Dave Matthews Band – Come Tomorrow (2018)


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La Dave Matthews Band allunga la propria già navigata carriera con Come Tomorrow, nono album in studio, che si va ad aggiungere agli innumerevoli live album pubblicati. L’abbondanza sonora legata a doppia mandata ad una qualità eccelsa è da sempre il marchio di fabbrica di un nome che, se qui in Italia è solo vagamente considerato, oltreoceano è uno dei capisaldi della cultura pop e folk... artesuono.blogspot.com/2018/07…


Ascolta: album.link/i/1385703539



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Dave Matthews Band – Come Tomorrow (2018)


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La Dave Matthews Band allunga la propria già navigata carriera con Come Tomorrow, nono album in studio, che si va ad aggiungere agli innumerevoli live album pubblicati. L’abbondanza sonora legata a doppia mandata ad una qualità eccelsa è da sempre il marchio di fabbrica di un nome che, se qui in Italia è solo vagamente considerato, oltreoceano è uno dei capisaldi della cultura pop e folk... artesuono.blogspot.com/2018/07…


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HomeIdentità DigitaleSono su: Mastodon.uno - Pixelfed - Feddit


Ieri ho finito di leggere Il giardino dei sette crepuscoli, l'avevo iniziato a febbraio. Mi ci sono messo d'impegno per terminarlo prima dell'inizio degli orali. Ero sul divano e mi sono reso conto che non vedevo la pagina: un po' per l'oscurità, un po' perché la mia vista peggiora con il passare degli anni, avevo delle informazioni parziali del testo. Le lettere si diluivano, dilavate in macchie diventavano un impasto con la pagina e capivo il senso perché il mio cervello – bontà sua – completava quello che non vedevo.

Era come se un'intelligenza artificiale generasse di volta in volta le pagine del libro per accostamenti probabilistici dei vettori delle forme tipografiche dei caratteri e la mia parte razionale trasformasse quella parodia della pagina stampata in un qualcosa che avesse senso. In più mi davano fastidio le modalità con cui il protagonista della storia si innamorava. Vedere il tuo corpo che invecchia e perde possibilità e fascino, rompe la valvola che teneva tutta la vaporosità di quello che pensi di te stesso così in alto, nel grande panopticon indistinto delle relazioni sociali.

Sono qua che aspetto di essere felice, pensavo ieri, volevo farne l'incipit di una poesia, ma in questo periodo non scrivo più in versi. Programmo anche pochissimo. Non ho idea del perché, ma mi interessano – in questi mesi – le immagini. Faccio molte fotografie, mash-up, video, senza più l'ingombro dell'apparato testuale. E uso pochissimo l'intelligenza artificiale, giusto ogni tanto per sprecare energia e affrettare il momento in cui diventerà inaccessibile per i costi di gestione. Ma – in genere – per cazzate.

L'immagine invece in questo periodo mi restituisce di più mentre la tratto. Ho iniziato a fare dei mash-up di opere d'arte, ne sta venendo fuori una serie che si chiama crasi. Giro per ore in un sito che raccoglie immagini di opere d'arte e mi sono fatto prestare da un collega che insegna tecniche di disegno tre volumi di storia dell'arte che sfoglio. Quando due immagini mi sembrano cortociruitare, magari una che ho sotto gli occhi e una nella mia memoria le porto su gimp e inizio a lavorarle per metterle assieme. Butto via l'ottanta per cento delle prove. A volte certe cose sono buone solo nella mia testa. Qua si vede il fatto che sono invecchiato: un tempo avrei pubblicato tutto.

Oppure giro e faccio foto. Mi diverte provare a fotografare al buio con l'otturatore aperto oppure uso un filtro in ingresso che trasforma il reale in una sua versione bitmap, un dithering che degrada tutto creando un'estetica che trovo affascinante. Non tratto la fotografia, ma fotografo già quello che il filtro deforma, cerco di vedere il mondo – voglio dire – con l'occhio algoritmico del filtro. E poi – vabbè – vado in giro a fotografare le immagini che possono servirmi per Inferno, la visual novel che devo finire. Ieri ho fatto delle foto dei corridoio di un rivenditore di piastrelle che erano perfette e in settimana devo andare al cimitero per fare due foto a una serie di loculi che ho in mente.

Aspetto di essere felice e alla mattina sentire qualcosa di caldo che staziona nella bocca, poi scende per la gola e inizia ad appesantire lo stomaco, è un passo nella direzione giusta, pare.

Oggi ho fatto una lunga passeggiata perché non stavo bene, sentivo un senso di leggera depressione e una rabbia interna senza ragione apparente. Mentre camminavo mi fischiavano le orecchie, acufeni al massimo livello, il che aumentava ancora di più il senso di fastidio. Guardandomi attorno, quello che vedevo mi intristiva. Non c'era nessun motivo, ma era così. Volti persi, gente affamanata seduta per strada con lo sguardo di chi ti vuole spolpare, marciapiedi con il cemento frantumato da decenni, gente violenta, la periferia. Tutto concorreva a farmi stare peggio.

Io camminavo veloce, cercavo di bruciare. Formulavo frasi nella testa. Cercavo un testo per un video, che poi non ho fatto. Il testo diceva qualcosa del tipo: il problema non è rendersi conto che l'umanità è insostenibile. L'umanità è insostenibile. Insopportabile. Solo se sei innamorato puoi non farci caso, l'umanità – cioè – resta insostenibile, ma tu sei innamorato e pensi che sia uno scambio equo: tenere l'innamoramento e sopportare l'umanità, il mondo. Ma il problema non è lì. Il problema è quando ti vedi da fuori e scopri che anche tu sei insopportabile. Ti senti parlare, vedi i tuoi tick, la tua voce lagnosa, consideri i tuoi bias, i tuoi pregiudizi e capisci che sei come tutti gli altri. Uno dei tanti tasselli. Pensavi di essere diverso, tutta la narrativa ti ha sempre detto che tu eri diverso, che eri il prescelto, ma in realtà sei uno dei tanti. Il video finiva così.

È stato in quel momento che ho provato una rabbia intensa, non verso l'umanità, le persone che camminavano vicino a me, i messaggi pubblicitari, tutta questa gente che vuole vendermi qualcosa – qualsiasi cosa – continuamente. Ho sentito una rabbia salire per il corpo, ma una rabbia verso me stesso. Immotivata, cieca, invisibile. Una rabbia materiale, perché era della stessa consistenza della mia carne, e saliva e in quel momento ho avuto paura. Perché un conto è fare della narrativa, come sto facendo adesso, raccontare cose che magari mi sono inventato. Tu che mi stai leggendo non hai idea se quello che ti sto scrivendo è successo davvero. Un conto è fare narrativa, partire da un particolare e allargare il discorso, creare tutta la struttura che l'occidente mette in piedi per raccontare qualcosa.

Ma un altro conto è quando succede davvero, quando sei li con la lingua nella testa che fai narrativa e la lingua rimane annodata, un rigurgito di odio sale e annega tutto quello che incontra, la lingua stessa si irrigidisce, si spaventa. Teme di non riuscire a raccontare quello che gli sta succedendo, di non averne la possibilità, di rimanere sommersa e schiacciata sotto. Questa volta sta succedendo davvero. Una paura carnale.

Di cosa? Non lo so. Che sia tutto lì. Alla fine è tutto lì. Non lo so in realtà.

Ho ripreso a camminare e ho camminato ancora per almeno un'ora finché il corpo ha iniziato a farmi male, a tornare umano, un po'. Ho preso fiato. Ho attivato lo smartphone e sono sceso in mezzo alla strada, nella corsia degli autobus, stando attento che nessuno mi investisse. Ho fatto delle foto ai cartelloni pubblicitari a cui avevano tolto tutto. Restava il colore del metallo raschiato, il grigio sovrapposto della sua materia che – in quel momento – mi sembrava una delle poche cose che – guardandola – mi rispondeva.

Vedi, ho detto stamattina allo studente alla correzione del suo elaborato, il tuo compito ha mostrato che hai delle belle idee, che sei curioso e che devi continuare a leggere perché il tuo vocabolario deve crescere, si vede che hai difficoltà a volte a trovare le parole giuste. E la seconda cosa – gli ho detto – è che mentre leggevo il tuo elaborato, mi sono commosso. Davvero, commosso. E gli ho spiegato quando e perché. E lui ha fatto un espressione del viso strana, come dire.


noblogo.org/diario/ieri-ho-fin…


Ieri ho finito di leggere Il giardino dei sette crepuscoli, l'avevo iniziato a...


Ieri ho finito di leggere Il giardino dei sette crepuscoli, l'avevo iniziato a febbraio. Mi ci sono messo d'impegno per terminarlo prima dell'inizio degli orali. Ero sul divano e mi sono reso conto che non vedevo la pagina: un po' per l'oscurità, un po' perché la mia vista peggiora con il passare degli anni, avevo delle informazioni parziali del testo. Le lettere si diluivano, dilavate in macchie diventavano un impasto con la pagina e capivo il senso perché il mio cervello – bontà sua – completava quello che non vedevo.

Era come se un'intelligenza artificiale generasse di volta in volta le pagine del libro per accostamenti probabilistici dei vettori delle forme tipografiche dei caratteri e la mia parte razionale trasformasse quella parodia della pagina stampata in un qualcosa che avesse senso. In più mi davano fastidio le modalità con cui il protagonista della storia si innamorava. Vedere il tuo corpo che invecchia e perde possibilità e fascino, rompe la valvola che teneva tutta la vaporosità di quello che pensi di te stesso così in alto, nel grande panopticon indistinto delle relazioni sociali.

Sono qua che aspetto di essere felice, pensavo ieri, volevo farne l'incipit di una poesia, ma in questo periodo non scrivo più in versi. Programmo anche pochissimo. Non ho idea del perché, ma mi interessano – in questi mesi – le immagini. Faccio molte fotografie, mash-up, video, senza più l'ingombro dell'apparato testuale. E uso pochissimo l'intelligenza artificiale, giusto ogni tanto per sprecare energia e affrettare il momento in cui diventerà inaccessibile per i costi di gestione. Ma – in genere – per cazzate.

L'immagine invece in questo periodo mi restituisce di più mentre la tratto. Ho iniziato a fare dei mash-up di opere d'arte, ne sta venendo fuori una serie che si chiama crasi. Giro per ore in un sito che raccoglie immagini di opere d'arte e mi sono fatto prestare da un collega che insegna tecniche di disegno tre volumi di storia dell'arte che sfoglio. Quando due immagini mi sembrano cortociruitare, magari una che ho sotto gli occhi e una nella mia memoria le porto su gimp e inizio a lavorarle per metterle assieme. Butto via l'ottanta per cento delle prove. A volte certe cose sono buone solo nella mia testa. Qua si vede il fatto che sono invecchiato: un tempo avrei pubblicato tutto.

Oppure giro e faccio foto. Mi diverte provare a fotografare al buio con l'otturatore aperto oppure uso un filtro in ingresso che trasforma il reale in una sua versione bitmap, un dithering che degrada tutto creando un'estetica che trovo affascinante. Non tratto la fotografia, ma fotografo già quello che il filtro deforma, cerco di vedere il mondo – voglio dire – con l'occhio algoritmico del filtro. E poi – vabbè – vado in giro a fotografare le immagini che possono servirmi per Inferno, la visual novel che devo finire. Ieri ho fatto delle foto dei corridoio di un rivenditore di piastrelle che erano perfette e in settimana devo andare al cimitero per fare due foto a una serie di loculi che ho in mente.

Aspetto di essere felice e alla mattina sentire qualcosa di caldo che staziona nella bocca, poi scende per la gola e inizia ad appesantire lo stomaco, è un passo nella direzione giusta, pare.

Oggi ho fatto una lunga passeggiata perché non stavo bene, sentivo un senso di leggera depressione e una rabbia interna senza ragione apparente. Mentre camminavo mi fischiavano le orecchie, acufeni al massimo livello, il che aumentava ancora di più il senso di fastidio. Guardandomi attorno, quello che vedevo mi intristiva. Non c'era nessun motivo, ma era così. Volti persi, gente affamanata seduta per strada con lo sguardo di chi ti vuole spolpare, marciapiedi con il cemento frantumato da decenni, gente violenta, la periferia. Tutto concorreva a farmi stare peggio.

Io camminavo veloce, cercavo di bruciare. Formulavo frasi nella testa. Cercavo un testo per un video, che poi non ho fatto. Il testo diceva qualcosa del tipo: il problema non è rendersi conto che l'umanità è insostenibile. L'umanità è insostenibile. Insopportabile. Solo se sei innamorato puoi non farci caso, l'umanità – cioè – resta insostenibile, ma tu sei innamorato e pensi che sia uno scambio equo: tenere l'innamoramento e sopportare l'umanità, il mondo. Ma il problema non è lì. Il problema è quando ti vedi da fuori e scopri che anche tu sei insopportabile. Ti senti parlare, vedi i tuoi tick, la tua voce lagnosa, consideri i tuoi bias, i tuoi pregiudizi e capisci che sei come tutti gli altri. Uno dei tanti tasselli. Pensavi di essere diverso, tutta la narrativa ti ha sempre detto che tu eri diverso, che eri il prescelto, ma in realtà sei uno dei tanti. Il video finiva così.

È stato in quel momento che ho provato una rabbia intensa, non verso l'umanità, le persone che camminavano vicino a me, i messaggi pubblicitari, tutta questa gente che vuole vendermi qualcosa – qualsiasi cosa – continuamente. Ho sentito una rabbia salire per il corpo, ma una rabbia verso me stesso. Immotivata, cieca, invisibile. Una rabbia materiale, perché era della stessa consistenza della mia carne, e saliva e in quel momento ho avuto paura. Perché un conto è fare della narrativa, come sto facendo adesso, raccontare cose che magari mi sono inventato. Tu che mi stai leggendo non hai idea se quello che ti sto scrivendo è successo davvero. Un conto è fare narrativa, partire da un particolare e allargare il discorso, creare tutta la struttura che l'occidente mette in piedi per raccontare qualcosa.

Ma un altro conto è quando succede davvero, quando sei li con la lingua nella testa che fai narrativa e la lingua rimane annodata, un rigurgito di odio sale e annega tutto quello che incontra, la lingua stessa si irrigidisce, si spaventa. Teme di non riuscire a raccontare quello che gli sta succedendo, di non averne la possibilità, di rimanere sommersa e schiacciata sotto. Questa volta sta succedendo davvero. Una paura carnale.

Di cosa? Non lo so. Che sia tutto lì. Alla fine è tutto lì. Non lo so in realtà.

Ho ripreso a camminare e ho camminato ancora per almeno un'ora finché il corpo ha iniziato a farmi male, a tornare umano, un po'. Ho preso fiato. Ho attivato lo smartphone e sono sceso in mezzo alla strada, nella corsia degli autobus, stando attento che nessuno mi investisse. Ho fatto delle foto ai cartelloni pubblicitari a cui avevano tolto tutto. Restava il colore del metallo raschiato, il grigio sovrapposto della sua materia che – in quel momento – mi sembrava una delle poche cose che – guardandola – mi rispondeva.

Vedi, ho detto stamattina allo studente alla correzione del suo elaborato, il tuo compito ha mostrato che hai delle belle idee, che sei curioso e che devi continuare a leggere perché il tuo vocabolario deve crescere, si vede che hai difficoltà a volte a trovare le parole giuste. E la seconda cosa – gli ho detto – è che mentre leggevo il tuo elaborato, mi sono commosso. Davvero, commosso. E gli ho spiegato quando e perché. E lui ha fatto un espressione del viso strana, come dire.


DAL DIARIO DI SANTA FAUSTINA


(Ogni settimana verrà pubblicato un pensiero dal diario della Santa)

Sii adorata, o Santissima Trinità, ora e in ogni tempo. Sii adorata in tutte le Tue opere e in tutte le Tue creature. Ammirata ed esaltata la grandezza della Tua Misericordia, o Dio.

Debbo prender nota degli incontri della mia anima con Te, o Dio, nei momenti particolari delle Tue visite. Debbo scrivere di Te, o Incomprensibile nella Misericordia verso la povera anima mia. La Tua santa volontà è la vita della mia anima. Ho avuto quest'ordine da chi Ti sostituisce per me, o Dio, qui in terra e m'insegna la Tua santa volontà. Vedi, Gesù, com'è difficile per me scrivere e che non so descrivere chiaramente ciò che provo in fondo all'anima.

O Dio, può forse la penna descrivere cose per le quali talvolta non esistono nemmeno le parole? Ma, o Dio, mi ordini di scrivere; questo mi basta.


log.livellosegreto.it/divinami…

SALE LA LUCE

(a Dario Bellezza)

alba d'un bianco cadmio che annega i sogni d'una notte famelica di corpi alle spalle di quest'ombra che ti pesa sugli occhi sale la luce che ti tiene avvinto all'arida ora dei vivi

Analisi del testo


Sale la luce apre con un’immagine visiva netta: l’alba come un bianco cadmio che «annega i sogni». La parola cadmio dà al colore una densità quasi chimica, fredda e accecante, mentre il verbo annega introduce subito una tensione tra luce e sogno, tra visibilità e perdita. Il verso costruisce un contrasto tra la fame dei corpi e l’ombra che grava sugli occhi, suggerendo una presenza corporea e insieme un peso psichico.

Immagini e temi


La poesia gioca su opposti: luce / ombra, sogno / veglia, corpi famelici / ora arida dei vivi. C’è una sensazione di risveglio forzato, quasi violento, in cui la luce non libera ma avvince, tiene prigioniera la persona nell’«arida ora» della realtà. Il tema della fame — non solo fisica ma esistenziale — attraversa i versi, così come l’idea di un’ombra ereditata o appiccicata che impedisce di vedere davvero.

