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DDL 1715: non possiamo cancellare la parola “consenso”
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La proposta Bongiorno, sostituendo il consenso con il dissenso, rischia di minare questa tutela, depotenziare la legge e riportare indietro anni di battaglie civili e femministe. Chiedere che il ddl 1715 non venga modificato significa affermare la necessità di una legge chiara, una cultura chiara e un principio chiaro: il consenso


Pieno sostegno agli attivisti e alle attiviste denunciate a Reggio Emilia durante le manifestazioni per Gaza
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È di questi giorni, infatti, la notizia dell’arrivo anche a Reggio Emilia delle prime denunce


Pieno sostegno agli attivisti e alle attiviste denunciate a Reggio Emilia durante le manifestazioni per Gaza


Il Comitato reggiano di Possibile esprime pieno sostegno agli attivisti e attiviste colpite dalle denunce in occasione dei cortei in favore di Gaza e della Global Sumud Flotilla.

”È di questi giorni, infatti, la notizia dell’arrivo anche a Reggio Emilia delle prime denunce comminate alle attiviste e agli attivisti che hanno manifestato per la città durante i cortei a favore del popolo palestinese ed in difesa della Global Sumud Flotilla il 22 settembre e 3 ottobre scorsi. Cortei assolutamente pacifici, molto partecipati, che hanno ribadito con chiarezza da che parte sta la nostra città: per la libertà e per l’autodeterminazione dei popoli, contro le guerre predatorie e contro i genocidi.

“Questi provvedimenti penali – prosegue il comitato – sono la diretta conseguenza dei nuovi reati di blocco stradale e ferroviario introdotti dal “DL Sicurezza”, espressione chiara e manifesta della volontà repressiva del dissenso da parte del governo Meloni. Non possiamo accettare passivamente che chi, con coraggio e volontà ha messo i propri corpi in gioco per la causa della libertà del popolo palestinese, possa essere macchiati di reati penali.”

Oltre alla fedina penale macchiata, se il Parlamento approverà il nuovo pacchetto di misure aggiuntive in materia di sicurezza, a coloro che risultino anche solo denunciati o condannati con sentenza non definitiva nel corso dei cinque anni precedenti sarà esteso il Daspo Urbano, ovvero il divieto di accesso nei centri urbani. “Immaginare che a studenti, lavoratori, sindacalisti e semplici attivisti possa essere vietato l’ingresso in città solo per il semplice esercizio del diritto di espressione di dissenso e di pacifico contrasto sociale è agghiacciante. Il rischio di una deriva autoritaria da parte di questo governo è sotto gli occhi di tutti.”

Possibile si schiera quindi a fianco di tutte e tutti coloro che in quelle giornate hanno colorato pacificamente la città, senza nessun tipo di danno, facendo proprio anche proprie anche le preoccupazioni espresse dal presidente nazionale di Anpi Gianfranco Pagliarulo. Questi atti intimidatori sono la risposta del governo a chi lo ha messo in crisi per la prima volta attraverso una grande mobilitazione popolare che ha attraversato anche la nostra città. Non possiamo permettere che chi verrà colpito da queste denunce venga lasciato da solo. Possibile è da sempre a fianco di chi, nel nome della libertà e della giustizia sociale, scende in piazza e in strada.

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DDL 1715: non possiamo cancellare la parola “consenso”


Parlare di violenza sessuale significa confrontarsi con una realtà drammatica e pervasiva, che colpisce milioni di persone ogni anno, violando diritti umani fondamentali. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’ONU, quasi una donna su tre ha subito violenza fisica o sessuale nella vita, e centinaia di milioni di ragazze sono state vittime di abusi prima dei 18 anni. Non sono numeri astratti: sono vite spezzate, traumi psicologici, sociali e fisici che accompagnano le persone per anni, storie che chiedono giustizia, riconoscimento e protezione.

