Il bilancio consuntivo 2025 di Possibile approvato a larghissima maggioranza


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Si sono concluse alle 19.00 del 28 maggio 2026 le operazioni di voto per l’approvazione del bilancio consuntivo di Possibile dell’anno 2025. Il bilancio, con la relazione del tesoriere, è stato approvato con il 99,7% dei voti favorevoli e lo 0,3% dei voti contrari.

I documenti sono già disponibili sul nostro sito web nella pagina Trasparenza.

Grazie, di cuore, a chi ha partecipato al voto!

Il Comitato Organizzativo
_________________

Sabato 13 e domenica 14 giugno ci vediamo a Reggio Emilia, al Chiostro della Ghiara, per l’edizione 2026 del Politicamp, la nostra tradizionale due giorni di approfondimento e mobilitazione.

Ci vediamo al Camp!

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La sentenza del TAR sugli affitti brevi a Firenze è un primo passo contro l’emergenza abitativa


La campagna contro la crisi abitativa e l’overtourism ha segnato finalmente un primo fondamentale punto. Infatti, grazie alla sentenza che ha respinto i numerosi ricorsi promossi da associazioni e imprenditori, il Tar ha dato il via libera definitivo al regolamento promosso dal comune di Firenze in merito alle locazioni turistiche brevi entrato in vigore il 31 maggio 2025.

Le norme introdotte dal capoluogo toscano (che — va evidenziato — sono arrivate tardivamente, in una condizione di pressione turistica insostenibile e già avanzata), sostanzialmente impediscono la nascita di nuove locazioni turistiche nel centro storico tutelato dall’Unesco mentre per le attività già esistenti avranno l’obbligo di una licenza da rinnovare ogni cinque anni.

Stop, inoltre, anche alle keybox ormai appese praticamente ovunque a deturpare il paesaggio urbano. Altro tassello fondamentale è quello che riguarda gli “affitti da incubo”: per affittare a turisti o studenti saranno necessari almeno 28 metri quadrati di superficie, eliminando di fatto cantine, sottoscala e soffitte pericolanti dagli annunci.

Il verdetto del Tar che sancisce il diritto delle amministrazioni a regolamentare per evitare che le nostre città diventino “pittoresche scenografie senz’anima” a causa della progressiva espulsione dei cittadini dal centro in favore del turismo mordi e fuggi, deve ora avere risonanza in tutti i comuni che presentano lo stesso problema di Firenze.

Si può e si deve agire localmente senza dover attendere una legge nazionale che sicuramente il governo Meloni non appronterà. Per il nostro territorio è vitale che le città tornino ad essere popolate nei loro centri. Una città viva è una città sicura, accogliente ed inclusiva.

Gli strumenti legali ora ci sono. Serve, come sempre, la volontà politica di agire in difesa dei cittadini che quotidianamente abitano le nostre città, riportando la casa al centro delle politiche delle amministrazioni e non più pensata solo come fonte di ricchezza estrattiva in favore dei fondi multiproprietari e delle big del business dell’alloggio.

Per quanto riguarda Firenze, serve poi un allargamento a tutto il comune, per evitare ulteriori bolle speculative, e un impegno forte, sostenuto da un investimento economico importante, per rimettere a posto le centinaia di alloggi popolari che ne hanno bisogno.

Sarebbe il minimo, indispensabile.

Marco Dall’Asta
Abitare Possibile

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Per l’anniversario della Strage di Capaci, fateci un favore: risparmiateci le vostre sfilate


Oggi, 23 maggio, Palermo diventa ancora una volta il palcoscenico di una passerella che conosciamo fin troppo bene. Leader politici e rappresentanti delle istituzioni sfileranno impettiti davanti l’Albero Falcone. Quest’anno, lo faranno in numero ancora maggiore, complici le elezioni amministrative che si terranno tra pochissime ore.

È un rito che si ripete, ma che diventa ogni anno più intollerabile.
Sarebbe bello, e forse onesto, se gli stessi volti varcassero la soglia dell’aeroporto “Falcone-Borsellino” anche in altre occasioni. Non solo quando il calendario segna una ricorrenza, ma quando la realtà chiede giustizia. Dove siete quando la criminalità organizzata torna a soffocare i nostri esercenti con il pizzo, come è successo pochi giorni fa a Isola delle Femmine? Dove siete quando l’ennesimo scandalo macchia le istituzioni, polverizzando quel poco di fiducia che ancora i cittadini ripongono in chi li governa?

A cosa serve la vostra presenza di un giorno, se poi l’assenza dello Stato è il rumore di fondo che accompagna ogni singolo giorno del resto dell’anno?
Che senso ha stare dritti e compunti davanti all’Albero Falcone, quando ci sono intere comunità a Palermo che, per avere garantiti servizi essenziali come l’acqua o i trasporti, devono ancora scendere a patti con il potere mafioso?

Non è questa la legalità. Questa è una sceneggiata. Usare il ricordo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino come un’arma di propaganda elettorale è l’offesa più grande che possiate fare alla loro memoria e a questa città.

Le vostre sono parole vuote, che risuonano in un vuoto politico e sociale che avete contribuito a creare. Se volete davvero onorare chi ha dato la vita per questa terra, iniziate a occuparvi dei vivi, dei loro diritti e dei loro bisogni reali. Per tutto il resto, risparmiateci le vostre sfilate.

Diletta Nuzzo
Possibile Sicilia

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Fediverso Possibile ha ricondiviso questo.

Esatto, che ne dicono i fascistoni razzisti che governano Israele dispensando morte e distruzione?

globalist.it/politics/2026/05/…

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Possibile aderisce alla campagna 1% equo
La Segretaria Nazionale Francesca Druetti: “un’iniziativa importante per rimettere al centro la giustizia fiscale”

“Scuole, università, ricerca, sanità, transizione energetica ed ecologica. Sostegno alle imprese, all’occupazione femminile e alle famiglie, per uscire dalla stagnazione e dalla crisi di natalità (veramente, senza deliri osceni sui corpi delle donne). Sono le questioni basi di cui ogni governo che ha a cuore l’interesse del paese dovrebbe occuparsi senza sosta. Eppure, quando qualcuno cerca di mettere soluzioni reali al centro dell’agenda politica, si sente chiedere: dove prendiamo i soldi? Sta nella nostra Costituzione e nella logica delle cose: dai super-ricchi. Chi ha di più paga di più, per il principio costituzionale della progressività. Chi ha tantissimo, più di quanto la maggioranza assoluta delle persone (sì, anche quelle che alla patrimoniale si oppongono, nel nome del mito di una ricchezza fuori dalla loro portata) potrà mai avere o anche immaginare, resterebbe ricchissimo, e vivrebbe in una società migliore, per tutti, anche per lui: più sicura, più avanzata, con più opportunità. Ecco perché sosteniamo la campagna 1% equo per una patrimoniale sui super-ricchi. Lo facciamo con impegno e convinzione, per rimettere al centro il tema della giustizia fiscale, per troppo tempo ignorato dal dibattito pubblico italiano”.