Stile e tono


Il linguaggio è concentrato, asciutto, con enjambement che spingono il lettore avanti. La scelta di termini concreti e sensoriali (cadmio, famelica, avvinto) crea un tono severo e quasi liturgico. La brevità dei versi e la disposizione a blocchi accentuano l’effetto di compressione emotiva: la luce sale ma non libera, stringe.

Traduzione in inglese


Dawn of cadmium white
that drowns the dreams of a night
hungry for bodies
behind
this shadow that weighs on your eyes
the light rises that keeps you
bound
to the arid hour of the living.

Possibile continuazione


sale la luce e ti scopre con le mani vuote come vasi che non raccolgono più il miele dei giorni perduti e il respiro si fa misura di un tempo che non perdona la pelle impara a ricordare il freddo delle stanze chiuse


Estensione della poesia

sale la luce e ti scopre
con le mani vuote come vasi
che non raccolgono più il miele
dei giorni perduti;
sul bordo delle palpebre resta un sale
che brucia come memoria.

la città si apre a bocca stanca,
finestre come denti che mostrano stanze vuote,
passi che contano debiti d'aria,
una voce lontana che non sa il tuo nome.

ti avvicina al vetro del mattino
dove il mondo si specchia e non risponde,
la pelle impara a misurare il freddo
con la precisione di un orologio rotto.

eppure, in quel bianco che tutto inghiotte,
qualcosa resiste: un filo sottile
di notte che non si arrende al giorno,
un'ombra che non si lascia prendere.

noblogo.org/norise-3-letture-a…

2CR - Capitolo 4


Arredi del tempio1Salomone fece l'altare di bronzo lungo venti cubiti, largo venti e alto dieci. 2Fece il Mare, un bacino di metallo fuso di dieci cubiti da un orlo all'altro, perfettamente rotondo; la sua altezza era di cinque cubiti e una corda di trenta cubiti lo poteva cingere intorno. 3C'erano sotto l'orlo, tutt'intorno, figure dalla sembianza di buoi, dieci per ogni cubito, che formavano un giro all'intorno; le figure di buoi erano disposte in due file ed erano state colate insieme con il Mare. 4Questo poggiava su dodici buoi; tre guardavano verso settentrione, tre verso occidente, tre verso meridione e tre verso oriente. Il Mare poggiava su di essi e tutte le loro parti posteriori erano rivolte verso l'interno. 5Il suo spessore era di un palmo; il suo orlo, fatto come l'orlo di un calice, era a forma di giglio. La sua capacità era di tremila bat.6Fece poi dieci bacini per la purificazione, ponendone cinque a destra e cinque a sinistra; in essi si lavava quanto veniva usato per l'olocausto. Il Mare serviva alle abluzioni dei sacerdoti. 7Fece dieci candelabri d'oro, secondo la forma prescritta, e li pose nell'aula: cinque a destra e cinque a sinistra. 8Fece dieci mense e le collocò nell'aula, cinque a destra e cinque a sinistra. Fece inoltre dieci vasi d'oro per l'aspersione. 9Fece il cortile dei sacerdoti, il gran cortile e le sue porte, i cui battenti rivestì di bronzo. 10Pose il Mare dal lato destro, a oriente, rivolto verso meridione.11Curam fece i recipienti, le palette e i vasi per l'aspersione. Terminò di fare il lavoro che aveva eseguito per il re Salomone quanto al tempio di Dio: 12le due colonne, i globi dei capitelli che erano sopra le colonne, i due reticoli per coprire i due globi dei capitelli che erano sopra le colonne, 13le quattrocento melagrane per i due reticoli, due file di melagrane per ciascun reticolo, per coprire i due globi dei capitelli che erano sulle colonne, 14i dieci carrelli e i dieci bacini sui carrelli, 15l'unico Mare e i dodici buoi sotto di esso, 16i recipienti, le palette, i vasi per l'aspersione e tutti quegli utensili che Curam-Abì aveva fatto al re Salomone per il tempio del Signore. Tutto era di bronzo splendente. 17Il re li fece fondere nel circondario del Giordano, in suolo argilloso, fra Succot e Seredà. 18Salomone fece fare tutti quegli utensili in quantità molto grande, tanto che non si poteva calcolare il peso del bronzo.19Salomone fece tutti gli utensili del tempio di Dio, l'altare d'oro, le mense su cui si ponevano i pani dell'offerta, 20i candelabri e le lampade d'oro purissimo, da accendersi, come era prescritto, di fronte al sacrario, 21i fiori, le lampade, gli smoccolatoi d'oro, di quello più raffinato, 22i coltelli, i vasi per l'aspersione, i mortai e i bracieri d'oro purissimo, e, quanto alle porte del tempio, i battenti interni verso il Santo dei Santi e i battenti del tempio, cioè dell'aula, in oro.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


Il brano corre parallelo a 1Re 7,23-26.38-51. Fatta eccezione per i vv. 2a.3a e 6-9, gli altri versetti ripropongono la fonte con varianti minori.

1. L'altare di bronzo è l'altare degli olocausti. Della sua costruzione non si parla in 1Re 7,23, ma è presupposto in 1Re 8,22.64 e 2Re 16,4.

2. «la vasca di metallo» in ebr. è «il mare di metallo», una grande riserva d'acqua lustrale, alla quale era attribuito anche un significato cosmico con risonanze pagane.

6. Per i dieci recipienti, cfr. 1Re 7,27-39, dove si parla anche con ampiezza delle rispettive basi, cfr. v. 14.

7. Cfr. 1Re 7,49. Es 25,31-40 e 37,17-24 precisano la forma del candelabro mosaico, a sette braccia.

8. Già 1Cr 28,16 parla di varie tavole usate per gli oggetti del culto, da non confondere con le tavole d'oro destinate ai pani della proposizione, cfr. 1Re 7,48; 1Cr 28,16.

9. Cfr. 1Re 6,36 (che però distingue solo tra “cortile interno” e “gran cortile”); 7,12; Ez 45,19. Anche qui è riflessa la situazione del secondo tempio, al quale si riferisce la terminologia usata a partire da Ezechiele (42,13).

11-18. Elencano in sommario gli utensili fabbricati da Curam e gli altri lavori da lui eseguiti. Il v. 17 indica la località in cui questi oggetti destinati al tempio vennero fusi, cfr. 1Re 7,40-45.

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Van Morrison – The Prophet Speaks (2018)


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Van Morrison non molla di un centimetro e non si ferma più. Solo sei mesi fa aveva pubblicato “You’re Driving Me Crazy”, con il supporto dell’organista jazz Joey De Francesco. Sei mesi fa, però, erano sei mesi fa, era il passato. Ora, prima della fine dell’anno, è in arrivo il suo secondo disco del 2018, “The Prophet Speaks”. Due sono anche gli album che aveva pubblicato nel 2017. Uno ne uscì nel 2016 e un altro ancora nel 2015. Non sappiamo cosa sia scattato nel cuore e nella testa del leone di Belfast – se poi è scattato qualcosa – da portarlo a tenere questo notevole ritmo di pubblicazione... artesuono.blogspot.com/2018/12…


Ascolta: album.link/i/1859634283



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Van Morrison – The Prophet Speaks (2018)


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Van Morrison non molla di un centimetro e non si ferma più. Solo sei mesi fa aveva pubblicato “You’re Driving Me Crazy”, con il supporto dell’organista jazz Joey De Francesco. Sei mesi fa, però, erano sei mesi fa, era il passato. Ora, prima della fine dell’anno, è in arrivo il suo secondo disco del 2018, “The Prophet Speaks”. Due sono anche gli album che aveva pubblicato nel 2017. Uno ne uscì nel 2016 e un altro ancora nel 2015. Non sappiamo cosa sia scattato nel cuore e nella testa del leone di Belfast – se poi è scattato qualcosa – da portarlo a tenere questo notevole ritmo di pubblicazione... artesuono.blogspot.com/2018/12…


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moralità leggendarie.

sconosciuta chiede l'amicizia sul social odioso e ovviamente accetto. molto meno di trenta secondi dopo mi scrive “mi sembra che tu faccia cose attinenti alla poesia” e si propone di affibbiarmi il suo libro di poesie prefato da eccetera. le scrivo che in effetti no, mi occupo di postpoesia e prosa in prosa e mi risponde “ah e che cazzo sarebbe?” e aggiunge che la sua è postpoesia e prosa poetica e le rispondo e allora che cazzo mi scrivi a fare e la blocco.


noblogo.org/differx/moralita-l…

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e perfino ripetuto!

oggi, 25 giugno, presso la Libreria Tomo, presentazione di “Scritture complesse” (letteratura, arte, architettura, suono, visualità)

slowforward.net/2026/06/25/ogg…

😀


noblogo.org/differx/e-perfino-…


oggi, 25 giugno, a roma, presso la libreria tomo: presentazione di “scritture complesse”, [dia•foria 2026


25 giugno, Tomo_ presentazione di SCRITTURE COMPLESSE (diaforia 2026)
cliccare per ingrandire

OGGI, giovedì 25 giugno, h. 18, Libreria Tomo, Roma, via degli Etruschi 4, nel contesto della rassegna “Fiori freschi”, presentazione di
SCRITTURE COMPLESSE
[dia•foria, 2026
a cura di D. Poletti ed E. Manganaro
diaforia.org/floema/2026/03/16…
slowforward.net/2026/03/30/scr…

con
Alessandro De Francesco, Giovanni Fontana,
Marco Giovenale,
Elvio Manganaro,
Nicolas Martino, Marco Mazzi,
Luigi Severi

coordinamento
Cecilia Bello Minciacchi, Emiliano Ceresi

su mobilizon:

evento facebook:
facebook.com/events/1566887948…

*


SCRITTURE COMPLESSE raccoglie i materiali critici e grafici, la teoria e le annotazioni che hanno strutturato l’incontro dall’omonimo titolo, svoltosi a Parma nel dicembre 2023. Per osservare la sperimentazione letteraria e artistica contemporanea da più punti di osservazione.

mutazione e ciclicità_ righe sulla copertina di SCRITTURE COMPLESSE
cliccare per ingrandire

#AlessandroDeFrancesco #CeciliaBelloMinciacchi #confronto #critica #criticaLetteraria #diaforia #dialogo #discussione #ElvioManganaro #EmilianoCeresi #GiovanniFontana #kritik #letture #libreriaTomo #LuigiSeveri #MarcoGiovenale #MarcoMazzi #Mobilizon #NicolasMartino #presentazione #SanLorenzo #scritturaComplessa #scritturaDiRicerca #scritturaEpigenetica #scrittureComplesse #scrittureDiRicerca #teoria #TeoriaDellaLetteratura #teorie #Tomo #TomoLibreria


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oggi, 25 giugno, a roma, presso la libreria tomo: presentazione di “scritture complesse”, [dia•foria 2026


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Elegia

ora m’incolpi del mio silenzio? e Tu dov’eri mi chiedi quando a migliaia venivano spinti sotto le docce a gas Io ero ognuno di quei poveracci in verità ti dico Io sono la Vittima l’agnello la preda del carnefice quando fa scempio di un bambino innocente Io sono quel bambino ricorda anch’io in sorte ho avuto una croce la Croce la più abietta la benedetta ho urlato a un cielo distante Padre perché perché solo mi lasci in quest’ora di cenere e pianto

Sento il peso e la ferita che attraversano questi versi: la voce è insieme personale e collettiva, carica di accusa, dolore e invocazione religiosa. Di seguito trovi un’analisi, una traduzione fedele e suggerimenti pratici per rafforzare il testo.

Analisi del testo


Tema principale: la responsabilità collettiva e il trauma individuale che si fa simbolo; il poeta si identifica con le vittime di un massacro, trasformando la propria sofferenza in testimonianza e accusa.
Voce e prospettiva: uso della prima persona plurale e singolare che si sovrappongono — “Io ero ognuno” crea un effetto di immedesimazione totale, potente e perturbante.
Immagini e simboli: le “docce a gas”, la “croce”, il grido a un “cielo distante Padre” mescolano orrore storico e simbolismo cristiano, amplificando la tensione morale.
Tono e ritmo: il tono è accusatorio e lamentoso; le ripetizioni (“Io sono…”, “la Croce”) funzionano come martellamento emotivo ma possono appesantire se non calibrate.
Effetto emotivo: il testo colpisce per la sua franchezza e per la scelta di farsi voce di chi non può parlare, creando empatia e sdegno.


Traduzione in inglese (versione fedele)


Now do you blame me for my silence?
and you ask where I was
when thousands were driven
under the gas showers
I was each one of those poor souls
in truth
I tell you
I am the Victim the lamb the prey
of the executioner when he makes a slaughter
of an innocent child
I am that child remember
I too by lot received a cross
the Cross
the most abject the blessed
I cried out to a distant sky Father why
why do you leave me alone in this hour of ash and tears


Suggerimenti stilistici e di revisione


  • Punteggiatura: valutare l’uso di virgole e punti per modulare il respiro; ad esempio inserire pause nette dopo frasi chiave per aumentare l’impatto.
  • Economia delle ripetizioni: mantieni alcune ripetizioni forti (es. “Io sono”) ma valuta di variare la costruzione per evitare ridondanza.
  • Specificità immaginativa: aggiungere un dettaglio sensoriale (odore, suono, temperatura) può rendere la scena ancora più viva senza diluire il messaggio.
  • Registro religioso: la parola “Padre” è potente; puoi giocare con maiuscole/minuscole o con l’isolamento tipografico per sottolinearne l’abbandono.
  • Chiusura: l’ultima domanda è efficace; considera di lasciarla sospesa su una riga a parte per amplificarne l’eco.

Titoli alternativi


  • Elegia della Croce
  • Ora di Cenere
  • Io Sono la Vittima
  • Grido a un Cielo Distante

Versione concisa


Ora m’incolpi del mio silenzio?
Dove eri quando migliaia furono spinti sotto le docce a gas?
Io ero ognuno di quei poveri: la Vittima, l’Agnello, la preda.
Sono quel bambino; anch’io ho avuto la Croce, la più abietta e benedetta.
Ho gridato a un cielo distante: Padre, perché mi lasci solo
in quest’ora di cenere e pianto.

English translation


Now do you blame me for my silence?
Where was I when thousands were driven under the gas showers?
I was each of those poor souls: the Victim, the Lamb, the prey.
I am that child; I too received a Cross, the most abject and the blessed.
I cried out to a distant sky: Father, why do you leave me alone
in this hour of ash and tears.


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ELECTROLUX: 1.700 ESUBERI E LA CHIUSURA DI CERRETO D’ESI. RISPONDERE CON UNA LOTTA ORGANIZZATA FUORI DAGLI SCHEMI CONCERTATIVI PERCORSI DALLE BUROCRAZIE SINDACALI E DALLE ISTITUZIONI.

Per il distretto degli elettrodomestici delle Marche non è soltanto una nuova crisi industriale. È la conferma di una lunga parabola discendente che dura da oltre vent’anni anni e che oggi raggiunge uno dei suoi punti più drammatici. L’annuncio di Electrolux di tagliare circa 1.700 posti di lavoro in Italia, pari a quasi il 40% della forza lavoro nazionale, e di chiudere completamente lo stabilimento di Cerreto d’Esi, dove lavorano circa 170 persone, rappresenta uno spartiacque per l’intero comparto manifatturiero italiano. La decisione, comunicata ai sindacati durante il coordinamento nazionale convocato a Marghera, non colpisce soltanto un sito produttivo: mette in discussione il ruolo stesso dell’Italia nella geografia industriale europea del gruppo svedese. L’azienda motiva il piano con la persistente debolezza della domanda europea, l’aumento dei costi produttivi e la crescente pressione competitiva dei produttori asiatici. Una spiegazione che appare coerente con il contesto internazionale ma che, nel territorio fabrianese, viene percepita come l’ennesimo capitolo di una storia già vista perché il problema non nasce oggi. Per decenni l’area compresa tra Fabriano, Cerreto d’Esi e i comuni limitrofi ha rappresentato uno dei principali poli della produzione di elettrodomestici. La crescita era stata trainata dall’esperienza della Merloni, poi diventata Indesit, fino all’acquisizione da parte di Whirlpool. Attorno a quel sistema industriale si era sviluppata una rete capillare di fornitori, aziende meccaniche, imprese di componentistica e servizi. Migliaia di famiglie hanno costruito il proprio benessere grazie a quella filiera. Oggi di quel modello resta poco o niente. Le acquisizioni internazionali, la delocalizzazione delle produzioni a minor valore aggiunto, la competizione dei paesi dell’Est Europa e dell’Asia, l’aumento dei costi energetici e la contrazione dei consumi hanno progressivamente ridotto il peso produttivo del territorio. La chiusura annunciata di Cerreto d’Esi si inserisce dentro questa tendenza. Non è un fulmine a ciel sereno; è l’esito di un processo che per molti era visibile e preannunciato da anni. Un processo imposto dalle multinazionali sponsorizzate dai vari governi di centrodestra e centrosinistra che si sono alternati in questi anni con la “benedizione” delle burocrazie sindacali complici anch’esse e protagoniste di errate valutazioni che di riflesso hanno innescato questi drammi sociali. La vicenda Electrolux richiama inevitabilmente quella di Beko Europe, la nuova realtà nata dall’integrazione delle attività europee di Arçelik e Whirlpool. Anche in quel caso si era partiti da numeri molto pesanti. Le trattative hanno consentito di ridurre il numero degli esuberi inizialmente previsti attraverso uscite volontarie, ammortizzatori sociali e strumenti di accompagnamento. L’accordo è stato sostenuto dal governo di allora e approvato da una larga maggioranza dei lavoratori. I sindacati hanno rappresentato tale vertenza come la dimostrazione che la contrattazione può produrre risultati concreti. Nulla di più falso, sbagliato e dannoso. Per i lavoratori più combattivi e per alcune organizzazioni politiche anticapitaliste con una visione più critica e reale invece, il caso Beko ha evidenziato un altro aspetto: si è trattato soprattutto di gestire il ridimensionamento, non di impedirlo. Una distinzione tutt’altro che marginale perché una cosa è limitare i danni un’altra è salvaguardare integralmente la capacità produttiva e l’occupazione. Il raffronto più delicato e veritiero riguarda probabilmente quello con Elica. L’azienda marchigiana delle cappe aspiranti ha attraversato anni complessi che hanno portato il gruppo dell’ex senatore Casoli a perdere circa 400 posti di lavoro mai più recuperati e la chiusura negli anni degli stabilimenti di Serra San Quirico e ancora una volta a quello di Cerreto d’Esi con l’appoggio e l’assenso delle sigle sindacali confederali. Ma il confronto con quanto accade oggi nel nostro territorio pone una domanda inevitabile: quanto pesa la qualità della strategia industriale rispetto alla semplice gestione delle emergenze occupazionali? Molti economisti sostengono che la sopravvivenza del settore europeo dipenderà sempre più dalla capacità di presidiare segmenti ad alto valore aggiunto. Quando la competizione si sposta esclusivamente sul costo del lavoro, l’Europa parte inevitabilmente svantaggiata rispetto ad altre aree del mondo. Tutto ciò però non deve giustificare ed oscurare il problema delle delocalizzazioni che, nella grande maggioranza, avvengono e passano con l’utilizzo di soldi pubblici e delle tasse pagate dai lavoratori e dalle lavoratrici dipendenti, i quali subiscono anche il danno più oneroso, cioè la perdita del posto di lavoro.

