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Il potere che non ama i riflettori

Parliamo di élite. Una parola semplice, apparentemente neutra, eppure carica come una stanza chiusa a chiave. Evoca immediatamente un’idea scomoda: non tutti decidono, e soprattutto non tutti contano allo stesso modo. E no, non stiamo entrando nel territorio del complottismo urlato, quello dei burattinai con il mantello. Qui restiamo coi piedi ben piantati nella realtà documentata, studiata, analizzata da sociologi, economisti e politologi spesso molto lontani da qualsiasi deriva “cospirazionista”. Cos'è in fondo un élite? Un élite è una minoranza che concentra risorse decisive: capitali finanziari, accesso alle informazioni, potere decisionale e influenza mediatica. Non è un giudizio morale, è una descrizione strutturale. Ogni società complessa genera élite. Il punto non è se esistano, ma quanto siano visibili, controllabili e responsabili. Le élite non vivono in una stanza segreta (spoiler: niente candele nere). Vivono in reti. Consigli di amministrazione, fondi di investimento, think tank, lobby, organismi sovranazionali, grandi studi legali e finanziari. Luoghi dove le decisioni vengono preparate, molto prima di essere annunciate. Qui è utile fare nomi, senza demonizzarli: World Economic Forum, BlackRock, Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea. Queste entità non governano direttamente, ma influenzano il perimetro delle scelte possibili. È una differenza sottile, ma fondamentale. La politica “di superficie” decide dentro cornici già tracciate. Pensare che politica, economia e finanza siano mondi separati è una favola rassicurante. In realtà: la finanza decide cos'è sostenibile, l'industria decise cos'è realizzabile e la politica il piu' delle volte decide solo come raccontarlo. Il potere moderno non ha bisogno di imposizioni violente. Funziona per vincoli, incentivi, dipendenze strutturali. Non ti obbliga. Ti convince che non ci siano alternative. Ma allora chi vota? Chi conta? Domanda legittima. E qui arriva il punto che mette in crisi anche gli scettici onesti. Il voto conta, ma non decide tutto. Le grandi scelte — modello economico, assetti produttivi, flussi finanziari, politiche energetiche — precedono spesso il dibattito pubblico. La democrazia resta, ma si muove in uno spazio sempre più stretto. Non è una dittatura. È qualcosa di più elegante e più difficile da contestare: una governance tecnocratica globale. Perché parlarne non è complottismo. Il complottismo semplifica tutto in “loro cattivi, noi buoni”. Qui invece parliamo di: studi accademici, concentrazione del capitale, revolving doors tra politica e finanza e dati pubblici su partecipazioni incrociate. Negare l’esistenza delle élite oggi è come negare la gravità perché non la vedi. Crederci ciecamente come a un mito oscuro è ingenuo. Capirle è un atto di maturità civica. Le élite esisteranno sempre. Il nodo vero è questo: chi le controlla? Chi le bilancia? Chi le rende trasparenti? Quando il potere è troppo concentrato e troppo opaco, la società si sbilancia. E quando una società si sbilancia troppo… la storia ci insegna che prima o poi si spezza. Non serve credere a oscure cabale. Basta guardare i meccanismi, seguire i flussi, osservare chi siede dove e per quanto tempo. L’élite non è un mostro. È una struttura di potere. Ignorarla è comodo. Capirla è scomodo. Ma è l’unico modo per non esserne semplicemente oggetto.


noblogo.org/lalchimistadigital…



We are the robots

La robotica contemporanea sta vivendo una fase di profonda trasformazione, spinta da un’accelerazione senza precedenti delle tecnologie informatiche e dall’integrazione sempre più matura dell’intelligenza artificiale, elementi che stanno rendendo i robot non solo più efficienti, ma anche adattivi, autonomi e capaci di apprendere dal contesto in cui operano. Uno degli sviluppi più significativi riguarda l’adozione di architetture software modulari e distribuite, che consentono ai sistemi robotici di separare il controllo hardware dai livelli decisionali superiori, rendendo più semplice l’aggiornamento delle funzioni e l’integrazione di nuovi algoritmi senza riprogettare l’intera macchina. In questo scenario il ruolo dell’IA è centrale, soprattutto grazie al machine learning e al deep learning, che permettono ai robot di riconoscere oggetti, interpretare immagini e segnali sensoriali, prevedere comportamenti e ottimizzare le proprie azioni nel tempo, passando da semplici esecutori a veri sistemi cognitivi. La visione artificiale è una delle applicazioni informatiche più avanzate in robotica: reti neurali convoluzionali consentono ai robot di “vedere” l’ambiente in modo simile all’essere umano, distinguendo forme, profondità e movimenti, con applicazioni che vanno dall’industria manifatturiera alla chirurgia assistita. Accanto alla visione, la sensoristica intelligente integra dati provenienti da lidar, radar, sensori tattili e inerziali, che vengono fusi tramite algoritmi di sensor fusion per creare una rappresentazione coerente e affidabile dell’ambiente circostante. Un altro ambito in forte crescita è quello dei robot collaborativi, o cobot, progettati per lavorare fianco a fianco con l’uomo, grazie a sistemi di controllo sicuri, algoritmi predittivi e modelli di interazione uomo-macchina che riducono i rischi e aumentano la produttività. Questi robot utilizzano software di pianificazione avanzata che calcolano traiettorie dinamiche in tempo reale, adattandosi ai movimenti umani e alle variazioni dell’ambiente di lavoro. La robotica autonoma, impiegata in droni e veicoli mobili, sfrutta tecniche di localizzazione e mappatura simultanea, note come SLAM, che permettono ai robot di orientarsi in ambienti sconosciuti senza infrastrutture esterne. Dal punto di vista informatico, l’uso del cloud e dell'Edge computing consente di distribuire l’elaborazione, affidando ai nodi locali le decisioni critiche in tempo reale e al cloud l’analisi dei dati su larga scala e l’addestramento dei modelli di IA. Le tecnologie robotiche più avanzate includono anche l’apprendimento per rinforzo, grazie al quale un robot può migliorare le proprie prestazioni attraverso tentativi ed errori, simulando milioni di scenari in ambienti virtuali prima di operare nel mondo reale. In ambito industriale, aziende come Boston Dynamics dimostrano come l’integrazione tra meccanica avanzata, software intelligente e intelligenza artificiale possa portare a robot capaci di muoversi in ambienti complessi con un livello di autonomia impensabile fino a pochi anni fa. Non meno rilevanti sono le applicazioni nel settore sanitario, dove la robotica assistiva e riabilitativa utilizza modelli computazionali per adattarsi alle condizioni del paziente, migliorando precisione e personalizzazione delle cure. La direzione futura della robotica punta verso sistemi sempre più generalisti, in grado di trasferire conoscenze da un compito all’altro, grazie a modelli di IA multimodali che combinano linguaggio, visione e azione. In sintesi, la robotica moderna non è più solo una questione di ingranaggi e motori, ma un ecosistema complesso in cui informatica, intelligenza artificiale e ingegneria convergono per creare macchine intelligenti, capaci di apprendere, collaborare e operare in modo sempre più vicino alle capacità cognitive umane.


noblogo.org/il-manuale-del-fut…



Importante operazione di polizia contro una banda criminale internazionale chiamata Black Axe (Ascia Nera)



L'Operazione


La polizia spagnola, in collaborazione con le autorità tedesche e l' #Europol (l'agenzia europea di coordinamento delle forze di polizia), ha arrestato 34 persone collegate a questa organizzazione criminale. La maggior parte degli arresti è avvenuta a Siviglia, in Spagna.

Cos'è Black Axe?


Black Axe è un vasto gruppo criminale organizzato nato in Nigeria ma ora attivo in tutto il mondo. Immaginatela come una società criminale con: – gerarchia rigida (come una struttura aziendale con capi e dipendenti); – circa 30.000 membri registrati in tutto il mondo; – divisa in “zone” come sedi di franchising (60 in Nigeria, 35 a livello internazionale); – circa 200 membri per zona.


Le loro attività criminali


Il gruppo guadagna denaro attraverso varie operazioni illegali: – frodi informatiche (truffe online e reati finanziari); – traffico di droga (vendita di droghe illegali); – tratta di esseri umani e prostituzione; – altri reati come rapimenti e rapine a mano armata.

Guadagnano miliardi di euro all'anno attraverso molte piccole truffe che si sommano.


Money Mules


La rete operava principalmente tramite truffe Man-in-the-Middle (MITM), in particolare con il metodo Business Email Compromise (BEC), intercettando le comunicazioni tra aziende per modificare i dati bancari e dirottare pagamenti di importo elevato. Una parte fondamentale della loro attività consiste nel reclutare “money mules”, ovvero persone povere e disoccupate (per lo più spagnole in questo caso) che vengono ingannate o costrette ad aiutare a spostare il denaro rubato attraverso i loro conti bancari. Questi individui vulnerabili spesso non si rendono conto di aiutare i criminali. Attività aggiuntive: oltre alle truffe, sono accusati di riciclaggio di denaro, traffico illecito di veicoli (tramite società fittizie e prestanome) e ricorso a minacce e intimidazioni durante la riscossione dei pagamenti.

Risultati


La polizia ha congelato/sequestrato circa 185.000 € e ritiene che questa rete abbia causato danni per frode per oltre 5,93 milioni di €.

#BlackAxe


noblogo.org/cooperazione-inter…


Importante operazione di polizia contro una banda criminale internazionale...


Importante operazione di polizia contro una banda criminale internazionale chiamata Black Axe (Ascia Nera)



L'Operazione


La polizia spagnola, in collaborazione con le autorità tedesche e l' #Europol (l'agenzia europea di coordinamento delle forze di polizia), ha arrestato 34 persone collegate a questa organizzazione criminale. La maggior parte degli arresti è avvenuta a Siviglia, in Spagna.

Cos'è Black Axe?


Black Axe è un vasto gruppo criminale organizzato nato in Nigeria ma ora attivo in tutto il mondo. Immaginatela come una società criminale con: – gerarchia rigida (come una struttura aziendale con capi e dipendenti); – circa 30.000 membri registrati in tutto il mondo; – divisa in “zone” come sedi di franchising (60 in Nigeria, 35 a livello internazionale); – circa 200 membri per zona.


Le loro attività criminali


Il gruppo guadagna denaro attraverso varie operazioni illegali: – frodi informatiche (truffe online e reati finanziari); – traffico di droga (vendita di droghe illegali); – tratta di esseri umani e prostituzione; – altri reati come rapimenti e rapine a mano armata.

Guadagnano miliardi di euro all'anno attraverso molte piccole truffe che si sommano.


Money Mules


La rete operava principalmente tramite truffe Man-in-the-Middle (MITM), in particolare con il metodo Business Email Compromise (BEC), intercettando le comunicazioni tra aziende per modificare i dati bancari e dirottare pagamenti di importo elevato. Una parte fondamentale della loro attività consiste nel reclutare “money mules”, ovvero persone povere e disoccupate (per lo più spagnole in questo caso) che vengono ingannate o costrette ad aiutare a spostare il denaro rubato attraverso i loro conti bancari. Questi individui vulnerabili spesso non si rendono conto di aiutare i criminali. Attività aggiuntive: oltre alle truffe, sono accusati di riciclaggio di denaro, traffico illecito di veicoli (tramite società fittizie e prestanome) e ricorso a minacce e intimidazioni durante la riscossione dei pagamenti.

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Segui il blog con il tuo favorito RSS reader (noblogo.org/cooperazione-inter…) e interagisci con i suoi post nel fediverso (@cooperazione-internazionale-di-polizia@noblogo.org). Scopri dove trovarci:l.devol.it/@CoopIntdiPoliziaTutti i contenuti sono CC BY-NC-SA (creativecommons.org/licenses/b…)Le immagini se non diversamente indicato sono di pubblico dominio.



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Non ho letto bene Madame Bovary (forse)


Attenzione, spoiler sulla trama


Di recente ho letto il famosissimo, scandaloso romanzo di Gustave Flaubert e, alla fine, come faccio spesso, sono andata a leggermi le note critiche; fatto, questo, che mi ha portata a pensare che forse non avevo letto bene l’intera opera. Ho perciò approfondito la ricerca, leggendo altre note critiche. Essendo Madame Bovary un classico della letteratura, che ai tempi della sua prima pubblicazione costò un processo per immoralità al suo autore, testi di questo genere non mancano di certo, ma l’approfondimento non ha dissipato i miei dubbi. Sostanzialmente la maggioranza dei critici – o, almeno, di quelli di cui ho letto le recensioni – asserisce che Emma Bovary è un’eroina moderna, una donna dai grandi sogni ma impossibili da realizzarsi nel suo tempo, una creatura imprigionata in un mondo provinciale e misogino e il testo una spietata critica all’ipocrita borghesia del XIX secolo.

Il punto è che la mia visione d’insieme non si discosta un po’ da questa lettura: ne è quasi agli antipodi! Da qui il dubbio che io non abbia letto bene Madame Bovary. Secondo me Emma è una ragazzina viziata e con il cervello imbottito da letture fantastiche (questa cosa della lettura, in tutta onestà, viene evidenziata anche da svariati recensori e critici), perennemente insoddisfatta e sempre alla ricerca della felicità facile. Ha una famiglia amorevole e una discreta posizione sociale, ma sogna il matrimonio e la fuga dalla casa paterna. Ha un marito che la venera, un brav’uomo un po’ sempliciotto e certamente non un luminare della medicina, ma che ha una posizione come medico della piccola cittadina in cui vivono, è benvoluto, la ama e la tratta con rispetto; eppure lei non lo sopporta, lo trova sciatto e inetto, lo spinge a operazioni superiori alle sue capacità (con esito disastroso), lo tradisce ripetutamente. Ha una bella e dignitosa casetta in un villaggio che però trova banale e provinciale. Ha un amante ricco, un signorotto locale, che si stanca di lei non appena l’ha ottenuta, come un bambino capriccioso farebbe con un giocattolo nuovo, eppure Emma dice di amarlo e vuole spingerlo a una fuga di coppia; la fuga fallisce, perché lui chiaramente nemmeno ci pensa a prendersi sto accollo, ma se fosse andata a buon fine è facile intuire che Emma si sarebbe stancata dell’amante in quattro e quattr’otto, come in effetti avviene col successivo. Ha una figlia, ma la mette a balia e sostanzialmente se ne disinteressa nel modo più completo, salvo sporadici eccessi di affetto dettati dal suo cervello bacato.

Dal mio punto di vista, Emma non è un’eroina, è una bambina viziata mai cresciuta. La sua non è una critica – che lei concretizza con la sua intera esistenza terrena – alla società bigotta e misogina dell’Ottocento, è un incessante susseguirsi di capricci privi di senso. Se avesse voluto cambiare davvero, cambiare in meglio, avrebbe potuto dare un senso ai suoi giorni, mettendo impegno e amore nel suo agire, anziché sognare in grande limitandosi però a sognare e, peggio ancora, cambiando sogno ogni volta che la sua completa, assoluta inettitudine le faceva sbattere il nasino contro la dura realtà. Dunque è possibile che io abbia letto male Madame Bovary, perché le mie conclusioni sono parecchio distanti da quelle della critica. Ma forse il bello della lettura sta proprio nel fatto che ciascuno può trarre conclusioni e insegnamenti del tutto personali e soggettive. Anche in contrasto con quelle della critica. Anche da un classico.


log.livellosegreto.it/atlaviat…



[provetecniche]come] -dire le appongono con un breve giro di coprimanica un perduto] doppio senso brodi concentrati e gli orientamenti si trovano a pulire [gli sfasamenti delle grigissime il] cemento a stampo le allerte delle] biologiche


noblogo.org/lucazanini/provete…



Emilio Villa allucinatorio.

nei giorni passati, per una lezione da preparare, ho lavorato molto sulle opere di Emilio Villa. studiate, ristudiate, rilette. ho attraversato numerosi materiali, dagli anni Trenta fino alle ultime cose. questo passaggio, indugiante ma anche – tentativamente – “a volo radente” (pessimo cliché per dire che ho scorso un po' tutto quasi scansionando), è stato come sorvolare un forteto-foresta-fortino paradossalmente più esteso del territorio che lo ospita(va). “i confini del parco sono all'interno del parco” (nessuna frase migliore di questa di Tarkos, per descrivere EV).

non si esce mai completamente dal lavoro (e dalle premesse/conseguenze del lavoro) di Villa. è un allucinogeno dagli effetti permanenti.

rietrare, di forza, dopo tutte queste letture, nel contesto squallidissimo della (chiamiamola così:) poesia contemporanea italiana è un vero disastro percettivo. pessimo risveglio. non trovo nemmeno paragoni, disgusto però tantissimo.


noblogo.org/differx/emilio-vil…



Eric Bachmann - Eric Bachmann (2016)


immagine

Messo in soffitta il suo alter ego musicale, la creatura Crooked Fingers, pseudonimo sotto il quale si celava l'identità di un autore piuttosto che il percorso vero e proprio di una band, Eric Bachmann torna ad esporsi in prima persona, attraverso il suo terzo disco solista. L'omonimo titolo sembra sottolineare una sorta di ripartenza, facendo tabula rasa del passato. Non è esattamente così, ma resta evidente la distanza dal primo lavoro, Short Careers, che non era altro che una colonna sonora a carattere strumentale, e altrettanto da quel To the Races, in buona parte acustico e folkie nell'animo... artesuono.blogspot.com/2016/04…


Ascolta il disco: album.link/s/3EVJvaFZejZ6JYWN2…



noblogo.org/available/eric-bac…


Eric Bachmann - Eric Bachmann (2016)


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Messo in soffitta il suo alter ego musicale, la creatura Crooked Fingers, pseudonimo sotto il quale si celava l'identità di un autore piuttosto che il percorso vero e proprio di una band, Eric Bachmann torna ad esporsi in prima persona, attraverso il suo terzo disco solista. L'omonimo titolo sembra sottolineare una sorta di ripartenza, facendo tabula rasa del passato. Non è esattamente così, ma resta evidente la distanza dal primo lavoro, Short Careers, che non era altro che una colonna sonora a carattere strumentale, e altrettanto da quel To the Races, in buona parte acustico e folkie nell'animo... artesuono.blogspot.com/2016/04…


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FORSE UN ANGELO

a trascendersi in me è forse un angelo nel punto dove l'anima vibra come diapason e in un mutevole cielo d'occhi mi asseconda a snudare la bellezza da frammenti di parole e suoni

qui nel mio sangue ecco si leva il fiore che non so dire

. Il componimento “FORSE UN ANGELO” si presenta come un intimo viaggio interiore, un invito a scoprire e accogliere quella presenza eterea che trascende l'ordinario. Il verso iniziale, “a trascendersi in me / è forse un angelo,” suggerisce una trasformazione che prende forma dall'interno, come se un'entità sottile emergesse proprio dal nucleo della propria esistenza, pronta a risvegliare sentimenti e percezioni altrimenti dormienti.

L'immagine “nel punto dove l'anima vibra / come diapason” evoca il concetto di una vibrazione che armonizza il profondo dell'essere. Proprio come un diapason che emana una frequenza pura, la nostra anima può entrare in sintonia con le forze creative che risiedono in noi, capacità che spesso restano inespresse sino a quando non le lasciamo fluire liberamente.

Il “mutevole cielo d'occhi” che “mi asseconda” aggiunge una dimensione interconnessa: la presenza dell'angelo non è isolata, ma si fonde con un mondo di sguardi e di percezioni. Questi occhi possono essere simbolo di una collettività di esperienze, o addirittura del dialogo tra il nostro mondo interno ed esterno, capace di sostenere la ricerca della bellezza nascosta nei “frammenti di parole e suoni”. L'atto di “snudare la bellezza” diventa così un delicato sforzo di rivelazione, una disvelazione dell'ineffabile arte che albergava dentro di noi.

