Steve Earle & The Dukes – So You Wannabe An Outlaw (2017)


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Dopo il piacevole ma piuttosto disimpegnato disco di duetti con Shawn Colvin di un anno fa, torna Steve Earle con uno degli album più belli della sua ormai più che trentennale carriera. So You Wannabe An Outlaw è un CD di brani originali che, come lascia intuire il titolo, è anche un sentito tributo ad una certa musica country texana dei seventies, meglio conosciuta come Outlaw Music, che aveva i suoi massimi esponenti in Willie Nelson, Waylon Jennings e Billy Joe Shaver, un country robusto ed elettrico e non allineato con i precisi dettami commerciali di Nashville... artesuono.blogspot.com/2017/07…


Ascolta il disco: album.link/i/1229256866



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Steve Earle & The Dukes – So You Wannabe An Outlaw (2017)


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Dopo il piacevole ma piuttosto disimpegnato disco di duetti con Shawn Colvin di un anno fa, torna Steve Earle con uno degli album più belli della sua ormai più che trentennale carriera. So You Wannabe An Outlaw è un CD di brani originali che, come lascia intuire il titolo, è anche un sentito tributo ad una certa musica country texana dei seventies, meglio conosciuta come Outlaw Music, che aveva i suoi massimi esponenti in Willie Nelson, Waylon Jennings e Billy Joe Shaver, un country robusto ed elettrico e non allineato con i precisi dettami commerciali di Nashville... artesuono.blogspot.com/2017/07…


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Dighe mobili e astensionismo. Un bollettino delle elezioni municipali in Francia dopo il secondo turno.

Mentre in Italia, tra domenica e lunedì, l’attenzione collettiva era interamente rivolta al risultato del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, in Francia più di trentamila sindaci si stavano insediando nei rispettivi consigli comunali dopo i due turni elettorali svoltisi tra 14-15 e 22-23 marzo. L’importanza delle elezioni municipali francesi è dovuta, in generale, a differenza di quanto solitamente accade in Italia, al fatto che quasi tutti i cittadini sono chiamati al voto contemporaneamente e soprattutto nelle grandi città. Questa congiuntura permette dunque di valutare da vicino lo stato dei rapporti di forza tra partiti: più nel dettaglio, le ultime elezioni avevano già in partenza significato politico del tutto particolare considerata la presenza – molto più diffusa rispetto al 2020 – di liste autonome de La France Insoumise, il partito rappresentante della sinistra francese antiliberale guidato da Jean-Luc Mélenchon.

Un’analisi complessiva dell’esito elettorale risulta abbastanza difficile per la sua incertezza di fondo e per la differenza di prospettiva a seconda, com’è evidente, delle interpretazioni di campo e soprattutto del peso che si attribuisce, nella valutazione, ai risultati ottenuti nelle grandi città. Di certo, la riconferma del Parti Socialiste a Parigi e Marsiglia e dei verdi a Lione, tramite, rispettivamente, le elezioni al secondo turno di Emmanuel Grégoire, Benoit Payan e Gregory Doucet ha consentito di tirare l’ormai estremo sospiro di sollievo della tenuta (social)democratica contro l’avanzata delle destre, rappresentate a Parigi dalla candidata repubblicana Rachida Dati (sostenuta dal ritiro, al secondo turno, della candidata di estrema destra e consigliera di Eric Zemmour Sarah Knafo), a Marsiglia dal candidato del Rassemblement National Franck Allisio e a Lione dal macronista e patrizio (è l’ex presidente della squadra di calcio della città) Jean-Michel Aulas. Il trionfalismo esasperato per la “resistenza” e l’opposizione alla destra, repubblicana o neofascista che sia, simile alle scene di giubilo nelle piazze delle città italiane per il risultato del referendum, ha per la verità anche in Francia respiro cortissimo e mostra, più che nascondere, due temi che da anni si impongono dopo ogni chiamata al voto: l’alleanza precaria a tra LFI e coalizione socialdemocratica in funzione di “barrage” contro il Rassemblement National e, soprattutto, l’astensionismo.

Per quanto riguarda il primo punto, il rifiuto dell’alleanza con gli “insoumis” da parte del PS, incalzato soprattutto dall’ostracismo dell’ala destra (rappresentata da Raphael Glucksmann e dall’ex presidente François Hollande) ha provocato risposte diverse da parte dei candidati melenchonisti: a Parigi, ad esempio, Sophie Chikirou non ha ritirato la candidatura pur invitando a considerare l’incertezza dell’esito elettorale e consegnando, di fatto, una percentuale decisiva di voti a favore del socialista Gregoire; diversamente, a Marsiglia, Sébastien Delogu ha rinunciato a presentarsi al secondo turno in seguito alle manifestazioni di piazza dello scorso fine settimana, e a Lione Anais Belouassa-Cherifi ha optato per la fusione con le liste del PS garantendo a LFI l’immagine di unico e vero anticorpo istituzionale contro il RN per la messa in campo di una, ancorché soltanto decente, vera visione politica. In altre città, come a Tolosa, Brest o Limoges, LFI e PS hanno scelto inutilmente di fare comune opposizione alla destra per difendere o riconquistare la maggioranza nei diversi consigli comunali, suscitando forti critiche (sempre dell’ala destra dei Glucksmann e degli Hollande, pronti alla chiamata di un congresso che probabilmente revocherà l’attuale direzione di partito) al segretario socialista Olivier Faure. Tali prese di posizione confermano di fatto la natura centrista, moderata e conservatrice di una enorme fetta dell’ormai decrepito Parti Socialiste, che da decenni (dalle privatizzazioni del governo Jospin sulle esequie del quale la sinistra istituzionale, compatta, ha versato lacrime) adotta, quando al potere, misure di austerità e securitarismo.

Già non aveva stupito, nei mesi scorsi, la vergognosa campagna elettorale antiLFI anche da parte del blocco socialdemocratico, rafforzata spregevolmente nei toni soprattutto in seguito alla morte del militante fascista Quentin Deranque per la quale si è levata, univoca, la voce dell’intero arco parlamentare contro il partito di Mélenchon. Non sarà mai inutile ricordare le accuse di antisemitismo per l’incrollabile presa di posizione di LFI contro il genocidio dei palestinesi da parte di Israele cui fece seguito, nell’autunno del 2023, il ritiro del PS dall’intergruppo della NUPES nell’Assemblea nazionale (Nouvelle Union Populaire Ecologique et Sociale), coalizione nata in vista delle elezioni presidenziali del 2022 per contrastare la conferma di Macron – poi riproposta come nulla fosse per le elezioni legislative del luglio 2024. Anche considerando quelle città dove l’alleanza ha funzionato, a Nantes, a Tours, a Grenoble, è evidente che l’incompatibilità politica tra PS (e membri delle sue coalizioni, come ecologisti o PCF) e LFI sia “il” tema interno alla sinistra istituzionale e rileva della precaria strategia delle “dighe mobili” erette all’occorrenza contro i neofascisti (o repubblicani: ma se si prende come esempio Nizza ogni distinzione sembra ormai cadere) tra campagne di delegittimazione reciproca, soprattutto a parte socialista.

LFI, pur non essendo dichiaratamente partito rivoluzionario, resta ad oggi, per il programma ecosocialista e antiliberista che propone, con l’opposizione continua agli accordi commerciali europei come il Mercosur, la minaccia più grande alle future elezioni per l’enorme blocco moderato-conservatore che comprende tanto i socialisti quanto la sfaccettata ala destra, ancor più grande – così sembra sentendo sbraitare ai microfoni socialisti e macronisti - rispetto alla catastrofe che potrebbe rappresentare la presa di potere da parte del Rassemblement National alle ormai prossime elezioni del 2027. Il programma di LFI, dove più attuabile, in comuni operai e storicamente attraversati da profondissimi disagi sociali come Roubaix o Saint-Denis (dove, oltre alla vittoria degli “insoumis” va sottolineata la presenza in consiglio comunale di due membri di Révolution Permanente, partito rivoluzionario trotzkista) verosimilmente non assomiglierà a quanto potrebbe accadere qualora Mélenchon riuscisse a trionfare alle presidenziali. Il problema si riproporrà infatti, ancora una volta, dentro i due corpi del suo partito che sono anche in parte i due corpi dello stesso Mélenchon: da una parte, l’aspro critico dei PS e degli ecologisti, designati come irresponsabili “commercianti” della politica, e dall’altra il commosso custode della memoria storica dello stesso partito contro cui oggi alza feroce i toni; storia che coincide negli ultimi trent’anni con le misure economiche e sociali a esclusivo danno della classe lavoratrice francese, ulteriormente indebolita dagli ultimi dieci anni di presidenza Macron.

Eppure, senza alleanze (e soprattutto senza voti socialisti o verdi), la speranza di conquista della guida della nazione, per Mélenchon, si ridurrebbe in maniera probabilmente decisiva: al contrario, tramite coalizione, l’instaurazione della “rivoluzione cittadina” e l’applicazione di misure a favore della classe lavoratrice come l’aumento dei salari, la riduzione dell’orario lavorativo settimanale, l’anticipazione dell’età pensionabile alle cui spalle stanno i cicli di lotte degli ultimi dieci anni in Francia, si allontanerebbe, considerata la natura irrimediabilmente centrista del blocco socialdemocratico. Senza coalizione, senza, soprattutto, i voti di verdi ed ecologisti, l’unico vero soggetto politico in grado di sovvertire l’ordine delle cose a livello elettorale sembrerebbe quello di chi alle urne nemmeno si è presentato, spropositato in termini strettamente numerici (più di quattro su dieci) già al primo turno delle municipali, anche in virtù della differenza di peso di queste elezioni rispetto a quelle presidenziali. Se l’auspicio di LFI è in ogni caso rivolgersi al bacino degli astenuti, soltanto la corsa solitaria alle presidenziali e l’attuazione di un programma più radicale potrebbero convincere a una mobilitazione maggiore.

La fisionomia di questa nebulosa composta da precari, poveri, giovani o soltanto indifferenti, consente di asserire che è sempre e soltanto attraverso l’interpretazione del momento storico, attraverso la presenza massiccia nelle piazze (che già nel 2022 diede i suoi enormi frutti), e al di là, dunque, delle logiche di contrabbando politico con i partiti moderati, che LFI può rappresentare anche soltanto parzialmente gli interessi di una classe stremata in particolare dall’ultimo dei due mandati di Macron, coincidente con l’intensificarsi dei conflitti su scala internazionale. Tanto basterebbe, considerando che la risposta all’attuale durissima crisi, da parte dell’attuale presidente – cresciuto politicamente, ricordiamolo, tra i ranghi del Parti Socialiste come ministro dell’economia, è stata la promessa di autonomia difensiva attraverso l'ampliamento della potenza nucleare mentre tutt’intorno si alzava solenne l’inno nazionale.


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Ricominciare dall'umiltà


Stasera vorrei dare un piccolo spunto di riflessione e spiegare, se riesco, la presenza di “Parrocchie” nel grande social network del Fediverso.

Lo spunto di riflessione è una realtà che è sempre stata sotto gli occhi di tutti, ma pochi la vedono: il Signore ama le piccole cose, fatte con umiltà e con un cuore colmo di amore. Le cerimonie pompose lasciano il tempo che trovano, le liturgie complesse, magari con parole o canti in latino, non entrano nei cuori. I grandi eventi sono adatti per le foto e per i filmati, non di certo per pregare in maniera raccolta. La Chiesa ha allontanato tante persone a causa delle sue cerimonie, riti fatti per il mondo ma che poco c'entrano con la preghiera.

Sia chiaro, non sto rifiutando o criticando l'operato della Chiesa, che resta la nostra grande madre, con i suoi pregi e difetti, ma bisognerebbe provare a tornare piccoli. Le dinamiche interne del Vaticano, degli alti Prelati, così come quelle delle parrocchie, stanno soffocando pian piano la vera essenza della fede, per sostituirla con cerimonie pompose e prive di anima.

Dov'è l'umiltà, dove l'accoglienza dell'altro, che fine ha fatto l'amore di Gesù, dov'è la carità ? Sta a voi dare una risposta.

Passiamo adesso al motivo dell'esistenza di “Parrocchie”.

Internet è uno strumento fantastico, che originariamente fu pensato per unire persone molto distanti tra di loro. Per me che ho visto il mondo prima di Internet, non mi sembrava vero di fare ricerche senza dovermi recare ogni volta in biblioteca e cercare tra decine di libri. Con Wikipedia © poi, si raggiunse l'apoteosi della conoscenza, finalmente accessibile a tutti, o quasi. Nei forum si discuteva degli argomenti più vari e la mente si apriva al mondo.

La posizione della Chiesa di allora era: “questa cosa non ci serve e non ci interessa”.

Poi grandi aziende fiutarono un modo per far soldi, molti soldi, e così naquero i Social Media, prima su PC e poi sugli smartphone.

La posizione della Chiesa diventò: “è uno spazio nuovo, dove siamo chiamati a fare evangelizzazione”. Quindi spuntarono i primi profili di sacerdoti, educatori, pagine dei gruppi parrocchiali, con foto e tutto il resto.

Infine, in quest'epoca di Social Media padroni del mondo, che si sentono impuniti e si permettono di utilizzare i dati delle persone a loro piacimento, i sacerdoti, educatori, ecc. stanno ancora là, invischiati in piattaforme realizzate da persone senza scrupoli, che venerano il denaro come loro unico dio.

Come si può ancora parlare del Signore stando a casa di satana?

Ormai, su queste piattaforme, il testo di una preghiera viene messo tra la pubblicità del divano e quella sui consigli di bellezza. Le foto di un'attività in parrocchia vengono mischiate con il filmato del coniglio con le corna di alce ed altre amenità simili. Qualsiasi contenuto che abbia un significato, viene vanificato e soffocato da una valanga di futilità che ingoiano tutto, col solo scopo di farci stare più tempo a guardare lo schermo del telefono.

E allora, i tempi sono maturi per avere una “nostra” casa. Uno spazio dove l'amicizia, il confronto, la preghiera e l'amore per Dio e per il prossimo non siano strumentalizzati, utilizzati per vendere prodotti o sfruttati per vendere i dati delle persone. E' giunta l'ora di smetterla di arricchire chi è già vergognosamente ricco.

Lo scopo della Comunità Digitale “Parrocchie” è di fornire una casa etica, rispettosa e pulita alle comunità parrocchiali, a chi desidera confrontarsi sui temi della fede, a chi cerca conforto e perdono, ma soprattutto è nata per unire. Le diverse realtà parrocchiali non possono più essere separate le une dalle altre, c'è bisogno di avere un collante, c'è bisogno di supporto reciproco, di unità.

Come tutte le cose nuove, all'inizio la piattaforma e la “app” di “Parrocchie” richiederà un pò di tempo per capire l'utilizzo, ma ne vale la pena. Questa è la via d'uscita, questa è la risalita dalla cloaca.

“E quindi uscimmo a riveder le stelle” (Inferno XXXIV, 139)


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Haiti: l'evoluzione delle gang criminali conduce ad uno "stato fallito"


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Haiti: l'evoluzione delle gang criminali conduce ad uno “stato fallito”


Un documento, intitolato “Brokers and Patrons: Unstitching Gangs from Haiti's Political Fabric”, pubblicato a marzo 2026 dall'iniziativa GI-TOC, analizza l'evoluzione delle gang in Haiti e il loro profondo radicamento nel sistema politico ed economico del Paese.

Le gang haitiane non sono semplici gruppi criminali o insorti rivoluzionari; esse fungono da intermediari criminali (broker) essenziali per il funzionamento del sistema di potere. Regolano infatti territori, attività economiche e flussi di risorse tra lo Stato, gli attori economici e le comunità locali.

Nel 2025, i leader delle gang hanno cercato di convertire il controllo territoriale in capitale politico, presentandosi a volte come “stabilizzatori” o partiti politici (come la coalizione Viv Ansanm) in vista delle elezioni.

Nel corso del 2025, l'influenza delle gang è aumentata drasticamente. Esse controllano ormai il 90% della capitale e si sono espanse nelle province (dipartimenti di Artibonite e Centre). Da ultimo è emerso un modello a “franchising”: le gang di Port-au-Prince creano o cooptano cellule satelliti nelle province, replicando i loro sistemi di estorsione e controllo senza necessità di continuità territoriale.

Il panorama della violenza è ora tripartito: gang, brigate di vigilanti (gruppi di autodifesa civile) e forze statali.

L'impatto umanitario nel 2025 è stato devastante: 5.915 persone uccise (rispetto alle 5.601 del 2024). A Port-au-Prince il tasso di omicidi ha raggiunto quasi 140 ogni 100.000 abitanti, tra i più alti al mondo.

Oltre 1,4 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case, il triplo rispetto all'inizio del 2024.

Le strategie attuali di sicurezza si sono dimostrate spesso insufficienti o controproducenti. Il governo ha fatto ampio ricorso ai droni esplosivi; tra marzo e settembre 2025, queste operazioni hanno causato 547 morti (inclusi civili), ma senza neutralizzare i principali leader delle gang, che si sono adattati usando civili come scudi umani. La missione internazionale MSS (guidata dal Kenya) è stata trasformata nella GSF (Gang Suppression Force) nell'ottobre 2025, con l'inizio del dispiegamento previsto per aprile 2026. Le strategie internazionali spesso ignorano che le gang non sono isolate, ma protette da reti di clientelismo politico e finanziario.

Il mandato del Consiglio Presidenziale Transitorio (TPC) è scaduto il 7 febbraio 2026. Il Primo Ministro Alix Didier Fils-Aimé guida ora l'esecutivo con l'obiettivo di organizzare le elezioni per l'agosto 2026. Esiste un alto rischio che le elezioni, senza lo smantellamento delle reti criminali, finiscano per rafforzare il sistema attuale invece di rinnovarlo, poiché le gang potrebbero agire come fornitori di voti per determinati candidati.

Il rapporto suggerisce che la sola forza militare non basterà. Appare necessario colpire i flussi finanziari, dando priorità allo smantellamento delle reti di estorsione, riciclaggio e traffico di armi, nonchè perseguire legalmente non solo i leader delle gang, ma anche i loro sponsor politici ed economici e combinare la sicurezza pubblica con riforme politiche, programmi di disarmo (DDR) e ricostruzione comunitaria per evitare che migliaia di giovani diventino combattenti a lungo termine.

Per approfondire: globalinitiative.net/wp-conten…

#GITOC #HAITI #BrokersandPatrons


noblogo.org/cooperazione-inter…


Haiti: l'evoluzione delle gang criminali conduce ad uno "stato fallito"


Haiti: l'evoluzione delle gang criminali conduce ad uno “stato fallito”


Un documento, intitolato “Brokers and Patrons: Unstitching Gangs from Haiti's Political Fabric”, pubblicato a marzo 2026 dall'iniziativa GI-TOC, analizza l'evoluzione delle gang in Haiti e il loro profondo radicamento nel sistema politico ed economico del Paese.

Le gang haitiane non sono semplici gruppi criminali o insorti rivoluzionari; esse fungono da intermediari criminali (broker) essenziali per il funzionamento del sistema di potere. Regolano infatti territori, attività economiche e flussi di risorse tra lo Stato, gli attori economici e le comunità locali.

Nel 2025, i leader delle gang hanno cercato di convertire il controllo territoriale in capitale politico, presentandosi a volte come “stabilizzatori” o partiti politici (come la coalizione Viv Ansanm) in vista delle elezioni.

Nel corso del 2025, l'influenza delle gang è aumentata drasticamente. Esse controllano ormai il 90% della capitale e si sono espanse nelle province (dipartimenti di Artibonite e Centre). Da ultimo è emerso un modello a “franchising”: le gang di Port-au-Prince creano o cooptano cellule satelliti nelle province, replicando i loro sistemi di estorsione e controllo senza necessità di continuità territoriale.

