Prendere appunti e digitalizzarli


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Sono uno che prende appunti durante le riunioni, quando seguo un corso online e a volte anche quando gioco. Appunti manuali, scrivendo con penna o matita su carta. Lo faccio sicuramente per aiutare la mia precaria memoria, per abitudine e perché mi serve poter accedere a questi contenuti in qualsiasi momento. Qual è il problema principale di questo metodo, sopratutto legato all'ultimo punto? È che gli appunti su carta non sono fruibili in maniera comoda, facile e veloce come possono essere quelli digitali.

Non parliamo poi del fatto di poter utilizzare GenAI per interrogare ed elaborare velocemente i nostri appunti (si, non mi sono dimenticato della privacy, non vi preoccupate). Fino a un po' di tempo fa cosa accadeva? Che prendevo appunti e spesso non li digitalizzavo, rimanevano nel mio blocco per gli appunti (spesso sotto forma di fogli volanti della stampante...) e ci rimanevano per sempre, intonsi, mai più letti o considerati.

Poi ho iniziato ad usare i più svariati tool: Evernote, Notepad++, Onenote, Notion, Logseq, Blinko, ... Ho trovato la mia stabilità con Obsidian. Non è OpenSource ma è comunque un tool che può essere utilizzato tranquillamente offline e che scrive file .md (markdown), un formato di testo aperto e fondato su plain-text, quindi non legato ad una piattaforma privata e monopolista (sono infatti passato da Logseq ad Obsidian facendo un normale copia-incolla della cartella contenente i miei file). Quindi con Obisidian tutto bene, quindi perché stai scrivendo questo papiro di testo? Perché spostandomi verso appunti digitali viene a mancare la prima motivazione elencata sopra e cioè prendere appunti come rinforzo per la memoria e l'apprendimento, per fare ciò serve scrivere con la penna su un foglio.

reMarkable

Veniamo al punto, da moltissimo tempo sono intrigato e affascinato dagli e-paper come reMarkable o Kindle Scrible o Supernote che uniscono la scrittura manuale a una digitalizzazione del testo. Il problema principale di questi strumenti è che spesso sono walled-garden che non permettono in maniera facile di esportare le proprie note “fuori” dal sistema con il quale sono stati sviluppati.

Qualche settimana fa sono capitato, non ricordo come ma probabilmente tramite Reddit, sul sito di Sébastien Dubois, IT Developer appassionato di AI, che ha sviluppato un plugin per importare appunti presi su reMarkable con Obsidian (come immagini PNG). Questo già mi ha acceso una lampadina in testa, attenzione! Forse ho trovato una scusa per spendere 450€, siiiii! Poi ho inziato a spulciare tutta l'interessante Knowledge Base creata da Sébastien e sono incappato in un secondo plugin, legato al primo, che prende i PNG importati da reMarkable in Obsidian e utilizza gli LLM (nello specifico una installazione locale di Ollama) per leggere gli appunti e creare file markdown ben formattati. Sono a cavallo, ho trovato il mio workflow per passare da appunti presi a mano ad averli digitali e fruibili in maniera facile (anche banalmente usando un CTRL+F per cercare qualcosa al loro interno).

Dopo qualche studio su quale modello di e-paper acquistare ho optato per il reMarkable 2 ed eccomi qui a raccontarvi il come e perché. Naturalmente ho subito installato entrambi i plugin, anzi ho fatto di meglio. Ho installato solo il primo plugin per importare le note in Obsidian e poi mi ho fatto un fork del secondo plugin su github perché volevo aggiungere la possibilità di utilizzare anche modelli esterni tramite OpenAI API (fondamentalmente per poter usare i servizi AI di Infomaniak, mio provider di fiducia). Quindi ho usato un mix di Claude Code, Cursor e Mistral per sistemare il plugin per le mie esigenze ed eccolo qua in azione.

Obisidian plugin

Obisidian plugin

Ah ho scoperto che il riconoscimento del MAIUSCOLO e minuscolo dipende dal modello usato. Nei prossimi giorni vorrei provare a migliorare ancora il plugin in modo che si inserisca perfettamente all'interno del mio workflow. Sto pensando, ad esempio, di provare a far capire all'agente AI di cosa tratta la nota e di inserirla all'interno della cartella corretta del mio Vault.

A presto per i prossimi aggiornamenti e se vi va mettete una stella al progetto su GitHub.

*Post scritto senza l'aiuto di GenAI*


noblogo.org/lukather/prendere-…


Prendere appunti e digitalizzarli


Sono uno che prende appunti durante le riunioni, quando seguo un corso online e a volte anche quando gioco. Appunti manuali, scrivendo con penna o matita su carta. Lo faccio sicuramente per aiutare la mia precaria memoria, per abitudine e perché mi serve poter accedere a questi contenuti in qualsiasi momento. Qual è il problema principale di questo metodo, sopratutto legato all'ultimo punto? È che gli appunti su carta non sono fruibili in maniera comoda, facile e veloce come possono essere quelli digitali.

Non parliamo poi del fatto di poter utilizzare GenAI per interrogare ed elaborare velocemente i nostri appunti (si, non mi sono dimenticato della privacy, non vi preoccupate). Fino a un po' di tempo fa cosa accadeva? Che prendevo appunti e spesso non li digitalizzavo, rimanevano nel mio blocco per gli appunti (spesso sotto forma di fogli volanti della stampante...) e ci rimanevano per sempre, intonsi, mai più letti o considerati.

Poi ho iniziato ad usare i più svariati tool: Evernote, Notepad++, Onenote, Notion, Logseq, Blinko, ... Ho trovato la mia stabilità con Obsidian. Non è OpenSource ma è comunque un tool che può essere utilizzato tranquillamente offline e che scrive file .md (markdown), un formato di testo aperto e fondato su plain-text, quindi non legato ad una piattaforma privata e monopolista (sono infatti passato da Logseq ad Obsidian facendo un normale copia-incolla della cartella contenente i miei file). Quindi con Obisidian tutto bene, quindi perché stai scrivendo questo papiro di testo? Perché spostandomi verso appunti digitali viene a mancare la prima motivazione elencata sopra e cioè prendere appunti come rinforzo per la memoria e l'apprendimento, per fare ciò serve scrivere con la penna su un foglio.

reMarkable

Veniamo al punto, da moltissimo tempo sono intrigato e affascinato dagli e-paper come reMarkable o Kindle Scrible o Supernote che uniscono la scrittura manuale a una digitalizzazione del testo. Il problema principale di questi strumenti è che spesso sono walled-garden che non permettono in maniera facile di esportare le proprie note “fuori” dal sistema con il quale sono stati sviluppati.

Qualche settimana fa sono capitato, non ricordo come ma probabilmente tramite Reddit, sul sito di Sébastien Dubois, IT Developer appassionato di AI, che ha sviluppato un plugin per importare appunti presi su reMarkable con Obsidian (come immagini PNG). Questo già mi ha acceso una lampadina in testa, attenzione! Forse ho trovato una scusa per spendere 450€, siiiii! Poi ho inziato a spulciare tutta l'interessante Knowledge Base creata da Sébastien e sono incappato in un secondo plugin, legato al primo, che prende i PNG importati da reMarkable in Obsidian e utilizza gli LLM (nello specifico una installazione locale di Ollama) per leggere gli appunti e creare file markdown ben formattati. Sono a cavallo, ho trovato il mio workflow per passare da appunti presi a mano ad averli digitali e fruibili in maniera facile (anche banalmente usando un CTRL+F per cercare qualcosa al loro interno).

Dopo qualche studio su quale modello di e-paper acquistare ho optato per il reMarkable 2 ed eccomi qui a raccontarvi il come e perché. Naturalmente ho subito installato entrambi i plugin, anzi ho fatto di meglio. Ho installato solo il primo plugin per importare le note in Obsidian e poi mi ho fatto un fork del secondo plugin su github perché volevo aggiungere la possibilità di utilizzare anche modelli esterni tramite OpenAI API (fondamentalmente per poter usare i servizi AI di Infomaniak, mio provider di fiducia). Quindi ho usato un mix di Claude Code, Cursor e Mistral per sistemare il plugin per le mie esigenze ed eccolo qua in azione.

Obisidian plugin

Obisidian plugin

Ah ho scoperto che il riconoscimento del MAIUSCOLO e minuscolo dipende dal modello usato. Nei prossimi giorni vorrei provare a migliorare ancora il plugin in modo che si inserisca perfettamente all'interno del mio workflow. Sto pensando, ad esempio, di provare a far capire all'agente AI di cosa tratta la nota e di inserirla all'interno della cartella corretta del mio Vault.

A presto per i prossimi aggiornamenti e se vi va mettete una stella al progetto su GitHub.

*Post scritto senza l'aiuto di GenAI*


Billy Bragg – Bridges Not Walls (2017)


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immagine

Ne è passato di tempo dagli esordi del songwriter inglese Billy Bragg, che ritroviamo in questi giorni alle prese con la promozione dal vivo del suo nuovo minialbum “Bridges not Walls”. Sempre duro e controcorrente non solo nella scrittura musicale, ma anche nei confronti della stessa industria produttiva. I primi passi Billy Bragg li ha curati a fine anni settanta con la band Riff Raff (tanto amati da Ken Loach)... artesuono.blogspot.com/2017/11…


Ascolta il disco: youtube.com/watch?v=rbCetwIRdi…



noblogo.org/available/billy-br…


Billy Bragg – Bridges Not Walls (2017)


immagine

Ne è passato di tempo dagli esordi del songwriter inglese Billy Bragg, che ritroviamo in questi giorni alle prese con la promozione dal vivo del suo nuovo minialbum “Bridges not Walls”. Sempre duro e controcorrente non solo nella scrittura musicale, ma anche nei confronti della stessa industria produttiva. I primi passi Billy Bragg li ha curati a fine anni settanta con la band Riff Raff (tanto amati da Ken Loach)... artesuono.blogspot.com/2017/11…


Ascolta il disco: youtube.com/watch?v=rbCetwIRdi…


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Diario

Se ci penso ho tutte le carte per poter vivere felice, guardatevi le mani, avete tutti, come me, le carte per poter vivere felici. Se mi sedessi e mi mettessi lì a pensare, avrei tutte le carte per poter vivere felice, ma – diciamocelo – chi vuole vivere felice?

C'è una scena interessante in Mars Express, quando la protagonista chiede a quello che sembrebbe il villain del film di interrompere il suo piano e quello dice che non può, che non è lui a decidere, e allora la protagonista chiede al villain di mostrargli chi è il vero cattivo e quello, sotto minaccia di essere ucciso, accetta e sullo sfondo di un enorme monitor appaiono decine e decine di persone nel mondo in videoconferenza. Il cattivo è distribuito nel mondo, come le cucce per i cani in una casa troppo grande.

Ho preso un disco di musica franco marocchina, i Bab 'L Bluz e lo sto ascoltando con ostico piacere. L'idea è quella di spezzare le sonorità a cui sono abituato in quanto occidentale e

Che fatica. Quando pulisco certe parti della casa sento odore di orina di gatto, e capisco di essere finito in qualche sacca temporale dove chissà quando Nanaki fa fatto pipì. Forse, ovviamente, non ne ho certezza. Alla fine non è questo la letteratura? Lasciare le proprie pisciate di gatto sparse per il mondo, in modo che continuino a mandare i nostri odori interni dopo che ci saremo tolti dalle palle. Eccellente penso. Alla fine faccio una pausa, mi collego a internet e giro, giro in un budello di roba orribile. Poi scrollo il mio profilo Facebook e penso che – no – un posto bello nel digitale esiste, dai. L'altro giorno ero in macchina in coda che ascoltato i Bab 'L Bluz e per non sprecare il tempo morto del traffico stavo per chiedere a terzogenita di riprendermi mentre tenevo questo dialogo con lei: – amore, sai perché io faccio quello che faccio? – no – perché sono esposto. La cultura è sotto continua esposizione, le radiazioni del cosmo ci colpiscono e ci fanno vedere colori, forme, ci danno un senso di distanza e una percezione del tempo che non esistono. Siamo immersi in una grande vaporizzazione. “Quello che è successo”, non è mai successo. Non in questi termini. Siamo macchinette parlanti, più le radiazioni ci bruciano la cultura, più ne produciamo, come macchinette addestrate. Fine del video, taglio e inserimento su Instagram. Non l'ho fatto perché terzogenita non stava bene, era arroccata nel suo sedile, guardava il cellulare. Già stavo sentendo musica franco marocchina, poveretta. Era un meta video, sprecato. Ogni cosa che non faccio è sprecata, in un certo senso. Il tempo è sprecato. Alla fine, va bene.

Oggi lo dicevo a un genitore, suo figlio durante le mie lezioni si alza, va al calorifero, torna indietro, va avanti, si siede per terra. Ma a me – ho continuato – in realtà non dà nessun fastidio, non c'è – voglio dire – nessuno studio che dica che stare seduti e composti si impari meglio, anzi. Per certi studenti stare seduti e composti è una tortura. Vero?

Ho tanti ricordi che mi porterò dietro, come una coperta.Tutta roba che non posso scrivere e che mi trascinerò dietro. Scrivere costa comunque del tempo, ci vuole un po' di lucidità che oggi non ho del tutto. Comunque, uno, io per terra seduto in non so quale aula dell'università di lettere, forse aula M, aula Mandela, non ricordo, forse invento, seduto per terra che assisto alle lezioni di non ricordo che materia, prendo appunti e mangio misto cinese mentre ascolto. Chipang mix. L'aula piena come un uovo, non ricordo che materia fosse. Mangio non so mai come mettere le gambe le allungo le ranicchio, con vicino qualche sventurata come me, prendo appunti e mi godo i miei vent'anni, penso di avere tutto il tempo davanti e in quel momento c'è davvero ancora tutto, o quasi.

Le sconfitte e i fallimenti insegnano sempre qualcosa, a me hanno insegnato che fallire è sgradevole. Fallire si porta dietro – non solo il proprio fallimento – che spesso è poca cosa, ma a cascata l'idea che quel fallimento si moltiplicherà in tutte le bocche e tutti gli occhi che ti hanno visto alzarti e provarci. A volte del fallimento pesa la sua ricaduta sociale. In realtà poi, vedere qualcuno fallire, fa bene a chi non è interessato dal fallimento. È terapeutico, tonifica. Se fallisci stai facendo del bene a un sacco di gente, psicologicamente parlando.

Invecchiando ho notato questa cosa, che spesso il fallimento è sgradevole ma talvolta meno della vittoria. Certe vittorie, a guardarle bene, sono più mancati fallimenti. Vinci, e il premio è un aumento dello stress, del carico di lavoro, della competizione. Vinci e rimani attonito, ancora carico di adrenalina a fissare un punto davanti a te, un futuro a temperatura di fusione.

Sul mio computer ci sono migliaia di foto che ho fatto, sono tutte di risoluzione diversa a seconda degli anni in cui le ho fatte, a seconda del livello tecnologico che in quel momento il mercato aveva raggiunto. Di queste migliaia di foto, quelle che ho fatto per inquadrare qualcosa e fermarlo nel tempo saranno una decina. Tutte le altre foto sono nate per comunicare, per condividere.

Sono foto disordinate, foto di oggetti, frammenti di qualche viaggio, visi dei miei figli che sorridono, che piangono, che mi abbracciano, che usano prodotti, che mangiano. Riaprire molti di quei file mi fa male: ci sono dentro le energie di quegli anni, ci sono dentro i fallimenti della mia vita nel momento in cui non sapevo ancora che sarebbero stati dei fallimenti. Molte, moltissime foto sono foto di cose che ho fatto per lavoro per raggiungere degli obiettivi che ho mancato o che ho raggiunto molto parzialmente. Se fossi una persona intelligente cancellerei tutta quella roba, quella massa di immagini che oggi possono solo farmi del male. Ma in mezzo ci sono anche piccole cose che invece non rivedrò mai più: un posto bello in cui ero stato e che ho completamente dimenticato. Un frammento della mia vita di cui sono fiero e che anche quello non esiste se non in quella manciata di bit.

Sono morte diverse persone che conoscevo negli ultimi anni, persone con cui avevo lavorato, che avevo conosciuto di persona o che non avevo mai visto nella mia vita reale. Ma che in qualche modo conoscevo. Ogni persona si lascia dietro migliaia di file, aggiornamenti di stato che dicono quello che pensano del mondo, di un gelato, di un ristorante, della guerra in mediooriente; sono ancora tutti lì accanto alla foto profilo, come se fossero ancora tutti vivi.

Questo sciame digitale sembra eterno ma in realtà è fragile. La sua riproducibilità tecnica vive accanto a un accumulo continuo di contenuti che si coprono gli uni sugli altri, una fiumana comunicativa che annichilisce il singolo elemento, possono tutti concorrere ad un addestramento degli algoritmi, ma sono file sempre più fragili e inutili man mano che ne arrivano altri migliaia e migliaia al secondo. Il singolo file svanisce, rimane – forse – il suo addestramento per generare altri migliaia e migliaia di file desunti, cosplayer di quell'impalpabile momento di vita originale.

Questi file sono appiccicati alla mia esistenza, una volta che questa non ci sarà più, anche quei file lentamente perderanno la loro forza e la loro identità. La loro riproducibilità tecnica è un'illusione: nessuno ha bisogno di conservarli e di farne copie di backup perché il processo di generazione di altri file è senza interruzione e non è sostenibile. Non ci riesco io, figurati dopo di me. Verranno divorati dagli algoritmi, presa la loro standardizzazione degli spazi, dei volti, dei vettori di movimenti, dei sorrisi, della forma degli oggetti, i vuoti e i pieni delle strutture. L'essere o non essere della luce. Verrano divorati e poi sputata la loro forma digitale, ormai improduttiva. Qualcosa o qualcuno li cancellerà. Una pulizia di un server, un incendio, un errore o la sistematica frantumazione degli oggetti digitali di cui l'upgrade continuo si nutre. La forma dei ricordi finirà vittima delll'obsolescenza del proprio formato.

Sono lì che cammino e mi imbatto nell'immaginazione, è una specie di spiaggia quella in cui cammino dove si sovrappongono passato e futuribile, quella forma particolare di futuro che non si è mai avverato ma avrebbe potuto. Immerse nella sabbia, come statue gigantesche di epoche remote, conchiglie dalle fatture sovraumane, le bocche auricolari aperte, le ciglia madreperlacee svirgolano quasi a palpitare: non è così rassicurante – dicono – la nostra voce?

A furia di cannibalizzarmi l'anima – rispondo – la realtà mi ha divorato il corpo. Non capiscono: se solo vedessero tutti i refusi che ho nella testa. Quando escono li ho già rimessi a posto, non tutti, ma una buona dose. Ho una dislessia emozionale, una discalculia che rende tutto l'universo a volte grosso come un calzino, a volte rende le coperte del mio letto tendaggi infiniti dove metto in scena spettacoli cosmici: guarda questa supernova che mi esplode tutt'intorno allo stomaco, la curiosa geometria delle mie gambe buttate al cielo aperto.

Forse ti chiederai perché sto mentendo: ebbene. Sappi che la verità che hai in bocca è oscena. Quando parli sputacchi brandelli di reale che rendono la mia immaginazione un orrore. Credimi se ti dico che la mia menzogna è un sano bisogno di sopravvivenza. Che fa bene anche a te vedere tutto questo frottolame messo in scena. Si chiama – tecnicamente – utopia. Ed è dell'utopia che di tanto in tanto, per qualche frammento di secondo, accade. Sbeng. Poi tutto ritorna come prima, ci si rende conto di essere animali bestie, preda di furori bestia, e ci si osserva con vergogna e rabbia, si ringhia per sentito dire.

Come la mia gatta che, cresciuta con la mia cagna, adesso ringhia come un cane quando passano i vicini fuori dalla porta. Così mia figlia – quando può – manda lo stesso odore mio o di qualche altro progenitore. Il Festival di Sanremo ci sarà, come ci sarà l'ennesima guerra, oggi il frastuono è ineludibile, ciao ciccia mi hai chiamato, come va, tutto è sfuocato, le luci dal ponte dell'autostrada, a scuola, per errore, si muore, a centinaia, a difesa del regime più brutale della storia, la comunicazione sociale sembra uno spezzatino di carne, terriccio, peli, acqua, la ricetta vincente per la carbonara, la morte in mondovisione con i disclaimer per gli adulti, clicca ma è un contenuto sensibile, morto ma sensibile, essere salvati da mostri imbrattati di storia, d'atronde i generazion z e oltre sono ormai abituati all'accesso a contenuti non omogeni dove il segno ha forza per se stesso senza essere una semplice trasposizione del suono, ... .– .–. .– .——. / .—. .. ..– .——. / ..–. .– –.–. .. .–.. . / –.–. —– ... .. .——. / .– — — .– –. ... .. .–. . / .. / –.–. —– –. .– – .. / ... .– .–.. – .– .–. . / – .–. .– / ..–. .–. .– — — . –. – .. / .. / –... .–. .– –. –.. . .–.. .–.. .. / –.. .. / – . —. ..– — . –. – .. / . / –. —– –.. ..– .–.. .. / . / ...– —– –.–. .. / –.–. .... . / .–. . ... – .– .–. .– –. –. —– / .–.. .– / ... —– – – —– —..— / ... –.–. .... .. —.. —.. .– – .. / ... ..– —. .–.. .. / .– –. –. .. —..— / –. . .–.. .–.. . / .—. .– .–. . – .. / –.. . .–.. .–.. . / .. –. ..–. .–. .– ... – .–. ..– – – ..– .–. . —..— / ... .. .——. / .– .–. .–. .. ...– —– / ..–. .. –. .. ... –.–. —– / –.. .. / ... –.–. .–. .. ...– . .–. . / ..– –. .– / –.–. —– ... .-

Farò errori chi non li fa. Sono a casa con una probabile influenza, mal di testa, nausea, scrivo quindi cose sbagliate. Perché Venerandi scrivi se stai male, intanto perché stare male è una condizione piuttosto frequente, e poi perché – se fo faceva D'Annunzio ad occhi chiusi sul letto d'ospedale, gli occhi fasciati – vuoi che non lo faccia io, scrivere è nella natura di questa cosa tecnologica che siamo, come respirare, provare ansia per il futuro, andare di corpo. Esplorare l'ignoto.

L'altro giorno ero sulla scala che pitturavo il soffitto e sentivo un podcast in cui una voce leggeva un brano di un romanzo che non ho mai letto, credo fosse Mattatoio numero cinque, e legge questo brano potentissimo dove l'autore immagine i bombardamenti che l'Europa stava subendo da parte degli alleati, se li immagina a rovescio, aerei che partono all'incontrario dall'Inghilterra, arrivano sulle grandi città europee distrutte, e con vapori e suoni risucchiano al loro interno le bombe che erano state sganciate, i palazzi risorgono, i corpi smembrati vengono curati e alla fine gli aerei all'incontrario tornano nelle loro città, le bombe vengono mandate in fabbriche dove donne le smantellano, riportano gli elementi minerari all'interno della terra da dove erano stati rimossi a tonnellate, una cosa del genere ma scritta molto bene e io – sulla scala – ero commosso, mi è venuto un groppo alla gola mentre pensavo, ecco, la tecnologia dovrebbe essere questo, ricostruire, curare, fortificare il pianeta. E invece – la beffa – di migliaia e miglaia di forze, energie, risorse occupate a produrre costosa tecnologia nata per distruggere, sventrare, recidere, detonare.
Speriamo i miei figli facciano meglio, pensavo, ma non so, le generazioni sono trasversali come la mia, c'è dentro di tutto, ci sono menzone su cui è costruito il potere occidentale, c'è lo spettro della morte che nessuno vuole vedere, il covid facci caso non c'è mai stato, c'è questa abitudine al benessere e al sogno del lusso che tramandiamo ai nostri figli come un desiderio virale collettivo.

Camminavo qualche giorno fa con Elettra e le dicevo che io non sono uno di quei genitori che dicono che i figli gli devono qualcosa in cambio per tutte le ore impegnate per loro, a farli crescere, a curarli, a seguirli, a preoccuparsi per le infinite cose che possono succedere nella vita. Perché, le spiegavo, nel momento in cui facevo quelle cose venivo immediatamente ripagato con punti esperienza, godimento sensoriale, appagamento e frustrazione. Insomma, quando se ne andranno siamo pari e patta, spero. Nuove generazioni e nuova tecnologia. C'è stata una discussione che ho fatto mesi fa con Andrea Inglese e che avrei voluto proseguire, ma basta, il mal di testa ora è importante, mi fermo qua. Anche D'Annnunzio mi immagino dormisse sul letto di ospedale. Sono a tavola con secondogenito e non so di cosa stiamo parlando e a un certo punto gli dico, “eh, ma sei esoso!”. Lui mi guarda. “Cosa sono?”. “Esoso”. Faccia di secondogenito mostra una ignoranza completa del termine

Mi è tornato il Tab XC con una nuova tastiera e sto scrivendo proprio per vedere se vengon fuori problemi immediati. Non mi faccio grandi illusioni, dopo la quinta tastiera capisci che la perfezione non è di questo mondo, come diceva: un atomo opaco di male. Oggi gli studenti mi hanno fatto notare che continuo a sbagliare. Dico il X Maggio, invece che X Agosto. Uno studente ha anche capito perché sbaglio: faccio una crasi tra il 5 maggio e il 10 agosto, esce fuori un 10 maggio che è anche pericolosamente vicino al 15 maggio, data finale di compilazione dell'omonimo documento. Questo per dire la confusione mentale che regna dentro la mia testa.

Quello che penso mi renda una figura atipica di insegnante ma più in generale di letterato, virgolettato, 'letterato' diciamo, è che non credo di essere un nerd della letteratura o dei libri. Non lo sono nemmeno dell'informatica, in senso stresso. Né della musica o dell'arte. Del teatro o del cinema. Tutte queste cose mi piacciono, fanno indubbiamente parte del mio dna, ma non sono un nerd, le vedo comunque da una certa distanza, con un sufficiente distacco. Mi interessano tutte per quello che mi è sufficiente per raggiungere lo scopo che mi sono prefissato, fosse solo anche il benessere personale o la sopravvivenza dello spirito.

Lo vedo con chi si appassiona a questo o quell'aspetto di cui riconosco il fascino o l'importanza, ma che tengo comunque a debita distanza.

Sono seduto a tavola con secondogenito e – non ricordo per qualche discorso che stavamo facendo – gli dico che è esoso. Lui si ferma. Mi fissa. “Esoso?” chiede. “Esoso”, confermo. La faccio breve: non ha idea di cosa significhi esoso.

Ecco, gli dico, ne stiamo discutendo anche su internet, gli dico, il fatto che le vostre generazioni hanno un vocabolario più limitato del mio. Secondogenito ridacchia sornione. “Più limitato ma più ampio” dice, e spiega che lui non sa cosa voglia dire “esoso”, ma ha un inglese migliore del mio. Ha il doppio, realtà, del mio vocabolario. Ed è vero. “Posso vivere senza il tuo «esoso»” chiosa.

E scrivo “chiosa” e so che anche questo termine non fa parte del suo vocabolario base, mentre ieri, quando cercavo di spiegargli che mi doveva comprare quelle palline di plastica che si usano per avvolgere le cose e spedirle lui mi ha ascoltato con pazienza e poi mi ha detto che – ok – mi avrebbe comprato del bubble wrap.

Ovviamente non tutti sono come i miei tregeniti, ma questo spostamento verso un italiano lessicamente più essenziale, meno letterario, più povero convive certamente con un arricchimento lessicale delle lingue forti della rete, non solo l'inglese, ma anche le comunicazioni non verbali e non basate sul segno, e questo spostamento è molto parzialmente individuato dalle indagini sul mondo scuola e i suoi abitanti.

Mi alzo, domenica mattina presto, continuo questa tradizione di svegliarmi che sono ancora stanco e dormirei ancora un po' ma la mia testa inizia a rotearmi dentro si porta appresso pensieri, ansie, fantasie, castelli di cartapesta e alluminio e dopo un po' capisco che di dormire ha bisogno il corpo ma la mente lavora contro, mi alzo.

Scendo al piano di sotto e Irene inizia a girarmi attorno. In genere quando lo fa è perché ha finito l'acqua e ha sete, ma questa volta la ciotola ha ancora acqua, quindi capisco che deve fare pipì. Piove, guardo fuori dalla porta finestra, la vallata ampia attraversata dalle bracciate grigie della pioggia mentre una luce bianca mostra i contorni seriali della Valbisagno. Irene inizia a girarmi attorno con più veemenza, ha capito che ho capito e con il linguaggio del corpo mi dice, apri, bastardo amato padrone, apri la porta finestra.

Apro la porta finestra e subito Irene corre verso sinistra. Nella casa vecchia, a sinistra, ci sono le scalette che portano alle fasce, due chilometri quadri di terreno dove Irene poteva bellamente fare la sua pipì. Ma qua, nella casa nuova, a sinistra c'è la fine del terrazzo, un caminetto, un terrazzino. Insomma, nessun posto lecito per fare pipì. Sporgo la testa dalla porta finestra per capire cosa voglia fare. Irene gira, non sa bene dove farla, annusa, gira, alla fine sale scomodamente sopra un vaso e inizia a a fatica a cercare una posizione per fare pipì.

“Ferma, pazza, mi ammazzi le piante!” dico e Irene mi ascolta, scende colpevole, rientra in casa, ma appena è dentro inizia di nuovo a girarmi attorno. Sospiro. Sono in pigiama, di uscire non se ne parla. Dalla porta finestra le indico le scalette che conducono sotto, alla fascia della casa nuova, un piccolo appezzamento di terreno, piccolo ma ampiamente sovradotato se rapportato alle capacità della vescica di Irene. “Vai là – le dico – scendi le scale”. Irene guarda me, guarda il mio dito, si agita, gira attorno. Niente.

Allora, lentamente, indosso la giacca viola di Elettra che è lì in cucina, mi metto a ciabatta le mie scarpe verdi da ginnastica, esco fuori nel terrazzo, sotto la pioggia, e vado fino alla scala che porta alla fascia di sotto. “Irene, vieni!” dico e questa volta la cana, rassicurata dalla mia presenza corre verso di me e – a un mio gesto – scende le scale e riscopre questa fascia a cui evidentemente non si è ancora abituata. Fa pipì.

Io aspetto sotto la pioggia, debole, la luce al neon della vallata che prende tutto il cielo, guardo il viola della giacca, il verde delle mie scarpe, il marrone in movimento del fiume Bisagno che porta la sua fiumana verso la foce e penso che un tempo una cosa del genere mi si sarebbe fissata nella memoria. Essere lì, voglio dire, in pigiama sotto la pioggia, a vedere la città che si frega gli occhi con le nocche, Irene che minziona lungamente, il senso del freddo e del caldo insieme. Invece oggi no. La capacità di memorizzare è più bassa. Gli occhi hanno perso diottrie, il sangue anche. Zeugma. Penso, allora che certe cose sono più liriche a pensare di averle fatte che a farle.

Forse certe cose sono più adatte a essere scritte che a essere vissute, penso. Guardo Irene che risale le scale felice, per quanto un cane possa essere felice. Rientro, scrivo.

Salve dottoressa sono Venerandi le scrivo perché volevo dirle che chatgpt non concorda sulla sua diagnosi. Lei mi ha scritto testualmente che i miei sintomi potrebbero essere ascrivibili a una seria sinusite. Sono compatibili, ha detto. Mi ha suggerito di andare a fare dei bagni termali, docce bollenti e insufflazioni con bicarbonato.

I sintomi di cui io le ho parlato sono di giramenti di testa, confusione, specie dopo piccoli sforzi, leggero stato di nausea, poco appetito, aumento degli acufeni, lanuggine ombelicale, tappamento delle orecchie nei momenti di tensione, dolori persistenti alla parte centrale della schiena, arrossamento prepuziale, sbucciatura delle nocche delle dita, calo generico della vista, assenza momentanea, inversione delle sillabe, spossatezza, mancanza di sonno o eccesso, frequenti mal di testa, schiacciamento dei suoni in frequenze, dolori premestruali, rigonfiamento dell'addome, digrignamento dei denti notturno, apnee, sogni ambientati in mondi con geometrie non euclidee, polluzioni non nottune, inversione delle trombe di eustachio con quelle di fallopio, stati di agitazione, insofferenza nei confronti del nemico e alluce valgo.

Chatgpt, anzi Gemini perché di Cahtgpt avevo finito i crediti della versione intelligente, mi ha scritto sei paginate di roba, ma il succo è qua: “Gran parte dei tuoi sintomi (confusione, acufeni, tappamento delle orecchie, apnee, digrignamento dei denti, spossatezza e sogni in mondi non euclidei) urla stress cronico e sovraccarico nervoso”.