Lo dichiara la Segretaria Nazionale di Possibile Francesca Druetti, rilanciando l’iniziativa proposta da un ampio gruppo di esponenti della società civile, accademici e artisti.“Da sempre la patrimoniale fa parte del programma di Possibile, e siamo contenti che ci sia ora un’iniziativa ampia e condivisa che si propone di introdurla. L’idea — come ha scritto Davide Serafin del Comitato Scientifico di Possibile sulla rivista ossigeno.net — è che attraverso la maggiore tassazione delle grandi fortune si possa dare avvio a una grande restituzione, non solo monetaria ma anche di opportunità, di accesso a casa, clima ed energia, in un momento in cui proprio questi tre aspetti sono messi in crisi dalle dinamiche di potere a livello internazionale.”

Conclude Druetti: “Quanto vale l’1% equo? 73 miliardi, secondo le stime dei promotori: ecco da dove arrivano i soldi, da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni. Ora serve la volontà politica di farlo.”

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Possibile aderisce alla campagna 1% equo
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Scuole, università, ricerca, sanità, transizione energetica ed ecologica. Sostegno alle imprese, all’occupazione femminile e alle famiglie, per uscire dalla stagnazione e dalla crisi di natalità (veramente, senza deliri osceni sui corpi delle donne). Sono le questioni basi di cui ogni governo che ha a

Possibile aderisce all’iniziativa di unpercentoequo, e vi invitiamo a firmarla su unpercentoequo.it


Una proposta di legge di iniziativa popolare per un’imposta sull’1% più ricco per investire in sanità, scuola, casa, ambiente, sicurezza sul lavoro, disabilità, reddito.

È un testo che introduce un’imposta patrimoniale annuale progressiva sui grandi patrimoni superiori a 2 milioni di euro — prima casa esclusa — con aliquote che vanno dall’1% (sulla quota tra 2 e 5 milioni) fino al 3,5% (per la quota che supera i 20 milioni). La proposta contiene anche una riforma dell’imposta di successione, in modo che sia allineata alla media europea. Il gettito stimato? Tra 26 e 60 miliardi l’anno, a seconda della platea, che oscilla tra 200 mila e 500 mila contribuenti. Si tratta proprio di quell’1% della popolazione più benestante.

L’idea è che attraverso la maggiore tassazione delle grandi fortune si possa dare avvio a una grande restituzione, non solo monetaria ma anche di opportunità, di accesso a casa, clima ed energia, in un momento in cui proprio questi tre aspetti sono messi in crisi dalle dinamiche di potere a livello internazionale. La restituzione è un atto di giustizia che è semplice da capire: qualcuno ha troppo per sé, una ricchezza smodata, non derivante dal merito, spesso ereditata, il più delle volte maturata sfruttando i meccanismi dei mercati finanziari e accumulata soprattutto grazie ai varchi lasciati da un sistema fiscale fin troppo permissivo rispetto ai redditi da capitale. Questa ricchezza è concentrata a discapito della collettività, che vede il privilegio dei pochi prevalere sull’interesse comune.

Tutte le info e gli aderenti su unpercentoequo.it

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31 maggio — Il dragtivism tour arriva a Bologna!
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La drag culture è uno strumento di lotta politica, una risposta al clima di odio e alla propaganda che cerca di silenziare le voci della comunità, una resistenza artistica e culturale che abbraccia le battaglie per l'uguaglianza. Il DragTivism Tour Italia fa tappa a Bologna. Vi

31 maggio — Il dragtivism tour arriva a Bologna!


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Il DragTivism Tour Italia fa tappa a Bologna. Vi aspettiamo il 31 maggio, dalle ore 17:00, a Porta Pratello, in Via Pietralata, 58.

Ad accogliervi ci saranno Priscilla, attivistə e host di Drag Race Italia, Francesca Druetti e Gianmarco Capogna di Possibile, Lorenzo Lombardi e Federica Benini di Bologna Possibile, Christian Leonardo Cristalli di Gruppo Trans e Agenda Trans Italia e dello staff della Casa Rifugio Arcobaleno “Lucy Salani”, insieme ai comitati di Possibile dell’Emilia-Romagna e tant* altr*.

La drag culture è uno strumento di lotta politica, una risposta al clima di odio e alla propaganda che cerca di silenziare le voci della comunità, una resistenza artistica e culturale che abbraccia le battaglie per l’uguaglianza.

Tutto questo è “Dragtivism”.

Ecco il programma della giornata!

17:00 – Welcoming
17:15 – Saluti e introduzione
17:30 – Vogliamo abitare queer. La casa come diritto di comunità (Assemblea Pubblica)
19:30 – Aperidrag Meet & Greet
20:00 – Performance Drag

Protagoniste saranno le realtà attive sul territorio, attivist* e agitator*, artist* e chiunque voglia portare il racconto di una forma di resistenza a difesa della comunità.

Ringraziamo Porta Pratello per l’ospitalità.

Ingresso libero!

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La rainbow map 2026 racconta un’Italia che sui diritti continua ad arretrare
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Oggi ILGA-Europe ha pubblicato la Rainbow Map 2026, la classifica annuale che misura quanto gli Stati europei garantiscono diritti e protezioni alle persone LGBTQIA+. L'Italia scende dal 35° al 36° posto su 49 Paesi. Ancora una volta, peggioriamo. Non basta quello che abbiamo, e chi vuole governare questo Paese deve

Michele Marco reshared this.

