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La vittoria del no al referendum costituzionale è una vittoria delle persone, tantissime, che si sono mobilitate a difesa della #Costituzione e una sconfitta di chi voleva modificarla
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La vittoria del no al referendum costituzionale è una vittoria delle persone, tantissime, che si sono mobilitate a difesa della #Costituzione e una sconfitta di chi voleva modificarla cercando di azzerare il dibattito pubblico e facendo una campagna referendaria che svilisce ogni confronto serio.
È una sconfitta di Meloni, di Salvini e di Tajani, che nelle ultime settimane sono stati in prima linea in una campagna elettorale sguaiata e sconclusionata, nel tentativo di recuperare i voti che sapevano di stare perdendo.
Le cittadine e i cittadini non hanno creduto alla retorica degli “stupratori che escono di galera se vince il no”, non hanno ceduto ai “sistemi clientelari” che la destra voleva mettere in campo per mobilitare gli elettori, non hanno voluto “togliere di mezzo” la magistratura, non hanno dato retta a una fantomatica minaccia delle “toghe rosse”.
Ed è un ottimo segnale per una democrazia che ha bisogno della cura di tutte e tutti noi.
Un ringraziamento va ai nostri comitati, che anche in questa occasione si sono spesi per la campagna, volantinando, organizzando dibattiti e momenti di confronto, mobilitandosi con un impegno e una generosità che hanno pesato nel risultato finale.
Oggi festeggiamo, da domani continuiamo a insistere per un paese più giusto, a costruire una comunità che si impegni quotidianamente per i diritti sociali e civili, a spingere su quei temi che il governo volutamente ignora, a fare opposizione a chi vuole riportarci indietro alle pagine più buie della nostra storia.
Perché la politica si fa tutti i giorni, nelle riunioni, nelle assemblee, nelle conversazioni con le persone che ci sono vicine, nelle piazze, e si farà nuovamente alle urne, dove saremo chiamati a esprimerci sul futuro dei prossimi cinque anni. Sapendo che si può proporre un’alternativa credibile a questo governo e a un’idea di società che non ci rappresenta.
Per questo, in questi mesi, ci prepareremo, aggiornando il nostro programma, preparandoci, continuando il nostro lavoro dentro e fuori le istituzioni, per un Paese e un Mondo migliore di quello che c’è adesso.
Noi vogliamo esserci. E aspettiamo anche te su possibile.com/tessera
L'articolo Druetti (Pos): Referendum sconfitta di Meloni, ora costruiamo un Paese più giusto proviene da Possibile.
Lotta, memoria, impegno: questo è il significato della Giornata nazionale delle vittime innocenti di mafia.
Ricordarle è un grido di resistenza culturale e politica intersezionale. Le mafie prosperano dove lo Stato e la politica arretrano, dove le logiche mafiose e patriarcali impongono l’omertà e il silenzio, dove la precarietà rende vulnerabili e ricattabili le esistenze.
Fare memoria in questo giorno significa restituire dignità alle storie di vite interrotte, strappandole all’oblio e rendendo loro una forma diversa di esistenza. E significa prendersi cura dei territori, liberandoli dal controllo criminale che soffoca l’economia sana e i diritti sociali.
Disarmare il potere mafioso, violento, patriarcale e predatorio che vede nelle persone e nell’ambiente solo risorse da sfruttare è un impegno che non può esaurirsi in un elenco dei nomi delle vittime innocenti.
Lottare contro la mafia significa anche lottare per il salario minimo, per i consultori, per una scuola che sia presidio di libertà, per una giustizia che non guardi in faccia nessuno.
Siamo una marea che vuole trasformare il dolore in proposta politica, la memoria in impegno continuo e costante, il desiderio di verità e giustizia in consapevolezza dei veleni che le mafie iniettano nella società.
Per chi non c’è più, per chi resta, per chi verrà.
Concetta Contini
L'articolo 21 marzo: la Mafia avanza dove la politica arretra proviene da Possibile.
A Parigi, domenica, tutt3 a votare la lista de l’Union de gauche unie et écologiste d’Emmanuel Grégoire, la sola in grado di battere Rachida Dati e i suoi alleati di estrema destra. È il momento di mobilitarsi perché Parigi rimanga una città libera, antifascista, femminista ed ecologista.
Ogni voto tolto alla lista di Emmanuel Grégoire sarà un voto all’estrema destra conservatrice di Rachida Dati e ai suoi alleati di estrema destra. Consegnare Parigi a Dati comporterebbe un terribile e pericoloso passo indietro: privatizzazione dei servizi pubblici, fine dell’edilizia popolare, finanziarizzazione, intolleranza.
Mettiamocela tutta per difendere il progetto di una città che guarda al futuro, ai diritti, all’inclusione, alla solidarietà e alla cultura.
Ogni voto conta. Mobilitiamoci!
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#Paris: dimanche, tous et toutes, votons pour la liste de l’Union de gauche unie et écologiste d’Emmanuel Grégoire, la seule capable de battre Rachida Dati et ses alliés d’extrême droite.
C’est le moment de se mobiliser pour que Paris reste une ville libre, antifasciste, féministe et écologiste.
Chaque voix retirée à la liste d’Emmanuel Grégoire sera une voix pour l’extrême droite conservatrice de Rachida Dati et ses alliés d’extrême droite. Livrer Paris à Dati signifierait un terrible et dangereux retour en arrière : privatisation des services publics, fin du logement social, financiarisation, intolérance.
Mobilisons-nous pour défendre le projet d’une ville tournée vers l’avenir, les droits, l’inclusion, la solidarité et la culture.
Chaque vote compte. Mobilisons-nous!
Possibile Parigi
L'articolo A Parigi sosteniamo Emmanuel Grégoire: per una città libera e antifascista proviene da Possibile.
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Da giurista e attivista voterò NO al referendum sulla riforma della giustizia. E il mio è un voto consapevolmente politico.
Perché le riforme costituzionali si valutano nel contesto in cui si inseriscono. È una riforma calata dall’alto, non condivisa con la minoranza parlamentare, in un clima di crescente tensione tra politica e magistratura.
E anche il dibattito pubblico è stato pessimo.
Da un lato, chi sostiene il NO ha spesso diffuso imprecisioni tecniche, come dire che verrebbe meno l’obbligatorietà dell’azione penale: principio che già oggi è solo formalmente assoluto, visto che le procure stabiliscono criteri di priorità.
Dall’altro lato, chi sostiene il SÌ ha spostato il discorso su temi emotivi e fuorvianti come la famiglia nel bosco che nulla hanno a che vedere con la riforma.