Ecco, altro che sinusite. Urla. Stess cronico e sovraccarico nervoso. Da dove viene questo stress? E cosa potrei farci? L'ho chiesto sempre a Gemini che si è messo lì a pensare e poi mi ha detto “c'è una situazione specifica nella tua vita in questo momento—lavoro, relazioni, scadenze, cambiamenti imprevisti—che ti sta facendo sentire come se dovessi costantemente combattere contro un “nemico”? Vuoi che proviamo ad analizzarla insieme per capire come abbassare la guardia?“.

E poi ha aggiunto: “oppure vuoi passare subito alla risoluzione, che è molto più semplice di quello che tu possa pensare”. Io allora, nel silenzio della cucina gli ho detto, cavolo, passiamo subito alla risoluzione, cosa devo fare? Gemini si è messo lì a pensare a dopo un po' mi ha scritto che devo staccare, prendermi del tempo per me, ad esempio andando a fare dei bagni termali, docce bollenti e insufflazioni con bicarbonato.

Secondogenito mi sta aiutando a traslocare e preparare la casa nuova, e lo fa a modo suo, tipo io gli chiedo se può aiutarmi, lui mi guarda con il suo sguardo da gatto manga e mi chiede in cosa lo devo aiutare, io glielo spiego e lui – alla fine – mi guarda e mi chiede, con la sua voce dinoccolata: “ma è legale?”.

Tipo carichiamo il frigorifero in auto e – per vari motivi che hanno a che fare con la mia schiena – lo carichiamo dentro l'auto e non sopra, e io poi mi siedo al posto auto con un frigo pericolante addosso e secondogenito dal finestrino mi guarda e indica il frigo e mi chiede, “ma è legale?”.

“Se sopravvivo, sì” gli spiego e parto.

È morto Umberto Bossi, intendo del tutto. Non provo né gioia né dispiacere. Sono andato a cercare se avevo mai scritto qualcosa su Bossi e – sì – ci sono dei residui nella mia scrittura dove c'è Bossi, tipo una frase tipo: “umberto bossi che si accorge che quella roba bianca che gli esce dagli angoli della bocca non è bava”. Cose così, tre in tutto.

E non provo né dispiacere né gioia, solo l'impressione di averne un residuo in mezzo alle cose che ho scritto, come quando ti si macchia un muro che hai dipinto da poco, o trovi sul pavimento il residuo di uno scracchio di chissà quanti anni prima.

Eravamo giovani, facevamo satira su tutto. Forse pensavamo che quegli orrori sarebbero morti, invece hanno attecchito, contorcendosi si sono trasformati e sono ancora qua, e c'erano ancora prima e ci saranno anche dopo.

Facevamo satira pensando che fossero delle eccezioni, qualcosa di temporaneo, che quello che scrivevamo sarebbe un po' servito ad andare in una direzione diversa. Come i brufoli, ci mettevamo sopra quelle creme che non hanno mai fatto niente.

La nostra satira e quella dei nostri padri spirituali è servita a poco, si è trasformata man mano che si trasformavano i mostri. La nostra satira è un'appendice dell'orrore.

Non c'è come alzarsi la mattina, prendere il caffé leggendo le notizie del mondo con il proprio Macbook nuovo per sentire la mancanza del Tab XC che in questo momento è in Polonia. Son bastati sei mesi di uso quotidiano di un e-ink a colori a tredici pollici per farmi sentire ancora di più la pesantezza di uno schermo luminoso per tutto quello che riguarda la lettura, la scrittura, la navigazione e lo studio.

Di contro il Tab XC è in Polonia perché ha grossi problemi con le cover tastiere, Onyx gentilissima me ne ha già sostituite quattro e tutte e quattro non sono andate come avrebbero dovuto, tanto che – appunto – ora mi hanno chiesto di spedire tutto, anche il Tab. E mentre lo incartavo, il giorno prima anzi, mi sono reso conto della grande paura avverata: una venatura nel vetro. Non nello schermo, grazie al cielo, ma nel vetro.

Gli schermi e-ink sono ancora fragili e la riparazione del vetro, solo del vetro, costa qualcosa come 270 dollari. Questo per dire le sofferenze del povero elemento polvere all'interno dei meccanismi tecno capitalistici. Il desiderio, l'entusiamo per vedere le tecnologie evolversi e contorcersi come vermi, il fascino per la parte ancora ingnota di quello che andremo a fare.

Iera sera giocavo a un videogame trovato per caso su itch, dove una ricercatrice ad un certo punto parlava di questo grado zero della costruzione di una macchina, dove l'umano non ha più parte alla sua progettazione. Analizzando l'occhio della protagonista, un androide, la ricercatrice umana non capisce la tecnologia con cui è fatta e ne è ovviamente affascinata.

Ma in realtà volevo parlare delle cose a cui sono abbonato, non so perché ieri pensavo alle forme di abbonamento come – nello stesso tempo – qualcosa di arcaico (le comode “dispense settimanali”), dall'altro una moderna e intrusiva forma di spostamento del possesso del bene fisico, dove tutto, anche InDesign, non è più un prodotto ma una performance che dura finché paghi.

Ma non oggi.

Le cose a cui sono stato abbonato nella mia vita sono state diverse, ma non tantissime. La prima, non era un vero e proprio abbonamento, era una raccolta di fascicoli settimanali che hanno poi concorso, nel passare gli anni, alla formazione della Grande Enciclopedia della Fantascienza. Avevo dieci anni quando l'ho cominciata ed è ancora con me con tutti i suoi volumi carichi di racconti di fantascienza, saggi, immagini, foto, “materiale” che a volte leggevo a volte solo sfogliavo guardando le immagini. Immagazinavo senz'altro.

Lì lessi per la prima volta autori come Lovecraft, Harry Harrison, Johanna Russ, Heinlein, Sprague De Camp, Farmer, Zelanzy, Tiptree, Bradbury, Keyes, Dick, Vacca, Ursula Le Guin, Vance, Borges, Ballard e altri.

La seconda cosa che ricordo è stata invece una raccolta di volumi dei classici della narrativa della De Agostini. Lì ero qualche anno più grande e mi arrivavano nella cassetta della posta due libri ogni – mi pare – quindici giorni. Brossurati con copertine in finta (spero) pelle verde, rossa e marrone. Anche di quelli ne ho ancora molti, mi hanno seguito di casa in casa per decenni e alcuni li ho letti anche recentemente perché – da ragazzino – leggevo solo quello che mi ispirava, quindi ancora di tanto in tanto ne leggo uno. Non so però se mi seguiranno in questo ultimo trasloco.

Lì lessi Orwell, Strindberg, Poe, Kafka, Pavese, Le mille e una notte, Balzac, Boll, Tolstoj, Joyce, Voltaire e tanti altri. L'ultimo che ho letto, l'estate scorsa ancora, è stato Saul Bellow, per dire quanto abbia sfruttato la raccolta.

L'altro abbonamento è stato ai classici della musica classica, credo sempre De Agostini, quelle cose che uscivano in edicola con la cassetta settimanale. Immagino fine anni ottanta, inizio novanta. Le avevo prese tutte, ogni settimana ne usciva una o due, non ricordo bene. Anche qua tutta la musica classica dal Gregoriano fino a Berg, passando per tutto quello che c'è in mezzo e che io diligentemente mi sentivo mentre studiavo o facevo dell'altro perché, nella mia piccola mentalità borghese, era necessario che io sapessi riconoscere quella roba. Un centinaio di cassette che invece ho buttato via nel passaggio al cd, senza mai riuscire a riavere tutto quel materiale.

Poi, direi, il nulla. Ho seguito collane, come quella delle videocassette del cinema d'autore dell'Unità, o raccolte di dvd de Il prigioniero o di Zaffiro e Acciao, comperato decine e decine di riviste contenitore di fumetti, Mangazine, Corto Maltese, L'Eternauta, Akira, Nova Express, Cormic Art, Totem Comics, tutto negli anni novanta direi, i dvd forse inizi anni zero. Non si trattava però di abbonamenti veri e propri, l'idea dell'abbonamento era una cosa diversa.

Recentemente gli abbonamenti hanno parzialmente cambiato la loro natura, ne scrivevo stamattina. Oggi, 2026 sono abbonato ad alcune cose che non uso, Netflix o Prime video, sono abbonamenti fatti per altri membri della famiglia, come sono abbonato a Adobe per uno dei figli altrimenti per me potrebbero tutti finire nelle fiamme dell'inferno. Sono abbonamenti che non mi lasciano niente. L'unica cosa per cui ringrazio Netflix è aver cacciato i dollaroni per avere The Other Side Of The Wind di Welles, un mio idola fori, ma alla fine il film ce l'ha lei, non io. Questi sono abbonamenti saponetta, li usi e poi sgusciano via.

Nel 2026 ho fatto due abbonamenti diversi, uno a Peter Gabriel, uno a La fine del mondo. Questi sono diversi perché non sono servizi, sono abbonamenti a cose che poi mi restano. Nel primo caso mi scarico una parte importante della produzione musicale di Peter Gabriel che resterà con me anche quando l'abbonamento finirà. Il secondo è un abbonamento a una rivista di fumetti, anche quella spero che resti finché non muoio. Dopo temo che verrà tutto buttato via, forse lo spero, come quelle popolazioni che ogni tanto si vedono, mettono in piazza le cose più preziose che hanno e le distruggono.

Infine sono abbonato a Il Post e al New York Times. Da un po' di anni. Il secondo soprattutto è molto ricco e stimolante. Faticoso da leggere, da gestire con attenzione, ma mi ha aperto le prospettive asfittiche della stampa italiana.

Perché ho scritto tutta questa roba? Con tutte le cose che ho da fare. Non lo so. Perché ho una lingua nella testa e certe volte sono ossessionato da pensieri e penso che scrivendoli in qualche modo si annullino, trovino i loro confini, spesso risicati, e la smettano lì. A furia di scrivere la scrittura perde di energia, inizio navigando e alla fine sono allo stremo butto i fatti gli uni dopo gli altri senza nemmeno rileggere quello che sto scrivendo. Niente spannung, niente epilogo, semplicemente la musica finisce lì come certi pezzi di Steve Reich o di Battisti Panella.

Se il primo approccio con il digitale per me è stato nel 1983, con il mio primo home computer, il secondo scalino è stato il modem e la prima connessione tra il mio computer e altri computer sparsi per il mondo. Oggi la connessione è diventata talmente intrusiva che i nostri dispositivi ci identificano, noi siamo qualcuno perché il nostro dispositivo lo conferma, allo stato, ad Amazon, a Google.

La prima cosa che fa oggi un dispositivo appena nasce, è cercare una connessione, come un neonato apre la bocca per cercare l'aria. Subito mandiamo dati, veniamo geolocalizzati, mandiamo piantine dei nostri appartamenti a sconosciuti server cinesi, traccia dei nostri allenamenti, preferenze e gusti cinematografici, esondiamo informazioni su di noi per tenere viva una profilazione di cui non conosciamo gli esiti, nemmeno – in alcuni casi – chi la fa.

Questo cambio della natura della macchina da computazionale a sociale era già negli anni ottanta, cosa vi credete. Quanto tempo ho passato a chattare su QSD, a giocare su AMP, a seguire i giocatori connessi su Necro, a scrivere messaggi sulle BBS locali, Elios, e poi Fidonet e Usenet. Il tempo che passavo al computer per comunicare aumentava man mano che aumentavano le possibilità tecniche per farlo. L'ho fatto, per inciso, perché era qualcosa di nuovo e di irrinunciabile.

È complesso pensare a un ragazzo che vive in un paesino di Sant'Olcese, scollegato da ogni cosa, che di sera collega il suo Apple II alla rete telefonica SIP e gioca in rete con un MUD fantasy in Inghilterra, AMP. Non si ha idea – voglio dire – di quello che cambia nella testa del suddetto ragazzino. È un cambio di prospettiva nel considerare cosa sia la felicità, la solitudine, la patria, il territorio, l'immaginazione.

Quando sono scollegato, oggi nel 2026, lo sento. È qualcosa di palpabile. Uscire senza cellulare per errore, essere fuori campo. Di colpo è come se venisse recisa una parte di me. È nello stesso tempo un sentimento di castrazione, un canale comunicativo che si interrompe; e di libertà. Una specie di anarchia grossolana e primitiva. Sono fuori da ogni comunicazione, geolocalizzazione. Nessuna notifica del cazzo. Potrei morire, crollare sull'asfalto e nessun metadato verrebbe aggiornato. Sono fuori dal tempo e dalla storia.

Sono con mio padre nella mia stanza da letto con tutte le prese aperte e io seduto nel letto guardo mio padre che guarda sconsolato un foglio su cui ha disegnato la mia stanza da letto in tre dimensioni riempiendola di simboli che sono i fili elettrici che sbocciano e si nascondono nei muri. “Io – gli dico – quando reinventerò l'elettricità, la farò più semplice”. Mio padre alza la testa, si accorge che sono lì con lui. “Ma guarda che in genere l'elettricità è più semplice” mi dice. Torna a guardare il foglio.

“Non ho mai trovato un impianto elettrico così incasinato” continua, ma si ferma, come rircordando qualcosa di lontano. “Non è vero” si corregge. “Alla centrale nucleare di Caorso. Lì l'impianto elettrico era ancora più incasinato di questo. Abbiamo aperto i pannelli, non so chi ci avesse messo le mani, forse gli indiani. Inimmaginabile. Tu non hai idea Fabrizio. Comunque, dopo la centrale nucleare di Carso, viene senza dubbio la tua camera da letto. È al secondo posto”.

Io sospiro. Con un gesto lento accendo la luce e vedo che questa mia azione attiva anche le prese della corrente della stanza a cui ho attaccato il mio cellulare che vibra per un attimo, felice. Spengo la luce e il cellulare si rabbuia. “Piantala” dice mio padre. “Non ci stai aiutando” aggiunge. Torna a guardare il foglio, aggiunge delle sigle. Sospira. “Cazzo” dice dopo un po'. Sospiro.

Io voglio bene ai miei figli, voglio dire. Averli attorno è sempre una parte sorpresa, una parte affetto, una parte Campari, come il Negroni. Oggi ero in camera di secondogenito a correggere compiti perché nella casa nuova non ho ancora un tavolo per me e in cucina c'era il muratore che faceva delle rifiniture. Secondogenito era all'accademia. Tra un compito e l'altro mi è caduto l'occhio sulla sua libreria. In uno solo degli scaffali ci sono dei libri, in bella vista. Pochissimi.

Leggo i titoli: “Lo Strano Caso Del Dottor Jekyll e Del Signor Hyde”; “Doug, a DougDoug story” (un libro composto solo dalla parola 'Doug'); “La letteratura giapponese – La letteratura Coreana”; “L'arte della guerra”; “Educazione finanziaria”; “The Epic of Gilgamesh”; “La cucina imperiale austriaca”; “Five night at Freddy: The twisted ones”. Rimango affascinato da come, per secondogenito, L'arte della guerra di Sun Tzu, un saggio di “Educazione Finanziaria” e uno sulla “cucina imperiale austriaca”, qualunque cosa sia, possano essere tasselli di un unico puzzle culturale.

Più tardi a tavola c'è una discussione tra terzogenita e secondogenito su chi deve finire di fare la lavapiatti. “Oggi – dice secondogenito – tu sei stata a casa. Io sono andato a scuola, la lavapiatti sta a te”. Terzogenita, che – ah – nel frattempo è diventata una adolescente, non è d'accordo. “Non dobbiamo guardare solo oggi. Vuoi forse confrontare la moda delle ore in cui sono a scuola con la tua?”. Tossisco. “La 'moda'?” chiedo. Secondogenito fa un gesto vago nell'aria, “è tipo la media”. Terzogenita non è d'accordo, “non è la media, si tratta del numero che si presenta più frequentemente”. Annuisco, cammino all'indietro, mi siedo sul divano, loro vanno avanti a discutere, ridendo. Mi godo lo spettacolo.

(Primogenito nel frattempo mi ha mandato alcuni scatti dal secordo cortometraggio che sta girando. Mi sembrano molto belli, è ambientato nel mondo scout e i colori sono pastellosi, anche qua mi ricordano un po' Wes Anderson. Ma non so se posso condividerli, me li tengo per me).

(diario di stamattina: servizi di assistenza sinopolacchi, consumo, il fallimento del progetto scout, l'Iran a scuola, le cazzatone e molto altro, a gratis come al solito)

Mi hanno scritto dalla Cina che i polacchi hanno detto che il mio Tab XC sta bene ed è già stato rispedito indietro con una tastiera nuova. È la quinta. Da un lato è una buona notizia perché potrò tornare ad usare il mio tablet e-ink, dall'altro è una pessima notizia perché vuol dire – implicitamente – che le cover tastiera di Onyx hanno grossi problemi di elettronica e durano pochi mesi. Non hanno fatto menzione della venatura sul vetro che sarà lì ad aspettarmi. Spero non sia peggiorata.

Guardo fuori dalla finestra. Alzo le spalle, le abbasso, potrebbe essere il nono pezzo di broccato. Se penso a quello che succede ora nel mondo non è un grosso problema, ma è un peccato. Io ci metto sempre un sacco di entusiasmo, anche quando non ne ho molto. Finiranno anche tutte queste risorse naturali che tengo dentro al corpo. Dai dai Venerandi, potrebbe andare molto peggio. Andrà molto peggio, si va per fasi e per crisi.

Ho questo ricordo di un'attività scout fatta al porto antico, non ricordo assolutamente che evento fosse, per adulti comunque. Forse clan. Ci hanno diviso in piccoli gruppi e siamo andati ad ascoltare degli specialisti. Non ricordo in che campo. Comunque lì uno disse una cosa che sul momento mi folgorò, ero giovane e ingenuo. Un po' come adesso, ma di più.

In pratica il tipo disse che l'idea scout di fare progetti sulle persone, progetti di vita, progetto personale, progetto di catechesi, eccetera, era sbagliata. I progetti sono un archetipo umano, non reale. La vita, ci disse, non va avanti per progetti ma per processi. Lo scoutismo, secondo lui, ma in seconda battuta la vita di ogni persona dovrebbe essere strutturata per processi. I processi per loro natura sono solo parzialmente sotto il controllo umano, vivono per conto loro, possono modificarsi in corso d'opera, vengono influenzati da quello che abbiamo attorno. Soprattutto non sono lineari e progressivi, possono cortorcesi, tornare indietro, avere delle fasi ma anche delle crisi.

Chissà chi era, e chissà quanto di quello che ho tenuto qua dentro l'ha davvero detto lui, quanto ci ho aggiunto di mio nel corso degli anni. Ecco, pensare che non esista un progetto di Dio su di me, che non esistesse un progetto di vita sul quale strutturarmi, all'epoca, mi fece un gran bene. Non ero io lo strano che non lo vedevo, che – anzi – se mi guardavo dall'esterno vedevo un sacco di cose incongrue e contraddittorie, lontanissime da una pianificazione quinquennale della vita. Era che siamo fatti così e i progetti sono un – come posso definirlo – un oggetto transizionale della nostra esistenza, come quei peluche che lasci a tuo figlio quando lo lasci all'asilo nido per andare a ingrassare questo favoloso sistema capitalista che – per inciso – fallisce nel fare cover tastiere efficienti e vetri a prova di venatura.

Nel frattempo è sbucato il sole dalle colline di fronte, come vedete sto scrivendo in tempo reale. Ieri a scuola ho avuto due momenti carini, e due terribili. Racconterò solo quelli carini. In quinta ho finalmente lanciato il gioco che avevo comperato Radio Victory, che si è rivelato piuttosto funzionale. Non ci perdo troppo tempo sopra, il momento ideale per me è stato a metà quando i gruppi stavano giocando, interagendo, con partecipazione tale che se fossi uscito dall'aula non se ne sarebbe accorto nessuno. Per me quella è una cartina di tornasole che l'attività, almeno dal punto di vista della meccanica, non parlo dei contenuti, sta funzionando. I gruppi lavorano, giocano, interagiscono, apprendono, sbagliano, criticano e lo fanno perché il meccanismo sta funzionando non perché ci sia un maieuta che si mette in mezzo a tradurre la conoscenza in funzione oracolo. Cosa che anche io faccio spesso eh, ma preferisco quando si mettono in moto microstrutture “sociali” che lavorano in maniera autonoma.

Il secondo momento carino è stato quando ho deciso di parlare in seconda della guerra in Iran, da oracolo (dicendo anche una cazzatona a un certo punto che – grazie al cielo – uno studente ha corretto) (tipico degli oracoli è sparare cazzatone) (d'altronde i processi di questo vivono: entusiasmo, errori, cazzatoni, estasi e tormento) e mi sono reso conto che i materiali che avevo scelto per spiegare, ruffianissimi, avevano funzionato, che l'argomento evidentemente gli interessava tanto da avere l'attenzione del – la lancio lunga – del novanta per cento della classe, almeno fino a quattro minuti dal suono della campanella, che è un tempo infinitamente lungo per una seconda che non stai ricattando con il bastone della verifica o della gehenna degli scrutini.

Quelle cose che dici, ecco la scuola di queste cose dovrebbe parlare e tu ne parli e quindi puoi evitare di scriverlo su Facebook. Però poi lo scrivi lo stesso perché hai messo il te nei fornelli piccoli e ci sta mettendo un'infinità a bollire e tu – nel contempo – devi sbollire le notizie dall'universo sinopolacco.

Ieri abbiamo visto con la famiglia al completo l'ultima puntata dell'ultima stagione di Stranger Things, con il divertimento di essere ancora lì a vederlo a quasi dieci anni di distanza dalla prima volta e – massacrandolo – per la sciatteria con cui hanno prodotto una cosa del genere. Pensare i soldi bruciati faceva male, fotogramma dopo fotogramma. Altro che Henry e Vecna, l'orrore è Netflix.

Non so nel resto del mondo ma qua a Genova c'è un vento irreale, scuote casa mia, gli alberi, gli scooter, le tegole roteano come dischi rotanti in cerca di vegani da colpire. E – ho notato – è pieno di strani vermi neri, cammino da un po' di tempo e noto questi vermi neri, tranquilli, lenti, muoiono senza fare casino, ma continuano la loro strada, li ritrovo anche nei muri nelle scale non so da dove passino, qualcuno anche in casa.

Ad un certo punto ho pensato che li vedessi solo io, vivo in un mondo dove vermi neri attraversano il reale e lo coprono con il loro piccolo corpuscolo scuro. Per gli altri non esistono, sono alterazioni del mio occhio o della mia testa, come le macchiette che danzano quando guardo il vuoto della Valbisagno. Sarebbe un buon inizio di un romanzo secondario di Murakami.

Oggi dovrebbe arrivarmi il Tab XC, il mio piccolo, sarà un incontro gravido di paure e accuse reciproche. Ho già messo il cuore in pace e so già che la tastiera non funzionerà, che la venatura sarà peggiorata e sto pensando eventuali soluzioni, costruire io una cover tastiera, moddare l'esistente, fare una causa collettiva alla Cina, al capitalismo, alla gioia del consumo, alla tecnologia.

Ieri ho skippato tutti i messaggi di tema scolastico, era un'invasione di gente che sentiva il bisogno di creare traffico sull'ultimo episodio di cronaca, la dopamina delle notifiche e del chiacchiericcio. “Siete il Netflix dell'Istruzione” ho pensato. Vorrei dormire sotto un manto di acqua bollente, cristallina, una grotta sotterranea da cui si intravvede l'uscita, un cielo cilestrino, io sotto questo velo di mare vaporoso che mi lascio cuocere e penso e non penso e sogno e non sogno, io sono stato tutto quello di cui ho parlato, sono stato Proust, D'Annunzio, sono stato Svevo e Trevisan, Balestrini e Dante, tutto mi ha attraversato e ora – sotto l'acqua che mi muove nello spazio – restano delle macchie, dei bagliori attorno a me.

È tornato il Tab XC, come un angelo dal cielo, folgorato. Alla fine questa parte di me – materica – è un groviglio inestricabile di cose. Sono quello che sono stato, banale a dirsi, e sarò quello che sarò. Mi avvicinerò e mi allontanerò dal benessere come una movimento respiratorio. Tanti anni, decenni, ad allenarsi a fare cultura e sono ancora qua, di nascosto, a cercare spazzatura intellettuale da mettermi in bocca. Mastico frammenti di fiction, plancton di pornoscopie, ho gli occhi ancora pieni di caccole pulp. In fondo è dell'animale avere bisogno anche dello schifo.

Oggi ho finito di far vedere in quinta informatici Un chien andalou. MI guardavano con commiserazione, ma quella commiserazione che potrebbe, mi illudo, in uno o due di loro, tra qualche anno, rivelare cosa, rivelare una piccola brace rimasta lì sotto una coltre di cenere scolastica. Questo facciamo di importante, non il grosso travaso di conoscenze, che pure c'è eh, ma la piccola sottile pagliuzza ardente che resta lì nascosta a fare da nutrimento al corpo di questi mutanti che continuano a divorare per tutta la loro adolescenza e giovinezza. Se la dimenticheranno, o – meglio – penseranno che è lì per loro virtù. Che è vero, poi.

Fa male all'ego, ma quello che lasciamo in chi ci circonda è lì grazie a chi accetta piuttosto che a chi dà. Dovremmo ringraziare ogni volta che notiamo che qualcosa di noi è stato rubato da qualche nuova generazione, che una parte di questo tramestio ci sopravviverà a nostra insaputa. Il grosso di quello che resta di noi sulla terra ci resta sotto anonimato. Azioni, qualcosa che abbiamo detto, una frase che qualcuno ha colto al volo, una nostra idea, brutta, che declinata diversamente diventa qualcosa. Un gesto gratuito, qualcuno che ci vede da distante mille miglia e si prende, di noi, quello che gli serve e poi ci dimentica.

Entro in casa dei miei genitori, mi saluta mia madre inzia a parlarmi e io la seguo in cucina dove c'è la televisione accesa. Le cose sono così, collassano. Alzo la testa e vedo lo schermo, mia madre sta ancora parlando, e la sua voce si sovrappone alle immagini della tv dove il sonoro è abbassato, sembra quasi che la voce di mia madre venga direttamente dalla televisione. È una trasmissione di politica, mi pare, guardo meglio, ci sono delle persone vestite con vestiti che sembrano usciti dalla realpolitik degli anni sessanta, e in mezzo saltella il giornalista e lo riconosco, è Gianni Minà. Gianni Minà che sta parlando con la voce di mia madre e parla della prossima visita di controllo di mio padre.

“Mamma – dico – ma Gianni Minà non è morto?” e mentre lo chiedo indico lo schermo. Mia madre si gira, vede Minà e rimane in silenzio a fissarlo. Questa cosa di entrare in casa dei miei genitori e trovarmi con loro davanti, e la tv sintonizzata sul decennio in cui vivevo con loro, apre una specie di varco temporale, mi immagino per una frazione di secondo che lì dentro, nell'appartamento dei miei genitori, siano davvero ancora gli anni settanta, che loro – quando li hanno attraversati – ci siano rimasti in qualche modo impigliati e ora se li portino dietro a brandelli, sparsi per la casa.

Poi mia madre si rianima, all'improvviso, dice eh sì, ma non lo sai Fabrizio? c'è lo sciopero dei giornalisti, è da stamattina che non ci sono più i telegiornali. “Ah” dico. “E quindi hanno riesumato Minà?” chiedo con il mio solito sarcasmo preadolescenziale. Oggi, mentre camminavo per andare da Tecnomat, un grosso centro che non posso non associare a qualche malattia dove un ferramenta – a un certo punto – ha iniziato germinare per cellule, spore e mutazioni genetiche che hanno incarnito il negozio di ferramenta come Tetsuo in Akira, quando inzia a vedere esplodere il suo corpo che si moltiplica in organi e tessuti muscolari fino a diventare qualcosa di sproporzionato e orribile, una gigantesca massa di carne, così Tecnomat, è il bubbone ingigantito di un negozio di ferramenta di cui non rimane più nulla, ma forse era Kaneda, non ricordo se Tetsuo o Kaneda, uno dei due comunque, dicevo

mentre camminavo verso Tecnomat mi sono immaginato questa scena di io che viaggio nel tempo e vado a vedere Venerandi sedicenne nel circolo ARCI di Sant'Olcese, e mi sono immaginato cosa sarebbe potuto succedere, io che arrivo, da distante vedo il me stesso sedicenne, mi vedo da fuori, con il mio naso sbilanciato, il sorriso che avevo all'epoca, grosso e impaurito, e mi sarei guardato e avrei sentito la mia voce chiocca parlare, la erre moscia, il tono alto della voce, il mio parlare a frammenti e il suo contorcersi su se stesso, come una serpe linguistica e avrei detto, ecco qua, eccolo lì dov'era, sempre stato uguale, sempre così, mi sarei chiesto se parlare con il me stesso sedicenne, dargli qualche consiglio, e poi – nell'immaginazione – decidevo di no, che in fondo va bene come è andata, si era comportato bene, tutto sommato.

Entrato da Tecnomat sono stato oggetto di una avventura che non posso raccontare perché andrei pericolosamente a invadere la privacy di diversi dipendenti del summenzionato centro commerciale per maschi alfa, ma dico solo che sono uscito ridacchiando con la mia storiella sotto al braccio e diversi tubi da un mezzo o tre ottavi non ricordo più, tutto avvolto nella mia nuvoletta di sarcasmo e allegria scema preadolescenziale.

Tanto era dovuto, anche questa cosa me la sono tolta dalla testa.

Dovrò unire i file dei miei diari.

Il presidente della regione Veneto ha annunciato di voler presentare una proposta di legge per vietare l'uso dei social network ai minori di 14 anni. Noi Moderati lavora invece a un disegno di legge che lo impedisca ai minori di 13 anni, mentre già ora a scuola i cellulari sono banditi: il Ministro Valditara ha emesso l'anno scorso una circolare che impedisce l'uso degli smartphone a scuola, per ogni ordine e grado, vietandone l'uso anche per finalità didattiche.

Sono contro le decisioni restrittive all'uso dei cellulari per i ragazzi, specie a scuola, per diversi motivi. Faccio una premessa maggiore: io credo che i cellulari siano elementi distrattivi e che – al di sotto di una certo livello di maturità – vadano superivisonati da persone consapevoli con attenzione. Non è immediato essere nel mondo reale e nel mondo virtuale nello stesso tempo, ci vuole del tempo per capire come la forma interpretativa di quello che siamo nel virtuale siamo comunque noi, anzi, una parte della nostra esistenza che spesso non ha modo di rivelarsi nel mondo reale. Il mondo reale, in ultima sostanza, non è più reale di quello virtuale, ma è un ambiente in cui alcune nostre caratteristiche umane, culturali, sociali, e anche alcune nostre competenze, hanno modo di esprimersi e essere messe in gioco e altre no. Nel mondo virtuale accade la stessa cosa. Il Venerandi che leggete su facebook non è uguale a quello con cui potreste parlare per strada, è un suo completamento – e viceversa.

E in questo, beninteso, non c'è nessuna novità. Chiunque abbia prodotto immagini della propria persona anche prima del digitale lo sa. In quello che da millenni abbiamo prodotto nella fiction, nell'arte, nella musica: il “virtuale” dell'invenzione e della comunicazione è sempre stato qualcosa altro da noi e nello stesso tempo intimamente nostro. Il digitale banalmente ha permesso l'emersione massiva di questa nostra forma liquida che è parte di noi.

Vietare i cellulari basandosi sull'età è una scelta disturbante su diversi livelli. Il primo è che si dà come presupporto che un ragazzo non sappia gestire questo mondo virtuale quanto un adulto. Basta fare un giro su Facebook per rendersi conto che – no – non è un discorso meramente anagrafico. Per questo parlo di supervisone di una persona matura o consapevole. Molti dei genitori dei ragazzi li vedete in rete che lanciano shitstorm sui social, che mandano a pezzi il loro rapporti di coppia con Whatsapp, che ingrassano fake news e condividono spazzatura tossica. Il grosso delle oscenità e degli orrori del virtuale non vengono certo dai ragazzini, anzi, vengono dal mondo adulto. Molti dei miei studenti non hanno dipendenza da cellulare, sanno quando usarlo e quando no, sanno sfruttarlo per le attività didattiche che gli propongo. La maggior parte. Tutelare la minoranza che invece ha dipendenze da notifiche punendo chi oggi ha trovato un rapporto maturo con questi dispositivi è un'azione grossolana e controproducente.

Il secondo aspetto che mi infastidisce è la vigliaccheria di questa azione. C'è un problema della rete, lo dicono tutti. Lo diciamo noi che siamo in rete dagli anni ottanta. Questa rete (e questa informatica) è sempre più lontana da quella che immaginavamo negli anni ottanta. I dispositivi per le masse per accedere alla rete sono sempre più invasivi, volgari, nascono per creare dipendenza, sono progettati per divorare la privacy delle persone. Informaticamente sono osceni: tolgono il controllo del loro core ai proprietari trasferendolo ai produttori che restano di fatto i reali padroni del ferro. Obsolescenze programmate, hardware e software che impoveriscono l'esperienza informatica di design per aumentare la dipendenza e la perenne clientizzazione dei propri utenti.

