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il “faldone” di vincenzo ostuni oggi a napoli


Oggi alle 18, a Downstream, presso la Libreria Ubik Napoli con Fabrizio Bondi, Gabriele Frasca e Vincenzo Ostuni.

Con Valeria Rocco e Giorgia Esposito.

Vincenzo Ostuni, Faldone, il Saggiatore, 2025

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Un traditore di partigiani al servizio della banda Carità a Padova


Giungiamo quindi alla vicenda, molto lunga da raccontare, di Mario Santoro che gioca il ruolo di finto partigiano. Il fascicolo si apre con un protocollo dell’Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo (Alto commissariato aggiunto per l’epurazione) Delegazione provinciale di Padova che trasferisce cinque testimonianze al procuratore presso la Corte Straordinaria d’Assise, CAS <194. Queste cinque testimonianze sono di estrema importanza perché provengono dai capi della Resistenza padovana e cioè dal Prof. Adolfo Zamboni, l’Ing. Luigi Martignoni, Umberto Avossa, l’Ing. Attilio Casilli e per finire don Giovanni Apollonio. Figura di primaria importanza è però il Prof. Zamboni che spicca per personalità e per la molta influenza esercitata a Padova. Tanto per capire la sua importanza: “Dopo l’Armistizio di Cassibile, partecipa attivamente alla Resistenza, nelle file delle brigate Giustizia e Libertà della Brigata “Silvio Trentin”, inoltre aiuta la rete formata dall’ufficiale dell’aeronautica Armando Romani e padre Placido Cortese di aiuto agli ebrei. Nel novembre del 1944, viene arrestato e trasferito a Villa Giusti a Padova, sede della Banda Carità, comandata da Mario Carità, dove interrogato, torturato per mesi, ritrova in cella molti dei suoi allievi anche loro operanti nella Resistenza; al suo fianco ebbe il suo assistente Giovanni Apollonio sacerdote, insegnante nel seminario maggiore di Padova”.
Le carte ritrovate all’Archivio di Stato di Padova si riferiscono proprio a questo ultimo evento. Vista la lunghezza delle testimonianze in questione cercheremo in questa sede di riassumerle il più possibile. La dichiarazione del Prof. Zamboni, datata 1 agosto 1945, ricorda che alla fine del 1943, in una riunione di tipo militare, svoltasi a casa sua, presenti alcuni capi della resistenza padovana (il Colonnello Marziano, il dott. Busonera, i cugini Todesco e il Trevisan) gli fu presentato Mario Santoro che poco tempo dopo entrò a far parte del comitato militare provinciale. <195 Le altre testimonianze, più sopra ricordate (quelle dell’Ing. Luigi Martignoni <196, di Umberto Avossa <197, dell’Ing. Attilio Casilli <198 e per finire di don Giovanni Apollonio <199), collocano temporalmente la conoscenza con il Santoro in momenti e occasioni differenti del 1944. Lo Zamboni continua raccontando come il loro rapporto si facesse più stretto nei mesi successivi: non dubita mai di lui che gli racconta di essere sfollato e di avere preso residenza in Via San Francesco a Padova, non gli fa mai richieste insolite fino all’ottobre 1944 quando racconta che una banda di comunisti, visitata la sua casa mentre egli era assente, l’aveva depredata di ogni bene per circa duecentomila lire. Alla richiesta di denaro lo Zamboni avvia una istanza al cassiere del CLN che riesce a procuragli una prima tranche di venticinque mila lire che vengono consegnate al Santoro. Ma la somma è troppo esigua e lo Zamboni, su invito del Santoro, chiede all’Ing. Casilli, rappresentante del Partito d’Azione, di procedere tra i compagni alla raccolta di altro denaro fino ad una cifra di centomila lire. Anche le altre testimonianze ricordano questo episodio con alcune discrepanze sul valore dei beni sottratti, che per il Casilli sarebbe stato di trecentomila lire (ma ricorda che in casa del Santoro vennero sequestrate quattrocentomila lire dalla Banda Carità al momento della perquisizione, rilevando probabilmente che il Santoro avrebbe chiesto denaro ad altre persone non essendone quindi sprovvisto come voleva far credere). Evidentemente il Santoro aveva approfittato dell’episodio, reale o inventato che fosse, per arricchirsi. Dopo questo evento Zamboni ricorda il suo arresto avvenuto il 18 novembre 1944 ad opera della Banda Carità, che lo
rinchiude nella caserma delle SS sita in via San Francesco a Padova presso Palazzo Giustiniani.
Qui, le vicende dei testimoni si fanno molto più differenziate seppure si concludano con uno stesso triste esito. Lo Zamboni ricorda cinquanta giorni di vessazioni, poi aggravate nella intensità della violenza in seguito a una testimonianza fatta al maggiore Carità da parte di una signorina collaboratrice del CLN che avrebbe confermato i rapporti tra lo Zamboni, il Prof. Egidio Meneghetti (uno dei capi della resistenza padovana), l’Ing. Pighin e il Castelli (pseudonimo con cui si faceva chiamare all’epoca il Santoro). Dopo un ennesimo interrogatorio, andato a vuoto, condotto dal Maggiore Carità in persona, il Professore venne a sapere che il Castelli era stato arrestato. Pochi giorni dopo un nuovo interrogatorio piuttosto violento e la sorpresa di trovarsi il Castelli/Santoro ad invitarlo a raccontare della sua attività partigiana di fronte ai membri della banda Carità. Dapprima lo Zamboni resta attonito; non sa darsi spiegazione di quel totale voltafaccia. Forse le torture, le minacce o uno sconvolgimento di cervello lo hanno spinto ad un comportamento tanto vile. Poi deve constatare comunque che “le rivelazioni da lui fatte sull’attività militare, che in ultima analisi mettevano capo a me come rappresentante politico finirono per rovinarmi” <200. Infatti, continua a raccontare lo Zamboni, la notte tra il 5 e il 6 dicembre diventa per lui letteralmente infernale. Il Castelli/Santoro viene slegato dalle manette (cosa che fa insospettire lo Zamboni) e viene portato via. La tortura con le scariche elettriche continua per tutta la notte. Passato anche questo interrogatorio, viene a sapere dalla signorina citata più sopra che il Castelli era uomo noto alle Brigate Nere, cosa che gli viene confermata da un altro incontro avvenuto con lo stesso Santoro/Castelli la notte del 6 gennaio. Castelli, poco tempo prima aveva cercato di far catturare il Pighin che, la sera stessa, è colpito a morte dalle stesse Brigate nere dopo un tentativo di fuga.
Uscito dall’interrogatorio vede di persona che molti altri membri della Resistenza, compresi gli autori delle testimonianze richiamate in apertura, sono stati arrestati, cosa che lo fa dubitare ancora di più sul ruolo giocato dal Santoro alias Castelli nella vicenda. I suoi dubbi saranno confermati pochi giorni dopo per bocca dell’Ingegner Martignoni che conferma che il Castelli, a conoscenza di uno dei luoghi segreti dove convenivano gli incontri della Resistenza padovana, ci ha condotto la Banda Carità per catturarlo. Zamboni, in chiusura della sua testimonianza e documento di accusa si pone una serie di domande: “Che bisogno aveva il Castelli di arrivare a simili rivelazioni? Quali mezzi usò il famigerato Carità per indurlo a causare tanta rovina?… Otello Renato Pighin; Egli non doveva finire così tristemente: per tradimento <201”. Questa la testimonianza dello Zamboni.
Restano comunque alcune zone d’ombra che altre versioni degli eventi, raccontate dagli altri testimoni, possono aiutarci a rendere più chiare.
Cominciamo proprio dalla testimonianza del Martignoni <202 che arricchisce la vicenda di alcuni interessanti particolari, confermando innanzitutto di avere condotto il Santoro, nel periodo della loro frequentazione, in maniera avventata in uno dei suoi nascondigli, luogo dove fatalmente sarebbe stato la sera dell’arresto e dove il Santoro avrebbe condotto i membri della banda Carità per arrestarlo. Il Martignoni ricostruisce poi le ragioni che avrebbero portato al tradimento del Santoro: la sera dell’arresto, sarebbe stato caricato di bastonate e non avrebbe retto più di tanto, raccontando della sua attività partigiana a delle persone con cui collaborava. Questo avrebbe portato all’uccisione dell’ingegner Pighin, più sopra ricordata, all’arresto del Prof. Palmieri, partigiano, e del già citato Prof. Meneghetti, del Prof. Ponti e dell’ing. Casilli nonché delle segretarie, una delle quali è stata più sopra nominata e del figlio dodicenne del prof. Ponti (i fatti sono avvenuti il 7 gennaio intorno alle ore 19). Quindi il Santoro conduce la banda Carità a casa del Martignoni che viene sorpreso nel sonno. Già al suo primo interrogatorio, smentendo di essere il comandante Virgilio, viene invitato dal Santoro a raccontare la verità, aggiungendo particolari gravissimi di incontri avuti tra di loro. Ma il ruolo del Santoro si aggrava; il nostro testimone ricorda come lo avesse visto condurre più interrogatori a favore della banda Carità, questo perlomeno fino al mese di gennaio 1945, quando sparisce da Palazzo Giusti. Si scopre poi che, su richiesta dello stesso Santoro, sarebbe stato trasferito in Germania poiché terrorizzato dalla sicura vendetta dei partigiani. Il Martignoni infine ricorda che, comunque, grazie alla propria capacità di resistere alle sevizie, riuscì a salvare molti altri partigiani tacendo i loro nomi agli aguzzini e giocando sul fatto che il Santoro non li conosceva.
La testimonianza di Umberto Avossa <203, pur ripetendo i racconti dei testimoni precedenti, aggiunge delle informazioni che confermano che forse da principio il Santoro non fece parte integrante dell’attività contro i partigiani. Infatti, l’Avossa ricorda che, al momento dell’arresto dello Zamboni, il Santoro si trovava proprio in casa di quest’ultimo e si sarebbe giustificato con i ceffi della banda Carità dicendo di essersi recato lì per pagare un conto pendente alla Signora Zamboni. Comunque sia, anche quest’ultima testimonianza conferma la partecipazione del Santoro agli interrogatori degli arrestati con un ruolo attivo.
C’è poi il resoconto dell’Ing. Attilio Casilli <204, che già nel titolo del rapporto esordisce inquadrando il Santoro come “falso partigiano Castelli”. Dal rapporto di Casilli cogliamo un forte disappunto per i soldi consegnati al Santoro in occasione del furto presso la sua abitazione da lui denunciato ai partigiani e per il fatto che la ragguardevole somma, raccolta da parte del gruppo dirigente padovano dei partigiani, era giunta alla cifra di 400.000 lire (era stata carpita la buona fede dei partigiani per arricchimento personale). Inoltre, anche il Casilli ricorda la partecipazione da parte del Santoro agli interrogatori della banda Carità, come d’altronde era avvenuto anche con lui. Ricorda inoltre di aver saputo che il Santoro stesso avrebbe condotto alcuni componenti della banda Carità presso l’abitazione del Martignoni “… e disgrazia volle che il Martignoni quella sera fosse in casa e così anch’egli venne arrestato per esclusiva opera del Santoro”. Riporta poi il racconto di una delle segretarie arrestate, tale Maria Fiorotto, di cui si è già detto sopra, che riferisce “… che il Santoro il giorno prima del nostro arresto [della segretaria e del Martignoni] si era recato da lei [la segretaria] perché le procurasse un incontro con Pighin…”. Ciò aveva condotto agli esiti mortali di cui si è parlato più sopra. Il Casilli conclude la testimonianza ricordando che “…il Santoro,
arrestato non so in base a quali indizi, nei primi giorni del 1945, sottoposto ad interrogatorio da parte del Maggiore Carità, bastonato dai suoi agenti, spaventato dalle minacce di fucilazione e dal trattamento avuto, si decise a fare ampia confessione e a impegnarsi a passare al servizio delle SS – Reparto Carità”. Pertanto aveva agito senza pentimenti nei confronti dei membri del CLN; ma di lì a poco, si sarebbe fatto trasferire in Germania col grado di ufficiale per essere addetto alla sorveglianza in un campo di internamento o per la propaganda tra gli italiani.
Infine la testimonianza di don Giovanni Apollonio non fa altro che confermare, in maniera ancora più risoluta, il ruolo del Santoro nelle responsabilità della retata. Ricorda infatti che la sera del 5 gennaio del 1945 il Santoro si presentò al collegio dove il sacerdote risiedeva in compagnia di un membro della banda Carità, il Corradeschi, insistendo particolarmente per avere un appuntamento con l’Ing. Pighin (il sacerdote fungeva da collegamento con molti elementi della Resistenza padovana). Ritornò più volte anche il giorno successivo con la medesima richiesta alla quale aggiunge anche il desiderio di un incontro con altri componenti del CLN padovano; subito dopo venne arrestato dal Corradeschi che dapprima lo condusse in macchina alla Curia di Padova dove Santoro cerca don Francesco Frasson con la medesima intenzione di farlo arrestare; e successivamente a Palazzo Giusti dove fu interrogato dallo stesso Santoro ma riuscì a nascondere alcune informazioni importanti. Il resto sono notizie che già conosciamo.
Il fatto che il Santoro si fosse spostato in Germania ci viene confermato da una serie di documenti in coda al fascicolo. In particolare <205 vi è un documento con oggetto “situazione internati politici” presso il campo militare tedesco di Braunschweig nel quale ha operato il Santoro e nel quale egli stesso racconta la sua versione dei fatti di Padova. Prima di tutto si difende <206 riportando di essere stato catturato a Padova, dalla Banda del Maggiore Mario Carità, nelle retata di partigiani il 3 gennaio 1945, con il Prof. Meneghetti, l’ing. Pighin e altri; racconta di aver subito tre giorni di torture ma di non aver rivelato i nomi degli organizzatori confermando solo quanto confessato dagli
altri prigionieri. Veniva poi inviato con altre trentadue persone a Berlino da dove era tradotto al campo per internati di Braunschweig sotto sorveglianza di ufficiali collaborazionisti italiani, tenenti Baldini e Biagini. Rivela poi che in virtù di qualche persona generosa gli era riservato un trattamento particolarmente umano da parte dei tedeschi che lo lasciavano girare in borghese e lavorare dove desiderava all’interno del campo, con il solo obbligo di non rivelare nulla del suo passato ai connazionali e con quello di raccontare di essere un commerciante in cerca di materiali vari. Con enfasi racconta la sua storia da partigiano valoroso che dopo l’otto settembre del 1943 passa armi e bagagli al comando di duecento fedelissimi soldati al servizio della Resistenza. A Padova incontra il Prof. Meneghetti, capo del Partito d’Azione, col quale collabora fattivamente. E’ il destinatario di lanci di armi e munizioni e materiali di sabotaggio effettuati da aerei in volo e grazie ai quali procede ad azioni tra Padova e provincia. Compie atti di sabotaggio in molte zone della provincia padovana sui tronchi ferroviari, sulle strade a colonne di autocarri, contro enti fascisti e tedeschi. Nel complesso vanta di aver comandato fino a tremilacinquecento uomini suddivisi in 5 Brigate partigiane (“Brigata Italia”, “Brigata Silvio Trentin”, “Brigata Luigi Pierobon”, “Brigata Autonoma Italia Libera”, “Brigata Mario Todesco”). Alla fine del racconto dei propri meriti partigiani il Santoro si rivolge al Comando italiano per vedere definita la sua posizione di chi “più ha fatto ed ha lottato per la liberazione dell’Italia dai nazi-fascisti e per collaborare con la causa Alleata”.
In realtà, possiamo confermare quanto detto dai testimoni richiamati più sopra anche alla luce di una serie di documenti in coda al fascicolo. Già tra i primi documenti rinveniamo un foglio senza data, comunque collocabile nel periodo in cui Santoro fu in Germania, steso a Braunschweig, in cui vengono segnalate alcune persone che svolgono attività di propaganda fascista <207, tra le quali compare il nome di Mario Santoro, di Michele, Classe 1911. Seguono poi ben sette testimonianze, tutte collocabili nel marzo del 1945, che confermerebbero che il Santoro e le due persone che egli cita poco sopra come due suoi controllori, Baldini e Biagini, in realtà sarebbero stati due suoi sodali nell’opera di propaganda a favore del fascismo in Germania nei confronti degli internati italiani ivi residenti. Il fatto poi che forti dubbi sussistessero sulla attività in Germania sono confermati da una dichiarazione resa da Antonio Gabella, dipendente dell’Ufficio Assistenza Italiano in Germania <208, che testimonia come alla costituzione dell’Ufficio Assistenza Italiano presso Braunschweig avvenuto subito dopo la liberazione (12 aprile 1945), Santoro e i suoi due sodali, avrebbero richiesto a più riprese, e anche con metodi aggressivi, di essere ricompresi tra gli “internati civili” per poter usufruire dei benefici della posizione. Il Gabella, avvertito della loro pericolosità da molte persone che li conoscevano, si rifiutò fermamente di esaudire le loro richieste salvo, alla fine, accettarle con riserva, procurandosi delle deposizioni, che abbiamo poco fa citato, da trasferire in fascicolo in Italia. A queste testimonianze possiamo aggiungerne altre due raccolte in occasione del supplemento di denuncia fatta a suo carico dopo la denuncia in sede di Corte d’Assise Straordinaria. Una è quella del Professor Giovanni Ponti, Sindaco di Venezia <209, che riporta che: “il giorno 7 febbraio 1945 fui arrestato a Villa Palmieri in Padova. Il Santoro mi riconobbe e durante l’interrogatorio fattomi dal Carità, intervenne arrogantemente chiedendomi se facevo parte del CLN”. La seconda testimonianza è del Professor Egidio Meneghetti <210, esponente del movimento Giustizia e Libertà del Veneto, che dopo l’Armistizio di Cassibile assieme al comunista Concetto Marchesi, a Mario Saggin democristiano e Silvio Trentin azionista fonda il CLN Veneto. La sua testimonianza è assimilabile dal punto di vista dei contenuti alle testimonianze degli arrestati dalla Banda Carità. Quello che interessa qui mettere in risalto sono due dichiarazioni chiarificatrici sul personaggio Mario Santoro. La prima la offre lo stesso Carità al Meneghetti mentre viaggiano insieme in treno verso Bolzano l’uno come carceriere l’altro come prigioniero. Allora il maggiore Carità rivolto al Meneghetti dice: “Io lotto contro di voi e se posso vi mando in prigione e vi gonfio di cazzotti; però io disprezzo i traditori molto di più. Ne faccio uso perché questo è il mio mestiere, ma poi non do loro un centesimo e quando mi è possibile li mando in Germania. Così ho fatto anche con Santoro, che vi ha tradito. Me lo sono levato dai piedi perché mi faceva schifo”. C’è poi un giudizio complessivo sul Santoro fatto dallo stesso Meneghetti, che a dire il vero non viene dato in maniera particolarmente pesante; colloca comunque il Santoro nella platea dei traditori: “Il mio giudizio complessivo sul Santoro è questo: entrò nell’organizzazione clandestina per sfuggire al servizio militare repubblicano o a quello tedesco. Non fu un traditore fin dal primo giorno; fin dal primo giorno fu uno che cercò di far vedere di avere una attività molto superiore a quella che ebbe e cioè in buona parte vendette fumo, così come mentì quando affermò di essere capitano e di essere laureato in legge. Sperava avidamente di farsi qualche merito senza troppo pericolo, così da ricavarne frutto dopo l’attesa liberazione. Arrestato dalla banda Carità, ai primi maltrattamenti crollò… promise di dire molte cose e di mettere nelle mani della banda Carità Renato Pighin e altri capi della organizzazione. Non v’ha dubbio che così fece… Verso altre figure minori non si comportò come un traditore… La figura del Santoro è quella di un meschino delatore, preoccupato solo di se stesso…”. Con la notizia di trasferimento a Padova del Santoro, per essere processato, si chiude il fascicolo <211. Non vi sono altri documenti che ci testimoniano cosa sia successo dopo.

