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Stop Bannon: la Certosa di Trisulti torna al centro della vicenda giudiziaria e politica


Steve Bannon, ex consigliere di Donald Trump e oggi uno dei principali riferimenti politici e ideologici del mondo MAGA, torna a mettere le mani sulla Certosa di Trisulti. Lo fa attraverso il suo referente in Italia, Benjamin Harnwell, già “gestore” del complesso dal 2018 al 2021, che ha presentato ricorso al TAR del Lazio contro la decisione del Ministero della Cultura di revocare in autotutela la concessione affidata nel 2018 al Dignitatis Humanae Institute, think tank presieduto dallo stesso Harnwell.

L’obiettivo non è mai stato un mistero: trasformare la Certosa in una “scuola per gladiatori”, un’accademia di formazione per leader nazionalisti, ispirata a un cattolicesimo tradizionalista, reazionario e apertamente schierato contro il pensiero di Papa Francesco. Un progetto politico-culturale che nulla aveva a che fare con la tutela, la valorizzazione e la funzione pubblica di un bene storico e spirituale di straordinaria importanza.

Dopo la sentenza del Consiglio di Stato, che ha riconosciuto come legittima la revoca decisa dal Ministero della Cultura, Harnwell ha tentato l’ennesima forzatura, ricorrendo alla Cassazione e sostenendo che il Consiglio di Stato avrebbe ecceduto le proprie prerogative. Una mossa che arriva alla vigilia dello sgombero e che si inserisce in una strategia ormai chiara: logorare, ritardare, occupare lo spazio pubblico e istituzionale per imporre una visione ideologica estranea al territorio e alla sua storia.

Eppure, proprio quella sentenza ha segnato un passaggio storico: per la prima volta è stato riconosciuto l’“interesse legittimo” delle associazioni del territorio, che avevano impugnato la precedente decisione del TAR del Lazio contraria alla revoca. Un precedente fondamentale, che afferma un principio semplice ma rivoluzionario: i cittadini e le comunità locali hanno voce quando si tratta del destino dei beni comuni.

Qualunque sarà l’esito del giudizio definitivo, atteso nelle prossime settimane, una cosa è già chiara per chi vive e difende questo territorio: la Certosa di Trisulti è un bene comune, non un trofeo politico dell’estrema destra internazionale.

In questi anni la mobilitazione non si è mai fermata. Comitati, associazioni culturali, realtà ecclesiali e cittadine e cittadini hanno continuato a presidiare il dibattito pubblico, a organizzare incontri, manifestazioni, momenti di confronto e di studio. Non solo per dire no a un affidamento inaccettabile, ma per affermare un’idea alternativa e concreta di valorizzazione: radicata nel territorio, rispettosa della vocazione spirituale e culturale della Certosa, aperta alla fruizione pubblica e alla cura collettiva.

La Rete Trisulti Bene Comune, che coinvolge, tra gli altri, l’Accademia delle Belle Arti, la Cooperativa La Paranza di Napoli, Legambiente, continua a seguire passo dopo passo l’iter giudiziario ed è pronta, se necessario, a intervenire nuovamente in tutte le sedi opportune. Purtroppo, anche in questa fase, la notizia della pendenza del giudizio è emersa solo attraverso la stampa, quando ormai era preclusa la possibilità di intervenire formalmente nel procedimento. Nel giudizio si sono comunque costituiti il Ministero della Cultura e la Regione Lazio; l’udienza di discussione si è tenuta l’11 febbraio 2026 e il collegio si è riservato la decisione.

Noi di Possibile continueremo a stare da una parte sola.

Dalla parte dei beni comuni, della democrazia, della partecipazione e dei territori. Dalla parte di chi difende Trisulti come luogo di cultura, spiritualità e apertura, contro ogni tentativo di trasformarla in un laboratorio dell’odio, del nazionalismo e dell’esclusione.

Perché nessuno tocchi la Certosa di Trisulti. E perché la battaglia per liberarla non si fermi.

Anna Rosa Frate
Possibile Frosinone

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Stop Bannon: la Certosa di Trisulti torna al centro della vicenda giudiziaria e politica
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Steve Bannon, ex consigliere di Donald Trump e oggi uno dei principali riferimenti politici e ideologici del mondo MAGA, torna a mettere le mani sulla Certosa di

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La legge elettorale che vuole Meloni è uno schiaffo al principio di rappresentanza


La scorsa notte la maggioranza ha trovato l’accordo interno per la nuova legge elettorale, una sorta di “legge truffa” bis.

