Il lavoro mobilita l’uomo
possibile.com/il-lavoro-mobili…
La crescita dell’occupazione si concentra soprattutto in lavori stagionali, poco qualificati e a basso valore aggiunto. Il risultato è un sistema bloccato che produce lavoro povero. Serve un cambio di rotta rimettendo al centro la qualità del lavoro, perché in un ambiente sano si lavora meglio e si vive meglio.
L'articolo Il lavoro mobilita l’uomo

Il lavoro mobilita l’uomo


The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please log in.

Secondo un articolo del Corriere Adriatico sull’ascolano, che richiama le previsioni di Unioncamere (2025–2029), emerge un trend che va oltre il livello locale e riflette una dinamica più ampia regionale e nazionale, pur con forti divari tra Nord e Sud (ISTAT, 2025). La crescita dell’occupazione si concentra soprattutto in lavori stagionali, poco qualificati e a basso valore aggiunto.

Entro giugno 7 mila assunzioni. Caccia aperta al posto di lavoro

Allargando lo sguardo, si delinea un Paese che si sta progressivamente deindustrializzando (FIM-CISL, 2026), pagando anni di mancati investimenti e scelte politiche miopi. Si è scelto di competere comprimendo i salari invece che puntare su innovazione e qualità, con un modello sempre più sbilanciato sul turismo.

Le conseguenze sono evidenti: lavoro precario, intermittente e mal pagato, che non consente stabilità né futuro. Resta inoltre il nodo delle pensioni, perché carriere frammentate e contributi discontinui rischiano di aprire una crisi sociale già annunciata (CGIL, 2025).

Nel frattempo, si attendono i risultati della ZES, che ha attirato investimenti soprattutto nelle aree più dinamiche, ma con effetti ancora disomogenei. Le esperienze internazionali mostrano che queste politiche funzionano davvero solo quando sono accompagnate da infrastrutture e innovazione, mentre in Italia ritardi, frammentazione e scarso utilizzo delle risorse ne limitano l’efficacia. A questo si sommano giustizia lenta e burocrazia soffocante, che continuano a frenare e ridimensionare il potenziale degli investimenti (Osservatorio Conti Pubblici; Confartigianato, 2025).

Il risultato è un sistema bloccato che produce lavoro povero. Nonostante il PNRR, la crescita del PIL resta modesta e insufficiente a cambiare la traiettoria del Paese. Anche il confronto con la Spagna, che ha ricevuto meno risorse ma cresce di più, conferma che il problema è strutturale.

Per questo serve un cambio di rotta. In Italia laureati e dottorandi restano sotto la media europea (ISTAT, 2025) e senza investimenti seri in ricerca e sviluppo non può esserci innovazione. Servono più welfare e diritto allo studio, più collaborazione tra università e imprese, insieme a un salario minimo e controlli contro il lavoro nero e la riduzione della precarietà attraverso la limitazione dei contratti a tempo determinato. Serve anche sburocratizzare attraverso la digitalizzazione e rendere il sistema più equo, tassando meno il lavoro produttivo e di più le rendite. Servono sindacati più forti, capaci di riequilibrare il potere contrattuale e contrastare la compressione salariale. Ma soprattutto serve rimettere al centro la qualità del lavoro, perché in un ambiente sano si lavora meglio e si vive meglio.

Luca Volpini
Possibile Marche

L'articolo Il lavoro mobilita l’uomo proviene da Possibile.

reshared this

Il Parlamento europeo ha votato per vietare le pratiche di conversione. Fratelli d’Italia ha votato contro.


Ieri Strasburgo ha approvato il Rapporto annuale sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione Europea, con un passaggio esplicito che chiede alla Commissione di vietare le pratiche di conversione in tutti gli Stati membri.

Dietro questo voto c’è una mobilitazione reale: oltre 1.245.839 firme raccolte in tutta Europa dalla campagna di ACT, di cui più di 60.000 dall’Italia. Una vittoria costruita dal basso, associazione per associazione, persona per persona, spesso da persone che quelle pratiche le hanno subite e che hanno trovato la forza di trasformare il trauma in battaglia politica.

Noi di Possibile questo percorso lo abbiamo sostenuto da sempre, anche da prima di questa mobilitazione, con Possibile LGBTI+ e con tante realtà del movimento italiano.

Le pratiche di conversione non sono terapie. Non lo sono mai state. Sono strumenti di repressione che mirano a cancellare l’identità di una persona, spesso di persone minorenni, attraverso tecniche che vanno dalla manipolazione psicologica all’ipnosi fino all’elettroshock. Producono ansia, depressione, ideazione suicidaria. Lasciano ferite che non sempre si vedono ma si portano dentro per anni, in solitudine. L’Ordine degli Psicologi lo dice da tempo. ILGA-Europe lo documenta: quasi un quarto dei cittadini LGBTQ+ europei ha subito qualche forma di pratica di conversione. In Italia una persona su cinque.

