comunità dove tutto è condiviso. Si dissolve rapidamente.

1901
Nasce il Partito Socialista d'America

Mette insieme agricoltori delle Grandi Pianure, ebrei laici di New York e artigiani del Midwest, uniti dal rifiuto del grande capitale.

1912
Il tetto del 6 per cento e i «socialisti delle fognature»

Il sindacalista Eugene Debs tocca il suo massimo alle presidenziali. I sindaci socialisti di città come Milwaukee si guadagnano invece fama di buoni amministratori: risanano gli acquedotti, costruiscono biblioteche, parchi e scuole pubbliche.

1935
Le idee entrano nel New Deal, il partito resta fuori

Durante la Grande Depressione Roosevelt introduce la Social Security, il sistema pensionistico pubblico modellato su un'idea socialista, e con i lavori pubblici dà un impiego a milioni di disoccupati. La Guerra Fredda schiaccerà poi i socialisti sull'immagine dei comunisti, che in realtà erano spesso loro rivali.

1963
Due socialisti organizzano la marcia su Washington

A. Philip Randolph e Bayard Rustin mettono in piedi la manifestazione in cui Martin Luther King pronuncia il discorso «I have a dream».

1982
Harrington fonda la DSA con una strategia nuova

Michael Harrington, alleato di King, teorizza che i socialisti non vinceranno mai con una propria bandiera: devono trasformare il Partito Democratico, perseguendo «l'ala sinistra del possibile».

2008
La crisi finanziaria cambia una generazione

I millennial si laureano nel peggior mercato del lavoro dalla Grande Depressione. All'inizio del secolo la DSA contava appena 5.000 iscritti circa.

2016
Sanders sorprende alle primarie democratiche

Conquista i giovani e molti elettori indipendenti, più spaventati dall'insicurezza economica che da uno spauracchio sovietico svanito da decenni. Da quella campagna emergono Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani.

2025–26
La generazione delle primarie comincia a vincere

Parlamentari democratici in carica perdono le primarie contro sfidanti socialisti a New York e in Colorado; a Washington DC il prossimo sindaco dovrebbe essere un socialista.

Il terreno che rende possibile la svolta
Gli americani credono sempre meno nel capitalismo, i democratici nei loro vertici
Quando il mercato delude e tutto sembra troppo caro, il socialismo si presenta come una via d'uscita: i sondaggi mostrano quanto quel terreno si sia allargato in dieci anni.

«Il capitalismo americano funziona bene o abbastanza bene»
Quota di americani d'accordo, a dieci anni di distanza

2015

60%

2026

48%
−12 punti in dieci anni
Chi risponde che non funziona bene o non funziona affatto è passato nello stesso periodo dal 37% al 51%. Sondaggio Wall Street Journal-NORC, 11–18 giugno 2026.

Gli elettori democratici sono scontenti del proprio partito
Democratici e indipendenti vicini al partito che si dicono insoddisfatti o soddisfatti dei suoi dirigenti

Insoddisfatti

53%

Soddisfatti

45%

Sondaggio New York Times/Siena, maggio 2026. Il malcontento segue la sconfitta con Trump alle presidenziali del 2024.

120.000
Iscritti alla DSA a luglio 2026
Erano circa 5.000 all'inizio degli anni 2000

113.000
Il primato precedente, battuto dopo 114 anni
Il picco del Partito Socialista di Debs, nel 1912

6%
Il massimo mai ottenuto correndo da soli
Eugene Debs, presidenziali 1912

51%
Americani per cui il capitalismo non funziona
Erano il 37% nel 2015 (WSJ-NORC)

La battaglia dentro e fuori il partito
Trump li paragona a un cancro, una parte dei democratici li respinge
La crescita dei socialisti spaventa la Casa Bianca ma anche i dirigenti democratici, che temono di apparire estremi e di perdere nei collegi contendibili.

La minaccia più seria per il nostro Paese dalla sua nascita
Donald Trumppresidente degli Stati UnitiRepubblicano

Se sei socialista, non sei un democratico
Josh Gottheimerdeputato del New JerseyDemocratico

Siamo capitalisti, non socialisti
Lettera di un gruppo di deputati moderatipreoccupati di perdere nei collegi contendibiliDemocratici

Sull'orlo della rivoluzione politica per cui abbiamo combattuto così a lungo
Bernie Sanderssenatore del Vermont, sul movimento socialistaSocialista-democratico

Che cosa chiedono i nuovi candidati

Sanità pubblica universaleUn'idea realizzata da tempo in Europa, al centro del programma della DSA
Stop a tutte le espulsioniLa fine delle deportazioni di immigrati, posizione scomoda per i vertici del partito
Stop agli aiuti militari a IsraeleLa richiesta che più divide i socialisti dai dirigenti democratici

Fonte Analisi del New York Times sulla storia del socialismo americano; sondaggi Wall Street Journal-NORC (11–18 giugno 2026) e New York Times/Siena (maggio 2026); dati sugli iscritti Democratic Socialists of America.