Il ddl 1715, attualmente all’esame del Senato, rappresenta una grande opportunità per cambiare finalmente il paradigma: non più la violenza sessuale misurata solo attraverso la forza fisica o la minaccia, ma centrata sul consenso libero, consapevole e revocabile della persona coinvolta. Questo principio significa che qualsiasi atto sessuale senza un sì chiaro e consapevole è reato, e sposta completamente il peso della responsabilità sull’autore della violenza. Non si tratta di un dettaglio tecnico: è la differenza tra giustizia reale e una finta tutela che colpevolizza la vittima.

“Il consenso è tutto quando si tratta di sesso. L’essere in silenzio o il non dire esplicitamente ‘no’ non equivale a dare consenso.” — #IoLoChiedo, Amnesty International

E’ assurda, quindi, la proposta della senatrice Bongiorno di sostituire il concetto di consenso con quello di dissenso che rischia di invertire tutto il lavoro fatto negli ultimi anni, e negli ultimi mesi con questo ddl. Non si tratta di un mero cambio lessicale, ma della volontà politica di ribaltare, di nuovo, il paradigma: nel modello del dissenso, infatti, è chi subisce violenza deve dimostrare di essersi opposto, di aver detto “no” chiaramente e abbastanza. È una logica che riporta indietro la legge e la cultura, facendo tornare sulle vittime il peso della responsabilità e aumentando la discrezionalità dei giudici. Spesso chi subisce violenza si blocca, non reagisce fisicamente o non sa come manifestare opposizione in quel momento, e pretendere da queste persone di “difendersi abbastanza” è semplicemente ingiusto.

Il consenso, al contrario, è un principio universale e positivo, riconosciuto anche dalla Convenzione di Istanbul, secondo cui la volontà della persona deve essere libera e valutata nel contesto reale in cui l’atto avviene. Significa dire chiaramente che chi subisce violenza non è responsabile, che la sua immobilità, il silenzio o la paura non possono mai essere interpretati come consenso.

“In caso di dubbio sul consenso, chiedilo espressamente.” — #IoLoChiedo, Amnesty International

I dati globali sono impietosi: centinaia di milioni di donne e ragazze hanno subito violenze, e solo una minima parte denuncia, perché il sistema giudiziario richiede criteri difficili da dimostrare e spesso invisibili. La legge sul consenso non è un dettaglio ideologico, ma una risposta concreta a un problema reale, capace di proteggere chi subisce violenza e di creare strumenti chiari per perseguire chi la commette.

Proprio per questo il ddl 1715 non è solo una legge penale: è un messaggio culturale. Significa che la libertà sessuale è un diritto inviolabile, che il corpo di ciascuna e ciascuno è intoccabile e che nessuno può essere giudicato per le proprie reazioni o per il proprio comportamento. Sostituire il consenso con il dissenso non è aggiornare la legge: è riportare indietro la cultura e legittimare vecchi stereotipi che ancora oggi affiorano nei tribunali.

Secondo l’OMS, circa 840 milioni di donne e ragazze hanno affrontato violenza da partner o da altre persone, e centinaia di milioni di questi atti non sono denunciati. Questi numeri mostrano quanto sia urgente una legge chiara sul consenso.

Difendere il consenso significa anche lottare per l’educazione e la trasformazione culturale. Campagne come #IoLoChiedo educano, informano e invitano a creare relazioni basate sul rispetto e sulla libertà, perché il cambiamento giuridico deve andare di pari passo con quello culturale. Significa insegnare che il consenso non è negoziabile, che le relazioni sessuali e affettive devono essere basate sulla volontà chiara e condivisa, e che il rispetto del corpo e della libertà di ciascuno è il fondamento della democrazia. E per farlo servono necessariamente anche percorsi obbligatori e in orario curricolare per un’educazione sessuale e affettiva inclusiva, nelle scuole di ogni ordine e grado.

Non smetteremo mai di dirlo e di lottare affinché si possa discutere anche di questo, esprimendo tutta la nostra contrarietà verso le scelte reazionarie portate avanti dal Ministro Valditara e da tutto il Governo su questo tema.