Eppure il partito che guida il governo italiano ha votato contro la risoluzione che chiedeva di proteggere quelle persone. Fratelli d’Italia, a Strasburgo, ha detto no. E questo, mentre in Italia non esiste ancora nessuna legge che vieti esplicitamente queste pratiche, nonostante le campagne, nonostante le prese di posizione delle categorie medico-sanitarie, nonostante otto Stati membri abbiano già legiferato: Belgio, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Malta, Portogallo, Spagna. L’Italia no. Il silenzio del nostro Parlamento non è casualità: è una scelta politica precisa, coperta ogni giorno dall’indifferenza di chi governa.

Chiediamo alla Commissione europea di procedere con una direttiva vincolante. Chiediamo al Parlamento italiano di smettere di fare finta che questa cosa non esista e di costruire finalmente una legge che garantisca protezione reale alle persone LGBTQIA+.

Il personale è politico. E votare contro la tutela di chi ha subito terapie per “correggere” il proprio orientamento è una posizione politica.

Grazie ad ACT e a tuttɜ coloro che in ogni angolo d’Europa hanno tenuto viva questa battaglia. Noi continuiamo.

L'articolo Il Parlamento europeo ha votato per vietare le pratiche di conversione. Fratelli d’Italia ha votato contro. proviene da Possibile.

Marche: sulla parità di genere oggi la Regione ha perso un’occasione
possibile.com/marche-parita-ge…
Oggi il Consiglio regionale delle Marche ha approvato definitivamente una riforma dello Statuto che viene presentata come una conquista per la parità di genere, ma che è un arretramento mascherato da progresso. La proposta originaria prevedeva per la presenza di ciascun genere una soglia minima del 40% nella

A Udine apre Casa Carra: un anno di diritti costruiti mattone su mattone


Nell’ultimo anno, Udine ha compiuto passi concreti e significativi nella costruzione di una rete di tutela e accoglienza per le persone LGBTQIA+. Un percorso avviato da Arcigay Udine Fûr!, in rete con le realtà del territorio e con il supporto dell’Amministrazione comunale, che ha ora il suo tassello più importante: l’apertura di Casa Carra.

Tutto ha preso avvio il 27 giugno scorso con l’inaugurazione del CAD Carra, il primo Centro Antidiscriminazione della città dedicato alla tutela delle persone LGBTQIA+. Dal 1° dicembre, Giornata Mondiale contro l’AIDS, è diventato attivo presso il CAD l’Udine Checkpoint, servizio community based di supporto alla salute sessuale. Oggi, con Casa Carrà, si aggiunge il tassello dell’accoglienza abitativa: un appartamento a indirizzo riservato con due posti letto, realizzato nell’ambito del progetto europeo POWER (Promoting Organisations Empowerment Women’s Rights) grazie alla collaborazione con il Centro Balducci, destinato a persone LGBTQIA+ in grave emergenza a causa di violenze, maltrattamenti o discriminazioni sistemiche. Non solo un tetto, ma un percorso strutturato verso l’autonomia, sostenuto da un’équipe multidisciplinare — legale, psicologica, sanitaria, educativa, sociale — e da una rete capace di rispondere a bisogni complessi e troppo spesso invisibili.

Con Casa Carra, il Friuli Venezia Giulia ritrova un presidio di protezione specializzata che mancava dal 2023, quando aveva chiuso Villa Carrà: fino ad oggi, chi si trovava in condizioni di emergenza era costretto a cercare strutture a oltre 160 chilometri di distanza.

«Casa Carra è la dimostrazione concreta di cosa significhi fare politica pubblica con le comunità e non sulle comunità. Quando un’istituzione sceglie di stare al fianco dell’associazionismo LGBTQIA+, di co-costruire risposte strutturate invece di lasciare sole le persone di fronte alla violenza e alla discriminazione, produce risultati che cambiano davvero le vite. Udine lo ha fatto: con il CAD Carra, con l’Udine Checkpoint, e oggi con Casa Carra — un presidio di libertà e autodeterminazione che colma un vuoto rimasto aperto per tre anni in tutto il Friuli Venezia Giulia. In un paese in cui il governo nazionale taglia i fondi alle politiche antiviolenza, nega i diritti delle famiglie arcobaleno e lascia le persone trans* senza tutele adeguate, questo modello di rete territoriale non è solo una buona pratica: è una risposta politica. Possibile guarda a Udine come a un esempio da replicare e da difendere.»

Gianmarco Capogna, Coordinatore del Comitato Scientifico di Possibile, Portavoce Possibile LGBTI+

«È sempre una buona notizia quando la città si arricchisce di un nuovo servizio, in particolare se destinato alle persone più vulnerabili. L’Amministrazione comunale ha sostenuto questo percorso fin dall’apertura del CAD e dell’Udine Checkpoint, fino alla nascita di Casa Carra: un’iniziativa unica sul territorio, che testimonia l’impegno di tutta la comunità contro ogni forma di violenza discriminatoria. Questo lavoro richiede approccio integrato, multidisciplinarità e altissima specializzazione — anni di formazione e presenza sul territorio. Il Comune è e resterà al fianco di chi lavora ogni giorno per rendere Udine più accogliente.»

Arianna Facchini, Assessora del Comune di Udine a Demografica e statistica, Politiche giovanili, Pari opportunità, Bilancio di sostenibilità

L'articolo A Udine apre Casa Carra: un anno di diritti costruiti mattone su mattone proviene da Possibile.

