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“noise.derive”, di gianluca codeghini: un articolo sulla mostra @ ‘artribune’


artribune.com/arti-visive/2025…

“NoiSe. Derive, personale di Gianluca Codeghini (Milano, 1968), inaugura il Chigiana International Festival & Summer Academy 2025. Curata da Stefano Jacoviello, la mostra si sviluppa come un articolato viaggio tra arte contemporanea e paesaggio sonoro […]” (continua al link indicato)

#1968CheInauguraIlChigianaInternationalFestivalSummerAcademy2025_ #art #arte #Artribune #ChigianaInternationalFestival #ChigianaInternationalFestivalSummerAcademy2025 #GianlucaCodeghiniMilano #sound #StefanoJacoviello #suono

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Scientific Wrestling Training Camp 2025 con Frank Shamrock


Aperte le iscrizioni al @scientificwrestling Italia Training Camp 2025! Dove e quando: 8-9 novembre – Pisa (PI) @asdsenshiteam Frank Shamrock & Jake Shannon Per la prima volta in Italia, ospitiamo due icone internazionali direttamente dagli USA:Frank Sham
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Aperte le iscrizioni al @scientificwrestling Italia Training Camp 2025!

Dove e quando:


8-9 novembre – Pisa (PI) @asdsenshiteam

Frank Shamrock & Jake Shannon


Per la prima volta in Italia, ospitiamo due icone internazionali direttamente dagli USA:
Frank Shamrock, leggenda delle MMA e del Submission Grappling
Jake Shannon pioniere del Catch Wrestling mondiale

Non un semplice seminario, ma un training camp formativo di 2 giorni, a numero chiuso, pensato per garantire alta qualità didattica secondo gli standard ufficiali di Scientific Wrestling USA.

Cosa include il Training Camp completo:


? 12 ore di formazione intensiva in due giorni, con focus su MMA, Catch Wrestling e Hybrid Grappling
? Rilascio della prestigiosa certificazione “Certified Catch Wrestler” di Scientific Wrestling, riconosciuta da Jake Shannon, con l’assegnazione di 25 unità formative per avviare il tuo percorso ufficiale nel circuito
? Foto ricordo e attestato di partecipazione esclusivo, firmati personalmente da Frank Shamrock e Jake Shannon

? Un’esperienza unica per apprendere da due leggende che hanno segnato la storia delle MMA e del Catch Wrestling mondiale!

? Iscrizione obbligatoria. Assicurati il tuo posto prima che sia troppo tardi!
?? Pochi posti ancora disponibili per iscriversi con la quota agevolata.

Per info e iscrizioni:


DM su Instagram instagram.com/asdsenshiteam/
Messaggio WhatsApp ? 3802032366

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constantin xenakis: “asemic” works (70s – 90s)


Symboles pour Organigramme (1971)

Diagonale noire (1992)

*
more here:
hellenicdiaspora.org/home/en/p…

#art #arte #asemic #asemicAnte1997 #asemicWriting #asemicsAnte1997 #ConstantinXenakis #scritturaAsemica

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Warfare, come era la guerra prima che si aprisse l’inferno


-l'evoluzione della rappresentazione delle tecnologie da combattimento dal film di Alex Garland
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Il cinema di guerra, da sempre, è uno strumento di rappresentazione dell’evoluzione tecnologica e della dimensione simbolica del conflitto. I film non raccontano solo l’esperienza della violenza militare ma utilizzano il linguaggio visivo e sonoro per costruire significato attorno alla dimensione tecnologica della guerra . Warfare (2025) di Ray Mendoza e Alex Garland e Best in Hell (2022) di Andrey Batov, mostrano come l’evoluzione tecnologica della guerra abbia generato un salto epistemologico nella rappresentazione del conflitto, passando da un’esperienza caotica e viscerale, radicata nella memoria e nella soggettività del combattente, a un’operazione mediata dai grafici e dai dati, che intreccia la ferocia della guerra con l’estetica di un videogioco.

Il paradosso è che la guerra di oggi è ritenuta dai veterani persino più feroce di quella in Afghanistan ed Iraq così la dimensione del combattimento governato da un videogioco, invece che un processo di sterilizzazione della violenza, assume i caratteri di una serialità così brutale da farsi persino indicibile. Warfare, rappresenta qui la guerra dei primi anni 2000 narrata come un’esperienza liminale, di trauma e fratellanza, mentre quella degli anni ’20, di Best in Hell, sembra un problema di logistica e strategia, entro un sistema operativo con input e output ben definiti.

Warfare, scritto e diretto da Ray Mendoza e Alex Garland, è un’opera atipica nel panorama cinematografico bellico che racchiude l’esperienza bellica non in un campo aperto ma praticamente dentro una casa a due piani, quella di una famiglia irachena, occupata dagli americani. Ambientato il 19 novembre 2006, durante un’operazione di sorveglianza successiva alla battaglia di Ramadi in Iraq, il film si costruisce, con metodo etnografico, attorno all’esperienza diretta di Ray Mendoza, ex U.S. Navy SEAL, e sulla memoria di altri militari che furono coinvolti in quell’evento. La narrazione non segue un tradizionale arco drammatico ma si propone come una ricostruzione fedele, quasi in tempo reale, di un combattimento andato storto nel centro di Ramadi. La guerra in Warfare non è un conflitto eroico, ma una somma di esperienze personali, di memoria e di trauma. La mancanza di personaggi definiti con dei retroscena o dei percorsi emotivi completi è costruita in modo che il protagonista del film non sia un singolo soldato, ma l’intera unità, un corpo unico che agisce e reagisce al caos e al rischio di morte immediata.

Nel 2006, la tecnologia di guerra rifletteva un’epoca di transizione, in cui l’informazione non era ancora un flusso costante e onnisciente. Questo si manifesta in modo lampante nella logistica e nelle comunicazioni del film. Il primo aspetto da considerare riguarda le comunicazioni radio. La radio è l’unico canale di comunicazione tra i vari team militari e la catena di comando. La sua rappresentazione è un elemento cruciale. Invece di offrire chiarezza, la radio in Warfare è una fonte di frammentazione e di confusione. Le voci che si sovrappongono, il rumore statico e l’urgenza dei comandi contribuiscono a creare un’esperienza sonora vertiginosa e sovraccaricante che posiziona lo spettatore direttamente nella testa del soldato. Le comunicazioni sono spesso interrotte, i comandi sono ambigui o vengono negati, costringendo i soldati a improvvisare e a prendere decisioni che, in un sistema più controllato, sarebbero state impensabili. La radio diviene un linguaggio a sé stante, fatto di segnali e ritmi, che i soldati devono istintivamente decifrare in mezzo al caos. Rispetto alla guerra dei nostri giorni va evidenziata la visione limitata della sorveglianza aerea: La sorveglianza aerea è mostrata come una presenza distaccata e imperfetta. Il film rappresenta una visuale aerea da un aereo che rende ogni persona un semplice pixel su uno schermo ma, si nota subito, sono pixel in bianco e nero, una vera e propria preistoria della rappresentazione della battaglia. Questa rappresentazione ricorda che, a differenza delle tecnologie più recenti, la sorveglianza nel 2006 non offriva un’analisi dettagliata o un flusso di dati in tempo reale per la gestione tattica. La limitazione era coerente con le tecnologie satellitari dell’epoca, come quelle basate su pellicola fotografica che doveva essere fisicamente recuperata per l’analisi (come nel caso dei sistemi HEXAGON KH-9 del periodo precedente), o con immagini satellitari che, pur digitali, non erano ancora integrate in un sistema di mappatura dinamico e in tempo reale per le operazioni sul campo. Questo tipo di sorveglianza imperfetta rafforza l’idea che la drammatica esperienza del soldato a terra fosse da supportata un’informazione incostante e una visione a tunnel del campo di battaglia, non da una prospettiva onnisciente.

L’antropologia visuale di Warfare è intrinsecamente legata alle limitazioni tecnologiche dell’epoca raccontata. Le scelte estetiche non sono arbitrarie, ma sono il risultato diretto del tentativo di ricreare la “verità” della memoria. Consideriamo riprese e montaggio: Il film si avvale di uno stile di ripresa e montaggio che è stato descritto come staccato e aritmico, senza una compressione temporale significativa. La macchina da presa rimane costantemente vicina ai soldati , quasi claustrofobica, limitando la prospettiva dello spettatore a ciò che i personaggi possono vedere e percepire in un ambiente caotico. Questa scelta estetica non solo serve a immergere il pubblico nell’esperienza sensoriale del combattimento, ma riflette anche la natura disorientante del trauma dei reduci. Non vi è una narrazione lineare, e la mancanza di una colonna sonora, sostituita da un design del suono meticoloso e avvolgente amplifica l’effetto del rumore, sangue e caos. L’estetica come sempre crea simbolismo e la vera dimensione simbolica del film risiede nella tipo di capacità di esplorare la guerra come un’esperienza viscerale. L’assenza di un nemico realmente visibile e la scelta di mostrare il conflitto unicamente dal punto di vista americano suggeriscono non il simbolico di una propaganda patriottica ma quello di un’esperienza di isolamento e confusione, dove la minaccia è onnipresente ma sfuggente. Si impone la dimensione del simbolico del terrore, dell’esplorazione del caos e del punto di vista limitato e impaurito del combattente. Pur essendo stato descritto come emotivamente freddo per la sua mancanza di archi narrativi convenzionali, il film ottiene un effetto opposto: il suo crudo realismo costringe lo spettatore a confrontarsi con l’orrore e il sacrificio senza la consolazione di una trama tradizionale o di una musica che ne sterilizzi il significato. L’obiettivo di Garland, infatti, è esprimere il trauma, la dimensione liminale e la fratellanza di chi sta rischiando di morire attraverso l’esperienza sensoriale, non attraverso una narrativa emotiva convenzionale spesso pedagogica.
Best in Hell si posiziona all’estremo opposto dello spettro cinematografico occupato da Garland, soprattutto perché offre una rappresentazione del conflitto modellata dalle tecnologie belliche degli anni ’20. Il film, ambientato nel conflitto in Ucraina, è stato prodotto dal disciolto Gruppo Wagner , conferendogli una dimensione immediata di propaganda mentre, guardando nel profondo, il prodotto finale è molto più complesso. La sua origine e il suo scopo sono intrinsecamente legati alla sua estetica, che riflette una visione del conflitto come un processo tecnologico misurabile e gestibile ma anche così feroce da non lasciare praticamente nessuno sul campo, alla fine della battaglia. Il film rappresenta un salto epistemologico fondamentale, nel quale l’esperienza del combattimento non è più mediata primariamente dalla percezione sensoriale umana, ma da un apparato tecnologico onnipresente che offre una visione distaccata e strategica. L’esperienza del conflitto qui si incontra immediatamente con la percezione di droni e intelligenza artificiale (AI): L’uso dei droni è un elemento centrale e ricorrente, non solo da armi d’attacco, ma, in modo più cruciale, sono”occhio” ,quasi divino, sopra il campo di battaglia. A differenza della sporadica e limitata visuale aerea di Warfare, i droni di Best in Hell offrono un flusso costante di informazioni, una sorveglianza ad alta risoluzione che guida ogni mossa. L’intelligenza artificiale, pur non esplicitamente discussa in relazione al film stesso, e un elemento centrale del videogioco basato sul film , è un’estensione diretta della narrazione. Questo suggerisce una concezione della guerra dove l’automazione e l’analisi dei dati, non solo la manodopera umana, sono al centro del processo decisionale, trasformando i soldati in attori di un sistema più vasto. La presenza della AI come attante tecnologico, dei droni con una capacità di rappresentazione del terreno e di analisi dati impensabili nel 2006, garantisce un salto epistemologico anche nei livelli di ferocia presenti nel combattimento: l’intelligenza artificiale ottimizza talmente le perdite del nemico che in Best in Hell, tra ucraini e russi, sopravviverà solo una persona. La mappatura digitale e le infografiche: Il film utilizza in modo massiccio le infografiche per spiegare le tattiche, i movimenti delle truppe e le capacità dei diversi equipaggiamenti militari. Il campo di battaglia è trasformato in una mappa di battaglia digitale, dove le posizioni dei soldati e del nemico sono tracciate, le traiettorie dell’artiglieria sono illustrate e le azioni sono descritte in termini logistici. L’analogia con le “battle maps” utilizzate nei giochi di ruolo come Dungeons and Dragons non è casuale; il film presenta la guerra come una scacchiera strategica in cui le “miniatures” si muovono secondo un piano ottimizzato, talmente ottimizzato da non far rimanere quasi nessuno sul campo tra i due combattenti.

L’antropologia visuale di Best in Hell è definita da questa estetica della presenza tecnologica e della gamification del conflitto. Le riprese e il montaggio si basano su un’alternanza metodica tra la prospettiva soggettiva a spalla dei soldati a terra e la prospettiva distaccata e aerea fornita dai droni e dalle infografiche. Il montaggio serve a collegare il “micro” del combattimento ravvicinato, fatto di urla e spari, al “macro” della strategia, nella quale, mentre i soldati muoiono, la stessa azione si riduce a un’icona che si sposta su una mappa digitale. La violenza non è vista solo attraverso gli occhi di chi la subisce, ma anche attraverso una lente oggettiva e analitica, che la decontestualizza dal suo orrore viscerale: il cielo della rappresentazione digitale avviene a livello macro, il massacro è li’ sul micro, in basso. Ecco quindi il simbolismo di Best in Hell tra guerra e videogame: mostra la brutalità della guerra, estesa e ottimizzata rispetto anche al recente passato e, allo stesso tempo, ne celebra l’efficienza e la chiarezza strategica attraverso il suo stile visivo. L’estetica delle infografiche e la visione onnisciente conferiscono un’aura da videogioco allo scontro mentre la guerra viene mostrata per come è : un “lavoro duro, senza fronzoli” dal quale però non si è destinati a uscire. Questo crea una profonda tensione simbolica: il film dichiara di voler mostrare l’inutilità del conflitto, l’inevitabilità dell’inferno per chi vi combatte, ma la sua rappresentazione della tecnologia suggerisce una visione della guerra come un’operazione logica, precisa e, in ultima analisi, utile e controllabile persino eroica nell’intreccio tra digitale e martirio.
Il confronto tra i due film, war movie entrambi ma con approcci molto diversi tra loro, rivela un’evoluzione nella rappresentazione cinematografica delle tecnologie e nel simbolismo ad essa correlato. La principale distanza simbolica tra i due film risiede nel loro approccio alla “verità” della guerra. Warfare presenta il rapporto tra ferocia e verità viscerale, radicata nell’esperienza sensoriale e nel trauma. La tecnologia della guerra (la radio che crepita, l’aereo che passa) è un mezzo imperfetto che enfatizza i limiti e la soggettività della percezione umana. Il film celebra la memoria, il caos e la dimensione liminale di gruppo come unici punti di riferimento in un ambiente senza senso. Best in Hell propone una il rapporto tra ferocia della guerra e verità algoritmica, dove il numero dei morti cresce, effetto dell’ottimizzazione AI del conflitto, ma è solo un è un problema di logistica risolvibile con i dati. La tecnologia (droni, infografiche) è uno strumento di controllo e oggettivazione che riduce la violenza a un processo da ottimizzare portato ad un alto livello di “produzione”. I soldati diventano dati su una mappa, e il conflitto, nonostante la sua continua brutalità, assume una dimensione intellettuale e strategica. La dimensione del caos e quella liminale di gruppo sul campo vengono letteralmente dominate dalla presenza dal graduato che, nella sala di comando, dirige le operazioni. L’eroe all’inferno, quello sul campo, è guidato verso il sacrificio dal cielo dello svolgersi dell’analisi dell’intelligenza artificiale. Qui non c’è nessuna estetica della sparizione dei corpi, c’è quella della rappresentazione digitale della sparizione della vita umana.

L’antropologia visuale della guerra è mutata profondamente in poco più di quindici anni. Warfare offre un ritratto dell’uomo in guerra, un’indagine sul suo corpo, sulla sua mente, sul gruppo e sulla sua memoria. È un film che si concentra sull’individuo e sulla sua incapacità di comprendere pienamente il quadro generale e sulla sopravvivenza possibile sono facendo gruppo. Best in Hell, al contrario, sposta il focus dall’individuo al sistema operativo. La guerra è un massacro unito una rappresentazione visiva su uno schermo, la strage è trasformata in problema di dati da gestire dall’alto. L’analisi comparativa di Warfare e Best in Hell rivela una trasformazione fondamentale nella rappresentazione cinematografica del conflitto moderno. Il passaggio dalla narrazione basata sulla memoria personale e soggettiva all’estetica guidata dai dati e dalla tecnologia non è semplicemente un’evoluzione stilistica, ma un profondo mutamento antropologico.

Warfare ci invita a “sentire” la guerra attraverso il rumore assordante, la confusione delle comunicazioni e la claustrofobia. La sua forza risiede nella capacità di mostrare la guerra come un’esperienza viscerale e traumatica, dove la tecnologia è un mezzo imperfetto che rafforza il senso di caos e isolamento. Best in Hell, al contrario, ci chiede di “vedere” il massacro attraverso la chiarezza dei dati, la visione onnisciente dei droni e la didascalica utilità delle infografiche. La strage è il prodotto finale di un problema di logistica e strategia, e la violenza diviene parte di un processo ottimizzabile.

L’esperienza collettiva della seconda guerra mondiale, una guerra giusta, di liberazione dal nazismo, con infinite storie di eroismo e solidarietà collettiva ci dice poco in questo genere di conflitti. Piuttosto, l’esperienza più vicina a Warfare e Best in Hell è quella della prima guerra mondiale che, secondo Walter Benjamin, lasciava i reduci senza nemmeno la forza di raccontare quello che era accaduto al fronte.Mentre la guerra reale si evolve con l’integrazione sempre maggiore tra massacri, intelligenza artificiale, droni autonomi e mappatura digitale, Best in Hell si dimostra un vero episodio pilota della rappresentazione della tecnologia e del simbolismo dei conflitti presenti e a venire. Warfare si presenta come la guerra prima che si aprisse l’inferno, fatto di integrazione tra massacri, intelligenza, artificiale, droni,lontano e sterilizzato dalla rappresentazione mediale della guerra costruita solo su rapporti diplomatici, dichiarazioni pubbliche, polemiche senza fine e senso.

per Codice Rosso, nlp

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«Not Even The “Tech Bros” Want Their Own “Tech”» — «Nemmeno i Techbro Vogliono la propria Tecnologia»


youtube.com/watch?v=a-YVtACnfW…

A proposito dei ricchi e motivi per odiarli, ho trovato questo video che spiega quanto la situazione è greve con la Valle del Silicio… o meglio, ciò che un tempo era il posto del silicio e oggi è diventato il posto dello schifo, il quartier generale di centinaia di signori del male digitale, per mano dei quali la parola “utente” assume un significato più distante dall’accezione informatica e più vicino a quello con cui gli spacciatori si riferiscono a chi compra le loro schifezze… 😷

I techbro di queste grosse aziende (non nello specifico le FAANG, anche centinaia di “minori”) sono non solo stronzi, in quanto perfettamente consapevoli di contribuire direttamente alla creazione di prodotti e servizi equiparabili a droga, software sempre in qualche modo dannoso per la psiche umana, nonostante sono loro che fanno le decisioni (insomma, parlo più di manager e salcazzi vari, non coloro che scrivono il codice sotto gli ordini dei draghi sputafuoco; anche se, qualora siano molto ricchi anche loro, non saranno risparmiati)… Sono soprattutto giganteschi ipocriti, che in primis si fanno riserve sull’usare la loro stessa tecnologia! 🤮

Il video fa diversi esempi, uno più allucinante dell’altro, ma secondo me il peggiore (cioè, quello che funziona meglio) è il fatto che i techbro restringono questa tecnologia in famiglia, andando dal non usarla a casa fino al bandirla completamente ai figli! Probabilmente molti conoscono quello che all’epoca pareva un caso eclatante, cioè che Steve Jobs non lasciava usare ai suoi figli (piccoli?) iPod e iPad… ma io ignoravo (e penso quasi tutti, altrimenti la società non sarebbe come è oggi) che nel salotto cattivo della California questa fosse praticamente la norma… 😱