Come Possibile siamo sempre statɜ al fianco delle campagne internazionali per il consenso e per l’educazione sessuale e affettiva, convintɜ che una società che non riconosce e tutela la libertà sessuale non possa definirsi libera, giusta o civile. Proprio per questo, la proposta Bongiorno, sostituendo il consenso con il dissenso, rischia di minare questa tutela, depotenziare la legge e riportare indietro anni di battaglie civili e femministe.

Chiedere che il ddl 1715 non venga modificato significa affermare la necessità di una legge chiara, una cultura chiara e un principio chiaro: il consenso non si negozia.

È un impegno verso chi ha subito violenza, verso chi non ha ancora denunciato per paura, verso tutte e tutti noi che vogliamo vivere in una società più giusta, più rispettosa, più libera.

Solo un sì libero e consapevole rende un atto sessuale lecito.

Solo sì è sì.

Sempre.

Gianmarco Capogna
Coordinatore Comitato Scientifico Possibile

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Al Referendum decideremo che tipo di giudice vogliamo in Italia


La copertina del “Corso di filosofia del diritto” di Luigi Lombardi Vallauri, qui riprodotta, non contiene un’elaborazione realizzata con l’intelligenza artificiale, bensì mostra la targa di una via di Firenze. Difficilmente l’autore avrebbe potuto scovare un’immagine più efficace per esprimere un fenomeno ben noto: quando un qualsiasi giudice adotta una decisione, non soddisfa mai tutte le persone direttamente coinvolte nel processo. Se poi la vicenda trattata dal giudice assume rilevanza mediatica, anche parte dell’opinione pubblica disapproverà la decisione e ne rimarrà scontenta.

Tutto questo accade ogni giorno e il Governo sfrutta sistematicamente queste dinamiche per sostenere la causa della riforma costituzionale che sarà prossimamente sottoposta a referendum, presentandola come un passo verso un miglior funzionamento del sistema giustizia.

Ma in quale modo dovrebbe avvenire questo “miglioramento”? Comprimendo l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati attraverso meccanismi che ne condizionino la carriera, inducendoli così a conformarsi all’orientamento politico e valoriale della maggioranza politica del momento.

Sia chiaro, allora, che col prossimo referendum saremo chiamati a decidere che tipo di giudici vogliamo in Italia.

Che genere di giudice voglia la Presidente del Consiglio è chiarissimo e lo ha ribadito lei stessa qualche giorno fa, nel corso della conferenza stampa annuale, con un’affermazione che denota un’agghiacciante estraneità alla più basilare grammatica costituzionale: riferendosi al caso del cosiddetto imam di Torino, Meloni afferma “la polizia ne dimostra la pericolosità per i suoi contatti con i jihadisti; il ministro Piantedosi ne dispone l’espulsione; e l’espulsione viene bloccata“ dalla magistratura; mentre invece dovremmo “lavorare tutti nella stessa direzione”.

Frasi che spazzano via in un colpo solo la terzietà dei giudici, l’habeas corpus, secoli di lotte per conquistare il diritto a sottoporre a un giudice le accuse che ci siano rivolte: se la polizia ha “dimostrato” la pericolosità di una persona, pare dire Meloni, di cosa si discute ancora?

Quello che vuole Meloni è in realtà un giudice-esecutore passivo, ciecamente fedele alla lettera del comando legislativo. Ma senza bisogno di tornare a discutere di Montesquieu e della sua celebre definizione del giudice come “bocca della legge”, l’idea del giudice-esecutore, chiamato ad applicare il dettato normativo senza interferirvi con la sua interpretazione, è da tempo considerata completamente irrealistica. Eppure corrisponde all’ideale di giudice che accomuna molti autocrati nel mondo.

In una moderna democrazia costituzionale, invece, il giudice non può, né deve essere un mero esecutore, quanto piuttosto il “guardiano” dei diritti fondamentali della persona, quali sono enunciati in primo luogo dalle Costituzioni. In questa veste, il giudice è chiamato a difendere gli individui, e specialmente le minoranze, dagli abusi che possono essere compiuti da chi detiene la maggioranza politica in un determinato momento storico.

