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Uno studente gay è bloccato in Iran. Riportiamolo a casa in Italia!


Un giovane studente di medicina dovrebbe essere libero di studiare, curarsi, progettare il proprio futuro.
Invece è bloccato in Iran, intrappolato da una burocrazia che oggi mette a rischio la sua vita.

È uno studente che vive in Italia. È gay.
E in Iran questo significa repressione, paura quotidiana, violenze possibili. Significa doversi nascondere per restare vivi.

Non sta chiedendo un favore.
Sta chiedendo un diritto: tornare in Italia, continuare gli studi, vivere in sicurezza.

Quando uno Stato nega il rientro a chi è in pericolo, quella non è neutralità: è una scelta politica.
E ogni giorno di silenzio pesa sulle spalle di chi rischia tutto.

L’Italia conosce la situazione in Iran. Conosce i rischi per le persone LGBTQIA+.
Può e deve intervenire ora.

✍ Firma la petizione su https://action.allout.org/it/m/61743002

Nessuna vita può essere sacrificata sull’altare della burocrazia.

(Questa campagna è condotta da: Agapanto, Agedo nazionale, Arcigay, Antinoo Arcigay Napoli, Associazione Quore, Associazione Radicale Certi Diritti, CEST centro salute trans e gender variant, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, EDGE, GayCenter, Gaynet, Intersex Esiste, Omphalos LGBTI, Open Catania, Polis aperta, Possibile LGBTI+, Rete Genitori Rainbow, Stonewall GLBT+ Siracusa, T Genus, Ygrò A.P.S., One Billion Rising Italia, Assist Ass. Naz. Atlete aps, Famiglie Arcobaleno, Genderlens e Libellula Italia APS.)

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Un giovane studente di medicina dovrebbe essere libero di studiare, curarsi, progettare il proprio futuro. Invece è bloccato in Iran, intrappolato da una burocrazia che oggi mette a rischio la sua vita. È uno studente che vive

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Lo sport è politica. Anche alle Olimpiadi.


Nel 2025 abbiamo lanciato una campagna e una raccolta firme per chiedere che la partita Italia-Israele, in programma a Udine, non si giocasse. Volevamo ribadire un concetto semplice — e dare la possibilità a decine di migliaia di cittadini e cittadine di far sentire la propria voce: non si può giocare a calcio come se niente fosse mentre è in corso un genocidio. Lo sport, e il calcio in particolare, con i miliardi di appassionati che conta in tutto il mondo, ha la possibilità di creare un vero cambiamento, di obbligare le persone ad aprire gli occhi e rompere il muro di indifferenza.

Per mesi ci siamo sentiti ripetere da tanti, troppi, compresi vertici delle organizzazioni sportive e da esponenti del governo, che “lo sport e la politica devono restare separati”. Una scemenza ipocrita, quasi sempre sostenuta in malafede da chi per primo non si fa scrupoli a mettere atleti e risultati sportivi al servizio della propaganda del più forte e degli interessi economici e politici più aggressivi.

Abbiamo infatti visto la FIFA di Infantino inventarsi un Premio per la Pace da dare a Trump, ossessionato dal Nobel. I due si sono riuniti a gennaio a Davos, dove Trump ha presentato il Board of Peace e Infantino il trofeo dei Mondiali 2026. Mondiali che sono al centro di una preoccupazione crescente nel resto del mondo: un paese come gli USA, che nega e revoca i visti sulla base di regole arbitrarie e mutevoli, nelle cui strade imperversa la milizia trumpiana dell’ICE (“gentilmente” prestata anche alle Olimpiadi di Milano-Cortina) che prende di mira e rapisce le persone (bambini compresi) sulla base della profilazione razziale e uccide impunemente, può essere considerato sicuro per le migliaia di tifosi che stanno organizzando la trasferta per seguire la propria squadra?