La rainbow map 2026 racconta un’Italia che sui diritti continua ad arretrare


Oggi ILGA-Europe ha pubblicato la Rainbow Map 2026, la classifica annuale che misura quanto gli Stati europei garantiscono diritti e protezioni alle persone LGBTQIA+. L’Italia scende dal 35° al 36° posto su 49 Paesi, con un punteggio del 24,11%, in calo rispetto al 24,41% del 2025.

Ancora una volta, peggioriamo. Ancora una volta, scendiamo. E quello che i numeri per categoria raccontano è qualcosa di ancora più grave: su crimini d’odio e hate speech basati su orientamento sessuale e identità di genere, l’Italia ottiene zero. Su integrità corporea delle persone intersessuali, zero. Su riconoscimento legale del genere, quasi nulla. Non è arretramento: è assenza. È un Paese che su interi ambiti di tutela non esiste, che ha lasciato pagine bianche laddove una legge, un protocollo, un riconoscimento avrebbero potuto riempire un vuoto. E tutto questo mentre ricorre il decennale della legge Cirinnà, l’unica norma che nel nostro Paese riconosce le persone LGBTQIA+ e i nostri legami.

Vale la pena ragionare su questi dieci anni. Su cosa è successo, su cosa non è successo, su cosa ci siamo dettɜ e su cosa ci siamo taciutɜ. Perché le ricorrenze servono a questo: non a celebrare, ma a fare i conti con la realtà.

La legge Cirinnà è l’unica norma che nel nostro Paese riconosce le persone LGBTQIA+ e i nostri legami. L’unica. In dieci anni non se n’è aggiunta un’altra. In dieci anni, ogni passo in avanti che questa comunità ha ottenuto è venuto dall’unico potere dello Stato che non poteva permettersi di ignorarci del tutto: i tribunali. Sono stati i giudici, non il Parlamento, a spingere il riconoscimento delle famiglie arcobaleno. Sono state le sentenze, non le leggi, a tenere aperto uno spiraglio che la politica continuava a voler chiudere. Questo è il quadro. Non un’Europa che corre e un’Italia che arranca: un’Italia che ha smesso di camminare e ha delegato alla giurisprudenza il compito di fare politica al suo posto.

Ma facciamo un passo indietro. Perché la legge Cirinnà non è nata forte e poi è stata lasciata sola. È nata già vecchia rispetto all’Europa. È arrivata in aula con le stepchild adoptions già sacrificate sull’altare del compromesso parlamentare, costruita deliberatamente su un impianto di serie B rispetto al matrimonio, pensata per essere tollerabile a chi non voleva davvero tollerarla. Era una legge che portava i segni del ricatto politico nel proprio DNA. Eppure la si difende, e si continua a difenderla, perché è tutto quello che abbiamo. Non perché sia abbastanza.

Qui sta il nodo più importante di questi dieci anni. In questo periodo ci sono state esperienze di governo che avrebbero potuto aprire uno spiraglio. Non governi nemici delle persone LGBTQIA+, almeno non dichiaratamente. Governi che si collocavano nell’area progressista, che siedevano al tavolo dell’Europa, che usavano il linguaggio dei diritti. Governi che hanno scelto di non farlo. Di non toccare la legge Cirinnà. Di non presentare un ddl sul matrimonio egualitario. Di non mettere mano al diritto di famiglia per portarlo in linea con i Paesi europei più avanzati. Quella non è stata inerzia. È stata una scelta politica. La scelta di considerare i nostri diritti un terreno troppo divisivo, troppo costoso, troppo complicato da affrontare. La scelta di usare le nostre vite come moneta di scambio in equilibri di coalizione che non ci riguardavano.

Non è un processo a ritroso, e non è risentimento. È una constatazione che ha conseguenze reali ancora oggi. Il campo progressista, se vogliamo ancora chiamarlo così, non ha ancora chiarito cosa vuole fare. Non ha ancora assunto un impegno programmatico netto, vincolante, non negoziabile su matrimonio egualitario e diritto di famiglia. Continua a parlare di diritti in astratto e a rinviarli in concreto. E in questi tempi, con questo governo, con questa destra che ha trasformato le nostre vite in materiale propagandistico, quella vaghezza non è più accettabile.

Perché il governo in carica non è stato vago. Ha avuto le idee chiarissime. Ha attaccato le famiglie arcobaleno nei tribunali, contestando i certificati di nascita dei bambini e delle bambine con due genitori dello stesso sesso. Ha ostacolato i percorsi di affermazione di genere con un tavolo tecnico istituito senza coinvolgere le persone trans, con l’obiettivo dichiarato di rendere quei percorsi sempre più inaccessibili. Ha criminalizzato la gestazione per altri come reato universale, perseguendo cittadinɜ italianɜ per scelte fatte all’estero, in Paesi dove quella pratica è legale, mentre applaudiva chi, come Elon Musk, vi aveva fatto ricorso grazie al privilegio economico. Ha costruito l’ostilità verso le persone LGBTQIA+ come linea di governo, sistematica, coerente, ideologicamente connotata. E lo ha fatto mentre l’Italia scivolava dal 35° al 36° posto nella Rainbow Map, totalizzava zero nella colonna dei crimini d’odio, scendeva al 24,11%, senza che questo sembrasse imbarazzare nessuno nei palazzi che contano.

Quegli zeri vanno detti ad alta voce, perché non sono numeri, sono scelte politiche cristallizzate in una tabella. L’Italia non ha una legge che includa orientamento sessuale e identità di genere tra le aggravanti per i crimini d’odio. Il ddl Zan fu affossato nel 2021, e da allora nessuno ha avuto il coraggio, o la volontà, di ripresentarlo con quella determinazione. E il fatto che forse quella norma arriverà in Italia tramite una direttiva europea è la sconfitta di una classe politica, quella nazionale, che ha deciso di non agire e lasciare che fossero altri a decidere. L’Italia non ha nulla sull’integrità corporea delle persone intersessuali: nessun divieto agli interventi chirurgici non consensuali sui minori, nessun meccanismo di monitoraggio, nessun accesso alla giustizia per le vittime. Zero su zero su zero.

Su questa ostilità sistematica vale la pena soffermarsi, perché non è fatta solo di leggi e di voti parlamentari. Si traduce in vite concrete, in corpi che pagano il prezzo di ogni inazione e di ogni attacco. E le persone che pagano il prezzo più alto, in questo Paese, sono le persone trans e non binarie, e tra di loro le persone minori.