Il panorama della violenza è ora tripartito: gang, brigate di vigilanti (gruppi di autodifesa civile) e forze statali.

L'impatto umanitario nel 2025 è stato devastante: 5.915 persone uccise (rispetto alle 5.601 del 2024). A Port-au-Prince il tasso di omicidi ha raggiunto quasi 140 ogni 100.000 abitanti, tra i più alti al mondo.

Oltre 1,4 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case, il triplo rispetto all'inizio del 2024.

Le strategie attuali di sicurezza si sono dimostrate spesso insufficienti o controproducenti. Il governo ha fatto ampio ricorso ai droni esplosivi; tra marzo e settembre 2025, queste operazioni hanno causato 547 morti (inclusi civili), ma senza neutralizzare i principali leader delle gang, che si sono adattati usando civili come scudi umani. La missione internazionale MSS (guidata dal Kenya) è stata trasformata nella GSF (Gang Suppression Force) nell'ottobre 2025, con l'inizio del dispiegamento previsto per aprile 2026. Le strategie internazionali spesso ignorano che le gang non sono isolate, ma protette da reti di clientelismo politico e finanziario.

Il mandato del Consiglio Presidenziale Transitorio (TPC) è scaduto il 7 febbraio 2026. Il Primo Ministro Alix Didier Fils-Aimé guida ora l'esecutivo con l'obiettivo di organizzare le elezioni per l'agosto 2026. Esiste un alto rischio che le elezioni, senza lo smantellamento delle reti criminali, finiscano per rafforzare il sistema attuale invece di rinnovarlo, poiché le gang potrebbero agire come fornitori di voti per determinati candidati.

Il rapporto suggerisce che la sola forza militare non basterà. Appare necessario colpire i flussi finanziari, dando priorità allo smantellamento delle reti di estorsione, riciclaggio e traffico di armi, nonchè perseguire legalmente non solo i leader delle gang, ma anche i loro sponsor politici ed economici e combinare la sicurezza pubblica con riforme politiche, programmi di disarmo (DDR) e ricostruzione comunitaria per evitare che migliaia di giovani diventino combattenti a lungo termine.

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Bologna, odi et amo (ma più odi)


che insomma. Ieri sono andato in trasferta per lavoro a Bologna. In treno, che è un ottimo mezzo per muoversi, in teoria, a parte la sveglia alle 5 per partire alle 6 e comunque provare il rischio di perdere la coincidenza a Piacenza (ma è andata bene) Ho trovato una situazione così delirante che quasi nemmeno a Milano in settimana della moda. Pioveva di brutto. E' anche iniziata, lo stesso giorno, una fiera. Ci sono i lavori per la tramvia (dopo 65 anni ci stanno ripensando, mi dirà il taxista). Traffico: praticamente bloccato. Esco dalla stazione totalmente spaesato alla Totò e Peppino a Milano. Davanti a me: un biscione di gente, lunghissimo. TUTTI IN ATTESA DI UN TAXI. Aspetterò, assieme a due colleghi, quasi DUE ORE, con 5 gradi di temperatura. Quasi non mi sentivo più i piedi, e arrivavo anche da una giornatina di stomaco a pezzi, quindi intuirete la mia felicità nel vivere quel momento. Il taxista ci dice: coi lavori han tolto le preferenziali, con quelle ci avremmo messo nemmeno 10 minuti ad arrivare. E invece ce ne abbiamo messi 25. Risultato siamo arrivati 2 ore dopo il previsto, e di conseguenza abbiamo finito di lavorare talmente tardi che grazie al cielo alcuni colleghi venuti in auto avevano un posto libero e mi hanno riportato a Piacenza, perchè coi treni da Bologna sarei rimasto bloccato in mezzo a mille casini; sono comunque rientrato alle 21.30, ma almeno su un treno con un po' di gente a bordo (che sarò uomo, e prossimo a diventare 41enne... ma con la gente che gira e le notizie che si sentono io mi cago uguale).

Vediamo il lato positivo? Ho finalmente conosciuto alcune persone che per quasi due anni ho sentito solo “telefonicamente”. E il collaudo è andato bene. E per rendere tutto più godevole, il pranzo è stato piacevole (decisamente carnivoro, ma non c'erano altre possibilità, in quel locale).

Se mi dovesse ricapitare, vado in auto.

S.


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Terremoti, sassolini, gattopardi e tanto lavoro. Di "50&50" (*)


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(216)

(D1)

(*): “50&50” è la sigla dietro la quale si nascondono Daniele Mattioli (con Alessandra Corubolo) e @piedea.bsky.social. I post, quando indicato, sono da attribuire ad entrambi.

Da due, tre giorni si parla di terremoto nel centro destra. I pezzi che crollano uno dopo l'altro, anche quelli non direttamente collegati con la debacle referendaria, l'incapacità di mettere subito in sicurezza le strutture, tamponando, puntellando, sostituendo rapidamente i pilastri venuti a mancare: tutto questo rende bene l'idea di un evento inatteso, violento, distruttivo.

Un terremoto appunto.
Eppure di questo sisma ancora non conosciamo esattamente l'epicentro: è sicuramente nelle vicinanze del “No” uscito vincitore dalle urne, ma sfiora, fino a non si sa che punto, le fondamenta di un sistema di governo che ha funzionato fino a che non è dovuto ricorrere al giudizio dei cittadini.
Non conosciamo nemmeno l'entità della scossa: la andiamo scoprendo giorno per giorno, accorgendoci delle nuvole di polvere provocate dai crolli di bastioni evidentemente danneggiati, ma non mappati. E diversi crolli non sono dovuti a moti sussultori o ondulatori, ma a precise richieste di chi “da oggi non copre più nessuno” (semi cit.)

Ed è anche il tremare della tanto sbandierata solidità istituzionale, quella che dovrebbe cambiare la storia d’Italia.
Non è solo un fatto temporale, di giorni di governo che fanno curriculum.
E’ un’idea che passa ed è quella che, in fondo, spesso erano solo chiacchiere. Uno strano modo di affrontare un moto tellurico da parte di chi dovrebbe coordinare i soccorsi e strano modo di subirlo da parte di chi è crollato, responsabile o meno della scossa.
Poi ci sono quelli che scappano, non importa chiederglielo. Loro scappano, da sempre. Scappavano dai vascelli in procinto di affondare, scappavano vestiti da caporali tedeschi, scappano per paura che un terremoto, irrispettoso del loro ruolo di capogruppo, possa seppellirli. Figure marginali che verranno sostituite da altre altrettanto insignificanti.

Ed è uno strano il modo con cui si affronta: in fondo, se non previsto, poteva essere preso in considerazione, i punti deboli potevano essere rinforzati o sostituiti ben prima del referendum che lo ha provocato.

(D2)

Si potrebbe avere l'impressione di essere di fronte a un “redde rationem”, se non fosse strano pure questo, visto che non riguarda solo i responsabili. Anzi ci si dimentica dei principali, dal guarda sigilli alla PdC che mai avrà la dignità di fare un passo indietro. Smentirebbe se stessa e la sua narrazione, lasciando un vuoto negli impavidi cuori di coloro che la considerano davvero una politica di fango.
Quindi, è anche un problema di propaganda.

Il tutto assomiglia, invece, a un ben più prosaico riequilibrio di potere, un levarsi sassolini di varie dimensioni dalle scarpe, volendo dare al tempo stesso un'impressione di repulisti e di impegno democratico: un gattopardesco e vendicativo cambiare tutto per non cambiare nulla.

Fra tutte queste macerie, pugnalate alle spalle ed esercizi di potere più o meno leciti, sbocciano le illusioni delle opposizioni, convinte di tramutare in voti la percentuale vittoriosa dei dati referendari. Non sarà così, non lo sarà se i partiti minori non decideranno una volta per tutte da che parte stare.

Come dovranno fare anche i riformisti che hanno fatto campagna contro il proprio schieramento. E non lo sarà se non verranno velocemente chiariti e mantenuti pochi punti guida del patto contro la destra in generale ed il governo in particolare e se non si chiariranno i rapporti di forza, senza prevaricazioni.

Dovrebbe essere fatto senza indecisioni, dando dimostrazione di efficienza e coesione, magari formando un governo ombra che non solo ribatta colpo su colpo le storture di un esecutivo incompetente, ma si dimostri capace di proposte serie e attrattive.

E curando la comunicazione.
Reimparare a comunicare, spiegare, martellare. L'augurio è che il prossimo sia un vero sisma, forte, distruttivo, per ricostruire un paese libero da spinte reazionarie e di bassa politica, rispettando i progetti della Costituzione ed ampliandoli per un vero bene comune.

#Blog #50&50 #Politica #GovernoMeloni #Dimissioni #Italia #Opinioni


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Terremoti, sassolini, gattopardi e tanto lavoro. Di "50&50" (*)


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(D1)

(*): “50&50” è la sigla dietro la quale si nascondono Daniele Mattioli (con Alessandra Corubolo) e @[url=did:plc:l3vm6ay6u3rpcvzld3ilsag4]Piede Amaro[/url]. I post, quando indicato, sono da attribuire ad entrambi.

Da due, tre giorni si parla di terremoto nel centro destra. I pezzi che crollano uno dopo l'altro, anche quelli non direttamente collegati con la debacle referendaria, l'incapacità di mettere subito in sicurezza le strutture, tamponando, puntellando, sostituendo rapidamente i pilastri venuti a mancare: tutto questo rende bene l'idea di un evento inatteso, violento, distruttivo.

Un terremoto appunto.
Eppure di questo sisma ancora non conosciamo esattamente l'epicentro: è sicuramente nelle vicinanze del “No” uscito vincitore dalle urne, ma sfiora, fino a non si sa che punto, le fondamenta di un sistema di governo che ha funzionato fino a che non è dovuto ricorrere al giudizio dei cittadini.
Non conosciamo nemmeno l'entità della scossa: la andiamo scoprendo giorno per giorno, accorgendoci delle nuvole di polvere provocate dai crolli di bastioni evidentemente danneggiati, ma non mappati. E diversi crolli non sono dovuti a moti sussultori o ondulatori, ma a precise richieste di chi “da oggi non copre più nessuno” (semi cit.)

Ed è anche il tremare della tanto sbandierata solidità istituzionale, quella che dovrebbe cambiare la storia d’Italia.
Non è solo un fatto temporale, di giorni di governo che fanno curriculum.
E’ un’idea che passa ed è quella che, in fondo, spesso erano solo chiacchiere. Uno strano modo di affrontare un moto tellurico da parte di chi dovrebbe coordinare i soccorsi e strano modo di subirlo da parte di chi è crollato, responsabile o meno della scossa.
Poi ci sono quelli che scappano, non importa chiederglielo. Loro scappano, da sempre. Scappavano dai vascelli in procinto di affondare, scappavano vestiti da caporali tedeschi, scappano per paura che un terremoto, irrispettoso del loro ruolo di capogruppo, possa seppellirli. Figure marginali che verranno sostituite da altre altrettanto insignificanti.

Ed è uno strana modalità quella con cui lo si affronta: in fondo, se non previsto, poteva essere preso in considerazione, i punti deboli potevano essere rinforzati o sostituiti ben prima del referendum che lo ha provocato.

(D2)

Si potrebbe avere l'impressione di essere di fronte a un “redde rationem”, se non fosse strano pure questo, visto che non riguarda solo i responsabili. Anzi ci si dimentica dei principali, dal guarda sigilli alla PdC che mai avrà la dignità di fare un passo indietro. Smentirebbe se stessa e la sua narrazione, lasciando un vuoto negli impavidi cuori di coloro che la considerano davvero una politica di rango.
Quindi, è anche un problema di propaganda.

Il tutto assomiglia, invece, a un ben più prosaico riequilibrio di potere, un levarsi sassolini di varie dimensioni dalle scarpe, volendo dare al tempo stesso un'impressione di repulisti e di impegno democratico: un gattopardesco e vendicativo cambiare tutto per non cambiare nulla.

Fra tutte queste macerie, pugnalate alle spalle ed esercizi di potere più o meno leciti, sbocciano le illusioni delle opposizioni, convinte di tramutare in voti la percentuale vittoriosa dei dati referendari. Non sarà così, non lo sarà se i partiti minori non decideranno una volta per tutte da che parte stare.

Come dovranno fare anche i riformisti che hanno fatto campagna contro il proprio schieramento. E non lo sarà se non verranno velocemente chiariti e mantenuti pochi punti guida del patto contro la destra in generale ed il governo in particolare e se non si chiariranno i rapporti di forza, senza prevaricazioni.

Dovrebbe essere fatto senza indecisioni, dando dimostrazione di efficienza e coesione, magari formando un governo ombra che non solo ribatta colpo su colpo le storture di un esecutivo incompetente, ma si dimostri capace di proposte serie e attrattive.

E curando la comunicazione.
Reimparare a comunicare, spiegare, martellare. L'augurio è che il prossimo sia un vero sisma, forte, distruttivo, per ricostruire un paese libero da spinte reazionarie e di bassa politica, rispettando i progetti della Costituzione ed ampliandoli per un vero bene comune.

#Blog #50&50 #Politica #GovernoMeloni #Dimissioni #Italia #Opinioni

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The Delines – The Set Up (2026)


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immagine

Nella scrittura di Willy Vlautin, principale compositore dei Delines, gli elementi vengono disposti in fila a costruire immagini che danno all’ascoltatore un punto di osservazione, un angolo da inquadrare per potersi calare all’interno di una vicenda, una fotografia nitida di cui non conosce lo sfondo. Racconti che diventano canzoni, dove la musica ha lo scopo di sottolineare, accompagnare e a sua volta descrivere: per questo è impossibile apprezzare i brani della band americana senza tenere in considerazione il legame indissolubile tra musica e letteratura... artesuono.blogspot.com/2026/03…


Ascolta il disco: album.link/i/1856214311



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The Delines – The Set Up (2026)


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Nella scrittura di Willy Vlautin, principale compositore dei Delines, gli elementi vengono disposti in fila a costruire immagini che danno all’ascoltatore un punto di osservazione, un angolo da inquadrare per potersi calare all’interno di una vicenda, una fotografia nitida di cui non conosce lo sfondo. Racconti che diventano canzoni, dove la musica ha lo scopo di sottolineare, accompagnare e a sua volta descrivere: per questo è impossibile apprezzare i brani della band americana senza tenere in considerazione il legame indissolubile tra musica e letteratura... artesuono.blogspot.com/2026/03…


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ON PUNK, INSTAGRAM AND CONSUMERISM

We used and sometimes still use instagram and other social networks. Purity is not the point. The point is recognising traps and regain agency. step by step, each one at its own pace.

yesterday on instagram i saw a band self-identified with DIY punk etc. advertising some left-over merch: 'buy it so we can go on tour'. classic, I have seen it so many times it's almost normal

supporting a band through merch has always been part of punk.

but is it possible that in 2026 buying merch has become basically THE MAIN way to show support in the punk scene?

buy this t-shirt for gaza, buy this record for that cause...

It's always about consuming things. Things 99% of the time we don't need.


noblogo.org/reality2062/on-pun…

INVERNI

quanti ancora ne restano nel conto apparente degli anni incorniciati nella finestra i rami imperlati di gelo e la coltre candida che copre anche il silenzio dei morti

immacolato manto come una immensa pagina bianca la immagini graffiata da due righe di addio il sangue delle parole già rappreso mentre è lo spirito a spiare da un lembo del cielo

(2010)

.

INVERNI: Riflessioni sul gelo e sul silenzio


La poesia cattura l’attimo sospeso dell’inverno, dove il tempo si fa visibile nei cristalli di brina, nella neve che seppellisce ogni suono e nella tensione tra vita e morte. Il bianco immacolato diventa pagina su cui resta impresso solo un graffio di dolore, un addio che non si cancella.


Immagini e simboli chiave


  • i rami “imperlati di gelo”
    evocano il peso dell’attesa e la fragilità di ciò che resiste al freddo
  • la “coltre candida” che soffoca persino il silenzio dei morti
    suggerisce un oblio gelido, un riposo che non concede parole
  • il “manto” come pagina bianca
    trasforma il paesaggio in un libro aperto, pronto a essere ferito da segni dolorosi
  • “due righe di addio” graffiate nel bianco
    offrono un contrasto netto tra purezza e lacerazione emotiva
  • lo “spirito a spiare da un lembo del cielo”
    invita a guardare l’inverno non solo come stagione, ma come stato dell’anima

noblogo.org/norise-3-letture-a…

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Partite di calcio truccate. L'allarme che viene dalla Repubblica Ceca, in un contesto di collaborazione internazionale


Le autorità ceche, in collaborazione con le controparti slovene, hanno condotto un'importante operazione sulle sospette manipolazioni delle partite nel calcio professionistico e giovanile.

Giocatori, arbitri e dirigenti sono tra i sospettati di aver tentato di influenzare l'esito delle partite per ottenere vantaggi economici. Le perquisizioni effettuate in diverse località hanno portato al sequestro di dispositivi e prove fondamentali. L'indagine è tuttora in corso e si prevedono ulteriori sviluppi man mano che le prove verranno analizzate.

La task force dell' #INTERPOL per la lotta alle partite truccate ha inviato agenti in entrambi i paesi fornendo informazioni, supporto analitico e coordinamento transfrontaliero, contribuendo a scoprire i collegamenti con reti criminali più ampie.

La Task Force INTERPOL per le partite truccate (#IMFTF) costituisce il fulcro della risposta operativa dell'INTERPOL in questo settore. Riunisce le forze dell’ordine di tutto il mondo per contrastare le partite truccate e la corruzione nello sport.

La Task Force conta circa 100 unità membri, con più di 150 punti di contatto nazionali in tutto il mondo. Si concentra sulla condivisione di esperienze e migliori pratiche e funge da piattaforma per le indagini e il coordinamento dei casi internazionali.

Strumenti specifici sviluppati dall’INTERPOL sono a disposizione delle forze dell’ordine di tutto il mondo, dedicati alla raccolta dati sulla corruzione sportiva (progetto ETICA) e all’analisi dei crimini finanziari (FINCAF). Grazie alla sua portata globale, l’IMFTF è in una posizione unica per collegare le unità investigative criminali in tutti i paesi membri dell’INTERPOL, le unità di integrità pertinenti delle principali federazioni sportive internazionali e i servizi di monitoraggio dedicati per unire gli sforzi per contrastare qualsiasi illecito nello sport.


noblogo.org/cooperazione-inter…


Partite di calcio truccate.


Partite di calcio truccate. L'allarme che viene dalla Repubblica Ceca, in un contesto di collaborazione internazionale


Le autorità ceche, in collaborazione con le controparti slovene, hanno condotto un'importante operazione sulle sospette manipolazioni delle partite nel calcio professionistico e giovanile.

Giocatori, arbitri e dirigenti sono tra i sospettati di aver tentato di influenzare l'esito delle partite per ottenere vantaggi economici. Le perquisizioni effettuate in diverse località hanno portato al sequestro di dispositivi e prove fondamentali. L'indagine è tuttora in corso e si prevedono ulteriori sviluppi man mano che le prove verranno analizzate.

