Di questo passo, in Calabria, le campanelle non suoneranno più
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In Calabria continuiamo a contare scuole che chiudono, classi che scompaiono, paesi nei quali per andare a scuola bisogna percorrere sempre più chilometri, interi plessi accorpati. Si continua nel mentre a parlare di spopolamento come se fosse un fenomeno inevitabile, quasi una condizione geografica del

Di questo passo, in Calabria, le campanelle non suoneranno più


In Calabria continuiamo a contare scuole che chiudono, classi che scompaiono, paesi nei quali per andare a scuola bisogna percorrere sempre più chilometri, interi plessi accorpati. Si continua nel mentre a parlare di spopolamento come se fosse un fenomeno inevitabile, quasi una condizione geografica del Mezzogiorno.

Ritengo che una scuola sia molto più di un edificio, è un’occasione, un presidio di comunità, un’infrastruttura pubblica attorno alla quale si organizza la vita di un territorio, come un consultorio, una guardia medica, un asilo, una biblioteca, una linea di trasporto. Quando uno di questi presìdi scompare cambia la geografia quotidiana delle persone, aumenta la distanza tra la casa e i servizi essenziali, si restringe lo spazio nel quale è concretamente possibile scegliere di vivere e viene meno la comunità di un territorio.
Come pretendiamo che una famiglia possa crescere al Sud se progressivamente aumentiamo la distanza tra la propria abitazione e tutto ciò di cui ha bisogno? Un anno fa, in piena campagna elettorale, venivano promessi fino a 100.000 euro a chi avesse scelto di trasferirsi nelle aree interne acquistando o ristrutturando un’abitazione. Una casa, però, da sola non costruisce un paese. Puoi sì dare un aiuto a ristrutturarne i muri, ma quei manufatti devono coesistere attive in una comunità con una scuola, un medico, un autobus, un asilo, un luogo di lavoro, uno spazio culturale, banalmente un punto postale e un bar.

Lo stesso vale per i bonus natalità presentati dal Governo. Possono rappresentare un sostegno economico ma chiaramente non possono essere la risposta politica a un problema ormai strutturale. Non possiamo chiedere alle famiglie di farsi carico dello spopolamento e della denatalità se contemporaneamente scompaiono i servizi che rendono possibile crescere proprio quelle famiglie.

Avere un figlio non riapre una scuola; comprare una casa non riporta un medico in un paese. Ristrutturare un immobile non restituisce una linea di trasporto a un’area interna. L’abitare deve essere una questione molto più grande, deve essere la relazione tra casa, spazio pubblico, servizi, mobilità, welfare, istruzione, sanità e lavoro. Quando questa trama si spezza, possiamo si recuperare gli edifici, ma continuiamo a perdere i territori. Per questo il Sud deve essere il primo capitolo di un programma nazionale di governo. Non un’appendice delle politiche di coesione, non il luogo dei bonus, delle misure straordinarie e degli interventi una tantum.

Se il Paese continua a procedere a due velocità, chiedere alle persone di restare diventa soltanto retorica vuota. Si potrà continuare ad augurare buon anno scolastico dagli stadi come succederà prossimamente, celebrare la prima campanella e ripetere che bisogna contrastare lo spopolamento. Di questo passo, però, le campanelle non suoneranno più; quando chiude una scuola perdiamo una delle condizioni necessarie affinché una famiglia possa immaginare di abitare ancora quel territorio.

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Druetti (Possibile): la destra mortifica il principio di rappresentanza, continuiamo a opporci


“L’approvazione della legge elettorale al Senato, in attesa del nuovo passaggio alla Camera, non è una buona notizia per il Paese. Ancora una volta la maggioranza di governo si arrabatta per cambiare le regole del gioco a fine legislatura. E il risultato rischia di nuovo di essere una legge complicata, difficile da spiegare, che accentua storture già presenti.”

Lo dichiara Francesca Druetti, Segretaria Nazionale di Possibile.