Infine, la chiusa “qui nel mio sangue / ecco si leva il fiore / che non so dire” richiama un'immagine intensa: dalla linfa vitale del proprio essere, come da un seme germinante, sboccia qualcosa di magnifico e indescrivibile. Il fiore, simbolo universale di rinascita e bellezza, sottolinea l'idea che l'arte e l'emozione non sono solo il risultato di un atto creativo, ma anche l'inevitabile manifestazione di un'esistenza che ha toccato il sublime.

Questo componimento, con la sua fusione di immagini sensoriali e sensazioni spirituali, invita a riflettere sul potere trasformativo dell'interiorità. In che modo ritrovi in te la consapevolezza di quell' angelo interiore? Ti risuona l'idea che dalla vibrante sinfonia del proprio essere possa nascere una bellezza che, pur sfuggendo alle parole, si svela in ogni gesto, ogni sguardo?

Forse potremmo approfondire come la metafora del diapason si intrecci con la ricerca della propria frequenza interiore oppure esplorare ulteriormente il simbolismo del fiore che, sebbene “non so dire” racconta una storia universale di trasformazione e rinascita.


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GIOSUE - Capitolo 22


EPISODI CONCLUSIVI (22,1-24,33)

Ritorno delle tribù a est del Giordano1In quel tempo Giosuè convocò quelli di Ruben e di Gad e la metà della tribù di Manasse 2e disse loro: “Voi avete adempiuto quanto Mosè, servo del Signore, vi aveva ordinato e avete ascoltato la mia voce, in tutto quello che io vi ho comandato. 3Non avete abbandonato i vostri fratelli durante questo lungo tempo fino ad oggi e avete osservato scrupolosamente il comandamento del Signore, vostro Dio. 4Ora che il Signore, vostro Dio, ha dato tranquillità ai vostri fratelli, come aveva loro promesso, tornate e andatevene alle vostre tende, nella terra di vostra proprietà, che Mosè, servo del Signore, vi ha assegnato a oriente del Giordano. 5Tuttavia abbiate gran cura di eseguire il comandamento e la legge che Mosè, servo del Signore, vi ha dato: amare il Signore, vostro Dio, camminare in tutte le sue vie, osservare i suoi comandamenti, aderire a lui e servirlo con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra anima”. 6Poi Giosuè li benedisse e li congedò ed essi tornarono alle loro tende. 7Mosè aveva dato a metà della tribù di Manasse un possesso in Basan e Giosuè diede all'altra metà un possesso tra i loro fratelli, al di qua del Giordano, a occidente. Anche costoro Giosuè rimandò alle loro tende e li benedisse. 8Disse loro: “Tornate alle vostre tende con grandi ricchezze, con bestiame molto numeroso, con argento, oro, bronzo, ferro e una grande quantità di vesti; dividete con i vostri fratelli il bottino, tolto ai vostri nemici”.9I figli di Ruben e di Gad e la metà della tribù di Manasse tornarono. Lasciarono gli Israeliti a Silo, nella terra di Canaan, per andare nel territorio di Gàlaad, la terra di loro proprietà, che avevano ricevuto in possesso, secondo il comando del Signore, per mezzo di Mosè.10Giunti a Ghelilòt del Giordano, nella terra di Canaan, i Rubeniti e i Gaditi e la metà della tribù di Manasse vi costruirono un altare, presso il Giordano: un altare grande, ben visibile. 11Gli Israeliti udirono che si diceva: “Ecco, Rubeniti, Gaditi e metà della tribù di Manasse hanno costruito un altare di fronte alla terra di Canaan, a Ghelilòt del Giordano, dalla parte degli Israeliti”. 12Quando gli Israeliti vennero a saperlo, riunirono tutta la loro comunità a Silo per muover loro guerra.13Gli Israeliti inviarono Fineès, figlio del sacerdote Eleàzaro, nel territorio di Gàlaad, ai Rubeniti, ai Gaditi e alla metà della tribù di Manasse, 14e con lui dieci capi, un capo per ciascun casato di tutte le tribù d'Israele: tutti erano capi di un casato fra i gruppi di migliaia d'Israele. 15Quando giunsero da quelli di Ruben, di Gad e di metà della tribù di Manasse nel territorio di Gàlaad, dissero loro: 16“Così dice tutta la comunità del Signore: “Che cos'è questa infedeltà che avete commesso contro il Dio d'Israele, smettendo oggi di seguire il Signore, con la costruzione di un altare per ribellarvi oggi al Signore? 17Non ci basta forse la colpa di Peor, dalla quale non ci siamo ancora purificati oggi e che ha attirato quel flagello sulla comunità del Signore? 18Voi oggi avete smesso di seguire il Signore! Poiché oggi vi siete ribellati al Signore, domani egli si adirerà contro tutta la comunità d'Israele. 19Se la terra del vostro possesso è impura, ebbene, passate pure nella terra che è possesso del Signore, dove sta la Dimora del Signore, e stabilitevi in mezzo a noi; ma non ribellatevi al Signore e non rendeteci complici di ribellione, costruendovi un altare oltre l'altare del Signore nostro Dio. 20Quando Acan figlio di Zerach commise un'infrazione contro lo sterminio, l'ira del Signore non venne forse su tutta la comunità d'Israele, sebbene fosse un individuo solo? Non morì forse per la sua colpa?“”.21Allora quelli di Ruben, di Gad e la metà della tribù di Manasse risposero così ai capi delle migliaia d'Israele: 22“Dio degli dèi è il Signore! Dio degli dèi è il Signore! Egli lo sa, ma lo sappia anche Israele. Se abbiamo agito con ribellione o con infedeltà verso il Signore, egli non ci salvi oggi stesso! 23Se abbiamo costruito un altare per smettere di seguire il Signore, per offrirvi olocausti od oblazioni e per farvi sacrifici di comunione, il Signore stesso ce ne chieda conto! 24Non è così! L'abbiamo fatto perché siamo preoccupati che in avvenire i vostri figli potrebbero dire ai nostri: “Che avete in comune voi con il Signore, Dio d'Israele? 25Il Signore ha posto il Giordano come confine tra noi e voi, figli di Ruben e di Gad; voi non avete parte alcuna con il Signore!“. Così i vostri figli farebbero desistere i nostri figli dal temere il Signore. 26Perciò ci siamo detti: Costruiamo questo altare, non per olocausti o per sacrifici, 27ma perché sia testimonianza fra noi e voi e fra i nostri discendenti dopo di noi, che vogliamo compiere il nostro servizio al Signore davanti a lui, con i nostri olocausti, con le nostre vittime e con i nostri sacrifici di comunione. Così i vostri figli non potranno un domani dire ai nostri: “Voi non avete parte con il Signore”. 28Ci siamo detti: Se in avvenire essi diranno questo a noi o ai nostri discendenti, risponderemo: “Guardate la forma dell'altare del Signore, che i nostri padri hanno costruito, non per olocausti o per sacrifici, ma perché fosse testimonianza fra noi e voi”. 29Lontano da noi l'idea di ribellarci al Signore e di smettere oggi di seguirlo, costruendo un altare per olocausti, offerte e sacrifici, oltre l'altare del Signore, nostro Dio, che è davanti alla sua Dimora!“.30Quando il sacerdote Fineès, i capi della comunità e i comandanti delle migliaia d'Israele che l'accompagnavano, udirono le parole degli uomini di Ruben, di Gad e di Manasse, esse parvero buone ai loro occhi. 31Fineès, figlio del sacerdote Eleàzaro, disse a quelli di Ruben, di Gad e di Manasse: “Oggi sappiamo che il Signore è in mezzo a noi, poiché non avete commesso questa infedeltà verso il Signore. Avete così liberato gli Israeliti dalla mano del Signore”.32Fineès, figlio del sacerdote Eleàzaro, e i capi lasciarono quelli di Ruben e di Gad e tornarono dal territorio di Gàlaad alla terra di Canaan presso gli Israeliti, ai quali riferirono l'accaduto. 33La cosa parve buona agli occhi degli Israeliti, i quali benedissero Dio e non parlarono più di muover guerra contro quelli di Ruben e di Gad, per devastare il territorio che essi abitavano. 34Quelli di Ruben e di Gad chiamarono quell'altare Testimonianza, perché dissero: “È una testimonianza fra noi che il Signore è Dio”.

__________________________Note

22,1-34 Il ritorno delle tribù situate a est del Giordano alle sedi originarie conclude la collaborazione che – secondo il redattore deuteronomista – esse avevano dato fin dall’inizio per la conquista di Canaan (vedi 1,12-18). Il contrasto sorto per il fatto che esse avevano costruito un altare grande, ben visibile (v. 10), alle sponde del Giordano, forse suppone malintesi di natura cultuale fra tribù orientali e occidentali.

22,19 Se la terra del vostro possesso è impura: il motivo di fondo del contendere è se la terra a est del Giordano faccia veramente parte della terra santa (Zc 2,16).

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Approfondimenti


22,1-24,33. Questi ultimi capitoli rappresentano una specie di appendice all'attività di Giosuè, analogamente a quanto avviene nei capitoli finali del Deuteronomio in riferimento a a Mosè. Qui peraltro la mano del redattore Deuteronomista è molto più presente che nei capitoli precedenti. Dopo aver licenziato le tribù di Ruben, Gad e metà Manasse, che tornano nei loro territori in Transgiordania (c. 22), Giosuè – sull'esempio di Mosè – pronuncia un suo discorso di congedo, il suo testamento per i figli d'Israele, contenente le ultime raccomandazioni e direttive (c. 23). Infine, a Sichem raduna per l'ultima volta tutte le tribù per il rinnovamento solenne dell'alleanza (24,1-28). I vv. 29-33 contengono informazioni sulla morte e sepoltura di Giosuè, e anche – in una tipica aggiunta del codice sacerdotale – sulla morte e sepoltura di Eleazaro.

Al di là del fatto raccontato, il tema del capitolo 22 riguarda un argomento ricorrente e di grande importanza nella storia d'Israele (tuttora di attualità): il Giordano come confine politico e teologico della terra promessa. I cc. 1-3 lo toccavano implicitamente, mettendo in rilievo l'attraversamento del fiume come momento centrale nella vicenda d'Israele dall'esodo alla terra, la fase di ingresso e penetrazione nel paese. Esso riemerse all'atto della ripartizione della Palestina fra le dodici tribù. Qui è ripreso in forma quasi tematica. In che senso il Giordano è confine sacro della terra promessa? Che dire delle tribù abitanti al di là del fiume? La risposta, messa sulla bocca di Giosuè, riafferma che l'assegnazione alle due tribù e mezza di territori transgiordanici è stata fatta da Mosè in persona, per ordine di JHWH. Essa quindi conserva tutto il suo valore giuridico e teologico. Anche i figli di Ruben, i figli di Gad e i figli di metà Manasse vivono in territorio consacrato, godono della “tranquillità” garantita dal Signore al suo popolo e devono sentirsi obbligati, come tutte le altre tribù, all'osservanza delle leggi emanate da Mosè. Dopo le parole di congedo di Giosuè (v. 1-6), le due tribù e mezza prendono la via del ritorno (vv. 9-11), e in prossimità del Giordano costruiscono un altare che è visto come segno di apostasia dalle altre tribù, le quali reagiscono vivacemente. Attorno a questo incidente è sviluppato il tema della sacralità o meno del territorio transgiordanico e quindi dell'appartenenza a Israele di Ruben, Gad e metà Manasse (vv. 12-34).

1-5. Il brano è intriso di espressioni deuteronomiche e deuteronomistiche. Si noti l'insistenza sulla «osservanza» del «comando» o dei «comandi» e della «legge», sulla «ubbidienza» alla «voce» di JHWH. Si noti anche la menzione dell'«oggi», della «fedeltà», del dovere di «amare» JHWH «camminando per le sue vie». Il tema della «tranquillità» (v. 4) si riferisce al possesso pacifico della terra, come abbiamo detto (cfr. commento a Gs 21,40-45).

7-9. Questi versetti riprendono Nm 31-32.

10-11. Sulla base del testo non è possibile precisare se questo altare fu costruito in Cisgiordania o in Transgiordania. La nostra traduzione interpreta: «di fronte al paese di Canaan», ossia dall'altra parte del Giordano. Ciò che importa del resto è che qui si presuppone il fatto che Silo rivendicava di essere l'unico centro di culto per tutte le tribù, con una specie di anticipazione del motivo della centralizzazione del culto voluta più tardi da Giosia (cfr. Dt 12,1ss.; 13,12s.). Perciò la costruzione dell'altare è considerata un gesto di ribellione, di infedeltà e di apostasia. Ma dietro all'episodio, come s'è detto, c'è la questione teologica più ampia, dell'appartenenza alla comunità d'Israele, un'appartenenza concepita in termini fortemente sacrali: si tratta dell'appartenenza alla comunità destinataria della salvezza (esodo), dell'alleanza (Sinai), del possesso della terra (il problema del Giordano). Sono visibili qui i primi tratti di una semplificazione geografica e storica in funzione teologica, che saranno sviluppati non solo nell'Antico Testamento, ma anche in alcuni autori del Nuovo.

12. Prima di entrare in guerra, le altre tribù d'Israele decidono saggiamente di discutere la questione, inviando ai gruppi transgiordanici una commissione composta dai capifamiglia e presieduta dal sacerdote Finees, figlio di Eleazaro e nipote di Aronne. Tutto questo dà modo all'autore di impostare dialogicamente il problema che gli preme.

16-20. Il discorso degli inviati si sviluppa in tre momenti. All'accusa iniziale di infedeltà sottolineata col ricorso all'esempio di Peor (vv. 16-18), segue un'esortazione esplicita a non ribellarsi a JHWH (v. 19). Il breve discorso si chiude con il richiamo all'esempio di Acan (Gs 7). L'idea centrale è la solidarietà che lega tra loro tutte le tribù d'Israele nel bene e nel male. Gli interrogativi ricorrenti danno incisività alle argomentazioni degli ambasciatori. Dominano le voci «infedeltà», «iniquità», «ribellione», «colpa, «ira del Signore».

21-29. Replicando, gli interpellati si dilungano a controbattere l'accusa di ribellione e infedeltà. L'altare non vuole essere un segno di distacco o una alternativa a Silo. Intende essere simbolo di unione ed espressione di fedeltà a JHWH. La ripetizione insistente del nome di JHWH intende sottolineare le buone intenzioni delle tribù accusate.

30-34. La reazione dei delegati è sintetizzata nella frase di Finees: «fra di noi JHWH è Dio». Nessun peccato di infedeltà è stato commesso. Esso avrebbe reso colpevole l'intera comunità d'Israele ed avrebbe avuto come conseguenza l'allontanamento della presenza e della protezione di JHWH.

(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Milano misteriosa (parte II)

Milano non nasconde i suoi misteri: li ingloba. Li ingloba nei palazzi del potere, nei castelli, sotto le strade percorse ogni giorno da chi pensa di conoscere la città. Ma Milano non si conosce mai del tutto. Si attraversa, e lei decide cosa mostrarti. Il Castello Sforzesco è l’emblema del potere milanese: militare, politico, simbolico. Ma dietro le mura imponenti si nasconde una rete di passaggi sotterranei reali, studiati e in parte documentati dagli storici. Alcuni di questi cunicoli collegavano il Castello ad altri punti strategici della città, permettendo fughe, spostamenti rapidi, comunicazioni segrete. Non fantasia: architettura difensiva rinascimentale. Qui lavorò anche Leonardo da Vinci, chiamato da Ludovico il Moro non solo come artista, ma come ingegnere militare. I suoi disegni di fortificazioni e sistemi idraulici non erano esercizi teorici, ma soluzioni concrete per una città che viveva in perenne equilibrio tra assedio e splendore. Consiglio pratico: visita il Castello in orari serali o nei mesi meno turistici. Le sale semivuote restituiscono l’eco del potere… e delle sue paure. La Basilica di Sant’Ambrogio è uno dei luoghi spiritualmente più densi di Milano. Ma anche uno dei più enigmatici. All'esterno si trova la famosa Colonna del Diavolo, con due fori ben visibili. La tradizione popolare racconta che siano stati provocati dalle corna di Satana durante uno scontro con Sant’Ambrogio. Leggenda, certo. Ma la colonna è romana, riutilizzata, e il riuso di elementi pagani in contesti cristiani è un fatto storico. Un dettaglio reale e spesso ignorato: nei pressi della colonna si avverte un odore particolare dovuto alle correnti d’aria provenienti dal sottosuolo. Da qui nasce l’idea del “respiro infernale”. Fisica e suggestione che si incontrano. Ancora una volta. I Navigli sono romantici oggi. Ma per secoli sono stati vie commerciali, industriali e… funerarie. Le acque trasportavano merci, sì, ma anche corpi, rifiuti, segreti. Il Naviglio Grande era una arteria vitale, progettata e migliorata anche grazie agli studi di Leonardo. Ma l’acqua stagnante, le nebbie e le attività notturne hanno alimentato una lunga tradizione di storie nere, molte delle quali legate a fatti di cronaca ottocentesca realmente documentati. Non a caso, molti scrittori noir ambientano qui delitti e sparizioni. Non per moda, ma perché il luogo conserva memoria. Consiglio pratico: percorri il Naviglio in inverno, di sera. La Milano più vera emerge quando il folklore tace. Il Cimitero Monumentale non è solo un luogo di sepoltura: è un archivio sociale. Qui riposano industriali, artisti, politici, famiglie che hanno costruito Milano nel bene e nel male. Le sculture non sono casuali: simboli massonici, allegorie del tempo, della morte, del lavoro. Tutto parla di ascesa, caduta e memoria. Consiglio pratico: visita guidata tematica o esplorazione autonoma con mappa storica. È una lezione di storia urbana a cielo aperto. Milano non crea misteri per intrattenere. Li genera perché è una città di potere, trasformazione e stratificazione. Ogni epoca ha lasciato un segno, e nessuno ha cancellato davvero quello precedente. Chi visita Milano cercando solo aperitivi vede una superficie. Chi la percorre con curiosità, rispetto e lentezza scopre una città che osserva mentre viene osservata. E forse è questo il suo segreto più grande.


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⬡ Prossimi appuntamenti


Nella foto: Chiesa di San Luca Evangelista con la futura immagine della Divina Misericordia
12 APRILE 2026: Festa della Divina Misericordia
Il 12 Aprile 2026 si avrà la presenza nel Tempio di San Luca Evangelista di una donna del mondo del cinema, della televisione, scrittrice di numerosi libri legati alla sua profonda conversione spirituale, ai suoi progetti come l'associazione “Le opere del Padre” per la diffusione della D.M. e varie pubblicazioni sulla D.M. tra cui “Qualcosa di me” e “Non di solo pane vive l'uomo”. Credo che tutti abbiano capito che si parla di Claudia Koll che nel corso dell'evento ci darà delle sue testimonianze.

Il progetto prevede la costituzione di un grande gruppo di preghiera che sarà il fulcro principale, il motore per l'avvio di tutta la parte spirituale della D.M.

Inizialmente il gruppo si incaricherà di recitare, il martedì e il venerdì alle ore 17:30, la coroncina, il rosario e le litanie alla D.M. alla presenza del Santissimo Sacramento esposto dal sacerdote.

Per la crescita spirituale, ogni 15 gg., da stabilire il giorno della settimana, il gruppo si riunirà in chiesa per delle catechesi programmate tenute dai sacerdoti, riguardanti i più svariati argomenti (attualità, crisi di coppie, matrimonio, violenza sulle donne, ...).

Ogni sei mesi si organizzeranno pullman per Santo Spirito in Sassia a Roma, chiesa di divulgazione in Italia del culto alla D.M. per chi intende consacrarsi alla D.M. Notizie sui pochi obblighi per la consacrazione saranno trattati dopo la formazione del gruppo.

