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GTA VI: trapelano i prezzi, la versione base costerà 90 euro?


GTA VI potrebbe costare 90 euro nella versione di base: il prezzo potrebbe poi salire fino a 200 euro nella Collector's Edition.

Il dibattito sul prezzo di lancio di GTA VI agita da tempo la comunità dei videogiocatori e gli analisti del settore. Fin da quando Michael Pachter di Wedbush Securities suggerì che Rockstar Games avrebbe potuto spingersi fino alla soglia dei 100 dollari, le speculazioni non si sono mai fermate. Oggi, a pochissimi giorni dall'apertura ufficiale dei preordini, prevista per giovedì 25 giugno su PlayStation 5 e Xbox Series X/S, nuove indiscrezioni sembrano confermare queste previsioni. Alcuni SKU provenienti dal database portoghese della nota catena di distribuzione FNAC mostrano infatti cifre superiori alla media attuale del mercato, scatenando preoccupazione tra i fan del franchise.

Secondo quanto riportato inizialmente da un utente sulla piattaforma ResetEra, l'immagine trapelata elenca diverse versioni del titolo con prezzi ben definiti. L'edizione standard, identificata come RS1, viene indicata a 89,99 euro, mentre una versione premium, la RS4, raggiunge i 119,99 euro. Il listino culmina con un'edizione da 199,99 euro, che corrisponderebbe alla Collector’s Edition. Sebbene alcuni identificativi intermedi siano stati tagliati dallo screenshot, è lecito ipotizzare che si tratti di ulteriori edizioni speciali posizionate in fasce di prezzo intermedie. Il sistema, inoltre, conferma la data di lancio del 19 novembre.

Nonostante in passato siano apparsi listini provvisori con prezzi variabili, la vicinanza temporale con l'apertura dei preordini e l'autorevolezza di un rivenditore multinazionale come FNAC suggeriscono che questi dati possano essere accurati. Se confermata, la scelta di Rockstar Games non sarebbe un caso isolato nell'industria; già lo scorso anno Nintendo aveva sorpreso il mercato posizionando Mario Kart World a 90 euro. La speranza per molti utenti rimane legata a una possibile riduzione del costo per le versioni digitali, pratica già osservata in altri titoli di punta del passato, ma l'impatto psicologico di una versione base a ridosso della soglia psicologica dei 100 euro resta un tema centrale nel panorama videoludico attuale. Con l’avvicinarsi di giovedì, l’attenzione mediatica è ai massimi livelli e la community è divisa tra chi accetta il rincaro e chi invece attenderà di vedere il prodotto finito. La domanda fondamentale è se il valore produttivo e l'attesa decennale per GTA VI giustifichino effettivamente un tale esborso economico per i consumatori finali. Resta da vedere se Rockstar Games confermerà ufficialmente questi listini o se si tratti di un posizionamento cautelativo da parte del retailer in attesa di comunicazioni definitive. In ogni caso, il settore sembra pronto a varcare una nuova soglia di prezzo per i titoli tripla A più attesi di questa generazione.

Fonte: wccftech.com

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Intel Raptor Lake Next: in arrivo i nuovi processori Core 200HX per laptop


Intel sarebbe ormai pronta al lancio di Raptor Lake Next, la nuova generazione di processori per laptop da gaming di fascia alta.

L'evoluzione dell'ecosistema Intel non accenna a fermarsi, portando con sé interessanti novità per il settore dei computer portatili da gaming. Secondo le ultime indiscrezioni, la nuova generazione di processori Raptor Lake Next non rimarrà confinato esclusivamente al mondo dei desktop, ma si estenderà anche al mercato mobile attraverso la nuova serie di processori Core 200. Questa mossa sembra focalizzarsi inizialmente sulla linea HX, ovvero quella fascia di componenti ad alta potenza destinata ai laptop da gaming e alle workstation portatili, che tradizionalmente utilizzano silicio derivato direttamente dalle architetture desktop per massimizzare le performance complessive.

La nuova gamma Core 200 (non-Ultra) si preannuncia particolarmente robusta sotto il profilo tecnico, puntando a consolidare la presenza di Intel nel segmento enthusiast. In cima alla piramide troviamo il modello Core 9, un processore che manterrà la configurazione di punta già vista nelle precedenti iterazioni di fascia alta, con un totale di 24 Core suddivisi in 8 P-Core e 16 E-Core. Questa architettura è specificamente pensata per gestire carichi di lavoro estremamente pesanti, garantendo fluidità nei videogiochi più esigenti e velocità nei processi di editing professionale. Intel sembra dunque intenzionata a mantenere la stabilità di una piattaforma già rodata, ottimizzandola ulteriormente per il segmento dei notebook ad alte prestazioni.

Scendendo leggermente di gamma, la serie Core 7 presenterà due varianti distinte che ridefiniscono gli equilibri prestazionali medi del mercato mobile. La prima configurazione prevede 8 P-Core affiancati da 12 E-Core, mentre la seconda opzione utilizzerà uno schema da 6 P-Core e 8 E-Core. Quest'ultima scelta è di particolare interesse per gli analisti, poiché in passato una simile dotazione era solitamente riservata alla fascia inferiore. Un dettaglio rilevante emerso dai recenti leak riguarda la destinazione d'uso specifica di questi nuovi chip. L'assenza del supporto alle tecnologie vPro e SIPP suggerisce chiaramente che la linea Raptor Lake Next HX non sia rivolta al mercato aziendale: al contrario, questi processori sono stati concepiti per il mercato consumer, con un occhio di riguardo per i videogiocatori e i creatori di contenuti che cercano potenza bruta e affidabilità senza la necessità di suite di gestione remota.

Fonte: videocardz.com

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Apple: 20 nuovi prodotti pronti al debutto tra il 2026 e il 2027


Apple si starebbe preparando a un autunno di fuoco, caratterizzato dal lancio di almeno 20 nuovi dispositivi tra fine 2026 e inizio 2027

Apple potrebbe rinnovare il suo parco prodotti nei prossimi 12 mesi. Una serie di indiscrezioni fornite da Mark Gurman di Bloomberg traccia una roadmap estremamente ambiziosa che prevede il lancio di circa venti nuovi prodotti della Mela Morsicata tra la fine del 2026 e il 2027. Questo piano di espansione non riguarderà solo i tradizionali aggiornamenti hardware annuali, ma segnerà l'ingresso di Cupertino in nuove categorie di prodotto, spinte da una versione di Siri profondamente rinnovata e più intelligente, capace di sfruttare appieno l'ecosistema dell'intelligenza artificiale. Il settore degli smartphone sarà il fulcro di questa evoluzione, con la serie iPhone 18 Pro che introdurrà il potente chip A20 Pro e innovazioni tecniche come l'apertura variabile per le fotocamere e il nuovo modem C2 per la navigazione satellitare.

Tuttavia, la vera rivoluzione sarà rappresentata dal tanto atteso iPhone Ultra, il primo modello pieghevole dell'azienda. Questo dispositivo dovrebbe vantare un display interno da 7,7 pollici, supportato da un sistema operativo (iOS 27)ottimizzato per il multitasking. In occasione del ventesimo anniversario dello smartphone, Apple starebbe inoltre progettando dei modelli celebrativi caratterizzati da display quasi privi di bordi e vetri curvi. Novità sostanziali interesseranno anche le linee Mac e iPad, con un focus particolare sulle prestazioni e sul design. Entro l'inizio del 2027 è previsto il debutto del MacBook Ultra, un portatile completamente riprogettato con display OLED touch screen e chip della serie M6. Questo dispositivo segnerà un punto di svolta storico, offrendo un'interfaccia di macOS ottimizzata per il tocco.

Parallelamente, la linea iPad mini riceverà un importante aggiornamento con l'introduzione di schermi OLED e una struttura resistente all'acqua, mentre i computer desktop come Mac Studio e Mac Mini beneficeranno del passaggio ai chip di generazione M5. Infine, Apple punta a rafforzare la sua presenza nel settore della domotica e dei dispositivi indossabili. È in arrivo un inedito hub per la smart home dotato di uno schermo da 7 pollici, chip A18 e supporto nativo per FaceTime. Per quanto riguarda i wearable, gli Apple Watch Series 12 e Ultra 4 introdurranno nuovi sensori per la salute e funzionalità satellitari estese, come l'invio di foto e l'utilizzo di mappe offline in assenza di rete cellulare. A completare questo ambizioso quadro tecnologico saranno le AirPods Ultra, equipaggiate con fotocamere per l'intelligenza visiva, e i primi smart glasses targati Apple, pronti a ridefinire il concetto di realtà assistita.

Fonte: www.macrumors.com

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Nothing cancella il nuovo CMF Phone: i costi della RAM bloccano la produzione


Nothing ha deciso di cancellare il nuovo CMF Phone a causa dell'aumento dei prezzi delle memorie RAM

Il mercato degli smartphone si trova ad affrontare una sfida senza precedenti che ha colpito direttamente i piani di espansione di Nothing. L'azienda, nota per il suo approccio innovativo e il design distintivo, ha confermato la cancellazione del lancio del successore del CMF Phone 2 Pro, originariamente previsto per l'anno in corso. La decisione, comunicata attraverso i canali social dal co-fondatore Akis Evangelidis, non dipende da problemi di progettazione interna, ma dalla crisi globale dei prezzi delle memorie RAM, il cui vertigionoso aumento sta mettendo a dura prova l'intero settore tecnologico.

A lot of you have been asking when the next CMF phone is coming and as always we'd rather be transparent.

CMF Phone 2 Pro was a product we were incredibly proud of. It even won Budget Phone of the Year from MKBHD and the response from all of you made it even more special.

We…
— Akis Evangelidis (@AkisEvangelidis) June 19, 2026


Evangelidis ha spiegato che il marchio CMF, nato per offrire dispositivi accessibili senza compromettere la qualità, non è attualmente in grado di realizzare un nuovo smartphone che rappresenti un reale passo avanti tecnologico a un prezzo coerente con la propria filosofia di mercato. Proseguire con il lancio avrebbe significato dover scendere a compromessi eccessivi sulle prestazioni o, in alternativa, proporre il dispositivo a una cifra troppo elevata per il pubblico di riferimento. Di conseguenza, il team ha preferito fermare lo sviluppo del nuovo smartphone per concentrarsi su altri progetti che non risentano in modo così drastico delle attuali fluttuazioni del mercato dei semiconduttori. La gravità della situazione è stata confermata anche dal CEO di Nothing, Carl Pei, il quale ha rivelato dati allarmanti riguardo alla struttura dei costi dei dispositivi moderni.

Secondo Pei, per il Nothing Phone 4A i costi delle memorie sono raddoppiati nel breve arco di tempo intercorso tra la fase decisionale e il lancio effettivo, per poi raddoppiare nuovamente nel periodo successivo. Questa dinamica ha trasformato la RAM nel componente più costoso di uno smartphone, superando persino elementi tradizionalmente onerosi come il processore o il display. Si tratta di un fenomeno globale che non risparmia nemmeno i giganti del settore: persino Apple, attraverso le parole di Tim Cook, ha recentemente ammesso che la situazione è diventata insostenibile, portando a un necessario adeguamento dei prezzi di vendita per i consumatori finali. Nonostante lo stop forzato alla linea di smartphone CMF per quest'anno, il futuro del brand rimane promettente. Evangelidis ha rassicurato i fan dichiarando che l'azienda è pronta a lanciare diversi nuovi prodotti e ad esplorare categorie merceologiche completamente inedite che verranno svelate nei prossimi mesi. Inoltre, il co-fondatore ha lasciato intendere che la stagione dei lanci per il marchio principale Nothing non è affatto conclusa, suggerendo che potrebbero esserci altre sorprese in arrivo prima della fine dell'anno.

Fonte: www.theverge.com

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Ci sono persone con cui siamo in contatto da anni sui social, ma che non conosciamo davvero.

Poi succede che una di loro ti scrive una mail e ti apre la porta verso un universo sconosciuto. Ed è una cosa stupenda, che dà un senso nuovo allo stare on line.

👉 flaviopintarelli.it/2026/06/21…


La mail di uno sconosciuto che conosco da dieci anni


Un paio di mesi fa mi ha scritto una persona che legge questo blog. Niente di strano: se mi segui, sai che attirare persone interessanti è uno dei motivi per cui lo scrivo.

Se parlassi in gergo performativo, potrei chiamare questo evento una “conversione” e, in effetti, in parte lo è. Ma non è questo che mi interessa. O meglio: non è di questo che voglio parlare.

Conosco la persona che mi ha scritto - si chiama Dirk - da almeno dieci anni. Da quando abbiamo rifatto insieme il sito di Lavoro Culturale, un blog con cui ho collaborato per qualche anno. Te lo ricordi?

Se non te lo ricordi, fa lo stesso. Quello che conta è un altro fatto: Dirk e io non ci siamo mai visti di persona e, fuori da quel contesto, non ci siamo quasi mai parlati. Almeno fino a quando, un paio di mesi fa, mi ha scritto.

Dirk però mi legge. È iscritto al sito dal 2024 e, da allora, ha aperto più della metà delle newsletter che gli ho mandato. Lo so perché il tasso di apertura e la data di iscrizione sono due dei pochi dati che registro e leggo a proposito di questo blog. Per tutto il resto sono cieco.

Anche questo, però, è un dettaglio secondario. Quello che conta davvero è ciò che Dirk mi ha mandato nella sua mail: una foto.
L'installazione Damokles II di Timm Ulrichs: viene descritta più avanti nel testo.
Collocato in quello che è facile riconoscere come uno spazio espositivo - un museo o una galleria, non posso dirlo con precisione - c’è un triangolo di metallo lucido, la cui base poggia saldamente a terra, sul pavimento della sala.

Appoggiata al vertice del triangolo c’è una trave, fatta anch’essa di un lucido metallo di colore argento su cui si riflette la luce che piove dal soffitto.

Una delle estremità della trave poggia a terra. L’altra è leggermente sollevata. L’insieme ricorda quelle altalene che si trovano nei parchi gioco solo che, al posto di una coppia di bambini intenti ad oscillare, sopra la trave c’è una sorta di ruota in pietra opaca che solleva uno snello arbusto d'ulivo.

Ho aperto la mail poco prima di uscire di casa insieme a mio figlio e l’ho letta - e guardata - di corsa. Dirk mi faceva una richiesta: dedicare all’opera qualche riga.

Fuori pioveva una una pioggia che, in poche ore, è diventata neve. Ci ho camminato attraverso e, lente, dieci parole hanno iniziato a cristallizzarsi intorno a quell’immagine: Nell'immenso schema delle cose, anche un peso può elevarci.

Hai mai avuto la sensazione che uno dei tanti ostacoli a cui la vita ci mette davanti abbia anche la forza di far librare il nostro spirito verso l’alto?

A me è capitato ed è stato come quando, dopo esserti allenato, il dolore che brucia i muscoli lascia spazio a una certa leggerezza che diventa presto consapevolezza di aver sbloccato qualcosa che ti ha permesse di raggiungere un livello ulteriore nel tuo percorso verso il bene.

Tutto, in Damokles II - così si chiama l’installazione, mi rivela Dirk un paio di mail più tardi - mi parla di questa ricerca di un equilibrio in cui la parte più complessa e dolorosa della nostra esistenza non è altro che la componente di un equilibrio tra ciò che potrebbe bloccarti a terra ma che possiede anche la forza di farti lasciare alle spalle ciò che ti trattiene.

Esplora con me nuovi mondi.


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A firmarla è l’artista tedesco Timm Ulrichs - affettuosamente Dirk lo chiama Timmyboy - un “concettuale tedesco” di cui provo a chiedere di più alla mia amica Guia, che è tipo la persona più esperta di arte contemporanea che io conosca.

Purtroppo, mi confessa, non è all’altezza del compito perché si tratta di un artista che, mi scrive, “non ho mai approfondito.”

Ed è allora che decido di lasciare le cose come stanno. Non approfondisco neanche io. Lascio solo che la sua opera, potentissima, continui a chiamarmi, avvolta nella nebbia di un mistero che, forse, non diraderò mai.

E va di sicuro bene così. Ci sono eventi casuali che non hanno bisogno di spiegazioni ulteriori.

Semplicemente, accadono e, accadendo, ci lasciano domande che non smettiamo di farci.

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Perché gli appelli a salvare la democrazia non convincono gli elettori di Trump


Una ricerca tra gli elettori conservatori di Trump in Wyoming, Michigan e South Carolina: non rifiutano la democrazia, ma istituzioni che a loro avviso hanno tradito i valori fondanti del paese

Gli elettori conservatori che hanno votato Trump non pensano che l'America debba smettere di essere una democrazia: pensano che le sue istituzioni abbiano tradito i valori che le rendevano legittime. È la ragione per cui la strategia con cui molti democratici provano a riconquistarli, dipingere il presidente come una minaccia per la democrazia, finora ha fallito. Lo sostengono Katy Osborn e Scott Warren in un'analisi pubblicata sull'Atlantic, basata su mesi di interviste e osservazione diretta della vita quotidiana di decine di elettori di Trump in tre contee del Wyoming, del Michigan e della South Carolina.

Il ragionamento dei critici di Trump è lineare: il 49,8 per cento di chi lo ha votato nel 2024 non avrebbe capito quanto il presidente sia ostile alla democrazia, e una volta compresa la minaccia di una deriva autoritaria si allontanerebbe da lui. Le interviste raccontano una realtà diversa. Molti di questi elettori venerano l'impianto costituzionale degli Stati Uniti, le elezioni libere, lo Stato di diritto e perfino il collegio elettorale, il sistema indiretto con cui si elegge il presidente americano. Quello che rifiutano non è la democrazia, ma istituzioni che a loro avviso si sono allontanate dai valori per cui erano nate.

Quei valori, secondo la ricerca, ruotano attorno a quattro pilastri: la fede, intesa come idea che l'autorità morale venga prima di quella politica; la famiglia, vista come nucleo primario della vita sociale; la libertà, soprattutto dall'invadenza dello Stato; e il radicamento nella comunità locale, contrapposto all'astrazione nazionale. Per gli intervistati, le istituzioni pubbliche americane hanno abbandonato questo ethos morale e per questo hanno perso legittimità. La domanda che si pongono non è se l'America debba essere una democrazia, ma se la democrazia americana sia rimasta fedele a ciò che la rende legittima.

Il dato di sfondo è il crollo della fiducia nelle istituzioni nazionali, scesa secondo i rilevamenti del Pew Research Center ai minimi storici. Gli autori legano questo crollo a un'esperienza diffusa tra le persone incontrate: scuole pubbliche, ospedali e agenzie federali che hanno deluso le aspettative, mentre chiese e organizzazioni religiose o legate ai valori comunitari hanno riempito il vuoto, offrendo assistenza e sostegno nei momenti di difficoltà. Da qui l'idea che ridare potere alle istituzioni statali suoni vuoto, e che la fiducia dei democratici nelle istituzioni appaia ingenua e senza radici morali.

Questa disillusione si è indurita in una visione del mondo che considera regole e norme democratiche sacrificabili quando non difendono ciò che per questi elettori è moralmente essenziale. Le norme, in questa lettura, sono soltanto consuetudini, il modo in cui le cose si sono sempre fatte, e quindi possono essere stravolte senza scandalo.

Resta la domanda di come persone tanto legate alla fede e alla famiglia possano votare un uomo che critica i leader religiosi e sfida molti standard etici. La risposta che emerge dalle interviste è che questi elettori non valutano Trump come un modello dei loro valori, ma come il loro difensore. Diversi intervistati gli riconoscono di aver protetto le loro comunità e il loro lavoro, in particolare nelle zone minerarie: la cancellazione delle restrizioni dell'era Biden sull'estrazione del carbone ha fatto tornare il lavoro in aree del paese che non sono riuscite o non hanno voluto convertirsi ad altro, e questo ha reso il presidente un eroe in quei territori.

La stessa logica spiega come questi elettori conciliino la loro preferenza per un governo piccolo e locale con l'uso aggressivo del potere federale da parte di Trump. Per molti, quel potere è una risposta necessaria a istituzioni ostili che avrebbero violato il loro mandato costituzionale. Quando l'FBI, la polizia federale americana, indaga su Trump, quando le agenzie governative impongono i vaccini o quando il Dipartimento dell'Istruzione, il ministero federale che incide sui programmi scolastici, interviene sui curricula locali, questi elettori ritengono che le istituzioni abbiano superato la loro autorità legittima. Reprimendo questi presunti abusi, secondo loro, Trump non infrange le regole ma difende il fondamento che le regole dovrebbero proteggere.

Da qui la conclusione degli autori: gli attivisti che vogliono difendere la democrazia americana dalle spinte autoritarie stanno seguendo una strategia destinata a fallire. Difendono processi democratici astratti, norme e procedure, dando per scontato che tutti li considerino legittimi e degni di essere salvati. Ma quell'argomento non fa presa su chi è convinto che proprio quelle norme abbiano abbandonato i valori fondamentali del paese. Pochi vogliono preservare un sistema che ritengono abbia smesso da tempo di servire al suo scopo.

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Gli americani condividono gli ideali fondativi degli Stati Uniti


Per un sondaggio dell'American Enterprise Institute il 74% degli americani ha letto la Dichiarazione di indipendenza, ma su valori comuni e orgoglio nazionale Gen Z e boomer sono lontani

A pochi mesi dalle celebrazioni per i 250 anni della Dichiarazione di indipendenza, la maggior parte degli americani dice di conoscere i documenti fondativi del proprio paese e di condividerne gli ideali, dalla libertà di parola a quella di religione fino alle pari opportunità. Sotto questa superficie di continuità, però, si è aperto un divario generazionale profondo: sull'orgoglio di essere americani, sulla fiducia nel futuro del paese e sul ruolo della scuola nel trasmettere un'identità comune, i più giovani e gli anziani la pensano in modo molto diverso.

Il quadro emerge da un ampio sondaggio dell'American Enterprise Institute, un centro studi di Washington, realizzato dal suo Survey Center on American Life su 5.306 adulti tra il 12 e il 18 febbraio 2026. La ricerca riprende un'indagine condotta quasi trent'anni fa dalla Public Agenda Foundation, un'organizzazione di ricerca sull'opinione pubblica, che nel 1998 aveva intervistato i genitori americani in piena battaglia nazionale sull'educazione bilingue e sul multiculturalismo nelle scuole. Confrontare le due fotografie permette di capire che cosa è cambiato e che cosa è rimasto uguale nel modo in cui gli americani guardano alla propria storia.

Il sondaggio arriva mentre il paese discute persino sulla propria data di nascita, se gli Stati Uniti siano nati nel 1776, l'anno della Dichiarazione, oppure nel 1619, quando arrivarono nelle colonie i primi schiavi africani. Nonostante la forte polarizzazione e la sfiducia verso le istituzioni, i risultati mostrano che gli americani credono ancora nel valore di guardare al proprio passato.

La familiarità con i testi fondativi resta diffusa ma ineguale. Alla domanda se avessero mai letto la Dichiarazione di indipendenza, il 29% ha risposto di averla letta per intero e un altro 45% in parte, mentre il 26% non l'ha mai aperta. Pesa il livello di istruzione: ha letto il testo completo più di un terzo dei laureati, contro il 21% di chi ha al massimo il diploma. E pesa l'età: tra i giovani della Gen Z l'ha letta per intero il 23%, contro il 35% dei baby boomer, oggi ultrasessantenni.

Sulla conoscenza della storia gli americani si rivelano più ferrati sul passato remoto che su quello recente. L'85% sa spiegare che cosa celebra il 4 luglio e il 70% le cause della guerra civile, mentre scende al 55% chi sa indicare i diritti garantiti dal Bill of Rights (la Carta dei diritti) e al 48% chi conosce le ragioni della Guerra fredda. Anche qui i più giovani ne sanno meno: sul significato del 4 luglio risponde bene il 77% della Gen Z contro il 91% dei boomer.

Gli americani non sembrano troppo allarmati da queste lacune. Il 91% considera molto importante che gli studenti imparino le competenze scolastiche di base e il 77% le competenze sociali, ma solo il 63% dice lo stesso delle idee e della storia che tengono insieme tutti gli americani. È proprio sull'educazione civica che si apre il divario generazionale più ampio: la giudica molto importante il 50% della Gen Z contro il 78% dei boomer, ventotto punti di differenza.