“Questa legge elettorale cerca di introdurre nei fatti il premierato, introduce un premio di maggioranza enorme, sull’altare della stabilità sacrifica il principio di rappresentanza, in un momento in cui è proprio la rappresentanza a essere in grave crisi. La maggioranza gioca con le regole della democrazia in una maniera molto autoreferenziale, per regolare conti interni al proprio campo. Ci si aspetterebbe di meglio, su una questione così seria, da chi guida e si ricandida a guidare di nuovo il Paese. Se possibile, dal passaggio in Senato la legge esce ancora peggiorata: mentre l’introduzione delle preferenze è una presa in giro all’elettorato (visto che saranno al massimo due o tre i partiti che potranno eleggere parlamentari che non faranno parte dei capilista bloccati) l’aumento delle firme necessarie perché chi è fuori dal Parlamento possa presentare una lista è l’indegna chiusura dell’indegno percorso di questa indegna legge. Pretendere che siano cartacee — mentre la firma digitale è già accettata per referendum e leggi di iniziativa popolare — è un’ulteriore assurdità che dimostra la volontà di chiudere gli spazi di partecipazione nel Paese.”

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Ministro Musumeci, l’antifascismo è un valore fondante della Repubblica


Ve lo ripeteremo fino alla nausea: l’antifascismo è il presupposto inamovibile dello Stato di diritto, della giustizia sociale e della piena emancipazione di ogni essere umano.
È il pilastro fondamentale su cui si regge la nostra Repubblica, ed è l’architettura concettuale senza la quale la Costituzione stessa perde di senso.

Quando un ministro della Repubblica, come Musumeci, declassa l’antifascismo a “psicosi ideologica”, la sua è una lucida e trita strategia di revisionismo politico.
La destra al governo vive di questo tentativo mimetico di riscrittura che decontesta la storia per delegittimare il dissenso e normalizzare una matrice identitaria che, dietro le sue continue metamorfosi, continua a nutrirsi di gerarchia, nazionalismo e rifiuto dell’uguaglianza universale.

Ridefinire come “isteria” la difesa della memoria storica ed etica tradisce la pretesa di governare una democrazia repubblicana rifiutandone il gene fondativo. Quando l’ignoranza voluta della storia si sposa con la malafede politica, l’incapacità istituzionale diventa palese.
Non si può essere servitori di uno Stato nato dalla Resistenza e, contemporaneamente, ridicolizzare l’antifascismo per strizzare l’occhio alle nostalgie del proprio elettorato e alle nuove derive suprematiste che attraversano il continente.

Se questo governo scambia la vigilanza democratica per una patologia, sappia che non c’è cura che possa farci tacere.
L’antifascismo continuerà a esistere e a lottare finché il linguaggio, la cultura e le istituzioni non saranno definitivamente bonificati da ogni tentazione autoritaria.

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Il furto al museo di Messina non è “un colpo da film”, è una gravissima falla del sistema di sicurezza


La notte di Ferragosto, tra il 15 e il 16 agosto 2026, quattro opere sono state sottratte dal MuMe, il Museo Regionale Interdisciplinare di Messina. Il furto sarebbe avvenuto intorno alle 21.50–22.00 e, secondo le prime ricostruzioni, in pochi minuti.

Si tratta di quattro lavori di Antonello da Messina, tre del celebre Polittico di San Gregorio e la tavoletta bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà. Due delle opere sottratte sono state successivamente ritrovate all’esterno del museo, dopo essere state abbandonate e segnalate da passanti alle forze dell’ordine.

L’assessore ha parlato di un “furto da film”. No, non è un film, è una gravissima carenza del sistema di sicurezza del Museo.

Per l’ennesima volta il patrimonio artistico italiano viene messo a rischio, danneggiato o addirittura privato alla collettività a causa di negligenza e lacune nei sistemi di protezione. In questo modo un bene che dovrebbe appartenere a tutti si disperde, vittima di incuria e di un sistema che non riesce a garantire tutela e salvaguardia.

Il MuMe dispone di sistemi di antintrusione e videosorveglianza, la cui manutenzione era affidata anche nel 2026 alla ditta Stella Federico. Un atto regionale del 2026 documenta il servizio di manutenzione degli impianti antintrusione e di videosorveglianza del museo. La Regione, quindi, certifica l’esistenza e la manutenzione di un sistema tecnologico di sicurezza.

La direzione del museo ha inoltre sostenuto che i sistemi di sicurezza fossero funzionanti e che l’allarme fosse entrato in funzione. Ma un impianto funzionante non risponde da solo alla domanda fondamentale: chi riceve il segnale, dove lo riceve e cosa fa immediatamente dopo?