Da qui in poi un altro tema diventa centrale sul quale, ormai, non si può fare più finta di non vedere: il nodo della rappresentanza sindacale. Al piano Electrolux i sindacati hanno reagito proclamando lo stato di agitazione permanente e otto ore di sciopero nazionale. Una risposta che rientra nella tradizione delle relazioni industriali italiane e che appare quasi automatica di fronte a una decisione di questa portata. La domanda che però le avanguardie operaie più combattive si pongono è un’altra: perché si arriva sempre al momento dello sciopero quando le decisioni industriali sono quasi già prese? Negli ultimi anni le organizzazioni sindacali hanno seguito tavoli, confronti ministeriali, procedure di crisi e negoziati complessi in numerose vertenze del settore. Eppure il risultato finale è stato spesso la riduzione degli organici, la chiusura di siti produttivi o il trasferimento delle produzioni. La sensazione diffusa tra una parte dei lavoratori è che la capacità di incidere realmente sulle strategie delle multinazionali sia diventata estremamente limitata. I sindacati respingono questa lettura e ricordano come molte crisi siano state almeno parzialmente contenute grazie agli accordi raggiunti. Tuttavia resta un dato di fatto eloquente e non modificabile: il numero degli occupati nel distretto continua a diminuire grazie agli accordi siglati che progressivamente hanno cambiato e sbilanciato, verso i padroni, i rapporti di forza segnando la deriva delle burocrazie sindacali che negli anni hanno lasciato molto sul piano della lotta e della contrapposizione. Tra i passaggi più contestati vi è il cosiddetto Testo Unico sulla Rappresentanza, sottoscritto nel 2014 da CGIL, CISL, UIL e Confindustria, con l'obiettivo dichiarato di certificare la rappresentatività sindacale e rendere più efficaci gli accordi sottoscritti. Per i firmatari si trattava di una modernizzazione delle relazioni industriali e di uno strumento per dare certezza alle regole della contrattazione. Per numerosi sindacalisti di base e per una parte della sinistra anticapitalista rivoluzionaria, invece, quel sistema ha contribuito a rafforzare il monopolio delle grandi confederazioni e a rendere più difficile la contestazione degli accordi una volta firmati e la netta esclusione delle sigle più combattive e meno pronte a prendere ordini dai vertici aziendali. La critica è nota: la rappresentanza sarebbe stata progressivamente trasformata da strumento di conflitto a strumento di gestione delle decisioni aziendali. Un'accusa pesante che le confederazioni respingono, ma che continua a riemergere ogni volta che una nuova vertenza si conclude con ridimensionamenti occupazionali. Il punto di rottura simbolico resta però il Jobs Act. La riforma del 2015 ha modificato profondamente il sistema delle tutele contro i licenziamenti illegittimi, limitando il reintegro automatico previsto dall'articolo 18 per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015 e introducendo il sistema delle cosiddette tutele crescenti. Per molti lavoratori quella riforma rappresenta il momento in cui il sindacato confederale ha mostrato tutta la propria debolezza. Non perché la base di CGIL, CISL e UIL fosse favorevole al Jobs Act. Le posizioni furono differenti e in alcuni casi apertamente contrarie. La contestazione riguardò piuttosto l'efficacia della mobilitazione. A distanza di oltre dieci anni, una parte consistente del mondo del lavoro continua a chiedersi come sia stato possibile che la più importante modifica dello Statuto dei Lavoratori dagli anni Settanta sia stata approvata senza una stagione di lotta sociale paragonabile a quella che aveva caratterizzato altre battaglie del passato. Nell'immaginario di molti operai marchigiani il confronto è inevitabile. Negli anni Settanta e Ottanta i sindacati erano percepiti come soggetti capaci di bloccare interi comparti produttivi. Oggi vengono spesso percepiti come interlocutori istituzionali chiamati a gestire le conseguenze delle decisioni già assunte, inquadrando le organizzazioni sindacali da difensori dei lavoratori a gestori delle crisi aziendali. CGIL, CISL e UIL sono ancora organizzazioni nate per impedire la perdita dei posti di lavoro oppure sono diventate strutture che negoziano le condizioni migliori possibili quando i posti di lavoro vengono persi? A questa domanda si potrebbe rispondere con una risposta secca ed esaustiva: queste sigle sindacali non sono più credibili agli occhi della storia contemporanea del nostro tempo. Ogni nuova vertenza conclusa con una riduzione degli occupati, e al peggio la chiusura dei siti produttivi, rafforza la percezione di una rappresentanza incapace di incidere sulle grandi scelte industriali. Una percezione che può apparire “ingenerosa”, considerando la forza delle multinazionali e la globalizzazione delle catene produttive ma che non può essere liquidata come semplice propaganda. Perché nelle Marche, come in molte altre aree industriali italiane, esiste ormai una generazione intera che ha visto chiudere fabbriche, ridurre organici e trasferire produzioni senza mai assistere a una vera inversione di tendenza attraverso lotte di classe. E quando la storia si ripete per vent'anni, la domanda non riguarda più soltanto le aziende, riguarda anche chi avrebbe dovuto contrastarle. Proroghe e cassa integrazione sono gli unici obiettivi, utili non per eliminare il danno ma per contenerlo. Il tutto funzionale per l’autotutela di corporazione e di categoria e per fare muro contro chi, legittimamente, cerca di contrastare e far emergere le responsabilità delle burocrazie e dei ruoli sempre occupati dalle stesse persone. Essere un funzionario sindacale ad oggi significa avere la garanzia del “posto fisso” sulla pelle di chi, dalla sera alla mattina, viene messo per strada. La domanda che emerge oggi da Cerreto d’Esi è la stessa che era emersa a Fabriano, a Siena, a Napoli e in molte altre aree industriali del Paese: esiste una strategia nazionale per difendere i settori del mondo del lavoro oppure ci si limita a gestire le conseguenze delle decisioni prese altrove? Per quanto ci riguarda, a noi la risposta appare chiara e purtroppo inconfutabile.

Per le Marche il problema non riguarda soltanto i 170 lavoratori direttamente coinvolti nello stabilimento. Ogni posto perso in una fabbrica genera effetti sull’indotto, sui consumi locali, sul mercato immobiliare e sulla tenuta sociale del territorio. La chiusura di un impianto industriale non è mai un fatto isolato, è un processo che coinvolge intere comunità. Negli ultimi anni il territorio ha già vissuto riduzioni occupazionali, ristrutturazioni, cessioni di attività e processi di delocalizzazione e ogni nuova crisi rende più difficile assorbire quella successiva. Quando una comunità vede susseguirsi crisi industriali sempre più pesanti, è inevitabile che si interroghi sull’utilità degli strumenti tradizionali di tutela e da chi dovrebbero essere dirette. Ormai lo sciopero ad oltranza della produzione, il blocco delle merci in entrata ed uscita, l’occupazione del sito produttivo vengono fatte passare dai burocrati sindacali come momenti di lotta inutili e superati, e al contrario la contrattazione e la concertazione come unici strumenti di opposizione. Quello che noi pensiamo serva invece sono dinamiche di lotta come quelle prima citate per costruire le basi per l’innalzamento dello scontro in risposta all’aggressione in atto, con l’utilizzo degli strumenti che riportino al centro anche la questione della lotta di classe. Coscienze che possano prendere distanze nette dai sindaci del territorio e le istituzioni che sfilano davanti ai cancelli e rilasciano dichiarazioni promettendo chissà quali battaglie effimere e solo di rappresentanza. Una volta finito tutto, di tali figure rimarrà solo il ricordo illusorio e strumentale.

La vicenda Electrolux dimostra ancora una volta i limiti di un modello economico in cui il destino di intere comunità viene subordinato alle decisioni di grandi gruppi industriali e finanziari con a braccetto le organizzazioni confederali. A Cerreto d'Esi, come prima a Fabriano, e in molte altre realtà industriali, migliaia di lavoratori scoprono che anni di sacrifici, aumenti di produttività e disponibilità a sottoscrivere accordi sempre più onerosi non garantiscono alcuna sicurezza occupazionale. Quando il profitto diminuisce o si aprono opportunità più convenienti altrove, gli stabilimenti chiudono e i territori vengono abbandonati. È una dinamica che alimenta una domanda politica sempre più radicale: fino a quando il lavoro dovrà dipendere dalle scelte di proprietà che non rispondono ai lavoratori né alle comunità locali? La crisi degli elettrodomestici nelle Marche non appare soltanto come il fallimento di una strategia industriale. Per molti rappresenta il fallimento di un intero modello di relazioni sociali fondato sulla convinzione che gli interessi del capitale e quelli del lavoro possano essere conciliati indefinitamente. Gli ultimi decenni raccontano una storia diversa. Le delocalizzazioni, gli esuberi, la precarizzazione del lavoro e l'indebolimento delle tutele hanno progressivamente modificato i rapporti di forza a favore delle imprese e della finanza. In questo contesto torna al centro il tema della coscienza di classe. Consapevolezza che, per decenni, ha rappresentato il motore delle più importanti conquiste sociali e sindacali del Novecento. Per chi si colloca nella tradizione socialista e rivoluzionaria, la risposta non può limitarsi alla gestione delle crisi o alla contrattazione degli esuberi. La questione dovrebbe portare a fare ragionamenti sul tema del controllo stesso della produzione. Le aziende che ricevono sostegno pubblico, utilizzano infrastrutture collettive e determinano il destino economico di interi territori, dovrebbero essere sottratte alla logica della pura redditività privata e poste sotto controllo pubblico e democratico, cioè nazionalizzate e poste sotto il controllo operaio. Un percorso di certo non favorito dall’attuale sistema politico ed economico che viviamo quotidianamente, ma che potrebbe comunque essere messo in discussione e ribaltato con prospettive e basi rivoluzionarie. All’attacco capitalista al mondo del lavoro l’unica risposta può essere quella della costruzione di un fronte unico di lotta unitario e generalizzato capace di unire tutte le maggiori vertenze in un'unica grande mobilitazione di massa operaia.

Le ultime notizie dell’incontro avvenuto in queste ore parlano di una sorta di “tregua” tra azienda e lavoratori, una sorta di pace armata fino alla riapertura del prossimo tavolo che comunque fa pensare a un momento di calma prima della ripresa della tempesta. Un tratto di tempo probabilmente usato dai vertici aziendali ed avallato dal governo che porterà ad un indebolimento progressivo e allo sfinimento di tutta la forza lavoro. L’apprezzamento critico dei sindacati contribuirà pesantemente a segnare in negativo la vertenza. A Cerreto d'Esi non verrà probabilmente chiusa soltanto una fabbrica ma verrà dato un colpo pesante che metterà a dura prova la tenuta del tessuto sociale. Esiste un altro modello di sviluppo sociale e politico possibile che possa dare una risposta che delinei una prospettiva differente? É una domanda sulla quale noi strutturiamo quotidianamente il nostro impegno politico. È una domanda però che il territorio marchigiano continuerà a porsi ben oltre la vicenda Electrolux, sulla quale sarà necessario costruire una reale e concreta risposta di massa e di classe.

Mauro Goldoni


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2CR - Capitolo 3


Costruzione del tempio1Salomone cominciò a costruire il tempio del Signore a Gerusalemme sul monte Mòria, dove il Signore era apparso a Davide, suo padre, nel luogo preparato da Davide sull'aia di Ornan il Gebuseo. 2Incominciò a costruire nel secondo mese dell'anno quarto del suo regno. 3Queste sono le misure delle fondamenta poste da Salomone per edificare il tempio di Dio: lunghezza, in cubiti dell'antica misura, sessanta cubiti; larghezza venti cubiti. 4Il vestibolo, che era di fronte nel senso della larghezza del tempio, era di venti cubiti; la sua altezza era di centoventi cubiti. Egli ricoprì l'interno d'oro puro. 5Ricoprì con legno di cipresso la sala maggiore e la rivestì d'oro fino; sopra vi scolpì palme e catenelle. 6Rivestì la sala con pietre preziose per ornamento. L'oro era oro di Parvàim. 7Rivestì d'oro la sala, cioè le travi, le soglie, le pareti e le porte; sulle pareti scolpì cherubini.8Costruì il Santo dei Santi, lungo, nel senso della larghezza del tempio, venti cubiti e largo venti cubiti. Lo rivestì d'oro fino, impiegandone seicento talenti. 9Il peso dei chiodi era di cinquanta sicli d'oro; anche i piani di sopra rivestì d'oro. 10Nel Santo dei Santi eresse due cherubini, lavoro di scultura, e li rivestì d'oro. 11Le ali dei cherubini erano lunghe venti cubiti. Un'ala del primo cherubino, lunga cinque cubiti, toccava la parete della sala; l'altra, lunga cinque cubiti, toccava l'ala del secondo cherubino. 12Un'ala del secondo cherubino, di cinque cubiti, toccava la parete della sala; l'altra, di cinque cubiti, toccava l'ala del primo cherubino. 13Queste ali dei cherubini, spiegate, misuravano venti cubiti; essi erano raffigurati ritti, voltati verso l'interno. 14Fece il velo di stoffa di violetto, di porpora, di crèmisi e di bisso; sopra vi fece ricamare cherubini.15Di fronte al tempio eresse due colonne, alte trentacinque cubiti; il capitello sulla cima di ciascuna era di cinque cubiti. 16Fece delle catenelle come nel sacrario e le pose sulla cima delle colonne. Fece anche cento melagrane e le collocò in forma di catenelle. 17Eresse le colonne di fronte all'aula, una a destra e una a sinistra; quella a destra la chiamò Iachin e quella a sinistra Boaz.

__________________________Note

3,1 Il monte Mòria rimanda a Gen 22,2. Soltanto qui il monte del tempio viene chiamato con questo nome.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


I due capitoli 3,1-4,22 sono dedicati all'edificazione del tempio (c. 3) e all'approntamento del suo mobilio (c. 4). Dopo aver ricordato l'inizio della costruzione (3,1-2), il Cronista riporta le dimensioni del santuario (v. 3) e quindi si dilunga sulle sue varie parti: il vestibolo (v. 4), il Santo (vv. 5-7), la sacra cella (vv. 8-14), le due colonne nell'atrio del tempio (vv. 15-17). Il c. 4 prosegue descrivendo l'altare (v. 1), il mare di bronzo (vv. 2-5), i vari utensili (bacini, v. 6; candelabri, v. 7; tavole, v. 8; altri oggetti, vv. 9-11). Dopo aver riassunto l'elenco delle suppellettili (vv. 12-18), il Cronista si premura di specificare quali erano gli oggetti in oro puro (vv. 19-22). La fonte del Cronista è 1Re 6-7, ma esposta in modo più ordinato e con omissioni rilevanti (ad esempio, la descrizione degli annessi del tempio e della reggia, cfr. 1 Re 7, 1-12). Il nostro autore invece insiste più della fonte sugli oggetti d'oro, aumentandone la quantità. Non c'è dubbio che alcuni ritocchi apportati alla fonte siano dettati dalla necessità di armonizzare i dati relativi al tempio di Salomone con quelli riguardanti il santuario del postesilio.

1-2. Cfr. 1Re 6,1. La menzione del monte Moria, cfr. 1Cr 21,22-22,6, è esclusiva del Cronista. In Gn 22,2-14 il Moria è il monte dove Abramo avrebbe dovuto immolare Isacco. Il nome col quale Abramo chiama il monte, «JHWH sarà visto» (Gn 22,14b), può essere considerato un chiaro indizio dell'identificazione del Moria con il monte del tempio, identificazione che doveva essere corrente al tempo del Cronista. L'omissione dei 480 anni, di 1Re 6,1, conferma la tendenza del nostro autore a tralasciare tutto ciò che si riferisce a Mosè e all'esodo, che per lui costituiscono una fase salvifica meno centrale dell'alleanza con Abramo e con Davide.

3-17. La descrizione che segue non è certo opera di un architetto o di un geometra. Mancano dati che sarebbero indispensabili per ricostruire la pianta dell'edificio, i termini tecnici sono frequenti ma non omogenei e talune volte sono stati trascritti in modo errato. Aggiunte e glosse, introdotte per sottolineare lo splendore della costruzione, complicano ulteriormente la lettura del brano.

3. Le «misure... poste da Salomone» sono espresse in cubiti antichi, superiori di qualche centimetro a quelli in uso al tempo del Cronista, cfr. Ez 40,5; 43,13. Non sappiamo però se presso gli Ebrei fosse in uso il cubito egizio (antico, cm 45,8; moderno, cm 52,5), o quello babilonese (rispettivamente cm 49,5 e 55,5).