Il programma della festa della D.M. sarà distribuito e pubblicizzato anche in rete prima delle festività pasquali.

Casapulla, 10 gennaio 2026

La comunità del Tempio San Luca Ev.


Conferma la partecipazione all'evento del 12 AprileCon la conferma, riceverai tutti gli aggiornamenti sull'evento. E' facile, basta registrarsi indicando solo la propria email.Per procedere, cliccare QUI


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Milano misteriosa (parte I)

Milano è una città che corre. Corre verso il futuro, verso il lavoro, verso la prossima scadenza. Eppure, sotto questa superficie iper-razionale, pulsa una Milano antica, esoterica, simbolica, che non ama farsi notare. Non urla, sussurra. Per chi sa ascoltare, Milano è un libro aperto scritto in pietra, ossa, simboli e silenzi. Questo non è un elenco di leggende metropolitane ma un itinerario reale, basato su luoghi esistenti, documentati, visitabili. Luoghi che raccontano paure, fede, morte, potere e conoscenza, temi che l’uomo non ha mai smesso di interrogare. Cominciamo dal cuore: il Duomo. Il Duomo di Milano non è solo una cattedrale: è un manuale di simbolismo scolpito nel marmo. Costruito a partire dal 1386 e modificato per secoli, porta addosso stratificazioni storiche e culturali che vanno ben oltre il cattolicesimo ufficiale. Passeggiando lungo le sue facciate laterali, lo sguardo attento noterà figure inquietanti: draghi, animali mostruosi, volti deformi. Non sono decorazioni casuali. Nel Medioevo queste sculture avevano una funzione precisa: tenere lontano il male e, allo stesso tempo, ricordare al fedele che il caos è sempre in agguato. Un dettaglio poco noto ma reale: sul Duomo è presente una meridiana solare (XVIII secolo), utilizzata per regolare l’ora ufficiale della città. Un tempio che non solo guarda al cielo, ma misura il tempo. Spiritualità e astronomia. Fede e scienza. Milano, già allora, non sceglieva ma integrava tutto questo. A pochi minuti a piedi dal Duomo esiste uno dei luoghi più disturbanti – e autentici – di Milano: San Bernardino alle Ossa. Qui non c’è leggenda. C’è realtà storica. L’ossario nasce nel XIII secolo per contenere i resti umani provenienti dal vicino ospedale e dal cimitero ormai saturo. Nel Seicento, le ossa diventano elemento architettonico e decorativo: teschi, tibie, femori disposti in nicchie e motivi ornamentali. Non è macabro per provocazione. È una teologia della morte: ricordare che ogni corpo è temporaneo, che la fine rende tutti uguali. Un potente memento mori in una città oggi ossessionata dall’apparenza. Curiosità documentata: una leggenda popolare parla di una bambina scheletrica che di notte raccoglie le ossa cadute. Suggestione, certo. Ma il silenzio del luogo, soprattutto in orari poco affollati, rende facile capire perché certe storie nascano. Oggi Brera è sinonimo di movida elegante. Ma storicamente è stato un quartiere di ribelli, artisti, pensatori e spiriti inquieti. Qui sorgeva il Collegio dei Gesuiti, centro di sapere, controllo e disciplina. Ma Brera è sempre stata anche il luogo dove il pensiero ufficiale veniva messo in discussione. Artisti, incisori, intellettuali: menti abituate a guardare oltre il visibile. Non è un caso che molte simbologie presenti nei palazzi storici di Brera richiamino l’alchimia: trasformazione, conoscenza, passaggio da uno stato all’altro. Milano non ha mai amato la magia urlata. Preferisce quella che si nasconde nei dettagli. Questa prima parte ci mostra una verità semplice: Milano non è misteriosa perché vuole spaventare, ma perché vuole essere capita. I suoi luoghi non sono attrazioni da checklist, ma capitoli di un racconto urbano che parla di potere, fede, morte, conoscenza e trasformazione. Nella Parte II entreremo ancora più a fondo: castelli, sotterranei, acque oscure, simboli militari e segreti che si annidano nei luoghi del comando e del controllo. Milano, come certi romanzi noir, non si rivela tutta al primo sguardo. E forse è proprio per questo che continua ad affascinare.


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La guerra a colpi di byte

La sicurezza informatica, un tempo relegata agli specialisti di settore e agli ingegneri dei sistemi, è oggi divenuta uno dei pilastri della geopolitica globale, un campo di battaglia silenzioso ma potentissimo dove si combattono guerre senza armi convenzionali, dove l’invisibile influenza il visibile, dove una stringa di codice può avere la stessa forza distruttiva di un missile e dove le informazioni valgono più dell’oro. Gli ultimi conflitti internazionali ce lo dimostrano senza lasciare spazio a dubbi: la guerra tra Russia e Ucraina ha svelato quanto l’aspetto cibernetico sia parte integrante delle strategie militari, gli attacchi hacker contro le infrastrutture critiche ucraine non solo hanno anticipato le offensive terrestri, ma hanno minato la fiducia del popolo, creando disservizi, blackout e una diffusa insicurezza nella popolazione, rendendo chiaro al mondo che la prima linea non è sempre visibile. Lo scenario mediorientale, con l’acuirsi delle tensioni tra Israele, Palestina e Iran, non è da meno, qui la guerra digitale si sviluppa su più piani: il sabotaggio dei sistemi di difesa aerei, il furto di dati sensibili dalle agenzie di intelligence, la diffusione di disinformazione per destabilizzare l’opinione pubblica e, soprattutto, una costante attività di spionaggio condotta tramite sofisticati software di intrusione che penetrano come lame affilate nei server governativi e nei dispositivi personali dei più alti funzionari. Nulla è lasciato al caso, ogni click può diventare una porta aperta, ogni file un cavallo di Troia. I servizi segreti moderni, infatti, hanno spostato il loro baricentro operativo verso il cyberspazio, dove agenti invisibili lavorano instancabilmente per carpire informazioni vitali per la sicurezza nazionale e per costruire vantaggi strategici. La potenza di un Paese non si misura più soltanto in carri armati o in risorse energetiche, ma nella sua capacità di proteggere i propri dati e di penetrare quelli altrui. In questo contesto, l’Italia si trova in una posizione delicata: pur possedendo eccellenze nel campo della sicurezza informatica, come il Centro Nazionale per la Cybersecurity e alcune unità specializzate della Polizia Postale, il nostro Paese appare ancora troppo vulnerabile di fronte a minacce sempre più sofisticate e persistenti. Le infrastrutture critiche italiane, come quelle energetiche, sanitarie, dei trasporti e delle telecomunicazioni, sono state già oggetto di numerosi tentativi di intrusione e attacchi ransomware, talvolta andati a segno, lasciando dietro di sé danni economici significativi e, soprattutto, dimostrando la fragilità di un sistema che non ha ancora pienamente interiorizzato la cultura della prevenzione digitale. La scarsa consapevolezza diffusa tra cittadini, aziende e persino enti pubblici rende il terreno fertile per le operazioni malevole di hacker ostili, che sfruttano vulnerabilità banali, spesso legate a password deboli, aggiornamenti trascurati o errori umani evitabili. L’Italia è un Paese culturalmente ancora in ritardo rispetto alla comprensione della sicurezza informatica come elemento imprescindibile della vita quotidiana e della difesa nazionale. Eppure, in questa complessità globale dove ogni dato può diventare un’arma e ogni sistema può trasformarsi in un obiettivo, il nostro presente ci sta offrendo un’opportunità irripetibile: quella di diventare consapevoli e resilienti. È necessario che la sicurezza informatica venga percepita come una priorità assoluta, non solo per le grandi istituzioni ma per ogni singolo individuo, perché in questa nuova era interconnessa anche il più piccolo anello della catena può determinare la forza o la debolezza di un intero sistema. L’Italia ha le competenze per rispondere, ha i talenti per innovare, ha le strutture per migliorare, ma tutto dipende dalla volontà collettiva di investire seriamente, di formare, di aggiornare, di proteggere. Non si tratta più di difendersi da ipotetiche minacce future: il campo di battaglia è già qui, nel presente, e siamo già tutti parte di questa guerra invisibile che si combatte nei cavi, nei server, nei dispositivi e nelle onde radio. E solo chi saprà vedere oltre la superficie, solo chi comprenderà che la sicurezza informatica non è una semplice questione tecnica ma una strategia di sopravvivenza e di successo per intere nazioni, potrà emergere vincitore da questo scenario sempre più complesso, dove ogni frammento di informazione è una chiave e ogni barriera una porta da difendere con lucidità, costanza e visione.


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Il giallo, il rosso e il nero

La lettura dei libri gialli e thriller continua ad affascinare milioni di persone in tutto il mondo. Non è soltanto una questione di intrattenimento, ma un vero e proprio esercizio della mente, una palestra dove l’immaginazione incontra la logica. Il lettore si trova immerso in trame fitte di indizi, false piste e rivelazioni improvvise, diventando a tutti gli effetti un investigatore invisibile. In questo genere di libri ogni parola può essere una chiave, ogni dettaglio apparentemente insignificante può nascondere la soluzione di un enigma più grande. La forza del giallo e del thriller non sta soltanto nella costruzione della trama, ma anche nella capacità di generare suspense. Il cuore batte più forte, la curiosità cresce pagina dopo pagina, e il lettore si scopre incapace di abbandonare il libro prima di aver raggiunto la conclusione. Questa tensione costante, abilmente orchestrata dagli autori, è il segreto che tiene viva l’attenzione e crea quel sottile legame di complicità tra chi scrive e chi legge. Ogni storia gialla diventa così una sfida mentale. L’autore dissemina indizi con la precisione di un illusionista, mentre il lettore cerca di ricomporre il puzzle prima che l’investigatore di turno sveli la verità. In questo gioco di specchi, non conta soltanto scoprire chi è l’assassino, ma comprendere i meccanismi che regolano il crimine, le motivazioni, le psicologie dei personaggi. È come osservare la realtà da un punto di vista privilegiato, con la lente d’ingrandimento della narrativa. Il thriller, rispetto al giallo classico, aggiunge un elemento ulteriore: l’adrenalina. Non si limita a raccontare un mistero, ma lo trasforma in un’esperienza emotiva intensa, dove il pericolo sembra pulsare tra le righe. In questo senso il rosso del sangue e il nero della paura si intrecciano con il giallo dell’enigma, creando un mix che difficilmente lascia indifferenti. Leggere un thriller significa accettare di vivere, almeno per qualche ora, in bilico tra razionalità e istinto. C’è qualcosa di profondamente moderno nella fascinazione per questi libri. Nel mondo iperconnesso e apparentemente trasparente in cui viviamo, i gialli e i thriller continuano a ricordarci che il mistero non è mai del tutto scomparso. La verità si nasconde spesso sotto più strati, le apparenze possono ingannare, e persino le tecnologie più avanzate non bastano a risolvere ogni enigma umano. Il fascino dell’ombra resiste, e forse è proprio questo a renderli così attuali. Molti lettori trovano in queste pagine una forma di evasione, ma anche un modo per allenare la mente. La logica, la capacità di osservazione e il pensiero critico diventano strumenti indispensabili. Non a caso, leggere gialli e thriller è come partecipare a un dialogo silenzioso con l’autore: lui lancia la sfida, il lettore risponde cercando di arrivare prima alla soluzione. È un rapporto dinamico che rende l’esperienza di lettura più viva e coinvolgente. Il commissario astuto, il detective tormentato, la vittima misteriosa, l’assassino insospettabile: figure archetipiche che cambiano volto a seconda del tempo e del contesto, ma che non smettono mai di parlare al nostro immaginario. Oggi, nel 2025, il genere continua a reinventarsi con ambientazioni contemporanee, investigatori digitali e scenari globali. Ma il cuore resta lo stesso: l’eterna sfida tra luce e ombra, tra verità e menzogna. Un altro elemento che rende irresistibile il genere è la sua capacità di rispecchiare le paure della società. I gialli dell’Ottocento raccontavano misteri familiari e borghesi, quelli del Novecento si sono confrontati con guerre, mafia e corruzione, mentre oggi i thriller affrontano i temi della tecnologia, del potere occulto e dei segreti nascosti nella rete. La narrativa segue i cambiamenti della società e, in un certo senso, li anticipa. Leggere gialli e thriller, quindi, non significa soltanto divertirsi, ma anche esplorare le ombre del nostro tempo. Ciò che temiamo, ciò che non comprendiamo, ciò che si nasconde dietro la facciata della normalità: tutto trova spazio tra le pagine di un buon romanzo. È come se la narrativa ci offrisse uno specchio oscuro, capace di riflettere non solo i delitti immaginari, ma anche le inquietudini reali. Infine, c’è il piacere puro e semplice della narrazione. La scrittura di un grande autore di thriller non si limita a tessere una trama complessa, ma costruisce atmosfere, scava nelle emozioni, ci fa vivere nei panni dei protagonisti. La forza di un libro giallo non è soltanto nell’enigma, ma anche nella capacità di evocare luoghi, volti e silenzi che restano nella memoria. Alcuni romanzi lasciano un’impronta duratura, perché ci insegnano a guardare il mondo con occhi diversi. Ecco allora che il giallo, il rosso e il nero diventano i colori di una passione senza tempo. Il giallo rappresenta l’enigma, la sfida intellettuale. Il rosso richiama il sangue, la violenza, la passione che si nasconde dietro ogni delitto. Il nero è l’ombra, la paura, ma anche l’eleganza che contraddistingue questo genere letterario. Tre colori che insieme compongono un linguaggio universale, capace di parlare a lettori di ogni età e cultura. In un’epoca in cui tutto sembra correre veloce e superficiale, dedicarsi a un buon giallo o a un thriller di qualità è un atto di resistenza. Significa concedersi il tempo di osservare, riflettere, decifrare. È un invito a rallentare per ascoltare i dettagli, a diffidare delle apparenze, a non fermarsi mai alla prima spiegazione. Forse è proprio questo il messaggio più profondo: la verità non è mai immediata, va cercata con pazienza e con coraggio. Chi legge gialli e thriller (come chi vi scrive) lo sa bene: non si tratta solo di storie di crimine, ma di racconti sull’essere umano e le sue contraddizioni. Dentro ogni assassino c’è una storia, dentro ogni vittima un segreto, dentro ogni investigatore una fragilità. È questa dimensione universale che rende il genere sempre vivo, sempre attuale, sempre in grado di sorprenderci. Ed è per questo che, ancora oggi, milioni di lettori si lasciano catturare dal fascino dell’enigma. Perché in fondo, dietro ogni pagina girata, si nasconde la speranza di trovare non solo la soluzione di un mistero narrativo, ma anche un piccolo frammento di verità sulla vita stessa.


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Nothing - Tired of Tomorrow (2016)


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A prima vista, l’impatto col nuovo full length dei Nothing, ‘Tired Of Tomorrow’, restituisce un violento nichilismo ed un “no future” decisamente punk. Il punto di forza della band di Philadelphia sta proprio nel proporre tematiche quali la negatività della condizione umana, nonché la misantropia, usando però uno stile formale ben lontano dalla rabbia urlata nel microfono unita a chitarre usate come grattugie, muovendosi invece fra territori rock in cui domina il tocco delicato... artesuono.blogspot.com/2016/05…


Ascolta il disco: album.link/s/2655MXRi7PSJTtYqd…



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Nothing - Tired of Tomorrow (2016)


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A prima vista, l’impatto col nuovo full length dei Nothing, ‘Tired Of Tomorrow’, restituisce un violento nichilismo ed un “no future” decisamente punk. Il punto di forza della band di Philadelphia sta proprio nel proporre tematiche quali la negatività della condizione umana, nonché la misantropia, usando però uno stile formale ben lontano dalla rabbia urlata nel microfono unita a chitarre usate come grattugie, muovendosi invece fra territori rock in cui domina il tocco delicato... artesuono.blogspot.com/2016/05…


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GIOSUE - Capitolo 21


Le città levitiche1I capifamiglia dei leviti si presentarono al sacerdote Eleàzaro, a Giosuè figlio di Nun e ai capifamiglia delle tribù degli Israeliti 2e dissero loro a Silo, nella terra di Canaan: “Il Signore ha comandato, per mezzo di Mosè, che ci fossero date città da abitare, con i loro pascoli per il nostro bestiame”. 3Allora gli Israeliti, secondo il comando del Signore, diedero ai leviti le seguenti città, con i loro pascoli, prendendole dalla loro eredità.

4Si tirò a sorte per i casati dei Keatiti. Ai leviti, figli del sacerdote Aronne, toccarono in sorte tredici città della tribù di Giuda, della tribù di Simeone e della tribù di Beniamino. 5Al resto dei Keatiti toccarono in sorte dieci città dei casati della tribù di Èfraim, della tribù di Dan e di metà della tribù di Manasse. 6Ai figli di Gherson toccarono in sorte tredici città dei casati della tribù di Ìssacar, della tribù di Aser, della tribù di Nèftali e di metà della tribù di Manasse in Basan. 7Ai figli di Merarì, secondo i loro casati, toccarono dodici città della tribù di Ruben, della tribù di Gad e della tribù di Zàbulon.8Gli Israeliti dunque assegnarono per sorteggio ai leviti queste città, con i loro pascoli, come il Signore aveva comandato per mezzo di Mosè.9Della tribù dei figli di Giuda e della tribù dei figli di Simeone assegnarono le città qui nominate.

10Esse toccarono ai leviti, figli d'Aronne, dei casati dei Keatiti, perché il primo sorteggio fu per loro. 11Furono dunque date loro Kiriat-Arbà, padre di Anak, ossia Ebron, sulle montagne di Giuda, con i suoi pascoli tutt'intorno; 12ma diedero in possesso a Caleb, figlio di Iefunnè, i campi di questa città e i villaggi circostanti. 13Diedero dunque ai figli del sacerdote Aronne Ebron, città di asilo per l'omicida, con i suoi pascoli, Libna e i suoi pascoli, 14Iattir e i suoi pascoli, Estemòa e i suoi pascoli, 15Colon e i suoi pascoli, Debir e i suoi pascoli, 16Ain e i suoi pascoli, Iutta e i suoi pascoli, Bet-Semes e i suoi pascoli: nove città di queste tribù.17Della tribù di Beniamino, Gàbaon e i suoi pascoli, Gheba e i suoi pascoli, 18Anatòt e i suoi pascoli, Almon e i suoi pascoli: quattro città.19Totale delle città dei sacerdoti figli d'Aronne: tredici città e i loro pascoli.

20Ai casati dei Keatiti, cioè al resto dei leviti, figli di Keat, toccarono città della tribù di Èfraim. 21Fu loro data, come città di asilo per l'omicida, Sichem e i suoi pascoli sulle montagne di Èfraim; poi Ghezer e i suoi pascoli, 22Kibsàim e i suoi pascoli, Bet-Oron e i suoi pascoli: quattro città. 23Della tribù di Dan: Eltekè e i suoi pascoli, Ghibbetòn e i suoi pascoli, 24Àialon e i suoi pascoli, Gat-Rimmon e i suoi pascoli: quattro città. 25Di metà della tribù di Manasse: Taanac e i suoi pascoli, Ibleàm e i suoi pascoli: due città. 26Totale: dieci città con i loro pascoli, che toccarono ai casati degli altri figli di Keat.