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2SAMUELE - Capitolo 13


Uccisione di Amnon e fuga di Assalonne1Dopo questo, accadde che, avendo Assalonne, figlio di Davide, una sorella molto bella, chiamata Tamar, Amnon figlio di Davide si innamorò di lei. 2Amnon ne ebbe una tale passione da cadere malato a causa di Tamar, sua sorella; poiché ella era vergine, pareva impossibile ad Amnon di poterle fare qualcosa. 3Ora Amnon aveva un amico, chiamato Ionadàb, figlio di Simeà, fratello di Davide, e Ionadàb era un uomo molto esperto. 4Egli disse: “Perché tu, figlio del re, diventi sempre più magro di giorno in giorno? Non me lo vuoi dire?”. Amnon gli rispose: “Sono innamorato di Tamar, sorella di mio fratello Assalonne”. 5Ionadàb gli disse: “Mettiti a letto e fa' l'ammalato; quando tuo padre verrà a vederti, gli dirai: “Mia sorella Tamar venga a darmi il cibo da preparare sotto i miei occhi, perché io possa vedere e prendere il cibo dalle sue mani”“.6Amnon si mise a letto e fece l'ammalato; quando il re venne a vederlo, Amnon gli disse: “Mia sorella Tamar venga e faccia un paio di frittelle sotto i miei occhi e allora prenderò il cibo dalle sue mani”. 7Allora Davide mandò a dire a Tamar, in casa: “Va' a casa di Amnon tuo fratello e prepara una vivanda per lui”. 8Tamar andò a casa di Amnon suo fratello, che giaceva a letto. Ella prese la farina, la impastò, ne fece frittelle sotto i suoi occhi e le fece cuocere. 9Poi prese la padella e le versò davanti a lui; ma egli rifiutò di mangiare e disse: “Escano tutti di qui”. Tutti uscirono di là. 10Allora Amnon disse a Tamar: “Portami la vivanda in camera e prenderò il cibo dalle tue mani”. Tamar prese le frittelle che aveva fatto e le portò in camera ad Amnon suo fratello. 11Ma mentre gli porgeva il cibo, egli l'afferrò e le disse: “Vieni, giaci con me, sorella mia”. 12Ella gli rispose: “No, fratello mio, non farmi violenza. Questo non si fa in Israele: non commettere quest'infamia! 13E io, dove andrei a finire col mio disonore? Quanto a te, tu diverresti uno dei più infami in Israele. Parlane piuttosto al re: egli non mi rifiuterà a te”. 14Ma egli non volle ascoltarla: fu più forte di lei e la violentò giacendo con lei. 15Poi Amnon concepì verso di lei un odio grandissimo: l'odio verso di lei fu più grande dell'amore con cui l'aveva amata prima. Le disse: 16“Àlzati, vattene!”. Gli rispose: “O no! Questo male, che mi fai cacciandomi, è peggiore dell'altro che mi hai già fatto”. Ma egli non volle ascoltarla. 17Anzi, chiamato il domestico che lo serviva, gli disse: “Caccia fuori di qui costei e sprangale dietro la porta”. 18Ella vestiva una tunica con le maniche lunghe, perché le figlie del re ancora vergini indossavano tali vesti. Il servo di Amnon dunque la mise fuori e le sprangò dietro la porta. 19Tamar si sparse polvere sulla testa, si stracciò la tunica con le maniche lunghe che aveva indosso, si mise le mani sulla testa e se ne andava gridando. 20Assalonne suo fratello le disse: “Forse Amnon tuo fratello è stato con te? Per ora taci, sorella mia: è tuo fratello. Non fissare il tuo cuore su questo fatto”. Tamar desolata rimase in casa di Assalonne, suo fratello. 21Il re Davide venne a sapere tutte queste cose e ne fu molto irritato, ma non volle urtare suo figlio Amnon, perché aveva per lui molto affetto: era infatti il suo primogenito. 22Assalonne non disse una parola ad Amnon né in bene né in male, ma odiava Amnon perché aveva fatto violenza a Tamar, sua sorella.23Due anni dopo, Assalonne aveva i tosatori a Baal-Asor, presso Èfraim, e invitò tutti i figli del re. 24Andò dunque Assalonne dal re e disse: “Ecco, dal tuo servo ci sono i tosatori. Venga dunque anche il re con i suoi servi a casa del tuo servo!”. 25Ma il re disse ad Assalonne: “No, figlio mio, non verremo tutti, perché non ti siamo di peso”. Sebbene insistesse, il re non volle andare e gli diede la sua benedizione. 26Allora Assalonne disse: “Ma almeno venga con noi Amnon, mio fratello”. Il re gli rispose: “Perché dovrebbe venire con te?”. 27Ma Assalonne tanto insisté che Davide lasciò andare con lui Amnon e tutti i figli del re. Assalonne fece un banchetto da re 28e diede quest'ordine ai domestici: “Badate, quando Amnon avrà il cuore allegro per il vino e io vi dirò: “Colpite Amnon!”, voi allora uccidetelo e non abbiate paura. Non ve lo comando io? Siate forti e coraggiosi!“. 29I domestici di Assalonne fecero ad Amnon come Assalonne aveva comandato. Allora tutti i figli del re si alzarono, montarono ciascuno sul proprio mulo e fuggirono. 30Mentre essi erano ancora per strada, giunse a Davide questa notizia: “Assalonne ha ucciso tutti i figli del re e neppure uno è scampato”. 31Allora il re si alzò, si stracciò le vesti e si gettò per terra; tutti i suoi servi che stavano là si stracciarono le vesti. 32Ma Ionadàb, figlio di Simeà, fratello di Davide, disse: “Non dica il mio signore che tutti i giovani figli del re sono stati uccisi, poiché il solo Amnon è morto: da Assalonne era stato deciso fin da quando egli aveva fatto violenza a sua sorella Tamar. 33Ora non pensi il mio signore che tutti i figli del re siano morti, poiché il solo Amnon è morto 34e Assalonne è fuggito”. Il giovane che stava di sentinella alzò gli occhi, guardò, ed ecco venire una gran turba di gente per la strada di Coronàim, dal lato del monte, sulla discesa. La sentinella venne ad avvertire il re e disse: “Ho visto uomini scendere per la strada di Coronàim, dal lato del monte”. 35Allora Ionadàb disse al re: “Ecco i figli del re che arrivano; la cosa sta come il tuo servo ha detto”. 36Come ebbe finito di parlare, ecco giungere i figli del re, i quali alzarono grida e piansero; anche il re e tutti i suoi servi fecero un gran pianto. 37Intanto Assalonne era fuggito ed era andato da Talmài, figlio di Ammiùd, re di Ghesur. Il re fece il lutto per suo figlio per lungo tempo. 38Assalonne rimase tre anni a Ghesur, dove era andato dopo aver preso la fuga. 39Poi il re Davide cessò di sfogarsi contro Assalonne, perché si era consolato per la morte di Amnon.

__________________________Note

13,1 Amnon: era nato da Achinòam di Izreèl (3,2); Assalonne, invece, da Maacà (3,3), figlia di Talmài, re di Ghesur, presso il quale riparerà dopo l’omicidio del fratello (13,37); Tamar, non menzionata altrove, era sorella di Assalonne. Una tradizione, riportata in 2Sam 14,27, vuole che Assalonne avesse anche una figlia con lo stesso nome.

13,23 Baal-Asor: oggi Gebel Asur, in Samaria, monte alto circa 1000 metri. Sulle sue pendici pascolavano le greggi di Assalonne.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


13,1-19,44. L'adulterio con Betsabea e l'omicidio di Uria hanno innescato un meccanismo funesto che attirerà sulla famiglia di Davide una dolorosa serie di disgrazie. Il proteta Natan aveva detto: «sto per suscitare contro di te la sventura dalla tua stessa casa» (12,11); il personaggio centrale del dramma è proprio Assalonne, uno dei figli di Davide (cfr. 3,3). La sete di vendetta contro il fratello Amnon lo conduce all'omicidio e alla fuga (c. 13). Richiamato a Gerusalemme grazie all'intercessione di Ioab (c. 14), Assalonne capeggia una rivolta contro suo padre (cc. 15-17) ma viene sconfitto e ucciso (cc. 18-19). Davide dovrà subire le umiliazioni più terribili: la fuga dinanzi al figlio ribelle (15,13-17,28), la violazione del proprio harem (16,20-23), il tradimento degli amici (15,12.31) e infine l'uccisione di Assalonne da parte di Ioab (18,9-18). Il Signore educa Davide a consegnarsi umilmente nelle sue mani e alla fine gli restituirà il regno. Ma a quale prezzo!

13,1-39. Protagonisti dell'episodio sono tre figli di Davide: il primogenito Amnon (nato da Achinoam), Tamar e Assalonne, entrambi figli di Maaca (3,3). Amnon s'invaghisce della sorellastra al punto «da cadere ammalato». L'espressione non è rara: anche la sposa del Cantico dice di sé: «sono malata d'amore» (Ct 5,8) e il “fratello” – fidanzato dei canti d'amore egiziani – dichiara: «Pesantezza ha invaso il mio corpo, dimenticanza di sé... La mia sorella mi guarisce più d'ogni rimedio... se l'abbraccio il male va via!» (Papiro Chester Beatty I). Pur di soddisfare le sue voglie Amnon non esita a usare violenza a Tamar dopo averla attirata con una scusa in casa propria. Il fatto viene a conoscenza di Assalonne che decide di vendicare l'affronto fatto alla sorella. Sa attendere per ben due anni l'occasione propizia finché, durante una festa, fa trucidare il fratellastro incestuoso fuggendo poi presso il nonno materno Talmai, re di Ghesur. Per un omicida che abbia agito volontariamente e con premeditazione, l'esilio è l'unica possibilità per sfuggire alla pena capitale (Es 21,12.14; Dt 19,11-13). L'arte narrativa espressa in questo dittico (vv. 1-22: l'oltraggio di Amnon; vv. 23-29: la vendetta di Assalonne) è pregevole soprattutto per la descrizione vivissima dei sentimenti: si passa senza soluzione di continuità dalla passione violenta (vv. 1-2) all'odio viscerale (vv. 15-17), dalla disperazione (v. 19) alla sorda inimicizia (vv. 20.22), dalla debolezza colpevole (v. 21) al cinismo (v. 28), dallo smarrimento (v. 31) al «gran pianto» (v. 36).

2. «poiché essa era vergine, pareva impossibile...»: le principesse nubili rimanevano fino ai dodici-quindici anni sotto la custodia di eunuchi in appartamenti separati della reggia (v. 7), poi andavano spose.

3. «Simea»: in 1Sam 16,9 e 17,13 vien chiamato Samma. Inadab è quindi cugino di Amnon.

6. «frittelle»: traduzione generica dell'ebraico lᵉbibôt (stessa radice di «cuore», lēbāb); il nome dipendeva forse dalla forma della pietanza (“cuoricini”?). Anche il verbo «preparare la vivanda» qui usato (libbēb) gravita nello stesso campo semantico. Si noti che lo stesso verbo significa pure «ferire il cuore»: «Tu mi hai rapito il cuore (libbabtinî), sorella mia, sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo» (Ct 4,9). Amnon gioca con parole apparentemente innocenti per dissimulare la passione che lo consuma.

10-11. «in camera»: probabilmente la stanza comprendeva un angolo appartato riservato al giaciglio. Ad Amnon non basta assistere dal suo letto alla preparazione del cibo, esige che Tamar si appressi per imboccarlo.

12. «questo non si fa in Israele»: il matrimonio tra fratellastri era comunemente ammesso in Egitto: in Israele era conosciuto (Gn 20,12-13) ma fu assolutamente vietato dalla legge mosaica (Lv 18,9.11; 20,17; Dt 27,22). Dal v. 13 si arguisce che l'usanza antica non era stata del tutto soppiantata dalla legge (che sembra conosciuta da Tamar ed Amnon); «infamia»: in ebraico nᵉbālâ. Chi commette una viltà, un obbrobrio, una nefandezza di tal genere merita d'essere bollato col titolo di nābāl («malfamato»: v. 13. Cfr. 1Sam 25,25).

13. «Io dove andrei..»: una ragazza sedotta o veniva sposata dal violentatore (Es 22,15-16; Dt 22,28-29) oppure era destinata a rinunciare per sempre alle nozze (cfr. v. 20).

16. «O no! Questo torto...»: TM è mal conservato. BC ricostruisce il testo con i LXX.

18. «tunica con le maniche»: kᵉtōnet passîm. Questa parola ricorre solo qui e in Gn 37,3.23.32. La traduzione è quindi approssimativa.

19. La disperazione di Tamar si esprime con le azioni tipiche del lutto (cfr. 1Sam 4,12; 2Sam 1,2.11; Ger 2,37; Ea 27,30).

20. «desolata»: in ebraico šōmēmā, Is 54,1 usa lo stesso termine per la sposa abbandonata. Tamar sarà costretta a vivere in stato di vedovanza in casa del fratello Assalonne.

21. Le parole seguenti a «ne fu molto irritato» sono aggiunte con i LXX. Si tratta evidentemente di una lacuna del testo ebraico (passaggio per homoeoarcton dal primo «non» a quello che dà inizio al v. 22). Un codice di Qumran (4QSamª) ha conservato l'ultima parte del versetto «perché aveva per lui molto affetto; infatti era il suo primogenito» «non volle urtare»: cfr. 1Re 1,6. L'amore paterno che degenera in debolezza è uno dei limiti più marcati del caattere di Davide. Dovrebbe esigere da Amnon il più elementare atto di giustizia (cfr. Es 22,15-16) ma non osa, forse memore del proprio peccato con Betsabea.

23. «avendo i tosatori a Baal-Azor»: i figli adulti del re avevano dei possedimenti personali e li gestivano autonomamente. Baal-Azor si trovava nel territorio assegnato alla tribù di Beniamino a circa 25 km a nord di Gerusalemme (cfr. Ne 11,33) e a poca distanza dalle città di Efraim (chiamata anche Efron/Ofra: Gs 18,23; 1Sam 13,17; Gv 11,54) e di Betel (2Cr 13,19). «invitò tutti i figli del re»: Assalonne coglie l'occasione della festa annuale della tosatura per mettere a segno la vendetta lungamente covata nel silenzio. Davide, molti anni prima, stava scendendo alla fattoria di Nabal in occasione della medesima festa per punire quell'uomo che «è come il suo nome; stolto si chiama e stoltezza è in lui» (1Sam 25,25). Solo la saggezza di Abigail gli impedì di sostituirsi al giudizio di Dio, facendosi giustizia da solo (vv. 31.33). Anche Assalonne intende punire Amnon che con l'oltraggio contro Tamar è divenuto un nābāl (cfr. v. 12), ma stavolta non c'è nessuno che lo distolga dai suoi propositi omicidi. Il timore del Signore – «fondamento della sapienza» (Prv 9,10) – ha ceduto il passo alla vendetta; ciò produrrà frutti di «angoscia o rimorso» (1Sam 25,31), preparando altri e più gravi dolori.

26-27. Davide incomincia ad essere anziano. Declina l'invito del figlio ma cede alle sue insistenze affinché sia presente come suo rappresentante il principe ereditario Amnon. Forse la sua mente è attraversata per un istante dall'ansia: «Perché dovrebbe venire con te?», ma Assalonne riesce a tranquillizzarlo. «Assalonne fece un banchetto come un banchetto da re» (v. 27): aggiunta con i LXX. La frase manca dal TM probabilmente per homoioteleuton: l'occhio dello scriba è passato inavvertitamente dal primo “re”, «figlio del re» al secondo «banchetto da re». La stessa espressione si trova in 1Sam 25,36.

29. «mulo»: quest'animale inizia ad essere usato come cavalcatura di lusso proprio al tempo di Davide (in 18,9; 1Re 1,33.38.44 è simbolo di regalità; cfr. anche 1Re 10,25; 1Cr 12,41; Is 66,20; Zc 14,15), affiancando il diffusissimo asino (Gn 49,11; Gdc 5,10; 10,4; 12,14; 2Sam 17,23; Zc 9,9; Mt 21,5 e paralleli).

30-36. La tragica notizia, ingigantita dalle dicerie popolari, giunge rapidamente alla corte. Davide e i suoi ministri si disperano (cfr. 12,16-21). Solo Ionadab intuisce la verità; è un uomo intelligente e scaltro (è stato lui a suggerire ad Amnon il modo di sedurre Tamar: v. 5) e non erra nell'interpretare la reale portata dell'accaduto.

37. «Talmai... re di Ghesur»: Talmai, re del piccolo regno arameo situato a oriente del lago di Genesaret, è il nonno materno di Assalonne (cfr. 3,3). «Il re fece il lutto»: «Il re» è aggiunto con i LXX

39. «lo spirito del re Davide»: con i LXX. TM ha: «Davide, il re» (dāwid hammelek). Qumran (4QSamª) conferma la lezione greca (rûaḥ hammelek). Forse lo scriba del TM ha letto male la parola rûaḥ e l'ha trasformata in dāwid (cosa non impossibile nell'alfabeto ebraico).

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 2Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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14 Settimane


Fra 14 settimane finisce il mio mandato all'UDS Avellino, incredibile...

2 anni in cui io mi aggrappavo con unghie e denti a questa organizzazione, imparavo, mi impegnavo, faceva in modo che cresceva, anche se di poco. Io spero che chi verrà dopo di me ne prenderà le redini per bene, perché mi sono dissanguato per essa.

Cosa farò dopo?


Così tante opzioni che quelle più probabile è niente. Ho aperto Hirpus Lab. ma potrei abbandonarlo domani, ho la proposta del servizio civile di Legambiente ma ho paura per l'università, anche questo enorme cambiamento, mi mette fatica. Non voglio fare più niente, voglio tornare a essere eletronico2, schiattare in un letto, solo e con i videogiochi, ma questa è vita? O è la fine di una vita e il marcire di essa?

Perché, perché non riesco a unire il mio passato al mio futuro, è davvero impossibile tenere ciò del passato? Davvero si deve abbandonare dietro il passato per andare nel futuro? Vorrei solo non perdere me stesso di nuovo

~ele


noblogo.org/ele/14-settimane

COSA RESTERA'

siamo mistero a noi stessi cosa resterà quando dopo di noi sarà a sopravvivere finanche l'albero vetusto del giardino di fronte e le suppellettili e i cari libri

la tua la mia storia scritta sull'acqua

(2010)

Che poesia intensa e delicata. Cosa resterà evoca il senso di impermanenza e la fragilità della memoria umana. Il contrasto tra ciò che sopravvive — l’albero vetusto, gli oggetti, i libri — e ciò che svanisce — la storia personale, “scritta sull’acqua” — è struggente.

Alcuni spunti di riflessione:“Siamo mistero a noi stessi” apre con una verità profonda: l’identità è sfuggente, persino per chi la vive. – “Scritta sull’acqua” è una metafora potente: ciò che è scritto sull’acqua non può durare, non può essere conservato. È il destino di molte storie intime, che non lasciano traccia.

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noblogo.org/norise-3-letture-a…

Remualdo e le 5.000 lire a Wonder Boy



Breve contributo, poco focalizzato, all'appuntamento di marzo 2026 della Sagra IndieWeb.

Romualdo, probabilmente, era il nome corretto: nessuno lo chiamava così, era Remauldo/Lemuardo/Limuardo, che per la potenza del dialetto diventavano Remua', Lemua', Limua'.Remualdo non è mai invecchiato perché non è mai stato giovane: conoscerete quel tipo di persone, sono già vecchie a... quanto, quaranta anni? E poi restano vecchie fino alla morte, così come è stato per Remualdo: dopo la chiusura delle sale, l'abbiamo visto ancora per qualche tempo girare sul suo motorino, un Ciao (non lo stesso di sempre, prima ne aveva uno scuro, poi uno rosso, ma sempre lo stesso modello), poi non lo abbiamo visto più e abbiamo deciso che fosse morto. Sarà morto di sicuro, ora.

Vicino alla sala giochi gestita da Remualdo c'era, c'è ancora, una rosticceria famosa localmente per i tramezzini. Cosa sono i tramezzini? Non quello che pensate voi: dalle parti dove abitavo, sono quelle che il resto del pianeta chiama parigine. Il mio budget settimanale, all'epoca, era di 1.000 lire e, solitamente, lo usavo per comprarmi il tramezzino, la domenica mattina; torniamo a Remualdo, comunque.

