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Peter Gabriel — Scratch my back (2010)


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E’ noto che Peter Gabriel sia piuttosto parco nella produzione musicale, infatti l’ultima sua incisione risale a otto anni fa. Dopo quattro album intitolati con i numeri: 1, 2, 3 e 4 e altri tre con le sillabe: So, Us e Up, questo è il primo disco che ha un nome più comune: Scratch My Back che, non a caso, è un album di cover, quindi canzoni di altri musicisti. Gli stessi musicisti sono stati chiamati poi in causa per contraccambiare “il progetto” incidendo delle canzoni sue... silvanobottaro.it/archives/398…


Ascolta il disco: album.link/s/7EhHLOnxROkHHp4us…



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Peter Gabriel — Scratch my back (2010)


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E’ noto che Peter Gabriel sia piuttosto parco nella produzione musicale, infatti l’ultima sua incisione risale a otto anni fa. Dopo quattro album intitolati con i numeri: 1, 2, 3 e 4 e altri tre con le sillabe: So, Us e Up, questo è il primo disco che ha un nome più comune: Scratch My Back che, non a caso, è un album di cover, quindi canzoni di altri musicisti. Gli stessi musicisti sono stati chiamati poi in causa per contraccambiare “il progetto” incidendo delle canzoni sue... silvanobottaro.it/archives/398…


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Il prezzo della libertà in Iran.


(193)

(I1)

In #Iran è in corso la più ampia ondata di proteste degli ultimi decenni, una sfida che assomiglia a una rivoluzione in divenire ma che non ha ancora prodotto la caduta del regime. Il potere degli ayatollah resta appeso alla forza degli apparati repressivi, che finora sono riusciti a contenere le piazze al prezzo di un’ulteriore frattura con la società.​

Le manifestazioni esplose tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 non sono più soltanto la risposta a un’economia in rovina, ma il rifiuto complessivo di un sistema politico–religioso percepito come irriformabile.

Dalle periferie povere alle grandi città, gli slogan chiedono apertamente la fine della Repubblica islamica e chiamano in causa la “Guida Suprema”, rompendo tabù che per decenni avevano tenuto insieme paura e rassegnazione.

L’elemento generazionale e femminile è centrale: giovani cresciuti nell’era digitale e donne stanche di un codice patriarcale imposto con la violenza, che non accettano più di tornare nell’invisibilità.​

La risposta del regime è stata brutale: centinaia di morti, migliaia di arresti, blackout di internet e un dispositivo repressivo che prova a spezzare non solo le proteste, ma i legami di fiducia che le alimentano. Ogni funerale trasformato in corteo, ogni video che trapela oltre i filtri della censura diventa il frammento di un racconto collettivo che sfugge al controllo del potere e alimenta un sentimento di appartenenza tra chi protesta in Iran e chi osserva da lontano nella diaspora.​

Dal punto di vista del potere, il sistema tiene ancora: le “Guardie Rivoluzionarie” restano compatte, i “Basij” sono operativi, non emergono rotture visibili nel vertice politico–religioso. Nelle dinamiche rivoluzionarie, il momento decisivo è quasi sempre la frattura dell’apparato coercitivo, e in Iran questa crepa non si è ancora aperta.

Per questo il Paese appare sospeso: troppo delegittimato per tornare a una stabilità di facciata, troppo strutturato militarmente perché la sola esplosione delle piazze basti a rovesciarlo nel breve periodo.​

(I2)

Su questo sfondo, gli Stati Uniti svolgono un doppio ruolo, interno ed esterno. Il presidente #Trump ha espresso sostegno ai manifestanti, parlando di un Iran che guarda alla libertà come mai prima e avvertendo #Teheran che un massacro non resterà senza conseguenze, messaggi amplificati dai leader dell’opposizione in esilio.

Allo stesso tempo, Washington calibra ogni parola, consapevole che un coinvolgimento troppo marcato rafforzerebbe la narrativa del “complotto straniero” con cui il regime cerca di delegittimare la protesta.​ Israele, a sua volta, osserva gli eventi da una posizione esistenziale: l’Iran è il cuore dell’“asse della resistenza” che alimenta #Hezbollah, le milizie sciite in Iraq, le forze filo–iraniane in Siria, parte delle dinamiche in #Gaza e il protagonismo degli Houthi nel Mar Rosso.

Teheran ha già minacciato che, in caso di azione militare americana, Israele e le basi statunitensi nella regione diventerebbero obiettivi legittimi, spingendo Tel Aviv ad alzare la soglia di allerta.

Per #Israele, la possibile trasformazione interna dell’Iran è insieme una promessa (l’indebolimento o il collasso del principale sponsor dei suoi nemici) e una fonte di rischio, nel caso il regime scelga la fuga in avanti militare per sopravvivere.​

Le conseguenze geopolitiche potenziali sono profonde. Un Iran post–teocratico ridisegnerebbe la mappa delle alleanze, indebolendo la rete degli sciiti, alterando gli equilibri in Libano, Siria, Iraq e Yemen e costringendo le monarchie del Golfo, Israele e le potenze globali a ripensare la sicurezza energetica e l’architettura di difesa regionale.

Al contrario, un regime che sopravvive, ma esce più isolato e violento potrebbe reagire con un’accelerazione del programma nucleare e un aumento dell’aggressività tramite milizie e attori non statali, trasformando la propria crisi interna in instabilità cronica sullo scacchiere mediorientale.​

Dietro questi scenari, però, c’è un livello più vivo, umano, che dà senso alla parola “rivoluzione” ancor prima che alle analisi strategiche.

Il regime iraniano è da anni uno dei più violenti al mondo nel disciplinare il corpo e la vita delle persone, e in particolare delle donne: dal velo imposto per legge alle punizioni fisiche e morali, dalla polizia morale alle carceri dove la violenza sessuale diventa strumento di intimidazione politica.

La rivolta che oggi attraversa le strade iraniane nasce anche da qui, dal rifiuto radicale di un sistema che pretende di controllare gesti, abiti, amori, opinioni, e che non esita a spezzare corpi e biografie per mantenere la propria presa sul Paese.​Quando ragazze giovanissime si tolgono l’hijab in pubblico, quando madri che hanno perso un figlio in piazza continuano a scendere a protestare, quando studenti e lavoratori rischiano il carcere pur sapendo che il prezzo potrebbe essere la vita, ciò che si consuma non è soltanto uno scontro tra Stato e cittadini, ma una rottura etica profonda tra società e potere.

È in questo abisso che la crisi iraniana diventa universale: al di là delle frontiere, parla di libertà di disporre del proprio corpo, di dignità, di rifiuto della violenza come linguaggio politico. Che il regime riesca o meno a salvarsi, il fatto che un’intera generazione abbia guardato in faccia la paura e abbia comunque scelto di scendere in strada indica che qualcosa, nel rapporto tra gli iraniani e il loro Stato, si è spezzato in modo irreversibile.​

E proprio da questo piano umano e sociale dipende il vero significato di ciò che sta accadendo: se domani la repressione avrà la meglio, resterà comunque nella memoria collettiva la prova che il monopolio della violenza non basta più a garantire la certezza del consenso; se invece, nel tempo, questa energia troverà una forma politica capace di sostenerla, allora le giornate di sangue di oggi saranno ricordate come l’atto fondativo di un nuovo Iran.​

#Iran #Medioriente #Geopolitica #Opinioni


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Il prezzo della libertà in Iran.


(193)

(I1)

In #Iran è in corso la più ampia ondata di proteste degli ultimi decenni, una sfida che assomiglia a una rivoluzione in divenire ma che non ha ancora prodotto la caduta del regime. Il potere degli ayatollah resta appeso alla forza degli apparati repressivi, che finora sono riusciti a contenere le piazze al prezzo di un’ulteriore frattura con la società.​

Le manifestazioni esplose tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 non sono più soltanto la risposta a un’economia in rovina, ma il rifiuto complessivo di un sistema politico–religioso percepito come irriformabile.

Dalle periferie povere alle grandi città, gli slogan chiedono apertamente la fine della Repubblica islamica e chiamano in causa la “Guida Suprema”, rompendo tabù che per decenni avevano tenuto insieme paura e rassegnazione.

L’elemento generazionale e femminile è centrale: giovani cresciuti nell’era digitale e donne stanche di un codice patriarcale imposto con la violenza, che non accettano più di tornare nell’invisibilità.​

La risposta del regime è stata brutale: centinaia di morti, migliaia di arresti, blackout di internet e un dispositivo repressivo che prova a spezzare non solo le proteste, ma i legami di fiducia che le alimentano. Ogni funerale trasformato in corteo, ogni video che trapela oltre i filtri della censura diventa il frammento di un racconto collettivo che sfugge al controllo del potere e alimenta un sentimento di appartenenza tra chi protesta in Iran e chi osserva da lontano nella diaspora.​

Dal punto di vista del potere, il sistema tiene ancora: le “Guardie Rivoluzionarie” restano compatte, i “Basij” sono operativi, non emergono rotture visibili nel vertice politico–religioso. Nelle dinamiche rivoluzionarie, il momento decisivo è quasi sempre la frattura dell’apparato coercitivo, e in Iran questa crepa non si è ancora aperta.

Per questo il Paese appare sospeso: troppo delegittimato per tornare a una stabilità di facciata, troppo strutturato militarmente perché la sola esplosione delle piazze basti a rovesciarlo nel breve periodo.​

(I2)

Su questo sfondo, gli Stati Uniti svolgono un doppio ruolo, interno ed esterno. Il presidente #Trump ha espresso sostegno ai manifestanti, parlando di un Iran che guarda alla libertà come mai prima e avvertendo #Teheran che un massacro non resterà senza conseguenze, messaggi amplificati dai leader dell’opposizione in esilio.

Allo stesso tempo, Washington calibra ogni parola, consapevole che un coinvolgimento troppo marcato rafforzerebbe la narrativa del “complotto straniero” con cui il regime cerca di delegittimare la protesta.​ Israele, a sua volta, osserva gli eventi da una posizione esistenziale: l’Iran è il cuore dell’“asse della resistenza” che alimenta #Hezbollah, le milizie sciite in Iraq, le forze filo–iraniane in Siria, parte delle dinamiche in #Gaza e il protagonismo degli Houthi nel Mar Rosso.

Teheran ha già minacciato che, in caso di azione militare americana, Israele e le basi statunitensi nella regione diventerebbero obiettivi legittimi, spingendo Tel Aviv ad alzare la soglia di allerta.

Per #Israele, la possibile trasformazione interna dell’Iran è insieme una promessa (l’indebolimento o il collasso del principale sponsor dei suoi nemici) e una fonte di rischio, nel caso il regime scelga la fuga in avanti militare per sopravvivere.​

Le conseguenze geopolitiche potenziali sono profonde. Un Iran post–teocratico ridisegnerebbe la mappa delle alleanze, indebolendo la rete degli sciiti, alterando gli equilibri in Libano, Siria, Iraq e Yemen e costringendo le monarchie del Golfo, Israele e le potenze globali a ripensare la sicurezza energetica e l’architettura di difesa regionale.

Al contrario, un regime che sopravvive, ma esce più isolato e violento potrebbe reagire con un’accelerazione del programma nucleare e un aumento dell’aggressività tramite milizie e attori non statali, trasformando la propria crisi interna in instabilità cronica sullo scacchiere mediorientale.​

Dietro questi scenari, però, c’è un livello più vivo, umano, che dà senso alla parola “rivoluzione” ancor prima che alle analisi strategiche.

Il regime iraniano è da anni uno dei più violenti al mondo nel disciplinare il corpo e la vita delle persone, e in particolare delle donne: dal velo imposto per legge alle punizioni fisiche e morali, dalla polizia morale alle carceri dove la violenza sessuale diventa strumento di intimidazione politica.

La rivolta che oggi attraversa le strade iraniane nasce anche da qui, dal rifiuto radicale di un sistema che pretende di controllare gesti, abiti, amori, opinioni, e che non esita a spezzare corpi e biografie per mantenere la propria presa sul Paese.​Quando ragazze giovanissime si tolgono l’hijab in pubblico, quando madri che hanno perso un figlio in piazza continuano a scendere a protestare, quando studenti e lavoratori rischiano il carcere pur sapendo che il prezzo potrebbe essere la vita, ciò che si consuma non è soltanto uno scontro tra Stato e cittadini, ma una rottura etica profonda tra società e potere.

È in questo abisso che la crisi iraniana diventa universale: al di là delle frontiere, parla di libertà di disporre del proprio corpo, di dignità, di rifiuto della violenza come linguaggio politico. Che il regime riesca o meno a salvarsi, il fatto che un’intera generazione abbia guardato in faccia la paura e abbia comunque scelto di scendere in strada indica che qualcosa, nel rapporto tra gli iraniani e il loro Stato, si è spezzato in modo irreversibile.​

E proprio da questo piano umano e sociale dipende il vero significato di ciò che sta accadendo: se domani la repressione avrà la meglio, resterà comunque nella memoria collettiva la prova che il monopolio della violenza non basta più a garantire la certezza del consenso; se invece, nel tempo, questa energia troverà una forma politica capace di sostenerla, allora le giornate di sangue di oggi saranno ricordate come l’atto fondativo di un nuovo Iran.​

#Iran #Medioriente #Geopolitica #Opinioni

Mastodon: @alda7069@mastodon.unoTelegram: t.me/transitblogFriendica: @danmatt@poliverso.orgBlue Sky: bsky.app/profile/mattiolidanie…Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): bio.site/danielemattioli

Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” (qui)

Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com



⬢ La preghiera di San Giovanni Paolo II


Il 17 agosto 2002, a Cracovia, San Giovanni Paolo II affidò alla Divina Misericordia le sorti del mondo con questa bellissima preghiera

Dio, Padre misericordioso, che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio tuo Gesù Cristo, e l’hai riversato su di noi nello Spirito Santo, Consolatore, Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo.

Chinati su di noi peccatori, risana la nostra debolezza, sconfiggi ogni male, fa' che tutti gli abitanti della terra sperimentino la tua misericordia, affinché in Te, Dio Uno e Trino, trovino sempre la fonte della speranza.

Eterno Padre, per la dolorosa Passione e la Risurrezione del tuo Figlio, abbi misericordia di noi e del mondo intero!

Amen


log.livellosegreto.it/divinami…


⬡ Prossimi appuntamenti


Nella foto: Chiesa di San Luca Evangelista con la futura immagine della Divina Misericordia
12 APRILE 2026: Festa della Divina Misericordia
Il 12 Aprile 2026 si avrà la presenza nel Tempio di San Luca Evangelista di una donna del mondo del cinema, della televisione, scrittrice di numerosi libri legati alla sua profonda conversione spirituale, ai suoi progetti come l'associazione “Le opere del Padre” per la diffusione della D.M. e varie pubblicazioni sulla D.M. tra cui “Qualcosa di me” e “Non di solo pane vive l'uomo”. Credo che tutti abbiano capito che si parla di Claudia Koll che nel corso dell'evento ci darà delle sue testimonianze.

Il progetto prevede la costituzione di un grande gruppo di preghiera che sarà il fulcro principale, il motore per l'avvio di tutta la parte spirituale della D.M.

Inizialmente il gruppo si incaricherà di recitare, il martedì e il venerdì alle ore 17:30, la coroncina, il rosario e le litanie alla D.M. alla presenza del Santissimo Sacramento esposto dal sacerdote.

Per la crescita spirituale, ogni 15 gg., da stabilire il giorno della settimana, il gruppo si riunirà in chiesa per delle catechesi programmate tenute dai sacerdoti, riguardanti i più svariati argomenti (attualità, crisi di coppie, matrimonio, violenza sulle donne, ...).

Ogni sei mesi si organizzeranno pullman per Santo Spirito in Sassia a Roma, chiesa di divulgazione in Italia del culto alla D.M. per chi intende consacrarsi alla D.M. Notizie sui pochi obblighi per la consacrazione saranno trattati dopo la formazione del gruppo.

Il programma della festa della D.M. sarà distribuito e pubblicizzato anche in rete prima delle festività pasquali.

Casapulla, 10 gennaio 2026

La comunità del Tempio San Luca Ev.


Conferma la partecipazione all'evento del 12 AprileCon la conferma, riceverai tutti gli aggiornamenti sull'evento. E' facile, basta registrarsi indicando solo la propria email.Per procedere, cliccare QUI


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Il valore della preghiera


La preghiera è una delle cose più sottovalutate della religione e in generale della spiritualità. Ad un occhio esterno, può sembrare che la preghiera venga utilizzata come supplica per ottenere dei vantaggi personali. In realtà non è affatto così. La preghiera rappresenta il canale di comunicazione tra il nostro cuore e Gesù. E' un dialogo con il quale ci si conosce, piano piano, e si impara a riconoscere Cristo nelle vicende della nostra vita.

Seguire Gesù senza pregare, è come avere un amico e non parlarci mai. Non ci si può conoscere senza avere dialogo, continuo, ogni giorno. E' difficile trovare il tempo ed il luogo giusto. Di solito c'è bisogno di un attimo di calma, di silenzio, per rivolgere i pensieri esclusivamente al Signore. Però questa condizione non si avvera quasi mai. Viviamo le nostre vite in un continuo susseguirsi di eventi, impegni, cose da fare. Non sempre si può fare silenzio, non sempre si trova il posto giusto. Ed allora bisogna adeguarsi a pregare anche in mezzo al rumore, mentre si sta facendo qualcosa, sul posto di lavoro, mentre si cucina o si lavano i piatti.

Il Signore ci ascolta, basta avere un cuore aperto e un pensiero a Lui.

Recuperiamo il rapporto con Gesù entrando in chiesa. Conosco molte persone credenti che non frequentano la chiesa a causa del comportamento poco “etico” dei sacerdoti. Ma la fede è la sequela di Cristo, non dei sacerdoti. E nemmeno ci si può creare una religione personale. La religione cattolica non è una religione personale, ha bisogno di comunità, di amicizia, di preghiere insieme agli altri. Le comunità sono importanti, ci fanno sentire meno soli, ci aiutano, ci spingono ad uscire quando vorremmo chiuderci in noi stessi.

“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, è questo che disse Gesù. E' un messaggio chiaro e semplice. Non ci isoliamo, cerchiamo gli altri, ascoltiamo le loro storie, facciamo gruppo.

Ci sentiremo di sicuro meno soli.

Namasté


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Il valore della preghiera


La preghiera è una delle cose più sottovalutate della religione e in generale della spiritualità. Ad un occhio esterno, può sembrare che la preghiera venga utilizzata come supplica per ottenere dei vantaggi personali. In realtà non è affatto così. La preghiera rappresenta il canale di comunicazione tra il nostro cuore e Gesù. E' un dialogo con il quale ci si conosce, piano piano, e si impara a riconoscere Cristo nelle vicende della nostra vita.

Seguire Gesù senza pregare, è come avere un amico e non parlarci mai. Non ci si può conoscere senza avere dialogo, continuo, ogni giorno. E' difficile trovare il tempo ed il luogo giusto. Di solito c'è bisogno di un attimo di calma, di silenzio, per rivolgere i pensieri esclusivamente al Signore. Però questa condizione non si avvera quasi mai. Viviamo le nostre vite in un continuo susseguirsi di eventi, impegni, cose da fare. Non sempre si può fare silenzio, non sempre si trova il posto giusto. Ed allora bisogna adeguarsi a pregare anche in mezzo al rumore, mentre si sta facendo qualcosa, sul posto di lavoro, mentre si cucina o si lavano i piatti.

Il Signore ci ascolta, basta avere un cuore aperto e un pensiero a Lui.

Recuperiamo il rapporto con Gesù entrando in chiesa. Conosco molte persone credenti che non frequentano la chiesa a causa del comportamento poco “etico” dei sacerdoti. Ma la fede è la sequela di Cristo, non dei sacerdoti. E nemmeno ci si può creare una religione personale. La religione cattolica non è una religione personale, ha bisogno di comunità, di amicizia, di preghiere insieme agli altri. Le comunità sono importanti, ci fanno sentire meno soli, ci aiutano, ci spingono ad uscire quando vorremmo chiuderci in noi stessi.

“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, è questo che disse Gesù. E' un messaggio chiaro e semplice. Non ci isoliamo, cerchiamo gli altri, ascoltiamo le loro storie, facciamo gruppo.

Ci sentiremo di sicuro meno soli.