[NOTE]194 Protocollo dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo – delegazione provinciale di Padova al Procuratore del Regno, data illeggibile.
195 Esposto dattiloscritto del Prof.Adolfo Zamboni contro Mario Santoro, Padova, 1 agosto 1945.
196 Esposto di Luigi Martignoni alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, 20 dicembre 1945.
197 Esposto di Umberto Avossa alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, 19 dicembre 1945.
198 Rapporto sull’attività di Mario Santoro (falso partigiano “Castelli”) di Attilio Casilli, 28 dicembre 1945.
199 Esposto alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, s.d.
200 Esposto dattiloscritto del Prof. Adolfo Zamboni contro Mario Santoro, Padova, 1 agosto 1945.
201 Ibidem.
202 Esposto di Luigi Martignoni alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, 20 dicembre 1945.
203 Esposto di Umberto Avossa alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, 19 dicembre 1945.
204 Rapporto sull’attività di Mario Santoro (falso partigiano “Castelli”) di Attilio Casilli, 28 dicembre 1945.
205 Busta b-1, fascicolo 8, comunicazione di Casilli all’Alt Commissariato per le sanzioni contro il fascismo Delegazione provinciale di Padova, 28 dicembre 1945.
206 Situazione internati politici al Comando militare generale alleato presidio militare di Braunschweig, 2 maggio 1945.
207 Comunicazione all’Ufficio Assistenza Italiano da Braunschweig – Rathaus (municipio), s.d.
208 Dichiarazione di Gabella Antonio all’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo Delegazione provinciale di Padova sul conto di Mario Santoro, Baldini Pietro e Biagini Mario, 26 gennaio 1946.
209 Testimonianza del Professor Giovanni Ponti alla Delegazione Provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le Sanzioni contro il fascismo, 1 febbraio 1946.
210 Testimonianza del Professor Egidio Meneghetti all’Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo presso il Tribunale di Padova, 26 gennaio 1946.
211 Comunicazione della Delegazione per l’Epurazione di Padova circa le sorti del Santoro, 31 gennaio 1946.
Fabio Fignani, L’epurazione in Veneto. Alcuni casi di studio, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno Accademico 2015-2016

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Attacchi Terroristici in Benin: la crescente minaccia dal Sahel


Le frontiere con Burkina Faso e Niger troppo permeabili alle incursioni dei terroristi.
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Il Benin, un paese della costa occidentale africana, sta affrontando una crescente minaccia terroristica proveniente dai gruppi jihadisti attivi nella regione del Sahel. Gli ultimi eventi risalgono al 17 aprile, quando due offensive simultanee hanno colpito due importanti avamposti militari nel nord del paese, mettendo in evidenza la vulnerabilità delle forze armate beninensi e il deterioramento della sicurezza regionale.

terrorista africanoLe aggressioni, la prima al cosiddetto “Punto Triplo” – una zona cruciale dove convergono i confini di Benin, Niger e Burkina Faso – e la seconda nelle vicinanze delle cascate di Koudou, all’interno del parco transfrontaliero “W”, hanno sorpreso i soldati di stanza nei campi. I terroristi, giunti in sella a motociclette, hanno aperto il fuoco contro le forze armate, che hanno cercato di rispondere prontamente al contrattacco. Stando ai rapporti ufficiali, durante i combattimenti hanno perso la vita oltre 50 soldati beninensi, con diverse fonti che indicano anche la morte di diversi jihadisti. Tuttavia, questo bilancio rappresenta una grave perdita per l’esercito del Benin, già provato da attacchi precedenti.

Il “Punto Triplo” è diventato un simbolo della vulnerabilità del Benin; infatti, nel gennaio scorso, una precedente offensiva terroristica aveva già causato la morte di 40 militari in questa stessa area. Anche a febbraio, altre operazioni ostili nel parco “W” erano costate la vita a sei soldati, evidenziando la frequenza e la gravità degli attacchi jihadisti.

Le autorità beninensi hanno espresso preoccupazione per la mancanza di cooperazione alla sicurezza tra i paesi limitrofi, puntando il dito contro i governi di Burkina Faso e Niger. Wilfried Léandre Houngbédji, portavoce dell’esecutivo di Cotonou, ha dichiarato che se dall’altra parte del confine ci fossero state misure di sicurezza equivalenti, gli attacchi non sarebbero così ricorrenti e intensi.

In questo contesto, è importante considerare il ruolo dei golpisti al potere in Burkina Faso, Niger e Mali. Questi governi militari, insediatisi dopo una serie di colpi di stato, hanno spesso rivolto accuse contro il Benin, sostenendo che il paese ospiti basi militari straniere con l’intento di destabilizzare i loro regimi. Le autorità del Benin hanno respinto categoricamente tali affermazioni, ma questo ha ulteriormente esacerbato la situazione, contribuendo alla mancanza di cooperazione nelle operazioni di sicurezza lungo i confini.

La regione del Sahel si conferma un crocevia per il terrorismo, con il Global Terrorism Index che segnala un incremento significativo delle vittime di attacchi terroristici. Nel 2024, la regione ha registrato oltre la metà di tutti i decessi legati al terrorismo nel mondo, rendendo il Burkina Faso il paese più colpito a livello globale, seguito dal Niger. Dal Sahel, il cancro del terrorismo cerca ora di espandersi verso i territori circostanti.

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Fonte: africa-express.info

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oggi, 18 giugno, a roma, all’angelo mai: omaggio a remo remotti


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#AngeloMai #letture #omaggio #RemoRemotti

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Il ‘si può fare’ in scena. La rivoluzione gentile dell’USSM per i ragazzi invisibili


Un giovedì di inizio giugno, in un piccolo teatro di Catania, è andato in scena uno spettacolo di straordinaria forza, vivacità e bellezza. Portato sul palco dal “Circo degli Scartati”, compagnia teatrale unica nel suo genere, composta da minori e giovani adulti finiti nel circuito penale. L’opera, liberamente tratta dalla “Centona” di Nino Martoglio, è il frutto di un progetto […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/06/18/il-s…

#DipartimentoDellaGiustiziaMinorile #teatro #USSMDiCatania

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letmarciscenza più elaborata del facile


Ho dei pensieri forse un po’ confusi a riguardo, e certamente rifletterci e scriverci su a quest’ora non aiuta — nonostante questo sia a dire il vero proprio l’orario migliore possibile per scrivere cose di questo tipo, perché il lieve sonno mi porta inevitabilmente alla stesura di righe che nemmeno sotto effetto di droghe sarebbe possibile concepire — però diavolaccio… Se davvero devo avviarmi sulla strada del bedrotting professionale, portando buona parte delle giornate ad essere concettualmente assimilabili a questa mia ultima trascorsa, ci sono un paio di appunti da tenere in conto per massimizzare il valore dell’esperienza, soprattutto in chiave di ricorrenza medio-alta. ✋

Innanzitutto, il top bedrotting dovrebbe essere visto con più grande passione; ossia, nel modo in cui a quanto pare diverse persone su Internet già fanno… e non nel modo su cui senza volerlo ripiego io, ossia come “piano B”, come “ops oggi mi sento così e quindi farò così perché non mi va di fare come al solito“. In effetti, il marcimento lettifero nella sua forma più pura altro non è che un momento di straordinaria connessione con il sublime attraverso attimi altrimenti normali, banali; è lo stato di esistenza che più precisamente di tutti gli altri si trova a metà tra la vita e la morte, l’ordine ed il caos; insomma, l’equilibrio perfetto che, se non fosse per la fame e in molti casi il dover pagare l’affitto, potrebbe rappresentare la modalità dell’essere ideale permanentemente per tutti gli esseri umani… con la sofferenza tangibile della specie che sarebbe estremamente più limitata come conseguenza, e tutte le guerre che si formerebbero per sempre (…così come lo sviluppo della società ed il mantenimento dei servizi, in realtà, ma è un piccolo prezzo da pagare a confronto dei grandi benefici per tutti). 🥰

Quindi, boh: a parte le digressioni, serve più convinzione, più integrità. Innanzitutto, dovrei forse programmare il bedrotting come attività fissa all’interno della mia giornata, non sindacabile, da onorare e rispettare senza se e senza ma; e che occupi quanto più tempo possibile dei miei momenti di veglia, idealmente, anche se ciò non è sempre possibile nella pratica. Probabilmente, poi, dovrei rifarmi il letto appena mi sveglio dopo la notte, o almeno poco prima di darmi al bedrotting per la prima volta nella giornata dopo essermi alzata… non perché io ora dalla sera alla pre-notte creda alla propaganda dei rifattisti (quelli che dicono che il letto va rifatto subito perché bla bla bla e per giunta è una forma mentis zzz…), ma perché indubbiamente è più comodo sprofondare nel letto ordinato e senza pieghe, rispetto allo schifo che diventa durante la notte di sonno turbato, non prendiamoci in giro. 🌚

Questi due punti, dopo una piccola riflessione, mi appaiono veramente come il minimo da tenere in considerazione per un’esperienza di marciscenza spirituale decente. Ma, ovviamente si può, e probabilmente si deve, fare ancora di meglio… E dunque, da un lato temo di dover ammettere che bisogna ogni giorno lavarsi, per bene e subito, per dedicarsi alla funzione… e dall’altro bisogna porre un po’ di attenzione anche nel po’ di vestiario che si indossa durante la cosa. Lo sappiamo come questi giorni più scarichi portano a viziarci — e a viziarmi, personalmente, con io in particolare che finisco per lavarmi solo ben dopo pranzo, per poi indossare magliette e pantaloni veramente a casaccio, sotto l’influenza del diktat per cui sarebbe sconveniente tenere dentro casa quegli indumenti di maggior pregio estetico e morale che invece sarebbero meglio riservati solo per uscire. Ma, tra la puzza di ascelle dormite, e i vestiti con sopra i pallini di cotone consumati, l’anima ne soffre… e poi, che figura ci si fa con gli spiriti delle pareti che ci guardano da molto (molto) vicino durante la giornata in casa? 🪱
Gotta look pretty even ifit's just bedrotting <3pinterest.com/pin/595601119507…
Ora, però, per concludere, un piccolo momento di rovescio della medaglia, che sento essere necessario anche se a molti non farà affatto piacere… Se vi considerate appassionati di bedrotting, o comunque in qualche modo siete praticanti più o meno abituali dell’attività, ma quello che ho detto qui vi sembra assurdo, fuori misura, o comunque non ne considerereste nemmeno mai la semplice idea di applicazione… ahimè, voi siete probabilmente nella trappola della marciscenza non introspettiva, la variante con buona ragione strettamente criticata persino dal Consiglio Assoluto degli Stellari. Oh, per carità: nessuno è perfetto, menchemeno io che stavolta mi permetto di fare questa predica (in parte auto-predica) che mi rendo conto essere a dir poco sconclusionata… però quantomeno mantenete la mente aperta a nuove formule di riposo più arricchenti del sé, suvvia! 😳

#bedrotting #girlrotting

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pazzia topastica, pensando e facendo tomi nella mia marciscenza


Forse sarà semplicemente il caldo, o forse sarà più probabilmente il fatto che la mia relativa vecchiaia terribilmente e costantemente avanzante mi rende a poco a poco sempre più insofferente nei confronti dell’esistenza mia stessa già di per sé pesante oltre ogni accettabile grado, ma… ultimi e ultimissimi giorni, e sto davvero impazzendo e marcendo più del solito. Non ancora al punto da decompormi per davvero, e di questo ovviamente un po’ me ne dispiaccio, ma comunque ho l’acqua stagnante nella testa, che è un po’ ops. 💧

Tra tutto, i tomi, in questo inizio settimana che sa come al solito anche da weekend lungo a causa del mio ineluttabile stato di disoccupazione, mi stanno dando in particolar modo alla testa. I fottuti tomi! Eh si, purtroppo, perché l’altra giornata [è ruotata] esclusivamente [attorno al] sito [dei] tomi, oggi [sono accadute e/o mi sono concessa] solo cose di margine coi tomi — che magari tangono o forse non c’entrano con il principio cardine di questa mia tomomania; tra cui il semplicemente mettermi sul lettino con qualche tomo cartaceo in mano per più tempo del solito, sperando o che arrivi la notte o che il mio temporaneo gusto del marcire passi — e invece, nel mezzo… 🐸

…Ho effettivamente davvero raggiunto lo stato di pazzia tomastica e correlato bruciamento del tempo più assurdo mai anche solo concepibile dalla mente umana, e dunque giusto al limite di cosa è esprimibile in un linguaggio corrispondente. Completamente agli antipodi tra loro per tutti gli aspetti secondo cui queste azioni sono all’atto pratico definite: se prima, in preda ad un rapidissimo raptus delirante, ho scritto di mia mano 6 righe di testo privo di alcun senso che vagamente danno una perversa idea di filastrocca riguardo i tomi… poi, dal nulla, mi è saltato in mente di far scrivere un intero “tomo sui tomi” a ChatGPT. 🥴

Ero talmente fuori di testa — evidentemente molto più di oggi — quando ieri tra mattina e pomeriggio mi è venuta questa idea, priva di alcun senso pratico, davvero soltanto perché il mio cervello ha sul momento pensato che la cosa facesse ridere… e ora che tale stronzata esiste davvero non mi capacito di come io abbia mai potuto pensare qualcosa del genere. Tra il mio classico perdere tempo e le altre cose che ho fatto, ieri ho dato solo l’idea all’LLM, mi sono fatta dare la scaletta, e gli ho fatto scrivere i primi 3 capitoli; stamattina invece gli ho fatto generare il resto, ho giusto sistemato gli heading e rimosso le emoji a caso che all’IA piace inserire, e ne è dunque uscito fuori un PDF di quasi 100 pagine in formato ISO B5: “Un Tomo sui Tomi. Non l’ho ovviamente letto affatto, e mai lo farò, era giusto per generare spazzatura. 😈

Quindi boh, questo è tutto. La mia anima è insomma al momento presa interamente in ostaggio da ciò che i tomi rappresentano, la mia mente è stata completamente divorata dalla parola tomo (o meglio, dal lemma tomo, per rimanere sulla stessa lunghezza d’onda di disagio linguistico-esistenziale) e dai concetti ad essa associati, e le mie viscere sentono il bisogno assoluto del contatto perenne con la cellulosa. Tempo uno o due ulteriori giorni in questa condizione tragicamente psicotica, e vi giurerò di voler diventare a mia volta un tomo, un blocco rettangolare e robusto di carta e cartone, l’oggetto fisico che più accuratamente può sintetizzare la mia stessa essenza vitale in confronto al noioso default di ossa e carne. 💥

[...], [14/06/2025 22:38] [...] ha una libreria che lassa perde [...], [14/06/2025 22:38] Non ai livelli dei maschioni del tubo come Dufer e Mortimer [...], [14/06/2025 22:39] Però ho due pareti di libreria bella carica 💖💣, [14/06/2025 22:39] io giustamente ho la libreria da femcel * manga * disordinati perché non c'è spazio e devo incastrarli come meglio si può💖💣, [17/06/2025 18:13] vabbè, per oggi mi sembra di aver esaurito la mia capacità di non rottare, quindi torno sul lettino a leggere, zzz ma con gli occhi aperti e il cervello acceso [...], [17/06/2025 18:14] studia analisi 1 💖💣, [17/06/2025 18:29] [...] ma sei pazzo. 💖💣, [17/06/2025 18:30] crazy mad proprio
💖💣, [16/06/2025 16:21] in cambio di tomi cartacei o digitali? [...], [16/06/2025 16:24] una pagina in pdf [...], [16/06/2025 16:24] una sola pagina 💖💣, [16/06/2025 16:24] 74 EURO???? [...], [16/06/2025 16:24] è un biglietto di un concerto 💖💣, [16/06/2025 16:24] è d'oro sta pagina??? 💖💣, [16/06/2025 16:24] A. 💖💣, [16/06/2025 16:24] pensavo fosse un documento particolare. [...], [16/06/2025 16:25] quindi letteralmente mi hanno inviato per email un pdf di una pagina 💖💣, [16/06/2025 16:25] cioè, pensavo fosse un tomo quindi è un biglietto, non un tomo 💖💣, [16/06/2025 16:25] tomo brainrot 💀

#girlrotting #pazzia #tomi

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Il Sovrano Militare Ordine di Malta attirava l’attenzione di molti all’inizio della guerra fredda