Se vogliamo continuare ad avere giudici “guardiani” della democrazia e dei nostri diritti, è necessario votare NO al referendum costituzionale sull’ordinamento giudiziario.

Carlo Buffa

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Al Referendum decideremo che tipo di giudice vogliamo in Italia
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Se vogliamo continuare ad avere giudici “guardiani” della democrazia e dei nostri diritti, è necessario votare NO al referendum costituzionale sull’ordinamento giudiziario.
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Varese Possibile e l’On. Grimaldi chiedono chiarimenti sui fatti di Lonate Pozzolo


Dopo le rivelazioni della piattaforma investigativa tedesca EXIF sugli eventi che si sono svolti tra Lonate Pozzolo e Bollate a novembre 2025, quando esponenti di movimenti e gruppi musicali di estrema destra che inneggiano apertamente al nazismo e alla violenza hanno trovato accoglienza negli spazi della Pro Loco cittadina per un concerto e un’assemblea, continua l’azione di Possibile per far sentire la voce di cittadine e cittadini che non ritengono accettabile ospitare tali realtà nel territorio provinciale.

Insieme ad altre associazioni della zona, abbiamo denunciato l’accaduto, a sottolineare che la provincia di Varese non resta in silenzio di fronte a manifestazioni d’odio e di razzismo, e abbiamo sostenuto le forze locali di Lonate Pozzolo nel ribadire che gli spazi cittadini devono rimanere espressione dei valori repubblicani, intrinsecamente antifascisti e antinazisti.

Ma la gravità dei fatti non permette di limitarsi ai livelli locali, pertanto Varese Possibile si unisce all’Onorevole Marco Grimaldi, parlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra, nell’interrogazione parlamentare presentata il 9 gennaio al Ministro Piantedosi per chiedere che vengano prese misure affinché soggetti pregiudicati e realtà che vanno contro i principi democratici della nostra Costituzione antifascista non possano più trovare spazio in luoghi dedicati alla promozione di un territorio che ha partecipato con orgoglio alla Resistenza.

Milena Berteotti e Sofia Mason
Portavoci di Varese Possibile
Walter Girardi
Comitato Scientifico Nazionale Possibile

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Le politiche di Trump contro le persone trans sono estremamente preoccupanti


Dagli Stati Uniti arriva un segnale di allarme che non può essere ignorato. L’Istituto Lemkin, ONG internazionale impegnata nella prevenzione dei genocidi, ha recentemente pubblicato uno studio che invita a leggere con estrema attenzione le politiche adottate dall’amministrazione Trump nei confronti delle persone trans*, non binarie e intersex. Secondo l’Istituto, e secondo autorevoli studiosi della materia, tra cui due ex presidenti dell’Associazione Internazionale degli Studiosi del Genocidio, tali politiche presentano caratteristiche riconducibili alle fasi iniziali dei processi di persecuzione sistematica che, in diversi contesti storici del Novecento, hanno preceduto crimini di massa e stermini di intere comunità.

La letteratura comparata sul genocidio mostra con chiarezza come questi processi non abbiano inizio con l’eliminazione fisica, ma con la costruzione istituzionale dell’alterità: la definizione di un gruppo come deviante, pericoloso o incompatibile con l’ordine sociale; la progressiva erosione dei suoi diritti; la normalizzazione della discriminazione attraverso atti amministrativi, legislativi e retorici. Dinamiche analoghe sono state osservate nei regimi totalitari europei del secolo scorso, così come in altri contesti segnati da politiche di esclusione radicale e disumanizzazione collettiva.

In questo quadro si collocano le politiche di persecuzione delle persone transgender, non binarie e intersex, che l’Istituto Lemkin individua come un preambolo a forme più estreme di violenza. Emblematica è la normativa che obbliga le persone trans* a utilizzare i servizi igienici in base al sesso assegnato alla nascita: una misura che non può essere considerata simbolica o marginale, ma che contribuisce a legittimare socialmente il controllo dei corpi e l’esposizione forzata nello spazio pubblico.