…Ma, non solo niente tecnologie smart moderne AI agile connection cloud touch ai figli, ma addirittura niente in generale… neanche a scuola: li mandano in istituti di primo e secondo grado che costano più di una fottuta università (ricchi di merda) e dove, a differenza di qualsiasi scuola per persone normali, per i figli del popolo e non di un élite dei miei coglioni, tutto viene fatto senza alcuna tecnologia, perché si ritiene (forse non a torto, stando alle statistiche) che evitarla completamente porti più pro che contro nell’ambito dell’istruzione. E se è davvero così come si pensa, è gravissimo, perché vorrebbe dire (come se non ci fossero già altre mille conferme a riguardo, vabbé) che tutta la storiella delle pari opportunità sotto il nostro sistema economico, che ognuno può “farsi da sé”, è una stronzata colossale: i bambini non hanno margine di manovra, e non sono loro che scelgono se andare ad una scuola per ricchi dove imparano veramente, o una normale dove si brainrottano. 😫

Ora, io personalmente spero che questi bambini non stiano totalmente a secco di tecnologia, perché sarebbe triste… cioè spero abbiano almeno un 3DS per fare il gaming e magari foto e video, e quantomeno un PC a casa per rovinarsi già in tenera età con il coding, o fare un server Minecraft, o creare siti web, non lo so… Però, a parte la mia opinione personale, la situazione è oggettivamente vomitevole. Questi ricchi bastardi, che sono per esempio capi di social network (come uno di Facebook nel video), non lasciano usare il social ai figli non per i motivi soliti e giusti del tipo di “è pieno di pedofili” (cosa a cui risponderei di sistemare la moderazione, merde!), o che dovrebbero tenere d’occhio cosa ci fanno sopra ma non hanno tempo… glieli vietano per la struttura in sé: perché queste piattaforme sono fatte apposta, come sappiamo, per causare assuefazione. 😶

Io, come sempre, non ho parole. Questi minchioni sanno perfettamente i danni che il loro “lavoro” causa alla società, e invece di cambiare rotta se ne fottono — ma, non quando si tratta delle persone a loro care. Un comportamento immorale e sociopatico a dire poco… e io, veramente, non so come devo fare ancora a vivere in un mondo così terribile, visto che la gente non si sveglia e quindi fare una rivoluzione a livello mondiale, che è l’unica rivoluzione che funzionerebbe, è praticamente impossibile. 😭😭😭

#IT #ricchi #rich #tech #techbro #techbros #technology #UpperEchelon

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Nel 1968 la NATO si preoccupava per Malta


I motivi di apprensione crebbero in seguito allo scoppio della Guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno) quale ulteriore drammatico capitolo del conflitto arabo-israeliano tra Israele da un lato, ed Egitto, Siria e Giordania dall’altro, tra il giugno ed il luglio 1967. In seguito a tale avvenimento, a luglio si registrarono 70 unità navali sovietiche – tra quelle di superficie e subacquee – che costituì il picco massimo in assoluto mai raggiunto <240.
Questi avvenimenti indussero l’Alleanza a riflettere con maggiore urgenza e priorità sulla propria postura nella regione e sui rischi che da quest’ultima potevano porsi per il Fianco Sud.
Nella riunione dei ministri degli Esteri NATO svoltasi il 13 giugno in Lussemburgo pochi giorni dopo il cessate il fuoco (9 giugno), Brosio, nel suo discorso d’apertura, esprimeva soddisfazione circa il fatto che nell’ultimo lustro non si fossero verificate crisi eclatanti in Europa, ma che invece quanto stava accadendo in Medio Oriente imponeva a tutti di restare vigili. Ribadì come l’impegno futuro della NATO sarebbe stato quello di continuare a garantire «a just and stable peace in Europe. And when I say Europe, I mean Northern, Central and Southern Europe, including the Mediterranean area» <241. Dalle parole di Brosio, emerge una interpretazione estensiva della sicurezza europea. Una necessità, quella di guardare a Sud-Est, ribadita anche dal paragrafo 14 del ‘Rapporto Harmel’, ossia quell’«esercizio» interno all’organizzazione finalizzato a «studiare i futuri compiti che l’Alleanza ha di fronte, e le procedure per adempierli allo scopo di rafforzare l’Alleanza quale fattore di durevole pace» <242 presentato dal ministro degli Esteri belga che diede il suo nome allo studio, al Consiglio Atlantico del 13 dicembre 1967 <243 nel quale si affermava che «the present situation in the Mediterranean presents special problems»; e tra questi, su quello più di tutti gravoso per la pace della regione, ossia il conflitto arabo-israeliano, la NATO precisava come non fosse di propria responsabilità intervenire ma bensì delle Nazioni Unite <244.
In un periodo così delicato, tra agosto e settembre, il MC [Military Committee della NATO] su impulso della delegazione britannica, propose che il SACEUR [Supreme Allied Commander Europe] desse vita a due studi sullo scenario securitario della regione. Questa iniziativa venne adottata nella riunione del NAC [North Atlantic Council] del 6 settembre, che stabilì come il primo studio si dovesse occupare del ruolo di Malta nel sistema difensivo del Mediterraneo e di come l’Alleanza dovesse agire al fine di scongiurare aggressioni esterne contro l’isola; mentre il secondo dovesse riflettere sulla più generale situazione strategica del bacino <245. Entrambi gli studi furono presentati in sede atlantica nei primi mesi del 1968. Il primo sottolineò come l’isola maltese fosse importante come base militare per l’addestramento e le operazioni atlantiche, e che tale importanza sarebbe ancor di più cresciuta qualora l’Alleanza avesse perso le restanti basi presso i paesi non-NATO nel bacino <246. L’incremento della presenza navale sovietica acuiva il timore principale che l’Alleanza mostrava di nutrire nei confronti dell’isola, ossia che essa potesse scivolare verso l’orbita di Mosca e che alla fine cedesse alle richieste di concessione all’URSS di alcune installazioni portuali: una prospettiva questa che avrebbe posto «a considerable threat to the entire southern area of NATO» <247.
Pur alla luce di tali pericoli, lo studio concluse che non si riteneva necessario impiegare ulteriori unità nella difesa dell’isola, sebbene nel prossimo futuro l’Alleanza avrebbe dovuto prodigarsi al fine di mantenere La Valletta nell’orbita atlantica, scongiurando le avance sovietiche <248.
Il secondo rapporto iniziò a circolare nel febbraio 1968 e parve confermare soprattutto l’interpretazione maturata in sede di MC e NAC nella seconda metà dell’anno precedente secondo la quale l’accresciuta presenza navale sovietica costituiva «a vital threat NATO’s collective security» <249, non tanto da un punto di vista militare, quanto più per i suoi risvolti politici <250. Lo studio, intitolato «The Threat to NATO in the Mediterranean Area», pur non tacendo il rinnovato pericolo militare sia dal punto di vista strategico (con la regione che risultava essere entro la portata di oltre duecento IRBM ed MRBM sovietici) sia navale (con Mosca che schierava moderne unità sia di superficie che sottomarine) asseriva con grande chiarezza che «[the] Soviet military aid and naval presence in the Mediterranean is intended primarily to facilitate the expansion of Soviet influence through the Arab countries and beyond».
L’URSS infatti mirava ad esercitare una pressione politica e psicologica finalizzata a supportare i regimi filosovietici e, da un punto di vista più strettamente militare, ad osservare le manovre navali NATO e ad erodere l’influenza della stessa nella regione <251, col rischio non remoto per l’Alleanza «of being outflanked in the Southern Region» <252 <253.
La crescita dell’influenza sovietica nel bacino venne definita «dramatic» da uno studio elaborato dalla delegazione NATO degli Stati Uniti – intitolato ‘The Mediterranean – A problem for Alliance Security’ – e presentato al Consiglio Atlantico del 28 febbraio 1968. In esso trovava spazio una importante autocritica dello stesso approccio atlantico alla regione, in quanto il fatto stesso che «the Alliance has no regional policy in the Mediterranean» ha di fatto favorito la penetrazione sovietica la quale accrescerà e si gioverà della instabilità politica destinata a rimanere «high during the next several years» <254.
Su questa situazione di accresciuta inquietudine si interrogò il Consiglio Atlantico del 5 aprile 1968. In tale occasione il Segretario Generale Brosio, pur sostenendo che «it was not in the interests of the Alliance to underestimate this threat, it was even less in its interests to dramatize it, since this might well contribute to the success of the Soviet political activities», indicò alcune delle azioni che l’Alleanza avrebbe dovuto realizzare al fine di reagire alla nuova condizione venutasi a creare nel Mediterraneo. Data la natura principalmente politica della minaccia sovietica, la NATO avrebbe dovuto (1) migliorare le proprie relazioni con gli stati arabi in modo da contrastare sia da un punto di vista politico, economico e militare la politica sovietica nella regione; (2) considerare una riorganizzazione delle forze navali ed aeree atlantiche, che prendesse in considerazione di dar vita una «standing NATO naval force and perhaps also a NATO air force for surveillance purposes»; ed infine (3) fare chiarezza nei rapporti tra l’Alleanza e Malta.
Particolare rilevanza suscitarono le prime due proposte. Da subito, la Gran Bretagna e l’Italia attraverso i loro rispettivi rappresentanti permanenti presso il Consiglio, ossia Sir Bernard Burrows e C. de Ferrariis Salzano, si dissero concordi con le osservazioni di Brosio, sostenendo soprattutto la necessità che s’intrattenessero con i paesi non-NATO rapporti basati più su considerazioni politiche ed economiche che militari. Inoltre, Londra e Roma, precisarono che questi contatti dovessero esplicarsi mediante rapporti bilaterale avviati dai membri NATO interessati piuttosto che seguire formule collettive, in quanto quest’ultima era ritenuta non soltanto poco efficace, ma anche pericolosa in quanto avrebbe potuto esporre l’organizzazione a pretestuose critiche di ingerenza negli affari di paesi terzi <255.
Se la via dell’intensificazione dei rapporti con i paesi arabi rivieraschi costituiva la reazione politica della NATO, quella militare era rappresentata dall’idea di costituire una forza navale permanente nel Mediterraneo sull’esperienza della STANAVFORLANT <256, con compiti di sorveglianza e reazione rapida in occasione di crisi. Prefigurata per la prima volta dunque dal Segretario Generale, l’idea di dar vita ad una Standing Naval Force Mediterranean (STANAVFORMED) venne rilanciata ufficialmente e con convinzione dal MC il 9 aprile, che richiese al SACEUR di studiare la fattibilità ed i dettagli della stessa. La risposta di Lemnizer giunse il 10 maggio al MC ed essa nel momento in cui riconosceva che la costituzione di una forza navale internazionale risultava essere una valida soluzione, giudicava la stessa «not feasible at this time in the Southern Region» in quanto le forze attualmente schierate riuscivano a malapena a soddisfare i requisiti minimi per le operazioni a loro assegnate, e dunque esse non potevano essere impegnate in una simile forza permanente <257. In realtà, l’impossibilità di procedere lungo tale percorso derivava dalla freddezza con la quale lo stesso era stato accolto dai paesi membri, che nutrivano seri dubbi sulla natura stessa del provvedimento e si mostrarono restii a destinare ad esso proprie unità e sostenerne il costo finanziario.

[NOTE]240 WATSON, op.cit., pp.87-88. Sulla Guerra dei Sei Giorni e sul ruolo dell’Unione Sovietica in essa si veda: M. B. OREN, Six Days of War: June 1967 and the Making of the Modern Middle East, Presidio Press, New York, 2002; M. MONAKOV, The Soviet Naval Presence in the Mediterranean at the Time of the Six Day War, pp.144-168, in Y. RO’I, B. MOROZOV (edited by), The Soviet Union and the June 1967 Six Day War, Woodrow Wilson Center Press, Washington D.C., 2008.
241 Address by Mr. Brosio at the opening Session of the Luxembourg Ministerial Meeting, 13 June 1967, M2(67)2, in NAO, 04 – International Staff / International Secretariat, Public Diplomacy Division/ Information Service / Office of Information and Press, NATO Press Releases, 1967, in archives.nato.int/address-by-m….
242 L. S. KAPLAN, Il 40° anniversario del Rapporto Harmel, in Rivista della NATO, Primavera 2007, in nato.int/docu/review/2007/issu….
243 Summary Record of the Meeting of the Council held at the Headquarter, Brussels, 39 on Wednesday, 13th December 1967 – Review of the International Situation and East-West Relations, in NA, International Secretariat (IS) Documents, Category A – Council, C-R(67)50.
244 NATO Information Service, Brussels, Harmel Report, Report on the Future Tasks of the Alliance 1968, p.7, in NAO, 04 – International Staff / International Secretariat, Public Diplomacy Division / Information Service / Office of Information and Press, NATO Publications, NATO Non-Periodical, 1968, in archives.nato.int/uploads/r/ null/1/3/137535/0207_Report_on_the_future_tasks_of_the_Alliance-Harmel_Report_1968_BIL.pdf. É opportuno ricordare che l’idea di «undertake a broad analysis of international developments since the signing of the North Atlantic Treaty in 1949» venne presentata dal ministro degli Esteri belga Pierre Harmel durante il Meeting dei Ministri degli Esteri NATO nel dicembre 1966. Obiettivo di questa analisi sarebbe stata quello di «determine the influence of such developments on the Alliance and to identify the tasks which lie before it, in order to strengthen the Alliance as a factor of durable peace». Sul Rapporto Harmel esiste una ampia e specifica letterauta; in particolare si indicano i lavori di: H. HAFTENDORN, NATO and the Nuclear Revolution: A Crisis of Credibility 1966-67, Oxford Scholarship Online: October 2011, in DOI:10.1093/acprof:oso/9780198280033.003.0005; E. HATZIVASSILIOU, NATO and Western Perceptions of the Soviet Bloc: Alliance Analysis and reporting, 1951-69, Routledge, London – New York, 2014, Capitolo 4; R. KUPIECKI, The Harmel Report and Lessons from NATO’s Dual-track Policy, Polski Instytut Spraw Międzynarodowych, in The Polish Quarterly of International Affairs Journal, n.4, 26/2017, pp. 5-18.
245 Summary record 296th Meeting of the Military Committee, 20 December 1967, MC 296-67, in NAO, 03 – Military Committee, Record Military Committee Series, 1968, in archives.nato.int/military-com….
246 SAIU, Liliana, La dimensione insulare della sicurezza nel Mediterraneo: il caso di Malta, in DI NOLFO, Ennio, GERLINI, Matteo, (a cura di) Il Mediterraneo attuale tra storia e politica, Marsilio Editori, Venezia, 2012, p. 103 e 108.
247 Memorandum from the IMS to MC, Strategic study in the Mediterranean with particular reference to the Security of Malta, 14 February 1967, IMSM-40-68, in NAO, 03 – Military Committee, International Military Staff Working Memorandum, 1968, in archives.nato.int/strategic-st….
248 Military Committee, The Security of Malta aginst External aggression, (The Malta Study), 18 September 1967, CR(67)36, in Memorandum from the IMS to the Secretary General, The Malta Study, 20 March 1968, MCM-15-68, in NAO, 03 – Military Committee, Military Committee Memoranda (MCM) Series, 1968, in archives.nato.int/the-malta-st….
249 Summary record of the meeting of the NAC, 13 December 1967, C-R(67)50, in NA.
250 Summary record of the meeting of the NAC, 23 November 1967, C-R(67)62, in NA.
251 International Military Staff (IMS) to the Executive Secretary, Updated Brief on the threat to NATO in the Mediterranean Area, 7 February 1968, IMSM-55-68, in NAO, 03 – Military Committee, International Military Staff Memorandum, 1968, in archives.nato.int/update-brief….
252 Ad Hoc Intelligence Working Group (AHIWG), Soviet Bloc penetration of the Middle East and North Africa and its military significance to NATO, 4 April 1968, MC255/68, in NAO, 03 – Military Committee, Military Committee Series 1968, in archives.nato.int/soviet-bloc-….
253 The Threat to NATO in the Mediterranean area, SHAPE Brief, from the Secretary General (Brosio) to the Permanent Representatives of the MC, 15th February 1968, PO/68/98, in NA.
254 The Mediterranean – A problem for Alliance Security, Working paper prepared by the United States Delegation, 28 February 1968, in Memorandum from the Executive Secretary of NAC (Coleridge) to the Secretaries of Delegations, 13th March 1968, RDC(68)62, in NA.
255 Summary record of a meeting of the Council, 5th April 1968, C-R(68)17, in NA.
256 Sulla STANAVFORLANT, ideata nel 1966, approvata dal NAC nel dicembre 1967, ed operativa dal gennaio 1968 si veda NATO Information Service, STANAVFORLANT, in archives.nato.int/uploads/r/nu…; e SOKOLSKY, op. cit., p. 311.
257 Memorandum from the Military Committee to the Secretary General, Appreciation of the Strategic Situation in the Southern Region of ACE, 10 May 1968, IMSWM-118-68, in NAO, 03 – Military Committee, International Military Staff Working Memorandum, 1968, in archives.nato.int/appreciation….
Gian Lorenzo Zichi, Una centrale perifericità. Il Mediterraneo e le organizzazioni internazionali regionali di sicurezza negli anni Settanta e Ottanta: NATO, WEU, CSCE, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Cagliari, Anno accademico 2018-2019

#1967 #1968 #arabi #europea #GianLorenzoZichi #Giordania #giorni #guerra #Israele #Malta #ManlioBrosio #Mediterraneo #Nato #paesi #SegretarioGenerale #sei #sicurezza #Siria #URSS

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Ho visto solo adesso il direct, essendo stato al lavoro: Porting di Super Mario Galaxy e Super Mario Galaxy 2! Ma non ho…


Ho visto solo adesso il direct, essendo stato al lavoro:Porting di Super Mario Galaxy e Super Mario Galaxy 2! Ma non ho interesse nell'acquisto.Sembra interessante il DLC di Super Mario Bros: Wonder e carino anche il gioco di Yoshi.Quello che aspetto di p
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Ho visto solo adesso il direct, essendo stato al lavoro:
Porting di Super Mario Galaxy e Super Mario Galaxy 2! Ma non ho interesse nell’acquisto.

Sembra interessante il DLC di Super Mario Bros: Wonder e carino anche il gioco di Yoshi.

Quello che aspetto di più è Tomodachi Life: Una vita da sogno 👀

Il visore VR a forma di Virtual Boy, ma noi si usa il VR di Nintendo Labo! Ma giustamente hanno fatto pure la versione di cartone con la stampa del Virtual Boy.

