Petacciato: la terra frana. E anche il nostro futuro
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La riapertura della frana di Petacciato e i conseguenti disagi sociali, economici e ambientali, insieme con tutti gli episodi estremi che si sono verificati negli ultimi anni, stanno facendo tornare a galla la vera e necessaria opera di cui ha veramente bisogno il nostro

Petacciato: la terra frana. E anche il nostro futuro


La riapertura della frana di Petacciato con i conseguenti disagi sociali, economici e ambientali, insieme con tutti gli episodi estremi che si sono verificati negli ultimi anni, stanno facendo tornare a galla la vera e necessaria opera di cui ha veramente bisogno il nostro paese: la messa in sicurezza del territorio italiano dal rischio idrogeologico.

I dati scientifici e i report redatti da Ispra avevano già dipinto una situazione problematica: il 94,5% dei Comuni italiani è a rischio frane, alluvioni o erosione costiera. Una superficie complessiva che è aumentata del 15% circa tra il 2021 e il 2024 (ultimi dati disponibili), con circa 8 milioni di abitanti che vivono in zone ad alta pericolosità per frane e inondazioni. Per quanto riguarda l’erosione costiera, il 18% del litorale è a rischio. Sardegna, Basilicata, Puglia, Lazio e Campania sono le Regioni direttamente coinvolte.

Intanto, i danni economici causati dal dissesto idrogeologico a partire dal 2010 sono triplicati, raggiungendo la cifra di circa 3 miliardi di euro all’anno.

Sono dati preoccupanti. E ciò che preoccupa di più (e lo stesso dicasi per il contrasto ai cambiamenti climatici) è l’assoluta mancanza di una strategia per invertire la rotta e mettere in sicurezza il paese.

Anni fa parlavo della necessità di analizzare la questione da un punto di vista complessivo. Ciò che succede a terra è diretta conseguenza di ciò che avviene in atmosfera. Riduciamo le emissioni di gas climalteranti, e occupiamoci anche di ciò che sta succedendo a terra dove, oltre alla situazione descritta sopra, abbiamo un consumo di suolo che non si ferma e una perdita di biodiversità.

La crisi del Medio Oriente inoltre ha confermato, se ancora ce ne fosse bisogno, l’incapacità di chi ci governa nel costruire un valido percorso di dismissioni dalle fonti fossili a favore delle rinnovabili. La crisi sta colpendo in maniera diversa la società: i più ricchi continuano imperterriti nel loro processo di arricchimento che aumenta in maniera esponenziale come le (loro) emissioni di gas climalteranti, mentre le realtà più povere stanno aumentando di numero e stanno subendo le conseguenze peggiori.

Qualcuno potrebbe obiettare che si debbano trovare i fondi per una transizione energetica seria e in linea con gli obiettivi internazionali, così come gli interventi di messa in sicurezza del territorio necessitano di fondi ingenti. Noi lo diciamo da sempre: Tax the Rich. Lo prevede all’art.53 la nostra Costituzione dove si esplicita il principio di progressività.

Va cambiato però il sistema tributario. Non possiamo continuare a proteggere chi ha di più e magari aiutarlo ulteriormente, come sta avvenendo.

In un’altra situazione di emergenza, quella del Covid, scrivevamo: “Bene che i miliardari diano il loro contributo in un momento di crisi. Perché non renderlo un appuntamento fisso? Magari annuale? Le loro “donazioni” potrebbero persino essere basate su una percentuale del loro reddito. Potrebbero persino essere chiamate “tasse”. Ecco, quelle tasse dovrebbero coprire i costi per una transizione ecologica, unita alla messa in sicurezza del territorio, che ormai non è più rinviabile.

Se è giusto che ognuno si assuma le proprie responsabilità nei confronti delle generazioni future è altrettanto giusto che chi ha di più paghi di più! Roba da farci un Ministero. Non con un dormiente come Pichetto Fratin, magari. Per non parlare di quello dei Trasporti.

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Perché i nostri figli cercano l’ordine nel baratro
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Dobbiamo restituire ai ragazzi il diritto al conflitto sano. Hanno un disperato bisogno di lottare per qualcosa di reale, di sporcarsi le mani per costruire un futuro tangibile. Solo così smetteranno di fare la guerra in nome dei fantasmi del passato.
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#Quaderni

Perché i nostri figli cercano l’ordine nel baratro


Di fronte a un ragazzino di terza media che accoltella una professoressa in diretta streaming, la reazione del mondo adulto è tanto prevedibile quanto inutile.

Si punta il dito contro i social, si parla di una “generazione sbagliata” o di genitori assenti. È il rassicurante teatrino delle responsabilità scaricate, un meccanismo perfetto per guardare il dito e ignorare la luna: il collasso di un intero sistema, il nostro.

Quel crimine trasmesso in diretta non è un malfunzionamento, ma un sintomo. Come intuiva Guy Debord ne *La società dello spettacolo*, la nostra esistenza si è progressivamente spostata dal “vissuto” al “rappresentato”.

Per un adolescente che si sente invisibile in un mondo sempre più distratto, sempre più veloce e sempre più escludente, l’azione violenta a favore di telecamera diventa la chance di certificare la propria esistenza. Se non performo, non esisto. Se sanguini in diretta, ho compiuto un’azione straordinaria, ho conquistato il mio spazio.

Abbiamo costruito per noi adulti e per i nostri figli una società della “comodità tombale”. L’informazione è a un click, l’intelligenza artificiale risolve i compiti, un tutorial su YouTube elimina ogni ostacolo pratico, se hai fame c’è il delivery, se mi piaci lascio un like.

Ma il nostro cervello è una macchina biologica progettata per affrontare e superare l’attrito. Se eliminiamo la fatica del processo, lo spazio si libera be comincia la ruminazione, la perdita e lo svuotamento di senso.

Il filosofo Byung-Chul Han ci avverte da tempo: una società che rifugge patologicamente il dolore e l’attrito genera una profonda angoscia depressiva che, inevitabilmente, sfocia nella violenza distruttiva.

In questo vuoto pneumatico, per un ragazzino fragile e marginalizzato la pianificazione di una strage scolastica o l’adesione a un gruppo radicale diventano l’ultimo “progetto complesso” a disposizione. L’unica sfida capace di restituire una parvenza di controllo, di senso, di capacità di incidere nel reale.

Il paradosso è feroce. I social network bombardano i giovani con la promessa dell’onnipotenza

(“Puoi essere chiunque, puoi avere tutto”), ma la realtà geopolitica, economica e climatica impone un netto ridimensionamento: il futuro è un lusso, ed è dietro un *paywall* inaccessibile alle masse.

Di fronte a questo muro, i ragazzi assorbono quello che Mark Fisher definiva il “Realismo Capitalista”: l’atroce sensazione che sia più facile immaginare la fine del mondo che un’alternativa all’attuale sistema economico. Ed è qui che avviene il corto circuito.