La dottoressa Elisa von Joeden-Forgey sottolinea come la combinazione di paura, propaganda e retoriche d’odio promosse o tollerate da apparati politico-statali costituisca il terreno su cui attecchiscono le forme più estreme di violenza. È uno schema ricorrente nella storia dei genocidi: prima l’isolamento simbolico, poi l’esclusione giuridica, infine la violenza aperta. I dati che ci arrivano confermano la gravità di questo contesto, mostrando un aumento delle difficoltà nel fare coming out e un incremento dei tassi di suicidio all’interno della comunità, segnali inequivocabili di una pressione sistemica che colpisce direttamente la vita delle persone.

Trump sta utilizzando i corpi delle persone migranti e di quelle trans*, non binarie e intersex come strumenti politici, contribuendo ad anestetizzare l’opinione pubblica rispetto alla violenza strutturale tipica dei regimi autoritari. È una strategia già vista nella storia, in cui la normalizzazione dell’abuso e dell’esclusione prepara il terreno a forme sempre più radicali di disumanizzazione.

Per questo, ricordando le parole del pastore Martin Niemöller nel celebre sermone “Prima vennero…”, è nostro compito non voltarci mai dall’altra parte davanti alla violenza e alla sua normalizzazione. Non saremo mai in un mondo libero finché esisterà anche una sola persona oppressa per il suo credo, per il suo sesso, per la sua identità di genere, per la sua nazionalità o per il colore della sua pelle.

Gianmarco Capogna
Vanessa Capretto
Thomas Predieri

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Varese Possibile e l’On. Grimaldi chiedono chiarimenti sui fatti di Lonate Pozzolo
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Movimenti e gruppi musicali di estrema destra che inneggiano apertamente al nazismo e alla violenza hanno trovato accoglienza negli spazi della Pro Loco di Lonate Pozzolo per un


Le politiche di Trump contro le persone trans sono estremamente preoccupanti
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Trump sta utilizzando i corpi delle persone migranti e di quelle trans*, non binarie e intersex come strumenti politici, contribuendo ad anestetizzare l’opinione pubblica rispetto alla violenza


24 gennaio — Dragtivism Tour a Venezia!


SAVE THE DATE!
Il DragTivism Tour Italia fa tappa a Venezia. Vi aspettiamo il 24 gennaio, dalle ore 15:30, al Combo, in Campo dei Gesuiti Cannaregio, 4878.

Ad aspettarvi PriscillaDrag, House of Serenissima, Progetto Tiresia, Gianmarco Capogna e Francesca Druetti di Possibile, insieme ai comitati di Possibile veneti e tant* altr*.

La drag culture è uno strumento di lotta politica, una risposta al clima di odio e alla propaganda che cerca di silenziare le voci della comunità, una resistenza artistica e culturale che abbraccia le battaglie per l’uguaglianza.

Tutto questo è “Dragtivism”.

Ecco il programma completo della giornata:

15:30 – Welcoming
16:00 – Saluti e introduzione
16:30 — Vogliamo abitare queer. La casa come diritto di comunità (Assemblea Pubblica)
18:30 – Aperidrag Meet & Greet
Dalle ore 20:00 performance Drag: House of Serenissima and friends.

Protagoniste saranno le realtà attive sul territorio, attivist* e agitator*, artist* e chiunque voglia portare il racconto di una forma di resistenza a difesa della comunità.

Ringraziamo il Combo Venezia per l’ospitalità.

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24 gennaio — Dragtivism Tour a Venezia!
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Il DragTivism Tour Italia fa tappa a Venezia. Vi aspettiamo il 24 gennaio, dalle ore 15:30, al Combo, in Campo dei Gesuiti Cannaregio, 4878. La drag culture è uno strumento di lotta politica, una risposta al clima di odio e alla propaganda che cerca di silenziare le voci della comunità, una resistenza artistica e

Fediverso Possibile ha ricondiviso questo.