I dati che abbiamo, e sono i dati ufficiali di ISTAT e UNAR, raccontano una storia di esclusione strutturale. Una persona trans su due ha dichiarato di aver vissuto almeno un episodio di discriminazione nell’ambito della ricerca di lavoro, legato alla propria identità di genere. Il 46,4% dei rispondenti ha rinunciato a presentarsi a un colloquio, o a candidarsi per una posizione, pur avendone i requisiti, perché sapeva che la propria identità avrebbe condizionato negativamente l’esito. Non si è nemmeno presentatə, perché sapeva già cosa l’aspettava. Il 57,1% di chi è occupatə o ex-occupatə ritiene che la propria identità di genere abbia costituito uno svantaggio in termini di carriera, retribuzione o riconoscimento professionale. Più di otto su dieci riportano microaggressioni sul luogo di lavoro. Il 37,1% ha sperimentato un clima apertamente ostile o un’aggressione nel proprio ambiente lavorativo. E il 70% di chi subisce discriminazioni non denuncia, non perché non voglia, ma perché non si fida, perché sa che la denuncia costa più di quanto rende, perché le tutele esistenti sono insufficienti e spesso inaccessibili. Questi non sono numeri astratti. Sono vite tagliate. Sono carriere bloccate. Sono persone costrette a scegliere ogni giorno se essere se stessɜ o avere un reddito.

E questo accade in un contesto in cui il governo, invece di costruire protezioni, ha lavorato per demolire anche le poche tutele informali che le persone trans si erano ritagliate. Le identità alias nelle scuole, lo strumento con cui studentɜ trans potevano essere chiamatɜ con il proprio nome nei registri e nei documenti interni agli istituti, vengono negate con crescente sistematicità. Non esiste una normativa nazionale che garantisca uniformità: ogni scuola decide per sé, ogni preside può decidere di no, ogni studentɜ trans può trovarsi davanti a un muro diverso a seconda della città in cui vive, dell’istituto che frequenta, della sensibilità, o dell’ostilità, di chi dirige. Nell’agosto 2025 il governo ha approvato un disegno di legge che introduce controlli più stringenti sull’assistenza sanitaria di affermazione di genere per i minori, subordinando ogni trattamento all’autorizzazione di un comitato nazionale di etica, con l’istituzione di un database AIFA per monitorare farmaci e dati medici delle persone trans minorenni. Questo non è caos burocratico: è violenza istituzionale diffusa, che agisce capillarmente sui corpi e sulle identità delle persone più giovani.

La scuola, del resto, è il terreno su cui si misura con più brutalità il fallimento di questo Paese sul fronte dell’inclusione. I dati europei raccontano che in Italia il 68% delle persone LGBTQIA+ ha subito bullismo, ridicolizzazione o scherno nel proprio percorso scolastico, un dato che supera di 25 punti percentuali la già preoccupante media europea del 43%. Il monitoraggio nazionale sull’anno scolastico 2024–2025 segnala che il bullismo omofobico agito è in aumento, sia nella forma sistematica che in quella occasionale, e che questo aumento è riconducibile, parole del rapporto stesso, a contesti di legittimazione sociale di determinati comportamenti. Il linguaggio politico ha conseguenze fisiche sui corpi dei ragazzi e delle ragazze. Solo il 17% de studentɜ LGBTQIA+ riferisce che i temi legati a orientamento e identità vengono affrontati apertamente e positivamente nelle aule. Il 64% non rivela la propria identità a compagnɜ e insegnanti.

In questo contesto, la risposta del governo non è stata investire nella formazione degli insegnanti, costruire protocolli di protezione, garantire che ogni scuola fosse uno spazio sicuro. La risposta è stata il disegno di legge Valditara, approvato in prima lettura dalla Camera a dicembre 2025, che vieta qualsiasi attività sull’affettività e la sessualità nelle scuole dell’infanzia e primarie, e impone il consenso informato scritto delle famiglie per qualsiasi percorso nelle medie e superiori. La Commissione Cultura della Camera aveva in precedenza approvato una risoluzione Sasso, Lega, che chiedeva di eliminare dalle scuole qualunque contenuto riferito all’identità di genere e all’orientamento sessuale, con restrizioni sull’accesso ai bagni e l’esclusione delle persone trans dalle competizioni sportive. È la scuola come campo di battaglia ideologico, combattuta sui corpi dei minori. Il Ministero dell’Istruzione ha anche vietato con circolare l’uso dello schwa e dell’asterisco in tutte le comunicazioni ufficiali, nell’ambito della guerra dichiarata al linguaggio inclusivo. Per il secondo anno consecutivo, il medesimo Ministero ha omesso qualsiasi riferimento alla persecuzione delle persone LGBTQIA+ durante l’Olocausto nella circolare ufficiale per il Giorno della Memoria.

Tutto questo, la marginalizzazione lavorativa, la violenza scolastica, gli attacchi istituzionali alle persone trans, gli zeri nella Rainbow Map, non vive separato dalla questione dei diritti civili e sociali che viaggiano insieme. Ne è la conseguenza diretta. Quando lo Stato non riconosce una persona, manda un segnale a tutta la società: quella persona è meno. Meno degna di tutela, meno meritevole di rispetto, meno presente nei documenti, nei registri, nelle leggi. E quella gerarchia simbolica si traduce in gerarchia materiale: nell’accesso al lavoro, nell’accesso alla casa, nell’accesso alla scuola come luogo sicuro.

Per questo la connessione tra diritti civili e diritti sociali non è un’aggiunta, è la spina dorsale di una politica LGBTQIA+ che voglia essere davvero di sinistra. Chi viene espulsə dalla famiglia di origine, e le persone LGBTQIA+ giovani lo subiscono in misura sproporzionata, spesso non trova strutture di accoglienza adeguate, non accede agli alloggi popolari perché i criteri di assegnazione non riconoscono le sue forme familiari, subisce discriminazioni nel mercato privato dell’affitto senza strumenti legali efficaci. I dati della Gay Help Line parlano di oltre il 34% delle persone seguite che evidenziano situazioni di emergenza abitativa, spesso connesse all’allontanamento forzato dalla famiglia. L’abitare queer è una questione politica. La povertà LGBTQIA+ è una questione politica. La precarietà che si accumula quando si è espulsɜ dalla famiglia di origine e non si trovano strutture di accoglienza è una questione politica. E il matrimonio egualitario non è una questione simbolica: è accesso ai mutui, alle eredità, alle pensioni di reversibilità, all’assistenza sanitaria, a tutte le tutele che il matrimonio porta con sé e che le unioni civili garantiscono solo in parte, quando le garantiscono.

