Politicamp 2026: l’intervento della Segretaria Francesca Druetti
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Salario minimo, persone migranti, diritti civili e sociali, piano casa, bollette, contrasto all’emergenza climatica, investimenti nella salute e nell'istruzione pubblica… troviamo cinque proposte da fare subito. Spiegando come fare, quali sono le ricadute concrete sulla vita delle persone, dove troviamo i soldi.

Politicamp 2026: l’intervento della Segretaria Francesca Druetti


Intanto vi ringrazio tutti per questa mattinata a cui tenevamo molto.

Oggi Giorgia Meloni ha scritto una cosa molto grave in una lunga sequenza di cose molto gravi che ci ha abituati a sentire.

Ha scritto che chiedere a chi partecipa a una fiera del libro di dichiararsi antifascista è censura ed è incompatibile con qualsiasi società democratica. Meloni, ti dò una notizia: se non puoi dichiararti antifascista, sei fascista.

E questo sì che è incompatibile con la società democratica e con la nostra costituzione antifascista su cui anche lei ha giurato quando è diventata presidente.

Dovremmo chiederlo non solo per le fiere del libro il patentino antifascista. Pensate: patentino antifascista per chi si candida a guidare le istituzioni del paese. Fantascienza.

Ci troviamo in un momento pericoloso per la nostra repubblica, in cui la destra sta facendo una gara con sé stessa nella direzione di un estremismo violento e senza pudore.

Non abbiamo timidezze a definire queste politiche fasciste, perché le abbiamo sotto gli occhi e perché non ce le hanno loro queste timidezze, nel descriversi e nell’agire. Un paese civile, un paese con la nostra storia, come può accettare che i suoi parlamentari ed europarlamentari discutano tranquillamente in ogni studio televisivo di deportazione? Come può accettare, ancora, la complicità nel genocidio del popolo palestinese? Come può accettare la discriminazione di stato sui corpi delle donne, delle persone trans, dei corpi migranti?

E se non abbiamo esitazione a chiamarli fascisti, la nostra politica e la nostra azione deve organizzarsi di conseguenza. Al fascismo abbiamo già risposto. Abbiamo risposto con la Resistenza, abbiamo risposto con il CLN. Con le sue differenze e le sue posizioni diverse ma con una certezza: che nel mondo che vuole questa destra, fatto di odio, paura, di legge del più forte, di ricchi sempre più ricchi e gli altri sempre più poveri, di dio patria e famiglia, di una politica e un’economia predatoria sull’ambiente e sulle persone, di corpi senza libertà e di repressione di ogni dissenso non ci vogliamo vivere. Non ci possiamo vivere.

Ieri e oggi al Politicamp abbiamo parlato di come fare a dare un’alternativa. Tutte le persone su questo palco rappresentano partiti che lo stanno facendo quotidianamente. Visto che abbiamo fatto lo sforzo, oggi, di essere tutti qui per parlarne insieme, quello che voglio chiedere a tutti noi è semplice e allo stesso tempo deve richiedere tutti i nostri sforzi in questi mesi che ci separano dal prossimo appuntamento elettorale, di cui tutti sentiamo l’importanza.

Non credo di peccare di troppa semplificazione quando dico che lo sappiamo cosa c’è da fare: in questo paese mancano tante cose, su alcune lavoriamo tutti da decenni. Su alcune abbiamo perso noi stessi degli appuntamenti quando avremmo dovuto coglierli. Non abbiamo più il lusso di permettercelo. Il rovescio di questa medaglia è che possiamo scegliere delle proposte che ci trovano tutti d’accordo: facciamolo insieme, partiamo da quelle. Per invalidare il lavoro che qui rappresentiamo, ci dicono che ci sono delle cose che ci dividono: iniziamo a impegnarci a fare le altre, e avremo un programma più ambizioso e convincente di molti che abbiamo visto in questi anni.

Salario minimo, persone migranti, diritti civili e sociali, piano casa, bollette, contrasto all’emergenza climatica, investimenti nella salute e nell’istruzione pubblica… troviamo cinque proposte da fare subito. Spiegando come fare, quali sono le ricadute concrete sulla vita delle persone, dove troviamo i soldi. Spoiler: tassando i ricchi, ricchissimi che possono e devono contribuire di più, per un mondo migliore per tutte e tutti, compresi loro. Restando, per chi è preoccupato, comunque molto ricchi.