Abbiamo un governo vergognoso. Giustifica gli atti di guerra illegittimi messi in atto oggi dall'amico Trump, classificandoli come "legittima difesa".
Abbiamo accettato tutto, nel corso di questi anni, guerre inventate a paesi canaglia, cambi di regime, guerre del gas mascherate, ma almeno la menzogna era "discussa" per un momento nei consessi internazionali.

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in reply to Davide Serafin

Ora siamo alla prevaricazione totale, all'uso senza ritegno della forza bellica per deporre un presidente ostile e imporre così la propria legge di mercato. Il colonialismo non ha mai avuto reticenze, mai. Ha prodotto sterminio e subordinazione. Ma oggi ha assunto un volto ancora più bieco proprio perché ci sono governi servili (altro che sovranismo) pronti a legittimarlo.
Prima di ripudiare la guerra, dovremmo ripudiare voi che governate. Piccoli e vili.


La sospensione delle ONG che portano aiuti a Gaza è l’ennesima vergogna di Israele


Israele ha annunciato che dal 1° gennaio sospenderà le licenze di 37 ONG internazionali operanti a Gaza e in Cisgiordania, tra cui alcune delle principali organizzazioni umanitarie globali come Medici Senza Frontiere, Oxfam, CARE, NRC, IRC, World Vision e Caritas e l’italiana WeWorld. La decisione riguarda le ONG che non hanno completato la registrazione secondo nuove linee guida introdotte dal governo israeliano a marzo, che richiedono un’ampia condivisione di dati organizzativi e personali, inclusi elenchi dettagliati dello staff palestinese e internazionali. Come sa chi opera in Palestina, comunicare tali informazioni mette in serio pericolo l incolumità dello staff palestinese e delle loro famiglie.

Le nuove regole consentono di negare la registrazione per motivi molto ampi, tra cui presunte posizioni politiche considerate ostili a Israele o legami indiretti con campagne di boicottaggio. Israele giustifica tali misure accusando le organizzazioni internazionali o singoli individui (vedi caso italiano o simili accuse a UNRWA, per cui l’Italia ha subito tagliato i fondi all’agenzia, finché non è stato provato che fosse tutto falso) di attività terroristiche, come spesso succede senza alcuna prova certa. Tutte queste accuse sono respinte con forza dalle organizzazioni coinvolte. Le organizzazioni internazionali e le Nazioni Unite avvertono che la revoca delle licenze renderebbe di fatto impossibile operare a Gaza, poiché l’accesso passa necessariamente dal coordinamento con le autorità israeliane e l’uscita via Egitto non è attualmente praticabile.

L’ONU ha chiesto a Israele di riconsiderare la decisione, sottolineando che le ONG internazionali sono una componente essenziale delle operazioni salvavita. Anche un gruppo di dieci ministri degli Esteri – tra cui Regno Unito, Francia, Germania, Canada, Giappone e Paesi nordici – ha espresso forte preoccupazione, avvertendo che la deregistrazione delle ONG potrebbe portare alla chiusura di un terzo delle strutture sanitarie ancora operative a Gaza, in un contesto umanitario già definito “catastrofico”.

Limitare o bloccare il loro operato comprometterebbe gravemente l’accesso a cure sanitarie, cibo, acqua, ripari e servizi essenziali, proprio mentre oltre 1,6 milioni di persone a Gaza affrontano livelli critici di insicurezza alimentare e l’inverno aggrava una situazione già drammatica.

Questo passaggio rappresenta l’ennesimo attacco israeliano contro qualunque organizzazione difenda il diritto internazionale e, di conseguenza, i diritti del popolo palestinese, prendendo di mira chi mette in discussione le politiche dello Stato di Israele, un sistema di oppressione e di apartheid. Accuse di terrorismo e antisemitismo vengono utilizzate in modo strumentale per delegittimare il lavoro umanitario e per colpire chi opera nei territori occupati.