Namasté



Lucinda Williams The Ghosts Of Highway 20 (2016)


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Lunga linea di asfalto – delle tante che segnano l'immaginario musicale americano – la Interstate 20 attraversa le terre del Deep South, unendo in un solo colpo d'occhio la Carolina del Sud con il Texas, passando per Georgia, Alabama, Mississippi e il nord della Lousiana, luogo quest'ultimo da cui la stessa Lucinda Williams proviene. È in questo dato geografico e umano che risiede il senso ultimo delle quattordici canzoni raccolte in The Ghosts of Highway 20, un ciclo di memorie, caratteri (e fantasmi, appunto) che hanno la velleità di un concept album e l'anima di un'unica ballata dolente... artesuono.blogspot.com/2016/02…


Ascolta il disco: album.link/s/3ECkkFMsJlu7veahK…



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Lucinda Williams The Ghosts Of Highway 20 (2016)


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Lunga linea di asfalto – delle tante che segnano l'immaginario musicale americano – la Interstate 20 attraversa le terre del Deep South, unendo in un solo colpo d'occhio la Carolina del Sud con il Texas, passando per Georgia, Alabama, Mississippi e il nord della Lousiana, luogo quest'ultimo da cui la stessa Lucinda Williams proviene. È in questo dato geografico e umano che risiede il senso ultimo delle quattordici canzoni raccolte in The Ghosts of Highway 20, un ciclo di memorie, caratteri (e fantasmi, appunto) che hanno la velleità di un concept album e l'anima di un'unica ballata dolente... artesuono.blogspot.com/2016/02…


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L’ordine del centro


Trattare le parti per ricostruire il tutto è un errore scientifico. Non si può fare. La funzione del “wholeness” (ndr il tutto, il centro) è necessaria per lo sviluppo e la guarigione delle parti. La vita raggiunge le parti attraverso il tutto. Quando percepiamo il tutto ed esso risulta ristorato le parti sono riallineate e nutrite.

centro


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Simple Minds – Acoustic (2016)


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Sarà anche una locuzione un po’ consunta e banale, ma è indubitabile che i Simple Minds stiano vivendo una sorta di seconda giovinezza. Arrivati sul baratro dell’oblio, dopo aver prodotto per quasi trent’anni dischi di imbarazzante pochezza, hanno ritrovato l’ispirazione due anni fa, con Big Music, full lenght pimpante e vitale, in grado di rinverdire almeno in parte i fasti della loro migliore stagione... artesuono.blogspot.com/2016/12…


Ascolta il disco: album.link/s/3LoRzDcYL71eryGzH…



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Simple Minds – Acoustic (2016)


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Sarà anche una locuzione un po’ consunta e banale, ma è indubitabile che i Simple Minds stiano vivendo una sorta di seconda giovinezza. Arrivati sul baratro dell’oblio, dopo aver prodotto per quasi trent’anni dischi di imbarazzante pochezza, hanno ritrovato l’ispirazione due anni fa, con Big Music, full lenght pimpante e vitale, in grado di rinverdire almeno in parte i fasti della loro migliore stagione... artesuono.blogspot.com/2016/12…


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Syd Arthur – Apricity (2016)


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Il luogo di provenienza dei Syd Arthur – Canterbury – è tanto ingombrante quanto (almeno sulla carta) garanzia di qualità e originalità. Prodotto da Jason Falkner, collaboratore, fra gli altri, di Beck, Air e Travis, “Apricity” (termine anglosassone da tempo in disuso che sta a significare il “calore del sole”) è già dal titolo opera che sa essere singolare e al contempo classicamente canterburiana senza ostacolanti limiti derivativi. Eppure i Syd Arthur (nome che omaggia due campioni della psichedelia, i compianti Syd Barrett e Arthur Lee), pur facendo riferimento, almeno geograficamente, a grandi gruppi di genere, come Caravan e Camel, ripropongono quelle leggendarie sonorità seventies con piglio moderno, inclinazione pop e variazioni psych rock... artesuono.blogspot.com/2016/11…


Ascolta il disco: album.link/s/5m3M1JEQCG0TsXW2z…



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Syd Arthur – Apricity (2016)


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Il luogo di provenienza dei Syd Arthur – Canterbury – è tanto ingombrante quanto (almeno sulla carta) garanzia di qualità e originalità. Prodotto da Jason Falkner, collaboratore, fra gli altri, di Beck, Air e Travis, “Apricity” (termine anglosassone da tempo in disuso che sta a significare il “calore del sole”) è già dal titolo opera che sa essere singolare e al contempo classicamente canterburiana senza ostacolanti limiti derivativi. Eppure i Syd Arthur (nome che omaggia due campioni della psichedelia, i compianti Syd Barrett e Arthur Lee), pur facendo riferimento, almeno geograficamente, a grandi gruppi di genere, come Caravan e Camel, ripropongono quelle leggendarie sonorità seventies con piglio moderno, inclinazione pop e variazioni psych rock... artesuono.blogspot.com/2016/11…


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Far Cry 6: Trama e Funzionamento delle Armi Resolver


La Trama di Far Cry 6: Una Rivoluzione in Fiamme


Far Cry 6, sviluppato da Ubisoft, è un'esperienza immersiva ambientata nella fittizia nazione tropicale di Yara. Governata con pugno di ferro dal dittatore Antón Castillo, interpretato dall'attore Giancarlo Esposito, Yara è un luogo segnato da oppressione e conflitti. Castillo sogna di riportare la nazione al suo antico splendore, ma il prezzo da pagare è la libertà dei suoi cittadini.

Panorama tropicale di Yara con un combattente di Libertad armato di lanciafiamme Resolver.

Il giocatore assume il ruolo di Dani Rojas, che può essere maschio o femmina a seconda della scelta iniziale. Ex soldato, Dani viene trascinato nel movimento rivoluzionario conosciuto come “Libertad”, guidato dalla carismatica Clara García e sostenuto dal guerrigliero veterano Juan Cortez. La missione è chiara: abbattere Castillo e il suo regime spietato.

Dani Rojas in azione con un'arma Resolver durante una battaglia nella giungla.

La storia è un intreccio di temi moderni e riflessioni socio-politiche. Castillo vede il figlio adolescente Diego come il futuro del regime, ma il ragazzo è diviso tra la lealtà al padre e il desiderio di forgiare il proprio destino. Questo conflitto aggiunge profondità emotiva e tensione al racconto, rendendo la narrazione più di un semplice pretesto per l’azione. Attraverso missioni principali e secondarie, il giocatore esplora le diverse regioni di Yara, ognuna caratterizzata da biomi unici e fazioni con personalità distinte.

Le Armi Resolver: Creatività Guerrigliera


Uno degli elementi distintivi di Far Cry 6 è rappresentato dalle “armi Resolver”, che incarnano lo spirito di improvvisazione e sopravvivenza del movimento di resistenza. Il termine “Resolver” è un riferimento al verbo spagnolo “resolver”, che significa risolvere o adattarsi alle circostanze con inventiva. Queste armi non sono soltanto strumenti di distruzione, ma vere e proprie opere d'arte della creatività guerrigliera.

Antón Castillo e il figlio Diego osservano Yara dall'alto di un palazzo presidenziale.

Juan Cortez, il mentore di Dani e fabbricante di armi, è il genio dietro queste invenzioni. Utilizzando materiali riciclati e di recupero, le armi Resolver spaziano da lanciafiamme costruiti con taniche di benzina a mitragliatrici alimentate da motori di vecchie motociclette. Ogni arma è progettata per soddisfare specifici stili di gioco, permettendo al giocatore di scegliere l'approccio preferito per affrontare i nemici.

Ad esempio, la “El Muro” è uno scudo improvvisato con una pistola a corto raggio integrata, ideale per chi ama il combattimento ravvicinato. D'altra parte, “La Sopresa” è un lanciatore di chiodi capace di abbattere nemici silenziosamente, perfetto per missioni stealth. La varietà delle armi offre una flessibilità tattica che incoraggia l'esplorazione e la sperimentazione.

Integrazione delle Armi Resolver nel Combattimento


Le armi Resolver sono perfettamente integrate nella dinamica del combattimento di Far Cry 6. Ogni scontro è una tela bianca su cui il giocatore può dipingere la propria strategia. Le armi tradizionali, come fucili d'assalto e pistole, sono sempre disponibili, ma l'aggiunta delle armi Resolver introduce un elemento di sorpresa e caos.

Primo piano dell'arma Resolver 'Disco Loco', un lanciador di CD con design unico.

In combattimento, le armi Resolver non sono solo efficaci, ma anche estremamente divertenti da usare. Ad esempio, il “Disco Loco”, un lanciador di CD che riproduce musica latina mentre colpisce i nemici, unisce efficacia e humor, rompendo la tensione dei momenti più intensi. Questa arma, come molte altre, è un promemoria del fatto che Far Cry 6 non si prende mai troppo sul serio, pur affrontando tematiche importanti.

L'integrazione delle armi Resolver è supportata anche dal sistema di personalizzazione. I giocatori possono modificare e migliorare le armi per adattarle meglio alle loro esigenze. Che si tratti di aggiungere una maggiore capacità di munizioni, ridurre il rinculo o implementare effetti elementali come fuoco o veleno, le opzioni sono molteplici.

Un'altra caratteristica interessante è l'interazione tra le armi Resolver e gli “Amigos”, compagni animali che accompagnano Dani in battaglia. Ad esempio, mentre Chorizo, il simpatico bassotto, distrae i nemici, Dani può utilizzare un'arma Resolver per abbatterli senza attirare attenzione. Questa sinergia tra elementi di gameplay aggiunge profondità e varietà agli scontri.

Il Fascino di Yara e il Ruolo delle Armi Resolver


Yara stessa è un personaggio a sé stante, con paesaggi mozzafiato che spaziano da spiagge tropicali a foreste lussureggianti e città decadenti. Le armi Resolver si inseriscono perfettamente in questo contesto, rappresentando la resistenza del popolo yarano di fronte all'oppressione. Ogni arma è una dichiarazione di indipendenza, un simbolo del fatto che anche con risorse limitate è possibile combattere un nemico potente.

Juan Cortez mostra a Dani Rojas come costruire un'arma Resolver utilizzando materiali riciclati.

La narrativa di Far Cry 6 e le armi Resolver si fondono per creare un'esperienza unica. Ogni missione, sia principale che secondaria, è un'opportunità per sperimentare con queste armi e scoprire nuove strategie. Il gioco premia la creatività, invitando i giocatori a sfruttare al massimo il loro arsenale improvvisato.

Conclusioni


Far Cry 6 è un'avventura ricca di azione e dramma, con una trama che affronta temi complessi e armi che celebrano l'inventiva umana. Le armi Resolver non sono solo un'aggiunta estetica o funzionale, ma rappresentano un elemento chiave che definisce il gameplay e arricchisce l’esperienza complessiva. Attraverso queste creazioni uniche, il giocatore non solo combatte un regime oppressivo, ma partecipa attivamente a una rivoluzione creativa. In Far Cry 6, l'improvvisazione diventa un'arte, e ogni battaglia è un'opportunità per dimostrare che anche l'inventiva può essere un'arma potente.


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L' ICE spara e la democrazia arretra.


(192)

(M1)

A Minneapolis, a pochi isolati dal punto in cui fu ucciso George Floyd, un’agente dell’ #ICE ha sparato e ucciso una donna di 37 anni durante una maxi‑operazione anti‑migranti, colpendola alla testa mentre era alla guida della sua auto. Il suo nome era Renee Nicole Good ed era disarmata, identificata da più testimoni e da rappresentanti politici come una osservatrice legale presente per monitorare l’azione federale, non per minacciare nessuno. L’ennesima uccisione a freddo, nel solco di una repressione sempre più brutale, rischia di incendiare ancora una volta il tessuto sociale degli Stati Uniti nei prossimi mesi.​

L’ICE sostiene che la donna stesse tentando di investire gli agenti, ma i video circolati online mostrano un’auto che si muove lentamente e un agente che spara in testa mentre il veicolo prova ad allontanarsi, una versione che molti leader locali definiscono inaccettabile e menzognera.

Il sindaco ha chiesto apertamente agli agenti federali di “andarsene affanculo fuori da #Minneapolis e dal Minnesota”, accusandoli di seminare caos e violenza in una città che porta ancora le cicatrici del 2020. I democratici parlano di “esecuzione” e di uso temerario della forza, mentre dalla Casa Bianca di #Trump arrivano dichiarazioni che bollano le proteste come “terrorismo interno”, capovolgendo la realtà e criminalizzando il dissenso.​

Minneapolis non è un luogo qualsiasi: è il simbolo dell’omicidio di George Floyd e dell’esplosione di “Black Lives Matter”, e tornare a vedere una persona uccisa da un agente, a pochi isolati da lì, apre ferite mai rimarginate.

(M2)

Negli ultimi mesi, almeno una decina di sparatorie che coinvolgono agenti federali in operazioni migratorie sono state segnalate dai media, segno di un clima in cui l’uso letale della forza contro corpi percepiti come “sacrificabili” sta diventando routine.

Le prime ore dopo l’uccisione hanno visto nascere veglie, cortei, blocchi simbolici di edifici federali e proteste in altre città, con una parola d’ordine chiara: “ICE out of our cities”.​​ L’episodio arriva nel pieno di una nuova stretta federale sull’immigrazione, alimentata da una retorica razzista contro la comunità somala e da scandali usati come pretesto per un intervento muscolare di Trump sul territorio. È prevedibile un rafforzamento dei movimenti abolizionisti e delle reti di difesa dei migranti, che già ora chiedono lo smantellamento dell’ICE e il ritiro delle forze federali dalle città, trasformando il caso di Renee Nicole Good in un simbolo nazionale.

In questo scenario, lo scontro tra amministrazioni locali e governo federale rischia di radicalizzarsi: sindaci, governatori e consigli comunali si trovano stretti tra la pressione delle comunità e la linea dura della Casa Bianca, creando un conflitto istituzionale che alimenterà mobilitazioni, boicottaggi e campagne di disobbedienza civile.​

Quando un governo difende l’uccisione di una donna disarmata e definisce “terrorista” chi protesta, non sta solo coprendo un crimine: sta normalizzando l’idea che alcuni corpi possano essere eliminati senza processo, senza domande, senza memoria. Il fatto che una osservatrice legale, presente per tutelare diritti fondamentali, venga abbattuta come un bersaglio qualsiasi dice molto sul livello di disumanizzazione raggiunto dalla macchina della deportazione e del controllo. Nei prossimi mesi, gli Stati Uniti si muoveranno su un crinale pericoloso: da un lato una società sempre più abituata a vedere immagini di esecuzioni in diretta, dall’altro comunità che rifiutano di accettare l’idea che lo Stato possa sparare a chi osserva, filma, documenta.​

Minneapolis sembra lontana, ma ciò che accade lì parla anche all’Europa e all’Italia, dove la logica dell’“emergenza migranti” viene usata per giustificare respingimenti, morti in mare, abusi ai confini e nei CPR (pure vuoti e pure all'estero.) Se oggi un’agente federale può sparare alla testa di una donna che documenta un’operazione, domani chiunque alzi un telefono, una penna, una telecamera per raccontare può diventare un bersaglio: è questo il messaggio più inquietante che arriva dagli Stati Uniti, la più grande anti-democrazia del mondo.​

#Blog #USA #Minneapolis #ICE #DirittiCivili #DirittiUmani #Opinioni


noblogo.org/transit/l-ice-spar…


L' ICE spara e la democrazia arretra.


(192)

(M1)

A Minneapolis, a pochi isolati dal punto in cui fu ucciso George Floyd, un’agente dell’ #ICE ha sparato e ucciso una donna di 37 anni durante una maxi‑operazione anti‑migranti, colpendola alla testa mentre era alla guida della sua auto. Il suo nome era Renee Nicole Good ed era disarmata, identificata da più testimoni e da rappresentanti politici come una osservatrice legale presente per monitorare l’azione federale, non per minacciare nessuno. L’ennesima uccisione a freddo, nel solco di una repressione sempre più brutale, rischia di incendiare ancora una volta il tessuto sociale degli Stati Uniti nei prossimi mesi.​

L’ICE sostiene che la donna stesse tentando di investire gli agenti, ma i video circolati online mostrano un’auto che si muove lentamente e un agente che spara in testa mentre il veicolo prova ad allontanarsi, una versione che molti leader locali definiscono inaccettabile e menzognera.

Il sindaco ha chiesto apertamente agli agenti federali di “andarsene affanculo fuori da #Minneapolis e dal Minnesota”, accusandoli di seminare caos e violenza in una città che porta ancora le cicatrici del 2020. I democratici parlano di “esecuzione” e di uso temerario della forza, mentre dalla Casa Bianca di #Trump arrivano dichiarazioni che bollano le proteste come “terrorismo interno”, capovolgendo la realtà e criminalizzando il dissenso.​

Minneapolis non è un luogo qualsiasi: è il simbolo dell’omicidio di George Floyd e dell’esplosione di “Black Lives Matter”, e tornare a vedere una persona uccisa da un agente, a pochi isolati da lì, apre ferite mai rimarginate.

(M2)

Negli ultimi mesi, almeno una decina di sparatorie che coinvolgono agenti federali in operazioni migratorie sono state segnalate dai media, segno di un clima in cui l’uso letale della forza contro corpi percepiti come “sacrificabili” sta diventando routine.

Le prime ore dopo l’uccisione hanno visto nascere veglie, cortei, blocchi simbolici di edifici federali e proteste in altre città, con una parola d’ordine chiara: “ICE out of our cities”.​​ L’episodio arriva nel pieno di una nuova stretta federale sull’immigrazione, alimentata da una retorica razzista contro la comunità somala e da scandali usati come pretesto per un intervento muscolare di Trump sul territorio. È prevedibile un rafforzamento dei movimenti abolizionisti e delle reti di difesa dei migranti, che già ora chiedono lo smantellamento dell’ICE e il ritiro delle forze federali dalle città, trasformando il caso di Renee Nicole Good in un simbolo nazionale.

In questo scenario, lo scontro tra amministrazioni locali e governo federale rischia di radicalizzarsi: sindaci, governatori e consigli comunali si trovano stretti tra la pressione delle comunità e la linea dura della Casa Bianca, creando un conflitto istituzionale che alimenterà mobilitazioni, boicottaggi e campagne di disobbedienza civile.​

Quando un governo difende l’uccisione di una donna disarmata e definisce “terrorista” chi protesta, non sta solo coprendo un crimine: sta normalizzando l’idea che alcuni corpi possano essere eliminati senza processo, senza domande, senza memoria. Il fatto che una osservatrice legale, presente per tutelare diritti fondamentali, venga abbattuta come un bersaglio qualsiasi dice molto sul livello di disumanizzazione raggiunto dalla macchina della deportazione e del controllo. Nei prossimi mesi, gli Stati Uniti si muoveranno su un crinale pericoloso: da un lato una società sempre più abituata a vedere immagini di esecuzioni in diretta, dall’altro comunità che rifiutano di accettare l’idea che lo Stato possa sparare a chi osserva, filma, documenta.​

Minneapolis sembra lontana, ma ciò che accade lì parla anche all’Europa e all’Italia, dove la logica dell’“emergenza migranti” viene usata per giustificare respingimenti, morti in mare, abusi ai confini e nei CPR (pure vuoti e pure all'estero.) Se oggi un’agente federale può sparare alla testa di una donna che documenta un’operazione, domani chiunque alzi un telefono, una penna, una telecamera per raccontare può diventare un bersaglio: è questo il messaggio più inquietante che arriva dagli Stati Uniti, la più grande anti-democrazia del mondo.​

#Blog #USA #Minneapolis #ICE #DirittiCivili #DirittiUmani #Opinioni

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Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com



Aidan Knight - Each Other (2016)


immagine

È sempre lo stesso, Aidan Knight, eppure non lo è più. Te ne accorgi subito quando sussurra al microfono, all’inizio di “Each Other”, con sobrio timbro Callahan-iano: “Congratulate, my friends, on the birth of a healthy son…”. Messa così, sembra che si parli di una banale maturazione anagrafica, a un certo punto arrivano i figli, non sei più l’artista scapestrato, scrivi della prima volta in cui hai cambiato un pannolino etc. Degnissimo, ma non è quanto accade nel seducente, astratto ma viscerale, nuovo disco del cantautore canadese, che possiamo considerare la sua consacrazione anche per la firma per un’etichetta non secondaria come la Full Time Hobby... artesuono.blogspot.com/2016/02…


Ascolta il disco: album.link/s/53OHOXFzEQapQsVyI…



noblogo.org/available/aidan-kn…


Aidan Knight - Each Other (2016)


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È sempre lo stesso, Aidan Knight, eppure non lo è più. Te ne accorgi subito quando sussurra al microfono, all’inizio di “Each Other”, con sobrio timbro Callahan-iano: “Congratulate, my friends, on the birth of a healthy son…”. Messa così, sembra che si parli di una banale maturazione anagrafica, a un certo punto arrivano i figli, non sei più l’artista scapestrato, scrivi della prima volta in cui hai cambiato un pannolino etc. Degnissimo, ma non è quanto accade nel seducente, astratto ma viscerale, nuovo disco del cantautore canadese, che possiamo considerare la sua consacrazione anche per la firma per un’etichetta non secondaria come la Full Time Hobby... artesuono.blogspot.com/2016/02…


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HomeIdentità DigitaleSono su: Mastodon.uno - Pixelfed - Feddit



Il trattato delle Nazioni Unite sulla criminalità informatica


youtube.com/watch?v=L7nhYwbkIC…

Con oltre il 60% della popolazione mondiale connessa a Internet, la sfera digitale si sta espandendo rapidamente. Questa connettività senza precedenti offre immense opportunità, ma aumenta anche i rischi per la sicurezza informatica, poiché le minacce si evolvono parallelamente ai progressi tecnologici. Il crescente costo della criminalità informatica, stimato in migliaia di miliardi di dollari all'anno, sottolinea l'urgente necessità di sforzi internazionali coordinati come la Convenzione delle Nazioni Unite sulla criminalità informatica.

Cos'è la criminalità informatica?

La criminalità informatica comprende un'ampia gamma di reati che rientrano in due grandi categorie: criminalità informatica e criminalità informatica-dipendente. I reati informatici includono le attività criminali tradizionali condotte online, come il traffico di esseri umani, la frode e l'incitamento alla violenza e all'odio. I reati informatici-dipendenti sono quelli commessi tramite dispositivi ICT (Information and Communication Technology), tra cui phishing, furto di identità e distribuzione di malware e ransomware. Gli autori spaziano da singoli criminali a reti organizzate, tutti sfruttando l'anonimato e l'accessibilità del mondo digitale.

