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6 novembre, roma: presentazione di “vamp”, prosa breve di mg (la camera verde, 2025)


locandina VAMP 6 nov 2025 Camera verde_ via Miani 20_ Roma
cliccare per ingrandire

a Roma, giovedì 6 novembre 2025, ore 18:00
La camera verde, via G. Miani 20 (Ostiense)

presentazione/lettura di

VAMP


derelizione in prosa (in prosa) su certi ultimi nanosecondi occidentali

di
Marco Giovenale

(Ed. La camera verde, novembre 2025)

Collana Visioni dal Cinematografo
A cura di Giovanni Andrea Semerano

Su Mobilizon:
mobilizon.it/events/5f1991be-9…
Evento facebook:
facebook.com/events/2352745261…

_

#CameraVerde #CarlThDreyer #Dreyer #laCameraVerde #microprosa #occidente #prosa #prosaBreve #ProsaInProsa #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #TheodorDreyer #Vamp #VisioniDelCinematografo

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Esopianeti: Altrimondi nell’universo

edu.inaf.it/astrodidattica/eso…

Per l’ottava uscita de I Quaderni EduINAF proponiamo una raccolta di attività didattiche e approfondimenti sul tema degli esopianeti.

@astronomia @astronomia

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Quaderni EduINAF: Portare gli esopianeti a scuola

edu.inaf.it/news/per-la-scuola…

Tornano i Quaderni EduINAF con un’ottava uscita dedicata agli esopianeti

#esopianeti #quaderniEduINAF #scuola

@astronomia @astronomia

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La tempestiva azione del Gruppo Marina consentì di salvaguardare molte delle opere della Marina


La Marina fu anche protagonista nella liberazione di Venezia. Il 28 aprile il Gruppo Marina, che faceva capo al contrammiraglio Franco Zannoni, appartenente al Comitato Centrale Militare, alle dipendenze del C.L.N., entrò in azione sin dall’alba in concorso con le squadre dei gruppi dei partiti inquadrate per sestiere, riunite sotto il comando del capitano di corvetta Carlo Zanchi. Furono occupate le caserme San Daniele e Sanguinetti, l’ex comando della Marina Repubblicana, vari uffici distaccati, il circolo ufficiali, i Cantieri A.C.N.I.L. e Celli, il Magazzino viveri di San Biagio. Il Gruppo attaccò a mano armata l’Arsenale, disperdendo con il fuoco delle armi gli ultimi residui centri di resistenza del forte reparto della Marina tedesca che aveva protetto la fuga del comando tedesco dell’Arsenale. Fu lanciato un ultimatum che prevedeva che i tedeschi lasciassero l’Arsenale entro le 16, senza attuare il piano distruttivo previsto e senza far saltare la polveriera della Certosa. Poco prima dell’ora di scadenza fu alzata la bandiera nazionale sui pennoni delle torri e il capitano di vascello Rosario Viola, per delega del C.L.N., assunse il comando temporaneo dell’Arsenale, nominando il colonnello delle Armi Navali Alberto Gerundo direttore di Marinarmi e il tenente colonnello del Genio Navale Alfio Denaro, direttore di Maricost. La tempestiva azione del Gruppo Marina consentì di salvaguardare molte delle opere della Marina; l’Arsenale, in particolare i macchinari e i bacini, aveva già subito notevoli danni a opera dei tedeschi. Gli oltre trecento uomini della X MAS, con i loro ufficiali e l’armamento al completo, si asserragliarono nella caserma Sant’Elena; dovettero essere condotte lunghe trattative poiché essi richiedevano salvacondotti che li mettessero al sicuro dall’azione dei partigiani; cosa che il C.L.N. non voleva dare. Fu necessario un ultimatum dato il 29 per arrivare alla resa, che si svolse il 30, in concomitanza con l’arrivo dei reparti dell’Esercito regolare, dei commando alleati e degli NP della Marina. Grazie all’arrivo dei commando il Gruppo Marina di Lido poté procedere all’occupazione delle principali batterie, che fino ad allora avevano minacciato di aprire il fuoco sulla città, al disarmo del personale della Difesa e alla cattura dei numerosi mezzi della Marina Repubblicana, compresa una motosilurante.
Giuliano Manzari, La partecipazione della Marina alla guerra di liberazione (1943-1945) in Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Periodico trimestrale, Anno XXIX, 2015, Editore Ministero della Difesa

L’ultima fase dell’azione partigiana a Venezia si intensificò nel mese di aprile del 1945, dopo che il 10 aprile le forze alleate avevano attaccato la Linea Gotica. A Venezia, ancora una volta, si ripresenta una situazione unica per gli spazi e le modalità con cui si svolse l’Insurrezione. L’obiettivo comune era quello di preservare la città nel suo complesso, nel suo patrimonio storico e artistico, nel suo patrimonio archivistico legato alle amministrazioni e ai ministeri fascisti, nel patrimonio industriale di Porto Marghera <230. L’andamento iniziale dell’insurrezione fu quindi lento, parziale, anche per timore delle rappresaglie e dell’isolamento di cui Venezia godeva rispetto al fronte militare di terra. In seguito, tra il 25 e 26 aprile, il moto insurrezionale si fece più forte, grazie ad un più convinto intervento della popolazione locale. Ancora fondamentale fu la rivolta dei detenuti che si tenne nel carcere di Santa Maria Maggiore il 26 aprile del 1945, e le insurrezioni operaie che si ebbero in molte fabbriche di Marghera. Nella notte del 27 aprile i volontari dei GAP e delle brigate cittadine riuscirono ad occupare la caserma di San Zaccaria <231. Solo agli inizi di maggio furono isolate e sconfitte le ultime cellule di fascisti che ancora presidiano i punti strategici o le caserme, come accadde con la X MAS a Sant’Elena <232, l’8 maggio del 1945. In questo clima avvenne quindi la mediazione con le forze tedesche grazie alla partecipazione, come mediatore, del patriarca Piazza, che non era mai stato vicino alla resistenza <233. L’intervento del patriarca come responsabile delle trattative fu promosso, oltre che per salvaguardare la città e i cittadini, anche per interessi politici di arginamento delle forze partigiane più a sinistra. Questo episodio fece discutere molti aderenti alla resistenza già all’epoca <234. Il 28 aprile, in Piazza San Marco, mentre le truppe alleate entravano in città, una grande manifestazione fece sventolare nel cielo il tricolore. Venezia era libera, la guerra era terminata.

[NOTE]230 ERNESTO BRUNETTA, La lotta armata: spontaneità e organizzazione, in GIANNANTONIO PALADINI, MAURIZIO REBERSCHAK, GIUSEPPE TATTARA (a cura di), La Resistenza nel Veneziano, Università di Venezia, Istituto Veneto per la Storia della Resistenza, Venezia, 1985, p. 437.
231 Ivi, p. 439.
232 Ivi, p. 438.
233 MAURIZIO REBERSCHAK, I cattolici veneti tra fascismo e antifascismo, in EMILIO FRANZINA (a cura di), Movimento cattolico e sviluppo capitalistico, atti della giornata di studi (Venezia, 1974), Marsilio, Venezia, Padova, 1974
234 GIULIO BOBBO, La lotta resistenziale a Venezia, in GIULIA ALBANESE, MARCO BORGHI (a cura di) Memoria resistente: la lotta partigiana a Venezia e provincia nel ricordo dei protagonisti, Istituto veneziano per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea, Nuova Dimensione, Venezia, Portogruaro, 2005, p. 234
Francesco Donola, Armando Pizzinato: pittore partigiano, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2022-2023

In quasi tutte le parrocchie, comunque, si verificarono scontri armati, più o meno accaniti, tra le parti: «I tedeschi parevano furie scatenate; sparavano in tutte le direzioni; si temeva quasi una rappresaglia»; a Noale, però, la nutrita sparatoria ingaggiata dai fuggitivi, col timore di un’imboscata, non ebbe risposta e «fu assicurato alle staffette tedesche libero il passaggio e così il paese non ebbe a soffrire alcun danno per la ritirata» <492. A quanto riportato dalle cronistorie, comunque, furono scongiurati tragici spargimenti di sangue e, all’arrivo degli alleati, il 30 aprile, il bilancio era di qualche caduto, in entrambi gli schieramenti, e qualche prigioniero tedesco arresosi. Fortunatamente, l’unico episodio di “rappresaglia” nei confronti della popolazione, si risolse, a Peseggia [frazione del comune di Scorzè, in provincia di Venezia], da parte di alcune SS, nell’atto di chiudere a chiave nel campanile, un gruppo di ostaggi. Nulla di paragonabile alle decine di vittime che, con il proprio corpo, protessero la ritirata nazifascista lungo quel tristemente famoso percorso, rievocato da Egidio Ceccato in “Il sangue e la memoria” <493. A differenza di quanto accadde in alcune parrocchie in corrispondenza di altri eventi significativi, quali, ad esempio, la caduta di Mussolini, questa volta, i curati non poterono esimersi dal celebrare con «festoso scampanio» <494 l’avvenuta liberazione, facendo da sfondo allo sventolio di bandiere e fazzoletti con il quale la popolazione dava sfogo al proprio entusiasmo.
[…] I contenuti di un volantino del C.L.N., rinvenuto fra gli incartamenti della prefettura repubblicana veneziana per l’anno 1945, fanno presagire il subitaneo riaffiorare delle contrapposizioni ideologiche in concomitanza con il volgere al termine della parentesi resistenziale e, di conseguenza di quella che fu, senza giri di parole, rassegnata convivenza e forzata collaborazione; i «corvi neri» “che un giorno si sono inchinati al fascismo e ne hanno incensato i capi e le loro opere tentano ora di spacciare la falsa moneta del loro patriottismo per usare della vostra opera e del vostro sacrificio […]. Stanno ancora col piede sui due piatti della bilancia, pronti ad abbandonarvi e negare se il vento dovesse cambiare direzione. Lavorano nel silenzio e nel mistero per non rilevare ora la loro identità. […] continuano la loro trama diretti da un papa già fascista, ora filo-inglese, domani ancora fascista se gli avvenimenti e l’interesse dovesse consigliarli [sic] di mutare bandiera”. All’esortazione «Diffidate dei preti!», seguivano i capisaldi della polemica anticlericale, ossia le accuse rivolte al clero di tenere i fedeli lontani dalla cultura «in stato di ignoranza, di inferiorità, perché non scopriate le loro menzogne per dominarvi con l’oscurantismo e la paura. […] Siate uomini e non schiavi della sottana nera» [27 gennaio 1945] <498.

[NOTE]498 ACS, cit., cat. K42, b. 50, fasc. 92, «Venezia. Attività del clero».
492 Don E. Neso, Cronaca relativa alla parrocchia di Noale. Dicembre 1943-Giugno 1945, op. cit., p. 3.
493 E. Ceccato, Il sangue e la memoria, op. cit.
Daiana Menti, Il clero del Miranese dall’inizio del Novecento alla seconda guerra mondiale nelle sue relazioni con le pubbliche autorità, Tesi di Laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, Anno Accademico 2012-2013

#1945 #aprile #Città #clero #CLN #curati #DaianaMenti #fascisti #FrancescoDonola #frazione #GiulianoManzari #Liberazione #maggio #Marina #Militare #MiranoVE_ #NoaleVE_ #parroci #partigiani #provincia #Resistenza #ScorzèVE_ #tedeschi #Venezia

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3 novembre, “oca tre toc to”, di francesca perinelli @ la finestra di antonio syxty


lunedì 3 novembre, nel podcast La Finestra di Antonio Syxty, Francesca Perinelli in dialogo sul suo libro oca tre toc to (ed. déclic, 2025) con Antonio Francesco Perozzi.
open.spotify.com/show/7onZatZD…

#AntonioFrancescoPerozzi #AntonioSyxty #CarloSperduti #déclic #FrancescaPerinelli #LaFinestraDiAntonioSyxty #ManifattureTeatraliMilanesi #MTM #MTMManifattureTeatraliMilanesi #ocaTreTocTo #prosa #prosaBreve #ProsaInProsa #prosaNonNarrativa #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca

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Autopsia dell’io — Giuseppe De Grado: un viaggio nella fragilità e nella rinascita

Indice dei contenuti

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Un viaggio nel profondo dell’essere, tra introspezione, arte e psiche. Con “Autopsia dell’io”, Giuseppe De Grado firma un libro che è confessione, ricerca e poesia.

AUTOPSIA DELL’IO

GIUSEPPE DE GRADO

AUTOBIOGRAFIA/SAGGIO

Kimerik EDITORE

27 FEBBRAIO 2025

128 PP

15 x 21 x 1 cm

Un viaggio introspettivo che tocca tematiche sia puramente intimistiche che antropologiche e sociali. Un unico lungo racconto con tappe ben definite, caratterizzate da continui salti temporali, che l’autore propone per far meglio immergere il lettore nel proprio mondo presente e passato. La linea di confine tra mondi visibili (la realtà delle cose) e invisibili (i pensieri e le forze implicite che li scaturiscono) è molto sottile, ma ciononostante si riesce sempre a restare perfettamente in bilico tra i due. Si potrebbe facilmente pensare a un labirinto della mente esposto narrativamente ma, seppur la sensazione primaria possa essere tale, una bussola concettuale è sempre presente per evitare il disorientamento. A far da padrone è l’autore che al contempo è protagonista di un’idilliaca storia d’amore con lo sfondo del tempo che passa e che corrode cose e persone, senza però intaccarne i significati; un romanticismo palpabile e accattivante, che quasi tende a contaminare chi ne legge, data la sua avida veemenza. In conclusione, volendo sintetizzare in poche parole l’essenza di questo libro, resta da dire che il percorso di esso è lungo, tortuoso ma morbido, con zampilli di marcata malinconia verso un’epoca vicina ma comunque lontana anni luce, in cui sembrava che i valori fossero mastodontici e i sensi molto più svegli a favore della vita e di un cuore sempre messo in prima linea; insomma, un viaggio a ritroso nel tempo che tende a sbiadirsi, con una velocità sempre maggiore, tra l’autobiografia e l’autoanalisi.

amazon.it/Autopsia-dellIo-Gius…

Un taccuino dell’anima


In Autopsia dell’io (128 pagine), Giuseppe De Grado si mette a nudo in un percorso di introspezione che mescola prosa, poesia e immagini.
Non un semplice diario, ma una mappa emotiva in cui dolore e speranza convivono, dando voce a quella parte di sé che spesso restiamo a ignorare.

De Grado racconta con delicatezza e precisione i tormenti e le gioie di un uomo che non ha paura di guardarsi dentro. Ogni pagina diventa uno specchio in cui il lettore riconosce la propria umanità imperfetta, tra perdita, desiderio di appartenenza e bisogno di autenticità.

“Scrivere significa scendere nei miei abissi: ogni volta non ne salgo intatto, ma trovo la via di casa passando vicino al cuore.”


L’io come bussola della coscienza


Uno degli aspetti più interessanti del libro è la riflessione sull’io — il centro della coscienza, quell’equilibrio fragile che media tra pulsioni, regole e realtà esterna.
De Grado intreccia la sua narrazione personale con richiami a Freud, Jung, Erikson e Rogers, esplorando l’identità come processo in continua costruzione.

L’autore ricorda che l’io non è una struttura immutabile ma un flusso, un processo cerebrale e psicologico fatto di memoria, emozione e percezione.
La parte dedicata alle neuroscienze amplia la visione: l’io non è solo psiche, ma anche materia viva, movimento, esperienza.

“Comprendere il mio io è stato come scoprire una presenza silenziosa: non qualcosa da giudicare, ma da ascoltare. È lì che si nasconde la mia verità.”


Questa dimensione teorica non appesantisce il testo, anzi, lo arricchisce di profondità. Autopsia dell’io diventa così un ponte tra letteratura e psicologia, tra conoscenza e emozione.

Fragilità e immagine


La fragilità è il filo conduttore dell’intero volume.
De Grado la descrive in versi e in prosa, con una lingua limpida e musicale.
Le illustrazioni di Roberta Lanzi, realizzate con penna, matita e acquarello, accompagnano e amplificano il testo, raffigurando l’autore come figura sospesa tra realtà e sogno, in atmosfere che ricordano Monet, Van Gogh e Degas.
L’arte, qui, diventa introspezione visiva: ogni tratto rivela qualcosa che le parole non dicono.

L’autore si confida: la risposta completa


Nell’intervista che chiude il libro, De Grado racconta la genesi del suo lavoro con una sincerità rara:

«In questo libro ho dato tutto me stesso — i miei sentimenti e i miei pensieri — e l’ho fatto anche grazie alla forza dell’amore per mia moglie. Scrivere significa scendere nei miei abissi: ogni volta non ne salgo intatto, ma trovo la via di casa passando vicino al cuore.»


Quando gli si chiede cosa significhi spogliarsi così tanto davanti al lettore, l’autore risponde:

«È stato un momento, e come tutti i momenti si va incontro a una trasformazione: come dal bruco nasce una farfalla. Mi sono spogliato delle mie paure e ho accettato di mostrarmi. È stata una liberazione.»


E aggiunge ancora, con intensità:

«Scrivere Autopsia dell’io è stato come tornare a casa dopo anni di smarrimento. Ho scavato nella mia memoria e nei miei silenzi per ritrovare la voce che avevo perso. Non ho paura di chiamare questo percorso con il suo nome: guarigione.»