Lo storico della Georgetown University Michael Kazin, ex direttore di Dissent, una rivista della sinistra socialdemocratica, ha detto al New York Times che "è la prima volta che un'organizzazione socialista di massa ha membri che quasi tutti decidono di candidarsi da democratici, invece che con una propria lista". L'organizzazione è la Democratic Socialists of America (DSA), fondata nel 1982, il cui programma chiede tra le altre cose una sanità pubblica universale, un'idea realizzata da tempo in Europa. La strategia interna è meno rivoluzionaria ma molto più minacciosa per i vertici del partito, indeboliti dalla sconfitta con Trump nel 2024 e ormai incapaci di ignorare la crescita alla propria sinistra.

Per quasi due secoli i socialisti americani hanno perso correndo da soli, in un paese dove il movimento non ha mai davvero attecchito. I primi furono utopisti come Robert Owen, industriale gallese del cotone inorridito dalle condizioni delle fabbriche inglesi, dove bambini di 6 anni lavoravano 16 ore al giorno: nel 1825 si trasferì in Indiana e fondò la comunità di New Harmony, dove tutto doveva essere condiviso e che fallì in pochi anni. Il Partito Socialista, fondato nel 1901, mise insieme agricoltori delle Grandi Pianure, ebrei laici di New York e artigiani del Midwest uniti dal rifiuto del grande capitale. Il suo volto era il sindacalista Eugene V. Debs, che si candidò cinque volte alla presidenza: il suo miglior risultato fu il 6 per cento dei voti nel 1912. Alcuni socialisti vinsero invece nelle città: i sindaci di posti come Milwaukee, soprannominati "socialisti delle fognature", si costruirono una reputazione di buoni amministratori risanando gli acquedotti e costruendo biblioteche, parchi e scuole pubbliche.

La Guerra Fredda schiacciò poi i socialisti sull'immagine dei comunisti, che in realtà erano spesso loro rivali: dopo la rivoluzione bolscevica i comunisti americani formarono un partito proprio, che crebbe grazie ai finanziamenti sovietici mentre quello socialista perdeva iscritti. Le idee socialiste però riemergevano nelle crisi. Durante la Grande Depressione Franklin D. Roosevelt introdusse la Social Security, il sistema pensionistico pubblico modellato su un'idea socialista, e con i lavori pubblici, un'altra nozione socialista, diede un impiego a milioni di disoccupati per costruire opere come la diga di Hoover. Negli anni Sessanta due socialisti, A. Philip Randolph e Bayard Rustin, organizzarono la marcia su Washington del 1963 in cui Martin Luther King pronunciò il discorso "I have a dream".

Michael Harrington, alleato di King e cofondatore della DSA, teorizzò già alla fine degli anni Sessanta la strategia che funziona oggi: i socialisti non avrebbero mai avuto successo con una propria bandiera e dovevano trasformare il Partito Democratico, perseguendo "l'ala sinistra del possibile". Il suo libro "The Other America", un ritratto della povertà americana, spinse l'amministrazione di Lyndon B. Johnson a coinvolgerlo nella cosiddetta guerra alla povertà. Furono comunque decenni di declino: alla fine degli anni Ottanta il capitalismo trionfava sui regimi comunisti in dissoluzione e all'inizio del nuovo secolo la DSA contava circa 5.000 iscritti.

La svolta arrivò con la crisi finanziaria del 2008. I millennial si laurearono nel peggior mercato del lavoro dalla Grande Depressione e nel 2016 Sanders, che si definisce socialista-democratico, sorprese alle primarie presidenziali conquistando i giovani e molti elettori indipendenti, più spaventati dall'insicurezza economica che da uno spauracchio sovietico svanito da decenni. Da quella campagna vennero Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani, che hanno vinto a New York passando dalle primarie democratiche, e la generazione che questa primavera ha vinto con lo stesso metodo da New York al Colorado fino a Washington DC.