4. La cifra dell'altezza del vestibolo, «centoventi cubiti», è variamente interpretata. Manca nella fonte e si pensa debba essere ridotta a «venti».

5-7. Il «vano maggiore» è il «Santo», la seconda parte del tempio detta anche «aula» o «navata». Parvaim (v. 6) è località sconosciuta. Alcuni pensano che il termine sia una traslitterazione di Ofir.

9. I «piani di sopra» sono verosimilmente quelli ricordati in 1Re 6,5s.

14. La «cortina» richiama la tenda dell'esodo (Es 26,31; cfr. Mt 27,51 e Lc 23,45). Era una tenda riccamente lavorata che separava la cella del «Santo dei santi» dal vano maggiore.

15-17. Descrizione delle due celebri colonne erette dinanzi al vestibolo del tempio di Salomone, eliminate poi nel secondo tempio e in quello di Erode. Le due colonne si ergevano ai lati dell'ingresso. La descrizione è particolarmente ridotta rispetto a 1Re 7,15-22 e non è molto chiara. La presentazione del tempio non s'ispira al punto di vista architettonico, né a quello storico-archeologico. L'ottica è religiosa; lo spazio sacro è visto come area ben definita e isolata dalle zone profane che la circondano, un centro permanente di sacralità, vitale per Israele perché garantisce la comunione con Dio.

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Bruce Springsteen — High Hopes (2014)


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Le pubblicazioni discografiche nell’ultimo decennio del Boss sono un susseguirsi altalenante di discrete e buone confezioni sonore. Con High Hopes, Springsteen si assesta su posizioni di tutto rispetto, anzi più che buone, ottime direi. Il rock è il suo disperato amore e lo interpreta con grande anima e passionalità e, alla faccia di tutti i suoi detrattori, prosegue imperterrito sulla sua linea ortodossa riuscendo a dare ancora ottime vibrazioni e feeling... silvanobottaro.it/archives/412…


Ascolta: album.link/i/741055385



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Bruce Springsteen — High Hopes (2014)


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Le pubblicazioni discografiche nell’ultimo decennio del Boss sono un susseguirsi altalenante di discrete e buone confezioni sonore. Con High Hopes, Springsteen si assesta su posizioni di tutto rispetto, anzi più che buone, ottime direi. Il rock è il suo disperato amore e lo interpreta con grande anima e passionalità e, alla faccia di tutti i suoi detrattori, prosegue imperterrito sulla sua linea ortodossa riuscendo a dare ancora ottime vibrazioni e feeling... silvanobottaro.it/archives/412…


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Caserta: Tragedie annunciate, il dramma silenzioso dell'Alzheimer e la solitudine di chi assiste, cosa fare in provincia di Caserta e l'INPS nega l'assistenza


Purtroppo spesso le cronache ci consegnano notizie di roghi in abitazioni, incendi o anziani finiti al pronto soccorso perché hanno ingerito detersivi. Capita a noi giornalisti di dare la notizia nell'immediato, soprattutto se c'è di mezzo un morto, e poi nulla più. Difficilmente si va dentro alla notizia per cercare il perché di queste tragedie.

Questi episodi accadono a persone anziane ultraottantenni con iniziali segnali di decadimento mentale, ma il più delle volte anche ad anziani più giovani affetti da Alzheimer. Molto spesso queste persone, perché difficili da gestire, vengono lasciate sole: non sanno in che epoca vivono, il passato prossimo non esiste più, tendono a non lavarsi. Fisicamente sono in grado di camminare e parlare, ma il più delle volte in maniera sconclusionata. Se non seguite da un caregiver, finiscono per perdersi e devono essere riaccompagnate a casa dal benefattore di turno; mangiano male perché non sono in grado di preparare un pasto, non si prendono cura della salute e non riescono ad assumere regolarmente le medicine.

Il malato di Alzheimer spesso non muore per la malattia in sé, ma per le conseguenze. Essa, infatti, aggrava altre patologie che il paziente non è in grado di curare autonomamente. Per la peculiarità del quadro clinico, il soggetto non accetta l'aiuto, negando qualsiasi bisogno. Questa fase della malattia, dalla diagnosi dei primi sintomi al decesso, può durare se il paziente è ben curato e assistito, oltre dieci anni.

E qui si pone la questione morale: lo Stato e i familiari devono aiutare un malato di Alzheimer oppure, facendo un discorso cinico, la morte diventa una liberazione per chi assiste e un risparmio di costi per lo Stato?


Capita che caregiver esasperati se la prendano con le commissioni mediche dell'INPS quando viene loro negata l'indennità di accompagnamento e, in alcuni casi limite, anche i benefici del comma 3 della legge 104.

L'INPS, nel valutare in generale le domande di accompagnamento, nega quasi sempre in fase di prima istanza forme di assistenza. È una forma di autotutela giusta, purtroppo di falsi invalidi ce ne sono. Ma quando si nega ciò a un malato di Alzheimer, salvo poi vedere lo stesso ente soccombente nel successivo ricorso, può capitare che, nelle more, il paziente non assistito abbia un incidente o si faccia male o in casi peggiori muoia; proprio come nei casi di incidenti accennati all'inizio di questo articolo.

Dal 1997 esiste una linea telefonica dell'Associazione italiana malattia di Alzheimer, l'unica gratuita nazionale dedicata alla patologia. Chiamando l'800679679 è possibile parlare con psicologi e neuropsicologi in grado di dare consigli ai caregiver; esiste ovviamente una sede in Campania, a Napoli, con servizi e assistenza ai malati e ai loro familiari.

Per l'Alzheimer non esistono medicine che fanno guarire: la cura più efficace è quella di un caregiver capace di generare esperienze emotive profonde nell'assistito, che contribuiscono a migliorare la qualità di vita dei pazienti in direzione del loro benessere e della loro serenità emotiva. In quest'ottica, a Caserta ha preso avvio il percorso “Real-Mente”, un progetto in team tra l'Ospedale Sant'Anna e San Sebastiano e la Reggia di Caserta. L'iniziativa prevede una serie di incontri tematici negli ambienti degli appartamenti della Reggia, nel Bosco Vecchio, nella Pinacoteca fino al Teatro di Corte. I partecipanti sono guidati in un'esperienza multisensoriale basata sul dialogo, sull'osservazione delle opere e sulla stimolazione emotiva attraverso i colori.


noblogo.org/caserta24ore/bcase…

poi parliamoci chiaro: cloud, internet, editing digitale, blog, archivi in rete... tutto doratiello e fragile e fritto in prospettiva (dorato in altro senso).

se guardo le riserve di carta che ho in casa, arriverei al letto di morte prima di esaurirle. quindi staccate pure tutte le spine, ho penne e matite a schiovere.

a proposito:

ore 16:59, Roma, Monteverde, grandina. magari i chicchi scassano un'antenna. quien sabe.


noblogo.org/differx/poi-parlia…

detto e, diciamo tra un paio di giorni, fatto. i miei tre tumblr ospitano ora poche righe di segnale, cicalino, annunzietto, che così dice: “nel progetto di disconnettere tutti o quasi tutti gli spazi generalisti e proprietari, per passare pressoché integralmente al fediverso e all'idea di una rete eticamente dignitosa e non invasiva, è innanzitutto possibile leggere questa premessa, di pochi giorni fa: noblogo.org/differx/poi-alla-f… e a breve chiudere tumblr”.


noblogo.org/differx/detto-e-di…

Anche per voi

salgo sulla croce anche per voi disse con gli occhi rivolto a quelli che lo inchioderanno anche per voi che ancora nei secoli mi schiaffeggiate sputate negando la vita buttandola tra i rifiuti aizzando popolo contro popolo sotto tutte le latitudini salgo sulla croce anche per voi che mi sprecate nelle icone per voi nuovi erodi/eredi della svastica che insanguinate la luce delle stelle oscurando la Notte della mia nascita anche per voi potenti della terra razza di serpenti che non sopportate di sentirmi nominare dal mio costato squarciato fiumi di sangue tracciano il cammino della storia la mia Passione è un solo grande urlo muto di milioni di bocche imploranti dinanzi al vostro immenso Spreco con cui avete eretto babeli di lussuria come cultura di morte

Accolgo la forza e la sofferenza che attraversano questi versi: il tono è profetico e accusatorio, la voce lirica si fa corpo e martirio per denunciare spreco, violenza e ipocrisia.

Sintesi


Breve riassunto: il parlante si identifica con una figura crocifissa che, con sguardo e parola, offre la propria sofferenza “anche per voi” — rivolgendosi tanto agli aguzzini quanto ai potenti, agli iconoclasti e ai nuovi tiranni — e denuncia lo spreco, la violenza e la corruzione morale che segnano la storia.

Temi principali


  • Redenzione e accusa: il motivo cristologico della croce è usato come lente morale per mettere a nudo colpe collettive.
  • Spreco e lussuria: la critica sociale si concentra sul consumo, sulla costruzione di potere attraverso l’eccesso.
  • Violenza ideologica: il testo condanna chi fomenta odio e chi profana simboli sacri per fini di dominio.
  • Voce collettiva: la Passione diventa urlo di milioni, non solo esperienza individuale.


Immagini e linguaggio


  • Immagini forti: “razza di serpenti”, “dal mio costato squarciato fiumi di sangue”, “eretto babeli” sono metafore nette che colpiscono per contrasto tra sacro e profano.
  • Lessico: alternanza di termini sacri (Passione, croce, icone, Notte della mia nascita) e termini violenti/moderni (svastica, spreco, lussuria) crea tensione drammatica.
  • Registro: alto e profetico, con momenti di cruda concretezza che rendono il messaggio immediato.


Ritmo e struttura


  • Ripetizione anaforica: il ritornello “salgo sulla croce anche per voi” funziona da perno ritmico e morale, rafforzando l’accusa.
  • Versi liberi: l’assenza di schema metrico fisso dà al testo un andamento oratorio, quasi sermone, che si adatta al tono di denuncia.
  • Punteggiatura: l’uso scarno di segni di interpunzione accentua l’urgenza; valuterei però piccoli interventi per modulare pause e respiro.


Suggerimenti per revisioni


  • Variare le immagini ripetute: mantenere l’anafora ma introdurre una variazione lessicale ogni due ripetizioni per evitare monotonia e aumentare la progressione drammatica.
  • Bilanciare il linguaggio simbolico e concreto: qualche immagine più quotidiana (oggetti, scene) potrebbe rendere la denuncia ancora più riconoscibile.
  • Lavorare le pause: inserire una o due cesure nette (punti o versi isolati) dopo immagini molto forti per lasciare al lettore il tempo di assorbire.
  • Sottotitolo o nota programmatica: se il testo è destinato a una raccolta, un breve sottotitolo può orientare il lettore sul punto di vista (es. “Monologo di una Passione contemporanea”).

Adattamento in metrica precisa (endecasillabi)


Ho scelto la metrica dell’endecasillabo e ho disposto il testo in quattro quartine con il ritornello ripetuto per mantenere la forza anaforica.

Poema in endecasillabi

Salgo sulla croce anche per voi, lo dico
con gli occhi rivolti a chi mi inchioderà.
Salgo sulla croce anche per voi, e il grido
si posa su chi la vita getterà.

Salgo sulla croce anche per voi, o voi
che schiaffeggiate, sputate, negate;
salgo per chi getta il mondo nei rifiuti,
per chi accende popoli e li divide.

Salgo sulla croce anche per voi, nuovi
eredi di svastiche e di profane icone;
salgo per chi insanguina il cielo e oscura
la Notte santa della mia nascita.

Salgo sulla croce anche per voi, potenti,
razza di serpenti che non sopporta il mio nome;
dal costato squarciato fiumi di sangue
tracciano la storia e il grande spreco vostro.



noblogo.org/norise-3-letture-a…

2CR - Capitolo 2


1Salomone ingaggiò settantamila uomini addetti a portare pesi, ottantamila scalpellini per lavorare sulle montagne e tremilaseicento sorveglianti.2Salomone mandò a dire a Curam, re di Tiro: “Come hai fatto con mio padre Davide, al quale avevi spedito legno di cedro per la costruzione della sua dimora, fa' anche con me. 3Ecco, ho deciso di costruire un tempio al nome del Signore, mio Dio, per consacrarlo a lui, così che io possa bruciare incenso aromatico davanti a lui, esporre sempre i pani dell'offerta e presentare olocausti mattina e sera, nei sabati, nei noviluni e nelle feste del Signore, nostro Dio. Per Israele questo è un obbligo perenne. 4Il tempio che io intendo costruire deve essere grande, perché il nostro Dio è più grande di tutti gli dèi. 5Ma chi avrà la capacità di costruirgli un tempio, quando i cieli e i cieli dei cieli non bastano per contenerlo? E chi sono io perché gli costruisca un tempio, anche solo per bruciare incenso alla sua presenza? 6Ora mandami un uomo esperto nel lavorare l'oro, l'argento, il bronzo, il ferro, filati di porpora, di crèmisi e di violetto, e che sappia eseguire intagli di ogni genere; egli lavorerà con gli altri artigiani che io ho in Giuda e a Gerusalemme, preparàti da mio padre Davide. 7Mandami legno di cedro, di cipresso e di sandalo dal Libano. Io so, infatti, che i tuoi uomini sono abili nel tagliare gli alberi del Libano. Ora i miei uomini si uniranno ai tuoi 8per prepararmi legno in grande quantità, perché il tempio che intendo costruire deve essere grande e stupendo. 9Ecco, a quanti abbatteranno e taglieranno gli alberi io darò grano per vettovagliamento; ai tuoi uomini darò ventimila kor di grano, ventimila kor d'orzo, ventimila bat di vino e ventimila bat d'olio”.10Curam, re di Tiro, mandò per iscritto a Salomone questo messaggio: “Per l'amore che il Signore porta al suo popolo, ti ha costituito re su di esso”. 11Quindi Curam diceva: “Sia benedetto il Signore, Dio d'Israele, che ha fatto il cielo e la terra, che ha concesso al re Davide un figlio saggio, pieno di senno e d'intelligenza, il quale costruirà un tempio al Signore e una reggia per sé. 12Ora ti mando un uomo esperto, pieno di saggezza, Curam-Abì, 13figlio di una donna della tribù di Dan e di un padre di Tiro. Egli sa lavorare l'oro, l'argento, il bronzo, il ferro, le pietre, il legno, i filati di porpora, di violetto, di bisso e di crèmisi; sa eseguire ogni intaglio ed eseguire ogni opera d'arte che gli venga sottoposta. Egli lavorerà con i tuoi artigiani e con gli artigiani del mio signore Davide, tuo padre. 14Ora il mio signore mandi ai suoi uomini il grano, l'orzo, l'olio e il vino promessi. 15Noi taglieremo nel Libano il legname, quanto te ne occorrerà, e te lo porteremo per mare a mo' di zattere fino a Giaffa, e tu lo farai salire a Gerusalemme”.16Salomone censì tutti i forestieri che erano nella terra d'Israele: un nuovo censimento dopo quello effettuato da suo padre Davide. Ne furono trovati centocinquantatremilaseicento. 17Ne prese settantamila come addetti a portare pesi, ottantamila come scalpellini per lavorare sulle montagne e tremilaseicento come sorveglianti per far lavorare quella gente.

__________________________Note

2,9 misura di capacità per i liquidi, corrispondente a 450 litri; il bat era un decimo del kor. Vedi nota a Es 30,24.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


2,1. I dati si ritrovano in forma completa al v. 17.

2-17. Il capitolo narra gli ultimi preparativi effettuati per la costruzione del tempio. Salomone chiede al re di Tiro operai e materiale prezioso (vv. 2-9). Chiram risponde positivamente (vv. 10-15). Si indicano quindi le cifre degli operai ingaggiati da Salomone in Palestina (vv. 16-17). La descrizione riprende 1Re 5,15-22.27s.32, con la tendenza a mettere in speciale risalto le iniziative di Salomone e a sminuire il ruolo ricoperto dal re di Tiro.

2b-9. L'ambasciata di Salomone al re di Tiro è riferita dal Cronista con una libertà insolita nei confronti della fonte. È difficile dire fino a che punto il nostro autore, parlando degli artigiani, proietti indietro all'epoca di Salomone le corporazioni del suo tempo.

10-15. La risposta del re di Tiro corre parallela alla domanda di Salomone. Chiram parla del Dio d'Israele usando la terminologia caratteristica degli Ebrei. Tanto le generalità dell'artista quanto quelle di sua madre non concordano con i dati di 1Re 7,13s. Giaffa è l'unico porto di rilievo lungo la costa mediterranea palestinese. Dista da Gerusalemme circa 55 chilometri. Scene di trasporti di legname via mare sono riportate non di rado anche sui rilievi assiri.

16-17. Cfr. 1Cr 22,2. Il v. 17 è un doppione del v. 1. Probabilmente si tratta di una glossa. Gli «stranieri» del v. 16 sono i non Israeliti residenti nel paese, ossia le popolazioni cananee sopravvissute allo sterminio da parte degli Ebrei.

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Ieri sera ho fatto un incontro straordinario!