Pur dando priorità ad altre materie, gli americani non liquidano l'importanza di trasmettere gli ideali nazionali. Il 68% pensa che la società debba insegnare attivamente ai ragazzi che cosa significa essere americani, contro il 31% per cui è qualcosa che si impara crescendo. Anche su questo i giovani sono più tiepidi: lo dice il 56% della Gen Z contro l'81% dei boomer.

Allo stesso tempo gli americani, soprattutto i più giovani, sono restii a giudicare chi sa poco di storia. Solo il 24% della Gen Z considererebbe un "cattivo cittadino" chi non sa praticamente nulla dei Padri fondatori, contro il 46% dei boomer. Ampio anche il divario politico: lo pensa il 27% dei democratici e il 53% dei repubblicani, ventisei punti di scarto.

Il 75% ritiene comunque che gli studenti delle superiori debbano essere obbligati a studiare la Dichiarazione quest'anno, in occasione del 250esimo anniversario, mentre solo il 23% è contrario. Tornano le differenze: favorevoli il 61% della Gen Z contro l'86% dei boomer, il 69% dei democratici contro il 90% dei repubblicani. L'81% pensa inoltre che studiare i principi politici dei fondatori possa aiutare le decisioni di oggi.

Il 63% giudica molto importante insegnare come la schiavitù e la discriminazione razziale abbiano plasmato la storia del paese, una quota che sale al 74% tra gli intervistati neri e scende al 58% tra gli asiatici. Molto più in basso il ruolo del cristianesimo nella fondazione, considerato molto importante dal 31%, e i temi legati all'identità LGBTQ, fermi al 17%. Il 48% ritiene molto importante insegnare come l'attività umana contribuisca al cambiamento climatico e il 41% i benefici del capitalismo di libero mercato.

Sul tema della diversità il 27% pensa che le scuole vi dedichino troppa attenzione, il 34% troppo poca e il 36% quella giusta. Sul danno storico subito dagli afroamericani il 24% parla di attenzione eccessiva e il 42% di attenzione insufficiente: a dire che non se ne parla abbastanza è il 75% degli intervistati neri contro il 34% dei bianchi.

Pur senza grandi differenze tra uomini e donne nel complesso, tra i giovani il genere conta molto. Sul fatto che le scuole non dedichino abbastanza attenzione alle conquiste delle donne per la parità lo pensa il 57% delle ragazze della Gen Z contro il 40% dei coetanei maschi. E sull'attenzione al danno storico subito dagli afroamericani il divario tra ragazze e ragazzi della stessa generazione è di sedici punti, 53% contro 37%. È la conferma di un fenomeno già documentato dal Survey Center on American Life: le giovani donne assumono posizioni più progressiste dei loro coetanei.

Anche se sono favorevoli a studiare la storia di genere e di etnia, gli americani non vogliono che ciò vada a scapito di un'identità comune. Il 78% pensa che il posto migliore dove i ragazzi imparano l'orgoglio per la propria identità etnica sia la famiglia e il 69% che la scuola sia il luogo dove imparare che cosa significa essere americani. Su quest'ultimo punto la distanza generazionale è netta: d'accordo il 51% della Gen Z contro l'80% dei boomer. Sullo sforzo speciale che le scuole dovrebbero fare per insegnare i valori americani ai nuovi immigrati sono favorevoli il 63% della Gen Z e l'84% dei boomer, il 64% dei democratici e l'86% dei repubblicani.

Sui valori scolpiti nella Dichiarazione e nella Costituzione la maggioranza resta compatta. L'82% giudica assolutamente essenziale che ci siano pari opportunità a prescindere da etnia, religione o genere, il 79% il diritto di ciascuno alle proprie convinzioni religiose, il 72% l'idea che con il lavoro duro si possa migliorare la propria condizione, il 66% il diritto di protestare e criticare il governo senza timore di punizioni e il 59% la tolleranza. Per ciascuno di questi valori meno di un americano su dieci ne nega del tutto l'importanza.

I giovani, però, guardano ad alcuni di questi pilastri con occhi diversi. Considera essenziale la libertà religiosa il 71% della Gen Z contro l'86% dei boomer. E il valore del lavoro duro convince il 67% dei giovani contro il 78% degli anziani. È un'eco di un sondaggio del Pew Research Center, un istituto di ricerca demoscopica, secondo cui nel 2024 il 68% degli over 65 riteneva ancora possibile realizzare il sogno americano, contro il 39% degli under 29. Conta anche l'istruzione: considera essenziale la tolleranza il 51% di chi ha al massimo il diploma, contro il 66% dei laureati.

Il distacco più vistoso riguarda l'idea stessa di eccezionalismo americano. A definire gli Stati Uniti un paese unico, che rappresenta qualcosa di speciale nel mondo, è il 72% dei bianchi, il 58% degli asiatici e il 55% degli ispanici, mentre gli intervistati neri si dividono quasi a metà, 49% contro 46%. Ma è soprattutto l'età a pesare: lo pensa appena il 52% della Gen Z contro l'80% dei boomer. E tra i giovani conta il genere: le ragazze della Gen Z si dividono a metà tra chi considera il paese unico e chi lo giudica né migliore né peggiore degli altri, mentre tra i coetanei maschi il 58% lo ritiene eccezionale.

Solo il 26% della Gen Z ritiene assolutamente essenziale insegnare a scuola che la nazione è fondamentalmente buona, contro il 61% dei boomer. Un divario di venticinque punti separa le due generazioni anche sulla necessità di insegnare ad apprezzare le libertà garantite dalla Costituzione e dal Bill of Rights, 59% contro 84%.

Sugli artefici della fondazione gli americani mantengono un giudizio equilibrato. L'83% concorda che i Padri fondatori meritino rispetto per come hanno costruito il paese, ma il 75% pensa anche che per capirne l'impatto occorra esaminare la loro tolleranza verso la schiavitù accanto ai loro meriti. Un altro 75% ritiene che il paese, pur imperfetto, abbia fatto progressi sostanziali nel rimediare a torti come la schiavitù. Sull'affermazione più netta, secondo cui l'America non potrà mai superare l'eredità della schiavitù, il 43% si dice d'accordo e il 53% in disaccordo.

Qui le divisioni per etnia e per orientamento politico diventano profonde. Sull'eredità della schiavitù che non si potrà mai superare concorda il 67% degli intervistati neri contro il 36% dei bianchi. Tra democratici e repubblicani ci sono circa quaranta punti di distanza sia sul rispetto dovuto ai fondatori sia sui progressi compiuti. La stessa frattura era emersa nel 2022 in una ricerca dell'organizzazione More in Common, secondo cui l'88% dei democratici e il 52% dei repubblicani riteneva importante insegnare la storia del razzismo in America. Sul rispetto per i fondatori, invece, anche le generazioni restano lontane, 73% tra i giovani e 91% tra i boomer.

Trent'anni fa i genitori con figli in età scolare erano molto più inclini di oggi ad accentuare la visione positiva del paese. Riteneva l'America un paese unico l'84% dei genitori nel 1998, contro il 62% di oggi. Considerava assolutamente essenziale insegnare a scuola che l'America è fondamentalmente buona il 67% allora e il 42% nel 2026. Metà dei genitori, nel 1998, si sarebbe arrabbiata con un insegnante che criticava di continuo il sistema economico e politico americano: oggi lo farebbe solo il 32%.

I genitori di oggi sono anche più disposti ad accettare un approccio critico alla storia nazionale. Nel 1998 il 25% si sarebbe arrabbiato se un insegnante avesse insistito sui maltrattamenti subiti dalle minoranze nella storia americana, oggi lo farebbe il 15%. È cambiato anche il modo di giudicare gli altri: nel 2026 l'85% considera un cattivo cittadino chi si rifiuta di lavorare con persone di etnia o origine diversa, contro il 72% del 1998, mentre è sceso dall'89% al 77% chi giudica essenziale il diritto di ciascuno alle proprie convinzioni religiose, un possibile segno della crescente disaffezione religiosa.

Non mancano gli elementi di continuità. Il sostegno ad alcuni valori civici è quasi invariato: il diritto di protestare e criticare il governo passa dal 67% al 64%, le pari opportunità dall'88% all'81% e il valore del lavoro duro dal 79% al 72%. In entrambe le rilevazioni i genitori mettono le competenze scolastiche e sociali di base davanti alla conoscenza della storia comune. E l'idea che gli americani diano per scontate le proprie libertà resta diffusa, anche se in calo: la pensava così il 90% dei genitori nel 1998 e il 77% nel 2026.

La distanza tra giovani e anziani attraversa tutto il sondaggio. Resta da capire se l'effetto di moderazione che di solito accompagna l'età cambierà le opinioni della Gen Z, come è successo con le generazioni precedenti. Gli autori ricordano che tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta i baby boomer avevano più o meno l'età dei ragazzi di oggi e molti diffidavano delle istituzioni, indignati per la guerra del Vietnam, eppure oggi il loro patriottismo appare solido. Persistono anche le differenze per etnia, con l'esperienza unica e tragica della schiavitù che continua a segnare il modo in cui gli afroamericani guardano al paese. Il rapporto, firmato da Karlyn Bowman e Nicole Penn, individua nell'anniversario di quest'estate l'occasione per riflettere su come gli americani pensano oggi al passato, al presente e al futuro del loro paese.

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Pesca Revolution è a Santa Giusta


Sabato 20 giugno, Alessandro Caria, atleta di punta dell’Anda Arborea, che fra gli altri titoli vanta la vittoria al Magrini di 2 anni fa, e il terzo posto dell’edizione di quest’anno, ha lanciato la sua scommessa!

Aprire un nuovo negozio di pesca a Santa Giusta, creando così una nuova realtà in una zona in cui la pesca sportiva è sicuramente fra gli hobby più praticati in tutte le fasce di età.

L’enorme punto vendita, con uno spazio espositivo a dir poco planetario, si propone tanto al pescatore ricreativo occasionale, quanto all’agonista, con un immenso ventaglio di prodotti che abbraccia tutti i maggiori marchi del settore: Veret, Colmic, Trabucco, Yuki, AQS per citarne solo alcuni.



La disponibilità e la competenza di Alessandro costituiscono la migliore garanzia per coloro che vorranno recarsi da Pesca Revolution, sito in via Giovanni XXIII al civico 21 a Santa Giusta.
Al centro Alessandro alla premiazione del Memorial Alessandro Magrini del 2024.
In bocca al lupo ad Ale e il suo staff per questa nuova avventura.

info: +39 348 932 4943

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)
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Il memoir religioso di J.D. Vance e la fede che lo assolve


Il vicepresidente racconta la sua conversione al cattolicesimo sul modello di Sant'Agostino, ma dal libro emerge un uomo che non dubita mai di sé.

J.D. Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, ha pubblicato un nuovo libro di memorie intitolato Communion, in cui racconta la propria conversione al cattolicesimo. Le 304 pagine ricalcano la forma delle Confessioni di Sant'Agostino, il testo con cui il santo descrisse il proprio tormento e la svolta verso Dio. Ma secondo un'analisi pubblicata su New York Magazine e firmata da Sarah Jones, dal libro emerge un uomo che non dubita mai di sé e che adotta una fede capace soltanto di confermarlo.

Il percorso religioso di Vance corre parallelo alla sua ascesa pubblica, da un'infanzia operaia al successo del libro Hillbilly Elegy, fino al Senato e alla vicepresidenza. La "fede conflittuale" ereditata dal padre, un uomo immerso nelle guerre culturali e nelle profezie bibliche, lascia il posto all'ateismo, che a sua volta cede al cattolicesimo. A differenza di Sant'Agostino, che rinunciò ai propri obiettivi mondani, Vance non abbandona mai le sue ambizioni e le trasforma in potere.

Nel libro Vance riconosce che molto di ciò che lo attirava nella vita di intellettuale pubblico era il prestigio. Ammette che fare l'opinionista "paga incredibilmente bene", anche se dice di aver apprezzato soprattutto la flessibilità. Quando, dopo la vittoria di Trump nel 2016, va in televisione in prima serata, prova disprezzo per il clima di lutto nella redazione e per le persone in lacrime. Anni prima aveva considerato quelle stesse persone "sensate e razionali", scrive, e i credenti come suo padre degli irrazionali. Poi ha cambiato giudizio.

Furono determinanti per la sua conversione una conferenza tenuta da Peter Thiel, il miliardario che fu tra i suoi primi finanziatori, e la lettura del filosofo René Girard. Vance racconta del padre che rifiutò la chemioterapia per un tumore all'esofago, convinto che Dio lo avrebbe guarito. "Dio non lo ha guarito. È morto pochi giorni dopo", scrive nel libro. Alla moglie Usha, che non è credente, ha detto con ammirazione che ha "il più grande divario tra ambizione e capacità" che abbia mai visto in una persona.

Il dettaglio più rivelatore riguarda il rapporto con il papa. In un saggio pubblicato anni fa sulla rivista cattolica The Lamp, Vance aveva scritto che troppi cattolici americani non mostravano la dovuta deferenza al papato, trattando il pontefice come una figura politica da criticare o lodare a piacimento. In Communion la frase cambia: ora scrive che troppi cattolici trattano il papa come una figura politica e dovrebbero invece tenere una rispettosa distanza dalle vicende vaticane. La deferenza è sparita.

Nel frattempo Vance è diventato vicepresidente e ha attirato l'ostilità del Vaticano. Papa Francesco era stato un critico delle politiche migratorie di Trump e di Vance in particolare, ma il libro omette questi dettagli e molto altro. Non si trova traccia di quando Vance accusò falsamente gli immigrati haitiani di Springfield, in Ohio, di mangiare cani e gatti, dichiarazioni che scatenarono un'ondata di odio e una serie di minacce di bombe. Non si parla dei bambini migranti che in un centro di detenzione in Texas hanno trovato muffa e vermi nel cibo, né di Nurul Amin Shah Alam, un rifugiato rohingya cieco abbandonato dalla polizia di frontiera davanti a un locale chiuso a Buffalo, dove vagò per giorni fino a morire per la rottura di un'ulcera. Vance loda Elon Musk per i posti di lavoro portati negli Stati Uniti, ma tace sul DOGE, il dipartimento per l'efficienza governativa, e sullo smantellamento di USAID, l'agenzia americana per gli aiuti allo sviluppo.

Una sola volta, nel libro, Vance ammette un errore: la frase sulle "donne single con i gatti" a cui aveva attribuito il declino degli Stati Uniti. La definisce "una sciocchezza", ma sostiene che aveva indebolito il punto giusto che voleva esprimere, cioè che la società americana è diventata ostile a chi vuole avere figli. Dice di non temere la propria morte fisica, ma solo la fine della sua civiltà. "Temo di lasciare ai miei figli un mondo in cui le persone non visitano più le tombe dei loro antenati", scrive. La conclusione dell'analisi è che in Communion non c'è alcuna trasformazione, perché Vance si attribuisce sempre ragione e non mette mai in discussione il proprio merito.

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Gli elettori Dem sono mobilitati ma furiosi con i loro leader


A pochi mesi dalle elezioni di metà mandato l'attivismo alla base non è mai stato così alto, ma cresce la rabbia per un partito che non ha fatto i conti con la sconfitta del 2024.

A pochi mesi dalle elezioni di metà mandato, le consultazioni che a metà del mandato presidenziale rinnovano l'intera Camera e un terzo del Senato, la base militante del Partito democratico non è mai stata così mobilitata. È però anche furiosa con i propri vertici, che a suo giudizio non hanno fatto i conti con la sconfitta del 2024. Lo racconta un'analisi di Elaine Godfrey pubblicata sull'Atlantic.

I numeri dell'attivismo sono cresciuti molto da quando il presidente Donald Trump è tornato alla Casa Bianca. Indivisible, una rete nazionale di gruppi di attivisti progressisti, dichiara di avere circa 2.800 sezioni attive, più del doppio rispetto a prima del voto del 2024. Tramite Run for Something, organizzazione che aiuta i giovani a candidarsi, nel solo 2025 si sono iscritte circa 80.000 persone intenzionate a correre per una carica, più di quante lo avessero fatto in tutto il primo mandato di Trump. Red, Wine & Blue, gruppo nato nel 2019 per mobilitare gli elettori indecisi delle periferie residenziali, ha accolto 200.000 nuovi iscritti dopo il secondo insediamento del presidente.

La terza marcia di protesta "No Kings", il movimento anti-Trump nato dopo il suo ritorno al potere, ha radunato a marzo otto milioni di partecipanti secondo gli organizzatori, il che la renderebbe la più grande manifestazione in un solo giorno nella storia americana. Un esempio della spinta dal basso è GRR, sigla di Grass Roots Resistance, un gruppo di donne delle periferie di Cleveland, in Ohio, nato una settimana dopo la prima vittoria di Trump e cresciuto da una decina di iscritte a oltre duecento.

Il tono di questo attivismo è più arrabbiato e disperato rispetto al 2018, l'ultima volta che si votò per le elezioni di metà mandato con Trump alla Casa Bianca. "Nel 2018 c'era una resistenza guidata dall'alto", ha detto all'Atlantic Amanda Litman, direttrice di Run for Something. "Questa volta non è stato così". A guidare è stata la base, e gli elettori più fedeli sono in collera in parte con Trump, ma anche con i propri leader.

Tra volontari e finanziatori cresce l'insofferenza per quella che Yasmin Radjy, direttrice del gruppo progressista Swing Left, ha definito all'Atlantic la "sclerosi culturale" interna alle organizzazioni democratiche. La domanda che si sente ripetere, ha detto, è cosa stiano facendo i democratici di diverso rispetto al 2024 per essere sicuri di vincere. A quella domanda non è arrivata una vera risposta dall'apparato del partito.

Ken Martin, presidente del Democratic National Committee, l'organo che dirige il Partito democratico a livello nazionale, ha pubblicato l'attesa analisi sulla sconfitta del 2024 solo dopo una lunga campagna di pressioni, alimentata anche dai conduttori del podcast progressista Pod Save America. Il risultato è stato un rapporto incompleto e con poche conclusioni chiare.

L'immagine del partito è il primo dei problemi irrisolti: più strateghi hanno detto all'Atlantic che il marchio democratico è "nel cesso". Un sondaggio di inizio anno ha mostrato che, per il pubblico americano, il partito è più popolare dell'Iran ma meno popolare dell'intelligenza artificiale. A questo si aggiunge che i leader sono detestati eppure restano al loro posto: Chuck Schumer, leader della minoranza al Senato, è pronto a tornare leader della maggioranza se i democratici riconquisteranno la camera alta, pur essendo più impopolare di Trump secondo alcuni sondaggi.

Il consenso degli osservatori è che a novembre andrà comunque bene ai democratici. Riconquisteranno con ogni probabilità la Camera e, se saranno fortunati in Ohio, North Carolina, Maine e Alaska, potrebbero riprendersi anche il Senato. Nessuna di queste eventuali vittorie sarebbe però merito di un messaggio nuovo o di una trasformazione del partito. Il successo è atteso soprattutto perché l'alternativa è peggiore: Trump è un presidente storicamente impopolare che ha trascinato il Paese in un nuovo conflitto mediorientale, con l'effetto di far salire i prezzi e di diffondere un senso di precarietà.

"Vinceremo una serie di seggi a novembre? Sì. Abbiamo l'entusiasmo per portarlo avanti fino al 2028? Sì", ha detto all'Atlantic Kelly Dietrich, fondatore del National Democratic Training Committee, organizzazione che forma i candidati democratici. "Abbiamo l'infrastruttura che ci serve per farlo? No". Dietrich ha proposto un fondo per investire nelle elezioni statali e locali anche negli anni senza grandi appuntamenti nazionali, e indica come modello gruppi conservatori come Turning Point USA e il Leadership Institute, capaci di costruire fiducia e una base di volontari al di là del livello federale.

Susan Polakoff Shaw, tra le animatrici di GRR, ha detto che l'entusiasmo nel gruppo non è mai stato così alto e che quest'anno "sembra il 2018 sotto steroidi". L'interrogativo che resta, ha detto Radjy, è se tutta questa energia stia costruendo qualcosa di duraturo o sia solo un castello di sabbia, con il rischio di svegliarsi nel 2027 e accorgersi di dover ancora costruire le strutture necessarie a vincere sul lungo periodo.

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Newsom scommette su Biden in vista del 2028


Il governatore della California difende da diciotto mesi l'ex presidente e la sua famiglia, mentre quasi tutti gli altri aspiranti alla Casa Bianca prendono le distanze.

Gavin Newsom scommette che restare al fianco di Joe Biden lo premierà tra gli elettori democratici più di quanto lo farebbe prendere le distanze dall'ex presidente. È la strada opposta a quella scelta da quasi tutti gli altri possibili candidati in vista delle primarie democratiche del 2028, le elezioni interne con cui il partito sceglie il proprio candidato alla presidenza. Il governatore della California ha passato gli ultimi diciotto mesi a corteggiare l'ex presidente e la sua famiglia e a difenderne in pubblico l'operato, mentre gli altri se ne allontanavano.

Un appoggio pubblico di Biden potrebbe pesare molto. Tra gli elettori delle primarie democratiche, soprattutto neri e latini, l'ex presidente conserva un forte affetto, nonostante la sua impopolarità presso l'elettorato più ampio.

Newsom difende senza esitazioni l'eredità di Biden e la sua famiglia. Ne ricorda la capacità di far approvare grandi leggi con il sostegno di entrambi i partiti e ne elogia il carattere, in contrasto con quella che definisce la "puerilità" del presidente Trump. "Non volterò mai le spalle a Joe Biden", ha detto davanti a una folla in South Carolina all'inizio di quest'anno. Lo ha definito "uno dei presidenti di maggior successo dell'ultimo secolo" lo scorso autunno ad ABC News, pur ammettendo divergenze sulla politica migratoria di Biden, un tema che ha penalizzato i democratici nel 2024.

Per Newsom l'amministrazione Biden è stata "una lezione magistrale di politiche pubbliche", come ha detto in un'intervista a marzo. "Sono fortunato ad averlo conosciuto, a difenderlo e a difendere il suo carattere e a continuare a difendere il suo operato", ha aggiunto. La scorsa settimana ha ospitato nel suo podcast Hunter Biden, figlio dell'ex presidente, che ha più volte alluso a Newsom come prossimo presidente. "Verrò a fare campagna per te o contro di te, a seconda di cosa ti aiuta di più", gli ha detto Hunter, riprendendo una vecchia battuta del padre.

Joe Biden e il suo entourage oggi guardano a Newsom con molto più favore rispetto agli altri possibili candidati del 2028, compresa la sua ex vicepresidente Kamala Harris, secondo quanto riferisce Axios. Nel suo libro 107 Days, uscito l'anno scorso, Harris ha criticato con durezza Biden e l'ex first lady Jill Biden, definendo "un'incoscienza" la decisione dell'ex presidente di ricandidarsi a 81 anni. Letto quel passaggio durante la promozione del proprio libro, Jill Biden ha replicato seccamente alla NBC: "È il suo punto di vista e se la pensava così, avrebbe dovuto dirlo".

Anche altri aspiranti alla Casa Bianca criticano apertamente gli anni di Biden e la sua scelta di ricandidarsi. "Voglio che ammettiamo che l'amministrazione Biden ha commesso errori piuttosto gravi", ha detto a Semafor il senatore democratico del Connecticut Chris Murphy. Il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro ha criticato il modo in cui l'amministrazione ha applicato, o non applicato, alcune politiche: in un podcast ha ricordato che in Pennsylvania nessuno è stato collegato a internet veloce e a prezzi accessibili grazie alla legge voluta da Biden, perché i fondi stanziati non sono mai arrivati a destinazione.

Biden resta impopolare presso la maggioranza degli americani, ma gli elettori neri e latini, gruppi decisivi in una primaria democratica, lo sostengono molto di più. Un sondaggio realizzato il mese scorso dalla CNN con l'istituto SSRS ha rilevato che il 57% degli americani ha un'opinione positiva di Barack Obama, contro appena il 30% per Biden. Tra gli afroamericani il 53% giudica Biden in modo positivo e tra i latini la quota è del 40%, mentre solo il 23% dei bianchi la pensa allo stesso modo.