Chi lavora sul campo assiste a questi attacchi da decenni: misure amministrative, restrizioni operative, campagne di delegittimazione che riducono progressivamente la capacità di intervento delle organizzazioni internazionali. In passato, tali azioni venivano quantomeno contestate dalla comunità internazionale, che riusciva in parte a limitarne gli effetti. Oggi, invece, sempre più spesso gli Stati occidentali non solo le accettano, ma finiscono per assecondarle, adottando un approccio complice e repressivo anche sul territorio europeo.

Questo schema non si limita ai Territori Palestinesi Occupati, ma viene esportato anche in Europa, dove le stesse logiche vengono applicate contro attivisti e difensori dei diritti umani, come dimostra il caso di Mahmoud Hannoun. Un’evoluzione grave, che contribuisce a restringere ulteriormente lo spazio civico e umanitario e a normalizzare pratiche incompatibili con il diritto internazionale e con i valori che l’Europa dichiara di difendere.

Tutto questo avviene mentre Israele commette un genocidio, che viene sempre più normalizzato e fatto rientrare nel cosiddetto “processo di pace”, imposto alla popolazione palestinese sempre più oppressa.

Possibile Palestina

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Il bilancio previsionale 2026 di Possibile approvato a larghissima maggioranza


Si sono concluse alle 16.00 del 31 dicembre 2025 le operazioni di voto per l’approvazione del bilancio preventivo di Possibile per l’anno 2026, come previsto dal nostro Statuto.

Il bilancio, con la relazione del tesoriere, è stato approvato con il 99,3% dei voti favorevoli e lo 0,7% dei voti contrari. I documenti sono già disponibili sul nostro sito web nella pagina Trasparenza.

Un grazie a chi ha partecipato al voto!

Nel fare i migliori auguri per la fine del 2025 e per l’inizio del 2026, ricordiamo che si può già rinnovare la tessera di Possibile per l’anno nuovo seguendo la procedura su www.possibile.com/tessera.

Grazie di cuore a chi l’ha già fatto in questi giorni.

Il Comitato Organizzativo

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Il bilancio previsionale 2026 di Possibile approvato a larghissima maggioranza
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Nel fare i migliori auguri per la fine del 2025 e per l'inizio del 2026, ricordiamo che si può già rinnovare la tessera di Possibile per l'anno nuovo seguendo la procedura su


La sospensione delle ONG che portano aiuti a Gaza è l’ennesima vergogna di Israele
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Limitare o bloccare il loro operato comprometterebbe gravemente l’accesso a cure sanitarie, cibo, acqua, ripari e servizi essenziali, proprio mentre oltre 1,6 milioni di persone a

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Il governo mette le mani sulla ricerca ambientale: un precedente gravissimo
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Pichetto Fratin ha nominato ai vertici di Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, l’ex Senatrice di Forza Italia Maria Alessandra Gallone. Una nomina chiaramente politica, la prima rispetto a una tradizione consolidata di tecnici competenti in materia. Un cambio di strategia che premia


Il governo mette le mani sulla ricerca ambientale: un precedente gravissimo


Nel palinsesto mediatico di questi giorni, tutto incentrato sulla manovra di bilancio, è passata sotto silenzio una notizia che in apparenza potrebbe non destare preoccupazioni ma che invece, se letta nel contesto della crisi socio-climatica e ambientale, dovrebbe preoccuparci seriamente: il dormiente Pichetto Fratin ha nominato ai vertici di Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, l’ex Senatrice di Forza Italia Maria Alessandra Gallone.

Una nomina chiaramente politica, la prima rispetto a una tradizione consolidata di tecnici competenti in materia. Un cambio di strategia che premia ovviamente l’appartenenza partitica e non la competenza.

Stride e preoccupa la scelta di preferire una figura politica assolutamente non competente a capo di un organismo scientifico come Ispra. La componente antiscientifica della maggioranza viene ulteriormente premiata… Strano che il Ministro alla Sanità Schillaci sia ancora al suo posto.