E mi son emozionata, non ho pianto, ma ho sentito quel brivido dentro, il cuore sembrava galoppare come un cavallo in corsa! Ed io? Serena, felice, come quella me bambina, dinanzi al suo regalo tanto atteso, ma no l'immagine non è questa , la me bambina, non ricorda, di aver mai chiesto nulla , altri tempi, altri sogni, altre piccole storie da raccontare, ma non oggi, non adesso , mi viene voglia di scrivere per me stessa, per le emozioni che provo, per il semplice gusto di dire, eccomi ci sono anch'io! Anch'io nel mio piccolo, riesco a sorridere, riesco a gioire con poco, riesco a rasserenarmi con tutto ciò che la natura può offrirmi e che io riesco a cogliere! E allora leggo con interesse ciò che scrive un amico, chiaro, preciso, c'è passione, studio, forza, interesse, forse altro, e penso che ovviamente io sono un po' distante, ma ognuno ha i suoi interessi, passioni, mondi da vivere e magari condividere! Io non sono nessuno, non voglio divulgare, non voglio dare consigli, anzi mi correggo non posso! Ma sono la stessa me di qualche post fa, in cui si è presentata, poi si è confessata, si è aperta , si è riscoperta fragile e forte, ma soprattutto se stessa e vera! Sempre in un incontro, nella malattia, nella scoperta, in ogni piccolo grande passo che ho dovuto fare! Ho accettato, pianto, mi sono quasi arresa, isolata e allontanata per un disagio mio personale, per momenti che non sono riuscita a gestire, controllare, così, sono passati, giorni , mesi e anche gli anni, ho cercato nel mio cassetto dei sogni, qualcuno da realizzare, ne ho diversi, alcuni ho avuto paura di scartarli, come fossero regali, brutti, esplosivi...e poi ci sono quei sogni infranti, distrutti, alcuni realizzati a metà, altri abbandonati e altri li pronti ad essere realizzati, basterebbe una spinta, un attimo! Così ho fatto, senza pensarci, ho chiesto e poi l'ho realizzato e si , potrei essere stata avventata, potrei aver semplicemente fatto un regalo inutile, non necessario! Ma ho pensato a me e nonostante i miei sensi di colpa, il mio essere indecisa, insicura e Sempre pronta a fare quel passo indietro, per gli altri, per il bene altrui, io ieri, oggi, quando ci ho pensato, ho preso per mano la mia me e ci siamo lasciate andare, abbiamo cercato nel ❤️, l'entusiasmo, quella innocenza, quella voglia di perderci là dove, oggi io mi ritrovo e dove io sorrido, dove trovo quella pace e serenità, anche nei momenti bui, tristi e difficili, perché in fondo un sogno può essere reale, basta crederci, basta volerlo, ed io insieme alla mia me bambina, ci siamo ritrovate insieme, abbracciate, leggere, spensierate a puntare lo sguardo verso quel cielo tanto amato, verso la luna tanto cercata e desiderata e realizzare quel sogno nascosto, tenuto in fondo a quel cassetto, perché sembrava impossibile, perché economicamente in passato era impensabile e allora oggi ho il cuore più leggero nonostante tutto e tutti, dolori, perdite improvvise, pezzi di puzzle persi e mai più ritrovati, perché se riesco ancora a scrivere ciò che sento , penso e provo senza aiuti, condizionamenti , paure o forti timori, significa che posso, merito e devo per forza cercare anche il più piccolo raggio di sole, il tramonto meno colorato, la mia luna più bella, perché in fondo siamo noi a decidere se vivere di sogni o fare diventare la nostra vita un bel sogno!

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noblogo.org/bymarty/ieri-sera-…

da quasi tre anni ho realizzato: si può dire che - per premere leggermente sul...


da quasi tre anni ho realizzato: si può dire che – per premere leggermente sul pedale della sintesi – alla schiacciante maggioranza della classe intellettuale e poeta italiana, del genocidio non gliene può fregare meno di un cazzo di blatta.

il punto massimo di cardiomotilità che fingono è quando parlare di “violenza” in generale può far gioco al come-fosse-antani che sul momento minimo mettono nel loro teatro, volta per volta. (e solo se vedono abbastanza claque).

per il resto la loro geopoliticamente localizzatissima esistenza, molto piena, è tutta un sempreuguale di tuffi su premi, di editori, di istituzioni, politici fascisti, sponsor, radiotv (lì si aggrottano), ancora premi, fondazioni déstacéppa. e i pettegolezzi alle tavolate.

se interrogati, nobilmente dirannoentrare nella mafia per cambiarla da dentro


noblogo.org/differx/da-quasi-t…

La parabola di Voznesenskij e la disumanizzazione del sistema staliniano.


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(227)

(V1)

“Il pianificatore. Economia, politica e potere in URSS” di Giovanni Cadioli, edito da il Mulino, è un saggio storico di grande valore che ricostruisce la parabola esemplare di Nikolaj #Voznesenskij, il capo pianificatore dell'Unione Sovietica tra il 1938 e il 1949, attraverso la quale l'autore illumina le complesse dinamiche del potere nell'URSS staliniana.

Voznesenskij non fu un dissidente o un personaggio esterno alla leadership suprema, ma ne fu un perno centrale. Presidente del Gosplan (il Comitato statale per la pianificazione) e membro del Politburo, definito «stratega della vittoria economica» dell'URSS nella Seconda guerra mondiale, diresse la pianificazione sovietica in uno dei periodi più cruciali della storia russa. La sua ascesa e la sua caduta, avvenuta nel 1949-1950 con l'arresto e la fucilazione durante le purghe staliniane del dopoguerra, costituiscono il filo conduttore attraverso cui #Cadioli analizza la natura del sistema sovietico.

Il libro mostra con chiarezza documentaria come l'economia che i sovietici descrivevano come «pianificata» non lo fosse affatto. Fin dai primi anni Trenta, l'economia pianificata sovietica prese le forme di un'economia di comando, all'interno della quale l'elemento fondamentale era il fatto che il potere direttivo, politico ed economico era nelle mani della leadership del Partito.Le decisioni economiche venivano prese con scarsissimo interesse per i costi effettivi, essendo propedeutiche all'ottenimento di obiettivi politici. Il piano quinquennale non era uno strumento tecnico di sviluppo, ma un'arma ideologica.

Il lato umano della vicenda emerge con forza dalla ricostruzione della traiettoria di Voznesenskij. La sua competenza tecnica, la sua dedizione al lavoro, la sua capacità di organizzare la produzione industriale durante la guerra contro la Germania nazista non lo salvarono dalla macchina del terrore. Quando #Stalin decise di eliminare uno dei suoi più stretti collaboratori, bastarono accuse infondate di tradimento e spionaggio. Voznesenskij fu arrestato, processato e fucilato nel 1950. Solo nel 1956, durante il discorso segreto di Chruščёv al XX Congresso del PCUS, fu formalmente riabilitato.

Cadioli non adotta toni enfatici o moralistici, e proprio in questo risiede la forza del suo lavoro. Il tono è professionale e misurato, la documentazione è rigorosa, eppure la semplice esposizione dei fatti basta a tratteggiare un quadro devastante della disumanizzazione del sistema staliniano. Un uomo che aveva dedicato la propria vita al servizio del regime, che aveva contribuito alla vittoria contro il nazismo, che aveva organizzato la produzione industriale sovietica, poté essere eliminato senza processo, senza prove, senza motivo.La burocrazia sovietica non era inefficiente per incompetenza, ma per natura: serviva a nascondere la responsabilità delle deliberazioni e a rendere impossibile individuare chi prendeva davvero le decisioni.

Il saggio è un contributo importante alla comprensione non solo della storia sovietica, ma della natura stessa dei totalitarismi. La pianificazione economica, nata come strumento razionale di organizzazione sociale, si rivelò uno dei pilastri su cui si reggeva l'intero apparato repressivo dello stalinismo. Un'opera di valore storico e documentario, scritta con equilibrio e rigore, che merita di essere letta da chiunque voglia comprendere i meccanismi del potere nelle dittature del Novecento.

#Blog #URSS #Stalin #Economia #Letteratura #Opinioni


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La parabola di Voznesenskij e la disumanizzazione del sistema staliniano.


(227)

(V1)

“Il pianificatore. Economia, politica e potere in URSS” di Giovanni Cadioli, edito da il Mulino, è un saggio storico di grande valore che ricostruisce la parabola esemplare di Nikolaj #Voznesenskij, il capo pianificatore dell'Unione Sovietica tra il 1938 e il 1949, attraverso la quale l'autore illumina le complesse dinamiche del potere nell'URSS staliniana.

Voznesenskij non fu un dissidente o un personaggio esterno alla leadership suprema, ma ne fu un perno centrale. Presidente del Gosplan (il Comitato statale per la pianificazione) e membro del Politburo, definito «stratega della vittoria economica» dell'URSS nella Seconda guerra mondiale, diresse la pianificazione sovietica in uno dei periodi più cruciali della storia russa. La sua ascesa e la sua caduta, avvenuta nel 1949-1950 con l'arresto e la fucilazione durante le purghe staliniane del dopoguerra, costituiscono il filo conduttore attraverso cui #Cadioli analizza la natura del sistema sovietico.

Il libro mostra con chiarezza documentaria come l'economia che i sovietici descrivevano come «pianificata» non lo fosse affatto. Fin dai primi anni Trenta, l'economia pianificata sovietica prese le forme di un'economia di comando, all'interno della quale l'elemento fondamentale era il fatto che il potere direttivo, politico ed economico era nelle mani della leadership del Partito.Le decisioni economiche venivano prese con scarsissimo interesse per i costi effettivi, essendo propedeutiche all'ottenimento di obiettivi politici. Il piano quinquennale non era uno strumento tecnico di sviluppo, ma un'arma ideologica.

Il lato umano della vicenda emerge con forza dalla ricostruzione della traiettoria di Voznesenskij. La sua competenza tecnica, la sua dedizione al lavoro, la sua capacità di organizzare la produzione industriale durante la guerra contro la Germania nazista non lo salvarono dalla macchina del terrore. Quando #Stalin decise di eliminare uno dei suoi più stretti collaboratori, bastarono accuse infondate di tradimento e spionaggio. Voznesenskij fu arrestato, processato e fucilato nel 1950. Solo nel 1956, durante il discorso segreto di Chruščёv al XX Congresso del PCUS, fu formalmente riabilitato.

Cadioli non adotta toni enfatici o moralistici, e proprio in questo risiede la forza del suo lavoro. Il tono è professionale e misurato, la documentazione è rigorosa, eppure la semplice esposizione dei fatti basta a tratteggiare un quadro devastante della disumanizzazione del sistema staliniano. Un uomo che aveva dedicato la propria vita al servizio del regime, che aveva contribuito alla vittoria contro il nazismo, che aveva organizzato la produzione industriale sovietica, poté essere eliminato senza processo, senza prove, senza motivo.La burocrazia sovietica non era inefficiente per incompetenza, ma per natura: serviva a nascondere la responsabilità delle deliberazioni e a rendere impossibile individuare chi prendeva davvero le decisioni.

Il saggio è un contributo importante alla comprensione non solo della storia sovietica, ma della natura stessa dei totalitarismi. La pianificazione economica, nata come strumento razionale di organizzazione sociale, si rivelò uno dei pilastri su cui si reggeva l'intero apparato repressivo dello stalinismo. Un'opera di valore storico e documentario, scritta con equilibrio e rigore, che merita di essere letta da chiunque voglia comprendere i meccanismi del potere nelle dittature del Novecento.

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Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com


2CR - Capitolo 1


REGNO DI SALOMONE (1,1-9,31)

Inaugurazione del regno a Gàbaon1Salomone, figlio di Davide, si affermò nel regno. Il Signore, suo Dio, era con lui e lo rese molto grande.2Salomone mandò ordini a tutto Israele, ai comandanti di migliaia e di centinaia, ai magistrati, a tutti i prìncipi di tutto Israele e ai capi di casato. 3Poi Salomone e tutta l'assemblea con lui si recarono all'altura di Gàbaon, perché là si trovava la tenda del convegno di Dio, eretta da Mosè, servo del Signore, nel deserto. 4Ma Davide aveva fatto salire l'arca di Dio da Kiriat-Iearìm nel luogo che aveva preparato per essa, perché egli aveva innalzato per essa una tenda a Gerusalemme. 5L'altare di bronzo, opera di Besalèl, figlio di Urì, figlio di Cur, era là, davanti alla Dimora del Signore. Salomone e l'assemblea vi andarono per consultare il Signore. 6Ivi Salomone salì all'altare di bronzo davanti al Signore, presso la tenda del convegno e vi offrì sopra mille olocausti.7In quella notte Dio apparve a Salomone e gli disse: “Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda”. 8Salomone disse a Dio: “Tu hai trattato Davide, mio padre, con grande amore e mi hai fatto regnare al suo posto. 9Ora, Signore Dio, si avveri la tua promessa fatta a Davide, mio padre, perché mi hai costituito re su un popolo numeroso come la polvere della terra. 10Ora concedimi saggezza e scienza, perché io possa guidare questo popolo; perché chi governerebbe mai questo tuo grande popolo?“.11Dio disse a Salomone: “Poiché questo ti sta a cuore e poiché non hai domandato né ricchezza né beni né gloria né la vita dei tuoi avversari e neppure una lunga vita, ma hai domandato per te saggezza e scienza per governare il mio popolo, su cui ti ho costituito re, 12saggezza e scienza ti saranno concesse. Inoltre io ti darò ricchezza, beni e gloria, quali non ebbero mai i re prima di te e non avranno mai quelli dopo di te”. 13Salomone poi dall'altura che si trovava a Gàbaon tornò a Gerusalemme, lontano dalla tenda del convegno, e regnò su Israele.

Ricchezze del re14Salomone radunò carri e cavalli; aveva millequattrocento carri e dodicimila cavalli da sella, distribuiti nelle città per i carri e presso il re a Gerusalemme. 15Il re fece sì che a Gerusalemme l'argento e l'oro abbondassero come le pietre, e rese il legname di cedro tanto comune quanto i sicomòri che crescono nella Sefela. 16I cavalli di Salomone provenivano da Musri e da Kue; i mercanti del re li compravano in Kue. 17Essi facevano venire e importavano da Musri un carro per seicento sicli d'argento, un cavallo per centocinquanta. In tal modo ne importavano per fornirli a tutti i re degli Ittiti e ai re di Aram.

Preparativi per la costruzione del tempio18Salomone decise di costruire una casa al nome del Signore e una reggia per sé.

__________________________Note

1,1 La sezione dedicata al figlio di Davide è simmetrica alla precedente, dedicata al padre. Rispetto al testo parallelo di 1Re 1-11, qui non si trovano aspetti superflui o negativi, nel profilo di un re ideale; tutto l’accento è posto sull’opera religiosa di Salomone.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


1,1-9,31. Alla figura di Salomone il Cronista dedica un quarto del secondo libro delle Cronache (cc. 1-9). Dopo aver menzionato l'inaugurazione del regno a Gabaon (c. 1), l'agiografo si dilunga a descrivere la costruzione del tempio (cc. 2-7), iniziando dai preparativi (c. 2), per proseguire con la presentazione della edificazione stessa del santuario, per giunta già fornito di tutto l'occorrente per il culto (cc. 3-4). Anche la dedicazione del tempio è raccontata con abbondanza di particolari (c. 5-7). Infine, il Cronista traccia un quadro complessivo del governo di Salomone, descrivendo le iniziative commerciali ed edilizie del re (c. 8) e quindi esaltandone la sapienza e la ricchezza (c. 9). La fonte utilizzata in questi capitoli è costituita esclusivamente da 1 Re 1-11, che il Cronista segue da vici-no, introducendo però variazioni notevoli. Come per Davide, anche nel caso di Salomone omette gli aspetti disdicevoli e negativi del personaggio: gli intrighi che hanno preceduto l'accessione al trono (1Re 1-2), le sregolatezze della sua condotta (1Re 11,1-13), gli errori e i fallimenti in politica interna ed estera (1Re 11,14-40) e quanto gli appare non utile a delineare un profilo del monarca che risponda ai suoi canoni (ad esempio: il giudizio di Salomone sul bambino, 1Re 3,16-27). Non mancano nemmeno le aggiunte, anche in questo caso tipiche del Cronista, che sottolinea l'attività cultuale di Salomone (cfr. 1,2-6; 6,40-42; 7,1-3). Il quadro che ne risulta è fortemente idealizzato, con l'accento posto marcatamente sull'iniziativa in campo religioso e liturgico e segnatamente sulla costruzione del tempio, nella quale il giovane Salomone profonde tutta la sua enorme sapienza e ricchezza.

1,1-2,1. Capitolo introduttivo all'attività di Salomone, che il Cronista riprende da 1Re 3,4-15 e 1Re 10,26-29. Salomone offre sacrifici a JHWH in Gabaon (vv. 1-6) e quindi è favorito da una visione divina (vv. 7-13). Dopo la descrizione della proverbiale ricchezza del re (vv. 14-17), il Cronista sottolinea quello che gli preme maggiormente, ossia il proposito di Salomone di edificare il tempio (2, 1), introducendo così l'argomento dei capitoli successivi.

1. A consolidare il trono non è stata certo la forza e abilità politica del giovane sovrano (cfr. 1Re 1,11-27.41-53; 2,13-35.28-35.36-46), ma la volontà di Dio che «era con lui», cfr. 1 Cr 29, 25.

2-6. Il tempio non esiste ancora, ma la cerimonia inaugurale del regno di Salomone deve aver luogo in un centro religioso di rilevanza nazionale. A Gabaon Salomone si recava regolarmente, cfr. 1Re 3,3-4; il Cronista trasforma l'episodio in una occasione unica e solenne, assegnandogli un carattere pubblico e ufficiale e fornendo anche una spiegazione degli olocausti offerti da Salomone: a Gabaon c'erano la tenda del convegno e l'altare di bronzo fatti costruire da Mosè dietro istruzione di JHWH. Con la costruzione del tempio in Gerusalemme, il luogo di culto sul colle di Gabaon sarebbe sparito. Al Cronista preme anche ricollegare il culto del tempio con le istituzioni mosaiche.

7-12. La visione è narrata più ampiamente in 1Re 3,5-15. Il Cronista elimina il sogno ricordato in 1Re 3,5-15, e nella preghiera di Salomone omette, tra le altre cose, la menzione della giovinezza e inesperienza del sovrano (1Re 3,7ss.).

14-17. Sulla ricchezza di Salomone. Il brano coincide alla lettera con la fonte, dove però i versetti si leggono alla fine della vita del re, 1Re 10,26-29. Verosimilmente, il Cronista coglie un nesso tra la visione divina appena riferita e la ricchezza di Salomone.