Il punto vero è un altro. Il rischio che questo governo voglia rafforzare un modello di pubblico ministero più vicino alla logica dell’ordine pubblico che a quella della garanzia è evidente.
Basti pensare a quando la Presidente del Consiglio ha qualificato pubblicamente i fatti di Torino come “tentato omicidio”, intervenendo su una vicenda ancora oggetto di indagine: una valutazione giuridica che, in uno Stato di diritto, spetta esclusivamente al pubblico ministero.
Oppure alla circolare del Ministro dell’Interno che aveva sollecitato le Procure a chiedere la cancellazione delle trascrizioni dei figli nati da due madri, arrivando poi a impugnare le sentenze che ne avevano riconosciuto la legittimità.
Nel nostro ordinamento, molti diritti civili (nell’inerzia del legislatore) sono stati riconosciuti proprio grazie al ruolo della magistratura: pensiamo alle decisioni sul fine vita, alle vicende legate a Marco Cappato e alle archiviazioni nei confronti di chi accompagna malati in Svizzera, o alle pronunce sul riconoscimento dei figli di due madri.
Allo stesso modo, sono sotto gli occhi di tutti i casi in cui la giurisdizione ha svolto una fondamentale funzione di controllo: dalle decisioni della Corte dei conti sul progetto del Ponte sullo Stretto, volte a prevenire un possibile spreco di risorse pubbliche, fino agli interventi dei giudici a tutela dei diritti umani dei migranti nei CPR.
Il punto non è negare che la separazione delle carriere possa essere coerente con il passaggio dal sistema inquisitorio a quello accusatorio, avvenuto nel 1989. Il punto è che, nel contesto politico attuale, una modifica costituzionale di questo tipo rischia di aprire la strada a interventi successivi realizzati con legge ordinaria, con possibili ricadute sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Per questo voterò NO.
Raffaella Barbieri
Possibile FVG
L'articolo Perché da giurista e attivista voterò no al referendum proviene da Possibile.
Tre fatti politici regionali legati alla sanità calabrese hanno alzato ulteriormente il livello di insofferenza e sfiducia dei cittadini verso la Regione. Tre decisioni, o annunci che, nel loro insieme, raccontano con chiarezza che quando l’emergenza bussa alla porta, la Giunta regionale continua a muoversi senza una visione, affidandosi all’improvvisazione come fosse una strategia.
Nessuno nasconde le difficoltà, perché sarebbe propaganda spicciola. La sanità è un sistema complesso, in crisi in molte parti d’Italia, e la Calabria paga da anni un prezzo più alto per ragioni strutturali, storiche e amministrative. Ma proprio quando le condizioni sono più dure, la politica dovrebbe dimostrare di essere all’altezza e assumere decisioni chiare, anche impopolari, sostenute da responsabilità e competenza, non limitarsi a inseguire il consenso o a mettere toppe.
Il primo fatto riguarda l’accordo politico-istituzionale tra Calabria ed Emilia-Romagna, attivo dal 1° novembre 2025 al 31 dicembre 2027. L’intesa nasce con l’obiettivo dichiarato di governare la mobilità sanitaria e ridurre il cosiddetto “turismo sanitario”, introducendo tetti di spesa per le prestazioni extra-regionali. In teoria, la Calabria dovrebbe rafforzare la propria offerta pubblica, mentre l’Emilia-Romagna dovrebbe indirizzare i pazienti verso il sistema calabrese, salvo i casi di alta complessità. È previsto anche un meccanismo di controlli di appropriatezza sui ricoveri, e un divieto per i professionisti delle due regioni di svolgere attività libero-professionale nella regione controparte.
È facile criticare questo accordo, e non perché si voglia fare opposizione per principio. Lo si critica perché, dentro un contesto di carenze locali oggettive, rischia di trasformarsi in una barriera sociale. Di fatto scoraggia la possibilità di cura per chi è in difficoltà economica e non può permettersi alternative, imponendo un limite che non colpisce tutti allo stesso modo.
È un meccanismo che produce una discriminazione evidente: le classi agiate continueranno a curarsi dove vogliono, chi non ha risorse resterà intrappolato in un sistema che non garantisce ancora le prestazioni necessarie. E quando il diritto alla salute diventa una variabile dipendente dal reddito, non siamo più nel campo delle politiche sanitarie: siamo nel campo della rottura del patto sociale.
Il secondo fatto riguarda il cosiddetto “Emendamento Cannizzaro”, presentato e propagandato come una misura risolutiva per una classe medica calabrese schiacciata da carichi di lavoro, carenze di organico e difficoltà operative. In realtà, il decreto sottopone i medici anziani a una scelta che viene raccontata come senso di responsabilità, ma che assomiglia molto di più a una resa: l’idea che si possa tappare la falla strutturale del sistema richiamando in corsia chi è già al limite, o chi avrebbe diritto a un’altra fase della vita. E anche se tutti rientrassero, si tratterebbe comunque di un miglioramento parziale e temporaneo. Una vittoria di Pirro, venduta come conquista mentre certifica l’incapacità di programmare davvero.
Il terzo fatto, infine, è un annuncio delle ultime ore, in pieno stile elettorale. La Regione dichiara di voler offrire agli anziani un “taxi sanitario” per raggiungere le cure quando non sono disponibili sotto casa, ipotizzando di utilizzare fondi europei per coprire il servizio e, secondo la propaganda, intervenire anche sulle liste d’attesa.
Il problema non è solo l’idea in sé, che potrebbe persino avere una sua utilità in un sistema ben progettato. Il problema è il messaggio: viene lanciato come soluzione, senza una spiegazione adeguata, senza un impianto tecnico, senza un piano operativo pubblico. E quando si danno questi contenuti in pasto a un’opinione pubblica esausta, la sintesi diventa semplificazione grossolana. È anche per questo che noi non crediamo agli annunci.
Possibile Calabria non crede da molto tempo alle misure dettate dalla “disperazione sanitaria”, quella condizione in cui diversi governi, regionali e nazionali, hanno coscientemente gettato questa regione, trasformando la sanità in una macchina che vive di emergenze, di deroghe, di commissariamenti, di propaganda e di piccoli interventi spot. Nel panico sono finiti i cittadini, ma nel panico sembrano finire anche i governanti di turno, incapaci di costruire un percorso serio. E mentre il sistema si indebolisce, si prende la via dell’indebitamento, che nel migliore dei casi è solo una soluzione a medio termine, e nel peggiore è un rinvio irresponsabile del problema. Il punto politico vero è che non basta parlare di risorse.