La strategia politica di fondo è semplice quanto pericolosa: controllare Ispra significa infatti avere margine per orientarne i pareri, spesso vincolanti, in settori cruciali e potenzialmente conflittuali. Già durante la legislatura, la maggioranza ha tentato più volte di limitarne l’autonomia, con il Ministro Lollobrigida tra i più attivi in tal senso e con la Lega che spinge per limitare il peso e il valore scientifico dell’Istituto in materia di biodiversità, sulla caccia e sul consumo di suolo.

Va ricordato che Ispra è una agenzia tecnica dello Stato deputata al monitoraggio ambientale, alla ricerca applicata e alla valutazione degli impatti su aria, acqua, suolo e biodiversità. La sua autorevolezza deriva proprio dall’indipendenza scientifica: pareri e analisi tecniche e scientifiche guidano la valutazione d’impatto di grandi opere e infrastrutture, l’approvazione dei piani antismog, la gestione delle acque e della depurazione, la tutela della fauna. Per questo motivo mantenere una leadership tecnico scientifica politicamente imparziale rispetto al Governo non è un vezzo o un capriccio, ma una condizione essenziale per continuare ad averla operativa al 100% delle sue potenzialità e per poter affrontare la crisi socio-climatica e ambientale che stiamo vivendo e che è scomparsa, qualora fosse mai entrata, dall’agenda politica del Governo Meloni.

Purtroppo non è la prima volta che la destra va ad indebolire le realtà tecnico-scientifiche che si occupano di ambiente.

Emblematica, in negativo, rimane la Lombardia, dove a capo di Arpa c’è una negazionista climatica e come Direttore di Fondazione Lombardia per l’Ambiente è stata messo una persona assolutamente non competente in materia con simpatie per il mondo del negazionismo climatico e non solo.

Non ci aspettavamo certo una attenzione seria nei confronti delle questioni ambientali da parte di questa destra, ma nemmeno ci aspettavamo una strategia rivolta a indebolire e demolire gli enti fondamentali per affrontare le sfide che abbiamo di fronte.

Walter Girardi Cattaneo

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Votiamo NO al referendum costituzionale
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La riforma promossa dal Governo fa parte di un ampio disegno di smantellamento delle istituzioni e dei meccanismi che garantiscono l’equilibrio fra i poteri dello Stato, mirando ad abbattere le barriere che la Costituzione ha posto a protezione della democrazia e contro ogni autoritarismo.
L'articolo Votiamo NO al referendum


Votiamo NO al referendum costituzionale


NO alla riforma dell’ordinamento giudiziario – Votiamo NO al referendum costituzionale

Fra pochi mesi, in primavera, la cittadinanza sarà chiamata a un referendum sulla riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario, approvata dal Parlamento con i voti della destra.

Possibile si schiera senza esitazioni per il NO.

La riforma promossa dal Governo fa parte di un ampio disegno di smantellamento delle istituzioni e dei meccanismi che garantiscono l’equilibrio fra i poteri dello Stato, mirando ad abbattere le barriere che la Costituzione ha posto a protezione della democrazia e contro ogni autoritarismo.

L’idea che permea l’intero disegno reazionario del Governo è che chi abbia ricevuto un’investitura elettorale non debba trovare ostacoli nell’esercizio del proprio potere.

La libertà dei magistrati dai condizionamenti della maggioranza politica del momento rappresenta invece un valore da tutelare e appare davvero ignobile lo sciacallaggio con cui quotidianamente la maggioranza governativa sfrutta ogni decisione giudiziaria controversa per convincere l’opinione pubblica che la riforma sia indispensabile per far funzionare meglio la giustizia.

Per contrastare l’imponente macchina propagandistica del Governo occorre l’impegno di tuttɜ, ma abbiamo bisogno anche di tempo: Possibile sostiene quindi l’iniziativa avviata da un gruppo di cittadinɜ consapevoli, che raccolgono le firme per una richiesta popolare di referendum costituzionale; sventeremo così il tentativo di ridurre la campagna elettorale a pochissime settimane e di compromettere la possibilità di informare adeguatamente l’opinione pubblica.

Firma su: firmereferendum.giustizia.it/r…

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