Se la salute mentale è una “sfida epocale”, la risposta non può essere quella del governo


Qualche giorno fa il Ministro della Salute Orazio Schillaci, durante un Question Time, ha definito la salute mentale “la grande sfida della nostra epoca”. Ha citato il dato degli oltre 1.700 accessi quotidiani in pronto soccorso per disturbi psichiatrici. Ha poi rivendicato il Piano di azioni nazionale per la salute mentale 2025–2030, approvato a dicembre “dopo tredici anni senza una cornice strategica”, e gli ottanta milioni già stanziati per il 2026, con una progressione dichiarata fino al 2028 e uno stanziamento stabile dal 2029.

Splendido, eppure…

Partiamo dalla natura del finanziamento. Gli ottanta milioni NON sono una risorsa aggiuntiva rispetto alla spesa sanitaria complessiva. Sono una quota del fabbisogno sanitario nazionale STANDARD, quindi una fetta di ciò che comunque verrebbe speso in sanità, non un fondo parallelo creato ex novo. Presentarlo come fosse uno stanziamento straordinario è pura propaganda, al limite del disonesto.

Il secondo punto riguarda la portata reale di quella cifra nel tempo. Da ottanta a ottantacinque milioni tra 2026 e 2027 è un aumento nominale del 6,25%. Con un’inflazione stimata tra l’1,4% e il 2,9% a seconda dell’indicatore, buona parte di quell’aumento si consuma già nel biennio. Ma il dato che pesa di più arriva dopo: dal 2029 la dotazione scende da novanta a trenta milioni l’anno, a regime. È un taglio nominale di due terzi, non un assestamento fisiologico. In termini reali: dopo quattro anni di inflazione (anche contenuta), quei trenta milioni varranno molto meno degli attuali. La narrazione di “risorse in crescita costante” vale per tre anni su un piano che ne copre cinque.

Ma anche ignorando le questioni puramente numeriche, ragioniamo sulla governance della spesa. Ovvero: cosa succede davvero quando i soldi arrivano alle Regioni?

Il decreto di riparto, firmato a inizio giugno, ha un elemento di novità: lega le risorse a obiettivi specifici (come lo screening della depressione post partum e le reti regionali per l’accompagnamento degli adolescenti) con meccanismi di monitoraggio e premialità. Peccato che di quegli ottanta milioni, solo trenta l’anno sono vincolati alle assunzioni, e la scelta di quanto e come impiegarli resta comunque regionale. Soprattutto, le assunzioni fatte nel primo anno vanno poi sostenute negli anni successivi con i bilanci ordinari delle Regioni, fuori dal budget vincolato del piano. Si legga: Il primo stipendio lo paga il piano nazionale, dal secondo anno in poi, se lo trova la Regione da sola, dentro la spesa corrente. E qua arriva l’annoso problema delle differenze regionali: nessuno garantisce che questo avvenga in modo uniforme sul territorio, e la storia recente della sanità regionale italiana suggerisce che non avverrà.

Last but not least: che tipo di risposta è quella che ha dato il Ministro ieri? Che lettura della radice dei problemi sottende?

Partiamo da un dato: la carenza di personale nei dipartimenti di salute mentale è stimata in oltre 8.300 unità rispetto agli standard Agenas, a cui si sommano le nuove funzioni previste dal piano, per un fabbisogno complessivo attorno alle 15.000 persone. Il Collegio dei direttori dei dipartimenti ha chiesto almeno due miliardi aggiuntivi solo per l’adeguamento dell’organico. Il piano ne stanzia 285 milioni in quattro anni, per intero, prima ancora di parlare di inflazione. Il rapporto tra ciò che serve e ciò che arriva resta marginale. E stiamo parlando solo e soltanto del definaziamento cronico e dello svuotamento costante dei presìdi sanitari.

Ma ciò che non viene MAI citato è problema A MONTE. L’intera architettura del piano, dal linguaggio agli obiettivi, resta interamente centrata sul presidio sanitario: dipartimenti di salute mentale, pronto soccorso, residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. La scuola, che è uno dei luoghi in cui il disagio si manifesta per primo, resta fuori da questa architettura. Nel 2026 lo psicologo scolastico non è una figura assunta e strutturata. Lo stesso vale, più in generale, per tutto ciò che costruisce salute mentale collettiva fuori dal perimetro clinico: il lavoro, la casa, le reti sociali, la riduzione delle disuguaglianze territoriali.