Dopo cinque anni di destra disastrosa, e ce lo dicono i dati, non la nostra “sensibilità woke”, invertiamo subito la rotta.

Prima ho citato il CLN. Nel CLN c’erano i partiti, perché oltre a vincere, serviva ricostruire. Ricostruire e rappresentare di nuovo il paese. Ognuno facendo il proprio pezzo. Da parte nostra portiamo il contributo di anni di pratica politica, di ascolto, studio ed elaborazione. Le battaglie che abbiamo già condiviso con chi è su questo palco, la mobilitazione delle persone che sono state in piazza in questi anni con i nostri corpi e la nostra urgenza di cambiamento. Portiamo il nostro modo di fare politica, come una comunità di persone che scelgono di impegnarsi perché è insopportabile non farlo quando l’ingiustizia e le disuguaglianze sembrano essere insormontabili. Ma non lo sono, o lo sono meno, quando le affrontiamo insieme, con la forza delle proposte e della partecipazione.

Alla comunità di Possibile lancio un appuntamento: questo autunno agli stati generali per prepararci al meglio alle elezioni.

Portiamo la classe dirigente su cui abbiamo lavorato in questi anni abbiamo lavorato sulla classe dirigente e la rappresentanza di questa comunità. In questi due giorni avete visto qualcuno di loro, altri non potevano esserci ma li conoscete. Persone che sono state elette perché hanno rappresentato con credibilità ed efficacia queste proposte.

Tutti noi su questo palco lo sappiamo che nel processo democratico è fondamentale candidare persone la cui esperienza di vita e militanza rifletta quello che raccontano e che vogliono portare nelle stanze del governo. Questa è la strada: candidature credibili che le persone possano votare con convinzione e fiducia che poi faranno quello che abbiamo deciso di fare e per cui abbiamo chiesto di scegliere noi e la nostra visione del paese e del futuro.

Impegniamoci su questo, perché possiamo farlo, sappiamo farlo, ed è indispensabile che lo facciamo: non possiamo dimenticarci il giorno dopo il voto dell’allarmante tasso di astensionismo in questo paese. Non possiamo non renderci conto che le persone invece vanno a votare o si mobilitano se pensano che il loro voto e la loro voce possa portare un reale cambiamento. Le nostre proposte e le nostre candidature devono essere quel cambiamento che spinga cittadini e cittadine a votare e votare noi.

Quindi quello che vi propongo dopo la giornata di oggi è questo.

Facciamo queste 5 proposte concrete. Perché 5? Cinque proposte stanno su un volantino. Cinque proposte concrete, che cambiano la vita delle persone: salari, sanità, casa, costo dell’energia.

Serve un metodo per scegliere le candidature. Sarà decisivo.

Allo stesso modo, serve qualcuno che all’interno del campo largo rappresenti una posizione autenticamente di sinistra.

È possibile, insieme.

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12 giugno: il mondo della cultura sciopera. Ed è nostro dovere essere al loro fianco


A quasi 50 anni dall’ultima volta, il mondo della cultura sciopera e scende in piazza domani, 12 giugno. È, a suo modo, un risultato storico proprio per le caratteristiche strutturali del lavoro in questo settore: frammentato, intermittente, precario. Persone che non condividono né datore di lavoro, né contratto nazionale (quando viene applicato), né busta paga (quando c’è), accomunate soltanto dall’appartenenza allo stesso settore.

La notizia, quindi, prima ancora che nelle piazze, sta proprio qui: nella loro ricomposizione. Grazie all’associazione «Mi Riconosci?» e alle proclamazioni di FP CGIL, Nidil CGIL, CUB, ADL COBAS, COBAS lavoro privato, CLAP e USI CT&S, per la prima volta nella storia del Paese il personale di musei, biblioteche, archivi e teatri potrà incrociare le braccia insieme agli autonomi dell’editoria, dello spettacolo, della produzione artistica e culturale. L’ultimo sciopero nazionale di musei e biblioteche risale a quasi mezzo secolo fa, ma mai prima d’ora si era fermato insieme l’intero settore.