Come si è visto, il legame con lo SMOM [Sovrano Militare Ordine di Malta] era stato il primo costituito da Johannes [Gehlen] tra il ’46 e il ’47, grazie all’aiuto e al supporto di von Thun-Hohenstein. Inizialmente Johannes avrebbe funto meramente da segretario personale del conte, non quindi come impiegato dell’Ordine, ma come semplice membro dell’entourage privato di un esponente di alto rango di tale istituzione. Alla luce di ciò è facile intuire che la posizione dell’ex fisico nucleare all’interno dello SMOM fosse di natura piuttosto precaria. Non sarebbe cambiato molto nemmeno con la sua nomina ad «addetto alla Segreteria con l’incarico di dirigere la I° Sezione e la segreteria particolare», compreso l’archivio privato del conte, in quanto non si trattò di un incarico ufficiale dell’Ordine <226. Egli sarebbe quindi comunque dipeso totalmente dalla figura e dalle sorti di von Thun-Hohenstein, una circostanza che avrebbe indotto Johannes Gehlen a percepire in quel periodo il carattere fragile e precario della propria attività a Roma come «una danza su gusci d’uovo» <227. La “missione SMOM” fra sostegno e opposizione Il già menzionato progetto di dare vita a una rappresentanza della Segreteria Estera dello SMOM nella zona d’occupazione statunitense (preferibilmente a Francoforte sul Meno) sembra essere stato l’obiettivo principale dell’attività di Johannes nell’ambito dell’Ordine, sin dal ‘46/’47. Infatti von Thun-Hohenstein lo aveva preso sotto la propria ala in vista della promessa, fatta da Johannes, che l’Organisation Gehlen avrebbe fatto tutto il possibile affinché potesse crearsi un ufficiale e stabile collegamento tra la suddetta segreteria dell’Ordine e il governo d’occupazione statunitense in Germania. Se il conte sembrava quindi, da parte sua, pronto a lanciarsi in una simile impresa senza fare troppe domande, ciò non si può dire degli altri membri della Segreteria Estera dello SMOM, fra cui il marchese austriaco Alessandro Pallavicino e il marchese di origini ungheresi Oberto Pallavicini <228. I due su citati marchesi non avrebbero visto fin dal principio di buon occhio il fatto che von Thun-Hohenstein avesse «assunto un segretario privato che non era cavaliere [dell’Ordine] e, oltretutto, protestante» <229. Sin dall’inizio, quindi, Johannes sarebbe stato visto come “corpo estraneo” all’interno di un’istituzione rigidamente gerarchica, elitaria e cattolica come lo SMOM e, nonostante il conte von Thun-Hohenstein avesse assunto più volte le difese dell’ex fisico nucleare, entrambi gli uomini si sarebbero presto trovati di fronte a un vero e proprio partito d’opposizione interno. Oltre ai marchesi Pallavicino e Pallavicini, anche il conte Stanislao Pecci – allora inviato plenipotenziario dell’Ordine presso la Santa Sede – e il barone Gioacchino Malfatti di Montetretto <230, si sarebbero uniti a quella parte dei Cavalieri che dubitavano fortemente delle buone intenzioni di Johannes e di von Thun-Hohenstein. Nel ’49 Pallavicini avrebbe raccontato a Hugo von Thurn und Taxis, un collaboratore e amico personale dei fratelli Gehlen, che fin dal principio egli stesso e gli altri Cavalieri del “gruppo d’opposizione” avrebbero sospettato che «gli affari dell’Ordine [di competenza di von Thun-Hohenstein] venissero gestiti da tale Hans», in quanto sarebbe risaputo che dal conte non c’era da aspettarsi «spirito d’iniziativa e intelligenza nelle decisioni autonome»231. Johannes si sarebbe ben presto accorto dell’aria “gelida” che sembrava tirare a Via Condotti riguardo la sua persona. «Posso ritrovarmi in una posizione del tutto isolata da un momento all’altro», scriveva infatti al fratello Reinhard il 1° gennaio del 1948. Dai report inviati in rapida successione da Roma per un anno circa, a partire dal novembre del ’47, emerge infatti un’immagine di Johannes come un uomo ansioso e preoccupato, come già accennato, per il precario equilibrio della sua situazione. Tale ansia sarebbe stata solo accresciuta dal fatto che, nel dare vita al progetto della rappresentanza SMOM a Francoforte, l’ex fisico nucleare era costretto ad affidarsi del tutto a suo fratello e all’USFET [United States Forces European Theater] in Germania, senza il cui aiuto sarebbe stato impossibile creare un legame stabile tra Roma, la città tedesca e il governo militare statunitense. Già nel secondo report del 22 novembre 1947 Johannes avrebbe chiesto di stabilire contatti con uno dei membri più importanti dello SMOM in Vestfalia, un Cavaliere che, si sperava, lo avrebbe aiutato a rafforzare la posizione interna di von Thun-Hohenstein e che gli avrebbe aiutato nell’avviare le trattative per la creazione di una rappresentanza a Francoforte sul Meno: Rudolf Freiherr von Twickel. In qualità di presidente dell’Associazione dei Cavalieri dello SMOM in Vestfalia, Twickel appariva come alleato ideale, sia per portare avanti il progetto della rappresentanza che per avere la meglio sul gruppo di “nemici interni”, guidati da Pecci <232. Venne perciò deciso di far venire il prima possibile Twickel a Roma <233. Analizzando i documenti è tuttavia da subito riscontrabile un evidente problema riguardo il progetto di legare lo SMOM alla zona d’occupazione statunitense tramite Francoforte: il mancante sopporto fornito a Johannes da parte dell’Organisation Gehlen e dell’USFET nel stabilire contatti con il governo militare statunitense in Germania. Infatti si trovano, nel corso del ’48, ripetute richieste del fisico nucleare di accelerare la procedura, che tuttavia non sembrano essere mai state del tutto assecondate. Anche se Twickel sarebbe infine giunto a Roma il 14 aprile 1948, con notevole ritardo rispetto a quanto originariamente progettato, nel frattempo il mancato supporto della centrale dell’Organisation Gehlen a Pullach all’ex fisico nucleare a Roma in questo specifico progetto avrebbe provocato un primo piccolo “disastro” nella Segreteria Estera di Via Condotti. Lo SMOM come oggetto di contesa tra gli Alleati occidentali: la prima “sconfitta” di Johannes Gehlen Come risulta chiaro dal carattere stesso del Sovrano Militare Ordine di Malta, l’antica istituzione cattolica attirava l’attenzione di molti all’inizio della guerra fredda, non solo quella dell’Organisation Gehlen e dell’intelligence militare statunitense. Nonostante l’Ordine poteva apparire talvolta quale «vecchio edificio obsoleto» <234, ben presto Johannes si sarebbe accorto che le mire di altre due potenze vincitrici – Francia e Gran Bretagna – si stavano poggiando pericolosamente sulla sede di Via Condotti. Dal report del 23 gennaio 1948 emerge che von Thun-Hohenstein stava iniziando a dubitare del sostegno promessogli da Johannes e Reinhard Gehlen, vista la mancanza di conferme da parte dell’organizzazione d’intelligence tedesca circa il buon esito del progetto della rappresentanza. Alla luce di ciò risulta comprensibile perché Johannes si sia preoccupato quando venne a sapere di un viaggio imminente a Londra e Parigi da parte del conte. Nella capitale inglese von Thun-Hohenstein avrebbe incontrato rappresentanti di alcune non meglio identificate «istituzioni private» intenzionate a mettere a disposizione della Segreteria Estera dello SMOM considerevoli fondi <235. Inutile dire quali fossero i sospetti e i timori coltivati da Johannes: c’era il rischio concreto che, dopo un anno di lavoro, i governi militari francese o britannico in Germania potessero compromettere e vanificare il suo operato, riuscendo in anticipo a creare un legame diretto tra lo SMOM e la Germania occupata. La sua forte preoccupazione risulta chiara dal passaggio finale del suddetto report: «Mi auguro di ricevere qualcosa da Voi che posso dare a F.[erdinand von Thun-Hohenstein] in questi giorni, altrimenti lo perdo. Dice che ha contato così tanto su 34 [Reinhard Gehlen] e che ha voluto mettersi a sua disposizione senza riserve e sotto ogni punto di vista» <236. Sullo sfondo di quanto appena detto risulta chiaro che la situazione di Johannes all’interno dello SMOM non era delle migliori, nonostante avesse cominciato la propria attività da appena un anno. E, come si vedrà, da quel momento in poi, le cose sarebbero solo ulteriormente andate peggiorando. Infatti il 14 aprile 1948 le peggiori paure di Johannes si sarebbero avverate, in occasione di una visita a via Condotti del generale francese Jean Tessier Baron de Marguerittes, importante esponente della resistenza armata francese contro il governo di Vichy e, dopo il ’46, rappresentante francese presso l’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) in territorio tedesco <237. De Marguerittes, in assenza di von Thun-Hohenstein, avrebbe in tale sede concluso un accordo con Pallavicino e Pallavicini, entrambi tra i principali antagonisti del conte. Tale accordo prevedeva l’istituzione di una rappresentanza dello SMOM presso il governo militare francese in Germania, allora presieduto da Marie-Pierre Koenig <238. I francesi, scriveva Johannes al fratello, «probabilmente sono venuti a sapere del nostro progetto e, da europei, hanno agito rapidamente, mettendoci in una condizione di ovvio svantaggio» <239. Una volta saputo dell’accordo preso da de Marguerittes con la Segreteria estera dello SMOM, Johannes affermava di essersi sentito «come un idiota» ed esprimeva con chiarezza la propria frustrazione: “Ich […] kann nur sagen, dass ich ein reines Gewissen habe, denn ich habe ja nichts unversucht gelassen, um in unserem Sinne tätig zu sein. […] nunmehr haben wir mit dem französischen Gegengewicht zu rechnen. Sage unseren Freunden [G-2 USFET], dass ich (sarkastisch natürlich) jetzt nur noch auf die Russen warte. Wie kommt es, dass die Franzosen in wenigen Wochen etwas fertig bringen, was wir nicht in einem Jahr zustande bringen?240 Tuttavia Johannes avrebbe cercato di non perdere la speranza. I documenti fanno emergere che egli, già alla fine dello stesso mese, era tornato a concentrarsi sulla propria missione individuando in particolare un punto fondamentale per poter riprendere il controllo della situazione: l’allontanamento degli oppositori di von Thun-Hohenstein. All’interno del gruppo attorno a Pecci, Gioacchino Malfatti sembrava essere finito in particolare nel mirino dell’ex fisico nucleare. Il 26 aprile Johannes informava il fratello che i suoi tentativi «di eleminare la diplomazia a noi nociva» all’interno dell’Ordine sembravano ora favoriti dal verificarsi «di un piccolo scandalo» riguardante Malfatti: la figlia minore di quest’ultimo sarebbe stata segnalata a von Thun-Hohenstein da una fonte affidabile come «agente comunista» <241. Stando al report, anche il gruppo attorno a Pecci sarebbe stato informato di ciò e la notizia aveva così fatto esplodere una «vera bomba» tra le file della Segreteria estera dello SMOM <242. Nonostante egli non nascondesse la sua soddisfazione circa “l’affare Malfatti” a fine aprile, Johannes esprimeva tuttavia una sua perplessità al fratello, che appare quale ulteriore spia delle comunicazioni disfunzionali tra la centrale di Pullach e il capo dell’ODEUM Roma. A Johannes, infatti, era giunta voce che le «attività sospette» di Alessandra Malfatti fossero note già da tempo all’intelligence statunitense in Italia, la quale starebbe tenendo la ragazza sotto sorveglianza. Per tale ragione, scriveva l’ex fisico nucleare a Reinhard, «F.[erdinand von Thun-Hohenstein] vi chiede, se possibile, di inoltrare una richiesta ai nostri amici [G-2 USFET] chiedendogli dei dettagli e chiedendo conferma di ciò, se i signori lo ritengono opportuno. Non sarebbe inoltre stato il caso di fare un cenno [riguardo le notizie sul conto di Malfatti] già in passato a F. o al sottoscritto?» <243 La scoperta che l’intelligence statunitense era al corrente di questa importante notizia – da lui scoperta da poco e per puro caso – aveva spiazzato senz’altro Johannes, come dimostrano le succitate righe del 26 aprile. Non sorprenderebbe se tale episodio lo avesse persino portato a mettere in dubbio, almeno parzialmente, il funzionamento della collaborazione stessa tra l’USFET e l’Organisation Gehlen. A causa del mancato riscontro di una risposta di Reinhard al suddetto report, non si hanno tuttavia le basi per accertare se allora l’USFET [United States Forces European Theater] fosse davvero al corrente dell’“affare Malfatti. Bisogna infatti tenere a mente che il G-2 [intelligence] USFET non era l’unico servizio segreto statunitense attivo in Italia nell’immediato dopoguerra <244 e, di conseguenza, risulta piuttosto difficile stabilire se quanto affermato da Johannes corrisponda alla verità e, in tal caso, se riguardi davvero l’USFET. L’episodio della rappresentanza SMOM “francese” mette comunque certamente in evidenza i problemi di comunicazione e di collaborazione tra Pullach e l’ODEUM Roma. [NOTE] 226 Lettera di Ferdinand von Thun-Hohenstein a Johannes Gehlen, 15 giugno 1948, BND-Archiv, 220815, doc. 083; cfr. Bericht N°19, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, 4 luglio 1948, BND-Archiv, 220815, doc. 079. 227 Bericht N°11, 16 febbraio 1948, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, BND-Archiv, 220815, doc. 114. 228 Bericht N°1, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, 16 novembre 1947, BND-Archiv, 220815, doc. 182. 229 Report di Hugo von Thurn und Taxis, 8 agosto 1949, BND-Archiv, 220815, doc. 417. 230 Zusammenfassender Bericht über den Souveränen Malteser-Ritterorden, 15 settembre 1950, BND-Archiv, 220815, doc. 369. 231 Report di Hugo von Thurn und Taxis, 8 agosto 1949, BND-Archiv, 220815, doc. 417. 232 A. Freiin von Weichs, M. Schulz e.a. in Die Deutsche Assoziation des Souveränen Malteser Ritterordens (a cura di), Der Malteserorden in Deutschland, Lutz Garnies, Haar-München 2001, p. 88. 233 Bericht N°2, 22 novembre 1947, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, BND-Archiv, 220815, doc. 181. Se Twickel sapeva o meno del coinvolgimento dell’Organisation Gehlen nel progetto di von Thun-Hohenstein, non risulta con chiarezza dalle carte. È però più probabile che egli sia stato ignaro di tutto e che il suo intervento a favore di Johannes e del suo capo sia avvenuto grazie a contatti privati con quest’ultimo. 234 The Sovereign Military Order of Malta, dicembre 1947, BND-Archiv, 220815, doc. 166. 235 Bericht N°6, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, 23 gennaio 1948, BND-Archiv, 220815, doc. 139. 236 Ibidem. 237 Jean Teissier, Baron de Marguerittes dit “Colonel Lizé”, Musée de la Resistance en ligne, 1940-1945, URL: < museedelaresistanceenligne.org…; (sito visitato il 19 settembre 2021).
238 Bericht N°14, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, 8 aprile 1948, BND-Archiv, 220815, doc. 103.
239 Ibidem.
240 Ibidem. Stando a quanto scritto da Johannes al fratello, il generale Koenig aveva iniziato a prendere in considerazione l’istituzione di una rappresentanza dello SMOM presso la propria amministrazione militare solo tre settimane prima dell’accordo. Il progetto era dunque stato portato a termine in appena due settimane, in forte contrasto con la sfortunata impresa di Johannes, ormai avviata più di un anno prima e rimasta senza successo. “L’unica cosa che posso […] dire è che ho la coscienza pulita perché non ho lasciato nulla di intentato che potesse essere utile ai nostri fini. […] dobbiamo ormai fare i conti con la controparte francese. Di’ ai nostri amici [G-2 USFET] (lo dico naturalmente con sarcasmo) che ormai aspetto solo i russi. Com’è possibile che i francesi riescono a portare a termine nell’arco di qualche settimana quello che noi non riusciamo a portare a compimento in un anno”.
241 Report N°16, 26 aprile 1948, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, BND-Archiv, 220815, doc. 099.
242 Ibidem.
243 Ibidem.
244 Ad esempio, anche il Counterintelligence Corps della U.S. Army aveva legami con l’Italia. Infatti, a partire dal ’47, la penisola sarebbe stata al centro del Project LOS ANGELES, una rete anticomunista d’intelligence del CIC, guidata dal giovane militare italo-americano Joseph Luongo. Cfr. C. Franceschini, Geheimdienste, Agenten, Spione. Südtirol im Fadenkreuz fremder Mächte, Raetia, Bozen 2020.
Sarah Anna-Maria Lias Ceide, ODEUM Roma. L’Organisation Gehlen in Italia agli inizi della guerra fredda (1946-1956), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, 2022

#1948 #AlessandraMalfatti #conte #francese #fredda #G2USFET #Germania #GioacchinoMalfatti #guerra #JohannesGehlen #Malta #Odeum #ordine #OrganisationGehlen #Ovest #ReinhardGehlen #Roma #SarahAnnaMariaLiasCeide #SMOM #spionaggio #StanislaoPecci #statunitense

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un testo di mg (“no ritmo”) sul sito ‘il cucchiaio nell’orecchio’


ilcucchiaionellorecchio.it/202…

grazie a Gaetano Altopiano per l’ospitalità sul sito

#cambioDiParadigma #IlCucchiaioNellOrecchio #prosa #ProsaInProsa #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #testiDiMgInRete #testiDiMgOnline

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Il GDR non è un librogame


C’è una trappola in cui molti master, specie all’inizio, inciampano senza nemmeno accorgersene: pianificare una campagna come se fosse un librogame.
L’idea è allettante: costruire bivi narrativi, prevedere possibili scelte dei personaggi, scrivere finali alternativi. In teoria sembra offrire controllo, solidità, magari anche “professionalità”.
Ma il gioco di ruolo non funziona così. E non perché sia più caotico, ma perché è vivo.

Il GDR non è una narrazione chiusa con strade già disegnate. È una storia che prende forma mentre viene giocata, costruita insieme da chi è al tavolo, in risposta alle scelte, agli errori, alle intuizioni e alle emozioni dei personaggi. È un processo emergente, e proprio in questo sta la sua forza.

Il fascino (e il limite) del librogame


Un librogame è un’opera scritta con bivi narrativi predefiniti. Offre una parvenza di libertà decisionale, ma ogni opzione è già stata pensata, scritta e limitata da chi ha progettato l’esperienza. È un modello chiuso, che può essere brillante e ben strutturato, ma che rimane vincolato a uno schema rigido: le scelte del lettore sono guidate, previste e contenute in una griglia narrativa prestabilita.

Applicare questo approccio al GDR è comprensibile, specialmente per chi ha bisogno di punti di riferimento solidi per sentirsi sicuro nella gestione di una sessione. Tuttavia, questa struttura in bivi pianificati finisce per entrare in conflitto con l’essenza più autentica del gioco di ruolo.

Il GDR come racconto emergente


Il cuore del GDR è l’emergenza narrativa. Non nel senso di “urgenza”, ma nel senso tecnico di qualcosa che emerge dalle interazioni tra giocatori, personaggi e mondo di gioco. È una narrazione condivisa, non deterministica, in cui nessuno, nemmeno il master, sa davvero dove si andrà a finire.

Questa imprevedibilità non è un difetto, ma una caratteristica distintiva del GDR. Ogni volta che un personaggio decide qualcosa di inaspettato, ogni volta che un fallimento o un successo genera una svolta inattesa, si crea qualcosa di unico, non replicabile, non scrivibile a priori.

Perché pianificare i bivi non funziona


Preparare una campagna come se fosse un librogame comporta almeno tre problemi:

  1. È insostenibile a livello pratico. Scrivere più linee narrative possibili, con varianti, esiti alternativi e conseguenze, richiede uno sforzo enorme. E comunque i giocatori finiranno per uscire da qualsiasi schema.
  2. È limitante per i giocatori. Offrire solo le scelte che si sono previste restringe la libertà creativa del tavolo. Il rischio è che i giocatori si rendano conto di muoversi entro un binario invisibile, perdendo il senso di agency.
  3. Tradisce la natura del GDR. L’improvvisazione guidata dalla logica interna del mondo di gioco è il motore del GDR. Pianificare troppo significa trasformare una partita aperta in una rappresentazione teatrale con copione.


L’alternativa: preparare senza pianificare tutto


Questo non significa improvvisare in modo caotico. Significa preparare situazioni, intenzioni e mondi coerenti, non trame con finale scritto. I PNG hanno desideri e obiettivi. Il mondo ha una logica interna. Gli eventi accadono se non vengono fermati. Ma cosa succederà davvero dipende dai giocatori e dalle loro scelte.

Il master non è un autore onnisciente, ma un facilitatore narrativo. Non scrive la storia prima che accada, ma la fa emergere, un passo alla volta, insieme al gruppo.

Conclusione


Il gioco di ruolo non ha bisogno di bivi prestabiliti. Ha bisogno di spazi vivi, coerenti e aperti in cui i giocatori possano agire liberamente. Accettare il caos creativo del GDR significa abbracciare il suo potenziale più grande: costruire insieme una storia che nessuno, da solo, avrebbe potuto immaginare.

#giochiDiRuolo #tecniche #teoria

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Inaugurata la quarta edizione della China-Africa Economic and Trade Expo a Changsha, in Cina.


Presenti 44 nazioni africane.
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Cinafrica. Pechino alla conquista del continente neroCinafrica. Pechino alla conquista del continente nero

La quarta edizione della China-Africa Economic and Trade Expo è stata inaugurata il 12 giugno 2025 nella città centrale cinese di Changsha, sottolineando l’impegno della Cina nel rafforzare i legami con l’Africa, il continente con il maggior numero di nazioni in via di sviluppo.

Alla cerimonia di apertura ha partecipato il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, il quale ha espresso la convinzione che l’esposizione creerà ulteriori opportunità per la cooperazione tra Cina e Africa, portando a risultati tangibili. Hanno presenziato all’evento anche la Prima Ministra dell’Uganda Robinah Nabbanja, il Vice Presidente della Liberia Jeremiah Kpan Koung e il Segretario di Gabinetto e Segretario ai Rapporti Esteri e alla Diaspora del Kenya Musalia Mudavadi.

Circa 4.700 aziende cinesi e africane, insieme a oltre 30.000 partecipanti, sono intervenuti durante i quattro giorni dell’evento, il cui tema era “Cina e Africa: Insieme verso la Modernizzazione”. Secondo gli organizzatori, il valore dei progetti di cooperazione preliminarmente concordati supera gli 11 miliardi di dollari. Gli espositori africani hanno evidenziato come l’esposizione fornisca loro una piattaforma per mettere in mostra i loro prodotti locali, mostrando ottimismo per i possibili benefici derivanti dagli accordi commerciali. Thula Sindi, un’espositore proveniente dal Sudafrica, ha dichiarato che i prodotti tessili che ha portato dal Sudafrica presentano colori esotici e trame ricreate secondo le proprie tradizioni. Ci sono oltre 13 marchi diversi di aziende tessili provenienti dal continente, qui per mostrare le caratteristiche dei loro prodotti ad Africa Reimagined. Egli auspica di poter instaurare un tipo di collaborazione che permetta di far lavorare insieme le cinesi e africani.

L’Expo ha visto l’implementazione di 10 accordi di partenariato tra Cina e Africa riguardanti argomenti e settori diversi , come la cooperazione nelle catene industriali, la medicina tradizionale, l’industria culturale e commerciale, nonché l’innovazione giovanile e l’imprenditoria. Inoltre sono stati organizzati sei eventi speciali, tra cui il Forum sull’Economia Privata Cina-Africa e la settimana del Cinema Cina-Africa.

La Cina rappresenta il principale partner commerciale dell’Africa ed ha significativamente investito nel rafforzamento dei legami con il continente negli ultimi anni. Questa settimana, Pechino ha annunciato la rimozione di tutte le tariffe sulle esportazioni africane nel tentativo di incentivare il commercio con le nazioni africane.

Peccato che quando si tratta di accordi commerciali con la Cina solitamente la gran parte dei vantaggi sia a senso “quasi” unico…

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oggi, 17 giugno, allo studio campo boario (roma): i due libri recenti di francesca perinelli e marco giovenale


OGGI, 𝟭𝟳 𝗴𝗶𝘂𝗴𝗻𝗼 – a 𝗥𝗼𝗺𝗮 – alle ore 18 allo Studio Campo Boario (in viale del Campo Boario 4a), doppio reading con Francesca Perinelli e Marco Giovenale, con testi dai loro ultimi libri, 𝙤𝙘𝙖 𝙩𝙧𝙚 𝙩𝙤𝙘 𝙩𝙤 e 𝙋𝙧𝙞𝙢𝙖 𝙙𝙚𝙡𝙡’𝙤𝙜𝙜𝙚𝙩𝙩𝙤.
Per l’occasione sarà disponibile l’intero catalogo 𝗱𝗲́𝗰𝗹𝗶𝗰.
due déclic a Campo Boario
declicedizioni.it

Prima o dopo la presentazione sarà possibile anche sfogliare (e/o prendere gratuitamente) presso lo Studio Campo Boario il tabloid Lyceum/Mudima “La scuola delle cose”, n. 19, interamente dedicato alla scrittura di ricerca

#FrancescaPerinelli #LaScuolaDelleCose #Lyceum #MarcoGiovenale #Mudima #ocaTreTocTo #ricercaLetteraria #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #sperimentazione #sperimentazioneLetteraria #tabloid


esce ‘la scuola delle cose’ n. 19: “scrittura di ricerca” (lyceum / mudima, 2025)


LA SCUOLA DELLE COSE, n 19_ scrittura di ricerca_ apr 2025
cliccare per ingrandire

L’espressione “scrittura di ricerca” è in azione da diversi decenni, e di certo si perde già nelle profondità del Novecento. Tuttavia, dagli anni 2003-2009 (ovvero fra l’esplosione dei blog letterari e l’uscita del libro collettivo Prosa in prosa – edito da Le Lettere; ora da Tic edizioni) e fino a oggi, il numero di materiali sperimentali e saggi sugli stessi è decisamente cresciuto. Ha dunque senso ed è forse addirittura indispensabile iniziare a fare il punto della situazione. Un primo e senz’altro assai sintetico tentativo è rappresentato da questo numero de «La scuola delle cose», che raccoglie otto interventi di altrettanti studiosi e studiose, intorno alla ricerca letteraria e alle scritture complesse.