Nel frattempo, sportivi e tifosi che da sempre si schierano per uno sport inclusivo e dalla parte delle persone e non del potere di turno continuano a usare la propria voce a ogni occasione. Guardiola è intervenuto al concerto di Barcellona “Act for Palestine”, il Celta ha fatto fronte comune con il suo calciatore Borja Iglesias per ribattere agli insulti omofobi, Lewis Hamilton ha collaborato con la Croce Rossa e l’organizzazione Palestine Red Crescent per Gaza, l’intermezzo del Super Bowl che l’anno scorso ha visto esibirsi Kendrick Lamar quest’anno sarà affidato a Bad Bunny (artista portoricano che ha aperto il suo discorso ai Grammy con “Fuck ICE”) e ai Green Day. L’NHL, la lega di hockey che manda tra l’altro decine di atleti alle Olimpiadi invernali — estremamente bianca, conservatrice, omotransfobica e misogina: i vincitori della Stanley Cup 2025, i Florida Panthers dei fratelli Tkachuk non solo sono stati in visita alla Casa Bianca a gennaio, ma Matthew Tkachuk si è letteralmente prostrato davanti a Trump — è stata travolta dal successo planetario di “Heated Rivalry”, la serie canadese i cui protagonisti, Connor Storrie e Hudson Williams sono stati anche tedofori per Milano-Cortina.

In questo clima oggi si aprono proprio le Olimpiadi invernali 2026, con Eni e le energie fossili come sponsor, con la neve artificiale su montagne da cui stiamo spremendo ogni giorno di una “stagione” che non esiste più (come raccontato benissimo in “Giochi di potere. Ripensare le Olimpiadi per salvarne lo spirito” edito da People), senza la Russia (chissà per quanto, visto che Infantino ha aperto al rientro della Russia nel calcio mondiale) eppure con Israele. Con i prezzi dei biglietti alle stelle, inarrivabili per la maggior parte delle persone che tengono vivo lo sport anche nel resto dell’anno, e le parate di capi di Stato e istituzioni nelle serate di punta.

Non lo spettacolo che vorremmo vedere, anche quando vogliamo vedere le gare. Eppure, le soluzioni ci sarebbero: quello che manca, ancora una volta, è la volontà politica di applicarle.
Francesca Druetti
Segretaria Nazionale di Possibile

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Altro che tregua olimpica: USA e Russia non hanno rinnovato il trattato per la non proliferazione delle armi nucleari


È scaduto ieri il New START (New Strategic Arms Reduction Treaty, Nuovo trattato di riduzione delle armi strategiche), l’ultimo e unico trattato bilaterale tra Stati Uniti e Russia volto a contenere la proliferazione delle armi nucleari. L’accordo era entrato in vigore il 5 febbraio 2011, rimpiazzando il primo trattato START di vent’anni prima, e prevedeva il dimezzamento del numero di basi di lancio dei missili nucleari strategici e delle relative testate.

All’epoca rappresentò un timido tentativo di superare la logica apocalittica della deterrenza o, quanto meno, di circoscriverla entro un quadro giuridicamente vincolante di regole condivise, garantite da due potenze che assieme detengono oltre diecimila testate nucleari. Ne basterebbero poche per annichilire l’umanità. Eppure, in un mondo lanciato a tutta velocità contro il muro della corsa agli armamenti, l’impegno alla denuclearizzazione (e quindi alla pace) è diventato carta straccia.

Il trattato è scaduto, senza volontà di rinnovarlo. E non è un’esagerazione dire che ciò ci avvicina alla fine del mondo. A maggior ragione quando Trump e Putin si pongono con vanagloria al di sopra di ogni regola, demolendo le organizzazioni multilaterali e violando ripetutamente il diritto internazionale. Di aggressione in aggressione. Persino normalizzando la minaccia nucleare nel discorso politico.