C’è una dirigente preposta al Servizio Museo Regionale Interdisciplinare di Messina. La pagina ufficiale della Regione attribuisce al Servizio, oltre alla gestione del museo, competenze relative a personale, sicurezza, gare e contratti. Questo non significa automaticamente che la direttrice gestisca personalmente i turni della vigilanza.

Significa però che bisogna individuare, attraverso gli atti organizzativi, la catena delle responsabilità operative. Le cronache successive parlano infatti di quattro custodi del turno serale convocati in Questura. Occorre quindi acquisire il documento decisivo: la turnazione effettiva del 15 agosto 2026 e il relativo foglio presenze.

La domanda più importante: dove erano gli addetti? Qui il problema non è soltanto sapere quanti custodi fossero in servizio. Bisogna sapere dove si trovavano fisicamente. In un museo di queste dimensioni la sicurezza non si esaurisce nella presenza generica di personale. Esiste normalmente una precisa organizzazione: controllo delle sale, eventuale centrale o sala regia, gestione degli allarmi, registrazione degli eventi e procedure di intervento.

Per il MuMe quindi bisognerebbe capire dove si trova la centrale antintrusione e se esiste una sala regia; chi la presidia durante la notte; dove arrivano i segnali degli allarmi; chi può tacitare o resettare un allarme; chi deve effettuare la verifica fisica; chi è il responsabile del turno; chi firma il registro giornaliero degli allarmi.

Il tracciato degli allarmi è probabilmente il documento più importante per ricostruire la notte. Non basta sapere che “l’allarme funzionava”, come afferma la direttrice. Bisogna acquisire il tracciato originale della centrale antintrusione del 15–16 agosto 2026.

Il documento dovrebbe permettere di stabilire: ora → sensore/zona → tipo di allarme → presa in carico → eventuale reset → verifica → intervento.

La prima domanda è, dunque, qual è stato il primo allarme della notte e l’ora esatta in cui è scattato. E, ancora prima, bisogna capire se esisteva una protezione perimetrale dell’edificio e se questa abbia rilevato l’intrusione prima dell’ingresso nelle sale.

In un sistema museale gli allarmi possono generare falsi positivi e, proprio per questo, la procedura in gestione è essenziale. Un eventuale falso allarme può essere tacitato o resettato, ma ciò che interessa alla ricostruzione è sapere chi lo ha ricevuto, chi lo ha verificato e perché è stato classificato come falso.

Per la notte del furto bisogna quindi verificare se il primo segnale sia stato verificato fisicamente o semplicemente tacitato. Se l’allarme fosse stato resettato senza verifica, sarebbe un elemento da approfondire. Ma questo potrà essere affermato soltanto dopo aver esaminato i tracciati e i registri.

L’altro documento fondamentale sono le registrazioni delle telecamere. Il confronto dovrebbe essere fatto al secondo: video → allarme → registro della sala regia → posizione dei custodi. Solo così si potrà stabilire se il sistema abbia effettivamente rilevato l’intrusione e, soprattutto, cosa sia successo dopo il primo segnale.

Se le opere sono state portate fuori dal museo e due sono state poi trovate abbandonate all’esterno, bisogna spiegare come sia stato possibile attraversare il percorso di uscita senza che il personale addetto alla vigilanza se ne accorgesse.

La domanda è: dove erano gli addetti alla vigilanza mentre gli intrusi entravano, raggiungevano le opere, le asportavano e uscivano dal museo? Che cosa registrano, nello stesso intervallo di tempo, la centrale antintrusione, le telecamere e il registro della vigilanza?

Se il sistema di allarme ha realmente registrato l’intrusione, il suo tracciato dovrebbe consentire di stabilire quando è partita la prima segnalazione e cosa è accaduto nei minuti immediatamente successivi. E se quella segnalazione è stata ricevuta mentre erano presenti quattro custodi, bisognerà sapere dove si trovavano, quale incarico avevano e quale procedura dovevano seguire.

Solo a quel punto sarà possibile capire se si è trattato di un sistema che ha funzionato ma non è stato correttamente gestito, di una falla tecnica, di una falla organizzativa o di qualcos’altro. Prima dei giudizi, dunque, servono i documenti. E soprattutto serve il tracciato degli allarmi.