L’impianto sarebbe proporzionale, con una soglia di sbarramento al 3% per i partiti fuori dalle coalizioni. Uno sbarramento calcolato quasi dichiaratamente con una funzione tattica, quello di essere abbastanza alto da impedire una rappresentanza a chi sarà sotto la soglia (che nel 2022 fu di circa 800.000 voti) ma abbastanza basso da salvare Azione e Vannacci.

Alla prima coalizione, che basta superi il 40%, andrà un enorme premio di maggioranza che di fatto le garantirà 70 seggi su 400 alla Camera (ossia il 17,5%) e 35 su 200 al Senato: un premio sproporzionato in nome della “stabilità”, che di fatto suona esattamente come la Legge voluta dalla DC nel ’53 e abrogata l’anno dopo. Una legge che — come l’Italicum — rischierebbe di consentire la formazione di un governo sacrificando moltissimo la volontà di cittadine e cittadini, potenzialmente fino a smentirla. Una legge che consentirebbe a chi vince le elezioni con il 40% dei voti di eleggere potenzialmente da solo il Presidente della Repubblica.

A ciò si aggiunge la cancellazione degli uninominali e l’introduzione del ballottaggio se nessuna coalizione supererà il 35%. Niente di fatto, invece, per l’unico aspetto positivo di cui negli ambienti parlamentari si parlava fino a poco tempo: la reintroduzione delle preferenze. Meloni nel 2014 definiva “una vergogna” il fatto che non erano previste nell’Italicum. Eppure, i cittadini e le cittadine ancora una volta voterebbero delle liste bloccate senza possibilità di scelta dei candidati e delle candidate che andrebbero a rappresentarli.

Altra norma pericolosa che potrebbe comparire è quella di scrivere nel programma elettorale il nome del candidato o della candidata a Presidente del Consiglio, che non verrà votato o votata, ma dovrà comunque essere indicato. Un passo verso un Premierato di fatto, e contemporaneamente una presa in giro a cittadine e cittadini, visto che sarà comunque il Parlamento — come prevede la nostra Costituzione — a dare la fiducia al Governo formato dal Presidente del Consiglio su incarico del Presidente della Repubblica.

Mentre il centrodestra si sente legittimato e recuperare norme autoritarie e di chiara eredità fascista, come i listoni bloccati per chi avrà il premio di maggioranza, tutto nel nome di una ipotetica “stabilità”, l’Italia avrebbe bisogno di una riforma democratica e partecipativa, in cui le persone possano realmente scegliere e non semplicemente approvare una scelta calata dall’alto.

Con Possibile continuiamo a sostenere le raccolte firme promosse dal Comitato Iniziative Popolari e da Voto Libeguale, per chiedere di abolire le pluricandidature e ripristinare le preferenze e restituire a elettori e elettrici la possibilità di scegliere da chi essere rappresentati.
Trovi le proposte a questi link:
votolibeguale.it/
comitatoiniziativepopolari.it/

Thomas Predieri, Consigliere Comunale Castelnovo ne’ Monti
Marco Vassalotti, Comitato Organizzativo Possibile

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My Voice My Choice: dalla Commissione Europea un passo in avanti importante


La decisione della Commissione di dare seguito all’Iniziativa dei Cittadini Europei My Voice, My Choice è un passo avanti importante per garantire l’aborto sicuro e accessibile in tutta l’Unione Europea.

Anche se non è stato creato un fondo per l’aborto sicuro ad hoc come chiedevamo, ma verrà usato il Fondo Sociale Europeo Plus (ESF+), è un risultato importante, raggiunto grazie alla partecipazione popolare, che dimostra come la mobilitazione democratica di oltre un milione di persone possa contribuire a orientare l’agenda politica europea sui diritti fondamentali.

Il percorso istituzionale che ha portato a questo risultato è stato accompagnato da un messaggio politico chiaro del Parlamento europeo, che con una risoluzione approvata a larga maggioranza ha espresso sostegno all’iniziativa e invitato la Commissione a valutare strumenti concreti.

Intanto, in Italia permangono criticità rilevanti: l’aborto farmacologico senza ricovero resta inapplicato, il Ministero della Salute non ha ancora pubblicato i dati ufficiali relativi alle interruzioni volontarie di gravidanza per il 2025 e, in molte strutture sanitarie, l’elevato ricorso all’obiezione di coscienza continua a rendere difficile l’esercizio concreto il diritto riconosciuto dalla legge 194.