Questi reati trascendono i confini geografici, prendendo di mira sistemi, reti e individui con una velocità ed efficienza senza precedenti. Spaziano da violazioni della sicurezza nazionale su larga scala, come lo spionaggio e gli attacchi Distributed Denial-of-Service (DDoS), a molestie mirate ai danni di gruppi emarginati. Le popolazioni vulnerabili, tra cui donne e ragazze, bambini, comunità LGBTQI+ e minoranze etniche e religiose, sono colpite in modo sproporzionato dalle minacce online, tra cui incitamento all'odio, violazioni della privacy e campagne di disinformazione.

Ad esempio, il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulle questioni delle minoranze ha riferito che il 70% o più dei crimini d'odio sui social media prende di mira le minoranze, una cifra in continua crescita. Il rapporto rileva inoltre che i membri di questi gruppi hanno maggiori probabilità di subire restrizioni o rimozioni di contenuti da parte dei sistemi di moderazione dei social media.

I paesi in via di sviluppo, spesso privi di solide infrastrutture di sicurezza informatica, rimangono particolarmente vulnerabili. La scarsa consapevolezza dei rischi informatici e le risorse insufficienti rendono gli individui in queste regioni facili bersagli per crimini come il phishing, il furto di identità e la disinformazione.

Nel frattempo, tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e i deepfake pongono nuove sfide, consentendo sofisticate campagne di disinformazione e sollevando interrogativi sulla privacy. L'ascesa dell'intelligenza artificiale generativa ha anche introdotto complesse questioni relative alle leggi sul copyright, poiché i contenuti generati dall'intelligenza artificiale sfidano le nozioni tradizionali di paternità e proprietà intellettuale.

Cos'è la sicurezza informatica?

La sicurezza informatica si riferisce alle strategie, alle politiche, alle procedure, alle pratiche e alle misure progettate per identificare minacce e vulnerabilità, impedire che le minacce sfruttino le vulnerabilità, mitigare i danni causati da minacce materializzate e salvaguardare persone, proprietà e informazioni.

In parole povere, la sicurezza informatica funge da fortezza digitale, proteggendo individui e organizzazioni dagli attacchi che mirano a sfruttare la loro presenza online.

Le misure di sicurezza informatica mirano a salvaguardare i dati sia individuali che aziendali prevenendo le violazioni, rilevando le minacce, rispondendo efficacemente e ripristinando gli incidenti informatici. In un mondo sempre più connesso, una solida strategia di sicurezza informatica è essenziale per preservare la privacy, la fiducia e la sicurezza.

Cos'è la Convenzione delle Nazioni Unite sulla criminalità informatica?

La Convenzione sulla criminalità informatica, recentemente adottata, ufficialmente denominata Convenzione sulla criminalità informatica: rafforzamento della cooperazione internazionale per combattere i crimini commessi tramite sistemi ICT, è il primo trattato internazionale di giustizia penale ad essere negoziato in oltre 20 anni.

Secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine, fino ad ora non esisteva una convenzione sulla criminalità informatica negoziata e adottata a livello globale. Con la nuova Convenzione sulla criminalità informatica, si prevede che le risposte alla criminalità informatica saranno più rapide, meglio coordinate ed efficaci, rendendo più sicuri sia il nostro mondo digitale che quello fisico.

La convenzione crea un quadro e una piattaforma globali senza precedenti per la collaborazione nella lotta alla criminalità informatica, tutelando al contempo i diritti umani e garantendo che gli spazi digitali globali siano protetti, inclusivi e adattabili alle minacce emergenti.

Oltre alla sua dimensione giuridica, la convenzione dà priorità all'inclusività e all'equità, offrendo un supporto fondamentale per lo sviluppo delle capacità ai paesi con risorse limitate. Riconosce che la sicurezza informatica non è solo una questione tecnica, ma un imperativo per i diritti umani, garantendo protezione alle comunità emarginate.

La Convenzione è stata aperta alla firma il 10 ottobre 2025 a Hanoi, in Vietnam, dove 65 paesi hanno firmato il trattato. La firma rimarrà aperta fino al 31 dicembre 2026. Essa si distingue dalla Convenzione di Budapest, sviluppata dal Consiglio d’Europa, per la sua natura globale e inclusiva, essendo stata negoziata con la partecipazione di 155 paesi, tra cui numerosi Stati del “Sud globale” che non avevano partecipato ai negoziati precedenti.

Quando i paesi firmano la Convenzione sulla criminalità informatica, stanno segnalando la loro intenzione di aderirvi. La ratifica è un passo cruciale in cui i paesi “fanno quello che promettono”, ottenendo l'approvazione interna e garantendo che le leggi nazionali siano allineate ai requisiti della convenzione. Questa particolare convenzione richiede la ratifica di almeno 40 Stati membri delle Nazioni Unite prima di diventare diritto internazionale. Una volta che il 40° paese avrà ratificato, ci vorranno altri 90 giorni prima che la convenzione diventi giuridicamente vincolante per tutti coloro che vi hanno aderito.

#criminalitàinformatica #ONU #NazioniUnite


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Il trattato delle Nazioni Unite sulla criminalità informatica


Il trattato delle Nazioni Unite sulla criminalità informatica


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Con oltre il 60% della popolazione mondiale connessa a Internet, la sfera digitale si sta espandendo rapidamente. Questa connettività senza precedenti offre immense opportunità, ma aumenta anche i rischi per la sicurezza informatica, poiché le minacce si evolvono parallelamente ai progressi tecnologici. Il crescente costo della criminalità informatica, stimato in migliaia di miliardi di dollari all'anno, sottolinea l'urgente necessità di sforzi internazionali coordinati come la Convenzione delle Nazioni Unite sulla criminalità informatica.

Cos'è la criminalità informatica?

La criminalità informatica comprende un'ampia gamma di reati che rientrano in due grandi categorie: criminalità informatica e criminalità informatica-dipendente. I reati informatici includono le attività criminali tradizionali condotte online, come il traffico di esseri umani, la frode e l'incitamento alla violenza e all'odio. I reati informatici-dipendenti sono quelli commessi tramite dispositivi ICT (Information and Communication Technology), tra cui phishing, furto di identità e distribuzione di malware e ransomware. Gli autori spaziano da singoli criminali a reti organizzate, tutti sfruttando l'anonimato e l'accessibilità del mondo digitale.

Questi reati trascendono i confini geografici, prendendo di mira sistemi, reti e individui con una velocità ed efficienza senza precedenti. Spaziano da violazioni della sicurezza nazionale su larga scala, come lo spionaggio e gli attacchi Distributed Denial-of-Service (DDoS), a molestie mirate ai danni di gruppi emarginati. Le popolazioni vulnerabili, tra cui donne e ragazze, bambini, comunità LGBTQI+ e minoranze etniche e religiose, sono colpite in modo sproporzionato dalle minacce online, tra cui incitamento all'odio, violazioni della privacy e campagne di disinformazione.

Ad esempio, il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulle questioni delle minoranze ha riferito che il 70% o più dei crimini d'odio sui social media prende di mira le minoranze, una cifra in continua crescita. Il rapporto rileva inoltre che i membri di questi gruppi hanno maggiori probabilità di subire restrizioni o rimozioni di contenuti da parte dei sistemi di moderazione dei social media.

I paesi in via di sviluppo, spesso privi di solide infrastrutture di sicurezza informatica, rimangono particolarmente vulnerabili. La scarsa consapevolezza dei rischi informatici e le risorse insufficienti rendono gli individui in queste regioni facili bersagli per crimini come il phishing, il furto di identità e la disinformazione.

Nel frattempo, tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e i deepfake pongono nuove sfide, consentendo sofisticate campagne di disinformazione e sollevando interrogativi sulla privacy. L'ascesa dell'intelligenza artificiale generativa ha anche introdotto complesse questioni relative alle leggi sul copyright, poiché i contenuti generati dall'intelligenza artificiale sfidano le nozioni tradizionali di paternità e proprietà intellettuale.

Cos'è la sicurezza informatica?

La sicurezza informatica si riferisce alle strategie, alle politiche, alle procedure, alle pratiche e alle misure progettate per identificare minacce e vulnerabilità, impedire che le minacce sfruttino le vulnerabilità, mitigare i danni causati da minacce materializzate e salvaguardare persone, proprietà e informazioni.

In parole povere, la sicurezza informatica funge da fortezza digitale, proteggendo individui e organizzazioni dagli attacchi che mirano a sfruttare la loro presenza online.

Le misure di sicurezza informatica mirano a salvaguardare i dati sia individuali che aziendali prevenendo le violazioni, rilevando le minacce, rispondendo efficacemente e ripristinando gli incidenti informatici. In un mondo sempre più connesso, una solida strategia di sicurezza informatica è essenziale per preservare la privacy, la fiducia e la sicurezza.

Cos'è la Convenzione delle Nazioni Unite sulla criminalità informatica?

La Convenzione sulla criminalità informatica, recentemente adottata, ufficialmente denominata Convenzione sulla criminalità informatica: rafforzamento della cooperazione internazionale per combattere i crimini commessi tramite sistemi ICT, è il primo trattato internazionale di giustizia penale ad essere negoziato in oltre 20 anni.

Secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine, fino ad ora non esisteva una convenzione sulla criminalità informatica negoziata e adottata a livello globale. Con la nuova Convenzione sulla criminalità informatica, si prevede che le risposte alla criminalità informatica saranno più rapide, meglio coordinate ed efficaci, rendendo più sicuri sia il nostro mondo digitale che quello fisico.

La convenzione crea un quadro e una piattaforma globali senza precedenti per la collaborazione nella lotta alla criminalità informatica, tutelando al contempo i diritti umani e garantendo che gli spazi digitali globali siano protetti, inclusivi e adattabili alle minacce emergenti.

Oltre alla sua dimensione giuridica, la convenzione dà priorità all'inclusività e all'equità, offrendo un supporto fondamentale per lo sviluppo delle capacità ai paesi con risorse limitate. Riconosce che la sicurezza informatica non è solo una questione tecnica, ma un imperativo per i diritti umani, garantendo protezione alle comunità emarginate.

La Convenzione è stata aperta alla firma il 10 ottobre 2025 a Hanoi, in Vietnam, dove 65 paesi hanno firmato il trattato. La firma rimarrà aperta fino al 31 dicembre 2026. Essa si distingue dalla Convenzione di Budapest, sviluppata dal Consiglio d’Europa, per la sua natura globale e inclusiva, essendo stata negoziata con la partecipazione di 155 paesi, tra cui numerosi Stati del “Sud globale” che non avevano partecipato ai negoziati precedenti.

Quando i paesi firmano la Convenzione sulla criminalità informatica, stanno segnalando la loro intenzione di aderirvi. La ratifica è un passo cruciale in cui i paesi “fanno quello che promettono”, ottenendo l'approvazione interna e garantendo che le leggi nazionali siano allineate ai requisiti della convenzione. Questa particolare convenzione richiede la ratifica di almeno 40 Stati membri delle Nazioni Unite prima di diventare diritto internazionale. Una volta che il 40° paese avrà ratificato, ci vorranno altri 90 giorni prima che la convenzione diventi giuridicamente vincolante per tutti coloro che vi hanno aderito.

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Joe Bonamassa - Blues Of Desperation (2016)


immagine

Tra le sue molte doti, Joe Bonamassa ha quella di continuare a pubblicare dischi (siano essi album in studio, collaborazioni o live) a un ritmo costante e accelerato, non facendo passare mai nemmeno un anno tra un’uscita e l’altra. “Blues Of Desperation” si incastra quindi in una produzione che ancora oggi non sembra mostrare il minimo cedimento e ha un titolo che lascia presagire in modo chiaro quali saranno le atmosfere che lo pervadono... artesuono.blogspot.com/2016/03…


Ascolta il disco: album.link/s/2ZR4ieeFQTOH3NqKR…



noblogo.org/available/joe-bona…


Joe Bonamassa - Blues Of Desperation (2016)


immagine

Tra le sue molte doti, Joe Bonamassa ha quella di continuare a pubblicare dischi (siano essi album in studio, collaborazioni o live) a un ritmo costante e accelerato, non facendo passare mai nemmeno un anno tra un’uscita e l’altra. “Blues Of Desperation” si incastra quindi in una produzione che ancora oggi non sembra mostrare il minimo cedimento e ha un titolo che lascia presagire in modo chiaro quali saranno le atmosfere che lo pervadono... artesuono.blogspot.com/2016/03…


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Cifrare directory con gocryptfs


gocryptfs

Encfs è stata per tanto tempo la mia soluzione preferita per conservare velocemente i dati che volevo tenere riservati su uno storage esterno o su un cloud storage.

Almeno fino al 2014 quando encfs è risultato estremamente fragile. Alcuni buchi sono stati coperti ma altri no, con la promessa che l'eventuale 2.0 avrebbe risolto tutti i problemi. “Eventuale” perché lo sviluppo s'è fermato e lo stesso manteiner consiglia di ricorrere ad altre soluzioni più valide. Come gocryptfs (github.com/vgough/encfs?tab=re…), appunto.

Come EncFS e i suoi omologhi (cryfs, eCryptfs), gocryptfs è uno “stackable filesystem”.

Ma cos'è uno stackable filesystem?

Analogamente a device mapper, il framework che fornisce funzionalità aggiuntive (cifratura, volumi logici, raid) ai dispositivi a blocchi a livello del kernel, gli stackable filesystem sono file system “impilati” (e non poteva essere altrimenti) sopra un altro file system per fornire funzionalità aggiuntive (cifratura, viste in lettura e/o scrittura) a livello di file/directory nello spazio utente grazie a FUSE.

Essendo complementari, device mapper e stackable filesystem possono dunque cooperare.

Ecco perché posso avere:

  • due dischi fisici (block device)
  • che divido in volumi logici (device mapper),
  • ognuno dei quali formattato in ext4 (il file system)
  • a cui aggiungo funzionaità di cifratura con gocryptfs (stackable filesystem)

Un altro celebre stackable filesystem è quello di tipo “unionale” nelle sue varie declinazioni come unionfs prima, aufs poi, per finire a overlayfs, lo standard in ambito container per la manipolazione delle immagini.

Gocryptfs:

  • è facile da usare
  • è in pieno sviluppo
  • non ha i problemi stringenti di sicurezza del suo “collega”
  • è tuttavia suscettibile ad attacchi statistici e di watermarking strutturale (effettuato sui metadati, come la dimensione dei file e la struttura delle directory) by design

Su una cifratura file-based, raggiungere la triangolazione perfetta fra performance, full-privacy e ottimizzazione dello spazio, è quasi impossibile.

Gocryptfs non è l'optimum ma costituisce una valida alternativa ad EncFS, avendo dalla sua la stessa facilità d'uso, maggior robustezza (l'uso di AES-GCM impedisce di rompere matematicamente la cifratura dei dati, come invece succedeva su EncFS) e, come EncFS, ha ottime performance.

Anche Gocryptfs prevede due modalità distinte di funzionamento: forward mode e reverse mode

Nella prima, si battezza la directory che conterrà tutto ciò che vorrò cifrare. Localmente avrò un punto di montaggio su cui depositare i file in chiaro che verranno cifrati e memorizzati on-fly.

Nel secondo caso, ribalto i termini della cifratura. Battezzerò una directory in chiaro il cui punto di montaggio sarà una directory che fornirà al volo i file cifrati.

La prima modalità è comoda per la sincronizzazione su storage esterni o su cloud storage. La seconda, dal momento che può fornire una vista cifrata di qualunque cartella, è utile quando si vuole effettuare velocemente un backup cifrato dei propri file

!!! Attenzione !!!Come tutte le crittografie file-based suscettibili di attacchi di tipo statistico e watermarking strutturale, nel caso del reverse mode, il watermarking diventa ancora più insidioso perché, dovendo funzionare presumibilmente con strumenti tipo rsync per il backup, il reverse mode di gocryptfs fa uso di un algoritmo, AES-SIV, deterministico per design cosi che lo stesso file, cifrato due volte, possa produrre lo stesso, identico risultato. Comodo per rsync ma un paradiso per il watermarking. Tuttavia, anche così risulta più robusto di EncFS perché è una vulnerabilità che, a differenza del primo, non rompe matematicamente la cifratura esponendo il testo in chiaro pur consentendo attacchi di watermarking passivo per la rilevabilità dei file.

Prove sul campo


Gocryptfs, nella fase di inizializzazione, crea il file gocryptfs.conf contenente la password cifrata ed altri elementi di configurazione.

In Forward Mode, tale file è situato nella root della directory cifrata, quella che presumibilmente finirà nello storage esterno/cloud.

Forward mode classico


1. Inizializzazione:

# creazione della directory cifrata e della directory in chiaro
mkdir $HOME/{cipherdir,plaindir}

# inizializzazione della cartella cifrata
gocryptfs -init $HOME/cipherdir

Choose a password for protecting your files.
Password: 
Repeat: 

Your master key is:

    93499318-58f766af-6a172304-114cab2c-
    7e9d6a6e-48f38c7a-b00a8e04-3b2e0583

If the gocryptfs.conf file becomes corrupted or you ever forget your password, there is only one hope for recovery: The master key. Print it to a piece of paper and store it in a drawer. This message is only printed once.
The gocryptfs filesystem has been created successfully.
You can now mount it using: gocryptfs cipherdir MOUNTPOINT

Nella fase di inizializzazione viene generata una master key cifrata con una password che verrà chiesta durante la fase di init e che finirà nel file di configurazione gocryptfs.conf situato di default nella cartella cifrata.

N.B. È bene conservare la master key in un luogo sicuro perché, in caso di malfunzionamenti, potrebbe essere l'unico modo di recuperare la visibilità della cartella cifrata

2. Mount:

gocryptfs cipherdir plaindir

Nella fase di mount, viene chiesta la password, gocryptfs legge il file di configurazione e decripta la master key che servirà per la cifratura dei file presenti nel mountpoint in chiaro e che verranno cifrati al volo e scritti nella cartella cifrata.

3. Unmount:

fusermount -u plaindir

Nella fase di unmount si “libera” il mountpoint lasciando la sola cartella cifrata.

Note:

  1. Occorre prestare attenzione al file gocryptfs.conf. Visto che contiene la master key cifrata, senza questo file la decifratura sarebbe impossibile.
  2. Come suggerito durante la fase di inizializzazione, è bene conservare la master key così che, nel caso si perda o si corrompa il file gocryptfs.conf, sia possibile rigenerarlo con la master key.


Forward Mode su cloud storage (es. Dropbox)


In questo caso, sia il file di configurazione contenente la master key cifrata che la password di decifratura, saranno allocate esternamente alla directory cifrata su Dropbox. In questo modo, anche guadagnando l'accesso al clud storage, ci sarebbero solo dei file cifrati senza avere nemmeno la possibilità di tentare attacchi di forza bruta sulla master key cifrata.

Visto che la password sarà scritta su un file, e non avrò bisogno di ricordarla a memoria, verrà generata ricorrendo al generatore di pseudo-casualità del kernel /dev/urandom e sarà lunga il massimo consentito, 2048 bytes.

1. Inizializzazione

# creazione della directory cifrata e della directory in chiaro
mkdir $HOME/Dropbox/.cipherdir $HOME/plaindir

# creazione di un keyfile di 2k (la massima lunghezza possibile)
umask 077 && tr -dc '[:graph:]' < /dev/urandom | head -c 2048 > /run/media/$USER/<pendrive>/mykey.txt
 
# inizializzazione della cartella cifrata
gocryptfs \
  -passfile /run/media/$USER/<pendrive>/mykey.txt \
  -config /run/media/$USER/<pendrive>/gocryptfs.conf \
  -init $HOME/Dropbox/.cipherdir
Using config file at custom location /run/media/$USER/<pendrive>/gocryptfs.conf
Choose a password for protecting your files.
passfile: reading from file "/run/media/$USER/<pendrive>/mykey.txt"

Your master key is:

    dcceb426-75724350-f53566f6-2991cfa9-
    7a091a4f-397eab55-170c3363-a16b0ab3

If the gocryptfs.conf file becomes corrupted or you ever forget your password,
there is only one hope for recovery: The master key. Print it to a piece of
paper and store it in a drawer. This message is only printed once.
The gocryptfs filesystem has been created successfully.
You can now mount it using: gocryptfs cipherdir MOUNTPOINT

2. Mount
gocryptfs \
  -config /run/media/$USER/<pendrive>/gocryptfs.conf \
  -passfile /run/media/$USER/<pendrive>/mykey.txt 
  $HOME/Dropbox/.cipherdir $HOME/plaindir

3. Unmount
fusermount -u $HOME/plaindir
Reverse mode


Questa modalità torna utile quando si vuole offrire al volo una vista cifrata di una determinata directory, ad es. quando vogliamo fare un backup cifrato.

Supponiamo di volere effettuare un backup cifrato della directory “myDocuments”

1. Inizializzazione

gocryptfs -init -reverse $HOME/myDocuments
Choose a password for protecting your files.
Password:
Repeat:

Your master key is:

    cda5cac4-5435e8e8-68d6d038-451a6955-
    c269c57c-d8b5fe5e-4d5ca589-4eb5e7ac

If the gocryptfs.conf file becomes corrupted or you ever forget your password,
there is only one hope for recovery: The master key. Print it to a piece of
paper and store it in a drawer. This message is only printed once.
The gocryptfs-reverse filesystem has been created successfully.
You can now mount it using: gocryptfs -reverse plaindir MOUNTPOINT

Nella directory “myDocuments” sarà presente il file di configurazione, di default .gocryptfs.reverse.conf

2. Mount

mkdir $HOME/cipherdir_reverse
gocryptfs -reverse $HOME/myDocuments $HOME/cipherdir_reverse

Dopo il mount, il file .gocryptfs.reverse.conf verrà “copiato” nel punto di montaggio come gocryptfs.conf in modo che il backup possa essere montato direttamente in forward mode.