Le sue parole, autentiche e vibranti, restituiscono il cuore pulsante del libro: la scrittura come atto terapeutico, come possibilità di rinascita.

Il tempo e la presenza


Il tempo attraversa il libro come tema ricorrente: tempo che passa, tempo perduto, tempo da ritrovare.
De Grado invita a rallentare, a riscoprire la presenza, a smettere di vivere per abitudine.
È un messaggio che risuona forte in un’epoca dominata dalla distrazione e dalla corsa continua: solo fermandosi si può davvero ascoltare.

“L’attitudine all’abitudine, alla paura del cambiamento, fa sì che l’animo non si evolva.”

Estratto significativo


«Non volevo richiudere questa crepa, non volevo farmi sopraffare dalla paura… L’attitudine all’abitudine, alla paura del cambiamento, fa sì che l’animo non si evolva.»

Questo passo riassume la filosofia dell’autore: accettare la crepa come parte della crescita, trasformare il dolore in consapevolezza.

Conclusione: un viaggio da condividere


Autopsia dell’io non è soltanto un libro: è un’esperienza di autenticità e coraggio.
Un invito a riscoprire se stessi, a riconciliarsi con la propria vulnerabilità e a comprendere che la fragilità è parte della bellezza umana.
Giuseppe De Grado ci regala una testimonianza toccante, fatta di parole e immagini che sanno parlare al cuore e alla mente.

Per chi: ama la narrativa autobiografica, la psicologia del sé, l’introspezione poetica e i libri che fanno riflettere.

Il libro può essere acquistato anche su

https://www.kimerik.it/libro/5325/autopsia-dell-io-: Autopsia dell’io — Giuseppe De Grado: un viaggio nella fragilità e nella rinascita

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pasolini a 50 anni dalla scomparsa: giuseppe garrera in un’intervista alla radio della svizzera italiana


https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/alphaville-i-dossier/Pasolini-a-50-anni-dalla-morte-4.5–3241478.html

#anniversario #GiuseppeGarrera #Pasolini #PierPaoloPasolini #poesia #polemiche #prosa

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“terra come terra”: il 5 novembre alla fondazione baruchello


Fondazione Baruchello presenta:

Terra come Terra

Primo capitolo di un progetto in divenire


A cura di
Carla Subrizi e Marcella Muraca

Inaugurazione 5 novembre 2025

Tavola rotonda ore 18:00 – 21:00
Via del Vascello 35, Roma

Gianfranco Baruchello, TERRA

La “terra di nessuno” non è una patria, non appartiene a nessuno e nessuno le appartiene. […] Nel suo nome è insito il rifiuto della condizione di proprietà e questo ne fa l’emblema dell’inesplorato e del fallito tentativo di esplorazione.

(Gianfranco Baruchello, 2000)

La Fondazione Baruchello è lieta di invitarvi all’inaugurazione di “Terra come Terra”, mercoledì 5 novembre 2025 dalle ore 18:00 in Via del Vascello 35, un progetto di ricerca e sperimentazione artistica annuale in più capitoli dedicato al tema della “terra” considerata come materia e madre, suolo e sottosuolo, confine, lavoro e trasformazione, ma anche come spazio politico, culturale e simbolico.

Le attività di ricerca, guidate da un guppo di lavoro multidisciplinare, prendono avvio con l’installazione di sette opere filmiche di Gianfranco Baruchello negli spazi della Fondazione (Via del Vascello), tra cui Il grado zero del paesaggio (1963), The sea of tranquillity (2006), Le lieu (2010) e proseguiranno con il coinvolgimento di artisti, curatori, scrittori, filosofi in mostre, incontri, seminari, produzione di oggetti, laboratori, restituiti in un “diario” che ne documenterà il processo, fino alla redazione di un “Manifesto” collettivo.

Durante l’evento inaugurale, una tavola rotonda con Daniela Angelucci, Lucrezia Calabrò Visconti, Alessia Calzecchi, Anna Cestelli Guidi, Felice Cimatti, Silvia Cini, Mattia Cucurullo, Ottavia Galloni, Caterina Iaquinta, Rogelio Lopez Cuenca, Maite Méndez Baiges, Karla Peralta Malaga, Irene Quarantini e altri, offrirà un primo momento di confronto attorno ai temi del progetto, in dialogo con le opere e con l’eredità di Baruchello, che ha a lungo lavorato sul tema della “terra” in relazione all’acqua, al lavoro, alla terra come sostanza, alla stratificazione come misura, alla coltivazione e alla cura.

Una Project Room sarà lasciata disponibile a interventi brevi o più lunghi di artiste e artisti, di scrittrici e scrittori, di filosofi, filmmaker, in dialogo con le questioni che si andranno sviluppando.

Nella sede di Via di Santa Cornelia la Biblioteca e gli archivi saranno il contesto e la fonte per gli ulteriori capitoli del progetto.

Terra come Terra (Earth as Earth)
First chapter of an ongoing project

#AlessiaCalzecchi #AnnaCestelliGuidi #art #arte #CarlaSubrizi #CaterinaIaquinta #DanielaAngelucci #FeliceCimatti #FondazioneBaruchello #GianfrancoBaruchello #IreneQuarantini #KarlaPeraltaMalaga #LucreziaCalabròVisconti #MaiteMéndezBaiges #MarcellaMuraca #MattiaCucurullo #OttaviaGalloni #ProjectRoom #RogelioLópezCuenca #SilviaCini #TerraComeTerra

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🎃 Buon Halloween a tutti! 🎃 ⚰️👻🍭🍬…

🎃 Buon Halloween a tutti! 🎃 ⚰️👻🍭🍬

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news.creeperiano99.it/2025/10/…

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Etna, l’Ente Parco dov’è?


L’Etna resta al centro dell’attenzione: vi appaiono sempre più spesso cartelli di “propietà privata”, prosegue la discussione sul biglietto per visitare i Crateri Silvestri, mentre la recente nomina del nuovo presidente del Parco offre lo spunto per chiedere un più attivo ruolo diell’Ente o, viceversa, per lamentare la sua eccessiva invadenza. Abbiamo già pubblicato su questi temi […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/10/31/etna…

#EnteParcoDellEtna #Etna #ParcoDellEtna #RegioneSiciliana

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Astronomia da paura: Atto 6

edu.inaf.it/approfondimenti/ga…

Come ogni anno prepariamoci a festeggiare Halloween con una nuova galleria di immagini astronomiche da paura! (e una anche tutta da ridere!)

#astronomia #halloween

@astronomia @astronomia

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Circondato dai Pikmin con frutta varia #Pikminbloom…

Circondato dai Pikmin con frutta varia

#Pikminbloom

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2 novembre, roma, studio campo boario: fotografie di marco gennari


locandina della mostra fotografica di Marco Gennari, 2 nov. 2025

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#AlbertoSinigaglia #esposizione #esposizioneFotografica #foto #fotografie #inaugurazione #MarcoGennari #mostra #mostraDiFotografie #StudioCampoBoario #vernissage

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Hanno annunciato la versione Nintendo Switch 2 di Animal Crossing: New Horizons. Beh, niente 60fps…! Giusto un po’ di …


Hanno annunciato la versione Nintendo Switch 2 di Animal Crossing: New Horizons. Beh, niente 60fps...! Giusto un po' di upscaling e implementazioni dell'hardware di Nintendo Switch 2.Per il resto sorpreso per l'aggiornamento 3.0• A quanto pare la rendita
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Hanno annunciato la versione Nintendo Switch 2 di Animal Crossing: New Horizons. Beh, niente 60fps…! Giusto un po’ di upscaling e implementazioni dell’hardware di Nintendo Switch 2.

Per il resto sorpreso per l’aggiornamento 3.0
• A quanto pare la rendita sull’isola pubblica di New Leaf per la famiglia di Remo era poca, quindi aprono un bel hotel di 21 camere sul mare!

• Aggiunta la “Modalità Creativa”, con isole sogno di Sonia, con possibilità di giocare con altri amici e far baldoria

• Resetti che è stato assegnato allo sgombero. Forse meno stressante per chi rinnova sempre la propria isola

• Aggiunti mobili a tema, dietro Amiibo, altri no

#ACNH #animalcrossing

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news.creeperiano99.it/2025/10/…

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2 novembre, roma, camera verde: fotografie di marco gennari


locandina della mostra fotografica di Marco Gennari, 2 nov. 2025

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#AlbertoSinigaglia #esposizione #esposizioneFotografica #foto #fotografie #inaugurazione #MarcoGennari #mostra #mostraDiFotografie #StudioCampoBoario #vernissage

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Astrocampania organizza una visita guidata su prenotazione dedicata a Saturno presso l’Osservatorio Astronomico S. Di Giacomo in Agerola il giorno 7 novembre 2025, un viaggio tra gli astri del cielo autunnale nell’alta costiera amalfitana.

Un coinvolgente spettacolo al Planetario per scoprire i segreti di Saturno il più affascinante pianeta del sistema solare, emozionanti osservazioni del pianeta con gli anelli e della cometa di quest’autunno con l’ausilio di un potente telescopio da campo, il tutto sotto la guida esperta dei divulgatori di Astrocampania.

EVENTO ANNULLATO PER METEO

[…]

oasdg.astrocampania.it/2025/10…

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Stragi nazifasciste in Val Sangone a maggio 1944


Le stragi di Pinasca, San Giorio e Sant’Antonino
Le perdite partigiane non si fermano all’arrestarsi del rastrellamento: i tedeschi continuano a mietere vittime fino al 18 maggio 1944: il primo episodio a Castelnuovo di Pinasca dove 12 partigiani (9 dei quali conosciuti, secondo Sonzini, 8 secondo l’ASN, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia) vengono fucilati dopo esser stati torturati. Le vittime, secondo l’ASN <64 sono Fiorini Nunzio, Issoglio Eraldo, Cattaneo Luigi, Bricarello Mario, Perino Romolo, Perino Severino, Pesando Vittorino, 5 ignoti: Cataldo Russo secondo Sonzini) più 4 ignoti <65.
A San Giorio i partigiani fucilati sono 5, tutti riconosciuti e operanti nelle bande della Val Sangone, due dei quali nativi di paesi appartenenti alla Valle (Coazze e Volvera) Del Martino Aurelio,Governato Vincenzo, Martoglio Valerio, Morello Pietro e Staorengo Giuseppe <66
La strage di Sant’Antonino, perpetrata <67 due giorni dopo, si inserisce nel medesimo contesto di terrore che i nazisti lasciano in Val Sangone attraverso la fucilazione di 17 ostaggi partigiani presi prigionieri durante il rastrellamento e tenuti prigionieri nella scuola elementare del piccolo paese al confine con la Val Susa. A cadere sono partigiani militanti sia nelle brigate valsangonesi sia nelle brigate valsusine; una coppia di fratelli, i Nissardi, giungono abbracciati al luogo dell’esecuzione <68. I rimanenti prigionieri, circa la stessa cifra dei giustiziati, vengono portati a Torino e poi deportati in Germania: questo l’elenco <69 delle vittime: Barella Romano, Cartei Nello, Chicco Giorgio, Cumiano Nicola, Fagiano Luigi, Grosso Nicola, Guglielmino Angelo, Leschiera Elio, Maritano Felice, Nissardi Gino, Nissardi Angelo, Priano Armando, Richiero Francesco, Righi Giuseppe, Servino Giovanni, Spinello Cesare e Vanni Bruno.
La strage di Forno
La strage di Forno [n.d.r.: in località borgata Ferria, del comune di Coazze (TO)], perpetrata il 16 maggio, presenta delle caratteristiche diverse rispetto alle esecuzioni sopra citate; i condannati non vengono giustiziati attraverso un colpo alla nuca o attraverso la fucilazione ma attraverso il lento e sofferente dissanguamento provocato da un fitto mitragliamento alle gambe tale da provocare una lenta e interminabile agonia. I condannati vengono vegliati costantemente da guardie armate per scoraggiare i civili dal prestare le cure ai condannati moribondi e sofferenti. Sono 26 i giustiziati, 7 ignoti; tutti combattenti in bande valsangonesi; 10 nella ‘Nicoletta’, 7 nella ‘Sergio’, uno nella ‘Nino-Carlo’ e uno nella ‘Genio’ <70. Questo l’elenco <71 dei martiri: Armando Pierino, Berruti Giuseppe, Dall’Oca Roberto, De Marchi Antonio, Galetto Aldo, Gaviati Guido, Guglielmi Giuseppe, Lipari Biagio, Mazzeo Salvatore, Medico Riccardo, Mingozzi Lamberto, Pasquale Nicola, Pavone Umberto, Ramo
Tornani Cesare, Riccarelli Ugo, Rolla Francesco, Ruffinatti Renato, Sibona Luigi, Stefanon Ettore Bruno, Vanni Curzio, Zaccarelli Anselmo, Zeglioli Luigi, Zuin Albano. Ignoti n 7.
L’allora sedicenne Maria Teresa Usseglio Mattiet ricorda di quell’episodio: “quando c’è stata la strage a Forno di Coazze avevo 16 anni, siamo andate noi ragazze con la signora Mimi Teppati a vedere cosa era rimasto, cercavamo di trovare segni distintivi, qualche oggetto particolare, oppure tagliavamo qualche pezzo di stoffa dai vestiti per far riconoscere i corpi dei ragazzi alle madri” <72.
L’assurda storia dell’eccidio di Forno si contraddistingue, dunque, per il sadismo e la crudeltà degli aguzzini e per le inenarrabili sofferenze che 26 ragazzi patiscono fino alla fine della loro lunga agonia.
Dopo l’operazione Habicht: altri 42 martiri
L’operazione Habicht termina il 18 maggio: a operazione finita, il 19 maggio, elementi della banda ‘Genio’ comandati dal partigiano Rinaldo Baratta <73 sparano e uccidono due ufficiali della Flak in transito sulla strada del Colle Braida. <74 Una settimana dopo, il 26 maggio, 31 partigiani vengono prelevati dal carcere ‘Le Nuove’ di Torino dove sono reclusi dal rastrellamento avvenuto la settimana precedente, accorpati ad altri dieci giovani partigiani rastrellati in valle, divisi in quattro gruppi e giustiziati. <75-76
Episodio di Giaveno: 11 fucilati <77
Baudino Ugo, Belletti Carlo, Bruno Carlo, Groppo Mario, Marocco Giovanni, Marconetto Giorgio, Marconetto Pietro, Medici Giovanni, Moine Andrea, Peticchio Salvatore <78 e Virano Vincenzo
Episodio di Valgioie: 10 fucilati <79
Bogiatto Giuseppe, Folis Domenico, Franco Ugo, Galetto Mario, Grisoglio Giovanni, Goffi Mario, Morra Giovanni, Nepote Terenzio, Perino Aldo e Ronco Angelo
Episodio di Coazze: 10 fucilati <80
Barral Severino, Bert Gioachino, Galeazzo Giorgio, Guastalla Romano, Mora Attilio, Quattrocolo Sergio, Remogna Leo, Silvestri Angelo, Storero Giuseppe e Vaira Giuseppe
Episodio della Bonaria: 11 fucilati <81
Cavallero Agostino, Ceresero Ugo, Cottini Renato, Romagnoli Brusa, Teobaldo Gatto Corinno, Gentili Orfeo, Maroncelli Giovanni, Rosso Giuseppe, Marocco Ugo, Serra Vittorio e Ravelli Attilio. I 42 martiri non provengono dalla sola Val Sangone: 19 nominativi su 42 trovati <82 del database Istoreto risultano provenire da vallate diverse; la maggior parte dalla Val Sangone, poi Chisone, Susa e Pellice. Anche l’orientamento politico non risulta conforme; accanto ai partigiani militanti nelle bande apolitiche della Val Sangone compaiono militi della banda Cattolica della Val Chisone, giellini e garibaldini.
La scia di sangue che i nazisti seminano in Val Sangone si conclude con altri partigiani giustiziati o deportati e con case distrutte dagli incendi o dai bombardamenti.