27Ai figli di Gherson, che erano tra i casati dei leviti, furono date, di metà della tribù di Manasse, come città di asilo per l'omicida, Golan in Basan e i suoi pascoli, Astaròt con i suoi pascoli: due città; 28della tribù d'Ìssacar, Kisiòn e i suoi pascoli, Daberàt e i suoi pascoli, 29Iarmut e i suoi pascoli, En-Gannìm e i suoi pascoli: quattro città; 30della tribù di Aser, Misal e i suoi pascoli, Abdon e i suoi pascoli, 31Chelkat e i suoi pascoli, Recob e i suoi pascoli: quattro città; 32della tribù di Nèftali, come città di asilo per l'omicida, Kedes in Galilea e i suoi pascoli, Cammòt-Dor e i suoi pascoli, Kartan con i suoi pascoli: tre città. 33Totale delle città dei Ghersoniti, secondo i loro casati: tredici città e i loro pascoli.

34Ai casati dei figli di Merarì, cioè al resto dei leviti, furono date, della tribù di Zàbulon, Iokneàm e i suoi pascoli, Karta e i suoi pascoli, 35Dimna e i suoi pascoli, Naalàl e i suoi pascoli: quattro città; 36della tribù di Ruben, come città di asilo per l'omicida, Beser e i suoi pascoli, Iaas e i suoi pascoli, 37Kedemòt e i suoi pascoli, Mefàat e i suoi pascoli: quattro città; 38della tribù di Gad, come città di asilo per l'omicida, Ramot in Gàlaad e i suoi pascoli, Macanàim e i suoi pascoli, 39Chesbon e i suoi pascoli, Iazer e i suoi pascoli: in tutto quattro città. 40Totale delle città date in sorte ai figli di Merarì, secondo i loro casati, cioè il resto dei casati dei leviti: dodici città.

41Totale delle città dei leviti in mezzo ai possessi degli Israeliti: quarantotto città e i loro pascoli. 42Ciascuna di queste città comprendeva la città e il suo pascolo intorno: così di tutte queste città.43Il Signore assegnò dunque a Israele tutta la terra che aveva giurato ai padri di dar loro, e gli Israeliti ne presero possesso e vi si stabilirono. 44Il Signore diede loro tranquillità all'intorno, come aveva giurato ai loro padri; nessuno tra tutti i loro nemici poté resistere loro: il Signore consegnò nelle loro mani tutti quei nemici. 45Non una parola cadde di tutte le promesse che il Signore aveva fatto alla casa d'Israele: tutto si è compiuto.

__________________________Note

21,43 Il Signore assegnò dunque: troviamo qui la conclusione generale dei cc. 13-21 e anche il tema teologico di tutto il libro, già preannunciato in 1,6. La conquista della terra è compimento delle promesse che Dio aveva fatte ai padri; essa è legata al raggiungimento della tranquillità di Israele. E tuttavia, nell’esperienza storica dell’Israele biblico, questa tranquillità sarà un bene più atteso che goduto, sempre invocato nella preghiera a Dio (Nm 6,24-26; Sal 122,6-9).

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Approfondimenti


L'elenco delle città assegnate alle famiglie della tribù di Levi sembra basarsi su un documento antico, senz'altro preesilico, sebbene risultino evidenti gli indizi di rifacimenti seriori, verosimilmente postesilici. Il quadro della situazione concernente i leviti è in ogni caso piuttosto ideale, poiché di fatto dopo la centralizzazione del culto l'attività dei leviti fuori Gerusalemme era molto ridotta.

Il capitolo presenta la messa in atto di quanto era stato detto in Nm 35,1-8. Ivi JHWH aveva disposto che ai leviti, privi di un territorio proprio, fossero assegnate città fra le altre tribù. Qui si parla dell'assegnazione alla tribù di Levi di 48 città, quattro per ciascuna tribù, di modo che essa sia presente in tutto il territorio d'Israele. Come s'è detto, si tratta di una distribuzione più simbolica che reale. Ma ancor più irreale e schematizzato risulta il quadro relativo ai leviti e alla loro posizione all'interno di Israele in Ez 48, dove il profeta, dopo aver descritto il nuovo tempio, delinea i tratti della nuova terra restaurata, sacrificando ancor più la realtà alla sua limpida geometria e teologia. In questa nostra pagina si può intravvedere l'inizio di tale costruzione simbolica. Sul piano storico, resta vero che i leviti sono stati per secoli custodi dei santuari sparsi in tutto il territorio d'Israele. Nell'elenco del nostro capitolo mancano peraltro nomi di santuari di grande rilevanza, come Silo, Nod, Rama, Kiriat-Iearim.

Il capitolo è articolato nel seguente modo:

  • dopo una introduzione, che si riaggancia a Nm 35, 1ss. (vv. 1-3),
  • vengono presentati i tre clan che prendevano il nome dai tre figli di Levi, Keat, Gherson, Merari (vv. 4-9).
  • Seguono le liste delle città (e dei pascoli intorno) assegnate rispettivamente:
  • ai figli di Keat discendenti di Aronne (vv. 10-19),
  • ai Keatiti non discendenti di Aronne (vv. 20-26),
  • ai Ghersoniti (vv. 27-33)
  • e ai discendenti di Merari (vv. 34-40).
  • I vv. 41-45 fanno da conclusione.

10-19. Mosè e Aronne erano discendenti di Keat. Ai discendenti di Aronne toccarono tredici città. Agli altri discendenti di Keat furono assegnate dieci città. Il clan dei Keatiti dunque, essendo il più numeroso, ebbe in tutto ventitré città, sparse per lo più nei territori di Giuda (Simeone) e Beniamino.

27-33. Le tredici città dei figli di Gherson erano sparse nelle zone di Manasse, Issacar, Aser e Neftali.

34-40. La maggior parte delle dodici città assegnate ai figli di Merari si trovava in Transgiordania. Alcune delle città qui menzionate figuravano già nelle liste precedenti.

41-45. La conclusione è palesemente teologica. Da un lato si sottolinea (vv. 41-42) la presenza dei leviti fra tutte le tribù d'Israele, in maniera uniforme. Si conclude così questo capitolo. Dall'altro, a conclusione di tutta l'attività di conquista e spartizione del paese, svolta sotto Mosè e Giosuè (vv. 43-45), si afferma che la conquista della terra e la distribuzione di essa corrispondono a un preciso progetto di JHWH e alle promesse da lui fatte ai padri, che trovano ora il loro compimento. A posteriori, e dal punto di vista dell'estensore, si tratta in sostanza di legittimare la situazione effettiva in cui venne a trovarsi Israele nel periodo monarchico.

I vv. 43-45 meritano una particolare attenzione, nella loro densità teologica e vivacità di espressione. Essi sottolineano da un lato la fedeltà di JHWH alla sua parola (la cui potenza risuona anche nel ricorrente “tutto”, “tutti”: «Di tutte le belle promesse che JHWH aveva fatto alla casa d'Israele, non una andò a vuoto: tutto giunse a compimento»). Dall'altro mettono bene in risalto gli effetti di questa parola, che – donando la terra e distribuendola equamente tra le tribù d'Israele – concede «tranquillità», ossia riposo e pace. Il verbo usato qui è nwḥ, «riposare». Nella forma hifil esso signitica «procurare riposo», «procurare pace», ed in questa forma è usato in modo tipico, oltre che nel nostro brano, in altri numerosi passi di marcata impronta deuteronomistica, là dove, sempre parlando della conquista della terra promessa, si afferma che JHWH, concedendo la terra, ha «procurato pace» a Israele (cfr., ad esempio, Dt 3,20; 12,10; 25,19; Gs 1,13.15; 22,4; 23,1). Questo include in un primo momento la vittoria sui nemici. Dopo che la terra è diventata possesso d'Israele, questo secondo aspetto balza in primo piano nella formulazione teologica deuteronomistica (cfr. 2Sam 7,1.11; 1Re 5,18, ecc.). Il fatto che JHWH procuri tranquillità di fronte ai nemici implica non soltanto una situazione salvifica in senso politico e sociale, ma anche una condizione di felicità completa, tale da abbracciare tutta la vita. L'idea sarà usata quindi anche con valenza escatologica (cfr. Is 14,3), nel senso di «prosperità» e «riposo indisturbato».

(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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[provetecniche]dirotta -rame di Bar di] un tratto [o serramanico ad hoc orientabili dista un doppio [bilancio] una collezione di ipoteche piatto] doccia toccano si] e si accerta del diluvio del [granulometro difficile] pronuncia open [call] crollato


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Oltre l’algoritmo: l’intelligenza artificiale come specchio dell’uomo

L’intelligenza artificiale non è più una promessa futuristica né un concetto relegato ai laboratori di ricerca o alla fantascienza: è una presenza quotidiana, silenziosa e pervasiva, che abita i nostri smartphone, i motori di ricerca, le piattaforme di streaming, i sistemi di navigazione e persino le decisioni che influenzano lavoro, credito, informazione e sanità. Parlare oggi di IA significa quindi affrontare non solo una tecnologia, ma un cambiamento strutturale nel modo in cui la conoscenza viene prodotta, interpretata e utilizzata. La prima grande domanda che accompagna l’IA, fin dalle sue origini, è tanto semplice quanto destabilizzante: le macchine possono pensare? È un interrogativo che non riguarda soltanto l’ingegneria informatica, ma chiama in causa la filosofia, la psicologia e persino l’antropologia. In realtà, ciò che oggi chiamiamo “pensiero artificiale” non coincide con la coscienza o con l’esperienza soggettiva tipicamente umana. I sistemi di intelligenza artificiale non comprendono il mondo nel senso umano del termine, non provano emozioni, non hanno intenzionalità. Funzionano attraverso modelli matematici che elaborano enormi quantità di dati, individuano pattern ricorrenti e producono risposte statisticamente plausibili. Il loro comportamento può apparire intelligente, ma si tratta di un’intelligenza funzionale, non fenomenologica. Dal punto di vista tecnico, l’IA è un insieme di metodologie che permettono a una macchina di svolgere compiti complessi come riconoscere immagini, comprendere testi, tradurre lingue, fare previsioni o prendere decisioni. Il cuore di questi sistemi è il machine learning, ovvero l’apprendimento automatico, che consente agli algoritmi di migliorare le proprie prestazioni grazie all’esperienza rappresentata dai dati. Una sua evoluzione è il deep learning, basato su reti neurali artificiali composte da numerosi strati, ispirate in modo molto astratto al funzionamento del cervello umano. A queste tecniche si affiancano la rappresentazione della conoscenza, la pianificazione automatica e i sistemi decisionali, che permettono di organizzare informazioni complesse e agire in modo coerente rispetto a determinati obiettivi. Il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale ha generato nella società una miscela di entusiasmo e inquietudine. Da un lato c’è lo stupore per risultati che fino a pochi anni fa sembravano impossibili: macchine che scrivono testi, creano immagini, dialogano con gli esseri umani e supportano attività creative e scientifiche. Dall’altro lato emergono timori legati all’automazione del lavoro, alla perdita di controllo, alla concentrazione del potere tecnologico e all’uso distorto dei dati personali. Questa ambivalenza è comprensibile, perché l’IA non è un semplice strumento neutro: amplifica le intenzioni umane, nel bene e nel male. Se addestrata su dati distorti, può riprodurre e rafforzare pregiudizi; se utilizzata senza regole, può minacciare diritti fondamentali come la privacy e l’equità. Per questo motivo, accanto allo sviluppo tecnologico, è diventato indispensabile un quadro normativo e culturale capace di governare l’innovazione. L’Unione Europea, ad esempio, ha intrapreso la strada di una regolamentazione basata sul rischio, distinguendo tra applicazioni accettabili, ad alto rischio o inaccettabili, con l’obiettivo di proteggere i cittadini senza soffocare il progresso. Ma le leggi da sole non bastano. Serve una consapevolezza diffusa, una alfabetizzazione digitale che permetta alle persone di comprendere cosa fa davvero un sistema di intelligenza artificiale e cosa, invece, non può fare. Il futuro dell’IA non dovrebbe essere immaginato come uno scenario di sostituzione totale dell’uomo, ma come una collaborazione sempre più stretta tra capacità umane e capacità computazionali. L’intelligenza artificiale può diventare un potente alleato nella ricerca scientifica, accelerando scoperte che richiederebbero decenni, può migliorare l’efficienza di sistemi complessi come la sanità o la logistica, può personalizzare l’apprendimento e supportare decisioni complesse. Tuttavia, il suo valore reale dipenderà dal modo in cui sceglieremo di utilizzarla. L’IA non è un destino inevitabile, ma una costruzione culturale e tecnologica plasmata dalle nostre scelte. Le grandi domande che oggi ci poniamo non riguardano solo le macchine, ma noi stessi: che tipo di società vogliamo costruire, quale ruolo attribuiamo al lavoro umano, quale equilibrio cerchiamo tra automazione e responsabilità. In questo senso, l’intelligenza artificiale è uno specchio sofisticato che riflette le nostre ambizioni, le nostre paure e la nostra capacità di governare il cambiamento. Comprenderla non significa solo saperla usare, ma saperla pensare.


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La vera posta in gioco del referendum di Marzo.


(194)

(R1)

Il prossimo 22 e 23 marzo, saremo chiamati a votare sul referendum confermativo della legge costituzionale sulla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente.

Attenzione: non si vota “sulla giustizia”, come vorrebbe far credere la propaganda governativa, ma su una riscrittura di equilibri fondamentali nel sistema democratico italiano.

E, come spesso accade, chi spinge per un “sì” vuole farlo nel silenzio generale. Il governo #Meloni ha fissato la data in modo da soffocare ogni discussione pubblica: poche settimane per comprendere, ancora meno per mobilitarsi, e praticamente zero tempo per un vero dibattito politico e culturale.

Non è casualità, ma strategia. La stessa logica autoritaria e paternalista che da tempo accompagna la retorica della “riforma necessaria”: si decide in alto, poi si chiede al popolo di ratificare in fretta, e possibilmente distratto.

(R2)

Dietro la parola d’ordine “modernizzare la giustizia” si nasconde un intento tutt’altro che neutro. Separare le carriere significa indebolire il pubblico ministero, togliergli indipendenza, e spingerlo verso una subordinazione più diretta al potere politico.

Una magistratura spaccata in due diventa più controllabile, più docile, più allineata ai desideri del governo di turno. È un vecchio sogno che torna ciclicamente: quello di poter “telefonare” ai giudici senza trovare dall’altra parte un muro di autonomia.

Niente campagne istituzionali di approfondimento, niente confronto pluralista. Solo qualche dichiarazione autoreferenziale dei leader di governo e una valanga di slogan.

Il risultato? Gli italiani rischiano di presentarsi alle urne senza capire davvero cosa stiano votando.Ed è proprio così che si mina una democrazia: non cancellandola in un colpo solo, ma svuotandola di pensiero critico e partecipazione consapevole. Non lasciamoci confondere dal lessico tecnico o dalla propaganda “modernizzatrice”.

Questo referendum non migliora la giustizia, ma la imbriglia, la amputa, la rende più vulnerabile al potere. Chi crede ancora in una Repubblica delle garanzie e non delle sudditanze, deve dirlo con forza e chiarezza. Il 22 e 23 marzo votiamo NO, per difendere il diritto di tutti a una giustizia davvero libera, non di governo.

#Blog #ReferendumSeparazioneCarriere #Italia #Giustizia #Opinioni


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La vera posta in gioco del referendum di Marzo.


(194)

(R1)

Il prossimo 22 e 23 marzo, saremo chiamati a votare sul referendum confermativo della legge costituzionale sulla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente.

Attenzione: non si vota “sulla giustizia”, come vorrebbe far credere la propaganda governativa, ma su una riscrittura di equilibri fondamentali nel sistema democratico italiano.

E, come spesso accade, chi spinge per un “sì” vuole farlo nel silenzio generale. Il governo #Meloni ha fissato la data in modo da soffocare ogni discussione pubblica: poche settimane per comprendere, ancora meno per mobilitarsi, e praticamente zero tempo per un vero dibattito politico e culturale.

Non è casualità, ma strategia. La stessa logica autoritaria e paternalista che da tempo accompagna la retorica della “riforma necessaria”: si decide in alto, poi si chiede al popolo di ratificare in fretta, e possibilmente distratto.

(R2)

Dietro la parola d’ordine “modernizzare la giustizia” si nasconde un intento tutt’altro che neutro. Separare le carriere significa indebolire il pubblico ministero, togliergli indipendenza, e spingerlo verso una subordinazione più diretta al potere politico.

Una magistratura spaccata in due diventa più controllabile, più docile, più allineata ai desideri del governo di turno. È un vecchio sogno che torna ciclicamente: quello di poter “telefonare” ai giudici senza trovare dall’altra parte un muro di autonomia.

Niente campagne istituzionali di approfondimento, niente confronto pluralista. Solo qualche dichiarazione autoreferenziale dei leader di governo e una valanga di slogan.

Il risultato? Gli italiani rischiano di presentarsi alle urne senza capire davvero cosa stiano votando.Ed è proprio così che si mina una democrazia: non cancellandola in un colpo solo, ma svuotandola di pensiero critico e partecipazione consapevole. Non lasciamoci confondere dal lessico tecnico o dalla propaganda “modernizzatrice”.

Questo referendum non migliora la giustizia, ma la imbriglia, la amputa, la rende più vulnerabile al potere. Chi crede ancora in una Repubblica delle garanzie e non delle sudditanze, deve dirlo con forza e chiarezza. Il 22 e 23 marzo votiamo NO, per difendere il diritto di tutti a una giustizia davvero libera, non di governo.

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Dylan LeBlanc - Cautionary Tale (2016)


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Chiaramente, Dylan LeBlanc non è quell’artista a cui si guarda quando si cerca l’estro, la scintilla. Però un Americana interpretata in modo sentito, suonato e prodotto come si deve, sì, e questo “Cautionary Tale”, con il suo spirito più scarno e suggestivo, lo pone in una luce ancora migliore sotto questo aspetto, diluendo quell’immagine da drama queen del cantautorato che avvolgeva la sua prima, giovane carriera... artesuono.blogspot.com/2016/02…


Ascolta il disco: album.link/s/6KPVsHAHibAlnZ2NH…



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Dylan LeBlanc - Cautionary Tale (2016)


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Chiaramente, Dylan LeBlanc non è quell’artista a cui si guarda quando si cerca l’estro, la scintilla. Però un Americana interpretata in modo sentito, suonato e prodotto come si deve, sì, e questo “Cautionary Tale”, con il suo spirito più scarno e suggestivo, lo pone in una luce ancora migliore sotto questo aspetto, diluendo quell’immagine da drama queen del cantautorato che avvolgeva la sua prima, giovane carriera... artesuono.blogspot.com/2016/02…


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GIOSUE - Capitolo 20


Le città di rifugio1Il Signore disse a Giosuè: 2“Di' agli Israeliti: Sceglietevi le città di asilo, come vi avevo ordinato per mezzo di Mosè, 3perché l'omicida che avrà ucciso qualcuno per errore o per inavvertenza, vi si possa rifugiare. Vi serviranno di rifugio contro il vendicatore del sangue. 4Se qualcuno cerca asilo in una di queste città, fermatosi all'ingresso della porta della città, esporrà il suo caso agli anziani di quella città. Se costoro lo accoglieranno presso di sé dentro la città, gli assegneranno una dimora ed egli si stabilirà in mezzo a loro. 5Se il vendicatore del sangue lo insegue, essi non abbandoneranno nelle sue mani l'omicida, perché ha ucciso il prossimo per inavvertenza e senza averlo prima odiato. 6L'omicida abiterà in quella città finché comparirà in giudizio davanti alla comunità. Alla morte del sommo sacerdote in carica in quel tempo, l'omicida potrà tornarsene e rientrare nella sua città e nella sua casa, nella città da dove era fuggito”.7Allora consacrarono Kedes in Galilea sulle montagne di Nèftali, Sichem sulle montagne di Èfraim e Kiriat-Arbà, ossia Ebron, sulle montagne di Giuda. 8Oltre il Giordano, a oriente di Gerico, stabilirono Beser, sull'altopiano desertico, nella tribù di Ruben, Ramot in Gàlaad, nella tribù di Gad, e Golan in Basan, nella tribù di Manasse. 9Queste furono le città stabilite per tutti gli Israeliti e per lo straniero dimorante in mezzo a loro, perché chiunque avesse ucciso qualcuno per errore potesse rifugiarvisi e non morisse per mano del vendicatore del sangue, prima d'essere comparso davanti alla comunità.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


La parte più antica del materiale contenuto in questo capitolo (vv. 7-9) ha i suoi paralleli in Dt 19,1-13; Nm 35,9-34. L'istituzione di luoghi di asilo era comune a molti popoli antichi. Qui tre delle città menzionate (Kades, Sichem ed Ebron) sono in rapporto con santuari. Il diritto di asilo in questi luoghi mirava a regolare casi di omicidio involontario, prima della creazione dei tribunali locali competenti in materia. L'omicida era esposto alla vendetta del “vindice di sangue” (gō’ēl, vedi Rt 2,20), il parente più prossimo dell'ucciso. Ma se l'omicidio era involontario, all'uccisore era data la possibilità di trovare scampo in questi luoghi, dove poteva continuare a vivere, senza che il vendicatore potesse raggiungerlo. Il giudizio sulla colpevolezza o innocenza spettava al consiglio degli anziani della città rifugio. Il diritto e dovere della vendetta del sangue era considerato sacrosanto, come lo è ancor oggi in alcune tribù arabe.