Allinearsi a Biden comporta però dei rischi per Newsom, oltre alle critiche all'operato dell'ex presidente. Dopo il disastroso dibattito del giugno 2024 contro Donald Trump, in cui Biden non riuscì a portare a termine i suoi ragionamenti, Newsom fu uno dei più strenui difensori della sua idoneità a restare in carica. Lo scorso novembre, alla trasmissione Meet the Press della NBC, sostenne di non aver mai visto Biden comportarsi come sul palco del dibattito, con "un'eccezione" che lo aveva colpito, una raccolta fondi nel sud della California: "Siamo rimasti tutti un po' sorpresi", disse, attribuendo l'episodio agli intensi spostamenti e al fuso orario.

Interpellato da Axios a marzo sul fatto che Biden potrebbe essere presidente oggi se fosse stato rieletto, Newsom non rispose direttamente ma disse che "i problemi di salute sono evidentemente accelerati", riferendosi alla diagnosi di cancro dell'ex presidente.

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Trump ha sottovalutato l'orgoglio nazionale degli altri paesi


Il presidente ha confuso il nazionalismo che lo aveva premiato con un progetto di dominio americano. In Iran e in Canada ha trovato resistenza, non sottomissione.

Il presidente Donald Trump ha costruito la sua carriera politica sul nazionalismo, eppure il suo errore più sorprendente nel secondo mandato è stato proprio aver sottovalutato l'orgoglio nazionale degli altri popoli. Secondo un'analisi di Alexander Burns pubblicata su Politico, il presidente ha confuso il nazionalismo di destra, che mette l'identità di un paese sopra le istituzioni internazionali, con una variante tutta americana che pretende di sostituire le risoluzioni delle Nazioni Unite con i proclami pubblicati su Truth Social, il social network che Trump ha fondato.

In Iran il presidente era convinto di poter eliminare rapidamente i vertici del paese, piegarlo con i bombardamenti e insediare al loro posto un governo docile, tutto senza usare truppe di terra. È andata diversamente: lo stallo è durato mesi, ha fatto salire i prezzi dell'energia e indebolito l'economia mondiale. I generali e i religiosi al potere a Teheran hanno preferito mesi di bombardamenti americani a una resa immediata, una reazione che qualunque nazionalista avrebbe dovuto prevedere.

L'attenzione di Trump per la forza dell'orgoglio nazionale era stata a lungo una delle sue armi politiche migliori. Già negli anni Ottanta attaccava l'OPEC, l'organizzazione dei paesi esportatori di petrolio. Nel 2016 aveva applaudito la Brexit, l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea, al punto di definirsi "Mr. Brexit". Nel 2024 ha vinto la presidenza promettendo agli americani di riprendere il controllo del proprio destino, lo stesso slogan, "riprendere il controllo", che era stato il cuore della campagna britannica per lasciare l'Unione.

Il cambiamento è stato notato anche dai suoi ammiratori. Jordan Bardella, probabile candidato alla presidenza francese per il Rassemblement National, partito di estrema destra, in un'intervista a Politico ha detto che il Trump del secondo mandato è molto diverso da quello del primo. Gli Stati Uniti, ha spiegato, si comportano ormai come un "impero", mentre il presidente gli appare "estremamente instabile e in continuo cambiamento". Bardella ha respinto ogni interesse per l'appoggio di Trump: "Non abbiamo bisogno di accettare né di aprire la porta ad alcuna forma di interferenza".

Le pressioni di Trump hanno funzionato in alcuni paesi, quasi sempre i più deboli. Nel 2025 ha appoggiato il candidato poi vincitore alle presidenziali in Polonia. In America Latina lui e la sua amministrazione hanno aiutato a far eleggere candidati di loro gradimento in Argentina e Honduras, paesi politicamente instabili ed economicamente fragili che dipendono dall'aiuto degli Stati Uniti. In Venezuela la strategia di colpire i vertici del potere è riuscita ed è culminata nella cattura del leader venezuelano Nicolás Maduro.

Il limite di questa strategia si è visto in Canada. Nell'inverno del 2025 Trump minacciava l'indipendenza del paese e lo chiamava il "cinquantunesimo Stato", evocando un'annessione agli Stati Uniti, che ne contano cinquanta. Persino Stephen Harper, ex primo ministro conservatore e avversario del Partito Liberale al governo, è tornato in prima linea per dichiarare a un evento a Ottawa che varrebbe la pena subire "qualunque livello di danno" pur di proteggere la libertà del Canada. Se fosse ancora primo ministro, ha aggiunto, "sarei pronto a impoverire il paese pur di non farlo annettere, se questa fosse l'alternativa".

Con l'Unione Europea, la NATO e le Nazioni Unite, invece, il presidente fa quello che vuole e non paga alcun prezzo politico. La ragione è semplice: nessun leader e nessun elettore direbbe mai di essere disposto a impoverire il proprio paese per difendere i poteri della Commissione Europea o gli impegni dei trattati della NATO. L'orgoglio nazionale è una forza potente, mentre le istituzioni sovranazionali non suscitano la stessa fedeltà. Per questo ignorare le Nazioni Unite non costa nulla al presidente, mentre minacciare un paese come l'Iran o il Canada provoca una resistenza tenace.

L'attenzione di Trump per l'orgoglio nazionale resta una delle poche cose che tengono unito il Partito Repubblicano. Ma dopo tutto questo agitarsi imperiale, secondo l'analisi, il presidente potrebbe non recuperare mai la chiarezza di obiettivi degli anni in cui si faceva chiamare "Mr. Brexit". Lo spazio politico che ha lasciato aperto verrà riempito da qualcun altro. Gli americani guarderanno ai suoi possibili successori, in entrambi i partiti, per una nuova versione del nazionalismo statunitense, in un mondo diventato più confuso e pericoloso rispetto al 2016.

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Motorola moto g87 ufficiale: sensore da 200 MP e la migliore fotocamera mai realizzata su uno smartphone Moto G


Il dispositivo debutta con una fotocamera principale da 200 MP, un display OLED luminoso, una batteria capiente e nuove funzionalità basate sull’intelligenza artificiale
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Motorola ha recentemente presentato il nuovo moto g87, definendo un nuovo standard all’interno della famiglia moto g. Secondo quanto dichiarato dal brand, il device introduce la migliore fotocamera moto g di sempre con un sensore da 200MP, insieme al display Extreme AMOLED 1.5K da 6,78 pollici più luminoso mai visto su un dispositivo moto g, un audio più potente rispetto alla generazione precedente e protezione subacquea IP66, IP68 e IP69. Portando queste funzionalità avanzate a un prezzo più accessibile, Motorola prosegue la sua missione di democratizzare la tecnologia e offrire più potenza, creatività e prestazioni nei momenti che contano di più.

Nuove truffe WhatsApp: bastano pochi messaggi per perdere 770 euro
Secondo una recente indagine, bastano pochi messaggi per indurre le vittime a condividere informazioni sensibili o effettuare pagamenti che possono causare perdite fino a 770 euro. Ecco come funziona il raggiro e quali segnali non devi ignorare.
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Un comparto fotografico più avanzato


Nel cuore del dispositivo si trova il miglior sistema fotografico moto g di motorola, dotato di un sensore principale ultra-risoluzione da 200MP con Stabilizzazione Ottica dell'Immagine (OIS). La tecnologia Ultra Pixel migliora la sensibilità alla luce per immagini più luminose e vivide, mentre lo zoom 2x senza perdite permette agli utenti di fissare l'azione senza sacrificare i dettagli. Il sistema fotografico del moto g87 si estende oltre il sensore principale con un obiettivo ultra-grandangolare da 8MP che aiuta a catturare più di ogni scena e una fotocamera selfie da 32MP che rende i ritratti nitidi e gradevoli. Funzionalità basate sull'IA rendono più facile che mai catturare immagini espressive e dall'aspetto professionale. Con diverse lunghezze focali, da una visuale completa (24mm) a una visuale ampia (35mm) o standard (50mm), è possibile esplorare diverse prospettive per raccontare storie visive più ricche.
Motorola moto G87 nella versione Overture

Il display moto g più luminoso di sempre


Una volta acquisiti, i contenuti prendono vita sull'ultra-luminoso display Extreme AMOLED 1.5K da 6,78 pollici. Moto g87 offre dettagli più nitidi, colori vividi e una chiarezza elevata, grazie alla modalità High Brightness e a una risoluzione del 17% superiore rispetto al Full HD standard, aumentando automaticamente la luminosità dello schermo fino a 5000 nits per un'eccellente visibilità anche alla luce diretta del sole, assicura Motorola. Una frequenza di aggiornamento di 120Hz consente uno scorrimento fluido sia durante il gioco sia durante il passaggio tra le app.

Una nuova dimensione di audio


A completare l'esperienza visiva, moto g87 introduce un significativo salto in avanti nella tecnologia audio, offrendo un suono fino al 280% più potente rispetto al suo predecessore, rendendo le voci più chiare e il suono più ricco in tutti i contenuti di intrattenimento. Inoltre, i doppi altoparlanti stereo con Dolby Atmos e certificazione Hi-Res Audio creano un'esperienza d'ascolto immersiva e cinematografica.
Motorola moto G87 nella versione Blue AtollMotorola moto G87 nella versione Blue Atoll

Standard di protezione avanzati


Moto g87 combina un design premium con una robusta durabilità. Disponibile in tre colori selezionati da Pantone, il dispositivo è protetto da Corning Gorilla Glass 7i per una resistenza a cadute e graffi 2 volte superiore, protezione subacquea IP66, IP68 e IP69, e durabilità MIL‑STD‑810H per resistere a cadute fino a 1,2 metri. Con un'ulteriore resistenza agli urti di livello militare, moto g87 è progettato per gestire urti, cadute e impatti quotidiani.

ASUS ROG: arriva il primo notebook gaming con doppio schermo OLED da 16 pollici
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Prestazioni fluide


Dotato della piattaforma MediaTek Dimensity 6400, moto g87 offre prestazioni 5G fluide. Con un massimo di 12 GB di RAM (espandibile a 24 GB con RAM Boost), è possibile fare multitasking senza sforzo tra app, giochi e intrattenimento. Con la sua batteria da 5200 mAh, moto g87 fornisce energia per tutto il giorno, mentre la ricarica TurboPower 30 offre ore di utilizzo in pochi minuti. Lo smartphone integra anche novità in termini di innovazioni software di motorola, tra cui Hello UX per la personalizzazione, Moto Secure per le funzionalità di protezione del dispositivo e Smart Connect per un utilizzo multi-dispositivo senza interruzioni. Inoltre, Android 16 aggiunge una personalizzazione più intelligente e una maggiore privacy, mentre funzionalità Google come Chat con Gemini e Cerchia per cercare forniscono assistenza rapida e accesso senza sforzo alle informazioni.

Prezzi e disponibilità


moto g87 è disponibile al prezzo di 449 euro.


Bastano pochi messaggi su WhatsApp per perdere 770 euro: l’allarme degli esperti sulle nuove truffe


Per la prima volta, un nuovo studio globale condotto da Kaspersky ha quantificato quanto le truffe via messaggio siano diventate rapide, costose ed emotivamente devastanti. Basandosi sulle testimonianze delle vittime di frodi in Italia, la ricerca dimostra come i truffatori sfruttino i messaggi quotidiani per sottrarre denaro e dati personali nel giro di pochi minuti, causando conseguenze finanziarie ed emotive di lunga durata.

Un singolo messaggio, dall’aspetto attendibile, può provocare una perdita media fino a 770 euro per vittima, con oltre la metà (56%) delle truffe in Italia che va a buon fine entro 30 minuti. In molti casi, le vittime cadono nella trappola ancora più rapidamente, consegnando denaro o dati personali prima ancora che sorga il minimo dubbio. Dietro questi messaggi apparentemente innocui si nasconde un’organizzazione criminale globale in rapida espansione, che opera su scala industriale e utilizza l’intelligenza artificiale per fingersi familiari, amici e brand affidabili. Questo fenomeno ha dato vita a un vero e proprio “mercato” del furto d’identità, alimentato da denaro e dati personali rubati, lasciando le vittime senza risparmi, sconvolte e con profonde ferite emotive.

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Apple annuncia al WWDC 2026 una Siri più intelligente, nuove funzioni di Apple Intelligence e aggiornamenti software per iPhone, iPad e Mac
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Truffati in pochi minuti


Dalle e-mail di lavoro alle chat con la famiglia, fino agli aggiornamenti sulle consegne, le app di messaggistica rappresentano oggi il cuore pulsante della vita quotidiana. Ma sono diventate anche il canale preferito dai truffatori. Queste truffe nascono spesso proprio sulle piattaforme che le persone utilizzano ogni giorno, con 3 canali in testa alla classifica italiana: WhatsApp (54%), SMS/iMessage (35%) e Instagram (20%). Sebbene questo dato non sorprenda, considerando l’enorme quantità di messaggi che le persone ricevono quotidianamente, ciò che colpisce davvero è la velocità con cui queste truffe riescono ad andare a segno. In Italia, più della metà delle vittime (56%) ha consegnato denaro o fornito informazioni personali entro 30 minuti, mentre il 23% lo ha fatto in meno di cinque minuti. Inoltre, per mantenere alta la pressione sulle vittime i truffatori raramente restano confinati su un’unica piattaforma. Il 43% delle truffe coinvolge infatti più canali, passando dagli SMS a WhatsApp o da WhatsApp a Telegram, imitando conversazioni e notifiche quotidiane per evitare di destare sospetti.

I truffatori utilizzano contesti riconoscibili, ambienti sociali familiari e norme linguistiche consolidate per far credere alle vittime che le loro decisioni siano razionali e ragionevoli in quel momento. In realtà, costruiscono false realtà che portano le persone a compiere azioni dannose senza rendersene conto”, ha spiegato Elisabeth Carter, linguista forense e criminologa presso la Kingston University di Londra.

Lavastoviglie: la guida Miele per risparmiare energia
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L’impatto economico è immediato e pesa sulle famiglie


Anche le conseguenze economiche sono estremamente pesanti. Il 36% delle vittime ha subito una perdita finanziaria, rileva lo studio Kaspersky, mentre il 38% il furto di dati personali come numeri di telefono, indirizzi e-mail, informazioni sull’abitazione o credenziali di accesso. In media, ogni persona ha perso 770 euro per una singola truffa, una cifra che può incidere profondamente sulla vita quotidiana. In un periodo segnato dalla crisi del costo della vita, una perdita di questo tipo può equivalere a un mese di spesa alimentare, ai costi dei mezzi di trasporto, alle spese per l’assistenza all’infanzia o al pagamento delle bollette. Sebbene il 34% delle persone abbia subito perdite inferiori a 115 euro, il danno complessivo resta significativo. E per molti la situazione è ancora più grave: il 19% ha perso oltre 1.158 euro, un duro colpo finanziario per la maggior parte delle famiglie. Inoltre, le truffe raramente rappresentano un episodio isolato: oltre un quarto (29%) delle vittime dichiara di essere stato truffato tre o più volte negli ultimi sei mesi. Questo dimostra come i truffatori tendano a colpire ripetutamente le stesse persone una volta individuata una possibile vulnerabilità.

L’effetto IA: le truffe colpiscono tutte le generazioni


Gli autori delle truffe non prendono più di mira soltanto i meno esperti o gli anziani. I dati mostrano che le vittime appartengono a tutte le generazioni, dalla Generazione Z alla Generazione X, a conferma del fatto che esperienza e dimestichezza digitale offrono una protezione limitata. Questo cambiamento è guidato dall’intelligenza artificiale: imitando stile di scrittura, tono di voce e perfino relazioni personali, i truffatori riescono a rendere i messaggi falsi incredibilmente realistici, al punto da superare i dubbi istintivi delle persone, indipendentemente dal loro livello di competenza tecnologica. E il prezzo da pagare non si limita alla perdita economica e l’impatto emotivo può protrarsi a lungo nel tempo.

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L’importanza della protezione online


Poiché persone di tutte le età fanno sempre più fatica a distinguere i messaggi falsi da quelli autentici, la crescita delle truffe via messaggistica basate sull’intelligenza artificiale ha generato una vera e propria crisi di fiducia. Kaspersky consiglia quindi di adottare un approccio più prudente e di affiancare buone abitudini digitali a strumenti di protezione progettati per contrastare truffe che fanno leva su velocità e urgenza. Ecco alcuni consigli utili:

  • fermati un attimo prima di reagire: i messaggi che richiedono un’azione urgente, un pagamento o l’invio di dati personali rappresentano un chiaro segnale di allarme. Bastano pochi secondi di pausa per interrompere il meccanismo del truffatore;
  • verifica le identità in modo indipendente: utilizza metodi di verifica sicuri, controlla i profili attraverso canali differenti e richiedi ulteriori conferme in caso di dubbio;
  • proteggi i tuoi account con password complesse: utilizzare password uniche e gestirle tramite password manager aiuta ad adottare buone pratiche di sicurezza, evitando il riutilizzo della stessa password su più account. In questo modo, anche se un account viene compromesso, gli altri restano protetti;
  • presta attenzione ai link e alle notifiche sospette: molte truffe arrivano attraverso link presenti nelle app di messaggistica o nelle e-mail che sembrano autentici. Adeguati trumenti di sicurezza possono aiutare a monitorare l’attività del dispositivo, individuare comportamenti sospetti e segnalare link dannosi prima che causino danni.

“Questa nuova ondata di truffe via messaggio è progettata per risultare indistinguibile dalla comunicazione quotidiana - ha affermato Marc Riverodi Kaspersky - inoltre, l’intelligenza artificiale sta accelerando questa tendenza, aiutando i truffatori a imitare in modo convincente marchi, voci familiari e relazioni personali su larga scala”.


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Per il 2028 i riflettori sono sui due senatori Dem della Georgia


Jon Ossoff e Raphael Warnock hanno vinto più volte in uno Stato in bilico che vale 16 grandi elettori: per questo potrebbero finire in cima alla scheda, come candidati o come vice.

Per costruire il ticket presidenziale del 2028, i democratici hanno una riserva preziosa nei due senatori della Georgia, Jon Ossoff e Raphael Warnock. È la tesi di un'analisi pubblicata su Politico: il momento è propizio perché uno dei due finisca in cima alla scheda, come candidato alla presidenza o alla vicepresidenza.

Warnock è il pastore della Ebenezer Baptist Church di Atlanta, la chiesa che fu di Martin Luther King Jr. Nei suoi primi anni al Senato ha lavorato per rassicurare gli elettori della Georgia di non essere un radicale, con spot in cui passeggiava col cane o compariva immerso fino alla vita in un campo di arachidi, il prodotto simbolo dello Stato. Ora può guardare allo scenario nazionale, grazie a un libro che mescola spiritualità e politica, ai viaggi per sostenere altri candidati e al ruolo di padrone di casa dal proprio pulpito. Pete Buttigieg e Alexandria Ocasio-Cortez, entrambi tra i possibili aspiranti democratici, hanno già fatto tappa tra i banchi della Ebenezer quest'anno.

Ossoff, che ha figli piccoli, ha smentito di voler correre per la presidenza. Le voci sul suo futuro nazionale non lo aiutano mentre cerca la rielezione in uno Stato difficile per i democratici anche negli anni favorevoli, e mentre i repubblicani non aspettano altro che dipingerlo come un beniamino della sinistra nazionale. Sarebbe inoltre molto meno appetibile, come candidato o come vice, se perdesse la corsa per il proprio seggio questo autunno.

Warnock, dal canto suo, sembra apprezzare il doppio ruolo di legislatore a Washington durante la settimana e di predicatore ad Atlanta la domenica. Un incarico nazionale significherebbe rinunciare alla parte del predicatore.

C'è poi la questione, tutt'altro che secondaria, di perdere uno dei seggi al Senato che per i democratici sono decisivi. Ossoff e Warnock risultano meno interessanti, come candidati alla Casa Bianca o come vice, se un repubblicano vince le elezioni per il governatore della Georgia questo autunno e potesse poi nominare un repubblicano a coprire uno dei due seggi.

Detto questo, c'è un argomento solido a favore della presenza di uno dei due sul ticket. Come candidato alla presidenza o alla vicepresidenza, Ossoff o Warnock potrebbero aiutare a conquistare uno Stato che vale 16 grandi elettori, voti del collegio elettorale di cui il partito ha molto bisogno. Negli Stati Uniti il presidente non viene eletto direttamente dal voto popolare nazionale, ma dai grandi elettori assegnati Stato per Stato, e la Georgia ne mette in palio sedici.

Pesa anche il sistema elettorale della Georgia, dove per essere eletti bisogna superare il 50 per cento dei voti, altrimenti si va al ballottaggio. Per questo meccanismo i due senatori hanno già vinto più tornate statali nonostante siano in carica da relativamente poco. Tra le elezioni del 2020 e quelle del 2022, Warnock ha conquistato la Georgia in quattro consultazioni. Se Ossoff prevarrà a novembre, avrà vinto lo Stato almeno due volte, tre se dovrà di nuovo passare per un ballottaggio.

Lo spostamento della popolazione americana verso la Sun Belt, la fascia di Stati del Sud e del Sud-Ovest, rende sempre più necessario per i democratici essere competitivi lì. Se Florida e Texas restano fuori portata, o comunque difficili e costosi da contendere, diventa vitale per il partito conquistare Stati come Georgia, Arizona e North Carolina. E, escluso il Texas, la Georgia è lo Stato etnicamente più vario del Sud.

Ossoff, che è ebreo e ha la madre cresciuta in Australia, e Warnock, afroamericano laureato al Morehouse College e cresciuto nelle case popolari di Savannah, hanno il vantaggio di essere meridionali senza essere troppo legati a una sola regione. Si troverebbero a loro agio tanto a Macon, in Georgia, quanto in Michigan.

Entrambi risponderebbero all'assioma dello stratega democratico David Axelrod, secondo cui il Paese elegge "rimedi, non repliche" del presidente uscente. Il millennial misurato e il pastore pacato si porrebbero in netto contrasto con il presidente Donald Trump, descritto da Axelrod come il provocatore sboccato e ottantenne in carica.

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Pechino stringe il cappio attorno a Taiwan: navi da guerra sorvegliano l'isola ogni giorno


Cinque o sei navi da guerra cinesi circondano Taiwan quasi senza interruzione, a ogni ora del giorno. Non è più soltanto un'esercitazione pensata per mostrare i muscoli: nel 2026 è diventata la normalità. Lo scrive il Wall Street Journal, che ha ricostruito l'aumento della pressione militare di Pechino sull'isola in questi anni attraverso dati forniti da funzionari militari dei Paesi della regione.

La Cina considera Taiwan parte integrante del proprio territorio e punta a riportarla sotto il suo controllo. Per farlo dispone di strumenti sempre più ampi, cresciuti insieme al peso globale di Pechino. Sul piano diplomatico, Xi Jinping usa l'influenza cinese per isolare Taipei e indebolire il sostegno americano, cruciale per la sicurezza dell'isola.

Sul piano militare, la Marina cinese pattuglia senza sosta le acque circostanti per trasmettere un messaggio ai 23 milioni di abitanti di Taiwan: resistere a un'annessione sarebbe inutile. Il principale strumento di questa campagna è una flotta ben equipaggiata e numericamente più grande di qualsiasi altra al mondo.

Il cappio, nave dopo nave


Per anni una sola nave da guerra cinese ha percorso avanti e indietro lo Stretto di Taiwan. La svolta è arrivata nel 2020, in modo silenzioso ma deciso. Quell'anno Pechino ha aggiunto altre due unità, una al largo della costa settentrionale e una davanti a quella meridionale. Due anni dopo, una quarta nave ha preso posizione a est, completando una presenza quasi ininterrotta su tutti e quattro i lati dell'isola. Una quinta unità si è poi aggiunta sul versante orientale nel 2024 e, da allora, nella stessa area è quasi sempre presente anche una sesta nave.