Nativi digitali sprofondati in un presente liquido e incerto cercano rifugio nell’usato sicuro delle ideologie più rigide. Il neonazismo, il suprematismo o la sottocultura misógina degli *incel* non esercitano fascino per i loro contenuti, ma per la loro forma. Offrono scatole nere prefabbricate: gerarchie ferree, regole immutabili e nemici chiari. Un rifugio rassicurante contro il caos.

Ma il caos in cui annaspano i ragazzi l’abbiamo apparecchiato noi. I vari sistemi educativi giocano al grande rimpallo: la scuola accusa la famiglia, la famiglia lo Stato, lo Stato le lobby del web.

Nessuno si sente parte di un corpo sociale unico.

Ci lamentiamo dell’anarchia di Internet senza accorgerci che navighiamo nel reale con la stessa identica superficialità. Zygmunt Bauman, teorico della *modernità liquida*, ci ha spiegato come l’individuo contemporaneo si sia ridotto da cittadino a mero consumatore. E noi oggi votiamo esattamente come facciamo la spesa: scegliamo la classe dirigente come si sceglie un prodotto, in balia del marketing politico e del leader-influencer di turno.

I ragazzi ci guardano. Vedono adulti eternamente lamentosi, deresponsabilizzati, incapaci di opporre una visione critica al mercato. Se noi per primi abitiamo il mondo in questo modo, con quale autorità morale possiamo sgridarli per essersi rifugiati in una chat estremista?Internet non è uno spazio alieno, è solo lo specchio ustorio che massimizza le fratture della nostra società atomizzata. Non ci salverà la censura algoritmica se prima non applichiamo una severa “igiene del pensiero” al nostro modo di stare al mondo.

Dobbiamo smettere di delegare le nostre mancanze alla tecnologia e riappropriarci del peso delle nostre scelte quotidiane. Dobbiamo disinnescare il “marketing del dissenso” che ci tiene in ostaggio e, soprattutto, dobbiamo restituire ai ragazzi il diritto al conflitto sano. Hanno un disperato bisogno di lottare per qualcosa di reale, di sporcarsi le mani per costruire un futuro tangibile. Solo così smetteranno di fare la guerra in nome dei fantasmi del passato.

Sara Facchini

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in reply to Fediverso Possibile

ciao Possibili. Vi allego proposte ad opera di @ju, che sottoscrivo completamente
gts.nugole.it/@ju/statuses/01K…


Faccio un programma di sinistra, così, per provare:

I diritti civili devono essere garantiti: il diritto di formare una famiglia e di sposarmi con chi cazzo mi pare al netto della capacità di intendere e volere di tutti gli interessati. Il diritto di essere chi sono realmente, uomo, donna o non-binario. Il diritto di abortire. Il diritto di morire alle mie condizioni. Il diritto che le infrasrutture e i servizi della mia città vengano tarati sulle necessità di tutti e non solo dei cosiddetti "normali".

L'ambiente: la crisi climatica è un fatto. È necessario impegnarsi a ridurre l'impiego di combustibili fossili, incoraggiando la mobilità sostenibile, fare spazio a bici e pedoni, de-normalizzare l'utilizzo delle automobili private, migliorare il trasporto pubblico, ridurre le superfici asfaltate.
Bisogna aumentare la quota di energia rinnovabile (no, non il nucleare), usare il sole, l'acqua, il vento. Bisogna incentivare le comunità energetiche e rendere autonomi i piccoli comuni e paesi.
Bisogna rivedere la mappa del rischio idrogeologico, vedere dove l'abuso edilizio - magari condonato - crea aree di rischio in caso di eventi eccezionali che saranno sempre più frequenti ed intervenire se possibile mettendo in sicurezza altrimenti fornendo adeguate alternative.
Bisogna lavorare sulla rete idrica e ammodernarla in vista di una sempre maggiore carenza di acqua. E bisogna smetterla con le compartecipate, l'acqua è un bene essenziale e deve gestirla lo stato.
È necessario aumentare il trasporto su rotaia preferendolo a quello su ruota e ridurre i voli aerei per il trasporto merci. Bisogna incentivare la piccola produzione locale e la filiera corta a scapito della grande distribuzione.

Il lavoro: deve essere garantito e tutelato (sicurezza sul lavoro, contratti onesti, infrastrutture di sostegno ai genitori che lavorano, livello minimo decente di paga, tutele e formazione in caso di licenziamento, disoccupazione anche dopo il licenziamento volontario...). L'Italia non deve essere un paese che vive di turismo, le realtà produttive del nostro paese sono state svendute all'estero: multinazionali e fondi esteri comprano l'industria italiana, la sfruttano e poi la sputano lasciando i lavoratori nella merda e lo stato sempre più povero. Bisogna rilanciare una produzione piccola e diffusa gestita da realtà locali, rispettosa dell'ambiente che genera un prodotto di uso quotidiano di qualità che il consumatore italiano ed europeo sia invogliato a comprare. Bisogna smetterla di farsi concorrenza economica tra stati in Europa.
Bisogna creare da zero il comparto strategico legato all'informatica e alla tecnologia.

La scuola: deve essere pubblica, basta finanziamenti alle scuole private, gratuita, non accessibile in base al censo. Deve insegnare ad imparare e formare ai diritti e doveri civili e all'esercizio della propria intelligenza. Basta scuole di serie A e B, studiare il greco non serve a un cazzo se non impari anche a pensare e a tutti va insegnato prima di tutto a pensare, poi ognuno farà il mestiere che più gli garba.

La sanità: deve essere pubblica, di qualità e garantita a tutti. Basta finanziamenti ai privati e basta libera professione intra moenia e basta gestione regionale. È un bene pubblico, deve essere equamente garantito. Bisogna formare giovani medici e infermierti e dare loro condizioni di lavoro di eccellenza.

La tecnologia: bisogna produrre tecnologia italiana ed europea, bisogna incentivare lo sviluppo e l'uso del software libero, bisogna spiegare i rischi della dipendenza dalle grandi multinazionali tecnologiche e disincentivare l'uso del software proprietario.

La politica estera e la difesa: il futuro dell'Italia è in Europa. Il futuro dell'Europa è una federazione di stati. La difesa deve essere comune e comunemente gestita.
Non siamo violenti, ma dobbiamo essere in grado di difenderci se attaccati per non fare la fine del vaso di coccio in un mondo sempre più violento. Bisogna investire in innovazione tecnologica e moderni sistemi di difesa.
Bisogna sostenere l'ONU e gli organismi di garanzia sovranazionali, che andrebbero tuttavia riformati, a partire dal Consiglio di Sicurezza che chiaramente non funziona.
Bisogna essere fermamente garanti del diritto internazionale, per esempio opporsi a cose come invasioni militari e guerre a cazzo e genocidi.
Bisogna creare una politica estera europea e alleanze con i paesi che condividono gli obiettivi e i valori dell'Europa. Bisogna rendersi indipendenti dagli USA.

Bon, mi pare che ho finito.
Se qualcuno porta avanti ste cose seriamente lo voto.