Servono risorse, certo, ma serve anche capacità di spesa, capacità amministrativa, capacità di programmazione. E questo significa costruire strutture tecniche reali, gruppi di studio e attuazione dei programmi locali composti da professionisti della sanità e della spesa sanitaria selezionati per competenza, non per fedeltà, non per sorteggio, non attraverso sistemi bizantini che producono immobilismo e deresponsabilizzazione. Significa introdurre una governance capace di decidere dove investire, come distribuire le risorse, con quali obiettivi misurabili e con quale esito sull’economia, sulla società, sulla qualità della vita. Perché sappiamo bene che la sanità è in difficoltà ovunque. Ma in Calabria la sanità non è solo un servizio: è l’unica ricchezza reale di chi non ha un patrimonio personale. È l’unico argine per chi non può comprare la cura. E quando si continua a smantellare quella struttura, si smantella la possibilità stessa di una comunità.
La sanità, la cura, la salute: oggi in Calabria stanno diventando un patrimonio che si disperde in una massa crescente di consumi privati. E questo rende impossibile qualsiasi progettazione sociale collettiva. Lo vediamo in questa fase confusa e incoerente, in cui da una parte si proclama il diritto universale alla salute, e dall’altra si spinge la frammentazione e la privatizzazione come se fosse l’unica via. Ma la sanità pubblica non è un capitolo di spesa: è uno dei capisaldi fondamentali della convivenza.
La Calabria viene governata da anni con la logica dell’emergenza: si interviene dopo, si contano i danni, si chiede lo stato di calamità, si scarica la responsabilità sul cielo o sul mare. Ma il cielo e il mare non c’entrano più. C’entra la politica, e c’entrano le scelte. Perché lo spopolamento non è un destino, ma è una scelta semplice. È il risultato di territori lasciati senza strade, senza presidi, senza medicina di prossimità, con ospedali sempre più lontani e irraggiungibili. E quando per curarti devi partire, prima o poi parti anche per vivere. Serve buon governo del territorio e dei servizi pubblici, serve programmazione, serve capacità amministrativa.
E oggi, in Calabria, mancaquesto.
Silvio Frascà
Silvia Giandoriggio
Calabria Possibile
L'articolo Calabria: la disperazione sanitaria proviene da Possibile.
C’è una scena che in queste ore sta girando molto, di una studentessa fuori sede che protesta perché per tornare a votare dovrebbe spendere più di cento euro di viaggio. È una cosa semplicissima, elementare: votare è un diritto, ma costa troppo, ed è una frase che dovrebbe farci riflettere.
I fuorisede sono una categoria fragile della democrazia italiana: invisibili nelle politiche pubbliche, ma centralissimi nella realtà sociale del Paese. Vivono tra due case e tra due territori, e spesso sono proprio loro a mantenere vivi i legami con le comunità che si stanno svuotando. Non sono emigrati definitivamente, non sono residenti nel luogo in cui vivono. Stanno in mezzo. E in quel mezzo, spesso, si perdono diritti.
Per noi che veniamo da una terra di partenze questa non è una questione marginale. Per chi viene dal Sud questo è ancora più evidente, perchè dietro la parola “fuorisede” c’è qualcosa di grave che conosciamo bene, lo spopolamento. La Calabria perde ogni anno migliaia di cittadini che vanno a studiare o lavorare altrove. Non perché lo vogliano davvero, ma é per il sistema li spinge fuori; e poi, quando arriva il momento di votare, lo Stato gli chiede di pagare centinaia di euro per esercitare un diritto fondamentale. Se votare significa permettersi un treno o un aereo, allora non è più un diritto universale, ma diventa un privilegio economico. I fuori sede sono una categoria fragile e invisibile della Democrazia italiana.
Un Paese che costringe i suoi giovani a partire e poi chiede di pagare per poter votare sta dicendo, implicitamente, che la partecipazione non è per tutti, e invece dovrebbe essere esattamente il contrario. Chi vive lontano da casa non è meno cittadino, ma è spesso semplicemente qualcuno che è stato costretto ad andare via. E se la democrazia non riesce a raggiungere anche loro, allora il problema non sono i fuori sede. È la democrazia che si è fatta troppo stretta.
Garantire il voto ai fuorisede significa riconoscere che quelle vite sospese tra due luoghi continuano a far parte della stessa comunità politica. Significa difendere l’idea stessa di diritto, che smette di esistere nel momento in cui diventa accessibile solo a chi può permetterselo.
Noi di Possibile crediamo che le cause sono perse solo se nessuno è disposto a combattere per loro, e il diritto di voto non è una causa persa.
È una battaglia democratica per cui vale la pena combattere.
Silvia Giandoriggio
Possibile Calabria
L'articolo Voto fuorisede: un diritto non può costare proviene da Possibile.
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Gli spazi sociali sono un presidio di socialità sana in un mondo malato, la città li difenderà dagli attacchi della destra.
Negli ultimi giorni la destra ha scatenato una guerra nei confronti di un pezzo della nostra città. Già da alcuni mesi era chiara l’intenzione di Fratelli d’Italia di portare sul terreno della nostra città lo scontro nato nei mesi scorsi a Milano col Leoncavallo e a Torino con Askatasuna.
Una nuova strategia dello scontro che è strumentale allo schema di un paese diviso in cui tutto ciò che non risponde alle logiche di mercato e xenofobia su cui il governo costruisce il suo consenso viene demonizzato e messo fuori legge, con nuovi decreti sicurezza, ogni sei mesi, sempre più violenti e autoritari. La questione morale non può più confondersi con quella della legalità, in un paese in cui il dissenso è criminalizzato.
Personalmente penso che qualsiasi valutazione degli spazi sociali di una città non possa che avere come base quella che appunto è la loro azione sociale nella città, sulla base di tutte le attività ludiche, ricreative e culturali che quegli spazi offrono rendendo viva, partecipata e unita Reggio da quasi un quarto di secolo.
Gli spazi sociali non sono altro che un pezzo della nostra collettività che si auto-organizza per rispondere a dei bisogni sentiti da tutta la comunità, al di fuori delle logiche del mercato, della competizione, dell’individualismo e dell’esclusione.
Dobbiamo combattere questo tentativo delle destre di portare a Reggio Emilia schemi come quello a cui abbiamo assistito a Torino e difendere quelli che anche nelle differenze di vedute politiche sono presidi di partecipazione pubblica e di attivismo al servizio della nostra comunità. Sapremo farci trovare al nostro posto.