[NOTE]64 ASN straginazifasciste.it/?page_id…
65 Sonzini M. Abbracciati per sempre: Il rastrellamento del Maggio ’44 in Val Sangone e l’eccidio della Fossa Comune di Forno di Coazze. Gribaudo; 2004. p 55
66 ASN straginazifasciste.it/?page_id…
67 La targa commemorativa presso Sant’Antonino di Susa reca la data 12/05 mentre l’ASN reca la data del 13
68 Sonzini M. Abbracciati per sempre, cit p 63
69 L’elenco, tratto da ASN coincide con quello contenuto nella targa commemorativa del comune di Sant’Antonino di Susa contenuta in comune.santantoninodisusa.to.i…; entrambi consultati il 21/02/24
70 Comunità montana Val Sangone. Ricordi ed immagini della Resistenza in Val Sangone, Tipografia commerciale; 1998, p 67
71 ASN straginazifasciste.it/?page_id…
72 Intervista a Maria Teresa Usseglio Mattiet (n. 1928) al sottoscritto, rilasciata telefonicamente il 9/01/24
73 Fornello M., La Resistenza in Val Sangone, Tesi datt. Universit., 1962, p 73
74 ASN straginazifasciste.it/?page_id…
75 Il database dell’Atlante delle stragi nazifasciste non contiene gli episodi di Coazze e Bonaria, per cui l’unico testimone considerato è Sonzini, le cui informazioni sono in parte confrontate e tratte da Fornello, 1962, vengono citati prima gli episodi di Valgioie e Giaveno che dispone di confronto tra Atlante e Sonzini
76 I nomi delle vittime sono comunque stati riportati in relazione alle lapidi apposte sui luoghi delle fucilazioni visionate in loco
77 Così come riportato sulla lapide apposta in piazza Molines, a Giaveno
78 Nominativo comparso in piazza Molines ma non nell’Atlante che porta i partigiani giustiziati a 42 anziché 41
79 Elenco tratto dall’Atlante delle Stragi Nazifasciste poiché la lapide posta a Valgioie non presenta i nomi dei partigiani deceduti
80 Elenco tratto da lapide posta in loco in via XXV aprile a Coazze
81 Così come riportato sulla lapide commemorativa in strada Colle Braida.
82 Compilando le voci ‘data caduto’ e ‘provincia’ inserendo la data del 26/05/1944 e la provincia di Torino
Alessandro Busetta, La resistenza in Val Sangone e la divisione Campana, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno accademico 2022-2023

#17 #18 #1944 #AlessandroBusetta #CoazzeTO_ #CumianaTO_ #GiavenoTO_ #guerra #maggio #naziste #partigiani #Piemonte #provincia #Resistenza #Sangone #stragi #Susa #tedeschi #Torino

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note/251029 / miron tee. 2025


note251029_ miron tee_ 2025

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#art #arte #asemic #asemicWriting #MironTee #scritturaAsemica

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La scure della censura sulle Miss del Burkina Faso


[:it]Il governo si spinge sempre più verso posizioni religiose-integraliste.[:]
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Miss Immergée 2025fonte Whatsapp, locandina della manifestazione censurata

Il Ministero della Comunicazione, della Cultura, delle Arti e del Turismo ha emesso una comunicazione ufficiale riguardante l’interdizione formale dell’evento “Miss Immergée 2025”, organizzato dalla struttura La Puissance Communication.

Secondo la nota ministeriale, questa decisione scaturisce da informazioni diffuse sui social media relative all’organizzazione di questo concorso di bellezza. Il Ministero fa riferimento alla normativa in vigore e alla necessità di salvaguardare i valori morali, sociali e culturali del Burkina Faso.

Inoltre, il Ministero sottolinea che gli obiettivi dell’evento si trovano in netto contrasto con la “dinamica della Rivoluzione progressista popolare”. Esso ha pertanto, invitato gli organizzatori a ritirare immediatamente dalla piazza pubblica e dai social media tutte le affissioni e i materiali pubblicitari relativi a tale attività.

Questa azione riflette l’impegno del governo nella limitazione dei diritti civili e delle libertà dei cittadini, avviandosi verso una legislazione di stampo religioso integralista che sempre più si avvicina a quella dei terroristi jihadisti. A quando il velo obbligatorio per le donne?

Fonte: Lefaso.net

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Quella luna sbarazzina di Cat

edu.inaf.it/rubriche/lo-spazio…

Una piccola canzone di Cat Stevens degli anni Settanta che può aiutarci, oggi, a riflettere sul nostro rapporto con il cosmo

#canzoni #CatStevens #Luna #PinkFloyd

@astronomia @astronomia

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canyon cinema / kenneth deroux


youtu.be/rHdxMVAEuIo?si=mJWvns…

Employees and filmmakers around the office of Canyon Cinema in Sausalito, CA from 1969 to 1974. 8mm film clips by Ken DeRoux.

#CanyonCinema #diary #experimentalCinema

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4-6 novembre, roma: ix edizione de “il progetto e le forme di un cinema politico” – liberazione / liberazioni
LIBERAZIONE/LIBERAZIONI
IX edizione de

“Il progetto e le forme di un cinema politico”


Dal 4 al 6 novembre 2025:
giornata di studio, rassegna cinematografica e
riflessione critica sull’attualità della Resistenza.

ROMA

Libreria Spazio Sette
Cinema Farnese
Teatro Palladium

Torna a Roma, dal 4 al 6 novembre 2025, Il progetto e le forme di un cinema politico, la rassegna ideata e curata dalla Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD) in collaborazione con la Fondazione Gramsci, giunta quest’anno alla sua nona edizione.

Pensata come un laboratorio aperto di pensiero critico e confronto interdisciplinare, l’iniziativa si articola in una giornata di studio e in una rassegna cinematografica, con l’obiettivo di esplorare il cinema non solo come prodotto artistico o documento del reale, ma come strumento attivo di riflessione politica. Il progetto propone una definizione più ampia e profonda di cinema politico: un linguaggio capace di agire sulla percezione del mondo, interrogando la memoria, la storia, i conflitti e le trasformazioni in corso attraverso il potere delle immagini.

Quest’anno, il titolo scelto – Liberazione/Liberazioni – risuona con particolare forza, perché la rassegna si colloca nel quadro dell’ottantesimo anniversario della Liberazione, ricorrenza che, ben oltre la celebrazione rituale, invita a un rinnovato esercizio di pensiero critico e consapevolezza storica. L’anniversario del 1945 cade infatti in un momento cruciale della storia italiana ed europea, in cui le democrazie sembrano sottoposte a una crescente pressione.

Il cuore della rassegna e della riflessione critica sarà dunque non solo il momento storico della Liberazione e il cinema del dopoguerra – che ha inaugurato la stagione più fertile del cinema italiano – ma anche, e soprattutto, le forme di cinema politico emerse dopo il 25 aprile 1945, con linguaggi e visioni capaci di intercettare il presente e proiettarlo oltre, verso nuove possibilità di resistenza, memoria e trasformazione sociale.

Il programma si apre martedì 4 novembre con una intensa giornata di studio presso la Libreria Spazio Sette di Roma. A inaugurare i lavori saranno i saluti istituzionali di Vincenzo Vita, presidente dell’AAMOD, e di Francesco Giasi, direttore della Fondazione Gramsci. Seguiranno tre momenti di riflessione articolati tra mattina e pomeriggio, con il coinvolgimento di studiosi e studiose che, da prospettive diverse, affronteranno il tema della liberazione, della resistenza e delle sue risonanze nel cinema e nella società contemporanea.

Il primo intervento sarà a cura di Ermanno Taviani, che introdurrà il tema “Cinema e Liberazioni”, ponendo le basi teoriche per l’intera giornata. Paolo Speranza interverrà con una relazione dedicata alla rappresentazione della Resistenza nel cinema italiano, ripercorrendo l’evoluzione di un immaginario cruciale nella narrazione collettiva del dopoguerra. Maurizio Zinni si concentrerà invece sulle revisioni cinematografiche della Liberazione, con un intervento dal titolo provocatorio: Solo un muro pieno di buchi, in cui analizzerà le retoriche e le fratture emerse nel corso degli anni. A dialogare con i relatori sarà Alessia Cervini, nel ruolo di discussant.

Dopo una breve pausa, la sessione proseguirà con due voci che offriranno sguardi non eurocentrici: Samuel Antichi rifletterà sul ruolo della macchina da presa come strumento di lotta e protezione all’interno della pratica documentaria palestinese, mentre Donatella della Ratta porterà una lecture-performance intitolata Violenza speculativa, incentrata sulle promesse non mantenute e sulle contraddizioni della narrazione visiva nei contesti di conflitto. Giacomo Ravesi accompagnerà la discussione con un focus critico su questi contributi.

Nel pomeriggio, coordinati da Christian Uva, si alterneranno le voci di Matteo Cavalleri, che esplorerà l’antropologia etica della Resistenza attraverso l’analisi di soggetti e figure emblematiche, e Micaela Veronesi, con un intervento dedicato alle donne nei documentari resistenziali, mettendo in luce i linguaggi che hanno costruito la memoria femminile del Novecento. Valerio Romitelli proporrà un approfondimento su Il campo giusto di Elio Cicchetti, un film partigiano mancato ma emblematico per le riflessioni che solleva. A chiudere, Alma Mileto offrirà uno sguardo sul cinema contemporaneo, interrogandosi su come il concetto di liberazione venga ereditato e rielaborato dalle nuove generazioni. Il pomeriggio si concluderà con il contributo di Alexander Höbel.

La rassegna cinematografica prenderà il via mercoledì 5 novembre al Teatro Palladium, con una selezione di film che attraversano il cinema della Liberazione e quello più recente, con uno sguardo trasversale sulle estetiche del dissenso e sulle narrazioni di resistenza. A introdurre la serata sarà Stefania Parigi. La prima proiezione sarà Roma città libera, diretto nel 1946 da Marcello Pagliero, un’opera cardine del neorealismo, ambientata in una Roma liberata ma ancora ferita dalla guerra. Il film, girato in gran parte in esterni, racconta la vita di due giovani marginali in una città che cerca di ritrovare un senso e un’identità. Una pellicola dallo stile sobrio e disilluso, che mostra una capitale notturna, cupa e desolata, abitata da piccoli espedienti, generosità improvvise e una malinconia profonda.

Seguirà Corbari di Valentino Orsini, del 1970, che rievoca la vicenda storica di Silvio Corbari, partigiano romagnolo simbolo della resistenza armata. Il film si distingue per un’aderenza rigorosa ai fatti e per la tensione morale che attraversa l’intero racconto, incarnata da un giovane Giuliano Gemma in una delle sue interpretazioni più intense. Girato in pieno clima post-sessantottino, Corbari rilegge la lotta partigiana alla luce delle battaglie politiche del presente, con una regia vibrante e un’impostazione chiaramente militante.

La giornata si chiuderà con Caccia tragica di Giuseppe De Santis, del 1947, una delle opere fondative del cinema neorealista a sfondo sociale. Ambientato nel secondo dopoguerra, il film racconta la caccia a una banda di criminali che ha assaltato un camion di viveri destinato a una cooperativa agricola. In bilico tra western rurale e parabola morale, Caccia tragica mette in scena la fragilità del patto democratico appena nato, il peso delle disillusioni e la necessità di una nuova coscienza collettiva. La proiezione avverrà in pellicola 35mm.

Giovedì 6 novembre, sempre al Palladium, la programmazione proseguirà con Austerlitz di Sergei Loznitsa, film documentario del 2016 che esplora il turismo della memoria nei campi di concentramento nazisti. Attraverso lunghe inquadrature fisse, Loznitsa mostra visitatori che scattano selfie o consumano panini tra le baracche, restituendo un’immagine disturbante della banalizzazione del male e della trasformazione dei luoghi della tragedia in scenari da cartolina.

A seguire sarà proiettato Nome di battaglia: donna, il film di Daniele Segre del 2016, che raccoglie testimonianze vive, potenti e commoventi di partigiane italiane, restituendo loro voce, corpo e spazio. Una pellicola preziosa, in cui la resistenza al fascismo si intreccia con quella contro il patriarcato, e dove la memoria orale diventa una forma attiva di lotta politica.

Chiuderà la giornata A Fidai Film di Kamal Aljafari, presentato nel 2024 e girato tra Palestina, Germania, Brasile, Francia e Qatar. Il film, sperimentale e stratificato, si sviluppa come un dialogo con l’assenza e con le immagini negate, costruendo un montaggio ipnotico tra i resti del cinema palestinese disperso o censurato. Al termine della proiezione è previsto un incontro con il regista, in dialogo con Wasim Dahmash.

La rassegna si concluderà al Cinema Farnese con due opere che riportano il discorso alla memoria famigliare e al contesto storico italiano. Il primo titolo è La Liberazione, un film di famiglia, un progetto firmato da Michele Manzolini e Paolo Simoni, che unisce fonti d’archivio, materiali privati e riflessione storiografica per offrire una visione intima e collettiva insieme del 25 aprile. Presentato da Paolo Simoni, il film invita a rileggere la Liberazione attraverso gli occhi delle famiglie italiane, in un dialogo tra la grande e la piccola storia.

A seguire sarà proiettato Le stagioni del nostro amore di Florestano Vancini (1966), film intenso che narra la storia di un intellettuale disilluso, interpretato da Enrico Maria Salerno, che ripercorre le proprie scelte giovanili e la stagione della Resistenza, interrogandosi sul senso dell’impegno nella società del boom economico. Una riflessione amara e profonda sulla memoria, l’identità e la coerenza etica, resa ancora più attuale dall’instabilità del presente.

informazioni e PROGRAMMA completo:
https://slowforward.net/wp-content/uploads/2025/10/liberazione-liberazioni_-programma-nov-2025.pdf

#AAMOD #cinema #CinemaFarnese #cinemaPolitico #FondazioneArchivioAudiovisivoDelMovimentoOperaioEDemocratico #FondazioneGramsci #Liberazione #Liberazioni #Resistenza #SpazioSette #TeatroPalladium

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Pignianza mediastica con l’aggiunta di gaming, il che ci porta verso cose più epiche!


Oggi… e ieri… e forse anche l’altro ieri… mi trovo forse in un bel po’ di rotting, che è ahimè l’unica reazione che mi è sia permessa (a differenza di cosa io preferirei fare…) che praticamente possibile (a differenza di cosa sarebbe in realtà meglio fare…) all’infinita disperazione che si sviluppa dentro di me a causa dei parametri della mia esistenza e delle interferenze (o mancate tali) del mondo universale in essa… Ormai, anche dormire ben 10 ore non è più sufficiente a riparare le mie crepe interiori. 😱

In tutto questo marcire, però, è da sabato o forse addirittura venerdì che non faccio nemmeno il minimo gaming!!! Estremamente tragico, lo so, e forse sarà il cambio d’orario che mi ha fatto perdere energia vitale fino a questo punto, ma non importa… perché da ora (cioè, da sabato e domenica, in cui almeno ho fatto della pazza programmazione anziché il più sano niente), il mio Pignio si occupa anche di gaming passivo, per così dire, oltre che dei miei memini particolari e pericolosi. 😳

Infatti, da un lato ho aggiunto delle nuove funzioni specifiche per l’editing videotagliuzzamento e incollamento, che in realtà sono solo un inizio, perché ne dovrei aggiungere varie altre, così come strumentopoli per le foto — e contemporaneamente, proprio approfittando di questi affari che torneranno molto utili al caso, ho scaricato il mio intero album di Nintendo Swiss sul server (solo dal 2022 ad oggi, però… la roba degli anni precedenti fu trasferita fuori tempo addietro, e ora chissà dove è finita), goduriosamente navigabile. E, per quanto passivo, perché è solo guardare senza fare, è pur sempre gaming al 100%. 👍👌💥
Schermata di vari media della cartella switch, e schermata di taglio di un video
Per ora è pubblico… semplicemente perché in Pignio non ho ancora nessuna funzione per impostare elementi o cartelle private. Questo è sicuramente un po’ ops in generale, ed è una mancanza a cui dovrò lavorare… ma, in questo caso specifico non è un problema; voglio dire, non ci sarà nulla di sensibile in un album che contiene solo catture di videogiochi, considerato che Switch non ha una fotocamera come invece il 3DS ha (di quello, l’album decisamente non potrei dumparlo sul clear web come se nulla fosse…)… spero. Al massimo c’è qualche dimostrazione di miei problemi di skill, ma sono già così nota per averne tanti e tanti che qualche clip in più non mi rovinerà la reputazione. 🥱

Fare questo gran trasferimento mi serviva perché mi sono resa conto che, quando mi serve una cattura particolare per qualcosa, come un articolo, dal marasma di tutte le mie tracce audiovisive di gaming faccio grande fatica a trovarla; dalla console in primis, ma da qualsiasi gestore di file su PC o smartphone ancora di più. Pignio non solo ha di base un’interfaccia estremamente ottimizzata per trovare aghi multimediali in pagliai di file, ma posso aggiungere anche titoli, descrizioni, commenti, tag, organizzare tutto in collezioni… a distanza di mesi dalla prima versione, è ancora davvero così fottutamente rivoluzionario. Inoltre, boh, posso al volo ritrovare i momenti videoludici anche solo per linkarli ovunque quando serve, da qualsiasi dispositivo. 🤗

Il passo successivo sarebbe creare un homebrew per caricare la galleria di Nintendo Switch su Pignio in automatico, grazie alla API… ma per ora dovrò accontentarmi di scaricare manualmente dalla console le catture che via via produco. Se non altro, visto che ho implementato quelle funzioni di editing di cui sopra, posso riorganizzare con estrema facilità i videini non perfetti: tagliare eventuali eccessi, con un’interfaccia persino più goduriosa di quella di Nintendo (che di per sé ritengo già molto meglio che fare tagli con qualsiasi altro programma), ed unire video distinti in uno più grosso, che è invece utile per quelle registrazioni fatte di 30 secondi in 30 secondi. 🎗️

Ne ho poi approfittato per fare persino un’altra cosa… Visto che, da un lato, i browser web iniziano a macinare malissimo quando a schermo sono presenti decine di video riprodotti contemporaneamente, cosa che succederebbe nelle schermate di listino dei media sul Pignio… e, dall’altro, dato che l’album di Switch è sul disco esterno USB lento in culo (perché non ho spazio sull’SSD interno del server)… ho implementato la generazione di miniature in formato GIF per tutti i video, e ne sono alquanto ingolosita. Non occupano troppo spazio, sono veloci tanto per il server da inviare quanto leggere per il client da mostrare, ma non appiattiscono l’anteprima di video a noiose immagini statiche. 🤯

…Ora che però sono riuscita a convincere chiunque nel leggere quello che è un devlog di Pignio mascherato da qualcosa di non molto chiaro, vagamente a che fare con il gaming, mi sembra anche giusto dire che mi sono decisa anche a creare un sito di documentazione per l’affarino, che tornerà tanto più utile quanto più sarà allargato: octospacc.github.io/Pignio/. E, con pure il Docker comodo ora fornito, chiunque si trova qui a leggere non avrà mai più scuse che reggono per non installare il Pignio sui propri server, ed integrarlo anche pesantemente nella propria vita quotidiana… forza!!! (Ovviamente, qualora aveste difficoltà nonostante i documenti, non esitate a pregare per il mio aiuto.) 🥴

#devlog #gaming #media #Pignio

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alzare il volume 2 / luca zanini. 2025


*

buttano la parte quella] dei segnali ottici i [proteici sono categorie gli elettrici sono categorie disturbano] lasciando traslochi le case delle bambole tutte] allineate dove si nascondono fanno i buchi] per l’ispezione [al primo danno una cesta lo] legano al secondo] un contributo atari illegale come cronaca slegano il terzo a] seguire visto un reel a percussione senza regno senza] freni quelli della temperanza l’appalto se il gancio] [non regge

-o tardi tutto il bricolage perdono i] robinetti l’enfant prodige frena l’autostrada deriva dagli ostici -i Tusci per la parte i nomi] insoliti da scuola a volàno per fare gli esercizi a tutti] gli effetti una teiera di terra cruda gli attrezzati fanno] in fretta danno le risposte a tempo del legno del] nobilitato

#LucaZanini #post2025

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esce “spore / 1”, di antonio francesco perozzi


declicedizioni.it/prodotto/spo…

#AntonioFrancescoPerozzi #AntonioPerozzi #déclic #prosa #ProsaInProsa #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #spore

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Un master, perchè “tutti hanno il diritto di sapere”

edu.inaf.it/approfondimenti/st…

Intervistiamo Elena Pettinelli, coordinatrice del Master ComRis: un’opportunità per chi vuole diventare divulgatore scientifico, ma non solo.