L’urgenza di uno sciopero così ampio nasce dal riconoscere la trasversalità della questione di fondo. La “grande bellezza” come brand nazionale ha funzionato a lungo come dispositivo di estrazione. Se lavori nella cultura lo fai anche per passione, quindi puoi pure farlo gratis o quasi.

D’altronde la spending review della legge di bilancio 2026 impone al Ministero della Cultura tagli per 68,98 milioni quest’anno, 65,46 milioni nel 2027 e 158,77 milioni nel 2028: oltre 293 milioni in tre anni. Nel frattempo, la spesa militare, secondo l’osservatorio Milex, tocca nel 2026 il record storico di 33,9 miliardi, 1,1 miliardi in più sul 2025. Lo Stato non è a corto di risorse ma sceglie scientemente la scala di priorità. Un paese “Open to Meraviglia” ma solo grazie a chi è sfruttato e sottopagato.

Sarebbe ingeneroso prendersela solo con i ministri Giuli e Sangiuliano. Molti dei problemi del settore sono nati e si trascinano da anni anche per colpa di ministri di altri schieramenti. La legge Ronchey, ad esempio, ha permesso la gestione indiretta con la concessione a terzi del patrimonio culturale, aprendo di fatto alla polverizzazione del comparto a scapito dei lavoratori. Allo stesso modo, va ricordato che nel 2015, prendendo a pretesto una banale assemblea sindacale regolarmente preavvisata, il governo Renzi, su impulso del ministro Franceschini, intervenne per decreto a comprimere il diritto di sciopero inserendo i beni culturali tra i servizi pubblici essenziali.

Le rivendicazioni, allora, non sono una mera lista di desideri ma il tentativo di ricomporre un comparto e ridare dignità a chi lo porta avanti tutti i giorni: reinternalizzare gli appalti, stabilizzare i precari, superare le false partite IVA, contratti di filiera che restituiscano alla contrattazione l’autorità sui salari, un piano straordinario di assunzioni, salute e sicurezza estese agli atipici, un reddito di discontinuità per chi lavora a intermittenza.

La posta in gioco non è soltanto sindacale, ma include anche la stessa concezione di cultura, il cui significato si è spesso appiattito su quello di promozione turistica o di intrattenimento. Restituire dignità ai lavoratori del settore significa anche riconoscere la funzione civile e sociale che il mondo della cultura ricopre all’interno della società.Lo sciopero di domani serve a ribadirlo e aridare centralità a chi ne ha fatto una professione, che sia nella sua produzione, riproduzione o tutela. Essere al loro fianco è un dovere di tutte e tutti noi.

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Pistoia: dopo la vittoria, chi governa il cambiamento?
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La vicenda pistoiese solleva una questione che riguarda tutte le coalizioni progressiste: come coniugare rappresentanza dei partiti, partecipazione civica e autonomia di governo.
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Pistoia: dopo la vittoria, chi governa il cambiamento?


Le difficoltà che stanno accompagnando la formazione della nuova giunta comunale di Pistoia hanno suscitato discussioni e preoccupazioni ben oltre gli ambienti direttamente coinvolti nella trattativa. Sarebbe però un errore ridurre quanto sta accadendo a una normale dialettica tra forze politiche, o a una controversia sulla composizione dell’esecutivo. Dietro queste tensioni emerge infatti una questione che riguarda non soltanto Pistoia, ma l’intero campo progressista: come trasformare una vittoria elettorale costruita attraverso una coalizione ampia e plurale in una reale esperienza di governo del cambiamento.

La riconquista del Comune di Pistoia dopo nove anni di amministrazione della destra è stata il risultato di un percorso politico e civile che ha coinvolto soggetti diversi. Partiti, liste civiche, associazioni, mondi dell’impegno sociale e culturale, cittadine e cittadini hanno contribuito a costruire una proposta credibile di alternativa. Nessuno può ragionevolmente rivendicare quella vittoria come patrimonio esclusivo di una singola organizzazione politica.