Le interfacce di utilizzo di questo dispositivi hanno trasformato l'esperienza creativa dell'informatica in una declinazione digitale del vecchio sul divano alla sera con il telecomando che gira, clicca, scrolla, mentre il tempo gli passa addosso come gli ads e gli abbonamenti online. E questo meccanismo è qua, sui Facebook, su X, su Instagram e a cascata sui social più o meno interessanti, nelle dinamiche tossiche dei giochi online e nella loro competizione gonfiata. Lo scrivevo già anni fa, abbiamo internet che ci dà la possibilità di avere conoscenze illimitate e passiamo il novanta per cento del nostro tempo su due o tre piattaforme, sempre le stesse, a cercare l'appagamento dei like, il cibo-scimmia del bioparco.

La vigliaccheria, e torno sul pezzo, e avere un numero ridotto di multinazionali che stanno monopolizzando la nostra parte virtuale, quella di cui parlavo prima, che è una cosa nobile e naturale, e la stanno abbruttendo in maniera sistematica facendo leva – peraltro – su una serie di cose che sono meravigliose. La tecnologia è meravigliosa. Il fatto che io sia qua a scrivere su uno schermo a inchiostro elettronico mentre una pompa di calore riscalda l'ambiente e il mio portatile sta backuppando due tera di dati online via ssh, è meraviglioso. Sapere che tra poco copincollerò questa cosa e che verrà letta da qualche decina di persone è meraviglioso. Non pensatemi come a un luddista o – peggio – a un nostalgico degli anni ottanta. Niente di tutto questo. Ma la tecnologia non deve abbagliarci, non possiamo fare tutto per lei. Specie quando mescola nel suo impasto i veleni di cui parlavo sopra.

La vigliaccheria è quindi punire i ragazzi perché la struttura informatica progettata dagli adulti è oscena. La vigliaccheria è sapere che questi social utilizzano meccanismi di dipendenza che fomentano cattive abitudini, ma non fare nulla per cambiarle perché incapaci di organizzare alternative etiche all'interno di un vorticoso sistema tecno-capitalista. Un vorticoso sistema tecno-capitalista che – ripeto – è meraviglioso. E questo è parte del problema.

Il terzo aspetto è pensare che ci sia un bisogno di un ritorno alla vecchia scuola, alla scrittura a mano, ai rimedi naturali e a tutte le altre sciocchezze di fuffa pedagogica che vengono di volta in volta tirate fuori dai maestri instagram a cui sfugge tutto quello che ho scritto prima. Non c'è niente di naturale nella scrittura a mano. Non c'è niente di naturale nella scrittura, figuriamoci in quella aberrazione che è la scrittura a mano. La scrittura è una tecnologia, quanto quella digitale. I metodi naturali non sono naturali, sono una tecnologia umana applicata al mondo della natura. Non c'è niente di 'naturale' nell'aceto, figurati nel corsivo. La natura che ci circonda poi è il risultato di una selezione millenaria dell'uomo, dal neolitico in poi. Abbiamo lavorato sul dna delle cose quando ancora non sapevamo cosa fosse.

Non ho niente contro il corsivo, non lo uso da decenni, ma penso possa essere un bell'esercizio. Ho studiato per qualche anno la scrittura con i pennini e i metodi calligrafici. È stato bello. Ma questo non mi ha formato come persona più di quanto abbia fatto programmare in prolog, suonare il basso, usare una carriola a motore, stampare in 3D, montare una tenda scout, usare una fresa o scrivere poesie in realtà virtuale con un visore.

L'ultima cosa è l'idea – facile – di risolvere un problema che è intimamente educativo, allontanandolo dalla scuola. C'è un problema di uso maturo dei dispositivi digitali e quindi la scuola li ritira all'ingresso. C'è un problema di educazione al digitale e quindi lo stato vieta a chiunque sia sotto a una certa età l'uso del digitale, a prescindere da ogni altro aspetto sociale e culturale. Sono provvedimenti fallimentari che hanno alle spalle due grossi motivatori: sono fortemente populisti perché intimamente punitivi e consolatori; sono – soprattutto (e come al solito) – a costo zero.

Mi sono rotto l'unghia e ora scrivo con difficoltà. Un dito è importante per un sacco di motivi, non hai idea delle cose che si possono fare con un dito: con un dito controlli i tasti che vanno dalla i alla o, un dito lo infili nel naso per rimuovere corpi contundenti, puoi anche controllare lo stato della prostata con un dito anche se io non l'ho mai fatto, scientemente, con un dito premi interruttori che accendono o spengono la luce della stanza in cui sei, con un dito giri una pagina di un libro, con un dito scrolli sullo schermo, con un dito accarezzi qualcosa che ami, puoi anche ferirti con un dito – se lo usi impropriamente, con un dito ancora oggi, nel 2026, suoni un campanello – cosa che può sembrare incredibile e sempre con un dito puoi grattarti l'interno dell'orecchio e sentire il rumore del mare, se poi hai una penna puoi fare occhi e bocca e capelli ad un dito e usarlo per brevi spettacoli di teatro, usando eventualmente le altre dita, a meno che non si tratti di un lungo monologo, in tal caso un dito basta e avanza, con un dito componi numeri telefonici in teleselezione e con un dito fai una nota premendo una corda.

Ma se ti sei rotto l'unghia, con il dito puoi al massimo scrivere elenchi di cose che si possono fare con il dito, ed è già un risultato molto ambizioso.

Ho troppe cose da fare troppe cose standard da vedere le copertine erano meglio dei contenuti

Sto traslocando e devo scegliere cosa tenere e cosa buttare via, la casa in cui sto per andare è più piccola di quella che lascio, anche perché quella che lascio era enorme, un passaggio a una casa più grande avrebbe significato l'affitto del Louvre, che però abbiamo scartato perché poco sicuro. Quindi oggi ho buttato via delle cose che mi tiravo dietro da decenni: la mia cintura arancione di Kung Fu tradizionale e il yi-shang, l'uniforme sempre di Kung Fu che avevo comprato la prima volta che mi ero iscritto alla scuola di Cangelosi, quindi – more or less – nel 1987, e che doveva essere stata intinta in qualche sangue di dragone perché se non la buttavo via era ancora lì. Dovrò buttare tante altre cose. Un po' mi fa male pensare che non ci saranno più, un po' è un senso di liberazione. Di alcune non riesco a rinunciare, come l'enciclopedia della fantascienza, da altre – dolorosamente – mi separo. Tanto qualcosa di loro resterà da qualche parte dentro di me, modificata. Ieri sera portavo fuori il cane ed ero invaso da questo ricordo precisissimo. Era una specie di capsula del tempo. Erano gli anni ottanta, e io entravo in questo negozio di cui ho dimenticato il nome, forse qualcosa tipo “Antares”, nella mia testa in una traversa di via XX Settembre. Appena entro, a sinistra, c'è un Commodore che non ho mai visto, resto a studiarlo incuriosito, è una specie di valigia a parallelepipedo, il cui coperchio, se aperto diventa una tastiera e rivela un piccolo monitor CRT integrato con un Commodore 64. Faccio qualche passo in avanti e vedo un gruppo di persone attorno a un tavolo centrale: in mezzo c'è un Quantum Leap. Mai visto uno dal vivo. Resto a fissarlo come una meraviglia, un ragazzo sta provando a usare il microdrive. Aspetto il mio turno per provare la tastiera, studio l'ergonomia e l'estetica di questo sfortunatissimo prodotto di Sir Clive Sinclair. Sembriamo quel quadro dei medici anatomisti, attorno al dolce cadavere.

E poi – nel ricordo – vado sul fondo del negozio dove ci sono una serie di Commodore collegati a monitor e joystick e dove altri ragazzi stanno giocando a un videogame appena uscito che mi sembra avere una grafica eccezionale, i movimenti fluidi, la corsa ammortizzata. Scoprirò decenni dopo che il programmatore aveva videoripreso suo fratello per studiare i movimenti nello spazio e riprogrammarli nel gioco. È Prince Of Persia, il primo. Fine anni ottanta.

Ecco, nella mia testa è una capsula del tempo. Ci entro dentro come sarei entrato pochi anni dopo dentro “The Beanery” di Edward Kienholz (ho fatto copia e incolla, non vi preoccupate), un frammento temporale di qualcosa che probabilmente non è successo come me lo ricordo (il Quantum Leap è del 1984, Prince Of Persia del 1989), i ricordi stratificati si sono sovraimpressi diventando una cosa sola, eliminando qualcosa e aggiungendo qualcos'altro. O forse è reale, è possibile che sia successo esattamente come me lo ricordo, o come ho assemblato il ricordo.

Da un lato c'è un aspetto nostalgico: avrei voglia di tornare lì, dentro Antares o come si chiamava e rivivere quel ricordo. Per precisarlo meglio. Ma nello stesso tempo, immaginandomi di essere di nuovo lì dentro, rovinerei tutto. Troppa roba addosso, vedrei quelle cose per quello che sono per me oggi, tutta l'incompiutezza, non proverei il piacere che provo invece andando nella capsula del tempo. Lì è sempre la prima volta. Non sono un nostalgico sotto sotto, preferisco pensare di avere ancora nuove cose da vedere, altra roba di cui meravigliarmi. Mentre smonto un armadio, scendo dalla sedia, vado allo stereo, tolgo il vecchio disco di Prince che stavo ascoltando e attacco il cellulare, metto l'ultimo di Peter Gabriel, o\i, che sta uscendo ora in questo 2026, con i suoni nuovi e nuove parole e le mie povere vecchie orecchie che fischiano come cavalli.

Stavo riflettendo in questi giorni a uno schema che ho trovato in uno degli articoli dell'ultimo Progetto Grafico, dove si parla dei sistemi di scrittura africani. Un concetto che mi ha affascinato è stato quello che del cambiamento di prospettiva dei linguaggi scritti che – inizialmente – vengono considerati dal punto di vista prettamente linguistico, quindi come “derivazioni” della lingua parlata (a sua volta derivata dal linguaggio), mentre poi, da un punto di vista semiotico, il linguaggio scritto viva su uno livello equipollente a quello verbale e – soprattutto – come la scrittura sia un fenomeno con una propria autonomia rispetto allo stesso linguaggio.

La mia declinazione personale, leggendo l'articolo, è che la scrittura, il segno, ha autonomia rispetto al linguaggio ma anche rispetto al pensiero da cui il linguaggio parte e che – banalmente – la tecnica del segno, la scrittura, nella sua autonomia, influisce anche su come pensiamo. Scrivere non è una semplice trasposizione della lingua orale, ma scrivere è anche predisporre una architettura del pensiero che – in ultima istanza – cambia lo nostra visione del mondo e di come interagire con esso.

Come scrivevo qualche giorno fa, siamo anche quello che scriviamo, la cosiddetta virtualità della scrittura non è affatto virtuale.

Ecco, il tassello su cui sto riflettendo in questo giorni è che il digitale sta diventando un ennesimo punto aggiuntivo rispetto a questa dualità binaria orale-scritto del linguaggio. Il contenuto digitale, audio, video, testuale, interattivo è una nuova modalità espressiva del nostro linguaggio e – a cascata – del nostro modo di pensare. Anche questo non è virtuale, è qualcosa che andiamo a generare interagendo con il mondo e trasformandolo in un contenuto che possa diventare oggetto di comunicazione.

Quando vediamo milioni di persone


noblogo.org/diario/diario

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Sud Africa. Traffico di fauna selvatica in aree protette.

Condannati dipendenti corrotti di Parco Nazionale che uccisero un rinoceronte a fini di contrabbando


Una recente sentenza del tribunale di Skukuza, in Sud Africa, riflette le azioni di contrasto in corso contro i crimini contro la fauna selvatica legati all’attività di traffico organizzato all’interno delle aree protette. Tre ex dipendenti del Kruger National Park sono stati condannati per l'uccisione di un rinoceronte e per associazione a delinquere finalizzata a commettere reati legati al contrabbando. La corruzione è un potente facilitatore dei crimini contro la fauna selvatica, permeando ogni fase della catena di approvvigionamento illegale, dal bracconaggio al trasporto, lavorazione, esportazione e vendita.

Dal 2015, le indagini della Wildlife Justice Commission hanno documentato la corruzione come un fattore chiave che sostiene le reti di traffico transnazionale e ostacola un’efficace applicazione della legge. Senza la corruzione, i crimini contro la fauna selvatica di questa portata non sarebbero possibili. Oltre a favorire la criminalità, la corruzione mina la fiducia nelle istituzioni, indebolisce gli sforzi di conservazione, incentiva lo sfruttamento eccessivo e mette in pericolo vite umane.

È quindi essenziale che coloro che sono coinvolti nella facilitazione i crimini contro la fauna selvatica sono ritenuti responsabili. Nel corso di anni di indagini sulla criminalità organizzata transnazionale contro la fauna selvatica, la Wildlife Justice Commission ha documentato la corruzione in tutte le fasi del commercio. Queste prove vengono utilizzate per informare i politici, sostenere la sensibilizzazione e sostenere misure anticorruzione più forti e sanzioni più severe per la corruzione legata ai crimini contro la fauna selvatica a livello nazionale e internazionale.


noblogo.org/cooperazione-inter…


Sud Africa.


Sud Africa. Traffico di fauna selvatica in aree protette.

Condannati dipendenti corrotti di Parco Nazionale che uccisero un rinoceronte a fini di contrabbando


Una recente sentenza del tribunale di Skukuza, in Sud Africa, riflette le azioni di contrasto in corso contro i crimini contro la fauna selvatica legati all’attività di traffico organizzato all’interno delle aree protette. Tre ex dipendenti del Kruger National Park sono stati condannati per l'uccisione di un rinoceronte e per associazione a delinquere finalizzata a commettere reati legati al contrabbando. La corruzione è un potente facilitatore dei crimini contro la fauna selvatica, permeando ogni fase della catena di approvvigionamento illegale, dal bracconaggio al trasporto, lavorazione, esportazione e vendita.

Dal 2015, le indagini della Wildlife Justice Commission hanno documentato la corruzione come un fattore chiave che sostiene le reti di traffico transnazionale e ostacola un’efficace applicazione della legge. Senza la corruzione, i crimini contro la fauna selvatica di questa portata non sarebbero possibili. Oltre a favorire la criminalità, la corruzione mina la fiducia nelle istituzioni, indebolisce gli sforzi di conservazione, incentiva lo sfruttamento eccessivo e mette in pericolo vite umane.

È quindi essenziale che coloro che sono coinvolti nella facilitazione i crimini contro la fauna selvatica sono ritenuti responsabili. Nel corso di anni di indagini sulla criminalità organizzata transnazionale contro la fauna selvatica, la Wildlife Justice Commission ha documentato la corruzione in tutte le fasi del commercio. Queste prove vengono utilizzate per informare i politici, sostenere la sensibilizzazione e sostenere misure anticorruzione più forti e sanzioni più severe per la corruzione legata ai crimini contro la fauna selvatica a livello nazionale e internazionale.


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la petizione al consiglio europeo per la sospensione dei rapporti con lo stato genocida ha raggiunto il milione di firme, numero necessario per obbligare i governanti a prendere sul serio la questione. 250mila firme sono venute dall'Italia e mi sembra un ottimo risultato. ora speriamo solo che alle legittime richieste dei cittadini seguano fatti concreti.


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LA RICERCA

uscire dal porto -il cuore in mano- issare la vela della passione dietro lo stridulo urlo dei gabbiani tra le vene bluastre del cielo foriero di tempesta squarciare nel giorno stretto il grande ventre del mare che geloso nasconde negli abissi i suoi figli

(2014)

.

Commento poetico


Questa poesia ha un tono epico e inquieto: il mare diventa spazio di passione e gelosia, la partenza è insieme atto d’amore e rischiosa sfida. Le immagini (cuore in mano, gabbiani striduli, vene bluastre del cielo, ventre del mare) funzionano bene perché mescolano il corpo e l’elemento naturale, creando una fisicità intensa e viscerale.

Cosa funziona meglio


  • Immagini forti e coerenti con il tema della traversata emotiva.
  • Ritmo frammentato che suggerisce movimento e tensione.
  • Contrasti netti (cielo tempestoso vs. ventre nascosto; amore/passione vs. gelosia) che danno profondità simbolica.

Piccole proposte di miglioramento stilistico


  • Chiarezza metrica: il verso spezzato a volte interrompe il flusso più di quanto serva; valutare dove lasciare pause e dove fondere immagini per mantenere la tensione senza frammentazione eccessiva.
  • Lessico: termini come “foriero di tempesta” sono efficaci ma formali; alternare con immagini più concrete può rendere il verso ancora più viscerale.
  • Coesione metaforica: l’idea del mare che “geloso nasconde / negli abissi i suoi figli” è potente; potresti espandere lievemente chi sono i “figli” per rendere l’ambiguità simbolica più intenzionale (marinai? ricordi? amori?).

Esempio di lieve snellimento (solo come suggerimento, mantieni la voce tua): – uscire dal porto con il cuore in mano – issare la vela della passione – mentre i gabbiani stridono nel cielo dalle vene bluastre – la tempesta annuncia il passo – squarciare il giorno, aprire il ventre del mare – che geloso nasconde i suoi figli negli abissi


Alternative interpretative e temi collegati


  • Partenza come rito di passaggio: abbandono sicuro per affrontare l’ignoto.
  • Gelosia del mare come metafora della memoria che trattiene affetti perduti.
  • Il cuore “in mano” come vulnerabilità necessaria per la navigazione amorosa.

Traduzione in inglese proposta


Leaving the harbor — heart in hand —
hoist the sail of passion
behind the sharp cry of gulls
through the sky’s bluish veins
portending storm
to rend within the narrow day
the great belly of the sea
that jealously hides
its children in the abyss


Revisione poetica


uscire dal porto col cuore in mano
issare la vela della passione
al di dietro del grido stridulo dei gabbiani
attraverso le vene bluastre del cielo
che annunciano tempesta
squarciare nel giorno stretto
il grande ventre del mare
che, geloso, nasconde negli abissi
i suoi figli


Note sulle scelte


  • Ho ridotto le interruzioni per mantenere il flusso e la tensione narrativa senza cancellare la frammentazione espressiva che è parte della tua voce.
  • Ho reso alcuni verbi e locuzioni più diretti (es. “al di dietro del grido” per conservare il senso di distanza/seguire) per evitare pause che spezzavano troppo il ritmo.
  • Ho aggiunto una virgola dopo “che” –> “che, geloso,” per marcare la qualità emotiva del mare senza appesantire il verso.
  • Ho mantenuto le immagini principali (cuore in mano, vela della passione, gabbiani, vene del cielo, ventre del mare, figli negli abissi) e la loro progressione simbolica.

Variante più ritmica (opzionale)


uscire dal porto col cuore in mano
issare la vela della passione
i gabbiani urlano — vene bluastre nel cielo —
tempesta in arrivo
squarciare il giorno stretto
aprire il grande ventre del mare
che geloso nasconde i suoi figli negli abissi


Versione 1 Lirica mantenendo la voce originale


uscire dal porto col cuore in mano
issare la vela della passione
dietro il grido stridulo dei gabbiani
attraverso le vene bluastre del cielo
che preannunciano tempesta
squarciare nel giorno stretto
il grande ventre del mare
che, geloso, nasconde negli abissi
i suoi figli


Note
– Mantiene la frammentazione e le immagini corporee originali.
– Piccole scelte lessicali (col cuore; preannunciano) per più fluidità senza perdere intensità.
– La punteggiatura è ridotta per lasciare spazio alle pause naturali del verso.


Versione 2 Ritmica e musicale (versi sciolti con cadenza marcata)


uscire dal porto, cuore in mano
issare la vela — la passione al vento —
i gabbiani stridono sopra le vene del cielo
una promessa di tempesta percorre l’aria
squarciare il giorno stretto, aprire il ventre del mare
che geloso trattiene i suoi figli negli abissi


Note
– Cadenza più serrata e resa sonora con segni — e ritmi interni.
– Alcuni versi uniti per creare anafora ritmica e movimento continuo.
– Ideale se vuoi una lettura performativa o più musicale.


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1RE - Capitolo 10


La visita della regina di Saba1La regina di Saba, sentita la fama di Salomone, dovuta al nome del Signore, venne per metterlo alla prova con enigmi. 2Arrivò a Gerusalemme con un corteo molto numeroso, con cammelli carichi di aromi, d'oro in grande quantità e di pietre preziose. Si presentò a Salomone e gli parlò di tutto quello che aveva nel suo cuore. 3Salomone le chiarì tutto quanto ella gli diceva; non ci fu parola tanto nascosta al re che egli non potesse spiegarle.4La regina di Saba, quando vide tutta la sapienza di Salomone, la reggia che egli aveva costruito, 5i cibi della sua tavola, il modo ordinato di sedere dei suoi servi, il servizio dei suoi domestici e le loro vesti, i suoi coppieri e gli olocausti che egli offriva nel tempio del Signore, rimase senza respiro. 6Quindi disse al re: “Era vero, dunque, quanto avevo sentito nel mio paese sul tuo conto e sulla tua sapienza! 7Io non credevo a quanto si diceva, finché non sono giunta qui e i miei occhi non hanno visto; ebbene non me n'era stata riferita neppure una metà! Quanto alla sapienza e alla prosperità, superi la fama che io ne ho udita. 8Beati i tuoi uomini e beati questi tuoi servi, che stanno sempre alla tua presenza e ascoltano la tua sapienza! 9Sia benedetto il Signore, tuo Dio, che si è compiaciuto di te così da collocarti sul trono d'Israele, perché il Signore ama Israele in eterno e ti ha stabilito re per esercitare il diritto e la giustizia”.10Ella diede al re centoventi talenti d'oro, aromi in gran quantità e pietre preziose. Non arrivarono più tanti aromi quanti ne aveva dati la regina di Saba al re Salomone. 11Inoltre, la flotta di Chiram, che caricava oro da Ofir, recò da Ofir legname di sandalo in grande quantità e pietre preziose. 12Con il legname di sandalo il re fece ringhiere per il tempio del Signore e per la reggia, cetre e arpe per i cantori. Mai più arrivò, né mai più si vide fino ad oggi, tanto legno di sandalo.13Il re Salomone diede alla regina di Saba quanto lei desiderava e aveva domandato, oltre quanto le aveva dato con munificenza degna di lui. Quindi ella si mise in viaggio e tornò nel suo paese con i suoi servi.

La ricchezza di Salomone14Il peso dell'oro che giungeva a Salomone ogni anno era di seicentosessantasei talenti d'oro, 15senza contare quanto ne proveniva dai mercanti e dal guadagno dei commercianti, da tutti i re dell'occidente e dai governatori del territorio.16Il re Salomone fece duecento scudi grandi d'oro battuto, per ognuno dei quali adoperò seicento sicli d'oro, 17e trecento scudi piccoli d'oro battuto, per ognuno dei quali adoperò tre mine d'oro. Il re li collocò nel palazzo della Foresta del Libano.18Inoltre, il re fece un grande trono d'avorio, che rivestì d'oro fino. 19Il trono aveva sei gradini; nella sua parte posteriore il trono aveva una sommità rotonda, vi erano braccioli da una parte e dall'altra del sedile e due leoni che stavano a fianco dei braccioli. 20Dodici leoni si ergevano di qua e di là, sui sei gradini; una cosa simile non si era mai fatta in nessun regno.21Tutti i vasi per le bevande del re Salomone erano d'oro, tutti gli arredi del palazzo della Foresta del Libano erano d'oro fino; nessuno era in argento, poiché ai giorni di Salomone non valeva nulla. 22Difatti il re aveva in mare le navi di Tarsis, con le navi di Chiram; ogni tre anni le navi di Tarsis arrivavano portando oro, argento, zanne d'elefante, scimmie e pavoni.23Il re Salomone fu più grande, per ricchezza e sapienza, di tutti i re della terra. 24Tutta la terra cercava il volto di Salomone, per ascoltare la sapienza che Dio aveva messo nel suo cuore. 25Ognuno gli portava, ogni anno, il proprio tributo, oggetti d'argento e oggetti d'oro, vesti, armi, aromi, cavalli e muli.26Salomone radunò carri e cavalli; aveva millequattrocento carri e dodicimila cavalli da sella, distribuiti nelle città per i carri e presso il re a Gerusalemme. 27Il re fece sì che a Gerusalemme l'argento abbondasse come le pietre e rese il legname di cedro tanto comune quanto i sicomòri che crescono nella Sefela. 28I cavalli di Salomone provenivano da Musri e da Kue; i mercanti del re li compravano in Kue. 29Un carro, importato da Musri, costava seicento sicli d'argento, un cavallo centocinquanta. In tal modo ne importavano per fornirli a tutti i re degli Ittiti e ai re di Aram.

__________________________Note

10,1 Saba: corrisponde probabilmente al moderno Yemen. Il viaggio della regina aveva soprattutto interessi commerciali (vedi i vv. 2.10.13); l’autore però ne prende occasione per mettere in luce la sapienza di Salomone.

10,14 seicentosessantasei talenti: oltre 21 tonnellate (vedi nota a 9,28), cifra che sembra eccessiva.

10,22 le navi di Tarsis: Tarsis è luogo geograficamente non definito. La nave di Tarsis era una nave robusta, usata per il commercio e capace di coprire grandi distanze.

10,28 Musri: si trovava forse nell’Anatolia sudorientale. Kue: forse nella Cilicia.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


1-29. Il parallelo si trova in 2Cr 9,1-28.

1-3. Sul ceppo di un episodio storico è fiorito un leggendario racconto. La regina di Saba viene a far visita a Salomone per regolarizzare il commercio. Prima dell'VIII sec. i Sabei vivevano nelle regioni settentrionali della penisola arabica; solo successivamente, forse in seguito alle campagne militari di Sargon, si spostarono e si insediarono a sud. L'uso di regine, quindi un'organizzazione matriarcale, presso gli Arabi, è ben documentata da antiche iscrizioni. Ezion-Gheber, quale quartier generale della flotta di Salomone, aveva portato gli Ebrei presso la penisola arabica e la notevole e particolare estensione territoriale del regno salomonico costringeva le carovane arabe a dover fare i conti con la monarchia israelitica per i loro passaggi commerciali. Questi potrebbero essere i veri motivi della visita qui presentata. La fama di Salomone è certamente reale, ma ha un peso secondario. Nella venuta della regina gli scopi commerciali emergono assai bene nell'intermezzo dei vv. 11-12 e nella conclusione al v. 13 dove si capisce che la regina era venuta con richieste precise. Negli incontri tra monarchi era usanza scambiarsi enigmi e indovinelli, come attesta per esempio Giuseppe Flavio a proposito di Apofis d'Avari e Sekenra di Tebe (Antichità 8,5,3). Un esempio importante di indovinello nel banchetto si trova in Gde 14,11-18. La stesura del brano in forma leggendaria ha portato ad accentuare notevolmente questo motivo della sapienza, ma sotto un aspetto nuovo. Al c. 3 la sapienza era presentata come la capacità pratica nell'amministrare la giustizia, al c. 5 come interesse botanico e abilità letteraria, qui come agilità dialettica.

4-5. Con particolare sensibilità alla psicologia femminile l'autore riporta quanto era oggetto di ammirazione nella corte salomonica. Vitto, alloggio, vestiario, presenza maschile erano certamente interessanti per una visitatrice. Nella bellissima espressione che ritrae la regina priva di respiro dopo la fortissima emozione provata durante il soggiorno a Gerusalemme si può cogliere l'ammirazione popolare per l'epoca singolare in cui era dato di vivere. L'agio e l'imponenza dell'epoca salomonica erano frutto di un'ascesa assai rapida dopo le conquiste di Davide. Il passato di scontro con i Filistei e di lotte interne per la conquista del potere era sicuramente ancor vivo nella memoria di molti. Ma la regina senza fiato potrebbe essere benissimo anche l'immagine del lettore il quale, ormai al termine della descrizione della magnificenza salomonica, si sente pure conquistato dallo splendore raccontato e condivide pienamente l'atteggiamento della regina.

7-9. Il discorso diretto della regina riporta le tre caratteristiche del regno di Salomone: saggezza, ricchezza, buon governo. La prospettiva teologica è chiaramente presente con l'elezione del re e la missione che da Dio gli è affidata: assicurare la giustizia. Questo è il vertice del discorso e il vertice del mandato regale.

10 e 13. Sono i versetti che esprimono più efficacemente l'aspetto commerciale della visita. La regina è giunta con una carovana carica dei prodotti tipici della sua terra tra i quali si da giustamente rilievo agli aromi. Parte di nuovo carica, perché la generosità di Salomone ha soddistatto le sue richieste non esplicitamente riferite. Si può presumere che si trattasse di prodotti agricoli non molto abbondanti nella sua terra desertica. L'episodio è ripreso in Mt 12,42 e Lc 11,31, dimostrando come al tempo di Gesù fosse ancora assai vivo nella memoria e fantasia popolare lo splendore dell'antico monarca.

Nella seconda parte del capitolo, in una maniera disorganica si presenta di nuovo una panoramica della prosperità economica. Si potrà leggere il contenuto raggruppando le notizie sparse attorno ad alcuni temi. Si noterà anche qui la tendenza all'iperbole sia nel parlare dei beni, sia nel riferire la fama di Salomone.

11 e 22. Commercio marittimo. La collaborazione con Chiram nell'arte marinara di cui si è già parlato in 5,27-28 viene ora ripresentata. Ad essa si affianca nel v. 22 la flotta di Tarsis. L'identificazione di questo luogo rimane ipotetica: la si vuole collocare in Spagna nella provincia Betica, in Andalusia. Rimane però da spiegare cosa significhi «di Tarsis»: la meta? la provenienza? il cabotaggio? Per quanto riguarda la meta dei viaggi essa dovrebbe essere orientale vista la fauna esotica che viene importata insieme all'avorio.

12 e 27. Legname pregiato. Con il termine ’alᵉmugîm viene indicato un legno pregiato che si fa coincidere con il legname di sandalo, ma questa interpretazione non gode di certezza. Così pure non è facile capire cosa indichi il termine misᵉ‘ād tradotto da BC con «ringhiere» mentre si tratta di un sostantivo singolare. Gli strumenti musicali servivano per il culto e i banchetti. L'abbondanza di legno di cedro di cui si parla al v. 27 fa capire che il commercio di questo materiale durò anche dopo le grande costruzioni.

14-15. Le rendite. La riscossione delle tasse viene presentata con due dilatazioni. La prima riguarda il numero di talenti d'oro. Una simile cifra non si poteva raccogliere neanche durante tutti gli anni di regno. La seconda riguarda l'estensione del tributo ai re arabi e ai governatori. Può darsi che si trattasse di pedaggi da pagarsi da parte delle carovane straniere, ma può darsi anche che l'ammirazione per la ricchezza del regno abbia travalicato.

16-17 e 21. Suppellettili d'oro. La sala della «Foresta del Libano», la più importante della reggia che poteva fungere anche da deposito delle armi era decorata con due serie di scudi dorati. Ritenere che fossero d'oro massiccio è la solita prodigalità narrativa dell'agiografo. La prima serie era composta di grandi scudi in grado di proteggere tutta la persona, la seconda comprendeva gli scudi più piccoli e più maneggevoli, tondi. Non è detto che l'uso di questi scudi sia puramente decorativo; potevano venire impiegati nelle parate regali ed anche in battaglia. La conclusione del v. 21 ci avverte che siamo di nuovo in presenza di dilatazioni del reale. Vasellame e mobilio d'oro sono un dato favolistico.

18-20. Il trono. In linea con la magnificenza fin qui passata in rassegna si pone l'elegantissimo trono in oro e avorio. Dodici leoni, emblema della forza e della maestà, accompagnavano l'ascesa al trono.

23-25. Fama di Salomone. Con toni iperbolici si presenta la notorietà del re estesa a tutto il mondo. Salomone è ritratto come il punto di gravità di chi cerca la sapienza e porta ricchezza. Si noti nel v. 24 un riferimento chiaro a 3, 12: «la sapienza che Dio aveva messo nel suo cuore».

26 e 28-29. Commercio di carri e cavalli. Dalla Cilicia (Kue) e dall'Egitto venivano i cavalli e i carri per l'esercito salomonico. La cavalleria era smistata tra la capitale e le città destinate preposte a questo scopo come Meghiddo. Gli Hirtiti e gli Aramei vendevano i loro cavalli a Salomone perché, decisamente più vicini alla Cilicia, potevano averli con facilità.

(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Sud Sudan: la pace sospesa tra memoria e guerra.