Era apparentemente, probabilmente, privo di sentimenti, pure i rarissimi sconfinamenti in un accenno di risata erano gelidi come chicchi di grandine; forse la sua vera identità era stata di gerarca, chissà. Gestiva la sala con la freddezza e la prevedibilità di un automa: un classico la sua filosofia applicata al cambio delle 200 lire: se ti presentavi con degli spiccioli e chiedevi di cambiarteli nella moneta da 200 lire, l'unica accettata in quella sala, ti rispondeva che non ce n'erano, erano finite. Sempre tu, immediatamente dopo, senza neanche allontanarti dal banchetto, sfoderavi il biglietto da 1.000 e, ecco, te lo cambiava. Le 200 lire erano ricomparse.

Il titolo principe della sala, in quei mesi, era Wonder Boy, il primo, quello con le musiche che ti si incidevano in testa, consistendo in quei quattro temi in croceripetuti a ogni giro dei livelli: per i più giovani in ascolto, dovessero essercene, ricordo che i quadri, ovvero i livelli, erano sempre gli stessi in ordine, cambiavano il livello di difficoltà, la posizione dei nemici eccetera. In quei mesi, decisi di fare a meno dei tramezzini settimanali, la scorpacciata che volevo fare era di Wonder Boy. Così risparmiai per cinque settimane e decisi di monopolizzare il cassone, ovvero il cabinato, per l'intera mattinata.

Incredulo, partecipai probabilmente all'unico momento di umanità mai esibito da Remualdo: vedendomi consumare quel piccolo capitale, disse così, più o meno: «Ma non è che stai spendendo troppi soldi?»

Non ricordo la risposta, ma quel momento mi è rimasto impresso. Abbiamo continuato a odiarlo, ma ora sapevamo di odiare un essere umano.

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Stu Larsen - Resolute (2017)


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Rilassato e affascinante, è un mondo senza pretese quello di Stu Larsen, cantautore girovago del Queensland, alle prese con un sophomore dal respiro conciliatorio, dopo il debutto del 2014 con Vagabond. Il nuovo lavoro, Resolute, ha visto la luce tra un cottage in Scozia, un appartamento in Spagna e un bunker dell’esercito in Australia, ma ascoltandolo sembra quasi sia stato ideato e messo giù in note e parole tra un viaggio e l’altro. Registrando memo improvvisate sul suo telefono, Larsen ha così architettato un quadro primitivo per i dieci brani del disco... artesuono.blogspot.com/2017/07…


Ascolta il disco: album.link/i/1611917023



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Stu Larsen - Resolute (2017)


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Rilassato e affascinante, è un mondo senza pretese quello di Stu Larsen, cantautore girovago del Queensland, alle prese con un sophomore dal respiro conciliatorio, dopo il debutto del 2014 con Vagabond. Il nuovo lavoro, Resolute, ha visto la luce tra un cottage in Scozia, un appartamento in Spagna e un bunker dell’esercito in Australia, ma ascoltandolo sembra quasi sia stato ideato e messo giù in note e parole tra un viaggio e l’altro. Registrando memo improvvisate sul suo telefono, Larsen ha così architettato un quadro primitivo per i dieci brani del disco... artesuono.blogspot.com/2017/07…


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2SAMUELE - Capitolo 12


1Il Signore mandò il profeta Natan a Davide, e Natan andò da lui e gli disse: “Due uomini erano nella stessa città, uno ricco e l'altro povero. 2Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero, 3mentre il povero non aveva nulla, se non una sola pecorella piccina, che egli aveva comprato. Essa era vissuta e cresciuta insieme con lui e con i figli, mangiando del suo pane, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno. Era per lui come una figlia. 4Un viandante arrivò dall'uomo ricco e questi, evitando di prendere dal suo bestiame minuto e grosso quanto era da servire al viaggiatore che era venuto da lui, prese la pecorella di quell'uomo povero e la servì all'uomo che era venuto da lui”.5Davide si adirò contro quell'uomo e disse a Natan: “Per la vita del Signore, chi ha fatto questo è degno di morte. 6Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tal cosa e non averla evitata”. 7Allora Natan disse a Davide: “Tu sei quell'uomo! Così dice il Signore, Dio d'Israele: “Io ti ho unto re d'Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, 8ti ho dato la casa del tuo padrone e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone, ti ho dato la casa d'Israele e di Giuda e, se questo fosse troppo poco, io vi aggiungerei anche altro. 9Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai colpito di spada Uria l'Ittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti. 10Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria l'Ittita”. 11Così dice il Signore: “Ecco, io sto per suscitare contro di te il male dalla tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle a un altro, che giacerà con loro alla luce di questo sole. 12Poiché tu l'hai fatto in segreto, ma io farò questo davanti a tutto Israele e alla luce del sole”“.13Allora Davide disse a Natan: “Ho peccato contro il Signore!”. Natan rispose a Davide: “Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai. 14Tuttavia, poiché con quest'azione tu hai insultato il Signore, il figlio che ti è nato dovrà morire”. 15Natan tornò a casa. Il Signore dunque colpì il bambino che la moglie di Uria aveva partorito a Davide e il bambino si ammalò gravemente. 16Davide allora fece suppliche a Dio per il bambino, si mise a digiunare e, quando rientrava per passare la notte, dormiva per terra. 17Gli anziani della sua casa insistevano presso di lui perché si alzasse da terra, ma egli non volle e non prese cibo con loro. 18Ora, il settimo giorno il bambino morì e i servi di Davide temevano di annunciargli che il bambino era morto, perché dicevano: “Ecco, quando il bambino era ancora vivo, noi gli abbiamo parlato e non ha ascoltato le nostre parole; come faremo ora a dirgli che il bambino è morto? Farà di peggio!”. 19Ma Davide si accorse che i suoi servi bisbigliavano fra loro, comprese che il bambino era morto e disse ai suoi servi: “È morto il bambino?”. Quelli risposero: “È morto”. 20Allora Davide si alzò da terra, si lavò, si unse e cambiò le vesti; poi andò nella casa del Signore e si prostrò. Rientrato in casa, chiese che gli portassero del cibo e mangiò. 21I suoi servi gli dissero: “Che cosa fai? Per il bambino ancora vivo hai digiunato e pianto e, ora che è morto, ti alzi e mangi!”. 22Egli rispose: “Quando il bambino era ancora vivo, digiunavo e piangevo, perché dicevo: “Chissà? Il Signore avrà forse pietà di me e il bambino resterà vivo”. 23Ma ora egli è morto: perché digiunare? Potrei forse farlo ritornare? Andrò io da lui, ma lui non tornerà da me!“.24Poi Davide consolò Betsabea sua moglie, andando da lei e giacendo con lei: così partorì un figlio, che egli chiamò Salomone. Il Signore lo amò 25e mandò il profeta Natan perché lo chiamasse Iedidià per ordine del Signore.26Intanto Ioab assalì Rabbà degli Ammoniti, si impadronì della città regale **27e inviò messaggeri a Davide per dirgli: “Ho assalito Rabbà e mi sono già impadronito della città delle acque. 28Ora raduna il resto del popolo, accàmpati contro la città e prendila; altrimenti, se la prendessi io, porterebbe il mio nome”. 29Davide radunò tutto il popolo, si mosse verso Rabbà, le diede battaglia e la occupò. 30Prese dalla testa di Milcom la corona, che pesava un talento d'oro e aveva una pietra preziosa; essa fu posta sulla testa di Davide. Egli ricavò dalla città un bottino molto grande. 31Ne fece uscire gli abitanti e li impiegò alle seghe, ai picconi di ferro e alle asce di ferro e li trasferì alle fornaci da mattoni; allo stesso modo trattò tutte le città degli Ammoniti. Poi Davide tornò a Gerusalemme con tutta la sua gente.

__________________________Note

12,29-30 Milcom: è il dio nazionale degli Ammoniti, venerato a Rabbà, capitale del regno ammonita, che corrisponde all’attuale Amman, in Giordania. Il passaggio della corona, dalla divinità a Davide, esprime il trasferimento della dignità regale e della sovranità al conquistatore, ma non implica una divinizzazione del re d’Israele. Un talento d’oro equivale a circa 33 kg.

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Approfondimenti


Se gli uomini ignorano l'abominevole delitto commesso da Davide, non così il Signore; Natan viene incaricato di farlo sapere al re. Il profeta gli sottopone un finto caso giudiziario, che in realtà è una parabola in cui vien descritta metaforicamente la vicenda reale occorsa tra Davide, Betsabea e Uria (alcuni dettagli – non tutti – sono una metafora diretta, gli altri svolgono una funzione completiva nell'insieme del racconto). Davide reagisce violentemente contro l'ingiustizia narrata ma non riconosce se stesso nella figura del prevaricatore. Il vero senso della parabola gli vien svelato da una parola profetica: «Tu sei quell'uomo!» (v. 7). Raramente il giudizio divino è così reciso ed efficace (cfr. Eb 4,12) come in queste due parole: ’attâ hā’îš. Natan enumera tutte le “ricchezze” che Dio aveva donato a Davide e infine annuncia il castigo: «...la spada non si allontanerà mai dalla tua casa» (vv. 9.10; cfr. Mt 26,52!); «tu l'hai fatto in segreto, ma io farò questo davanti a tutto Israele...» (v. 12). La coscienza si vede «nuda e scoperta» (cfr. Eb 4,13); a questo punto è inutile continuare a fingere, la commedia è finita. Mentre Saul era abilissimo nel giustificarsi (1Sam 13-15), Davide riconosce semplicemente la verità: «Ho peccato contro il Signore!» (v. 13). La cosa è tanto più toccante in quanto omicidi e sopraffazioni da parte dei sovrani dovevano essere frequenti a quel tempo e nessuno si sognava certo di castigarli. Ma Israele – «popolo privilegiato tra tutti i popoli» (Dt 7,6) – è diverso. Anche il male più piccolo diventa un «insulto al Signore» (v. 14) che dev'essere riparato integralmente. L'umile pentimento risparmierà a Davide la morte (cfr. Lv 20,10) ma, poiché il Signore «nulla lascia impunito» (Na 1,3), il figlio nato dalla relazione con Betsabea dovrà morire al posto suo (cfr. v. 14). La silenziosa supplica al Signore nei sette giorni di malattia del bambino e la rassegnazione di Davide al momento della sua morte sono l'oggetto della scena delineata nei vv. 15-23. Il segno del perdono si ha subito dopo con la nascita di un altro figlio (v. 25). È Salomone, scelto tra i suoi fratelli quale erede al trono paterno (1Re 1,30). Proprio con lui, nato «da quella che era stata la moglie di Uria» (Mt 1,6), la grande promessa del c. 7 incomincerà a realizzarsi. Ancora una volta il Signore conduce il suo popolo per vie sconosciute e inattese (cfr. Is 55, 8-9). Il capitolo si chiude con la cronaca della conquista di Rabba (vv. 26-31). La successione cronologica degli avvenimenti è incerta (la presa della città è avvenuta dopo la nascita di entrambi i figli di Betsabea oppure prima?) ma è indubbio che l'autore abbia inteso disporre artisticamente il materiale narrativo così da iniziare e terminare i cc. 11-12 con le notizie relative alla campagna contro gli Ammoniti, che aveva fornito a Davide l'occasione del peccato. La vittoria conferma a Davide che il Signore non s'è pentito a suo riguardo (cfr. 1Sam 15,11) ma continua ad assisterlo (cfr. 8, 6.14).

1-12. «il profeta»: aggiunto con i LXX. Natan appare nei momenti più importanti della vita di Davide; dopo avergli annunciato la gloria futura del regno (c. 7) ha ora l'ingrato compito di correggerne il peccato. Ciò appartiene alla vocazione profetica: anche Mosè (Es 5-11), Samuele (1Sam 15), Elia (1Re 19.21), Eliseo (2Re 3), Geremia (Ger 38), Giovanni il Battista (Mt 14,1-12 e paralleli) devono proclamare la verità ai potenti senza temerli, perché la loro parola è in verità “parola del Signore”. Natan riapparirà in 1Re 1 a fianco di Salomone.

6. «Pagherà quattro volte»: secondo la legge mosaica (Es 21,37; cfr. Lc 19,8). Tuttavia Prv 6,31 parla di una restituzione sette volte maggiore del danno arrecato. La stessa scelta è fatta dai LXX anche per il caso presente («ripagherà l'agnella sette volte»). Potrebbero essere due varianti della stessa norma oppure il “sette” corrisponde a una quantità ideale, incommensurabile (cfr. Mt 18, 21-22).

7. Per ben due volte il Signore mette “l'io” in particolare evidenza («Io ti ho unto... e io ti ho liberato...») affinché Davide ricordi che tutti i beni in suo possesso non se li è meritati né conquistati, sono un dono. Eppure la gratuità divina non gli ha insegnato nulla e «non ha avuto pietà» (v. 6)! È interessante l'analogia con la parabola di Gesù in Mt 18,23-25, dove tra l'altro ricompare il problema della “quantità” della restituzione (Mt 18,21-22; cfr. v. 6).

8. «ho messo nelle tue braccia...»: l'harem del re passava di diritto al successore (cfr. 1Sam 25,43-44).

9. «la parola del Signore»: l'ebraico dābār indica non solo la “parola”, il “detto” ma anche la “promessa”, “l’opera”, il “modo di agire” (come nel v. 14: «cosa». Cfr. 1Sam 1,23). Davide non ha disprezzato solo la “prescrizione” divina ma tutto quanto il Signore ha fatto per lui, ha disdegnato i suoi ricchi doni (fatti «per sempre»: cfr. 7,12-16) per esaudire il capriccio di un solo istante. «lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti»: è quanto Saul aveva tentato di fare con Davide, mandandolo contro i Filistei (1Sam 18,17.25).

10-12. La minaccia si realizzerà con la morte violenta di Amnon (13,23-37), Assalonne (18,9-18) e Adonia (1Re 2,13-25) e con la plateale violazione dell'harem di Davide da parte di Assalonne (16, 20-23).

14. «tu hai insultato il Signore (l'insulto sia sui nemici suoi)»: BC tenta di armonizzare il difficile TM che ha lett. «poiché hai proprio insultato i nemici del Signore». La frase in sé non ha senso; probabilmente la parola «i nemici» è stata inserita successivamente per evitare che il nome divino si trovasse a diretto contatto con un termine sconveniente. Due casi simili in 1Sam 20,16 e 25,22. «il figlio che ti è nato dovrà morire»: accanto al principio della responsabilità personale, secondo cui ciascuno deve scontare il proprio peccato (Dt 7,10; 24,16; 2Re 14,6; Ger 31,29-30; Ez 14,12-20; 18,1-30), l'AT ne conosce anche un altro che si può definire “principio della solidarietà”: il destino di ciascuno è condizionato dall'altrui comportamento, retto o empio che sia (cfr. Gn 18,24-32). L'ambito più immediato di applicazione è la famiglia: i figli devono scontare le colpe dei loro padri affinché sia ristabilita la “giustizia” (Es 20,5; 34,7; Dt 5,9; Ger 31,29; 32,18. Cfr. anche Lc 13,2; Gv 9,2-3). Sarebbe illecito – in nome di una storicistica “purificazione progressiva” della teologia veterotestamentaria – liquidare con leggerezza tale principio come grossolano e primitivo, dato che esso è intrinsecamente connesso con la dottrina del peccato originale e dell'universalità della redenzione di Cristo (Gn 3,17-19; Rm 3,23-24; 5,12-21; 1Cor 15,21-22). Una rilettura del “Carme del Servo sofferente” (Is 53, in particolare i vv. 4-6.12; cfr. 1Pt 2,24-25 e Gv 1,29) può essere illuminante in tal senso.

16-21. Contro tutte le consuetudini, durante i sette giorni di malattia del bambino Davide si comporta come durante il lutto (2Sam 1,11-12; 3,31; 13,31; Dn 10,3) che durava, appunto, sette giorni (1Sam 31,13), mentre all'annunzio della sua morte riprende la vita normale: si lava, si unge, depone il sacco e interrompe il digiuno. Lo spinge a ciò un doppio sentimento: dapprima la speranza che Dio possa impietosirsi e lasciar vivere il neonato (cfr. Gio 3,7-10), poi la sottomissione piena di fede al volere di Dio: «andò nella casa del Signore e vi si prostrò» (v. 20). accogliere l'arca (6,17), che attualmente si trova a Rabba con l'esercito israelita (11,11).

23. «Io andrò da lui, ma lui non ritornerà a me!»: lo šᵉ’ôl è il luogo dell'oltretomba ove tutti i defunti si recano senza poter più ritornare, se non temporaneamente (cfr. 1Sam 28,11). Cfr. Gb 10,20-22; 14,10-12.20.

24-25. «Iedidia»: significa «amato dal Signore». Questo soprannome profetico non apparirà più in seguito. Esso certifica che Dio ritiene scontata la pena per il peccato ed ha accordato il perdono al suo “Unto”.

26. «città delle acque»: TM, LXX e Vg hanno «città regia» (‘îr hammᵉlûkâ). La traduzione (congetturale in quanto richiede la modifica di due consonanti) si basa sul v. 27 ove si fa distinzione tra la città propriamente detta e una «città delle acque» (‘îr hammāyim), cioè un piccolo assembramento di case attorno alla cisterna (forse la medesima riportata alla luce dagli scavi archeologici), cui gli assediati potevano accedere attraverso una galleria sotterranea (cfr. 5,8). Una volta preso il controllo dell'approvvigionamento idrico Ioab può affermare di aver praticamente concluso l'assedio. Quest'interpretazione è confermata da Giuseppe Flavio (Antiquitates VII, 159).

28. «se la prendo io, porterebbe il mio nome»: Ioab concede al suo re l'onore di guidare l'ultimo assalto per conferire il proprio nome alla città conquistata (cfr. 5,7).

30. «di Milcom»: con i LXX. TM e Vg hanno: «del loro re» (malkām). La vocalizzazione è chiaramente errata poiché Milcom è attestato quale dio degli Ammoniti in 1Re 11,5.33; 2Re 23,13. La radice mlk significa «re»; ciò giustifica la pesante corona d'oro (circa 26 kg) che cinge il capo dell'idolo. Davide prende per sé la pietra preziosa incastonata sulla corona: la vittoria sugli Ammoniti è anche una vittoria sulle loro divinità (cfr. 1Sam 17,43-47 e 1Sam 31,8-10).

31. Gli Ammoniti sconfitti vengono obbligati ai lavori forzati, riconducibili all'ambito dell'edilizia pubblica (cfr. 5,9.11). La menzione degli strumenti in ferro ci ricorda le umilianti ristrettezze di alcuni decenni prima, quando i Filistei detenevano il monopolio dell'artigianato metallurgico (1Sam 13,19-21).