Alessandro Miglioli
Possibile Reggio Emilia
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Gli attacchi di Israele e USA all’Iran, con l’uccisione di Khamenei e di altri leader, hanno aperto una nuova fase di conflitto in Medio Oriente e confermato, qualora vi fossero dubbi, che Trump e Netanyahu non hanno alcuna intenzione di agire nell’ambito del diritto internazionale. L’Iran ha reagito colpendo Israele, basi americane nel Golfo e una base britannica a Cipro, dunque territorio UE.
In tutto ciò l’UE si ritrova divisa, impotente e quindi pericolosamente vulnerabile.
Il fatto che il ministro della Difesa Crosetto si trovasse nel Golfo (non si capisce bene a fare cosa), oltre all’imbarazzo generale e al coinvolgerci nel susseguirsi di situazioni tragicomiche, mostra che gli europei fossero completamente all’oscuro dei piani degli “alleati” americani. La cacofonia tra le prese di posizione dei Paesi UE non fa altro che sottolineare come l’Europa non sia in grado di definire una linea politica coerente per i propri valori e interessi in politica estera e di difesa.
Infatti, in assenza dell’unanimità, le rare reazioni dell’Alta Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza Kaja Kallas hanno praticamente preso la forma di meme, mentre il Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa rimane in silenzio. Ursula von der Leyen, invece, è stata rimproverata per aver tentato di interloquire con gli attori regionali, quando il suo dovere a quanto pare sarebbe quello di rimanere con le mani in mano.
Come si può ancora accettare una paralisi politico-istituzionale del genere di fronte alle bombe che ormai cadono sui territori UE ?
L’urgenza e la necessità di una politica estera e di difesa comune dovrebbero essere ormai un’evidenza per tutti. La situazione internazionale dimostra che siamo già in ritardo per costruire l’Europa federale, l’architettura giuridica che avrebbe permesso di far valere il peso politico ed economico dell’Europa nella sfera internazionale, arginando le dinamiche imperialiste di Putin, Trump e Netanyahu.
Oltre al dramma immane e ingiusto che le popolazioni colpite dai bombardamenti stanno subendo senza poter contare su una risposta umanitaria adeguata, è in gioco la nostra stessa sicurezza. E una delle minacce principali è proprio la disunione europea.
L’unico modo per uscire dal modello di sicurezza basato sulla dipendenza esterna dagli Stati Uniti è fare il salto necessario per realizzare il progetto di pace, libertà e democrazia su cui l’UE è stata costruita: l’unione federale. E già nell’immediato, è possibile agire in modo concertato e parlare con una sola voce. L’unità politica è la nostra arma più potente.
Un’Europa realmente unita è la migliore e la più concreta possibilità che abbiamo, per costruire un futuro di pace duratura, fondato sul rispetto del diritto e sul rifiuto della guerra e degli imperialismi.
L'articolo La violenza imperialista domina la scena internazionale. Che fine ha fatto l’Unione europea? proviene da Possibile.
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15.000 firme nei primi due giorni di lancio per la petizione per dire no al cosiddetto “DDL antisemitismo”
“Abbiamo lanciato questa petizione su www.possibile.com/unafirmaper perché mentre il contenuto del DDL Romeo è allarmante, l’iter parlamentare non è ancora concluso: c’è ancora tempo per fermarlo, facendo sentire la nostra voce e chiedendo una presa di posizione dai parlamentari alla Camera. Ringraziamo tutte le persone che hanno firmato e che stanno condividendo la petizione per dare forza a questa richiesta”, dichiarano i primi firmatari della petizione, la Segretaria di Possibile Francesca Druetti e Gianmarco Capogna e Marco Vassalotti.
“Il contrasto all’antisemitismo è un tema molto serio, a cui questo ddl non contribuisce in alcun modo. Al contrario, lavorare affinché le critiche al governo israeliano, la denuncia del genocidio in corso e la lotta al fianco del popolo palestinese siano riconducibili a manifestazioni di antisemitismo è inaccettabile, pericoloso e in contrasto con le libertà e i diritti costituzionali”, continua Druetti.
“L’adozione della definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), non vincolante a livello internazionale, contestata da giuristi, relatori speciali ONU e organizzazioni per i diritti umani, e che, come hanno segnalato le stesse organizzazioni ebraiche antirazziste, tende a sovrapporre l’odio razziale con la critica legittima alle politiche dello Stato di Israele è il cuore del DDL. Esistono invece strumenti più rigorosi e rispettosi della libertà di espressione, come la Jerusalem Declaration on Antisemitism, che il legislatore ha scelto deliberatamente di ignorare”, aggiunge Gianmarco Capogna, coordinatore del Comitato Scientifico di Possibile.
“Chiediamo ai parlamentari di fermare o modificare radicalmente il DDL nel corso dell’esame alla Camera: rinunciare all’adozione vincolante della definizione IHRA, aprire un confronto reale con giuristi, comunità ebraiche plurali e società civile, e lavorare a una legge universale contro i crimini d’odio nel rispetto della Costituzione”, conclude Marco Vassalotti, coordinatore del Comitato Organizzativo di Possibile. “Ogni firma che si aggiunge a quelle già raccolte è un’altra voce che fa passare il messaggio più forte: continuiamo a insistere”.
L'articolo 15.000 firme nei primi due giorni di lancio per la petizione per dire no al cosiddetto “DDL antisemitismo” proviene da Possibile.
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Abbiamo tutte aperto parlando della guerra.
Nel 2018 il Ministro dell’Interno Matteo Salvini faceva un elenco di paesi di provenienza dei migranti naufragati nel Mediterraneo e saliti a bordo della nave Diciotti. E concludeva con una domanda: “In quali di questi paesi c’è la guerra?”. Lui pensava di aver fatto una grande uscita a effetto, ma la verità era che in molti di quei paesi la guerra c’era.
E l’altra verità è che anche nei paesi che non sono coinvolti in un conflitto c’è una guerra. Alle donne, alle ragazze, alle bambine. Ai loro diritti, alla loro sicurezza, alla loro stessa esistenza. Inizia anche prima della guerra e diventa un abisso di atrocità quando la guerra arriva.
Abbiamo visto la foto terribile delle fosse scavate per le 168 bambine uccise sotto le bombe nella scuola in Iran.
Questo è quello che succede quando la presidente del Parlamento europeo dice che del diritto internazionale non bisogna abusarne, sulla scia (incredibile, detta la linea) di Tajani che qualche settimana fa ha detto che il diritto internazionale vale fino a un certo punto.