#comunicazioneDellaScienza #master #UniversitàRoma3

@astronomia @astronomia

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Questo estratto da un post del blog di F-Droid, pubblicato nell'ottobre 2025, critica fortemente la nuova politica di Google sulla verifica degli sviluppatori per Android, sostenendo che tale misura equivale alla fine del "sideloading" così come è generalmente definito. L'autore contesta direttamente l'affermazione di Google secondo cui il sideloading non scomparirà, spiegando che il nuovo requisito di registrazione e approvazione da parte di Google nega la possibilità per gli utenti di […]
Questa voce è stata modificata (6 mesi fa)
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oggi, 29 ottobre, podcast ‘ndn’: marco giovenale e guido mazzoni in dialogo su “scrittura e biografia”


Il podcast di dialoghi sulle scritture, NDN – Niente di nuovo
oggi, mercoledì 29 ottobre, presenta
SCRITTURA E BIOGRAFIA
un dialogo tra
Marco Giovenale e Guido Mazzoni
a cura di Antonio Syxty

NDN 29 ottobre_ Giovenale-Mazzoni_ scrittura e biografia

open.spotify.com/show/4iIZ0Vbc…

#AntonioSyxty #MarcoGiovenale #MG #ndn #NDNNienteDiNuovo #NienteDiNuovo #scritturaDiRicerca #scritturaEBiografia #scrittureDiRicerca #testiDiMgInRete #testiDiMgOnline

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Parco urbano a Monte Po, finalmente una buona notizia.


Che fine ha fatto il parco territoriale Monte Po – Vallone Acquicella, proposto da un comitato di cittadini e associazioni, presieduto da Pippo Rannisi, delegato Lipu e protagonista indiscusso della difesa del verde a Catania?

E che fine ha fatto la sua versione ridotta, di soli 26 ettari di proprietà comunale, inserita nel PUI della Città Metropolitana e finanziata con 15 milioni di […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/10/29/parc…

#ComitatoParcoMontePoAxquicella #ComuneDiCatania #GiuseppeRannisi #MontePo #ParcoMontePoValloneAcquicella

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Agenti penitenziari accusati di tortura nel carcere Le Vallette: il processo si avvia a conclusione. Ne parliamo con l’Avv. Simona Filippi


Continuiamo gli approfondimenti sulle violenze nelle carceri
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Per gli approfondimenti sui casi di violenza in carcere che sono stati investigati e per i quali è stato utilizzato il reato di tortura, proponiamo alcune note sui fatti sotto processo avvenuti nel carcere Lorusso e Cotugno, quartiere Le Vallette a Torino dalla fine 2017 all’inizio del 2019.

Dopo il caso di Santa Maria Capua Vetere di cui abbiamo parlato con l’Avv. Luigi Romano e quello di San Gimignano che ci ha spiegato l’Avv. Simonetta Crisci, abbiamo intervistato l’Avv. Simona Filippi del foro di Roma e membro dell’Associazione Antigone a proposito del processo in corso presso la sezione collegiale del Tribunale di Torino contro agenti penitenziari accusati del reato di tortura per le violenze esercitate in particolare nel Padiglione C dell’Istituto Penitenziario piemontese.

INTERVISTA ALL’ AVV. SIMONA FILIPPI

  • Come è nata l’inchiesta riferita ai fatti di violenza avvenuti tra la fine del 2017 e l’inizio del 2019 nel carcere Lorusso e Cotugno di Torino?

Come spesso abbiamo registrato per i processi di questo tipo che si stanno celebrando in Italia, anche in questo caso la notizia di reato emerge per l’intervento di un soggetto terzo cioè non i detenuti né il personale penitenziario.

A far partire l’inchiesta è stato l’intervento del Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Torino, la dottoressa Monica Gallo, che entrata nel novembre 2017 in carcere, come è suo mandato, riceveva diverse segnalazioni di violenze esposte da detenuti che raccontavano di episodi con modalità analoghe all’interno dello stesso reparto, il Padiglione C del carcere Lorusso e Cotugno di Torino.

A fronte di tali ripetute segnalazioni la Garante, dopo alcuni tentativi non andati a buon fine di coinvolgere il direttore (circostanza questa che tra l’altro è il motivo per il quale il direttore è stato processato), ha fatto partecipe della situazione gli altri Garanti, quello regionale e quello nazionale, che in quel momento era il professor Mauro Palma. Sulla base di questo lavoro, essenziale altrimenti con molta probabilità il processo non si sarebbe mai celebrato, la dottoressa Gallo si è recata in Procura, sono stati aperti inizialmente una serie di fascicoli separati tra loro.

A questo punto la Procura si era allertata perché le notizie erano diverse ma sempre analoghe. Da qui è partita l’indagine. Si è poi arrivati all’apertura del processo nel 2023 purtroppo con tempi troppo lunghi perché siamo nel 2025 e sono già passati otto anni dai fatti.

  • Parliamo degli episodi denunciati dalla Garante, su cui poi è stata avviato l’inchiesta e alla fine si è arrivati processo. Di cosa stiamo parlando? Chi sono le vittime e chi sono gli autori delle violenze?

Stiamo parlando di violenze che venivano adoperate, come raccontano i capi di imputazione, nei confronti di detenuti per reati di violenza sessuale. La sezione dove si sono verificate le violenze era ed è dedicata a questo tipo di detenuti, si tratta del Padiglione C del carcere Lorusso e Cotugno. Come sappiamo nelle carceri italiane, ma in generale nell’organizzazione di tutte le carceri, i detenuti che sono accusati di questo tipo di reati vengono separati dal resto della popolazione penitenziaria perché i reati loro imputati sono considerati di particolare gravità e questi detenuti possono anche essere vittime di violenza da parte di altri ristretti. In questo caso le vittime sono esclusivamente questo tipo di figure.

Per quanto riguarda gli autori dei reati stiamo parlando di agenti penitenziari.

In particolare, come è emerso già dalla fase delle indagini ma soprattutto nel corso del dibattimento, si evidenzia il ruolo sempre costante ricoperto dall’ispettore di quel reparto che in qualche modo risultava essere il referente più importante per questo tipo di azioni.

Le vittime prevalentemente sono stranieri. Questo è un elemento che torna spesso nei processi per tortura all’interno delle carceri. Si tratta di soggetti più vulnerabili rispetto ai detenuti italiani che ovviamente hanno più collegamenti con il territorio.

Per tornare agli episodi al centro del processo le vittime aggredite sono quasi sempre stranieri. Penso per esempio in particolare a un detenuto, che ha fatto molta fatica nel rendere testimonianza, che è stato vittima di schiaffi, pugni, costretto a rimanere in piedi nel corridoio della sezione con la faccia rivolta verso il muro per circa quaranta minuti per poi essere portato in un’altra stanza, colpito violentemente con schiaffi al volto nonché vittima di perquisizioni arbitrarie e vessatorie all’interno della propria cella. Oppure un altro detenuto, anche in questo caso sempre straniero, trasferito da una sezione ordinaria al Padiglione C e nel trasferimento colpito con violenza, fatto cadere a terra uno o due volte, colpito nuovamente con calci alle gambe, sbattuto contro il muro, poi uno degli agenti si è sfilato la cinghia e lo ha colpito con violenza sul braccio. Ed ancora un altro detenuto che al momento dell’ingresso all’interno del carcere, mentre doveva essere condotto nella sua sezione, è stato colpito violentemente con reiterati pugni e schiaffi al capo, al volto e colpito con numerosi calci alle gambe, poi uno degli agenti gli ha schiacciato con forza il piede con il tallone, provocandogli un dolore molto forte. In questo caso, mentre lo colpivano veniva offeso, gli dicevano “per quello che tu hai fatto, devi morire qua”. Stiamo parlando di un tipo di condotta che torna spesso nel processo visto in diverse occasioni è emerso che i detenuti venivano costretti a ricordare ad alta voce davanti ad altri agenti o davanti ad altri detenuti quello che avrebbero fatto.

  • Sulla base di quale reato si è mossa la Procura all’inizio di tutta la storia?

Il reato di tortura è stato introdotto nel 2017 e i fatti si sono svolti proprio a partire dal anno in cui è entrata in vigore la legge. Per cui la Procura ha potuto procedere alla contestazione del reato di tortura per una parte dei 21 agenti inquisiti.

Ci sono state anche delle ordinanze di misura cautelare all’inizio e alcuni agenti sono stati sottoposti a misura. Il che ha creato un clima di forte tensione intorno all’iter giudiziario.

  • Come è si è sviluppato l’iter processuale?

Il processo si è aperto nel 2023. Come dicevo l’avvio ha avuto tempi lunghissimi. In udienza preliminare alcuni imputati hanno scelto il rito abbreviato che in questo momento si è definitivamente concluso con la sentenza della Cassazione del luglio di quest’anno con l’assoluzione per il Direttore, l’allora comandante e un agente che erano accusati tra l’altro di omessa denuncia e favoreggiamento.

Il processo nei confronti del grosso degli imputati si sta celebrando con un rito ordinario davanti alla sezione collegiale del Tribunale di Torino, composta dai giudici Paolo Gallo, Elena Ricci e Giulia Maccari. Nella requisitoria svolta poco tempo fa il Pm Francesco Pelosi ha chiesto condanne da 1 a 6 anni per 14 agenti penitenziari tra cui 7 imputati del reato di tortura. Il processo si dovrebbe concludere presumibilmente tra dicembre 2025 e gennaio 2026.

  • Nel processo si sta confermando il clima di tensione molto forte che ha accompagnato le violenze commesse nel Padiglione C. Possiamo parlare di questo aspetto non secondario?

Oltre alle singole condotte, di cui ho parlato prima in maniera più o meno sommaria, tutti gli interlocutori venuti a testimoniare davanti ai giudici del collegio di Torino hanno confermato il pesante clima di tensione che si viveva in maniera particolare in quel periodo storico all’interno di quel reparto. Educatori, insegnanti che venivano da scuole esterne, il prete, ovviamente i Garanti, tutti questi testimoni sono stati fondamentali e hanno descritto in maniera dettagliata il clima di tensione che si era creato. Era una paura quotidiana molto pesante che i detenuti trasmettevano agli interlocutori che si trovavano davanti. Faccio un esempio: il professore che insegnava e veniva da una scuola esterna nel corso del processo ha raccontato come gli sia stato impedito di accedere alla sezione perché gli agenti in quel momento stavano ponendo in essere un’azione di violenza.

Altro personale penitenziario è stato intimorito da alcuni agenti nel momento in cui veniva avanzata qualche rimostranza, tanto è vero che la Garante comunale e il Garante nazionale hanno trovato conferma di quello che avevano già appreso parlando con alcuni detenuti anche dal personale non di polizia penitenziaria che operava in quel momento all’interno del carcere.

  • Qual’è la caratteristica di questa vicenda all’interno dei casi di violenza nelle carceri e di che paura possiamo parlare per le vittime?

Sulla base dei processi che ci sono stati da quando è stato introdotto il reato di tortura, quindi neanche 10 anni, possiamo dire, in maniera veramente sommaria, basandoci sui processi che stiamo seguendo come Associazione Antigone, che la dinamica dell’utilizzo della violenza si può classificare in tre macro aree.

Una è quella di una violenza sistemica e organizzata che può vedere coinvolti anche i vertici apicali dell’amministrazione e cito su questo fronte il processo che si sta celebrando per i fatti di Santa Maria Capovetere.

La seconda è quella che riguarda episodi di violenza singoli e isolati che vedono coinvolta solitamente una squadretta che aggredisce violentemente un detenuto. Si tratta di un episodio appunto isolato. In questi casi solitamente la vittima, come già detto prima, è un detenuto straniero. Cito come esempi il processo per cui c’è stata confermata anche in Corte d’appello la condanna per il reato di tortura per un episodio avvenuto nel carcere di San Gimignano nel 2018 o il caso in cui è stato contestato il reato di tortura avvenuto a Reggio Emilia nel 2023 e che il giudice ha derubricato in un abuso dei mezzi di coercizione da parte degli agenti e su cui ancora si deve svolgere l’appello.

L’ultima grande macro area è quella di ripetuti episodi di violenza che avvengono per colpire determinati gruppi di detenuti che hanno commesso dei reati che sono, come dire, considerati particolarmente infamanti all’interno del carcere. Tanto è vero che, come dicevo, ci sono apposite sezioni che contengono questo tipo di detenuti. Il caso di quello che è avvenuto a Torino tra novembre 2017 e inizio 2019 è un processo che riguarda questo ultimo gruppo di violenze. I detenuti colpiti, le vittime, sono tutte quante di quel reparto, tutte quante autori di quel tipo di reati. Alle condotte contestate e poi attestate nel corso del dibattimento, oltre alla violenza che poteva essere più o meno grave, si accompagnava il voler umiliare la persona la quale doveva ripetere a voce alta, come è contestato nel capo di imputazione: “sono un pezzo di merda … perché ho commesso quel reato”. Un utilizzo della violenza da parte degli agenti con un senso di voler punire ulteriormente chi ha commesso quel tipo di reati. Questo discorso ben emerge nel processo.

La paura rispetto alla testimonianza resa dalle vittime è un tema ricorrente che abbraccia sempre questi processi. A Torino il processo ha visto un diffondersi continuo nelle udienze di “non ricordo”, “non so riconoscere” oltre alle evidenti difficoltà nella ricostruzione dei fatti stessi.

Il tema della paura, che da un punto di vista normativo rispetto ad altre vittime di violenze, penso per esempio alle donne di cui tanto si parla in questo momento, è un aspetto giustamente tenuto in conto, non lo è per quanto riguarda i processi di tortura. Manca ancora l’attenzione su quanto per una vittima sia una questione molto complicata ricordare e raccontare la condotta di tortura che ha subito. Inoltre va tenuto ben presente che per quanto riguarda questo tipo di processi, la vittima, in molti casi, continua ad essere detenuta.


La mattanza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere – Con l’Avv, Luigi Romano approfondiamo la complessità dell’attuale iter giudiziario.


A quasi cinque anni da quello che successe nel carcere di Santa Maria Capua Vetere mentre i riflettori mediatici si sono abbondantemente spenti sulla vicenda. Nelle aule di tribunale si sta ancora combattendo con costanza una battaglia legale non solo perché la verità storica venga riconosciuta ma anche perché non avvengano più mattanze come quella operata tra le quattro mura di quella assolata prigione alle porte di Napoli.

Ci sembra importante proprio all’indomani dell’approvazione del Decreto, ora Legge Sicurezza tornare su questa vicenda, ricostruirla e affrontarne i nodi giuridici che ne fanno oggi una storia emblematica su cui contribuire collettivamente ad andare controcorrente.

Abbiamo chiesto all’Avvocato Luigi Romano del Foro di Benevento, attivista di Antigone, che fin dall’inizio ha seguito tutti i fatti di aiutarci a capire. Ringraziamo Luigi che con precisione ed in maniera approfondita ci ha aiutato con l’intervista a far il punto della situazione in modo che sia possibile condividere per associazioni, realtà di base, avvocati e giuristi cosa c’è in gioco nelle varie inchieste che riguardano l’accaduto.