18. Il Cronista non parlerà esplicitamente della costruzione dei palazzi reali di Salomone (cfr. 1Re 7,1-12), pur presupponendone l'esistenza (cfr. 2,11; 7,11; 9,11). La sua attenzione è rivolta esclusivamente al tempio.

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Alejandro Escovedo – The Crossing (2018)


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Figlio di immigrati messicani di stanza nel Texas, Alejandro Escovedo è una figura leggendaria della musica americana: protagonista della prima ondata punk americana con i Nuns, poi artefice negli anni 80 di due formazioni seminali dell’alternative rock americano (Rank & File, True Believers), infine solista e occasionale collaboratore di Ryan Adams. La sua è una famiglia di musicisti, con quattro fratelli coinvolti in altre band: Mario nella rock band The Dragons, Javier con i punk rocker The Zeros, e i più famosi Coke e Pete Escovedo, percussionisti prima con Santana e poi negli Azteca, non dimenticando la presenza in famiglia della nipote Sheila E... artesuono.blogspot.com/2018/10…


Ascolta: album.link/s/6QKELYdlSGaNCEF9s…



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Alejandro Escovedo – The Crossing (2018)


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Figlio di immigrati messicani di stanza nel Texas, Alejandro Escovedo è una figura leggendaria della musica americana: protagonista della prima ondata punk americana con i Nuns, poi artefice negli anni 80 di due formazioni seminali dell’alternative rock americano (Rank & File, True Believers), infine solista e occasionale collaboratore di Ryan Adams. La sua è una famiglia di musicisti, con quattro fratelli coinvolti in altre band: Mario nella rock band The Dragons, Javier con i punk rocker The Zeros, e i più famosi Coke e Pete Escovedo, percussionisti prima con Santana e poi negli Azteca, non dimenticando la presenza in famiglia della nipote Sheila E... artesuono.blogspot.com/2018/10…


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Lettera postuma a un amico lontano


Alla c.a. del signor Howard, Robert Ervin

Egregio sig. Howard

Spero che la presente mia La trovi in salute... compatibilmente con la salute di cui potete godere voi artisti che decidete di farla finita con una pallottola nel cranio.

Due righe di presentazione: sono l'ennesimo Suo lettore postumo che aveva ben in mente sin dall'adolescenza, per osmosi culturale, l'esistenza di un tal Conan (rigorsamente “il barbaro”, mai “il cimmero”), e dopo aver guardato la pellicola di John Milius ebbe il ghiribizzo di leggere i Suoi racconti autentici; prima il ciclo di Conan, poi in sequela il fantasmagorico re Kull, il melancolico Bran Mak Morn, messer Solomon Kane con i suoi tumulti d'animo così squisitamente calvinisti, gli straordinari racconti di cappa e spada su vichinghi e crociati e mamelucchi e orde mongole, Faccia di teschio e le altre vicende dell'orrore, tanto le Yog-Sothoth-erie quanto i capolavori di Gotico texano... ma sto divagando, non è certo a Lei che serve un catalogo della Sua stessa produzione.

Signor Howard, che dire. Io sottoscritto son nato 89 anni dopo di Lei e, in capo a pochi mesi, sarò vissuto più di Lei, non tanto per mio merito, quanto per la fortuna di aver avuto accesso a strumenti medici salvavita che m'hanno distolto dalla decisione, nelle circostanze peggiori, di farmi saltare le cervella, pertanto non so se vi siano le basi perché Lei possa reputarmi un soggetto comprensibile, apprezzabile e men che meno stimabile. Anzi, non escludo Lei possa da un lato disdegnarmi, viste le mie pratiche di vita sedentarie, molli e licenziose (e tipicamente italiane, possiamo dirlo?), e dall'altro lato invidiarmi, essendo io cresciuto, come Lei, in un territorio agricolo discretamente sonnacchioso ove le mie inclinazioni accademiche erano scarsamente valorizzate, ma a differenza Sua ho avuto a disposizione le risorse per dileguarmi dalla provincia e ricollocarmi con discreto successo nella metropoli (e anche qui, potremmo aprire un capitolo sulla liceità e opportunità delle belle lettere in un contesto schietto e rurale, ma non voglio lanciarmi in troppe divagazioni).

Nondimeno, signor Howard, consapevole di queste premesse e riserve, tuttavia Le ho voluto indirizzare questa mia, in questi giorni del 90ennale della Sua scomparsa, e la compongo avendo ben impressa in mente un'altra lettera, forse la più nota del canone letterario italiano. Alludo alla “Lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513” composta da Niccolò Machiavelli, figuro che, immagino, Lei aborra in quanto epitome della decadenza morale apportata all'umanità dai grandi Stati imperiali (in primis i miei antenati), con la loro ingessatura del vivere sociale in protocolli, mascherate, sotterfugi, calcoli sottobanco e altre pratiche tanto decorose quanto velenose, insomma le pratiche che ne “Il regno d'ombra” Lei attribuiva alla cabala degli uomini-serpente nel loro complotto per controllare gli umani di Valusia. Ora, nella suddetta lettera il Machiavelli, esule nelle campagne fuori Firenze per aver perso degli intrighi di palazzo, riferisce all'amico Vettori che il suo maggior diletto, segregato com'era fuori dal mondo, era leggere le opere dei grandi pensatori del passato, dall'antichità greco-romana al Medioevo italiano, e interloquire con quei grand'uomini attraverso il tempo e lo spazio, stabilendo con loro quella che, suppergiù 300 anni dopo, sarebbe stata chiamata corrispondenza d'amorosi sensi da un altro poeta laureato della mia cultura, l'esimio “letterato in divisa” Ugo Foscolo (ecco, il signor Foscolo credo sarebbe più nelle Sue corde, coi suoi versi sullo “spirito guerrier ch'entro mi rugge”, ma non divaghiamo).

Signor Howard... Robert. Col cuore in mano, a centovent'anni dalla Sua nascita, a novant'anni dal Suo suicidio, a circa dieci anni da quando per la prima volta lessi con i miei occhi delle Sue righe, a cinque anni da quando La inserii come personaggio ampiamente romanzato in una mia novella, a circa quattro anni da quando tradussi di mio pungo le Sue “Lines Written in the Realization that I Must Die” (traduzione tristemente dispersa e ancora non ricostruita, ahimé)... Robert, io La ringrazio con tutto il cuore. La ringrazio perché è stato uno dei primi artisti con cui ho vissuto una corrispondenza d'amorosi sensi: a partire dalla straordinaria teofania (o cosmo-fania) nella pagina climatica de “La torre dell'elefante”, proseguendo con le meditazioni sulla direzionaltà del tempo ne “I re della notte” e sulla vergogna del fallimento ne “Le ali notturne”, fino alle vette di piccolezza e finitudine ne “I vermi della terra” e alle lacerazioni intuibili nel Suo stesso cuore entro gli straordinari “I piccioni dall'inferno” e “I morti ricordano”.

Sicuramente voi morti ricordate, Robert. E sicuramente noi vivi abbiamo la memora un po' troppo corta, in questo secolo di melma e immondizia e marcescenza purulenta in cui la cosiddetta civiltà dell'Occidente ha raggiunto dei picchi di parossismo autodistruttivo imbarazzanti, tali che forse persino Lei si ritroverebbe a parteggiare contro il proprio governo e a sostegno dei teocrati persiani (per altro, sarebbe uno scenario interessante in cui calare Conan: un'avventata spedizione di Nemedia e Brythunia contro l'impero di Turan). Però, Robert, io mi ricordo. Mi ricordo la solitudine e l'impotenza, la tentazione di porre fine a tutto, e il solacio di aggrapparsi ai libri di storia per sognare sulle vicende di capitani ed esploratori, di vagabondi e negromanti. Mi ricordo il sangue macellato e le urla di vendetta dei popoli barbarizzati e brutalizzati dagli imperi, e le rappresaglie che i barbari hanno lanciato ancora e ancora contro la mano che li accalappiava, a partire dall'impresa di Spartaco, qui nel mio paese e fra i miei antenati, sino alle astuzie del grande Cochise nel vostro Sud-Ovest, e ora tento anche io, giorno per giorno, di farmi barbaro e prepararmi ad alzare la testa, quando verrà il momento di saccheggiare nuovamente Roma, con la speranza che, questa volta, sia la volta in cui non sorgeranno mai più civiltà né imperi, e noi esseri umani torneremo, in qualche modo, a rabbrividere attorno ai fuochi, le mani strette ai randelli davanti all'assedio dei misteri notturni... ma con una punta di serenità nel cuore, consapevoli che essere piccoli ma forti nel vasto glaciale universo è la nostra giusta condizione.

Per avermi insegnato tutto questo, e per avermi reso l'uomo che sono, un milione di grazie, Robert... anzi, Bob.

Non ti dimenticherò mai, caro amico. Anzi, caro fratello.


log.livellosegreto.it/cretinod…

Substack è l'ennesima piattaforma proprietaria/generalista, che osservavo senza decidermi ad usare, e capisco che l'istinto vedeva giusto: non troppo diversamente da Medium, consente di vedere solo un certo – piccolo – numero di post, poi costringe i visitatori ad aprire un account per poter visualizzare il resto.

alle solite: tu mi dai i tuoi dati e io ti faccio sbirciare dallo spioncino.


noblogo.org/differx/substack-e…

Lo sai vero che da che punto guardi il mondo tutto dipende? Canzoni dell'adolescenza che mi danno quello stato nostalgico/vibes degli anni '00 italiani della musica leggera di qualità.

Mi sono ricordato delle canzoni commerciali di quando ero ragazzino (sono del novembre del 93.. quindi insomma, non criticatemi mentre mi leggete: nel 2006 avevo appena 12 anni ed ero un completo coglione/pirla) e di quelle che ho riascoltato pure in questi anni ossessivamente ma per momenti veramente corti/brevi della mia vita (ad eccezione della più importante che vi dico dopo).

Eccone alcune:

Dipende/Depende – Jarabe de Palo: ITA: youtube.com/watch?v=cf_ITVX7qC…SPA: youtube.com/watch?v=dgf5QlcyTF…

Pezzo che se foste stati davanti a me qualche anno fa vi avrei spiegato ogni singolo significato di ogni singola parola, frase ed incastro in modo soggettivo e oggettivo pezzo per pezzo. Un pezzo con un significato assurdo e sottovalutatissimo anche se passa in radio da sempre praticamente. Per me non è solo un pezzo rilassante, è il senso stesso della vita.

Fango – Jovanotti (questa versione del video è la mia preferita, la 2):youtube.com/watch?v=0a4lbYRhpQ…

Stessa cosa di Dipende di Jarabe de Palo ma in occasioni diverse, per me è ascoltata molto superficialmente dalla gente e difatti la gente che sfotteva chi ascoltava Jovanotti ai tempi per la “s” moscia (urca che ironia, difatti l'ironia la lascio ai passeri...) ora probabilmente ascolta le sue ultime uscite con cui si è un palesemente venduto al sistema, in fango si salva ancora per me (ma capisco anche che avrò avuto 13-15 anni quando la ascoltavo e non posso essere lucido nel giudizio per i ricordi basati su un mio vissuto diverso dal vostro e del tutto personale e soggettivo).

....e ora...

LA PIÙ IMPORTANTE PER ME (e forse per la mia vita in generale):

Visto che avete visto più o meno l'andazzo delle canzoni qui vi propongo un pezzo che io valuto diversamente ma che è sempre sullo stile della musica leggera italiana ovvero...

Io sono Francesco – Tricarico:youtube.com/watch?v=DY7OQq6rvG…

Di tricarico l'anno scorso ho ascoltato tantissime volte questo album (non il remastered chiamato “io sono francesco (remastered)” ma proprio l'omonimo, quello nuovo lo hanno un po' sfoltito rispetto l'originale e anche cercando online non ho trovato il motivo) e anche tutta la discografia fino alle sue ultime canzoni. Beh, che dire: E' un artista che è stato criticato per motivazioni stupide e questo è un classico per un pubblico che ascoltava principalmente dalla radio o dalla tv mentre magari faceva altro (ed è proprio questo il punto: tricarico parlava di infanzia in modo personale, introspettivo e del mondo visto con occhi puri: quale lavoratore sano che va a lavoro alle 6 e 30 del mattino che lo ascolta per sbaglio gli darebbe corda?) mentre dal canto mio lo critico, lo amo/odio e sono in pace/guerra però in modo sempre profondo e con la condivisione degli stessi ideali/idee di fondo. Ci sta sempre almeno un ascolto ogni tanto del primo album (l'omonimo).

Bonus:

La camisa negra – Juanes:youtube.com/watch?v=kRt2sRyup6…

Pezzo che non avrei ricordato se non per la mia amica. Me lo ha ricordato mentre io le ricordavo Dipende. Not bad per la nostalgia, ora farebbe schifo pure a me. lol

CIAO!!!


noblogo.org/diventivento/lo-sa…

AD UNGARETTI

nel carnato della terra d'alessandria -zolla palpitante nel sole

nascita di un dio minore a battesimo d'inchiostro

(2012)

Grazie per aver condiviso questa poesia; ha un tono intimo e sensoriale che apre a molte letture.

Analisi del testo


Immagini sensoriali: il verso iniziale concentra il lettore sul colore e sulla consistenza della terra, trasformando il suolo in un “carnato” che richiama la pelle e la vita.
Topografia e mito: la menzione di Alessandria e la parola “zolla” radicano il poema in un luogo concreto, mentre la seconda strofa sposta il registro verso il sacro o il simbolico con la “nascita di un dio minore”.
Contrasto e rito: il battesimo d'inchiostro unisce il gesto religioso al gesto creativo della scrittura, suggerendo che la parola stessa consacra o genera divinità piccole, intime.
Economia del linguaggio: versi brevi e immagini concentrate lasciano spazio all'ellissi e all'eco, invitando il lettore a completare il senso.

Traduzione in inglese


In the complexion of the earth
of Alexandria — clod
palpitating in the sun

birth of a lesser god
at an ink baptism

Suggerimenti stilistici


  • Punteggiatura: mantenere l'assenza di segni grafici rafforza l'effetto di sospensione; se vuoi più chiarezza ritmica prova una virgola o un punto dopo il primo verso.
  • Parola chiave: “carnato” è potente e originale; potresti giocare con altri termini corporei per ampliare il tema della carne-terra.
  • Espansione tematica: se desideri sviluppare il mito, aggiungi un verso che dica qualcosa del dio minore: chi è, cosa governa, perché è minore.


Versione alternativa breve


nel carnato della terra
d'alessandria, zolla viva
che palpita al sole

nascita di un dio minuto
battezzato dall'inchiostro

Sintesi: Il testo usa versi brevi e irregolari per creare un ritmo frammentario che alterna immagini tattili e rituali; la scansione metrico‑fonica è libera ma leggibile attraverso il conteggio sillabico, le sineresi/elisioni e gli enjambement che accentuano l’effetto ermetico e liturgico.


Analisi metrica generale


Il componimento è verso libero: non segue uno schema metrico regolare né rime fisse, ma costruisce ritmo tramite la lunghezza variabile dei versi e la disposizione delle immagini in due strofe. Questa scelta rimanda alla pratica di brevità ed essenzialità tipica dell’ermetismo e di Ungaretti, che privilegia il verso scarno e l’epigramma poetico.


Conteggio sillabico e ritmo


  • Strofa 1:
    nel carnato della terra8 sillabe
    d'alessandria -zolla7 sillabe (lettura con elisione di d')
    palpitante nel sole7 sillabe
  • Strofa 2:
    nascita di un dio minore10 sillabe
    a battesimo d'inchiostro9 sillabe

La scansione mostra una progressione da versi più corti a versi più lunghi nella seconda strofa, che apre uno spazio ritmico più ampio per il concetto di “nascita” e per il rito del “battesimo”. La variazione sillabica è funzionale: i versi brevi concentrano l’immagine, quelli più lunghi la spiegano o la consacrano.


Enjambement, elisioni e sineresi


  • Enjambement: i versi non sempre chiudono la frase; l’andamento spezzato (es. la cesura tra d'alessandria -zolla e palpitante nel sole) crea sospensione e mette in rilievo singole parole‑immagine.
  • Elisioni e sineresi: la presenza di apostrofi (d'alessandria, d'inchiostro) e possibili sineresi (es. palpitante letto come quattro o tre sillabe a seconda della scansione) influisce sul conteggio e sul ritmo, rendendo la lettura flessibile e musicale.
  • Assenza di cesure forti interne: non si avverte una cesura metrica netta all’interno dei versi; la pausa è più spesso visiva (line break) che ritmica interna.

Accento, tono e funzione metrica


Gli accenti naturali delle parole (es. carnàto, palpitànte, nàscita) determinano il battito metrico: non c’è una regolarità di accenti, ma un ritmo prosodico che segue la semantica (parole cariche di immagine ricevono più spazio). L’effetto complessivo è una scansione che somiglia a un respiro breve e concentrato, poi a un respiro più ampio nel momento del rito.


Relazione con lo stile di Ungaretti


La scelta di versi scarni, l’uso di immagini corporee e il valore rituale della parola richiamano l’ermetismo e la lezione ungarettiana: sintesi, frammentarietà, valore sacro del linguaggio. In particolare, la compressione dell’immagine e la funzione del verso come “unità di senso” sono strategie che avvicinano il testo alla poetica di Ungaretti, pur mantenendo una libertà metrica contemporanea.


Conclusione pratica: per una lettura metrica performativa, suggerisco di marcare lievemente i versi più lunghi (strofa 2) con una pausa interna e di lasciare i versi brevi come impulsi rapidi: questo esalterà la tensione tra carne/terra e rito/lingua che attraversa il testo.