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Lyceum _ Scuola delle Cose _ dati editoriali e redazionali
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Fondazione Mudima
FONDAZIONE MUDIMA

Via Tadino 26, Milano
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mudima.net

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in collaborazione con
l’associazione dipoesia
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#ChiaraPortesine #ChiaraSerani #CorradoCosta #DanielePoletti #FondazioneMudima #GianLucaPicconi #GinoDiMaggio #intermedialità #LaScuolaDelleCose #langpo #languagePoetry #letteralità #LuigiBallerini #LuigiMagno #Lyceum #MassimilianoManganelli #MicheleZaffarano #Mudima #poesiaDiRicercaFrancese #ProsaInProsa #RenataMorresi #ricercaLetteraria #scritturaComplessa #scritturaDiRicerca #scritturaNonAssertiva #scrittureComplesse #scrittureDiRicerca #scrittureNonAssertive #scrittureNonConvenzionali #scrittureProcedurali #ScuolaDelleCose #traduzione #traduzioni


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Il Mali pone sotto amministrazione provvisoria il complesso minerario Loulo-Gounkoto di Barrick Gold.


Le attività estrattive sono gestite dalla canadese Barrick Gold, già al centro di controversie col governo maliano.

Lunedì 16 giugno 2025, un tribunale in Mali ha deciso di porre il complesso minerario di oro Loulo-Gounkoto, di proprietà della Barrick Gold, sotto amministrazione provvisoria per sei mesi. Questa mossa conferisce il controllo dell’operatore canadese al management nominato dallo stato ed è vista come un’importante escalation in una disputa in corso tra la società mineraria e la junta militare al potere in Mali.

Barrick Gold si trova in conflitto con l’amministrazione maliana riguardo a presunti debiti fiscali non pagati e contratti sfavorevoli stipulati con i governi precedenti. La decisione di lunedì segue la chiusura degli uffici di Barrick nella capitale Bamako e gli avvertimenti da parte del governo che annunciavano l’intenzione di prendere il controllo della miniera, attualmente bloccata a causa di mesi di controversie legali.

Il culmine di questa disputa si è manifestato con un mandato di arresto emesso nel dicembre 2024 nei confronti dell’amministratore delegato di Barrick, Mark Bristow, e con un’offerta dell’azienda di versare 370 milioni di dollari al governo. A fronte di questo contesto, Barrick ha presentato una richiesta di arbitrato presso il Centro Internazionale per la Risoluzione delle Controversie sugli Investimenti per affrontare le controversie con il Mali.

Nonostante ciò, il governo ha intrapreso una serie di misure di escalation, tra cui l’arresto di dipendenti di Barrick Gold, che rimangono detenuti, e la sospensione delle esportazioni d’oro. La società canadese ha affermato che intende fare appello contro la decisione del tribunale, che rischia di scoraggiare futuri investimenti minerari nel paese. Da quando i militari hanno preso il potere nel 2020, essi hanno esercitato pressioni crescenti sulle compagnie minerarie straniere nel tentativo di aumentare le entrate statali.

Fonte: africanews.com

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non il 20 ma il 26 giugno, a roma: ‘urban experience’ e l’archivio performante all’icbsa. il performing media per la memoria dell’avanguardia e l’innovazione territoriale

L’Archivio Performante all’ICBSA. Il Performing Media per la Memoria dell’Avanguardia e l’Innovazione Territoriale

data spostata al
26 giugno 2025, dalle 15:00 alle 17:30
A Roma, all’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi (ICBSA, Palazzo Mattei di Giove, Via Michelangelo Caetani 32, l’ex Discoteca di Stato) il 26 giugno alle ore 15 c’è un incontro strategico: Il Performing Media per la Memoria dell’Avanguardia e l’Innovazione Territoriale.

Robert Fludd _ Globe Theatre
L’incontro si svolgerà come un brainstorming per attivare un confronto aperto (e non un convegno di studi) tra protagonisti e studiosi, per promuovere una staffetta intergenerazionale e una interoperabilità degli archivi già istituiti, pensando a come coniugare la Memoria dell’Avanguardia con l’Innovazione Territoriale.
TUTTE LE INFORMAZIONI QUI:
urbanexperience.it/eventi/larc…

#archiviGiàIstituiti #archivio #ArchivioPerformante #avanguardia #brainstorming #CarloInfante #confrontoAperto #DiscotecaDiStato #ICBSA #innovazione #InnovazioneTerritoriale #IstitutoCentralePerIBeniSonoriEdAudiovisivi #memoria #MemoriaDellAvanguardia #PalazzoMatteiDiGiove #PerformingMedia #UrbanExperience

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Trantino, muoviti fermo


Attivo il sindaco Trantino lo è, ma in che direzione? Per ultimo ha chiesto l’invio dell’esercito “da dislocare nelle aree più a rischio”, proponendo una riedizione dell’operazione “Strade Sicure” e “Vespri Siciliani”, a suo avviso con migliori modalità operative.

Speriamo, quindi, di non vedere uomini armati in divisa che passeggiano lungo le vie principali, senza incidere sullo […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/06/17/tran…

#assessoratoServiziSociali #ComuneDiCatania #dormitorio #EnricoTrantino #GiuntaTrantino #restiamoumani

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Lightroom Community


Lightroom, l'app per il fotoritocco dall'interfaccia moderna che ti consente di migliorare e organizzare le foto dal desktop, dai dispositivi mobili e dal web.
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Da diverso tempo non aprivo l'applicazione Lightroom su desktop, in realtà da diversi mesi l'avevo proprio disinstallata in quanto, per la post-produzione, utilizzo Lightroom Classic e, per alcune foto, Photoshop.

Qualche giorno fa ho installato nuovamente Lightroom e l'ho aperto per vedere le ultime novità introdotte da Adobe.

Curiosando tra i menù e le sezioni ho aperto, dalla tab CLOUD, la sezione COMMUNITY, cosa che non avevo mai fatto avendo sempre snobbato questa versione moderna di Lightroom.
La sezione Community, e le sotto voci, dell'applicazione di fotoritocco Adobe LightroomCommunity di Adobe Lightroom

Community si è rilevata interessante!


Questa sezione è, di fatto, un social dove abbiamo la possibilità di pubblicare le foto che abbiamo post-prodotto in Lightroom, effettuare la post-produzione di foto pubblicate da altri utenti, seguire utenti e altro ancora.

In particolare la sezione Community è suddivisa in quattro sottosezioni: IL MIO PROFILO, IN EVIDENZA, SEGUITI e REMIX.

In evidenza


La parte più interessante di Community è sicuramente IN EVIDENZAdove abbiamo la possibilità di:

  • vedere le foto post-prodotte da altri utenti;
  • seguire, in sequenza, le regolazioni applicate alla foto dall'utente;
  • scaricare il predefinito della post-produzione di una foto, se l'utente ha scelto di abilitare il download.

Community di Lightroom, a mio avviso, è un'ottima risorsa per imparare da altri utenti particolari regolazioni applicate alle foto pubblicate.
Lightroom, la finestra IN EVIDENZA da cui si può filtrare le foto pubblicate da altri utentiLightroom, la finestra IN EVIDENZA da cui si può filtrare le foto pubblicate da altri utenti
Per una migliore ricerca delle foto che più ci interessano, nella sezione IN EVIDENZA sono disponibili i filtri che ci permettono una migliore ricerca delle foto in base:

  • all'argomento della foto;
  • alla possibilità di effettuare il remix della foto, cioè effettuare una nostra personale post-produzione della foto di un altro utente;
  • alla possibilità di visionare solo le foto che permettono il download del predefinito.


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Le altre sottosezioni di Community


In IL MIO PROFILO abbiamo tutte le informazioni che ci riguardano quali:

  • una nostra presentazione, i link a un sito web e ai nostri social
  • le nostre foto che abbiamo deciso di pubblicare in Community;
  • i remix delle foto di altri utenti che abbiamo effettuato;
  • gli utenti che seguiamo e che ci seguono
  • i mi piace ricevuti per le foto pubblicate o per i remix;

Praticamente sono le principali funzioni di qualsiasi social.

Per vedere un esempio ti lascio il link al mio profilo su Community di Lightroom: Giovanni Bertagna | Lightroom
Lightroom, la finestra IL MIO PROFILO in cui si può vedere i nostri contenuti quali le nostre foto pubblicate, foto di altri utenti che abbiamo post-prodotto, gli utenti che seguiamo e che ci seguono e i mi piaceLightroom, la finestra IL MIO PROFILO
Se, come me, non conosci queste funzionalità di Adobe Lightroom ti consiglio di aprire Community e farti un'idea delle possibilità che Adobe ci mette a disposizione e valutare se può esserti utile oppure no.

Per approfondire l'argomento ti lascio anche questo video dal canale Graphics LAB.
youtube-nocookie.com/embed/lUG…

Conclusioni


Ho trovato interessante la sezione Community di Lightroom, non tanto per i predefiniti che praticamente non utilizzo mai, ma per la possibilità di scorrere in sequenza le regolazioni apportate a una determinata foto.

La possibilità di seguire passo passo lo sviluppo di una foto è un'ottima fonte di ispirazione, soprattutto per foto con particolari regolazioni, così come poter mettersi alla prova, e confrontarsi, nella post-produrre di foto rese pubbliche da altri utenti.

✒️
Conoscevi già questa funzionalità di Lightroom e, soprattutto, cosa ne pensi di Community?
Lasciami un commento qua sotto e ne parliamo.


Tags: Lightroom | Adobe | Social Media

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blue rondo à la turk / dave brubeck. 1959


youtu.be/MXA4Fx5chTc?si=TJc0mj…

#DaveBrubeck #jazz #music #musicA_ #rondò

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sala dei libri inaugurata online con già pochi tomi, ma ufficialmente libreria digitale senza dei topi


Nel mentre che, come al solito, sclero medio-fortissimamente, dato che non riesco neanche per idea a mettere in ordine la mia libreria fisica (ma questo è un argomento per un diverso post, più incazzato), in questo ultimo paio di giorni mi è saltata in mente l’idea di perlomeno mettere in ordine quella digitale, di mia libreria… O meglio, piuttosto costruirla ufficialmente, visto che francamente il termine “libreria” non è il più adatto per la mia condizione pregressa in tal senso (che è ovvero formata di file sparsi in giro tra archiviazione cloud, torrent scaricati e non, disco del PC quasi pieno, e roba ancora diversa con di mezzo Kindle e tablet). 🤥

Con buona pace di chi è contro l’illimitata condivisione libera dell’informazione (contro la “dittatura del dominio pubblico“), quindi, ho semplicemente scelto di creare un nuovo sito dalle implicazioni teoriche come sempre squisitamente discutibili, in cui manterrò una collezione più o meno curata di quelli che — un po’ perché mi faceva ridere, ma un po’ perché è tecnicamente una descrizione più accurata — in realtà non chiamo libri, bensì tomi, ossia volumi di cose… letteratura, saggistica, manga, manuali, PDF colorati; in generale roba intrigante che è bene preservare ordinatamente. 🤗

Quindi, prendendo semplicemente ispirazione dalla già per mano mia esistente Sala Museo Games (a partire dal generatore di sito statico, che anche in questo caso è stato Jekyll, dopo aver perso per l’ennesima volta tempo a cercare invano soluzioni alternative più flessibili ma non troppo), ho messo su il sito tomistico-topastico più epico che io abbia mai visto, TOMOSTASH: https://gamingshitposting.github.io/TomoStash/!!! (Si, è sul namespace di GamingShitposting perché mi seccava creare un’organizzazione GitHub separata; e poi, così fa ancora più ridere.) 🐭
Schermata home del sito, griglia con i vari tomi con le copertine e i titoli
A parte il solito gusto della collezione di dati pubblica, per cui come tutti sanno io ho per ottime ragioni un’ossessione (fosse anche solo il fatto che, stranamente, tendo sempre a perdere i dati che tengo privati nel mio disordine generale, mentre pubblicando sul web in qualche modo non perdo mai cose dentro una discarica di bit), questo sito mi sarà utile anche per eventuali recensioni future di mie letture stellari, dove potrò semplicemente linkare alla pagina di un dato tomo per l’acquisto da fonti ufficiali, download dei file digitali gratuiti da me accuratamente archiviati e conservati, o addirittura lettura in browser di diversi formati!!! 😇

Queste fiturs sono ovviamente già lì, sul mio bel sito de’ tomi, ma a lungo termine ci sarebbero anche ancora ulteriori miglioramenti possibili che… spero verranno concretizzati, ma purtroppo Octt Del Breve Futuro è completamente imprevedibile anche per me (Octt Dell’Attuale Presente), quindi meglio non fare spoiler. E, per quanto ci sia il rischio che questo nuovo progetto secondario lastricato di buone intenzioni finisca come la Sala Museo Games, ossia bello e funzionante ma con una libreria stagnante, perché non ci sarà altra gente che vorrà contribuire su GitHub con manodopera dataentryantespero se ne possa fare buon uso. 🚀

Vabbè… a parte sistemare la home del sito — che in foto qui è come dovrebbe essere, mentre chi lo va a vedere subito ora scopre che c’è dello scombinamento con l’allineamento della griglia, ops — e riempire la libreria con cadenza continua e qualità alta — che è la cosa più difficile, perché per i tomi che già si trovano su Internet non è facile procurarsi e valutare il file migliore possibile disponibile, ma è qualcosa di importante per una raccolta che si prefigge l’evitare che le menti esplodano navigando — alcune delle tecniche che mi invento qui sopra potrebbero essere utili anche per migliorare la Sala Museo Games, quindi… se andrà bene, non solo non avrò perso tempo, ma ne avrò guadagnato?! Boh! 😝

#archive #archivio #books #library #libreria #libri #sito #tomes #tomi #TomoStash #website

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Dal “climate change” al “regime change”: il “linguistic change” dell’itanglese


Di Antonio Zoppetti

Mentre scrivo sullo sfondo dell’ennesima guerra scoppiata all’improvviso, in una diretta su Rai News – anche il nome dei canali della tv di Stato la dice lunga sulla nostra anglicizzazione – si parla in modo ossessivo di “regime change”. È il nuovo picco di stereotipia che caratterizza la comunicazione mediatica, quando di punto in bianco tutti i giornalisti, in preda a una coazione a ripetere, si mettono a usare la stessa espressione come se non esistessero altre parole. E il più delle volte la stereotipia si manifesta con il ripetere l’inglese, come è accaduto il 17 marzo 2020 con il “lockdown che da quel momento in poi è divenuto l’unica parola possibile per esprimere quello che sino al giorno prima gli stessi giornalisti avevano chiamato serrata, chiusura, zona rossa… e che in Francia e Spagna si è chiamato “confinamento”.

E così, mentre sui giornali francesi si parla in queste ore di “changer (changement) de règime” e su quelli spagnoli di “cambio de régimen” sui nostri è tutto un pullulare dell’espressione inglese in un abbandono dell’italiano che caratterizza le scelte linguistiche dei collaborazionisti della dittatura dell’inglese che formano la nostra attuale egemonia culturale.

Naturalmente – lo preciso perché c’è sempre qualche cretino che scambia simili considerazioni per complottismo – non c’è nessuna sala dei bottoni in cui si decidono simili strategie comunicative, che sono solo il frutto dell’effetto gregge. La nuova intellighenzia di destra, sinistra, centro (e di chi crede di essere fuori da questi schemi) è fatta da un’élite che si forma in inglese, che ritiene l’inglese una lingua superiore e rilancia le notizie che arrivano dall’anglosfera preferibilmente con parole inglesi.

L’introduzione di “regime change” è recente, e non si deve leggere come un caso isolato. Stando ai grafici di Google libri l’espressione si è fatta strada timidamente negli anni Duemila, anche se i picchi di stereotipia di questi giorni sembrano destinati ad affermare e rinforzare l’espressione che inevitabilmente entrerà anche nel linguaggio della gente, se non si smetterà di preferirla e di divulgarla in una sorta di pedagogia linguistica che educa all’uso dell’inglese. Ad agevolare questa nomenclatura c’è un’altra espressione che viene presentata come più moderna e internazionale di quella in italiano, il climate change al posto del cambiamento climatico, una scelta sociolinguistica preferita dagli anglomani che non ha scalzato l’italiano ma si è affermata come un modello di maggior prestigio ostentato dagli addetti ai lavori.

Se una rondine non fa primavera, due rondini cambiano le carte in tavola, e climate change + regime change si saldano insieme in una potenziale nuova regola formativa fatta da una parola inglese seguita da change con inversione sintattica (cioè con una diversa collocazione delle parole rispetto all’italiano). Il che significa che si creano le condizioni per potenziali future nuove espressioni sullo stesso schema destinate a rafforzare il linguistic change che ci sta portando dall’italiano all’itanglese, esattamente come dall’election day e dal family day si passa allo schema ibrido del matematica day e delle altre decine di espressioni del genere dal numero potenzialmente infinito.

Mentre i linguisti che considerano gli anglicismi come dei “prestiti” isolati son lì a classificarli con le loro bizzarre categorie concettuali o a contarli per dimostrare che sono pochi, che sono soggetti a rapida obsolescenza o che tanto sono tutti di bassa frequenza, non si accorgono che l’interferenza dell’inglese è uno tsunami di ben altra portata e che per misurarne gli effetti c’è bisogno di un altro approccio. Questi linguaioli sono rimasti fermi agli anni Ottanta e all’allarme del Morbus Anglicus denunciato da Arrigo Castellani – quando il fenomeno degli anglicismi ha cominciato a prendere piede con una consistenza numericamente preoccupante – ma negli ultimi quarant’anni il riversamento dell’inglese costituisce un flusso costante in continuo aumento, che ho chiamato la panspermia del virus anglicus. La panspermia è un meccanismo riproduttivo che consiste nel seminare migliaia e migliaia di larve nell’ambiente, e anche se la maggior parte è destinata a morire e divenire cibo per altri animali, qualcuna sopravvive, attecchisce e si riproduce. Gli alti numeri compensano la mortalità della prole. I singoli anglicismi che si radicano al punto di finire nei vocabolari della lingua “italiana” e che attualmente si possono quantificare in circa 4.000 (con una tendenza di aumento impressionante per numeri, frequenze e velocità di attecchimento) seguono una modalità molto simile, sono solo l’effetto collaterale di un riversamento dell’inglese di ordini di grandezza superiore. Un riversamento che non coinvolge più solo il lessico e le singole parole, ma porzioni d’inglese sempre più ampie e complesse, con inversioni sintattiche e implicazioni morfologiche (cioè la formazione delle flessioni e delle suffissazioni delle parole).

Per comprenderlo non bisogna certo essere dei linguisti, anzi a volte il non esserlo aiuta a vedere le cose in modo meno superficiale e ideologizzato. In attesa che regime change sia annoverato nei dizionari (inizialmente dei neologismi, come climate change), per avere un’idea di cosa stia accadendo alla lingua italiana basta cercare “change” per esempio tra le notizie di Google.