L’intervista affronta la genesi della vicenda e l’iter giudiziario: l’indagine della Procura che ha portato al processo in corso oggi in Corte d’Assise 105 imputati, tra personale di polizia interno al carcere, medici che hanno operato in istituto e alti dirigenti dell’Amministrazione penitenziaria. Una seconda inchiesta si è conclusa per 32 imputati, agenti esterni all’istituto che hanno eseguito le operazioni violente del 6 aprile 2020. I reati contestati sono diversi ed articolati e vanno dalla tortura al depistaggio, all’omicidio colposo al falso.

L’intera vicenda rappresenta una radiografia cruda delle forme del potere dell’istituzione carceraria di oggi.

Approfondire la complessità dell’iter giudiziario che ha segnato l’intera vicenda può portare un contributo significativo nella battaglia per affrontare il diritto come campo di contesa per i diritti umani e la convivenza civile, proprio in un momento in cui le tensioni securitarie e retrive cercano con ferocia di avanzare.

L’Avv. Luigi Romano è autore del libro “La settimana santa. Potere e violenza nelle carceri italiane”, uscito per Edizioni Cavalcavia nell’ottobre 2021, in cui si ricostruisce a fondo la mattanza del 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

INTERVISTA CON L’AVV. LUIGI ROMANO – Foro di Benevento – Antigone

  • Partiamo dall’inizio. Eravamo nell’anno del Covid. Brevemente contestualizziamo cosa stava avvenendo nelle carceri.

Nel 2020 si è verificato nel nostro sistema penitenziario un vero e proprio collasso di tutto il mondo dell’esecuzione penale.

Tutto è iniziato nel marzo con due proteste importanti nel carcere di Salerno e di Poggioreale, ambedue in Campania. Proteste vibranti di detenuti comuni. Sottolineo questo aspetto perché per la ricostruzione dei fatti c’è stata una inchiesta successiva del Ministero e si paventava all’inizio una narrazione tossica secondo cui i detenuti dell’Alta sicurezza avessero in qualche modo diretto le proteste dei comuni. In realtà non è stato così, come sapevamo bene noi che fin dall’inizio abbiamo seguito la vicenda.

A Salerno i detenuti avevano preso in mano il reparto e anche a Poggioreale c’è stato uno scontro quasi corpo a corpo. A cascata sono seguite proteste in altri penitenziari. Sono state circa 70 le prigioni in tutta Italia che sono insorte durante le prime settimane dell’emergenza.

Cosa era successo? Ci fu un espediente gestito in male modo dall’Amministrazione Penitenziaria che aveva determinato la mutazione del quotidiano nei reparti e cioè l’improvvisa interruzione dei colloqui visivi con i familiari. Questa decisione è apparsa priva di ragionevolezza rispetto alla situazione che si viveva all’interno degli istituti. Non c’erano dispositivi di sicurezza, non c’era la possibilità di tracciare il virus all’interno delle carceri con un monitoraggio capillare.

Di fatto, è stata una decisione che ha determinato l’irriproducibilità della vita quotidiana carceraria. L’istituzione collassò all’unisono.

  • E’ importante capire il momento in cui tutto inizia. Se torniamo con la mente a quei giorni, tutti vivevamo una situazione di totale incertezza, isolati l’uno dall’altro. Possiamo solo immaginare come si stava nelle carceri, già sovraffollate e ben poco curate dal punto di vista dei servizi. Stiamo parlando di una istituzione totale che proprio per la sua natura avrebbe avuto bisogno di attenzioni maggiori per chi vi si trovava ma invece non si è stati in grado, non c’è stata la volontà politica di affrontare complessivamente l’emergenza per la popolazione detenuta. Cosa stava succedendo?

Possiamo dire che in generale l’impatto dell’emergenza del virus ha così fortemente sollecitato l’istituzione carcere, già fortemente compromessa per le enormi contraddizioni che affollano il mondo penitenziario da anni, da determinarne l’implosione del tessuto istituzionale. L’istituzione penitenziaria è estremamente rigida, incapace di prevedere qualsiasi tipo di modifica strutturale e soprattutto completamente presa da miliardi di antinomie, inagibile proprio dal punto di vista concreto. In quel periodo, giocarono un ruolo decisivo la paura del contagio, il sovraffollamento, e le carenze organizzative dell’Amministrazione.

Cosa si è scatenato a marzo 2020? Nel carcere Sant’Anna di Modena 9 persone detenute sono decedute nel corso delle operazioni di polizia durante le proteste, ma anche a Poggioreale, Salerno, c’è stato proprio il contendersi dello spazio con la violenza fisica dei reparti di polizia penitenziaria, in una situazioni dove c’è stata una rottura interna dell’ordine.

  • In questo contesto generale arriviamo a quello che è successo in particolare ad aprile 2020 a Santa Maria Capua Vetere. Cosa è avvenuto?

Prima di passare alla cronaca bisogna spendere due parole su questo carcere. Santa Maria Capua a Vetere è un carcere molto particolare. Nasce in una periferia urbana, a ridosso dell’interporto di Teverola, una zona che era a vocazione agricola prima ma successivamente viene completamente disarticolata rispetto alla destinazione iniziale. Nella stessa Terra di Lavoro oggi c’è il più grande interporto logistico dell’Europa meridionale. Qui nasce questo casermone contenitivo in mezzo “al nulla”, per sopperire al carico dei detenuti negli anni ‘90 dei processi per camorra, per gestire la pressione in ingresso di Poggioreale, un carcere da sempre ipertrofico dal punto di vista della crescita numerica interna.

Da marzo 2020, quando c’era stata l’interruzione effettiva dei colloqui, le proteste erano continuate sia per la paura del virus che per la questione di come riuscire a gestire i colloqui interni.

Nell’aprile 2020 i detenuti entrano in agitazione perché dal telegiornale conoscono le condizioni dell’Alta sicurezza, dove c’è un detenuto che ha contratto il virus: il covid è entrato nel carcere.

Ad entrare in uno stato di agitazione è sempre la detenzione comune, che raccoglie il sottoproletariato urbano delle metropoli, chi non ha categoria per leggere la complessità del penitenziario e paracadute per sopperire alle necessità minime. Una composizione marginalizzata prima e reclusa dopo. Perché dico questo? Perché i profili detentivi dell’Alta sicurezza hanno uno spessore criminale diverso, riescono in qualche modo ancora adesso anche se profondamente trasformati ad avere un’idea di quello che accade rispetto al percorso di vita e alle scelte intraprese. La detenzione comune non è così. In molti casi sono detenuti con doppia diagnosi, che hanno percorsi di tossicodipendenza lunghi. In gran parte soggetti ai margini della società, per certi versi già espulsi. Sono loro ad insorgere in maniera quasi irrazionale, si potrebbe dire.

A Santa Maria Capua a Vetere si inizia con una protesta assolutamente pacifica, una battitura. I detenuti prendono il reparto e chiedono di parlare con il Magistrato di sorveglianza. Per ottenere il colloquio si rifiutano di entrare in cella dopo l’orario di chiusura, praticando così una sorta di contesa dello spazio. Dopo questa iniziativa, raggiunta la mediazione, la protesta rientra. Il giorno successivo viene convocato il Magistrato di sorveglianza che parla con i detenuti, l’intento è di rasserenare un attimo gli animi. I detenuti sono molto spaventati, non ci sono le mascherine, non ci sono i tracciamenti, non c’è la possibilità di fare i test per capire dove il virus cammina e in quale zona del reparto corre. Nella sostanza la situazione di tensione rientra.

Ma cosa avviene di particolare a Santa Maria Capua a Vetere di diverso dalla violenza che si scatena per esempio nel carcere di Modena, dove ci sono stati molti decessi?

Una risposta politica da parte del personale penitenziario. Si organizza una rappresaglia a freddo e la si chiama ‘perquisizione straordinaria’.

Una rappresaglia che, dal punto di vista burocratico, acquista la terminologia di straordinarietà. Ricordiamoci che operazione straordinaria era stata anche quella orchestrata nella scuola Diaz nelle giornate delle proteste a Genova contro il G8 del 2001 e che anche in quel caso fu usata la dinamica della perquisizione per trovare le famose armi dei black bloc per giustificare il successivo massacro.

A Santa Maria Capua a Vetere nell’aprile 2020 il personale di polizia doveva organizzare una perquisizione per trovare le armi dei detenuti che erano insorti la sera prima. Questo il pretesto istituzionale ma la perquisizione straordinaria aveva altri obiettivi.

L’operazione si realizza al reparto Nilo, in tutte e quattro le sezioni. Nel carcere sammaritano i reparti hanno i nomi di vari fiumi.

All’operazione partecipano 300 poliziotti carcerari in tenuta antisommossa. Quest’ultimo aspetto è oggetto di accertamento in dibattimento: chi dà l’ordine di entrare armati? Dal dibattimento finora sembra che la decisione di schierare con tenuta armata i poliziotti sia stata condivisa da tutta la catena di comando del penitenziario, dal personale “civile” e da quello in divisa.

Si aspetta la conclusione del colloquio del Magistrato di sorveglianza e poi scatta l’operazione già ampiamente preparata.

Tutta l’operazione è condotta dalla polizia penitenziaria. Vi partecipano reparti misti sia personale interno che da altre carceri oltre al personale del GIR, il Gruppo di Intervento Rapido, che il Provveditore dell’amministrazione penitenziaria aveva istituito in Campania per sopperire a tutta una serie di disfunzioni. Per capirci durante il Covid il personale per paura di infettarsi aveva cercato di sottrarsi al lavoro e di fronte alla necessità di garantire quantomeno la copertura del personale in servizio, il Provveditore inventa il GIR cioè un gruppo misto tra tutti gli agenti di polizia penitenziaria in Campania. Questo gruppo insieme a altro personale esterno e al Nucleo traduzioni viene chiamato alla bisogna. L’interazione del personale e i momenti della cd. ‘chiamata alle armi’ si intende molto bene nelle chat oggetto di perizia.

Comunque, il gruppone di poliziotti entra a Santa Maria Capua a Vetere armato e ha in sostanza l’ordine ufficioso, come si vede chiaramente nei video, di compiere una rappresaglia a freddo colpendo violentemente i detenuti del Nilo. Tutti i detenuti vengono fatti passare in corridoi umani composte dagli agenti in tenuta antisommossa dove vengono picchiati. Tutto si vede molto bene nelle riprese dei circuiti di videosorveglianza interni.

I poliziotti erano dovunque, in tutti i piani. I detenuti dopo essere stati colpiti ripetutamente, vengono spostati alcuni nella sala della socialità e altri vengono portati nelle zone dei passeggi. L’operazione dura circa 4 ore, all’esito vengono riportati nelle celle, dove scopriranno, come raccontano nelle loro testimonianze, che le celle erano state distrutte: pacchi di pasta riversati per terra, vestiti sparpagliati ovunque, olio versato sul pavimento… Non c’è modo di sfuggire alla violenza.

Inoltre, il personale che ha operato il 6 aveva anche l’obiettivo di individuare 15 detenuti considerati gli agitatori delle proteste del giorno precedente. I testimoni riferiscono che alcuni agenti avevano in mano delle schede segnaletiche, probabilmente erano agenti esterni che non conoscevano personalmente i detenuti. I 15 detenuti vengono picchiati duramente. prelevati e messi nella sezione di isolamento al Danubio, piano terra sinistro.

Sappiamo dai casi che seguiamo che dopo le percosse segue quasi immediatamente il trasferimento ma il ‘piano straordinario’ previsto per il carcere Sammaritano si inceppa: nessuno si può muovere dal carcere a causa del Covid e quindi i 15 restato nel reparto Danubio in attesa di un possibile trasferimento.

Questa rappresenta un ulteriore aspetto della vicenda che coinvolge in particolar la catena di comando civile, impegnata a ‘giustificare’ dal punto di vista normativo il trasferimento e la permanenza dei detenuti nei reparti di isolamento. Tali condotte secondo la Procura hanno dato vita ad una serie di ‘falsi’.

Ad ogni modo, i 15 se ne dovevano andare, perché secondo il personale in divisa sono degli agitatori, rompiscatole del reparto. Bisogna eliminare il fastidio.

Finora sembra emergere con chiarezza l’obiettivo della operazione, il vero senso della rappresaglia: il personale è stanco. C’è una richiesta del personale, bisogna dare un segnale forte a tutto il reparto. Questo è l’obiettivo politico.

Come in una guerra bisognava rinsaldare le file ripristinando i rapporti di forza: la perquisizione straordinaria ha una finalità politica perché deve far capire chi comanda.

  • Se andiamo con la memoria a quelle settimane il messaggio che bisognava riportare ordine nelle carceri era veicolato con forza anche all’esterno.

Certo. Basti pensare al Ministro di allora, Buonafede che per prima cosa pubblicamente offre solidarietà al personale di polizia penitenziaria. Traspare la preoccupazione sulla gestione di questo spazio di guerra da parte dei “soldati al fronte”.

  • Torniamo a quanto è accaduto. Abbiamo visto tutti le immagini del massacro in cui si vedono i poliziotti penitenziari accanirsi sui detenuti. Quelle immagini parlano da sole e hanno dato un contribuito fondamentale a costringere l’avvio delle indagini. Come è nata l’intera indagine?

Come al solito ci sono svariate interpretazioni del perché ci troviamo quelle immagini. È un caso fortuito: qualcuno ha detto ai colleghi di disattivare le telecamere, ma anziché disattivarle vengono spenti solo i monitor e quindi le telecamere continuano a registrare.

Dal punto di vista istruttorio ci si confronta con un dato oggettivo molto chiaro.

Tuttavia, ricordo che in quei giorni, mentre le immagini giravano, uscì un articolo di Adriano Sofri che sottolineava l’importanza di riflettere sulla mattanza di Santa Maria Capua a Vetere non solo per quello che ricostruiamo nell’istituto casertano ma, soprattutto, per quello che non possiamo vedere e non abbiamo visto in tutti gli altri istituti di pena.

Oltre ai video c’è un altro aspetto che è stato importante per dare un impulso alle indagini e all’istruttoria: c’è un Magistrato di sorveglianza che capì che qualcosa non quadrava. La magistratura di sorveglianza nel nostro ordinamento dal 1975 in poi ha non solo giurisdizione sull’esecuzione della pena ma ha anche il diritto/dovere di vigilanza. Ricordiamo che nel 1975 la Riforma penitenziaria, frutto delle lotte dentro e fuori al carcere, aveva archiviato l’esperienza normativa fascista dei penitenziari. Il legislatore aveva immaginato che in un conflitto interno di forze servisse attribuire il potere di controllo al giudice, terzo rispetto alle parti. Tale funzione a mia memoria non è mai stata esercitata.

Il Magistrato di sorveglianza, a differenza del Pubblico ministero e del Giudice con funzione giudicante, può ispezionare il proprio istituto all’improvviso. Nel caso di Santa Maria Capua a Vetere il Magistrato di sorveglianza effettuò dei colloqui successivamente alle proteste del 5 aprile. Non riuscendo a parlare con tutti i detenuti, segna i nominativi degli altri. Nei giorni successivi, il giudice chiese al personale di polizia di fare dei colloqui con queste persone, ma alcuni di questi erano stati massacrati e portati in isolamento per cui con una scusa o con l’altra gli fu impedito di incontrarli.

Mentre succede questo iniziano a circolare notizie sull’accaduto grazie soprattutto ai familiari che hanno visto in video chiamata i loro cari con i segni delle violenze e hanno avvertito anche noi di Antigone. Le voci arrivano al Magistrato di sorveglianza. Qualcosa non quadra e quindi decise di recarsi personalmente in istituto e scoprì il massacro.

I familiari presenteranno esposti sull’accaduto, alcuni detenuti tra i 300 comuni picchiati escono per fine pena ancora con i segni delle percorse. Queste persone denunceranno in prima persona quanto accaduto. C’è la denuncia del Garante nazionale Mauro Palma, e di quello regionale. Antigone e altre associazioni prendono posizione con altri esposti.

Tra queste fonti c’è una relazione che il Magistrato di sorveglianza inoltra ai colleghi della Procura della Repubblica. Questa informativa ha un peso notevole su tutta l’inchiesta.

Ricordo un elemento singolare che testimonia la tensione durante le fasi investigative. Una delle prime cose che viene fatta è il sequestro della videosorveglianza. Arrivano i carabinieri nel carcere per procedere al sequestro delle immagini della videosorveglianza. Non c’è collaborazione tra polizia penitenziaria e i carabinieri. Quest’ultimi hanno dovuto materialmente sradicare cioè portarsi via tutta la strumentazione di videosorveglianza del reparto: l’intera macchina!

Le immagini sono chiare.

Tuttavia, non ci sono invece registrazioni su quanto avviene al Danubio, il reparto punitivo in cui sono in isolamento punitivo i 15 detenuti.

  • Si arriva così al processo tutt’ora in corso. Come è iniziato e chi sono gli imputati?

Il processo in Corte d’Assisi parte nel 2021.

Si sfilano all’inizio due imputati, due poliziotti che sono stati assolti non perché il fatto non sussiste anzi questo viene riconosciuto nella sentenza di assoluzione in cui il Giudice di primo grado dà delle fortissime responsabilità al comandante della polizia penitenziaria ma assolve i due per un’inaffidabilità dei riconoscimenti. Problema enorme questo dei riconoscimenti.