3. Unmont

fusermount -u $HOME/cipherdir_reverse

Nulla vieta che anche nel reverse mode si possa ricorrere a password e file di configurazione “detachable”.
gocryptfs \
  -passfile /run/media/$USER/<pendrive>/mykey.txt \
  -config /run/media/$USER/<pendrive>/gocryptfs.reverse.conf \
  -init -reverse $HOME/myDocuments

N.B. In questo caso anche il backup avrà bisogno del file di configurazione e della password per essere montato.

Varie ed eventuali

Cambio password


Supponiamo di voler cambiare la password (keyfile) della nostra directory cifrata su Dropbox

gocryptfs \
  -config /run/media/$USER/<pendrive>/gocryptfs.conf 
  -passfile /run/media/$USER/<pendrive>/mykey.txt
  -passwd $HOME/Dropbox/.cipherdir
Using config file at custom location /run/media/$USER/<pendrive>/gocryptfs.conf
Password:
Decrypting master key
Please enter your new password.
Password:
Repeat:

N.B. Non è possibile specificare un keyfile come nuova password (possibile solo durante l'init). Il keyfile in questo caso servirà solo a decriptare la master key che verrà cifrata con la nuova password.
Mount automatico


Nel caso di forward mode, può tornare comodo il mount automatico della directory cifrata. È sufficiente definire un piccolo script che esegua il montaggio e che parta in esecuzione automatica dopo il login.

Due osservazioni:

  1. Conviene che la password sia stoccata nel keyring (di Gnome nel mio caso) così da rendere la password inaccessibile senza il login.
  2. il file di configurazione può continuare a rimanere al di fuori della directory cifrata (soprattutto nel caso cloud storage) purché sia accessibile dopo il login.

1. Generazione password

# suppongo che la password sia stata generata come in forward
# mode e che stia in un file di testo che ora memorizzerò nel
# keyring con secret-tool
cat mykey.txt | secret-tool store --label="gocryptfs" myCipherDir myPassword

2. Creazione script
cat > $HOME/mount_gocryptfs.sh << EOF
#!/bin/bash
gocryptfs \
  -config $HOME/gocryptfs.conf \
  -extpass="secret-tool lookup myCipherDir myPassword" \
  $HOME/Dropbox/.cipherdir $HOME/plaindir
EOF
chmod 700 $HOME/mount_gocryptfs.sh

3. Creazione del launcher
cat > $HOME/.config/autostart/mountGocryptfs.desktop << EOF
[Desktop Entry]
Name=mount_gocryptfs
GenericName=mount_gocryptfs
Comment=Monta la cartella cifrata con gocryptfs
Exec=/home/<user>/mount_gocryptfs.sh
Terminal=false
Type=Application
X-GNOME-Autostart-enabled=true
Comment[it_IT]=
EOF

In questo modo, dopo il login, verrà eseguito lo script (grazie a $HOME/.config/autostart/) che recupererà la password via secret-tool dal keyring.
Rigenerazione del file gocryptfs.conf


Ma se smarrissi il file gocryptfs.conf, o mi si corrompe il supporto esterno che lo contiene? O se dimenticassi / perdessi la password?

È un grosso guaio. La directory cifrata non sarà più accessibile. O meglio. Lo sarà solo avendo la master key. E con questa possiamo, non solo montare la directory cifrata, ma anche ricostruire il file di configurazione.

Innanzitutto verifichiamo se l'accesso diretto con la master key funzioni:

Accesso con la master key

gocryptfs \
  -masterkey dcceb426-75724350-f53566f6-2991cfa9-7a091a4f-397eab55-170c3363-a16b0ab3 \
  $HOME/Dropbox/.cipherdir $HOME/plaindir
Using explicit master key.
THE MASTER KEY IS VISIBLE VIA "ps ax" AND MAY BE STORED IN YOUR SHELL HISTORY!
ONLY USE THIS MODE FOR EMERGENCIES
Filesystem mounted and ready.

Per evitare il warning, si può ricorrere al flag stdin che obbliga all'inserimento manuale da tastiera della master key:
gocryptfs -masterkey stdin $HOME/Dropbox/.cipherdir $HOME/plaindir
Masterkey:
Using explicit master key.
Filesystem mounted and ready.

Caso 1: Smarrimento passwordSe è solo la password, basterà accedere alla directory cifrata con la master key usando lo stesso file di configurazone e inserire una nuova password:
# Cambio password
gocryptfs \Inserimento
  -masterkey dcceb426-75724350-f53566f6-2991cfa9-7a091a4f-397eab55-170c3363-a16b0ab3 \
  -config /run/media/$USER/<pendrive>/gocryptfs.conf \
  -passwd
  $HOME/Dropbox/.cipherdir
Using config file at custom location /run/media/$USER/<pendrive>/gocryptfs.conf
Using explicit master key.
THE MASTER KEY IS VISIBLE VIA "ps ax" AND MAY BE STORED IN YOUR SHELL HISTORY!
ONLY USE THIS MODE FOR EMERGENCIES
Please enter your new password.
Password:
Repeat:
A copy of the old config file has been created at "/run/media/$USER/<pendrive>/gocryptfs.conf.bak".
Delete it after you have verified that you can access your files with the new password.
Password changed.

N.B. Siccome il file di configurazione verrà modificato con un nuovo salt e una nuova password, del file di configurazione verrà fatta una copia di backup precauzionale,

Caso 2: Ricostruzione file di configurazioneÈ praticamente lo stesso procedimentod di prima solo che in questo caso occorre ricostruire il file di configurazione.

  1. Si ricrea un file di configurazione con -init avente cura di replicare le stesse impostazioni di quello compromesso (nel mio caso è semplice, tutto default) su una directory cifrata temporanea
  2. il file di configurazione così ottenuto, si sposta nella directory cifrata effettiva e si imposta la nuova password


# inizializzo una directory cifrata temporanea
gocryptfs -init $HOME/cipher_temp

# Sposto il nuovo file di configurazione dalla directory
# temporanea cifrata al punto in cui si trovava in precedenza 
# (la nostra nuova pendrive)
mv $HOME/cipher_temp/gocryptfs.conf /run/media/$USER/<nuova_pendrive>/gocryptfs.conf

# Inserimento password
gocryptfs \
  -masterkey dcceb426-75724350-f53566f6-2991cfa9-7a091a4f-397eab55-170c3363-a16b0ab3 \
  -config /run/media/$USER/<nuova_pendrive>/gocryptfs.conf \
  -passwd
  $HOME/Dropbox/.cipherdir
Using config file at custom location /run/media/$USER/<nuova_pendrive>/gocryptfs.conf
Using explicit master key.
THE MASTER KEY IS VISIBLE VIA "ps ax" AND MAY BE STORED IN YOUR SHELL HISTORY!
ONLY USE THIS MODE FOR EMERGENCIES
Please enter your new password.
Password:
Repeat:
A copy of the old config file has been created at "/run/media/$USER/<nuova_pendrive>/gocryptfs.conf.bak".
Delete it after you have verified that you can access your files with the new password.
Password changed.

E ora il volume può essere montato nuovamente.

noblogo.org/aytin/come-cifrare…


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Drive-By Truckers – American Band (2016)


immagine

Nella foto di copertina – la prima a cambiare gli usuali temi “gotici” disegnati dall'illustratore Wes Freed – i colori sono sbiaditi, la bandiera sventola a mezz'asta, il contrasto con i toni grigi e crepuscolari dell'immagine è quasi impercettibile. È l'America dopo gli otto anni della presidenza Obama, quella che si è risvegliata dalla spinta dell'ottimismo e di una progressiva ripresa economica e ha dovuto affrontare l'altra faccia della medaglia: l'improvviso riemergere della questione razziale mai risolta, l'ineguaglianza crescente, la violenza delle armi e la brutalità della polizia, il terrorismo e la fobia del diverso da sé... artesuono.blogspot.com/2016/10…


Ascolta il disco: album.link/s/5uwg3alhG2UlHvZDl…



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Drive-By Truckers – American Band (2016)


immagine

Nella foto di copertina – la prima a cambiare gli usuali temi “gotici” disegnati dall'illustratore Wes Freed – i colori sono sbiaditi, la bandiera sventola a mezz'asta, il contrasto con i toni grigi e crepuscolari dell'immagine è quasi impercettibile. È l'America dopo gli otto anni della presidenza Obama, quella che si è risvegliata dalla spinta dell'ottimismo e di una progressiva ripresa economica e ha dovuto affrontare l'altra faccia della medaglia: l'improvviso riemergere della questione razziale mai risolta, l'ineguaglianza crescente, la violenza delle armi e la brutalità della polizia, il terrorismo e la fobia del diverso da sé... artesuono.blogspot.com/2016/10…


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Bon Iver – 22, A Million (2016)


immagine

Caro Justin,è da qualche anno che non ci sentiamo, per la precisione dal 2013, quando uscì Grownass Man, disco del tuo progetto parallelo, Shouting Matches. In quell’occasione, ti dissi che avevi fatto un mezzo passo falso e che il disco era una discreta cagata. Certo, tu sei uno che anche fuori dall’egida Bon Iver di cose ne ha provate tante, e ti do atto di una straordinaria creatività . Però, quella volta, la ciambella ti è venuta senza il buco. Capita. Mi dispiace che tu te la sia presa: per me l’amicizia è anche dirsi le cose in faccia, senza filtri e con onestà. In fin dei conti, come ben sai, quando ho potuto spendere per te le mie migliori parole, l’ho sempre fatto con entusiasmo e appassionatamente, senza aspettarmi nulla in cambio... artesuono.blogspot.com/2016/09…


Ascolta il disco: album.link/s/4bJCKmpKgti10f3lt…



noblogo.org/available/bon-iver…


Bon Iver – 22, A Million (2016)


immagine

Caro Justin,è da qualche anno che non ci sentiamo, per la precisione dal 2013, quando uscì Grownass Man, disco del tuo progetto parallelo, Shouting Matches. In quell’occasione, ti dissi che avevi fatto un mezzo passo falso e che il disco era una discreta cagata. Certo, tu sei uno che anche fuori dall’egida Bon Iver di cose ne ha provate tante, e ti do atto di una straordinaria creatività . Però, quella volta, la ciambella ti è venuta senza il buco. Capita. Mi dispiace che tu te la sia presa: per me l’amicizia è anche dirsi le cose in faccia, senza filtri e con onestà. In fin dei conti, come ben sai, quando ho potuto spendere per te le mie migliori parole, l’ho sempre fatto con entusiasmo e appassionatamente, senza aspettarmi nulla in cambio... artesuono.blogspot.com/2016/09…


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Maduro catturato, diritto internazionale sequestrato.


(191)

(M1)

L’attacco #USA al #Venezuela, con la cattura di Nicolás Maduro annunciata trionfalmente da Trump come “large scale strike” contro un “narco-dittatore”, rappresenta un’escalation brutale dell’unilateralismo armato di Washington, ignorando ogni norma di sovranità e diritto internazionale.​ Raid mirati su Caracas hanno provocato esplosioni multiple, blackout diffusi e sorvoli di velivoli a bassa quota, spingendo il governo venezuelano a dichiarare lo stato di emergenza e a richiedere prove di vita del presidente e della moglie.​ Personalmente non ho mai difeso Maduro né il suo regime, ma l’azione USA non è il modo per riportare la democrazia in Venezuela: semmai ne compromette ogni possibilità.​ L’operazione non ha mandato ONU (cosa di cui a Trump non frega nulla) rené risponde a un’aggressione diretta: trasforma semplici accuse federali USA per narcotraffico (già sanzionate con una taglia da 15 milioni di dollari) in pretesto per un blitz militare extraterritoriale contro un capo di Stato in carica. Anche governi latinoamericani anti-Maduro, da Bogotá a Lima, avevano respinto l’intervento armato temendo effetti domino su migrazioni e instabilità regionale.​ La deposizione del leader non dissolve il “chavismo”, nell’apparato militare e tanto meno le milizie dei narcotrafficanti: lo scenario più probabile è frammentazione dello Stato, guerre a bassa intensità per risorse petrolifere e un nuovo esodo massiccio verso Colombia, Brasile e Caraibi. L’opposizione civile resta schiacciata tra ingerenza esterna e poteri armati locali.​ La regione reagisce con ostilità compatta: Brasile, Messico e persino Cuba denunciano un attacco alla sovranità di tutti. La Cina consoliderà crediti energetici, presentandosi come alternativa “prudente” all’impulsività USA e la Russia potrebbe offrire silo politico per i componenti del governo Maduro. Una transizione fragile sotto tutela esterna, una “balcanizzazione de facto” con gang e milizie, o un nuovo generale “filo-USA” che garantisce ordine in cambio di legittimità sono gli aspetti più probabili dopo questo attacco. In ogni caso, Washington ripete ciò che fatto inIraq e Libia, usando missili e commando per risolvere il “problema” del giorno, ma seminando un caos che non ha una data di fine.​

(M2)

Questa non è difesa della democrazia, ma imperialismo senza vergogna: bombardare un Paese, sequestrare un presidente, chiamare vittoria il disastro che segue. Un boomerang geopolitico che erode la credibilità USA più di qualsiasi propaganda chavista.​ Ma potevamo, di certo, aspettarcelo.

#Blog #USA #Venezuela #Geopolitica #Sudamerica #Opinioni


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Maduro catturato, diritto internazionale sequestrato.


(191)

(M1)

L’attacco #USA al #Venezuela, con la cattura di Nicolás Maduro annunciata trionfalmente da Trump come “large scale strike” contro un “narco-dittatore”, rappresenta un’escalation brutale dell’unilateralismo armato di Washington, ignorando ogni norma di sovranità e diritto internazionale.​ Raid mirati su Caracas hanno provocato esplosioni multiple, blackout diffusi e sorvoli di velivoli a bassa quota, spingendo il governo venezuelano a dichiarare lo stato di emergenza e a richiedere prove di vita del presidente e della moglie.​ Personalmente non ho mai difeso Maduro né il suo regime, ma l’azione USA non è il modo per riportare la democrazia in Venezuela: semmai ne compromette ogni possibilità.​ L’operazione non ha mandato ONU (cosa di cui a Trump non frega nulla) rené risponde a un’aggressione diretta: trasforma semplici accuse federali USA per narcotraffico (già sanzionate con una taglia da 15 milioni di dollari) in pretesto per un blitz militare extraterritoriale contro un capo di Stato in carica. Anche governi latinoamericani anti-Maduro, da Bogotá a Lima, avevano respinto l’intervento armato temendo effetti domino su migrazioni e instabilità regionale.​ La deposizione del leader non dissolve il “chavismo”, nell’apparato militare e tanto meno le milizie dei narcotrafficanti: lo scenario più probabile è frammentazione dello Stato, guerre a bassa intensità per risorse petrolifere e un nuovo esodo massiccio verso Colombia, Brasile e Caraibi. L’opposizione civile resta schiacciata tra ingerenza esterna e poteri armati locali.​ La regione reagisce con ostilità compatta: Brasile, Messico e persino Cuba denunciano un attacco alla sovranità di tutti. La Cina consoliderà crediti energetici, presentandosi come alternativa “prudente” all’impulsività USA e la Russia potrebbe offrire silo politico per i componenti del governo Maduro. Una transizione fragile sotto tutela esterna, una “balcanizzazione de facto” con gang e milizie, o un nuovo generale “filo-USA” che garantisce ordine in cambio di legittimità sono gli aspetti più probabili dopo questo attacco. In ogni caso, Washington ripete ciò che fatto inIraq e Libia, usando missili e commando per risolvere il “problema” del giorno, ma seminando un caos che non ha una data di fine.​

(M2)

Questa non è difesa della democrazia, ma imperialismo senza vergogna: bombardare un Paese, sequestrare un presidente, chiamare vittoria il disastro che segue. Un boomerang geopolitico che erode la credibilità USA più di qualsiasi propaganda chavista.​ Ma potevamo, di certo, aspettarcelo.

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Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” (qui)

Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com



Okkervil River – Away (2016)


immagine

Nel 1998 un ragazzo poco più che ventenne originario del New Hampshire abbandona il proprio sogno di diventare regista e fonda gli Okkervil River insieme al bassista Zach Thomas e al batterista Seth Warren. Dopo diciotto anni, tra i componenti della formazione iniziale, troviamo soltanto Will Sheff, voce, chitarra e anima della band, un giovane che si affacciava alla carriera musicale probabilmente spinto più dal caso e dall’ammirazione nutrita per il nonno T. Holmes Moore, trombettista con la passione per lo swing che ora, però, non c’è più.


Ascolta il disco: album.link/s/628S2wU2n75Iky9A8…



noblogo.org/available/okkervil…


Okkervil River – Away (2016)


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Nel 1998 un ragazzo poco più che ventenne originario del New Hampshire abbandona il proprio sogno di diventare regista e fonda gli Okkervil River insieme al bassista Zach Thomas e al batterista Seth Warren. Dopo diciotto anni, tra i componenti della formazione iniziale, troviamo soltanto Will Sheff, voce, chitarra e anima della band, un giovane che si affacciava alla carriera musicale probabilmente spinto più dal caso e dall’ammirazione nutrita per il nonno T. Holmes Moore, trombettista con la passione per lo swing che ora, però, non c’è più.


Ascolta il disco: album.link/s/628S2wU2n75Iky9A8…


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Neil Young & Promise Of The Real - Earth (2016)


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Il nuovo album del canadese, dopo The Monsanto Years, è un disco dal vivo. Si intitola Earth. Ma non è un classico disco dal vivo, almeno in parte. Ho sentito Earth usando il Pono, il marchingegno inventato da Young per sentire bene, anzi benissimo: assieme al Pono c’era una cuffia altrettanto costosa, anche bella da indossare. Purtroppo il Pono non funziona molto bene: quando l’ho ascoltato io la voce di Neil Young era lontana (a sinistra), mentre i cori erano più alti (a destra) assieme alla sua chitarra: una questione di equalizzazione, che però io non sono riuscito a mettere a posto... artesuono.blogspot.com/2016/07…


Ascolta il disco: album.link/s/4VJ7mcH16pPtK9ePt…



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Neil Young & Promise Of The Real - Earth (2016)


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Il nuovo album del canadese, dopo The Monsanto Years, è un disco dal vivo. Si intitola Earth. Ma non è un classico disco dal vivo, almeno in parte. Ho sentito Earth usando il Pono, il marchingegno inventato da Young per sentire bene, anzi benissimo: assieme al Pono c’era una cuffia altrettanto costosa, anche bella da indossare. Purtroppo il Pono non funziona molto bene: quando l’ho ascoltato io la voce di Neil Young era lontana (a sinistra), mentre i cori erano più alti (a destra) assieme alla sua chitarra: una questione di equalizzazione, che però io non sono riuscito a mettere a posto... artesuono.blogspot.com/2016/07…


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Daughter - Not To Disappear (2016)


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Sono trascorsi tre anni dall'acclamato “If You Leave” dei Daughter, trio inglese guidato dalla suadente cantante Elena Tonra. Un esordio intenso, evocativo e a suo modo sfuggente, ma soprattutto di rara catalogazione, visti i numerosi mutamenti sonori atti a delineare una formula “pop” dimessa, in perenne chiaroscuro, densa di parole trasudanti angoscia e una profonda inquietudine interiore, la stessa che accompagna la giovane Elena fin dalle sue prime apparizioni risalenti al 2010 mediante svariati demo autoprodotti ed Ep... artesuono.blogspot.com/2016/01…


Ascolta il disco: album.link/s/2vRh4R0ACSdHA5WOR…



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Daughter - Not To Disappear (2016)


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Sono trascorsi tre anni dall'acclamato “If You Leave” dei Daughter, trio inglese guidato dalla suadente cantante Elena Tonra. Un esordio intenso, evocativo e a suo modo sfuggente, ma soprattutto di rara catalogazione, visti i numerosi mutamenti sonori atti a delineare una formula “pop” dimessa, in perenne chiaroscuro, densa di parole trasudanti angoscia e una profonda inquietudine interiore, la stessa che accompagna la giovane Elena fin dalle sue prime apparizioni risalenti al 2010 mediante svariati demo autoprodotti ed Ep... artesuono.blogspot.com/2016/01…


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Le autorità italiane e rumene hanno sequestrato beni per un valore di oltre 40 milioni di euro a un individuo sospettato di essere affiliato a famiglie mafiose

Eurojust ha garantito che il congelamento avvenisse simultaneamente in entrambi i Paesi


Le indagini sull'indagato italiano, già testimone di giustizia, hanno portato alla luce i suoi legami con la famiglia Santapaola-Ercolano e il clan Cappello Bonaccorsi. L'uomo sarebbe coinvolto nel riciclaggio di beni propri e mafiosi attraverso beni acquistati a proprio nome e a nome dei suoi familiari. Licenze e negozi per scommesse e giochi online nelle province di Catania e Siracusa, in Italia, nonché criptovalute, sono stati utilizzati per riciclare ingenti profitti illeciti.

Alcuni dei beni, tra cui immobili e automobili, sono stati acquistati in Romania. Di conseguenza, le autorità italiane e rumene hanno dovuto collaborare per garantire il congelamento dei beni. Tramite #Eurojust, è stato predisposto senza indugio un certificato di congelamento. Il coordinamento di Eurojust ha consentito il congelamento simultaneo in Italia e Romania, garantendo che l'indagato o i suoi affiliati non potessero spostare alcun bene.

