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La sfida al Senato in Texas si gioca sulla mascolinità


Il repubblicano Ken Paxton dipinge il democratico James Talarico come debole e punta sul machismo degli elettori latini, che nel 2024 hanno spostato a destra il Rio Grande Valley votando Trump.

Nella corsa al Senato in Texas il candidato repubblicano Ken Paxton attacca la mascolinità del suo avversario democratico James Talarico con un obiettivo preciso in testa: gli elettori ispanici. Paxton, procuratore generale dello Stato, punta a presentare il rivale come un uomo troppo debole per rappresentare il Texas a Washington. Talarico, deputato del parlamento statale, risponde con una sua idea di virilità fondata sul servizio e sull'integrità.

La sfida è diventata aspra molto presto, con uno scontro aperto su chi sia più uomo. Lo staff di Paxton vede uno spazio tra gli elettori ispanici del Texas, che negli ultimi cicli elettorali si sono spostati nettamente a destra. "Il machismo è importante per questi elettori, sapere chi è un combattente e chi è debole", ha detto al Wall Street Journal Nick Maddux, consigliere della campagna di Paxton.

Nel 2024 il Rio Grande Valley, l'area al confine con il Messico storicamente democratica, è passato ai repubblicani per la prima volta a memoria d'uomo, votando al 52% per il presidente Donald Trump. La campagna di Paxton ritiene che l'immagine da uomo duro proiettata da Trump lo abbia aiutato in Texas, anche tra chi più in basso nella scheda ha votato per i democratici. Negli ultimi mesi sono però comparsi i primi segnali di un calo del sostegno repubblicano tra gli elettori latini, nella regione e a livello nazionale.

Ancora prima di vincere il ballottaggio delle primarie repubblicane il mese scorso, la campagna di Paxton aveva iniziato a chiamare Talarico "Low-T", un riferimento al basso livello di testosterone, dopo aver testato diversi soprannomi sprezzanti. "Alcuni lo conoscono come Tofu Talarico, altri lo chiamano Six-Gender Jimmy", ha detto Paxton sorridendo, tra gli applausi, alla festa per la vittoria del ballottaggio. "Altri lo chiamano semplicemente Low-T Talarico."

Un importante comitato di azione politica che sostiene Paxton ha diffuso spot con lo slogan "Low-T Talarico, troppo debole per il Texas". Stephen Miller, consigliere del presidente, ha scritto sui social definendo Talarico il "primo candidato transgender al Senato" del partito, cosa non vera. In un'intervista a Fox News il deputato repubblicano Brandon Gill, alleato di Paxton, lo ha definito "effeminato" e "a malapena etero". Citizens for Sanity, un comitato vicino a Trump, ha acquistato uno spot con un video falso creato con l'intelligenza artificiale che mostra Talarico in abito femminile mentre canta dei bambini transgender.

Talarico ha scelto di accettare il tema della mascolinità, raccontando del padre adottivo che tagliava di nascosto il prato del vicino quando nessuno guardava. Ne ha approfittato per colpire Paxton, alle prese con un divorzio chiesto dalla moglie con l'accusa di infedeltà. "Un uomo si assume le responsabilità, mantiene gli impegni verso la famiglia e i vicini e fa la cosa giusta anche quando nessuno lo guarda", ha detto in un comizio. "Ecco cosa i veri uomini non fanno: non mentono e non imbrogliano per tutta la vita."

Mike Madrid, esperto del voto latino e consulente repubblicano critico verso Paxton, considera uno stereotipo l'idea che gli elettori ispanici siano attratti dal machismo. "Sono gli errori che vedo fare ai repubblicani da trent'anni, quando hai dei ragazzi bianchi a Washington che usano caricature da cartone animato", ha detto Madrid, tra i fondatori del Lincoln Project, il gruppo di repubblicani contrari a Trump.

Gli elettori latini indicano da diversi cicli elettorali l'economia e il costo della vita come la loro priorità, un terreno su cui i democratici contano quest'anno, con l'inflazione che resta alta. Questa settimana il 65% degli elettori latini a livello nazionale disapprovava l'operato di Trump, secondo la media dei sondaggi del Cook Political Report, in crescita rispetto al 53% di marzo 2025, quando era iniziata la rilevazione.

Maddux sostiene che l'obiettivo della campagna non è l'aspetto fisico, ma presentare la corsa come una scelta tra "un combattente che condivide i nostri valori e ha passato la carriera a difenderli" e "un progressista radicale travestito con l'abito della domenica". I repubblicani hanno rilanciato vecchie dichiarazioni di Talarico, come quando ha definito Dio non binario.

Paxton ha una carriera politica forgiata negli scandali. È sopravvissuto a un'incriminazione per frode sui titoli finanziari, risolta con un accordo prima del processo, e a una messa in stato d'accusa nella camera bassa dello Stato a guida repubblicana, da cui è stato assolto dal Senato statale. Talarico, studioso della Bibbia dal volto giovanile, era il più giovane parlamentare del Texas quando entrò in carica nel 2018, a 29 anni.

Nelle primarie democratiche del 3 marzo Talarico ha battuto la deputata Jasmine Crockett con il 62% contro il 35% nelle contee con oltre il 60% di elettori latini, secondo l'Associated Press, l'agenzia di stampa americana, contro il 53% a 46% su scala statale. Nelle stesse contee gli elettori delle primarie repubblicane avevano preferito il senatore John Cornyn a Paxton, 44% a 39%, salvo poi sostenere Paxton nel ballottaggio di maggio, con un'affluenza più bassa. Robert Cantu, presidente del partito repubblicano nella contea di Hidalgo, prevede una corsa molto combattuta a novembre.

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Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni


La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.

Questa è la proiezione di Focus America sulle elezioni di midterm del 3 novembre 2026, che viene aggiornata più volte al giorno sulla base dei sondaggi pubblici. Medie e proiezioni sono calcolate da noi. Qui sotto trovate il quadro d'insieme: chi è avanti alle elezioni della Camera dei Rappresentanti e del Senato e come si distribuiscono i seggi. Non si tratta di una proiezione definitiva, ma piuttosto di una fotografia destinata a cambiare giorno dopo giorno, da qui al voto.

Il "generic ballot" è una delle domande classiche dei sondaggi americani: alle elezioni per il Congresso, voterebbe il candidato democratico o quello repubblicano? Noi ne calcoliamo la media nazionale, mettendo insieme i sondaggi pubblici disponibili. È un dato che però va letto con prudenza in quanto è calcolato a livello nazionale, mentre la maggioranza della Camera dei Rappresentanti si decide collegio per collegio, trattandosi di un sistema elettorale maggioritario a turno unico.

Inoltre i democratici tendono ad accumulare molti voti in eccesso nelle grandi città: per questo un vantaggio nel voto popolare potrebbe non tradursi automaticamente in una maggioranza di seggi. Questo porta anche ad un altro limite: storicamente questa media tende a sovrastimare i democratici, e inoltre mancano ancora diversi mesi al voto, il che significa che l'andamento potrebbe cambiare nel corso del tempo. Nonostante tutto questo, il generic ballot resta il segnale più utile per capire l'orientamento politico degli elettori a livello nazionale e per questo motivo ha spesso anticipato abbastanza bene il risultato finale.

A differenza che alla Camera dei Rappresentanti, il Senato si rinnova solo per un terzo dei seggi ogni due anni. Ciò significa che a novembre 2026 andranno al voto solo 35 seggi su 100, mentre i senatori eletti negli altri 65 resteranno in carica fino ai prossimi cicli elettorali. Tra i seggi non in gioco, 34 sono controllati dai democratici e 31 repubblicani. Questo significa che la maggioranza si deciderà nei 35 seggi in palio: ai democratici ne servono 17 per arrivare a quota 51 e conquistare il controllo del Senato; ai repubblicani, che oggi detengono la maggioranza, basterebbe invece arrivare a 50, perché in caso di parità il voto decisivo spetta al vicepresidente, attualmente un repubblicano.

La nostra proiezione mostra una corsa pressoché in equilibrio. Per i democratici, le migliori possibilità di conquista sono i seggi oggi detenuti dai repubblicani in North Carolina, Texas e Maine. Restano più difficili, ma comunque da tenere d'occhio, le sfide in Ohio, Iowa e Alaska. Dove non ci sono ancora sondaggi sufficienti, partiamo dai "fondamentali", vale a dire l'andamento storico dello Stato a destra o a sinistra nelle ultime elezioni, il clima politico nazionale e il vantaggio insito di chi è già in carica e in corsa per la rielezione.

Per la Camera dei Rappresentanti prevediamo invece il risultato in tutti i 435 collegi dove si vota. Ove non esistono sondaggi sufficienti, come nel caso del Senato, partiamo dai "fondamentali": come ha votato quel collegio in passato, il clima politico nazionale e il vantaggio di chi è già in carica. La nostra proiezione tiene già conto del ridisegno delle mappe elettorali del 2026, che nel complesso favorisce i repubblicani. Inoltre, quando per un singolo collegio sono disponibili sondaggi locali, non li usiamo solo per quella singola sfida: li consideriamo anche come un segnale utile per prevedere l'andamento del voto in distretti politicamente simili, cioè con una storia e caratteristiche elettorali paragonabili.

Ma quanto deve essere ampio il vantaggio nazionale dei democratici perché si traduca davvero in una maggioranza alla Camera? Per rispondere abbiamo costruito una curva dei seggi: partendo dalla nostra proiezione collegio per collegio, abbiamo simulato cosa accadrebbe spostando il margine nazionale verso i democratici o verso i repubblicani, contando ogni volta quanti seggi otterrebbero i democratici. Ne emerge un punto importante: per come sono disegnati i collegi e per come si distribuisce il voto, ai democratici non basta vincere il voto popolare di poco. Servono all'incirca tre punti di vantaggio nazionale per raggiungere la soglia dei 218 seggi che assegna la maggioranza. Al di sotto la Camera resta ai repubblicani, al di sopra passa ai democratici. Per avere un riferimento, un'onda come quella del 2018, quando i democratici vinsero il voto di oltre otto punti, darebbe una maggioranza ampia, mentre uno scenario come il 2024, vinto dai repubblicani, la lascerebbe saldamente a destra.

Fin qui il quadro d'insieme. Ma come si presenta ogni singola sfida? Nella tabella che segue abbiamo raccolto tutte le corse, collegio per collegio alla Camera e Stato per Stato al Senato, con i candidati dei due partiti, il margine che proiettiamo e il nostro rating, dal seggio sicuro a quello in bilico. Si può filtrare per Stato o per categoria e ordinare le sfide dalla più contesa a quella dal vantaggio più netto. Dove le primarie non si sono ancora svolte i candidati restano "da definire", e accanto a ogni gara indichiamo se la nostra stima nasce dai sondaggi locali o, in loro assenza, dai fondamentali.
› Nota metodologica completa

I sondaggi che usiamo sono quelli pubblici raccolti dal New York Times. Le medie e le proiezioni, invece, sono calcolate da noi e vengono aggiornate più volte al giorno. Per ogni sondaggio teniamo una sola rilevazione, scegliendo il campione più utile disponibile. La priorità va ai "probabili elettori", cioè alle persone considerate più propense a votare; poi agli "elettori registrati"; infine, se non c'è altro, al campione di tutti gli "adulti". In genere i sondaggi sui probabili elettori sono i più indicativi del risultato finale.

Come calcoliamo le medie


La nostra media non è una semplice media aritmetica dei sondaggi. Usiamo invece una media bayesiana: questo significa che partiamo da una stima iniziale e la aggiorniamo ogni volta che arriva un nuovo sondaggio. Ogni nuova rilevazione corregge la stima precedente, ma non tutte hanno lo stesso peso. La regola è invece la seguente:

  • Pesano di più i sondaggi degli istituti più affidabili, vale a dire con campioni più ampi e meglio costruiti, e quelli basati sui probabili elettori;
  • Pesano meno, invece, i sondaggi commissionati da una delle due parti politiche, che vengono trattati con maggiore cautela.

Nel nostro calcolo, inoltre, correggiamo anche il cosiddetto house effect, cioè la tendenza storica di un istituto a favorire leggermente un partito rispetto all'altro. Infine, se un sondaggio risulta molto anomalo rispetto agli altri, non viene eliminato: resta nella media, ma con un peso minore.

Perché la curva cambia giorno per giorno


Per aggiornare la media nel corso del tempo usiamo un filtro di Kalman. In pratica, si tratta di un metodo che combina la stima del giorno precedente con i nuovi sondaggi disponibili. Ciò significa sostanzialmente che, quando arrivano nuove rilevazioni, la curva si muove. Quando invece non ci sono nuovi sondaggi, la stima resta sostanzialmente ferma, ma di converso aumenta l'incertezza. Ciò ci permette di fare in modo che la stima della previsione arrivi sempre fino a oggi, mentre la banda attorno alla media, cioè l'intervallo entro cui con il 95% di probabilità si trova il valore reale, tende ad allargarsi nei periodi (o nella previsione delle sfide) per cui abbiamo a disposizione pochi dati.

Cosa facciamo quando mancano i sondaggi locali


Per alcune sfide al Senato e per diversi collegi poco competitivi della Camera i sondaggi locali sono spesso pochi, o mancano del tutto. In questi casi, per poter fornire una stima del risultato, ci basiamo principalmente sui "fondamentali": si tratta, in linea generale, di tutti gli elementi che permettono di stimare una corsa anche in assenza di sondaggi.

I fondamentali principali sono 3:

  1. come ha votato quello Stato o quel singolo collegio nelle elezioni precedenti, sia presidenziali sia per il Congresso;
  2. qual è il clima politico nazionale attuale;
  3. se uno dei candidati è già in carica, perché i candidati uscenti in corsa per la rielezione hanno spesso un vantaggio insito dovuto al fatto che sono più riconosciuti dei propri rivali.

I "fondamentali" vanno considerati come il punto di partenza di ogni previsione. Questo significa anche però che, man mano che arrivano sondaggi locali, il loro peso diminuisce e la proiezione si avvicina progressivamente ai dati più attendibili sulla singola sfida.

Come funziona la proiezione della Camera


Per la previsione sulla Camera dei Rappresentanti partiamo dal voto del novembre 2024, ricalcolato sui nuovi confini dei distretti elettorali del 2026. Questo passaggio è importante perché molti collegi hanno cambiato forma dopo il ridisegno delle mappe, e quindi non basta guardare al vecchio risultato per lo stesso distretto.

Su quella base applichiamo lo spostamento politico nazionale, ma non in modo identico per tutti i collegi. Ogni collegio ha una sua "elasticità": alcuni seguono molto il vento nazionale, altri si muovono poco perché hanno un elettorato più stabile e già schierato.

Per questo uno stesso spostamento nazionale può pesare molto in un collegio competitivo e reattivo, ma molto meno in un collegio più rigido. Aggiungiamo poi il vantaggio dell'uscente: vale circa due punti alla Camera, di più al Senato, ma viene conteggiato solo se il deputato o il senatore in carica si ricandida. Se il seggio è aperto, questo vantaggio scompare.

Infine, quando ci sono sondaggi in un singolo collegio, li usiamo prima di tutto per aggiornare quella corsa. In misura più limitata, però, li consideriamo anche come un segnale per collegi politicamente simili, cioè con una storia elettorale e una composizione paragonabili.

Come classifichiamo le corse


Ogni corsa viene classificata in base al margine previsto. Sotto i 3 punti la consideriamo "in bilico". Con margini più ampi passa poi nelle categorie "lean", "likely" e "solid", a seconda di quanto è netto il vantaggio di un partito.

Resta un'avvertenza generale: mancano ancora mesi al voto del 3 novembre 2026. Le proiezioni indicano lo stato della corsa oggi, non il risultato finale. L'opinione pubblica può ancora cambiare, e con nuovi sondaggi possono cambiare anche le nostre stime.

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)

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Mamdani usa la sua forza per cambiare il Partito Democratico


Il sindaco socialista-democratico appoggia sfidanti contro deputati uscenti del suo partito. Bernie Sanders lo affianca, i repubblicani lo usano come spauracchio nei collegi in bilico.

A sei mesi dal suo insediamento, il sindaco di New York Zohran Mamdani usa la propria popolarità per provare a cambiare il Partito democratico dall'interno, anche a costo di sfidare i vertici del suo stesso partito. A pochi giorni dalle primarie dello Stato, le elezioni interne con cui i partiti scelgono i candidati da schierare al voto generale, il trentaquattrenne socialista-democratico appoggia una serie di sfidanti contro deputati democratici uscenti.

Mamdani, fino a poco tempo fa attaccato dai leader di entrambi gli schieramenti, ha visto crescere il proprio peso politico al punto da ricevere elogi sia dal presidente Donald Trump sia da ex critiche democratiche come la governatrice di New York Kathy Hochul. Ne scrive PBS News.

Giovedì il sindaco ha affiancato il senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders a un comizio a Brooklyn pensato per spingere al voto i candidati vicini alle sue idee, due dei quali corrono contro deputati democratici in carica nelle primarie di martedì. "Vede questa opportunità, che possiamo cambiare radicalmente il Partito democratico", ha detto Faiz Shakir, consigliere di Sanders e amico di Mamdani. Come Sanders, ha aggiunto, Mamdani non agisce per ripicca verso la leadership ma sostiene candidati con una visione migliore, ed è "pronto a perdere, se sarà il caso".

Nel tredicesimo distretto, che comprende parti dell'alta Manhattan e del Bronx, Mamdani ha appoggiato l'organizzatrice politica Darializa Avila Chevalier contro il deputato Adriano Espaillat, presidente del gruppo dei parlamentari ispanici al Congresso. Nel decimo distretto sostiene l'ex revisore dei conti della città di New York Brad Lander, che sfida il deputato in carica Dan Goldman. Nel settimo appoggia la deputata statale socialista-democratica Claire Valdez contro l'erede designata dalla deputata uscente Nydia Velazquez.

I candidati di Mamdani hanno ripreso in larga parte il programma che ha portato lui al municipio, concentrato sull'alto costo della vita e sull'immagine di volti nuovi non legati ai grandi interessi economici. La guerra di Israele a Gaza occupa un posto centrale: Lander, Valdez e Avila Chevalier descrivono i loro avversari democratici come troppo morbidi verso Israele, riprendendo le critiche del sindaco ai leader del Paese.

"In questo momento c'è una grande insoddisfazione per il modo in cui la dirigenza del partito ha agito, senza opporsi con abbastanza forza a Trump", ha detto Valdez all'Associated Press, che spera di portare a Washington un alleato del sindaco. Il suo avversario alle primarie, il presidente del distretto di Brooklyn Antonio Reynoso, si è definito sfavorito pur avendo l'appoggio della deputata uscente. Mamdani, ha detto, ha uno status da celebrità mai visto prima e quando appoggia qualcuno questo "conta", al punto da aver fatto pendere la bilancia in una corsa che altrimenti lo vedrebbe favorito.

Alla Camera, i democratici sono sorpresi che Mamdani si sia rivelato meno dannoso del temuto per il partito nei collegi in bilico. Le sue scelte hanno però aggravato le divisioni interne, soprattutto tra i moderati che temono che il suo marchio di sinistra radicale finisca per danneggiare l'intero partito. Hakeem Jeffries, leader della minoranza democratica alla Camera e anche lui newyorkese, ha provato a contrastare gli sfidanti sostenuti da Mamdani, appoggiando e facendo campagna per i deputati in carica.

Jeffries e Mamdani hanno scelto di scontrarsi solo nelle primarie, evitando litigi pubblici che alimenterebbero il racconto repubblicano di un Partito democratico allo sbando. "I democratici devono capire come gridare nelle aree in cui siamo d'accordo e sussurrare in quelle in cui divergiamo", ha detto Antjuan Seawright, stratega democratico che collabora con i deputati del partito. Gli alleati di Jeffries riconoscono che Mamdani ha rimotivato gli elettori democratici e preferiscono che resti concentrato sul governo di New York piuttosto che girare il Paese.

I repubblicani puntano invece a dare visibilità a Mamdani a prescindere dalle preferenze dei democratici di Washington. I loro operatori hanno cercato di collegarlo ai candidati democratici alla Camera nei collegi in bilico di California, Colorado e Wisconsin, e ritengono che la sua figura peserà anche nelle corse decisive a New York e nel New Jersey. La scommessa è che i democratici più esposti non possano prendere troppo nettamente le distanze da lui senza inimicarsi gli elettori progressisti.

"Il marchio socialista di Zohran Mamdani è tossico quanto può esserlo", ha detto Mike Marinella, portavoce del comitato che finanzia le campagne dei repubblicani alla Camera, definendolo lo spauracchio ideale da usare contro i democratici in un momento in cui, a suo dire, il partito è senza un leader e senza un messaggio. Shakir, il consigliere di Sanders, ha invitato i repubblicani a provarci: Sanders cita Mamdani in quasi ogni discorso nei suoi comizi in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo anno, e "la folla impazzisce".

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Vance dice che Trump ha uno dei quozienti intellettivi più alti tra tutti i presidenti americani


Il vicepresidente si dice "imbarazzato" per aver dubitato in passato dell'intelligenza del presidente, che nel 2016 aveva definito un possibile "Hitler d'America".

Il vicepresidente JD Vance ha detto che il presidente Donald Trump ha uno dei quozienti intellettivi più alti, se non il più alto, tra tutti i presidenti della storia americana.

Vance ha fatto questa affermazione durante un'intervista al podcast The Diary of A CEO, nella quale si è detto "imbarazzato" ripensando al 2016, quando non credeva che Trump fosse una persona intelligente e arrivò a definirlo un possibile "Hitler d'America". "Lo ricordo bene, era il 2016, e con il senno di poi è tutto così stupido", ha detto a proposito di quel suo vecchio giudizio. "La gente diceva che era stupido, o che non era molto sveglio".

Il vicepresidente ha poi elogiato senza riserve le capacità del presidente. "È super intelligente, legge molto, capisce le persone a livello istintivo meglio di chiunque altro io abbia mai conosciuto, ma è anche, in termini di puro quoziente intellettivo, una persona molto intelligente", ha aggiunto.

La sua affermazione più netta è arrivata subito dopo. "Se sottoponessi Donald Trump a un test del quoziente intellettivo insieme agli altri 45, 46 presidenti che gli Stati Uniti hanno avuto, garantisco che sarebbe vicino alla cima o in cima", ha detto. "Tutti i media americani nel 2016 avevano convinto almeno me che non fosse una persona intelligente". I test del quoziente intellettivo misurano la capacità di ragionare, risolvere problemi ed elaborare rapidamente le informazioni.

Se fosse vero, un risultato del genere collocherebbe Trump, che ha 80 anni e una laurea in economia all'Università della Pennsylvania, accanto ad alcune delle figure più intelligenti della storia americana. Tra queste c'è John Quincy Adams, che gli storici considerano il presidente più intelligente di sempre: parlava sette lingue e gli viene attribuito un quoziente intellettivo stimato di 175. C'è anche Thomas Jefferson, autore della Dichiarazione di Indipendenza e lettore così appassionato da possedere oltre 6.000 volumi nella sua biblioteca personale, che poi vendette alla Biblioteca del Congresso dopo che gli inglesi avevano dato alle fiamme la collezione nazionale originale nel 1814.

Trump, però, ha avuto diversi episodi che hanno messo in dubbio la sua intelligenza. Nel 2020, durante una conferenza stampa sul Covid-19, chiese se si potessero iniettare nel corpo disinfettanti come la candeggina per curare il virus. Quest'anno si è vantato di aver ottenuto un "perfetto 30 su 30" in un test cognitivo, che in realtà era uno screening per la demenza. Nel 2019 sostenne che le pale eoliche provocassero in qualche modo il cancro.

L'intervista fa parte del giro promozionale che Vance sta dedicando in questi giorni al suo nuovo libro di memorie, Communion: Finding My Way Back to Faith, già stroncato da recensioni durissime, tra cui quelle del conservatore Wall Street Journal e di The Cut, particolarmente critica nel raccontare la sua vita familiare e la sua conversione al cattolicesimo intorno ai 35 anni.

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Bernie Sanders vuole metà delle aziende di intelligenza artificiale


Il senatore del Vermont propone un fondo sovrano da quasi 7 mila miliardi di dollari, finanziato con le azioni delle aziende AI, per pagare oltre 1.000 dollari l'anno a ogni cittadino

Bernie Sanders, senatore indipendente del Vermont, ha presentato una proposta di legge per trasferire al pubblico americano una quota delle maggiori aziende di intelligenza artificiale del paese, mentre queste corrono verso valutazioni da mille miliardi di dollari. Il testo, mostrato per primo all'agenzia di stampa Associated Press, prevede una tassa una tantum del 50% sulle azioni di queste società.

La tassa finanzierebbe un fondo sovrano, simile a quelli usati da molti paesi e da alcuni Stati americani, che secondo le stime di Sanders varrebbe circa 7 mila miliardi di dollari. Un fondo sovrano è un veicolo pubblico che investe e gestisce ricchezza per conto dello Stato. Genererebbe centinaia di miliardi all'anno, da destinare a pagamenti diretti ai cittadini e a programmi per sanità, istruzione e casa.

A differenza di una tassa tradizionale, le aziende dovrebbero versare azioni invece di contanti, rendendo di fatto il pubblico americano un grande azionista delle principali società del settore. La tassa si applicherebbe alle imprese che raggiungono 200 milioni di dollari di vendite annue legate all'intelligenza artificiale, comprese quelle che dovessero superare quella soglia in futuro.

Una commissione indipendente di sette persone, nominata dal presidente e confermata dal Senato, gestirebbe il fondo. Userebbe le azioni con diritto di voto per bloccare le decisioni dannose per i cittadini e spingere politiche a loro favore, secondo il riassunto del testo.

Sanders propone un dividendo annuo del 5%, che si tradurrebbe in pagamenti diretti di oltre 1.000 dollari a ogni americano. Se le aziende crescessero, i guadagni andrebbero a beni pubblici come istruzione, casa e sanità. Il senatore sostiene che i contribuenti non subirebbero perdite nel caso in cui le valutazioni delle aziende calassero. "Non perderemo soldi, anche se la bolla scoppia", ha detto.

"I benefici non possono andare semplicemente a una manciata di aziende ricche. Saranno condivisi dal popolo americano", ha dichiarato Sanders in un'intervista mercoledì. "Il pubblico deve avere un posto importante al tavolo per assicurarsi che non accadano cose terribili alle persone comuni e che l'intelligenza artificiale le aiuti, invece di danneggiarle".

L'idea di dare ai cittadini una quota nell'intelligenza artificiale ha raccolto interesse da figure distanti tra loro come il presidente Donald Trump e l'amministratore delegato di OpenAI Sam Altman. La proposta di Sanders però va molto oltre: chiede la proprietà pubblica della metà delle maggiori aziende del settore e un'influenza diretta sulle loro decisioni.

Trump, che ha firmato un ordine per far verificare volontariamente al governo i nuovi modelli di intelligenza artificiale, ha parlato della possibilità che lo Stato detenga una quota nelle aziende del settore. "C'è qualcosa di molto interessante, diventa quasi una partnership con il pubblico americano", ha detto. OpenAI ad aprile ha proposto di creare un fondo pubblico che dia a ogni cittadino una quota nella crescita economica trainata dall'intelligenza artificiale.

Anthropic, una delle principali concorrenti di OpenAI valutata di recente 965 miliardi di dollari, si è mostrata aperta a idee simili. Il suo amministratore delegato Dario Amodei ha scritto che un reddito di base universale potrebbe essere finanziato con tasse sulle aziende rilevanti. Mercoledì Trump ha partecipato a una sessione dedicata all'intelligenza artificiale al vertice del G7 in Francia con i principali leader del settore, tra cui Altman e Amodei.

La spinta di Sanders resta molto più aggressiva di queste aperture. Nel suo incontro con Altman, i due sono rimasti distanti sulla dimensione della quota che andrebbe al pubblico, secondo le persone presenti.

"Penso che persone come Sam Altman e Trump, che possono essere sensibili a questa idea, stiano dicendo: stiamo facendo soldi a palate, quindi facciamo i bravi e magari ci compriamo il consenso del pubblico restituendo il 5% dei profitti al governo", ha detto Sanders. "Non è di questo che parliamo. Parliamo di due cose molto diverse".

Il tour "Fighting Oligarchy" di Sanders ha attirato folle numerose in tutto il paese l'anno scorso, con la partecipazione di esponenti di primo piano come la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, democratica di New York. Alla domanda se intende portare in campagna elettorale il tema della proprietà dell'intelligenza artificiale e delle disuguaglianze, Sanders ha risposto di sì.

Altri candidati usano lo stesso messaggio in vista delle elezioni di metà mandato, intercettando l'ansia degli elettori verso la tecnologia. La candidata democratica al Senato in Michigan Mallory McMorrow ha presentato un piano per proteggere i lavoratori nell'era dell'intelligenza artificiale, mentre il candidato democratico alla Camera a New York Alex Bores ha fatto della regolamentazione del settore un tema della sua campagna.

I progetti di data center in tutto il paese hanno suscitato l'opposizione dei residenti, preoccupati per la domanda di elettricità, il consumo d'acqua e l'impatto ambientale. Alcuni Stati un tempo desiderosi di attirare queste strutture, tra cui Ohio e Virginia, hanno iniziato a riconsiderare gli incentivi fiscali.

Circa il 70% degli studenti universitari considera l'intelligenza artificiale una minaccia per le proprie prospettive di lavoro, secondo un sondaggio del 2025 dell'Institute of Politics della Harvard Kennedy School. "I lavoratori saranno cacciati dai loro posti di lavoro mentre i miliardari e i multimiliardari diventeranno ancora più ricchi", ha detto Sanders. "Gli americani ne sono consapevoli e non vogliono che accada".

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Nuovo attacco di Trump a Meloni: "vuole essere mia amica per migliorare nei sondaggi"


Il presidente americano torna a attaccare la premier sui social: la accusa di aver negato le piste italiane durante la guerra contro l'Iran e di cercarlo ora solo per convenienza politica. Torna a salire la tensione tra Roma e Washington.
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Donald Trump non chiude la lite con Giorgia Meloni, anzi la rilancia. In un nuovo messaggio su Truth Social il presidente degli Stati Uniti torna ad attaccare la presidente del Consiglio italiana (sbagliando anche il suo nome, "Gigiorgia"), accusandola di averlo cercato per una foto durante il vertice G7 e di volere ora ricucire il rapporto soltanto per risalire nei sondaggi. "Vuole essere di nuovo amica per far salire i suoi numeri nei sondaggi. No, grazie", scrive, firmandosi "President DJT".

Nel suo post Trump sostiene che Meloni gli abbia chiesto "più e più volte" una foto insieme al G7 e collega il suo calo di popolarità in Italia alla scelta di non aver assecondato Washington sull'Iran. Secondo il presidente, la presidente del Consiglio avrebbe negato agli Stati Uniti l'uso delle piste e degli aeroporti italiani durante l'offensiva, definendo quel rifiuto "un grande disagio logistico".

Trump ricorda poi che gli Stati Uniti spendono "centinaia di miliardi di dollari l'anno" per proteggere l'Italia e gli altri alleati della NATO, che mette tra virgolette come "cosiddetti" alleati. La chiusura è netta: dopo aver "sconfitto militarmente l'Iran", afferma, ora la premier "vuole tornare amica" solo per interesse.

Il nuovo post arriva al culmine di uno scontro che va avanti da ieri, quando Trump ha raccontato in un'intervista telefonica a La7, nel programma L'Aria che tira, che Meloni lo aveva "implorato" di fare una foto con lei al G7 e che lui aveva accettato solo perché gli "faceva pena". La premier aveva replicato con un video sui social: "Sono allibita. Io e l'Italia non imploriamo mai", aggiungendo che si trattava di "dichiarazioni totalmente inventate".

Trump aveva poi ribadito le accuse in una telefonata con la NBC News:

"È vero. Lei non c'è stata per noi. Era una mia grande fan, ma non la voglio più come fan perché non c'è stata, insieme al gruppo dei Paesi NATO, sulla questione dello Stretto".


Il nodo resta il mancato sostegno militare. Roma ha negato agli Stati Uniti l'uso della base di Sigonella, in Sicilia, per le operazioni legate al conflitto, una scelta letta come la volontà del governo italiano di tenersi fuori da un coinvolgimento diretto. La frattura è riesplosa ad aprile, quando Meloni aveva difeso Papa Leone XIV dopo gli attacchi di Trump al Pontefice e aveva definito "inaccettabili" le parole del presidente. Da lì lo scambio di attacchi non si è più fermato.

Lo scontro ha già prodotto conseguenze diplomatiche. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annullato la visita negli Stati Uniti prevista per il 21 e 22 giugno: "Le parole gravi e offensive del Presidente Trump verso il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni offendono tutta l'Italia", ha scritto. Anche il vicepremier Matteo Salvini si è schierato: "Chi attacca Giorgia Meloni attacca tutti noi". Più duro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, secondo cui Trump "sta distruggendo i rapporti storici" tra Stati Uniti ed Europa.

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Trump chiede all'Europa 350 miliardi per gli aiuti all'Ucraina, ma i conti non tornano


Il presidente americano sostiene che gli alleati europei della NATO debbano rimborsare anche le spese sostenute da Washington sotto Biden. La cifra, però sembra totalmente inventata e non trova riscontro nei dati ufficiali.