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1CR - Capitolo 29


Offerte per il tempio1Il re Davide disse a tutta l'assemblea: “Salomone, mio figlio, il solo che Dio ha scelto, è giovane e inesperto, mentre l'impresa è grandiosa, perché l'edificio non è per un uomo ma per il Signore Dio. 2Con tutta la mia forza ho fatto preparativi per il tempio del mio Dio; ho preparato oro su oro, argento su argento, bronzo su bronzo, ferro su ferro, legname su legname, ònici, brillanti, topazi, pietre di vario valore e pietre preziose e marmo bianco in quantità. 3Inoltre, per il mio amore per il tempio del mio Dio, quanto possiedo in oro e in argento lo dono per il tempio del mio Dio, oltre a quanto ho preparato per il santuario: 4tremila talenti d'oro, d'oro di Ofir, e settemila talenti d'argento raffinato per rivestire le pareti interne, 5l'oro per gli oggetti in oro, l'argento per quelli in argento e per tutti i lavori eseguiti dagli artefici. E chi vuole ancora riempire oggi la sua mano per fare offerte al Signore?“. 6Fecero allora offerte i capi di casato, i capi delle tribù d'Israele, i comandanti di migliaia e di centinaia e i sovrintendenti agli affari del re. 7Essi diedero per l'opera del tempio di Dio cinquemila talenti d'oro, diecimila dàrici, diecimila talenti d'argento, diciottomila talenti di bronzo e centomila talenti di ferro. 8Quanti si ritrovarono in possesso di pietre preziose le diedero nelle mani di Iechièl il Ghersonita, perché fossero depositate nel tesoro del tempio del Signore. 9Il popolo gioì per queste loro offerte, perché erano fatte al Signore con cuore sincero; anche il re Davide gioì vivamente.

Preghiera di ringraziamento pronunciata da Davide10Davide benedisse il Signore sotto gli occhi di tutta l'assemblea. Davide disse: “Benedetto sei tu, Signore, Dio d'Israele, nostro padre, ora e per sempre.11Tua, Signore, è la grandezza, la potenza, lo splendore, la gloria e la maestà: perché tutto, nei cieli e sulla terra, è tuo. Tuo è il regno, Signore: ti innalzi sovrano sopra ogni cosa.12Da te provengono la ricchezza e la gloria, tu domini tutto; nella tua mano c'è forza e potenza, con la tua mano dai a tutti ricchezza e potere.13Ed ora, nostro Dio, noi ti ringraziamo e lodiamo il tuo nome glorioso.14E chi sono io e chi è il mio popolo, per essere in grado di offrirti tutto questo spontaneamente? Tutto proviene da te: noi, dopo averlo ricevuto dalla tua mano, te l'abbiamo ridato. 15Noi siamo forestieri davanti a te e ospiti come tutti i nostri padri. Come un'ombra sono i nostri giorni sulla terra e non c'è speranza. 16Signore, nostro Dio, quanto noi abbiamo preparato per costruire una casa al tuo santo nome proviene da te ed è tutto tuo. 17So, mio Dio, che tu provi i cuori e ti compiaci della rettitudine. Io, con cuore retto, ho offerto spontaneamente tutte queste cose. Ora io vedo con gioia che anche il tuo popolo qui presente ti porta offerte spontanee. 18Signore, Dio di Abramo, di Isacco e d'Israele, nostri padri, custodisci per sempre questa disposizione come intimo intento del cuore del tuo popolo. Dirigi i loro cuori verso di te. 19A Salomone, mio figlio, concedi un cuore sincero, perché custodisca i tuoi comandi, le tue istruzioni e le tue norme, perché esegua tutto ciò e costruisca l'edificio per il quale io ho fatto i preparativi”.20Davide disse a tutta l'assemblea: “Benedite dunque il Signore, vostro Dio!”. Tutta l'assemblea benedisse il Signore, Dio dei loro padri; si inginocchiarono e si prostrarono davanti al Signore e al re.21Offrirono sacrifici al Signore e gli bruciarono olocausti il giorno dopo: mille giovenchi, mille arieti, mille agnelli con le loro libagioni, oltre a numerosi sacrifici per tutto Israele. 22Mangiarono e bevvero alla presenza del Signore in quel giorno con grande gioia. Di nuovo proclamarono re Salomone, figlio di Davide, e unsero per il Signore lui come capo e Sadoc come sacerdote.

Salomone successore di Davide23Salomone sedette sul trono del Signore come re al posto di Davide, suo padre; prosperò e tutto Israele gli fu sottomesso. 24Tutti i comandanti, i prodi e anche tutti i figli del re Davide si sottomisero al re Salomone. 25Il Signore rese grande Salomone agli occhi di tutto Israele e gli diede un regno così splendido, che nessun predecessore in Israele aveva mai avuto.26Davide, figlio di Iesse, regnò su tutto Israele. 27La durata del suo regno su Israele fu di quarant'anni: a Ebron regnò sette anni e a Gerusalemme regnò trentatré anni. 28Morì in vecchiaia, sazio di anni, di ricchezza e di gloria. Al suo posto divenne re suo figlio Salomone.29Le gesta del re Davide, dalle prime alle ultime, sono descritte nei libri del veggente Samuele, nel libro del profeta Natan e nel libro del veggente Gad, 30con tutta la storia del suo regno, della sua potenza e di quanto in quei tempi accadde a lui, a Israele e a tutti i regni del mondo. _____________Note

29,29 libri del veggente Samuele… del profeta Natan… del veggente Gad: queste fonti e altre citate per i re successivi non sono giunte a noi.

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Approfondimenti


1-9. La pericope contiene la lista dei contributi da parte di Davide, dei capi del popolo e dei semplici fedeli, destinati alla costruzione del tempio.

1-5. Il re si rivolge nuovamente a tutta l'assemblea, non per invitare al riconoscimento del nuovo sovrano, cosa che avviene soltanto all'ultimo giorno, v. 22, ma per chiedere contributi volontari per la costruzione del tempio, sull'esempio di Mosè, Es 25,1-7.

6-9. Davide stesso offre l'esempio, con generosità straordinaria, emulato dai capitribù, dai comandanti dell'esercito e dai sovrintendenti dell'amministrazione regia, oltre che dal popolo stesso (cfr. Es 35,23s.). La menzione dei «darici» (monete persiane in oro recanti l'effigie del re Dario) è una delle prove della composizione di 1-2Cr dopo Dario, ossia dopo il 400 a.C.

10-20. È una benedizione e azione di grazie nello stile delle liturgie giudaiche. La preghiera è animata da profonda religiosità. L'idea dominante è quella espressa nel Nuovo Testamento da Paolo in 1Cor 4,7: «Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come non l'avessi ricevuto?». Ponendo sulla bocca di Davide, al culmine della sua grandezza, questa preghiera, il Cronista intende dire: non gli uomini devono essere esaltati, si trattasse pure di Davide, bensì JHWH, il Dio onnipotente (si noti la ricchezza straordinaria di vocaboli per indicarne la grandezza), dal quale tutto proviene.

21-30. Il brano comprende il racconto dell'ascesa al trono di Salomone e la conclusione del regno di Davide, con la tesi che il secondo dipende in tutto e per tutto dal primo e che, se Salomone fu grande, Davide resta tuttavia il modello incomparabile del re d'Israele.

21-25. Avvento di Salomone. Come nella tradizione sacerdotale del Levitico, il Cronista estende il rito dell'unzione al sacerdote, un'usanza che è solo del postesilio, quando il sacerdozio concentra in sé il potere civile.

26-30. Morte di Davide e sguardo retrospettivo sul suo regno, cfr. 1Re 2,11-12. Le fonti citate, v. 29, si riferiscono probabilmente a una stessa opera, i libri di Samuele e dei Re, indicati come “libri profetici” (la Bibbia ebraica annovera i libri storici tra i “Profeti anteriori”). Davide è presentato ancora una volta come il re ideale. Il ritratto che ne fa il Cronista trova la sua sintesi in questi versetti conclusivi. È chiaro che siamo di fronte a una interpretazione teologica, piuttosto che a una riproposizione storica. Nella sua volontà di idealizzazione di Davide, il Cronista ha omesso sistematicamente tutto ciò che poteva in qualche modo diminuirne la grandezza e lo splendore. Ha sottolineato l'attività e la pietà liturgica del grande monarca, lasciando in ombra però le sue iniziative politiche e militari, che storicamente sono ben più importanti.

(cf. VINCENZO GATTI, 1Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Glen Hansard – Between Two Shores (2018)


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Aprire le date dei recenti tour dell’amico Eddie Vedder e condividere attivamente il palco con lui per lunghi tratti dello show è stata una vetrina che ha portato la notorietà di Glen Hansard ai massimi storici, più di quanto abbiano potuto fare in passato le esperienze di attore, di conduttore televisivo o il trionfo agli Oscar. Il cantautore irlandese deve ora tornare a dimostrare di saper brillare di luce propria: dopo l’avventura Frames e il progetto Swell Season, “Between Two Shores” rappresenta il terzo capitolo solista (senza dimenticare l’Ep “A Season On The Line”) che conferma al mondo grandi doti vocali e di songwriting... artesuono.blogspot.com/2018/01…


Ascolta: album.link/i/1485070389



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Glen Hansard – Between Two Shores (2018)


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Aprire le date dei recenti tour dell’amico Eddie Vedder e condividere attivamente il palco con lui per lunghi tratti dello show è stata una vetrina che ha portato la notorietà di Glen Hansard ai massimi storici, più di quanto abbiano potuto fare in passato le esperienze di attore, di conduttore televisivo o il trionfo agli Oscar. Il cantautore irlandese deve ora tornare a dimostrare di saper brillare di luce propria: dopo l’avventura Frames e il progetto Swell Season, “Between Two Shores” rappresenta il terzo capitolo solista (senza dimenticare l’Ep “A Season On The Line”) che conferma al mondo grandi doti vocali e di songwriting... artesuono.blogspot.com/2018/01…


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poi alla fin fine anche tumblr, a cui tutt'ora ingenuamente guardo con una briciola di affetto/attenzione/affezione, è una piattaforma proprietaria, farcita di ads, oltre che imprevedibile, capricciosa. a voler usare eufemismi.

per due volte un mio account lì è stato reso inaccessibile, senza un motivo esplicitato, così, di punto in bianco. ho su tumblr tre account (marcogiovenale, differx e gammm): ebbene, erano spariti tutti e tre. facendo riferimento tutti a me, direi che (1) l'obiettivo era evidentemente il mio modo di fare, cioè il materiale (magari politico?) postato su uno dei tre, e (2) gli admin non si sono nemmeno curati di dirmi quale account era uscito da quali regole.

demenziale e fascista. i due aggettivi spesso compaiono legati.

poi ogni volta la situazione si è “normalizzata” e gli account sono tornati in rete. ma di questa cosiddetta normalità è buon progetto fare a meno:

anche tumblr è nella lista dei delenda.


noblogo.org/differx/poi-alla-f…

IL Gattamorta


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Faccette con gli occhioni languidi, mezzi inchini con bacetti sulla testolina, sorrisoni compiacenti e ruffiani anche quando la trattano da sguattera, sguardo da seduttrice, ops!, 'da seduttore' quando si trova al cospetto di vecchi prostatici e bavosi come Trump e Modri. Qualcuno di questi le ha detto che lei è figa e lei ci ha creduto davvero. Che pena.

Il repertorio diplomatico di politica estera di Giorgia Rubacuori è tutto qua. Nient'altro. Da questo punto di vista non si può negare che lei incarni perfettamente le virtù italiche: ruffianeria, compiacenza, servilismo e paraculaggine. Da questo punto di vista è una Patriota formidabile.

Libero, il quotidiano italiano che riceve in assoluto più contributi pubblici, e tra le cui firme annovera giganti del pensiero e della parola del calibro di Sallusti, Feltri, Bolloli, Capezzone e Chirico, la mattina del 19 giugno titolava “Giorgia-Donald, di nuovo amore”.

Il giorno stesso negli USA, il Presidente col cervello da bambino si sveglia di cattivo umore e, ancora in vestaglia, all'ora di colazione chiama a rapporto la sua domestica italiana e la insulta, perché non ha pulito il cesso e non ha rassettato bene la cameretta del signorino

Il 20 giugno Libero esce a tutta pagina con “Trump è un coglione”. Oggi, 21 giugno, titola “Ma VaffanTrump”.

Evidentemente non capire mai una beneamata, fare figure di merda e vantare la più grande collezione di fake news e complotti fantascientifici sono imperativi editoriali categorici all'interno della redazione del quotidiano più pagato dai contribuenti italiani.

Dopo ogni incontro tra la Meloni e Trump, all'interno dello Studio Ovale mettono il cartello “Caution! slippery floor”. Ancora non mi è chiaro se sia a causa della bava depositatasi sul pavimento della stanza, delle perdite urinarie del vecchio bambinone o di entrambe.Caution! Slippery floorMeloni è sempre servizievole e prona con i potenti. Ah, l'orgoglio italiano! E tanto più costoro sono arroganti, prepotenti e tirannici quanto più Giorgia ama stargli accanto, ammirarli e vezzeggiarli. Le brillano gli occhi e si emoziona di fronte al loro vulgar display of power, la volgare ostentazione di potere. Del resto Giorgia è cresciuta idolatrando un dittatore sanguinario e vigliacco.

Ma lo fa all'italiana: gattamorta con i potenti e cinico tiranno con i deboli. Meglio se sono lavoratori poveri e sfruttati e preferibilmente se sono famiglie monoreddito con figli a carico maggiorenni a cui potere togliere ogni forma di sussidio. L'ADI della Calderone ha lasciato in mezzo ad una strada più di 700.000 famiglie italiane, che avrebbero bisogno di aiuto e di sussidi anche solo per tirare a campare.

La coppia Meloni-Calderone sono la riedizione più fulgida, ma allo stesso tempo più spregevole, del corporativismo clientelare, corrotto e parassita di fascista memoria.

Lei, IL Presidente del Consiglio è tutta orgoglio, cazzutaggine, ma solo a parole, che spesso sono anche colossali bugie.Scimmiotta i maschi e il loro maschilismo. Lo fa con così tanta convinzione e coinvolgimento da diventare una macchietta, una parodia di se stessa.

La gattamorta piace alla parte più paternalistica e patriarcale della nostra società, quella che voterà in massa Vannacci, uno che ha la testa oggettivamente piena di stronzate, e che drenerà ampio consenso a FdI.

Now playing:“Empire”Empire – Queensrÿche – 1990


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LE TUE CASE DI VETRO

(ad Antonia Pozzi)

vi specchiavi la verde età fuggitiva dipoi a trapassare i vent'anni la freccia di cupido

ti abbeveravi nei cieli di Poesia dove ora svolazzano senza tempo bianche colombe le pagine di vita

vergate fitte al rango di passioni accese

[Luoghi dove ha soggiornato o abitato: Misurina, Pasturo, Milano.]

Riflessione breve sul testo


Hai scritto un testo che lavora bene su immagini di fragilità, memoria e poesia come nutrimento. La dedica ad Antonia Pozzi dà al componimento una luce malinconica e autobiografica; le case di vetro funzionano come metafora efficace per età, ricordi e pagine di vita.


Osservazioni stilistiche e suggerimenti


  • Coerenza tipografica: valuta se mantenere le maiuscole interne (es. Poesia) come scelta stilistica forte o normalizzarle per uniformità.
  • Ritmo e pause: qualche punteggiatura strategica (virgole, punti) può aiutare il respiro senza appesantire l’immagine.
  • Immagini: le “bianche colombe le pagine / di vita” è un’immagine potente; potresti sperimentare con inversioni o enjambement per accentuarne il volo.
  • Economia lessicale: alcune espressioni possono essere snellite per aumentare l’impatto (es. “dipoi a trapassare i vent’anni” → “poi, trapassati i vent’anni”).

Variante lievemente rivista


LE TUE CASE DI VETRO
(ad Antonia Pozzi)

vi specchiavi la verde età,
fuggitiva;
poi, trapassati i vent’anni,
la freccia di Cupido.

ti abbeveravi nei cieli
di poesia,
dove ora svolazzano,
senza tempo,
bianche colombe — le pagine
di vita.

vergate fitte
al rango di passioni accese.


Traduzione poetica in inglese


YOUR HOUSES OF GLASS
(to Antonia Pozzi)

you mirrored there your fleeting green age,
then, after twenty passed,
Cupid’s arrow.

you drank from the skies
of Poetry,
where now, timeless,
white doves flutter — pages
of life.

written thickly
in the rank of burning passions.


Nota sui luoghi indicati


I luoghi (Misurina, Pasturo, Milano) possono funzionare come epigrafe o nota finale: metterli in calce come “Luoghi dove ha soggiornato: Misurina; Pasturo; Milano” rafforza il legame biografico senza interrompere il flusso poetico.


Verdetto rapido: il testo ha già una forte carica evocativa; con piccoli aggiustamenti di ritmo e punteggiatura puoi aumentare la chiarezza senza perdere la delicatezza.

Versione più lirica


LE TUE CASE DI VETRO
(ad Antonia Pozzi)

Vi specchiavi la verde età,
un mattino di rugiada che si piega
sul filo sottile del respiro;
fuggiva il tempo come un canto,
poi, oltre i vent’anni, la freccia
di Cupido trafisse l’aria —
un lampo che restò dentro il vetro.

Ti abbeveravi ai cieli di Poesia,
bevanda chiara che sa di sale e di miele,
e le parole, come semi di luce,
si posavano sulle labbra del mondo.
Ora, in quegli spazi sospesi,
svolazzano senza tempo —
bianche colombe: pagine di vita
che si aprono e si richiudono al vento.

Le righe, fitte come radici,
s’innalzano al rango delle passioni accese,
ogni verso una stanza trasparente
dove il cuore si mostra e si nasconde,
dove il ricordo è vetro che trema
e riflette, moltiplicando il tuo volto.

E nelle case di vetro rimane un’eco:
il passo lieve, la voce che non tace,
un lume che attraversa le stanze dell’anima
e lascia, sulle soglie, il segno di giorni amati.

