5 luglio: in piazza a Prato per il diritto allo sciopero


La polizia sgombera il picchetto con la forza, i padroni festeggiano. A Seano (Prato) metodi da ventennio.
Succede davanti al deposito della Acca SRL, azienda della logistica in amministrazione giudiziaria per una sospetta frode fiscale da 71 milioni di euro, con i dirigenti sotto processo per caporalato.

La società, che negli ultimi anni aveva visto i propri dipendenti sindacalizzarsi e ottenere la firma di accordi aziendali, il 20 giugno aveva annunciato la chiusura entro la fine dello stesso mese. Non per una crisi, denunciano i SUDD Cobas, ma per spostare l’attività in altre aziende dove il lavoro è ancora senza diritti.

I lavoratori hanno reagito convocando un picchetto immediato: la reazione dei padroni è stata furiosa.
Il 23 giugno, un dipendente è stato investito da un furgone e mandato al pronto soccorso.

I lavoratori sono stati prelevati e portati in questura. Tre sindacalisti sono stati accusati di violenza privata per aver impedito il trasporto illegale delle merci rimaste nel deposito.
Nella mattinata del 3 luglio, infine, il picchetto è stato sgomberato con la forza dalla Polizia, tra gli applausi degli “imprenditori” giunti sul posto.

Ieri a Seano il diritto costituzionale allo sciopero è stato calpestato e svuotato di ogni efficacia.

Domenica 5 luglio alle ore 17:00 aderiremo alla manifestazione convocata dai SUDD Cobas in Piazza del Comune, a Prato.

Convergiamo in difesa dei lavoratori e delle lavoratrici!

Rocco Casciani
Giusta Paga — Lavoro Possibile

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L’omicidio di Reggio Emilia lo dimostra: la nazionalità di chi compie un delitto non è una notizia


Reggio Emilia oggi si è stretta intorno alla famiglia di Raffaele Stipa, il 67enne proprietario della pizzeria Yoghi, ucciso ieri a coltellate da un cliente abituale con problemi di salute mentale, fermato dalla polizia nella notte.Una vicenda orribile e tragica, che avrebbe dovuto essere riportata con cautela e rispetto per la vittima. E che invece, a causa di un dettaglio diffuso erroneamente dalle agenzie di stampa nella serata di ieri, è diventata carne da cannone per l’ennesimo e insensato delirio securitario. È bastato che le agenzie battessero l’informazione (errata) che l’assassino fosse “di origine straniera”.L’errore, che ancora campeggia su molti articoli online, è stato corretto in mattinata, ma il danno è fatto: da una battuta d’agenzia, la presunta origine straniera dell’omicida diventa titolo in quasi tutte le testate di destra. Per esempio, Nicola Porro: “Dammi una pizza gratis. Poi il killer straniero ammazza il pizzaiolo”. Il Giornale: “Dammi una pizza gratis. E lo straniero uccide a coltellate il ristoratore”. Libero, sulla stessa linea: “Fammi una pizza gratis. E lo straniero ammazza il pizzaiolo”.

Sempre in mattinata, arrivano anche i commenti degli esponenti politici. Per esempio, Vannacci: “UNO STRANIERO UCCIDE E FERISCE PER UNA PIZZA. E qualcuno ancora dubita la necessità di riformare la legittima difesa. E qualcuno ancora mette in dubbio la REMIGRAZIONE”, che nel pomeriggio modificherà il post aggiungendo che “da ulteriori indagini sembra che l’omicida sia italiano, con precedenti per droga… e nulla cambia circa la necessità di rivedere le regole della legittima difesa”, lasciando però il titolo invariato, nel caso qualcuno non vada oltre quello.

Per esempio, la Lega, che deve rincorrere a destra Vannacci, e lo fa con un durissimo comunicato: “CHI UCCIDE PER UNA PIZZA NON PUO’ AVERE POSTO NELLA NOSTRA COMUNITÀ. AVANTI CON LA REMIGRAZIONE”, poi rettificato qualche ora dopo con una nota ai giornali che ne chiede la non diffusione, “alla luce delle nuove informazioni diffuse dagli inquirenti, che modificano un elemento centrale della ricostruzione iniziale”.

“Un elemento”, a caso.