@Ju

Dopo il NO, le idee. Il fronte progressista si unisca sulle cose da fare


All’indomani del voto sul referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, in cui milioni di cittadine e cittadini, tra cui molte e molti giovani che hanno partecipato con convinzione e consapevolezza, hanno detto NO a una riforma che avrebbe alterato gli equilibri fondamentali della nostra Costituzione, le forze che hanno contribuito alla campagna referendaria si trovano di fronte a una grande responsabilità. Quel voto non si può ricondurre a nessun singolo partito, anche se sono stati necessari gli sforzi di tutti, partiti, movimenti, associazioni, società civile, per raggiungere il risultato. Appartiene alla Repubblica, e alla nostra Costituzione.

Come Possibile riteniamo che prendersi carico di questa responsabilità sia fondamentale.

Per questo guardiamo con preoccupazione al dibattito che si è aperto nel campo progressista dal giorno dopo il voto. Un dibattito che rischia di risolversi troppo presto in una discussione di nomi, di leadership, di posizionamenti. Non è quello che le persone che hanno votato NO si aspettano da chi si vuole proporre di rappresentarle, e nemmeno quello che si aspettano i milioni di persone che sono scese in piazza in questi mesi per difendere spazi di democrazia e di dissenso, per chiedere politiche efficaci di contrasto alle diseguaglianze, e che la pace, la solidarietà e la giustizia internazionale tornino a essere centrali negli sforzi di governo e non siano viste come ostacoli a un sempre più violento sfruttamento delle persone e dei popoli.

Quello che l’Italia chiede, e che noi dobbiamo saper ascoltare, è un confronto serio sui contenuti, che coinvolga tutte le forze che vogliono costruire un’alternativa al governo Meloni. Un confronto che abbia al centro la Costituzione, che ancora una volta si è rivelata la bussola intorno a cui il Paese sa ritrovarsi. Perché la Costituzione non è solo il testo che abbiamo difeso al referendum, è l’orizzonte di un Paese più giusto che non abbiamo ancora costruito. Non è un’idea nuova, è ancora la necessità che esprimeva Calamandrei agli studenti milanesi nel 1955: “La Costituzione deve essere considerata, non come una legge morta, deve essere considerata, ed è, come un programma politico. La Costituzione contiene in sé un programma politico concordato, diventato legge, che è obbligo realizzare”.

L’articolo 3, nella sua parte più esigente, ci ricorda che rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini è compito della Repubblica. Quegli ostacoli sono ancora lì: le diseguaglianze economiche e territoriali, le ingiustizie generazionali, la precarietà strutturale che segna la vita dei più giovani, il divario tra chi può esercitare i propri diritti e chi non li conosce nemmeno. La Costituzione parla di lavoro, di salute, di istruzione, di tutela dell’ambiente, di pace, e su ciascuno di questi temi deve avere delle risposte chiunque voglia costituire un’alternativa a questa destra sempre più estrema che non ha saputo, in anni di governo, avanzare una sola proposta che migliori la vita delle persone, dal posto di lavoro al conto in bolletta.

Per questo, nel ribadire che siamo pronti a portare il nostro contributo all’interno del processo di costruzione di questa alternativa che si deve presentare alle prossime elezioni politiche, vogliamo che si ribalti la discussione e chiediamo a tutte le forze politiche di lavorare insieme a una serie di risposte prima di discutere dei nomi in campo. Lavoriamo a tracciare lo spazio di un fronte democratico, antifascista, costituzionale, repubblicano, in grado di opporsi alla destra radicale che ci governa. È da lì, e solo da lì, che può nascere una leadership credibile: non soltanto nazionale, ma diffusa nei territori, radicata nelle comunità, capace di parlare alle persone che vivono le contraddizioni di questo Paese ogni giorno. Ragioniamo su laboratori territoriali di partecipazione, aperti alle cittadine e ai cittadini, costruiti attorno ai temi che la Costituzione pone al centro, lavoro, salute, istruzione, ambiente, diritti, perché un programma che la applichi davvero non si scrive in una stanza, ma si costruisce attraverso processi collettivi, costituenti.

Per questo riprendiamo l’appello lanciato negli scorsi giorni da ACLI, ANPI, ARCI, Libera e Pax Christi Italia, che hanno ricordato come la partecipazione che abbiamo visto in queste settimane non possa essere considerata un episodio. È una risorsa preziosa, dicono, che va coltivata e resa permanente. Condividiamo ogni parola. E aggiungiamo: la società civile organizzata che ha animato i comitati per il NO non è un serbatoio di voti da intercettare, ma un interlocutore politico con cui costruire insieme la fase che si apre.

La via maestra è la Costituzione. Noi siamo pronti a percorrerla.

Francesca Druetti – Segretaria Nazionale di Possibile

Gianmarco Capogna – Coordinatore Comitato Scientifico di Possibile

Marco Vassalotti – Coordinatore Comitato Organizzativo di Possibile

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Il Transgender Day of Visibility è una bussola
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il Transgender Day of Visibility non è una ricorrenza simbolica da celebrare con un post arcobaleno e poi dimenticare. È una bussola. Ci ricorda che l'esistenza delle persone trans* e non binarie non è un tema secondario, non è una battaglia identitaria da rimandare a quando "ci saranno condizioni migliori".
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Il Transgender Day of Visibility è una bussola


Oggi è il Transgender Day of Visibility. Viviamo in un paese in cui il governo ha fatto delle persone trans* uno dei suoi bersagli preferiti: attacchi sistematici all’autodeterminazione di genere, tentativi di cancellare le famiglie arcobaleno dalle anagrafi, una retorica dell’ ”ideologia gender” che non è mai scomparsa ma si è fatta istituzionale. In cui il Ministro Valditara parla di “identità sessuale imposta” nelle scuole come se l’esistenza delle persone trans*, dei minori trans*, fosse propaganda. In cui il DDL Sicurezza comprime gli spazi di manifestazione pubblica proprio mentre essere visibilɜ diventa sempre più necessario e sempre più rischioso.

In questo contesto, la visibilità non è una festa. È un atto politico e di orgoglio. Talvolta un atto di coraggio.

E per questo il Transgender Day of Visibility non è una ricorrenza simbolica da celebrare con un post arcobaleno e poi dimenticare. È una bussola. Ci ricorda che l’esistenza delle persone trans* e non binarie non è un tema secondario, non è una battaglia identitaria da rimandare a quando “ci saranno condizioni migliori”. Quelle condizioni non arrivano da sole, le si costruisce. E si costruiscono adesso, nel mezzo dell’ostilità, non dopo.

Facciamo parte di un partito che ha scelto di costruire quelle condizioni concretamente. Possibile è stato il primo partito in Italia a introdurre il tesseramento alias: una persona trans* o non binaria può iscriversi con il proprio nome d’elezione, il nome con cui si riconosce e con cui vive, anche quando non corrisponde ancora a quello sui documenti anagrafici. Perché il percorso di rettifica in Italia è lungo, burocraticamente estenuante, e in quel tempo di attesa le persone non smettono di esistere. La tessera alias dice una cosa semplice e politicamente precisa: ti riconosciamo prima che lo faccia lo Stato. La tua identità non dipende da una sentenza.