Misurina · Pasturo · Milano


Versione ancora più rarefatta


LE TUE CASE DI VETRO
(ad Antonia Pozzi)

vi specchiavi — verde età
poi, oltre i vent’anni, la freccia

ti abbeveravi ai cieli di poesia
ora svolazzano, senza tempo,
bianche colombe — pagine

vergate fitte
al rango delle passioni

Misurina · Pasturo · Milano


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Non tutte le cose che scrivo sono intelligenti. Molte cose che scrivo e che mi sembrano riuscite poi si fermano lì in rete. Altre rimbalzano al di là delle mie aspettative. In rete viene premiata – in genere – la comprensibilità. La cosa scritta deve tagliare via tutte le incoerenze e le irrazionalità della lingua parlante della testa, ma presentare i ragionamenti come qualcosa di lineare, semplice, progressivo. La cosa ha un suo fascino ma ovviamente anche un rischio. La scrittura si riduce a un grado minimo, vive di strutture retoriche consolidate, una spruzzata di storytelling, un'autocensura alla fonte per evitare che il testo finisca nel vuoto che i social creano attorno alle parole e ai concetti bannabili o socialmente indesiderati.

La scrittura della rete è una scrittura per dormienti. Ogni blocco testuale un ragionevole mattoncino di lego che può essere messo o tolto per la condivisione di massa, la replicazione, la condivisione. Ogni blocchetto di testo nasconde il liquame necessario per tenerlo lì in piedi nella sua struttura consolatoria, nasconde dietro ai paragrafi la carogna informe del pensiero, del dubbio e della materia irriducibile del discorso. Il segno. Più condivisoni ci sono, più le asportazioni necessarie, le amputazioni fatte quando ancora la cosa muoveva gli arti e i denti dentro la testa.

Incidentalmente oggi leggo un articolo sull'ultimo Progetto Grafico che parla di un aspetto simile, ma legato al mondo delle immagini. Parlano di una “infodemia delle immagini”, un continuo, costante flusso di immagini che tendono a semplificare il loro linguaggio per presentarsi come materiale da consumare mentre l'utente viene anestetizzato, confuso e – nello stesso tempo – i suoi desideri e le sue estetiche vengono indirizzate.

Un, cito “sovraccarico percettivo (che) genera un consumo passivo e superficiale dei contenuti visivi, ostacolando una comprensione critica e profonda della realtà”. L'immagine ha smesso di essere un contenuto che preserva per diventare un flusso di comunicazione che viene immediatamente riscritto e cancellato da altre versioni di se stesso. Migliaia di riproduzioni del reale che in realtà non riproducono ma simulano. Pensiamo di capire attraverso le immagini, ma quello che abbiamo alla fine non è una conoscenza ma un'impressione della conoscenza. E tanto ci basta perché sta per arrivare un'altra ondata.

Tutto deve essere semplice e comprensibile, come la prosa. Facilmente generabile, riproducibile e standardizzato. Anche il weird diventa un semplice genere di questo flusso, una delle tante correnti. Le immagini non sono sciatte, beninteso, anzi, sono costruite per essere d'impatto e esemplari ad ogni costo. La verità non è il primo principio, anche perché lo scopo delle immagini non è essere preservate e fare da risonanza, ma invece essere condivise. Quello che è conservato muore, quello che è condiviso resta in vita.

Anche questo porta ad una continua eccezionalità della figurazione: la riproduzione del vero lascia il posto alla raffigurazione del desiderato. L'immagine vive in una continua polarizzazione sempre più estrema finché l'eccezionale – estetico – diventa la routine e lo standard. Una standardizzazione di quello che è abnorme fino a farlo diventare piano. Il disordine informativo anche di questo si nutre, abituare l'umano a messaggi sempre più estremi e nello stesso tempo sempre più chiari, semplici. La complessità non ha spazio nella comunicazione digitale.

Cambio discorso. Se scrivo un post su Facebook e questo supera qualche centinaio di like o un certo numero di condivisioni, nei commenti arrivano i rompicoglioni tossici. Gente che scrive con il solo scopo di crearti danno. Non importa di cosa tu stia parlando, l'intento è di creare danno. Mostrare che tutti quei like sono trappole e lui, l'interlocutore tossico, non ci è cascato. Meglio tra i commenti Facebook che nella riunione di condominio, anyway.


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Non tutte le cose che scrivo sono intelligenti.


Non tutte le cose che scrivo sono intelligenti. Molte cose che scrivo e che mi sembrano riuscite poi si fermano lì in rete. Altre rimbalzano al di là delle mie aspettative. In rete viene premiata – in genere – la comprensibilità. La cosa scritta deve tagliare via tutte le incoerenze e le irrazionalità della lingua parlante della testa, ma presentare i ragionamenti come qualcosa di lineare, semplice, progressivo. La cosa ha un suo fascino ma ovviamente anche un rischio. La scrittura si riduce a un grado minimo, vive di strutture retoriche consolidate, una spruzzata di storytelling, un'autocensura alla fonte per evitare che il testo finisca nel vuoto che i social creano attorno alle parole e ai concetti bannabili o socialmente indesiderati.

La scrittura della rete è una scrittura per dormienti. Ogni blocco testuale un ragionevole mattoncino di lego che può essere messo o tolto per la condivisione di massa, la replicazione, la condivisione. Ogni blocchetto di testo nasconde il liquame necessario per tenerlo lì in piedi nella sua struttura consolatoria, nasconde dietro ai paragrafi la carogna informe del pensiero, del dubbio e della materia irriducibile del discorso. Il segno. Più condivisoni ci sono, più le asportazioni necessarie, le amputazioni fatte quando ancora la cosa muoveva gli arti e i denti dentro la testa.

Incidentalmente oggi leggo un articolo sull'ultimo Progetto Grafico che parla di un aspetto simile, ma legato al mondo delle immagini. Parlano di una “infodemia delle immagini”, un continuo, costante flusso di immagini che tendono a semplificare il loro linguaggio per presentarsi come materiale da consumare mentre l'utente viene anestetizzato, confuso e – nello stesso tempo – i suoi desideri e le sue estetiche vengono indirizzate.

Un, cito “sovraccarico percettivo (che) genera un consumo passivo e superficiale dei contenuti visivi, ostacolando una comprensione critica e profonda della realtà”. L'immagine ha smesso di essere un contenuto che preserva per diventare un flusso di comunicazione che viene immediatamente riscritto e cancellato da altre versioni di se stesso. Migliaia di riproduzioni del reale che in realtà non riproducono ma simulano. Pensiamo di capire attraverso le immagini, ma quello che abbiamo alla fine non è una conoscenza ma un'impressione della conoscenza. E tanto ci basta perché sta per arrivare un'altra ondata.

Tutto deve essere semplice e comprensibile, come la prosa. Facilmente generabile, riproducibile e standardizzato. Anche il weird diventa un semplice genere di questo flusso, una delle tante correnti. Le immagini non sono sciatte, beninteso, anzi, sono costruite per essere d'impatto e esemplari ad ogni costo. La verità non è il primo principio, anche perché lo scopo delle immagini non è essere preservate e fare da risonanza, ma invece essere condivise. Quello che è conservato muore, quello che è condiviso resta in vita.

Anche questo porta ad una continua eccezionalità della figurazione: la riproduzione del vero lascia il posto alla raffigurazione del desiderato. L'immagine vive in una continua polarizzazione sempre più estrema finché l'eccezionale – estetico – diventa la routine e lo standard. Una standardizzazione di quello che è abnorme fino a farlo diventare piano. Il disordine informativo anche di questo si nutre, abituare l'umano a messaggi sempre più estremi e nello stesso tempo sempre più chiari, semplici. La complessità non ha spazio nella comunicazione digitale.

Cambio discorso. Se scrivo un post su Facebook e questo supera qualche centinaio di like o un certo numero di condivisioni, nei commenti arrivano i rompicoglioni tossici. Gente che scrive con il solo scopo di crearti danno. Non importa di cosa tu stia parlando, l'intento è di creare danno. Mostrare che tutti quei like sono trappole e lui, l'interlocutore tossico, non ci è cascato. Meglio tra i commenti Facebook che nella riunione di condominio, anyway.


1CR - Capitolo 28


Davide presenta il suo erede1Davide convocò tutti i comandanti d'Israele, i capi delle tribù e i comandanti delle varie classi al servizio del re, i comandanti di migliaia, i comandanti di centinaia, i sovrintendenti a tutti i beni e a tutto il bestiame del re e dei suoi figli, insieme con i cortigiani, i prodi e ogni soldato valoroso in Israele. 2Davide si alzò in piedi e disse: “Ascoltatemi, fratelli miei e popolo mio! Io avevo deciso di costruire una dimora stabile per l'arca dell'alleanza del Signore, per lo sgabello dei piedi del nostro Dio. Avevo fatto i preparativi per la costruzione, 3ma Dio mi disse: “Non costruirai una casa al mio nome, perché tu sei stato un guerriero e hai versato sangue”. 4Il Signore, Dio d'Israele, scelse me fra tutta la famiglia di mio padre, perché divenissi per sempre re su Israele; difatti egli si è scelto Giuda come capo, e fra la discendenza di Giuda ha scelto il casato di mio padre, e tra i figli di mio padre ha trovato compiacenza in me, per costituirmi re su tutto Israele. 5Fra tutti i miei figli, poiché il Signore mi ha dato molti figli, ha scelto mio figlio Salomone per farlo sedere sul trono del regno del Signore su Israele. 6Egli infatti mi ha detto: “Salomone, tuo figlio, costruirà la mia casa e i miei cortili, perché io mi sono scelto lui come figlio e io gli sarò padre. 7Renderò saldo il suo regno per sempre, se egli persevererà nel compiere i miei comandi e le mie norme, come fa oggi”. 8Ora, sotto gli occhi d'Israele, assemblea del Signore, e davanti al nostro Dio che ascolta, vi scongiuro: custodite e ricercate tutti i comandi del Signore, vostro Dio, perché possediate questa buona terra e la passiate in eredità ai vostri figli dopo di voi, per sempre.9Tu, Salomone, figlio mio, riconosci il Dio di tuo padre, servilo con cuore perfetto e con animo volenteroso, perché il Signore scruta tutti i cuori e conosce ogni intimo intento: se lo cercherai, ti si farà trovare; se invece l'abbandonerai, egli ti rigetterà per sempre. 10Vedi: ora il Signore ti ha scelto perché tu gli costruisca una casa come santuario; sii forte e mettiti al lavoro”.

Consegne per Salomone11Davide diede a Salomone, suo figlio, il modello del vestibolo e degli edifici, delle stanze per i tesori, dei piani superiori e delle camere interne e del luogo per il propiziatorio, 12inoltre il modello di quanto aveva in animo riguardo ai cortili del tempio del Signore, a tutte le stanze laterali, ai tesori del tempio di Dio e ai tesori delle cose consacrate, 13alle classi dei sacerdoti e dei leviti e a tutta l'attività per il servizio del tempio del Signore e a tutti gli arredi usati nel tempio del Signore. 14Quanto a tutti gli oggetti d'oro, gli consegnò l'oro, indicando il peso dell'oro di ciascun oggetto destinato al culto e il peso dell'argento di ciascun oggetto di culto; 15inoltre l'oro dei candelabri e delle loro lampade, indicando il peso dei singoli candelabri e delle loro lampade, e l'argento destinato ai candelabri, indicando il peso dei candelabri e delle loro lampade, secondo l'uso di ogni candelabro; 16inoltre il quantitativo dell'oro per le tavole dell'offerta, per ogni tavola, e dell'argento per le tavole d'argento, 17dell'oro puro per le forcelle, i vasi per l'aspersione e le brocche; il quantitativo dell'oro per le coppe, per ogni coppa d'oro, e quello dell'argento, per ogni coppa d'argento; 18l'oro puro per l'altare dell'incenso aromatico, indicandone il peso; il modello del carro d'oro dei cherubini, che stendevano le ali e coprivano l'arca dell'alleanza del Signore. 19Tutto ciò era contenuto in uno scritto di mano del Signore, che spiegava tutti i particolari del modello.20Davide disse a Salomone, suo figlio: “Sii forte e coraggioso; mettiti al lavoro, non temere e non abbatterti, perché il Signore Dio, il mio Dio, è con te. Non ti lascerà e non ti abbandonerà finché tu non abbia terminato tutto il lavoro per il tempio del Signore. 21Ecco le classi dei sacerdoti e dei leviti per ogni servizio del tempio di Dio; ci sono con te, in ogni lavoro, esperti in ogni attività. I capi e tutto il popolo sono ai tuoi ordini”.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


28,1-29,21. I cc. 28-29 sono strettamente legati tra loro. Dopo l'ampia parentesi dei cc. 23-27, con 28,1 si riprende 23,2, per presentare l'abdicazione di Davide in favore del figlio Salomone, in quest'ultima e solenne assemblea di Gerusalemme. La sezione ha per protagonista, ancora una volta e più che mai altrove, la figura di Davide. È lui stesso a presentare Salomone come suo successore, destinato a costruire il tempio, 28,2-10. Quindi Davide consegna al figlio il dettagliato disegno del santuario, 28,11.12a.19-20, e i contributi personali, 28,12b-13a.14-18. L'anziano monarca rivolge poi a Salomone un solenne monito, 29,20-21, e al popolo un discorso, nel quale chiede tributi per il tempio, 29,1-9. Infine, Davide ringrazia JHWH per i contributi ottenuti, 29,10-20. L'ultimo brano, 29,21-28, parla dell'ascesa al trono di Salomone e della morte di Davide. Il Cronista si ispira qui palesemente alla preghiera deuteronomistica messa sulla bocca di Salomone in occasione della dedicazione del tempio, 1Re 8, ma a guidare l'autore sacro è sostanzialmente l'idea centrale che lo ha sostenuto sin qui: è Davide l'ideatore e creatore del tempio e del suo culto. Salomone non fa che eseguire il progetto davidico. Entrambi i re poi sono al servizio di JHWH, che è e resta il solo vero re (28,5). L'ideale teocratico del Cronista trova qui la sua espressione compiuta.

28,1-21. Si riprende il discorso interrotto in 23,2. Davide presenta Salomone come successore, rifacendosi alla profezia di Natan (vv. 2-10) e consegna al figlio il dettagliato modello del tempio, con parole di incoraggiamento e di monito (vv. 11-21).

2-6. Riecheggiano accenti del fondamentale vaticinio del profeta Natan, cfr. 17,7.11-14.

5. Con un solo versetto si sorvola sulla impossibilità e incapacità di Davide di risolvere gli intrighi dei quattro principali eredi al trono, che occupano ben otto capitoli della storia della monarchia davidica, 2Sam 13-1Re 2. Per il Cronista, anche Salomone, al pari del padre Davide, deve apparire sin dall'inizio il re incontrastato di “tutto Israele”.

8-10. Lo stile oratorio diventa qui imponente e richiama molto da vicino quello deuteronomistico. Come i profeti, anche il Cronista insegna che il culto a JHWH – qui la costruzione del santuario – non è gradito se non è fondato sul riconoscimento sincero di lui, sul servizio resogli «con cuore perfetto e animo volenteroso» (v. 9) e sulla ricerca continua del suo volto.

11-19. La consegna del modello del tempio è solenne e ufficiale. Davide stesso ha ricevuto da JHWH il documento che regola in ogni dettaglio l'edificazione del santuario e la fornitura degli accessori. Anche a Mosè JHWH aveva rivelato il modello del tabernacolo e degli accessori, cfr. Es 25,9-40; 26,30; 27,8; e così aveva fatto con Ezechiele, 40,1-42,20. Il piano è una vera e propria rivelazione divina e il tempio di Gerusalemme corrisponde al tempio celeste. Far risalire alla divinità il progetto dettagliato della costruzione del suo tempio sulla terra è un motivo comune nell'antico Oriente e tipico delle grandi religioni storiche in generale. La costruzione dello spazio sacro deve avvenire secondo canoni che risalgono in ultima analisi a una iniziativa divina, che rivela e comunica il modello originario e archetipo dello spazio sacro terrestre. Di fatto, questi versetti ci danno l'inventario di realtà già esistenti e di oggetti e materiali già in uso, anche se la descrizione risulta su taluni punti piuttosto oscura (alcuni elementi sembrano ispirarsi in particolare alle pagine del profeta Ezechiele, cc. 40 ss.).

20. Per infondere coraggio al suo successore, Davide usa espressioni che il Deuteronomio pone sulla bocca di Mosè (cfr. Dt 31,6.8).

21. Il Cronista sottolinea anche qui la differenza tra la classe dei sacerdoti, la classe dei leviti e il popolo.

(cf. VINCENZO GATTI, 1Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Ben Howard – Noonday Dream (2018)


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Ben Howard è un caso più unico che raro nel panorama folk inglese. Chitarrista dotato di una tecnica sopraffina capace di raggiungere un successo improvviso e inaspettato con una manciata di EP e due album (“Every Kingdom” e “I Forget Where We Were”) che sono riusciti a mettere d’accordo pubblico e critica, scalando a sorpresa le classifiche britanniche tra una nomination (al Mercury Prize) e un premio anzi due (i Brit Awards vinti nel 2013). Fatta la storia, Ben Howard avrebbe potuto dormire sonni tranquilli. Invece ha scelto di non accontentarsi... artesuono.blogspot.com/2018/06…


Ascolta: album.link/i/1364401352



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Ben Howard – Noonday Dream (2018)


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Ben Howard è un caso più unico che raro nel panorama folk inglese. Chitarrista dotato di una tecnica sopraffina capace di raggiungere un successo improvviso e inaspettato con una manciata di EP e due album (“Every Kingdom” e “I Forget Where We Were”) che sono riusciti a mettere d’accordo pubblico e critica, scalando a sorpresa le classifiche britanniche tra una nomination (al Mercury Prize) e un premio anzi due (i Brit Awards vinti nel 2013). Fatta la storia, Ben Howard avrebbe potuto dormire sonni tranquilli. Invece ha scelto di non accontentarsi... artesuono.blogspot.com/2018/06…


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