Ridurre la salute mentale ai servizi sanitari, per quanto sottofinanziati, significa già aver deciso in partenza dove intervenire e dove no. E questa scelta, a differenza delle cifre, non viene mai dichiarata come tale.

Il risultato è un piano che comunica un’emergenza epocale e risponde con lo strumento più ordinario possibile: una riallocazione interna alla spesa sanitaria corrente, di entità contenuta, con una tenuta temporale incerta oltre il breve periodo, e con un perimetro d’intervento che esclude per definizione tutto ciò che non è presidio clinico. Come dire che alle alluvioni risponderanno regalandoci dei secchielli.

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Se la salute mentale è una “sfida epocale”, la risposta non può essere quella del governo
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Qualche giorno fa il Ministro della Salute Orazio Schillaci, durante un Question Time, ha definito la salute mentale "la grande sfida della nostra epoca". Ma il piano presentato per rispondervi è una fregatura altrettanto epocale. Come dire che alle alluvioni

La legge elettorale di Meloni è un obbrobrio giuridico e costituzionale


Pubblichiamo l’intervento di Francesca Druetti tenuto il 20 luglio 2026 alla Conferenza Stampa organizzata alla Camera dei Deputati da Riccardo Magi contro la riforma di legge elettorale voluta da Meloni.

“Grazie al professore Enrico Grosso per aver argomentato e articolato le ragioni di preoccupazione per questa norma che va ad aggiungersi a una legge elettorale che già ci trova molto negativi.

Gli emendamenti, anche quelli che avevano intenti migliorativi, ci sono sembrati in questi giorni più che altro un modo di spruzzare un po’ di profumo su un’operazione molto maleodorante. Un’operazione che ha tra l’altro dimostrato che la maggioranza di governo è arrivata al voto con una serie di regolamenti di conti e di spaccature al suo interno che è davvero indecoroso aver portato in un campo così importante come la legge elettorale, che ricordiamolo non è un tema secondario, ma definisce le regole della nostra democrazia.

Siamo di fronte a una fase in cui convincere le persone che il loro voto vale, che la loro voce conta in fase di consultazione elettorale è difficilissimo, per la distanza che sentono tra le urgenze gravissime che il paese di trova ad affrontare e quello di cui per la maggior parte il dibattito pubblico si occupa. Infatti l’astensionismo è un tema drammatico, almeno per chi come noi se ne preoccupa.

E questa legge elettorale cosa fa? Si pone al lato opposto dello spettro, si occupa solo di una supposta crisi di stabilità. Infatti lo chiamano “stabilicum”, di partecipazione non c’è traccia. Il modo in cui si possono presentare le liste, la mancanza della firma digitale, lo spazio strettissimo per i fuorisede, il premio di maggioranza… e ora anche questa fantastica idea di fare letteralmente sparire i voti.

Questo è un problema democratico serio e palese, che davvero non capisco come si possa giustificare, se non con l’audacia arrogante di chi vuole ritagliarsi le regole di tutti solo su se stesso e di quando parla di volontà popolare ha in mente una cosa ben diversa, e cioè la propria volontà di manipolare le persone, e quando non ci riescono, di manipolare le regole del gioco.

Quindi rinnovo a Riccardo e ai presenti la nostra disponibilità a non mollare di fronte a questo obbrobrio giuridico e costituzionale e anzi, di continuare a metterci di traverso perché la posta in gioco è troppo alta.”

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Legge elettorale, Civati-Druetti: per Meloni tutti i voti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri


“Parafrasando Orwell, che evidentemente Giorgia Meloni ha letto prendendolo a modello, tutti i voti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri: non si capisce altrimenti perché la nuova legge elettorale, costruita appositamente per dare una larga maggioranza di governo a chi vince, debba stabilire che tra i voti dei cittadini che votano quella coalizione alcuni saranno conteggiati, mentre altri saranno scartati.”Lo dichiarano Giuseppe Civati e Francesca Druetti (fondatore e segretaria di Possibile), intervenendo alla conferenza stampa sulla nuova legge elettorale organizzata da Riccardo Magi alla Camera dei Deputati.“Per le forze politiche - sottolinea Civati - sarà anche obbligatorio indicare il nome del candidato premier, unico per ogni coalizione: al di là della forzatura e dell’incostituzionalità, non dovrebbe quel voto costituire una chiarissima preferenza da parte del cittadino che lo ha espresso? Come si fa a dire che un voto, fosse anche per Giorgia Meloni premier, nel caso sia di nuovo lei a guidare la destra e non Vannacci, non è valido perché la lista su cui ha messo la croce non ha raggiunto lo sbarramento? Questo è un problema democratico serio, che non ha nulla a che vedere con la proliferazione delle liste piccole o la dispersione, anzi è ritagliata su misura per le esigenze della destra: non è contro la dispersione, piuttosto è a favore dell’accentramento.”