Marche: sulla parità di genere oggi la Regione ha perso un’occasione


Alcune battaglie sono sacrosante, necessarie per il benessere di tutte e tutti, anche se non trovano il riscontro che meritano. Oggi il Consiglio regionale delle Marche ha approvato definitivamente una riforma dello Statuto che viene presentata come una conquista per la parità di genere, ma che è un arretramento mascherato da progresso. La proposta originaria prevedeva per la presenza di ciascun genere una soglia minima del 40% nella composizione della giunta. In commissione, su richiesta della maggioranza di centrodestra – accettata dall’opposizione – quella soglia è scesa al 30%.

Votando compattamente a favore di questo peggioramento, la Regione Marche ha tradito il bisogno di giustizia e di equità che sale dai propri cittadini e cittadine, tornando indietro rispetto a norme che sono già in vigore nei comuni, per le elezioni della stessa Regione Marche e del Parlamento e in misura addirittura paritaria per quelle del Parlamento Europeo. La parte che riguarda l’Ufficio di Presidenza introduce un vuoto “qualora possibile” senza garanzie. Passi indietro gravissimi, soprattutto per il centrosinistra che delle questioni di genere ha fatto uno dei temi caratterizzanti della sua politica, ed anche della sua campagna elettorale.

Abbiamo lanciato un appello, sottoscritto in pochi giorni da rappresentanti delle istituzioni, ex consigliere e consiglieri regionali, associazioni da tutto il territorio marchigiano, cittadine e cittadini che condividono la nostra preoccupazione. Ci siamo ritrovati completamente ignorati: nessuna presa in carico delle osservazioni poste, nemmeno come impegno futuro. Così facendo, le persone che siedono in Consiglio regionale a rappresentare – in teoria – gli interessi di cittadine e cittadini hanno mancato di assolvere al loro ruolo, oltre ad aver calpestato i principi costituzionali. La soglia del 30% sulla rappresentanza di genere in giunta dà la cifra del distacco che c’è tra la nostra classe dirigente ed il paese reale. Eppure a settembre dello scorso anno tutti i candidati alle elezioni si dicevano vicini alla gente.

La modifica entrerà in vigore nella prossima legislatura, quindi non prima del 2030, permettendo all’attuale giunta di continuare con una sola assessora, il 14.28%, come pure era nella scorsa. Il Consiglio regionale ha scelto oggi di consolidare la marginalizzazione delle donne nelle istituzioni. Un’altra modifica normativa sullo stesso tema non è verosimile nel breve periodo: continuerà a soffrirne la parità di genere, la democrazia, lo sviluppo della Regione.

Ciononostante continueremo con il nostro impegno nel chiedere a chi dovrebbe rappresentarci in Regione Marche più coraggio e più attaccamento ai principi costituzionali di eguaglianza, ringraziando tutte le persone che hanno fatto sentire la propria voce in questa occasione che, purtroppo, è stata un’occasione persa per la nostra Regione.

Alice Cavalieri, Comitato Organizzativo di Possibile e Possibile Marche

Luca Angeloni, Coordinatore di Possibile Marche

L'articolo Marche: sulla parità di genere oggi la Regione ha perso un’occasione proviene da Possibile.

Marche: la parità di genere è ancora lontana


Le quote di genere per la giunta regionale abbiano come obiettivo una più equa ripartizione del potere esecutivo, in linea con la Costituzione e le altre leggi nazionali

Lettera alle Consigliere e ai Consiglieri della Regione Marche

Parità significa 50–50. Oggi il Consiglio Regionale delle Marche è composto da 6 donne e 24 uomini. 20% — 80%. Il 2025 ha segnato per la prima volta un passo indietro, vedendo una diminuzione delle donne elette in Consiglio regionale. Non stupisce, se si considera anche il fatto che, tra i due schieramenti principali che competevano alle elezioni, c’era quasi il 70% di capolista uomini. Nella giunta scelta dal Presidente Acquaroli ci sono cinque uomini e una sola donna: se si include nel conto anche lo stesso Presidente, significa il 14.28%, come era anche nel periodo 2020–2025, sempre con la guida di Acquaroli.

La parità è ancora molto lontana nelle Marche.

Il 18 febbraio 2026 è stata approvata in prima lettura una proposta di legge per la modifica dello Statuto della Regione Marche al fine di inserire le quote di genere nella giunta regionale, per una più equa rappresentanza e distribuzione dei ruoli decisionali. La proposta iniziale della consigliera Ruggeri indicava il 40% come soglia minima di donne nella giunta regionale. Si proponeva anche di introdurre la quota minima dei due quinti (pari anch’esso al 40%) nella composizione dell’Ufficio di Presidenza.

Le due proposte, per quanto non raggiungessero ancora la parità, miravano ad avvicinare le istituzioni ad una più bilanciata ripartizione del potere. Tuttavia, già in commissione sono state cambiate e si è scesi al 30% per la composizione della giunta, mentre per l’ufficio di presidenza si è inserita la frase simbolica senza garanzia alcuna: “Nella composizione è garantita, qualora possibile, la presenza di ciascun genere”. Questo arretramento rispetto alla soglia iniziale è stato chiesto dalla maggioranza di centro-destra ed accettato dall’opposizione in Commissione, infine approvato dal Consiglio Regionale nella seduta del 18 febbraio 2026.