Questo è quello che succede quando il sistema in cui ci troviamo è un sistema patriarcale, che esiste per opprimere, sfruttare, consumare. Le fonti, il pianeta, i corpi. Soprattutto i corpi femminili, i corpi non conformi, i corpi non rispondenti alla normatività. Perché la misura di tutto, lo standard, è il maschile, e non un maschile qualsiasi, un maschile che il sistema patriarcale lo alimenta e lo implementa. Lo protegge, spesso, con le unghie e con i denti, perché di quel sistema beneficia.
Quello che deve essere chiaro è che questi benefici non sono a costo zero. Nemmeno per gli oppressori. Perché un pianeta che brucia brucia prima per le persone più vulnerabili, ma a meno di trasferirsi davvero su Marte, nel futuro distopico che il sistema patriarcale ci sta preparando non c’è posto per nessuno, per quanto ricco e rapace possa essere.
Per questo abbiamo bisogno di un futuro come quello di cui stiamo ragionando qui oggi. La lente del transfemminismo che immagina un sistema diverso e lo porta avanti attraverso una battaglia politica e culturale non è un modo, è il modo. Non è un vezzo, è una necessità, anche per chi ancora non è pronto a riconoscerlo. E purtroppo non basta che ci siano più donne nei posti chiave, anche se è sicuramente importante, per ragioni che conosciamo tutte di rappresentanza e di visibilità e di soffitto di cristallo e di opportunità. Abbiamo bisogno di donne femministe, e degli uomini femministi che condividono questa battaglia con noi, per tutte e tutti. Vedo tante di queste persone in sala, persone con cui stiamo lavorando sui territori a tutti i livelli, comunali, regionali, perché anche i cambiamenti di sistema hanno bisogno dei territori. Per migliorare le condizioni delle persone, e per creare soluzioni per un’alternativa solida, credibile, transfemminista a questa destra che possiamo senza timidezze chiamare estrema. Momenti come questo, e condividerli in questo modo, ci aiutano a mettere insieme queste forze e a renderle organizzazione e progettualità per questo futuro che stiamo costruendo, che dobbiamo costruire. Come hanno ricordato Roberta Mori e Vittoria Baldino prima, è importante che condividiamo e connotiamo in chiave transfemminista le politiche a cui i nostri partiti stanno lavorando. E tutte le politiche, non ci serve un capitoletto di programma sulla questione di genere, ma un’ottica transfemminista su tutte le politiche e anche sulle pratiche.
Tutte noi abbiamo dovuto soffrire l’appassionante dibattito sul fatto se l’avvento di Giorgia Meloni fosse o meno una vittoria per il femminismo, lo ha ricordato anche Vittoria Baldino prima. Ecco, chi lo sostiene non ha capito cosa sia il femminismo. Perché Meloni, sono una donna, sono una madre, sono cristiana, che va in giro con lo slogan dio patria e famiglia, non ha niente di femminista. Non può essere femminista chi pensa che la natalità si incentivi rendendo l’aborto impossibile, finanziando i cosiddetti pro vita, bocciando il congedo parentale egualitario, il salario minimo, cancellando il consenso dalla legge sullo stupro, straparlando dell’inesistente “teoria gender”, chiudendo le porte all’educazione sessuoaffettiva, facendo la guerra agli spazi sociali, al dissenso, alle associazioni femministe, alle persone lgbtiq+ e, con una violenza oscena, ai nostri fratelli e alle nostre sorelle trans, oggetto di un attacco frontale dall’Italia agli USA di Trump, che ne ha fatto una vera e propria missione, e in troppi luoghi. Perché questo è il contrario del femminismo, questo è fascismo. Il controllo ossessivo dei corpi, dei diritti riproduttivi, del piacere è fascista. E sappiamo cosa fare con i fascisti. Resistere, ora e sempre.
L'articolo Diamo luce al futuro, Francesca Druetti interviene all’Assemblea del Forum Donne Verdi proviene da Possibile.
Chissà che la destra non perda il referendum e poi magari anche le elezioni per via dell’amico Donald Trump.Giuseppe Civati (Ossigeno)
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STOP AL DDL “ANTISEMITISMO”: “IN POCHE ORE OLTRE 4.000 FIRME. LA MOBILITAZIONE È APERTA”.
La raccolta firme lanciata da Possibile che si può firmare su www.possibile.com/unafirmaper, a prima firma di Francesca Druetti, Gianmarco Capogna e Marco Vassalotti raccoglie diverse migliaia di adesioni in poche ore. Il DDL n. 1004 deve ancora passare alla Camera: c’è ancora tempo per fermarlo.
In poche ore, oltre 4.000 persone hanno firmato la petizione promossa da Possibile contro il DDL n. 1004, approvato dal Senato della Repubblica su proposta del senatore Massimiliano Romeo e recante “Misure per il contrasto dell’antisemitismo”. Un risultato che va oltre ogni aspettativa di lancio e che testimonia quanto il tema tocchi nel profondo la coscienza democratica del Paese. L’iter parlamentare non è ancora concluso: il provvedimento deve passare alla Camera, e c’è ancora la possibilità di bloccarlo o modificarlo radicalmente.
“Migliaia di persone hanno risposto in pochissime ore alla nostra mobilitazione, e questo ci dice qualcosa di importante: in Italia c’è una coscienza civile viva, che riconosce la differenza tra combattere davvero l’antisemitismo e usarlo come leva per silenziare il dissenso. Voglio essere chiara e ribadire la nostra contrarietà ad ogni forma di odio e violenza, ma allo stesso tempo non si può censurare il supporto al popolo palestinese e il contrasto al genocidio in atto. Noi non ci fermiamo qui e vi chiediamo di supportarci in questa battaglia firmando e condividendo la petizione.”, dichiara Francesca Druetti, Segretaria Nazionale di Possibile.
Contrastare l’antisemitismo è un dovere democratico, e su questo non esistono ambiguità. Il problema è che questo DDL non lo fa davvero. Il suo cuore è l’adozione per legge della definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), una definizione non vincolante a livello internazionale, contestata da giuristi, relatori speciali ONU e organizzazioni per i diritti umani, e che, come hanno segnalato le stesse organizzazioni ebraiche antirazziste, tende a sovrapporre l’odio razziale con la critica legittima alle politiche dello Stato di Israele.
L’articolo 3 in particolare consente la possibilità di negare l’autorizzazione a manifestazioni e riunioni pubbliche qualora ritengano presenti “simboli, slogan, messaggi” qualificabili come antisemiti secondo la definizione IHRA. Un attacco diretto all’articolo 17 della Costituzione.