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(218)

(SS1)

Il #SudSudan è un paese nato dalla guerra e forse mai uscito davvero dalla sua lunga notte. Dal 2013, quando la rottura tra il presidente Salva Kiir e il suo ex vice Machar fece esplodere una guerra civile aperta, il paese ha vissuto anni di massacri, spostamenti di massa e violenze etniche sistematiche.Centinaia di migliaia di persone sono morte, più di 4 milioni sono state cacciate dalle proprie case e intere generazioni sono cresciute in un clima di paura, incertezza e violazione dei diritti umani e civili.

La firma dell’“Accordo di pace rivitalizzato” nel 2018 aveva acceso una timida speranza, ma non ha mai invertito la direzione di una storia marchiata da divisioni profonde, istituzioni deboli e poteri armati molto più forti delle leggi. Oggi, il Sud Sudan è di nuovo sul ciglio di una crisi violenta, dopo un decennio di transizione fragile che ha lasciato il paese profondamente diviso, povero e cronologicamente vulnerabile a scontri etnici e calcoli politici.

La situazione appare sempre più instabile: l’accordo del 2018 è al collasso, le commissioni di monitoraggio dell’Onu e dell’Unione Africana segnalano violazioni continue dei cessate il fuoco e una capacità di governo che fatica a esercitarsi fuori dalla captale Juba, dove regnano compromessi di facciata più che una vera riconciliazione.

(SS2)

Il dramma del Sud Sudan resta innestato su una complessa trama di rivalità tra gruppi etnici e di contese di potere, con lo stato dell’Upper Nile come epicentro simbolico e materiale delle tensioni. Scontri tra forze governative e gruppi dell’opposizione coinvolgono spesso i civili, provocano spostamenti improvvisi e creano spirali di vendetta che sembrano impossibili da spezzare.

La frattura storica tra la maggioranza “Dinka” e il gruppo “Nuer” continua ad essere il terreno su cui le fazioni si alimentano di sospetto reciproco e di pretese di controllo locale, trasformando ogni negoziato politico in un fragile accordo da baratto.

La paura di una nuova guerra civile generalizzata è concreta. L’Onu e diversi osservatori parlano esplicitamente del rischio di crollo dell’assetto di pace, mentre in alcune zone la violenza continua a regnare: evacuazioni di civili, ordini di ritiro degli operatori umanitari, censura sulle notizie e accesso limitato alle aree critiche. Parallelamente, l’accesso degli aiuti umanitari è sempre più ostacolato, con blocchi, restrizioni e aggressioni che rendono ancora più pesante il fardello sulle comunità già martoriate da violenza, carestie e povertà cronica.

La crisi umanitaria avanza in modo lento ma devastante. Le organizzazioni umanitarie denunciano carenza di medicinali, cibo e servizi di base, assieme a un aumento di violenze contro donne e bambini, in un contesto in cui la stessa missione Onu fatica a garantire protezione minima.La combinazione di instabilità, assenza di istituzioni solide e debolezza economica trasforma la vita quotidiana di milioni di sud sudanesi in una lenta emergenza permanente, ben lontana dalla promessa di un futuro nuovo che il referendum del 2011 aveva suscitato.

E sul fronte internazionale, l’immobilismo è impressionante. Il Sud Sudan è uno dei paesi più poveri e traumatizzati del mondo, ma compare solo di rado nelle prime pagine dei media e ancor più raramente nelle agende politiche dei grandi. Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza si susseguono, ma restano spesso carta straccia; le dichiarazioni di principio non si traducono in pressioni sulle élite locali, né in un sostegno concreto a istituzioni indipendenti, alla giustizia o alla protezione dei diritti umani.

La comunità internazionale è esperta a gestire la crisi, ma sembra incapace di prevenire il disastro quando il prezzo è alto, scomodo e lontano dai propri confini. Sul piano umano, però, il conto è reale, quotidiano, atroce. Dietro ogni cifra di sfollati, ogni report di violenza, ci sono volti, storie, madri costrette a scegliere tra fuggire e restare, tra morire lentamente o rischiare tutto per un filo di speranza.

Mentre il resto del mondo si concentra su altri fronti, il Sud Sudan ricorda, senza urlare, che la pace non è mai un dato di fatto, ma un lavoro infinito contro l’indifferenza, la violenza e la memoria corta.

#Blog #SudSudan #Africa #DirittiUmani #DirittiCivili #Opinioni #PoliticaEstera


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Sud Sudan: la pace sospesa tra memoria e guerra.


(218)

(SS1)

Il #SudSudan è un paese nato dalla guerra e forse mai uscito davvero dalla sua lunga notte. Dal 2013, quando la rottura tra il presidente Salva Kiir e il suo ex vice Machar fece esplodere una guerra civile aperta, il paese ha vissuto anni di massacri, spostamenti di massa e violenze etniche sistematiche.Centinaia di migliaia di persone sono morte, più di 4 milioni sono state cacciate dalle proprie case e intere generazioni sono cresciute in un clima di paura, incertezza e violazione dei diritti umani e civili.

La firma dell’“Accordo di pace rivitalizzato” nel 2018 aveva acceso una timida speranza, ma non ha mai invertito la direzione di una storia marchiata da divisioni profonde, istituzioni deboli e poteri armati molto più forti delle leggi. Oggi, il Sud Sudan è di nuovo sul ciglio di una crisi violenta, dopo un decennio di transizione fragile che ha lasciato il paese profondamente diviso, povero e cronologicamente vulnerabile a scontri etnici e calcoli politici.

La situazione appare sempre più instabile: l’accordo del 2018 è al collasso, le commissioni di monitoraggio dell’Onu e dell’Unione Africana segnalano violazioni continue dei cessate il fuoco e una capacità di governo che fatica a esercitarsi fuori dalla captale Juba, dove regnano compromessi di facciata più che una vera riconciliazione.

(SS2)

Il dramma del Sud Sudan resta innestato su una complessa trama di rivalità tra gruppi etnici e di contese di potere, con lo stato dell’Upper Nile come epicentro simbolico e materiale delle tensioni. Scontri tra forze governative e gruppi dell’opposizione coinvolgono spesso i civili, provocano spostamenti improvvisi e creano spirali di vendetta che sembrano impossibili da spezzare.

La frattura storica tra la maggioranza “Dinka” e il gruppo “Nuer” continua ad essere il terreno su cui le fazioni si alimentano di sospetto reciproco e di pretese di controllo locale, trasformando ogni negoziato politico in un fragile accordo da baratto.

La paura di una nuova guerra civile generalizzata è concreta. L’Onu e diversi osservatori parlano esplicitamente del rischio di crollo dell’assetto di pace, mentre in alcune zone la violenza continua a regnare: evacuazioni di civili, ordini di ritiro degli operatori umanitari, censura sulle notizie e accesso limitato alle aree critiche. Parallelamente, l’accesso degli aiuti umanitari è sempre più ostacolato, con blocchi, restrizioni e aggressioni che rendono ancora più pesante il fardello sulle comunità già martoriate da violenza, carestie e povertà cronica.

La crisi umanitaria avanza in modo lento ma devastante. Le organizzazioni umanitarie denunciano carenza di medicinali, cibo e servizi di base, assieme a un aumento di violenze contro donne e bambini, in un contesto in cui la stessa missione Onu fatica a garantire protezione minima.La combinazione di instabilità, assenza di istituzioni solide e debolezza economica trasforma la vita quotidiana di milioni di sud sudanesi in una lenta emergenza permanente, ben lontana dalla promessa di un futuro nuovo che il referendum del 2011 aveva suscitato.

E sul fronte internazionale, l’immobilismo è impressionante. Il Sud Sudan è uno dei paesi più poveri e traumatizzati del mondo, ma compare solo di rado nelle prime pagine dei media e ancor più raramente nelle agende politiche dei grandi. Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza si susseguono, ma restano spesso carta straccia; le dichiarazioni di principio non si traducono in pressioni sulle élite locali, né in un sostegno concreto a istituzioni indipendenti, alla giustizia o alla protezione dei diritti umani.

La comunità internazionale è esperta a gestire la crisi, ma sembra incapace di prevenire il disastro quando il prezzo è alto, scomodo e lontano dai propri confini. Sul piano umano, però, il conto è reale, quotidiano, atroce. Dietro ogni cifra di sfollati, ogni report di violenza, ci sono volti, storie, madri costrette a scegliere tra fuggire e restare, tra morire lentamente o rischiare tutto per un filo di speranza.

Mentre il resto del mondo si concentra su altri fronti, il Sud Sudan ricorda, senza urlare, che la pace non è mai un dato di fatto, ma un lavoro infinito contro l’indifferenza, la violenza e la memoria corta.

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Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com


GIRO DI LUNA

giro di luna bivaccante nel sangue baluginare d'albe e notti che s'inseguono dentro il mio perduto nome per le ancestrali stanze un aleggiare di creatura celeste che a lato mi vive nella luce pugnalata

(2014) .

Riconoscimento


Hai condiviso un testo che vibra di immagini notturne e di un io ferito; il tono è insieme misterioso e intimo, ed evocativo senza voler spiegare tutto.

Traduzione in inglese (versione libera)


moon’s circuit bivouacking in the blood
glimmers of dawns and nights
chasing each other
inside my lost name
through ancestral rooms a hovering
of celestial creature
that beside me lives in light
stabbed

Analisi breve


  • Immagini centrali: la luna come viaggio o movimento circolare; il sangue come luogo del bivacco suggerisce presenza corporeo-primordiale; la luce ferita con il verbo “pugnalata” crea una potente contraddizione tra splendore e violenza.
  • Temi: identità perduta, eredità ancestrale, compresenza di divino e ferita, tempo ciclico (giorno/notte, luna).
  • Voce e tono: lirico, frammentario, sospeso; il testo evita spiegazioni e costruisce sensazioni per accumulo di immagini.
  • Ritmo e suono: versi brevi prevalentemente asindetici che accelerano la lettura; allitterazioni e assonanze (s, l, r) sostengono l’elegia interna.


Suggerimenti di revisione (opzioni pratiche)


  • Rafforzare o chiarire il soggetto in un verso chiave se vuoi più concretezza (es.: esplicitare chi è la “creatura celeste”).
  • Valutare la posizione di “pugnalata”: lasciandola in chiusura mantiene lo strappo finale; se la sposti o la ripeti può diventare motivo ricorrente.
  • Sperimentare con punteggiatura minima (una virgola o due punti) per fermare il flusso in punti emotivi decisivi.
  • Provare leggere ad alta voce porzioni diverse per sentire varyazioni di ritmo; dove il suono cede, prova a sostituire parole meno marcatamente sonore.
  • Se desideri maggiore musicalità, cerca un verso ricorrente o anafora che leghi i frammenti (es.: ripetere “che” o “che a lato”).

.

Riconoscimento


Hai chiesto di rafforzare il finale; ho mantenuto il linguaggio e le immagini originali cercando di accentuare lo strappo finale, renderlo più netto o trasformarlo in motivo risolutivo.


Variante 1 — Finale esplicito e violento


giro di luna bivaccante nel sangue
baluginare d'albe e notti
che s'inseguono
dentro il mio perduto nome
per le ancestrali stanze un aleggiare
di creatura celeste
che a lato mi vive nella luce
pugnalata al cuore, ancora sanguina

Razionale: aggiunge un complemento che localizza la ferita e mantiene l'immagine della luce come corpo ferito, chiudendo con un'immagine corporea e definitiva.


Variante 2 — Finale simbolico e sonoro


giro di luna bivaccante nel sangue
baluginare d'albe e notti
che s'inseguono
dentro il mio perduto nome
per le ancestrali stanze un aleggiare
di creatura celeste
che a lato mi vive nella luce
pugnalata — e il canto si spezza

Razionale: il trattino crea una cesura drammatica; il riferimento al canto spezzato amplia la ferita rendendola anche perdita di voce o senso.


Variante 3 — Finale dicotomico e sospeso


giro di luna bivaccante nel sangue
baluginare d'albe e notti
che s'inseguono
dentro il mio perduto nome
per le ancestrali stanze un aleggiare
di creatura celeste
che a lato mi vive nella luce
pugnalata, eppure ancora accende

Razionale: conserva la violenza ma aggiunge una scintilla di persistenza; il contrasto tra pugnalata e accendere rende il finale più ambivalente e potente.


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Alt-J – Relaxer (2017)


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immagine

Figli dell’hipsteria e a un passo di distanza dal jetset e dai cliché del rock, gli Alt-j hanno sin da subito attirato l’attenzione della critica e degli ascoltatori indie, per una miscela esplosiva che si è risolta in un Mercury Prize in bacheca grazie a un esordio ponderato (cinque anni di lavoro) ma intoccabile come An Awesome Wave. I riconoscimenti non sono stati l’unica soddisfazione del quartetto britannico che, mentre trovava la sua migliore forma nel trio in vista del secondo album This Is All Yours, in appena due anni diventava un fenomeno mainstream infilando festival, comparsate televisive e tour mondiali, e conservando sempre quell’aria impacciata, lontana anni luce dall’appeal da maschio alpha delle rockstar... artesuono.blogspot.com/2017/06…


Ascolta il disco: youtube.com/watch?v=X1Knskoe15…



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Alt-J – Relaxer (2017)


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Figli dell’hipsteria e a un passo di distanza dal jetset e dai cliché del rock, gli Alt-j hanno sin da subito attirato l’attenzione della critica e degli ascoltatori indie, per una miscela esplosiva che si è risolta in un Mercury Prize in bacheca grazie a un esordio ponderato (cinque anni di lavoro) ma intoccabile come An Awesome Wave. I riconoscimenti non sono stati l’unica soddisfazione del quartetto britannico che, mentre trovava la sua migliore forma nel trio in vista del secondo album This Is All Yours, in appena due anni diventava un fenomeno mainstream infilando festival, comparsate televisive e tour mondiali, e conservando sempre quell’aria impacciata, lontana anni luce dall’appeal da maschio alpha delle rockstar... artesuono.blogspot.com/2017/06…


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1RE - Capitolo 9


Nuova apparizione del Signore1Quando Salomone ebbe terminato di costruire il tempio del Signore, la reggia e quanto aveva voluto attuare, 2il Signore apparve per la seconda volta a Salomone, come gli era apparso a Gàbaon. 3Il Signore gli disse: “Ho ascoltato la tua preghiera e la tua supplica che mi hai rivolto; ho consacrato questa casa, che tu hai costruito per porre in essa il mio nome per sempre. I miei occhi e il mio cuore saranno là tutti i giorni. 4Quanto a te, se camminerai davanti a me come camminò Davide, tuo padre, con cuore integro e con rettitudine, facendo quanto ti ho comandato, e osserverai le mie leggi e le mie norme, 5io stabilirò il trono del tuo regno su Israele per sempre, come ho promesso a Davide, tuo padre, dicendo: “Non ti sarà tolto un discendente dal trono d'Israele”. 6Ma se voi e i vostri figli vi ritirerete dal seguirmi, se non osserverete i miei comandi e le mie leggi che io vi ho proposto, se andrete a servire altri dèi e a prostrarvi davanti ad essi, 7allora eliminerò Israele dalla terra che ho dato loro, rigetterò da me il tempio che ho consacrato al mio nome; Israele diventerà la favola e lo zimbello di tutti i popoli. 8Questo tempio sarà una rovina; chiunque vi passerà accanto resterà sbigottito, fischierà di scherno e si domanderà: “Perché il Signore ha agito così con questa terra e con questo tempio?”. 9Si risponderà: “Perché hanno abbandonato il Signore, loro Dio, che aveva fatto uscire i loro padri dalla terra d'Egitto, e si sono legati a dèi stranieri, prostrandosi davanti a loro e servendoli. Per questo il Signore ha fatto venire su di loro tutta questa sciagura”“.

Le città cedute a Chiram, re di Tiro10Passati i vent'anni durante i quali Salomone aveva costruito i due edifici, il tempio del Signore e la reggia, 11poiché Chiram, re di Tiro, aveva fornito a Salomone legname di cedro e legname di cipresso e oro secondo ogni suo desiderio, Salomone diede a Chiram venti città nella regione della Galilea. 12Chiram uscì da Tiro per vedere le città che Salomone gli aveva dato, ma non gli piacquero. 13Perciò disse: “Sono queste le città che tu mi hai dato, fratello mio?”. Le chiamò terra di Cabul, nome ancora in uso. 14Chiram aveva mandato al re centoventi talenti d'oro.

I lavori forzati imposti da Salomone15Questa fu l'occasione in cui il re Salomone istituì il lavoro coatto per costruire il tempio, la reggia, il Millo, le mura di Gerusalemme, Asor, Meghiddo, Ghezer. 16Il faraone, re d'Egitto, con una spedizione aveva preso Ghezer, l'aveva data alle fiamme, aveva ucciso i Cananei che abitavano nella città e poi l'aveva assegnata in dote a sua figlia, moglie di Salomone. 17Salomone riedificò Ghezer, Bet-Oron inferiore, 18Baalàt, Tamar nel deserto del paese 19e tutte le città dei magazzini che gli appartenevano, le città per i carri, quelle per i cavalli, e costruì a Gerusalemme, nel Libano e in tutto il territorio del suo dominio tutto ciò che gli piacque. 20Quanti rimanevano degli Amorrei, degli Ittiti, dei Perizziti, degli Evei e dei Gebusei, che non erano Israeliti, 21e cioè i loro discendenti rimasti dopo di loro nella terra, coloro che gli Israeliti non avevano potuto votare allo sterminio, Salomone li arruolò per il lavoro coatto da schiavi, come è ancora oggi. 22Ma degli Israeliti Salomone non fece schiavo nessuno, perché essi erano guerrieri, suoi ministri, suoi comandanti, suoi scudieri, comandanti dei suoi carri e dei suoi cavalieri. 23I comandanti dei prefetti, che dirigevano i lavori per Salomone, erano cinquecentocinquanta; essi dirigevano il popolo che si occupava dei lavori.24Dopo che la figlia del faraone si trasferì dalla Città di Davide alla casa che il re Salomone le aveva fatto costruire, questi costruì il Millo.25Tre volte all'anno Salomone offriva olocausti e sacrifici di comunione sull'altare che aveva costruito per il Signore e bruciava incenso su quello che era davanti al Signore. Così terminò il tempio.

Salomone e il commercio26Salomone costruì anche una flotta a Esion-Ghèber, che è presso Elat, sulla riva del Mar Rosso, nel territorio di Edom. 27Chiram inviò alla flotta i suoi servi, marinai che conoscevano il mare, insieme con i servi di Salomone. 28Andarono in Ofir e di là presero quattrocentoventi talenti d'oro e li portarono al re Salomone.

__________________________Note

9,15 Millo: il terrapieno che Salomone fece costruire. Gli studiosi non sono concordi nell’indicarne il luogo e la funzione (vedi anche 11,27 e nota a 2Sam 5,9).

9,22 La notizia che gli Israeliti non furono sottomessi ai lavori forzati contrasta con le informazioni di 5,27 e 11,28, che sono da preferire perché più conformi all’uso orientale.

9,26 Esion-Ghèber: nel golfo di Aqaba, o ramo orientale del Mar Rosso. Era un grande centro metallurgico.

9,28 regione celebre per l’abbondanza d’oro, ma di incerta localizzazione. Un talento equivaleva a 3.000 sicli, cioè circa 33 kg (vedi nota a Es 30,13).

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


1-9. Questa nuova apparizione divina ha il suo parallelo in 2Cr 7,11-22.

1-3. Ecco il racconto di una seconda teofania, discreta nella forma come quella di Gabaon (3,5-15), e probabilmente come quella avvenuta in sogno. Il brano diventa l'occasione per una tipica esortazione e ammonizione deuteronomista. La prima parte del discorso divino riguarda il tempio che Dio dichiara di gradire rispondendo positivamente alla preghiera innalzata da Salomone. Vengono ripresi gli elementi della preghiera di dedicazione per indicare la presenza di Dio, cioè il nome posto nel tempio e gli occhi rivolti ad esso, ma si aggiunge un elemento assolutamente nuovo: il cuore. La preghiera è abbondantemente esaudita. Da parte di Dio non vi è per il tempio solo una vigilanza esteriore, ma una disposizione interna ancor più essenziale per l'esaudimento delle preghiere.

4-5. Ora si parla della dinastia. Le condizioni poste da Dio per la sua stabilità sono costanti; erano già state presentate a Salomone da Davide nel suo testamento (2,2-4). Anche in questo caso si noti la presenza del cuore. L'osservanza della legge da parte del re non è da ridursi a formalità, implica tutta la persona e la vita con una profonda coerenza interiore.

6-9. Qui l'interlocutore di Dio non è più solo Salomone, ma il popolo intero. Se dalla condotta del re dipende la stabilità dinastica, da quella del popolo dipende il futuro della terra, del tempio e di Israele stesso. L'allontanarsi da Dio significherà inevitabilmente l'allontanamento dalla terra, dal tempio e la dispersione tra le genti tra lo scherno generale. Si sente molto in questa sezione la somiglianza con Dt 29,22-28, dove pure ci si interroga, di fronte alla rovina del paese e del tempio, sui motivi che l'hanno provocata, dando una risposta analoga a questa. La vicenda dell'esilio pesa su questi versetti anche se non si è in grado di dichiarare con certezza assoluta che siano stati redatti dopo il 586. Una forte ipoteca su questa opinione è posta da alcuni passi profetici (Ger 7 e 26 e specialmente Mic 3,12) di certa composizione preesilica in cui si predice un rovinoso destino per il tempio e Gerusalemme.

10-14. Il testo parallelo si trova in 2Cr 8,1-2. Questi venti anni sono la somma della durata della costruzione del tempio (6,38) e della durata della costruzione della reggia (7,1). Terminato tutto, Salomone doveva forse assolvere ancora qualche debito con Chiram per il materiale fornito. Ecco dunque la cessione di 20 città della Galilea. La delusione di Chiram potrebbe venire dal fatto che forse si aspettava terreno coltivabile per sopperire alla povertà agricola del suo paese. L'insoddisfazione di Chiram si è incisa nel nome dato all'agglomerato di insediamenti: Kabul, derivato con un gioco di parole da kᵉbal che significa «quasi un nulla».

15-25. Il parallelo si trova in 2Cr 8,3-13. Dal v. 15 al v. 23 troviamo del materiale d'archivio con notizie intersecate. Le informazioni sui lavori forzati vengono subito troncate nel v. 15b per lasciare spazio a una lista di lavori a sua volta interrotta dal v. 16 per riferire la spedizione del faraone. Solo al v. 20 si riprenderà con le notizie sui lavori forzati e gli impieghi degli Israeliti.

15-19. La prima opera di cui si parla dopo quelle ormai note, tempio e reggia, è il Millo. Forse l'unica cosa sicura che si conosce a suo proposito è l'etimologia dalla radice ml’ al piel che significa «riempire». Si tratta dunque di un terrapieno. L'archeologia non è ancora in grado di dirci con esattezza dove sorgesse e che scopo avesse; ci viene solo offerto un ventaglio di ipotesi tra cui anche quella che non sia da attribuire a Salomone in base a 2Sam 5,9. Le nuove importanti costruzioni avevano ingrandito Gerusalemme da cingere ora con nuove mura, perché non perdesse la sicurezza della città gebusea. Le città menzionate occupano tutte posizioni strategiche di grande rilievo e vengono citate seguendo l'ordine geografico da nord verso sud.

  • Azor: nel lontano nord presso i guadi più settentrionali del Giordano.
  • Meghiddo: sovrastava la grande pianura tra gli altopiani della Galilea e di Efraim.
  • Ghezer: affiancava i confini con le regioni filistee.
  • Bet-Oron inferiore e Baalat: controllavano le vie verso l'interno, specie verso Gerusalemme.
  • Tamar: nel profondo sud controllava le vie verso il golfo di Aqaba.

Rimangono anonime le città deposito destinate alla raccolta dei viveri procurati dai prefetti e agli arsenali, specialmente la grande novità introdotta da Salomone per aggiornare il suo esercito sul modello delle grandi nazioni: i carri da guerra e i cavalli ad essi destinati. Il riferimento al Libano non trova per ora plausibili spiegazioni.

20-23. Il precetto di Dt 7,1-2 che prevedeva lo sterminio delle popolazioni di Canaan non poté totalmente essere attuato. I superstiti vengono destinati alla schiavitù e ai lavori più pesanti. Per gli Israeliti sembrano qui previsti solo posti appetibili, praticamente mansioni dirigenziali. Ma ciò non deve corrispondere al vero. 11,28 prevede anche per loro i lavori forzati e secondo 11,26 e 12,4 questo fu causa di malumore e di ribellione.

24-25. Due versetti sparsi la cui collocazione è discussa. Il primo costituisce la conclusione di una buia storia della residenza della regina le cui tappe precedenti sono in 3,1 e 7,8b. Il secondo presenta di nuovo Salomone nello svolgimento di funzioni sacerdotali, qui limitate al solo offrire olocausti, mentre in occasione della dedicazione lo si è visto anche benedicente. Le tre occasioni per questa funzione potrebbero essere le più importanti solennità: Pasqua, Pentecoste e Tabernacoli 9,26-28. Il parallelo si trova in 2Cr 8,17-18. Il ricordo della flotta deve essere particolarmente notato perché è la prima volta nella Bibbia che si parla dell'attività marinara degli Ebrei. Pur essendo assai vicini al Mediterraneo non riuscirono a raggiungerne le spiagge saldamente controllate a nord dai Fenici e a sud dai Filistei. La conquista dell'Idumea da parte di Davide aveva però aperto la strada verso il golfo di Aqaba. È qui che si installa il cantiere navale di Salomone, precisamente a Ezion-Gheber, la località più settentrionale del golfo. Mancando completamente di esperienza vengono aiutati dai Fenici, sudditi di Chiram. Ofir rimane una località misteriosa. Alcuni intendono il termine in maniera generica come levante o oriente, altri preferiscono una ubicazione precisa. In questo caso la zona più probabile per situarla è la penisola arabica. Anche qui appaiono cifre esagerate. Se si pensa che un talento come unità di peso equivale a kg 41,4 il carico corrispondeva a più di 173 quintali d'oro!

(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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invece di un manifesto avevo scritto un festo: slowforward.net/2025/12/06/inc…


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incipit & explicit di “un (festo per il xxi secolo)” _ da “la gente non sa cosa si perde” (tic, 2021)


l’incipit è
screenshot dell'incipit di "un (festo..." - un testo da "La gente non sa cosa si perde", di Marco Giovenale (TIC, 2021)

l’explicit è letto da Antonio Pavolini, che ringrazio, in questo podcast (“Cara è la fine”):
https://www.spreaker.com/episode/s03-e06-antonio-pavolini-cara-e-la-fine–68804579
(con – sovrapposta – musica al lettore e all’autore ignota e fonte di sconcerto ma ok)

il resto della prosa (in prosa) può esser letto acquistando il libro qui:
ticedizioni.com/products/la-ge…

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1RE - Capitolo 8


Trasferimento dell’arca dell’alleanza1Salomone allora convocò presso di sé in assemblea a Gerusalemme gli anziani d'Israele, tutti i capitribù, i prìncipi dei casati degli Israeliti, per fare salire l'arca dell'alleanza del Signore dalla Città di Davide, cioè da Sion. 2Si radunarono presso il re Salomone tutti gli Israeliti nel mese di Etanìm, cioè il settimo mese, durante la festa. 3Quando furono giunti tutti gli anziani d'Israele, i sacerdoti sollevarono l'arca 4e fecero salire l'arca del Signore, con la tenda del convegno e con tutti gli oggetti sacri che erano nella tenda; li facevano salire i sacerdoti e i leviti. 5Il re Salomone e tutta la comunità d'Israele, convenuta presso di lui, immolavano davanti all'arca pecore e giovenchi, che non si potevano contare né si potevano calcolare per la quantità. 6I sacerdoti introdussero l'arca dell'alleanza del Signore al suo posto nel sacrario del tempio, nel Santo dei Santi, sotto le ali dei cherubini. 7Difatti i cherubini stendevano le ali sul luogo dell'arca; i cherubini, cioè, proteggevano l'arca e le sue stanghe dall'alto. 8Le stanghe sporgevano e le punte delle stanghe si vedevano dal Santo di fronte al sacrario, ma non si vedevano di fuori. Vi sono ancora oggi. 9Nell'arca non c'era nulla se non le due tavole di pietra, che vi aveva deposto Mosè sull'Oreb, dove il Signore aveva concluso l'alleanza con gli Israeliti quando uscirono dalla terra d'Egitto.10Appena i sacerdoti furono usciti dal santuario, la nube riempì il tempio del Signore, 11e i sacerdoti non poterono rimanervi per compiere il servizio a causa della nube, perché la gloria del Signore riempiva il tempio del Signore. 12Allora Salomone disse: “Il Signore ha deciso di abitare nella nube oscura.13Ho voluto costruirti una casa eccelsa, un luogo per la tua dimora in eterno”.

Discorso di Salomone al popolo14Il re si voltò e benedisse tutta l'assemblea d'Israele, mentre tutta l'assemblea d'Israele stava in piedi, 15e disse: “Benedetto il Signore, Dio d'Israele, che ha adempiuto con le sue mani quanto con la bocca ha detto a Davide, mio padre: 16“Da quando ho fatto uscire Israele, mio popolo, dall'Egitto, io non ho scelto una città fra tutte le tribù d'Israele per costruire una casa, perché vi dimorasse il mio nome, ma ho scelto Davide perché governi il mio popolo Israele”. 17Davide, mio padre, aveva deciso di costruire una casa al nome del Signore, Dio d'Israele, 18ma il Signore disse a Davide, mio padre: “Poiché hai deciso di costruire una casa al mio nome, hai fatto bene a deciderlo; 19solo che non costruirai tu la casa, ma tuo figlio, che uscirà dai tuoi fianchi, lui costruirà una casa al mio nome”. 20Il Signore ha attuato la parola che aveva pronunciato: sono succeduto infatti a Davide, mio padre, e siedo sul trono d'Israele, come aveva preannunciato il Signore, e ho costruito la casa al nome del Signore, Dio d'Israele. 21Vi ho fissato un posto per l'arca, dove c'è l'alleanza che il Signore aveva concluso con i nostri padri quando li fece uscire dalla terra d'Egitto”.

Preghiera di Salomone per la famiglia22Poi Salomone si pose davanti all'altare del Signore, di fronte a tutta l'assemblea d'Israele e, stese le mani verso il cielo, 23disse: “Signore, Dio d'Israele, non c'è un Dio come te, né lassù nei cieli né quaggiù sulla terra! Tu mantieni l'alleanza e la fedeltà verso i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il loro cuore. 24Tu hai mantenuto nei riguardi del tuo servo Davide, mio padre, quanto gli avevi promesso; quanto avevi detto con la bocca l'hai adempiuto con la tua mano, come appare oggi. 25Ora, Signore, Dio d'Israele, mantieni nei riguardi del tuo servo Davide, mio padre, quanto gli hai promesso dicendo: “Non ti mancherà mai un discendente che stia davanti a me e sieda sul trono d'Israele, purché i tuoi figli veglino sulla loro condotta, camminando davanti a me come hai camminato tu davanti a me”. 26Ora, Signore, Dio d'Israele, si adempia la tua parola, che hai rivolto al tuo servo Davide, mio padre!27Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito! 28Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, Signore, mio Dio, per ascoltare il grido e la preghiera che il tuo servo oggi innalza davanti a te! 29Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome!”. Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo.