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 2Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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[piriche]frase dopo i dueterzi di orlo” da] una quantità di frasi di cui non si può parlare di tempo sull'orlo [mezzetinte di mezzi di lavoro ad accensione promiscua le [cause naturali stratagemmi forma di nonetto varia ma intenzionale è] percettibile provoca rilasci e rilevanze alcune] nelle bozze-ad personam nell'admiral era mezzogiorno trequarti che ha [intermittenza spaventi o allergica carburazione [oppure] danno una bandiera la maggior parte [seghettata]


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2SAMUELE - Capitolo 11


1All'inizio dell'anno successivo, al tempo in cui i re sono soliti andare in guerra, Davide mandò Ioab con i suoi servitori e con tutto Israele a compiere devastazioni contro gli Ammoniti; posero l'assedio a Rabbà, mentre Davide rimaneva a Gerusalemme. 2Un tardo pomeriggio Davide, alzatosi dal letto, si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dalla terrazza vide una donna che faceva il bagno: la donna era molto bella d'aspetto. 3Davide mandò a informarsi sulla donna. Gli fu detto: “È Betsabea, figlia di Eliàm, moglie di Uria l'Ittita”. 4Allora Davide mandò messaggeri a prenderla. Ella andò da lui ed egli giacque con lei, che si era appena purificata dalla sua impurità. Poi ella tornò a casa.5La donna concepì e mandò ad annunciare a Davide: “Sono incinta”. 6Allora Davide mandò a dire a Ioab: “Mandami Uria l'Ittita”. Ioab mandò Uria da Davide. 7Arrivato Uria, Davide gli chiese come stessero Ioab e la truppa e come andasse la guerra. 8Poi Davide disse a Uria: “Scendi a casa tua e làvati i piedi”. Uria uscì dalla reggia e gli fu mandata dietro una porzione delle vivande del re. 9Ma Uria dormì alla porta della reggia con tutti i servi del suo signore e non scese a casa sua. 10La cosa fu riferita a Davide: “Uria non è sceso a casa sua”. Allora Davide disse a Uria: “Non vieni forse da un viaggio? Perché dunque non sei sceso a casa tua?”. 11Uria rispose a Davide: “L'arca, Israele e Giuda abitano sotto le tende, Ioab mio signore e i servi del mio signore sono accampati in aperta campagna e io dovrei entrare in casa mia per mangiare e bere e per giacere con mia moglie? Per la tua vita, per la vita della tua persona, non farò mai cosa simile!”. 12Davide disse a Uria: “Rimani qui anche oggi e domani ti lascerò partire”. Così Uria rimase a Gerusalemme quel giorno e il seguente. 13Davide lo invitò a mangiare e a bere con sé e lo fece ubriacare; la sera Uria uscì per andarsene a dormire sul suo giaciglio con i servi del suo signore e non scese a casa sua.14La mattina dopo Davide scrisse una lettera a Ioab e gliela mandò per mano di Uria. 15Nella lettera aveva scritto così: “Ponete Uria sul fronte della battaglia più dura; poi ritiratevi da lui perché resti colpito e muoia”. 16Allora Ioab, che assediava la città, pose Uria nel luogo dove sapeva che c'erano uomini valorosi. 17Gli uomini della città fecero una sortita e attaccarono Ioab; caddero parecchi della truppa e dei servi di Davide e perì anche Uria l'Ittita.18Ioab mandò ad annunciare a Davide tutte le cose che erano avvenute nella battaglia 19e diede al messaggero quest'ordine: “Quando avrai finito di raccontare al re quanto è successo nella battaglia, 20se il re andasse in collera e ti dicesse: “Perché vi siete avvicinati così alla città per dar battaglia? Non sapevate che avrebbero tirato dall'alto delle mura? 21Chi ha ucciso Abimèlec figlio di Ierub-Baal? Non fu forse una donna che gli gettò addosso il pezzo superiore di una macina dalle mura, così che egli morì a Tebes? Perché vi siete avvicinati così alle mura?“, tu digli allora: “Anche il tuo servo Uria l'Ittita è morto”“. 22Il messaggero dunque partì e, quando fu arrivato, annunciò a Davide quanto Ioab lo aveva incaricato di dire. 23E il messaggero disse a Davide: “Poiché i nemici avevano avuto vantaggio su di noi e avevano fatto una sortita contro di noi nella campagna, noi fummo loro addosso fino alla porta della città; 24allora gli arcieri tirarono sui tuoi servi dall'alto delle mura e parecchi dei servi del re perirono. Anche il tuo servo Uria l'Ittita è morto”. 25Allora Davide disse al messaggero: “Riferirai a Ioab: “Non sia male ai tuoi occhi questo fatto, perché la spada divora ora in un modo ora in un altro; rinforza la tua battaglia contro la città e distruggila”. E tu stesso fagli coraggio”.26La moglie di Uria, saputo che Uria, suo marito, era morto, fece il lamento per il suo signore. 27Passati i giorni del lutto, Davide la mandò a prendere e l'aggregò alla sua casa. Ella diventò sua moglie e gli partorì un figlio. Ma ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore.

__________________________Note

11,4 si era appena purificata: le mestruazioni femminili erano considerate fonte d’impurità, a causa del flusso di sangue che le caratterizza (vedi Lv 15,19).

11,21 Abimèlec: su questo episodio vedi Gdc 9,50-54.

11,27 ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore: la condanna viene espressa con una formula del Deuteronomista (Dt 4,25; 9,18; 17,2; 31,29), già usata per condannare l’operato di Saul (1Sam 15,19) e che diverrà tipica nei libri dei Re (per Salomone, vedi 1Re 11,6).

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Approfondimenti


11,1-12,31. I due celeberrimi episodi narrati in queste pagine (il peccato di Davide e il suo castigo) sono intimamente connessi fra loro. Il racconto dell'adulterio e dell'omicidio perpetrati da Davide è riferito dalla Scrittura in quanto partecipe del gigantesco dramma iniziato col peccato dei progenitori (Gn 3) che fu un peccato di orgoglio insensato e di superbia, di ostinazione e ribellione. La storia sacra si configura come tenace amore di Dio, impegnato nel recupero della sua creatura continuamente tentata di distruggere in se stessa l'immagine divina secondo la quale è stata creata (Gn 1,26.28; Sap 2,23). Nessuno sfugge a questo pericolo mortale, ma neppure è abbandonato nell'abisso dal creatore «qual è il figlio che non è corretto dal padre?» (Eb 12,7). Ogni peccato riconosciuto e detestato può diventare così occasione di una grazia maggiore, di un'esperienza filiale ancor più intensa di prima. Perciò anche Davide, pur essendo «un uomo secondo il cuore di Dio» (1Sam 13,14), esperimenta la tentazione e la caduta più rovinosa (in brevissimi giorni subisce tutte le sconfitte morali più umilianti: tradimento, ipocrisia, cinismo, simulazione, ingiustizia...) ma ciò non accade invano: proprio Betsabea darà alla luce il re che «edificherà una casa al nome del Signore» (7,13) a conferma della sua gratuita offerta di fedeltà. All'imbarazzo del benintenzionato Cronista che omette di narrare lo scabroso episodio, preferiamo francamente il coraggio di 1-2 Sam che non teme di presentare tutti i fattori della storia (positivi o negativi che siano), ivi compreso quel Signore che sa tramutare i peggiori sentimenti in pentimento e conversione: «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28).

**11,1-27. Il capitolo consta di due parti:

  • a) vv. 1-5: l'adulterio di Davide con Betsabea;
  • b) vv. 6-27: i tentativi di Davide per coprire il suo misfatto, fino all'omicidio di Uria.

L'occasione viene offerta a Davide dalla ripresa primaverile delle ostilità contro gli Ammoniti. Israele punta all'assedio di Rabba. Mentre l'esercito è lontano con Ioab, Davide è solo in Gerusalemme. Dal casuale sguardo caduto su Betsabea alla consumazione dell'adulterio con lei i passo è brevissimo. Poco dopo piomba sul re la notizia che la donna è incinta. La situazione è grave perché la legge – cui nemmeno il re può sfuggire – punisce gli adulteri con la morte (Lv 20,10; cfr. Lv 18,20; Dt 22,22. Molte disposizioni simili si ritrovano nel Codice di Hammurabi e in altre raccolte di leggi assire e hittite). Davide convoca dal fronte il marito di Betsabea perché abbia l'occasione di recarsi da sua moglie e il nascituro possa essere riconosciuto come suo. Ma poiché la rettitudine dell'ufficiale resiste anche alle basse provocazioni di Davide (vv. 8-13), questi decide di toglier lo di mezzo: un legittimo matrimonio con la vedova potrà sistemare tutto. Cinicamente consegna ad Uria la lettera in cui Ioab riceve l'ordine di eliminarlo e il generale lo esegue senza discutere. Ma dando istruzioni al messaggero che dovrà riferire al re la notizia, Ioab prevede il ridicolo destreggiarsi dello zio fra lo sconcerto “ufficiale” e il segreto sollievo per lo scampato pericolo (vv. 18-21). Il generoso e leale Davide è intrappolato nella rete di ipocrisia e menzogna che si è intessuto con le proprie mani. Anche Ioab è complice della nefandezza, ma stavolta Davide non può rimproverarlo (cfr. 3,33-34) anzi gli è debitore del silenzio! L'intrigo potrebbe essere ambientato senza difficoltà in una qualunque corte di un qualunque periodo storico, tanto più che l'unico accenno all'orizzonte religioso d'Israele (l'arca, v. 11) potrebbe essere soppresso senza neppure dover modificare la frase in cui si trova. Dio sembra scomparso dalla storia. Ma proprio nel momento in cui la vicenda si avvia a una soluzione senza scandali, risuona l'inquietante giudizio morale: «Ma ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore» (v. 27). Mentre il re festeggia la nascita del principe il Signore si appresta a pronunciare la sua sentenza.

1. «sogliono andare in guerra»: con Vulgata. Lett. «escono».

2. «donna che faceva il bagno»: Betsabea sta concludendo con un bagno rituale il periodo di impurità legale connesso con il flusso mestruale (v. 4; cfr. Lv 15,19-28).

3. «Uria l'Hittita»: fin dai tempi dell'esilio Davide aveva accolto degli stranieri nella sua banda (cfr. 1Sam 26,6). Gli Hittiti erano un popolo dell'Asia Minore che nel XIII sec. a.C. soccombette all'invasione dei “popoli del mare”. Al tempo di Davide ne rimanevano individui isolati, sparsi tra le altre popolazioni. Il nome di questo popolo si trova più volte nelle liste stereotipate delle sei o sette popolazioni preisraelitiche della Palestina (alcuni testi esemplificativi: Gn 15,20-21; Es 3,8.17; Dt 7,1; Gs 3,10; Gdc 3,5; 1Re 9,20; 2Cr 8,7; Esd 9,1; Ne 9,8).

4. Betsabea obbedisce immediatamente all'invito del re; il fatto poi ch'essa prendesse il bagno in un luogo non del tutto al riparo da sguardi indiscreti (v. 2) fa pensare a una sua parte attiva nell'adulterio.

6-11. Primo tentativo di Davide per costringere Uria a incontrare la moglie. Per incoraggiarlo Davide gli fa portare a casa «una portata della tavola del re», segno di benevolenza non comune (cfr. Gn 43,34). Naturalmente le sue intenzioni sono ben diverse dall'affettata premura che dimostra al suo ufficiale stanco del viaggio.

11. «L'arca»: a quanto pare l'antico costume di portare l'arca sul campo di battaglia (cfr. 1Sam 4) è ancora in uso. La “presenza” divina (cfr. 1Sam 4,3) è lungi da Gerusalemme: Davide è solo a combattere contro le proprie passioni ed è destinato a perdere. «dormire con mia moglie»: Uria non parla esplicitamente di una legge religiosa sulla continenza in tempo di guerra (cfr. 1Sam 21,6), si appella piuttosto alla solidarietà cameratesca con i suoi compagni al fronte.

12-13. Vedendosi impotente a piegare con le parole la ferma volontà di Uria, Davide ricorre a metodi vili. Ma neppure stavolta Uria deflette dalla propria determinazione.

14-17. In questi versetti troviamo silenziosamente riuniti i tre protagonisti della tragedia. Davide scrive freddamente la condanna a morte di Uria, inconsapevole latore della medesima; lo scaltro Ioab intuisce che l'ordine del re è dettato da una ragione inconfessabile ma obbedisce, pregustando il sapore della rivincita.

17. «parecchi»: aggiunta ad sensum di BC; manca in TM, LXX, Vg.

18-21. Quando Davide verrà a sapere della sconfitta senz'altro si arrabbierà e accuserà i suoi uomini di essere degli incapaci, citando il proverbiale episodio di Abimelech (Gdc 9,50-54). Proprio allora – dice Ioab – il messaggero dovrà annunciargli la morte di Uria.

22. «Davide andò in collera»: da questo punto sino alla fine del versetto, BC aggiunge con i LXX la ripetizione delle parole già dette da Ioab nei vv. 20-21, che mancano dal TM.

23-27. Il messaggero si sente obbligato a spiegare le circostanze della sconfitta, ma non dimentica di concludere la sua difesa con la notizia tanto raccomandatagli da Ioab. Le sue ultime parole sortiscono un effetto prodigioso: recitando fino in fondo la sua parte Davide diventa tutt'a un tratto comprensivo e indulgente, avendo capito che Ioab ha portato a termine la sua missione.

25. «Non ti affligga questa cosa»: lett. «Non sia male ai tuoi occhi questa cosa». Davide può nascondere a se stesso e agli altri la gravità del suo crimine perché l'uomo «guarda l'apparenza», ma non può ingannare colui che «guarda il cuore» (1Sam 16,7): «ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore» (v. 27). L'autore adopera intenzionalmente le stesse parole di Davide per esprimere il verdetto di Dio che spazza via ogni ipocrisia.

27. Il lutto durava sette giorni (cfr. 1Sam 31,13). Subito dopo Davide accoglie la vedova come legittima moglie nel già numeroso harem (cfr. 1Sam 25,39-42).

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 2Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Nadine Shah - Holiday Destination (2017)


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Che la crisi dei rifugiati stia cambiando il volto delle relazioni politico-economiche di tutto il mondo è ormai indubbio, ma che possa scuotere il panorama artistico è meno scontato. Il 2016 ha costituito una sorta di turnover geo-politico sconvolgente, inaspettato e di conseguenza destabilizzante. Se esiste una cerchia di registi, scrittori, musicisti che si interessano al fenomeno cercando di darne una propria interpretazione con installazioni, saggi o performance, questa è comunque una minoranza, vitale, brillante, curiosa... artesuono.blogspot.com/2017/09…


Ascolta il disco: album.link/i/1224164449



noblogo.org/available/nadine-s…


Nadine Shah - Holiday Destination (2017)


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Che la crisi dei rifugiati stia cambiando il volto delle relazioni politico-economiche di tutto il mondo è ormai indubbio, ma che possa scuotere il panorama artistico è meno scontato. Il 2016 ha costituito una sorta di turnover geo-politico sconvolgente, inaspettato e di conseguenza destabilizzante. Se esiste una cerchia di registi, scrittori, musicisti che si interessano al fenomeno cercando di darne una propria interpretazione con installazioni, saggi o performance, questa è comunque una minoranza, vitale, brillante, curiosa... artesuono.blogspot.com/2017/09…


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Maxi sequestro nel porto di Genova di sigarette di contrabbando.


L'operazione, denominata “Borotalco”, vede la collaborazione della Direzione Investigativa Antimafia, della Guardia di Finanza e dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Genova, tutte coordinate dalla Procura Europea EPPO di Torino. Nel mirino degli investigatori è finita un'organizzazione criminale internazionale dedita al commercio illecito di tabacchi lavorati esteri, un fenomeno tutt'altro che scomparso: le rotte del contrabbando si estendevano dall'Italia alla Francia, dalla Polonia alla Svizzera fino al Regno Unito.

Nel corso del blitz, condotto con il supporto del Servizio Cooperazione Internazionale di Polizia, di Europol e della rete operativa antimafia internazionale @ON, supervisionata dalla Direzione Investigativa Antimafia (DIA), sono state eseguite diverse misure cautelari personali e reali per un valore complessivo di circa 2,5 milioni di euro, ritenuti dagli investigatori equivalenti ai proventi del reato ipotizzato.

#DirezioneInvestigativaAntimafia #GuardiadiFinanza #AgenziadelleDoganeedeiMonopoli #ProcuraEuropeaEPPO #EPPO


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Maxi sequestro nel porto di Genova di sigarette di contrabbando.


Maxi sequestro nel porto di Genova di sigarette di contrabbando.


L'operazione, denominata “Borotalco”, vede la collaborazione della Direzione Investigativa Antimafia, della Guardia di Finanza e dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Genova, tutte coordinate dalla Procura Europea EPPO di Torino. Nel mirino degli investigatori è finita un'organizzazione criminale internazionale dedita al commercio illecito di tabacchi lavorati esteri, un fenomeno tutt'altro che scomparso: le rotte del contrabbando si estendevano dall'Italia alla Francia, dalla Polonia alla Svizzera fino al Regno Unito.

Nel corso del blitz, condotto con il supporto del Servizio Cooperazione Internazionale di Polizia, di Europol e della rete operativa antimafia internazionale @[url=https://rollenspiel.social/users/On]Keep It[/url], supervisionata dalla Direzione Investigativa Antimafia (DIA), sono state eseguite diverse misure cautelari personali e reali per un valore complessivo di circa 2,5 milioni di euro, ritenuti dagli investigatori equivalenti ai proventi del reato ipotizzato.

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SOGNO BAGNATO

[dalla parte dei traditi ed uccisi]

vedere l'angelo della morte entrare nel mio sogno

ed io riverso sul selciato lo stupore del sangue le viscere nelle mani

“tu quoque brute” ... per mano di chi si credeva amico

(2010) .

Analisi del testo “SOGNO BAGNATO”

Atmosfera e tono


Il componimento apre su un paesaggio onirico deteriorato dal violento ingresso dell’angelo della morte. La tensione resta sospesa tra incubo e realtà, evocando uno stato di terrore quasi sacro.

Immagini e figure retoriche


  • Personificazione: “angelo della morte” dà volto e volontà a un’entità astratta.
  • Effetto shock: la descrizione del sangue e delle viscere amplifica la brutalità del tradimento.
  • Latinismo: “tu quoque brute” rinvia al famoso grido di Cesare, condensando il senso di amicizia tradita in una formula carica di storia.


Temi e simboli


  • Tradimento e violenza: l’amico-divenuto-carnefice trasforma il sogno in carneficina.
  • Sogno vs realtà: la dimensione onirica crolla di fronte allo svelamento del peggiore dei segreti.
  • Morte rito d’iniziazione: il passaggio dallo stato di incoscienza al riconoscimento della brutalità umana.


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[statistiche]lo spettro d'azione o -da un lato gli zolfatari i] solfi spericolati polveri finale di] vettovaglie con gli imbevuti da un lato] lo spazio geografico in pillole armigeri] di sedicesimi finge [i] censiti a mano con l'arrivo [gli anni cinquanta in [un clima rovente il piano] d'appoggio sul lato [corto le] ©efalosporine


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Laurie Anderson — Strange Angels (1989)


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Strange Angels fu fonte generosa di mille sorprese che, alcuni delusero ed altri fecero saltare di gioia. Ma cosa combinò la nostra per suscitare reazioni così contrastanti? Semplice: si è ingeniata a costruire dieci meravigliose canzoni (pop)olari. Chi ha storto il naso ascoltando “Language is a virus” farà meglio a tapparsi ora i canali auricolari: non più il gelido (splendido) esotismo tecnologico di “Mr Heartbreak”, ma un linguaggio sonoro diverso, più caldo, immediato, che parla in egual misura all’intelligenza e al cuore... silvanobottaro.it/archives/406…


Ascolta il disco: album.link/s/6Sy383KpqoNe5b6Mm…



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Laurie Anderson — Strange Angels (1989)


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Strange Angels fu fonte generosa di mille sorprese che, alcuni delusero ed altri fecero saltare di gioia. Ma cosa combinò la nostra per suscitare reazioni così contrastanti? Semplice: si è ingeniata a costruire dieci meravigliose canzoni (pop)olari. Chi ha storto il naso ascoltando “Language is a virus” farà meglio a tapparsi ora i canali auricolari: non più il gelido (splendido) esotismo tecnologico di “Mr Heartbreak”, ma un linguaggio sonoro diverso, più caldo, immediato, che parla in egual misura all’intelligenza e al cuore... silvanobottaro.it/archives/406…


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Il "No" che riapre la partita della partecipazione.


