Fanfani traghettava il partito verso nuove sponde

Gli antefatti politici
“Nel marzo 1965, per aderire ad autorevoli sollecitazioni, accettai l’invito del presidente del Consiglio, on. Moro, di partecipare in qualità di ministro degli Esteri al secondo governo della coalizione di centro-sinistra”. <13 Per lo statista aretino questa chiamata fu, allo stesso tempo, un ritorno e una rivincita. Fanfani, infatti, nei quasi 20 anni precedenti era stato uno dei protagonisti politici della ricostruzione dell’economia e dell’affermazione della DC alla guida del paese. Iscrittosi alla Democrazia cristiana nel 1945, già l’anno successivo il politico aretino assunse la direzione dell’«Ufficio studi, propaganda e stampa» (Spes) e, sempre nello stesso anno, entrò nel Consiglio nazionale e nella direzione del partito. In giugno, dopo essere stato eletto all’Assemblea costituente nella circoscrizione Siena-Arezzo-Grosseto, partecipò alla «Commissione dei 75» nella terza sottocommissione, quella dei «Diritti e
doveri economico-sociali» <14. Dopodiché, fu ministro del Lavoro e della previdenza sociale nel IV (1947-1948) e V (1948-1950) governo De Gasperi nonché ministro dell’Agricoltura nel VII (1951-1953). Da ministro del Lavoro, il 1° luglio 1949, varò il «Piano Ina-Casa» con l’intento di dare un’occupazione e un tetto a tante migliaia di disoccupati. «Così si sarebbe dato lavoro ai disoccupati, mantenuto più stabile il livello dei prezzi, assegnato un certo numero di case a un certo numero di lavoratori». <15 Effettivamente, grazie al «piano Fanfani», si garantì lavoro a oltre 600.000 operai e si costruirono ben 350.000 alloggi.
Il suo ingresso a Piazza del Gesù era avvenuto attraverso Giuseppe Dossetti. L’allora vicesegretario dello Scudo crociato l’aveva chiamato nel 1946 <16. Insieme avevano fondato «Civitas humana», sfociata poco dopo in «Cronache sociali» <17. Quando, nel 1951, Dossetti lasciò la politica – «Allora […] io ho finito […] riprendo la mia vita di studio. La mia decisione è necessaria e irrevocabile» <18 – l’eredità di ciò che era stato non andò perduta, ma, rinfoltita dell’apporto di alcuni esponenti degasperiani, si trasformò in «Iniziativa democratica». Essa «aveva concepito un partito che vive[va] e si espande[va] nella misura in cui [era] in se stesso organizzato ed efficiente, crea[va] rapporti con la società, ne interpreta[va] le esigenze» <19. Essa rappresentava “l’aspirazione di una nuova generazione, apparsa sulla scena politica dopo la caduta del fascismo, che non essendo più appagata delle posizioni di secondo piano, tendeva a strappare il potere dalle mani dei notabili. Fanfani fu il leader occasionale di questa tendenza: l’età, la capacità organizzativa, l’attivismo […] lo designavano come capo”. <20 Fanfani, invero, ne assunse la responsabilità solo in un secondo momento, ma è fuor di dubbio che lì avvenne la sua iniziazione alla leadership (in un primo tempo, Dossetti aveva indicato Mariano Rumor perché bisognava lasciare Fanfani «ai compiti di governo senza distrarlo con altri impegni») <21.
Due anni dopo, rieletto deputato nella circoscrizione Siena-Arezzo-Grosseto (era la terza volta dopo quelle del 1946 e del 1948), ritornò al ruolo di ministro – dell’Interno, però – nell’VIII gabinetto De Gasperi e nel governo Pella tra il 1953 e gli inizi di gennaio del 1954. In quello stesso mese, dopo aver lasciato il Viminale, Fanfani venne investito della prima nomina da presidente del Consiglio. Il governo da lui presieduto fu un monocolore DC che, non ottenendo la fiducia del Parlamento, sarebbe rimasto in carica per pochissimo tempo, sino alla prima decade di febbraio. In maggio fu nominato, invece, componente della rappresentanza della Camera dei deputati all’Assemblea della «Comunità europea del carbone e dell’acciaio». In contemporanea, «Fanfani puntava su una sua crescente capacità egemonizzatrice per svolgere un ruolo sempre più rilevante nel partito» <22. Il 16 luglio 1954, durante il Congresso democristiano di Napoli, venne eletto segretario nazionale del partito: era stato lo stesso Alcide De Gasperi a cedergli lo scettro. Lo statista trentino gli scrisse una lettera in cui lo esortava così: «Guai se il tuo sforzo fallisse» <23. A quel punto, considerando che De Gasperi rappresentava non solo sé stesso <24, ma – assolutizzando – la DC primigenia, il suo crepuscolo annunciava non un semplice cambio al vertice, ma un nuovo modus existendi del partito.