Ecco perché la nota, se possibile, è peggio del comunicato stesso. Perché il punto è proprio questo: la nazionalità del sospettato non è l’elemento centrale di una notizia. Non deve esserlo. Non sposta nulla rispetto all’accaduto, al dolore di una famiglia, di una comunità, di una città, né rispetto all’analisi dei fatti, perché sono la marginalità sociale, la dipendenza da sostanze, i precedenti penali, la fragilità delle relazioni familiari e l’accesso a percorsi di cura a poter essere dei fattori di “insicurezza”, non certo la nazionalità. Non sposta nulla, se non la possibilità di generare odio rabbioso, da cui trarre consenso, con cui garantirsi potere: nulla, se non cibo per gli sciacalli.

Quanto successo a Reggio Emilia ieri, e quanto successo sui media oggi, rende evidente l’assurdità del dibattito pubblico in cui siamo immersi. La strumentalizzazione odiosa messa in atto puntualmente dai politici di destra (o “né di destra né di sinistra”), la vergogna di chi dovrebbe fare informazione e cronaca e invece punta solo su titoli ad effetto per dopare il dibattito (e fare clickbait, che non guasta mai). E rende evidente anche che chi fa informazione in modo serio (come le agenzie di stampa o molti giornali locali) abbia davanti a sé un lavoro ancora più arduo, ma necessario: e cioè pensarci dieci, cento, mille volte, prima di scrivere (anche solo in una parentetica) della nazionalità di chi compie un delitto. Perché quel dettaglio, anche stavolta, è diventato l’unico, tossico, argomento di discussione. E se non fosse stato smentito, staremmo ancora parlando solo di quello, invece di lavorare come comunità e decisori sulle cause reali affinché una tragedia così non si ripeta più.

Francesca Druetti
Marco Vassalotti

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Il caldo non è un semplice fastidio da alleviare con una pacca sulla spalla e un po' di soldi nelle tasche. È una nuova condizione materiale che amplifica le disuguaglianze.
Raffrescarsi è un diritto. Renderlo accessibile a tutti è una responsabilità pubblica e politica.
#crisiclimatica

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Bisogna politicizzare il caldo. Francesca Druetti a Visione Comune Emilia-Romagna
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Lo stesso giorno in cui La Russa diceva che al "clima caraibico ci abitueremo, non moriremo", il quotidiano francese Libération titolava in prima pagina: “Bisogna politicizzare l’ondata di calore”. Questo è quello che dobbiamo fare noi, è quello che facciamo da anni. Possiamo farlo con credibilità e

Bisogna politicizzare il caldo. Francesca Druetti a Visione Comune Emilia-Romagna


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Inizio anche io parlando del caldo, perché oggi siamo, secondo alcune stime, all’apice delle due settimane dell’ondata di calore che stanno attanagliando l’Europa e che sappiamo essere emergenza climatica. Lo zero termico è a quota 4400–5000, un disastro per i ghiacciai.

La Francia, i nostri “cugini d’oltralpe”, è nel cuore di questa ondata di calore. Gli ultimi giorni sono stati peggio del 1976, peggio del 2003, che sono gli anni a cui normalmente si fa riferimento per i record di caldo. Gli scienziati hanno spiegato perché quello che sta succedendo ora non è paragonabile a quelle annate, ma è molto peggio. La Francia è stata il luogo geografico più caldo di quasi tutto il pianeta: soltanto lo 0.93% del pianeta era più caldo della Francia questa settimana.

L’attività in tre centrali nucleari è stata sospesa perché l’acqua dei fiumi che viene usata per raffreddare i reattori è troppo calda — anche tralasciando il “solito” problema che di acqua non ce n’è abbastanza. Ma non vi preoccupate, è arrivato immediatamente il Foglio in soccorso, con un articolo di Zollino che vi consiglio, che si conclude con un grido di sollievo: “Fortuna che i tanto bistrattati reattori francesi ci stanno fornendo (direttamente e via Svizzera) ben 6 GW. Se no sai che caldo in quest’ufficio e nelle nostre case!”. Ma certo, la soluzione all’emergenza climatica è il condizionatore, strano non averci pensato. Come dire che per difenderci dalle inondazioni dobbiamo dotarci di barche.

Nel frattempo, Ignazio La Russa, degno esponente della destra di governo, negazionista del cambiamento climatico, lunedì era a Milano (dove oggi il Pride è stato posticipato di un’ora per cercare di evitare le ore più calde, mentre a Parigi è stato direttamente cancellato per lo stesso motivo) a presentare il libro di Procaccini, responsabile Energia e Ambiente di Fratelli d’Italia. Il libro si chiama “L’ecologia dei conservatori”. La Russa ha detto, letteralmente, che “ci abitueremo al clima caraibico, non moriremo”.