Accanto ai recentissimi articoli sul regime change, spicca la frequenza di climate change impiegato nei titoli di giornale di ogni tipo, da la Repubblica (“Reti strategiche tra guerre e climate change”) al Sole24ore (“Pasta, la crescita della produzione e i rischi del climate change”), ma si ritrova ovunque, sul sito della Croce Rossa (“Climate change colpisce più vulnerabili. CRI impegnata per ridurre impatto ambientale, fare formazione e informazione”), sulle riviste di enologia come Wine News (“Il climate change colpisce di più il vino europeo: nei vigneti italiani due gradi in più dal 1980”), su quelle di diritto bancario (“Stato e imprese nella climate change litigation”)…

Una terza occorrenza di espressioni a base “change” che si è ormai affermata nel mondo del lavoro è costituita dal change management (es.: Sole24oreDesign e Change Management: incontro con Nicola Favini a Parigi, 21 maggio 2025”; oppure su Data Manager Online: “Le 4 P del Change Management”). Ma si trova di tutto, da un maestro del trasformismo come Arturo Brachetti che diventa leggenda del quick change (“Brachetti ritorna al Teatro Alfieri con “SOLO – the legend of Quick Change”) al driving change di ManagerItalia (“Driving Change: la Business Community si incontra sul campo. Si tratta di ‘Driving Change’, il format che, in un’unica giornata, unisce formazione e confronto con esperti su temi caldi del management”); si va dalla filosofia del change presentata da PadovaOggi (“Change makers’ lab: guida al cambiamento la tua impresa! Un laboratorio pratico per giovani imprenditori, start-upper e manager pronti a trasformare il cambiamento in opportunità di crescita e innovazione”) agli articoli di sport che prevedono manifestazioni come BOXING FOR CHANGE (Proseguono gli incontri dei nostri Campioni Ambassador con le scolaresche di ogni parte d’Italia) o lo Sport for Change della Fondazione Milan.

È vero che questo riversamento dell’inglese compare soprattutto nei titoloni dei giornali, e che poi spesso all’interno dell’articolo gli anglicismi sono anche spiegati, affiancati dall’italiano e sono dunque molto più rarefatti, ma un linguista senza le fette di salame sugli occhi (per chi capisce solo l’inglese: slices of salami on the eyes) dovrebbe sapere che i titoloni li leggono tutti, al contrario degli articoli, e dunque il loro impatto sulla lingua è enorme e andrebbe misurato, invece di negarlo con la scusa che poi tanto leggendo il pezzo gli anglicismi sarebbero “pochi”. In questa gerarchia – che ho chiamato diglossia lessicale – che vede l’inglese impiegato come etichetta e come sovralingua da sovrapporre all’italiano che viene coperto e schiacciato, colpiscono soprattutto i nomi delle manifestazioni, mostre o eventi che sono tutti in inglese. E a proposito di change si può segnalare Music for Change (“uno degli appuntamenti più attesi della scena musicale italiana”), il “Change in Cardiology 2025” di TrendSanità, il Change Maker Milano, il progetto tutto siciliano contro la violenza di genere nel mondo del vino riportato da PalermoToday denominato “ Grapes of Change”, il “Change The World Model United Nations 2025” di Rai Scuola per confrontarsi sui grandi temi della politica globale…

Questi e altre decine e decine di esempi dell’attuale linguistic change, che, da soli, possono apparire al linguaiolo anglomane come qualcosa di occasionale e di passeggero, non vanno considerati singolarmente, lo ripeto: vanno sommati tra loro. Solo così si comprende che l’attuale l’interferenza dell’inglese è un fenomeno di proporzioni mai viste, che non si limita ai 3 o 4 anglicismi a base change (per chi si vergogna dell’italiano: change based) che penetrano nei dizionari.

A questo punto, chi si domanda perché prenda piede il regime change credo che abbia tutti gli elementi per intuire la risposta: è il linguistic change, ovvero l’imposizione mediatica della newlingua sulla veterolingua come nel Grande Fratello orwelliano. E le stesse considerazioni valgono per tutti gli altri anglicismi utilizzati accanto a change che spicca nei titoli: management, ambassador, mackers, start-upper… ogni parola è una porta che spalanca a decine e decine di altre espressioni inglesi tra loro collegate che si riversano nei giornali e nella lingua degli specialisti che è sempre più ibridata e sempre meno italiana. Il problema non sono i singoli anglicismi ma l’anglomania.

Ma i negazionisti – non mi vengono parole più appropriate – fanno finta di non vedere la realtà e liquidano la faccenda concludendo che l’anglicizzazione dell’italiano sarebbe tutta un’illusione ottica.

#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa


Una lettrice mi ha segnalato l’impennata della frequenza di “hate speech” nei mezzi di comunicazione dell’ultimo mese “in seguito soprattutto alle vicende che hanno coinvolto la senatrice Segre”. Ciò che l’espressione designa è tristemente antico. E anche questo virgolettarla dalla cultura statunitense non è nuovo, circola da una decina di anni, benché inizialmente si dicesse soprattutto in italiano, incitamento all’odio. La novità è che più passa il tempo più la nostra lingua scivola in secondo piano e retrocede, diventa la spiegazione da affiancare all’espressione inglese gridata nei titoli che inevitabilmente poi diventerà quella più in uso, tecnica, corretta e “insostituibile”.

Le radici dell’odio


In un articolo della Repubblica del 29 maggio 2013 (“Facebook, stop violenza alle donne: utenti e investitori contro il sessismo”), si poteva leggere che a Palo Alto avevano ammesso “di aver sottovalutato l’insidia del cosiddetto ‘hate speech’, ovvero ‘odio mediatico’, che nell’avversione alle donne trova uno degli esempi più diffusi e deprecabili.”

Tutto inizia ogni volta così, con qualche occasionalismo virgolettato affiancato da una spiegazione. Le schermaglie che precedono questa prima fase, di solito, sono espressioni del tipo: “Nella giurisprudenza statunitense esiste un’espressione per indicare l’incitamento all’odio…”; oppure: “Hate speech, come dicono con una bella locuzione gli americani…”.
Con il tempo l’anglicismo comincia a essere utilizzato sempre più in primo piano, la traduzione letterale o possibile viene solo affiancata, e non è mai evocativa o precisa come il dio inglese.
La terza fase è quella di far sparire ogni corrispondente. L’italiano che serviva da bastone si getta. C’è solo l’inglese, possibilmente da sbattere nei titoloni (cliccare per credere). La traduzione, se va bene, si trova all’interno dell’articolo, giusto per spiegare di che cosa si sta parlando ai subalterni che non capiscono, al rango inferiore della società reo di non padroneggiare l’idioma alto della cultura globale. E così nel 2018 l’espressione è stata annoverata tra i neologismi della Treccani, che riporta numerose citazioni dai giornali. Il prossimo passo saranno i dizionari e il radicamento nella nostra lingua?

Già mi prefiguro gli anglopuristi e i giornalisti che tra qualche tempo argomenteranno: hate speech non è proprio come le parole o i discorsi di odio… è qualcosa di più, qualcosa di intraducibile… E poi gli equivalenti italiani non sono in uso…
Questo ragionamento è frutto di una prospettiva malata! Sempre più spesso gli anglomani decidono di usare l’inglese invece dell’italiano, nella fase iniziale, e procedono con un martellamento in cui lo diffondono senza alternative. Fino a quando possono concludere che l’italiano non è più in uso… bella scoperta! Siete voi che avete scelto di non usarlo e di farlo ammuffire! Un bel circolo vizioso per creare l’alibi della necessità dell’itanglese.

In questo modo entrano migliaia di parole inglesi che alla fine ci vendono come “insostituibili”. Selfie? Non è certo la stessa cosa di autoscattoKnow how? Non è proprio come competenze… si legge sul sito della Crusca. Stalker è più preciso di persecutoremobbing non corrisponde esattamente a vessazione
– “Ma mobbing in inglese non si usa molto nel significato lavorativo che gli diamo noi!”
– “Non fa nulla, in italiano si è acclimatato a questo modo. Rassegnati, ormai è un tecnicismo e si deve dire così. È la stampa, bellezza!”

Chi prende queste posizioni, chi afferma che gli anglicismi sono “intraducibili” e “necessari” dovrebbe dire come stanno le cose fino in fondo. Ciò vale solo per l’italietta degli anglomani fieri di essere coloni. Selfie non è “intraducibile” né in Francia né in Spagna, dove coniano nuove parole come “egoritratto” o ampliano il significato di quelle vecchie come “autoscatto”. Know how non si usa in francese, oppure è perfettamente tradotto in spagnolo, ed entrambi i Paesi non vedono la necessità e l’intraducibilità di stalker, perché usano la propria lingua, e invece di dire mobbing dicono meglio harcèlement moral o acoso laboral. Davanti all’espansione dell’inglese ci sono lingue che resistono ed evolvono autonomamente, e altre che soccombono.

E allora chi fa la lingua in Italia? Quali sono i nuovi centri di irradiazione dell’italiano?
Già negli anni Sessanta Pasolini (“Nuove questioni linguistiche”, Rinascita, 26 dicembre 1964) aveva capito che l’italiano basato sui testi letterari e sul toscano era finito e che il neoitaliano tecnologizzato arrivava dai centri industriali del Nord. Oggi Milano è la capitale dell’itanglese, e il lessico della tecno-scienza ci arriva direttamente dall’inglese globale, come la terminologia del lavoro. A fare la lingua spesso sono gli influenti della Rete, dunque siamo passati dal prestigio letterario di Manzoni a quello linguistico della coppia Ferragni-Fedez, un bel salto di modernità, non c’è che dire! E a fare la lingua sono soprattutto i mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano e oggi stanno unificando l’itanglese.

I giornali attingono il peggio da tutti questi settori e lo sbattono in prima pagina facendolo diventare il moderno italiano.

Le conseguenze dei picchi di stereotipia del giornalismo


L’ossessività con cui, nei giornali e nei telegiornali, le espressioni e le parole vengono spesso ripetute in modo martellante e senza mai ricorrere a sinonimi, come un tormentone mono-significato, è ben nota. Il concetto di “stereotipia” nei mezzi di informazione è stato ben evidenziato per esempio da Maurizio Dardano (Il linguaggio dei giornali italiani, Laterza, Bari-Roma 1986, p. 236). Ma si può citare anche Riccardo Gualdo:

La lingua dei giornali assorbe come una spugna gli usi nuovi, contribuisce potentemente a farli diventare di moda e, infine, anche a fissarli nell’uso ripetendoli in modo ossessivo” in una “riproduzione meccanica di associazione di (nome-aggettivo, intere frasi) o di traslati in origine brillanti ma a poco a poco resi stucchevoli per il troppo uso.

L’italiano dei giornali, Carocci Editore, Roma 2005, p. 85.


Il lessico della stereotipia coinvolge ormai soprattutto gli anglicismi e le espressioni mutuate dagli Stati Uniti. Come ha osservato nella sua tesi Gaia Castronovo:

L’assenza di sinonimi è dovuta molte volte “a lasciare a terzi il lavoro di traduzione per le notizie di politica estera direttamente dalle agenzie (es. ANSA). Spesso le bozze non subiscono una revisione dalla redazione, ma vengono pubblicate cosi come sono, a causa delle rapide tempistiche e, talvolta, mancanza di personale.”

Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, tesi di laurea in Linguistica del Corso di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Padova, anno accademico 2015/2016, p. 48.


E così un’espressione come “fake news”, virgolettata direttamente dai discorsi di Trump, invece di essere tradotta con notizie false o bufale, si è radicata in un batter d’occhio nella nostra lingua al punto che oggi ci si chiede: “Ma come si potrebbe rendere in italiano?”
Ma come facevamo a parlare di queste cose sino a tre anni fa? Come facevamo a esprimerci nella nostra lingua prima che prendessero piede parole ormai “insostituibili” come location?

L’impatto che i picchi di anglicismi hanno sulla lingua si può misurare con molti esempi significativi.

Se si analizza la frequenza della parola compound negli archivi del Corriere della Sera, si vede che tra il 2003 e il 2010 era trascurabile, ricorreva in un numero limitato di articoli (una media di 5 all’anno), e talvolta non indicava un edificio, ma un tipo di arco che si usa nelle competizioni sportive, perché il termine ha due significati. Nel 2011, improvvisamente gli articoli salgono a 41. In quell’anno, infatti, c’è stata sia la guerra con la Libia in cui Gheddafi era barricato nel suo compound, sia l’uccisione di Bin Laden scovato in un compound in Pakistan. In entrambi gli episodi, la parola ha avuto una vasta eco mediatica quasi senza alternative, dovuta probabilmente al riportare la notizia con le stesse parole delle fonti americane. Poi, passato il momento dell’ossessività, nel quinquennio fino al 2016, negli stessi archivi si può notare che la parola ricorre con una media di poco più di 20 articoli all’anno. In sintesi, dopo il picco della stereotipia, causato da eventi contingenti, la frequenza della parola si abbassa, ma è ormai diventata popolare rispetto a prima, e viene perciò usata normalmente 4 volte di più.

Antonio Zoppetti, Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nell lessicodell’Italia e incolla, Hoepli 2017, p. 124-125.


Ma questo fenomeno non è causato solo dallo scimmiottamento di ciò che arriva d’oltreoceano, siamo bravissimi a farci male da soli anche sul piano interno. Riporto una tabella tratta dalla citata tesi di Gaia Castronovo che ha analizzando la frequenza della parola job sul quotidiano La Repubblica dal 1984 al 2014. I picchi di stereotipia saltano all’occhio.
tabella gaia castronuovo JOBGaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, tesi di laurea in Linguistica del Corso di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Padova, anno accademico 2015/2016, p. 52.
La parola, più che essere usata da sola, è quasi sempre associata ad altre in varie espressioni, e negli anni Ottanta le occorrenze erano sotto la decina.

“La media annuale si assesta poi su un ordine di grandezza in più (10-50). Il grafico mostra inoltre dei picchi che corrispondono alle ripetizioni ossessive a cui si riferisce Gualdo nella citazione sopra riportata. Negli anni Duemila era il momento di job rotation e job creation, nel 2014, invece, di job act.”

Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, op. cit. p. 52.


Quello che è successo dopo lo sappiamo. L’iniziale job act si è attestato definitivamente con la s di jobs act, e oggi la frequenza sui giornali delle tante combinazioni di job è aumentata a dismisura. Un bell’anglicismo “produttivo” come dicono alcuni linguisti, ma più onestamente si potrebbe dire: infestante. In attesa che il mondo del lavoro diventi del job, come quello della ristorazione è ormai del food, mentre l’economia diventa economy, il verde green, e le tasse tax, ci sono ancora dei linguisti negazionisti che ci raccontano che non sta accadendo nulla. C’è anche chi preferirebbe mettere l’italiano in un museo – invece di praticarlo, difenderlo, farlo vivere ed evolvere – e afferma che l’anglicizzazione è solo “un’illusione ottica”. Infatti sarebbe circoscritta solo in alcuni ambiti, come l’informatica, e poi “sono soprattutto i mezzi di comunicazione e i politici” a usare le parole inglesi… Affermazioni come queste sono imbarazzanti, come se questi che vengono considerati “marginali” non fossero proprio i nuovi centri di irradiazione della lingua. Non rendersi conto dell’impatto che i mezzi di informazione hanno sull’italiano, oltre a essere antistorico, è soprattutto anti-attuale. Il linguaggio dei giornali è quello che viene poi inevitabilmente ripetuto dalla gente, e finisce così nei dizionari. Per questo capita che un vecchietto, che non hai mai avuto a che fare con uno spacciatore in vita sua, racconti scandalizzato che hanno arrestato un pusher proprio dietro casa sua. Perché l’ha letto sul giornale.
pusher e spacciatore googleCercando “pusher” e “spacciatore” sulle Notizie indicizzate da Google risulta chiaro come l’anglicismo sia preferito.
È significativa a questo proposito una ricerca del 1999 in cui Katalin Doró ha scandagliato le annate di Corriere della Sera, Il Messaggero, La Repubblica e L’Espresso. Tra i 416 anglicismi presenti nei titoli e nei sottotitoli, 89 non erano presenti nello Zingarelli del 1995. Ma cosa è successo dopo? Che 23 di questi sono stati registrati nel 2000 (5 anni dopo), e altri 12 nel 2002.

Katalin Doró, “Elementi inglesi e angloamericani nella stampa italiana” in Nuova Corvina, Rivista di italianistica, num. 12, 2002, Istituto Italiano di Cultura Olasz Kultùrinézet, Budapest, pp. 78-91.


Ancor più significativo è uno studio di Antonio Taglialatela del 2012 sulle prime pagine di Corriere della Sera, La Repubblica e La Stampa per rintracciare gli anglicismi più usati, con lo scopo di dimostrare che “riescono a penetrare nel lessico per il loro uso ‘popolare’, dovuto in gran parte ai media e al linguaggio politico, trasformandosi in vere e proprie voci di dizionario”. Se nel 2012 solo 4 di essi non erano presenti nei vocabolari (bailout, downgrade, fiscal compact e stress test), controllando sull’edizione del Devoto-Oli 2017 si vede che adesso sono stati annoverati anche questi.

Antonio Taglialatela, “Le interferenze dell’inglese nella lingua italiana tra protezionismo e descrittivismo linguistico: il caso del lessico della crisi”, in Linguæ &, Rivista di lingue e culture moderne, Vol. 10, Num. 2, 2011., p. 78 e tabella 3 p. 88.


La conclusione è che il 100% degli anglicismi più utilizzati dalla stampa finisce inevitabilmente nei dizionari e nella lingua, è solo questione di tempo.

Sono i giornali che portano alla diffusione delle parole che poi i dizionari non possono che registrare, come si fa a non capirlo? Alla faccia di chi pensa che siano un fenomeno circoscritto e marginale o passeggero e caratterizzato da rapida obsolescenza.

In Diciamolo in italiano (p. 96-97) ho confrontato le parole inglesi annoverate nel Devoto Oli 1990 con quelle del 2017 (nessuno lo aveva mai fatto) e il risultato è che da circa 1.600 anglicismi siamo arrivati a 3.500, e quelli che invece sono usciti “falciati dalla scure del tempo” che qualcuno sbandiera, non si capisce su quali basi, sono 67! Ma di quale obsolescenza si sta parlando? I picchi di stereotipia giornalistici possono anche essere passeggeri e possono anche regredire. Ma quello che ogni “tsunami anglicus” (cito Tullio De Mauro) ci lascia dopo ogni ondata è la distruzione della nostra lingua.

Per questo è importante che davanti al monolinguismo anglicizzato dei mezzi di informazione (in generale, non solo nel caso di hate speech che si appoggia a sua volta a hater che grazie ai giornali ha la meglio su odiatore) si facciano circolare le nostre alternative che vanno difese da chi – il suo odio – lo riversa solo contro la lingua italiana. Purtroppo questo tipo di odio sembra non suscitare alcuno scandalo. I giornali, invece di deprecarlo, lo alimentano.

diciamoloinitaliano.wordpress.…

#citazioni #libri #linguaItaliana #rassegnaStampa


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pod al popolo, #065: lettura di mg da “prima dell’oggetto” (déclic 2025), villa lais, roma, 28 mag. 2025


La registrazione del reading a Villa Lais, prima lettura (con autocommenti & ragioni di poetica) di Prima dell’oggetto, raccolta di prose pubblicata da déclic edizioni: ora su Pod al popolo. Podcast irregolareed ennesimo fail again fail better dell’occidente postremo. Buon ascolto.
copertina di "Prima dell'oggetto", di Marco Giovenale (déclic, 2025)
pagina del libro: declicedizioni.it/prodotto/pri…

#audio #audiocommento #autopresentazione #DavidLynch #déclic #ledSlavi #lettura #MarcoGiovenale #mp3 #narresidui #PAP #pap065 #pap065 #podAlPopolo #podalpopolo #podcast #PrimaDellOggetto #prosa #ProsaInProsa #prose #reading #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #VillaLais

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domani, 17 giugno, allo studio campo boario (roma): i due libri recenti di francesca perinelli e marco giovenale


Domani, 𝟭𝟳 𝗴𝗶𝘂𝗴𝗻𝗼 – a 𝗥𝗼𝗺𝗮 – alle ore 18 allo Studio Campo Boario (in viale del Campo Boario 4a), doppio reading con Francesca Perinelli e Marco Giovenale, con testi dai loro ultimi libri, 𝙤𝙘𝙖 𝙩𝙧𝙚 𝙩𝙤𝙘 𝙩𝙤 e 𝙋𝙧𝙞𝙢𝙖 𝙙𝙚𝙡𝙡’𝙤𝙜𝙜𝙚𝙩𝙩𝙤.
Per l’occasione sarà disponibile l’intero catalogo 𝗱𝗲́𝗰𝗹𝗶𝗰.
due déclic a Campo Boario
declicedizioni.it

Prima o dopo la presentazione sarà possibile anche sfogliare (e/o prendere gratuitamente) presso lo Studio Campo Boario il tabloid Lyceum/Mudima “La scuola delle cose”, n. 19, interamente dedicato alla scrittura di ricerca

#FrancescaPerinelli #LaScuolaDelleCose #Lyceum #MarcoGiovenale #Mudima #ocaTreTocTo #ricercaLetteraria #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #sperimentazione #sperimentazioneLetteraria #tabloid


esce ‘la scuola delle cose’ n. 19: “scrittura di ricerca” (lyceum / mudima, 2025)


LA SCUOLA DELLE COSE, n 19_ scrittura di ricerca_ apr 2025
cliccare per ingrandire

L’espressione “scrittura di ricerca” è in azione da diversi decenni, e di certo si perde già nelle profondità del Novecento. Tuttavia, dagli anni 2003-2009 (ovvero fra l’esplosione dei blog letterari e l’uscita del libro collettivo Prosa in prosa – edito da Le Lettere; ora da Tic edizioni) e fino a oggi, il numero di materiali sperimentali e saggi sugli stessi è decisamente cresciuto. Ha dunque senso ed è forse addirittura indispensabile iniziare a fare il punto della situazione. Un primo e senz’altro assai sintetico tentativo è rappresentato da questo numero de «La scuola delle cose», che raccoglie otto interventi di altrettanti studiosi e studiose, intorno alla ricerca letteraria e alle scritture complesse.