Beninteso, la Democrazia cristiana rimase ugualmente il perno del sistema parlamentare italiano, ma, basando la sua centralità su altre fondamenta. Il primato DC era stato frutto del trionfo elettorale del 1948. De Gasperi l’aveva poi conservato grazie al fiancheggiamento di enti esterni quali la Chiesa, il ceto imprenditoriale, la «Coldiretti» e, a decorrere dagli anni Cinquanta, le organizzazioni notabilari e clientelari del Sud e l’impresa pubblica <25. Allo stesso tempo, l’esclusione dal potere “fulminata” contro il partito comunista e nota come conventio ad excludendum aveva aiutato il mantenimento dello status quo bloccando l’opportunità di alternanza di governo e assicurando la continuità della formula centrista alla testa del paese.
Nelle intenzioni di Fanfani ci sarebbe stato un partito indipendente da condizionamenti esterni e capace di cercare autonomamente i propri mezzi di sussistenza mediante il controllo delle funzioni di governo e l’occupazione delle strutture parapubbliche. Tale scopo sarebbe stato realizzato solo se la sua corrente fosse diventata maggioritaria emarginando i residui di popolarismo che a Piazza del Gesù erano ancora presenti. Il rafforzamento di «Iniziativa democratica» accresceva il peso specifico dello stesso Fanfani. Forte del mandato da segretario e dello spazio che la corrente era riuscita a guadagnarsi, Fanfani traghettava il partito verso nuove sponde e, segnatamente, verso la sponda sinistra. Questo tipo di orientamento venne alla ribalta durante il Consiglio nazionale che i democristiani tennero a Vallombrosa nel luglio 1957, allorquando il segretario aprì per la prima volta, seppur cautamente, al Partito socialista, ma già l’aveva anticipato al Congresso nazionale di Trento del 1956 <26. Dopo essere stato rieletto deputato nella circoscrizione Siena-Arezzo-Grosseto, il 1° luglio 1958 Fanfani costituì il suo secondo governo, un bipartito DC-PSDI nel quale figurava anche come ministro degli Esteri. “Quando fu chiamato a guidare la politica nazionale, nel 1958, Fanfani tese a valorizzare il proprio contributo nel ruolo che di volta in volta andò a ricoprire, quale presidente del Consiglio e ministro degli Esteri. Egli attribuì alla politica estera un’importanza centrale […] esprime[va] il desiderio che il paese riaffermasse un ruolo da comprimario – o da protagonista – nelle vicende internazionali”. <27 A questo desiderio Giuseppe Pella diede il nome di «neoatlantismo» <28 perché, sulla scorta di esso, il vincolo atlantico veniva vissuto, giustappunto, con un “nuovo” spirito.
Senonché, il 26 gennaio 1959 Fanfani diede le dimissioni dal governo e il 31 anche dalla segreteria stanco delle bocciature ricevute in Parlamento per mano di franchi tiratori: l’età dell’oro che il politico aretino stava vivendo e la sua apertura a sinistra avevano creato non pochi malumori all’interno della sua stessa corrente. Il politico toscano, sbagliando, «riteneva che lo strappo e il ritiro sotto la tenda [avrebbero provocato] nel partito una reazione tale da consentirgli di riprendere il comando con maggiore forza e senza condizionamenti» <29. Al contrario, nella notte del 17 marzo, l’ala iniziativista a lui contraria, che ormai era divenuta maggioritaria, si radunò nel convento di Santa Dorotea a Roma e formalmente si separò dal nucleo originario. I dorotei accettarono le dimissioni di Fanfani e nominarono Aldo Moro candidato alla segreteria <30.
[NOTE]13 A. Fanfani, O.N.U. 1965-1966, Garzanti, Milano 1966, p. 10.