Donald Trump vuole che i Paesi europei restituiscano agli Stati Uniti 350 miliardi di dollari. Secondo il presidente americano, sarebbe questa infatti la somma spesa da Washington per gli aiuti militari all'Ucraina durante l'Amministrazione di Joe Biden. Trump ha rilanciato la richiesta parlando dalla base militare di Andrews, dove ha raccontato di aver ricordato ai leader europei quanto, a suo dire, avrebbero ricevuto dagli Stati Uniti. "Vi abbiamo dato, pensateci, 350 miliardi di dollari, aerei, armi di ogni tipo e molto altro", ha detto.

Una cifra smentita dai dati ufficiali


È la stessa cifra che Trump ripete da mesi, ma i conti ufficiali raccontano un'altra storia. Secondo le verifiche di diverse testate indipendenti, dall'invasione russa del 2022 il Congresso americano ha stanziato per l'Ucraina circa 174-183 miliardi di dollari: molto meno dei 350 miliardi rivendicati dal presidente. Trump sostiene inoltre che Biden non abbia mai chiesto agli alleati europei di contribuire, anche se, secondo lui, avrebbe dovuto farlo. "Bastava dire agli europei: pagateci e basta", ha affermato. E quando avrebbe chiesto perché non avessero versato nulla, gli avrebbero risposto: "Nessuno ce l'ha chiesto".

La smentita di Zelensky


Non è la prima volta che Trump solleva la questione. Già nel febbraio 2025 aveva denunciato la mancanza di una rendicontazione adeguata sugli aiuti a Kyiv, stimando il contributo statunitense in oltre 300 miliardi di dollari. All'epoca Volodymyr Zelensky aveva respinto quella ricostruzione. Il presidente ucraino aveva calcolato il costo complessivo della guerra per il suo Paese in circa 320 miliardi di dollari: 120 miliardi finanziati internamente e 200 coperti dal sostegno di Stati Uniti e alleati europei. Secondo Kyiv, gli aiuti militari americani ammontavano a 67 miliardi, a cui si aggiungevano 31,5 miliardi di sostegno finanziario diretto: cifre lontanissime dai 350 miliardi rivendicati oggi da Trump.

Nel frattempo, però la linea di Washington è cambiata. Nel novembre 2025 la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha annunciato la fine del finanziamento americano diretto alla guerra. Gli Stati Uniti, tuttavia, continuano a vendere armi ai Paesi della NATO, che poi le trasferiscono a Kyiv attraverso il programma PURL: in questo schema sono gli europei ad acquistare gli armamenti direttamente dai produttori americani e a pagarne il conto.

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Working class hero


Alex Bores, ex Palantir e candidato a New York alle Midterm, è un esempio per la sinistra mondiale.

A guardarlo da qui, cioè da un Paese in cui il dibattito sull’intelligenza artificiale oscilla tra il feticismo acritico-entusiasta da convegno aziendale e il panico da editoriale apocalittico, Alex Bores sembra un personaggio senza trama. Un candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti cresciuto nell’Upper East Side di Manhattan, con un master in informatica, un passato a Palantir, il sostegno di pezzi importanti del mondo sindacale, posizioni avanzate sul benessere animale e una campagna elettorale trasformata dalla Silicon Valley in un referendum sulla regulation dell’intelligenza artificiale sembra difficile da inquadrare.

Dicendo «working class hero» si pensa all’iconografia del progressismo novecentesco: fabbriche, tute blu, comizi davanti ai cancelli. E Bores non è un minatore del Galles o un operaio della Rust Belt: è un tecnico diventato politico, un figlio di Manhattan che conosce abbastanza bene i codici del potere da capire dove vanno tirati i fili. Ma di questi tempi – e a tre giorni dalla chiusura della sua campagna elettorale – è l’eroe del popolo che merita il nostro sostegno.

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Trump svela il nuovo Air Force One regalato dal Qatar, "l'aereo più lussuoso del mondo"


Il Boeing 747-8 da 400 milioni di dollari, dono del governo qatariota, sostituirà il vecchio jet presidenziale. Resta aperto il nodo etico sul regalo da una potenza straniera.

Il presidente Donald Trump ha mostrato per la prima volta venerdì 19 giugno il Boeing 747-8 che diventerà il nuovo Air Force One, l'aereo presidenziale americano, un velivolo da 400 milioni di dollari ricevuto in regalo l'anno scorso dal governo del Qatar.

Trump è sceso dalla scaletta del jet all'interno di un hangar della base militare di Joint Base Andrews, alle porte di Washington, che da decenni funge da aeroporto presidenziale. "Non ce ne sarà mai uno così. È molto particolare. È considerato l'aereo più lussuoso del mondo", ha detto davanti a una platea di militari. "Quando è stato costruito, è stato costruito a un livello che probabilmente non si vedrà mai più".

L'aereo ha una nuova livrea rossa, bianca, oro e blu navy, al posto delle due tonalità di azzurro più chiaro degli Air Force One storici. Trump ha detto che l'hangar in cui parlava è stato costruito apposta per ospitare il jet, molto più grande del precedente, e che il velivolo aprirà un grande sorvolo di Washington il 4 luglio, giorno del 250° anniversario degli Stati Uniti.

NEW AIR FORCE ONE! ✈️🇺🇸 pic.twitter.com/8DcY6ZErsy
— The White House (@WhiteHouse) June 19, 2026


L'aeronautica militare americana ha annunciato in un comunicato che l'aereo inizierà presto i "voli di messa in servizio", una sorta di "esame finale" prima di poter trasportare il presidente. Ha spiegato di aver dato priorità all'operatività rispetto all'estetica, lasciando "l'allestimento interno pressoché invariato": le rifiniture di lusso, le poltrone in pelle e i pannelli in legno lucido dovrebbero quindi restare al loro posto.

Per preparare piloti e tecnici al nuovo modello, l'anno scorso l'aeronautica ha preso in leasing un 747-8 e ne ha acquistato un altro che era stato in servizio per Lufthansa. I contribuenti hanno pagato anche per "un modello tridimensionale completo degli interni", usato per l'addestramento prima dell'arrivo dell'aereo qatariota.

Il nuovo velivolo sostituisce il 747-200 di grado militare, la cui sigla è VC-25A, che ha servito i presidenti per oltre trent'anni. Trump è tornato dall'Europa giovedì mattina proprio sul vecchio jet, a cui lo staff della Casa Bianca ha dedicato messaggi di addio sui social. Il primo presidente a volare su quell'aereo fu George H.W. Bush nel 1990: da allora ha effettuato 223 viaggi internazionali in 96 paesi, per un totale di 6 milioni di miglia.

Il regalo ha sollevato importanti interrogativi etici e costituzionali, in particolare sui limiti ai doni che un presidente può ricevere da una potenza straniera, oltre a dubbi sulla sicurezza legati all'uso di un aereo appartenuto a un governo estero per una funzione delicata come il trasporto del presidente.

Gli aerei adattati a Air Force One sono dotati di sistemi di difesa avanzati, in grado di disturbare i radar nemici e i sistemi di puntamento a infrarossi. Sono equipaggiati anche con dispositivi che disperdono frammenti metallici per ingannare i missili guidati dai radar e con esche termiche per accecare quelli a guida infrarossa.

Trump ha respinto le critiche secondo cui accettare un aereo in dono da un governo straniero crea un conflitto di interessi o un rischio per la sicurezza. "Perché i nostri militari, e quindi i nostri contribuenti, dovrebbero essere costretti a pagare centinaia di milioni di dollari quando possono averlo gratis da un paese che vuole premiarci per un lavoro ben fatto", aveva scritto l'anno scorso su Truth Social, il suo social network. "Solo uno sciocco non accetterebbe questo regalo a nome del nostro Paese".

Il governo americano ha ordinato a Boeing due nuovi 747, le cui sigle saranno VC-25B, ma il programma ha accumulato ritardi e costi superiori al previsto: gli aerei erano attesi per il 2024 e ora arriveranno a metà 2028. Il jet qatariota servirà da soluzione temporanea fino ad allora, per alleggerire la flotta ormai datata.

Un Boeing 747-8 nuovo vale circa 400 milioni di dollari e anche l'adattamento per la flotta presidenziale costerà centinaia di milioni: il segretario dell'aeronautica ha detto a una commissione della Camera che la spesa sarà "probabilmente meno di 400 milioni". Trump insegue da tempo l'idea di sostituire l'aereo presidenziale, tanto da tenere un modellino con i nuovi colori sul tavolino dello Studio Ovale.

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Gin Tonnic


Tartare di tonno rosso al Gin Tonic

Il segreto per far funzionare questo piatto apparentemente eccentrico è giocare sulle consistenze e sulle note botaniche del gin senza coprire la delicatezza del tonno. Qua propongo una versione cruda in forma di tartare, fresca e in grado di esaltare le note effervescenti del cocktail. Il Gin Tonic è il re dei contrasti: fresco, frizzante e apparentemente semplice. Ma è proprio quel retrogusto amaro il tratto distintivo che trasforma una banale mistura dissetante in un capolavoro di equilibrio. Quel finale secco e pungente non è un errore di percorso: è l'anima stessa del drink. Ecco perché quel sapore è così affascinante, ed è quello che andremo a cercare, con moderazione. Allacciate i grembiuli!

In cambusa (ingredienti x 2 persone)

Un filetto di tonno rosso (abbattuto) da g 400 circa; 1 cetriolo; 1 cucchiaio di gin; acqua tonica qb; olio Evo; pepe nero; pepe rosa; sale di Maldon
Thunnus thynnusfrancesco
PREPARAZIONI

Tartare di tonno: per questa preparazione il tonno deve essere abbattuto, per garantirne la sicurezza alimentare. Tagliate il tonno a cubetti regolari di circa 1 centimetro di lato. Lasciatelo marinare in una ciotola per non più di 10 minuti con un cucchiaio di gin e qualche bacca di pepe rosa pestata. Mescolate delicatamente con un cucchiaio. Fate attenzione a non eccedere con il tempo di marinatura altrimenti l’alcool finirà per cuocere le fibre del pesce, rovinandolo.

Riduzione di tonica: Per richiamare l'amaro della tonica possiamo usare una riduzione. Fate bollire l'acqua tonica finché non si dimezza di volume e diventa leggermente sciropposa. Lasciatela raffreddare completamente e mettete da parte.

Cetriolo: lavate e sbucciate il cetriolo. Tagliatelo di lungo eliminando la parte con i semi con un cucchiaino. Se il cetriolo è particolarmente compatto potete lasciare i semi. La polpa residua va tagliata a fette sottili e poi a ba- stoncini sottili (taglio a julienne), per poi tagliarli trasversalmente a cubetti di circa 2 millimetri di lato. Pepate e salate leggermente, aggiungendo un filo di olio Evo. Mettete da parte.

IMPIATTAMENTO

Con l’aiuto di due coppapasta disposti concentricamente disponete le tartare al centro con un cucchiaio, senza pressare eccessivamente. Nell’altro introducete la brunoise di cetriolo, avendo cura di mantenere un livello più basso rispetto a quello del tonno. Cospargete con qualche goccia della riduzione di acqua tonica, completando con un filo di olio Evo, una bella macinata di pepe fresco e qualche cristallo di sale di Maldon. Il Gin Tonnic è pronto.

Con un bicchiere di Posidonia gin

Non si può che abbinare questa pietanza a un bel Gin Tonic fresco e aromatico. Per prepararne uno eccellente è necessario, come sempre, usare materie prime di qualità, a cominciare dal gin. Per questa preparazione vi consiglio il Posidonia gin, prodotto in Sardegna da una azienda di Villasimius, utilizzando oltre naturalmente alle bacche di ginepro anche l’estratto proveniente da una pianta marina che gli conferisce note iodate e di frutti di mare. In un bicchiere idoneo pieno di ghiaccio (personalmente apprezzo molto il gin balloon con lo stelo) versate il gin e successivamente l’acqua tonica delicatamente per non perderne l’effervescenza. I rapporti gin/tonica classici sono 1:3 o 1:2 a seconda dei gusti personali. Mescolate delicatamente e aggiungete qualche foglia di erba aromatica mediterranea. Con questo Gin adoro il rosmarino. Una cannuccia e via.


La pesca al tonno rosso è contingentata. Per gli sportivi la stagione va da metà giugno a metà ottobre, salvo chiusura anticipata per raggiungimento delle quote assegnate.


English Version


Bluefin tuna tartare with gin and tonic.

The secret to making this apparently eccentric dish work is to play with textures and the botanical notes of gin without covering the delicacy of the tuna. Here I propose a raw version in tartare form, fresh and able to enhance the effervescent notes of the cocktail. The gin and tonic is the king of contrasts: fresh, sparkling and apparently simple. But it is precisely that bitter aftertaste that is the distinctive trait that transforms a banal thirst-quenching mixture into a masterpiece of balance. That dry, pungent finish is not a mistake along the way; it is the very soul of the drink. That is why that flavor is so fascinating, and it is what we are going to seek, in moderation. Tie on your aprons.

In the galley, ingredients for two people: one blast-chilled bluefin tuna fillet of about 400 grams; one cucumber; one tablespoon of gin; tonic water as needed; extra-virgin olive oil; black pepper; pink pepper; Maldon salt.

Preparations

Tuna tartare - For this preparation the tuna must be blast-chilled to guarantee food safety. Cut the tuna into regular cubes of about one centimeter per side. Let it marinate in a bowl for no more than 10 minutes with one tablespoon of gin and a few crushed pink peppercorns. Mix gently with a spoon. Be careful not to exceed the marinating time, otherwise the alcohol will end up cooking the fish fibers and ruining it.

Tonic reduction - To recall the bitterness of tonic we can use a reduction. Boil the tonic water until it has reduced by half and becomes slightly syrupy. Let it cool completely and set aside.

Cucumber - Wash and peel the cucumber. Cut it lengthwise, removing the seed section with a teaspoon. If the cucumber is particularly compact you can leave the seeds. Cut the remaining flesh into thin slices and then into thin sticks, julienne cut, before cutting them crosswise into cubes of about two millimeters per side. Season lightly with pepper and salt, adding a drizzle of extra-virgin olive oil. Set aside.

Plating

With the help of two ring molds arranged concentrically, place the tartare in the center with a spoon, without pressing too much. In the other ring place the cucumber brunoise, taking care to keep its level lower than that of the tuna. Sprinkle with a few drops of the tonic-water reduction and finish with a drizzle of extra-virgin olive oil, a generous grind of fresh pepper and a few crystals of Maldon salt. The Gin Tonnic is ready.

With a glass of Posidonia gin - This dish can only be paired with a nice fresh, aromatic gin and tonic. To prepare an excellent one, as always, quality ingredients are necessary, starting with the gin. For this preparation I recommend Posidonia gin, produced in Sardinia by a company from Villasimius, using, in addition of course to juniper berries, an extract from a marine plant that gives it iodine and seafood notes.

In a suitable glass full of ice, personally I very much appreciate a stemmed gin balloon, pour the gin and then the tonic water gently so as not to lose its effervescence. The classic gin-to-tonic ratios are 1:3 or 1:2 according to personal taste. Stir gently and add a few leaves of a Mediterranean aromatic herb. With this gin I love rosemary. Add a straw and go.

Bluefin tuna fishing is quota-controlled. For sport anglers the season runs from mid-June to mid-October, unless it is closed early because the assigned quotas have been reached.

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vivo WATCH GT 2 debutta in Italia: design premium, display immersivo e batteria da record


vivo WATCH GT 2 arriva ufficialmente in Italia portando con sé un design elegante, un ampio display e una delle autonomie più interessanti della categoria. Scopri caratteristiche, funzionalità e dettagli.
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Vivo ha annunciato il lancio in Italia del vivo WATCH GT 2, il nuovo smartwatch progettato per offrire un’esperienza d’uso immersiva, luminosa e personalizzabile. Dotato di un ampio display Amoled da 2,07 pollici, una lunga autonomia, modalità sportive avanzate, quadranti personalizzabili e funzioni smart integrate, vivo WATCH GT 2 è pensato per ogni momento della giornata, unendo stile, praticità e connettività.

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Gli acquisti online sono sempre più diffusi, ma molti consumatori continuano a credere a convinzioni errate su prezzi, sicurezza e affidabilità. Ecco i 6 falsi miti sull’e-commerce che influenzano ancora le decisioni di acquisto e le strategie delle aziende nel 2026
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Un display più grande per un’esperienza d’uso più immersiva


vivo WATCH GT 2 è dotato di un display Amoled da 2,07 pollici con frequenza di aggiornamento a 60 Hz, luminosità di picco fino a 2400 nit e cornici ultra-sottili di 1,8 mm. Lo schermo curvo 2.5D senza bordi contribuisce a creare un’esperienza visiva elegante, garantendo una leggibilità ottimale in qualsiasi condizione di luce, sia durante gli spostamenti quotidiani sia all’aperto sotto la luce diretta del sole.
vivo Watch GT 2 nella versione Stellar Whitevivo Watch GT 2 nella versione Stellar White
Con il suo design squadrato dalle linee pulite, il WATCH GT 2 dona al polso un’estetica raffinata, moderna. La variante Obsidian Black si distingue per la nuova cornice in alluminio nero lucido, ottenuta attraverso molteplici processi di lucidatura di precisione che ne esaltano il carattere premium. La versione Stellar White propone invece un look più delicato e contemporaneo. Grazie ai quadranti personalizzabili, ai temi dinamici, ai cinturini intercambiabili e alla funzione Always-On Display, è possibile adattare lo smartwatch al proprio stile e alle diverse occasioni della giornata.

Fino a 25 giorni di autonomia


vivo WATCH GT 2 è progettato per offrire un'esperienza leggera, senza pensieri e sempre connessa. Secondo quanto dichiarato dal brand, in modalità Bluetooth lo smartwatch garantisce fino a 25 giorni di autonomia, che diventano 17 giorni con un utilizzo tipico e 14 giorni con la funzione Always On Display attivata. Che si sia in ufficio, in palestra o in viaggio, WATCH GT 2 è progettato per rimanere sempre al passo con il ritmo della giornata.

Monitoraggio sportivo avanzato, incluse modalità dedicate a padel e tennis


Tra le principali novità introdotte da vivo spicca la modalità professionale dedicata a padel e tennis, due delle discipline sportive più amate in Italia. Grazie agli algoritmi proprietari, che integrano funzioni di analisi della camminata - Gait Analysis - e suggerimenti basati sull’intelligenza artificiale, il dispositivo è in grado di monitorare parametri come frequenza cardiaca, calorie consumate e distribuzione dei colpi, inclusi diritti e rovesci, aiutando anche gli sportivi amatoriali a comprendere meglio le proprie prestazioni.
vivo Watch GT 2 nella versione Obsidian Blackvivo Watch GT 2 nella versione Obsidian Black
In aggiunta agli sport di racchetta, vivo WATCH GT 2 supporta oltre 100 modalità sportive suddivise in 9 categorie, con programmi dedicati alla corsa, monitoraggio dei percorsi, tracciamento delle attività quotidiane, e feedback vocali ottimizzati per specifiche discipline. La resistenza all’acqua fino a 5 ATM consente inoltre di utilizzarlo con tranquillità anche durante attività acquatiche.

Benessere sotto controllo


Il WATCH GT 2 integra un sistema avanzato di monitoraggio della salute basato sull’intelligenza artificiale, in grado di rilevare in modo continuo frequenza cardiaca, saturazione dell’ossigeno nel sangue (SpO₂), qualità del sonno, livelli di stress e rumore ambientale, con la possibilità di effettuare controlli aggiuntivi in qualsiasi momento. Gli avvisi intelligenti consentono di monitorare eventuali variazioni della frequenza cardiaca in tempo reale, mentre la sincronizzazione con l’app vivo Health permette di consultare facilmente dati e trend nel tempo, offrendo una panoramica completa del proprio benessere.
Per gli utenti iPhone, lo smartwatch garantisce, inoltre, la piena compatibilità con iOS, supportando funzioni come il controllo remoto della fotocamera, la gestione della musica, la sincronizzazione delle notifiche e il monitoraggio del ciclo mestruale, offrendo così la massima flessibilità all'interno di ecosistemi di dispositivi differenti.

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Connettività smart per la vita di tutti i giorni


Basato su vivo BlueOS, il WATCH GT 2 offre un’esperienza d’uso fluida e intuitiva. Lo smartwatch è compatibile sia con dispositivi Android sia iOS, garantendo una connessione semplice e immediata all’interno di ecosistemi differenti. Inoltre, il dispositivo dispone di un chip NFC per la memorizzazione dei badge di accesso, consentendo di entrare in uffici o complessi residenziali compatibili con un semplice tocco. Integrato nel dispositivo, infine, Gemini AI Assistant che permette di gestire richieste in linguaggio naturale, supporta la traduzione delle chiamate e la generazione di riepiloghi, offrendo un supporto pratico nelle attività quotidiane.

Prezzi e disponibilità


vivo WATCH GT 2 è disponibile a partire da 149 euro sullo store ufficiale di vivo - vivostore.it/ e sul canale ufficiale di vivo su Amazon.


Acquisti online, sicurezza e prezzi: i 6 falsi miti sull’e-commerce da sfatare nel 2026


Oggigiorno comprare online rappresenta un gesto quotidiano, basti pensare che le previsioni per la fine del 2026 indicano una spesa media giornaliera in Italia di circa 182 milioni di euro. Sebbene la propensione degli italiani ad acquistare in rete sia elevata, quante delle convinzioni legate allo shopping online corrispondono effettivamente alla realtà? Mentre le piattaforme digitali diventano la prima opzione di acquisto per milioni di italiani, parallelamente si diffondono i luoghi comuni.

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I falsi miti


Glint, sulla base dell’esperienza accumulata con i suoi partner, ha realizzato un’analisi dei principali falsi miti che caratterizzano il mondo dell’ecommerce e prova a fare chiarezza.

  1. “Online costa sempre meno”: per lungo tempo, il settore delle vendite digitali è stato legato al concetto di risparmio e promozioni imperdibili. Tuttavia, lo scenario attuale mostra un consumatore più evoluto che, pur non ignorando il fattore economico, privilegia sempre più l'efficienza logistica e l'immediatezza del servizio, ricercando nello shop online del brand un’esperienza d’acquisto in linea con quella fisica. Dietro uno store online esistono inoltre costi strutturali importanti: dalla logistica al marketing, fino all’assistenza clienti, che rendono sempre meno sostenibile la competizione basata esclusivamente sul ribasso dei prezzi,
  2. “I pagamenti online non sono sicuri”: la diffidenza verso i pagamenti digitali continua a essere uno dei timori più diffusi, nonostante l’evoluzione dei sistemi di sicurezza abbia reso le transazioni online estremamente protette. Sebbene le stime indichino che le frodi globali legate all’e-commerce sono destinate a crescere, toccando i 100 miliardi di dollari entro il 2029 (nel 2024 erano circa 44 miliardi), crittografia avanzata, autenticazione biometrica e verifiche multilivello permettono oggi di acquistare in modo sicuro, soprattutto sui siti attendibili. I principali rischi derivano piuttosto da comportamenti poco consapevoli, come affidarsi a portali non trasparenti o lasciarsi attrarre da offerte irrealistiche. Come riconoscere un sito affidabile? Sicuramente verificando la presenza del protocollo HTTPS nella barra dell’indirizzo, oltre alla presenza dei dati societari chiaramente visibili a fondo pagina;
  3. “Aprire un e-commerce basta per vendere”: uno degli errori più comuni è considerare l’e-commerce una semplice vetrina digitale. In realtà, uno store online richiede investimenti continui e una gestione costante, sia dal punto di vista tecnologico sia da quello dell’esperienza utente. Performance tecniche e facilità di navigazione incidono direttamente sulle conversioni: pagine lente, checkout farraginosi o costi nascosti mostrati soltanto alla fine del percorso d’acquisto rappresentano ancora oggi alcune delle principali cause di abbandono del carrello;
  4. “L’online sostituirà completamente il negozio fisico”: negli anni il dibattito sul rapporto tra retail tradizionale ed e-commerce è stato spesso raccontato come una contrapposizione. In realtà, i modelli più efficaci si stanno evolvendo verso un’integrazione armoniosa tra fisico e digitale. L’esempio più calzante è il “click & collect”: il servizio che consente all’utente di acquistare online e ritirare il prodotto in negozio, generando quindi traffico diretto al punto vendita fisico;
  5. “Le recensioni bastano per capire se un sito è affidabile”: le recensioni online restano uno strumento importante, ma non sempre sufficiente per valutare l’affidabilità di un e-commerce anche a causa della presenza di strumenti in grado di falsificarle. Per questo motivo, oltre ai commenti sul sito, è importante affidarsi a piattaforme esterne che valutano l’affidabilità di un brand. Inoltre, imparare a leggere le recensioni partendo da quelle a tre stelle, solitamente le più dettagliate e oneste, consente di individuare più agilmente i commenti reali;
  6. “L’esperienza d’acquisto termina con il pagamento”: molte aziende investono budget significativi per portare il cliente fino all'acquisto, ma trascurano completamente il post-vendita. Un servizio clienti lento o peggio ancora inesistente, la mancanza di un tracciamento chiaro della spedizione, una gestione complessa di un problema logistico: basta uno di questi elementi per compromettere l'intera esperienza. Inoltre, è importante ricordare che mantenere un cliente già conquistato costa decisamente meno che acquisirne uno nuovo.


Quotidianamente ci confrontiamo con consumatori e aziende che, in base alle diverse esigenze, ci raccontano le loro convinzioni spesso infondate sull’e-commerce. Per i consumatori è imprescindibile che un sito online garantisca la massima sicurezza nel momento del pagamento, e con la tecnologia di oggi è possibile rimuovere questo timore”, ha commentato Pietro Gerolimetto di Glint.



Ricerche online: l’AI cambia le abitudini degli italiani
Sempre più utenti utilizzano chatbot e assistenti AI per trovare negozi, ristoranti e servizi attraverso domande naturali e conversazioni, segnando il passaggio dalle tradizionali keyword a un’esperienza di ricerca più intuitiva e personalizzata
TechpertuttiGuglielmo Sbano


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Trump scommette che all'Iran interessino più i soldi del potere


Secondo il settimanale britannico l'accordo che chiude la guerra è solo promesse di denaro: petrolio di nuovo esportabile, sanzioni rimosse e un fondo da 300 miliardi per Teheran.

Dopo aver fallito nel tentativo di sconfiggere l'Iran con le bombe, il presidente Donald Trump punta ora sui soldi. È la lettura dell'Economist, secondo cui l'accordo che ha chiuso la guerra è "tutto carota e nessun bastone": la promessa di moltissimo denaro a Teheran, a patto che convinca Trump di aver abbandonato ogni piano per costruire un'arma nucleare. Per il settimanale britannico è una scommessa enorme e improbabile.

L'intesa, scrive l'Economist, rinuncia a molti degli obiettivi di guerra di Trump. Non ci sarà alcun cambio di regime, nessun aiuto alla popolazione oppressa dell'Iran, nessun limite ai missili balistici di Teheran né al suo sostegno alle milizie alleate nella regione. L'accordo si concentra invece su due punti.

Il primo è la riapertura dello Stretto di Hormuz, il passaggio dove, secondo il settimanale, emergono "la follia" della guerra di Trump e l'umiliazione della sua marcia indietro. Prima dei combattimenti le navi avevano libero transito; dopo i 60 giorni previsti dall'accordo potrebbero dover pagare un pedaggio.

Il secondo punto è il programma nucleare, sul quale il regime non ha quasi concesso nulla. La promessa di non dotarsi di una bomba è vecchia. L'Iran diluirà le sue scorte di uranio arricchito e discuterà il resto del programma, ma le questioni sono complesse e, scrive l'Economist, Teheran è abilissima a tirare le cose per le lunghe.

L'Iran può esportare da subito petrolio e prodotti derivati. A seconda dei progressi dei negoziati, gli Stati Uniti sbloccheranno beni per decine di miliardi di dollari, toglieranno le sanzioni e contribuiranno a creare un fondo di almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo. Trump è stanco della guerra e, se le truppe americane se ne andranno entro 30 giorni come previsto, la sua capacità di usare la forza sarà limitata.

Il regime ha così un'occasione senza precedenti per scambiare le armi nucleari con denaro e investimenti. A differenza dei presidenti che lo hanno preceduto, scrive l'Economist, Trump non si cura della democrazia. Avendo già trasformato lo stretto in un'arma, l'Iran potrebbe vedere meno utilità nelle bombe atomiche. Il regime, impopolare in patria, avrebbe bisogno di quei soldi.

Ci sono però molte ragioni per cui questa scommessa può fallire, scrive l'Economist. I leader della linea dura iraniana non hanno motivo di fidarsi dell'America e si aspettano che Israele provi a far saltare l'accordo. L'influenza regionale a cui aspirano nasce proprio dall'essere il nemico del "Grande Satana", il nome con cui l'Iran indica gli Stati Uniti, e il programma nucleare offre prestigio e, forse, protezione. Gli ispettori faranno fatica a impedire gli imbrogli e i dirigenti iraniani saranno tentati di prendere i soldi senza rinunciare davvero alla bomba.

Per Israele, che aveva sostenuto questa guerra, il risultato è una delusione amara. Aveva combattuto fianco a fianco con gli americani, ma Trump lo ha poi escluso dai negoziati e ha indebolito la sua campagna contro Hezbollah, il movimento sciita libanese. Questo, secondo l'Economist, potrebbe costare al primo ministro Benjamin Netanyahu la rielezione di ottobre. La guerra è stata un fallimento strategico, perché l'Iran resta una minaccia: Netanyahu ha messo alla prova fin dove l'America fosse disposta a spingersi, e non è bastato per far prevalere Israele. Chiunque gli succederà dovrà mettere a punto una nuova dottrina di sicurezza.

I Paesi del Golfo, secondo l'analisi, devono ricostruirsi la reputazione di oasi di prosperità in un vicinato violento, ma i droni e i missili iraniani continueranno a essere una minaccia. Gli oleodotti che aggirano lo Stretto di Hormuz aiuteranno, però il Golfo dovrà anche rivedere la propria sicurezza, perché nessuno può sapere con quanta disponibilità l'America sarà disposta a combattere in futuro. Alcuni Stati cercheranno modi per scoraggiare l'Iran: gli Emirati Arabi Uniti potrebbero puntare a legami ancora più stretti con Israele. Altri proveranno ad accomodarsi con Teheran, altri ancora a tenere una via di mezzo.

Trump, conclude l'Economist, non avrebbe mai dovuto iniziare questa guerra. Ancora una volta basa la sua via d'uscita sull'idea che le persone siano disposte a tutto per i soldi. Ma la prima regola della diplomazia, ricorda il settimanale, è non immaginare che l'avversario ragioni come noi.

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SpaceX fa il botto in Borsa, Musk "trillionario", Anthropic disabilita Fable 5, il meglio della settimana


Le notizie più importanti della settimana, più l'editoriale.
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Buon sabato,
la notizia più importante della settimana è sicuramente l'IPO di SpaceX e i fatti annessi: Elon Musk che diventa il primo "trilionario" della storia, l'acquisizione di Cursor. Ma c'è anche in corso una guerra fredda tra Anthropic e la Casa Bianca, che oggi abbiamo analizzato da un'angolazione un po' insolita, sul nostro editoriale. Buona lettura!

Editoriale del sabato


Ispirato alle notizie della settimana.

"Woke AI": la guerra fredda tra Anthropic e la Casa Bianca viene da lontano


Avete presente il movimento "Woke"? Nato nel gergo afroamericano e rilanciato dal movimento Black Lives Matter, oggi è una forma di protesta tipica della sinistra che si è estesa alla critica del linguaggio ma anche all'assetto culturale e alle istituzioni.

Facciamo un passo indietro. Il 23 luglio 2025 Donald Trump firma l'ordine esecutivo 14319, intitolato, senza giri di parole [...]

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Notizie dal mondo


Le news di oggi, selezionate a mano.