Ecco, La Russa si vergogni. Perché stiamo morendo eccome di emergenza climatica, e non in astratto, e non in numeri trascurabili: nel 2003 ci sono stati 70.000 morti in Europa. Nel 2022, sono stati 60.000. Nel 2023, “solo” 50.000. Perché “solo”? Perché sono state applicate delle politiche di adattamento al cambiamento climatico, altrimenti, secondo le stime del Barcelona Institute for Global Health, sarebbero stati 90.000. In cinque giorni, sono morte più di 50 persone in Francia e più di 200 in Spagna.


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La Russa sostiene che l’emergenza climatica non uccide, come i suoi sostengono che l’omotransfobia non uccide, che il patriarcato non uccide, che il classismo non uccide. Eppure contiamo ogni giorno nuove vittime: donne, persone lgbtq+, lavoratori e lavoratrici.

Lo stesso giorno in cui La Russa faceva il suo sproloquio alla presentazione del libro, infilandoci anche un elogio delle politiche fasciste (“Le prime leggi, tra gli anni ’20 e gli anni ’40, non parlavano di ecologismo, parlavano di difesa del panorama, cioè mettevano sempre la natura in relazione con l’uomo, perché la natura è bella, va difesa […] erano più avanzate di quello che è successo dopo per certi versi, considerando l’età”) e un passaggio sulla famiglia “naturale” (uno dei capitoli si intitola “Contro natura”), il quotidiano francese Libération titolava in prima pagina: “Bisogna politicizzare l’ondata di calore”. Ecco, questo è quello che possiamo fare noi qui, perché è quello che facciamo da anni. Possiamo farlo con credibilità e urgenza, dai territori al governo del paese, costituendo l’alternativa di cui il paese ha estremamente bisogno dopo anni di politiche miopi e dannose.

In Francia anche i ministri di Macron come Vincent Jeanbrun, che non hanno proprio brillato sul tema devono ora ammettere che “L’ondata di caldo non è solo una questione climatica», ma anche «una questione di giustizia sociale». Diciamolo: bene, ma troppo tardi e troppo poco. Perché l’emergenza climatica non colpisce tutti e tutte allo stesso modo: chi lavora in un ufficio con l’aria condizionata e chi lavora nei campi o nei cantieri; chi può scegliere di spostarsi dove fa più fresco o chi deve restare nelle città, magari in periferia, in edifici inadatti e aree senza verde pubblico; chi può curarsi senza preoccupazioni e chi, come milioni di persone, ogni anno deve rinunciare a curarsi perché non può permettersi una sanità sempre meno pubblica; i ricchi e i poveri; gli uomini e le donne; chi è più fragile ed esposto.

Abbiamo bisogno di una politica come quella che facciamo qui:

una politica che unisca giustizia ambientale e sociale.

Una politica transfemminista.

Una politica antifascista.

Una politica che non resta in silenzio davanti al genocidio del popolo palestinese.

Ecco cosa significa avere una “visione comune” e lavorare insieme per portarla dai comuni alle regioni al governo del paese.

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Dalla scuola di mobilitazione “Italia cosa vogliamo?” qualche strumento per il 2027


Come Possibile abbiamo partecipato alla residenza “Italia, cosa vogliamo? Una scuola di attivismo e mobilitazione politica”, promossa da Ti Candido insieme a Forum Disuguaglianze e Diversità, ActionAid, Ci Sarà Un Bel Clima, Italia Impossibile e Officina Comune. Un’occasione di confronto tra attiviste, amministratrici, associazioni e forze politiche con un obiettivo chiaro: costruire campagne capaci di mobilitare persone, creare alleanze e spostare il senso comune verso maggiore giustizia sociale, climatica ed economica.

Tra le ospiti della scuola c’era anche la nostra segretaria Francesca Druetti, invitata insieme ad altre figure del mondo politico e civico a raccontare percorsi, pratiche e visioni della partecipazione. Nel suo intervento ha ricordato come l’impegno politico possa nascere da esperienze molto diverse e trasformarsi in costruzione collettiva:

«Di proposte ne abbiamo tante, ma siamo fermi in questo immobilismo, non abbiamo una crisi di rappresentanza ma mancanza di volontà politica. Il lavoro da fare è di creare il terreno partendo dalle manifestazioni, eleggendo persone mai elette che vengono dai movimenti di piazza o che ne rappresentano l’ascolto, per creare un numero definito di proposte in cui le forze politiche si uniscono. Ci vogliono piani attuativi precisi, chiarezza e comunicazione alle persone su soldi, tempi e conseguenze per loro».