“La legge elettorale - conclude Druetti - non è un argomento secondario. Sono le regole del gioco, e il gioco si chiama democrazia. A questo punto tanto vale indicare per quale partito si può votare, come del resto si faceva già durante un Ventennio, quello sì, cui sicuramente si ispira questa maggioranza. In ogni caso, a una legge che mortifica il pluralismo bisogna rispondere con pluralismo e trasparenza offrendo strumenti di partecipazione che la legge impedisce, e proporre emendamenti che possano mitigarne l’effetto devastante.”

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Voto fuorisede: una buona notizia, con qualche criticità
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Il Parlamento ha finalmente approvato un emendamento che introduce il voto fuorisede. È un passo avanti importante e sarebbe sbagliato non riconoscerlo. Ma proprio perché stiamo parlando di un diritto fondamentale, non possiamo fare finta di non vedere le criticità del testo approvato.
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Voto fuorisede: una buona notizia, con qualche criticità


Il voto fuorisede è un diritto e i diritti dovrebbero essere semplici da esercitare.

Dopo anni di mobilitazioni, campagne e battaglie portate avanti da associazioni, comitati e forze politiche che hanno creduto nella necessità di allargare la partecipazione democratica, il Parlamento ha finalmente approvato un emendamento che introduce il voto fuorisede.

È un passo avanti importante e sarebbe sbagliato non riconoscerlo perché per la prima volta si afferma un principio che per troppo tempo è stato ignorato: chi studia, lavora o vive lontano dal proprio comune di residenza non dovrebbe essere costretto a scegliere tra esercitare il diritto di voto e sostenere costi economici e organizzativi di un viaggio. Ma proprio perché stiamo parlando di un diritto fondamentale, non possiamo fare finta di non vedere le criticità del testo approvato.

L’emendamento prevede infatti una serie di condizioni che rischiano di escludere molte persone, tra queste, la necessità di essere domiciliati da almeno nove mesi nel comune in cui si intende votare e l’obbligo di presentare domanda entro termini specifici, aggiungendo ulteriori passaggi burocratici a un percorso che dovrebbe essere il più semplice possibile.

Il rischio è trasformare un diritto in una concessione subordinata a requisiti che non tengono conto della realtà di migliaia di studenti, lavoratori precari, tirocinanti, dottorandi e persone che si spostano continuamente per costruire il proprio futuro.

Per anni ci siamo sentiti dire che l’astensionismo dipendeva dalla disaffezione verso la politica, ma spesso l’astensione nasce anche dagli ostacoli materiali che impediscono alle persone di votare. Un fuorisede oggi deve ancora programmare la propria vita in funzione di una scadenza burocratica. Deve ancora dimostrare di meritare un diritto che dovrebbe essere garantito a prescindere. Per questo accogliamo positivamente il risultato raggiunto, ma continuiamo a chiedere che il testo venga migliorato perché l’obiettivo è consentire a tutti di poter votare.

La democrazia non dovrebbe chiedere certificati aggiuntivi, requisiti temporali o percorsi ostici, ma dovrebbe limitarsi a permettere alle persone di partecipare. Dopo anni di attesa, il voto fuorisede non può diventare una versione ridotta di un diritto ma essere un diritto pieno, universale e realmente accessibile.

La partecipazione democratica non può dipendere dal CAP in cui si vive temporaneamente ma di votare per il proprio territorio.

Silvia Giandoriggio
Calabria Possibile

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Fediverso Possibile ha ricondiviso questo.

La famosa fuga di capitali che nessuno riesce a documentare mai. La fuga, se proprio ci tenete a saperlo, è organizzata ogni giorno attraverso tecniche di profit shifting tra paesi ad alta tassazione verdo paesi a bassa o nulla tassazione. Basterebbe una piccolissima riforma: abolire i paradisi fiscali (in Europa, almeno).