*


Lyceum _ Scuola delle Cose _ dati editoriali e redazionali
cliccare per ingrandire

Fondazione Mudima
FONDAZIONE MUDIMA

Via Tadino 26, Milano
info@mudima.net
mudima.net

*


in collaborazione con
l’associazione dipoesia
logo dell'"associazione dipoesia"

#ChiaraPortesine #ChiaraSerani #CorradoCosta #DanielePoletti #FondazioneMudima #GianLucaPicconi #GinoDiMaggio #intermedialità #LaScuolaDelleCose #langpo #languagePoetry #letteralità #LuigiBallerini #LuigiMagno #Lyceum #MassimilianoManganelli #MicheleZaffarano #Mudima #poesiaDiRicercaFrancese #ProsaInProsa #RenataMorresi #ricercaLetteraria #scritturaComplessa #scritturaDiRicerca #scritturaNonAssertiva #scrittureComplesse #scrittureDiRicerca #scrittureNonAssertive #scrittureNonConvenzionali #scrittureProcedurali #ScuolaDelleCose #traduzione #traduzioni


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è imminente l’uscita del primo volume di “the forty years later project”, di antonio syxty


THE FORTY YEARS LATER PROJECT, vol. 1 (1977-1980)

[dia•foria 2025

Con un saggio di Marcello Sessa

Sul canale youtube della collana, una densa e interessante intervista all’autore:

youtu.be/3pqr_rrmL-8

Per informazioni e prenotazioni: info@diaforia.org

#scritturecomplesse #Microeditoria #esoeditoria #sperimentazione #scritturaradicale

#AntonioSyxty #cambioDiParadigma #colloquiale #diaforia #esoeditoria #MarcelloSessa #microeditoria #ricercaLetteraria #scritturaradicale #scritturecomplesse #sperimentazione

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ambièntáli 20250615: un minuto e cinquantacinque secondi a piazza vittorio


la parola ambientáli può legittimamente vedersi anticipato l’accento: ambièntali, autoesortazione del registrante affinché centri/colga cronotopicamente i cittadini, o i concittadini, e/o i loro ambienti (in)naturali.

#ambièntáli #ambientali #audio #mp3 #PiazzaVittorio

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windowsanza nonaggiornante quando il disco è fuso al completo


Qualche ora fa, semplicemente accendendo il PC, ho involontariamente e accidentalmente (perché non lo stavo affatto cercando, e perché la situazione per cui questa cosa è possibile è parecchio problematica sotto tutti gli altri punti di vista) scoperto un modo per bloccare permanentemente gli aggiornamenti automatici di Windows… senza smanettare, senza fare cose strane, senza nemmeno essere un amministratore del sistema. Per l’appunto, non era mia intenzione bloccare gli aggiornamenti, ma a quanto pare questo è esattamente cosa succede quando il disco C: è pieno quasi fino all’orlo (nonché quando è pieno fino all’ultimo byte, ma in quello stato non funzionano bene neanche le app, quindi sarebbe ovvio). 💣
Can't download updatesWe couldn't download some updates.[More info]Windows Update...Updates are available, but we temporarily need some space to download. Let's clear some space by removing any files and apps that you don't need and we'll try again.
Ecco qua: avvio il PC, in cui la mia partizione C: ha appena 1 GB e mezzo di spazio libero, ed esce questo bel messaggio a schermo (ambiguo come al solito sul momento, ma cliccando Maggiori informazioni si capisce subito tutto)… perché ops, alla Microsoft non bastano 1 miliardo e passa di byte (!) per installare un semplice aggiornamento cumulativo. Da qui ne deduco che, se lo spazio disponibile rimanesse così poco all’infinito, Windows non riuscirebbe mai a scaricare nessun aggiornamento; di conseguenza, gli aggiornamenti sarebbero bloccati per sempre. 🥴

Ci sarebbe da dire che, in realtà, spesso noto la quantità di spazio disponibile sul disco cambiare da sola, riducendosi o espandendosi con margini che vanno dal centinaio di MB al paio di GB, senza che io faccia nulla di particolare (cosa normale, sarà questione che ogni tanto l’SSD viene trimmato, o che le mie applicazioni e il sistema operativo smuovono le proprie cache), quindi non saprei quanto davvero questo sia affidabile come metodo per bloccare gli aggiornamenti, qualora ce ne fosse bisogno (che, ripeto, non è il mio caso)… Eppure, a pensarci bene, da qualche settimana ho il disco così strapieno, e da qualche settimana non noto arrivare aggiornamenti… per cui… 😹

#aggiornamenti #archiviazione #disco #spazio #storage #updates #Windows #WindowsUpdate

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Come avere successo su Mastodon e guadagnare soldi con Mastodon: questi sono i 20 consigli segreti di “FediversoFaSchifo”


In tanti mi hanno chiesto insistentemente consigli su come avere un account di successo e siccome sono l’unico in grado di rispondere a questa domanda, ho deciso di scrivere un post che anche l’utente medio di Mastodon è in grado di capire.

Mi hanno chiesto anche si spiegare come avere successo con un account Misskey, ma purtroppo non sono esperto di fumetti pedopornografici giapponesi, quindi no, non saprei esservi d’aiuto. Se usate Friendica invece ho il consiglio giusto: passate a Mastodon.

Ecco invece i 20 consigli segreti e sperimentati che devi seguire per avere successo su Mastodon con il tuo account Mastodon

Come avere successo su Mastodon:


  1. curare la descrizione del profilo: anche se tutti sanno che non esistono donne su Mastodon, presentati possibilmente come una donna giovane e con la passione per qualche sport. Aggiungi un gatto o un cane nella foto, ma niente figli. Ricorda a tutti della tua neurodivergenza: sarà un’ottimo argomento di conversazione: fatto questo, scrivi un post lecchino e pieno di piaggeria e lodi verso gli amministratori così loro te lo ricondivideranno e ti risponderanno e questo crea engagement
  2. scrivere un post vittimista contro GAFAM e Twitter/Facebook a favore di Mastodon. Se raggiunge almeno 10 condivisioni, fissalo in cima alla tua timeline
  3. se hai fatto una donazione, scrivilo, fornisci motivazioni ideologiche e ringrazia gli amministratori: loro ricondivideranno il tuo profilo e tu avrai visibilità; meglio ancora se aggiungi che hai fatto una donazione malgrado i tuoi problemi economici (lacrimuccia)
  4. non parlare mai della morte dei tuoi cari/amici/animali, ma limiti a parlare della loro malattia; come sanno bene i venditori di rimedi miracolosi, la malattia crea coinvolgimento, la morte no.
  5. parlare malissimo della destra, perché sta sul cazzo a tutti in maniera indistinta, ma ATTENZIONE: non parlare mai bene della sinistra, perché anche la sinistra sta sul cazzo a tutti, ma a ognuno in modo diverso (semicit)
  6. scopiazza le notizie dall’estero e traducile come viene: @informapirata non ha mai fatto nient’altro e lui ha 7000 follower, mentre io ce ne ho 355 e ne ho guadagnato 200 quando ho tradotto un post dall’inglese
  7. se hai deciso di essere una donna, prendi posizioni antifemministe: i maschietti adorano le donne maschiliste
  8. parlare male di mastodon uno per raccogliere le reazioni dei disagiati, ma ATTENZIONE: fallo solo se non sei iscritto a mastodon uno, altrimenti sarai bannato senza alcuna pietà
  9. se sei stato bannato senza pietà da mastodon uno, non preoccuparti: iscriviti su sociale network, menziona @gubi e lamentati del fatto che sei stato bannato. Aggiungi dettagli raccapriccianti anche se inventati (esempio: “ho parlato contro la strage di Gaza e mi hanno bannato per antisemitismo”; “ho problemi economici e mi hanno bannato perché non ho fatto donazioni”; “ho detto che non mi piacciono i nudi e mi hanno inviato un cazzo in PVT, ed era pure piccolo”, etc), tanto l’amministratore di sociale network li prenderà comunque per buoni e ricondividerà i tuoi messaggi
  10. se sei stato bannato da Mastodon uno e ora sei in un’istanza sfigata come bida, puntarella, devianze e poliversity, partecipa attivamente alle discussioni su #chiesebrutte, cose di #taglioecucito, #cucinaveg e musica rinascimentale suonata con strumenti improbabili e temperamenti molesti per l’orecchio umano. E ricordati di parlare male di mastodon uno perché tanto queste sono le uniche cose che ti daranno gratificazione
  11. se ti trovi su livellosegreto, usa almeno degli avvisi di contenuto intriganti: tanto devi mettere il content warning ogni volta che non parli di videogiochi
  12. pubblicare meme che sembrano da nerd, possibilmente riciclati da Reddit
  13. mostrare ogni tanto qualche foto del culo o della scollatura: Mastodon è sessualmente represso e per i suoi utenti ogni centimetro di pelle è un raggio di sole e una scarica di noradrenalina
  14. non seguire i VIP perché non sono simpatici: @quinta quasi sicuramente ti odia perché sei un comunista di merda, @marcocappato non ti darà neanche un passaggio, @giuliocavalli non ti si inculerà neanche con un wurstel, @phastidio è stronzo qui come su twitter e @smaurizi è sempre di cattivo umore: e no, neanche @sio su Mastodon è veramente simpatico e se gli scrivi non ti si caga di pezza. Ok @ildisinformatico è un’eccezione, ma solo perché non è italiano
  15. seguire solo persone attive nelle ultime 24 ore; e se non vi seguono a loro volta mandatele affanculo perché vuol dire che non vi si cagheranno mai
  16. rispondere solo alle persone che di solito rispondono; e se non vi rispondono mandatele affanculo perché vuol dire che non vi si cagheranno mai
  17. menzionare solo le persone che di solito rispondono; e se non vi rispondono mandatele affanculo perché vuol dire che non vi si cagheranno mai
  18. seguire tutti i consigli precedenti per creare altri due o tre account per istanza, così create rumore e almeno vi rispondete da soli
  19. litigare e bullizzare male qualche account debole e con pochi follower. Se non ne trovate, createvene uno
  20. quando avrete più di 200 follower, non ricondividete più nessuno: più sono sfigati gli account intorno a voi, più voi sembrate importanti


Come guadagnare soldi con Mastodon:


  • chiudi il tuo account e vai a lavorar, terùn!

#chiesebrutte #cucinaveg #mastostar #taglioecucito

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Antonello Ciervo spiega il perché del Convegno “DL Sicurezza: contro le spinte autoritarie, questioni di costituzionalità e tutela dei diritti umani” del 21 giugno 2025 a Padova.


Ragionare su come impostare le questioni di legittimità costituzionale che possono essere immediatamente spendibili nelle aule giudiziarie.
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A pochi giorni dal Convegno descriviamo lo scopo metodologico d’azione della giornata d’incontro con Antonello Ciervo, Unitelma – Sapienza Università di Roma dei Giuristi Democratici che insieme al Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” hanno promosso l’iniziativa.

ANTONELLO CIERVO

Sin dal momento della pubblicazione del Decreto legge in Gazzetta Ufficiale abbiamo subito capito che la volontà politica del Governo Meloni era quella di convertirlo senza modifiche, ponendo la fiducia sia alla Camera dei Deputati che al Senato: per questo abbiamo deciso subito di organizzare questo convegno che ha un obiettivo ben preciso e cioè ragionare su come impostare le questioni di legittimità costituzionale del Decreto legge che possono essere immediatamente utilizzabili nelle aule giudiziarie.

Il Decreto legge, infatti, ha molteplici profili di illegittimità, oltre ad essere incostituzionale in toto perché mancano i presupposti di straordinaria necessità ed urgenza che l’articolo 77, secondo comma Costituzione richiede per l’emanazione.

Per questo motivo, per essere cioè immediatamente operativi, ci focalizzeremo tanto nella prima parte del convegno quanto soprattutto nella seconda parte della discussione, nel dibattito tra soci e Avvocati, su quelle questioni di legittimità costituzionale che possono essere immediatamente proposte nei tribunali.

A mio avviso, ci sono alcune questioni prioritarie: la prima riguarda sicuramente la procedura che è stata definita “sfratto di Polizia”, ossia la possibilità per l’autorità di pubblica sicurezza di eseguire sfratti non soltanto nei confronti degli occupanti, ma anche di tutti coloro che vivono in un’abitazione e che non hanno un titolo abitativo (si pensi agli inquilini con contratto scaduto).

La seconda questione prioritaria riguarda certamente la norma che criminalizza il “blocco stradale”, perché potenzialmente applicabili in qualsiasi manifestazione di piazza e sciopero.

Nella prima parte del convegno, i relatori si focalizzeranno proprio su questi temi, penso in particolare all’intervento di Antonio Cavaliere che parlerà proprio dei profili di incostituzionalità del Decreto legge, alla luce del principio di offensività penale e di proporzionalità delle pene. Nella seconda parte della giornata, invece, verranno approfonditi i profili tecnici e processuali per la prospettazione delle questioni di legittimità costituzionale da sollevare.

L’obiettivo della nostra iniziativa, insomma, è quella di focalizzare da subito l’attenzione su determinati profili della norma, nella consapevolezza generale che da domani condotte che prima erano assolutamente lecite o sono state criminalizzate o, se già criminalizzate, sono state aggravate sul versante sanzionatorio.

Convegno “DL Sicurezza: contro le spinte autoritarie, questioni di costituzionalità e tutela dei diritti umani”

Programma

  • 9:00-9.30
    Apertura dei lavori e saluti introduttivi

Marco Mascia, Presidente delCentro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca”, Università di Padova

Roberto Lamacchia e Aurora d’Agostino, Co-Presidenti dell’Associazione Giuristi Democratici

  • 9:30-13:00

Coordina: Paola Degani, Centro di Ateneo per i Diritti Umani, Università di Padova

Intervengono

Alessandra Algostino, Università di Torino: “Legge sicurezza: un provvedimento da regime, radicalmente incostituzionale”

Fabio Corvaja, Università di Padova: “Libertà di riunione e manifestazione politica del dissenso dopo la legge sicurezza”

Antonello Ciervo, Unitelma, Sapienza Università di Roma: “Decreto sicurezza e criminalizzazione dell’opposizione sociale: le possibili questioni di legittimità costituzionale”

Paolo De Stefani, Università di Padova: “Reazioni internazionali al decreto sicurezza: preoccupazioni e critiche espresse dagli esperti indipendenti del Consiglio sui diritti umani”

Antonio Cavaliere, Università di Napoli: “Profili di contrasto con i principi di offensività e proporzione nelle norme penali della legge sicurezza”

Gian Luigi Gatta, Università Statale di Milano: “Il decreto legge sicurezza tra politica criminale e principi costituzionali”

Chiara Pigato, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione – ASGI: “Trattenere il nemico – Le norme di sfavore sui cittadini stranieri”
13:00

  • 13.00 – 14.00

Pausa pranzo

  • 14:00 – 16.30

Tavola rotondaConfronto operativo su possibili strategie di contrasto alla normativa
Coordina: Giuseppe Romano, Esecutivo Giuristi Democratici
Conclude: Cesare Antetomaso, Esecutivo Giuristi Democratici, Rete “A pieno regime – No DL Sicurezza”.

Per partecipare è necessaria l’iscrizione al link.

ALTRI ARTICOLI


Padova 21 giugno 2025 – Convegno DL Sicurezza: contro le spinte autoritarie, questioni di costituzionalità e tutela dei diritti umani


Promosso da Associazione Nazionale Giuristi Democratici e Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca”, Università di Padova.

Evento accreditato ai fini della formazione professionale forense con 4 crediti in materia penale. Per gli iscritti all’Ordine Avvocati di Padova registrazione tramite Sfera.

Programma

  • 9:00-9.30
    Apertura dei lavori e saluti introduttivi

Marco Mascia, Presidente delCentro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca”, Università di Padova

Roberto Lamacchia e Aurora d’Agostino, Co-Presidenti dell’Associazione Giuristi Democratici

  • 9:30-13:00

Coordina: Paola Degani, Centro di Ateneo per i Diritti Umani, Università di Padova

Intervengono

Alessandra Algostino, Università di Torino: “Legge sicurezza: un provvedimento da regime, radicalmente incostituzionale”

Fabio Corvaja, Università di Padova: “Libertà di riunione e manifestazione politica del dissenso dopo la legge sicurezza”

Antonello Ciervo, Unitelma, Sapienza Università di Roma: “Decreto sicurezza e criminalizzazione dell’opposizione sociale: le possibili questioni di legittimità costituzionale”

Paolo De Stefani, Università di Padova: “Reazioni internazionali al decreto sicurezza: preoccupazioni e critiche espresse dagli esperti indipendenti del Consiglio sui diritti umani”

Antonio Cavaliere, Università di Napoli: “Profili di contrasto con i principi di offensività e proporzione nelle norme penali della legge sicurezza”

Gian Luigi Gatta, Università Statale di Milano: “Il decreto legge sicurezza tra politica criminale e principi costituzionali”

Chiara Pigato, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione – ASGI: “Trattenere il nemico – Le norme di sfavore sui cittadini stranieri”
13:00

  • 13.00 – 14.00

Pausa pranzo

  • 14:00 – 16.30

Tavola rotondaConfronto operativo su possibili strategie di contrasto alla normativa
Coordina: Giuseppe Romano, Esecutivo Giuristi Democratici
Conclude: Cesare Antetomaso, Esecutivo Giuristi Democratici, Rete “A pieno regime – No DL Sicurezza”

Per partecipare è necessaria l’iscrizione al seguente link: forms.gle/Ag5Z2nVQLQ9z13HD6

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Nel 1973 Gelli tornò in Argentina