Più della metà dei democratici e degli indipendenti vicini al partito si dice frustrata dai suoi dirigenti, secondo un sondaggio New York Times/Siena, e meno della metà degli americani pensa che il capitalismo funzioni bene o abbastanza bene, contro il 60 per cento di dieci anni fa, secondo una rilevazione Wall Street Journal-NORC. Molti di questi elettori non vogliono più tornare allo status quo precedente a Trump, perché non credono più in quel sistema. Per l'autrice dell'analisi è esattamente il tipo di momento storico in cui il socialismo comincia ad avere senso per più persone: quando il mercato crolla e tutto sembra troppo caro, il socialismo si presenta con la visione di una via d'uscita. Per ora però, scrive, a essere rifatto è il partito, non il Paese.


Perché il socialismo non ha mai attecchito negli Stati Uniti: i dubbi di Marx ed Engels


Bernie Sanders, Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez guidano un movimento socialista che punta a conquistare il Partito Democratico e che ha qualche possibilità di esprimere il candidato alla Casa Bianca nel 2028. La loro sfida più grande, però, non sono gli avversari interni: è una tradizione politica che respinge il socialismo da sempre, come avevano capito già Karl Marx e Friedrich Engels. In un'analisi pubblicata sulla National Review, Rich Lowry ripercorre i tentativi dei due padri del comunismo di spiegare perché la rivoluzione proletaria non arrivava proprio nel paese dove la loro teoria la prevedeva per prima.

Secondo la teoria di Marx, gli Stati Uniti erano il paese capitalista più avanzato del mondo e si stavano industrializzando a grande velocità: dovevano quindi essere i più vicini alla rivoluzione socialista, considerata inevitabile. "Il paese industrialmente più sviluppato mostra a quello meno sviluppato l'immagine del suo futuro", scrisse Marx nel Capitale. Le previsioni in questo senso furono innumerevoli: nel 1907 un dirigente dei socialdemocratici tedeschi arrivò a dire che "gli americani saranno i primi a inaugurare una repubblica socialista".

La rivoluzione però non arrivò e i due dovettero spiegare il ritardo. Marx indicò la mobilità dei lavoratori americani, che impediva la formazione di una classe di diseredati: "Il salariato di oggi è domani un contadino indipendente o un artigiano che lavora per conto proprio. Scompare dal mercato del lavoro, ma non finisce nell'ospizio dei poveri".

Engels aggiunse altri due elementi. Il primo era l'assenza di un passato feudale: gli americani, scrisse, "sono conservatori nati, proprio perché l'America è così puramente borghese, così del tutto priva di un passato feudale e perciò orgogliosa della sua organizzazione puramente borghese". Il secondo era la prosperità: "Il tenore di vita dell'operaio americano è considerevolmente più alto perfino di quello britannico", osservò Engels, "e questo da solo basta a tenerlo indietro ancora per qualche tempo".

Anche gli intellettuali di sinistra americani si sono interrogati a lungo sul fallimento del socialismo nel loro paese. Il politologo Seymour Martin Lipset, nel libro scritto con Gary Marks It Didn't Happen Here: Why Socialism Failed in the United States, ricorda che questi attribuirono il fallimento a un insieme di caratteristiche e valori che chiamarono "eccezionalismo americano", un termine poi adottato dai conservatori come descrizione positiva del paese. Lipset e Marks passarono in rassegna le spiegazioni possibili: la difficoltà di farsi spazio in un sistema dominato da due soli partiti, la rigidità ideologica del Partito Socialista d'America a inizio Novecento e l'incapacità del partito e del movimento sindacale di lavorare insieme. Ma conclusero che il fattore più profondo era la cultura del paese, fondata sull'individualismo e sulla diffidenza verso lo Stato: prima della Grande Depressione perfino le organizzazioni dei lavoratori americane erano ostili all'intervento statale.

Qualche successo locale il socialismo americano lo ottenne comunque a inizio Novecento, soprattutto a Milwaukee. I Democratic Socialists of America, la principale organizzazione socialista del paese, stanno cominciando a replicare quei risultati e sono in condizione di giocarsi una posta più alta, anche se dovranno superare le resistenze radicate nella società americana.

Negli anni Trenta il socialista radicale Leon Samson descrisse l'americanismo come "un assenso solenne a una manciata di nozioni definitive, democrazia, libertà, opportunità, a cui l'americano aderisce razionalisticamente proprio come un socialista aderisce al suo socialismo: perché gli fa bene, perché gli dà lavoro, perché, così pensa, gli garantisce la felicità". La sua conclusione era che "l'americanismo ha funzionato da sostituto del socialismo".

Sanders, Mamdani e Ocasio-Cortez puntano a rovesciare questa dinamica e a sostituire l'americanismo con il socialismo. Per Lowry è un progetto che va contro la tradizione e i costumi del paese e sul quale perfino Marx ed Engels avevano dei dubbi.


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