Un passaggio che ha attraversato molti dei lavori della scuola: la necessità di connettere le lotte, superare la frammentazione e trasformare le proposte in volontà politica concreta.

Abbiamo partecipato ai laboratori dedicati alla costruzione di campagne condivise verso le elezioni del 2027, come quella per una educazione sessuo-affettiva nelle scuole, no ai CPR, una tassa patrimoniale, accesso alla casa, lavoro dignitoso ed equo per tuttə. Si è discusso di come individuare priorità comuni, leggere i bisogni profondi delle persone, costruire alleanze sociali e territoriali e sviluppare narrazioni capaci di parlare anche fuori dai nostri contesti.

Ci portiamo a casa soprattutto una “cassetta degli attrezzi”: partire dal senso per cui ci si candida e da una visione riconoscibile, conoscere il territorio prima di volerlo rappresentare, costruire organizzazione dal basso, usare i social come strumento e non come fine, contrastare la violenza digitale facendo rete attorno alle persone che la subiscono.

La scuola si è conclusa con un Patto di Ecologia Politica, un manifesto che parla di redistribuzione del potere, apertura all’ascolto, leadership trasformativa e capacità di costruire terreno comune. Principi che per noi non restano parole, ma indicazioni concrete per continuare a fare politica insieme, dentro e fuori le istituzioni.

Simona Bravaglieri, Possibile Rimini
Alessandro Miglioli, Possibile Reggio Emilia

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Dalla scuola di mobilitazione “Italia cosa vogliamo?” qualche strumento per il 2027
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Ci portiamo a casa soprattutto una "cassetta degli attrezzi": partire dal senso per cui ci si candida e da una visione riconoscibile, conoscere il territorio prima di volerlo rappresentare, costruire organizzazione dal basso, usare i social come strumento e non come fine, contrastare la violenza

Le persone under 35 continuano a lasciare il Sud. Ed è un problema che riguarda tutta l’Italia


C’è un equivoco che da anni accompagna il dibattito sullo spopolamento della Calabria. Si continua a immaginare che chi parte rincorra una carriera da copertina e che chi torna abbia bisogno soltanto di un incentivo, di un bando o di un finanziamento per avviare un’impresa.

La realtà è molto più semplice. Chi parte cerca lavoro. Un lavoro dignitoso, stabile, adeguatamente retribuito. Cerca la possibilità di costruire la propria autonomia, di mettere a frutto competenze e studi, di progettare una vita senza essere costretto a scegliere tra precarietà e partenza.
E chi vorrebbe tornare non è necessariamente un imprenditore. Molte persone vorrebbero semplicemente poter svolgere la propria professione nella terra in cui sono nate e cresciute, trovare opportunità, servizi efficienti, trasporti adeguati e prospettive di vita.

Per questo siamo stanchi di vedere il tema affrontato quasi esclusivamente attraverso bonus, case a un euro, bandi sperimentali e incentivi all’imprenditorialità. Possono essere strumenti utili, ma non affrontano la radice del problema. La Calabria perde giovani da decenni. Intere generazioni hanno lasciato i nostri paesi e le nostre città. Eppure continuiamo a trattare questa emorragia demografica come una questione marginale, quando dovrebbe essere una priorità nazionale.

Non è normale che i territori del Sud si svuotino per alimentare la crescita delle aree più forti del Paese. E non è normale che, una volta arrivati al Nord, sempre più giovani italiani siano costretti a lasciare anche l’Italia per cercare altrove quelle opportunità che qui non trovano.
Assistiamo a un doppio svuotamento: il Mezzogiorno perde popolazione verso il Nord e l’Italia perde popolazione qualificata verso l’estero. Nel frattempo intere comunità si impoveriscono, i servizi si riducono, le scuole chiudono, l’età media cresce e il futuro si allontana.

C’è poi un’altra narrazione che dovremmo superare: quella per cui chi resta è un sopravvissuto e chi torna è un eroe. Restare non dovrebbe essere un atto di resistenza. Tornare non dovrebbe essere un gesto straordinario. Dovrebbero essere possibilità normali.
Il problema del Sud non è un problema del Sud. È il problema nazionale più grande che l’Italia continua a sottovalutare. Non può esistere un Paese che ogni anno perde intere comunità generazionali senza interrogarsi seriamente sul proprio futuro.
Il diritto a partire deve essere una libertà, come il diritto a restare e il diritto a tornare che devono diventare una scelta reale, non un privilegio per pochi.