#NintendoDirect

Continua su Telegram ➡️ Vai al post

news.creeperiano99.it/2025/09/…

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odio il Durov e gli spaccaggi maledetti (sono cucinata)


Oggi è un nuovo giorno… ma sembra che il calendario sia sempre e comunque incastrato in un eterno ritorno dello schifo, se si guarda a Telegram. E io, ormai, sto perdendo la pazienza oltre ogni limite veramente normale, al punto che non so cosa succederà se le cose continuano per questa via… non ce la faccio veramente più, il tutto fa così troppo schifo, e non c’è una singola app di messaggistica che sia migliore, nonostante siamo nel fottuto anno 2025 d.C (o 5 d.C, dopo Covid), questa è la rogna. 😭
29 .;e)"ce l'ho durov" disse egli dopo aver reso Telegram una merda rotta schifosa pay to winnColli9 EDIUIZIONI9 EDUROVÈ9 EDIUIZIONI9 EDIUIZIONIÈa ° DUROV9 E
In breve, il problema è che Telegram ha ogni fottuto giorno sempre problemi minori — e non parlo solo degli eventuali client glitchati, che ormai son pane quotidiano, ma proprio di cose che si rompono a livello di backend, di continuo — che vanno a rovinare malamente quello che all’atto pratico è un servizio di pubblica utilità, nonostante Pavel Durov sia talmente ricco sfondato di soldi che, se si decidesse a usarli per bene, quindi per il bene della piattaforma e degli utenti, investendo grandemente in ricerca e sviluppo oltre che in dei server funzionanti, questi problemi logicamente non esisterebbero… E, non solo questo, ma da classico riccone si riempie sempre la bocca di stronzate, e gli scemi che gli vanno appresso lo pagano pure per ciò. 😿

Da qualche giorno sto vedendo un problema stranissimo per cui le anteprime per molti link, in genere esterni ma a volte anche interni, non si generano o non si aggiornano… ed è 1 problema. Oggi però, come se le incazzature accumulate non fossero abbastanza, la bot API HTTP (e anche altra roba web, a quanto pare, che però non ha impattato me in quel momento) ha smesso di funzionare per tipo un’ora buona… e tipo tutti i bot inizialmente hanno smesso di funzionare, poi qualcuno ha recuperato, e ma ovviamente il mio @WinDogBot ci ha messo secoli a recuperare, nonostante lo riavviassi a mano di continuo. Mamma che schifo! 👹

E nel mentre (cioè, poco dopo, ma vabbè) che gli utenti col cervello non liscio soffrono, il capo mafia se ne esce con l’ennesimo post politico scritto in 2 minuti non solo per pavoneggiarsi lui e la sua piattaforma di cazzo, ma per racimolare soldi… racimolare soldi sopra la morte di un tizio assassinato… perché, come ad ogni suo post, accetta le stelle, e il suo canale è pieno di coglioni che gliele danno. Bastardo. In questo momento, con circa 400mila visualizzazioni, ha raccolto 12,5mila stelle, che valgono circa 208 euro… per aver scritto la roba più banale di sempre e con il solito intento immorale, ossia portare acqua+soldi al proprio mulino; anziché fare un post di scuse per il disservizio del momento. Non ho davvero parole. ☠️

Chiedo non ironicamente aiuto, perché ho perso le speranze. Da questo momento l’unica cosa che potrò fare è semplicemente desiderare che Durov, una mattina a caso, si svegli e semplicemente rinsavisca: desidero che da un momento all’altro si accorga dello schifo che fa da ricco, e di sua spontanea volontà prima venda tutti gli yatch (o gli altri oggetti superflui che ha, ora non so), poi metta di botto una gran parte del suo patrimonio in Telegram per sanare le gigantesche lacune che questo affare ha, e poi si dia alla beneficenza, alle opere buone. Oh, non desidero che si ammali, e nemmeno che qualcuno gli levi ciò che ha… voglio che sia lui a diventare buono spontaneamente, cazzarola e porca puttana!!! 😭😭😭

Comunque, in generale sembra che tutti questi esseri umani, in assoluto, più diventano ricchi e più diventano stronzi… soprattutto in ambito tech, più diventano personalmente ricchi e meno gli importa dei prodotti che loro stessi hanno creato e che sono diventati (in grande o piccola parte, dipende dai casi) monopolio di settore; pazienza se l’esperienza per gli utenti fa schifo, basta che loro possono farsi le vacanze da ricchi, e parlare dal proprio piedistallo come se fossero divinità… quando, a differenza mia, non lo sono neanche a metà. (…Non datemi assolutamente mai soldi, perché ho paura di finire pure io male come ‘sti techbro dimmerda, ma vi scongiuro: non dateli nemmeno a quelli che sono già ricchi, piuttosto spendeteli per roba veramente bona.) 🕳️

#down #DUROV #problemi #rant #ricchi #Telegram #TelegramDown

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In Argentina una vittoria elettorale contro il genocidio sociale di Milei


La grande sfida dei prossimi mesi e anni consisterà non solo nel mantenere questa fragile unità dei settori popolari all'interno del campo nazionale, ma anche nell'estenderla e ampliarla ad altri settori.
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Argentina

Una vittoria elettorale contro il genocidio sociale di Milei

di Sergio Ferrari

Traduzione a cura del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati:

Con quasi 14 punti di scarto, domenica 7 settembre il peronismo-kirchnerismo ha inferto nella provincia di Buenos Aires il primo colpo politico di rilievo al governo di Javier Milei e al suo progetto antisociale. È stata una “bastonata elettorale”, come hanno titolato diversi media nazionali e internazionali, commentando i risultati che nessuna delle società di sondaggi aveva previsto.

A due anni dalla vittoria di Milei nel 2023, l’elezione dei parlamentari provinciali di Buenos Aires ha costituito il primo test rilevante dello stato d’animo politico della cittadinanza in generale.

La provincia di Buenos Aires, con oltre 17 milioni di abitanti – il doppio della popolazione della Svizzera – riunisce quasi un terzo dell’elettorato argentino. Storicamente, i risultati di questo gigante abitativo di 307.000 km2 -più esteso dell’Italia- costituiscono uno degli indicatori di riferimento delle tendenze elettorali a livello nazionale.

Il prossimo 26 ottobre sarà l’altro momento chiave per valutare l’andamento del progetto “anarco-libertorio-antisociale” di Milei: le elezioni parlamentari a livello nazionale. In esse saranno eletti la metà dei deputati e i 1/3 dei senatori. Da qui l’importanza di questo primo test che si è appena svolto a Buenos Aires lo scorso 7 settembre.

Risultati schiaccianti

Fuerza Patria, che riunisce il peronismo-kirchnerismo e i suoi alleati, con oltre 3.800.000 voti (47,3% dei voti) è stata la chiara vincitrice. Con 2.700.000 voti (33,7%) si è classificato La Libertad Avanza di Javier Milei, che in queste elezioni ha fagocitato la Propuesta Republicana (PRO) dell’ex presidente di destra Mauricio Macri. In altre parole, Milei ha unificato tutto lo spettro della destra-estrema destra.

Molto lontane dalle prime due forze, con poco più del 5%, si sono classificate Somos Buenos Aires (una parte dell’ex Partito Radicale di centro) e, come quarta forza elettorale, il Frente de Izquierda y Trabajadores – Unidad, che ha ottenuto il 4,7% dei voti. Una decina di altre piccole forze si sono classificate con meno del 2% ciascuna, senza raggiungere, in totale, il 10% dei voti.

Due conclusioni principali

Al di là dell’aritmetica e della maggioranza parlamentare netta che il peronismo-kirchnerismo manterrà per quattro anni nella provincia, emergono due elementi principali di analisi a livello di conclusioni provvisorie.

In primo luogo, e più importante, l’indiscutibile vittoria del peronismo-kirchnerismo su La Libertad Avanza del presidente Milei. In termini più generali, ciò può essere interpretato come un chiaro rifiuto da parte della maggioranza dell’elettorato di Buenos Aires del progetto di duro “aggiustamento” antisociale che il leader libertario sta attuando con l’approvazione del Fondo Monetario Internazionale.

Sebbene Milei sia riuscito a ottenere un relativo controllo dell’inflazione, il costo sociale dell’aggiustamento che sta applicando, lo smantellamento accelerato dello Stato sociale, la totale dipendenza dal Fondo Monetario Internazionale, così come la sua cieca alleanza con Donald Trump e Benjamin Netanyahu (come principali riferimenti della sua visione geopolitica) gli stanno costando caro in termini politici. A ciò si aggiunge il rifiuto popolare del negazionismo di Milei sui diritti umani e sul cambiamento climatico. E la condanna sociale della costante repressione che Milei e il suo governo stanno applicando contro ogni forma di opposizione, in particolare contro i pensionati che da mesi guidano la protesta sociale nelle strade.

In secondo luogo, la vittoria di Fuerza Patria porta ad analizzare le attuali dinamiche interne di quel grande conglomerato politico peronista-kirchnerista. In esso confluiscono tre settori principali: quello di Axel Kicillof (53 anni), attuale governatore di Buenos Aires, figlio del kirchnerismo ma che rivendica autonomia nella gestione. Il settore kirchnerista guidato da Cristina Fernández de Kirchner (72 anni), oggi bandita, agli arresti domiciliari e che continua ad essere la presidente del Partito Justicialista (peronista) a livello nazionale. E il centrista Renovación Peronista dell’ex candidato Sergio Massa (53 anni).

Ma al di là di queste forze strutturate, il peronismo-kirchnerismo integra settori sociali molto diversi, il che complica ulteriormente la guida unificata di questo ampio movimento: le principali confederazioni sindacali del Paese; i movimenti sociali urbani e rurali; i governatori provinciali peronisti – spesso con progetti e interessi propri e disposti a negoziare con il governo nazionale – e persino i sindaci municipali. Ad esempio, solo a Buenos Aires, il 7 settembre scorso il peronismo ha vinto in quasi un centinaio dei 135 comuni esistenti, poiché sono stati eletti anche i consiglieri comunali (parlamentari municipali) e i consiglieri scolastici.

Una prima lettura indicherebbe che il grande vincitore di questa lotta interna è stato Axel Kicillof, che ha imposto la sua volontà di anticipare a settembre questa competizione provinciale, separandola dalle elezioni parlamentari del prossimo ottobre. Le urne hanno dimostrato che questa decisione politica ad alto rischio, fortemente contestata dalla stessa Cristina Fernández de Kirchner, era corretta. Tuttavia, la vittoria del peronismo-kirchnerismo lascia anche una lezione essenziale: senza unità nella diversità non c’è possibilità di vittoria contro Milei.

La grande sfida dei prossimi mesi e anni consisterà non solo nel mantenere questa fragile unità dei settori popolari all’interno del campo nazionale, ma anche nell’estenderla e ampliarla ad altri settori affinché il risultato positivo ottenuto a Buenos Aires superi, a livello nazionale, il 50% indispensabile per destituire questo pericoloso laboratorio di genocidio sociale messo in atto dal governo di Milei.

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“inno ai nuovi poteri”


trovo su fb questa frattaglia tra il servile e l’efferato, che non bisogna essere a sx per giudicare – come minimo – apologetica degli anni più demmerda del Novecento, (in)seminatori dei decenni successivi.

poi io commento, in calce, con Balestrini.

“il regno dei sarti” (Nanni Balestrini)
slowforward.net/wp-content/upl…

(da slowforward.net/2022/08/23/pos…)

(“fluidificazione della geopolitica”? “capitali liberati”? ma l’anima de li mejo tatcher vostri)

#anni80 #anniDemmerda #anniNovanta #GiorgioArmani #nuoviPoteri #poteri #sarti

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Treno Frecciabianca con ETR460.022 in transito a Cecina (16/07/2024)


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Astrocampania organizza una visita guidata su prenotazione presso l’Osservatorio Astronomico S. Di Giacomo in Agerola, un viaggio tra le stelle del cielo nello scenario dell’alta costiera amalfitana il 19 settembre 2025.

Un coinvolgente spettacolo al Planetario per scoprire i segreti delle nebulose della Via Lattea, emozionanti osservazioni degli oggetti celesti della nostra galassia e di Saturno con l’ausilio di un potente telescopio da campo, il tutto sotto la guida esperta dei divulgatori di Astrocampania. […]

oasdg.astrocampania.it/2025/09…

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Niger: ondata di violenza nella regione di Tillabéri


[:it]La zona viene spesso presa di mira dai terroristi islamici.[:]

Negli ultimi giorni, il Niger ha vissuto un’escalation allarmante di violenza, con attacchi coordinati da parte di sospetti jihadisti che hanno portato alla morte di almeno 20 soldati. Questi eventi tragici si sono verificati nella regione di Tillabéri, un’area già segnata da tensioni e conflitti storici, situata al confine con Burkina Faso. La crescente minaccia dei gruppi jihadisti sta non solo compromettendo la sicurezza locale, ma anche esacerbando la crisi umanitaria nella regione.

Mercoledì 10 settembre 2025, le forze armate nigerine hanno subito pesanti perdite in due attacchi distinti; secondo le notizie circolate, si parla della morte di 20 soldati, cifra che alcune fonti suggeriscono potrebbe essere ancora più alta, se si includono anche membri della guardia nazionale. Secondo i rapporti di Wamaps, specializzati nel monitoraggio della sicurezza nel Sahel, parte di questi attacchi è stata attribuita a una branca dell’Isis. I principali episodi segnalati includono un attacco a una postazione militare nei pressi dell’aeroporto di Tillabéri, dove hanno perso la vita 12 soldati, e due attacchi nel quartiere di Digga Banda, con la conseguente morte di almeno due civili. Inoltre, 15 soldati della Guardia Nazionale sarebbero stati uccisi durante le operazioni di risposta agli assalti.

La regione di Tillabéri mostra ultimamente un contesto di crescente violenza jihadista. Gruppi legati ad Al-Qaeda e all’Isis hanno sfruttato le debolezze istituzionali, le tensioni etniche e l’assenza di uno Stato forte per espandere la loro influenza. La coalizione della società civile G25 ha condannato veementemente gli attacchi, evidenziando l’urgenza di interventi mirati per fermare questa spirale di violenza. Organizzazioni come Human Rights Watch hanno sollecitato le autorità nigerine a intensificare gli sforzi per tutelare i civili nella regione di Tillabéri, la quale appunto è già stata teatro di una serie di attacchi mortali da parte dell’Isis dall’inizio dell’anno. Le famiglie vivono costantemente nella paura e molte abbandonano le proprie abitazioni verso zone ritenute più sicure, aumentando il numero di sfollati interni.

Le forze armate nigerine, già sotto pressione, si trovano a fronteggiare una crescente sfiducia da parte della popolazione, che chiede sicurezza e stabilità. A quanto pare l’arrivo dei mercenari russi in sostituzione delle forze armate occidentali precedentemente presenti in Niger non è servita a molto. Anzi, possiamo anche dire che non è servita proprio a nulla, se non a proteggere gli interessi di Vladimir Putin sul territorio.

Fonti: naturaosta.it, altri

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napoli, museo madre: “pietro lista. in controluce”


mostra di Pietro Lista al Museo Madre, Napoli 2025La Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – museo Madre presenta dal 17 settembre al 17 novembre la mostra “Pietro Lista. In controluce”, a cura di Renata Caragliano, che documenta cinquant’anni di carriera dell’artista umbro di nascita (Castiglione del Lago, 1941), che dal 1954 vive e lavora in Campania.
[…] Il progetto espositivo, frutto di due anni di ricerche realizzate in stretta collaborazione con l’artista e il suo archivio, è organizzato in cinque sezioni tematiche → continua qui

#art #arte #museoMadre #PietroLista #RenataCaragliano

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napoli, museo madre: “pietro lista. in controluce”


mostra di Pietro Lista al Museo Madre, Napoli 2025La Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – museo Madre presenta dal 17 settembre al 17 novembre la mostra “Pietro Lista. In controluce”, a cura di Renata Caragliano, che documenta cinquant’anni di carriera dell’artista umbro di nascita (Castiglione del Lago, 1941), che dal 1954 vive e lavora in Campania.
[…] Il progetto espositivo, frutto di due anni di ricerche realizzate in stretta collaborazione con l’artista e il suo archivio, è organizzato in cinque sezioni tematiche → continua qui

#art #arte #museoMadre #PietroLista #RenataCaragliano

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Immigrazione e sindacato. Lotta alle discriminazioni, parità dei diritti ed azioni nel contesto della crisi pandemica.


[:it]9° rapporto IRES[:]
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I processi migratori sono una lente attraverso cui guardare i cambiamenti che scuotono le nostre società. Dal livello sovranazionale dei flussi di chi fa ingresso in Italia, di chi la attraversa verso altre mete o la lascia per realizzare il proprio progetto di vita altrove, fino al livello di prossimità delle relazioni dentro e fuori i luoghi di lavoro, in cui si intrecciano aspirazioni ed esperienze di chi viene per restare. Le migrazioni sono sinonimo di cambiamento e a loro volta si trasformano interagendo con altri fenomeni. Questa edizione del volume Migrazioni e sindacato restituisce uno sguardo sulla condizione dei lavoratori e delle lavoratrici migranti in rapporto con il sindacato, all’avvio di un passaggio storico segnato dalla pandemia di Covid-19. La rappresentanza, la parità delle condizioni di lavoro, i diritti contrattuali, l’integrazione, la tutela dalle discriminazioni e dall’esclusione sociale sono affrontate nel volume da studiosi, sindacalisti, responsabili dei servizi sindacali, operatori dei media, dirigenti dell’associazionismo. Emerge un quadro in movimento, nel quale le conquiste sociali e le criticità di oggi e del passato recente si confrontano con lo scenario, per molti versi inedito, che ci attende.

Dal libro

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bramate 1 copia?


fino al 30 settembre 2025, chi intende sostenere tramite paypal o ko-fi il lavoro di mg / differx / slowforward con cifre uguali o superiori a 20 euro, riceve gratuitamente – con posta tracciata – una copia di Prima dell’oggetto.
autografata, if they want.
(n.b.: dopo il 30 settembre sarà sempre possibile – e da me auspicatissimo – sostenere con donazioni i blog, i siti, la newsletter, ovviamente, …ma senza ricevere il libro).

#autografo #koFi #paypal #PrimaDellOggetto #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #slowforward #sostenereIlLavoroDiMg


link e materiali per “prima dell’oggetto” (déclic, maggio 2025)


POST IN CONTINUO AGGIORNAMENTO


scheda editoriale:

copertina di "Prima dell'oggetto", di Marco Giovenale (déclic, 2025)
cliccare per accedere al sito dell’editore

PRIMA DELL’OGGETTO
di Marco Giovenale
déclic edizioni
libro in brossura con alette, cm 13,5 x 19
pp. 128, ISBN 9791281406117
uscita: 16 maggio 2025

Se c’è un libro che si è stufato sia della poesia sia del narrare usuale, e che va in senso opposto, è questo: si muove verso il senza verso e si interroga sulla fuga caotica delle cose e delle narrazioni, come alice che non capisce le corse del bianconiglio ma si secca pure di seguirlo. il lettore non deve però spaventarsi di questo smarrimento. potrà confidare in alcune chiavi, rammentando:

– che quasi tutto si svolge a roma, ossessivamente richiamata: e tanto il richiamare quanto il suo oggetto danno sul barocco, con conseguente eco lontana di erotía;
– che una sfumante prima parte del libro si abbandona al flusso fonico del discorso, toccando solo leggermente la sostanza di storie e microstorie;
– che detto flusso si cristallizza pian piano in quasi-racconto, e allora affiorano figure precise, anche se spesso poi si sfaldano, si dissipano;
– che a sfarinarsi è tanto il linguaggio quanto il reale già sotto scacco e fuori fuoco, come per un’apocalisse nascosta in ogni pixel del quadro.

§

READING, INCONTRI, REGISTRAZIONI, APPUNTI, IMMAGINI, RECENSIONI, ESTRATTI:

21 mar. 2026:
audio completo del reading+dialogo alla Libreria Luce (Napoli):
slowforward.net/2026/02/28/pod…
@ archive: archive.org/details/pap090_mg_…

1 dic. 2025:
recensione del libro + estratti, a cura di Elisa Barbisan, in seizethetime.it: seizethetime.it/attorno-agli-o…

13 ott. 2025:
Le parti e il cronista, recensione del libro + brevi estratti, di Valentina Murrocu, in recensireilmondo.com:
recensireilmondo.com/2025/10/r…

15 set. 2025:
il podcast ‘La Finestra di Antonio Syxty’ propone un dialogo sul libro con Niccolò Scaffai, open.spotify.com/episode/0mCWU… (cfr. anche slowforward.net/2025/09/15/fin…)

12 set. 2025
l’incipit del libro selezionato da Recensireilmondo:
facebook.com/recensireilmondol…
(ripreso poi da déclic: facebook.com/declicedizioni/po…)

25 ago. 2025:
intervista su Prima dell’oggetto, e su “La scuola delle cose”, n. 19 (“scrittura di ricerca”): RadioTre Suite, 24 ago. 2025, h. 23:00-23:25, https://www.raiplaysound.it/audio/2025/08/Radio3-Suite—Magazine-del-24082025-aef7d6cc-546a-474c-bcbb-3db0019727f8.html e slowforward.net/2025/08/25/rad…

28 lug. 2025:
una pagina dal libro, riprendendo un post editoriale su fb
slowforward.net/2025/07/28/una…

19 giu. 2025:
notille da un social dopo il reading a Villa Lais del 28 mag. 2025
slowforward.net/2025/06/19/not…

17 giu. 2025
pod al popolo, #070: reading perinelli e giovenale @ studio campo boario, 17 giu. 2025
@ archive: archive.org/details/pap-070-pr…

16 giu. 2025:
registrazione del reading (con autoannotazioni) a Villa Lais, 28 mag. 2025
slowforward.net/2025/06/16/pap…

31 mag. 2025
pod al popolo, #069: lettura di mg (da Oggettistica e Prima dell’oggetto) @ ‘roma chiama poesia’, teatro basilica, 31 mag. 2025
@ archive; archive.org/details/pap069_Rom…


ANTEPRIME, ESTRATTI, FRAMMENTI:

un estratto qui

Quattro estratti/anteprime su fb (apr.-mag. 2025):
slowforward.net/2025/06/02/ant…

Alcuni materiali comparsi in altra forma sul Multiperso:

Scendi, 21 giu. 2023:
multiperso.wordpress.com/2023/…

L’importanza dell’ascolto, 16 lug. 2023:
multiperso.wordpress.com/2023/…

Stanza stanza, 24 lug. 2023:
multiperso.wordpress.com/2023/…

Pietra, 25 set. 2023:
multiperso.wordpress.com/2023/…

[Nest. Rest. Reset. Next], 4 ott. 2023:
multiperso.wordpress.com/2023/…

Videoripresa, 13 ott. 2023:
multiperso.wordpress.com/2023/…

§

ADDENDA

Un post di Simone Beghi (25 ago. 2025):
facebook.com/61566271675466/po…

§


declicedizioni.it/prodotto/pri…
#069 #070 #antiracconto #controracconto #déclic #LaFinestraDiAntonioSyxty #LibreriaLuce #lisaBarbisan #MG #podAlPopolo #PrimaDellOggetto #prosa #prosaBreve #RadioTreSuite #Recensireilmondo #scritturaDiRicerca #scrittureDiRicerca #seizethetimeIt #StudioCampoBoario #testiDiMgInRete #testiDiMgOnline #ValentinaMurrocu #VillaLais


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Barriere architettoniche, Comune ancora inadempiente. Arriva un Commissario?