Il Rappresentante Nazionale per l'Italia, dott. Filippo Spiezia, e la Rappresentante Nazionale per la Romania, la dott.ssa Daniela Buruiana, hanno commentato congiuntamente il successo dell'operazione: “Per combattere efficacemente la criminalità organizzata, dobbiamo colpire i criminali dove fa più male. Solo sequestrando i loro beni, siamo in grado di smantellare le fondamenta su cui si fonda la criminalità organizzata. Questo caso merita una menzione speciale per la sua intrinseca complessità, in cui la cooperazione giudiziaria tra l'autorità giudiziaria italiana e quella rumena è stata fondamentale per garantire l'esecuzione di un provvedimento di congelamento non basato su una condanna, in vista della confisca. Abbiamo assistito a molti casi in cui i criminali trasferiscono i loro beni in tutto il mondo per passare inosservati. Una solida cooperazione giudiziaria internazionale per collegare i beni e agire è essenziale per garantire che non possano nascondersi per ottenere giustizia”.

I beni, per un valore di oltre 40 milioni di euro, includono 20 società di scommesse operanti nel settore delle scommesse, del gioco online o immobiliare; 89 immobili in Italia e Romania; 2 auto; 20 conti bancari e denaro contante.

Le azioni sono state eseguite da:

per l'Italia: Tribunale di Catania; Guardia di Finanza – Dipartimento Economico Finanziario di Catania per la Romania: Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bucarest


noblogo.org/cooperazione-inter…


Le autorità italiane e rumene hanno sequestrato beni per un valore di oltre 40...


Le autorità italiane e rumene hanno sequestrato beni per un valore di oltre 40 milioni di euro a un individuo sospettato di essere affiliato a famiglie mafiose

Eurojust ha garantito che il congelamento avvenisse simultaneamente in entrambi i Paesi


Le indagini sull'indagato italiano, già testimone di giustizia, hanno portato alla luce i suoi legami con la famiglia Santapaola-Ercolano e il clan Cappello Bonaccorsi. L'uomo sarebbe coinvolto nel riciclaggio di beni propri e mafiosi attraverso beni acquistati a proprio nome e a nome dei suoi familiari. Licenze e negozi per scommesse e giochi online nelle province di Catania e Siracusa, in Italia, nonché criptovalute, sono stati utilizzati per riciclare ingenti profitti illeciti.

Alcuni dei beni, tra cui immobili e automobili, sono stati acquistati in Romania. Di conseguenza, le autorità italiane e rumene hanno dovuto collaborare per garantire il congelamento dei beni. Tramite #Eurojust, è stato predisposto senza indugio un certificato di congelamento. Il coordinamento di Eurojust ha consentito il congelamento simultaneo in Italia e Romania, garantendo che l'indagato o i suoi affiliati non potessero spostare alcun bene.

Il Rappresentante Nazionale per l'Italia, dott. Filippo Spiezia, e la Rappresentante Nazionale per la Romania, la dott.ssa Daniela Buruiana, hanno commentato congiuntamente il successo dell'operazione: “Per combattere efficacemente la criminalità organizzata, dobbiamo colpire i criminali dove fa più male. Solo sequestrando i loro beni, siamo in grado di smantellare le fondamenta su cui si fonda la criminalità organizzata. Questo caso merita una menzione speciale per la sua intrinseca complessità, in cui la cooperazione giudiziaria tra l'autorità giudiziaria italiana e quella rumena è stata fondamentale per garantire l'esecuzione di un provvedimento di congelamento non basato su una condanna, in vista della confisca. Abbiamo assistito a molti casi in cui i criminali trasferiscono i loro beni in tutto il mondo per passare inosservati. Una solida cooperazione giudiziaria internazionale per collegare i beni e agire è essenziale per garantire che non possano nascondersi per ottenere giustizia”.

I beni, per un valore di oltre 40 milioni di euro, includono 20 società di scommesse operanti nel settore delle scommesse, del gioco online o immobiliare; 89 immobili in Italia e Romania; 2 auto; 20 conti bancari e denaro contante.

Le azioni sono state eseguite da:

per l'Italia: Tribunale di Catania; Guardia di Finanza – Dipartimento Economico Finanziario di Catania per la Romania: Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bucarest


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Il ricordo di Ciccio l'africano nel decennio della sua morte

Nel 2026 saranno passati dieci anni dalla morte di “Ciccio l’africano”, deceduto il 22 agosto 2016 all’età di 89 anni. Morì dopo una lunga malattia Francesco Parisi, costruttore e imprenditore edile che contribuì allo sviluppo della Rhodesia.

Conosciuto come “Ciccio l’africano”, dopo aver vissuto 30 anni in Africa tornó nella sua Calvi Risorta, a Petrulo, dove è rimasto fino alla fine, circondato dall'affetto dei suoi cari. Giovanissimo, partì per il Mozambico durante il servizio militare di leva; nel dopoguerra si trasferì nella vicina Rhodesia. Nel 1964 col dissolvimento della Rhodesia del Nord, restò nel nuovo stato Zambia fino agli inizi degli anni ’70, quando tornò in Italia perchè a seguito di una fase di stagnazione si affermarono regimi dittatoriali che cacciarono l'etnia bianca. Lo Zambia affrontò difficoltà nei rapporti con i paesi confinanti, in particolare con lo Zimbabwe e la Namibia, allora amministrata dal governo bianco del Sudafrica. Prima di ciò, tuttavia, furono realizzate importanti infrastrutture: arterie stradali, viadotti e opere pubbliche. Francesco Parisi allestì una fabbrica di calcestruzzo, grazie alla quale furono costruite le principali arterie stradali che ancora oggi collegano il Mozambico e lo Zimbabwe con il Sudafrica. Spesso tornava in Italia, e molti caleni si trasferirono temporaneamente in Africa per lavorare con lui.

Rientrato definitivamente in patria, costruì una villa a Petrulo in stile coloniale dove ha vissuto fino alla morte, avvenuta nell'agosto del 2016. Appassionato di poesia, si dedicò alla lettura e alla cura della famiglia. Faceva spesso la spola tra Calvi Risorta e Caserta, dove risiedeva una figlia. Negli ultimi anni di vita una malattia lo costrinse a vivere a letto.

Il parroco che celebrò i funerali nella chiesa patronale di San Nicandro, don Vittorio Monaco lo ricorda: «Quando era giovane, era consuetudine contadina recarsi al tramonto in chiesa a ringraziare il Signore per la giornata trascorsa. Ogni famiglia mandava un proprio componente ad assolvere tale funzione, e Ciccio era sempre presente in chiesa al calar del sole, al Vespro».


noblogo.org/caserta24ore/bil-r…


Buon anno?


(190)

(Ba1)

Il 2026 si annuncia come l’ennesimo “anno di transizione”: crescita anemica, guerre ibernate, ma non sepolte, e un’ #Italia che fluttua sopra lo zero mentre sotto si ammucchia la solita zavorra di poveri, lavoratori malpagati e slogan governativi che invecchiano male. È il “Si va avanti” di chi non sa dove, ma finge sicurezza nei grafici da proiettare nelle convention.​

L’economia mondiale crescerà quel tanto che basta a non crollare (intorno al 3%) e troppo poco per curare le ferite di pandemie, inflazione e dazi trumpiani. Il commercio si frantuma in blocchi ostili, sanzioni e protezionismi, mentre il multilateralismo è ridotto a un cerimoniale per diplomatici annoiati. Banche centrali come ultima diga, governi come giocolieri di emergenze e benvenuti nella normalità post-eroica.​

In #Ucraina sarà logoramento puro. Guerra a lume di candela, fronti che strisciano di un chilometro alla volta, mentre Mosca celebra “avanzate storiche.” La Russia pompa un’economia di guerra che non implode, ma divora futuro, riversando acciaio e uomini in un tritacarne senza sbocco, aggrappata a petrolio scontato per #Pechino e #Delhi. Sul campo un congelamento che fissa confini illegali, o guerra eterna che avvelena l’Europa, gonfiando sovranisti e svuotando il portafoglio #Ue.​

(Ba2)

A #Gaza c’è un “cessate il fuoco” da teatro dell’assurdo. Pausa tra un raid e l’altro, non pace. L’accordo 2025 ha domato i picchi di mattanza, ma la Striscia è un pantano di tensioni, con #Hamas in bilico, ostaggi come pedine e mediatori (USA, Qatar, Egitto) che cuciono stracci su governi ballerini. Israele tergiversa sulla fase due, la “sicurezza” è come un jolly eterno, mentre l’Europa versa aiuti umanitari e zero politica seria (campioni di bon ton, ma un nulla di influenza.) Risultato: radicalismo arabo che ribolle, #ONU irrilevante e un Medio Oriente che ride di noi.​

In #Italia la crescita sarà all’1% sulla carta, abbastanza per scansare “recessione”, zero per sfamare i poveri. Domanda interna come una stampella sghemba, export zavorrato da un mondo fiacco; debito al soffitto, politica che danza sul filo tra Bruxelles e balconi di palazzo. Bonus a getto continuo, riforme come miraggi: il circo del #GovernoMeloni, dove “stabilità” significa rinviare il conto alle prossime generazioni.​ 5,7 milioni di poveri, altri milioni sul baratro. Sud e giovani come vittime predestinate, working poor a dimostrare che sudare non paga più.

I numeri del lavoro sono in verde (occupazione su, disoccupazione giù), la realtà in rosso. Salari da fame, precarietà endemica, donne relegate a “ruolo familiare” mentre il paese perde metà motore. Una polarizzazione da caricatura: élite export-oriented contro massa di camerieri e rider.​ La demografia che implode, produttività da Paleolitico, la “Pubblica amministrazione” che ingoia il PNRR come un buco nero. Giovani che emigrano, vecchi che comprano bonus pensionistici: roba da barzelletta europea. I vincoli Ue da una parte, rabbia popolare dall’altra.

Si promette la luna (meno tasse, più tutto), si consegna la polvere (tagli mimetizzati, like su “TikTok”.) Riforme annunciate 72 o più, eseguite zero.​

In un mondo di guerre “gestite” e economie zoppicanti, il 2026 per l’Italia è al sequel dal titolo prevedibile: “Ce la caveremo anche stavolta”. Peccato che milioni di cittadini, inchiodati nella “povertà assoluta” che è mera sopravvivenza, non ridano più della trama.

#Blog #Mondo #Economia #Politica #Italia #Opinioni


noblogo.org/transit/buon-anno


Buon anno?


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(Ba1)

Il 2026 si annuncia come l’ennesimo “anno di transizione”: crescita anemica, guerre ibernate, ma non sepolte, e un’ #Italia che fluttua sopra lo zero mentre sotto si ammucchia la solita zavorra di poveri, lavoratori malpagati e slogan governativi che invecchiano male. È il “Si va avanti” di chi non sa dove, ma finge sicurezza nei grafici da proiettare nelle convention.​

L’economia mondiale crescerà quel tanto che basta a non crollare (intorno al 3%) e troppo poco per curare le ferite di pandemie, inflazione e dazi trumpiani. Il commercio si frantuma in blocchi ostili, sanzioni e protezionismi, mentre il multilateralismo è ridotto a un cerimoniale per diplomatici annoiati. Banche centrali come ultima diga, governi come giocolieri di emergenze e benvenuti nella normalità post-eroica.​

In #Ucraina sarà logoramento puro. Guerra a lume di candela, fronti che strisciano di un chilometro alla volta, mentre Mosca celebra “avanzate storiche.” La Russia pompa un’economia di guerra che non implode, ma divora futuro, riversando acciaio e uomini in un tritacarne senza sbocco, aggrappata a petrolio scontato per #Pechino e #Delhi. Sul campo un congelamento che fissa confini illegali, o guerra eterna che avvelena l’Europa, gonfiando sovranisti e svuotando il portafoglio #Ue.​

(Ba2)

A #Gaza c’è un “cessate il fuoco” da teatro dell’assurdo. Pausa tra un raid e l’altro, non pace. L’accordo 2025 ha domato i picchi di mattanza, ma la Striscia è un pantano di tensioni, con #Hamas in bilico, ostaggi come pedine e mediatori (USA, Qatar, Egitto) che cuciono stracci su governi ballerini. Israele tergiversa sulla fase due, la “sicurezza” è come un jolly eterno, mentre l’Europa versa aiuti umanitari e zero politica seria (campioni di bon ton, ma un nulla di influenza.) Risultato: radicalismo arabo che ribolle, #ONU irrilevante e un Medio Oriente che ride di noi.​

In #Italia la crescita sarà all’1% sulla carta, abbastanza per scansare “recessione”, zero per sfamare i poveri. Domanda interna come una stampella sghemba, export zavorrato da un mondo fiacco; debito al soffitto, politica che danza sul filo tra Bruxelles e balconi di palazzo. Bonus a getto continuo, riforme come miraggi: il circo del #GovernoMeloni, dove “stabilità” significa rinviare il conto alle prossime generazioni.​ 5,7 milioni di poveri, altri milioni sul baratro. Sud e giovani come vittime predestinate, working poor a dimostrare che sudare non paga più.

I numeri del lavoro sono in verde (occupazione su, disoccupazione giù), la realtà in rosso. Salari da fame, precarietà endemica, donne relegate a “ruolo familiare” mentre il paese perde metà motore. Una polarizzazione da caricatura: élite export-oriented contro massa di camerieri e rider.​ La demografia che implode, produttività da Paleolitico, la “Pubblica amministrazione” che ingoia il PNRR come un buco nero. Giovani che emigrano, vecchi che comprano bonus pensionistici: roba da barzelletta europea. I vincoli Ue da una parte, rabbia popolare dall’altra.

Si promette la luna (meno tasse, più tutto), si consegna la polvere (tagli mimetizzati, like su “TikTok”.) Riforme annunciate 72 o più, eseguite zero.​

In un mondo di guerre “gestite” e economie zoppicanti, il 2026 per l’Italia è al sequel dal titolo prevedibile: “Ce la caveremo anche stavolta”. Peccato che milioni di cittadini, inchiodati nella “povertà assoluta” che è mera sopravvivenza, non ridano più della trama.

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Mastodon: @alda7069@mastodon.unoTelegram: t.me/transitblogFriendica: @danmatt@poliverso.orgBlue Sky: bsky.app/profile/mattiolidanie…Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): bio.site/danielemattioli

Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” (qui)

Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com



Woody Guthrie — Dust Bowl Ballads (1940)


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Strade polverose di un’America inquieta e povera. Lo spirito dell’hobo con tutta la sua filosofia popolare sempre alla ricerca della giustizia sociale.

Le canzoni di Woody Guthrie, classe 1912, sono il viaggio di un emarginato attraverso i drammi della Grande depressione e le rivolte del Midwest. Sono l’eco di un grido sofferto, una ribellione verso quello sviluppo sociale alienante e alienato, così inumano da accantonare e lasciare al proprio destino chi non vale perché non serve... silvanobottaro.it/archives/398…


Ascolta il disco: album.link/s/3DNbNDMcZhfVGd0La…



noblogo.org/available/woody-gu…


Woody Guthrie — Dust Bowl Ballads (1940)


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Strade polverose di un’America inquieta e povera. Lo spirito dell’hobo con tutta la sua filosofia popolare sempre alla ricerca della giustizia sociale.

Le canzoni di Woody Guthrie, classe 1912, sono il viaggio di un emarginato attraverso i drammi della Grande depressione e le rivolte del Midwest. Sono l’eco di un grido sofferto, una ribellione verso quello sviluppo sociale alienante e alienato, così inumano da accantonare e lasciare al proprio destino chi non vale perché non serve... silvanobottaro.it/archives/398…


Ascolta il disco: album.link/s/3DNbNDMcZhfVGd0La…


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Preghiera alla Beata Chiara "Luce" Badano



O Beata Chiara Luce, che ci hai mostrato come si ama veramente Gesù Abbandonato, tu che ci hai salutato con un “Ciao”, segno che non te ne sei mai andata dalle nostre vite, aiutaci ad affrontare le piccole e le grandi sofferenze della nostra vita terrena, prendici per mano quando il dolore ci sta portando lontano da Gesù, fa che la tua presenza viva ci ricordi ogni giorno che un sorriso porta luce e gioia, come tu l’hai portata nel cuore di chi ti vuole bene.
Regalaci la tua benedizione e aiutaci a vedere il volto di Gesù.

Amen


log.livellosegreto.it/parrocch…


Alejandro Escovedo - Burn Something Beautiful (2016)


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Diavolo di un Alejandro! Ancora una volta salito in cattedra, Alejandro Escovedo dispensa una delle migliori lezioni rock'n'roll della stagione, e ci troviamo così a tessere le immancabili lodi di un autore mai troppo considerato, un punto fermo di quella classicità rock che sta diventando sempre più merce rara di questi tempi. Tutto ciò avviene quando meno te lo aspetti: al termine di un percorso di rinascita artistica e umana che nella trilogia elettrica concepita con il produttore Tony Visconti sembrava ormai avere detto tutto, toccando punte di ispirazione notevoli in Street Songs of Love e abbandonandosi divertito nella sarabanda di Big Station. Burn Something Beautiful è qualcosa di più e di meglio, forse sarebbe giusto dire di definitivo, nella descrizione dell'autore... artesuono.blogspot.com/2016/12…


Ascolta il disco: album.link/s/6qzXtdeIuZ7oUPc28…



noblogo.org/available/alejandr…


Alejandro Escovedo - Burn Something Beautiful (2016)


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Diavolo di un Alejandro! Ancora una volta salito in cattedra, Alejandro Escovedo dispensa una delle migliori lezioni rock'n'roll della stagione, e ci troviamo così a tessere le immancabili lodi di un autore mai troppo considerato, un punto fermo di quella classicità rock che sta diventando sempre più merce rara di questi tempi. Tutto ciò avviene quando meno te lo aspetti: al termine di un percorso di rinascita artistica e umana che nella trilogia elettrica concepita con il produttore Tony Visconti sembrava ormai avere detto tutto, toccando punte di ispirazione notevoli in Street Songs of Love e abbandonandosi divertito nella sarabanda di Big Station. Burn Something Beautiful è qualcosa di più e di meglio, forse sarebbe giusto dire di definitivo, nella descrizione dell'autore... artesuono.blogspot.com/2016/12…


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Joseph Arthur - The Family (2016)


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C’era una volta un pianoforte. Uno Steinway Vertegrand del 1912, nobile e austero come quello che troneggiava negli studi di Abbey Road. Per un secolo è appartenuto alla stessa famiglia, in una villa da qualche parte nel Connecticut. Joseph Arthur l'ha comprato da un restauratore di Brooklyn, l'ha fatto portare nel suo studio, l'ha salvato dagli allagamenti quando l'uragano Sandy si è abbattuto su New York. E appena si è messo a suonarlo, le canzoni di “The Family” hanno cominciato a sgorgare come un torrente in piena... artesuono.blogspot.com/2016/06…


Ascolta il disco: album.link/s/4nYmAbfFuh1xvJMtb…



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Joseph Arthur - The Family (2016)


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C’era una volta un pianoforte. Uno Steinway Vertegrand del 1912, nobile e austero come quello che troneggiava negli studi di Abbey Road. Per un secolo è appartenuto alla stessa famiglia, in una villa da qualche parte nel Connecticut. Joseph Arthur l'ha comprato da un restauratore di Brooklyn, l'ha fatto portare nel suo studio, l'ha salvato dagli allagamenti quando l'uragano Sandy si è abbattuto su New York. E appena si è messo a suonarlo, le canzoni di “The Family” hanno cominciato a sgorgare come un torrente in piena... artesuono.blogspot.com/2016/06…


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Forgejo Runner


Forgejo

Che cos'è Forgejo Runner


Se usi #forgejo e desideri automatizzare i processi di sviluppo, Forgejo Runner è uno strumento che non puoi perderti.

Se, invece, non sai cos'è #forgejo, clicca sulla parola e leggi l'articolo che avevo pubblicato qui sul blog.

Definizione


Forgejo Runner è un sistema di automazione che esegue compiti in background quando accadono determinati eventi nel tuo repository. In altre parole, ti permette di automatizzare il flusso di lavoro del tuo progetto senza intervento manuale.

Come funziona


Quando effettui un push, apri una pull request, o altro ancora, Forgejo Runner può automaticamente:

  • Eseguire test del codice
  • Compilare il progetto
  • Distribuire l'applicazione
  • Generare documentazione
  • Eseguire controlli di qualità

Il tutto accade in automatico dietro le quinte, senza che tu debba fare nulla.

Perché è utile


Immagina di dover controllare manualmente che il tuo codice non abbia errori ogni volta che lo carichi. Sarebbe noioso, vero? Forgejo Runner elimina questo problema. Puoi definire una volta le regole che desideri applicare, e il sistema le seguirà automaticamente per ogni nuovo commit.

Questo significa codice più pulito, meno errori e molto meno lavoro manuale.

Un esempio pratico


Vogliamo che che ogni volta che qualcuno contribuisce al progetto, il codice venga testato automaticamente. Con Forgejo Runner, puoi impostare una regola che dice: “Quando ricevi un nuovo push, esegui i test”. Se i test falliscono, riceverai una notifica. Se passano, tutto procede normalmente.

Forgejo Runner e Docker


Una delle migliori pratiche è eseguire i compiti dentro container Docker. Questo è diventato, ormai, lo standard di fatto nel settore.

Utilizzare Docker con Forgejo Runner offre numerosi vantaggi: isolamento completo tra i vari compiti (un test non interferisce con un altro), ambienti di esecuzione riproducibili e coerenti, e la certezza che il codice funzionerà allo stesso modo sia sulla tua macchina che sui server di produzione.