SpaceX fa il botto in Borsa e Musk diventa "trilionario"


Finanza
SpaceX ha concluso il suo primo giorno di contrattazioni al Nasdaq con un rialzo del 19%, chiudendo a 160,95 dollari per azione dopo aver raccolto 75 miliardi di dollari nella più grande IPO di sempre. Le azioni, quotate con il ticker SPCX a un prezzo di collocamento di 135 dollari, hanno aperto a 150 dollari e raggiunto un massimo intraday di 176,52 dollari, portando la capitalizzazione di mercato a 2,1 trilioni di dollari. Nel post-market il titolo ha guadagnato un ulteriore 3,7%, spingendo la market cap oltre i 2,2 trilioni. Elon Musk, che detiene una quota significativa della società, è diventato il primo triliardario della storia sommando le sue partecipazioni in SpaceX e Tesla. L'unica divisione redditizia dell'azienda resta Starlink, mentre SpaceX ha accumulato perdite totali per 41,3 miliardi di dollari dal 2002. Più di 500 milioni di azioni hanno cambiato mano nel corso della giornata, avvicinando il record di scambi del debutto di Facebook nel 2012. I titoli dei concorrenti spaziali hanno subito forti cali, con Firefly Aerospace in perdita del 18% e Virgin Galactic del 34%.
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Fonte: CNBC
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Anthropic disabilita Fable 5 e Mythos 5 per ordine del governo USA


Legge
Il governo americano ha ordinato ad Anthropic di bloccare l'accesso ai modelli Fable 5 e Mythos 5, citando autorità in materia di sicurezza nazionale. L'ordine è arrivato venerdì alle 17:21 ora di New York e impone di sospendere l'accesso a qualsiasi cittadino straniero, compresi i dipendenti dell'azienda. Per garantire la conformità, Anthropic ha disabilitato entrambi i modelli per tutti i clienti senza distinzioni. Gli altri modelli non sono stati toccati. Secondo Anthropic, i due modelli erano stati annunciati solo tre giorni prima e si basano su Claude Mythos Preview, rilasciato ad aprile con capacità avanzate di cybersecurity. Il governo non ha fornito motivazioni pubbliche. Anthropic ha dichiarato che la misura non rispetta i criteri di trasparenza e correttezza tecnica che ritiene necessari per interventi di questo tipo.
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Fonte: CNBC
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Meta smantella l'acquisizione da 2 miliardi di Manus su ordine di Pechino


Big tech
Meta ha avviato lo smantellamento operativo della sua acquisizione da 2 miliardi di dollari della startup di agenti AI Manus, tagliando l'accesso ai sistemi interni e bloccando la condivisione dei dati. La mossa segue un ordine di dismissione emesso da Pechino circa due mesi fa, per motivi di sicurezza nazionale. I dipendenti Meta adesso non possono più usare gli strumenti Manus per progetti interni. I co-fondatori di Manus starebbero valutando di raccogliere circa 1 miliardo di dollari da investitori esterni per riacquistare la startup, con l'ipotesi di una joint venture cinese e una quotazione a Hong Kong. Gli investitori occidentali hanno già ricevuto i proventi dell'acquisizione. Parallelamente, le autorità cinesi hanno esteso le restrizioni ai viaggi all'estero per ricercatori e dirigenti di aziende private.
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Fonte: TechCrunch
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Starmer annuncia il ban dei social media per i minori di 16 anni nel Regno Unito


Legge
Il primo ministro britannico Keir Starmer ha annunciato il divieto di accesso ai social media per i minori di 16 anni nel Regno Unito, con entrata in vigore prevista per la primavera del 2027. Il piano blocca il download di TikTok, Instagram, Snapchat, YouTube, Facebook e X agli under 16, e vieta agli under 18 i chatbot romantici a sfondo sessuale. Le grandi piattaforme — Meta, YouTube e Snapchat — hanno risposto criticando la misura: secondo loro spingerebbe i ragazzi verso servizi non regolamentati e meno sicuri. Starmer ha difeso la scelta citando danni alla salute mentale e il sostegno di nove genitori su dieci emerso dalla consultazione pubblica governativa. Il governo punta a far progettare all'Ofcom un sistema di verifica dell'età entro ottobre.
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Fonte: the Guardian
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SpaceX acquisisce Cursor per 60 miliardi di dollari in azioni


Business
A pochi giorni dal debutto in borsa sul Nasdaq — il più grande della storia — SpaceX ha annunciato l'acquisizione di Cursor, startup specializzata in coding assistito da AI, per 60 miliardi di dollari interamente in azioni. L'operazione rappresenta una diluizione del 3,4% rispetto alla valutazione IPO di SpaceX e dovrebbe chiudersi nel terzo trimestre del 2025, se passano le approvazioni regolamentari. Cursor, fondata nel 2022, ha superato il miliardo di dollari di RAR (Recurring Annual Revenue) a novembre. Anthropic controlla circa il 50% del mercato coding AI, rispetto al 26% di Cursor. Se l'acquisizione saltasse, SpaceX ha concordato di pagare a Cursor una penale da 1,5 miliardi più 8,5 miliardi in risorse computazionali.
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Fonte: CNBC
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Snap lancia Specs, i suoi primi occhiali AR da 2.195 dollari


Tecnologia
Snap ha presentato Specs, i suoi primi occhiali di realtà aumentata pensati per il grande pubblico, al prezzo di 2.195 dollari pre-ordinabili con un deposito rimborsabile di 200 dollari. Il CEO Evan Spiegel li definisce "il computer spaziale più capace, più consapevole e più accessibile oggi disponibile": gli Specs hanno lenti trasparenti che sovrappongono elementi digitali al mondo reale, insieme a quasi quattro ore di autonomia, connettività Bluetooth e supporto per agenti AI tramite integrazioni con Claude di Anthropic, Codex di OpenAI e Cursor. La spedizione è prevista entro fine anno in USA, UK e Francia.
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Fonte: CNBC
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Fox acquista Roku per 22 miliardi di dollari


Business
Fox ha annunciato l'acquisizione di Roku in un'operazione da circa 22 miliardi di dollari in contanti e azioni, uno dei più grandi deal media degli ultimi anni. L'operazione unisce i canali news e sport di Fox, il servizio streaming gratuito Tubi e la piattaforma per connected TV di Roku, che conta 100 milioni di famiglie iscritte. Secondo Fox, la società combinata diventerà la terza realtà televisiva degli Stati Uniti per audience, con accesso diretto a dati pubblicitari più granulari. Fox ha ottenuto un prestito da 12 miliardi di dollari per finanziare l'operazione. La chiusura è attesa nella prima metà del 2027.
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Fonte: TechCrunch
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AirPods con fotocamera, iPhone "speciale" e iPhone pieghevole arriveranno nel 2027


Tecnologia
Apple sta preparando per la seconda metà del 2027 quella che internamente considera la sua più grande ondata di nuovi prodotti: AirPods con fotocamere integrate, un iPhone pieghevole di seconda generazione e un iPhone speciale per i 20 anni del dispositivo. Gli AirPods con camera, nome in codice B798, erano attesi per il 2026 ma sono slittati a causa dei ritardi nello sviluppo dell'AI: le fotocamere nei gambi non serviranno a scattare foto, ma a fornire contesto visivo a Siri, permettendo all'assistente di riconoscere oggetti e ambienti circostanti. L'iPhone per l'anniversario, disponibile in due misure, avrà un display quasi senza bordi con vetro curvo sui lati. Tutti e tre i prodotti saranno lanciati sotto la guida del nuovo CEO John Ternus. Apple sta già testando questi dispositivi insieme a iOS 28, l'aggiornamento software nome in codice Bell previsto per il 2027.
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Fonte: bloomberg.com
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Il Trump T1 Phone è una copia dell'HTC U24 Pro


Tecnologia
Un teardown condotto da iFixit ha confermato che il Trump T1 Phone è sostanzialmente una versione modificata dell'HTC U24 Pro, smartphone mid-range lanciato nel 2024. Le due schede madri sono intercambiabili senza problemi: iFixit ha montato il mainboard dell'HTC nel Trump T1 e il dispositivo ha funzionato senza difficoltà. Le differenze sono minime — flash della fotocamera in posizione leggermente diversa, griglia speaker di forma differente — mentre i componenti principali sono identici: chipset Snapdragon 7 Gen 3, 12 GB di RAM, 512 GB di storage. La differenza più rilevante riguarda la batteria: il Trump T1 monta una cella da 19,35 Wh prodotta nelle Filippine con ricarica massima a 30W, contro i 17,23 Wh e i 60W dell'HTC. Trump Mobile, che aveva inizialmente comunicato la produzione negli Stati Uniti, ha già ritrattato parlando di sola "assemblatura" americana. Secondo PhoneArena, il dispositivo è quasi certamente prodotto dallo stesso ODM cinese che fabbrica l'U24 Pro, senza coinvolgimento diretto di HTC. Il prezzo promozionale è fissato a 499 dollari, identico alla versione 512 GB dell'HTC U24 Pro.
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Fonte: PhoneArena
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Letture interessanti


In lingua inglese.

Fare niente a lavoro


www.seangoedecke.com (eng)

Il superpotere della sicurezza di Anthropic


stratechery.com (eng)

Sei diventato più veloce. La tua azienda no.


terriblesoftware.org (eng)

L'IA ha già ucciso i libri di how-to?


tim.blog (eng)

Notizie veloci


In lingua inglese.

Sam Bankman-Fried perde il ricorso per annullare la condanna per frode crypto


www.reuters.com (eng)

Un giudice USA archivia la causa di xAI di Musk contro OpenAI per segreti commerciali


www.reuters.com (eng)

GTA 6 potrebbe polverizzare tutti i record di vendita con oltre 45 milioni di unità vendute il giorno del lancio, secondo Piper Sandler


wccftech.com (eng)

iPhone 17 non riceverà le funzionalità di punta di iOS 27: ecco perché


9to5mac.com (eng)

Apple sta per rendere inutile Hide My Email


arseniyshestakov.com (eng)

Apple spiega perché il grande rinnovamento di Siri in iOS 27 ha richiesto così tanto tempo


9to5mac.com (eng)

Tool del giorno

Framer 3.0


È uscita la versione 3.0 di Framer, che oltre che presentare una UI nuova, introduce agenti che possono disegnare, analizzare e organizzare il tuo sito, parlando anche con Claude Code o Codex; oltre che la possibilità di creare nuovi "branch" di design e una community dove i designer possono guadagnare.

Link: framer.com

Ringraziamo i nostri mecenati: Dario Di Lascio, Pietro Bodecchi e Simone Falcini.


"Woke AI": la guerra fredda tra Anthropic e la Casa Bianca viene da lontano


Avete presente il movimento "Woke"? Nato nel gergo afroamericano e rilanciato dal movimento Black Lives Matter, oggi è una forma di protesta tipica della sinistra che si è estesa alla critica del linguaggio ma anche all'assetto culturale e alle istituzioni.

Facciamo un passo indietro. Il 23 luglio 2025 Donald Trump firma l'ordine esecutivo 14319, intitolato, senza giri di parole, Preventing Woke AI in the Federal Government. Lo Stato federale comprerà soltanto modelli linguistici «truth-seeking» e ideologicamente neutrali, che non incorporino «dogmi» come la diversità, l'equità e l'inclusione; e i fornitori che violano questi «Unbiased AI Principles» possono vedersi addossare i costi se il contratto dovesse saltare.

Tradotto, per vendere modelli al governo americano, devi dimostrare di non essere «woke».

Ma cosa vuol dire, in concreto, un'AI «woke»? L'espressione nasce nel febbraio 2024. Google lancia il generatore di immagini di Gemini e gli utenti scoprono che, alla richiesta generativa dell'immagine di un soldato tedesco del 1943, restituisce nazisti neri e asiatici; ai Padri Fondatori americani dà i tratti di donne e di persone di colore; genera un papa nero e vichinghi neri. Alla richiesta di «una coppia bianca», invece, Gemini si rifiuta, per non «perpetuare stereotipi dannosi». Google sospende la funzione e si scusa per le «imprecisioni». L'ordine esecutivo di Trump, un anno dopo, citerà quell'episodio come prova.

Oltre al caso Gemini, c'è una letteratura accademica che ha misurato l'orientamento politico dei modelli. David Rozado, nel 2024, ha sottoposto 24 modelli linguistici a test di orientamento politico standard: 23 di questi si collocavano a sinistra. Due ricerche peer-reviewed degli economisti Hartmann (2023) e Motoki (2024) hanno individuato nei chatbot una preferenza costante per posizioni progressiste e ambientaliste; uno studio del 2026 (Chen et al., arXiv, gennaio 2026) ha rilevato che i partiti di destra venivano descritti in termini sistematicamente più negativi. Persino uno studio di Stanford ha registrato che a percepire una tendenza a sinistra sono tanto gli elettori democratici quanto quelli repubblicani. E Claude, il modello di Anthropic finito nel mirino di Washington, in un'analisi comparativa del 2024 è stato classificato come «Outsider Left».

L'ordine esecutivo, però, è stato criticato. La Brookings Institution lo giudica vago e politicizzato. Le tecniche che provano a correggere le discriminazioni già documentate dell'AI — nelle assunzioni, nella giustizia penale, nella sanità — rischiano di finire bollate come «woke» ed escluse dagli appalti. E imporre per decreto la «neutralità ideologica» è a sua volta una scelta ideologica, presa da un'amministrazione: Trump si è vantato di aver reso il movimento «woke» non più "cool," parole sue. Dopodiché spunta Musk che presenta Grok come il chatbot «anti-woke», e allora fuori Anthropic, dentro xAI.

Del resto, un modello perfettamente neutrale forse non esiste. Ogni filtro è una decisione su cosa conti come «accurato» o «dannoso», presa da qualcuno: rifiutare una «coppia bianca» e generare un nazista nero nascono entrambi da istruzioni umane, e così pure ogni «non posso aiutarti con questa richiesta» di un chatbot. Quello che cambia, allora, è chi quell'inclinazione la sceglie — un'azienda, un governo — e quanto è disposto a dichiararla.

Su questo sfondo va letto lo scontro di queste settimane. L'amministrazione tratta Anthropic da «radical left, woke company», e il 12 giugno ha usato per la prima volta i poteri di export control per spegnere i suoi modelli di punta, Fable 5 e Mythos 5, per ogni cittadino straniero al mondo, esplicitando "motivi di sicurezza nazionale." Non vogliamo dire che lo abbia fatto per la posizione «anti-woke» del governo, perché non lo sapremo mai, ma potrebbe avere inciso.

Gli LLM oramai hanno acquisito un potere molto simile a quello dei media. Anzi, molti studi dimostrano quanto gli utenti si fidino molto di più del proprio chatbot personale che di un'informazione trovata online o sui social media. Che il governo USA si impegni a tenere fuori l'ideologia «woke» dai chatbot e quindi dalle case di ogni cittadino del mondo, non è soltanto un "fastidio ideologico" ma una manovra legata al consenso elettorale.


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"Woke AI": la guerra fredda tra Anthropic e la Casa Bianca viene da lontano


Il punto di vista che forse non avevi ancora considerato.

Avete presente il movimento "Woke"? Nato nel gergo afroamericano e rilanciato dal movimento Black Lives Matter, oggi è una forma di protesta tipica della sinistra che si è estesa alla critica del linguaggio ma anche all'assetto culturale e alle istituzioni.

Facciamo un passo indietro. Il 23 luglio 2025 Donald Trump firma l'ordine esecutivo 14319, intitolato, senza giri di parole, Preventing Woke AI in the Federal Government. Lo Stato federale comprerà soltanto modelli linguistici «truth-seeking» e ideologicamente neutrali, che non incorporino «dogmi» come la diversità, l'equità e l'inclusione; e i fornitori che violano questi «Unbiased AI Principles» possono vedersi addossare i costi se il contratto dovesse saltare.

Tradotto, per vendere modelli al governo americano, devi dimostrare di non essere «woke».

Ma cosa vuol dire, in concreto, un'AI «woke»? L'espressione nasce nel febbraio 2024. Google lancia il generatore di immagini di Gemini e gli utenti scoprono che, alla richiesta generativa dell'immagine di un soldato tedesco del 1943, restituisce nazisti neri e asiatici; ai Padri Fondatori americani dà i tratti di donne e di persone di colore; genera un papa nero e vichinghi neri. Alla richiesta di «una coppia bianca», invece, Gemini si rifiuta, per non «perpetuare stereotipi dannosi». Google sospende la funzione e si scusa per le «imprecisioni». L'ordine esecutivo di Trump, un anno dopo, citerà quell'episodio come prova.

Oltre al caso Gemini, c'è una letteratura accademica che ha misurato l'orientamento politico dei modelli. David Rozado, nel 2024, ha sottoposto 24 modelli linguistici a test di orientamento politico standard: 23 di questi si collocavano a sinistra. Due ricerche peer-reviewed degli economisti Hartmann (2023) e Motoki (2024) hanno individuato nei chatbot una preferenza costante per posizioni progressiste e ambientaliste; uno studio del 2026 (Chen et al., arXiv, gennaio 2026) ha rilevato che i partiti di destra venivano descritti in termini sistematicamente più negativi. Persino uno studio di Stanford ha registrato che a percepire una tendenza a sinistra sono tanto gli elettori democratici quanto quelli repubblicani. E Claude, il modello di Anthropic finito nel mirino di Washington, in un'analisi comparativa del 2024 è stato classificato come «Outsider Left».

L'ordine esecutivo, però, è stato criticato. La Brookings Institution lo giudica vago e politicizzato. Le tecniche che provano a correggere le discriminazioni già documentate dell'AI — nelle assunzioni, nella giustizia penale, nella sanità — rischiano di finire bollate come «woke» ed escluse dagli appalti. E imporre per decreto la «neutralità ideologica» è a sua volta una scelta ideologica, presa da un'amministrazione: Trump si è vantato di aver reso il movimento «woke» non più "cool," parole sue. Dopodiché spunta Musk che presenta Grok come il chatbot «anti-woke», e allora fuori Anthropic, dentro xAI.

Del resto, un modello perfettamente neutrale forse non esiste. Ogni filtro è una decisione su cosa conti come «accurato» o «dannoso», presa da qualcuno: rifiutare una «coppia bianca» e generare un nazista nero nascono entrambi da istruzioni umane, e così pure ogni «non posso aiutarti con questa richiesta» di un chatbot. Quello che cambia, allora, è chi quell'inclinazione la sceglie — un'azienda, un governo — e quanto è disposto a dichiararla.

Su questo sfondo va letto lo scontro di queste settimane. L'amministrazione tratta Anthropic da «radical left, woke company», e il 12 giugno ha usato per la prima volta i poteri di export control per spegnere i suoi modelli di punta, Fable 5 e Mythos 5, per ogni cittadino straniero al mondo, esplicitando "motivi di sicurezza nazionale." Non vogliamo dire che lo abbia fatto per la posizione «anti-woke» del governo, perché non lo sapremo mai, ma potrebbe avere inciso.

Gli LLM oramai hanno acquisito un potere molto simile a quello dei media. Anzi, molti studi dimostrano quanto gli utenti si fidino molto di più del proprio chatbot personale che di un'informazione trovata online o sui social media. Che il governo USA si impegni a tenere fuori l'ideologia «woke» dai chatbot e quindi dalle case di ogni cittadino del mondo, non è soltanto un "fastidio ideologico" ma una manovra legata al consenso elettorale.

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)
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Come l'Iran ha umiliato Trump con l'accordo che chiude la guerra


Per il giornalista Graeme Wood Washington esce dal conflitto con poco più di prima, mentre Teheran incassa garanzie di sicurezza e 300 miliardi di dollari di investimenti.

L'accordo che ha chiuso la guerra tra Stati Uniti e Iran è "un'umiliazione" per Washington. È la tesi del giornalista Graeme Wood in un'analisi pubblicata sull'Atlantic, secondo cui gli Stati Uniti escono dal conflitto con poco più di quanto avessero prima, mentre l'Iran ottiene garanzie di sicurezza e una grande quantità di denaro.

L'intesa, scrive Wood, lascia l'Iran uno Stato teocratico libero di armarsi con missili balistici e droni e di "uccidere i propri cittadini". Dopo un periodo di 60 giorni di libero passaggio nello Stretto di Hormuz, secondo l'autore Teheran avrà la facoltà di regolare il traffico marittimo che attraversa quel braccio di mare.

Per Wood, vedere il presidente e i suoi collaboratori difendere l'accordo è per certi versi umiliante quanto l'accordo stesso. "Se altri Paesi hanno" missili balistici, ha detto Trump al vertice del G7, "è un po' ingiusto" che l'Iran "non ne abbia qualcuno". L'eliminazione di quei missili era uno degli obiettivi principali della guerra, un conflitto in cui sono morti migliaia di iraniani e più di una decina di americani.

Lo stesso presidente ha detto che gli Stati Uniti avrebbero potuto continuare a bombardare "per altre tre settimane, due settimane, quattro settimane, due anni" ma che in quel caso "non avreste mai avuto lo Stretto di Hormuz aperto". Tenere aperto quello stretto, ricorda Wood, è uno dei compiti principali della Marina degli Stati Uniti, e per questo quelle parole suonano come l'ammissione che l'esercito americano non è in grado di svolgere il proprio lavoro.

L'umiliazione, per Wood, è cosa diversa dalla sconfitta. Solo gli Stati Uniti sono stati umiliati, ma entrambi i Paesi hanno subito una perdita pesante. La sconfitta americana è la più evidente: una perdita di prestigio e la conferma che neppure un Paese ricco può imporre la propria volontà a uno povero ma determinato.

La sconfitta dell'Iran è più sottile. I Paesi confinanti, scrive Wood, prima lo consideravano un vicino problematico e ora lo vedono come una minaccia vera e propria, e per questo si stanno armando e cercano vie per aggirare lo Stretto di Hormuz. L'economia iraniana è un disastro da circa 15 anni ed è ormai "completamente a pezzi", e l'autore si chiede chi vorrà investire in un Paese il cui governo "si regge sulla brutalità ed è guidato secondo i capricci di una giunta a capo della quale c'è un fanatico religioso malconcio".

La migliore difesa dell'accordo dal punto di vista americano, secondo Wood, tiene conto proprio di queste difficoltà economiche e politiche dell'Iran, che hanno più probabilità di far cadere il regime di qualsiasi ulteriore azione militare. Una seconda difesa possibile è che non si tratti di un vero accordo, perché entrambe le parti avevano intenzione di non rispettarlo già prima di firmarlo.

Un funzionario americano ha detto alla CNN che "non bisognerebbe leggere troppo nel linguaggio" dell'intesa, perché il cuore dell'accordo sono le "intese che abbiamo l'uno con l'altro". Gran parte del testo, scrive Wood, è così vago da risultare privo di significato, al contrario dell'accordo sul nucleare negoziato da Barack Obama, che prevedeva ispezioni dettagliate e invasive che non compaiono in nessun documento citato dai collaboratori del presidente.

Lo stesso funzionario ha aggiunto che il linguaggio del documento è calibrato per permettere ai dirigenti iraniani di "dire quello che devono dire per la loro politica interna". Per Wood questo riflette una lettura della leadership iraniana che ha sentito anche da funzionari di amministrazioni precedenti, comprese quelle democratiche: i suoi capi sarebbero sensibili all'adulazione e considererebbero l'irritazione e l'umiliazione degli americani un fine in sé.

"L'umiliazione è il punto", scrive Wood. L'Iran ha ottenuto che gli Stati Uniti firmassero un documento che gli stessi americani hanno descritto come degradante, mortificante, una capitolazione totale. Poco importa, secondo l'autore, se l'accordo non si realizzerà mai o se ogni sua parte si rivelerà meno vantaggiosa del previsto.

L'Iran, ricorda Wood, non aveva mai vinto una guerra, e i colpi che era riuscito a infliggere a Stati Uniti, Israele e ai propri cittadini erano stati finora "modesti e furtivi", sotto forma di attentati e azioni indirette attraverso milizie alleate. L'esistenza di un'intesa con termini umilianti per l'America è per Teheran un capitale simbolico ed emotivo che nessun regime iraniano aveva mai avuto dalla Rivoluzione islamica del 1979.

I 300 miliardi di dollari di investimenti, scrive Wood, non sono l'occasione più grande per l'Iran. Più prezioso sarebbe un cambio di rotta della dirigenza verso le riforme, con l'abbandono di alcuni dogmi del passato: gli attuali leader si sono presentati come i salvatori della Repubblica islamica e con quella credibilità potrebbero introdurre cambiamenti considerati necessari, che apparirebbero controrivoluzionari se proposti da chiunque altro.

"L'Iran ha vinto la guerra, o almeno non l'ha persa", conclude Wood. "La pace è ancora tutta da giocare."

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Trump impone ai dipendenti dei parchi nazionali le spille di Freedom 250


Chi rifiuta di indossare le spille del gruppo creato dai consiglieri del presidente per le celebrazioni dei 250 anni rischia un richiamo disciplinare. Lo scrive Mother Jones.

L'amministrazione Trump sta ordinando ai dipendenti del National Park Service, l'agenzia federale che gestisce i parchi nazionali americani, di indossare delle spille che promuovono Freedom 250, il gruppo incaricato di organizzare le celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti. Alcuni dipendenti hanno raccontato di essere stati minacciati di richiami disciplinari se si rifiutano di appuntarsele agli eventi che celebrano la Dichiarazione di Indipendenza. Lo ha rivelato la rivista Mother Jones, sulla base di email interne e dei resoconti di chi lavora nell'agenzia.

Freedom 250 è un gruppo semi-privato creato alla fine dello scorso anno dai consiglieri del presidente per prendere il controllo dell'organizzazione dell'anniversario. I critici sostengono che abbia trasformato le celebrazioni in una festa di parte per Trump, con un legame sempre più debole con le idee della Rivoluzione americana. I dipendenti del servizio dei parchi ritengono che indossare la spilla equivalga a una dichiarazione politica, paragonabile a mettersi in testa un cappello MAGA, il copricapo rosso legato allo slogan "Make America Great Again" e diventato il simbolo del movimento del presidente.

Il gruppo è nato in contrapposizione ad America250, l'organizzazione creata dal Congresso un decennio fa per pianificare le commemorazioni. America250 è obbligata per legge a tenere eventi bipartisan e a rispondere a una commissione nominata dal Congresso, di cui fanno parte anche i democratici. Aveva organizzato la parata militare voluta da Trump, ma ha sollevato obiezioni quando il presidente ha preteso eventi sempre più di parte e sfarzosi. Da quelle tensioni è nata la decisione dell'amministrazione di lanciare Freedom 250, un'entità che il presidente può controllare di fatto.

Secondo i critici, Freedom 250 permette a Trump di organizzare con più libertà eventi che funzionano anche da comizi elettorali, di raccogliere fondi privati da aziende in cerca di buoni rapporti con l'amministrazione e di non rendere pubblico quanto tutto questo costi ai contribuenti. Il gruppo è una società a responsabilità limitata che opera sotto la National Park Foundation, l'ente non-profit partner del servizio dei parchi. Spende denaro pubblico ma non si è sottoposto al controllo del Congresso, al punto che i democratici lo hanno definito un gruppo di "dark money", cioè finanziato da fondi di origine non trasparente.

Le celebrazioni hanno già incluso una grande parata militare per il 79esimo compleanno del presidente, seguita per l'80esimo da un incontro di arti marziali miste sponsorizzato da una società di criptovalute sul prato della Casa Bianca. Il giorno dopo Trump ha annunciato che la festa del 4 luglio sul National Mall, la grande spianata di Washington dove si tengono le principali manifestazioni del paese e momento clou dell'anniversario, avrebbe ospitato un suo comizio.

Diversi critici sostengono che l'ordine sia illegale, perché i dipendenti federali non possono svolgere attività politica di parte mentre sono in servizio. "Obbligare il personale del Park Service, in uniforme o no, a indossare una spilla con il logo registrato di Freedom 250 è illegale, punto", ha dichiarato a Mother Jones Tim Whitehouse, direttore esecutivo di Public Employees for Environmental Responsibility, un'organizzazione che tutela i lavoratori pubblici. Secondo Whitehouse l'obbligo, oltre a violare i diritti dei dipendenti, finisce probabilmente per arricchire con fondi federali i fornitori vicini a Trump.

Il 13 aprile un memo interno firmato da Charles Cuvelier, direttore associato del servizio dei parchi e indirizzato ai sovrintendenti dei parchi nazionali, ha "fortemente incoraggiato" i dipendenti non in uniforme a portare la spilla e ha "autorizzato" quelli in divisa, con istruzioni minuziose: "La spilla va portata centrata e a un quarto di pollice sopra la targhetta con il nome", si legge nel documento. Indossarla, ha scritto Cuvelier, è un segno di "spirito di corpo". Il memo però non arrivava a imporne l'uso.

A trasformare l'incoraggiamento in obbligo sono stati gli ordini verbali. Molti sovrintendenti e capi divisione hanno imposto a voce ai sottoposti di indossare la spilla agli eventi dell'anniversario, dicendo di trasmettere disposizioni arrivate da Washington. La pratica non è uniforme: alcuni dipendenti hanno detto di non aver ricevuto alcun ordine, mentre altrove i supervisori hanno avvertito che il rifiuto avrebbe comportato un richiamo ufficiale, primo gradino di una scala disciplinare che può arrivare fino al licenziamento.

Il segretario agli Interni Doug Burgum, che ha l'autorità sul servizio dei parchi, ha sostenuto con convinzione l'agenda dell'anniversario e ha incaricato l'agenzia di appoggiare i piani di Freedom 250, pur avendo affermato di non sapere come il gruppo fosse finito a operare sotto il suo dipartimento. Già a gennaio l'amministrazione aveva iniziato a mettere ai margini America250, dirottando verso Freedom 250 i fondi destinati al primo gruppo e ordinando ai dipendenti di promuovere solo la nuova organizzazione.

Il Dipartimento degli Interni non ha risposto direttamente alla domanda se le spille siano obbligatorie. Un portavoce ha respinto le critiche come un attacco dei media progressisti e ha assicurato che gli oggetti vengono distribuiti gratuitamente a tutti i dipendenti dei parchi, senza però indicare quanto siano costati. Online versioni simili si vendono tra gli 8 e i 10 dollari l'una, per un'agenzia che conta circa 20.000 dipendenti. Secondo il memo le spille sono fornite da Ace Specialties, un'azienda della Louisiana che vanta un passato nella vendita di gadget della campagna di Trump, compreso il cappello MAGA, e si presenta come fornitore di abbigliamento "per repubblicani". Gli ordini, indica un altro documento interno, vanno effettuati in quantità di almeno 100 pezzi.

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L'amministrazione Trump rinuncia a smantellare la rete di osservazione degli oceani


La National Science Foundation ferma il piano dopo che il Senato, con voti di entrambi i partiti, aveva approvato una legge per bloccarlo. Alcuni strumenti erano già stati rimossi.

L'amministrazione Trump ha rinunciato a smantellare la più grande rete americana di osservazione degli oceani, una decisione presa a maggio che aveva scatenato una protesta trasversale al Congresso, fino a coinvolgere senatori repubblicani. La marcia indietro è arrivata giovedì 18 giugno, all'indomani del voto con cui il Senato aveva approvato una legge per fermare lo smantellamento.

A finanziare il sistema è la National Science Foundation, l'agenzia federale americana che sostiene la ricerca scientifica, nota con la sigla NSF. L'agenzia ha annunciato che non procederà "con ulteriori rimozioni o ridimensionamenti delle attrezzature" e che metterà in pausa il piano, convocando un gruppo di esperti per individuare "un percorso sostenibile" per il futuro della rete.

Si tratta dell'Ocean Observatories Initiative, una rete creata nel 2016 e composta da circa 900 strumenti collocati in profondità nelle acque dell'Atlantico e del Pacifico, progettati per resistere alle pressioni enormi e alla salinità corrosiva degli abissi. L'installazione è costata circa 370 milioni di dollari (poco più di 310 milioni di euro) ed era pensata per restare in funzione per venticinque anni.

A fine maggio la NSF aveva annunciato che avrebbe iniziato a rimuovere boe e altre attrezzature sottomarine ancorate al fondale al largo delle coste di Oregon, Washington, Alaska, North Carolina e di un'area tra la Groenlandia e l'Islanda nota come mare di Irminger. L'agenzia aveva spiegato che lo smantellamento avrebbe permesso di risparmiare 48 milioni di dollari l'anno in costi operativi, una cifra che però rappresenta una frazione minima della spesa pubblica federale.

Parte delle attrezzature era già stata tirata fuori dall'acqua. La NSF ha fatto sapere di aver rimosso alcuni strumenti al largo di Oregon e Washington, ma di stare ora preparando "piani per riposizionare l'attrezzatura dopo la revisione". Edward Dever, professore di oceanografia alla Oregon State University che aiuta a gestire gli strumenti di quella zona, ha detto al New York Times che l'agenzia aveva tolto sei delle sette piattaforme di profondità dotate di sensori. Trovare le navi necessarie a sostituirle potrebbe richiedere diversi mesi, perché le imbarcazioni vengono di solito prenotate con circa un anno di anticipo.

Per dieci anni gli scienziati hanno usato i dati di questi strumenti per capire come l'oceano assorbe i gas serra dall'atmosfera, come le ondate di calore marine possano colpire la pesca e quanto sia vicino il rischio di collasso di una corrente oceanica fondamentale dell'Atlantico. I pescatori controllavano i dati in tempo reale su vento e onde prima di uscire in mare, e i meteorologi usavano le osservazioni per migliorare le previsioni di uragani e tsunami.

Il dietrofront è arrivato dopo una forte reazione contraria. Il Senato aveva approvato mercoledì, con il consenso unanime dell'aula, una misura per impedire al governo di usare fondi federali per smantellare il sistema finché la NSF non avesse condotto una valutazione approfondita della rete, con il contributo di scienziati e comunità costiere. L'amministrazione Trump aveva già provato a tagliare i fondi del programma negli ultimi due anni, ma in entrambi i casi il Congresso aveva ripristinato i finanziamenti.

La legge è stata promossa dai senatori Jeff Merkley, democratico dell'Oregon, e Lisa Murkowski, repubblicana dell'Alaska. In un'intervista al New York Times, Murkowski ha criticato l'amministrazione per non aver consultato il Congresso prima di iniziare a togliere alcune attrezzature. "La NSF è andata avanti da sola, non solo unilateralmente, ma davvero senza alcun preavviso", ha detto. La senatrice ha aggiunto che la pesca in Alaska si affida ai dati oceanici per capire come l'aumento delle temperature stia minacciando alcune specie, e ha definito la rinuncia allo smantellamento "una vittoria enorme per le comunità costiere e i pescatori di tutto il paese".

Merkley ha definito il progetto di smantellamento "una stupidità suprema". Zoe Lofgren, deputata democratica della California e prima esponente del suo partito nella commissione Scienza della Camera, ha accolto con favore il ripensamento ma ha avvertito che non è ancora chiaro quanti danni siano già stati fatti. "Questo squallido piano era illegale", ha dichiarato alla CNN, aggiungendo che i prossimi passi della NSF dovranno consistere nel sostituire tutti gli strumenti già rimossi.

Le proteste erano arrivate anche dall'estero. Dopo l'annuncio dello smantellamento, l'Unione europea aveva fatto sapere che avrebbe rafforzato la propria osservazione degli oceani con un investimento da 92 milioni di euro (circa 107 milioni di dollari). La mossa era stata pianificata molto prima della retromarcia americana, ma a Bruxelles ne avevano sottolineato il contrasto. "Segnali estremamente preoccupanti arrivano dall'altra sponda dell'Atlantico", aveva detto Costas Kadis, commissario europeo per la pesca e gli oceani.