Ricordiamo in particolare che per quanto riguarda la giunta regionale, le persone che ne fanno parte vengono scelte dal Presidente, quindi non ci sono vincoli che giustifichino la mancata assegnazione del ruolo di assessora ad una donna. Si tratta di volontà politica.

Nella seduta del Consiglio regionale, da parte della maggioranza e dell’opposizione si è parlato con toni trionfalistici di condivisione unanime e di senso di responsabilità per la sintesi trovata. Noi leggiamo questa sintesi e questa responsabilità come fatte esclusivamente a scapito della rappresentanza di genere e di una giusta distribuzione delle cariche. Peraltro, la norma, qualora approvata, non entrerebbe in vigore nella presente legislatura ma in quella successiva, dando così la possibilità all’attuale giunta di continuare ad minimizzare il ruolo delle donne nel potere esecutivo regionale.

Essendo una riforma dello Statuto della Regione, la proposta di legge deve essere approvata due volte con il medesimo testo, a distanza di almeno due mesi. In vista dunque della seconda lettura che potrebbe avvenire a breve, vogliamo esprimere il nostro disaccordo sulla proposta.

Non perché contrarie e contrari all’inserimento delle quote di genere, che riteniamo essere uno strumento temporaneo necessario per superare un limite imposto da decenni e decenni di distribuzione dei ruoli legata a stereotipi di genere, oltre che alle diverse possibilità di accesso ai luoghi decisionali a causa di strutture sociali ed economiche (disponibilità di tempo e risorse) che contribuiscono a portare avanti il divario tra uomini e donne.

Fintanto che ci sarà bisogno delle quote per garantire equa presenza ed incarichi, non possiamo accontentarci di un 30%, che continuerebbe a relegare le donne ad una presenza puramente di facciata.

Parità significa 50–50 ed è questo l’obiettivo a cui miriamo, come già era stato proposto dall’ex consigliera Bora nella precedente legislatura regionale.

Preso atto con disapprovazione della mancata volontà della politica regionale di dare piena attuazione ai principi costituzionali, secondo i quali “la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini” (art. 51 Cost.), ci aspettiamo che venga come minimo rispettata l’ormai consueta soglia del 40% del genere meno rappresentato.

Questo requisito minimo è già presente infatti a livello di composizione delle liste nella legge elettorale della stessa Regione Marche, nella legge elettorale nazionale e, in misura ancora più paritaria al 50–50, per le elezioni del parlamento europeo. Anche per quanto riguarda la composizione delle giunte, qualora presente, la legge prevede la soglia minima del 40%, ad esempio nelle giunte dei comuni con popolazione superiore a 3000 abitanti.

Nessuna e nessuno dovrebbe essere fiero di una legge che vede – anzi, vedrà fra 5 anni – le donne ancora relegate ad una ininfluente presenza simbolica. Né ci si può appellare al senso di responsabilità, che va soltanto a tutela di un sistema di potere che continua a proteggere se stesso, non garantendo spazio nei ruoli esecutivi a metà della popolazione.

Chiediamo quindi a tutte le Consigliere e i Consiglieri della Regione Marche, di maggioranza e opposizione, di fare un passo indietro su questa legge che rappresenta un compromesso al ribasso che non giova alle donne marchigiane, al progresso politico, sociale, culturale della Regione, né alla democrazia.

Una legge simile può e deve essere fatta con l’ambizione di avere un’equa ripartizione tra generi delle cariche esecutive ed è questo quanto ci aspettiamo come elettrici ed elettori della Regione Marche da chi ricopre un ruolo politico e istituzionale: più coraggio e più attaccamento ai principi costituzionali di eguaglianza.

Alice Cavalieri, Comitato Organizzativo di Possibile e Possibile Marche

Luca Angeloni, Coordinatore di Possibile Marche

Lettera con sottoscrizioni

L'articolo Marche: la parità di genere è ancora lontana proviene da Possibile.

No Remigration Summit. Una lettera aperta


NO REMIGRATION SUMMIT

Lettera aperta alla cittadinanza, alle istituzioni e alle forze politiche e civili di Milano e della Lombardia

Milano, 30 marzo 2026

Al Prefetto di Milano

Al Questore di Milano

Al Sindaco di Milano

Al Presidente del Consiglio Comunale di Milano e ai capigruppo consiliari

Al Presidente della Regione Lombardia

Al Presidente del Consiglio Regionale della Lombardia e ai capigruppo consiliari

Alle cittadine e ai cittadini di Milano e della Lombardia

A tutte le forze politiche, sociali e civili democratiche

Il 18 aprile, nella nostra città, è previsto lo svolgimento del Remigration Summit, un evento organizzato dal gruppo dei Patrioti europei (a cui aderisce anche la Lega) che riunisce gruppi neofascisti e neonazisti attorno a un’ideologia che promuove la pulizia etnica, la supremazia razziale e la negazione dei diritti fondamentali di milioni di persone.