In pratica, invece di eseguire i compiti direttamente sul sistema operativo host, Forgejo Runner li avvia all'interno di container Docker preconfigurati. Questo significa che puoi definire esattamente quali dipendenze, librerie e versioni delle applicazioni servono per i tuoi test o per la compilazione, senza doverti preoccupare di conflitti con altre configurazioni.

Pratica


Premesso quanto detto sopra, eseguire il nostro workflow in un container docker ci permette di avere un alto livello di sicurezza, sopratutto in un server condiviso. Per rendere semplice l'esecuzione, ho pensato di realizzare un file docker compose (e un .env) con tutto il necessario: registrazione, aggiornamento automatico e avvio automatico. Trovate il codice di questo mini progetto qui (ovviemente sempre ospitato su forgejo).

Configurazione


Per prima cosa assicuratevi che la vostra istanza di forgejo abbia le action abilitate (altrimenti non vedrete la voce del menù). Per poter aggiungere un runner al vostro workflow, sarà necessario generare un token. Andate su Forgejo Admin Panel → Runner (o Runners)(in alternativa potete aggiungere il runner al singolo progetto git)

Seguite le istruzioni presenti nel link sopra, compilando le varibili (file .env) con i vostri parametri, e lanciate (docker compose up) il vostro container. Se tutto ha funzionato, vedrete il runner attivo nella schermata web di forgejo.

Adesso passiamo ad utilizzarlo.

Utilizzo


Vedi documentazione al link: forgejo.org/docs/latest/user/a…

Crea il file forgejo/workflows/test.yml

Esempio di workflow


forgejo/workflows/test.yml

name: Test Workflow
run-name: Eseguito da ${{ forgejo.actor }}
on: [push]

jobs:
  test-job:
    # Qui specifichi su quale runner deve girare il job
    # Deve corrispondere a una delle etichette in RUNNER_LABELS
    runs-on: docker 
    steps:
      - name: Stampa un messaggio
        run: echo "Ciao mondo! Questo job sta girando sul mio runner Docker."

      - name: Mostra informazioni sul sistema
        run: |
          echo "Utente corrente: $(whoami)"
          echo "Directory corrente: $(pwd)"
          uname -a

Conclusione


Forgejo Runner è essenzialmente un assistente che automatizza i compiti ripetitivi nel tuo flusso di lavoro di sviluppo. È perfetto se desideri risparmiare tempo, ridurre errori umani e mantenere la qualità del tuo codice consistente nel tempo.

Se stai già usando Forgejo, integrarvi Forgejo Runner (preferibilmente con Docker) potrebbe aiutarti ad incrementare la produttività grazie alle automazioni.

Seguimi su mastodon: @

Articolo pubblicato con licenza CC BY-NC-SA


blog.agostinelli.eu/forgejo-ru…


Forgejo Runner


Che cos'è Forgejo Runner


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Definizione


Forgejo Runner è un sistema di automazione che esegue compiti in background quando accadono determinati eventi nel tuo repository. In altre parole, ti permette di automatizzare il flusso di lavoro del tuo progetto senza intervento manuale.

Come funziona


Quando effettui un push, apri una pull request, o altro ancora, Forgejo Runner può automaticamente:

  • Eseguire test del codice
  • Compilare il progetto
  • Distribuire l'applicazione
  • Generare documentazione
  • Eseguire controlli di qualità

Il tutto accade in automatico dietro le quinte, senza che tu debba fare nulla.

Perché è utile


Immagina di dover controllare manualmente che il tuo codice non abbia errori ogni volta che lo carichi. Sarebbe noioso, vero? Forgejo Runner elimina questo problema. Puoi definire una volta le regole che desideri applicare, e il sistema le seguirà automaticamente per ogni nuovo commit.

Questo significa codice più pulito, meno errori e molto meno lavoro manuale.

Un esempio pratico


Vogliamo che che ogni volta che qualcuno contribuisce al progetto, il codice venga testato automaticamente. Con Forgejo Runner, puoi impostare una regola che dice: “Quando ricevi un nuovo push, esegui i test”. Se i test falliscono, riceverai una notifica. Se passano, tutto procede normalmente.

Forgejo Runner e Docker


Una delle migliori pratiche è eseguire i compiti dentro container Docker. Questo è diventato, ormai, lo standard di fatto nel settore.

Utilizzare Docker con Forgejo Runner offre numerosi vantaggi: isolamento completo tra i vari compiti (un test non interferisce con un altro), ambienti di esecuzione riproducibili e coerenti, e la certezza che il codice funzionerà allo stesso modo sia sulla tua macchina che sui server di produzione.

In pratica, invece di eseguire i compiti direttamente sul sistema operativo host, Forgejo Runner li avvia all'interno di container Docker preconfigurati. Questo significa che puoi definire esattamente quali dipendenze, librerie e versioni delle applicazioni servono per i tuoi test o per la compilazione, senza doverti preoccupare di conflitti con altre configurazioni.

Pratica


Premesso quanto detto sopra, eseguire il nostro workflow in un container docker ci permette di avere un alto livello di sicurezza, sopratutto in un server condiviso. Per rendere semplice l'esecuzione, ho pensato di realizzare un file docker compose (e un .env) con tutto il necessario: registrazione, aggiornamento automatico e avvio automatico. Trovate il codice di questo mini progetto qui (ovviemente sempre ospitato su forgejo).

Configurazione


Per prima cosa assicuratevi che la vostra istanza di forgejo abbia le action abilitate (altrimenti non vedrete la voce del menù). Per poter aggiungere un runner al vostro workflow, sarà necessario generare un token. Andate su Forgejo Admin Panel → Runner (o Runners)(in alternativa potete aggiungere il runner al singolo progetto git)

Seguite le istruzioni presenti nel link sopra, compilando le varibili (file .env) con i vostri parametri, e lanciate (docker compose up) il vostro container. Se tutto ha funzionato, vedrete il runner attivo nella schermata web di forgejo.

Adesso passiamo ad utilizzarlo.

Utilizzo


Vedi documentazione al link: forgejo.org/docs/latest/user/a…

Crea il file forgejo/workflows/test.yml

Esempio di workflow


forgejo/workflows/test.yml

name: Test Workflow
run-name: Eseguito da ${{ forgejo.actor }}
on: [push]

jobs:
  test-job:
    # Qui specifichi su quale runner deve girare il job
    # Deve corrispondere a una delle etichette in RUNNER_LABELS
    runs-on: docker 
    steps:
      - name: Stampa un messaggio
        run: echo "Ciao mondo! Questo job sta girando sul mio runner Docker."

      - name: Mostra informazioni sul sistema
        run: |
          echo "Utente corrente: $(whoami)"
          echo "Directory corrente: $(pwd)"
          uname -a

Conclusione


Forgejo Runner è essenzialmente un assistente che automatizza i compiti ripetitivi nel tuo flusso di lavoro di sviluppo. È perfetto se desideri risparmiare tempo, ridurre errori umani e mantenere la qualità del tuo codice consistente nel tempo.

Se stai già usando Forgejo, integrarvi Forgejo Runner (preferibilmente con Docker) potrebbe aiutarti ad incrementare la produttività grazie alle automazioni.



Liberare l’uomo dal ricatto del lavoro è la più grande rivoluzione dell’umanità contemporanea

Dagli albori della Storia del mondo, il lavoro è stato considerato una punizione. Adamo ed Eva furono condannati a lavorare sulla Terra per aver disobbedito. Nella Genesi si legge: “Perciò l’Eterno Iddio mandò via l’uomo dal giardino d’Eden, perché lavorasse la terra donde era stato tratto”. Adamo ed Eva sicuramente non sono mai esistiti, ma vero è il contenuto della loro storia. Lo è per il semplice fatto che qualcuno si è posto il problema del concetto di lavoro come punizione, fatica. E l’ha tramandato!

Probabilmente sin dai tempi della comparsa dell’homo sapiens, il genere umano è riuscito a sostenersi perché c'erano risorse, intelligenza e cooperazione. Con l’intelligenza l’uomo ha sempre escogitato strumenti ed è sempre andato alla ricerca di scoperte che rendessero la vita meno faticosa. Non si sa quali vicende siano accadute agli uomini di quel tempo, di sicuro qualcosa di importante, che ha introdotto nell’uomo il concetto che ci portiamo dietro da millenni: la fatica del lavoro, la possibilità di far lavorare altri, la schiavitù e lo sfruttamento.

Anni dopo la presunta cacciata dell’uomo dal giardino d’Eden, vediamo gli schiavi impegnati a lavorare faticosamente nella costruzione delle Piramidi proprio nei pressi di quei territori dove per la Genesi tutto ha avuto inizio.

Si sono poi susseguiti anni ed anni di divisioni sociale e sempre c’era chi lavorava e chi traeva il frutto del lavoro semplicemente controllando il lavoro degli altri. Prima degli schiavi, poi dei braccianti quando la schiavitù fu abolita, in epoca industriale degli operai e ai giorni nostri dei lavoratori precari, cioè di tutte quelle persone costrette a lavorare per vivere.

Viviamo oggi in un’epoca post industriale dove l’automazione ha raggiunto una tecnologia tale che il lavoro è in esubero un po’ in tutti i settori e chi controlla i mezzi di produzione ha il controllo di tutti. Il costo del lavoro non più pagato ai lavoratori è andato a finire negli ultimi decenni nelle borse delle strutture che controllano i mercati finanziari globali come multinazionali e gruppi di pressione politica transnazionali. Queste strutture, speculando su crisi e con il controllo delle politiche monetarie, hanno impoverito gradualmente i lavoratori ai quali non sono più garantiti in nessun posto nel mondo il diritto a curarsi, all’istruzione, alla vecchiaia.

Ecco perché il reddito di base universale svincolato dal concetto di lavoro è la più grande rivoluzione dell’umanità contemporanea dei paesi civili. Lo è sopratutto nei contesti dove il voto non è libero.

Il voto in Italia non è libero per vari fattori, tra i quali l’influenza soffocante delle mafie politiche. La politica nell’ultimo quarto di secolo ha fatto proprio il sistema mafioso. Storicamente chi governa ha sempre usato bande criminali per conservare il potere. Dai tempi dei briganti, del banditismo fino ai patti della Mafia siciliana negli anni ‘90 dello scorso secolo. Ma nel ventennio del nuovo Millennio la politica sembra essere diventata essa stessa mafia. Tentativi di ridimensionare il sistema mafioso italiano, disorganizzando la criminalità al fine di poterla controllare, sono stati fatti, ma il risultato ottenuto è quello del consolidamento di potentati politici diventati clan trasversali ai partiti.

Le Mafie oggi, come la politica, si basano sul consenso sociale piuttosto che sulla paura. Per avere consenso su una società sempre più povera si dà ai poveri un po’ di reddito sotto forma di elargizione, regalie, privilegio rispetto ad altri poveri. Ecco così che il reddito di cittadinanza, che pure era diventato una forma di elargizione o una sorta di voto di scambio ai 5 stelle, torna a essere pensione di invalidità, piccola regalia, bonus sociale, contribuzione di stato.

In questo contesto, sguazzano avvocati, patronati, mediatori, facilitatori e chi ha realmente bisogno dei sussidi non riesce ad accedervi e viene lasciato solo.

L’alternanza di clan politici a governare, incentrata sugli interessi di una minoranza dominante, ricatta la maggioranza della popolazione, svantaggiata da condizioni sociali indotte proprio da questa minoranza.

Questa alternanza ha eroso il rapporto politico sociale ottenuto in mezzo secolo di rivendicazioni sociali e ha rimodellato, grazie al controllo, le relazioni politico sociali, per consolidare un rapporto di subalternità sulla cittadinanza lavoratrice.

La ricattabilità su chi versa in condizioni sociali di dipendenza è garanzia di subordinazione!

Gli organismi preposti alla tutela del lavoro sono stati spinti a diventare associazione di iscritti, fornitori essenzialmente di servizi, al posto di ruolo di organizzatore del conflitto con chi detiene i mezzi di produzione e il padronato, così liberi di sfruttare il bisogno di lavoro per accumulare profitti.

Gli equilibri geopolitici mondiali degli Stati dominanti spingono a determinare condizioni di vita della popolazione al di sotto dei livelli di sussistenza. Questi Stati sostengono i propri interessi militarmente oppure con la propria capacità di ricatto economico-politico.

Le conseguenti emigrazioni rendono più confacente la realizzazione di livelli di sfruttamento profittevoli globali.

Storicamente il conflitto tra classi sociali economicamente distanti, è stato governato con l'intervento dello Stato nell'economia intensificando l'intervento alla bisogna, stabilizzando ogni paese economicamente avanzato e sfruttando quelli del cosidetto Terzo Mondo.

La presenza stabile di forze armate dei paesi dominanti nei paesi dominati ha garantito il funzionamento di questo sistema fino al primo ventennio del nuovo Millannio, quando il controllo sociale di massa ha svuotato le istanze di autonomia delle classi economicamente svantaggiate depotenziandone le rivendicazioni e spezzando la mediazione politica. Il rischio che stiamo correndo in questi anni è che venendo meno gli equilibri politici consolidati, avanzano movimenti, partiti qualunquisti, personalistici controllati da chi detiene i mezzi i produzione e forti capitali.

La frattura tra la classe politica dominante e le classi popolari con conseguente mobilitazione non controllata di queste ultime mina gli equilibri politici generali esistenti.

Viviamo in un periodo storico di rimodulazione dei rapporti tra potenze vecchie, in ascesa e in declino.

Il sistema economico globale sta percorrendo nuove strade di sfruttamento per mantenere intatto il processo di accumulazione dei fondi capitali. In questo contesto il ruolo delle classi subalterne fatte di precari, di lavoratori in nero, di pensionati con misera pensione, di contadini potrebbe essere quello di riprendere in mano il proprio destino visto che le classi dirigenti si stanno dimostrando di non essere in grado di gestire i grandi cambiamenti di questa nostra epoca.


noblogo.org/caserta24ore/blibe…


In Cina arrivano i robot-poliziotto ed i poliziotti veri si dotano di occhiali smart


yewtu.be/watch?v=vvDyxYAQiyQ

La città di Hangzhou ha introdotto Hangxing No. 1, un robot poliziotto alto 1,8 metri, progettato per gestire il traffico in uno dei crocevia più affollati della città, all'incrocio tra Binsheng Road e Changhe Road nel distretto di Binjiang.

Il robot è in grado di controllare il traffico, rilevare infrazioni e avvisare verbalmente i trasgressori. Dotato di telecamere ad alta definizione e sensori avanzati, può emettere un fischio e si integra direttamente con i semafori per sincronizzare i segnali di stop e via.

Attualmente, è in grado di individuare ciclisti senza casco, pedoni che attraversano fuori dalle strisce pedonali e altre violazioni stradali. Le autorità locali hanno chiarito che il robot non sostituirà i poliziotti umani, ma li supporterà. In futuro, sarà equipaggiato con un modello di linguaggio avanzato (LLM) per fornire indicazioni più dettagliate e interagire con i cittadini.

Hangxing No. 1 fa parte di una serie di progetti simili in Cina: a Shenzhen, il modello PM01 di EngineAI assiste già gli agenti, mentre a Wenzhou è attivo il robot sferico RT-G. Anche Chengdu ha adottato un robot umanoide per la gestione del traffico a partire da giugno.

L’evoluzione di questi sistemi è rapida: basti pensare al modello AnBot, operativo all’aeroporto di Shenzhen dal 2016, che oggi appare quasi obsoleto rispetto alle nuove soluzioni come Hangxing No. 1, che combinano robotica avanzata e intelligenza artificiale per una gestione del traffico urbano più sicura e tecnologica.

Intanto, a Changsha, nella provincia dell’Hunan, la polizia stradale ha avviato l’uso di occhiali intelligenti basati sull’intelligenza artificiale per identificare veicoli e conducenti in tempo reale, riducendo drasticamente i tempi delle verifiche.

L’annuncio ufficiale, diffuso il 13 dicembre dal dipartimento di gestione del traffico del Changsha Municipal Public Security Bureau, sottolinea che i dispositivi, sebbene esteticamente simili a occhiali normali, offrono un notevole vantaggio operativo. Leggeri e compatti, consentono agli agenti di indossarli per interi turni senza disagi. Non appena un veicolo passa davanti all’agente, le informazioni principali vengono visualizzate direttamente su uno schermo integrato in pochi secondi, senza la necessità di fermarsi o consultare dispositivi esterni.

Il sistema si basa su una fotocamera grandangolare da 12 megapixel, supportata da un algoritmo di stabilizzazione predittiva delle immagini, che garantisce riprese nitide anche in movimento o in condizioni di traffico intenso. Con un’autonomia dichiarata di otto ore, i dispositivi coprono interamente un turno di servizio. Uno dei punti chiave è il riconoscimento automatico delle targhe, che funziona anche offline e raggiunge un’accuratezza superiore al 99%, con tempi di risposta inferiori al secondo. Gli occhiali sono progettati per operare efficacemente sia di giorno che di notte, adattandosi a diverse condizioni di illuminazione.

Una volta identificato il veicolo, il dispositivo si collega in tempo reale ai database della pubblica sicurezza, permettendo all’agente di visualizzare immediatamente dati come la registrazione del mezzo, lo stato delle revisioni, eventuali infrazioni o segnalazioni precedenti. Tutto avviene senza contatto diretto con il conducente, riducendo la necessità di fermare i veicoli per controlli di routine.

Le funzionalità non si limitano al riconoscimento delle targhe: gli occhiali supportano anche il riconoscimento facciale, la traduzione vocale in tempo reale in oltre dieci lingue e la registrazione video sul posto, utile per la documentazione degli interventi e per eventuali verifiche successive. Questi strumenti sono pensati per semplificare il lavoro degli agenti e aumentare la sicurezza durante le operazioni su strada. Secondo le autorità di Changsha, i tempi di ispezione di una singola corsia sono scesi da circa 30 secondi a uno o due secondi, riducendo il carico di lavoro manuale, l’affaticamento degli operatori e rendendo i controlli più rapidi e meno invasivi per gli automobilisti.


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In Cina arrivano i robot-poliziotto ed i poliziotti veri si dotano di occhiali...


In Cina arrivano i robot-poliziotto ed i poliziotti veri si dotano di occhiali smart


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La città di Hangzhou ha introdotto Hangxing No. 1, un robot poliziotto alto 1,8 metri, progettato per gestire il traffico in uno dei crocevia più affollati della città, all'incrocio tra Binsheng Road e Changhe Road nel distretto di Binjiang.

Il robot è in grado di controllare il traffico, rilevare infrazioni e avvisare verbalmente i trasgressori. Dotato di telecamere ad alta definizione e sensori avanzati, può emettere un fischio e si integra direttamente con i semafori per sincronizzare i segnali di stop e via.

Attualmente, è in grado di individuare ciclisti senza casco, pedoni che attraversano fuori dalle strisce pedonali e altre violazioni stradali. Le autorità locali hanno chiarito che il robot non sostituirà i poliziotti umani, ma li supporterà. In futuro, sarà equipaggiato con un modello di linguaggio avanzato (LLM) per fornire indicazioni più dettagliate e interagire con i cittadini.

Hangxing No. 1 fa parte di una serie di progetti simili in Cina: a Shenzhen, il modello PM01 di EngineAI assiste già gli agenti, mentre a Wenzhou è attivo il robot sferico RT-G. Anche Chengdu ha adottato un robot umanoide per la gestione del traffico a partire da giugno.

L’evoluzione di questi sistemi è rapida: basti pensare al modello AnBot, operativo all’aeroporto di Shenzhen dal 2016, che oggi appare quasi obsoleto rispetto alle nuove soluzioni come Hangxing No. 1, che combinano robotica avanzata e intelligenza artificiale per una gestione del traffico urbano più sicura e tecnologica.

Intanto, a Changsha, nella provincia dell’Hunan, la polizia stradale ha avviato l’uso di occhiali intelligenti basati sull’intelligenza artificiale per identificare veicoli e conducenti in tempo reale, riducendo drasticamente i tempi delle verifiche.

L’annuncio ufficiale, diffuso il 13 dicembre dal dipartimento di gestione del traffico del Changsha Municipal Public Security Bureau, sottolinea che i dispositivi, sebbene esteticamente simili a occhiali normali, offrono un notevole vantaggio operativo. Leggeri e compatti, consentono agli agenti di indossarli per interi turni senza disagi. Non appena un veicolo passa davanti all’agente, le informazioni principali vengono visualizzate direttamente su uno schermo integrato in pochi secondi, senza la necessità di fermarsi o consultare dispositivi esterni.

Il sistema si basa su una fotocamera grandangolare da 12 megapixel, supportata da un algoritmo di stabilizzazione predittiva delle immagini, che garantisce riprese nitide anche in movimento o in condizioni di traffico intenso. Con un’autonomia dichiarata di otto ore, i dispositivi coprono interamente un turno di servizio. Uno dei punti chiave è il riconoscimento automatico delle targhe, che funziona anche offline e raggiunge un’accuratezza superiore al 99%, con tempi di risposta inferiori al secondo. Gli occhiali sono progettati per operare efficacemente sia di giorno che di notte, adattandosi a diverse condizioni di illuminazione.

Una volta identificato il veicolo, il dispositivo si collega in tempo reale ai database della pubblica sicurezza, permettendo all’agente di visualizzare immediatamente dati come la registrazione del mezzo, lo stato delle revisioni, eventuali infrazioni o segnalazioni precedenti. Tutto avviene senza contatto diretto con il conducente, riducendo la necessità di fermare i veicoli per controlli di routine.