(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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NUOVA POESIA

non dirmi che questa in grafia minuta è “inconsistente” come la mia “collezione di farfalle”

cielo grigio si riflette negli occhi

-unforgettable

piove l'immagine di te attraverso il vetro mentre

il marciapiede si allontana

ho da dare i miei occhi a quel che passa

. La poesia “NUOVA POESIA” si presenta come un atto di liberazione e autenticità, in cui la delicatezza e la fragilità diventano ricchezza piuttosto che difetto. L'apertura – “non dirmi che questa in grafia minuta è 'inconsistente' come la mia 'collezione di farfalle'” – sfida chi giudica l’espressione artistica con stereotipi di perfezione, sostenendo che ciò che può apparire sottile o effimero nasconde in realtà un mondo di significati intensi. Qui, la “grafia minuta” e la “collezione di farfalle” sono immagini che celebrano l'unicità, la leggiadria e la fuggevolezza, elementi che, anziché essere visti come debolezze, sono rivelazioni di una sensibilità profonda.

Nel verso “cielo grigio si riflette negli occhi”, l'autore evoca l'atmosfera di una malinconia luminosa, dove il grigio – tipico dello stato d'animo introspectivo – diventa lo specchio di una visione interiore profonda. L’inserto “– unforgettable” eleva questa immagine, rendendola indelebile nonostante l'apparente tristezza, un ricordo che, pur sfumato nei toni, lascia un'impronta duratura.

Il passaggio “piove l'immagine di te attraverso il vetro mentre il marciapiede si allontana” gioca con il movimento e la trasparenza dei ricordi. La pioggia trasforma l'immagine in qualcosa di quasi liquido e instabile, mentre il vetro agisce come un filtro che distorce e allo stesso tempo preserva la memoria. Il marciapiede, in movimento, diventa simbolo della fuga del tempo e della vita che, incessantemente, si trasforma e si allontana, lasciando dietro di sé ricordi sbiaditi ma intensamente vissuti.

Infine, “ho da dare i miei occhi a quel che passa” raccoglie una sfida e una sorta di resa: è un invito a lasciarsi catturare dal fluire costante degli eventi, a vedere la bellezza nei gesti effimeri e nelle immagini che scorrono nel quotidiano. Dare i propri occhi a ciò che passa implica un'apertura totale all’esperienza, un atto di fiducia verso la vita e la sua capacità di stupire, nonostante la consapevolezza della sua fuggevolezza.

Questo componimento ti parla di un percorso personale, in cui il rifiuto del giudizio superficiale si intreccia con la celebrazione dell’effimero, trasformando ogni piccolo dettaglio in un frammento di eternità. La poesia diventa così un invito a ripensare il valore delle cose che scorrono e, spesso, a riconoscere che anche la più lieve traccia può contenere un universo di emozioni.


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AL PARCO

(fuori da un periodo depressivo)

vade retro male di vivere nuova luce di orizzonti leggo nello sguardo dell'anziano sottobraccio nella macchia di sole a farci isola ora che nuovi m'appaiono i semplici gesti un sorriso una parola forse questo il senso mi dico Lui ben sa “utilizzarmi” al meglio va-de re-tro mal du vivre ti riconosco dal tuo odore acre ti ricaccio nel buio fondo

. Il componimento “AL PARCO” trasuda la consapevolezza di un nuovo inizio, un atto di ribellione contro le ombre del passato. Dalla prima riga, con il deciso “vade retro male di vivere”, l'io poetico esprime una disapprovazione per quel modo di esistere che lo aveva intrappolato, scacciando via quell'energia negativa con la forza di un rituale di rinnovamento.

La “nuova luce” e l'immagine degli orizzonti che si leggono nello sguardo dell'anziano racchiudono un significato profondo. Qui, la figura dell'anziano – possibile simbolo di saggezza e della continuità del tempo – diventa un faro che guida l'individuo verso una riconsiderazione del valore dei gesti semplici. In un ambiente naturale come il parco, dove ogni frammento di luce e ogni semplice parola si rivelano ora carichi di significato, si delinea la consapevolezza che la vita si rinnova proprio nelle piccole cose: in un sorriso, in un gesto, in una parola gentile.

Il verso “forse questo il senso mi dico” segna il momento in cui il poeta riconosce che, dopo il turbamento, è proprio nella quotidianità che si risiede il senso della vita. La presenza di una figura – espressa con “Lui ben sa 'utilizzarmi' al meglio” – suggerisce che esista una forza (che può essere interpretata come il destino, un'entità superiore o la stessa rinascita interiore) in grado di canalizzare quella nuova energia in un percorso di crescita.

Infine, il richiamo al “mal du vivre” (cioè a quella sofferenza esistenziale) diventa uno specchio contro cui il poeta si confronta, riconoscendone la presenza (“ti riconosco dal tuo odore acre”) per poi rimandarlo, in maniera quasi rituale, nel “buio fondo”. Questo gesto di espulsione simboleggia la vittoria sul dolore e la determinazione nel riscoprire la luce.

Il componimento si configura così come un vero e proprio manifesto di trasformazione personale, in cui la natura e la quotidianità diventano strumenti di salvaguardia e riscoperta del senso della vita. Ciò invita a riflettere: in che modo anche, nella tua esperienza, i semplici momenti e il contatto con il mondo naturale hanno contribuito a una rinascita interiore? Esplorare ulteriormente la simbologia del parco come microcosmo della vita potrebbe ampliare questo dialogo su come la bellezza reside negli attimi apparentemente ordinari, trasformandosi in un faro di speranza e resilienza.


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Una ferita che non smette mai di sanguinare

Il 12 dicembre 1969, Milano è una città che corre. Corre verso il futuro industriale, corre tra fabbriche e uffici, corre ignara verso un pomeriggio che avrebbe cambiato per sempre la storia italiana. Alle 16:37, una bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura, in Piazza Fontana. Diciassette morti, ottantotto feriti. Numeri che sembrano freddi, ma che in realtà sono nomi, volti, famiglie spezzate. Da quel momento, nulla sarà più come prima. La strage di Piazza Fontana non è soltanto un atto terroristico: è una frattura nella coscienza collettiva. Segna l’inizio ufficiale di quella che verrà chiamata “strategia della tensione”, un periodo in cui la paura diventa strumento, l’incertezza metodo, il sospetto una regola quotidiana. Milano, fino a quel giorno simbolo di efficienza e razionalità produttiva, scopre improvvisamente il volto dell’instabilità. La fiducia nello Stato, nelle istituzioni, perfino nella verità, comincia a incrinarsi. Nelle ore successive all’attentato, l’urgenza di trovare un colpevole si trasforma in una corsa confusa. Le prime piste puntano sull’area anarchica. Tra le figure coinvolte c’è Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, che muore precipitando da una finestra della questura di Milano durante un interrogatorio. La sua morte diventa subito simbolo di un’Italia che non sa – o non vuole – spiegarsi. A indagare c’è il commissario Luigi Calabresi, uomo destinato a diventare a sua volta vittima di un clima avvelenato, fatto di accuse, delegittimazioni e odio ideologico. La sua uccisione, anni dopo, dimostrerà quanto profonda fosse la spirale di violenza innescata da quel dicembre del ’69. Le inchieste giudiziarie si trascinano per decenni. Spostamenti di competenza, sentenze ribaltate, assoluzioni, prescrizioni. Emergono legami con ambienti neofascisti come Ordine Nuovo e i nomi di Franco Freda e Giovanni Ventura entrano negli atti giudiziari. Eppure, nonostante montagne di carte e anni di tribunali, la sensazione diffusa è che la verità completa non sia mai stata consegnata ai cittadini. Qui non si tratta di schierarsi politicamente, ma di constatare un fatto: Piazza Fontana rappresenta uno dei più grandi fallimenti della giustizia nel dare risposte chiare, definitive, condivise. Perché parlare oggi di Piazza Fontana? Perché quella strage non appartiene solo ai libri di storia. Vive ogni volta che il dubbio supera la trasparenza, ogni volta che la paura viene usata come leva, ogni volta che la verità si frantuma in versioni contrapposte. È attuale perché ci ricorda quanto sia fragile la democrazia quando viene data per scontata. È attuale perché insegna che la memoria non è un esercizio retorico, ma una forma di vigilanza civile. È attuale perché mostra quanto sia pericoloso delegare il pensiero critico, qualunque sia il colore delle bandiere. Ricordare Piazza Fontana non significa riscrivere la storia secondo convenienza. Significa tenere aperte le domande, anche quelle scomode. Significa onorare le vittime senza trasformarle in simboli da utilizzare, ma in persone da rispettare. La strage di Piazza Fontana è una ferita aperta perché non è mai stata completamente medicata con la verità. E forse è proprio questo il suo insegnamento più duro: una società cresce solo quando ha il coraggio di guardare dentro le proprie zone d’ombra. Cinquant’anni dopo, Milano continua a vivere, a produrre, a reinventarsi. Ma sotto il rumore del presente, Piazza Fontana resta lì, silenziosa e ostinata, a ricordarci che la libertà non è mai un punto di arrivo, ma un equilibrio fragile da difendere ogni giorno.


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Quando le macchine pensavano

L’Intelligenza Artificiale non nasce da un colpo di genio improvviso né da un laboratorio segreto illuminato da luci al neon. Nasce, come spesso accade, da una domanda semplice e pericolosa: e se una macchina potesse pensare? La prima scintilla risale agli anni ’40 e ’50, quando l’informatica non era ancora una comodità quotidiana ma un’ossessione per pochi visionari. Nel 1950 Alan Turing pubblica un articolo destinato a cambiare tutto: Computing Machinery and Intelligence. In quelle pagine compare una domanda che ancora oggi ci perseguita: “Can machines think?” Turing non prova a rispondere direttamente. Preferisce aggirare il problema, come ogni buon matematico, inventando quello che oggi chiamiamo Test di Turing. Se una macchina riesce a sembrare umana in una conversazione, allora forse — forse — possiamo concederle il beneficio del dubbio. Il termine “Artificial Intelligence” viene coniato ufficialmente nel 1956 durante la conferenza di Dartmouth, organizzata da John McCarthy. L’idea è ambiziosa, quasi arrogante: descrivere ogni aspetto dell’intelligenza umana in modo così preciso da poterlo replicare in una macchina. Spoiler: ci vorranno decenni. E non è ancora finita. Negli anni ’60 e ’70 l’AI vive il suo primo periodo di entusiasmo. Nascono i sistemi esperti, programmi in grado di simulare il ragionamento umano in ambiti specifici come la medicina o la chimica. Funzionano, ma solo entro confini molto stretti. Quando ci si rende conto che le macchine non capiscono davvero ciò che fanno, arriva la prima AI Winter: meno fondi, meno hype, più silenzio. Poi succede qualcosa di molto umano: non ci arrendiamo. Con l’aumento della potenza di calcolo, la disponibilità di grandi quantità di dati e nuovi algoritmi, l’AI rinasce. Dagli anni 2000 in poi il Machine Learning e, soprattutto, il Deep Learning cambiano le regole del gioco. Le reti neurali profonde iniziano a riconoscere immagini, comprendere il linguaggio, tradurre testi, guidare veicoli. Non perché “pensano”, ma perché apprendono schemi da quantità di dati che un essere umano non potrebbe analizzare in mille vite. Un dato basta a chiarire la portata del fenomeno: secondo stime consolidate, oltre il 70% delle applicazioni digitali moderne utilizza oggi qualche forma di Intelligenza Artificiale, spesso invisibile. Non la vedi, ma decide cosa leggi, cosa compri, che strada fai, chi ti viene mostrato e chi no. Ed eccoci al punto chiave: perché è nata l’AI? Non per sostituire l’uomo. Almeno non all’inizio. È nata per automatizzare, ottimizzare, velocizzare. Per fare meglio ciò che l’essere umano fa lentamente o male. Il problema — e qui arriva il sorriso amaro — è che abbiamo affidato alle macchine anche decisioni che non sono solo tecniche, ma profondamente umane. L’Intelligenza Artificiale non è cosciente, non è neutrale, non è oggettiva. È lo specchio matematico dei dati che le forniamo. E se i dati sono imperfetti, distorti o ingiusti, l’AI non corregge: amplifica. Oggi parliamo di AI generativa, modelli linguistici, creatività artificiale. Le macchine scrivono, disegnano, compongono musica. Non capiscono ciò che producono, ma lo fanno abbastanza bene da metterci a disagio. Ed è proprio questo disagio il segnale che stiamo toccando qualcosa di profondo. L’Intelligenza Artificiale non è il futuro. È il presente che non abbiamo ancora imparato a guardare con lucidità. E forse il vero problema non è che le macchine stiano diventando più intelligenti. Ma che noi, davanti a loro, abbiamo smesso di fare le domande giuste. Benvenuti nell’era dell’AI. Non è magica. Non è cattiva. È soltanto — tremendamente — umana.


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Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Viviamo in un’epoca che corre più veloce della nostra capacità di comprenderla. Ogni giorno una nuova tecnologia promette di cambiarci la vita, ogni settimana un algoritmo sembra sapere qualcosa di noi prima ancora che ce ne rendiamo conto. Il futuro viene venduto come inevitabile, perfetto, già scritto. Eppure, basta fermarsi un attimo per accorgersi di una verità scomoda: il futuro è tutt’altro che lineare. Ed è profondamente imperfetto. Il Manuale del Futuro Imperfetto nasce per raccontare proprio questo. Non l’utopia patinata delle brochure tecnologiche, ma il mondo reale fatto di computer, codice, intelligenze artificiali, errori di sistema, scelte umane e conseguenze impreviste. Qui si parla di informatica, certo. Ma anche di storia dei computer, di come siamo arrivati fin qui, di chi ha scritto le prime righe di codice senza immaginare che un giorno avrebbero governato economie, relazioni, perfino identità. Si parla di Intelligenza Artificiale senza mitizzarla né demonizzarla, ma osservandola per ciò che è: uno strumento potente, affascinante, e pericoloso quanto l’uso che ne facciamo. Questo non è un blog che ti dirà cosa comprare domani. È un luogo dove capire perché le cose funzionano, come si sono evolute e dove potrebbero portarci. Un manuale, sì, ma senza istruzioni definitive. Perché il futuro non ha un libretto d’uso. Imperfetto, perché nasce da esseri umani imperfetti. Imperfetto come gli algoritmi addestrati su dati sbagliati. Imperfetto come le promesse di una tecnologia che spesso corre più veloce dell’etica che dovrebbe guidarla. Tra queste pagine troverai analisi, riflessioni, racconti tecnologici, incursioni nel passato e sguardi disincantati sul domani. Troverai il fascino delle macchine, ma anche il rumore di fondo delle loro contraddizioni. Troverai domande più che risposte, perché sono le domande a tenere acceso il pensiero critico. Il Manuale del Futuro Imperfetto non celebra il progresso. Lo osserva. Non lo rifiuta, ma non gli si inginocchia davanti. È uno spazio per chi ama la tecnologia ma rifiuta la narrazione ingenua del “tutto andrà bene”. Se il futuro sarà davvero intelligente, dipenderà ancora da noi. E questo manuale non promette di spiegartelo. Promette qualcosa di più raro: aiutarti a capirlo. Benvenuto nel futuro. Non è perfetto. Ed è proprio per questo che vale la pena raccontarlo.


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In pratica viene questo genitore a colloquio e a un certo punto mi chiede se io sarò ancora docente di sua figlia e io dico, guardi non lo so, le cattedre dipendono da molti fattori, non siamo noi docenti a decidere. “Capisco” mi dice il genitore. “Perché – spiega – io la vorrei anche nel triennio.” Sto per dire, beh grazie, quando il genitore continua “perché lei non giudica i ragazzi”.

Resto un po' interdetto. “Beh, no – rispondo – io devo anche valutarli è il mio mestiere”. “Non ha capito” dice il genitore. “Lei non li giudica” ripete e mi spiega che il fratello maggiore del mio studente, anche lui, aveva fatto la stessa scuola della studentessa che ho io. E che erano stati cinque anni di ansia e pianto. Che il docente di italiano li pressava perché non leggevano, perché non scrivevano bene, perché non conoscevano poesie che tutti avrebbero dovuto conoscere. “Mio figlio tornava a casa ed era già a pezzi. Con lei invece, mia figlia torna a casa ed è rilassata. Studia con piacere, perché sa che lei non la fa sentire in colpa”.

Cerco di difendermi. “In realtà il mio obiettivo è che accrescano il loro vocabolario e che sappiano scrivere meglio possibile, che amino anche la letteratura, certo. Però penso anche – gli spiego – che io ho dei ragazzi che hanno scelto di fare informatica e scienze applicate. Non letteratura. Se fossero stati amanti della letteratura avrebbero scelto altre scuole. Non c'è niente di male a non amare la letteratura; semmai la mia è una sfida a fargli capire che scrivere e raccontare è una cosa affascinante”.

Mentre parlo – dicendo questa cosa che per me è piuttosto ragionevole – vedo il volto del genitore che si apre, si rasserena, sorride. “Le non sa quanto mi facciano piacere queste parole” dice. E io resto un po' sbalordito e timoroso di aver fatto un casino.


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da una parte è impossibile non crollare in avanti, ossia andare verso la situazione più allucinante dall'inizio del secolo, il genocidio di Gaza. d'altro canto un'infinita serie di glitch della storia personale si intromette a ogni momento. senza contare l'inerzia novecentesca che fa scrivere e scrivere e scrivere. mentre forse si dovrebbe sottrarre materiale segnico al contesto.