Per adottare il PEBA, Piano per l’eliminazione delle barriere architettoniche, molto probabilmente arriverà a Catania un commissario ad acta.

Solo così la città avrà il Piano che il Comune avrebbe dovuto adottare da quaranta anni a questa parte. Da quando la legge 41 del 1986 e le successive del 1992 e 2013, ed anche una Convenzione Onu, hanno imposto alle amministrazioni cittadine di […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/09/12/barr…

#AssociazioneLucaCoscione #ComuneDiCatania #disabilità #PEBA #TARDiCatania

Questa voce è stata modificata (9 mesi fa)

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“Immagina essere nel team di Teams e ricevere una chiamata di team su Teams che il tuo team deve lavorare a Teams sul posto perché lavorare a Teams su Teams non è un buon modo per lavorare in team”

cornedbeefhashtags:>&gt; Windows Central: Microsoft mandates return to office — claims Teams and all remote work solutions are inferior&gt; Imagine being on the Teams team and getting a team Teams call that your team needs to work on Teams onsite because working on Teams on Teams isn’t a good way to work in teamscornedbeefhashtags.tumblr.com/…windowscentral.com/software-ap…
Ma Microsoft si rende per caso conto dei colmi e dei paradossi di cui è causa in questo mondo? Stavolta sembra una scemenza, ma giuro che non trovo veramente le parole giuste… Invece che ammettere che quella merda di Microsoft Teams (non che i loro altri software siano meglio eh, lo sappiamo, che siano essi indirizzati a consumatori o aziende) non funziona bene, fa schifo, è incoerente ovunque dentro, lagga, è troppo pesante, ha la UX peggiore di sempre, ha una UI che a lungo andare causa disturbi depressivi, manca di funzioni necessarie ma è pieno di quelle inutili (avranno preso ispirazione da Durov?), e non dico sistemarla così che anche gli altri possano smettere di soffrire, ma almeno usare qualcosa di meglio internamente… cacciano fuori la scusa che è meglio tornare in ufficio in presenza! 🤯

Non serve nemmeno una situazione buffa ipotetica come quella in questo esempio per capire quanto la situazione sia grave. Per fortuna, io non mi trovo ancora a dover usare abitualmente Sciordeams (solo qualche volta per l’università), ma è una magra consolazione, perché ho come il presentimento che ciò non sarà più vero nel momento in cui ahimè smetterò di fare la disoccupata… e poi, Microsoft ha deprecato Skype in favore di Teams da un po’, quindi veramente vogliono spingerlo anche sulla popolazione normale, non solo sugli stronzi che lavorano (o studiano) nell’informatica; nonostante il fatto che, anche se lo attivi con un account personale, volendolo usare per comunicazioni informali, ti spamma tasti di LinkedIn ovunque. (Vabbè che anche Skype negli ultimi anni, con Microsoft che ci ha tenuto le mani sopra, era diventato un troiaio spaccato con problemi di usabilità simili a Teams, credo, ma porca di quella troia, semmai cedetelo ad un’azienda terza o rendetelo open source!) 💣

A questo punto, ho una teoria; complottista, ma perfetta: Microsoft ha fatto apposta Teams tutto merdoso, così da essere pronta per il momento in cui avrebbe fatto questo studio interno come descritto nell’articolo sopra, per determinare che da remoto con strumenti come Teams si lavora male — perché tutte le più grandi aziende hanno questa smania intrinseca di riportare il lavoro in ufficio, e sfavorire quello remoto, per nessuna precisa ragione se non i dati ricavati da questi studi che sono sempre condotti secondo punti discutibili, e Microsoft è una grandissima azienda. Ma vabbè oh, per me ci sta pure l’andare in ufficio 3 giorni a settimana, non è questo il problema… IL PROBLEMA È CHE TEAMS È UN SOFTWARE DI MERDA, MAMMA MIA, BASTA, DEPRECATELO, LEVATELO DA MEZZO! (Ripeto, io non lo uso ancora abbastanza da soffrire direttamente così tanto a causa sua, ma sento di continuo storielle riguardo quanto faccia schifo… e già quelle mi bastano.) 🔪

#Microsoft #MicrosoftTeams #Teams #work

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un labirinto/spirale di fabio lapiana


(tecnica mista su biglietto da visita)

collezione MG, Roma

#art #arte #collezioneMarcoGiovenale #collezioneMG #FabioLapiana #labirinto #labirintoSuBigliettoDaVisita

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[r] _ messaggi ai poeti / utili sussidi / vediamo se riesco a spiegarmi (con un cb ennesimo eccetera)


ma poi l’avete capita questa differenza tra talento e genio, questa faccenda dei SIGNIFICANTI, o CB deve resuscitare e farvi un disegno?

youtube.com/embed/MZuw3_DW0TU?…

“messaggi ai poeti”, “utili sussidi” e “vediamo se riesco a spiegarmi” erano e sono tre tag sotto cui ho cercato anzi cercai (a vuoto) di versare la cognizione della centralità di talune quistioni di base nella meninge dell’italo medioscrivente.

ah, e poi ancora:

copernico vs. tolomeo / carmelo bene


slowforward.net/2020/07/30/cop…

carmelo bene: frammento audio su io e soggetto (dell’inconscio) nel libro “‘l mal de’ fiori”


slowforward.net/2024/01/21/car…

il tealtro. carmelo bene (1968) e la critica dalle 22 alle 24. (a mio avviso non parla solo del teatro)


slowforward.net/2020/09/18/il-…

#LMalDeFiori #111 #écriture #cambioDiParadigma #CarmeloBene #cb #Copernico #CopernicoVsTolomeo #critica #difFerenza #différance #differanza #Difference #differx #genio #ilTealtro #IoESoggetto #messaggiAiPoeti #paradigmShift #scrittura #scrittureDiRicerca #scrittureSperimentali #significanti #soggetto #soggettoDellInconscio #talento #tealtro #teatro #Tolomeo #utiliSussidi #vediamoSeRiescoASpiegarmi

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wiiu merdifera e il suo cavo spaccacaroso


Non ne avevo minimamente voglia, ma stamattina ho dovuto necessariamente attivare la versione meno ortodossa dei miei poteri di ragno e creare una fottutissima crisalide… sopra all’alimentatore del WiiU, che si rifiutava di funzionare. Infatti — e non ne ho mai parlato direttamente, ma menzionai la cosa un annetto fa di corsa parlando di altroda un po’ di tempo il cavo è rotto nel punto dell’uscita del trasformatore, con la copertura di gomma del cavo che si è abbastanza staccata da quel solito bitorzolo che servirebbe proprio a evitare rotture di questo tipo, che in questo caso però l’ha favorita, ironicamente. 😓
Dettaglio del punto dell'alimentatore come descritto
Io in realtà pensavo di avere da un annetto o due questo problema… e invece, cercando al volo tra gli archivi dello spacc, mi sono accorta che già nel 2021 avevo notato questo fatto di merda… t.me/SpaccInc/305… quindi, probabilmente, sarà da almeno 5 anni che il cavo è rotto così. Non me ne sono mai preoccupata, perché quel rame che si intravede è girato tutto attorno al centro, quindi sarà solo la massa, mentre il positivo sarà ancora isolato bene dentro (che modo di merda di strutturare un cavo, però), e comunque lì ci passa solo corrente continua a 75 V, dunque non si muore… peccato che stamattina però la console non si accendesse proprio, dopo che settimane fa ho spostato l’alimentatore. 🙊

Girando un pochino ‘sto blocco di merda, alla fine ha funzionato, però a questo punto è chiaro che in questo stato le cose non potessero che peggiorare. Quindi, considerato che sono tirchia, che comunque questo alimentatore ufficiale Nintendo non si vende (almeno, non più), che eviterei a prescindere alimentatori cinesi, e che non so saldare (non che in questo caso si possa fare, si è rotto a merda e il cavo in sé è comunque strambo)… Per questa riparazione hardware ho preso, da brava sviluppatrice software, la colla a caldo e, a costo della suddetta crisalide ed una decina di minuti spesi per costruirla bene, ora l’alimentatore sembra fungere alla più completa perfezione, senza smettere di erogare energia al minimo giramento come prima. 😳🎊
Alimentatore come all'inizio ma con scotch per tenerlo fermo, appoggiato sul case del PC fissoDettaglio della riparazione con colla a caldoDettaglio della riparazione con colla a caldo, sullo sfondo il gamepad acceso quindi la console accesa
Situazione estremamente scomoda per fare tutto ciò, comunque, perché per testare temporaneamente una cosa sulla console (dovevo vedere altro, non mi aspettavo mica non si accendesse per il filo rotto…) mi sono trovata ad appoggiare lo scatolotto sotto la scrivania, e poi quando ho trovato la posizione di funzionamento giustamente non ho potuto più muoverlo, finché non l’avessi incollato… Quindi, con lo scotch l’ho tenuto fermo sul case del PC (lì si trovava in quel momento, ops), l’ho staccato un attimo dalla ciabatta, ho fatto la prima passata di colla, l’ho riattaccato e verificato che funzionasse, e poi ho sparato il resto della colla con la console accesa per assicurarmi fosse tutto a posto. E si, ora lato alimentazione la console è a posto, ma… il suo schifo lo fa comunque, perché mi legge la mio microSD solo quando vuole lei; ma questo è uno spacc per un’altra volta. Tanto, comunque, tempo per il gaming non ci sta, pazienza. 👻

#alimentatore #console #hardware #Nintendo #PSU #repair #riparazione #spacc #WiiU


Caspita, ci ho pensato solo ora. La realizzazione non correlata capitante prima di mimire… della somiglianza… Praticamente oggi i miei dovevano comprare delle robe per #casa, e giusto per (andare a parlare con delle pareti diverse da quelle di casa mia ogni tanto) gli sono andata appresso. 😵‍💫
In realtà serviva una roba anche a me; almeno questo robo (edit per i posteri, si chiama ARNBJÖRN), che ho per fortuna trovato, da appendere alla scrivania per creare uno spazio sotto, per appoggiare fili (“work in progress”) o l’alimentatore gigante e mezzo strappato di WiiU, per rendere leggerissimamente meno rognoso lo spolverare. 😷
Vabbè, a quanto pare, di tutti i posti l’IKEA ora offre un prodotto che credo sia nuovo, che io ho beccato nella sezione di #arredamento, ma che a quanto pare è spinto pesantemente anche alle casse… una #pianta molto bizzarra che… non lo so, ha veramente una specie di aura magica, e il nome sull’etichetta non ha fatto altro che amplificare questo mio sentimento, quindi quando l’ho vista è diventata mia, loll. E anche oggi, insomma, il capitalismo ha vinto… ma non troppo, perché anche stavolta non ho adocchiato Blåhaj, pazienza. 😮‍💨
Comunque voglio dì, ditemi che non sembra una cosa proveniente dal mio universo, forza. Il nome come ho detto è tutto un programma: “Dracaena [???] Lucky Bamboo [!!!]”… e in realtà, ho cercato, si chiama Dracaena braunii, e (evidentemente) non è bambù. Maledetti liberali e il loro ridefinire i termini. Comunque, il punto è che con ‘sta forma attorcigliata, pare proprio i fili delle mia scrivania che mi stanno facendo impazzire. La somiglianza. 😭
Forse un po’ ha un’aria da bacchetta magica queer, e per questo ha un’aura magica, ma sinceramente non lo so. Ora che sta a casa mia avrò tempo di vedere come si comporta, e se mi infonderà qualcosa di buono, bo, speriamo. Mal che vada, posso diventare come Miku Hatsune che ha i bastoni di verdure (??? mi sfugge il nome aiuto…), le sue due amiche che ora lasciamo stare (è tardi), e io quindi con sto #bastone piantifero (a fare non si sa bene che cosa). 🤭

PS, dimenticai di specificare: il capitalismo non ha vinto molto, perché questa pianta costa solo 1,95 euro… che, a pensarci ora, sono praticamente 2 euro, e non 1 come al mio cervello da malata consumatrice è sembrato sul momento, ma dettagli; sarebbe stata comprata ugualmente. La pianta sembra inoltre essere abbastanza non-frecante, nel senso che le accortezze da prendere sono quelle poche scritte anche sulla Wokipedia, ma io non sono stata affatto non-frecante: avrò speso qualcosa come 5-10 minuti tra il vedere la pianta inizialmente, posarla scommettendo ci sarebbe stata all’uscita (per non dovermela portare troppo appresso), e all’uscita sceglierla abbastanza bene, arrivando a questa che pare in buona salute e ha persino 3 germogli!!!

octospacc.altervista.org/2024/…

#acquisti #arredamento #bastone #casa #Dracaena #DracaenaBraunii #IKEA #LuckyBamboo #pianta


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‘multiperso’ riprende le pubblicazioni


i primi tre post sono di Carlo Sperduti, Marco Giovenale, Simone Beghi

https://multiperso.wordpress.com
multiperso.wordpress.com
#CarloSperduti #MarcoGiovenale #multiperso #prosa #prosaBreve #SimoneBeghi

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the things izrahell is capable of


a plastic surgeon speaks of the situation she saw in Gaza
https://www.instagram.com/reel/DMyF_foIYyw/
(e.g.: “an israeli quadcopter followed a nurse on his way home, without shooting: it waited until he was in his tent with his three kids, then it started shooting, killing all of them”)

#Gaza #genocide #genocidio #Palestine #Palestina #warcrimes #sionismo #zionism #starvingpeople #starvingcivilians #iof #idf #colonialism #sionisti #izrahell #israelterroriststate #invasion #israelcriminalstate #israelestatocriminale #children #bambini #massacri #deportazione #concentramento

instagram.com/reel/DMyF_foIYyw…

#bambini #children #colonialism #concentramento #deportazione #Gaza #genocide #genocidio #IDF #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #massacri #MEE #MiddleEastEye #Palestina #Palestine #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #warcrimes #zionism

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Era la prima volta che a Napoli si levava sulle onde della radio una voce libera


La BBC, con Radio Londra fu un’importante voce fuori dal coro nel panorama italiano a causa della privazione della libertà di espressione; è innegabile che essa divenne un sostegno per il morale degli italiani.
Tuttavia, la grande differenza rispetto ai primi anni di guerra è che non fu più l’unica fonte alternativa di informazioni per i civili italiani, considerato che esistevano altre radio antifasciste clandestine.
Fra i primi effetti concreti dello sbarco degli alleati in Sicilia si ebbe, infatti, l’apparizione della prima voce dell’Italia liberata: Radio Palermo, che trasmise prevalentemente comunicati dei comandi alleati. Dopo di essa ebbe subito successo Radio Bari, una vera e propria fonte di controinformazione, in concorrenza con Radio Londra.
«L’Italia combatte! Questa trasmissione è dedicata ai patrioti italiani che lottano contro i tedeschi».
Un altro esempio fu quello di Radio Libertà, un canale radio italiano (Biella) gestito dai partigiani a partire dal 1944, solamente rivolto al pubblico, quindi con una funzione non direttamente militare. L’inizio delle trasmissioni era scandito dalle prime dieci note del canto popolare Fischia il vento, eseguite alla chitarra, seguito dalla voce del annunciatore:
«Radio libertà, libera voce dei volontari della libertà».
Le trasmissioni comprendevano una gamma abbastanza differenziata di testi: editoriali su argomenti vari, bollettini di guerra partigiani, lettere di familiari o partigiani, brani musicali.
Particolare fu, infine, il caso di Radio Sardegna, un’altra delle prime stazioni liberate e in assoluto la prima ad aver annunciato la fine della guerra: il 7 maggio 1945. Alle 14/14.15, uno dei marconisti della radio, Quintino Ralli, intercettò la trasmissione di una radio militare di Algeri nella quale si parlava della resa dei tedeschi.
Chiamò il direttore Amerigo Gomez, il quale, sentito anche lui l’annuncio, corse nella cabina di trasmissione assieme all’annunciatore Antonello Muroni e annunciò:
«La guerra è finita… la guerra è finita! A voi che ascoltate, la guerra è finita!».
Quell’annuncio non era stato ancora diramato da nessun’altra radio; Radio Londra ne darà testimonianza solo venti minuti più tardi.
Amanda Antonini, Il potere della comunicazione tra regime e resistenza, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, 2018