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Politicamp 2026: l’intervento della Segretaria Francesca Druetti
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Salario minimo, persone migranti, diritti civili e sociali, piano casa, bollette, contrasto all’emergenza climatica, investimenti nella salute e nell'istruzione pubblica… troviamo cinque proposte da fare subito. Spiegando come fare, quali sono le ricadute concrete sulla vita delle persone, dove troviamo i soldi.

Politicamp 2026: l’intervento della Segretaria Francesca Druetti


Intanto vi ringrazio tutti per questa mattinata a cui tenevamo molto.

Oggi Giorgia Meloni ha scritto una cosa molto grave in una lunga sequenza di cose molto gravi che ci ha abituati a sentire.

Ha scritto che chiedere a chi partecipa a una fiera del libro di dichiararsi antifascista è censura ed è incompatibile con qualsiasi società democratica. Meloni, ti dò una notizia: se non puoi dichiararti antifascista, sei fascista.

E questo sì che è incompatibile con la società democratica e con la nostra costituzione antifascista su cui anche lei ha giurato quando è diventata presidente.

Dovremmo chiederlo non solo per le fiere del libro il patentino antifascista. Pensate: patentino antifascista per chi si candida a guidare le istituzioni del paese. Fantascienza.

Ci troviamo in un momento pericoloso per la nostra repubblica, in cui la destra sta facendo una gara con sé stessa nella direzione di un estremismo violento e senza pudore.

Non abbiamo timidezze a definire queste politiche fasciste, perché le abbiamo sotto gli occhi e perché non ce le hanno loro queste timidezze, nel descriversi e nell’agire. Un paese civile, un paese con la nostra storia, come può accettare che i suoi parlamentari ed europarlamentari discutano tranquillamente in ogni studio televisivo di deportazione? Come può accettare, ancora, la complicità nel genocidio del popolo palestinese? Come può accettare la discriminazione di stato sui corpi delle donne, delle persone trans, dei corpi migranti?

E se non abbiamo esitazione a chiamarli fascisti, la nostra politica e la nostra azione deve organizzarsi di conseguenza. Al fascismo abbiamo già risposto. Abbiamo risposto con la Resistenza, abbiamo risposto con il CLN. Con le sue differenze e le sue posizioni diverse ma con una certezza: che nel mondo che vuole questa destra, fatto di odio, paura, di legge del più forte, di ricchi sempre più ricchi e gli altri sempre più poveri, di dio patria e famiglia, di una politica e un’economia predatoria sull’ambiente e sulle persone, di corpi senza libertà e di repressione di ogni dissenso non ci vogliamo vivere. Non ci possiamo vivere.

Ieri e oggi al Politicamp abbiamo parlato di come fare a dare un’alternativa. Tutte le persone su questo palco rappresentano partiti che lo stanno facendo quotidianamente. Visto che abbiamo fatto lo sforzo, oggi, di essere tutti qui per parlarne insieme, quello che voglio chiedere a tutti noi è semplice e allo stesso tempo deve richiedere tutti i nostri sforzi in questi mesi che ci separano dal prossimo appuntamento elettorale, di cui tutti sentiamo l’importanza.

Non credo di peccare di troppa semplificazione quando dico che lo sappiamo cosa c’è da fare: in questo paese mancano tante cose, su alcune lavoriamo tutti da decenni. Su alcune abbiamo perso noi stessi degli appuntamenti quando avremmo dovuto coglierli. Non abbiamo più il lusso di permettercelo. Il rovescio di questa medaglia è che possiamo scegliere delle proposte che ci trovano tutti d’accordo: facciamolo insieme, partiamo da quelle. Per invalidare il lavoro che qui rappresentiamo, ci dicono che ci sono delle cose che ci dividono: iniziamo a impegnarci a fare le altre, e avremo un programma più ambizioso e convincente di molti che abbiamo visto in questi anni.

Salario minimo, persone migranti, diritti civili e sociali, piano casa, bollette, contrasto all’emergenza climatica, investimenti nella salute e nell’istruzione pubblica… troviamo cinque proposte da fare subito. Spiegando come fare, quali sono le ricadute concrete sulla vita delle persone, dove troviamo i soldi. Spoiler: tassando i ricchi, ricchissimi che possono e devono contribuire di più, per un mondo migliore per tutte e tutti, compresi loro. Restando, per chi è preoccupato, comunque molto ricchi.

Dopo cinque anni di destra disastrosa, e ce lo dicono i dati, non la nostra “sensibilità woke”, invertiamo subito la rotta.