My Voice my Choice rafforza il principio di autodeterminazione del corpo e richiama l’importanza di rendere effettivi — e non solo formali — i diritti alla salute e alla libertà di scelta.

I valori di libertà, uguaglianza e dignità su cui si fonda la Unione europea devono comprendere pienamente i diritti civili e riproduttivi.

Continueremo a lavorare affinché questo avanzamento si traduca in politiche concrete capaci di ridurre le disuguaglianze territoriali, garantire servizi realmente accessibili e rafforzare una cultura europea dei diritti che metta al centro la salute, la dignità e la libertà delle persone.

Raffaella Biba Barbieri
Portavoce Provinciale Possibile Udine
Presidente Cellula Coscioni Udine

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Congedo parentale: nemmeno il minimo


Il governo ha bocciato la proposta di congedo paritario delle opposizioni.

La proposta era semplice: cinque mesi per ciascun genitore, non trasferibili e retribuiti al 100%. Insomma, condivisione della cura: il minimo sindacale per permettere alle famiglie una distribuzione più equa delle responsabilità genitoriali che a oggi gravano quasi integralmente sulle spalle delle donne, con ripercussioni sulla loro partecipazione al mercato del lavoro e indipendenza.

Il minimo sindacale anche per migliorare il benessere deɜ bambinɜ nei primi mesi di vita, periodo decisivo per il loro sviluppo.

La proposta viene bocciata ufficialmente per mancanza di coperture economiche. Insomma, la famiglia è il cavallo di battaglia di questo governo fino a che non c’è da sostenerla per davvero.

Davanti all’immobilità della famiglia tradizionale, la realtà ci dice altro: da un rapporto di INPS e Save the Children si evince che il tasso di utilizzo del congedo di paternità è triplicato negli ultimi 10 anni, passando dal 19,2% nel 2013 al 64,5% nel 2023.

Un sondaggio del think tank Tortuga riporta un 96% di dipendenti delle aziende intervistate favorevoli all’allungamento del congedo di paternità.

Forse esiste già una nuova generazione di padri che vuole superare il modello di paternità tradizionalmente imposto: quello in cui il padre è padre quasi esclusivamente all’anagrafe, ma non in casa, non nel tempo libero, non nei momenti di crescita deɜ propriɜ figliɜ.

Quanto cambierebbe culturalmente, oltre che nella pratica quotidiana, con un congedo paritario di cinque mesi?

Esistono famiglie che vogliono poter vivere dignitosamente, avere tempo per la cura, una cura radicale, che superi gli schemi del “si è sempre fatto così” e dell’uomo che porta il pane a casa, che ridisegni squilibri e svantaggi.

Il congedo paritario sarebbe il minimo.
Ma dal governo della famiglia non arriva neanche quello.

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Mentre il centrodestra si sente legittimato e recuperare norme autoritarie e di chiara eredità fascista, come i listoni bloccati per chi avrà il premio di maggioranza, tutto nel nome di una ipotetica "stabilità", l'Italia avrebbe bisogno di una riforma democratica e partecipativa, in cui le


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My Voice My Choice: dalla Commissione Europea un passo in avanti importante. Continueremo a lavorare affinché questo avanzamento si traduca in politiche concrete capaci di ridurre le disuguaglianze


Congedo parentale: nemmeno il minimo
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Il congedo paritario sarebbe il minimo. Ma dal governo della famiglia non arriva neanche quello.
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#Quaderni


Tra Tajani e Francesca Albanese sappiamo da che parte stare


C’è qualcosa di profondamente inquietante in quello che sta accadendo attorno a Francesca Albanese.

La richiesta di dimissioni avanzata dal ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot non è un episodio isolato: è l’avvio consapevole di una campagna politica di delegittimazione, immediatamente seguita da altri ministri degli Esteri europei di Germania, Austria, Repubblica Ceca e Italia. Una sequenza coordinata che non nasce dal confronto nel merito, ma dalla volontà di colpire chi ha svolto fino in fondo il proprio mandato, con una campagna strutturata da reti di potere che vogliono silenziare chi si occupa di Palestina.