Alla prima esperienza di Radio Palermo, con un palinsesto tripartito fra americani, inglesi e italiani, in grado di coprire nove ore e mezza di trasmissioni libere – benché sottoposte al controllo alleato – era infatti seguita l’esperienza di Radio Bari, ancor più autonoma della stazione precedente. Le trasmissioni baresi erano in parte debitrici dell’innovativo apporto di Radio Palermo e del suo direttore Mikhail Kamenetzky, un ebreo russo già noto come Ugo Stille, fuggito negli Stati Uniti e rientrato in Italia come sergente del PWB, dopo aver maturato esperienze giornalistiche al di là dell’Atlantico: <15 “Alla radio – avrebbe detto il direttore – usate sempre frasi semplici e chiare. Ripetete il soggetto. Le ripetizioni sono noiose sulla carta stampata, ma agli ascoltatori radiofonici non importa che tu ti ripeta, e le ripetizioni gli impediscono di perdere il filo”. <16
Ancor più indicativo del suo metodo di lavoro è però un altro singolare episodio, riportato dal figlio Alexander Stille. Informato direttamente da Salvatore Riotta, uno degli ex redattori di Radio Palermo personalmente assunti dal padre, Alexander scrive che in una fase del conflitto in cui per gli alleati ogni cosa stava andando a gonfie vele, Kamenetzky avrebbe ordinato a Riotta di trovargli qualche brutta notizia. Alle perplessità del giovane sottoposto, che disse timidamente di essere certo che stesse andando tutto bene, pare che il direttore avesse risposto così: “Per vent’anni gli italiani sono stati immersi fino al collo nella propaganda, sentendosi dire ogni giorno che tutto andava a meraviglia. Se adesso gli diciamo che stiamo vincendo su tutti i fronti, non ci crederanno. Se invece cominciamo con qualche brutta notizia, forse riusciranno a credere a qualcosa di ciò che viene dopo”.
Resosi conto della profonda sensibilità giornalistica del suo superiore, a Riotta non restò che scovare un «dispaccio d’agenzia» che parlasse di un sottomarino americano affondato, chissà come, in qualche angolo remoto del Pacifico. <17
IV. IL RADIODRAMMA
Se la direzione palermitana di Kamenetzky si era dimostrata piuttosto attenta alle esigenze e alla psicologia dei radioascoltatori, facendo scuola per chi, come La Capria, avrebbe tratto ispirazione dal suo intuito giornalistico, la direzione barese del già citato Greenlees si sarebbe spinta ben oltre questo segno, dando finalmente voce al popolo italiano e valorizzandone il contributo alla lotta di liberazione nazionale, come si evince anche da alcune dichiarazioni dello stesso Greenlees: “Come direttore della radio io credetti fosse mio dovere di insistere che i programmi fossero obbiettivi ed accurati, e che i commenti politici potessero essere l’espressione libera di uomini politici antifascisti. La guerra che stavano combattendo era una guerra contro il fascismo e quindi, dopo un ventennio di censura politica spietata, era importante creare, nei limiti del possibile, una piattaforma libera alla radio […]. Avevamo incoraggiato, per esempio, la trasmissione del programma «L’Italia combatte», che fu originariamente una mia idea, e che fu preparato per la maggior parte dall’ufficio stampa e diretto da Alba De Cespedes; fu un programma eccellente al fine di incoraggiare i partigiani a combattere contro gli occupanti tedeschi”. <18
Accanto al notiziario di guerra che spalleggiava la Resistenza, va citato un altro programma utile alla lotta partigiana dall’inequivocabile titolo di “Spie al muro”, nel quale si smascheravano pubblicamente gli agenti assoldati dall’Organizzazione per la Vigilanza e la Repressione dell’Antifascismo. <19
Oltre a Piccone Stella e alla De Cespedes (nota agli ascoltatori come “Clorinda”), fra gli assistenti di Greenlees, duramente apostrofati dai colleghi dell’EIAR come i «venduti» di Radio Vergogna, spicca la figura del regista Anton Giulio Majano (nome di battaglia “Zollo”), per cui La Capria avrebbe scritto, in seguito, diversi radiodrammi e che già allora incominciava a sperimentare l’innovativa arte del fonomontaggio, destinata a ricevere, anni dopo, le attenzioni della rivista «Filodrammatica»: “Molti radioamatori scrivevano chiedendo stupiti come fosse stata possibile la realizzazione di simili trasmissioni in cui si moltiplicavano dozzine di voci, risonanze ambientali differenti, in cui prendevano parte vari complessi orchestrali, cori cantati, ritmati o parlati, in cui si destavano rumori ed effetti acustici mai uditi precedentemente. Il fatto è più semplice di quanto sembri: la sera di gala, in cui venivano effettuate queste trasmissioni, si montava il film radiofonico in cabina di regia; numerosissime incisioni originali si alternavano con precisione cronometrica e col ritmo voluto alle voci dirette degli attori presenti in auditorio”. <20
Un lavoro del genere, la cui riuscita dipendeva dalla perfetta combinazione fra registrazioni e recitazione dal vivo, necessitava evidentemente di un accurato lavoro di sceneggiatura e richiedeva altresì una certa padronanza del mezzo:
“Il testo veniva innanzitutto ridotto per la radio (se non era già di per se stesso un lavoro scritto in funzione del mezzo radiofonico) e poi suddiviso in tante “inquadrature”, “scene”, “sottofondi”; ogni battuta, poi, a sua volta, veniva postillata con segni che ne specificavano il valore spaziale ed espressivo (risonanza, echi, piano fonico, ecc.)”. <21
Solo le scene che presentavano maggiori difficoltà di esecuzione venivano registrate anzitempo, così che, al momento del missaggio, il regista potesse scegliere quali mandare in onda, non senza il puntiglio di catalogare i dischi di vetro a 33 giri su cui tali scene erano state riversate. Tanto dispendio di energie poteva essere sostenuto con una frequenza che oscillava dalle tre alle sei volte al mese, in occasione di appositi eventi radiofonici noti con il prestigioso nome di «serate di gala», antesignane di una formula vincente che non mancherà di essere trasmessa ai successori di Radio Bari e, in seguito, anche in Rai, dove un ascoltatore attento di nome La Capria avrebbe riproposto quelle serate speciali in chiave letteraria.
V. RADIO NAPOLI
Quando, nel febbraio del ’44, l’avanzata delle truppe angloamericane renderà necessario l’abbandono del capoluogo pugliese, il «centro di gravità» della propaganda antifascista avanzerà insieme a quei soldati, spingendo molti dei collaboratori di Radio Bari a seguirli nel loro trasferimento a Napoli. <22
In anticipo sul loro arrivo in città, dopo una breve fuga a Tramonti, sulla costiera amalfitana, per entrare tra le fila degli alleati, Ghirelli – che da questi era stato respinto – torna in città per accudire la madre, sola ed affamata, consapevole di essere diventato «amaramente estraneo all’epopea» della Storia. <23 Dopo aver lavorato come manovale al porto della Submarine Base inglese, un incontro fortuito con un ingegnere conosciuto ai tempi dell’Umberto I gli procura un posto alla Royal Navy Barracks, la caserma della Marina dove egli imparerà a fare i conti con il sistema inglese, destreggiandosi fra once, pence, libbre, galloni e pollici.
Con l’arrivo della primavera, tra il mese di febbraio e il mese di marzo, il suo nome viene segnalato ad Edoardo Antòn, uno scrittore romano di teatro che, sorpreso dall’armistizio sull’Isola di Capri, si era messo a dirigere le trasmissioni culturali di Radio Napoli insieme ad Ettore Giannini, un giovane regista affermatosi grazie a uno «scoop radiofonico» paragonabile a quello famoso di Welles «sullo sbarco dei marziani»: <24 “Parecchi di noi furono reclutati individualmente ma, lavorando gomito a gomito, finimmo per creare un ufficio di trasmissioni propagandistiche e artistiche […]”. <25
Inizialmente assunto come interprete, Ghirelli sarà uno dei primi candidati ad aver risposto al persuasivo richiamo della radio, un polo culturale insolito e in cerca di voci fresche e brillanti per le sue trasmissioni, non solo fra i napoletani ma pure fra gli esuli ebrei e i confinati politici: “Antòn mi imbarcò – scriverà Ghirelli – l’8 maggio del 1944 a Radio Napoli insieme con quattro miei carissimi amici di cui in seguito si è sentito parecchio parlare: Giuseppe Patroni Griffi, Francesco Rosi, Maurizio Barendson e Achille Millo, ai quali poco dopo se ne unì qualcun altro come Raffaele La Capria, Luigi Compagnone ed Enrico Cernia”. <26
Quel gruppo, con «molte lacune e molte integrazioni», avrebbe lavorato alla radio per un periodo di appena «diciotto mesi», anche se alcuni di loro – fra cui Giglio e lo stesso Ghirelli – si sarebbero allontanati già in inverno. <27
Non sarà sfuggita l’eccezionalità del «compromesso» al quale giunse il mezzo radiofonico (non solo a Napoli), che chiamava a raccolta davanti ai suoi microfoni «comunisti ed ex ragazzi del Guf», alcuni dei quali, alla caduta del Duce, si erano ritrovati a combattere insieme dallo stesso lato della barricata. <28
Quella mancanza di uniformità non riguardò, tuttavia, soltanto il lignaggio politico. Secondo la divertita ricostruzione di Arnoldo Foà, l’attore a cui venne affidata l’edizione napoletana de “L’Italia combatte”, che tenne a battesimo – peraltro – anche Moravia e la Morante, le prime voci della radio furono scrupolosamente selezionate con il «metodo più empirico» che si potesse immaginare, giungendo ad esiti alquanto curiosi: “Mister Rehm, un giornalista americano, preposto alla direzione della radio sorgente, si mise a contatto con i giornalisti dei già defunti ed immobilizzati organi della stampa locale; li convocò un pomeriggio a Egiziaca a Pizzofalcone assieme ad altri elementi profughi, studenti o altro, e fece leggere un pezzo di giornale a ciascuno di loro. Non capiva quasi una parola di italiano, ma si sentì in grado di giudicare le migliori pronunce. Fu così che aleggiò sul golfo per diverso tempo la più bella raccolta di dialetti che mai antenna avesse trasmesso”. <29
La varietà di accenti non fu l’unica nota fuori posto a dare un respiro amatoriale a quelle prime trasmissioni, perché accanto alla “esse” sibilante dell’ultimo venuto e all’improvvisa raucedine del consumato veterano, non poteva mancare il tragicomico inciampo linguistico che non avrebbe risparmiato – assicura Foà, nemmeno in seguito, al tempo della Rai – alcun tipo di annunciatore: “Qualche volta le papere chiamano le papere. È capitato a me, sempre a Napoli, dire: «Non fiù pù», invece di «non fu più». Correggendomi scandii: «Non fu pù». Credo che la più bella sia quella che Corrado Mantoni (da tutti conosciuto solo come Corrado) disse alla presentazione di un concerto alla Rai: «Ascolterete ora la valcacata delle Walkirie» – si corresse immediatamente con: «Pardon, la cavalcacata delle Walkirie!». <30
VI. SEZIONE PROSA
Quelle voci imperfette ma piene di entusiasmo, fra cui quella ancora silenziosa di La Capria, si troveranno quotidianamente in un caotico appartamento di corso Umberto I, all’angolo con piazza Borsa, al terzo piano del palazzo della Singer. Per quanto neppure la luce di mezzogiorno riuscisse a riabilitare «la limitatezza e la povertà degli arredi», sempre invasi da un armamentario di «telescriventi, ciclostili, registratori e dictaphones», sarà sufficiente il cestello delle notizie, in «sali-scendi» dal Centro informazioni del PWB al piano di sotto, a dare vita ai nuovi uffici di Radio Napoli, dove albergava – avrebbe scritto Longanesi nel suo diario – anche «molta agitazione e indolenza, molto apparente tecnicismo americano e arruffio napoletano». <31 Accanto alla stanzetta in cui sostavano indistintamente annunciatori, dattilografe, collaboratori e passanti incuriositi dalla luce rossa della messa in onda, si apriva un monolocale con un tavolo, due sedie e perfino un «tavolino da manicure», che chissà come era capitato da quelle parti. Sull’unica porta che dava accesso a quel luogo era affisso un «cartone bianco», della misura di una «scatola da scarpe», che diceva semplicemente “Sezione Prosa”. <32
Riguardo al nome che i curatori delle trasmissioni culturali si erano dati per distinguersi dai colleghi del Giornale radio, ormai raggiunti anche da Piccone Stella, ci resta una vecchia dichiarazione che Ghirelli consegnò alle pagine di «Qui Radio Napoli», un numero unico scritto con un linguaggio tanto «sulfureo» quanto significativo: “Sezione Prosa, veramente è un nome recente. È il nome che si è deciso di dare ai programmi artistici o come diavolo si possono chiamare i programmi in cui ci sono parole – non però di notiziario o di commento – parole in una certa armonia, cioè appunto prosa. Il lavoro, qui, si è organizzato solo col tempo. Il primo vero titolare dei programmi artistici è stato lo spirito democratico, la fiducia avventurosa e cosciente di pochi intellettuali italiani e di alcuni soldati americani e inglesi”. ❤❤
Lo stile acerbo e sfrontato di Ghirelli non nasconde la soddisfazione di essere riuscito a dare una svolta decisiva alla propria carriera, saltando dal grigiore opaco del registro contabile alle tinte cromate dell’apparecchio radiofonico, con la stupefatta rapidità che di norma accompagna solo una favolosa storia di riscatto: “Io sbucai dall’oscura tetraggine della caserma al Mandracchio, entro le stanze illuminate del palazzo Singer, al Rettifilo, dove la Radio alleata era in gran parte trasferita dal primo studio di Pizzofalcone. Ci arrivai sporco e stordito come un topo ma, dopo poche settimane, avevo riacquistato già quasi per intero la spavalda sicurezza dei miei vent’anni, la duttilità del mio ceto sociale, la fredda determinazione di un successo che mi era dovuto per tutti gli anni di pena durati prima”. <34
Anche se quello a Radio Napoli fu per La Capria un periodo di mezzo, durante il quale imparare quanto più possibile dagli amici maggiormente coinvolti, per Ghirelli si trattò di una vera e propria rinascita, con la quale incominceranno – nella memoria del giornalista – «i mesi più belli» della sua vita, animati dalle «illusioni più impetuose» e soprattutto dalla «sbalorditiva coincidenza» tra sogni e realtà: “Fu un delirio, impastato di ideali soldi sesso intelligenza libertà potere, come se di colpo – al posto della vecchia macchina dello Stato, sgangherata e corrotta – ci fosse un congegno nuovo, lucente, lubrificato sul quale, finalmente, noi giovani potessimo mettere le mani, non per abusarne o per accumulare ricchezza, ma per diffondere intorno a noi – nella città, nelle strade, nel Sud, tra i poveri e i dannati – una speranza luminosa come l’aurora boreale”. <35
VII. PROVE TECNICHE DI TRASMISSIONE
A irradiare speranza fra i vicoli di Napoli era stata la prima rudimentale trasmittente di Monte di Dio, una radio da campo messa a punto dal direttore George Rehm per sopperire alla perdita della stazione di Villanova, sulla collina di Posillipo, completamente distrutta dal sabotaggio dei tedeschi: “L’uccellino della radio tornò così a cinguettare il 15 ottobre del ’43 e fu quello davvero un gran giorno per i napoletani che appresero le più recenti notizie finalmente da accenti di casa propria, quasi si trattasse di amici andati a bussare alla porta della loro dimora per una familiare chiacchierata”. <36
Per essere precisi, l’intervento di Rehm dovrà attendere qualche giorno prima di consentire un’adeguata ricezione delle onde di via Egiziaca, perché nonostante gli impianti fossero stati ripristinati da quel sergente venuto dal Connecticut, la nuova emittente «non fu subito captabile nella città, ancora priva di energia elettrica»: “Sapevo – scriverà una redattrice – che la relativa potenza della emittente napoletana e soprattutto l’ostacolo delle montagne non avrebbero consentito alle trasmissioni di toccare la mia città; nondimeno, […] credevo davvero nel potere della voce, nella forza delle parole. Ora me le figuravo come fili sottili capaci di raggiungere e di mitigare solitudini e sofferenze; me le auguravo così forti da infondere fiducia e coraggio ai lontani, da trasmettere loro il senso di solidarietà che poteva venire da una città ferita dalle più dure violenze della guerra”. <37
L’inaugurazione delle trasmissioni di Radio Napoli, introdotte dalle prime note dell’Inno di Mameli (non ancora eletto inno nazionale), verrà così ricordata da Grazia Rattazzi Gambelli, una delle poche voci femminili all’interno di una redazione stupita che una madre di famiglia preferisse affannarsi dietro un mestiere “da uomo”, invece di abbracciare docilmente un «più normale destino di donna»: “A volte, in anticipo sull’ora della trasmissione, mi fermavo volentieri sulla soglia della Sezione Prosa, dove era possibile gratificarsi delle conversazioni puntuali e delle divagazioni eclettiche di Compagnone, Ghirelli, e compagni in quel loro tono, caustico e fervido insieme, che rigenerava i dati dell’esperienza e della cultura in fulminante antiretorica e in ipotesi costruttive per il vacuum economico che ci fronteggiava «fuori». Mi piaceva ascoltarli, ammiravo la loro preparazione, mi stupiva la loro sicurezza; e un poco li invidiavo […]. Avevo altri problemi pressanti oltre quelli della collettività! modesti, certo, ma non per questo meno urgenti e vitali”. <38
Al di là dell’iniziale penuria di elettricità menzionata dalla Gambelli, anche altrove permarranno alcuni limiti di ordine tecnico. Per dimostrare che la radio non era più il mezzo di comunicazione di massa sdoganato dal fascismo, basterà fornire qualche dato: nel ’42, l’Italia disponeva di 34 trasmettitori a onda media e di 11 trasmettitori a onda corta, mentre all’atto della liberazione soltanto 13 di questi risultavano effettivamente funzionanti, con una dislocazione tale da impedire una copertura adeguata alle esigenze del Paese. <39 Simili restrizioni non riusciranno però a spegnere la «vitalità animalesca» di un apparecchio sul quale si erano riversati i desideri e le aspettative di ascoltatori sempre più partecipi e incuriositi. <40
Inoltre, la ricezione di Radio Napoli migliorerà sensibilmente non appena le sue emissioni si appoggeranno agli «impianti mastodontici» di Radio Bari, concepiti da Mussolini per diffondere la propaganda «anti-inglese» nei paesi arabi, ma impiegati dalle autorità del PWB e dai democratici italiani per portare la «voce della libertà» fino alle Alpi: <41 “Era la prima volta che – scriverà Ghirelli – a Napoli si levava sulle onde della radio una voce libera che chiamava a raccolta i giovani, i lavoratori, le donne, i sindacalisti per mobilitarli contro il nazifascismo, come dicevamo allora un po’ enfaticamente, ma soprattutto per indurli a partecipare alla vita pubblica, sociale, culturale, alla ricostruzione della città dilaniata dalla guerra, al recupero delle sue straordinarie tradizioni”. <42
VIII. PALINSESTO
Al culmine della sua attività, non solo Radio Napoli informava gli italiani continuando ad offrire trasmissioni già collaudate dall’emittente barese, come il Giornale radio, “L’Italia combatte” o “Spie al muro”, ma inaugurava rubriche inedite, appositamente studiate dalla nuova redazione, alle quali lavorarono anche La Capria, Ghirelli e molti dei vecchi amici del periodo pre-bellico: “Preparavamo trasmissioni che, adesso, forse ci farebbero sorridere ma che allora ci parevano, forse erano, belle come un discorso di Lincoln o una poesia di Majakowski. Alla sera aiutavamo Arnoldo Foà a leggere il giornale radio e «Italia combatte» […]; ma di giorno inventavamo cento rubriche divertenti, stimolanti, provocatorie, chiamando a raccolta tutta la gente onesta di Napoli e del Sud per proporre una revisione integrale di tutto il nostro modo di vita: matrimonio, famiglia, scuola, esercito, proprietà, codice”. <43
Fra queste, restano nella memoria: il “Programma per la donna italiana”, a cura della Gambelli, che sollecitava la partecipazione delle ascoltatrici per corrispondenza; “Colpevoli”, in cui si processavano virtualmente tutti i profittatori dell’umanità, inclusi i responsabili della guerra fascista; “Pionieri”, una specie di excursus da Socrate a De Gaulle, dedicato – stando al ricordo di Compagnone – ai grandi interpreti della libertà e della democrazia; “Stella bianca”, una rivista satirica firmata da Longanesi e diretta da Soldati, che affidava all’eclettico Steno il compito di scimmiottare la voce militaresca del Duce con il tono scanzonato dell’improvvisazione; la rubrica “Frasi di scrittori”, alla quale era riservato uno spazio il venerdì; gli appuntamenti con il «radio-teatro», assegnati puntualmente alla domenica sera; e infine gli speciali di “Conosciamo le Nazioni Unite”, trasmissioni deputate a favorire l’avvicinamento fra italiani e alleati, a cui deve aver contribuito anche La Capria, dando «un respiro più drammatico» alle sue puntate. <44 Si noti che con l’espressione “Nazioni Unite” non si intendeva quella che poi sarebbe stata l’ONU, ma l’alleanza angloamericana. Compito della rubrica era infatti quello di far conoscere il mondo anglo-americano agli italiani, al di là delle barriere linguistiche e dell’influenza della propaganda anti-britannica e anti-americana a lungo condotta dal fascismo. Un mondo che La Capria aveva imparato a conoscere in guerra, leggendo e traducendo testi dall’inglese, e che ora offriva con entusiasmo agli altri domandando, come già fece Vittorini: «Che ve ne sembra?». <45
Di fatto, la ricchezza delle nuove rubriche è il risultato della proficua riorganizzazione editoriale conosciuta da Radio Napoli sotto la direzione di Elvio Sadun, un biologo ebreo livornese fuggito dall’Italia nel ’38 per salvarsi dalla «minaccia delle leggi razziali», combattendo accanto agli americani fino a riscoprirsi, infine, quale energico successore alla poltrona di Rehm: <46 “È giunto dall’Algeria il nuovo direttore, un italiano, ora cittadino e soldato americano. Occhi patetici, naso aquilino, capelli ricciuti e unti. Stringe la mano con due dita, finge di aver molto da fare e parla dei problemi della radio come di questioni teologiche”. <47
Sulle tavole della legge del nuovo direttore – che Longanesi si diletterà a prendere di mira nel suo diario – figurava l’impiego di un linguaggio asciutto e immediato, in grado di essere compreso, senza fraintendimenti, da qualunque ascoltatore. Una lezione che gli era stata impartita dagli anchormen del giornalismo statunitense, e alla quale i suoi redattori più zelanti proveranno ad attingere in seconda battuta: “C’era ovviamente molta retorica, molta ingenuità (ancora e sempre) in quell’atteggiamento, ma la passione civile era autentica e insieme all’impegno politico si accendeva in noi l’entusiasmo per un lavoro che non era rassegnato o burocratico, coinvolgendoci giorno per giorno e mettendo alla prova il nostro talento. La sorte ci stava offrendo la preziosa occasione di imparare il mestiere dagli americani, maestri dell’arte di comunicare notizie, idee, fantasie con la più essenziale chiarezza”. <48
La redazione di Radio Napoli rappresentò quindi un eccezionale «laboratorio» dove a ciascun autore è stata offerta la possibilità di coltivare per sé un peculiare talento, che avrebbe fornito a tutti – a detta di Ghirelli – la spinta necessaria per emergere professionalmente dagli abissi dell’anonimato: <49 “I miei articoli di giornale, i romanzi di La Capria, i film di Rosi, le commedie di Patroni Griffi nacquero allora, in quegli uffici, in quelle discussioni, in quei programmi. Ci sprofondavamo dentro come l’equipaggio di un sommergibile, in un’atmosfera surriscaldata, artificiale, pazzesca, in una tensione che ci faceva perdere il sonno e ci esaltava, isolandoci anche dalla pena atroce della città”. <50
La direzione di Sadun contribuì indubbiamente ad apportare «una visione ottimistica dell’America» senza i trucchi della propaganda, ma scegliendo casomai di applicare i «metodi del positive Thinking» al mezzo radiofonico, allo stesso modo con cui si percorreva, ogni giorno, la strada dissestata che portava agli uffici della Sezione Prosa: <51 “Camminavo molto in quel periodo ma ciò, se inaspriva l’appetito, mi facilitava la concentrazione […]. Era comunque una lunga strada, anche per le frequenti deviazioni dovute ai cumuli di macerie, alle demolizioni e alle minacce di crolli”.
È chiaro che la Gambelli guardasse a quel percorso accidentato come all’unica via per raggiungere la felicità, a dispetto del rumore della «sfabbricatura» sotto i piedi che, al contrario, avrebbe scoraggiato anche il sognatore più ottimista, costringendolo ad allontanare dalla mente un pensiero tanto «enfatico» e propositivo. <52
IX. PARTENZA
Presto, i redattori di Radio Napoli avrebbero imboccato una deviazione che li avrebbe condotti al di là del territorio campano, perché il fronte di guerra si sarebbe spostato più a nord, dopo la liberazione della capitale da parte alleata: “Tutti gli intellettuali scappati al Sud tornavano a Roma, lasciando noi ragazzi soli con i burocrati della vecchia EIAR e con i prefetti di Bonomi. Fui assalito dal terrore di ripiombare nella Napoli perbene di prima della guerra, in piena restaurazione, con tutti i dottori, gli ingegneri, gli avvocati tornati al loro posto, i salotti di via dei Mille riaperti, le sale da concerto gremite di sordi, le pasticcerie affollate alla domenica, i generali del Re a palazzo Salerno, i principi e i baroni al Casino dell’Unione, i figli di papà al Circolo del Tennis”. <53
Nella «melanconica prospettiva» di assistere al ritorno della vecchia guardia dell’EIAR, decisa a riappropriarsi dei posti occupati fino all’epurazione antifascista, Giglio e Ghirelli decidono di evadere dalla città per «respirare un po’ di aria pulita». <54
Dopo aver chiesto agli americani di essere trasferiti ad Altopascio, una zona di operazioni in Toscana, i due si uniscono all’Unità Mobile Radiofonica 15: “Mentre io e Tommaso seguivamo la Quinta Armata del generale Clark, alcuni amici come La Capria e Patroni Griffi si trasferivano a Roma liberata e altri, come Rosi e Compagna, tornavano a Napoli dalle regioni dove erano stati sorpresi dall’armistizio. I ragazzi di via Chiaia erano cresciuti e seguivano ciascuno il proprio destino, sempre accomunati tuttavia da una illimitata fiducia nella vita, un solare ottimismo che si è tradotto in una notevole capacità creativa, più forte naturalmente in alcuni di noi […]”. <55
La parentesi campestre di Giglio e Ghirelli si concluderà nel mese di aprile, con lo sfondamento della linea Gotica che avrebbe permesso loro di insediarsi al Nord, come giornalisti della redazione milanese de «l’Unità». <56
Prima di raggiungere il capoluogo lombardo, in occasione di una breve permanenza a Bologna, Ghirelli avrebbe ancora documentato ai microfoni di piazza San Martino la «drammatica fucilazione» di Mussolini e la fine della seconda guerra mondiale, affiancato da un giovane e sconosciuto Enzo Biagi. <57
Due notizie di indiscutibile rilevanza storica che dovettero sembrargli relativamente importanti, se rapportate alle vicende della sua febbrile esistenza.