Anche l'organizzazione non governativa Ocean Conservancy ha salutato la decisione come una scelta di "buon senso". "Semplicemente non potevamo permetterci di liberarci" di questa infrastruttura, ha dichiarato Chris Robbins dell'organizzazione in un comunicato trasmesso all'Agence France-Presse. La NSF ha assicurato di restare "impegnata nelle scienze oceaniche" e in una gestione responsabile delle proprie infrastrutture di ricerca.

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Toy Story 5 e la tecnologia come restrizione o liberazione


La saga di Toy Story torna al cinema con un quinto capitolo che mette in discussione la tecnologia e allo stesso tempo la esalta, sfruttandone le possibilità per una resa visiva sbalorditiva.

Toy Story 5 è in qualche modo il film della “restaurazione”, dopo che il precedente - il bellissimo e frainteso Toy Story 4 - aveva deciso di porre delle domande completamente nuove per la saga, mettendo in scena i giocattoli non esclusivamente in relazione a chi li possedeva, ma esplorando la possibilità (fino a quel momento preclusa) per loro di essere liberi e indipendenti (anche cinematograficamente: strada poi tentata maldestramente con Lightyear). Toy Story 4 sfruttava l’espediente Pixar più classico e abusato - quello di mettere i propri personaggi nella condizione di dover lottare continuamente per rimanere insieme - e lo disinnescava progressivamente, arrivando a mettere in discussione la necessità stessa di restare uniti per sempre e raccontando la perdita come un passaggio necessario per crescere (o addirittura come qualcosa da ricercare per ricominciare da capo). Emblematico di ciò era il nuovo giocattolo Forky, la cui aspirazione principale era quella di essere gettato nell’immondizia dalla quale proveniva. Toy Story 5, da questo punto di vista, è un film molto più convenzionale, che segue l’ormai ampiamente collaudata formula dei sequel Pixar e si “limita” a rimettere in scena una narrazione già familiare cambiandone alcuni elementi fondamentali. Come avvenuto ne Gli Incredibili 2 e in Alla ricerca di Dory (diretto dallo stesso Andrew Stanton), innanzitutto c’è un cambio di protagonista e di genere (sessuale): stavolta tutta l’avventura è nelle mani di Jessie, “woman in charge” che lotta contro l’obsolescenza dei giocattoli, sostituiti dai nuovi dispositivi elettronici e connessi in rete, che totalizzano l’attenzione di quei bambini che un tempo giocavano invece con bambole e pupazzi. Si ricompone la coppia con Woody e Buzz e si relegano tutti gli altri personaggi in ruoli assolutamente secondari (anche Forky e Bo Peep, che invece erano centrali nel precedente episodio).

Per ovvie ragioni, però, un film di Toy Story non può essere aprioristicamente contro la tecnologi”, neanche quando questa diventa il “villain” che i nostri eroi di pezza e di plastica devono sconfiggere. Non può farlo perché quella di Toy Story è la saga cinematografica che più di tutte le altre ha scommesso sull’avanzamento tecnologico (quello dell’animazione digiale) per poter raccontare le proprie storie, esaltandolo come strumento indispensabile per emozionare lo spettatore e facendosi sempre più complessa e sofisticata capitolo dopo capitolo. Il gusto del pubblico, però, negli ultimi anni è cambiato e gli spettatori hanno cominciato a premiare quei film animati che si allontanavano dal fotorealismo per proporre uno stile che contaminasse l’animazione digitale con tecniche di animazione più tradizionali. Questo è diventato ben presto il nuovo standard del cinema d’animazione e non è un caso che anche la Pixar si sia dovuta adattare, fino ad annunciare il suo primo lungometraggio (Gatto, in uscita nel 2027) con uno stile completamente differente rispetto a quello con cui era andata avanti dal 1995 a oggi. Toy Story 5, in qualche modo, presenta una conciliazione tra questi due modi di intendere l’animazione, spingendo come mai prima d’ora il pedale sul fotorealismo e sul miracolo tecnologico della sua animazione digitale, ma anche lasciando spazio a sequenze che hanno uno aspetto completamente differente e che per la prima volta nella saga “sporcano” la computer grafica con altre tecniche e aprono alla possibilità di una nuova resa visiva di quegli stessi personaggi che abbiamo imparato negli anni a conoscere esclusivamente nei loro sempre più immacolati e pulitissimi modelli poligonali.

Come esemplificato nella parabola di redenzione della “cattiva” Lilypad, tavoletta digitale che altera il benessere psicofisico di Bonnie, la tecnologia non è un male in sé, ma lo può diventare a seconda di come viene utilizzata e programmata. È per questo che tutti i dispositivi digitali con cui Jessie avrà a che fare nel corso della sua avventura si riveleranno alla fine davvero “utili” solo nel momento in cui verranno utilizzati al di fuori delle funzioni per cui erano stati inizialmente concepiti. Solo contravvenendo al proprio scopo “di fabbrica” potranno effettivamente offrire un proprio contributo alla storia. Uno stesso dispositivo può essere sfruttato per connettere davvero le persone, favorendo la creazione di legami reali, ma anche per schernire, bullizzare, alienare. Sta tutto qui il senso di questo quinto capitolo della saga Pixar, nell’affermare che la tecnologia può essere sia una costrizione che una liberazione. E questo è vero anche sul piano metacinematografico, se applichiamo lo stesso ragionamento nel campo del cinema d’animazione. Nessun film di Toy Story è stato così bello visivamente, così complesso, con così tanti personaggi ed elementi a schermo che si muovono simultaneamente. La tecnologia, in questo senso, intesa come sofisticazione degli strumenti digitali impiegati per la realizzazione del film, è una risorsa per i suoi protagonisti, che così possono compiere azioni che erano impossibili in precedenza. Ma anche per raccontare le emozioni con un’efficacia e un dinamismo prima inaccessibili (come evidente nella bellissima scena di un bacio sospeso) e per ampliare le possibilità di caratterizzazione, dove invece prima si rendeva necessario semplificare, omologare, standardizzare (il fatto che Blaze abbia quei riccioli lì sembra un dettaglio banale, ma non lo è, da un punto di vista tecnico).

Alla fine, quindi, come sempre accade nei film della Pixar, questo Toy Story 5 finisce per rivelare qualcosa anche di chi lo ha realizzato e delle sfide che i suoi animatori devono oggi affrontare, nel paradosso di avere a disposizione una tecnologia che permette loro di fare tutto, anche cose inimmaginabili fino a qualche anno fa, e comunque dover lottare affinché la loro immaginazione, la loro fantasia, la loro capacità di creare storie non venga soffocata e anestetizzata.
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Addio Destiny


Xbox sta affilando la mannaia, è arrivato lo Steam Next Fest e l'addio a Destiny 2
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Questa settimana Letter to a Gamer esce in versione leggermente ridotta perché iniziano le meritate ferie del vostro giornalista videoludico preferito. Nel numero di oggi, visto che le notizie della settimana sono quasi tutte a tema Xbox, la sezione news sarà un mega riassuntone di tutto quello che sappiamo, mentre la recensione e lo speciale sono tutte dedicate a Destiny 2, alla qualità del suo ultimo aggiornamento (ultimo nel senso che non ne arriveranno più perché il gioco smetterà di ricevere nuovi contenuti) e al ruolo che ha avuto nella vita di chi scrive.


News index


- Microsoft ha ipotizzato di vendere Xbox
+ Xbox perde due delle sue figure storiche
- Xbox inizierà a tagliare interi studi di sviluppo
+ Anche quelli con giochi appena annunciati
- Don't Nod finirà i soldi a novembre

Microsoft ha ipotizzato di vendere Xbox - Secondo quanto riportato da The Information, Microsoft avrebbe valutato la possibilità di scorporare Xbox da sé stessa e renderla una società interamente controllata, oppure di trasformarla in una joint venture con dei partner. Sappiamo dalle parole della Ceo Asha Sharma che una ristrutturazione di qualche tipo è imminente, e The Information sostiene che Microsoft abbia approvato nuovi piani per investire maggiormente nei suoi franchise di successo come Halo, Fallout e The Elder Scrolls.

Xbox perde due delle sue figure storiche - Craig Duncan, responsabile di Xbox Game Studios, si è dimesso. Anche Louise O'Connor, capa dello staff di Xbox Game Studios, ha lasciato l'azienda. Queste dimissioni giungono dopo diversi cambiamenti ai vertici di Xbox e fanno da apripista all'ondata di licenziamenti che colpirà l'azienda a luglio. Duncan è entrato in Xbox nel 2011 nel ruolo di responsabile di Rare, uno studio first-party di Xbox, fino al 2024. Durante la sua direzione, Rare ha lanciato e portato alle stelle il suo popolarissimo titolo live service Sea of ​​Thieves. Nel novembre 2024, Duncan ha sostituito Alan Hartman come responsabile di Xbox Game Studios supervisionando diversi studi, tra cui Halo Studios, Turn 10, The Initiative e Double Fine.

Xbox inizierà a tagliare interi studi di sviluppo - Double Fine, Ninja Theory e Compulsion Games rischiano la chiusura secondo fonti di Bloomberg. Sono in corso delle "negoziazioni attive" per consentire agli studi di trovare un modo di ricomprarsi la loro indipendenza dopo la notizia arriva dell'"Xbox Reset" di Asha Sharma che sarà accompagnato da licenziamenti di massa a partire da luglio 2026. Double Fine Productions (Psychonauts), Ninja Theory (Hellblade) e Compulsion Games (South of Midnight) non sono soli: secondo Jason Schreier, anche "diversi altri" studi Xbox, oltre ai tre citati, si trovano nella stessa situazione. Fonti interne affermano che ai dipendenti è stato "concesso il permesso di cercare un nuovo lavoro" visto che dei licenziamenti saranno inevitabili in ogni caso e che "la situazione degli studi è ancora incerta". Diversi sviluppatori degli studi a rischio hanno pubblicato sui social degli annunci in cui dichiarano di essere alla ricerca di nuove opportunità lavorative.

Anche quelli con giochi appena annunciati - Senua, il terzo gioco della serie Hellblade di Ninja Theory, è stato appena presentato all’Xbox Showcase, ma Xbox benissimo che lo studio sarebbe presto stato vittima di forti tagli o di una chiusura. Quindi perché annunciare il gioco? Secondo un report di Game File, la risposta è che Microsoft ha pensato che mostrare comunque Senua (a cui il team sta lavorando da due anni) avrebbe aumentato le possibilità di trovare un potenziale acquirente per Ninja Theory. L’obiettivo era attirare l'interesse degli investitori e facilitare una qualche forma di vendita piuttosto che una chiusura definitiva.

Don't Nod finirà i soldi a novembre - Le brutte notizie continuano al di fuori del mondo Xbox: i revisori dei conti dello sviluppatore francese Don't Nod, famoso per aver creato la serie Life is Strange, hanno pubblicato una relazione in cui affermano che lo studio esaurirà la liquidità entro novembre 2026 se non riceverà ulteriori finanziamenti. Secondo la relazione, il principale azionista di Don't Nod, Tencent, "non intende sottoscrivere un aumento di capitale a breve termine" per sostenere lo studio. Il presidente Oskar Guilbert ha avuto colloqui "con alcuni importanti attori del settore dei videogiochi", ma finora non si sono concretizzati "in alcuna offerta di finanziamento strutturato". Ne abbiamo parlato in fase di recensione: Aphelion, nonostante diversi lati positivi, ha mancato l'obiettivo e non ci sono grossi progetti in cantiere in grado di giustificare nuovi investimenti.


Cosa giocare questo weekend


Demo e titoli da provare per scoprire qualcosa di nuovo

É la settimana dello Steam Next Fest, questo vuol dire decine di demo gratuite da provare, ecco le migliori secondo noi.

Iron Nest: Heavy Turret Simulator - Avete mai sognato di fare da operatore a una torretta d'artiglieria pesante? É la vostra occasione: quella di Iron Nest è la demo più scaricata e meglio votata di questo Next Fest

The Sinking City 2 - A proposito di atmosfere lovecraftiane, non dimenticate di dare un'occhiata anche alla demo di The Sinking City 2. Frogwares sta scommettendo sugli aspetti survival horror del sequel, e questa demo vi mostrerà come lo studio si stia concentrando su una tensione palpabile, enigmi ingegnosi e un gameplay che sfrutta al massimo le risorse.

Maximum Thunderness - Per qualcosa di più tranquillo, potete provare la demo di Maximum Thunderness: un gioco d'azione cooperativo roguelike a scorrimento laterale in cui dovrete rispondere con estrema forza ai piccoli crimini della sinistra organizzazione SKULL, tutto in stile molto retrò.

Valor Mortis - C'è da aspettare ancora un po' per la versione completa di questo soulslike in prima persona dello studio di Ghostrunner, ma potete farvi un'idea di cosa vi aspetta con questa demo. Nei panni di un ex soldato dell'esercito di Napoleone, vi ritroverete su un campo di battaglia europeo pieno di mostri, creature che metteranno alla prova i vostri riflessi, la vostra abilità con le armi e i vostri poteri magici.

Empulse - Non ci aspettavamo che 1047 Games, lo sviluppatore di Splitgate, avesse in cantiere un successore spirituale di Titanfall, ma siamo felici che sia così! Unendo il talento dello studio per il gameplay ispirato ad Halo con mech giganti, Empulse si basa sulla strategia e sulla capacità di superare in astuzia gli avversari.

Toem 2 - Il Toem originale è un'ottimo connunbio di enigmi, logica e gusto artistico in un mondo monocromatico splendidamente progettato. Il sequel sembra voler ampliare queste idee prima della sua uscita nel terzo trimestre del 2026, e questa demo vi darà un assaggio di come documentare le piccole meraviglie di questo mondo.

SiN Reloaded - Nightdive Studios è diventato lo sviluppatore di remaster di classici di culto e ora si concentra su SiN. Sebbene non abbia ancora una data di uscita, questa demo vi darà un'ottima idea di come Nightdive abbia rimasterizzato lo sparatutto originale del 1998 e lo abbia migliorato con schemi di controllo moderni.

Star Trek: Outposts Unknown - Outposts Unknown si concentra sull'esplorazione dell'ultima frontiera di Star Trek e sulla creazione di una base su mondi lontani. Questo simulatore di vita coloniale offre numerosi ambienti unici da esplorare e le tecnologie tipiche di Star Trek da utilizzare.

Lost in Art - Una galleria d'arte è il luogo perfetto per un horror psicologico. Sebbene Lost in Art non sia un survival puro, il gioco sfrutta la sua ambientazione particolare per creare enigmi che richiedono pensiero creativo, nascondere minacce sinistre nell'ombra e avvolgere l'intera esperienza in una direzione artistica accattivante.

Tanuki Pon's Summer - Consegnate pacchi, fate amicizia e preparate il santuario cittadino per la festa dell'estate nella demo di Tanuki Pon's Summer. La demo offre uno sguardo sulle atmosfere ispirate allo Studio Ghibli che caratterizzano il gioco.

Penguin Colony - Giocherete nei panni del pinguino in questa fedele rivisitazione di "Alle montagne della follia" di H.P. Lovecraft. Sviluppato dallo studio Origame Digital (Umurangi Generation), il gioco segue gli eventi dell'iconico racconto horror cosmico, ma attraverso gli occhi di un pinguino.

Hack 95 - Sappiamo tutti quanto i moderni sistemi operativi facciano schifo al giorno d'oggi, ed è per questo che un gioco come Hack 95 potrebbe attirare la vostra attenzione. Ispirato all'epoca d'oro dei sistemi operativi, Hack 95 è un'esperienza di hacking informatico basata sulle carte in cui il vostro compito è quello di smantellare delle organizzazioni malvagie. Inoltre, un carlino virtuale sarà lì ad aiutarvi.

Feed the Giants - Nei panni di un grande gigante vi verrà data la possibilità di guidare un gruppo di bambini smarriti attraverso un mondo ostile o di sacrificarli per intrattenere i tuoi compagni titani. Ricordate, però, che ogni decisione ha una conseguenza in questa demo dai toni dark.

Cozy Game Restoration - Se avete mai trovato una vecchia cartuccia di gioco e vi siete divertiti un mondo a ripulirla, allora questo simulatore probabilmente vi piacerà. Riceverete cartucce di videogiochi dimenticate che hanno visto giorni migliori, tutti gli strumenti necessari per riportarle al loro splendore originale e un banco da lavoro dove godersi il ​​processo.

Link Cameras - I giochi di simulazione desktop sono in ascesa e Link Cameras offre la sua interpretazione di questo genere in crescita. Nei panni di un moderatore di un sito web di telecamere, il vostro compito sarà quello di monitorare dei video in diretta da diversi utenti, rivedere le trasmissioni e scoprire il sinistro segreto dietro ogni connessione, il tutto attraverso un'interfaccia informatica vecchio stile.

Washington Prime - Per cpire cosa ha da offrire questo sparatutto anni '90 basta la sinossi ufficiale del gioco: "Ci saranno sparatorie contro persone dall'aspetto estremamente realistico, potreste trovare una sigaretta in giro e bottiglie di alcolici in alcuni punti. Un sacco di parolacce". Il pubblico giusto saprà trovare questo videogioco.

Sprawl Zero - Un'estetica rozza tipica dei primi anni 2000 per un mondo cyberpunk con nemici che esplodono in mille pezzi e un combattimento realistico che richiede riflessi pronti. Anche qui poche cose fatte bene.

A Game About Breaking a Cube - Non ci crederete, ma A Game About Breaking a Cube è un gioco che consiste nel rompere un cubo. Questa nuova versione amplia il concetto con strumenti potenziabili, un senso di terrore esistenziale e lattine di carne da far bere al vostro personaggio.

Virtue and a Sledgehammer - E se i ricordi d'infanzia incontrassero la fisica distruttiva del vecchio Red Faction Guerrilla? Così nasce Virtue and a Sledgehammer, un gioco in cui esplorerete il vostro passato per poi distruggerlo a colpi di martello.


Destiny 2 Monumento al Trionfo: la recensione


É triste che la fine sia uno dei momenti migliori per tornare o addirittura iniziare a giocare a Destiny

Salutarsi col botto è meglio che salutarsi nella tristezza. Dopo due settimane di gioco, una run di Pantheon, e a un passo dal titolo, possiamo dirlo: Monumenti del Trionfo è uno dei migliori aggiornamenti mai arrivati su Destiny 2 e un addio tanto bello quanto doloroso.

Il cuore di questi “ultimi” nuovi contenuti è il senso: ora ha senso giocare praticamente ogni contenuto del gioco, dalle pattuglie in giro per i pianeti all’intero catalogo di dungeon e raid. Ogni set di armatura ora ha dei bonus, ogni arma esotica ora ha un catalizzatore e ogni attività ha delle ricompense che vale la pena andare a prendere visto che il nuovo endgame del gioco è il fashion.

Oltre al loot, Bungie ha aggiunto una serie infinita di trionfi, alcuni dei quali molto impegnativi, da andare a conquistare. Per sbloccare i set di decori per armatura più belli del gioco, infatti, è indispensabile non solo ottenere il titolo “immortale”, ma completare tutta una serie di trionfi specifici nelle attività più diverse. Dalla Lega delle Corse degli Astori ad Azzardo, dalle missioni della storia alle sfide dedicate agli armamenti, c’è qualcosa da fare, da collezionare o da scoprire in ogni angolo del gioco.

Chi non avesse mai provato l’MMO looter shooter decennale di Bungie, poi, può avere un’esperienza quasi completa grazie a Destiny 2 the Collection, un bundle con tutti i contenuti di gioco disponibili che ora costa meno di 25 euro. Campagne, segrete, armi esotiche e i meravigliosi raid di Destiny 2 aprono le loro porte ai nuovi arrivati e c’è un esercito di giocatori veterani che non vede l’ora di iniettare nuova linfa vitale e passione nel loro gioco preferito.

Per i prossimi due mesi, infatti, Destiny 2 avrà una popolazione di utenti che rivaleggerà con i suoi periodi di maggior successo. Il motivo è che la community vuole mandare un messaggio nella speranza di far approvare un sequel. Sognare non costa nulla, ma se siete nuovi giocatori vi incoraggiamo a cercare compagni di gioco sul canale Discord ufficiale (inglese) su quello italiano (link) e a provare il gameplay unico che questo gioco sa offrire.

Lo speciale di questa newsletter è dedicato la rapporto personalissimo di chi scrive con questo gioco. Giornalisticamente parlando, invece, è obiettivamente un peccato che questo giga-aggiornamento, con tanto di missione esotica e 2 cutscene di chiusura, sia l’ultimo. Non solo il gioco aveva ancora parecchie cartucce narrative da sparare. Ma se il nuovo Pantheon è un’indicazione della forma del team interno che si occupa di raid e dungeon, allora è molto probabile che in cantiere negli studi di Bungie ci siano esperienze di endgame sopraffine che non vedremo mai.

Molta della disperazione dei fan più sfegatati di Destiny 2 viene proprio dal fatto che nulla, sul mercato attuale, riesce a offrire la stessa esperienza sociale, scalare, personalizzabile e complessa dell’MMO di Bungie. Da nessuna parte c’è un qualcosa di simile a un raid di Destiny, da nessuna parte il sistema di looting e di shooting è così ben fatto e soddisfacente, e da nessuna parte l’aspetto sociale è una parte così importante del gioco.

Correte a dare al canto del cigno di Destiny 2 una possibilità: vi regalerà, anche se in modo distillato e sparso, attimi unici e indimenticabili per la vostra carriera videoludica. Soprattutto se lo avete abbandonato dopo la Forma Ultima o dopo I Confini del Destino, tornare su Destiny vi regalerà due mesi di avventure alla massima potenza, un ultimo tango che vi renderà tristi, ma che vi farà ringraziare le stelle per tutte le avventure, le amicizie e i trionfi che avete trovato all’ombra del Viaggiatore.


Destiny mi ha cambiato la vita


So che non sono solo a sentirmi così

Chi mi legge tutte le settimane potrebbe aver notato un cambiamento: i primi numeri di questa newsletter erano in prima persona, perché volevo dare un taglio più personale. Poi sono tornato alla terza, perché questa è prima di tutto un’opera giornalistica, e vorrei che quelle espresse siano analisi e opinioni il più possibile fattuali. Se dico che un gioco è una schifezza, non lo dico perché non piace a me, Riccardo Lichene, ma perché nemmeno analizzando il pubblico di riferimento, le ispirazioni, il gameplay o il lato artistico sono riuscito a immaginare qualcuno che dovrebbe spendere i suoi soldi per giocarlo.

Qui e ora devo tornare alla prima persona, perché Destiny ha cambiato la mia vita, e so che la mia non è una storia isolata.

Destiny non stato per me solo uno sparatutto, è stato un luogo, un vero e proprio posto fisico in cui andare restando davanti al computer. Un bar dove chiacchierare con gli amici, un parco avventura dove andare a esplorare (cadendo nell’abisso più volte di quante mi piacerebbe ammettere), una biblioteca dove leggere pagine e pagine di storia e, soprattutto, un rifugio sicuro in momenti della mia vita dove avrei di gran lunga preferito essere altrove.

Destiny 2 è stato anche un calendario. Con le sue stagioni ed espansioni a ritmo (quasi) cadenzato, ha fatto da metronomo e da consolazione a interi anni. Ha reso, di settimana in settimana, tutto un po’ più leggero perché i suoi compiti, le sue aspettative e le sue dinamiche sociali sono sempre state prevedibili (ma senza noia), consolanti e foriere di tsunami di divertimento.

Poi c’è la qualità di quello a cui ho giocato. Ci sono stati anni molto bui, come quando è uscita Ombre dal Profondo, o quando la storia de L’Eclissi non aveva senso, ma gli inganni della Regina dei Sussurri, la Cripta di Pietrafonda, la conclusione della Stagione degli Eletti, il passo narrativo di quella del Tecnosimbionte e poi il finale della Forma Ultima, una chiusura a dir poco squisita con tantissimi personaggi che arrivano ad avere un arco narrativo compiuto e autentico.

Destiny è quel gioco che ha preso il suo miglior personaggio, lo ha fatto uccidere da uno dei suoi cattivi più mediocri dando il via a una missione di vendetta che poi, nel corso di anni, ha trasformato quello stesso cattivo in uno dei personaggi principali del gioco usandolo come catalizzatore della resurrezione di quello stesso personaggio che aveva dato il via a tutto.

E infine ci sono gli amici. Sia gli amici d’infanzia cooptati nel gioco per ritrovarsi più spesso una volta finita la scuola, sia i nuovi amici, fatti sui server di Discord e poi incontrati nella vita reale, uno dietro casa e un’altro a Bologna a una fiera di carte collezionabili. C’era tutto in Destiny, e ora dei manager interessati solo a far salire un valore azionario hanno deciso che il gioco smetterà di ricevere contenuti, la base di utenti andrà scemando nei prossimi mesi e Destiny smetterà piano piano di essere quel piccolo punto fisso attorno a cui far ruotare settimane, mesi e anni.

La domenica sera con il raid, la partitella privata in crogiolo, la nuova corsa con gli astori, le segrete blind, i raid al day one e tutti quegli altri momenti iconici per cui valeva la pena grindare e prepararsi spariranno. E con loro tutte quelle persone, quegli amici, tenuti insieme solo dal gioco. Sparirà anche una delle mie attività preferite: fare da sherpa. Non sarò mai abbastanza grato a tutti coloro che mi hanno aiutato nei raid e nei dungeon più difficili e restituire quell’aiuto a chi era appena arrivato, a chi stava imparando e a chi voleva saperne di più è (quasi) sempre stato inebriante.

Ci sono state serate intere in cui sono rimasto bloccato a insegnare lo step di un raid a qualcuno che non riusciva ad impararlo, e ancora oggi rido con quella persona di quella serata. Il mito per cui non so fare le sezioni di platforming, il parkour in gergo, è così radicato nel mio clan che ad ogni attività di gruppo, quando prontamente muoio perché manco un salto, tutti (me compreso) iniziamo a ridere e le battute si sprecano. La Bungie sa che è in questi momenti che Destiny entra davvero nella leggenda e in quasi tutte le sue attività mette un modo con cui gli sherpa possono guidare i novizi a morte certa, e fanno tutti morire dal ridere.

Non sappiamo se un Destiny 3 è in sviluppo, non sappiamo quale futuro aspetta la serie, non sappiamo che piani ha Sony per lo studio che ha pagato 3,6 miliardi di dollari (e che all’ultimo anno fiscale ha ridotto la sua valutazione di 750 milioni) e l’industria è in crisi nera, quindi è improbabile che qualunque azienda abbia voglia di sborsare 500 milioni di dollari per fare Destiny 3. Eccomi quindi senza orizzonte, con la prospettiva che il posto sicuro sia destinato ad avvizzire e senza nulla a cui aggrapparmi.

Al momento sto cercando semplicemente di godermi al massimo tutto ciò che è arrivato con l’ultimo aggiornamento. Trionfo dopo trionfo, attività dopo attività. Sotto il lutto, la rabbia e la delusione per le storie che non verranno mai raccontate, però, ritrovo la gratitudine. Sono grato agli artisti che hanno creato le immagini e i suoni che mi hanno fatto innamorare di Destiny, sono grato ai programmatori che hanno forgiato l’fps con le armi migliori di sempre, sono grato ai designer che hanno ideato gli enigmi incredibili che hanno richiesto un’intera community per essere risolti, sono grato agli scrittori che hanno intrecciato così tante storie così bene e sarò per sempre grato agli amici che mi hanno accompagnato in questa avventura.

Nell’ignoto, nell’oscurità e nella difficoltà sarò sempre un Guardiano, sarò sempre un guerriero della Luce.

Ad Astra et Ultra


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Ci vediamo alla prossima lettera,
Riccardo "Tropic" Lichene

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Trump si è paragonato a Hitler e Stalin


Nel libro "Regime Change" dei reporter Maggie Haberman e Jonathan Swan, Trump esibisce un documento che lo dice più potente di Stalin e Mao, scritto in realtà dal caddie di un golfista.

In un'intervista di marzo, il presidente Donald Trump ha mostrato a due giornalisti del New York Times un documento secondo cui il suo potere supererebbe quello di alcuni tra i leader più temuti della storia, da Attila a Gengis Khan, da Napoleone a Stalin, Mao e Hitler. Lo raccontano Maggie Haberman e Jonathan Swan nel loro nuovo libro, "Regime Change", ottenuto in anticipo dalla CNN.

Trump aveva ricevuto la domanda su quanto potere stesse esercitando nel suo secondo mandato e sul posto che occuperà nella storia. Ha quindi chiesto a un collaboratore di andare a prendere un documento di due pagine che gli era stato consegnato, a suo dire, da "uno storico" durante un evento in onore del golfista Gary Player. Il testo sosteneva che ciascuno di quei leader, "per quanto temibile ai suoi tempi, non aveva una proiezione globale. Il loro potere era locale. Il suo no". Quei leader, ha detto Trump secondo il libro, "mantenevano il potere attraverso la paura. Chi mai farebbe una cosa del genere? Giusto?".

Quando i due giornalisti hanno cercato di rintracciare l'autore del documento, hanno scoperto che non era uno storico ma il caddie e confidente personale proprio di Gary Player. L'uomo ha raccontato di aver condiviso la sua valutazione del potere di Trump prima con Player e poi direttamente con il presidente, giocando a golf in Florida. Trump ha pubblicato il documento su Truth Social, il social network di sua proprietà, poco dopo la mezzanotte di giovedì, ora della costa est (le 6 del mattino in Italia), scrivendo che l'autore era uno "storico presidenziale".

Il libro offre un ritratto dei primi quattordici mesi del secondo mandato, in cui il presidente ha esercitato il potere senza vincoli, spesso in modo improvvisato, per colpire i suoi avversari, scuotere i mercati globali e fare la guerra all'estero. Si basa su oltre mille interviste raccolte in tre anni e su un colloquio di un'ora con Trump a marzo. Haberman e Swan precisano che le citazioni dirette provengono da chi ha pronunciato le frasi, da chi le ha sentite di persona o da appunti, registrazioni e trascrizioni dell'epoca.

Una mattina la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, è entrata nello Studio Ovale e ha trovato Trump con in mano un tubetto di colla, intento ad attaccare decorazioni dorate sulla mensola di marmo del camino. Dopo essere tornato in carica, il presidente aveva trasformato l'aspetto dello Studio Ovale aggiungendo oro ovunque, dalle statuette agli specchi, fino a piccoli cherubini dorati arrivati dalla sua residenza di Mar-a-Lago.

Trump aveva inizialmente esitato sulla guerra all'Iran al fianco di Israele. Nei primi mesi del suo mandato aveva detto a un consigliere scettico verso Israele di non voler avere "alcuna parte" in una guerra del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu contro l'Iran, e a un altro consigliere aveva definito lo stesso Netanyahu un "imbroglione", uno degli insulti peggiori del suo vocabolario. In un estratto del libro diffuso ad aprile dal New York Times, gli autori descrivono una riunione di febbraio nella Situation Room della Casa Bianca, la sala riservata alle decisioni di sicurezza, in cui Netanyahu espose le ragioni israeliane per attaccare l'Iran, una guerra che alla fine Trump decise di sostenere.

Sul fronte ucraino, dopo il duro scontro nello Studio Ovale del febbraio 2025 tra Trump, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il vicepresidente JD Vance, Trump ha detto a un consigliere di aver trovato il confronto perfino migliore di "The Apprentice", il programma televisivo che lo aveva reso celebre.

Il libro racconta anche il disprezzo del presidente verso alcuni membri del suo stesso governo. Nell'aprile 2025 il segretario al Commercio Howard Lutnick stava cercando di convincere Trump che i dazi non potessero penalizzare troppo le case automobilistiche americane. Il presidente gli ha risposto che un tempo era "un duro" ma che, arrivato a Washington, era diventato "debole". "Eri un killer, Howard. Ora hai la tua bella moglie, la tua grande casa, e sei diventato molle", gli ha detto secondo gli autori, rivolgendogli un insulto pesante. Mesi dopo, quando le entrate dei dazi cominciarono ad arrivare, fu lo stesso Lutnick a rigirargli l'insulto, definendosi davanti al presidente la sua fonte da venticinque miliardi di dollari al mese.

Una linea che Trump ha scelto di non oltrepassare è stata licenziare l'allora presidente della Federal Reserve, la banca centrale americana, Jerome Powell. Ha invece avviato una campagna per rendergli la vita difficile. Il direttore dell'ufficio del bilancio della Casa Bianca, Russ Vought, gli portò un piano per attaccare Powell sui costi di ristrutturazione della sede della banca centrale, che portò a una clamorosa visita del presidente al cantiere nel luglio 2025. "Voglio rompergli le scatole, onestamente", disse Trump di Powell durante una riunione, chiedendo se fosse possibile fermare i lavori. Quando un collaboratore rispose che avrebbe approfondito, il presidente replicò: "No, non approfondire. Portami un piano".

Il piano consistette nel nominare alleati di Trump alla National Capital Planning Commission, un organismo poco noto che si occupa delle costruzioni nell'area di Washington. Il presidente disse a James Blair, allora suo vice capo di gabinetto, di entrare nel consiglio: "È come una campagna elettorale di due settimane. Sai cosa fare. Divertiti, sii spietato, fai il lavoro". Blair fece entrare nel consiglio anche Will Scharf, segretario dello staff di Trump, che il giorno dopo presiedette una riunione in cui fu ordinata una revisione completa del progetto di ristrutturazione della Federal Reserve.