Il motivo è evidente: Francesca Albanese, nel suo ruolo di Special Rapporteur delle Nazioni Unite, ha documentato con rigore giuridico e fattuale il genocidio in atto in Palestina. Ha applicato il diritto internazionale. Ha fatto ciò che le Nazioni Unite dovrebbero fare. Ed è proprio per questo che oggi viene attaccata.

Anche in Italia si replica lo stesso schema. Una parte dei media continua a rilanciare parole mai pronunciate, titoli costruiti ad arte, ricostruzioni false con conseguente sdoganamento della valnga di odio sui social, oramai praterie senza controllo, dove nemmeno davanti ai video ufficiali o alle dichiarazioni scritte, si fa un passo indietro. È un rovesciamento deliberato della realtà: la verità viene trasformata in menzogna e la menzogna in verità. Una strategia chiara, che serve a colpire la persona per non affrontare il contenuto delle sue denunce. Se il messaggio è politicamente insostenibile, si tenta di eliminare il messaggero.

In questo quadro riteniamo gravissima la posizione del ministro Antonio Tajani, che sceglie di schierarsi contro il lavoro di una Relatrice ONU invece di difendere il diritto internazionale, l’autonomia delle Nazioni Unite e il principio di responsabilità degli Stati. Come Possibile, esprimiamo una contrarietà totale e radicale a questa scelta. È una posizione che indebolisce l’ordine internazionale fondato sul diritto, legittima l’impunità e contribuisce a svuotare il ruolo stesso delle Nazioni Unite. Non in nostro nome, non a nome di chi crede nella legalità internazionale, nei diritti umani e nella pace.

Non è un caso isolato. È la stessa strategia che ritroviamo nel ddl antisemitismo a firma del senatore Maurizio Gasparri, che tenta di equiparare la critica politica allo Stato di Israele e al suo governo all’antisemitismo. Un’operazione pericolosa, che strumentalizza una lotta reale e necessaria per colpire il dissenso politico, criminalizzare la solidarietà con il popolo palestinese e mettere sotto accusa il diritto internazionale stesso.

Quello che sta accadendo a Francesca Albanese parla anche della crisi strutturale delle Nazioni Unite, sempre più paralizzate dallo squilibrio di potere del Consiglio di Sicurezza, dai veti e dagli interessi degli Stati più forti e occidentali, a discapito dell’Assemblea Generale e degli organismi indipendenti di monitoraggio. È chiaro, quindi, che quando il diritto viene subordinato ai rapporti di forza, chi lo difende diventa un bersaglio.

Piena, convinta solidarietà a Francesca Albanese e al lavoro che ha svolto come Special Rapporteur per documentare il genocidio in atto in Palestina. Difendere lei oggi significa difendere il diritto internazionale, la credibilità delle Nazioni Unite e la dignità di un popolo sotto assedio.

Difendere Francesca Albanese oggi significa anche denunciare il fallimento morale e politico dell’Occidente, che invoca il diritto internazionale solo quando conviene e lo calpesta quando mette in discussione rapporti di potere, alleanze e interessi strategici, o anche economici e finanziari. Se chi documenta un genocidio viene attaccato e delegittimato mentre chi lo compie continua a godere di protezione e impunità, allora il problema non è Francesca Albanese: è un ordine internazionale che ha smesso di essere giusto. E noi non intendiamo esserne complici.

Francesca Druetti, Segretaria Nazionale di Possibile
Gianmarco Capogna, Comitato Scientifico di Possibile

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Tra Tajani e Francesca Albanese sappiamo da che parte stare
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Difendere Francesca Albanese oggi significa anche denunciare il fallimento morale e politico dell’Occidente, che invoca il diritto internazionale solo quando conviene e lo calpesta quando mette in discussione rapporti di potere, alleanze e


Uno studente gay è bloccato in Iran. Riportiamolo a casa in Italia!


Un giovane studente di medicina dovrebbe essere libero di studiare, curarsi, progettare il proprio futuro.
Invece è bloccato in Iran, intrappolato da una burocrazia che oggi mette a rischio la sua vita.

È uno studente che vive in Italia. È gay.
E in Iran questo significa repressione, paura quotidiana, violenze possibili. Significa doversi nascondere per restare vivi.

Non sta chiedendo un favore.
Sta chiedendo un diritto: tornare in Italia, continuare gli studi, vivere in sicurezza.

Quando uno Stato nega il rientro a chi è in pericolo, quella non è neutralità: è una scelta politica.
E ogni giorno di silenzio pesa sulle spalle di chi rischia tutto.