Intanto, come Possibile chiediamo che siano al più presto verificate le procedure di sicurezza all’interno di tutti i musei siciliani e che il Ministro Giuli risponda in aula chiarendo questi punti. Sarebbe il minimo, dopo un avvenimento di tale gravità.

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Druetti (Possibile): Quorum per “Un’altra difesa è possibile” ottimo segnale, il campo largo porti la legge in Parlamento


“Le 50.000 firme per la proposta di legge “Un’altra difesa è possibile” sono un ottimo segnale, che chi vuole costruire un’alternativa al governo Meloni non deve ignorare.”

Lo dichiara la Segretaria di Possibile Francesca Druetti, che ha sostenuto dal primo momento la campagna lanciata dalla società civile, intervenendo sul tema anche alla Festa Nazionale dell’Unità che si chiude oggi a Reggio Emilia.

“La mobilitazione — continua Druetti — non finisce con le 50.000 firme raggiunte. Continuiamo a firmare e a condividere: ogni firma in più aggiunge potenza a un segnale già forte e inequivocabile, dando ancora più peso e impatto alla proposta.

Costruire un margine cospicuo ci tutela inoltre da eventuali firme non convalidate e cavilli burocratici, e contemporaneamente ci permette di tenere accesi i riflettori sui temi cruciali del disarmo, della difesa civile non armata e della risoluzione pacifica dei conflitti. Questi temi — a partire dall’istituzione del 6x1000 per i corpi civili di pace in dichiarazione dei redditi e l’istituzione di un Dipartimento per la Pace e non la nonviolenza — possono e devono essere portati nell’azione di un governo alternativo a quello delle destre, che ruota intorno al riarmo, alla produzione e vendita di armi, allo sfruttamento di popoli e risorse ed energie fossili, e invito a tutte le forze politiche impegnate nella costruzione dell’alternativa ad assumerli come impegno.”

“Voglio ringraziare — conclude Druetti — i promotori della raccolta firme e tutta la comunità di Possibile, che in questi mesi, nelle piazze e sui social, si è impegnata a promuovere la campagna.”

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30.000 firme contro il DDL Antisemitismo: il Parlamento ascolti chi si sta mobilitando


Druetti (Possibile): 30.000 firme per dire no al cosiddetto “DDL antisemitismo”. Il Parlamento ascolti chi si sta mobilitando

“Siamo arrivati a 30.000 firme alla petizione che abbiamo lanciato su www.possibile.com/unafirmaper contro il cosiddetto “DDL antisemitismo”, che in realtà è un DDL bavaglio.

È un ulteriore segnale, dopo le manifestazioni di ieri davanti a Montecitorio e diffuse in tutto il territorio nazionale, che le preoccupazioni delle associazioni, delle organizzazioni e dei partiti per l’eventuale approvazione definitiva del DDL hanno un ampio riscontro nella cittadinanza.

Lo dichiarano i primi firmatari della petizione, la Segretaria di Possibile Francesca Druetti, Gianmarco Capogna e Marco Vassalotti.

“Il testo del DDL — dichiara Francesca Druetti — mira solo a reprimere il dissenso e la critica verso Israele e i crimini internazionali che sta commettendo in Palestina, e questo è inaccettabile. Non prendiamo lezioni sull’antisemitismo da chi ha busti di Mussolini in casa, da chi ha esponenti che — come ampiamente documentato — dicono cose estremamente antisemite nelle loro chat di partito. Non accettiamo che chi per anni ha continuato a dire che “non si può più dire niente” reprima ancora di più la libertà di opinione e il dissenso.”

“Da sempre — aggiunge Gianmarco Capogna, coordinatore del Comitato Scientifico di Possibile — ci battiamo contro ogni forma di razzismo, ma questo DDL non contribuisce in alcun modo a contrastare odio e discriminazione. L’obiettivo è quello di mettere a tacere le critiche al governo israeliano, la denuncia del genocidio in corso e la lotta al fianco del popolo palestinese, ricondotte a manifestazioni di antisemitismo. Un passaggio logico e politico inaccettabile, pericoloso e in contrasto con le libertà e i diritti costituzionali”.