“Questa legge dice di voler proteggere le persone ebree, ma le stesse organizzazioni ebraiche antirazziste sono tra le prime a dire che la definizione IHRA non le tutela. Chiediamo ai parlamentari di riflettere come abbiamo fatto noi perché questa legge è sbagliata e maschera la volontà di criminalizzare il dissenso usando il tema, quanto mai importante, dell’antisemitismo. Ribadiamo che la solidarietà con il popolo palestinese e la critica a un governo che la Corte Internazionale di Giustizia sta esaminando per violazioni gravissime del diritto internazionale non sono posizioni estreme, sono posizioni umane. Difenderle oggi significa difendere la possibilità stessa di fare politica domani. Usiamo e rafforziamo gli strumenti normativi che già esistono per contrastare ogni forma di odio”, dichiara Gianmarco Capogna, Coordinatore Comitato Scientifico di Possibile.
“Quattromila firme in poche ore non sono un numero: sono quattromila persone che hanno detto ‘questa legge non mi rappresenta’. La politica cambia quando le persone si muovono insieme, non basta essere indignati, bisogna esserlo ad alta voce. Ogni firma che arriva è una voce in più che i parlamentari non possono ignorare. Aggiungi la tua, e chiedi a chi conosci di fare lo stesso”, conclude Marco Vassalotti, Coordinatore Comitato Organizzativo di Possibile.
Chiediamo ai parlamentari di fermare o modificare radicalmente il DDL nel corso dell’esame alla Camera: rinunciare all’adozione vincolante della definizione IHRA, abrogare l’articolo 3, aprire un confronto reale con giuristi, comunità ebraiche plurali e società civile, e lavorare a una legge universale contro i crimini d’odio nel rispetto della Costituzione. La libertà di espressione, il diritto di manifestare, la solidarietà con il popolo palestinese e la critica a un governo non sono negoziabili. La sicurezza delle persone ebree, come quella di ogni minoranza, si costruisce rafforzando la lotta contro ogni forma di razzismo e odio, non criminalizzando il dissenso politico.
Firma e fai girare la petizione: possibile.com/unafirmaper
Per informazioni e contatti stampa: ufficiostampa@possibile.com
L'articolo STOP AL DDL “ANTISEMITISMO”: “IN POCHE ORE OLTRE 4.000 FIRME. LA MOBILITAZIONE È APERTA”. proviene da Possibile.
Il 7 marzo a Prato si ricordano gli scioperi del 1944 e la deportazione di 133 lavoratori pratesi nei campi di concentramento nazisti, con la collaborazione dei fascisti locali. Uomini arrestati per aver scioperato, caricati sui treni e scomparsi dalle loro case e dalle loro fabbriche.
Organizzare proprio in quella data una manifestazione nazionale sulla cosiddetta “remigrazione”, promossa da CasaPound e dalla Rete dei Patrioti, con il coinvolgimento di esponenti politici locali, non è una scelta neutra. È una decisione politica che ignora deliberatamente il significato storico di quella giornata per la città.
La “remigrazione” non è un semplice slogan sull’immigrazione: è un concetto elaborato dall’estrema destra europea che propone rimpatri forzati e criteri di esclusione basati su origine e identità. Un’impostazione incompatibile con i principi costituzionali e con la storia democratica di Prato.
Si può discutere di lavoro, sicurezza e legalità. Ma scegliere il 7 marzo significa collocare quel dibattito nel giorno in cui questa città ricorda persone portate via in nome dell’ordine e dell’autorità.
Il silenzio, di fronte a una scelta del genere, non è neutralità.
La memoria non è un dettaglio formale. È un limite politico e morale.
PER QUESTO SABATO 7 MARZO ALLE ORE 16:00 POSSIBILE SARÀ IN PIAZZA DELLE CARCERI, A PRATO, ALLA MANIFESTAZIONE CONTRO LE DEPORTAZIONI “MAI PIÙ FASCISMI. MAI PIÙ DEPORTAZIONI.”
Possibile Prato-Pistoia
L'articolo 7 marzo: saremo in piazza a Prato contro la manifestazione di CasaPound sulla “remigrazione” proviene da Possibile.
La legge 12 settembre 2025 nr. 131 (detta “Legge sulla montagna”) è la cartina di tornasole della politica della destra italiana. Si spara alto, si aspetta la reazione e poi si torna indietro, fino quasi al punto di partenza, tanto poi nel bilancio per gli allocchi si menziona tra le cose fatte anche se, di fatto, non ci sono fatti.
La legge in oggetto disciplina agevolazioni e contributi per quei comuni che vengono definiti “montani” per contrastarne lo spopolamento e agevolarne lo sviluppo. È chiaro che esserci è un vantaggio: la vecchia classificazione ne prevedeva oltre 4000, la nuova li aveva ridotti a 2844.
L’artefice di tutto ciò è Calderoli, quello del porcellum, delle magliette anti-islam, dei cartoni di leggi inutili bruciati in piazza (senza poi effettivamente abolirle quelle leggi).
“Montagna è chi montagna fa”, direbbe Forrest Gump, e Forrest Calderoli stabilisce che la montagna è quando il territorio è situato sopra i 600 metri sopra il livello del mare. In questo modo taglia fuori praticamente tutto l’Appennino e una parte del territorio alpino, soprattutto in Piemonte. Che poi questo coincida con molti territori in cui la Lega è meno forte è un nostro retropensiero da comunisti.
Apriti cielo, mezza Italia in subbuglio perché la classificazione montana non definisce semplicemente una morfologia ma anche la situazione della logistica, dei collegamenti viari, dello spopolamento e dell’accesso alle tecnologie digitali. E in questo il territorio italiano, soprattutto al centro sud, ha un deficit strutturale atavico.
Calderoli, sensibile alle ragioni di chiunque, persevera nella scelta del parametro (montagna = altezza sul livello del mare) e abbassa i metri portandoli da 600 a 350. Bene, ma non benissimo. Una parte di comuni gioisce ma ce ne sono diversi che sono ancora fuori (29 nelle Marche, ad esempio, tra cui alcuni importanti come Urbino).
La Lega è a posto ma Fratelli d’Italia, il cui elettorato e i cui sindaci sono stati massicciamente colpiti dal provvedimento, non ancora. Ecco allora che si muovono i vertici (Acquaroli e Fioravanti nelle Marche) per pressare il montanaro Calderoli e portarlo a più miti consigli.
E Calderoli, naturalmente, cede, o almeno fa finta, dicendo che sì, se siete tutti d’accordo possiamo rivedere i criteri, che comunque i benefici economici li possiamo mantenere anche sui comuni che non rientrano etc etc etc, insomma: sei mesi di fuffa per tornare al punto di partenza, togliendo energie, risorse, impegno a problemi seri e non rinviabili.