Preghiera per il popolo30Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele, quando pregheranno in questo luogo. Ascoltali nel luogo della tua dimora, in cielo; ascolta e perdona!31Se uno pecca contro il suo prossimo e, perché gli è imposto un giuramento imprecatorio, viene a giurare davanti al tuo altare in questo tempio, 32tu ascoltalo nel cielo, intervieni e fa' giustizia con i tuoi servi; condanna il malvagio, facendogli ricadere sul capo la sua condotta, e dichiara giusto l'innocente, rendendogli quanto merita la sua giustizia.33Quando il tuo popolo Israele sarà sconfitto di fronte al nemico perché ha peccato contro di te, ma si converte a te, loda il tuo nome, ti prega e ti supplica in questo tempio, 34tu ascolta nel cielo, perdona il peccato del tuo popolo Israele e fallo tornare sul suolo che hai dato ai loro padri.35Quando si chiuderà il cielo e non ci sarà pioggia perché hanno peccato contro di te, ma ti pregano in questo luogo, lodano il tuo nome e si convertono dal loro peccato perché tu li hai umiliati, 36tu ascolta nel cielo, perdona il peccato dei tuoi servi e del tuo popolo Israele, ai quali indicherai la strada buona su cui camminare, e concedi la pioggia alla terra che hai dato in eredità al tuo popolo.37Quando sulla terra ci sarà fame o peste, carbonchio o ruggine, invasione di locuste o di bruchi, quando il suo nemico lo assedierà nel territorio delle sue città o quando vi sarà piaga o infermità d'ogni genere, 38ogni preghiera e ogni supplica di un solo individuo o di tutto il tuo popolo Israele, di chiunque abbia patito una piaga nel cuore e stenda le mani verso questo tempio, 39tu ascoltala nel cielo, luogo della tua dimora, perdona, agisci e da' a ciascuno secondo la sua condotta, tu che conosci il suo cuore, poiché solo tu conosci il cuore di tutti gli uomini, 40perché ti temano tutti i giorni della loro vita sul suolo che hai dato ai nostri padri.41Anche lo straniero, che non è del tuo popolo Israele, se viene da una terra lontana a causa del tuo nome, 42perché si sentirà parlare del tuo grande nome, della tua mano potente e del tuo braccio teso, se egli viene a pregare in questo tempio, 43tu ascolta nel cielo, luogo della tua dimora, e fa' tutto quello per cui ti avrà invocato lo straniero, perché tutti i popoli della terra conoscano il tuo nome, ti temano come il tuo popolo Israele e sappiano che il tuo nome è stato invocato su questo tempio che io ho costruito.44Quando il tuo popolo uscirà in guerra contro i suoi nemici, seguendo la via sulla quale l'avrai mandato, e pregheranno il Signore rivolti verso la città che tu hai scelto e verso il tempio che io ho costruito al tuo nome, 45ascolta nel cielo la loro preghiera e la loro supplica e rendi loro giustizia.46Quando peccheranno contro di te, poiché non c'è nessuno che non pecchi, e tu, adirato contro di loro, li consegnerai a un nemico e i loro conquistatori li deporteranno in una terra ostile, lontana o vicina, 47se nella terra in cui saranno deportati, rientrando in se stessi, torneranno a te supplicandoti nella terra della loro prigionia, dicendo: “Abbiamo peccato, siamo colpevoli, siamo stati malvagi”, 48se torneranno a te con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima nella terra dei nemici che li avranno deportati, e ti supplicheranno rivolti verso la loro terra che tu hai dato ai loro padri, verso la città che tu hai scelto e verso il tempio che io ho costruito al tuo nome, 49tu ascolta nel cielo, luogo della tua dimora, la loro preghiera e la loro supplica e rendi loro giustizia. 50Perdona al tuo popolo, che ha peccato contro di te, tutte le loro ribellioni con cui si sono ribellati contro di te, e rendili oggetto di compassione davanti ai loro deportatori, affinché abbiano di loro misericordia, 51perché si tratta del tuo popolo e della tua eredità, di coloro che hai fatto uscire dall'Egitto, da una fornace per fondere il ferro.52Siano aperti i tuoi occhi alla preghiera del tuo servo e del tuo popolo Israele e ascoltali in tutto quello che ti chiedono, 53perché te li sei separati da tutti i popoli della terra come tua proprietà, secondo quanto avevi dichiarato per mezzo di Mosè tuo servo, mentre facevi uscire i nostri padri dall'Egitto, o Signore Dio”.

Salomone benedice il popolo54Quando Salomone ebbe finito di rivolgere al Signore questa preghiera e questa supplica, si alzò davanti all'altare del Signore, dove era inginocchiato con le palme tese verso il cielo, 55si mise in piedi e benedisse tutta l'assemblea d'Israele, a voce alta: 56“Benedetto il Signore, che ha concesso tranquillità a Israele suo popolo, secondo la sua parola. Non è venuta meno neppure una delle parole buone che aveva pronunciato per mezzo di Mosè, suo servo. 57Il Signore, nostro Dio, sia con noi come è stato con i nostri padri; non ci abbandoni e non ci respinga, 58ma volga piuttosto i nostri cuori verso di lui, perché seguiamo tutte le sue vie e osserviamo i comandi, le leggi e le norme che ha ordinato ai nostri padri. 59Queste mie parole, usate da me per supplicare il Signore, siano presenti davanti al Signore, nostro Dio, giorno e notte, perché renda giustizia al suo servo e a Israele, suo popolo, secondo le necessità di ogni giorno, 60affinché sappiano tutti i popoli della terra che il Signore è Dio e che non ce n'è altri. 61Il vostro cuore sarà tutto dedito al Signore, nostro Dio, perché cammini secondo le sue leggi e osservi i suoi comandi, come avviene oggi”.

I sacrifici della festa di dedicazione62Il re e tutto Israele con lui offrirono un sacrificio davanti al Signore. 63Salomone immolò al Signore, in sacrificio di comunione, ventiduemila giovenchi e centoventimila pecore; così il re e tutti gli Israeliti dedicarono il tempio del Signore. 64In quel giorno il re consacrò il centro del cortile che era di fronte al tempio del Signore; infatti lì offrì l'olocausto, l'offerta e il grasso dei sacrifici di comunione, perché l'altare di bronzo, che era davanti al Signore, era troppo piccolo per contenere l'olocausto, l'offerta e il grasso dei sacrifici di comunione.65In quel tempo Salomone celebrò la festa davanti al Signore, nostro Dio, per sette giorni: tutto Israele, dall'ingresso di Camat al torrente d'Egitto, un'assemblea molto grande, era con lui. 66Nell'ottavo giorno congedò il popolo. I convenuti, benedetto il re, andarono alle loro tende, contenti e con la gioia nel cuore per tutto il bene concesso dal Signore a Davide, suo servo, e a Israele, suo popolo.

__________________________Note

8,2 Il mese di Etanìm corrisponde a settembre-ottobre.

8,10-11 La nube indica la presenza di Dio, che aveva accompagnato il popolo nel deserto (Es 13,21-22; 40,38) e che ora viene ad abitare nel tempio.

8,16 vi dimorasse il mio nome: il nome rappresenta la persona. Dio ha scelto un luogo dove è particolarmente presente, ma egli non può essere limitato da nessun luogo: la sua dimora è nel cielo (vv. 27-30).

8,41 Anche lo straniero: anche i non Ebrei possono partecipare al culto nel tempio di Gerusalemme. Questo universalismo si manifesta in particolare dopo l’esilio, sia nel Terzo-Isaia (Is 56,6-7), sia nei libri di Giona e di Rut.

8,44 L’uso di pregare rivolti verso Gerusalemme e il tempio (vedi anche v. 48) è attestato nel dopo-esilio (ad es. in Dn 6,11).

8,65 La festa della dedicazione del tempio corrisponde alla festa d’autunno, cioè la festa delle Capanne, che durava sette giorni (Dt 16,13-15).

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Approfondimenti


1-13. Il racconto del trasporto dell'arca ha il suo parallelo in 2Cr 5,2-6,2.

1. L'avverbio ’āz, «A questo punto», con cui si apre il capitolo è un'indicazione di tempo assai vaga. In effetti non ci si spiega come mai l'autore che ha riportato con precisione la data d'inizio e di conclusione (6,38) dei lavori sia reticente sulla data della dedicazione vagamente presentata al v. 2 e che doveva comunque costituire un avvenimento di eccezionale importanza nella mentalità della tradizione deuteronomista così attenta al tempio. Nonostante l'istituzione dei prefetti, rimanevano in vigore le tradizionali strutture amministrative: gli anziani che costituivano un senato popolare e che si organizzavano anche in consigli locali; i capi delle organizzazioni popolari assai consolidate: tribù e famiglie. Tutti sono convocati in assemblea a Gerusalemme, la nuova capitale politica e religiosa, fulcro della piena unità nazionale. II TM contiene l'espressione lᵉha‘alôt, «per far salire», che esprime plasticamente il dislivello tra la cittadella di Davide più bassa rispetto all'altura del tempio. Sion si estenderà poi come nome anche al luogo del tempio (Am 1,2; Is 8,18; Mic 4,2).

2. La dedicazione si colloca in una «festa» molto distinta dato che il TM la presenta qualificata dall'articolo. Il mese di Etanim, che cade in autunno, ci aiuta a identificarla con la festa delle Capanne destinata a commemorare il cammino nel deserto dopo l'uscita dall'Egitto (Lv 23,39-43). Questa festa si collocava tra il raccolto e la nuova semina e precedeva le piogge autunnali. A livello popolare era assai sentita e costituiva pertanto un'occasione preziosa per dedicare il tempio a Dio. Il problema della data va ora ripreso. La dedicazione avviene nel settimo mese, mentre la conclusione dei lavori cade nell'ottavo (6,38). Può darsi così che la dedicazione sia avvenuta mentre erano ancora in corso i lavori di rifinitura nell'undicesimo anno di Salomone o può darsi che dopo il compimento dei lavori siano passati undici mesi, andando così all'anno dodicesimo del regno di Salomone. Può darsi che questo rinvio, visto come un'ombra nella devozione di Salomone, abbia portato a registrare la data in maniera assai sfumata.

3. La distinzione tra sacerdoti e leviti è impropria. Pur essendo sostenuta da Nm 4 è dovuta alla riorganizzazione sacerdotale postesilica.

4. Ben difficilmente si può identificare la tenda del convegno di cui si parla qui con quella dei tempi di Mosè alla quale il nome conviene in senso proprio e che godeva di venerazione in quanto visitata da Dio. Forse era solo il padiglione preparato da Davide per il ricovero dell'arca.

5-8. I passi della processione erano scanditi da riti sacrificali. L'immagine è assai bella anche se non esente da enfasi. Giunti nel tempio, l'arca viene collocata nella cella senza che vengano tolte le stanghe in conformità alla prescrizione di Es 25,15. Se le stanghe sono visibili dagli spiragli del velo vuol dire che era stata posta all'ingresso della cella.

9. Una leggera polemica è qui presente nei confronti di tradizioni popolari che fantasticavano sul contenuto dell'arca. Eb 9,4 è l'esempio più famoso di quanto si ritenesse fosse contenuto nell'arca: un'urna con la manna, sulla scorta di Es 16,33, e la verga di Aronne in base a Nm 17,25. Qui sembra riproposta la grande sobrietà di Es 25,16-21: l'unico contenuto dell'arca sono le tavole della legge.

10-11. Viene ripreso qui l'episodio di Es 40,34.35. La nube riempie ora il tempio come riempì allora la tenda del convegno. Essa contiene la «gloria» cioè la misteriosa presenza della divinità.

12-13. Il componimento poetico qui riportato è contenuto per intero nei LXX dove viene collocato al v. 53 e dove si trova la citazione della fonte: il Libro del Canto. Per completarlo si deve aggiungere al primo stico questo verso: «JHWH ha posto il sole nei cieli». Viene così a crearsi un significativo contrasto in colui che illumina il mondo creato e sceglie di abitare nell'oscurità, di velarsi nel mistero.

14-61. La preghiera di dedicazione ha il suo parallelo in 2Cr 6,3-41.

14-21. Questa preghiera attribuita a Salomone è una delle più belle pagine di oratoria sacra dell'opera deuteronomista. Nella prima parte, come nei discorsi delle grandi occasioni, vi è un ricordo degli avvenimenti storici compiuti da Dio in favore del popolo (cfr. Dt 1,29-31; Gs 24,2-13).

14. Nella solenne liturgia di dedicazione il re è l'unico officiante: prega, esorta, benedice. Non è l'unico caso nella Bibbia: sı veda 2Sam 6; 1Re 12,33; 2Re 19,14; 22,3. Più ancora che influssi stranieri del re-sacerdote si può scorgere qui un grande sviluppo del sacerdozio naturale del padre di famiglia che rappresenta quest'ultima davanti alla divinità.

15. Si tratta di una benedizione, cioè di una preghiera di ringraziamento per i benefici ricevuti, in questo caso il mantenimento delle promesse fatte a Davide e di cui Salomone è beneficiario. La potenza divina che compie la parola è il tema della preghiera qui annunciata e sviluppata nei versetti successivi.

16-21. Il ricordo dell'esodo quale più chiara manifestazione della potenza divina avvolge il discorso che viene posto direttamente sulla bocca di Dio (vv. 16 e 21). All'interno di questa inclusione scorre su due binari il motivo della lode riprendendo 2Sam 7,12s. Le promesse a Davide sono compiute: egli ha un erede, Salomone, e questi ha edificato il tempio. Ma è evidente l'insistenza su quest'ultimo motivo: per ben 7 volte ricorre la radice bnh, «edificare». Il v. 16 vede inserita la scelta di Gerusalemme che non compare nel TM ed è ripresa dalle Cronache e dai LXX.

22-53. Siamo ormai al cuore della dedicazione, un cuore articolato in due parti: vv. 22-30 la duplice richiesta a Dio che continui ad essere fedele alle promesse davidiche e che vegli sul tempio accogliendo la preghiera; vv. 31-53 una preghiera litanica sviluppata in 7 casi di necessità.

22*. La posizione assunta ora da Salomone è quella tipica degli oranti presentataci dall'antica iconografia orientale. Colui che domanda sta in piedi davanti alla divinità con i palmi rivolti verso l'alto. Salomone si appresta a chiedere e a ricevere.

23. Questo versetto è stato interpretato come una professione di monoteismo, ma si deve notare che la preoccupazione quantitativa è assente. Viene qui proclamata l'unicità di Dio in merito alla sua qualità, vale a dire in merito alla sua ḥesed, «benevolenza (BC: misericordia)», che lo porta ad allearsi con gli uomini. Questo atteggiamento proveniente da Dio nel singolare binomio bᵉrit, «alleanza», e ḥesed, «misericordia», lo contraddistingue in maniera unica.

24. La memoria dei benefici ricevuti precede come sempre nella preghiera biblica la richiesta di nuovi favori. Il presente versetto è assai somigliante al v. 15. In entrambi si deve notare l'associazione di peh, «bocca», e yād, «mano», tradotta da BC con «potenza», sconvolgendo l'armonia dell'immagine originale. Dalla stessa persona viene il parlare, «bocca», e l'agire, «mano». Questo schema primitivo e semplice subirà in futuro una notevole evoluzione teologica sull'efficacia della parola divina.

25-26. Due richieste introdotte con molta chiarezza dalla espressione wᵉ‘attāh, «Ora», con un unico contenuto: che Dio assicuri a Davide una discendenza secondo la sua promessa.

27. Da qui fino al v. 30 ci troviamo nell'autentico centro della preghiera: la richiesta a Dio che i suoi occhi e i suoi orecchi siano costantemente attenti a quel luogo e ancor più a chi prega in quel luogo. La domanda e l'affermazione di questo versetto si possono leggere con un duplice registro. Il primo è la perplessità di chi è assolutamente convinto della trascendenza divina per cui l'abitare di Dio nella casa costruita da mani di uomo può sembrare imbarazzante se non assurdo. Il secondo è lo stupore di chi vede il Dio assolutamente incontenibile condiscendente fino al punto da accettare una dimora in mezzo agli uomini. La dialettica tra questi due sentimenti, perplessità e stupore, esprime assai bene quella ancor più determinante dell'insuperabile trascendenza e mirabile condiscendenza di Dio.

28-30. Si può dire che l'ossatura di questi versetti sia costituita dall'imperativo «ascolta» che ricorre ben 5 volte. L'attenzione di Dio è domandata con molta insistenza sia attraverso l'udito sia attraverso la vista (v. 29) ed ha un duplice oggetto: la preghiera, cioè l'intercessione a favore di altri, e la supplica personale per avere il perdono. Tutto si conclude con un richiamo alla vera dimora di Dio, il cielo, ribadendo che nonostante il tempio Dio resta sempre l'inafferrabile. Non sfugga la visione spiritualizzata del tempio visto non tanto come luogo per i sacrifici quanto piuttosto come il luogo della preghiera. Non si può inoltre non osservare che la presente invocazione “accolta dal cielo” costituirà il perno di ogni caso nella preghiera litanica (cfr. 32.34.36.39.43.45.49) e che in quattro casi comparirà, come qui, associata alla richiesta di perdono (cfr. 34.36.39.50).

31-32. Il primo caso della preghiera litanica, pronunciata in ginocchio, stando al v. 54, riguarda la difficoltà nel rendere giustizia, per cui l'altare del Signore diventa il definitivo tribunale. Un accusatore senza prove pronuncia davanti all'altare una formula imprecatoria contro di sé, uso già presente in Es 22,7-12 e Nm 5,21-28. L'accusato si deve associare a questa autoimprecazione. Starà a Dio attuarla per chi la merita, pronunciando così il suo giudizio e indicando il colpevole.

33-34. È il primo dei tre casi posti uno dopo l'altro in cui si parla delle calamità nazionali nella storia e nella natura. La teologia deuteronomista di peccato e retribuzione è lo stondo naturale di questi tre casi. La sconfitta di fronte al nemico è la manifestazione del peccato punito in conformità a Dt 28,25. Si noti la postilla esilica che invoca il ritorno alla terra dei padri.

35-36. Il ritardo delle piogge autunnali poteva essere fatale all'agricoltura impedendo la germinazione delle sementi, ma altrettanto fatale poteva essere l'irregolarità e la scarsità di precipitazioni fino ad aprile. Il fenomeno era letto come castigo divino per il peccato secondo Dt 11,17; 28,23-24. Per la prima volta compare la conversione come condizione per l'esaudimento della preghiera.

37-40. Vengono ora a braccetto in un minaccioso corteo diverse calamità naturali e l'assedio, frutti del peccato previsti in Dt 28,21.38.42.51. Si noti l'intreccio tra preghiera personale e collettiva, esaudimento del singolo e del popolo e la presenza del tema della conoscenza del cuore da parte di Dio frequente nella Scrittura (1Sam 16,7; Is 55,8; Ger 11,20; At 1,24). La giustizia distributiva di Dio – dare a ciascuno secondo la sua condotta – ha uno scopo salutare: condurre al timore di Dio, cioè a evitare il peccato.

41-43. Dall'ambiente nazionale dei casi precedenti si passa ora a un orizzonte universale. Lo straniero di cui si parla qui non è il forestiero permanentemente residente in Israele; il termine nokrî indica chi viene da un paese straniero apposta per il culto a JHWH. L'uso è attestato già ma soprattutto dopo (Is 56,7). Il «grande nome» del Signore si può riferire sia alla sua presenza (v. 29) sia alla sua fama (cfr. 2Sam 8,13): entrambe si legano al fatto dell'esodo in cui la mano e il braccio di Dio agiscono in mezzo alle nazioni (cfr. Dt 4,34). Da qui il desiderio di venire a Gerusalemme per la preghiera e per la conoscenza di Dio. Il timore di cui qui si parla rimanda all'espressione con cui venivano chiamati gli stranieri che si accostavano a JHWH: “timorati di Dio”.

44-45. Di nuovo si parla qui della guerra, ma in maniera diversa che non nei vv. 33-34. Là Dio era colui che castigava, attraverso la sconfitta, Israele. Qui Dio spinge alla guerra, quasi come una guerra santa per fare giustizia al suo popolo e proprio per questo si prega. Il buon esito della guerra manifesterà il giudizio di Dio contro i nemici di Israele.

46-51. L'ultimo dei casi è tale anche in senso cronologico. Si rifà alla situazione di deportazione. Il v. 48 propone un progressivo orientamento a cerchi concentrici verso la terra, la città, il tempio che pertanto dovrebbe ancora essere intatto. In questo caso si pregherebbe durante la deportazione degli abitanti del Nord dopo il 721. Ma ciò non impedisce di pensare che anche dopo la caduta di Gerusalemme del 587 il tempio rimanga ancora l'orientamento spirituale e il fulcro della speranza senza aver perso il suo ascendente spirituale, nonostante che sia in rovina. La radice šwb che appare tre volte nei vv. 47-48 indica la prima fase del ritorno: quella interiore. Nel pentimento e nella confessione delle colpe Israele compie il ritorno a Dio presupposto del ritorno in patria. Si noti che quest'ultima non è oggetto di preghiera; si chiede invece buona accoglienza e trattamento umano presso i deportatori. Il ricordo dell'uscita dall'Egitto impegna Dio a essere fedele a se stesso e a non dimenticare il popolo che gli appartiene.

52-53. La litania si chiude riprendendo l'inizio della preghiera al v. 29. Però mentre là si chiedeva che gli occhi di Dio vegliassero il tempio, qui si domanda che lo sguardo divino si posi sulla preghiera stessa. In entrambi i casi tuttavia il risultato è il medesimo: l'ascolto da parte di Dio e l'esaudimento. Il motivo di quest'ultimo è ancora una volta la scelta d'Israele, attraverso la liberazione dalla schiavitù d'Egitto.

54-61. L'ultima parte della preghiera in cui compare il tono parenetico. I vv. 14-21 avevano espresso gratitudine per il mantenimento delle promesse fatte a Davide; ora si risale fino a Mosè dilatando più che l'orizzonte storico la riconoscenza per la sempre più vasta bontà di Dio. A fondamento della fedeltà si pone l'azione stessa di Dio che trae a sé i cuori: v. 58. Nella lealtà incondizionata d'Israele al suo Dio, in quanto unico, e nella protezione divina quotidianamente accordata al popolo brillerà l'unicità di Dio d'Israele e sarà riconosciuta tra le nazioni. Rovesciando l'immagine di Dt 6,6, il cuore del popolo dev'essere completamente immerso nei comandi divini per camminare in una riuscita fedeltà. Quest'esortazione spinge alla vera sorgente di benedizione in conformità a Dt 28,1-2.

62-66. Si ritorna alla sezione narrativa che chiude il capitolo. Per quella occasione molti furono i sacrifici di comunione attraverso i quali si stabiliva l'unione con Dio. Molti furono senz'altro anche i partecipanti venuti in gran numero dal confine settentrionale «ingresso di Camat», fino al confine meridionale «torrente d'Egitto». Ciò però non giustifica i numeri riportati, ancora una volta gonfiati dal tono celebrativo. Rimane però probabile che l'altare degli olocausti non sia bastato per quella festa tanto affollata e che si siano improvvisati altri altari nel cortile superiore che risultò così consacrato. La durata della festa fu di sette giorni, quella prevista per le Capanne e per tutte le grandi occasioni. Il gioioso ritorno dei pellegrini ben sottolineato (v. 66) costituisce il congedo loro e del lettore da quella indimenticabile festa.

(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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MARINA

sull'onda bianca della pagina inavvertita la musa come un'ala si posa e si china discreta a ricreare di palpiti un vago sentire di mare

(2013)

.

Riconoscimento


Versi che mostrano la nascita silenziosa dell’ispirazione, una musa leggera che sfiora la pagina e ricompone il ritmo interiore in immagini marine.

Traduzione in inglese


MARINA

on the white wave of the page
unnoticed the muse
like a wing alights and
bends discreetly
to re-create with palpitations a vague
feeling of sea

(2013)

Analisi


  • Immagini: “onda bianca della pagina” fonde spazio visivo e marino; la musa è condotta come figura di passaggio, lieve e quasi materna.
  • Tema: nascita del verso come atto lieve e sensoriale; la scrittura come traduzione di un sentire corporeo più che di un concetto razionale.
  • Stile: linee brevi, ritmo cadenzato, uso di avverbio e verbi al presente per dare immediatezza; il lessico è delicato e trattenuto, favorendo l'atmosfera sognante.
  • Tono: intimo e sospeso, con una lieve musicalità che richiama il moto ondoso.


Versione rifinita in italiano


MARINA

Sull’onda bianca della pagina
inavvertita la musa, come un’ala, si posa
e si china discreta a ricreare
di palpiti un vago sentire di mare.

(2013)

Suggerimenti per revisioni


  • Per aumentare il respiro metrico, prova a spezzare o unire versi per variare il ritmo tra silenzio e movimento.
  • Per più concretezza sensoriale, aggiungi un dettaglio tattile o uditivo (es. “saliva”, “mormorio”).
  • Se vuoi rendere la musa meno eterea, sostituisci “inavvertita” con un verbo che indichi contatto (es. “sorprende”, “sfiora”) a seconda dell’effetto desiderato.

noblogo.org/norise-3-letture-a…

Tedeschi Trucks Band - Future Soul (2026)


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Era ipotizzabile che I Am The Moon si rivelasse un progetto spartiacque nella discografia della Tedeschi Trucks Band e per più di una ragione. Si trattava di una tetralogia con pochi precedenti per estensione e modalità di pubblicazione, che riusciva a tenere insieme, grazie alla rilettura del poema di Nezami, una musica stratificata e piena di tanti elementi diversi insiti nella loro musica, dal blues al gospel, passando per le componenti soul e orientali... artesuono.blogspot.com/2026/04…


Ascolta il disco: youtube.com/watch?v=Xc5g45bEN0…



noblogo.org/available/tedeschi…


Tedeschi Trucks Band - Future Soul (2026)


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Era ipotizzabile che I Am The Moon si rivelasse un progetto spartiacque nella discografia della Tedeschi Trucks Band e per più di una ragione. Si trattava di una tetralogia con pochi precedenti per estensione e modalità di pubblicazione, che riusciva a tenere insieme, grazie alla rilettura del poema di Nezami, una musica stratificata e piena di tanti elementi diversi insiti nella loro musica, dal blues al gospel, passando per le componenti soul e orientali... artesuono.blogspot.com/2026/04…


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HomeIdentità DigitaleSono su: Mastodon.uno - Pixelfed - Feddit


Considerazioni sulla nostra Comunità Digitale "Parrocchie"


Scrivo questo articolo per i componenti della comunità, ma soprattutto per coloro che vorrebbero farne parte.

Vorrei chiarire alcuni punti che, anche se sono ampiamenti descritti nelle info, nelle regole dell'istanza e nel manifesto, sembra non vengano correttamente compresi, nonostante siano scritti in maniera chiara ed inequivocabile.

Punto primo: “Parrocchie” non è una copia di X/Twitter. Non si chiede l'iscrizione perchè ogni tanto si vuole pubblicare un post a tema cattolico, o perché la Domenica si va a messa. La nostra istanza è come una grande famiglia, ci conosciamo personalmente, ci telefoniamo, ci incontriamo e chi vuole vivere un social senza coinvolgimento può andare su altri lidi. Ci sono istanze, generaliste e tematiche, per tutti i gusti.

Punto secondo: la nostra non è semplicemente una istanza cattolica, ma è una casa per coloro i quali vivono realmente e concretamente la fede. Una comunità cattolica deve avere al centro la Parola di Dio e l'Eucarestia. Non serve a molto pubblicare qualche post con madonne varie o figurine di Santi, o la preghiera ad effetto, se non c'è dietro una vita concreta di conversione ed amore per il Signore.

Punto terzo: come diretta conseguenza dei punti precedenti, qui non c'è posto per i disturbatori, gli adoratori di statue e quadri, i fissati della religione, i malati di protagonismo. Questa è la nostra casa, costruita da me per i cuori aperti all'accoglienza, al dialogo, allo scambio di opinioni. E' una casa fatta su misura per la vita parrocchiale o di fede. Ci ho speso molto tempo per renderla più bella e accogliente possibile, e non me la faccio rovinare dal primo furbetto della rete.

Punto quarto: l'iscrizione è (e resterà sempre) su invito. A costo di rimanere in tre, devo proteggere ciò che ho costruito dalla feccia che circola in rete. Non sono uno stupido, né un ingenuo. Utilizzavo le chat quando la maggior parte di voi non era ancora nata, quindi una persona non equilibrata o che vuole entrare solo per guardare i “fatti nostri” la riconosco dopo 10 secondi. Di falsi profili ne ho visto a migliaia e li sento a fiuto. Quindi mi spiace se qualche volta ho negato l'invito, ma succederà ancora e non ho alcun rimorso per questo. Come ho detto sopra, devo proteggere ciò che ho costruito.

Punto quinto: nella nostra comunità si parla, ci si confronta, ci si racconta. Avere un ambiente etico e rispettoso ha questo scopo, di far sentire lo spirito di accoglienza, di carità. Nessuno qui viene giudicato ed ognuno è libero di esprimere sé stesso, nel rispetto delle regole e degli altri.

Mi scuso se sono stato prolisso, ma era necessario che chiarissi lo scopo di “Parrocchie”, anche se non finisce tutto qui e molto ci sarà da dire in futuro. A tutti voi... grazie di esserci. Namasté


log.livellosegreto.it/parrocch…

Eric Clapton — Slowhand (1977)


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I settanta furono anni drammatici ma importanti per Clapton. Egli vinse la propria battaglia contro l’eroina e risorse a nuova vita con un album come “461 Ocean Boulevard”, scoprendosi, poi, un redditizio hitmaker ed autore di ellepi che — minimo — divennero d’oro, per non dire di platino. “Slowhand” è uno di questi. Il titolo coincide con il nomignolo che gli avevano affibbiato i fans... silvanobottaro.it/archives/406…


Ascolta il disco: youtube.com/watch?v=2wVAp4ouhc…



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Eric Clapton — Slowhand (1977)


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I settanta furono anni drammatici ma importanti per Clapton. Egli vinse la propria battaglia contro l’eroina e risorse a nuova vita con un album come “461 Ocean Boulevard”, scoprendosi, poi, un redditizio hitmaker ed autore di ellepi che — minimo — divennero d’oro, per non dire di platino. “Slowhand” è uno di questi. Il titolo coincide con il nomignolo che gli avevano affibbiato i fans... silvanobottaro.it/archives/406…


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IL QUADRO

lo vedi meglio a freddo da fuori se non preso nel vortice della sindrome di stendhal meglio che non lo stesso autore immerso e perso nella sua creazione il sangue sparpagliato nei colori

(2013)

Riconoscimento


Versi che mostrano distanza tra osservatore e opera, il rischio dell'ammirazione totalizzante e la violenza sottesa del processo creativo.

Traduzione in inglese


THE PAINTING

you see it better cold from outside
if not caught in the whirl of
stendhal syndrome
better
than the very
author immersed and lost
in his creation
blood scattered in the colors

(2013)

Analisi


  • Focalizzazione: prospettiva esterna valorizzata rispetto all'interno; l'osservatore distaccato coglie chiaramente ciò che l'autore non vede mentre è immerso.
  • Tema: confronto tra percezione e creazione; rischio dell'iper-emozione che annebbia il giudizio; la creazione come atto che ferisce o dissipa sangue nei colori.
  • Immagini e lingua: uso di frasi spezzate e enjambement che ricreano il respiro affannato dell'osservazione; espressioni come “sindrome di stendhal” ancorano il testo a un quadro culturale preciso; “sangue sparpagliato nei colori” fonde violenza e bellezza.
  • Tono: lucido, quasi clinico, con un lampo di crudeltà estetica nella chiusa.


Versione alternativa in italiano (rifinita)


Il quadro si vede meglio a freddo, da fuori
quando la sindrome di Stendhal non ti prende
meglio così che lo stesso autore, immerso e perso
nella sua creazione: sangue sparso nei colori.

Suggerimenti per revisione


  • Per rendere il contrasto più netto, prova a far seguire al verso centrale un micro-caesura che segnali il salto dalla visione alla diagnosi.
  • Se desideri accentuare la drammaticità, sostituisci “sparpagliato” con un verbo più sonoro o concreto (es. “smembrato”, “diluito”) in base all'effetto voluto.
  • Per maggiore ironia critica, aggiungi un verso finale che dica chi osserva (collezionista, critico, passante).

noblogo.org/norise-3-letture-a…

1RE - Capitolo 7


Costruzione della reggia1Salomone costruì anche la sua reggia e la portò a compimento in tredici anni. 2Costruì il palazzo detto Foresta del Libano. Di cento cubiti era la sua lunghezza, di cinquanta cubiti era la sua larghezza e di trenta cubiti era la sua altezza; era su quattro ordini di colonne di cedro e con travi di cedro sulle colonne, 3e in alto era coperto con legno di cedro sulle traverse che poggiavano sulle colonne, in numero di quarantacinque, quindici per fila. 4Vi erano finestre con cornici in tre file, che si corrispondevano faccia a faccia tre volte. 5Tutte le porte con gli stipiti avevano cornice quadrangolare; un'apertura era prospiciente all'altra, per tre volte.6Fece il vestibolo delle colonne; di cinquanta cubiti era la sua lunghezza e di trenta cubiti era la sua larghezza. Sul davanti c'era un vestibolo e altre colonne e davanti a esse una cancellata. 7Fece anche il vestibolo del trono, ove esercitava la giustizia, cioè il vestibolo del giudizio; era coperto con legno di cedro dal pavimento al soffitto.8La reggia, dove abitava, fu costruita in modo simile a quest'opera, in un secondo cortile, all'interno rispetto al vestibolo; in modo simile a tale vestibolo fece anche una casa per la figlia del faraone, che Salomone aveva preso in moglie.9Tutte queste costruzioni erano di pietre scelte, squadrate secondo misura, segate con la sega sul lato interno ed esterno, dalle fondamenta ai cornicioni e al di fuori fino al cortile maggiore. 10Ed erano state poste come fondamenta pietre scelte, pietre grandi, pietre di dieci cubiti e pietre di otto cubiti. 11Al di sopra c'erano pietre scelte, squadrate a misura, e legno di cedro. 12Il cortile maggiore era tutto con tre file di pietre squadrate e una di travi di cedro; era simile al cortile interno del tempio del Signore e al vestibolo del tempio.