Molti elettori hanno certamente votato per appartenenza politica. Altri hanno scelto le diverse forze della coalizione. Molti, però, hanno sostenuto soprattutto una prospettiva di cambiamento, riconoscendosi in una candidatura capace di parlare a mondi diversi e di costruire una convergenza più ampia delle tradizionali appartenenze di partito. È proprio questo uno degli elementi che merita di essere preservato nella fase successiva alle elezioni.

Ogni esperienza politica conosce il passaggio delicato dalla coalizione elettorale alla coalizione di governo. Vincere un’elezione e governare sono attività profondamente diverse. La coalizione elettorale nasce per raccogliere consenso, per costruire una proposta capace di convincere gli elettori. La coalizione di governo è chiamata invece ad assumere responsabilità, prendere decisioni, individuare priorità e costruire una squadra amministrativa in grado di realizzare il programma presentato ai cittadini.

In questa fase emergono inevitabilmente esigenze diverse. Le forze politiche chiedono legittimamente che il consenso ottenuto trovi una rappresentanza adeguata. È una richiesta che affonda le proprie radici nel principio democratico e nel ruolo essenziale che i partiti continuano a svolgere nella vita pubblica. Nello stesso tempo il sindaco eletto rivendica la responsabilità di costruire una squadra di governo coerente con il mandato ricevuto dagli elettori e con gli obiettivi che la coalizione si è impegnata a perseguire.

Si tratta di esigenze entrambe legittime.

Il problema nasce quando il confronto tra queste esigenze si trasforma in una competizione per il controllo delle scelte politiche e amministrative. Quando la discussione sul governo della città rischia di essere percepita soprattutto come una questione di rapporti di forza tra gruppi dirigenti. Quando la costruzione di una visione condivisa lascia il posto alla ricerca di equilibri interni. In quel momento si produce una frattura che può risultare difficile da ricomporre.

Perché ciò che ha consentito la vittoria non è stato soltanto il peso elettorale delle singole organizzazioni. È stata soprattutto la capacità di apparire come una proposta politica aperta, inclusiva, capace di rappresentare interessi, sensibilità e culture diverse.

La sfida non riguarda soltanto Pistoia. Da anni la sinistra e il centrosinistra italiani si confrontano con una contraddizione che attraversa l’intero campo progressista. Da una parte esiste la necessità di costruire alleanze ampie per contrastare efficacemente la destra. Dall’altra emerge una crescente domanda di partecipazione, innovazione, apertura alla società civile e valorizzazione delle competenze.

La formula del cosiddetto “campo largo” nasce proprio dal tentativo di tenere insieme queste esigenze. Ma il campo largo non può essere ridotto a una semplice sommatoria di sigle, né a un accordo tra gruppi dirigenti. Se così fosse, finirebbe inevitabilmente per riprodurre le stesse dinamiche che negli ultimi decenni hanno contribuito ad allontanare molti cittadini dalla partecipazione politica.

Una coalizione larga funziona quando riesce a rappresentare la società reale. Quando valorizza competenze ed esperienze diverse. Quando mette al centro gli obiettivi condivisi e non la distribuzione delle posizioni. Quando costruisce un progetto comune senza cancellare le differenze. In questo quadro, l’autonomia di chi è chiamato a governare non dovrebbe essere considerata un problema da contenere, ma una risorsa da valorizzare.

L’ordinamento attribuisce al sindaco una responsabilità diretta nei confronti della comunità. I cittadini non eleggono soltanto una coalizione. Eleggono una persona chiamata a guidare l’amministrazione e a rispondere delle proprie scelte davanti agli elettori. Per questo appare ragionevole che chi assume tale responsabilità possa disporre degli strumenti necessari per costruire una squadra di governo coerente, competente ed efficace.

Difendere questo principio non significa mettere in discussione il ruolo dei partiti. Significa piuttosto riconoscere che il buon governo nasce dall’equilibrio tra rappresentanza politica, responsabilità istituzionale e capacità amministrativa.