Ma non ci siamo fermatɜ lì. Al congresso nazionale, Possibile ha eletto per la prima volta in Italia una persona trans* in una segreteria nazionale di partito attraverso un processo congressuale: Vanessa Capretto, oggi nel Comitato Scientifico Nazionale. Non come quota, non come simbolo, ma come risultato di un partito che ha costruito le condizioni strutturali per rendere quella presenza possibile e reale.

Partecipazione reale non è cooptazione. Non è invitare qualcuno a stare in un angolo della stanza. È costruire la stanza in modo diverso.

Lo diciamo mentre fuori da quella stanza il governo Meloni continua a usare le persone trans* come strumento di distrazione e di polarizzazione. Lo diciamo mentre in parlamento si parla di “tutela dell’identità biologica” e si tace sulla disforia, sulla lista d’attesa per i percorsi di affermazione di genere, sulla violenza transfobica che resta sistematicamente sottodocumentata. Lo diciamo perché la politica può fare due cose: può alzare muri o può aprire spazi. E la scelta non è mai neutrale.

Gianmarco Capogna

Vanessa Capretto

Christian Cristalli

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L’insegnante accoltellata a Bergamo è la conferma che non basta la “buona volontà” di chi insegna


Non riesco a decidere se sia diventato più insopportabile chi dice che per fare l’insegnante serva passione o chi continui a dire che il problema delle giovani generazioni siano i social e le nuove tecnologie.

Ieri mi sono recata a scuola come tutte le mattine e non riuscivo a distogliere il pensiero da quello che è successo alla collega di Bergamo, accoltellata in diretta social da uno studente tredicenne.

Sono un’insegnante di scuola primaria e in passato ho temuto per la mia incolumità quando alcuni genitori non riconoscevano la professionalità del mio mestiere, mestiere per cui, come i miei colleghi e colleghe, ho studiato, passato concorsi, un anno di prova e per cui la famosa passione ha un’importanza marginale rispetto alla preparazione.

Ci stiamo tutti accorgendo che questa preparazione, però, non basta più. La scuola non è più il luogo della conoscenza e della socialità, ma sta inesorabilmente diventando il secchio in cui vengono vomitate tutte le contraddizioni della società in cui viviamo.
Le nuove tecnologie e i social vengono dati in pasto a bambini sempre più piccoli, fragili o meno, con o senza difficoltà relazionali, una consegna orizzontale e pericolosa da parte delle famiglie al grido di “ma lo fanno tutti”.

L’egotismo la fa da padrone e chi è in carico dell’educazione di bambini, bambine, ragazzi e ragazze, Ministero dell’Istruzione compreso, continua a fare orecchie da mercante a tutti i neuropsichiatri, psicoterapeuti e studiosi dell’età evolutiva che dicono all’unisono che la situazione è grave: il modo stesso di pensare delle nuove generazioni è cambiato, così come lo sviluppo del cervello, a seguito della nuova genitorialità e dell’esposizione prolungata ai dispositivi e quello che propinano loro senza filtro.

Ma quel filtro, cos’è o chi è? Non è un tasto da spingere su cui è scritto “sei maggiorenne?”, non è un blocco sulla smart TV, non è l’inasprimento delle pene e non sono i metal detector, non è il vietare senza capire.
Il filtro è innanzitutto la famiglia, l’agenzia educativa per eccellenza, e se manca questo filtro, e nel frattempo cambia il mondo attorno a lei, la scuola deve agire e cambiare radicalmente missione.
Da luogo di trasmissione del sapere ad ambiente di apprendimento di gestione delle relazioni, delle pratiche di vita sana, del rispetto e del consenso, dei pericoli e potenzialità delle nuove tecnologie. I ragazzi e le ragazze vivono nella contraddizione continua tra la demonizzazione di social e AI e la realtà dei fatti: gli adulti li usano molto più di loro e nel modo più sbagliato possibile.
Ma per tutto questo, gli insegnanti non sono formati e la “vocazione” non basta. Ci si aspetta da loro che continuino ad insegnare come decenni fa (le nuove indicazioni nazionali su questo sono molto chiare), ignorando l’evoluzione di ciò che è intorno, rimanendo una bolla che era scontato scoppiasse da un momento all’altro.

La notizia della collega di Bergamo mi ha scosso, ho ricevuto messaggi di supporto da chi non fa il mio mestiere e domande da genitori spaventati, e mi ha confermato, se ce ne fosse ancora bisogno, che la sola forza di volontà degli addetti ai lavori non basta. Insegnanti in prima linea, ma anche presidi, collaboratrici, personale ATA ed educatrici non hanno strumenti, fondi e spazi necessari per far fronte a quello che la società ci sta chiedendo: cambiare e aiutare le nuove generazioni e le loro famiglie a capire il mondo che li circonda.

La volontà non basta, serve una pianificazione, lungimiranza e lavoro di squadra.

Il Ministero è pronto a farlo o l’unica soluzione sarà ancora piangere le vittime e guardare il dito ignorando la luna?

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L’insegnante accoltellata a Bergamo è la conferma che a scuola la “buona volontà” non basta
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La notizia della collega di Bergamo mi ha scosso, ho ricevuto messaggi di supporto da chi non fa il mio mestiere e domande da genitori spaventati, e mi ha confermato, se ce ne fosse ancora bisogno, che la sola forza di volontà degli addetti ai lavori non basta. La volontà non basta, serve una

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Il Sud ha vinto il referendum (e non è un caso)
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Napoli 71%. Palermo 65%. Bari 60%. Il Mezzogiorno ha respinto la riforma Nordio con numeri chiarissimi. Eppure, fin da subito, diversi commentatori hanno iniziato a sminuire un risultato evidente, scatenando i soliti pregiudizi contro i meridionali: chissà cosa gli hanno promesso, non

Il Sud ha vinto il referendum (e non è un caso)


Napoli 71%. Palermo 65%. Bari 60%. Il Mezzogiorno ha respinto la riforma Nordio con numeri chiarissimi.
Eppure, fin da subito, diversi commentatori hanno iniziato a sminuire un risultato evidente, scatenando i soliti pregiudizi contro i meridionali: chissà cosa gli hanno promesso, non hanno votato liberamente, e così via.
Il governo aveva scommesso sull’astensionismo meridionale. Contava su un mezzogiorno abituato al voto clientelare, che va alle urne quando c’è da chiedere favori al potente di turno. Contava sull’impossibilità di votare di chi è stato costretto a emigrare, negando il voto ai fuorisede: dal Sud sono andati via più di 100.000 persone nell’ultimo anno, più di un milione dal 2014. Non è andata così.
Chi è andato a votare, invece, lo ha fatto per mandare due segnali chiarissimi: la Costituzione non è un gioco e questo governo deve andare a casa.
È un dato politico, ma guai a pensare che sia una cambiale in bianco ai partiti di opposizione. Basti guardare il voto dato al No a Napoli, che supera quello alle tre formazioni dalla sinistra al centro delle ultime regionali. Le tante tessere elettorali d’annata tornate alle urne e i tanti giovani alle prime votazioni ci raccontano di un popolo in cerca di rappresentanza e risposte dalla politica.
Questo è anche un popolo che ha scelto di stare dalla parte dei magistrati, in tante aree unica presenza tangibile di uno Stato vissuto come distante, e che ha visto le associazioni antimafia in prima linea per il No. A chi prova a ribaltare questo dato con i soliti pregiudizi, come Sallusti, rispondiamo: basterebbe guardare agli sparuti comuni del meridione in cui ha vinto il Sì per capire dove mafie e voto clientelare hanno ancora bisogno di essere combattuti, come aveva detto Gratteri. Gli anticorpi, come si è visto, sono fortissimi.
Questo risultato appartiene a un fronte amplissimo ed eterogeno. Il nostro compito è non lasciare che questo capitale politico si disperda, costruendo insieme una proposta politica che dia le risposte che il meridione attende da troppo tempo.