In questi dieci anni la visibilità delle persone LGBTQIA+ nel dibattito pubblico è cresciuta, spesso loro malgrado. È cresciuta anche la violenza politica e simbolica contro di noi. Nel 2025 la Gay Help Line ha registrato un aumento del 12% dei casi di violenza e discriminazione rispetto all’anno precedente, con oltre 21.000 contatti in un anno. I Pride sono diventati più grandi e più necessari nello stesso momento. Le sentenze hanno fatto il lavoro che la politica non faceva. La comunità si è stretta, ha resistito, ha inventato strategie di sopravvivenza e di lotta in un contesto sempre più ostile. E il campo progressista ha continuato a ondeggiare, nicchiare, rimandare.

In questo decennale, noi di Possibile abbiamo chiaro cosa c’è da fare. Difendere la legge Cirinnà è il minimo. Il minimo necessario, irrinunciabile, ma il minimo. Quello che serve è che il campo progressista smetta di trattare il matrimonio egualitario e il diritto di famiglia come un tema sensibile da maneggiare con i guanti. Servono impegni chiari. Un ddl che esiste, che ha un numero, che viene discusso, che arriva in aula. Una legge sui crimini d’odio che finalmente includa orientamento sessuale e identità di genere, perché quegli zeri nella Rainbow Map non sono statistiche, sono persone aggredite senza che lo Stato le riconosca come vittime di odio. Protezioni reali per le persone trans sul lavoro. Scuole sicure garantite per legge. Non ci sono più margini per le ambiguità.

La Rainbow Map 2026 ci ha dato oggi il suo verdetto: dal 35° al 36° posto. La risposta politica è già scritta: non basta quello che abbiamo, e chi vuole governare questo Paese deve prendere apertamente un impegno chiaro e senza ambiguità. Per tuttɜ, per noi.

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Per il Primo Maggio, un dossier con le storie di sfruttamento e lavoro che ci raccontate ogni giorno


Per il Primo Maggio, abbiamo raccolto in un dossier con le storie di sfruttamento e lavoro che ci raccontate ogni giorno.

Scaricalo qui.

Da quando abbiamo pubblicato sui social il primo messaggio che ci era arrivato in risposta a un articolo che se la prendeva con “i giovani che non hanno voglia di lavorare”, riceviamo ogni giorno, tutti i giorni, decine di segnalazioni, denunce, sfoghi. Impossibile pubblicarli tutti (e ci scusiamo con le persone che non vedono le loro storie postate), ma è un flusso costante. Negli anni, siamo riusciti a seguire il percorso di qualcuno di loro, ma la maggior parte delle persone vuole solo condividere, e trovare una politica che si schieri dalla parte di chi del sistema è vittima, non di chi ne beneficia.

Non si tratta solo di testimonianze individuali, e non solo per la mole numerica. Per ogni esperienza lavorativa che ci segnalano, c’è un problema strutturale o statisticamente rilevante che gli osservatori rilevano da anni. Basta aprire il rapporto Oxfam, o consultare i dati ISTAT. Spesso, alla base c’è una precisa volontà politica o, nella “migliore” delle ipotesi, un’inerzia istituzionale.

Intanto, il nostro paese è tra i pochi a non avere una forma di salario minimo. Per “pochi”, intendiamo proprio “pochi”. Pur nelle differenze, in Europa sono 22 su 27 gli stati con un salario minimo garantito. Nel 2018 Possibile ha presentato una proposta di salario minimo in Parlamento, che teneva conto della contrattazione collettiva e prevedeva un meccanismo di rinnovo automatico del salario minimo, legato al monitoraggio statistico sull’andamento delle retribuzioni previste dai CCNL. Quella proposta, riveduta e aggiornata, è in seguito diventata la base di una raccolta firme per una proposta di legge d’iniziativa popolare. Sono passati poco meno di dieci anni, e sappiamo dove ci troviamo: nel frattempo non si è mosso nulla, e ora il governo Meloni ha fatto le barricate contro ogni proposta della minoranza in materia di salario minimo. Proprio in occasione di questo Primo Maggio, la Presidente del Consiglio ha introdotto il concetto di “salario giusto”, di cui non sentivamo davvero la mancanza. “Giusto”, in bocca a questo governo, ha lo stesso sapore stonato di “merito”: parole che sono finite a significare una ostinata difesa dei privilegi e un rifiuto sistematico del dato di realtà.

In trent’anni, il salario medio è rimasto praticamente invariato. I dati ci dicono che aumentano le persone (e le famiglie) al di sotto della soglia di povertà o in grave difficoltà economica anche quando lavorano. L’incidenza di povertà individuale tra gli occupati è aumentata tra il 2014 e il 2023 di 2,7 punti percentuali, con differenze altissime a seconda del tipo di occupazione (Rapporto Oxfam 2026). Il perché le retribuzioni sono basse ce lo raccontano i messaggi che avete letto in queste pagine, ma sta anche nei rapporti sulla situazione nazionale: quanto si prende all’ora (poco), quante ore si riescono a fare in un mese (troppe per non abbastanza soldi, o troppo poche, spesso per motivi arbitrari e punitivi) e quanti mesi all’anno si lavora. Il numero dei cosiddetti “working poor” in Italia è in trend crescente e probabilmente sottostimato per via dei criteri UE sulla povertà lavorativa. La mancata uscita dalla precarietà anche dopo anni di lavoro, che è un’esperienza comune, è il risultato di politiche del lavoro che vanno nella direzione delle esternalizzazioni e del lavoro atipico, con l’uso disinvolto di tirocini, rimborsi, forme di lavoro atipico che restano (a volte discutibilmente) nei margini della legalità, o almeno plausibile legalità. Non si tratta di “pretese” di una generazione o un’altra, come a volte vengono accusati gli autori dei messaggi nei commenti. Si tratta di una precisa volontà politica che ha plasmato in questo modo il mercato del lavoro.