Le questioni che attendono le amministrazioni locali sono troppo importanti per essere oscurate dalle discussioni sugli assetti interni. La qualità dei servizi pubblici, le politiche sociali, il lavoro, la transizione ecologica, il diritto alla casa, la rigenerazione urbana, la partecipazione democratica, la tutela dei beni comuni rappresentano le sfide sulle quali i cittadini misureranno la capacità di governo delle nuove maggioranze. È su questi terreni che si costruisce la credibilità del cambiamento.

Per una forza politica come Possibile, nata con l’ambizione di innovare la politica e di rafforzare la partecipazione democratica, questa discussione assume un significato particolare. Non si tratta di schierarsi a favore o contro una persona, né di intervenire nelle dinamiche interne di altre forze politiche. Si tratta di affermare un principio che dovrebbe appartenere a tutte le culture democratiche e progressiste: le coalizioni funzionano quando nessuno pretende di possederle.

Funzionano quando i partiti riconoscono il valore delle energie civiche che contribuiscono alla costruzione del consenso. Quando la leadership viene considerata una responsabilità e non una proprietà. Quando il pluralismo è percepito come una ricchezza e non come un problema da gestire.

La vittoria del centrosinistra a Pistoia ha suscitato aspettative, entusiasmo e speranze. Molti cittadini sono tornati a guardare alla politica con interesse perché hanno intravisto la possibilità di una stagione nuova.Quella fiducia rappresenta oggi il bene più prezioso. Sarebbe un errore disperderla proprio nel momento in cui inizia l’esperienza di governo.

La sfida che attende le forze progressiste non è soltanto vincere le elezioni. È dimostrare che esiste un modo diverso di esercitare il potere. Se le coalizioni larghe vogliono rappresentare una speranza di cambiamento, devono essere capaci di innovare non solo i programmi, ma anche le pratiche della politica.

È una sfida che riguarda Pistoia. Ma riguarda, oggi, l’intero centrosinistra italiano.

Possibile Pistoia

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Druetti (Possibile): ottimo segnale il successo della raccolta firme “unpercentoequo”


“Mentre negli studi televisivi e sulle pagine dei quotidiani quasi tutti i giorni possiamo vedere e leggere arrampicate sui vetri e pure e semplici bufale che dipingono la patrimoniale e qualsiasi forma di tassazione dei grandissimi patrimoni come una rapina, o una tragedia che porterebbe a terremoti economici, fughe di investimenti (quali, ci chiediamo) e conseguenze terribili per lavoratori e lavoratrici, in pochi giorni la raccolta per la proposta di legge d’iniziativa popolare unpercentoequo ha raggiunto le 50.000 firme necessarie per essere depositata. Invito a continuare a firmare, perché è importante che le firme continuino a crescere.”Lo dichiara la Segretaria Nazionale di Possibile Francesca Druetti, festeggiando il successo della raccolta firme “unpercentoequo”. “Il testo — continua Druetti — introduce un’imposta patrimoniale annuale progressiva sui grandi patrimoni superiori a 2 milioni di euro — prima casa esclusa — con aliquote che vanno dall’1% al 3,5%. La proposta contiene anche una riforma dell’imposta di successione, in modo che sia allineata alla media europea. Il gettito stimato è tra 26 e 60 miliardi l’anno, a seconda della platea, che oscilla tra 200 mila e 500 mila contribuenti. Si tratta proprio di quell’1% della popolazione più benestante. Cosa fare con questi soldi? Casa, lavoro, salute ed energia, per iniziare, e poi sostegno al reddito, istruzione, ricerca, riduzione del carico fiscale. In una parola: ridistribuzione.

La strada non è ancora finita, ma il successo della raccolta firme è un ottimo segnale. Ora, ci vuole la volontà politica di portare avanti la proposta.”

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Dal Dragtivism al Politicamp, per un paese nel segno dell’uguale


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Ci sono serate che non sai bene come raccontare. Non perché manchino le parole ma perché ne abbiamo troppe, tutte insieme. La tappa del Dragtivism di Bologna è stata una di quelle serate.

Nonostante il caldo e il ponte, un cortile pieno, centinaia di persone che avrebbero potuto stare ovunque e hanno scelto di essere lì con noi, insieme, a discutere di casa, di spazio urbano, di come si costruisce una comunità queer in un Paese che fa di tutto per renderlo difficile. Una discussione vera, orizzontale, appassionata. Il tipo di spazio che quando lo vivi ti ricordi perché hai scelto di fare politica.