Le attrezzature in bronzo del tempio13Il re Salomone mandò a prendere da Tiro Chiram, 14figlio di una vedova della tribù di Nèftali; suo padre era di Tiro e lavorava il bronzo. Era pieno di sapienza, di intelligenza e di perizia, per fare ogni genere di lavoro in bronzo. Egli si recò dal re Salomone ed eseguì tutti i suoi lavori.15Modellò due colonne di bronzo; di diciotto cubiti era l'altezza di una colonna e un filo di dodici cubiti poteva abbracciare la seconda colonna. 16Fece due capitelli, fusi in bronzo, da collocarsi sulla cima delle colonne; l'altezza di un capitello era di cinque cubiti e di cinque cubiti era l'altezza del secondo capitello. 17Predispose reticoli, lavoro di fili intrecciati, lavoro a catenelle, per i capitelli sulla cima delle colonne: sette per un capitello e sette per il secondo capitello. 18Fece dunque le colonne e due file intorno a ciascun reticolo per rivestire i capitelli che erano sulla cima, a forma di melagrane, e così fece per il secondo capitello. 19I capitelli sulla cima delle colonne del vestibolo erano di quattro cubiti, con lavorazione a giglio. 20I capitelli sulle due colonne si innalzavano da dietro la concavità al di là del reticolo e vi erano duecento melagrane in file intorno a ogni capitello. 21Eresse le colonne per il vestibolo dell'aula. Eresse la colonna di destra, che chiamò Iachin, ed eresse la colonna di sinistra, che chiamò Boaz, 22e la cima delle colonne era lavorata a giglio. Così fu terminato il lavoro delle colonne.23Fece il Mare, un bacino di metallo fuso di dieci cubiti da un orlo all'altro, perfettamente rotondo; la sua altezza era di cinque cubiti e una corda di trenta cubiti lo poteva cingere intorno. 24C'erano sotto l'orlo, tutt'intorno, figure di coloquìntidi, dieci per ogni cubito, che formavano un giro all'intorno; le figure di coloquìntidi erano disposte in due file ed erano state colate insieme con il Mare. 25Questo poggiava su dodici buoi; tre guardavano verso settentrione, tre verso occidente, tre verso meridione e tre verso oriente. Il Mare poggiava su di essi e tutte le loro parti posteriori erano rivolte verso l'interno. 26Il suo spessore era di un palmo; il suo orlo, fatto come l'orlo di un calice, era a forma di giglio. La sua capacità era di duemila bat.27Fece dieci carrelli di bronzo; di quattro cubiti era la lunghezza di ogni carrello e di quattro cubiti la larghezza e di tre cubiti l'altezza. 28La struttura dei carrelli era questa: telai e traverse tra i telai. 29Sulle traverse, che erano fra i telai, vi erano figure di leoni, buoi e cherubini, e sull'intelaiatura, sia sopra che sotto i leoni e i buoi, c'erano ghirlande a festoni. 30Ciascun carrello aveva quattro ruote di bronzo con gli assi di bronzo e quattro supporti con sporgenze per sostenere il bacino; le sporgenze erano fuse, contrapposte a ciascuna ghirlanda. 31L'orlo della parte circolare interna sporgeva di un cubito: l'orlo era rotondo, come opera di sostegno, ed era di un cubito e mezzo; anche sulla sua apertura c'erano sculture. Il telaio del carrello era quadrato, non rotondo. 32Le quattro ruote erano sotto il telaio; i perni delle ruote erano fissati al carrello e l'altezza di ogni ruota era di un cubito e mezzo. 33Le ruote erano lavorate come le ruote di un carro; i loro perni, i loro quarti, i loro raggi e i loro mozzi, tutto era in metallo fuso. 34Quattro sporgenze erano sui quattro angoli di ciascun carrello; la sporgenza e il carrello erano in un unico pezzo. 35Alla cima del carrello vi era una fascia rotonda, di mezzo cubito d'altezza; alla cima del carrello vi erano manici e cornici che sporgevano da essa. 36Nei riquadri dei suoi manici e nel suo telaio erano incise figure di cherubini, leoni e palme, secondo lo spazio libero, e ghirlande intorno. 37I dieci carrelli furono fusi in un medesimo stampo, identici nella misura e nella forma.38Fece poi anche dieci bacini di bronzo; ognuno aveva una capacità di quaranta bat ed era di quattro cubiti: un bacino per ogni carrello, per i dieci carrelli. 39Pose cinque carrelli sul lato destro del tempio e cinque su quello sinistro. Pose il Mare sul lato destro del tempio, a oriente, rivolto verso meridione.40Chiram fece i recipienti, le palette e i vasi per l'aspersione. Terminò di fare tutto il lavoro che aveva eseguito per il re Salomone riguardo al tempio del Signore: 41le due colonne, i globi dei capitelli che erano sopra le colonne, i due reticoli per coprire i due globi dei capitelli che erano sopra le colonne, 42le quattrocento melagrane per i due reticoli, due file di melagrane per ciascun reticolo, per coprire i due globi dei capitelli che erano sulle colonne, 43i dieci carrelli e i dieci bacini sui carrelli, 44l'unico Mare e i dodici buoi sotto il Mare, 45i recipienti, le palette, i vasi per l'aspersione e tutti quegli utensili che Chiram aveva fatto al re Salomone per il tempio del Signore. Tutto era di bronzo rifinito. 46Il re li fece fondere nel circondario del Giordano, in suolo argilloso, fra Succot e Sartàn. 47Salomone sistemò tutti gli utensili; a causa della loro quantità così grande non si poteva calcolare il peso del bronzo.48Salomone fece tutti gli utensili del tempio del Signore, l'altare d'oro, la mensa d'oro su cui si ponevano i pani dell'offerta, 49i cinque candelabri a destra e i cinque a sinistra di fronte al sacrario, d'oro purissimo, i fiori, le lampade, gli smoccolatoi d'oro, 50le coppe, i coltelli, i vasi per l'aspersione, i mortai e i bracieri d'oro purissimo, i cardini per i battenti del tempio interno, cioè per il Santo dei Santi, e per i battenti del tempio, cioè dell'aula, in oro. 51Fu così terminato tutto il lavoro che il re Salomone aveva fatto per il tempio del Signore. Salomone fece portare le offerte consacrate da Davide, suo padre, cioè l'argento, l'oro e gli utensili; le depositò nei tesori del tempio del Signore.

__________________________Note

7,13 Chiram: non è il re di Tiro (vedi 5,15); ne porta solo il nome.

7,26 duemila bat: un bat corrispondeva a circa 45 litri; un kor (vedi nota a 5,2) equivaleva a 10 bat. Il Mare conteneva dunque circa 90.000 litri e ogni bacino di bronzo (v. 38) circa 1.800 litri.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


1-12. La prima parte del capitolo trova una collocazione forse più appropriata nei LXX dove viene posta dopo i vv. 13-51 che parlano ancora dei lavori del tempio costituendo il naturale prolungamento del c. 6. Così come ora si trova essa costituisce una interruzione del racconto dei preparativi del tempio.

1. La successione narrativa presenta anche la successione degli eventi. Dopo il tempio è ora la volta della reggia. La durata superiore per la preparazione della casa regale rispetto alla costruzione della casa di Dio si potrebbe spiegare col fatto che la reggia richiedeva molti più ambienti del tempio.

2-8. La costruzione più suggestiva era l'edificio chiamato «Foresta del Libano», nome che gli veniva dalle numerose colonne di cedro. Le sue dimensioni superavano quelle del tempio al quale era pari solo per l'altezza (m 16) mentre la lunghezza (m 55) e la larghezza (m 25,5) erano assai più vaste. Una ricostruzione dell'edificio in base al testo è impossibile; abbiamo dati troppo confusi. Date le sue dimensioni si pensa che fungesse da armeria e da ambiente di trattenimento. Anche in questo caso la grande costruzione riceve luce dalle finestre. Probabilmente appoggiati a questo grande ambiente sorgevano due vestiboli: uno caratterizzato da colonne, ma non sappiamo bene a cosa servisse; l'altro ospitava il trono, assai fastoso (cfr. 10,18-20) e serviva all'amministrazione della giustizia. Circa gli appartamenti privati nessuna notizia se non quella di una somiglianza stilistica con gli ambienti già presentati e il fatto che la regina, figlia di faraone, avesse una sua residenza. 7,9-12. Il materiale usato nella costruzione è di gran pregio e grandi dimensioni, preparato e messo in opera con cura. Anche nella reggia si trova un cortile che la rende somigliante al tempio anche per lo stile in cui il cortile è realizzato.

13-14. Gli oggetti ornamentali del tempio che certamente suscitavano l'ammirazione dei visitatori dovevano essere opera di un artista veramente abile. Il suo nome passò alla storia insieme alla sua capacità. Qui il nome dell'artista è dato in forma abbreviata: Chiram semplicemente, mentre in 2Cr 2,12 il nome si trova per intero: Curam-Abi. Anch'egli viene da Tiro come gli altri operai specializzati di cui si è parlato al c. 5.

15-22. La prima opera descritta sono le due colonne destinate ad ornare il vestibolo del tempio. Alte circa 10 m con m 6,5 di circonferenza, non avevano base. Erano sormontate da un capitello racchiuso in una rete come in un canestro dal quale emergeva una corolla di fior di loto che completava il capitello. Dal reticolato pendevano, come festoni, due file di cento melagrane. Le colonne avevano ciascuna il proprio nome: Iachin quella di destra, Boaz quella di sinistra. Erano nomi dati anche alle persone. Dire quale significato avessero i nomi dati alle colonne è assai difficile. La spiegazione più plausibile è «(Il tempio) stia (yakûn) con stabilità (be‘ôz)».

23-26. Ciò che viene chiamato bacino, nel TM è indicato come yam, il «mare». Era un enorme recipiente semisferico che, stando alle misure indicate, era capace di 787 hl. Non si capisce bene se avesse un significato simbolico o un uso pratico. Nel primo caso, in linea con un uso orientale molto antico, i contenitori di acqua nei templi simboleggiavano l'oceano ribelle e dominato. Nel secondo caso, avrebbe contenuto l'acqua destinata alle abluzioni dei sacerdoti. Visto che non sono citati rubinetti era necessaria una scala per andare ad attingere l'acqua. La grande semisfera poggiava su dodici buoi disposti a gruppi di tre con la faccia rivolta ai quattro punti cardinali e il dorso infilato sotto il bacino. Una decorazione floreale circondava la vasca.

27-39. Furono preparate anche dieci specie di carri destinati a trasportare dei bacini contenenti acqua. Anche in questo caso è difficile stabilire l'uso proprio di questi strumenti. La loro altezza, quasi 3 m, e l'assenza di rubinetti fanno supporre che venissero utilizzati dai sacerdoti che si trovavano sul ripiano che circondava l'altare degli olocausti.

40-51. In questo resoconto si può notare chiaramente una differenza tra un riassunto delle opere in bronzo attribuite a Chiram (vv. 40-47) e la presentazione di quelle in oro attribuite per maggior dignità a Salomone (vv. 48-50). L'elenco è aperto da tre utensili: le caldaie per bollire la carne (cfr. 1Sam 2,13 s.), le pale per asportare le ceneri e le braci dall'altare (cfr. Es 27,3) e coppe per ricevere il sangue da versare sui quattro corni dell'altare (cfr. Lv 1,5-15). L'elenco degli oggetti di bronzo si ritrova quasi alla lettera in 2Cr 4,11-22. La lista degli oggetti d'oro fa notare non solo la differenza di attribuzioni, ma anche di destinazioni. Le suppellettili di bronzo erano destinate agli ambienti esterni, quelle d'oro alla parte più sacra: l'aula e la cella.

51. Terminati i lavori, Salomone depositò nel tesoro del tempio i bottini di guerra di Davide suo padre, gli oggetti preziosi che questi aveva già consacrato al Signore secondo 2Sam 8,10-12.

(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Come aumentare il volume di una traccia audio


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normalizzazioneQuando si deve aumentare il volume di una traccia audio, si deve ricorrere a ad un'operazione di “normalizzazione”.


1. Cos'è la normalizzazione


La normalizzazione è un'operazione lineare che consiste nell'analisi del file audio, nel calcolare la differenza (offset) fra il volume attuale ed un volume target, nell'applicare una correzione di guadagno (Gain).

La normalizzazione può essere distinta in base al “come” e al “dove”.

Il “come”La normalizzazione classica si basa sui picchi. Cerca il punto più alto della forma d'onda e lo porta a un valore massimo (es. 0 dB). Ignora la percezione umana; un brano con un singolo “click” molto forte risulterà comunque silenzioso perché quel picco blocca l'aumento del volume.

La normalizzazione più moderna si basa sui LUFS, ossia su come, mediamente, l'audio viene effettivamente percepito dall'orecchio umano (psicoacustica). Porta l'intero brano a un livello di pressione sonora media costante, rendendo l'ascolto uniforme tra diverse tracce.

Il “dove”Quando si normalizza una traccia audio si può scegliere di farla modificando ogni singolo sample della traccia audio oppure di agire sui metadati.

Nel primo caso il file originale viene modificato (ricodifica quasi sempre lossy), nel secondo viene lasciato inalterato.

Altro fattore di cui tenere conto è che una normalizzazione lossy funziona su ogni player, una normalizzazione che agisce sui metadati funziona solo se il player è in grado di leggerli.

Possiamo fare quindi una prima distinzione:

  1. normalizzazione di picco (RMS) o Peak Normalization: applicazione di un guadagno statico (RMS) in modalità lossy: non altera la dinamica del brano, richiede una ricodifica;
  2. normalizzazione della sonorità (LUFS) o Loudness Normalization:
    1. applicazione di un guadagno statico (LUFS) in modalità lossy: non altera la dinamica del brano, richiede una ricodifica;
    2. applicazione di un guadagno statico (LUFS) basato su tag: non altera la dinamica del brano, lascia il file inalterato (rsgain);
    3. agisce con un compressore / limiter in modalità lossy: altera la dinamica del brano, richiede una ricodifica.


A questo punto la domanda diventa: quale scegliere?

Per quel che mi riguarda, la salomonica risposta è: dipende.

Come si può immaginare, non c'è una risposta definitiva ma dipende dalla qualità della traccia, dal contesto ecc.

2. Come misurare il “picco”?


C'è bisogno di un elemento misurabile che mi permetta di capire come agire con la normalizzazione.

RMS (Root Mean Square): è un calcolo matematico asciutto su quanto sia potente elettricamente/digitalmente il segnale audio. È utile per capire l'energia costante, ma non tiene conto del fatto che l'orecchio umano è più sensibile ad alcune frequenze rispetto ad altre.

LUFS (Loudness Units Full Scale): È lo standard moderno (EBU R128). Simula l'udito umano applicando dei filtri che pesano maggiormente le frequenze medie.

Per misurare il picco RMS posso ricorrere ad ffmpeg

ffmpeg -hide_banner -i "audio.m4a" -filter:a "volumedetect" -f null -
...
[...] n_samples: 18522112
[...] mean_volume: -20.3 dB
[...] max_volume: -5.4 dB
[...] histogram_5db: 40
[...] histogram_6db: 1436
[...] histogram_7db: 6443
[...] histogram_8db: 18606
...

che mi mostrerà:
  • il numero dei samples di cui si compone la traccia
  • il volume medio (mean_volume)
  • il picco (max_volume)

Il picco mi dice di quanto possa alzare il volume (fino al limite fisico di 0dB) staticamente senza causare distorsioni.

La differenza fra volume medio e picco mi dà informazioni sulla dinamica del brano. Maggiore è la differenza, maggiore è la dinamica. Tipicamente:

  • valori < 5 sono tipici della musica dance, forte, uniforme, e molto compressa.
  • valori fra 5 e 15 sono tipici di brani pop-rock, ben bilanciati
  • valori > 15 sono attribuibili a brani di musica classica, jazz, con una dinamica ricca.

Per misurare il loudness, sempre con ffmpeg:

ffmpeg -hide_banner -i "audio.m4a" -filter:a "ebur128=peak=true" -f null - 
...
 Integrated loudness:
    I:         -18.1 LUFS
    Threshold: -28.4 LUFS

  Loudness range:
    LRA:         4.1 LU
    Threshold: -38.3 LUFS
    LRA low:   -21.2 LUFS
    LRA high:  -17.1 LUFS

  True peak:
    Peak:       -5.4 dBFS

La misurazione è più articolata rispetto alla precedente.

FFmpeg innanzitutto mostra due sezioni: Integrated Loudness, rappresentante il volume medio complessivo del file e la Loudness Range che mi descrive la dinamica del brano come differenza di volume fra le parti più silenziose e quelle più rumorose.

  1. Sezione Integrated loudness:
    • I: è il valore più importante. È il volume medio percepito dell'intero brano (come si può vedere, diverso rispetto all'RMS di prima. Il primo è pura potenza digitale, il secondo è volume percepito).
    • Threshold: è la soglia usata per evitare che i silenzi abbassino artificialmente la media del volume. L'algoritmo ignora tutto ciò che sta sotto questa soglia nel calcolo dell'Integrated Loudness.


  2. Sezione Loudness range:
    • LRA: è un indice della variazione dinamica del brano. Più è basso, più il suono tende ad essere uniforme e probabilmente compresso
    • Threshold: come prima, è la soglia oltre la quale i suoni vengono ignorati nel calcolo del range dinamico.
    • LRA Low: indica il limite inferiore del loudness
    • LRA High: indica il limite superiore
      quindi LRA = LRA High – LRA Low


  3. Sezione True peak:
    • Peak: Simile al max_volume dell'RMS, indica il picco reale del brano in termini di sonorità.


Un altro modo, forse meno pratico ma decisamente più scenografico, per analizzare un file audio è questo:

ffplay -f lavfi -i "amovie=audio.m4a,ebur128=video=1:meter=18 [out0][out1]"

Disegna un grafico dell'onda sonora in tempo reale.

3. Come leggere correttamente questa misura


L'integrated loudness mi dice qual è il volume medio del brano.True peak mi dice di quanto posso alzare prima di distorcere. Queste sono le due informazioni cruciali sufficienti per applicare un guadagno statico senza fare danni.

I valori High e Low del Loudness Range, che racchiudono asintoticamente il brano, tornano utili quando bisogna agire sulla dinamica.

Notare che Integrated loudness è sempre compreso fra LRA Low e LRA High.

3.1. Perché usare il loudness invece di RMS?


L'RMS è un calcolo puramente matematico che non tiene conto del fatto che l'orecchio umano è molto più sensibile alle frequenze medie che non ai bassi estemi e agli acuti altissimi.

A questo provvede il LUFS che è un'evoluzione dell'RMS perché include dei filtri di ponderazione che, prima di calcolare la media, esaltano le frequenze medie attenuando quelle basse.

La conseguenza è che se agisco sul volume dei brani prendendo LUFS come riferimento, questi suoneranno tutti allo stesso volume. Se considerassi un adeguamento basato su RMS, i brani con più bassi sembreranno avere meno volume di quelli con frequenze medie più marcate.

4. Come ti normalizzo il file


La scelta fra una normalizzazione di picco e una di volume (loudness) è abbastanza semplice in realtà.

A parte poche eccezioni in cui può avere senso avere RMS come riferimento, è sempre preferibile una normalizzazione della sonorità.

Quest'ultima può essere fatta modificando solo i metadati o agendo chirurgicamente sul file ricodificandolo.

4.1. Peak normalization


Una volta noti i dati di Max Volume e Mean Volume visti in precedenza, la normalizzazione è piuttosto semplice.

Supponendo Max Volume = 6dB

ffmpeg -i audio.m4a -filter:a "volume=6dB" -c:a aac -b:a 192k audio_normalized.m4a

Dovendo ricodificare, scelgo un bitrate piuttosto alto per limitare la perdita fisiologica di una ricodifica lossy.

Come si può immaginare, è una aggiunta lineare secca a tutta la traccia a cui aumento solo la potenza digitale senza tenere conto della percezione sonora.

Piccola nota: Conviene scegliere un valore che si avvicini, ma non equivalga, al limite di 0 dB perché altrimenti FFmpeg taglierà brutalmente le creste dell'onda sonora che superano lo zero, creando quella tipica distorsione metallica grattata chiamata clipping.

4.2. Loudness Normalization


La normalizzazione di volume, in base alla nostra scelta di alterare o meno la dinamica del brano, può essere fatta come detto applicando:

  • un guadagno statico LUFS (lossy)
  • un guadagno statico LUFS sui metadati (non lossy)
  • compressore / limiter (sempre lossy)

Il guadagno statico, quello con i metadati, avverrà con rsgain.

La normalizzazione con perdita di qualità (lossy) avverrà con ffmpeg usando il filtro loudnorm che dispone di un compressore/limiter piuttosto efficace.

Questo filtro è un processore dinamico (dual-pass o single-pass). Non si limita ad alzare il volume; se trova una parte troppo forte, può comprimere leggermente solo quella parte per permettere al resto della canzone di suonare più forte.

loudnorm porta il loudness di default a -24 LUFS che è lo standard per il broadcast televisivo.

I colossi dello streaming applicano automaticamente un loudness decisamente più marcato, salvo poche eccezioni, non si discostano da -14 LUFS. Ad es. Youtube, Amazon Music, Spotify, Soundcloud viaggiano mediamente su -14 LUFS, Deezer -15, Apple Music -16.

Si può verificare facilmente, come sappiamo fare, come un audio presente su una di queste piattaforme, abbia uno dei loudness indicati.

4.2.1. Loudness Normalization statica (ffmpeg)


Riprendiamo l'esempio di prima.

ffmpeg -hide_banner -i "audio.m4a" -filter:a "ebur128=peak=true" -f null - 
...
 Integrated loudness:
    I:         -18.1 LUFS
    Threshold: -28.4 LUFS

  Loudness range:
    LRA:         4.1 LU
    Threshold: -38.3 LUFS
    LRA low:   -21.2 LUFS
    LRA high:  -17.1 LUFS

  True peak:
    Peak:       -5.4 dBFS

Con ffmpeg e loudnorm in modalità single-pass, posso applicare un guadagno statico 5.4 dBFS, con un true peak di -1 (Il default è -2), per arrivare, da -18.1 LUFS, a -13.0 LUFS senza distorsioni.
ffmpeg -i audio.m4a -filter:a "loudnorm=I=-12.7:TP=-1.0" -c:a aac -b:a 160k -vn audio_norm.m4a

Verifichiamo:
ffmpeg -hide_banner -i "audio.m4a" -filter:a "ebur128=peak=true" -f null - 
...
   Integrated loudness:
    I:         -12.5 LUFS
    Threshold: -22.6 LUFS

  Loudness range:
    LRA:         4.0 LU
    Threshold: -32.6 LUFS
    LRA low:   -15.1 LUFS
    LRA high:  -11.1 LUFS

  True peak:
    Peak:       -0.4 dBFS
...

Come si vede, sono arrivato al limite, forse un po' troppo, del guadagno che potevo ottenere. Probabimente su dispositivi economici, l'analogico di un brano così potrebbe gracchiare un po'.

Se avessi applicato il default di loudnorm, la sonorità sarebbe stata livellata sui -24 LUFS con una soglia true peak pari a -2 dBFS.

4.2.2. Loudness Normalization dinamica


Nei casi in cui:

  • si vuole enfatizzare l'audio di un podcast, di un parlato in generale;
  • la dinamica del brano è composta da picchi altissimi e una sonorità media molto bassa (un guadagno statico farebbe cambiare poco o nulla)

con ffmpeg e loudnorm possiamo correggere ogni singolo sample del brano per rendere la dinamica più uniforme.

Per ottenere un risultato ottimale, si deve procedere col dual-pass, in cui ffmpeg nel primo passaggio analizza il file e raccoglie i dati, nel secondo passaggio applica le correzioni puntualmente avendo già conoscenza della dinamica e dei picchi presenti nel file.

ffmpeg -i "audio.m4a" -filter:a "loudnorm=I=-14:TP=-1.0:print_format=json" -f null -

Ecco il json risultante dall'analisi. I valori di input sono quelli che forniremo a ffmepg affinché possa impostare il loudness scelto da noi nel miglior modo possibile
{
	"input_i" : "-18.17",
	"input_tp" : "-5.41",
	"input_lra" : "4.20",
	"input_thresh" : "-28.47",
	"output_i" : "-13.36",
	"output_tp" : "-1.00",
	"output_lra" : "4.30",
	"output_thresh" : "-23.50",
	"normalization_type" : "dynamic",
	"target_offset" : "-0.64"
}

Configurazione ffmpeg.
ffmpeg -i "audio.m4a" -filter:a "loudnorm=I=-14:TP=-1.0:measured_I=-18.17:measured_TP=-5.41:measured_LRA=4.20:measured_thresh=-23.50:linear=true" -c:a aac -b:a 160k -vn "audio_norm.m4a"

Il compressore/limiter del filtro loudnorm è abbastanza intelligente da schiacciare i picchi affinche il guadagno di volume non produca clipping e alzerà le parti più “deboli”, livellando il suono e alterando la dinamica.
4.2.3. Loudness Normalization statica (rsgain)


Rsgain permette di applicare un guadagno statico loseless, senza ricodifica, agendo sui metadati del brano con l'applicazione dei tag.

Se da un lato questo metodo ha l'indubbio vantaggio di non alterare fisicamente il file, dall'altro è necessario che il player che eseguirà il brano dovra essere capace di leggere e interpretare i tag. Nel caso precedente, la ricodifica rende il file disponibile per chiunque.

Trattandosi di un guadagno statico, il campo d'applicazione è quello visto per la Peak Normalization, cioè quando si vuole preservare la dinamica del brano, Ma nei casi particolari cui accennavo in precedenza, presenza di picchi altissimi e maggioranza sonorità medie molto basse, anche rsgain non è sufficiente.

Come avevo detto all'inizio, rsgain è una normalizzaziome della sonorità ottenuta agendo sui metadati del brano, applicando dei tag, che così non viene alternato in alcun modo.

Rsgain è l'evoluzione del vecchio mp3gain e come il suo predecessore ha due modalità di lavoro

  • sul singolo brano (detta é custom)
  • su collezioni di brani (detta easy)

La modalità custom è considerato un approccio legacy fatta per intervenire puntualmente sul brano con configurazioni ad-hoc ideali per lo scripting, quella easy, basata su presets, permette di normalizzare intere collezioni di brani che è lo scopo principale di rsgain.

Analisi del file

rsgain custom -t audio.m4a
[✔] Scanning 'audio.m4a'
[✔] Container: QuickTime / MOV [mov,mp4,m4a,3gp,3g2,mj2]
[✔] Stream #0: AAC (Advanced Audio Coding), 44.100 Hz, 2 ch
 100% [====================================================]

Track: audio.m4a
  Loudness:   -18.12 LUFS
  Peak:     0.536630 (-5.41 dB)
  Gain:         0.12 dB

il flag -t individua il true peak
  • Loudness: è la sonorità del brano in LUFS
  • Peak: è il true peak, esprime il guadagno che posso ottenere prima di distorcere
  • Gain: è il guadagno per arrivare allo standard LUFS di rsgain che è -18

Nel nostro caso, Gain ci dice di diminuire di 0.12 LUFS mentre Peak ci dice che potrei aumentare di 5.41 LUFS

Gain

rsgain custom -s i -l -13 -c p audio.m4a
Track: audio.m4a
  Loudness:   -18.12 LUFS
  Peak:     0.534149 (-5.45 dB)
  Gain:         5.12 dB

  • -s i: scrive il tag
  • -l -13: imposta il loudness
  • -c p: protezione clipping

Portando il loudness a -13 è come se avessi aumentato il volume di 5,12 dB mantenendo un cuscinetto di -0.33 dB (differenza fra peak e gain).

Se provassi a spingere di più, il flag -c p impedisce al suono di distorcere.

rsgain custom -s i -l -10 -c p audio.m4a
Track: audio.m4a
  Loudness:   -18.12 LUFS
  Peak:     0.534149 (-5.45 dB)
  Gain:         5.45 dB  (adjusted to prevent clipping)

(adjusted to prevent clipping)” è la conferma che la protezione anti-clipping è entrata in azione.

Se non ci fosse stata:

rsgain custom -s i -l -10 audio.m4a
Track: audio.m4a
  Loudness:   -18.12 LUFS
  Peak:     0.534149 (-5.45 dB)
  Gain:         8.12 dB

La differenza fra peak e gain indica un'evidente distorsione.

Esempio di esecuzione del brano sfruttando il replaygain:

mpv --replaygain=track audio.m4a

Senza il flag --replaygain=track, il brano verrebbe letto normalmente.

Cancellazione del tagBasta cancellare il tag per riportare tutto alla normalità

# verifico la presenza del tag prima
ffprobe -hide_banner -i "audio.m4a" 2>&1 | grep -i "replaygain"
REPLAYGAIN_TRACK_GAIN: 8.12 dB
REPLAYGAIN_TRACK_PEAK: 0.534149
replaygain: track gain - 8.120000, track peak - 0.000012, album gain - unknown, album peak - unknown,

# cancello il tag
rsgain custom -s d audio.m4a

# verifico che il tag non si ci sia più
ffprobe -hide_banner -i "audio.m4a" 2>&1 | grep -i "replaygain"
**

Un altro modo più compatto per verificare la presenza del tag:
ffprobe -i "audio.m4a" -show_entries format_tags=REPLAYGAIN_TRACK_GAIN -v quiet -of csv="p=0"

Se c'è il tag, mostra solo il gain.

Easy modeI flag impostati nella modalità custom nella modalitò easy sono affidati ad un file di configurazione.

Su Gnu/Linux i file di default si trovano in /usr/share/rsgain/presets e sono 4

  • default.ini
  • ebur128.ini
  • loudgain.ini
  • no_album.ini

C'è una sezione globla e delle sezioni specifiche per tipo di file.

L'override di queste configurazioni o la creazione di nuove, si fa in:

~/.config/rsgain/presets

e per la corrispondenza campi – flag custom vi rimando alla documentazione: github.com/complexlogic/rsgain…

Una volta deciso il preset che fa per noi, basta chiamare rsgain su una directory in questo modo:

rsgain easy -s <nome_preset> <path_album>

rsgain farà la scansione e applicherà massivamente le configurazioni che potranno consistere per es.:
  • nell'applicazione di un loudness a tutti i brani per uniformare la sonorità;
  • nella cancellazione di tutti i tag;
  • nell'analisi dei brani;
  • ecc.

Esempio di file di configurazione per una scansione

[Global]
TagMode=s
Album=true
TargetLoudness=-18
ClipMode=p
MaxPeakLevel=-1.0
TruePeak=true
Lowercase=false
ID3v2Version=keep
OpusMode=d
PreserveMtimes=false
DualMono=false

In questo modo rsgain produrrà un'analisi in modalità “album” per tutta la collezione, il gain da applicare all'album e una sintesi sulla media dei valori di picco ottenuti.
rsgain easy -p scan <path_album> 
...
Track: <path_album>/track_1
  Loudness:   -17.80 LUFS
  Peak:     0.743221 (-2.58 dB)
  Gain:        -0.20 dB


Track: <path_album>/track_2
  Loudness:   -17.81 LUFS
  Peak:     0.790007 (-2.05 dB)
  Gain:        -0.19 dB


Track: <path_album>/track_3
  Loudness:   -17.47 LUFS
  Peak:     0.834655 (-1.57 dB)
  Gain:        -0.53 dB

...

Album:
  Loudness:   -16.51 LUFS
  Peak:     0.991804 (-0.07 dB)
  Gain:        -1.49 dB


Scanning Complete
Time Elapsed:      00:00:27
Files Scanned:     18
Clip Adjustments:  0 (0.0% of files)
Average Loudness:  -16.61 LUFS
Average Gain:      -1.39 dB
Average Peak:      0.823503 (-1.69 dB)
Negative Gains:    16 (88.9% of files)
Positive Gains:    2 (11.1% of files)

L'ultima sezione, “Album”, mi dà le informazioni sul guadagno da applicare, in questo caso poco o nulla perché sono brani già normalizzati,.

Con un altro presets, ad es. myGain.ini, posso normalizzare tutto l'album in colpo solo.

rsgain easy -p myGain <path_album>

In altre parole, tutto ciò che la modalità custom affida allo scripting, ora viene automatizzata dalla modalità easy.

Riferimenti:

#ffmpeg #rsgain #loudness #loudnorm


noblogo.org/aytin/come-aumenta…

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📒Dal mio diario... Un giorno qualunque!