Il confronto con le esperienze estere e la spinta a emigrare, dove si può, o a progettare di farlo, è un segnale devastante per il Paese. Nel 2024 c’è stato il 38% di partenze in più rispetto all’anno precedente (Rapporto Italiani nel Mondo 2025 della Fondazione Migrantes), aumento che riguarda prevalentemente i giovani e i giovani adulti (età 18–34 anni e 35–49 anni). Migranti che dovrebbero preoccupare il nostro governo molto di più di quelli che invece occupano le loro fantasie di “remigrazione”. Eppure.

Intanto di lavoro si continua a morire, quotidianamente (di più: nel 2025 i morti sul lavoro sono stati 792, due al giorno). E spesso ci stupiamo di sentire l’età delle persone che sono vittime di incidenti sul lavoro.

Intanto, le disuguaglianze si fanno sentire più forti per qualcuno: il tasso di occupazione del Sud Italia è di circa 20 punti percentuali sotto a quello del Nord. L’occupazione femminile è 17 punti percentuali in meno di quella maschile, una disparità più alta rispetto ai principali stati europei. E quella giovanile: nella fascia di età 15–29 anni il tasso di occupazione è del 35%, 15 punti in meno della Francia e 30 in meno della Germania.

Intanto, nel 2024 i Ceo delle maggiori 100 aziende in Europa sono stati pagati 110 volte di più del lavoratore medio (Etuc). Per salire ancora sulla scala, Oxfam scrive che per accumulare la ricchezza di uno dei 10 miliardari più ricchi al mondo non sarebbe bastato risparmiare 1.000 dollari al giorno a partire dai tempi per cui i ritrovamenti fossili confermano la presenza del genere Homo (315.000 anni fa). Ma se diciamo che bisogna tassare (e tanto) i ricchi, si levano gli scudi.

La questione economica non è mai solo economica, e la disuguaglianza è un fattore collettivo: dove la disuguaglianza è ridotta, gli indicatori sociali registrano i risultati migliori. Meno corruzione, più sicurezza (LA SICUREZZA!), più stabilità delle istituzioni, meno divario di genere, meno criminalità, un dibattito pubblico meno violento, una stampa più libera, più democrazia. A chi conviene? A tutti, tranne a chi basa la sua fetta di potere e di influenza sulla paura, sull’autoritarismo che riesce a esercitare, sul clientelismo e sull’interesse. Sono tanti, ma non sono la maggioranza, nonostante possano occasionalmente controllarla. Dobbiamo ricordarcelo, che siamo di più noi, e che possiamo cambiare le cose. Insieme.

La copertina è l’immagine creata da Giorgia Giorgi per il Primo Maggio di Possibile

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L’Europa che non si può celebrare senza fare i conti con se stessa


Il 9 maggio è una data, la festa dell’Europa, che va celebrata ma, mai come questo anno, va fatto senza dimenticare di fare i conti con le contraddizioni aperte che caratterizzano la nostra Unione.

«Il compito principale è quello di costruire uno Stato federale europeo solido, in cui forze prima disperse si concentrino per resistere ad ogni tentativo di sopraffazione.» — Altiero Spinelli, Manifesto di Ventotene, 1941


Spinelli scriveva di nazifascismo, ma la logica di quanto ha scritto va, specialmente oggi, ampliata rispetto al suo contesto originario. Perché la sopraffazione ha molte forme, e alcune vivono comodamente dentro l’Unione stessa. Il 21 aprile scorso la Corte di Giustizia ha emesso la prima sentenza nella storia del diritto europeo che accerta, in un ricorso diretto, la violazione dell’articolo 2 del Trattato da parte di uno Stato membro: la legge ungherese che criminalizzava la comunità LGBTQIA+ nei confronti dei minori è stata demolita. Ma quella legge è stata in piedi cinque anni. L’Europa dei diritti, per ora, è un’Europa che aspetta le sentenze — e questo è un problema di struttura oltre che di volontà. Si chiama obbligo di unanimità in Consiglio.

Se pensiamo al tema della disabilità, il 7 maggio la Commissione ha presentato la revisione della Strategia 2021–2030: 101 milioni di persone con disabilità nell’Unione, quasi una su due che si sente discriminata, un divario occupazionale di venticinque punti. Il Forum europeo della disabilità ha chiesto misure vincolanti e finanziamenti dedicati. L’accessibilità non è un tema di nicchia: è il modo in cui una società decide se alcune persone contano quanto le altre.

E poi c’è Gaza. Non si può parlare di Festa dell’Europa nel 2026 e non nominarla. Oltre 63.000 palestinesi uccisi, più di 17.000 bambini secondo l’UNICEF, il 90 per cento della popolazione sfollata. L’Associazione internazionale degli studiosi di genocidio ha riconosciuto nelle azioni israeliane a Gaza gli estremi della Convenzione ONU del 1948. Il Servizio europeo per l’azione esterna ha accertato la violazione dell’articolo 2 dell’accordo di associazione UE-Israele. Quell’accordo è ancora in vigore. Amnesty International ha definito l’UE «il capo di tutti i codardi». È una frase dura. È anche una frase giusta. La neutralità dell’Europa su Gaza non è neutralità: è una scelta. Perché non è l’Europa che vogliamo quella che non ha niente da dire se uno Stato, Israele, può rapire e detenere illegalmente un cittadino italiano nel mare di competenza di uno Stato europeo. I giovani lo vedono e lo giudicano, e quando ci chiediamo perché si disinnamorano delle istituzioni europee, questa è parte della risposta.

Perché i giovani non è vero che si disimpegnano, di sentono ingannati. L’astensionismo alle europee del 2024 lo dice chiaramente. Erasmus+, DiscoverEU, la campagna EXPRESS2 del Movimento Europeo sono strumenti utili, ma funzionano per chi può permetterseli. La ragazza della periferia di Frosinone, il ragazzo del quartiere popolare di una provincia del sud, la persona con disabilità che si scontra con trasporti non progettati per lei, questi giovani hanno pari diritto all’Europa, ma non pari accesso. E finché non lo avranno, l’universalismo europeo resta uno slogan.