Ogni passo è arrivato dopo uno sviluppo politico sgradito a Pechino. "Ogni step rappresenta una stretta del cappio", ha detto al Wall Street Journal Michael Dahm, ex ufficiale dell'intelligence della marina statunitense e oggi ricercatore al Mitchell Institute for Aerospace Studies.

Con l'aumento del numero delle navi è cambiata anche la composizione della flotta. L'assetto, un tempo basato soprattutto su fregate, comprende oggi anche cacciatorpediniere più grandi, segno di un atteggiamento sempre più assertivo da parte di Pechino. La Cina sta costruendo cacciatorpediniere a ritmo serrato e, secondo il quotidiano statunitense, oggi ne possiede almeno 48.
Il cappio attorno a Taiwan — FocusAmerica

Taiwan · La pressione militare di Pechino

Il cappio stretto attorno a Taiwan, nave dopo nave
Per anni una sola nave da guerra cinese ha pattugliato lo Stretto. Dal 2020 Pechino ne ha aggiunte una dopo l'altra, fino a circondare l'isola su tutti e quattro i lati. Oggi cinque o sei unità sono presenti quasi senza interruzione, a ogni ora del giorno.
Fonte: Wall Street Journal Funzionari militari della regione · 2026

Fino al 2019

Oggi · 2026
1

5–6
Nave da guerra
nello Stretto

Navi attorno all'isola,
quasi senza sosta

In sei anni l'accerchiamento navale si è esteso da un solo lato a tutti e quattro

Esplora l'analisi
IIl cappio IILa stretta IIILe cause IVI numeri

L'accerchiamento, anno per anno
Come la flotta cinese ha circondato l'isola
Tocca gli anni qui sotto per vedere come ogni nuova nave ha chiuso un lato in più attorno a Taiwan, completando una presenza quasi ininterrotta.

CINA TAIWAN OCEANO PACIFICO Stretto Taipei '19 '20 '20 '22 '24 '25

2019
1 nave

2020
3 navi

2022
4 navi

2024
5 navi

Oggi
5–6 navi

Fino al 2019
Una sola nave da guerra cinese percorre avanti e indietro lo Stretto di Taiwan.

Fregate (assetto iniziale)
Cacciatorpediniere (oggi)

La sequenza dell'accerchiamento
Ogni passo, una stretta in più del cappio
Tocca un anno per i dettagli. Ogni nuova posizione è arrivata in modo silenzioso ma deciso.

Fino al 2019
Una sola nave nello Stretto

Per anni una singola unità cinese pattuglia avanti e indietro il braccio di mare che separa l'isola dalla terraferma.

2020
Due nuove navi: a nord e a sud

Pechino aggiunge un'unità al largo della costa settentrionale e una davanti a quella meridionale. L'accerchiamento prende forma su tre lati.

2022
La quarta nave chiude il lato est

Una quarta unità prende posizione a est, completando una presenza quasi ininterrotta su tutti e quattro i lati dell'isola.

2024
Una quinta unità sul versante orientale

Si aggiunge una quinta nave a est. Da allora, nella stessa area è quasi sempre presente anche una sesta unità.

2026
Cinque o sei navi, ogni ora del giorno

L'assetto, un tempo basato su fregate, comprende oggi anche cacciatorpediniere più grandi: il segno di un atteggiamento sempre più assertivo da parte di Pechino.

Il 2020 come spartiacque
Ogni stretta è arrivata dopo uno sviluppo politico sgradito a Pechino
I funzionari indicano il 2020 come il vero punto di svolta. Ma la pressione è cresciuta in risposta a una catena di eventi percepiti come sfavorevoli a Pechino.

2019

Xi anticipa la scadenza militare al 2027
Ordina alle Forze Armate cinesi di prepararsi a prendere Taiwan con la forza entro il 2027, anticipando il precedente traguardo del 2035. Non una data d'invasione, ma di prontezza militare.

2020

La rielezione di Tsai Ing-wen
Taiwan rielegge la presidente, ferma difensore dell'autonomia dell'isola. A Pechino il risultato è letto come uno schiaffo politico.

2022

La visita di Nancy Pelosi a Taipei
La trasferta della Speaker della Camera USA fa salire ancora il dispositivo militare cinese attorno all'isola.

2024

Nuove elezioni e l'episodio dei pescatori
Un altro risultato elettorale taiwanese sfavorevole a Pechino e la morte di due pescatori cinesi in uno scontro con la guardia costiera di Taipei fanno aumentare ulteriormente la tensione.

La pressione in cifre
Una flotta più grande di qualsiasi altra al mondo
Il principale strumento della campagna di pressione cinese è una Marina numericamente superiore a ogni altra, costruita a ritmo serrato.

48+
Cacciatorpediniere in dotazione alla marina cinese
Costruiti a ritmo serrato

23 mln
Abitanti di Taiwan, destinatari del messaggio di Pechino

~2 sett.
Permanenza in mare di ogni nave, prima della rotazione
Per addestrare più equipaggi

24 mn
La zona contigua rivendicata da Taipei, in miglia nautiche
Talvolta "sfiorata" dalle navi cinesi

40
Pattugliamenti di prontezza contati da Taiwan lo scorso anno
15 finora quest'anno

48 ore
Durata ormai frequente del "botta e risposta" tra le due Marine

«Ogni step rappresenta una stretta del cappio», ha detto al WSJ Michael Dahm, ex ufficiale dell'intelligence della marina statunitense. La pressione pesa soprattutto sulla Marina taiwanese, assai più piccola e a corto di personale.

Fonte Wall Street Journal, su dati di funzionari militari della regione e del Ministero della Difesa di Taiwan. Mappa: Natural Earth. Analisi 2026.

Il 2020 come spartiacque


I funzionari che hanno parlato con il Wall Street Journal indicano il 2020 come il vero punto di svolta. Un anno prima, Xi aveva ordinato alle forze armate cinesi di prepararsi entro il 2027 a prendere Taiwan con la forza, se ne avessero ricevuto l'ordine, anticipando la precedente scadenza del 2035. Non si tratta di una data già fissata per l'invasione, ma di un traguardo di prontezza militare. Imponeva comunque un'accelerazione.

Sempre nel 2020, Taiwan ha rieletto presidente Tsai Ing-wen, che si era presentata come una ferma difensora della democrazia e dell'autonomia dell'isola dall'influenza cinese. A Pechino quel risultato è stato letto come uno schiaffo politico.

A far crescere ancora il dispositivo militare cinese sono arrivati altri eventi: la visita dell'allora speaker della Camera dei Rappresentanti americana Nancy Pelosi a Taipei nel 2022, il risultato di un'altra elezione taiwanese sfavorevole a Pechino nel 2024 e la morte di due pescatori cinesi in uno scontro con la guardia costiera taiwanese, sempre nello stesso anno.

"Sfiorare il confine"


I pattugliamenti continui non servono soltanto a mandare messaggi politici. Ogni giorno offrono alle forze cinesi l'occasione di raccogliere dati ed esperienza in acque dove un giorno potrebbero combattere. In tempo di pace, ogni nave resta in mare circa due settimane, poi viene sostituita da un'altra unità. Pechino non impiega un piccolo gruppo fisso di imbarcazioni, ma le manda a rotazione, così da addestrare più equipaggi e abituarli a operare nell'area.

Di norma le navi restano fuori dalla zona contigua di 24 miglia nautiche rivendicata da Taipei, ma non sempre. In alcune fasi avviano i cosiddetti pattugliamenti congiunti di prontezza al combattimento, operazioni più intense durante le quali si spingono qualche miglio più all'interno. È una manovra studiata, che alcuni funzionari definiscono "sfiorare il confine".

Taiwan, che ne ha contati 40 lo scorso anno e 15 finora quest'anno, risponde inviando navi da guerra e unità della guardia costiera a seguire quelle cinesi finché non si allontanano. Questo botta e risposta dura sempre più a lungo, ormai spesso fino a 48 ore. La pressione pesa molto sulla Marina taiwanese, assai più piccola di quella cinese e a corto di personale. Le navi devono infatti restare pronte a intervenire in ogni momento, con effetti diretti sulla manutenzione ordinaria e sui tempi di riposo degli equipaggi.

Intanto la Cina raccoglie informazioni sempre più preziose sulle forze di Taiwan: come si muovono, come operano, come comunicano e come reagiscono. Per Taipei significa avere meno opzioni, meno luoghi dove nascondersi e meno margini per ingannare l'avversario. Operare a est dell'isola consente inoltre a Pechino di studiare anche quelle acque e individuare i possibili rifugi dei sottomarini taiwanesi, un vantaggio che in caso di guerra complicherebbe non poco anche l'intervento delle forze americane.

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Suzuki conquista il Redcrest 2026


Suzuki celebra la vittoria di Jacob Wheeler al Redcrest 2026, il torneo che rappresenta il vertice assoluto del Bass Fishing professionistico mondiale. Il campione statunitense, supportato da Suzuki Marine USA, ha conquistato il titolo a aprile sul Table Rock Lake, nel Missouri.
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Il Redcrest è l’evento conclusivo del Bass Pro Tour, il principale circuito professionistico organizzato dalla Major League Fishing (MLF), una delle più importanti organizzazioni mondiali dedicate alla pesca sportiva agonistica “catch & release”. Il Bass Pro Tour 2026 riunisce 51 tra i migliori pescatori professionisti al mondo, mentre il Redcrest è riservato esclusivamente agli atleti che si qualificano attraverso i risultati ottenuti durante la stagione agonistica.

L’edizione 2026 ha visto 35 professionisti, provenienti dal massimo livello competitivo della disciplina, confrontarsi e gareggiare al Redcrest. Il montepremi complessivo del Campionato mondiale è stato di oltre 700.000 dollari, con un premio di 300.000 dollari destinato al vincitore.



TECNICA DEL CATCH AND RELEASE

La competizione utilizza il particolare format sviluppato da MLF, che si basa sul peso complessivo dei black bass (noti in Italia come persico trota) catturati. Il Campionato mondiale adotta un sistema catch and release integrale e immediato. Ogni pesce che supera la misura minima viene portato a bordo, slamato, pesato immediatamente da un ufficiale di gara tramite un'apposita bilancia digitale e rilasciato subito nell'acqua. Nessun pesce viene trattenuto, neanche nelle vasche del vivo, tutelando al massimo la salute e la sopravvivenza del pescato.

Il punteggio, pertanto, viene aggiornato in tempo reale, creando una competizione altamente spettacolare sia per gli atleti sia per il pubblico.

DF250 KURO

In questo contesto dove strategia, rapidità decisionale, capacità di lettura dello spot e continui spostamenti rappresentano elementi decisivi, l’affidabilità dell’imbarcazione e del fuoribordo assumono un’importanza fondamentale.

Wheeler ha affrontato la competizione a bordo di una bassboat equipaggiata con un fuoribordo Suzuki DF250ATLSS Stealth Line, un modello che nel mercato italiano è presente come Suzuki DF250 KURO in configurazione con gambo lungo, ora presente anche sul mercato italiano a € 27.350 IVA e pre-rig inclusi, montaggio escluso.

L’unità termica che lo equipaggia è un “big block” a 6 cilindri a V inclinati di 55° da 4.028 cc, che nella gamma dei fuoribordo ad alte prestazioni di Suzuki è sicuramente fra quelle di maggior successo. Un motore estremamente performante, rivisitato tecnologicamente grazie all’incessante lavoro di ricerca e sviluppo degli ingegneri di Suzuki Motor Corporation.

Fra le sue varie fiche tecniche rilevanti si evidenzia il piede, che è stato progettato con una pinna asimmetrica, per ridurre gli attriti in acqua e migliorare la stabilità nelle virate. Inoltre, il profilo della scatola del cambio, la posizione e il profilo dei filtri dell’acqua sono stati modificati per migliorare l’esperienza di navigazione e la resistenza alla cavitazione. Questo fuoribordo incorpora anche dei supporti superiori più rigidi per migliorare la stabilità ai massimi regimi.

Il DF250 KURO offre un design slanciato, un look elegante e al contempo sportivo, caratterizzato dalla livrea Matte Black (nero opaco), prese d’aria laterali, la scritta SUZUKI in rilievo ed il logo KURO apposto sulla parte posteriore. Il fuoribordo è protetto da una finitura esterna che previene la corrosione aumentando l’adesione della vernice alla lega di alluminio del monoblocco, creando così una barriera impenetrabile.

CHI È JACOB WHEELER

Jacob Wheeler, un atleta statunitense nato nel 1990, è considerato uno dei migliori agonisti di Bass Fishing della sua generazione. Ha ottenuto successi nelle principali competizioni americane come FLW, Bassmaster Elite Series e Major League Fishing (MLF). È noto per la sua versatilità tecnica, capacità strategica e continuità di rendimento nei tornei professionistici.

RISULTATI DELLA GARA

Il campione americano ha catturato 21 pesci validi per un peso complessivo di 51 libbre e 11 once, pari a circa 23,4 kg, conquistando il titolo con un ampio margine sugli avversari e centrando il suo primo successo al Redcrest dopo diversi piazzamenti di vertice nelle edizioni precedenti.

Desideriamo congratularci con Jacob Wheeler per la sua vittoria al Redcrest 2026”, ha dichiarato Shuichi Mishima, Managing Officer ed Executive General Manager Marine Operations di Suzuki. “Siamo felici che sia riuscito a conquistare questo titolo che aveva sfiorato più volte in passato. Nelle competizioni di Bass Fishing, oltre alle prestazioni, l’affidabilità e la durabilità del motore sono fattori determinanti per il successo. Riteniamo che le caratteristiche del DF250ATLSS Stealth Line, unite alle capacità e al giudizio di Wheeler, abbiano contribuito a questo risultato.”

PARTNERSHIP IN ITALIA CON FIPSAS (Federazione Italiana Pesca Sportiva Attività Subacquee e Nuoto Pinnato)

Il successo ottenuto negli Stati Uniti assume un significato particolare anche per il mercato italiano. Suzuki è infatti partner della FIPSAS e sostiene attivamente il mondo del Bass Fishing nazionale, inclusa anche la Nazionale Italiana di Pesca ai Predatori con Esche Artificiali da Natante. La squadra, selezionata attraverso stage annuali, partecipa regolarmente ai Campionati del Mondo di specialità in acque interne, contribuendo alla crescita di una disciplina che negli ultimi anni ha visto aumentare interesse e partecipazione anche nel nostro Paese.

Il risultato di Wheeler conferma come il Bass Fishing professionistico rappresenti oggi un banco di prova particolarmente severo per uomini e mezzi. In un contesto nel quale ogni dettaglio fa la differenza, affidabilità, robustezza e continuità di rendimento rimangono qualità essenziali, valori che Suzuki promuove sia nelle competizioni internazionali sia attraverso il proprio impegno a sostegno della pesca sportiva agonistica.

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Midjourney lancia uno scanner fisico, Apple produrrà chip in USA, la NASA sceglie Relativity Space


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon lunedì,
oggi parleremo di MidJourney che lancia uno spinoff insolito nel mondo dell'hardware. Poi parleremo di Apple che inizierà a produrre chip in USA perché TSMC non ne fornisce abbastanza; vedremo il nuovo contratto tra la NASA e l'ex CEO di Google, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Midjourney lancia uno scanner a ultrasuoni per la salute personale


Startup
Midjourney è conosciuta per il suo servizio di generazione di immagini tramite AI. Ha annunciato il suo primo progetto hardware: il Midjourney Scanner, una macchina a ultrasuoni whole-body che, secondo il CEO David Holz, non ha precedenti e supera l'MRI su diversi fronti. Il dispositivo richiede che l'utente sia parzialmente immerso in acqua e debutterà in spazi chiamati Midjourney Spa — il primo a San Francisco, in uno spazio da oltre 2.300 metri quadrati con saune, vasche idromassaggio e palestra. L'obiettivo dichiarato è arrivare a una flotta di 50.000 scanner. Per ora senza AI a bordo, la tecnologia punta a ottenere progressivamente le approvazioni FDA fino a supportare migliaia di diagnosi, con ambizioni terapeutiche entro un orizzonte di dieci anni.
~
Fonte: bloomberg.com
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Trump annuncia che Apple produrrà chip negli USA insieme a Intel


Big tech
Trump ha annunciato via social che Apple produrrà chip negli Stati Uniti affidandosi alle fonderie di Intel. L'accordo, ancora privo di conferme ufficiali da entrambe le aziende, era stato anticipato dal Wall Street Journal a maggio: Intel produrrebbe chip basati su design Apple, seguendo lo stesso modello oggi usato da TSMC. L'ipotesi è che Intel si occupi dei processori di fascia bassa, come i chip M-series entry-level per iPad e Mac. La mossa è legata alla domanda AI che ha ridotto la capacità produttiva di TSMC.
~
Fonte: MacRumors
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Perché gli italiani non cambiano banca?

"Per inerzia, soprattutto. La banca è l'unica cosa che teniamo vent'anni senza chiederci se sia ancora quella giusta. Il nostro lavoro è dare alle persone un motivo per farsi quella domanda."

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La NASA sceglie Relativity Space dell'ex CEO di Google per la missione su Marte


Spazio
La NASA ha assegnato a Relativity Space — la società missilistica acquisita dall'ex presidente esecutivo di Google Eric Schmidt — un contratto per costruire un veicolo spaziale, lanciarlo e portarlo in orbita attorno a Marte. La missione, chiamata Aeolus, prevede quattro strumenti scientifici per misurare quotidianamente polvere, vento e temperatura nell'atmosfera marziana, dati che secondo l'agenzia serviranno a rendere più sicuri gli atterraggi futuri, inclusi quelli con equipaggio. Il lancio è previsto per il 2028, un calendario stretto che obbliga Relativity a completare sia il veicolo sia il razzo Terran R in parallelo. C'è un grosso rischio perché Relativity non ha ancora raggiunto l'orbita e il suo primo razzo, Terran 1, ha fallito nel 2023.
~
Fonte: TechCrunch
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Amazon vuole vendere i chip Trainium a data center esterni per sfidare Nvidia


Business
Amazon sta valutando di vendere i chip AI Trainium ad aziende esterne che gestiscono data center, una mossa che la metterebbe in concorrenza diretta con Nvidia. Il CEO Andy Jassy, nella lettera agli azionisti di aprile, ha stimato che una divisione chip standalone potrebbe generare circa 50 miliardi di dollari di ricavi annuali. Finora Amazon ha rifiutato richieste di vendita diretta dei chip, preferendo mantenere i clienti sull'infrastruttura AWS per monetizzare i servizi accessori. Il problema principale è la produzione: secondo Jassy, la capacità attuale di Trainium è già esaurita, così come quella del prossimo Trainium4, non ancora disponibile. Per vendere chip a terzi Amazon dovrebbe aumentare gli ordini da TSMC, dove Nvidia è già il cliente dominante.
~
Fonte: TechCrunch
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ChatGPT scende sotto il 50% di market share per la prima volta


Business
Per la prima volta da quando esiste, ChatGPT ha perso la maggioranza assoluta del mercato degli assistenti AI. A fine maggio la quota di OpenAI era scesa al 46,4%, mentre Gemini di Google saliva al 27,7% e Claude di Anthropic al 10,3%. In termini assoluti ChatGPT resta il chatbot più usato al mondo, con 1,1 miliardi di utenti mensili — ed è l'app ad aver raggiunto il miliardo più velocemente nella storia — ma la concorrenza cresce. Il calo è attribuito sia all'integrazione di Gemini nell'ecosistema Google, sia alla reputazione di Claude per la produttività: il 13% degli utenti di Anthropic paga un abbonamento, il tasso di conversione più alto del settore. Ha pesato anche il contratto di OpenAI con il Dipartimento della Difesa americano, che a febbraio ha provocato un'impennata di disinstallazioni.
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Fonte: TechCrunch
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Vivo e lavoro nel mondo tech & finance e un po' mi imbarazza far parte di coloro che non hanno mai cambiato banca in quindici anni — eppure sì, me ne lamento anch'io.

Poi sono un grande fan degli ecosistemi di banking disegnati e sviluppati con attenzione meticolosa al dettaglio, e in Fineco ho visto un livello di cura non da poco. Tutte le loro piattaforme sono state sviluppate ad hoc (non si appoggiano a fornitori esterni) e nascono con l'idea di avere una experience eccellente per l'utente finale.

Sarà che sono UX Designer, ma per me vale tanto. Poi hanno una cosa che molte banche che vivono solo online non hanno, cioè una presenza reale di professionisti umani che ti seguono.

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L'executive di Meta alla guida dell'AI overhaul lascia dopo due mesi


thenextweb.com (eng)

Tutte le nuove funzionalità di iOS 27 che vale la pena conoscere


techcrunch.com (eng)

Telegram perde il ricorso contro il blocco temporaneo dell'app in India


reuters.com (eng)

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Questo bel video mostra il team della Nothing Content presentare un concept phone basato sui feedback della community.

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Hai ottimizzato tutto, tranne la banca


Questo è un articolo sponsorizzato. Gli sponsor non influenzano la linea editoriale di Morning Tech, ma permettono al progetto di esistere.

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Siamo bravissimi a confrontare. L'operatore telefonico, la bolletta della luce, l'assicurazione dell'auto, l'abbonamento che usiamo poco. Su tutto cerchiamo l'opzione migliore, su una cosa no: la banca.

In Italia restiamo nella stessa banca in media quindici anni (dati Fineco). Non perché sia la migliore, ma perché a un certo punto smette di essere una scelta e diventa un'abitudine, come la strada per andare al lavoro: non la decidi più, la fai e basta.

C'è anche un motivo meno comodo da ammettere. Secondo l'indagine IACOFI di Banca d'Italia, l'alfabetizzazione finanziaria nel Paese resta bassa: 10,7 su 20 nell'indicatore complessivo e 4,6 su 10 sulle competenze digitali. Se non hai gli strumenti per capire davvero cosa fa la tua banca, il conto resta una decisione presa una volta sola e mai più rivista.

Ma nel frattempo qualcosa paghi. Sempre Banca d'Italia, nell'indagine sul costo dei conti, stima per il 2024 circa 101 euro l'anno di spesa media per un conto tradizionale, contro circa 31 euro per uno online. La stessa persona che soppesa due offerte di pasta al supermercato non si accorge di una differenza del settanta per cento sul conto in banca.

Il costo, però, è solo metà del discorso. L'altra metà è cosa ricevi in cambio.

Ma infatti, che cosa dovrebbe fare per te una banca oggi, nel 2026? Da una parte ci sono gli istituti di sempre, solidi ma costruiti su processi vecchi, dove per fare due operazioni passi da tre canali diversi. Dall'altra, le neobank nate dentro un'app, veloci ma che rimangono pur sempre dietro uno schermo.

Fineco prova a stare nel mezzo, e lo fa da prima che esistesse la parola fintech. È nata quasi ventisei anni fa con un'idea che allora sembrava strana: una sola piattaforma per tenere insieme conto, carte, trading, credito e investimenti, costruita in casa invece di assemblare pezzi comprati da fornitori esterni. Oggi parlare di banca e app nella stessa frase è normale. All'epoca non lo era.

Tutto è connesso: lo stipendio che entra, le spese, i pagamenti, gli investimenti che fai partire con due tap dallo stesso posto in cui guardi il saldo. Non sono mondi separati che ogni tanto si scambiano un'informazione.

E poi c'è la parte che un'app da sola non ti dà: le persone. Una rete di consulenti che ti segue quando devi decidere cosa fare dei tuoi soldi, perché un grafico non basta. La tecnologia fa la parte ripetitiva, qualcuno in carne e ossa fa quella difficile. Non la banca che ti mette in fila, non l'app che ti lascia solo.

Resta l'ultima scusa, quella sincera: cambiare è una rottura. Ed è il motivo per cui oggi Fineco offre il conto a canone zero. Apri, provi, e se funziona porti dentro il resto con calma. Tolto il canone, l'unico vero motivo per restare fermi è l'inerzia.

Non puoi cambiare la tua banca. Ma puoi cambiare banca. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Lingesso, direttore Marketing di Fineco.
Fabrizio Lingesso, direttore Marketing di Fineco.

Intervista

Perché gli italiani non cambiano banca?