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(215)

(DF1)

Questo post nasce dall'incontro di scrittura tra me e l'amico @piedea.bsky.social, che ringrazio con affetto.

Sul piano dei principi, il referendum toccava il cuore della divisione dei poteri: ridefinire l’assetto della magistratura significa intervenire sul modo in cui lo Stato limita sé stesso e protegge i più deboli.

In questo senso, la vittoria del “No” può essere letta come la riaffermazione di un’etica della cautela di fronte a riforme percepite come sbilanciate a favore della politica, e quindi come potenzialmente lesive di quell’idea di giustizia come spazio autonomo dal consenso del momento.

La stessa mobilitazione del fronte del “Sì”, che ha insistito su imparzialità e terzietà del giudice, mostra quanto l’istanza di una giustizia avvertita come equa e trasparente sia ormai un valore condiviso, anche se tradotto in proposte opposte; ed è in questa visione bipartisan che possiamo trovare uno dei motivi del fallimento del governo.

Che una riforma della giustizia sia necessaria è convinzione comune, ma non può e non deve essere calata dall'alto, imposta a colpi di fiducia. In una democrazia rappresentativa quale siamo, decisioni importanti di questa portata devono essere discusse e mediate coinvolgendo il più alto numero di parlamentari possibile.

Il voto sul referendum sulla giustizia consegna un messaggio morale duplice: da un lato una richiesta di protezione dell’indipendenza dei poteri, dall’altro la rivendicazione di un ruolo più attivo dei cittadini nella definizione del patto di cittadinanza.

Il fatto che quasi sei elettori su dieci si siano recati alle urne, in una consultazione senza quorum, attribuisce a questo segnale un peso etico particolarmente forte.

(DF2)

C’è poi una dimensione etica relativa alla responsabilità individuale: trattandosi di referendum costituzionale senza quorum, ogni astensione era, di fatto, una scelta che lasciava ad altri il compito di ridisegnare uno dei tre poteri dello Stato.

L’affluenza elevata, in controtendenza rispetto al disincanto degli ultimi anni, segnala una reazione: molti cittadini hanno percepito che la giustizia non è un tema “di categoria”, ma riguarda la propria possibilità concreta di vedere riconosciuti i diritti e difese le minoranze. In questo, la consultazione riapre l’idea di cittadinanza come partecipazione attiva e non solo come delega episodica ai partiti.

Il voto assume anche il significato di una correzione di rotta dal basso, in un contesto di forte verticalizzazione del potere esecutivo. L’esito negativo per il governo ricorda che la legittimazione elettorale non è un assegno in bianco: la società italiana mostra di voler esercitare un controllo etico sulle scelte che toccano le garanzie fondamentali, anche a costo di smentire un esecutivo che pure resta in carica.

Il referendum restituisce alla comunità politica un momento di riflessione collettiva su quali limiti porre a chi governa e su come proteggere gli spazi di dissenso e di controllo. Il modo in cui il dibattito è stato animato da comitati, associazioni, sindacati e gruppi di società civile indica un tessuto democratico che, pur provato, non è rassegnato.

Il richiamo ricorrente all’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, alla difesa della Costituzione come “patrimonio comune”, alla necessità di un voto informato e non solo schierato, dona l’immagine di un Paese che, almeno su questo terreno, continua a misurarsi con categorie come responsabilità, limite, garanzia, e non soltanto con l’immediatezza del vantaggio politico.

#Blog #Italia #Referendum #Politica #Opinioni


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Il "No" che riapre la partita della partecipazione.


(215)

(DF1)

Questo post nasce dall'incontro di scrittura tra me e l'amico @[url=did:plc:l3vm6ay6u3rpcvzld3ilsag4]Piede Amaro[/url], che ringrazio con affetto.

Sul piano dei principi, il referendum toccava il cuore della divisione dei poteri: ridefinire l’assetto della magistratura significa intervenire sul modo in cui lo Stato limita sé stesso e protegge i più deboli.

In questo senso, la vittoria del “No” può essere letta come la riaffermazione di un’etica della cautela di fronte a riforme percepite come sbilanciate a favore della politica, e quindi come potenzialmente lesive di quell’idea di giustizia come spazio autonomo dal consenso del momento.

La stessa mobilitazione del fronte del “Sì”, che ha insistito su imparzialità e terzietà del giudice, mostra quanto l’istanza di una giustizia avvertita come equa e trasparente sia ormai un valore condiviso, anche se tradotto in proposte opposte; ed è in questa visione bipartisan che possiamo trovare uno dei motivi del fallimento del governo.

Che una riforma della giustizia sia necessaria è convinzione comune, ma non può e non deve essere calata dall'alto, imposta a colpi di fiducia. In una democrazia rappresentativa quale siamo, decisioni importanti di questa portata devono essere discusse e mediate coinvolgendo il più alto numero di parlamentari possibile.

Il voto sul referendum sulla giustizia consegna un messaggio morale duplice: da un lato una richiesta di protezione dell’indipendenza dei poteri, dall’altro la rivendicazione di un ruolo più attivo dei cittadini nella definizione del patto di cittadinanza.

Il fatto che quasi sei elettori su dieci si siano recati alle urne, in una consultazione senza quorum, attribuisce a questo segnale un peso etico particolarmente forte.

(DF2)

C’è poi una dimensione etica relativa alla responsabilità individuale: trattandosi di referendum costituzionale senza quorum, ogni astensione era, di fatto, una scelta che lasciava ad altri il compito di ridisegnare uno dei tre poteri dello Stato.

L’affluenza elevata, in controtendenza rispetto al disincanto degli ultimi anni, segnala una reazione: molti cittadini hanno percepito che la giustizia non è un tema “di categoria”, ma riguarda la propria possibilità concreta di vedere riconosciuti i diritti e difese le minoranze. In questo, la consultazione riapre l’idea di cittadinanza come partecipazione attiva e non solo come delega episodica ai partiti.

Il voto assume anche il significato di una correzione di rotta dal basso, in un contesto di forte verticalizzazione del potere esecutivo. L’esito negativo per il governo ricorda che la legittimazione elettorale non è un assegno in bianco: la società italiana mostra di voler esercitare un controllo etico sulle scelte che toccano le garanzie fondamentali, anche a costo di smentire un esecutivo che pure resta in carica.

Il referendum restituisce alla comunità politica un momento di riflessione collettiva su quali limiti porre a chi governa e su come proteggere gli spazi di dissenso e di controllo. Il modo in cui il dibattito è stato animato da comitati, associazioni, sindacati e gruppi di società civile indica un tessuto democratico che, pur provato, non è rassegnato.

Il richiamo ricorrente all’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, alla difesa della Costituzione come “patrimonio comune”, alla necessità di un voto informato e non solo schierato, dona l’immagine di un Paese che, almeno su questo terreno, continua a misurarsi con categorie come responsabilità, limite, garanzia, e non soltanto con l’immediatezza del vantaggio politico.

#Blog #Italia #Referendum #Politica #Opinioni

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Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com


DAI CIELI DEL SOGNO

precipitare dai cieli del sogno fino all'età adulta richiami di sapori di voci l'odore del mare inalare il vento salato sibilante sotto le porte - gibigiane echi liturgie di memorie l'iniziazione del sesso i segreti

cieli dell'adolescenza passati come in sogno

(2010)

.

Breve analisi del testo

Atmosfera onirica e passaggio all’età adulta


Il componimento si apre con un’immagine forte: il “precipitare dai cieli del sogno” evoca la caduta dall’innocenza verso la concretezza dell’età adulta. Quel “fino all’età adulta” diventa soglia tra visione e realtà, un momento carico di nostalgia e tensione.


Le immagini sensoriali


  • “richiami di sapori / di voci l’odore”: sinestesia che mescola tatto, gusto e udito
  • “del mare inalare il vento salato sibilante”: l’elemento naturale come veicolo di memoria
  • “gibigiane echi / liturgie di memorie”: eco di rituali interiori, rievocazione di gesti antichi

Temi e simboli


  • Sogno vs realtà: dalla leggerezza del volo onirico alla gravità del quotidiano
  • Iniziazione e segreti: l’adolescenza vista come rito di passaggio, con le sue scoperte e tabù
  • Memoria e liturgia: la costruzione dell’identità attraverso ricordi ritualizzati


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già solo guardando alla letteratura (sempre volendo chiamarla così) che intasa lo scarico dei premi, a partire dalla dozzina cinquina del più meritoriamente fomoso, si capisce che l'italia è il paese del flarf irriflesso. o del kitsch inconsapevole. potrebbero farne arte e gioco, e cascano accigliati nelle Lettere. quanto spreco. ma comunque già nel 2012 avevo gettato la spugna, in ispecie a petto di quanto il sito derepubblica elargiva perfino gratis nei suoi vari chioschetti e banner laterali. ebbene, che ora – nel merito – ne sia di godimento a' poopoli questo post: slowforward.net/2026/03/24/tut…


noblogo.org/differx/gia-solo-g…


tutto il blog flarf.it (sett. 2009 – apr. 2012) in un unico pdf, comodamente a casa vostra


per quasi tre rivoluzioni terrestri mi sono impegnato a frollare flarf autarchico e movimentare merci pacchiane autoctone (proprio .it) a fini letterari e in vero italiano indigeno: sul blog flarfit.blogspot.com…
finché – a forza di ripostare screenshot dei quadratini di Repubblica – mi sono accorto che il vero flarf, in vera pelle, in Italia, lo facevano già (e tutt’ora valentemente lo fanno) i giornali e i media generalisti. così ho gettato la pugna, perdendo miseramente il confronto con la realtà ontologicamente flarf del neurone italiano.

TUTTAVIA, per la gloria della storia e la gioia del mezzo paio di sinapsi a noi autoctoni rimaste, ho adobato un pdf con ciò che fu del blog, e qui lo getto in pasto al vostro (spero) godere:

logo pdf
flarf.it__set2009-apr2012

_
*
parte dell’opera era & sarebbe legata ai tag visibili in calce a ciascuna uscita
e agli invece purtroppo non cliccabili link, che spesso aggiungevano
kitsch a kitsch. (es.: un post sul papa Giampaolo 2 rinviava
all’imago d’un culturista che ne era sosia. etc.)

#archivi #archivio #flarf #flarfItaliano #flarfIt #flarfit #flarfitBlogspotCom #flarfitalia #googlism #neurone #pdf #ricostruzioni #testiDiMgInRete


2SAMUELE - Capitolo 10


Peccato di Davide (10,1-12,31)1Dopo questo, morì il re degli Ammoniti e Canun, suo figlio, divenne re al suo posto. 2Davide disse: “Manterrò fedeltà a Canun, figlio di Nacas, come suo padre la mantenne a me”. Davide mandò alcuni suoi ministri a consolarlo per suo padre. I ministri di Davide andarono nel territorio degli Ammoniti. 3Ma i capi degli Ammoniti dissero a Canun, loro signore: “Forse Davide intende onorare tuo padre ai tuoi occhi, mandandoti dei consolatori? Non ha piuttosto mandato da te i suoi ministri per esplorare la città, per ispezionarla e perlustrarla?”. 4Canun allora prese i ministri di Davide, fece loro radere la metà della barba e tagliare le vesti a metà fino alle natiche, poi li rimandò. 5Quando l'annunciarono a Davide, egli mandò qualcuno a incontrarli, perché quegli uomini si vergognavano moltissimo. Il re fece dire loro: “Rimanete a Gerico finché vi sia cresciuta di nuovo la barba, poi tornerete”.6Gli Ammoniti, vedendo che si erano attirati l'inimicizia di Davide, mandarono ad assoldare ventimila fanti di Aram Bet-Recob e di Aram Soba, mille uomini del re di Maacà e dodicimila uomini della gente di Tob. 7Quando Davide sentì questo, mandò Ioab con tutto l'esercito dei prodi. 8Gli Ammoniti uscirono e si disposero a battaglia all'ingresso della porta della città, mentre gli Aramei di Soba e di Recob e la gente di Tob e di Maacà stavano da parte, nella campagna.9Ioab vide che il fronte della battaglia gli era davanti e alle spalle. Scelse allora un corpo tra i migliori d'Israele, lo schierò contro gli Aramei 10e affidò il resto dell'esercito a suo fratello Abisài, per schierarlo contro gli Ammoniti. 11Disse: “Se gli Aramei saranno più forti di me, tu mi verrai a salvare; se invece gli Ammoniti saranno più forti di te, verrò io a salvarti. 12Sii forte e dimostriamoci forti per il nostro popolo e per le città del nostro Dio. Il Signore faccia quello che a lui piacerà”.13Poi Ioab con la gente che aveva con sé attaccò battaglia con gli Aramei, i quali fuggirono davanti a lui. 14Quando gli Ammoniti videro che gli Aramei erano fuggiti, fuggirono davanti ad Abisài e rientrarono nella città. Allora Ioab tornò dalla spedizione contro gli Ammoniti e venne a Gerusalemme.15Gli Aramei, vedendo che erano stati sconfitti da Israele, si riunirono insieme. 16Adadèzer mandò a chiamare gli Aramei che erano al di là del Fiume e quelli giunsero a Chelam; Sobac, comandante dell'esercito di Adadèzer, era alla loro testa. 17La cosa fu riferita a Davide, che radunò tutto Israele, attraversò il Giordano e giunse a Chelam. Gli Aramei si schierarono di fronte a Davide e si scontrarono con lui. 18Ma gli Aramei fuggirono davanti a Israele: Davide uccise degli Aramei settecento cavalieri e quarantamila fanti; colpì anche Sobac, comandante del loro esercito, che morì in quel luogo. 19Tutti i re vassalli di Adadèzer, quando si videro sconfitti da Israele, fecero la pace con Israele e gli rimasero sottoposti. Gli Aramei non osarono più venire a salvare gli Ammoniti.

__________________________Note

10,4 fece loro radere la metà della barba: il trattamento inflitto ai ministri di Davide è segno di mancanza di fiducia, ma esprime al contempo il realismo politico dei capi Ammoniti (v. 3).

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


1-5. Nel quadro di un'accorta politica estera (cfr. 1Sam 22,3-4; 2Sam 3,3) Davide invia i suoi ambasciatori a porgere le condoglianze per la morte di Nacas re degli Ammoniti (cfr. 1Sam 1-11) che lo aveva aiutato contro Saul (v. 2), ma il giovane e inesperto figlio del defunto accusa gli inviati di Davide di essere spie e li respinge, schernendoli gravemente. Davide cerca di non esasperare la situazione (v. 5) ma la reazione scomposta degli Ammoniti – accortisi troppo tardi della sciocchezza commessa (v. 6) – lo costringe ad intervenire (v. 7). Il c. 10 riprende e sviluppa l'accenno del c. 8 (vv. 3-8.12) alle guerre contro gli Ammoniti e gli Aramei e al contempo introduce la narrazione del peccato di Davide (cc. 11-12).

2. «mandò... a fargli le condoglianze»: lett. «Mandò... a consolarlo» (cfr. 1Re 5,15).

3. «la città»: è la capitale ammonita Rabba (11,1; 12,26). Anche nel nome odierno (Amman) conserva il ricordo del popolo che l'abitò anticamente.

4. «barba... vesti...»: sono il distintivo dell'onore e del prestigio personale di chi le porta (cfr. 1Sam 18,4). Plutarco (Vita di Agesilao) cita il costume spartano di umiliare i soldati fuggiti dalla battaglia mandandoli in giro con le vesti rattoppate e la barba rasa a metà.

6-14. Cronaca della prima delle due campagne, svoltesi in due o tre anni successivi (11,1), contro gli Ammoniti e i loro alleati Aramei titolari di alcuni piccoli regni situati al nord, presso le sorgenti del Giordano. Alla mobilitazione avversaria Davide risponde inviando a Rabba Ioab e «tutto l'esercito dei prodi», ossia il fior fiore della sua piccola armata (cfr. 23,8-39: i gibbōrîm). L'esercito popolare sarà chiamato alle armi solo più tardi (v. 17). Resosi conto della manovra di accerchiamento predisposta dai nemici, Ioab attacca per primo i mercenari Aramei; la loro subitanea fuga induce anche gli Ammoniti a desistere dalla battaglia. L'episodio mette in luce un aspetto finora inedito del carattere di Ioab, uomo senza scrupoli (cfr. 3,24-29; 11,14-25; 20,4-13). Dinanzi al pericolo esorta Abisai al coraggio «per le città del nostro Dio» e alla sottomissione al suo beneplacito (v. 12). Tale sensibilità religiosa posta sulle labbra di un uomo cinico come lui può forse sorprendere; d'altra parte solo Dio «conosce il cuore di ogni uomo» (1Re 8,39; cfr. Ger 17,10). Bisogna solo prenderne atto e far tesoro dell'insegnamento ricevuto.

6. 1Cr 19,7 notifica che gli Aramei posero il campo «di fronte a Madaba», circa 30 km a sud di Rabba. Non era raro che il concentramento delle truppe avvenisse in una località relativamente distante da quella prevista per la battaglia (cfr. 1Sam 4,1; 29,1).

15-19. Il secondo episodio della guerra contro gli Aramei non corrisponde a quello narrato da 8,3-8, anche se il personaggio principale è lo stesso. Adad-Ezer vuol tentare la rivincita e prende l'iniziativa di coordinare le forze aramee, ma stavolta è Davide in persona a guidare le milizie Israelite e ad infliggergli la sconfitta decisiva. La morte del comandante in capo Sobak rende sufficientemente l'idea del disastro (cfr. 1Sam 31,6). D'ora in poi gli Aramei saranno vassalli d'Israele.

17. «Chelam»: si trovava in una zona imprecisata della Transgiordania, forse nella regione di Galaad all'altezza del lago di Genesaret. Alcuni la identificano con l'Alema di 1Mac 5,26. 1Cr 19,17 sostituisce il nome – forse perché ormai caduto in disuso e incomprensibile – con il pronome ’ālēhem (= [giunse] “presso di loro”).

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 2Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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La sconfitta di Meloni e il lavoro che resta da fare.


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(214)

(R1)

**Nota: il post è scritto nell'immediatezza dei risultati e delle prime reazioni politiche. Non è assolutamente esaustivo. Per ora.

Il referendum sulla giustizia si chiude con una partecipazione insolitamente alta, il 58,93% degli aventi diritto, e con una vittoria netta ma non schiacciante del “No”, che si attesta intorno al 54%.

È un responso che smentisce sia l’idea di un Paese apatico sulle regole del proprio Stato di diritto, sia la narrazione di un mandato in bianco per la riforma Nordio voluta da Giorgia Meloni.

La prima sconfitta politica è proprio per la presidente del Consiglio, che aveva caricato il voto di un’evidente valenza plebiscitaria, evocando scenari cupi di stupratori e pedofili liberati in caso di vittoria del “No” e presentando il “Sì” come il solo argine alla “impunità”.

Il risultato, invece, dice che una maggioranza relativa di italiani non si è fatta convincere né da questa propaganda securitaria, né dall’idea che per “far funzionare la giustizia” si debba riscrivere la Costituzione in sette punti, piegando un po’ di più la magistratura al potere politico.

Il governo Meloni si ritrova così con una riforma archiviata dagli elettori e un capitale politico eroso su un terreno, quello della “lotta ai giudici politicizzati”, che doveva essere identitario.

(R2)

All’interno della maggioranza, la sconfitta apre inevitabilmente una contabilità di responsabilità. Meloni ha già provato a mettere le mani avanti nelle scorse settimane, dicendo di non temere contraccolpi politici e di avere un’esecutivo “saldo”.