Non si tratta di un convegno politico come gli altri. Si tratta di un raduno che diffonde idee che la nostra Repubblica ha condannato prima ancora che nelle leggi, nel sangue di chi ha combattuto per liberarci dal nazifascismo.

Non è la prima volta che la Lombardia concede spazi pubblici a eventi di questo tipo. È già accaduto a Gallarate. È già accaduto a Lonate Pozzolo. Ogni volta si è scelto il silenzio o la giustificazione. Ogni volta quell’indifferenza ha reso più normale ciò che normale non è e non può essere.

Questa volta, però, il vicepresidente del Consiglio dei Ministri Matteo Salvini e il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana della Lega sono tra gli organizzatori: rappresentanti istituzionali che scelgono di partecipare a un evento che rilancia ideologie in aperto contrasto con la nostra Costituzione, quella nata dalla Resistenza al nazifascismo.

Milano è città Medaglia d’Oro della Resistenza. È la città che il 25 aprile 1945 si è liberata da sola, prima ancora dell’arrivo degli Alleati. È la città che ha pagato con la vita di migliaia di suoi cittadini il prezzo della libertà, dell’uguaglianza, della dignità umana.

Questi valori non sono retorica. Sono le fondamenta della nostra Costituzione repubblicana, che all’articolo 3 sancisce che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

La promozione di ideologie razziste e di pratiche assimilabili alla pulizia etnica non è solo moralmente inaccettabile: è illegale. La Legge Mancino punisce chiunque propagandi idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale ed etnico, ovvero inciti a commettere atti di discriminazione. Il Trattato di Lisbona e la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (art. 21) vietano qualsiasi discriminazione fondata sulla razza, l’origine etnica o la nazionalità.

Chiediamo alle istituzioni competenti di provvedere con la massima urgenza a non consentire lo svolgimento di questo evento in quanto non è compatibile con il quadro normativo vigente.

I rappresentanti delle istituzioni repubblicane non possono partecipare a qualunque evento in nome della libertà di espressione. Hanno il dovere, assunto giurando sulla Costituzione, di non avallare con la propria presenza ideologie che quella stessa Carta condanna. La loro partecipazione non è un fatto privato: è un segnale politico gravissimo che non può restare senza risposta.

IL NOSTRO APPELLO

Per tutte queste ragioni, noi firmatari e firmatarie chiediamo:

ALLE ISTITUZIONI di adoperarsi con ogni strumento legale a disposizione per impedire lo svolgimento di questo evento, e di prendere pubblicamente le distanze da qualsiasi forma di legittimazione delle ideologie che vi vengono promosse.

AL PREFETTO E AL QUESTORE DI MILANO, quali autorità titolari del potere di divieto delle manifestazioni pubbliche, chiediamo di valutare con urgenza la compatibilità di questo evento con l’ordine pubblico e con le leggi dello Stato, e di adottare tutti i provvedimenti necessari per impedirne lo svolgimento qualora ne ricorrano le condizioni.

ALLE FORZE POLITICHE DI CENTROSINISTRA E A TUTTE LE FORZE DEMOCRATICHE di non restare in silenzio, di coordinarsi e di agire con urgenza: nelle aule consiliari, nelle piazze, nella società civile.

ALLA CITTADINANZA DI MILANO E DELLA LOMBARDIA di ricordare chi siamo, da dove veniamo e cosa abbiamo il dovere di difendere; non per noi soli, ma anche per chi verrà dopo di noi.

Scendiamo in piazza, insieme.

Le parole non bastano. Per questo lanciamo un appello aperto a tutte le realtà politiche, associative e civili che condividono i valori di questa lettera: costruiamo insieme una mobilitazione pubblica entro il 10 aprile, una presenza visibile e unitaria nelle strade di Milano per dire chiaramente che questo territorio non vuole ospitare un raduno all’insegna dell’odio, del razzismo e della nostalgia nazifascista.

Se fai parte di un’organizzazione, un’associazione, un gruppo politico o anche se sei un semplice cittadino che vuole contribuire, ti invitiamo a metterti in contatto con noi. La piazza si costruisce insieme, e il momento di farlo è adesso.

Lettera con sottoscrizioni

L'articolo No Remigration Summit. Una lettera aperta proviene da Possibile.

Fediverso Possibile ha ricondiviso questo.

"Si può guardare a Gaza dall’alto o dal basso, dai numeri o dalle persone. Sono due sguardi diversi. Fanno paura entrambi."
ossigeno.net/la-catastrofe-in-…

Fediverso Possibile reshared this.

Marche, Angeloni-Cavalieri (Possibile): quote di genere in giunta regionale, appello condiviso a consiglieri e consigliere regionali


Nella giunta regionale delle Marche siedono cinque uomini e una sola donna. Il 14.28% di rappresentanza femminile, invariato rispetto alla legislatura precedente. Solo un 20% di donne in Consiglio regionale. La parità di genere è ancora lontana.