“Chiedo — conclude Druetti — di rinunciare all’adozione vincolante della definizione IHRA, aprire un confronto reale con giuristi, comunità ebraiche plurali e società civile, e lavorare a una legge universale contro i crimini d’odio nel rispetto della Costituzione. Ogni firma che si aggiunge a quelle già raccolte è un’altra voce che fa passare il messaggio più forte: continuiamo a insistere”.

Firma e fai girare la petizione: www.possibile.com/unafirmaper

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DDL Antisemitismo, Druetti (Possibile): piazze di oggi segnale per il governo, campo largo sia compatto contro il provvedimento


“Da sempre ci battiamo contro ogni forma di discriminazione, ma questo DDL non contribuisce in alcun modo a contrastare l’antisemitismo, che è un problema serissimo che viene strumentalizzato. L’obiettivo invece è quello di mettere a tacere le critiche al governo israeliano.”

Lo dichiara la Segretaria Nazionale di Possibile Francesca Druetti, che oggi ha partecipato alla manifestazione indetta davanti a Montecitorio in occasione dell’inizio della discussione in Commissione sul DDL Antisemitismo.

“Continuiamo a ribadirlo: il problema del DDL è l’adozione per legge della problematica definizione di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), criticata da giuristi, relatori speciali ONU e organizzazioni per i diritti umani perché tende a sovrapporre l’antisemitismo, odio razziale intollerabile, con la critica legittima alle politiche dello Stato di Israele. Un passaggio logico e politico inaccettabile, pericoloso e in contrasto con le libertà e i diritti costituzionali. Gasparri ha definito la manifestazione di oggi “grave”, ma quello che è grave è l’attacco alla libertà di opinione, di critica e di insegnamento che questo ddl rappresenta”.

“L’iter parlamentare — conclude Druetti, promotrice con Possibile di una petizione contro il DDL che ha raggiunto le 30.000 firme — può ancora essere fermato. Invitiamo tutte le forze politiche, la società civile e i cittadini a mobilitarsi, a parlarne apertamente e a fare pressione sui parlamentari. Le piazze di oggi siano un segnale per il governo e la maggioranza, perché interrompano l’iter. E siano un monito per tutte le forze del campo largo, che devono opporsi a un DDL pericoloso e liberticida. Non lasciamo che criminalizzino la solidarietà e reprimano il dissenso, mascherando questa operazione con l’accusa di antisemitismo.”

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A fine agosto il sud di svuota, di nuovo. Non rendiamo poetica una disuguaglianza


A fine agosto, al Sud, le partenze hanno il loro spazio, le stazioni si riempiono, le case tornano più vuote, gli amici ricominciano a contare chi se ne va e chi rimane. Finisce l’estate e una parte di chi era tornato riparte verso le città in cui studia, lavora, costruisce relazioni, prova a immaginare il proprio futuro. Ogni anno raccontiamo questa scena con la nostalgia. Abbiamo costruito persino un vocabolario rassicurante intorno a ciò succede in questo periodo; la restanza, il ritorno, la vita lenta, i paesi da riscoprire, tutte parole che raccontano anche cose bellissime, finché non diventano il modo per rendere poetica una disuguaglianza.

Noi al Sud non siamo lenti, sono lenti i treni, sono lenti i collegamenti, sono lente le risposte della pubblica amministrazione, quando arrivano. È lento raggiungere un aeroporto, un ospedale, un’università. È lenta la costruzione dei servizi che altrove costituiscono semplicemente la normalità.

La lentezza, purtroppo, è una disuguaglianza territoriale, quando non è una scelta e sicuramente non è una filosofia dell’abitare.
Per questo parlare di diritto a restare e diritto a partire richiede qualcosa oltre la retorica. Una scelta esiste soltanto quando esistono alternative reali, diffuse e accessibili, altrimenti partire diventa necessità e restare una possibilità concessa soprattutto a chi possiede già le condizioni economiche e familiari per farlo.