L’Italia conosce la situazione in Iran. Conosce i rischi per le persone LGBTQIA+.
Può e deve intervenire ora.

✍ Firma la petizione su https://action.allout.org/it/m/61743002

Nessuna vita può essere sacrificata sull’altare della burocrazia.

(Questa campagna è condotta da: Agapanto, Agedo nazionale, Arcigay, Antinoo Arcigay Napoli, Associazione Quore, Associazione Radicale Certi Diritti, CEST centro salute trans e gender variant, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, EDGE, GayCenter, Gaynet, Intersex Esiste, Omphalos LGBTI, Open Catania, Polis aperta, Possibile LGBTI+, Rete Genitori Rainbow, Stonewall GLBT+ Siracusa, T Genus, Ygrò A.P.S., One Billion Rising Italia, Assist Ass. Naz. Atlete aps, Famiglie Arcobaleno, Genderlens e Libellula Italia APS.)

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Uno studente gay è bloccato in Iran. Riportiamolo a casa in Italia!
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Un giovane studente di medicina dovrebbe essere libero di studiare, curarsi, progettare il proprio futuro. Invece è bloccato in Iran, intrappolato da una burocrazia che oggi mette a rischio la sua vita. È uno studente che vive

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Lo sport è politica. Anche alle Olimpiadi.


Nel 2025 abbiamo lanciato una campagna e una raccolta firme per chiedere che la partita Italia-Israele, in programma a Udine, non si giocasse. Volevamo ribadire un concetto semplice — e dare la possibilità a decine di migliaia di cittadini e cittadine di far sentire la propria voce: non si può giocare a calcio come se niente fosse mentre è in corso un genocidio. Lo sport, e il calcio in particolare, con i miliardi di appassionati che conta in tutto il mondo, ha la possibilità di creare un vero cambiamento, di obbligare le persone ad aprire gli occhi e rompere il muro di indifferenza.

Per mesi ci siamo sentiti ripetere da tanti, troppi, compresi vertici delle organizzazioni sportive e da esponenti del governo, che “lo sport e la politica devono restare separati”. Una scemenza ipocrita, quasi sempre sostenuta in malafede da chi per primo non si fa scrupoli a mettere atleti e risultati sportivi al servizio della propaganda del più forte e degli interessi economici e politici più aggressivi.

Abbiamo infatti visto la FIFA di Infantino inventarsi un Premio per la Pace da dare a Trump, ossessionato dal Nobel. I due si sono riuniti a gennaio a Davos, dove Trump ha presentato il Board of Peace e Infantino il trofeo dei Mondiali 2026. Mondiali che sono al centro di una preoccupazione crescente nel resto del mondo: un paese come gli USA, che nega e revoca i visti sulla base di regole arbitrarie e mutevoli, nelle cui strade imperversa la milizia trumpiana dell’ICE (“gentilmente” prestata anche alle Olimpiadi di Milano-Cortina) che prende di mira e rapisce le persone (bambini compresi) sulla base della profilazione razziale e uccide impunemente, può essere considerato sicuro per le migliaia di tifosi che stanno organizzando la trasferta per seguire la propria squadra?

Nel frattempo, sportivi e tifosi che da sempre si schierano per uno sport inclusivo e dalla parte delle persone e non del potere di turno continuano a usare la propria voce a ogni occasione. Guardiola è intervenuto al concerto di Barcellona “Act for Palestine”, il Celta ha fatto fronte comune con il suo calciatore Borja Iglesias per ribattere agli insulti omofobi, Lewis Hamilton ha collaborato con la Croce Rossa e l’organizzazione Palestine Red Crescent per Gaza, l’intermezzo del Super Bowl che l’anno scorso ha visto esibirsi Kendrick Lamar quest’anno sarà affidato a Bad Bunny (artista portoricano che ha aperto il suo discorso ai Grammy con “Fuck ICE”) e ai Green Day. L’NHL, la lega di hockey che manda tra l’altro decine di atleti alle Olimpiadi invernali — estremamente bianca, conservatrice, omotransfobica e misogina: i vincitori della Stanley Cup 2025, i Florida Panthers dei fratelli Tkachuk non solo sono stati in visita alla Casa Bianca a gennaio, ma Matthew Tkachuk si è letteralmente prostrato davanti a Trump — è stata travolta dal successo planetario di “Heated Rivalry”, la serie canadese i cui protagonisti, Connor Storrie e Hudson Williams sono stati anche tedofori per Milano-Cortina.