Negli Stati Uniti la figura di Gelli fu molto apprezzata, grazie alla traduzione e trasmissione dei discorsi anticomunisti da parte di amici di Michele Sindona. Primo fra tutti Philip Gaurino: ex prete, massone che strizzava l’occhio all’estrema destra, fiero sostenitore delle politiche del Maestro Venerabile e del banchiere siciliano. Per quest’ultimo, Gaurino, fu uno tra i primi a testimoniare contro l’estradizione in Italia; l’italo-americano organizzò inoltre, poco prima delle storiche elezioni del 1976, il comizio “Americans for Mediterranean freedom”, con il fine di costituire un fronte pronto ad intervenire nel caso l’influenza NATO venisse messa in discussione <73. Partecipe in prima linea John Connaly, ricchissimo texano, ministro del tesoro nel governo Nixon e assistente per i servizi d’informazione americani. Egli viaggiò più volte in Italia, grazie agli agganci di Philip Gaurino, dove studiò la situazione politica italiana e tutte le modalità per bloccare un prossimo accordo tra DC e PCI. Tra un incontro e l’altro, il texano si occupò anche di affari: fu a capo di una cordata di affaristi americani per l’acquisto della società di costruzioni Condotte, guidata da Loris Corbi, tessera P2 n° 562. Inoltre, si diede da fare per salvare L’immobiliare, gruppo controllato da Sindona, e trattò per l’acquisto di alberghi in Francia della società Ciga presieduta da Francesco Cosentino, tessera n° 497. La caratteristica che gli americani preferivano della loggia italiana era proprio questa tendenza anticomunista apprezzata particolarmente da Alexander Haig, futuro segretario di Stato nel 1981. Egli, già nel 1969, lavorando come vice di Kissinger nello staff per la Sicurezza Nazionale del Presidente repubblicano Nixon, affermò che Licio Gelli fosse l’uomo adatto ad arginare il comunismo in Italia <74.
Gelli, pur ottenendo continue dimostrazioni di stima da parte di personaggi influenti nel mondo repubblicano, decise di stringere nuove “amicizie” nel partito democratico, tanto da arrivare, nel gennaio 1977, alla cerimonia d’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter. Al maestro venerabile però non andava a genio l’impostazione della politica estera di Carter, considerandola troppo debole nei confronti dell’URSS e troppo pesante verso i paesi sudamericani. Cosi, quando alle elezioni del 1980 si scontrarono Carter e l’ex attore hollywoodiano Reagan, Gelli scrisse al fidato Gaurino: “se tu dovessi ritenere opportuno che in Italia esca qualcosa a favore del vostro candidato alla Presidenza, mandami il materiale e provvederò a far pubblicare su qualche nostro giornale le notizie che mi invierai” <75. La vittoria di Reagan fu una notizia ottima per Gelli e la P2, a cui si aggiunse la nomina a Segretario di Stato di Haig. Il 6 gennaio 1981 il pistoiese sedeva tra ambasciatori e altri funzionari americani alla cerimonia d’insediamento del nuovo presidente.
La presenza alle inaugurazioni presidenziali fu da sempre un vanto per Gelli. Già 8 anni prima, più precisamente il 13 ottobre 1973, il maestro venerabile fu presente alla cerimonia in onore del generale Juan Domingo Perón. I due furono, come dichiarato dal pistoiese, grandi amici, tanto che il generale argentino lo insignì con la massima onorificenza del paese: la “Gran Croce dell’Ordine del Libertador San Martín”. Si conobbero nel 1971, grazie a Giancarlo Elia Valori, tessera n° 283, che aveva indicato Perón come la guida perfetta per l’Argentina. Gelli era interessato ad estendere la propria rete di interessi nel Sud America e a conoscere un anticomunista coetaneo di Hitler e Mussolini. Il primo compito affidatogli fu la vendita dell’oro del generale per finanziare il rientro in patria dall’esilio in Spagna, dove ottenne asilo da Francisco Franco. Successivamente grazie anche alla figura di Valori, s’impegnò per far cancellare la scomunica lanciata da papa Pio XII e, infine, l’ultimo incarico, prima del ritorno in patria del generale, fu convincere l’ex presidente Arturo Frodinzi a scendere a patti con lui <76.
L’arrivo di Perón in patria dopo diciassette anni di esilio fu una passerella con cui Gelli dimostrò il suo potere. Nel 1973 tornò in Argentina accreditato dal Gran Maestro Salvini come “rappresentante del Gran Oriente d’Italia presso la Gran Loggia dell’Argentina”. Grazie a questa raccomandazione, entrò in contatto con Alcibiades Lappas, produttore di preziosi in argento e segretario della massoneria argentina. Il progetto di Gelli fu quello di creare una loggia coperta sul modello P2, composta da esponenti militari, industriali e uomini politici, che prese il nome di Pro-Patria (Propaganda patriottica) <77. Il primo a seguire Gelli fu José Lopez Rega, braccio destro di Perón. Successivamente si accodarono tra i tanti Alberto Vignes, ministro degli Esteri, Guglielmo De la Vega, ambasciatore presso l’Unesco, Federico Bartfeld, diplomatico e addetto commerciale all’ambasciata di Roma. Alla morte di Perón, salì al potere formalmente la moglie Isabelita ma, in realtà a guidare il paese fu l’ex braccio destro del generale e sostenitore numero uno della Pro-Patria Lopez Rega.
La gestione di Isabelita fu disastrosa. Alla violenza nelle strade si aggiunse una nuova crisi economica: lo scenario perfetto per il capo della P2 e i suoi “fratelli” argentini. Gelli il 13 dicembre ’74 acquistò la cittadinanza della Repubblica sudamericana, divenendo il tramite di tutti gli affari tra l’Italia e l’Argentina. I piani di Lopez Rega furono molto più ambiziosi, tanto che diede vita all’Ompam <78 (Organizzazione mondiale del pensiero e dell’assistenza massonica), un’associazione mondiale di massoni in grado di contrastare i blocchi NATO e URSS, sullo stampo dell’ONU. Gelli rimase impressionato da tale progetto e si impegnò per cercare una sede, che individuò a Roma, non distante da via Veneto. Il piano in realtà non decollò mai e il fallimento totale di Lopez Rega fu sempre più vicino. Nel luglio 1975, a seguito di uno sciopero generale, l’argentino fu costretto a fuggire e Gelli lo scortò dapprima in Italia e poi in Svizzera. Il Maestro Venerabile però si ritrovò ancora una volta senza alleati.
La sua ricerca ripartì nel mondo militare, più in particolare nella marina che subiva di riflesso l’influenza della Royal Navy inglese, cara alla massoneria britannica. Gelli mise gli occhi sul capo della marina Emilio Eduardo Massera, uomo caratterizzato dal fanatismo per il dittatore cileno Augusto Pinochet. Il pistoiese seppe scegliere il cavallo giusto, Massera con l’aiuto di Videla e Agosti, iscritti alla Pro-Patria, deposero Isabelita. Con il triumvirato Massara-Videla-Agosti, Gelli riuscì a concludere affari multimilionari con una società di costruzione canadese per la realizzazione di una grande centrale nucleare a Cordoba e con la società diretta da Loris Corbi, affidandogli un grosso appalto ferroviario. Gelli inoltre favorì l’ingresso della Rizzoli in Argentina: la casa editrice acquistò il 50% della “Editoria Abril” e accettò una serie di restrizioni che comprendevano una neutralità politica dei giornali <79.
Gelli a questo punto decise di legarsi ad un altro importante militare, il generale Carlos Suarez Mason, già arruolato nella Pro-Patria. La decisione di avvicinarsi a quest’uomo fu presa poiché il paese stava attraversando un’imponente crisi economica e sociale e, la possibilità di un cambio degli uomini al potere divenne sempre più discussa. Ciò non avvenne ma Gelli si poté ritenere fortunato poiché Mason divenne il presidente della “Yacimentos petroliferos fiscales”. L’influenza del Maestro venerabile non si fermò solo in Argentina e negli Stati Uniti: il suo nuovo centro di potere lo trovò a soli 25 minuti di volo da Buenos Aires, l’Uruguay.
In Uruguay, l’esponente di spicco della loggia P2 era Umberto Ortolani che acquistò, nel 1970, il Banco Financiero Sudamericano (Bafisud). Questo in breve tempo aumentò i suoi giri di affari, riuscendo ad arrivare a 150 milioni di dollari di capitali speculativi, di cui la maggior parte provenienti dall’Italia <80. Nel giro di affari del Bafisud rientrarono come partner tutte le banche nell’orbita del Banco Ambrosiano: la Lavorobank lussemburghese, il Banco di Sicilia e la Cisalpine Overseas Bank.
Dal punto di vista politico, a Gelli non poté andare meglio, trovando al potere una giunta militare, che portò vantaggi solo all’ambiente finanziario e ai grandi latifondisti. Il pistoiese trovò il suo angolo di paradiso in una villa a pochi chilometri dal centro di Montevideo, dove incontrava quotidianamente l’ambasciatore argentino in Uruguay Guglielmo De la Plaza. Egli gli fece da intermediario per entrare in contatto con i vertici politico-militari. Gelli si legò a Manuel Núñez, ministro dell’Interno, Alberto Ballestrino, direttore della scuola militare e Hugo Arregui, capo della polizia di Montevideo. Grazie alla benevolenza dei tre, Ortolani e Gelli riuscirono ad avvicinarsi al generale Luis Queirolo, capo di Stato maggiore dell’Esercito. Riusciti anche in Uruguay a formare la propria rete di contatti, i due italiani si concentrarono nel mercato di immobili e latifondi, creando più di 200 società <81.
Dall’Uruguay estesero i loro affari in Brasile, Messico e Venezuela, ma l’obiettivo di Gelli fu quello di entrare in Paraguay: paese guidato dal generale di origine tedesca Alfredo Stroessner, che impose il suo potere sui valori dell’anticomunismo, del liberismo economico e della corruzione. Non a caso il Paraguay offrì asilo ai repubblichini fuggiti dall’Italia, che nel paese crearono “La Sociedad italiana Soccorsos mutuo” (Società italiana di mutuo soccorso).

[NOTE]73 Buongiorno, Pino, La multinazionale del Venerabile Licio, in L’Italia della P2, Mondadori, Milano, 1983.
74 Ivi.
75 Ibidem, pag. 110.
76 Ibidem.
77 Ivi.
78 Ibidem.
79 Ibidem.
80 Ivi.
81 Ibidem.
Enrico Compalati, L’altra Italia, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2019-2020

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oggi, 15 giugno, a bologna: “retriever”, di june scialpi (tic edizioni)


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fazzoletto scancanato tra sporcizia e disordine!!!


Ecco stamattina un nuovo rapporto sullo stato delle cose del mio mondo scombinato, concentrato su un ennesimo dettaglio che nessuno ha chiesto ma che tutti meritano di conoscere… anche perché è sempre bene rimarcare accuratamente i miei territori (la mia cameretta e il mio blog): un fazzoletto che è rimasto sulla mia scrivania, dopo aver visto più di qualche giorno di utilizzo, ed è decisamente mutato dal suo stato originale (no shit Sherlock!).
Fazzoletto come descritto.
Questo improprio pezzo di arredamento, che funge ovviamente anche (perché ridotto in questo modo è più così che non il contrario) da strumento di sollievo contro la mia allergia (che a metà giugno ancora imperversa, non ci voglio veramente credere), è decisamente rustico, umile, essenziale, ma comunque speciale. In qualche modo, a furia di soffiarmici il naso tra la decina e la ventina di volte in totale, è passato ad essere un groviglio di fottuti brandelli, e per qualche motivo la cosa mi fa molto ridere. Ma ora… lo butterò o aspetterò che si distrugga completamente…?

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A Bologna, dal maggio 1944 la lotta crebbe


Con gli scioperi di marzo [1944] ci fu in tutta la regione [l’Emilia Romagna] un’ulteriore saldatura tra la città e la campagna, perché portarono avanti istanze che appartenevano anche alla popolazione contadina e la coinvolsero.
Dal punto di vista nazionale gli scioperi rappresentarono il tentativo di unire lotte sociali e lotta armata, oltre a permettere l’affermarsi del Partito Comunista come forza trainante di entrambe. <170
Si possono notare infatti numerose differenze tra l’andamento degli scioperi nelle altre grandi città italiane, come Milano, Torino o Genova, e quelli dell’Emilia Romagna: se nel resto d’Italia i Gap erano in progressivo declino dopo un inverno denso di azioni e furono in grado di offrire solo una minima difesa alle masse operaie in sciopero, al contrario, in Emilia Romagna gli scioperi e l’azione partigiana a sostegno rappresentarono la prima fase di una penetrazione capillare all’interno della società. <171
Ovviamente, questa collaborazione tra campagne e movimento resistenziale non nacque dal nulla ma dipese dal particolare contesto socio-economico della zona: i bassi salari, la disoccupazione, la chiamata alle armi dei giovani (che determinava una mancanza di manodopera), i conferimenti agli ammassi, le violenze e i rastrellamenti furono senza dubbio alcuni dei fattori che determinarono lo scoppio della lotta sociale. <172
Inoltre, un altro dei fattori determinanti per l’ingrossarsi delle fila partigiane furono senza alcun dubbio i vari bandi fascisti per il reclutamento, o gli appelli agli sbandati che sarebbero stati perdonati se fossero tornati a casa entro il 25 maggio. Notizie chiare e affidabili sull’effettiva risposta dei giovani a questi appelli non fu mai data, basti pensare che nel Notiziario della GNR del 28 maggio vi era scritto che si erano presentati in città solo otto sbandati. Probabilmente il numero fu maggiore a Bologna così come in altre città italiane, spinti probabilmente dalla paura di rappresaglie contro le proprie famiglie, salvo poi tornare dopo poco tempo presso le proprie formazioni di montagna, spesso anche con le armi. L’esito tutt’altro che positivo dei bandi inoltre creò problemi all’interno dello stesso fascismo repubblicano, acuendo la tensione tra partito ed esercito, accelerando così il progetto di Pavolini della militarizzazione del partito e la costituzione delle “bande nere”. <173
A Bologna, dal maggio 1944 la lotta crebbe e vi erano anche più attacchi al giorno: a quelli contro i militari fascisti e nazisti continuano ad affiancarsi le azioni di sabotaggio delle vie di comunicazione e di rifornimento verso il fronte, quindi attacchi alle linee ferroviarie, attentati contro i camion di rifornimenti tedeschi, attacchi dinamitardi contro i tralicci dell’alta tensione. <174
Inoltre, una volta decaduti gli ultimatum e gli appelli fascisti, che tra l’altro furono seguiti da appelli partigiani agli sbandati, alla polizia ausiliaria, ai carabinieri ma persino ai soldati tedeschi, cessò ogni distinzione, da parte partigiana, tra i diversi gradi di responsabilità, cosicché poi dal giugno le proporzioni della guerriglia crebbero a dismisura, aiutate anche dalla crescente sfiducia che la popolazione aveva nei confronti del governo fascista repubblicano. <175
A inizio estate la brigata era costituita, tra città e provincia, da sei distaccamenti: Bologna “Temporale” comandato da Nazzareno Gentilucci (Nerone) e da Lorenzo Ugolini (Naldi); Anzola Emilia (Tarzan) comandato prima da Vittorio Bolognini e poi da Sugano Melchiorri; Medicina comandato da Mario Melega (Ciccio), da Vittorio Gombi (Libero) e poi da Giuseppe Bacchilega (Drago); quello di Castel Maggiore comandato da Franco Franchini (Romagna) e infine da Arrigo Pioppi (Bill); il distaccamento di Castenaso comandato da Carlo Malaguti (Nino) e poi da Oddone Sangiorgi (Monello); quello d’Imola, il Ruscello, comandato da Dante Pelliconi (Ragno). <176
Anche a Modena in primavera vi era una situazione di grande fermento: nell’aprile ’44 avvennero varie azioni contro infrastrutture o contro militi fascisti, come l’uccisione di un membro della GNR l’8 aprile, mentre tornava in caserma.
Sul finire di aprile e l’inizio di maggio vi fu un intensificarsi di azioni di sabotaggio ad opera dei Gap modenesi, che rese necessari nuovi servizi di vigilanza da parte delle istituzioni locali; a questo scopo vennero utilizzati anche i civili. Infatti, già da tempo, il comando tedesco aveva iniziato a imporre delle pene pecuniarie ai comuni in cui avvenivano sabotaggi, nonostante questi non avessero alcun modo di mettere in piedi un servizio di sorveglianza tale da impedirli. <177
Il 29 aprile, invece, fallì un tentato attacco al bar del teatro comunale di Carpi, ritrovo di fascisti, e furono arrestati due giovani gappisti, giustiziati poi a Bologna l’11 giugno. <178
Dalla seconda metà di maggio, e così per tutto giugno, si verificò un ulteriore aumento del numero di attentati e sabotaggi nel modenese. Il questore nella sua relazione affermò che nel solo mese di giugno furono compiuti ben dodici attacchi contro le linee telefoniche e telegrafiche della pianura, tra i quali possiamo ricordare quelli, particolarmente riusciti, del 6 e 8 giugno, il primo a Soliera e il secondo nei dintorni di Modena. <179
Quest’intensa attività da parte del gappismo modenese, nonostante non avesse ancora raggiunto il proprio massimo sviluppo, mise in allarme le autorità tedesche e fasciste: per prevenire le azioni partigiane in città, dal 5 giugno furono organizzati posti di blocco su undici strade tramite le quali si poteva entrare nel capoluogo. <180

[NOTE]170 S. Peli, La Resistenza in Italia cit., p.61.
171 C. Lusuardi, Gappisti di pianura cit., p. 58.
172 Ibidem.
173 L. Bergonzini, La svastica a Bologna cit., p.107.
174 M. De Micheli, 7a GAP cit., p. 98.
175 L. Bergonzini, La svastica a Bologna cit., p.109.
176 storiaememoriadibologna.it/7a-… consultato il 03/06/2021 h. 18:07
177 C. Lusuardi, Gappisti di pianura cit., pp. 59-60
178 C. Silingardi e M. Montanari, Storia e memoria della Resistenza modenese cit., p. 68.
179 C. Lusuardi, Gappisti di pianura cit., pp. 60-61.
180 C. Silingardi, Una provincia partigiana cit., p. 318.
Marco Prosperi, Il detonatore della lotta armata: origini e sviluppo del gappismo, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2020-2021

[…] ITALIANI!
Sappiatelo: la via della resistenza e della lotta è quella della salvezza e della vittoria. Non piegate ai voleri dei tedeschi e dei fascisti traditori! Rifiutatevi di partire per la Germania; partire, vuol dire andare alla morte sotto i bombardamenti aerei; lasciarsi arruolare nell’esercito repubblicano vuol dire avviarsi in una impresa vergognosa e mortale. Andate con i partigiani; la loro lotta nelle città e nelle campagne affretterà l’ora della liberazione e della salvezza per tutti.
OPERAI ED OPERAIE, TECNICI ED IMPIEGATI!
Non lasciatevi sfruttare dai padroni collaborazionisti, non lasciatevi affamare dai tedeschi e dai fascisti! Chiedete l’aumento delle razioni e dei salari adeguati all’aumentato costo della vita! Sabotate le fabbriche e le macchine che lavorano per i tedeschi, rovinate la produzione ad essi destinata! Non un uomo né una macchina in Germania!
GIOVANI!
L’Italia aspetta molto dal vostro entusiasmo e dal vostro eroismo. Siate i più arditi combattenti delle nostre unità partigiane! Organizzate nelle fabbriche, nelle caserme e nelle unità repubblicane il sabotaggio e la diserzione in massa! Siate nelle file dei GAP il terrore di tutti i traditori e degli odiati nazisti!
DONNE!
Date ai vostri mariti e ai vostri figli consigli e incitamenti di lotta e di eroismo e non di viltà! La vostra divisa sia: Meglio essere la moglie di un eroe che di un vile! Strappate come già avete fatto a Forlì, a Parma, a Modena e in molte altre città, i patrioti dalle mani degli assassini fascisti!
CONTADINI!
Non date niente agli ammassi, non date niente a tedeschi! Difendete i vostri prodotti, le vostre bestie, le vostre case con le armi alla mano! Chiedete l’aiuto dei partigiani contro i podestà e gli agenti dei raduni! Non pagate le imposte a chi vi sfrutta e vi vende al nemico!
INDUSTRIALI, POSSIDENTI, BENESTANTI!
Un dovere vi incombe: quello della solidarietà nazionale con tutto il popolo che si batte e si sacrifica per la patria. Aiutate chi rifiuta di andare in Germania, chi diserta! Aiutatelo a nascondersi e a mantenere la sua famiglia! Aiutate chi resiste al tedesco e si batte per la libertà e l’indipendenza nazionale. Partecipate voi stessi alla lotta! Non collaborate con il nemico; sabotate i suoi piani, rovinate la produzione ad esso destinata! […]
Appello del Partito Comunista Italiano – Data presunta: terza decade maggio 1944 – Stampato; cm. 21,9 x 31; p. 1. Pubblicato in Luigi Arbizzani, La Resistenza a Bologna. Testimonianze e documenti. Vol. IV, Istituto per la Storia di Bologna, 1975

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21 giugno, manifestazione nazionale contro il riarmo, il genocidio e l’autoritarismo


manifestazione nazionale contro il riarmo
cliccare per ingrandire

I tempi sono bui. Serve una mobilitazione mondiale CONTRO LA GUERRA, IL RIARMO, IL GENOCIDIO, L’AUTORITARISMO

Aderiscono e promuovono; mille sigle in 18 paesi, di cui oltre 300 in Italia.

Appuntamento sabato 21 giugno, alle ore 14, a Roma per la manifestazione nazionale contro guerra, riarmo, genocidio, autoritarismo, promossa dalle oltre 300 reti, organizzazioni sociali, sindacali, politiche nazionali e locali che hanno sottoscritto l’appello della Campagna europea #StopRearmEurope (stoprearm.org/), che ad oggi conta tra le proprie adesioni circa mille sigle in 18 paesi e che vede come promotori italiani Arci, Ferma il Riarmo (Sbilanciamoci, Rete Italiana Pace e Disarmo, Fondazione Perugia Assisi, Greenpeace Italia), Attac e Transform Italia.

La manifestazione nazionale del 21 giugno rientra nella settimana di mobilitazione europea, che si terrà dal 21 al 29 giugno in occasione del vertice della Nato a L’Aja, che proprio in quei giorni deciderà i dettagli del gigantesco piano di riarmo deciso dall’Unione Europea, e vedrà la convergenza di tante identità, tutte impegnate contro la guerra, per la pace, per la giustizia sociale e climatica, i diritti e la democrazia nel nostro paese.