Prima ho citato il CLN. Nel CLN c’erano i partiti, perché oltre a vincere, serviva ricostruire. Ricostruire e rappresentare di nuovo il paese. Ognuno facendo il proprio pezzo. Da parte nostra portiamo il contributo di anni di pratica politica, di ascolto, studio ed elaborazione. Le battaglie che abbiamo già condiviso con chi è su questo palco, la mobilitazione delle persone che sono state in piazza in questi anni con i nostri corpi e la nostra urgenza di cambiamento. Portiamo il nostro modo di fare politica, come una comunità di persone che scelgono di impegnarsi perché è insopportabile non farlo quando l’ingiustizia e le disuguaglianze sembrano essere insormontabili. Ma non lo sono, o lo sono meno, quando le affrontiamo insieme, con la forza delle proposte e della partecipazione.

Alla comunità di Possibile lancio un appuntamento: questo autunno agli stati generali per prepararci al meglio alle elezioni.

Portiamo la classe dirigente su cui abbiamo lavorato in questi anni abbiamo lavorato sulla classe dirigente e la rappresentanza di questa comunità. In questi due giorni avete visto qualcuno di loro, altri non potevano esserci ma li conoscete. Persone che sono state elette perché hanno rappresentato con credibilità ed efficacia queste proposte.

Tutti noi su questo palco lo sappiamo che nel processo democratico è fondamentale candidare persone la cui esperienza di vita e militanza rifletta quello che raccontano e che vogliono portare nelle stanze del governo. Questa è la strada: candidature credibili che le persone possano votare con convinzione e fiducia che poi faranno quello che abbiamo deciso di fare e per cui abbiamo chiesto di scegliere noi e la nostra visione del paese e del futuro.

Impegniamoci su questo, perché possiamo farlo, sappiamo farlo, ed è indispensabile che lo facciamo: non possiamo dimenticarci il giorno dopo il voto dell’allarmante tasso di astensionismo in questo paese. Non possiamo non renderci conto che le persone invece vanno a votare o si mobilitano se pensano che il loro voto e la loro voce possa portare un reale cambiamento. Le nostre proposte e le nostre candidature devono essere quel cambiamento che spinga cittadini e cittadine a votare e votare noi.

Quindi quello che vi propongo dopo la giornata di oggi è questo.

Facciamo queste 5 proposte concrete. Perché 5? Cinque proposte stanno su un volantino. Cinque proposte concrete, che cambiano la vita delle persone: salari, sanità, casa, costo dell’energia.

Serve un metodo per scegliere le candidature. Sarà decisivo.

Allo stesso modo, serve qualcuno che all’interno del campo largo rappresenti una posizione autenticamente di sinistra.

È possibile, insieme.

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12 giugno: il mondo della cultura sciopera. Ed è nostro dovere essere al loro fianco


A quasi 50 anni dall’ultima volta, il mondo della cultura sciopera e scende in piazza domani, 12 giugno. È, a suo modo, un risultato storico proprio per le caratteristiche strutturali del lavoro in questo settore: frammentato, intermittente, precario. Persone che non condividono né datore di lavoro, né contratto nazionale (quando viene applicato), né busta paga (quando c’è), accomunate soltanto dall’appartenenza allo stesso settore.

La notizia, quindi, prima ancora che nelle piazze, sta proprio qui: nella loro ricomposizione. Grazie all’associazione «Mi Riconosci?» e alle proclamazioni di FP CGIL, Nidil CGIL, CUB, ADL COBAS, COBAS lavoro privato, CLAP e USI CT&S, per la prima volta nella storia del Paese il personale di musei, biblioteche, archivi e teatri potrà incrociare le braccia insieme agli autonomi dell’editoria, dello spettacolo, della produzione artistica e culturale. L’ultimo sciopero nazionale di musei e biblioteche risale a quasi mezzo secolo fa, ma mai prima d’ora si era fermato insieme l’intero settore.

L’urgenza di uno sciopero così ampio nasce dal riconoscere la trasversalità della questione di fondo. La “grande bellezza” come brand nazionale ha funzionato a lungo come dispositivo di estrazione. Se lavori nella cultura lo fai anche per passione, quindi puoi pure farlo gratis o quasi.

D’altronde la spending review della legge di bilancio 2026 impone al Ministero della Cultura tagli per 68,98 milioni quest’anno, 65,46 milioni nel 2027 e 158,77 milioni nel 2028: oltre 293 milioni in tre anni. Nel frattempo, la spesa militare, secondo l’osservatorio Milex, tocca nel 2026 il record storico di 33,9 miliardi, 1,1 miliardi in più sul 2025. Lo Stato non è a corto di risorse ma sceglie scientemente la scala di priorità. Un paese “Open to Meraviglia” ma solo grazie a chi è sfruttato e sottopagato.

