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Yusuf, il ragazzo di diciannove anni di origini egiziane accoltellato a scuola da un coetaneo, a La Spezia, è morto.
È assurdo che nelle nostre scuole accadano fatti del genere, è inaccettabile che in un luogo come la scuola, tra ragazzi di questa età, tra gli insegnanti, possano succedere fatti di tale imponenza criminale da lasciare tutti noi attoniti, impotenti, basiti.
E increduli.
Non si può morire a diciotto anni. Non si deve uccidere a diciotto anni. E non solo perché si è troppo giovani per morire e troppo giovani per uccidere; non si può perché non è umano, nel nostro contesto civile, condannare a morte con un messaggio sullo smartphone il proprio compagno di scuola il giorno prima, e il giorno successivo ucciderlo senza che ci sia stato nessuno in grado di intercettare delle intenzioni così gravi; senza che neppure uno, tra gli insegnanti, sia stato capace di accorgersi della lite tra i due ragazzi, e prevenire la disgrazia che invece c'è stata.
Non è possibile, ed è insostenibile qualunque giustificazione, qualsiasi scusa, qualunque movente, qualsiasi assurda ragione che si possa o si voglia dare per sentirsi a posto con la coscienza, che avvengano fatti del genere. Addirittura in una scuola. Fatti in cui l'umanità viene completamente dichiarata persa, declassata a mera bestialità, annientata dalla brutalità disumana del sangue innocente che scorre tra i banchi.
Ed è una grave sirena di allarme che tutto ciò sia successo nelle nostre scuole e tra la nostra gente. In un posto dove nell'irresponsabilità generale — e nell'attuale classe politica — si tende volentieri a spacciare un omicidio per legittima difesa, dove un sinti dovrebbe aver meno valore di un italiano, dove si esaltano gli atteggiamenti divisivi e di discriminazione verso maranza e rom, e dove si credono risolti tutti i problemi con un inutile sgombero e qualche maldestro tentativo di espulsione.
Un giovane è morto. I nostri giovani muoiono, vittime di una società inadeguata al loro cammino futuro e priva di leggi efficaci che riescano a impedire le disgrazie che accadono. E per questo abbiamo tutti fallito.
Abbiamo perso.
Ci resta la profonda tristezza per questa giovane vita strappata alla vita. E il dolore per i suoi genitori in preda a chissà quanta disperazione, così come per il ragazzo che lo ha ucciso. Proprio per quest'ultimo, ormai, c'è da pregare; affinché la sua anima non si perda dopo un gesto così efferato e irresponsabile, affinché non prevalga l'odio.
Perché di odio potrebbe morire anche lui.
Perché potremmo perdere anche lui, fallendo un'altra volta.
Non sappiamo più cos'è la vita. Né sappiamo più quello che vale, il prezzo che costa perderla, e il grande dono che è. Non abbiamo più piena coscienza del grande progetto di Dio che tutti quanti siamo.
Né sappiamo più cos'è la pietà, cosa siano la carità e la misericordia.
E non sappiamo insegnarlo ai giovani, soprattutto.
Questo, è.

#scuola #immigrazione #società #cronaca

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