E poi c’erano le Drag Queen, i Drag King, le Drag Performer, che hanno riempito la serata di arte, corpi, presenza, rabbia e bellezza. Guardarlɜ sostenersi a vicenda, costruire qualcosa insieme sul palco e fuori dal palco, ci ha ricordato una cosa che sappiamo ma a volte dimentichiamo: la nostra più grande forza è essere comunità.

Abbiamo discusso con Erika Capasso, con Adriana Perrino, con Linda Zanini. Abbiamo chiuso con Simona Larghetti che ha detto una cosa semplice e necessaria: la politica deve trasformare quello che costruiamo nei laboratori in azioni concrete dentro le istituzioni. Raccogliere i dati. Usarli. Sempre ricordando che dietro i numeri, necessari per capire i fenomeni, ci sono le persone, con le loro storie, che chiedono di essere ascoltate e raccontate. E poi, finanziare le norme, come la legge regionale contro l’omolesbobitransfobia — perché le emergenze sistemiche non si risolvono con le buone intenzioni, si risolvono con le risorse.

Grazie a Gruppo Trans, citando Andrea Ruggeri per tuttɜ, che c’è sempre, davvero, sempre, da quando le nostre strade si sono incrociate. Grazie a Porta Pratello per aver aperto le porte e abbracciato tutto questo senza riserve.

E grazie a Priscilla. Che non si è limitata a salire su un palco ma ha abbracciato tuttɜ noi ancora una volta, scegliendo tutti i giorni di essere dalla parte giusta della storia.

Ti aspettiamo al Politicamp il 13–14 giugno, e non vediamo l’ora.

Vi diciamo una cosa: quando abbiamo pensato al Dragtivism Tour, sapevamo che era un’idea giusta. Ma Bologna ci ha mostrato quanto. Tappa dopo tappa, città dopo città, da nord a sud, stiamo costruendo qualcosa che va oltre i singoli eventi: un processo, uno spazio aperto dove la comunità queer e LGBTQIA+ si incontra e costruisce alleanze e resistenza. In un Paese governato dalla destra più reazionaria che abbiamo mai avuto nella storia repubblicana, che non si limita a parlare contro di noi ma legifera contro di noi, contro i nostri corpi, le nostre famiglie, le nostre esistenze, questo spazio non è un lusso. È necessario. Radicale come deve essere il Pride Month.

Volevamo dirvelo perché volevamo che sentiste quello che abbiamo sentito noi a Bologna insieme a Lorenzo, Federica e tutte le persone di Possibile Bologna, Rimini, Cesena e dell’Emilia Romagna. Quell’entusiasmo non è nostro, è di tuttɜ. Ed è contagioso.

Quindi vi chiediamo di farlo diventare anche vostro.

Se volete che il Dragtivism arrivi nella vostra città, scriveteci, lo costruiamo insieme, con le realtà del territorio, perché come dice sempre Priscilla, “Sostene le drag locali!”. Ma, soprattutto, se volete sostenere concretamente quello che stiamo facendo, c’è un gesto piccolo che per voi non ha nessun costo ma che per noi vale moltissimo: scrivete S36 nella vostra dichiarazione dei redditi per destinate il 2×1000 a Possibile. È il nostro principale strumento di finanziamento e ci permette di continuare. E se conoscete qualcunɜ che potrebbe voler camminare con noi, parlatene insieme, il tesseramento è aperto, si può fare la tessera alias, e c’è sempre posto. ➡ www.possibile.com/tessera

Ci vediamo il 13 e 14 giugno al Chiostro della Ghiara di Reggio Emilia per il Politicamp, per continuare a discutere insieme di costruire un programma di governo che sia davvero alternativo a questa destra.

Con affetto, con orgoglio, con la stessa gioia dell’altra sera.