La fine del mondo si può fermare. Soprattutto, è nelle nostre possibilità. La strada è stata tracciata, da decenni, dai movimenti pacifisti e dalla comunità scientifica. Gli strumenti concreti per uscire dal ricatto atomico sono a disposizione di chi voglia adottarli. A partire dal Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), che vieta agli Stati aderenti l’uso, lo sviluppo, la sperimentazione, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, l’immagazzinamento e il dispiegamento di armi nucleari. Settantacinque Stati hanno già ratificato o aderito al TPNW. L’Italia no. Come tutti i paesi NATO, ha scelto di non sottoscriverlo, nonostante l’opinione pubblica italiana sia largamente favorevole al disarmo nucleare. La classe dirigente ha invece scelto le bombe. Come quelle ospitate, al di fuori della legge, nelle basi statunitensi di Ghedi e Aviano, siti di stoccaggio di armi atomiche che rendono l’Italia al tempo stesso complice e bersaglio diretto in caso di escalation militare.

Mentre il governo Meloni confonde cause ed effetti, spacciando il riarmo come mezzo di pace, non ci stancheremo di ripetere il contrario: il riarmo prepara la guerra, il disarmo costruisce la sicurezza. Basta un passo per cambiare direzione. E quel passo va fatto ora.

Alessandro Tinti

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Altro che tregua olimpica: USA e Russia non hanno rinnovato il trattato per la non proliferazione delle armi nucleari
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Il trattato bilateriale per la non proliferazione delle armi nucleari tra


Lo sport è politica. Anche alle Olimpiadi.
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Per mesi ci siamo sentiti ripetere da tanti, troppi, compresi vertici delle organizzazioni sportive e da esponenti del governo, che “lo sport e la politica devono restare separati”. Una scemenza ipocrita, quasi sempre sostenuta in malafede da chi per primo non si fa scrupoli a mettere atleti e



DDL 1715: non possiamo cancellare la parola “consenso”
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La proposta Bongiorno, sostituendo il consenso con il dissenso, rischia di minare questa tutela, depotenziare la legge e riportare indietro anni di battaglie civili e femministe. Chiedere che il ddl 1715 non venga modificato significa affermare la necessità di una legge chiara, una cultura chiara e un principio chiaro: il consenso


Pieno sostegno agli attivisti e alle attiviste denunciate a Reggio Emilia durante le manifestazioni per Gaza
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È di questi giorni, infatti, la notizia dell’arrivo anche a Reggio Emilia delle prime denunce


Pieno sostegno agli attivisti e alle attiviste denunciate a Reggio Emilia durante le manifestazioni per Gaza


Il Comitato reggiano di Possibile esprime pieno sostegno agli attivisti e attiviste colpite dalle denunce in occasione dei cortei in favore di Gaza e della Global Sumud Flotilla.

”È di questi giorni, infatti, la notizia dell’arrivo anche a Reggio Emilia delle prime denunce comminate alle attiviste e agli attivisti che hanno manifestato per la città durante i cortei a favore del popolo palestinese ed in difesa della Global Sumud Flotilla il 22 settembre e 3 ottobre scorsi. Cortei assolutamente pacifici, molto partecipati, che hanno ribadito con chiarezza da che parte sta la nostra città: per la libertà e per l’autodeterminazione dei popoli, contro le guerre predatorie e contro i genocidi.

“Questi provvedimenti penali – prosegue il comitato – sono la diretta conseguenza dei nuovi reati di blocco stradale e ferroviario introdotti dal “DL Sicurezza”, espressione chiara e manifesta della volontà repressiva del dissenso da parte del governo Meloni. Non possiamo accettare passivamente che chi, con coraggio e volontà ha messo i propri corpi in gioco per la causa della libertà del popolo palestinese, possa essere macchiati di reati penali.”