"Per inerzia, soprattutto. La banca è l'unica cosa che teniamo vent'anni senza chiederci se sia ancora quella giusta. Il nostro lavoro è dare alle persone un motivo per farsi quella domanda."

Cosa rende Fineco diversa?


"La tecnologia ce la siamo costruita in casa, non l'abbiamo comprata a pezzi. Conto, trading e investimenti stanno nello stesso posto e si parlano tra loro. E accanto alla piattaforma c'è una rete di consulenti veri. Le macchine gestiscono la routine, le persone ci sono quando devi decidere."

Cosa ne pensa Morning Tech?


Vivo e lavoro nel mondo tech & finance e un po' mi imbarazza far parte di coloro che non hanno mai cambiato banca in quindici anni — eppure sì, me ne lamento anch'io.

Poi sono un grande fan degli ecosistemi di banking disegnati e sviluppati con attenzione meticolosa al dettaglio, e in Fineco ho visto un livello di cura non da poco. Tutte le loro piattaforme sono state sviluppate ad hoc (non si appoggiano a fornitori esterni) e nascono con l'idea di avere una experience eccellente per l'utente finale.

Sarà che sono UX Designer, ma per me vale tanto. Poi hanno una cosa che molte banche che vivono solo online non hanno, cioè una presenza reale di professionisti umani che ti seguono.

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ChatGPT scende sotto il 50% di market share per la prima volta


Gemini e Claude erodono il dominio di OpenAI.
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In breve:


Per la prima volta da quando esiste, ChatGPT ha perso la maggioranza assoluta del mercato degli assistenti AI. A fine maggio la quota di OpenAI era scesa al 46,4%, mentre Gemini di Google saliva al 27,7% e Claude di Anthropic al 10,3%. In termini assoluti ChatGPT resta il chatbot più usato al mondo, con 1,1 miliardi di utenti mensili — ed è l'app ad aver raggiunto il miliardo più velocemente nella storia — ma la concorrenza cresce. Il calo è attribuito sia all'integrazione di Gemini nell'ecosistema Google, sia alla reputazione di Claude per la produttività: il 13% degli utenti di Anthropic paga un abbonamento, il tasso di conversione più alto del settore. Ha pesato anche il contratto di OpenAI con il Dipartimento della Difesa americano, che a febbraio ha provocato un'impennata di disinstallazioni.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

ChatGPT's market share slips below 50% for first time | TechCrunch
The chatbot still remains the most popular AI assistant worldwide with over 1.1 billion monthly users, followed by Gemini with 662 million and Claude with 245 million.
TechCrunchIvan Mehta


Alternativa in italiano:

HD Blog - ChatGPT perde il dominio: sotto il 50% per la prima volta

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Midjourney lancia uno scanner a ultrasuoni per la salute personale


Il primo hardware della startup famosa per la generazione di immagini..
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In breve:


Midjourney è conosciuta per il suo servizio di generazione di immagini tramite AI. Ha annunciato il suo primo progetto hardware: il Midjourney Scanner, una macchina a ultrasuoni whole-body che, secondo il CEO David Holz, non ha precedenti e supera l'MRI su diversi fronti. Il dispositivo richiede che l'utente sia parzialmente immerso in acqua e debutterà in spazi chiamati Midjourney Spa — il primo a San Francisco, in uno spazio da oltre 2.300 metri quadrati con saune, vasche idromassaggio e palestra. L'obiettivo dichiarato è arrivare a una flotta di 50.000 scanner. Per ora senza AI a bordo, la tecnologia punta a ottenere progressivamente le approvazioni FDA fino a supportare migliaia di diagnosi, con ambizioni terapeutiche entro un orizzonte di dieci anni.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

AI Startup Midjourney Pivots to Health With Ultrasound Machine

bloomberg.com


Alternativa in italiano:

Il futuro della medicina? Midjourney vuole scansionare il tuo corpo in 60 secondi
Midjourney ha annunciato Midjourney Medical, un progetto di imaging corporeo basato su ultrasuoni e una vasca di sensori, con scansioni complete del corpo in circa 60 secondi. Il sistema, integrato in spa dedicate, punta a generare mappe 3D ad alta risoluzione, con roadmap fino a una rete globale di scanner.
Hardware Upgrade

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Amazon vuole vendere i chip Trainium a data center esterni per sfidare Nvidia


Un mercato potenziale da 50 miliardi di dollari.
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In breve:


Amazon sta valutando di vendere i chip AI Trainium ad aziende esterne che gestiscono data center, una mossa che la metterebbe in concorrenza diretta con Nvidia. Il CEO Andy Jassy, nella lettera agli azionisti di aprile, ha stimato che una divisione chip standalone potrebbe generare circa 50 miliardi di dollari di ricavi annuali. Finora Amazon ha rifiutato richieste di vendita diretta dei chip, preferendo mantenere i clienti sull'infrastruttura AWS per monetizzare i servizi accessori. Il problema principale è la produzione: secondo Jassy, la capacità attuale di Trainium è già esaurita, così come quella del prossimo Trainium4, non ancora disponibile. Per vendere chip a terzi Amazon dovrebbe aumentare gli ordini da TSMC, dove Nvidia è già il cliente dominante.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Amazon hopes to challenge Nvidia more directly by selling its AI chips | TechCrunch
AWS is in talks to sell its chips to other data centers. CEO Andy Jassy has said this represents a $50 billion opportunity for the company.
TechCrunchJulie Bort


Alternativa in italiano:

Amazon conferma: i chip AI Trainium potrebbero uscire da AWS
AWS valuta la vendita diretta dei chip Trainium a clienti esterni: un passo che porterebbe Amazon più vicino al mercato di NVIDIA.
Tom's Hardware

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Hai ottimizzato tutto, tranne la banca


Cambiamo operatore, tariffe e app di continuo. Il conto corrente quasi mai, e in media ci restiamo quindici anni.
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Siamo bravissimi a confrontare. L'operatore telefonico, la bolletta della luce, l'assicurazione dell'auto, l'abbonamento che usiamo poco. Su tutto cerchiamo l'opzione migliore, su una cosa no: la banca.

In Italia restiamo nella stessa banca in media quindici anni (dati Fineco). Non perché sia la migliore, ma perché a un certo punto smette di essere una scelta e diventa un'abitudine, come la strada per andare al lavoro: non la decidi più, la fai e basta.

C'è anche un motivo meno comodo da ammettere. Secondo l'indagine IACOFI di Banca d'Italia, l'alfabetizzazione finanziaria nel Paese resta bassa: 10,7 su 20 nell'indicatore complessivo e 4,6 su 10 sulle competenze digitali. Se non hai gli strumenti per capire davvero cosa fa la tua banca, il conto resta una decisione presa una volta sola e mai più rivista.

Ma nel frattempo qualcosa paghi. Sempre Banca d'Italia, nell'indagine sul costo dei conti, stima per il 2024 circa 101 euro l'anno di spesa media per un conto tradizionale, contro circa 31 euro per uno online. La stessa persona che soppesa due offerte di pasta al supermercato non si accorge di una differenza del settanta per cento sul conto in banca.

Il costo, però, è solo metà del discorso. L'altra metà è cosa ricevi in cambio.

Ma infatti, che cosa dovrebbe fare per te una banca oggi, nel 2026? Da una parte ci sono gli istituti di sempre, solidi ma costruiti su processi vecchi, dove per fare due operazioni passi da tre canali diversi. Dall'altra, le neobank nate dentro un'app, veloci ma che rimangono pur sempre dietro uno schermo.

Fineco prova a stare nel mezzo, e lo fa da prima che esistesse la parola fintech. È nata quasi ventisei anni fa con un'idea che allora sembrava strana: una sola piattaforma per tenere insieme conto, carte, trading, credito e investimenti, costruita in casa invece di assemblare pezzi comprati da fornitori esterni. Oggi parlare di banca e app nella stessa frase è normale. All'epoca non lo era.

Tutto è connesso: lo stipendio che entra, le spese, i pagamenti, gli investimenti che fai partire con due tap dallo stesso posto in cui guardi il saldo. Non sono mondi separati che ogni tanto si scambiano un'informazione.

E poi c'è la parte che un'app da sola non ti dà: le persone. Una rete di consulenti che ti segue quando devi decidere cosa fare dei tuoi soldi, perché un grafico non basta. La tecnologia fa la parte ripetitiva, qualcuno in carne e ossa fa quella difficile. Non la banca che ti mette in fila, non l'app che ti lascia solo.

Resta l'ultima scusa, quella sincera: cambiare è una rottura. Ed è il motivo per cui oggi Fineco offre il conto a canone zero. Apri, provi, e se funziona porti dentro il resto con calma. Tolto il canone, l'unico vero motivo per restare fermi è l'inerzia.

Non puoi cambiare la tua banca. Ma puoi cambiare banca. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Lingesso, direttore Marketing di Fineco.
Fabrizio Lingesso, direttore Marketing di Fineco.

Intervista

Perché gli italiani non cambiano banca?


"Per inerzia, soprattutto. La banca è l'unica cosa che teniamo vent'anni senza chiederci se sia ancora quella giusta. Il nostro lavoro è dare alle persone un motivo per farsi quella domanda."

Cosa rende Fineco diversa?


"La tecnologia ce la siamo costruita in casa, non l'abbiamo comprata a pezzi. Conto, trading e investimenti stanno nello stesso posto e si parlano tra loro. E accanto alla piattaforma c'è una rete di consulenti veri. Le macchine gestiscono la routine, le persone ci sono quando devi decidere."

Cosa ne pensa Morning Tech?


Vivo e lavoro nel mondo tech & finance e un po' mi imbarazza far parte di coloro che non hanno mai cambiato banca in quindici anni — eppure sì, me ne lamento anch'io.

Poi sono un grande fan degli ecosistemi di banking disegnati e sviluppati con attenzione meticolosa al dettaglio, e in Fineco ho visto un livello di cura non da poco. Tutte le loro piattaforme sono state sviluppate ad hoc (non si appoggiano a fornitori esterni) e nascono con l'idea di avere una experience eccellente per l'utente finale.

Sarà che sono UX Designer, ma per me vale tanto. Poi hanno una cosa che molte banche che vivono solo online non hanno, cioè una presenza reale di professionisti umani che ti seguono.

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La NASA sceglie Relativity Space dell'ex CEO di Google per la missione su Marte


Potrebbe essere il primo privato ad arrivarci.
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In breve:


La NASA ha assegnato a Relativity Space — la società missilistica acquisita dall'ex presidente esecutivo di Google Eric Schmidt — un contratto per costruire un veicolo spaziale, lanciarlo e portarlo in orbita attorno a Marte. La missione, chiamata Aeolus, prevede quattro strumenti scientifici per misurare quotidianamente polvere, vento e temperatura nell'atmosfera marziana, dati che secondo l'agenzia serviranno a rendere più sicuri gli atterraggi futuri, inclusi quelli con equipaggio. Il lancio è previsto per il 2028, un calendario stretto che obbliga Relativity a completare sia il veicolo sia il razzo Terran R in parallelo. C'è un grosso rischio perché Relativity non ha ancora raggiunto l'orbita e il suo primo razzo, Terran 1, ha fallito nel 2023.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

NASA picks Eric Schmidt's rocket company for Mars mission, setting up a race with SpaceX | TechCrunch
Relativity Space — a rocket maker acquired by former Google executive chair Eric Schmidt last year after stumbling on the path to orbit — might just beat SpaceX to Mars.
TechCrunchTim Fernholz


Alternativa in italiano:

HD Blog - La NASA sceglie il razzo di Eric Schmidt per andare su Marte

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)
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Trump annuncia che Apple produrrà chip negli USA insieme a Intel


Il titolo Intel vola +9% in premarket.
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In breve:


Trump ha annunciato via social che Apple produrrà chip negli Stati Uniti affidandosi alle fonderie di Intel. L'accordo, ancora privo di conferme ufficiali da entrambe le aziende, era stato anticipato dal Wall Street Journal a maggio: Intel produrrebbe chip basati su design Apple, seguendo lo stesso modello oggi usato da TSMC. L'ipotesi è che Intel si occupi dei processori di fascia bassa, come i chip M-series entry-level per iPad e Mac. La mossa è legata alla domanda AI che ha ridotto la capacità produttiva di TSMC.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Apple to Make Chips in US With Intel, Trump Says - MacRumors
Apple has agreed to work with Intel to manufacture some of its chips in the United States, U.S. president Trump said on Thursday. Intel's stock rose 9 percent in premarket trading following Trump's comments, which appeared in a social media post. Apple was up 0.6 percent in premarket trading.
MacRumors


Alternativa in italiano:

Intel sale del 9% dopo l'annuncio Trump sull'accordo con Apple per i chip USA
Intel accelera nel premarket dopo le parole di Trump su un accordo con Apple per progettare e produrre chip negli Stati Uniti.
Tom's Hardware

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Work-Life Balance: 9 Idee Pratiche per Ritrovare l'Equilibrio


Il work-life balance non si trova: si costruisce. Non serve più disciplina — servono confini e sistemi ripetibili. Nove idee pratiche per iniziare.

TL;DR

  • Il work-life balance non è dividere le ore al 50%: è proteggere energia, relazioni e salute mentre lavori in modo sostenibile.
  • Le 4 leve che contano: confini (tempo), priorità (energia mentale), recupero (corpo), relazioni (vita fuori dal lavoro).
  • Nove idee pratiche — tutte concrete, nessuna richiede più motivazione: richiedono confini e sistemi ripetibili.


C'è una domanda che fa capire in cinque secondi se il tuo equilibrio è fuori fase: se continui così per sei mesi, cosa pagherai? Stanchezza cronica, relazioni trascurate, salute messa in coda. Il conto arriva sempre — meglio leggerlo prima che presenti.

Il work-life balance non è trovare un numero magico di ore da dividere tra lavoro e vita. Non esiste un 50/50 che funziona per tutti, e non esiste nemmeno una giornata-tipo che rispetti questa proporzione. Quello che esiste è la differenza tra una vita in cui il lavoro mangia tutto e una in cui scegli consapevolmente dove va la tua energia.

Cosa Significa Davvero Work-Life Balance


L'equilibrio vita-lavoro è la capacità di proteggere energia, relazioni e salute mentre lavori in modo sostenibile. Non significa lavorare meno: significa evitare che un'unica area della vita — il lavoro, in genere — consumi tutte le altre senza lasciare nulla.

Quattro leve su cui si regge l'equilibrio:

LevaCosa proteggiAzione pratica
ConfiniTempo personaleOrari senza email
PrioritàEnergia mentaleTre obiettivi veri al giorno
RecuperoCorpo e luciditàPause e sonno non negoziabili
RelazioniVita fuori dal lavoroTempo pianificato con le persone importanti

9 Idee Pratiche per Ritrovare l'Equilibrio

1. Fermati davvero


Non una pausa caffè: una pausa vera. Quando è stata l'ultima volta che hai staccato dal lavoro per più di 48 ore senza controllare email o Slack? Il recupero attivo non è perder tempo — è la condizione perché la mente torni operativa. Pianifica i tuoi giorni liberi in anticipo come pianifichi le scadenze. Altrimenti arrivano per ultimi e non arrivano mai.

2. Definisci un confine digitale


L'iperconnessione non è solo un problema di tempo: è un problema di residuo cognitivo — la mente continua a elaborare anche quando non stai "formalmente" lavorando. Scegli un orario oltre il quale le notifiche si spengono (es. 21:00). Non è una regola morale: è una scelta operativa che protegge la tua capacità di recupero.

3. Identifica le tue priorità (vere)


Shannon L. Adler ha scritto: "La vita risponde a tre domande: cosa voglio? perché lo voglio? come posso ottenerlo?" Prima di aprire la to-do list, chiediti quali tre cose — se fatte oggi — avrebbero più impatto. Non dieci: tre. Il resto è negoziabile. Il problema di molte to-do list è che sono liste di urgenze, non di priorità reali.

4. Less is more (davvero)


Cinque attività importanti al giorno sono meglio di diciassette cose aperte. Il principio di Parkinson dice che il lavoro si espande fino a riempire il tempo disponibile. Se non metti un limite, la lista crescerà sempre. Scegli il tuo limite prima di iniziare la giornata, non a fine giornata quando sei già esausto.

5. Esprimi gratitudine come pratica (non come hashtag)


Tre cose per cui sei grato a fine giornata: è una pratica che ha una base psicologica solida — Emmons & McCullough hanno documentato come il diario della gratitudine migliori il benessere percepito nel tempo. Il punto non è diventare positivi a tutti i costi: è allenare la mente a notare cosa funziona, non solo cosa manca. Due minuti, preferibilmente sempre nello stesso momento della giornata.

6. Pianifica i periodi intensi in anticipo


Ci sono mesi in cui il carico aumenta inevitabilmente. Sapendolo prima, puoi alleggerire il calendario sociale in quei periodi invece di arrivare sorpreso e stressato. Se marzo e aprile sono storicamente frenetici, pianifica meno impegni personali in quei mesi — non perché la vita privata sia meno importante, ma perché gestire il picco sapendo che arriva è radicalmente diverso da subirlo.

7. Lavora sulla preoccupazione produttiva


La preoccupazione passiva — riprodurre gli stessi scenari in loop — è spesso uno stress da lavoro travestito da "pensare al futuro". La versione produttiva è diversa: identifica cosa puoi controllare, definisci una prossima azione concreta, poi smetti di girare in tondo. Gestire lo stress non significa eliminare le preoccupazioni — significa non lasciarle girare a vuoto.

8. Smart working strategico


Se il tuo lavoro lo permette, eliminare anche solo un giorno di spostamento a settimana libera tempo e energia che puoi redistribuire. Non è solo comodità: è una scelta su come allocare le risorse cognitive. Il pendolare cronico non perde solo ore: perde capacità di concentrazione e recupero che poi mancano nel resto della giornata.

9. Revisione settimanale (15 minuti)


Una volta a settimana — preferibilmente venerdì sera o domenica mattina — rivedi cosa hai fatto, cosa non hai fatto e perché. Non per giudicarti: per aggiustare. La programmazione settimanale è il sistema che tiene insieme tutte le altre idee. Senza una bussola settimanale, le buone intenzioni restano intenzioni.

Il Work-Life Balance È Davvero Raggiungibile?


Sì — ma non nel senso di trovare un equilibrio permanente e stabile. L'equilibrio vita-lavoro è dinamico: cambia con le stagioni, con i progetti, con la fase della vita. L'obiettivo non è uno stato fisso ma una capacità: accorgerti quando un'area sta prendendo troppo spazio e fare un aggiustamento prima che il costo diventi insostenibile.

La differenza tra chi lo raggiunge e chi no non è avere più tempo: è avere sistemi e confini invece di affidarsi alla forza di volontà del momento. Le nove idee di questo articolo funzionano solo se diventano abitudini, non se le applichi una volta dopo una settimana particolarmente pesante.

Vuoi un sistema strutturato? Il Protocollo include un percorso su abitudini, concentrazione e gestione dell'energia.

Domande frequenti

Cosa significa work-life balance?
Significa proteggere energia, relazioni e salute mentre lavori in modo sostenibile. Non è dividere il tempo in parti uguali tra lavoro e vita privata — quella proporzione varia per ognuno e cambia nel tempo. È evitare che un'area sola consumi tutto il resto.
Come si migliora il work-life balance in pratica?
Partendo da confini concreti: un orario oltre il quale le notifiche di lavoro si spengono, tre obiettivi prioritari invece di una lista infinita, pause di recupero pianificate. Non serve motivazione extra: serve ridisegnare l'architettura della giornata.
Il work-life balance è possibile con un lavoro molto impegnativo?
Sì, ma cambia forma. Con carichi intensi l'equilibrio non è quotidiano: è settimanale o mensile. Pianificare in anticipo i periodi di picco, alleggerire il calendario personale in quei momenti e garantirsi periodi di recupero vero dopo, è più realistico che cercare di "bilanciare" ogni singola giornata.
Quante ore bisogna lavorare per avere un buon work-life balance?
Non esiste un numero universale. Il problema non è la quantità di ore ma la qualità del recupero: se dopo il lavoro riesci davvero a staccare — fisicamente e mentalmente — anche periodi intensi sono sostenibili. Il segnale d'allarme non è "ho lavorato 10 ore": è "non riesco più a smettere di pensarci anche quando smetto."
Come spiegare al capo che ho bisogno di più equilibrio vita-lavoro?
Spostando il frame dalla percezione ("mi sento stressato") alla produttività ("il mio livello di performance dipende dalla qualità del recupero"). I confini lavorativi sostenibili beneficiano anche l'organizzazione: chi non recupera mai produce risultati peggiori nel tempo. Proponi una modifica concreta (es. no email dopo le 21, un giorno di smart working) con un periodo di prova.

Da Dove Iniziare


Scegli una sola delle nove idee — quella che senti più urgente. Non quella "più giusta": quella che, se la applicassi questa settimana, farebbe la differenza più concreta. Poi falla per due settimane. Poi aggiungi un'altra.

L'equilibrio non si trova in un giorno: si costruisce una scelta alla volta.


Concentrazione e deep work: la mappa del percorso


In breve

Riferimenti: APA e Digital Minimalism.

Il pillar Concentrazione collega sonno, ambiente e blocchi da 60–90 minuti con un solo output: difendi la fascia di picco, batch delle distrazioni digitali — focus è design, non forza di volontà sul telefono.

TL;DR

  1. Concentrazione = primi 15 minuti protetti, non maratone infinite.
  2. Deep work in blocchi da 60–90 min; shallow work in finestre.
  3. Time blocking e calendario operativo: percorso Tempo su /corsi/.
  4. Digital detox 72 giorni se il problema è lo scroll, non il desk.


Approfondisci nel blog: abitudini e sistemi · procrastinazione · concentrazione · identità e cambiamento · stoicismo pratico.

Il problema


Giornata piena, output scarso: di solito non manca il talento. Manca protezione dell'attenzione nei primi minuti del blocco.

Questa hub è il percorso Concentrazione & deep work su /corsi/. Per calendario, time blocking ed email: gestione del tempo e percorso Tempo. Mappa generale: hub produttività.

Tab, chat, «solo un secondo» sul telefono. Sensazione di aver lavorato senza misurare nulla. La colpa punta al carattere; spesso è ambiente e compito non definito.

Micro-azione oggi


Domani mattina: un blocco da 25 minuti, telefono in un'altra stanza, un tab, output scritto in una riga prima di partire.

Percorso in ordine


  1. Come migliorare la concentrazione
  2. Deep Work (riassunto operativo)
  3. Sistema operativo personale


Tempo protetto (percorso dedicato)


Non confondere focus con calendario:


Guide correlate



Protocollo


Protocollo, blocchi protetti, revisione settimanale, strumenti PDF sul percorso Tempo.

Domande frequenti

Perché lavoro tutto il giorno ma produco poco?
Di solito non manca il talento: manca la protezione dell'attenzione nei primi minuti di ogni blocco di lavoro. Tab, chat e telefono frammentano la giornata prima ancora che il lavoro vero possa iniziare, e la sensazione di aver lavorato non coincide con l'output reale prodotto.
Devo confondere la concentrazione con il time blocking?
No, sono due cose diverse ma collegate: la concentrazione riguarda la qualità dell'attenzione dentro il blocco (ambiente, output definito, protezione dei primi minuti), il time blocking riguarda difendere lo slot nel calendario. Trovi il secondo nel Percorso Tempo.
Da dove parto se ho poco tempo per approfondire?
Da come migliorare la concentrazione, la prima lezione: proteggere i primi 10-15 minuti di un blocco vale più di qualunque tecnica avanzata. Deep Work e il sistema operativo personale vengono dopo, quando vuoi consolidare l'abitudine.
Il problema è il telefono o qualcos'altro?
Spesso è solo il sospetto facile. Il laptop, con venti tab aperti e Slack sempre visibile, è spesso il vero dispersore di attenzione. Se dopo aver sistemato il telefono continui a perdere il filo, il collo di bottiglia è nell'ambiente digitale del computer.


Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)
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MSI Claw 8 EX AI+ con Intel Arc G3: potenza estrema, ma il prezzo è altissimo


MSI Claw 8 EX AI+ potrebbe essere l'handheld più potente di tutti, ma avrebbe un costo elevato: almeno 1.699 dollari

Il panorama delle console portatili sta attraversando una fase di profonda trasformazione, segnata dall'arrivo di hardware sempre più potente ma anche da costi di produzione in costante ascesa. L'ultimo esempio di questa tendenza è il nuovo MSI Claw 8 EX AI+, presentato ufficialmente dopo il debutto al Computex. Il dispositivo è apparso sul sito ufficiale dell'azienda con un prezzo di listino di 1.799 dollari, posizionandosi in una fascia di mercato decisamente premium, nonostante alcuni rivenditori come Newegg lo propongano attualmente a una cifra leggermente inferiore, intorno ai 1.699 dollari.

Sotto la scocca, il sistema ha un chip di Intel: la nuova APU Arc G3 Extreme con grafica integrata Arc B390, affiancata da ben 32GB di memoria RAM LPDDR5X. Questa scelta tecnologica, sebbene garantisca prestazioni di alto livello, porta con sé sfide economiche non indifferenti. Andy Chu, responsabile del marketing dei prodotti del brand, ha ammesso apertamente che l'anno in corso si prospetta estremamente difficile sia per Intel che per i produttori di hardware originale (OEM). La causa principale risiede nell'impennata dei prezzi di componenti chiave come DRAM e memorie NAND, i cui costi sono lievitati negli ultimi mesi a causa della massiccia richiesta da parte dei grandi fornitori di servizi cloud per lo sviluppo dell'intelligenza artificiale. Nonostante MSI abbia cercato di stringere accordi privilegiati con i fornitori per contenere i costi, l'azienda avverte che la situazione potrebbe persino peggiorare, con il rischio concreto di ulteriori rincari nei prossimi mesi proprio a causa della saturazione delle linee di produzione.

Il confronto con la concorrenza evidenzia quanto il mercato degli handheld sia diventato oneroso. Persino dispositivi considerati un tempo bastioni dell'accessibilità, come lo Steam Deck di Valve, hanno visto crescere i propri prezzi: la versione OLED viene venduta a circa 949 dollari pur montando hardware di precedente generazione. D'altra parte, soluzioni come il ROG Ally X di ASUS con processore Ryzen Z2 Extreme si attestano sui 999 dollari. Il Claw 8 EX AI+ offre un salto prestazionale notevole rispetto a questi modelli, ma la differenza di prezzo rimane significativa. Resta il dubbio se una configurazione di memoria più contenuta, magari da 16GB o 24GB, avrebbe potuto rendere la console più competitiva senza sacrificare eccessivamente le performance, specialmente considerando che i dispositivi equipaggiati con chip AMD Strix Halo possono superare anche la soglia dei 2.000 dollari.

Fonte: www.tomshardware.com

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Amazon contro i suoi ingegneri: presunte ritorsioni dopo le critiche ai data center


Amazon avrebbe minacciato di licenziamento tre suoi ingegneri impegnati per il blocco dei data center a Seattle

La tensione tra Amazon e i suoi dipendenti ha raggiunto un nuovo apice a Seattle, dove tre ingegneri informatici hanno denunciato il colosso dell'e-commerce per presunte ritorsioni legate al loro attivismo civico. Patrick Schloesser, Darius Irani e Liesl Wigand si sono rivolti all'Ufficio per i Diritti Civili di Seattle dopo essere stati convocati d'urgenza dal dipartimento delle Risorse Umane della multinazionale. L'indagine interna è scattata subito dopo la loro testimonianza davanti al Consiglio comunale, durante la quale si erano espressi a favore di una moratoria sulla costruzione di nuovi data center in città. La vicenda solleva questioni cruciali sul confine tra politiche aziendali e diritti politici individuali, in un contesto urbano che protegge esplicitamente la libertà di espressione dei lavoratori.

Al centro della disputa c’è la presunta violazione delle politiche di comunicazione aziendale. Secondo Amazon, i dipendenti non avrebbero seguito le procedure necessarie per parlare in pubblico, rischiando di apparire come rappresentanti ufficiali della società. Tuttavia, gli ingegneri sostengono di essersi presentati esclusivamente a titolo personale, sottolineando il proprio ruolo all'interno del gruppo Amazon Employees for Climate Justice (AECJ). I lavoratori descrivono un clima intimidatorio: Schloesser ha raccontato di essere stato contattato improvvisamente tramite Zoom poco prima di una riunione, avvertendo immediatamente una sensazione di insicurezza. Sebbene l'azienda neghi l'intenzione di procedere al licenziamento, i dipendenti riferiscono che le Risorse Umane hanno esplicitamente menzionato possibili azioni disciplinari, inclusa la cessazione del rapporto di lavoro. La testimonianza degli ingegneri si inserisce in un dibattito più ampio riguardante l’impatto ambientale e sociale delle infrastrutture tecnologiche.

Seattle ha recentemente approvato una moratoria di un anno sui data center di grandi dimensioni per valutare gli effetti critici su consumo energetico, risorse idriche e infrastrutture cittadine. Si stima che i nuovi progetti proposti potrebbero richiedere una quantità di energia pari a un terzo del consumo medio giornaliero della città, consumando dieci volte più potenza rispetto agli impianti attuali. Questo scenario ha alimentato le preoccupazioni dei residenti e dei dipendenti attivisti, i quali ritengono che i benefici di tali espansioni vadano quasi esclusivamente alle grandi aziende tecnologiche, a scapito delle comunità locali e degli obiettivi climatici. La battaglia legale ora si sposta sul piano dei diritti civili. Seattle è una delle poche giurisdizioni negli Stati Uniti che vieta ai datori di lavoro privati di discriminare i dipendenti in base alle loro opinioni politiche o all'appartenenza a organizzazioni specifiche. L’avvocato dei tre lavoratori, Abby Lawlor, ha ribadito che questa protezione è stata fondamentale per dare ai membri del gruppo AECJ il coraggio di esporsi pubblicamente. Mentre Amazon difende le proprie policy interne per evitare interpretazioni errate delle posizioni aziendali, gli ingegneri continuano a denunciare quella che definiscono una cultura della paura, utilizzata per scoraggiare il dissenso anche quando si tratta di discorsi legalmente protetti.

Fonte: www.theverge.com

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DON'T NOD verso il fallimento? Tencent nega nuovi fondi per lo studio di Life is Strange


Don't Nod, lo studio francese dietro a Life is Strange e al recente Aphelion, si sarebbe visti interrotti i fondi di Tencent

DON’T NOD, la celebre software house nota per aver dato i natali alla serie Life is Strange e per il recente Aphelion, si trova a navigare in acque agitate. Lo studio francese sta cercando attivamente soluzioni per estendere la propria riserva di liquidità a seguito della decisione di Tencent di non procedere con ulteriori finanziamenti a breve termine. Questa mossa rappresenta un brusco cambiamento di rotta rispetto a soli cinque anni fa, quando il colosso tecnologico cinese aveva investito ben 30 milioni di euro nello studio, garantendo una stabilità che oggi sembra vacillare a causa di un mercato videoludico diventato estremamente complesso e competitivo.

Le preoccupazioni riguardo alla salute finanziaria dello studio sono emerse con forza dopo delle recenti dichiarazioni del giornalista francese Gauthier 'Gautoz' Andres, secondo il quale la società sarebbe ormai prossima all’esaurimento dei fondi. In una dichiarazione ufficiale rilasciata a Game Developer, DON’T NOD ha cercato di ridimensionare la gravità della situazione, pur confermando che Tencent ha negato nuovi capitali per i prossimi progetti. Il team di sviluppo ha spiegato che le attuali informative finanziarie riflettono obblighi contabili standard per le società quotate e non considerano appieno le numerose iniziative di finanziamento e preservazione della cassa che l’azienda sta mettendo in atto proprio in queste settimane. Per garantire la propria sopravvivenza e portare avanti lo sviluppo dei nuovi titoli, come il misterioso "Project P14", lo studio sta puntando su una gestione dei costi più rigorosa e su una struttura operativa ottimizzata. DON’T NOD ha ammesso che reperire capitali nel clima attuale dell’industria dei videogiochi è una sfida ardua, molto diversa dal panorama favorevole di qualche anno fa.

La software house sta lavorando per adattare la propria base di costi alle nuove condizioni di mercato, cercando di evitare gli scenari più drastici che hanno colpito altri studi indipendenti negli ultimi tempi, come licenziamenti di massa o la chiusura. Il futuro della società dipenderà in gran parte dal successo dei prossimi lanci e dalla capacità di attrarre nuovi partner commerciali. Sebbene non siano ancora noti i dati di Aphelion, lo studio ha già riconosciuto che il suo titolo precedente, Lost Records: Bloom & Rage, non ha raggiunto gli obiettivi di vendita sperati, aggravando la pressione economica.

Fonte: wccftech.com

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SteamOS 3.8 introduce il supporto a Steam Machine e alle console di terze parti


L'ultima versione di SteamOS, la 3.8.10, introduce il supporto alle Steam Machine e agli handheld di terze parti

Valve ha compiuto un passo significativo nell'evoluzione del suo ecosistema software con il rilascio di SteamOS 3.8.10. Questa versione del sistema operativo segna il passaggio del ramo 3.8 dallo stato di anteprima a quello stabile, portando con sé una serie di innovazioni che vanno ben oltre il semplice miglioramento della Steam Deck. La notizia più rilevante riguarda il supporto ufficiale per le Steam Machine, che esce finalmente dalla fase di test, suggerendo che l'uscita dei PC da salotto di Valve possa essere dietro l'angolo. Basato su una base di sistema Arch aggiornata e sul kernel Linux 6.16, l'aggiornamento introduce anche la possibilità di risvegliare il dispositivo dalla modalità sospensione tramite uno Steam Controller collegato, migliorando l'ergonomia d'uso per chi gioca su grandi schermi come i televisori. Sul fronte delle prestazioni, Valve ha integrato nuovi driver che garantiscono maggiore stabilità e fluidità.

Tra le novità tecniche spicca il supporto preliminare per l'HDMI VRR su dispositivi con uscita HDMI nativa e una gestione ottimizzata del frame pacing per i display a frequenza di aggiornamento variabile. Un cambiamento radicale interessa la modalità Desktop, che ora utilizza KDE Plasma 6.4.3 e adotta Wayland come protocollo predefinito. Questa transizione abilita funzionalità avanzate come il supporto ai display HDR esterni, una gestione del ridimensionamento più efficace per i televisori e una migliore compatibilità con gli schermi ruotati, rendendo l'esperienza desktop molto più moderna e versatile. Per i possessori di Steam Deck, l'aggiornamento include nuovi firmware BIOS per entrambi i modelli LCD e OLED. La versione LCD introduce aggiornamenti di sicurezza e opzioni per il risparmio energetico della memoria, mentre per il modello OLED è stato perfezionato il comportamento del LED di ricarica quando viene raggiunto il limite di carica impostato dall'utente. Valve ha inoltre risolto numerosi bug legati all'audio, alla connettività Bluetooth e al Wi-Fi, eliminando fastidiosi problemi di latenza e instabilità che affliggevano alcuni utenti dopo il risveglio del dispositivo.

L'aspetto forse più ambizioso di SteamOS 3.8 riguarda l'apertura verso hardware non prodotto da Valve. Il changelog evidenzia un massiccio ampliamento del supporto per console portatili di terze parti, tra cui Lenovo Legion Go, ASUS ROG Ally, MSI Claw e vari modelli OneXPlayer e GPD. Valve ha lavorato per ridurre la latenza dei controller su questi dispositivi e per migliorare la gestione della memoria video sui sistemi con GPU dedicate.

Fonte: videocardz.com

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Corsa all'IA: l'Europa arranca e gli USA acquistano l'80% dei chip, dice il CEO di ASML


Christophe Fouquet, il CEO di ASML, ha criticato l'approccio europeo all'intelligenza artificiale, spiegando che i rischi di arretratezza rispetto agli Stati Uniti restano elevati

L'Europa si trova in una posizione di netto svantaggio nella corsa globale all'intelligenza artificiale. A lanciare l'allarme è Christophe Fouquet, CEO di ASML, il colosso olandese fondamentale per la produzione di semiconduttori avanzati. Secondo Fouquet, il divario con gli Stati Uniti è evidente e preoccupante: attualmente, oltre l'80% dei chip più sofisticati prodotti a livello mondiale viene acquistato da aziende americane. Questa massiccia concentrazione di risorse evidenzia come gli USA stiano coltivando i veri leader dell'ecosistema IA, mentre il Vecchio Continente appare sensibilmente indietro rispetto alle dinamiche di mercato. Un elemento chiave di questa accelerazione tecnologica è rappresentato da progetti monumentali come il "Terafab" di Elon Musk. Questa iniziativa, concepita per supportare l'edge computing di Tesla e le operazioni di robotica, punta a una scala produttiva senza precedenti. Fouquet ha paragonato il fabbisogno di questo progetto a quello dei grandi impianti di produzione di memorie DRAM in Corea, capaci di processare milioni di wafer al mese. Musk, in passato, ha evidenziato che l'attuale produzione globale di semiconduttori è insufficiente a soddisfare sia le esigenze terrestri che quelle dei futuri data center spaziali, spingendo verso collaborazioni con partner come Intel.

Nonostante il fermento del mercato, il CEO di ASML ritiene che il ciclo dei semiconduttori legati all'intelligenza artificiale sia ancora nelle sue fasi iniziali. Sebbene le aziende del settore abbiano espresso una domanda altissima già dallo scorso anno, l'industria manifatturiera ha iniziato a rispondere concretamente solo verso la fine del 2023. Attualmente, i produttori stanno lavorando per espandere la propria capacità produttiva, ma questo processo di allineamento richiederà tempo. Secondo Fouquet, la priorità resta la costruzione dell'infrastruttura di produzione dell'hardware, alla quale seguirà solo in un secondo momento lo sviluppo delle applicazioni software. Un'altra sfida cruciale per il futuro riguarda i vincoli energetici, specialmente per i progetti più ambiziosi. Fouquet ha spiegato che i data center spaziali non si focalizzeranno solo sulla capacità di calcolo, ma cercheranno soprattutto di risolvere il problema del consumo energetico, che rappresenta il vero collo di bottiglia del settore.

Fonte: wccftech.com

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GTA VI: i preordini aprono il 25 giugno, uscita confermata a novembre


Rockstar Games e Take-Two hanno confermato che i preordini di GTA VI partiranno il 25 giugno e che il gioco uscirà il 19 novembre
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Rockstar Games, attraverso la sua società controllante Take-Two, ha ufficialmente annunciato che i preordini per l’attesissimo GTA VI saranno attivi a partire dal prossimo 25 giugno. La mossa conferma la volontà del publisher di avviare la massiccia macchina del marketing del suo titolo di punta proprio durante il periodo estivo, mantenendo fede alle promesse fatte nei mesi scorsi. La porta con sé una rassicurazione sulla data di uscita ufficiale, attualmente fissata per il 19 novembre. Insieme all'annuncio dell'apertura delle prevendite, Rockstar ha sollevato il velo sulla cover art ufficiale del gioco, che potete vedere qui sotto.
La cover art ufficiale di GTA VI
L'estetica rimane fedele alla tradizione iconica del franchise, presentando una composizione di immagini stilizzate che offrono un primo sguardo profondo all'ecosistema di una rinnovata Vice City. Tra i vari riquadri che compongono la copertina, è possibile scorgere diversi personaggi, armi, veicoli e persino animali, suggerendo la varietà e la densità di contenuti che i giocatori troveranno in questa nuova iterazione della serie. Sebbene non sia stato ancora rilasciato un nuovo trailer, gli esperti del settore speculano sulla possibilità che un nuovo filmato promozionale possa accompagnare proprio il lancio dei preordini la prossima settimana. Un aspetto cruciale sottolineato da questo annuncio riguarda la solidità della finestra di lancio prevista per la fine dell'anno.

Storicamente, Rockstar Games ha comunicato eventuali rinvii circa sei mesi prima della data di uscita dei suoi titoli. Essendo ormai entrati in tale finestra temporale senza alcuna comunicazione di slittamenti, le probabilità che il gioco rispetti la scadenza di novembre sono estremamente elevate. Tutto punta dunque verso il debutto di GTA VI su PlayStation 5 e Xbox Series X/S tra soli cinque mesi, confermando l'impegno dello studio nel rispettare la tabella di marcia iniziale.

Fonte: www.engadget.com

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Apple produrrà chip negli USA con Intel: l'annuncio di Trump


Apple tornerà a servirsi di Intel - precedentemente sostituita da TSMC - per la produzione dei chip per i suoi dispositivi, stando a un annuncio di Donald Trump.

Il presidente americano Donald Trump ha confermato che Apple ha accettato di collaborare con Intel per produrre parte dei suoi chip direttamente sul suolo americano. La notizia, inizialmente diffusa tramite un post sui social, ha generato un'immediata reazione positiva sui mercati finanziari. Il titolo di Intel ha registrato un balzo del 9% nelle contrattazioni pre-market, mentre Apple ha segnato un incremento più contenuto dello 0,6%. Sebbene non siano ancora giunti commenti ufficiali dalle due aziende, l'indiscrezione conferma le voci di un accordo preliminare già riportate in precedenza dalla stampa specializzata. L'intesa vedrebbe Intel assumere il ruolo di produttore per i processori progettati da Cupertino, ricalcando il modello operativo attualmente adottato dalla taiwanese TSMC, che di fatto verrebbe sostituita (se del tutto o in parte ancora non è dato saperlo).

Secondo le prime indiscrezioni, la produzione iniziale potrebbe concentrarsi sui componenti a minor tasso di innovazione, come i chip della serie M destinati a modelli selezionati di iPad e Mac. Questa transizione rappresenta un ritorno verso un partner nazionale di Apple, dopo che la Mela Morsicata aveva abbandonato l'architettura Intel in favore dei propri processori Apple Silicon basati sull'architettura Arm, a causa dei ripetuti ritardi nelle forniture che avevano rallentato il lancio di nuovi prodotti in passato. Il rinnovato interesse di Apple per Intel si inserisce in un contesto di profonda trasformazione per il produttore di chip statunitense. Sotto la guida del CEO Lip-Bu Tan, Intel ha intrapreso un ambizioso percorso di rilancio della propria divisione manifatturiera. I risultati di questa ristrutturazione sono evidenti: il valore azionario dell'azienda è cresciuto del 464% nell'ultimo anno, portando la capitalizzazione di mercato a oltre 600 miliardi di dollari.

Un ruolo cruciale è stato giocato anche dal governo degli Stati Uniti, che ha recentemente rafforzato il suo legame con l'azienda convertendo circa 8,9 miliardi di dollari di fondi del Chips Act in una partecipazione azionaria diretta in Intel. La decisione di Apple di diversificare la propria catena di approvvigionamento appare oggi come una necessità imprescindibile. Attualmente la produzione dei chip Apple Silicon dipende interamente da TSMC, una situazione che ha creato colli di bottiglia significativi negli approvvigionamenti. Durante l'ultima conferenza sui risultati finanziari, il CEO Tim Cook ha ammesso che la disponibilità di iPhone 17 è stata limitata proprio dalla carenza di processori A19 e A19 Pro. Con il boom dell'intelligenza artificiale che assorbe gran parte della capacità produttiva di TSMC, Apple si trova costretta a cercare alternative solide per garantire la produzione dei propri dispositivi di consumo senza restrizioni.

Fonte: www.macrumors.com

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Samsung Galaxy XR arriva nel Regno Unito: al via i pre-ordini


Samsung porta il suo visore Galaxy XR anche nel Regno Unito, dopo un lancio limitato a Stati Uniti e Corea del Sud.

Samsung ha annunciato l'espansione della disponibilità del suo atteso visore Galaxy XR nel Vecchio Continente, aprendo i pre-ordini per il dispositivo nel Regno Unito. Dopo il debutto dello scorso ottobre, il dispositivo era rimasto momento un'esclusiva della Corea del Sud e degli Stati Uniti. Lo sbarco in Europa rappresenta una tappa fondamentale nella strategia di Samsung per la realtà estesa. Il Galaxy XR viene proposto al pubblico britannico al prezzo di 1.699 sterline e, per il momento, la scelta cromatica è limitata alla variante Silver Shadow. Samsung ha inoltre confermato che le spedizioni per i primi acquirenti inizieranno a partire dall'8 luglio.

Insieme al visore, l'ecosistema del colosso di Suwon si arricchisce di due accessori pensati per migliorare l'esperienza d'uso del dispositivo: la custodia da viaggio Galaxy XR Travel Case e i controller Galaxy XR. Entrambi questi prodotti accessori sono stati posizionati sul mercato a un prezzo individuale di 249 sterline. Per celebrare il lancio nel Regno Unito, Samsung ha introdotto diverse offerte studiate per chi sceglie di acquistare il dispositivo durante questa fase iniziale. Fino al 30 settembre, è previsto uno sconto del 30% sull'acquisto dei controller o della custodia da viaggio, a condizione che vengano ordinati contestualmente al visore. Un'ulteriore promozione è riservata a chi predilige i pagamenti digitali: utilizzando il codice promozionale PAYPALXR entro il 7 luglio, i clienti possono ottenere una riduzione immediata di 100 sterline sul prezzo di acquisto del Galaxy XR, purché il pagamento venga processato tramite la piattaforma PayPal.

Infine, l'azienda coreana punta sull'integrazione del proprio ecosistema hardware per incentivare gli acquisti combinati. I consumatori britannici possono infatti beneficiare di uno sconto del 10% sul costo del visore se acquistato insieme a un qualsiasi smartphone della linea Galaxy. Allo stesso modo, l'acquisto del Galaxy XR permette di ottenere una riduzione del 10% per chi desidera aggiungere al proprio ordine anche un Galaxy Watch o un paio di auricolari Galaxy Buds. Tutte queste iniziative promozionali sono accessibili esclusivamente attraverso lo store online ufficiale di Samsung nel Regno Unito.

Fonte: www.gsmarena.com

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Trump prendeva in giro Zuckerberg e Bezos mostrando i loro messaggi adulatori


Secondo un nuovo libro di due giornalisti del New York Times, dopo il voto del 2024 Zuckerberg e Bezos cercarono di ingraziarsi Trump, che li derideva alle spalle con Elon Musk.

Mark Zuckerberg e Jeff Bezos hanno cercato di ingraziarsi Donald Trump dopo la vittoria alle elezioni del 2024 e in cambio lui li derideva alle spalle, mostrando agli ospiti i messaggi adulatori che gli avevano inviato. È quanto racconta un nuovo libro di Maggie Haberman e Jonathan Swan, due giornalisti del New York Times, di cui Wired ha ottenuto una copia prima dell'uscita, prevista per il 23 giugno.

Settimane dopo quegli incontri, Trump continuava a raccontare ai collaboratori come i due gli stessero "leccando il culo". "Non potreste credere ai messaggi che mi hanno mandato questi tizi della tecnologia. Devo farveli vedere", avrebbe detto ad alcuni ospiti.

Zuckerberg gli inviò la foto di una lettera scritta da uno dei suoi figli, in età da scuola elementare, in cui il bambino diceva di non vedere l'ora che arrivasse l'"età dell'oro dell'America", lo slogan che Trump aveva ripetuto nei comizi della campagna. Settimane più tardi, mentre mostrava ad alcuni ospiti i messaggi dell'amministratore delegato di Meta, il presidente si soffermò proprio su quella foto: la lettera era opera di uno dei suoi tre figli, il maggiore dei quali all'epoca aveva otto o nove anni.

Quando Zuckerberg arrivò a Mar-a-Lago, il club di Trump in Florida, poco dopo il Ringraziamento del 2024, il presidente fece partire dagli altoparlanti l'inno nazionale. Non era una versione qualsiasi: era quella incisa da un gruppo di detenuti per l'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, noto come J6 Prison Choir.

Durante una cena nello stesso club, Bezos parlò male del Washington Post, il quotidiano di sua proprietà, descrivendolo come uno dei suoi peggiori investimenti. Al presidente inviò anche un selfie con la sua allora fidanzata, Lauren Sánchez.