Un appuntamento che si inserisce nello stesso percorso di mobilitazione che attraverserà altre due tappe fondamentali: la manifestazione nazionale contro il Decreto legge Sicurezza, promossa il 31 maggio a Roma da “A pieno regime”, e il voto per i 5 sì ai Referendum dell’8-9 giugno su lavoro e cittadinanza.

www.fermailriarmo.it | stoprearmitalia [at] gmail.com
Per adesioni: stoprearm.org

Rete Italiana Pace e Disarmo

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20-22 giugno 2025, roma: sumud. dalla palestina al mondo


SUMUD

Un festival dal basso. Un grido collettivo. Un atto di resistenza culturale e artistica.

Tre giorni di musica, arte, parole e cibo popolare per sostenere il popolo palestinese e tutte le culture che resistono all’occupazione, all’esilio, alla guerra, alla cancellazione.

SUMUD – in arabo, “resilienza ostinata” – è il filo che ci unisce.
In scena: concerti, dibattiti, cineforum, mostre, radio live, skate urbano, performance e una grande cucina palestinese popolare.
Nessun palco a pagamento, nessuna sponsorizzazione istituzionale: solo autorganizzazione, passione e determinazione collettiva per l’autodeterminazione dei popoli.

🎤 Artistə:
Cip Orkestra, Lavinia Mancusi, Los3Saltos, Frente Murguero Romano, Yallarabì, Tareq Abusalameh, Alessandra Ravizza, Nora Tigges & Zenìa, Marco Passiglia, Anna Maria Bruni, Noemita on Stage e tantə altrə.

🗣 Ospiti e interventi:
Francesca Fornario, Tatiana Montella, Zahira Mourad, Cecilia Della Negra, Dalia Ysmail, Mario Soldaini, Antonio Bocchinfuso, Leonardo Filippi, Marcella Brancaforte, Alhassan Selmi da Gaza e Raffaele Oriani (+Clara Habte), attivist3 dalla Palestina, Kurdistan, Afghanistan.

🎬 Cineforum Resistente
Proiezioni e dibattiti serali per raccontare il vissuto palestinese, i sogni e le memorie sotto assedio.

info: facebook.com/share/18pp3A4s2a/

#Afghanistan #AlessandraRavizza #AlhassanSelmi #AnnaMariaBruni #AntonioBocchinfuso #arte #assedio #attivist3 #autodeterminazione #autorganizzazione #CeciliaDellaNegra #ciboPopolare #cineforum #CipOrkestra #ClaraHabte #concerti #cucina #cucinaPalestinese #DaliaYsmail #dibattiti #esilio #festival #FrancescaFornario #FrenteMurgueroRomano #Gaza #guerra #Kurdistan #LaviniaMancusi #LeonardoFilippi #Los3Saltos #MarcellaBrancaforte #MarcoPassiglia #MarioSoldaini #memorie #mostre #musicA_ #NoemitaOnStage #NoraTiggesZenìa #occupazione #Palestina #parole #performance #popoloPalestinese #proiezioni #radioLive #RaffaeleOriani #Resistenza #resistenzaArtistica #resistenzaCulturale #skate #skateUrbano #sogni #sumud #TareqAbusalameh #TatianaMontella #Yallarabì #ZahiraMourad

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Bosco di Monte Ceraulo a Mascalucia, una chiusura ingiustificata che danneggia la comunità


Avevamo gioito qualche anno fa della apertura al pubblico, a Mascalucia, del Bosco di Monte Ceraulo. Unica testimonianza dell’antico Bosco Etneo a bassa quota nel versante meridionale del vulcano, con un’area di ben 17 ettari e una rigogliosa vegetazione di macchia mediterranea.

La riapertura, avvenuta il 25 aprile 2022, si realizzava grazie ad un Patto di Collaborazione tra […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/06/14/bosc…

#BoscoMonteCeraulo #Etna #Mascalucia #RegioneSiciliana

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mutamento di pelle ottiaco di modo serpencel


A causa di quella che sto adesso subendo io, mi è tornata in mente l’esistenza della muta come concetto. Ci sono purtroppo poche mute (da non confondere quindi con le multe, che sono tante), ma tutte di diverse categorie… C’è la muta umana normale, per cui ogni giorno perdiamo nell’aria quantità allucinanti di cellule morte di epidermide — che fa assolutamente schifo, perché queste finiscono in giro per casa a contribuire alla formazione della classica polvere, costringendo a spolverare e quindi faticare senza che da questo lavoro scaturisca alcun prodotto — c’è quella dei serpenti, che è elegante perché c’è proprio la pellicola vecchia consumata che si stacca per essere sostituita con la nuova già perfettamente applicata, che poi a sua volta sarà cambiata…
Mio braccio che fa la muta
…E infine poi, appunto, c’è la muta arsa viva, che io sto subendo solo adesso dopo il famoso incidentino. Se fosse vetro su di un display, questa cosa si chiamerebbe spacc, quindi il livello in questione è alto pregio. A pensarci è buono anche per il semplice fatto che fa molto femcel, rappresentando sostanzialmente in modo immediatamente visibile la disgregazione continua della mia anima, e focalizzando la generale permanente imperfezione del mio corpo su di un particolare punto oggettivamente percepibile. È in ogni caso simpatica però, perché è una via di mezzo tra le altre mute di cui sopra… e infatti fa schifo comunque, perché i compromessi sono sempre un po’ così. Ma purtroppo, se un giorno sono gatto e l’altro ragno, questo è il massimo a cui posso aspirare…


il bruciapelo estivo della sofferenza propiziatoria


Mi è giusto così, poco fa, soggiunto il dubbio che io ieri non sia stata sufficientemente comprensiva, palese, cristallina sul fatto immediatamente più importante di questi giorni… ossia che, c’è poco da fare, ODIO, detesto fottutamente la stagione estiva!!! Quindi, pur a costo di sembrare un disco più rotto del solito, m’è parso necessario fare questa comunicazione ben esplicita… perché nel mio caso davvero questo mese è già bello che naufragato. 🗺️

Porca miseria, io ieri ero mezza ironica, ma qui davvero pare che, da una mezza acerba primavera, si è passati alla prima estate nel giro di un letterale giorno! Distruggetemi giugno a questo punto, suvvia, fatemelo saltare, se così stanno le cose, perché io non posso subirmi la piena estate dopo veramente appena 1 mese e mezzo di primavera, che è l’unica stagione dell’anno in cui si sta davvero senza soffrire (…polline a parte, mannaggia alla fioranza)! Perché mai mi merito pure questa, tra le mie tante punizioni??? 😩

Stamattina è stato per me, coincidentalmente, il primo giorno di spiaggia del 2025, e ovviamente quindi la mia stagione balneare inizia già malissimo. Mi sono messa giustamente al sole sulla sdraio, perché altrimenti la mia marciscenza marittima non si sviluppa per bene, ma senza spogliarmi ancora. Quindi, dato da una parte ciò, mentre dall’altra il fatto che non andrò mai a pensare che debba succedere qualcosa di strano proprio il secondo giorno di giugno, e ancora il fatto che quando sono all’aperto sto in genere sempre al sole se non è troppo forte (ossia, anche non al mare)… ho pensato ben 2 volte che fosse totalmente inutile mettere la crema addirittura settimane prima che sia legalmente estate, visto che tanto non siamo in Australia o chissà dove. E invece no. 😾
Braccio sinistro come descritto
Non è molto, certamente, ma in foto si può comunque ben vedere il disastro grazie alla differenza tra la piccola area del mio braccio coperta dalla Mi Band, e tutto il resto che non era coperto. La cosa strana però è che io ero perfettamente al sole, eppure il braccio sinistro si è cotto sensibilmente più di quello destro… ma che vogliamo farci, lo spettro della luce subito sopra il visibile non ha davvero alcun cazzo di senso logico, e a questo punto non ha nemmeno troppo senso starsi ad incazzare. 🤖

Cosa devo fare allora? Ormai, nulla. Prendo giusto atto del fatto che la fisica in pratica non funziona mai come quella dei modelli teorici e che, pure se il sole è sempre precisamente lo stesso, al mare ti brucia anche se in tutti gli altri posti no, semplicemente perché c’è un complotto in corso. Da un lato l’errore è anche mio, perché andare il 2 giugno al mare in maniche corte, come ho immaginato ieri, certamente non è un’idea spettacolare… dovevo mettere una maglietta si leggera, ma lunga e nera come i pantaloni che invece stamattina avevo; nera come la morte che causa l’estate… ma anche come il tumore che prima o poi ci si becca, se si prende il sole a maniche corte. Meglio prendere ispirazione dai beduini. 💔

#bruciature #caldo #estate #giugno #mare #Sole #spiaggia


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20 giugno, roma: ‘urban experience’ e l’archivio performante all’icbsa. il performing media per la memoria dell’avanguardia e l’innovazione territoriale

L’Archivio Performante all’ICBSA. Il Performing Media per la Memoria dell’Avanguardia e l’Innovazione Territoriale


20 giugno 2025, dalle 15:00 alle 17:30

A Roma, all’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi (ICBSA, Palazzo Mattei di Giove, Via Michelangelo Caetani 32, l’ex Discoteca di Stato) venerdì 20 giugno alle ore 15 c’è un incontro strategico: Il Performing Media per la Memoria dell’Avanguardia e l’Innovazione Territoriale.

Robert Fludd _ Globe Theatre

L’incontro si svolgerà come un brainstorming per attivare un confronto aperto (e non un convegno di studi) tra protagonisti e studiosi, per promuovere una staffetta intergenerazionale e una interoperabilità degli archivi già istituiti, pensando a come coniugare la Memoria dell’Avanguardia con l’Innovazione Territoriale.

TUTTE LE INFORMAZIONI QUI:
urbanexperience.it/eventi/larc…

#archiviGiàIstituiti #archivio #ArchivioPerformante #avanguardia #brainstorming #CarloInfante #confrontoAperto #DiscotecaDiStato #ICBSA #innovazione #InnovazioneTerritoriale #IstitutoCentralePerIBeniSonoriEdAudiovisivi #memoria #MemoriaDellAvanguardia #PalazzoMatteiDiGiove #PerformingMedia #UrbanExperience

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Cisgiordania d’Abruzzo – Il caso Anan


Intervento dell’Avv. Giuseppe Romano dei Giuristi Democratici.
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A marzo scorso prima dell’inizio del processo presso la Corte di Assise dell’Aquila contro tre palestinesi, Anan Yaeesh detenuto dal gennaio 2024 e Ali Irar e Mansour Doghmosh avevamo intervistato l’Avvocato Flavio Rossi Albertini del Foro di Roma, che fa parte del Collegio di difesa. All’inizio del processo abbiamo condiviso il comunicato del Collegio di difesa. Torniamo a parlare di questo importante dibattimento con un intervento dell’Avv. Giuseppe Romano dei Giuristi Democratici.

Il procedimento penale che si sta celebrando all’Aquila, su fatti asseritamente commessi in Palestina, è un vero e proprio processo alla resistenza palestinese in Cisgiordania. L’accusa di terrorismo contro Yaeesh Anan Kamal Afif è la traslazione, a migliaia di chilometri di distanza, di un’ ingiustizia inaccettabile che chiama a gran voce ad una mobilitazione necessaria e di vasta portata.

Come noto, in Cisgiordania non è la resistenza ad essere illegale ma, pacificamente dal 1967, tale è la condotta di quello stato di Israele che, pur condannato dal consesso giuridico mondiale a lasciare i territori li occupa illegalmente, insiste nel procrastinare indisturbato la sua politica di espansione.

Quello che si va compiendo, anche in questi giorni, non è solo la filosofia dello stato israeliano che, per dirla alla maniera di Alberto Sordi si traduce in : io occupo perché “ io so io, e voi nun siete un ….’ ma, una sistematica sopraffazione agita con incendi, assassini, torture e distruzioni. Il tutto all’ombra dello sterminio in Gaza, senza la possibilità qui di invocare Hamas, ma anzi fomentando la costruzione di quell’odio quotidiano che è all’origine della tragedia del 7 ottobre .

Il protagonista imputato Anan è politico/militare assai noto in Cisgiordania ed eroe per quella rete resistente tanto da essere assunto a figura principale anche all’interno di canzoni popolari.

Procedendo come in una sequenza filmica: primo frame: Febbraio 2002, Anan ha 14 anni è nel suo paese Toulkarem cammina di poco dietro alla fidanzata vicino al confine militare, vanno a scuola. Secondo frame: Click! Non è questo il rumore che precede lo scatto fotografico di una sequenza che cattura la realtà, ma quello del fucile militare israeliano, reale, che le spara in testa.

Terzo frame: per 10 giorni Anan resta attaccato alla tomba della ragazza e decide come tanti giovani palestinesi di aderire alla lotta politico militare nelle file di Fatah contro il governo nemico. Ottiene risultati e visibilità tanto da entrare nella guardia personale del presidente Arafat e venire da lui premiato, giovanissimo, con titolo onorifico.

Entra nei servizi segreti palestinesi occupandosi di sicurezza interna e diventa tra i principali nemici in loco dello stato occupante. Per evitarne l‘uccisone viene consegnato al carcere di Gerico sotto la super visione di Stati Uniti, Inghilterra, Egitto e Giordania che ne controllano la detenzione.

Frame quarto: nel 2006 elicotteri dell’esercito israeliano si alzano in volo su Gerico e la bombardano; Anan riesce a salvarsi e fuggire. Torna nella propria città dove cade nella trappola di un conoscente, spia dei servizi israeliani, che aprono il fuco in un bar ferendo lui e uccidendo un amico.

Anan si salva, sventa un altro tentativo di uccisione in ospedale.

Frame cinque: tre anni di carcere in 18 prigioni subendo torture. Scarcerato nel 2010 continua la sua attività politica e studia scienze politiche ma nel 2013, vessato dalle continue pressioni anche sulla sua famiglia, decide di trasferirsi in Europa. Vive in Norvegia e Svezia per poi spostarsi in Italia dove gestisce un ristorante a Mestre. Da ultimo si trasferisce all’Aquila.

La cosa interessante è che quanto fin ora detto sulla vita e sull’attivismo di Anan non è frutto di indagini Digos abruzzese ma è tratto dalle di lui pacifiche dichiarazioni, rese in sede di richiesta protezione internazionale alla commissione norvegese prima e italiana successivamente.

Ecco che questo primo dato sgombra già da un potenziale equivoco: Anan non era affatto protagonista di un rischio terrorismo, palesandosi come a dir poco insolito che chi entra in un paese con mire destabilizzanti descriva il suo profilo antagonista alla forza pubblica, verbalizzandolo. Il primo elemento è, quindi, politico. Anan ha militato anche nell’estensione militare del partito Fatah, Le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa. Questa organizzazione rientra, sotto un profilo amministrativo, nella c.d. black list che impedisce l’ottenimento dello status rifugiato in Europa (non ostativo ad altre forme di protezione infatti ottenute). La situazione è simile a quella in cui ci si imbatté all’arrivo a Roma del capo del partito curdo P.K.K. di cui la Turchia chiese l’arresto.

Ocalan fu collocato in una casa protetta e di seguito, ne fu organizzata (dal governo italiano) la fuga con direzione sud Africa, ai fini dell’ottenimento della protezione internazionale (poi il viaggio non andò benissimo…).

L’attuale governo Meloni, invece, non appena ricevuta la richiesta di arresto per Anan da parte di Israele, con conseguente estradizione, si è subito messo prono dando il via all’operazione (con la stessa solerte efficacia dimostrata nel caso del torturatore libico Almasri…).

Fortunatamente la Corte d’Appello ha respinto la richiesta per l’ovvio rischio (rectius certezza) che una volta estradato avrebbe subito trattamenti inumani e degradanti. Nelle more della scarcerazione e con tempismo a dir poco sospetto, il Pubblico ministero abruzzese richiede l’arresto chiedendo di giudicare qui fatti accaduti in Cisgiordania, utilizzando impropriamente il terzo comma dell’art 270 bis del codice penale. E’ passato un anno e mezzo ed Anan è ancora in galera col processo ora a dibattimento. E’ accusato di aver promosso in Palestina un’associazione con finalità di terrorismo denominata ‘Gruppo di riposta rapida brigate Tulkarem’. Si badi bene che già qui esiste una prima distonia rispetto all’impianto accusatorio che fonda le proprie origini nell’appartenenza di Anan ad altra associazione cioè la sopra richiamata Brigata dei Martiri di Al- Aqsa che è, come detto, nella Black list di alcuni paesi per terrorismo. Chi saprà diversificare e spiegare se esistono differenze di approccio tra le due fazioni? la Digos abruzzese? Questo è il punto paradosso di questo processo. Si farà sostanzialmente su fonti aperte indagando un fenomeno complesso e non certo nostrano e nelle conoscenze dei nostri inquirenti. Sgomberato il campo dalla impossibile sovrapposizione con gli attentatori di matrice islamica (pronti alla morte in nome di Allah) va chiarito che Anan non è accusato di aver ucciso civili, e mai ha rinnegato la sua affiliazione politico/militare, anzi, l’ha palesata sul suo profilo pubblico.

Il punto di caduta processuale è costituito dalla differenza tra terrorismo e resistenza legittima.

Se un esule ucraino avesse cercato di aiutare i suoi connazionali dall’Italia l’avremmo processato? Per venire al caso specifico già il nome della supposta associazione che si indaga ‘risposta rapida’ si pone in chiara connessione con la necessità di tutela dei propri connazionali quotidianamente aggrediti in un contesto che è quello di una guerra/aggressione in corso.

Si chiama diritto umanitario, e nel nostro caso non vi è dubbio che il popolo palestinese dei territori illegittimamente occupati è portatore (Convenzione di Ginevra e allegati) del diritto alla difesa. Tanto più con lo sterminio / genocidio in corso.

La scriminante si ferma laddove si sia in presenza di un’associazione che prepara attentati che non hanno una collocazione di destinazione contro il nemico militare ma bensì solo contro i civili.

Anan era in Italia all’epoca del 7 ottobre e all’inizio della reazione con triplicata ferocia di Netanyahu. Nessuno di noi è rimasto indifferente e mai avrebbe potuto esserlo il nostro imputato portatore del diritto -anzi dovere- di attivarsi per i suoi fratelli e sorelle che anche in Cisgiordania hanno subito la recrudescenza della violenza dei coloni ben tutelati dalla milizia ebraica.

A prescindere dalla fumosità complessiva del processo e ciò che potrà o non potrà dimostrare, chiaramente, c’è la possibilità che si parli di armi, e di azioni offensive / difensive contro le prevaricazioni e le uccisioni. Del resto una foto con il fucile è davvero in questo contesto la prova di qualcosa? Se emergeranno intercettazioni in cui si discute di armi è cosa ovvia in un contesto in cui non si usano cerbottane, ma operandosi nell’ambito della difesa da uno degli eserciti militari più potenti del mondo.

Le eventuali azioni sono contro i presidi dell’esercito dei coloni ed è Israele, semmai, ad aver senza dubbio in plurime occasioni superato la giurisprudenza che individua l’atto terroristico, laddove l’azione è intrapresa pur sapendo di esporre a rischio certo i civili (anziani e bambini per lo più). Insomma il dato è che se dobbiamo ricorrere alla c.d. prova aperta (servizi on line ecc…) allora sarebbe efficace pensare al film ‘No Other Land’ capolavoro vincitore Oscar dove, in un misto di tragedia e poesia, ben si comprende la necessità di schierarsi senza tentennamenti. Perché in Cisgiordania si consuma la lotta infinita tra il ricco e potente e il povero e debole; l’esproprio dei pastori, la sottrazione della terra a chi la abita e la coltiva, il furto del sorriso dei bambini lo spargimento di sangue degli impotenti, tutto si mescola e fa ribollire il sangue a noi dai salotti; figurarsi nell’animo di chi ha vissuto nella propria carne la tragedia, come accaduto ad Anan.

Ho volutamente tenuto fuori dall’analisi la situazione degli altri due imputati che sono implicati solo per dare sostanza ad un quadro associativo inesistente.

I coimputati sono, infatti, a piede libero per mancanza di indizi in accoglimento delle richieste degli avv. Flavio Rossi Albertini e Ludovica Formoso, colleghi preparati e tenaci che difendono Anan a cui una rete di penalisti da tutta Italia fa sapere che non saranno soli laggiù in Cisgiordania …d’Abruzzo.

Venezia, 10.6.25

Avv. Giuseppe Romano

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la zona d’interesse dei bravi cittadini izrahelliani


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and…

… in the meanwhile:

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