Comunque, al di là della vicenda dei due assolti con queste particolarità gli imputati oggi davanti alla Corte d’Assisi sono 105.

Si è iniziato con l’udienza preliminare, poi c’è stato l’abbreviato per i due di cui parlavamo che sono stati assolti. I Pubblici ministeri hanno impugnato la sentenza di assoluzione e lo abbiamo fatto anche noi come associazioni. Andremo a discutere l’appello a settembre di quest’anno chiedendo la revisione della sentenza, cioè la riqualificazione non del fatto perché questo sussiste ma ci sono una serie di questioni rispetto al concorso morale che per noi sono molto importanti, oltre alla questione dei riconoscimenti che va rivista.

Il troncone grosso del processo è ancora in dibattimento.

Nella storia repubblicana, questo rappresenta il più grande processo svolto contro le catene di comando della polizia della polizia penitenziaria e dell’amministrazione penitenziara. I reati per cui è richiesto l’accertamento della Corte di Assise vanno dal falso, al depistaggio, alla tortura contestata nella forma aggravata di aver cagionato la morte di un detenuto, Hakimi Lamine.

La storia di Hakimi è quella degli ultimi della terra: arriva in Italia dall’Algeria su un barcone, cerca di lavorare ma non riesce a trovare nulla e entra nel circuito della “delinquenza comune”. Inizia così la sua vicenda carceraria, gira vari istituti, tra le carte che lo riguardano si intravede l’esistenza di una doppia diagnosi da parte del personale sanitario (psichiatrica e affetto da dipendenze), non si sa se si ammala di schizofrenia in carcere o se già prima presentasse delle sintomatologie. Hakimi era uno dei 15, presenta delle grandi fragilità che non vengono assolutamente tenute in considerazione: picchiato duramente e sbattuto in isolamento. Fatto sta che in isolamento le sue condizioni si aggravano sempre di più fino a quando morirà forse per una intossicazione da farmaci.

Il Magistrato di sorveglianza era riuscito ad incontrarlo in isolamento, trovandolo con gli stessi indumenti del 6 aprile strappati e sudici. Non aveva nulla altro.

  • A che punto siamo arrivati nel processo in dibattimento davanti alla Corte d’assise?

Stiamo esaurendo la lista dei testimoni dei Pubblici ministeri.

E’ stata un’istruttoria molto complessa. Finora abbiamo sentito tutte le persone offese, il personale di polizia giudiziaria, i consulenti tecnici e ne dobbiamo sentire ancora altri per quanto riguarda le trascrizioni delle chat tra gli agenti.

Il 30 di giugno 2025 inizierà una fase importante: inizieremo l’esame degli imputati.

A grandi linee è già emersa quale sarà la strategia della difesa: chi si è macchiato delle violenze peggiori sono gli agenti del personale esterno e non quello di Santa Maria. Inoltre, si vuole sostenere che le denunce fatte dai detenuti sono pretestuose: una sorta di ripicca nei confronti del personale interno.

C’è da registrare una sorte di rottura tra il personale civile e quello in divisa rispetto all’interpretazione di quanto successo.

Emblematica è la testimonianza del capo Dap. di allora, Basentini che ha rivendicato la legittimità dell’operazione. C’erano i presupposti per agire in tenuta antisommossa, dando un’interpretazione interessante sotto il profilo giuridico. Secondo il dirigente non si trattò di un’operazione di polizia giudiziaria per rinvenire materiale pericoloso ma un’operazione di ordine pubblico. Sono due operazioni diverse dal punto di vista tecnico e Basentini, in linea con il Provveditore imputato per tortura in questo processo, afferma che si è trattò di ordine pubblico: l’operazione era legittima, il personale al fronte la ha interpretata come un massacro.

E’ un po’ come la giustificazione del massacro compiuto dalle compagnie della XVI^ SS Panzergrenadier-Division, comandata da Max Simon e dai fascisti della Repubblica Sociale a Sant’Anna di Stazzema. Gli alti comandi delle SS hanno sempre difeso la legittimità dell’operazione di rappresaglia secondo il diritto di guerra. Il massacro è stato compiuto dai soldati.

  • Soffermiamoci su questa parte e cioè la questione del personale esterno della polizia carceraria implicato nelle violenze. Cosa è successo?

Sono stati individuati 32 agenti ed è partito un nuovo filone investigativo. Si sono chiuse da poco le indagini e vedremo le scelte della Procura in relazione anche alle evidenze difensive. In questo caso come in altri che seguiamo ci si rende conto dell’importanza per l’identificazione in generale degli agenti, del numero identificativo che potrebbe dare una mano nella fase istruttoria.

  • In ogni caso è veramente grave che non si sia arrivati velocemente ad identificare gli agenti esterni implicati, visto che non sono certo arrivati a Santa Maria Capua Vetere per caso, ma ci saranno stati ordini di servizio, trasporti organizzati, come si usa in una struttura militare. Non si sta parlando di una rissa in un bar ma di un’operazione che riguarda pubblici ufficiali, per cui tutto dovrebbe essere leggibile e trasparente ma invece, come per molti altri casi, c’è l’omertà generale dei partecipanti e della catena di comando.

C’è un tratto in questa storia che ricorda, ovviamente con le dovute proporzioni, quello che è successo in America Latina con le dittature. Ne ho parlato poco tempo fa partecipando ad un seminario sulla tortura in Argentina. Gli studenti denunciavano il patto del silenzio dei militari che hanno operato sotto Videla, silenzio che non ha permesso di scoprire tutti i colpevoli dei massacri.

Una sorta di patto del silenzio lo stiamo vedendo in Italia sui fatti di Santa Maria Capua Vetere.

Con le mie compagne e miei compagni di Antigone e di Napoli Monitor stiamo riflettendo proprio sull’osservazione attenta processo (e degli altri procedimenti per tortura) perché offre la possibilità di capire quando la violenza diventa strumento per ripristinare lo spazio penitenziario.

Poco ci importa la posizione del singolo, invece riteniamo necessario riflettere sulla violenza istituzionale, sull’uso della tortura e sulla forza.

Questo discorso vale anche per i medici che non hanno riferito niente sulle lesioni ai detenuti, eppure la loro deontologia lo prevederebbe, per gli agenti che non hanno picchiato personalmente i detenuti ma che l’indomani non sono andati alla Procura della Repubblica a dire “guardate è successa una cosa strana, eccezionale”.

L’istituzione riesce quasi sempre a muoversi in modo armonico, condivide nei propri segmenti interni una linea di intervento in situazioni di pericolo, magari non ufficiale ma ufficiosa. Un istinto animale di autoconservazione.

  • Si può dire che se il processo in corso, il troncone con i 105 imputati, è importante e che anche il secondo che si aprirà potrebbe servire ancora di più ad aprire la discussione sulla valenza politica complessiva della rappresaglia alla base delle violenze a Santa Maria Capua a Vetere?

Sarà anche importante vedere come finisce con i due agenti assolti su cui abbiamo proposto appello, perché anche in quel caso il tema è quello dell’identificazione. Una rilettura delle identificazioni potrebbe essere d’aiuto nel processo contro i 32 agenti esterni.

Noi come Antigone ci siamo costituiti come parte civile insieme a ACAD, Yarahia Onlus…

Per valorizzare la presenza della società civile all’interno del processo sarebbe importante che a costituirsi fossero ancora più associazioni.

Seguire direttamente questo processo in modo militante ci dà l’opportunità di accendere i riflettori su questo laboratorio del potere, sulla violenza che emerge e viene organizzata dall’autorità costituita.

Il Decreto sicurezza, ora Legge, sappiamo che è molto complesso e prende di mira tutte le forme di organizzazione e di protesta. Per quanto riguarda il carcere risponde alla necessità di tutelarsi da vicende come quella di cui stiamo parlando perché è come se cambiasse le regole di ingaggio. L’approvazione del Decreto Sicurezza quanto peserà sulle vicende interne alle carceri?

Il decreto riscrive anche lo spazio penitenziario. Basti pensare che definiscono il concetto di rivolta (assolutamente non chiaro dal punto di vista giuridico) anche condotte passive.

Stiamo parlando delle normali dinamiche finora in carcere come espressione dei detenuti. Per restare sul caso di Santa Maria Capua a Vetere alcuni detenuti sono stati sentiti in merito alle proteste del 5 aprile, hanno dichiarato che si rifiutarono di tornare in cella, ammettendo di aver compiuto la resistenza ad un ordine; tuttavia, la Corte non ha trasmesso gli atti in Procura perché non individuati gli estremi della resistenza così come è conosciuta nel codice penale e ha continuato a sentire quelle persone come testimoni semplici. La nuova legge incrimina in modo esplicito anche queste condotte pacifiche.

  • Oltre a questo aspetto di snaturamento della fattispecie della resistenza passiva va anche segnalata la pericolosità delle norme sulle forze dell’ordine ad iniziare dalla questione della loro tutela legale. Insomma un insieme di misure particolarmente pericolose. Cosa ne pensi?

La riflessione deve essere ampia, provo solo a porre dei punti iniziali a partire dalla vicenda di Santa Maria Capua a Vetere.

Partendo dalla mia personale convinzione dell’idea di giustizia come riproduzione degli apparati di dominio, ritengo che il reato di tortura, imperfetto e poco chiaro, sia stato utile per accendere un riflettore sul potere. Il legislatore con la legge di conversione dell’11 aprile 2025, n. 48, offre un aiuto sostanziale alle forze dell’ordine proprio in relazione ai procedimenti in cui sono coinvolte. Il capo III della legge titola esplicitamente: Misure in materia di tutela del personale delle Forze di polizia, delle Forze armate e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, nonché degli organismi di cui alla legge 3 agosto 2007, n. 124.

Si sta legittimando una distinzione problematica tra società civile e personale in divisa con la previsione di facoltà e tutele differenti.

Anche in una società basata sul “diritto borghese”, si sta creando un’area di esclusività: è il segno di inizio di una nuova fase e la chiusura di un ciclo secolare di costruzione formale delle regole delle interazioni collettive.


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L’Italia: un Paese satellite degli Usa, culturalmente e linguisticamente


Di Antonio Zoppetti

Nel libro Casa Bianca-Italia. La corruzione dell’informazione di uno stato satellite (PaperFIRST, Roma, 2025), il criticatissimo Alessandro Orsini denuncia la “corruzione del sistema dell’informazione in Italia” sui temi della politica internazionale, per esempio la “santificazione di Zelensky e la mostrificazione di Putin” che secondo l’autore fanno parte di una propaganda rivolta ai cittadini basata sulla disinformazione.

La disinformazione non si fonda solo sulla manipolazione o la ricostruzione forzata dei fatti, ma anche sull’omissione di ciò che non fa comodo, e in particolare l’autore punta il dito contro la mancanza di un dibattito pubblico sul fallimento della strategia della Nato in Ucraina che ci tocca tutti da molto vicino sia perché agli italiani costa miliardi di euro, sia perché ci sta esponendo a seri rischi che potrebbero sfociare in una terza guerra mondiale. “In una società libera, con un sistema dell’informazione sulla politica internazionale libero e sano” questo dibattito dovrebbe invece essere aperto e centrale, ma ciò non avviene perché siamo uno “stato Satellite degli Usa”, un po’ come la Bielorussia gravita solo attorno alla politica del Cremlino. Dunque Orsini riflette sulla libertà di uno Stato satellite, e anche se la comunità giornalistica italiana dichiara di essere libera di dire tutto ciò che vuole, avanza il “sospetto” che ciò non sia affatto vero e lo documenta con una serie di fatti e di episodi che lo portano a concludere che i mezzi di informazione disinformano i cittadini “per compiacere il potere politico”.

Personalmente non sono così convinto che i giornalisti facciano tutto ciò per compiacere il potere in modo consapevole e calcolato. A parte qualche caso eclatante, mi pare che siano semplicemente partigiani e schierati in modo tendenzioso ma sentito. Quando per esempio fanno cominciare la guerra in Ucraina con l’invasione russa, o la questione del “genocidio” palestinese con il massacro del 7 ottobre 2023, indubbiamente semplificano e distorcono la realtà, visto che questi episodi sono il culmine di interminabili conflitti che si trascinano da decenni, se non da secoli. Ma questa disinformazione è la conseguenza di una precisa visione politica ideologizzata, più che una ricostruzione funzionale a legittimare il sistema di potere. Certo, allinearsi alla visione dominante aiuta a far carriera, ma non c’è solo questo aspetto a determinare certe prese di posizione.

Il “metodo del sospetto” ripreso da Orsini è infatti un presupposto che – secondo il filosofo francese Paul Ricoeur – era alla base delle speculazioni di autori come Marx o Freud, i quali avevano messo in luce come sotto ogni presa di posizione – dietro le giustificazioni e le apparenze – ci sono sempre forze più profonde che regolano i comportamenti umani e sociali: per Marx erano le motivazioni economiche a determinare certi giudizi, per Freud c’erano delle pulsioni psicologiche non sempre consce. In questa prospettiva potremmo concludere che davanti alla propaganda giornalistica in tempi di guerra siano soprattutto le visioni politiche dominanti e filoamericane a governare l’interpretazione e la ricostruzione dei fatti.

Fatte queste premesse, vorrei provare a estendere queste considerazioni al di fuori dell’ambito politico per riflettere sugli aspetti culturali e linguistici che emergono dagli stessi presupposti. Perché anche su questo aspetto in Italia manca ogni dibattito, in modo ancora più eclatante di quanto non avvenga a proposito del fallimento delle strategie della Nato.

L’Italia non è solo uno Stato satellite, ma anche una cultura satellite

In una rissa televisiva sulla questione di Gaza, recentemente, uno degli ospiti si chiedeva: “Quando la Meloni riconoscerà la Palestina, come hanno già fatto oltre 150 Stati su circa 200?”. E concludeva: “Quando lo farà anche Trump, o quando gli americani le diranno di farlo.” La risposta, anche se può sembrare una battuta, è invece in linea con la realtà. Mentre Orsini si affanna a dimostrare, dati alla mano, che l’Italia è un Paese satellite degli Usa, per altri tutto ciò è semplicemente evidente e scontato, a livello politico, anche se manca un dibattito serio sulla questione.

È proprio la mancanza di dibattito a caratterizzare il nuovo contesto storico del Duemila, perché questo dibattito c’è sempre stato, sino al Novecento, benché oggi sia stato nascosto sotto al tappeto. Come ho provato a riassumere nel libro Lo tsunami degli anglicismi. Gli effetti collaterali della globalizzazione linguistica – le controversie sulla nostra dipendenza dagli Usa hanno caratterizzato la nostra storia almeno dalla Liberazione sino al crollo del muro di Berlino, dell’Unione Sovietica, e alla fine della guerra fredda. Ma le polemiche tra “americanisti” e “anti-americanisti” si ritrovano ben prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, e già Gramsci (“Americanismo e Fordismo”, 1934) prendeva posizione in questo dibattito ritenendo che l’antiamericanismo a priori era “comico, prima di essere stupido”, anche se – come molti altri pensatori – fu al tempo stesso attratto e inorridito dalla società statunitense che tra le due guerre mondiali si stava imponendo all’attenzione di tutta l’Europa. L’atteggiamento sanamente e lucidamente critico nei confronti degli Usa non caratterizzava solo gli autori legati al comunismo, che vedevano in quel Paese l’incarnazione più aggressiva del capitalismo concepito come “il male”, era invece un sentimento trasversale. La chiesa cattolica già alla fine dell’Ottocento aveva duramente condannato l’individualismo, il materialismo e l’immoralità della società statunitense, e dopo la Liberazione De Gasperi era molto preoccupato e critico davanti all’invadenza della Casa Bianca con cui però la Democrazia cristiana si era dovuta alleare in funzione anticomunista. Ma anche a destra i fascisti e i post-fascisti denunciavano la trasformazione del nostro Paese in un satellite politico degli Usa manifestando la preoccupazione per l’invasione dei prodotti culturali americani che insidiavano la nostra cultura.
Accanto a simili prese di posizione critiche, in ogni schieramento c’era però allo stesso tempo il riconoscimento degli elementi positivi che arrivavano d’oltreoceano, e se la Dc si schierava con la Casa Bianca, anche la destra appoggiava il nostro inserimento nel patto atlantico in contrapposizione al blocco comunista, mentre a sinistra c’era chi vedeva negli Usa la patria della democrazia e della libertà che ci aveva liberati dal fascismo, nonostante la stigmatizzazione della caccia alle streghe del maccartismo, dell’appoggio alle dittature sudamericane e di moltissime altre nefandezze che andavano nella direzione contraria. Davanti al ruolo dominante degli Usa, in altre parole, in ogni schieramento prevaleva un atteggiamento critico, che ne accettava ed esaltava alcuni aspetti per respingerne altri. Il piano Marshall, per esempio, che oggi è invocato e salutato come una specie di “gesto filantropico” che ha determinato il “boom economico” e il “miracolo italiano”, ha dato vita a un dibattito enorme sulla sua funzione, e se Togliatti lo definì un “ricatto politico”, anche per molti intellettuali europei non comunisti costituiva “un vendere l’anima al diavolo” in cambio di una ricchezza immediata che ci avrebbe condotto a un’americanizzazione non solo politica, ma anche sociale e culturale (si pensi a De Gaulle che lo ha accettato per necessità ma con estrema diffidenza).