In questo clima oggi si aprono proprio le Olimpiadi invernali 2026, con Eni e le energie fossili come sponsor, con la neve artificiale su montagne da cui stiamo spremendo ogni giorno di una “stagione” che non esiste più (come raccontato benissimo in “Giochi di potere. Ripensare le Olimpiadi per salvarne lo spirito” edito da People), senza la Russia (chissà per quanto, visto che Infantino ha aperto al rientro della Russia nel calcio mondiale) eppure con Israele. Con i prezzi dei biglietti alle stelle, inarrivabili per la maggior parte delle persone che tengono vivo lo sport anche nel resto dell’anno, e le parate di capi di Stato e istituzioni nelle serate di punta.

Non lo spettacolo che vorremmo vedere, anche quando vogliamo vedere le gare. Eppure, le soluzioni ci sarebbero: quello che manca, ancora una volta, è la volontà politica di applicarle.
Francesca Druetti
Segretaria Nazionale di Possibile

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Altro che tregua olimpica: USA e Russia non hanno rinnovato il trattato per la non proliferazione delle armi nucleari


È scaduto ieri il New START (New Strategic Arms Reduction Treaty, Nuovo trattato di riduzione delle armi strategiche), l’ultimo e unico trattato bilaterale tra Stati Uniti e Russia volto a contenere la proliferazione delle armi nucleari. L’accordo era entrato in vigore il 5 febbraio 2011, rimpiazzando il primo trattato START di vent’anni prima, e prevedeva il dimezzamento del numero di basi di lancio dei missili nucleari strategici e delle relative testate.

All’epoca rappresentò un timido tentativo di superare la logica apocalittica della deterrenza o, quanto meno, di circoscriverla entro un quadro giuridicamente vincolante di regole condivise, garantite da due potenze che assieme detengono oltre diecimila testate nucleari. Ne basterebbero poche per annichilire l’umanità. Eppure, in un mondo lanciato a tutta velocità contro il muro della corsa agli armamenti, l’impegno alla denuclearizzazione (e quindi alla pace) è diventato carta straccia.

Il trattato è scaduto, senza volontà di rinnovarlo. E non è un’esagerazione dire che ciò ci avvicina alla fine del mondo. A maggior ragione quando Trump e Putin si pongono con vanagloria al di sopra di ogni regola, demolendo le organizzazioni multilaterali e violando ripetutamente il diritto internazionale. Di aggressione in aggressione. Persino normalizzando la minaccia nucleare nel discorso politico.

La fine del mondo si può fermare. Soprattutto, è nelle nostre possibilità. La strada è stata tracciata, da decenni, dai movimenti pacifisti e dalla comunità scientifica. Gli strumenti concreti per uscire dal ricatto atomico sono a disposizione di chi voglia adottarli. A partire dal Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), che vieta agli Stati aderenti l’uso, lo sviluppo, la sperimentazione, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, l’immagazzinamento e il dispiegamento di armi nucleari. Settantacinque Stati hanno già ratificato o aderito al TPNW. L’Italia no. Come tutti i paesi NATO, ha scelto di non sottoscriverlo, nonostante l’opinione pubblica italiana sia largamente favorevole al disarmo nucleare. La classe dirigente ha invece scelto le bombe. Come quelle ospitate, al di fuori della legge, nelle basi statunitensi di Ghedi e Aviano, siti di stoccaggio di armi atomiche che rendono l’Italia al tempo stesso complice e bersaglio diretto in caso di escalation militare.

Mentre il governo Meloni confonde cause ed effetti, spacciando il riarmo come mezzo di pace, non ci stancheremo di ripetere il contrario: il riarmo prepara la guerra, il disarmo costruisce la sicurezza. Basta un passo per cambiare direzione. E quel passo va fatto ora.

Alessandro Tinti

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Altro che tregua olimpica: USA e Russia non hanno rinnovato il trattato per la non proliferazione delle armi nucleari
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Il trattato bilateriale per la non proliferazione delle armi nucleari tra


Lo sport è politica. Anche alle Olimpiadi.
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Per mesi ci siamo sentiti ripetere da tanti, troppi, compresi vertici delle organizzazioni sportive e da esponenti del governo, che “lo sport e la politica devono restare separati”. Una scemenza ipocrita, quasi sempre sostenuta in malafede da chi per primo non si fa scrupoli a mettere atleti e