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NOTA DI LETTURA Felice Serino, Prospettive 2024

Prospettive 2024 è un libro che nasce da una lunga fedeltà alla poesia. Non è una raccolta di esiti occasionali, né un diario lirico affidato all’urgenza del momento. È piuttosto il punto di condensazione di una pratica poetica che da anni interroga nodi esistenziali come la vita, la morte, il sacro e il tempo senza mai ridurli a concetti, ma lasciandoli vivere nella forma breve del verso. Fin dalle prime poesie, infatti, emerge con chiarezza una scelta precisa. Serino scrive per sottrazione riducendo il linguaggio senza impoverirlo. In Mare aperto scrive: “parvenza: luogo altro: il sogno che muove ondivaghi sensi” e poi, con una chiusa che vale come dichiarazione di poetica, “l’anima è un mare aperto”. Qui non c’è descrizione né spiegazione. C’è un’affermazione che resta sospesa, consegnata al lettore, chiamato a sostare dentro quel vuoto di senso che la parola apre. Questo movimento tra visibile e invisibile attraversa tutta la raccolta. In Il mare era una favola il risveglio interrompe una dimensione altra, che però continua a pesare nella memoria. “avevo lasciato un mare che era una favola un’immensa tavola imbandita per i gabbiani a frotte”. Il tono, qui, è narrativo, quasi dimesso, ma il rimpianto non è mai sentimentalismo. È piuttosto la constatazione di una perdita che riguarda tutti, è la difficoltà di restare in una dimensione di pienezza. Il rapporto con l’altro, e quindi con l’amore, è affrontato senza idealizzazione. In Amo l’idea l’autore distingue con lucidità tra l’esperienza e la sua proiezione mentale. “più che amarla amo l’idea di lei” e ancora “dove saremo domani quando il mondo per noi sarà sparito”. L’amore qui è uno stato dell’essere, fragile e interrogativo, non una risposta definitiva. Certamente però uno dei nuclei più forti del libro è il confronto con il sacro, che non assume mai toni devozionali facili. Il sacro in Serino, infatti, è spesso attraversato dalla fatica, dal dubbio, dalla consapevolezza del limite. In Dismesso l’abito, la morte viene detta come passaggio silenzioso. “dismesso l’abito mi accompagnarono i cari estinti portatori di umiltà” e soprattutto “non parole la bocca colma di luce”. Qui il silenzio è più eloquente di qualsiasi discorso teologico. Anche quando il riferimento religioso è esplicito, come in L’ultima parola, dedicata a Giobbe, il testo non indulge certo nella retorica. “ridotto a solo guscio grumo di dolore fino a che non implorò basta hai vinto è tua l’ultima parola”. La fede appare come una prova estrema, non come consolazione. Accanto alla dimensione spirituale, Serino, d’altro canto, mantiene uno sguardo vigile sul presente storico e sociale. In Quale limite , per esempio, mette in scena l’isolamento di chi parla di libertà. “aveva appena letto che subito arricciarono il naso quelli che si conformano” e poi “candidamente parlava di libertà”. È questa una poesia che mostra il disagio provocato da parole ancora vive, in un contesto che preferisce l’adattamento. Il tema del tempo e dell’età attraversa molti testi. In Un verso l’autore riflette sul proprio stare nel tempo con una sincerità disarmata. “sono anziano e ancora affamato di sogni” e “i migliori versi vengono nella veneranda età” Non c’è compiacimento, ma nemmeno rinuncia. La scrittura resta un bisogno vitale.

La poesia di Serino è anche costantemente attraversata dal corpo, inteso come luogo di esperienza e di limite. In Viaggi psichici scrive: “hai dimestichezza con la morte con la stessa naturalezza del tuo saperti eterno”. È una frase che tiene insieme finitezza e aspirazione, senza scioglierne la tensione. Tra le molte poesie della raccolta, Essere può essere assunta, infine, come testo emblematico. “farti nell’aria stretta virgola di cielo essere che scalzi la morte diminuirti per espanderti”. In pochi versi si concentrano i tratti più riconoscibili della scrittura di Serino. La brevità, la densità concettuale, il rifiuto dell’enfasi, la fiducia nella parola come strumento di attraversamento, non di possesso. Prospettive 2024 è dunque un libro che non cerca il consenso immediato. Chiede attenzione, chiede tempo, chiede una lettura non distratta. In cambio offre una poesia coerente, onesta, che non alza la voce ma non arretra. Una poesia che continua a interrogare, senza mai chiudere il discorso.

Cipriano Gentilino


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The Gloaming - 2 (2016)


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La sfida era notevole: riportare la musica folk al centro dell’attenzione del pubblico, con un progetto che non si ponesse limiti strutturali e culturali. E’ il 2011 quando Iarla Ó Lionáird, Martin Hayes, Caoimhin Ó Raghallaigh, Thomas Bartlett e Dennis Cahill, partendo dagli Stati Uniti, intraprendono una tournée con il primo supergruppo folk della storia. Tre anni dopo arriva finalmente il primo album e la consacrazione da parte di critica e pubblico: sono nati i Gloaming... artesuono.blogspot.com/2016/03…


Ascolta il disco: album.link/s/19fhN7U8y7TtRsAfM…



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The Gloaming - 2 (2016)


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La sfida era notevole: riportare la musica folk al centro dell’attenzione del pubblico, con un progetto che non si ponesse limiti strutturali e culturali. E’ il 2011 quando Iarla Ó Lionáird, Martin Hayes, Caoimhin Ó Raghallaigh, Thomas Bartlett e Dennis Cahill, partendo dagli Stati Uniti, intraprendono una tournée con il primo supergruppo folk della storia. Tre anni dopo arriva finalmente il primo album e la consacrazione da parte di critica e pubblico: sono nati i Gloaming... artesuono.blogspot.com/2016/03…


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GIOSUE - Capitolo 19


1La seconda parte sorteggiata toccò a Simeone, alla tribù dei figli di Simeone secondo i loro casati. La loro eredità è in mezzo a quella dei figli di Giuda. 2Ebbero nel loro territorio: Bersabea, Seba, Moladà, 3Casar-Sual, Bala, Esem, 4Eltolàd, Betul, Corma, 5Siklag, Bet-Marcabòt, Casar-Susa, 6Bet-Lebaòt e Saruchèn: tredici città e i loro villaggi; 7En, Rimmon, Eter e Asan: quattro città e i loro villaggi; 8tutti i villaggi che stanno intorno a queste città, fino a Baalàt-Beer, Ramat-Negheb. Questa è l'eredità della tribù dei figli di Simeone, secondo i loro casati. 9L'eredità dei figli di Simeone fu presa dalla parte dei figli di Giuda, perché la parte dei figli di Giuda era troppo grande per loro; perciò i figli di Simeone ebbero la loro eredità in mezzo all'eredità di quelli.

10La terza parte sorteggiata toccò ai figli di Zàbulon, secondo i loro casati. Il confine del loro territorio si estendeva fino a Sarid. 11Questo confine saliva a occidente verso Maralà e giungeva a Dabbeset e poi toccava il torrente che è di fronte a Iokneàm. 12Da Sarid girava a oriente, dove sorge il sole, sino al confine di Chislot-Tabor; poi continuava verso Daberàt e saliva a Rafia. 13Di là passava verso oriente, dove sorge il sole, per Gat-Chefer, per Et-Kasìn, usciva verso Rimmon, girando fino a Nea. 14Poi il confine piegava dal lato di settentrione verso Cannatòn e faceva capo alla valle d'Iftach-El. 15Esso includeva inoltre Kattat, Naalàl, Simron, Idalà e Betlemme: dodici città e i loro villaggi. 16Questa fu l'eredità dei figli di Zàbulon, secondo i loro casati: queste città e i loro villaggi.

17La quarta parte sorteggiata toccò a Ìssacar, ai figli d'Ìssacar, secondo i loro casati. 18Il loro territorio comprendeva: Izreèl, Chesullòt, Sunem, 19Cafaràim, Sion, Anacaràt, 20Rabbit, Kisiòn, Abes, 21Remet, En-Gannìm, En-Caddà e Bet-Passes. 22Poi il confine giungeva a Tabor, Sacasìm, Bet-Semes e faceva capo al Giordano: sedici città e i loro villaggi. 23Questa fu l'eredità della tribù dei figli d'Ìssacar, secondo i loro casati: queste città e i loro villaggi.

24La quinta parte sorteggiata toccò ai figli di Aser, secondo i loro casati. 25Il loro territorio comprendeva: Chelkat, Calì, Beten, Acsaf, 26Alammèlec, Amad, Misal. Il loro confine giungeva, verso occidente, al Carmelo e a Sicor-Libnat. 27Poi piegava dal lato dove sorge il sole verso Bet-Dagon, toccava Zàbulon e la valle di Iftach-El a settentrione, Bet-Emek e Neièl, e si prolungava verso Cabul a sinistra 28e verso Ebron, Recob, Cammon e Kana fino a Sidone la Grande. 29Poi il confine piegava verso Rama fino alla fortezza di Tiro, girava verso Cosa e faceva capo al mare, incluse Mecallèb, Aczib, 30Acco, Afek e Recob: ventidue città e i loro villaggi. 31Questa fu l'eredità della tribù dei figli di Aser, secondo i loro casati: queste città e i loro villaggi.

32La sesta parte sorteggiata toccò ai figli di Nèftali, secondo i loro casati. 33Il loro confine si estendeva da Chelef e dalla Quercia di Saanannìm ad Adamì-Nekeb e Iabneèl fino a Lakkum e faceva capo al Giordano; 34poi il confine piegava a occidente verso Aznot-Tabor e di là continuava verso Cukok, giungeva a Zàbulon dal lato di mezzogiorno, ad Aser dal lato di ponente e a Giuda del Giordano dal lato di levante. 35Le fortezze erano Siddìm, Ser, Cammat, Rakkat, Chinneret, 36Adamà, Rama, Asor, 37Kedes, Edrei, En-Asor, 38Iron, Migdal-El, Corem, Bet-Anat e Bet-Semes: diciannove città e i loro villaggi. 39Questa fu l'eredità della tribù dei figli di Nèftali, secondo i loro casati: queste città e i loro villaggi.

40La settima parte sorteggiata toccò alla tribù dei figli di Dan, secondo i loro casati. 41Il confine della loro eredità comprendeva Sorea, Estaòl, Ir-Semes, 42Saalabbìn, Àialon, Itla, 43Elon, Timna, Ekron, 44Eltekè, Ghibbetòn, Baalàt, 45Ieud, Bene-Berak, Gat-Rimmon, 46Me-Iarkon e Rakkon con il territorio di fronte a Giaffa. 47Ma il territorio dei figli di Dan si estese più lontano, perché i figli di Dan andarono a combattere contro Lesem; la presero e la passarono a fil di spada, ne presero possesso, vi si stabilirono e la chiamarono Dan, dal nome di Dan loro capostipite. 48Questa fu l'eredità della tribù dei figli di Dan, secondo i loro casati: queste città e i loro villaggi.

49Quando gli Israeliti ebbero finito di distribuire in eredità la terra secondo i suoi confini, diedero a Giosuè, figlio di Nun, una proprietà in mezzo a loro. 50Secondo l'ordine del Signore, gli diedero la città che egli chiese: Timnat-Serach, sulle montagne di Èfraim. Egli costruì la città e vi stabilì la sua dimora. 51Tali sono le eredità che il sacerdote Eleàzaro, Giosuè, figlio di Nun, e i capifamiglia delle tribù degli Israeliti distribuirono a sorte a Silo, davanti al Signore, all'ingresso della tenda del convegno. Così portarono a termine la divisione della terra.

__________________________Note

19,1 toccò a Simeone: come la tribù di Beniamino, anche quella di Simeone era poco numerosa, quindi, più che un territorio, le vengono assegnate alcune città. Tali città erano nel territorio della tribù di Giuda (19,2). In realtà, la tribù di Simeone si assimilò ben presto alla tribù di Giuda.

19,15 Betlemme: è quella di Zàbulon, diversa dalla Betlemme di Giuda, dove secondo i vangeli nacque Gesù.

19,40-48 I Daniti possedevano all’inizio un territorio a ovest di Beniamino, con a nord Èfraim e a sud Giuda. Per la pressione degli Amorrei (v. Gdc 1,34-35) e poi dei Filistei (Gdc cc. 13-16), i Daniti furono tuttavia costretti a emigrare (v. 47).

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Approfondimenti


1-9. Anche la tribù di Simeone era poco numerosa. Più che un vero e proprio territorio, ad essa furono assegnate alcune località appartenenti al territorio della tribù di Giuda. La lista non è esauriente. Alcune delle città menzionate qui ricorrono anche nell'elenco delle città di Giuda in 15,26-32 (cfr. anche 1Cr 4,28-33). Al tempo di Saul parecchie di queste località appartenevano in effetti a Giuda. Simeone finirà con lo scomparire, assorbito totalmente dalla tribù di Giuda. Il suo nome è assente nelle benedizioni di Dt 33.

10-16. Nemmeno la frontiera di Zabulon è descritta con precisione. Insieme a Issacar, Aser e Neftali (19,17-39), Zabulon occupava il territorio della Galilea.

17-23. Se ne descrivono le frontiere solo verso il nord (dove confina con Zabulon, v. 22) e se ne elencano i centri abitati.

24-31. Il territorio della tribù si estendeva lungo la costa del Mediterraneo, a nord del Carmelo, in una zona di rara bellezza e molto fertile, e si inoltrava all'interno in una fascia di circa 20 chilometri.

32-39. Occupava la parte orientale e montagnosa della Galilea, a nord del lago di Genesaret. L'autore indica le tribù confinanti (vv. 33ss.), dimenticando però di dire che a sud Neftali confinava anche con Issacar.

40-51. In un primo tempo la tribù occupava parte del territorio fra Giuda, Beniamino ed Efraim. In seguito la maggioranza dei suoi membri si spostarono all'estremo nord della Palestina (Gdc 1, 34-35; 18).

49-51. Concludono i cc. 13-19, sulla distribuzione dei territori alle tribù. Nulla si dice altrove dell'ordine di JHWH (v. 50) di assegnare a Giosuè una città. Timnat-Se-rach è il luogo dove Giosuè sarà sepolto (24; 30), sui monti di Efraim, nella parte centrale della Palestina.

(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Antonio Boggia

Antonio Boggia, noto come il “mostro di Milano”, è ricordato come uno dei criminali più efferati dell’Ottocento italiano. La sua carriera criminale fu segnata da una serie di omicidi brutali, spesso commessi con una crudeltà che sconvolse l’opinione pubblica dell’epoca. Per comprendere appieno la portata dei suoi crimini, è necessario analizzare nel dettaglio le vittime, le circostanze degli omicidi e le possibili motivazioni che spinsero Boggia a compiere tali atti di violenza. Antonio Boggia non fu un assassino seriale nel senso moderno del termine, ma piuttosto un criminale che ricorse all’omicidio come mezzo per raggiungere i suoi obiettivi, che spesso includevano il furto, la vendetta o l’eliminazione di testimoni scomodi. Le sue vittime furono diverse, e tra di esse vi furono uomini e donne di diverse estrazioni sociali. Antonio Boggia nacque nel 1799 a Urio, paese sul lago di Como non lontano dal confine con la Svizzera, nel 1824 Boggia (all’età di venticinque anni) ebbe i primi problemi con la giustizia in seguito a una denuncia per truffa e a numerose cambiali non onorate. Fuggì nel Regno di Sardegna, dove subì un ulteriore processo a causa di una rissa e di un tentato omicidio. Incarcerato, approfittò di una rivolta per fuggire e tornare nuovamente nel Lombardo Veneto. Si trasferì a Milano facendosi assumere, grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca, a Palazzo Cusani, sede del comando militare austriaco, in veste di fochista e trovando un’abitazione in via Gesù. Nel 1831 si sposò e andò a vivere con la consorte in via Nerino 2, nello stabile di proprietà di Ester Maria Perrocchio, che sarà una delle sue vittime. Boggia cominciò a uccidere nell’aprile del 1849: la prima vittima fu Angelo Serafino Ribbone, che venne derubato di 1 400 svanziche e il cui cadavere venne smembrato e nascosto nello scantinato del Boggia nella Stretta Bagnera. Il 26 febbraio 1860, in seguito all’istituzione dei Carabinieri Reali, con sede a Palazzo Cattaneo in via Moscova a Milano, Giovanni Murier denuncia la scomparsa della madre Ester Maria Perrocchio, di 76 anni. L’Italia era allora divisa in vari stati e ducati, e Milano faceva parte del Regno Lombardo-Veneto, sotto il controllo dell’Impero austriaco. La famiglia di Boggia non era particolarmente agiata, e le condizioni economiche precarie in cui visse durante la giovinezza potrebbero aver contribuito a formare il suo carattere difficile e incline alla violenza. Fin da giovane, Boggia mostrò una propensione per la delinquenza. I primi reati di cui si ha notizia risalgono alla sua adolescenza, quando fu coinvolto in furti e piccole truffe. Tuttavia, nonostante i numerosi arresti, Boggia riuscì sempre a evitare pene severe, grazie a una combinazione di astuzia e connivenze con le autorità locali. Questo periodo della sua vita è importante per comprendere come Boggia sviluppò una certa familiarità con il sistema giudiziario e come imparò a manipolarlo a proprio vantaggio. La carriera criminale di Boggia raggiunse un punto di svolta negli anni ’30 dell’Ottocento, quando iniziò a commettere crimini sempre più gravi. Nonostante la mancanza di prove definitive, si ritiene che Boggia sia stato coinvolto in una serie di omicidi e rapine, spesso commessi con una crudeltà che sconvolse l’opinione pubblica dell’epoca. Uno dei suoi metodi preferiti era quello di attirare le vittime in trappole mortali, sfruttando la loro fiducia o la loro ingenuità. Uno dei casi più noti è quello dell’omicidio di un ricco mercante milanese, che Boggia uccise dopo averlo derubato. Il crimine fu particolarmente efferato: Boggia non si limitò a uccidere la vittima, ma ne mutilò il corpo in modo da renderne difficile l’identificazione. Questo modus operandi, caratterizzato da una violenza gratuita e da un certo grado di pianificazione, contribuì a creare attorno a Boggia un’aura di terrore. Uno dei primi omicidi attribuiti a Boggia fu quello di un ricco mercante milanese, il cui nome non è stato tramandato con certezza dalle fonti storiche. Secondo i resoconti dell’epoca, Boggia attirò il mercante in una trappola, fingendo di volerlo aiutare in un affare redditizio. Una volta guadagnata la sua fiducia, Boggia lo uccise con un colpo alla testa e ne rubò il denaro e i beni di valore. Ciò che rese questo omicidio particolarmente efferato fu il modo in cui Boggia mutilò il corpo della vittima, probabilmente per ritardarne l’identificazione o per inviare un messaggio intimidatorio ad altri potenziali rivali. Un altro caso particolarmente agghiacciante fu l’omicidio di un’intera famiglia di contadini che vivevano nelle campagne fuori Milano. Boggia aveva stretto amicizia con il capofamiglia, un uomo di nome Giuseppe, e aveva spesso frequentato la loro casa. Una notte, Boggia entrò nella casa e uccise Giuseppe, sua moglie e i loro due figli con un’ascia. Dopo il massacro, Boggia saccheggiò la casa, portando via tutto ciò che poteva avere un valore. Anche in questo caso, il movente principale sembra essere stato il furto. Tuttavia, l’uccisione di un’intera famiglia, inclusi i bambini, indica un livello di crudeltà e di disprezzo per la vita umana che va oltre la semplice ricerca di profitto. Alcuni storici hanno ipotizzato che Boggia volesse eliminare testimoni scomodi, mentre altri suggeriscono che la violenza fosse un modo per affermare il suo potere e il suo controllo. Uno degli omicidi più noti di Boggia fu quello di una giovane donna di nome Maria, con cui aveva avuto una relazione. Secondo i resoconti dell’epoca, Maria aveva deciso di lasciare Boggia per un altro uomo, e questo scatenò la sua ira. Boggia la attirò in un luogo isolato con la promessa di un ultimo incontro, e lì la uccise con una coltellata al cuore. Dopo l’omicidio, Boggia abbandonò il corpo in un fosso, dove fu trovato solo alcuni giorni dopo. In questo caso, la motivazione di Boggia sembra essere stata personale e emotiva. L’omicidio di Maria fu un atto di vendetta per il tradimento subito, ma anche una dimostrazione del possesso che Boggia sentiva di avere sulla donna. Questo caso rivela un lato più oscuro della personalità di Boggia, caratterizzato da gelosia, possessività e incapacità di accettare il rifiuto. Uno degli episodi più controversi della carriera criminale del mostro di Milano o chiamato anche in dialetto milanese: “El Togn”, fu l’omicidio di un prete e del suo sacrestano. Secondo le testimonianze, Boggia si era recato in una chiesa fuori Milano con l’intenzione di rubare oggetti di valore. Tuttavia, il prete e il sacrestano lo sorpresero durante il furto, e Boggia li uccise entrambi con un coltello. Dopo l’omicidio, Boggia saccheggiò via dalla chiesa, portando via candelabri d’argento e altri oggetti sacri. Per comprendere appieno i crimini di Boggia, è necessario considerare anche il contesto sociale e psicologico in cui operò. L’Italia dell’Ottocento era un paese in cui la povertà, l’ingiustizia sociale e la corruzione erano diffuse. Boggia, cresciuto in un ambiente difficile, potrebbe aver sviluppato un senso di disillusione e di rabbia verso la società, che lo portò a commettere crimini sempre più gravi. Dal punto di vista psicologico, Boggia mostrava tratti di personalità antisociale, tra cui mancanza di empatia, impulsività e incapacità di rispettare le norme sociali. Tuttavia, la sua capacità di pianificare i crimini e di manipolare le persone suggerisce anche un certo grado di intelligenza e di freddezza. Il giudice Crivelli si occupò delle indagini, scoprendo l’esistenza di una procura falsa, che investiva Antonio Boggia del ruolo di amministratore unico dei beni della donna. Si scoprì anche un precedente del Boggia che nel 1851 aveva tentato di uccidere con un’ascia un suo conoscente. Boggia venne condannato dalla giustizia austriaca a tre mesi di manicomio criminale e poi tornò libero. Alla denuncia di scomparsa si aggiunse in seguito la testimonianza dei vicini che avevano visto Antonio Boggia armeggiare con sacchi da muratore, mattoni e sabbia in un magazzino nella stretta Bagnera. La perquisizione del luogo fece scoprire, murato in una nicchia, il cadavere della donna. Altre ispezioni condotte nella stessa cantina portarono a un risultato sconcertante: altri tre cadaveri vennero rinvenuti sotto il pavimento. Durante il processo che ne seguì, il Boggia confessò gli omicidi e cercò fino all’ultimo di fingersi pazzo. Venne giudicato colpevole e condannato a morte per impiccagione che avvenne l’8 aprile 1862. La sentenza fu resa esecutiva l’8 aprile 1862, non lontano dai bastioni di Porta Ludovica e di Porta Vigentina. Fu l’ultima condanna a morte di un civile eseguita a Milano fino alla seconda guerra mondiale: infatti la pena di morte venne abolita nel 1890 dal Codice Zanardelli. Il corpo decapitato di Antonio Boggia fu sepolto nel Cimitero del Gentilino presso il bastione di Porta Ludovica, mentre la testa fu messa a disposizione del Gabinetto Anatomico dell’Ospedale Maggiore su richiesta del dott. Pietro Labus e successivamente affidato al padre della criminologia, Cesare Lombroso, che con grande clamore ne trasse la conferma delle sue teorie circa il delinquente nato. La testa del Boggia venne poi portata a Musocco nel 1949 e tempo dopo nuovamente trasferita al Museo di storia naturale sezione biomedica a Firenze, dov’è conservata a tutt’oggi. Nell’ottobre del 2009 venne ritrovata invece una mannaia da macelleria già di proprietà dell’Ospedale Maggiore nel mercato collezionistico; la mannaia è tuttora conservata al Museo di Arte Criminologica di Olevano di Lomellina. Antonio Boggia, il “mostro di Milano”, fu un criminale la cui vita e i cui crimini continuano a suscitare interesse e orrore. I suoi omicidi, caratterizzati da una crudeltà spesso gratuita, rivelano un individuo complesso, guidato da motivazioni diverse, tra cui il guadagno economico, la vendetta e il desiderio di potere. Allo stesso tempo, la sua storia ci costringe a confrontarci con le condizioni sociali e psicologiche che possono portare un individuo a commettere atti di tale violenza. La figura di Boggia rimane un monito sulle conseguenze della povertà, dell’ingiustizia e della mancanza di opportunità, ma anche una riflessione sulla natura umana e sulle oscure profondità a cui può spingersi l’animo umano. La sua eredità, sebbene macchiata dal sangue delle sue vittime, continua a essere studiata e discussa, offrendo spunti di riflessione su temi come la giustizia, la criminalità e la società. Una leggenda milanese narra che il fantasma dell’assassino vaghi ancora nei pressi di via Bagnera: esso si manifesterebbe tramite una ventata di aria gelida che avvolgerebbe la gente.