Le funzionalità non si limitano al riconoscimento delle targhe: gli occhiali supportano anche il riconoscimento facciale, la traduzione vocale in tempo reale in oltre dieci lingue e la registrazione video sul posto, utile per la documentazione degli interventi e per eventuali verifiche successive. Questi strumenti sono pensati per semplificare il lavoro degli agenti e aumentare la sicurezza durante le operazioni su strada. Secondo le autorità di Changsha, i tempi di ispezione di una singola corsia sono scesi da circa 30 secondi a uno o due secondi, riducendo il carico di lavoro manuale, l’affaticamento degli operatori e rendendo i controlli più rapidi e meno invasivi per gli automobilisti.


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Il racconto della domenica: "La maledizione del tesoro dei briganti", la...


Il racconto della domenica: “La maledizione del tesoro dei briganti”, la pretarella e l'AlzaimerLa pretarella custodiva un segreto: quello dei tesori dei briganti, frutto delle razzie nelle case dei ricchi, nascosti nelle campagne per il timore di essere giustiziati se colti con le mani nel sacco. Le pretarelle erano donne chiamate così perché avevano sempre un prete in famiglia e sopratutto perché realizzavano i loro profitti sempre all’ombra di un campanile. Senza la Chiesa una pretarella avrebbe fatto la campagnola, la donna a servizio. Invece come quel prete che predica bene e razzola male, la pretarella sapeva razzolare. In quei tempi, la calura estiva soffocava le famiglie alle prese con gli insuperabili problemi della sussistenza. La pandemia della Spagnola era ormai alle spalle e cambiamenti politici erano nell’aria: la Marcia su Roma c’era stata a ottobre e il Papa con la “pax Christi in regno Christi” non riusciva a contenere il marcio all’interno della Chiesa. Concetta era una zia zitella di una pretarella, di famiglia patriarcale. Era nata nel 1838, aveva vissuto il periodo del Risorgimento, quello dell’Unità d’Italia, aveva visto i briganti, l’emigrazione, la Grande Guerra, la pandemia. Ora la sua malattia le stava risparmiando di rendersi conto del nuovo ordine che avanzava, che non dava spazio nella società ai malati, ai diversi, ai deboli nel nome della razza sana e pura. Zia Concetta aveva qualche peccatùccio da farsi perdonare: nella sua vita, talvolta, aveva inveito alle spalle delle persone che non l’aggradavano. Aveva imprecato, augurato una sorta di occhio per occhio dente per dente per presunte malefatte che l’ignara persona avrebbe compiuto nella sua vita, ma non ancora commesse, e, che potevano ricadere anticipatamente sui suoi cari. Spesso ci azzeccava, era capace di riconoscere il male in una persona prima ancora che questo venisse fuori. Per questo motivo si era guadagnata fama di fattucchiera e aveva condotto un’esistenza alquanto solitaria. Adesso alla fine dei suoi anni, stava scontando in vita questi peccati, cosicché una corsia preferenziale le si potesse aprire per la porta del Paradiso, senza passare nel Purgatorio. Zia Concetta adesso viveva come in un sogno, dove non c’è più il tempo. Le facce amiche erano quelle dei ricordi lontani. Quando riconosceva una voce familiare subito le domandava dove si trovasse sua madre che non c’era più da anni. Se ne dispiaceva e riviveva una seconda, terza, quarta, quinta volta il lutto. Allora quella voce per non farle rivivere l’ennesima volta il dispiacere di una morte, le rispondeva che in quel momento sua madre non c’era e che presto sarebbe tornata a casa. Zia Concetta si alzava dalla sedia per andare a bere e si risedeva senza aver bevuto. Ingoiava, respirava, camminava, andava in bagno perché gli veniva automatico. Riusciva a vestirsi e svestirsi, a lavarsi da sola. Mangiava quando aveva fame, ma poteva mangiare anche un chilo di fagioli senza accorgersene. Zia Concetta non sapeva fare i conti, non sapeva contare i soldi, non sapeva che giorno della settimana fosse, che mese o che anno. Viveva un perenne presente. Si irritava per nulla, quando non riusciva a fare qualcosa diveniva intrattabile e viveva di fisime. Era malata, ma non era demente. La sua malattia ancora non aveva un nome nel piccolo paese dove zia Concetta e la nipote pretarella vivevano, ma in Germania un dottore di nome Alzheimer qualche decennio prima aveva osservato delle anomalie nel cervello di una paziente morta, che negli ultimi anni della sua vita assomigliava in tutto e per tutto a Zia Concetta.

Don Francesco era il padre di zia Concetta ed era morto all’inizio dell’estate nel 1884. Gli uomini non potevano essere chiamati prietarelli. Fatto sta che don Francesco come la pretarella aveva uno zio prete, ma a lui da giovane lo zio gli aveva lasciato in dote un masseria, un terreno collinare e sopratutto una sorgente d’acqua. Don Francesco divenne un abile contadino, si sposò, ebbe dieci figli, crebbero tutti sani, ebbero tutti una vita agiata anche se il lavoro dei campi era faticoso. Dalla terra riuscirono a ricavare tutto quanto necessitassero per il sostentamento. Con la vendita di prodotti in eccesso e del bestiame compravano quanto non riuscissero a produrre: vestiti, attrezzi. Si sposarono tutti i suoi figli, tranne zia Concetta. Per un’indole innata di vassallaggio don Francesco era stato sempre fedele al Re, ai principi, duca, marchesi, conti, visconti, baroni, nobili, cavalieri sopratutto quando questi nobili erano legittimati dalla Chiesa, che talvolta lasciava qualche briciolo di terra ai popolani. Così nell’autunno del 1862, quando una banda di briganti bussò alla sua masseria nel nome del Re Borbone non ebbe alcuna difficoltà a farli entrare in casa e a nasconderli. Stanchi, sporchi, affamati dissero che erano inseguiti da carabinieri venuti da lontano e che uccidevano per niente. Don Francesco dopo averli sfamati li fece dormire nello stallone, la stalla delle vacche. Sua moglie che fino a quel punto della loro vita non aveva fatto altro che seguire in tutto e per tutto fedelmente il marito, questa volta disse: “Ma sei diventato pazzo?! In tal modo ci farei ammazzare tutti: se vengono i piemontesi?”. Don Francesco non ci dormì la notte e così di prima mattina uscì alla ricerca di un rifugio che sapeva trovarsi in una grotta carsica al guado di un fiumiciattolo adiacente la masseria. Fece nascondere i briganti e si impegnò a portare loro del cibo. Non passò molto che dalla strada sottostante arrivarono i soldati piemontesi. Fece nascondere in fretta nella selva della campagna le figlie non ancora maritate, mandò alla grotta i figli maschi e prese in braccio un nipotino nato da poco. Don Francesco si presentò così ai carabinieri con una folta chioma di capelli completamente bianchi, con in braccio il bambino. Sudò freddo quando i soldati piemontesi, brandendo le armi si fecero consegnare cibo e vino. Si accamparono nell’aia della masseria e vi restarono per tre giorni, il tempo che le loro avanguardie perlustrassero i sentieri e le mulattiere che portavano sulla montagna. Sembravano essere venuti in pace, cosicché il terrore e la paura che arieggiavano negli animi svanirono e i suoi figli tornarono alla masseria. Ma se i piemontesi avessero scoperto i briganti nascosti cosa sarebbe successo loro? Il terzo giorno coi briganti a scarso di cibo, don Francesco si fece preparare un fagotto di viveri dalla moglie che avrebbe portato loro di notte. La moglie lo scoraggiò, ma non ci fu verso e di notte mentre i piemontesi dormivano portò notizie e scorte di cibo ai sei briganti. Il giorno dopo i piemontesi andarono via così i briganti potettero uscire allo scoperto e fuggire a nascondersi sulle vette dei monti circostanti. Non prima di andare via il capo brigante, tale Ciffone riconoscente dei rischi passati da Don Francesco e famiglia lo chiamò in disparte e gli consegnò un sacchetto contenente oggetti e monili in oro e d’argento. Un bel tesoretto! “Sono tuoi, ma ricorda che sono maledetti, portano con sé il male, chi ne godrà della vendita attirerà a sé il male. Possono essere usati solo per curare il male, per curare malattie”.

Don Francesco accettò senza battere ciglio. Non fece parola per anni con nessuno di quel tesoretto che nascose nel tronco di un albero di olivo del suo podere. Nel 1880 i briganti erano ormai scomparsi da anni, si erano spostati dalle montagne in pianura, nascosti nelle zone paludose che davano al mare. Il nuovo Stato si era consolidato e don Francesco era divenuto fedele alla nuova monarchia e al nuovo Re. Diventato vecchio si era reso conto che il tempo per lui stava finendo. Così chiamò la figlia Concetta, che era rimasta sempre con lui e sua moglie e le ricordò dei briganti quando lei poco più che ventenne si dovette nascondere nelle selva per paura dei soldati stranieri. Sopratutto le raccontò del segreto del tesoretto nascosto. Zia Concetta fece suo quel segreto e continuò la vita di sempre accudendo gli anziani genitori. Vide crescere i nipoti e pronipoti, figli dei fratelli e sorelle. Nel 1900 quando morì sua madre e lei non era più giovane ma non ancora troppo vecchia, si trasferì nel borgo montano nella vecchia casa di sua madre ristrutturata. Gli anni passarono tutti uguali, i cognati e i fratelli più anziani morirono uno alla volta; arrivò una nuova guerra, lontana, partirono per il fronte due nipoti: uno tornò, l’altro morì a Caporetto. Poi venne la pandemia della spagnola e quando finì zia Concetta iniziò a non ricordarsi più di nulla. La calura estiva del 1923 non dava tregua, zia Concetta viveva da sola nella sua casa ma i nipoti, tutti oltre i cinquant’anni, la sorvegliavano a vista portando lei il cibo, la svegliavano di primo mattino, l’accompagnavano a letto la sera e qualche notte qualcuno di essi restava a dormire con lei. Una sua sorella poco più grande di lei si era ammalata in primavera e non si vedeva via di guarigione. Zia Concetta in un raro momento di lucidità, al capezzale della sorella che viveva nel suo stesso paesino di montagna e che era la madre della pretarella, disse a entrambe: “Perchè non andiamo negli ospedali dell’Alta Italia, in Europa”?. La pretarella: “Come facciamo, con quali soldi?” Zia C.: “Con i soldi della vendita del tesoro dei briganti!” “Quale tesoro?” disse la pretarella. Zia C.: “Ma che ne so! Quello nascosto da nonno Francesco che serve per le malattie. Andatelo a prendere” La pretarella, abituata ai ragionamenti sconclusionati della zia: “Ma che dici, tu non stai bene con la testa!” Zia C.: “Fregatevi, io non ricordo più dove sta!”, si adirò e divenne taciturna. Passarono altri due mesi e zia Concetta non si rese conto della morte della sorella. Dopo il funerale alla pretarella, rassettando gli oggetti nella stanza dell’anziana madre defunta, rivenne in mente quel vaneggiamento della zia Concetta. “E se esistesse davvero un tesoro?”.

Intanto le condizioni mentali di zia Concetta diventarono sempre più difficili: non riconosceva le sorelle ancora in vita, non accettava i nipoti nella sua casa che considerava estranei. Non accettava più il cibo che i parenti le davano, non beveva e spesso si sentiva male. Lei era sempre stata presente nel bene o nel male delle vite delle famiglie dei suoi nipoti e così nessuno se la sentì di lasciarla sola e a turno facevano del loro meglio per assisterla. Lo fecero fin quando il futuro nuovo podestà clericale del posto, già capo della milizia volontaria per la sicurezza decise di occuparsi delle persone non più autosufficienti. Così nel nome del Re e del principio di solidarietà e per il bene delle persone come zia Concetta, queste dovevano essere portate in monasteri di suore, assistite in attesa della morte. Intanto la masseria dove zia Concetta era nata e vissuta fino alla morte della madre, disabitata andò in rovina e un incendio boschivo arse i terreni circostanti, compreso il piccolo uliveto di famiglia. La pianta centenaria, i cui rami tagliati e conficcati nel terreno da don Francesco avevano dato vita a altrettanti alberi di olivo, era un cumulo di cenere. Quando i carabinieri accorsero a vedere le conseguenze dell’incendio consegnarono al podestà una pentola in rame annerita, trovata tra la cenere. Era chiusa ermeticamente, ma muovendola il rumore faceva presagire all’interno la presenza di metalli. Il podestà la portò nella sua casa, l’aprì e trovò il tesoro. Vendette tutto e comprò una casa nei pressi della colonia estiva “Alessandro Italico Mussolino” nella spiaggia di Serapo a Gaeta. Il giorno prima di prendere possesso della casa, mentre si preparava a partire dal paese si sentì male. Fu messo a letto, gli era venuto quello che i popolani chiamavano il “tocco”. A malapena riusciva a parlare, e quando lo faceva la sua faccia assumeva una smorfia disumana. Non muoveva il braccio e la parte destra del suo corpo. I familiari chiamarono il prete che arrivò accompagnato dalla pretarella. Il podestà farneticava, non si capiva se volesse confessarsi, ma non morì e visse ancora per molti anni. Finì la sua esistenza nello stesso monastero di zia Concetta assistito da suore: era la maledizione del tesoro dei briganti!


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Caserta: mappati i ruderi del telegrafo borbonico di ChappeUn'associazione di Calvi Risorta in provincia di Caserta, ha analizzato le varie coordinate di una cartina dei telegrafi ed è andata alla ricerca di quello caleno, scoprendo l’edificio su di un anfratto sulla direttrice Teano – Gaeta. Fino ad allora i resti della struttura, erano ritenuti “delle fortificazioni preromane”. Invece sono i resti dell’edificio telegrafico borbonico di Chappe.
Su questi edifici erano installate le vedette del telegrafo visivo. Da Terracina a Gaeta, passando poi per Sessa, Teano, Capua, Caserta, Napoli fino a Palermo, spesso su delle alture si trovano ancora i resti di piccoli edifici di cui se n'è persa la memoria storica. Sono i punti visivi di contatto dell'antico telegrafo borbonico in uso fino alla guerra civile che ha portato all'annessione del Regno delle Due Sicilie a quello dei Savoia, poi Regno d'Italia. La cartina dove sono state trovate le coordinate, è stata rinvenuta qualche anno fa da un appassionato caleno in una biblioteca di Milano. Dopo averla scannerizzata ha deciso di metterla a disposizione di studiosi e archeo-escursionisti che volessero raggiungere tali luoghi. Il meccanismo telegrafo di Chappe era molto semplice e geniale: in pratica su questi edifici c’era un dispositivo che a seconda della disposizione di tre grandi pale significava una lettera. Così grazie ad alcune vedette, in comunicazione visiva attraverso il binocolo, da Palermo a Napoli e in tutto lo Stato delle Due Sicilie era possibile comunicare in tempo reale. La prima rete di comunicazioni utilizzata per scambiare messaggi in un’intera nazione è stata creata alla fine del 1700 in Francia grazie all’ingegno di Claude Chappe. La rete era formata da telegrafi ottici posizionati su colline, torri, campanile che consentivano di passare messaggi a cascata da un punto al successivo, che a sua volta rimandava al successivo. I telegrafi erano distanti circa 10-20 km e dovevano essere visibili a due a due. In caso di nebbia o di oscurità il servizio si interrompeva. Il telegrafo era costituito da un braccio orizzontale (regolatore) lungo 4m, agli estremi 2 braccio più piccoli (indicatori) lunghi circa 2m, (con contrappesi). Tutto era sostenuto da un palo di almeno 4,5m e posto in cima all’altura. Regolatori ed indicatori erano di colore nero per avere più contrasto nel cielo . Nel 1791 Claude Chappe ed i suoi fratelli iniziarono esperimenti per poter comunicare a distanza in maniera veloce. Dopo diversi esperimenti e proposte, nel 1793 la Repubblica Francese approvò e finanziò l’istituzione di una rete di 15 stazioni tra Parigi e Lille (190 Km a nord al confine con l’impero austriaco) La rete era costituita da telegrafi ottici collegati a vista, all’interno della torre dimoravano due operatori con binocolo che seguivano le procedure di comunicazione. La rete cominciò a funzionare il 15 agosto 1794 e fu adottata da tutto il Regno delle Due Sicilie.


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Storia e letteratura. Da una novella poco conosciuta di Verga e da Carlo Levi rileggiamo il periodo dell’Unità d’ItaliaSull'Unità Italiana si sono spesi fiumi di parole e di inchiostro. Il dualismo tra borbonici e Savoia, ancora oggi alimenta il dibattito su quel periodo. I fatti storici ci dicono che dallo sbarco di Garibaldi a Marsala e il successivo in Calabria passarono più di tre mesi. Fu un’occupazione, una guerra. Successivamente ci vollero altri 10 anni per controllare tutto il Sud Italia. Partendo dalla novella “Libertà” di Giovanni Verga sui fatti accaduti a Bronte in Sicilia ripercorriamo quel periodo storico.

Non si sa se Verga nell’elaborazione della novella, che narra dei fatti, abbia attinto in prima persona da fonti reali. La città dista una trentina di km dalla sua Catania. Quando avvennero i fatti, Verga era 20enne e viveva ancora in Sicilia. La novella fu pubblicata nel 1883 a Milano.

La novella Libertà inizia con l’immagine di un fazzoletto tricolore sventolato sul campanile della chiesa e le campane che suonano incessantemente. Per le strade tutti corrono. E’ caccia all’uomo. Un mare di persone armate di falci, martelli, zappe, vanghe, pale... tutti con in testa la coppola a caccia dei signori coi cappelli. Davanti a tutti c’era una donna che sembrava una strega, coi capelli dritti e armata solo delle unghie. In un vicoletto il primo a morire fu il barone del posto colpevole di aver sfruttato la gente dei suoi poderi, poi viene ucciso un ricco, colpevole di essere ingrassato col sangue dei poveri, muore un gendarme che aveva fatto giustizia solo per i poveri, il guardaboschi… e tutti i “cappelli”. In quei tempi in Sicilia i ricchi, i proprietari terrieri, i preti, per distinguersi dai poveri e dai braccianti portavano al capo dei cappelli, gli altri la coppola (un berretto). Poi venne il turno del prete che predicava l’inferno solo per chi rubava il pane. Mentre moriva implorava di non essere ammazzato perché era in peccato mortale. Quel peccato era una donna che si chiamava Lucia e che a 14 anni era stata venduta dal padre e che in quel momento affollava le strade di Bronte con i suoi monelli affamati. Il popolo ammazzava e basta, come fa il lupo accecato dalla fame che non pensa a mangiare ma a sgozzare quante più pecore della mandria. Morì ancora un giovane accorso a vedere cosa stesse accadendo, morì lo speziale mentre chiudeva frettolosamente la serranda della sua bottega e morì don Paolo sotto gli occhi della moglie che lo guardava arrivare dal balcone in groppa al suo somaro, di ritorno dalle campagne e che pure in testa aveva un berretto da cafone. “Una falce lo sventrò mentre con un braccio si riparava dal martello”. Morì anche Neddu un bambino di 12 anni, il figlio del notaio calpestato mentre fuggiva dalla folla che aveva ucciso il padre. “Beh, sarebbe stato notaio anche lui”, disse qualcuno. Morirono le donne che in abito da sera andavano a pregare in chiesa e schifate non si sedevano accanto ai poveri, morì la moglie del barone che barricatosi in casa diede ordine di sparare dalle finestre, il figlio maggiore 16enne, poi l’altro figlio. Le campane suonarono dall’alba al tramonto. Alla fine i morti furono 11. Solo il buio mise fine alla carneficina. Di notte si sentì solo il rumore delle ossa rotte dai morsi dei cani. La mattina tutti si muovevano con fare circospetto non sapevano cosa fare. Arrivò in paese un vecchio generale borbonico vestito con l’uniforme dei Piemontesi. Sedò la rivolta senza ulteriori spargimenti di sangue e fece seppellire i morti dagli stessi assassini. Quando andò via si disse in paese che sarebbe venuto un altro generale a fare giustizia. I colpevoli, gli assassini fuggirono sui monti quando arrivò Nino Bixio e il suo seguito di militari. Si stabilì nella chiesa entrandovi con il cavallo. Subito ne fece fucilare cinque o sei a caso, chi capitava. Poi vennero dei giudici vestiti da galantuomi, furono imprigionati i primi presunti colpevoli e portati nel Castello della Dulcea. Iniziò il processo che durò anni. Le mogli degli incarcerati prima portavano loro da mangiare, ma poi rassegnate che “non ne sarebbero usciti più”, trovarono altri mariti. Rimpatriarono prima le mogli, poi le mamme. Intanto il lavoro dei giudici continuava e altri venivano incarcerati e condotti alla Dulcea. In poco tempo tutto tornò come prima: i cappelli non potevano lavorare le terre con le proprie mani e la povera gente non poteva vivere senza essere comandata. La novella si conclude con il carbonaio del paese che dopo tre anni dai fatti veniva ammanettato dicendo: “Dove mi conducete? In galera? Perchè? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la libertà”. Ma che cosa stava accadendo in quegli anni? Per capire dobbiamo rileggere il contesto storico dei 10 anni precedenti lo sbarco dei 1000 di Garibaldi e i 10 successivi.