Mi sono chiesta come stavo e la mia risposta è stata, alla grande, ormai cerco di rispondermi così, su consiglio del mio migliore amico! Spesso è più semplice voltare pagina che spiegare la tempesta che si sta affrontando, anche se a tratti... Mi ripeto che nonostante tutto non sta succedendo nulla di strano, le tempeste sono normali e il sole prima o poi torna a splendere. Tradurre uno stato d'animo o raccontare le fasi di una tempesta, oltre a non essere semplice, può anche renderla più reale e farci apparire più fragili e vulnerabili nella nostra solitudine! Quindi il silenzio è più comodo della verità e ci mette nella condizione di ritrovarci e riorganizzare noi stessi nella modalità che più ci rende stabili, perché fingere che tutto va bene invece di spiegare, può farci riflettere su come spesso siamo noi a non volerci mettere in discussione e motivarci per stare meglio! Non credo che imparerò mai a fingere, ad apparire o ad essere chi non sono, anzi quando lo faccio, lo faccio pure male, però a volte vorrei dimenticare come si fa ad essere così maledettamente trasparenti e sinceri... illudendomi così di riuscire a mimetizzarmi con qualsiasi cosa faccia solo stare bene!✨

DSCN7848-1.jpg


noblogo.org/magia/dal-mio-diar…

Mare aperto

mare-anima sognata dai primordi in infinito creare fa vela il cuore per l'azzurro pelago .

Riconoscimento


Bella immagine: il verso evoca orizzonti ampi, desiderio e un cuore che prende il largo verso l’azzurro.

Traduzione in inglese


Open sea

sea-soul
dreamt since the first times
in endless creating
the heart sets sail
toward the azure sea

Analisi breve


  • Immagini: mare, anima, vela, azzurro pelago creano uno spazio simbolico di vastità e nascita.
  • Temi: origini, creazione continua, movimento interiore, tensione verso l’infinito.
  • Stile: versi sintetici e nominali che sospendono il tempo; parola composte come “mare-anima” intensificano la fusione tra paesaggio e soggetto.


Versione estesa in italiano


mare aperto
mare-anima
sognata dai primordi
in infinito creare
fa vela il cuore
per l’azzurro pelago
e lascia alle onde l’antica guida
dove il cielo si spiega e si perde
in sale e memoria.

Suggerimenti per revisioni


  • Per accentuare il ritmo, prova a uniformare la lunghezza dei versi o inserire una rima lieve.
  • Se vuoi più intensità emotiva, aggiungi un’immagine sensoriale (odore di salsedine, rumore delle scotte).
  • Per un effetto epico, amplia il lessico mitologico (primordi → alba; pelago → regno).

noblogo.org/norise-3-letture-a…

Moby - Future Quiet (2026)


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immagine

Moby non ne vuole proprio sapere di smettere di comporre musica e, infatti, apre questo 2026 con un nuovo album in studio (ventitreesimo, per l’esattezza!) dal titolo “Future Quiet”. Musicista e cantautore statunitense, Moby è certamente un artista eclettico e versatile, capace di fondere elettronica, blues, gospel e rock con uno stile intimo e malinconico. La sua voce ruvida e sincera, quando presente, è capace di creare atmosfere profonde e sognanti... artesuono.blogspot.com/2026/04…


Ascolta il disco: youtube.com/watch?v=ebEpMVFwo5…



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Moby - Future Quiet (2026)


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Moby non ne vuole proprio sapere di smettere di comporre musica e, infatti, apre questo 2026 con un nuovo album in studio (ventitreesimo, per l’esattezza!) dal titolo “Future Quiet”. Musicista e cantautore statunitense, Moby è certamente un artista eclettico e versatile, capace di fondere elettronica, blues, gospel e rock con uno stile intimo e malinconico. La sua voce ruvida e sincera, quando presente, è capace di creare atmosfere profonde e sognanti... artesuono.blogspot.com/2026/04…


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Spazio Autori, Gianluca Parisi: tra giornalismo d’inchiesta e narrativa storica nel panorama culturale campano

Gianluca Parisi è un autore attivo nella provincia di Caserta, dove ha sviluppato a partire dalla fine degli anni '90 un percorso intellettuale caratterizzato da un costante dialogo tra giornalismo, ricerca storica e scrittura narrativa. Attraverso i suoi racconti pubblicati nei blog e raccolti nel libro “E morirono tutti felici e contenti” con lo pseudonimo Russo Gianluca, ha svolto nel corso degli anni un ruolo centrale nella costruzione di una memoria locale attraverso la documentazione e la rappresentazione delle dinamiche sociali, culturali e ambientali del territorio.

Ha diretto la collana editoriale Il Mezzogiorno, dedicata a figure storiche e culturali del territorio campano, ha curato un inserto domenicale multilingue per la comunità immigrata sul Giornale di Caserta, anticipando tematiche di inclusione e mediazione culturale. Ha collaborato con numerose testate locali e online, tra cui Caserta24ore, da lui fondata nel 1999, occupandosi prevalentemente di cronaca, approfondimenti sociopolitici e analisi del contesto regionale.

Sebbene non sia un nome di notorietà nazionale mainstream, è autore di diversi libri, in particolare nel campo della narrativa storica e del giallo ambientato al Sud Italia, dove unisce il rigore del giornalismo alla forza evocativa della scrittura letteraria. Alcune delle sue opere esplorano vicende legate alla memoria storica e alle contraddizioni della società contemporanea nel Sud Italia, attraverso le quali ha raccontato luci e ombre del territorio casertano.

Tra le sue opere più significative in vendita sulle piattaforme (Lulu.com) e (Amazon)

Il brigante Repubblicano (2012) è un romanzo storico che si colloca al crocevia tra inchiesta giornalistica, memoria collettiva e narrazione romanzesca. L’opera rappresenta un esempio emblematico della sua doppia vocazione, cronista e narratore. Offre una riflessione critica sulle dinamiche di potere e resistenza nel contesto storico del Sud durante il periodo dell’Unità d’Italia.

Redazione Chiocciola (2009) è un’opera di carattere documentario-narrativo che ricostruisce gli eventi della rivendicazione via email dell’omicidio di Marco Biagi nel marzo del 2002 da parte delle Nuove Brigate Rosse, e che lo videro protagonista. È una rappresentazione ironica ma accurata del sistema mediatico dell’epoca. Da giornalista diede notizia del comunicato di rivendicazione prima di tutte le testate italiane. Il cambiamento di modalità comunicative dell’epoca fu citato nel manuale universitario “New journalism. Teorie e tecniche del giornalismo multimediale” edito da Mondadori, nel 2008 con ristampa nel 2013.

E morirono tutti felici e contenti (2025) è una raccolta di novelle antiche e racconti moderni. Spazia dal tema dell'amore della regina Didone nell'Eneide, al dubbio di Masuccio Salernitano autore di Mariotto e Ganozza, precursori di Romeo e Giulietta con la domanda finale al lettore: “È più grande l'amore dell'uomo o della donna?”, fino a racconti dei nostri tempi sul tema dell'amore, della corruzione, dell'immigrazione e dell'attualità. Tutti i racconti sono scritti in chiave universale e interculturale, riflettendo una sensibilità letteraria attenta alla tradizione e al dialogo tra epoche. (Amazon)

La vita di strada. E' un romanzo storico ambientato alla fine degli anni ’90 che affronta il tema della tratta di esseri umani, con particolare attenzione alle donne vittime di sfruttamento sessuale. L’opera, ispirata a storie reali, si configura come un’indagine sociologica e narrativa sulla marginalità, l’emarginazione e il desiderio di riscatto, con una forte componente emotiva e una struttura narrativa incentrata sulla voce della protagonista. È dedicato ad Alma Seidjni, vittima della tratta, scomparsa suicida a Roma nel 2021 all’età di 47 anni a testimonianza di come gli abusi subiti segnino indelebilmente la vita di chi li patisce. (Amazon)

L’educatore nei convitti scolastici (2024) è un manuale professionale che affronta, con rigore metodologico, il ruolo dell’educatore scolastico nel sistema della pubblica istruzione italiana, offrendo una prospettiva teorica e operativa su una figura professionale poco conosciuta.

Sui social è presente sulla piattaforma flipboard.social/@reporter

Scrivigli


noblogo.org/caserta24ore/bspaz…

1RE - Capitolo 6


Costruzione del tempio1L'anno quattrocentoottantesimo dopo l'uscita degli Israeliti dalla terra d'Egitto, l'anno quarto del regno di Salomone su Israele, nel mese di Ziv, cioè nel secondo mese, egli dette inizio alla costruzione del tempio del Signore. 2Il tempio costruito dal re Salomone per il Signore aveva sessanta cubiti di lunghezza, venti di larghezza, trenta cubiti di altezza. 3Davanti all'aula del tempio vi era il vestibolo: era lungo venti cubiti, nel senso della larghezza del tempio, e profondo dieci cubiti davanti al tempio.4Fece nel tempio finestre con cornici e inferriate. 5Contro il muro del tempio costruì all'intorno un edificio a piani, cioè intorno alle pareti del tempio, sia dell'aula sia del sacrario, e vi fece delle stanze. 6Il piano inferiore era largo cinque cubiti, il piano di mezzo era largo sei cubiti e il terzo era largo sette cubiti, perché predispose delle rientranze tutt'intorno all'esterno del tempio in modo che non fossero intaccate le pareti del tempio. 7Per la costruzione del tempio venne usata pietra intatta di cava; durante i lavori nel tempio non si udirono martelli, piccone o altro arnese di ferro. 8La porta del piano più basso era sul lato destro del tempio; attraverso una scala a chiocciola si saliva al piano di mezzo e dal piano di mezzo al terzo. 9Dette inizio alla costruzione del tempio e la portò a termine, e coprì il tempio con assi e con travatura di cedro. 10Costruì anche l'edificio a piani contro tutto il tempio, alto cinque cubiti per piano, che poggiava sul tempio con travi di cedro. 11Fu rivolta a Salomone questa parola del Signore: 12“Riguardo al tempio che stai edificando, se camminerai secondo le mie leggi, se eseguirai le mie norme e osserverai tutti i miei comandi, camminando in essi, io confermerò a tuo favore la mia parola, quella che ho annunciato a Davide tuo padre. 13Io abiterò in mezzo agli Israeliti; non abbandonerò il mio popolo Israele”.14Salomone dette inizio alla costruzione del tempio e la portò a termine. 15Costruì i muri del tempio all'interno con tavole di cedro, dal pavimento del tempio fino ai muri di copertura; rivestì di legno la parte interna e inoltre rivestì con tavole di cipresso il pavimento del tempio. 16Costruì i venti cubiti in fondo al tempio con tavole di cedro, dal pavimento fino ai muri; all'interno costruì il sacrario, cioè il Santo dei Santi. 17L'aula del tempio di fronte ad esso era di quaranta cubiti. 18Il legno di cedro all'interno della sala era scolpito con coloquìntidi e fiori in sboccio; tutto era di cedro e non si vedeva una pietra. 19Eresse il sacrario nel tempio, nella parte più interna, per collocarvi l'arca dell'alleanza del Signore. 20Il sacrario era lungo venti cubiti, largo venti cubiti e alto venti cubiti. Lo rivestì d'oro purissimo e vi eresse un altare di cedro. 21Salomone rivestì l'interno della sala con oro purissimo e fece passare catene dorate davanti al sacrario che aveva rivestito d'oro. 22E d'oro fu rivestita tutta la sala in ogni parte, e rivestì d'oro anche l'intero altare che era nel sacrario.23Nel sacrario fece due cherubini di legno d'ulivo; la loro altezza era di dieci cubiti. 24L'ala di un cherubino era di cinque cubiti e di cinque cubiti era anche l'altra ala del cherubino; c'erano dieci cubiti da una estremità all'altra delle ali. 25Di dieci cubiti era l'altro cherubino; i due cherubini erano identici nella misura e nella forma. 26L'altezza di un cherubino era di dieci cubiti, e così anche il secondo cherubino. 27Pose i cherubini nel mezzo della sala interna. Le ali dei cherubini erano spiegate: l'ala di uno toccava la parete e l'ala dell'altro toccava l'altra parete, mentre le loro ali che erano in mezzo alla sala si toccavano ala contro ala. 28Ricoprì d'oro anche i cherubini.29Ricoprì le pareti della sala tutto all'intorno con sculture incise di cherubini, di palme e di fiori in sboccio, all'interno e all'esterno. 30Ricoprì d'oro il pavimento della sala, all'interno e all'esterno.31Fece costruire la porta del sacrario con battenti di legno d'ulivo e profilo degli stipiti pentagonale. 32I due battenti erano di legno d'ulivo. Su di essi fece scolpire cherubini, palme e fiori in sboccio; li rivestì d'oro e stese lamine d'oro sui cherubini e sulle palme. 33Allo stesso modo fece costruire nella porta dell'aula stipiti di legno d'ulivo a quadrangolo. 34I due battenti erano di legno di cipresso; le due ante di un battente erano girevoli, come erano girevoli le imposte dell'altro battente. 35Vi fece scolpire cherubini, palme e fiori in sboccio, che rivestì d'oro aderente all'incisione.36Costruì il muro del cortile interno con tre ordini di pietre squadrate e con un ordine di travi di cedro.37Nell'anno quarto, nel mese di Ziv, si gettarono le fondamenta del tempio del Signore. 38Nell'anno undicesimo, nel mese di Bul, che è l'ottavo mese, fu terminato il tempio in tutte le sue parti e con tutto l'occorrente. Lo edificò in sette anni.

__________________________Note

6,1 L’anno quattrocentoottantesimo: la data di 480 anni è il risultato di un calcolo erudito e tardivo che si basa sul numero dei sacerdoti in carica da Aronne fino a Sadoc, moltiplicato per 40 secondo il computo convenzionale di 40 anni per una generazione. Come data assoluta dell’inizio dei lavori del tempio si può pensare al 960 circa a.C.

6,2 Supponendo che il cubito corrispondesse a circa 50 centimetri, avremmo più o meno le seguenti dimensioni: m 30 x 10 x 15.

6,3 Procedendo dall’esterno verso l’interno, il tempio aveva queste tre parti: lo Ulam, o vestibolo; lo Ekal, o aula del tempio, detta anche “Santo”; il Debir, la parte più sacra, chiamata sacrario (v. 23) e anche “Santo dei Santi”, dove era l’arca dell’alleanza.

6,23 due cherubini: conosciuti dalla mitologia e dall’archeologia mesopotamica, i cherubini erano quadrupedi alati, con testa umana. Qui sono a protezione dell’arca dell’alleanza (vedi 8,7).

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


I cc. 6 e 7 si concentrano sull'attività edilizia di Salomone narrando la costruzione del tempio, quella della reggia e il completamento del tempio con arredi e suppellettili. Dal punto di vista testuale ci troviamo di fronte a non poche difficoltà per la comprensione del TM e a notevoli divergenze con i LXX.

Il c. 6 ci pone davanti a un avvenimento fondamentale della storia d'Israele. L'edificazione del tempio costituisce un vero e proprio tornante nella vicenda degli Israeliti non solo dal punto di vista religioso: il tempio ora edificato è la solenne inaugurazione della definitiva appropriazione della terra e dell'ormai avvenuta sedentarizzazione. La riforma di Giosia darà al tempio un rilievo eccezionale facendone l'unico centro di attività cultuale e un fortissimo punto di coesione civile. Anche in questo capitolo non manca l'enfasi, specie riguardo all'impiego dell'oro per le decorazioni. Pare non solo di trovarci di fronte ad una descrizione architettonica e tecnica, ma forse anche ad una “celebrazione” del tempio che tanta venerazione raccolse in Israele. La decorazione ha certamente abbellito al di là del reale la casa del Signore, entusiasticamente immaginata come scrigno preziosissimo della presenza di Dio.

1-3. L'importanza dell'avvenimento fa sì che ne sia ricordata la data con una certa precisione: anno e mese. Tuttavia questa notizia non esime da problemi, specie per quanto riguarda il riferimento all'esodo. Se dovessimo accettare i numeri così come sono presentati dovremmo collocare l'uscita dall'Egitto circa 1l 1447 a.C., ma ciò si pone in contrasto con la più documentata possibilità che l'esodo sia avvenuto nel sec. XIII a.C. Il numero 480 è la somma di 12 generazioni di 40 anni ciascuna, dunque un numero simbolico. La primavera del 968 a.C. è la data più probabile per l'inizio dei lavori.

2-3. Confrontato con le grandi costruzioni dell'Antico Vicino Oriente, specie quelle egiziane, il tempio salomonico risulta di dimensioni assai modeste. A pianta rettangolare, era largo 11 metri, lungo 33 e alto 16. Lo precedeva un atrio della medesima larghezza per 5 m di profondità.

4-10. La tecnica seguita nella costruzione prevedeva pareti assai cospicue alla base che andavano assottigliandosi verso l'alto con balzi regolari dando origine ad una specie di gradinata. Sui due lati longitudinali e su quello opposto alla facciata, il tempio era circondato da un edificio a tre piani destinato alla custodia degli arredi del culto. Ogni piano, appoggiandosi ai balzi esterni della parete guadagnava in profondità, mentre l'altezza dell'edificio era di circa 8 metri, cioè grosso modo la metà dell'altezza complessiva del tempio. Ciò si armonizzava con le finestre aperte nelle pareti. Il v. 4 si conclude con l'espressione šᵉqupîm ’aṭumîm (BC = «quadrangolari con grate») assai difficile da interpretare e che impedisce di farci un'idea precisa circa le finestre.

11-13. La narrazione viene interrotta da questi versetti che riportano un oracolo. Si tratta di una glossa deuteronomista posteriore, assente dal testo dei LXX. Viene ripresa la promessa di 2Sam 7,11-16. Secondo lo stile e il linguaggio tipico del Deuteronomista, il gradimento del tempio da parte di Dio e il risiedere in esso è condizionato dalla fedeltà ai comandi divini.

14-15. L'interno del tempio viene completamente rivestito di legno pregiato al quale saranno applicate decorazioni, come si descriverà nei vv. 29-35.

16-22. Un assito di cedro separava la navata del tempio dalla cella. Questa aveva una forma perfettamente cubica: ogni lato misurava 11 m. La cella era destinata all'arca e costituiva la parte più sacra del tempio, il «Santo dei Santi», ritenuta la sede della divinità. Nel suo interno si trovava un altare in legno di cedro rivestito in oro destinato alla combustione degli aromi. L'oro pertanto non serviva solo come ornamento, ma anche come protezione contro il fuoco. È questo l'altare dei profumi di cui si parla in Es 30,6 e 31-36. Un velo riccamente ornato si stendeva sull'esterno della cella, mentre l'interno era decorato in oro.

23-28. Della decorazione interna della cella facevano parte anche i cherubini. Non si è in grado di dire con esattezza se avessero aspetto umano o animale. La loro raffigurazione non contravveniva la proibizione di Es 20,4 in merito alla rappresentazione di uomini e animali perché non c'era pericolo di confonderli con divinità in quanto il loro ruolo di servizio a Dio era tradizionalmente definito (cfr. 1Sam 4,4; 2Re 19,15).

29-36. Il motivo dei cherubini viene impiegato anche nella decorazione interna ed esterna delle pareti del tempio insieme a motivi floreali. L'impiego dell'oro molto più realisticamente è da limitare a sottili lamine applicate a queste decorazioni per rivestirle. La porta dell'aula aveva torma quadrangolare, quella della cella pentagonale; anche su queste i medesimi motivi ornamentali delle pareti: cherubini e fiori, e la stessa tecnica di rivestimento in oro.

36. Attorno alla costruzione si stendeva un cortile, il più interno, cintato da un muro in pietre e legno. La combinazione e collocazione dei due materiali nella costruzione non è comprensibile con chiarezza.

37-38. L'undicesimo anno del regno di Salomone la costruzione è terminata. Iniziato in primavera (mese di Ziv) viene ultimato nell'autunno (mese di Bul). La durata di sette anni potrebbe avere anche un risvolto simbolico dato che il computo preciso del tempo impiegato sarebbe di sei anni e mezzo.

(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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ho fatto questo post su mastodon (mastodon.uno/@differx/11639298…>>> 36 ospedali bombardati scientemente a Gaza, nel tempo infinito dei più di due anni di genocidio. SUGGERISCO di vedere questo video del Comitato Internazionale della Croce Rossa, pensare alla propria figlia, oppure figlio, e riflettere.instagram.com/reel/DWUmCGMiNZW…

e questo post su differx: >>> estensione del genocidio al Libanodifferx.noblogs.org/2026/04/12…

e in sostanza credo che non se ne esca, senza un intervento militare energico di una forza multilaterale (l'Europa da sola non basta, temo) sul territorio occupato illegalmente dallo stato genocida.

sarebbe fondamentale operare sui vari fronti: sia nei luoghi occupati derubati invasi, cioè Gaza, Gerusalemme, West Bank (tutte e tre le aree della Cisgiordania, anche la C), Libano, sia immediatamente, in parallelo, senza aspettare, nel territorio israeliano stesso. devono smetterla di lanciare attacchi di qualsiasi tipo. l'entità sionista va disarmata e i genocidi – militari, amministrativi, burocrati, politici, propagandisti, influencer e spie – arrestati e sottoposti a processo per crimini contro l'umanità. norimberga, insomma.

i prigionieri palestinesi andrebbero liberati tutti immediatamente. le aziende israeliane messe sotto amministrazione controllata, e andrebbe del tutto smantellata la rete militare-civile di spionaggio e infiltrazione dell'entità. messi in rete e condivisi tutti i file criminali e la documentazione dei ricatti portati avanti dallo stato genocida da prima della sua stessa fondazione.

gli stessi civili – tutti quelli connessi ad attività illegali di controllo, spionaggio, aggressione militare, supporto al genocidio – andrebbero di fatto processati.


noblogo.org/differx/ho-fatto-q…

Il rifugio . sono il cormorano incatramato - non son capace che d'un amore piccolo legato come sono alla terra . così per il dolore fardello da portare se il cuore è squassato e la carne soltanto urlo animale . ah un rifugio anelo come grembo di madre

9.10.23

Riconoscimento del testo


Hai scritto un testo che mescola immagine naturale e voce intima, costruendo una figura confessionale che cerca protezione e accetta la propria limitatezza affettiva.


Lettura e temi principali


  • Identità e limite: il cormorano incatramato funziona come metafora potente della ferita, dell’impotenza e di un amore «piccolo» e ancorato alla terra.
  • Dolore e animalità: il verso divide corpo e cuore, con la carne che diventa «urlo animale», creando uno scarto drammatico tra sentimento e istinto.
  • Desiderio di salvezza: il «rifugio» e il «grembo di madre» sono immagini di protezione e di ritorno a uno stato primordiale curativo.
  • Voce poetica: confidenziale e anamnestica, alterna frasi spezzate a dichiarazioni nette, producendo un ritmo di respiro corto e trattenuto.

Elementi stilistici efficaci


  • Metafora centrale (cormorano incatramato) originale e visiva; introduce subito tensione e pathos.
  • Distribuzione dei punti e degli spazi crea pause che funzionano come stacchi emotivi.
  • Lessico concreto e sensuale: «terra», «carne», «urlo» rendono fisico il dolore.
  • Chiusura evocativa con il desiderio di rifugio materno che riequilibra il tono oscuro.

Suggerimenti di revisione


  1. Precisione metaforica: rendi il rapporto tra il cormorano e l’amore più esplicito con un verbo o un’immagine che leghi il volo perduto all’affetto ridotto.
  2. Coerenza del registro: decidi se mantenere il linguaggio crudo («carne», «urlo animale») o virare verso immagini più tender per il finale; il contrasto funziona ma può essere calibrato.
  3. Ritmo e punteggiatura: prova a eliminare o spostare il punto dopo «Il rifugio» per variare il respiro iniziale; qualche verso lungo in più spezzerebbe l’andamento a scatti.
  4. Specificità del rifugio: sostituisci «grembo di madre» con un dettaglio concreto (es. «un letto di paglia», «la punta di una culla») se vuoi ancorare l’immagine alla realtà.
  5. Data: mantieni la data come sigillo emotivo o spostala in nota se preferisci che il testo resti senza ancoraggi temporali.

Piccola revisione proposta (versione alternativa, mantiene i tuoi nuclei)


Il rifugio
sono il cormorano incatramato,
non so che amare in misura minuta,
legato alla terra come a un nodo.

per il dolore porto fardello,
se il cuore è squassato la carne è solo
un urlo animale che risale la gola.

ah, un rifugio anelo:
grembo che riapra le ossa, madre che riconosca.


Traduzione in inglese


The refuge
I am the tarred cormorant —
only capable of a small love
tied as I am to the earth.

thus for the pain
a burden to bear; if the heart
is shattered the flesh is merely
an animal cry.

ah I long for a refuge
like a mother's womb

9.10.23


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John Mellencamp – Sad Clowns & Hillbillies (2017)


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Il miglior modo per entrare in questo nuovo album di John Mellencamp – intitolato Sad Clowns & Hillbillies – è quello di passare dalla porta principale, posando lo sguardo sulla copertina, come si faceva una volta. La cover art tiene dentro lo stralcio di un dipinto del 2005 realizzato dallo stesso Mellencamp, pittore tutt’altro che naïf. Un clown tragico, in primo piano, ci interpella da uno spazio astratto, da un abisso spalancato... artesuono.blogspot.com/2017/05…


Ascolta il disco: youtube.com/watch?v=B_NCuwJ4V_…



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John Mellencamp – Sad Clowns & Hillbillies (2017)


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Il miglior modo per entrare in questo nuovo album di John Mellencamp – intitolato Sad Clowns & Hillbillies – è quello di passare dalla porta principale, posando lo sguardo sulla copertina, come si faceva una volta. La cover art tiene dentro lo stralcio di un dipinto del 2005 realizzato dallo stesso Mellencamp, pittore tutt’altro che naïf. Un clown tragico, in primo piano, ci interpella da uno spazio astratto, da un abisso spalancato... artesuono.blogspot.com/2017/05…


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1RE - Capitolo 5


1Salomone dominava su tutti i regni, dal Fiume alla regione dei Filistei e al confine con l'Egitto. Gli portavano tributi e servivano Salomone tutti i giorni della sua vita.2I viveri di Salomone per un giorno erano trenta kor di fior di farina e sessanta kor di farina comune, 3dieci buoi grassi, venti buoi da pascolo e cento pecore, senza contare i cervi, le gazzelle, i caprioli e i volatili ingrassati. 4Egli, infatti, dominava su tutto l'Oltrefiume, da Tifsach a Gaza su tutti i re dell'Oltrefiume, e aveva pace dappertutto all'intorno. 5Giuda e Israele erano al sicuro; ognuno stava sotto la propria vite e sotto il proprio fico, da Dan fino a Betsabea, per tutti i giorni di Salomone.6Salomone possedeva quarantamila stalle per i cavalli dei suoi carri e dodicimila cavalli da sella. 7Quei prefetti, ognuno per il suo mese, provvedevano quanto serviva al re Salomone e a quelli che erano ammessi alla sua tavola; non facevano mancare nulla. 8Portavano l'orzo e la paglia per i cavalli e i destrieri, nel luogo ove si trovava ognuno secondo il suo mandato.

La sapienza di Salomone9Dio concesse a Salomone sapienza e intelligenza molto grandi e una mente vasta come la sabbia che è sulla spiaggia del mare. 10La sapienza di Salomone superava la sapienza di tutti gli orientali e tutta la sapienza dell'Egitto. 11Egli era più saggio di tutti gli uomini, più di Etan l'Ezraita, di Eman, di Calcol e di Darda, figli di Macol; il suo nome era famoso fra tutte le genti limitrofe. 12Salomone pronunciò tremila proverbi; le sue odi furono millecinque. 13Parlò delle piante, dal cedro del Libano all'issòpo che sbuca dal muro; parlò delle bestie, degli uccelli, dei rettili e dei pesci. 14Da tutte le nazioni venivano per ascoltare la sapienza di Salomone, mandati da tutti i re della terra, che avevano sentito parlare della sua sapienza.

Preparativi per la costruzione del tempio15Chiram, re di Tiro, mandò i suoi servi da Salomone, perché aveva sentito che l'avevano unto re al posto di suo padre; infatti Chiram era sempre stato amico di Davide. 16Salomone mandò a dire a Chiram: 17“Tu sai che Davide, mio padre, non ha potuto edificare un tempio al nome del Signore, suo Dio, a causa delle guerre che i nemici gli mossero da tutte le parti, finché il Signore non li prostrò sotto la pianta dei suoi piedi. 18Ora il Signore, mio Dio, mi ha dato pace da ogni parte e non ho né avversari né particolari difficoltà. 19Ecco, ho deciso di edificare un tempio al nome del Signore, mio Dio, come ha detto il Signore a Davide, mio padre: “Tuo figlio, che io porrò al tuo posto sul tuo trono, lui edificherà il tempio al mio nome”. 20Ordina, dunque, che si taglino per me cedri del Libano; i miei servi saranno con i tuoi servi e io ti darò come salario per i tuoi servi quanto fisserai. Tu sai bene, infatti, che fra noi nessuno è capace di tagliare il legname come sanno fare quelli di Sidone”.21Quando Chiram udì le parole di Salomone, si rallegrò molto e disse: “Sia benedetto oggi il Signore che per Davide ha posto un figlio saggio sopra questo popolo numeroso”. 22Chiram mandò a dire a Salomone: “Ho ascoltato ciò che mi hai mandato a dire; io farò quanto tu desideri riguardo al legname di cedro e al legname di cipresso. 23I miei servi lo caleranno dal Libano al mare; lo avvierò per mare a mo' di zattere al luogo che mi indicherai. Là lo slegherò e tu lo prenderai. Quanto a provvedere al mantenimento della mia casa, tu soddisferai il mio desiderio”. 24Chiram diede a Salomone legname di cedro e legname di cipresso, quanto ne volle. 25Salomone diede a Chiram ventimila kor di grano, per il mantenimento della sua casa, e venti kor di olio puro; questo dava Salomone a Chiram ogni anno.26Il Signore concesse a Salomone la sapienza come gli aveva promesso. Fra Chiram e Salomone vi fu pace e conclusero un'alleanza tra loro due.27Il re Salomone arruolò da tutto Israele uomini per il lavoro coatto e gli uomini del lavoro coatto erano trentamila. 28Li mandava a turno nel Libano, diecimila al mese: passavano un mese nel Libano e due mesi nelle loro case. Adoniràm sovrintendeva al lavoro coatto. 29Salomone aveva settantamila operai addetti a portare i pesi e ottantamila scalpellini per lavorare sulle montagne, 30senza contare gli incaricati dei prefetti di Salomone, che erano preposti ai lavori in numero di tremilatrecento e dirigevano il popolo che era occupato nei lavori.31Il re diede ordine di estrarre pietre grandi, pietre scelte, per porre a fondamento del tempio pietre squadrate. 32Gli operai di Salomone, gli operai di Chiram e di Biblo le sgrossavano; inoltre preparavano il legname e le pietre per costruire il tempio.

__________________________Note

5,2 kor: misura di capacità, corrispondeva a 450 litri circa.

5,9-14 Mentre in Mesopotamia e in Egitto la sapienza veniva coltivata da tanto tempo e suscitava l’ammirazione dei popoli vicini, Salomone viene qui presentato come l’iniziatore della sapienza d’Israele. La tradizione successiva gli attribuirà vari libri biblici ed extra-biblici.

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Approfondimenti


1-8. Con una lente di ingrandimento l'autore descrive i confini, il vitto, l'arsenale del regno di Salomone. L'estensione territoriale del v. 1 viene contraddetta da 11,23-25. Damasco, pur non avendo ancora enorme rilievo politico, costituiva tuttavia una barriera all'estensione di Israele fino al «fiume», cioè l'Eufrate. Gli altri contini indicati sono più verosimili. Il kor, misura presa dai sumero-accadici, non è quantificabile con certezza: dai 200 ai 400 litri. Una tale quantità di cibo serviva a mantenere le diverse persone che popolavano la corte: ministri, guardie, mogli e concubine con i figli e infine i servitori. Numerosi alle corti orientali erano anche gli ospiti. Il riferimento a Tifsach, nell'Eufrate, è segno sia dei rapporti di buon vicinato con le altre nazioni, sia del diritto che la monarchia aveva acquistato sulle piste che attraversavano il deserto, non però di dominio politico diretto. Anche la menzione di tutti i re dell'Oltrefiume è da intendere nel senso che questo fu l'unico periodo nella storia di Israele in cui fu possibile un controllo commerciale esterno. I confini tradizionali del settentrione, Dan, e del mezzogiorno, Bersabea, avvolgono il benessere interno, reso ancora più intimo dal ritrarre i sudditi ciascuno nella sua proprietà a godersi l'ombra e il frutto delle piantagioni tipiche: vite e fico. In contrasto con la quiete agreste si pone la strepitosa presentazione della cavalleria, innovazione militare non solo in Israele, ma anche, nello stesso periodo, in Assiria. Forse già nel numero di dodicimila per i cavalli da sella si può leggere una non naturalità del dato e dunque una non verità. Anche qui l'enfasi lascia la sua traccia. La puntualità dei prefetti nello svolgimento del loro incarico conclude la descrizione della prosperità.