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La "Sciura" Rina


La “Sciura” Rina

Oggi vi raccontiamo una delle pagine più nere della cronaca italiana e milanese: la storia di Rina Fort, la donna che sconvolse Milano nel 1946 con un massacro che fece inorridire l’intero Paese. Gelosia, vendetta e una brutalità spietata furono gli ingredienti di un delitto efferato, consumato in un appartamento di via San Gregorio. Una madre e tre bambini uccisi con ferocia, un’amante respinta e un processo che trasformò Rina in un simbolo del crimine femminile. Fu davvero un raptus, o dietro si nascondeva qualcosa di più? Scopriamolo insieme, tra documenti, testimonianze e i lati oscuri della sua mente. Rina Fort è stata una delle criminali più famose della cronaca nera italiana del dopoguerra. Il suo caso sconvolse l’opinione pubblica per la brutalità e la freddezza con cui commise un massacro familiare. Tecnicamente, Rina Fort non può essere definita una serial killer, perché il suo fu un massacro familiare (omicidio multiplo in un unico evento), piuttosto che una serie di uccisioni ripetute nel tempo. Tuttavia, la sua ferocia e la sua storia la rendono una delle figure più inquietanti della cronaca nera italiana. Rina Fort ebbe una vita travagliata, costellata da lutti e tragedie: il padre morì durante un’escursione in montagna nel tentativo di aiutarla a superare un passaggio difficile; il suo fidanzato morì di tubercolosi poco prima del matrimonio; poi si scoprì affetta da una precoce sterilità. A 22 anni si sposò con un compaesano, Giuseppe Benedet, che già il giorno delle nozze diede segni di squilibrio destinati a degenerare in pazzia, al punto di dover essere ricoverato in manicomio. Ottenuta la separazione e ripreso il cognome da nubile, Rina Fort si trasferì a Milano presso la sorella. Nel 1945 conobbe Giuseppe Ricciardi, un siciliano proprietario di un negozio di tessuti in via Tenca, divenendone prima compagna di lavoro come commessa, poi amante, senza tuttavia essere a conoscenza — così dichiarò — del fatto che fosse già sposato. Giuseppe aveva moglie e tre figli a Catania ma la sua storia con la Fort proseguì tranquillamente, finché amici di famiglia non riferirono alla moglie Franca voci preoccupanti sul tradimento del marito. Il Ricciardi pare avesse l’abitudine di presentare la Fort come la propria moglie a colleghi e amici. Così nell’ottobre del 1946 Franca Ricciardi decise di raggiungere con i figli il marito a Milano. Rina Fort fu licenziata e trovò lavoro come commessa nella pasticceria di un amico, continuando a frequentare Giuseppe Ricciardi. Però, con l’arrivo della moglie e dei figli di Ricciardi, la loro relazione era ormai compromessa e Franca Ricciardi aveva fatto chiaramente capire a Rina Fort che doveva definitivamente rinunciare al suo uomo: pare che la donna le avesse rivelato di essere incinta per la quarta volta, suscitando ulteriore frustrazione nella rivale. Il 29 novembre 1946 Rina Fort si vendicò sulla moglie del suo amante e sui suoi tre bambini, uccidendoli. La stessa Rina Fort ricostruì la dinamica del delitto nella sua unica dettagliata confessione, resa nella questura di Milano una settimana circa dopo l’omicidio, dopo giorni di estenuanti interrogatori: «Quella sera vagavo senza meta quando, all’altezza di via Tenca, automaticamente voltai a destra ed entrai nello stabile numero 40 di via San Gregorio, attraversai l’interno dell’andito, salii al primo piano e bussai alla porta d’ingresso della famiglia Ricciardi. La signora chiese chi fosse, poi aprì la porta. Entrai porgendole la mano ed ella mi salutò cordialmente. Ricordo che reggeva in braccio il piccolo Antoniuccio. Mi introdusse in cucina facendomi sedere, mentre gli altri due bambini giocavano fra loro. Appena seduta avvertii un lieve malessere, tanto che la signora Pappalardo mi diede un bicchiere con acqua e limone. Quindi ella volle chiarire la stranezza della mia visita: «Cara signora» – disse – «lei si deve metter l’animo in pace e non portarmi via Pippo, che ha una famiglia con bambini. La cosa deve assolutamente finire, perché sono cara e buona, ma se lei mi fa girare la testa finirò per mandarla al suo paese». Preciso che prima di porgermi il bicchiere la signora depose il bambino sul seggiolone e dopo aver parlato mi portò dalla cucina una bottiglia di liquore allo scopo di offrirmi da bere. Quindi ritornò nella camera da pranzo per prendere un cavatappi, non avendolo trovato in cucina. A questo punto, mentre la Pappalardo era nella stanza da pranzo, ruppi il collo della bottiglia di liquore e ne versai in abbondanza. Accecata dalla gelosia dalle parole poco prima rivoltemi dalla Pappalardo, oltre che eccitata dal liquore, mi alzai andandole incontro. Giunta nell’anticamera l’incontrai mentre tentava di venire in cucina. Alla mia vista essa si spaventò, indietreggiando, mi avventai sopra di lei e la colpii ripetutamente alla testa con un ferro che avevo preso in cucina e di cui non sono in grado di precisare le dimensioni. La Pappalardo cadde tramortita sul pavimento, io continuai a colpirla. Il piccolo Giovannino, mentre colpivo la madre, si era lanciato in difesa di lei afferrandomi le gambe. Con uno scrollone lo scaraventai nell’angolo destro dell’anticamera e alzai il ferro su di lui: alcuni colpi andarono a vuoto e colpirono il muro, altri lo raggiunsero al capo. Preciso di aver abbattuto prima Giovannino; poi entrata in cucina, colpii la Pinuccia; ad Antoniuccio, seduto sul seggiolone, infersi un solo colpo, in testa. Frattanto Giovannino si era alzato dall’angolo dove giaceva, per cui calai su di lui altri colpi, facendolo stramazzare al suolo esanime con la testa presso la porta della cucina. La Pinuccia, colpita in cucina, era caduta riversa accanto al tavolo. Terrorizzata dal macabro spettacolo, scesi le scale e mi portai davanti alla porta del retrostante negozio, subito a destra della scala. Dall’interno il cane abbaiava rabbiosamente. Avrei voluto tornare sul luogo dell’eccidio, ma sbagliai strada e mi ritrovai sui gradini che portano alla cantina. Rimasi seduta sul primo gradino pochi attimi per riprendere fiato, poi risalii le scale dell’appartamento, nel quale le luci erano accese come le avevo lasciate. La signora Pappalardo e i suoi tre figli non avevano esalato l’ultimo respiro. Entrai nella camera da letto, mi tolsi le scarpe e ne calzai un paio del Ricciardi, quelle dalle sette suole. Sulle spalle, sopra il cappotto, mi gettai una giacca, poi aprii diversi cassetti asportando una somma imprecisata di denaro e alcuni gioielli d’oro. Misi a soqquadro la casa intera, non so a quale scopo. Non era ancora morto nessuno: il piccolo respirava, la signora si dimenava, la Pinuccia rantolava. La Pappalardo fissandomi con occhi sbarrati diceva sommessamente: «Disgraziata! Disgraziata! Ti perdono perché Giuseppe ti vuol tanto bene.» Poi soggiunse «Ti raccomando i bambini, i bambini…». Mi chiese aiuto la signora, mentre continuava a dimenarsi. Singhiozzava, poi si mise bocconi. Mi diressi verso la camera da letto e passai su di lei con tutto il peso del mio corpo. Essa non parlava più, ma respirava ancora. Senza rendermi conto di ciò che facevo, rovesciai sul viso delle vittime un liquido, e prima di allontanarmi definitivamente ficcai loro in bocca dei pannolini imbevuti dello stesso liquido. Rimisi quindi le scarpe nel comodino e la giacca al posto in cui l’avevo trovata. Le vittime agonizzavano ancora quando accostai la porta e discesi le scale. Andai a casa, mangiai due uova fritte con grissini. La notte non potei dormire. Il giorno seguente mi recai normalmente al lavoro…» Il delitto venne scoperto la mattina dopo, dalla nuova commessa di Ricciardi, Pina Somaschini, che s’era recata in via San Gregorio per farsi dare dalla signora Pappalardo le chiavi del negozio. Le vittime giacevano riverse in una pozza di sangue, materia cerebrale e tracce di vomito: la signora Pappalardo e il figlio maggiore nell’ingresso dell’appartamento, i due bambini più piccoli in cucina. La portiera dello stabile disse di aver chiuso il cancello alle 21 in punto come tutte le sere, ma mancava la serratura che era in riparazione e chiunque sarebbe potuto entrare senza difficoltà. L’indagine fu affidata al famoso commissario Nardone. Per la polizia l’omicida era un conoscente della Pappalardo, perché la donna lo aveva accolto in casa e gli offrì anche un liquore. Gli assassini avrebbero potuto anche essere due, dato che i bicchierini sporchi — su uno dei quali furono rinvenute tracce di rossetto — erano in totale tre. Pare mancassero alcuni pezzi d’argenteria di modesto valore, quasi certamente sottratti per simulare maldestramente una rapina degenerata in omicidio. Gli inquirenti scartarono quasi subito l’ipotesi della rapina: la famiglia versava in condizioni economiche quantomeno precarie e il negozio di Ricciardi — soprattutto dopo il licenziamento di Rina Fort, che pare avesse talento negli affari — era sempre a un passo dalla chiusura, con numerose cambiali in protesto. Quello di via San Gregorio pareva decisamente un delitto passionale, dato che erano stati uccisi dei bambini che non avrebbero nemmeno potuto testimoniare. La donna aveva lottato prima di essere uccisa e furono trovati tra le sue unghie dei capelli di donna. Inoltre sulla scena del delitto venne trovata stracciata una fotografia dei coniugi Ricciardi il giorno delle nozze. Giuseppe Ricciardi si trovava a Prato per lavoro; rintracciato e informato dell’accaduto venne interrogato e fece il nome di Rina Fort, sua commessa e amante dal settembre del 1945. La Polizia la cercò a casa sua in via Mauro Macchi 89, poi nella pasticceria dove lavorava in via Settala 43. Fu arrestata mentre serviva i clienti scherzando e raccontando aneddoti, e trasportata in questura. L’interrogatorio cominciò il 30 novembre 1946 nel pomeriggio, a meno di 24 ore dal pluriomicidi. Rina Fort ammise di aver lavorato per il Ricciardi, ma negò di essere la sua amante e di sapere dove si trovasse. Negò anche qualsiasi responsabilità del delitto; il 2 dicembre, portata a casa Ricciardi, si mostrò indifferente. Riaccompagnata in Questura, dopo 17 ore di interrogatorio del commissario dott. Di Serafino, iniziò a cedere. Ammise di essere stata l’amante di Ricciardi, con tanto di fede nuziale, e che la relazione era finita con l’arrivo della moglie. Al suo avvocato difensore denunciò di essere stata malmenata e presa a manganellate durante l’interrogatorio. Sostenne di aver partecipato all’eccidio, ma di non aver toccato i bambini; accusò Ricciardi di essere il mandante del delitto, assieme a un tal non meglio identificato “Carmelo”. Aggiunse che, nelle intenzioni dell’ex amante, ella e “Carmelo” avrebbero dovuto inscenare un furto per intimorire Franca Pappalardo, indurla a credere che la vita a Milano fosse troppo pericolosa e spingerla a tornare a Catania; ma, una volta giunti in via San Gregorio, la situazione sarebbe precipitata, anche a causa di una “sigaretta drogata” che il misterioso “Carmelo” le avrebbe offerto. Il processo a Rina Fort si concluse con una condanna esemplare. Dopo la sua confessione, nel 1948 fu processata e condannata all’ergastolo per il massacro della moglie e dei tre figli del suo amante, Giuseppe Ricciardi. La sentenza fu confermata in appello e in Cassazione, nonostante la difesa avesse tentato di farla apparire come una donna plagiata dall’amante e priva di piena consapevolezza. Rina Fort scontò la pena nel carcere di Perugia fino al 1960, quando per motivi di salute venne trasferita nel carcere di Trani, che godeva di condizioni climatiche più favorevoli. Passò poi nel carcere delle Murate a Firenze. Chiese e ottenne il perdono della famiglia Pappalardo. Il 12 settembre 1975 beneficiò della grazia dal Presidente della Repubblica, Sergio Leone. Nello stesso anno morì Giuseppe Ricciardi, il suo ex amante, che nel frattempo s’era risposato e aveva avuto un altro figlio. Dal 1975 riprese il cognome Benedet dell’ex marito Giuseppe, e visse una vita riservata a Firenze, presso una famiglia che l’aveva accolta dopo la scarcerazione, facendosi chiamare anche Rina Furlan, fino alla morte per infarto avvenuta il 2 marzo 1988. Rina Fort rimane uno dei volti più inquietanti della cronaca nera italiana. Il suo gesto fu di una ferocia inaudita, alimentato da gelosia e disperazione. La sua storia continua a dividere: fu una donna travolta dalla passione o un’assassina spietata? Qualunque sia la risposta, il suo nome resta impresso nella memoria collettiva come simbolo di uno dei crimini più atroci del dopoguerra.


