I MARANZA
I maranza sono un fenomeno antropologico suscitato dall'ostilità di certa destra nei confronti dell'islam.
L'islam è una religione completa sul piano sociale: fornisce leggi e impianto morale, contiene il diritto e la giustizia, e nelle nazioni in cui essa è maggioritaria e praticata, la moralità collettiva si specchia nella vita del Profeta, nella "Sunna" (la tradizione) e tiene in altissimo conto i precetti del Corano. Le famiglie musulmane crescono i loro figli creando in casa un "ambiente musulmano", ma anche confidando nella morale collettiva circostante.
In un posto in cui tutti sono musulmani, in cui in tanti condividono — per esempio — che il furto sia la privazione di un diritto sancito dal Corano, e quindi da Dio, che il tradimento nelle coppie stravolga i principi morali della società, che ripagare una cattiva azione con una buona comporti l'assoluzione collettiva e il reintegro sociale, la morale collettiva è un pilastro stabile sul quale trovano saldo appoggio onestà ed educazione.
La maggior parte dei "maranza", sono ragazzi figli di immigrati che hanno dovuto subire la pressante islamofobia dei detrattori dell'islam i quali cercano, da vent'anni e più, di demonizzare ogni aspetto di questa religione nel tentativo di stigmatizzarla quale falsa, obsolesente, crudele, omofoba, femminicida, oltraggiosa e limitativa nei confronti della libertà e delle donne.
È purtroppo una pressante propaganda fatta di pregiudizi, imprecisioni, falsità di estrema malevolenza, di odio culturale e razziale, trasmessa con facili slogan sciovinisti. Uno spazio per le donne improvvisato nel giorno della rottura del digiuno che chiude la sacralità del mese di Ramadan — per esempio — diventa un recinto in cui le donne vengono racchiuse come delle bestie, a differenza nostra che le abbiamo sempre trattate come regine nel matroneo; il velo è uno strumento di tortura per tutte le donne che vorrebbero stare senza, ma che viene loro imposto da mariti maneschi, a differenza dell'Occidente che non alza un solo dito contro le donne; la poligamia regolamentata dal Corano e dalla Sunna diventa il più grande attacco contro l'indiscusso valore della nostra famiglia tradizionale, tradizionalmente composta da un uomo, una donna, e l'amante; il rifiuto di consumare vino e carne suina è un attacco alla nostra economia e ai nostri valori culturali, baluardi e fonte del nostro benessere; la posizione teologica che rifiuta la crocifissione di Cristo equivale a un rifiuto delle nostre tradizioni e a un'imposizione delle loro. La sensibilità interreligiosa che risponde alla raccomandazione ribadita dal santo Papa Giovanni Paolo II ("Parlate di ciò che vi unisce, non di quello che vi divide"), diventa la prova della nostra abdicazione etnica verso la loro egemonia religiosa. L'adeguamento delle mense scolastiche all'alimentazione "halal" per i bambini diventa l'esempio evidente di voler privare i nostri figli delle proteine e dagli indiscussi vantaggi che comportano tutti gli insaccati di maiale. E potrei continuare all'infinito, se non fosse faticoso e oltremodo noioso, l'enumerare tutte le capziose affermazioni sull'Islam dei nostri amati patrioti. I quali perdurano e insistono, insensibili all'ignoranza che dimostrano, nell'ignoranza, come già detto, da anni. Nonostante abbia superato da un po' i cinquanta, ricordo ancora con definita chiarezza il mio maestro elementare che parlava alla classe di "Maometto" come un personaggio "che si credeva un profeta, ma in realtà strumentalizzava, per i suoi scopi guerrafondai e di potere sul popolo, le sue crisi epilettiche".