In una conversazione con Elon Musk riportata nel libro, Trump commentò così l'atteggiamento dei due: "Pensate a dov'erano questi tizi nel 2016. Mi odiavano. Facevano di tutto per buttarmi giù. E guardateli adesso". Musk, loro rivale nel settore tecnologico, sembrò divertirsi dell'umiliazione e rispose: "Servilismo di prima classe".

Anche Sundar Pichai, amministratore delegato di Google, e Tim Cook, alla guida di Apple, incontrarono il presidente entrante nelle settimane successive al voto.

Mesi dopo la cena con Trump, Bezos provò a ottenere un favore. Disse al presidente che era rischioso lasciare che SpaceX, l'azienda spaziale di Musk, dominasse i contratti spaziali del governo e gli suggerì di chiedere al vicesegretario alla Difesa Feinberg di garantire una "diversità tra gli appaltatori", così da aprire uno spiraglio per Blue Origin, l'azienda aerospaziale dello stesso Bezos. Il tentativo fallì: dopo essersi riconciliato con Musk, Trump ampliò invece l'accesso di SpaceX ai siti di lancio statunitensi.

Chi è vicino a Bezos sostiene che il fondatore di Amazon lavori con Trump come ha fatto con ogni presidente da Bill Clinton in poi e che in passato abbia donato 100 milioni di dollari per la biblioteca presidenziale di Barack Obama.

Il libro, intitolato Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump (Cambio di regime: dentro la presidenza imperiale di Donald Trump), ha già fatto discutere per altre rivelazioni, tra cui i tentativi della Casa Bianca di gestire le domande sui legami tra Trump e Jeffrey Epstein. Interpellata sul contenuto del volume, la Casa Bianca non ha replicato direttamente.

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Popolarità Trump, i venti di pace non portano al momento benefici (21 giugno)


In attesa degli sviluppi a seguito del memorandum siglato con Teheran, la popolarità di Trump non si smuove dalle latitudini toccate negli ultimi mesi, restando ben lontana da quella del primo mandato e sotto anche a quella di Biden.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Anche questa settimana si segnalano trend contrastanti, con una media in crescita e le altre due che rilevano un arretramento, rimanendo comunque nell'alveo dei numeri che hanno contraddistinto tutto il periodo dalla guerra in Iran in avanti: è evidente come la popolarità di Trump continui a galleggiare nei bassifondi e sia ben lontana dal risollevarsi dai livelli minimi in cui è caduta.

In attesa di capire se ci sarà un effetto per l'accordo di pace temporaneo con l'Iran, la situazione per il tycoon continua ad essere negativa e tra le peggiori della storia.

Il net rating continua ad attestarsi nei dintorni del -20, con il tasso di approvazione che rimane stabilmente sotto al 40% nelle medie analizzate e con la disapprovazione sempre non lontana dal 60%.

E' difficile riuscire ad estrapolare dati incoraggianti per il tycoon: questi numeri sono fino a otto-dieci punti inferiori rispetto a prima della guerra in Iran ed è al momento da verificare se e quando ci sarà un qualche tipo di rimbalzo a seguito del memorandum firmato a distanza questa settimana.

Sul lungo periodo, soprattutto qualora non si arrivasse a una pace duratura nei prossimi 60 giorni di negoziazioni, i numeri potrebbero addirittura scivolare ulteriormente verso il basso al posto di migliorare.

Il dato è anche peggiore della già catastrofica media di Joe Biden nel giugno 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di sempre dopo diciassette mesi di presidenza. È di oltre dieci punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie registrano segni inversi, con Silver che segnala unmiglioramento, mentre Focus America e RCP registrano una perdita netta; la discrepanza tra le medie è ora di circa 2 punti.

Come già accennato, dopo diciassette mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciassette mesi del suo primo mandato e di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 516 giorni di presidenza (-19,3 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo.

Risulta indietro, come detto, anche rispetto a Joe Biden, che con il suo -18,4 attraversava un periodo di grande sofferenza, e rispetto al suo primo mandato, in cui era il doppio più popolare, a -9,1.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 39% e il 40%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 57%-58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi dei negoziati di pace con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
10 rilevazioni di 10 istituti — 21 giugno 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 2 sondaggi
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 3 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 5 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 21 giugno 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 39,1% (+0,5) - 57,8% (-0,3). In totale un net approval arrotondato di -18,7 (+0,8).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 40,4% (-0,2) - 57,3% (+1,1). In totale un rating di -16,9 (-1,3).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 39,1% (+0,1) - 58,4% (+0,7), con in totale un rating di -19,3 (-0,6). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

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La mail di uno sconosciuto che conosco da dieci anni


Un piccolo apologo sul mistero, la serendipità e le inaspettate ricompense della scrittura online.
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Un paio di mesi fa mi ha scritto una persona che legge questo blog. Niente di strano: se mi segui, sai che attirare persone interessanti è uno dei motivi per cui lo scrivo.

Se parlassi in gergo performativo, potrei chiamare questo evento una “conversione” e, in effetti, in parte lo è. Ma non è questo che mi interessa. O meglio: non è di questo che voglio parlare.

Conosco la persona che mi ha scritto - si chiama Dirk - da almeno dieci anni. Da quando abbiamo rifatto insieme il sito di Lavoro Culturale, un blog con cui ho collaborato per qualche anno. Te lo ricordi?

Se non te lo ricordi, fa lo stesso. Quello che conta è un altro fatto: Dirk e io non ci siamo mai visti di persona e, fuori da quel contesto, non ci siamo quasi mai parlati. Almeno fino a quando, un paio di mesi fa, mi ha scritto.

Dirk però mi legge. È iscritto al sito dal 2024 e, da allora, ha aperto più della metà delle newsletter che gli ho mandato. Lo so perché il tasso di apertura e la data di iscrizione sono due dei pochi dati che registro e leggo a proposito di questo blog. Per tutto il resto sono cieco.

Anche questo, però, è un dettaglio secondario. Quello che conta davvero è ciò che Dirk mi ha mandato nella sua mail: una foto.
L'installazione Damokles II di Timm Ulrichs: viene descritta più avanti nel testo.
Collocato in quello che è facile riconoscere come uno spazio espositivo - un museo o una galleria, non posso dirlo con precisione - c’è un triangolo di metallo lucido, la cui base poggia saldamente a terra, sul pavimento della sala.

Appoggiata al vertice del triangolo c’è una trave, fatta anch’essa di un lucido metallo di colore argento su cui si riflette la luce che piove dal soffitto.

Una delle estremità della trave poggia a terra. L’altra è leggermente sollevata. L’insieme ricorda quelle altalene che si trovano nei parchi gioco solo che, al posto di una coppia di bambini intenti ad oscillare, sopra la trave c’è una sorta di ruota in pietra opaca che solleva uno snello arbusto d'ulivo.

Ho aperto la mail poco prima di uscire di casa insieme a mio figlio e l’ho letta - e guardata - di corsa. Dirk mi faceva una richiesta: dedicare all’opera qualche riga.

Fuori pioveva una una pioggia che, in poche ore, è diventata neve. Ci ho camminato attraverso e, lente, dieci parole hanno iniziato a cristallizzarsi intorno a quell’immagine: Nell'immenso schema delle cose, anche un peso può elevarci.

Hai mai avuto la sensazione che uno dei tanti ostacoli a cui la vita ci mette davanti abbia anche la forza di far librare il nostro spirito verso l’alto?

A me è capitato ed è stato come quando, dopo esserti allenato, il dolore che brucia i muscoli lascia spazio a una certa leggerezza che diventa presto consapevolezza di aver sbloccato qualcosa che ti ha permesse di raggiungere un livello ulteriore nel tuo percorso verso il bene.

Tutto, in Damokles II - così si chiama l’installazione, mi rivela Dirk un paio di mail più tardi - mi parla di questa ricerca di un equilibrio in cui la parte più complessa e dolorosa della nostra esistenza non è altro che la componente di un equilibrio tra ciò che potrebbe bloccarti a terra ma che possiede anche la forza di farti lasciare alle spalle ciò che ti trattiene.

Esplora con me nuovi mondi.


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A firmarla è l’artista tedesco Timm Ulrichs - affettuosamente Dirk lo chiama Timmyboy - un “concettuale tedesco” di cui provo a chiedere di più alla mia amica Guia, che è tipo la persona più esperta di arte contemporanea che io conosca.

Purtroppo, mi confessa, non è all’altezza del compito perché si tratta di un artista che, mi scrive, “non ho mai approfondito.”

Ed è allora che decido di lasciare le cose come stanno. Non approfondisco neanche io. Lascio solo che la sua opera, potentissima, continui a chiamarmi, avvolta nella nebbia di un mistero che, forse, non diraderò mai.

E va di sicuro bene così. Ci sono eventi casuali che non hanno bisogno di spiegazioni ulteriori.

Semplicemente, accadono e, accadendo, ci lasciano domande che non smettiamo di farci.

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Trump vuole il controllo della ricerca scientifica


Un regolamento dell'ufficio bilancio della Casa Bianca darebbe ai funzionari di nomina politica il potere di scegliere quali ricerche finanziare e di cancellare i fondi già assegnati.

L'amministrazione Trump vuole togliere agli scienziati il controllo sulla distribuzione dei fondi pubblici per la ricerca e affidarlo a funzionari di nomina politica. A fine maggio l'Office of Management and Budget, l'ufficio della Casa Bianca che gestisce il bilancio federale, ha proposto un nuovo regolamento che darebbe a questi funzionari il potere di scegliere quali progetti finanziare e di cancellare in qualsiasi momento i finanziamenti già assegnati. È quanto denuncia Mark Histed, neuroscienziato che lavora da oltre dieci anni ai National Institutes of Health (NIH), la principale agenzia pubblica statunitense per la ricerca biomedica, in un'analisi pubblicata sull'Atlantic.

Per decenni il finanziamento della ricerca negli Stati Uniti ha seguito un principio: il giudizio scientifico non deve essere sostituito dalle pressioni politiche. Su questa base, secondo Histed, il paese ha costruito i suoi grandi successi, dai progressi nelle cure salvavita a un sistema universitario invidiato nel mondo, fino a un settore della tecnologia e delle biotecnologie molto vitale.

La proposta non riguarda solo la scienza ma fa parte di una visione più ampia che una parte dell'amministrazione Trump porta avanti da anni: spostare il potere dal Congresso e dalle agenzie federali verso il presidente e i funzionari da lui nominati. Questa idea attraversa Project 2025, il piano programmatico conservatore per la presidenza co-firmato da Russell Vought, oggi a capo dell'OMB. A sostenerla è una dottrina giuridica nota come teoria dell'esecutivo unitario.

La teoria dell'esecutivo unitario afferma che il presidente detiene tutto il potere esecutivo federale, come la formulò nel 1988 il giudice della Corte Suprema Antonin Scalia. Nella sua versione più estesa significa che il presidente può rivedere e dirigere ogni atto del ramo esecutivo e che il Congresso non può limitare questo potere, a meno che non sia la Costituzione a prevederlo.

Negli ultimi anni la Corte Suprema ha emesso una serie di sentenze in linea con questa teoria, molte delle quali sul potere del presidente di licenziare i vertici delle agenzie. La stessa dottrina sta dietro ad altre mosse dell'amministrazione in contrasto con il Congresso, come gli ordini di smantellare il Dipartimento dell'Istruzione e di demolire l'ala est della Casa Bianca per costruire una sala da ballo. Il nuovo regolamento estende questa logica all'assegnazione dei finanziamenti, comprese le agenzie scientifiche.

Elias Zerhouni, direttore dei NIH durante la presidenza di George W. Bush, ha spiegato all'inizio dell'anno la posta in gioco in dichiarazioni alla rivista Science. "Quando ero ai NIH, non mi è mai passato per la testa di poter dire che non avremmo pagato qualcosa per cui il Congresso aveva stanziato i fondi solo perché non era in linea con le mie politiche" ha detto. "Ma se quel potere viene dato all'esecutivo perché lo usi quando vuole, allora non ci sono più regole."

Il regolamento, secondo Histed, formalizzerebbe pratiche già in corso ai NIH: la cancellazione di finanziamenti, la revisione politica delle assegnazioni, il controllo su chi siede nei comitati che valutano i programmi di ricerca, perfino la modifica forzata di alcune parole nelle proposte di finanziamento.

Storicamente le agenzie scientifiche rispondevano al pubblico attraverso il Congresso, che fissava le priorità di lungo periodo affidandone l'attuazione ai funzionari pubblici. Il presidente aveva un ruolo indiretto: firmava le leggi o vi poneva il veto e poteva fare pressione sul Congresso, ma non interveniva direttamente. Nel 1971, quando Richard Nixon volle lanciare la sua "guerra al cancro", non ordinò ai NIH di cambiare le priorità: annunciò il piano e lavorò con il Congresso per approvare una legge, il National Cancer Act, che avviò lo sforzo nazionale di ricerca. Poteva nominare i vertici delle agenzie, ma non controllava i dettagli del loro lavoro.

Le agenzie come i NIH e la National Science Foundation, l'ente federale che finanzia la ricerca di base, rispondono anche a un'altra comunità: gli scienziati. I finanziamenti passano dalla revisione tra pari, il sistema con cui gruppi di esperti esterni, a rotazione, valutano i progetti di ricerca. Nel 2023 quasi 30.000 persone hanno fatto da revisori per i NIH e le loro valutazioni pesano molto sulle decisioni di finanziamento. Come nei mercati, dove la conoscenza diffusa di molti individui orienta le scelte, la revisione tra pari mette a frutto le competenze di tanti scienziati, che una pianificazione centrale decisa dalla Casa Bianca cancellerebbe.

L'amministrazione giustifica il cambiamento citando critiche di vecchia data, secondo cui la revisione tra pari rende gli scienziati prudenti e li porta a evitare i progetti più rischiosi. Per Histed il vero ostacolo alle idee ambiziose è invece il basso tasso di finanziamento. Quando veniva finanziato il 30% delle domande, i revisori potevano avere opinioni diverse e approvare anche progetti azzardati accanto a quelli sicuri. Ora che il tasso di successo è sceso in alcuni casi al 5%, serve la quasi unanimità e passano solo i progetti dall'esito più certo. Affidare il sistema al controllo presidenziale non risolverebbe il problema, perché i funzionari politici tendono a scegliere i lavori più appariscenti e ben presentati invece delle idee insolite ma promettenti che gli scienziati esperti sanno riconoscere.

La proposta ha già provocato la reazione del mondo scientifico. Diverse società scientifiche l'hanno condannata e hanno invitato i propri membri a inviare osservazioni. Holden Thorp, direttore della rivista Science, ha scritto in un editoriale che "è arrivato il momento di agire" e che la comunità scientifica deve "sommergere l'OMB di risposte".

Gli Stati Uniti stanno attraversando un cambiamento profondo del significato della separazione dei poteri. Un presidente concentrato sull'accrescere il proprio potere è sostenuto da una maggioranza della Corte Suprema favorevole a quella linea. Tra i suoi sostenitori c'è lo stesso presidente della Corte, John Roberts, secondo cui il capo dello Stato deve avere un controllo capillare sull'intero ramo esecutivo perché è l'unico, insieme al vicepresidente, a essere eletto dall'intera nazione. La teoria dell'esecutivo unitario implica che l'ultima parola sulle decisioni delle agenzie spetti ai funzionari nominati dal presidente, quali che siano le leggi approvate dal Congresso.

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I soldati americani restano al confine con il Messico a tempo indefinito


Da oltre un anno il Pentagono tiene 9.000 soldati lungo il confine sud, al costo di decine di milioni a settimana. In Congresso si teme un danno all'addestramento.

Da più di un anno il Pentagono, il dipartimento della Difesa americano, tiene schierati circa 9.000 soldati in servizio attivo lungo quasi 2.000 miglia di confine sudoccidentale con il Messico per contrastare migranti irregolari, trafficanti e cartelli della droga. Le truppe sono ancora lì, al costo di decine di milioni di dollari a settimana, anche se l'amministrazione Trump ha già raggiunto da mesi il suo obiettivo di ridurre drasticamente gli ingressi illegali.

Le pattuglie militari, che lavorano a stretto contatto con la Customs and Border Protection, l'agenzia doganale e di controllo delle frontiere, e con l'esercito messicano, hanno spinto i cartelli e i trafficanti messicani verso zone montuose più remote per sfuggire ai controlli. Ma le minacce ai soldati americani sono in aumento, dicono fonti ufficiali statunitensi.

Alcuni membri del Congresso si chiedono se le pattuglie siano il modo migliore di impiegare soldati in servizio attivo che altrimenti si starebbero addestrando per missioni in Europa orientale, Medio Oriente o nella regione indo-pacifica. Parlamentari e analisti indipendenti hanno espresso il timore che le missioni al confine distraggano dall'addestramento, prosciughino risorse e indeboliscano la prontezza operativa.

L'attività dei cartelli è aumentata lungo il confine a febbraio, dopo che le forze messicane, con l'aiuto della Central Intelligence Agency, l'agenzia di intelligence americana, hanno ucciso un noto capo di un cartello messicano conosciuto come El Mencho. Poco dopo, alcuni militari americani hanno scoperto che i loro telefoni erano stati violati e hanno iniziato a ricevere messaggi minatori, secondo fonti del Congresso.

"Sono molto preoccupata per questa operazione e per la sicurezza dei nostri Marine", ha detto Sara Jacobs, deputata democratica della California e membro della commissione Forze armate, durante un'audizione a marzo. "I nostri militari non si sono arruolati per fare i poliziotti dell'immigrazione e questa trovata politica sta mettendo a rischio le loro vite."

Le forze americane schierate al confine usano diversi sistemi anti-drone, ma il generale responsabile della difesa del territorio statunitense ha detto che molti soldati non dispongono di tecnologia adeguata per le pattuglie. "Ci pone una sfida diversa", ha detto il generale Gregory M. Guillot, capo del Northern Command, il comando militare incaricato di difendere il territorio degli Stati Uniti, durante una conferenza sulla sicurezza a Tampa il mese scorso.

A differenza delle guerre con i droni sui campi di battaglia dell'Ucraina o dell'Iran, in questo conflitto di confine non ci sono stati attacchi con droni da nessuna delle due parti né vittime americane, dicono fonti militari. La missione è anche diventata un banco di prova per tecnologie emergenti, tra cui dispositivi anti-drone, imbarcazioni a guida remota e sensori avanzati.

Guillot ha detto durante una cerimonia di cambio di comando in Arizona, il mese scorso, che per la prima volta l'esercito aveva condotto pattuglie congiunte con i soldati messicani usando radio criptate e laser ad alta energia per abbattere droni potenzialmente ostili gestiti dai cartelli.

"La mia missione è controllare il confine", ha detto il generale David W. Gardner, comandante della 101ª Divisione aviotrasportata, prima di cedere l'operazione al generale Taylor. "Restiamo concentrati sulla missione di sigillare il confine." Gardner ha aggiunto che le forze americane hanno disabilitato o abbattuto droni che i cartelli usano per trovare nuove rotte di contrabbando attorno alle pattuglie americane. "Gli attori illeciti trovano sempre più difficile raggiungere i loro obiettivi", ha detto.

L'esercito ha effettuato più di 800 voli di sorveglianza e ricognizione da quando la missione è iniziata, all'inizio del 2025, rispetto ai circa 160 dell'anno precedente, secondo il Northern Command. A supporto dell'operazione volano aerei da sorveglianza U-2 Dragon Lady, RC-135 Rivet Joint e RQ-4 Global Hawk. I soldati hanno sostenuto le forze dell'ordine, dispiegandosi in pattuglie a piedi, con elicotteri e veicoli da combattimento per fare da deterrente e dare alle autorità più occhi e orecchie sul terreno.

Queste attività sembrano scoraggiare i cartelli e rendere più difficile la vita ai trafficanti di esseri umani, ma i costi finanziari e le conseguenze sulla prontezza al combattimento a lungo termine restano poco chiari. Il senatore Jack Reed del Rhode Island, principale esponente democratico nella commissione Forze armate, ha espresso preoccupazione durante un'audizione il mese scorso per il fatto che la missione al confine stesse sottraendo fondi a importanti missioni di addestramento.

Reed ha detto che l'esercito doveva fare i conti con un ammanco di bilancio di quasi 2 miliardi di dollari, in gran parte perché il Department of Homeland Security, il ministero della Sicurezza interna, non aveva rimborsato le spese per le missioni di supporto al confine. "Ho ricevuto segnalazioni preoccupanti sulla possibilità di cancellare rotazioni di addestramento, ore di volo lasciate a terra e risorse ridotte per l'addestramento della Guardia nazionale e della Riserva", ha detto. "Sono costi reali per unità reali."

Non c'è una fine in vista per la missione militare al confine. Il Pentagono aveva detto lo scorso maggio che i primi quattro mesi dell'operazione erano costati 525 milioni di dollari, ma il dipartimento ha rifiutato di dire a quanto ammonti ora il costo totale.

L'esercito ha anche ampliato i propri poteri territoriali per aiutare a fermare i migranti. Il Pentagono ha creato cinque strisce di terra lungo il confine con il Messico, una in California, una in Arizona, una in New Mexico e due in Texas, trasformandole di fatto in parti delle vicine basi militari. I migranti che entrano in queste strisce sono considerati intrusi e possono essere fermati temporaneamente dai soldati americani fino all'arrivo degli agenti della polizia di frontiera. Finora l'esercito dice di aver fermato temporaneamente 116 persone in questi cinque settori prima che gli agenti li prendessero in custodia.

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Gli americani non sono convinti che l'accordo con l'Iran funzionerà


I primi tre sondaggi dopo la firma del Memorandum d'intesa mostrano un consenso ampio e trasversale, ma molti pensano che l'intesa convenga più a Teheran che a Washington e temono che salti.
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La maggioranza degli americani approva l'accordo annunciato tra Stati Uniti e Iran, lo considera un bene per il paese e soprattutto per l'economia, ma non è affatto sicura che servirà a chiudere davvero il conflitto. È quanto emerge dai primi tre sondaggi realizzati dopo la firma del Memorandum d'intesa tra i due paesi.

Il Memorandum è stato annunciato lunedì 15 giugno e fissa i termini di un possibile accordo di pace, aprendo una fase di negoziati di sessanta giorni per arrivare all'intesa definitiva. Tra i repubblicani al Congresso le reazioni sono state contrastanti, con alcuni che hanno espresso preoccupazione per punti chiave come la possibilità per l'Iran di accedere a 300 miliardi di dollari di fondi per la ricostruzione e il destino a lungo termine delle milizie alleate di Teheran.

Il primo sondaggio, condotto da RMG Research per la Napolitan News Service a partire dallo stesso 15 giugno e per due giorni, registra un certo ottimismo. Il 58 per cento degli elettori ritiene che l'accordo per porre fine alla guerra sarà un bene per gli Stati Uniti, contro il 20 per cento che lo giudica un male e il 21 per cento che non sa rispondere. La fiducia cresce sugli effetti economici: il 67 per cento pensa che l'intesa farà bene all'economia, solo il 18 per cento la ritiene dannosa e il 16 per cento è incerto.

Gli elettori sono però divisi sulla reale efficacia dell'accordo. Dopo aver spiegato che Stati Uniti e Iran avevano annunciato un'intesa per porre fine alla guerra, pur con alcuni dettagli ancora da definire nei sessanta giorni successivi, il sondaggio ha chiesto quanto fosse probabile che il conflitto finisse a breve. Solo il 13 per cento lo ha giudicato molto probabile e il 34 per cento abbastanza probabile, mentre il 32 per cento lo ritiene poco probabile e il 9 per cento per niente probabile. In totale, il 47 per cento crede che la guerra possa finire presto e il 41 per cento è convinto del contrario. Pur ritenendo che l'accordo gioverà al paese e all'economia, gli elettori non sembrano insomma certi che le cose andranno a buon fine durante la trattativa.

Il secondo sondaggio, di Quantus Insights, è stato realizzato nei due giorni successivi all'annuncio. Agli intervistati è stato spiegato che Stati Uniti e Iran avevano raggiunto un'intesa preliminare per fermare le ostilità, riaprire il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, una rotta cruciale per il petrolio mondiale, e avviare sessanta giorni di colloqui sul programma nucleare iraniano e sulle sanzioni. Alla domanda se approvassero l'accordo, il 56 per cento si è detto favorevole e solo il 13 per cento contrario, mentre il 16 per cento non lo approva né lo disapprova e il 15 per cento è incerto.