[NOTE]15 Si veda ROSI, Io lo chiamo cinematografo, cit., pp. 34-35, dove il regista sostiene che, dopo la parentesi di Radio Palermo, Kamenetzky si sarebbe trasferito a Napoli diventando subito «amico di tutti» e, in seguito, anche di sua moglie Giancarla Mandelli, al punto che «quando era a Roma, ormai direttore del “Corriere della Sera”», egli avrebbe dormito da loro «invece che andare in albergo».
16 ALEXANDER STILLE, The Force of Things. A Marriage in War and Peace (2013); trad. di Stefania Cherchi: La forza delle cose. Un matrimonio di guerra e pace tra Europa e America, Garzanti, Milano 2013, pp. 199-200. Si veda GIANNI RIOTTA, Le cose che ho imparato. Storie, incontri ed esperienze che mi hanno insegnato a vivere, Mondadori, Milano 2011, p. 129.
17 STILLE, La forza delle cose, cit., p. 200.
18 IAN GREENLEES, Radio Bari 1943-1944, in Inghilterra e Italia nel ’900. Atti del Convegno di Bagni di Lucca. Ottobre 1972, La Nuova Italia, Firenze 1973, pp. 229-50: 242-43 e 244.
19 Per la trascrizione di alcune trasmissioni de L’Italia combatte e di Spie al muro, si veda MONTELEONE, La radio italiana nel periodo fascista, cit., pp. 382-87.
20 ALBERTO PERRINI, Questa è la voce dell’Italia: Qui Radio-Bari!, «Filodrammatica», 2:3 (1946), pp. 4-5.
21 Ivi, p. 5.
22 ISOLA, Cari amici vicini e lontani, cit., p. 36.
23 ANTONIO GHIRELLI, Noi del ’45, «Nord e Sud», n.s., 17:121 (1970), pp. 101-12: 104.
24 GHIRELLI, Una bella storia, cit., p. 31. Ci si riferisce qui alla trasmissione The Mercury Theatre On Air e, in particolare, all’adattamento radiofonico di The War of the Worlds di H.G. Wells andato in onda il 30 ottobre 1938.
25 GHIRELLI, Un’altra Napoli, cit. pp. 138-39.
26 GHIRELLI, Una bella storia, cit., p. 32. A questi si aggiungono, fra gli altri, anche i nomi di Giglio e dei transfughi romani Leo Longanesi, Mario Soldati e Stefano Vanzina (alias Steno).
27 GHIRELLI, Un’altra Napoli, cit. pp. 138-39; GAMBELLI, Una donna a Radio Napoli, cit., p. 282.
28 ORESTE DEL BUONO, Voci dal Vesuvio, «La Stampa», 9 settembre 1993, p. 5.
29 ARNOLDO FOÀ, Una voce di uomini liberi: Radio-Napoli, «Filodrammatica», 2:7-8 (1946), p. 3. Si riproduce il testo emendato da refusi tipografici evidenti.
30 ARNOLDO FOÀ, Recitare. I miei primi sessant’anni di teatro, Gremese, Roma 1998, p. 96.
31 ISOLA, Cari amici vicini e lontani, cit., p. 38; LEO LONGANESI, [Napoli,] 20 dicembre [1943], in Parliamo dell’elefante. Frammenti di un diario (1947), introduzione di Pierluigi Battista, Longanesi, Milano 2005, p. 154.
32 GAMBELLI, Una donna a Radio Napoli, cit., p. 292; ISOLA, Cari amici vicini e lontani, cit., p. 38.
33 GHIRELLI, Noi del ’45, cit., p. 106.
34 Ivi, p. 105.
35 Ibid.
36 RENATO RIBAUD, Una fantastica avventura, Arte Tipografica, Napoli 1997, p. 53.
37 GAMBELLI, Una donna a Radio Napoli, cit., pp. 282 e 285.
38 Ivi, p. 294.
39 Si veda FREQUENZA, Il microfono per corrispondenza, «RC», 23:5 (1946), p. 2. Si veda anche FRANCO MONTELEONE, La ricostruzione della rete radiofonica, in Storia della RAI, cit., pp. 75-94.
40 GHIRELLI, Noi del ’45, cit., p. 105.
41 ANTONIO GHIRELLI, Radio Napoli, «Quaderno di COMUNICazione», 2011-2012, pp. 33-37: 35.
42 GHIRELLI, Un’altra Napoli, cit., p. 139.
43 GHIRELLI, Noi del ’45, cit., pp. 105-6.
44 Ivi, p. 106. Si vedano l’es. di palinsesto e la testimonianza di Compagnone in appendice a GAMBELLI, Una donna a Radio Napoli, cit., pp. 298-99. Si veda anche FOÀ, Radio-Napoli, cit., pp. 3-4.
45 Il riferimento è a WILLIAM SAROYAN, Che ve ne sembra dell’America?, trad. di Elio Vittorini, Mondadori, Milano 1940, antologia che ebbe molta influenza sull’A. Si veda infra p. 147.
46 GHIRELLI, Una bella storia, cit., p. 33. In LA CAPRIA, Il boogie-woogie, cit., p. 56, l’A. attribuisce la direzione dell’emittente napoletana a Kamenetzky che, in effetti, si trovava in città in quel periodo. Anche Rosi lo fa, rispondendo alle domande di ENZO SICILIANO, Ma tu che libri hai letto?, Gremese, Roma 1991, p. 68. Altri sono concordi nel ritenere che quel ruolo spettò prima a Rehm e poi a Sadun: si veda, in proposito, ISOLA, Cari amici vicini e lontani, cit., p. 37. Secondo DIEGO LIBRANDO, Il jazz a Napoli: dal dopoguerra agli anni Sessanta, Guida, Napoli 2004, p. 34, nota 32, la direzione della «sezione spettacoli del PWB» sarebbe stata invece condivisa da Kamenetzky e Sadun.
47 LONGANESI, [Napoli,] 20 dicembre [1943], cit., p. 154.
48 GHIRELLI, Un’altra Napoli, cit., p. 139.
49 GHIRELLI, Una bella storia, cit., p. 33.
50 GHIRELLI, Noi del ’45, cit., p. 107.
51 GAMBELLI, Una donna a Radio Napoli, cit., pp. 296-97.
52 Ivi, p. 291.
Luca Federico, L’apprendistato letterario di Raffaele La Capria, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Genova, 2020

Ma ormai il destino di Radio Bari era segnato: l’avanzata angloamericana rendeva necessario abbandonare il capoluogo pugliese e spostare in avanti il centro di gravità della propaganda radiofonica verso Radio Napoli. Ma mentre Radio Bari era giunta praticamente intatta in mano agli alleati, quest’ultima stazione aveva subito forti danni dai tedeschi in ritirata, che avevano fatto saltare buona parte delle apparecchiature e il traliccio metallico dell’antenna. Fortunatamente, alcuni tecnici avevano fatto in tempo a nascondere il materiale di scorta e a disinnescare il tritolo posto sotto i gruppi generatori di corrente continua. Su questa base esigua era stato possibile già il 15 ottobre 1943 riprendere le trasmissioni come Radio Napoli Nazioni Unite dalle 19 alle 22.30, grazie agli americani del maggiore George Rehm, primo direttore della sede, che misero a disposizione una radio da campo <44; le trasmissioni, introdotte dalle prime note dell’Inno di Mameli, non giunsero però nelle case napoletane, perché quella sera mancava in città proprio l’energia elettrica. Per migliorare la struttura tecnica, fu poi approntato un ripetitore di un solo kw di potenza a Monte di Dio, che ampliò il raggio d’ascolto. Piano piano l’orario di trasmissione venne anticipato alle 12 e quindi, definitivamente dalle 6 del mattino alle 24. Radio Napoli, che in un primo tempo aveva affiancato, rilanciando nell’etere i programmi di Radio Bari, era ormai pronta ad accogliere quel gruppo. L’ordine di trasferirsi nel capoluogo partenopeo giunse a Greenlees nel febbraio 1944: a Napoli, sotto il diretto controllo degli Americani della V armata agli ordini del generale Clark, già operava un gruppo nutrito di antifascisti fra cui spiccavano Rosellina Balbi, Maurizio Barendson, Carlo Criscio, Luigi Compagnone, Vincenzo Dattilo, Clara Falconi, Antonio Ghirelli, Ettore Giannini, Tommaso Giglio, Vezio Murialdi, Carlo Pennetti, Michele Prisco, Domenico Rea, Paolo Ricci, Ruggiero Romano, Francesco Rosi, Giuseppe Vorluni e Stefano Vanzina (Steno), da poco arrivato da Roma con Leo Longanesi e Mario Soldati <45. In tempi successivi a questi si aggiunsero Aldo Giuffré e Samy Fayad con funzioni di annunciatori, mentre nella sezione prosa, oltre ai già ricordati Steno e Longanesi, operavano il commediografo Edoardo Anton e Mino Maccari. A Napoli, si trovava anche Ugo Stille, proveniente da Palermo: ma il vero animatore di quella breve esperienza fu il successore di Rehm, il livornese Elvio H. Sadun, un ebreo fuggito nel 1938 negli Usa, dove aveva maturato solide esperienze di giornalismo radiofonico in una stazione newyorkese.
«È giunto dall’Algeria – avrebbe appuntato nel suo diario Longanesi – il nuovo direttore, un italiano, ora cittadino e soldato americano. Occhi patetici, naso aquilino, capelli ricciuti e unti. Stringe la mano con due dita, finge di aver molto da fare e parla dei problemi della radio come di questioni teologiche» <46.
Il salveminiano Sadun condivideva la responsabilità con l’ufficiale americano di origine siciliana Ravotto e con Harry Fornari, in un’atmosfera fortemente spoliticizzata rispetto a Radio Bari. La sede era stata spo stata da Pizzofalcone a Palazzo Singer in Corso Umberto, al cui terzo piano una diecina di apparecchi radio erano in continuo contatto con le stazioni radio più importanti: a queste prime apparecchiature si aggiunsero ben presto telescriventi, ciclostili, registratori e dictaphones in un clima molto particolare: «Negli uffici – è sempre Longanesi la fonte – molta agitazione e indolenza, molto apparente tecnicismo americano e arruffio napoletano» <41. Ciò permise di prolungare sino alla liberazione di Roma (4 giugno 1944) la vita di Italia combatte, a cui si aggiunsero altre trasmissioni come I pionieri, Stella bianca e I colpevoli. Quest’ultima ripeteva la denuncia di Spie al muro, allargata ai ritratti dei maggiori gerarchi fascisti, mentre I pionieri disegnavano il profilo biografico di personaggi della democrazia italiana prefascista. Il carattere educativo e didascalico di queste due trasmissioni segnalava il cambiamento verificatosi da Bari a Napoli e il diverso grado di autonomia goduto dalle due redazioni, nel quadro di un sempre più accentuato positive thinking imposto dagli Americani.
Stella bianca – secondo Monteleone dovuta principalmente alla penna di Longanesi e di Soldati <48 – era invece una rivista satirica, che divenne in breve assai popolare: vi recitavano, fra gli altri, Carlo Giuffré, Peppino Patroni Griffi, Achille Millo e lo stesso Rosi, tutti personaggi destinati ad un ruolo di primo piano nel mondo dello spettacolo. Fra scenette e couplets, si inneggiava all’american way of life e alla rinata democrazia: Steno imitava la voce di Mussolini. Era una risposta umoristica e anche un po’ qualunquista alle ristrettezze del momento, ma fu il veicolo di penetrazione dei nuovi concetti in strati popolari poco propensi alla seriosità dei conversatori (Alberto Moravia ebbe il suo battesimo radiofonico in quest’ambito) o di trasmissioni come Conosciamo le Nazioni Unite, esplicitamente destinate a favorire l’avvicinamento e la conoscenza fra italiani e alleati. Non mancava una trasmissione femminile, Programma per la donna italiana, condotta da Grazia Rattazzi Gambelli, dal dicembre 1943 annunciatrice della stazione di Pizzofalcone con lo pseudonimo Grazia di Torino. Nonostante le difficoltà del momento la magia del microfono permise
«subito» il saldarsi di forme immediate di collaborazione fra la giovane e inesperta conduttrice e il pubblico più vasto: «mi aiutarono le ascoltatrici con la loro partecipazione attraverso la corrispondenza, proponendomi argomenti, interessi, curiosità e problemi. Si instaurò così abbastanza rapidamente un rapporto corale a coinvolgere le ascoltatrici anche tra loro in iniziative concrete di carattere umano e sociale e culturale, e nel contempo arricchendo il nostro programma di riflessi e notizie di momenti associativi femminili, concretamente interessati alla vasta e complessa problematica napoletana». <49
In una realtà urbana dominata dal contraddittorio e «vorace riappropriarsi umano dei sapori elementari della vita», la radio non si sottrasse all’impegno di intervenire sui problemi più scottanti del vivere quotidiano: primo fra tutti quello dell’igiene pubblica. Nella Napoli «terra di conquista», offesa e degradata, di cui Malaparte ha disegnato un affresco drammatico e penetrante nella Pelle, il colonnello Charles Poletti, governatore alleato di Napoli, tenne, ad esempio, una serie di lezioni sul grave problema dell’igiene pubblica.
Le trasmissioni musicali accoppiavano le melodie napoletane delle orchestre Colonnese e Capese o dei complessi Calace, Michele Parise e Amedeo Pariante (un vero divo popolare, vincitore di un concorso nazionale Eiar nel 1941), allo swing dei complessi più in voga oltreoceano come Nelson Eddy, Larry Adler, Oscar Levante John Healy. Ribalta preferita fu il programma La Voce dei giovani, che aveva subito alcune interessanti trasformazioni nel clima di generale depoliticizzazione delle rubriche, giungendo appunto a proporre per la prima volta al pubblico italiano saggi di una produzione culturale nuova e strettamente legata alla moderna industria del divertimento e del consumo. <50
Fu anche pubblicato il foglio settimanale Qui, radio Napoli per rafforzare il rapporto quotidiano con il pubblico più vasto. Tuttavia, questa eccitante esperienza fu assai breve: per Radio Napoli e per i Napoletani fu una parentesi di poco meno di sei mesi, ma assai importante, prima di ripiombare in una posizione di seconda fila all’indomani della riattivazione di Radio Roma e della trasformazione dell’Eiar in Rai, quando gli americani avrebbero riaffidato ai vecchi tecnici fascisti la direzione delle sedi liberate. Un gruppo di questi giovani rimase a Napoli e continuò a collaborare alle produzioni locali, ma in clima di sempre più sottolineata restaurazione, che giunse a chiamare alla direzione di Radio Napoli il ben noto radiocronista fascista Franco Cremascoli. È tuttavia assai difficile stabilire una forma di gerarchia fra queste prime voci nazionali e le emittenti internazionali, che la sera facevano raccogliere attorno ai più diversi apparecchi interessati e curiosi, magari con una coperta addosso per attutire i rumori udibili dall’esterno e evitare la curiosità, quella sì pericolosa, del capocaseggiato nell’Italia ancora occupata. Com’è naturale non è possibile disporre di dati statistici riguardanti l’ascolto durante la Resistenza; anche le informazioni desumibili dalla stampa circa gli arresti per ascolto clandestino non specificano mai l’emittente incriminata. <51

[NOTE]44 Su Radio Napoli in generale le notizie sono disperse nella bibliografia generale già citata e non è sufficiente il tentativo di sintesi di Umberto Franzese, La Radio a Napoli dalle origini alle emittenti libere, Napoli, [1984], passim.
45 Utile la memoria di Grazia Rattazzi Gambelli, Una donna a Radio Napoli, in Alle radici del nostro presente. Napoli e la Campania dal fascismo alla Repubblica (1943-1946), Napoli, 1986, p. 281-300.
46 Cfr. Leo Longanesi, Parliamo dell’elefante. Frammenti di un diario, Milano, 1947, p. 218.
47 Ivi, p. 219.
48 V. Franco Monteleone, Storia della radio e della televisione…, cit., p. 180.
49 Cfr. Grazia Rattazzi Gambelli, Una donna a Radio Napoli…, cit., p. 287. Una serie di testi pronunciati da uno dei collaboratori di Radio Napoli in Carlo Criscio, Un cuore alla radio 1943-44, Napoli, 1954.
50 Per un’idea della grande articolazione dei programmi presentati basta riprodurre il palinsesto di una giornata radiofonica tipo: «Notizie : ore 7-8-10-12-13-14- 16-17-20-23.30-24 Notiziario napoletano: ore 11 Notiziario Italia liberata: ore 16 Ritrasmissioni: Radio Londra ore 8.30-9.30-20.30 Voce dell’America: ore 13.15-21.30 Commenti : ore 10.10-13.15-16.10-20.15-00.15 Programmi musicale e di varietà: Ore 7.15 Musica mattutina – 7.30 Buongiorno – 7.45 Dolci melodie – 8.15 Canzoni d’Italia – 8.45 Musica operettistica – 9.00 Orchestra Esperia – 9.45 Cantante della strada – 10.15 Musiche e canti delle Nazioni Unite – 10.30 Musica sinfonica – 11.15 Racconti e novelle celebri – 11.30 L’Ora del soldato – 12.15 Musica per tutti – 12.30 Programma della donna italiana – 12.45 Personaggi del jazz – 13.30 Serenate e valzer – 14.10 Artisti celebri – 14.25 Andiamo al concerto – 16.15 Marciando – 16.30 Concerto vocale e strumentale: Ciucci-Miranda-Adami – 17.15 Musica varia – 17.30 Programma per i piccoli – 17.45 Il libro della danza – 18.15 Programma per i prigionieri da New York – 18.30 Mandolinista Maria Calace – 18.45 Notiziario in lingua francese – 19.00 Il quarto d’ora dei lavoratori – 19.15 Lezione d’inglese – 19.30 Balliamo – 20.45 Radiofollie – 21.15 Grandi autori – 21.45 Incredibile ma vero – 22.15 Musica moderna – 22.30 L’Italia combatte – 23.00 Il compositore della settimana: Mozart – 23.35 Ora romantica – 00.30 Complessi jazz [ivi, p. 288-9].
51 A proposito di gerarchie d’ascolto, è interessante citare un documento sequestrato ad un antifascista dalla polizia, in cui non si faceva differenze, così come non la facevano gli ascoltatori: «Nell’Italia occupata dai germanici ci si lamenta spesso che le notizie sull’Italia liberata dagli angloamericani sono scarse e poco precise, perché in fondo non si può far conto che sulle trasmissioni di Radio Bari e di Radio Londra: le ultime sono troppo vaghe e portano soprattutto notizie a carattere militare, mentre le prime, che difficilmente si possono captare, sono più importanti, perché si occupano in primo luogo dei problemi italiani, ma non così numerose da accontentare tutti» [cfr. Riservato a Mussolini…, cit., p. 15].
Gianni Isola, Il microfono conteso. La guerra delle onde nella lotta di liberazione nazionale (1943-1945) in Mélanges de l’école française de Rome, Italie et Méditerranée, tome 108, n°1. 1996. pp. 83-124

#1944 #1945 #alleati #AmandaAntonini #AntonioGhirelli #Bari #fascisti #GianniIsola #guerra #LucaFederico #Napoli #Palermo #partigiani #radio #RaffaeleLaCapria #Resistenza #tedeschi

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Come sempre episodi interessanti relativi alla #fotografia, in questo episodio riflessioni sull'etica del fotografo. In particolare del #fotoreporter.
pca.st/episode/dfafb8b0-dcf9-4…
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izrahell, detto “licenza di uccidere”


questi sono un pericolo reale per ogni singolo abitante del pianeta Terralo stato sionista rivendica (anzi attua) il “diritto” planetario insindacabile di giudicare, condannare a morte e uccidere a suo arbitrio chiunque dovunque nel mondo:
https://www.facebook.com/share/p/19vC856wzx/
l’arbitrio è totale, soprattutto per un’entità affetta da una patologia di produzione sistematica compulsiva di menzogne.

questa mafia è un pericolo oggettivo per ogni singolo abitante del pianeta Terra.