Nel frattempo, due comuni che prima non erano montani ora lo sono diventati. Indovinate chi li governa? No, sbagliato, non è il centrosinistra!
Luca Angeloni
Possibile Marche
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La posizione di Possibile sul primo via libera al Senato
Ieri al Senato il DDL antisemitismo ha ottenuto il primo via libera con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astensioni.
Questo DDL non combatte l’antisemitismo: lo strumentalizza. L’obiettivo reale è criminalizzare chi si batte contro il genocidio a Gaza, chi manifesta solidarietà con il popolo palestinese, chi critica le politiche di uno Stato che la Corte Internazionale di Giustizia sta esaminando per violazioni gravissime del diritto internazionale.
La definizione IHRA che questo DDL intende adottare è contestata da giuristi, da relatori speciali dell’ONU e dalle stesse reti ebraiche antirazziste, perché mette sullo stesso piano l’odio verso gli ebrei e la critica politica a un governo. Non è tutela: è controllo del dissenso politico.
Mentre M5S e AVS hanno votato contro, il PD si è diviso: la maggioranza del gruppo si è astenuta, ma 6 parlamentari hanno votato a favore. L’astensione su una legge che colpisce la libertà di espressione non è neutralità: è una scelta. E votare a favore è avallare una definizione che le organizzazioni ebraiche antirazziste stesse denunciano come veicolo di repressione del dissenso.
L’iter parlamentare non è ancora concluso. Siamo ancora in tempo per fermare questo DDL. Invitiamo tutte le forze politiche, la società civile e i cittadini a mobilitarsi, a parlarne apertamente e a fare pressione sui parlamentari. Non lasciamo che criminalizzino la solidarietà e reprimano il dissenso, mascherando questa operazione con l’accusa di antisemitismo.
Francesca Druetti — Segretaria Nazionale di Possibile
Gianmarco Capogna — Coordinatore Comitato Scientifico di Possibile
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Steve Bannon, ex consigliere di Donald Trump e oggi uno dei principali riferimenti politici e ideologici del mondo MAGA, torna a mettere le mani sulla Certosa di Trisulti. Lo fa attraverso il suo referente in Italia, Benjamin Harnwell, già “gestore” del complesso dal 2018 al 2021, che ha presentato ricorso al TAR del Lazio contro la decisione del Ministero della Cultura di revocare in autotutela la concessione affidata nel 2018 al Dignitatis Humanae Institute, think tank presieduto dallo stesso Harnwell.
L’obiettivo non è mai stato un mistero: trasformare la Certosa in una “scuola per gladiatori”, un’accademia di formazione per leader nazionalisti, ispirata a un cattolicesimo tradizionalista, reazionario e apertamente schierato contro il pensiero di Papa Francesco. Un progetto politico-culturale che nulla aveva a che fare con la tutela, la valorizzazione e la funzione pubblica di un bene storico e spirituale di straordinaria importanza.
Dopo la sentenza del Consiglio di Stato, che ha riconosciuto come legittima la revoca decisa dal Ministero della Cultura, Harnwell ha tentato l’ennesima forzatura, ricorrendo alla Cassazione e sostenendo che il Consiglio di Stato avrebbe ecceduto le proprie prerogative. Una mossa che arriva alla vigilia dello sgombero e che si inserisce in una strategia ormai chiara: logorare, ritardare, occupare lo spazio pubblico e istituzionale per imporre una visione ideologica estranea al territorio e alla sua storia.
Eppure, proprio quella sentenza ha segnato un passaggio storico: per la prima volta è stato riconosciuto l’“interesse legittimo” delle associazioni del territorio, che avevano impugnato la precedente decisione del TAR del Lazio contraria alla revoca. Un precedente fondamentale, che afferma un principio semplice ma rivoluzionario: i cittadini e le comunità locali hanno voce quando si tratta del destino dei beni comuni.
Qualunque sarà l’esito del giudizio definitivo, atteso nelle prossime settimane, una cosa è già chiara per chi vive e difende questo territorio: la Certosa di Trisulti è un bene comune, non un trofeo politico dell’estrema destra internazionale.
In questi anni la mobilitazione non si è mai fermata. Comitati, associazioni culturali, realtà ecclesiali e cittadine e cittadini hanno continuato a presidiare il dibattito pubblico, a organizzare incontri, manifestazioni, momenti di confronto e di studio. Non solo per dire no a un affidamento inaccettabile, ma per affermare un’idea alternativa e concreta di valorizzazione: radicata nel territorio, rispettosa della vocazione spirituale e culturale della Certosa, aperta alla fruizione pubblica e alla cura collettiva.
La Rete Trisulti Bene Comune, che coinvolge, tra gli altri, l’Accademia delle Belle Arti, la Cooperativa La Paranza di Napoli, Legambiente, continua a seguire passo dopo passo l’iter giudiziario ed è pronta, se necessario, a intervenire nuovamente in tutte le sedi opportune. Purtroppo, anche in questa fase, la notizia della pendenza del giudizio è emersa solo attraverso la stampa, quando ormai era preclusa la possibilità di intervenire formalmente nel procedimento. Nel giudizio si sono comunque costituiti il Ministero della Cultura e la Regione Lazio; l’udienza di discussione si è tenuta l’11 febbraio 2026 e il collegio si è riservato la decisione.
Noi di Possibile continueremo a stare da una parte sola.
Dalla parte dei beni comuni, della democrazia, della partecipazione e dei territori. Dalla parte di chi difende Trisulti come luogo di cultura, spiritualità e apertura, contro ogni tentativo di trasformarla in un laboratorio dell’odio, del nazionalismo e dell’esclusione.
Perché nessuno tocchi la Certosa di Trisulti. E perché la battaglia per liberarla non si fermi.
Anna Rosa Frate
Possibile Frosinone
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Pescheria Marechiaro. reshared this.
La scorsa notte la maggioranza ha trovato l’accordo interno per la nuova legge elettorale, una sorta di “legge truffa” bis.
L’impianto sarebbe proporzionale, con una soglia di sbarramento al 3% per i partiti fuori dalle coalizioni. Uno sbarramento calcolato quasi dichiaratamente con una funzione tattica, quello di essere abbastanza alto da impedire una rappresentanza a chi sarà sotto la soglia (che nel 2022 fu di circa 800.000 voti) ma abbastanza basso da salvare Azione e Vannacci.