Oggi, questi questi dibattiti sono però stati sepolti e dimenticati. Negli anni Duemila la nostra americanizzazione è ormai data per scontata e nessuno sembra più riflettere sulle sue conseguenze negative. Con la fine della logica dei due blocchi e l’avvento di una globalizzazione che tende a coincidere con l’americanizzazione del mondo, dopo il “siamo tutti americani” che ha caratterizzato la svolta dell’11 settembre 2001, è venuto a mancare il fronte critico trasversale che in qualche modo si contrapponeva all’espansione dei modelli economici e culturali d’oltreoceano.

Come ha evidenziato Andrea Zhok in articolo su “La sovranità italiana in una prospettiva storica” (L’antidiplomatico.it, 7 giugno 2021), da tempo ci siamo lasciati alle spalle le denunce sulle ingerenze americane esplicite o su quelle occulte perpetrate dai servizi segreti o dalla Cia, “ma ne siamo lontani semplicemente perché ciò che spontaneamente si agita nella politica italiana è già totalmente asservito, e non richiede una manipolazione troppo robusta. Facciamo una politica estera che ci viene dettata nei dettagli dagli Usa, abbaiando obbedienti ai loro avversari. Facciamo una politica interna innocua e perfettamente inconcludente, e una politica economica apprezzata dagli Usa.” Oltre a questa sudditanza politica, una parte significativa della classe dirigente del nostro Paese sta riducendo l’Italia “a una colonia culturale. Ciò avviene in mille modi, dall’adozione di modelli formativi di ispirazione americana, all’assorbimento passivo illimitato della filmografia americana (e dei suoi temi, che siamo indotti a immaginare siano i nostri), alla resa incondizionata a tonnellate di imprestiti linguistici da parvenu (ci muoveremo grazie al Green pass, canteremo le lodi del Recovery fund, che ci permetterà di ribadire il Jobs act, dopo essere finalmente usciti dal Lockdown, in attesa che vadano al governo quelli della Flat tax al posto di quelli del Gender fluid, e ci dedicheremo allo Smart working, rivitalizzando i settori del Food e del Wedding, mentre lotteremo impavidi contro le Fake news).”

E per tornare al “metodo del sospetto”, ciò che per Orsini produce la disinformazione politica fa parte di una più ampia analoga “disinformazione” culturale e linguistica. Ormai privi di una nostra identità che ci distingue, inglobati in un Occidente guidato dagli Usa, abbiamo accettato tutto ciò e siamo passati all’orgoglioso “collaborazionismo”, tutto interno, nei confronti di una pressione esterna che è fortissima, e che invece di arginare agevoliamo compiaciuti fin nelle ricadute lessicali che celano, sotto la superficialità dell’itanglese, una nostra trasformazione ben più profonda.

L’itanglese: la nuova lingua satellite dell’angloamericano

Prendiamo un articolo di giornale, tra i mille, che abbandonano l’italiano per rivolgersi ai cittadini in una lingua ibrida in cui l’inglese e l’italiano sono mescolati.

Perché il titolo del Corriere che parla di AirBnB è etichettato con la frase in inglese “whatever it takes” (“a tutti i costi”)? Perché l’espressione è diventata uno “slogan” dopo essere stata pronunciata da Mario Draghi nel 2012, quando era direttore della Banca Centrale Europea, per ribadire che avrebbe fatto “tutto il necessario” per evitare speculazioni sulla nostra moneta. Ma è anche il titolo di un film e di una canzonetta che ne rafforzano la circolazione. Il ricorso all’inglese, e la scelta di usare una locuzione che non è affatto trasparente per la maggior parte dei cittadini, è la conseguenza del fatto che l’inglese è spacciato come più solenne e prestigioso dai giornalisti e dalla nostra classe dirigente, dunque l’italiano retrocede a una lingua satellite che si impiega per spiegare ciò che si esprime nella lingua superiore e che possiede una precisa gerarchia: al vertice c’è la concettualizzazione in inglese, poco importa che sia “whatever it takes”, o di volta in volta il body shaming al posto della derisione fisica, l’underdog e l’outsider invece dello sfavorito o il fact checking invece della verifica dei fatti. Allo stesso modo, fa accapponare la pelle leggere che la figura dell’host costituirebbe un nuovo “ceto sociale”, ma in un Paese satellite come l’Italia questo lessico dipende dal fatto che le multinazionali esportano la propria terminologia nella propria lingua, e i giornalisti, invece di tradurla, la ripetono e la rafforzano educando tutti alla newlingua che prende corpo nella loro testa. Tutto nasce dal fatto che AirBnB, in un Paese-colonia come il nostro, ha introdotto la figura dell’“host” al posto di ricorrere alla parola italiana “locatore”, mentre ai francesi o agli spagnoli il programma si rivolge con le parole autoctone (hôte e anfitrión), esattamente come Google in Italia propone il servizio denominato in inglese AI mode, che in Francia e Spagna è invece tradotto con Mode IA e Modo IA.

La disinformazione giornalistica che, seguendo Orsini, fa del nostro Paese uno Stato satellite dal punto di vista politico, agisce nello stesso modo anche dal punto di vista linguistico, e più in generale culturale. Per fare un altro esempio, mi ha colpito un articolo di un linguista intitolato “Estensione dello «switch» nella lingua incassata. Alcune osservazioni sul Matrix Language Frame” che ricorre a una terminologia “coloniale” dove i concetti – per l’ennesima volta – sono espressi in inglese, dunque si parla come fosse la cosa più normale di code mixing, system morphemes, codici embedded, insertions, bare forms, discourse marker… in una trasposizione che non fa altro che ripetere pappagallescamente le concettualizzazioni di autori anglofoni con la loto terminologia in inglese che diventa intoccabile e tecnica (talvolta solo affiancata tra parentesi da una sommaria indicazione di cosa significa in italiano). Negli articoli dei linguisti, sino al Novecento, la terminologia era praticamente quasi solo in italiano, ma in un Paese satellite degli Usa tutto quanto si srotola con una rapidità preoccupante. E se questa sottomissione ai modelli anglofoni sta prendendo piede persino tra i linguisti, negli altri settori è anche peggio.

La lingua, per tornare a Freud, è la spia dell’inconscio, e per comprendere il perché dell’esplosione incontrollata degli anglicismi e più in generale di un riversamento dell’inglese sempre più incontenibile, dovremmo cominciare a riflettere sul fatto che siamo un Paese satellite degli Usa non solo dal punto di vista politico o economico, ma anche sociale e culturale.

Eppure il dibattito manca e sulla questione tutto tace. Persino tra chi denuncia il nostro gravitare attorno alla politica della Casa Bianca con delle sacrosante riflessioni che andrebbero però estese a un contesto più ampio: se la libertà di stampa è minata da un sistema di informazione omologato sul pensiero politico dominante che ci proviene d’oltreoceano – e spesso chiamato non a caso mainstream – ciò non vale solo per la narrazione della guerra o della politica internazionale, ma coinvolge la nostra intera visione e del mondo e della cultura, che invece di produrre un pensiero autonomo si riduce a ripetere ciò che proviene dall’anglosfera. In questo processo anche le nostre parole vengono dismesse e sostituite dalle categorie espresse in inglese, perché il fenomeno fa parte dello stesso pacchetto.

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Sulla parola “genocidio” e sui genocidi linguistici


Di Antonio Zoppetti

Dietro certe parole non c’è la semplice descrizione della realtà, bensì la sua costruzione e la sua interpretazione, che non è mai neutra, è sempre un atto politico. Anche se non è vero che ne uccide più la lingua (o la penna) che la spada, fuor di metafora ci sono parole che possiedono una connotazione e una capacità evocativa dirompenti. “Genocidio”, per esempio, si carica di una valenza così insopportabile da apparire più importante dei crimini e delle atrocità che descrive, dunque, di fronte a quanto sta succedendo a Gaza è in corso un acceso dibattito per stabilire se tanta inumanità possa essere definita “genocidio” o un “semplice” crimine di guerra, un “normale” sterminio ponderato dei civili come tanti altri.

Alcuni personaggi, per esempio Paolo Mieli (“Mi rifiuto di parlare di genocidio”), Italo Bocchino (“bisogna stare attenti a usare la parola genocidio”, “è una parola sbagliata”) e tanti altri dimostrano una certa ossessione nel negare, e reagiscono ogni volta con veemenza, mentre sul fronte opposto genocidio viene di solito sbandierato e messo in risalto in una polemica senza soluzioni davanti alla quale ogni presentatore televisivo tende ormai a evitare di ricorrere a una parola impronunciabile e divisiva, per non aprire “quella porta” e passare ai fatti.

Davanti ai massacri, davanti alla sistematica distruzione di case, ospedali e infrastrutture, davanti alla strategia di ridurre la popolazione alla fame e di provocare una pianificata carestia con tanto di tiro al piccione per uccidere chi è in fila per un tozzo di pane distribuito a singhiozzo e controllato dagli israeliani… la questione ha assunto dunque un’enorme rilevanza.

Genocidio: sì o no? Il tormentone non è né nuovo né meramente linguistico

Colpisce che in questo animato dibattito i linguisti rimangano in disparte, mediamente, e che per esempio tra le consulenze della Crusca che rispondono ai quesiti dei lettori e ragionano sull’appropriatezza delle parole e sul loro uso, non ci sia una presa di posizione in merito, al contrario di ciò che avviene per altre questioni spinose e tutte politiche, prima che linguistiche, dalla legittimazione di certi anglicismi alle prese di posizione ufficiali sulla femminilizzazione delle cariche.

C’è poi un altro fatto che stupisce. Sembra che nessuno si accorga che le polemiche sulla legittimità di un’etichetta infamante come “genocidio” non sia affatto una novità che emerge oggi a proposito di Israele, ma è un tormentone che riaffiora ogni volta che simili crimini si manifestano.

Anche se certi personaggi dalla memoria di un pesce rosso fanno finta di non ricordarselo, basta scorrere gli archivi storici dei giornali per constatarlo: e già ai tempi del massacro dei Tutsi sulle pagine dei giornali si dibatteva sulla questione e uscivano articoli intitolati “Non chiamatelo genocidio” come predicava il democratico Bill Clinton arrampicandosi sui vetri come fanno oggi Mieli, Bocchino e gli altri.

L’unica cosa certa è come andata a finire: oggi questi massacri sono stati riconosciuti ufficialmente dalla Corte internazionale di giustizia come genocidi – con buona pace dei negazionisti – esattamente come sta accadendo con Gaza: la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso ben quattro violazioni della Convenzione sul genocidio.

In queste diatribe è però indispensabile fare un distinguo tra l’accezione tecnica, giuridica e in fondo terminologica di “genocidio” e la sua portata in senso lato che circola nella lingua comune, visto che la lingua è metafora. E ripercorrere la storia della parola aiuta a comprendere come stanno veramente le cose.

Genocidio: etimo e significato

“Genocidio” è un concetto proposto dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, nel 1944, davanti ai crimini del nazismo, ma in seguito dichiarò che l’idea di coniare quella parola nasceva dallo sterminio degli armeni da parte dell’Impero Ottomano avvenuto all’inizio del secolo. In un articolo del 1945 spiegava che gli orrori dell’olocausto erano in fine dei conti l’incarnazione organizzata più eclatante – nelle modalità di attuazione – di qualcosa di più ampio del contesto storico di allora. E precisava:

“Il crimine del Reich nello sterminare volutamente e deliberatamente interi popoli non è del tutto nuovo nel mondo. È nuovo solo nel mondo civilizzato che siamo giunti a concepire (…). È per questo motivo che mi sono preso la libertà d’inventare la parola ‘genocidio’. Questo termine deriva dalla parola greca ghénos, che significa tribù o razza, e dal latino caedo, che significa uccidere. Il genocidio deve tragicamente trovare posto nel dizionario del futuro accanto ad altre parole tragiche come omicidio e infanticidio. Come suggerito da Von Rundstedt, il termine non significa necessariamente uccisione di massa, ma questa può essere una delle sue accezioni. Più spesso, si riferisce a un piano coordinato volto alla distruzione delle fondamenta essenziali della vita dei gruppi nazionali, affinché tali gruppi avvizziscano e muoiano come piante colpite dalla ruggine.”

Il genocidio nel diritto internazionale

La parola è stata così accolta e ripresa nel 1946 durante il processo di Norimberga contro i crimini del nazismo e due anni dopo l’Onu ha dichiarato il genocidio un reato. Anche se per condannare qualcuno per un crimine è necessario avere parametri oggettivi con cui valutarlo, la definizione giuridica di genocidio dell’Onu del 1948 si presta comunque a diverse interpretazioni, dunque il riconoscimento ufficiale del genocidio è avvenuto per esempio nel caso dello sterminio degli Armeni o, in tempi più recenti, nei massacri etnici avvenuti in Ruanda negli anni Novanta. Ma non tutti sono concordi nel riconoscere certe sentenze, e ancora oggi la Turchia nega il genocidio armeno, non solo per motivi etici e di immagine, ma soprattutto perché sotto la questione legale si celano enormi interessi economici, a partire dalla restituzione dei beni espropriati agli armeni che rappresenta una voce enorme per l’economia turca.

I risvolti economici, per Israele, sono anche maggiori. C’è il disegno di radere al suolo Gaza per ricostruirla come un lussuoso villaggio turistico che prevede una sorta di sostituzione etnica con incentivi (ti pago e te ne vai via dalla tua terra). C’è l’appropriazione di terre ricchissime di risorse da sfruttare e c’è anche la questione dei territori occupati illegalmente nella Cisgiordania. Trasformare il genocidio in una semplice guerra che basta vincere in qualche modo (anche se gli israeliani non hanno alcun esercito contro cui combattere, e a parte qualche sporadica incursione di Hamas stanno operando contro i civili e le loro abitazioni) è fondamentale per questo progetto. Ed è poi essenziale anche dal punto di vista del diritto internazionale, sia per evitare l’arresto di Netanyau per il suo crimine (ma il problema non è solo Netanyau, c’è un intero sistema che lo sostiene) sia per non coinvolgere l’Occidente suo alleato – Europa e Italia inclusi – che invece di applicare sanzioni come nel caso di Putin, si limita a condannarlo a parole – come un “camerata che sbaglia” si potrebbe parafrasare provocatoriamente – e con cui non si smette di fare affari soprattutto nella compravendita di armamenti.

Mentre su piano giuridico e in un certo senso terminologico saranno la storia e le sentenze a decretare se tutto ciò sia o meno genocidio, se si passa alla lingua comune le cose sono più semplici, ed è più difficile negare.

Il genocidio nella lingua comune

Sono stati effettuati vari sondaggi in cui si chiedeva agli italiani – dunque al popolo e alle masse – se consideravano genocidio il massacro dei palestinesi, e per la maggioranza la risposta è stata sì, una convinzione che aumenta di giorno in giorno davanti ai fatti sotto gli occhi di tutti. Visto che certi linguisti e lessicografi che si pongono come “descrittivisti” si riempiono la bocca di sciocchezze per cui la lingua arriverebbe dal basso, seguendo il loro criterio si dovrebbe affermare che Israele si sta macchiando di genocidio, se è l’uso che fa la lingua. Ma si sa che questa presunta “democrazia linguistica” viene invocata solo quando fa comodo; in altri casi si cambia casacca e si può sempre dire, come fanno i negazionisti, che la gente non sa che cosa significhi questa parola, dunque parla a vanvera e non fa testo.

Se però si analizza la letteratura alla ricerca dell’uso della parola genocidio fuor da Gaza, le cose cambiano. Questo vocabolo è frequente per descrivere per esempio lo sterminio dei Catari e degli Albigesi agli inizi del Duecento attraverso una campagna militare durata vent’anni orchestrata dal Re di Francia e da papa Innocenzo III che li aveva bollati come eretici. Si ritrova nel caso del genocidio dei nativi americani, numericamente più consistente di quello dell’olocausto. In questo caso lo sterminio delle popolazioni non è avvenuto solo intenzionalmente attraverso i massacri e il confinamento dei nativi nelle “riserve” che di anno in anno si rimpicciolivano fino a soffocarli. Il numero maggiore di morti è stato causato involontariamente attraverso le malattie che gli europei hanno portato, e che risultavano mortali in quelle popolazioni senza anticorpi davanti alle nostre epidemie. Eppure nessuno si sogna, in casi del genere, di mettere in discussione la parola, nessuno è interessato a cavillare per concludere che quello dei nativi americani o dei catari non era proprio un genocidio ma qualcos’altro. Perché fuori dai tecnicismi giuridici che tagliano fuori i non addetti ai lavori “incompetenti” la parola genocidio coniata da Lemkin è entrata nella lingua comune e nei vocabolari – come da lui auspicato – per esprimere un concetto intuitivo e macroscopico che non ha alcun bisogno di basarsi sulle definizioni giuridiche (peraltro controverse).

Genocidi culturali e linguistici

Ogni genocidio non comporta solo il tentativo di cancellare gli individui di una popolazione, ma coinvolge inevitabilmente la loro stessa cultura e dunque spesso anche la loro lingua. Il genocidio di Albigesi e Catari protetti dai signori della Provenza, per esempio, ha determinato anche la fine della poesia provenzale nella lingua d’oc. Questi poeti sono fuggiti in una diaspora che li ha portati in Spagna, in Italia e altrove, mentre l’annessione del territorio alla Francia ha introdotto ufficialmente l’antico francese – la lingua d’oïl – anche lì.