Francesca Druetti, Gianmarco Capogna, Marco Vassalotti

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Il bilancio consuntivo 2025 di Possibile approvato a larghissima maggioranza


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Si sono concluse alle 19.00 del 28 maggio 2026 le operazioni di voto per l’approvazione del bilancio consuntivo di Possibile dell’anno 2025. Il bilancio, con la relazione del tesoriere, è stato approvato con il 99,7% dei voti favorevoli e lo 0,3% dei voti contrari.

I documenti sono già disponibili sul nostro sito web nella pagina Trasparenza.

Grazie, di cuore, a chi ha partecipato al voto!

Il Comitato Organizzativo
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Sabato 13 e domenica 14 giugno ci vediamo a Reggio Emilia, al Chiostro della Ghiara, per l’edizione 2026 del Politicamp, la nostra tradizionale due giorni di approfondimento e mobilitazione.

Ci vediamo al Camp!

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La sentenza del TAR sugli affitti brevi a Firenze è un primo passo contro l’emergenza abitativa


La campagna contro la crisi abitativa e l’overtourism ha segnato finalmente un primo fondamentale punto. Infatti, grazie alla sentenza che ha respinto i numerosi ricorsi promossi da associazioni e imprenditori, il Tar ha dato il via libera definitivo al regolamento promosso dal comune di Firenze in merito alle locazioni turistiche brevi entrato in vigore il 31 maggio 2025.

Le norme introdotte dal capoluogo toscano (che — va evidenziato — sono arrivate tardivamente, in una condizione di pressione turistica insostenibile e già avanzata), sostanzialmente impediscono la nascita di nuove locazioni turistiche nel centro storico tutelato dall’Unesco mentre per le attività già esistenti avranno l’obbligo di una licenza da rinnovare ogni cinque anni.

Stop, inoltre, anche alle keybox ormai appese praticamente ovunque a deturpare il paesaggio urbano. Altro tassello fondamentale è quello che riguarda gli “affitti da incubo”: per affittare a turisti o studenti saranno necessari almeno 28 metri quadrati di superficie, eliminando di fatto cantine, sottoscala e soffitte pericolanti dagli annunci.

Il verdetto del Tar che sancisce il diritto delle amministrazioni a regolamentare per evitare che le nostre città diventino “pittoresche scenografie senz’anima” a causa della progressiva espulsione dei cittadini dal centro in favore del turismo mordi e fuggi, deve ora avere risonanza in tutti i comuni che presentano lo stesso problema di Firenze.

Si può e si deve agire localmente senza dover attendere una legge nazionale che sicuramente il governo Meloni non appronterà. Per il nostro territorio è vitale che le città tornino ad essere popolate nei loro centri. Una città viva è una città sicura, accogliente ed inclusiva.

Gli strumenti legali ora ci sono. Serve, come sempre, la volontà politica di agire in difesa dei cittadini che quotidianamente abitano le nostre città, riportando la casa al centro delle politiche delle amministrazioni e non più pensata solo come fonte di ricchezza estrattiva in favore dei fondi multiproprietari e delle big del business dell’alloggio.

Per quanto riguarda Firenze, serve poi un allargamento a tutto il comune, per evitare ulteriori bolle speculative, e un impegno forte, sostenuto da un investimento economico importante, per rimettere a posto le centinaia di alloggi popolari che ne hanno bisogno.

Sarebbe il minimo, indispensabile.

Marco Dall’Asta
Abitare Possibile

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Per l’anniversario della Strage di Capaci, fateci un favore: risparmiateci le vostre sfilate


Oggi, 23 maggio, Palermo diventa ancora una volta il palcoscenico di una passerella che conosciamo fin troppo bene. Leader politici e rappresentanti delle istituzioni sfileranno impettiti davanti l’Albero Falcone. Quest’anno, lo faranno in numero ancora maggiore, complici le elezioni amministrative che si terranno tra pochissime ore.

È un rito che si ripete, ma che diventa ogni anno più intollerabile.
Sarebbe bello, e forse onesto, se gli stessi volti varcassero la soglia dell’aeroporto “Falcone-Borsellino” anche in altre occasioni. Non solo quando il calendario segna una ricorrenza, ma quando la realtà chiede giustizia. Dove siete quando la criminalità organizzata torna a soffocare i nostri esercenti con il pizzo, come è successo pochi giorni fa a Isola delle Femmine? Dove siete quando l’ennesimo scandalo macchia le istituzioni, polverizzando quel poco di fiducia che ancora i cittadini ripongono in chi li governa?