Eppure, il Consiglio regionale ha approvato a febbraio una riforma dello Statuto presentata come una conquista, ma che è un arretramento mascherato da progresso. La proposta originaria della consigliera Ruggeri prevedeva una soglia minima del 40% per la composizione della giunta. In commissione, su richiesta della maggioranza di centrodestra – accettata dall’opposizione – quella soglia è scesa al 30%. Per capire perché è troppo poco, basti pensare che la legge elettorale regionale e quella nazionale prevedono una quota minima del 40% per la presenza delle donne nelle liste. Per le elezioni europee si arriva al 50–50. I comuni con più di 3.000 abitanti sono tenuti al 40% di donne nelle giunte. Le Marche si apprestano ad approvare una norma che resta al di sotto di questi standard già vigenti e che non entrerà in vigore nella legislatura in corso, ma in quella successiva.

La buona notizia? C’è tutto il tempo di modificarla, migliorandola. Il nostro appello non è contro chi ha già votato il testo, ma vogliamo far sapere a chi siede in Consiglio Regionale e che dovrebbe portare avanti le nostre idee e i nostri interessi che non ci basta un debole 30%. Per quanto sia un piccolo passo avanti, è decisamente troppo piccolo.

Vale la pena ricordarlo: i componenti della giunta vengono scelti direttamente dal Presidente, senza vincoli elettorali. Non c’è nessun ostacolo tecnico alla parità. C’è soltanto la mancanza di volontà politica e questo rende ancora più rilevante l’obiettivo di una norma chiara e ambiziosa.

Ecco perché chiediamo di riaprire la discussione e che la soglia minima per la composizione della giunta venga riportata ad almeno il 40%. Non accettiamo compromessi al ribasso presentati come atti di responsabilità. Una legge che consolida la marginalizzazione delle donne nelle istituzioni non è un passo avanti. È una tutela del sistema di potere esistente appannaggio maschile.

L’appello è condiviso da associazioni, reti civiche, cittadine e cittadini. Hanno già firmato decine di persone, tra cui consigliere comunali, ex consiglieri e consigliere regionali, sindache, rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni da tutto il territorio marchigiano. Firmalo anche tu al link possibile.com/quotegeneremarche e chiedi a chi ti rappresenta in Regione Marche di più coraggio e più attaccamento ai principi costituzionali di eguaglianza.

Alice Cavalieri, Comitato Organizzativo di Possibile e Possibile Marche

Luca Angeloni, Coordinatore di Possibile Marche

L'articolo Marche, Angeloni-Cavalieri (Possibile): quote di genere in giunta regionale, appello condiviso a consiglieri e consigliere regionali proviene da Possibile.

Il DDL caccia è un attacco senza precedenti alla fauna e alla natura
possibile.com/ddl-caccia-natur…
Cosa ha fatto di male il mondo dell'avifauna per meritare l'odio da parte del Ministro Lollobrigida e del governo?
Siamo in parecchi a chiedercelo, soprattutto perché si fa fatica a comprendere la ratio di una legge, il DDL 1552, che è una vera e propria assurdità da un punto di vista scientifico, giuridico e normativo.

Nicola Buson reshared this.

Il DDL caccia è un attacco senza precedenti alla fauna e alla natura


Cosa ha fatto di male il mondo dell’avifauna per meritare l’odio da parte del Ministro Lollobrigida e della maggioranza?

Siamo in parecchi a chiedercelo, soprattutto perché si fa fatica a comprendere la ratio di una legge, il DDL 1552, che è una vera e propria assurdità da un punto di vista scientifico, giuridico e normativo.
Mentre tutte le realtà scientifiche internazionali ci raccontano di una situazione non rosea per l’avifauna, il nostro Governo decide di intervenire per liberalizzare in maniera antiscientifica e irrazionale la pratica della caccia, sostenendo che questa proposta andrà invece nella direzione di salvaguardare gli uccelli, soprattutto quelli migratori.

Anche un bambino della scuola primaria si renderebbe conto che questa affermazione non solo è profondamente sbagliata ma che è culturalmente assurda!

La situazione attuale prevede un ruolo fondamentale di ISPRA come riferimento scientifico, prevede calendari venatori con tempi rispettosi delle migrazioni, identifica le zone dove è possibile cacciare e soprattutto prevede la non cacciabilità di tutte quelle specie a rischio estinzione così come previsto dalla normativa europea.

La proposta del Governo prevede la marginalizzazione di ISPRA, annullando il potere vincolante dei propri pareri e restringendo gli ambiti di intervento, prevede la possibilità di cacciare per tempi più lunghi anche durante le migrazioni e lo svernamento, amplia e liberalizza le zone dove sarà possibile cacciare e infine, come ciliegina sulla torta fregandosene altamente delle direttive europee, aumenta le specie cacciabili inserendo quasi tutte quelle a rischio estinzione!

Proprio pochi giorni fa, la Commissione Europea ha approvato le nuove linee guida per la corretta applicazione della Direttiva Uccelli.

Lollobrigida e soci magari si attendevano un cambio radicale della normativa che andasse a sposare e sostenere le tesi aberranti che sono alla base del DDL 1552. Invece no, anzi le linee guide sono andate a confermare ulteriormente i principi fondamentali alla base della Direttiva Uccelli.