<Perché allora è così difficile per il «campo largo» accordarsi persino sul senso delle parole se la tassa sui milionari è in fondo una modesta misura di «buon senso» quantificata in 6 mila euro all’anno, quanto costa un cappotto di lusso, a chi guadagna milioni?[...] Giuseppe Conte ha detto di avere fatto studiare la fattibilità [...] e ha concluso che non funziona. A suo avviso rischierebbe di provocare una fuga di capitali dall’Italia.> @economia

#unpercentoequo

ilmanifesto.it/non-chiamatela-…


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La partecipazione dell’Italia al vertice anti-antifa è uno schiaffo alla Costituzione
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Poco conta che ci vada un ministro, un sottosegretario o un diplomatico: questa partecipazione dell'Italia al vertice anti-antifa è l'ennesimo schiaffo del governo alla

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La partecipazione dell’Italia al vertice anti-antifa è uno schiaffo alla Costituzione


Quindi, alla fine, al summit di Washington per coinvolgere le altre nazioni nella crociata anti-antifascista di Trump e Rubio l’Italia ci sarà.
Poco conta che ci vada un ministro, un sottosegretario o un diplomatico: questa partecipazione è l’ennesimo schiaffo del governo alla nostra Costituzione nata dalla Resistenza.

È l’allargamento di un disegno globale, che criminalizza l’antifascismo e il dissenso, che parte dagli Stati Uniti (che hanno già messo al bando gli “antifa” come gruppo terroristico) e che in Italia ha già preso forma con i decreti sicurezza.

L’asse Roma-Washington che verrà formalizzato il 15–16 luglio si inserisce in questo contesto, che va combattuto in Italia e in tutto il mondo, resistendo e insistendo con un lavoro politico e culturale di lungo periodo.

Da anni denunciamo il pericolo della normalizzazione e sdoganamento del fascismo, della manipolazione e distorsione della storia, del dare cittadinanza a rievocazioni e celebrazioni apertamente e dichiaratamente nazifasciste, togliendo contemporaneamente spazio e agibilità a chi celebra e ricorda chi invece fece la scelta di stare dalla parte giusta della storia.

Ora che i risultati sono sotto gli occhi di tutti, continuiamo a contrastare questa deriva, e ricordiamo ancora a Meloni un fatto molto semplice: chi non è antifascista, è fascista. E dovrebbe saperlo, avendo giurato sulla nostra Costituzione.

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Druetti (Possibile): il 14 luglio a Roma per dire no al Melonellum e guardare al 2027


Diciamo no al Melonellum, e continuiamo a chiedere una legge elettorale in cui le persone possano realmente scegliere e non semplicemente approvare una scelta calata dall’alto.”

Lo dichiara Francesca Druetti, Segretaria nazionale di Possibile, che domani sarà a Roma davanti a Montecitorio alle 18.00 per il presidio contro la legge elettorale in votazione in Parlamento, mentre alle 20.00 è previsto un incontro insieme a Giueppe Civati alla Libreria Todomodo, per la presentazione del nuovo numero di Ossigeno.

L’enorme premio di maggioranza nel caso la prima coalizione superi il 40% è sproporzionato, una forzatura che sacrifica la volontà di cittadine e cittadini sull’altare di una “stabilità” che si legge strapotere. Una “legge truffa” in versione meloniana che consentirebbe a chi vince di consentire la formazione di un governo sacrificando moltissimo la volontà di cittadine e cittadini, potenzialmente fino a smentirla. Una legge che consentirebbe a chi vince le elezioni con il 40% dei voti di eleggere potenzialmente da solo il Presidente della Repubblica. Altra norma pericolosa che potrebbe comparire è quella di scrivere nel programma elettorale il nome del candidato o della candidata a Presidente del Consiglio, che non verrà votato o votata, ma dovrà comunque essere indicato. Un passo verso un Premierato di fatto, e contemporaneamente una presa in giro a cittadine e cittadini, visto che sarà comunque il Parlamento — come prevede la nostra Costituzione — a dare la fiducia al Governo formato dal Presidente del Consiglio su incarico del Presidente della Repubblica.”

Alle 20.00 appuntamento alla Libreria Todomodo, con Giuseppe Civati e Francesca Druetti, per la presentazione del nuovo numero di Ossigeno, in Via Bellegra 46. Moderano Elisa Cennamo e Ruggero Scotti di Roma Possibile. A un anno dalle prossime elezioni politiche, si parlerà di quella fetta di società non intercettata dalle attuali proposte politiche, tra l’analisi dei movimenti, la crescita della destra di Vannacci e le sue frange più estreme, e la necessità, come scrive lo stesso Civati nel numero, di offrire più antifascismo, non meno: “a chi vi dice che ci vuole meno antifascismo, dategliene di più”.

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