Una bocciatura popolare di questa portata sulla sua prima grande riforma costituzionale non potrà non pesare nei rapporti di forza con gli alleati e nel rapporto con un ministro Nordio che esce politicamente indebolito.

Nel breve periodo non è scontato un terremoto di governo, ma la capacità della premier di usare il tema giustizia come clava identitaria contro opposizioni e magistratura esce significativamente logorata.

Sul fronte del “No”, Piazza del Popolo aveva anticipato il clima: Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni avevano trasformato la battaglia referendaria in un test di difesa dell’indipendenza dei giudici e della natura antifascista della Costituzione. Schlein ha insistito sul rifiuto di “giudici assoggettati alla politica” e sulla necessità di essere controllati anche quando si governa, segnando una linea che guarda già alle politiche del 2027. Conte ha parlato di riforma “ipocrita” e finta modernizzazione, mentre Bonelli e Fratoianni hanno accusato il governo di voler colpire l’indipendenza della magistratura senza dirlo apertamente, evocando persino paragoni con l’Ungheria e la Repubblica iraniana.

È questo fronte variegato (partiti, sindacato, associazioni come Anpi e Arci, pezzi di società civile) ad avere oggi il merito e la responsabilità di non trasformare il risultato in un semplice “tutti a casa” del governo, ma in un lavoro più serio sulla giustizia.​ Per chi ha votato “No”, la vittoria non è un punto d’arrivo ma un argine provvisorio.

Si è fermata una riforma pericolosa, che avrebbe ristretto l’autonomia dei magistrati senza affrontare davvero i tempi biblici dei processi o la carenza di personale negli uffici giudiziari. L’urgenza di una giustizia più rapida e più giusta resta intatta, e non basterà cantare vittoria per rispondere alla domanda di efficienza che viene dal Paese.

Se il governo ha perso il “suo” referendum, l’opposizione non può permettersi di vincere soltanto in negativo: dovrà dimostrare di saper scrivere una proposta alternativa, credibile e coerente con quella stessa Costituzione che oggi, con questo voto, gli elettori hanno scelto di difendere.

#Blog #Italia #Referendum2026 #SeparazioneDelleCarriere #NO #Opinioni


noblogo.org/transit/la-sconfit…


La sconfitta di Meloni e il lavoro che resta da fare.


(214)

(R1)

**Nota: il post è scritto nell'immediatezza dei risultati e delle prime reazioni politiche. Non è assolutamente esaustivo. Per ora.

Il referendum sulla giustizia si chiude con una partecipazione insolitamente alta, il 58,93% degli aventi diritto, e con una vittoria netta ma non schiacciante del “No”, che si attesta intorno al 54%.

È un responso che smentisce sia l’idea di un Paese apatico sulle regole del proprio Stato di diritto, sia la narrazione di un mandato in bianco per la riforma Nordio voluta da Giorgia Meloni.

La prima sconfitta politica è proprio per la presidente del Consiglio, che aveva caricato il voto di un’evidente valenza plebiscitaria, evocando scenari cupi di stupratori e pedofili liberati in caso di vittoria del “No” e presentando il “Sì” come il solo argine alla “impunità”.

Il risultato, invece, dice che una maggioranza relativa di italiani non si è fatta convincere né da questa propaganda securitaria, né dall’idea che per “far funzionare la giustizia” si debba riscrivere la Costituzione in sette punti, piegando un po’ di più la magistratura al potere politico.

Il governo Meloni si ritrova così con una riforma archiviata dagli elettori e un capitale politico eroso su un terreno, quello della “lotta ai giudici politicizzati”, che doveva essere identitario.

(R2)

All’interno della maggioranza, la sconfitta apre inevitabilmente una contabilità di responsabilità. Meloni ha già provato a mettere le mani avanti nelle scorse settimane, dicendo di non temere contraccolpi politici e di avere un’esecutivo “saldo”.

Una bocciatura popolare di questa portata sulla sua prima grande riforma costituzionale non potrà non pesare nei rapporti di forza con gli alleati e nel rapporto con un ministro Nordio che esce politicamente indebolito.

Nel breve periodo non è scontato un terremoto di governo, ma la capacità della premier di usare il tema giustizia come clava identitaria contro opposizioni e magistratura esce significativamente logorata.

Sul fronte del “No”, Piazza del Popolo aveva anticipato il clima: Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni avevano trasformato la battaglia referendaria in un test di difesa dell’indipendenza dei giudici e della natura antifascista della Costituzione. Schlein ha insistito sul rifiuto di “giudici assoggettati alla politica” e sulla necessità di essere controllati anche quando si governa, segnando una linea che guarda già alle politiche del 2027. Conte ha parlato di riforma “ipocrita” e finta modernizzazione, mentre Bonelli e Fratoianni hanno accusato il governo di voler colpire l’indipendenza della magistratura senza dirlo apertamente, evocando persino paragoni con l’Ungheria e la Repubblica iraniana.

È questo fronte variegato (partiti, sindacato, associazioni come Anpi e Arci, pezzi di società civile) ad avere oggi il merito e la responsabilità di non trasformare il risultato in un semplice “tutti a casa” del governo, ma in un lavoro più serio sulla giustizia.​ Per chi ha votato “No”, la vittoria non è un punto d’arrivo ma un argine provvisorio.

Si è fermata una riforma pericolosa, che avrebbe ristretto l’autonomia dei magistrati senza affrontare davvero i tempi biblici dei processi o la carenza di personale negli uffici giudiziari. L’urgenza di una giustizia più rapida e più giusta resta intatta, e non basterà cantare vittoria per rispondere alla domanda di efficienza che viene dal Paese.

Se il governo ha perso il “suo” referendum, l’opposizione non può permettersi di vincere soltanto in negativo: dovrà dimostrare di saper scrivere una proposta alternativa, credibile e coerente con quella stessa Costituzione che oggi, con questo voto, gli elettori hanno scelto di difendere.

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Due draghetti sparabolle, alla ricerca del tempo perduto


Il mese di marzo ha come tema, per la #SagraIndieWeb, i videogiochi e per me è impossibile pensare a un videogioco senza che alla mia mente tornino due draghetti sparabolle. Era una (per me troppo) calda estate di tanti, ma tanti anni fa e mi trovavo (contro la mia volontà) ancora una volta in vacanza al mare, insieme ai miei genitori e alla mia sorellina. Avrebbe potuto essere un rovente mese d’agosto come quelli che lo avevano preceduto, non molti in realtà perché ero piccola, ma abbastanza da farmi detestare il caldo, le spiagge affollate, rumorose e piene di sabbia che si appiccica ovunque, e invece quei due draghetti mi salvarono le vacanze. La sala giochi era fresca, i raggi del sole non riuscivano a illuminarla completamente e offriva una gradevolissima penombra, le musiche dei vari giochi sovrastavano il vociare delle persone… Per me, che avevo già finito tutti i compiti delle vacanze e non mi ero portata abbastanza libri da leggere, quello diventò il rifugio sicuro dove poter stare in santa pace, senza essere costretta a far amicizia con altri bambini sulla battigia. Purtroppo, come detto, ero piccola e non potevo svignarmela mollando mamma, papà e sorella in spiaggia ogni volta che volevo: Bub e Bob diventarono così i miei compagni del dopo pranzo – quando il sole era troppo alto e ustionante per poter stare al mare – e del dopo cena, a patto che portassi con me e tenessi d’occhio la mia sorellina. Non so quanti gettoni abbia lasciato dentro quella macchinetta, a posteriori penso tanti che avrei potuto diventare azionista della Taito, ma a quel tempo non mi importava: tutto quello che sapevo era che riuscivo a superare livello dopo livello, che in quella sala giochi ci stavo decisamente meglio che in spiaggia, ma soprattutto che lì non avevo bisogno di fingere. Davanti a quello schermo, mentre aiutavo i draghetti, potevo essere me, la ragazzina timida e mingherlina, con problemi d'asma e tutto il corollario di sfighe che la vostra immaginazione riesce a concepire.Bubble Bobble, momento di gioco

In quel fantastico mondo fatto di piani da scalare, balene da evitare, fruttini da mangiare e bolle da sparare, la logica aveva il suo spazio, a ogni azione corrispondeva una precisa e abbastanza prevedibile reazione, non come con gli altri bambini, sempre così complicati da interpretare e dalle reazioni imprevedibili! Giocare era così rilassante! Poi le vacanze finirono, la striscia blu luccicante del mare in lontananza venne sostituita da interminabili nastri di asfalto mentre l'automobile tornava verso la Lombardia. Sapevo che a casa non avrei ritrovato i draghetti, ma non avrei neppure avuto sabbia addosso e mi ero finalmente liberata dal dovere di fare amicizia in spiaggia; a scuola avrei ritrovato gli stessi compagni di sempre, quelli coi quali parlavo solo se mi rivolgevano loro la parola per primi, perché sarebbe stato scortese non rispondere, ma che più o meno avevo imparato a conoscere. Almeno quel tanto che bastava perché li evitassi il più possibile. E poi avrei rivisto i nonni! E avrei ritrovato tutti i miei libri! E tra poco sarebbe ricominciata la scuola, con così tante cose interessanti da imparare! I draghetti non mi sarebbero mancati, no, no. Parlai di loro solo una volta al di fuori della mia cerchia famigliare, nel tema che l'insegnante ci aveva assegnato perché descrivessimo le nostre vacanze estive appena concluse: come accadeva abbastanza spesso, il mio componimento ottenne il voto migliore – essere appassionati della propria lingua e studiarne i meccanismi paga – e dovetti leggerlo ad alta voce stando in piedi accanto alla cattedra – l'insegnante, evidentemente, lo considerava un premio, mentre per me era stato un supplizio, almeno finché non ci feci l'abitudine – ma, una volta tanto, notai che i miei compagni prestavano attenzione a ciò che leggevo. Nessuno lanciava palline di carta intrise di saliva usando le penne come cerbottane, né ridacchiava, né tirava le trecce a Rossana o passava bigliettini con cuori disegnati a Silvia. Una calma quasi surreale. Il sole entrava dai larghi finestroni, disegnando arabeschi sui banchi e sul pavimento mentre giocava a nascondino con le foglie degli alberi del giardino e, alzando per un istante gli occhi dal quaderno, approfittando di un segno d'interpunzione nello scritto, mi accorsi che tutti gli occhi dei miei compagni di classe erano puntati fissi su di me. Deglutii, ricacciando giù il nervosismo, e continuai a leggere fino a quando arrivai alla fine. Poi l'insegnante mi disse che potevo andare e io tornai al mio posto. La lezione riprese. Da quel giorno, però, le cose non furono più le stesse. Da quel giorno non fui più soltanto la secchiona. Da quel giorno i miei compagni iniziarono a chiamarmi anche nerd.

[A dispetto del titolo, non intendo sottoporvi al supplizio che Proust inflisse ai suoi lettori e non pubblicherò sette tomi descrivendo con dovizia di particolari il mio rapporto coi videogiochi: il mio contributo alla #SagraIndieWeb per questo mese termina qui]

Bubble Bobble Taito


log.livellosegreto.it/atlaviat…


Due draghetti sparabolle, alla ricerca del tempo perduto


Due draghetti sparabolle, alla ricerca del tempo perduto


Il mese di marzo ha come tema, per la #SagraIndieWeb, i videogiochi e per me è impossibile pensare a un videogioco senza che alla mia mente tornino due draghetti sparabolle. Era una (per me troppo) calda estate di tanti, ma tanti anni fa e mi trovavo (contro la mia volontà) ancora una volta in vacanza al mare, insieme ai miei genitori e alla mia sorellina. Avrebbe potuto essere un rovente mese d’agosto come quelli che lo avevano preceduto, non molti in realtà perché ero piccola, ma abbastanza da farmi detestare il caldo, le spiagge affollate, rumorose e piene di sabbia che si appiccica ovunque, e invece quei due draghetti mi salvarono le vacanze. La sala giochi era fresca, i raggi del sole non riuscivano a illuminarla completamente e offriva una gradevolissima penombra, le musiche dei vari giochi sovrastavano il vociare delle persone… Per me, che avevo già finito tutti i compiti delle vacanze e non mi ero portata abbastanza libri da leggere, quello diventò il rifugio sicuro dove poter stare in santa pace, senza essere costretta a far amicizia con altri bambini sulla battigia. Purtroppo, come detto, ero piccola e non potevo svignarmela mollando mamma, papà e sorella in spiaggia ogni volta che volevo: Bub e Bob diventarono così i miei compagni del dopo pranzo – quando il sole era troppo alto e ustionante per poter stare al mare – e del dopo cena, a patto che portassi con me e tenessi d’occhio la mia sorellina. Non so quanti gettoni abbia lasciato dentro quella macchinetta, a posteriori penso tanti che avrei potuto diventare azionista della Taito, ma a quel tempo non mi importava: tutto quello che sapevo era che riuscivo a superare livello dopo livello, che in quella sala giochi ci stavo decisamente meglio che in spiaggia, ma soprattutto che lì non avevo bisogno di fingere. Davanti a quello schermo, mentre aiutavo i draghetti, potevo essere me, la ragazzina timida e mingherlina, con problemi d'asma e tutto il corollario di sfighe che la vostra immaginazione riesce a concepire.Bubble Bobble, momento di gioco

In quel fantastico mondo fatto di piani da scalare, balene da evitare, fruttini da mangiare e bolle da sparare, la logica aveva il suo spazio, a ogni azione corrispondeva una precisa e abbastanza prevedibile reazione, non come con gli altri bambini, sempre così complicati da interpretare e dalle reazioni imprevedibili! Giocare era così rilassante! Poi le vacanze finirono, la striscia blu luccicante del mare in lontananza venne sostituita da interminabili nastri di asfalto mentre l'automobile tornava verso la Lombardia. Sapevo che a casa non avrei ritrovato i draghetti, ma non avrei neppure avuto sabbia addosso e mi ero finalmente liberata dal dovere di fare amicizia in spiaggia; a scuola avrei ritrovato gli stessi compagni di sempre, quelli coi quali parlavo solo se mi rivolgevano loro la parola per primi, perché sarebbe stato scortese non rispondere, ma che più o meno avevo imparato a conoscere. Almeno quel tanto che bastava perché li evitassi il più possibile. E poi avrei rivisto i nonni! E avrei ritrovato tutti i miei libri! E tra poco sarebbe ricominciata la scuola, con così tante cose interessanti da imparare! I draghetti non mi sarebbero mancati, no, no. Parlai di loro solo una volta al di fuori della mia cerchia famigliare, nel tema che l'insegnante ci aveva assegnato perché descrivessimo le nostre vacanze estive appena concluse: come accadeva abbastanza spesso, il mio componimento ottenne il voto migliore – essere appassionati della propria lingua e studiarne i meccanismi paga – e dovetti leggerlo ad alta voce stando in piedi accanto alla cattedra – l'insegnante, evidentemente, lo considerava un premio, mentre per me era stato un supplizio, almeno finché non ci feci l'abitudine – ma, una volta tanto, notai che i miei compagni prestavano attenzione a ciò che leggevo. Nessuno lanciava palline di carta intrise di saliva usando le penne come cerbottane, né ridacchiava, né tirava le trecce a Rossana o passava bigliettini con cuori disegnati a Silvia. Una calma quasi surreale. Il sole entrava dai larghi finestroni, disegnando arabeschi sui banchi e sul pavimento mentre giocava a nascondino con le foglie degli alberi del giardino e, alzando per un istante gli occhi dal quaderno, approfittando di un segno d'interpunzione nello scritto, mi accorsi che tutti gli occhi dei miei compagni di classe erano puntati fissi su di me. Deglutii, ricacciando giù il nervosismo, e continuai a leggere fino a quando arrivai alla fine. Poi l'insegnante mi disse che potevo andare e io tornai al mio posto. La lezione riprese. Da quel giorno, però, le cose non furono più le stesse. Da quel giorno non fui più soltanto la secchiona. Da quel giorno i miei compagni iniziarono a chiamarmi anche nerd.

[A dispetto del titolo, non intendo sottoporvi al supplizio che Proust inflisse ai suoi lettori e non pubblicherò sette tomi descrivendo con dovizia di particolari il mio rapporto coi videogiochi: il mio contributo alla #SagraIndieWeb per questo mese termina qui]


Quando un nostro amico animale, un componente della nostra famiglia che abbiamo amato, attraversa quel ponte colorato, il mondo non si ferma, anzi l'orologio continua a segnare gli attimi, i minuti, le ore, le giornate vanno avanti, la quotidianità chiama, si ripresenta, incalza senza sosta! La gente continua a parlare, a ridere, a lavorare, tutto sembra andare avanti come sempre, ma quasi nessuno si accorge che, per qualcuno, quel giorno è cambiato tutto, per qualche attimo il tempo si è fermato , e ci si è messi in pausa fermi davanti al dolore! Perché quando perdi un animale non perdi solo, un gatto, un cane, un canarino, ma viene a mancare una presenza che faceva parte della nostra vita ogni giorno. All'improvviso ci mancheranno i loro passi fedeli in giro per casa, quegli occhi dolci e compassionevoli bisognosi di coccole, attenzioni o semplicemente catturarci al nostro rientro a casa.. Quando un piccolo amichetto peloso va via, perdiamo quel silenzioso conforto che arrivava senza bisogno di parole, senza richiesta ... perché loro sono famiglia, non semplici animali, sono una compagnia presente sempre ogni giorno, ogni attimo, sono il nostro rifugio nei momenti difficili. Sono amore puro, incondizionato, semplice che non chiede nulla in cambio, perché spontaneo, sincero . Eppure questo tipo di lutto spesso rimane invisibile, incompreso, perché non è concesso fermarsi a piangere, ad elaborare, non ci si può assentare per questo tipo di dolore e perdita! A volte c’è chi sorride, chi si prende gioco dei nostri cari, quasi fossero oggetti, solo animali, indegni di ricevere il nostro conforto e il nostro stesso dolore! Come se l’amore potesse essere misurato, ma chi ha amato davvero un animale sa che la loro perdita, spezza qualcosa dentro, disarma il cuore, lascia un vuoto difficile da colmare! Fa male e basta! Perché quando un animale entra nella nostra vita, non va più via, diventa parte di essa e quando se ne va, va via un pezzo di noi, e mentre la vita fuori continua, in noi qualcosa si ferma per un momento, i silenzi diventano più assordanti, la casa sembra improvvisamente vuota, ogni angolo ci ricorda chi c'era... perché amare così con quella fedeltà, significa anche soffrire profondamente quando arriva il momento di lasciarlo andare..Ed io ci sono passata tante volte, adesso sto soffrendo perché una mia cucciola sta soffrendo, è tutto reale, come il dolore, le lacrime, l'impotenza, quella sensazione che ti porta a volerla solo abbracciare e accompagnare dolcemente attraverso e per quel ponte che inevitabilmente la porterà lontana dai miei occhi, ma non dal mio cuore! Non significa essere troppo sensibile, perché semplicemente stiamo voltando pagina e iniziando un nuovo capitolo nel quale qualcuno non ci sarà più a movimentare il racconto, la storia.. Ma quell’amore, quell'assenza, anche se fa male, rimarra' per sempre con noi nei ricordi e nelle immagini scolpite in angoli speciali del nostro cuore!🐾 ( Dedicata a tutti i miei pelosetti che hanno attraversato quel ponte e che oggi giocano felici lassù)..


noblogo.org/bymarty/quando-un-…

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Dalla ribellione di Gesù Cristo ai martiri moderni


Domenica, con la Festa delle Palme, i cristiani ricordano l'ingresso di Gesù Cristo a Gerusalemme in groppa a un asino. Fu un gesto di ribellione nei confronti dei Romani e dei re giudei, che per gioco forza avevano accettato l'imperialismo di Roma. Con quel gesto, quell'ingresso, Gesù diede avvio alla propria passione che, nel giro di pochi giorni, lo portò a essere giustiziato sulla Croce dai Romani e dal suo stesso popolo. Gli ebrei mal tolleravano che un semplice falegname stesse raccogliendo intorno a sé tanto seguito. Quel che accadde nei secoli successivi è Storia; fu proprio grazie al martirio del profeta Gesù e dei tanti suoi seguaci che il Cristianesimo conquistò Roma.