Oltre alla fedina penale macchiata, se il Parlamento approverà il nuovo pacchetto di misure aggiuntive in materia di sicurezza, a coloro che risultino anche solo denunciati o condannati con sentenza non definitiva nel corso dei cinque anni precedenti sarà esteso il Daspo Urbano, ovvero il divieto di accesso nei centri urbani. “Immaginare che a studenti, lavoratori, sindacalisti e semplici attivisti possa essere vietato l’ingresso in città solo per il semplice esercizio del diritto di espressione di dissenso e di pacifico contrasto sociale è agghiacciante. Il rischio di una deriva autoritaria da parte di questo governo è sotto gli occhi di tutti.”

Possibile si schiera quindi a fianco di tutte e tutti coloro che in quelle giornate hanno colorato pacificamente la città, senza nessun tipo di danno, facendo proprio anche proprie anche le preoccupazioni espresse dal presidente nazionale di Anpi Gianfranco Pagliarulo. Questi atti intimidatori sono la risposta del governo a chi lo ha messo in crisi per la prima volta attraverso una grande mobilitazione popolare che ha attraversato anche la nostra città. Non possiamo permettere che chi verrà colpito da queste denunce venga lasciato da solo. Possibile è da sempre a fianco di chi, nel nome della libertà e della giustizia sociale, scende in piazza e in strada.

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DDL 1715: non possiamo cancellare la parola “consenso”


Parlare di violenza sessuale significa confrontarsi con una realtà drammatica e pervasiva, che colpisce milioni di persone ogni anno, violando diritti umani fondamentali. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’ONU, quasi una donna su tre ha subito violenza fisica o sessuale nella vita, e centinaia di milioni di ragazze sono state vittime di abusi prima dei 18 anni. Non sono numeri astratti: sono vite spezzate, traumi psicologici, sociali e fisici che accompagnano le persone per anni, storie che chiedono giustizia, riconoscimento e protezione.

Il ddl 1715, attualmente all’esame del Senato, rappresenta una grande opportunità per cambiare finalmente il paradigma: non più la violenza sessuale misurata solo attraverso la forza fisica o la minaccia, ma centrata sul consenso libero, consapevole e revocabile della persona coinvolta. Questo principio significa che qualsiasi atto sessuale senza un sì chiaro e consapevole è reato, e sposta completamente il peso della responsabilità sull’autore della violenza. Non si tratta di un dettaglio tecnico: è la differenza tra giustizia reale e una finta tutela che colpevolizza la vittima.

“Il consenso è tutto quando si tratta di sesso. L’essere in silenzio o il non dire esplicitamente ‘no’ non equivale a dare consenso.” — #IoLoChiedo, Amnesty International

E’ assurda, quindi, la proposta della senatrice Bongiorno di sostituire il concetto di consenso con quello di dissenso che rischia di invertire tutto il lavoro fatto negli ultimi anni, e negli ultimi mesi con questo ddl. Non si tratta di un mero cambio lessicale, ma della volontà politica di ribaltare, di nuovo, il paradigma: nel modello del dissenso, infatti, è chi subisce violenza deve dimostrare di essersi opposto, di aver detto “no” chiaramente e abbastanza. È una logica che riporta indietro la legge e la cultura, facendo tornare sulle vittime il peso della responsabilità e aumentando la discrezionalità dei giudici. Spesso chi subisce violenza si blocca, non reagisce fisicamente o non sa come manifestare opposizione in quel momento, e pretendere da queste persone di “difendersi abbastanza” è semplicemente ingiusto.

Il consenso, al contrario, è un principio universale e positivo, riconosciuto anche dalla Convenzione di Istanbul, secondo cui la volontà della persona deve essere libera e valutata nel contesto reale in cui l’atto avviene. Significa dire chiaramente che chi subisce violenza non è responsabile, che la sua immobilità, il silenzio o la paura non possono mai essere interpretati come consenso.