#colonialism #Gaza #genocide #genocidio #IDF #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #licenzaDiUccidere #Palestina #Palestine #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #warcrimes #zionism

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Stefano Benni: dietro l’umorismo, l’amore per la libertà


Il 9 settembre ci ha lasciati Stefano Benni, scrittore, regista, attore. Narratore mai prevedibile, ha esplorato generi narrativi sempre diversi senza mai rinunciare all’invenzione linguistica e all’umorismo, riservando la satira più severa al potere politico.

Come richiesto dal figlio, lo ricordiamo proponendo un suo racconto, tratto da “Il bar sotto il mare”. Un luogo magico, punto di […]

Leggi il resto: argocatania.it/2025/09/11/stef…

#AndreaSciuto #racconti #StefanoBenni

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promemoria periodico: per seguire slowforward


Periodicamente suggerisco quali canali e spazi web permettono di seguire slowforward e quindi essere informati di notizie di politica, scritture di ricerca, arte contemporanea, musica sperimentale, glitch, asemic writing, festival, presentazioni, eventi e altro.

Tanto per cominiciare, l’indirizzo del sito è:

(1) slowforward.net (you are here now)

(2) E per avere aggiornamenti ci si può registrare (insieme ad altri 1800+ subscribers) seguendo queste semplicissime indicazioni: archive.org/details/follow-slo…

(3) Altrimenti ci si può iscrivere ai canali che seguono (a volte più ricchi dello stesso slow): telegram = t.me/slowforward instagram = tinyurl.com/slowforward-ig whatsapp = tinyurl.com/slowchannel

(4) Mentre ko-fi funziona sia da rilancio di post vari, sia da microdiario saltuario, e da luogo che permette a chi lo desidera di sostenere anche con un semplice caffè il mio lavoro quotidiano: tinyurl.com/differxx

(5) In attesa di migrare su peertube, slowforward ha i propri video qui, e dei link condivisi nello spazio post

(6) Infine, non amando io (pur stando su) facebook, segnalo che ogni post che compare su slowforward viene puntualmente ripubblicato/linkato qui: mastodon.uno/@differx e anche su friendica: poliverso.org/profile/differx

#archive #ArchiveOrg #contribute #friendica #Instagram #koFi #Mastodon #poliverso #slow #slowforward #slowforwardNet #slowforwardWordpressCom #subscribe #Telegram #whatsapp #youtube

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Noi vaghiamo nell’universo su un atomo opaco del male – Un film fatto bene di Franco Maresco


Questo film potrete usarlo come un vaccino, un amuleto, un talismano, qualcosa che vi protegga dall'arrivo nefasto dei film mainstream...
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Recensione di “Un film fatto bene” di Franco Maresco

Se un fondamentale autore di cinema degli ultimi decenni come Franco Maresco dichiara a una testata specializzata (ma “popolare” come Film TV) a proposito della sua ultima opera “Un film fatto per bene”, in sala da poco e presentato a Venezia, qualcosa come ciò che segue, prima di scrivere una recensione bisogna pensarci per bene, o forse non farlo proprio:” è la cosa più vicina a quello che volevo per esprimere il mio annichilimento di fronte alla banalizzazione, all’appiattimento di qualsiasi cosa e quindi l’assoluta inutilità del continuare a fare cinema o arte in generale. Ancora 30/40 anni fa quando ho iniziato a lavorare, sembrava, sebbene non credessi che “la bellezza avrebbe salvato il mondo”, sembrava ancora che il cinema, il teatro, la letteratura potessero avere un senso o almeno ci si poteva illudere che ci fosse ancora uno spazio per l’arte. Oggi no, in poco tempo, accelerato dalla tecnologia, è tutto finito, è crollata ogni illusione in questo senso è un film durissimo senza speranza. Non si può prescindere da questa consapevolezza”.

E quindi, a essere rigorosi e consequenziali, potrei anche mettere un punto e la non – recensione, il testo migliore da ipotizzare, potrebbe anche finire qui, con una semplice glossa per chiudere: andatevi a vedere questo film per capire questa durissima dichiarazione di Franco Maresco, non state a farvelo spiegare da me.

Non servirebbe a nulla informarvi, come dice lui nella stessa intervista, che il film, che ha l’aspetto di un mockumentary e ricorda molto nella sua struttura Belluscone (anche qui c’è un amico che ricerca il regista scomparso che ha abbandonato un film, in quello c’era il grande Tatti Sanguinetti, qui invece c’è l’amico e sodale Umberto Cantone), sia più simile invece a un vero documentario, seppure sembri perfettamente sceneggiato e pensato: nel senso che è vera la storia che Maresco doveva girare un film su di un episodio palermitano di Carmelo Bene, che il regista ha davvero litigato con Andrea Occhipinti/Lucky Red e l’altro produttore, poi è sparito e alla fine, per salvare il salvabile, la decisione è stata di fare un film su tutta quanta questa storia, non essendoci nessuna possibilità di girare il film su Bene che lui avrebbe voluto fare, nel modo in cui lui avrebbe voluto farlo (ma l’aura del Maestro Carmelo in qualche modo aleggia per tutto il film).

Dice Maresco nella stessa intervista che nel suo cinema c’è un “peccato di presunzione”, cioè l’idea di voler fare sempre qualcosa di definitivo, un “atto di fede” che adesso è difficilissimo, chi dice il contrario lo dice per una questione di sopravvivenza, per non attaccarsi “alla canna del gas o (al)la canna di una pistola”: penso che non ci siano migliori parole per fotografare la situazione attuale, in particolare quella italiana, da tutti i punti di vista, soprattutto quello culturale, di questa atto di accusa e insieme dichiarazione di disperazione totale; per questo “Un film fatto per bene” è un’opera estremamente necessaria in questo momento, e INDISPENSABILE è andarlo a vedere. Non tanto per avere delle speranze impossibili in questo momento storico, ma per una questione di sanità mentale, secondo me: andarlo a vedere, passare questi 100 minuti circa con il meraviglioso teatrino dell’assurdo di Franco Maresco, che a un certo punto ritorna addirittura negli studi della leggendaria TVM, dove sono nati i primi vagiti di quello che sarebbe diventato Cinico TV, per rimettere in piedi la stessa modalità di crudeltà e di improvvisazione, di potenze espressiva, con questo metamovie fatto anche assemblando materiale prodotto con i mezzi più disparati (cellulare, digitale, pellicola), farà bene alla vostra sanità mentale, se siete fortunati ad averne ancora una.

È una fortuna, secondo me, anche il fatto che questo film esca prima dell’inizio della vera e propria nuova stagione, in poche sale, perché dovrete andarvelo a cercare, lo troverete se amate il cinema, potrete usarlo come un vaccino, un amuleto, un talismano, qualcosa che vi protegga dall’arrivo nefasto dei film mainstream che cominceranno a impestare le sale italiane tra circa un mesetto, che dovete vedere sineddoticamente anche prima della proiezione di questo film, in forma di trailer e già la loro forma sgraziata, banale, omogeneizzata, standardizzata non potrà non disturbarvi, quando davanti ai vostri occhi si presenterà il carosello sgangherato e geniale dell’immaginario mareschiano. Ma voi sarete in tal modo protetti, sarete puri nel vostro sguardo, quindi potrete andare avanti e magari accettare la scommessa di questo film che, cito ancora il regista, è in realtà quella che lui ha fatto con i suoi collaboratori e che vi invito a sperimentare:” io sostengo che dopo una ventina di minuti la sala si svuoterà e rimarranno solo i più masochisti e quelli che la notte prima non hanno dormito”. Io la notte prima avevo dormito benissimo, quindi non posso che concludere che sono masochista, insieme a tutti gli altri spettatori che erano in sala con me, che hanno spesso ridacchiato – un riso amarissimo ma inevitabile e spontaneo – di fronte alle immagini di “Un film fatto per bene”. Se poi volete sapere delle inquadrature, della sceneggiatura, degli attori, di Antonio Rezza che fa la Morte Depressa (moio!), di Francesco Musa e delle varie altre maschere non – attoriali estreme, della colonna sonora, del messaggio implicito ed esplicito, se tutto è a posto oppure no, vi vorrei rispondere come faceva il buon Paviglianiti in Cinico TV, ma sono troppo buono per farlo in questo momento: correte in sala subito e lo scoprirete da voi.

Falco Ranuli

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stufocto stufata stufando il sito della stuffa (lo stuff e la roba)


Poco fa stavo pensando che la stuffoctt si sta spegnendo… quindi condividete, se avete paura del freddo. Ma, a parte gli scherzi, mi secca un po’ che il sitino blogghino che creai qualche mese fa è caduto nel dimenticatoio senza nemmeno ufficializzarsi del tutto… e si, sarebbe colpa mia, perché se non io non c’è nessun’altra entità che ha il compito di scrivere cose lì sopra, ma non ho molte idee per cose piccole da poter fare più o meno al volo, anche in via parziale, così da poter fare tanto. Come direbbero i senza cuore: skill issue. 😶

Comunque, nei rari momenti in cui mi tornava in mente che questo sito esiste (anche se per i motori di ricerca esiste solo a metà… ci sarebbe da caricarci su un video dove piango e vedere se l’algoritmo di Google e Bing si smuove così, visto che per gli youtuber funziona), come appena qualche settimana o giorno fa, mi tornava in mente che sarebbe stato il caso di farci qualche ulteriore aggiustamento estetico-pratico, perché in tutto questo tempo di stasi non l’ho considerato a forma definitiva, non è mai stato completo… 📀

…E, se vorrei in realtà modificare abbastanza l’aspetto attuale in modo da renderlo parecchio più colorato, anziché ‘sto bianco da ospedale, ma non ho idea di come senza farlo sembrare il cesso di un asilo (ossia, simpatico per i bimbi ma un pugno nell’occhio per qualsiasi altra persona, me inclusa), almeno poco fa ho fatto degli aggiustamenti che lo rendono quantomeno leggibile… perché questo tema che dall’inizio ho scelto è oggettivamente ben fatto come layout, ma ha qualche problemino col testo e con la responsiveness… al punto tale che ho sempre paura, anche se nessuno me lo ha mai confessato (e io non ho traccianti che possano rilevarlo), che qualcuno possa abbandonare la lettura a metà proprio per quanto non si legga. 🐙

Premesso che cambiare tema (magari con uno di per sé più colorato, che davvero il fottuto bianco e nero su dispositivi capaci di mostrare milioni di colori non lo sopporto) non è un’opzione (e li ho riscorsi tutti oggi pomeriggio, per essere certa che fosse questo il caso come ricordavo solo vagamente), perché nessuno degli esistenti è già pronto per come mi serve, e dunque dovrei spendere fin troppi quarti d’ora a replicare le stesse modifiche che ho già fatto dentro l’attuale… poco fa ho fatto qualche piccolo aggiustamento, e penso sia andato tutto toppi, senza difficoltà. (In foto: a sinistra ora, a destra prima.) 😁
Le due versioni del sito come descritte affiancate in finestre, mostrando del testo paragrafico e un blocco di codice
Oh, ora si gode! (Credo.) Ho tolto una regola CSS che rendeva il testo più piccolo su schermi più stretti della baseline desktop (…non capisco perché ci fosse, francamente), così come nei blocchi di codice in generale, e ho fatto sparire il padding enorme attorno al blocco principale della pagina su schermi anche medio-piccoli, perché probabilmente non dovrebbe essere lì visibile a rubare spazio prezioso sugli smartphone… ma sul mio smartphone purtroppo lo faceva, per l’appunto. E ne ho approfittato pure per aggiungere highlight.js al sito, che i blocchi di codice predefiniti, senza colori, fanno piangerissimo. 🕷️

Chissà se avere le pagine effettivamente guardabili, ora, mi farà risalire quelle ispirazioni mistiche… probabilmente no; le pareti sono ancora in ferie. Chiunque abbia idee allucinanti e incongruenti, ma che possono essere trasformate in gustosi post singoli in lingua italiana o inglese, preferibilmente in non più di 9 minuti e 59 secondi di tempo di lavorazione per ciascuno (esclusi i secondi che necessiterei per ingerire ossigeno ed espellere anidride carbonica mentre scrivo), me ne comunichi con generosità… per favore. (No, non escono mai idee interessanti chiedendo ispirazione alle intellighenzie artifiziali, ci ho già provato… mi si fornisca la dovuta freschezza dopo che io ho rinfrescato la stufa, suvvia.) 😳

#aggiornamenti #blog #design #siti #stuffoctt


nuovo sito della roboctt — attenzione alle parole inscatolate!


Dopo che i miei tanti — anzi ahimè tantissimitentativi di scrittura creativa estremo-alternativa sono malamente falliti, nelle ultime 2 settimane scarse mi era saltata in mente una nuova via che, forse, potrebbe funzionare… o forse no, solo il tempo ce lo dirà. Fino ad ora, però, qualcosa sta effettivamente uscendo fuori, quindi sento che è passato abbastanza tempo da poterlo dire anche qui, senza paura che vada tutto in fumo dopo pochi giorni come ahimè i miei precedenti dettano… 🙏

Ero in un pomeriggio così, in cui, visto che non mi andava di programmare o fare altre magie varie, come peraltro ho raccontato nel post introduttivo, ho deciso di provare un piccolo CMS per fare un sitino secondario, in cui raccogliere articoli così su roba più colì. Questo, dal profondo della mia infinita fantasia, giustamente si è chiamato da subito stuffoctt, perché l’idea è che contenga la mia roba… ma in maniera idealmente meno disordinata e meno da consumare al momento, rispetto al mio fritto misto, che nel bene o nel male è molto alla giornata. Quindi eccolo qui, online da tanto: stuff.octt.eu.org. 🕸️

Sembra di per sé un’idea cagosa, senza alcun beneficio se non farmi sprecare la giornata che volevo sprecare, il costruire l’ennesimo sito, visto che ho già il sitoctt fatto alla perfezione… ma purtroppo, riguardo quello inevitabilmente mi continua ad arrivare addosso e non si schioda il problema del troppo attrito dello scrivere lì sopra, essendoci il casino di Git di mezzo — e più di così a riguardo non riesco ad elaborare. Volente o nolente, il mio culo è estremamente pesante, e quindi pretendo un CMS — e che sia performante e senza strani glitch, a differenza di WordPress — altrimenti semplicemente finisco per non scrivere; c’è veramente poco da fare. 🤥

In queste settimane ho dunque già scritto diversi articoli, più o meno lunghi ma comunque tutti abbastanza contenuti e scorrevoli, che ruotano attorno a diversi argomenti, da guide tecniche (ed è bene che io le faccia, perché da ragazza magica è bene che io diffonda il sapere che gli dei mi hanno concesso per il bene dell’umanità mortale) a cose più pazze. Tipo, tra qualche minuto finisco l’articolo recensione di un manga doujinshi che ho letto ieri sera mentre, come detto stamattina, marcivo… e per il resto ho messo altre cose, che vi invito (vi supplico…) di andare a recuperare. 🥰

Non volendo fare l’ennesimo sito duplicato per niente confondendo già più del mio solito la gente, comunque, ho deciso di variare un po’ target rispetto al mio solito: mi sono fatta sopraffare dal demone dell’internazionalizzazione, e quindi ho deciso di scrivere in inglese, sperando che questo possa magari portarmi tutto quel pubblico che fino ad oggi non mi ha cagata di striscio non per qualcosa, ma perché non legge cose scritte in italiano. Se poi mi verrà da usare questo strabenedetto CMS per scrivere anche nella lingua migliore… non lo so, mi inventerò qualcosa; magari uscirà la versione 3 del sitoctt… (Non fatemici pensare, che sennò già mi dispero.) 🎗️

Ad ogni modo, è comunque purtroppo necessario da parte mia rimanere sul chi vive e non pensare di aver appena vinto. Infatti, se a questo punto è difficile che vada tutto in fumo per mano mia (cioè, per tecnicamente sua assenza, per mia inazione) se i motori di ricerca non si spicciano ad indicizzare, o comunque eventuale traffico esterno a venire, questa roba sarà praticamente mezza per niente. Certo, rimane sempre un’ottima distrazione dalla vita, e forse a lunghissimo andare anche materiale riciclabile (anche se, vai a capire come)… boh dai, a parte fare gli articoli devo davvero iniziare a spammare anche questo sito malamente; come il fritto misto, però più in grande, visto che è in inglese. 🧨

#blog #blogging #HTMLy #new #personal #personale #site #sito #web #website


Questa voce è stata modificata (9 mesi fa)
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Il primo attacco contro una imbarcazione della “Global Sumud Flotilla” (GSF) poteva sicuramente considerarsi come un avvertimento in stile mafioso. Il secondo, arrivato a meno di 24 ore dal precedente, specialmente se sarà seguito da altri rappresenta invece una chiara “dichiarazione di guerra”.

Le modalità dell’attentato terroristico ci dicono anche altre cose: che l’intenzione di chi […]

pepsy.noblogs.org/2025/09/10/p…

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Per chi vuole capirne di più del Fediverso, implementato anche da @ghost, segnalo il podcast "CRASH – La chiave per il digitale" e in particolare l'ultima puntata "Il fediverso e il futuro dei social"
La puntata è disponibile qui: pca.st/ujo6byfv
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“RUBARE allo STATO non è sempre reato” (mannaggia!)