Sono passati due millenni e in quelle zone sembra di essere ancora a quei tempi. C'è un nuovo imperialismo, i re giudei sono stati sostituiti dagli emiri e ci sono persone che non vogliono essere governate da questo impero per motivi diversi. Ma quello che sta accadendo negli ultimi mesi in Iran è diverso da quanto avvenuto in Iraq, Afghanistan, Libia, Egitto e così via. In questi Stati chi regnava lo faceva per brama di potere e, per denaro, entrava in contrasto con l'imperialismo globale. Così è stato eliminato di volta in volta: si veda la fine di Saddam Hussein in Iraq, quella di Gheddafi in Libia, e qui mi fermo. In Iran oggi vige una repubblica religiosa islamica che, seppur più sanguinaria dell'imperialismo nel reprimere il dissenso, ha alla base la religione islamica. L'Islam, come il Cristianesimo, contempla il martirio ma, a differenza della morale cristiana, non contempla il perdono o il “porgere l'altra guancia”, valori che portarono i cristiani alla vittoria sull'imperialismo romano. Nei momenti tristi l'uomo si rifugia nella religione: l'uccisione sistematica, talvolta con infamia, di chi si oppone al loro imperialismo – iniziata con l'assassinio dei negoziatori iraniani all'inizio dell'estate del 2025 – ha creato dei martiri e sta compattando l'opinione pubblica araba. I cittadini dei ricchi emirati si stanno rendendo conto che possono avere tutti i petrodollari del mondo, ma poi vivono male, perché la loro nazione è in fiamme, nella paura di un bombardamento improvviso o di un attentato. La Terza Guerra Mondiale, avviata dalle lobby imperialiste dei fondi sovrani, è ormai iniziata. Quello che i cristiani possono e devono fare è solidarizzare con i fratelli musulmani, prendere posizione in loro favore. Perché, come la guerra in Bosnia nel 1995 e quella recente in Ucraina dimostrano, la religione non c'entra proprio niente.


noblogo.org/caserta24ore/bdall…

DENTRO SILENZI D'ACQUE

sul lago s'è alzata la luna dentro silenzi d'acque è dolce la luce nel respiro delle foglie una smania che dilania abbraccia i contorni della notte

(2010)

C’è una quiete che vibra in questi versi: la luna che si alza sul lago, la luce dolce, e poi quella “smania che dilania” che incrina il silenzio. È una notte tattile: le foglie respirano, la luce abbraccia, i contorni della notte prendono corpo. Mi piace il contrasto netto tra dolcezza e inquietudine: come se l’acqua custodisse pace in superficie mentre sotto pulsa un desiderio irrisolto.

.

Notturno d’acqua


C’è un viaggio naturale in ciò che hai scritto: ascesa, culmine, dissolvenza. Ti propongo un piccolo trittico che conserva la tua dolcezza luminosa e quella smania che dilania, come un filo teso sotto il lago.


Struttura in tre quadri


  • Ascesa: Lentezza del sorgere. La luna lascia la riva e scioglie i bordi del buio.
    • Immagini: tremolio, vetro, alito di foglie, primo riflesso.
    • Timbro: attesa sospesa, pudore.


  • Culmine: La luce tocca tutto, la smania affiora.
    • Immagini: cerchio pieno, schiena del lago, nervatura delle foglie.
    • Timbro: dolce ferocia, chiarezza che brucia.


  • Dissolvenza: La notte riassorbe, resta il battito.
    • Immagini: alone, cenere di luce, passo che si allontana.
    • Timbro: resa quieta, eco.



Leitmotiv: la “smania” come respiro che passa dalle foglie all’acqua e poi al cuore, ricomparendo con parole-soglia (respiro, contorno, abbraccio).

Bozze dei tre testi

Ascesa
sul margine dell’acqua
sale la luna
un tremolio sottile
apre il vetro del lago

nel respiro delle foglie
un nome non detto
spinge piano
i contorni della notte
Culmine
la luce è piena
dolce e feroce
abbraccia la schiena del lago

una smania che dilania
risale le nervature
e chiede tutto
senza rumore
Dissolvenza
si allenta il cerchio
la luna fa cenere
del suo chiarore

resta un passo nell’acqua
un filo di respiro
che torna alle foglie
e tace

noblogo.org/norise-3-letture-a…

Ólafur Arnalds – Like Gravity (2026)


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Like Gravity non è un album nel senso tradizionale, ma un progetto curatoriale e collaborativo: nasce come colonna sonora di un film/documentario sulla collaborazione artistica e raccoglie quindici brani realizzati con vari musicisti della comunità creativa legata ad Arnalds... artesuono.blogspot.com/2026/03…


Ascolta il disco: album.link/s/0GG5ivj8zm5EKFSsL…



noblogo.org/available/olafur-a…


Ólafur Arnalds – Like Gravity (2026)


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Like Gravity non è un album nel senso tradizionale, ma un progetto curatoriale e collaborativo: nasce come colonna sonora di un film/documentario sulla collaborazione artistica e raccoglie quindici brani realizzati con vari musicisti della comunità creativa legata ad Arnalds... artesuono.blogspot.com/2026/03…


Ascolta il disco: album.link/s/0GG5ivj8zm5EKFSsL…


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2SAMUELE - Capitolo 9


STORIA DELLA SUCCESSIONE DI DAVIDE (2Sam 9,1-20,26)

Lealtà di Davide verso Merib-Baal1Davide disse: “C'è forse ancora qualche superstite della casa di Saul, che io possa trattare con bontà a causa di Giònata?”. 2Ora vi era un servo della casa di Saul, di nome Siba, che fu chiamato presso Davide. Il re gli chiese: “Sei tu Siba?”. Quegli rispose: “Sì”. 3Il re gli disse: “C'è ancora qualcuno della casa di Saul, che io possa trattare con la bontà di Dio?”. Siba rispose al re: “Vi è ancora un figlio di Giònata, storpio nei piedi”. 4Il re gli disse: “Dov'è?”. Siba rispose al re: “È in casa di Machir, figlio di Ammièl, a Lodebàr”. 5Allora il re lo mandò a prendere in casa di Machir, figlio di Ammièl, a Lodebàr. 6Merib-Baal, figlio di Giònata, figlio di Saul, venne da Davide, si gettò con la faccia a terra e si prostrò. Davide disse: “Merib-Baal!”. Rispose: “Ecco il tuo servo!”. 7Davide gli disse: “Non temere, perché voglio trattarti con bontà per amore di Giònata, tuo padre; ti restituisco tutti i campi di Saul, tuo avo, e tu mangerai sempre alla mia tavola”. 8Merib-Baal si prostrò e disse: “Che cos'è il tuo servo, perché tu ti volga a un cane morto come sono io?”. 9Allora il re chiamò Siba, domestico di Saul, e gli disse: “Quanto apparteneva a Saul e a tutta la sua casa, io lo do al figlio del tuo signore. 10Tu dunque con i figli e gli schiavi lavorerai per lui la terra, contribuendo perché abbia pane e nutrimento il figlio del tuo signore; ma Merib-Baal, figlio del tuo signore, mangerà sempre alla mia tavola”. Ora Siba aveva quindici figli e venti schiavi. 11Siba disse al re: “Il tuo servo farà quanto il re, mio signore, ordina al suo servo”. Merib-Baal dunque mangiava alla tavola di Davide, come uno dei figli del re. 12Merib-Baal aveva un figlioletto chiamato Mica; tutti quelli che stavano in casa di Siba erano al servizio di Merib-Baal. 13Ma Merib-Baal abitava a Gerusalemme, perché mangiava sempre alla tavola del re. Era storpio in ambedue i piedi.

__________________________Note

9,1 Comincia con il c. 9 un insieme di narrazioni che hanno come tema comune la successione al trono di Davide e il cui scopo è dimostrare che l’erede scelto dal Signore era Salomone. I cc. 13-20 sono dominati dalla figura di un figlio di Davide, Assalonne, che si pone in lotta contro il padre e contro i fratelli.

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Approfondimenti


9,1-20,26. La promessa del c. 7 parlava di una discendenza che «edificherà una casa al mio nome» (7,13) ma non ha detto nulla sui tempi e modi della sua realizzazione. La storia ricomincia a muoversi in una direzione apparentemente opposta a quella auspicata: violenze, adulteri, omicidi, gelosie, rivolte, vendette... Uno dopo l'altro i principi ereditari deviano e si perdono (cfr. 3,2-5) mentre sarà proprio Salomone, il più giovane, ad essere «amato dal Signore» (12,25) e a rinnovare la sorpresa dell'elezione del piccolo Davide tra i suoi fratelli (1Sam 16,1-13). La promessa matura nella sofferenza e nell'umiliazione “dell'Unto del Signore” cui vien tolto tutto – la pace, l'innocenza, i figli, persino il regno! – per dimostrargli che tutto è dono dell'Altissimo. Davide deve passare attraverso il crogiolo del peccato; solo così potrà apprezzare realmente la fedeltà di Dio alle sue promesse ed essergliene grato. Dal punto di vista letterario, i commentatori riconoscono l'antichità di questa composizione che s'interrompe dopo il c. 20 e riprende in 1Re 1-2. È un esempio splendido (e tra i più antichi che conosciamo) di narrazione storiografica la cui obiettività, penetrazione psicologica e immediatezza evocativa non cessano di meravigliare.

9,1-13. Dopo che si è avverata la premonizione di Gionata (1Sam 20,15 e 23,17) Davide sente il dovere di ottemperare al patto stipulato con l'amico (1Sam 20,15-16.42). S'informa sugli eventuali eredi di Gionata e, conosciuta l'esistenza di un figlio storpio (cfr. 4,4), lo manda a chiamare. Non solo gli fa salva la vita, ma gli restituisce pure tutti i beni che erano appartenuti alla famiglia di Saul e gli concede di sedere alla sua mensa, privilegio dei parenti più stretti del re. Ad un primo sguardo sembra che l'episodio sia estraneo al contesto. Esso svolge, invece, un'egregia funzione di collegamento tra il passato e il futuro.

  • a) Mentre il c. 8 ha portato a termine il racconto della organizzazione del regno, nel c. 9 si chiude positivamente anche la questione sospesa della dinastia saulide (la prima “appendice” – 21,1-14 – fornisce un'altra versione dei fatti; non siamo in grado di sanare del tutto le contraddizioni fra i due racconti).
  • b) Il c. 9 prepara remotamente le drammatiche pagine della fuga di Davide da Gerusalemme (cc. 16-19). Alcuni personaggi (Merib-Baal, Ziba) vengono portati in scena e accantonati con noncuranza subito dopo, ma verrà il momento in cui la loro conoscenza ci tornerà molto utile per seguire il turbinio degli eventi, senza che il narratore debba appesantire la trama con noiose parentesi esplicative.

2. «Sono io»: TM ha lett. «Il tuo servo»; probabilmente è caduta la parola iniziale: «Io sono», oppure «Ecco» (cfr. la risposta di Merib-Baal al v. 7).

3. «misericordia di Dio»: nonostante alcuni esegeti interpretino quest'espressione (ḥesed ’elōhîm) come un superlativo (= «grande misericordia»), è evidente il richiamo alla «benevolenza del Signore» (ḥesed JHWH) implorata da Gionata su di sé e sulla propria discendenza in 1Sam 20,14 e al «patto del Signore» (bᵉrit JHWH) citato anche in 1Sam 20,8. «storpio dei piedi»: l'infermità del figlio di Gionata (cfr. 4,4) è citata ancora al v. 13. Evidentemente è ritenuto un particolare degno di nota (cfr. 19,27).

4. «in casa di Machir... a Lodebar»: il luogo si trovava in Transgiordania, non lungi da Macanaim dove si era rifugiato Is-Baal dopo la morte di Saul e Gionata (2,8-9) e dove Davide fisserà il suo quartier generale contro Assalonne (17,24-19,15). In quell'occasione Machir fornirà consistenti aiuti al re e ai suoi uomini (17,27-29).

6. «Merib-Baal!»: TM ha mᵉpîbōšet (cfr. 4,4). Davide chiama per nome il figlio dell'amico più caro. Possiamo solo immaginare la sua commozione nel sorprendere sul volto del giovane sciancato i tratti di Gionata «amabile e gentile... più veloce delle aquile, più forte dei leoni» che gli era stato caro «più che amore di donna» (1,23-26).

7. «Non temere»: il destino che Merib-Baal poteva aspettarsi in quell'epoca era d'essere tolto di mezzo come tutti i membri della dinastia decaduta (cfr. 1Sam 20,1-21,1). Davide compie un atto inusuale di benignità in nome dell'amicizia e del patto sacro che lo legava a Gionata (1Sam 20,8).

9-11. L'incarico ricevuto dal re non dev'essere molto gradito a Ziba, che con la morte di Saul s'era finalmente affrancato dalla servitù. Alla prima occasione cercherà di liberarsene senza troppi scrupoli (16,1-4).

12. «Mica»: la genealogia dei discendenti di Gionata si trova in 1Cr 9,35-44.

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 2Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Smettete di farvi vendere l’IA a scuola come se fosse la Nutella didattica.


Proviamo così: quando metti un sistema di questo tipo tra lo studente e il contenuto, succede una cosa abbastanza chiara in diversi esperimenti seri. Chi usa la macchina riferisce di sentirsi più sicuro, più “a posto” con l’argomento, come se avesse capito bene. Poi però, quando li togli dall’ambiente assistito e li metti davanti a un compito nuovo, senza aiuto, spesso i risultati non sono migliori di chi ha studiato con strumenti più tradizionali, e a volte sono pure un po’ più deboli sulla parte di ragionamento profondo. Chiaro così?

C’è uno studio grosso: decine di esperimenti, migliaia di persone, gente normale che deve capire un argomento. Una volta usano il motore di ricerca, l’altra volta si fanno “spiegare” tutto da un LLM (ChatGPT, Claude e vari). Risultato? Quando leggono le risposte della chat, hanno la sensazione di aver capito di più, con meno fatica.

Bello, eh?

Peccato che ai test che chiedono di ragionare sul serio, quelli che hanno sudato con la ricerca se la cavano meglio di chi ha letto la soluzione pronta (pubmed.ncbi.nlm.nih).

Tradotto proprio grezzo: con la chat senti la testa leggera, ma l’apprendimento pesante non c’è. La comprensione vera, quella che regge tre giorni dopo, la tira fuori chi ha dovuto cercare, confrontare, filtrare, non chi ha ricevuto il “compitino finito”.

Poi c’è la storia che vendono a tutti: “facciamo l’IA socratica, dialogica, domande aperte, imparano di più”. Sì, certo.

In un'altro interessante studio hanno preso in esame ragazzi di scuole superiori, 14‑18 anni con compiti che necessitavano di stimare cose, risolvere problemi, scrivere. Un gruppo vede solo la risposta della macchina, l’altro vede anche il ragionamento passo passo. Indovina? Quando c’è il ragionamento, la risposta finale è un po’ migliore, più vicina al risultato giusto. Fin qui ok (scale.stanford).

Ma la parte interessante è dopo. Hanno messo l’IA in modalità “faccio domande, ti guido”, tipo tutor rompiscatole, e l’hanno confrontata con la versione “ti do direttamente la risposta”. Risultato? I ragazzi con la versione socratica partecipano di più, stanno più sul pezzo, interagiscono.

Perfetto, penseresti: “allora imparano meglio”. E invece no: sui test finali, quando l’IA non c’è, le differenze non sono nette, non hai questo salto di apprendimento che ti sbandierano in conferenza (papers.ssrn).

Io me li immagino: classe terza di informatica, compito di programmazione. Con l’IA in modalità tutor ti sembra di aver capito i cicli, gli array, tutto quanto. Poi all’interrogazione alla lavagna, senza aiuto, davanti a un esercizio leggermente diverso… puff, sparita la sicurezza. Lo vedi negli occhi degli studenti: “Ma prof, con la chat lo sapevo fare”. Eh, appunto.

Quando vai a guardare insieme le rassegne serie, alla fine la musica è sempre quella: questi sistemi aiutano davvero in un paio di cose, se li usi con la testa.

La prima è il feedback: su testi, bozze, esercizi, se li agganci bene ai criteri del docente riescono a restituire commenti rapidi che, in media, portano piccoli miglioramenti nella qualità del lavoro degli studenti. Non è una cura miracolosa, è un “po’ meglio di niente” o “vicino a un tutor non esperto” quando il docente da solo non riuscirebbe a seguire tutti.

La seconda è il ruolo di tutor leggero su esercizi a bassa posta: ripassi, spiegazioni brevi, chiarimenti su dettagli che bloccano. In questo tipo di attività gli studenti si tengono agganciati, sciolgono dubbi, si sbloccano su passaggi specifici.

Quello che manca? Tutto il resto. Quasi nessun dato serio su quanto ricordano dopo settimane, su quanto regge il pensiero critico, su come va davvero nelle scuole superiori.

Sui rischi, invece, c’è già un quadro abbastanza chiaro: quando la macchina sforna la risposta finita, gli studenti smettono di sbattersi. Meno controllo di qualità mentale, meno voglia di verificare, meno “aspetta, ma è davvero così?”. E se il prof non progetta attività dove devi controllare, discutere, correggere la macchina, è la fine: superficialità sopra superficialità (arxiv).

Capitolo docenti. Qui la favola è “risparmi tempo, vivi meglio”. Qualche dato c’è, eh: chi usa la macchina per preparare lezioni, tracce, griglie, dice di risparmiare qualche ora alla settimana. Non mille, non rivoluzione, qualche ora. Poi però ti ritrovi a rilegge, correggere, verificare, adattare, e una parte di quel tempo torna dalla finestra. Il “paradosso carico di lavoro” è questo: scrivi meno da zero, ma passi più tempo a fare il professionista che controlla la macchina. Se sei già al limite, non è detto che ti salvi, rischi solo di spostare la fatica (digitalcommons.acu).

E dov'è il valore vero allora? Quando lo usi come bersaglio.

La macchina genera una risposta e il lavoro della classe è controllarla, trovare errori, aggiungere ciò che manca, confrontarla con libri e materiali seri.

In quel caso non stai più insegnando a fidarsi della macchina, ma a dubitarne con criterio. Torni a leggere, sottolineare, discutere, scrivere meglio: la tecnologia diventa solo un innesco per far ragionare le persone in aula, non la soluzione pronta da copiare.

Lì tornano in gioco le cose serie: lettura critica, controllo delle fonti, argomentazione, scrittura ragionata. La macchina diventa un pretesto per obbligare gli studenti a non fidarsi del primo testo ben scritto che vedono, ma a far passare tutto dal proprio giudizio, dalla propria penna e dalla discussione in aula.

Tu che dici? Vuoi il trucchetto che ti promette voti alti in 3 mesi o vuoi tenerti stretta la cosa che nessun modello ti ruba, cioè lo sguardo sul ragazzo davanti a te e la capacità di fargli fare fatica giusta? Perché dai numeri veri, oggi, si vede solo questo: la macchina fa sentire tutti più bravi, ma senza un docente che ci mette mestiere e progettazione, l’apprendimento vero resta quello di sempre, sudato e poco instagrammabile (scale.stanford).


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