Costruire una possibilità è entrare nella materialità delle vite, garantire ai fuorisede di votare per il proprio territorio di residenza dal luogo in cui vivono temporaneamente, senza trasferire la loro rappresentanza politica altrove, garantire mobilità, sanità, cultura, formazione, lavoro dignitoso, connessioni e spazi pubblici, garantire il diritto ad abitare la città contemporanea anche a Reggio Calabria, a Cosenza, a Catanzaro, a Palermo, a Taranto, a Napoli, senza dover necessariamente cambiare latitudine per accedere alla contemporaneità del nostro tempo.
Vuol dire tornare a parlare seriamente di diritto alla famiglia, con affitti che assorbono una parte enorme degli stipendi, lavoro precario, asili insufficienti e reti familiari distanti centinaia di chilometri, continuare a chiedere alla nostra generazione di fare figli, restare, tornare, investire, aprire un’impresa e contemporaneamente arrangiarsi è un esercizio di deresponsabilizzazione politica. Abbiamo già chiesto abbastanza sacrifici a chi sta sostenendo sulla propria vita il costo delle disuguaglianze del Paese.

Chi rimane non è un eroe, chi parte non è un traditore e le startup non ci salveranno dallo spopolamento. Nessuna somma di storie individuali virtuose può sostituire una politica industriale, un sistema di welfare, infrastrutture, servizi, università, ricerca, salari e diritto alla casa. Per troppo tempo il Mezzogiorno è stato trattato come una questione particolare dentro la questione italiana; un territorio da recuperare, assistere, incentivare, raccontare attraverso bandi, bonus, eccezioni e progetti pilota. Bisognerebbe rovesciare completamente questa prospettiva, perché la politica italiana deve partire obbligatoriamente dal Mezzogiorno. Un Paese che procede a due velocità, alla fine, rimane fermo. Non possiamo più permetterci un’Italia nella quale il luogo in cui nasci determina quanto tempo impiegherai per raggiungere un ospedale, quali università potrai frequentare, quali lavori troverai, quanto ti costerà spostarti, se potrai costruire una famiglia e perfino quanto sarà complicato esercitare il tuo diritto di voto. Il Mezzogiorno rende visibili prima e con maggiore violenza le grandi questioni che riguardano l’intero Paese: inverno demografico, crisi della natalità, diritto alla casa, salari, mobilità, accesso ai servizi, disuguaglianze territoriali, fuga delle competenze. Affrontarle dal Sud sarebbe creare un modello capace di funzionare ovunque.

La questione meridionale, a mio avviso, riguarda il modello di Paese che vogliamo diventare. Settembre ce lo ricorda ogni anno, mentre qualcuno chiude una valigia e riparte. Possiamo continuare a trasformare quella valigia in una fotografia malinconica della fine dell’estate, oppure domandarci quanta libertà possa contenere quella valigia: la libertà di restare, la libertà di partire, la libertà di tornare. La libertà di scegliere di avere una possibilità.

Silvia Giandoriggio
Possibile Calabria

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A fine agosto il sud di svuota, di nuovo. Non rendiamo poetica una disuguaglianza
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La questione meridionale riguarda il modello di Paese che vogliamo diventare. Settembre ce lo ricorda ogni anno, mentre qualcuno chiude una valigia e riparte. Possiamo continuare a trasformare quella valigia in una fotografia malinconica della fine dell’estate, oppure domandarci quanta libertà possa contenere

Colpire l’infrastruttura del dissenso per colpire il dissenso: solidarietà al collettivo A/I


Nell’ultima escalation della guerra di Trump contro la sinistra e il dissenso politico interno, il governo USA ha preso di mira un collettivo italiano fornitore di servizi web, dichiaratamente antifascista: Autistici / Inventati.

L’amministrazione Trump lo ha inserito tra i gruppi terrotistici internazionali, prevedendo dunque sanzioni e avendo come palese obiettivo quello di far chiudere non pochi siti web statunitensi che animano il dissenso nel paese nei confronti dell’amministrazione Trump.

Al momento alcuni dei servizi web forniti da A/I, come quelli di posta elettronica, risultano sospesi per migliaia di utenti.

Che un piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani sia nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni la dice lunga sullo stato della “democrazia” in mano alle destre occidentali più retrive, arroganti, violente e prepotenti.

Come si legge nel comunicato di A/I, non solo si respinge l’accusa al mittente, ma si riafferma con forza il l’impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivist*, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente.
“Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra.
L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta l’umanità”.

Il comunicato si può leggere qui.

Come Possibile esprimiamo tutta la nostra solidarietà e il nostro supporto al Collettivo A/I, continueremo a lottare dalla stessa parte.

Elisa Cennamo
Roma Possibile

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