La tutela assoluta per le specie anche nella fase pre-riproduttiva o in nidificazione e le politiche conservazionistiche vengono confermate in toto, dimostrando come il percorso fatto a partire dal 1979 a oggi fosse lungimirante, serio e razionale, seppur nella complessità che la conservazione dell’avifauna comporta.

Il nostro Governo invece dimostra, ancora una volta, di non essere in grado di affrontare con la stessa serietà la complessità delle sfide che stiamo affrontando all’interno della crisi socioclimatica e ambientale che stiamo vivendo.

Inoltre, e l’esempio del DDL 1552 da questo punto di vista è lampante, se c’è una legge fondamentale per il nostro paese che viene puntualmente attaccata e non rispettata, è la nostra Costituzione.

L’articolo 9 della Costituzione, che “tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni” viene completamente annichilito dal DDL 1552.

C’è poi un ultimo aspetto assolutamente non marginale, relativo alle procedure di infrazione che scatteranno in automatico nel momento in cui il DDL 1552 diventerà legge dello Stato. Le violazioni delle normative europee ed italiane sono palesi, così come è palese la volontà del Governo di piegarsi alle richieste e ai desiderata contra lege della lobby dei cacciatori e delle armi.

In un contesto di crisi mondiale, con ben altre priorità, prendersela con la Natura denota ignoranza, arroganza e ottusità.

L'articolo Il DDL caccia è un attacco senza precedenti alla fauna e alla natura proviene da Possibile.

reshared this

Druetti-Marro: ministro Nordio, le carceri che non rieducano creano ulteriore insicurezza 


“Un presidio a Roma per ribadire l’ovvio: se le carceri non rieducano, ma disumanizzano ed emarginano ulteriormente le persone detenute, a cosa servono se non a creare ulteriore insicurezza e condizioni insostenibili per detenuti e personale carcerario?”, spiega Francesca Druetti, Segretaria Possibile, presente oggi al presidio in piazza Cairoli.

“Eppure, che la pena debba aderire ai principi di umanità e tendere alla rieducazione lo dice anche la Costituzione della Repubblica italiana, ma l’articolo 27 viene calpestato nelle nostre carceri: pene che non rieducano, condizioni che disumanizzano, diritti fondamentali ignorati dietro le mura delle carceri”, continua Druetti.

“È evidente dalle visite nelle carceri piemontesi, che mi hanno vista impegnata fin dal primo giorno del mio mandato”, commenta Giulia Marro, consigliera Regionale in Piemonte (AVS). “Presentano situazioni strutturali a volte molto difficili, con edifici spesso vecchi, sporchi, caldissimi d’estate e affollati, gestiti da personale ridotto all’osso. Intanto aumenta il numero di reati e di detenuti, soprattutto giovani, e le riforme non arrivano, anzi, come è successo in Piemonte, si verificano persino ritardi nella pubblicazione dei bandi per la formazione professionale congelando per mesi tutte le attività. La circolare Nordio sulle attività culturali distacca sempre di più le carceri e il mondo esterno. Non va mai perso di vista che dentro ai muri delle carceri non ci sono numeri ma persone. Persone a cui vanno garantiti dei servizi se non vogliamo che la loro permanenza in carcere li riporti a delinquere, fallendo nella funzione rieducativa e riabilitativa: psicologi, educatori, assistenza sanitaria e psichiatrica, percorsi di uscita, attività formative. È un sistema che ha bisogno di essere cambiato, ma non nel senso in cui vanno le norme del ministro Nordio, che continua a ridurre i percorsi e le possibilità riabilitative nelle carceri”.

“I dati sulla recidiva e sulla marginalizzazione delle persone detenuanno il gioco di chi difende la propria posizione di potere facendo leva sulla paura dei cittadini e sugli slogan che abusano della paura sicurezza senza fare nulla per garantirla davvero”, conclude Druetti.

L'articolo Druetti-Marro: ministro Nordio, le carceri che non rieducano creano ulteriore insicurezza proviene da Possibile.

DDL Romeo, al Municipio XIII di Roma una mozione contro una norma liberticida


DDL 1004, al Municipio XIII una mozione contro una norma liberticida

«È stata depositata al Consiglio del Municipio XIII Aurelio di Roma la mozione contro il DDL n. 1004, a prima firma del senatore Massimiliano Romeo. L’atto è stato presentato dai consiglieri municipali di Aurelio in Comune ed Europa Verde, Maristella Urru e Lorenzo Ianiro, in collaborazione con Possibile, che a livello nazionale ha promosso una raccolta firme contro il provvedimento, raccogliendo oltre 21mila adesioni in poche ore», dichiarano Elisa Cennamo e Ruggero Scotti, portavoce di Possibile Roma.

«La mozione impegna la Presidenza e la Giunta municipale a trasmettere l’atto all’Assemblea Capitolina e a sollecitare il Sindaco di Roma affinché si faccia interprete delle istanze contenute nel testo presso la Camera dei Deputati, dove il DDL è ora in discussione dopo l’approvazione al Senato», affermano Lorenzo Ianiro e Maristella Urru. «Al centro della nostra contrarietà c’è l’adozione per legge della definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA, comprensiva dei suoi “indicatori”: una formulazione contestata da giuristi, organismi internazionali e associazioni per i diritti umani, perché rischia di sovrapporre l’antisemitismo, odio da contrastare senza ambiguità, alla critica legittima verso le politiche dello Stato di Israele».