Alla prima coalizione, che basta superi il 40%, andrà un enorme premio di maggioranza che di fatto le garantirà 70 seggi su 400 alla Camera (ossia il 17,5%) e 35 su 200 al Senato: un premio sproporzionato in nome della “stabilità”, che di fatto suona esattamente come la Legge voluta dalla DC nel ’53 e abrogata l’anno dopo. Una legge che — come l’Italicum — rischierebbe di consentire la formazione di un governo sacrificando moltissimo la volontà di cittadine e cittadini, potenzialmente fino a smentirla. Una legge che consentirebbe a chi vince le elezioni con il 40% dei voti di eleggere potenzialmente da solo il Presidente della Repubblica.
A ciò si aggiunge la cancellazione degli uninominali e l’introduzione del ballottaggio se nessuna coalizione supererà il 35%. Niente di fatto, invece, per l’unico aspetto positivo di cui negli ambienti parlamentari si parlava fino a poco tempo: la reintroduzione delle preferenze. Meloni nel 2014 definiva “una vergogna” il fatto che non erano previste nell’Italicum. Eppure, i cittadini e le cittadine ancora una volta voterebbero delle liste bloccate senza possibilità di scelta dei candidati e delle candidate che andrebbero a rappresentarli.
Altra norma pericolosa che potrebbe comparire è quella di scrivere nel programma elettorale il nome del candidato o della candidata a Presidente del Consiglio, che non verrà votato o votata, ma dovrà comunque essere indicato. Un passo verso un Premierato di fatto, e contemporaneamente una presa in giro a cittadine e cittadini, visto che sarà comunque il Parlamento — come prevede la nostra Costituzione — a dare la fiducia al Governo formato dal Presidente del Consiglio su incarico del Presidente della Repubblica.
Mentre il centrodestra si sente legittimato e recuperare norme autoritarie e di chiara eredità fascista, come i listoni bloccati per chi avrà il premio di maggioranza, tutto nel nome di una ipotetica “stabilità”, l’Italia avrebbe bisogno di una riforma democratica e partecipativa, in cui le persone possano realmente scegliere e non semplicemente approvare una scelta calata dall’alto.
Con Possibile continuiamo a sostenere le raccolte firme promosse dal Comitato Iniziative Popolari e da Voto Libeguale, per chiedere di abolire le pluricandidature e ripristinare le preferenze e restituire a elettori e elettrici la possibilità di scegliere da chi essere rappresentati.
Trovi le proposte a questi link:
votolibeguale.it/
comitatoiniziativepopolari.it/
Thomas Predieri, Consigliere Comunale Castelnovo ne’ Monti
Marco Vassalotti, Comitato Organizzativo Possibile
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OpenSoul ✅ reshared this.
La decisione della Commissione di dare seguito all’Iniziativa dei Cittadini Europei My Voice, My Choice è un passo avanti importante per garantire l’aborto sicuro e accessibile in tutta l’Unione Europea.
Anche se non è stato creato un fondo per l’aborto sicuro ad hoc come chiedevamo, ma verrà usato il Fondo Sociale Europeo Plus (ESF+), è un risultato importante, raggiunto grazie alla partecipazione popolare, che dimostra come la mobilitazione democratica di oltre un milione di persone possa contribuire a orientare l’agenda politica europea sui diritti fondamentali.
Il percorso istituzionale che ha portato a questo risultato è stato accompagnato da un messaggio politico chiaro del Parlamento europeo, che con una risoluzione approvata a larga maggioranza ha espresso sostegno all’iniziativa e invitato la Commissione a valutare strumenti concreti.
Intanto, in Italia permangono criticità rilevanti: l’aborto farmacologico senza ricovero resta inapplicato, il Ministero della Salute non ha ancora pubblicato i dati ufficiali relativi alle interruzioni volontarie di gravidanza per il 2025 e, in molte strutture sanitarie, l’elevato ricorso all’obiezione di coscienza continua a rendere difficile l’esercizio concreto il diritto riconosciuto dalla legge 194.
My Voice my Choice rafforza il principio di autodeterminazione del corpo e richiama l’importanza di rendere effettivi — e non solo formali — i diritti alla salute e alla libertà di scelta.
I valori di libertà, uguaglianza e dignità su cui si fonda la Unione europea devono comprendere pienamente i diritti civili e riproduttivi.
Continueremo a lavorare affinché questo avanzamento si traduca in politiche concrete capaci di ridurre le disuguaglianze territoriali, garantire servizi realmente accessibili e rafforzare una cultura europea dei diritti che metta al centro la salute, la dignità e la libertà delle persone.
Raffaella Biba Barbieri
Portavoce Provinciale Possibile Udine
Presidente Cellula Coscioni Udine
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Il governo ha bocciato la proposta di congedo paritario delle opposizioni.
La proposta era semplice: cinque mesi per ciascun genitore, non trasferibili e retribuiti al 100%. Insomma, condivisione della cura: il minimo sindacale per permettere alle famiglie una distribuzione più equa delle responsabilità genitoriali che a oggi gravano quasi integralmente sulle spalle delle donne, con ripercussioni sulla loro partecipazione al mercato del lavoro e indipendenza.
Il minimo sindacale anche per migliorare il benessere deɜ bambinɜ nei primi mesi di vita, periodo decisivo per il loro sviluppo.
La proposta viene bocciata ufficialmente per mancanza di coperture economiche. Insomma, la famiglia è il cavallo di battaglia di questo governo fino a che non c’è da sostenerla per davvero.
Davanti all’immobilità della famiglia tradizionale, la realtà ci dice altro: da un rapporto di INPS e Save the Children si evince che il tasso di utilizzo del congedo di paternità è triplicato negli ultimi 10 anni, passando dal 19,2% nel 2013 al 64,5% nel 2023.
Un sondaggio del think tank Tortuga riporta un 96% di dipendenti delle aziende intervistate favorevoli all’allungamento del congedo di paternità.
Forse esiste già una nuova generazione di padri che vuole superare il modello di paternità tradizionalmente imposto: quello in cui il padre è padre quasi esclusivamente all’anagrafe, ma non in casa, non nel tempo libero, non nei momenti di crescita deɜ propriɜ figliɜ.
Quanto cambierebbe culturalmente, oltre che nella pratica quotidiana, con un congedo paritario di cinque mesi?
Esistono famiglie che vogliono poter vivere dignitosamente, avere tempo per la cura, una cura radicale, che superi gli schemi del “si è sempre fatto così” e dell’uomo che porta il pane a casa, che ridisegni squilibri e svantaggi.
Il congedo paritario sarebbe il minimo.
Ma dal governo della famiglia non arriva neanche quello.
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simone
in reply to marco boccaccio • • •Certo che sì!
@possibile