“In caso di dubbio sul consenso, chiedilo espressamente.” — #IoLoChiedo, Amnesty International

I dati globali sono impietosi: centinaia di milioni di donne e ragazze hanno subito violenze, e solo una minima parte denuncia, perché il sistema giudiziario richiede criteri difficili da dimostrare e spesso invisibili. La legge sul consenso non è un dettaglio ideologico, ma una risposta concreta a un problema reale, capace di proteggere chi subisce violenza e di creare strumenti chiari per perseguire chi la commette.

Proprio per questo il ddl 1715 non è solo una legge penale: è un messaggio culturale. Significa che la libertà sessuale è un diritto inviolabile, che il corpo di ciascuna e ciascuno è intoccabile e che nessuno può essere giudicato per le proprie reazioni o per il proprio comportamento. Sostituire il consenso con il dissenso non è aggiornare la legge: è riportare indietro la cultura e legittimare vecchi stereotipi che ancora oggi affiorano nei tribunali.

Secondo l’OMS, circa 840 milioni di donne e ragazze hanno affrontato violenza da partner o da altre persone, e centinaia di milioni di questi atti non sono denunciati. Questi numeri mostrano quanto sia urgente una legge chiara sul consenso.

Difendere il consenso significa anche lottare per l’educazione e la trasformazione culturale. Campagne come #IoLoChiedo educano, informano e invitano a creare relazioni basate sul rispetto e sulla libertà, perché il cambiamento giuridico deve andare di pari passo con quello culturale. Significa insegnare che il consenso non è negoziabile, che le relazioni sessuali e affettive devono essere basate sulla volontà chiara e condivisa, e che il rispetto del corpo e della libertà di ciascuno è il fondamento della democrazia. E per farlo servono necessariamente anche percorsi obbligatori e in orario curricolare per un’educazione sessuale e affettiva inclusiva, nelle scuole di ogni ordine e grado.

Non smetteremo mai di dirlo e di lottare affinché si possa discutere anche di questo, esprimendo tutta la nostra contrarietà verso le scelte reazionarie portate avanti dal Ministro Valditara e da tutto il Governo su questo tema.

Come Possibile siamo sempre statɜ al fianco delle campagne internazionali per il consenso e per l’educazione sessuale e affettiva, convintɜ che una società che non riconosce e tutela la libertà sessuale non possa definirsi libera, giusta o civile. Proprio per questo, la proposta Bongiorno, sostituendo il consenso con il dissenso, rischia di minare questa tutela, depotenziare la legge e riportare indietro anni di battaglie civili e femministe.

Chiedere che il ddl 1715 non venga modificato significa affermare la necessità di una legge chiara, una cultura chiara e un principio chiaro: il consenso non si negozia.

È un impegno verso chi ha subito violenza, verso chi non ha ancora denunciato per paura, verso tutte e tutti noi che vogliamo vivere in una società più giusta, più rispettosa, più libera.

Solo un sì libero e consapevole rende un atto sessuale lecito.

Solo sì è sì.

Sempre.

Gianmarco Capogna
Coordinatore Comitato Scientifico Possibile

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Al Referendum decideremo che tipo di giudice vogliamo in Italia


La copertina del “Corso di filosofia del diritto” di Luigi Lombardi Vallauri, qui riprodotta, non contiene un’elaborazione realizzata con l’intelligenza artificiale, bensì mostra la targa di una via di Firenze. Difficilmente l’autore avrebbe potuto scovare un’immagine più efficace per esprimere un fenomeno ben noto: quando un qualsiasi giudice adotta una decisione, non soddisfa mai tutte le persone direttamente coinvolte nel processo. Se poi la vicenda trattata dal giudice assume rilevanza mediatica, anche parte dell’opinione pubblica disapproverà la decisione e ne rimarrà scontenta.

Tutto questo accade ogni giorno e il Governo sfrutta sistematicamente queste dinamiche per sostenere la causa della riforma costituzionale che sarà prossimamente sottoposta a referendum, presentandola come un passo verso un miglior funzionamento del sistema giustizia.