La soluzione ha un nome: riforma federale dei Trattati. Il 22 novembre 2023 il Parlamento europeo ha votato un progetto dettagliato e chiesto al Consiglio di convocare una Convenzione. Il Consiglio non ha risposto. Eppure la lentezza sui diritti, l’incapacità su Gaza, la debolezza delle strategie sociali hanno la stessa radice: una struttura che premia il veto, non la responsabilità collettiva. Abolire l’unanimità non è una bandiera ideologica: è una necessità funzionale per un’Unione che voglia fare sul serio.

Vogliamo che l’accordo con Israele venga sospeso. Vogliamo che la Strategia sulla disabilità diventi una direttiva vincolante. Vogliamo che il riconoscimento delle famiglie arcobaleno non dipenda dalle sentenze ma da una norma europea uniforme. Vogliamo una direttiva sul consenso sessuale e una contro le terapie di conversione. Vogliamo che la riforma dei Trattati smetta di essere ignorata. Non sono richieste visionarie: sono le conseguenze logiche di un’Europa che prende sul serio i propri valori.

Il 9 maggio è una festa ma anche una promessa. E le promesse si mantengono con i fatti.

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Un’Europa democratica e federale non è un’utopia: è una necessità urgente. Festa dell’Europa, Torino
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L’Europa non può continuare a dipendere dagli Stati Uniti per la propria sicurezza e per il proprio peso politico internazionale. Deve imparare a parlare con una sola voce e ad agire in modo rapido ed efficace, nel rispetto della democrazia e dello stato di diritto. Oggi, invece, il

Un’Europa democratica e federale non è un’utopia: è una necessità urgente. Festa dell’Europa, Torino


Innanzitutto grazie a tutte le persone che sono qui a manifestare il nostro desiderio di un’Europa federale. Viviamo un tempo in cui avanzano nazionalismi, autoritarismi e logiche di potenza: da Vladimir Putin a Donald Trump, da Benjamin Netanyahu fino ai loro alleati europei. In questo contesto, costruire un’Europa democratica e federale non è un’utopia: è una necessità urgente.

L’Europa non può continuare a dipendere dagli Stati Uniti per la propria sicurezza e per il proprio peso politico internazionale. Deve imparare a parlare con una sola voce e ad agire in modo rapido ed efficace, nel rispetto della democrazia e dello stato di diritto. Oggi, invece, il veto di un singolo Stato può bloccare decisioni fondamentali sulla politica estera, sulla difesa, sull’energia o sui diritti sociali, rendendo l’Unione debole e divisa.

Per questo chiediamo una riforma delle istituzioni europee: per un’Europa più unita, più democratica e più sovrana. Un’Europa in cui il Parlamento europeo abbia maggiori poteri e la Commissione diventi un vero governo europeo, legittimato direttamente dai cittadini.

Ma serve anche un’Europa più sociale: un’Europa che garantisca diritti uguali per tutti, salari dignitosi, tutela della salute, accesso ai servizi pubblici e lotta alle disuguaglianze. Un’Europa che protegga i lavoratori e combatta il dumping sociale, senza lasciare indietro le periferie, le aree rurali e le regioni più fragili.

Questo significa dare all’Unione maggiori competenze in sanità, energia, industria, istruzione, politica sociale, politica estera e difesa. Significa costruire un vero bilancio europeo, con risorse comuni e investimenti condivisi. Significa rendere le elezioni europee davvero europee, con programmi e liste transnazionali.

E significa affrontare il tema delle migrazioni con umanità e responsabilità. L’Europa è nata anche dall’esperienza di rifugiati, perseguitati ed esiliati: accoglienza e solidarietà fanno parte della sua identità. Per questo serve un sistema europeo comune per asilo e immigrazione, con vie legali e sicure di accesso, capace di contrastare il traffico di esseri umani e i respingimenti illegali.

Noi, generazioni nate dalla fine degli anni ’80 in poi, siamo le prime ad aver vissuto pienamente le possibilità offerte dall’Unione Europea: la libertà di studiare, lavorare, viaggiare e costruire relazioni senza confini. Siamo cresciuti con l’idea che l’Europa fosse uno spazio comune di diritti, opportunità e pace. Ed è proprio questa generazione, che ha conosciuto i benefici dell’integrazione europea, a chiedere oggi di fare un passo in più: completare quel progetto politico e democratico che ancora manca.

Oggi è il momento di essere generatrici e generatori di cambiamento: da eredi del Manifesto di Ventotene a costruttrici e costruttori di una nuova Europa, capace di garantire pace, libertà, democrazia e giustizia sociale alle future generazioni.

Federica Coviello, Torino Possibile

Marcia per l’Europa — Torino

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Festa dell’Europa: Possibile aderisce alle iniziative organizzate per il 9 maggio
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Festa dell'Europa: Possibile aderisce alle iniziative organizzate in giro per l’Italia, tra cui We are Europe a Milano e la Marcia per l’Europa a Torino. Il 9 maggio, tutt3 in piazza! Facciamo sentire la nostra voce per rilanciare l’Europa di pace, diritti e solidarietà, costruita da chi ha vissuto sulla

Festa dell’Europa: Possibile aderisce alle iniziative organizzate per il 9 maggio


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Festa dell’Europa: Possibile aderisce alle iniziative organizzate in giro per l’Italia, tra cui We are Europe a Milano e la Marcia per l’Europa a Torino.

Il 9 maggio, tutt3 in piazza! Facciamo sentire la nostra voce per rilanciare l’Europa di pace, diritti e solidarietà, costruita da chi ha vissuto sulla propria pelle gli orrori del nazi-fascismo.

“La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”. Mai come quest’anno risuonano le parole della dichiarazione Schuman.

Oltre alle minacce esterne tra le derive imperialiste e l’incalzare delle guerre, l’Europa al proprio interno, deve far fronte alle disuguaglianze sociali ed economiche tra paesi e regioni. Una reale “Unione” deve essere in grado di garantire uguali diritti e pari opportunità a tutti i suoi cittadini, ovunque essi vivano. È questo il vaccino migliore contro populisti e sovranisti.

Fare un passo avanti verso l’Europa federale è ormai inevitabile. Soltanto così l’Europa sarà in grado di rispondere alle aspettative dei propri cittadini e gettare le basi per una pace duratura.