«L’antisemitismo è già perseguito nel nostro ordinamento attraverso la Legge Mancino e le norme contro l’odio razziale, etnico e religioso», concludono Gianmarco Capogna, coordinatore del Comitato scientifico di Possibile, e i portavoce di Roma Elisa Cennamo e Ruggero Scotti. «Per questo il DDL 1004 non introduce nuove tutele effettive, ma rischia di comprimere la libertà di espressione e di dissenso. Questa mozione nasce da una scelta politica netta: contrastare ogni forma di antisemitismo senza permettere che questa battaglia venga trasformata in uno strumento di censura. Difendere la libertà di critica, il diritto internazionale e i principi costituzionali significa difendere la democrazia».

Lorenzo Ianiro

Maristella Urru

Gianmarco Capogna

Elisa Cennamo

Ruggero Scotti

L'articolo DDL Romeo, al Municipio XIII di Roma una mozione contro una norma liberticida proviene da Possibile.

Petacciato: la terra frana. E anche il nostro futuro
possibile.com/petacciato-la-te…
La riapertura della frana di Petacciato e i conseguenti disagi sociali, economici e ambientali, insieme con tutti gli episodi estremi che si sono verificati negli ultimi anni, stanno facendo tornare a galla la vera e necessaria opera di cui ha veramente bisogno il nostro

Petacciato: la terra frana. E anche il nostro futuro


La riapertura della frana di Petacciato con i conseguenti disagi sociali, economici e ambientali, insieme con tutti gli episodi estremi che si sono verificati negli ultimi anni, stanno facendo tornare a galla la vera e necessaria opera di cui ha veramente bisogno il nostro paese: la messa in sicurezza del territorio italiano dal rischio idrogeologico.

I dati scientifici e i report redatti da Ispra avevano già dipinto una situazione problematica: il 94,5% dei Comuni italiani è a rischio frane, alluvioni o erosione costiera. Una superficie complessiva che è aumentata del 15% circa tra il 2021 e il 2024 (ultimi dati disponibili), con circa 8 milioni di abitanti che vivono in zone ad alta pericolosità per frane e inondazioni. Per quanto riguarda l’erosione costiera, il 18% del litorale è a rischio. Sardegna, Basilicata, Puglia, Lazio e Campania sono le Regioni direttamente coinvolte.

Intanto, i danni economici causati dal dissesto idrogeologico a partire dal 2010 sono triplicati, raggiungendo la cifra di circa 3 miliardi di euro all’anno.

Sono dati preoccupanti. E ciò che preoccupa di più (e lo stesso dicasi per il contrasto ai cambiamenti climatici) è l’assoluta mancanza di una strategia per invertire la rotta e mettere in sicurezza il paese.

Anni fa parlavo della necessità di analizzare la questione da un punto di vista complessivo. Ciò che succede a terra è diretta conseguenza di ciò che avviene in atmosfera. Riduciamo le emissioni di gas climalteranti, e occupiamoci anche di ciò che sta succedendo a terra dove, oltre alla situazione descritta sopra, abbiamo un consumo di suolo che non si ferma e una perdita di biodiversità.

La crisi del Medio Oriente inoltre ha confermato, se ancora ce ne fosse bisogno, l’incapacità di chi ci governa nel costruire un valido percorso di dismissioni dalle fonti fossili a favore delle rinnovabili. La crisi sta colpendo in maniera diversa la società: i più ricchi continuano imperterriti nel loro processo di arricchimento che aumenta in maniera esponenziale come le (loro) emissioni di gas climalteranti, mentre le realtà più povere stanno aumentando di numero e stanno subendo le conseguenze peggiori.

Qualcuno potrebbe obiettare che si debbano trovare i fondi per una transizione energetica seria e in linea con gli obiettivi internazionali, così come gli interventi di messa in sicurezza del territorio necessitano di fondi ingenti. Noi lo diciamo da sempre: Tax the Rich. Lo prevede all’art.53 la nostra Costituzione dove si esplicita il principio di progressività.

Va cambiato però il sistema tributario. Non possiamo continuare a proteggere chi ha di più e magari aiutarlo ulteriormente, come sta avvenendo.

In un’altra situazione di emergenza, quella del Covid, scrivevamo: “Bene che i miliardari diano il loro contributo in un momento di crisi. Perché non renderlo un appuntamento fisso? Magari annuale? Le loro “donazioni” potrebbero persino essere basate su una percentuale del loro reddito. Potrebbero persino essere chiamate “tasse”. Ecco, quelle tasse dovrebbero coprire i costi per una transizione ecologica, unita alla messa in sicurezza del territorio, che ormai non è più rinviabile.

Se è giusto che ognuno si assuma le proprie responsabilità nei confronti delle generazioni future è altrettanto giusto che chi ha di più paghi di più! Roba da farci un Ministero. Non con un dormiente come Pichetto Fratin, magari. Per non parlare di quello dei Trasporti.

L'articolo Petacciato: la terra frana. E anche il nostro futuro proviene da Possibile.