In Italia lo sfruttamento non è un incidente di percorso. È un pezzo del modello produttivo.
Funziona così: si prende una persona vulnerabile, spesso migrante, la si rende ricattabile con documenti, debiti, alloggi, trasporti e paura. Poi la si paga poco, la si espone al rischio, la si isola. Finché produce, vale qualcosa. Quando si ferisce, quando chiede diritti, quando smette di essere utile al profitto, viene scaricata.
Non succede solo nei campi. Succede nei cantieri, negli appalti, nella logistica, nelle fabbriche. Non succede solo “al Sud”. Succede anche a Milano, capitale economica d’Italia, dove nel cantiere del nuovo Consolato USA gli atti dell’inchiesta parlano di “para-schiavismo”. Succede in tutta Italia.
La verità è che questo sistema non “fallisce”: funziona esattamente come è stato costruito per funzionare. Abbassa i costi, moltiplica i profitti, scarica il rischio sui più ricattabili e poi si lava le mani davanti ai corpi feriti, sfruttati, morti.
Bisogna togliere potere a chi vive di sfruttamento.
Bisogna colpire i profitti, gli appalti, le coperture, le complicità.
Perché chi si arricchisce sulla pelle di chi lavora non è un imprenditore.
È uno sfruttatore.
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