Uno dei primi a utilizzate la parola in senso lato e a legarla alle questioni linguistiche parlando esplicitamente di “genocidio culturale” o “linguistico”, è stato Pasolini, che negli anni Sessanta, davanti alla compiuta unificazione dell’italiano, notava che il prezzo era un certo “genocidio culturale, dove tutti parlano e consumano allo stesso modo, un genocidio che coinvolge anche i dialetti che vengono rinnegati e ridotti a ‘codici residuali’ marginali”. E su questo uso metaforico di genocidio era tornato anche nel 1974 nell’ultimo suo intervento pubblico prima di venire assassinato. Ma il riferimento al genocidio linguistico si trova in tantissimi autori, soprattutto a proposito dell’estinzione delle lingue in Africa – denunciata con preoccupazione anche dall’Unesco – e il linguista tunisino Claude Hagège rilevava come la distruzione delle culture può avvenire attraverso un genocidio fisico ma anche in altre forme che non prevedono il massacro di una popolazione. Tra i fattori determinanti di questo enorme genocidio linguistico riconosceva all’espansione dell’inglese globale un “ruolo di primo piano” (Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 99). Ma anche la ricercatrice finlandese Tove Skutnabb-Kangas tacciava l’Occidente di “linguicismo”: come il razzismo e l’etnicismo discriminano sulla base delle differenze biologiche oppure etnico-culturali, il linguicismo discrimina in base alla lingua madre e determina giudizi sulla competenza o non competenza dei cittadini nelle lingue ufficiali o internazionali, mentre il monolinguismo a base inglese era per lei un “cancro” a cui andrebbe contrapposto il riconoscimento dei diritti linguistici e del pluralismo, se non vogliamo essere complici del genocidio linguistico e culturale nel mondo (“I diritti umani e le ingiustizie linguistiche. Un futuro per la diversità? Teorie, esperienze e strumenti”, in Come si e ristretto il mondo, a cura di Francesco Susi, Amando Editore, Roma 1999, p. 99).

Un effetto collaterale del genocidio palestinese è proprio quello di consolidare e di allargare l’espansione dell’inglese globale, che nessuno in questo momento denuncia, di certo perché ci sono da denunciare cose ben più gravi, ma anche perché in Italia (e non solo da noi) non c’è alcuna sensibilità sulla questione. Quale lingua si parlerà in una futura Gaza ricostruita e concepita come un resort da cui i palestinesi sembrano esclusi? Perché sulla stampa la città di Gaza è diventata Gaza city? Perché c’è chi preferisce parlare di West Bank invece che di Cisgiordania? Come mai sui giornali italiani ricorre solo la sigla Idf (cioè Israel Defense Forces pronunciato in tv all’inglese “AI-DI-EF”) mentre su quelli francesi e spagnoli si usa prevalentemente la propria lingua e si parla della difesa israeliana senza ricorrere all’inglese?

Mentre si consumano le baruffe sull’opportunità di parlare di genocidio palestinese, davanti al genocidio culturale e linguistico provocato dal globalese in tutto il mondo non c’è alcuna preoccupazione. Eppure, se dietro certe parole non c’è la semplice descrizione della realtà, bensì la sua costruzione e la sua interpretazione, anche le scelte lessicali che si appoggiano all’inglese non sono neutrali. Sono anche queste un atto politico e non dovremmo dimenticarcene: l’inglese è la lingua di classe dei popoli dominanti che la stanno imponendo a quelli sottomessi, anche se su questo caso nessuno sembra intenzionato a fare la resistenza. Nemmeno i cosiddetti “propal” che nelle piazze gridano “fri palestàin” come se l’inglese (di Trump e di Netanyau) fosse la lingua di tutti. Invece, per non essere complici dell’attuale genocidio linguistico farebbero meglio a gridare “Palestina libera” in tutte le lingue del mondo.

#colonialismoLinguistico #globalese #globalizzazioneLinguistica #globish #interferenzaLinguistica #linguaItaliana


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Treno Intercity 510 con E403.001 – Arrivo & Partenza – Campiglia Marittima (03/02/2017)


Quando ancora sugli Intercity potevano esserci le E403. Inoltre questo era il periodo di transizione dalle carrozze in livrea XMPR a quelle SUN e la trasformazione delle carrozze a scompartimenti in quelle a salone3 febbraio 2017--------------------------
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Quando ancora sugli Intercity potevano esserci le E403. Inoltre questo era il periodo di transizione dalle carrozze in livrea XMPR a quelle SUN e la trasformazione delle carrozze a scompartimenti in quelle a salone

3 febbraio 2017
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metodo femcellico per piangere di meno stando a lettino da sola ma per un pochino quasi no…


Stanotte, o stamattina, a seconda di come si vuole vederla, tra il sonno e la veglia, abbastanza per caso, ho scoperto un completamente nuovo meta da femcel, che è tipo… caspita, ma come ho fatto a non pensarci prima? Ed altro non sto parlando che del fare handholding in single player, ma con una delle due mani addormentata… così che si abbia l’impressione che si sta tenendo la mano ad un’altra persona (seppur una mano sospettosamente poco schifosa, non sudata, alla stessa temperatura dell’altra, eccetera…), e quindi magari che si stia dormendo con un’altra persona, e quindi boh, varie cose… ☺️😚🥰😍

Ed è geniale per quanto è scema, questa roba. So che non ho in realtà scoperto nulla io, perché gente con anche meno fantasia di me racconterà proprio questa come tecnica utile per fare cose brutte con una fantasia diversa… non mi è affatto chiaro come, a causa delle difficoltà proprio tecniche che questa procedura nasconde, ma convinti i gooner contenti tutti. L’idea base è di applicare una minima pressione sul braccio — per esempio, stando a letto, tenendolo giusto sotto il lato del corpo, o altrimenti sotto il cuscino, boh — giusto abbastanza perché si addormenti… o, come dicono gli scienziati, perché si verifichi il fenomeno della parestesia, nello specifico parestesia transitoria (cioè, causata dallo stare in una posizione “scorretta”, non a fattori cronici); buono sapere il nome reale, e anche che che il tutto è causato non dal blocco dell’afflusso di sangue, bensì dalla semplice compressione di nervi, cosa che a volte va insieme alla prima, ma non sempre… e quindi in realtà non ci sarebbero pericoli quando contemporaneamente non si sta anche bloccando l’afflusso di ossigeno ai tessuti (cosa che avviene stando troppo sul trono idraulico, per dire, ma non tanto col braccio sotto un cuscino). Poi si addormenta anche la mano, e gnam. 😇

Stranamente, stanotte mi è capitato a sorpresa nel secondo modo, cioè sotto al cuscino… ma non il cuscino su cui tengo la testa, bensì il secondo a cui mi appoggio o abbraccio e così via… cioè, è bastata la pressione del cuscino incastonato tra le lenzuola strette e l’altro cuscino, per farmi addormentare il braccio, wow. Me ne sono accorta in un momento in cui mi sono svegliata (prima della sveglia, quindi avevo ancora tempo di marcire a letto, e giustamente così ho fatto!!!), stavo cercando di rigirarmi, e muovendo una mano ho trovato l’altra che spuntava fuori, che però appunto non percepivo più, e lì viene il bello. (O il brutto, per chi si fa prendere dalla paura che magari uno spirito maligno possa essersi materializzato sotto forma di una mano estranea e inserito nel proprio letto per fare cose bruttissime…) ✋

Chiaramente, ciò è non altro che la fiera del coping, eppure rimane una sensazione particolare tenere così la manina, secondo me… La mente (temo anche inconsciamente, purtroppo) sa si bene che non si sta tenendo la mano ad una persona esterna, però la fantasia è sempre pericolosamente potente e, se si riesce per un attimo a fare finta, per quell’attimo si può solo apprezzare, suppongo… e quindi ohh, in realtà non sono colpita da alcuna maledizione per cui devo rimanere da sola per la mia intera esistenza, e anzi mi sto intensamente tenendo la manina con qualcuno??? Assurdo per me. Una cosa da tenere a mente in realtà, quando ci si accorge di avere la sensibilità inibita, finché non subentra la sensazione di formicolio, è di non muoversi subito, così la sensazione di manine può durare anche minuti, anziché pochi miseri secondi, cosa di cui avrei decisamente bisogno, oohh come sono romantica… 😭
how i lookfalling asleep to my dirty littlethoughts♥
Peccato che non ho avuto modo di provare la cosa proprio per bene perché, nella casualità della scoperta, un po’ ho sbagliato, ci ho voluto riprovare ma un po’ mi sono riaddormentata quando non dovevo, visto che la procedura richiede minuti interi, un po’ poi è effettivamente suonata la sveglia, e allora pazienza… sarà per la prossima volta. (…Probabilmente su WikiHow ci saranno trucchi segreti per fare questa cosa più efficientemente, ma nel letto al buio non potevo mettermi a cercare su Internet… cercherò prima di stanotte.) Però oh, mannaggia alla merda e fuck my stupid shitty rotted femcel life, che sono e sarò costretta a pensare questo tipo di cose fino alla mia morte, poiché non interesso particolarmente a nessuna persona fisicamente esistente, e allora posso solo vivere nell’irrealtà. 💔

#coping #dormire #femcel #handholding #manine #metodo #romanticismo

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Torna lo Shaw-IAU Workshop: astron­omia, dati reali e didattica globale

edu.inaf.it/news/oae-italia/to…

Dal 18 al 21 novembre 2025 torna lo Shaw-IAU Workshop on Astronomy for Education, promosso da OAE-Italy e aperto gratuitamente a docenti e divulgatori di tutto il mondo. L’edizione di quest’anno è dedicata alle galassie e alla didattica basata su dati astronomici reali, con sessioni replicate in diverse fasce orarie per favorire la partecipazione globale.

#didattica #didatticaAstronomia #divulgazione #IAU #oae #OAECenterItaly

@astronomia

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Burkina Faso, nuovi armamenti dalla Cina


[:it]Carri armati, mortai, obici, lanciarazzi e tanto altro arrivati in Burkina Faso.[:]
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SM6s cinese Fonte: Presidenza del Burkina FasoSM6s cinese
Fonte: Presidenza del Burkina Faso

Il 10 ottobre 2025, il capitano Ibrahim Traoré, attuale leader del Burkina Faso, ha ufficialmente consegnato un significativo lotto di materiale bellico alle forze armate del Paese. La notizia è stata dettagliatamente riportata da Guy Martin sul sito sudafricano specializzato Defenceweb il 16 ottobre.

Durante l’evento, Traoré ha presentato apparecchiature militarmente avanzate a diverse unità, tra cui il Battaglione di Artiglieria da Campo di Intervento Rapido (BACIR) e il Battaglione Corazzato di Intervento Rapido (BBIR). Le immagini della cerimonia rivelano la presenza di sei veicoli di supporto di fuoco VN22B da 105 mm, quattro lanciarazzi multipli SR5, e una serie di altri mezzi, tra cui mortai semoventi SM6/WMA09 da 120 mm e veicoli comando WZ551, tutti prodotti dall’azienda cinese Norinco. Inoltre, la presidenza del Burkina Faso ha sottolineato che i veicoli blindati ricevuti sono dotati di avanzati dispositivi missilistici a guida laser.
VN22B cinese Fonte: Presidenza del Burkina FasoVN22B cinese
Fonte: Presidenza del Burkina Faso
Secondo quanto riportato da Jane’s, la consegna ha incluso anche 14 obici semoventi SH1 da 122 mm e diversi camion Shaanxi. I veicoli cinesi, che si stima siano stati consegnati intorno ad agosto, si sono già resi visibili sui social media attraverso i filmati dell’arrivo.

Il sistema SR5, capace di lanciare razzi di vari calibri, e il VN22B, un veicolo corazzato dotato di cannone da 105 mm, rappresentano una parte fondamentale della nuova dotazione. Il PLL-05 da 120 mm, un sistema semovente di mortaio-obice, dimostra ulteriormente la sofisticazione dei nuovi mezzi. Anche i nuovi veicoli blindati Paramount Mbombe 4, di fabbricazione sudafricana, sono stati segnalati come già in servizio, mostrando l’impegno del Burkina Faso nell’espandere e modernizzare le proprie forze armate.

Negli ultimi anni, Burkina Faso ha affrontato una crisi di sicurezza crescente, caratterizzata da attacchi terroristici e dalla perdita di controllo su vasti territori a favore di gruppi militanti. Le statistiche relative alle vittime parlano di quasi 10.500 morti all’anno, un dato allarmante che ha spinto il governo a intensificare gli sforzi per rinforzare le proprie forze armate. Al momento, è stimato che le forze burkinabé controllino solo il 40% del territorio nazionale, a fronte del 70% dichiarato dal governo.
Dongfeng EQ2050 cinese. Foto da Presidenza del Burkina FasoDongfeng EQ2050 cinese.
Foto da Presidenza del Burkina Faso
Con la precedente consegna di nuovi veicoli blindati avvenuta a giugno 2024, tra cui Norinco VP11 e CS/VP14, la direzione delle forze armate sembra indirizzarsi verso un potenziamento significativo per contrastare la minaccia terrorista. Sulle pagine di questo sito avevamo già riferito in precedenza che Traoré aveva acquistato dalla Cina ben 5 lotti di armamenti, fra pesanti e leggeri, da consegnarsi in serie. Va notato che comunque la Cina non è l’unico fornitore. Fra gli altri Federazione Russa, Turchia, Egitto

Con una media annuale di perdite crescenti e la necessità di ristabilire il controllo su parti significative del proprio territorio, Traoré si sta muovendo per contrastare la minaccia jihadista mediante l’acquisto di nuovi mezzi ed armamenti, e con l’ingrossamento delle fila di militari e paramilitari; tuttavia tale atteggiamento è anche inteso a rafforzare la propria immagine di uomo forte ed impavido e nel contempo instillare nei cittadini una sensazione di sicurezza non sempre giustificata.
SR5 MLRS cinese Foto da Presidenza del Burkina FasoSR5 MLRS cinese
Foto da Presidenza del Burkina Faso
Ovviamente tutto ciò ha un costo. Per una stima possiamo considerare che il costo di un sistema SR5 può variare tra 1,5 e 2 milioni di dollari a seconda della configurazione. I VN22B e PLL-05 hanno prezzi stimati tra 500.000 e 1 milione di dollari ciascuno. Consideriamo pure uno sconto per la quantità, ma in un Paese dove si muore di fame…

Fonte: Defenceweb. Foto: Presidenza del Burkina Faso e Televisione del Burkina Faso

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“i nostri anni”, di tano d’amico, su radio tre


● Attilio Scarpellini presenta I nostri anni, di Tano D’Amico: Rai Radio 3.

Quaranta minuti di racconto intenso e raffinato alternato a musiche ricercate sull’opera narrativa del fotografo dei nostri cuori.

Si può ascoltare cliccando su raiplaysound.it/audio/2025/10/…

Tano D’Amico, I nostri anni, Milieu | Rai Radio 3 | RaiPlay Sound

Il libro: milieuedizioni.it/product/nost…

#AttilioScarpellini #fotografia #INostriAnni #Milieu #RadioTre #Radio3 #RadioTre #RaiRadioTre #RaiRadioTre #ricostruzioni #Scarpellini #Settanta #SettantaMilieu #Tano #TanoDAmico

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Copertine belle: Niechęć – Reckless Things [Audio Cave, 2025]


Cover art courtesy of the Artist and Raster Gallery: Aneta Grzeszykowska, “Beauty Mask #10”; Graphic design: Mateusz Holak.

Anche il disco è bellissimo, che ve lo dico a fare. Uno dei dischi jazz (rock) dell’anno, per quanto mi riguarda.
Una tipa indossa una maschera rosa probabilmente di vetroresina sulla quale si vedono dei riflessi. Le orbite della maschera sono bucate e dunque si vedono gli occhi (azzurri) della persona che la indossa. La bocca della maschera è semi-aperta. La maschera è collegata alla testa, dietro, da un nastro bianco ben visibile sulla parte sinistra in alto della foto. Sotto il mento della maschera è collegato un cavo che sembrerebbe un cavo ethernet. La tipa è leggermente girata sul profilo destro e guarda fissa un punto sulla sinistra
#albumCovers #AnetaGrzeszykowska #AudioCave #copertineBelle #MateuszHolak #Niechęć #RecklessThings

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“poesia ibrida”, di valerio cuccaroni, in un dialogo alla ‘finestra di antonio syxty’


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open.spotify.com/episode/63323…

alla Finestra: Poesia visiva, videopoesia, poesia elettronica, PJ set – di Valerio Cuccaroni, nella collana di testi e studi letterari Scriba, diretta da Paolo Giovannetti

Il volume analizza le nuove forme di testualità poetica intermediale, emerse dall’ibridazione del linguaggio verbale con l’arte visiva, il cinema, la musica, l’informatica e la performance.

Il libro si propone come uno studio approfondito e aggiornato sulle nuove frontiere della poesia contemporanea, caratterizzate dalla contaminazione tra diversi linguaggi e dalla continua ricerca di nuove forme espressive. MTM Teatro

Il libro: biblionedizioni.it/prodotto/po…

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