A me capita di seguire vari avvocati su YouTube, ma certe volte mi chiedo se sarebbe meglio restare nell’ignoranza per le questioni di legge, perché altrimenti ci si fa il sangue amarissimo… non quanto il “caffè amaro come la vita”, ma molto peggio, perché almeno il caffè è gustoso, mentre la realtà del nostro mondo nemmeno per un cazzo. E stamattina, per l’appunto, chi mi ha ricordato ciò è stato l’avvochad Angelo Greco… 😭

youtube.com/watch?v=QtQ0T4fnxk…

In breve, in questo video dice una cosa che sappiamo tutti, cioè che rubare allo Stato, una condotta che a primo impatto parrebbe gravissima, a volte è legalmente permesso — e anzi, aggiungerei io che in certi casi è anche premiato, o quantomeno fare il contrario significa essere vittime di scherno e biasimo, paradossalmente… Qualcosa di già assurdo di per sé, ma mai quanto un’altra cosa che difficilmente ci viene in mente, cioè che invece i danni piccoli vengono puniti alla grande; l’esempio che lui fa, per dire, è che se qualcuno ti passa una banconota incaricandoti di andargli a comprare il gelato, e tu te ne scappi coi soldi invece di assolvere al compito informale e deciso a voce, ti becchi (fino a) 5 anni di carcere, “appropriazione indebita aggravata”… 💀

Insomma, questa è l’Italia. Ovviamente, questo fatto lo si può vedere applicato su una scala più ampia e totalizzante, dove la punizione è, con gran paradosso, sempre inversamente proporzionale alla colpa. E quindi, se rubi i soldi del gelato e la vittima ti denuncia vai in galera, se sei un borseggiatore che dalla mattina alla sera sta a rubare alle persone ti arrestano per qualche minuto ma poi torni in libertà, se sei un imprenditore che evade il fisco magari passi qualche brutta nottata ma alla fine non succede niente, e se invece sei un politico che usa i soldi pubblici per cose proprie non ti indagano nemmeno… figurati pagare multe o che… 🥱

Che schifo, davvero. Non trovo nemmeno qualcosa da dire per ribaltare tutto e ridere, a questo giro… la riflessione di oggi è davvero così tanto amara; mi dispiace se ho rovinato la giornata a qualcuno. E non so se sia più grave il fatto che, a dire il vero, le cose in questo paese sembrano andare così, all’incontrario, da quando questo esiste… o se la vera questione sia che andando avanti questi paradossi aumentano, anziché diminuire… in questa repubblica dove, nei tribunali, campeggia sempre la scritta “la legge è uguale per tutti“, nonostante il fatto che questa frase sia forse la più grande bugia di tutti i tempi, e i politici non fanno e faranno altro che prendere tutti per il culo… 🙁

#AngeloGreco #Italia #legge #riflessione #rubare

Questa voce è stata modificata (9 mesi fa)
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from ‘my voice, my choice’: european commission finally proposes the suspension of the eu-israel trade agreement


from
My Voice, My Choice

Dear community,

We have encouraging news from the European Union. Today the president of the European Commission Ursula von der Leyen made a major announcement in her speech to the European parliament:

“We will propose sanctions on the extremist ministers and on violent settlers and we will also propose a partial suspension of the Association Agreement on trade-related matters.”

We have been calling for the suspension of the EU-Israel trade agreement for months with “Suspend the EU–Israel trade agreement. Stop the genocide.” that has already collected more than 375,000 signatures. It is unacceptable that the EU rewards Israel with preferential trade access that amounts to 28.8% of Israeli exports worth 15.9 billion euro a year, while a genocide is happening in Gaza.

Today’s announcement means the EU has taken 2 out of the 3 steps necessary to suspend the trade agreement. In July the official reviewrecognized that Israel is violating human rights, today the commission has proposed the suspension of the agreement and now it is up to the European council where the heads of all EU member countries will vote on the proposal.

The suspension will take effect only if a qualified majority of 15 member states representing at least 65% of the EU population will vote in for it. This means that we must pressure member states, especially Italy and Germany, that have been most hesitant to act, to do the right thing. The suspension of the trade agreement is crutial if we want to end the genocide in Gaza.

[share the petition]


In her speech von der Leyen pointed out that what is happening in Gaza has shaken the conscience of the world: that people are being killed while begging for food; that mothers are holding lifeless babies; that famine, created by human hands, can never be used as a weapon against civilians. She admitted that the European Union cannot afford to be paralysed when it comes to Palestine. Now it is up to the leaders of EU member states to also recognize these brutal facts.

We are watching closely, and we will keep you informed.

My Voice, My Choice team

#bambini #children #colonialism #EU #EUIsraelTradeAgreement #EuropeanCouncil #EuropeanParliament #EuropeanUnion #Gaza #genocide #genocideInGaza #genocidio #IDF #invasion #IOF #israelcriminalstate #israelestatocriminale #israelterroriststate #izrahell #massacri #MyVoiceMyChoice #myvoiceMychoiceOrg #Palestina #Palestine #sionismo #sionisti #starvingcivilians #starvingpeople #suspendTheTradeAgreement #tradeAgreement #UrsulaVonDerLeyen #warcrimes #zionism

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Giunti a Bastia, Moris e “Coniglio” proseguirono in volo per Caserta


Il 17 ottobre ’43 Bourgoin [André Bourgoin della Sezione Italiana dell’OSS statunitense] fu anche visitato dal tenente generale Matteini del corpo ingegneri della marina italiana, il capitano Max Ponxo, uno dei leaders dell’Italian Naval Secret Services (SIS) della marina italiana, il sig. Maurizio Moris, un noto industriale e direttore generale delle compagnie “Bombrini Parodi Delfino” e “Innocenti”, i quali, arrivati a Napoli, fornirono alla missione dell’OSS informazioni militari d’interesse.
Maurizio Moris <57, in particolare, che parlava molto fluentemente italiano, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e inglese, si offrì di ritornare immediatamente a Roma e di porsi a completa disposizione dei servizi segreti americani al fine di costruire una rete molto potente di agenti. La sua proposta fu accettata e la sua collaborazione fu, sin dall’inizio, orientata su speciali soggetti d’importanza militare.
[…] La missione di Maurizio Moris, per conto dell’OSS, mirava alla creazione di una rete di agenti nella Roma ancora occupata dai nazisti. Il 1° novembre 1943, insieme con due agenti e un radio operatore, che furono identificati nelle persone di Salvatore Piazza, Alfredo Rizza e del radio operatore, Giuseppe Auriemma, alias “Teresa”, essi attraversarono le linee nemiche nei pressi della regione di Alfedena. Il secondo giorno di viaggio, Moris e Piazza che si erano separati dai loro compagni Rizza e Auriemma, si imbatterono sciaguratamente in un campo minato tedesco. Moris restò gravemente ferito tanto che pensò che fosse in procinto di morire sul posto. Quindi mandò indietro Piazza affinché facesse rapporto a Bourgoin. Fu così prelevato dai tedeschi, trasportato in ospedale e grazie alla sua perfetta conoscenza del tedesco in grado di ricevere il necessario primo soccorso. Durante la notte, nonostante le ferite e il dolore, scappò dall’ospedale e facendo l’autostop raggiunse Roma a bordo di un carro armato tedesco. Una volta arrivato a Roma, fu curato da uno dei suoi amici e si nascose nell’appartamento di quest’ultimo. Finalmente fu sottoposto a un’operazione chirurgica durante la quale gli fu estratta dall’addome una scheggia di mina tedesca che lo aveva colpito e, infine, si rimise dopo ventidue giorni di ricovero. Mr. Moris si mise subito in contatto con la prima squadra di Roma agli ordini del tenente Menicanti e procurò loro un ingegnere esperto che riuscì a metterli in contatto con la base. Due volte il giorno venivano quindi inviate informazioni militari al Quartier Generale Alleato. Di fronte alla necessità di coordinare le azioni di tutti gli agenti che operavano nell’Italia occupata dai tedeschi, Moris e Menicanti chiesero di essere condotti sulla costa per poi recarsi a Caserta e discutere ivi le questioni di cui si stavano occupando a Roma.
Intanto, gli agenti Rizza e Auriemma, che avevano attraversato le linee nemiche il 1̊ novembre con Mr. Moris, arrivarono a Roma. Grazie al senatore Parodi, Auriemma fu impiegato sotto copertura nella compagnia “B.P.D”, mentre Rizza si mise in contatto con le autorità tedesche nella persona del tenente appartenente all’Abwehrlienst, Von Weich. Rizza fu, così, arruolato quale agente simulatore per ingannare i patrioti italiani combattenti nella regione di Faenza e, in seguito, accompagnato al fronte, dove gli furono fatte attraversare le linee verso gli Alleati sul fiume Garigliano, e dotato di un questionario sulle forze alleate. Rizza si presentò a Bourgoin, il quale ebbe forti dubbi sulla fedeltà dello stesso, tanto da essere indotto a contattare, il giorno seguente al suo arrivo, l’italiano CIC e la polizia, alle quali organizzazioni chiese di pedinare l’uomo durante la sua permanenza a Napoli. Due volte al giorno, la polizia compilava uno speciale rapporto sulle attività di questi e attraverso una donna appartenente alla stessa organizzazione, Bourgoin ottenne la prova che Rizza era più sotto il controllo tedesco che alleato e, dopo essersi consultato con il Commander in Chief dell’OSS presso la V Armata, colonnello Ellery Huntington Jr., decise di farlo arrestare dal CIC. Fu così che un’intera organizzazione di spie fu sgominata e arrestata nella stessa epoca nella regione di Napoli. Secondo la testimonianza di Bourgoin, Rizza fu, infine, trasportato negli Stati Uniti e collocato in un campo di concentramento <59.
Quando il sig. Moris fu ferito il 2 Novembre, egli ordinò a Piazza di tornare allo scopo di fare rapporto a Bourgoin ma, temendo che quest’agente potesse essere ucciso, mandò un soprintendente, tale Langella, per relazionare sulla medesima questione nonché attraversare le linee verso gli Alleati. Langella arrivò il 10 novembre e attraversò le linee nemiche a nord di Venafro con un radio operatore di nome Grandini Antonio, nome di battaglia Trieste, il 2 dicembre 1943. Nonostante le difficoltà, i due uomini arrivarono incolumi al Comando Operativo di Napoli e a Grandini fu dato un lavoro di copertura nella fattoria della “B.P.D.” quale contabile nonché un regolare passaporto tedesco per circolare in Italia.
[…] Una serie di missioni furono inviate partendo dal dicembre 1943 dalla Corsica verso l’Italia occupata dai Tedeschi. Una prima operazione via mare, denominata Richmond I, doveva essere fatta salpare da Bastia, Corsica. All’uopo, Bourgoin organizzò da Bastia un MAS italiano che doveva raggiungere la spiaggia di Fosso Tafone, tra Ansedonia e Montalto di Castro, per raccogliere i partecipanti. Salirono a bordo Maurizio Moris e Clemente Menicanti ”Coniglio”; accompagnati dall’ingegnere Prof. Calosi, esperto di bombe radiocomandate che viaggiava col fratello ufficiale di marina del Secret Intelligence Service (SIS) nonché con altri due ufficiali, sempre del SIS, capitani Cipicco e Filiani. Tutti questi uomini riuscirono a imbarcarsi incolumi, grazie all’opera del principe Boncompagni <73, noto latifondista della zona, che, essendo proprietario di un’immensa tenuta, assicurò agli agenti impegnati in questa missione un riparo, aiutandoli altresì con il suo proprio personale a organizzare la pianificata operazione speciale. Giunti a Bastia, Moris e “Coniglio” proseguirono in volo per Caserta – San Leucio, dove arrivarono lo stesso giorno, il 5 gennaio 1944. Immediatamente dopo, furono programmate e attuate altre due missioni marittime sempre da Bastia, Corsica e, attraverso le stazioni radio dell’OSS collocate a Roma, furono stabiliti segnali, tempi e comitati di accoglienza. Quale punto d’imbarco si dovette utilizzare lo stesso di cui alla precedente operazione: la lunga spiaggia alla foce del Fosso Tafone. La seconda missione, denominata Richmond II, fu affidata alla squadra composta dei seguenti agenti: Maurizio Moris; Clemente Menicanti, “Coniglio”; la signora Vera Vassallo; i signori Sergio Tavernari e Salvatore Piazza, accompagnati dal radio operatore Gorrini, alias ”Antonietta”. Nello stesso tempo, nove apparecchiature radio per tutti gli operatori radio della spedizione del menzionato sottomarino Axum nonché per Auriemma, alias “Teresa” e Grandini, alias “Trieste”, dovettero essere sbarcate sempre sulla spiaggia di Fosso Tafone. L’operazione avvenne nella notte del 17 gennaio 1944. Mr. Moris ricevette l’incarico di riportare indietro da Roma il colonnello Mario Badoglio <74, come sollecitato dal padre Pietro Badoglio all’OSS. Reutershan, che ordinò altresì che fosse accompagnato in tale missione dal sottotenente ventenne William Malcolm Callanan <76. Bourgoin tornò quindi a Caserta con Callanan il 2 gennaio 1944. Così lo stesso Bourgoin raccontava l’incontro con Badoglio: “Noi arrivammo a Brindisi il 31 dicembre e il Maresciallo [Badoglio, nda] ci chiese se fosse possibile riportargli nell’Italia liberata suo figlio il Colonnello Mario Badoglio. Rispondemmo al Maresciallo che avremmo fatto tutto il possibile per contattare suo figlio e introdurlo di nascosto da questo lato delle nostre linee. Quindi facemmo ritorno a Caserta il 2 gennaio 1944” <77. La missione Richmond II ebbe successo, ma sfortunatamente il colonnello Mario Badoglio che si nascondeva in un posto sicuro non arrivò in tempo e, quando la terza operazione, nome in codice Richmond III, iniziò, il 21 gennaio 1944, egli non era sulla spiaggia per essere imbarcato.

[NOTE]57 Maurizio Moris, nato a Moncalieri (Torino) nel 1893, era ingegnere. Iscritto al Partito Nazionale Fascista (PNF) ma descritto quale “intimamente antifascista”. Rimpatriato nel 1936, fu nominato Direttore tecnico della società Parodi – Delfino di proprietà dell’ingegner Leopoldo Parodi Delfino, nonché dell’Innocenti & Co. Anche Moris fu presentato a Bourgoin da “Pippo” Naldi e dunque faceva parte della medesima rete di agenti vicini al SIM. P. Tompkins riporta un rapporto OSS secondo il quale “sia Parodi che Innocenti elargivano fondi per i partigiani e agenti ma i soldi non sempre giungevano a destinazione”. P. Tompkins, L’altra Resistenza cit., nt. 6, p. 395.
59 La missione Teresa fu descritta senza significative divergenze da P. Tompkins, L’altra Resistenza cit., p. 55.
73 Il Principe Boncompagni Ludovisi fu arrestato a New York la mattina successiva al disastro di Pearl Harbour in quanto sospettato di collaborare con il Fascismo e quindi condotto nel centro di detenzione a Ellis Island. Earl Brennan ha raccontato che, con la garanzia di Girolamo Valenti, fu raggiunto un accordo tra i due gentiluomini, in virtù del quale il primo sarebbe stato rilasciato e in cambio avrebbe collaborato con l’OSS, accordo che nel periodo di guerra si sarebbe rivelato assai proficuo, perché “sia la sua competenza che la collaborazione nel trasmetterci informazioni utili e tempestive si rivelò progressivamente assai soddisfacente […] le vedute del Principe cambiarono ed egli divenne un collaboratore più volenteroso e utile.” E. Brennan, O.S.S. and the Italian Contribution cit., p. 266 e 267.
74 Mario Badoglio, figlio del più noto maresciallo Pietro Badoglio, Console Generale a Tangeri, dopo il 25 luglio accorse in volo a Roma in ausilio del padre, nominato Presidente del Consiglio. Si trovava con il padre al Ministero della Guerra nella notte tra l’8 e il 9 settembre. Restò a Roma, quando il Re, Badoglio e il Governo fuggirono a Pescara, fino al giorno dopo Pasqua, intorno alla fine di aprile ’44, quando fu individuato e arrestato dalla polizia tedesca a Roma, mentre aspettava di ricongiungersi col padre e, infine, tradotto in Germania. Si cfr. P. Badoglio, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 117.
75 Tale, circostanza fu riferita direttamente a Roosevelt in una delle missive intercorse tra i due Capi di Stato e, precisamente, in una di fine aprile ’44, nella quale Badoglio così scriveva “l’ultimo dei miei ragazzi che mi aspettava a Roma è stato seguito e arrestato due giorni fa dalla polizia tedesca”. M. Corvo, La Campagna d’Italia dei Servizi Segreti Americani in Italia cit., p. 315.
76 Il sottotenente ventenne “dalla faccia pallida”, William Malcolm Callanan, fu ufficiale d’intelligence assegnato al distaccamento dell’OSS presso la V Armata compilò un rapporto in cui evidenziò il valore e il volume delle informazioni militari trasmesse da radio “Vittoria” a Roma durante l’occupazione nazista. Si cfr. P. Tompkins, L’altra Resistenza cit., nt. 8, p. 404; Id. Una spia a Roma cit., pp. 369-370.
77 «We arrived in Brindisi on the 31st of December and the Marshal asked us whether it would be possible to bring back in liberated Italy his son, Colonel Mario Badoglio. We answered the Marshal that we would do all things possible to contact his son and smuggle him on this side of our lines. We returned to Caserta on the 2nd of January, 1944». A. Bourgoin, From 20th September 1943 to 26th January 1945 cit., p. 49.
Michaela Sapio, Servizi e segreti in Italia (1943-1945). Lo spionaggio americano dalla caduta di Mussolini alla liberazione, Tesi di Dottorato, Università degli Studi del Molise, 2012

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L’avvento dell’ABCA: il cinema burkinabè entra in una nuova era.


[:it]La nuova agenzia scaturisce dalla fusione di altre istituzioni del medesimo campo.[:]
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Il 4 settembre 2025, un evento significativo ha segnato un capitolo fondamentale nell’evoluzione della cosiddetta settima arte in Burkina Faso. Durante una conferenza a Ouagadougou, i professionisti dei media sono stati resi partecipi della recente creazione dell’Agenzia Burkinabè della Cinematografia e dell’Audiovisivo (ABCA). Questa innovativa istituzione è il risultato di un lungo processo di riflessione, finalizzato a ristrutturare profondamente il settore cinematografico nazionale.

Secondo quanto affermato da Alex Moussa Sawadogo, direttore generale dell’ABCA, l’agenzia nasce dalla fusione di diverse entità, tra cui l’Istituto Superiore dell’Immagine e del Suono (ISIS), la Delegazione Generale del FESPACO, il Segretariato Tecnico del Centro Nazionale della Cinematografia e dell’Audiovisivo, insieme alla Direzione della Cinematografia e dell’Audiovisivo. Questa unione rappresenta non solo una riorganizzazione, ma una vera e propria rinascita del cinema burkinabè.

L’ABCA ha chiare missioni e obiettivi ambiziosi: sviluppare l’intera catena del valore del cinema e dell’audiovisivo, garantire la regolamentazione e il controllo del settore, e formare gli attori coinvolti. “Il nostro compito è anche quello di promuovere e diffondere le opere, preservare e valorizzare il nostro patrimonio culturale, e rafforzare la cooperazione sia a livello nazionale che internazionale,” ha dichiarato Sawadogo. Con queste parole, il direttore ha sottolineato l’importanza di una struttura che si fa carico delle necessità del settore in un contesto sempre più competitivo.

Una delle ambizioni principali dell’agenzia consiste nel strutturare gli operatori del settore e istituire una biglietteria nazionale, al fine di regolare meglio l’esercizio commerciale dei film. “L’ABCA arriva in un momento cruciale per riposizionare il Burkina Faso come un vero e proprio hub della creazione cinematografica,” ha aggiunto Sawadogo. Questo progetto non solo mira a valorizzare le storie raccontate secondo il punto di vista burkinabè, ma anche a trasformare il cinema in un settore socio-economico rilevante, dando l’opportunità ai talenti locali di brillare sulla scena mondiale.

Per realizzare tali obiettivi, l’ABCA si compone di vari dipartimenti, tra cui l’ISIS Studio École (ISIS-SE) dedicato alla formazione di professionisti e il FESPACO, la biennale panafricana del cinema. Inoltre, vi è un reparto dedicato al finanziamento di progetti cinematografici e alla cinematografia africana di Ouagadougou.

In un contesto globale dove la creatività è sempre più competitiva, l’ABCA si presenta come una risposta concreta all’esigenza di accompagnare l’innovazione e dare voce al cinema burkinabè e africano. Con questa nuova struttura, il Burkina Faso potrà non solo preservare la sua eredità culturale, ma anche promuovere una narrazione autentica e coinvolgente che contribuisca al panorama cinematografico internazionale.

Fonte: burkina24.com