A cosa serve la vostra presenza di un giorno, se poi l’assenza dello Stato è il rumore di fondo che accompagna ogni singolo giorno del resto dell’anno?
Che senso ha stare dritti e compunti davanti all’Albero Falcone, quando ci sono intere comunità a Palermo che, per avere garantiti servizi essenziali come l’acqua o i trasporti, devono ancora scendere a patti con il potere mafioso?

Non è questa la legalità. Questa è una sceneggiata. Usare il ricordo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino come un’arma di propaganda elettorale è l’offesa più grande che possiate fare alla loro memoria e a questa città.

Le vostre sono parole vuote, che risuonano in un vuoto politico e sociale che avete contribuito a creare. Se volete davvero onorare chi ha dato la vita per questa terra, iniziate a occuparvi dei vivi, dei loro diritti e dei loro bisogni reali. Per tutto il resto, risparmiateci le vostre sfilate.

Diletta Nuzzo
Possibile Sicilia

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Fediverso Possibile ha ricondiviso questo.

Esatto, che ne dicono i fascistoni razzisti che governano Israele dispensando morte e distruzione?

globalist.it/politics/2026/05/…

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Possibile aderisce alla campagna 1% equo
La Segretaria Nazionale Francesca Druetti: “un’iniziativa importante per rimettere al centro la giustizia fiscale”

“Scuole, università, ricerca, sanità, transizione energetica ed ecologica. Sostegno alle imprese, all’occupazione femminile e alle famiglie, per uscire dalla stagnazione e dalla crisi di natalità (veramente, senza deliri osceni sui corpi delle donne). Sono le questioni basi di cui ogni governo che ha a cuore l’interesse del paese dovrebbe occuparsi senza sosta. Eppure, quando qualcuno cerca di mettere soluzioni reali al centro dell’agenda politica, si sente chiedere: dove prendiamo i soldi? Sta nella nostra Costituzione e nella logica delle cose: dai super-ricchi. Chi ha di più paga di più, per il principio costituzionale della progressività. Chi ha tantissimo, più di quanto la maggioranza assoluta delle persone (sì, anche quelle che alla patrimoniale si oppongono, nel nome del mito di una ricchezza fuori dalla loro portata) potrà mai avere o anche immaginare, resterebbe ricchissimo, e vivrebbe in una società migliore, per tutti, anche per lui: più sicura, più avanzata, con più opportunità. Ecco perché sosteniamo la campagna 1% equo per una patrimoniale sui super-ricchi. Lo facciamo con impegno e convinzione, per rimettere al centro il tema della giustizia fiscale, per troppo tempo ignorato dal dibattito pubblico italiano”.

Lo dichiara la Segretaria Nazionale di Possibile Francesca Druetti, rilanciando l’iniziativa proposta da un ampio gruppo di esponenti della società civile, accademici e artisti.“Da sempre la patrimoniale fa parte del programma di Possibile, e siamo contenti che ci sia ora un’iniziativa ampia e condivisa che si propone di introdurla. L’idea — come ha scritto Davide Serafin del Comitato Scientifico di Possibile sulla rivista ossigeno.net — è che attraverso la maggiore tassazione delle grandi fortune si possa dare avvio a una grande restituzione, non solo monetaria ma anche di opportunità, di accesso a casa, clima ed energia, in un momento in cui proprio questi tre aspetti sono messi in crisi dalle dinamiche di potere a livello internazionale.”

Conclude Druetti: “Quanto vale l’1% equo? 73 miliardi, secondo le stime dei promotori: ecco da dove arrivano i soldi, da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni. Ora serve la volontà politica di farlo.”

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Possibile aderisce alla campagna 1% equo
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Scuole, università, ricerca, sanità, transizione energetica ed ecologica. Sostegno alle imprese, all’occupazione femminile e alle famiglie, per uscire dalla stagnazione e dalla crisi di natalità (veramente, senza deliri osceni sui corpi delle donne). Sono le questioni basi di cui ogni governo che ha a