Ma in quale modo dovrebbe avvenire questo “miglioramento”? Comprimendo l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati attraverso meccanismi che ne condizionino la carriera, inducendoli così a conformarsi all’orientamento politico e valoriale della maggioranza politica del momento.

Sia chiaro, allora, che col prossimo referendum saremo chiamati a decidere che tipo di giudici vogliamo in Italia.

Che genere di giudice voglia la Presidente del Consiglio è chiarissimo e lo ha ribadito lei stessa qualche giorno fa, nel corso della conferenza stampa annuale, con un’affermazione che denota un’agghiacciante estraneità alla più basilare grammatica costituzionale: riferendosi al caso del cosiddetto imam di Torino, Meloni afferma “la polizia ne dimostra la pericolosità per i suoi contatti con i jihadisti; il ministro Piantedosi ne dispone l’espulsione; e l’espulsione viene bloccata“ dalla magistratura; mentre invece dovremmo “lavorare tutti nella stessa direzione”.

Frasi che spazzano via in un colpo solo la terzietà dei giudici, l’habeas corpus, secoli di lotte per conquistare il diritto a sottoporre a un giudice le accuse che ci siano rivolte: se la polizia ha “dimostrato” la pericolosità di una persona, pare dire Meloni, di cosa si discute ancora?

Quello che vuole Meloni è in realtà un giudice-esecutore passivo, ciecamente fedele alla lettera del comando legislativo. Ma senza bisogno di tornare a discutere di Montesquieu e della sua celebre definizione del giudice come “bocca della legge”, l’idea del giudice-esecutore, chiamato ad applicare il dettato normativo senza interferirvi con la sua interpretazione, è da tempo considerata completamente irrealistica. Eppure corrisponde all’ideale di giudice che accomuna molti autocrati nel mondo.

In una moderna democrazia costituzionale, invece, il giudice non può, né deve essere un mero esecutore, quanto piuttosto il “guardiano” dei diritti fondamentali della persona, quali sono enunciati in primo luogo dalle Costituzioni. In questa veste, il giudice è chiamato a difendere gli individui, e specialmente le minoranze, dagli abusi che possono essere compiuti da chi detiene la maggioranza politica in un determinato momento storico.

Se vogliamo continuare ad avere giudici “guardiani” della democrazia e dei nostri diritti, è necessario votare NO al referendum costituzionale sull’ordinamento giudiziario.

Carlo Buffa

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Varese Possibile e l’On. Grimaldi chiedono chiarimenti sui fatti di Lonate Pozzolo


Dopo le rivelazioni della piattaforma investigativa tedesca EXIF sugli eventi che si sono svolti tra Lonate Pozzolo e Bollate a novembre 2025, quando esponenti di movimenti e gruppi musicali di estrema destra che inneggiano apertamente al nazismo e alla violenza hanno trovato accoglienza negli spazi della Pro Loco cittadina per un concerto e un’assemblea, continua l’azione di Possibile per far sentire la voce di cittadine e cittadini che non ritengono accettabile ospitare tali realtà nel territorio provinciale.

Insieme ad altre associazioni della zona, abbiamo denunciato l’accaduto, a sottolineare che la provincia di Varese non resta in silenzio di fronte a manifestazioni d’odio e di razzismo, e abbiamo sostenuto le forze locali di Lonate Pozzolo nel ribadire che gli spazi cittadini devono rimanere espressione dei valori repubblicani, intrinsecamente antifascisti e antinazisti.

Ma la gravità dei fatti non permette di limitarsi ai livelli locali, pertanto Varese Possibile si unisce all’Onorevole Marco Grimaldi, parlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra, nell’interrogazione parlamentare presentata il 9 gennaio al Ministro Piantedosi per chiedere che vengano prese misure affinché soggetti pregiudicati e realtà che vanno contro i principi democratici della nostra Costituzione antifascista non possano più trovare spazio in luoghi dedicati alla promozione di un territorio che ha partecipato con orgoglio alla Resistenza.