Nell'aprile 2025 Trump firmò ordini esecutivi per chiedere al Dipartimento di Giustizia di indagare su alcuni suoi avversari, tra cui Chris Krebs, ex capo dell'agenzia per la cybersicurezza del Dipartimento per la Sicurezza interna, licenziato nel novembre 2020 dopo aver dichiarato pubblicamente che le elezioni di quell'anno erano state "le più sicure nella storia americana". Secondo il libro, l'indagine arrivò perché Trump non ricordava nemmeno il suo nome. "Mi ricordo che c'era questo avvocato dell'amministrazione che disse che le elezioni erano regolari e che non c'erano brogli. Chi era?", chiese durante una riunione con alcuni collaboratori, tra cui il potente vice capo di gabinetto Stephen Miller. Un altro aiutante cercò il nome su internet. "Sì, Chris Krebs", disse Trump. "Che fine ha fatto? Era uno cattivo. Dategli un'occhiata". Miller fece poi preparare un memorandum presidenziale che, scrivono gli autori, scatenò le risorse del governo federale contro un uomo la cui unica colpa era stata attestare la sicurezza del voto del 2020.

Il libro racconta infine gli sforzi dell'inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, per conquistare la fiducia del presidente russo Vladimir Putin e mettere fine alla guerra in Ucraina. Durante un incontro al Cremlino, Putin stava scarabocchiando su un suo foglio personale. Witkoff gli chiese cosa fosse e Putin mostrò il foglio, su cui era scritto "3+2", una sintesi dello schema territoriale che i due avevano discusso per fermare i combattimenti. "Puoi firmarmelo e posso portarlo a casa?", chiese Witkoff. Putin firmò il disegno, che Witkoff fece poi incorniciare.

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Obama inaugura a Chicago il suo centro presidenziale da 850 milioni di dollari


All'apertura erano presenti gli ex presidenti Bush, Clinton e Biden. Assente e non invitato il presidente Trump, che aveva definito il centro un "disastro totale".

Barack Obama ha inaugurato giovedì 18 giugno a Chicago il suo centro presidenziale, un complesso da 850 milioni di dollari (740 milioni di euro) costruito sulle rive del lago Michigan, con un appello a difendere la democrazia americana.

Sul palco con lui c'erano tre ex presidenti: il repubblicano George W. Bush e i democratici Bill Clinton e Joe Biden, insieme alle mogli Laura Bush, Hillary Clinton e Jill Biden. Davanti a loro sedevano Michelle Obama e le figlie della coppia, Malia e Sasha. Erano riuniti così tutti gli inquilini della Casa Bianca dal 1992 a oggi, con un'unica eccezione.

Quell'eccezione era il presidente Donald Trump, rivale politico di Obama e unico presidente vivente a non essere stato invitato. Trump prende spesso di mira il primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti e a febbraio, in un messaggio sui social riportato dall'Associated Press, aveva definito il centro un "disastro totale". Il massiccio edificio di pietra grigia è stato da lui paragonato a una pattumiera.

"È facile cedere al cinismo e persino alla disperazione, smettere di provarci", ha detto Obama davanti a più di cinquecento invitati. Senza nominare i leader attuali, ha criticato la divisione e il rancore che dominano la politica di oggi. Quando si perde la fiducia reciproca, ha aggiunto, "apriamo la porta ai più spietati, ai più indifferenti o ai più impauriti tra noi, quelli che considerano alcuni gruppi e alcune persone più uguali di altri". Non sarà questa, ha detto, la storia dell'America a prevalere alla fine.

Obama ha difeso la sua idea degli Stati Uniti come una "innegabile forza al servizio del bene nel mondo", contrapposta a quella di un'America che "cerca di dominare, intimidire e cogliere ogni occasione solo perché può farlo". Ha elogiato democratici e repubblicani, citando i valori in cui credevano i suoi avversari repubblicani John McCain e Mitt Romney, e li ha definiti "la nostra più grande eredità".

Ricordando il suo arrivo a Chicago nel 1985, quando aveva 24 anni e faceva l'organizzatore di comunità nei quartieri popolari del South Side, Obama ha detto di non aver potuto costruire il centro in nessun altro luogo. È lì che ha conosciuto Michelle, che sono nate le figlie e che ha avviato la sua carriera politica, prima come senatore dello Stato dell'Illinois, poi al Senato federale dal 2004 e infine alla Casa Bianca, dove è rimasto per due mandati come quarantaquattresimo presidente.

Michelle Obama ha rivolto al marito parole personali, commuovendo parte del pubblico. "Otto anni nel crogiolo e non una sola volta ti sei sciolto al calore", ha detto, elogiando il suo "ottimismo testardo" e la sua "fibra morale incrollabile". Ha ricordato alcuni momenti del mandato, dall'ordine dell'operazione che portò all'uccisione di Osama bin Laden alla difesa dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Ha parlato anche dei tempi "ansiosi e divisivi" di oggi, in cui "tutto sembra capovolto", presentando il centro come un "rifugio".

Il centro sorge su un campus di quasi venti acri nel South Side di Chicago, dentro Jackson Park, e comprende una sede della biblioteca pubblica cittadina, un campo da basket e aree gioco. Il cuore del complesso è una torre di granito alta 69 metri, quasi priva di finestre e dall'aspetto brutalista, soprannominata da alcuni "Obamalisco" per la sua forma austera. Ai quattro piani di esposizioni i visitatori possono anche sedersi a una riproduzione della Scrivania Resolute nello Studio Ovale.

La cerimonia, durata tre ore, ha riunito musicisti di primo piano. Sul palco si sono alternati Bono, John Legend, Christina Aguilera, Marc Anthony, Eddie Vedder e Bruce Springsteen, prima del finale affidato a Stevie Wonder, che ha chiuso lo spettacolo con "Higher Ground" facendo ballare gli ex presidenti e la famiglia Obama.

Tra gli invitati c'erano l'ex vicepresidente Kamala Harris, sconfitta alle presidenziali del 2024, e Nancy Pelosi, ex presidente della Camera dei rappresentanti, oltre a Oprah Winfrey, all'attore Tom Hanks e ai comici David Letterman, Conan O'Brien e Stephen Colbert. Hanno raggiunto Chicago anche due ex leader stranieri, la ex cancelliera tedesca Angela Merkel e l'ex primo ministro canadese Justin Trudeau.

Nei giorni precedenti, come ha raccontato Block Club Chicago, diversi ospiti erano stati avvistati nei ristoranti della città: Winfrey, O'Brien e il governatore della California Gavin Newsom da Tre Dita, locale italiano di lusso nel St. Regis Hotel, mentre Pelosi aveva condiviso un tavolo con l'ex deputata Gabrielle Giffords e il marito, il senatore Mark Kelly.

Il centro apre al pubblico venerdì, in coincidenza con il Juneteenth, la festa che negli Stati Uniti ricorda la fine della schiavitù. I biglietti sono esauriti fino alla fine di ottobre e la Fondazione Obama prevede oltre un milione di visitatori l'anno. Anche il presidente Trump ha già annunciato l'intenzione di costruire il proprio centro, a Miami, in Florida.

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OPPO Reno16 Series arriva in Italia dal 1° luglio con AI, design pop e BABYMONSTER


OPPO Reno16 Series si prepara al debutto globale e arriverà ufficialmente anche in Italia a partire dal 1° luglio 2026. La nuova generazione della famiglia Reno punta ancora una volta su un mix di design distintivo, creatività e funzioni legate all’intelligenza artificiale, con un’impostazione pensata soprattutto per un pubblico giovane, attento allo stile e alla produzione di contenuti da smartphone.

Il lancio della nuova serie sarà accompagnato anche da una collaborazione molto forte sul piano dell’immagine. OPPO ha infatti annunciato il gruppo K-pop BABYMONSTER come nuovo Reno Ambassador in alcuni mercati selezionati. Una scelta che si lega bene al posizionamento della serie Reno, da sempre orientata a chi usa lo smartphone non solo come strumento quotidiano, ma anche come mezzo per raccontarsi, creare contenuti e condividere momenti sui social.

OPPO Reno16 Series punta su creatività e intelligenza artificiale


Con la nuova Reno16 Series, OPPO vuole rafforzare l’identità di una linea che negli anni ha puntato molto su fotografia, design e semplicità d’uso. Al momento l’azienda non ha ancora svelato tutte le specifiche tecniche dei nuovi modelli, ma ha già anticipato che la serie porterà con sé nuove esperienze creative basate sull’AI.

Questo significa che le funzioni legate all’intelligenza artificiale avranno un ruolo importante nell’esperienza d’uso, soprattutto nella parte fotografica e nella creazione di contenuti. È un aspetto ormai centrale nel mercato smartphone, dove l’AI non serve più solo per migliorare automaticamente uno scatto, ma anche per semplificare editing, condivisione e personalizzazione delle immagini.

La serie Reno si è sempre rivolta a chi cerca uno smartphone equilibrato, curato nel design e adatto a un utilizzo quotidiano molto social. Con OPPO Reno16, questa direzione sembra diventare ancora più marcata, con un linguaggio visivo pensato per distinguersi e una maggiore attenzione all’espressione personale.

3D Pop Planet Design: uno stile più audace per Reno16


Uno degli elementi più particolari anticipati da OPPO è il nuovo 3D Pop Planet Design, una soluzione estetica che caratterizza la nuova serie e che prende ispirazione da immagini cosmiche e dall’idea di ogni persona come un piccolo pianeta vivace, unico e riconoscibile.

Il design sembra quindi avere un ruolo centrale nella comunicazione di OPPO Reno16 Series, non solo come dettaglio estetico, ma come parte integrante dell’identità del prodotto. L’obiettivo è proporre uno smartphone capace di parlare a chi vuole un dispositivo diverso dal solito, più personale e meno anonimo.

Va però precisato che il 3D Pop Planet Design sarà esclusivo della versione Pop White. Le altre varianti colore della serie Reno16 adotteranno soluzioni di design differenti. Questo dettaglio è interessante perché suggerisce una gamma pensata per offrire più stili, lasciando agli utenti la possibilità di scegliere il modello più vicino ai propri gusti.

BABYMONSTER diventa Reno Ambassador


Il debutto della OPPO Reno16 Series sarà accompagnato dalla collaborazione con BABYMONSTER, gruppo K-pop femminile di fama internazionale scelto come nuovo volto della serie Reno in alcuni mercati.

La scelta non è casuale. BABYMONSTER rappresenta energia, creatività e forte connessione con il pubblico più giovane, gli stessi valori che OPPO vuole associare alla nuova generazione Reno. La collaborazione punta quindi a rafforzare il legame tra smartphone, musica, cultura pop e contenuti social, elementi sempre più importanti nella comunicazione dei brand tech.

Per OPPO, Reno16 non è solo un nuovo smartphone da lanciare sul mercato, ma anche un prodotto costruito attorno a un immaginario preciso: giovane, dinamico, colorato e orientato alla condivisione.

Promozione Testa e Resta con sconto del 30%


In occasione del lancio, OPPO ha annunciato anche l’iniziativa Testa e Resta, pensata per permettere agli utenti di provare in anteprima uno smartphone della nuova Reno16 Series con condizioni particolarmente interessanti.

Dal 16 al 28 giugno 2026, gli utenti potranno registrarsi tramite il form dedicato su oppostore.it per accedere all’acquisto anticipato di un modello della serie Reno16 con il 30% di sconto. L’iniziativa include anche un periodo di reso esteso fino a 90 giorni, così da permettere agli utenti di testare il dispositivo con più tranquillità prima di decidere se tenerlo definitivamente.

È una formula interessante soprattutto per chi è incuriosito dalla nuova generazione Reno, ma preferisce provarla con più calma prima di confermare l’acquisto. Il reso esteso rende l’iniziativa meno vincolante e può attirare chi segue il brand ma vuole valutare concretamente prestazioni, fotocamera, autonomia e qualità d’uso quotidiana.

Voucher da 0,99 euro per ottenere 50 euro di sconto


Accanto alla promozione Testa e Resta, OPPO propone anche un voucher dedicato alla fase di lancio. Gli utenti potranno acquistare un voucher da 0,99 euro per ottenere uno sconto da 50 euro da utilizzare su tutta la Reno16 Series durante il periodo promozionale.

Il voucher sarà acquistabile dal 18 al 30 giugno 2026 e potrà essere utilizzato dal 1° al 31 luglio 2026 su oppostore.it per l’acquisto di uno dei prodotti della serie Reno16. OPPO segnala inoltre la presenza di offerte speciali dedicate agli studenti, rendendo il lancio ancora più interessante per un pubblico giovane.

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FRITZ!Box 7630 Edition International: Wi-Fi 7, DSL e fibra in un solo router


AVM amplia la propria gamma di router con il nuovo FRITZ!Box 7630 Edition International, un modello pensato per chi cerca una soluzione moderna, completa e pronta per le reti di oggi, senza necessariamente puntare subito ai dispositivi di fascia più alta. Il nuovo router si inserisce nella categoria entry-level, ma porta con sé alcune caratteristiche molto interessanti, a partire dal supporto al Wi-Fi 7, dalla compatibilità con le connessioni DSL fino a 300 Mbit/s e dalla possibilità di essere utilizzato anche con collegamenti in fibra FTTH tramite modem ottico esterno.

Il punto più interessante del FRITZ!Box 7630 è proprio questo equilibrio tra semplicità e prestazioni. Da una parte troviamo un modem integrato per le linee ADSL2+ e VDSL, dall’altra una porta WAN/LAN da 2,5 Gbit/s che permette di collegare il router a un ONT per sfruttare una connessione in fibra ottica. In questo modo il dispositivo può accompagnare l’utente anche in caso di cambio tecnologia, passando dalla classica linea DSL a una connessione più veloce senza dover per forza sostituire tutta la rete domestica.

Un router Wi-Fi 7 pensato per la casa connessa


Il nuovo FRITZ!Box 7630 Edition International porta il Wi-Fi 7 anche su una fascia di prodotto più accessibile rispetto ai modelli top di gamma. La velocità wireless complessiva arriva fino a 3.568 Mbit/s, con un massimo di 2.880 Mbit/s sulla banda a 5 GHz e 688 Mbit/s sulla banda a 2,4 GHz. Sono numeri che rendono il router adatto a un utilizzo domestico evoluto, dove ormai smartphone, notebook, tablet, Smart TV, console, videocamere, speaker e dispositivi smart home sono spesso collegati nello stesso momento.

Il supporto simultaneo alle bande da 2,4 GHz e 5 GHz consente di gestire meglio i diversi dispositivi presenti in casa. La banda a 2,4 GHz resta utile per coprire distanze maggiori e raggiungere dispositivi meno recenti, mentre la banda a 5 GHz offre prestazioni superiori per streaming, gaming, videochiamate e download più pesanti. La compatibilità con gli standard IEEE 802.11a/g/n/ac/ax/be permette inoltre al router di funzionare senza problemi anche con prodotti di generazioni precedenti.

Tra le novità legate al Wi-Fi 7 troviamo anche la tecnologia Multi-Link Operation, conosciuta come MLO. Questa funzione aiuta a rendere la rete più efficiente, migliorando la gestione del traffico dati e riducendo le possibili congestioni quando molti dispositivi sono collegati contemporaneamente. È una caratteristica particolarmente utile nelle abitazioni moderne, dove la connessione non viene più usata solo per navigare, ma anche per lavorare, guardare contenuti in streaming, giocare online e controllare dispositivi smart.

DSL, VDSL e fibra: un solo dispositivo per più scenari


Uno degli aspetti più pratici del FRITZ!Box 7630 è la sua versatilità. Il router integra un modem per tutte le connessioni DSL fino a 300 Mbit/s, incluse le linee VDSL e ADSL2+. Questo lo rende adatto a chi utilizza ancora una connessione DSL tradizionale, ma vuole comunque aggiornare la propria rete domestica con un Wi-Fi più moderno e stabile.

Allo stesso tempo, la presenza della porta WAN/LAN da 2,5 Gbit/s permette di usare il dispositivo anche con connessioni in fibra ottica fino a 2,5 Gbit/s, collegandolo a un modem ottico esterno. È una scelta utile soprattutto per chi vuole acquistare un router più duraturo, capace di adattarsi a un eventuale passaggio alla fibra senza diventare rapidamente obsoleto.

Accanto alla porta da 2,5 Gbit/s troviamo anche tre porte LAN Gigabit, pensate per collegare via cavo dispositivi come PC desktop, console, NAS, Smart TV o sistemi di videosorveglianza. La connessione cablata resta ancora oggi la soluzione più stabile per alcuni utilizzi, soprattutto quando si parla di gaming online, trasferimento di file pesanti o streaming ad alta risoluzione.

Sicurezza, controllo accessi e VPN


Come da tradizione AVM, anche il FRITZ!Box 7630 Edition International mette al centro la sicurezza della rete domestica. Il router supporta la crittografia WPA3/WPA2, integra un firewall Stateful Packet Inspection e include un assistente di sicurezza con strumenti diagnostici. In questo modo è possibile controllare più facilmente lo stato della rete, verificare eventuali impostazioni da migliorare e mantenere il dispositivo aggiornato nel tempo.

Non manca il supporto completo a IPv6, ormai sempre più importante per la gestione delle reti moderne, sia per Internet sia per la rete locale e la telefonia. Molto interessante anche la presenza delle funzioni di controllo accessi, utili per impostare limiti di utilizzo, gestire il parental control e creare liste di siti consentiti o bloccati. Sono strumenti pratici per le famiglie, ma anche per chi vuole avere un controllo più preciso sui dispositivi collegati.

Il router permette inoltre l’accesso remoto sicuro tramite VPN, con supporto a IPSec e WireGuard. Questo significa che è possibile collegarsi alla propria rete domestica anche quando si è fuori casa, ad esempio per accedere a file, dispositivi o servizi locali in modo più sicuro. È una funzione comoda per chi lavora spesso da remoto o vuole mantenere un canale protetto verso la propria rete.

FRITZ!OS e funzione FailSafe


Il cuore del dispositivo è FRITZ!OS, il sistema operativo sviluppato da AVM per i propri router. L’interfaccia resta uno dei punti di forza dell’ecosistema FRITZ!, perché consente di configurare e gestire la rete da browser, smartphone o tablet in modo abbastanza chiaro anche per chi non ha grande esperienza tecnica. Allo stesso tempo, gli utenti più esperti possono accedere a impostazioni avanzate per personalizzare la rete in modo più preciso.

Tra le funzioni più interessanti troviamo FailSafe, pensata per garantire una connessione più continua anche in caso di problemi sulla linea principale. Il FRITZ!Box 7630 può infatti passare automaticamente a una connessione di backup tramite una chiavetta USB 4G o 5G, oppure utilizzare una seconda connessione Internet collegata alla porta LAN. In questo modo, se la linea principale si interrompe, il router può mantenere attiva la rete riducendo al minimo i disagi.

È una funzione utile non solo in ambito domestico, ma anche per piccoli uffici, studi professionali e postazioni di smart working. Oggi perdere la connessione significa spesso bloccare videochiamate, servizi cloud, pagamenti, sistemi di sicurezza o dispositivi collegati. Avere una linea di riserva automatica può quindi fare la differenza, soprattutto quando Internet è uno strumento di lavoro quotidiano.

Wi-Fi Mesh, rete ospiti e gestione intelligente


Il nuovo router Wi-Fi 7 di AVM supporta anche il Wi-Fi Mesh, una delle funzioni più apprezzate dell’ecosistema FRITZ!. Collegando altri prodotti compatibili, come repeater o powerline FRITZ!, è possibile creare un’unica rete intelligente che copre meglio tutta la casa. Il vantaggio è che i dispositivi si collegano automaticamente al punto di accesso migliore, senza dover cambiare manualmente rete quando ci si sposta da una stanza all’altra.

La rete Wi-Fi può essere attivata e disattivata tramite pulsante fisico, telefoni collegati o programmazione oraria. Questa funzione può tornare utile, ad esempio, per spegnere automaticamente il Wi-Fi durante la notte o in determinate fasce della giornata. È presente anche una rete ospiti separata e protetta, pensata per offrire l’accesso a Internet ad amici, parenti o collaboratori senza condividere direttamente la rete principale.

Per semplificare il collegamento dei dispositivi compatibili è disponibile anche il supporto a WPS, mentre la sicurezza viene affidata alla crittografia WPA3/WPA2. L’obiettivo è offrire una rete moderna, ma anche facile da gestire nella vita quotidiana.

Telefonia integrata e base DECT


Il FRITZ!Box 7630 Edition International non è soltanto un router Internet, ma integra anche diverse funzioni dedicate alla telefonia. Il dispositivo include una base DECT per collegare fino a sei cordless, un centralino per connessioni basate su IP e una porta per telefono analogico, fax o segreteria telefonica.

Sono presenti anche cinque segreterie telefoniche integrate con funzione voice to mail, che permette di ricevere i messaggi vocali via e-mail. La rubrica può essere gestita localmente oppure online, con supporto ai contatti Google e Apple. Non mancano il registro chiamate, il blocco dei numeri indesiderati, la selezione rapida, la funzione fax con inoltro via e-mail e la possibilità di usare la telefonia VoIP tramite FRITZ!App Fon per iOS e Android.

Questa dotazione rende il router interessante anche per chi utilizza ancora molto la linea fissa o per piccoli ambienti professionali dove la gestione delle chiamate resta importante.

Smart Home, USB 3.0 e funzioni multimediali


Il nuovo FRITZ!Box 7630 integra anche le funzioni Smart Home dell’ecosistema AVM, utili per controllare dispositivi dedicati a corrente, riscaldamento e illuminazione. Tramite FRITZ!App Smart Home è possibile gestire i prodotti compatibili in modo semplice, anche da smartphone.

La porta USB 3.0 amplia ulteriormente le possibilità di utilizzo. Può essere sfruttata per collegare una memoria esterna, una stampante di rete oppure una chiavetta 4G/5G da usare come connessione mobile di backup. Con FRITZ!NAS, invece, una memoria collegata al router può diventare uno spazio condiviso accessibile dai dispositivi presenti nella rete locale.

Non manca il server multimediale, compatibile con DLNA e UPnP AV, che permette di rendere disponibili nella rete domestica musica, foto e video. Il router supporta anche memoria online, web radio e podcast, offrendo quindi una dotazione piuttosto completa anche dal punto di vista multimediale.

Prezzo e disponibilità


Il FRITZ!Box 7630 Edition International è disponibile al prezzo suggerito al pubblico di 299 euro IVA inclusa. Si tratta di un modello pensato per chi vuole aggiornare la propria rete domestica con il Wi-Fi 7, senza rinunciare al modem DSL integrato, alla compatibilità con la fibra tramite ONT, alla telefonia, al Mesh e alle funzioni avanzate di FRITZ!OS.

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Nelson Mandela: 6 lezioni di vita da ricordare


Mandela non è un poster motivazionale. È la prova di cosa fa il carattere sotto pressione estrema. Sei lezioni concrete da applicare oggi.

TL;DR

  • Nelson Mandela ha trascorso 27 anni in prigione e ne è uscito senza odio. Non è una storia motivazionale: è la prova di cosa può fare il carattere sotto pressione estrema.
  • Le sei lezioni che si ricavano dalla sua vita — perseveranza, perdono, unità, educazione, umiltà, continuità della lotta — non sono slogan: sono comportamenti documentati in decenni di scelte concrete.
  • Qui trovi le sei lezioni con il meccanismo psicologico dietro, e una domanda pratica per ciascuna.


Nelson Mandela non è un poster motivazionale. Non serve appiccicarlo su una lavagna o citarlo in apertura di una presentazione. Serve leggerlo per capire cosa succede quando una persona decide che i propri valori non sono negoziabili — nemmeno dopo 27 anni di carcere, nemmeno quando avresti ottimi motivi per diventare amaro.

Questa è la ragione per cui la sua storia rimane rilevante: non per l'ampiezza dei suoi risultati storici, ma per la coerenza con cui ha vissuto. Il carattere non si vede quando tutto fila liscio. Si vede sotto pressione. E Mandela è stato sotto pressione per decenni.

Chi era Nelson Mandela


Nelson Rolihlahla Mandela (1918–2013) è stato avvocato, attivista e primo presidente di colore del Sudafrica (1994–1999). Ha dedicato la vita alla lotta contro l'apartheid — il sistema di segregazione razziale che per decenni aveva negato diritti fondamentali alla maggioranza nera sudafricana.

Nel 1962 fu arrestato e nel 1964 condannato all'ergastolo. Trascorse 27 anni nel carcere di Robben Island e di altri istituti. Fu liberato nel 1990. Nel 1993, insieme al presidente sudafricano F.W. de Klerk, ricevette il Premio Nobel per la Pace per aver guidato la transizione pacifica verso la fine dell'apartheid. Nel 1994 fu eletto presidente del Sudafrica nelle prime elezioni a suffragio universale del paese.

Non è una storia semplice di vittoria. È una storia di decenni di sconfitte, resistenza e scelte difficili — il materiale su cui si costruisce il carattere.

Le sei lezioni in sintesi

LezioneCosa significaDomanda pratica
PerseveranzaRestare fedeli alla direzioneCosa non devo abbandonare?
Seconde possibilitàRiconoscere che le persone cambianoDove sto giudicando senza aggiornare il giudizio?
PerdonoNon lasciare che il passato ti possiedaCosa posso liberare?
UnitàCostruire ponti dove altri scavano fossatiCon chi devo parlare meglio?
EducazioneUsare la conoscenza come levaCosa devo imparare?
ContinuitàLa lotta non finiscePer cosa vale la pena lottare oggi?

1. Non mollare mai


Mandela fu arrestato nel 1962 e condannato all'ergastolo nel 1964. Durante i 27 anni di prigionia continuò a studiare, a comunicare con i compagni di lotta, a rifiutare le offerte di libertà condizionata che implicavano rinunciare ai propri principi. In un episodio noto, nel 1985, il governo sudafricano gli offrì la liberazione in cambio di un impegno pubblico a rinunciare alla violenza come tattica politica. Mandela rifiutò.

La perseveranza di Mandela non era testardaggine: era chiarezza su dove stava andando, anche quando il percorso sembrava bloccato. In termini di costruzione dell'identità, è uno degli esempi più estremi di coerenza tra valori e comportamento.

"Sembra sempre impossibile, finché non è finito." — Mandela aveva l'abitudine di ricordarlo ai compagni di detenzione.

2. Tutti meritiamo una seconda possibilità


La crescente pressione internazionale — sanzioni economiche, campagne globali, manifestazioni in tutto il mondo — portò al cambiamento. F.W. de Klerk, diventato presidente nel 1989, prese la decisione di liberare Mandela e negoziare la fine dell'apartheid. Nel 1990 Mandela uscì di prigione.

Quello che è significativo è come Mandela trattò chi aveva sostenuto il sistema che lo aveva perseguitato. Non come nemici irrecuperabili, ma come interlocutori necessari per costruire qualcosa di nuovo. Questa capacità di aggiornare il giudizio sugli altri — e di credere nella possibilità di cambiamento — è una delle lezioni più difficili da applicare nella vita quotidiana.

3. La forza del perdono


Quando nel 1990 Mandela uscì dal carcere dopo 27 anni, disse che sapeva che se non avesse lasciato indietro la sua amarezza e il suo odio, sarebbe ancora rimasto in prigione — dentro di sé. Non è una frase bella per un discorso: è una scelta operativa. Continuare a portare rancore verso chi ti ha fatto del male consuma energia che potresti usare per costruire qualcosa.

Come presidente, istituì la Commissione per la Verità e la Riconciliazione, guidata dall'arcivescovo Desmond Tutu: un processo pubblico in cui le vittime potevano raccontare le violenze subite e i responsabili chiedere amnistia. Non era impunità: era un meccanismo strutturato per affrontare il passato senza lasciarlo avvelenare il futuro.

Il perdono, in questo senso, non significa dimenticare. Significa scegliere di non lasciare che il passato decida per te. Gli stoici chiamavano questo la distinzione tra ciò che dipende da te e ciò che non dipende da te.

4. L'unità come strumento, non come slogan


Mandela divenne presidente di un paese spaccato. La tentazione sarebbe stata usare il potere per ribaltare la storia, ricompensare chi aveva sofferto e punire chi aveva beneficiato del sistema. Scelse invece di costruire ponti — il che non significava ignorare le ingiustizie, ma riconoscere che un paese diviso non poteva guarire.

Uno dei momenti più simbolici fu la Coppa del Mondo di rugby del 1995: Mandela indossò la maglia degli Springboks — il simbolo dello sport bianco afrikaner — per celebrare la vittoria del Sudafrica. Fu un gesto che il paese capì immediatamente. L'unità non era un'idea astratta: era un comportamento concreto, visibile, ripetuto.

5. L'istruzione come leva


Mandela era cresciuto nelle zone rurali del Transkei ed era diventato il primo studente nero a studiare legge all'Università di Witwatersrand. Credeva profondamente che l'istruzione fosse lo strumento più potente per trasformare una società — non perché lo dicesse in un discorso, ma perché lo aveva vissuto in prima persona.

La sua frase più citata su questo tema — "L'istruzione è l'arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo" — viene da un discorso tenuto nel 1990 alla Natal University. Non è metafora: è la conclusione diretta di chi aveva usato la conoscenza come forma di resistenza anche durante gli anni di prigione.

Come pratica quotidiana, l'educazione è anche il modo più concreto di lavorare sulla propria fiducia nelle proprie capacità: non aspettare di sentirsi pronti, ma acquisire strumenti per affrontare quello che viene.

6. La lotta continua


Mandela lasciò la presidenza nel 1999, a 81 anni, rispettando il limite costituzionale di un mandato. Avrebbe potuto restare. Non lo fece. Continuò a lavorare per cause globali — la lotta all'AIDS, la riduzione della povertà, i diritti dei bambini — fino alla fine della vita, morendo nel 2013 a 95 anni.

La lezione non è "combatti senza sosta fino all'esaurimento". È che le cose che valgono la pena richiedono impegno continuato. Non basta vincere una battaglia: ci sono sempre nuove sfide, nuove forme delle stesse ingiustizie, nuovi fronti da tenere. La domanda che resta aperta è: per cosa vale la pena lottare, oggi?

Cosa rimane, oggi


La lezione più scomoda di Mandela è questa: il carattere non si forma nei momenti facili. Si forma quando avresti ottime ragioni per cedere — per diventare amaro, cinico, vendicativo. La domanda non è solo "cosa mi è successo?", ma "che persona voglio diventare dopo quello che mi è successo?".

Non serve una prigione per trovare questa domanda. Basta un progetto che non decolla, una relazione che si rompe, un fallimento professionale che sembrava evitabile. Il lavoro sulle proprie abitudini è anche il lavoro su chi decidi di essere quando le cose non vanno come previsto.

Se ti interessa approfondire il lato pratico di questa resistenza, il Protocollo include un percorso dedicato all'identità e alla costruzione del carattere.

Cosa possiamo imparare da Nelson Mandela oggi?


Le lezioni di Mandela non richiedono di trovarsi in circostanze straordinarie per essere applicate. La perseveranza, il perdono, la capacità di costruire ponti invece di fossati — sono comportamenti che si esercitano nelle situazioni ordinarie. L'utilità di studiare vite straordinarie non è per identificarsi con chi ha fatto cose impossibili, ma per ricalibrare cosa è davvero possibile — e quanto spazio hai per scegliere come rispondere a ciò che ti succede.

Domande frequenti

Quali sono le lezioni più importanti di Nelson Mandela?
Le sei lezioni più documentate dalla sua vita sono: perseveranza (non abbandonare la direzione anche sotto pressione estrema), credere nelle seconde possibilità, il perdono come scelta operativa (non come debolezza), la ricerca dell'unità invece che della vendetta, il valore dell'istruzione come strumento di trasformazione, e la continuità dell'impegno per ciò in cui si crede.
Quanti anni è rimasto in prigione Nelson Mandela?
27 anni. Fu arrestato nel 1962 e condannato all'ergastolo nel 1964 per la sua attività contro l'apartheid. Fu rilasciato il 11 febbraio 1990 dopo negoziati con il governo del presidente F.W. de Klerk, con cui poi condivise il Premio Nobel per la Pace nel 1993.
Perché Mandela è considerato un esempio di perdono?
Perché scelse concretamente di non lasciare che il rancore per 27 anni di prigionia guidasse le sue decisioni politiche. Da presidente istituì la Commissione per la Verità e la Riconciliazione — un meccanismo che permetteva alle vittime di raccontare le violenze subite e ai responsabili di chiedere amnistia. Non era impunità: era affrontare il passato senza lasciarlo avvelenare il futuro.
Qual è la frase più famosa di Nelson Mandela?
Tra le più documentate: "L'istruzione è l'arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo" (discorso alla Natal University, 1990) e "Sembra sempre impossibile, finché non è finito" (attribuita a discorsi durante gli anni di lotta). Molte citazioni attribuite a Mandela circolano in forma alterata: è sempre utile verificarne la fonte.
Cosa ha fatto Mandela da presidente del Sudafrica?
Eletto nel 1994 nelle prime elezioni a suffragio universale del paese, governò fino al 1999 rispettando il limite costituzionale di un mandato. Istituì la Commissione per la Verità e la Riconciliazione, promosse la riconciliazione nazionale tra comunità divise da decenni di apartheid e cercò di costruire una "nazione arcobaleno" basata sulla non-discriminazione. Lasciò il potere volontariamente.


Non cambi le abitudini. Cambi chi pensi di essere.


In breve

Riferimenti: Wendy Wood.