Sarebbe ingeneroso prendersela solo con i ministri Giuli e Sangiuliano. Molti dei problemi del settore sono nati e si trascinano da anni anche per colpa di ministri di altri schieramenti. La legge Ronchey, ad esempio, ha permesso la gestione indiretta con la concessione a terzi del patrimonio culturale, aprendo di fatto alla polverizzazione del comparto a scapito dei lavoratori. Allo stesso modo, va ricordato che nel 2015, prendendo a pretesto una banale assemblea sindacale regolarmente preavvisata, il governo Renzi, su impulso del ministro Franceschini, intervenne per decreto a comprimere il diritto di sciopero inserendo i beni culturali tra i servizi pubblici essenziali.

Le rivendicazioni, allora, non sono una mera lista di desideri ma il tentativo di ricomporre un comparto e ridare dignità a chi lo porta avanti tutti i giorni: reinternalizzare gli appalti, stabilizzare i precari, superare le false partite IVA, contratti di filiera che restituiscano alla contrattazione l’autorità sui salari, un piano straordinario di assunzioni, salute e sicurezza estese agli atipici, un reddito di discontinuità per chi lavora a intermittenza.

La posta in gioco non è soltanto sindacale, ma include anche la stessa concezione di cultura, il cui significato si è spesso appiattito su quello di promozione turistica o di intrattenimento. Restituire dignità ai lavoratori del settore significa anche riconoscere la funzione civile e sociale che il mondo della cultura ricopre all’interno della società.Lo sciopero di domani serve a ribadirlo e aridare centralità a chi ne ha fatto una professione, che sia nella sua produzione, riproduzione o tutela. Essere al loro fianco è un dovere di tutte e tutti noi.

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Pistoia: dopo la vittoria, chi governa il cambiamento?
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La vicenda pistoiese solleva una questione che riguarda tutte le coalizioni progressiste: come coniugare rappresentanza dei partiti, partecipazione civica e autonomia di governo.
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Pistoia: dopo la vittoria, chi governa il cambiamento?


Le difficoltà che stanno accompagnando la formazione della nuova giunta comunale di Pistoia hanno suscitato discussioni e preoccupazioni ben oltre gli ambienti direttamente coinvolti nella trattativa. Sarebbe però un errore ridurre quanto sta accadendo a una normale dialettica tra forze politiche, o a una controversia sulla composizione dell’esecutivo. Dietro queste tensioni emerge infatti una questione che riguarda non soltanto Pistoia, ma l’intero campo progressista: come trasformare una vittoria elettorale costruita attraverso una coalizione ampia e plurale in una reale esperienza di governo del cambiamento.

La riconquista del Comune di Pistoia dopo nove anni di amministrazione della destra è stata il risultato di un percorso politico e civile che ha coinvolto soggetti diversi. Partiti, liste civiche, associazioni, mondi dell’impegno sociale e culturale, cittadine e cittadini hanno contribuito a costruire una proposta credibile di alternativa. Nessuno può ragionevolmente rivendicare quella vittoria come patrimonio esclusivo di una singola organizzazione politica.

Molti elettori hanno certamente votato per appartenenza politica. Altri hanno scelto le diverse forze della coalizione. Molti, però, hanno sostenuto soprattutto una prospettiva di cambiamento, riconoscendosi in una candidatura capace di parlare a mondi diversi e di costruire una convergenza più ampia delle tradizionali appartenenze di partito. È proprio questo uno degli elementi che merita di essere preservato nella fase successiva alle elezioni.

Ogni esperienza politica conosce il passaggio delicato dalla coalizione elettorale alla coalizione di governo. Vincere un’elezione e governare sono attività profondamente diverse. La coalizione elettorale nasce per raccogliere consenso, per costruire una proposta capace di convincere gli elettori. La coalizione di governo è chiamata invece ad assumere responsabilità, prendere decisioni, individuare priorità e costruire una squadra amministrativa in grado di realizzare il programma presentato ai cittadini.

In questa fase emergono inevitabilmente esigenze diverse. Le forze politiche chiedono legittimamente che il consenso ottenuto trovi una rappresentanza adeguata. È una richiesta che affonda le proprie radici nel principio democratico e nel ruolo essenziale che i partiti continuano a svolgere nella vita pubblica. Nello stesso tempo il sindaco eletto rivendica la responsabilità di costruire una squadra di governo coerente con il mandato ricevuto dagli elettori e con gli obiettivi che la coalizione si è impegnata a perseguire.