Il progetto di Europa libera e unita che si celebra il 9 maggio, non voleva essere un invito a sognare, ma un invito ad agire. Noi ci siamo!

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Il lavoro mobilita l’uomo
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La crescita dell’occupazione si concentra soprattutto in lavori stagionali, poco qualificati e a basso valore aggiunto. Il risultato è un sistema bloccato che produce lavoro povero. Serve un cambio di rotta rimettendo al centro la qualità del lavoro, perché in un ambiente sano si lavora meglio e si vive meglio.
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Il lavoro mobilita l’uomo


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Secondo un articolo del Corriere Adriatico sull’ascolano, che richiama le previsioni di Unioncamere (2025–2029), emerge un trend che va oltre il livello locale e riflette una dinamica più ampia regionale e nazionale, pur con forti divari tra Nord e Sud (ISTAT, 2025). La crescita dell’occupazione si concentra soprattutto in lavori stagionali, poco qualificati e a basso valore aggiunto.

Entro giugno 7 mila assunzioni. Caccia aperta al posto di lavoro

Allargando lo sguardo, si delinea un Paese che si sta progressivamente deindustrializzando (FIM-CISL, 2026), pagando anni di mancati investimenti e scelte politiche miopi. Si è scelto di competere comprimendo i salari invece che puntare su innovazione e qualità, con un modello sempre più sbilanciato sul turismo.

Le conseguenze sono evidenti: lavoro precario, intermittente e mal pagato, che non consente stabilità né futuro. Resta inoltre il nodo delle pensioni, perché carriere frammentate e contributi discontinui rischiano di aprire una crisi sociale già annunciata (CGIL, 2025).

Nel frattempo, si attendono i risultati della ZES, che ha attirato investimenti soprattutto nelle aree più dinamiche, ma con effetti ancora disomogenei. Le esperienze internazionali mostrano che queste politiche funzionano davvero solo quando sono accompagnate da infrastrutture e innovazione, mentre in Italia ritardi, frammentazione e scarso utilizzo delle risorse ne limitano l’efficacia. A questo si sommano giustizia lenta e burocrazia soffocante, che continuano a frenare e ridimensionare il potenziale degli investimenti (Osservatorio Conti Pubblici; Confartigianato, 2025).

Il risultato è un sistema bloccato che produce lavoro povero. Nonostante il PNRR, la crescita del PIL resta modesta e insufficiente a cambiare la traiettoria del Paese. Anche il confronto con la Spagna, che ha ricevuto meno risorse ma cresce di più, conferma che il problema è strutturale.

Per questo serve un cambio di rotta. In Italia laureati e dottorandi restano sotto la media europea (ISTAT, 2025) e senza investimenti seri in ricerca e sviluppo non può esserci innovazione. Servono più welfare e diritto allo studio, più collaborazione tra università e imprese, insieme a un salario minimo e controlli contro il lavoro nero e la riduzione della precarietà attraverso la limitazione dei contratti a tempo determinato. Serve anche sburocratizzare attraverso la digitalizzazione e rendere il sistema più equo, tassando meno il lavoro produttivo e di più le rendite. Servono sindacati più forti, capaci di riequilibrare il potere contrattuale e contrastare la compressione salariale. Ma soprattutto serve rimettere al centro la qualità del lavoro, perché in un ambiente sano si lavora meglio e si vive meglio.

Luca Volpini
Possibile Marche

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Il Parlamento europeo ha votato per vietare le pratiche di conversione. Fratelli d’Italia ha votato contro.
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Chiediamo alla Commissione europea di procedere con una direttiva vincolante. Chiediamo al Parlamento italiano

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Il Parlamento europeo ha votato per vietare le pratiche di conversione. Fratelli d’Italia ha votato contro.


Ieri Strasburgo ha approvato il Rapporto annuale sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione Europea, con un passaggio esplicito che chiede alla Commissione di vietare le pratiche di conversione in tutti gli Stati membri.

Dietro questo voto c’è una mobilitazione reale: oltre 1.245.839 firme raccolte in tutta Europa dalla campagna di ACT, di cui più di 60.000 dall’Italia. Una vittoria costruita dal basso, associazione per associazione, persona per persona, spesso da persone che quelle pratiche le hanno subite e che hanno trovato la forza di trasformare il trauma in battaglia politica.

Noi di Possibile questo percorso lo abbiamo sostenuto da sempre, anche da prima di questa mobilitazione, con Possibile LGBTI+ e con tante realtà del movimento italiano.

Le pratiche di conversione non sono terapie. Non lo sono mai state. Sono strumenti di repressione che mirano a cancellare l’identità di una persona, spesso di persone minorenni, attraverso tecniche che vanno dalla manipolazione psicologica all’ipnosi fino all’elettroshock. Producono ansia, depressione, ideazione suicidaria. Lasciano ferite che non sempre si vedono ma si portano dentro per anni, in solitudine. L’Ordine degli Psicologi lo dice da tempo. ILGA-Europe lo documenta: quasi un quarto dei cittadini LGBTQ+ europei ha subito qualche forma di pratica di conversione. In Italia una persona su cinque.

Eppure il partito che guida il governo italiano ha votato contro la risoluzione che chiedeva di proteggere quelle persone. Fratelli d’Italia, a Strasburgo, ha detto no. E questo, mentre in Italia non esiste ancora nessuna legge che vieti esplicitamente queste pratiche, nonostante le campagne, nonostante le prese di posizione delle categorie medico-sanitarie, nonostante otto Stati membri abbiano già legiferato: Belgio, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Malta, Portogallo, Spagna. L’Italia no. Il silenzio del nostro Parlamento non è casualità: è una scelta politica precisa, coperta ogni giorno dall’indifferenza di chi governa.

Chiediamo alla Commissione europea di procedere con una direttiva vincolante. Chiediamo al Parlamento italiano di smettere di fare finta che questa cosa non esista e di costruire finalmente una legge che garantisca protezione reale alle persone LGBTQIA+.

Il personale è politico. E votare contro la tutela di chi ha subito terapie per “correggere” il proprio orientamento è una posizione politica.

Grazie ad ACT e a tuttɜ coloro che in ogni angolo d’Europa hanno tenuto viva questa battaglia. Noi continuiamo.

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