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Milano come Chicago

Milano come Chicago. Un paragone che potrebbe apparire azzardato a chi osserva oggi il volto moderno e scintillante della metropoli lombarda, eppure, basta voltare lo sguardo indietro di qualche decennio per ritrovare un’altra Milano, cupa, spietata, immersa in una spirale di violenza urbana che nulla aveva da invidiare alla Chicago dei ruggenti anni Venti e Trenta. Erano gli anni Settanta e Ottanta, e Milano, cuore industriale e finanziario d’Italia, era anche il teatro di una guerra tra bande che insanguinava le sue strade e dominava le cronache. Il nome di Renato Vallanzasca evocava fascino e terrore. Il “bel René”, così soprannominato dai giornali per il suo aspetto e il suo carisma, guidava la famigerata banda della Comasina. Le sue rapine erano pianificate con precisione militare, le sue fughe rocambolesche entravano nel mito. Vallanzasca incarnava il bandito moderno, affascinante ma spietato, capace di sfidare lo Stato con audacia e ferocia. A lui si contrapponeva Francis Turatello, detto “Faccia d’Angelo”, legato a Cosa Nostra e alla banda della Magliana, dominatore del racket della prostituzione, delle bische clandestine, e riferimento del crimine organizzato che si muoveva tra la Milano dei night club e le segrete alleanze con il Sud. La loro rivalità, a tratti collaborativa, a tratti esplosiva, disegnava una mappa criminale in cui la città sembrava vivere in un perenne stato d’assedio. Si trattava di un’epoca in cui il sangue scorreva con disarmante frequenza, le cronache raccontavano quasi quotidianamente di sparatorie, sequestri di persona, regolamenti di conti. I quartieri popolari erano il terreno fertile per una malavita che si nutriva del disagio sociale, della mancanza di opportunità, di una periferia dimenticata. L’Ortica, Baggio, Quarto Oggiaro, la Barona: nomi che evocavano una geografia del crimine, dove la legge era spesso sostituita dalla vendetta. Le bande si muovevano con un codice d’onore distorto, ma rigoroso. Si rispettavano gerarchie, si firmavano alleanze, si combattevano guerre. La città era sotto scacco, ma sembrava anche incapace di reagire, con un sistema giudiziario lento e una polizia spesso impotente di fronte all’organizzazione e alla brutalità dei criminali. Milano diventava così teatro di una narrazione nera, una Chicago europea, dove la linea tra realtà e leggenda era sottile. I giornali vendevano copie con i titoli dedicati alle imprese dei banditi, le loro storie diventavano materia da romanzo e da cinema. Con l’inizio degli anni Novanta, qualcosa cambiò. Le grandi famiglie criminali iniziarono a decadere, colpite da operazioni giudiziarie più efficaci, da collaboratori di giustizia che squarciarono il velo di omertà. Milano iniziò a trasformarsi, urbanisticamente e socialmente. Le vecchie zone malfamate furono riqualificate, il centro si fece vetrina del lusso, il volto della città cambiò. Ma la criminalità non sparì: mutò pelle. Dai boss alle gang giovanili, dai racket agli scippi nei centri commerciali, dai colpi in banca ai furti in metropolitana. Oggi la minaccia ha un altro volto. Le baby gang rappresentano una delle forme più diffuse di criminalità urbana. Ragazzi giovanissimi, spesso minorenni, cresciuti in contesti familiari fragili o completamente assenti, trovano nella violenza un modo per affermarsi, per sentirsi qualcuno. Le loro azioni non hanno la pianificazione delle bande del passato, ma sono impulsive, spettacolari, virali. Si organizzano sui social, si filmano, si esaltano a vicenda. È la spettacolarizzazione della violenza, l’illusione di un potere effimero che però lascia segni profondi. Milano non è più quella degli anni di Vallanzasca, ma non è nemmeno al riparo. La sua sicurezza si misura in termini diversi: meno sangue per strada, ma più paura diffusa. La microcriminalità agisce nell’ombra, nell’indifferenza generale. Gli scippi, i furti con destrezza, le aggressioni notturne sono episodi comuni, a volte sminuiti, altre volte ingigantiti. Ma rivelano una città che, pur cresciuta in modernità e internazionalità, conserva sacche di marginalità profonda. In tutto questo, la giustizia appare spesso in affanno. Da un lato, la repressione mostra i suoi limiti. Dall’altro, mancano strumenti efficaci di prevenzione. Le carceri sono sovraffollate, i processi lenti, le pene talvolta inadeguate. Ma soprattutto, manca una visione d’insieme che sappia collegare la sicurezza alla giustizia sociale. Perché se un tempo era la povertà materiale a spingere verso la delinquenza, oggi lo è spesso la povertà educativa, relazionale, affettiva. La mancanza di un’etica morale e civile con valori completamente dimenticati. Milano ha oggi l’opportunità di essere non solo una capitale economica, ma anche un modello di civiltà. Deve però investire nella cultura, nell’inclusione, nella rigenerazione urbana autentica. Deve creare spazi dove i giovani possano esprimersi, formarsi, sentirsi parte di qualcosa. Deve recuperare le periferie, non solo dal punto di vista edilizio, ma umano. Dare senso di appartenenza, dignità, valore. Ecco allora che la memoria della Milano violenta non deve diventare solo racconto noir o nostalgia del bandito romantico. Deve essere monito. Deve essere chiave di lettura per capire quanto è cambiato, ma anche quanto resta da fare. Perché la giustizia non è solo applicazione della legge, ma è anche prevenzione, equità, ascolto. Una città giusta non è quella che punisce di più, ma quella che sa evitare che qualcuno abbia bisogno di delinquere per esistere. Milano, come Chicago, ha attraversato il suo inferno. Ora ha il compito di non dimenticare, ma soprattutto di non ripetere. E per riuscirci, deve sapere guardare in faccia la verità, senza retorica, con il coraggio di chi sa trasformare la storia in futuro.


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Milano dopo mezzanotte

Milano dopo mezzanotte è il momento in cui la città smette di recitare. Le vetrine si spengono, il traffico si dirada, i palazzi sembrano trattenere il respiro. È l’ora in cui Milano si mostra per quello che è davvero: una metropoli elegante in superficie e profondamente inquieta nelle sue viscere. Questo blog nasce per raccontare quella Milano che pochi vedono e che molti fingono di non conoscere. Una città fatta di pioggia che batte sull’asfalto, di luci al neon che tremano nei vicoli, di silenzi più rumorosi delle sirene. Milano dopo mezzanotte è un archivio narrativo dedicato al noir, al giallo e al thriller, dove ogni storia affonda le radici nei quartieri, nelle strade, nelle periferie e nei luoghi simbolo della città. Qui i protagonisti non sono eroi impeccabili, ma uomini e donne imperfetti, spesso stanchi, a volte colpevoli, sempre in bilico tra ciò che sono e ciò che fingono di essere. Le indagini non seguono solo le tracce del crimine, ma quelle dell’animo umano, esplorando ossessioni, solitudini, ambiguità morali. I racconti possono essere autoconclusivi o svilupparsi in più puntate, lasciando che il lettore torni, notte dopo notte, a camminare nelle stesse strade, a seguire gli stessi fantasmi. Le storie hanno una lunghezza medio-lunga, perché Milano non si racconta in fretta e il buio ha bisogno di tempo per depositarsi. Ogni racconto è un frammento di città, un referto emotivo, una confessione sussurrata quando il resto del mondo dorme. Milano dopo mezzanotte non cerca facili consolazioni né finali rassicuranti: qui la verità è spesso scomoda e la giustizia raramente pulita. Questo spazio è dedicato a chi ama il noir che scava, il giallo che osserva, il thriller che inquieta senza urlare. Se ami Milano, ma sai che il suo cuore batte più forte di notte, questo è il posto giusto. Perché dopo mezzanotte, Milano non mente.

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Si vede da come mi vede

A volte non serve lo specchio per capire chi siamo. Basta uno sguardo. Quello di chi ci incrocia distrattamente in metropolitana, o quello più intenso di chi ci conosce davvero. È buffo, ma finiamo sempre per misurarci con il riflesso che gli altri ci restituiscono, come se la nostra identità fosse una foto sfocata che solo gli occhi altrui riescono a mettere a fuoco. Ci si abitua presto a vivere sotto osservazione, anche quando nessuno ci guarda. In fondo, siamo animali sociali: abbiamo bisogno di sentirci visti per credere di esistere. Eppure, nel momento stesso in cui cerchiamo lo sguardo dell’altro, rischiamo di diventare prigionieri della sua percezione. Ci si riconosce nello sguardo altrui, ma spesso ci si smarrisce in esso. Fin da piccoli impariamo che valiamo tanto quanto ci dicono che valiamo. “Bravo”, “timido”, “troppo sensibile”: etichette che, col tempo, diventano specchi deformanti. E così cresciamo imparando a recitare un ruolo, a restare coerenti con l’immagine che ci hanno cucito addosso. Quando qualcuno ci vede diversi, quasi ci infastidiamo: come osa guardarmi in un modo nuovo? Meglio restare fedeli alla maschera che conosciamo. Pirandello l’aveva capito un secolo fa: non siamo mai una sola persona, ma tante quante sono gli occhi che ci osservano. Sartre, più spietato, sosteneva che “l’inferno sono gli altri”. Forse esagerava, ma non di molto. Lo sguardo dell’altro può essere paradiso o condanna. Ci basta un giudizio negativo per scivolare nell’inferno dell’autocritica, ma anche un complimento inaspettato per risalire al cielo dell’autostima. È un’altalena continua, e noi lì in mezzo, a cercare un equilibrio tra chi crediamo di essere e chi gli altri vedono in noi. Poi ci sono loro: i social. Lo sguardo collettivo per eccellenza, l’occhio digitale che non dorme mai. Qui il “si vede da come mi vede” diventa quasi un mantra moderno. Postiamo, sorridiamo, filtriamo, aggiustiamo la luce, cerchiamo l’angolazione che dica: “Ehi, guarda, sto bene!”. Ma lo siamo davvero? O abbiamo solo imparato a sembrare? La felicità 2.0 spesso passa per un pollice alzato e un cuore rosso, simboli di approvazione che valgono più di mille parole. È il nuovo specchio dell’ego: più ti vedono, più credi di esserci. Peccato che, quando si spengono gli schermi, lo sguardo torni a quello più difficile: il proprio. Ed è lì che nasce la vertigine. Quando nessuno ci vede, chi siamo davvero? Cosa resta di noi senza riflessi, senza pubblico, senza un “mi piace” a confermare la nostra esistenza? Forse è proprio in quel buio che riscopriamo la parte più autentica, quella che non ha bisogno di essere vista per sentirsi viva. Ma la verità è che anche quella parte, di tanto in tanto, ama essere riconosciuta. Non per vanità, ma per natura. Perché l’essere umano non è un’isola: è una rete di sguardi, un mosaico di percezioni. E allora forse la chiave non è smettere di cercare lo sguardo degli altri, ma imparare a sceglierlo. Circondarsi di chi ci vede non per quello che sembriamo, ma per quello che siamo anche quando non parliamo. Perché sì, si vede da come mi vede: se mi guarda con giudizio, mi rattrappisco; se mi guarda con rispetto, mi distendo; se mi guarda con amore, quasi mi riconosco. E nel migliore dei casi, imparo anche a vedermi con gli stessi occhi. In fondo, la nostra immagine è come un quadro in continua revisione. Gli altri ci danno pennellate, a volte troppo forti, a volte troppo leggere. Sta a noi decidere quali tenere e quali cancellare. Il resto è solo rumore di fondo, riflesso di un mondo che guarda ma non sempre vede. E allora, la prossima volta che qualcuno ti osserva con attenzione, chiediti pure: che cosa vede davvero? Ma non dimenticare di domandarti anche: io, come mi vedo? Perché la verità è semplice — si vede da come mi vede, certo. Ma ancora di più, da come scelgo di guardarmi io.


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GIRO DI LUNA

giro di luna bivaccante nel sangue baluginare d'albe e notti che s'inseguono dentro il mio perduto nome per le ancestrali stanze un aleggiare di creatura celeste che a lato mi vive nella luce pugnalata

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Il componimento “GIRO DI LUNA” si presenta come un viaggio interiore in cui immagini forti econtrastanti si intrecciano creando una sensazione di movimento e di rivelazione.

  • Giro di luna bivaccante nel sangue:L'immagine iniziale ci trasporta in un luogo dove il ciclo lunare—simbolo da sempre di trasformazione e di destinazione—si fonde con il fluire della vita, rappresentato tramite il “sangue”. Il termine “bivaccante” suggerisce una presenza effimera e temporanea, come se la luminosità della luna camminasse, accostandosi e poi abbandonando l'intimità del vivere umano.
  • Baluginare d'albe e notti che s'inseguono:Questo verso evoca il continuo alternarsi tra luce e ombra, tra il sorgere e il tramontare, catturando il perpetuo movimento del tempo. Le albe e le notti che si rincorrono plasmano l'idea di ciclicità, quasi a indicare che ogni momento, per quanto effimero, ha il potere di illuminare o oscurare il cammino interiore.
  • Dentro il mio perduto nome:Qui il componimento rivela una dimensione profondamente personale. L'autore richiama un'identità ormai dimenticata o dispersa, lasciando presagire un recupero del sé attraverso la memoria e il confronto con le forze ancestrali e cosmiche. Questo “perduto nome” diventa il deposito di tutti quei frammenti di esperienze e ricordi che si intrecciano alla vita.
  • Per le ancestrali stanze un aleggiare di creatura celeste che a lato mi vive nella luce pugnalata:La transizione verso “le ancestrali stanze” porta l'attenzione a un luogo quasi sacro, custode di antiche memorie e di una dimensione spirituale. La “creatura celeste” che aleggia suggerisce la presenza di un'entità ispiratrice o forse un simbolo dell'idea di bellezza e dolore intrecciati. La “luce pugnalata” è una metafora potente che parla di una luce non solo illuminante ma anche ferente, capace di esporre verità nascoste e di causare un dolore esistenziale necessario per la rivelazione di sé.

Nel complesso, il componimento ci parla di un'incessante ricerca dell'identità attraverso il confronto con forze cosmiche e interiori, in cui il dolore e la bellezza si fondono per guidare l'arte del riscoprirsi. L'interazione tra luce e ombra, tra presenza effimera e ricordo ancestrale, crea un'atmosfera di mistero e di intima rivelazione, lasciando spazio a molteplici interpretazioni che invitano il lettore a riflettere sul proprio percorso interiore.


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GIOSUE - Capitolo 18


Divisione della terra tra le altre sette tribù (18,1-19,51)1Tutta la comunità degli Israeliti si radunò a Silo, e qui eresse la tenda del convegno. La terra era stata sottomessa a loro. 2Rimanevano tra gli Israeliti sette tribù che non avevano avuto la loro parte. 3Disse allora Giosuè agli Israeliti: “Fino a quando trascurerete di andare a occupare la terra, che il Signore, Dio dei vostri padri, vi ha dato? 4Sceglietevi tre uomini per tribù e io li invierò. Essi andranno subito a ispezionare la terra, ne tracceranno un piano per la divisione in eredità e torneranno da me. 5Essi se la divideranno in sette parti: Giuda rimarrà sul suo territorio nel meridione e quelli della casa di Giuseppe rimarranno sul loro territorio al settentrione. 6Voi traccerete una mappa scritta della terra in sette parti e me la porterete qui e io getterò per voi la sorte qui, dinanzi al Signore, Dio nostro. 7Tuttavia non vi è parte per i leviti in mezzo a voi, perché il sacerdozio del Signore è la loro eredità, e Gad, Ruben e metà della tribù di Manasse hanno già ricevuto la loro eredità oltre il Giordano, a oriente, come ha concesso loro Mosè, servo del Signore”.8Quegli uomini si misero in cammino; Giosuè comandò a coloro che andarono a tracciare una mappa scritta della terra: “Andate a perlustrare la regione, tracciatene una mappa e tornate da me e qui io getterò per voi la sorte davanti al Signore, a Silo”. 9Gli uomini andarono, ispezionarono la regione, ne tracciarono una mappa scritta secondo le città, dividendola in sette parti, e ritornarono da Giosuè all'accampamento, a Silo. 10Allora Giosuè gettò per loro la sorte a Silo, dinanzi al Signore, e lì Giosuè spartì la terra tra gli Israeliti, secondo le loro ripartizioni.

11Fu tirata a sorte la parte della tribù dei figli di Beniamino, secondo i loro casati; il territorio che toccò loro aveva i confini tra i figli di Giuda e i figli di Giuseppe. 12Dal lato settentrionale, il loro confine partiva dal Giordano, saliva il pendio settentrionale di Gerico, saliva per la montagna verso occidente e faceva capo al deserto di Bet-Aven. 13Di là passava per Luz, sul versante meridionale di Luz, cioè Betel, e scendeva ad Atròt-Addar, presso il monte che è a mezzogiorno di Bet-Oron inferiore. 14Poi il confine piegava e, al lato occidentale, girava a mezzogiorno, dal monte posto di fronte a Bet-Oron, a mezzogiorno, e faceva capo a Kiriat-Baal, cioè Kiriat-Iearìm, città dei figli di Giuda. Questo era il lato occidentale. 15Il lato meridionale cominciava all'estremità di Kiriat-Iearìm. Il confine piegava verso occidente, fino alla fonte delle acque di Neftòach, 16poi scendeva fino al crinale del monte di fronte alla valle di Ben-Innòm, nella valle dei Refaìm, a settentrione, e scendeva per la valle di Ben-Innòm, sul pendio meridionale dei Gebusei, fino a En-Roghel. 17Si estendeva quindi verso il settentrione e giungeva a En-Semes; di là si dirigeva verso Ghelilòt, che è di fronte alla salita di Adummìm, e scendeva al sasso di Boan, figlio di Ruben, 18poi passava per il pendio settentrionale di fronte all'Araba e scendeva all'Araba. 19Il confine passava quindi per il pendio settentrionale di Bet-Cogla e faceva capo al golfo settentrionale del Mar Morto, alla foce meridionale del Giordano. Questo era il confine meridionale. 20Il Giordano serviva di confine dal lato orientale. Questa era l'eredità dei figli di Beniamino, secondo i loro casati, con i suoi confini da tutti i lati.21Le città della tribù dei figli di Beniamino, secondo i loro casati, erano: Gerico, Bet-Cogla, Emek-Kesis, 22Bet-Araba, Semaràim, Betel, 23Avvìm, Para, Ofra, 24Chefar-Ammonài, Ofni e Gheba: dodici città e i loro villaggi; 25Gàbaon, Rama, Beeròt, 26Mispa, Chefirà, Mosa, 27Rekem, Irpeèl, Taralà, 28Sela-Elef, la città gebusea, cioè Gerusalemme, Gàbaa, Kiriat-Iearìm: quattordici città e i loro villaggi. Questa era l'eredità dei figli di Beniamino, secondo i loro casati.

__________________________Note

18,1 Silo: circa venti chilometri a sud di Sichem, nella zona centrale della terra di Canaan, dove probabilmente era ancora l’arca dell’alleanza all’epoca di questo racconto.

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Approfondimenti


1-10. Introduzione alla spartizione. Il brano intende impostare l'assegnazione dei territori alle rimanenti tribù secondo lo schema già usato per la spartizione di cui s'è parlato sinora. Alla comunità convocata a Silo, Giosuè propone il progetto di una conquista e la spartizione del territorio fra le tribù non ancora assediate. Si riepilogano i dati precedenti, osservando che Giuda, la casa di Giuseppe, i leviti (alla loro maniera), Gad, Ruben e (l'altra) metà di Manasse, sono già sistemati. Anche per le restanti sette tribù l'assegnazione dei territori è fatta tirando a sorte (vv. 8-10).

1. Silo (situata 17 chilometri a nord di Betel e 20 chilometri circa a sud di Sichem) è in una posizione più centrale di Galgala, dove si trovava l'accampamento militare all'inizio della conquista. Non è stato detto sinora, né si dice qui, quando e come sia avvenuto lo spostamento. Di Silo come luogo della «tenda del convegno» e quindi dell'arca dell'alleanza, si parlerà anche in Gs 19,51; 21,2; 22, 9.12; Gdc 18, 31. Da lì avrà origine l'attività di Samuele (1Sam 1,3). Silo resterà uno dei santuari più importanti d'Israele.

8-10. La spartizione della regione viene fatta tenendo conto delle concrete possibilità di vita delle varie zone, visitate e descritte dai tre osservatori.

11-28. Il brano presenta i confini del territorio di Beniamino (vv.1-20), seguiti da un elenco di città di questa tribù (vv. 21-28).

11-20. La tribù di Beniamino venne a trovarsi tra Efraim al nord e Giuda al sud. Qui se ne indicano i confini settentrionali (vv. 12-13, cfr. 16,1-3), occidentali (v. 14), meridionali (vv. 5-19) e orientali (v. 20).

21-28. Tra le città elencate, alcune fanno parte del territorio di Efraim. Nel complesso, Beniamino era una tribù minore, con un territorio più modesto delle altre tribù.

(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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⬢ La preghiera di San Giovanni Paolo II


Il 17 agosto 2002, a Cracovia, San Giovanni Paolo II affidò alla Divina Misericordia le sorti del mondo con questa bellissima preghiera

Dio, Padre misericordioso, che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio tuo Gesù Cristo, e l’hai riversato su di noi nello Spirito Santo, Consolatore, Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo.

Chinati su di noi peccatori, risana la nostra debolezza, sconfiggi ogni male, fa' che tutti gli abitanti della terra sperimentino la tua misericordia, affinché in Te, Dio Uno e Trino, trovino sempre la fonte della speranza.

Eterno Padre, per la dolorosa Passione e la Risurrezione del tuo Figlio, abbi misericordia di noi e del mondo intero!

Amen


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