Si tratta di esigenze entrambe legittime.

Il problema nasce quando il confronto tra queste esigenze si trasforma in una competizione per il controllo delle scelte politiche e amministrative. Quando la discussione sul governo della città rischia di essere percepita soprattutto come una questione di rapporti di forza tra gruppi dirigenti. Quando la costruzione di una visione condivisa lascia il posto alla ricerca di equilibri interni. In quel momento si produce una frattura che può risultare difficile da ricomporre.

Perché ciò che ha consentito la vittoria non è stato soltanto il peso elettorale delle singole organizzazioni. È stata soprattutto la capacità di apparire come una proposta politica aperta, inclusiva, capace di rappresentare interessi, sensibilità e culture diverse.

La sfida non riguarda soltanto Pistoia. Da anni la sinistra e il centrosinistra italiani si confrontano con una contraddizione che attraversa l’intero campo progressista. Da una parte esiste la necessità di costruire alleanze ampie per contrastare efficacemente la destra. Dall’altra emerge una crescente domanda di partecipazione, innovazione, apertura alla società civile e valorizzazione delle competenze.

La formula del cosiddetto “campo largo” nasce proprio dal tentativo di tenere insieme queste esigenze. Ma il campo largo non può essere ridotto a una semplice sommatoria di sigle, né a un accordo tra gruppi dirigenti. Se così fosse, finirebbe inevitabilmente per riprodurre le stesse dinamiche che negli ultimi decenni hanno contribuito ad allontanare molti cittadini dalla partecipazione politica.

Una coalizione larga funziona quando riesce a rappresentare la società reale. Quando valorizza competenze ed esperienze diverse. Quando mette al centro gli obiettivi condivisi e non la distribuzione delle posizioni. Quando costruisce un progetto comune senza cancellare le differenze. In questo quadro, l’autonomia di chi è chiamato a governare non dovrebbe essere considerata un problema da contenere, ma una risorsa da valorizzare.

L’ordinamento attribuisce al sindaco una responsabilità diretta nei confronti della comunità. I cittadini non eleggono soltanto una coalizione. Eleggono una persona chiamata a guidare l’amministrazione e a rispondere delle proprie scelte davanti agli elettori. Per questo appare ragionevole che chi assume tale responsabilità possa disporre degli strumenti necessari per costruire una squadra di governo coerente, competente ed efficace.

Difendere questo principio non significa mettere in discussione il ruolo dei partiti. Significa piuttosto riconoscere che il buon governo nasce dall’equilibrio tra rappresentanza politica, responsabilità istituzionale e capacità amministrativa.

Le questioni che attendono le amministrazioni locali sono troppo importanti per essere oscurate dalle discussioni sugli assetti interni. La qualità dei servizi pubblici, le politiche sociali, il lavoro, la transizione ecologica, il diritto alla casa, la rigenerazione urbana, la partecipazione democratica, la tutela dei beni comuni rappresentano le sfide sulle quali i cittadini misureranno la capacità di governo delle nuove maggioranze. È su questi terreni che si costruisce la credibilità del cambiamento.

Per una forza politica come Possibile, nata con l’ambizione di innovare la politica e di rafforzare la partecipazione democratica, questa discussione assume un significato particolare. Non si tratta di schierarsi a favore o contro una persona, né di intervenire nelle dinamiche interne di altre forze politiche. Si tratta di affermare un principio che dovrebbe appartenere a tutte le culture democratiche e progressiste: le coalizioni funzionano quando nessuno pretende di possederle.

Funzionano quando i partiti riconoscono il valore delle energie civiche che contribuiscono alla costruzione del consenso. Quando la leadership viene considerata una responsabilità e non una proprietà. Quando il pluralismo è percepito come una ricchezza e non come un problema da gestire.

La vittoria del centrosinistra a Pistoia ha suscitato aspettative, entusiasmo e speranze. Molti cittadini sono tornati a guardare alla politica con interesse perché hanno intravisto la possibilità di una stagione nuova.Quella fiducia rappresenta oggi il bene più prezioso. Sarebbe un errore disperderla proprio nel momento in cui inizia l’esperienza di governo.

La sfida che attende le forze progressiste non è soltanto vincere le elezioni. È dimostrare che esiste un modo diverso di esercitare il potere. Se le coalizioni larghe vogliono rappresentare una speranza di cambiamento, devono essere capaci di innovare non solo i programmi, ma anche le pratiche della politica.

È una sfida che riguarda Pistoia. Ma riguarda, oggi, l’intero centrosinistra italiano.

Possibile Pistoia

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