Andrea Laerte Davide

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No all’esame del CIO per le atlete donne
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Introdurre ulteriori ostacoli per le donne trans alle olimpiadi avrà il doppio risultato di acuire la discriminazione e la deumanizzazione delle persone trans in ogni aspetto della loro vita, non solo lo sport, e di danneggiare tutte le donne, indipendentemente dalla loro identità di genere.
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marco boccaccio reshared this.

No all’esame del CIO per le atlete donne


La decisione del Comitato Olimpico Internazionale di introdurre il test genetico per l’accesso alle gare femminili è antiscientifica, insensata e persecutoria e non ha niente a che vedere con lo sport.

Il test del gene SRY colpirà le donne trans e le persone intersex, e anche tutte le donne che non rientrano in questo singolo criterio che viene testato. Inoltre, inserisce un esame aggiuntivo per le atlete donne e solo per le atlete donne, sottoponendo i loro corpi a un ulteriore, arbitrario scrutinio.

L’accanimento delle misure e la violenza del dibattito sulla partecipazione delle donne trans alle discipline sportive è parte di una precisa battaglia contro la stessa esistenza delle persone trans: non ci sono evidenze di nessun tipo dei supposti “vantaggi” che le atlete trans dovrebbero avere rispetto alle altre in gara e il numero delle donne trans che competono ad alto livello negli sport è bassissimo (una sola donna trans ha partecipato alle olimpiadi), anche a causa della transfobia che si trova in tutti i campi e che rende l’ambiente ostile.

Introdurre ulteriori ostacoli per le donne trans alle olimpiadi avrà il doppio risultato di acuire la discriminazione e la deumanizzazione delle persone trans in ogni aspetto della loro vita, non solo lo sport, e di danneggiare tutte le donne, indipendentemente dalla loro identità di genere: lo sappiamo perché è già successo, più di una volta. Imane Khelif, che è diventata recentemente, suo malgrado, catalizzatrice di questa discussione, non è una donna trans, eppure la sua carriera, il suo benessere e la sua sicurezza sono state completamente calpestate nella foga di farne un caso da usare contro le atlete trans.

Chiediamo che il CIO ci ripensi, abbandonando questa posizione che non ha riscontro scientifico, non ha alcun valore sportivo e non tutela in nessuno modo lo sport femminile e le atlete e anzi pone loro ulteriori ostacoli.

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Francesca Druetti interviene all’evento “Roma, città di Pace”


Intervento all’evento “Roma una città di Pace”, 12 marzo 2026

Io credo che l’analisi dello scenario complessissimo in cui ci troviamo sia al contrario semplicissima. Tristemente semplice. Il modello fossile, predatorio, aggressivo, patriarcale, coloniale non vede nella guerra un’anomalia o un’eccezione, ma proprio il contrario.

È il modello che ha coniato la dolorosamente famosa frase “esportare la democrazia” e che continua a renderla attuale nonostante decenni di fallimento e il solo risultato che pure in patria la democrazia non è proprio in salute. È il modello che applica alle stesse guerre degli odiosi doppi standard, che riesce a chiamare “tregua” il continuare della distruzione genocida di Gaza.

Nel frattempo, non casualmente, assistiamo a politiche che criminalizzano il dissenso e le mobilitazioni. Perché sappiamo che questi sono gli strumenti della cittadinanza attiva per fare sentire la propria voce. Perché non è vero che non scende in piazza nessuno in questo paese. So che non lo devo dire a noi che siamo qui oggi, ma è bene ricordarlo perché anche questo è un modo per anestetizzare, accanto al reprimere. Questo paese è sceso in piazza per la Flottila, per la Palestina, contro gli sgomberi dei centri sociali. È sceso in piazza per il clima, contro la violenza di genere, per i diritti lgbtiq. E scenderemo di nuovo in piazza il 28 marzo. È chiaro che questo terrorizza un governo come il nostro.

Altrettanto non casualmente, in Europa stanno votando un regolamento sulla pelle delle persone migranti che ci doterà di una ICE anche in Europa.

E poi, come diceva Gianluca Peciola prima, le forze politiche che condividono questo spazio di riflessione, che pensano come noi che la politica debba rappresentare anche all’interno delle istituzioni le istanze delle piazze, devono prendere questo impegno con noi. Di essere le forze che si pongono la missione di portare la pace nel dibattito e nei palazzi. Con tutto il portato intersezionale che questo comporta: la giustizia sociale e ambientale, la difesa dello stato di diritto, dei diritti costituzionali, dei diritti tutti, sociali e civili, senza lasciarci fregare dai distinguo. Trump con una mano mette le tariffe, con l’altra bombarda, con un’altra ancora fa una guerra incessante alle persone trans e al diritto all’aborto. Non è che sta a perdere tempo a spiegare perché tutto è collegato come dobbiamo fare noi troppo spesso.

Ecco, l’alternativa a questo nostro governo autoritario e codardo, che sta dando davvero una penosa immagine di sé, soprattutto in queste settimane: tra la campagna referendaria oscena che sta facendo e la posizione da zerbino che ha nei confronti di Trump e in generale della politica estera — passa necessariamente per la pace. Che non si potrà fare in un giorno, ma che deve essere fatta di posizioni chiare, nette: dire no all’uso delle basi, no all’aumento delle spese militari, no a insabbiare i crimini di guerra, no alla nazionale di Israele nei nostri stadi, no al rapimento dei cittadini italiani su barche che portano aiuti umanitari.

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Druetti (Possibile): 20.000 firme per dire no al cosiddetto “DDL antisemitismo”. Il Parlamento ascolti chi si sta mobilitando


Siamo arrivati a 20.000 firme alla petizione che abbiamo lanciato su www.possibile.com/unafirmaper contro il cosiddetto “DDL antisemitismo”, che in realtà è un DDL “anticritiche”. Dopo il passaggio al Senato, chiediamo ai parlamentari della Camera di ascoltare le voci di chi ha firmato, e delle organizzazioni e delle associazioni che hanno espresso preoccupazione per le conseguenze di un’eventuale approvazione definitiva.”

Lo dichiarano i primi firmatari della petizione, la Segretaria di Possibile Francesca Druetti, Gianmarco Capogna e Marco Vassalotti.