9-14. Il presente elogio della sapienza di Salomone si apre con un inequivocabile richiamo a 3,12. Il medesimo verbo ntn, «concedere», il termine hokmāh, «saggezza», Dio come soggetto, Salomone come destinatario ci fanno vedere con chiarezza che si intende presentare qui una nuova versione del compimento della promessa divina. Già il c. 3 l'aveva messo in luce, specie al v. 38. Ora si insiste con una comparazione (vv. 9-11) e con un bilancio (vv. 12-14). La prima fase della comparazione riprende un'immagine biblica (cfr. Gn 22,17; 32,13) che indica la mancanza di limite. Segue un confronto con l'attività sapienziale limitrofa attraverso una progressiva focalizzazione: dall'oriente all'Egitto ai saggi interni, come dovremmo considerare i quattro personaggi citati in base a 1Cr 2,5-6 che li presenta come discendenti di Giuda. Il bilancio dell'attività sapienziale di Salomone si apre proprio con una valutazione numerica della sua produzione. La grande quantità di proverbi costituì la fonte da cui provengono le raccolte attualmente riportate nel libro dei Proverbi cc. 10-22 e 25-29. Già qui si insinua la paternità salomonica degli scritti sapienziali che la tradizione svilupperà abbondantemente (cfr. 1Re 8,12-13; Sal 72 e 127; Ct 1,1; Sap 6-9). L'attività sapienziale manifestava uno spiccato interesse per la classificazione delle piante e degli animali. L'interesse per la natura come forma sapienziale è molto antica in Mesopotamia (3° millennio), e in Egitto precede di un secolo l'epoca di Salomone. Pertanto questo argomento quale motivo di sapere che suscita ammirazione ci riporta a una data molto antica in cui collocare l'origine della tradizione sulla sapienza di Salomone, probabilmente allo stesso periodo salomonico. Come venisse utilizzato questo argomento è meno semplice stabilirlo. Si trattava di semplice elencazione o di utilizzo degli animali e delle piante per costruire dei paragoni e degli apologhi come in Prv 30,15-23 e Gdc 9,8-15? Anche in Gb 38-40 troviamo esemplificato un particolare uso di questo materiale. Il brano si conclude con un ulteriore superamento dei limiti; si tratta ora di quelli geografici. La sapienza di Salomone raggiunge tutte le nazioni attirando ammiratori. Questa iperbole costituisce la preparazione remota di quanto si racconterà in 10,1-13, la visita della regina di Saba.

15-32. Questa seconda parte del c. 5 costituisce una introduzione all'attività di Salomone che viene presentata nei cc. 6-10 come articolata in attività edilizia e attività commerciale. 2Cr 2 costituisce il parallelo del presente brano. Il tempio riveste la massima importanza nella tradizione deuteronomista che parte dalla riforma di Giosia incentrata sulla unificazione del luogo di culto. Dedicandosi prima di tutto alla edificazione della casa del Signore, Salomone dimostra ancora una volta la saggezza ricevuta da Dio. Il regno non poteva cominciare con una scelta migliore. Dalla sapienza praticamente dimostrata con la precedenza data a Dio attraverso l'edificazione della sua casa vengono i successi internazionali sul piano politico-diplomatico e commerciale.

15. Era uso consueto nell'Antico Vicino Oriente l'invio di delegazioni da parte di sovrani quando un loro collega scompariva e veniva sostituito dal successore. Ciò è ben illustrato nelle lettere di El-Amarna e per la letteratura biblica da 2Sam 10,1 e 2Cr 19,1. Il re di Tiro ora ottempera a questa usanza spinto però da un motivo in più: una lunga amicizia con lo scomparso re d'Israele, Davide. Il monarca straniero viene presentato con un'abbreviazione del nome mentre la forma completa dovrebbe essere Ahiram attestata su un sarcofago di Biblos del 1200 a.C. appartenuto a un re. La visita diplomatica diventa l'occasione per uno scambio di lettere destinate a confermare l'antica amicizia e corroborare le relazioni commerciali. La lettera di Salomone si sviluppa in due parti:

  1. vv. 17-19. Premessa storico-teologica
  2. v. 20. Richiesta di materiale e proposta di lavoro.

17-19. La prima parte racconta brevemente il motivo per cui Davide non riuscì ad edificare il tempio: le guerre che lo impegnavano. Tuttavia in 17b l'immagine tipicamente orientale del re vincitore che calpesta il collo del alla quale decide di edificare il tempio. L'incongruenza viene superata perché in realtà ciò che qui interessa è far vedere che la grande promessa di 2Sam 7 in parte è già realizzata: Davide ha un successore, e si avvia ora al compimento definitivo in quanto il casato di Davide edifica la casa di Dio. Cosi anche la seconda fase della promessa – 2Sam 7,12-13 – è ormai giunta a maturazione.

20. La richiesta ha come oggetto un materiale assai desiderato per le costruzioni di tutto l'Antico Vicino Oriente: i cedri del Libano. Le dimensioni di queste piante, la pregiatezza, la durevolezza, le rendevano adatte alle costruzioni grandiose. La Palestina possedeva al massimo fichi selvatici (sicomori) impiegati solo nell'edilizia comune. Salomone chiude la lettera sottolineando l'abilità dei Fenici e dei Sidonii nell'arte del legno. Egli evidenzia così non solo le doti degli alleati, eccellenti boscaioli oltre che navigatori, ma anche le proprie quale fine diplomatico.

21. Chiram reagisce con entusiasmo alla lettera di Salomone e si esprime in conformità alla mentalità allora diffusa che ogni terra aveva una sua divinità. Così si spiega la benedizione rivolta al Dio di Israele chiamato con il suo nome proprio JHWH. Il motivo della lode si rifà ancora una volta alla sapienza di Salomone e al c. 3, fondamentale per questo tema, con il richiamo al popolo numeroso (cfr. 3,9).

22-23. La lettera di Chiram è una risposta positiva al re di Israele tranne sul punto degli operai israeliti inviati sul posto. Il re di Tiro consegnerà il materiale richiesto nel luogo indicato da Salomone per introdurlo direttamente in Palestina. La scelta cadde sul porto di Giaffa, stando a 2Cr 2,15. Non è questo il primo caso in cui Chiram procurò pregiato legname da costruzione a Israele. Il precedente si trova in 2Sam 5,11 che illustra l'aiuto dato da Chiram a Davide per la costruzione della reggia attraverso materiale e manodopera qualificata.

24-25. L'accordo è ormai attuato. Anche in questo caso la quantità viene ingrandita. La misura del legname, cedri e abeti, è il bisogno di Salomone; la misura del salario è ancora la generosità di quest'ultimo. La Fenicia possedeva un territorio stretto lungo la costa e i suoi abitanti si dedicavano soprattutto ad attività marinare; dal punto di vista agricolo era pertanto carente. L'accordo con Israele, in cui vi era invece abbondanza di prodotti agricoli, risultava forse necessario tenendo conto della grande quantità di grano che viene inviata. Può darsi che questa impresa abbia causato qualche problema di bilancio stando alla notizia di 9,11.

26. Questo piccolo sommario conclude rimettendo in scena la saggezza di Salomone fondamento dell'accordo con Chiram e della pace già presentata al v. 4 come caratteristica del suo regno e così strettamente legata al suo nome. Questo ricorre ben 22 volte nel capitolo, ma non può sfuggirci il gioco letterario che lo richiama concentrato nei vv. 9-14 e 17-19. La stabilità della pace viene confermata da 9,26-28; 10,11-22 in cui la collaborazione tra i due re è ribadita.

27-32. Si tratta di materiale d'archivio rielaborato con la consueta tendenza a gonfiare i numeri. Un confronto con 9,23, maggiormente attendibile, fa prendere coscienza del ridimensionamento da operarsi. Alla luce del v. 23 in cui Chiram provvede al legno, dal taglio alla consegna, senza coinvolgere operai di Salomone, si dovrebbe rivedere la notizia del v. 28 sul lavoro in Libano. La collaborazione con operai specializzati provenienti dall'estero conclude la preparazione della costruzione del tempio. Le fondamenta sono poste, ora osserveremo l'edificio.

(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Vicolo

dolore antico di donne in nero a segnarsi se dal profondo si levano i morti a dare infausti presagi

vicolo inghiottito da un grappolo di case appese a strapiombo

ricettacolo d'umori ancestrali in un tempo cristallizzato sospeso

.

Riconoscimento del testo


Hai scritto un breve poema denso di immagini e atmosfera, concentrato su spazio urbano ridotto e memorie ancestrali che emergono come presagi.


Lettura e temi principali


  • Atmosfera: cupa e sospesa, dominata da un dolore antico che sembra stratificato nella pietra e negli angoli del vicolo.
  • Spazio: il vicolo è sia luogo fisico che contenitore simbolico; lo spazio ristretto amplifica la presenza del passato.
  • Figure: le “donne in nero” richiamano lutto collettivo e ritualità; i morti che si levano suggeriscono ritorni del passato o memorie che non si estinguono.
  • Tempo: il verso finale cristallizza il tempo, imponendo un presente immobile dove l'ancestrale si conserva come un umore vischioso.

Elementi stilistici efficaci


  • Uso di immagini precise e sintetiche che evocano sensazioni forti senza sovraccaricare.
  • Ripetizione ossessiva della parola “vicolo” crea un nucleo ritornante che rafforza il tema dello spazio chiuso.
  • Lessico evocativo e sobrio: parole come “inghiottito”, “strapiombo”, “ricettacolo” funzionano bene per il tono desiderato.

Suggerimenti di revisione (opzioni da applicare singolarmente o insieme)


  1. Varietà ritmica: alterna un verso più lungo per rompere la sospensione e far emergere un'immagine chiave.
  2. Precisione sensoriale: aggiungi un dettaglio tattile, olfattivo o sonoro (es. odore di muri umidi, il cigolio di persiane) per ancorare l'immagine.
  3. Collegamento emotivo: inserisci un piccolo gesto umano che renda il dolore più immediato (una mano che si chiude, un passo che smuove polvere).
  4. Regolare il lessico marcato: sostituire uno dei termini più forti (es. “inghiottito” o “ricettacolo”) se vuoi meno enfasi lessicale e più leggerezza espressiva.

Traduzione in inglese


Alley

ancient pain of women in black making the sign of the cross as from the depths the dead rise to give ill omens

alley swallowed by a cluster of houses hung on a cliff

repository of ancestral humors in a frozen time suspended


Breve proposta alternativa (due versi di possibile sviluppo)


vicolo le voci del mattino hanno ancora il sapore del lutto


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(Quell'onda che ti tiene lieve - e-book)


(Quell'onda che ti tiene lieve – e-book)

Postfazione proposta

Sintesi rapida


Obiettivo: offrire al lettore una chiusura che valorizzi i temi spirituali e onirici della raccolta, contestualizzi lo stile essenziale dell'autore e lasci una traccia emotiva che inviti alla rilettura.Tono: riflessivo, caloroso, misurato; linguaggio accessibile ma curato.


Temi principali da evidenziare


  • Dualità anima/corpo e la tensione verso il Tutto.
  • Sogno e visione come spazio di salvezza e memoria.
  • Morte come risurrezione e trasformazione, non come annullamento.
  • Amore e fede come elementi che sopravvivono all'attraversamento del tempo.

    Stile e lingua

  • Verso breve e asciutto, immaginifico ma privo di retorica superflua.
  • Immagini ricorrenti: acqua, onde, luce, ali, sogno.
  • Voce che alterna intimità e visione collettiva, personale e mitica.

    Testo della postfazione (da inserire nel volume)


    Quando si chiude questo libro si avverte la sensazione di aver percorso, insieme al poeta, un tratto di quel cammino che cerca il cerchio perfetto dell'anima. Felice Serino non scrive per esibire dolore o nostalgia: scrive per trasformare il dolore in luce, la memoria in paesaggio, il corpo in soglia. Come osserva Donatella Pezzino,“Quando ci si accosta all'opera di Felice Serino, è difficile non notare il dinamismo della dimensione interiore: nonostante sia interamente incentrata sull'anima, infatti, la sua poesia è ben lungi dal ripiegarsi in sé stessa, poiché l'essenza umana è continuo movimento.”La raccolta procede per immagini nette e lampi di linguaggio: il verso si fa gesto, la parola si asciuga fino a diventare struttura portante di un pensiero che guarda oltre il visibile. Non è un caso che ricorrano figure come l'onda, il mare, l'angelo e il sogno: esse non sono semplici simboli, ma stazioni di passaggio in cui l'io si misura con l'alterità e con l'idea di un Tutto che accoglie. L'anima di Serino è descritta come “un agglomerato di particelle che, pur restando unite, sciamano in tutte le direzioni, nella brama di riunirsi al loro elemento naturale: il Tutto.”Leggere questi versi significa accettare un ritmo che alterna attesa e approdo, smarrimento e riconoscimento. La morte non è qui un tabù, ma la soglia che restituisce dignità e senso: la dissoluzione del corpo apre la possibilità di una nuova forma di presenza. Allo stesso tempo, l'amore e la fede emergono come residui luminosi che possono sopravvivere al tempo e alla dissoluzione. Questa postfazione non vuole spiegare né ridurre la poesia a definizioni: vuole piuttosto accompagnare il lettore a un secondo giro di lettura, suggerendo di fermarsi sulle immagini che più lo colpiscono, di rileggere i testi ad alta voce, di lasciare che la lingua breve e concentrata di Serino faccia il suo lavoro di scavo. È una poesia che chiede partecipazione: non basta osservare, occorre lasciarsi toccare. Concludo invitando il lettore a conservare il libro come un piccolo atlante di passaggi interiori: ogni poesia è una mappa, ogni immagine una bussola. Tornate a queste pagine quando il mondo vi sembrerà troppo pesante; troverete lì, come in un'onda che tiene lieve, la possibilità di ritrovare il respiro e la luce.

—(Copilot)


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Postfazione


Felice Serino in Afflati consegna al lettore una raccolta che è insieme mappa e respiro: mappa di un percorso interiore, respiro che scandisce immagini e silenzi. La poesia qui non si limita a nominare il mondo; lo plasma, lo rende tattile e lo trasforma in esperienza condivisa.

Sintesi e valore poetico


La raccolta si muove tra memoria, perdita, meraviglia e una costante tensione verso il trascendente. I testi alternano lampi di visione (immagini naturali, cieli, alberi, uccelli) a momenti di intimità dolorosa, creando un equilibrio tra il lirico e l’epifania. Come si legge nella prefazione del volume: “Felice Serino muta il senso, il tatto, rendendo tattile la parola sul rigo.” Dal medesimo testo emerge anche la cifra spirituale dell’autore: “Il fiato si forma verso l'inscalfibile di chi ha visto l'invisibile e per noi lo traduce.” Queste frasi riassumono la vocazione del libro: trasformare l’esperienza in parola che tocca.

Temi ricorrenti


  • La presenza della perdita: molte poesie sono sospese tra il ricordo e la rassegnazione, con immagini che rimandano a oggetti quotidiani come profumi, collane, fotografie — testimoni di assenze.
  • La natura come specchio dell’anima: boschi, cieli, uccelli e fiori non sono semplici paesaggi ma luoghi di dialogo e guarigione.
  • La tensione spirituale: riferimenti alla luce, alla croce, all’angelo e all’itaca interiore costruiscono una geografia dell’anima che cerca senso oltre il visibile.

    Stile e lingua


    Serino usa una lingua essenziale ma densa: versi brevi, enjambement calibrati, immagini che si accendono senza sovraccaricare. La voce poetica alterna registri — dal colloquiale al sacro — mantenendo però una coerenza tonale che rende la lettura fluida e intensa. La scelta di frammentare il verso e di privilegiare il ritmo del respiro contribuisce a una lettura che è anche esperienza fisica: si legge come si respira.

    Per il lettore


    Questo libro chiede attenzione e disponibilità a lasciarsi attraversare. Non è una poesia che si spiega facilmente: si rivela a chi accetta il suo ritmo, a chi sa sostare sulle immagini e ascoltare il silenzio che le circonda. Afflati è adatto a chi cerca una poesia che sia insieme consolazione e interrogazione.

    Conclusione


    Afflati è un invito a tornare sul confine tra il visibile e l’invisibile, a riconoscere nelle piccole cose la traccia del grande mistero. La raccolta conferma Felice Serino come voce matura, capace di trasformare il dolore e la meraviglia in versi che restano. Per chi chiude il libro, resta la sensazione di aver partecipato a un dialogo intimo con il mondo e con se stessi.


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Postfazione


La raccolta Oltre l'esilio si presenta come un viaggio che attraversa il lutto, la memoria e la speranza, senza mai rinunciare a una lingua che sa farsi lieve e insieme insistente. I versi di Felice Serino non si limitano a raccontare l'assenza: la sondano, la trasformano in figura, in immagine, in canto. Qui la poesia è strumento di conoscenza e di consolazione, un laboratorio dove il dolore si misura con la luce e con il mare, con il mito e con il quotidiano.

Un itinerario di luce


La luce ricorre come motivo e come misura: è frammento, aleph, primo bagliore. Attraverso metafore che vanno dal cielo al mare, dalla foglia alla conchiglia, Serino costruisce una geografia dell’anima in cui il visibile e l’invisibile si toccano. Oltre l’esilio non è soltanto il titolo: è la direzione del verso, il movimento che porta il poeta a cercare un altrove dove le relazioni perdurate — con i morti, con la memoria, con la donna amata — trovano nuova voce. La luce qui non cancella l’ombra; la attraversa, la rende leggibile.

La voce e il tempo


La voce poetica è insieme intima e collettiva: parla di un “tu” che è presenza e memoria, ma parla anche a una comunità di lettori che riconosce nelle immagini il proprio sentire. Il tempo in questi testi è stratificato: c’è il tempo del ricordo, il tempo del sogno, il tempo sacro della prima luce. La scansione dei versi alterna momenti di lirismo raccolto a improvvisi scarti di immagine, come se il pensiero si aprisse e si richiudesse in continue rivelazioni. È una poesia che non pretende risposte definitive, ma invita a una paziente attenzione.

Temi e tensioni


Tra i temi ricorrenti emergono la sacralità della vita, la fragilità della memoria (con riferimenti espliciti alla malattia e all’Alzheimer), e il rapporto con il mito e la tradizione letteraria. Il mare, l’odissea, l’aleph borgiano: questi richiami non sono citazioni ornamentali, ma strumenti per leggere la condizione umana contemporanea. La tensione tra eros e perdita, tra il quotidiano e l’oltre, conferisce alla raccolta una profondità che non scade mai nel sentimentalismo.

Invito al lettore


Leggere Oltre l’esilio significa lasciarsi attraversare: accettare che la poesia non risolva, ma trasformi. I testi chiedono una lettura lenta, capace di cogliere le sfumature, i silenzi, le pause. È una poesia che si dona a chi sa ascoltare, che restituisce frammenti di senso come piccoli doni. Al lettore resta il compito di raccogliere questi frammenti e di farne, a sua volta, esperienza personale. La raccolta conferma Felice Serino come voce coerente e matura della nostra poesia: un poeta che sa coniugare il sentimento con la misura, la memoria con l’immaginazione, la sofferenza con una tenace fiducia nella parola.Concludo ricordando che la poesia di Serino non chiude porte ma le apre: invita a un oltre che non è fuga, ma ritorno. È un invito a restare, a ricordare, a trasformare l’esilio in luogo di incontro.

Postfazione II


Leggo i tuoi versi come si sfoglia un album di fotografie che non invecchia: ogni pagina trattiene un respiro, un gesto, un volto che torna a farsi presente. Oltre l’esilio è un diario dell’anima che parla piano ma non tace mai; parla a chi ha conosciuto la perdita e a chi, come te, sa trasformarla in cura attraverso la parola. La tua voce mi arriva vicina, come una mano che sfiora la spalla. Nei frammenti di luce e nei richiami al mare c’è una tenerezza che non si concede facili consolazioni: preferisce restare accanto al dolore, nominarlo, accoglierlo. Le immagini — la foglia, la conchiglia, l’aleph — non sono ornamenti, sono piccole lanterne che guidano il lettore dentro stanze dove il ricordo si fa presenza viva. Mi colpisce la misura del tono: mai urlato, sempre misurato, come chi sa che la verità si svela nei silenzi tra un verso e l’altro. C’è un dialogo costante con chi non c’è più, ma anche con la donna amata, con la memoria che vacilla, con la musa che a volte si nasconde. In questo dialogo la poesia diventa compagnia, un luogo dove restare senza fretta. Leggere questi testi è un atto intimo: si entra, si resta, si esce cambiati. La raccolta non promette risposte definitive; offre invece una presenza, una compagnia che sa ascoltare e restituire bellezza. È una poesia che cura perché non finge di guarire, ma accompagna il cammino con delicatezza e coraggio. Concludo con gratitudine: grazie per aver trasformato il tuo esilio in un luogo dove altri possono trovare rifugio. La tua parola resta, come sempre, un dono.

Dedica


Dedicato a Felice, che ha saputo trasformare l’esilio del cuore in una casa di parole. Nei tuoi versi ho trovato una mano che accompagna, una luce che non cancella l’ombra ma la rende abitabile. Ogni immagine — la foglia, il mare, l’aleph — è una piccola lanterna che guida chi legge dentro stanze di memoria e tenerezza. Grazie per aver condiviso il tuo cammino: la tua voce resta compagnia, cura e dono, capace di accogliere il dolore senza fretta e di restituirci, sempre, un poco di speranza. (Copilot)


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Vicolo

dolore antico di donne in nero a segnarsi se dal profondo si levano i morti a dare infausti presagi

vicolo inghiottito da un grappolo di case appese a strapiombo

ricettacolo d'umori ancestrali in un tempo cristallizzato sospeso

.

Riconoscimento del testo


Hai scritto un breve poema denso di immagini e atmosfera, concentrato su spazio urbano ridotto e memorie ancestrali che emergono come presagi.


Lettura e temi principali


  • Atmosfera: cupa e sospesa, dominata da un dolore antico che sembra stratificato nella pietra e negli angoli del vicolo.
  • Spazio: il vicolo è sia luogo fisico che contenitore simbolico; lo spazio ristretto amplifica la presenza del passato.
  • Figure: le “donne in nero” richiamano lutto collettivo e ritualità; i morti che si levano suggeriscono ritorni del passato o memorie che non si estinguono.
  • Tempo: il verso finale cristallizza il tempo, imponendo un presente immobile dove l'ancestrale si conserva come un umore vischioso.

Elementi stilistici efficaci


  • Uso di immagini precise e sintetiche che evocano sensazioni forti senza sovraccaricare.
  • Ripetizione ossessiva della parola “vicolo” crea un nucleo ritornante che rafforza il tema dello spazio chiuso.
  • Lessico evocativo e sobrio: parole come “inghiottito”, “strapiombo”, “ricettacolo” funzionano bene per il tono desiderato.

Suggerimenti di revisione (opzioni da applicare singolarmente o insieme)


  1. Varietà ritmica: alterna un verso più lungo per rompere la sospensione e far emergere un'immagine chiave.
  2. Precisione sensoriale: aggiungi un dettaglio tattile, olfattivo o sonoro (es. odore di muri umidi, il cigolio di persiane) per ancorare l'immagine.
  3. Collegamento emotivo: inserisci un piccolo gesto umano che renda il dolore più immediato (una mano che si chiude, un passo che smuove polvere).
  4. Regolare il lessico marcato: sostituire uno dei termini più forti (es. “inghiottito” o “ricettacolo”) se vuoi meno enfasi lessicale e più leggerezza espressiva.

Traduzione in inglese


Alley

ancient pain of women in black making the sign of the cross as from the depths the dead rise to give ill omens

alley swallowed by a cluster of houses hung on a cliff

repository of ancestral humors in a frozen time suspended


Breve proposta alternativa (due versi di possibile sviluppo)


vicolo le voci del mattino hanno ancora il sapore del lutto


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1RE - Capitolo 4


I funzionari del regno di Salomone (4,1-5,8)1Il re Salomone estese il suo dominio su tutto Israele. 2Questi erano i suoi dignitari: Azaria, figlio di Sadoc, fu sacerdote; 3Elicòref e Achia, figli di Sisa, scribi; Giòsafat, figlio di Achilùd, archivista; 4Benaià, figlio di Ioiadà, capo dell'esercito; Sadoc ed Ebiatàr, sacerdoti; 5Azaria, figlio di Natan, capo dei prefetti; Zabud, figlio di Natan, sacerdote, amico del re; 6Achisar maggiordomo; Adoniràm, figlio di Abda, sovrintendente al lavoro coatto.7Salomone aveva dodici prefetti su tutto Israele, i quali provvedevano al re e alla sua casa; ognuno aveva l'incarico di procurare il necessario per un mese all'anno. 8Questi sono i loro nomi: il figlio di Cur, sulle montagne di Èfraim; 9il figlio di Deker, a Makas, a Saalbìm, a Bet-Semes, a Elon-Bet-Canan; 10il figlio di Chesed, ad Arubbòt: a lui appartenevano Soco e tutta la regione di Chefer; 11il figlio di Abinadàb aveva tutta la collina di Dor; sua moglie era Tafat, figlia di Salomone; 12Baanà, figlio di Achilùd, aveva Taanac, Meghiddo e tutta Bet-Sean che è dal lato verso Sartàn, sotto Izreèl, da Bet-Sean fino ad Abel-Mecolà, fin oltre Iokmeàm; 13il figlio di Gheber, a Ramot di Gàlaad: a lui appartenevano i villaggi di Iair, figlio di Manasse, in Gàlaad, il distretto di Argob in Basan, sessanta grandi città con mura e spranghe di bronzo; 14Achinadàb, figlio di Iddo, a Macanàim; 15Achimàas in Nèftali: anch'egli aveva preso in moglie una figlia di Salomone, Basmat; 16Baanà, figlio di Cusài, in Aser e in Zàbulon; 17Giòsafat, figlio di Parùach, in Ìssacar; 18Simei, figlio di Ela, in Beniamino; 19Gheber, figlio di Urì, nella regione di Gàlaad, cioè la terra di Sicon, re degli Amorrei, e di Og, re di Basan. Inoltre c'era un prefetto unico nella terra di Giuda.20Giuda e Israele per quantità erano numerosi come la sabbia del mare; mangiavano, bevevano e vivevano felici.

__________________________Note

4,8 il figlio di Cur: i funzionari sono citati solo col nome del padre e non con il loro. L’autore vuole forse indicare quelle famiglie che offrivano abitualmente funzionari al re.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


Il c. 4 presenta non poche difficoltà di critica testuale e di conseguenza di comprensione dell'identità delle persone e delle cariche, nonché della delimitazione dei distretti amministrativi. La divergenza nella tradizione testuale diventa evidentissima nel caso della Vulgata che estende il capitolo fino al v. 14 di quello successivo. La scelta può essere motivata dal fatto che in quei versetti si riprende l'argomento della divisione amministrativa mostrandone l'efficacia, mentre nei vv. 9-14 si parla della sapienza di Salomone passando poi, al v. 15, ad un nuovo argomento: l'alleanza con Chiram.

1. Una brevissima notizia sull'estensione del regno di Salomone dovuta al redattore e che si rifà a 2Sam 8,15a come introduzione alla lista dei ministri.

2-6. Il governo centrale di Salomone viene presentato nei suoi componenti e nei suoi uffici. Non è da escludere che l'amministrazione egiziana abbia ispirato l'organizzazione di questo governo. Per Azaria il testo è ambiguo. Potrebbe aver esercitato la funzione sacerdotale o potrebbe semplicemente esser stato figlio del sacerdote Zadok, versione preferita dai LXX 2,46h. Elicoref, nome difficile che può indicare un ufficio (responsabile del calendario?) oppure la persona, in questo caso fratello di Achia con il quale aveva l'incarico di scriba, cioè segretari reali con il compito tra l'altro della corrispondenza interna ed estera. Giosafat ricopre un ufficio indicato con un participio hifil, mazᵉkîr, polivalente: colui che ricorda, chiama, riferisce, esprimibile forse con “araldo”. Può darsi che regolasse il cerimoniale di corte, introducesse alle udienze e fungesse da portavoce regio presso il popolo. Viene ricordato anche in 2Sam 8,16; 20,4; 2Cr 8,15. Benaia è già stato presentato (cfr. 1,10; 2,35). La menzione dei due sacerdoti Zadok ed Ebiatar costituisce problema visto che Ebiatar è già stato allontanato da Gerusalemme (2,26-27). La presenza del suo nome può essere spiegata tenendo presente l'influsso di 2Sam 20,23-25 dove i due nomi appaiono, come qui, senza patronimico. Quest'ultimo testo insieme a 2Sam 8,16-18 ha influito sulla compilazione del nostro elenco. In comune col governo di Davide ci sono Giosafat e Benaia. Ciò fa supporre che questa lista di ministri presenti il governo della prima metà del regno di Salomone. Per il secondo Azaria della lista non è chiaro se sia il figlio del profeta o il nipote di Salomone (2Sam 5,14). Probabilmente il suo incarico consisteva nel garantire la puntualità nella consegna dei viveri da parte dei distretti. Zabud rimane inserito come Azaria nel problema della identificazione di suo padre Natan. Il suo titolo «amico del re», probabilmente adottato dall'Egitto, si trova già in 2Sam 15,37 riferito a Cusai per quanto riguarda Davide. Achisar, maggiordomo del re, sovrintendente al palazzo è l'unico a non avere patronimico in questa lista. Il suo incarico aumentò successivamente d'importanza, cfr. 2Re 15,5; 18,3.18. Adoniram si trova a volte con il nome più breve Adoram, come in 2Sam 20,24 dove già figura, sotto Davide, come sovrintendente ai lavori forzati.

7-19. L'elenco dei prefetti. Erano questi ufficiali del fisco; al loro nome fa seguito il territorio di cui sono responsabili. La lista è compilata in maniera molto difforme. Non segue un ordine geografico preciso; di alcuni è riferito solo il patronimico, di altri anche il nome personale. Per il territorio a volte si nominano delle città, a volte i territori delle tribù il cui carattere viene solo in parte rispettato. Il numero dodici non è legato alle tribù, ma ai mesi dell'anno che stabilivano i turni per l'approvvigionamento della corte. La lettura dell'elenco pone subito di fronte a una difficoltà: i prefetti nella lista risultano 13 e non 12. Una ragionevole soluzione del problema si ha osservando come nel v. 19 si ripeta quello che già è detto al v. 13 del TM. Si parla della stessa persona, Gheber, e della stessa terra, Galaad (Gad del v. 19 viene dalla tradizione testuale greca). Gad era sotto il prefetto di Macanaim, sempre stata gadita (cfr. Gs 21,38). Eliminando questa ripetizione si raggiunge il numero 12 includendo il prefetto di cui si parla in 19b. Come identificare questo prefetto con quello di Giuda che non poteva essere esclusa dalla tassazione? Il TM parla genericamente di «territorio» senza specificazione. Ciò è dovuto allo scriba, archivista della Giudea, che parla di territorio in maniera familiare intendendo appunto la terra di Giuda. In seguito a queste spiegazioni si propone la seguente ripartizione del territorio:

  • A) Centro Israele
  1. La zona collinare di Efraim
  2. Il vecchio territorio dei Daniti
  3. Manasse
  4. La costa di Dor
  5. Le strategiche depressioni di Esdrelon
  • B) La Transgiordania
  1. Nord Galaad
  2. Sud Galaad
  • C) Nord Israele
  • Neftali
  • Aser
  • Issacar
  • D) Il Sud
  • Beniamino
  • Giuda

20. Un piccolo sommario in cui la prosperità del regno unito viene presentata con due immagini tipicamente bibliche: la sabbia del mare per indicare l'alto numero di abitanti (cfr. Gn 22,17) e l'abbondanza di cibo.

(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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da parecchio tempo le visite di esseri umani (non bot) a differx.noblogs.org stazionano regolarmente sopra le cinquemila quotidiane. con picchi a volte fino a trentamila.

e insomma. tre post dell’8 aprile hanno raggiunto (nel complesso) ventimila click. sono questi:

differx.noblogs.org/2026/04/08…

differx.noblogs.org/2026/04/08…

edifferx.noblogs.org/2026/04/08…

mi rendo conto perfettamente che le cose che condivido su differx non escono sul Corsiero della Pera, non le legge il neurone di Maolo Pieli, anche perché spernacchiano il Promo&Strego&Sego, fanno ciao a Smerdadori, e sdegnano il sito della Fondazione Luì Vuittone Per lo Scorporo della Cura de li Cani dall’ISEE, però – diobono – ventimila kraniate di umani reali su appena tre post credo decenti, in un giorno solo, in un sito stronzissimamente libertario come il mio, ahó, a me mi garbano tanto.

#differx #visite #isee


noblogo.org/differx/da-parecch…