James Clear e cambiamento duraturo: piccole prove quotidiane coerenti con chi vuoi diventare, tracciamento e revisione — i comportamenti seguono la storia che racconti di te, non il contrario.

In sintesi


  • Cambi prima l'auto-immagine («sono il tipo che…»), poi i comportamenti seguono
  • Piccole prove ripetute rafforzano la nuova identità più dei grandi propositi
  • Il conflitto interno spesso è identità vecchia vs. comportamento nuovo
  • Protocolli settimanali ancorano il cambiamento a ruoli concreti, non a liste


Hai mai fatto una dieta, perso dieci chili, e ritrovato tutto entro un anno? Hai mai iniziato ad allenarti tre volte a settimana, tenuto duro per sei settimane, e poi smesso, senza un motivo preciso? Hai mai letto un libro sulle abitudini, trovato tutto sensato, applicato il sistema per un mese, e poi guardato te stesso tornare esattamente dove eri?

Il problema non era il piano. Non era la disciplina. Non era nemmeno la motivazione.

Era che hai provato a cambiare quello che fai senza toccare quello che pensi di essere.

Il modello standard del cambiamento, obiettivo, piano, disciplina, risultato, funziona benissimo per i problemi tecnici. Per quelli identitari, è quasi inutile. Non ti svegli tardi perché non hai la sveglia giusta. Ti svegli tardi perché da qualche parte nel tuo sistema di credenze esiste la frase "sono una persona che non riesce ad alzarsi la mattina". Cambi la sveglia, non cambi la frase. Dopo un po' la frase vince.

Perché i sistemi falliscono senza cambiamento identitario


Dan McAdams, psicologo della Northwestern University, ha passato trent'anni a studiare come le persone costruiscono il senso di sé. La sua teoria della narrative identity dice una cosa semplice e scomoda: il cervello non è un motore razionale che elabora dati. È una macchina per costruire storie. E la storia più importante che costruisce è quella su di te.

Questa storia non è un riassunto neutro della tua esperienza. È un racconto selettivo, costruito per essere coerente. Il cervello sceglie quali episodi ricordare, come interpretarli, e li organizza in una narrativa che abbia senso. Quella narrativa poi guida il comportamento futuro con una precisione inquietante.

Il punto cruciale è la direzione di causazione. Noi assumiamo: cambi il comportamento, ottieni risultati, cambi come ti vedi. McAdams e decenni di ricerca sulla psicologia dell'identità suggeriscono che funziona al contrario. Il comportamento è un'espressione dell'identità, non una causa. Prima cambia il racconto, poi cambia il comportamento, in modo sostenibile.

Cambiare le abitudini senza toccare l'identità è come potare le foglie di una pianta infestante. Le radici, alla fine, producono sempre le stesse foglie.

Il racconto che ti tiene fermo


Mi sono laureato con 46 esami sostenuti su 42 richiesti dal piano di studi. Quattro esami in più, non richiesti, non obbligatori, fatti per sentirmi legittimato. Per accumulare prove sufficienti a convincermi che ero abbastanza preparato.

Non è bastato.

La sindrome dell'impostore non è una sensazione passeggera. È una struttura identitaria. Il racconto che mi raccontavo, "non sono ancora abbastanza competente", sopravviveva tranquillamente ai dati oggettivi. Quegli esami extra non erano prove che ero preparato. Diventavano conferma che avevo bisogno di fare di più degli altri per essere alla pari.

Questo è il confirmation bias applicato all'identità. Leon Festinger, lo psicologo sociale che ha formulato la teoria della dissonanza cognitiva negli anni '50, ha mostrato qualcosa di fondamentale: quando il comportamento contraddice l'identità, il sistema non aggiorna l'identità. Preferisce reinterpretare il comportamento. È cognitivamente molto più economico.

Quindi invece di pensare "ho fatto 46 esami su 42, forse sono più capace di quanto credessi", il cervello produceva "vedi quanto ho bisogno di impegnarmi per stare al passo". Stesso dato. Racconto opposto. Il racconto era sempre il più forte.

Come si forma l'identità (e come si riscrive)


L'identità non è un dato di nascita. È un sistema di credenze costruito per accumulo di prove, la maggior parte delle quali arriva dall'infanzia e dall'adolescenza, quando il cervello è più plastico e più dipendente dalle valutazioni esterne.

Carol Dweck, psicologa di Stanford famosa per la ricerca sul growth mindset, ha mostrato qualcosa di più preciso di quanto spesso si citi: la differenza tra mindset fisso e mindset di crescita non è una differenza di ottimismo. È una differenza di ipotesi identitaria.

Chi ha un mindset fisso pensa "sono una persona che non è brava in matematica". L'identità è fissa. Chi ha un mindset di crescita pensa "sono una persona che sta imparando a ragionare in modo matematico". È una formulazione diversa di chi sei, ipotetica, in divenire, ma ancora identitaria.

"Sono una persona che non riesce ad alzarsi presto" non è un dato di fatto. È un'ipotesi basata su prove passate. E le ipotesi si possono aggiornare con nuove prove.

Il meccanismo del voto identitario


James Clear, in Atomic Habits, introduce un concetto tra i più utili: ogni azione è un voto per o contro una certa identità.

Non devi credere di essere già quella persona. Non devi "sentirti" diverso prima di agire diversamente. Devi fare una cosa coerente con l'identità che stai costruendo, registrare che l'hai fatta, e lasciare che quella prova vada ad aggiungersi al file.

Il sistema non è "diventa X, poi fai cose da X". È "fai una cosa da X, registra la prova, aggiorna l'ipotesi su chi sei".

Se il tuo obiettivo è "diventare una persona in forma", la distanza è così grande che il sistema cognitivo la interpreta come minaccia identitaria. Il sistema limbico oppone resistenza. Non perché sei pigro, perché stai chiedendo al cervello di aggiornare un'identità consolidata in blocco.

Se invece formuli la cosa come "sono una persona che oggi ha fatto dieci minuti di movimento", stai aggiungendo una prova. Una prova non cambia il racconto. Ma cento prove iniziano a riscriverlo.

Identità e sindrome dell'impostore


La sindrome dell'impostore è il caso limite di un'identità rigida che sopravvive alle prove contrarie. Una ricerca pubblicata sull'International Journal of Behavioral Science stima che il 70% delle persone la sperimenta in forma significativa almeno una volta nella vita.

Pauline Clance, che ha formalizzato il concetto negli anni '70, ha identificato cinque profili ricorrenti. Ognuno è una variante dello stesso meccanismo.

Il perfezionista fissa standard così alti che qualsiasi risultato sotto il 100% diventa prova di fallimento. È un sistema di difesa: se lo standard è irraggiungibile, il racconto "non sono abbastanza" non viene mai falsificato.

L'esperto accumula credenziali nella convinzione che ci sia ancora qualcosa da imparare prima di essere "abbastanza" pronto. La competenza acquisita non aggiorna l'identità, viene assorbita dal racconto come conferma di quanto ancora manchi.

L'individualista naturale deve fare tutto da solo. Chiedere aiuto o faticare è prova di inadeguatezza. Ogni sforzo diventa conferma del racconto.

Il superuomo o la superdonna sente di dover eccellere in tutto. Ogni area in cui si è nella media diventa una crepa nel racconto.

Il solista deve riuscire senza supporto esterno. Il successo ottenuto con aiuto non conta come prova.

Quello che accomuna tutti e cinque: il sistema identitario "non sono abbastanza" si è evoluto per non essere falsificabile. Uscire da questa struttura non è una questione di autostima o pensiero positivo. È diventare consapevoli del meccanismo e modificare le regole con cui il cervello seleziona le prove.

Come iniziare a riscrivere il racconto


Non esiste una tecnica rapida. Chiunque te ne venda una sta vendendo ottimismo confezionato. Ma esiste un processo, lento, iterativo, verificabile.

Passo uno: identifica il racconto attuale


Scrivi, in una frase sola, chi pensi di essere rispetto all'area che vuoi cambiare. Non chi vorresti essere. Chi pensi di essere adesso. Queste frasi sembrano descrizioni neutrali, non lo sono. Sono ipotesi identitarie che guidano il comportamento con la stessa efficacia di una convinzione consapevole.

Passo due: raccogli prove contradditorie


Non per convincerti che il racconto è falso. Per ampliare il campione su cui si basa l'ipotesi. C'è stato negli ultimi sei mesi almeno un momento in cui hai agito in modo diverso dal racconto? Scrivilo. Il cervello in modalità confirmation bias non va a cercare quelle prove da solo.

Passo tre: scegli il prossimo voto


Non l'obiettivo finale. Il prossimo comportamento minimo coerente con l'identità che stai costruendo. Un voto. Una prova. Un aggiornamento minuscolo all'ipotesi su chi sei. Poi un altro. Poi un altro ancora.

Il racconto non si riscrive in un giorno. Si riscrive in migliaia di prove accumulate nel tempo, ognuna delle quali dice al sistema: forse chi penso di essere non è l'unica versione possibile.

Approfondisci


Sul perché il cambiamento fallisce prima ancora di iniziare: Identità e cambiamento: perché non cambi.

Se ti sei riconosciuto in uno dei cinque profili: Sindrome dell'impostore.

Per un sistema di lavoro sull'identità in modo strutturato: Protocollo Identity Shift.

Questo articolo vive dentro un sistema più ampio. Le due pillar che reggono il tutto sono la pagina sulle abitudini e quella sulla procrastinazione, che a sua volta è quasi sempre un problema identitario mascherato da problema di gestione del tempo.

Se vuoi lavorare sul racconto, non solo sulle tecniche, il posto giusto è il Protocollo. Non è un corso di produttività. Non è un programma di self-help. È un percorso costruito esattamente sul meccanismo che hai appena letto.

Domande frequenti

Perché riprendo sempre i vecchi comportamenti dopo aver cambiato per un po'?
Perché di solito si cambia il comportamento senza toccare il racconto identitario sottostante ('sono il tipo che...'). Il comportamento è un'espressione dell'identità, non il contrario: se la storia che ti racconti non cambia, il comportamento vecchio torna a galla appena il piano incontra un ostacolo.
Come si cambia davvero il racconto che mi faccio su me stesso?
Con un processo lento e verificabile in tre passi: identifica il racconto attuale in una frase onesta, raccogli prove contraddittorie che il cervello normalmente ignora (per confirmation bias), poi scegli il prossimo comportamento minimo coerente con l'identità che vuoi costruire — un voto alla volta, non un obiettivo eroico.
Cos'è il 'voto identitario' di cui parla James Clear?
È l'idea che ogni azione sia un voto per o contro una certa identità: non devi 'sentirti' già quella persona prima di agire, devi fare una cosa coerente con l'identità che stai costruendo e lasciare che quella prova si aggiunga alle altre. Cento prove piccole riscrivono il racconto più di un grande proposito.
La sindrome dell'impostore è collegata a questo meccanismo identitario?
Sì, è il caso limite di un'identità rigida che sopravvive alle prove contrarie: risultati oggettivi positivi vengono reinterpretati come conferma di 'dover fare ancora di più' invece che come prova di competenza. Riguarda una percentuale molto alta di persone, non è un'eccezione rara.


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Trump dice che Meloni gli "ha fatto pena"


In una telefonata alla trasmissione di La7 "L'aria che tira" il presidente americano ha raccontato a modo suo l'incontro con la presidente del Consiglio al G7 di Evian
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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni gli ha fatto pena e lo avrebbe "implorato" di fare una foto con lui durante il G7. Lo ha raccontato in una telefonata alla trasmissione di La7 "L'aria che tira", commentando a modo suo l'incontro con la premier italiana al vertice di Evian-les-Bains, in Francia, dove i capi di stato e di governo di sette tra le principali democrazie del mondo si sono riuniti tra il 15 e il 17 giugno.

La telefonata è stata condotta dal giornalista Daniele Compatangelo, corrispondente dalla Casa Bianca, e non è stata trasmessa nella versione originale ma in una traduzione recitata per il programma. Nei giorni scorsi era circolato un video in cui si vedono Trump e Meloni parlare seduti su un divanetto a margine del summit, e Compatangelo ha chiesto al presidente cosa si fossero detti.

Trump ha risposto con tono risentito verso Meloni: "Probabilmente è contenta che io le abbia parlato, non ero obbligato a parlarle". Non ha riferito il contenuto del colloquio, ma solo che la premier lo avrebbe "implorato di fare una foto con lei. Voleva una foto con me così tanto. L'avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena".

Nel corso della telefonata Trump ha anche detto di non essere coinvolto nella questione dell'adesione dell'Ucraina all'Unione Europea e ha ribadito di volere "soltanto la pace". Ha poi attaccato l'Europa su immigrazione ed energia: "Gli europei hanno sbagliato tutto sull'energia e hanno sbagliato tutto sull'immigrazione". Ha definito l'immigrazione "un disastro" e ha criticato le pale eoliche, a suo dire "un fallimento", avvertendo che se l'Europa non risolve questi problemi "non sarà mai più la stessa".

Meloni, nella conferenza stampa di chiusura del G7, aveva descritto il suo rapporto con Trump come "immutato". "Non c'è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non ci sono state tra noi recriminazioni", aveva detto, aggiungendo che entrambi hanno "un carattere abbastanza forte" e difendono con determinazione il proprio interesse nazionale.
Governo italiano
Le parole di Trump hanno provocato diverse reazioni nel mondo politico italiano. Carlo Calenda ha scritto su X che il presidente americano è "un mentitore seriale" e "un bullo da operetta", dicendo di non credere che Meloni abbia "implorato alcunché". Il senatore del Partito democratico Filippo Sensi ha espresso "solidarietà a Giorgia Meloni per le parole inqualificabili di Trump". Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, su Facebook, ha definito "del tutto inaccettabile" che un alleato parli così dei vertici istituzionali italiani. Nicola Fratoianni, di Alleanza Verdi e Sinistra, ha detto di non sapere se preoccuparsi più "per un Trump ormai senza freni" o "per la credibilità pari a zero di Meloni a livello internazionale".

Anche dal governo è arrivata una replica. Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha detto che con le sue "uscite inopportune" Trump sta rovinando i rapporti storici tra Stati Uniti ed Europa, danneggiando "non solo l'Europa ma soprattutto gli Stati Uniti".


Di seguito la trascrizione completa della telefonata tra Daniele Compatangelo e il presidente Trump, nella versione tradotta diffusa dalla trasmissione.

Trump: Pronto.

Compatangelo: Buonasera, signor Presidente. Buonasera. Sono Daniele Compatangelo, corrispondente dalla Casa Bianca.

Trump: Dimmi.

Compatangelo: Ho due domande sull'Ucraina e Hezbollah, se permette. Se l'Ucraina continuasse a mostrare interesse per una futura adesione all'Unione Europea, questo potrebbe complicare i suoi sforzi per raggiungere un accordo con il presidente Putin? L'Ucraina dovrebbe rimanere neutrale? Cosa può portare alla fine di questo conflitto?

Trump: Non sono coinvolto in questa questione. Noi vogliamo soltanto la pace. Come sta il suo primo ministro? Come sta?

Compatangelo: Beh, vi siete appena incontrati al G7. Cosa ne pensa? Cosa pensa della conversazione che avete avuto seduti su quel piccolo divano?

Trump: Cosa ha detto quando mi ha incontrato?

Compatangelo: Immagino fosse felice di incontrarla e di avere un amico come lei.

Trump: Probabilmente è contenta che io le abbia parlato! Non ero obbligato a parlarle!

Compatangelo: Mi parli di quell'incontro.

Trump: Non so cosa dirle! Mi ha implorato di fare una foto con lei! Voleva una foto con me così tanto. L'avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena!

Compatangelo: Cosa ha suggerito a lei e agli alleati europei di fare in Ucraina? Ha già risolto otto conflitti, cosa ha suggerito loro?

Trump: Gli europei hanno sbagliato tutto sull'energia e hanno sbagliato tutto sull'immigrazione, e se non risolvono questi problemi l'Europa non sarà mai più la stessa. Probabilmente non riusciranno a risolverli. L'immigrazione è un disastro e l'energia, con tutte quelle pale eoliche che sono un fallimento, è un disastro. Parlerei ancora, ma adesso devo andare. Grazie!

Compatangelo: Grazie, signor Presidente.

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La vasca del Lincoln Memorial è di nuovo verde a due settimane dal 4 luglio


Una settimana dopo il restauro da oltre 14 milioni le alghe sono tornate e l'acqua peggiora. Il New York Times rivela un appalto senza gara a un'azienda legata a un donatore di Trump.

La vasca riflettente del Lincoln Memorial, la lunga piscina rettangolare che si specchia davanti al monumento dedicato ad Abraham Lincoln a Washington, è tornata di un verde torbido poco più di una settimana dopo il restauro da oltre 14 milioni di dollari voluto dal presidente Donald Trump. L'acqua sta peggiorando, e mancano due settimane al 4 luglio, quando il governo celebrerà il 250esimo anniversario della nascita degli Stati Uniti proprio su quel tratto di parco.

I lavori erano stati completati da appena una settimana, con la vasca riempita di nuovo con oltre 24 milioni di litri di acqua pulita, quando le alghe sono ricomparse, facendo virare l'acqua dal blu acceso a un verde sempre più scuro. Nel fine settimana la colorazione è ulteriormente aumentata.

Per arginare il problema l'amministrazione ha mandato squadre con gli stivaloni ad aspirare i grumi di alghe e martedì ha versato nella vasca taniche di perossido di idrogeno. Il Dipartimento degli Interni, da cui dipende il National Park Service che gestisce i monumenti nazionali, sostiene di aver installato un sistema di filtraggio all'avanguardia basato su nanobolle di ozono, una tecnologia che immette nell'acqua minuscole bolle di gas per eliminare le alghe. Secondo un portavoce del dipartimento le alghe sono ormai morte e in via di rimozione, mentre il perossido di idrogeno è un "trattamento più blando" senza effetti dannosi per l'ambiente.

A questo si è aggiunto un secondo problema: il rivestimento color blu "bandiera americana" steso sul fondo si è in parte staccato ed è risalito in superficie, come ha mostrato ABC News. Mercoledì sera il Dipartimento degli Interni aveva dichiarato sui social che la tecnologia a nanobolle aveva ucciso le alghe e che l'acqua era "cristallina", aggiungendo che la squadra del National Park Service stava aspirando le alghe morte sul fondo "proprio come la marina iraniana distrutta che giace sul fondo del Golfo Persico".

Un'analisi indipendente dell'acqua condotta dalla CNN ha rilevato livelli di fosfati molto più alti di quelli consigliati per tenere a bada le alghe, calati ma ancora elevati nei giorni successivi. I fosfati sono il principale nutriente delle alghe e quando sono abbondanti ne favoriscono la crescita. Tim Auerhahn, presidente della società di consulenza Aquatic Council, ha detto alla CNN che, se le condizioni di fondo non cambiano, "è ragionevole aspettarsi una presenza continua di alghe per tutta l'estate e fino all'autunno".

Barrett Brooks, esperto di alghe del dipartimento di botanica del Museo di storia naturale, ha aggiunto che il trattamento all'ozono "sulla carta va bene" e dovrebbe funzionare solo se mantenuto nel tempo. La profondità della vasca e il caldo di Washington creano condizioni perfette per la proliferazione, ha detto, e l'attuale fioritura di alghe è "particolarmente grande". Se anche il sistema uccidesse tutte le alghe presenti, queste diventerebbero nutrimento per quelle successive.

Il costo dei lavori è salito dalla stima iniziale di 1,8 milioni di dollari agli attuali 14,2 milioni, oltre sette volte tanto. In aprile Trump aveva promesso di ripulire la vasca in una settimana e per circa un milione di dollari. "Non ci saranno perdite. Non ci sarà nulla. Sarà splendida, bellissima", aveva detto dopo aver percorso il bordo della vasca con il suo corteo di auto per ispezionare i lavori. Aveva fatto della pulizia e dell'abbellimento del monumento, che in passato aveva definito "disgustoso" e "non rappresentativo del paese", una sua priorità personale in vista del 4 luglio. Tra gli interventi c'è stata anche la riverniciatura del fondo dal grigio spento al blu acceso, una scelta criticata da storici e ambientalisti.

La vasca convive con le alghe da decenni. Nel 2012 l'amministrazione del presidente Barack Obama spese 34 milioni di dollari in un restauro durato 18 mesi, ma nel giro di un mese l'acqua si riempì di alghe e di escrementi di uccelli, e in due giorni il National Park Service trovò circa 80 anatre morte. I funzionari dell'attuale amministrazione sostengono che quell'intervento non risolse i problemi di fondo e che la vasca continuava a perdere 16 milioni di litri d'acqua all'anno.

Il restauro è finito sotto esame anche per come sono stati assegnati gli appalti. Il New York Times ha rivelato che il contratto da 1,7 milioni di dollari per il sistema di depurazione è andato senza gara a Greenwater Services, azienda dell'Ohio riconducibile a un trust di John Cafaro, donatore del presidente e vicino di casa di Mar-a-Lago, il club privato di Trump in Florida. Il National Park Service ha scavalcato la procedura di gara invocando l'urgenza delle celebrazioni per il 250esimo anniversario, e con la stessa motivazione ha assegnato senza gara altri 14,7 milioni all'azienda della Virginia Atlantic Industrial Coatings per il rivestimento blu del fondo. La Casa Bianca e il Dipartimento degli Interni hanno negato ogni coinvolgimento della presidenza nella scelta.

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Ami da Carpfishing


Ogni pescatore ha un suo amo preferito, quello che gli ha regalato il pesce più bello o che non lo delude mai. In questo articolo vediamo come scegliere l’amo in base allo spot o al tipo di paratura.

foto in alto: l’autore con une bella carpa regina, pescata in un canale vicino a Cagliari.

L’amo è l'anello di congiunzione tra noi e il pesce che stiamo cercando di catturare. Per prima cosa assicuriamoci che la sua punta sia sempre in ottime condizioni. Sembra banale e superfluo ricordarlo ma è meglio controllare la punta ogni volta che questa esce dall'acqua. Troppo spesso poi si scarica sull’amo la responsabilità di una cattura fallita. Se si slama un pesce durante un combattimento o peggio ancora se abbiamo una partenza e non abbiamo la classica auto-ferrata la colpa è sua. Non si ammette che il più delle volte è il pescatore ad aver sbagliato nella preparazione del rig. Se ad esempio, durante un recupero importante, l’amo si apre, ciò succede perché l’allamata non è avvenuta sul labbro inferiore del pesce, ma sui lati della bocca dove la punta, seppur affilata, trova le pareti che sono molto più dure. L'amo non ha ruotato in maniera corretta e ciò accade quasi sempre per poca mobilità del rig oppure dell'esca, dovuta al sovradimensionamento dei materiali usati rispetto alla grandezza dell'amo, rendendo limitato il movimento. Certe volte non basta semplicemente costruire un air-rig con un “nodo senza nodo” e pensare che questo funzioni perfettamente. Magari va aiutato con un line aligner o del termorestringente per far si che ruoti correttamente e riesca a far presa sul labbro inferiore della carpa. Ovviamente sono situazioni che possono accadere anche se facciamo le cose per bene, purtroppo non siamo padroni di quello che succede sott'acqua, ma comunque si possono limitare. Detto questo è importantissimo scegliere l'amo giusto da usare nel posto in cui peschiamo.

Un amo per ogni situazione - Quando scegliamo uno spot dobbiamo chiederci “che tipo di amo è più adatto qui?”. È sempre meglio reperire più informazioni possibili sul tipo di fondale e sulla mole dei pesci presenti. Queste informazioni ci possono aiutare a scegliere il tipo di amo; possiamo scegliere la punta in base al fondale e alla presenza di ostacoli che incideranno su un eventuale combattimento. Sapere su che tipo di fondale si adagia il nostro terminale è importantissimo, sopratutto se adoperiamo degli inneschi affondanti, dove l'amo poggia sul fondo. Un fondale con pietre o ghiaia e ricco di vegetazione, ci suggerisce un amo a punta curva, perché meno soggetto a spuntarsi proprio per via della curva che protegge l’estremità. Una volta in acqua l’amo è esposto al disturbo da parte di piccoli pesci o crostacei che lo fanno muovere di continuo, rischiando di spuntarlo su dei sassi o sporcandolo con detriti rendendolo non funzionale.

Quando ci troviamo su un fondale pulito, sabbioso o limaccioso, vanno bene anche gli ami a punta dritta. Tutto questo è valido con le boilies affondanti. Diversamente, se utilizziamo esche di tipo pop-up non abbiamo bisogno di accorgimenti particolari. Una caratteristica importante è la robustezza che deve essere massima quando sappiamo che potremmo fronteggiare esemplari molto grossi che ci costringono a forzare il recupero. Il mercato degli ami da carpfishing è molto vasto, molte marche offrono un’ampia scelta e sta a noi scegliere il prodotto che più ci soddisfa. La robustezza di un amo in genere è siglata con una X; quelli XX sono estremamente più robusti. I modelli “normali” vanno bene in situazioni dove non c’è il grosso rischio di incagli e luoghi sgombri da pericoli nascosti sotto la superficie. Questi ami ci danno la possibilità di stancare il pesce senza che trovi ostacoli dove nascondersi. Gli ami siglati con la X sono invece più robusti e vanno bene in tutte quelle situazioni dove c'è il pericolo di avere degli ostacoli sommersi e quindi abbiamo necessità di forzare il pesce durante il combattimento. Per finire abbiamo i super robusti, siglati XX, con uno spessore veramente grosso. Questo tipo di amo è veramente difficile da aprire e si utilizza in fiumi e grandi laghi dove dobbiamo necessariamente pescare vicino a ostacoli o legnaie per cercare di stanare le carpe più grosse e combattive.


Ami wide gape e curve shank rivestiti in teflon per una migliore penetrazione, indispensabile per bucare bocche callose come quelle delle carpe di fiume.

Sempre affilati - Un amo deve necessariamente avere sempre la punta affilatissima. Possiamo avere il finale perfetto ma se l'amo è spuntato l’esca potrebbe non funzionare. Gli ami escono di fabbrica già ben affilati ma è sempre meglio sottoporli ad una affilatura. Esiste in commercio un kit di lime adatte a questo scopo e con un po' di pratica possiamo limare la punta rendendola più performante. Personalmente utilizzo gli ami così come la casa costruttrice li propone. Teniamo presente che comunque una punta più non rimane affilata per sempre e la durata dell’amo dipende da tanti fattori. Quindi è sempre meglio controllare la sua efficacia ad ogni cattura.


Quattro Ami Micidiali

Ogni tipo di amo ha una sua specifica forma e caratteristica che lo rende più adatta per uno scopo preciso. Ecco alcuni modelli molto usati nel carpfishing.

Il Wide Gape è un amo versatile con punta ricurva, gambo corto e occhiello rivolto verso l'interno. Si può usare in quasi tutte le presentazioni, sia pop-up che affondante. Perfetto per essere utilizzato con D-Rig e Blowback-Rig. È disponibile nelle versioni X e XX.

Il Curve Shank si presenta con punta dritta, estremamente affilata. Grazie all'occhiello angolato verso l'interno e alla sua forma curva, la carpa difficilemente riesce ad espellerlo. Si presta bene per costruire rig come Blowout-Rig e Spinner-Rig. Anch'esso è disponibile nelle versioni X e XX.

Il Long Shank ha il gambo lungo con punta dritta affilatissima e l'occhiello rivolto verso l'interno. La curvatura di quest'amo è molto stretta e questo lo rende meno idoneo a combattimenti gravosi. Può essere usato per tanti rig ma sicuramente offre il meglio su D-Rig, Blowback-Rig e Spinner-Rig.

Il modello Krank ha la punta ricurva, gambo corto e curva ampia. È maggiormente usato per la cattura di carpe erbivore, le amur. Va benissimo per la costruzione di semplici rig ma è più efficace con lo Spinner-Rig.


English version


The hook is the connecting link between us and the fish we are trying to catch. First of all, let us make sure its point is always in excellent condition. It may seem obvious and unnecessary to say it, but it is better to check the point every time it comes out of the water.

Too often the hook is blamed for a failed capture. If a fish comes unhooked during a fight, or worse, if we get a run and not the classic self-hooking, the hook is blamed. We do not admit that most of the time the angler has made a mistake in preparing the rig. If, for example, during an important retrieve the hook opens, this happens because the fish was not hooked in the lower lip but on the sides of the mouth, where the point, however sharp, finds much harder walls. The hook has not rotated correctly, and this almost always occurs because of poor mobility of the rig or bait, due to oversizing of the materials used in relation to the size of the hook, which limits movement.

Sometimes it is not enough simply to build a hair rig with a knotless knot and think that it will work perfectly. It may need help from a line aligner or shrink tubing so that it rotates correctly and can take hold in the carp's lower lip. Of course, these situations can happen even if we do things properly; unfortunately we are not masters of what happens underwater, but we can still limit them. Having said that, it is very important to choose the right hook for the place where we are fishing.

A hook for every situation - When we choose a spot, we must ask ourselves: what type of hook is most suitable here? It is always better to gather as much information as possible about the type of bottom and the size of the fish present. This information can help us choose the type of hook; we can choose the point according to the bottom and the presence of obstacles that will affect a possible fight. Knowing what type of bottom our leader rests on is very important, especially if we use sinking baits, where the hook lies on the bottom.

A bottom with stones or gravel and rich in vegetation suggests a hook with a curved point, because it is less likely to become blunt precisely because the curve protects the tip. Once in the water, the hook is exposed to disturbance by small fish or crustaceans that move it continuously, risking blunting it on stones or dirtying it with debris and making it ineffective. When we are on a clean, sandy or muddy bottom, hooks with a straight point are also fine. All this applies with sinking boilies. Differently, if we use pop-up baits we do not need special precautions.

An important feature is strength, which must be maximum when we know we may face very large specimens that force us to fight hard. The market for carp-fishing hooks is very broad; many brands offer a wide choice and it is up to us to choose the product that satisfies us most. Hook strength is generally marked with an X; those marked XX are extremely stronger. Normal models are fine in situations where there is no great risk of snagging and in places free of hidden dangers under the surface. These hooks give us the possibility of tiring the fish without it finding obstacles in which to hide.

Hooks marked X are stronger and are suitable for all situations where there is the danger of submerged obstacles and therefore we need to force the fish during the fight. Finally there are the super-strong hooks, marked XX, with a truly large thickness. This type of hook is very difficult to open and is used in rivers and large lakes where we must necessarily fish close to obstacles or submerged timber in order to try to draw out the largest and most combative carp.

Always sharp - A hook must necessarily always have a very sharp point. We may have the perfect leader, but if the hook is blunt the bait may not work. Hooks leave the factory already well sharpened, but it is always better to sharpen them. There are kits of files on the market suitable for this purpose, and with a little practice we can file the point and make it more effective. Personally, I use hooks as the manufacturer supplies them. Keep in mind, however, that a point does not stay sharp forever and the life of a hook depends on many factors. Therefore it is always better to check its effectiveness after every catch.

Four deadly hooks - Each type of hook has its own specific shape and characteristic that makes it more suitable for a precise purpose. Here are some models widely used in carp fishing.

The Wide Gape is a versatile hook with a curved point, short shank and eye turned inward. It can be used in almost all presentations, both pop-up and sinking. It is perfect for use with D-rigs and blowback rigs. It is available in X and XX versions.

The Curve Shank has a straight, extremely sharp point. Thanks to the eye angled inward and its curved shape, the carp finds it difficult to eject it. It lends itself well to building rigs such as the blowout rig and spinner rig. It too is available in X and XX versions.

The Long Shank has a long shank with a very sharp straight point and the eye turned inward. The bend of this hook is very narrow, and this makes it less suitable for heavy fights. It can be used for many rigs, but it certainly gives its best on D-rigs, blowback rigs and spinner rigs.

The Krank model has a curved point, short shank and wide bend. It is mostly used for catching grass carp, the amur. It is excellent for building simple rigs but is more effective with the spinner rig.

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Nuovo nubia Air Pro: lo smartphone sottile che punta su potenza, stile e durata


Grazie al design ultrasottile, alla struttura resistente e all'hardware affidabile, Nubia Air Pro punta a diventare un interessante punto di riferimento nella sua fascia di mercato
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Nubia ha presentato Air Pro, il nuovo smartphone progettato per tutti coloro che desiderano un dispositivo elegante e leggero, ma al tempo stesso resistente e affidabile in ogni situazione. Pensato per uno stile di vita attivo, Air Pro accompagna gli utenti durante tutta la giornata, dalle attività quotidiane allo sport, fino alle avventure outdoor più impegnative. Il risultato è uno smartphone che combina design ultrasottile, protezione avanzata, elevate capacità fotografiche e lunga autonomia, rispondendo ai principali compromessi tipici di questa categoria.

nubia Neo 5 GT ufficiale in Italia: gaming, AI e design futuristico
nubia Neo 5 GT debutta in Italia puntando su gaming ad alte prestazioni, intelligenza artificiale integrata e un design futuristico pensato per distinguersi nel panorama degli smartphone mobile gaming
Techpertutti.comGuglielmo Sbano

Sottile, leggero e progettato per durare


Con uno spessore di 5,99 mm e un peso di 172 g, Air Pro si distingue per il suo design compatto e maneggevole. Nonostante il profilo ultrasottile, esso integra una batteria al silicio-carbonio da 5.000 mAh, capace di offrire una maggiore densità energetica rispetto alle soluzioni tradizionali. Questo si traduce in un’autonomia affidabile anche nelle giornate più intense. Il dispositivo supporta inoltre la ricarica rapida da 45 W, la funzione ypass charging per ridurre il calore durante l’utilizzo prolungato e la ricarica inversa da 10 W per alimentare altri dispositivi quando necessario. Le certificazioni IP69K, IP69 e IP68, leader del settore, assicurano protezione da acqua, polvere e condizioni estreme, rendendo il dispositivo adatto agli ambienti outdoor e agli utilizzi più dinamici, inclusa la fotografia subacquea.