Dopo la sconfitta al referendum — dichiara Francesca Druetti — la maggioranza valuti se insistere su un disegno di legge sbagliato. I cittadini e le cittadine domenica hanno fatto sentire la propria voce, e continueremo a farlo su tutte le questioni che riguardano la tenuta della nostra democrazia. Il testo del DDL mira solo a reprimere il dissenso e la critica verso Israele e i crimini internazionali che sta commettendo in Palestina, e questo è inaccettabile.”

“Da sempre — aggiunge Gianmarco Capogna, coordinatore del Comitato Scientifico di Possibile — ci battiamo contro ogni forma di razzismo, ma questo DDL non contribuisce in alcun modo a contrastare odio e discriminazione. L’obiettivo è quello di mettere a tacere le critiche al governo israeliano, la denuncia del genocidio in corso e la lotta al fianco del popolo palestinese, ricondotte a manifestazioni di antisemitismo. Un passaggio logico e politico inaccettabile, pericoloso e in contrasto con le libertà e i diritti costituzionali”.

Continuiamo a chiedere ai parlamentari di fermare o modificare radicalmente il DDL nel corso dell’esame alla Camera: rinunciare all’adozione vincolante della definizione IHRA, aprire un confronto reale con giuristi, comunità ebraiche plurali e società civile, e lavorare a una legge universale contro i crimini d’odio nel rispetto della Costituzione”, conclude Marco Vassalotti, coordinatore del Comitato Organizzativo di Possibile. “Ogni firma che si aggiunge a quelle già raccolte è un’altra voce che fa passare il messaggio più forte: continuiamo a insistere”.

Firma e fai girare la petizione: www.possibile.com/unafirmaper

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Druetti (Pos): Referendum sconfitta di Meloni, ora costruiamo un Paese più giusto
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La vittoria del no al referendum costituzionale è una vittoria delle persone, tantissime, che si sono mobilitate a difesa della #Costituzione e una sconfitta di chi voleva modificarla

Druetti (Pos): Referendum sconfitta di Meloni, ora costruiamo un Paese più giusto


La vittoria del no al referendum costituzionale è una vittoria delle persone, tantissime, che si sono mobilitate a difesa della #Costituzione e una sconfitta di chi voleva modificarla cercando di azzerare il dibattito pubblico e facendo una campagna referendaria che svilisce ogni confronto serio.

È una sconfitta di Meloni, di Salvini e di Tajani, che nelle ultime settimane sono stati in prima linea in una campagna elettorale sguaiata e sconclusionata, nel tentativo di recuperare i voti che sapevano di stare perdendo.

Le cittadine e i cittadini non hanno creduto alla retorica degli “stupratori che escono di galera se vince il no”, non hanno ceduto ai “sistemi clientelari” che la destra voleva mettere in campo per mobilitare gli elettori, non hanno voluto “togliere di mezzo” la magistratura, non hanno dato retta a una fantomatica minaccia delle “toghe rosse”.

Ed è un ottimo segnale per una democrazia che ha bisogno della cura di tutte e tutti noi.

Un ringraziamento va ai nostri comitati, che anche in questa occasione si sono spesi per la campagna, volantinando, organizzando dibattiti e momenti di confronto, mobilitandosi con un impegno e una generosità che hanno pesato nel risultato finale.

Oggi festeggiamo, da domani continuiamo a insistere per un paese più giusto, a costruire una comunità che si impegni quotidianamente per i diritti sociali e civili, a spingere su quei temi che il governo volutamente ignora, a fare opposizione a chi vuole riportarci indietro alle pagine più buie della nostra storia.

Perché la politica si fa tutti i giorni, nelle riunioni, nelle assemblee, nelle conversazioni con le persone che ci sono vicine, nelle piazze, e si farà nuovamente alle urne, dove saremo chiamati a esprimerci sul futuro dei prossimi cinque anni. Sapendo che si può proporre un’alternativa credibile a questo governo e a un’idea di società che non ci rappresenta.

Per questo, in questi mesi, ci prepareremo, aggiornando il nostro programma, preparandoci, continuando il nostro lavoro dentro e fuori le istituzioni, per un Paese e un Mondo migliore di quello che c’è adesso.

Noi vogliamo esserci. E aspettiamo anche te su possibile.com/tessera

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21 marzo: la Mafia avanza dove la politica arretra
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Lottare contro la mafia significa anche lottare per il salario minimo, per i consultori, per una scuola che sia presidio di libertà, per una giustizia che non guardi in faccia nessuno.
​Siamo una marea che vuole trasformare il dolore in proposta politica, la memoria in impegno

21 marzo: la Mafia avanza dove la politica arretra
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Lottare contro la mafia significa anche lottare per il salario minimo, per i consultori, per una scuola che sia presidio di libertà, per una giustizia che non guardi in faccia nessuno.
​Siamo una marea che vuole trasformare il dolore in proposta politica, la memoria in impegno

21 marzo: la Mafia avanza dove la politica arretra


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Lotta, memoria, impegno: questo è il significato della Giornata nazionale delle vittime innocenti di mafia.

​Ricordarle è un grido di resistenza culturale e politica intersezionale. Le mafie prosperano dove lo Stato e la politica arretrano, dove le logiche mafiose e patriarcali impongono l’omertà e il silenzio, dove la precarietà rende vulnerabili e ricattabili le esistenze.

​Fare memoria in questo giorno significa restituire dignità alle storie di vite interrotte, strappandole all’oblio e rendendo loro una forma diversa di esistenza. E significa prendersi cura dei territori, liberandoli dal controllo criminale che soffoca l’economia sana e i diritti sociali.

Disarmare il potere mafioso, violento, patriarcale e predatorio che vede nelle persone e nell’ambiente solo risorse da sfruttare è un impegno che non può esaurirsi in un elenco dei nomi delle vittime innocenti.

Lottare contro la mafia significa anche lottare per il salario minimo, per i consultori, per una scuola che sia presidio di libertà, per una giustizia che non guardi in faccia nessuno.

​Siamo una marea che vuole trasformare il dolore in proposta politica, la memoria in impegno continuo e costante, il desiderio di verità e giustizia in consapevolezza dei veleni che le mafie iniettano nella società.

Per chi non c’è più, per chi resta, per chi verrà. 🌊💜

Concetta Contini

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A Parigi sosteniamo Emmanuel Grégoire: per una città libera e antifascista


A Parigi, domenica, tutt3 a votare la lista de l’Union de gauche unie et écologiste d’Emmanuel Grégoire, la sola in grado di battere Rachida Dati e i suoi alleati di estrema destra. È il momento di mobilitarsi perché Parigi rimanga una città libera, antifascista, femminista ed ecologista.

Ogni voto tolto alla lista di Emmanuel Grégoire sarà un voto all’estrema destra conservatrice di Rachida Dati e ai suoi alleati di estrema destra. Consegnare Parigi a Dati comporterebbe un terribile e pericoloso passo indietro: privatizzazione dei servizi pubblici, fine dell’edilizia popolare, finanziarizzazione, intolleranza.