Milena Berteotti e Sofia Mason
Portavoci di Varese Possibile
Walter Girardi
Comitato Scientifico Nazionale Possibile

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Le politiche di Trump contro le persone trans sono estremamente preoccupanti


Dagli Stati Uniti arriva un segnale di allarme che non può essere ignorato. L’Istituto Lemkin, ONG internazionale impegnata nella prevenzione dei genocidi, ha recentemente pubblicato uno studio che invita a leggere con estrema attenzione le politiche adottate dall’amministrazione Trump nei confronti delle persone trans*, non binarie e intersex. Secondo l’Istituto, e secondo autorevoli studiosi della materia, tra cui due ex presidenti dell’Associazione Internazionale degli Studiosi del Genocidio, tali politiche presentano caratteristiche riconducibili alle fasi iniziali dei processi di persecuzione sistematica che, in diversi contesti storici del Novecento, hanno preceduto crimini di massa e stermini di intere comunità.

La letteratura comparata sul genocidio mostra con chiarezza come questi processi non abbiano inizio con l’eliminazione fisica, ma con la costruzione istituzionale dell’alterità: la definizione di un gruppo come deviante, pericoloso o incompatibile con l’ordine sociale; la progressiva erosione dei suoi diritti; la normalizzazione della discriminazione attraverso atti amministrativi, legislativi e retorici. Dinamiche analoghe sono state osservate nei regimi totalitari europei del secolo scorso, così come in altri contesti segnati da politiche di esclusione radicale e disumanizzazione collettiva.

In questo quadro si collocano le politiche di persecuzione delle persone transgender, non binarie e intersex, che l’Istituto Lemkin individua come un preambolo a forme più estreme di violenza. Emblematica è la normativa che obbliga le persone trans* a utilizzare i servizi igienici in base al sesso assegnato alla nascita: una misura che non può essere considerata simbolica o marginale, ma che contribuisce a legittimare socialmente il controllo dei corpi e l’esposizione forzata nello spazio pubblico.

La dottoressa Elisa von Joeden-Forgey sottolinea come la combinazione di paura, propaganda e retoriche d’odio promosse o tollerate da apparati politico-statali costituisca il terreno su cui attecchiscono le forme più estreme di violenza. È uno schema ricorrente nella storia dei genocidi: prima l’isolamento simbolico, poi l’esclusione giuridica, infine la violenza aperta. I dati che ci arrivano confermano la gravità di questo contesto, mostrando un aumento delle difficoltà nel fare coming out e un incremento dei tassi di suicidio all’interno della comunità, segnali inequivocabili di una pressione sistemica che colpisce direttamente la vita delle persone.

Trump sta utilizzando i corpi delle persone migranti e di quelle trans*, non binarie e intersex come strumenti politici, contribuendo ad anestetizzare l’opinione pubblica rispetto alla violenza strutturale tipica dei regimi autoritari. È una strategia già vista nella storia, in cui la normalizzazione dell’abuso e dell’esclusione prepara il terreno a forme sempre più radicali di disumanizzazione.

Per questo, ricordando le parole del pastore Martin Niemöller nel celebre sermone “Prima vennero…”, è nostro compito non voltarci mai dall’altra parte davanti alla violenza e alla sua normalizzazione. Non saremo mai in un mondo libero finché esisterà anche una sola persona oppressa per il suo credo, per il suo sesso, per la sua identità di genere, per la sua nazionalità o per il colore della sua pelle.

Gianmarco Capogna
Vanessa Capretto
Thomas Predieri

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Varese Possibile e l’On. Grimaldi chiedono chiarimenti sui fatti di Lonate Pozzolo
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Movimenti e gruppi musicali di estrema destra che inneggiano apertamente al nazismo e alla violenza hanno trovato accoglienza negli spazi della Pro Loco di Lonate Pozzolo per un