14 G. Baget-Bozzo, Il partito cristiano al potere. La Dc di De Gasperi e di Dossetti 1945/1954, Vallecchi, Firenze 1974, p. 189.
15 Ivi, p. 250.
16 Su Dossetti vicesegretario della DC si veda la raccolta di testi politici dello stesso a cura di R. Villa, L’invenzione del partito. Vicesegretario politico della DC 1945-46/ 1950-51, Zikkaron, 2016.
17 G. Baget-Bozzo, op. cit., pp. 142-153. Su Dossetti e «Cronache sociali» cfr. F. Bruno, Giuseppe Dossetti. Un innovatore nella Democrazia Cristiana del dopoguerra, Bollati Boringhieri, 2014.
18 M. Rumor, Memorie, 1943-1970, Neri Pozza, 1991, p. X.
19 Ivi, p. XVI.
20 G. Galli, Fanfani, Feltrinelli, Milano 1975, p. 76.
21 A. Forlani, Potere discreto. Cinquant’anni con la democrazia cristiana, Marsilio, Venezia 2009, p. 62.
22 G. Baget-Bozzo, op. cit., p. 295.
23 A. Forlani, op. cit., p. 71.
24 Si vedano, sullo statista trentino, F. Malgeri, Alcide De Gasperi. Dal fascismo alla democrazia (1943-1947), Rubbettino, Soveria Mannelli 2009 e P.L. Ballini, Alcide De Gasperi. Dalla costruzione della democrazia alla “nostra patria Europa” (1948-1954), Rubbettino, Soveria Mannelli 2009. Sulla storia della DC esiste una vasta bibliografia. Alcuni esempi: A. Giovagnoli, Il partito italiano. La democrazia cristiana dal 1942 al 1994, Laterza, Roma-Bari 1996, F. Malgeri, L’Italia democristiana. Uomini e idee del cattolicesimo democratico nell’Italia repubblicana (1943-1993), Gangemi, 2005, N. Rossi, Il posto dei papaveri. Quando la DC ha ricostruito l’Italia, Marsilio, 2005, G. Galli, Storia della DC. 1943-1993: mezzo secolo di Democrazia cristiana, Kaos edizioni, 2007, A. Riccardi, Il “partito romano”. Politica italiana, Chiesa cattolica e Curia romana da Pio XII a Paolo VI, Morcelliana, 2007, V. Capperucci, Il partito dei cattolici. Dall’Italia degasperiana alle correnti democristiane, Rubbettino, 2010 e G. Di Capua, P. Messa, Dc. Il partito che fece l’Italia, Marsilio, 2011.
25 P. Craveri, La repubblica dal 1958 al 1992, TEA, Milano 1995, p. 3.
26 Cfr. D. Verrastro, E. Vigilante (a cura di), Emilio Colombo. L’ultimo dei costituenti, Laterza 2017.
27 E. Martelli, op. cit, pp. 21 e 23.
28 Ivi, p. 23 nota 26.
29 A. Forlani, op. cit., p. 96.
30 Cfr. D. Verrastro, E. Vigilante (a cura di), op. cit. Nella fase di crisi di governo la DC era stata retta da Adone Zoli, Mariano Rumor, Luigi Gui e Attilio Piccioni. Quando si dovette stabilire chi, dopo Fanfani, sarebbe stato il nuovo segretario del partito non si escludeva un rinnovo al politico aretino. Senonché, la segreteria andò a Moro. Nel libro si spiega che il voto espresso non fu un voto contrario a Fanfani – dacché c’era disponibilità a rivotarlo – ma una rivalsa rispetto al rifiuto da lui opposto a chi gli aveva chiesto – prima di ridargli l’investitura da segretario – di venire a spiegare al Consiglio nazionale quale politica avrebbe posto in essere per il partito. Di fronte a quel rifiuto, una parte consistente votò contro. Il dato sul «laconismo» di Fanfani trova riscontro nelle memorie di Arnaldo Forlani: «Fanfani rifiutava ogni dialogo e anzi si rese irreperibile, tranne che per due o tre amici», A. Forlani, op. cit., p. 97.
Concetta Violo, Fanfani di nuovo alla guida della diplomazia. Aspetti della politica estera 1965-1968, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, 2020
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Marco
in reply to acque agitate • • •Disco pazzesco!
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