Mettiamocela tutta per difendere il progetto di una città che guarda al futuro, ai diritti, all’inclusione, alla solidarietà e alla cultura.
Ogni voto conta. Mobilitiamoci!

____

#Paris: dimanche, tous et toutes, votons pour la liste de l’Union de gauche unie et écologiste d’Emmanuel Grégoire, la seule capable de battre Rachida Dati et ses alliés d’extrême droite.

C’est le moment de se mobiliser pour que Paris reste une ville libre, antifasciste, féministe et écologiste.

Chaque voix retirée à la liste d’Emmanuel Grégoire sera une voix pour l’extrême droite conservatrice de Rachida Dati et ses alliés d’extrême droite. Livrer Paris à Dati signifierait un terrible et dangereux retour en arrière : privatisation des services publics, fin du logement social, financiarisation, intolérance.

Mobilisons-nous pour défendre le projet d’une ville tournée vers l’avenir, les droits, l’inclusion, la solidarité et la culture.

Chaque vote compte. Mobilisons-nous!

Possibile Parigi

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Perché da giurista e attivista voterò no al referendum
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Da giurista e attivista voterò NO al referendum sulla riforma della giustizia. E il mio è un voto consapevolmente politico. Perché le riforme costituzionali si valutano nel contesto in cui si inseriscono, e la riforma è stata calata dall’alto, non condivisa con

Perché da giurista e attivista voterò no al referendum


Da giurista e attivista voterò NO al referendum sulla riforma della giustizia. E il mio è un voto consapevolmente politico.

Perché le riforme costituzionali si valutano nel contesto in cui si inseriscono. È una riforma calata dall’alto, non condivisa con la minoranza parlamentare, in un clima di crescente tensione tra politica e magistratura.

E anche il dibattito pubblico è stato pessimo.
Da un lato, chi sostiene il NO ha spesso diffuso imprecisioni tecniche, come dire che verrebbe meno l’obbligatorietà dell’azione penale: principio che già oggi è solo formalmente assoluto, visto che le procure stabiliscono criteri di priorità.
Dall’altro lato, chi sostiene il SÌ ha spostato il discorso su temi emotivi e fuorvianti come la famiglia nel bosco che nulla hanno a che vedere con la riforma.

Il punto vero è un altro. Il rischio che questo governo voglia rafforzare un modello di pubblico ministero più vicino alla logica dell’ordine pubblico che a quella della garanzia è evidente.

Basti pensare a quando la Presidente del Consiglio ha qualificato pubblicamente i fatti di Torino come “tentato omicidio”, intervenendo su una vicenda ancora oggetto di indagine: una valutazione giuridica che, in uno Stato di diritto, spetta esclusivamente al pubblico ministero.
Oppure alla circolare del Ministro dell’Interno che aveva sollecitato le Procure a chiedere la cancellazione delle trascrizioni dei figli nati da due madri, arrivando poi a impugnare le sentenze che ne avevano riconosciuto la legittimità.

Nel nostro ordinamento, molti diritti civili (nell’inerzia del legislatore) sono stati riconosciuti proprio grazie al ruolo della magistratura: pensiamo alle decisioni sul fine vita, alle vicende legate a Marco Cappato e alle archiviazioni nei confronti di chi accompagna malati in Svizzera, o alle pronunce sul riconoscimento dei figli di due madri.

Allo stesso modo, sono sotto gli occhi di tutti i casi in cui la giurisdizione ha svolto una fondamentale funzione di controllo: dalle decisioni della Corte dei conti sul progetto del Ponte sullo Stretto, volte a prevenire un possibile spreco di risorse pubbliche, fino agli interventi dei giudici a tutela dei diritti umani dei migranti nei CPR.

Il punto non è negare che la separazione delle carriere possa essere coerente con il passaggio dal sistema inquisitorio a quello accusatorio, avvenuto nel 1989. Il punto è che, nel contesto politico attuale, una modifica costituzionale di questo tipo rischia di aprire la strada a interventi successivi realizzati con legge ordinaria, con possibili ricadute sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.

Per questo voterò NO.

Raffaella Barbieri
Possibile FVG

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Calabria: la disperazione sanitaria
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Possibile Calabria non crede da molto tempo alle misure dettate dalla “disperazione sanitaria”, quella condizione in cui diversi governi, regionali e nazionali, hanno coscientemente gettato questa regione, trasformando la sanità in una macchina che vive di emergenze, di deroghe, di commissariamenti, di propaganda e di

Calabria: la disperazione sanitaria


Tre fatti politici regionali legati alla sanità calabrese hanno alzato ulteriormente il livello di insofferenza e sfiducia dei cittadini verso la Regione. Tre decisioni, o annunci che, nel loro insieme, raccontano con chiarezza che quando l’emergenza bussa alla porta, la Giunta regionale continua a muoversi senza una visione, affidandosi all’improvvisazione come fosse una strategia.

Nessuno nasconde le difficoltà, perché sarebbe propaganda spicciola. La sanità è un sistema complesso, in crisi in molte parti d’Italia, e la Calabria paga da anni un prezzo più alto per ragioni strutturali, storiche e amministrative. Ma proprio quando le condizioni sono più dure, la politica dovrebbe dimostrare di essere all’altezza e assumere decisioni chiare, anche impopolari, sostenute da responsabilità e competenza, non limitarsi a inseguire il consenso o a mettere toppe.

Il primo fatto riguarda l’accordo politico-istituzionale tra Calabria ed Emilia-Romagna, attivo dal 1° novembre 2025 al 31 dicembre 2027. L’intesa nasce con l’obiettivo dichiarato di governare la mobilità sanitaria e ridurre il cosiddetto “turismo sanitario”, introducendo tetti di spesa per le prestazioni extra-regionali. In teoria, la Calabria dovrebbe rafforzare la propria offerta pubblica, mentre l’Emilia-Romagna dovrebbe indirizzare i pazienti verso il sistema calabrese, salvo i casi di alta complessità. È previsto anche un meccanismo di controlli di appropriatezza sui ricoveri, e un divieto per i professionisti delle due regioni di svolgere attività libero-professionale nella regione controparte.

È facile criticare questo accordo, e non perché si voglia fare opposizione per principio. Lo si critica perché, dentro un contesto di carenze locali oggettive, rischia di trasformarsi in una barriera sociale. Di fatto scoraggia la possibilità di cura per chi è in difficoltà economica e non può permettersi alternative, imponendo un limite che non colpisce tutti allo stesso modo.

È un meccanismo che produce una discriminazione evidente: le classi agiate continueranno a curarsi dove vogliono, chi non ha risorse resterà intrappolato in un sistema che non garantisce ancora le prestazioni necessarie. E quando il diritto alla salute diventa una variabile dipendente dal reddito, non siamo più nel campo delle politiche sanitarie: siamo nel campo della rottura del patto sociale.