Con il risultato che, i musulmani che hanno rischiato la loro vita per venire in Occidente, e che magari lavorano onestamente e si sono inseriti con difficoltà nel tessuto sociale delle loro nuove città, non vorrebbero mai vivere il rischio di una espulsione. Espulsione che, come sa chi è informato, può avvenire sulla base di un semplice discorso pronunciato male in moschea (tutti musulmani, prima della preghiera comunitaria del venerdì, possono prendere la parola sul "minbar" per parlare ai fratelli), magari con delle sfumature "integraliste" che si prestano a un'interpretazione dubbia o mendace, o per aver ribadito —così come dovrebbe essere legittimo in un paese libero— la loro posizione contro Israele e a favore degli oppressi palestinesi.
Affermare che Hamas sia un partito regolarmente eletto in Palestina suscita l'accusa di terrorismo, perché equivale al favoreggiamento ideologico verso dei criminali le cui azioni malvage sono certificate dai comunicati israeliani e dalla santità indiscussa della pacifista America, madre amorevole della libertà e della democrazia, e che comporta, quale conseguenza per gli stranieri musulmani in Italia, lo stigma di simpatizzante terrorista, e la sua immediata esplusione.
Le famiglie islamiche che vivono in Italia molto rararamente sono in condizioni economiche avvantaggiate: i più svolgono lavori impegnativi, faticosi, umili, e la coppia è costretta a stare fuori casa tutto il giorno per quadrare, con difficoltà, il bilancio famigliare. Potrei elencare decine di famiglie, la cui testimonianza ho raccolto nel corso dei miei incontri interreligiosi, che vivono la vita che sto descrivendo. Famiglie con figli, i quali, così com'è consuetudine culturale di questa gente, difficilmente monitorano i loro ragazzi — com'è abitudine di noi occidentali, si intenda — nel corso della loro crescita. Se papà e mamma stanno fuori per lavoro, i ragazzi tornano da scuola e si cucinano, provvedono in autonomia a loro stessi, e godono di una libertà diversa da quella dei nostri figli. A tredici anni un ragazzino, nell'Islam, gode della stessa rispettabilità di un adulto. E una volta espletati i loro doveri, i giovani stanno fuori, in strada, nei cortili, sotto i portici dei palazzoni delle periferie urbane.
Sbagliata o giusta che fosse quella di lasciare alla vita il compito di educare i ragazzi, bisogna notare che per la maggior parte degli stranieri che vive in Italia è così. È un fatto culturale, mutuato dalla fiducia che si ha nei confronti della società, la quale (nei loro paesi) è permeata di valori imposti da un Legislatore Divino. Legislatore che qui, in occidente, è visto come un'entità altra rispetto al "papà di Gesù". Allah non è, nell'immaginario di tanti, il termine arabo con cui anche i cristiani nei paesi arabofoni indicano l'Iddio Trinitario. Proprio qualche giorno fa leggevo sulla pagina Facebook di un noto leghista in forte odor di cattolicesimo, raccomandare a Dio il popolo iraniano. Alla domanda di un suo seguace "Quale Dio?", lui non ha avuto dubbi. Ha risposto con un esilarante "Non il loro".
Quindi Allah è considerato un altro Dio.
E questa disinformazione, alimentata da sentimenti di antagonismo e di allarmismo verso il pericolo di una imminente quanto tragica sostituzione etnica, mette tante famiglie musulmane in Italia davanti a una scelta difficile: professarsi musulmano è indicativo di brava e persona virtuosa, così come abbiamo sempre creduto che fosse, oppure è sinonimo di delinquenza e quindi di persona socialmente pericolosa?
Possiamo continuare a praticare la nostra religione, qui, o no?
Tanti scelgono di no. Ed è qui che nasce il problema dell'integrazione.
Perché integrare delle persone di cultura diversa dalla nostra non vuol dire permettere o sperare che abbandonino la loro religione, o che cambino la loro cucina, le loro preghiere, la loro educazione, le loro idee politiche con le nostre. Non significa il tanto ripetuto " se vuoi stare qui o ti adatti o te ne vai". Perché l'integrazione non è l'annientamento della etnia e della formazione culturale dell'integrato, così come il principio della integrazione non deve mai consistere nella rinuncia della nostra cultura a favore di un'altra; ma è il risultato della perfetta e piena convivenza tra persone di cultura diversa. Siate gentili con gli stranieri perché anche voi siete stati stranieri in Egitto, dice la Torah, sui cui dettami trova conforto anche il nostro Diritto Romano. A voi la vostra religione e a me la mia, recita il Corano il quale, a dispetto di chi non ne ha mai letto una riga, è un testo religioso che sancisce con chiarezza il rispetto delle diverse culture.