Esperienza athleisure migliorata con Motion Key e fotocamera da 108MP


nubia Air Pro integra una fotocamera principale da 108 MP progettata per offrire immagini estremamente dettagliate e grande flessibilità in fase di ritaglio. Funzioni come Quick Snap, Burst Mode e Slow Motion consentono di catturare con precisione scene in movimento, come attività sportive o momenti outdoor dinamici.
La fotocamera frontale da 32 MP garantisce selfie di alta qualità anche in condizioni di luce difficiliLa fotocamera frontale da 32 MP garantisce selfie di alta qualità anche in condizioni di luce difficili. Sul bordo destro, in rosso, il tasto Motion key
Per semplificare l’esperienza di allenamento, nubia Air Pro introduce il Motion Key, un pulsante dedicato che consente di attivare la One-Tap Sports Mode con un solo tocco. Questa funzione avvia un’interfaccia dedicata allo sport, offrendo accesso rapido alle app fitness e alle statistiche di allenamento in tempo reale, permettendo di monitorare i propri progressi a colpo d’occhio senza interrompere il ritmo dell’attività.
La struttura in lega di alluminio ad alta resistenza del Nubia Air Pro, e il vetro rinforzato garantiscono una protezione efficace contro urti e cadute nell’uso quotidianoLa struttura in lega di alluminio ad alta resistenza del Nubia Air Pro, e il vetro rinforzato garantiscono una protezione efficace contro urti e cadute nell’uso quotidiano
Per supportare al meglio attività come corsa, ciclismo, trekking e kayak, lo smartphone può essere abbinato a una fascia da braccio leggera e resistente al sudore (venduta separatamente), che mantiene il dispositivo stabile durante allenamenti e uscite sportive. Per l’esplorazione outdoor e gli allenamenti serali, nubia Air Pro integra inoltre una suite di strumenti dedicata, con funzionalità pratiche come altimetro, bussola, livella digitale, goniometro e la nuova funzione Alarm Bell. Pensata per la sicurezza personale, questa modalità combina un allarme ad alto volume, una torcia a lampeggio rapido e un flash dello schermo ad alto contrasto, così da garantire maggiore visibilità e permettere agli utenti di attirare facilmente l’attenzione quando necessario.
Air Pro integra, inoltre una gamma di funzionalità basate sull’intelligenza artificialeAir Pro integra, inoltre una gamma di funzionalità basate sull’intelligenza artificiale

Prestazioni elevate e esperienza visiva immersiva


nubia Air Pro è alimentato da un processore octa-core a 6 nm ad alte prestazioni, progettato per garantire fluidità e reattività anche negli scenari più impegnativi. Offre fino a 20 GB di RAM (8 GB + 12 GB virtuali) e fino a 512 GB di memoria, assicurando velocità e ampio spazio di archiviazione anche per un utilizzo intensivo. Il dispositivo è dotato di un display AMOLED da 6,77 pollici con cornici ultrasottili, refresh rate a 120 Hz e luminosità di picco fino a 4.500 nit, per una visibilità eccellente anche all’aperto. A completare l’esperienza contribuiscono i doppi altoparlanti stereo, che offrono un audio coinvolgente e immersivo. Air Pro integra, inoltre una gamma di funzionalità basate sull’intelligenza artificiale, pensate per rendere le attività quotidiane più semplici e versatili. Il dispositivo è disponibile su Amazon nelle colorazioni Prime Black e Aero White al prezzo di 449,90 euro.

Estate 2026: il vademecum Roborock per una casa sempre pronta agli ospiti
L’estate è sinonimo di visite improvvise e momenti da condividere. Con il vademecum Roborock scopri come mantenere la casa sempre pulita e accogliente grazie alle più moderne tecnologie per la pulizia domestica
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nubia Neo 5 GT arriva in Italia: smartphone gaming con AI integrata e design futuristico


Nubia ha annunciato l’arrivo sul mercato italiano di nubia Neo 5 GT. Si tratta di un nuovo smartphone gaming progettato per offrire prestazioni elevate, raffreddamento professionale e funzionalità AI avanzate. Presentato in anteprima al MWC Barcellona 2026, nubia Neo 5 GT è ora disponibile in Italia in due versioni caratterizzate da design differenti, pensate per adattarsi a stili ed esperienze d’uso diverse: una variante dal look minimal, studiata per offrire comfort ed eleganza nell’utilizzo quotidiano, e una versione dal design più marcatamente gaming, arricchita da dettagli estetici dedicati e illuminazione RGB integrata.

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TechpertuttiGuglielmo Sbano


Pensato per i giovani gamer e per gli utenti che cercano potenza, fluidità e versatilità nell’utilizzo quotidiano, nubia Neo 5 GT si distingue per essere l’unico smartphone della sua categoria a integrare una vera ventola di raffreddamento attiva all’interno di un design completamente piatto, senza sporgenze della fotocamera, progettato per offrire una presa più stabile e confortevole durante il gioco.
Nubia Neo 5 Gt

Raffreddamento attivo e prestazioni stabili


Per assicurare prestazioni elevate e frame rate costanti anche durante le sessioni gaming più intense, nubia Neo 5 GT combina una ventola di raffreddamento attiva con un sistema di dissipazione termica da 29.508 mm² e uno speciale Through-Flow Duct Design che convoglia aria fresca direttamente verso CPU e batteria. Il sistema fa parte della piattaforma Cold-Core Trinity ed è supportato dal VC Cooling System, progettato per mantenere temperature stabili anche sotto stress. Il dispositivo è alimentato dal processore gaming MediaTek Dimensity 7400 a 4 nm, supportato da memoria dinamica LPDDR Max fino a 6.400 Mbps e dal motore di ottimizzazione NeoTurbo Engine, sviluppato per gestire in modo intelligente le risorse del sistema e offrire prestazioni fluide e stabili. Grazie alla tecnologia Memory Fusion, la RAM può essere espansa fino a 20 GB per migliorare ulteriormente multitasking e reattività.nubia Neo 5 GT è inoltre ufficialmente certificato per il gameplay fino a 120 FPS su Garena Free Fire e MLBB e supporta fino a 90 FPS su Delta Force. La connettività è ottimizzata dall’antenna gaming a 360°, progettata per mantenere una connessione stabile in qualsiasi posizione di impugnatura.
Nubia Neo 5 GT BlackNubia Neo 5 GT Black

Esperienza gaming immersiva


Per garantire un controllo preciso e immediato durante il gaming competitivo, nubia Neo 5 GT integra i Neo Trigger 5.0 a 550 Hz con supporto al controllo a quattro dita, una latenza inferiore a 5,5 ms e touch sampling istantaneo fino a 3.049 Hz.Il display OLED da 6,8 pollici con risoluzione 1.5K offre immagini dettagliate e una visibilità ottimizzata anche all’aperto, mentre la certificazione SGS Eye Care contribuisce a ridurre l’affaticamento visivo durante le sessioni prolungate. L’algoritmo Magic Touch 3.0 mantiene inoltre elevata la reattività del display anche nelle situazioni di utilizzo più intense.L’esperienza immersiva è completata dai doppi speaker stereo con DTS:X Ultra, da una risposta aptica più precisa e da un sistema di illuminazione dinamica sincronizzato con il gameplay. Per migliorare il comfort durante le lunghe sessioni di gioco, il dispositivo include inoltre un cavo con connettore a 90°, progettato per ridurre l’ingombro durante l’utilizzo in orizzontale.
nubia Neo 5 GT 5G - Obsidian Blacknubia Neo 5 GT 5G - Obsidian Black

AI integrata e utilizzo quotidiano


Attraverso AI Game Space 5.0, nubia Neo 5 GT integra AI Copilot Demi 2.0, un assistente intelligente pensato per supportare durante il gioco con informazioni in tempo reale, gestione smart delle notifiche e risposta automatica ai messaggi, così da non interrompere l’esperienza gaming. Oltre al gaming, lo smartphone è progettato per accompagnare gli utenti anche nelle attività quotidiane grazie a una batteria da 6.210 mAh con ricarica rapida da 45W e funzione Bypass Charging, che alimenta direttamente il dispositivo durante il gioco contribuendo a ridurre il surriscaldamento. Il comparto fotografico include una doppia fotocamera AI con sensore principale da 50 MP e sensore di profondità da 2 MP, oltre a una fotocamera frontale da 16 MP. nubia Neo 5 GT integra, inoltre, funzionalità AI dedicate alla produttività e alla creatività e supporta la tecnologia NFC.

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COSORI amplia la sua gamma kitchen con TwinFry Compact, una nuova linea di friggitrici ad aria Dual Blaze pensata per garantire cottura uniforme, praticità quotidiana e maggiore versatilità in cucina
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Prezzo e disponibilità


Il dispositivo Nubia è disponibile in Italia in due versioni, entrambe nella colorazione Black: la versione con design minimale configurazione 8 /256 GB al prezzo di 399,90 euro.La versione con design gaming dedicato, illuminazione RGB integrata e configurazione 12 /256 GB è disponibile al prezzo di 449,90 euro. Entrambe le versioni sono disponibili su Amazon, presso i principali negozi di elettronica di consumo e operatori telefonici.


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Trump dice che dopo la guerra con l'Iran al suo potere "non ci sono limiti"


Il presidente era entrato in guerra chiedendo la resa incondizionata e l'ha chiusa con un'intesa limitata, ma nega di aver imparato qualcosa sui confini del proprio potere.

Al suo potere "non ci sono limiti". Lo ha detto il presidente Donald Trump parlando del conflitto con l'Iran in un'intervista a "The Axios Show", il programma del sito di informazione americano Axios, condotto dal giornalista Marc Caputo. Trump ha respinto l'idea che la guerra abbia mostrato i confini della sua capacità di esercitare il potere.

Trump era entrato nel conflitto chiedendo la "resa incondizionata" dell'Iran, ma l'ha chiuso con un accordo molto più limitato, un memorandum d'intesa. Nell'intervista ha ammesso di aver negoziato quell'intesa per evitare che la guerra si trasformasse in una depressione economica globale. Eppure ha negato di esserne uscito ridimensionato. Alla domanda su cosa avesse imparato dalla guerra riguardo ai limiti del suo potere, ha risposto: "Non ci sono limiti".

"Non ho ancora imparato quella lezione. So che esistono, ma non ci sono limiti", ha aggiunto. Il presidente ha sostenuto di aver "sconfitto totalmente l'Iran sul piano militare" e ha definito il memorandum d'intesa qualcosa che "probabilmente è una resa incondizionata".

La guerra, secondo Trump, ha dimostrato la forza militare americana, non i suoi limiti. "Chi altro avrebbe potuto fare un blocco del genere? Ho fatto un blocco navale in cui nessuna nave è riuscita a passare", ha detto al sito. "Alcune ci hanno provato. Non è durata molto a lungo".

Trump si è irritato di fronte all'idea, avanzata dai suoi critici più favorevoli alla linea dura, che avrebbe potuto essere più duro con l'Iran. "L'unico modo per essere più duro è entrare lì dentro per altre due o tre settimane e continuare a bombardarli a più non posso. Giusto? Ma cosa ci guadagniamo? Lo stretto di Hormuz non sarà aperto", ha detto, riferendosi al passaggio strategico tra il Golfo Persico e il mare aperto attraverso cui transita gran parte del petrolio mondiale.

"Non avremmo petrolio per mesi. Finché continui a sganciare bombe, quel passaggio resta automaticamente chiuso", ha detto Trump, aggiungendo poco dopo: "È il genere di cosa che potrebbe provocare una depressione mondiale". In privato il presidente ha espresso preoccupazione per il fatto che le riserve mondiali di petrolio avessero iniziato a esaurirsi, con il rischio di uno shock se lo stretto fosse rimasto chiuso, secondo quanto riferito da una persona a conoscenza del suo ragionamento.

Sono questi timori a spiegare perché Trump abbia accettato l'accordo che poteva ottenere, invece di quello massimalista promesso prima della guerra. Il presidente ha però insistito sul fatto che il conflitto ha dimostrato l'ampiezza del suo potere, non i suoi confini.

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Vance difende l'accordo con l'Iran e avverte Israele di non criticare il suo unico alleato


Il vicepresidente ha difeso alla Casa Bianca l'accordo con l'Iran, attaccato da destra e da sinistra, mentre la stampa segnala sue affermazioni imprecise sui benefici per Teheran.

Il vicepresidente americano JD Vance ha difeso giovedì alla Casa Bianca l'accordo preliminare che ferma la guerra con l'Iran, definendolo una vittoria per gli americani, mentre la seconda fase del negoziato si è subito complicata. In serata la Casa Bianca ha annunciato che Vance non sarebbe partito per la Svizzera, dove erano in programma i colloqui tecnici, citando problemi logistici. Il ministero degli Esteri svizzero ha poi confermato che l'incontro di venerdì è stato cancellato.

L'intesa, firmata in settimana sotto forma di memorandum d'intesa, apre un periodo di sessanta giorni per arrivare a un accordo definitivo. Ha riaperto lo Stretto di Hormuz, il passaggio strategico per il commercio mondiale di petrolio, e ha portato un primo sollievo economico agli americani: i prezzi di petrolio e benzina sono scesi a livelli che non si vedevano dall'inizio della guerra. Vance ha insistito su questo punto nel suo ruolo crescente di difensore dell'accordo.

Davanti ai giornalisti Vance ha sostenuto che gli Stati Uniti hanno in mano tutte le carte e che l'Iran otterrà poco se non accetterà le richieste americane nella prossima fase, quella dedicata al programma nucleare. "Le parole non contano", ha detto. "Noi puntiamo sulla verifica." Diverse sue affermazioni, analizzate dal New York Times, sono però risultate vaghe o imprecise.

Sul petrolio, Vance ha affermato che la revoca delle sanzioni non rappresenta un nuovo vantaggio per Teheran. L'affermazione ignora che le sanzioni costringevano l'Iran a vendere il greggio con forti sconti rispetto ai prezzi di mercato, soprattutto a raffinerie cinesi disposte a rischiare. Ora l'Iran potrà venderlo a un prezzo più alto, a una platea più ampia di acquirenti e ricevere pagamenti in valute più convenienti. È vero invece, come ha detto il vicepresidente, che senza il blocco americano le esportazioni torneranno ai livelli precedenti alla guerra, senza necessariamente superarli.

Sul nucleare il memorandum resta ambiguo. Non chiarisce se l'Iran manterrà il diritto ad arricchire l'uranio, che Teheran rivendica da sempre, né cosa accadrà alle sue scorte. Il testo chiede all'Iran di diluire le circa 11 tonnellate di materiale arricchito che possiede, comprese 970 libbre, circa 440 chili, arricchite al 60 per cento, poco sotto la soglia per costruire una bomba, ma non gli impone di consegnarlo e spedirlo fuori dal paese. Con l'accordo del 2015 negoziato sotto Obama, l'Iran aveva inviato circa il 97 per cento delle sue scorte in Russia. Vance ha detto che gli iraniani hanno promesso di non arricchire e di far entrare gli ispettori per distruggere lo stock più pericoloso.

Sul fronte economico il memorandum impegna gli Stati Uniti a sostenere la creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dell'Iran e apre alla liberazione di miliardi di dollari di beni iraniani congelati all'estero. Vance ha detto che gli Stati Uniti non verseranno denaro nel fondo e che i benefici scatteranno solo se l'Iran rispetterà pienamente le condizioni. Il testo del memorandum afferma però che gli Stati Uniti sbloccheranno i beni congelati al momento dell'attuazione dell'intesa. Vance ha aggiunto di non conoscere l'importo totale dei fondi congelati: ha riferito di aver sentito cifre superiori ai 100 miliardi di dollari e perfino oltre i 200 miliardi.

L'accordo preliminare non dice nulla sui missili balistici dell'Iran, una delle principali preoccupazioni di Israele e un obiettivo che l'amministrazione si era posta all'inizio della guerra. A marzo il segretario di Stato Marco Rubio aveva descritto la distruzione dei missili a corto raggio iraniani come uno degli scopi dell'operazione. Quell'obiettivo non è stato raggiunto: secondo un rapporto riservato dell'intelligence americana, a maggio l'Iran conservava ancora circa il 70 per cento del suo arsenale missilistico prebellico. Interrogato sul punto, Vance ha risposto che nessun paese può sentirsi dire di non potersi difendere e che conta più lo stato dei lanciatori che il numero dei missili.

La parte più dura dell'intervento di Vance ha riguardato Israele. Il vicepresidente ha rivolto un avvertimento netto ai membri del governo di Benjamin Netanyahu che hanno attaccato il presidente Donald Trump dopo la firma dell'accordo. "Donald Trump è oggi l'unico capo di Stato al mondo che mostra simpatia verso la nazione di Israele", ha detto. Se fosse un membro del governo israeliano, ha aggiunto, non attaccherebbe il solo alleato potente che gli resta al mondo. Ha detto anche che negli ultimi tre mesi due terzi delle armi difensive che hanno protetto il territorio israeliano sono state fabbricate negli Stati Uniti e pagate dai contribuenti americani.

Le parole di Vance sono arrivate mentre Israele continuava a colpire il Libano. Nella notte i raid israeliani sul sud del paese hanno ucciso almeno sedici persone, due giorni dopo la firma dell'accordo tra Washington e Teheran. L'esercito israeliano ha detto di aver risposto a ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte di Hezbollah, il gruppo armato libanese sostenuto dall'Iran. Vance ha criticato l'offensiva israeliana, sostenendo che ha intralciato i negoziati e che alcuni attacchi non sono accettabili. Funzionari israeliani affermano di non essere vincolati dall'accordo tra Stati Uniti e Iran e di voler disarmare Hezbollah prima di ritirare le truppe.

Stati Uniti e Iran stanno intanto lavorando in segreto a proposte per attuare i quattordici punti dell'accordo, compreso il futuro del programma nucleare iraniano, come ha rivelato la CNN citando alcuni funzionari americani. Vance ha lasciato intendere che alcune intese aggiuntive, definite dall'amministrazione "accordi tra gentiluomini", sono in realtà messe per iscritto. L'Iran però non ha firmato alcun documento oltre al memorandum, e questo alimenta il dubbio che l'amministrazione abbia esagerato gli impegni ottenuti da Teheran.

Le critiche arrivano da entrambi gli schieramenti. A destra il senatore repubblicano Roger Wicker, presidente della commissione delle forze armate del Senato, ha attaccato il fondo da 300 miliardi per la ricostruzione dell'Iran, sostenendo che ridurrebbe a un'elemosina ciò che Teheran aveva ottenuto con l'accordo nucleare del 2015. A sinistra Susan Rice, ex consigliera del presidente Joe Biden, ha parlato di un documento di capitolazione sconcertante e ha definito la guerra il più grave errore di sicurezza nazionale da decenni. Il deputato democratico Adam Smith ha detto alla CNN che la guerra non ha raggiunto i suoi obiettivi e ha lasciato l'Iran in una posizione più forte.

Trump ha respinto le critiche sul suo social Truth Social, scrivendo che per gli Stati Uniti ci sono solo successo, prezzi del petrolio in calo e vittoria. Al vertice del G7 a Evian-les-Bains, in Francia, ha cercato di riprendere il controllo definendo Netanyahu un brav'uomo che a volte si agita troppo e descrivendo gli Stati Uniti come il partner grande e Israele come quello molto piccolo. L'Iran ha avvertito che reagirà con una risposta schiacciante a ogni violazione dell'accordo e ha annunciato che la nuova autorità incaricata di gestire il traffico nello Stretto di Hormuz non applicherà tariffe per sessanta giorni.

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DK10x36 - SpaceX, ma anche i tramvieri laidi


SpaceX, o la corsa con i soldi in mano verso il baratro. La chat dei tramvieri laidi e le dichiarazioni improvvide di un membro del Collegio del Garante Privacy. Più le ultime notizie sul Weizenbaum/
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Ascolta l'episodio su Spreaker.com

Giugno si è aperto molto male, ma come si dice, la morte risolve.

Spiego, perché mi dicono che taluni hanno a volte bisogno di un aiutino per apprezzare il mio finissimo umorismo.

In Germania hanno questa cosa che la maggioranza di SPA e saune vietano qualsiasi indumento. Ti porti dietro giusto l'asciugamano, perché sedersi su un asse rovente non è divertente nemmeno per i tedeschi, ma in generale tutti vanno in giro nudi, con momenti ampiamente surreali come a Erding, dove il bar della piscina è fisicamente dentro l'acqua, e tutti ciondolano in giro per la piscina nudi ma con un boccale di birra in mano.

Ora, il dilemma fondamentale del nudismo, è che la gente che vedi non è quella che vorresti vedere.

Questa premessa è per dire che ho scoperto che lo stesso dilemma si applica alla morte, non muoiono mai quelli che vorresti, e viceversa.

In quello che probabilmente è il non sequitur dell'anno, oggi parliamo di SpaceX e della chat dei tramvieri laidi.

E alla fine, come sempre, cronache dell'Odissea con il punto sulla situazione Weizenbaum.

Sigla.

SpaceX


Come avrete letto, venerdì scorso c'è stata la quotazione alla Borsa americana di SpaceX, ed è stata un successo.

Questa frase, seppur vera, è, diciamo così, largamente imprecisa.

  1. In Borsa è stato offerto solo il 5% della proprietà di SpaceX, rispetto al tradizionale 20%. Questo significa che SpaceX è a tutti gli effetti ancora un'azienda privata, in cui il cosiddetto "mercato" non ha alcuna voce
  2. le azioni vendute si chiamato di classe A e valgono un voto l'una. Le azioni detenute da Elon Musk sono di classe B, e valgono dieci voti l'una
  3. SpaceX è incorporata in Texas, e il suo statuto richiede il possesso di almeno il 3% del capitale per poter presentare una mozione per gli azionisti
  4. sempre lo statuto proibisce ogni class action e impone invece un arbitrato, e l'arbitro è scelto e pagato da SpaceX

Questo è il famoso libero mercato per cui la gente si spella le mani: tu investi dei soldi e in cambio non hai né controllo, né voce in capitolo né possibilità di rivalerti quando, o se per i fan, Musk dimostrerà ancora una volta di non avere idea di quel che sta facendo, ma di essere molto convinto di avere ragione.

Per la quotazione di SpaceX, in effetti, sono state ignorate tutte le regole e le consuetudini che fino ad oggi hanno accompagnato una quotazione in Borsa.

Fino ad oggi, prima di quotarsi un'azienda doveva avere realizzato profitti per almeno gli ultimi 3 trimestri. SpaceX non ha mai avuto un profitto.

Fino ad oggi, la quotazione iniziale era decisa dal partner bancario dopo un lungo processo di discovery. Ma per SpaceX Musk ha unilateralmente imposto una quotazione iniziale di 135$ per azione, sulla base esclusiva della sua convinzione di avere ragione.

Fino ad oggi, doveva passare almeno un anno dalla quotazione prima che un'azienda potesse essere inclusa nei principali indici. Ma SpaceX verrà inclusa nel NASDAQ 100 e nello S&P 1000 dopo solo quindici giorni dalla quotazione. Questo significa che fra due settimane i Venture Capital che hanno finanziato SpaceX fin qui potranno rivendere parte delle proprie quote con profitti enormi, mentre gli investitori dovranno aspettare che SpaceX generi utili.

Non è finita. Fino ad oggi, un'azienda si quotava in Borsa per raccogliere capitali da investire. Ma per SpaceX, 20 dei 75 miliardi collocati andranno a ripagare un prestito ponte, e il resto servirà a finanziare le operazioni in perdita di X, xAI e della stessa SpaceX. Perché va ripetuto perché si sappia: il conglomerato SpaceX è in perdita per miliardi di dollari.

Musk è riuscito a quotarsi perché sta sul palco come nessuno, ma anche i fanboi più sfegatati cominceranno a farsi domande quando scopriranno di avere investito in un'azienda di cartone.

Ovviamente quello che è valso per SpaceX non potrà essere negato a OpenAI o Anthropic, perché non ci facciamo mancare niente.

A latere della quotazione, adesso Musk è valutato personalmente oltre mille miliardi di dollari. Non riesco a dare un significato operativo a questa frase, a parte il fatto che Musk ha un valore personale superiore al PIL della Svizzera, il che ne fa a tutti gli effetti uno state actor, peraltro ostile all'Unione, che l'Unione dovrebbe cominciare a trattare come tale.

Io vedo questi problemi, fra i tanti:

  1. quella degli investitori è una corsa verso il baratro: l'oligopolio della cosiddetta Intelligenza Artificiale al momento in cui scrivo ha debiti per 613 miliardi di dollari e nessuna prospettiva di andare in attivo;
  2. i modelli linguistici sono una soluzione in cerca di un problema; dopo cinque anni, i casi d'uso si basano sul "per me funziona" e su prezzi al pubblico pesantemente sovvenzionati degli investitori
  3. le valutazioni di openAI, spaceX, e Anthropic sono puramente immaginarie; sono basate su alchimie contabili che tengono conto degli introiti e di previsioni di incasso autocertificate, da fare invidia all'oste che deve dire se il vino è buono
  4. i soldi per fornire i servizi in perdita come è stato fin qui sono già finiti, il breve periodo in cui si spingeva per consumare più token possibile è già concluso, Microsoft stessa sta limitando Claude e spingendo Copilot per contenere i costi.

I modelli linguistici sono la più stupida implementazione possibile nel campo dell''Intelligenza Artificiale: praticamente un attacco brute-force contro qualsiasi cosa; sono un fallimento, un disastro completo in termini di risultati, in termini economici, in termini ambientali, in termini sociali.

Non è un caso che tutti questi giganti di carta siano in ginocchio da Trump a spiegare che sono "troppo grossi per fallire" e a cercare di fare in modo che il pubblico paghi per le loro imprese in perdita perenne.

Questi cialtroni devono sparire nel baratro economico che hanno aperto con le loro mani, e passare i prossimi trent'anni a ripagare i debiti con cui si sono fatti miliardari.

La chat dei tranvieri laidi


Io cerco di non seguire la cronaca italiana, anche se è molto difficile perché ormai i quotidiani si occupano solo di quella. Se da una prima pagina togli: Garlasco, le ultime boutade della compagnia di giro del Parlamento, l'inchiesta per questa o quella corruzione, le puttanate della destra, le convulsioni della sinistra, la maturità, i Mondiali e l'imperdibile opinione di un prelato o del Papa su qualcosa che strettamente non è un articolo di fede, rimane poco.

Ragion per cui ho letto il titolo sulla chat dei tramvieri laidi.
E sarebbe finita lì, se non fosse che uno di voi, che chiameremo con lo pseudonimo BruttaPersona perché possa anonimamente vergognarsi, mi ha mandato il link a una dichiarazione di un membro del del Collegio del Garante, Agostino Ghiglia.

Che ha detto due cose giuste modo sbagliato, o riportate nel modo sbagliato ma questa gente dovrebbe anche sapere che se vuoi dire una cosa la devi dire precisa, oppure la stai dicendo male apposta, e poi finisce in caciara come con quello che veniva sempre frainteso.

Cosa ha detto Ghiglia:

  • anche la ragazza che ha fotografato il cellulare del tramviere ha commesso un illecito, e
  • in fin dei conti una chat di sette persone è come il gruppo del calcetto, siamo un Paese di 60 milioni di abitanti.

Ho già pre-invocato per voi il necessario numero di divinità colpevolmente dimenticate dalla storia, per cui possiamo procedere.

Allora. Alla lettera Ghiglia non ha torto. Ma presentate così le cose non è che aiutino a diffondere una maggiore consapevolezza, fanno solo qualunquismo.

Allora, con ordine. Sì, fotografare qualcuno, o il cellulare di qualcuno, senza il suo permesso è in linea di principio illecito. Ciò non toglie che la passeggera del tram ha fotografato un illecito, non è che una cosa cancella l'altra.

Chiariamo, se io fotografo Piazza San Marco, e la gente passa e va come parte del paesaggio, va bene. Ma non posso fare il primo piano delle natiche della bionda atomica che passa.

Il problema è che se assisto a un illecito, riportarlo alla polizia è doveroso. In questo caso specifico il problema è stato che la prova dell'illecito, cioè la chat, non è stata passata alla polizia, ma ai giornali. E questo non va bene, Prima la polizia, poi, nel caso, i giornali.

Seconda cosa. È vero che una chat di poche persone è meno peggio di una chat con migliaia. Ma una chat di poche persone non è un'attenuante, l'illecito c'è tale e quale, è la chat di migliaia che è un'aggravante.

Anche nel GDPR ci sono molti punti in cui occorre valutare l'entità del rischio, per decidere per esempio se un data breach va notificato al Garante, o perfino ai media. Questo non toglie che il data breach ci sia a prescindere.

Come in questo caso, l'illecita raccolta di fotogrammi dai video di sicurezza, l'illecito c'è a prescindere.

Detto questo, facciamo un altro passo: non è che siccome c'è la videosorveglianza il primo pirla che passa se la guarda e raccoglie le figurine. Esiste un elenco di persone, ed è molto ristretto, che hanno la possibilità, in casi molto particolari, di accedere ai video di sorveglianza.

E nei posti governati da gente con un cervello, la procedura richiede sempre almeno due persone: tipicamente, un tecnico e un manager, per riesaminare i video. Quindi OK i tramvieri laidi, ma chi gli ha dato accesso ai video ha fatto ancora di peggio, perché gli incaricati della gestione dei video di sicurezza hanno gli stessi obblighi di riservatezza e confidenzialità degli amministratori di sistema, e infatti sono spesso le stesse persone.

Io direi che, oltre ai laidi, deve saltare pure la testa di qualcuno nell'area tecnica e qualche manager.

Certo, in Italia perfino gli amministratori di sistema delle banche si mettono a ficcare il naso nei conti correnti della gente, figuriamoci in un'azienda di trasporti pubblici.

Ma non è un problema. Le leggi esistono, si prende questa gente, si predono i loro superiori che hanno l'obbligo di sorveglianza, si prende la gente che ha fatto gli audit e garantito la compliance, si prendono quelli che hanno approvato un sistema di videosorveglianza dove gli accessi ai video non vengono loggati, o se vengono loggati non vengono auditati e li si accompagna tutti, gentilmente, alla porta.

A calci in culo.

Perché mi sono anche rotto il cazzo di questa privacy di carta dove per fare una foto della festa di Natale ufficio ci sono moduli in triplo originale, e poi il primo coglione con la password di amministratore fa il cazzo che gli pare.

Odissea Weizenbaum, a che punto siamo


E veniamo al Weizenbaum.

La CEO di Zanichelli mi ha gentilmente risposto che non sono interessati perché il loro target è l'editoria scolastica. Non condivido, ma accetto.

Rizzoli, che ho saputo per interposta persona essere potenzialmente interessata, deve trovare il modo di farsi viva e alla svelta, perché non sto seduto ad aspettarli. Quindi se avete dei link, per favore, attivateli.

Due gentili professoresse di Pisa mi hanno scritto di avere tentato un'operazione simile due anni fa, ma di non essere riuscite a contattare gli eredi detentori dei diritti, quindi non se ne è fatto niente.

Ci sarebbe una procedura per i titoli fuori catalogo da oltre dieci anni, ma richiede l'intervento di una biblioteca e almeno otto mesi di tempo.

A questo punto, chiedo di nuovo l'aiuto da casa: riusciamo a raggiungere la figlia di Weizenbaum? In alternativa, conosciamo qualcuno al Weizenbaum Institut di Berlino che magari possa metterci in contatto con chi detiene i diritti? Perché gli ho scritto due volte e devono ancora rispondermi.

Alla peggio, sto anche provando a contattare Penguin, che aveva i diritti dell'edizione inglese da cui è stata fatta la traduzione. Chiedere qualsiasi cosa a degli inglesi mi dà fastidio, ma è per una buona causa e mi turo il naso.

Resta il fatto che se non si riesce a trovare una maniera cristiana per resuscitare un libro fuori catalogo da 35 anni, ce lo rimettiamo a forza, in stampa.

Sarà un'estate di lotta.

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A Bosia il premio per chi sa osare


In un paese di appena 170 abitanti da dodici anni si accendono i riflettori sull’Ancalau, il torneo tra le migliori start up d’Italia

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Nel dialetto dell’Alta Langa la parola ancalau dice tutto. Indica chi vince la timidezza e, osando, sa innovare. Una parola che in molti, fuori da Bosia e dintorni, non avevano mai sentito prima che diventasse il nome di un premio.

Il 20 e 21 giugno prossimi, nel piccolo Comune di circa 170 abitanti nella provincia di Cuneo, va in scena la dodicesima edizione del Premio Ancalau, un evento pop e al tempo stesso culturale, capace di richiamare ogni anno imprenditori, intellettuali, artisti e soprattutto giovani startupper da tutta Italia. Nel tempo ha guadagnato un rilievo nazionale autentico, non costruito a tavolino, ma cresciuto con la forza delle idee e del territorio.