Il secondo fatto riguarda il cosiddetto “Emendamento Cannizzaro”, presentato e propagandato come una misura risolutiva per una classe medica calabrese schiacciata da carichi di lavoro, carenze di organico e difficoltà operative. In realtà, il decreto sottopone i medici anziani a una scelta che viene raccontata come senso di responsabilità, ma che assomiglia molto di più a una resa: l’idea che si possa tappare la falla strutturale del sistema richiamando in corsia chi è già al limite, o chi avrebbe diritto a un’altra fase della vita. E anche se tutti rientrassero, si tratterebbe comunque di un miglioramento parziale e temporaneo. Una vittoria di Pirro, venduta come conquista mentre certifica l’incapacità di programmare davvero.

Il terzo fatto, infine, è un annuncio delle ultime ore, in pieno stile elettorale. La Regione dichiara di voler offrire agli anziani un “taxi sanitario” per raggiungere le cure quando non sono disponibili sotto casa, ipotizzando di utilizzare fondi europei per coprire il servizio e, secondo la propaganda, intervenire anche sulle liste d’attesa.

Il problema non è solo l’idea in sé, che potrebbe persino avere una sua utilità in un sistema ben progettato. Il problema è il messaggio: viene lanciato come soluzione, senza una spiegazione adeguata, senza un impianto tecnico, senza un piano operativo pubblico. E quando si danno questi contenuti in pasto a un’opinione pubblica esausta, la sintesi diventa semplificazione grossolana. È anche per questo che noi non crediamo agli annunci.

Possibile Calabria non crede da molto tempo alle misure dettate dalla “disperazione sanitaria”, quella condizione in cui diversi governi, regionali e nazionali, hanno coscientemente gettato questa regione, trasformando la sanità in una macchina che vive di emergenze, di deroghe, di commissariamenti, di propaganda e di piccoli interventi spot. Nel panico sono finiti i cittadini, ma nel panico sembrano finire anche i governanti di turno, incapaci di costruire un percorso serio. E mentre il sistema si indebolisce, si prende la via dell’indebitamento, che nel migliore dei casi è solo una soluzione a medio termine, e nel peggiore è un rinvio irresponsabile del problema. Il punto politico vero è che non basta parlare di risorse.

Servono risorse, certo, ma serve anche capacità di spesa, capacità amministrativa, capacità di programmazione. E questo significa costruire strutture tecniche reali, gruppi di studio e attuazione dei programmi locali composti da professionisti della sanità e della spesa sanitaria selezionati per competenza, non per fedeltà, non per sorteggio, non attraverso sistemi bizantini che producono immobilismo e deresponsabilizzazione. Significa introdurre una governance capace di decidere dove investire, come distribuire le risorse, con quali obiettivi misurabili e con quale esito sull’economia, sulla società, sulla qualità della vita. Perché sappiamo bene che la sanità è in difficoltà ovunque. Ma in Calabria la sanità non è solo un servizio: è l’unica ricchezza reale di chi non ha un patrimonio personale. È l’unico argine per chi non può comprare la cura. E quando si continua a smantellare quella struttura, si smantella la possibilità stessa di una comunità.

La sanità, la cura, la salute: oggi in Calabria stanno diventando un patrimonio che si disperde in una massa crescente di consumi privati. E questo rende impossibile qualsiasi progettazione sociale collettiva. Lo vediamo in questa fase confusa e incoerente, in cui da una parte si proclama il diritto universale alla salute, e dall’altra si spinge la frammentazione e la privatizzazione come se fosse l’unica via. Ma la sanità pubblica non è un capitolo di spesa: è uno dei capisaldi fondamentali della convivenza.

La Calabria viene governata da anni con la logica dell’emergenza: si interviene dopo, si contano i danni, si chiede lo stato di calamità, si scarica la responsabilità sul cielo o sul mare. Ma il cielo e il mare non c’entrano più. C’entra la politica, e c’entrano le scelte. Perché lo spopolamento non è un destino, ma è una scelta semplice. È il risultato di territori lasciati senza strade, senza presidi, senza medicina di prossimità, con ospedali sempre più lontani e irraggiungibili. E quando per curarti devi partire, prima o poi parti anche per vivere. Serve buon governo del territorio e dei servizi pubblici, serve programmazione, serve capacità amministrativa.

E oggi, in Calabria, mancaquesto.

Silvio Frascà
Silvia Giandoriggio
Calabria Possibile

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Voto fuorisede: un diritto non può costare
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Garantire il voto ai fuorisede significa riconoscere che quelle vite sospese tra due luoghi continuano a far parte della stessa comunità politica. Significa difendere l’idea stessa di diritto, che smette di esistere nel momento in cui diventa accessibile solo a chi può permetterselo. Noi di Possibile crediamo che le cause sono perse solo se

Voto fuorisede: un diritto non può costare


C’è una scena che in queste ore sta girando molto, di una studentessa fuori sede che protesta perché per tornare a votare dovrebbe spendere più di cento euro di viaggio. È una cosa semplicissima, elementare: votare è un diritto, ma costa troppo, ed è una frase che dovrebbe farci riflettere.

I fuorisede sono una categoria fragile della democrazia italiana: invisibili nelle politiche pubbliche, ma centralissimi nella realtà sociale del Paese. Vivono tra due case e tra due territori, e spesso sono proprio loro a mantenere vivi i legami con le comunità che si stanno svuotando. Non sono emigrati definitivamente, non sono residenti nel luogo in cui vivono. Stanno in mezzo. E in quel mezzo, spesso, si perdono diritti.

Per noi che veniamo da una terra di partenze questa non è una questione marginale. Per chi viene dal Sud questo è ancora più evidente, perchè dietro la parola “fuorisede” c’è qualcosa di grave che conosciamo bene, lo spopolamento. La Calabria perde ogni anno migliaia di cittadini che vanno a studiare o lavorare altrove. Non perché lo vogliano davvero, ma é per il sistema li spinge fuori; e poi, quando arriva il momento di votare, lo Stato gli chiede di pagare centinaia di euro per esercitare un diritto fondamentale. Se votare significa permettersi un treno o un aereo, allora non è più un diritto universale, ma diventa un privilegio economico. I fuori sede sono una categoria fragile e invisibile della Democrazia italiana.

Un Paese che costringe i suoi giovani a partire e poi chiede di pagare per poter votare sta dicendo, implicitamente, che la partecipazione non è per tutti, e invece dovrebbe essere esattamente il contrario. Chi vive lontano da casa non è meno cittadino, ma è spesso semplicemente qualcuno che è stato costretto ad andare via. E se la democrazia non riesce a raggiungere anche loro, allora il problema non sono i fuori sede. È la democrazia che si è fatta troppo stretta.

Garantire il voto ai fuorisede significa riconoscere che quelle vite sospese tra due luoghi continuano a far parte della stessa comunità politica. Significa difendere l’idea stessa di diritto, che smette di esistere nel momento in cui diventa accessibile solo a chi può permetterselo.

Noi di Possibile crediamo che le cause sono perse solo se nessuno è disposto a combattere per loro, e il diritto di voto non è una causa persa.
È una battaglia democratica per cui vale la pena combattere.

Silvia Giandoriggio
Possibile Calabria

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