La Monarchia dei Savoia e quella dei Borbone Con i Moti del 1948, Re Carlo Alberto di Savoia concesse ai propri sudditi una sorta di Costituzione, lo Statuto Albertino, facendo diventare la propria monarchia costituzionale. Lo stesso re iniziò, subito dopo, una guerra per scacciare gli austriaci dal Lombardo Veneto. Ma fu sconfitto e abdicò a favore del figlio Vittorio Emanuele II di Savoia. A Roma i moti del ‘48 portarono il repubblicano e massone Mazzini, con l’aiuto di Garibaldi, alla formazione della Repubblica Romana. Anche se quest’esperienza fu un fallimento dal punto di vista militare con la venuta dei francesi in soccorso al Papa, la costituzione della Repubblica romana un secolo dopo ha ispirato i padri costituenti della nostra e attuale Repubblica. Al Sud i Borbone concessero una costituzione alla Sicilia, nel tentativo di calmare i moti insurrezionali, che poi ritrassero reprimendo le rivendicazione di autonomia dell’isola. Messina fu duramente bombardata da Ferdinado di Borbone, tanto che per quest’azione è ricordato dalla Storia anche come il Re Bomba. Ad eccezione della costituzione repubblicana di Mazzini, si trattava di carte che miravano più a calmare il popolo che ad essere vere costituzioni.

Negli anni successivi ai moti del ‘48 il dibattito politico pubblico in Italia, vedeva la borghesia, l’aristocrazia, le monarchie, i proprietari terrieri, la Chiesa preoccupati della possibilità che potessero venire meno i privilegi acquisiti e consolidati da anni. A ciò si aggiungeva l’esigenza di vedere fatto uno stato unitario italiano, in tutta la penisola. Ma come doveva essere questo Stato: repubblicano, federale, ancora monarchico? Quale monarchia avrebbe dovuto guidare il percorso di unità della nazione? Nel 1859 il figlio di Carlo Alberto fu più fortunato del padre e riuscì a liberare dagli austriaci il Lombardo Veneto. Così il piccolo stato dei Savoia governato dalla destra storica di Cavour divenne abbastanza grande da mirare ad occupare tutta l’Italia. Si estendeva ora dal Piemonte al Veneto comprendendo tutta l’Italia Nord-Occidentale e l’isola della Sardegna. La capitale era a Torino. Il Sud e la Sicilia erano governati da Francesco II, da poco succeduto al padre, con capitale Napoli. La cessione della città di Nizza e la provincia di Savoia ai Francesi, con il trattato di Torino del 24 marzo 1860, diede avvio al processo di unificazione della penisola italiana. Cavour con l’appoggio di forze straniere come l’Inghilterra, assicurandosi una sorta di neutralità della Francia con la cessione della città sulla costa azzurra, iniziò a pensare la possibile occupazione militare del Regno borbonico di Napoli e Sicilia. L’occupazione fu preparata abilmente nei primi mesi del 1860 con l’invio di avanguardie patriotiche, incursori, con azioni di propaganda unitaria, con la promessa della concessione dei terreni ai contadini e acquisendo la fedeltà alla causa unitaria di funzionari pubblici e militari borbonici. Cavour si assicurò il non intervento di Francia e l’appoggio dell’Inghilterra che da anni era in rotta di collisione con i Borbone per lo sfruttamento dei giacimenti minerali di zolfo della Sicilia. Per il diritto internazionale i Savoia non potevano occupare uno stato sovrano, peraltro una delle monarchie più in vista d’Europa. Utilizzò quindi Giuseppe Garibaldi per le prime operazioni militari in Sicilia. La fama di Garibaldi, che era stato un abile marinaio e comandante in America Latina era accresciuta con la parentesi mazziniana della Repubblica Romana. Aveva saputo ben costruire la propria immagine, tanto che era stato eletto più volte deputato del Regno dei Savoia al Nord, in quel momento lo era nel collegio collegio di Nizza, la sua città natale. Nella spedizione dei Mille che verrà si fece seguire da un giornalista di guerra di fama internazionale quale Alessandro Dumas padre. Il 5 maggio del 1860 si avviarono le operazioni militari.

La propaganda unitaria, la Spedizione dei Mille e la conquista della Sicilia Garibaldi partì da Quarto in Ligura, con un esercito iniziale di 1000 uomini, a cui si aggiunsero altri volontari presenti sul territorio. Sbarcò a Marsala l’11 maggio 1860 nella Sicilia orientale senza essere intercettato dalla flotta borbonica. I Mille riuscirono a sconfiggere una prima resistenza dell’esercito borbonico a Calatafimi. Ne seguì una guerra di conquista durata tre mesi, città dopo città: Trapani, Palermo, Catania, Messina caddero. Nei grossi centri la popolazione civile si mantenne fuori dai combattimenti, ma nell’entroterra come a Bronte nel catanese il 2 agosto parecchi contadini, coppola in testa, che avevano equivocato la venuta dei Mille con una insurrezione contro il potere, si ribellarono. Vennero appiccate le fiamme a decine di case dei ricchi, al teatro e all'archivio comunale. Ci furono ben sedici morti fra nobili, ufficiali, il barone del paese. Nino Bixio, luogotenente di Garibaldi fu chiamato per la rappresaglia con processi sommari e fucilazioni. Iniziava quello che negli anni successivi sarà una costante per il controllo del territorio in tutto il Mezzogiorno: la repressione col sangue.

L’episodio di Bronte oltre a essere narrato nella novella “Libertà” di Giovanni Verga (1883) è stato ripreso brevemente da Carlo Levi, nel libro “Le parole sono pietre” del 1955: “...qui a Bronte, nel 1860, dal 2 al 5 agosto il popolo si sollevò per la divisione delle terre, spinto dalle promesse di Garibaldi e dall'antica speranza. Naturalmente, come sempre avviene in queste esplosioni contadine, la rivolta fu feroce, molti i morti tra i signori borbonici, molte le case bruciate. Agli occhi dei contadini di Bronte la conquista garibaldina non poteva avere che un senso: il possesso delle terre, la libertà dal feudaulismo; e in nome di Garibaldi si misero a trucidare i signori. Erano più avanti dei tempi. Garibaldi, pressato dal console inglese di Catania timoroso per le sorti della Ducea, il complesso residenziale dell’ammiraglio inglese Nelsen mandò Nino Bixio a rimettere ordine. Nino Bixio giunse a cose già calme, dopo che un altro garibaldino, il colonnello Poulet (disertore borbonico passato con Garibaldi) con una compagnia di soldati era già pacificamente entrato in Bronte. Bixio fu feroce. Con una parvenza di processo fucilò immediatamente i capi della rivolta, fra cui un avvocato, Nicolò Lombardo un liberale che aveva già guidato in Bronte i moti del '48”.

In tre mesi la Sicilia fu completamente occupata chi si arrese a marzo dell’anno dopo con l’onore delle armi fu lasciato vivo, ma chi non volle passare con l’esercito dei Savoia fu deportato, in una fortezza ad alta quota a 2000 metri a Fenestrelle in Piemonte. Il 20 agosto Garibaldi sbarcò in Calabria e inarrestabile, proclamandosi dittatore dei territori occupati marciò facilmente fino a Napoli la capitale. Grazie alla sua fama e alla promessa di terre ai contadini, non venne ostacolato dalle popolazioni locali. A settembre il Re Borbone fu deposto e costretto a ritirarsi nella fortezza militare di Gaeta che fu assediata via mare e via terra, per oltre 100 giorni. Intanto l’esercito dei Savoia guidato in prima persona dal Re Vittorio Emanuele mosse da nord con 80.000 uomini. Dalla dorsale adriatica valicò gli Appennini e raggiunse Garibaldi nei pressi di Teano, siamo al 26 ottobre 1860. Furono organizzati dei plebisciti per sancire l’annessione dei territori occupati dalla monarchia dei Savoia in tutta la Penisola nel nome dell’Unità d’Italia. A marzo del 1861 il Re napoletano si arrese e guarda caso l’Inghilterra per prima riconobbe la vittoria ai Savoia. Ad aprile del 1861 a Torino si riunì per la prima volta il parlamento italiano in seduta comune. La discussione verteva sul destino dei garibaldini: arruolarli nell’esercito regolare o rispedirli a casa con una pacca sulla spalla e un compenso simbolico. La seduta si chiude con un nulla di fatto. Garibaldi usò parole dure, parlò di una guerra fratricida, “provocata da questo stesso Ministero”. Il 5 maggio 1861 fu proclamata l’Unità d’Italia facente capo alla monarchia dei Savoia. Cavour, che ne era stato l’artefice improvvisamente morì agli inizi del mese di giugno. Il repubblicano Mazzini, che viveva in esilio a Londra ma era rientrato clandestinamente in Italia, ad agosto del 1861 raggiunse la Sicilia via mare per un estremo tentativo di vedere un’Italia Repubblicana. Sperava in un movimento insurrezionale, ma a Palermo prima ancora di scendere dalla nave, fu dichiarato in arresto dai Savoia e portato al forte di Gaeta. Dopo due mesi di carcere fu liberato con un’amnistia e lasciato libero di tornare a Londra a patto che non svolgesse più attività politica. Morì 10 anni dopo.

La Guerra civile e la Questione Meridionale L’Italia era finalmente unita anche se sotto una monarchia guidata dai Savoia. Restava irrisolta la questione romana nelle mani del Pontefice e quella di alcuni territori dell’Italia nord-orientale che ancora non erano stati annessi, come il Trentino; ma c’era pure un’altra questione che stava per arrivare: “La Questione Meridionale”. Al sud scoppiò una guerra civile: italiani, contro italiani: borbonici, repubblicani, papalini, liberali, lealisti, contadini, ex garibaldini... che divenne una guerra di logoramento. Il nuovo Stato non riusciva a controllare i comuni e i territori delle periferie e le campagne; sopratutto nei territori interni della Campania, Lucania, Puglie e Calabria. Il malcontento c’era ovunque. Lo stesso Garibaldi nel giugno del 1862, probabilmente incalzato da Mazzini, si imbarcò da Caprera per la Sicilia per saggiare di persona un'eventuale ripresa delle azioni rivoluzionarie e marciare su Roma. Le accoglienze in Sicilia furono talmente entusiaste, da deciderlo a guidare una nuova spedizione. Ma fu intercettato dai soldati piemontesi, fu ferito in Calabria, costretto a ripararsi in Aspromonte ed ad arrendersi. Intanto il nuovo governo iniziò a vendere i beni demaniali e quelli confiscati agli ordini religiosi che furono soppressi. I terreni invece di essere essere venduti a piccoli lotti per consentire l’acquisto da parte dei contadini che li avrebbero usati per auto sostentamento, finirono nelle mani dei ricchi speculatori. Si aggravarono ulteriormente le condizioni dei ceti più poveri. Ci fu un aumento generalizzato delle tasse e dei prezzi di beni di prima necessità. Il Mezzogiorno fu militarizzato, fu usata la leva obbligatoria per reprimere chi si ribellava al nuovo ordine costituito. I giovani meridionali che non si arruolavano venivano condannati a morte. Si formarono bande armate che dalle montagne scendevano ad occupare i comuni. Furono bruciati ettari di boschi per stanare i “briganti”, furono incendiate le masserie, le case di campagna dei contadini che potevano dare rifugio ai ribelli. I crimini di guerra e le atrocità più orribili da cui si è avuta notizia furono commesse nel Sannio a Casalduni e Pontelandolfo, oggi provincia di Benevento. Un anno esatto dopo i fatti di Bronte in Sicilia, l'11 agosto 1861, in un agguato morirono 45 soldati piemontesi. La violenta rappresaglia militare guidata dal generale Cialdini portò all'incendio dell'abitato di Casalduni lasciato vuoto dagli abitanti fuggiti. Ma i carabinieri e i soldati piemontesi ripiegarono su Pontelandolfo bruciando vivi nelle loro case diversi civili tre giorni dopo. Dopo oltre cento anni nel 1973 i familiari delle vittime lanciarono una prima petizione per chiedere la verità sul massacro. Intanto la guerriglia durò anni e i costi di occupazione furono finanziati con ulteriori tasse, come quella sul Macinato di Quintino Sella.

La fine della Guerra Civile d'occupazione Solo nel 1869 furono catturati i guerriglieri delle ultime grandi bande con cavalleria e a gennaio del 1870 a dieci anni esatti dall’avvio dell’occupazione del mezzogiorno d’Italia, il governo italiano soppresse le zone militari nelle province meridionali, sancendo così la fine ufficiale della guerra d’occupazione. Il 2 ottobre 1870 l’ennesimo plebiscito sanciva l'annessione degli ex domini papali al Regno d'Italia, con una vittoria dei “sì” resa schiacciante anche dal poco strategico invito della Curia romana all'astensionismo dei cattolici. Nel gennaio 1871 la capitale d'Italia divenne a Roma.


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Una lingua comune per l'Europa: lo spagnolo?L'Unione Europea spende per la traduzione di documenti ufficiali moltissimi soldi. Oltre all'aspetto meramente economico si avverte ormai la necessità di unire il popolo europeo anche attraverso il linguaggio.

La soluzione può arrivare dalla Storia. E' successo proprio in Italia quando ci fu l'esigenza di scegliere una lingua parlata nella penisola per esigenze di comunicazione e successivamente per unire il popolo. Infatti in Italia nel 1700 c’erano diverse lingue parlate derivate dal latino: il napoletano ed il toscano erano le principali. Per convenzione o per praticità i diversi 'staterelli' della Penisola scelsero il toscano, che divenne nei secoli successivi l’italiano parlato in tutta Italia. Oggi può accadere la stessa in Europa. Per convenzione fin’ora si sta adoperando l’Inglese, ma alla luce dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea potrebbe essere opportuno scegliere una nuova lingua europea, da adottare come comune in tutti gli Stati che compongono l’Unione Europea. Un primo passo da fare è rendere l’obbligatorio d’insegnamento come prima lingua straniera in tutti gli ordini di scuola. Poi ovviamente si dovrebbero incentivare l'utilizzo della lingua nei canali televisivi e nei giornali così come successo in Italia con le TV. In Italia fino al Dopoguerra nonostante l'ufficialità, l'italiano era poco usato dalle popolazioni. Ma all'epoca c'era ancora un forte analfabetismo, cosa che non non più c'è oggi. L'utilizzo in tutti gli atti ufficiali della Pubblica Amministrazione Europea determinerebbe da subito un risparmio di costi nelle traduzioni. Alla luce della diffusione nel mondo, la lingua europea potrebbe essere il castigliano parlato ufficialmente in Spagna.


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La testimonianza. Dipendenza dal gioco: ecco come sono riuscito a smettere.La dipendenza dal gioco non è qualcosa che si sceglie e anche per questo motivo non è qualcosa che possiamo far scomparire soltanto con la nostra volontà. Se fosse facile togliersela di dosso, allora non sarebbe affatto un problema. Soltanto ammettendo di avere un problema si può incominciare a fare qualcosa per risolverlo. Ma c’è chi è riuscito a risolverlo da solo. Ecco la sua testimonianza, davvero molto originale. (lettera firmata)

Giocavo di tutto: dal lotto, alla bolletta legata alle partite di calcio, al winforlife, fino alle slot machine. Giocavo ragionato: le bollette di calcio le facevo sulle squadre più quotate in Italia e Europa, cosa che alla lunga mi consentiva di ottenere piccole vincite. Per il Lotto mi affidavo alla smorfia: avevo stabilito un giorno della settimana, il mercoledì, in cui i parenti miei cari defunti mi dovevano venire in sogno a dare segni più o meno espliciti dei numeri da giocare. Follia se ci penso adesso! Ho iniziato a giocare al winforlife; quando andavo nei bar invece che prendere una consumazione buttavo i miei soldi alle slot machine. All’inizio non ci rimettevo tanto, anzi vincevo anche. E le vincite mi illudevano di restare quasi in pareggio. Ma facendo bene i calcoli perdevo sempre qualcosa. Non ne facevo una piega: pensavo che ognuno di noi avesse il diritto di avere degli sfizi, altrimenti che senso avrebbe la vita? Lo sfizio però, si sa, si trasforma in vizio. Così un giorno mi sono deciso: in passato avevo tolto il vizio di fumare, per il semplice convincimento di non dover dipendere da qualcosa e adesso col gioco mi trovavo nella stessa situazione. Mi fermai a ragionare e decisi la strategia da seguire per togliere quello che stava diventando un vizio. Ecco come fare: ho preso due buste, normalissima buste come quelle delle bollette delle luce, del gas e le ho messe in un cassetto scrivendoci sopra rispettivamente “Vincite dal gioco” e “Perdite dal gioco”. Ho continuato a fare pronostici, ho compilato le mie bollette delle partite di calcio, del lotto, soltanto che invece di andare al tabacchi o in agenzia a giocare mettevo i soldi nella busta titolata “Vincite del gioco”. Seguivo le scommesse, senza vincere, ed in breve nella busta si accumulò una certa sommetta. Un giorno mi capitò di indovinare i pronostici; ovviamente non avevo giocato la bolletta. Così detrassi l’ammontare di questa vincita dai soldi precedentemente accumulati nella busta “Vincite dal gioco” e li misi nella busta “Perdite da gioco”. Questo meccanismo continuò per qualche mese. Alla fine feci i conti. Nella busta “Vincite dal gioco” avevo pochi spiccioli, in quella “Perdite dal gioco” invece avevo una certa sommetta. E’ stato questo in meccanismo che mi ha fatto smettere per sempre. In pratico avevo capovolto in meccanismo. Avevo vinto a prescindere. D’altra parte si sa che alla lunga a vincere è sempre il banco, ma in questo caso a vincere ero sempre io.


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Matthew And The Atlas - Temple (2016)


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Era forse inevitabile che il “Bon Iver d'Inghilterra” (etichetta scomoda e brutta, comunque) si unisse agli americani Foreign Fields, nome poco conosciuto se non, appunto, tra chi ha voluto trovare le orme di Vernon nella musica che lo ha seguito. Le interpretazioni espressive di Matthew Hegarty, forse sprovviste del fascino irsuto e della profondità del suo presunto alter ego, trovano così un'ambientazione elettronico-sintetica tipica del duo di Nashville, che avevano già tentato con la loro musica di trascendere le sonorità scarne di “For Emma, Forever Ago”. Il risultato, al contrario, contiene in qualche modo la pienezza emotiva, quasi operistica della vocalità di Hegarty (arriva a ricordare l'omonimo in “Glacier”), dandole spazio e colore (“Graveyard Parade”)... artesuono.blogspot.com/2016/05…


Ascolta il disco: album.link/s/7FAc0Om3wUx1X87f0…



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Matthew And The Atlas - Temple (2016)


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Era forse inevitabile che il “Bon Iver d'Inghilterra” (etichetta scomoda e brutta, comunque) si unisse agli americani Foreign Fields, nome poco conosciuto se non, appunto, tra chi ha voluto trovare le orme di Vernon nella musica che lo ha seguito. Le interpretazioni espressive di Matthew Hegarty, forse sprovviste del fascino irsuto e della profondità del suo presunto alter ego, trovano così un'ambientazione elettronico-sintetica tipica del duo di Nashville, che avevano già tentato con la loro musica di trascendere le sonorità scarne di “For Emma, Forever Ago”. Il risultato, al contrario, contiene in qualche modo la pienezza emotiva, quasi operistica della vocalità di Hegarty (arriva a ricordare l'omonimo in “Glacier”), dandole spazio e colore (“Graveyard Parade”)... artesuono.blogspot.com/2016/05…


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Sul massiccio dei Monti Trebulani, in provincia di Caserta, un sentiero è diventato meta di pellegrinaggio.Madonnina della saluteLa causa? Un’immagine di una madonnina apparsa su una croce dei Passionisti, ritenuta miracolosa dai fedeli. La croce c’è da sempre, ma l’effigie è comparsa solo negli ultimi anni. Chi prega lì, dicono, trova sollievo dai dolori. Nella cappella della Madonna di Fratejanni, sopra il sentiero, sono state lasciate fotocopie di una preghiera in spagnolo con un’immagine di una madonnina identica a quella sulla croce. Il passaparola ha diffuso la notizia. Probabilmente, si tratta di una preghiera popolare, forse legata alla corte del castello vicino alle rovine di Antica Cales, governata dagli Aragonesi fino al 1700. I Monti Trebulani sono un massiccio isolato al centro della provincia di Caserta. Sovrastra la piana campana, la valle del Volturno, e il vulcano spento di Roccamonfina, nei pressi delle sorgenti dell’acqua Ferrarelle. La vetta più alta è il Pizzo San Salvatore (1037 m), dove si trova un antico monastero benedettino abbandonato. Il “sentiero del pellegrino”parte dalla località Santella (tra Rocchetta e Croce e Formicola), e si dirama nel bosco verso Nocce. Qui si trova la croce dei Passionisti con il santino. Dalla croce partono sentieri per l’eremo di San Salvatore e la cappella di Fratejanni, un tempo luogo di culto per i carbonai. L’eremo di San Salvatore, si trova su uno sperone roccioso, offre un panorama mozzafiato. Nelle giornate limpide, si può vedere tutta la costa campana, dall’Amalfitana al Golfo di Gaeta. Sotto il pizzo c’è una grotta usata anche da capre selvatiche. Paesaggi rocciosi, falesie, e una ricca fauna: cinghiali, scoiattoli, lupi, e uccelli come poiane, falchi e bianconi. La seconda vetta dei monti Trebulani è Madama Marta, con una terrazza panoramica a forma di piramide. Il territorio, spesso sottovalutato, nasconde testimonianze archeologiche: cisterne e muri romani, resti di chi fuggì qui dopo la caduta dell’Impero romano. È un luogo di pace, spiritualità e natura tutto da scoprire.


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