Il consenso è trasversale agli schieramenti. Tra gli elettori democratici solo il 10 per cento approva il modo in cui Trump sta svolgendo il suo lavoro da presidente, eppure il 48 per cento approva il Memorandum e appena il 16 per cento lo respinge. Tra i repubblicani l'approvazione sale al 66 per cento e tra gli indipendenti al 55 per cento.

Secondo un'analisi di FiftyPlusOne, però, il modo in cui era formulata la domanda potrebbe aver gonfiato un po' il consenso. Il quesito metteva l'accento su due risultati immediati, la fine delle ostilità e la riapertura dello Stretto di Hormuz, senza citare gli aspetti più controversi dell'intesa, come il fondo per la ricostruzione. Sono elementi ancora da negoziare, ma la loro assenza dalla domanda può aver fatto apparire la situazione un po' più rosea di quanto sia.

Il 74 per cento degli elettori vuole che la rinuncia dell'Iran al suo materiale nucleare diventi una condizione dell'accordo, una richiesta che però rischia di rivelarsi impossibile da soddisfare. Agli intervistati era stato spiegato che, come parte dell'intesa, gli Stati Uniti potrebbero spingere Teheran a cedere, rimuovere o distruggere le sue scorte di uranio altamente arricchito: il 63 per cento si è detto fortemente d'accordo nel renderlo una condizione e un altro 11 per cento abbastanza d'accordo.

Nel luglio 2025 gli Stati Uniti avevano bombardato i siti nucleari iraniani, seppellendo l'uranio arricchito in profondità nel sottosuolo. Secondo gli esperti, rimuovere quel materiale sarebbe estremamente difficile. Il Memorandum non chiede necessariamente di eliminarlo, ma prevede che venga smaltito attraverso una diluizione sul posto, un'operazione che a sua volta richiederebbe una complicata e rischiosa estrazione. Se quasi tre quarti dell'opinione pubblica pretende che la rinuncia al nucleare sia una condizione dell'accordo finale, molti rischiano di restare delusi.

Il terzo e ultimo sondaggio, condotto da YouGov il 18 giugno, ha chiesto agli americani se, qualora l'accordo definitivo previsto dal Memorandum venisse firmato, gli Stati Uniti o l'Iran si troverebbero in condizioni migliori rispetto a prima del conflitto. In entrambi i casi una leggera maggioranza relativa pensa che i due paesi staranno meglio: lo dice il 31 per cento a proposito dell'America e il 36 per cento a proposito dell'Iran.

Gli americani ritengono però che l'intesa convenga un po' più all'Iran che agli Stati Uniti. Cinque punti percentuali in più pensano che a starci meglio sarà Teheran rispetto a quanti lo credono per l'America. E di nove punti è più alta la quota di chi è convinto che gli Stati Uniti ne usciranno peggio rispetto a chi lo dice dell'Iran.

Anche qui la divisione politica è netta. Solo il 12 per cento degli elettori democratici pensa che l'America ne uscirà migliore, mentre il 45 per cento teme il contrario. Anche gli indipendenti pendono verso il pessimismo: il 24 per cento vede un beneficio per gli Stati Uniti e il 31 per cento un danno. Tra i repubblicani prevale invece l'ottimismo, con il 58 per cento convinto che l'accordo migliorerà la condizione del paese e solo il 6 per cento di parere opposto.

Sondaggio · Stati Uniti
Dall'accordo di pace gli americani vedono più vantaggi per l'Iran che per gli Stati Uniti
18 giugno 2026 · 2.894 americani · YouGov
Focus America

Starebbe peggio
Più o meno come prima
Non sa
Starebbe meglio

Stati Uniti

27%
25%
17%
31%

Iran

18%
26%
21%
36%

Quote di intervistati secondo cui, se Stati Uniti e Iran firmassero l'accordo di pace previsto dal memorandum d'intesa, ciascuno dei due paesi starebbe peggio, più o meno come prima oppure meglio rispetto a prima del conflitto; una parte non sa rispondere. La linea tratteggiata indica il 50%.

Nel complesso, gli americani approvano la firma dell'accordo, ne apprezzano alcuni termini e si aspettano ricadute positive sull'economia. Allo stesso tempo chiedono con forza che l'Iran rinunci al suo materiale nucleare o lo distrugga, un obiettivo che potrebbe rivelarsi irrealizzabile, ritengono di stretta misura che a guadagnarci sia più Teheran che Washington e restano poco convinti che l'intesa funzioni davvero.

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Pechino stringe il cappio attorno a Taiwan: navi da guerra sorvegliano l'isola ogni giorno


La Marina Militare cinese mantiene Taiwan sotto pressione costante con pattugliamenti su tutti i lati dell'isola. Una strategia cresciuta passo dopo passo dal 2020, scrive il Wall Street Journal.

Cinque o sei navi da guerra cinesi circondano Taiwan quasi senza interruzione, a ogni ora del giorno. Non è più soltanto un'esercitazione pensata per mostrare i muscoli: nel 2026 è diventata la normalità. Lo scrive il Wall Street Journal, che ha ricostruito l'aumento della pressione militare di Pechino sull'isola in questi anni attraverso dati forniti da funzionari militari dei Paesi della regione.

La Cina considera Taiwan parte integrante del proprio territorio e punta a riportarla sotto il suo controllo. Per farlo dispone di strumenti sempre più ampi, cresciuti insieme al peso globale di Pechino. Sul piano diplomatico, Xi Jinping usa l'influenza cinese per isolare Taipei e indebolire il sostegno americano, cruciale per la sicurezza dell'isola.

Sul piano militare, la Marina cinese pattuglia senza sosta le acque circostanti per trasmettere un messaggio ai 23 milioni di abitanti di Taiwan: resistere a un'annessione sarebbe inutile. Il principale strumento di questa campagna è una flotta ben equipaggiata e numericamente più grande di qualsiasi altra al mondo.

Il cappio, nave dopo nave


Per anni una sola nave da guerra cinese ha percorso avanti e indietro lo Stretto di Taiwan. La svolta è arrivata nel 2020, in modo silenzioso ma deciso. Quell'anno Pechino ha aggiunto altre due unità, una al largo della costa settentrionale e una davanti a quella meridionale. Due anni dopo, una quarta nave ha preso posizione a est, completando una presenza quasi ininterrotta su tutti e quattro i lati dell'isola. Una quinta unità si è poi aggiunta sul versante orientale nel 2024 e, da allora, nella stessa area è quasi sempre presente anche una sesta nave.

Ogni passo è arrivato dopo uno sviluppo politico sgradito a Pechino. "Ogni step rappresenta una stretta del cappio", ha detto al Wall Street Journal Michael Dahm, ex ufficiale dell'intelligence della marina statunitense e oggi ricercatore al Mitchell Institute for Aerospace Studies.

Con l'aumento del numero delle navi è cambiata anche la composizione della flotta. L'assetto, un tempo basato soprattutto su fregate, comprende oggi anche cacciatorpediniere più grandi, segno di un atteggiamento sempre più assertivo da parte di Pechino. La Cina sta costruendo cacciatorpediniere a ritmo serrato e, secondo il quotidiano statunitense, oggi ne possiede almeno 48.
Il cappio attorno a Taiwan — FocusAmerica

Taiwan · La pressione militare di Pechino

Il cappio stretto attorno a Taiwan, nave dopo nave
Per anni una sola nave da guerra cinese ha pattugliato lo Stretto. Dal 2020 Pechino ne ha aggiunte una dopo l'altra, fino a circondare l'isola su tutti e quattro i lati. Oggi cinque o sei unità sono presenti quasi senza interruzione, a ogni ora del giorno.
Fonte: Wall Street Journal Funzionari militari della regione · 2026

Fino al 2019

Oggi · 2026
1

5–6
Nave da guerra
nello Stretto

Navi attorno all'isola,
quasi senza sosta

In sei anni l'accerchiamento navale si è esteso da un solo lato a tutti e quattro

Esplora l'analisi
IIl cappio IILa stretta IIILe cause IVI numeri

L'accerchiamento, anno per anno
Come la flotta cinese ha circondato l'isola
Tocca gli anni qui sotto per vedere come ogni nuova nave ha chiuso un lato in più attorno a Taiwan, completando una presenza quasi ininterrotta.

CINA TAIWAN OCEANO PACIFICO Stretto Taipei '19 '20 '20 '22 '24 '25

2019
1 nave

2020
3 navi

2022
4 navi

2024
5 navi

Oggi
5–6 navi

Fino al 2019
Una sola nave da guerra cinese percorre avanti e indietro lo Stretto di Taiwan.

Fregate (assetto iniziale)
Cacciatorpediniere (oggi)

La sequenza dell'accerchiamento
Ogni passo, una stretta in più del cappio
Tocca un anno per i dettagli. Ogni nuova posizione è arrivata in modo silenzioso ma deciso.

Fino al 2019
Una sola nave nello Stretto

Per anni una singola unità cinese pattuglia avanti e indietro il braccio di mare che separa l'isola dalla terraferma.

2020
Due nuove navi: a nord e a sud

Pechino aggiunge un'unità al largo della costa settentrionale e una davanti a quella meridionale. L'accerchiamento prende forma su tre lati.

2022
La quarta nave chiude il lato est

Una quarta unità prende posizione a est, completando una presenza quasi ininterrotta su tutti e quattro i lati dell'isola.

2024
Una quinta unità sul versante orientale

Si aggiunge una quinta nave a est. Da allora, nella stessa area è quasi sempre presente anche una sesta unità.

2026
Cinque o sei navi, ogni ora del giorno

L'assetto, un tempo basato su fregate, comprende oggi anche cacciatorpediniere più grandi: il segno di un atteggiamento sempre più assertivo da parte di Pechino.

Il 2020 come spartiacque
Ogni stretta è arrivata dopo uno sviluppo politico sgradito a Pechino
I funzionari indicano il 2020 come il vero punto di svolta. Ma la pressione è cresciuta in risposta a una catena di eventi percepiti come sfavorevoli a Pechino.

2019

Xi anticipa la scadenza militare al 2027
Ordina alle Forze Armate cinesi di prepararsi a prendere Taiwan con la forza entro il 2027, anticipando il precedente traguardo del 2035. Non una data d'invasione, ma di prontezza militare.

2020

La rielezione di Tsai Ing-wen
Taiwan rielegge la presidente, ferma difensore dell'autonomia dell'isola. A Pechino il risultato è letto come uno schiaffo politico.

2022

La visita di Nancy Pelosi a Taipei
La trasferta della Speaker della Camera USA fa salire ancora il dispositivo militare cinese attorno all'isola.

2024

Nuove elezioni e l'episodio dei pescatori
Un altro risultato elettorale taiwanese sfavorevole a Pechino e la morte di due pescatori cinesi in uno scontro con la guardia costiera di Taipei fanno aumentare ulteriormente la tensione.

La pressione in cifre
Una flotta più grande di qualsiasi altra al mondo
Il principale strumento della campagna di pressione cinese è una Marina numericamente superiore a ogni altra, costruita a ritmo serrato.

48+
Cacciatorpediniere in dotazione alla marina cinese
Costruiti a ritmo serrato

23 mln
Abitanti di Taiwan, destinatari del messaggio di Pechino

~2 sett.
Permanenza in mare di ogni nave, prima della rotazione
Per addestrare più equipaggi

24 mn
La zona contigua rivendicata da Taipei, in miglia nautiche
Talvolta "sfiorata" dalle navi cinesi

40
Pattugliamenti di prontezza contati da Taiwan lo scorso anno
15 finora quest'anno

48 ore
Durata ormai frequente del "botta e risposta" tra le due Marine

«Ogni step rappresenta una stretta del cappio», ha detto al WSJ Michael Dahm, ex ufficiale dell'intelligence della marina statunitense. La pressione pesa soprattutto sulla Marina taiwanese, assai più piccola e a corto di personale.

Fonte Wall Street Journal, su dati di funzionari militari della regione e del Ministero della Difesa di Taiwan. Mappa: Natural Earth. Analisi 2026.

Il 2020 come spartiacque


I funzionari che hanno parlato con il Wall Street Journal indicano il 2020 come il vero punto di svolta. Un anno prima, Xi aveva ordinato alle forze armate cinesi di prepararsi entro il 2027 a prendere Taiwan con la forza, se ne avessero ricevuto l'ordine, anticipando la precedente scadenza del 2035. Non si tratta di una data già fissata per l'invasione, ma di un traguardo di prontezza militare. Imponeva comunque un'accelerazione.

Sempre nel 2020, Taiwan ha rieletto presidente Tsai Ing-wen, che si era presentata come una ferma difensora della democrazia e dell'autonomia dell'isola dall'influenza cinese. A Pechino quel risultato è stato letto come uno schiaffo politico.

A far crescere ancora il dispositivo militare cinese sono arrivati altri eventi: la visita dell'allora speaker della Camera dei Rappresentanti americana Nancy Pelosi a Taipei nel 2022, il risultato di un'altra elezione taiwanese sfavorevole a Pechino nel 2024 e la morte di due pescatori cinesi in uno scontro con la guardia costiera taiwanese, sempre nello stesso anno.

"Sfiorare il confine"


I pattugliamenti continui non servono soltanto a mandare messaggi politici. Ogni giorno offrono alle forze cinesi l'occasione di raccogliere dati ed esperienza in acque dove un giorno potrebbero combattere. In tempo di pace, ogni nave resta in mare circa due settimane, poi viene sostituita da un'altra unità. Pechino non impiega un piccolo gruppo fisso di imbarcazioni, ma le manda a rotazione, così da addestrare più equipaggi e abituarli a operare nell'area.

Di norma le navi restano fuori dalla zona contigua di 24 miglia nautiche rivendicata da Taipei, ma non sempre. In alcune fasi avviano i cosiddetti pattugliamenti congiunti di prontezza al combattimento, operazioni più intense durante le quali si spingono qualche miglio più all'interno. È una manovra studiata, che alcuni funzionari definiscono "sfiorare il confine".

Taiwan, che ne ha contati 40 lo scorso anno e 15 finora quest'anno, risponde inviando navi da guerra e unità della guardia costiera a seguire quelle cinesi finché non si allontanano. Questo botta e risposta dura sempre più a lungo, ormai spesso fino a 48 ore. La pressione pesa molto sulla Marina taiwanese, assai più piccola di quella cinese e a corto di personale. Le navi devono infatti restare pronte a intervenire in ogni momento, con effetti diretti sulla manutenzione ordinaria e sui tempi di riposo degli equipaggi.

Intanto la Cina raccoglie informazioni sempre più preziose sulle forze di Taiwan: come si muovono, come operano, come comunicano e come reagiscono. Per Taipei significa avere meno opzioni, meno luoghi dove nascondersi e meno margini per ingannare l'avversario. Operare a est dell'isola consente inoltre a Pechino di studiare anche quelle acque e individuare i possibili rifugi dei sottomarini taiwanesi, un vantaggio che in caso di guerra complicherebbe non poco anche l'intervento delle forze americane.

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La ricchezza di Musk si regge sulla fede


Secondo un'analisi di Adam Bonica il patrimonio dell'uomo più ricco del mondo dipende dalla fiducia collettiva nelle sue promesse di futuro, non dai profitti reali delle sue aziende.

Elon Musk è la prima persona al mondo a possedere un patrimonio superiore ai mille miliardi di dollari, 1.320 miliardi per la precisione. Eppure le due aziende su cui si fonda quella ricchezza, Tesla e SpaceX, nel 2025 hanno chiuso i conti con una perdita complessiva. Secondo un'analisi del professore di scienze politiche Adam Bonica il valore della sua fortuna non misura più i guadagni delle sue società, ma la fiducia collettiva nella sua capacità di costruire un futuro che non è ancora arrivato. È un meccanismo che l'autore definisce "capitalismo del culto".

Questo mese SpaceX si è quotata in borsa a una valutazione vicina ai 1.770 miliardi di dollari, la più grande offerta pubblica iniziale della storia. Nel 2025 l'azienda ha però perso 4,9 miliardi di dollari e le perdite stanno accelerando: solo nel primo trimestre del 2026 il rosso è stato di 4,28 miliardi, a fronte di un deficit accumulato di 41,3 miliardi. Tesla, dal canto suo, l'anno scorso ha guadagnato 3,8 miliardi, un profitto reale ma ordinario. Messe insieme, le due società su cui poggia la più grande fortuna personale della storia hanno registrato una perdita netta nel 2025.

Bonica precisa che non si tratta di aziende prive di valore e che il punto non è se valgano qualcosa. La vera domanda riguarda il divario, cioè i mille miliardi di dollari di valore che stanno sopra qualsiasi cifra spiegabile con i profitti o con le condizioni di mercato, e ciò che riempie quel vuoto. A riempirlo, sostiene, è una fede di tipo particolare, la fiducia in un solo uomo capace di consegnare il futuro: Marte, l'intelligenza artificiale generale, cioè un'IA capace quanto la mente umana, un robot umanoide in ogni garage. Il mercato sta valutando una profezia, scrive, e il profeta coincide con l'oggetto stesso dell'investimento. Per rendere l'idea Bonica ha costruito un grafico che rappresenta i grandi patrimoni con un pixel ogni mille dollari: la barra di Musk si allunga per un tratto lunghissimo e chi vuole può scorrere la versione interattiva.

Le bolle economiche sono un fenomeno noto, dai tulipani del Seicento alle azioni delle dot-com fino ai titoli gonfiati dai social. Ma una bolla classica è diffusa, perché la mania si attacca a un settore o a una categoria di beni e non a una singola persona. Per questo prima o poi si sgonfia: a sostenerla è soltanto la psicologia delle folle, che a un certo punto si disperde. Quella costruita attorno a Musk è diversa, sostiene Bonica, perché la fiducia è personalizzata e si lega a lui, che è insieme il gestore delle aziende, il profeta del loro futuro e il bene che viene valutato. Questo manda in cortocircuito il meccanismo che di solito corregge le bolle.

Il consiglio di amministrazione di Tesla concede a Musk tutto ciò che chiede e, per Bonica, non è un caso. Dall'esterno sembra un fallimento clamoroso della governance aziendale, ma dall'interno è una scelta razionale: il consiglio sa che la valutazione di Tesla dipende quasi interamente dall'uomo e dal culto costruito attorno a lui. Senza Musk, Tesla sarebbe soltanto un'azienda automobilistica, con un valore di mercato pari a una frazione di quello attuale.

La caratteristica del capitalismo del culto, secondo Bonica, è che opera fuori dai normali meccanismi di responsabilità. Un bilancio deve quadrare, una profezia no. Finché un numero sufficiente di persone crede in Musk, la fede si autoalimenta: abbassa il costo del capitale, gli permette di raccogliere 75 miliardi di dollari in una sola operazione, che servono a pagare la promessa successiva, la quale a sua volta rinnova la fiducia.

La profezia, però, è più fragile di quanto il prezzo lasci intendere. Dove le aziende di Musk hanno fatto progressi reali, scrive Bonica, il merito è stato degli ingegneri assunti. Il segnale più chiaro è una promessa che lui ripete da quasi dieci anni, quella delle Tesla a guida completamente autonoma, mai arrivata, mentre Waymo, il servizio di taxi senza conducente, faceva già circolare le sue auto sulle strade pubbliche da anni. Sul terreno a lui più simbolico, insomma, il profeta non è arrivato per primo.

Pagare le aziende di Musk così sopra la media, continua l'analisi, significa credere a più cose improbabili nello stesso momento. La prima è che i risultati passati non solo predicano il futuro ma ne siano largamente superati, che il meglio debba ancora venire. La seconda è che Musk riesca a continuare ad attrarre i migliori ingegneri, mentre i più bravi tra i giovani, che possono scegliere dove lavorare, osservano i suoi saluti a braccio teso, la sua adesione a teorie del complotto razziste, gli attacchi sistematici alle persone transgender e l'intelligenza artificiale dell'azienda che a un certo punto ha iniziato a definirsi "MechaHitler". La terza, la più ardita, è che Tesla e SpaceX non solo creino nuovi mercati, come il robot domestico o la flotta di taxi a guida autonoma, ma li conquistino quasi per intero. L'auto elettrica doveva essere proprio un mercato di quel tipo, ma il concorrente BYD ha superato Tesla e il resto dell'industria ha colmato il distacco.

Bonica ricorda che la democrazia funziona con il meccanismo opposto a quello di un culto, fatto di responsabilità, deliberazione e stato di diritto, e che Musk ha aggirato tutti e tre questi pilastri. Ha smantellato agenzie federali attraverso il DOGE, il dipartimento per l'efficienza governativa che ha guidato, ha licenziato funzionari pubblici per decreto e ha trasformato la sua piattaforma in uno strumento per destabilizzare elezioni all'estero.

Esiste anche una lettura più semplice della stessa valutazione, che Bonica giudica forse la più solida: il mercato non starebbe scommettendo su razzi e robot, ma sull'accesso al potere e sull'influenza politica. Musk è più vicino al potere statale di qualunque altro industriale nella storia americana recente. Quella vicinanza è un vantaggio concreto, perché fa vincere appalti, plasma le regole che vincolano i rivali e sgombra il campo dalla concorrenza. Questa settimana il Dipartimento di Giustizia, l'equivalente americano del ministero della giustizia, è intervenuto a sostegno di Musk in una causa che coinvolge una sua società. Comprare le sue azioni, scrive Bonica, significa comprare il peso dello Stato messo sul piatto della bilancia. È il modo in cui ci si arricchisce nella Russia di Putin, stando vicino al trono quando si dividono i bottini e non inventando un mercato. In questa lettura Musk non è una scommessa sul genio ma sulla corruzione.

Un collega di Bonica, Jacob Grumbach, descrive in un nuovo documento di lavoro il patto che sta sotto questo sistema. Un miliardario che possiede insieme una piattaforma di informazione e un grande impero economico esposto alla regolazione affronta un calcolo che un normale editore non conosce. Gestire la piattaforma per massimizzarne i profitti significa produrre ciò che fa una stampa che funziona, cioè controllo del potere e giornalismo critico, ma è proprio quella responsabilità a tassare, regolare e limitare il resto del suo patrimonio. La mossa razionale diventa allora far fallire l'azienda di informazione, perché un governo autoritario paga alla ricchezza concentrata un premio che la democrazia non garantisce: tasse più basse, controlli antitrust blandi, appalti indirizzati. E quel premio cresce con la ricchezza, al punto che comprare una piattaforma da 44 miliardi di dollari e distruggerne il valore diventa non un errore ma un investimento, il prezzo per disattivare la responsabilità che la stampa dovrebbe produrre.

Gli oligarchi non vanno in pensione, scrive Bonica, ma cadono in disgrazia. A volte è il protettore a rivoltarsi contro di loro, come Mikhail Khodorkovsky, l'uomo più ricco della Russia finito in una cella, o Evgenij Prigozhin, da fornitore del Cremlino precipitato in un cratere in un campo. Altre volte è il protettore politico a cadere e allora sono gli oligarchi a fuggire: quando Viktor Orbán ha perso il potere in Ungheria all'inizio del 2026, i suoi uomini hanno cominciato a lasciare il paese con i loro miliardi. Per Musk, legato a un presidente americano impopolare, la fuga è l'uscita più probabile.

Musk non ha inventato questo meccanismo, conclude Bonica, lo ha solo portato più lontano di chiunque prima di lui. Il pericolo non è che il culto sia irrazionale, perché i culti hanno una loro coerenza interna ed è proprio quella a renderli duraturi. Il problema è che la più grande fortuna personale della storia poggia su una base che non finge più di dipendere da ciò che le aziende guadagnano. Allo stesso tempo è venuto meno il consueto meccanismo di correzione, per cui non è previsto alcun atterraggio morbido. A reggere quella scommessa sono i fondi pensione che detengono il titolo, gli indici che quasi tutti possiedono e la fiducia di milioni di risparmiatori: in un certo senso, il conto è di tutti.

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