E se il Premio Ancalau esiste, è soprattutto merito di Silvio Saffirio. Creativo e imprenditore della pubblicità, grande protagonista degli anni d’oro degli spot televisivi, dodici anni fa ha dato vita all’associazione culturale Ancalau assieme al sindaco di Bosia, Ettore Secco, e coinvolgendo il fondatore di Eataly Oscar Farinetti e il presidente di Banca d’Alba, Tino Cornaglia. Una squadra molto attiva, con Saffirio deus ex machina capace di sfornare idee a raffica. Tra le altre cose, è stato lui l’ideatore della Pinacoteca all’aperto di Bosia, ovvero i murali dedicati ai Grandi di Langa, dipinti dall’artista Silver Veglia sulle facciate degli edifici del paese. È lui che ogni anno sceglie i soggetti da immortalare.
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Questa straordinaria e peculiare hall of fame è diventata a tutti gli effetti una risorsa turistica per Bosia. «Non abbiamo quasi più spazi per ospitare nuovi murali, per la prossima edizione staremo a vedere. Costruiremo nuove pareti», ha detto a L’Unica lo stesso Saffirio. «A parte gli scherzi, di sicuro ogni opera avrà un QR code a cui si potrà accedere per leggere la storia del personaggio raffigurato. In quattro lingue». Ora Saffirio si appresta a inaugurare l’ultimo murale, quello che renderà omaggio a Carlin Petrini, l’ideatore di Slow Food, un ancalau di diritto che avrebbe dovuto essere presente alle premiazioni di domenica 21 giugno.

L’omaggio a Carlo Petrini

«Ci aveva dato la sua disponibilità, sarebbe venuto molto volentieri», ha detto ancora Saffirio. «Non ce l’ha fatta, purtroppo. Noi in realtà avevamo in mente di non realizzare un altro murale, ci saremmo fermati per un anno. Ma, appresa la notizia, abbiamo cambiato subito il programma e il nostro Silver Veglia si è messo al lavoro per realizzare un nuovo ritratto. Così è nato il murale di Petrini, che sarà ben visibile proprio a fianco dello spazio dedicato al presidente Luigi Einaudi. E il riconoscimento di Propheta in patria che avevamo pensato per Carlin, lo consegneremo al rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche a Pollenzo, Bruno Perillo».

Durante la presentazione del Premio Ancalau, al grattacielo della Regione Piemonte (dove L’Unica era presente), il sindaco di Bosia, Secco, ha ricordato un aneddoto a proposito di Petrini: «Ricordo che eravamo impegnati nella giornata finale della prima edizione, a un certo punto mia moglie mi avvisa: guarda che sta arrivando Carlin. Ci siamo tutti messi in agitazione, era già allora, nel 2016, un personaggio importante. Era venuto a seguire la nostra iniziativa, perché molto incuriosito dalla formula che legava il territorio e le startup innovative. E alla fine, a tavola, ci confidò che quei tajarin che stava assaporando, assieme alla piacevole sorpresa dell’Ancalau, erano effettivamente valsi il viaggio».

Una bella soddisfazione. Saffirio invece ha ricordato che «all’epoca noi dello staff eravamo ancora troppo poveri per permetterci un servizio fotografico. Così non abbiamo immagini della visita di Carlin. In altre successive occasioni, per un motivo o per l’altro, non fu possibile averlo ospite. Come quando facemmo il gemellaggio tra la nostra nocciola tonda gentile e il cacao della regione messicana della Chontalpa, alla presenza dell’ambasciatore messicano. Petrini era impegnato da un’altra parte».

Ora il murale di Veglia completa un lungo percorso. Oscar Farinetti, dell’amico e sodale Carlin parla ancora al presente: «Lui è un personaggio pazzesco. Ne parlo come fosse vivo. Ci aveva già dato l’ok, sarebbe venuto volentieri a Bosia e per tutti sarebbe stato un momento molto bello, perché Carlin, più di chiunque dalle nostre parti, ha segnato il territorio. E non solo: è riuscito a portarlo a un livello mondiale. Ha trasferito il think local all’act global, a un livello veramente globale. Sono rarissime le persone che sono state capaci di farlo».

Farinetti è il fantasista del “team ancalau” e il suo entusiasmo per l’evento non si è mai incrinato nel corso di questi dodici anni: «È stata una gran bella idea, perché abbiamo creato un metodo per dare spazio ai giovani che vogliono imporre le loro idee. Il Premio Ancalau porta con sé un carattere di estrema modernità e al tempo stesso propone il recupero di tradizioni antiche straordinarie, legate a Bosia, comune incastonato nell’Alta Langa che riesce a dare un senso a tutto questo».

Una vetrina per le startup

Tornando a Saffirio, è sempre lui che ha pensato il “Torneo delle idee” per i giovani startupper, focus principale della manifestazione, costruendo nel tempo una rete di partner e sostenitori capace di trasformare ogni edizione in qualcosa di più di una semplice cerimonia. «Ancalau è stato in primo luogo una scoperta storica e antropologica per il numero stupefacente di inventori, imprenditori, innovatori e anche avventurosi che ebbe Bosia tra fine Ottocento e il Novecento», ha spiegato a L’Unica. «Si guadagnarono la nomea popolare di Ancalau di Bosia e ci doveva pur essere un motivo. Da qui a pensare di far rivivere questa memoria di coraggio, inventiva, riscatto e intraprendenza e allargarla all’intero territorio virtuoso della Langa e del Roero, il passo è stato facile».

Nel tempo sono stati aggiunti tanti tasselli, tutti significativi. Ha detto ancora Saffirio: «È una festa popolare? Sì, vedi la gente serena e gioiosa e il buon cibo non manca. È un evento culturale? Certo, ma vivo, dinamico. Si rivive in chiave attuale il passato, si onorano i Padri e le Madri, si rievocano i Grandi di Langa». E poi c’è lo sguardo che volge al futuro con le startup: un primo premio da 20 mila euro «in soldi veri, che di solito vengono versati la sera stessa dell’annuncio. Lo sottolineo perché spesso altre rassegne promettono riconoscimenti che poi non sono così tangibili». I numeri confermano: in dodici anni il torneo delle startup di Bosia ha visto sfilare 615 progetti e più di 1.200 partecipanti, attribuendo complessivamente 127 mila euro in premi. Sei dei talenti premiati negli anni sono stati poi selezionati dalla rivista Forbes tra i giovani under 30 più influenti d’Italia.

Tra i protagonisti del premio l’Orchestra Filarmonica Bosconerese, fondata nel 1912 a Bosconero, nel Canavese, scoperta e “agganciata” da Saffirio. Una presenza a suo modo simbolica: in oltre un secolo di attività l’orchestra non si fermò nemmeno durante le due guerre mondiali, è cresciuta dai venti fondatori agli attuali cinquanta elementi ed è diventata una vera orchestra di fiati arricchita di recente da violoncelli e contrabbasso. Ha suonato all’Auditorium RAI, al Piccolo Regio, al Teatro Carignano, spaziando dal repertorio classico al jazz fino ai ritmi sudamericani. Con l’Ancalau condivide qualcosa di essenziale: entrambi affondano le radici in un piccolo paese di provincia e non si sono mai arresi alle difficoltà. In una parola, osano.

Questa puntata di L’Unica Cuneo termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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L’ospedale che “ricovera” il paziente a casa è il sogno di tutti. A Torino c’è, e da più di quarant’anni. Si chiama OAD, Ospedalizzazione a domicilio, ed è un progetto “ad alta intensità assistenziale”, offre cioè un’assistenza molto simile a quella che si riceve in un ricovero convenzionale. Per ora purtroppo è una realtà circoscritta all’ospedale Molinette della Città della salute e della scienza, ma potrebbe essere estesa se l’amministrazione della sanità decidesse di investire su una intuizione medica all’avanguardia i cui effetti, sia clinici sia economici, sono tutti positivi. Nonostante da anni sia universalmente riconosciuto come un’eccellenza della sanità piemontese e il gradimento di pazienti e familiari sia altissimo, nessun direttore generale o assessore di nessun colore politico negli anni ha voluto garantire questa opportunità a tutti i torinesi, e ancora oggi è un privilegio dei soli cittadini che abitano nell’area Sud della città, il centro e la zona ospedali della Città della salute fino a Moncalieri.

Il servizio è nato nel 1984 da una lungimirante intuizione dei geriatri torinesi Fabrizio Fabris e Luigi Pernigotti e si è progressivamente sviluppato. Diversi studi – condotti su pazienti colpiti da eventi ischemici cerebrali, insufficienza cardiaca, patologie croniche riacutizzate ai bronchi o ai polmoni, malattie infettive e onco-ematologiche – ne hanno dimostrato efficacia e sicurezza. Il superamento della fase sperimentale è arrivato nel 2010, con una delibera di giunta (proposta da Eleonora Artesio, allora assessora alla Sanità nella giunta di centrosinistra presieduta da Mercedes Bresso), con cui si sono normate l’organizzazione e la remunerazione dell’attività di assistenza specialistica di ospedalizzazione domiciliare. Dopo, più nulla: quello che c’era è rimasto, e come spesso accade, non solo nella sanità, Torino è rimasta al palo. A realizzare il sogno sono stati altri.

Come funziona

L’accesso all’OAD può avvenire direttamente dal pronto soccorso delle Molinette, o su segnalazione dei medici dei reparti di degenza o del medico di famiglia. Condizioni imprescindibili la presenza in casa di almeno un caregiver (familiare convivente o badante a cui si affida un ruolo centrale nella gestione della cura) e l’assenza di condizioni di severa instabilità clinica. Il paziente ritenuto idoneo viene “ricoverato” a casa sua e la gestione clinica è in carico al personale medico e infermieristico delle Molinette, in grado di eseguire esami ematochimici, la diagnostica radiologica “trasportabile” (raggi RX, ecografie, ecocardio), telemonitoraggio, somministrazioni di farmaci ospedalieri e procedure strumentali e infusionali di base. Nulla è improvvisato: anche i familiari sono supportati e formati.

Responsabile dell’OAD torinese, operativa dalle 8 alle 20, è Renata Marinello e il servizio dipende dalla Geriatria universitaria dell’ospedale, diretta dal professor Mario Bo. La squadra dei sanitari a domicilio comprende quattro medici, undici infermieri e un coordinatore infermieristico. Con loro collabora un assistente sociale. Non è certo un servizio a costo zero, ma un ricovero ospedaliero convenzionale costa più del doppio. Una giornata di degenza ospedaliera in area medica alle Molinette costa in media 400-600 euro; per una giornata in OAD la Regione ha previsto una somma di 165 euro, quando il costo giornaliero stimato per l’ospedale è di 220 euro.

Il bilancio del 2025 è di 600 ricoveri in dodici mesi. «I pazienti seguiti sono in prevalenza anziani, con età media superiore agli ottant’anni, fragili, polipatologici e politrattati», ha raccontato a L’Unica Renata Marinello. «Ma non mancano malati di ogni età affetti da patologie ematologiche e oncologiche, insufficienze cardiache, epatiche o respiratorie, patologie neurodegenerative o ancora malattie congenite per cui sono necessari frequenti ricoveri ospedalieri, spesso di lunga durata».

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Perché al Servizio sanitario nazionale serve l’OAD

«Gli anziani in Piemonte rappresentano il 25 per cento circa della popolazione, ma contribuiscono alla maggior parte dei ricoveri in area medica», ha detto a L’Unica Mario Bo. «Il ricovero ospedaliero, per quanto spesso efficace nel risolvere l’evento acuto, è gravato da un consistente rischio di eventi avversi durante la degenza: allettamento e decondizionamento fisico, stato confusionale acuto (delirium), infezioni nosocomiali, cadute. Tutte condizioni che, soprattutto nei pazienti più fragili, possono peggiorare significativamente qualità e quantità della vita».

Nei pazienti ricoverati in OAD, al contrario, «queste complicanze, in particolare delirium e infezioni, sono molto ridotte, consentendo una miglior qualità di vita e meno ricoveri in Rsa o strutture di riabilitazione. Il risparmio dei costi sanitari è evidente». C’è poi un secondo motivo reso sempre più urgente dall’invecchiamento della popolazione, ha aggiunto il direttore della Geriatria universitaria della Città della salute: «Una sanità ospedalo-centrica non è più sostenibile per molti “grandi anziani” che spesso hanno severe limitazioni funzionali. Oltre alle difficoltà nelle prenotazioni di esami e visite in tempi utili, molti pazienti non sono in grado di andare alle visite ambulatoriali in ospedale. In questo contesto l’OAD potrebbe svolgere un controllo domiciliare periodico per prevenire recidive, riacutizzazioni e ridurre il numero di riospedalizzazioni». In un futuro prossimo, ha concluso il professore, «molte condizioni che oggi prevedono l’ospedalizzazione o il ricovero in Rsa o strutture per la riabilitazione potrebbero essere trattate al domicilio con vantaggio clinico ed economico».

Il modello catalano

Nato nel 1947 al Montefiore hospital di New York, il modello dell’Hospital at home si è diffuso negli Stati Uniti e in Canada, in Francia, in Australia e in Spagna. E proprio in Spagna, a Barcellona, è arrivato a gennaio dalle Molinette il geriatra e dottorando Roberto Presta, 34 anni, nel ruolo di “osservatore speciale” presso l’ospedale Parc sanitari pere Virgili, un centro pubblico catalano specializzato in cure intermedie e integrazione tra ospedale, territorio e domicilio. In Catalogna, ha spiegato, «vent’anni fa si è voluto investire sull’assistenza agli anziani e da allora l’ospedalizzazione a domicilio ha avuto una spinta fortissima».

Il modello – molto simile a quello che Torino aveva sperimentato già vent’anni prima – è stato messo a sistema: ora è routine in 27 ospedali in tutta la Catalogna e a diversi livelli di cura, ovvero non solo nel trattamento di casi acuti ma anche in fase di recupero o stabilizzazione. Nell’ospedale dove lavora Presta, la media è di settanta pazienti seguiti ogni giorno a domicilio e i medici che si spostano per visitarli in casa sono quattro.

In ospedali più grandi come l’Hospital clinic, con cui la Città della salute sta realizzando uno studio dedicato per valutare efficacia e sicurezza del modello, i medici sono nove, gli infermieri trenta. «Qui in Catalogna il paziente viene accompagnato in un percorso continuo che tiene conto dei diversi bisogni assistenziali – ha detto Presta a L’Unica –. Ciò è possibile anche grazie ad équipe interdisciplinari e cartelle cliniche elettroniche consultabili a tutti i livelli dell’assistenza». La sfida per Torino, se la si volesse cogliere, «è quella di rafforzare la dimensione di rete, rendendo più strutturati i collegamenti tra i livelli di cura dentro un sistema più ampio e accessibile. In questo senso la multidisciplinarietà rappresenta un punto di forza che dovrebbe diventare strutturale: accanto a medici e infermieri, servono competenze riabilitative, sociali, farmacologiche, nutrizionali e psicologiche». Se i software di ospedali e territorio non dialogano – è la sintesi – è facile immaginare quanti ostacoli si possono trovare sulla strada della cura.

I pazienti

A sostenere la promozione dell’OAD è attiva da tempo l’associazione “Promozione dell’Ospedale a casa”. La presiede da otto anni Laura Scarzello, un volto noto a Torino perché per anni è stata l’efficientissima segretaria di Rolando Picchioni, a lungo presidente del Salone del libro. «Ho avuto una mamma che è mancata a cento anni e che non ha passato un solo giorno in ospedale», ha raccontato a L’Unica. «Negli ultimi mesi è stata seguita a casa: un’esperienza fantastica. Anni fa è stato il mio turno, una brutta polmonite dopo un infarto. Non penso che possa esserci soluzione migliore per una famiglia che riesce a tenere a casa i familiari malati, soprattutto se anziani».

Dalla vita vissuta è partita la sua battaglia: «Anche Picchioni ci ha aiutati in questa causa e ci dava uno stand al Salone per pubblicizzare la nostra attività e il servizio». Un mese fa, la presidente Scarzello ha chiesto un incontro all’assessore regionale Federico Riboldi: «Ci ha ascoltato e con lui c’era anche il direttore regionale della sanità Antonino Sottile. Ci hanno parlato della possibilità di avviare un tavolo di lavoro su questo tema. Incrocio le dita, negli anni siamo andati a bussare a tutti, ma dopo le parole non sono mai seguiti i fatti». È anche una questione di principio: «Solo se abiti in centro o vicino alle Molinette hai diritto a questo servizio. Gli altri sono pazienti di serie B?».

La lezione del Covid

La necessità di superare l’organizzazione tradizionale a favore di modelli più flessibili e facilmente riorganizzabili in caso di necessità si è resa più evidente durante la pandemia, quando si è riscontrato con chiarezzache l’ospedale non è in grado di affrontare da solo la gestione sanitaria di una popolazione anziana in progressivo aumento.

In quegli anni anche l’OAD ha dovuto affrontare molte difficoltà logistiche e di sicurezza, superate in parte dal ricorso a strumenti di telemonitoraggio. È stato così possibile trattare al domicilio i pazienti che non necessitavano di procedure invasive evitando il ricovero nei reparti Covid, soprattutto per le persone ad alto rischio di eventi avversi, principalmente pazienti immunodepressi e più fragili, e riducendo i devastanti effetti negativi legati al ricovero ospedaliero in area Covid: senso di abbandono e isolamento sociale, depressione e depersonalizzazione.

Prospettive future

Quale potrebbe essere il ruolo dell’ospedalizzazione a domicilio all’interno del futuro Parco della salute, annunciato con ottimismo, al netto di inchieste e ritardi, per la fine del 2031? Da maggio 2018 ad aprile 2021, l’OAD ha preso parte al progetto “La casa nel parco”. «L’obiettivo era proporre soluzioni per l’e-health, la sanità digitale: applicazione di tecnologie ICT nella gestione dei processi sanitari, telemedicina e telemonitoraggio», ha spiegato a L’Unica Marinello. «Il perno del progetto è proprio la riflessione sullo sviluppo di tecnologie di avanguardia anche per le cure agli anziani nei due futuri grandi ospedali, Torino e Novara. Fondamentale, tuttavia, che il modello sia ripensato già in fase di progettazione con il suo inserimento all’interno della rete territoriale».

“La casa nel parco” è un lavoro da 11 milioni di budget finanziati da fondi FESR (Fondi europei per lo sviluppo regionale) 2014-2020, che ha coinvolto imprese, Università e Politecnico con otto diversi dipartimenti, dall’informatica all’ingegneria edile, da diritto e filosofia alla medicina e farmacia, e due enti di ricerca privati, il Collegio Carlo Alberto e la Fondazione ISI. Oltre a tre ospedali: la Città della salute e della scienza di Torino, l’Ospedale maggiore della carità di Novara, la Fondazione don Gnocchi a Torino.

Di recente, l’assessore alla Sanità del Piemonte Federico Riboldi ha voluto segnalare l’esperienza dell’OAD nelle sue Good news, la newsletter settimanale sulle buone notizie della sanità: una scelta che fa sperare nella volontà di potenziare il progetto. «La Regione guarda con grande interesse a queste esperienze innovative, che contribuiscono a rafforzare l’integrazione tra ospedale e territorio e a utilizzare in modo sempre più appropriato le risorse disponibili», ha detto l’assessore a L’Unica. «Il nostro compito è continuare a monitorarne i risultati, valorizzare le buone pratiche e verificare come possano essere ulteriormente sviluppate all’interno della rete sanitaria piemontese, sempre mantenendo al centro la sicurezza e i bisogni dei pazienti».

Nei prossimi giorni Riboldi ha convocato un incontro per avviare una riflessione: «L’ospedalizzazione a domicilio è uno degli esempi più interessanti di come la sanità possa evolvere per rispondere ai cambiamenti demografici e ai bisogni di una popolazione sempre più anziana e fragile», ha aggiunto. «L’esperienza della Città della salute, che da quarant’anni rappresenta un punto di riferimento nazionale in questo ambito, dimostra che in determinate condizioni è possibile garantire cure di livello ospedaliero direttamente a casa del paziente. La sfida dei prossimi anni sarà proprio portare sempre più cure vicino alle persone, soprattutto utilizzando al meglio le opportunità offerte dall’innovazione organizzativa e tecnologica».

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Dipendenti di Anthropic accusano la Casa Bianca di prenderli di mira


I motivi di sicurezza risultano "generici".
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In breve:


Venerdì scorso, la Casa Bianca ha intimato ad Anthropic di sospendere entro 90 minuti l'accesso ai suoi ultimi modelli AI, Fable 5 e Mythos 5, citando generici motivi di sicurezza nazionale. L'azienda non ha ricevuto spiegazioni dettagliate: solo dopo aver condotto indagini in autonomia ha scoperto l'esistenza di un report di Amazon che segnalava la capacità di Fable 5 di identificare falle nel codice (funzionalità proibita). Esperti di cybersecurity sostengono però che si tratti di una funzione utile alla difesa, non all'attacco, e che modelli concorrenti come quelli di OpenAI abbiano capacità analoghe. Oltre 150 esperti hanno firmato una lettera aperta al governo chiedendo di revocare le restrizioni. Sei giorni dopo l'ordine, Dario Amodei è ancora in trattativa con l'amministrazione Trump senza aver raggiunto alcuna intesa, mentre i circa 3.000 dipendenti di Anthropic restano in un limbo.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Anthropic Employees Accuse Trump Administration of Targeting Them

nytimes.com


Alternativa in italiano: non pervenuta

Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)
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Wall Street sogna la mega-fusione tra SpaceX e Tesla


Un conglomerato da 4.000 miliardi di dollari.
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In breve:


Dopo la più grande IPO della storia, SpaceX potrebbe compiere un passo ancora più ambizioso: fondersi con Tesla per creare un conglomerato da circa 4.000 miliardi di dollari. Investitori, analisti e la stessa COO di SpaceX Gwynne Shotwell hanno già discusso pubblicamente i vantaggi dell'operazione, che unirebbe razzi, Starlink, auto elettriche, intelligenza artificiale, robot umanoidi e data center orbitali sotto un'unica entità. Musk controlla SpaceX con oltre l'82% dei voti e possiede circa il 20% di quelli Tesla, il che rende la fusione tecnicamente fattibile. Le leggi texane — dove entrambe le società hanno sede — rendono molto difficile per gli azionisti contestare la mossa: per fare causa serve il 3% delle azioni, che al valore attuale di Tesla equivale a 45 miliardi di dollari di titoli. Serve comunque l'approvazione dei due terzi degli azionisti Tesla, ma il board ha storicamente sostenuto Musk e molti azionisti retail sono suoi fedeli sostenitori. Il principale ostacolo rimane la valutazione: se i termini della fusione penalizzassero troppo gli azionisti Tesla, Musk rischierebbe di perdere consensi. Regolatori antitrust americani ed europei potrebbero teoricamente intervenire, ma gli esperti considerano un'azione concreta improbabile nell'attuale contesto politico.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Musk’s Next Move May Be a Megamerger of SpaceX and Tesla

nytimes.com


Alternativa in italiano: non pervenuta

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iPhone Air 2 nel 2027, Anthropic contro la Casa Bianca, SpaceX che potrebbe fondersi con Tesla


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Ciao! Sono Amir e questo è Morning Tech: una realtà indipendente, senza investitori, supportata da voi e dalla pubblicità; una rassegna lenta e precisa, nel settore più veloce mai esistito.

Buon venerdì,
ieri abbiamo parlato della line up di prodotti Apple per il 2027 ma oggi se ne aggiunge un altro: la seconda generazione di iPhone Air. Poi parleremo degli scontri tra Casa Bianca e Anthropic; della possibilità del merger tra SpaceX e Tesla, e tanto altro ancora. Buona lettura!

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Apple prepara un iPhone Air di seconda generazione per la primavera 2027


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Apple sta sviluppando una seconda generazione di iPhone Air, con nome in codice V62, prevista per la primavera 2027. Si aggiungerà una seconda fotocamera posteriore grandangolare — risolvendo la principale critica al modello attuale da 999 dollari — e miglioramenti all'autonomia della batteria. Il dispositivo sarà equipaggiato con una versione del chip A20 Pro, lo stesso che equipaggerà gli iPhone 18 autunnali. L'autunno 2025 è riservato ai soli modelli Pro e al primo foldable, mentre il nuovo Air e l'iPhone 18 standard arriveranno circa sei mesi dopo, nella primavera 2027.
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Fonte: bloomberg.com
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Dipendenti di Anthropic accusano la Casa Bianca di prenderli di mira


Politica
Venerdì scorso, la Casa Bianca ha intimato ad Anthropic di sospendere entro 90 minuti l'accesso ai suoi ultimi modelli AI, Fable 5 e Mythos 5, citando generici motivi di sicurezza nazionale. L'azienda non ha ricevuto spiegazioni dettagliate: solo dopo aver condotto indagini in autonomia ha scoperto l'esistenza di un report di Amazon che segnalava la capacità di Fable 5 di identificare falle nel codice (funzionalità proibita). Esperti di cybersecurity sostengono però che si tratti di una funzione utile alla difesa, non all'attacco, e che modelli concorrenti come quelli di OpenAI abbiano capacità analoghe. Oltre 150 esperti hanno firmato una lettera aperta al governo chiedendo di revocare le restrizioni. Sei giorni dopo l'ordine, Dario Amodei è ancora in trattativa con l'amministrazione Trump senza aver raggiunto alcuna intesa, mentre i circa 3.000 dipendenti di Anthropic restano in un limbo.
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Fonte: nytimes.com
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Wall Street sogna la mega-fusione tra SpaceX e Tesla


Business
Dopo la più grande IPO della storia, SpaceX potrebbe compiere un passo ancora più ambizioso: fondersi con Tesla per creare un conglomerato da circa 4.000 miliardi di dollari. Investitori, analisti e la stessa COO di SpaceX Gwynne Shotwell hanno già discusso pubblicamente i vantaggi dell'operazione, che unirebbe razzi, Starlink, auto elettriche, intelligenza artificiale, robot umanoidi e data center orbitali sotto un'unica entità. Musk controlla SpaceX con oltre l'82% dei voti e possiede circa il 20% di quelli Tesla, il che rende la fusione tecnicamente fattibile. Le leggi texane — dove entrambe le società hanno sede — rendono molto difficile per gli azionisti contestare la mossa: per fare causa serve il 3% delle azioni, che al valore attuale di Tesla equivale a 45 miliardi di dollari di titoli. Serve comunque l'approvazione dei due terzi degli azionisti Tesla, ma il board ha storicamente sostenuto Musk e molti azionisti retail sono suoi fedeli sostenitori. Il principale ostacolo rimane la valutazione: se i termini della fusione penalizzassero troppo gli azionisti Tesla, Musk rischierebbe di perdere consensi. Regolatori antitrust americani ed europei potrebbero teoricamente intervenire, ma gli esperti considerano un'azione concreta improbabile nell'attuale contesto politico.
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Fonte: nytimes.com
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Apple alzerà i prezzi: colpa della crisi dei chip di memoria


Big tech
Apple aumenterà i prezzi dei suoi prodotti per far fronte al rincaro dei chip di memoria e storage, lo ha dichiarato Tim Cook al Wall Street Journal. La causa principale è la domanda esplosiva da parte delle grandi aziende AI — Google, Microsoft, Meta, Amazon — che sta sottraendo forniture al mercato consumer: i prezzi di DRAM e NAND sono quadruplicati nell'ultimo anno e, secondo TechInsights, continueranno a crescere fino al 2027. L'impatto sull'iPhone 18 Pro potrebbe essere di circa 270 dollari in più rispetto al modello attuale. Cook non ha indicato tempi o prodotti specifici, ma aumenti su Mac e iPad potrebbero arrivare prima di settembre, quando è atteso il lancio della nuova lineup iPhone.
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Fonte: wsj.com
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Il Pentagono conferma: Grok di xAI usato negli attacchi contro l'Iran


Intelligenza Artificiale
Il Dipartimento di Giustizia americano ha rivelato, in un documento legale del 15 giugno, che Grok di xAI è già integrato in Project Maven, il programma militare di targeting assistito dall'AI. Secondo la dichiarazione giurata di Cameron Stanley, capo dell'AI al Pentagono, il sistema ha permesso alle forze statunitensi di colpire 2.000 bersagli distinti con 2.000 munizioni in 96 ore durante la cosiddetta Operation Epic Fury. Grok ha preso il posto di Claude di Anthropic, il cui contratto con il Pentagono era stato annullato a fine febbraio dopo il rifiuto dell'azienda di consentire l'uso del modello per attacchi completamente automatizzati o per la sorveglianza di massa dei cittadini americani.
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Fonte: lemonde.fr
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Ispirata dall'Ucraina e preoccupata dalla Cina: Taiwan insegna ai suoi cittadini a pilotare i droni


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Apple alzerà i prezzi: colpa della crisi dei chip di memoria


L'iPhone 18 Pro potrebbe costare 270$ in più.
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In breve:


Apple aumenterà i prezzi dei suoi prodotti per far fronte al rincaro dei chip di memoria e storage, lo ha dichiarato Tim Cook al Wall Street Journal. La causa principale è la domanda esplosiva da parte delle grandi aziende AI — Google, Microsoft, Meta, Amazon — che sta sottraendo forniture al mercato consumer: i prezzi di DRAM e NAND sono quadruplicati nell'ultimo anno e, secondo TechInsights, continueranno a crescere fino al 2027. L'impatto sull'iPhone 18 Pro potrebbe essere di circa 270 dollari in più rispetto al modello attuale. Cook non ha indicato tempi o prodotti specifici, ma aumenti su Mac e iPad potrebbero arrivare prima di settembre, quando è atteso il lancio della nuova lineup iPhone.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Apple to Raise Prices Due to Memory Chip Crunch, Tim Cook Says

wsj.com


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Il Pentagono conferma: Grok di xAI usato negli attacchi contro l'Iran


Rivelato in un atto legale del Dipartimento di Giustizia.
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In breve:


Il Dipartimento di Giustizia americano ha rivelato, in un documento legale del 15 giugno, che Grok di xAI è già integrato in Project Maven, il programma militare di targeting assistito dall'AI. Secondo la dichiarazione giurata di Cameron Stanley, capo dell'AI al Pentagono, il sistema ha permesso alle forze statunitensi di colpire 2.000 bersagli distinti con 2.000 munizioni in 96 ore durante la cosiddetta Operation Epic Fury. Grok ha preso il posto di Claude di Anthropic, il cui contratto con il Pentagono era stato annullato a fine febbraio dopo il rifiuto dell'azienda di consentire l'uso del modello per attacchi completamente automatizzati o per la sorveglianza di massa dei cittadini americani.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Musk’s AI, Grok, was used in strikes in Iran, reveals Pentagon

lemonde.fr


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Apple prepara un iPhone Air di seconda generazione per la primavera 2027


Doppia fotocamera posteriore e batteria migliorata in arrivo.
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In breve:


Apple sta sviluppando una seconda generazione di iPhone Air, con nome in codice V62, prevista per la primavera 2027. Si aggiungerà una seconda fotocamera posteriore grandangolare — risolvendo la principale critica al modello attuale da 999 dollari — e miglioramenti all'autonomia della batteria. Il dispositivo sarà equipaggiato con una versione del chip A20 Pro, lo stesso che equipaggerà gli iPhone 18 autunnali. L'autunno 2025 è riservato ai soli modelli Pro e al primo foldable, mentre il nuovo Air e l'iPhone 18 standard arriveranno circa sei mesi dopo, nella primavera 2027.

Questo testo è un riassunto del seguente articolo (eng):

Apple Prepares Second-Generation iPhone Air for Spring 2027

bloomberg.com


Alternativa in italiano:

iPhone Air 2 arriva in primavera 2027 e corregge due difetti
Apple, iPhone Air
macitynet.it

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Huawei lancia i PC desktop con HarmonyOS: debutto fissato a settembre


Presentati alla HDC 2026, i nuovi modelli HM740 e HM940 puntano al mercato aziendale con sicurezza avanzata e un ecosistema software indipendente.

In occasione della recente Huawei Developer Conference (HDC 2026), il colosso tecnologico cinese ha annunciato un passo decisivo verso l'indipendenza informatica nazionale: Zhu Dongdong, Presidente della linea di prodotti Terminal Tablet e PC di Huawei, ha annunciato che i primi PC desktop commerciali basati su HarmonyOS saranno lanciati ufficialmente sul mercato il prossimo settembre.

Dopo aver consolidato la sua presenza nel mercato smartphone e tablet nonostante i blocchi, il colosso cinese si appresta ora a sfidare i giganti del settore dei computer business con un'offerta che si concretizzerà inizialmente nei modelli HM740 e HM940, macchine progettate non per il mercato consumer generalista, ma specificamente per le rigorose esigenze delle imprese.

Questi dispositivi, infatti, non saranno semplici adattamenti delle versioni domestiche, ma integreranno chip di sicurezza dedicati e funzionalità avanzate per la protezione dei dati, rispondendo ai più elevati standard di conformità richiesti dalle grandi organizzazioni.

Tra le specifiche tecniche di rilievo del modello HM740 spiccano uno spessore di soli 14,5 millimetri e un peso piuma di 1,32 chilogrammi, caratteristiche che non sacrificano l'autonomia, capace di raggiungere le 21 ore di utilizzo. Il display OLED da 14,2 pollici con frequenza di aggiornamento a 120Hz garantisce inoltre un'esperienza visiva fluida e professionale. Il lancio di settembre sarà preceduto da una fase cruciale di test e programmi pilota che inizieranno tra i mesi di luglio e agosto, permettendo alle aziende interessate di valutare l'hardware e l'integrazione software in anteprima.

Un elemento distintivo di questi PC è l'inclusione della tecnologia di separazione digitale dual-space, una funzione studiata per mantenere rigorosamente distinti l'ambiente lavorativo e quello personale all'interno dello stesso hardware. Con questa iniziativa, Huawei mira a costruire un ambiente informatico sicuro e integrato che possa operare senza fare affidamento sui sistemi operativi occidentali tradizionali.

Fonte: Gizmochina

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