I maranza, quindi, sono ragazzi che provengono da famiglie di immigrati che, per timore di essere rimandati indietro, per forza maggiore —perché abbiamo detto loro che l'Islam è una religione pericolosa che trasforma tutti i musulmani in potenziali terroristi, despoti domestici e uomini patriarcali, poligami; abbiamo detto loro che il loro amato profeta, è un millantatore (un uomo, cioè, che anche il più colto tra i detrattori dell'Islam che ha tradotto una celebre versione del Corano, non ha potuto non annoverare tra "i benefattori dell'umanità") — hanno abbandonato la loro religione.
E hanno smesso di praticarla evitando di andare nelle moschee perché ossessivamente controllate, evitando di criticare le nostre leggi a favore di quelle dei loro paesi di origine; evitando ogni confronto ottuso; ma evitando, soprattutto ed erronemente, di insegnare l'Islam ai loro figli affinché non si tradissero in ambienti ostili, e di incorrere quindi nella stessa sanzione. In quanto è noto, dalle nostre parti, che il figlio di un immigrato, pure se nato in Italia, non gode automaticamente del diritto di cittadinanza e potrebbe essere rimandato, in teoria, in un paese di cui conosce appena appena i rudimenti della lingua.
E per molti di loro, la scelta di abbandonare la fede islamica, è il principio più efficace di integrazione. Perché la società ripete loro, e continuamente, il falso mantra che è l'Islam il problema.
Purtroppo, però, come ho già detto ogni religione contiene delle strutture morali che ti formano, delle leggi che definiscono il diritto e la giustizia, e l'essere abbandonati a loro stessi per questi ragazzi non è stata una scelta felice. Nei loro paesi di provenienza questa gente è abituata a lasciare liberi i ragazzi perché fuori, per strada, c'è un impianto morale sano, e i valori dell'Islam sono promossi e incoraggiati da tutti, mentre in Italia, soprattutto nei substrati culturali della periferia, manca. Nei quartieri milanesi come la Barona, ad esempio, o a Lambrate, per non parlare della "famigerata via Padova", pare viga la legge del più forte. La morale religiosa manca completamente, l'esistenza del Divino Legislatore pare sia messa in dubbio e quindi in discussione dai teologi delle periferie. E cresciuti con la consapevolezza di essere osteggiati, di risultare etnicamente lontani dalla cultura occidentale, di essere visti come dei nemici da combattere, questi ragazzi si lasciano andare alle leggi della strada, in cui la delinquenza è molto diffusa. Ma se ai loro genitori fosse stato concesso di praticare la loro fede, di praticare e promuovere i loro principi morali e di trasmetterli ai loro figli senza il timore costante di venire espulsi, i maranza non sarebbero mai nati.
Al loro posto avremmo avuto dei musulmani integrati. Dei musulmani che rispettano il nostro stesso decalogo, che hanno la nostra stessa coscienza morale. Che promuovono la pace e ripudiano la guerra. Avremmo avuto dei cittadini musulmani vicini ai principi costituzionali e lontani da quella 'mentalità da Bronx' che purtroppo anima i contesti di emarginazione delle nostre grandi città.
E la responsabilità di tutto questo, di tutto quello che di bello manca e di quanto brutto ci possa essere, attualmente, è della islamofobia alimentata dall'ignoranza di certa destra.
Il problema è di integrazione.
Non siamo stati capaci di integrarli, e continueremo a tollerare con indolenza questa mentalità para-fascista che lo impedisce, a nostro completo ed evidente svantaggio.
Perché ogni uomo è un mondo.